Saggi di letteratura e storia di James Anthony Froude

Introduzione

Froude aveva questo merito – un merito che condivideva soltanto con Huxley tra i suoi contemporanei – di imporre le proprie convinzioni. Lottava contro ogni resistenza; suscitava (e continua a suscitare) un’animosità violenta. Irritava la superficie del suo tempo, ma era troppo forte perché quella superficie potesse rifiutarlo. Questa qualità combattiva e aggressiva in lui, che ebbe successo proprio perché era permanente e non subì mai una sconfitta definitiva, dovrebbe attirare l’attenzione di chiunque voglia esaminare nel complesso l’ultima generazione nella storia della letteratura.

Fu un periodo caratterizzato da vizi propri, che tuttavia non sono ancora stati individuati e puniti. In un’epoca prevaleva la lussuria, in un’altra il fanatismo; in una terza, la monotonia e una copia meccanica del passato: queste erano le debolezze che la critica si proponeva di attaccare. Nessuna di queste caratteristiche influenzò l’epoca vittoriana. Fu un’epoca pura – sebbene contaminata da una profonda ipocrisia; fu particolarmente priva di violenza nelle sue valutazioni; era certamente vivace e innovativa. Ma presentava questo grave difetto: il pensiero veniva represso su tutti i fronti. Nella storia della letteratura europea, non c’era mai stato momento in cui fosse così difficile per una persona dire ciò che voleva e farsi ascoltare. Un certo spirito pubblico coesivo – che non era altro che un aspetto dell’ammirevole omogeneità della nazione – legava e immobilizzava ogni forma di espressione individuale. Si poteva “fluttuare” all’interno di quel flusso denso e stagnante, ma non si poteva opporvisi.

È necessario discernere con attenzione quante apparenti eccezioni a questa verità siano, in realtà, eccezioni che non esistono affatto se vengono esaminate attentamente. Un intero insieme di difetti nazionali fu denunciato e ridicolizzato nella letteratura e nell’oratoria di quel tempo; ma si trattava di difetti di cui la massa delle persone era segretamente felice che venissero condannati, e di cui ognuno credeva di essere libero.

Avevano piacere che si dicesse loro di avere un gusto artistico disgustoso, perché associavano vagamente tale gusto ad alte moralità e al successo commerciale. Non esisteva modo più sicuro per ottenere grandi vendite se non quello di scatenare ogni cinque anni una “rivoluzione” nelle valutazioni estetiche; da Ruskin a Oscar Wilde, un intero insieme di “profeti” raggiunse fama e ricchezza dicendo alle persone che qualcosa di nuovo e ancora sconosciuto era bellezza, mentre ciò che era appena passato andava rifiutato. E che solo loro vedevano la verità, mentre le persone intorno a loro erano cieche. Ma nessuno ci mostrò come creare opere d’arte, né fece notare che soltanto noi in tutta Europa avevamo conservato una scuola di pittura ad acquerello.

So che in politica i nostri errori erano un argomento costante di discussione; ma nessuno ha mai evidenziato, con citazioni, documenti e prove, il progresso evidente della corruzione, né ha mai fatto notare che, nonostante tutto il nostro entusiasmo, in quella generazione non abbiamo mai difeso i oppressi contro gli oppressori. Esisteva una vasta cospirazione, sebbene inespressa apertamente, attraverso la quale tutto ciò che avrebbe potuto impedire quei mali estremi dai quali soffriamo oggi veniva distrutto non appena appariva. Gli sforzi volti a compiere una purga radicale risultavano noiosi, diffamatori e non corrispondevano alla “forma” che le università e le scuole pubbliche consideravano sacra. Venivano rifiutati come incomprensibili, o, se stampati, venivano ignorati. I risultati di tutto ciò sono ancora oggi davanti a noi.

In un tale periodo, Froude rappresentò una forza opposta che non era né riformista né costruttiva in alcun modo; tuttavia, attirerà l’attenzione degli storici futuri semplicemente perché si trattava di un’opposizione.

Si trattava di un’opposizione di metodo piuttosto che di sostanza. La sostanza stessa era abbastanza comune anche durante il decennio più importante della carriera di Froude. La causa a cui egli diede il proprio sostegno stava già vincendo quando iniziò a difenderla; molti uomini migliori, addirittura alcuni molto più grandi di lui, dicevano le stesse cose, ma lo facevano in un modo che non suggeriva alcuno sforzo violento né alcuna richiesta di resistenza. La particolare virtù di Froude consisteva nel fatto che, quando affrontava qualsiasi argomento, nella sua prosa risuonava sempre una nota virile e provocatoria. Per questo motivo, anche se le sue parole non riusciranno a convincere la nostra posterità tanto quanto hanno convinto noi stessi, i suoi scritti rimarranno: infatti, egli scelse il materiale più difficile su cui lavorare, consapevole della forza delle proprie capacità.

Che cosa c’era in lui che gli dava quella forza, e che gli permetteva, in un’epoca che non tollerava alcuna forma di formazione intellettuale, di raggiungere una fama duratura? Non risponderò a questa domanda facendo riferimento alla popolarità della sua “Storia d’Inghilterra”; gli articoli che seguiranno forniranno materiale sufficiente per rispondervi. Riuscì ad ottenere l’effetto desiderato e rimase nella posizione di prestigio che aveva raggiunto, prima di tutto perché il suo modo di pensare era rigido e deciso; in secondo luogo, perché sapeva utilizzare quel “strumento d’acciaio” che rappresentava il suo intelletto in modo comprensibile per le grandi masse dei suoi connazionali.

Non è certo che un uomo con simili interessi avrebbe potuto farsi sentire in qualsiasi altra società. È dubbia anche la possibilità che le sue idee possano essere tradotte in azioni proficue. Il suo ambito di interesse era molto ristretto: tutti gli argomenti su cui si concentrava potevano essere contenuti all’interno di una sola villa suburbana. Tuttavia, nella nostra società, la sua influenza e l’intensità delle sue azioni si sono riversate proprio su questioni su cui i suoi contemporanei discutevano o erano pronti a discutere. Ed è per questo che riuscì a compiere quelle cose considerevoli di cui sappiamo.

Dico che la sua mente era rigida e di fibra solida: era una mente (ripetendo la metafora) dalla quale si poteva forgiare uno strumento potente e efficace. La sua lama non si sarebbe mai smussata; avrebbe saputo affrontare al meglio il materiale su cui veniva utilizzata. Di questo carattere, che ritengo sia la prima condizione essenziale per il suo successo, i pochi saggi che abbiamo davanti a noi conservano prove abbondanti.

Pertanto, nelle loro pagine si troverà sempre la presenza di quelle affermazioni dogmatiche che derivano inevitabilmente da tale tipo di mentalità; inoltre, ad accompagnare tali affermazioni c’è una costante consapevolezza del fatto che i propri dogmi siano effettivamente dogmi: si è cioè consapevoli di enunciare cose non provabili e di stabilire delle assiomi prima ancora di iniziare il proprio processo di ragionamento.

Alcuni osservatori stranieri, o persone che conoscessero meglio la storia europea di quanto non facesse lui, potrebbero obiettare il contrario. Posso immaginare un critico francese o irlandese che sottolineasse l’abbondanza di affermazioni senza alcuna ammissione esplicita del fatto che si tratti soltanto di affermazioni: tale critico potrebbe persino citare, frase per frase, queste poche pagine in cui Froude presenta come certe cose che in realtà sono ancora oggetto di dibattito. Ad esempio, a pagina 144 si dà per scontato che non siano mai avvenuti miracoli attraverso il contatto con i corpi dei santi; a pagina 161 si sostiene che la repressione dei disordini monastici e l’uso di linguaggio aggressivo in relazione ad essi fossero caratteristici della generazione che assistette alla dissoluzione dei monasteri; a pagina 125 si ritiene che ciò che chiamiamo “manifestazioni” – come fenomeni di spiritismo o movimenti di tavoli – non siano altro che inganni dei sensi, ai quali solo la superstizione darebbe credito.

Lui deride la tradizione di San Patrizio che tutte le ricerche moderne hanno ormai accettato. Afferma apertamente (a pagina 187) che il mondo antico non si interrogava sul problema del male. Insiste anche sul fatto che l’uomo comune respinga “senza esitazione” qualsiasi interferenza della volontà sulle cause materiali. In altre parole, sostiene che l’uomo comune sia fatalista: Froude sapeva infatti molto bene che non esiste alcuna posizione intermedia tra il fatalista e colui che crede nella possibilità dei miracoli. Afferma inoltre che un medico moderno consideri sempre una “visione” un’allucinazione; nega implicitamente anche i stigmi di San Francesco, e così via. Si potrebbero aggiungere infinite altre esempi. Tutti gli scritti di Froude ne sono pieni; costituiscono parte integrante del suo metodo di lavoro. Ma il loro numero non ha alcun significato particolare. Un solo esempio può rappresentarli tutti, e il loro valore per i nostri scopi non risiede nel fatto che siano semplicemente affermazioni, ma nel fatto che Froude fosse consapevole che si trattasse di affermazioni personali, discutibili e dogmatiche.

Sapeva molto bene che la stragrande maggioranza dell’umanità accettava il valore delle reliquie, che intellettuali come il suo stesso rifiutavano quel determinismo dal quale era vincolato, e che il mondo pagano poteva essere presentato in modo molto diverso da come lo conosceva lui. E in quella continua – spesso ingiustificata – affermazione non c’era traccia di limitazioni in lui, ma piuttosto un’ansia febbrile di combattere.

È un difetto ammirevole, o forse nemmeno un difetto; e se lo è, rappresenta soltanto un aspetto della più importante virtù che uno scrittore del suo tempo potesse possedere: la virtù del coraggio.

Vedete come insiste quando vuole imporre le sue leggi, non su ciò che l’esperienza limitata dei lettori comprende e concorda con lui, ma su questioni su cui sa che loro hanno già preso una decisione opposta alla sua. Vedete quanto siano chiare, decise e nette le frasi con cui afferma che il Cristianesimo sia cattolico, o nient’altro.

“. Questo era il ‘corpo della morte’ che la filosofia aveva individuato ma non riusciva a spiegare; ed è da questo che il cattolicesimo è ora emerso con la sua magnifica promessa di liberazione.”

La dottrina carnale dei sacramenti, che i Protestanti sono costretti ad ammettere essere stata insegnata nella Chiesa primitiva con la stessa completezza di oggi da parte dei Cattolici Romani, è da tempo un ostacolo per loro. Essa rappresenta proprio l’essenza del cristianesimo stesso: a meno che il corpo non potesse essere purificato, l’anima non poteva essere salvata. O meglio, poiché fin dall’inizio anima e carne costituivano un unico essere inseparabile, senza la carne l’uomo sarebbe perduto o cessato di esistere. Ma l’organizzazione naturale del corpo umano era stata contaminata; quindi, a meno che tale organizzazione non potesse ricominciare da zero, non avrebbe potuto esistere alcuna sostanza materiale pura. Fu così che Dio, colui che aveva creato il mondo, entrò nel grembo della Vergine sotto forma di una nuova “cellula organica”, e attorno ad essa, grazie alla sua energia creatrice, si formò nuovamente un corpo umano, fatto della stessa sostanza della madre, puro da ogni impurità, proprio come il primo corpo dell’uomo primordiale quando fu creato dalle sue mani all’inizio di tutte le cose.

Nel corso del suo saggio sulla Filosofia del Cristianesimo, in cui sosteneva una tesi odiosa per la maggior parte dei suoi lettori, egli ribadisce con forza le sue idee. La filosofia del Cristianesimo viene apertamente definita come il Cattolicesimo e soltanto il Cattolicesimo; la verità del Cristianesimo viene negata. Questa dottrina viene considerata “vecchia e logora” già ai tempi di Lutero (si veda pagina 194), e l’autore prevede chiaramente un periodo in cui “la nostra posterità” imparerà a “disprezzare quella misera struttura che Lutero ha ricucito insieme dai suoi brandelli”.

I suoi giudizi sono brevi, violenti, compressi. Non rappresentano il risultato di un equilibrio ponderato; sono definitivi, non perché rappresentino un obiettivo raggiunto, ma perché costituiscono colpi mortali. Lui lancia frasi che chiunque può riconoscere come insufficienti e deboli, ma la cui acutezza deriva dalla convinzione profonda e da una determinazione ferrea nel voler convincere gli altri, o, in caso di fallimento, almeno nel lasciare un nemico ferito. In tutta la sua prosa si trovano questi brevi commenti, queste frasi secondarie che rappresentano attacchi diretti contro l’avversario. Ad esempio, a pagina 199: “Sentiamo, o almeno sentivamo quando il partito della Chiesa Alta era più potente di oggi”; oppure a pagina 210: “Il Vescovo di Natal (Colenso) ha fatto queste e queste altre cose, ‘unitamente a certi calcoli matematici per i quali possiede una particolare predisposizione’”. Ci sono decine di esempi del genere in ogni libro che ha scritto: frasi intenzionalmente offensive, capaci di ferire il lettore.

Il suo intelletto può quindi essere paragonato, come ho già fatto, a uno strumento o a un’arma di acciaio, a uno scalpello o a una spada: era duro, lucido, affilato, più forte di ciò che tagliava, e per sua natura duraturo. Questo fu il primo dei tratti che gli garantirono un posto stabile nella letteratura inglese.

Il secondo aspetto è la sua universalità: il termine non è eccessivamente preciso, ma non ne trovo uno migliore. Intendo dire che Froude era l’esatto opposto di un erudito superficiale; anzi, andava oltre i confini dello studente ordinario. Era profondamente radicato nel proprio tempo e nella propria gente. L’arena in cui combatteva era ristretta, le idee contro cui si schierava erano poche. Non era universale nel senso di coloro che riescono a raggiungere qualsiasi uomo, in qualsiasi paese; tuttavia era profondamente interessato ai problemi su cui i suoi contemporanei discutevano animatamente. Era in sintonia, anche quando li contraddiceva apertamente, con la classe da cui proveniva: quella dei benestanti protestanti inglesi dell’epoca della regina Vittoria. I loro mobili non lo scandalizzavano, né le loro incisioni su acciaio lo turbavano. Dava per scontata la loro onestà, il loro buon senso e la loro cultura. Sapeva esattamente a cosa pensavano; quindi, tutto ciò che faceva per lodare o criticare le loro convinzioni, per placarli o irritarli, aveva sempre uno scopo preciso. Riusciva sempre a colpire il bersaglio.

Perpetuamente, guardare il mondo dal punto di vista degli uomini che lo circondavano lo spingeva a dire cose che irritavano menti più acute e sensibili della sua; tuttavia sostengo che, nel suo caso, tale atteggiamento fosse una conseguenza inevitabile di una forza interiore che gli permetteva di ottenere quella simpatia che effettivamente riusciva a suscitare. Parla del “celto” e del “sassone”, attribuendo ciò che definisce “i nostri fallimenti in Irlanda” all’“incongruenza di carattere” tra questi due concetti immaginari. Dà per scontato che “noi siamo qualcosa che ci separa dal cristianesimo medievale da un abisso insuperabile”. Quando parla di ascetismo, deve citare “l’abito di seta di Tommaso Becket”; se invece parla degli studenti universitari di Oxford, descrive loro come persone con “volti piacevoli, voci allegre e uno spirito vivace”. Alla fine di quel bel ma parziale saggio su Spinoza, troviamo sei righe che potrebbero benissimo provenire da un editorialista del Daily Telegraph o da qualsiasi numero del Spectator preso a caso.

Si tratta di gravi errori, ma, ripeto, sono proprio questi errori legati a quelle grandi qualità che gli hanno permesso di raggiungere la sua posizione attuale.

E accanto a tali difetti, vi erano una lucidità eccezionale, un buon ordine sia all’interno dei paragrafi che nella loro successione. Una scelta degli argomenti adatta al suo pubblico, l’omissione di tutto ciò che avrebbe potuto annoiare o confondere i lettori, una descrizione vivida in grado di divertire, e una conclusione diretta in grado di catturare l’attenzione dei suoi lettori: tutte queste qualità egli le possedeva, forse più di qualsiasi altro suo contemporaneo.

A volte quella “fratellanza” che è in lui lo spinge verso errori ancora più gravi. Si arriva a banalità disgustose e assolutamente false; quando poi tornava su quelle stesse cose (se davvero era una persona che leggeva le proprie opere), doveva sicuramente provare vergogna.

“Perseguitazioni, martiri e guerre religiose. Alla fine, l’antica >fede, come la fenice, si estingue sul proprio altare, e una nuova nasce dalle ceneri.”

“In breve, questa è stata la storia delle religioni, sia naturali che morali.”

Oppure, ancora, del povero vecchio Oxford: —

“L’aumento della conoscenza, e di conseguenza della morale, è l’obiettivo principale di un istituto nobile come questo; i premi e gli onori che vi vengono conferiti sono distribuiti in proporzione allo sforzo e al buon comportamento di coloro che li ricevono.”

Ma il punto interessante di questi piccoli errori è che rimangono puramente eccezionali. Non influenzano né il tono della sua scrittura né il valore e la complessità delle sue argomentazioni. Si possono paragonare a quei frammenti di inglese colloquiale, indegni e privi di valore, che talvolta compaiono anche nella migliore retorica, soprattutto quando questa appartiene a una persona entusiasta e colta.

Tuttavia, quando si è nello stato d’animo di criticare, non è ingiusto evidenziare quali altri difetti o errori possieda una persona, in relazione a questa comune simpatia che prova verso certe cose e a questa stessa comprensione della sua classe sociale, alla quale deve sia le sue opportunità che il suo successo.

Pertanto, o è così negligente o così affrettato da utilizzare – con troppa frequenza – parole che hanno perso completamente ogni vitalità e che, nella maggior parte dei casi, sono prive di significato; tuttavia queste parole continuano comunque a circolare, come monete lisce e lucide. La parola “pratico” scompare dalle sue pagine; cita frasi del tipo “in una oscurità simile a quella di un vetro”, e parla di “un ritratto della vita umana”; le mura di Oxford sono “sacrate dal tempo”; entra in una chiesa e vi trova “una luce religiosa fioca”. Un uomo delle capacità di Froude non ha certo il diritto di trovare cose del genere lì. Se scrive la parola “peccato”, subito dopo ne segue “vergogna”. Forse era una persona facilmente sopraffatta dalla stanchezza, oppure – e questo è più probabile – riteneva che “lavorare sulle parole” fosse un’attività di poco valore. Comunque sia, il risultato complessivo riflette la sua identità spirituale con le migliaia di persone per cui scriveva.

A questo carattere di universalità si possono attribuire anche degli errori, non solo nel suo occasionale uso delle parole, ma anche nello stile generale del suo modo di scrivere.

La parola “stile” è stata così gravemente abusata negli ultimi trent’anni che ora si menziona con diffidenza. Matthew Arnold disse bene che quando le persone andavano da lui chiedendogli come scrivere un buon stile, lui non era in grado di rispondere; infatti, lo stile non è qualcosa che possa essere insegnato. È un sottoprodotto, sebbene necessario, del buon pensiero. Ma quando Matthew Arnold aggiunse che non esiste uno stile se non nella chiara comprensione di ciò che si vuole dire e nel dirlo con la massima chiarezza possibile, stava dicendo sciocchezze. Lo stile esiste davvero: è quella combinazione di ritmo, chiarezza ed enfasi che certamente non può essere prodotta consapevolmente, ma che, se emerge naturalmente dalla penna di una persona e dal suo modo di pensare, fa tutta la differenza tra ciò che è leggibile e ciò che non lo è. Se qualcuno dubita di questo, faccia pure un confronto tra la Bibbia francese e quella inglese: entrambe sono traduzioni letterali e chiare dello stesso testo originale; oppure confronti le frasi prosastiche di Milton quando affronta le affermazioni della Chiesa nel Medioevo con quelle del signor Bryce nello stesso contesto.

Ora dico che proprio come le qualità della prosa di Froude derivavano da questa sua universalità, così anche gli errori in cui quella prosa incappò; è degno di nota il fatto che questi errori siano semplicemente errori di dettaglio. Senza dubbio, derivano dalla scrittura rapida e dal combinare la sua erudizione con una lettura molto superficiale e effimera.

Alcuni esempi tratti da questi saggi dimostreranno ciò che intendo. Già sulla prima pagina, nella prima riga del secondo paragrafo, troviamo la parola “often” posta dopo “experience”, invece che prima di essa. Aveva scritto “experience”; desiderava qualificarla, ma non è tornato indietro a fare ciò che in inglese semplice dovrebbe sempre essere fatto – ovvero porre la qualificazione prima della cosa da qualificare. Questo rappresenta una caratteristica tipicamente inglese: presuppone infatti che si sia già riflettuto attentamente sull’intera questione prima di scriverla.

A pagina 3 abbiamo esattamente la stessa cosa: “Una leggenda che purtroppo non è conosciuta dai lettori inglesi in generale”. Intende ovviamente dire “purtroppo non conosciuta”, ma così come la frase è formulata, sembra quasi che abbia voluto dire, in modo un po’ goffo, che il modo in cui i lettori inglesi conoscevano questa leggenda non fosse affatto negativo.

He is again careless in the matter of repetitions, both of the same word, and (what is a better test of ear) of rhymes within the sentence: we have in one place “which seemed to give a soul to those splendid donations to learning,” and further on in the same page “a priority in mortality.”

Alle pagine 34 e 35 si parla di “una convinzione estremamente reale”. Si afferma poi che “gli uomini più disonesti di allora credevano davvero in ciò in cui credevano”. In seguito, si dice che le tribù americane fossero, agli occhi dei coloni, “veri adoratori” del Diavolo; poche righe dopo, si menziona “la vera orrore del mondo”.

La posizione del relativo è spesso altrettanto imprecisa quanto quella del qualificativo; pertanto si può notare a pagina 37 che i pionieri “hanno reso grigi quei canali e, infine, li hanno pavimentati con le loro ossa, attraverso i quali il commercio e l’imprenditorialità dell’Inghilterra si sono diffusi in tutto il mondo”. Questa frase è davvero deplorevole: contiene un verbo singolare dopo due nomini, ed è formulata in modo tale da far pensare che il commercio e l’imprenditorialità del nostro amato paese siano effettivamente passati attraverso quei canali interni vuoti, dei quali, credo, sono dotate le nostre ossa, e nei quali si trova quella sostanza estremamente preziosa che è il midollo.

È davvero strano che, mentre questi evidenti errori hanno suscitato così pochi commenti, Froude sia stato spesso criticato da autorevoli persone per debolezze stilistiche di cui non soffriva affatto, o che, anche se ne soffriva, erano comuni a tutti gli scrittori del nostro tempo, e forse persino meno comuni di quanto si possa pensare.

Pertanto, come storico è stato accusato di due difetti che coloro che non conoscono bene la storia della letteratura ritengono essere correlati: un eccessivo desiderio di effetto e imprecisione nei dettagli. Non c’è nessuno dei suoi contemporanei che si sia sforzato meno di Froude nella descrizione. Spesso in Green, molto spesso in Freeman e sempre in Carlyle si ha la sensazione che l’autore stia deliberatamente stimolando la propria mente e quella del lettore. Vengono scelti colori violenti e si dà un’enfasi particolare ai dettagli; da questo Froude era libero. Lui era uno storico.

Fino alla fine, Froude rimase uno storico, e uno storico nato per esserlo. Anche se ci dispiace che la sua opera storica non abbia avuto un resoconto più ampio dei fatti, e che abbia concentrato le sue ricerche su un ambito di fenomeni così ristretto, dobbiamo comunque rallegrarci del fatto che nella moderna Inghilterra sia mai esistito un uomo in grado di riassumere la natura di un grande movimento storico. Gli mancava semplicemente la capacità di integrare i diversi aspetti di quei fenomeni.

Non era un artista. Ma possedeva, in misura straordinaria, il potere di sintesi. Era un artigiano, per usare il gergo moderno. Non esiste, nell’intera letteratura inglese, una rassegna più eccellente di come la Divinità del nostro Signore abbia fatto breccia nelle menti più importanti d’Europa; tale rassegna si trova a pagina 192 di questo libro. È paragonabile alle opere di Boissier: in essa si riscontrano conoscenza, proporzione, e qualcosa che, se gli fosse stata concessa un po’ più di luce, o se fosse cresciuto in un ambiente intellettuale un po’ più favorevole, sarebbe diventato vera e propria visione.

“L’essere che ha compiuto un’opera così vasta – un’opera rispetto alla quale la prima creazione appare soltanto come una difficoltà insignificante – chi altro potrebbe essere se non Dio? Chi altro, se non Dio, avrebbe potuto strappare il proprio premio a una forza che metà del mondo pensante riteneva fosse sua pari ed eterna nemica? Lui era Dio. Era anche uomo, poiché era il secondo Adamo – il secondo punto di partenza per la crescita umana. Nacque vergine, affinché nessuna impurità originale potesse contaminare la sostanza che assunse; e essendo lui stesso senza peccato, mostrò nella propria natura dopo la risurrezione ciò che il corpo materiale sarebbe stato in ognuno di noi se non fosse per il peccato, e ciò che sarà quando i nostri corpi saranno trasfigurati secondo la sua immagine, dopo averne assunto la purezza.”

Esiste un passo di prosa storica che riassume, insegna e si imprime definitivamente nella mente del lettore. Froude comprese che la >Fede rappresentava la vetta e il completamento dell’essenza di Roma. Se ci avesse scritto un riassunto dei secoli IV e V – e lo avesse fatto subito dopo aver letto le opere di qualche noioso studioso avversario – quali straordinari libri avremmo avuto a disposizione per confrontarli con le altre correnti di pensiero del Continente!

Considerate il giudizio severo e quasi unico espresso su Tacito alla fine della pagina 133 e all’inizio della pagina 134; oppure, ancora, quei passaggi eccellenti, scritti con un tono sottilemente ironico, in cui si esprime il grande vantaggio del dibattito metafisico: esso possiede tutte queste qualità – essere vero, sobrio, preciso – e al contempo rappresenta anche un momento di divertimento e una contraddizione in se stesso. È prosa “a tre dimensioni”.

Quella accusa pedante di inesattezza, di cui ho già parlato altrove riguardo a un altro uomo, forse ancora più importante, non si applica a Froude. Era impaziente, e nei suoi lavori storici il risultato fu sicuramente che riportava informazioni basate su prove insufficienti o su dati letti solo superficialmente; tuttavia, anche nei suoi scritti storici (che riguardano, ricordiamo, la parte più controversa della storia inglese), è altrettanto preciso di chiunque altro, forse ad eccezione di Lingard. Il fatto che Froude fosse per natura accurato, ben istruito e dotato di una buona memoria emerge costantemente in questo libro; inoltre, più si legge, più ci si rende conto della veridicità di questa affermazione.

Ad esempio, spesso si attribuisce a Disraeli la frase secondo cui la sua religione fosse “la religione di tutti gli uomini sensati”. Quando gli fu chiesto di specificare quale fosse questa religione, si dice che quell’orientale abbia risposto: “Tutti gli uomini sensati la tengono per sé”. Ora, Disraeli non avrebbe mai potuto fare un simile scherzo; il suo modo di pensare era troppo eccentrico per permettergli frasi del genere. Froude cita questa storia (a pagina 205 di questo libro), ma con ragione la attribuisce a Rogers, una persona molto diversa da Disraeli: un inglese che padroneggiava perfettamente la lingua inglese.

Guardate di nuovo questa osservazione a pagina 20: “L’allusione felice di Quevedo al Tevere non era fuori luogo qui: ‘Il fuggitivo è l’unico che rimane per sempre’.” Quanti inglesi sanno che il sonetto immortale di Du Bellay non era altro che una traduzione di Quevedo? Potreste radunare tutti gli studenti di Oxford e Cambridge oggi stesso e non trovereste nemmeno uno che lo sappia.

Si noti la cura che ha dimostrato nel citare una di quelle frasi banali che quasi tutto il mondo cita sbagliatamente: “Che il mio nome venga maledetto, purché la Francia sia libera”. Di cento volte in cui potreste vedere scritte queste parole di Danton, forse non le vedrete mai una volta scritte esattamente come furono pronunciate.

È così in tutta la sua opera. Gli uomini ancora attivi nelle università lo accusano vagamente di imprecisione, proprio come accusano Jowett di ignoranza; ma se si esamina attentamente queste persone, si scopre che sono ignoranti della lingua francese, non hanno letto nulla di filosofico dopo Aristotele e Hobbes, e commettono errori così evidenti riguardo a date e nomi da far arrossire chiunque per lo stato della cultura accademica inglese. E si può solo essere felici che nessun straniero prenda sul serio la nostra scuola storica.

Chiunque si occupi delle opere di Froude si trova sempre di fronte a un compito impossibile da completare, ma che è necessario tentare comunque. Egli si propose, con una determinazione ferma, di combattere e distruggere ciò che, nel momento del suo attacco, considerava il credo dei suoi connazionali. Essendo un uomo profondamente letterato, fece questo sia accettando che negando certe idee; sia attribuendo tutto ciò che siamo oggi all’epoca di Elisabetta I, sia affermando l’esistenza di una sequenza materiale inalterabile e la falsità di ogni concezione trascendentale. Il suo tempo lo riconobbe immediatamente, anche quando cercava di compiacerlo al massimo; persino quando scrisse “La Vendetta”, l’Inghilterra del suo tempo – fortunatamente per lui – lo considerò un nemico.

Riguardo alla discussione principale sulla sua vita, è impossibile formulare un giudizio, poiché gli elementi su cui si basava tale discussione sono ora distrutti; le università non fingono più di crederci. E la “libera discussione” è diventata così libera che le principali dottrine che egli attaccò non vengono più presentate o lette, senza suscitare noia, nella stessa cerchia accademica a cui si rivolgeva e da cui proveniva.

Le sette contro cui si schierò, dunque, sono ormai scomparse; ma riguardo a una questione molto più importante e permanente – su cui talvolta affrontava argomenti in modo incerto o tentativo – ci sarebbe qualcosa da dire qui, che credo non sia mai stato espresso prima. Lui si trovava costantemente ai confini della Chiesa Cattolica.

Tra lui e la Fede non esisteva alcuna distanza spaziale, ma piuttosto un alto muro sottile: il muro sottile della sua stessa disperata convinzione. Se sfogliate la pagina 209 di questo libro, vi troverete a leggere che riguardo al rifiuto del Sacramento da parte dei Riformatori, e al dogma di Ridley secondo cui si trattasse soltanto di pane, “il buon senso comune della gente era dell’opinione stessa, e l’illusione finiva lì”. Tuttavia Froude sapeva che quell’illusione non era affatto finita. Probabilmente sapeva anche (poiché dobbiamo continuare a ribadirlo: era un storico davvero eccezionale) che il “buon senso comune della gente”, nel momento in cui Ridley e la Nuova Chiesa inglese iniziarono a negare la presenza reale del Sacramento e a trasformare tale negazione in un dogma, era profondamente indifferente a qualsiasi tipo di dottrina. Quello che il “buon senso comune della gente” voleva davvero era tenere lontani quegli uomini scuri di pelle, certamente cavalieri ma anche imperialisti pieni d’oro che possedevano quasi tutta la terra, e che, secondo loro, non dovevano assolutamente possedere l’Inghilterra.

A Froude piacevano queste affermazioni; il suo libro ne è pieno, e non si tratta semplicemente di argomenti violenti utilizzati al fine di suscitare dibattiti; in un certo senso, esse rappresentano espressioni concrete dell’anima stessa di quell’uomo. Froude amava quella sorta di “muro alto e sottile” che separa le idee e preferiva renderlo ancora più impenetrabile. Era un razionalista dogmatico, si esita a usare una parola che è stata così spesso malusamente interpretata. Prima di morire, Renan enunciò uno dei suoi ultimi dogmi: secondo lui, nell’Universo non esisteva alcuna forza intelligente superiore alla mente umana. Se Froude fosse vissuto in un ambiente caratterizzato da dibattiti completamente liberi, come quello di Renan, avrebbe certamente aderito con entusiasmo a quel dogma.

Allora perché dico che egli si trovava costantemente ai confini della Chiesa Cattolica? Perché quando per un momento abbandona la terminologia e lo stile tipici della sua giovinezza e del suo ambiente, riappare sempre quella nota di interesse, di meraviglia e di libertà intellettuale che è proprio caratteristica del cattolicesimo.

Chiunque sappia cosa sia il Cattolicesimo dovrebbe leggere attentamente l’“Saggio sulla dissoluzione dei monasteri” e l’“Saggio sulla filosofia del Cristianesimo” che seguono in questo libro, anche se quest’ultimo fu scritto sei anni prima. Dovrebbe ricordare che nulla di ciò che Froude scrisse mai fu scritto senza il desiderio di combattere contro qualche nemico; e, tenendo conto di tale desiderio, dovrebbe decidere se un solo shock, un’esperienza, una rivelazione non avrebbero potuto spingerlo verso la Chiesa. Penso che fosse come un uomo che abbia sentito le mani di una donna e udito la sua voce, che la conosca così bene da poterla amare, criticare o disprezzare a seconda del proprio umore, ma che non l’abbia mai vista in faccia.

E lui era particolarmente vicino alla Chiesa in questo: poiché aveva discusso una verità, fu costretto a lottare per essa e ad agire attivamente nella battaglia. Era un agente che, osservando come la massa di idee che circondavano la mente dell’Inghilterra ricca stesse decadendo, si rivolgeva con rimpianto alle visioni sane dell’Europa, definendole illusioni perché non erano dimostrabili; inoltre, tutte le cose dimostrabili mostravano una verità diversa da quella della fede e vera in un altro modo. Disprezzava la codardia – poiché è proprio codardia – che finge di avere convinzioni intellettuali e prove materiali riguardo alle questioni dell’anima. Vide e disse, e aveva ragione nel dire, che la Città di Dio è costruita su cose inverosimili.

“Cose incredibili non le crederei, se non mi costringesse l’autorità della chiesa”.

H. Belloc.

ESSAYS IN LITERATURE AND HISTORY by James Anthony Froude

INTRODUCTION

Froude had this merit — a merit he shared with Huxley alone of His contemporaries — that he imposed his convictions. He fought against resistance. He excited (and still excites) a violent animosity. He exasperated the surface of his time and was yet too strong for that surface to reject him. This combative and aggressive quality in him, which was successful in that it was permanent and never suffered a final defeat should arrest any one who may make a general survey of the last generation in letters.

It was a period with a vice of its own which yet remains to be detected and chastised. In one epoch lubricity, in another fanaticism, in a third dulness and a dead-alive copying of the past, are the faults which criticism finds to attack. None of these affected the Victorian era. It was pure — though tainted with a profound hypocrisy; it was singularly free from violence in its judgments; it was certainly alive and new: but it had this grievous defect (a defect under which we still labour heavily) that thought was restrained upon every side. Never in the history of European letters was it so difficult for a man to say what he would and to be heard. A sort of cohesive public spirit (which was but one aspect of the admirable homogeneity of the nation) glued and immobilised all individual expression. One could float imprisoned as in a stream of thick substance: one could not swim against it.

It is to be carefully discerned how many apparent exceptions to this truth are, if they be closely examined, no exceptions at all. A whole series of national defects were exposed and ridiculed in the literature as in the oratory of that day; but they were defects which the mass of men secretly delighted to hear denounced and of which each believed himself to be free.

They loved to be told that they were of a gross taste in art, for they connected such a taste vaguely with high morals and with successful commerce. There was no surer way to a large sale than to start a revolution in appreciation every five years, and from Ruskin to Oscar Wilde a whole series of Prophets attained eminence and fortune by telling men how something new and as yet unknown was Beauty and something just past was to be rejected, and how they alone saw truth while the herd around them were blind. But no one showed us how to model, nor did any one remark that we alone of all Europe had preserved a school of water-colour.

So in politics our blunders were a constant theme; but no one marked with citation, document, and proof the glaring progress of corruption, or that, for all our enthusiasm, we never once in that generation defended the oppressed against the oppressor. There was a vast if unrecognised conspiracy, by which whatever might have prevented those extreme evils from which we now suffer was destroyed as it appeared. Efforts at a thorough purge were dull, were libellous, were not of the “form” which the Universities and the public schools taught to be sacred. They were rejected as unreadable, or if printed, were unread. The results are with us to-day.

In such a time Froude maintained an opposing force, which was not reforming nor constructive in any way, but which will obtain the attention of the future historian, simply because it was an opposition.

It was an opposition of manner rather than of matter. The matter of it was common enough even in Froude’s chief decade of power. The cause to which he gave allegiance was already winning when he proceeded to champion it, and many a better man, one or two greater men, were saying the same things as he; but they said such things in a fashion that suggested no violent effort nor any demand for resistance: it was the peculiar virtue of Froude that he touched nothing without the virile note of a challenge sounding throughout his prose. On this account, though he will convince our posterity even less than he does ourselves, the words of persuasion, the writings themselves will remain: for he chose the hardest wood in which to chisel, knowing the strength of his hand.

What was it in him which gave him that strength, and which permitted him, in an age that would tolerate no formative grasp upon itself, to achieve a permanent fame? I will not reply to this question by pointing to the popularity of his History of England; the essays that follow will afford sufficient material to answer it. He produced the effect he did and remained in the eminence to which he had climbed, first because his manner of thought was rigid and of a hard edge; secondly, because he could use that steel tool of a brain in a fashion that was general; he could use it upon subjects and with a handling that was comprehensible to great masses of his fellow-countrymen.

It is not certain that such a man with such interests would have made his voice heard in any other society. It is doubtful whether he will be translated with profit. His field was very small, the points of his attack might all be found contained in one suburban villa. But in our society his grip and his intensity did fall, and fall of choice, upon such matters as his contemporaries either debated or were ready to debate. He therefore did the considerable thing we know him to have done.

I say that his mind was rigid and of a close fibre: it was a mind (to repeat the metaphor) out of which a strong graying-tool could be forged. Its blade would not be blunted: it could deal with its material. Of this character, which I take to be the first essential in his achievement, the few essays before us preserve an ample evidence.

Thus you will find throughout their pages the presence of that dogmatic assertion which invariably proceeds from such a mind, and coupled with such assertion is a continual consciousness that his dogmas are dogmas: that he is asserting unprovable things and laying down his axioms before he begins his process of reasoning.

The contrary might be objected by some foreign observer, or by some one who had a larger acquaintance with European history than had he. I can imagine a French or an Irish critic pointing to a mass of assertion with no corresponding admission that it is assertion only: such a critic might quote even from these few pages phrase after phrase in which Froude poses as certain what are still largely matters of debate. Thus upon page 144 he takes it for granted that no miracles have been worked by contact with the bodies of saints. He takes it for granted on page 161 that the checking of monastic disorders, and the use of strong language in connection with them, was peculiar to the generation which saw at its close the dissolution of the monasteries. He takes it for granted on page 125 that what we call “manifestations” or what not, — spirit rappings, table-turnings, and the rest — are deceptions of the senses to which superstition alone would give credence.

Saggi di letteratura e storia di James Anthony Froude

Introduzione

Froude aveva questo merito – un merito che condivideva soltanto con Huxley tra i suoi contemporanei – di imporre le proprie convinzioni. Lottava contro ogni resistenza; suscitava (e continua a suscitare) un’animosità violenta. Irritava la superficie del suo tempo, ma era troppo forte perché quella superficie potesse rifiutarlo. Questa qualità combattiva e aggressiva in lui, che ebbe successo proprio perché era permanente e non subì mai una sconfitta definitiva, dovrebbe attirare l’attenzione di chiunque voglia esaminare nel complesso l’ultima generazione nella storia della letteratura.

Fu un periodo caratterizzato da vizi propri, che tuttavia non sono ancora stati individuati e puniti. In un’epoca prevaleva la lussuria, in un’altra il fanatismo; in una terza, la monotonia e una copia meccanica del passato: queste erano le debolezze che la critica si proponeva di attaccare. Nessuna di queste caratteristiche influenzò l’epoca vittoriana. Fu un’epoca pura – sebbene contaminata da una profonda ipocrisia; fu particolarmente priva di violenza nelle sue valutazioni; era certamente vivace e innovativa. Ma presentava questo grave difetto: il pensiero veniva represso su tutti i fronti. Nella storia della letteratura europea, non c’era mai stato momento in cui fosse così difficile per una persona dire ciò che voleva e farsi ascoltare. Un certo spirito pubblico coesivo – che non era altro che un aspetto dell’ammirevole omogeneità della nazione – legava e immobilizzava ogni forma di espressione individuale. Si poteva “fluttuare” all’interno di quel flusso denso e stagnante, ma non si poteva opporvisi.

È necessario discernere con attenzione quante apparenti eccezioni a questa verità siano, in realtà, eccezioni che non esistono affatto se vengono esaminate attentamente. Un intero insieme di difetti nazionali fu denunciato e ridicolizzato nella letteratura e nell’oratoria di quel tempo; ma si trattava di difetti di cui la massa delle persone era segretamente felice che venissero condannati, e di cui ognuno credeva di essere libero.

Avevano piacere che si dicesse loro di avere un gusto artistico disgustoso, perché associavano vagamente tale gusto ad alte moralità e al successo commerciale. Non esisteva modo più sicuro per ottenere grandi vendite se non quello di scatenare ogni cinque anni una “rivoluzione” nelle valutazioni estetiche; da Ruskin a Oscar Wilde, un intero insieme di “profeti” raggiunse fama e ricchezza dicendo alle persone che qualcosa di nuovo e ancora sconosciuto era bellezza, mentre ciò che era appena passato andava rifiutato. E che solo loro vedevano la verità, mentre le persone intorno a loro erano cieche. Ma nessuno ci mostrò come creare opere d’arte, né fece notare che soltanto noi in tutta Europa avevamo conservato una scuola di pittura ad acquerello.

So che in politica i nostri errori erano un argomento costante di discussione; ma nessuno ha mai evidenziato, con citazioni, documenti e prove, il progresso evidente della corruzione, né ha mai fatto notare che, nonostante tutto il nostro entusiasmo, in quella generazione non abbiamo mai difeso i oppressi contro gli oppressori. Esisteva una vasta cospirazione, sebbene inespressa apertamente, attraverso la quale tutto ciò che avrebbe potuto impedire quei mali estremi dai quali soffriamo oggi veniva distrutto non appena appariva. Gli sforzi volti a compiere una purga radicale risultavano noiosi, diffamatori e non corrispondevano alla “forma” che le università e le scuole pubbliche consideravano sacra. Venivano rifiutati come incomprensibili, o, se stampati, venivano ignorati. I risultati di tutto ciò sono ancora oggi davanti a noi.

In un tale periodo, Froude rappresentò una forza opposta che non era né riformista né costruttiva in alcun modo; tuttavia, attirerà l’attenzione degli storici futuri semplicemente perché si trattava di un’opposizione.

Si trattava di un’opposizione di metodo piuttosto che di sostanza. La sostanza stessa era abbastanza comune anche durante il decennio più importante della carriera di Froude. La causa a cui egli diede il proprio sostegno stava già vincendo quando iniziò a difenderla; molti uomini migliori, addirittura alcuni molto più grandi di lui, dicevano le stesse cose, ma lo facevano in un modo che non suggeriva alcuno sforzo violento né alcuna richiesta di resistenza. La particolare virtù di Froude consisteva nel fatto che, quando affrontava qualsiasi argomento, nella sua prosa risuonava sempre una nota virile e provocatoria. Per questo motivo, anche se le sue parole non riusciranno a convincere la nostra posterità tanto quanto hanno convinto noi stessi, i suoi scritti rimarranno: infatti, egli scelse il materiale più difficile su cui lavorare, consapevole della forza delle proprie capacità.

Che cosa c’era in lui che gli dava quella forza, e che gli permetteva, in un’epoca che non tollerava alcuna forma di formazione intellettuale, di raggiungere una fama duratura? Non risponderò a questa domanda facendo riferimento alla popolarità della sua “Storia d’Inghilterra”; gli articoli che seguiranno forniranno materiale sufficiente per rispondervi. Riuscì ad ottenere l’effetto desiderato e rimase nella posizione di prestigio che aveva raggiunto, prima di tutto perché il suo modo di pensare era rigido e deciso; in secondo luogo, perché sapeva utilizzare quel “strumento d’acciaio” che rappresentava il suo intelletto in modo comprensibile per le grandi masse dei suoi connazionali.

Non è certo che un uomo con simili interessi avrebbe potuto farsi sentire in qualsiasi altra società. È dubbia anche la possibilità che le sue idee possano essere tradotte in azioni proficue. Il suo ambito di interesse era molto ristretto: tutti gli argomenti su cui si concentrava potevano essere contenuti all’interno di una sola villa suburbana. Tuttavia, nella nostra società, la sua influenza e l’intensità delle sue azioni si sono riversate proprio su questioni su cui i suoi contemporanei discutevano o erano pronti a discutere. Ed è per questo che riuscì a compiere quelle cose considerevoli di cui sappiamo.

Dico che la sua mente era rigida e di fibra solida: era una mente (ripetendo la metafora) dalla quale si poteva forgiare uno strumento potente e efficace. La sua lama non si sarebbe mai smussata; avrebbe saputo affrontare al meglio il materiale su cui veniva utilizzata. Di questo carattere, che ritengo sia la prima condizione essenziale per il suo successo, i pochi saggi che abbiamo davanti a noi conservano prove abbondanti.

Pertanto, nelle loro pagine si troverà sempre la presenza di quelle affermazioni dogmatiche che derivano inevitabilmente da tale tipo di mentalità; inoltre, ad accompagnare tali affermazioni c’è una costante consapevolezza del fatto che i propri dogmi siano effettivamente dogmi: si è cioè consapevoli di enunciare cose non provabili e di stabilire delle assiomi prima ancora di iniziare il proprio processo di ragionamento.

Alcuni osservatori stranieri, o persone che conoscessero meglio la storia europea di quanto non facesse lui, potrebbero obiettare il contrario. Posso immaginare un critico francese o irlandese che sottolineasse l’abbondanza di affermazioni senza alcuna ammissione esplicita del fatto che si tratti soltanto di affermazioni: tale critico potrebbe persino citare, frase per frase, queste poche pagine in cui Froude presenta come certe cose che in realtà sono ancora oggetto di dibattito. Ad esempio, a pagina 144 si dà per scontato che non siano mai avvenuti miracoli attraverso il contatto con i corpi dei santi; a pagina 161 si sostiene che la repressione dei disordini monastici e l’uso di linguaggio aggressivo in relazione ad essi fossero caratteristici della generazione che assistette alla dissoluzione dei monasteri; a pagina 125 si ritiene che ciò che chiamiamo “manifestazioni” – come fenomeni di spiritismo o movimenti di tavoli – non siano altro che inganni dei sensi, ai quali solo la superstizione darebbe credito.

He ridicules (upon ) the tradition of St. Patrick which all modern research has come to accept. He says downright (upon p-187) that the Ancient world did not inquire into the problem of evil. On he will have it that the ordinary man rejects, “without hesitation,” the interference of will with material causes. In other words, he asserts that the ordinary man is a fatalist — for Froude knew very well that between the fatalist and the believer in a possibility of miracle there is no conceivable position. He will have it (on ) that a modern doctor always regards a “vision” as an hallucination. On he denies by implication the stigmata of St. Francis — and so forth — one might multiply the instances indefinitely. All Froude’s works are full of them, they are part and parcel of his method — but their number is to no purport. One example may stand for all, and their special value to our purpose is not that they are mere assertions, but that they are assertions which Froude must have known to be personal, disputable, and dogmatic.

He knew very well that the vast majority of mankind accepted the virtue of relics, that intellects the equals of his own rejected that determinism to which he was bound, and that the Pagan world might be presented in a fashion very different from his own. And in that perpetual — often gratuitous — affirmation you have no sign of limitation in him but rather of eagerness for battle.

It is an admirable fault or perhaps no fault at all, or if a fault an appendage to the most considerable virtue a writer of his day could have had: the virtue of courage.

See how he thrusts when he comes to lay down the law, not upon what the narrow experience of readers understands and agrees with him about, but upon some matter which he knows them to have decided in a manner opposed to his own. See how definite, how downright, and how clean are the sentences in which he asserts that Christianity is Catholic or nothing: —

“… This was the body of death which philosophy detected but could not explain, and from which Catholicism now came forward with its magnificent promise of deliverance.

“The carnal doctrine of the sacraments, which they are compelled to acknowledge to have been taught as fully in the early Church as it is now taught by the Roman Catholics, has long been the stumbling-block to Protestants. It was the very essence of Christianity itself. Unless the body could be purified, the soul could not be saved; or, rather, as from the beginning, soul and flesh were one man and inseparable, without his flesh, man was lost, or would cease to be. But the natural organization of the flesh was infected, and unless organization could begin again from a new original, no pure material substance could exist at all. He, therefore, by whom God had first made the world, entered into the womb of the Virgin in the form (so to speak) of a new organic cell, and around it, through the virtue of His creative energy, a material body grew again of the substance of His mother, pure of taint and clean as the first body of the first man when it passed out under His hand in the beginning of all things.”

Throughout his essay on the Philosophy of Christianity, where he was maintaining a thesis odious to the majority of his readers, he rings as hard as ever. The philosophy of Christianity is frankly declared to be Catholicism and Catholicism alone; the truth of Christianity is denied. It is called a thing “worn and old” even in Luther’s time (upon page 194), and he definitely prophesies a period when “our posterity” shall learn “to despise the miserable fabric which Luther stitched together out of its tatters.”

His judgments are short, violent, compressed. They are not the judgments of balance. They are final not as a goal reached is final, but as a death-wound delivered. He throws out sentences which all the world can see to be insufficient and thin, but whose sharpness is the sharpness of conviction and of a striving determination to achieve conviction in others — or if he fails in that, at least to leave an enemy smarting. Everywhere you have up and down his prose those short parentheses, those side sentences, which are strokes of offence. Thus on page 199, “We hear — or we used to hear when the High Church party were more formidable than they are,” &c.; or again, on page 210, “The Bishop of Natal” (Colenso) has done such and such things, “coupled with certain arithmetical calculations far which he has a special aptitude.” There are dozens of these in every book he wrote. They wounded, and were intended to wound.

His intellect may therefore be compared, as I have compared it, to an instrument or a weapon of steel, to a chisel or a sword. It was hard, polished, keen, stronger than what it bit into, and of its nature enduring. This was the first of the characters that gave him his secure place in English letters.

The second is his universality — the word is not over-exact, but I can find no other. I mean that Froude was the exact opposite of the sciolist and was even other than the student. He was kneaded right into his own time and his own people. The arena in which he fought was small, the ideas he combated were few. He was not universal as those are universal who appeal to any man in any country. But he was eager upon these problems which his contemporaries wrangled over. He was in tune with, even when he directly opposed, the class from which he sprang, the mass of well-to-do Protestant Englishmen of Queen Victoria’s reign. Their furniture had nothing shocking for him nor their steel engravings. He took for granted their probity, their common sense, and their reading. He knew what they were thinking about and therefore all he did to praise or blame their convictions, to soothe or to exasperate them, told. He could see the target.

Perpetually this looking at the world from the standpoint of the men around him makes him say things that irritate more particular and more acute minds than his own, but I will maintain that in his case the fault was a necessary fault and went with a power which permitted him to achieve the sympathy which he did achieve. He talks of the “Celt” and the “Saxon,” and ascribes what he calls “our failures in Ireland” to the “incongruity of character” between these two imaginaries. He takes it for granted that “we are something which divides us from mediaeval Christianity by an impassable gulf.” When he speaks of asceticism he must quote “the hair shirt of Thomas a Becket.” If he is speaking of Oxford undergraduates one has “pleasant faces, cheerful voices, and animal spirits,” and at the end of the fine but partial essay on Spinoza we have six lines which might come bodily from a leader in the Daily Telegraph, or from any copy of the Spectator picked up at random.

Lui deride la tradizione di San Patrizio che tutte le ricerche moderne hanno ormai accettato. Afferma apertamente (a pagina 187) che il mondo antico non si interrogava sul problema del male. Insiste anche sul fatto che l’uomo comune respinga “senza esitazione” qualsiasi interferenza della volontà sulle cause materiali. In altre parole, sostiene che l’uomo comune sia fatalista: Froude sapeva infatti molto bene che non esiste alcuna posizione intermedia tra il fatalista e colui che crede nella possibilità dei miracoli. Afferma inoltre che un medico moderno consideri sempre una “visione” un’allucinazione; nega implicitamente anche i stigmi di San Francesco, e così via. Si potrebbero aggiungere infinite altre esempi. Tutti gli scritti di Froude ne sono pieni; costituiscono parte integrante del suo metodo di lavoro. Ma il loro numero non ha alcun significato particolare. Un solo esempio può rappresentarli tutti, e il loro valore per i nostri scopi non risiede nel fatto che siano semplicemente affermazioni, ma nel fatto che Froude fosse consapevole che si trattasse di affermazioni personali, discutibili e dogmatiche.

Sapeva molto bene che la stragrande maggioranza dell’umanità accettava il valore delle reliquie, che intellettuali come il suo stesso rifiutavano quel determinismo dal quale era vincolato, e che il mondo pagano poteva essere presentato in modo molto diverso da come lo conosceva lui. E in quella continua – spesso ingiustificata – affermazione non c’era traccia di limitazioni in lui, ma piuttosto un’ansia febbrile di combattere.

È un difetto ammirevole, o forse nemmeno un difetto; e se lo è, rappresenta soltanto un aspetto della più importante virtù che uno scrittore del suo tempo potesse possedere: la virtù del coraggio.

Vedete come insiste quando vuole imporre le sue leggi, non su ciò che l’esperienza limitata dei lettori comprende e concorda con lui, ma su questioni su cui sa che loro hanno già preso una decisione opposta alla sua. Vedete quanto siano chiare, decise e nette le frasi con cui afferma che il Cristianesimo sia cattolico, o nient’altro.

“. Questo era il ‘corpo della morte’ che la filosofia aveva individuato ma non riusciva a spiegare; ed è da questo che il cattolicesimo è ora emerso con la sua magnifica promessa di liberazione.”

La dottrina carnale dei sacramenti, che i Protestanti sono costretti ad ammettere essere stata insegnata nella Chiesa primitiva con la stessa completezza di oggi da parte dei Cattolici Romani, è da tempo un ostacolo per loro. Essa rappresenta proprio l’essenza del cristianesimo stesso: a meno che il corpo non potesse essere purificato, l’anima non poteva essere salvata. O meglio, poiché fin dall’inizio anima e carne costituivano un unico essere inseparabile, senza la carne l’uomo sarebbe perduto o cessato di esistere. Ma l’organizzazione naturale del corpo umano era stata contaminata; quindi, a meno che tale organizzazione non potesse ricominciare da zero, non avrebbe potuto esistere alcuna sostanza materiale pura. Fu così che Dio, colui che aveva creato il mondo, entrò nel grembo della Vergine sotto forma di una nuova “cellula organica”, e attorno ad essa, grazie alla sua energia creatrice, si formò nuovamente un corpo umano, fatto della stessa sostanza della madre, puro da ogni impurità, proprio come il primo corpo dell’uomo primordiale quando fu creato dalle sue mani all’inizio di tutte le cose.

Nel corso del suo saggio sulla Filosofia del Cristianesimo, in cui sosteneva una tesi odiosa per la maggior parte dei suoi lettori, egli ribadisce con forza le sue idee. La filosofia del Cristianesimo viene apertamente definita come il Cattolicesimo e soltanto il Cattolicesimo; la verità del Cristianesimo viene negata. Questa dottrina viene considerata “vecchia e logora” già ai tempi di Lutero (si veda pagina 194), e l’autore prevede chiaramente un periodo in cui “la nostra posterità” imparerà a “disprezzare quella misera struttura che Lutero ha ricucito insieme dai suoi brandelli”.

I suoi giudizi sono brevi, violenti, compressi. Non rappresentano il risultato di un equilibrio ponderato; sono definitivi, non perché rappresentino un obiettivo raggiunto, ma perché costituiscono colpi mortali. Lui lancia frasi che chiunque può riconoscere come insufficienti e deboli, ma la cui acutezza deriva dalla convinzione profonda e da una determinazione ferrea nel voler convincere gli altri, o, in caso di fallimento, almeno nel lasciare un nemico ferito. In tutta la sua prosa si trovano questi brevi commenti, queste frasi secondarie che rappresentano attacchi diretti contro l’avversario. Ad esempio, a pagina 199: “Sentiamo, o almeno sentivamo quando il partito della Chiesa Alta era più potente di oggi”; oppure a pagina 210: “Il Vescovo di Natal (Colenso) ha fatto queste e queste altre cose, ‘unitamente a certi calcoli matematici per i quali possiede una particolare predisposizione’”. Ci sono decine di esempi del genere in ogni libro che ha scritto: frasi intenzionalmente offensive, capaci di ferire il lettore.

Il suo intelletto può quindi essere paragonato, come ho già fatto, a uno strumento o a un’arma di acciaio, a uno scalpello o a una spada: era duro, lucido, affilato, più forte di ciò che tagliava, e per sua natura duraturo. Questo fu il primo dei tratti che gli garantirono un posto stabile nella letteratura inglese.

Il secondo aspetto è la sua universalità: il termine non è eccessivamente preciso, ma non ne trovo uno migliore. Intendo dire che Froude era l’esatto opposto di un erudito superficiale; anzi, andava oltre i confini dello studente ordinario. Era profondamente radicato nel proprio tempo e nella propria gente. L’arena in cui combatteva era ristretta, le idee contro cui si schierava erano poche. Non era universale nel senso di coloro che riescono a raggiungere qualsiasi uomo, in qualsiasi paese; tuttavia era profondamente interessato ai problemi su cui i suoi contemporanei discutevano animatamente. Era in sintonia, anche quando li contraddiceva apertamente, con la classe da cui proveniva: quella dei benestanti protestanti inglesi dell’epoca della regina Vittoria. I loro mobili non lo scandalizzavano, né le loro incisioni su acciaio lo turbavano. Dava per scontata la loro onestà, il loro buon senso e la loro cultura. Sapeva esattamente a cosa pensavano; quindi, tutto ciò che faceva per lodare o criticare le loro convinzioni, per placarli o irritarli, aveva sempre uno scopo preciso. Riusciva sempre a colpire il bersaglio.

Perpetuamente, guardare il mondo dal punto di vista degli uomini che lo circondavano lo spingeva a dire cose che irritavano menti più acute e sensibili della sua; tuttavia sostengo che, nel suo caso, tale atteggiamento fosse una conseguenza inevitabile di una forza interiore che gli permetteva di ottenere quella simpatia che effettivamente riusciva a suscitare. Parla del “celto” e del “sassone”, attribuendo ciò che definisce “i nostri fallimenti in Irlanda” all’“incongruenza di carattere” tra questi due concetti immaginari. Dà per scontato che “noi siamo qualcosa che ci separa dal cristianesimo medievale da un abisso insuperabile”. Quando parla di ascetismo, deve citare “l’abito di seta di Tommaso Becket”; se invece parla degli studenti universitari di Oxford, descrive loro come persone con “volti piacevoli, voci allegre e uno spirito vivace”. Alla fine di quel bel ma parziale saggio su Spinoza, troviamo sei righe che potrebbero benissimo provenire da un editorialista del Daily Telegraph o da qualsiasi numero del Spectator preso a caso.

These are grave faults, but, I repeat, they are the faults of those great qualities which gave him his position.

And side by side with such faults go an exceptional lucidity, a good order within the paragraph and in the succession of the paragraphs. A choice of subject suited to his audience, an excision of that which would have bored or bewildered it, a vividness of description wherewith to amuse and a directness of conclusion wherewith to arrest his readers — all these he had, beyond perhaps any of his contemporaries.

Occasionally that brotherhood in him leads him to faults more serious. You get gross commonplace and utterly false commonplace, of which when he came back to them (if indeed he was a man who read his own works) he must have been ashamed: —

“Persecutions come, and martyrdoms, and religious wars; and, at last, the old faith, like the phoenix, expires upon its altar, and the new rises out of the ashes.

“Such, in briefest outline, has been the history of religions, natural and moral.”

Or again, of poor old Oxford: —

“The increase of knowledge, and consequently of morality, is the great aim of such a noble establishment as this; and the rewards and honours dispensed there are bestowed in proportion to the industry and good conduct of those who receive them.”

But the interesting point about these very lapses is that they remain purely exceptional. They do not affect either the tone of his writing or the value and intricacy of his argument. They may be compared to those undignified and valueless chips of conversational English that pop up in the best rhetoric if it be the rhetoric of an enthusiastic and wide man.

While, however, one is in the mood of criticism it is not unjust to show what other lapses in him are connected with this common sympathy of his and this very comprehension of his class to which he owed his opportunity and his effect.

Thus he is either so careless or so hurried as to use — much too commonly — words which have lost all vitality, and which are for the most part meaningless, but which go the rounds still like shining flat sixpences worn smooth. The word “practical” drops from his pen; he quotes “in a glass darkly,” and speaks of “a picture of human life”; the walls of Oxford are “time-hallowed”; he enters a church and finds in it “a dim religious light”; a man of Froude’s capacity has no right to find such a thing there. If he writes the word “sin” the word “shame” comes tripping after. It may be that he was a man readily caught by fatigue, or it may bet it is more probable, that he thought it small millinery to “travailler le verbe” At any rate the result as a whole hangs to his identity of spirit with the thousands for whom he wrote.

To this character of universality attach also faults not only in his occasional choice of words but in his general style.

The word “style” has been so grossly abused during the last thirty years that one mentions it with diffidence. Matthew Arnold well said that when people came to him and asked to be told how to write a good style he was unable to reply; for indeed it is not a thing to be taught. It is a by-product, though a necessary by-product, of good thinking. But when Matthew Arnold went on to say that there was no such thing as style except knowing clearly what you wanted to say, and saying it as clearly as you could, he was talking nonsense. There is such a thing as style. It is that combination of rhythm, lucidity, and emphasis, which certainly must not be consciously produced, but which if it arise naturally from a man’s pen and from his method of thought makes all the difference between what is readable and what is not readable. If any one doubt this let him compare the French Bible with the English — both literal and lucid translations of the same original; or again let him contrast the prose phrases of Milton when he is dealing with the claims of the Church in the Middle Ages with those of Mr. Bryce in the same connection.

Now I say that just as the excellences of Froude’s prose proceeded from this universality of his so did the errors into which that prose fell, and it is remarkable that these errors are slips of detail. They proceed undoubtedly from rapid writing and from coupling his scholarship with a very general and ephemeral reading.

A few examples drawn from these essays will prove what I mean. On the very first page, in the first line of the second paragraph we have the word “often” coming after the word “experience,” instead of before it. He had written “experience,” he desired to qualify it, and he did not go back to do what should always be done in plain English, and what indeed distinguishes plain English from almost every other language — to put the qualification before the thing qualified; a peculiarly English mark in this, that it presupposes one’s having thought the whole thing out before writing it down.

On page 3 we have exactly the same thing; “A legend not known unfortunately to general English readers.” He means of course, “unfortunately not known,” but as the sentence stands it reads as though he had meant to say, somewhat clumsily, that the method in which English readers knew the legend was not unfortunate.

He is again careless in the matter of repetitions, both of the same word, and (what is a better test of ear) of rhymes within the sentence: we have in one place “which seemed to give a soul to those splendid donations to learning,” and further on in the same page “a priority in mortality.”

On pages 34 and 35 you have “an intensely real conviction.” You are then told that “the most lawless men did then really believe.” Then that the American tribes were in the eyes of the colonists “real worshippers” of the Devil, and a few lines later we hear of “the real awfulness of the world.”

The position of the relative is often as slipshod as the position of the qualicative; thus you will find upon page 37 that the pioneers “grayed out the channels, and at last paved them with their bones, through which the commerce and enterprise of England has flowed out of all the world.” This sentence is quite deplorable; it has a singular verb after two nominatives, and is so framed that one might imagine the commerce and enterprise of our beloved country to have flown through those hollow interior channels, with which, I believe, our larger bones are provided, and in which is to be discovered that very excellent substance, marrow.

Si tratta di gravi errori, ma, ripeto, sono proprio questi errori legati a quelle grandi qualità che gli hanno permesso di raggiungere la sua posizione attuale.

E accanto a tali difetti, vi erano una lucidità eccezionale, un buon ordine sia all’interno dei paragrafi che nella loro successione. Una scelta degli argomenti adatta al suo pubblico, l’omissione di tutto ciò che avrebbe potuto annoiare o confondere i lettori, una descrizione vivida in grado di divertire, e una conclusione diretta in grado di catturare l’attenzione dei suoi lettori: tutte queste qualità egli le possedeva, forse più di qualsiasi altro suo contemporaneo.

A volte quella “fratellanza” che è in lui lo spinge verso errori ancora più gravi. Si arriva a banalità disgustose e assolutamente false; quando poi tornava su quelle stesse cose (se davvero era una persona che leggeva le proprie opere), doveva sicuramente provare vergogna.

“Perseguitazioni, martiri e guerre religiose. Alla fine, l’antica >fede, come la fenice, si estingue sul proprio altare, e una nuova nasce dalle ceneri.”

“In breve, questa è stata la storia delle religioni, sia naturali che morali.”

Oppure, ancora, del povero vecchio Oxford: —

“L’aumento della conoscenza, e di conseguenza della morale, è l’obiettivo principale di un istituto nobile come questo; i premi e gli onori che vi vengono conferiti sono distribuiti in proporzione allo sforzo e al buon comportamento di coloro che li ricevono.”

Ma il punto interessante di questi piccoli errori è che rimangono puramente eccezionali. Non influenzano né il tono della sua scrittura né il valore e la complessità delle sue argomentazioni. Si possono paragonare a quei frammenti di inglese colloquiale, indegni e privi di valore, che talvolta compaiono anche nella migliore retorica, soprattutto quando questa appartiene a una persona entusiasta e colta.

Tuttavia, quando si è nello stato d’animo di criticare, non è ingiusto evidenziare quali altri difetti o errori possieda una persona, in relazione a questa comune simpatia che prova verso certe cose e a questa stessa comprensione della sua classe sociale, alla quale deve sia le sue opportunità che il suo successo.

Pertanto, o è così negligente o così affrettato da utilizzare – con troppa frequenza – parole che hanno perso completamente ogni vitalità e che, nella maggior parte dei casi, sono prive di significato; tuttavia queste parole continuano comunque a circolare, come monete lisce e lucide. La parola “pratico” scompare dalle sue pagine; cita frasi del tipo “in una oscurità simile a quella di un vetro”, e parla di “un ritratto della vita umana”; le mura di Oxford sono “sacrate dal tempo”; entra in una chiesa e vi trova “una luce religiosa fioca”. Un uomo delle capacità di Froude non ha certo il diritto di trovare cose del genere lì. Se scrive la parola “peccato”, subito dopo ne segue “vergogna”. Forse era una persona facilmente sopraffatta dalla stanchezza, oppure – e questo è più probabile – riteneva che “lavorare sulle parole” fosse un’attività di poco valore. Comunque sia, il risultato complessivo riflette la sua identità spirituale con le migliaia di persone per cui scriveva.

A questo carattere di universalità si possono attribuire anche degli errori, non solo nel suo occasionale uso delle parole, ma anche nello stile generale del suo modo di scrivere.

La parola “stile” è stata così gravemente abusata negli ultimi trent’anni che ora si menziona con diffidenza. Matthew Arnold disse bene che quando le persone andavano da lui chiedendogli come scrivere un buon stile, lui non era in grado di rispondere; infatti, lo stile non è qualcosa che possa essere insegnato. È un sottoprodotto, sebbene necessario, del buon pensiero. Ma quando Matthew Arnold aggiunse che non esiste uno stile se non nella chiara comprensione di ciò che si vuole dire e nel dirlo con la massima chiarezza possibile, stava dicendo sciocchezze. Lo stile esiste davvero: è quella combinazione di ritmo, chiarezza ed enfasi che certamente non può essere prodotta consapevolmente, ma che, se emerge naturalmente dalla penna di una persona e dal suo modo di pensare, fa tutta la differenza tra ciò che è leggibile e ciò che non lo è. Se qualcuno dubita di questo, faccia pure un confronto tra la Bibbia francese e quella inglese: entrambe sono traduzioni letterali e chiare dello stesso testo originale; oppure confronti le frasi prosastiche di Milton quando affronta le affermazioni della Chiesa nel Medioevo con quelle del signor Bryce nello stesso contesto.

Ora dico che proprio come le qualità della prosa di Froude derivavano da questa sua universalità, così anche gli errori in cui quella prosa incappò; è degno di nota il fatto che questi errori siano semplicemente errori di dettaglio. Senza dubbio, derivano dalla scrittura rapida e dal combinare la sua erudizione con una lettura molto superficiale e effimera.

Alcuni esempi tratti da questi saggi dimostreranno ciò che intendo. Già sulla prima pagina, nella prima riga del secondo paragrafo, troviamo la parola “often” posta dopo “experience”, invece che prima di essa. Aveva scritto “experience”; desiderava qualificarla, ma non è tornato indietro a fare ciò che in inglese semplice dovrebbe sempre essere fatto – ovvero porre la qualificazione prima della cosa da qualificare. Questo rappresenta una caratteristica tipicamente inglese: presuppone infatti che si sia già riflettuto attentamente sull’intera questione prima di scriverla.

A pagina 3 abbiamo esattamente la stessa cosa: “Una leggenda che purtroppo non è conosciuta dai lettori inglesi in generale”. Intende ovviamente dire “purtroppo non conosciuta”, ma così come la frase è formulata, sembra quasi che abbia voluto dire, in modo un po’ goffo, che il modo in cui i lettori inglesi conoscevano questa leggenda non fosse affatto negativo.

He is again careless in the matter of repetitions, both of the same word, and (what is a better test of ear) of rhymes within the sentence: we have in one place “which seemed to give a soul to those splendid donations to learning,” and further on in the same page “a priority in mortality.”

Alle pagine 34 e 35 si parla di “una convinzione estremamente reale”. Si afferma poi che “gli uomini più disonesti di allora credevano davvero in ciò in cui credevano”. In seguito, si dice che le tribù americane fossero, agli occhi dei coloni, “veri adoratori” del Diavolo; poche righe dopo, si menziona “la vera orrore del mondo”.

La posizione del relativo è spesso altrettanto imprecisa quanto quella del qualificativo; pertanto si può notare a pagina 37 che i pionieri “hanno reso grigi quei canali e, infine, li hanno pavimentati con le loro ossa, attraverso i quali il commercio e l’imprenditorialità dell’Inghilterra si sono diffusi in tutto il mondo”. Questa frase è davvero deplorevole: contiene un verbo singolare dopo due nomini, ed è formulata in modo tale da far pensare che il commercio e l’imprenditorialità del nostro amato paese siano effettivamente passati attraverso quei canali interni vuoti, dei quali, credo, sono dotate le nostre ossa, e nei quali si trova quella sostanza estremamente preziosa che è il midollo.

It is singular that, while these obvious errors have excited so little comment, Froude should have been blamed so often and by such different authorities for weaknesses of the pen from which he did not suffer, or which, if he did suffer from them, at least he had in common with every other writer of our time and perhaps less than most.

Thus, as an historian he has been accused of two faults which have been supposed by those who are ill acquainted with the history of letters to be correlative: a straining for effect and an inaccuracy of detail. There is not one of his contemporaries who less forced himself in description than Froude. Often in Green, very often in Freeman and always in Carlyle you feel that your author is deliberately exciting his mind and your own. Violent colours are chosen and peculiar emphasis — from this Froude was free. He was an historian.

To the end Froude remained an historian, and an historian he was born. If we regret that his history was not general, and that he turned his powers upon such a restricted set of phenomena, still we must rejoice that there was once in modern England a man who could sum up the nature of a great movement. He lacked the power of integration.

He was not an artist. But he possessed to an extraordinary degree the power of synthesis. He was a craftsman, as the modern jargon goes. There is not in the whole range of English literature as excellent a summary of the way in which the Divinity of our Lord fought its way into the leading brains of Europe, as appears upon page 192 of this book. It is as good as Boissier; there runs all through it knowledge, proportion, and something which, had he been granted a little more light, or been nurtured in an intellectual climate a little more sunny, would have been vision itself: —

“The being who accomplished a work so vast, a work compared to which the first creation appears but a trifling difficulty, what could He be but God? Who but God could have wrested His prize from a power which half the thinking world believed to be His coequal and co-eternal adversary? He was God. He was man also, for He was the second Adam — the second starting-point of human growth. He was virgin born, that no original impurity might infect the substance which He assumed; and being Himself sinless, He showed in the nature of His person after His resurrection, what the material body would have been in all of us except for sin, and what it will be when, after feeding on it in its purity, the bodies of each of us are transfigured after its likeness.”

There’s a piece of historical prose which summarises, teaches, and stamps itself finally upon the mind! Froude saw that the Faith was the summit and the completion of Rome. Had he written us a summary of the fourth and fifth centuries — and had he written it just after reading some dull fellow on the other side — what books we should have had to show to the rival schools of the Continent!

Consider the sharp and almost unique judgment passed upon Tacitus at the bottom of page 133 and the top of page 134, or again, the excellent sub-ironic passages in which he expresses the vast advantage of metaphysical debate: which has all these qualities, that it is true, sober, exact, and yet a piece of laughter and a contradiction of itself. It is prose in three dimensions.

That pedantic charge of inaccuracy, with which I have already dealt in another place, in connection with another and perhaps a greater man, is not applicable to Froude. He was hasty, and in his historical work the result certainly was that he put down things upon insufficient evidence, or upon evidence but half read; but even in his historical work (which deals remember, with the most highly controversial part of English history) he is as accurate as anybody else, except perhaps Lingard. That the man was by nature accurate, well read and of a good memory, appears continually throughout this book, and the more widely one has read one’s self, the more one appreciates this truth.

For instance, there is often set down to Disraeli the remark that his religion was “the religion of all sensible men.” and upon being asked what this religion might be, that Oriental is said to have replied, “All sensible men keep that to themselves.” Now Disraeli could no more have made such a witticism than he could have flown through the air; his mind was far too extravagant for such pointed phrases. Froude quotes the story (page 205 of this book) but rightly ascribes it to Rogers, a very different man from Disraeli — an Englishman with a mastery of the English language.

Look again at this remark upon page 20, “The happy allusion of Quevedo to the Tiber was not out of place here: — the fugitive is alone permanent.’” How many Englishmen know that Du Bellay’s immortal sonnet was but a translation of Quevedo? You could drag all Oxford and Cambridge to-day and not find a single man who knew it.

Note the care he has shown in quoting one of those hackneyed phrases which almost all the world misquotes, “Que mon nom soit fletri, pourvu que la France soit libre.” Of a hundred times that you may see those words of Danton’s written down, you will perhaps not see them once written down exactly as they were said.

So it is throughout his work. Men still living in the Universities accuse him vaguely of inexactitude as they will accuse Jowett of ignorance, and these men, when one examines them closely, are found to be ignorant of the French language, to have read no philosophy between Aristotle and Hobbes, and to issue above their signatures such errors of plain dates and names as make one blush for English scholarship and be glad that no foreigner takes our historical school seriously.

There is always left to any man who deals with the writings of Froude, a task impossible to complete but necessarily to be attempted. He put himself forward, in a set attitude, to combat and to destroy what he conceived to be — in the moment of his attack — the creed of his countrymen. He was so literary a man that he did this as much by accepting as by denying, as much by dating from Elizabeth all we are as by affirming unalterable material sequence and the falsity of every transcendental acceptation. His time smelt him out even when he flattered it most. Even when he wrote of the Revenge the England of his day — luckily for him — thought him an enemy.

È davvero strano che, mentre questi evidenti errori hanno suscitato così pochi commenti, Froude sia stato spesso criticato da autorevoli persone per debolezze stilistiche di cui non soffriva affatto, o che, anche se ne soffriva, erano comuni a tutti gli scrittori del nostro tempo, e forse persino meno comuni di quanto si possa pensare.

Pertanto, come storico è stato accusato di due difetti che coloro che non conoscono bene la storia della letteratura ritengono essere correlati: un eccessivo desiderio di effetto e imprecisione nei dettagli. Non c’è nessuno dei suoi contemporanei che si sia sforzato meno di Froude nella descrizione. Spesso in Green, molto spesso in Freeman e sempre in Carlyle si ha la sensazione che l’autore stia deliberatamente stimolando la propria mente e quella del lettore. Vengono scelti colori violenti e si dà un’enfasi particolare ai dettagli; da questo Froude era libero. Lui era uno storico.

Fino alla fine, Froude rimase uno storico, e uno storico nato per esserlo. Anche se ci dispiace che la sua opera storica non abbia avuto un resoconto più ampio dei fatti, e che abbia concentrato le sue ricerche su un ambito di fenomeni così ristretto, dobbiamo comunque rallegrarci del fatto che nella moderna Inghilterra sia mai esistito un uomo in grado di riassumere la natura di un grande movimento storico. Gli mancava semplicemente la capacità di integrare i diversi aspetti di quei fenomeni.

Non era un artista. Ma possedeva, in misura straordinaria, il potere di sintesi. Era un artigiano, per usare il gergo moderno. Non esiste, nell’intera letteratura inglese, una rassegna più eccellente di come la Divinità del nostro Signore abbia fatto breccia nelle menti più importanti d’Europa; tale rassegna si trova a pagina 192 di questo libro. È paragonabile alle opere di Boissier: in essa si riscontrano conoscenza, proporzione, e qualcosa che, se gli fosse stata concessa un po’ più di luce, o se fosse cresciuto in un ambiente intellettuale un po’ più favorevole, sarebbe diventato vera e propria visione.

“L’essere che ha compiuto un’opera così vasta – un’opera rispetto alla quale la prima creazione appare soltanto come una difficoltà insignificante – chi altro potrebbe essere se non Dio? Chi altro, se non Dio, avrebbe potuto strappare il proprio premio a una forza che metà del mondo pensante riteneva fosse sua pari ed eterna nemica? Lui era Dio. Era anche uomo, poiché era il secondo Adamo – il secondo punto di partenza per la crescita umana. Nacque vergine, affinché nessuna impurità originale potesse contaminare la sostanza che assunse; e essendo lui stesso senza peccato, mostrò nella propria natura dopo la risurrezione ciò che il corpo materiale sarebbe stato in ognuno di noi se non fosse per il peccato, e ciò che sarà quando i nostri corpi saranno trasfigurati secondo la sua immagine, dopo averne assunto la purezza.”

Esiste un passo di prosa storica che riassume, insegna e si imprime definitivamente nella mente del lettore. Froude comprese che la >Fede rappresentava la vetta e il completamento dell’essenza di Roma. Se ci avesse scritto un riassunto dei secoli IV e V – e lo avesse fatto subito dopo aver letto le opere di qualche noioso studioso avversario – quali straordinari libri avremmo avuto a disposizione per confrontarli con le altre correnti di pensiero del Continente!

Considerate il giudizio severo e quasi unico espresso su Tacito alla fine della pagina 133 e all’inizio della pagina 134; oppure, ancora, quei passaggi eccellenti, scritti con un tono sottilemente ironico, in cui si esprime il grande vantaggio del dibattito metafisico: esso possiede tutte queste qualità – essere vero, sobrio, preciso – e al contempo rappresenta anche un momento di divertimento e una contraddizione in se stesso. È prosa “a tre dimensioni”.

Quella accusa pedante di inesattezza, di cui ho già parlato altrove riguardo a un altro uomo, forse ancora più importante, non si applica a Froude. Era impaziente, e nei suoi lavori storici il risultato fu sicuramente che riportava informazioni basate su prove insufficienti o su dati letti solo superficialmente; tuttavia, anche nei suoi scritti storici (che riguardano, ricordiamo, la parte più controversa della storia inglese), è altrettanto preciso di chiunque altro, forse ad eccezione di Lingard. Il fatto che Froude fosse per natura accurato, ben istruito e dotato di una buona memoria emerge costantemente in questo libro; inoltre, più si legge, più ci si rende conto della veridicità di questa affermazione.

Ad esempio, spesso si attribuisce a Disraeli la frase secondo cui la sua religione fosse “la religione di tutti gli uomini sensati”. Quando gli fu chiesto di specificare quale fosse questa religione, si dice che quell’orientale abbia risposto: “Tutti gli uomini sensati la tengono per sé”. Ora, Disraeli non avrebbe mai potuto fare un simile scherzo; il suo modo di pensare era troppo eccentrico per permettergli frasi del genere. Froude cita questa storia (a pagina 205 di questo libro), ma con ragione la attribuisce a Rogers, una persona molto diversa da Disraeli: un inglese che padroneggiava perfettamente la lingua inglese.

Guardate di nuovo questa osservazione a pagina 20: “L’allusione felice di Quevedo al Tevere non era fuori luogo qui: ‘Il fuggitivo è l’unico che rimane per sempre’.” Quanti inglesi sanno che il sonetto immortale di Du Bellay non era altro che una traduzione di Quevedo? Potreste radunare tutti gli studenti di Oxford e Cambridge oggi stesso e non trovereste nemmeno uno che lo sappia.

Si noti la cura che ha dimostrato nel citare una di quelle frasi banali che quasi tutto il mondo cita sbagliatamente: “Che il mio nome venga maledetto, purché la Francia sia libera”. Di cento volte in cui potreste vedere scritte queste parole di Danton, forse non le vedrete mai una volta scritte esattamente come furono pronunciate.

È così in tutta la sua opera. Gli uomini ancora attivi nelle università lo accusano vagamente di imprecisione, proprio come accusano Jowett di ignoranza; ma se si esamina attentamente queste persone, si scopre che sono ignoranti della lingua francese, non hanno letto nulla di filosofico dopo Aristotele e Hobbes, e commettono errori così evidenti riguardo a date e nomi da far arrossire chiunque per lo stato della cultura accademica inglese. E si può solo essere felici che nessun straniero prenda sul serio la nostra scuola storica.

Chiunque si occupi delle opere di Froude si trova sempre di fronte a un compito impossibile da completare, ma che è necessario tentare comunque. Egli si propose, con una determinazione ferma, di combattere e distruggere ciò che, nel momento del suo attacco, considerava il credo dei suoi connazionali. Essendo un uomo profondamente letterato, fece questo sia accettando che negando certe idee; sia attribuendo tutto ciò che siamo oggi all’epoca di Elisabetta I, sia affermando l’esistenza di una sequenza materiale inalterabile e la falsità di ogni concezione trascendentale. Il suo tempo lo riconobbe immediatamente, anche quando cercava di compiacerlo al massimo; persino quando scrisse “La Vendetta”, l’Inghilterra del suo tempo – fortunatamente per lui – lo considerò un nemico.

Upon the main discussion of his life it is impossible to pass a judgment, for the elements of that discussion are now destroyed; the universities no longer pretend to believe. And “free discussion” has become so free that the main doctrines he assailed are no longer presented or read without weariness in the class to which he appealed and from which he sprang.

The sects, then, against which he set himself are dead: but upon a much larger question which is permanent, and which in a sort of groping way he sometimes handled, something should be said here, which I think has never been said before. He was perpetually upon the borderland of the Catholic Church.

Between him and the Faith there stood no distance of space, but rather a high thin wall; the high thin wall of his own desperate conviction. If you will turn to page 209 of this book you will see it said of the denial of the Sacrament by the Reformers and of Ridley’s dogma that it was bread only “the commonsense of the country was of the same opinion, and illusion was at an end.” Froude knew that the illusion was not at an end. He probably knew (for we must continue to repeat that he was a most excellent historian) that the “commonsense of the country” was, by the time Ridley and the New English Church began denying the real presence, and turning that denial into a dogma, profoundly indifferent to all dogmas whatsoever. What “the common-sense of the country” wanted was to keep out swarthy men, chivalrous indeed but imperialists full of gold who owned nearly all the earth, but who, they were determined, should not own England.

Froude was fond of such assertions, his book is full of them, and they are more than mere violence framed for combat; they are in their curious way definite expressions of the man’s soul; for Froude was fond of that high thin wall, and liked to build it higher. He was a dogmatic rationalist — one hesitates to use a word which has been so portentously misused. Renan before dying came out with one of his last dogmas; it was to this effect, that there was not in the Universe an intelligent power higher than the human mind. Froude, had he lived in an atmosphere of perfectly free discussion as Renan did, would have heartily subscribed to that dogma.

Why then do I say that he was perpetually on the borderland of the Catholic Church? Because when he leaves for a moment the phraseology and the material of his youth and of his neighbourhood, he is perpetually striking that note of interest, of wonder, and of intellectual freedom which is the note of Catholicism.

Let any man who knows what Catholicism may be read carefully the Essay on the Dissolution of the Monasteries, and the Essay on the Philosophy of Christianity which succeeds it in this book, but which was written six years before. Let him remember that nothing Froude ever wrote was written without the desire to combat some enemy, and, having made allowance for that desire, let him decide whether one shock, one experience, one revelation would not have whirled him into the Church. He was, I think, like a man who has felt the hands of a woman and heard her voice, who knows them so thoroughly well that he can love, criticise, or despise according to his mood; but who has never seen her face.

And he was especially near to the Church in this: that having discussed a truth he was compelled to fight for it and to wound actively in fighting, He was an agent, He did, He saw that the mass of stuff clinging round the mind of wealthy England was decaying, He turned with regret towards the healthy visions of Europe and called them illusions because they were not provable, and because all provable things showed a flee other than that of the creed and were true in another manner. He despised the cowardice — for it is cowardice — that pretends to intellectual conviction and to temporal evidence of the things of the soul. He saw and said, and he was right in saying, that the City of God is built upon things incredible.

“Incredibilia nec crederim, nisi me compelleret ecclesiae auctoritas”

H. BELLOC.

Riguardo alla discussione principale sulla sua vita, è impossibile formulare un giudizio, poiché gli elementi su cui si basava tale discussione sono ora distrutti; le università non fingono più di crederci. E la “libera discussione” è diventata così libera che le principali dottrine che egli attaccò non vengono più presentate o lette, senza suscitare noia, nella stessa cerchia accademica a cui si rivolgeva e da cui proveniva.

Le sette contro cui si schierò, dunque, sono ormai scomparse; ma riguardo a una questione molto più importante e permanente – su cui talvolta affrontava argomenti in modo incerto o tentativo – ci sarebbe qualcosa da dire qui, che credo non sia mai stato espresso prima. Lui si trovava costantemente ai confini della Chiesa Cattolica.

Tra lui e la Fede non esisteva alcuna distanza spaziale, ma piuttosto un alto muro sottile: il muro sottile della sua stessa disperata convinzione. Se sfogliate la pagina 209 di questo libro, vi troverete a leggere che riguardo al rifiuto del Sacramento da parte dei Riformatori, e al dogma di Ridley secondo cui si trattasse soltanto di pane, “il buon senso comune della gente era dell’opinione stessa, e l’illusione finiva lì”. Tuttavia Froude sapeva che quell’illusione non era affatto finita. Probabilmente sapeva anche (poiché dobbiamo continuare a ribadirlo: era un storico davvero eccezionale) che il “buon senso comune della gente”, nel momento in cui Ridley e la Nuova Chiesa inglese iniziarono a negare la presenza reale del Sacramento e a trasformare tale negazione in un dogma, era profondamente indifferente a qualsiasi tipo di dottrina. Quello che il “buon senso comune della gente” voleva davvero era tenere lontani quegli uomini scuri di pelle, certamente cavalieri ma anche imperialisti pieni d’oro che possedevano quasi tutta la terra, e che, secondo loro, non dovevano assolutamente possedere l’Inghilterra.

A Froude piacevano queste affermazioni; il suo libro ne è pieno, e non si tratta semplicemente di argomenti violenti utilizzati al fine di suscitare dibattiti; in un certo senso, esse rappresentano espressioni concrete dell’anima stessa di quell’uomo. Froude amava quella sorta di “muro alto e sottile” che separa le idee e preferiva renderlo ancora più impenetrabile. Era un razionalista dogmatico, si esita a usare una parola che è stata così spesso malusamente interpretata. Prima di morire, Renan enunciò uno dei suoi ultimi dogmi: secondo lui, nell’Universo non esisteva alcuna forza intelligente superiore alla mente umana. Se Froude fosse vissuto in un ambiente caratterizzato da dibattiti completamente liberi, come quello di Renan, avrebbe certamente aderito con entusiasmo a quel dogma.

Allora perché dico che egli si trovava costantemente ai confini della Chiesa Cattolica? Perché quando per un momento abbandona la terminologia e lo stile tipici della sua giovinezza e del suo ambiente, riappare sempre quella nota di interesse, di meraviglia e di libertà intellettuale che è proprio caratteristica del cattolicesimo.

Chiunque sappia cosa sia il Cattolicesimo dovrebbe leggere attentamente l’“Saggio sulla dissoluzione dei monasteri” e l’“Saggio sulla filosofia del Cristianesimo” che seguono in questo libro, anche se quest’ultimo fu scritto sei anni prima. Dovrebbe ricordare che nulla di ciò che Froude scrisse mai fu scritto senza il desiderio di combattere contro qualche nemico; e, tenendo conto di tale desiderio, dovrebbe decidere se un solo shock, un’esperienza, una rivelazione non avrebbero potuto spingerlo verso la Chiesa. Penso che fosse come un uomo che abbia sentito le mani di una donna e udito la sua voce, che la conosca così bene da poterla amare, criticare o disprezzare a seconda del proprio umore, ma che non l’abbia mai vista in faccia.

E lui era particolarmente vicino alla Chiesa in questo: poiché aveva discusso una verità, fu costretto a lottare per essa e ad agire attivamente nella battaglia. Era un agente che, osservando come la massa di idee che circondavano la mente dell’Inghilterra ricca stesse decadendo, si rivolgeva con rimpianto alle visioni sane dell’Europa, definendole illusioni perché non erano dimostrabili; inoltre, tutte le cose dimostrabili mostravano una verità diversa da quella della fede e vera in un altro modo. Disprezzava la codardia – poiché è proprio codardia – che finge di avere convinzioni intellettuali e prove materiali riguardo alle questioni dell’anima. Vide e disse, e aveva ragione nel dire, che la Città di Dio è costruita su cose inverosimili.

“Cose incredibili non le crederei, se non mi costringesse l’autorità della chiesa”.

H. Belloc.