Introduzione di Hilaire Belloc
Finché l’uomo non si preoccupa di ciò che è, da dove viene e dove sta andando, tutto sembra semplice come il verbo “essere”; si potrebbe dire che nel momento in cui inizia a riflettere su ciò che è (il che significa molto di più che limitarsi a pensare di esistere), su da dove viene e dove sta andando, si imbatte in molte strade che non portano da nessuna parte, strade che si diramano come le dita di una mano o i raggi di un ventaglio; quindi, se ne segue più di una contemporaneamente, presto si perde nella confusione, mentre seguendone solo una finisce per allontanarsi sempre di più dal resto della conoscenza. Si può dire così, e sarà vero. Tuttavia, c’è un tipo di conoscenza che l’uomo effettivamente acquisisce riflettendo su ciò che è, da dove viene e dove sta andando: si tratta della consapevolezza che questa è l’unica domanda davvero importante che possa porsi.
Non appena un uomo inizia a porsi queste domande (e tutti gli uomini, prima o poi, se ne danno la possibilità), si ritrova di fronte a qualcosa di davvero enigmatico. C’era una scuola di pensiero – difficilmente si può definirla una vera e propria scuola di filosofia – che spiegava tutto in modo estremamente semplice, utilizzando quella che gli studiosi chiamano “tautologia”, cioè ripetendo sempre la stessa cosa. Proprio come la donna in Molière era muta perché possedeva quella caratteristica fisica, così, secondo questa scuola di pensiero, l’uomo compiva tutte le cose straordinarie che compie semplicemente perché si era sviluppato in quel modo. Quella scuola attirò molte persone durante la sua esistenza (credo che alcuni dei suoi membri più anziani sopravvivano ancora oggi), ma non ne accettò mai nessuno nuovo; inoltre, non influenzò affatto le generazioni più giovani. Noi, che veniamo dopo questi “scienziati”, continuiamo a porgerci quelle stesse domande. E se non troviamo risposte, tanto peggio: perché chiederle, secondo ogni istinto della nostra natura, è proprio l’atto di curiosità tipico dell’uomo.
Tra le molte cose che l’uomo fa e che non dovrebbe fare, o per cui non ha bisogno di farle, se tutto ciò potesse essere spiegato esclusivamente dal verbo “essere”, allora camminare rientrerebbe senz’altro in questa categoria. Certo, se si costruisce una lunga serie di ipotesi riguardo ai passaggi attraverso cui l’uomo ha imparato a camminare e si definisce questa una spiegazione, allora non c’è più nulla da aggiungere. È come se vi chiedessi perché il signor Smith sia andato a Liverpool, e voi rispondeste elencando tutte le stazioni tra Euston e Lime Street, nell’ordine esatto. Almeno questo sarebbe il caso se le vostre ipotesi fossero accurate non solo nel contenuto, ma anche nella proporzione e nell’ordine. Ma è improbabile che ciò accada. Anche ammettendo, per miracolo, che abbiate indovinato tutto correttamente (il che è più di quanto il fanatico più sfrenato concederebbe al proprio geologo preferito), questo non mi direbbe comunque nulla.
Che cosa, in nome del cielo, ha convinto quell’animale a comportarsi in quel modo? O forse non era affatto una questione terrena, ma qualcosa che proveniva dal cielo?
Basta osservare un uomo che cammina: se è davvero un uomo normale, si noterà come esprima il proprio orgoglio, la propria determinazione, tenacia, curiosità, o forse persino lo scopo specifico che ha nella propria andatura! Beh, tutto questo processo di camminata rappresenta in realtà un’arte straordinariamente abile e raffinata; se tale comportamento non fosse tipico degli esseri umani, si potrebbe giurare che nessun metodo, per quanto lungo, meticoloso o rigoroso, sarebbe in grado di insegnarlo a un animale. Quando un uomo cammina, innanzitutto si trova in uno stato di equilibrio stabile, anche se l’arco di questa stabilità è molto ristretto. Se sta in piedi con i piedi ben divaricati, il suo centro di gravità (che si trova più o meno a metà del corpo) può oscillare entro un arco di circa cinque gradi da entrambi i lati dell’equilibrio e tende poi a tornare nella posizione originale. Tuttavia, se queste oscillazioni superano i cinque gradi, l’equilibrio viene perso e l’uomo cade. È noto che alcune persone riescano a dormire in piedi senza alcun sostegno, soprattutto durante il servizio militare, che è senz’altro la cosa più estenuante al mondo. Ma questo fenomeno è estremamente raro; si potrebbe dire che un uomo che dorme in piedi, anche con i piedi ben divaricati, stia compiendo davvero un notevole atto atletico.
Ma aspettate un momento: lui desidera andare avanti, raggiungere un punto lontano, e invece di muoversi carponi, dove l’equilibrio sarebbe davvero stabile, cosa fa? Solleva deliberatamente uno dei propri punti di appoggio dal suolo, mandando il proprio equilibrio al diavolo; allo stesso tempo si piega leggermente in avanti, facendosi così cadere verso l’oggetto che desidera raggiungere. Voi non sapete che fa questo, ma è perché siete uomini, e la vostra ignoranza su questo argomento è simile all’ignoranza di molte persone davvero sane riguardo alla religione, o all’ignoranza di un bambino che crede che la sua famiglia sia stabilita per sempre nel comfort, nella ricchezza e nella sicurezza. Quello che realmente fate, uomini, quando volete raggiungere quel luogo lontano (e lasciate che questa sia una parabola di ogni avventura e di ogni desiderio), è correre un enorme rischio: il rischio di cadere e rompere qualcosa. Sollevate uno dei piedi dal suolo, e, come se questo non fosse sufficiente, gettate deliberatamente il vostro baricentro in avanti, facendovi così cadere.
Quello è il primo atto della commedia.
Il secondo passo consiste nel verificare l’effetto del tuo movimento, riportando a terra il piede che avevi sollevato in aria.
Pensare che bastasse così. Muovi l’altra gamba verso l’alto, riposati un attimo, riprendi fiato e goditi il tuo successo. Ma niente affatto! Non appena hai fissata bene a terra quella gamba libera, utilizzi l’impeto della prima caduta per iniziare un’altra. Utilizzando il movimento in avanti della gamba che ha toccato terra, riesci a stabilizzare il tuo baricentro; sollevi l’altra gamba senza preoccupazioni, la lasci oscillare come un pendolo e controlli anche questa seconda caduta nello stesso modo della prima. E anche dopo questo secondo “piccolo successo”, non fermi entrambe le gambe a terra per riprenderti prima di tentare ancora: continui il tuo gioco, sposti il baricentro ancora più avanti rispetto alla gamba che è a terra, fai oscillare l’altra come un pendolo, eviti la terza caduta. E tutto questo lo fai perché pensi che sia la cosa più naturale del mondo!
Non solo ci riesci, ma puoi farlo in mille modi diversi: un vero e proprio acrobata sorprende il pubblico non solo camminando sulla fune tesa, ma anche mangiando sopra di essa. Puoi camminare velocemente o lentamente, guardarti indietro mentre cammini, o sparare abbastanza accuratamente mentre procedi; puoi passeggiare con disinvoltura, accelerare il passo, girare nella direzione che preferisci. Di certo non sei stato tu a imparare tutto questo da solo, né tua madre. C’era uno spirito dentro di te che ti ha insegnato e ti ha guidato; e così come avviene per camminare, lo stesso vale per parlare, per l’umorismo, l’ironia, l’affetto, la percezione dei colori e delle forme. E anche per l’onore, e infine per la preghiera.
Da tutto ciò si può vedere che l’uomo è davvero straordinario, e questo dovrebbe rendervi umili, non orgogliosi; perché siete stati creati, contro la vostra volontà, per un destino sorprendente, di cui queste esagerazioni mortali rappresentano soltanto i simboli.
Camminare, proprio come parlare – e sono felice di poter dire che queste due attività rimažiono tra loro – è qualcosa di così naturale per l’uomo, così vario e quasi mai preso in considerazione, da rappresentare inevitabilmente non solo una delle sue principali occupazioni, ma anche uno dei soggetti più piacevoli su cui riflettere nella vita quotidiana.
Perciò camminare senza uno scopo specifico rappresenta un peso intenso, proprio come parlare senza uno scopo. Camminare soltanto perché è utile distorce l’anima, così come farlo per denaro o perché si ritiene sia un dovere. D’altra parte, camminare con uno scopo specifico permette di esprimere appieno ciò che c’è in una persona, proprio come parlare allo stesso modo. Coloro che comprendono il funzionamento del corpo umano, limitandosi a ciò che sanno e quindi interessandosi in modo legittimo, ci dicono qualcosa di estremamente importante: che qualsiasi forma di esercizio fisico è la più completa e la più efficace. Anche se cavalcare un cavallo, correre o nuotare possono comportare rischi, oppure se si può esagerare con movimenti violenti, camminare sarà sempre vantaggioso – ovviamente, a condizione che non si distorca l’anima con l’abitudine detestabile di camminare soltanto per fare esercizio. È infatti così che è stato disposto: non appena iniziamo a fare qualsiasi attività, anche la più banale, con lo scopo di raggiungere un altro obiettivo materiale, danneggiamo quella parte interiore di noi stessi che governa tutto il nostro essere. Ma camminare per gloria, per avventura, per ammirare nuovi paesaggi, o semplicemente per soddisfare un bisogno quotidiano, ci farà presto rendere conto di quanto questo atto sia in armonia con la nostra intera essenza. La prova principale di ciò (e quante persone l’hanno sperimentato, e in quanti libri questa verità non viene evidenziata!) è il modo in cui una persona che cammina diventa, in qualche modo, “cugino” o “fratello” di tutto ciò che la circonda.
Se ripenserete alla vostra vita e considererete quali paesaggi rimangono fissi nella vostra memoria, forse scoprirete che alcuni di essi vi sono rimasti impressi alla fine di lunghe escursioni o dopo ore di viaggio, trascinati da un animale o da una macchina. Ma la maggior parte di queste immagini vi è venuta in mente quando stavate compiendo quel “piccolo miracolo” di cui ho parlato all’inizio: e cosa ancora più importante, le visioni che emergono mentre camminate si fondono piacevolmente tra loro. Alcune sono più intense, altre meno, ma insieme formano un tutto armonioso. I momenti più significativi vengono gradualmente preparati e inseriti nel contesto appropriato.
Non esiste alcun momento o condizione meteorologica, almeno in Inghilterra, in cui un uomo che cammina non percepisca questa sorta di “cuginanza” con tutto ciò che lo circonda. Ci sono condizioni meteorologiche insopportabili se si fa qualcos’altro invece di camminare: se ci si accovaccia immobili sotto una tempesta, se si guida contro di essa, se si viaggia nel freddo estremo o se si corre troppo velocemente nel caldo intenso; ma non è così quando si cammina. Si può camminare di notte o di giorno, in estate o in inverno, con il bel tempo o con il cattivo tempo, in condizioni calme o tempestose. In ogni caso, si sta facendo qualcosa che è naturale per noi e si sta seguendo il modo migliore possibile per procedere. Tutti gli uomini hanno provato questa sensazione.
Camminare, proprio grazie a questa stessa qualità naturale che possiede, ti fa incontrare particolari scenari nella loro giusta proporzione. Un uomo sale nella sua auto, o più probabilmente in quella di un altro, e percorre molte miglia in poche ore. E ciò che gli rimane, alla fine, quando osserva attentamente le immagini nella sua mente, è qualcosa di curioso e insoddisfacente: ci sono frammenti di “niente” sfocati, come un sonno agitato; uno o due momenti intensi di impressione, disconnessi tra loro, violentemente vividi. Un mantello rosso, una striscia luminosa d’acqua. E soprattutto, un punto di pericolo. In tutta questa sequenza di immagini, ciascuna impressa in modo troppo debole o troppo forte, è fortunato se riesce a cogliere, anche solo per un istante, una vista davvero significativa mentre viaggia velocemente. L’intero ricordo, insomma, assomiglia a un disegno realizzato con tecniche di incisione su metallo da una mano incerta e su una superficie che tremava: a volte i contorni sono netti, altre volte sfocati o quasi del tutto invisibili. Solo in rari momenti di calma e concentrazione quella mano riesce davvero a trasferire ciò che vuole sulla carta.
Si potrebbe dire che cavalcare a cavallo offra maggiori possibilità di successo. È vero, ma in fondo si è sempre impegnati nella cavalcata stessa. Ripensate a tutte le volte in cui avete cavalcato: anche se ricorderete molte cose, non le ricorderete nell’ordine tranquillo e perfetto in cui vi sono presentate quando eravate a piedi. Per quanto riguarda un uomo che corre, per qualsiasi distanza, lo sforzo è così estremo da concentrare tutte le sue energie su se stesso, rendendolo quasi cieco rispetto alle cose esterne. Alla fine di tali sforzi, un uomo diventa davvero e fisicamente cieco, cade, impotente.
C’è poi quel modo di vedere il mondo che i ricchi pensano di poter acquistare con i soldi, quando costruiscono una grande casa con vista su un bel paesaggio. Ma quella vista non fa parte della vita quotidiana, del camminare! La si vede soltanto nove volte su dieci quando non si è in sintonia con essa, quando il sangue scorre lentamente e senza energia, quando il “meccanismo” interno del corpo non funziona correttamente. Mentre si cammina, invece, quel “meccanismo” è sempre attivo; ogni senso del nostro corpo svolge il proprio compito nel modo giusto, con la giusta intensità e disciplina, per registrare perfettamente tutto ciò che ci circonda.
Considera come un uomo che cammina si avvicini a una piccola città: la vede da lontano, su una collina; ne percepisce l’unità e ha il tempo di rifletterci a lungo. Poi essa viene nascosta da un bosco o da una fila di alberi. Superato questo ostacolo, la rivede molto più vicina; inizia allora ad osservare con maggiore attenzione le sue case, il modo in cui sono disposte e ciò che vi accade all’interno. Il cielo, soprattutto se è pieno di grandi nuvole bianche e nel resto luminoso e azzurro, fornisce un contesto che dà vita alla città. Quando arriva alle sue porte, non la invade improvvisamente con rumore o affollamento, né la osserva semplicemente da l’esterno, immobile come uno che guarda dalla finestra. Entra dentro: attraversa porte e vede cartelli che indicano le varie attività commerciali; nota i nomi delle persone e il loro mestiere; ha il tempo di osservare i loro volti. La piazza si apre davanti a lui. E così, in modo del tutto naturale e appropriato, arriva alla sua locanda, avendo realizzato uno dei grandi scopi della vita umana.
Signore, quanto si è tentati di fare un elenco di quei mostri che sono i nemici delle locande.
Ecco il vostro mostro che la considera un luogo dove un uomo non cammina, ma si intrufola per bere; ed ecco il vostro mostro che la vede come un posto raggiungibile con il treno ferroviario, dove indossare abiti eleganti per cena e farsi servire dai tedeschi. Ecco poi il vostro mostro ancora più affabile, che dice: “Ho sentito dire che ci sia una bella locanda a Little Studley o Bampton Major. Andiamo lì.” Aspetta fino a quando inizia ad avere fame, poi vi si reca con un’enorme automobile. E c’è anche il vostro mostro ancora più gentile, che arriva in città su un veicolo straordinario, getta nastri alla persona con i gambali e uno stuzzicadenti in bocca. E si sente (oh, uomini, miei fratelli) di stare facendo qualcosa simile a ciò descritto in un libro. Tutti questi uomini, che odiino sinceramente o fingano di amare le locande, sono nemici delle locande. E i nemici delle locande sono maledetti davanti al loro Creatore e ai loro simili.
Ci sono alcune cose che rappresentano un conforto per Eden e che dimostrano chiaramente alla razza di Adam, così gravemente oppressa, che ha ancora conservato il ricordo di cose divine. Tutti noi abbiamo commesso peccati: abbiamo permesso alle città moderne di crescere in modo incontrollato, abbiamo detto tante menzogne che ora siamo maledetti dai giornali; abbiamo amato così tanto la ricchezza che tutti siamo indebitati, e i poveri sono un peso per noi, mentre i ricchi rappresentano una fonte di offesa. Ma dobbiamo mantenere il coraggio e non disperare, perché possiamo ancora pregare quando ce n’è assoluta necessità; inoltre, abbiamo trovato il modo per costruire quella meravigliosa istituzione che, in tutto il Cristianesimo, è conosciuta con molti nomi diversi e che in Inghilterra viene chiamata “INN”.
A volte, quando mi siedo in uno di questi luoghi e rinnovo la mia anima, mi chiedo se queste locande spariranno dall’Europa. Sono convinto che quel terrore non fosse altro che il terrore che proviamo sempre per ciò che amiamo profondamente.
C’è una locanda nella città di Piacenza nella quale entrai una volta, quando ero ancora pieno di “immortalità”; lì trovai compagni così gentili, marmo in abbondanza, stanze così grandi, vuote e antiche, e cibo così delizioso che ne fui certo: quella locanda avrebbe sopravvissuto anche a quell’“immortalità” che, dico io, era ovunque intorno a me. Ma no! Ci tornai otto anni dopo, ormai consapevole della mia mortalità; la locanda, però, era cambiata completamente. Al posto delle grandi porte di pietra c’erano porte metalliche complicatissime, simili a quelle degli zoo, dove bisogna pagare per entrare; all’interno, le decorazioni erano costituite da curve senza senso, proprio come quelle con cui i demoni avevano distrutto la città di Berlino; il sale sul tavolo era artificiale, fatto in gran parte di gesso. E i volti del padrone e della padrona di casa non erano più gentili.
Ricordo molto bene un altro ostello che si trovava nelle Chiltern Hills. Quel posto aveva finestre ad arco, divise in pannelli di dimensioni medie, ognuno leggermente arrotondato; questi pannelli erano fatti di quel tipo di vetro che amerò per tutta la vita, poiché ha la proprietà di distorcere gli oggetti esterni. Le finestre delle aule scolastiche e dei nidi d’infanzia erano fatte proprio con quel tipo di vetro. Dopo molti anni, capitai per caso in quel posto e scoprii che anche quello era stato distrutto da “Orcus”, il demone che ha divorato tutte le cose belle. L’ostello si chiamava “un Hotel”; la facciata era stata ricostruita, le finestre ora avevano solo due pannelli, entrambi enormi e piatti; il vetro era di quel tipo spesso e trasparente. Ma guardare attraverso di esso non serviva a nulla: era come se si guardasse attraverso l’aria. Tutti i volti presenti erano strani, tranne quello di un vecchio servitore nel cortile delle stalle. Gli chiesi se rimpiangesse la vecchia facciata, e lui rispose: “Signore, no!” Poi mi raccontò in dettaglio quanto fossero stati gentili i birrifici con suo padrone e quanto fossero stati felici di ricostruire tutto il posto. Queste cose aiutano davvero a prendere le cose con filosofia.
Beh, allora, se camminare – che mi ha portato a questa digressione – prepara una persona alle locande che sono davvero degne di essere visitate, esso possiede anche un altro significato altrettanto grande, simbolico e degno dell’uomo. Perché ricordiamo che, tra i molti modi di camminare, c’è uno che è il più grande di tutti: ed è quello di allontanarsi.
Metti una mano davanti ai tuoi occhi e ricorda: i luoghi da cui sei partito, la landa desolata verso cui hai coraggiosamente indirizzato i passi della tua abbandono.
C’è un luogo al di sopra della Muraglia Romana, oltre il fiume Tyne, dove si può fare questa cosa. Dietro di sé si ha l’ospitalità e il rumore umano che hanno popolato questa città nella valle del fiume da certamente duemila anni. Davanti a sé c’è la linea di confine della strada, e quell’assoluta desolazione dei campi aperti che si estendono verso i monti Cheviot da un lato e Carter Fell dall’altro. La terra qui è completamente deserta e solitaria: ci si avventura in essa perché è proprio il proprio compito farlo; si continua semplicemente a camminare via. Per quanto riguarda i ricordi, non servono a nulla se non a donare quella dignità che permette a un uomo di affrontare la vita con serenità; si è destinati ad dimenticare, e il proprio compito è lasciare tutto ciò che si è conosciuto completamente alle spalle. Nessuno ha occhi sulla nuca. Prosegui pure. Sul mio onore, credo che il modo migliore per camminare sia proprio quello di andarsene via.
H. Belloc.
INTRODUCTION BY HILAIRE BELLOC
SO LONG AS man does not bother about what he is or whence he came or whither he is going, the whole thing seems as simple as the verb “to be”; and you may say that the moment he does begin thinking about what he is (which is more than thinking that he is) and whence he came and whither he is going, he gets on to a lot of roads that lead nowhere, and that spread like the fingers of a hand or the sticks of a fan; so that if he pursues two or more of them he soon gets beyond his straddle, and if he pursues only one he gets farther and farther from the rest of all knowledge as he proceeds. You may say that and it will be true. But there is one kind of knowledge a man does get when he thinks about what he is, whence he came and whither he is going, which is this: that it is the only important question he can ask himself.
Now the moment a man begins asking himself those questions (and all men begin at some time or another if you give them rope enough) man finds himself a very puzzling fellow. There was a school — it can hardly be called a school of philosophy — and it is now as dead as mutton, but anyhow there was a school which explained the business in the very simple method known to the learned as tautology — that is, saying the same thing over and over again. For just as the woman in Molière was dumb because she was affected with the quality of dumbness, so man, according to this school, did all the extraordinary things he does do because he had developed in that way. They took in a lot of people while they were alive (I believe a few of the very old ones still survive), they took in nobody more than themselves; but they have not taken in any of the younger generation. We who come after these scientists continue to ask ourselves the old question, and if there is no finding of an answer to it, so much the worse; for asking it, every instinct of our nature tells us, is the proper curiosity of man.
Of the great many things which man does which he should not do or need not do, if he were wholly explained by the verb “to be,” you may count walking. Of course if you build up a long series of guesses as to the steps by which he learnt to walk, and call that an explanation, there is no more to be said. It is as though I were to ask you why Mr Smith went to Liverpool, and you were to answer by giving me a list of all the stations between Euston and Lime Street, in their exact order. At least that is what it would be like if your guesses were accurate, not only in their statement, but also in their proportion, and also in their order. It is millions to one that your guesses are nothing of the kind. But even granted by a miracle that you have got them all quite right (which is more than the wildest fanatic would grant to the dearest of his geologians) it tells me nothing.
What on earth persuaded the animal to go on like that? Or was it nothing on earth but something in heaven?
Just watch a man walking, if he is a proper man, and see the business of it: how he expresses his pride, or his determination, or his tenacity, or his curiosity, or perhaps his very purpose in his stride! Well, all that business of walking that you are looking at is a piece of extraordinarily skilful trick-acting, such that were the animal not known to do it you would swear he could never be trained to it by any process, however lengthy, or however minute, or however strict. This is what happens when a man walks: first of all he is in stable equilibrium, though the arc of stability is minute. If he stands with his feet well apart, his centre of gravity (which is about half way up him or a little more) may oscillate within an arc of about five degrees on either side of stability and tend to return to rest. But if it oscillates beyond that five degrees or so, the stability of his equilibrium is lost, and down he comes. Men have been known to sleep standing up without a support, especially on military service, which is the most fatiguing thing in the world; but it is extremely rare, and you may say of a man so standing, even with his feet well spread, that he is already doing a fine athletic feat.
But wait a moment: he desires to go, to proceed, to reach a distant point, and instead of going on all fours, where equilibrium would indeed be stable, what does he do? He deliberately lifts one of his supports off the ground, and sends his equilibrium to the devil; at the same time he leans a little forward so as to make himself fall towards the object he desires to attain. You do not know that he does this, but that is because you are a man and your ignorance of it is like the ignorance in which so many really healthy people stand to religion, or the ignorance of a child who thinks his family established for ever in comfort, wealth and security. What you really do, man, when you want to get to that distant place (and let this be a parable of all adventure and of all desire) is to take an enormous risk, the risk of coming down bang and breaking something: you lift one foot off the ground, and, as though that were not enough, you deliberately throw your centre of gravity forward so that you begin to fall.
That is the first act of the comedy.
The second act is that you check your fall by bringing the foot which you had swung into the air down upon the ground again.
That you would say was enough of a bout. Slide the other foot up, take a rest, get your breath again and glory in your feat. But not a bit of it! The moment you have got that loose foot of yours firm on the earth, you use the impetus of your first tumble to begin another one. You get your centre of gravity by the momentum of your going well forward of the foot that has found the ground, you lift the other foot without a care, you let it swing in the fashion of a pendulum, and you check your second fall in the same manner as you checked your first; and even after that second clever little success you do not bring your feet both firmly to the ground to recover yourself before the next venture: you go on with the business, get your centre of gravity forward of the foot that is now on the ground, swinging the other beyond it like a pendulum, stopping your third catastrophe, and so on; and you have come to do all this so that you think it the most natural thing in the world!
Introduzione di Hilaire Belloc
Finché l’uomo non si preoccupa di ciò che è, da dove viene e dove sta andando, tutto sembra semplice come il verbo “essere”; si potrebbe dire che nel momento in cui inizia a riflettere su ciò che è (il che significa molto di più che limitarsi a pensare di esistere), su da dove viene e dove sta andando, si imbatte in molte strade che non portano da nessuna parte, strade che si diramano come le dita di una mano o i raggi di un ventaglio; quindi, se ne segue più di una contemporaneamente, presto si perde nella confusione, mentre seguendone solo una finisce per allontanarsi sempre di più dal resto della conoscenza. Si può dire così, e sarà vero. Tuttavia, c’è un tipo di conoscenza che l’uomo effettivamente acquisisce riflettendo su ciò che è, da dove viene e dove sta andando: si tratta della consapevolezza che questa è l’unica domanda davvero importante che possa porsi.
Non appena un uomo inizia a porsi queste domande (e tutti gli uomini, prima o poi, se ne danno la possibilità), si ritrova di fronte a qualcosa di davvero enigmatico. C’era una scuola di pensiero – difficilmente si può definirla una vera e propria scuola di filosofia – che spiegava tutto in modo estremamente semplice, utilizzando quella che gli studiosi chiamano “tautologia”, cioè ripetendo sempre la stessa cosa. Proprio come la donna in Molière era muta perché possedeva quella caratteristica fisica, così, secondo questa scuola di pensiero, l’uomo compiva tutte le cose straordinarie che compie semplicemente perché si era sviluppato in quel modo. Quella scuola attirò molte persone durante la sua esistenza (credo che alcuni dei suoi membri più anziani sopravvivano ancora oggi), ma non ne accettò mai nessuno nuovo; inoltre, non influenzò affatto le generazioni più giovani. Noi, che veniamo dopo questi “scienziati”, continuiamo a porgerci quelle stesse domande. E se non troviamo risposte, tanto peggio: perché chiederle, secondo ogni istinto della nostra natura, è proprio l’atto di curiosità tipico dell’uomo.
Tra le molte cose che l’uomo fa e che non dovrebbe fare, o per cui non ha bisogno di farle, se tutto ciò potesse essere spiegato esclusivamente dal verbo “essere”, allora camminare rientrerebbe senz’altro in questa categoria. Certo, se si costruisce una lunga serie di ipotesi riguardo ai passaggi attraverso cui l’uomo ha imparato a camminare e si definisce questa una spiegazione, allora non c’è più nulla da aggiungere. È come se vi chiedessi perché il signor Smith sia andato a Liverpool, e voi rispondeste elencando tutte le stazioni tra Euston e Lime Street, nell’ordine esatto. Almeno questo sarebbe il caso se le vostre ipotesi fossero accurate non solo nel contenuto, ma anche nella proporzione e nell’ordine. Ma è improbabile che ciò accada. Anche ammettendo, per miracolo, che abbiate indovinato tutto correttamente (il che è più di quanto il fanatico più sfrenato concederebbe al proprio geologo preferito), questo non mi direbbe comunque nulla.
Che cosa, in nome del cielo, ha convinto quell’animale a comportarsi in quel modo? O forse non era affatto una questione terrena, ma qualcosa che proveniva dal cielo?
Basta osservare un uomo che cammina: se è davvero un uomo normale, si noterà come esprima il proprio orgoglio, la propria determinazione, tenacia, curiosità, o forse persino lo scopo specifico che ha nella propria andatura! Beh, tutto questo processo di camminata rappresenta in realtà un’arte straordinariamente abile e raffinata; se tale comportamento non fosse tipico degli esseri umani, si potrebbe giurare che nessun metodo, per quanto lungo, meticoloso o rigoroso, sarebbe in grado di insegnarlo a un animale. Quando un uomo cammina, innanzitutto si trova in uno stato di equilibrio stabile, anche se l’arco di questa stabilità è molto ristretto. Se sta in piedi con i piedi ben divaricati, il suo centro di gravità (che si trova più o meno a metà del corpo) può oscillare entro un arco di circa cinque gradi da entrambi i lati dell’equilibrio e tende poi a tornare nella posizione originale. Tuttavia, se queste oscillazioni superano i cinque gradi, l’equilibrio viene perso e l’uomo cade. È noto che alcune persone riescano a dormire in piedi senza alcun sostegno, soprattutto durante il servizio militare, che è senz’altro la cosa più estenuante al mondo. Ma questo fenomeno è estremamente raro; si potrebbe dire che un uomo che dorme in piedi, anche con i piedi ben divaricati, stia compiendo davvero un notevole atto atletico.
Ma aspettate un momento: lui desidera andare avanti, raggiungere un punto lontano, e invece di muoversi carponi, dove l’equilibrio sarebbe davvero stabile, cosa fa? Solleva deliberatamente uno dei propri punti di appoggio dal suolo, mandando il proprio equilibrio al diavolo; allo stesso tempo si piega leggermente in avanti, facendosi così cadere verso l’oggetto che desidera raggiungere. Voi non sapete che fa questo, ma è perché siete uomini, e la vostra ignoranza su questo argomento è simile all’ignoranza di molte persone davvero sane riguardo alla religione, o all’ignoranza di un bambino che crede che la sua famiglia sia stabilita per sempre nel comfort, nella ricchezza e nella sicurezza. Quello che realmente fate, uomini, quando volete raggiungere quel luogo lontano (e lasciate che questa sia una parabola di ogni avventura e di ogni desiderio), è correre un enorme rischio: il rischio di cadere e rompere qualcosa. Sollevate uno dei piedi dal suolo, e, come se questo non fosse sufficiente, gettate deliberatamente il vostro baricentro in avanti, facendovi così cadere.
Quello è il primo atto della commedia.
Il secondo passo consiste nel verificare l’effetto del tuo movimento, riportando a terra il piede che avevi sollevato in aria.
Pensare che bastasse così. Muovi l’altra gamba verso l’alto, riposati un attimo, riprendi fiato e goditi il tuo successo. Ma niente affatto! Non appena hai fissata bene a terra quella gamba libera, utilizzi l’impeto della prima caduta per iniziare un’altra. Utilizzando il movimento in avanti della gamba che ha toccato terra, riesci a stabilizzare il tuo baricentro; sollevi l’altra gamba senza preoccupazioni, la lasci oscillare come un pendolo e controlli anche questa seconda caduta nello stesso modo della prima. E anche dopo questo secondo “piccolo successo”, non fermi entrambe le gambe a terra per riprenderti prima di tentare ancora: continui il tuo gioco, sposti il baricentro ancora più avanti rispetto alla gamba che è a terra, fai oscillare l’altra come un pendolo, eviti la terza caduta. E tutto questo lo fai perché pensi che sia la cosa più naturale del mondo!
Not only do you manage to do it but you can do it in a thousand ways, as a really clever acrobat will astonish his audience not only by walking on the tight-rope but by eating his dinner on it. You can walk quickly or slowly, or look over your shoulder as you walk, or shoot fairly accurately as you walk; you can saunter, you can force your pace, you can turn which way you will. You certainly did not teach yourself to accomplish this marvel, nor did your nurse. There was a spirit within you that taught you and that brought you out; and as it is with walking, so it is with speech, and so at last with humour and with irony, and with affection, and with the sense of colour and of form, and even with honour, and at last with prayer.
By all this you may see that man is very remarkable, and this should make you humble, not proud; for you have been designed in spite of yourself for some astonishing fate, of which these mortal extravagances so accurately seized and so well moulded to your being are but the symbols.
Walking, like talking (which rhymes with it, I am glad to say), being so natural a thing to man, so varied and so unthought about, is necessarily not only among his chief occupations but among his most entertaining subjects of commonplace and of exercise.
Thus to walk without an object is an intense burden, as it is to talk without an object. To walk because it is good for you warps the soul, just as it warps the soul for a man to talk for hire or because he thinks it his duty. On the other hand, walking with an object brings out all that there is in a man, just as talking with an object does. And those who understand the human body, when they confine themselves to what they know and are therefore legitimately interesting, tell us this very interesting thing which experience proves to be true: that walking of every form of exercise is the most general and the most complete, and that while a man may be endangered by riding a horse or by running or swimming, or while a man may easily exaggerate any violent movement, walking will always be to his benefit — that is, of course, so long as he does not warp his soul by the detestable habit of walking for no object but exercise. For it has been so arranged that the moment we begin any minor and terrestrial thing as an object in itself, or with merely the furtherance of some other material thing, we hurt the inward part of us that governs all. But walk for glory or for adventure, or to see new sights, or to pay a bill or to escape the same, and you will very soon find how consonant is walking with your whole being. The chief proof of this (and how many men have tried it, and in how many books does not that truth shine out!) is the way in which a man walking becomes the cousin or the brother of everything round.
If you will look back upon your life and consider what landscapes remain fixed in your memory, some perhaps you will discover to have struck you at the end of long rides or after you have been driven for hours, dragged by an animal or a machine. But much the most of these visions have come to you when you were performing that little miracle with a description of which I began this: and what is more, the visions that you get when you are walking, merge pleasantly into each other. Some are greater, some lesser, and they make a continuous whole. The great moments are led up to and are fittingly framed.
There is no time or weather, in England at least, in which a man walking does not feel this cousinship with everything round. There are weathers that are intolerable if you are doing anything else but walking: if you are crouching still against a storm or if you are driving against it; or if you are riding in extreme cold; or if you are running too quickly in extreme heat; but it is not so with walking. You may walk by night or by day, in summer or in winter, in fair weather or in foul, in calm or in a gale, and in every case you are doing something native to yourself and going the best way you could go. All men have felt this.
Walking, also from this same natural quality which it has, introduces particular sights to you in their right proportion. A man gets into his motor car, or more likely into somebody else’s, and covers a great many miles in a very few hours. And what remains to him at the end of it, when he looks closely into the pictures of his mind, is a curious and unsatisfactory thing: there are patches of blurred nothingness like an uneasy sleep, one or two intense pieces of impression, disconnected, violently vivid and mad, a red cloak, a shining streak of water, and more particularly a point of danger. In all that ribbon of sights, each either much too lightly or much too heavily impressed, he is lucky if there is one great view which for one moment he seized and retained from a height as he whirled along. The whole record is like a bit of dry point that has been done by a hand not sure of itself upon a plate that trembled, now jagged chiselling bit into the metal; now blurred or hardly impressed it at all: only in some rare moment of self-possession or of comparative repose did the hand do what it willed and transfer its power.
You may say that riding upon a horse one has a better chance. That is true, but after all one is busy riding. Look back upon the very many times that you have ridden, and though you will remember many things you will not remember them in that calm and perfect order in which they presented themselves to you when you were afoot. As for a man running, if it be for any distance the effort is so unnatural as to concentrate upon himself all a man’s powers, and he is almost blind to exterior things. Men at the end of such efforts are actually and physically blind; they fall helpless.
Then there is the way of looking at the world which rich men imagine they can purchase with money when they build a great house looking over some view — but it is not in the same street with walking! You see the sight nine times out of ten when you are ill attuned to it, when your blood is slow and unmoved, and when the machine is not going. When you are walking the machine is always going, and every sense in you is doing what it should with the right emphasis and in due discipline to make a perfect record of all that is about.
Non solo ci riesci, ma puoi farlo in mille modi diversi: un vero e proprio acrobata sorprende il pubblico non solo camminando sulla fune tesa, ma anche mangiando sopra di essa. Puoi camminare velocemente o lentamente, guardarti indietro mentre cammini, o sparare abbastanza accuratamente mentre procedi; puoi passeggiare con disinvoltura, accelerare il passo, girare nella direzione che preferisci. Di certo non sei stato tu a imparare tutto questo da solo, né tua madre. C’era uno spirito dentro di te che ti ha insegnato e ti ha guidato; e così come avviene per camminare, lo stesso vale per parlare, per l’umorismo, l’ironia, l’affetto, la percezione dei colori e delle forme. E anche per l’onore, e infine per la preghiera.
Da tutto ciò si può vedere che l’uomo è davvero straordinario, e questo dovrebbe rendervi umili, non orgogliosi; perché siete stati creati, contro la vostra volontà, per un destino sorprendente, di cui queste esagerazioni mortali rappresentano soltanto i simboli.
Camminare, proprio come parlare – e sono felice di poter dire che queste due attività rimažiono tra loro – è qualcosa di così naturale per l’uomo, così vario e quasi mai preso in considerazione, da rappresentare inevitabilmente non solo una delle sue principali occupazioni, ma anche uno dei soggetti più piacevoli su cui riflettere nella vita quotidiana.
Perciò camminare senza uno scopo specifico rappresenta un peso intenso, proprio come parlare senza uno scopo. Camminare soltanto perché è utile distorce l’anima, così come farlo per denaro o perché si ritiene sia un dovere. D’altra parte, camminare con uno scopo specifico permette di esprimere appieno ciò che c’è in una persona, proprio come parlare allo stesso modo. Coloro che comprendono il funzionamento del corpo umano, limitandosi a ciò che sanno e quindi interessandosi in modo legittimo, ci dicono qualcosa di estremamente importante: che qualsiasi forma di esercizio fisico è la più completa e la più efficace. Anche se cavalcare un cavallo, correre o nuotare possono comportare rischi, oppure se si può esagerare con movimenti violenti, camminare sarà sempre vantaggioso – ovviamente, a condizione che non si distorca l’anima con l’abitudine detestabile di camminare soltanto per fare esercizio. È infatti così che è stato disposto: non appena iniziamo a fare qualsiasi attività, anche la più banale, con lo scopo di raggiungere un altro obiettivo materiale, danneggiamo quella parte interiore di noi stessi che governa tutto il nostro essere. Ma camminare per gloria, per avventura, per ammirare nuovi paesaggi, o semplicemente per soddisfare un bisogno quotidiano, ci farà presto rendere conto di quanto questo atto sia in armonia con la nostra intera essenza. La prova principale di ciò (e quante persone l’hanno sperimentato, e in quanti libri questa verità non viene evidenziata!) è il modo in cui una persona che cammina diventa, in qualche modo, “cugino” o “fratello” di tutto ciò che la circonda.
Se ripenserete alla vostra vita e considererete quali paesaggi rimangono fissi nella vostra memoria, forse scoprirete che alcuni di essi vi sono rimasti impressi alla fine di lunghe escursioni o dopo ore di viaggio, trascinati da un animale o da una macchina. Ma la maggior parte di queste immagini vi è venuta in mente quando stavate compiendo quel “piccolo miracolo” di cui ho parlato all’inizio: e cosa ancora più importante, le visioni che emergono mentre camminate si fondono piacevolmente tra loro. Alcune sono più intense, altre meno, ma insieme formano un tutto armonioso. I momenti più significativi vengono gradualmente preparati e inseriti nel contesto appropriato.
Non esiste alcun momento o condizione meteorologica, almeno in Inghilterra, in cui un uomo che cammina non percepisca questa sorta di “cuginanza” con tutto ciò che lo circonda. Ci sono condizioni meteorologiche insopportabili se si fa qualcos’altro invece di camminare: se ci si accovaccia immobili sotto una tempesta, se si guida contro di essa, se si viaggia nel freddo estremo o se si corre troppo velocemente nel caldo intenso; ma non è così quando si cammina. Si può camminare di notte o di giorno, in estate o in inverno, con il bel tempo o con il cattivo tempo, in condizioni calme o tempestose. In ogni caso, si sta facendo qualcosa che è naturale per noi e si sta seguendo il modo migliore possibile per procedere. Tutti gli uomini hanno provato questa sensazione.
Camminare, proprio grazie a questa stessa qualità naturale che possiede, ti fa incontrare particolari scenari nella loro giusta proporzione. Un uomo sale nella sua auto, o più probabilmente in quella di un altro, e percorre molte miglia in poche ore. E ciò che gli rimane, alla fine, quando osserva attentamente le immagini nella sua mente, è qualcosa di curioso e insoddisfacente: ci sono frammenti di “niente” sfocati, come un sonno agitato; uno o due momenti intensi di impressione, disconnessi tra loro, violentemente vividi. Un mantello rosso, una striscia luminosa d’acqua. E soprattutto, un punto di pericolo. In tutta questa sequenza di immagini, ciascuna impressa in modo troppo debole o troppo forte, è fortunato se riesce a cogliere, anche solo per un istante, una vista davvero significativa mentre viaggia velocemente. L’intero ricordo, insomma, assomiglia a un disegno realizzato con tecniche di incisione su metallo da una mano incerta e su una superficie che tremava: a volte i contorni sono netti, altre volte sfocati o quasi del tutto invisibili. Solo in rari momenti di calma e concentrazione quella mano riesce davvero a trasferire ciò che vuole sulla carta.
Si potrebbe dire che cavalcare a cavallo offra maggiori possibilità di successo. È vero, ma in fondo si è sempre impegnati nella cavalcata stessa. Ripensate a tutte le volte in cui avete cavalcato: anche se ricorderete molte cose, non le ricorderete nell’ordine tranquillo e perfetto in cui vi sono presentate quando eravate a piedi. Per quanto riguarda un uomo che corre, per qualsiasi distanza, lo sforzo è così estremo da concentrare tutte le sue energie su se stesso, rendendolo quasi cieco rispetto alle cose esterne. Alla fine di tali sforzi, un uomo diventa davvero e fisicamente cieco, cade, impotente.
C’è poi quel modo di vedere il mondo che i ricchi pensano di poter acquistare con i soldi, quando costruiscono una grande casa con vista su un bel paesaggio. Ma quella vista non fa parte della vita quotidiana, del camminare! La si vede soltanto nove volte su dieci quando non si è in sintonia con essa, quando il sangue scorre lentamente e senza energia, quando il “meccanismo” interno del corpo non funziona correttamente. Mentre si cammina, invece, quel “meccanismo” è sempre attivo; ogni senso del nostro corpo svolge il proprio compito nel modo giusto, con la giusta intensità e disciplina, per registrare perfettamente tutto ciò che ci circonda.
Consider how a man walking approaches a little town; he sees it a long way off upon a hill; he sees its unity, he has time to think about it a great deal. Next it is hidden from him by a wood, or it is screened by a roll of land. He tops this and sees the little town again, now much nearer, and he thinks more particularly of its houses, of the way in which they stand, and of what has passed in them. The sky, especially if it has large white clouds in it and is for the rest sunlit and blue, makes something against which he can see the little town, and gives it life. Then he is at the outskirts, and he does not suddenly occupy it with a clamour or a rush, nor does he merely contemplate it, like a man from a window, unmoving. He enters in. He passes, healthily wearied, human doors and signs; he can note all the names of the people and the trade at which they work; he has time to see their faces. The square broadens before him, or the market-place, and so very naturally and rightly he comes to his inn, and he has fulfilled one of the great ends of man.
Lord, how tempted one is here to make a list of those monsters who are the enemies of inns!
There is your monster who thinks of it as a place to which a man does not walk but into which he slinks to drink; and there is your monster who thinks of it as a place to be reached in a railway train and there to put on fine clothes for dinner and to be waited upon by Germans. There is your more amiable monster, who says: “I hear there is a good inn at Little Studley or Bampton Major. Let us go there.” He waits until he has begun to be hungry, and he shoots there in an enormous automobile. There is your still more amiable monster, who in a hippo-mobile hippogriffically tools into a town and throws the ribbons to the person in gaiters with a straw in his mouth, and feels (oh, men, my brothers) that he is doing something like someone in a book. All these men, whether they frankly hate or whether they pretend to love, are the enemies of inns, and the enemies of inns are accursed before their Creator and their kind.
There are some things which are a consolation for Eden and which clearly prove to the heavily-burdened race of Adam that it has retained a memory of diviner things. We have all of us done evil. We have permitted the modern cities to grow up, and we have told such lies that now we are accursed with newspapers. And we have so loved wealth that we are all in debt, and that the poor are a burden to us and the rich are an offence. But we ought to keep up our hearts and not to despair, because we can still all of us pray when there is an absolute necessity to do so, and we have wormed out the way of building up that splendid thing which all over Christendom men know under many names and which is called in England an INN.
I have sometimes wondered when I sat in one of these places, remaking my soul, whether the inn would perish out of Europe. I am convinced the terror was but the terror which we always feel for whatever is exceedingly beloved.
There is an inn in the town of Piacenza into which I once walked while I was still full of immortality, and there I found such good companions and so much marble, rooms so large and empty and so old, and cooking so excellent, that I made certain it would survive even that immortality which, I say, was all around. But no! I came there eight years later, having by that time heard the noise of the Subterranean River and being well conscious of mortality. I came to it as to a friend, and the beastly thing had changed! In place of the grand stone doors there was a sort of twirlygig like the things that let you in to the Zoo, where you pay a shilling, and inside there were decorations made up of meaningless curves like those with which the demons have punished the city of Berlin; the salt at the table was artificial and largely made of chalk, and the faces of the host and hostess were no longer kind.
I very well remember another inn which was native to the Chiltern Hills. This place had bow windows, which were divided into medium-sized panes, each of the panes a little rounded; and these window-panes were made of that sort of glass which I will adore until I die, and which has the property of distorting exterior objects: of such glass the windows of schoolrooms and of nurseries used to be made. I came to that place after many years by accident, and I found that Orcus, which has devoured all lovely things, had devoured this too. The inn was called “an Hotel,” its front was rebuilt, the window’s had only two panes, each quite enormous and flat, one above and one below, and the glass was that sort of thick, transparent glass through which it is no use to look, for you might as well be looking through air. All the faces were strange except that of one old servant in the stable-yard. I asked him if he regretted the old front, and he said “Lord, no!” Then he told me in great detail how kind the brewers had been to his master and how willingly they had rebuilt the whole place. These things reconcile one with the grave.
Well then, if walking, which has led me into this digression, prepares one for the inns where they are worthy, it has another character as great and as symbolic and as worthy of man. For remember that of the many ways of walking there is one way which is the greatest of all, and that is to walk away.
Put your hand before your eyes and remember, you that have walked, the places from which you have walked away, and the wilderness into which you manfully turned the steps of your abandonment.
There is a place above the Roman Wall beyond the River Tyne where one can do this thing. Behind one lies the hospitality and the human noise which have inhabited the town of the river valley for certainly two thousand years. Before one is the dead line of the road, and that complete emptiness of the moors as they rise up toward Cheviot on the one hand and Carter Fell upon the other. The earth is here altogether deserted and alone: you go out into it because it is your business to go: you are walking away. As for your memories, they are of no good to you except to lend you that dignity which can always support a memoried man; you are bound to forget, and it is your business to leave all that you have known altogether behind you, and no man has eyes at the back of his head — go forward. Upon my soul I think that the greatest way of walking, now I consider the matter, or now that I have stumbled upon it, is walking away.
H. Belloc.
Considera come un uomo che cammina si avvicini a una piccola città: la vede da lontano, su una collina; ne percepisce l’unità e ha il tempo di rifletterci a lungo. Poi essa viene nascosta da un bosco o da una fila di alberi. Superato questo ostacolo, la rivede molto più vicina; inizia allora ad osservare con maggiore attenzione le sue case, il modo in cui sono disposte e ciò che vi accade all’interno. Il cielo, soprattutto se è pieno di grandi nuvole bianche e nel resto luminoso e azzurro, fornisce un contesto che dà vita alla città. Quando arriva alle sue porte, non la invade improvvisamente con rumore o affollamento, né la osserva semplicemente da l’esterno, immobile come uno che guarda dalla finestra. Entra dentro: attraversa porte e vede cartelli che indicano le varie attività commerciali; nota i nomi delle persone e il loro mestiere; ha il tempo di osservare i loro volti. La piazza si apre davanti a lui. E così, in modo del tutto naturale e appropriato, arriva alla sua locanda, avendo realizzato uno dei grandi scopi della vita umana.
Signore, quanto si è tentati di fare un elenco di quei mostri che sono i nemici delle locande.
Ecco il vostro mostro che la considera un luogo dove un uomo non cammina, ma si intrufola per bere; ed ecco il vostro mostro che la vede come un posto raggiungibile con il treno ferroviario, dove indossare abiti eleganti per cena e farsi servire dai tedeschi. Ecco poi il vostro mostro ancora più affabile, che dice: “Ho sentito dire che ci sia una bella locanda a Little Studley o Bampton Major. Andiamo lì.” Aspetta fino a quando inizia ad avere fame, poi vi si reca con un’enorme automobile. E c’è anche il vostro mostro ancora più gentile, che arriva in città su un veicolo straordinario, getta nastri alla persona con i gambali e uno stuzzicadenti in bocca. E si sente (oh, uomini, miei fratelli) di stare facendo qualcosa simile a ciò descritto in un libro. Tutti questi uomini, che odiino sinceramente o fingano di amare le locande, sono nemici delle locande. E i nemici delle locande sono maledetti davanti al loro Creatore e ai loro simili.
Ci sono alcune cose che rappresentano un conforto per Eden e che dimostrano chiaramente alla razza di Adam, così gravemente oppressa, che ha ancora conservato il ricordo di cose divine. Tutti noi abbiamo commesso peccati: abbiamo permesso alle città moderne di crescere in modo incontrollato, abbiamo detto tante menzogne che ora siamo maledetti dai giornali; abbiamo amato così tanto la ricchezza che tutti siamo indebitati, e i poveri sono un peso per noi, mentre i ricchi rappresentano una fonte di offesa. Ma dobbiamo mantenere il coraggio e non disperare, perché possiamo ancora pregare quando ce n’è assoluta necessità; inoltre, abbiamo trovato il modo per costruire quella meravigliosa istituzione che, in tutto il Cristianesimo, è conosciuta con molti nomi diversi e che in Inghilterra viene chiamata “INN”.
A volte, quando mi siedo in uno di questi luoghi e rinnovo la mia anima, mi chiedo se queste locande spariranno dall’Europa. Sono convinto che quel terrore non fosse altro che il terrore che proviamo sempre per ciò che amiamo profondamente.
C’è una locanda nella città di Piacenza nella quale entrai una volta, quando ero ancora pieno di “immortalità”; lì trovai compagni così gentili, marmo in abbondanza, stanze così grandi, vuote e antiche, e cibo così delizioso che ne fui certo: quella locanda avrebbe sopravvissuto anche a quell’“immortalità” che, dico io, era ovunque intorno a me. Ma no! Ci tornai otto anni dopo, ormai consapevole della mia mortalità; la locanda, però, era cambiata completamente. Al posto delle grandi porte di pietra c’erano porte metalliche complicatissime, simili a quelle degli zoo, dove bisogna pagare per entrare; all’interno, le decorazioni erano costituite da curve senza senso, proprio come quelle con cui i demoni avevano distrutto la città di Berlino; il sale sul tavolo era artificiale, fatto in gran parte di gesso. E i volti del padrone e della padrona di casa non erano più gentili.
Ricordo molto bene un altro ostello che si trovava nelle Chiltern Hills. Quel posto aveva finestre ad arco, divise in pannelli di dimensioni medie, ognuno leggermente arrotondato; questi pannelli erano fatti di quel tipo di vetro che amerò per tutta la vita, poiché ha la proprietà di distorcere gli oggetti esterni. Le finestre delle aule scolastiche e dei nidi d’infanzia erano fatte proprio con quel tipo di vetro. Dopo molti anni, capitai per caso in quel posto e scoprii che anche quello era stato distrutto da “Orcus”, il demone che ha divorato tutte le cose belle. L’ostello si chiamava “un Hotel”; la facciata era stata ricostruita, le finestre ora avevano solo due pannelli, entrambi enormi e piatti; il vetro era di quel tipo spesso e trasparente. Ma guardare attraverso di esso non serviva a nulla: era come se si guardasse attraverso l’aria. Tutti i volti presenti erano strani, tranne quello di un vecchio servitore nel cortile delle stalle. Gli chiesi se rimpiangesse la vecchia facciata, e lui rispose: “Signore, no!” Poi mi raccontò in dettaglio quanto fossero stati gentili i birrifici con suo padrone e quanto fossero stati felici di ricostruire tutto il posto. Queste cose aiutano davvero a prendere le cose con filosofia.
Beh, allora, se camminare – che mi ha portato a questa digressione – prepara una persona alle locande che sono davvero degne di essere visitate, esso possiede anche un altro significato altrettanto grande, simbolico e degno dell’uomo. Perché ricordiamo che, tra i molti modi di camminare, c’è uno che è il più grande di tutti: ed è quello di allontanarsi.
Metti una mano davanti ai tuoi occhi e ricorda: i luoghi da cui sei partito, la landa desolata verso cui hai coraggiosamente indirizzato i passi della tua abbandono.
C’è un luogo al di sopra della Muraglia Romana, oltre il fiume Tyne, dove si può fare questa cosa. Dietro di sé si ha l’ospitalità e il rumore umano che hanno popolato questa città nella valle del fiume da certamente duemila anni. Davanti a sé c’è la linea di confine della strada, e quell’assoluta desolazione dei campi aperti che si estendono verso i monti Cheviot da un lato e Carter Fell dall’altro. La terra qui è completamente deserta e solitaria: ci si avventura in essa perché è proprio il proprio compito farlo; si continua semplicemente a camminare via. Per quanto riguarda i ricordi, non servono a nulla se non a donare quella dignità che permette a un uomo di affrontare la vita con serenità; si è destinati ad dimenticare, e il proprio compito è lasciare tutto ciò che si è conosciuto completamente alle spalle. Nessuno ha occhi sulla nuca. Prosegui pure. Sul mio onore, credo che il modo migliore per camminare sia proprio quello di andarsene via.
H. Belloc.