Indice
Dedica
ODE DEDICATA.
Prefazione
I. Introducitive
II. Lambkin’s Newdigate
III. Alcune osservazioni sullo stile prosastico di Lambkin
IV. Saggio di Lambkin sul “successo”
V. Lambkin sul sonno
VI. I consigli di Lambkin ai nuovi studenti
VII. La lezione di Lambkin sul “diritto”
VIII. La corrispondenza speciale di Lambkin
IX. L’allocuzione di Lambkin alla Lega del Progresso
Il leader di Lambkin
XI. I commenti di Lambkin sulla fine del semestre
XII. L’articolo di Lambkin sul angolo nord-occidentale della pavimentazione in mosaico della villa romana di Bignor
XIII. Il sermone di Lambkin.
XIV. La lettera aperta di Lambkin ai chierici
XV. La lettera di Lambkin a un amico francese
XVI. Intervista con il signor Lambkin.
Note finali.
Prima edizione
Dedica
TO
Il Club Repubblicano
Titolo:
Sono deciso.
to
Dedicato
Questo libro
E nulla mi fermerà
Il mio scopo.
ODE DEDICATA.
Scrivere con tutta la mia forza
In declino da tempo…
Una ballata di enorme lunghezza…
Alcune parti di cui sarà necessario fornire spiegazioni.1
Perché (a differenza della maggior parte degli uomini)
Chi scrive per la fama e per gli scopi pubblici…
Una penna sciolta e fluida
Di miei amici intimi
Per nessuno, nel nostro lungo declino…
Così polveroso, malvagio e diviso…
Avevo amici così piacevoli come i miei…
O li amava almeno la metà di quanto li amassi io.
Il matricolato si avvia lentamente lungo il viale principale
Folle d’amore per tutto ciò che vede
Nota il cielo sereno di ottobre…
Assapora con piacere la fresca brezza occidentale.
“Può essere davvero Oxford? Questo è il posto, ”
“Di cui mio padre disse…”
L’insegnamento privato era una vera e propria vergogna.
Un credo che non è altro che una mascherata, pieno di vuote parole e privo di vita reale?
Può essere proprio qui che zio Paul…
Guidato da un eccessivo cupore…
“To drink and debt, e infine…”
Fumare oppio nella sua stanza?
“È da qui che vengono le persone?”
Chi parla così ad alta voce e rotea gli occhi…
E balbettare? Che cosa estremamente strana!
Che curioso! Che grande sorpresa.
“Un influsso di tempi più nobili”
Più di quelli di loro… intendo, più di quelli dello zio Paul.
Ha risvegliato il sonno della loro decadenza
E i loro antichi muri furono adornati di luce.
“O, cari e intrepidi ragazzi di un tempo…”
Che i vostri nomi fossero incisi qui…
Per tutto il mondo, in francobolli d’oro…
Per poterli leggere e rispettarli.
Chi lo creò e me lo tramandò
Questo Oxford dell’ampio mondo.
Ridendo, pieni di fede e liberi.
“Con la gioventù che splende ovunque.”
“Allora impara: tu, ignorante e cieco…”
Uomo giovane, inesperto e ignorante…
I loro nomi privati erano… 3
Il loro club si chiamava “Republican”.
Dove giacciono sulle loro rive di luce
Le felici colline del Cielo tra loro
Gli dèi che dominano il cielo del mattino
Non sono più giovani, né più sereni
“Il coraggio dei quattro indomabili che rimangono…”
Il primo che osò realizzare il proprio sogno
E in questa terra sgradevole…
Per fondare l’Abbazia di Telemo.
Abbiamo mantenuto il piano rabelaesco:4
I delicati chiostri ricevettero la nostra dignità
Con la legge naturale e i diritti dell’uomo
Canzoni, stoicismo, vino e ostriche.
La biblioteca era davvero accogliente…
I libri sugli scaffali affollati
Titolo: Erano principalmente scritti privati nostri.
Abbiamo mantenuto una scuola e ci siamo insegnati da soli.
Insegnammo l’arte di scrivere
Uomini che ancora vorremmo soffocare…
E dove trovare il sangue dei re
Solo mezzo scellino a bottiglia.
Eheu, fugaci, postumi!
Un vecchio detto ormai obsoleto
Il mio mantello di sogni è stato rubato.
La mia giovinezza sta passando lungo la strada.
La ricchezza della giovinezza… l’abbiamo spesa bene.
E in modo dignitoso, come pochi riescono a fare.
È andato perduto? Non lo so…
E inoltre, dubito che tu sia in grado di farlo.
La domanda è davvero troppo vaga.
E troppo profondo… e troppo vuoto.
Titolo:
E gli uomini eruditi da entrambe le parti
Usare argomenti che non riesco a comprendere.
Dicono che in quel luogo immutabile…
Ovunque ciò che amiamo rimane sempre caro
Ci incontriamo faccia a faccia al mattino…
E finalmente arriviamo al nostro ventesimo anno.
Dicono… e sono felice che lo dicano.
È così; e potrebbe anche essere così.
Potrebbe essere proprio il contrario
Non posso dirlo con certezza… Ma una cosa so:
Dalle case tranquille e dai primi inizi…
Verso le estremità ancora inesplorate
“Niente vale la fatica e il sacrificio necessari per vincere.”
Ma c’è la risata e l’amore degli amici.
Ma qualcosa si assottiglia… oh, miei compagni!
Qualcosa inganna il cuore e poi passa…
E Tom… che voleva scuotere via gli anni.
È diventato soltanto un rumore prodotto dallo sbattere di bicchieri.
E Lui, il Pastore del Gregge
“Tenere i birmanesi sotto controllo”…
Un esiliato su una roccia desolata
Quello si affaccia sul confine cinese.
E uno… anch’io, intendo dire.
Ah! — riuscirà la posterità a crederci?
Non solo non meritano il successo…
Ma non è riuscito a realizzarlo.
Non nemmeno questa strana città
Ha mai reso un’amicizia più solida?
Ma… uno è sposato, un altro se n’è andato…
Uno è un Don, e l’altro si trova in Birmania.
E oh… quei giorni, quei giorni…
Quando tutti e quattro se ne andarono insieme:
L’infinita profondità della nebbia estiva
Il fragoroso orgoglio del clima autunnale!
Non proverò più ad arrivare lì.
Non salperò da solo.
Ancorare una barca priva di uomini
Nei piccoli moli di pietra di Yarnton.
Ma mi siederò accanto al fuoco.
E mi porto la mano davanti agli occhi
E seguire, per soddisfare il desiderio del mio cuore…
L’ultima delle nostre “Odissee”.
La tranquilla serata le permise di mantenere il loro appuntamento…
Sotto un cielo aperto viaggiavamo.
E mescolato con una nebbia vagante
Lungo il perfetto fiume Evenlode.
Titolo:
La tenera Evenlode che…
Le sue praterie tacciono per ascoltare quel suono
Delle acque che si mescolano nelle frenate
E lega il mio cuore alla terra inglese.
Un bel fiume, tutto solo…
Rimane tra le colline… e tiene stretto qualcosa
Cento piccole città di pietra
Dimenticato nelle lande occidentali.
Osso di dubio (sebbene ci siano forze più malvagie)
“Dominate i nostri troni… e anche le menti più semplici.”
Bevono vini peggiori dei nostri.
“In quello che non è più Austerlitz”
“Quello sicuramente è uno spettro terribile…”
Il temerario, il presuntuoso…
Ancora canta per un brindisi immortale.
Le avventure disastrose del mugnaio.
I vasti mari sono appena separati…
Per coloro che sono così presi da tale convinzione…
Eravamo? Allora, per Dio, siamo ancora…
Ordine! Chiamo il club alla riunione!
Tu conservi ancora quella canzone che abbiamo scelto insieme
E come si alza, inciampa e osserva intorno?
Conservi ancora quel ricordo sacro
Repubblicani? Repubblicani?
Come venivano scagliate quelle parole…
Per sfuggire al peggio della sfortuna?
Un brindisi per il mondo intero
Bevilo, signori: il Club.
Prefazione
La preparazione delle pagine che seguono è stata un lavoro fatto con amore e mi ha costato molte ore di ansia. “Nella scrittura dei libri”, dice il sapiente Salmista (o più probabilmente uno scriba sirio-caldeo del III secolo), “non c’è fine”; ed effettivamente è un pensiero molto solenne rendersi conto che così tanti scrittori sostengono la vita di molti editori, questi a loro volta mantengono in funzione numerosi giornali, recensioni e riviste, e queste ultime forniscono lavoro a un vasto numero di redattori, critici e altro ancora. È davvero un pensiero molto solenne che una così grande quantità di persone si dedichi a un’attività del genere; un’attività che, se utilizzata correttamente, potrebbe essere di immenso beneficio all’umanità, ma che purtroppo spesso viene deviata verso scopi inutili o addirittura dannosi. Potrei scrivere a lungo su questi argomenti, ma è necessario concludere questa riflessione.
Alla fine di un antico poema arabo – probabilmente l’opera letteraria più antica al mondo ancora esistente – si trova, nascosta tra i suoi numerosi tesori, questa frase: “Oh! Se solo il mio nemico avesse scritto un libro!” Questo desiderio di letteratura, del tutto comprensibile in un popolo primitivo, e quel desiderio quasi selvaggio che il lavoro dello scrivere fosse affidato a un nemico catturato in battaglia, nel corso del lungo processo dello sviluppo storico sono stati sostituiti da uno spirito molto diverso. Oggi, se mai, esiste un’eccessiva abbondanza di letteratura; quindi è necessario trovare una giustificazione per l’esistenza di opere del genere. Inoltre, tale opera non sarebbe mai stata pubblicata se non si fosse pensato che i numerosi amici di Lambkin ne avrebbero garantito la vendita.
Animaxandro, Re dei Milesi, quando l’Inviato di Atarxessus gli chiese quale fosse, a suo parere, la cosa più estenuante al mondo, rispose tagliando la testa allo stesso messaggero, offendendo così i sentimenti religiosi di un’epoca in cui ospiti e araldi erano considerati sacri, poiché sotto la protezione speciale di Ζεύς (pronunciato “Tsephs”).
Avvertito dal terribile destino di quel monarca sacrilego, metterò fine a queste prime parole. Il mio libro deve essere il proprio prefazione; vorrei che l’opera potesse anche essere il proprio editore, il proprio libraio e il proprio recensore.
Mi resta solo il compito di ringraziare tutti coloro che mi hanno aiutato nel mio lavoro, prestandomi lettere, frammenti di manoscritti, ritratti e pezzi di abbigliamento: insomma, tutto ciò che potesse essere utile per illustrare la carriera di Lambkin. La mia gratitudine è particolarmente rivolta a Mr. Binder, che mi ha aiutato nella stesura del testo; a Mr. Cook, che si è preso la briga di revisionare le bozze; e a Mr. Wallingford, Q.C., che ha gentilmente acconsentito ad ricevere una copia anticipata del libro. Devo inoltre ringraziare il Vescovo di Bury per la sua cortese collaborazione e i suoi suggerimenti sempre pronti; non posso dimenticare nemmeno M. Hertz, che mi ha aiutato con le questioni legate alla lingua francese, e la cui diligenza e comportamento gentiluomo sono particolarmente apprezzabili.
Non posso concludere senza esprimere la mia gratitudine generale ai tipografi che hanno realizzato questo libro, alle agenzie che lo hanno distribuito e ai librai che l’hanno messo sugli scaffali; provo un profondo senso di riconoscenza verso un gran numero di persone, ed è una sensazione piacevole per uno che, nel corso di una carriera abbastanza di successo, ha dovuto dare (e ricevere) più di un “colpo duro”.
Il Capellano
Burford College
P.S. — Nel corso di questo lavoro ho consultato il “Liddell and Scott’s Larger Greek Lexicon”, il “Smith’s Dictionary of Antiquities”, il “Skeats’ Etymological Dictionary”, il “Le Dictionnaire Franco-Anglais, et Anglo-Français” di Boileau, i “Curtis’ English Synonyms”, il “Buffle on Punctuation” e molte altre fonti, le quali verranno menzionate nel testo.
I. Introducitive
Senza il minimo rimorso o pentimento, mi appresto a curare gli scarsi saggi, sermoni e discorsi inediti del mio caro amico scomparso, il signor Lambkin. Al contrario, provo la sensazione che il mio compito sia quello che risponde agli interessi più fondamentali di tutto il popolo inglese; man mano che il lavoro prendeva forma sotto le mie mani, ho avuto l’impressione di adempiere, con la dovuta umiltà, a un dovere nobile e importante. Ricordo che Lambkin stesso, in una delle ultime conversazioni che abbiamo avuto, disse con quella schiettezza che lo caratterizzava: “Il mondo non conosce i suoi più grandi uomini”. Questo commento profondo sugli affari umani fu, devo ammetterlo, scaturito da un errore presente sul Oxford Herald riguardante me: il mio nome era stato scritto male in una descrizione di un evento pubblico. Anche se ne fui profondamente offeso, ho preferito, per un sentimento che spero sia comune a tutti noi, non fare alcuna menzione a quell’insulto.
L’acuto occhio dell’amicizia e della simpatia, unito agli istinti di uno studioso e di un gentiluomo, percepì la mia irritazione; quella sera Lambkin pronunciò quelle parole memorabili che ho citato. Gli ringraziai calorosamente, ma se una lunga conoscenza gli aveva insegnato il mio carattere, allo stesso modo mi aveva fatto conoscere anche il suo. Conoscevo la reticenza e la modestia del mio collega, quella paura quasi morbosa che la vanità (un vizio che detestava) potesse essere attribuita a lui a causa dei doni eccezionali che non poteva ignorare o nascondere del tutto; e ero certo che le parole che aveva scelto per lenire il mio dolore riflettevano anche la sua stessa oscurità ingiustificata.
Il mondo non sa nulla dei suoi più grandi uomini! Josiah Lambkin. Da quei cipresseti dell’aldilà che ci circondano nelle silenziose serate invernali, quando nemmeno il silenzio stesso può dissolvere i nostri pensieri. Ma tutto si allinea a ciò che la natura stessa ci invita costantemente a ricordare. Il tuo nome sarà conosciuto ovunque si parli l’inglese e i suoi vari dialetti. La grande Madre Onnipotente mi ha reso lo strumento umile per compiere questa missione; eseguirò il mio dovere nel modo che tu stesso avresti desiderato. In uno stile che, perdendo tutta la retorica superflua, elimina anche metà del male. Continuerò dritto per la mia strada, senza deviare né a destra né a sinistra, seguendo soltanto il vecchio e coraggioso modo inglese. Fino a quando non avrò completato il mio compito.
Josiah Abraham Lambkin nacque il 19 gennaio 1843 a Bayswater da genitori benestanti e di buona educazione. Al momento della sua nascita, suo padre nutriva delle obiezioni riguardo alle grandi scuole pubbliche, motivazioni legate principalmente alle sue convinzioni religiose, che all’epoca erano in contrasto con i riti praticati da quelle istituzioni. Nonostante le vivaci proteste di sua madre (che aveva un legame di parentela remota, per parte materna, con la famiglia Crompton del Cheshire), il ragazzo trascorse i primi anni della sua vita sotto la guida competente di un insegnante nonconformista; in seguito frequentò l’accademia di Dr. Whortlebury a Highgate.
Dei suoi giorni di scuola parlava sempre con una certa amarezza. Sembra che abbia sofferto molto a causa dei bullismo; il preside, sebbene umano, era un uomo diretto e poco adatto a comprendere la natura delicata della situazione con cui doveva confrontarsi. Una volta, quel ragazzo nervoso e sensibile ritenne necessario descrivere al preside il trattamento subito da parte di un altro ragazzo più giovane, più piccolo, ma molto più forte; l’unica risposta del pedagogo fu frustare Lambkin con un leggero bastone, “infliggendogli”, come mi disse una volta, “un dolore così intenso che avrebbe rimasto per sempre nella sua memoria”. Senza dubbio, questo insegnante riteneva di stargli “formando il carattere”, ma tale obiettivo non si poteva raggiungere con metodi brutali. Siamo fortunati che queste punizioni siano ormai quasi scomparse dai nostri seminari moderni.
Quando Josiah aveva quindici anni, suo padre, essendo diventato molto ricco nel commercio, si trasferì a Eaton Square e acquistò una tenuta nel Surrey. La mente di quel mercante, sebbene rozza, era forte e acuta; inoltre, dopo lunghe e silenziose riflessioni su questioni religiose, egli divenne un fervente sostenitore di un sistema che in precedenza aveva disprezzato. Per questo motivo decise di mandare il ragazzo in una delle due grandi università; sebbene i cugini di secondo grado della signora Lambkin, i Crumpton, fossero tutti andati a Cambridge, alla fine fu scelta Oxford, poiché offriva maggiori opportunità sociali in quel periodo.
Ecco dunque il giovane Lambkin, all’età di diciannove anni, vestito con eleganza ma sobriamente, e pieno di entusiasmo per la nuova vita che lo aspetta. È entrato al Burford College il 15 ottobre 1861; una data che, per una curiosa coincidenza, corrisponde esattamente a trentasei anni, quattro mesi e due giorni dal momento in cui sto scrivendo queste righe.
Di tutta la sua carriera universitaria non c’è molto da dire. Chiamato dai suoi nemici “Il Burford Bounder” o “il sporco Lambkin”, riuscì comunque ad ottenere il rispetto di un piccolo ma selezionato gruppo di persone che lo chiamavano con il suo vero nome. Fu terzo classificato nel concorso per il premio Johnson in studi biblici, e senza dubbio avrebbe vinto (o sarebbe stato nominato) anche per il premio Newdigate, se non fosse stato messo di fronte a due uomini dotati di straordinari talenti poetici: l’attuale editore di “The Investor’s Sure Prophet” e il signor Hound, noto scrittore di argomenti legati alle “Statistiche alimentari”.
Nell’estate del 1864 ottenne un ottimo risultato nel corso di studi di Seconda Classe e fu immediatamente eletto per una borsa di studio presso il Burford College. All’epoca non si sapeva che suo padre fosse diventato fallito a causa del fatto che aveva prestato ingenti somme di denaro ad un giovane erede senza alcuna garanzia, fidandosi della certezza che quest’ultimo avrebbe onorato i suoi debiti per rispetto al proprio nome e alla propria reputazione. Nel corso di questo disastro finanziario, la piccola dotazione ricevuta da Josiah fu davvero una manna dal cielo; senza di essa, sarebbe stato costretto a lavorare per guadagnarsi da vivere.
Così come stavano le cose, i suoi strani poteri furono liberati per permettergli di pianificare la sua grande monografia sull’“Essere”, un’opera che, fino al giorno della sua morte, intendeva non solo scrivere ma anche pubblicare.
Naturalmente, non ci furono alcun incidente degno di nota nei trent’anni in cui ricoprì quella carica. Svolse semplicemente i propri doveri nel modo più corretto, prendendo occasionalmente studenti sotto la sua guida e, dopo l’intervento della Commissione Reale, tenne persino lezioni nell’aula del college. Nel ottobre 1872 fu nominato Vicedirettore, nel 1876 Vicesegretario e nel 1880 Segretario, incarico che mantenne per il resto della sua vita.
Nella sua veste di tale incarico, nessuna calunnia lo toccò mai; il suo carattere era irreprensibile. Non offrì mai né accettò compensazioni di alcun tipo, e nessuno ha mai insinuato che i suoi registri non fossero tenuti in modo accurato e rigoroso.
Non si permise mai di candidarsi apertamente alla carica di Decano del Collegio, ma è sorprendente che abbia ricevuto un voto in ciascuna delle tre elezioni tenutesi nei vent’anni della sua permanenza lì.
È morto serenamente poco dopo Hall, nella Notte di Gaudy dello scorso anno. Quando è stata annunciata la sua morte, un vecchio scout di novantadue anni, che aveva perso l’udito durante il suo servizio presso il College, scoppiò in lacrime e pregò che il nome venisse ripetuto più chiaramente, poiché non era riuscito a sentirlo. Dopo averlo sentito, asciugò gli occhi e disse di non aver mai conosciuto un maestro migliore.
Penso che il suo carattere risulti abbastanza evidente nelle opere che pubblicherò. Era uno di quei gentiluomini nati per natura: riservato, giusto e pieno di autostima. Odiava le discussioni e faceva di tutto per evitare anche solo di scatenarne una. D’altra parte, era estremamente determinato a difendere i propri diritti legittimi, sebbene fosse generoso con i poveri meritevoli; lasciò in eredità una fortuna di trentacinquemila sterline.
Nei difficili problemi che derivano dal rango superiore dei soggetti subordinati, dimostrò sempre grande tatto e giudizio. Non è sempre facile per un tutore controllare e guidare i membri più giovani dell’aristocrazia senza essere accusato da un lato di severità spietata e dall’altro di eccessiva ossequiosità. Lambkin, a suo onore, riuscì a guidare con energia e senza offese coloro dai quali dipende la grandezza dell’Inghilterra.
Lui non era affatto uno snob; la presunzione non faceva parte di lui. D’altra parte, era altrettanto lontano da ciò che è quasi peggio dello snobismo: il terrore morboso della sottomissione che caratterizza alcune menti squilibrate.
La sua posizione era la seguente: che siamo costretti ad ammettere la natura aristocratica della politica inglese e che, pur velandone opportunamente gli aspetti più grezzi, dovremmo godere appieno dei benefici che una tale costituzione offre alla società e a ciascuno di noi individualmente.
Grazie al rispetto scrupoloso di tali regole, divenne uno dei più stimati tra coloro che, come studenti o genitori, ebbero l’opportunità di intraprendere una carriera accademica. Fu ospite e amico onorato del Duca di Cumberland, del Duca di Pembroke, del Duca di Limerick (“Mad Harry”) e del Duca di Lincoln; ebbe inoltre l’onore di conversare a lungo con il Duca di Berkshire, che incontrò su un omnibus a Piccadilly e riconobbe immediatamente. Possedeva lettere, ricevute o comunicazioni da non meno di quattro marchesi, un marchese, dieci baroni, sedici baronetti e centoventi gentiluomini di contea. Non devo dimenticare Lord Grumbletooth, che aveva avuto rapporti commerciali con suo padre e rimase per tutta la vita un amico sincero e devoto.
Il suo modo di comportarsi nelle conversazioni informali non era meno notevole del suo solito savoir faire nella vita quotidiana. Un giorno, per caso, un personaggio reale stava pranzando nel salone. Erano trascorsi alcuni giorni dalla morte di Mr. Hooligan, il noto leader del movimento per l’Autonomia. Il distinto ospite, forse con una certa libertà, si rivolse a Lambkin e disse: “Beh, signor cassiere, che ne pensate di Hooligan?” Observammo un rispettovole silenzio, chiedendoci quale risposta avrebbe dato Lambkin in quelle circostanze difficili. La risposta fu inaspettata: “De mortuis nil nisi bonum”, disse lo studioso classico, e un mormorio di applausi si diffuse intorno al tavolo.
Infatti, le sue opinioni politiche rappresentavano forse il tratto più notevole di una personalità davvero eccezionale. Morì convinto e fedele sostenitore del Partito Liberale Unionista; ciò era ancora più sorprendente, poiché tutti i suoi amici ritenevano che fosse un conservatore fino all’introduzione del famoso disegno di legge proposto da Lord Gladstone nel 1885.
Nella delicata questione delle controversie religiose, sono i suoi stessi scritti a doverlo descrivere; inoltre, non intendo affrontare qui una questione che non ha assunto un’importanza pubblica significativa se non dopo la sua morte. Forse posso dire almeno questo: era un cristiano sincero nel vero senso della parola, non legato a formule ristrette, ma che seguiva con la massima attenzione il sistema di Seneca, arricchito dalle meditazioni di Marco Aurelio; tuttavia, non arrivò mai al punto di tentare di mettere in pratica ciò che quel estremo stoico aveva teorizzato.
Né un ritualista né un seguace della Chiesa Bassa, esprimeva la propria posizione attraverso un silenzio profondo e significativo. Queste parole gli sfuggirono soltanto in un’unica occasione. Riflettiamoci bene su di esse nelle discussioni turbolente di oggi: “Medio tutissimus ibis.”
La sua erudizione e il suo sapere, così profondi nelle lingue morte, venivano applicati con straordinaria abilità e gusto nella scelta che faceva degli autori moderni.
Era ignorante di italiano, ma assai versato nei classici francesi, che leggeva attraverso le meravigliose traduzioni della “Half-crown Series”. La sua lettura principale riguardava le opere di Voltaire; tuttavia confessava di non trovare in esse alcun stile degno di nota, e soltanto oscenità blasfeme. Tra le lingue europee, preferiva leggere il tedesco, limitandosi principalmente alle opere di Lessing, Kant e Schiller. Questa abitudine conferì alla sua mente una vastità e una fertilità straordinarie; il suo stile risultava un po’ confusionario, ma le sue parole – poiché era in grado di conversare un po’ in quella lingua – erano arricchite da espressioni di profonda portata filosofica. Questo atteggiamento gli diede un ascendente particolare sui suoi studenti, i quali scambiavano le gutturalità tedesche per oscenità violente.
Ecco l’uomo, ecco il gentiluomo: il vero “Hglaford”, il moderno “Godgebidden Eorldemanthingancanning”; i suoi pensieri più intimi verranno rivelati nelle pagine che seguono.
II. Lambkin’s Newdigate
Poema scritto per il “Newdigate Prize” in versi inglesi
Il signor J. A. Lambkin del Burford College
Nota: — I concorrenti sono tenuti a utilizzare esclusivamente i pentametri giambici eroici in rima, ma è consentita l’aggiunta di testi lirici.
Argomento: “I benefici conferiti dalla scienza, in particolare in relazione alla luce elettrica”
Per coloro che non desiderano leggere l’intero poema ma vogliono conoscerne i contenuti, allego i seguenti titoli.
Invocazione alla Musa
Salve! Felice Musa, tocca quella corda melodiosa!
I benefici conferiti dalla Scienza, li esalto.
Il suo tema: la luce elettrica e i suoi benefici
Sotto la gentile guida degli esaminatori
Solo ne scrivo quando sono collegati a qualcos’altro
Titolo:
Con i vantaggi offerti dalla luce elettrica…
Ci dona qualcosa; soprattutto di notte.
Questi sono i miei temi; su di essi sorgerà la mia canzone.
La mia testa orgogliosa toccherà il cielo
E lacrime d’amore disperato bagnano gli occhi della fanciulla.
Seconda Invocazione alla Musa
Scendi, o Musa, dalla tua divina dimora.
Osney
A Osney, sulla strada delle Sette Ponti;
Sotto l’ombra solitaria di Osney
La maggior parte della lampada elettrica è già stata prodotta.
Titolo:
Ecco le opere; da qui inizia il corso attuale degli eventi.
Quale… (così recita il prospetto aziendale)
Titolo:
Il potere delle opere lì
Titolo: Fornisce agli iscritti informazioni orarie per orario
Non meno di sedicimila candele di potenza,13
Tutti a mille volt… (È essenziale)
Mantenere il livello attuale a questo alto potenziale
Nonostante le notevoli spese.
Statistiche su di loro
L’energia sviluppata rappresenta…
In termini di piedotoni, le forze unite…
Quindici elefanti e quaranta cavalli.
Ma dovranno forse i miei dettagli scientifici essere esposti in questo modo?
Tagliare via le adorabili ali del leggero Pegaso?
Domande poetiche o retoriche
Statistiche puramente statistiche… possono forse risultare sgradevoli all’orecchio?
Quelle pantaloni accentuano chiaramente il tono melodioso di Lyric, vero?
Devo descrivere il complesso Dynamo?
O scrivere qualcosa sul suo commutatore? No!
Titolo:
Il tema cambia
Verso campi più felici conduco la mia penna libera e spensierata
Lo studio approfondito dell’umanità riguarda gli esseri umani stessi.
Terza Invocazione alla Musa
Risvegliati, mia Musa! Raffigura questa piacevole scena
Questo ci porta nel luogo in cui producono la luce elettrica.
Una fotografia dell’elettricista
Ecco il elettricista dove si trova…
Polvere di carbone, olio e ruggine sulle sue mani…
Grandi macchie di grasso sporcano i suoi vestiti luridi.
Mentre la sua conversazione è piena di imprecazioni.
Dovrebbe davvero un essere del genere perire nella sua giovinezza?
Ahimè, è davvero la tragica verità.
“In quel cervello apatico, sotto quei capelli disordinati…”
La familiarità ha generato disprezzo.
Lo avvertiamo di quel gesto troppo tardi…
Oh, crudele Giove! Oh, inflessibile Destino!
La sua terribile sorte
Un contatto casuale… un movimento imprudente di una mano…
I Terminali – un lampo – un suono simile a “Zip!”
Un odore di combustione riempie l’aria sorpresa…
L’elettricista non c’è più!
Cambia argomento
Ma torniamo, con un vero disprezzo artistico…
Da fatti funebri e da visioni desolate
Nato da Erebo e dalla notte più oscura.14
Quarta Invocazione alla Musa
Risvegliati, Musa! e canta con accenti ricchi e vibranti
Titolo:
I processi interessanti attraverso i quali…
L’elettricità viene trasmessa lungo il circuito…
Questi sono i miei temi; su di essi modulo la mia canzone.
Descrizione del metodo mediante il quale viene utilizzato il Corrente
Incapsulato nel legno o nella malta porosa
Attraverso fili di rame spessi due millimetri
E isolati nella loro pericolosa missione
Con gomma indiana, seta o material sintetico…
Titolo:
Qui si può operare con grande abilità critica
La seguente domanda: “Che cos’è l’elettricità?”
Difficoltà nel determinare la natura dell’elettricità
“Attività molecolare”, dicono alcuni.
Altri, quando interrogati, non dicono nulla e sono semplicemente stupidi.
Qualunque ne sia la natura… questo è certo.
Il rapido corso d’acqua si arrestò nel suo percorso.
Bloccato nella sua corsa e fermato nel suo percorso15
Si trasforma in calore e luce attraverso la sua forza latente:
Conservazione dell’energia. Dimostrazioni di ciò: non sono necessari esperimenti
Non c’è bisogno di un pedante sul podio dell’oratore
Per dimostrare che lì sono presenti luce e calore.
Il globo di vetro a forma di pera… capisco.
Fa troppo caldo per poter toccare qualcosa con le mani.
Mentre, come è evidente anche al più semplice osservatore…
Il filamento di carbonio è molto luminoso.
Dubbi sul sistema municipale, ma…
Per quanto riguarda le luci che pendono per la città…
Alcuni li lodano molto, altri li criticano aspramente.
Questo sistema (chiamato tecnicamente “arco”)
Rende alcuni passaggi troppo leggeri, altri troppo cupi.
Nessuno in casa
Ma nella casa, i raggi dolci e costanti…
Ha sempre ricevuto consensi universali.
I suoi vantaggi
Ad esempio: se vuoi leggere a letto
Nessuna candela brilla accanto alla tua testa, dietro le tende…
Lontano da qualche angolo remoto della stanza
La lampada ad incandescenza scaccia l’oscurità.
Vantaggi della stampa in grandi dimensioni
E con la maggiore richiesta di stampa, non c’è nemmeno bisogno di provare
Le capacità visive di qualsiasi giovane occhio pieno di vigore.
Quinta Invocazione alla Musa
Arointa te, Musa! L’ispirazione fa cantare il poeta!
Non posso fare a meno di osservare le cose che accadranno in futuro!
L’unica speranza dell’umanità risiede nella scienza.
La vita è una valle: i suoi sentieri sono oscuri e accidentati.
Solo perché non sappiamo abbastanza.
Quando la scienza ha scoperto qualcosa di ancora più grande
Saremo più felici di quanto fossimo prima.
Perorazione nello spirito del resto della poesia
Evviva, Britannia, padrona dei mari azzurri!
Diecimila flotte ti assalgono invano!
Salve! Potente madre dei coraggiosi e liberi.
Quel ritmo sconfisse Napoleone, e mi diede alla luce!
Colui che può avvolgersi nel suo manto decorato di simboli
Un quarto del globo abitabile.
Le tue montagne, accarezzate da una brezza favorevole…
Come imponenti colline resistono ai mari tempestosi.
Avvertimento per la Gran Bretagna
Tu sei una comunità cristiana… Eppure
Non essere del tutto ingrato… né dimenticare
Come esulti nella potenza imperiale…
I benefici della luce elettrica.
III. Alcune osservazioni sullo stile prosastico di Lambkin
Nessun altro risultato ottenuto dal mio caro amico ha avuto un effetto maggiore dell’articolo in inglese che presentò all’esame. Il fatto che un giovane così giovane, e cresciuto in un ambiente del genere, fosse riuscito a scrivere un simile articolo era già sufficientemente notevole; ma il fatto che il suo lavoro dimostrasse una tale padronanza nella struttura, un equilibrio così delicato tra le idee e una conoscenza così vasta (nel vero senso della parola), unita a una comprensione sorprendente del carattere umano e della psicologia contemporanea, era davvero motivo di ammirazione. Fu proprio per questo che il allora direttore di Burford commentò: “Se queste cose” (disse l’anziano ma eminente religioso), “se queste cose vengono realizzate in un ambiente ancora poco maturo, cosa si potrà mai realizzare in futuro?”
Si può davvero dire che la “Foresta Verde” degli anni iniziali di Lambkin come studente universitario sia stata degna di essere seguita dalla “Foresta Secca” dei suoi anni successivi, quando divenne membro del corpo docente e persino tutor, e addirittura rettore finanziario del suo college.
Non è mia intenzione aggiungere molto alle impressioni personali del lettore riguardo a quest’opera straordinaria, né insistere eccessivamente sull’abilità e sulla profondità di analisi che sicuramente colpiranno qualsiasi persona intelligente, così come gran parte del pubblico. Tuttavia, mi si perdonerà se condivido alcune mie personali memorie nell’interpretazione di un’opera che, inevitabilmente, viene presentata attraverso il freddo mezzo della stampa.
La scrittura di Lambkin era fluida e decisa, ma spesso difficile da leggere; questa caratteristica portò, negli ultimi anni della sua vita, alla famosa risposta data dal Vescovo Rurale di Henchthorp al Cappellano di Bower’s Hall. Il suo manoscritto, proprio come quello di Lord Byron (a differenza del famoso Codex V conservato in Vaticano), era noto per le numerose cancellature presenti; in alcuni punti si potevano vedere fino a tre cancellature sovrapposte l’una all’altra, disposte a gradini, perpendicolarmente alla linea di scrittura.
Questa eccessiva meticolosità nell’uso delle parole fu la causa della sua produzione scritta relativamente scarsa; per questo motivo, l’articolo pubblicato qui sotto richiese quasi tre ore di lavoro. Le sue idee in merito furono meglio rappresentate dal suo breve epigramma riguardo all’uscita del grande lessico greco di Liddell e Scott. “Qualità, non quantità”: questa fu la frase spiritosa che si diceva che mormorasse quando ricevette la prima copia di quell’opera.
La tensione nervosa derivante da tanta ansia riguardo al suo lavoro letterario logorava sia la mente che il corpo, ma ne ebbe la sua ricompensa. L’abilità accademica di ogni singola parte della frase, nonché la curiosa simmetria che si riscontra nell’intero saggio, sono frutto di una qualità che egli esercitò certamente fino all’eccesso, ma mai al di là del confine che separa il Giusto dall’Errato; ammiriamo il risultato finale ciò che potremmo criticare nel metodo utilizzato, e quando giudichiamo in veste di critici, siamo costretti, in quanto inglesi e appassionati, a congratularci e ad applaudire.
Era d’accordo con Aristotele nel ritenere la chiarezza la principale virtù dello stile. E se a volte non riusciva a realizzare il proprio ideale in questo campo, l’oscurità derivava non da quei manierismi così deplorabili in autori come Meredith o Browning, ma piuttosto dal fatto che gli risultava molto difficile concludere una frase esattamente come l’aveva iniziata. La sua mente superava la capacità della sua penna; e quella frase tratta dal suo sermone all’università, “L’Inghilterra deve adempiere al proprio dovere. Altrimenti, quale sarà il risultato?” – per quanto commovente e patriottica – presenta sicuramente questo tipo di difetto, anche se non riesco esattamente a individuarne la causa.
L’ossimoro, l’aposiopesi, il nominativo pendente, l’anacoluto e la zeugma li considerava con orrore, persino con terrore. Era un amico di ogni entusiasmo virile nella scrittura, ma un nemico della retorica, che (come diceva) “è insidiosa anche in un demagogo, e addirittura nauseabonda nell’uomo di lettere”. Faceva distinzione tra eloquenza e retorica, lodando spesso la prima e denunciando con grande fervore la seconda; anzi, era il suo passatempo preferito nelle conversazioni critiche: individuare con precisione il significato delle parole. Da giovane aveva l’abitudine di dividere gli infiniti o di concludere le frasi con preposizioni. Ma, sempre umile e disposto ad imparare, dopo aver letto i noti saggi della signora Griffin sul “Daily American”, decise di evitare tali pratiche in futuro; era davvero commovente vederlo, anche in età avanzata, con i suoi venerabili capelli bianchi che sfioravano il foglio mentre i suoi occhi deboli si avvicinavano attentamente alle pagine manoscritte, correggendo con cura le errori di quel genere al termine del suo lavoro quotidiano.
Di solito utilizzava una punta in metallo dorato, montata su un supporto di avorio finto, ma non si lasciava limitare da dettagli banali; se necessario, poteva anche usare una penna d’oca o persino una penna stilografica, purché fosse della migliore qualità.
Il foglio su cui scrisse l’opera che ci è rimasta era semplicemente un comune foglio di carta a righe utilizzato per gli affari; ma anche questo lo considerava del tutto insignificante. Ciò che contava davvero erano i contenuti delle sue scritture, e non (come spesso accade per persone meno importanti) i semplici dettagli legati all’uso della penna o della carta.
Non ricordo molto altro riguardo al suo modo di scrivere, ma non dubito che questi dettagli abbiano il loro valore; infatti, le abitudini personali di un grande uomo possiedono un fascino tutto loro. Ho letto una volta che per la penna di Charles Dickens fu pagata la somma di cinquanta sterline. Mi chiedo quanto verrebbe offerto per una reliquia simile di un uomo meno noto, ma indirettamente molto più influente. Una reliquia che tengo con grande reverenza accanto a me; non la uso io stesso, anche se spesso mi mancano penne o matite, e di certo non permetto mai ai bambini di giocarci.
Ma devo concludere, altrimenti rischierei di essere accusato di cadere in una retorica sentimentale e mi verrebbe detto che anch’io sto indulgendo nella stessa retorica che Lambkin aveva così severamente condannato.
IV. Saggio di Lambkin sul “successo”
Sul “successo”: le sue cause e i suoi risultati
Difficoltà dell’argomento
Nel affrontare un problema di questa natura, con tutte le sue anomalie e analogie, ci rendiamo immediatamente conto della difficoltà di formulare una stima accurata dei fattori necessari per risolvere tale problema, dato che tali fattori sono insiti proprio nei termini della domanda stessa. Tuttavia, forse sarà utile distinguere chiaramente la proposta che dobbiamo analizzare dalle altre simili; inoltre, come primo passo della nostra analisi, sarà opportuno fissare definitivamente i concetti e i termini di cui parleremo.
Definizione di successo
Il successo può essere definito come la realizzazione efficace di un tentativo, o più brevemente come l’attuazione di un bene desiderato. Poiché il successo implica sia il desiderio che l’azione volta ad ottenere quel bene, potremmo considerarlo anche come l’espressione concreta di un desiderio attraverso l’azione. Infatti, questa ultima definizione sembra essere nella sua interezza la più appropriata; tuttavia è evidente che, come in tutte le cose, sia impossibile raggiungere la perfezione. Pertanto, la nostra definizione più sicura sarà quella che si riveli nel complesso la più vicina alla media di centinaia di altre possibili definizioni, capaci di esprimere con maggiore o minore precisione l’idea che cerchiamo di descrivere.
Finora è evidente che, sebbene possediamo un concetto visivo soggettivo abbastanza chiaro di ciò che sia il Successo, non saremo mai in grado di trasmettere agli altri, con molte parole, esattamente quale sia la nostra idea al riguardo.
“Chi sono io?”
, … .
Un bambino che piange per la luce
“Che non ha linguaggio se non un grido…”
Metodo per affrontare i problemi
È tuttavia di maggiore importanza pratica trovare un metodo che ci permetta, nel lungo periodo, di affrontare seriamente il problema che ci è stato posto. La nostra migliore opportunità per giungere a una soluzione risiede nel tentativo di dare una forma oggettiva a ciò che dobbiamo fare. A tal fine divideremo innanzitutto tutte le azioni in (א) azioni riuscite e (ב) azioni non riuscite. Queste due categorie sono al contempo reciprocamente esclusive e collettivamente universali: nulla di ciò che può essere veramente definito “riuscito” può allo stesso tempo essere considerato “non riuscito”; viceversa, se un’azione si conclude con un fallimento, è evidente che parlare di “successo” sarebbe solo un vano gioco di parole e una distrazione, il che rappresenterebbe comunque un errore fatale. Abbiamo quindi queste due categorie principali: ciò che vale per l’una vale, con alcune riserve, anche per l’altra, nella maggior parte dei casi (ne parleremo più avanti), e viceversa.
(1) Riuscito.
(2) Fallimento.
Prima grande difficoltà
Ma qui ci troviamo di fronte, fin dall’inizio della nostra indagine, a una difficoltà di enormi dimensioni. Non esiste un solo tipo di successo; ne esistono molti. Ci sono i successi del Filosofo, dello Scienziato, del Politico, dell’Argomentazione, del Comandante in Capo, di ciò che è Divino, dell’appetito animale privo di riflessione, e ancora molti altri. È evidente che, con un numero così vasto di categorie secondarie all’interno della nostra categoria principale, sarebbe impossibile giungere a conclusioni assolute o stabilire principi generali solidi. Finora abbiamo eretto una sorta di fondamento fondamentale, ma questa struttura solida verrebbe distrutta da ogni nuova forma, aspetto o realtà del successo che potesse esserci sfuggita alla nostra attenzione; quindi, dove ci troveremmo allora? È pertanto un problema in cui dobbiamo fare particolare attenzione a evitare generalizzazioni eccessive e dogmatismi affrettati. Dobbiamo abbandonare, qui come ovunque, i metodi deduttivi immorali e fallimentari inventati da preti e ciarlatani al fine di schiavizzare la mente umana, e limitarci a ciò che sappiamo con certezza. Alla fine di questo saggio riusciremo davvero a conoscere qualcosa riguardo al successo? Chi può dirlo. Ma almeno non inganniamoci con assiomi, affermazioni e dogmi che, in un certo senso, sono la rovina di molte persone; lasciamo da parte l’“a priori” e preferiamo ciò che è chiaro e evidente.
Seconda difficoltà ancora maggiore
Ma se il problema è complesso a causa della grande varietà dei diversi tipi di Successo, cosa dovremmo dire allora del disturbo introdotto da un nuovo aspetto della questione, al quale stiamo per fare riferimento? Ahimè. Un aspetto così diffuso nelle sue conseguenze, così importante e così pieno di minacce per tutta la filosofia, così carico di presagi e così pericoloso per l’umanità stessa, che esitiamo persino a menzionarlo! Il Successo non è sempre davvero Successo: il Fallimento è anch’esso un aspetto del Successo, e viceversa. Questo apparente paradosso si rivelerà vero se lo consideriamo attentamente. Infatti, in ogni caso, il “Successo” implica necessariamente il “Fallimento” o la “Non-riuscita” di ciò che gli è opposto o correlato. Quindi, se scommettiamo dieci sterline con un nostro amico, il nostro “Successo” diventa il suo “Fallimento”, e viceversa. Inoltre, se desideriamo fallire in qualcosa (ad esempio, chiunque vorrebbe evitare di essere impiccato, ), allora riuscire significa fallire, e fallire significa riuscire. Il nostro “successo” fallimentare diventerebbe un vero fallimento se si verificasse un risultato disastroso! E notate che lo stesso atto, non questo o quell’altro, ma ESATTAMENTE LO STESSO, può essere considerato un atto “di successo” o “di fallimento”, a seconda del modo in cui lo osserviamo. Quindi il Successo non solo può essere Fallimento, ma DEVE esserlo. E le due categorie su cui avevamo costruito tante speranze sono ormai scomparse per sempre!
Considerazioni solenni derivanti da ciò
Che pensiero terribile! Una cosa può essere allo stesso tempo sé stessa e non sé stessa, anzi, il proprio opposto! La mente vacilla; la debole vista umana, che si affaccia sul vasto abisso dell’infinito metafisico, si perde in un grido di pietà e trema ai confini dell’invisibile. Quante visioni di orrore e follia potrebbero attendere l’anima troppo audace che osa bussare alle Porte del Silenzio. Impariamo dall’Incomprensibile quanto sia piccolo e debole l’uomo!
Un punto di vista più ottimista
Ma sarebbe indegno di un filosofo abbandonare i propri sforzi a causa di qualche ostacolo iniziale. La grande mano del Tempo ci incita sempre ad “andare avanti”; e anche se non riusciamo a scoprire l’Assoluto entro i limiti di questo saggio, possiamo risorgere dalle ceneri delle nostre lacrime per raggiungere cose migliori e più felici.
Il principio di una soluzione
Sembra che ci stia illuminando una luce. Non arriveremo alla piena comprensione della realtà, ma vedremo “in modo vago e indiretto” ciò che, alla fine del nostro percorso di evoluzione, potrebbe forse essere rivelato più chiaramente a noi. È evidente che abbiamo sempre trattato di concetti relativi. Non possiamo comprendere come cose apparentemente assolute, come il fallimento o la vittoria, possano in realtà avere un carattere relativo; non riusciamo infatti a immaginare l’intero quadro nel quale Successo e Fallimento, positività e negatività, sì e no, verità e menzogne sono soltanto le lucide facce di un diamante indossato dal dito di qualcuno importante e ricco.
Il nostro errore derivava da una sciocca autosufficienza e orgoglio. Pensavamo davvero che le nostre semplici concezioni umane di contraddizione fossero reali. Ci è stato concesso (sebbene siamo ancora solo esseri umani) di scoprire il nostro errore: non esistono caldo né freddo, luce né oscurità, bene né male; tutto, in un certo senso e entro determinati limiti (se posso esprimermi così), è soltanto un aspetto di qualcos’altro.
In quel momento suonò la campanella e i documenti dovevano essere consegnati immediatamente. Tuttavia, Lambkin non poteva lasciare il suo lavoro senza aggiungere alcune parole per spiegare cosa avrebbe potuto fare se avesse avuto più tempo. Scrisse: —
“Nessun tempo a disposizione. Avevo intenzione di fornire esempi: successo, ambito accademico, acrobazie, agricoltura, aristocrazia, bacilli, anche esempi legati alle culture yaroslavi, zenobidi, ecc. Ho esaminato casi storici, la visione di Biggar, l’unità, la coscienza universale, Amphodunissa, 22 settembre.”
V. Lambkin sul sonno
[Questo piccolo capolavoro fu scritto per la grande monografia sull’“Essere”, che Lambkin non ebbe mai il tempo di completare. Tuttavia, fu incluso nel suo piccolo volume di saggi intitolato “Rictus Almae Matris”. Le attente note a piè di pagina, l’ampia quantità di informazioni e l’accuratezza accademica dell’intero lavoro rappresentano un esempio – ahimè, l’unico – di ciò che la sua opera completa avrebbe potuto essere se fosse stata portata a termine. È senz’altro un esempio ammirevole del suo stile negli anni più maturi.]
Nel sonno le nostre facoltà rimangono inattive. Non percepiamo nulla, o quasi nulla, di ciò che ci circonda; e più profondo è il nostro sonno, più assoluta diventa la barriera tra noi e il mondo esterno. Le cause di questa “Cessazione della Coscienza” (così l’ha definita con grande acume il professor M’Obvy) rimangono nascoste anche ai nostri fisiologi più eruditi. Un tempo ho avuto l’onore di incontrare il maestro delle scienze fisiche che ha reso famosa l’Università di Kreigenswald; gli ho chiesto quale fosse, a suo parere, la causa del sonno. Lui ha risposto, con quella reverenza che è la gloria della mente teutonica: “È un segreto prezioso, custodito dalla saggezza della Natura Madre.” Non ho mai dimenticato quelle parole sagge e profonde.
Forse l’ipotesi più vicina alla vera natura del sonno può essere trovata nelle lezioni di un giovane studioso brillante, ma a volte troppo audace, che tutti noi ammiriamo quando tiene lezioni di Psicologia. “Il sonno”, dice lui, “è il prodotto diretto della sonnolenza cerebrale, la quale a sua volta deriva dal bisogno di riposo che ogni organismo deve provare dopo qualsiasi sforzo particolare”. Ero presente quando questa frase fu pronunciata, e non mi vergogno di ammettere che fui uno di coloro che applaudirono calorosamente il giovane oratore.
Possiamo quindi affermare che la Scienza abbia quasi conquistato quest’ultimo baluardo dell’ignoranza e della superstizione.28
Per quanto riguarda le Muse, sappiamo bene che il Sonno è da secoli il loro tema preferito. Ad eccezione di Catullo (le cui poesie sono state grandemente sopravvalutate e nel quale si parla sempre di persone che restano sveglie di notte), tutti gli antichi hanno menzionato e lodato questo innocente passatempo. Chiunque abbia compiuto grandi imprese ricorderà certamente il bellissimo passaggio in Lucrezio, ma forse quello di Sidonio Apollinare, l’elegante vescovo della Gallia, è meno conosciuto. Per quanto riguarda la nostra letteratura, va menzionato il sonetto che inizia con “Morire, addormentarsi, ”, e soprattutto quelle splendide strofe nelle quali Wordsworth raggiunge il suo livello più nobile.
“È davvero piacevole addormentarsi…”
Frasi che, per quanto mi riguarda, non riesco mai a leggere senza essere colpito dalla loro magica e sonnolenta influenza.32
Tutti gli uomini grandi hanno dormito. Giorgio III dormiva spesso; anche quel grande e buon uomo, Wycliffe, aveva l’abitudine di leggere ogni sera le proprie traduzioni bibliche e i propri sermoni per ottenere l’effetto desiderato. Il Duca di Wellington (che mio padre chiamava “Il Duca di Ferro”) dormiva su un piccolo letto non più grande di quello di una persona comune.
Per quanto riguarda le varie posizioni in cui si può dormire, ne parlo nel mio piccolo libro di prosa latina per scuole, che uscirà l’anno prossimo.35
VI. I consigli di Lambkin ai nuovi studenti
Il signor Lambkin, oltre ad altre grandi e gentili qualità, aveva l’abitudine di scrivere a suo nipote, Thomas Ezekiel Lambkin, che era entrato all’università come studente universitario quando suo zio ne era già membro da circa quattro anni. Tra le molte lettere scambiate, lui ne apprezzava particolarmente questa, che riporto qui di seguito a causa delle circostanze curiose e commoventi che l’hanno accompagnata. Alcuni mesi dopo che Thomas aveva ricevuto i suoi incarichi accademici ed era lasciato l’università, il signor Lambkin stava sfogliando alcuni libri in una libreria di seconda mano, non con l’intenzione di acquistarne qualcuno per arricchire la propria cultura. Era un’abitudine che aveva da tempo; mentre era immerso nella lettura di un romanzo scritto sotto lo pseudonimo di “Marie Corelli”, una lettera inviata molti anni prima cadde dalle pagine del libro. Era ancora dentro la sua busta originale, intatta; girando la pagina di guardia, vide il nome di suo nipote scritto sopra. Quel ragazzo aveva tenuto così a quel piccolo messaggio da inserirlo nel libro che preferiva!
Lambkin fu così profondamente commosso da quell’episodio che decise di acquistare quel volume, chiedendo che il prezzo venisse addebitato sul suo conto, che all’epoca non esisteva ancora da molto tempo. Scrisse una lettera nella quale indicò che dovesse essere pubblicata “dopo la mia morte”. E io rispetto volentieri i desideri del mio amato amico.
“My Dear Thomas,”
“Eccoti finalmente a Oxford, e a Burford, un vero ‘uomo di Burford’. Quanto tua madre debba essere orgogliosa, e anche tuo padre. Ricordo bene che diceva: ‘Se non fosse un contabile, preferirebbe essere un membro del club di Burford piuttosto che qualsiasi altra cosa al mondo.’ Ma non è andata così.”
“La vita nella quale state entrando è molto diversa da quella che avete lasciato alle vostre spalle. Quando eravate a scuola, eravate sottoposti a una disciplina rigorosa: vi veniva imposto di studiare i classici e di giocare a vari giochi. La pulizia e l’onestà venivano promosse attraverso punizioni, mentre le abitudini più istintive di decenza e buone maniere potevano essere acquisite solo attraverso uno sforzo costante. In altre parole, ‘eravate bambini e pensavate da bambini’.”
Ora che tutto è cambiato, sei libero (entro certi limiti) di seguire i tuoi desideri, di renderti migliore o peggiore. Ma se utilizzi correttamente l’educazione offerta da Oxford, essa ti trasformerà, come ha già fatto con molti della tua stessa razza, in un vero gentiluomo.
“Ma basta con queste generalità. È ora di passare a uno o due consigli concreti che spero riceverete con il giusto atteggiamento. Mio caro ragazzo, voglio che mettiate la vostra mano nella mia mentre vi parlo, non come zio, ma piuttosto come fratello maggiore. Promettetemi tre cose: primo, mai giocare d’azzardo in alcuna forma; secondo, mai bere nemmeno un bicchiere di vino dopo cena; terzo, mai acquistare nulla senza pagarlo in contanti. Se seguirete queste regole rigorose e le rispetterete fedelmente, dopo anni di impegno costante noterete sicuramente dei cambiamenti positivi nel vostro carattere: scoprirete con gioia di non aver perso né guadagnato denaro giocando d’azzardo, di non esservi mai ubriacati e di non avere debiti. Per quanto riguarda i primi due punti, posso solo dire che si tratta di questioni morali su cui tutti possiamo, e spesso facciamo, differire. Ma il terzo è di importanza vitale e pratica: l’ubriachezza occasionale dipende dalla valutazione personale; la sua giustezza o ingiustizia dipende dal nostro sistema etico. Tuttavia, i debiti sono fatali per qualsiasi speranza di successo nella vita pubblica.”
“Esito un po’ ad affrontare un altro argomento; ma, posso dirlo? Farete del vostro meglio per evitare di bere alcolici puro nelle prime ore della mattina, soprattutto brandy? Certo, un governatore e un tutore, per quanto abili possano essere, inevitabilmente si allontana per simpatia dai giovani. Forse questa abitudine è ormai scomparsa; in tal caso non dirò altro. Ma ai miei tempi, era la rovina di molte giovani vite.”
“Ora, per quanto riguarda la tua giornata e il suo svolgimento. Prima di tutto, alzati subito quando vieni chiamato, e vai immediatamente nel tuo bagno freddo, tu giovane mascalzone! Niente esitazioni: entra dentro e fai in modo che l’acqua non schizzi dappertutto, nel tentativo patetico di ingannare il tuo istruttore. Ma fai un vero e proprio bagno freddo britannico, da uomo. Il sapone va usato soltanto sulle mani e sul collo. Per quanto riguarda i bagni caldi. Non chiederli mai all’università: causerebbero solo problemi. È molto meglio farseli in città, per un penny. Niente è più rinfrescante di un buon bagno caldo durante il semestre invernale.”
“Dopodiché puoi andare a ‘custodire’ una moschea, una sinagoga o un luogo di riunione dei fratelli; tuttavia, se riesci ad accordarti con il sistema in vigore, è molto meglio recarti nella cappella del tuo college: ciò ti mette nelle condizioni di rispettare i tuoi superiori e tu obbedisci così all’ordine apostolico.”
“Poi arriva la colazione. Mangia quanto puoi; è la base di un buon lavoro nella vigna oggi. Ma cos’è questo? — una nota dal tuo tutore. Vai all’appuntamento fissato, e poiché potresti essere un po’ nervoso e timido, ti darò un piccolo esempio, per così dire, di come dovrebbe comportarsi un matricola al suo primo incontro con il tutore.”
“[Lo studente entra e, mentre è ancora a metà strada dalla porta, dice:]”
“Buongiorno! Avete notato cosa dicono i giornali su. [Qui menzionare un argomento importante dell’attualità.]”
“Il tutore non risponde, ma continua a scrivere in un piccolo libro; alla fine alza lo sguardo e dice: — ”
“Tut. Per favore, qual è il tuo nome?”
“St. — M. or N.
“Tut, — Cosa ha letto prima di salire, signor ⸺?”
“St. Gli autori latini esistenti, da Ennio a Sidonio Apollinare, con i loro frammenti. Quelli greci, da Saffo a Origene, compreso Bacchilide.”
[L’istitutore prende appunti su questo e prosegue, ]
“Tutti. Avete letto i Vangeli?”
“St. No, Signore.”
“Tut. Devi leggerne due il prima possibile in greco, poiché è necessario per la comprensione della Divinità. A meno che non preferisca l’opera meravigliosa di Platone. Vieni alle dieci di domani. Buongiorno.”
“St. Non sono abituato a essere parlato in quel modo.”
[L’Insegnante si rivolgerà a un altro studente, e il primo studente lascerà la stanza.]
“Non ho molto altro da dire. Presto imparerete le usanze di questo posto, e nessuna mia parola potrà avvertirvi efficacemente come potrebbe farlo l’esperienza. Indossate un cappotto nero prima dell’incontro e preparatevi a quel pasto con cura, ma senza esagerazioni. Non indossate il vostro cappello e la vostra toga nel pomeriggio; non mostrate né un rispetto eccessivo verso i giovani (ad eccezione del Cappellano), né un disprezzo sciocco per gli anziani. Il primo comportamento è quello di una persona timida e incerta: non è utile per il vostro futuro avanzamento e attirerà soltanto il disprezzo di tutti. Il secondo, invece, è destinato ad infastidire un gruppo di persone così raffinate come qualsiasi altro in Inghilterra e influenzerà negativamente la vostra reputazione nella società.”
“In ogni college esiste un club che riunisce gli studenti più benestanti e quelli con posizioni di rilievo. Se possibile, iscriviti subito, prima che qualcuno ti conosca bene. Durante le riunioni settimanali parla in modo sobrio, ma senza presunzione; aggiungi occasionalmente battute umoristiche, ma evita espressioni volgari o di oltrepassare i limiti della decenza. Tali eccessi possono suscitare momentanee risate, ma alla fine distruggono ogni rispetto per la tua persona. Ricorda la moglie di Lot, ”
“Certo che remerai. E mentre correrai verso il fiume dopo un pranzo affrettato e ti precipiterai per leggere un po’ prima dell’inizio delle lezioni, il tuo viso splenderà di soddisfazione al pensiero che ogni giorno della tua vita sarà così impegnato, per ben quattro anni.”
“Di quei mali più gravi e volgari non ho bisogno di avvertirti: non darai denaro ai mendicanti per strada, né lo presterai ai tuoi amici. Non esporrai continuamente i tuoi pensieri privati, né aprirai il tuo cuore a chiunque incontri, con quell’entusiasmo superficiale che alcuni mostrano. No, mio caro Ezekiel, sarebbe indegno del tuo nome, e ti conosco troppo bene per temere che tu possa comportarti in quel modo. Sei un gentiluomo, e che tu possa, da vero gentiluomo, essere sempre a tuo agio, cortese quando necessario, ma mai familiare, questa è la sincera preghiera di, ”
“Josiah Lambkin.”
VII. La lezione di Lambkin sul “diritto”
Dei risultati derivanti dalle lezioni del signor Lambkin, i più significativi e, oserei dire, i più duraturi sono quelli ottenuti grazie al suo corso di Etica. Il defunto decano di Heaving-on-the-Marsh (l’onorevole Albert Nathan-Merivale, il cui nome fu scelto in riferimento alla sua proprietà nel Rutland) mi disse una volta che, per la direzione mentale che aveva assunto nella vita, doveva più a quelle lezioni che a qualsiasi altra corsa di studi ricordasse.
Un’idea più o meno simile mi fu espressa anche dal Vescovo di Humbury: circa un anno fa, si avvicinò a me nel salone con uno sguardo particolare negli occhi e, quando menzionai il nome di Lambkin, disse improvvisamente, come se lottasse con un’emozione: “Lambkin, non teneva lezioni nel vostro salone sull’Etica?” “Alcune sì,” risposi, “alcune nel salone stesso, altre nella Aula di Lezioni n. 2.” Il Vescovo non disse nulla, ma nei suoi occhi si leggevano molti pensieri e ricordi. Non possiamo forse – conoscendo le difficoltà del Vescovo in materia di fede e la sua vittoria finale – attribuire una parte di questa influenza progressiva e benefica al mio caro amico?
Sul “diritto”
[Lezione V di un corso composto da otto lezioni, tenuta nel semestre autunnale del 1878.]
Abbiamo ormai percorso una notevole distanza nel nostro viaggio verso la Soluzione. Delle otto lezioni che avevo proposto come tappe fondamentali lungo questo percorso, ne abbiamo raggiunta la quinta, e ora siamo a una distanza misurabile dalla Grande Risposta: la comprensione delle relazioni tra il particolare e l’universale.
È un compito facile, sebbene proficuo, vagabondare in ciò che il defunto Sir Reginald Hawke una volta definì, con una bellissima espressione, “i prati fioriti e i valloni boscosi della Conoscenza Positiva”. È proprio nell’essenza di qualsiasi metodo moderno di indagine che dobbiamo prima assicurarci dei fatti su cui ci basiamo; ed è per questo motivo che ogni ricerca filosofica degna di questo nome deve iniziare dalle scienze fisiche. Negli ultimi giorni ho arricchito le mie lezioni con esperimenti chimici e, occasionalmente, con grandi diagrammi a colori, i quali, soprattutto per giovani come voi, hanno contribuito notevolmente a rendere più interessante un argomento che al primo sguardo potrebbe sembrare molto noioso. È quindi con cuori felici e pieni di speranza, con occhi brillanti e grande entusiasmo che lasciamo l’ingresso della conoscenza attraverso le scienze fisiche per avvicinarci al delizioso banchetto della metafisica.
Ma qui ci troviamo di fronte a una difficoltà. Finora abbiamo seguito un percorso di sviluppo storico: abbiamo studiato le azioni dei selvaggi e i gesti dei bambini piccoli; abbiamo indagato sulle abitudini delle persone che camminano nel sonno, e abbiamo tratto le nostre conclusioni dalle attitudini manifestate in particolari manie. Fino ad ora, quindi, ci siamo mossi su terreno sicuro: siamo partiti dal conosciuto per arrivare all’ignoto, e abbiamo correlato Psicologia, Sociologia, Anatomia, Morfologia, Fisiologia, Geografia e Teologia. (In questo momento, il signor Darkin di Vast, che da tempo soffriva di malattia, fu portato fuori in stato di incoscienza; il signor Lambkin, essendo miope, non comprese appieno ciò che era accaduto, e pensando che alcuni spettatori stessero lasciando la sala senza autorizzazione, si arrabbiò al massimo grado possibile per una persona del suo carattere. Tenne un breve discorso sul declino dei costumi morali e pronunciò alcune aspre epigramme. È giusto dire che, venuto a conoscenza della causa dell’interruzione, si pentì dell’espressione “cibo troppo forte per i bambini” che gli era sfuggita in quel momento.)
Finora tutto va bene. Ma c’è ancora qualcosa da aggiungere. Nessuno può proseguire all’infinito nello studio dell’Etica senza imbattersi, prima o poi, nella concezione convenzionale di ciò che è giusto. Non intendo dire che questa concezione abbia alcun valore filosofico; sarei l’ultimo a fornirle quei fondamenti empirici e dogmatici che potrebbero soddisfare menti ristrette e deduttive. Ma essa esiste, e come persone pratiche dobbiamo affrontarla. Cos’è giusto? Da dove deriva questa strana combinazione di idealismo, misticismo, empirismo e fanatismo a cui è stato dato questo nome?
È impossibile dirlo con certezza. Il compito dell’insegnante è quello di esporre la struttura della verità: in altre parole, di creare una “mappa” o un “piano” dell’Epistemologia. Non spetta a lui dimostrare un punto specifico, né è obbligato a contestare le posizioni degli avversari. Lasciamo che cadano da soli. È mio compito mostrare che le cose possono essere viste in questo o in quel modo; rifiuterò fermamente di coinvolgermi in argomentazioni sterili e discussioni infruttuose basate su semplici affermazioni.
“L’involuzione della progressione rappresenta l’evoluzione subconscia di quella funzione specifica.” Nessun ragionatore serio potrebbe negarlo: si tratta della sintesi definitiva di tutto ciò che il concetto di “sviluppo” intende esprimere. È la formula fondamentale del XIX secolo, che purtroppo sta ora volgendo al termine sotto i nostri occhi. Ora, a questa proposizione fondamentale, ne aggiungo un’altra: “Il sentimento del giusto rappresenta l’inversione della funzione subconscia nel suo rapporto con l’ego indeterminato.” Anche questo concetto, credo, sia riconosciuto da tutti i filosofi europei, in Germania soprattutto. Tuttavia, non oserei affermare che una premessa principale assolutamente valida, seguita da una premessa secondaria altrettanto valida, porti necessariamente a una conclusione certa. Dio si manifesta in molti modi; ci sono molte più cose nel cielo e sulla terra di quanto possa immaginare la vostra filosofia. Ma prendo questa ipotesi con cautela: se queste due proposizioni sono vere (e abbiamo la parola di Herr Waldteufel, che vive in Woodstock Road, a confermarlo), allora ne consegue inevitabilmente che non è possibile raggiungere alcuna certezza in questi ambiti. Vi consiglio vivamente, su questo punto, di leggere l’articolo del defunto Dr. Barton pubblicato su “Shots at the Probable”; troverete anche il terzo capitolo della “Storia dell’anima” di Mr. Mendellsohn molto utile. Non dimenticate inoltre di consultare la nota a piè di pagina alla pagina 343 de “L’Anticristo” di Renan. Il libro del Maestro delle “Piccole Avventure ovvie” di San Dives è leggero e divertente, ma anche molto istruttivo.
Esiste un certo tipo di atteggiamento (queste furono le parole conclusive di Lambkin, e ne era giustamente orgoglioso) che non distrugge nulla, ma crea molto; che trasforma senza subire metamorfosi, e che dice “Guardate questo: ho trovato la verità!”, ma che non osa dire “Allontanatevi da quello: è falso”.
Ecco il nostro obiettivo. Cerchiamo di agire senza distruggere nulla; in questa difficile questione sull’origine del Diritto, adottiamo umilmente, come logici, quel nobile concetto anglo-sassone di “Dovrebbe”; ma come uomini pratici, perseguimolo con determinazione. Un principio del genere potrebbe essere il seguente:
“Il diritto nasce dal nulla, non significa nulla e non conduce a nulla; con esso siamo nulla, ma senza di esso siamo peggio del nulla.”45
Venerdì prossimo parlerò della morale nelle relazioni internazionali.
VIII. La corrispondenza speciale di Lambkin
LAMBKIN fu quasi il primo di quella grande schiera di docenti dell’Università di Oxford che, come corrispondenti speciali per i giornali, si recavano in luoghi difficili e persino pericolosi. Spesso parlava con entusiasmo dei vantaggi di questo sistema, e fu felice di vedere, man mano che invecchiava, diventava più ricco e più saggio, che altri seguivano le sue orme. “I giovani”, diceva, “hanno notato ciò che forse io fui il primo a comprendere: che la stampa è un potere reale, e che coloro che vengono pagati per educare non dovrebbero vergognarsi di essere remunerati anche per qualsiasi forma di insegnamento”. Tuttavia rimase sorpreso nel vedere con quale rapidità le lettere di un corrispondente potessero essere pubblicate in libro; scoprendo inoltre che tali opere venivano organizzate separatamente dagli editori e non appartenevano ai giornali stessi, esprimette con fermezza la sua condanna contro tale pratica.
“Signore” (disse al Cappellano), “nei miei giovani anni avremmo disdegnato di inventare lavori fittizi, realizzati appositamente per un certo scopo, o di indossare abiti nuovi soltanto in cerca di ricchezza”; e devo rendere omaggio alla memoria di Lambkin dicendo che non guadagnò nemmeno un penny con il suo “Diario sulle Profondità”, nel quale, verso la fine della sua vita, raccolse le varie lettere che aveva scritto ai giornali, per lo più composte in mare.
L’occasione che portò alla stesura della seguente lettera fu la disgustosa repressione da parte delle truppe italiane dei rivolti cattolici a Roma nel 1873. Gli inglesi di tutte le fazioni furono profondamente indignati alla notizia di tali atrocità. “Come nazione”, per citare il mio caro amico, “siamo lenti ad arrabbiarci, ma quando lo facciamo, la nostra rabbia è terribile”. E infatti era proprio così.
Si tenne un grande incontro a Hampstead, durante il quale il signor Ram tenne il suo famoso discorso. “Non si tratta di una questione religiosa o nazionale, ma di dignità umana (disse), e se non esprimiamo liberamente la nostra solidarietà, se non inviamo corrispondenti per conoscere la verità, se non ci riuniamo pubblicamente per protestare, se non scriviamo, parliamo e leggiamo fino a quando le nostre forze non saranno esaurite, allora l’Inghilterra non sarà più l’Inghilterra di Cromwell e di Peel.”
Un tale sentimento pubblico non poteva non raggiungere Lambkin. Ricordo che una notte venne da me nel mio studio e mi disse: “George (il mio nome è George), oggi ho ricevuto una lettera dal giornale di Mr. Solomon, ‘The Sunday Englishman’. Vogliono che vada a raccontare quanto accaduto in questa infame faccenda, e io andrò. Non provate nemmeno a dissuadermi. Tornerò – se Dio mi risparmia la vita – prima della fine delle vacanze. L’offerta è estremamente vantaggiosa sotto ogni aspetto: andrò in Inghilterra, per la causa della giustizia e per quella libertà di pensiero senza la quale non esiste vera religione. Perché, capite bene, anche se questi poveri disgraziati sono cattolici romani, io ritengo che ogni uomo debba avere giustizia. E il mio sangue ribolle dentro di me.”
Mi strinse la mano con affetto, promettendomi di portarmi indietro delle fotografie dal Museo di Napoli.
Se la lettera che segue sembra mancare di informazioni complete sull’esercito italiano e sulle sue azioni infami, se si osserva che sia scarsa e superficiale riguardo all’intero argomento dei disordini, ciò può essere spiegato dai semplici fatti che seguono.
Quando Lambkin salpò, la Flotta Britannica aveva già occupato un porto profondo e comodo sulla costa dell’Apulia, e l’irritazione del pubblico era al suo apice; ma quando lui sbarcò, il Quirinale fu costretto a scusarsi, il Vaticano ricevette un risarcimento finanziario e le truppe piemontesi furono obbligate ad evacuare Roma.
Quindi, al suo arrivo a Livorno47, trovò un telegramma del giornale che gli comunicava che i suoi servizi non erano più necessari, ma che gli impegni finanziari presi dai proprietari sarebbero stati rigorosamente rispettati.
In parte soddisfatto, in parte deluso, Lambkin tornò a Oxford, portando con sé alcuni schizzi ottenuti lungo la strada da diversi artisti disposti a vendergli le loro opere. In seguito li appese nella sua stanza, non usando chiodi (che, come disse lui stesso, rovinavano il muro), ma un corrimano; i colori di quelle opere sono vivaci e piacevoli da vedere. Mi portò anche le fotografie che gli avevo chiesto, e ora sono appese nella mia camera da letto.
Questo riassunto deve tenere conto della scarsità delle note che seguono, nonché del fatto che queste non siano mai state pubblicate.
C’era qualche dubbio riguardo al fatto che alcune restrizioni menzionate nelle lettere di Mr. Lambkin potessero influenzare una delle nostre migliori famiglie. Finché non sono stato certo se l’eredità dovesse essere registrata come un ricavo o come una perdita, ho esitato a pubblicare queste informazioni. Mr. Lambkin non lasciò eredi, ma sicuramente si sarebbe pentito (se fosse ancora vivo) di qualsiasi riduzione della sua piccola fortuna.
Sono felice di poter dire che la questione è stata risolta in modo soddisfacente, e che, sebbene tutte le parti ne abbiano tratto qualche vantaggio, nessuna ha subito perdite a seguito di tale accordo.
Le Lettere
S.S. Borgia, Gravesend
Domenica 27 settembre 1873
Qualsiasi rimorso potessi aver avuto nel spedire la mia prima lettera prima di lasciare il Tamigi, e in un giorno del genere, viene dissipato dalle emozioni scatenate dalle scene che ho appena vissuto.48
Cosa può esserci di più meraviglioso di questo fiume storico? Tutto è buio, tranne nei punti in cui la luce elettrica sulla riva, le lanterne delle barche sul fiume, i lampioni a gas e il bagliore intenso della città dissipano l’oscurità. E sopra il fiume stesso, l’antico Tamigi, regna un profondo silenzio, interrotto soltanto dal fischio delle barche a remi, dai grugniti dei barcaioli e dalle allegre melodie suonate al banjo sotto la tettoia della nostra nave. Tutto è immobile, silenzioso e senza suoni: un profondo silenzio avvolge queste vaste acque. È notte.
È notte e silenzio! Silenzio e notte. Le due cose primordiali. Mi chiedo se mai sia venuto in mente ai lettori del “Sunday Englishman” di attraversare i grandi mari, o di osservare nelle loro case tranquille il meraviglioso silenzio della notte. Capirebbero di cosa sono pieni i miei pensieri? Sono pieni di quei poveri Romani, insultati, interrogati e disturbati da una soldataglia brutale. E ho pensato a questo: noi che intraprendiamo missioni particolarmente pacifiche, che abbiamo solo il compito di scrivere mentre altri impugnano la spada, anche noi facciamo la nostra parte. Prego che arrivi presto il momento in cui si possa dichiarare un Protettorato inglese su Roma e che finisca il detestabile dominio dei barbari longobardi.
Per chiunque abbia il sangue degli antichi vichinghi, esiste una sorta di fascinazione per il mare. La vite è moderna, ma la sua vibrazione ricorda esattamente il movimento di quelle aliene pagaie bianche che portarono i nordici sul campo di Senlac. Ora capisco come abbiamo osato e fatto tutto ciò. Questa notte potrei conquistare la Sicilia.
Mentre camminavo avanti e indietro sul ponte, un ufficiale mi passò accanto e mi diede una calorosa pacca sulla spalla. Era il Primo Ufficiale. Un uomo ruvido, ma comunque un vero uomo. Mi chiese dove fossi diretto; dissi che andavo a Livorno. Poi mi domandò se avessi tutto ciò di cui avevo bisogno per il viaggio. A quanto pare, ero finito nella parte del ponte riservata ai passeggeri di seconda classe. Gli spiegai l’errore; rise di cuore e disse che non dovevamo litigare per una cosa del genere. Gli dissi che la sua nave sembrava davvero un “Saucy Lass”; lui rispose: “Va bene così”, mi chiese se sapessi giocare a “Turn-up Jack” e poi se ne andò. È su uomini come questi che si fonda la grandezza dell’Inghilterra.
Beh, andrò a ritirare il mio orologio e scenderò sottocoperta; voi signori d’Inghilterra che leggete il “Sunday Englishman”, non sapete bene com’è la vita in mare aperto. Ma credo che, quando si tratta dell’amore per le acque azzurre, siamo tutti uguali.
Pubblicato a Dover, lunedì 28 settembre 1873.
Abbiamo abbandonato il progetto pilota. Non ho nulla di particolare da scrivere. Un viaggio in mare presenta una sorta di monotonia che deprime molto lo spirito. Ieri sera il mare era calmo, eppure stamattina mi sono svegliato con un senso di inquietudine a cui non ero più abituato. E che non dovrebbe affatto esserci in un uomo sano. Penso che anche le lievi oscillazioni della barca possano averci qualcosa a che fare, anche se la signora seduta accanto a me mi ha detto che si percepiscono solo sui piroscafi. Ha aggiunto che suo marito le aveva spiegato che si trattava “del odore dell’olio”. Ho suggerito che a colazione si possano parlare di altre cose.
Il Primo Ufficiale siede all’estremità del nostro tavolo. Non so perché, ma a bordo di una nave mancano completamente le reazioni sociali tipiche. Un uomo è o un marinaio o un passeggero, e basta. Non esiste alcun rango fisso, e quella disciplina basata sulla pressione sociale sembra essere del tutto scomparsa. Questa mattina il Primo Ufficiale mi ha chiamato “Il Pastore”, e non ho potuto offendersi per questa familiarità. Ma non voleva certo fare del male; è davvero una brava persona.
Dopo colazione, i miei pensieri continuavano a tornare su questa questione della persecuzione romana; e (non so come) alcune frasi continuavano a ripetersi letteralmente nella mia immaginazione, fino alla nausea. Queste frasi seguivano il ritmo del battito del vapore, una sensazione del tutto nuova. E la mia mente sembrava, come avrebbe detto il mio vecchio tutor, il signor Blurt, “funzionare in cerchio”. Il pilota sta per arrivare; non assomiglia affatto a un marinaio: è piccolo e pallido, indossa un cappello a cilindro e sembra più un impiegato di città che altro. Quando ho chiesto al primo ufficiale il motivo di questo comportamento, mi ha risposto: “Sono i cervelli a decidere”. Una dichiarazione davvero notevole, e piena di minacce per la nostra marina mercantile.
Giovedì, 1 ottobre 1873.
Non riesco a descrivere appieno la freschezza e la bellezza del mare dopo una tempesta. Non possiedo lo stile dei grandi maestri della prosa inglese, e mi manca quella capacità espressiva che spesso accompagna l’anima poetica.
Le punte bianche dei pattini da curling sembrano avvicinarsi quando si guarda verso il lato ventoso, mentre se si guarda verso il lato levente pare che scappino via. C’è un’atmosfera di allegria nell’aria, dovuta al caldo del sud; e l’intero equipaggio è pieno di gioia, come mi hanno detto stamattina la signora Burton e sue figlie. Mi sento capace di qualsiasi cosa. Quando il primo ufficiale si è avvicinato a me stamattina cercando di provocarmi con le sue battute volgari, gli ho risposto chiaramente: “Ora, signore, ascoltate bene. Non soffro di mal di mare, non sono un principiante in materia marittima. Sono di nuovo in grado di gestire le situazioni in mare, e vi faccio sapere che ho tutta la forza necessaria per far sentire a chiunque mi attacchi l’effetto del mio pugno.”
Si allontanò da me pieno di vergogna e chiese a un uomo di pulire i ponti. I passeggeri sembravano impegnati nelle loro varie attività, ma sentii di aver “vinto qualcosa” e mi ritirai nella mia cabina.
Il mio steward mi ha parlato di un gruppo di rocce al largo della costa spagnola verso cui ci stiamo avvicinando; queste rocce vengono chiamate “Il Cimitero”. Se una persona riesce a rivolgere la propria mente alla Coscienza Universale e a uno Scopo Finale, tutte le paure sciocche perdono importanza. Non dirò mai che quell’incidente mi abbia influenzato negativamente, ma una donna o un bambino potrebbero esserne stati colpiti. E sicuramente i membri dell’equipaggio dovrebbero essere avvertiti di non dire sciocchezze ai passeggeri, i quali hanno bisogno di tutta la loro forza per affrontare il mare.
Venerdì, 2 ottobre 1873.
Oggi ho incontrato il Capitano. Sono salito sul ponte per parlare con lui; si chiama Arnssen. È emerso dalle file dei semplici marinai, poiché suo padre era un importante commerciante di abbigliamento a Copenaghen e anche membro del consiglio comunale. Vorrei poter dire lo stesso del Primo Ufficiale. Ma lui è il figlio disonorevole di una grande famiglia inglese, e sembra non provare alcuna vergogna. Arnssen e io saremmo diventati rapidamente buoni amici, se solo il suo tempo non fosse interamente dedicato alla gestione della nave. È proprio il tipo di persona che rappresenta la forza della nostra marina mercantile britannica. Spesso viene a passeggiare con me sul ponte; in quelle occasioni gli offro un sigaro, o a volte lo invito anche a bere vino con me. Mi dice che per il Capitano sia contrario alle regole offrire simili cortesie ai propri ospiti. Ma se mai mi troverò a Ernskjöldj, vicino a Copenaghen, e lui non sarà in viaggio, ricorderà sicuramente con gratitudine la mia gentilezza e me la ripagherà.
Oggi ho detto al Capitano, mettendo una mano sulla sua spalla: “Signore, posso parlare con sincerità?” “Sì,” rispose lui, “certamente; e che Dio vi benedica per questo pensiero gentile.” “Signore,” continuai, “voi siete un uomo forte, silenzioso e timorato di Dio. Il mio cuore è con voi, nient’altro.” Lui rimase in silenzio e salì sul ponte; ma quando cercai di seguirlo, mi assicurò che non era permesso.
Più tardi quel giorno gli chiesi cosa ne pensasse dei problemi che stavano sorgendo a Roma. Lui rispose: “Oh! Basta che si sfidino a duello e la questione sia risolta.” Era una risposta tipica di un marinaio spavaldo, ma non è forse ciò che l’Inghilterra avrebbe detto nei suoi momenti più gloriosi? Non è forse proprio questo lo spirito di un Chatham?
Non parlo più con il Primo Ufficiale. Ma tra pochi giorni riuscirò a dimenticarlo del tutto, quindi non mi soffermerò sulla sua insolenza.
Leghorn, 5 ottobre 1873.
Ecco la fine di tutto. Non ho più nulla da dire. Ritengo che il pubblico non abbia bisogno dei miei servizi, e che l’Inghilterra abbia subito una sconfitta disastrosa. La flotta si è ritirata dall’Apulia. L’Inghilterra – che la posterità lo ricordi – non possiede nemmeno un pollice di terra in tutta la penisola italiana. Beh, siamo stati sconfitti e dobbiamo aspettare il momento giusto; ma voglio dire una cosa: se quel giovane arrogante, il Primo Ufficiale, pensa che la sua famiglia possa proteggerlo, si sbaglia. La stampa è un potere enorme, e mai così grande come quando (come in Inghilterra) professori universitari o le classi superiori scrivono per i giornali, e quando il segreto delle loro identità permette a talento e posizione di esercitare tutto il loro peso.
IX. L’allocuzione di Lambkin alla Lega del Progresso
TUTTI RAMINERANNO quell’importante incontro delle “Higher Spinsters” del 1868: un gruppo fino ad allora interamente volontario nella sua organizzazione, che si era impegnato a portare nelle case dei poveri e degli sfortunati ciò che caratterizza i quartieri residenziali delle nostre grandi città. Se oggi Whitechapel è più degradata di quanto non lo fosse trent’anni fa, non dobbiamo trascurare del tutto gli sforzi compiuti in passato dalle “Higher Spinsters”. Ognuna di loro ha lavorato con impegno nel proprio ambito, e anche dopo la morte non vi furono divisioni tra di loro.
Tuttavia, il momento in cui queste loro concezioni embrionali assunsero una forma concreta non arrivò fino al 1868. Fu durante la conferenza tenutasi a Burford quell’estate che, come si legge nel loro eloquente comunicato, “le idee furono discusse e le opinioni espresse che ci hanno reso ciò che siamo oggi”. In altre parole, le organizzazioni delle “Higher Spinsters” furono integrate nella nuova e più ampia società della Lega del Progresso. Quanto abbia fatto la Lega del Progresso, il suo riconoscimento ufficiale da parte del Consiglio della Contea, le somme versate ai suoi organizzatori e collaboratori non è necessario descriverle qui; basta dire che, come tutti i nostri grandi movimenti, fu un’iniziativa spontanea della classe media superiore, si rivolgeva principalmente agli artigiani, desiderando elevarli al proprio livello, e ha avuto successo a tal punto da contare oggi quarantatré “Cloisters” nelle nostre grandi città, ognuno con il proprio Gran Maestro, la propria amministrazione, il proprio consiglio di cittadini progressisti e i propri membri laici; tutto ciò è finanziato interamente attraverso contributi volontari, fatta eccezione per quella parte dei ricavi provenienti dai fondi pubblici.
L’argomento della Conferenza, dal quale sarebbero derivate molte importanti conseguenze, era “I sintomi terziari dell’istruzione secondaria tra i poveri”.
Si ascoltarono opinioni su questa questione da ogni possibile punto di vista; persone di diverse convinzioni religiose, dallo scienziato agnostico al persiano zoroastriano, contribuirono a rendere questo argomento ancora più interessante e complesso. Il suo aspetto chimico fu descritto in modo eccellente (con esperimenti) da Sir Julius Wobble, l’Astronomo Reale, mentre i suoi risvolti teologici furono analizzati dal “Reader in Burmesan”.
Lambkin era noto soprattutto per l’eloquenza semplice e chiara con cui riusciva a esprimere le concezioni più complesse e confuse. Fu proprio per questo che gli fu chiesto di tenere il discorso di chiusura con cui si concludevano i lavori.
Prima di recitarlo, devo intrattenere il lettore con un’ottima aneddota relativa a questa occasione: un passaggio degno dell’evento e dell’uomo che lo ha compiuto. Lambkin (come non c’è bisogno di dire) era completamente immerso nel suo argomento, entusiasta e concentrato al massimo. Non gli passò nemmeno per la mente l’idea di trarne un profitto; inoltre, non era il tipo di persona che avrebbe chiesto un compenso se non fosse stato convinto che gli spettasse. Tuttavia, sarebbe stato impossibile lasciare senza ricompensa un lavoro del genere. Le autorità decisero quindi di pagarlo con una somma tratta dalle tariffe pagate dai visitatori per ammirare i laghetti dei pesci del college; l’uso medievale di questi laghetti in epoca monastica fu spiegato in modo accessibile da qualcuno che non verrà nominato, ma che fornì il proprio contributo gratuitamente.
Dopo la loro partenza, il signor Large entrò nella stanza di Lambkin con una busta, desiderando aggiungere un tocco personale a un compito piacevole, e disse:
“Mi fa grande piacere, mio caro Lambkin, presentarti questa banconota come un piccolo riconoscimento dei tuoi servizi durante la conferenza.”
“Lambkin rispose immediatamente con:…”
“Mio caro Large, sarò davvero scontento se considererai quel semplice compito piacevole così prezioso da valere dieci sterline.”
In realtà non era affatto così. Quando Lambkin aprì la scatola (dopo aver aspettato con grande cortesia che il suo visitatore lasciasse la stanza), vi trovò soltanto cinque sterline. Ma notate ciò che segue: Lambkin non ne parlò mai con nessuno, né criticò in alcun modo le future azioni di Large, tranne nei casi in cui riteneva che il suo collega fosse davvero colpevole. Nel corso degli anni in cui continuarono a incontrarsi, la moderazione e il rispetto di sé di Lambkin lo evitarono dall’usare armi ignobili, sia quelle della parola che quelle della penna. Fu una lezione di ironia da gentiluomo vedere mio amico assumere un posto superiore a quello di Large alla tavola durante quei giorni difficili che seguirono.
L’indirizzo
Carissimi amici,
Tenterò di esporvi, con poche parole semplici ma spero ben scelte, le opinioni di un uomo comune su questo importante argomento che oggi ci occupa. Farò del mio meglio per evitare qualsiasi offesa personale, ma non esiterò a utilizzare parole dure, se necessario; è infatti dovere di ogni pastore, qualunque sia la sua posizione. Ricordo un caro amico defunto che non avrebbe voluto che si facesse il nome suo pubblicamente, ma che forse riconoscerete nel fondatore e costruttore della nuova cattedrale di Isaacsville in Canada54. Mi ricorda di avermi detto, con uno scintillio malizioso negli occhi tipico degli uomini liberi dell’Ovest: “Lambkin”, disse, “vorresti sapere come ho fatto a guadagnare una grande fortuna in soli tre mesi e come abbia raggiunto tale dignità ed onore? È stato seguendo questo semplice principio che mia madre mi insegnò nella rozza capanna di legno dove sono nato: ‘Sii cortese con tutti gli sconosciuti, ma non diventare troppo intimo con nessuno.’”57
Amici miei, non siete estranei; anzi, in questa solenne occasione credo di potervi chiamare amici, persino fratelli! Carissimi fratelli e sorelle! Ma un piccolo uccellino mi ha detto, (Un sorriso cordiale apparve sul suo volto mentre beveva un sorso d’acqua fredda da un bicchiere accanto a lui.) Un piccolo uccellino mi ha detto che alcuni di voi temevano qualche parola dura, forse una rimprovera o un avvertimento riguardo al pericolo. Nel migliore dei casi, un atteggiamento scettico riguardo al futuro. Non temete nulla: seguirò una strada molto diversa. E per quanto possa essere cortese, non indulgerò in alcuna familiarità.
“I sintomi terziari dell’Istruzione Secondaria tra i poveri” è una frase nobile che esprime un’idea altrettanto nobile. Tuttavia, le parole stesse sono tratte dalla nostra lingua madre anglo-sassone e abilmente mescolate con alcune espressioni prese dalla lingua morta dell’antica Grecia e Roma.
Che cos’è l’Istruzione? L’etimologia della parola fornisce una risposta a questa domanda. Deriva da “e”, che significa “fuori da”, da “duc-o”, che vuol dire “guido”, dalla radice “Duc” – che indica guidare, governare (da qui derivano molte delle nostre parole più importanti, come “Duca”; “Duck” = un maschio anatreo, ecc.) e infine dal suffisso “-tio”, che corrisponde al termine inglese “-ishness”. Possiamo quindi esprimere l’intera definizione in termini semplici così: “Le tre manifestazioni di una duplice natura guidata verso qualcosa di esterno, rivolte alle persone bisognose”.
I Poveri! I Bisognosi! Terribili parole. È davvero vero che li abbiamo sempre con noi. Una delle nostre particolari glorie nell’Inghilterra del XIX secolo è il fatto che noi, appartenenti alle classi superiori, abbiamo pienamente riconosciuto la nostra pesante responsabilità nei confronti dei nostri concittadini più deboli. Non attraverso rivoluzioni, che sono pericolose e vane; non attraverso leggi eroiche o folli progetti di soluzioni universali; né attraverso utopie effimere. No! Solo attraverso un lavoro duro e costante, uno sforzo silenzioso e perseverante, con quella tenacia lenta ma inesorabile che ci ha permesso di vincere a Badajoz, abbiamo ottenuto questa grande vittoria sociale. E se qualcuno mi chiedesse quale sia il risultato, gli risponderei: andate a Bolton, andate a Manchester, andate a Liverpool. Andate a Hull o Halifax. La risposta è lì.
Esistono molti modi in cui questo nobile lavoro può essere portato avanti. La vita è una gemma dalle molteplici facce: alcuni dei miei amici trovano rifugio nella preghiera, altri hanno aderito alle organizzazioni di carità, mentre altri ancora hanno contribuito in modo meno appariscente ma altrettanto efficace scrivendo libri sulla statistica sociale che godono di una vasta diffusione. Tu hai scelto la strada dell’educazione, e l’hai fatto bene. Mostratemi un minatore o un portuale che partecipi alle lezioni su Rossetti, e vi mostrerò un uomo. Mostratemi sua moglie o sua figlia in una scuola di cucina o impegnate nella lavorazione a maglia, e vi mostrerò una donna. Un uomo e una donna, pensiero solenne!
Un vero e proprio scopo nobile, uno che può occupare l’intera vita di un uomo! Questa “istruzione”, questo processo di “guida e formazione”, rappresenta l’essenza della nostra esistenza qui a Oxford, tranne durante le vacanze. E quale effetto ha davvero! Lasciate che ve lo dimostri con un breve esempio.
In una misera locanda a Lafayette, nel Pennsylvania, Stati Uniti d’America, tre uomini ben istruiti del New England, caduti in tempi difficili, erano seduti attorno a un tavolo insieme a due irlandesi ignoranti e superstiziosi. Questi ultimi, approfittando del loro numero, non esitarono a chiamare quegli sfortunati silenziosi e gentiluomini “miserabili idioti”; ma ascoltate il seguito. Durante la notte scoppiò un incendio. La casa era piena di irlandesi e, ancora di più, di italiani repellenti. Alcuni furono consumati dalle fiamme, altri morirono nell’incendio, altri ancora salvarono la vita fuggendo in modo codardo. Ma che ne fu di quei tre del Massachusetts, guidati da principi migliori fin da giovani e per i quali la filosofia aveva sostituito l’astuzia meschina dei preti? Furono trovati, seduti tranquillamente attorno al tavolo; non si erano mossi; nessuna passione li aveva accecati, nessun panico li aveva turbati: sui loro volti carbonizzati non c’era traccia di terrore. Ecco l’effetto, ecco la gloria di ciò che il mio defunto maestro e guida, il Professore di Tautologia, chiamava “il Principio della Sopravvivenza del Più Adatto”.
(Applausi, che furono accettati soltanto in segno di rispetto per il Sacro edificio.)
Allora andate avanti! Ancora una volta vi dico: andate avanti! Il momento è vicino in cui l’Inghilterra comprenderà che le vostre richieste di rispetto, riconoscimento e remunerazione sono uguali alle nostre. Lo ripeto: andate avanti, e quando riuscirete a far cambiare opinione alla maggior parte delle famiglie, allora davvero trasformerete il mondo! Perché senza la mente, l’intelligenza umana non è nulla.
Il leader di Lambkin
Il signor Solomon era sempre determinato a mantenere il livello di qualità del “Sunday Englishman”. “Lo dobbiamo” – diceva – “prima di tutto al pubblico che ne trae beneficio, e poi a noi stessi, poiché questo ci garantisce una circolazione sempre maggiore”. Con “noi stessi” si riferiva agli azionisti, poiché il “Sunday Englishman” era una società a responsabilità limitata le cui azioni (di cui il signor Solomon possedeva la maggioranza) venivano distribuite all’interno della famiglia; persino il più piccolo bambino di due anni riceveva una quota dalle sue genitori, che lo trattavano con affetto e generosità.
In questo lodevole sforzo di “tenersi al passo con i tempi” (come egli stesso lo esprimeva), l’Editore e co-proprietario decise di far scrivere gli articoli da persone universitarie, che, grazie alla loro posizione privilegiata, possedevano un’esperienza unica in materia pratica. Aveva una grande stima delle capacità giornalistiche di Lambkin, basandosi sulle sue lettere inedite come corrispondente speciale. Infatti, si diceva spesso che “un uomo del genere era sprecato a Oxford; era nato per Fleet Street”. Pertanto scrisse a Lambkin dando a lui “carta bianca”, indicandogli soltanto le linee generali: l’articolo doveva essere “intelligente, aggiornato e pieno di energia”; non troppo lungo né troppo breve; scritto in un tono semplice e familiare, ma senza contenuti seriamente offensivi.
Il signor Lambkin fu molto felice; e quando, su sua richiesta, l’articolo fu pagato, inviò quanto segue:
Il Leader.
“La razza di lingua inglese possiede – se escludiamo gli elementi olandesi, neri e irlandesi – un talento straordinario per l’autogoverno. Dalle origini più remote dei nostri antenati anglosassoni fino ai consigli parrocchiali di oggi, guidati ma non controllati dal moderno ‘Mass Thegen’ o dal ‘Gesithcund man’ locale, questo talento, o meglio questo genio, è evidente. Non possiamo spiegare perché, negli inscrutabili disegni della Provvidenza, la nostra razza sia stata così particolarmente dotata; ma è certo che ovunque uomini comuni come me, che scrivo queste parole, e voi, che le leggete, si trovino, essi sono in grado di far fiorire il deserto e far sgorgare l’acqua dalla roccia viva. Chi non ha conosciuto, tra le persone che frequenta o attraverso i libri, quel tipo di uomo che costituisce la forza di questo potente organismo nazionale? E chi non si è sentito, a sua volta, parte di quella stessa forza? Restiamo sbalorditi dal nostro stesso potere straordinario; ed è stato detto con grande acume che Nelson era più grande di quanto lui stesso sapesse. Dall’uno all’altro capo della terra si parla e si comprende la lingua inglese. Le stesse parole che sto scrivendo verranno lette domani a Londra, il giorno dopo a Oxford. E da lì non è che un passo fino alle estremità più remote del mondo.”
“In queste condizioni di potere, splendore e dominio, è intollerabile che la vasta metropoli di questo gigantesco impero venga infastidita da questi taxi striscianti. Infatti, ci sono molte cose nel piano divino che per loro natura devono strisciare. Noi, tra tutte le razze umane, siamo i più disposti ad ammettere il dominio della legge universale. Le razze inferiori non conoscono questa legge, ma noi ne siamo i figli; dove lo strisciare fa parte del Cosmo, ci sottomettiamo come veri uomini, armati dell’armatura della rettitudine. Per questo motivo, nessun inglese (per quanto possano pensarla diversamente gli stranieri) si offende di fronte a un insetto o a un verme che striscia. Un coniglio ferito striscerà; leggiamo infatti che ‘il serpente fu maledetto e dovette strisciare sul proprio ventre’; inoltre, Aristotele nella sua Etica parla di coloro la cui natura è ‘ἕρπειν’, termine solitamente tradotto con ‘strisciare’. E Kipling parla delle cornamuse che ‘strisciano’. Con tutto ciò, non abbiamo nulla in contrario a queste cose; ma il taxi strisciante è qualcosa di disgustoso e abominabile. Se i proprietari di questi mezzi non prestano attenzione in tempo, scopriranno che lo spirito di Cromwell non è ancora morto. Forse allora il popolo pacifico e risoluto di questo regno si alzerà per scacciare loro, insieme alle loro decorazioni vistose, ai loro cavalli arroganti e ai loro servitori obbedienti, dal bel volto dell’Inghilterra.”
XI. I commenti di Lambkin sulla fine del semestre
Distribuito in aula sabato 6 dicembre 1887, la mattina stessa in cui il college andò in rovina.
Cari amici miei, cari studenti universitari di questo college…
La fine del semestre si avvicina, anzi, è già arrivata. Tra poco non ci vedremo per sei settimane intere. È un pensiero solenne e sacro. Non è la tristezza, né tantomeno il rimpianto, a colpirci all’inizio delle lunghe vacanze. Questa non è una separazione definitiva. Non perdiamo (spero) amici; nessuno ci lascia per sempre, a meno che non mi riferisca a quel giovane di cui pochi di voi conoscevano l’esistenza, ma a causa della cui follia criminale il responsabile di questa fondazione ha perso l’uso di un occhio.
Questo non è un momento di esultanza, quindi non dovrebbe nemmeno essere un momento di lutto troppo assoluto. Non si tratta della fine del semestre di Pasqua, né di quello estivo. Si tratta della fine del semestre di San Michele. Questa è la realtà, e i fatti devono essere affrontati con onestà. Cosa dobbiamo fare riguardo alle vacanze imminenti? E cosa abbiamo fatto durante il semestre appena trascorso?
Nel semestre scorso (credo di poter rispondere per alcuni di voi), un significato molto più profondo è entrato nelle vostre vite. Soprattutto voi, giovani matricole. Fortunatamente ho avuto l’opportunità di guidare molti di voi, di insegnare ad altri. So che la vostra vita è diventata più ricca di significati. Quell’ora e mezza alla settimana, a cui prestavate così poca attenzione, avrà un grande valore negli anni futuri. Siete venuti da me in gruppi, per quell’ora e mezza ogni settimana. E ognuno di voi ha potuto, collettivamente, iniziare quel processo di formazione personale e di sviluppo del carattere che rappresenta l’obiettivo principale di tutti i nostri sforzi qui a Oxford. Non riuscite forse, guardando indietro, a vedere quanto grande sia stato il cambiamento che avete vissuto in questi pochi mesi? Non intendo parlare dei cambiamenti fisici causati dal clima o dalle nostre abitudini alimentari. Né alludo ai cambiamenti nel vostro abbigliamento o nell’aspetto esteriore. Mi riferisco alla trasformazione mentale che avete subito.
Siete arrivati convinti di molte cose che avevate imparato a scuola o dalle vostre madri. Di cosa siete certi ora? Di nulla! Nel misterioso processo dell’educazione, è necessario che questa fede cieca o questa certezza vengano poste come fondamento nella giovinezza. Ma è altrettanto indispensabile che un uomo – se vuole essere un uomo e non un mostro – le perda fin dall’inizio della sua vita. Miei giovani amici, vi ho dato la “perla di grande valore”. Avete iniziato a dubitare.
Mezz’ora a settimana – quattro ore in tutto il semestre. In quel lasso di tempo, o con tale intensità, sarebbe stato possibile trasmettere qualche insegnamento positivo, empirico o dogmatico? Credo di no.
Ecco dunque cosa si può dire riguardo alla conoscenza e all’insegnamento. E che dire della morale? È un argomento delicato, ma ne parlerò con coraggio. Ricordate tutti come, poco dopo il mese di ottobre, il College abbia celebrato la Giornata di Guy Fawkes: gli studenti più anziani con una cena in onore del loro fondatore, quelli più giovani accendendo un falò nel cortile. Tutti conoscete ciò che è successo dopo. Non desidero più tornare sull’argomento – certamente non con amarezza – ma la perdita della vista è una cosa grave; una colpa che la vittima potrà anche perdonare, ma difficilmente dimenticare. Spero che questa lezione sia sufficiente, e che in futuro nessun studente di questo College debba più pentirsi di un simile evento così grave.
Passiamo ora a cose più leggere. Il “Concerto del Fumo” nel Giorno dei Morti è stato un grande successo. Speravo di organizzare qualcosa di simile in Venerdì Santo, ma si trova proprio durante le vacanze di Pasqua. Tuttavia, rappresenta un ottimo precedente, e sicuramente ne organizzeremo un altro in un’altra occasione festiva. Non intendo menzionare l’azione di uno dei nostri membri meno responsabili. Ma certamente non c’è né buone maniere né decenza nel travestirsi da vecchia signora, nell’assumere il nome di una delle nostre famiglie più nobili, e nel sfruttare in questo modo la cavalleria – e forse anche la devozione – dei propri superiori. Questo comportamento è troppo grave per essere ignorato, e il colpevole sicuramente verrà scoperto.
Per il successo del College nel hockey e nella competizione di draft tra le università, sono altrettanto orgoglioso di voi. [Applausi scroscianti che durano diversi minuti.] Erano giochi di cui anch’io ero fiero quando ero giovane. Non vedo alcun motivo per vergognarsi riguardo al risultato ottenuto sul fiume; il prossimo semestre avremo i Torpids, e dopo ancora gli Eights. Non abbiamo motivi per disperare. La mia esperienza – basata su dieci anni di attenta osservazione – mi dice che nessun college può rimanere permanentemente in fondo alla classifica. Nelle vicende umane esiste sempre una corrente che, se colta al momento giusto, porta verso il successo; quindi, diamoci forza e raccogliamo tutto il nostro coraggio. Disponiamo della squadra di canottaggio più leggera del “Varsity” e di un ottimo allenatore. Con queste risorse possiamo ottenere molto.
Per quanto riguarda lo stato religioso di questo college, è, come tutti sapete, eccellente. Vorrei poter dire lo stesso anche per il corso di Chimica Inorganica. Questo dipartimento rientra sotto la guida del signor Large, ma le carenze che presentiamo sono interamente colpa dei suoi studenti. Non ci sono nemmeno venti persone all’università più adatte a insegnare Chimica Inorganica di mio collega. Comunque sia, si tratta di una questione molto grave; è proprio su questo che il successo o il fallimento di un college dipendono in definitiva.
Durante questo semestre non abbiamo avuto decessi da lamentare, e a mio parere l’epidemia di orecchiette che ha colpito il college a novembre difficilmente può essere definita tale. Durante le vacanze i sistemi fognari saranno completamente riparati, e le spese sostenute, distribuite tra tutti gli studenti universitari, residenti o meno, rappresenteranno un contributo molto modesto alle risorse di Battells. Dubito che questo intervento abbia effetti significativi.
C’è ancora una cosa su cui vorrei soffermarmi. Siamo costantemente infastiditi dal modo in cui gli studenti universitari calpestano il prato. L’erba di Oxford rappresenta uno dei simboli più evidenti della nostra antichità come università; non esiste al mondo un’erba simile. Il fatto che venga continuamente calpestata danneggia gravemente il suo aspetto. Un comportamento del genere non verrebbe mai tollerato in un ambiente rispettabile, e si parla addirittura di costruire un muro attorno al cortile per impedire questa pratica. Non c’è bisogno che vi spieghi quanto sia dannoso un simile intervento. Ma se c’è una cosa su cui sono particolarmente deciso nella gestione del college, è che nessuno, né studente né comune, possa calpestare l’erba!
Vi auguro un Felice Natale in tutte le residenze di campagna che probabilmente state visitando, e spero e prego che lì possiate ritrovare tutti i membri della vostra famiglia riuniti.
Il signor Gurge rimarrà qui e parlerà con me per qualche momento.
XII. L’articolo di Lambkin sul angolo nord-occidentale della pavimentazione in mosaico della villa romana di Bignor
Si è parlato molto poco delle ricerche storiche del signor Lambkin, poiché si trattava soltanto di un’attività secondaria rispetto al lavoro serio che avrebbe dovuto lasciare un segno più duraturo nella storia. Tuttavia, è certo che nel circolo ristretto degli studiosi di antichità egli godesse di una notevole reputazione; in più occasioni, le sue scoperte avevano scatenato vivaci dibattiti e persino conflitti. Nel libro “Roman Sandals” di Winsk, il signor Lambkin viene menzionato come “Herr Professor Lambkin”; inoltre, il signor Bigchurch, nella prefazione alla sua opera esaustiva sul “Drenaggio del porto marittimo greco” (che contiene molte informazioni sulle colonie ionie e sulla Magna Grecia), riconosce “il prezioso sostegno e l’aiuto costante del signor Lambkin, che lo hanno aiutato in momenti difficili”. Il signor Lambkin veniva spesso incaricato di recensire libri sull’antichità greca e romana; si può presumere che l’editore della rivista “Culture”, essendo anch’egli un docente dell’Università di Oxford e laureatosi nel 1862, non avrebbe mai affidato compiti del genere a una persona ignorante.
Se fosse necessaria un’altra prova della profonda e approfondita erudizione del signor Lambkin in questa materia, essa si troverebbe nelle molte riproduzioni di antichità che un tempo adornavano la sua stanza all’università. Si trattava di fotografie di colore marrone rossastro che raffiguravano molti oggetti cari allo studioso: il Partenone, i templi di Paestum, l’Apollo Belvedere e la testa in bronzo conservata al Vaticano; quest’ultima, nella sua dedica originale chiamata “Arianna”, veniva invece più correttamente definita da M. Crémieux-Nathanson, alla luce delle ricerche moderne, come “Sileno”.
Qualsiasi dubbio riguardo alla completa competenza di Lambkin in quei settori verrà certamente dissipato da un unico documento che ci ha lasciato al riguardo: il suo articolo pubblicato sulla Revue Intellectuelle, tradotto per lui da un amico belga, ma del quale ho conservato la versione originale in manoscritto. L’articolo recita quanto segue:
L’ARTICOLO.
Non riesco a capire come il signor Bischoff64 e il signor Crapiloni65 possano essere caduti in un errore così grottesco riguardo alla testa raffigurata nel mosaico di Bignor. Come tutti sanno, questa testa si trova nell’angolo estremamente nord-occidentale del pavimento del mosaico di Bignor, nel Sussex. Le sue dimensioni esatte, dal punto più alto della corona al mento, e dal margine posteriore del cervelletto alla punta esterna del naso, sono rispettivamente un piede e cinque pollici e un piede e tre pollici. Pertanto, la testa ha dimensioni eroiche o esagerate, e non (“di dimensioni naturali”, come afferma Wainwright nelle sue “Antiquities”). Rappresenta la testa e il volto di un anziano ed è composta da frammenti diversi; vengono utilizzati i colori nero, marrone, blu, giallo, rosa, verde, viola e arancione brillante. Non c’è dubbio che il pavimento doveva presentare un aspetto molto bello, persino splendente, quando era nuovo; tuttavia, oggi è molto attenuato a causa dei quindicicento anni trascorsi sepolto sotto terra.
La mia tesi è che il signor Bischoff e il signor Crapiloni abbiano commesso un errore molto ridicolo (non lo chiamerò con un nome più duro) nel raffigurare questa figura come simbolo dell’Inverno. Nel caso del signor Bischoff, non ho dubbi che le sue idee patriottiche siano state troppo forti da permettergli di giudicare in modo equilibrato; ma nell’altro caso, non riesco a trovare alcuna base sufficiente per una dichiarazione che non solo è falsa, ma mira anche a causare gravi danni alla storia e persino alle morali pubbliche. Il signor Bischoff ammette di essere stato in Inghilterra insieme al signor Crapiloni; non ho dubbi che quest’ultimo abbia influenzato il primo, e quindi la colpa e la vergogna di questa situazione debbano ricadere sull’ultramontanista tedesco, e non sul filosofo ma entusiasta gallo.
Per gli insulti che i miei avversari mi rivolgono nelle colonne di giornali del genere del Bulletin de la Société Historique de Bourges o della Revue d’Histoire Romaine, provo soltanto disprezzo e compassione; ma in Inghilterra ci insegnano che una menzogna su qualsiasi argomento è ugualmente grave, e non intendo certo contribuire a definire Mosè una “figura dell’Inverno” quando sono convinto che non lo sia affatto.
Da quanto posso capire dalla loro retorica un po’ prolissa, i miei avversari fanno riferimento all’iscrizione “Inverno” realizzata con pietre bianche sotto il mosaico, e sostengono che, poiché le altre quattro angolazioni sono chiamate rispettivamente “Primavera”, “Estate” e “Autunno”, ciascuna con il proprio nome indicato sotto di sé, anche questa quarta angolazione debba essere chiamata “Inverno”!
È proprio questo tipo di argomentazione basata sull’analogia che mi aspettavo da persone cresciute in una morale corrotta e con concezioni religiose volgari del Continente! Quando a qualcuno viene insegnato che l’autorità è tutto e che non si può utilizzare il proprio giudizio, è quasi inevitabile che si arrivi a conclusioni affrettate e sbagliate di fronte a fatti concreti.
Per quanto mi riguarda, sono convinto che il dipinto raffiguri il proprietario romano della villa; sono altrettanto convinto che la scritta “Hiems” sia stata aggiunta in un secondo momento, al fine di ingannare tutti quegli storici presuntuosi e creduloni. I miei critici continentali sanno forse che non esiste alcuna copia di questo mosaico nei resti romani della Britannia? Sanno anche che la villa di Bignor è passata di mano tre volte in questo secolo? Non intendo insinuare nulla di negativo, ma trovo davvero strana l’aspetto di questa scritta “Hiems”.
Passando a un altro argomento, sebbene sia collegato al nostro tema. La pupilla dell’occhio è scomparsa. Sappiamo che questa perdita risale a tempi antichi, poiché Wright menziona la sua assenza nel suo catalogo. È sorta una discussione molto interessante riguardo al materiale di cui era composta la pupilla. Questo argomento ha occupato l’attenzione della Società di Dresda (di cui sono membro corrispondente) per diversi giorni; ho quindi cercato di approfondirlo, ma con successo solo parziale. Ho effettivamente trovato un frammento blu a forma triangolare, molto simile nella forma alla cavità mancante; tuttavia, è leggermente più grande in tutte le dimensioni e presenta una superficie convessa invece che piatta. Sono certo che si tratti soltanto di un pezzo di porcellana blu prodotta di recente, come ne si trovano molti simili nei campi e nelle pattumiere. Se (come sospetto fortemente) queste ipotesi fossero solo una strategia per ingannare, e se (come spero) il mio frammento, dopo alcune lavorazioni di limatura, potesse adattarsi alla cavità mancante, la scoperta avrebbe un valore immenso: dimostrerebbe infatti che il proprietario della villa era di origine teutonica e contribuirebbe in modo significativo a confermare la teoria della continuità romana, attualmente basata su prove molto fragili. Vi farò sapere il risultato.
Le monete recentemente scavate nel quartiere, su cui si basavano tante speranze, non provano nulla riguardo alla data di realizzazione del mosaico. Non possono essere di origine romana, poiché la maggior parte presenta il ritratto e l’iscrizione di Guglielmo III, mentre le altre sono penny e scellini dei re Giorgio. Una moneta era una ghinea; temo che verrà venduta alla banca come oro. Sono stato molto deluso da un risultato così scarso: da allora, i lavoratori continuano a portarmi monete chiaramente moderne – soprattutto monete di bronzo di Napoleone III – che hanno sepolto per farle “ingrigire” e successivamente battute fino a renderle irriconoscibili, nella speranza che io le comprassi. Ho avuto la sfortuna di acquistare, per una somma non inferiore a un sovrano, ciò che in realtà era solo un’etichetta di rame rotonda appesa al collare di un cane; su di essa era scritto il nome “Ponto”, inciso all’interno di un ghirlando classico, il quale mi ha ingannato.
Da quando vi ho comunicato l’ultima volta, non è accaduto nulla di davvero importante.
XIII. Il sermone di Lambkin.
Un uomo che non si lasciava dominare troppo dalle parole, Lambkin era anche lui piuttosto scettico riguardo all’eloquenza del proprio pulpito e per questo i suoi sermoni erano rari. Non bisogna pensare che fosse uno di coloro che si ribellavano inutilmente contro le abitudini consolidate. In lui non c’era nulla di quel demagogo sfacciato e distruttivo; il suo carattere era lontanissimo da quei demoni che, durante l’orribile regno del terrore, inondarono la bella Francia di fiumi di sangue.
Ma proprio perché era un liberale nel vero senso della parola (non secondo la ristretta definizione partitica del termine), allo stesso modo anche nel campo religioso sosteneva la necessità di riforme dolci ma persistenti. “Il presente”, diceva spesso, “è inseparabile dal passato”, ma aggiungeva: “La continua modifica per adattarsi alle esigenze di un ambiente in cambiamento è una condizione fondamentale per la vitalità”.
Pertanto, il suo obiettivo era quello di mantenere la forma di tutte le istituzioni esistenti e di modificare soltanto il loro contenuto sostanziale.
Pertanto, era a favore del mantenimento della Cattedra Regia di Greco e addirittura votò per un notevole aumento dello stipendio del suo titolare; tuttavia insistette e riuscì infine ad approvare l’emendamento che obbliga attualmente tale dignitario a tenere lezioni principalmente su temi di politica attuale. Anche la matematica era una materia di cui percepiva l’importanza, nonostante dubitasse della sua efficacia come disciplina mentale; per questo motivo sosteneva i borse di studio offerte occasionalmente in questo campo, ma nella valutazione dei candidati vincenti dava adeguato peso anche ai dettagli legati all’abbigliamento e alle buone maniere.
Da tutto ciò si può dedurre che, sebbene Lambkin fosse essenzialmente un uomo moderno, era anche una persona saggia e moderata; cauto nelle sue azioni e incline a preferire il giudizio alla violenza, spesso diceva: “Un trasformatore, per favore, non un riformatore”, quando i suoi amici lo prendevano in giro per le sue innovazioni.
La religione, quindi, che dovrebbe essere di grande importanza per tutti, non fu trascurata da una mente del genere.
Vide che non tutto era perduto quando il dogma falliva, ma che il grande aspetto etico del sistema poteva essere sviluppato nel vuoto lasciato dal declino della sua forma formale. Proprio come un uomo che ha perso le dita a volte ne sviluppa dei pollici al loro posto, così Lambkin prevedeva che al posto di una funzione atrofizzata potessero emergere esempi vigorosi di un tipo più antico, e che l’organismo guadagnasse in ampiezza ciò che aveva perso in definizione. “Aspetto con impazienza il giorno” (diceva) “in cui la mano devota dell’uomo sarà composta soltanto da pollici.”
La filosofia che applicò così all’insegnamento formale e ai dogmi ebbe effetti concreti anche nella questione altrettanto importante del sermone. Conservò quella forma esteriore, ma la utilizzò come gradino per elevare il contenuto da uno stato di staticità a qualcosa di più alto; il successo di molte persone in questa vita è dovuto proprio all’influenza esercitata dalle loro parole semplici e dirette.
L’allocuzione particolare che ho scelto come migliore esempio del suo metodo non fu tenuta nella cappella del college, ma fu invece un sermone universitario pronunciato nell’arco di otto settimane. Il testo del sermone era il seguente:
Predica
Titolo:
Prendo come testo un bellissimo ma poco conosciuto passaggio del Talmud:
“Mi alzerò e mi preparerò per partire; sì, lascierò la terra dei miei antenati, che si trova a Ben-Ramon, e andrò fino in Edom, nella Valle di Kush, nelle città vicino a Laban, fino ai confini estremi della terra.”
C’è qualcosa nel viaggio all’estero, cari fratelli miei, che sembra rappresentare una vera e propria necessità fisica per la nostra generazione avida e coltivata. In determinati periodi dell’anno cacciamo o discutiamo; ci occupiamo delle nostre faccende in città o dedichiamo il nostro tempo alla guida dello Stato. La sala da ballo, il salotto, il club: ognuno di questi luoghi ha la sua stagione appropriata. Nei nostri passatempi, il calcio lascia il posto al cricket; e con l’avanzare della stagione, il verso del fagiano, del pernice o dello stesso capercailzie cede il posto al suono secco del fucile Winchester, mentre la preda cade davanti all’intelligenza umana. Una moda dopo l’altra prende il sopravvento; e nel misterioso corso degli anni – un corso che non è del tutto sotto il controllo della nostra volontà – il rispettabile gioco del croquet ritorna sui prati che, per tanto tempo, sono stati soltanto teatro dell’agilità feroce del tennis.
So che, nella grande processione dei tempi e delle stagioni, arriva per noi il momento del viaggio. Non è in inverno, quando tutto è coperto da un velo bianco di neve – o forse trasformato dagli straordinari effetti dello scioglimento della neve; non è nemmeno in primavera, quando i boccioli iniziano ad apparire nei cespugli e i crochi adornano il prato con un disordine apparentemente casuale ma in realtà ben calcolato. No, non è allora che l’antica usanza del pellegrinaggio viene ripresa dalla nostra epoca moderna e illuminata.
È nel caldo periodo estivo, quando il bagliore del sole diventa quasi insopportabile per gli occhi stanchi di chi danza, quando la notte è più breve e il giorno più lungo, che lasciamo queste terre inospitali e questi campi verdi d’Inghilterra.
E verso dove voliamo? Verso il fresco e delizioso nord, verso i ghiacciai della Groenlandia, o verso le nobili scogliere e le persone integre delle Isole Orcadi? Forse verso la Norvegia. O forse la Lapponia? Alcuni, molto pochi, viaggiano verso questi luoghi a bordo delle comode e ben attrezzate barche verdi del signor Wilson, di Tranby Croft. Ma ahimè! La maggior parte abbandona il caldo estate inglese per le ancora più torride regioni d’Italia, Spagna, Levante e costa berbera. Ignorando la salute, che è il nostro tesoro più prezioso, spreciamo le nostre energie nella malaria di Roma. O a Parigi avveleniamo la nostra mente con il disprezzo suscitato dalla vista di orribili stranieri.
Permettetemi di passare da questo aspetto doloroso della questione, che certamente presenta temi più nobili e utili. Forse, in un certo senso, è molto più appropriato per i nostri scopi; senza dubbio, in molti modi, è ancora più utile considerare in un’occasione come questa gli aspetti morali del viaggio all’estero, soprattutto quei piccoli dettagli della vita quotidiana che hanno una importanza molto maggiore rispetto ai rari e esagerati atti a cui i nostri antenati davano il nome di “peccati”.
Consideriamo le sovratasse degli hotel: l’economista potrebbe spiegarle, l’utilitarista potrebbe giustificarle, ma se vogliamo perseguire la rettitudine, non possiamo tollerare una pratica che a malapena condanneremmo noi stessi. Se in questo “edificio sacro” ci sono persone che gestiscono locali di intrattenimento nel Continente, soprattutto se tra voi c’è qualche rappresentante di quella classe in Svizzera, vi prego di riflettere profondamente su questa questione: un clero fanatico del vostro paese potrebbe perdonarla, ma è nostro dovere denunciarla pubblicamente.
Riflettete ancora su quei numerosi esempi di degradazione sociale e morale che incontriamo durante i nostri viaggi! Passiamo dal volgare tedesco al capriccioso gallo; sfuggiamo all’indifferenza e alle derisioni licenziose di Milano per poi cadere nella trappola dell’idolatria e della superstizione che la gente chiama Napoli; lungo il nostro viaggio incontriamo lo spagnolo pigro, lo slavo disgustoso, il frisone rozzo e l’orribile unno. I nostri viaggi non saranno certo inutili se ci insegnano ad essere grati al Cielo per averci risparmiato una sorte simile a quella dei nostri antenati.
Ancora una volta, possiamo considerare i grandi vantaggi che, come individui, possiamo trarre dal viaggio. Possiamo mettere alla prova la nostra ingegnosità finanziaria (e questo rappresenta senz’altro una parte importante dell’addestramento mentale) nell’organizzare le nostre spese quotidiane. Possiamo scoprire, nei angoli delle città straniere, quei resti del Passato che vengono ignorati dalle persone insensibili e degenerate di quel luogo, e che sono riservati alla comprensione di una razza più vivace e sensibile. Nelle gallerie d’arte possiamo apprezzare le bellezze di un San Mirtānoja, così come la banalità e l’ostentazione di un Sanzio. In mille modi, l’esperienza vissuta nel Continente rappresenta una consolazione e un sostegno per noi.
In quarto luogo, cari fratelli miei, contrapponiamo il nostro gruppo di turisti onesti e sinceri alle ridicole caste e alle meschinità sociali delle altre nazioni straniere. Lì, contadino, borghese, nobile, prete, politico, soldato: ognuno sembra vivere nel proprio mondo. Nella nostra più felice Inghilterra, ci sono soltanto due classi: i proprietari delle macchine e i proprietari della terra; queste due classi si mescolano in modo così sottile e armonioso che esiste al contempo un’indipendenza sincera e un rispetto sensato per le differenze sociali. Di conseguenza, l’enorme massa di gentiluomini e commercianti vive in una perfetta armonia, contribuendo in modo decisivo allo sviluppo delle città europee.
Ma ho detto abbastanza. Devo concludere. L’amore per la fama, che è stato bellamente definito l’ultima debolezza delle menti nobili, da solo mi spingerebbe a continuare. Ma devo finire. Spero che coloro di voi che andranno in Spagna visitino la straordinaria e interessante città vecchia di Saragozza.
(A questo punto, il signor Lambkin lasciò improvvisamente il pulpito.)
XIV. La lettera aperta di Lambkin ai chierici
Il clamore suscitato dal famoso consiglio del signor Lambkin all’arcidiacono Burfle sarà ricordato da tutti i miei lettori. Tuttavia, egli non pubblicò quella lettera (come erroneamente si ritiene in “Great Dead Men of the Period”),72 senza averla prima attentamente discussa e riflettuta. Personalmente non lo esortai a renderla pubblica: ritenevo che fosse imprudente farlo. Ma si potrebbe quasi dire che il signor Large abbia insistito su questo punto durante la lunga conversazione che ebbe con Josiah sull’argomento. Dopo che Lambkin se ne fu andato, ebbi l’ardire di andare a trovarlo di nuovo, ma quella lettera fatale era già stata inviata e il giorno seguente apparve su “The Times”, “The Echo” e altri giornali, per non menzionare “The Englishman’s Anchor”. Non intendo accusare il signor Large di alcuna intenzione maliziosa o di voler ingannare deliberatamente qualcuno, ma temo che (essendo una persona non impulsiva) il suo consiglio derivasse da una grave e calcolata mancanza di giudizio.
Non c’è dubbio che (dal punto di vista stesso di Lambkin), la pubblicazione di questa lettera sia stata un errore molto grave. Offese profondamente Arthur Bundleton e allontanò tutti i membri del gruppo “Pimlico” (così venivano chiamati all’epoca). Allo stesso tempo, non soddisfece nemmeno quel piccolo ma entusiasta e colto gruppo di persone che seguiva Tamworthy. Portò un certo sollievo al clero più povero delle parrocchie rurali, ma dubito fortemente che proprio queste persone possano rappresentare una fonte di vantaggi sociali o promozioni ecclesiastiche. Spesso dicevo a Lambkin che la complessità della nostra politica inglese era qualcosa con cui non si dovrebbe mai scherzare. “Un uomo”, gli dicevo, “che esprime un’opinione è come colui che conficca un coltello in una parte sensibile del corpo umano: il primo può offendere involontariamente semplicemente a causa delle proprie convinzioni o pregiudizi, proprio come il secondo può causare dolore se tocca un nervo nascosto”.
Ora Lambkin era essenzialmente un uomo saggio. Sentiva l’obbligo – il dovere, per usare un termine più nobile – che tutti noi abbiamo di studiare i nostri simili. Forse, nella sua vita, non espresse mai con chiarezza le sue opinioni su nessuna questione, per paura di contraddire l’esperienza più ampia o le emozioni più profonde della società che lo circondava. Si considerava parte di un grande flusso storico, e riteneva fosse dovere di un uomo giusto seguirlo; quando parlava con forza – cosa che faceva spesso – era su questioni su cui la stragrande maggioranza dei suoi connazionali concordava. Dava infatti grande importanza all’opinione pubblica e alle classi dirigenti del paese nel suo sistema morale; già a ventuno anni provava un profondo disprezzo per quegli entusiasti dottrinari che trascuravano i giornali e elaboravano sistemi etici basati soltanto su tradizioni cieche o, peggio ancora, sulla propria coscienza interiore.
È quindi notevole che un uomo del genere abbia commesso un errore del genere. “Non è stato un crimine,” disse saggiamente parlandomene, “è stato qualcosa di peggio: è stato un errore.” Ed è quello che tutti noi pensavamo. Tuttavia, l’episodio può essere spiegato tenendo conto delle particolari circostanze del momento in cui è avvenuto. La cattedra vescovile di Bury era appena diventata vacante a seguito della morte di Henry Carver, il più anziano. Un governo liberale unionista era al potere, e forse Lambkin pensò che una controversia potesse ancora attirare l’attenzione del pubblico, come era accaduto pochi anni prima. Ha commesso un errore, ma è stato un nobile errore.
Almeno una cosa può farci gioire: quella lettera potrebbe aver ferito Lambkin in questa sua misera vita mortale; ma ha portato vantaggi incalcolabili per la generazione che è seguita immediatamente dopo la sua. Non posso fare a meno di credere che da quel piccolo evento sia scaturito tutto il grande flusso di riforme che ha lasciato un segno così profondo nella società di oggi.
La lettera recita quanto segue: —
Lettera aperta
Burford. Vigilia di San Giovanni, 1876.
Mio caro Burfle,
Mi hai chiesto il mio parere su una questione di grande importanza, una questione su cui ogni inglese che si rispetti si pone questa domanda: “Sono una pecora o una capra?” Caro Burfle, ti risponderò francamente, e so che non sarai arrabbiato con me se rispondo anche in pubblico, “davanti alla gente”, come avrebbe fatto Paolo. Sei una pecora o una capra? Pensiamoci bene.
Dici giustamente che la questione su cui tutto ciò si basa è proprio quella delle scarpe da ginnastica. È solo un simbolo, ma un simbolo su cui tutta l’Inghilterra è divisa. Da un lato abbiamo uomini energici, determinati, desiderosi di impegnarsi attivamente; uomini (se posso dirlo così) di vera qualità apostolica, per i quali la scarpa da ginnastica con i bottoni rappresenta qualcosa di sacro, al punto che alcuni di noi potrebbero trovarlo difficile da comprendere. Sono pochi questi devoti pionieri, ma in certi modi, e da alcuni punti di vista, possono essere considerati tra l’élite della Nazione, per così dire.
D’altra parte, abbiamo la grande massa di uomini sensati, seri, devoti e pratici – quelli che Beeker definisce, con una bella espressione, “il vero corpo e l’essenza stessa d’Inghilterra” – determinati a mantenere ciò che i loro padri avevano realizzato prima di loro, e insistenti nel considerare il calzino con la laccia come l’abbigliamento appropriato per i membri della Chiesa.
Nessuno è più sensato di me (caro Burfle); dico davvero che nessuno comprende meglio della mia la gravità di questa scissione, poiché sembra proprio destinata a diventarlo. E nessuno apprezza più di me quanto ci sia da dire su entrambi i lati. Una parte sosterrà (con perfetta giustizia) che le scarpe con i bottoni rappresentino un progresso. Essi affermano (e c’è molto da dire a loro favore) che l’uso comune di queste scarpe, il loro aspetto decorativo e il segnale di benessere che trasmettono le rendano particolarmente adatte al servizio del Tempio. Si vedono sui piedi dei parigini, dei romani, dei viennesi; sono associate alle nostre occasioni formali moderne, e quando le indossiamo ci sentiamo parte di tutto ciò che appartiene alla nostra cultura cristiana. In breve, sono cattoliche, nel senso più autentico del termine.
Ora, mio caro Burfle, considera anche l’altro aspetto della questione. La scarpa con i lacci, per quanto moderna nella forma e nera e solida, rimane comunque, in essenza, la stessa che i primi cristiani indossavano. Il fatto che i primi cristiani portassero sandali è ormai al di là di ogni dubbio o contestazione. C’è certamente la famosa falsificazione di Gelasio, che potrebbe aver influenzato le superstizioni del Medioevo; ci sono anche le prove incerte relative ai mosaici di Ravenna. Ma l’unica argomentazione solida mai presentata è il passaggio presente nel Pseudo-Giovanni, che nessun studioso moderno ammetterebbe possa riferirsi a bottoni. “ξύγον”, tra le altre cose, significa un laccio. Un laccio assoluto. E sfido i nostri avversari (che sono molti e senza scrupoli) a negarlo. Il sandalo ha finalmente ottenuto il suo posto come ornamento tipico dei primi cristiani; e possiamo sconfiggere le macchinazioni delle missioni straniere con la semplice affermazione di quel grande studioso, il dottor Junker: “Il sandalo”, dice lui, “è il precursore della scarpa con i lacci”.
Finora, quindi, tutto va bene. Vedi, mio caro Burfle, quanto possano essere sincere le divergenze tra le due parti, e come, con un sostegno così forte da entrambe le parti, la battaglia potrebbe proseguire all’infinito, fino alla possibile estinzione della nostra amata nazione e delle sue istituzioni più preziose.
Non esiste alcun modo per evitare una tale catastrofe?
Certamente sì. Esiste una strada su cui entrambi possono viaggiare, un luogo dove tutti possono incontrarsi. Intendo dire le scarpe da ginnastica (preferibilmente quelle in tessuto con i lacci elastici). Molti dei nostri chierici le indossano già. Non offendono nessuna delle due parti, soddisfano, o dovrebbero soddisfare, entrambe; e per quanto mi riguarda, vi vedo uno di quei compromessi su cui si fonda la nostra grandezza. Diamo quindi il via a non essere né pecore né capre in questa questione. È molto meglio, davvero molto meglio, ammettere un po’ di “timidezza” nella nostra “capricciosità”, o (se i nostri estremisti lo vogliono così) un po’ di “capricciosità” nella nostra “timidezza”: è meglio, dico io, unirsi sotto lo stesso stendardo e vivere in pace, piuttosto che mettere a rischio i nostri principi più cari e amati per una semplice disputa su questioni secondarie. Perché, dopotutto, cosa è essenziale per noi? Non le scarpe, penso, ma la rettitudine. La rettitudine può manifestarsi attraverso le scarpe; è giusto e buono che sia così. Ma vedere la rettitudine nelle scarpe stesse significa cadere nel grossolano materialismo del Medioevo, dimenticando il nostro diritto innato e i valori fondamentali della nostra fede.
Tuo (caro Burfle), con tutto il mio affetto
Josiah Lambkin.
XV. La lettera di Lambkin a un amico francese
L’interesse di Lambkin per il Continente era profondo e duraturo. Conosceva bene la parte occidentale di questa parte del globo grazie a un costante viaggiare che lo portava attraverso la rotta Calais-Basilea, passando di notte per il San Gottardo, fino alle storiche pianure dell’Italia. Fu a Milano che scrisse la sua “Grammatica anglo-sassone ridotta”, e ad Assisi corresse le bozze del suo articolo sul valore degli avena come alimento umano. Tutti ricorderanno l’abominevole atto di violenza avvenuto a Napoli, dove fu pugnalato da un cocchiere in segno di vendetta per la sua nobile e disinteressata protezione di un povero cavallo da calesa; insomma, l’Italia è piena dei suoi ricordi legati ai viaggi, e nessun nome è più noto ai membri del Club della Villa Marinoni.
Potrebbe sembrare strano che, in tali circostanze, i nostri sfortunati vicini al di là della Manica abbiano preso particolarmente in considerazione le sue azioni pubbliche. Lui non conosceva a fondo la lingua francese e aveva solo una conoscenza superficiale delle abitudini della gente comune di quel paese; tuttavia, nelle sue “Considerazioni sulle obbligazioni politiche”, aveva affermato con grande fervore che nessuno poteva essere un buon cittadino d’Inghilterra senza comprendere la sua posizione internazionale. “Cosa possono sapere di Inghilterra coloro che conoscono soltanto Inghilterra?” esclamava spesso. Non si vantava di una profonda conoscenza dei dettagli della politica estera, né era così pedante da offendersi per le battute scherzose riguardanti il suo accento nella pronuncia dei nomi stranieri. Tuttavia riteneva – e con ragione – che fosse suo dovere inserire, in qualsiasi discussione sugli affari della Repubblica, quelle frasi casuali che davano colore e concretezza alle conversazioni. Riconosceva questo dovere quando si presentava e lo adempiva senza enfasi, ma con determinazione e fermezza assoluta. Spesso pronunciava espressioni come “état majeur”, “la cléricalisme c’est l’ennemi”, “l’état c’est moi”; grazie alla sua attenta ricerca, fu il primo all’università a comprendere il vero significato della parola “bordereau”, che fino ad allora tutti ritenevano fosse un documento segreto di particolare complessità.
Il signor Lambkin aveva in Francia un solo amico intimo: un uomo che, grazie alle sue esperienze cosmopolite, possedeva una visione ampia del mondo e un senso dell’umorismo che i francesi di solito mancano; per questo motivo, quel suo amico univa il fascino tipico del carattere francese con quella saggezza universale che Lambkin richiedeva sempre ai suoi amici. Inoltre, poiché apparteneva a una piccola minoranza politica e aveva trascorso molto tempo in compagnia di stranieri, queste esperienze gli avevano permesso di eliminare da quella nobile anima quelle caratteristiche volgari e unilaterali, quella mescolanza di vanità e ferocia che sembrano essere parte intrinseca del temperamento francese. In alcuni aspetti, questo amico ricordava quei grandi ugonotti che la Francia, a suo eterno danno, espulse con l’annullamento dell’Editto di Nantes; oggi, solo ventimila di loro sopravvivono nella città di Nîmes. In altri momenti, quando provava giusta indignazione, il suo modo di pensare e il suo aspetto ricordavano quelli di un “Profeeta Maggiore”.
Jules de la Vaguère dè Bissac fu il primo della sua famiglia a portare quel nome antico, ma non certo il meno degno di esso. Nato su una nave transatlantica nel porto di Amburgo, le sue prime esperienze di vita ebbero luogo nella frenetica atmosfera di New York. Fu lì che sviluppò quell’acume visivo, quella capacità decisionale e quel senso degli affari che lo portarono da Buenos Aires ad Amsterdam, fino a raggiungere la ricchezza. Impiegò il proprio patrimonio nel divertire i numerosi amici, nel promuovere cause giuste in politica (cosa che purtroppo i ricchi in Francia non fanno quanto dovrebbero), nella pubblicazione di opinioni valide sulla stampa, e occasionalmente – per vecchia abitudine – nel sostegno di imprese industriali destinate a beneficiare il proprio paese e il mondo. Tuttavia, evitava qualsiasi operazione commerciale che avesse anche solo l’aspetto della semplice speculazione; quando suo zio e suo fratello fuggirono dal paese nel 1887, li aiutò con i suoi soldi, ma non si sentì mai in dovere di giustificare o menzionare quelle persone cadute in disgrazia.
Il suo hotel situato in Rue des Fortifications – un piccolo gioiello modesto ma grazioso, le cui porte erano copie in bronzo delle famose porte del Battistero di Firenze – aveva spesso ospitato il signor Lambkin e un gruppo felice di amici. Immaginate quindi l’orrore e la indignazione con cui Oxford apprese che due delle sue bellissime finestre erano state intenzionalmente rotte nella notte del 15 giugno 1896. La famosa statua di “Misericordia”, tratta dai vetri colorati di Reims, fu distrutta e uno dei pezzi di vetro cadde a pochi centimetri da un inestimabile vaso di Sèvres che un tempo apparteneva a Law ed era stato acquistato dal signor Panama. Fu proprio in occasione di questo abominevole atto di vandalismo che il signor Lambkin inviò la seguente lettera, che, essendo stata pubblicata su “Horreur”, non esito a riprodurla qui. Tuttavia, per il valore storico che possiede, la presento nella sua forma originale: —
“Cari amici e signori,”
Non ho dubbi che ricorderete la vostra visita a Oxford, perché sono certo di ricordare anch’io la mia visita a Parigi, quando fui accolto con tanta gentilezza da voi e dalla vostra adorabile famiglia.
Quindi, immediatamente dopo l’incidente, avete pensato a noi perché sapevate che io e Bilkin eravamo i vostri veri amici, soprattutto in ambito politico. Ci aspettavamo qualcosa del genere e capiamo benissimo perché è stato quel cattivo Durand ad lanciare le pietre. Siete stati troppo buoni con quell’uomo. Ricordatevi in futuro che sono proprio coloro a cui prestiamo denaro e che dovrebbero essere fedeli a noi a diventare nostri nemici. Ecco il motivo per cui spesso non si riesce a fare del bene, tranne che verso coloro che ci saranno sempre fedeli e gentili.
(Tutto ciò, essendo di natura privata, non fu pubblicato sul giornale di M. de Bissac. La parte destinata al pubblico segue.)
È evidente da dove derivino cose così orribili e scioccanti: è perché la Francia sta morendo. Un paese in cui nessuno può impedire a dei fanatici di rompere i vetri è un paese in declino. L’Irlanda sarebbe diventata così se non fossimo stati lì a fermarli. Senza dubbio, si romperebbero molti vetri. Spero di non ferire il vostro cuore di francesi dicendo queste cose, ma è molto meglio conoscere ciò che si ha, anche se è pericoloso come in Francia.
Avete detto bene: sono proprio il militarismo e il clericalismo a causare queste offese. Esaminate bene quell’uomo che ha compiuto questo atto e vedrete che è stato battezzato e molto probabilmente ha prestato servizio militare. Oh, mio caro amico. Che Dio vi abbia meravigliosamente protetto dall’influenza del Saba e del Goupillon! Non avete prestato servizio militare, e se siete saggio, non fatelo mai: distrugge il carattere delle persone. Noi, per fortuna, non l’abbiamo mai fatto.
Ho letto con grande piacere il vostro articolo “Il Prete al Bagno”; sì, è proprio al Bagno che dovrebbero essere mandati i preti. Solo in un paese dove molte persone sono cattoliche, forse i giurì sentimentali del vostro paese assolverebbero vergognosamente questi uomini dannosi.
Spero di non ferire il vostro Cuore di Cattolico dicendo queste cose. I nostri Cattolici qui non sono così cattivi come quelli là. Molti di loro provengono da famiglie molto rispettabili, ma in Irlanda l’ignoranza è terribile. E vogliono ancora peggiorare le cose con l’istituzione di un’università!
Con la speranza che la Francia ritorni a essere ciò che è veramente, anche se temo che sia impossibile, rimango, mio caro amico (e signore), il tuo sincero amico. Accetta i miei ferventi auguri, per te e per tutto ciò che ti è caro.
Josue Lambkin.
XVI. Intervista con il signor Lambkin.
Un rappresentante della J. C. R., poco prima della sua morte, ebbe l’onore di un colloquio con il signor Lambkin su quelle numerose questioni dell’epoca che l’attività editoriale pone ai suoi lettori. Quell’incontro presenta un interesse davvero commovente: ecco l’uomo anziano, ancora pieno di vitalità, profondamente interessato alle questioni del momento, e fino all’ultimo vero rappresentante della sua classe. Nella settimana successiva, però, la morte lo colpì. E non c’era più! Sebbene queste parole siano state riportate da un altro, esse conservano l’integrità e la freschezza della sua personalità; le considero quindi l’espressione autentica e ultima di quel grande intelletto.
“Suonando alla porta” (scrive il nostro rappresentante) “di una graziosa villa in Banbury Road, la porta fu aperta da una cameriera ben curata, vestita con un abito di cotone a quadri e con un cappello bianco in testa. L’intero aspetto della casa del signor Lambkin, sia all’esterno che all’interno, trasmetteva serenità e un’atmosfera di decoro e allegria. Fui introdotto in uno studio ben ordinato, dove notai sulle pareti alcune bellissime stampe, scelte con grande gusto e incorniciate con cura: ‘L’incontro tra Wellington e Blucher a Waterloo’, ‘John Knox che predica davanti a Maria Stuarda’, ‘Il processo di Lord William Russell’, oltre a due adorabili ritratti di un bambino e di un cane: ‘Può parlare “oo”?’ e ‘Anch’io!’ completavano questa piccola galleria d’arte. Notai inoltre una bella fotografia del marchese di Llanidloes, il cui percorso accademico e i suoi studi filologici avevano creato un legame stretto tra lui e il signor Lambkin. Un dagherrotipo sbiadito della madre del signor Lambkin e uno schizzo a matita della residenza di campagna di suo padre possedevano anch’essi un fascino particolare.”
“Mr. Lambkin entrò nella stanza con aria allegra, e io mi misi subito all’opera senza indugi.”
“Chiedete al signor Lambkin: che ne pensate della situazione attuale tra le parti in conflitto?”
“‘Perché, se me lo chiedete,’ rispose lui con uno sguardo intelligente, ‘penso che il grande sistema partitico abbia bisogno di un’opposizione per mantenersi in ordine, e mi dispiace molto l’assenza di uomini di peso o talento – avrei quasi detto di buona educazione – nel campo liberale. Il defunto Lord Llanidloes, che rappresentava quel vecchio tipo di liberale, che nobile cuore! – mi disse proprio in questa stanza: “Ricorda le mie parole, Lambkin”, disse, “l’opposizione è condannata”. Questo avvenne durante il Parlamento del 1885 guidato da Mr. Gladstone; per me è sempre stata una profezia straordinaria. Ma Llanidloes era un uomo meraviglioso, e la carica di secondo Sottosegretario all’Agricoltura rappresentava davvero un compenso troppo modesto per i servizi che aveva reso allo Stato. “Conoscete quelle righe, ” A questo punto, Mr. Lambkin sembrò visibilmente commosso, ““Allora tutti erano per il partito, ma nessuno per lo Stato; l’uomo ricco pagava l’uomo povero, e l’uomo debole amava i potenti”. “Temo che quei tempi non torneranno mai più.””
Seguì un silenzio profondo. “Tuttavia,” continuò lui con un tono calmo ma deciso, “l’Autonomia è morta, e non esiste alcun pericolo immediato che il sistema giudiziario della Gran Bretagna venga alterato nel modo in cui avviene in Francia.”
“‘Sì,’ continuò lui, con quel sorriso che lo rende così familiare, ‘questi sono i miei libri: cose insignificanti, ma mie. Ecco’ (prendendo un volume), ‘‘Cosa avrebbe fatto Cromwell?’, una proposta per riformare l’Università di Oxford. Poi qui, in una rilegatura con fiori viola, c’è il mio ‘Tempo e Scopo’, un libro di devozione che si è venduto molto bene. Il resto degli scaffali contiene ciò che chiamo i miei ‘lavori casuali’: sono stati scritti principalmente per quel grande editore moderno, Matthew Straight, che sa così bene come combinare lo spirito antico con le esigenze contemporanee. Conoscete quella bellissima insegna della ‘Cottura a Bollitura’ in Plummer’s Court? È stata dipinta apposta per lui da uno dei suoi giovani artisti. Senz’altro avrete visto il suo nome nelle liste degli ospiti delle case di campagna; spesso lo incontro quando vado a far visita ai miei amici, e insieme pianifichiamo nuovi progetti editoriali.’”
“‘Thus My Boys of Great Britain – un’opera storica – nacque presso l’eccellente porto di Baron Gusmann, all’interno dell’abbazia di Westburton. Successivamente venne ampliata questa opera con il libro ‘English Boyhood’, composto da tre volumi, di cui ne sono stati pubblicati soltanto due: ‘Anglo-Saxon Boyhood’ e ‘Mediæval Boyhood in England’. Il lavoro di realizzazione di questi volumi è stato molto impegnativo.”
“‘No,’ riprese lui, con una rapidità nervosa, ‘non mi sono limitato solo a questi. Ci sono anche “Che cos’è la volontà?”, “Mehitopel, l’ebraia di Praga” (un romanzo sociale), “La Camera Alta della Convocazione davanti alla Storia”, “Elementi della monodologia leibniziana per scuole” (il terzo volume della serie per le scuole superiori), “Fisiologia dell’elefante” e la sua versione abbreviata adatta ai bambini, “Come è fatto Jumbo all’interno”; quest’ultimo, tra l’altro, è dedicato a quella cara piccola principessa, Lady Constantia de la Pole: una bambina così incantevole, e sicuramente destinata a diventare una donna buona e bella. Ha tre anni e sta crescendo come un grazioso giovane giglio.’”
“‘Temo di stiarvi trattenendo,’ dissi, mentre quell’uomo gentile, i cui occhi si erano riempiti di lacrime durante quelle ultime parole (è un grande amante dei bambini), tirava fuori un orologio d’oro e controllava il suo quadrante. ‘Assolutamente no!’ rispose con estrema cortesia, ‘ma faccio sempre in modo di partecipare al tè pomeridiano e di assicurarmi che mia moglie e la mia famiglia stiano bene prima di andare a Hall. Sicuramente è quel suono: ecco arrivare i miei piccoli “barbari”!’”
“Mi accompagnò fino alla porta con quella vera cortesia tipica dell’antichità e mi strinse la mano con grande gentilezza. ‘Addio,’ disse, ‘addio e che Dio vi guidi. Potete fare di questo ciò che volete; credo infatti che il compito del giornalista sia tra i più nobili in questa nostra vasta nazione. La stampa ha una grande missione, davvero una grande missione.’”
Con queste parole ancora nelle mie orecchie, raccolsi le gonne per attraversare la strada fangosa e salii sul tram.
Women’s Printing Society, Ltd., 66, Whitcomb St. W.C.
Note finali.
1
Ma non pensate che io intenda spiegarlo.
In larga misura… Credetemi.
Farvi soffrire un po’…
E se non mi piaci, lasciami andare.
2
E soprattutto non potete lamentarvi…
Recensori, il cui mestiere è…
Sforzarsi con tutte le proprie forze
Biografie di signore single.
3 Lascia perdere.
4
Il piano ha dimenticato… (Non so come.)
“Forse era il refettorio a riempirlo…”
Inserire una cappella… e ora?
Stiamo ipotecando il resto per costruirlo.
Non vi può essere dubbio che quest’opera rappresenti un vero esempio della commedia semitica arcaica. Probabilmente veniva cantata in parti durante le feste di primavera, e veniva recitata da pastori che indossavano maschere e si lanciavano l’un l’altro pelli di capra, proprio come si vede nei bassorilievi di Ik-shmûl. Si rimanda all’articolo pubblicato su “Righteousness”, scritto da un gentiluomo inviato dall’Associazione Biblica in Assiria a proprie spese; nonché alla nota allegata all’Appendice A del libro di Benson su “Og: Re di Basan”.
Ora la casa è occupata dal signor Heavy, il noto finanziere.
L’antica scuola è stata demolita per far spazio a un complesso di ville chiamato “Whortlebury Gardens”. Credo che il numero 35 sia esattamente il punto in questione, ma non sono riuscito a determinarlo con certezza a causa dell’indifferenza del attuale proprietario.
Sto parlando del 1861.
Il signor Lambkin mi ha assicurato che il suo signore aveva mantenuto queste relazioni fino al giorno della sua morte.
10 Deve essere pronunciato come una parola monosillabica, secondo la pronuncia americana.
11 Il signor Punt, il signor Howl e il signor Grewcock, – ahimè, ora tutti defunti.
12: Una raffinata interpretazione di “Sublimi feriam sidera vertice”.
13 Ai Giudici Esaminatori. Questi fatti (della cui accuratezza garantisco) mi sono stati forniti da un Direttore.
14 Un ricordo di Milton: “È necessario imparare anche dall’avversario”.
- Lambkin mi disse di pentirsi di questa riga, che era stata scritta per motivi legati alla rima. Avrebbe volentieri sostituita quella riga, ma fino all’ultimo giorno della sua vita non riuscì a trovarne nessuna alternativa.
Questa aneddota si trova nel mio libro “Cinquanta anni di conoscenze casuali” (Isaacs & Co., 44 pagine).
Nel giugno del 1881, quando un suo allievo gli chiese decisamente di definire la Felicità, Lambkin rifiutò categoricamente: anzi, il suo odio per le definizioni era così noto che tra i giovani studiosi più irrequieti gli venne affibbiato con bonarietà il soprannome di “il Lento”.
18 il centro
Questo fu il primo esempio storico della conoscenza di Lamkin dell’ebraico: una competenza che in seguito utilizzò in modo estensivo nella sua critica al falso Giovanni.
È il passaggio che segue ad aver fatto un’impressione così profonda sugli esaminatori. A quel tempo, il giovane Lambkin era quasi l’unico a sostenere tali opinioni; queste, in seguito, attraverso i membri dei college – che potessero essere giornalisti o governatori coloniali – hanno finito per influenzare l’intero mondo.
21.umoristico.
22 Il manoscritto è quasi indecifrabile
23 La parola stessa “dormante” deriva dal latino, che significa “addormentato”.
Conoscevo il Professore M’O negli anni Sessanta. Era un scozzese affascinante e colto, con una perfetta padronanza della lingua inglese.
Il dottor von Lieber-Augustin. Lo conoscevo bene. Era un tedesco affascinante e colto.
Quanto diverso dalla cinica volgarità di Voltaire.
27 Il signor Buffin. Lo conosco bene. Suo zio è il lord Glenaltamont, uno dei nostri nuovi nobili più affascinanti e colti.
Vedi in particolare “Ipnosismo”, ovvero i lavori della Research Society (xiv volumi, Londra, 1893), e “Superstizioni del passato, in particolare la credenza nell’influenza del sonno sugli incantesimi”, di Dr. Beradini. Tradotto da Mrs. Blue. (Londra: Tooby & Co., 1895.)
29 Bk. I. or Bk. IV.
“Amo dormire. Ma mai dopo le nove di sera, perché sono un vescovo e devo dare un buon esempio ai fedeli.” App. Sid. Epistol., Bk. III., Epist. 26. (Edizione di Libermach. Berlino, 1875.) Ha davvero lo spirito tipico del V secolo.
So che Herrick, nel suo famoso epigrafo su Buggins, lo citava spesso; un prelato erudito che conoscevo faceva altrettanto.
Le stesse strofe si trovano anche in altri poeti, in particolare in Tupper e Montgomery.
Vedi “Memorie private della corte di Giorgio III e del Reggente”, di Mrs. Fitz-H⸺t.
Vedi anche, “The Morning Star of England”, nella serie “Stirrers of the Nations”, scritto dal reverendo H. Turmsey, M.A.; inoltre, “Foes and Friends of John of Gaunt”, di Miss Matchkin.
“35 ‘Prose latine’”, 3 sterline e 6 pence a pezzo. Jason and Co., Piccadilly.
Ora svolge nobilmente il proprio dovere verso l’Impero, lavorando come allevatore di bestiame nel Minnesota.
Tutti ricorderanno l’articolo interessante su questo autore pubblicato su “The Christian Home” nel luglio del 1886; era scritto da Lambkin.
Al momento in cui scrisse questa lettera, 38 anni, Lambkin aveva appena raggiunto i ventisei anni di età.
Solo un termine giocoso, naturalmente.
Si è scatenata una notevole discussione riguardo al significato di ciò.
41 Un’allusione scherzosa.
“Sicut ut homo hier” – i miei lettori completeranno il resto.
La nota esclamativa è mia.
44 Autore di “Morali prussiane”.
Queste sono quasi esattamente le parole che apparvero nel successivo e sopravvalutato libro di Théophile Gauthier: “Rien ne mène à rien, cependant tout arrive.”
Fu su mia proposta (poiché ero solo una parte del quorum) che fu aggiunto il motto: “Coloro che scendono in mare con le navi, vedono i miracoli del Signore”.
47 Livorno in italiano.
48 O “hanno dato origine”. Io e i miei colleghi abbiamo cercato di stabilire questo punto. Ma non c’è dubbio che la versione a cui siamo arrivati sia corretta sia dal punto di vista grammaticale che dei fatti. Il manoscritto originale è confuso.
Sebbene sia stata inviata a Gravesend, questa lettera sembra essere stata scritta tra Londra e l’Estuario. Alcuni dicono che sia stata scritta nel “Dead Man’s Reach”.
Questo passaggio fu presentato nella categoria “Prosa Latina” per la borsa di studio Burford del 1875. La vittoria andò al signor Hurt, attualmente cappellano della Gilda dei Vinaioli.
51 Normanni.
52 Hastings.
Queste lettere non sono mai state stampate fino ad ora.
Il defunto Onorevole John Tupton, quel gentile coloniale che acquistò la Marlborough House e causò tanto scalpore a Londra alcuni anni fa.
La signora Tupton, di età avanzata: una donna il cui coraggioso impegno nella lotta contro la povertà estrema costituiva un continuo monito sui terribili risultati del nostro cosiddetto sistema penale “perfezionato”.
Esistono grandi dubbi riguardo alla precisione di queste informazioni. Durante la sua vita, Tupton parlava spesso di “quella povera casa popolare di New York dove sono nato”, e in una lettera accenna al fatto che “sia nato in mare, nella cabina dei passeggeri di terza classe di una nave da linea”.
57 Forse questo fu l’origine di un’espressione che si trova ampiamente diffusa nelle opere di Lambkin.
58 Il signor Lambkin non fornì l’etimologia di questa parola.
“Alcuni hanno dato la vita per l’infamia, altri sono fuggiti davanti ad essa.” – Tacito, De tutti i Cesari, I, viii, 7.
Le parole in corsivo sono state omesse nell’articolo.
Il titolo completo della traduzione è “La scarpa da romano: la sua origine, lo sviluppo e il declino; la sua influenza sulla società e il suo ruolo nella liturgia della Chiesa occidentale”.
Figlio di secondo grado del signor Child, l’ex editore; nipote del signor Pilgrim, il fondatore; e padre dell’attuale editore di “Culture”.
Il signor Cook critica questa frase; si tratta di un punto su cui gli amici potrebbero “accordarsi di dissentire”.
64 Autore di “Psychologie de l’Absurde”.
65 Professore di Micrografia a Bonn.
Questo era piuttosto grave, poiché il signor Bischoff aveva trascorso alcuni anni in una casa di cura.
67 Un esempio di queste difficoltà occasionali nello stile, dovute proprio alla fretta di cui ho parlato.
Il significato di questa frase è chiarito così: Loro (soggetto) hanno twittato (predicato), con le sue qualifiche (in modo avverbiale, “come”), sul porto (in modo avverbiale, “dove e quando”), riguardo a lui (oggetto).
Il signor Lambkin amava trascorrere ore tranquille studiando i manoscritti conservati presso la Biblioteca Bodleiana, e citava con grande familiarità le poche righe di Chaucer, in particolare tra i poeti medievali.
Questa frase è un esempio ammirevole dello stile letterario di Lambkin in un periodo successivo.
71 Raphael.
72 P. 347: “L’impulsività di tale azione non si addice a ciò che si sa di Lambkin.” È senz’altro vero che l’editore di “Great Dead Men” possa affermare che questo episodio giustifichi la sfortuna accaduta; tuttavia, tale giustificazione non scusa affatto l’accusa di impulsività rivolta a un uomo il cui comportamento era sempre misurato e controllato.
Forse più conosciuto come autore che come chierico, trovò la morte in un modo tragico in un incidente ferroviario. Tuttavia, la sua vita era assicurata e aveva con sé una copia di “Golden Deeds”.
74 “Beeker’s A Torch for the Chapell; or the Nonconformists out-done”. Folio, 1663, p. 71.
75 Riferendosi all’editto sui stivali con bottoni di Romolo Augusto: una vera e propria ingiustizia senza vergogna.
Il 76° Lambkin vide realizzarsi l’adozione quasi universale di tale pratica: un risultato per cui ebbe un ruolo fondamentale.
“Sulle famose pianure d’Italia”, Biggin, xii., riga 32.
Sono certo, grazie al signor Venial, che questa famosa frase abbia originariamente preso forma sulle labbra del signor Lambkin.
Questa frase gli era balzata all’occhio fin dai primi giorni degli studi: si trattava di una parola ricorrente che formava rime, e la pronunciò sempre così fino al giorno della sua morte.
80 Hobbes.
Pertanto, il signor dè Bissac fu il presidente della Société Anonyme des Voitures-fixes.
“L’accuratezza nell’uso dei negativi”, diceva il signor Lambkin, “è la prova di un vero studioso”.
83 È stato modificato in “le Destin” sul giornale.
84 M. de Bissac era cattolico, ma di indole molto liberale. Rispettava il Papa, ma riteneva che questi fosse fuorviato dai suoi consiglieri. Ogni anno votava a favore della soppressione dei riti pubblici in Francia e della trasformazione delle chiese in musei locali. Per un uomo della sua fede, era straordinariamente privo di pregiudizi sotto ogni aspetto. I suoi incessanti attacchi contro il clero del suo paese gli hanno guadagnato l’ammirazione di gran parte del mondo civile.
L’espressione è “tornare al proprio vero sé”. Era una delle preferite di Lambkin, ma temo sia intraducibile. I francesi non possiedono concetti così sottili. L’intera frase è stata omessa nella versione “Horreur”, e il paragrafo finale inizia con “Je reste”.
CONTENTS
DEDICATION
DEDICATORY ODE.
PREFACE
I. INTRODUCTORY
II. Lambkin’s Newdigate
III. Some Remarks on Lambkin’s Prose Style
IV. Lambkin’s Essay on “Success”
V. Lambkin on Sleep
VI. Lambkin’s Advice to Freshmen
VII. Lambkin’s Lecture on “Right”
VIII. Lambkin’s Special Correspondence
IX. Lambkin’s Address to the League of Progress
X. Lambkin’s Leader
XI. Lambkin’s Remarks on the End of Term
XII. Lambkin’s Article on the North-west Corner of the Mosaic Pavement of the Roman Villa at Bignor
XIII. Lambkin’s Sermon.
XIV. Lambkin’s Open Letter to Churchmen
XV. Lambkin’s Letter to a French Friend
XVI. Interview with Mr. Lambkin.
ENDNOTES.
The first edition
DEDICATION
TO
THE REPUBLICAN CLUB
I am determined
to
dedicate
this Book
and nothing shall turn me from
my Purpose.
DEDICATORY ODE.
I mean to write with all my strength
(It lately has been sadly waning),
A ballad of enormous length —
Some parts of which will need explaining.1
Because (unlike the bulk of men,
Who write for fame and public ends),
I turn a lax and fluent pen
To talking of my private friends.2
For no one, in our long decline,
So dusty, spiteful and divided,
Had quite such pleasant friends as mine,
Or loved them half as much as I did.
The Freshman ambles down the High,
In love with everything he sees,
He notes the clear October sky,
He sniffs a vigorous western breeze.
“Can this be Oxford? This the place”
(He cries), “of which my father said
The tutoring was a damned disgrace,
The creed a mummery, stuffed and dead?
“Can it be here that Uncle Paul
Was driven by excessive gloom,
To drink and debt, and, last of all,
To smoking opium in his room?
“Is it from here the people come,
Who talk so loud, and roll their eyes,
And stammer? How extremely rum!
How curious! What a great surprise.
“Some influence of a nobler day
Than theirs (I mean than Uncle Paul’s),
Has roused the sleep of their decay,
And decked with light their ancient walls.
“O! dear undaunted boys of old,
Would that your names were carven here,
For all the world in stamps of gold,
That I might read them and revere.
“Who wrought and handed down for me
This Oxford of the larger air,
Laughing, and full of faith, and free,
With youth resplendent everywhere.”
Then learn: thou ill-instructed, blind,
Young, callow, and untutored man,
Their private names were⸺3
Their club was called Republican.
Where on their banks of light they lie,
The happy hills of Heaven between,
The Gods that rule the morning sky
Are not more young, nor more serene
Than were the intrepid Four that stand,
The first who dared to live their dream,
And on this uncongenial land
To found the Abbey of Theleme.
We kept the Rabelaisian plan:4
We dignified the dainty cloisters
With Natural Law, the Rights of Man,
Song, Stoicism, Wine and Oysters.
The library was most inviting:
The books upon the crowded shelves
Were mainly of our private writing:
We kept a school and taught ourselves.
We taught the art of writing things
On men we still should like to throttle:
And where to get the blood of kings
At only half-a-crown a bottle.
Eheu Fugaces! Postume!
(An old quotation out of mode);
My coat of dreams is stolen away,
My youth is passing down the road.
The wealth of youth, we spent it well
And decently, as very few can.
And is it lost? I cannot tell;
And what is more, I doubt if you can.
The question’s very much too wide,
And much too deep, and much too hollow,
And learned men on either side
Use arguments I cannot follow.
They say that in the unchanging place,
Where all we loved is always dear,
We meet our morning face to face,
And find at last our twentieth year…
They say, (and I am glad they say),
It is so; and it may be so:
It may be just the other way,
I cannot tell. But this I know:
From quiet homes and first beginning,
Out to the undiscovered ends,
There’s nothing worth the wear of winning,
But laughter and the love of friends.
But something dwindles, oh! my peers,
And something cheats the heart and passes,
And Tom that meant to shake the years
Has come to merely rattling glasses.
And He, the Father of the Flock,
Is keeping Burmesans in order,
An exile on a lonely rock
That overlooks the Chinese border.
And One (myself I mean — no less),
Ah! — will Posterity believe it —
Not only don’t deserve success,
But hasn’t managed to achieve it.
Not even this peculiar town
Has ever fixed a friendship firmer,
But — one is married, one’s gone down,
And one’s a Don, and one’s in Burmah.
And oh! the days, the days, the days,
When all the four were off together:
The infinite deep of summer haze,
The roaring boast of autumn weather!
I will not try the reach again,
I will not set my sail alone,
To moor a boat bereft of men
At Yarnton’s tiny docks of stone.
But I will sit beside the fire,
And put my hand before my eyes,
And trace, to fill my heart’s desire,
The last of all our Odysseys.
The quiet evening kept her tryst:
Beneath an open sky we rode,
And mingled with a wandering mist
Along the perfect Evenlode.
The tender Evenlode that makes
Her meadows hush to hear the sound
Of waters mingling in the brakes,
And binds my heart to English ground.
A lovely river, all alone,
She lingers in the hills and holds
A hundred little towns of stone,
Forgotten in the western wolds.
I dare to think (though meaner powers
Possess our thrones, and lesser wits
Are drinking worser wine than ours,
In what’s no longer Austerlitz)
That surely a tremendous ghost,
The brazen-lunged, the bumper-filler,
Still sings to an immortal toast,
The Misadventures of the Miller.
The vasty seas are hardly bar
To men with such a prepossession;
We were? Why then, by God, we are —
Order! I call the club to session!
You do retain the song we set,
And how it rises, trips and scans?
You keep the sacred memory yet,
Republicans? Republicans?
You know the way the words were hurled,
To break the worst of fortune’s rub?
Indice
Dedica
ODE DEDICATA.
Prefazione
I. Introducitive
II. Lambkin’s Newdigate
III. Alcune osservazioni sullo stile prosastico di Lambkin
IV. Saggio di Lambkin sul “successo”
V. Lambkin sul sonno
VI. I consigli di Lambkin ai nuovi studenti
VII. La lezione di Lambkin sul “diritto”
VIII. La corrispondenza speciale di Lambkin
IX. L’allocuzione di Lambkin alla Lega del Progresso
Il leader di Lambkin
XI. I commenti di Lambkin sulla fine del semestre
XII. L’articolo di Lambkin sul angolo nord-occidentale della pavimentazione in mosaico della villa romana di Bignor
XIII. Il sermone di Lambkin.
XIV. La lettera aperta di Lambkin ai chierici
XV. La lettera di Lambkin a un amico francese
XVI. Intervista con il signor Lambkin.
Note finali.
Prima edizione
Dedica
TO
Il Club Repubblicano
Titolo:
Sono deciso.
to
Dedicato
questo libro
e nulla mi fermerà
Il mio scopo.
ODE DEDICATA.
scrivere con tutta la mia forza
in declino da tempo…
Una ballata di enorme lunghezza…
Alcune parti di cui sarà necessario fornire spiegazioni.1
perché (a differenza della maggior parte degli uomini)
Chi scrive per la fama e per gli scopi pubblici…
Una penna sciolta e fluida
Di miei amici intimi
Per nessuno, nel nostro lungo declino…
Così polveroso, malvagio e diviso…
Avevo amici così piacevoli come i miei…
O li amava almeno la metà di quanto li amassi io.
Il matricolato si avvia lentamente lungo il viale principale
Folle d’amore per tutto ciò che vede
Nota il cielo sereno di ottobre…
Assapora con piacere la fresca brezza occidentale.
“Può essere davvero Oxford? Questo è il posto, ”
“Di cui mio padre disse…”
L’insegnamento privato era una vera e propria vergogna.
Un credo che non è altro che una mascherata, pieno di vuote parole e privo di vita reale?
può essere proprio qui che zio Paul…
Guidato da un eccessivo cupore…
“To drink and debt, e infine…”
Fumare oppio nella sua stanza?
“È da qui che vengono le persone?”
Chi parla così ad alta voce e rotea gli occhi…
E balbettare? Che cosa estremamente strana!
Che curioso! Che grande sorpresa.
“Un influsso di tempi più nobili”
Più di quelli di loro… intendo, più di quelli dello zio Paul.
ha risvegliato il sonno della loro decadenza
E i loro antichi muri furono adornati di luce.
“O, cari e intrepidi ragazzi di un tempo…”
Che i vostri nomi fossero incisi qui…
Per tutto il mondo, in francobolli d’oro…
Per poterli leggere e rispettarli.
Chi lo creò e me lo tramandò
Questo Oxford dell’ampio mondo.
Ridendo, pieni di fede e liberi.
“Con la gioventù che splende ovunque.”
“Allora impara: tu, ignorante e cieco…”
Uomo giovane, inesperto e ignorante…
I loro nomi privati erano… 3
Il loro club si chiamava “Republican”.
Dove giacciono sulle loro rive di luce
Le felici colline del Cielo tra loro
gli dèi che dominano il cielo del mattino
Non sono più giovani, né più sereni
“Il coraggio dei quattro indomabili che rimangono…”
Il primo che osò realizzare il proprio sogno
E in questa terra sgradevole…
Per fondare l’Abbazia di Telemo.
Abbiamo mantenuto il piano rabelaesco:4
i delicati chiostri ricevettero la nostra dignità
Con la legge naturale e i diritti dell’uomo
Canzoni, stoicismo, vino e ostriche.
La biblioteca era davvero accogliente…
I libri sugli scaffali affollati
Titolo: Erano principalmente scritti privati nostri.
Abbiamo mantenuto una scuola e ci siamo insegnati da soli.
insegnammo l’arte di scrivere
Uomini che ancora vorremmo soffocare…
E dove trovare il sangue dei re
Solo mezzo scellino a bottiglia.
Eheu, fugaci, postumi!
un vecchio detto ormai obsoleto
Il mio mantello di sogni è stato rubato.
La mia giovinezza sta passando lungo la strada.
La ricchezza della giovinezza… l’abbiamo spesa bene.
E in modo dignitoso, come pochi riescono a fare.
è andato perduto? Non lo so…
E inoltre, dubito che tu sia in grado di farlo.
La domanda è davvero troppo vaga.
E troppo profondo… e troppo vuoto.
Titolo:
E gli uomini eruditi da entrambe le parti
Usare argomenti che non riesco a comprendere.
Dicono che in quel luogo immutabile…
Ovunque ciò che amiamo rimane sempre caro
Ci incontriamo faccia a faccia al mattino…
E finalmente arriviamo al nostro ventesimo anno.
Dicono… e sono felice che lo dicano.
È così; e potrebbe anche essere così.
Potrebbe essere proprio il contrario
Non posso dirlo con certezza… Ma una cosa so:
Dalle case tranquille e dai primi inizi…
Verso le estremità ancora inesplorate
“Niente vale la fatica e il sacrificio necessari per vincere.”
Ma c’è la risata e l’amore degli amici.
Ma qualcosa si assottiglia… oh, miei compagni!
Qualcosa inganna il cuore e poi passa…
E Tom… che voleva scuotere via gli anni.
È diventato soltanto un rumore prodotto dallo sbattere di bicchieri.
E Lui, il Pastore del Gregge
#“Tenere i birmanesi sotto controllo”…
Un esiliato su una roccia desolata
Quello si affaccia sul confine cinese.
E uno… anch’io, intendo dire.
Ah! — riuscirà la posterità a crederci?
Non solo non meritano il successo…
Ma non è riuscito a realizzarlo.
Non nemmeno questa strana città
Ha mai reso un’amicizia più solida?
Ma… uno è sposato, un altro se n’è andato…
Uno è un Don, e l’altro si trova in Birmania.
E oh… quei giorni, quei giorni…
Quando tutti e quattro se ne andarono insieme:
L’infinita profondità della nebbia estiva
Il fragoroso orgoglio del clima autunnale!
Non proverò più ad arrivare lì.
Non salperò da solo.
Ancorare una barca priva di uomini
Nei piccoli moli di pietra di Yarnton.
Ma mi siederò accanto al fuoco.
E mi porto la mano davanti agli occhi
E seguire, per soddisfare il desiderio del mio cuore…
L’ultima delle nostre “Odissee”.
La tranquilla serata le permise di mantenere il loro appuntamento…
Sotto un cielo aperto viaggiavamo.
E mescolato con una nebbia vagante
Lungo il perfetto fiume Evenlode.
Titolo:
La tenera Evenlode che…
Le sue praterie tacciono per ascoltare quel suono
Delle acque che si mescolano nelle frenate
E lega il mio cuore alla terra inglese.
Un bel fiume, tutto solo…
rimane tra le colline… e tiene stretto qualcosa
Cento piccole città di pietra
Dimenticato nelle lande occidentali.
Osso di dubio (sebbene ci siano forze più malvagie)
#“Dominate i nostri troni… e anche le menti più semplici.”
Bevono vini peggiori dei nostri.
“In quello che non è più Austerlitz”
“Quello sicuramente è uno spettro terribile…”
Il temerario, il presuntuoso…
Ancora canta per un brindisi immortale.
Le avventure disastrose del mugnaio.
i vasti mari sono appena separati…
Per coloro che sono così presi da tale convinzione…
eravamo? Allora, per Dio, siamo ancora…
Ordine! Chiamo il club alla riunione!
Tu conservi ancora quella canzone che abbiamo scelto insieme
E come si alza, inciampa e osserva intorno?
Conservi ancora quel ricordo sacro
Repubblicani? Repubblicani?
Come venivano scagliate quelle parole…
Per sfuggire al peggio della sfortuna?
I give the toast across the world,
And drink it, “Gentlemen: the Club.”
PREFACE
THE PREPARATION OF the ensuing pages has been a labour of love, and has cost me many an anxious hour. “Of the writing of books,” says the learned Psalmist (or more probably a Syro-Chaldæic scribe of the third century) “there is no end”; and truly it is a very solemn thought that so many writers, furnishing the livelihood of so many publishers, these in their turn supporting so many journals, reviews and magazines, and these last giving bread to such a vast army of editors, reviewers, and what not — I say it is a very solemn thought that this great mass of people should be engaged upon labour of this nature; labour which, rightly applied, might be of immeasurable service to humanity, but which is, alas! so often diverted into useless or even positively harmful channels: channels upon which I could write at some length, were it not necessary for me, however, to bring this reflection to a close.
A fine old Arabic poem — probably the oldest complete literary work in the world — (I mean the Comedy which we are accustomed to call the Book of Job)5 contains hidden away among its many treasures the phrase, “Oh! that mine enemy had written a book!” This craving for literature, which is so explicable in a primitive people, and the half-savage desire that the labour of writing should fall upon a foeman captured in battle, have given place in the long process of historical development to a very different spirit. There is now, if anything, a superabundance of literature, and an apology is needed for the appearance of such a work as this, nor, indeed, would it have been brought out had it not been imagined that Lambkin’s many friends would give it a ready sale.
Animaxander, King of the Milesians, upon being asked by the Emissary of Atarxessus what was, in his opinion, the most wearying thing in the world, replied by cutting off the head of the messenger, thus outraging the religious sense of a time to which guests and heralds were sacred, as being under the special protection of Ζεύς (pronounced “Tsephs”).
Warned by the awful fate of the sacrilegious monarch, I will put a term to these opening remarks. My book must be its own preface, I would that the work could be also its own publisher, its own bookseller, and its own reviewer.
It remains to me only to thank the many gentlemen who have aided me in my task with the loan of letters, scraps of MSS., portraits, and pieces of clothing — in fine, with all that could be of interest in illustrating Lambkin’s career. My gratitude is especially due to Mr. Binder, who helped in part of the writing; to Mr. Cook, who was kind enough to look over the proofs; and to Mr. Wallingford, Q.C., who very kindly consented to receive an advance copy. I must also thank the Bishop of Bury for his courteous sympathy and ever-ready suggestion; I must not omit from this list M. Hertz, who has helped me with French, and whose industry and gentlemanly manners are particularly pleasing.
I cannot close without tendering my thanks in general to the printers who have set up this book, to the agencies which have distributed it, and to the booksellers, who have put it upon their shelves; I feel a deep debt of gratitude to a very large number of people, and that is a pleasant sensation for a man who, in the course of a fairly successful career, has had to give (and receive) more than one shrewd knock.
The Chaplaincy,
Burford College,
P.S. — I have consulted, in the course of this work, Liddell and Scott’s Larger Greek Lexicon, Smith’s Dictionary of Antiquities, Skeats’ Etymological Dictionary, Le Dictionnaire Franco-Anglais, et Anglo-Français, of Boileau, Curtis’ English Synonyms, Buffle on Punctuation, and many other authorities which will be acknowledged in the text.
I. INTRODUCTORY
IT IS WITHOUT a trace of compunction or regret that I prepare to edit the few unpublished essays, sermons and speeches of my late dear friend, Mr. Lambkin. On the contrary, I am filled with a sense that my labour is one to which the clearest interests of the whole English people call me, and I have found myself, as the work grew under my hands, fulfilling, if I may say so with due modesty, a high and noble duty. I remember Lambkin himself, in one of the last conversations I had with him, saying with the acuteness that characterised him, “The world knows nothing of its greatest men.” This pregnant commentary upon human affairs was, I admit, produced by an accident in the Oxford Herald which concerned myself. In a description of a Public Function my name had been mis-spelt, and though I was deeply wounded and offended, I was careful (from a feeling which I hope is common to all of us) to make no more than the slightest reference to this insult.
The acute eye of friendship and sympathy, coupled with the instincts of a scholar and a gentleman, perceived my irritation, and in the evening Lambkin uttered the memorable words that I have quoted. I thanked him warmly, but, if long acquaintance had taught him my character, so had it taught me his. I knew the reticence and modesty of my colleague, the almost morbid fear that vanity (a vice which he detested) might be imputed to him on account of the exceptional gifts which he could not entirely ignore or hide; and I was certain that the phrase which he constructed to heal my wound was not without some reference to his own unmerited obscurity.
The world knows nothing of its greatest men! Josiah Lambkin! from whatever Cypress groves of the underworld which environs us when on dark winter evenings in the silence of our own souls which nothing can dissolve though all attunes to that which nature herself perpetually calls us, always, if we choose but to remember, your name shall be known wherever the English language and its various dialects are spoken. The great All-mother has made me the humble instrument, and I shall perform my task as you would have desired it in a style which loses half its evil by losing all its rhetoric; I shall pursue my way and turn neither to the right nor to the left, but go straight on in the fearless old English fashion till it is completed.
Un brindisi per il mondo intero
Bevilo, signori: il Club.
Prefazione
La preparazione delle pagine che seguono è stata un lavoro fatto con amore e mi ha costato molte ore di ansia. “Nella scrittura dei libri”, dice il sapiente Salmista (o più probabilmente uno scriba sirio-caldeo del III secolo), “non c’è fine”; ed effettivamente è un pensiero molto solenne rendersi conto che così tanti scrittori sostengono la vita di molti editori, questi a loro volta mantengono in funzione numerosi giornali, recensioni e riviste, e queste ultime forniscono lavoro a un vasto numero di redattori, critici e altro ancora. È davvero un pensiero molto solenne che una così grande quantità di persone si dedichi a un’attività del genere; un’attività che, se utilizzata correttamente, potrebbe essere di immenso beneficio all’umanità, ma che purtroppo spesso viene deviata verso scopi inutili o addirittura dannosi. Potrei scrivere a lungo su questi argomenti, ma è necessario concludere questa riflessione.
Alla fine di un antico poema arabo – probabilmente l’opera letteraria più antica al mondo ancora esistente – si trova, nascosta tra i suoi numerosi tesori, questa frase: “Oh! Se solo il mio nemico avesse scritto un libro!” Questo desiderio di letteratura, del tutto comprensibile in un popolo primitivo, e quel desiderio quasi selvaggio che il lavoro dello scrivere fosse affidato a un nemico catturato in battaglia, nel corso del lungo processo dello sviluppo storico sono stati sostituiti da uno spirito molto diverso. Oggi, se mai, esiste un’eccessiva abbondanza di letteratura; quindi è necessario trovare una giustificazione per l’esistenza di opere del genere. Inoltre, tale opera non sarebbe mai stata pubblicata se non si fosse pensato che i numerosi amici di Lambkin ne avrebbero garantito la vendita.
Animaxandro, Re dei Milesi, quando l’Inviato di Atarxessus gli chiese quale fosse, a suo parere, la cosa più estenuante al mondo, rispose tagliando la testa allo stesso messaggero, offendendo così i sentimenti religiosi di un’epoca in cui ospiti e araldi erano considerati sacri, poiché sotto la protezione speciale di Ζεύς (pronunciato “Tsephs”).
Avvertito dal terribile destino di quel monarca sacrilego, metterò fine a queste prime parole. Il mio libro deve essere il proprio prefazione; vorrei che l’opera potesse anche essere il proprio editore, il proprio libraio e il proprio recensore.
Mi resta solo il compito di ringraziare tutti coloro che mi hanno aiutato nel mio lavoro, prestandomi lettere, frammenti di manoscritti, ritratti e pezzi di abbigliamento: insomma, tutto ciò che potesse essere utile per illustrare la carriera di Lambkin. La mia gratitudine è particolarmente rivolta a Mr. Binder, che mi ha aiutato nella stesura del testo; a Mr. Cook, che si è preso la briga di revisionare le bozze; e a Mr. Wallingford, Q.C., che ha gentilmente acconsentito ad ricevere una copia anticipata del libro. Devo inoltre ringraziare il Vescovo di Bury per la sua cortese collaborazione e i suoi suggerimenti sempre pronti; non posso dimenticare nemmeno M. Hertz, che mi ha aiutato con le questioni legate alla lingua francese, e la cui diligenza e comportamento gentiluomo sono particolarmente apprezzabili.
Non posso concludere senza esprimere la mia gratitudine generale ai tipografi che hanno realizzato questo libro, alle agenzie che lo hanno distribuito e ai librai che l’hanno messo sugli scaffali; provo un profondo senso di riconoscenza verso un gran numero di persone, ed è una sensazione piacevole per uno che, nel corso di una carriera abbastanza di successo, ha dovuto dare (e ricevere) più di un “colpo duro”.
Il Capellano
Burford College
P.S. — Nel corso di questo lavoro ho consultato il “Liddell and Scott’s Larger Greek Lexicon”, il “Smith’s Dictionary of Antiquities”, il “Skeats’ Etymological Dictionary”, il “Le Dictionnaire Franco-Anglais, et Anglo-Français” di Boileau, i “Curtis’ English Synonyms”, il “Buffle on Punctuation” e molte altre fonti, le quali verranno menzionate nel testo.
I. Introducitive
Senza il minimo rimorso o pentimento, mi appresto a curare gli scarsi saggi, sermoni e discorsi inediti del mio caro amico scomparso, il signor Lambkin. Al contrario, provo la sensazione che il mio compito sia quello che risponde agli interessi più fondamentali di tutto il popolo inglese; man mano che il lavoro prendeva forma sotto le mie mani, ho avuto l’impressione di adempiere, con la dovuta umiltà, a un dovere nobile e importante. Ricordo che Lambkin stesso, in una delle ultime conversazioni che abbiamo avuto, disse con quella schiettezza che lo caratterizzava: “Il mondo non conosce i suoi più grandi uomini”. Questo commento profondo sugli affari umani fu, devo ammetterlo, scaturito da un errore presente sul Oxford Herald riguardante me: il mio nome era stato scritto male in una descrizione di un evento pubblico. Anche se ne fui profondamente offeso, ho preferito, per un sentimento che spero sia comune a tutti noi, non fare alcuna menzione a quell’insulto.
L’acuto occhio dell’amicizia e della simpatia, unito agli istinti di uno studioso e di un gentiluomo, percepì la mia irritazione; quella sera Lambkin pronunciò quelle parole memorabili che ho citato. Gli ringraziai calorosamente, ma se una lunga conoscenza gli aveva insegnato il mio carattere, allo stesso modo mi aveva fatto conoscere anche il suo. Conoscevo la reticenza e la modestia del mio collega, quella paura quasi morbosa che la vanità (un vizio che detestava) potesse essere attribuita a lui a causa dei doni eccezionali che non poteva ignorare o nascondere del tutto; e ero certo che le parole che aveva scelto per lenire il mio dolore riflettevano anche la sua stessa oscurità ingiustificata.
Il mondo non sa nulla dei suoi più grandi uomini! Josiah Lambkin. Da quei cipresseti dell’aldilà che ci circondano nelle silenziose serate invernali, quando nemmeno il silenzio stesso può dissolvere i nostri pensieri. Ma tutto si allinea a ciò che la natura stessa ci invita costantemente a ricordare. Il tuo nome sarà conosciuto ovunque si parli l’inglese e i suoi vari dialetti. La grande Madre Onnipotente mi ha reso lo strumento umile per compiere questa missione; eseguirò il mio dovere nel modo che tu stesso avresti desiderato. In uno stile che, perdendo tutta la retorica superflua, elimina anche metà del male. Continuerò dritto per la mia strada, senza deviare né a destra né a sinistra, seguendo soltanto il vecchio e coraggioso modo inglese. Fino a quando non avrò completato il mio compito.
Josiah Abraham Lambkin was born of well-to-do and gentlemanly parents in Bayswater6 on January 19th, 1843. His father, at the time of his birth, entertained objections to the great Public Schools, largely founded upon his religious leanings, which were at that time opposed to the ritual of those institutions. In spite therefore of the vehement protestations of his mother (who was distantly connected on the maternal side with the Cromptons of Cheshire) the boy passed his earlier years under the able tutorship of a Nonconformist divine, and later passed into the academy of Dr. Whortlebury at Highgate.7
Of his school-days he always spoke with some bitterness. He appears to have suffered considerably from bullying, and the Headmaster, though a humane, was a blunt man, little fitted to comprehend the delicate nature with which he had to deal. On one occasion the nervous susceptible lad found it necessary to lay before him a description of the treatment to which he had been subjected by a younger and smaller, but much stronger boy; the pedagogue’s only reply was to flog Lambkin heartily with a light cane, “inflicting,” as he himself once told me, “such exquisite agony as would ever linger in his memory.” Doubtless this teacher of the old school thought he was (to use a phrase then common) “making a man of him,” but the object was not easily to be attained by brutal means. Let us be thankful that these punishments have nearly disappeared from our modern seminaries.
When Josiah was fifteen years of age, his father, having prospered in business, removed to Eaton Square and bought an estate in Surrey. The merchant’s mind, which, though rough, was strong and acute, had meanwhile passed through a considerable change in the matter of religion; and as the result of long but silent self-examination he became the ardent supporter of a system which he had formerly abhorred. It was therefore determined to send the lad to one of the two great Universities, and though Mrs. Lambkin’s second cousins, the Crumptons, had all been to Cambridge, Oxford was finally decided upon as presenting the greater social opportunities at the time.8
Here, then, is young Lambkin, in his nineteenth year, richly but soberly dressed, and eager for the new life that opens before him. He was entered at Burford College on October the 15th, 1861; a date which is, by a curious coincidence, exactly thirty-six years, four months, and two days from the time in which I pen these lines.
Of his undergraduate career there is little to be told. Called by his enemies “The Burford Bounder,” or “dirty Lambkin,” he yet acquired the respect of a small but choice circle who called him by his own name. He was third proxime accessit for the Johnson prize in Biblical studies, and would undoubtedly have obtained (or been mentioned for) the Newdigate, had he not been pitted against two men of quite exceptional poetic gifts — the present editor of “The Investor’s Sure Prophet,” and Mr. Hound, the well-known writer on “Food Statistics.”
He took a good Second-class in Greats in the summer of 1864, and was immediately elected to a fellowship at Burford. It was not known at the time that his father had become a bankrupt through lending large sums at a high rate of interest to a young heir without security, trusting to the necessity under which his name and honour would put him to pay. In the shipwreck of the family fortunes, the small endowment was a veritable godsend to Josiah, who but for this recognition of his merits would have been compelled to work for his living.
As it was, his peculiar powers were set free to plan his great monograph on “Being,” a work which, to the day of his death, he designed not only to write but to publish.
There was not, of course, any incident of note in the thirty years during which he held his fellowship. He did his duty plainly as it lay before him, occasionally taking pupils, and after the Royal Commission, even giving lectures in the College hall. He was made Junior Dean in October, 1872, Junior Bursar in 1876, and Bursar in 1880, an office which he held during the rest of his life.
In this capacity no breath of calumny ever touched him. His character was spotless. He never offered or took compensations of any kind, and no one has hinted that his accounts were not accurately and strictly kept.
He never allowed himself to be openly a candidate for the Wardenship of the College, but it is remarkable that he received one vote at each of the three elections held in the twenty years of his residence.
He passed peacefully away just after Hall on the Gaudy Night of last year. When his death was reported, an old scout, ninety-two years of age, who had grown deaf in the service of the College, burst into tears and begged that the name might be more clearly repeated to him, as he had failed to catch it. On hearing it he dried his eyes, and said he had never known a better master.
His character will, I think, be sufficiently evident in the writings which I shall publish. He was one of nature’s gentlemen; reticent, just, and full of self-respect. He hated a scene, and was careful to avoid giving rise even to an argument. On the other hand, he was most tenacious of his just rights, though charitable to the deserving poor, and left a fortune of thirty-five thousand pounds.
In the difficult questions which arise from the superior rank of inferiors he displayed a constant tact and judgment. It is not always easy for a tutor to control and guide the younger members of the aristocracy without being accused of pitiless severity on the one hand or of gross obsequiousness on the other. Lambkin, to his honour, contrived to direct with energy and guide without offence the men upon whom England’s greatness depends.
He was by no means a snob — snobbishness was not in him. On the other hand, he was equally removed from what is almost worse than snobbishness — the morbid terror of subservience which possesses some ill-balanced minds.
Josiah Abraham Lambkin nacque il 19 gennaio 1843 a Bayswater da genitori benestanti e di buona educazione. Al momento della sua nascita, suo padre nutriva delle obiezioni riguardo alle grandi scuole pubbliche, motivazioni legate principalmente alle sue convinzioni religiose, che all’epoca erano in contrasto con i riti praticati da quelle istituzioni. Nonostante le vivaci proteste di sua madre (che aveva un legame di parentela remota, per parte materna, con la famiglia Crompton del Cheshire), il ragazzo trascorse i primi anni della sua vita sotto la guida competente di un insegnante nonconformista; in seguito frequentò l’accademia di Dr. Whortlebury a Highgate.
Dei suoi giorni di scuola parlava sempre con una certa amarezza. Sembra che abbia sofferto molto a causa dei bullismo; il preside, sebbene umano, era un uomo diretto e poco adatto a comprendere la natura delicata della situazione con cui doveva confrontarsi. Una volta, quel ragazzo nervoso e sensibile ritenne necessario descrivere al preside il trattamento subito da parte di un altro ragazzo più giovane, più piccolo, ma molto più forte; l’unica risposta del pedagogo fu frustare Lambkin con un leggero bastone, “infliggendogli”, come mi disse una volta, “un dolore così intenso che avrebbe rimasto per sempre nella sua memoria”. Senza dubbio, questo insegnante riteneva di stargli “formando il carattere”, ma tale obiettivo non si poteva raggiungere con metodi brutali. Siamo fortunati che queste punizioni siano ormai quasi scomparse dai nostri seminari moderni.
Quando Josiah aveva quindici anni, suo padre, essendo diventato molto ricco nel commercio, si trasferì a Eaton Square e acquistò una tenuta nel Surrey. La mente di quel mercante, sebbene rozza, era forte e acuta; inoltre, dopo lunghe e silenziose riflessioni su questioni religiose, egli divenne un fervente sostenitore di un sistema che in precedenza aveva disprezzato. Per questo motivo decise di mandare il ragazzo in una delle due grandi università; sebbene i cugini di secondo grado della signora Lambkin, i Crumpton, fossero tutti andati a Cambridge, alla fine fu scelta Oxford, poiché offriva maggiori opportunità sociali in quel periodo.
Ecco dunque il giovane Lambkin, all’età di diciannove anni, vestito con eleganza ma sobriamente, e pieno di entusiasmo per la nuova vita che lo aspetta. È entrato al Burford College il 15 ottobre 1861; una data che, per una curiosa coincidenza, corrisponde esattamente a trentasei anni, quattro mesi e due giorni dal momento in cui sto scrivendo queste righe.
Di tutta la sua carriera universitaria non c’è molto da dire. Chiamato dai suoi nemici “Il Burford Bounder” o “il sporco Lambkin”, riuscì comunque ad ottenere il rispetto di un piccolo ma selezionato gruppo di persone che lo chiamavano con il suo vero nome. Fu terzo classificato nel concorso per il premio Johnson in studi biblici, e senza dubbio avrebbe vinto (o sarebbe stato nominato) anche per il premio Newdigate, se non fosse stato messo di fronte a due uomini dotati di straordinari talenti poetici: l’attuale editore di “The Investor’s Sure Prophet” e il signor Hound, noto scrittore di argomenti legati alle “Statistiche alimentari”.
Nell’estate del 1864 ottenne un ottimo risultato nel corso di studi di Seconda Classe e fu immediatamente eletto per una borsa di studio presso il Burford College. All’epoca non si sapeva che suo padre fosse diventato fallito a causa del fatto che aveva prestato ingenti somme di denaro ad un giovane erede senza alcuna garanzia, fidandosi della certezza che quest’ultimo avrebbe onorato i suoi debiti per rispetto al proprio nome e alla propria reputazione. Nel corso di questo disastro finanziario, la piccola dotazione ricevuta da Josiah fu davvero una manna dal cielo; senza di essa, sarebbe stato costretto a lavorare per guadagnarsi da vivere.
Così come stavano le cose, i suoi strani poteri furono liberati per permettergli di pianificare la sua grande monografia sull’“Essere”, un’opera che, fino al giorno della sua morte, intendeva non solo scrivere ma anche pubblicare.
Naturalmente, non ci furono alcun incidente degno di nota nei trent’anni in cui ricoprì quella carica. Svolse semplicemente i propri doveri nel modo più corretto, prendendo occasionalmente studenti sotto la sua guida e, dopo l’intervento della Commissione Reale, tenne persino lezioni nell’aula del college. Nel ottobre 1872 fu nominato Vicedirettore, nel 1876 Vicesegretario e nel 1880 Segretario, incarico che mantenne per il resto della sua vita.
Nella sua veste di tale incarico, nessuna calunnia lo toccò mai; il suo carattere era irreprensibile. Non offrì mai né accettò compensazioni di alcun tipo, e nessuno ha mai insinuato che i suoi registri non fossero tenuti in modo accurato e rigoroso.
Non si permise mai di candidarsi apertamente alla carica di Decano del Collegio, ma è sorprendente che abbia ricevuto un voto in ciascuna delle tre elezioni tenutesi nei vent’anni della sua permanenza lì.
È morto serenamente poco dopo Hall, nella Notte di Gaudy dello scorso anno. Quando è stata annunciata la sua morte, un vecchio scout di novantadue anni, che aveva perso l’udito durante il suo servizio presso il College, scoppiò in lacrime e pregò che il nome venisse ripetuto più chiaramente, poiché non era riuscito a sentirlo. Dopo averlo sentito, asciugò gli occhi e disse di non aver mai conosciuto un maestro migliore.
Penso che il suo carattere risulti abbastanza evidente nelle opere che pubblicherò. Era uno di quei gentiluomini nati per natura: riservato, giusto e pieno di autostima. Odiava le discussioni e faceva di tutto per evitare anche solo di scatenarne una. D’altra parte, era estremamente determinato a difendere i propri diritti legittimi, sebbene fosse generoso con i poveri meritevoli; lasciò in eredità una fortuna di trentacinquemila sterline.
Nei difficili problemi che derivano dal rango superiore dei soggetti subordinati, dimostrò sempre grande tatto e giudizio. Non è sempre facile per un tutore controllare e guidare i membri più giovani dell’aristocrazia senza essere accusato da un lato di severità spietata e dall’altro di eccessiva ossequiosità. Lambkin, a suo onore, riuscì a guidare con energia e senza offese coloro dai quali dipende la grandezza dell’Inghilterra.
Lui non era affatto uno snob; la presunzione non faceva parte di lui. D’altra parte, era altrettanto lontano da ciò che è quasi peggio dello snobismo: il terrore morboso della sottomissione che caratterizza alcune menti squilibrate.
His attitude was this: that we are compelled to admit the aristocratic quality of the English polity and should, while decently veiling its cruder aspects, enjoy to the full the benefits which such a constitution confers upon society and upon our individual selves.
By a genial observance of such canons he became one of the most respected among those whom the chances of an academic career presented to him as pupils or parents. He was the guest and honoured friend of the Duke of Cumberland, the Duke of Pembroke, the Duke of Limerick (“Mad Harry”), and the Duke of Lincoln; he had also the honour of holding a long conversation with the Duke of Berkshire, whom he met upon the top of an omnibus in Piccadilly and instantly recognised. He possessed letters, receipts or communications from no less than four Marquises, one Marquess, ten Barons, sixteen Baronets and one hundred and twenty County Gentlemen. I must not omit Lord Grumbletooth, who had had commercial dealings with his father, and who remained to the end of his life a cordial and devoted friend.9
His tact in casual conversation was no less remarkable than his general savoir faire in the continuous business of life. Thus upon one occasion a royal personage happened to be dining in Hall. It was some days after the death of Mr. Hooligan, the well-known Home Rule leader. The distinguished guest, with perhaps a trifle of licence, turned to Lambkin and said “Well, Mr. Bursar, what do you think of Hooligan?” We observed a respectful silence and wondered what reply Lambkin would give in these difficult circumstances. The answer was like a bolt from the blue, “De mortuis nil nisi bonum,” said the Classical Scholar, and a murmur of applause went round the table.
Indeed his political views were perhaps the most remarkable feature in a remarkable character. He died a convinced and staunch Liberal Unionist, and this was the more striking as he was believed by all his friends to be a Conservative until the introduction of Mr. Gladstone’s famous Bill in 1885.
In the delicate matter of religious controversy his own writings must describe him, nor will I touch here upon a question which did not rise to any considerable public importance until after his death. Perhaps I may be permitted to say this much; he was a sincere Christian in the true sense of the word, attached to no narrow formularies, but following as closely as he could the system of Seneca, stiffened (as it were) with the meditations of Marcus Aurelius, though he was never so violent as to attempt a practice of what that extreme stoic laid down in theory.
Neither a ritualist nor a low-churchman, he expressed his attitude by a profound and suggestive silence. These words only escaped him upon one single occasion. Let us meditate upon them well in the stormy discussions of to-day: “Medio tutissimus ibis.”
His learning and scholarship, so profound in the dead languages, was exercised with singular skill and taste in the choice he made of modern authors.
He was ignorant of Italian, but thoroughly conversant with the French classics, which he read in the admirable translations of the ‘Half-crown Series.’ His principal reading here was in the works of Voltaire, wherein, however, he confessed, “He could find no style, and little more than blasphemous ribaldry.” Indeed, of the European languages he would read German with the greatest pleasure, confining himself chiefly to the writings of Lessing, Kant, and Schiller. His mind acquired by this habit a singular breadth and fecundity, his style a kind of rich confusion, and his speech (for he was able to converse a little in that idiom) was strengthened by expressions of the deepest philosophic import; a habit which gave him a peculiar and individual power over his pupils, who mistook the Teutonic gutturals for violent objurgations.
Such was the man, such the gentleman, the true ‘Hglaford,’ the modern ‘Godgebidden Eorldemanthingancanning,’ whose inner thoughts shall unroll themselves in the pages that follow.
II. Lambkin’s Newdigate
POEM WRITTEN FOR “NEWDIGATE PRIZE” IN ENGLISH VERSE
By J. A. Lambkin, Esq., of Burford College
N.B. — [The competitors are confined to the use of Rhymed Heroic Iambic Pentameters, but the introduction of Lyrics is permitted]
Subject: “THE BENEFITS CONFERRED BY SCIENCE, ESPECIALLY IN CONNECTION WITH THE ELECTRIC LIGHT”
For the benefit of those who do not care to read through the Poem but desire to know its contents, I append the following headings:
INVOCATION TO THE MUSE
Hail! Happy Muse, and touch the tuneful string!
The benefits conferred by Science10 I sing.
His theme: the Electric Light and its benefits
Under the kind Examiners’11 direction
I only write about them in connection
With benefits which the Electric Light
Confers on us; especially at night.
These are my theme, of these my song shall rise.
My lofty head shall swell to strike the skies,12
And tears of hopeless love bedew the maiden’s eyes.
Second Invocation to the Muse
Descend, O Muse, from thy divine abode,
Osney
To Osney, on the Seven Bridges Road;
For under Osney’s solitary shade
The bulk of the Electric Light is made.
Here are the works, from hence the current flows
Which (so the Company’s prospectus goes)
Power of Works there
Can furnish to Subscribers hour by hour
No less than sixteen thousand candle power,13
All at a thousand volts. (It is essential
To keep the current at this high potential
In spite of the considerable expense.)
Statistics concerning them
The Energy developed represents,
Expressed in foot-tons, the united forces
Of fifteen elephants and forty horses.
But shall my scientific detail thus
Clip the dear wings of Buoyant Pegasus?
Poetical or Rhetorical questions
Shall pure statistics jar upon the ear
That pants for Lyric accents loud and clear?
Shall I describe the complex Dynamo
Or write about its commutator? No!
The Theme changes
To happier fields I lead my wanton pen,
The proper study of mankind is men.
La sua posizione era la seguente: che siamo costretti ad ammettere la natura aristocratica della politica inglese e che, pur velandone opportunamente gli aspetti più grezzi, dovremmo godere appieno dei benefici che una tale costituzione offre alla società e a ciascuno di noi individualmente.
Grazie al rispetto scrupoloso di tali regole, divenne uno dei più stimati tra coloro che, come studenti o genitori, ebbero l’opportunità di intraprendere una carriera accademica. Fu ospite e amico onorato del Duca di Cumberland, del Duca di Pembroke, del Duca di Limerick (“Mad Harry”) e del Duca di Lincoln; ebbe inoltre l’onore di conversare a lungo con il Duca di Berkshire, che incontrò su un omnibus a Piccadilly e riconobbe immediatamente. Possedeva lettere, ricevute o comunicazioni da non meno di quattro marchesi, un marchese, dieci baroni, sedici baronetti e centoventi gentiluomini di contea. Non devo dimenticare Lord Grumbletooth, che aveva avuto rapporti commerciali con suo padre e rimase per tutta la vita un amico sincero e devoto.
Il suo modo di comportarsi nelle conversazioni informali non era meno notevole del suo solito savoir faire nella vita quotidiana. Un giorno, per caso, un personaggio reale stava pranzando nel salone. Erano trascorsi alcuni giorni dalla morte di Mr. Hooligan, il noto leader del movimento per l’Autonomia. Il distinto ospite, forse con una certa libertà, si rivolse a Lambkin e disse: “Beh, signor cassiere, che ne pensate di Hooligan?” Observammo un rispettovole silenzio, chiedendoci quale risposta avrebbe dato Lambkin in quelle circostanze difficili. La risposta fu inaspettata: “De mortuis nil nisi bonum”, disse lo studioso classico, e un mormorio di applausi si diffuse intorno al tavolo.
Infatti, le sue opinioni politiche rappresentavano forse il tratto più notevole di una personalità davvero eccezionale. Morì convinto e fedele sostenitore del Partito Liberale Unionista; ciò era ancora più sorprendente, poiché tutti i suoi amici ritenevano che fosse un conservatore fino all’introduzione del famoso disegno di legge proposto da Lord Gladstone nel 1885.
Nella delicata questione delle controversie religiose, sono i suoi stessi scritti a doverlo descrivere; inoltre, non intendo affrontare qui una questione che non ha assunto un’importanza pubblica significativa se non dopo la sua morte. Forse posso dire almeno questo: era un cristiano sincero nel vero senso della parola, non legato a formule ristrette, ma che seguiva con la massima attenzione il sistema di Seneca, arricchito dalle meditazioni di Marco Aurelio; tuttavia, non arrivò mai al punto di tentare di mettere in pratica ciò che quel estremo stoico aveva teorizzato.
Né un ritualista né un seguace della Chiesa Bassa, esprimeva la propria posizione attraverso un silenzio profondo e significativo. Queste parole gli sfuggirono soltanto in un’unica occasione. Riflettiamoci bene su di esse nelle discussioni turbolente di oggi: “Medio tutissimus ibis.”
La sua erudizione e il suo sapere, così profondi nelle lingue morte, venivano applicati con straordinaria abilità e gusto nella scelta che faceva degli autori moderni.
Era ignorante di italiano, ma assai versato nei classici francesi, che leggeva attraverso le meravigliose traduzioni della “Half-crown Series”. La sua lettura principale riguardava le opere di Voltaire; tuttavia confessava di non trovare in esse alcun stile degno di nota, e soltanto oscenità blasfeme. Tra le lingue europee, preferiva leggere il tedesco, limitandosi principalmente alle opere di Lessing, Kant e Schiller. Questa abitudine conferì alla sua mente una vastità e una fertilità straordinarie; il suo stile risultava un po’ confusionario, ma le sue parole – poiché era in grado di conversare un po’ in quella lingua – erano arricchite da espressioni di profonda portata filosofica. Questo atteggiamento gli diede un ascendente particolare sui suoi studenti, i quali scambiavano le gutturalità tedesche per oscenità violente.
Ecco l’uomo, ecco il gentiluomo: il vero “Hglaford”, il moderno “Godgebidden Eorldemanthingancanning”; i suoi pensieri più intimi verranno rivelati nelle pagine che seguono.
II. Lambkin’s Newdigate
Poema scritto per il “Newdigate Prize” in versi inglesi
Il signor J. A. Lambkin del Burford College
Nota: — I concorrenti sono tenuti a utilizzare esclusivamente i pentametri giambici eroici in rima, ma è consentita l’aggiunta di testi lirici.
Argomento: “I benefici conferiti dalla scienza, in particolare in relazione alla luce elettrica”
Per coloro che non desiderano leggere l’intero poema ma vogliono conoscerne i contenuti, allego i seguenti titoli.
Invocazione alla Musa
Salve! Felice Musa, tocca quella corda melodiosa!
I benefici conferiti dalla Scienza, li esalto.
Il suo tema: la luce elettrica e i suoi benefici
Sotto la gentile guida degli esaminatori
Solo ne scrivo quando sono collegati a qualcos’altro
Titolo:
Con i vantaggi offerti dalla luce elettrica…
Ci dona qualcosa; soprattutto di notte.
Questi sono i miei temi; su di essi sorgerà la mia canzone.
La mia testa orgogliosa toccherà il cielo
E lacrime d’amore disperato bagnano gli occhi della fanciulla.
Seconda Invocazione alla Musa
Scendi, o Musa, dalla tua divina dimora.
Osney
A Osney, sulla strada delle Sette Ponti;
Sotto l’ombra solitaria di Osney
La maggior parte della lampada elettrica è già stata prodotta.
Titolo:
Ecco le opere; da qui inizia il corso attuale degli eventi.
Quale… (così recita il prospetto aziendale)
Titolo:
Il potere delle opere lì
Titolo: Fornisce agli iscritti informazioni orarie per orario
Non meno di sedicimila candele di potenza,13
Tutti a mille volt… (È essenziale)
Mantenere il livello attuale a questo alto potenziale
Nonostante le notevoli spese.
Statistiche su di loro
L’energia sviluppata rappresenta…
In termini di piedotoni, le forze unite…
Quindici elefanti e quaranta cavalli.
Ma dovranno forse i miei dettagli scientifici essere esposti in questo modo?
Tagliare via le adorabili ali del leggero Pegaso?
Domande poetiche o retoriche
Statistiche puramente statistiche… possono forse risultare sgradevoli all’orecchio?
Quelle pantaloni accentuano chiaramente il tono melodioso di Lyric, vero?
Devo descrivere il complesso Dynamo?
O scrivere qualcosa sul suo commutatore? No!
Titolo:
Il tema cambia
Verso campi più felici conduco la mia penna libera e spensierata
Lo studio approfondito dell’umanità riguarda gli esseri umani stessi.
Third Invocation to the Muse
Awake, my Muse! Portray the pleasing sight
That meets us where they make Electric Light.
A picture of the Electrician
Behold the Electrician where he stands:
Soot, oil, and verdigris are on his hands;
Large spots of grease defile his dirty clothes,
The while his conversation drips with oaths.
Shall such a being perish in its youth?
Alas! it is indeed the fatal truth.
In that dull brain, beneath that hair unkempt,
Familiarity has bred contempt.
We warn him of the gesture all too late;
Oh, Heartless Jove! Oh, Adamantine Fate!
His awful fate
Some random Touch — a hand’s imprudent slip —
The Terminals — a flash — a sound like “Zip!”
A smell of Burning fills the startled Air —
The Electrician is no longer there!
He changes his Theme
But let us turn with true Artistic scorn
From facts funereal and from views forlorn
Of Erebus and Blackest midnight born.14
Fourth Invocation to the Muse
Arouse thee, Muse! and chaunt in accents rich
The interesting processes by which
The Electricity is passed along:
These are my theme, to these I bend my song.
Description of method by which the Current is used
It runs encased in wood or porous brick
Through copper wires two millimetres thick,
And insulated on their dangerous mission
By indiarubber, silk, or composition,
Here you may put with critical felicity
The following question: “What is Electricity?”
Difficulty of determining nature of Electricity
“Molecular Activity,” say some,
Others when asked say nothing, and are dumb.
Whatever be its nature: this is clear,
The rapid current checked in its career,
Baulked in its race and halted in its course15
Transforms to heat and light its latent force:
Conservation of Energy. Proofs of this: no experiment needed
It needs no pedant in the lecturer’s chair
To prove that light and heat are present there.
The pear-shaped vacuum globe, I understand,
Is far too hot to fondle with the hand.
While, as is patent to the meanest sight,
The carbon filament is very bright.
Doubts on the Municipal system, but —
As for the lights they hang about the town,
Some praise them highly, others run them down.
This system (technically called the arc)
Makes some passages too light, others too dark.
None on the Domestic
But in the house the soft and constant rays
Have always met with universal praise.
Its advantages
For instance: if you want to read in bed
No candle burns beside your curtains’ head,
Far from some distant corner of the room
The incandescent lamp dispels the gloom,
Advantages of large Print
And with the largest print need hardly try
The powers of any young and vigorous eye.
Fifth Invocation to the Muse
Aroint thee, Muse! inspired the poet sings!
I cannot help observing future things!
The only hope of Humanity is in Science
Life is a vale, its paths are dark and rough
Only because we do not know enough.
When Science has discovered something more
We shall be happier than we were before.
Peroration in the spirit of the rest of the Poem
Hail! Britain, mistress of the Azure Main,
Ten Thousand Fleets sweep over thee in vain!
Hail! mighty mother of the brave and free,
That beat Napoleon, and gave birth to me!
Thou that canst wrap in thine emblazoned robe
One quarter of the habitable globe.
Thy mountains, wafted by a favouring breeze,
Like mighty hills withstand the stormy seas.
Warning to Britain
Thou art a Christian Commonwealth. And yet
Be thou not all unthankful — nor forget
As thou exultest in Imperial might
The benefits of the Electric Light.
III. Some Remarks on Lambkin’s Prose Style
NO ACHIEVEMENT OF my dear friend’s produced a greater effect than the English Essay which he presented at his examination. That so young a man, and a man trained in such an environment as his, should have written an essay at all was sufficiently remarkable, but that his work should have shown such mastery in the handling, such delicate balance of idea, and so much know-ledge (in the truest sense of the word), coupled with such an astounding insight into human character and contemporary psychology, was enough to warrant the remark of the then Warden of Burford: “If these things” (said the aged but eminent divine), “if these things” (it was said in all reverence and with a full sense of the responsibility of his position), “If these things are done in the green wood, what will be done in the dry?”
Truly it may be said that the Green Wood of Lambkin’s early years as an Undergraduate was worthily followed by the Dry Wood of his later life as a fellow and even tutor, nay, as a Bursar of his college.
It is not my purpose to add much to the reader’s own impressions of this tour de force, or to insist too strongly upon the skill and breadth of treatment which will at once make their mark upon any intelligent man, and even upon the great mass of the public. But I may be forgiven if I give some slight personal memories in interpretation of a work which is necessarily presented in the cold medium of type.
Lambkin’s hand-writing was flowing and determined, but was often difficult to read, a quality which led in the later years of his life to the famous retort made by the Rural Dean of Henchthorp to the Chaplain of Bower’s Hall.16 His manuscript was, like Lord Byron’s (and unlike the famous Codex V in the Vatican), remarkable for its erasures, of which as many as three may be seen in some places super-imposed, ladderwise, en échelle, the one above the other, perpendicularly to the line of writing.
This excessive fastidiousness in the use of words was the cause of his comparatively small production of written work; and thus the essay printed below was the labour of nearly three hours. His ideas in this matter were best represented by his little epigram on the appearance of Liddell and Scott’s larger Greek Lexicon. “Quality not quantity” was the witty phrase which he was heard to mutter when he received his first copy of that work.
The nervous strain of so much anxiety about his literary work wearied both mind and body, but he had his reward. The scholarly aptitude of every particle in the phrase, and the curious symmetry apparent in the great whole of the essay are due to a quality which he pushed indeed to excess, but never beyond the boundary that separates Right and Wrong; we admire in the product what we might criticise in the method, and when we judge as critics we are compelled as Englishmen and connoisseurs to congratulate and to applaud.
Terza Invocazione alla Musa
Risvegliati, mia Musa! Raffigura questa piacevole scena
Questo ci porta nel luogo in cui producono la luce elettrica.
Una fotografia dell’elettricista
Ecco il elettricista dove si trova…
Polvere di carbone, olio e ruggine sulle sue mani…
Grandi macchie di grasso sporcano i suoi vestiti luridi.
Mentre la sua conversazione è piena di imprecazioni.
Dovrebbe davvero un essere del genere perire nella sua giovinezza?
Ahimè, è davvero la tragica verità.
“In quel cervello apatico, sotto quei capelli disordinati…”
La familiarità ha generato disprezzo.
Lo avvertiamo di quel gesto troppo tardi…
Oh, crudele Giove! Oh, inflessibile Destino!
La sua terribile sorte
Un contatto casuale… un movimento imprudente di una mano…
I Terminali – un lampo – un suono simile a “Zip!”
Un odore di combustione riempie l’aria sorpresa…
L’elettricista non c’è più!
Cambia argomento
Ma torniamo, con un vero disprezzo artistico…
Da fatti funebri e da visioni desolate
Nato da Erebo e dalla notte più oscura.14
Quarta Invocazione alla Musa
Risvegliati, Musa! e canta con accenti ricchi e vibranti
Titolo:
I processi interessanti attraverso i quali…
L’elettricità viene trasmessa lungo il circuito…
Questi sono i miei temi; su di essi modulo la mia canzone.
Descrizione del metodo mediante il quale viene utilizzato il Corrente
Incapsulato nel legno o nella malta porosa
Attraverso fili di rame spessi due millimetri
E isolati nella loro pericolosa missione
Con gomma indiana, seta o material sintetico…
Titolo:
Qui si può operare con grande abilità critica
La seguente domanda: “Che cos’è l’elettricità?”
Difficoltà nel determinare la natura dell’elettricità
“Attività molecolare”, dicono alcuni.
Altri, quando interrogati, non dicono nulla e sono semplicemente stupidi.
Qualunque ne sia la natura… questo è certo.
Il rapido corso d’acqua si arrestò nel suo percorso.
Bloccato nella sua corsa e fermato nel suo percorso15
Si trasforma in calore e luce attraverso la sua forza latente:
Conservazione dell’energia. Dimostrazioni di ciò: non sono necessari esperimenti
Non c’è bisogno di un pedante sul podio dell’oratore
Per dimostrare che lì sono presenti luce e calore.
Il globo di vetro a forma di pera… capisco.
Fa troppo caldo per poter toccare qualcosa con le mani.
Mentre, come è evidente anche al più semplice osservatore…
Il filamento di carbonio è molto luminoso.
Dubbi sul sistema municipale, ma…
Per quanto riguarda le luci che pendono per la città…
Alcuni li lodano molto, altri li criticano aspramente.
Questo sistema (chiamato tecnicamente “arco”)
Rende alcuni passaggi troppo leggeri, altri troppo cupi.
Nessuno in casa
Ma nella casa, i raggi dolci e costanti…
Ha sempre ricevuto consensi universali.
I suoi vantaggi
Ad esempio: se vuoi leggere a letto
Nessuna candela brilla accanto alla tua testa, dietro le tende…
Lontano da qualche angolo remoto della stanza
La lampada ad incandescenza scaccia l’oscurità.
Vantaggi della stampa in grandi dimensioni
E con la maggiore richiesta di stampa, non c’è nemmeno bisogno di provare
Le capacità visive di qualsiasi giovane occhio pieno di vigore.
Quinta Invocazione alla Musa
Arointa te, Musa! L’ispirazione fa cantare il poeta!
Non posso fare a meno di osservare le cose che accadranno in futuro!
L’unica speranza dell’umanità risiede nella scienza.
La vita è una valle: i suoi sentieri sono oscuri e accidentati.
Solo perché non sappiamo abbastanza.
Quando la scienza ha scoperto qualcosa di ancora più grande
Saremo più felici di quanto fossimo prima.
Perorazione nello spirito del resto della poesia
Evviva, Britannia, padrona dei mari azzurri!
Diecimila flotte ti assalgono invano!
Salve! Potente madre dei coraggiosi e liberi.
Quel ritmo sconfisse Napoleone, e mi diede alla luce!
Colui che può avvolgersi nel suo manto decorato di simboli
Un quarto del globo abitabile.
Le tue montagne, accarezzate da una brezza favorevole…
Come imponenti colline resistono ai mari tempestosi.
Avvertimento per la Gran Bretagna
Tu sei una comunità cristiana… Eppure
Non essere del tutto ingrato… né dimenticare
Come esulti nella potenza imperiale…
I benefici della luce elettrica.
III. Alcune osservazioni sullo stile prosastico di Lambkin
Nessun altro risultato ottenuto dal mio caro amico ha avuto un effetto maggiore dell’articolo in inglese che presentò all’esame. Il fatto che un giovane così giovane, e cresciuto in un ambiente del genere, fosse riuscito a scrivere un simile articolo era già sufficientemente notevole; ma il fatto che il suo lavoro dimostrasse una tale padronanza nella struttura, un equilibrio così delicato tra le idee e una conoscenza così vasta (nel vero senso della parola), unita a una comprensione sorprendente del carattere umano e della psicologia contemporanea, era davvero motivo di ammirazione. Fu proprio per questo che il allora direttore di Burford commentò: “Se queste cose” (disse l’anziano ma eminente religioso), “se queste cose vengono realizzate in un ambiente ancora poco maturo, cosa si potrà mai realizzare in futuro?”
Si può davvero dire che la “Foresta Verde” degli anni iniziali di Lambkin come studente universitario sia stata degna di essere seguita dalla “Foresta Secca” dei suoi anni successivi, quando divenne membro del corpo docente e persino tutor, e addirittura rettore finanziario del suo college.
Non è mia intenzione aggiungere molto alle impressioni personali del lettore riguardo a quest’opera straordinaria, né insistere eccessivamente sull’abilità e sulla profondità di analisi che sicuramente colpiranno qualsiasi persona intelligente, così come gran parte del pubblico. Tuttavia, mi si perdonerà se condivido alcune mie personali memorie nell’interpretazione di un’opera che, inevitabilmente, viene presentata attraverso il freddo mezzo della stampa.
La scrittura di Lambkin era fluida e decisa, ma spesso difficile da leggere; questa caratteristica portò, negli ultimi anni della sua vita, alla famosa risposta data dal Vescovo Rurale di Henchthorp al Cappellano di Bower’s Hall. Il suo manoscritto, proprio come quello di Lord Byron (a differenza del famoso Codex V conservato in Vaticano), era noto per le numerose cancellature presenti; in alcuni punti si potevano vedere fino a tre cancellature sovrapposte l’una all’altra, disposte a gradini, perpendicolarmente alla linea di scrittura.
Questa eccessiva meticolosità nell’uso delle parole fu la causa della sua produzione scritta relativamente scarsa; per questo motivo, l’articolo pubblicato qui sotto richiese quasi tre ore di lavoro. Le sue idee in merito furono meglio rappresentate dal suo breve epigramma riguardo all’uscita del grande lessico greco di Liddell e Scott. “Qualità, non quantità”: questa fu la frase spiritosa che si diceva che mormorasse quando ricevette la prima copia di quell’opera.
La tensione nervosa derivante da tanta ansia riguardo al suo lavoro letterario logorava sia la mente che il corpo, ma ne ebbe la sua ricompensa. L’abilità accademica di ogni singola parte della frase, nonché la curiosa simmetria che si riscontra nell’intero saggio, sono frutto di una qualità che egli esercitò certamente fino all’eccesso, ma mai al di là del confine che separa il Giusto dall’Errato; ammiriamo il risultato finale ciò che potremmo criticare nel metodo utilizzato, e quando giudichiamo in veste di critici, siamo costretti, in quanto inglesi e appassionati, a congratularci e ad applaudire.
He agreed with Aristotle in regarding lucidity as the main virtue of style. And if he sometimes failed to attain his ideal in this matter, the obscurity was due to none of those mannerisms which are so deplorable in a Meredith or a Browning, but rather to the fact that he found great difficulty in ending a sentence as he had begun it. His mind outran his pen; and the sentence from his University sermon, “England must do her duty, or what will the harvest be?” stirring and patriotic as it is, certainly suffers from some such fault, though I cannot quite see where.
The Oxymoron, the Aposiopesis, the Nominativus Pendens, the Anacoluthon and the Zeugma he looked upon with abhorrence and even with dread. He was a friend to all virile enthusiasm in writing but a foe to rhetoric, which (he would say) “Is cloying even in a demagogue, and actually nauseating in the literary man.” He drew a distinction between eloquence and rhetoric, often praising the one and denouncing the other with the most abandoned fervour: indeed, it was his favourite diversion in critical conversation accurately to determine the meaning of words. In early youth he would often split an infinitive or end a sentence with a preposition. But, ever humble and ready to learn, he determined, after reading Mrs. Griffin’s well-known essays in the Daily American, to eschew such conduct for the future; and it was a most touching sight to watch him, even in extreme old age, his reverend white locks sweeping the paper before him and his weak eyes peering close at the MSS. as he carefully went over his phrases with a pen, scratching out and amending, at the end of his day’s work, the errors of this nature.
He commonly used a gilt “J” nib, mounted upon a holder of imitation ivory, but he was not cramped by any petty limitations in such details and would, if necessity arose, make use of a quill, or even of a fountain pen, insisting, however, if he was to use the latter, that it should be of the best.
The paper upon which he wrote the work that remains to us was the ordinary ruled foolscap of commerce; but this again he regarded as quite unimportant. It was the matter of what he wrote that concerned him, not (as is so often the case with lesser men) the mere accidents of pen or paper.
I remember little else of moment with regard to his way of writing, but I make no doubt that these details will not be without their interest; for the personal habits of a great man have a charm of their own. I read once that the sum of fifty pounds was paid for the pen of Charles Dickens. I wonder what would be offered for a similar sacred relic, of a man more obscure, but indirectly of far greater influence; a relic which I keep by me with the greatest reverence, which I do not use myself, however much at a loss I may be for pen or pencil, and with which I never, upon any account, allow the children to play.
But I must draw to a close, or I should merit the reproach of lapsing into a sentimental peroration, and be told that I am myself indulging in that rhetoric which Lambkin so severely condemned.
IV. Lambkin’s Essay on “Success”
ON “SUCCESS:” ITS causes and results
Difficulty of Subject
In approaching a problem of this nature, with all its anomalies and analogues, we are at once struck by the difficulty of conditioning any accurate estimate of the factors of the solution of the difficulty which is latent in the very terms of the above question. We shall do well perhaps, however, to clearly differentiate from its fellows the proposition we have to deal with, and similarly as an inception of our analysis to permanently fix the definitions and terms we shall be talking of, with, and by.
Definition of Success
Success may be defined as the Successful Consummation of an Attempt or more shortly as the Realisation of an imagined Good, and as it implies Desire or the Wish for a thing, and at the same time action or the attempt to get at a thing,17 we might look at Success from yet another point of view and say that Success is the realisation of Desire through action. Indeed this last definition seems on the whole to be the best; but it is evident that in this, as in all other matters, it is impossible to arrive at perfection, and our safest definition will be that which is found to be on the whole most approximately the average mean18 of many hundreds that might be virtually constructed to more or less accurately express the idea we have undertaken to do.
So far then it is evident that while we may have a fairly definite subjective visual concept of what Success is, we shall never be able to convey to others in so many words exactly what our idea may be.
“What am I?
, … .
An infant crying for the light
That has no language but a cry”
Method of dealing with Problem
It is, however, of more practical importance nevertheless, to arrive at some method or other by which we can in the long run attack the very serious problem presented to us. Our best chance of arriving at any solution will lie in attempting to give objective form to what it is we have to do with. For this purpose we will first of all divide all actions into (א) Successful and (ב) Non-successful19 actions. These two categories are at once mutually exclusive and collectively universal. Nothing of which Success can be truly predicated, can at the same time be called with any approach to accuracy Unsuccessful; and similarly if an action finally result in Non-success, it is quite evident that to speak of its “Success” would be to trifle with words and to throw dust into our own eyes, which is a fatal error in any case. We have then these two primary catēgories what is true of one will, with certain reservations, be untrue of the other, in most cases (we will come to that later) and vice-versâ.
(1) Success.
(2) Non-success.
First great Difficulty
But here we are met at the outset of our examination by a difficulty of enormous dimensions. There is not one success; there are many. There is the success of the Philosopher, of the Scientist, of the Politician, of the Argument, of the Commanding Officer, of the Divine, of the mere unthinking Animal appetite, and of others more numerous still. It is evident that with such a vast number of different subsidiary catēgories within our main catēgory it would be impossible to arrive at any absolute conclusions, or to lay down any firm general principle. For the moment we had erected some such fundamental foundation the fair structure would be blown to a thousand atoms by the consideration of some fresh form, aspect or realisation, of Success which might have escaped our vision, so that where should we be then? It is therefore most eminently a problem in which we should beware of undue generalisations and hasty dogmatism. We must abandon here as everywhere the immoral and exploded cant of mediæval deductive methods invented by priests and mummers to enslave the human mind, and confine ourselves to what we absolutely know. Shall we towards the end of this essay truly know anything with regard to Success? Who can tell! But at least let us not cheat ourselves with the axioms, affirmations and dogmas which are, in a certain sense, the ruin of so many; let us, if I may use a metaphor, “abandon the à priori for the chiaro-oscuro.”
Era d’accordo con Aristotele nel ritenere la chiarezza la principale virtù dello stile. E se a volte non riusciva a realizzare il proprio ideale in questo campo, l’oscurità derivava non da quei manierismi così deplorabili in autori come Meredith o Browning, ma piuttosto dal fatto che gli risultava molto difficile concludere una frase esattamente come l’aveva iniziata. La sua mente superava la capacità della sua penna; e quella frase tratta dal suo sermone all’università, “L’Inghilterra deve adempiere al proprio dovere. Altrimenti, quale sarà il risultato?” – per quanto commovente e patriottica – presenta sicuramente questo tipo di difetto, anche se non riesco esattamente a individuarne la causa.
L’ossimoro, l’aposiopesi, il nominativo pendente, l’anacoluto e la zeugma li considerava con orrore, persino con terrore. Era un amico di ogni entusiasmo virile nella scrittura, ma un nemico della retorica, che (come diceva) “è insidiosa anche in un demagogo, e addirittura nauseabonda nell’uomo di lettere”. Faceva distinzione tra eloquenza e retorica, lodando spesso la prima e denunciando con grande fervore la seconda; anzi, era il suo passatempo preferito nelle conversazioni critiche: individuare con precisione il significato delle parole. Da giovane aveva l’abitudine di dividere gli infiniti o di concludere le frasi con preposizioni. Ma, sempre umile e disposto ad imparare, dopo aver letto i noti saggi della signora Griffin sul “Daily American”, decise di evitare tali pratiche in futuro; era davvero commovente vederlo, anche in età avanzata, con i suoi venerabili capelli bianchi che sfioravano il foglio mentre i suoi occhi deboli si avvicinavano attentamente alle pagine manoscritte, correggendo con cura le errori di quel genere al termine del suo lavoro quotidiano.
Di solito utilizzava una punta in metallo dorato, montata su un supporto di avorio finto, ma non si lasciava limitare da dettagli banali; se necessario, poteva anche usare una penna d’oca o persino una penna stilografica, purché fosse della migliore qualità.
Il foglio su cui scrisse l’opera che ci è rimasta era semplicemente un comune foglio di carta a righe utilizzato per gli affari; ma anche questo lo considerava del tutto insignificante. Ciò che contava davvero erano i contenuti delle sue scritture, e non (come spesso accade per persone meno importanti) i semplici dettagli legati all’uso della penna o della carta.
Non ricordo molto altro riguardo al suo modo di scrivere, ma non dubito che questi dettagli abbiano il loro valore; infatti, le abitudini personali di un grande uomo possiedono un fascino tutto loro. Ho letto una volta che per la penna di Charles Dickens fu pagata la somma di cinquanta sterline. Mi chiedo quanto verrebbe offerto per una reliquia simile di un uomo meno noto, ma indirettamente molto più influente. Una reliquia che tengo con grande reverenza accanto a me; non la uso io stesso, anche se spesso mi mancano penne o matite, e di certo non permetto mai ai bambini di giocarci.
Ma devo concludere, altrimenti rischierei di essere accusato di cadere in una retorica sentimentale e mi verrebbe detto che anch’io sto indulgendo nella stessa retorica che Lambkin aveva così severamente condannato.
IV. Saggio di Lambkin sul “successo”
Sul “successo”: le sue cause e i suoi risultati
Difficoltà dell’argomento
Nel affrontare un problema di questa natura, con tutte le sue anomalie e analogie, ci rendiamo immediatamente conto della difficoltà di formulare una stima accurata dei fattori necessari per risolvere tale problema, dato che tali fattori sono insiti proprio nei termini della domanda stessa. Tuttavia, forse sarà utile distinguere chiaramente la proposta che dobbiamo analizzare dalle altre simili; inoltre, come primo passo della nostra analisi, sarà opportuno fissare definitivamente i concetti e i termini di cui parleremo.
Definizione di successo
Il successo può essere definito come la realizzazione efficace di un tentativo, o più brevemente come l’attuazione di un bene desiderato. Poiché il successo implica sia il desiderio che l’azione volta ad ottenere quel bene, potremmo considerarlo anche come l’espressione concreta di un desiderio attraverso l’azione. Infatti, questa ultima definizione sembra essere nella sua interezza la più appropriata; tuttavia è evidente che, come in tutte le cose, sia impossibile raggiungere la perfezione. Pertanto, la nostra definizione più sicura sarà quella che si riveli nel complesso la più vicina alla media di centinaia di altre possibili definizioni, capaci di esprimere con maggiore o minore precisione l’idea che cerchiamo di descrivere.
Finora è evidente che, sebbene possediamo un concetto visivo soggettivo abbastanza chiaro di ciò che sia il Successo, non saremo mai in grado di trasmettere agli altri, con molte parole, esattamente quale sia la nostra idea al riguardo.
“Chi sono io?”
, … .
Un bambino che piange per la luce
“Che non ha linguaggio se non un grido…”
Metodo per affrontare i problemi
È tuttavia di maggiore importanza pratica trovare un metodo che ci permetta, nel lungo periodo, di affrontare seriamente il problema che ci è stato posto. La nostra migliore opportunità per giungere a una soluzione risiede nel tentativo di dare una forma oggettiva a ciò che dobbiamo fare. A tal fine divideremo innanzitutto tutte le azioni in (א) azioni riuscite e (ב) azioni non riuscite. Queste due categorie sono al contempo reciprocamente esclusive e collettivamente universali: nulla di ciò che può essere veramente definito “riuscito” può allo stesso tempo essere considerato “non riuscito”; viceversa, se un’azione si conclude con un fallimento, è evidente che parlare di “successo” sarebbe solo un vano gioco di parole e una distrazione, il che rappresenterebbe comunque un errore fatale. Abbiamo quindi queste due categorie principali: ciò che vale per l’una vale, con alcune riserve, anche per l’altra, nella maggior parte dei casi (ne parleremo più avanti), e viceversa.
(1) Riuscito.
(2) Fallimento.
Prima grande difficoltà
Ma qui ci troviamo di fronte, fin dall’inizio della nostra indagine, a una difficoltà di enormi dimensioni. Non esiste un solo tipo di successo; ne esistono molti. Ci sono i successi del Filosofo, dello Scienziato, del Politico, dell’Argomentazione, del Comandante in Capo, di ciò che è Divino, dell’appetito animale privo di riflessione, e ancora molti altri. È evidente che, con un numero così vasto di categorie secondarie all’interno della nostra categoria principale, sarebbe impossibile giungere a conclusioni assolute o stabilire principi generali solidi. Finora abbiamo eretto una sorta di fondamento fondamentale, ma questa struttura solida verrebbe distrutta da ogni nuova forma, aspetto o realtà del successo che potesse esserci sfuggita alla nostra attenzione; quindi, dove ci troveremmo allora? È pertanto un problema in cui dobbiamo fare particolare attenzione a evitare generalizzazioni eccessive e dogmatismi affrettati. Dobbiamo abbandonare, qui come ovunque, i metodi deduttivi immorali e fallimentari inventati da preti e ciarlatani al fine di schiavizzare la mente umana, e limitarci a ciò che sappiamo con certezza. Alla fine di questo saggio riusciremo davvero a conoscere qualcosa riguardo al successo? Chi può dirlo. Ma almeno non inganniamoci con assiomi, affermazioni e dogmi che, in un certo senso, sono la rovina di molte persone; lasciamo da parte l’“a priori” e preferiamo ciò che è chiaro e evidente.
Second much greater Difficulty
But if the problem is complex from the great variety of the various kinds of Success, what shall we say of the disturbance introduced by a new aspect of the matter, which we are now about to allude to! Aye! What indeed! An aspect so widespread in its consequences, so momentous and so fraught with menace to all philosophy, so big with portent, and of such threatening aspect to humanity itself, that we hesitate even to bring it forward!20 Success is not always Success: Non-success (or Failure) is an aspect of Success, and vice-versâ. This apparent paradox will be seen to be true on a little consideration. For “Success” in any one case involves the “Failure” or “Non-success” of its opposite or correlative. Thus, if we bet ten pounds with one of our friends our “Success” would be his “Non-success,” and vice-versâ, collaterally. Again, if we desire to fail in a matter (e.g., any man would hope to fail in being hanged21), then to succeed is to fail, and to fail is to succeed, and our successful failure would fail were we to happen upon a disastrous success! And note that the very same act, not this, that, or another, but THE VERY SAME, is (according to the way we look at it) a “successful” or an “unsuccessful” act. Success therefore not only may be, but must be Failure, and the two catēgories upon which we had built such high hopes have disappeared for ever!
Solemn considerations consequent upon this
Terrible thought! A thing can be at once itself and not itself — nay its own opposite! The mind reels, and the frail human vision peering over the immense gulf of metaphysical infinity is lost in a cry for mercy and trembles on the threshold of the unseen! What visions of horror and madness may not be reserved for the too daring soul which has presumed to knock at the Doors of Silence! Let us learn from the incomprehensible how small and weak a thing is man!
A more cheerful view
But it would ill-befit the philosopher to abandon his effort because of a kind of a check or two at the start. The great hand of Time shouts ever “onward”; and even if we cannot discover the Absolute in the limits of this essay, we may rise from the ashes of our tears to better and happier things.
The beginning of a Solution
A light seems to dawn on us. We shall not arrive at the full day but we shall see “in a glass darkly” what, in the final end of our development, may perhaps be more clearly revealed to us. It is evident that we have been dealing with a relative. How things so apparently absolute as hanging or betting can be in any true sense relative we cannot tell, because we cannot conceive the majestic whole of which Success and Failure, plus and minus, up and down, yes and no, truth and lies, are but as the glittering facets of a diamond borne upon the finger of some titled and wealthy person.
Our error came from foolish self-sufficiency and pride. We thought (forsooth) that our mere human conceptions of contradiction were real. It has been granted to us (though we are but human still), to discover our error — there is no hot or cold, no light or dark, and no good or evil, all are, in a certain sense, and with certain limitations (if I may so express myself) the Aspects⸺
At this point the bell rang and the papers had to be delivered up. Lambkin could not let his work go, however, without adding a few words to show what he might have done had time allowed. He wrote: —
“No Time. Had intended examples — Success, Academic, Acrobatic, Agricultural, Aristocratic, Bacillic … Yaroslavic, Zenobidic, etc. Historical cases examined, Biggar’s view, H. Unity, Univ. Consciousness, Amphodunissa,22 Setxm.”
V. Lambkin on Sleep
[THIS LITTLE GEM was written for the great Monograph on “Being,” which Lambkin never lived to complete. It was included, however, in his little volume of essays entitled “Rictus Almae Matris.” The careful footnotes, the fund of information, and the scholarly accuracy of the whole sketch are an example — (alas! the only one) — of what his full work would have been had he brought it to a conclusion. It is an admirable example of his manner in maturer years.]
In sleep our faculties lie dormant.23 We perceive nothing or almost nothing of our surroundings; and the deeper our slumber the more absolute is the barrier between ourselves and the outer world. The causes of this “Cessation of Consciousness” (as it has been admirably called by Professor M’Obvy)24 lie hidden from our most profound physiologists. It was once my privilege to meet the master of physical science who has rendered famous the University of Kreigenswald,25 and I asked him what in his opinion was the cause of sleep. He answered, with that reverence which is the glory of the Teutonic mind, “It is in the dear secret of the All-wise Nature-mother preserved.” I have never forgotten those wise and weighty words.26
Perhaps the nearest guess as to the nature of Sleep is to be discovered in the lectures of a brilliant but sometimes over-daring young scholar whom we all applaud in the chair of Psychology. “Sleep” (he says) “is the direct product of Brain Somnolence, which in its turn is the result of the need for Repose that every organism must experience after any specialised exertion.” I was present when this sentence was delivered, and I am not ashamed to add that I was one of those who heartily cheered the young speaker.27
We may assert, then, that Science has nearly conquered this last stronghold of ignorance and superstition.28
As to the Muses, we know well that Sleep has been their favourite theme for ages. With the exception of Catullus (whose verses have been greatly over-rated, and who is always talking of people lying awake at night), all the ancients have mentioned and praised this innocent pastime. Everyone who has done Greats will remember the beautiful passage in Lucretius,29 but perhaps that in Sidonius Apollinaris, the highly polished Bishop of Gaul, is less well known.30 To turn to our own literature, the sonnet beginning “To die, to sleep,” etc.,31 must be noted, and above all, the glorious lines in which Wordsworth reaches his noblest level, beginning —
Seconda difficoltà ancora maggiore
Ma se il problema è complesso a causa della grande varietà dei diversi tipi di Successo, cosa dovremmo dire allora del disturbo introdotto da un nuovo aspetto della questione, al quale stiamo per fare riferimento? Ahimè. Un aspetto così diffuso nelle sue conseguenze, così importante e così pieno di minacce per tutta la filosofia, così carico di presagi e così pericoloso per l’umanità stessa, che esitiamo persino a menzionarlo! Il Successo non è sempre davvero Successo: il Fallimento è anch’esso un aspetto del Successo, e viceversa. Questo apparente paradosso si rivelerà vero se lo consideriamo attentamente. Infatti, in ogni caso, il “Successo” implica necessariamente il “Fallimento” o la “Non-riuscita” di ciò che gli è opposto o correlato. Quindi, se scommettiamo dieci sterline con un nostro amico, il nostro “Successo” diventa il suo “Fallimento”, e viceversa. Inoltre, se desideriamo fallire in qualcosa (ad esempio, chiunque vorrebbe evitare di essere impiccato, ), allora riuscire significa fallire, e fallire significa riuscire. Il nostro “successo” fallimentare diventerebbe un vero fallimento se si verificasse un risultato disastroso! E notate che lo stesso atto, non questo o quell’altro, ma ESATTAMENTE LO STESSO, può essere considerato un atto “di successo” o “di fallimento”, a seconda del modo in cui lo osserviamo. Quindi il Successo non solo può essere Fallimento, ma DEVE esserlo. E le due categorie su cui avevamo costruito tante speranze sono ormai scomparse per sempre!
Considerazioni solenni derivanti da ciò
Che pensiero terribile! Una cosa può essere allo stesso tempo sé stessa e non sé stessa, anzi, il proprio opposto! La mente vacilla; la debole vista umana, che si affaccia sul vasto abisso dell’infinito metafisico, si perde in un grido di pietà e trema ai confini dell’invisibile. Quante visioni di orrore e follia potrebbero attendere l’anima troppo audace che osa bussare alle Porte del Silenzio. Impariamo dall’Incomprensibile quanto sia piccolo e debole l’uomo!
Un punto di vista più ottimista
Ma sarebbe indegno di un filosofo abbandonare i propri sforzi a causa di qualche ostacolo iniziale. La grande mano del Tempo ci incita sempre ad “andare avanti”; e anche se non riusciamo a scoprire l’Assoluto entro i limiti di questo saggio, possiamo risorgere dalle ceneri delle nostre lacrime per raggiungere cose migliori e più felici.
Il principio di una soluzione
Sembra che ci stia illuminando una luce. Non arriveremo alla piena comprensione della realtà, ma vedremo “in modo vago e indiretto” ciò che, alla fine del nostro percorso di evoluzione, potrebbe forse essere rivelato più chiaramente a noi. È evidente che abbiamo sempre trattato di concetti relativi. Non possiamo comprendere come cose apparentemente assolute, come il fallimento o la vittoria, possano in realtà avere un carattere relativo; non riusciamo infatti a immaginare l’intero quadro nel quale Successo e Fallimento, positività e negatività, sì e no, verità e menzogne sono soltanto le lucide facce di un diamante indossato dal dito di qualcuno importante e ricco.
Il nostro errore derivava da una sciocca autosufficienza e orgoglio. Pensavamo davvero che le nostre semplici concezioni umane di contraddizione fossero reali. Ci è stato concesso (sebbene siamo ancora solo esseri umani) di scoprire il nostro errore: non esistono caldo né freddo, luce né oscurità, bene né male; tutto, in un certo senso e entro determinati limiti (se posso esprimermi così), è soltanto un aspetto di qualcos’altro.
In quel momento suonò la campanella e i documenti dovevano essere consegnati immediatamente. Tuttavia, Lambkin non poteva lasciare il suo lavoro senza aggiungere alcune parole per spiegare cosa avrebbe potuto fare se avesse avuto più tempo. Scrisse: —
“Nessun tempo a disposizione. Avevo intenzione di fornire esempi: successo, ambito accademico, acrobazie, agricoltura, aristocrazia, bacilli, anche esempi legati alle culture yaroslavi, zenobidi, ecc. Ho esaminato casi storici, la visione di Biggar, l’unità, la coscienza universale, Amphodunissa, 22 settembre.”
V. Lambkin sul sonno
[Questo piccolo capolavoro fu scritto per la grande monografia sull’“Essere”, che Lambkin non ebbe mai il tempo di completare. Tuttavia, fu incluso nel suo piccolo volume di saggi intitolato “Rictus Almae Matris”. Le attente note a piè di pagina, l’ampia quantità di informazioni e l’accuratezza accademica dell’intero lavoro rappresentano un esempio – ahimè, l’unico – di ciò che la sua opera completa avrebbe potuto essere se fosse stata portata a termine. È senz’altro un esempio ammirevole del suo stile negli anni più maturi.]
Nel sonno le nostre facoltà rimangono inattive. Non percepiamo nulla, o quasi nulla, di ciò che ci circonda; e più profondo è il nostro sonno, più assoluta diventa la barriera tra noi e il mondo esterno. Le cause di questa “Cessazione della Coscienza” (così l’ha definita con grande acume il professor M’Obvy) rimangono nascoste anche ai nostri fisiologi più eruditi. Un tempo ho avuto l’onore di incontrare il maestro delle scienze fisiche che ha reso famosa l’Università di Kreigenswald; gli ho chiesto quale fosse, a suo parere, la causa del sonno. Lui ha risposto, con quella reverenza che è la gloria della mente teutonica: “È un segreto prezioso, custodito dalla saggezza della Natura Madre.” Non ho mai dimenticato quelle parole sagge e profonde.
Forse l’ipotesi più vicina alla vera natura del sonno può essere trovata nelle lezioni di un giovane studioso brillante, ma a volte troppo audace, che tutti noi ammiriamo quando tiene lezioni di Psicologia. “Il sonno”, dice lui, “è il prodotto diretto della sonnolenza cerebrale, la quale a sua volta deriva dal bisogno di riposo che ogni organismo deve provare dopo qualsiasi sforzo particolare”. Ero presente quando questa frase fu pronunciata, e non mi vergogno di ammettere che fui uno di coloro che applaudirono calorosamente il giovane oratore.
Possiamo quindi affermare che la Scienza abbia quasi conquistato quest’ultimo baluardo dell’ignoranza e della superstizione.28
Per quanto riguarda le Muse, sappiamo bene che il Sonno è da secoli il loro tema preferito. Ad eccezione di Catullo (le cui poesie sono state grandemente sopravvalutate e nel quale si parla sempre di persone che restano sveglie di notte), tutti gli antichi hanno menzionato e lodato questo innocente passatempo. Chiunque abbia compiuto grandi imprese ricorderà certamente il bellissimo passaggio in Lucrezio, ma forse quello di Sidonio Apollinare, l’elegante vescovo della Gallia, è meno conosciuto. Per quanto riguarda la nostra letteratura, va menzionato il sonetto che inizia con “Morire, addormentarsi, ”, e soprattutto quelle splendide strofe nelle quali Wordsworth raggiunge il suo livello più nobile.
“It is a pleasant thing to go to sleep!”
lines which, for my part, I can never read without catching some of their magical drowsy influence.32
All great men have slept. George III. frequently slept,33 and that great and good man Wycliffe was in the habit of reading his Scriptural translations and his own sermons nightly to produce the desired effect.34 The Duke of Wellington (whom my father used to call “The Iron Duke”) slept on a little bedstead no larger than a common man’s.
As for the various positions in which one may sleep, I treat of them in my little book of Latin Prose for Schools, which is coming out next year.35
VI. Lambkin’s Advice to Freshmen
MR. LAMBKIN POSSESSED among other great and gracious qualities the habit of writing to his nephew, Thomas Ezekiel Lambkin,36 who entered the college as an undergraduate when his uncle was some four years a Fellow. Of many such communications he valued especially this which I print below, on account of the curious and pathetic circumstances which surrounded it. Some months after Thomas had been given his two groups and had left the University, Mr. Lambkin was looking over some books in a second-hand book shop — not with the intention of purchasing so much as to improve the mind. It was a favourite habit of his, and as he was deeply engaged in a powerful romance written under the pseudonym of “Marie Corelli”37 there dropped from its pages the letter which he had sent so many years before. It lay in its original envelope unopened, and on turning to the flyleaf he saw the name of his nephew written. It had once been his! The boy had so treasured the little missive as to place it in his favourite book!
Lambkin was so justly touched by the incident as to purchase the volume, asking that the price might be entered to his account, which was not then of any long standing. The letter he docketed “to be published after my death.” And I obey the wishes of my revered friend:
“My Dear Thomas,
“Here you are at last in Oxford, and at Burford, ‘a Burford Man.’ How proud your mother must be and even your father, whom I well remember saying that ‘if he were not an accountant, he would rather be a Fellow of Burford than anything else on earth.’ But it was not to be.
“The life you are entering is very different from that which you have left behind. When you were at school you were under a strict discipline, you were compelled to study the classics and to play at various games. Cleanliness and truthfulness were enforced by punishment, while the most instinctive habits of decency and good manners could only be acquired at the expense of continual application. In a word, ‘you were a child and thought as a child.’
“Now all that is changed, you are free (within limits) to follow your own devices, to make or mar yourself. But if you use Oxford aright she will make you as she has made so many of your kind — a perfect gentleman.
“But enough of these generalities. It is time to turn to one or two definite bits of advice which I hope you will receive in the right spirit. My dear boy, I want you to lay your hand in mine while I speak to you, not as an uncle, but rather as an elder brother. Promise me three things. First never to gamble in any form; secondly, never to drink a single glass of wine after dinner; thirdly, never to purchase anything without paying for it in cash. If you will make such strict rules for yourself and keep them religiously you will find after years of constant effort a certain result developing (as it were), you will discover with delight that your character is formed; that you have neither won nor lost money at hazards, that you have never got drunk of an evening, and that you have no debts. Of the first two I can only say that they are questions of morality on which we all may, and all do, differ. But the third is of a vital and practical importance. Occasional drunkenness is a matter for private judgment, its rightness or wrongness depends upon our ethical system; but debt is fatal to any hope of public success.
“I hesitate a little to mention one further point; but — may I say it? — will you do your best to avoid drinking neat spirits in the early morning — especially Brandy? Of course a Governor and Tutor, whatever his abilities, gets removed in his sympathies from the younger men.38 The habit may have died out, and if so I will say no more, but in my time it was the ruin of many a fair young life.
“Now as to your day and its order. First, rise briskly when you are called, and into your cold bath, you young dog!39 No shilly-shally; into it. Don’t splash the water about in a miserable attempt to deceive your scout, but take an Honest British Cold Bath like a man. Soap should never be used save on the hands and neck. As to hot baths, never ask for them in College, it would give great trouble, and it is much better to take one in the Town for a shilling; nothing is more refreshing than a good hot bath in the Winter Term.
“Next you go out and ‘keep’ a Mosque, Synagogue, or Meeting of the Brethren, though if you can agree with the system it is far better to go to your College Chapel; it puts a man right with his superiors and you obey the Apostolic injunction.40
“Then comes your breakfast. Eat as much as you can; it is the foundation of a good day’s work in the Vineyard. But what is this? — a note from your Tutor. Off you go at the appointed time, and as you may be somewhat nervous and diffident I will give you a little Paradigm,41 as it were, of a Freshman meeting his Tutor for the first time.
“[The Student enters, and as he is half way through the door says: — ]
“St. — Good morning! Have you noticed what the papers say about — [Here mention some prominent subject of the day.]
“[The Tutor does not answer but goes on writing in a little book; at last he looks up and says: — ]
“Tut. — Pray, what is your name?
“St. — M. or N.
“Tut. — What have you read before coming up, Mr. ⸺?
“St. — The existing Latin authors from Ennius to Sidonius Apollinaris, with their fragments. The Greek from Sappho to Origen including Bacchylides.
“È davvero piacevole addormentarsi…”
Frasi che, per quanto mi riguarda, non riesco mai a leggere senza essere colpito dalla loro magica e sonnolenta influenza.32
Tutti gli uomini grandi hanno dormito. Giorgio III dormiva spesso; anche quel grande e buon uomo, Wycliffe, aveva l’abitudine di leggere ogni sera le proprie traduzioni bibliche e i propri sermoni per ottenere l’effetto desiderato. Il Duca di Wellington (che mio padre chiamava “Il Duca di Ferro”) dormiva su un piccolo letto non più grande di quello di una persona comune.
Per quanto riguarda le varie posizioni in cui si può dormire, ne parlo nel mio piccolo libro di prosa latina per scuole, che uscirà l’anno prossimo.35
VI. I consigli di Lambkin ai nuovi studenti
Il signor Lambkin, oltre ad altre grandi e gentili qualità, aveva l’abitudine di scrivere a suo nipote, Thomas Ezekiel Lambkin, che era entrato all’università come studente universitario quando suo zio ne era già membro da circa quattro anni. Tra le molte lettere scambiate, lui ne apprezzava particolarmente questa, che riporto qui di seguito a causa delle circostanze curiose e commoventi che l’hanno accompagnata. Alcuni mesi dopo che Thomas aveva ricevuto i suoi incarichi accademici ed era lasciato l’università, il signor Lambkin stava sfogliando alcuni libri in una libreria di seconda mano, non con l’intenzione di acquistarne qualcuno per arricchire la propria cultura. Era un’abitudine che aveva da tempo; mentre era immerso nella lettura di un romanzo scritto sotto lo pseudonimo di “Marie Corelli”, una lettera inviata molti anni prima cadde dalle pagine del libro. Era ancora dentro la sua busta originale, intatta; girando la pagina di guardia, vide il nome di suo nipote scritto sopra. Quel ragazzo aveva tenuto così a quel piccolo messaggio da inserirlo nel libro che preferiva!
Lambkin fu così profondamente commosso da quell’episodio che decise di acquistare quel volume, chiedendo che il prezzo venisse addebitato sul suo conto, che all’epoca non esisteva ancora da molto tempo. Scrisse una lettera nella quale indicò che dovesse essere pubblicata “dopo la mia morte”. E io rispetto volentieri i desideri del mio amato amico.
“My Dear Thomas,”
“Eccoti finalmente a Oxford, e a Burford, un vero ‘uomo di Burford’. Quanto tua madre debba essere orgogliosa, e anche tuo padre. Ricordo bene che diceva: ‘Se non fosse un contabile, preferirebbe essere un membro del club di Burford piuttosto che qualsiasi altra cosa al mondo.’ Ma non è andata così.”
“La vita nella quale state entrando è molto diversa da quella che avete lasciato alle vostre spalle. Quando eravate a scuola, eravate sottoposti a una disciplina rigorosa: vi veniva imposto di studiare i classici e di giocare a vari giochi. La pulizia e l’onestà venivano promosse attraverso punizioni, mentre le abitudini più istintive di decenza e buone maniere potevano essere acquisite solo attraverso uno sforzo costante. In altre parole, ‘eravate bambini e pensavate da bambini’.”
Ora che tutto è cambiato, sei libero (entro certi limiti) di seguire i tuoi desideri, di renderti migliore o peggiore. Ma se utilizzi correttamente l’educazione offerta da Oxford, essa ti trasformerà, come ha già fatto con molti della tua stessa razza, in un vero gentiluomo.
“Ma basta con queste generalità. È ora di passare a uno o due consigli concreti che spero riceverete con il giusto atteggiamento. Mio caro ragazzo, voglio che mettiate la vostra mano nella mia mentre vi parlo, non come zio, ma piuttosto come fratello maggiore. Promettetemi tre cose: primo, mai giocare d’azzardo in alcuna forma; secondo, mai bere nemmeno un bicchiere di vino dopo cena; terzo, mai acquistare nulla senza pagarlo in contanti. Se seguirete queste regole rigorose e le rispetterete fedelmente, dopo anni di impegno costante noterete sicuramente dei cambiamenti positivi nel vostro carattere: scoprirete con gioia di non aver perso né guadagnato denaro giocando d’azzardo, di non esservi mai ubriacati e di non avere debiti. Per quanto riguarda i primi due punti, posso solo dire che si tratta di questioni morali su cui tutti possiamo, e spesso facciamo, differire. Ma il terzo è di importanza vitale e pratica: l’ubriachezza occasionale dipende dalla valutazione personale; la sua giustezza o ingiustizia dipende dal nostro sistema etico. Tuttavia, i debiti sono fatali per qualsiasi speranza di successo nella vita pubblica.”
“Esito un po’ ad affrontare un altro argomento; ma, posso dirlo? Farete del vostro meglio per evitare di bere alcolici puro nelle prime ore della mattina, soprattutto brandy? Certo, un governatore e un tutore, per quanto abili possano essere, inevitabilmente si allontana per simpatia dai giovani. Forse questa abitudine è ormai scomparsa; in tal caso non dirò altro. Ma ai miei tempi, era la rovina di molte giovani vite.”
“Ora, per quanto riguarda la tua giornata e il suo svolgimento. Prima di tutto, alzati subito quando vieni chiamato, e vai immediatamente nel tuo bagno freddo, tu giovane mascalzone! Niente esitazioni: entra dentro e fai in modo che l’acqua non schizzi dappertutto, nel tentativo patetico di ingannare il tuo istruttore. Ma fai un vero e proprio bagno freddo britannico, da uomo. Il sapone va usato soltanto sulle mani e sul collo. Per quanto riguarda i bagni caldi. Non chiederli mai all’università: causerebbero solo problemi. È molto meglio farseli in città, per un penny. Niente è più rinfrescante di un buon bagno caldo durante il semestre invernale.”
“Dopodiché puoi andare a ‘custodire’ una moschea, una sinagoga o un luogo di riunione dei fratelli; tuttavia, se riesci ad accordarti con il sistema in vigore, è molto meglio recarti nella cappella del tuo college: ciò ti mette nelle condizioni di rispettare i tuoi superiori e tu obbedisci così all’ordine apostolico.”
“Poi arriva la colazione. Mangia quanto puoi; è la base di un buon lavoro nella vigna oggi. Ma cos’è questo? — una nota dal tuo tutore. Vai all’appuntamento fissato, e poiché potresti essere un po’ nervoso e timido, ti darò un piccolo esempio, per così dire, di come dovrebbe comportarsi un matricola al suo primo incontro con il tutore.”
“[Lo studente entra e, mentre è ancora a metà strada dalla porta, dice:]”
“Buongiorno! Avete notato cosa dicono i giornali su. [Qui menzionare un argomento importante dell’attualità.]”
“Il tutore non risponde, ma continua a scrivere in un piccolo libro; alla fine alza lo sguardo e dice: — ”
“Tut. Per favore, qual è il tuo nome?”
“St. — M. or N.
“Tut, — Cosa ha letto prima di salire, signor ⸺?”
“St. Gli autori latini esistenti, da Ennio a Sidonio Apollinare, con i loro frammenti. Quelli greci, da Saffo a Origene, compreso Bacchilide.”
[The Tutor makes a note of this and resumes…]
“Tut. — Have you read the Gospels?
“St. — No, Sir.
“Tut. — You must read two of them as soon as possible in the Greek, as it is necessary to the passing of Divinity, unless indeed you prefer the beautiful work of Plato. Come at ten to-morrow. Good morning.
“St. — I am not accustomed to being spoken to in that fashion.
[The Tutor will turn to some other Student, and the first Student will leave the room.]
“I have little more to say. You will soon learn the customs of the place, and no words of mine can efficiently warn you as experience will. Put on a black coat before Hall, and prepare for that meal with neatness, but with no extravagant display. Do not wear your cap and gown in the afternoon, do not show an exaggerated respect to the younger fellows (except the Chaplain), on the one hand, nor a silly contempt for the older Dons upon the other. The first line of conduct is that of a timid and uncertain mind; it is of no profit for future advancement, and draws down upon one the contempt of all. The second is calculated to annoy as fine a body of men as any in England, and seriously to affect your reputation in Society.
“You will find in every college some club which contains the wealthier undergraduates and those of prominent position. Join it if possible at once before you are known. At its weekly meetings speak soberly, but not pompously. Enliven your remarks with occasional flashes of humour, but do not trench upon the ribald nor pass the boundary of right-reason. Such excesses may provoke a momentary laugh, but they ultimately destroy all respect for one’s character. Remember Lot’s wife!
“You will row, of course, and as you rush down to the river after a hurried lunch and dash up to do a short bit of reading before Hall, your face will glow with satisfaction at the thought that every day of your life will be so occupied for four years.
“Of the grosser and lower evils I need not warn you: you will not give money to beggars in the street, nor lend it to your friends. You will not continually expose your private thoughts, nor open your heart to every comer in the vulgar enthusiasm of some whom you may meet. No, my dear Ezekiel, it would be unworthy of your name, and I know you too well, to fear such things of you. You are a Gentleman, and that you may, like a gentleman, be always at your ease, courteous on occasion, but familiar never, is the earnest prayer of —
“Josiah Lambkin.”
VII. Lambkin’s Lecture on “Right”
OF THE EFFECTS of Mr. Lambkin’s lectures, the greatest and (I venture to think) the most permanent are those that followed from his course on Ethics. The late Dean of Heaving-on-the-Marsh (the Honourable Albert Nathan-Merivale, the first name adopted from his property in Rutland) told me upon one occasion that he owed the direction of his mind to those lectures (under Providence) more than to any other lectures he could remember.
Very much the same idea was conveyed to me, more or less, by the Bishop of Humbury, who turned to me in hall, only a year ago, with a peculiar look in his eyes, and (as I had mentioned Lambkin’s name) said suddenly, like a man who struggles with an emotion:42 “Lambkin(!)43 … did not he give lectures in your hall … on Ethics?” “Some,” I replied, “were given in the Hall, others in Lecture Room No. 2 over the glory-hole.” His lordship said nothing, but there was a world of thought and reminiscence in his eyes. May we not — knowing his lordship’s difficulties in matters of belief, and his final victory — ascribe something of this progressive and salutary influence to my dear friend?
On “Right”
[Being Lecture V. in a course of Eight, delivered, in the Autumn Term of 1878.]
We have now proceeded for a considerable distance in our journey towards the Solution. Of eight lectures, of which I had proposed to make so many milestones on the road, the fifth is reached, and now we are in measurable distance of the Great Answer; the Understanding of the Relations of the Particular to the Universal.
It is an easy, though a profitable task to wander in what the late Sir Reginald Hawke once called in a fine phrase “the flowery meads and bosky dells of Positive Knowledge.” It is in the essence of any modern method of inquiry that we should be first sure of our facts, and it is on this account that all philosophical research worthy of the name must begin with the physical sciences. For the last few weeks I have illustrated my lectures with chemical experiments and occasionally with large coloured diagrams, which, especially to young people like yourselves have done not a little to enliven what might at first appear a very dull subject. It is therefore with happy, hopeful hearts, with sparkling eyes and eager appetite that we leave the physical entry-hall of knowledge to approach the delicious feast of metaphysics.
But here a difficulty confronts us. So far we have followed an historical development. We have studied the actions of savages and the gestures of young children; we have enquired concerning the habits of sleepwalkers, and have drawn our conclusions from the attitudes adopted in special manias. So far, then, we have been on safe ground. We have proceeded from the known to the unknown, and we have correlated Psychology, Sociology, Anatomy, Morphology, Physiology, Geography, and Theology (here Mr. Darkin of Vast, who had been ailing a long time, was carried out in a faint; Mr. Lambkin, being short-sighted, did not fully seize what had happened, and thinking that certain of his audience were leaving the Hall without permission, he became as nearly angry as was possible to such a man. He made a short speech on the decay of manners, and fell into several bitter epigrams. It is only just to say that, on learning the occasion of the interruption, he regretted the expression “strong meat for babes” which had escaped him at the time.)
So far so good. But there is something more. No one can proceed indefinitely in the study of Ethics without coming, sooner or later, upon the Conventional conception of Right. I do not mean that this conception has any philosophic value. I should be the last to lay down for it those futile, empirical and dogmatic foundations which may satisfy narrow, deductive minds. But there it is, and as practical men with it we must deal. What is Right? Whence proceeds this curious conglomeration of idealism, mysticism, empiricism, and fanaticism to which the name has been given?
[L’istitutore prende appunti su questo e prosegue, ]
“Tutti. Avete letto i Vangeli?”
“St. No, Signore.”
“Tut. Devi leggerne due il prima possibile in greco, poiché è necessario per la comprensione della Divinità. A meno che non preferisca l’opera meravigliosa di Platone. Vieni alle dieci di domani. Buongiorno.”
“St. Non sono abituato a essere parlato in quel modo.”
[L’Insegnante si rivolgerà a un altro studente, e il primo studente lascerà la stanza.]
“Non ho molto altro da dire. Presto imparerete le usanze di questo posto, e nessuna mia parola potrà avvertirvi efficacemente come potrebbe farlo l’esperienza. Indossate un cappotto nero prima dell’incontro e preparatevi a quel pasto con cura, ma senza esagerazioni. Non indossate il vostro cappello e la vostra toga nel pomeriggio; non mostrate né un rispetto eccessivo verso i giovani (ad eccezione del Cappellano), né un disprezzo sciocco per gli anziani. Il primo comportamento è quello di una persona timida e incerta: non è utile per il vostro futuro avanzamento e attirerà soltanto il disprezzo di tutti. Il secondo, invece, è destinato ad infastidire un gruppo di persone così raffinate come qualsiasi altro in Inghilterra e influenzerà negativamente la vostra reputazione nella società.”
“In ogni college esiste un club che riunisce gli studenti più benestanti e quelli con posizioni di rilievo. Se possibile, iscriviti subito, prima che qualcuno ti conosca bene. Durante le riunioni settimanali parla in modo sobrio, ma senza presunzione; aggiungi occasionalmente battute umoristiche, ma evita espressioni volgari o di oltrepassare i limiti della decenza. Tali eccessi possono suscitare momentanee risate, ma alla fine distruggono ogni rispetto per la tua persona. Ricorda la moglie di Lot, ”
“Certo che remerai. E mentre correrai verso il fiume dopo un pranzo affrettato e ti precipiterai per leggere un po’ prima dell’inizio delle lezioni, il tuo viso splenderà di soddisfazione al pensiero che ogni giorno della tua vita sarà così impegnato, per ben quattro anni.”
“Di quei mali più gravi e volgari non ho bisogno di avvertirti: non darai denaro ai mendicanti per strada, né lo presterai ai tuoi amici. Non esporrai continuamente i tuoi pensieri privati, né aprirai il tuo cuore a chiunque incontri, con quell’entusiasmo superficiale che alcuni mostrano. No, mio caro Ezekiel, sarebbe indegno del tuo nome, e ti conosco troppo bene per temere che tu possa comportarti in quel modo. Sei un gentiluomo, e che tu possa, da vero gentiluomo, essere sempre a tuo agio, cortese quando necessario, ma mai familiare, questa è la sincera preghiera di, ”
“Josiah Lambkin.”
VII. La lezione di Lambkin sul “diritto”
Dei risultati derivanti dalle lezioni del signor Lambkin, i più significativi e, oserei dire, i più duraturi sono quelli ottenuti grazie al suo corso di Etica. Il defunto decano di Heaving-on-the-Marsh (l’onorevole Albert Nathan-Merivale, il cui nome fu scelto in riferimento alla sua proprietà nel Rutland) mi disse una volta che, per la direzione mentale che aveva assunto nella vita, doveva più a quelle lezioni che a qualsiasi altra corsa di studi ricordasse.
Un’idea più o meno simile mi fu espressa anche dal Vescovo di Humbury: circa un anno fa, si avvicinò a me nel salone con uno sguardo particolare negli occhi e, quando menzionai il nome di Lambkin, disse improvvisamente, come se lottasse con un’emozione: “Lambkin, non teneva lezioni nel vostro salone sull’Etica?” “Alcune sì,” risposi, “alcune nel salone stesso, altre nella Aula di Lezioni n. 2.” Il Vescovo non disse nulla, ma nei suoi occhi si leggevano molti pensieri e ricordi. Non possiamo forse – conoscendo le difficoltà del Vescovo in materia di fede e la sua vittoria finale – attribuire una parte di questa influenza progressiva e benefica al mio caro amico?
Sul “diritto”
[Lezione V di un corso composto da otto lezioni, tenuta nel semestre autunnale del 1878.]
Abbiamo ormai percorso una notevole distanza nel nostro viaggio verso la Soluzione. Delle otto lezioni che avevo proposto come tappe fondamentali lungo questo percorso, ne abbiamo raggiunta la quinta, e ora siamo a una distanza misurabile dalla Grande Risposta: la comprensione delle relazioni tra il particolare e l’universale.
È un compito facile, sebbene proficuo, vagabondare in ciò che il defunto Sir Reginald Hawke una volta definì, con una bellissima espressione, “i prati fioriti e i valloni boscosi della Conoscenza Positiva”. È proprio nell’essenza di qualsiasi metodo moderno di indagine che dobbiamo prima assicurarci dei fatti su cui ci basiamo; ed è per questo motivo che ogni ricerca filosofica degna di questo nome deve iniziare dalle scienze fisiche. Negli ultimi giorni ho arricchito le mie lezioni con esperimenti chimici e, occasionalmente, con grandi diagrammi a colori, i quali, soprattutto per giovani come voi, hanno contribuito notevolmente a rendere più interessante un argomento che al primo sguardo potrebbe sembrare molto noioso. È quindi con cuori felici e pieni di speranza, con occhi brillanti e grande entusiasmo che lasciamo l’ingresso della conoscenza attraverso le scienze fisiche per avvicinarci al delizioso banchetto della metafisica.
Ma qui ci troviamo di fronte a una difficoltà. Finora abbiamo seguito un percorso di sviluppo storico: abbiamo studiato le azioni dei selvaggi e i gesti dei bambini piccoli; abbiamo indagato sulle abitudini delle persone che camminano nel sonno, e abbiamo tratto le nostre conclusioni dalle attitudini manifestate in particolari manie. Fino ad ora, quindi, ci siamo mossi su terreno sicuro: siamo partiti dal conosciuto per arrivare all’ignoto, e abbiamo correlato Psicologia, Sociologia, Anatomia, Morfologia, Fisiologia, Geografia e Teologia. (In questo momento, il signor Darkin di Vast, che da tempo soffriva di malattia, fu portato fuori in stato di incoscienza; il signor Lambkin, essendo miope, non comprese appieno ciò che era accaduto, e pensando che alcuni spettatori stessero lasciando la sala senza autorizzazione, si arrabbiò al massimo grado possibile per una persona del suo carattere. Tenne un breve discorso sul declino dei costumi morali e pronunciò alcune aspre epigramme. È giusto dire che, venuto a conoscenza della causa dell’interruzione, si pentì dell’espressione “cibo troppo forte per i bambini” che gli era sfuggita in quel momento.)
Finora tutto va bene. Ma c’è ancora qualcosa da aggiungere. Nessuno può proseguire all’infinito nello studio dell’Etica senza imbattersi, prima o poi, nella concezione convenzionale di ciò che è giusto. Non intendo dire che questa concezione abbia alcun valore filosofico; sarei l’ultimo a fornirle quei fondamenti empirici e dogmatici che potrebbero soddisfare menti ristrette e deduttive. Ma essa esiste, e come persone pratiche dobbiamo affrontarla. Cos’è giusto? Da dove deriva questa strana combinazione di idealismo, misticismo, empirismo e fanatismo a cui è stato dato questo nome?
It is impossible to say. It is the duty of the lecturer to set forth the scheme of truth: to make (as it were) a map or plan of Epistemology. He is not concerned to demonstrate a point; he is not bound to dispute the attitude of opponents. Let them fall of their own weight (Ruant mole suâ). It is mine to show that things may be thus or thus, and I will most steadily refuse to be drawn into sterile argument and profitless discussion with mere affirmations.
“The involute of progression is the subconscious evolution of the particular function.” No close reasoner will deny this. It is the final summing up of all that is meant by Development. It is the root formula of the nineteenth century that is now, alas! drawing to a close under our very eyes. Now to such a fundamental proposition I add a second. “The sentiment of right is the inversion of the subconscious function in its relation to the indeterminate ego.” This also I take to be admitted by all European philosophers in Germany. Now I will not go so far as to say that a major premiss when it is absolutely sound, followed by a minor equally sound, leads to a sure conclusion. God fulfils himself in many ways, and there are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy. But I take this tentatively: that if these two propositions are true (and we have the word of Herr Waldteufel,44 who lives in the Woodstock Road, that it is true) then it follows conclusively that no certainty can be arrived at in these matters. I would especially recommend you on this point (here Mr. Lambkin changed his lecturing voice for a species of conversational, interested and familiar tone) to read the essay by the late Dr. Barton in Shots at the Probable: you will also find the third chapter of Mr. Mendellsohn’s History of the Soul very useful. Remember also, by the way, to consult the footnote on p. 343, of Renan’s Anti-Christ. The Master of St. Dives’ Little Journeys in the Obvious is light and amusing, but instructive in its way.
There is a kind of attitude (this was Lambkin’s peroration, and he was justly proud of it) which destroys nothing but creates much: which transforms without metamorphosis, and which says “look at this, I have found truth!” but which dares not say “look away from that — it is untrue.”
Such is our aim. Let us make without unmaking and in this difficult question of the origin of Right, the grand old Anglo-Saxon sense of “Ought,” let us humbly adopt as logicians, but grimly pursue as practical men some such maxim as what follows:
“Right came from nothing, it means nothing, it leads to nothing; with it we are nothing, but without it we are worse than nothing.”45
Next Thursday I shall deal with morality in international relations.
VIII. Lambkin’s Special Correspondence
LAMBKIN WAS ALMOST the first of that great band of Oxford Fellows who go as special correspondents for Newspapers to places of difficulty and even of danger. On the advantages of this system he would often dilate, and he was glad to see, as he grew to be an older, a wealthier, and a wiser man, that others were treading in his footsteps. “The younger men,” he would say, “have noticed what perhaps I was the first to see, that the Press is a Power, and that men who are paid to educate should not be ashamed to be paid for any form of education.” He was, however, astonished to see how rapidly the letters of a correspondent could now be issued as a book, and on finding that such publications were arranged for separately with the publishers, and were not the property of the Newspapers, he expressed himself with a just warmth in condemnation of such a trick.
“Sir” (said he to the Chaplain), “in my young days we should have scorned to have faked up work, well done for a particular object, in a new suit for the sake of wealth”; and I owe it to Lambkin’s memory to say that he did not make a penny by his “Diary on the Deep,”46 in which he collected towards the end of his life his various letters written to the Newspapers, and mostly composed at sea.
The occasion which produced the following letter was the abominable suppression by Italian troops of the Catholic Riots at Rome in 1873. Englishmen of all parties had been stirred to a great indignation at the news of the atrocities. “As a nation” (to quote my dear friend) “we are slow to anger, but our anger is terrible.” And such was indeed the case.
A great meeting was held at Hampstead, in which Mr. Ram made his famous speech. “This is not a question of religion or of nationality but of manhood (he had said), and if we do not give our sympathy freely, if we do not send out correspondents to inform us of the truth, if we do not meet in public and protest, if we do not write and speak and read till our strength be exhausted, then is England no longer the England of Cromwell and of Peel.”
Such public emotion could not fail to reach Lambkin. I remember his coming to me one night into my rooms and saying “George (for my name is George), I had to-day a letter from Mr. Solomon’s paper — The Sunday Englishman. They want me to go and report on this infamous matter, and I will go. Do not attempt to dissuade me. I shall return — if God spares my life — before the end of the vacation. The offer is most advantageous in every way: I mean to England, to the cause of justice, and to that freedom of thought without which there is no true religion. For, understand me, that though these poor wretches are Roman Catholics, I hold that every man should have justice, and my blood boils within me.”
He left me with a parting grip of the hand, promising to bring me back photographs from the Museum at Naples.
If the letter that follows appears to be lacking in any full account of the Italian army and its infamies, if it is observed to be meagre and jejune on the whole subject of the Riots, that is to be explained by the simple facts that follow.
When Lambkin sailed, the British Fleet had already occupied a deep and commodious harbour on the coast of Apulia, and public irritation was at its height; but by the time he landed the Quirinal had been forced to an apology, the Vatican had received monetary compensation, and the Piedmontese troops had been compelled to evacuate Rome.
È impossibile dirlo con certezza. Il compito dell’insegnante è quello di esporre la struttura della verità: in altre parole, di creare una “mappa” o un “piano” dell’Epistemologia. Non spetta a lui dimostrare un punto specifico, né è obbligato a contestare le posizioni degli avversari. Lasciamo che cadano da soli. È mio compito mostrare che le cose possono essere viste in questo o in quel modo; rifiuterò fermamente di coinvolgermi in argomentazioni sterili e discussioni infruttuose basate su semplici affermazioni.
“L’involuzione della progressione rappresenta l’evoluzione subconscia di quella funzione specifica.” Nessun ragionatore serio potrebbe negarlo: si tratta della sintesi definitiva di tutto ciò che il concetto di “sviluppo” intende esprimere. È la formula fondamentale del XIX secolo, che purtroppo sta ora volgendo al termine sotto i nostri occhi. Ora, a questa proposizione fondamentale, ne aggiungo un’altra: “Il sentimento del giusto rappresenta l’inversione della funzione subconscia nel suo rapporto con l’ego indeterminato.” Anche questo concetto, credo, sia riconosciuto da tutti i filosofi europei, in Germania soprattutto. Tuttavia, non oserei affermare che una premessa principale assolutamente valida, seguita da una premessa secondaria altrettanto valida, porti necessariamente a una conclusione certa. Dio si manifesta in molti modi; ci sono molte più cose nel cielo e sulla terra di quanto possa immaginare la vostra filosofia. Ma prendo questa ipotesi con cautela: se queste due proposizioni sono vere (e abbiamo la parola di Herr Waldteufel, che vive in Woodstock Road, a confermarlo), allora ne consegue inevitabilmente che non è possibile raggiungere alcuna certezza in questi ambiti. Vi consiglio vivamente, su questo punto, di leggere l’articolo del defunto Dr. Barton pubblicato su “Shots at the Probable”; troverete anche il terzo capitolo della “Storia dell’anima” di Mr. Mendellsohn molto utile. Non dimenticate inoltre di consultare la nota a piè di pagina alla pagina 343 de “L’Anticristo” di Renan. Il libro del Maestro delle “Piccole Avventure ovvie” di San Dives è leggero e divertente, ma anche molto istruttivo.
Esiste un certo tipo di atteggiamento (queste furono le parole conclusive di Lambkin, e ne era giustamente orgoglioso) che non distrugge nulla, ma crea molto; che trasforma senza subire metamorfosi, e che dice “Guardate questo: ho trovato la verità!”, ma che non osa dire “Allontanatevi da quello: è falso”.
Ecco il nostro obiettivo. Cerchiamo di agire senza distruggere nulla; in questa difficile questione sull’origine del Diritto, adottiamo umilmente, come logici, quel nobile concetto anglo-sassone di “Dovrebbe”; ma come uomini pratici, perseguimolo con determinazione. Un principio del genere potrebbe essere il seguente:
“Il diritto nasce dal nulla, non significa nulla e non conduce a nulla; con esso siamo nulla, ma senza di esso siamo peggio del nulla.”45
Venerdì prossimo parlerò della morale nelle relazioni internazionali.
VIII. La corrispondenza speciale di Lambkin
LAMBKIN fu quasi il primo di quella grande schiera di docenti dell’Università di Oxford che, come corrispondenti speciali per i giornali, si recavano in luoghi difficili e persino pericolosi. Spesso parlava con entusiasmo dei vantaggi di questo sistema, e fu felice di vedere, man mano che invecchiava, diventava più ricco e più saggio, che altri seguivano le sue orme. “I giovani”, diceva, “hanno notato ciò che forse io fui il primo a comprendere: che la stampa è un potere reale, e che coloro che vengono pagati per educare non dovrebbero vergognarsi di essere remunerati anche per qualsiasi forma di insegnamento”. Tuttavia rimase sorpreso nel vedere con quale rapidità le lettere di un corrispondente potessero essere pubblicate in libro; scoprendo inoltre che tali opere venivano organizzate separatamente dagli editori e non appartenevano ai giornali stessi, esprimette con fermezza la sua condanna contro tale pratica.
“Signore” (disse al Cappellano), “nei miei giovani anni avremmo disdegnato di inventare lavori fittizi, realizzati appositamente per un certo scopo, o di indossare abiti nuovi soltanto in cerca di ricchezza”; e devo rendere omaggio alla memoria di Lambkin dicendo che non guadagnò nemmeno un penny con il suo “Diario sulle Profondità”, nel quale, verso la fine della sua vita, raccolse le varie lettere che aveva scritto ai giornali, per lo più composte in mare.
L’occasione che portò alla stesura della seguente lettera fu la disgustosa repressione da parte delle truppe italiane dei rivolti cattolici a Roma nel 1873. Gli inglesi di tutte le fazioni furono profondamente indignati alla notizia di tali atrocità. “Come nazione”, per citare il mio caro amico, “siamo lenti ad arrabbiarci, ma quando lo facciamo, la nostra rabbia è terribile”. E infatti era proprio così.
Si tenne un grande incontro a Hampstead, durante il quale il signor Ram tenne il suo famoso discorso. “Non si tratta di una questione religiosa o nazionale, ma di dignità umana (disse), e se non esprimiamo liberamente la nostra solidarietà, se non inviamo corrispondenti per conoscere la verità, se non ci riuniamo pubblicamente per protestare, se non scriviamo, parliamo e leggiamo fino a quando le nostre forze non saranno esaurite, allora l’Inghilterra non sarà più l’Inghilterra di Cromwell e di Peel.”
Un tale sentimento pubblico non poteva non raggiungere Lambkin. Ricordo che una notte venne da me nel mio studio e mi disse: “George (il mio nome è George), oggi ho ricevuto una lettera dal giornale di Mr. Solomon, ‘The Sunday Englishman’. Vogliono che vada a raccontare quanto accaduto in questa infame faccenda, e io andrò. Non provate nemmeno a dissuadermi. Tornerò – se Dio mi risparmia la vita – prima della fine delle vacanze. L’offerta è estremamente vantaggiosa sotto ogni aspetto: andrò in Inghilterra, per la causa della giustizia e per quella libertà di pensiero senza la quale non esiste vera religione. Perché, capite bene, anche se questi poveri disgraziati sono cattolici romani, io ritengo che ogni uomo debba avere giustizia. E il mio sangue ribolle dentro di me.”
Mi strinse la mano con affetto, promettendomi di portarmi indietro delle fotografie dal Museo di Napoli.
Se la lettera che segue sembra mancare di informazioni complete sull’esercito italiano e sulle sue azioni infami, se si osserva che sia scarsa e superficiale riguardo all’intero argomento dei disordini, ciò può essere spiegato dai semplici fatti che seguono.
Quando Lambkin salpò, la Flotta Britannica aveva già occupato un porto profondo e comodo sulla costa dell’Apulia, e l’irritazione del pubblico era al suo apice; ma quando lui sbarcò, il Quirinale fu costretto a scusarsi, il Vaticano ricevette un risarcimento finanziario e le truppe piemontesi furono obbligate ad evacuare Roma.
He therefore found upon landing at Leghorn47 a telegram from the newspaper, saying that his services were not required, but that the monetary engagements entered into by the proprietors would be strictly adhered to.
Partly pleased, partly disappointed, Lambkin returned to Oxford, taking sketches on the way from various artists whom he found willing to sell their productions. These he later hung round his room, not on nails (which as he very properly said, defaced the wall), but from a rail; — their colours are bright and pleasing. He also brought me the photographs I asked him for, and they now hang in my bedroom.
This summary must account for the paucity of the notes that follow, and the fact that they were never published.
[There was some little doubt as to whether certain strictures on the First Mate in Mr. Lambkin’s letters did not affect one of our best families. Until I could make certain whether the Estate should be credited with a receipt on this account or debited with a loss I hesitated to publish. Mr. Lambkin left no heirs, but he would have been the first to regret (were he alive) any diminution of his small fortune.
I am glad to say that it has been satisfactorily settled, and that while all parties have gained none have lost by the settlement.]
The Letters
s.s. Borgia, Gravesend,
Sunday, Sept. 27th, 1873
Whatever scruples I might have had in sending off my first letter before I had left the Thames, and upon such a day, are dissipated by the emotions to which the scenes I have just passed through give rise.48
What can be more marvellous than this historic river! All is dark, save where the electric light on shore, the river-boats’ lanterns on the water, the gas-lamps and the great glare of the town49 dispel the gloom. And over the river itself, the old Tamesis, a profound silence reigns, broken only by the whistling of the tugs, the hoarse cries of the bargemen and the merry banjo-party under the awning of our ship. All is still, noiseless and soundless: a profound silence broods over the mighty waters. It is night.
It is night and silent! Silence and night! The two primeval things! I wonder whether it has ever occurred to the readers of the Sunday Englishman to travel over the great waters, or to observe in their quiet homes the marvellous silence of the night? Would they know of what my thoughts were full? They were full of those poor Romans, insulted, questioned and disturbed by a brutal soldiery, and I thought of this: that we who go out on a peculiarly pacific mission, who have only to write while others wield the sword, we also do our part. Pray heaven the time may soon come when an English Protectorate shall be declared over Rome and the hateful rule of the Lombard foreigners shall cease.50
There is for anyone of the old viking blood a kind of fascination in the sea. The screw is modern, but its vibration is the very movement of the wild white oars that brought the Northmen51 to the field of Senlac.52 Now I know how we have dared and done all. I could conquer Sicily to-night.
As I paced the deck, an officer passed and slapped me heartily on the shoulder. It was the First Mate. A rough diamond but a diamond none the less. He asked me where I was bound to. I said Leghorn. He then asked me if I had all I needed for the voyage. It seems that I had strayed on to the part of the deck reserved for the second-class passengers. I informed him of his error. He laughed heartily and said we shouldn’t quarrel about that. I said his ship seemed to be a Saucy Lass. He answered “That’s all right,” asked me if I played “Turn-up Jack,” and left me. It is upon men like this that the greatness of England is founded.
Well, I will “turn in” and “go below” for my watch; “you gentlemen of England” who read the Sunday Englishman, you little know what life is like on the high seas; but we are one, I think, when it comes to the love of blue water.
Posted at Dover, Monday, Sept. 28, 1873.
We have dropped the pilot. I have nothing in particular to write. There is a kind of monotony about a sea voyage which is very depressing to the spirits. The sea was smooth last night, and yet I awoke this morning with a feeling of un-quiet to which I have long been a stranger, and which should not be present in a healthy man. I fancy the very slight oscillation of the boat has something to do with it, though the lady sitting next to me tells me that one only feels it in steamboats. She said her dear husband had told her it was “the smell of the oil” — I hinted that at breakfast one can talk of other things.
The First Mate sits at the head of our table. I do not know how it is, but there is a lack of social reaction on board a ship. A man is a seaman or a passenger, and there is an end of it. One has no fixed rank, and the wholesome discipline of social pressure seems entirely lost. Thus this morning the First Mate called me “The Parson,” and I had no way to resent his familiarity. But he meant no harm; he is a sterling fellow.
After breakfast my mind kept running to this question of the Roman Persecution, and (I know not how) certain phrases kept repeating themselves literally “ad nauseam” in my imagination. They kept pace with the throb of the steamer, an altogether new sensation, and my mind seemed (as my old tutor, Mr. Blurt, would put it) to “work in a circle.” The pilot will take this. He is coming over the side. He is not in the least like a sailor, but small and white. He wears a bowler hat, and looks more like a city clerk than anything else. When I asked the First Mate why this was, he answered “It’s the Brains that tell.” A very remarkable statement, and one full of menace and warning for our mercantile marine.
Thursday, Oct. 1, 1873.
I cannot properly describe the freshness and beauty of the sea after a gale. I have not the style of the great masters of English prose, and I lack the faculty of expression which so often accompanies the poetic soul.
The white curling tips (white horses) come at one if one looks to windward, or if one looks to leeward seem to flee. There is a kind of balminess in the air born of the warm south; and there is jollity in the whole ship’s company, as Mrs. Burton and her daughters remarked to me this morning. I feel capable of anything. When the First Mate came up to me this morning and tried to bait me with his vulgar chaff I answered roundly, “Now, sir, listen to me. I am not seasick, I am not a landlubber, I am on my sea legs again, and I would have you know that I have not a little power to make those who attack me feel the weight of my arm.”
Quindi, al suo arrivo a Livorno47, trovò un telegramma del giornale che gli comunicava che i suoi servizi non erano più necessari, ma che gli impegni finanziari presi dai proprietari sarebbero stati rigorosamente rispettati.
In parte soddisfatto, in parte deluso, Lambkin tornò a Oxford, portando con sé alcuni schizzi ottenuti lungo la strada da diversi artisti disposti a vendergli le loro opere. In seguito li appese nella sua stanza, non usando chiodi (che, come disse lui stesso, rovinavano il muro), ma un corrimano; i colori di quelle opere sono vivaci e piacevoli da vedere. Mi portò anche le fotografie che gli avevo chiesto, e ora sono appese nella mia camera da letto.
Questo riassunto deve tenere conto della scarsità delle note che seguono, nonché del fatto che queste non siano mai state pubblicate.
C’era qualche dubbio riguardo al fatto che alcune restrizioni menzionate nelle lettere di Mr. Lambkin potessero influenzare una delle nostre migliori famiglie. Finché non sono stato certo se l’eredità dovesse essere registrata come un ricavo o come una perdita, ho esitato a pubblicare queste informazioni. Mr. Lambkin non lasciò eredi, ma sicuramente si sarebbe pentito (se fosse ancora vivo) di qualsiasi riduzione della sua piccola fortuna.
Sono felice di poter dire che la questione è stata risolta in modo soddisfacente, e che, sebbene tutte le parti ne abbiano tratto qualche vantaggio, nessuna ha subito perdite a seguito di tale accordo.
Le Lettere
S.S. Borgia, Gravesend
Domenica 27 settembre 1873
Qualsiasi rimorso potessi aver avuto nel spedire la mia prima lettera prima di lasciare il Tamigi, e in un giorno del genere, viene dissipato dalle emozioni scatenate dalle scene che ho appena vissuto.48
Cosa può esserci di più meraviglioso di questo fiume storico? Tutto è buio, tranne nei punti in cui la luce elettrica sulla riva, le lanterne delle barche sul fiume, i lampioni a gas e il bagliore intenso della città dissipano l’oscurità. E sopra il fiume stesso, l’antico Tamigi, regna un profondo silenzio, interrotto soltanto dal fischio delle barche a remi, dai grugniti dei barcaioli e dalle allegre melodie suonate al banjo sotto la tettoia della nostra nave. Tutto è immobile, silenzioso e senza suoni: un profondo silenzio avvolge queste vaste acque. È notte.
È notte e silenzio! Silenzio e notte. Le due cose primordiali. Mi chiedo se mai sia venuto in mente ai lettori del “Sunday Englishman” di attraversare i grandi mari, o di osservare nelle loro case tranquille il meraviglioso silenzio della notte. Capirebbero di cosa sono pieni i miei pensieri? Sono pieni di quei poveri Romani, insultati, interrogati e disturbati da una soldataglia brutale. E ho pensato a questo: noi che intraprendiamo missioni particolarmente pacifiche, che abbiamo solo il compito di scrivere mentre altri impugnano la spada, anche noi facciamo la nostra parte. Prego che arrivi presto il momento in cui si possa dichiarare un Protettorato inglese su Roma e che finisca il detestabile dominio dei barbari longobardi.
Per chiunque abbia il sangue degli antichi vichinghi, esiste una sorta di fascinazione per il mare. La vite è moderna, ma la sua vibrazione ricorda esattamente il movimento di quelle aliene pagaie bianche che portarono i nordici sul campo di Senlac. Ora capisco come abbiamo osato e fatto tutto ciò. Questa notte potrei conquistare la Sicilia.
Mentre camminavo avanti e indietro sul ponte, un ufficiale mi passò accanto e mi diede una calorosa pacca sulla spalla. Era il Primo Ufficiale. Un uomo ruvido, ma comunque un vero uomo. Mi chiese dove fossi diretto; dissi che andavo a Livorno. Poi mi domandò se avessi tutto ciò di cui avevo bisogno per il viaggio. A quanto pare, ero finito nella parte del ponte riservata ai passeggeri di seconda classe. Gli spiegai l’errore; rise di cuore e disse che non dovevamo litigare per una cosa del genere. Gli dissi che la sua nave sembrava davvero un “Saucy Lass”; lui rispose: “Va bene così”, mi chiese se sapessi giocare a “Turn-up Jack” e poi se ne andò. È su uomini come questi che si fonda la grandezza dell’Inghilterra.
Beh, andrò a ritirare il mio orologio e scenderò sottocoperta; voi signori d’Inghilterra che leggete il “Sunday Englishman”, non sapete bene com’è la vita in mare aperto. Ma credo che, quando si tratta dell’amore per le acque azzurre, siamo tutti uguali.
Pubblicato a Dover, lunedì 28 settembre 1873.
Abbiamo abbandonato il progetto pilota. Non ho nulla di particolare da scrivere. Un viaggio in mare presenta una sorta di monotonia che deprime molto lo spirito. Ieri sera il mare era calmo, eppure stamattina mi sono svegliato con un senso di inquietudine a cui non ero più abituato. E che non dovrebbe affatto esserci in un uomo sano. Penso che anche le lievi oscillazioni della barca possano averci qualcosa a che fare, anche se la signora seduta accanto a me mi ha detto che si percepiscono solo sui piroscafi. Ha aggiunto che suo marito le aveva spiegato che si trattava “del odore dell’olio”. Ho suggerito che a colazione si possano parlare di altre cose.
Il Primo Ufficiale siede all’estremità del nostro tavolo. Non so perché, ma a bordo di una nave mancano completamente le reazioni sociali tipiche. Un uomo è o un marinaio o un passeggero, e basta. Non esiste alcun rango fisso, e quella disciplina basata sulla pressione sociale sembra essere del tutto scomparsa. Questa mattina il Primo Ufficiale mi ha chiamato “Il Pastore”, e non ho potuto offendersi per questa familiarità. Ma non voleva certo fare del male; è davvero una brava persona.
Dopo colazione, i miei pensieri continuavano a tornare su questa questione della persecuzione romana; e (non so come) alcune frasi continuavano a ripetersi letteralmente nella mia immaginazione, fino alla nausea. Queste frasi seguivano il ritmo del battito del vapore, una sensazione del tutto nuova. E la mia mente sembrava, come avrebbe detto il mio vecchio tutor, il signor Blurt, “funzionare in cerchio”. Il pilota sta per arrivare; non assomiglia affatto a un marinaio: è piccolo e pallido, indossa un cappello a cilindro e sembra più un impiegato di città che altro. Quando ho chiesto al primo ufficiale il motivo di questo comportamento, mi ha risposto: “Sono i cervelli a decidere”. Una dichiarazione davvero notevole, e piena di minacce per la nostra marina mercantile.
Giovedì, 1 ottobre 1873.
Non riesco a descrivere appieno la freschezza e la bellezza del mare dopo una tempesta. Non possiedo lo stile dei grandi maestri della prosa inglese, e mi manca quella capacità espressiva che spesso accompagna l’anima poetica.
Le punte bianche dei pattini da curling sembrano avvicinarsi quando si guarda verso il lato ventoso, mentre se si guarda verso il lato levente pare che scappino via. C’è un’atmosfera di allegria nell’aria, dovuta al caldo del sud; e l’intero equipaggio è pieno di gioia, come mi hanno detto stamattina la signora Burton e sue figlie. Mi sento capace di qualsiasi cosa. Quando il primo ufficiale si è avvicinato a me stamattina cercando di provocarmi con le sue battute volgari, gli ho risposto chiaramente: “Ora, signore, ascoltate bene. Non soffro di mal di mare, non sono un principiante in materia marittima. Sono di nuovo in grado di gestire le situazioni in mare, e vi faccio sapere che ho tutta la forza necessaria per far sentire a chiunque mi attacchi l’effetto del mio pugno.”
He turned from me thoroughly ashamed, and told a man to swab the decks. The passengers appeared absorbed in their various occupations, but I felt I had “scored a point” and I retired to my cabin.
My steward told me of a group of rocks off the Spanish coast which we are approaching. He said they were called “The Graveyard.” If a man can turn his mind to the Universal Consciousness and to a Final Purpose all foolish fears will fall into a secondary plane. I will not do myself the injustice of saying that I was affected by the accident, but a lady or child might have been, and surely the ship’s servants should be warned not to talk nonsense to passengers who need all their strength for the sea.
Friday, Oct. 2, 1873.
To-day I met the Captain. I went up on the bridge to speak to him. I find his name is Arnssen. He has risen from the ranks, his father having been a large haberdasher in Copenhagen and a town councillor. I wish I could say the same of the First Mate, who is the scapegrace son of a great English family, though he seems to feel no shame. Arnssen and I would soon become fast friends were it not that his time is occupied in managing the ship. He is just such an one as makes the strength of our British Mercantile marine. He will often come and walk with me on the deck, on which occasions I give him a cigar, or even sometimes ask him to drink wine with me. He tells me it is against the rules for the Captain to offer similar courtesies to his guests, but that if ever I am in Ernskjöldj, near Copenhagen, and if he is not absent on one of his many voyages, he will gratefully remember and repay my kindness.
I said to the Captain to-day, putting my hand upon his shoulder, “Sir, may one speak from one’s heart?” “Yes,” said he, “certainly, and God bless you for your kind thought.” “Sir,” said I, “you are a strong, silent, God-fearing man and my heart goes out to you — no more.” He was silent, and went up on the bridge, but when I attempted to follow him, he assured me it was not allowed.
Later in the day I asked him what he thought of the Roman trouble. He answered, “Oh! knock their heads together and have done with it.” It was a bluff seaman’s answer, but is it not what England would have said in her greatest days? Is it not the very feeling of a Chatham?
I no longer speak to the First Mate. But in a few days I shall be able to dismiss the fellow entirely from my memory, so I will not dwell on his insolence.
Leghorn, Oct. 5, 1873.
Here is the end of it. I have nothing more to say. I find that the public has no need of my services, and that England has suffered a disastrous rebuff. The fleet has retreated from Apulia. England — let posterity note this — has not an inch of ground in all the Italian Peninsula. Well, we are worsted, and we must bide our time; but this I will say: if that insolent young fool the First Mate thinks that his family shall protect him he is mistaken. The press is a great power and never greater than where (as in England) a professor of a university or the upper classes write for the papers, and where a rule of anonymity gives talent and position its full weight.53
IX. Lambkin’s Address to the League of Progress
EVERYBODY WILL REMEMBER the famous meeting of the Higher Spinsters in 1868; a body hitherto purely voluntary in its organisation, it had undertaken to add to the houses of the poor and wretched the element which reigns in the residential suburbs of our great towns. If Whitechapel is more degraded now than it was thirty years ago we must not altogether disregard the earlier efforts of the Higher Spinsters, they laboured well each in her own sphere and in death they were not divided.
The moment however which gave their embryonic conceptions an organic form did not sound till this year of 1868. It was in the Conference held at Burford during that summer that, to quote their eloquent circular, “the ideas were mooted and the feeling was voiced which made us what we are.” In other words the Higher Spinsters were merged in the new and greater society of the League of Progress. How much the League of Progress has done, its final recognition by the County Council, the sums paid to its organisers and servants I need not here describe; suffice it to say that, like all our great movements, it was a spontaneous effort of the upper middle class, that it concerned itself chiefly with the artisans, whom it desired to raise to its own level, and that it has so far succeeded as to now possess forty-three Cloisters in our great towns, each with its Grand Master, Chatelaine, Corporation of the Burghers of Progress and Lay Brothers, the whole supported upon salaries suitable to their social rank and proceeding entirely from voluntary contributions with the exception of that part of the revenue which is drawn from public funds.
The subject of the Conference, out of which so much was destined to grow, was “The Tertiary Symptoms of Secondary Education among the Poor.”
Views upon this matter were heard from every possible standpoint; men of varying religious persuasions from the Scientific Agnostic to the distant Parsee lent breadth and elasticity to the fascinating subject. Its chemical aspect was admirably described (with experiments) by Sir Julius Wobble, the Astronomer Royal, and its theological results by the Reader in Burmesan.
Lambkin was best known for the simple eloquence in which he could clothe the most difficult and confused conceptions. It was on this account that he was asked to give the Closing Address with which the Proceedings terminated.
Before reciting it I must detain the reader with one fine anecdote concerning this occasion, a passage worthy of the event and of the man. Lambkin (as I need hardly say) was full of his subject, enthusiastic and absorbed. No thought of gain entered his head, nor was he the kind of man to have applied for payment unless he believed money to be owing to him. Nevertheless it would have been impossible to leave unremunerated such work as that which follows. It was decided by the authorities to pay him a sum drawn from the fees which the visitors had paid to visit the College Fish-Ponds, whose mediæval use in monkish times was explained in a popular style by one who shall be nameless, but who gave his services gratuitously.
Si allontanò da me pieno di vergogna e chiese a un uomo di pulire i ponti. I passeggeri sembravano impegnati nelle loro varie attività, ma sentii di aver “vinto qualcosa” e mi ritirai nella mia cabina.
Il mio steward mi ha parlato di un gruppo di rocce al largo della costa spagnola verso cui ci stiamo avvicinando; queste rocce vengono chiamate “Il Cimitero”. Se una persona riesce a rivolgere la propria mente alla Coscienza Universale e a uno Scopo Finale, tutte le paure sciocche perdono importanza. Non dirò mai che quell’incidente mi abbia influenzato negativamente, ma una donna o un bambino potrebbero esserne stati colpiti. E sicuramente i membri dell’equipaggio dovrebbero essere avvertiti di non dire sciocchezze ai passeggeri, i quali hanno bisogno di tutta la loro forza per affrontare il mare.
Venerdì, 2 ottobre 1873.
Oggi ho incontrato il Capitano. Sono salito sul ponte per parlare con lui; si chiama Arnssen. È emerso dalle file dei semplici marinai, poiché suo padre era un importante commerciante di abbigliamento a Copenaghen e anche membro del consiglio comunale. Vorrei poter dire lo stesso del Primo Ufficiale. Ma lui è il figlio disonorevole di una grande famiglia inglese, e sembra non provare alcuna vergogna. Arnssen e io saremmo diventati rapidamente buoni amici, se solo il suo tempo non fosse interamente dedicato alla gestione della nave. È proprio il tipo di persona che rappresenta la forza della nostra marina mercantile britannica. Spesso viene a passeggiare con me sul ponte; in quelle occasioni gli offro un sigaro, o a volte lo invito anche a bere vino con me. Mi dice che per il Capitano sia contrario alle regole offrire simili cortesie ai propri ospiti. Ma se mai mi troverò a Ernskjöldj, vicino a Copenaghen, e lui non sarà in viaggio, ricorderà sicuramente con gratitudine la mia gentilezza e me la ripagherà.
Oggi ho detto al Capitano, mettendo una mano sulla sua spalla: “Signore, posso parlare con sincerità?” “Sì,” rispose lui, “certamente; e che Dio vi benedica per questo pensiero gentile.” “Signore,” continuai, “voi siete un uomo forte, silenzioso e timorato di Dio. Il mio cuore è con voi, nient’altro.” Lui rimase in silenzio e salì sul ponte; ma quando cercai di seguirlo, mi assicurò che non era permesso.
Più tardi quel giorno gli chiesi cosa ne pensasse dei problemi che stavano sorgendo a Roma. Lui rispose: “Oh! Basta che si sfidino a duello e la questione sia risolta.” Era una risposta tipica di un marinaio spavaldo, ma non è forse ciò che l’Inghilterra avrebbe detto nei suoi momenti più gloriosi? Non è forse proprio questo lo spirito di un Chatham?
Non parlo più con il Primo Ufficiale. Ma tra pochi giorni riuscirò a dimenticarlo del tutto, quindi non mi soffermerò sulla sua insolenza.
Leghorn, 5 ottobre 1873.
Ecco la fine di tutto. Non ho più nulla da dire. Ritengo che il pubblico non abbia bisogno dei miei servizi, e che l’Inghilterra abbia subito una sconfitta disastrosa. La flotta si è ritirata dall’Apulia. L’Inghilterra – che la posterità lo ricordi – non possiede nemmeno un pollice di terra in tutta la penisola italiana. Beh, siamo stati sconfitti e dobbiamo aspettare il momento giusto; ma voglio dire una cosa: se quel giovane arrogante, il Primo Ufficiale, pensa che la sua famiglia possa proteggerlo, si sbaglia. La stampa è un potere enorme, e mai così grande come quando (come in Inghilterra) professori universitari o le classi superiori scrivono per i giornali, e quando il segreto delle loro identità permette a talento e posizione di esercitare tutto il loro peso.
IX. L’allocuzione di Lambkin alla Lega del Progresso
TUTTI RAMINERANNO quell’importante incontro delle “Higher Spinsters” del 1868: un gruppo fino ad allora interamente volontario nella sua organizzazione, che si era impegnato a portare nelle case dei poveri e degli sfortunati ciò che caratterizza i quartieri residenziali delle nostre grandi città. Se oggi Whitechapel è più degradata di quanto non lo fosse trent’anni fa, non dobbiamo trascurare del tutto gli sforzi compiuti in passato dalle “Higher Spinsters”. Ognuna di loro ha lavorato con impegno nel proprio ambito, e anche dopo la morte non vi furono divisioni tra di loro.
Tuttavia, il momento in cui queste loro concezioni embrionali assunsero una forma concreta non arrivò fino al 1868. Fu durante la conferenza tenutasi a Burford quell’estate che, come si legge nel loro eloquente comunicato, “le idee furono discusse e le opinioni espresse che ci hanno reso ciò che siamo oggi”. In altre parole, le organizzazioni delle “Higher Spinsters” furono integrate nella nuova e più ampia società della Lega del Progresso. Quanto abbia fatto la Lega del Progresso, il suo riconoscimento ufficiale da parte del Consiglio della Contea, le somme versate ai suoi organizzatori e collaboratori non è necessario descriverle qui; basta dire che, come tutti i nostri grandi movimenti, fu un’iniziativa spontanea della classe media superiore, si rivolgeva principalmente agli artigiani, desiderando elevarli al proprio livello, e ha avuto successo a tal punto da contare oggi quarantatré “Cloisters” nelle nostre grandi città, ognuno con il proprio Gran Maestro, la propria amministrazione, il proprio consiglio di cittadini progressisti e i propri membri laici; tutto ciò è finanziato interamente attraverso contributi volontari, fatta eccezione per quella parte dei ricavi provenienti dai fondi pubblici.
L’argomento della Conferenza, dal quale sarebbero derivate molte importanti conseguenze, era “I sintomi terziari dell’istruzione secondaria tra i poveri”.
Si ascoltarono opinioni su questa questione da ogni possibile punto di vista; persone di diverse convinzioni religiose, dallo scienziato agnostico al persiano zoroastriano, contribuirono a rendere questo argomento ancora più interessante e complesso. Il suo aspetto chimico fu descritto in modo eccellente (con esperimenti) da Sir Julius Wobble, l’Astronomo Reale, mentre i suoi risvolti teologici furono analizzati dal “Reader in Burmesan”.
Lambkin era noto soprattutto per l’eloquenza semplice e chiara con cui riusciva a esprimere le concezioni più complesse e confuse. Fu proprio per questo che gli fu chiesto di tenere il discorso di chiusura con cui si concludevano i lavori.
Prima di recitarlo, devo intrattenere il lettore con un’ottima aneddota relativa a questa occasione: un passaggio degno dell’evento e dell’uomo che lo ha compiuto. Lambkin (come non c’è bisogno di dire) era completamente immerso nel suo argomento, entusiasta e concentrato al massimo. Non gli passò nemmeno per la mente l’idea di trarne un profitto; inoltre, non era il tipo di persona che avrebbe chiesto un compenso se non fosse stato convinto che gli spettasse. Tuttavia, sarebbe stato impossibile lasciare senza ricompensa un lavoro del genere. Le autorità decisero quindi di pagarlo con una somma tratta dalle tariffe pagate dai visitatori per ammirare i laghetti dei pesci del college; l’uso medievale di questi laghetti in epoca monastica fu spiegato in modo accessibile da qualcuno che non verrà nominato, ma che fornì il proprio contributo gratuitamente.
After their departure Mr. Large entered Lambkin’s room with an envelope, wishing to add a personal courtesy to a pleasant duty, and said:
“I have great pleasure, my dear Lambkin, in presenting you with this Bank Note as a small acknowledgment of your services at the Conference.”
Lambkin answered at once with:
“My dear Large, I shall be really displeased if you estimate that slight performance of a pleasurable task at so high a rate as ten pounds.”
Nor indeed was this the case. For when Lambkin opened the enclosure (having waited with delicate courtesy for his visitor to leave the room) he discovered but five pounds therein. But note what follows — Lambkin neither mentioned the matter to a soul, nor passed the least stricture upon Large’s future actions, save in those matters where he found his colleague justly to blame: and in the course of the several years during which they continually met, the restraint and self-respect of his character saved him from the use of ignoble weapons whether of pen or tongue. It was a lesson in gentlemanly irony to see my friend take his place above Large at high table in the uneasy days that followed.
THE ADDRESS
My dear Friends,
I shall attempt to put before you in a few simple, but I hope well-chosen words, the views of a plain man upon the great subject before us to-day. I shall attempt with the greatest care to avoid any personal offence, but I shall not hesitate to use the knife with an unsparing hand, as is indeed the duty of the Pastor whosoever he may be. I remember a late dear friend of mine [who would not wish me to make his name public but whom you will perhaps recognise in the founder and builder of the new Cathedral at Isaacsville in Canada54]. I remember his saying to me with a merry twinkle of the eye that looms only from the free manhood of the west: “Lambkin,” said he, “would you know how I made my large fortune in the space of but three months, and how I have attained to such dignity and honour? It was by following this simple maxim which my dear mother55 taught me in the rough log-cabin56 of my birth: ‘Be courteous to all strangers, but familiar with none.’”57
My friends, you are not strangers, nay, on the present solemn occasion I think I may call you friends — even brethren! — dear brothers and sisters! But a little bird has told me… (Here a genial smile passed over his face and he drank a draught of pure cold water from a tumbler at his side.) A little bird has told me, I say, that some of you feared a trifle of just harshness, a reprimand perhaps, or a warning note of danger, at the best a doubtful and academic temper as to the future. Fear nothing. I shall pursue a far different course, and however courteous I may be I shall indulge in no familiarities.
“The Tertiary symptoms of Secondary Education among the Poor” is a noble phrase and expresses a noble idea. Why the very words are drawn from our Anglo-Saxon mother-tongue deftly mingled with a few expressions borrowed from the old dead language of long-past Greece and Rome.
What is Education? The derivation of the word answers this question. It is from “e” that is “out of,” “duc-o” “I lead,” from the root Duc — to lead, to govern (whence we get so many of our most important words such as “Duke”; “Duck” = a drake; etc.) and finally the termination “-tio” which corresponds to the English “-ishness.” We may then put the whole phrase in simple language thus, “The threefold Showings of twofold Led-out-of-ishness among the Needy.”
The Needy! The Poor! Terrible words! It has been truly said that we have them always with us. It is one of our peculiar glories in nineteenth century England, that we of the upper classes have fully recognised our heavy responsibility towards our weaker fellow-citizens. Not by Revolution, which is dangerous and vain, not by heroic legislation or hair-brained schemes of universal panaceas, not by frothy Utopias. No! — by solid hard work, by quiet and persistent effort, with the slow invisible tenacity that won the day at Badajoz, we have won this great social victory. And if any one should ask me for the result I should answer him — go to Bolton, go to Manchester, go to Liverpool; go to Hull or Halifax — the answer is there.
There are many ways in which this good work is proceeding. Life is a gem of many facets. Some of my friends take refuge in Prayer, others have joined the Charity Organisation Society, others again have laboured in a less brilliant but fully as useful a fashion by writing books upon social statistics which command an enormous circulation. You have turned to education, and you have done well. Show me a miner or a stevedore who attends his lectures upon Rossetti, and I will show you a man. Show me his wife or daughter at a cookery school or engaged in fretwork, and I will shew you a woman. A man and a woman — solemn thought!
A noble subject indeed and one to occupy the whole life of a man! This “Education,” this “Leading-out-of,” is the matter of all our lives here in Oxford except in the vacation.58 And what an effect it has! Let me prove it in a short example.
At a poor lodging-house in Lafayette, Pa., U.S.A., three well-educated men from New England who had fallen upon evil times were seated at a table surrounded by a couple of ignorant and superstitious Irishmen; these poor untaught creatures, presuming upon their numbers, did not hesitate to call the silent and gentlemanly unfortunates “Dommed High-faluthing Fules”; but mark the sequel. A fire broke out in the night. The house was full of these Irishmen and of yet more repulsive Italians. Some were consumed by the devouring element, others perished in the flames, others again saved their lives by a cowardly flight.59 But what of those three from Massachusetts whom better principles had guided in youth and with whom philosophy had replaced the bitter craft of the Priest? They were found — my dear friends — they were found still seated calmly at the table; they had not moved; no passion had blinded them, no panic disturbed: in their charred and blackened features no trace of terror was apparent. Such is the effect, such the glory of what my late master and guide, the Professor of Tautology, used to call the “Principle of the Survival of the Fittest.”
Dopo la loro partenza, il signor Large entrò nella stanza di Lambkin con una busta, desiderando aggiungere un tocco personale a un compito piacevole, e disse:
“Mi fa grande piacere, mio caro Lambkin, presentarti questa banconota come un piccolo riconoscimento dei tuoi servizi durante la conferenza.”
“Lambkin rispose immediatamente con:…”
“Mio caro Large, sarò davvero scontento se considererai quel semplice compito piacevole così prezioso da valere dieci sterline.”
In realtà non era affatto così. Quando Lambkin aprì la scatola (dopo aver aspettato con grande cortesia che il suo visitatore lasciasse la stanza), vi trovò soltanto cinque sterline. Ma notate ciò che segue: Lambkin non ne parlò mai con nessuno, né criticò in alcun modo le future azioni di Large, tranne nei casi in cui riteneva che il suo collega fosse davvero colpevole. Nel corso degli anni in cui continuarono a incontrarsi, la moderazione e il rispetto di sé di Lambkin lo evitarono dall’usare armi ignobili, sia quelle della parola che quelle della penna. Fu una lezione di ironia da gentiluomo vedere mio amico assumere un posto superiore a quello di Large alla tavola durante quei giorni difficili che seguirono.
L’indirizzo
Carissimi amici,
Tenterò di esporvi, con poche parole semplici ma spero ben scelte, le opinioni di un uomo comune su questo importante argomento che oggi ci occupa. Farò del mio meglio per evitare qualsiasi offesa personale, ma non esiterò a utilizzare parole dure, se necessario; è infatti dovere di ogni pastore, qualunque sia la sua posizione. Ricordo un caro amico defunto che non avrebbe voluto che si facesse il nome suo pubblicamente, ma che forse riconoscerete nel fondatore e costruttore della nuova cattedrale di Isaacsville in Canada54. Mi ricorda di avermi detto, con uno scintillio malizioso negli occhi tipico degli uomini liberi dell’Ovest: “Lambkin”, disse, “vorresti sapere come ho fatto a guadagnare una grande fortuna in soli tre mesi e come abbia raggiunto tale dignità ed onore? È stato seguendo questo semplice principio che mia madre mi insegnò nella rozza capanna di legno dove sono nato: ‘Sii cortese con tutti gli sconosciuti, ma non diventare troppo intimo con nessuno.’”57
Amici miei, non siete estranei; anzi, in questa solenne occasione credo di potervi chiamare amici, persino fratelli! Carissimi fratelli e sorelle! Ma un piccolo uccellino mi ha detto, (Un sorriso cordiale apparve sul suo volto mentre beveva un sorso d’acqua fredda da un bicchiere accanto a lui.) Un piccolo uccellino mi ha detto che alcuni di voi temevano qualche parola dura, forse una rimprovera o un avvertimento riguardo al pericolo. Nel migliore dei casi, un atteggiamento scettico riguardo al futuro. Non temete nulla: seguirò una strada molto diversa. E per quanto possa essere cortese, non indulgerò in alcuna familiarità.
“I sintomi terziari dell’Istruzione Secondaria tra i poveri” è una frase nobile che esprime un’idea altrettanto nobile. Tuttavia, le parole stesse sono tratte dalla nostra lingua madre anglo-sassone e abilmente mescolate con alcune espressioni prese dalla lingua morta dell’antica Grecia e Roma.
Che cos’è l’Istruzione? L’etimologia della parola fornisce una risposta a questa domanda. Deriva da “e”, che significa “fuori da”, da “duc-o”, che vuol dire “guido”, dalla radice “Duc” – che indica guidare, governare (da qui derivano molte delle nostre parole più importanti, come “Duca”; “Duck” = un maschio anatreo, ecc.) e infine dal suffisso “-tio”, che corrisponde al termine inglese “-ishness”. Possiamo quindi esprimere l’intera definizione in termini semplici così: “Le tre manifestazioni di una duplice natura guidata verso qualcosa di esterno, rivolte alle persone bisognose”.
I Poveri! I Bisognosi! Terribili parole. È davvero vero che li abbiamo sempre con noi. Una delle nostre particolari glorie nell’Inghilterra del XIX secolo è il fatto che noi, appartenenti alle classi superiori, abbiamo pienamente riconosciuto la nostra pesante responsabilità nei confronti dei nostri concittadini più deboli. Non attraverso rivoluzioni, che sono pericolose e vane; non attraverso leggi eroiche o folli progetti di soluzioni universali; né attraverso utopie effimere. No! Solo attraverso un lavoro duro e costante, uno sforzo silenzioso e perseverante, con quella tenacia lenta ma inesorabile che ci ha permesso di vincere a Badajoz, abbiamo ottenuto questa grande vittoria sociale. E se qualcuno mi chiedesse quale sia il risultato, gli risponderei: andate a Bolton, andate a Manchester, andate a Liverpool. Andate a Hull o Halifax. La risposta è lì.
Esistono molti modi in cui questo nobile lavoro può essere portato avanti. La vita è una gemma dalle molteplici facce: alcuni dei miei amici trovano rifugio nella preghiera, altri hanno aderito alle organizzazioni di carità, mentre altri ancora hanno contribuito in modo meno appariscente ma altrettanto efficace scrivendo libri sulla statistica sociale che godono di una vasta diffusione. Tu hai scelto la strada dell’educazione, e l’hai fatto bene. Mostratemi un minatore o un portuale che partecipi alle lezioni su Rossetti, e vi mostrerò un uomo. Mostratemi sua moglie o sua figlia in una scuola di cucina o impegnate nella lavorazione a maglia, e vi mostrerò una donna. Un uomo e una donna, pensiero solenne!
Un vero e proprio scopo nobile, uno che può occupare l’intera vita di un uomo! Questa “istruzione”, questo processo di “guida e formazione”, rappresenta l’essenza della nostra esistenza qui a Oxford, tranne durante le vacanze. E quale effetto ha davvero! Lasciate che ve lo dimostri con un breve esempio.
In una misera locanda a Lafayette, nel Pennsylvania, Stati Uniti d’America, tre uomini ben istruiti del New England, caduti in tempi difficili, erano seduti attorno a un tavolo insieme a due irlandesi ignoranti e superstiziosi. Questi ultimi, approfittando del loro numero, non esitarono a chiamare quegli sfortunati silenziosi e gentiluomini “miserabili idioti”; ma ascoltate il seguito. Durante la notte scoppiò un incendio. La casa era piena di irlandesi e, ancora di più, di italiani repellenti. Alcuni furono consumati dalle fiamme, altri morirono nell’incendio, altri ancora salvarono la vita fuggendo in modo codardo. Ma che ne fu di quei tre del Massachusetts, guidati da principi migliori fin da giovani e per i quali la filosofia aveva sostituito l’astuzia meschina dei preti? Furono trovati, seduti tranquillamente attorno al tavolo; non si erano mossi; nessuna passione li aveva accecati, nessun panico li aveva turbati: sui loro volti carbonizzati non c’era traccia di terrore. Ecco l’effetto, ecco la gloria di ciò che il mio defunto maestro e guida, il Professore di Tautologia, chiamava “il Principio della Sopravvivenza del Più Adatto”.
(Applause, which was only checked by a consideration for the respect due to the Sacred edifice.)
Go forth then! Again I say go forth! Go forth! Go forth! The time is coming when England will see that your claims to reverence, recognition and emolument are as great as our own. I repeat it, go forth, and when you have brought the great bulk of families to change their mental standpoint, then indeed you will have transformed the world! For without the mind the human intellect is nothing.
X. Lambkin’s Leader
MR. SOLOMON WAS ever determined to keep the Sunday Englishman at a high level. “We owe it” (he would say) “first to the public who are thereby sacrificed — I mean satisfied — and to ourselves, who secure thereby a large and increasing circulation.” [“Ourselves” alluded to the shareholders, for the Sunday Englishman was a limited Company, in which the shares (of which Mr. Solomon held the greater number) were distributed in the family; the tiniest toddler of two years old was remembered, and had been presented with a share by his laughing and generous parent.]
In this laudable effort to keep “abreast of the times” (as he phrased it), the Editor and part Proprietor determined to have leaders written by University men, who from their position of vantage enjoy a unique experience in practical matters. He had formed a very high opinion of Lambkin’s journalistic capacity from his unpublished letters as a special correspondent. Indeed, he was often heard to say that “a man like him was lost at Oxford, and was born for Fleet Street.” He wrote, therefore, to Mr. Lambkin and gave him “Carte Blanche,” as one French scholar to another, sending him only the general directions that his leader must be “smart, up-to-date, and with plenty of push,” it was to be “neither too long nor too short,” and while it should be written in an easy familiar tone, there should be little or no seriously offensive matter included.
Mr. Lambkin was delighted, and when at his request the article had been paid for, he sent in the following:
The Leader.
“The English-Speaking Race has — if we except the Dutch, Negro, and Irish elements — a marvellous talent for self-government. From the earliest origins of our Anglo-Saxon forefathers to the latest Parish Council, guided but not controlled by the modern ‘Mass Thegen’ or local ‘Gesithcund man,’ this talent, or rather genius, is apparent. We cannot tell why, in the inscrutable designs of Providence, our chosen race should have been so specially gifted, but certain it is that wherever plain ordinary men such as I who write this and you who read it,60 may be planted, there they cause the desert to blossom, and the waters to gush from the living rock. Who has not known, whether among his personal acquaintance or from having read of him in books, the type of man who forms the strength of this mighty national organism? And who has not felt that he is himself something of that kidney? We stand aghast at our own extraordinary power, and it has been finely said that Nelson was greater than he knew. From one end of the earth to the other the British language is spoken and understood. The very words that I am writing will be read to-morrow in London, the day after in Oxford — and from this it is but a step to the uttermost parts of the earth.
“Under these conditions of power, splendour, and domination it is intolerable that the vast metropolis of this gigantic empire should be pestered with crawling cabs. There are indeed many things which in the Divine plan have it in their nature to crawl. We of all the races of men are the readiest to admit the reign of universal law. Meaner races know not the law, but we are the children of the law, and where crawling is part of the Cosmos we submit and quit ourselves like men, being armed with the armour of righteousness. Thus no Englishman (whatever foreigners may feel) is offended at a crawling insect or worm. A wounded hare will crawl, and we Read that ‘the serpent was cursed and crawled upon his belly’; again, Aristotle in his Ethics talks of those whose nature (φύσις) it is ‘ἕρπειν,’ which is usually translated ‘to crawl,’ and Kipling speaks of fifes ‘crawling.’ With all this we have no quarrel, but the crawling cab is a shocking and abominable thing; and if the titled owners of hansoms do not heed the warning in time they will find that the spirit of Cromwell is not yet dead, and mayhap the quiet determined people of this realm will rise and sweep them and their gaudy gew-gaws and their finnicky high-stepping horses, and their perched-up minions, from the fair face of England.”
XI. Lambkin’s Remarks on the End of Term
DELIVERED IN HALL on Saturday, Dec. 6th, 1887, the morning upon which the College went down.
My dear Friends; my dear Undergraduate members of this College,
The end of Term is approaching — nay, is here. A little more, and we shall meet each other no longer for six weeks. It is a solemn and a sacred thought. It is not the sadness, and even the regret, that takes us at the beginning of the Long Vacation. This is no definitive close. We lose (I hope) no friends; none leave us for ever, unless I may allude to the young man whom few of you knew, but through whose criminal folly the head of this foundation has lost the use of one eye.
This is not a time of exaltation, so should it not be a time for too absolute a mourning. This is not the end of the Easter Term, nor of the Summer Term. It is the end of Michaelmas Term. That is the fact, and facts must be looked in the face. What are we to do with the approaching vacation? What have we done with the past term?
In the past term (I think I can answer for some of you) a much deeper meaning has entered into your lives. Especially you, the young freshmen (happily I have had the control of many, the teaching of some), I know that life has become fuller for you. That half-hour a week to which you pay so little heed will mean much in later years. You have come to me in batches for half-an-hour a week, and each of you has thus enjoyed collectively the beginning of that private control and moulding of the character which is the object of all our efforts here in Oxford. And can you not, as you look back, see what a great change has passed over you in the short few months? I do not mean the corporeal change involved by our climate or our prandial habits; neither do I allude to the change in your dress and outward appearance. I refer to the mental transformation.
(Applausi, che furono accettati soltanto in segno di rispetto per il Sacro edificio.)
Allora andate avanti! Ancora una volta vi dico: andate avanti! Il momento è vicino in cui l’Inghilterra comprenderà che le vostre richieste di rispetto, riconoscimento e remunerazione sono uguali alle nostre. Lo ripeto: andate avanti, e quando riuscirete a far cambiare opinione alla maggior parte delle famiglie, allora davvero trasformerete il mondo! Perché senza la mente, l’intelligenza umana non è nulla.
Il leader di Lambkin
Il signor Solomon era sempre determinato a mantenere il livello di qualità del “Sunday Englishman”. “Lo dobbiamo” – diceva – “prima di tutto al pubblico che ne trae beneficio, e poi a noi stessi, poiché questo ci garantisce una circolazione sempre maggiore”. Con “noi stessi” si riferiva agli azionisti, poiché il “Sunday Englishman” era una società a responsabilità limitata le cui azioni (di cui il signor Solomon possedeva la maggioranza) venivano distribuite all’interno della famiglia; persino il più piccolo bambino di due anni riceveva una quota dalle sue genitori, che lo trattavano con affetto e generosità.
In questo lodevole sforzo di “tenersi al passo con i tempi” (come egli stesso lo esprimeva), l’Editore e co-proprietario decise di far scrivere gli articoli da persone universitarie, che, grazie alla loro posizione privilegiata, possedevano un’esperienza unica in materia pratica. Aveva una grande stima delle capacità giornalistiche di Lambkin, basandosi sulle sue lettere inedite come corrispondente speciale. Infatti, si diceva spesso che “un uomo del genere era sprecato a Oxford; era nato per Fleet Street”. Pertanto scrisse a Lambkin dando a lui “carta bianca”, indicandogli soltanto le linee generali: l’articolo doveva essere “intelligente, aggiornato e pieno di energia”; non troppo lungo né troppo breve; scritto in un tono semplice e familiare, ma senza contenuti seriamente offensivi.
Il signor Lambkin fu molto felice; e quando, su sua richiesta, l’articolo fu pagato, inviò quanto segue:
Il Leader.
“La razza di lingua inglese possiede – se escludiamo gli elementi olandesi, neri e irlandesi – un talento straordinario per l’autogoverno. Dalle origini più remote dei nostri antenati anglosassoni fino ai consigli parrocchiali di oggi, guidati ma non controllati dal moderno ‘Mass Thegen’ o dal ‘Gesithcund man’ locale, questo talento, o meglio questo genio, è evidente. Non possiamo spiegare perché, negli inscrutabili disegni della Provvidenza, la nostra razza sia stata così particolarmente dotata; ma è certo che ovunque uomini comuni come me, che scrivo queste parole, e voi, che le leggete, si trovino, essi sono in grado di far fiorire il deserto e far sgorgare l’acqua dalla roccia viva. Chi non ha conosciuto, tra le persone che frequenta o attraverso i libri, quel tipo di uomo che costituisce la forza di questo potente organismo nazionale? E chi non si è sentito, a sua volta, parte di quella stessa forza? Restiamo sbalorditi dal nostro stesso potere straordinario; ed è stato detto con grande acume che Nelson era più grande di quanto lui stesso sapesse. Dall’uno all’altro capo della terra si parla e si comprende la lingua inglese. Le stesse parole che sto scrivendo verranno lette domani a Londra, il giorno dopo a Oxford. E da lì non è che un passo fino alle estremità più remote del mondo.”
“In queste condizioni di potere, splendore e dominio, è intollerabile che la vasta metropoli di questo gigantesco impero venga infastidita da questi taxi striscianti. Infatti, ci sono molte cose nel piano divino che per loro natura devono strisciare. Noi, tra tutte le razze umane, siamo i più disposti ad ammettere il dominio della legge universale. Le razze inferiori non conoscono questa legge, ma noi ne siamo i figli; dove lo strisciare fa parte del Cosmo, ci sottomettiamo come veri uomini, armati dell’armatura della rettitudine. Per questo motivo, nessun inglese (per quanto possano pensarla diversamente gli stranieri) si offende di fronte a un insetto o a un verme che striscia. Un coniglio ferito striscerà; leggiamo infatti che ‘il serpente fu maledetto e dovette strisciare sul proprio ventre’; inoltre, Aristotele nella sua Etica parla di coloro la cui natura è ‘ἕρπειν’, termine solitamente tradotto con ‘strisciare’. E Kipling parla delle cornamuse che ‘strisciano’. Con tutto ciò, non abbiamo nulla in contrario a queste cose; ma il taxi strisciante è qualcosa di disgustoso e abominabile. Se i proprietari di questi mezzi non prestano attenzione in tempo, scopriranno che lo spirito di Cromwell non è ancora morto. Forse allora il popolo pacifico e risoluto di questo regno si alzerà per scacciare loro, insieme alle loro decorazioni vistose, ai loro cavalli arroganti e ai loro servitori obbedienti, dal bel volto dell’Inghilterra.”
XI. I commenti di Lambkin sulla fine del semestre
Distribuito in aula sabato 6 dicembre 1887, la mattina stessa in cui il college andò in rovina.
Cari amici miei, cari studenti universitari di questo college…
La fine del semestre si avvicina, anzi, è già arrivata. Tra poco non ci vedremo per sei settimane intere. È un pensiero solenne e sacro. Non è la tristezza, né tantomeno il rimpianto, a colpirci all’inizio delle lunghe vacanze. Questa non è una separazione definitiva. Non perdiamo (spero) amici; nessuno ci lascia per sempre, a meno che non mi riferisca a quel giovane di cui pochi di voi conoscevano l’esistenza, ma a causa della cui follia criminale il responsabile di questa fondazione ha perso l’uso di un occhio.
Questo non è un momento di esultanza, quindi non dovrebbe nemmeno essere un momento di lutto troppo assoluto. Non si tratta della fine del semestre di Pasqua, né di quello estivo. Si tratta della fine del semestre di San Michele. Questa è la realtà, e i fatti devono essere affrontati con onestà. Cosa dobbiamo fare riguardo alle vacanze imminenti? E cosa abbiamo fatto durante il semestre appena trascorso?
Nel semestre scorso (credo di poter rispondere per alcuni di voi), un significato molto più profondo è entrato nelle vostre vite. Soprattutto voi, giovani matricole. Fortunatamente ho avuto l’opportunità di guidare molti di voi, di insegnare ad altri. So che la vostra vita è diventata più ricca di significati. Quell’ora e mezza alla settimana, a cui prestavate così poca attenzione, avrà un grande valore negli anni futuri. Siete venuti da me in gruppi, per quell’ora e mezza ogni settimana. E ognuno di voi ha potuto, collettivamente, iniziare quel processo di formazione personale e di sviluppo del carattere che rappresenta l’obiettivo principale di tutti i nostri sforzi qui a Oxford. Non riuscite forse, guardando indietro, a vedere quanto grande sia stato il cambiamento che avete vissuto in questi pochi mesi? Non intendo parlare dei cambiamenti fisici causati dal clima o dalle nostre abitudini alimentari. Né alludo ai cambiamenti nel vostro abbigliamento o nell’aspetto esteriore. Mi riferisco alla trasformazione mentale che avete subito.
You arrived sure of a number of things which you had learnt at school or at your mother’s knee. Of what are you certain now? Of nothing! It is necessary in the mysterious scheme of education that this blind faith or certitude should be laid as a foundation in early youth. But it is imperative that a man — if he is to be a man and not a monster — should lose it at the outset of his career. My young friends, I have given you the pearl of great price. You have begun to doubt.
Half-an-hour a week — four hours in all the term … could any positive, empirical, or dogmatic teaching have been conveyed in that time, or with so much fullness as the great scheme of negation can be? I trow not.
So much for knowledge and tutorship. What of morals? It is a delicate subject, but I will treat of it boldly. You all remember how, shortly after the month of October, the College celebrated Guy Fawkes’ day: the elders, by a dinner in honour of their founder, the juniors by lighting a bonfire in the quadrangle. You all know what followed. I do not wish to refer again — certainly not with bitterness — to the excesses of that evening; but the loss of eyesight is a serious thing, and one that the victim may forgive, but hardly can forget. I hope the lesson will suffice, and that in future no fellow of this College will have to regret so serious a disfigurement at the hands of a student.
To pass to lighter things. The Smoking Concert on All Souls’ Day was a great success. I had hoped to organise some similar jollity on Good Friday, but I find that it falls in the Easter vacation. It is, however, an excellent precedent, and we will not fail to have one on some other festal occasion. To the action of one of our least responsible members I will not refer. But surely there is neither good breeding nor decency in dressing up as an old lady, in assuming the name of one of our Greatest Families, and in so taking advantage of the chivalry, and perhaps the devotion, of one’s superiors. The offence is one that can not lightly be passed over, and the culprit will surely be discovered.
Of the success of the College at hockey and in the inter-University draughts competition, I am as proud as yourselves. [Loud cheers, lasting for several minutes.] They were games of which in my youth I was myself proud. On the river I see no reason to be ashamed; next term we have the Torpids, and after that the Eights. We have no cause to despair. It is my experience (an experience based on ten years of close observation), that no college can permanently remain at the bottom of the river. There is a tide in the affairs of men, which taken at the flood leads on to fortune, let us therefore taking heart of grace and screw our courage to the sticking point. We have the lightest cox. in the ‘Varsity and an excellent coach. Much may be done with these things.
As to the religious state of the college it is, as you all know, excellent — I wish I could say the same for the Inorganic Chemistry. This province falls under the guidance of Mr. Large, but the deficiency in our standing is entirely the fault of his pupils. There are not twenty men in the University better fitted to teach Inorganic Chemistry than my colleague. At any rate it is a very grave matter and one by which a college ultimately stands or falls.
We have had no deaths to deplore during this term, and in my opinion the attack of mumps that affected the college during November can hardly be called an epidemic. The drains will be thoroughly overhauled during the vacation, and the expense of this, spread as it will be among all undergraduate members whether in residence or not, will form a very trifling addition to Battells. I doubt if its effect will be felt.
There is one last thing that I shall touch upon. We have been constantly annoyed by the way in which undergraduates tread down the lawn. The Oxford turf is one of the best signs of our antiquity as a university. There is no turf like it in the world. The habit of continually walking upon it is fatal to its appearance. Such an action would certainly never be permitted in a gentleman’s seat, and there is some talk of building a wall round the quadrangle to prevent the practice in question. I need hardly tell you what a disfigurement such a step would involve, but if there is one thing in the management of the college that I am more determined upon than another it is that no one be he scholar or be he commoner shall walk upon the grass!
I wish you a very Merry Christmas at the various country houses you may be visiting, and hope and pray that you may find united there all the members of your own family.
Mr. Gurge will remain behind and speak to me for a few moments.
XII. Lambkin’s Article on the North-west Corner of the Mosaic Pavement of the Roman Villa at Bignor
OF MR. LAMBKIN’S historical research little mention has been made, because this was but the recreation of a mind whose serious work was much more justly calculated to impress posterity. It is none the less true that he had in the inner coterie of Antiquarians, a very pronounced reputation, and that on more than one occasion his discoveries had led to animated dispute and even to friction. He is referred to as “Herr Professor Lambkin” in Winsk’s “Roman Sandals,”61 and Mr. Bigchurch in the Preface of his exhaustive work on “The Drainage of the Grecian Sea Port” (which includes much information on the Ionian colonies and Magna Graecia) acknowledges Mr. Lambkin’s “valuable sympathy and continuous friendly aid which have helped him through many a dark hour.” Lambkin was also frequently sent books on Greek and Roman Antiquities to review; and it must be presumed that the editor of Culture,62 who was himself an Oxford man and had taken a House degree in 1862, would hardly have had such work done by an ignorant man.
If further proof were needed of Mr. Lambkin’s deep and minute scholarship in this matter it would be discovered in the many reproductions of antiquities which used to hang round his room in college. They were photographs of a reddish-brown colour and represented many objects dear to the Scholar, such as the Parthenon, the Temples of Paestum, the Apollo Belvedere, and the Bronze head at the Vatican; called in its original dedication an Ariadne, but more properly described by M. Crémieux-Nathanson, in the light of modern research, as a Silenus.
Siete arrivati convinti di molte cose che avevate imparato a scuola o dalle vostre madri. Di cosa siete certi ora? Di nulla! Nel misterioso processo dell’educazione, è necessario che questa fede cieca o questa certezza vengano poste come fondamento nella giovinezza. Ma è altrettanto indispensabile che un uomo – se vuole essere un uomo e non un mostro – le perda fin dall’inizio della sua vita. Miei giovani amici, vi ho dato la “perla di grande valore”. Avete iniziato a dubitare.
Mezz’ora a settimana – quattro ore in tutto il semestre. In quel lasso di tempo, o con tale intensità, sarebbe stato possibile trasmettere qualche insegnamento positivo, empirico o dogmatico? Credo di no.
Ecco dunque cosa si può dire riguardo alla conoscenza e all’insegnamento. E che dire della morale? È un argomento delicato, ma ne parlerò con coraggio. Ricordate tutti come, poco dopo il mese di ottobre, il College abbia celebrato la Giornata di Guy Fawkes: gli studenti più anziani con una cena in onore del loro fondatore, quelli più giovani accendendo un falò nel cortile. Tutti conoscete ciò che è successo dopo. Non desidero più tornare sull’argomento – certamente non con amarezza – ma la perdita della vista è una cosa grave; una colpa che la vittima potrà anche perdonare, ma difficilmente dimenticare. Spero che questa lezione sia sufficiente, e che in futuro nessun studente di questo College debba più pentirsi di un simile evento così grave.
Passiamo ora a cose più leggere. Il “Concerto del Fumo” nel Giorno dei Morti è stato un grande successo. Speravo di organizzare qualcosa di simile in Venerdì Santo, ma si trova proprio durante le vacanze di Pasqua. Tuttavia, rappresenta un ottimo precedente, e sicuramente ne organizzeremo un altro in un’altra occasione festiva. Non intendo menzionare l’azione di uno dei nostri membri meno responsabili. Ma certamente non c’è né buone maniere né decenza nel travestirsi da vecchia signora, nell’assumere il nome di una delle nostre famiglie più nobili, e nel sfruttare in questo modo la cavalleria – e forse anche la devozione – dei propri superiori. Questo comportamento è troppo grave per essere ignorato, e il colpevole sicuramente verrà scoperto.
Per il successo del College nel hockey e nella competizione di draft tra le università, sono altrettanto orgoglioso di voi. [Applausi scroscianti che durano diversi minuti.] Erano giochi di cui anch’io ero fiero quando ero giovane. Non vedo alcun motivo per vergognarsi riguardo al risultato ottenuto sul fiume; il prossimo semestre avremo i Torpids, e dopo ancora gli Eights. Non abbiamo motivi per disperare. La mia esperienza – basata su dieci anni di attenta osservazione – mi dice che nessun college può rimanere permanentemente in fondo alla classifica. Nelle vicende umane esiste sempre una corrente che, se colta al momento giusto, porta verso il successo; quindi, diamoci forza e raccogliamo tutto il nostro coraggio. Disponiamo della squadra di canottaggio più leggera del “Varsity” e di un ottimo allenatore. Con queste risorse possiamo ottenere molto.
Per quanto riguarda lo stato religioso di questo college, è, come tutti sapete, eccellente. Vorrei poter dire lo stesso anche per il corso di Chimica Inorganica. Questo dipartimento rientra sotto la guida del signor Large, ma le carenze che presentiamo sono interamente colpa dei suoi studenti. Non ci sono nemmeno venti persone all’università più adatte a insegnare Chimica Inorganica di mio collega. Comunque sia, si tratta di una questione molto grave; è proprio su questo che il successo o il fallimento di un college dipendono in definitiva.
Durante questo semestre non abbiamo avuto decessi da lamentare, e a mio parere l’epidemia di orecchiette che ha colpito il college a novembre difficilmente può essere definita tale. Durante le vacanze i sistemi fognari saranno completamente riparati, e le spese sostenute, distribuite tra tutti gli studenti universitari, residenti o meno, rappresenteranno un contributo molto modesto alle risorse di Battells. Dubito che questo intervento abbia effetti significativi.
C’è ancora una cosa su cui vorrei soffermarmi. Siamo costantemente infastiditi dal modo in cui gli studenti universitari calpestano il prato. L’erba di Oxford rappresenta uno dei simboli più evidenti della nostra antichità come università; non esiste al mondo un’erba simile. Il fatto che venga continuamente calpestata danneggia gravemente il suo aspetto. Un comportamento del genere non verrebbe mai tollerato in un ambiente rispettabile, e si parla addirittura di costruire un muro attorno al cortile per impedire questa pratica. Non c’è bisogno che vi spieghi quanto sia dannoso un simile intervento. Ma se c’è una cosa su cui sono particolarmente deciso nella gestione del college, è che nessuno, né studente né comune, possa calpestare l’erba!
Vi auguro un Felice Natale in tutte le residenze di campagna che probabilmente state visitando, e spero e prego che lì possiate ritrovare tutti i membri della vostra famiglia riuniti.
Il signor Gurge rimarrà qui e parlerà con me per qualche momento.
XII. L’articolo di Lambkin sul angolo nord-occidentale della pavimentazione in mosaico della villa romana di Bignor
Si è parlato molto poco delle ricerche storiche del signor Lambkin, poiché si trattava soltanto di un’attività secondaria rispetto al lavoro serio che avrebbe dovuto lasciare un segno più duraturo nella storia. Tuttavia, è certo che nel circolo ristretto degli studiosi di antichità egli godesse di una notevole reputazione; in più occasioni, le sue scoperte avevano scatenato vivaci dibattiti e persino conflitti. Nel libro “Roman Sandals” di Winsk, il signor Lambkin viene menzionato come “Herr Professor Lambkin”; inoltre, il signor Bigchurch, nella prefazione alla sua opera esaustiva sul “Drenaggio del porto marittimo greco” (che contiene molte informazioni sulle colonie ionie e sulla Magna Grecia), riconosce “il prezioso sostegno e l’aiuto costante del signor Lambkin, che lo hanno aiutato in momenti difficili”. Il signor Lambkin veniva spesso incaricato di recensire libri sull’antichità greca e romana; si può presumere che l’editore della rivista “Culture”, essendo anch’egli un docente dell’Università di Oxford e laureatosi nel 1862, non avrebbe mai affidato compiti del genere a una persona ignorante.
Se fosse necessaria un’altra prova della profonda e approfondita erudizione del signor Lambkin in questa materia, essa si troverebbe nelle molte riproduzioni di antichità che un tempo adornavano la sua stanza all’università. Si trattava di fotografie di colore marrone rossastro che raffiguravano molti oggetti cari allo studioso: il Partenone, i templi di Paestum, l’Apollo Belvedere e la testa in bronzo conservata al Vaticano; quest’ultima, nella sua dedica originale chiamata “Arianna”, veniva invece più correttamente definita da M. Crémieux-Nathanson, alla luce delle ricerche moderne, come “Sileno”.
Any doubts as to Lambkin’s full claim to detailed-knowledge in those matters, will, however, be set at rest by the one thing he has left us of the kind — his article in the Revue Intellectuelle, which was translated for him by a Belgian friend, but of which I have preserved the original MSS.63 It is as follows:
THE ARTICLE.
I cannot conceive how M. Bischoff64 and Herr Crapiloni65 can have fallen into their grotesque error with regard to the Head in the Mosaic at Bignor. The Head, as all the world knows, is to be found in the extreme north-west corner of the floor of the Mosaic at Bignor, in Sussex. Its exact dimensions from the highest point of the crown to the point or cusp of the chin, and from the furthest back edge of the cerebellum to the outer tip of the nose are one foot five inches and one foot three inches, respectively. The Head is thus of the Heroic or exaggerated size, and not (as Wainwright says in his Antiquities), “of life size.” It represents the head and face of an old man, and is composed of fragments, in which are used the colours black, brown, blue, yellow, pink, green, purple and bright orange. There can be no doubt that the floor must have presented a very beautiful and even brilliant appearance when it was new, but at the present day it is much dulled from having lain buried for fifteen hundred years.
My contention is that M. Bischoff and Herr Crapiloni have made a very ridiculous mistake (I will not call it by a harsher name) in representing this head to be a figure of Winter. In one case (that of M. Bischoff) I have no doubt that patriotic notions were too strong for a well-balanced judgment;66 but in the other, I am at a loss to find a sufficient basis for a statement which is not only false, but calculated to do a grave hurt to history and even to public morals. M. Bischoff admits that he visited England in company with Herr Crapiloni — I have no doubt that the latter influenced the former, and that the blame and shame of this matter must fall on the ultra-montane German and not on the philosophical but enthusiastic Gaul.
For my opponents’ abuse of myself in the columns of such rags as the Bulletin de la Société Historique de Bourges, or the Revue d’Histoire Romaine, I have only contempt and pity; but we in England are taught that a lie on any matter is equally serious, and I will be no party to the calling of the Mosaic a figure of “Winter” when I am convinced it is nothing of the kind.
As far as I can make out from their somewhat turgid rhetoric, my opponents rely upon the inscription “Hiems” put in with white stones beneath the mosaic, and they argue that, as the other four corners are admitted to be “Spring,” “Summer,” and “Autumn,” each with their title beneath, therefore this fourth corner must be Winter!
It is just such an argument from analogy as I should have expected from men brought up in the corrupt morality and the base religious conceptions of the Continent! When one is taught that authority is everything and cannot use one’s judgment,67 one is almost certain to jump at conclusions in this haphazard fashion in dealing with definite facts.
For my part I am convinced that the head is the portrait of the Roman proprietor of the villa, and I am equally convinced that the title “Hiems” has been added below at a later date, so as to furnish a trap for all self-sufficient and gullible historians. Are my continental critics aware that no single copy of the mosaic is to be found in the whole of the Roman Remains of Britain? Are they aware the villa at Bignor has changed hands three times in this century? I do not wish to make any insinuations of bad faith, but I would hint that the word “Hiems” has a fresh new look about it which puzzles me.
To turn to another matter, though it is one connected with our subject. The pupil of the eye has disappeared. We know that the loss is of ancient date, as Wright mentions its absence in his catalogue. A very interesting discussion has arisen as to the material of which the pupil was composed. The matter occupied the Society at Dresden (of which I am a corresponding member) in a debate of some days, I have therefore tried to fathom it but with only partial success. I have indeed found a triangular blue fragment which is much the same shape as the missing cavity; it is however, somewhat larger in all its dimensions, and is convex instead of flat, and I am assured it is but a piece of blue china of recent manufacture, of which many such odds and ends are to be found in the fields and dustbins. If (as I strongly suspect) these suggestions are only a ruse, and if (as I hope will be the case) my fragment, after some filing and chipping, can be made to fit the cavity, the discovery will be of immense value; for it will show that the owner of the villa was a Teuton and will go far to prove the theory of Roman continuity, which is at present based on such slight evidence. I will let you know the result.
The coins recently dug up in the neighbourhood, and on which so many hopes were based, prove nothing as to the date of the mosaic. They cannot be of Roman origin, for they bear for the most part the head and inscription of William III., while the rest are pence and shillings of the Georges. One coin was a guinea, and will, I fear, be sold as gold to the bank. I was very disappointed to find so poor a result: ever since my enquiry labourers have kept coming to me with coins obviously modern — especially bronze coins of Napoleon III. — which they have buried to turn them green, and subsequently hammered shapeless in the hopes of my purchasing them. I have had the misfortune to purchase, for no less a sum than a sovereign, what turned out to be the circular brass label on a dog’s collar. It contained the name of “Ponto,” inscribed in a classic wreath which deceived me.
Nothing else of real importance has occurred since my last communication.
XIII. Lambkin’s Sermon.
A MAN NOT over-given to mere words, Lambkin was always also somewhat diffident of his pulpit eloquence and his sermons were therefore rare. It must not be imagined that he was one of those who rebel vainly against established usage. There was nothing in him of the blatant and destructive demagogue; no character could have been more removed from the demons who drenched the fair soil of France with such torrents of blood during the awful reign of terror.
Qualsiasi dubbio riguardo alla completa competenza di Lambkin in quei settori verrà certamente dissipato da un unico documento che ci ha lasciato al riguardo: il suo articolo pubblicato sulla Revue Intellectuelle, tradotto per lui da un amico belga, ma del quale ho conservato la versione originale in manoscritto. L’articolo recita quanto segue:
L’ARTICOLO.
Non riesco a capire come il signor Bischoff64 e il signor Crapiloni65 possano essere caduti in un errore così grottesco riguardo alla testa raffigurata nel mosaico di Bignor. Come tutti sanno, questa testa si trova nell’angolo estremamente nord-occidentale del pavimento del mosaico di Bignor, nel Sussex. Le sue dimensioni esatte, dal punto più alto della corona al mento, e dal margine posteriore del cervelletto alla punta esterna del naso, sono rispettivamente un piede e cinque pollici e un piede e tre pollici. Pertanto, la testa ha dimensioni eroiche o esagerate, e non (“di dimensioni naturali”, come afferma Wainwright nelle sue “Antiquities”). Rappresenta la testa e il volto di un anziano ed è composta da frammenti diversi; vengono utilizzati i colori nero, marrone, blu, giallo, rosa, verde, viola e arancione brillante. Non c’è dubbio che il pavimento doveva presentare un aspetto molto bello, persino splendente, quando era nuovo; tuttavia, oggi è molto attenuato a causa dei quindicicento anni trascorsi sepolto sotto terra.
La mia tesi è che il signor Bischoff e il signor Crapiloni abbiano commesso un errore molto ridicolo (non lo chiamerò con un nome più duro) nel raffigurare questa figura come simbolo dell’Inverno. Nel caso del signor Bischoff, non ho dubbi che le sue idee patriottiche siano state troppo forti da permettergli di giudicare in modo equilibrato; ma nell’altro caso, non riesco a trovare alcuna base sufficiente per una dichiarazione che non solo è falsa, ma mira anche a causare gravi danni alla storia e persino alle morali pubbliche. Il signor Bischoff ammette di essere stato in Inghilterra insieme al signor Crapiloni; non ho dubbi che quest’ultimo abbia influenzato il primo, e quindi la colpa e la vergogna di questa situazione debbano ricadere sull’ultramontanista tedesco, e non sul filosofo ma entusiasta gallo.
Per gli insulti che i miei avversari mi rivolgono nelle colonne di giornali del genere del Bulletin de la Société Historique de Bourges o della Revue d’Histoire Romaine, provo soltanto disprezzo e compassione; ma in Inghilterra ci insegnano che una menzogna su qualsiasi argomento è ugualmente grave, e non intendo certo contribuire a definire Mosè una “figura dell’Inverno” quando sono convinto che non lo sia affatto.
Da quanto posso capire dalla loro retorica un po’ prolissa, i miei avversari fanno riferimento all’iscrizione “Inverno” realizzata con pietre bianche sotto il mosaico, e sostengono che, poiché le altre quattro angolazioni sono chiamate rispettivamente “Primavera”, “Estate” e “Autunno”, ciascuna con il proprio nome indicato sotto di sé, anche questa quarta angolazione debba essere chiamata “Inverno”!
È proprio questo tipo di argomentazione basata sull’analogia che mi aspettavo da persone cresciute in una morale corrotta e con concezioni religiose volgari del Continente! Quando a qualcuno viene insegnato che l’autorità è tutto e che non si può utilizzare il proprio giudizio, è quasi inevitabile che si arrivi a conclusioni affrettate e sbagliate di fronte a fatti concreti.
Per quanto mi riguarda, sono convinto che il dipinto raffiguri il proprietario romano della villa; sono altrettanto convinto che la scritta “Hiems” sia stata aggiunta in un secondo momento, al fine di ingannare tutti quegli storici presuntuosi e creduloni. I miei critici continentali sanno forse che non esiste alcuna copia di questo mosaico nei resti romani della Britannia? Sanno anche che la villa di Bignor è passata di mano tre volte in questo secolo? Non intendo insinuare nulla di negativo, ma trovo davvero strana l’aspetto di questa scritta “Hiems”.
Passando a un altro argomento, sebbene sia collegato al nostro tema. La pupilla dell’occhio è scomparsa. Sappiamo che questa perdita risale a tempi antichi, poiché Wright menziona la sua assenza nel suo catalogo. È sorta una discussione molto interessante riguardo al materiale di cui era composta la pupilla. Questo argomento ha occupato l’attenzione della Società di Dresda (di cui sono membro corrispondente) per diversi giorni; ho quindi cercato di approfondirlo, ma con successo solo parziale. Ho effettivamente trovato un frammento blu a forma triangolare, molto simile nella forma alla cavità mancante; tuttavia, è leggermente più grande in tutte le dimensioni e presenta una superficie convessa invece che piatta. Sono certo che si tratti soltanto di un pezzo di porcellana blu prodotta di recente, come ne si trovano molti simili nei campi e nelle pattumiere. Se (come sospetto fortemente) queste ipotesi fossero solo una strategia per ingannare, e se (come spero) il mio frammento, dopo alcune lavorazioni di limatura, potesse adattarsi alla cavità mancante, la scoperta avrebbe un valore immenso: dimostrerebbe infatti che il proprietario della villa era di origine teutonica e contribuirebbe in modo significativo a confermare la teoria della continuità romana, attualmente basata su prove molto fragili. Vi farò sapere il risultato.
Le monete recentemente scavate nel quartiere, su cui si basavano tante speranze, non provano nulla riguardo alla data di realizzazione del mosaico. Non possono essere di origine romana, poiché la maggior parte presenta il ritratto e l’iscrizione di Guglielmo III, mentre le altre sono penny e scellini dei re Giorgio. Una moneta era una ghinea; temo che verrà venduta alla banca come oro. Sono stato molto deluso da un risultato così scarso: da allora, i lavoratori continuano a portarmi monete chiaramente moderne – soprattutto monete di bronzo di Napoleone III – che hanno sepolto per farle “ingrigire” e successivamente battute fino a renderle irriconoscibili, nella speranza che io le comprassi. Ho avuto la sfortuna di acquistare, per una somma non inferiore a un sovrano, ciò che in realtà era solo un’etichetta di rame rotonda appesa al collare di un cane; su di essa era scritto il nome “Ponto”, inciso all’interno di un ghirlando classico, il quale mi ha ingannato.
Da quando vi ho comunicato l’ultima volta, non è accaduto nulla di davvero importante.
XIII. Il sermone di Lambkin.
Un uomo che non si lasciava dominare troppo dalle parole, Lambkin era anche lui piuttosto scettico riguardo all’eloquenza del proprio pulpito e per questo i suoi sermoni erano rari. Non bisogna pensare che fosse uno di coloro che si ribellavano inutilmente contro le abitudini consolidate. In lui non c’era nulla di quel demagogo sfacciato e distruttivo; il suo carattere era lontanissimo da quei demoni che, durante l’orribile regno del terrore, inondarono la bella Francia di fiumi di sangue.
But just as he was in politics a liberal in the truest sense (not in the narrow party definition of the word), so in the religious sphere he descried the necessity of gentle but persistent reform. “The present,” he would often say, “is inseparable from the past,” but he would add “continual modification to suit the necessities of a changing environment is a cardinal condition of vitality.”
It was, therefore, his aim to keep the form of all existing institutions and merely to change their matter.
Thus, he was in favour of the retention of the Regius Professorship of Greek, and even voted for a heavy increase in the salary of its occupant; but he urged and finally carried the amendment by which that dignitary is at present compelled to lecture mainly on current politics. Mathematics again was a subject whose interest he discerned, however much he doubted its value as a mental discipline; he was, therefore, a supporter of the prize fellowships occasionally offered on the subject, but, in the determination of the successful candidate he would give due weight to the minutiae of dress and good manners.
It will be seen from all this that if Lambkin was essentially a modern, yet he was as essentially a wise and moderate man; cautious in action and preferring judgment to violence he would often say, “transformer please, not reformer,” when his friends twitted him over the port with his innovations.68
Religion, then, which must be a matter of grave import to all, was not neglected by such a mind.
He saw that all was not lost when dogma failed, but that the great ethical side of the system could be developed in the room left by the decay of its formal character. Just as a man who has lost his fingers will sometimes grow thumbs in their place, so Lambkin foresaw that in the place of what was an atrophied function, vigorous examples of an older type might shoot up, and the organism would gain in breadth what it lost in definition. “I look forward to the time” (he would cry) “when the devotional hand of man shall be all thumbs.”
The philosophy which he thus applied to formal teaching and dogma took practical effect in the no less important matter of the sermon. He retained that form or shell, but he raised it as on stepping-stones from its dead self to higher things; the success of many a man in this life has been due to the influence exerted by his simple words.
The particular allocution which I have chosen as the best illustration of his method was not preached in the College Chapel, but was on the contrary a University Sermon given during eight weeks. It ran as follows:
SERMON
I take for my text a beautiful but little-known passage from the Talmud:
“I will arise and gird up my lions — I mean loins — and go; yea, I will get me out of the land of my fathers which is in Ben-ramon, even unto Edom and the Valley of Kush and the cities about Laban to the uttermost ends of the earth.”
There is something about foreign travel, my dear Brethren, which seems, as it were, a positive physical necessity to our eager and high-wrought generation. At specified times of the year we hunt, or debate; we attend to our affairs in the city, or we occupy our minds with the guidance of State. The ball-room, the drawing-room, the club, each have their proper season. In our games football gives place to cricket, and the deep bay of the faithful hound yields with the advancing season to the sharp crack of the Winchester, as the grouse, the partridge, or the very kapper-capercailzie itself falls before the superior intelligence of man. One fashion also will succeed another, and in the mysterious development of the years — a development not entirely under the guidance of our human wills — the decent croquet-ball returns to lawns that had for so long been strangers to aught but the fierce agility of tennis.
So in the great procession of the times and the seasons, there comes upon us the time for travel. It is not (my dear Brethren), it is not in the winter when all is covered with a white veil of snow — or possibly transformed with the marvellous effects of thaw; it is not in the spring when the buds begin to appear in the hedges, and when the crocus studs the spacious sward in artful disorder and calculated negligence — no it is not then — the old time of Pilgrimage,69 that our positive and enlightened era chooses for its migration.70
It is in the burning summer season, when the glare of the sun is almost painful to the jaded eye of the dancer, when the night is shortest and the day longest, that we fly from these inhospitable shores and green fields of England.
And whither do we fly? Is it to the cool and delicious north, to the glaciers of Greenland, or to the noble cliffs and sterling characters of Orkney? Is it to Norway? Can it be to Lapland? Some perhaps, a very few, are to be found journeying to these places in the commodious and well-appointed green boats of Mr. Wilson, of Tranby Croft. But, alas! the greater number leave the hot summer of England for the yet more torrid climes of Italy, Spain, the Levant and the Barbary coast. Negligent of the health that is our chiefest treasure, we waste our energies in the malaria of Rome, or in Paris poison our minds with the contempt aroused by the sight of hideous foreigners.
Let me turn from this painful aspect of a question which certainly presents nobler and more useful issues. It is most to our purpose, perhaps, in a certain fashion; it is doubtless more to our purpose in many ways to consider on an occasion such as this the moral aspects of foreign travel, and chief among these I reckon those little points of mere every day practice, which are of so much greater importance than the rare and exaggerated acts to which our rude ancestors gave the name of Sins.
Consider the over-charges in hotels. The economist may explain, the utilitarian may condone such action, but if we are to make for Righteousness, we cannot pass without censure a practice which we would hardly go so far as to condemn. If there be in the sacred edifice any one of those who keep houses of entertainment upon the Continent, especially if there sit among you any representative of that class in Switzerland, I would beg him to consider deeply a matter which the fanatical clergy of his land may pardon, but which it is the duty of ours to publicly deplore.
Ma proprio perché era un liberale nel vero senso della parola (non secondo la ristretta definizione partitica del termine), allo stesso modo anche nel campo religioso sosteneva la necessità di riforme dolci ma persistenti. “Il presente”, diceva spesso, “è inseparabile dal passato”, ma aggiungeva: “La continua modifica per adattarsi alle esigenze di un ambiente in cambiamento è una condizione fondamentale per la vitalità”.
Pertanto, il suo obiettivo era quello di mantenere la forma di tutte le istituzioni esistenti e di modificare soltanto il loro contenuto sostanziale.
Pertanto, era a favore del mantenimento della Cattedra Regia di Greco e addirittura votò per un notevole aumento dello stipendio del suo titolare; tuttavia insistette e riuscì infine ad approvare l’emendamento che obbliga attualmente tale dignitario a tenere lezioni principalmente su temi di politica attuale. Anche la matematica era una materia di cui percepiva l’importanza, nonostante dubitasse della sua efficacia come disciplina mentale; per questo motivo sosteneva i borse di studio offerte occasionalmente in questo campo, ma nella valutazione dei candidati vincenti dava adeguato peso anche ai dettagli legati all’abbigliamento e alle buone maniere.
Da tutto ciò si può dedurre che, sebbene Lambkin fosse essenzialmente un uomo moderno, era anche una persona saggia e moderata; cauto nelle sue azioni e incline a preferire il giudizio alla violenza, spesso diceva: “Un trasformatore, per favore, non un riformatore”, quando i suoi amici lo prendevano in giro per le sue innovazioni.
La religione, quindi, che dovrebbe essere di grande importanza per tutti, non fu trascurata da una mente del genere.
Vide che non tutto era perduto quando il dogma falliva, ma che il grande aspetto etico del sistema poteva essere sviluppato nel vuoto lasciato dal declino della sua forma formale. Proprio come un uomo che ha perso le dita a volte ne sviluppa dei pollici al loro posto, così Lambkin prevedeva che al posto di una funzione atrofizzata potessero emergere esempi vigorosi di un tipo più antico, e che l’organismo guadagnasse in ampiezza ciò che aveva perso in definizione. “Aspetto con impazienza il giorno” (diceva) “in cui la mano devota dell’uomo sarà composta soltanto da pollici.”
La filosofia che applicò così all’insegnamento formale e ai dogmi ebbe effetti concreti anche nella questione altrettanto importante del sermone. Conservò quella forma esteriore, ma la utilizzò come gradino per elevare il contenuto da uno stato di staticità a qualcosa di più alto; il successo di molte persone in questa vita è dovuto proprio all’influenza esercitata dalle loro parole semplici e dirette.
L’allocuzione particolare che ho scelto come migliore esempio del suo metodo non fu tenuta nella cappella del college, ma fu invece un sermone universitario pronunciato nell’arco di otto settimane. Il testo del sermone era il seguente:
Predica
Titolo:
Prendo come testo un bellissimo ma poco conosciuto passaggio del Talmud:
“Mi alzerò e mi preparerò per partire; sì, lascierò la terra dei miei antenati, che si trova a Ben-Ramon, e andrò fino in Edom, nella Valle di Kush, nelle città vicino a Laban, fino ai confini estremi della terra.”
C’è qualcosa nel viaggio all’estero, cari fratelli miei, che sembra rappresentare una vera e propria necessità fisica per la nostra generazione avida e coltivata. In determinati periodi dell’anno cacciamo o discutiamo; ci occupiamo delle nostre faccende in città o dedichiamo il nostro tempo alla guida dello Stato. La sala da ballo, il salotto, il club: ognuno di questi luoghi ha la sua stagione appropriata. Nei nostri passatempi, il calcio lascia il posto al cricket; e con l’avanzare della stagione, il verso del fagiano, del pernice o dello stesso capercailzie cede il posto al suono secco del fucile Winchester, mentre la preda cade davanti all’intelligenza umana. Una moda dopo l’altra prende il sopravvento; e nel misterioso corso degli anni – un corso che non è del tutto sotto il controllo della nostra volontà – il rispettabile gioco del croquet ritorna sui prati che, per tanto tempo, sono stati soltanto teatro dell’agilità feroce del tennis.
So che, nella grande processione dei tempi e delle stagioni, arriva per noi il momento del viaggio. Non è in inverno, quando tutto è coperto da un velo bianco di neve – o forse trasformato dagli straordinari effetti dello scioglimento della neve; non è nemmeno in primavera, quando i boccioli iniziano ad apparire nei cespugli e i crochi adornano il prato con un disordine apparentemente casuale ma in realtà ben calcolato. No, non è allora che l’antica usanza del pellegrinaggio viene ripresa dalla nostra epoca moderna e illuminata.
È nel caldo periodo estivo, quando il bagliore del sole diventa quasi insopportabile per gli occhi stanchi di chi danza, quando la notte è più breve e il giorno più lungo, che lasciamo queste terre inospitali e questi campi verdi d’Inghilterra.
E verso dove voliamo? Verso il fresco e delizioso nord, verso i ghiacciai della Groenlandia, o verso le nobili scogliere e le persone integre delle Isole Orcadi? Forse verso la Norvegia. O forse la Lapponia? Alcuni, molto pochi, viaggiano verso questi luoghi a bordo delle comode e ben attrezzate barche verdi del signor Wilson, di Tranby Croft. Ma ahimè! La maggior parte abbandona il caldo estate inglese per le ancora più torride regioni d’Italia, Spagna, Levante e costa berbera. Ignorando la salute, che è il nostro tesoro più prezioso, spreciamo le nostre energie nella malaria di Roma. O a Parigi avveleniamo la nostra mente con il disprezzo suscitato dalla vista di orribili stranieri.
Permettetemi di passare da questo aspetto doloroso della questione, che certamente presenta temi più nobili e utili. Forse, in un certo senso, è molto più appropriato per i nostri scopi; senza dubbio, in molti modi, è ancora più utile considerare in un’occasione come questa gli aspetti morali del viaggio all’estero, soprattutto quei piccoli dettagli della vita quotidiana che hanno una importanza molto maggiore rispetto ai rari e esagerati atti a cui i nostri antenati davano il nome di “peccati”.
Consideriamo le sovratasse degli hotel: l’economista potrebbe spiegarle, l’utilitarista potrebbe giustificarle, ma se vogliamo perseguire la rettitudine, non possiamo tollerare una pratica che a malapena condanneremmo noi stessi. Se in questo “edificio sacro” ci sono persone che gestiscono locali di intrattenimento nel Continente, soprattutto se tra voi c’è qualche rappresentante di quella classe in Svizzera, vi prego di riflettere profondamente su questa questione: un clero fanatico del vostro paese potrebbe perdonarla, ma è nostro dovere denunciarla pubblicamente.
Consider again the many examples of social and moral degradation which we meet with in our journeyings! We pass from the coarse German, to the inconstant Gaul. We fly the indifference and ribald scoffing of Milan only to fall into the sink of idolatory and superstition which men call Naples; we observe in our rapid flight the indolent Spaniard, the disgusting Slav, the uncouth Frisian and the frightful Hun. Our travels will not be without profit if they teach us to thank Heaven that our fathers preserved us from such a lot as theirs.
Again, we may consider the great advantages that we may gather as individuals from travel. We can exercise our financial ingenuity (and this is no light part of mental training) in arranging our expenses for the day. We can find in the corners of foreign cities those relics of the Past which the callous and degraded people of the place ignore, and which are reserved for the appreciation of a more vigorous race. In the galleries we learn the beauties of a San Mirtānoja, and the vulgar insufficiency and ostentation of a Sanzio.71 In a thousand ways the experience of the Continent is a consolation and a support.
Fourthly, my dear brethren, we contrast our sturdy and honest crowd of tourists with the ridiculous castes and social pettiness of the ruck of foreign nations. There the peasant, the bourgeois, the noble, the priest, the politician, the soldier, seems each to live in his own world. In our happier England there are but two classes, the owners of machinery and the owners of land; and these are so subtly and happily mixed, there is present at the same time so hearty an independence and so sensible a recognition of rank, that the whole vast mass of squires and merchants mingle in an exquisite harmony, and pour like a life-giving flood over the decaying cities of Europe.
But I have said enough. I must draw to a close. The love of fame, which has been beautifully called the last infirmity of noble-minds, alone would tempt me to proceed. But I must end. I hope that those of you who go to Spain will visit the unique and interesting old town of Saragossa.
(Here Mr. Lambkin abruptly left the Pulpit.)
XIV. Lambkin’s Open Letter to Churchmen
THE NOISE MADE by Mr. Lambkin’s famous advice to Archdeacon Burfle will be remembered by all my readers. He did not, however, publish the letter (as is erroneously presumed in Great Dead Men of the Period),72 without due discussion and reflection. I did not personally urge him to make it public — I thought it unwise. But Mr. Large may almost be said to have insisted upon it in the long Conversation which he and Josiah had upon the matter. When Lambkin had left Large’s room I took the liberty of going up to see him again, but the fatal missive had been posted, and appeared next day in The Times, the Echo, and other journals, not to mention the Englishman’s Anchor. I do not wish to accuse Mr. Large of any malicious purpose or deliberately misleading intention, but I fear that (as he was not an impulsive man) his advice can only have proceeded from a woeful and calculated lack of judgment.
There is no doubt that (from Lambkin’s own point of view), the publication of this letter was a very serious error. It bitterly offended Arthur Bundleton, and alienated all the “Pimlico” group (as they were then called). At the same time it did not satisfy the small but eager and cultured body who followed Tamworthy. It gave a moderate pleasure to the poorer clergy in the country parishes, but I doubt very much whether these are the men from whom social advantage or ecclesiastical preferment is to be expected. I often told Lambkin that the complexity of our English Polity was a dangerous thing to meddle with. “A man,” I would say to him, “who expresses an opinion is like one who plunges a knife into some sensitive part of the human frame. The former may offend unwittingly by the mere impact of his creed or prejudice, much as the latter may give pain by happening upon some hidden nerve.”
Now Lambkin was essentially a wise man. He felt the obligation — the duty (to give it a nobler name) — which is imposed on all of us of studying our fellows. He did not, perhaps, say where his mind lay in any matter more than half a dozen times in his life, for fear of opposing by such an expression the wider experience or keener emotion of the society around him. He felt himself a part of a great stream, which it was the business of a just man to follow, and if he spoke strongly (as he often did) it was in some matter upon which the vast bulk of his countrymen were agreed; indeed he rightly gave to public opinion, and to the governing classes of the nation, an overwhelming weight in his system of morals; and even at twenty-one he had a wholesome contempt for the doctrinaire enthusiast who neglects his newspaper and hatches an ethical system out of mere blind tradition or (what is worse) his inner conscience.
It is remarkable, therefore, that such a man should have been guilty of one such error. “It was not a crime,” he said cleverly, in speaking of the matter to me, “it was worse; it was a blunder.” And that is what we all felt. The matter can be explained, however, by a reference to the peculiar conditions of the moment in which it appeared. The Deanery of Bury had just fallen vacant by death of Henry Carver, the elder.73 A Liberal Unionist Government was in power, and Lambkin perhaps imagined that controversy still led — as it had done but a few years before — to the public notice which it merits. He erred, but it was a noble error.
One thing at least we can rejoice in, the letter may have hurt Lambkin in this poor mortal life; but it was of incalculable advantage to the generation immediately succeeding his own. I cannot but believe that from that little source springs all the mighty river of reform which has left so profound a mark upon the hosiery of this our day.
The letter is as follows: —
AN OPEN LETTER
Burford. St. John’s Eve, 1876.
My Dear Burfle,
Riflettete ancora su quei numerosi esempi di degradazione sociale e morale che incontriamo durante i nostri viaggi! Passiamo dal volgare tedesco al capriccioso gallo; sfuggiamo all’indifferenza e alle derisioni licenziose di Milano per poi cadere nella trappola dell’idolatria e della superstizione che la gente chiama Napoli; lungo il nostro viaggio incontriamo lo spagnolo pigro, lo slavo disgustoso, il frisone rozzo e l’orribile unno. I nostri viaggi non saranno certo inutili se ci insegnano ad essere grati al Cielo per averci risparmiato una sorte simile a quella dei nostri antenati.
Ancora una volta, possiamo considerare i grandi vantaggi che, come individui, possiamo trarre dal viaggio. Possiamo mettere alla prova la nostra ingegnosità finanziaria (e questo rappresenta senz’altro una parte importante dell’addestramento mentale) nell’organizzare le nostre spese quotidiane. Possiamo scoprire, nei angoli delle città straniere, quei resti del Passato che vengono ignorati dalle persone insensibili e degenerate di quel luogo, e che sono riservati alla comprensione di una razza più vivace e sensibile. Nelle gallerie d’arte possiamo apprezzare le bellezze di un San Mirtānoja, così come la banalità e l’ostentazione di un Sanzio. In mille modi, l’esperienza vissuta nel Continente rappresenta una consolazione e un sostegno per noi.
In quarto luogo, cari fratelli miei, contrapponiamo il nostro gruppo di turisti onesti e sinceri alle ridicole caste e alle meschinità sociali delle altre nazioni straniere. Lì, contadino, borghese, nobile, prete, politico, soldato: ognuno sembra vivere nel proprio mondo. Nella nostra più felice Inghilterra, ci sono soltanto due classi: i proprietari delle macchine e i proprietari della terra; queste due classi si mescolano in modo così sottile e armonioso che esiste al contempo un’indipendenza sincera e un rispetto sensato per le differenze sociali. Di conseguenza, l’enorme massa di gentiluomini e commercianti vive in una perfetta armonia, contribuendo in modo decisivo allo sviluppo delle città europee.
Ma ho detto abbastanza. Devo concludere. L’amore per la fama, che è stato bellamente definito l’ultima debolezza delle menti nobili, da solo mi spingerebbe a continuare. Ma devo finire. Spero che coloro di voi che andranno in Spagna visitino la straordinaria e interessante città vecchia di Saragozza.
(A questo punto, il signor Lambkin lasciò improvvisamente il pulpito.)
XIV. La lettera aperta di Lambkin ai chierici
Il clamore suscitato dal famoso consiglio del signor Lambkin all’arcidiacono Burfle sarà ricordato da tutti i miei lettori. Tuttavia, egli non pubblicò quella lettera (come erroneamente si ritiene in “Great Dead Men of the Period”),72 senza averla prima attentamente discussa e riflettuta. Personalmente non lo esortai a renderla pubblica: ritenevo che fosse imprudente farlo. Ma si potrebbe quasi dire che il signor Large abbia insistito su questo punto durante la lunga conversazione che ebbe con Josiah sull’argomento. Dopo che Lambkin se ne fu andato, ebbi l’ardire di andare a trovarlo di nuovo, ma quella lettera fatale era già stata inviata e il giorno seguente apparve su “The Times”, “The Echo” e altri giornali, per non menzionare “The Englishman’s Anchor”. Non intendo accusare il signor Large di alcuna intenzione maliziosa o di voler ingannare deliberatamente qualcuno, ma temo che (essendo una persona non impulsiva) il suo consiglio derivasse da una grave e calcolata mancanza di giudizio.
Non c’è dubbio che (dal punto di vista stesso di Lambkin), la pubblicazione di questa lettera sia stata un errore molto grave. Offese profondamente Arthur Bundleton e allontanò tutti i membri del gruppo “Pimlico” (così venivano chiamati all’epoca). Allo stesso tempo, non soddisfece nemmeno quel piccolo ma entusiasta e colto gruppo di persone che seguiva Tamworthy. Portò un certo sollievo al clero più povero delle parrocchie rurali, ma dubito fortemente che proprio queste persone possano rappresentare una fonte di vantaggi sociali o promozioni ecclesiastiche. Spesso dicevo a Lambkin che la complessità della nostra politica inglese era qualcosa con cui non si dovrebbe mai scherzare. “Un uomo”, gli dicevo, “che esprime un’opinione è come colui che conficca un coltello in una parte sensibile del corpo umano: il primo può offendere involontariamente semplicemente a causa delle proprie convinzioni o pregiudizi, proprio come il secondo può causare dolore se tocca un nervo nascosto”.
Ora Lambkin era essenzialmente un uomo saggio. Sentiva l’obbligo – il dovere, per usare un termine più nobile – che tutti noi abbiamo di studiare i nostri simili. Forse, nella sua vita, non espresse mai con chiarezza le sue opinioni su nessuna questione, per paura di contraddire l’esperienza più ampia o le emozioni più profonde della società che lo circondava. Si considerava parte di un grande flusso storico, e riteneva fosse dovere di un uomo giusto seguirlo; quando parlava con forza – cosa che faceva spesso – era su questioni su cui la stragrande maggioranza dei suoi connazionali concordava. Dava infatti grande importanza all’opinione pubblica e alle classi dirigenti del paese nel suo sistema morale; già a ventuno anni provava un profondo disprezzo per quegli entusiasti dottrinari che trascuravano i giornali e elaboravano sistemi etici basati soltanto su tradizioni cieche o, peggio ancora, sulla propria coscienza interiore.
È quindi notevole che un uomo del genere abbia commesso un errore del genere. “Non è stato un crimine,” disse saggiamente parlandomene, “è stato qualcosa di peggio: è stato un errore.” Ed è quello che tutti noi pensavamo. Tuttavia, l’episodio può essere spiegato tenendo conto delle particolari circostanze del momento in cui è avvenuto. La cattedra vescovile di Bury era appena diventata vacante a seguito della morte di Henry Carver, il più anziano. Un governo liberale unionista era al potere, e forse Lambkin pensò che una controversia potesse ancora attirare l’attenzione del pubblico, come era accaduto pochi anni prima. Ha commesso un errore, ma è stato un nobile errore.
Almeno una cosa può farci gioire: quella lettera potrebbe aver ferito Lambkin in questa sua misera vita mortale; ma ha portato vantaggi incalcolabili per la generazione che è seguita immediatamente dopo la sua. Non posso fare a meno di credere che da quel piccolo evento sia scaturito tutto il grande flusso di riforme che ha lasciato un segno così profondo nella società di oggi.
La lettera recita quanto segue: —
Lettera aperta
Burford. Vigilia di San Giovanni, 1876.
Mio caro Burfle,
You have asked my advice on a matter of deep import, a matter upon which every self-respecting Englishman is asking himself the question “Am I a sheep or a goat?” My dear Burfle, I will answer you straight out, and I know you will not be angry with me if I answer also in the agora, “before the people,” as Paul would have done. Are you a sheep or a goat? Let us think.
You say rightly that the question upon which all this turns is the question of boots. It is but a symbol, but it is a symbol upon which all England is divided. On the one hand we have men strenuous, determined, eager — men (if I may say so) of true Apostolic quality, to whom the buttoned boot is sacred to a degree some of us may find it difficult to understand. They are few, are these devout pioneers, but they are in certain ways, and from some points of view, among the élite of the Nation, so to speak.
On the other hand we have the great mass of sensible men, earnest, devout, practical — what Beeker calls in a fine phrase “Thys corpse and verie bodie of England74“ — determined to maintain what their fathers had before them, and insisting on the laced boot as the proper foot-gear of the Church.
No one is more sensible than myself (my dear Burfle), I say no one is more sensible than I am, of the gravity of this schism — for schism it threatens to be. And no one appreciates more than I do how much there is to be said on both sides. The one party will urge (with perfect justice), that the buttoned boot is a development. They maintain (and there is much to be said in their favour), that the common practice of wearing buttoned boots, their ornate appearance, and the indication of well-being which they afford, fit them most especially for the Service of the Temple. They are seen upon the feet of Parisians, of Romans, of Viennese; they are associated with our modern occasions of Full Dress, and when we wear them we feel that we are one with all that is of ours in Christendom. In a word, they are Catholic, in the best and truest sense of the word.
Now, my dear Burfle, consider the other side of the argument. The laced boot, modern though it be in form and black and solid, is yet most undoubtedly the Primitive Boot in its essential. That the early Christians wore sandals is now beyond the reach of doubt or the power of the wicked. There is indeed the famous forgery of Gelasius, which may have imposed upon the superstition of the dark ages,75 there is the doubtful evidence also of the mosaic at Ravenna. But the only solid ground ever brought forward was the passage in the Pseudo-Johannes, which no modern scholar will admit to refer to buttons. ξύγον means among other things a lace, an absolute lace, and I defy our enemies (who are many and unscrupulous), to deny. The Sandal has been finally given its place as a Primitive Christian ornament; and we can crush the machinations of foreign missions, I think, with the plain sentence of that great scholar, Dr. Junker, “The sandal,” he says, “is the parent of the laced boot.”
So far then, so good. You see (my dear Burfle), how honestly the two sides may differ, and how, with such a backing upon either side, the battle might rage indefinitely, to the final extinction, perhaps, of our beloved country and its most cherished institutions.
Is there no way by which such a catastrophe may be avoided?
Why most certainly yes. There is a road on which both may travel, a place in which all may meet. I mean the boot (preferably the cloth boot) with elastic sides. Already it is worn by many of our clergy.76 It offends neither party, it satisfies, or should satisfy, both; and for my part, I see in it one of those compromises upon which our greatness is founded. Let us then determine to be in this matter neither sheep nor goats. It is better, far better, to admit some sheepishness into our goatishness, or (if our extremists will have it so), some goatishness into our sheepishness — it is better, I say, to enter one fold and be at peace together, than to imperil our most cherished and beloved tenets in a mere wrangle upon non-essentials. For, after all what is essential to us? Not boots, I think, but righteousness. Righteousness may express itself in boots, it is just and good that it should do so, but to see righteousness in the boot itself is to fall into the gross materialism of the middle ages, and to forget our birthright and the mess of pottage.
Yours (my dear Burfle) in all charity,
Josiah Lambkin.
XV. Lambkin’s Letter to a French Friend
LAMBKIN’S CONCERN FOR the Continent was deep and lasting. He knew the Western part of this Division of the Globe from a constant habit of travel which would take him by the Calais-Bâle, passing through the St. Gothard by night, and so into the storied plains of Italy.77 It was at Milan that he wrote his Shorter Anglo-Saxon Grammar, and in Assisi that he corrected the proofs of his article on the value of oats as human food. Everyone will remember the abominable outrage at Naples, where he was stabbed by a coachman in revenge for his noble and disinterested protection of a poor cab-horse; in a word, Italy is full of his vacations, and no name is more familiar to the members of the Club at the Villa Marinoni.
It may seem strange that under such circumstances our unhappy neighbours across the Channel should so especially have taken up his public action. He was no deep student of the French tongue, and he had but a trifling acquaintance with the habits of the common people of that country; but he has said himself with great fervour, in his “Thoughts on Political Obligations,” that no man could be a good citizen of England who did not understand her international position. “What” (he would frequently exclaim) “what can they know of England, who only England know?”78 He did not pretend to a familiarity with the minute details of foreign policy, nor was he such a pedant as to be offended at the good-humoured chaff directed against his accent in the pronunciation of foreign names. Nevertheless he thought it — and rightly thought it — part of his duty to bring into any discussion of the affairs of the Republic those chance phrases which lend colour and body to a conversation. He found this duty as it lay in his path and accomplished it, without bombast, but with full determination, and with a vast firmness of purpose. Thus he would often let drop such expressions as “état majeur,” “la cléricalisme c’est l’ennemi,” “l’état c’est moi,”79 and such was his painful and exact research that he first in the University arrived at the meaning of the word “bordereau,” which, until his discovery, all had imagined to be a secret material of peculiar complexity.
Mi hai chiesto il mio parere su una questione di grande importanza, una questione su cui ogni inglese che si rispetti si pone questa domanda: “Sono una pecora o una capra?” Caro Burfle, ti risponderò francamente, e so che non sarai arrabbiato con me se rispondo anche in pubblico, “davanti alla gente”, come avrebbe fatto Paolo. Sei una pecora o una capra? Pensiamoci bene.
Dici giustamente che la questione su cui tutto ciò si basa è proprio quella delle scarpe da ginnastica. È solo un simbolo, ma un simbolo su cui tutta l’Inghilterra è divisa. Da un lato abbiamo uomini energici, determinati, desiderosi di impegnarsi attivamente; uomini (se posso dirlo così) di vera qualità apostolica, per i quali la scarpa da ginnastica con i bottoni rappresenta qualcosa di sacro, al punto che alcuni di noi potrebbero trovarlo difficile da comprendere. Sono pochi questi devoti pionieri, ma in certi modi, e da alcuni punti di vista, possono essere considerati tra l’élite della Nazione, per così dire.
D’altra parte, abbiamo la grande massa di uomini sensati, seri, devoti e pratici – quelli che Beeker definisce, con una bella espressione, “il vero corpo e l’essenza stessa d’Inghilterra” – determinati a mantenere ciò che i loro padri avevano realizzato prima di loro, e insistenti nel considerare il calzino con la laccia come l’abbigliamento appropriato per i membri della Chiesa.
Nessuno è più sensato di me (caro Burfle); dico davvero che nessuno comprende meglio della mia la gravità di questa scissione, poiché sembra proprio destinata a diventarlo. E nessuno apprezza più di me quanto ci sia da dire su entrambi i lati. Una parte sosterrà (con perfetta giustizia) che le scarpe con i bottoni rappresentino un progresso. Essi affermano (e c’è molto da dire a loro favore) che l’uso comune di queste scarpe, il loro aspetto decorativo e il segnale di benessere che trasmettono le rendano particolarmente adatte al servizio del Tempio. Si vedono sui piedi dei parigini, dei romani, dei viennesi; sono associate alle nostre occasioni formali moderne, e quando le indossiamo ci sentiamo parte di tutto ciò che appartiene alla nostra cultura cristiana. In breve, sono cattoliche, nel senso più autentico del termine.
Ora, mio caro Burfle, considera anche l’altro aspetto della questione. La scarpa con i lacci, per quanto moderna nella forma e nera e solida, rimane comunque, in essenza, la stessa che i primi cristiani indossavano. Il fatto che i primi cristiani portassero sandali è ormai al di là di ogni dubbio o contestazione. C’è certamente la famosa falsificazione di Gelasio, che potrebbe aver influenzato le superstizioni del Medioevo; ci sono anche le prove incerte relative ai mosaici di Ravenna. Ma l’unica argomentazione solida mai presentata è il passaggio presente nel Pseudo-Giovanni, che nessun studioso moderno ammetterebbe possa riferirsi a bottoni. “ξύγον”, tra le altre cose, significa un laccio. Un laccio assoluto. E sfido i nostri avversari (che sono molti e senza scrupoli) a negarlo. Il sandalo ha finalmente ottenuto il suo posto come ornamento tipico dei primi cristiani; e possiamo sconfiggere le macchinazioni delle missioni straniere con la semplice affermazione di quel grande studioso, il dottor Junker: “Il sandalo”, dice lui, “è il precursore della scarpa con i lacci”.
Finora, quindi, tutto va bene. Vedi, mio caro Burfle, quanto possano essere sincere le divergenze tra le due parti, e come, con un sostegno così forte da entrambe le parti, la battaglia potrebbe proseguire all’infinito, fino alla possibile estinzione della nostra amata nazione e delle sue istituzioni più preziose.
Non esiste alcun modo per evitare una tale catastrofe?
Certamente sì. Esiste una strada su cui entrambi possono viaggiare, un luogo dove tutti possono incontrarsi. Intendo dire le scarpe da ginnastica (preferibilmente quelle in tessuto con i lacci elastici). Molti dei nostri chierici le indossano già. Non offendono nessuna delle due parti, soddisfano, o dovrebbero soddisfare, entrambe; e per quanto mi riguarda, vi vedo uno di quei compromessi su cui si fonda la nostra grandezza. Diamo quindi il via a non essere né pecore né capre in questa questione. È molto meglio, davvero molto meglio, ammettere un po’ di “timidezza” nella nostra “capricciosità”, o (se i nostri estremisti lo vogliono così) un po’ di “capricciosità” nella nostra “timidezza”: è meglio, dico io, unirsi sotto lo stesso stendardo e vivere in pace, piuttosto che mettere a rischio i nostri principi più cari e amati per una semplice disputa su questioni secondarie. Perché, dopotutto, cosa è essenziale per noi? Non le scarpe, penso, ma la rettitudine. La rettitudine può manifestarsi attraverso le scarpe; è giusto e buono che sia così. Ma vedere la rettitudine nelle scarpe stesse significa cadere nel grossolano materialismo del Medioevo, dimenticando il nostro diritto innato e i valori fondamentali della nostra fede.
Tuo (caro Burfle), con tutto il mio affetto
Josiah Lambkin.
XV. La lettera di Lambkin a un amico francese
L’interesse di Lambkin per il Continente era profondo e duraturo. Conosceva bene la parte occidentale di questa parte del globo grazie a un costante viaggiare che lo portava attraverso la rotta Calais-Basilea, passando di notte per il San Gottardo, fino alle storiche pianure dell’Italia. Fu a Milano che scrisse la sua “Grammatica anglo-sassone ridotta”, e ad Assisi corresse le bozze del suo articolo sul valore degli avena come alimento umano. Tutti ricorderanno l’abominevole atto di violenza avvenuto a Napoli, dove fu pugnalato da un cocchiere in segno di vendetta per la sua nobile e disinteressata protezione di un povero cavallo da calesa; insomma, l’Italia è piena dei suoi ricordi legati ai viaggi, e nessun nome è più noto ai membri del Club della Villa Marinoni.
Potrebbe sembrare strano che, in tali circostanze, i nostri sfortunati vicini al di là della Manica abbiano preso particolarmente in considerazione le sue azioni pubbliche. Lui non conosceva a fondo la lingua francese e aveva solo una conoscenza superficiale delle abitudini della gente comune di quel paese; tuttavia, nelle sue “Considerazioni sulle obbligazioni politiche”, aveva affermato con grande fervore che nessuno poteva essere un buon cittadino d’Inghilterra senza comprendere la sua posizione internazionale. “Cosa possono sapere di Inghilterra coloro che conoscono soltanto Inghilterra?” esclamava spesso. Non si vantava di una profonda conoscenza dei dettagli della politica estera, né era così pedante da offendersi per le battute scherzose riguardanti il suo accento nella pronuncia dei nomi stranieri. Tuttavia riteneva – e con ragione – che fosse suo dovere inserire, in qualsiasi discussione sugli affari della Repubblica, quelle frasi casuali che davano colore e concretezza alle conversazioni. Riconosceva questo dovere quando si presentava e lo adempiva senza enfasi, ma con determinazione e fermezza assoluta. Spesso pronunciava espressioni come “état majeur”, “la cléricalisme c’est l’ennemi”, “l’état c’est moi”; grazie alla sua attenta ricerca, fu il primo all’università a comprendere il vero significato della parola “bordereau”, che fino ad allora tutti ritenevano fosse un documento segreto di particolare complessità.
Mr. Lambkin had but one close friend in France, a man who had from cosmopolitan experience acquired a breadth and humour which the Frenchman so conspicuously lacks; he united, therefore, the charm of the French character to that general experience which Lambkin invariably demanded of his friends, and the fact that he belonged to a small political minority and had so long associated with foreigners had winnowed from that fine soul the grossness and one-sidedness, the mingled vanity and ferocity, which seems so fatal a part of the Gallic temper. In some ways this friend reminded one of the great Huguenots whom France to her eternal loss banished by the revocation of the Edict of Nantes, and of whom a bare twenty thousand are now to be found in the town of Nîmes. In other ways this gifted mind recalled — and this would be in his moments of just indignation — the manner and appearance of a Major Prophet.
Jules de la Vaguère dè Bissac was the first of his family to bear that ancient name, but not the least worthy. Born on a Transatlantic in the port of Hamburg, his first experience of life had been given him in the busy competition of New York. It was there that he acquired the rapid glance, the grasp, the hard business head which carried him from Buenos Ayres to Amsterdam, and finally to a fortune. His wealth he spent in the entertainment of his numerous friends, in the furtherance of just aims in politics (to which alas! the rich in France do not subscribe as they should), to the publication of sound views in the press, and occasionally (for old habit is second nature80), in the promotion of some industrial concern destined to benefit his country and the world.81 With transactions, however sound and honest, that savoured of mere speculation De Bissac would have nothing to do, and when his uncle and brother fled the country in 1887, he helped, indeed, with his purse but he was never heard to excuse or even to mention the poor, fallen men.
His hotel in the Rue des Fortifications (a modest but coquettish little gem, whose doors were bronze copies of the famous gates of the Baptistery at Florence), had often received Mr. Lambkin and a happy circle of friends. Judge then of the horror and indignation with which Oxford heard that two of its beautiful windows had been intentionally broken on the night of June 15th, 1896. The famous figure of “Mercy,” taken from the stained glass at Rheims, was destroyed and one of the stones had fallen on the floor within an inch of a priceless Sèvres vase that had once belonged to Law and had been bought from M. Panama. It was on the occasion of this abominable outrage that Mr. Lambkin sent the following letter, which, as it was published in the Horreur, I make no scruple of reprinting. But, for the sake of the historical interest it possesses, I give it in its original form: —
“Cher Ami et Monsieur,
Je n’ai pas de doute que vous aurez souvenu votre visite à Oxford, car je suis bien sur que je souviens ma visite à Paris, quand je fus recu avec tant de bienveillance par vous et votre aimable famille.
Vous aurez donc immediatement après l’accident pensé à nous car vous aurez su que nous étions, moi et Bilkin, vos amis sincerès surtout dans la politique. Nous avons expecté quelque chose pareille et nous comprenons bien pourquoi c’est le mauvais Durand qui a jété les pierres. Vous avez été trop bon pour cet homme là. Souvenez-vous en future que c’est exactement ceux à qui nous pretons de l’argent et devraient être dévoués à nous, qui deviennent des ennemis. Voilà ce qui empêche si souvent de faire du bien excepté à ceux qui nous seront fideles et doux.
(All this, being of a private nature, was not printed in M. de Bissac’s paper. The public portion follows.)
Il est bien evident d’où viennent des abominables et choquants choses pareilles. C’est que la France se meurent. Un pays où il n’y a personne82 qui peut empecher des fanatiques de briser les verres est un pays en décadence, voilà ce que l’Irlande aurait été si nous étions pas là pour l’empecher. On briserait des verres très surement et beaucoup. J’espère que je ne blesse pas votre cœur de Français en disant tout celà, mais il est bien mieux de connaître ce que l’on a, même si c’est mortel comme en France.
Vous l’avez bien dit c’est les militarisme et cléricalisme qui font ces outrages. Examinez bien l’homme qui a fait ça et vous verrez qu’il a été baptisé et très probablement il a fait son service militaire. Oh! Mon cher ami que Dieu83 vous a merveilleusement préservé de l’influence du Sabe et du Goupillon! Vous n’avez pas fait votre service et si vous êtes sage ne faites le jamais car il corrompt le caractère. Je nous ne l’avons pas.
J’ai lu avec grand plaisir votre article “Le Prêtre au Bagne,” oui! c’est au Bagne que’l on devrait envoyer les Prêtres seulement dans un pays ou tant de personne sont Catholiques, je crains que les jurys sentimentales de votre pays aquitterait honteusement ces hommes néfastes.
J’espère que je ne blesse pas votre Cœur de Catholique en disant cela.84 Nos Catholiques ici ne sont pas si mauvais que nos Catholiques là-bas. Beaucoup des notres sont de très bonnes familles, mais en Irlande l’ignorance et terrible, et on veut le faire plus grand avec une Université!
En éspérant que la France redeviendra son vrai même85 ce que je crains être impossible, je reste, mon cher ami (et Monsieur) votre ami sincère, agriez mes vœux pressés, tout-à-toi.
Josue Lambkin.
XVI. Interview with Mr. Lambkin.
A REPRESENTATIVE OF The J. C. R. had, but a short while before his death, the privilege of an interview with Mr. Lambkin on those numerous questions of the day which the enterprise of the Press puts before its readers. The meeting has a most pathetic interest! Here was the old man full and portly, much alive to current questions, and to the last a true representative of his class. Within a week the fatal Gaudy had passed and he was no more! Though the words here given are reported by another, they bear the full, fresh impress of his personality and I treasure them as the last authentic expression of that great mind.
Il signor Lambkin aveva in Francia un solo amico intimo: un uomo che, grazie alle sue esperienze cosmopolite, possedeva una visione ampia del mondo e un senso dell’umorismo che i francesi di solito mancano; per questo motivo, quel suo amico univa il fascino tipico del carattere francese con quella saggezza universale che Lambkin richiedeva sempre ai suoi amici. Inoltre, poiché apparteneva a una piccola minoranza politica e aveva trascorso molto tempo in compagnia di stranieri, queste esperienze gli avevano permesso di eliminare da quella nobile anima quelle caratteristiche volgari e unilaterali, quella mescolanza di vanità e ferocia che sembrano essere parte intrinseca del temperamento francese. In alcuni aspetti, questo amico ricordava quei grandi ugonotti che la Francia, a suo eterno danno, espulse con l’annullamento dell’Editto di Nantes; oggi, solo ventimila di loro sopravvivono nella città di Nîmes. In altri momenti, quando provava giusta indignazione, il suo modo di pensare e il suo aspetto ricordavano quelli di un “Profeeta Maggiore”.
Jules de la Vaguère dè Bissac fu il primo della sua famiglia a portare quel nome antico, ma non certo il meno degno di esso. Nato su una nave transatlantica nel porto di Amburgo, le sue prime esperienze di vita ebbero luogo nella frenetica atmosfera di New York. Fu lì che sviluppò quell’acume visivo, quella capacità decisionale e quel senso degli affari che lo portarono da Buenos Aires ad Amsterdam, fino a raggiungere la ricchezza. Impiegò il proprio patrimonio nel divertire i numerosi amici, nel promuovere cause giuste in politica (cosa che purtroppo i ricchi in Francia non fanno quanto dovrebbero), nella pubblicazione di opinioni valide sulla stampa, e occasionalmente – per vecchia abitudine – nel sostegno di imprese industriali destinate a beneficiare il proprio paese e il mondo. Tuttavia, evitava qualsiasi operazione commerciale che avesse anche solo l’aspetto della semplice speculazione; quando suo zio e suo fratello fuggirono dal paese nel 1887, li aiutò con i suoi soldi, ma non si sentì mai in dovere di giustificare o menzionare quelle persone cadute in disgrazia.
Il suo hotel situato in Rue des Fortifications – un piccolo gioiello modesto ma grazioso, le cui porte erano copie in bronzo delle famose porte del Battistero di Firenze – aveva spesso ospitato il signor Lambkin e un gruppo felice di amici. Immaginate quindi l’orrore e la indignazione con cui Oxford apprese che due delle sue bellissime finestre erano state intenzionalmente rotte nella notte del 15 giugno 1896. La famosa statua di “Misericordia”, tratta dai vetri colorati di Reims, fu distrutta e uno dei pezzi di vetro cadde a pochi centimetri da un inestimabile vaso di Sèvres che un tempo apparteneva a Law ed era stato acquistato dal signor Panama. Fu proprio in occasione di questo abominevole atto di vandalismo che il signor Lambkin inviò la seguente lettera, che, essendo stata pubblicata su “Horreur”, non esito a riprodurla qui. Tuttavia, per il valore storico che possiede, la presento nella sua forma originale: —
“Cari amici e signori,”
Non ho dubbi che ricorderete la vostra visita a Oxford, perché sono certo di ricordare anch’io la mia visita a Parigi, quando fui accolto con tanta gentilezza da voi e dalla vostra adorabile famiglia.
Quindi, immediatamente dopo l’incidente, avete pensato a noi perché sapevate che io e Bilkin eravamo i vostri veri amici, soprattutto in ambito politico. Ci aspettavamo qualcosa del genere e capiamo benissimo perché è stato quel cattivo Durand ad lanciare le pietre. Siete stati troppo buoni con quell’uomo. Ricordatevi in futuro che sono proprio coloro a cui prestiamo denaro e che dovrebbero essere fedeli a noi a diventare nostri nemici. Ecco il motivo per cui spesso non si riesce a fare del bene, tranne che verso coloro che ci saranno sempre fedeli e gentili.
(Tutto ciò, essendo di natura privata, non fu pubblicato sul giornale di M. de Bissac. La parte destinata al pubblico segue.)
È evidente da dove derivino cose così orribili e scioccanti: è perché la Francia sta morendo. Un paese in cui nessuno può impedire a dei fanatici di rompere i vetri è un paese in declino. L’Irlanda sarebbe diventata così se non fossimo stati lì a fermarli. Senza dubbio, si romperebbero molti vetri. Spero di non ferire il vostro cuore di francesi dicendo queste cose, ma è molto meglio conoscere ciò che si ha, anche se è pericoloso come in Francia.
Avete detto bene: sono proprio il militarismo e il clericalismo a causare queste offese. Esaminate bene quell’uomo che ha compiuto questo atto e vedrete che è stato battezzato e molto probabilmente ha prestato servizio militare. Oh, mio caro amico. Che Dio vi abbia meravigliosamente protetto dall’influenza del Saba e del Goupillon! Non avete prestato servizio militare, e se siete saggio, non fatelo mai: distrugge il carattere delle persone. Noi, per fortuna, non l’abbiamo mai fatto.
Ho letto con grande piacere il vostro articolo “Il Prete al Bagno”; sì, è proprio al Bagno che dovrebbero essere mandati i preti. Solo in un paese dove molte persone sono cattoliche, forse i giurì sentimentali del vostro paese assolverebbero vergognosamente questi uomini dannosi.
Spero di non ferire il vostro Cuore di Cattolico dicendo queste cose. I nostri Cattolici qui non sono così cattivi come quelli là. Molti di loro provengono da famiglie molto rispettabili, ma in Irlanda l’ignoranza è terribile. E vogliono ancora peggiorare le cose con l’istituzione di un’università!
Con la speranza che la Francia ritorni a essere ciò che è veramente, anche se temo che sia impossibile, rimango, mio caro amico (e signore), il tuo sincero amico. Accetta i miei ferventi auguri, per te e per tutto ciò che ti è caro.
Josue Lambkin.
XVI. Intervista con il signor Lambkin.
Un rappresentante della J. C. R., poco prima della sua morte, ebbe l’onore di un colloquio con il signor Lambkin su quelle numerose questioni dell’epoca che l’attività editoriale pone ai suoi lettori. Quell’incontro presenta un interesse davvero commovente: ecco l’uomo anziano, ancora pieno di vitalità, profondamente interessato alle questioni del momento, e fino all’ultimo vero rappresentante della sua classe. Nella settimana successiva, però, la morte lo colpì. E non c’era più! Sebbene queste parole siano state riportate da un altro, esse conservano l’integrità e la freschezza della sua personalità; le considero quindi l’espressione autentica e ultima di quel grande intelletto.
“Ringing the bell” (writes our representative) “at a neat villa in the Banbury Road, the door was answered by a trim serving-maid in a chintz gown and with a white cap on her head. The whole aspect of Mr. Lambkin’s household without and within breathes repose and decent merriment. I was ushered into a well-ordered study, and noticed upon the walls a few handsome prints, chosen in perfect taste and solidly mounted in fine frames, ‘The meeting of Wellington and Blucher at Waterloo,’ ‘John Knox preaching before Mary Queen of Scots,’ ‘The trial of Lord William Russell,’ and two charming pictures of a child and a dog: ‘Can ‘oo talk?’ and ‘Me too!’ completed the little gallery. I noticed also a fine photograph of the Marquis of Llanidloes, whose legal attainments and philological studies had formed a close bond between him and Mr. Lambkin. A faded daguerreotype of Mr. Lambkin’s mother and a pencil sketch of his father’s country seat possessed a pathetic interest.
“Mr. Lambkin came cheerily into the room, and I plunged at once ‘in medias res.’
“‘Pray Mr. Lambkin what do you think of the present position of parties?’”
“‘Why, if you ask me,’ he replied, with an intelligent look, ‘I think the great party system needs an opposition to maintain it in order, and I regret the absence of any man of weight or talent — I had almost said of common decency — on the Liberal side. The late Lord Llanidloes — who was the old type of Liberal — such a noble heart! — said to me in this very room, ‘Mark my words, Lambkin’ (said he) ‘the Opposition is doomed.’ This was in Mr. Gladstone’s 1885 Parliament; it has always seemed to me a wonderful prophecy. But Llanidloes was a wonderful man, and the place of second Under-Secretary for Agriculture was all too little a reward for such services as his to the State. ‘Do you know those lines,’ here Mr. Lambkin grew visibly affected, ‘Then all were for the party and none were for the State, the rich man paid the poor man, and the weak man loved the great’? ‘I fear those times will never come again.’
“A profound silence followed. ‘However,’ continued he with quiet emphasis, ‘Home Rule is dead, and there is no immediate danger of any tampering with the judicial system of Great Britain after the fashion that obtains in France.’
“‘Yes,’ he continued, with the smile that makes him so familiar, ‘these are my books: trifles, — but my own. Here’ (taking down a volume), ’is What would Cromwell have done? — a proposal for reforming Oxford. Then here, in a binding with purple flowers, is my Time and Purpose, — a devotional book which has sold largely. The rest of the shelf is what I call my ‘casual’ work. It was mainly done for that great modern publisher, — Matthew Straight, who knows so well how to combine the old Spirit with Modern exigencies. You know his beautiful sign of the Boiling Pot in Plummer’s Court? It was painted for him by one of his young artists. You have doubtless seen his name in the lists of guests at country houses; I often meet him when I go to visit my friends, and we plan a book together.
“‘Thus my Boys of Great Britain — an historical work, was conceived over the excellent port of Baron Gusmann at Westburton Abbey. Then there is the expansion of this book, English Boyhood, in three volumes, of which only two have appeared — Anglo-Saxon Boyhood and Mediæval Boyhood in England. It is very laborious.
“‘No,’ he resumed, with nervous rapidity, ‘I have not confined myself to these. There is “What is Will?” “Mehitopel the Jewess of Prague” (a social novel); “The Upper House of Convocation before History;” “Elements of the Leibnitzian Monodology for Schools” (which is the third volume in the High School Series); “Physiology of the Elephant” and its little abbreviated form for the use of children, “How Jumbo is made Inside,” dedicated, by the way, to that dear little fairy, Lady Constantia de la Pole: such a charming child, and destined, I am sure, to be a good and beautiful woman. She is three years old, and shooting up like a graceful young lily.’
“‘I fear I am detaining you,’ I said, as the good man, whose eyes had filled with tears during the last remark (he is a great lover of children) pulled out a gold watch and consulted its tell-tale dial. ‘Not at all!,’ he replied with finished courtesy, ‘but I always make a point of going in to High Tea and seeing my wife and family well under weigh before I go off to Hall. Surely that must be the gong, and there (as the pleasant sound of children’s high voices filled the house) come what I call my young barbarians.’
“He accompanied me to the door with true old-world politeness and shook me beautifully by the hand. ‘Good-bye,’ he said, ‘Good-bye and God-speed. You may make what use you like of this, that I believe the task of the journalist to be among the noblest in our broad land. The Press has a great mission, a great mission.’
“With these words still ringing in my ears I gathered up my skirts to cross the muddy roadway and stepped into the tram.”
Women’s Printing Society, Ltd., 66, Whitcomb St. W.C.
ENDNOTES.
1
But do not think I shall explain
To any great extent. Believe me,
I partly write to give you pain,
And if you do not like me, leave me.
2
And least of all can you complain,
Reviewers, whose unholy trade is,
To puff with all your might and main
Biographies of single ladies.
3 Never mind.
4
The plan forgot (I know not how,
Perhaps the Refectory filled it),
To put a chapel in: and now
We’re mortgaging the rest to build it.
5 There can be no doubt that the work is a true example of the early Semitic Comedy. It was probably sung in Parts at the Spring-feast, and would be acted by shepherds wearing masks and throwing goatskins at one another, as they appear on the Bas-relief at Ik-shmûl. See the article in Righteousness, by a gentleman whom the Bible Society sent out to Assyria at their own expense; and the note to Appendix A of Benson’s Og: King of Bashan.
6 The house is now occupied by Mr. Heavy, the well-known financier.
“Suonando alla porta” (scrive il nostro rappresentante) “di una graziosa villa in Banbury Road, la porta fu aperta da una cameriera ben curata, vestita con un abito di cotone a quadri e con un cappello bianco in testa. L’intero aspetto della casa del signor Lambkin, sia all’esterno che all’interno, trasmetteva serenità e un’atmosfera di decoro e allegria. Fui introdotto in uno studio ben ordinato, dove notai sulle pareti alcune bellissime stampe, scelte con grande gusto e incorniciate con cura: ‘L’incontro tra Wellington e Blucher a Waterloo’, ‘John Knox che predica davanti a Maria Stuarda’, ‘Il processo di Lord William Russell’, oltre a due adorabili ritratti di un bambino e di un cane: ‘Può parlare “oo”?’ e ‘Anch’io!’ completavano questa piccola galleria d’arte. Notai inoltre una bella fotografia del marchese di Llanidloes, il cui percorso accademico e i suoi studi filologici avevano creato un legame stretto tra lui e il signor Lambkin. Un dagherrotipo sbiadito della madre del signor Lambkin e uno schizzo a matita della residenza di campagna di suo padre possedevano anch’essi un fascino particolare.”
“Mr. Lambkin entrò nella stanza con aria allegra, e io mi misi subito all’opera senza indugi.”
“Chiedete al signor Lambkin: che ne pensate della situazione attuale tra le parti in conflitto?”
“‘Perché, se me lo chiedete,’ rispose lui con uno sguardo intelligente, ‘penso che il grande sistema partitico abbia bisogno di un’opposizione per mantenersi in ordine, e mi dispiace molto l’assenza di uomini di peso o talento – avrei quasi detto di buona educazione – nel campo liberale. Il defunto Lord Llanidloes, che rappresentava quel vecchio tipo di liberale, che nobile cuore! – mi disse proprio in questa stanza: “Ricorda le mie parole, Lambkin”, disse, “l’opposizione è condannata”. Questo avvenne durante il Parlamento del 1885 guidato da Mr. Gladstone; per me è sempre stata una profezia straordinaria. Ma Llanidloes era un uomo meraviglioso, e la carica di secondo Sottosegretario all’Agricoltura rappresentava davvero un compenso troppo modesto per i servizi che aveva reso allo Stato. “Conoscete quelle righe, ” A questo punto, Mr. Lambkin sembrò visibilmente commosso, ““Allora tutti erano per il partito, ma nessuno per lo Stato; l’uomo ricco pagava l’uomo povero, e l’uomo debole amava i potenti”. “Temo che quei tempi non torneranno mai più.””
Seguì un silenzio profondo. “Tuttavia,” continuò lui con un tono calmo ma deciso, “l’Autonomia è morta, e non esiste alcun pericolo immediato che il sistema giudiziario della Gran Bretagna venga alterato nel modo in cui avviene in Francia.”
“‘Sì,’ continuò lui, con quel sorriso che lo rende così familiare, ‘questi sono i miei libri: cose insignificanti, ma mie. Ecco’ (prendendo un volume), ‘‘Cosa avrebbe fatto Cromwell?’, una proposta per riformare l’Università di Oxford. Poi qui, in una rilegatura con fiori viola, c’è il mio ‘Tempo e Scopo’, un libro di devozione che si è venduto molto bene. Il resto degli scaffali contiene ciò che chiamo i miei ‘lavori casuali’: sono stati scritti principalmente per quel grande editore moderno, Matthew Straight, che sa così bene come combinare lo spirito antico con le esigenze contemporanee. Conoscete quella bellissima insegna della ‘Cottura a Bollitura’ in Plummer’s Court? È stata dipinta apposta per lui da uno dei suoi giovani artisti. Senz’altro avrete visto il suo nome nelle liste degli ospiti delle case di campagna; spesso lo incontro quando vado a far visita ai miei amici, e insieme pianifichiamo nuovi progetti editoriali.’”
“‘Thus My Boys of Great Britain – un’opera storica – nacque presso l’eccellente porto di Baron Gusmann, all’interno dell’abbazia di Westburton. Successivamente venne ampliata questa opera con il libro ‘English Boyhood’, composto da tre volumi, di cui ne sono stati pubblicati soltanto due: ‘Anglo-Saxon Boyhood’ e ‘Mediæval Boyhood in England’. Il lavoro di realizzazione di questi volumi è stato molto impegnativo.”
“‘No,’ riprese lui, con una rapidità nervosa, ‘non mi sono limitato solo a questi. Ci sono anche “Che cos’è la volontà?”, “Mehitopel, l’ebraia di Praga” (un romanzo sociale), “La Camera Alta della Convocazione davanti alla Storia”, “Elementi della monodologia leibniziana per scuole” (il terzo volume della serie per le scuole superiori), “Fisiologia dell’elefante” e la sua versione abbreviata adatta ai bambini, “Come è fatto Jumbo all’interno”; quest’ultimo, tra l’altro, è dedicato a quella cara piccola principessa, Lady Constantia de la Pole: una bambina così incantevole, e sicuramente destinata a diventare una donna buona e bella. Ha tre anni e sta crescendo come un grazioso giovane giglio.’”
“‘Temo di stiarvi trattenendo,’ dissi, mentre quell’uomo gentile, i cui occhi si erano riempiti di lacrime durante quelle ultime parole (è un grande amante dei bambini), tirava fuori un orologio d’oro e controllava il suo quadrante. ‘Assolutamente no!’ rispose con estrema cortesia, ‘ma faccio sempre in modo di partecipare al tè pomeridiano e di assicurarmi che mia moglie e la mia famiglia stiano bene prima di andare a Hall. Sicuramente è quel suono: ecco arrivare i miei piccoli “barbari”!’”
“Mi accompagnò fino alla porta con quella vera cortesia tipica dell’antichità e mi strinse la mano con grande gentilezza. ‘Addio,’ disse, ‘addio e che Dio vi guidi. Potete fare di questo ciò che volete; credo infatti che il compito del giornalista sia tra i più nobili in questa nostra vasta nazione. La stampa ha una grande missione, davvero una grande missione.’”
Con queste parole ancora nelle mie orecchie, raccolsi le gonne per attraversare la strada fangosa e salii sul tram.
Women’s Printing Society, Ltd., 66, Whitcomb St. W.C.
Note finali.
1
Ma non pensate che io intenda spiegarlo.
In larga misura… Credetemi.
Farvi soffrire un po’…
E se non mi piaci, lasciami andare.
2
E soprattutto non potete lamentarvi…
Recensori, il cui mestiere è…
sforzarsi con tutte le proprie forze
Biografie di signore single.
3 Lascia perdere.
4
Il piano ha dimenticato… (Non so come.)
“Forse era il refettorio a riempirlo…”
inserire una cappella… e ora?
Stiamo ipotecando il resto per costruirlo.
Non vi può essere dubbio che quest’opera rappresenti un vero esempio della commedia semitica arcaica. Probabilmente veniva cantata in parti durante le feste di primavera, e veniva recitata da pastori che indossavano maschere e si lanciavano l’un l’altro pelli di capra, proprio come si vede nei bassorilievi di Ik-shmûl. Si rimanda all’articolo pubblicato su “Righteousness”, scritto da un gentiluomo inviato dall’Associazione Biblica in Assiria a proprie spese; nonché alla nota allegata all’Appendice A del libro di Benson su “Og: Re di Basan”.
Ora la casa è occupata dal signor Heavy, il noto finanziere.
7 The old school house has been pulled down to make room for a set of villas called “Whortlebury Gardens.” I believe No. 35 to be the exact spot, but was unable to determine it accurately on account of the uncourteous action of the present proprietor.
8 I am speaking of 1861.
9 Mr. Lambkin has assured me that his lordship had maintained these relations to the day of his death.
10 To be pronounced as a monosyllable in the American fashion.
11 Mr. Punt, Mr. Howl, and Mr. Grewcock — (now, alas! deceased).
12 A neat rendering of “Sublimi feriam sidera vertice.”
13 To the Examiners. — These facts (of which I guarantee the accuracy) were given me by a Director.
14 A reminiscence of Milton: “Fas est et ab hoste doceri.”
15 Lambkin told me he regretted this line, which was for the sake of Rhyme. He would willingly have replaced it, but to his last day could construct no substitute.
16 The anecdote will be found in my Fifty Years of Chance Acquaintances. (Isaacs & Co., 44s. nett.)
17 Lambkin resolutely refused to define Happiness when pressed to do so by a pupil in June, 1881: in fact, his hatred of definitions was so well-known as to earn him the good-humoured nick-name of “the Sloucher” among the wilder young scholars.
18 τὸ μεσόν
19 This was the first historical example of Lambkin’s acquaintance with Hebrew — a knowledge which he later turned to such great account in his attack on the pseudo-Johannes.
20 It is the passage that follows which made so startling an impression on the examiners. At that time young Lambkin was almost alone in holding the views which have since, through the Fellows of Colleges who may be newspaper men or colonial governors, influenced the whole world.
21 Jocular.
22 The MS. is here almost illegible
23 The very word “dormant” comes from the Latin for “sleeping.”
24 I knew Professor M’O. in the sixties. He was a charming and cultured Scotchman, with a thorough mastery of the English tongue.
25 Dr. von Lieber-Augustin. I knew him well. He was a charming and cultured German.
26 How different from the cynical ribaldry of Voltaire.
27 Mr. Buffin. I know him well. His uncle is Lord Glenaltamont, one of the most charming and cultured of our new peers.
28 See especially “Hypnotism,” being the researches of the Research Society (xiv. vols., London, 1893), and “Superstitions of the Past, especially the belief in the Influence of Sleep upon Spells,” by Dr. Beradini. Translated by Mrs. Blue. (London: Tooby & Co., 1895.)
29 Bk. I. or Bk. IV.
30 “Amo dormire. Sed nunquam dormio post nonas horas nam episcopus sum et volo dare bonum exemplum fidelibus.” App. Sid. Epistol., Bk. III., Epist. 26. (Libermach’s edition. Berlin, 1875.) It has the true ring of the fifth century.
31 So Herrick, in his famous epigram on Buggins. A learned prelate of my acquaintance would frequently quote this.
32 The same lines occur in several other poets. Notably Tupper and Montgomery.
33 See “Private Memoirs of the Court of Geo. III. and the Regent,” by Mrs. Fitz-H⸺t.
34 See further, The Morning Star of England, in “Stirrers of the Nations Series,” by the Rev. H. Turmsey, M.A. Also Foes and Friends of John of Gaunt, by Miss Matchkin.
35 “Latin Proses,” 3s. 6d. net. Jason and Co., Piccadilly.
36 Now doing his duty to the Empire nobly as a cattle-man in Minnesota.
37 Everyone will remember the striking article on this author in The Christian Home for July, 1886. It was from Lambkin’s pen.
38 Lambkin was, when he wrote this letter, fully twenty-six years of age.
39 Only a playful term of course.
40 A considerable discussion has arisen as to the meaning of this.
41 A jocular allusion.
42 “Sicut ut homo qui” — my readers will fill in the rest.
43 The note of exclamation is my own.
44 Author of Prussian Morals.
45 These are almost the exact words that appeared in the subsequent and over-rated book of Théophile Gauthier: “Rien ne mène à rien cependant tout arrive.”
46 It was by my suggestion (quorum pars parva fui) that was added the motto “They that go down to the sea in ships, they see the wonders of the Lord.”
47 Livorno in Italian.
48 Or “have given rise.” Myself and my colleagues attempted (or had attempted) to determine this point. But there can be little doubt that the version we arrived at is right both in grammar and in fact. The MS. is confused.
49 Though posted in Gravesend this letter appears to have been written between London and the Estuary. Some say in Dead Man’s Reach.
50 This passage was set for the Latin Prose in the Burford Scholarship of 1875. It was won by Mr. Hurt, now Chaplain of the Wainmakers’ Guild.
51 Normans.
52 Hastings.
53 These letters were never printed till now.
54 The late Hon. John Tupton, the amiable colonial who purchased Marlborough House and made so great a stir in London some years ago.
55 Mrs. Tupton, senior, a woman whose heroic struggles in the face of extreme poverty were a continual commentary on the awful results of our so-called perfected Penal System.
56 There is great doubt upon the exactitude of this. In his lifetime Tupton often spoke of “the poor tenement house in New York where I was born,” and in a letter he alludes to “my birth at sea in the steerage of a Liner.”
57 This was perhaps the origin of a phrase which may be found scattered with profusion throughout Lambkin’s works.
58 Mr. Lambkin did not give the derivation of this word.
59 “Alii igni infamiae vitam alii fugâ dederunt.” — Tacitus, In Omnes Caesares, I. viii. 7.
60 The italicised words were omitted in the article.
61 The full title of the translation is “The Roman Sandal: Its growth, development and decay. Its influence on society and its position in the liturgy of the Western Church.”
62 Nephew of Mr. Child, the former editor; grandson of Mr. Pilgrim, the founder; and father of the present editor of Culture.
63 Mr. Cook criticises this sentence. It is a point upon which friends may “agréer à différer.”
64 Author of Psychologie de l’Absurde.
L’antica scuola è stata demolita per far spazio a un complesso di ville chiamato “Whortlebury Gardens”. Credo che il numero 35 sia esattamente il punto in questione, ma non sono riuscito a determinarlo con certezza a causa dell’indifferenza del attuale proprietario.
Sto parlando del 1861.
Il signor Lambkin mi ha assicurato che il suo signore aveva mantenuto queste relazioni fino al giorno della sua morte.
10 Deve essere pronunciato come una parola monosillabica, secondo la pronuncia americana.
11 Il signor Punt, il signor Howl e il signor Grewcock, – ahimè, ora tutti defunti.
12: Una raffinata interpretazione di “Sublimi feriam sidera vertice”.
13 Ai Giudici Esaminatori. Questi fatti (della cui accuratezza garantisco) mi sono stati forniti da un Direttore.
14 Un ricordo di Milton: “È necessario imparare anche dall’avversario”.
- Lambkin mi disse di pentirsi di questa riga, che era stata scritta per motivi legati alla rima. Avrebbe volentieri sostituita quella riga, ma fino all’ultimo giorno della sua vita non riuscì a trovarne nessuna alternativa.
Questa aneddota si trova nel mio libro “Cinquanta anni di conoscenze casuali” (Isaacs & Co., 44 pagine).
Nel giugno del 1881, quando un suo allievo gli chiese decisamente di definire la Felicità, Lambkin rifiutò categoricamente: anzi, il suo odio per le definizioni era così noto che tra i giovani studiosi più irrequieti gli venne affibbiato con bonarietà il soprannome di “il Lento”.
18 il centro
Questo fu il primo esempio storico della conoscenza di Lamkin dell’ebraico: una competenza che in seguito utilizzò in modo estensivo nella sua critica al falso Giovanni.
È il passaggio che segue ad aver fatto un’impressione così profonda sugli esaminatori. A quel tempo, il giovane Lambkin era quasi l’unico a sostenere tali opinioni; queste, in seguito, attraverso i membri dei college – che potessero essere giornalisti o governatori coloniali – hanno finito per influenzare l’intero mondo.
21.umoristico.
22 Il manoscritto è quasi indecifrabile
23 La parola stessa “dormante” deriva dal latino, che significa “addormentato”.
Conoscevo il Professore M’O negli anni Sessanta. Era un scozzese affascinante e colto, con una perfetta padronanza della lingua inglese.
Il dottor von Lieber-Augustin. Lo conoscevo bene. Era un tedesco affascinante e colto.
Quanto diverso dalla cinica volgarità di Voltaire.
27 Il signor Buffin. Lo conosco bene. Suo zio è il lord Glenaltamont, uno dei nostri nuovi nobili più affascinanti e colti.
Vedi in particolare “Ipnosismo”, ovvero i lavori della Research Society (xiv volumi, Londra, 1893), e “Superstizioni del passato, in particolare la credenza nell’influenza del sonno sugli incantesimi”, di Dr. Beradini. Tradotto da Mrs. Blue. (Londra: Tooby & Co., 1895.)
29 Bk. I. or Bk. IV.
“Amo dormire. Ma mai dopo le nove di sera, perché sono un vescovo e devo dare un buon esempio ai fedeli.” App. Sid. Epistol., Bk. III., Epist. 26. (Edizione di Libermach. Berlino, 1875.) Ha davvero lo spirito tipico del V secolo.
So che Herrick, nel suo famoso epigrafo su Buggins, lo citava spesso; un prelato erudito che conoscevo faceva altrettanto.
Le stesse strofe si trovano anche in altri poeti, in particolare in Tupper e Montgomery.
Vedi “Memorie private della corte di Giorgio III e del Reggente”, di Mrs. Fitz-H⸺t.
Vedi anche, “The Morning Star of England”, nella serie “Stirrers of the Nations”, scritto dal reverendo H. Turmsey, M.A.; inoltre, “Foes and Friends of John of Gaunt”, di Miss Matchkin.
“35 ‘Prose latine’”, 3 sterline e 6 pence a pezzo. Jason and Co., Piccadilly.
Ora svolge nobilmente il proprio dovere verso l’Impero, lavorando come allevatore di bestiame nel Minnesota.
Tutti ricorderanno l’articolo interessante su questo autore pubblicato su “The Christian Home” nel luglio del 1886; era scritto da Lambkin.
Al momento in cui scrisse questa lettera, 38 anni, Lambkin aveva appena raggiunto i ventisei anni di età.
Solo un termine giocoso, naturalmente.
Si è scatenata una notevole discussione riguardo al significato di ciò.
41 Un’allusione scherzosa.
“Sicut ut homo hier” – i miei lettori completeranno il resto.
La nota esclamativa è mia.
44 Autore di “Morali prussiane”.
Queste sono quasi esattamente le parole che apparvero nel successivo e sopravvalutato libro di Théophile Gauthier: “Rien ne mène à rien, cependant tout arrive.”
Fu su mia proposta (poiché ero solo una parte del quorum) che fu aggiunto il motto: “Coloro che scendono in mare con le navi, vedono i miracoli del Signore”.
47 Livorno in italiano.
48 O “hanno dato origine”. Io e i miei colleghi abbiamo cercato di stabilire questo punto. Ma non c’è dubbio che la versione a cui siamo arrivati sia corretta sia dal punto di vista grammaticale che dei fatti. Il manoscritto originale è confuso.
Sebbene sia stata inviata a Gravesend, questa lettera sembra essere stata scritta tra Londra e l’Estuario. Alcuni dicono che sia stata scritta nel “Dead Man’s Reach”.
Questo passaggio fu presentato nella categoria “Prosa Latina” per la borsa di studio Burford del 1875. La vittoria andò al signor Hurt, attualmente cappellano della Gilda dei Vinaioli.
51 Normanni.
52 Hastings.
Queste lettere non sono mai state stampate fino ad ora.
Il defunto Onorevole John Tupton, quel gentile coloniale che acquistò la Marlborough House e causò tanto scalpore a Londra alcuni anni fa.
La signora Tupton, di età avanzata: una donna il cui coraggioso impegno nella lotta contro la povertà estrema costituiva un continuo monito sui terribili risultati del nostro cosiddetto sistema penale “perfezionato”.
Esistono grandi dubbi riguardo alla precisione di queste informazioni. Durante la sua vita, Tupton parlava spesso di “quella povera casa popolare di New York dove sono nato”, e in una lettera accenna al fatto che “sia nato in mare, nella cabina dei passeggeri di terza classe di una nave da linea”.
57 Forse questo fu l’origine di un’espressione che si trova ampiamente diffusa nelle opere di Lambkin.
58 Il signor Lambkin non fornì l’etimologia di questa parola.
“Alcuni hanno dato la vita per l’infamia, altri sono fuggiti davanti ad essa.” – Tacito, De tutti i Cesari, I, viii, 7.
Le parole in corsivo sono state omesse nell’articolo.
Il titolo completo della traduzione è “La scarpa da romano: la sua origine, lo sviluppo e il declino; la sua influenza sulla società e il suo ruolo nella liturgia della Chiesa occidentale”.
Figlio di secondo grado del signor Child, l’ex editore; nipote del signor Pilgrim, il fondatore; e padre dell’attuale editore di “Culture”.
Il signor Cook critica questa frase; si tratta di un punto su cui gli amici potrebbero “accordarsi di dissentire”.
64 Autore di “Psychologie de l’Absurde”.
65 Professor of Micro-graphy at Bonn.
66 This was rather severe, as M. Bischoff had spent some years in a Maison de Santé.
67 An example of these occasional difficulties in style, due to the eagerness of which I have spoken.
68 The meaning of this sentence is made clear thus: They (subject) twitted (predicate), with-his-qualifications (adverbially “how”), over — the — port (adverbially “where and when”), him (object).
69 Mr. Lambkin loved to pass a quiet hour over the MSS. in the Bodleian, and would quote familiarly the rare lines of Chaucer, especially, among the mediæval poets.
70 This sentence is an admirable example of Lambkin’s later manner.
71 Raphael.
72 P. 347, “The impetuosity of the action ill-suits with what is known of Lambkin.” It is all very well for the editor of Great Dead Men to say that this apologises for the misfortune; that apology does not excuse the imputation of impetuosity (forsooth!) to a man whose every gesture was restrained.
73 Better known perhaps as an author than as a cleric. He met his end in a shocking manner in a railway accident. His life was, however, insured, and he had upon him a copy of Golden Deeds.
74 Beeker’s A Torch for the Chapell; or the Nonconformists out-done. Folio, 1663, p. 71.
75 Referring to the edict on Buttoned Boots of Romulus Augustulus: a very shameless injustice.
76 Lambkin lived to see its almost universal adoption: a result in which he was no mean agent.
77 “On fair Italia’s storied plains,” Biggin, xii., l. 32.
78 I am assured by Mr. Venial that this well-known line originally took shape on Mr. Lambkin’s lips.
79 This phrase he noticed early in his studies to be a rhyming catchword, and pronounced it so to the day of his death.
80 Hobbes.
81 Thus M. dè Bissac was the President of the Société Anonyme des Voitures-fixes.
82 “Accuracy in the use of negatives,” Mr. Lambkin would say, “is the test of a scholar.”
83 Changed to “le Destin” in the newspaper.
84 M. de Bissac was a Catholic, but one of the most liberal temper. He respected the Pope, but said that he was led astray by his advisers. He voted every year for the suppression of public worship in France and the turning of the churches into local museums. He was in every way remarkably unprejudiced for a man of that persuasion. His indefatigable attacks upon the clergy of his country have earned him the admiration of part of the whole civilised world.
85 The phrase is “return to her true self.” It was a favourite one of Lambkin’s, but is I fear untranslatable. The French have no such subtle ideas. The whole sentence was left out in the Horreur, and the final paragraph began with “Je reste.”
65 Professore di Micrografia a Bonn.
Questo era piuttosto grave, poiché il signor Bischoff aveva trascorso alcuni anni in una casa di cura.
67 Un esempio di queste difficoltà occasionali nello stile, dovute proprio alla fretta di cui ho parlato.
Il significato di questa frase è chiarito così: Loro (soggetto) hanno twittato (predicato), con le sue qualifiche (in modo avverbiale, “come”), sul porto (in modo avverbiale, “dove e quando”), riguardo a lui (oggetto).
Il signor Lambkin amava trascorrere ore tranquille studiando i manoscritti conservati presso la Biblioteca Bodleiana, e citava con grande familiarità le poche righe di Chaucer, in particolare tra i poeti medievali.
Questa frase è un esempio ammirevole dello stile letterario di Lambkin in un periodo successivo.
71 Raphael.
72 P. 347: “L’impulsività di tale azione non si addice a ciò che si sa di Lambkin.” È senz’altro vero che l’editore di “Great Dead Men” possa affermare che questo episodio giustifichi la sfortuna accaduta; tuttavia, tale giustificazione non scusa affatto l’accusa di impulsività rivolta a un uomo il cui comportamento era sempre misurato e controllato.
Forse più conosciuto come autore che come chierico, trovò la morte in un modo tragico in un incidente ferroviario. Tuttavia, la sua vita era assicurata e aveva con sé una copia di “Golden Deeds”.
74 “Beeker’s A Torch for the Chapell; or the Nonconformists out-done”. Folio, 1663, p. 71.
75 Riferendosi all’editto sui stivali con bottoni di Romolo Augusto: una vera e propria ingiustizia senza vergogna.
Il 76° Lambkin vide realizzarsi l’adozione quasi universale di tale pratica: un risultato per cui ebbe un ruolo fondamentale.
“Sulle famose pianure d’Italia”, Biggin, xii., riga 32.
Sono certo, grazie al signor Venial, che questa famosa frase abbia originariamente preso forma sulle labbra del signor Lambkin.
Questa frase gli era balzata all’occhio fin dai primi giorni degli studi: si trattava di una parola ricorrente che formava rime, e la pronunciò sempre così fino al giorno della sua morte.
80 Hobbes.
Pertanto, il signor dè Bissac fu il presidente della Société Anonyme des Voitures-fixes.
“L’accuratezza nell’uso dei negativi”, diceva il signor Lambkin, “è la prova di un vero studioso”.
83 È stato modificato in “le Destin” sul giornale.
84 M. de Bissac era cattolico, ma di indole molto liberale. Rispettava il Papa, ma riteneva che questi fosse fuorviato dai suoi consiglieri. Ogni anno votava a favore della soppressione dei riti pubblici in Francia e della trasformazione delle chiese in musei locali. Per un uomo della sua fede, era straordinariamente privo di pregiudizi sotto ogni aspetto. I suoi incessanti attacchi contro il clero del suo paese gli hanno guadagnato l’ammirazione di gran parte del mondo civile.
L’espressione è “tornare al proprio vero sé”. Era una delle preferite di Lambkin, ma temo sia intraducibile. I francesi non possiedono concetti così sottili. L’intera frase è stata omessa nella versione “Horreur”, e il paragrafo finale inizia con “Je reste”.