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Dedica

La crociera della “Nona”

Holyhead, intorno al 1850: la città più grande dell’Isola di Anglesey, in Galles. Holyhead è un importante porto sul Mar d’Irlanda che serve l’Irlanda. È da questo porto che Belloc inizia il suo viaggio.

Oggi Holyhead

Dedica

A Maurice Baring

Mio caro Maurice

Vi ho dedicato due libri: uno di essi si intitolava “Su Nulla”. Ve l’ho dedicato perché, parlando di nulla, affrontava proprio ciò che è meglio della pienezza della vita.

Un altro libro che ti ho dedicato è stato “Il cappotto verde”; te l’ho dedicato perché avevi scritto un’opera teatrale intitolata “L’elefante verde”, e così abbiamo condiviso un legame attraverso i colori verdi.

Ora vi dedico questo libro, perché anche voi avete scritto un libro sulle cose che vengono in mente, e questo libro potrebbe benissimo diventare qualcosa del genere. Il vostro si intitolava “Lo spettacolo di marionette della memoria” ed affrontava le cose e le persone che avevate visto e conosciuto. Come si chiamerà il mio, ancora non lo so, perché ritengo che un bambino debba nascere prima di essere battezzato.

Sono giunto a questa opinione a causa dell’atteggiamento di un conoscente che discuteva animatamente con sua moglie su quale nome dovesse avere il bambino, poiché non era ancora nato. Questa scelta rappresentava per loro questioni molto importanti; infatti ritenevano giustamente che un nome influenzasse una vita molto di più di un oroscopo, e per questo motivo non consultarono alcun astrologo. Inizialmente presero in considerazione nomi dal suono imponente, simboli di dominio e potere: Esmeralda, Ruhala, Semiramis, Darumdibaba, Rimbomba, Haulteclaire. Ma poi, stanchi di queste scelte troppo strane, provarono nomi più semplici come Pelagia, Sonia, Mehitabel. Tuttavia anche questi sembravano eccessivamente banali. Alla fine, ricorsero a nomi decisamente infantili, come Pansy, Daisy, Rose. Ma anche queste scelte risultarono inadatte. Allora passarono a concetti astratti come Mercy, Peace, Charity. Ma anche questi sembravano insipidi. Alla fine, presero in considerazione nomi decisamente bizzarri e volgari, fino a quando un “angelo” non li costrinse ad abbandonare queste idee e a tornare su strade più tradizionali: Maud, Adelaide, Matilda, Elizabeth. E rifiutarono categoricamente nomi come Jezebel.

Poi iniziarono a correre selvaggiamente tra opere come “Tosca”, “Faustine”, “Theodora”, “Athalie”, “Antigone”, “Medea”, “Pasiphae” e molte altre. Alla fine, si posarono: lei sul nome Astarte, lui, a mio parere, sulla parola ancora più bella, Cytherea. Entrambi significano la stessa cosa, ma uno rappresenta una greca ben scolpita, l’altro una orribile donna ittita. Fu la donna a voler chiamare il bambino Astarte, mentre l’uomo voleva che fosse chiamato Cytherea; quindi al bambino fu dato il nome Astarte, e lei non le fu nemmeno permesso di avere il secondo nome, Cytherea.

Tutto ciò accadde giovedì 2 giugno. Il 13, essendo lunedì, nel tardo pomeriggio, nacque il bambino, e era un maschietto.

Non ci furono più discussioni sul suo nome, perché suo zio, un uomo ricco, si chiamava James. Quindi il bambino fu chiamato James, e la questione fu risolta.

Come potete vedere, sono stato ingannato, ma l’essenza di questo libro sta nel fatto che rappresenta un viaggio attraverso i mari degli anni, cioè un volo attraverso gli spazi del tempo, o ancora, un percorso che attraversa le valli della vita: a volte raccogliendo questi frutti amari, altre volte quelle erbe velenose, e ancora altre volte queste piante pungenti che credevo fossero innocue.

Se dovrei scrivere, Maurice, un libro di ricordi o di viaggi, di stravaganze, di opinioni, di conclusioni o di esperienze, non sono riuscito a decidermi nemmeno dopo tre settimane e quattro giorni di riflessione. Questo periodo ha assorbito tutte le mie energie, mentre viaggiavo tra la città di Blois, sul Loira, e quella di Chalons, sulla Marna, un viaggio che quest’anno ho compiuto in modo tortuoso, in compagnia di un orso, passando per Bayonne, dove fu inventata per la prima volta la baionetta; San Giovanni ai piedi del Passo, dove si cucinano i gamberi nel vino bianco; Roncesvalles, dove morì Roland, e dove quasi morii anch’io; Burguete, dove le cose costano troppo e il fumo della cucina esce dal tetto; Pamplona, l’unica cosa “permanente” che Pompeo abbia mai fatto; Saragozza, che non cambia mai; Reus, dove si fila il cotone; Tarragona, che aspetta solo il momento giusto, e Barcelona, che ci è arrivata prima di tutte. Poi c’è Puycerda, e, dopo di essa, le Gole del Tet.

A quel punto ero ormai lontano da Blois, ma non avevo ancora deciso il nome del mio libro; la mia mente era come una di quelle conferenze a cui, a spese nostre, i parlamentari di vari paesi viaggiano di tanto in tanto, dove pronunciano discorsi lunghi e privi di senso, che fanno pensare a un uomo anziano e corpulento che si lamenta mentre ara un campo di argilla dopo una settimana di pioggia, al buio della luna. A Nîmes non avevo ancora deciso come chiamare il libro; né in una valle delle Cevenne, né a Lione, né nel Giura, né nei Vosgi, né a Strasburgo. Fino a quando, finalmente, arrivai a Châlons. E lì, seduto in un ristorante molto elegante chiamato “La Casa della Alta Madre di Dio”, rimasi ancora indeciso. E lo sono ancora oggi.

Non posso trasformarlo in un libro di ricordi, perché non riesco a ricordare nulla che risalga a più di due giorni fa, e inoltre non voglio scrivere delle mie contemporanee per paura di offenderle. Sono persone molto gentili, non hanno caratteristiche particolari né talenti eccezionali, non fanno nulla che abbia un impatto duraturo; rappresentano una generazione priva di originalità e carattere distintivo. Non c’è molto da dire su di loro, e quasi qualsiasi cosa si possa dire potrebbe offenderle. Non lo chiamerei nemmeno “Opinioni”, perché anch’io ne sono sprovvisto; ciò che ho sono soltanto convinzioni. Ma se lo chiamassi “Convinzioni”, potrei essere frainteso. Vi dico sinceramente che non so come chiamare questo libro, ma lo dedico a voi perché ha almeno un punto in comune con il vostro lavoro: entrambi trattano di cose che sono passate per la mia mente.

Infatti, per me la scelta del nome di un libro è sempre stata qualcosa di particolarmente delicato e impegnativo: sia un’operazione noiosa che richiede molta attenzione. Non sono del tutto sicuro che i libri debbano necessariamente avere un titolo. Se fossero numerati, come le strade in America, sarebbe molto più facile catalogarli, sistemarli sugli scaffali e ricordare dove si trovano. Così, il vostro prossimo libro potrebbe chiamarsi “Baring 32”, mentre questo “Belloc 106”. E perché no? Questo non diminuirebbe affatto il loro valore o le loro connotazioni. Non è forse possibile che una persona possa essere profondamente innamorata di “15 Parham Street” e stancarsi di “30 Tupton Square”? Io sì!

I numeri, dico io, ci lasciano liberi di dare personalità ed emozioni alle cose. Un anniversario non è altro che un giorno numerato di un mese, eppure scuote una persona più di qualsiasi nome di festa.

So che dovrebbe essere fatto con i libri. Quando vengono dati un titolo, forniscono indicazioni false; inoltre, la vasta quantità di libri che viene pubblicata al giorno d’oggi, come se fossero fuggitivi da una città colpita dalla peste, è così enorme che scoprire un nuovo titolo diventa impossibile. Tuttavia, avrà comunque un titolo. Prima che io finisca il mio lavoro, e sarà dedicato a te.

A questo punto dovrei concludere; ma, come vi ho già detto, è proprio nella natura stessa di questo libro, nella sua essenza, nella sua caratteristica distintiva, che esso ha soltanto un inizio casuale, nessuna fine reale, e nulla di particolare tra l’inizio e la fine. È come quei fiumi del Midwest che nascono da una palude e poi scorrono senza meta, senza rive né forma definita, semplicemente liquidi che seguono il terreno più basso fino a raggiungere il Mississippi, senza forme, e infine le pianure fangose di un mare caldo e umido.

Che libro meraviglioso!.

Ora la mia mente mi suggerisce (poiché la mia mente è separata da me stesso e può essere considerata nient’altro che un compagno occasionale) che sarebbe molto meglio non separare la dedica dal resto dell’opera. Separare una dedica dal libro ha qualcosa di formale; e proprio ciò che devo evitare è la formalità. Devo vagabondare liberamente, annotando soltanto ciò che passa davanti ai miei occhi o nella mia memoria, tralasciando quasi completamente tutto ciò che è veramente importante (riservandolo a una pubblicazione postuma), e presentando semplicemente queste cose effimere. Infatti, arriva un momento nella vita in cui una persona non scopre più nulla di nuovo; ha perso, con il passare degli anni, gran parte di ciò che possedeva dentro e fuori di sé; può soltanto ripetere frasi o decisioni ormai logore. È come se fosse immobilizzata, sterilizzata, indurita, e non avesse più nulla da dire. È in quel momento che le viene chiesto di condividere, a beneficio degli altri, l’intero tesoro di ciò che un tempo costituiva la sua anima.

Circa due o cinque anni fa, in Inghilterra si verificò un’ondata di pubblicazioni che io stesso ho definito (e credo giustamente) “Il Concerto dei Mascalzoni”. Si trattava di libri in cui uomini descrivevano le loro relazioni con i loro simili, menzionando nomi familiari, fingendo di pubblicare diari che in realtà non avevano mai tenuto, diffamando i morti, insultando i vivi e mentendo spudoratamente su entrambi. Questi libri ebbero un grande successo commerciale perché attiravano uomini e donne ricchi o comunque importanti, già conosciuti dai lettori attraverso i giornali; grazie a questi testi, i lettori potevano avere una vaga idea della vita mondana.

Era qualcosa di completamente nuovo nella storia della letteratura, e, sono lieto di dirlo, ebbe una durata molto breve. Non intendo aggiungere un’altra nefandezza a quella orribile lista.

Allora, come dovrei affrontare questa task che mi è stata assegnata: scrivere, negli anni tra il cinquanta e il sessanta, alcuni miseri frammenti di giudizio e memoria? Penso che darò a questo lavoro il nome di “Cruisi”; infatti, sono proprio nelle ore in cui un uomo è solo al timone, guidando la sua barca lungo le rive, che riflette maggiormente sul passato e considera più profondamente la natura delle cose. Penso anche di chiamarlo con il nome della mia barca, la Nona, e dare a tutto il libro il titolo “Il Viaggio della Nona”. In realtà, la Nona ha trascorso gli anni della sua vita – che sono più o meno gli stessi dei miei (siamo quasi coetanei, cara, ma lei un po’ più giovane, come è giusto) – navigando tra i porti, incappando nel fango, cercando di raggiungere nuovi porti, fallendo, intralciando altre imbarcazioni più importanti, cedendogli il passo, ritrovandosi di nuovo nel fango, aspettando che la marea la spingesse via, gettando l’ancora nei canali navigabili, solo per essere maledetta e trascinare l’ancora su ghiaia e fango. Riflettendo sulle molte avventure e disavventure della mia barca, ho pensato che questo rappresentasse perfettamente i pensieri casuali di una vita umana: tutto ciò che una barca fa, e tutto ciò che un uomo fa, costituisce infatti una serie di eventi e riflessioni disconnesse, senza forma, prive di senso, ma al contempo piene di significato: ed è questa la Vita.

Infatti, il vagabondare di una barca da un luogo all’altro rappresenta, su larga scala, ciò che accade anche nell’anima di un uomo. Ci dirigiamo verso posti che non raggiungiamo, o li raggiungiamo troppo tardi; e lungo il cammino ci capitano ogni sorta di cose che mai avremmo potuto immaginare. Ci vengono concesse grandi visioni, sperimentiamo noie insopportabili, non troviamo mai fine a queste esperienze, ci sentiamo soli lontani dall’Inghilterra, facciamo incontri sorprendenti. E tutta questa serie di eventi non ci conduce da nessuna parte, eppure è piena di scoperte, emozioni, avventure, pericoli e momenti di riposo.

Per questo motivo ho sempre pensato che un uomo faccia bene ad approfittare di ogni opportunità per navigare nei mari ristretti, soprattutto di notte. Intendo dire, uno come me, che non è abituato al mare, dovrebbe farlo senz’altro. Nel mare, infatti, si trova il modello perfetto della vita umana: purché ci si imbarchi da soli e su una piccola barca adatta alle proprie forze. Se invece si sale su una grande nave, gestita da altri e dotata di ogni comodità, ciò è possibile solo se si è ricchi; in tal caso, il viaggio risulterà monotono, tipico della vita di un uomo benestante. Ma se si naviga su una piccola barca, affidandosi soltanto alle proprie forze e abilità, senza mai ottenere nulla se non la ripetizione continua di momenti tranquilli e tempeste, rischi che vengono comunque superati, allora il viaggio assomiglierà alla vita di un povero: disagio, paura, sforzi intensi. Una vita piena di cambiamenti. Per quanto riguarda una persona di condizione media, né ricca né povera, non so quale possa essere l’equivalente di questo tipo di esperienza marittima. Forse il paragone più appropriato sarebbe un viaggio su una nave a vapore, con tariffe fisse, da un porto scelto dall’organizzatore a un altro altrettanto scelto dal passeggero; un viaggio in cui si è completamente estranei al mare e alla gestione della nave, vivendo costantemente in uno stato di disagio non troppo intenso, accompagnati da una sorta di incertezza. Esattamente ciò che caratterizza la vita quotidiana di una persona di condizione media.

Ho dato un nome a questo libro: “La Crociera della Nona”. Se l’avessi chiamato “Il Carico”, forse avrei espresso meglio le mie intenzioni. Comunque sia, ora mi appresto a navigare di nuovo sui mari inglesi, per esplorare, pensiero dopo pensiero, ricordo dopo ricordo, tutte quelle cose che hanno occupato l’anima umana. Alcune di queste riflessioni potranno essere utili per alcuni, altre forse no. E la maggior parte, probabilmente, non avrà alcun significato concreto.

La crociera della “Nona”

Era tardi a maggio, quasi mezzanotte; l’aria era molto calda e immobile, il cielo non era coperto ma leggermente scuro, senza luna. Presi la Nona dal porto di Holyhead, con a bordo un compagno che mi aiutasse a manovrare la barca, e un uomo del posto che potesse parlarmi in gallese in qualsiasi luogo lungo la costa.

La brezza molto leggera, che a malapena ci aveva spinti attraverso l’acqua dopo aver levato l’ancora, si era spenta molto prima che raggiungessimo la fine del frangiflutti; fu quindi necessario tirare fuori la barca con il gommone per aggirare l’estremità della struttura in pietra e raggiungere il mare aperto. In quel momento, a causa della marea, c’era una leggera corrente che scorreva verso il Stack, il che ci avrebbe aiutato un po’ nel nostro viaggio non appena fossimo usciti dal frangiflutti. Con l’aiuto di questa corrente, galleggiammo per più di un’ora, talvolta spinti da brevi soffi d’aria che comparivano e poi scomparivano come ricordi. Così, con l’avanzare della notte, arrivammo finalmente sotto la luce abbagliante del faro, e poi dirigemmo la barca verso il promontorio di Carnarvonshire e lo stretto tra la terraferma e l’isola di Bardsey, chiamato Bardsey Sound.

Era un percorso di circa trentatré miglia; apparentemente non c’era alcuna possibilità di completarlo in una sola notte, né forse nemmeno nell’intera giornata successiva. Perché sembrava che fossimo entrati in quella calda e stabile stagione estiva in cui si può continuare a viaggiare senza sosta per giorni interi.

Mentre era ancora buio, le montagne lontane si potevano appena distinguere, sembravano un po’ più scure del cielo stesso. Sembravano incredibilmente basse, come succede sempre nelle notti senza luna, quando non c’è nulla che permetta di distinguere i loro dettagli, né nulla con cui confrontarle o misurare la loro distanza. Ormai erano quasi le due del mattino; era sorto un leggero >vento che soffiava in direzione est-nord e attraversava le pianure di Anglesey. Non superava i due nodi orari, ma dopo tanto silenzio era davvero rassicurante. E poiché avevamo tutte le vele spiegate, la barca procedeva abbastanza regolarmente sotto la sua spinta. Io ero al timone; il mio compagno era ancora sveglio e seduto nella cabina di pilotaggio a chiacchierare con me; inoltre, la persona che avrebbe viaggiato con noi fino alla prossima sosta fumava accanto a noi sul ponte.

Il vento si era un po’ calmato; viaggiavamo a una velocità di circa quattro o cinque nodi quando l’alba iniziò a spuntare oltre Snowdon. Quei grandi monti sembravano ancora più alti contro il bagliore della luce grigia. Presto tutta la costa divenne visibile: le cime triple delle Yreifles si distinguevano chiaramente (più di quanto mi aspettassi; anzi, troppo chiaramente per un tempo sereno). L’isola di Bardsey e lo stretto tra essa e la costa principale si profilavano davanti a noi. Il vento sembrava costante; calcolai che la marea avrebbe iniziato a girare contro di noi intorno alle sei o sette del mattino, per poi invertire direzione verso mezzogiorno o l’una. Presi quindi in considerazione che saremmo entrati nella baia di Cardigan, passando davanti a Bardsey, durante la fase di bassa marea, un’ora o due dopo quell’orario previsto.

Ma ciò che accadde fu qualcosa di completamente inaspettato; è sempre così nel mare, ed è per questo che si dice che il mare porti con sé tutte le avventure. Infatti, penso che mentre continuiamo ad accumulare misurazioni su misurazioni, e a creare strumento dopo strumento sempre più perfetti per ampliare la nostra conoscenza delle cose materiali, il mare continuerà comunque a sfuggirci. Perché c’è uno Spirito Vivente che governa il mare, e molti spiriti che lo assistono.

Ma in quella mattina serena non c’era nulla che potesse avvertirci. Il livello dell’acqua era alto e, se ricordo bene, continuava ad aumentare; il cielo era scoperto e più chiaro di quanto lo fosse stato di notte; la brezza era leggera ma costante. Insomma, erano condizioni ideali per chiunque volesse guidare quella piccola barca in mezzo a tali circostanze. Si potrebbe dire che quel tempo fosse proprio quello adatto per insegnare ai giovani l’arte della navigazione.

Quando finalmente fece giorno, stavamo facendo tra i sei e i sette nodi: il vento era infatti aumentato notevolmente. Poiché si trattava di un vento di mare, non c’era ancora onde alte, ma solo piccole creste bianche che si formavano sulle onde; era davvero piacevole da vedere. Tutto il movimento del vento avveniva sul lato destro della barca, provenendo dalla terraferma. Con l’alba, il vento iniziò a soffiare con forza ancora maggiore. Stavamo cedendo troppo alle sue pressioni: avevamo già ammainato la vela di trinchetto un’ora prima, e ora ritenni opportuno ammainare anche la vela maestra; lasciammo invece intatta la vela di gabbia, poiché non era molto grande.

Ho navigato molto su e giù con barche di questa dimensione (cioè, lunghe poco più di trenta piedi, con una larghezza di otto o nove piedi, che solcano acque profonde da cinque a sei piedi, dotate di un albero a vela singola), e so che si tratta di un’illusione; tuttavia non riesco mai a superare l’idea che la presenza di scogli non abbia alcun effetto sulle barche. Due scogli, sì, ma uno scoglio, no, semplicemente non riesco a “percepirne” l’effetto. È una sorta di ottusità da parte mia, ma è così che stanno le cose.

Tuttavia, sembrava più saggio utilizzare qualche tipo di frangiflutti; inoltre, l’uso di due frangiflutti avrebbe ridotto eccessivamente la superficie della vela, dato che il vento non soffiava ancora così forte.

Scivolavamo lungo la costa con facilità, avvicinandoci sempre di più grazie al nostro percorso obliquo; man mano che procedevamo, il sole ormai completamente sorto aumentava intensità del vento minuto dopo minuto. Si formò un’onda alta, una vera e propria onda seguace, ma più alta di quanto ci si sarebbe aspettati così vicino alla terraferma, data la presenza di un vento di terra; inoltre, poiché questa barca ha molto poco bordo libero (è il suo unico difetto, perché si adatta meravigliosamente alle condizioni meteorologiche avverse), osservavo il vortice di schiuma che si formava sotto la sua chiglia bassa ogni volta che un’onda si frantumava sotto l’effetto del vento sempre più forte.

Eravamo ridotti a soltanto tre scogli, ma comunque la barra tirava con forza; quando cambiammo vela e issammo quella più piccola che avevamo, la presa risultò eccessivamente forte, causandomi dolore al braccio dopo tanto tempo trascorso alla barra. Passai il comando all’uomo che era con noi e andai avanti per controllare che tutto fosse a posto: il vento soffiava ormai molto forte, e qualsiasi intoppo potesse verificarsi sarebbe stato pericoloso. La tempesta si intensificò sempre di più, così come il mare; tuttavia, navigando tra quei tre scogli, avremmo presto raggiunto lo stretto e superato la punta della Carnarvonshire, entrando in acque più calme, al riparo della terraferma.

C’era una sola cosa che mi dava pensiero, ed era questa domanda: saremmo riusciti a raggiungere il Sound prima che la marea girasse? Era una domanda importante, perché, sebbene non fossi mai stato prima in quelle acque, al largo, su una barca mia, potevo comunque giudicare che in un tratto di mare simile, con tutta la Baia che si riversa attraverso un canale largo appena due miglia e con un fondale profondo appena uno, la marea contro una burrasca del genere avrebbe sollevato un mare impossibile. Se solo fossimo riusciti a passare sulla coda della marea, sull’ultimissimo riflusso, non avremmo avuto da sopportare che un forte mare di poppa, come quello davanti al quale stavamo correndo in quel momento: perché la corrente da sud era ancora forte sotto di noi. Ma se l’acqua avesse girato prima che entrassimo nel Sound, avremmo passato un momento da ricordare; e così fu.

Perché in un modo o nell’altro avevo fatto qualcosa per irritare lo Scuotitore della Terra, ed egli mi inseguì con accanimento, facendo girare la marea proprio prima che raggiungessimo la bocca del Sound. In un tempo molto più breve di quanto mi aspettassi, senza alcuna tregua nel mezzo, la corsa regolare del mare che ci si era andato frangendo alle spalle, torreggiando sopra lo specchio di poppa, ma regolare e normale da governare, si mutò in una confusione di enormi onde piramidali che si rovesciavano, balzando, torcendosi, girando e ribollendo in uno scompiglio quale non avevo mai visto, neppure nell’Alderney Race, che avevo attraversato molti anni prima, da ragazzo. La cima che teneva il canotto a poppa si spezzò, e quella barchetta, buona e utile, andò perduta. Non c’era da pensare a virare in un mare simile e sotto un vento simile; il canotto dovette essere abbandonato. La marea contraria era così feroce che perfino sotto quella burrasca ci muovevamo a stento; ed era strano vedere, dal balzare e dal dibattersi della Nona, mentre la schiuma sfrecciava via come in una gora di mulino, quanto restassero fermi i punti sulla costa del Carnarvonshire, e quanto lentamente ci si aprisse il Sound. L’andatura era irregolare. C’erano momenti in cui avanzavamo forse di un nodo o di un nodo e mezzo contro quella marea feroce. Ce n’erano altri in cui addirittura scivolavamo indietro. Per tutto quel tempo il vento ululava e il mare continuava a crescere e a ribollire in un calderone tanto più violento quanto più aumentavano di forza, da un lato la burrasca e dall’altro la marea che le si opponeva, e quanto più s’inaspriva la loro lotta. In mari come quello non si sa mai quando qualche gran massa d’acqua rovesciante possa frangersi sui ponti, perché non c’è corsa e sèguito, è tutto scompiglio; e ricordo di aver pensato, mentre riprendevo la barra in mezzo a quel tumulto, a qualcosa che avevo letto una volta a proposito del Portland Race: «Il mare balza su e ti guarda in cagnesco» - una frase azzeccata.

Eravamo così giunti (in qualche pericolo, ma ancora capaci di tenere la rotta e, tutto sommato, avanzando) finalmente tra la punta e l’Isola, cioè nel cuore del Sound; e ancora pochissime iarde ci avrebbero portati fuori dal calderone, in acque tranquille e in una corsa verso qualche quieto ancoraggio proprio sotto la protezione della costa, quando (poiché in mare la cattiva sorte prende sempre slancio) il fiocco scoppiò con un rumore di fucilata. Qualche brandello rimase appeso alle sue legature; il resto della tela se ne andò al largo come un grande uccello ferito, e poi planò giù e piombò nel ribollire dell’acqua.

Potete immaginare che cosa significasse questo per una barca nelle nostre condizioni! Rese quasi impossibile tenere la barra, per la presa violenta della randa, essendo andata via metà della nostra velatura di prua; e nello stesso tempo ci tolse l’abbrivio. Tornammo alla deriva nella parte peggiore di quelle acque, e perdemmo in cinque minuti ciò che avevamo impiegato più di un’ora a guadagnare. Il pericolo era reale e grave. L’uomo che era con noi espresse ad alta voce i suoi timori; il mio compagno, benché nuovo al mare, prese tutto con grande calma. Quanto a ciò che accadde a me, lo metterò per iscritto, benché sia un po’ minuzioso e personale: lo metterò per iscritto per il valore dell’esperienza, di cui altri faranno quel che vorranno.

Guardai la costa del Carnarvonshire lì a due passi, le linee digradanti delle montagne mentre scendevano nel mare, e mi scoprii per la prima volta in vita mia del tutto indifferente alla mia sorte. Fu davvero una sensazione stranissima, simile a quella che immagino debba provare un uomo nello scoprirsi paralizzato. Una volta, sotto l’effetto di un farmaco durante una malattia, una simile indifferenza mi aveva pervaso, ma qui era in pieno giorno, col sole ormai alto sopra le montagne, con un cielo limpido, in balia di una burrasca tremenda e di un mare avverso e adirato, famelico come un branco di segugi. Eppure potevo guardare solo con indifferenza il mare e la terra. Quella sensazione somigliava al coraggio press’a poco quanto lo stare disteso in un’amaca somiglia a una corsa di cento iarde. Non aveva alcun rapporto col coraggio, né, per quanto strano, aveva alcun rapporto con la religione, o con un giusto disprezzo di questo detestabile piccolo mondo che sa essere così bello quando vuole.

Comunque fosse, così era. Avevo sempre detestato in modo particolare l’idea della morte per annegamento, e non avevo mai creduto una parola dei racconti secondo cui alla fine è una morte dolce. Anzi, da ragazzo rimasi una volta incastrato sotto i gradini di una piscina e vi restai un po’ troppo a lungo prima di riuscire a tirarmene fuori, e piacevole non fu affatto. Ma lì, nel Bardsey Sound, ero indifferente, perfino alla morte per annegamento. Tutto ciò che davvero mi interessava era osservare quanto terreno perdevamo e quali probabilità avessimo di passare.

In verità, l’intera questione della paura sfugge a ogni analisi, e c’è una sola regola: che un uomo deve cercare di essere padrone di sé a tal punto da potersi costringere a fare tutto ciò che è necessario, con paura o senza paura. Se vi sia o no merito nell’assenza della paura, sentimento che comunemente chiamiamo coraggio quando si accompagna all’azione, si può discutere, e si è discusso senza conclusione da quando gli uomini sono uomini. L’assenza della paura fa un’ammirevole figura, e desta il nostro rispetto in qualunque uomo; ma non dipende dalla volontà. Eccomi lì, in un pericolo davvero grandissimo al largo di Bardsey, e del tutto incurante che la barca affondasse o galleggiasse; eppure ero lo stesso uomo che, in una lieve rinfrescata di vento levatasi al largo degli Owers un anno o due fa, ebbe tutta la paura che si può avere - e senza alcun motivo. E se questo è vero per il mutare d’umore in un solo uomo, dev’essere vero per le differenze d’umore in uomini diversi.

Durante la guerra, quando fui inviato a scrivere sul fronte italiano, ebbi l’occasione di essere trasportato, tramite uno di quei cavi sospesi che gli ingegneri italiani tendevano sopra i burroni delle Alpi per il rifornimento delle piccole postazioni isolate, fino alla cima di una montagna nelle Dolomiti. Fu un’esperienza che ricorderò per sempre: un incubo vivido e quasi insopportabile. L’uomo con cui ero si trovava lì; era un ufficiale italiano di grande e meritata fama, acquisita proprio durante quella campagna militare. Lui non provava assolutamente nulla e non riusciva nemmeno a comprendere la mia paura. Ci sedemmo, o meglio ci sdraiammo, su una di quelle piattaforme poco profonde che si muovevano lentamente lungo quei cavi, attraverso abissi infiniti d’aria. Durante quel lento e interminabile viaggio nel nulla, mi raccontò, per passare il tempo, la storia di un soldato semplice che poche settimane prima era sceso da una di quelle postazioni isolate. Il meccanismo si era guastato e la piattaforma era rimasta sospesa a metà strada, per circa venti minuti. Quando finalmente il sistema si riattivò e riuscirono a tirarla su, scoprirono che quell’uomo era impazzito.

Quando arrivò il momento del viaggio di ritorno, ricordo molto bene di essermi chiesto se avessi la forza necessaria per affrontare nuovamente quell’esperienza difficile. Si trattava di una crisi oscura, sconosciuta agli altri, ma altrettanto reale e grave quanto quelle descritte nella narrativa o nella storia. Avrei preferito percorrere quel sentiero che si snodava lungo il ripido versante della montagna; tuttavia era vietato, poiché esposto direttamente al fuoco austriaco. Sapevo che non mi sarebbe stato permesso farlo. Così affrontai il viaggio di ritorno, e fu ancora peggio del viaggio di andata.

Anche nella mia vita ho conosciuto due uomini che hanno cacciato leoni, e ognuno di loro mi ha detto che la >paura di fronte al pericolo rappresentato da quelle bestie era completamente capricciosa; a volte, quando sembrava certa una morte estremamente spiacevole, l’uomo che aveva appena mancato il colpo provava semplicemente indifferenza. Posso crederci.

Comunque sia, eccomi qui nel Bardsey Sound: molte morti avvenivano sotto la furia urlante del mare, ma nessuna di esse mi colpiva più di quanto possa farlo l’ombra che passa su un campo.

La fine di quell’avventura fu strana e irragionevole, come spesso succede in mare. Forse perché fummo sballottati da forti venti fino a trovarci in una zona dove la corrente era più debole; o forse perché il vento si era intensificato ulteriormente. Comunque sia, dopo tre tentativi diversi (nel secondo dei quali quasi riuscimmo ad uscire dalla zona pericolosa e raggiungere acque tranquille), e altrettanti contrattempi (uno dei quali ci portò nella fase più violenta di tutto l’avventura), la Nona, nel suo quarto tentativo (era una sua iniziativa, non nostra; noi potevamo solo cercare di aiutarla a mantenere la rotta), riuscì finalmente ad uscire dalla zona pericolosa e raggiungere un vortice al di là della corrente. Per un momento fu molto difficile tenerla in quella direzione; girò bruscamente su se stessa, ma poi riprese la rotta verso sud, e noi ci trovammo a superare la grande roccia nera chiamata Carrig Dhu, che segna il confine tra le acque tranquille e quelle agitate.

Riprendemmo a respirare; e mentre la guidavo attraverso un mare calmo, vicino alla riva, senza troppa fatica nel manovrare il timone (poiché le alte scogliere ormai attenuavano la forza del vento), potei finalmente guardare alle mie spalle e osservare come, sempre più lontano, scomparisse quell’inferno di onde bianche e rumore attraverso il quale avevamo appena raggiunto la salvezza.

Il pericolo mantiene gli uomini svegli e li fa dimenticare le necessità della vita quotidiana; ma con questo sollievo, la stanchezza ci colpì improvvisamente. Io e il mio amico eravamo rimasti svegli ormai da circa venticinque o ventisei ore. Era arrivato il momento di dormire.

Portammo la povera Nona, che si era comportata così bene, in una piccola baia desolata dove c’era un vecchio miniera abbandonato, ma nessun altro segno di presenza umana. Il gallese che era con noi ci disse che quel luogo era un ottimo rifugio; mollammo l’ancora e issammo le vele. Ricordo di essermi quasi addormentato mentre sistemavo la vela principale e la legavo saldamente all’estremità posteriore della nave. La tempesta continuava a soffiare, ma sembrava fare meno violenza e con maggiore costanza. Non c’era alcun rischio di incagliarsi; eravamo completamente al riparo dalla terraferma. Prima di scendere sottocoperta, gettai uno sguardo verso il mare, sotto il cielo mattutino limpido e violento. E vidi che, a una certa distanza dalla riva, si estendeva una lunga linea di acqua bianca. Era come essere in una laguna, protetti da una diga dal mare esterno; ma in realtà si trattava semplicemente dell’effetto del riparo offerto dalla terraferma, che creava una striscia d’acqua tranquilla lungo la costa. Poi ci sdraiammo tutti e dormimmo fino a sera.

Quando mi svegliai, l’uragano – poiché non era altro che un uragano – si era attenuato in una forte tempesta, e sembrava che continuasse a indebolirsi prima della notte. Restavano ancora alcune ore di luce, ma pensai che non valesse la pena levare l’ancora e proseguire lungo la costa. Eravamo al sicuro e comunque stanchi dopo le fatiche subite nel canale di Bardsey; quindi decisi di rimanere lì per la notte e partire verso est il giorno seguente.

Mentre guardavo pigramente verso Bardsey, con il tramonto che illuminava le sue rocce scoscese, ripensai a quelle isole, nascoste nella tranquillità di questa baia.

Si dice che su Bardsey esista una piccola comunità che si governa da sola e elegge il proprio “re”. Non so se paghi anche tributi a qualche ricco uomo sulla terraferma. Ma tutte le isole intorno alla Gran Bretagna tendono ad essere piccoli regni a sé stanti: Lundy è così, e si trovano spesso isole simili, possedute da un unico uomo che vive da solo come una bestia, o accompagnato dalla sua famiglia, dai suoi servitori e dagli affittuari intorno a lui. La verità è che quest’uomo è più felice in piccoli regni che in grandi imperi.

Ad eccezione dell’orgoglio e dell’onore di appartenere a un grande regno, essere cittadino di uno piccolo mi sembra presentare tutti i vantaggi. In un grande regno si devono pagare tasse pesanti; ci si preoccupa inutilmente di persone che non si vedono mai e di fatti lontani e incomprensibili; si porta sulle spalle il peso di milioni di persone, e si deve sopportare la presenza di una capitale che diventa spesso un rifugio per il crimine. I governanti si arricchiscono tramite inganni, poiché una comunità molto vasta può sempre essere manipolata; nulla di ciò che riguarda i cittadini è reale, e la maggior parte di loro vive in condizioni di estrema povertà. Infatti, è proprio della natura delle grandi comunità dividersi in classi sociali, con la massa che finisce per impoverirsi sempre di più.

Ma ora che ci penso, c’è un vantaggio nell’appartenere a un grande regno: si possono godere di differenze e contrasti che un piccolo regno non offre. Forse molto presto, l’organizzazione moderna della società in grandi comunità crollerà, e allora sarà interessante vedere di nuovo le piccole comunità vivere la loro vita indipendente, proprio come facevano nell’Alto Medioevo e all’inizio della storia pagana.

Che piacere è considerare il piccolo regno di Itaca, e insieme Corfù, nonché il piccolo territorio degli Ateniesi. Che piacere è ricordare che nel Kent c’erano quattro re, riuniti sotto l’autorità di un terribile imperatore a Canterbury; e anche che sull’Isola di Wight regnava un re con due principi come eredi. Tutti pagani, mentre il resto dell’Inghilterra era ormai passato al cattolicesimo. Anche se spesso si dice che il Sussex sia stato l’ultimo pezzo di terra inglese a rimanere pagano (e infatti la mia contea vanta con orgoglio di aver resistito alla Fede per cento anni, arrendendosi solo sotto costrizione e carestia), non è vero. Il Sussex non fu l’ultimo ad abbracciare il cattolicesimo. L’Isola di Wight ci precedette di poco. A quel tempo, il nostro re del Sussex – che governava anche parte dell’Hants – di nome Caedwalla (un nome gallese), era ancora pagano; e quando finalmente si convertì alla fede cristiana, si ritenne troppo nobile per essere battezzato da qualcuno diverso dal Papa di Roma. Così andò a Roma, vi fu battezzato, e poi morì a causa della febbre: un monito per chi è troppo orgoglioso.

Ma aveva qualcosa da mostrare per tutto ciò: poiché il Papa, molto impressionato dal fatto che un re del Sussex stesso (e parte dell’Hants ottenuta attraverso la conquista) fosse venuto a fargli visita, scrisse un bell’epitaffio in versi latini e fece incidere esso su una pietra che pose sulla sua tomba presso l’Old St Peters. Tuttavia, quando fu costruito il New St Peters, quella pietra fu rimossa; ed è proprio a questo sacrilegio che attribuisco la sfortuna terribile che Roma subì in seguito.

Comunque sia, la verità è che non il Sussex, ma l’Isola di Wight fu l’ultima zona pagana in queste isole, e qui noi del Sussex dobbiamo riconoscere a malincuore questa realtà. Tuttavia, possiamo ancora vantarci nel Sussex del fatto che il nostro re fu l’ultimo dei re della Britannia ad adorare il Diavolo 12.000 anni fa. E lo stesso vale per Bardsey.

Osservando Bardsey sopra un mare serale ormai meno agitato, sotto l’effetto della tempesta che si placava, pensai anche quanto fosse strano il fatto che nomi di origine scandinava fossero rimasti legati a certe località più di altre. Quei pirati degli otto e nove secoli non erano molti; non avevano cultura né tradizioni, nessuna letteratura, nulla. Fu solo quando l’Inghilterra iniziò gradualmente a civilizzarli e a convertirli al cristianesimo che produssero qualcosa di significativo. Ma allora, come mai frammenti della loro lingua si sono conservati in alcune zone delle nostre coste? Si dice che “Dublino” sia un nome scandinavo; lo stesso vale per “Bardsey”, così come la parola “sound” (che indica una striscia di mare), e anche “Skomer”. Ancora più lontano, nell’estuario del Severn, “Flatholm” e “Steepholm” sono sicuramente nomi scandinavi. A volte si spiega questo fenomeno dicendo che poiché gli attacchi dei pirati avvenivano sempre dal mare, essi dessero i loro nomi alle località costiere. Capisco come ciò possa spiegare l’origine scandinava di alcuni toponimi in Scandinavia, ma come mai noi abbiamo adottato tali nomi? Questo è il vero mistero. Avrei pensato che i nomi celtici locali per Bardsey avrebbero dovuto prevalere. Invece non è successo, almeno non nella nostra lingua; anzi, ci sono persino nomi scandinavi per luoghi interni, come la collina principale dell’Isola di Man, e molti altri posti nelle zone dei laghi e oltre.

Ma l’intera storia delle parole è piena di mistero, e il tentativo di ridurre il processo linguistico a una scienza mi è sempre sembrato abbastanza ridicolo. È vero che si formano certi schemi linguistici, e su di essi si possono costruire regole vaghe; ad esempio, i nomi francesi derivano dal latino, solitamente – quasi sempre – attraverso la forma accusativa, e una determinata forma latina produce una corrispondente forma francese; ma questo processo non è invariabile. E sebbene uno specifico tipo tra centinaia diventi quello ufficiale di ogni nazione, il linguaggio umano non è naturalmente costituito da poche lingue ufficiali, ma da un insieme innumerevole di dialetti che si fondono tra loro.

Guardate attentamente e noterete che nell’area coperta dalle grandi lingue ufficiali, la maggior parte delle persone è bilingue: sanno parlare la lingua ufficiale, ma si comunicano tra loro anche con un dialetto proprio, solitamente un dialetto più o meno strettamente collegato alla lingua ufficiale. Questo vale certamente per i lavoratori della mia contea di Sussex, e in realtà per tutta l’Inghilterra rurale; ma vale anche per le zone industriali, e ovviamente per il Nord. Lo stesso si può osservare in Francia, Belgio e nella Valle del Reno, e mi è stato detto che lo stesso accade in Italia. Le vere lingue parlate nel mondo cristiano sono centinaia, forse migliaia; e sebbene rientrino in grandi gruppi, ognuna di esse ha una vita propria. Le lingue ufficiali, invece, hanno una vita separata rispetto al resto della popolazione, costituendo l’idioma di un piccolo gruppo di persone ricche. E anche quest’idioma presenta due forme: quella scritta e quella parlata, che sono molto diverse tra loro. È curioso come l’inglese parlato appaia così innaturale quando viene scritto in un libro; e suppongo che il pubblico abbia ragione a preferire l’inglese scritto, completamente irreale, che viene messo nelle bocche dei personaggi nei romanzi.

Ricordo una brava donna che, per molti anni, guadagnò un reddito molto elevato scrivendo libri su lord e lady di Londra; questi libri venivano venduti a un pubblico vasto ed entusiasta in Inghilterra, ma ancora più numeroso e desideroso negli Stati Uniti. In quei libri, che all’epoca erano molto famosi, le signore e i signori descrivevano le loro conversazioni in modo davvero sorprendente: frasi lunghissime, con subordinate che ne dipendevano direttamente.

C’era un personaggio in uno dei suoi libri di cui mi era stato assicurato che fosse un mio amico: un giovane politico ereditario. Conosco abbastanza bene il modo di parlare di quell’uomo: è del tipo più comune, frasi spezzettate, grugniti, ripetizioni continue, insomma, brevi frammenti di conversazione, quel genere di linguaggio che usiamo tutti noi. Ma nel libro, questa autrice, che conosceva bene il personaggio originale e aveva trascorso tutta la sua vita tra lord e lady, faceva parlare questo poveretto nella sua stessa casa come se fosse stato un relatore ufficiale. Lo faceva pronunciare grandi discorsi davanti a sua madre e inserire frasi di una lunghezza incredibile nel corso di tali discorsi.

Anch’io stesso ho scritto un libro sui politici, intitolato “Un cambiamento nel gabinetto”. In quel vecchio mondo di politici professionisti, tutti ancora uomini istruiti, si concordava universalmente sul fatto che il mio libro, fosse buono o cattivo, fosse straordinariamente accurato nel riprodurre il modo in cui le persone di quel mondo parlavano e si comportavano. Tuttavia, il grande pubblico non considererà mai quel libro accurato; anzi, non soddisferà affatto il desiderio del pubblico di trovare un linguaggio pomposo e convenzionale, come quello mai utilizzato in vita reale. In generale, penso che il grande pubblico abbia ragione: la letteratura non ha il compito di essere uno specchio della vita. Possiamo vedere la vita da soli, senza la letteratura. Quello che la letteratura dovrebbe fare, secondo me, è creare un modello o un’espressione della vita, qualcosa di completamente diverso da una semplice riflessione della realtà; inoltre, la letteratura esiste per divertire, non per copiare la realtà. Ecco perché le opere maggiori dell’umanità hanno molto poco a che fare con il linguaggio parlato nella vita reale. I protagonisti dell’poeta Omero dicono cose altrettanto soddisfacenti di qualsiasi altra possa essere detta, ma lo fanno in modo estremamente convenzionale e forzato, utilizzando un vocabolario molto limitato e, cosa davvero straordinaria!, parlando sempre in esametri. Certo, nessuno nella vita reale si comporta così, tranne un vecchio signore che conoscevo a Oxford.

Quest’uomo parlava con un balbettio di tipo dattilico, così: “Wüggâ-gâ, züggâ-gâ, üggër-gà Nâggâ-gâ, Wûggâ-à, Hûggër-gâ. Secondo la mia, wugga ga, d-dugga-g - opinione.”

Era l’unica persona ancora viva che avessi mai incontrato la quale riuscisse a parlare nel modo in cui i personaggi dei poeti parlerebbero nella vita di tutti i giorni. Valeva davvero la pena ascoltarlo; ma, naturalmente, non si riusciva a capire una parola di ciò che diceva. Inoltre, non riusciva mai a creare quegli effetti straordinari tipici degli antichi poeti.

Una delle cose più deliziose delle parole è il loro modo di “apparire dal nulla”: come quelle piccole particelle di ghiaccio che galleggiano in superficie sul Tamigi all’inizio di una gelata, salendo silenziosamente dal fondo del fiume; o come quei piccoli alberi di quercia che spuntano ovunque, come erbacce nei campi della mia terra natale. “Boy” è una parola di questo tipo, così come “girl”, “Teg”, “donkey”; anche “plough”, sebbene apparsa un po’ prima, appartiene a questa categoria. Nessuno può spiegare da dove provengano queste parole; sono come i nostri moderni “maestri”: non hanno alcuna origine storica. Ma, a differenza di questi ultimi, esse sopravvivono nel tempo. Qualcuno, all’interno di un gruppo specifico, ha iniziato ad usarle e da lì si sono diffuse. Oggi possiamo ancora vedere esempi di questo processo che continua intorno a noi; a volte conosciamo persino la persona che ha inventato una nuova parola e il mezzo attraverso cui essa è stata diffusa. Esistono alcune parole provenienti da Eton o da Balliol che stanno per diventare parte integrante del linguaggio inglese comune: sono state create da individui con grande influenza e ingegno, e alcune di queste parole hanno già iniziato a radicarsi nella lingua.

Ma di tutte le cose che le parole fanno, ciò che mi piace di più è la loro abitudine all’avventura; il modo in cui, per secoli, rimangono ferme e si limitano a svolgere il proprio compito abituale, per poi improvvisamente intraprendere attività completamente diverse, viaggiare, cambiare colore e forma lungo il cammino.

Mi piace molto la parola “cad”. È il “missile” più utile nella lingua inglese: è molto solida e compatta, e si può essere certi del suo effetto. Eppure, quanto breve è stata la sua “carriera”! Quanto singolare è stato il suo percorso fino al suo attuale stato di “eccellenza”. Si tratta infatti di una forma abbreviata di “cadet”, termine che un tempo indicava il figlio minore di una famiglia nobile; in seguito, il significato si estese anche alle persone meno fortunate. Questa parola ha vagabondato per molto tempo in questa forma vaga, prima di stabilirsi in due usi distinti: da un lato, veniva utilizzata per indicare un certo tipo di servizio domestico, credo in uno degli atenei; dall’altro, si riferiva alle persone che viaggiavano sul retro delle vecchie vetture a cavallo, raccogliendo i soldi dei passeggeri. In quei bei tempi della mia giovinezza, non esistevano né pulsanti elettronici né uniformi; tutto Charing Cross risuonava del grido “Liverpool Street”, verso cui ogni vettura si dirigeva.

‘Cad’, essendosi stabilito in queste due professioni onorevoli ma mal retribuite, è entrato di nascosto da una porta secondaria e ha assunto un significato completamente diverso, che oggi mantiene. Oggi ‘cad’ significa: ‘Un uomo privo di quel piccolo insieme di qualità morali che, unite alla tradizione nazionale della ricchezza, costituiscono ciò che in Inghilterra viene definito un “gentiluomo”’. Ecco cosa significa oggi la parola ‘cad’, ed è proprio questo il suo valore. È una formazione molto strana: il ‘gentiluomo’ rappresenta l’ideale dello stato inglese, un tempo aristocratico e ora plutocratico; è l’ideale al quale i membri della classe dirigente più ricca devono conformarsi o cercare di raggiungere. Quell’ideale (e i suoi adoratori saranno sorpresi nel saperlo) presenta molti vizi, alcune virtù, e un gran numero di abitudini o caratteristiche che non sono né virtuose né vili, come ad esempio l’accento.

Ora, questo individuo disonesto non è affatto una persona che manchi di tutte queste qualità; è semplicemente una persona che manca di un particolare insieme di virtù. Gli mancano quel tipo specifico di riservatezza e quella specifica forma di generosità che costituiscono il carattere di ciò che viene chiamato “un gentiluomo”. Potrebbe avere una riservatezza di altro genere, o una generosità di altro tipo, eppure rimanere comunque un individuo disonesto. In generale, tra tutti gli individui disonesti e i gentiluomini che ho incontrato, darei loro una leggera possibilità in più di essere salvati, il che non è affatto privo di importanza.

Sarà interessante osservare il processo di evoluzione di questa parola e vedere cosa le accadrà. Non credo che durerà a lungo: l’intera civiltà a cui appartiene e in cui ha un significato sta dissolvendosi come la nebbia di fronte al soffio di un >vento imminente. Non si tratta di una parola che possa essere tradotta in un altro linguaggio; inoltre, la società inglese a cui è legata sta cambiando rapidamente. Mi chiedo cosa ne farà la posterità. Cosa penseranno i futuri generazioni di questa strana abitudine, emersa improvvisamente negli ultimi cinquant’anni e destinata presto a scomparire: considerare un certo tipo di uomo ricco e provinciale come l’ideale perfetto per tutta l’umanità, e invece ritenere colui che manca delle qualità di quell’ideale il più spregevole degli esseri umani?

Probabilmente anche le generazioni future faranno ciò che facciamo tutti noi quando affrontiamo il passato: alzeranno semplicemente le spalle e passeranno oltre. Noi, di fronte a qualsiasi aspetto del passato che non riusciamo a comprendere, lo consideriamo immediatamente ridicolo o ne parliamo soltanto delle parti con cui ci identifichiamo. Lo stesso farà anche la futura generazione riguardo a noi. Ad esempio, non possiamo affatto capire il modo di pensare di una persona che – come quasi tutti fino a circa 200 anni fa – si opponeva alla pena della morte per combustione non per il dolore, ma perché considerava tale punizione un’umiliazione; perché riteneva che il corpo venisse distrutto in modo indegno. Non riusciamo a comprendere perché questa persona non fosse più preoccupata dal disagio fisico causato da tale pena che dall’onta stessa.

Nel diciottesimo secolo, gli uomini non riuscivano a comprendere le discussioni teologiche del primo periodo bizantino. Oggi proviamo per loro un po’ più di simpatia, ma anche oggi esistono moltissimi uomini altamente colti e appassionati di storia che non riescono affatto a immaginare lo stato d’animo della gente di allora, quando si scatenavano violente controversie su questioni teologiche; l’atteggiamento comune di chi non comprende qualcosa è quello di riderne. Eppure gli uomini saggi noteranno quante intense discussioni siano sorte anche nel nostro tempo su argomenti che, in realtà, riguardano la teologia – anche se spesso mascherati da altre questioni. Le due diverse visioni riguardo alle prove presenti in un argomento conteso, come ad esempio la nuova posizione della Polonia, sono essenzialmente differenze teologiche. Anche la lunga lotta tra Inghilterra e Irlanda è, in fondo, una questione teologica. Lo stesso vale per il conflitto tra Prussia e Austria: entrambe le nazioni ne sono uscite sconfitte; la Prussia, fortunatamente per sempre, mentre l’Austria, spero, solo temporaneamente. L’unica differenza tra noi e i nostri antenati in questa materia è che loro affrontavano direttamente le questioni fondamentali e discutevano delle dottrine essenziali in conflitto, invece di litigare sui risultati delle loro discussioni.


Quella notte l’ultimo soffio di >vento cessò improvvisamente; nell’oscurità regnava un’aria immobile. Ma la mattina seguente si alzò una brezza fresca e moderata, sempre proveniente da nord.

Abbiamo alzato l’ancora presto e ci siamo fermati lungo la costa. Il vento presto si è calmato, e alla fine quasi non ci aiutava più a contrastare la debole corrente della marea. Abbiamo circumnavigato Capo Penkilan, proprio attraverso l’imboccatura della baia chiamata Port Nigel, e anche Hell’s Mouth (il che non è certo un complimento per Nigel), ma è stato solo alla sera che siamo riusciti a superarli e vedere l’apertura oltre di loro: le due isole chiamate St Tudwal’s. Perché in questo luogo – proprio come una volta su Bardsey – in tempi antichi un uomo santo si ritirò qui, allontanandosi dal mondo.

È proprio nella giovinezza di una società, quando le sue emozioni sono al loro apice, che gli uomini trovano piacere nell’isolamento e nella contemplazione solitaria delle cose divine. Non possiamo affatto comprenderlo da dove ci troviamo ora, alla fine di una società vecchia e in declino. Ma quando l’Europa occidentale rinnovò la sua giovinezza nei secoli IV e V e tornò ad essere epica, dopo il crollo della società rigida, anche l’amore per l’eremitaggio crebbe con passione.

Un giovane può vivere da solo per tutto il tempo che desidera. Solo in seguito ha bisogno del sostegno e della compagnia degli altri; oggi, infatti, la maggior parte degli uomini non riesce a vivere da sola.

Ma una volta ho incontrato un uomo del genere nei tempi moderni, felice della sua completa solitudine. Era inglese di nascita, ma non ho mai saputo il suo nome. Si era costruito una dimora su un alto dirupo in Italia, con vista su una pianura. L’ho incontrato per caso; mi ha accolto gentilmente. Tuttavia non l’ho disturbato a lungo, perché capivo che amava stare da solo. Non aveva nessuno che lo servisse, né nemmeno qualcuno con cui passare del tempo di tanto in tanto. La sua gioia consisteva nel osservare il mondo sottostante e nel dialogare con la propria anima. Tuttavia dubito che avesse alcun interesse per le cose divine.

Guardai con curiosità quelle due isole mentre le superavo. Entrambe portano il nome di quel santo e vengono chiamate “Isola Orientale” e “Isola Occidentale”. Mi chiesi se presto sarebbe tornata la voglia di vivere in solitudine; infatti, è certo che prima o poi ciò accadrà, poiché questa tendenza ricorre costantemente nella storia dell’umanità. In tutta Europa si possono trovare esempi di isole che, in passato, furono luoghi di ritiro o di isolamento per piccole comunità religiose o per singoli uomini santi: c’è Iona, l’Isola Sacra, le isole dei Lerini, Fame, Noirmoutier, Tombelaine e molte altre. Le condizioni necessarie per questi luoghi erano solitamente uno spazio ristretto, acqua potabile, terra sufficiente a sostentare la vita e difficoltà di accesso. Anche Cuthbert trovò Lindisfarne troppo affollata e si recò su piccole rocce lontane dal mare; quando non era un’isola, era una cima di collina come Monte Cassino; quando non era una cima, era una scogliera inaccessibile, come quella del mio strano amico che ho incontrato per un’ora in Italia. Ma la condizione principale era sempre la sicurezza da qualsiasi distrazione esterna. Ed è proprio qui che gli estremi si incontrano: l’estrema ricchezza e l’egoismo tipici delle società moderne spingono le persone a cercare l’isolamento, mentre i più santi uomini del passato lo cercavano in tempi molto diversi. Oggi i ricchi fanno di tutto per evitare le città e persino la compagnia dei loro simili, affinché possano soddisfare liberamente ogni loro desiderio senza essere influenzati da nulla se non dalla propria scelta. Ma quegli antichi santi sceglievano luoghi remoti per potersi dedicare completamente alla contemplazione di Dio, senza alcuna tentazione che li distogliesse dai loro scopi spirituali.

Si potrebbe stilare un elenco interessante dei parallelismi presenti in questo modello. Ad esempio, gli uomini di quei tempi si attaccavano con forza ai segni miracolosi dell’azione divina; i nostri moderni, invece, ridono delle semplici connessioni tra tali fenomeni, ma si aggrappano a qualsiasi cosa, per quanto mostruosa possa essere, purché presenti l’aspetto di un’autorità misteriosa e inesplorata, vestita di parole scritte, violenta nelle sue affermazioni, costantemente contraddittoria in sé stessa, priva di qualsiasi contenuto reale e chiamata “Scienza”. E questo è tutto riguardo a San Tudwal. Una volta lessi qualcosa su quel santo e ne appresi molte cose sulla sua leggenda (poiché ciò che si sa di lui è davvero poco, se non che visse poco dopo San Martino di Tours, il suo modello), ma ho dimenticato completamente tutto ciò che avevo letto. Ora posso dirvi soltanto approssimativamente quando visse, e nulla di più su di lui, se non che era gallese.

I gallesi provano un sentimento curioso riguardo al loro passato. Sono stati educati ad odiarne la religione, eppure il loro patriottismo li spinge verso una sorta di rispetto per essa. Non ho mai incontrato un gallese che ridicolizzasse San Davide; inoltre, pochissimi conoscono davvero nel quale mondo visse San Davide o quale fosse il suo atteggiamento verso l’universo. E cosa dire delle sue messe?


Non esiste alcuna cavità nella terra lungo quella costa, tra il punto di Carnarvonshire e Portmadoc, tranne che per un piccolo porto chiamato Pwllheli, con un ingresso strano formato da un tipo di canale. Ci dirigemmo verso di esso: arrivammo alla sera, ma a malapena ci muovevamo sotto la brezza più leggera. Una corrente di marea ci fece entrare; all’ingresso vedemmo una scena curiosa: un piccolo modello di montagna modificato dall’uomo: una solida cupola di granito, metà della quale era già stata tagliata via come del formaggio grazie alla tecnologia umana; e ancora oggi le persone continuano a smantellarla e portarla via con le navi. Cosa resterebbe del Wrekin se venisse ridotto di qualche grammo per tonnellata? Eh, Rosenheim. Eh, Guilderstern.

Mentre osservavamo quell’abuso della natura – una grande roccia di granito parzialmente distrutta dall’uomo, che assomigliava al pane del domenica sera – un anziano marinaio si avvicinò a noi su una barca vecchia di molti anni. Senza chiedere il nostro permesso, gettò dentro la sua tavola da pesca e poi annuì verso di me per farmi legare la barca saldamente.

Feci come desiderava lui, perché in questo mondo c’è sempre la regola di fare ciò che ti viene detto, se non ci sono evidenti perdite nel farlo. Quello che il vecchio voleva era essere trascinato via, per evitarsi la fatica di remare. Ma quando gli abbiamo reso questo favore, e la Nona lo stava portando senza sforzo verso la sua cara casa, non disse una parola; rimase seduto lì, con aria cupa, fumando la pipa e probabilmente riflettendo su quelle antiche storie dei bardi e dei capi del Galles.

Stanco di quel silenzio insolente, mi sporsi oltre la ringhiera e gli chiesi cosa dovremmo preparare e dove fosse meglio accamparci a Pwllheli. Tirò fuori la pipa dalla bocca e maledisse ad alta voce Pwllheli, in inglese, ma un inglese così “gallese” da ricordarmi della famosa storia di quell’uomo che disse: “Oggi a Londra ci saranno centoventi persone: centoventi arriveranno da Pwllheli.” Così, nel tentativo di migliorare il suo umore, gli dissi: “Vedo che nemmeno tu sei di Pwllheli, ”

“Sì, è proprio così!” rispose semplicemente, per poi ricominciare a imprecare in modo estremamente volgare.

Dopo averlo interrogato un po’ di più, ho scoperto che il suo problema era questo: un finanziere aveva convinto la gente di Pwllheli a trasformare la località in un vero e proprio “Paradiso Terrestre”, con una banda musicale su un’isola, gondole e altre cose del genere. Proprio dopo che aveva comprato una casetta tutta sua, quindi ora doveva affrontare anche le spese relative alle tasse; questo era il suo vero problema.

Non sono riuscito a capire meglio questo “Padre Locale”. Penso che odiasse tutta l’umanità, così come Pwllheli; quando siamo entrati in acque più profonde alla fine della navigazione e ci siamo avvicinati al molo con solennità, mi ha fatto di nuovo un segno scortese per farmi gettare via lui, cosa che ho fatto. Poi, senza nemmeno dire “buonasera”, è remato verso la riva. Quanto alla Nona, è arrivata accanto a noi; io e il mio compagno abbiamo ormeggiato, sistemato le cose, mangiato, dormito e aspettato l’alba.


Quando arrivò la mattina e ci svegliammo tardi (poiché la fatica del passaggio attraverso Bardsey era ancora presente in noi, anche dopo due giorni), sotto un cielo sereno ma velato non c’era traccia di >vento. Era già molto oltre mezzogiorno e l’alta marea stava iniziando; anzi, erano quasi le due quando sembrò soffiare una brezza, ancora proveniente dal nord, che ci avrebbe portati attraverso quell’insolito ingresso e di nuovo in mare. Così partimmo, lasciandoci andare alla deriva piuttosto che dirigerci verso la fine del corridoio. Mentre lasciavamo le strutture in pietra, vidi sul molo un gruppo di uomini che discutevano animatamente e con parole che non riuscivo a comprendere, poiché erano in gallese; mentre discutevano o litigavano (ma forse avevano un problema comune e stavano semplicemente facendo ciò che i nostri documenti e la polizia francese definiscono “demonstrazioni”), molti altri arrivarono, fino a formare una vera folla. Allora uno di loro, un uomo dall’aspetto molto deciso e minaccioso, salì su un tronco di legno per poter parlare più in alto degli altri, e con voce acuta, appassionata e quasi cantante si rivolse a loro. Si zittirono tutti, voltando i volti verso di lui; alcuni con la bocca aperta, tutti con gli occhi sbarrati. Dopo aver parlato per qualche minuto, scese di nuovo dal tronco. E la folla si disperse: alcuni continuarono a discutere sottovoce tra loro, ma la maggior parte rimase in silenzio e se ne andò.

Allora, cosa aveva detto in quella lingua strana per ottenere un risultato così positivo?

. Certamente la gestione delle persone è un’arte; in essa vi sono due fattori che quasi sempre entrano in conflitto, sebbene dovrebbero essere armonizzati. Infatti, uno di essi viene spesso messo in primo piano a scapito dell’altro: da questo errore derivano disastri civili di proporzioni gravi. Questi due fattori nella governance sono la direzione che viene data alle persone e l’interpretazione delle loro esigenze. Un numero troppo elevato di individui, troppo grande per essere gestito individualmente (e tale numero aumenta già dopo una dozzina di persone), deve essere controllato e guidato da colui che governa; altrimenti scaturirà il caos. Ma questo controllo può avvenire soltanto attraverso un’interpretazione delle esigenze comuni, e persino attraverso una sorta di sottomissione a esse. Un controllo senza comprensione distrugge una comunità, mentre la simpatia senza controllo la dissolve.

Quest’uomo sembrava essere riuscito a ottenere il sostegno della folla presso il molo da cui avevo appena salpato. Il suo successo mi fece riflettere sulla questione della gestione delle persone, sul controllo di grandi numeri: l’arte del parlare, la presidenza, il ruolo di capo, e tutto il resto.

C’è un elemento in questa faccenda che è di estrema importanza; possederlo equivale a ricevere un dono, simile al dono della poesia o dell’abilità visiva nel mondo dello sport. Non si può pregare per ottenerlo, né si può cercare di acquisirlo con sforzi umani: viene concesso dalle forze invisibili. Questo elemento consiste nella capacità di gestire efficacemente un gruppo di cani da caccia, o in qualsiasi altra forma di abilità strategica. Si basa su una combinazione tra una visione dettagliata e una visione d’insieme: quando queste due facoltà si fondono – la capacità di osservare gli elementi singoli e quella di comprendere l’intero quadro – allora si possiede il genio del vero comandante, un genio estremamente raro tra gli uomini.

Un uomo può parlare solo di quelle cose che lui stesso ha conosciuto, e io stesso ho visto un solo esempio di questa ispirazione nella sua perfezione. Fu (mi dispiace dirlo) un’esperienza avvenuta alla Camera dei Comuni, un luogo assai poco adatto per trovare qualcosa di notevole. Lì vidi il Presidente della Camera del mio tempo (il signor Lowther, all’epoca) esercitare questa arte per due legislature consecutive con una perfezione che ritenevo impossibile; la sua performance mi commosse profondamente, tanto quanto mi commuovono le grandi opere di Milton o Racine, o l’armonia di certe composizioni musicali.

Considerate un po’ di cosa si trattasse. Davanti a lui, in una stanza lunga e squallida, scarsamente illuminata, c’erano 600 uomini disposti in dieci o dodici file monotone; metà a sinistra, metà a destra. In quell’atmosfera stagnante, piena di discorsi banali, volgari e irreali, potevano nascere, in un istante, emozioni assurde e intense. Queste dovevano essere contenute e gestite ogni volta che affioravano, come gas provenienti da una palude. Era necessario, per il funzionamento stesso di quella vita monotona, che tali situazioni non distruggessero completamente la sua natura stagnante.

Questo grande gruppo di persone si ridurrebbe in un attimo a una dozzina o meno: una dozzina che rimarrebbe soltanto per la possibilità di parlare, e ognuno di loro si alzerebbe all’istante in cui l’ultimo dei presenti si sarebbe seduto. Poi, altrettanto rapidamente, il gruppo si riempirebbe nuovamente fino a raggiungere il numero completo di membri, trasformandosi così in un’assemblea affollata.

L’uomo incaricato di gestire quella riunione doveva ricordare il nome di ogni singolo partecipante. Quei volti, che per qualsiasi di noi sarebbero diventati semplici macchie bianche dopo mezz’ora di osservazione affaticata, dovevano essere riconosciuti come individui distinti. Bisognava ricordare le relazioni tra ciascuno di loro e tutti gli altri; la natura dell’argomento in discussione; il diritto di un uomo, derivante dall’esperienza ricoperta o dal proprio impegno personale, di essere ascoltato; le rivendicazioni di un altro uomo che aveva subito un torto ingiusto e dovevano essere prese in considerazione; i pericoli rappresentati da un terzo che ripeteva sempre le stesse cose o da un quarto che era pazzo. Allo stesso tempo, bisognava valutare con attenzione anche le sottili differenze tra le varie rivendicazioni, la durata delle discussioni e persino l’eccessiva noia prodotta dai vari oratori. Inoltre, era fondamentale ricordare quale importanza avesse ogni singola discussione (nel senso che si possa considerare importante qualcosa, ma per i partecipanti sembrano davvero estremamente importanti). E sopra tutto questo, c’era l’organizzazione generale della riunione, stabilita dai responsabili e gestita dal presidente.

Ora, in tutta questa complessa attività che, suppongo, comportasse centinaia di decisioni interne durante la giornata, il signor Lowther non fallì mai nemmeno una volta. La Camera di quel periodo era uno strumento su cui egli esercitava un controllo totale, grazie a una comprensione approfondita e a una rapidità nel prendere decisioni che non ho mai visto eguagliate in alcun campo del comando.

Oggi abbiamo la tendenza ad utilizzare parole troppo forti per l’occasione, e “genio” è sicuramente una parola molto forte; ma non ho alcun dubbio che il signor Lowther, osservandolo giorno dopo giorno, dimostrasse davvero di possedere genio, proprio come non ho dubbi che Mozart nella musica o Houdon nella scultura fossero dotati di genio. Era incredibile, soddisfacente, e continuo.

C’era un vecchio signore con cui spesso pranzavo in quegli anni; possedeva una grande conoscenza delle persone e delle cose di quel club, ancora aristocratico, come allora era l’Inghilterra. Poco dopo la mia prima elezione all’augusta Assemblea, gli dissi con entusiasmo, seduti al suo tavolo, quale fosse il mio giudizio su questo risultato. Lui rispose, con stanchezza: “Oh! Ho sentito dire lo stesso di ogni Presidente da quando ho memoria, ” A cui io replicai: “Sì; ma questa volta hanno ragione.”

Questo mi ricorda di come un poeta moderno, risparmiato fino alla mezza età nonostante la collera di Dio, famoso per il fatto che non riusciva né a scandire le parole né a comporre versi – per non parlare poi di pensare o sentire qualcosa – abbia un giorno tenuto un discorso in cui elencava con cura tutte quelle cose che erano state dette contro Swinburne quando quel “meteoro” apparve per la prima volta nel cielo della poesia inglese. Quel poeta moderno lesse poi davanti al pubblico tutte le cose che erano state scritte contro di lui quando, per la prima volta, entrò nell’oscurità del nostro tempo. Concludette trionfante: “Quello che era stato detto contro Swinburne, lo hanno detto anche contro di me!” Allora si alzò un anziano critico letterario, un uomo il cui capello, la sua voce e il suo modo di esprimersi erano tutti caratterizzati da una delicata bellezza argentea. Disse: “Sì! Ma in ciò che hanno detto su di lui si sbagliavano; in ciò che hanno detto su di voi, invece, avevano ragione.”

Questo non era un epigrafo, ma piuttosto una pietra da lastrico; e mi ha ricordato quella frase dell’Epos di Roncisvalle: “I cristiani hanno ragione e i pagani hanno torto”.

So qualcosa riguardo ai relatori. Ho visto all’opera quattro di loro; ma nessuno di loro, a mio parere, possedeva davvero talento, tranne in questo caso particolare, in cui ho usato un’altra parola.

Così ci lasciammo portare lungo quel stretto ingresso fino ad arrivare in mare aperto; per tutto quel pomeriggio, sotto un >vento che a tratti si alzava e poi di nuovo calava, procedemmo lentamente verso est e leggermente a sud. Con il tramonto del sole facemmo ancora più strada, perché il >vento stava cambiando direzione, spostandosi verso ovest; ne fui felice, poiché desideravo vedere Port Madoc, che non vedevo da quando ero bambino. Ne avevo ricordi vividi: durante un viaggio meraviglioso, avvolto da quell’atmosfera speciale con cui il Creatore benedice l’infanzia, donando a tutto un sapore divino. Un sapore che si manifestava in tre aspetti: chiarezza, grandezza e una profonda ricchezza di emozioni forti.

Poiché il Divino si rivela in una molteplicità speciale, in un’infinita varietà. Tutto ciò che esiste nel colore e nella musica, nelle forme e negli affetti, e a questi si aggiungono altre innumerevoli emozioni, di cui non conosciamo né possiamo concepire l’esistenza. Questo è ciò che alla fine costituirà la nostra beatitudine: questa è la pienezza dell’essere. Nell’infanzia, la nostra innocenza ci permette di intravedere un po’ queste cose; ma con il passare degli anni, esse vengono completamente perdute. La luce nella lanterna si spegne, e quella “cosa vivente” che è in noi perde vitalità, rimane stordita, e muore.

Conosco Musset, il vecchio Pitagora e il signor Tupper. Se qualcuno dubita della Caduta dell’Uomo (e vedo dai giornali che due vescovi e un decano sono ancora incerti al riguardo, a causa di qualche influenza vittoriana sui loro pensieri, non solo sulle ossa, ma anche su pietre spezzate), che consideri questa decadenza del cielo dentro di noi come il segno dello sviluppo della nostra maturità umana. Più siamo di questo mondo e più ne conosciamo i segreti, più ci allontaniamo dalle rive del Beato Regno. E quelle stesse rive erano quelle che aveva in mente il poeta quando scriveva, cantava, mormorava, o faceva qualsiasi altra cosa.

Canta per me delle isole, oh, Figlia di Cahoolin, canta…

Canta per me del West…

“Canta per me della corda dell’arpa allentata…”

E poi, naturalmente.

Oltre le scogliere e oltre le acque esterne…

Lì si trova quella terra.

Canta per me delle isole, oh Figlia di Cahoolin, oh Figlia del Re Supremo…

E di quello che era stato trascinato a riva dalla corrente.

Desidero essere con Brandan e i suoi compagni, nei luoghi tranquilli, e bere dalla loro sorgente.

Canta per me delle isole, oh, Figlia di Cahoolin, e dei volti beati.

Figlia di Cahoolin, canta.

Ma se mi dite che non è così che si scrive “Cuchulin”, ho due risposte, ognuna più convincente di quella di Ercole.

Il primo punto è che il poeta lo scriveva come gli pareva opportuno, cioè seguendo l’istinto; infatti i poeti, come si crede comunemente, non eccellono nel parlare, ma nell’ascoltare; come potete vedere dai loro profili o dalle immagini laterali. E poiché è questa la sua grafia, è contro di lui che dovete agire, non contro di me.

E la seconda risposta è che non si dovrebbe mai preoccuparsi della pedanteria degli alfabeti strani o dei trucchi di ortografia degli uomini esterni. Cuchulin si pronuncia, o si pronunciava, o si dovrebbe pronunciare “Cahoolin”, e basta. Ma riguardo al fatto che abbia mai avuto una figlia, o se l’abbia avuta, se sapesse cantare, o persino se quell’irlandese esistesse davvero, ritengo che tutte queste cose siano del tutto irrilevanti.


Gettammo l’ancora proprio nel centro di quella solenne baia, dove un semicerchio di enormi montagne si affacciava su un mare deserto. Le cime delle montagne apparivano sfocate nella nebbia, ma più imponenti ancora, e io le rispettavo e le veneravo.

Abbiamo gettato l’ancora perché dovevo aspettare la marea. Non potevo risalire il lungo e tortuoso canale attraverso le sabbie di Port Madoc finché non fosse arrivata la piena, e questo sarebbe avvenuto solo al tramonto, tra le otto e le nove di quella sera.

Ecco perché ci trovavamo così nella baia di Harlech, a guardare le grandi montagne del Galles. Non conosco alcun angolo d’Europa che possa competere, nemmeno l’imponente anfiteatro situato tra le alte cime alpine intorno a Udine, che mi commuove profondamente per la maestosità e il fascino delle grandi cose. Proprio come questa catena montuosa del Galles settentrionale vista da questo angolo del loro mare silenzioso.

Pochi possono ricordarselo, poiché pochi visitano quel angolo del mare salato. Non conduce da nessuna parte se non al porto di Port Madoc. Oggi nessuno fa sbarcare una barca sotto Harlech; nessuno parte da quella riva per l’Irlanda. I palazzi sono in rovina. Non c’è più musica, né vele che si alzino verso est dal mare, come uccelli. Anche i marinai hanno dimenticato Gwynnedd. Oggi, gli unici marinai a conoscenza di quella solennità di cui parlo sono quelli che navigano su piccole imbarcazioni impegnate nel commercio del pietra serica, o coloro che, come me, hanno dedicato il proprio tempo alla ricerca di nuove cose in questi mari della nostra terra natale. Per tutta la mia vita ho fatto scoperte vicino a casa, e ho scoperto che l’Isola di Britannia è infinita. Ma chi, ai nostri tempi, sa dove cercare verità e visioni?

Infatti, questa mancanza di fama riguarda forse metà delle più grandi visioni, anche di quelle presenti sulla Terra moderna, così frequentata e percorsa dagli esseri umani. Le persone conoscono metà di queste visioni a sufficienza, ma l’altra metà non la vedranno mai. Tutti sono stanchi della Baia di Napoli, descritta migliaia di volte. Ma che dire di quel campo desolato, accanto alle sabbie piatte dell’Adriatico, da dove si può ammirare il cupo panorama orientale del Gran Sasso, avvolto nelle tempeste e dominante una riva deserta? Tutti conoscono a memoria Gavarnie. Ma che dire della valle di Araxas, che proclama in modo così terribile la gloria di Dio? Dove sono le immagini di quel luogo? Chi le ha dipinte? Eppure dista soltanto mezza giornata di viaggio da Gavarnie.

Ecco quindi questa terribile processione di grandi montagne che si ergono a guardia dell’angolo settentrionale della baia di Cardigan, viste dalla quiete e dall’immensità dell’oceano, che si innalzano sopra di esse; per tutto quel pomeriggio e quella sera le ammirai con infinito affetto, fino a quando, con l’ultima luce del giorno e una brezza leggera proveniente da ovest, ci dirigemmo ansiosamente verso nord alla ricerca dell’ingresso del canale di Port Madoc. Non sapevo come avrei fatto ad attraversarlo, nemmeno con la marea alta e al buio; le dune lì presenti sono larghe chilometri, e questo canale (che non avevo mai percorso prima) cambia continuamente posizione. Ma Dio mi inviò un pilota.

Ci chiamò fuori dall’oscurità da una piccola barca e ci chiese, usando un dialetto che definirò “anglo-gallese” (in riferimento ad altri dialetti come anglo-cattolico, anglo-tedesco, anglo-indiano, anglo-africano, ecc.),: “Non vorremmo assumere un pilota, eh?”

Né era un pilota, come dimostreranno gli eventi successivi; ma comunque apparteneva a quella sponda e sicuramente ne sapeva di più di me. Così gli affidai il timone e andai avanti per guardare oltre la prua, mentre la “Nona” scivolava lentamente lungo il fiume verso lo stretto che chiamano “Afon Glaslyn”. Per mezz’ora, durante quella lenta avanzata, tutto andò bene. L’oscurità era ormai calata del tutto; non c’era la luna.

La planata si fermò; ci fu un leggero sobbalzo. Aveva raggiunto il Galles: una sorta di avanguardia sottomarina del Galles. L’uomo al timone non sembrava né scusarsi né essere umile, ma almeno appariva controllato; disse: “La sua volontà emergerà presto, quindi la sua volontà!” Mi astenni dal rimproverarlo, non per gentilezza, ma per codardia.

La piena sollevò il suo piede; lei si staccò e continuammo il nostro cammino nella oscurità, senza fare il minimo sforzo per dirigerci.

Per un quarto d’ora, percorrendo forse un terzo di miglio. Poi, ancora una volta, con maggiore intensità, si schiantò contro la sabbia; questa volta, addirittura, si era schiantata così in alto che iniziò a inclinarsi leggermente. Stava affrontando la situazione con grande difficoltà. Proprio come quegli intellettuali usavano dire della loro amata Prussia dopo l’armistizio.

Questa volta ci volle un bel quarto d’ora prima che lei iniziasse a “fluttuare”, e per tutto quel tempo il colpevole rimase in silenzio; non lo rimproverai nemmeno. Lui almeno aveva qualche vaga idea di dove potesse trovarsi il canale, mentre io certamente no.

Mentre giacevamo lì, in attesa che l’acqua salisse a sollevarci, un chiaro suono di martellate risuonò dalla riva nera, lontano, oltre l’immensa distesa di sabbia. Quel suono aveva un significato per il pseudo-pilota, perché gridò ad alta voce, usando toni cantilenanti, cinque o sei parole in lingua gallese; tra queste riconobbi la parola “Afon”, che significa “acqua”. Il suo compagno di lingua cimrica, invisibile nella notte, rispose con un grido lontano. Non so cosa si dissero; forse quell’uomo ingiusto al timone stava chiedendo a che ora avrebbero avuto abbastanza acqua per salire più in alto.

Rimase sospesa di nuovo nell’aria; ormai era notte fonda, e le stelle pallide, attraverso la nebbia sopra di noi, osservavano la nostra sofferenza. La Nona continuò a fluttuare silenziosamente.


Entrare in un percorso così stretto e poco profondo, di notte, e affidarsi a un pilota che chiaramente apparteneva ai “Tre Folli Gallesi” di Dio – uno dei membri della Triade, uno dei Tre Grandi Folli della Britannia – rappresentava una vera e propria prova per la pazienza. Era inutile che cercassi di prendere il timone: non conoscevo affatto i corsi d’acqua, e a malapena riuscivo a scorgere, nel buio, qualche piccolo punto che forse era una boia galleggiante che si muoveva lentamente mentre noi procedevamo tra le acque basse.

Un tempo pensavo che l’irritazione verso gli sciocchi fosse irrazionale e senza scopo. Laddove le Sacre Scritture dicono chiaramente di dover tollerare gli sciocchi persino con gioia, ritenevo che si trattasse di una regola generale di comportamento. Ma ora so che si tratta in realtà di un consiglio volto al perfezionamento, e, come molte altre cose presenti nell’Antico Testamento, di un consiglio che in genere dovrebbe essere evitato. Poiché l’intensa irritazione verso gli sciocchi è, ne sono ormai certo, un istinto insito in noi (o, per usare le parole degli stessi sciocchi, “evoluto”); un istinto che ci aiuta a difenderci da situazioni spiacevoli, come quelle continue difficoltà che la Nona doveva affrontare sulle sabbie di Port Madoc. La nostra rabbia verso gli sciocchi rappresenta quindi una sorta di meccanismo naturale di autodifesa, simile alla sensibilità dei nervi della pelle. E in quei paesi dove agli sciocchi viene concessa troppa tolleranza (come l’Inghilterra), molte piccole disavventure causate da loro finiscono per combinarsi e creare un disastro più grande, che può persino portare al crollo dello Stato.

È giunto il momento che venga scritto un nuovo libro sui folli, simile a quelli del XVI secolo, così eccellenti e disponibili in latino, tedesco, francese ed inglese: “La lode della follia”, “La nave dei folli”, “Il paradiso del folle” e altri. Se avessi il tempo libero, sarebbe uno dei tanti libri che vorrei scrivere personalmente: un libro sul folle dal punto di vista sociologico, biologico e patologico, con molti ritratti e un appendice sul recentemente scoperto “folle gigante affasico”. Poiché non ho il tempo libero (e non l’ho mai avuto), lascio questa idea ad altri uomini più giovani e più ricchi; proprio come alcuni anni fa ho lasciato loro l’idea di un’enciclopedia sui cadaveri.

Tra gli altri capitoli di questo libro, ne vorrei uno sul “Folle” e le “etichette”. Perché sostengo che le etichette siano il grande sostegno e l’alimento principale del “Folle” umano.

Le etichette aiutano lo sciocco a fare ciò che di poco pensiero riesce a compiere. Sa chi rispettare e chi disprezzare, quale vino scegliere, e così via, tutto grazie alle etichette. Inoltre, le etichette sono molto utili allo sciocco, poiché lo fanno considerare più importante di quanto in realtà sia. Molti dei miei amici mi hanno detto, in momenti diversi, quando ridevo dei politici: “Un uomo non raggiunge una posizione del genere (Segretario di Stato per gli Odi, Primo Ministro, o qualcosa del genere) senza alcune capacità”. Questo errore dimostra quanto siano utili le etichette allo sciocco. Posso testimoniare, se qualcuno può farlo, che i politici che ottengono i loro vantaggi sono di ogni livello in termini di intelligenza: alcuni possiedono capacità eccezionali, soprattutto tra gli avvocati; molti sono di media intelligenza; una buona percentuale, invece, è composta da veri e propri sciocchi assoluti. Conoscevo un Segretario di Stato sciocco che, nel suo ufficio di Whitehall, guardava i documenti ufficiali con uno sguardo tragico, proprio come si guarda ai morti, e li scuoteva lentamente davanti al viso in un gesto disperato. Poi chiamava il suo assistente per farsi spiegare il significato di quei documenti; dopo aver ascoltato, utilizzava frasi tipiche dello sciocco, come “Sì”, “Capisco”, “Esatto”, “Precisamente”, e poi di nuovo “Sì”. Una volta fatto ciò, firmava diversi documenti che per lui non significavano nulla, e con un sospiro andava a spendere i suoi cento sterline a settimana a Brighton.

Anche in quei mestieri in cui si potrebbe pensare che sia necessaria un’intensa attività mentale per avere successo, il vostro “stupido” riesce comunque a farsi strada. Lo trovate spesso nelle file delle armate, e quanto alle professioni legate alla truffa, in particolare a quelle relative al manipolamento dei titoli finanziari, il loro numero è davvero impressionante. Metà dei ricchi speculatori che conosco sono individui stupidi, grossolani, capaci solo di essere guidati ciecamente o condotti come animali; tuttavia, esiste anche una minoranza di individui estremamente astuti e attenti. Ma nemmeno loro hanno più fortuna dei loro colleghi meno intelligenti: il destino governa tutti quanti, e l’alternanza tra ricchezza e povertà è una regola comune sia per loro che per gli uomini più stupidi. Scommetterei che, se prendeste campioni di speculatori finanziari da tre gruppi diversi – la Camera dei Lord, Monte Carlo e le prigioni – trovereste lo stesso percentuale di individui “stupidi” in ciascun gruppo.

Il che mi porta a dire che non esiste un vecchio proverbio la cui applicazione moderna sia meno accurata di quello del “Folle e dei suoi soldi”. Avrete sicuramente sentito dire che il Folle e i suoi soldi si separano presto. Questo era vero per quel contadino al mercato, ma nella nostra vita urbana moderna è esattamente il contrario: è l’uomo intelligente, con molti interessi e (per qualche stranezza della natura) un cuore generoso, a sperperare le sue ricchezze. Invece, quel “Folle” che possiede denaro ereditato si attacca a esso con tutte le sue forze. Ma il vero problema è che spesso sono proprio gli individui più astuti e calcolatori ad approfittare della loro avidità. Ho visto gruppi di persone così attaccate ai propri soldi, stipate insieme come pipistrelli in un campanile. Quando poi arrivava qualche giovane avventuriero ben vestito che cantava canzoni su grandi opportunità finanziarie, quelle persone ascoltavano incantate e molte di loro gli consegnavano addirittura i propri soldi, per non rivederli mai più. Tuttavia, a meno che non siano tentati dalla loro stessa avidità cieca, i “Folli” difficilmente si separano dai loro soldi.

Tuttavia, questo mio “porto sicuro” o “guida per gli inesperti” non sembrava preoccupato al riguardo; infatti, se fosse stato davvero un “idiota ricco”, non avrebbe commesso l’errore di far salpare la Nona verso il canale principale al buio.

Per cinque volte diverse abbiamo provato ad avvicinarci e aspettare, con rabbia crescente ad ogni tentativo, finché la piena non ci ha finalmente liberati. Alla fine siamo arrivati in una pozza d’acqua, abbastanza profonda, e vicino a un molo.

Lì abbiamo sistemato le nostre corde pieghevoli, le molle e i paraventi laterali; inoltre, abbiamo dato del denaro al Folle come ricompensa per tutto il dolore che la sua follia ci aveva causato.

Anche nella vita umana vale questa regola: quando si soffre, bisogna pagare un prezzo adeguato per ottenere quel divertimento.

È vero per la cattiva cucina, per il vino scadente, per le malattie dolorose causate o perpetuate dai medici, e per tutti quegli hotel rumorosi e insopportabili, pieni di arroganza e campane assordanti. È vero per tutte le cose negative del mondo. Ma questo non significa affatto che tutte le cose economiche siano buone. Niente affatto! Tuttavia, tutte le cose buone sono in realtà economiche (tranne il caviale), e il modo per ottenerle è cercarle con lo stesso impegno con cui si cercherebbe una moneta perduta nella paglia di quegli antichi autobus a cavallo della mia giovinezza. Quegli autobus davanti ai quali, all’ingresso, c’era sempre un custode dei più poveri: un uomo dal linguaggio volgare, dalla pelle sporca, non rasato, con gli occhi rossi per la stanchezza. Ma (oh, credetemi!) un cittadino migliore di quelli del nostro tempo.

Nona, che navighi e viaggi. Nona, errante sui mari della Britannia. Come mai, nella solitudine della tua compagnia, la mia mente si lascia portare da un pensiero all’altro!

Ma basta così. È ora di andare a dormire.


Con l’arrivo del nuovo giorno, abbiamo iniziato il nostro viaggio poco prima delle sei, attraversando lo stretto per raggiungere il mare aperto.

Dovrei, suppongo, essermi fermato a Port Madoc e rivivere i ricordi della mia infanzia. Ma al diavolo quei ricordi d’infanzia! Alle sei del mattino, in una bella mattina di maggio, con una brezza fresca e piacevole. I ricordi d’infanzia e la contemplazione del Divino sono per la sera: vanno bene con la luce delle candele, con un vino che conosco bene, e con amici di vent’anni. Ma, che mi aiuti Colui che mi ha creato: quando trovo la brezza mattutina perfetta per il mio viaggio, e me stesso appena sveglio da un buon sonno, tutto ciò che penso è alla prossima tappa del mio viaggio, all’orizzonte del mare contro il cielo. E al desiderio di raggiungere nuove terre.

Dovrebbe essere più pericoloso scivolare con la marea bassa senza l’aiuto di qualcuno che conosca bene quelle acque, piuttosto che affrontare direttamente l’alta marea. Ma la fortuna fu dalla nostra parte: il vortice della marea bassa indicava chiaramente il percorso da seguire, sotto quella luce rassicurante; inoltre, la gloria del nuovo giorno si diffondeva già sopra le cime delle grandi e maestose montagne a est.

Pertanto, senza alcun imprevisto, raggiungemmo l’ultima boia di segnalazione e ci mettemmo in mare; navigavamo facilmente con il >vento che soffiava quasi alle nostre spalle, ma leggermente sul lato di babordo, quindi tutto andava bene.

Il vasto campo o palude di fronte a Harlech si estendeva verso l’interno della terraferma; e, sulla sua maestosa cima, il vecchio castello ci osservava mentre ci allontanavamo. Quel luogo in cui avevano nascosto povero Enrico il Santo, mentre il vero Plantageneto attendeva con impazienza la sua morte.

Ecco un paesaggio popolato ovunque da cose non di questo mondo; dai dei di queste colline che il nostro Dio ha scacciato; dal ricordo di grandi uomini morti e dalle loro ombre, suppongo; e dalle truppe dell’Impero che marciano lungo la strada interna, dai capi tribù e da quegli uomini davvero santi che millecinquecento anni fa lanciarono i loro incantesimi sulle isole e sulle rocce di Lyonesse.

Così continuammo a navigare, dirigendoci verso l’angolo meridionale dell’Atlantico, vicino al Galles. Poi, lontano, nel mezzo del mare, sentimmo il suono di una campana che rintoccava.

Il suono della campana non era solo triste (e allo stesso tempo terribile), ma conteneva anche una sorta di messaggio strano; come se non appartenesse al mondo in cui viviamo. La campana, infatti, è un simbolo legato alla terra, e anche nell’acqua salata la pensiamo come qualcosa che suona vicino alla riva, o come un elemento che accompagna e regola le attività umane, proprio come la campana a bordo di una nave. Il signor Masefield ha perfettamente ragione quando osserva come il suono della campana di una nave, emesso per caso durante l’attacco di un’altra nave tra le grandi onde di un’Tempesta atlantica, abbia un carattere innaturale: viene suonato senza l’intervento delle mani umane.

Ora, questo campanello, mentre lo sentivo suonare dolcemente e sommessamente, incapace ancora di vedere ciò a cui era attaccato, il suo suono nella mia mente si mescolava con la grande storia di San Patrizio: una storia che avevo intenzione di scrivere molti anni fa ad Arras, dove ero andato a vedere il manoscritto che lo ricorda in modo particolarmente vivido. Ma non sono riuscito a portare a termine quel compito. Tuttavia, ho visitato il suo santuario a Roma.

Per quella campana che oscilla così lontano, sul suo supporto in mare aperto, che dondola sul margine occidentale di quel strano, lungo percorso sottomarino chiamato Sarn Badrig (che significa “Il Dike di San Patrizio”), non si può fare a meno di pensare alla grande storia dell’arrivo dell’Europa in Irlanda.

Quanto era giusto chiamare quella cresta sommersa che punta dritta verso l’Irlanda “La Strada Romana di San Patrizio”! E quanto il suo improvviso termine simboleggi la separazione, la ferita, la rottura che ha isolato quest’isola da quel continente, più di 200 anni fa. La cresta finisce bruscamente in acque profonde e non prosegue oltre. Ma la campana continua a suonare, con il suo richiamo incessante.

San Patrizio è il secondo di quei testimoni che ci rimangono della natura “straordinaria” dell’Irlanda. Il primo è quella antica leggenda pagana riguardante i porti occidentali, attraverso cui i morti venivano trasportati di notte verso la loro felicità. Il secondo è quella frase immortale presente nella Confessione, in cui San Patrizio stesso afferma di aver sentito, di notte e nei sogni, “le voci degli irlandesi che lo chiamavano”.

Ricordare quanto sia stata trascurata l’importanza della missione affidata alla Britannia (una terra romana) per quanto riguarda l’Irlanda Sacra è davvero deprimente: come se un uomo che dovesse affrontare una montagna poco prima dell’alba la considerasse soltanto una piccola collina. Lì c’era quella terra difficile, ma anche ispiratrice; Agricola, che conosceva bene il proprio mestiere, affermava di poterla sottomettere per Roma e ristabilire l’ordine con un’unica Legione. Quella Legione non gli fu data, così come non furono fornite le truppe necessarie per realizzare una vera e propria avanzata prima di Cambrai. Oh, se solo i funzionari di Roma lo avessero ascoltato! Lì c’era l’Irlanda: il soggetto più difficile da governare, l’amico più intrigante, il nemico più tenace, situata proprio di fronte alle coste occidentali della Britannia, su terra romana. E per tutti quei secoli non si fece nulla per arricchire quel territorio, per conquistare quell’amico, per pacificare quel nemico. Ma sono troppo debole per credere che anche questo fallimento facesse parte del disegno di Dio.

Le montagne guardano le altre montagne: le montagne della Britannia verso quelle dell’Irlanda; da est a ovest, attraverso un mare magico. Ma guardano con rabbia e rimangono giganti cupi e minacciosi. E la battaglia non è ancora conclusa.

Mentre navigavamo molto lentamente oltre la campana (ora che Mark era entrato nel nostro campo visivo), scoprimmo che era racchiusa in una sorta di grande gabbia che oscillava con lenta ma dignitosa eleganza, muovendosi avanti e indietro sulle grandi onde, indifferente alla leggera brezza che ci permetteva di avanzare a due nodi nell’acqua stagnante. Il mio compagno mi disse, in modo piuttosto brutale: “Come ti sentiresti se fossi chiuso in quella gabbia e lasciato lì tutta la notte, esposto al vento?” Risposi: “Assolutamente no”, e in questo dissi la verità. Ma la campana non si lamentava: stava semplicemente adempiendo alla sua funzione, espiando i suoi “peccati”, perseguendo il suo scopo, e risuonando in armonia con la volontà che sta alla base di questo mondo. Continua a suonare lì, al di là della punta meridionale del Sam Badrig, per avvertire i marinai di quella lunga scogliera sommersa che blocca le vie marine.

I miei pensieri tornarono a quella grande diga di roccia e ghiaia che si trovava dietro di noi, appena nascosta dalle onde, che si estendeva verso ovest, per miglia e miglia, come se fosse il molo di qualche gigante sommerso; in un certo senso, l’inizio di un ponte tra la Gran Bretagna e quell’altra isola. Il simbolo del legame tra la Gran Bretagna e quella terra più antica, da dove i morti vengono trasportati per riposare in pace.

Ma quel ponte di collegamento non fu mai completato; quella struttura non fu mai costruita; e il peso delle conseguenze future di un simile fallimento non ricade sull’Irlanda, ma, ahimè! sull’Inghilterra.

Per quanti anni non ho visto svilupparsi questa tragedia.

Conoscevo le sue radici tanto bene quanto qualsiasi altro uomo. Sapevo che quel divario era dovuto alle differenze religiose. Sapevo che quella situazione senza soluzione riguardava coloro i quali non riconoscevano l’esistenza di forze invisibili, i quali vedevano solo il fango e la ricchezza che li circondavano. Eppure mi meravigliavo che quell’orrore potesse continuare per così tanto tempo.

Per quei falsi “Liberali” e “Unionisti” coinvolti nel miserabile gioco finanziario di Westminster, si trattava di uno scherzo molto redditizio. A loro non importava affatto l’Irlanda, né tantomeno l’Inghilterra; consideravano il martirio dell’Irlanda semplicemente un pezzo del loro gioco politico. Per essere onesti con loro, pensavano che l’Inghilterra non potesse mai soffrire davvero. Per gli altri, per gli irlandesi, quella lotta era (secondo loro) una battaglia destinata inevitabilmente alla sconfitta.

All’inizio dei loro sforzi, gli uomini che avevano organizzato un gruppo politico per l’Irlanda e avevano cercato, attraverso quella che chiamavano la “Partito Nazionalista”, di ottenere qualche soluzione attraverso il sistema parlamentare, erano sinceri; sì, all’inizio, estremamente sinceri. Non ho mai incontrato Parnell; ma conoscevo Davitt – e non ho mai avuto la fortuna di incontrare e rispettare un uomo più sinceramente eroico di lui. Fino alla fine, gli sforzi degli irlandesi a Westminster conservarono ancora, sebbene sempre più debolmente, un elemento di verità. E lo dico nonostante sappia che molti irlandesi di oggi potrebbero ridere di me per averlo detto. Ma è la verità. Fino alla fine, nonostante fossero ormai immersi nelle abitudini del sistema parlamentare inglese e che la ripetizione delle loro richieste fosse diventata una sorta di convenzione, in questi uomini esisteva ancora l’idea di un obiettivo da raggiungere. Li conoscevo e posso testimoniarlo. Fino al 1914 – suona ridicolo, ma è vero – il gruppo di Westminster che si autodefiniva “Il Partito Irlandese” manteneva ancora, in modo sempre più debole, l’idea di una “soluzione parlamentare”. Questo valeva per John Redmond e suo fratello: posso dire con certezza che suo fratello morì per quell’idea.

Credettero davvero (per me era sorprendente; per molti giovani irlandesi, almeno) che una soluzione potesse essere trovata attraverso l’utilizzo di quelle false credenze ormai screditate e in declino dei politici professionisti: che la farsa del voto fosse “la voce del popolo”; che la Camera dei Comuni fosse “un riflesso dell’Inghilterra”; che “la nazione governasse attraverso i suoi rappresentanti”. E tutte le altre assurdità generate dall’applicazione dei modelli democratici francesi al declino dell’aristocrazia inglese.

Sembra impossibile che un irlandese, anche dopo aver trascorso tutta la vita a Westminster, possa essere così ingannato. Ma, lo ripeto, conoscevo queste persone: posso testimoniare sulla veridicità di ciò che ho detto. Fino al 1914, nutrivano ancora una debole speranza. Li conoscevo sia come amici che come avversari: erano i miei oppositori quando mi impegnai a difendere le scuole cattoliche nel 1906, e furono arrabbiati perché quell’anno andai a incontrare il Papa per presentargli quelle modifiche che ritenevo necessarie al disegno di legge del signor Birrell (poiché consideravano le scuole cattoliche in Inghilterra come un loro dominio privato). Quello che è davvero incredibile è che questi uomini, Redmond e il suo partito, pensassero ancora che il loro approccio a Westminster potesse ottenere qualcosa, nonostante la palese tradizione dell’Irlanda da parte dei politici definiti “liberali” all’inizio della Grande Guerra.

È un processo che ho osservato più e più volte nel corso della mia breve, ma troppo lunga vita: uomini che non riescono a vedere ciò che (si potrebbe immaginare) dovrebbe essere evidente anche per un bambino.

Questi uomini non hanno capito che non si può trarre forza dalla decadenza; né giustizia, né verità, né generosità da istituzioni moribonde (come la Camera dei Comuni attuale), le quali, dopo aver raggiunto un certo stadio di declino, continuano a esistere soltanto grazie a intrighi personali.

Quindi, non dico nulla contro di loro, nonostante il loro fallimento, e rispetto la loro memoria. Gli irlandesi, al momento giusto, daranno ai protagonisti di quel tentativo vano il posto che meritano nei loro annali; in particolare a William Redmond e a suo fratello John Redmond.

Scrivendo queste parole potrei essere attaccato da entrambi i lati; ma è la verità.

Comunque sia, ho visto quella tragedia svolgersi davanti ai miei occhi, proprio come un uomo sulla riva può vedere una barca dirigersi dritta verso le rocce sott’acqua, visibili a lui, ma di cui il timoniere non sa nulla. L’ho vista negli anni in cui la osservavo da giovane, dalla galleria della Camera dei Comuni; l’ho vista durante i due Parlamenti in cui ho partecipato; l’ho vista quando ho lasciato quel luogo, disgustato. L’ho vista negli ultimi quattro anni prima della Grande Guerra: l’Inghilterra, ancora alla deriva verso il pericolo, fino al momento in cui ha urtato le rocce.

Ho visto, anno dopo anno, dalla mia infanzia alla mia maturità e oltre, come il veleno del Parlamento distruggesse tutti gli sforzi dell’Irlanda e come l’Inghilterra si allontanasse da questo paese, incapace di comprendere la propria rovina. Per l’Inghilterra, se solo avesse avuto la capacità di vedere le opportunità e i pericoli, forse avrebbe potuto cogliere il momento giusto. Se solo gli stessi irlandesi avessero usato la penna e le parole per esprimersi direttamente. Ma è stato utilizzato l’strumento sbagliato: quel sistema parlamentare rotto e ormai inutile.

Vidi quei politici che gli irlandesi avevano inviato, o meglio, che avevano in mano l’intero meccanismo della protesta irlandese, diventare sempre più dipendenti da quella vita di corruzione e decadenza a Westminster. Vidi come, alla fine, cominciassero a dubitare se non fosse meglio rimanere a Londra, godendo anche solo in parte di quelle pratiche che ormai erano diventate per loro una seconda natura: le misere pomposità della Camera dei Comuni. Avrebbero dovuto invece alimentare la fiamma del loro paese. Eppure erano uomini onesti; nel profondo, erano irlandesi fino in fondo al cuore. Ma pensavano che l’Inghilterra potesse essere convinta soltanto attraverso il meccanismo parlamentare, un sistema ormai logoro e inefficace. Questo fu il loro errore fondamentale. Chiunque desideri davvero cambiare le cose, perché mai dovrebbe sprecare il proprio tempo in Parlamento?

Se un uomo può vantarsi di una piccola esperienza personale, io stesso ho detto loro cosa sarebbe successo. Ma non mi hanno creduto. Pensavano che fossi fanatico in questo – e lo sono stato fino alla fine. Hanno affidato la loro fiducia a quella melma dei Lobbies. E quella melma li ha inghiottiti.

Vidi la fine, o meglio, l’inizio della fine: infatti la vera fine dei conflitti irlandesi è ancora nascosta, e per noi, qui in Inghilterra, potrebbe rivelarsi davvero terribile. Vidi quei politici professionisti che, indossando le stupide etichette di “liberali” e “unionisti”, si muovevano sul bordo del precipizio della guerra nel 1914, cercando in tutti i modi di evitare il problema irlandese. E vidi la loro enorme sollievo quando ebbero l’opportunità di ignorare completamente quella minaccia. Vissi per vedere anche quella vergognosa resa: quegli “burattini parlamentari” (i Lord Cancellieri e gli altri) gridavano che “non si sarebbero fermati finché non avessero strappato l’ultimo braccio dalle mani dell’ultimo ribelle”; ma il venerdì seguente, su ordine dei loro padroni finanziari, si arresero per sempre all’Irlanda. Un’Irlanda che avrebbe potuto essere la difesa di Inghilterra. È finita.


Proseguimmo quindi lentamente la nostra navigazione, oltre la fine del Ponte di San Patrizio, oltre quella triste campana che pende lì, nel mezzo del mare; imprigionata nella sua gabbia, continua a espiare i peccati troppo leggeri commessi nella sua giovinezza. Quel suono lamentevole, quell’appello insoddisfatto, ci seguì attraverso le profondità marine. Continuammo così ad avanzare, diretti verso le coste atlantiche del sud e verso i confini del Galles, dove questi si affacciano sui mari di Cornovaglia, Devon e anche sull’Irlanda, con l’immenso oceano che si estende tra loro.


Per quanto alte siano le montagne su questa riva, grazie a un effetto dell’aria, presto sparirono dalla vista.

È qualcosa che non ho mai capito. Terreni elevati che dovrebbero essere chiaramente visibili, persino quelli che sporgono sul mare, scompaiono in questo modo, come per magia, in una giornata serena. Quando il tempo è nuvoloso, ci si aspetta una cosa del genere; ma la cosa curiosa è che si può vedere aria limpida ovunque e un orizzonte nitido: solo mare e cielo. Eppure si sa perfettamente che quel cielo apparentemente vuoto è in realtà pieno di grandi colline, proprio lì vicino. Non so se questo fenomeno si verifichi anche nelle zone più chiare del mondo; non l’ho mai visto al largo della Nord Africa o della California. Ma sulle coste di queste isole accade continuamente. Ed è uno dei tanti aspetti che, credo, hanno reso gli abitanti di queste terre familiari con il mistero e aperti alle cose invisibili. Perché coloro che vivono su queste isole, britannici o irlandesi che siano, sono sempre stati noti per il loro senso del mistero; e tra loro nessuno ne percepisce l’effetto in modo più intenso di chi naviga sul mare.

Era una cosa straordinaria sedersi lì, a fine pomeriggio, poco oltre la fine del Ponte di San Patrizio, con la luce di Strumbles che si profilava all’orizzonte; una brezza leggera soffiava da nord-ovest, fornendo alla barca la spinta necessaria per mantenere la rotta. Guardando a sinistra, verso est, non si vedeva altro che un orizzonte di cielo vuoto. Eppure si sapeva bene che il cielo non era vuoto: le enormi cime di Cader Idris e Plinlimmon vegliavano su quel mare. Era come vivere in un mondo in cui gli saggi riconoscono apertamente l’esistenza di forze immense, nascoste nell’apparente vuoto, invisibili ai sensi umani.

Mentre così guardavo oltre la ringhiera, riflettendo sulla stranezza di quelle cose, mi ricordai di come, molti anni prima, in questa stessa barca e tenendo questo stesso timone, avessi pensato, dopo un viaggio troppo rapido attraverso la Manica dalla Francia, con troppa vela spiegata e troppo vento, a quanto fossi vicino all’Inghilterra. Non si riusciva affatto a vedere la costa; il vento era caduto improvvisamente, era diventato completamente calmo, e la barca procedeva lentamente sull’onda lasciata dalla brezza. Non avevo idea, nemmeno entro dieci miglia, di dove mi trovassi. È una confessione ridicola da fare, ma vera. Era il culmine delle maree primaverili; conoscevo appena la loro direzione a metà della Manica. Mentre riflettevo in questo modo, mi sembrò di notare una differenza tra il cielo più basso e quello più alto: il grigio del cielo inferiore appariva leggermente più scuro rispetto a quello superiore. In un attimo quella linea d’orizzonte divenne chiara. E mi resi conto di essere proprio di fronte alla zona montuosa a est di Folkestone, quella che si estende verso l’interno del paese, verso l’antico porto romano di Lympne. Non ero distante dalla riva più di tre miglia.

E poiché nel mare esiste un nascondimento della realtà, analogo a quel nascondimento che avviene nella nostra esperienza quotidiana umana, così anche nel mare si verificano occasionalmente momenti di “visione”, simili a quelli che possiamo sperimentare nella vita umana; tuttavia, tali momenti di visione sono molto più rari del nascondimento stesso della realtà.

Una volta, vicino al Looe, mentre una terribile tempesta con tuoni e fulmini si avvicinava da nord, anch’io, su quella stessa barca, riducevo rapidamente le vele per affrontare la raffica imminente. Mentre lo facevo, vidi un’intensa luce rossa illuminare le Seven Sisters e Beachy Head, a più di quaranta miglia di distanza: si potevano vedere ogni dettaglio di quelle scogliere bianche come il gesso; sembrava possibile toccarle con la mano. Eppure il mare che le separava era sfocato. Ed è proprio questa l’immagine di ciò che non si vede. Dico che il mare, in tutte le cose, sia l’insegnante degli uomini.


Con il passare del pomeriggio, il >vento divenne più fresco; man mano che si rafforzava, prese una direzione approssimativamente a nord-est e iniziò a soffiare con regolarità, raggiungendo una velocità di circa quattro nodi al calar della notte.

Il mio compagno non aveva mai tenuto in mano il timone, ma era molto abile in tutti gli sport; così pensai tra me e me: “Vedrò se una cosa semplice come guidare una barca non possa essere facilmente imparata da qualcuno al primo tentativo. Allora potrò finalmente riposarmi un po’, di cui ho davvero bisogno”. Accesi quindi la lampada del boccaporto, gli spiegai il funzionamento della linea di riferimento e gli indicai esattamente dove dovesse tenere la carta nautica. Gli dissi: “Se inizia a soffiare più forte e la carta si sposta, o se la barca tende a deviare un po’, non preoccuparti. Basta che mantenga la linea di riferimento esattamente nel punto che ti ho indicato”. Lui disse di aver capito tutto, e per la prima volta nella sua vita provò ad orientare una nave. Io invece andai a dormire, convinto che, anche se il vento dovesse diventare molto forte, mi avrebbe svegliato immediatamente. Così non sarebbe potuto succedere nulla di grave. Dormii per molte ore, quando improvvisamente fui svegliato dal mio compagno che gridò, sorpreso: “Guarda! C’è una luce proprio davanti a noi!” Corsi subito in coperta e vidi che indicava una luce intensa che brillava all’orizzonte, esattamente di fronte alla prua della nostra barca. Gli dissi: “Ma, quella è una nave!”

“Certo!” Era proprio la luce di Strumble Head, là fuori, vicino a Fishguard; gli chiesi cosa si aspettasse. Gli avevo indicato la rotta da seguire, e naturalmente aveva acceso la luce in tempo. Ma lui, per parte sua, non riusciva a crederci; lo considerava una sorta di miracolo. Continuava a ripetere quanto fosse sorpreso dal fatto che strumenti così goffi come un timone e una ruota di direzione, e oggetti così rudimentali come una vecchia bussola, potessero funzionare in modo così preciso; era al di fuori di ogni sua esperienza precedente. È vero che non aveva incontrato correnti marine o mareggiate forti, ma anche in quel caso, in una notte serena, avrebbe sicuramente mantenuto quella luce a distanza ravvicinata dalla prua della nave.

Il fatto che le cose fossero andate in quel modo gli diede una nuova concezione del mare e della navigazione; da allora parlava di esso come se fosse la sua casa.

Questa conferma empirica di una verità che è stata enunciata con forza ma inizialmente non creduta ha un effetto potentissimo sull’intelletto.

Penso che, tra tutti gli strumenti di convincimento, questo sia il più potente. È un esempio concreto della dottrina fondamentale secondo cui la verità conferma la verità stessa. Se dici a qualcuno una cosa che lui ritiene assurda, impossibile, semplicemente una sequenza di parole prive di significato, anche se tu stesso sai per esperienza che è vera; quando in seguito quell’uomo scopre con le proprie esperienze che quella cosa è effettivamente reale e valida, allora la verità si afferma nella sua mente in modo molto più chiaro di quanto avrebbe fatto se non avesse mai dubitato. Per questo motivo, penso che valga sempre la pena insistere sulle verità che si sa essere importanti, anche quelle che agli occhi degli altri sembrano semplicemente assurdità al momento della loro enunciazione. Perché, anche se potresti morire accusato di mancare di senso della misura o addirittura di essere pazzo, la realtà, col tempo, confermerà il tuo impegno. E anche se quella conferma, il trionfo della verità, non dovesse mai essere associata al tuo nome, vale comunque la pena farlo, per il bene della verità stessa, a cui sono certo che dobbiamo una sorta di lealtà: non perché sia la verità in sé – di un’astrazione non si può certo essere fedeli – ma perché ogni volta che insistiamo su una verità, stiamo testimoniando davanti al Dio Onnipotente.

Un uomo che sa che la terra è rotonda ma vive tra persone che credono che sia piatta dovrebbe diffondere con tutte le sue forze questa verità, anche a costo di essere arrestato, imprigionato o addirittura ucciso. La realtà lo confermerà, e non si tratterà tanto di testimoniare al mondo – che in sé non ha alcun valore – quanto di testimoniare a Colui che ha creato il mondo, e Che vale più di tutte le cose. E, a mio parere, un uomo dovrebbe fare lo stesso anche per verità meno importanti, ma mantenendo comunque una certa proporzione tra queste e quelle di vitale importanza. Ad esempio, è vero che qualsiasi grande poesia del passato deve essere stata scritta da un poeta; coloro che pensano che una grande poesia possa essere creata da un comitato o assemblata da ballate tradizionali stanno semplicemente dicendo sciocchezze. È anche vero che la Gran Bretagna non è più protetta dalla sua potenza marittima; inoltre, fino a poco tempo fa gli interessi di questo paese coincidevano con quelli del sistema bancario e finanziario internazionale, ma ora non più.

Tutte e tre queste verità sono reali, ma la prima non riguarda questioni di vitale importanza, mentre le ultime due lo sono senz’altro; un uomo che ne sia consapevole dovrebbe lavorare instancabilmente su di esse, senza trascurarle per dedicarsi troppo costantemente a quella altra verità, molto meno importante, riguardante gli antichi poemi.

Non è frequente incontrare, nel corso di una vita moderna, uomini decisi a proclamare verità inaccettate, mal accettate o sconosciute; tali uomini devono infatti soffrire. E pochi sono disposti a soffrire oggi, se non in cambio di qualche ricompensa. Molti uomini moderni non apprezzano alcuna ricompensa che non sia immediata e materiale. Non conoscevo bene Huxley, che si sacrificò completamente sia per cose false che riteneva vere, sia per cose realmente vere; ma conoscevo bene Déroulède. Déroulède visse tutta la sua vita lottando contro insulti e disprezi incessanti, pagando il prezzo di un isolamento totale per preservare la propria onore, e morì senza vedere alcun risultato concreto dei suoi sforzi. La sua missione era quella di annunciare ai suoi connazionali francesi che, finché non avessero sconfitto la Prussia in guerra, sarebbero stati destinati a un declino sempre più rapido, e l’Europa a mali sempre più gravi. Visitai la sua tomba subito dopo la battaglia della Marna. Si trovava in un piccolo cimitero un po’ trascurato, a circa tre miglia dalla casa che aveva ereditato: un luogo esposto ai venti, con un vasto orizzonte a nord al di là delle sue mura. Essendo fine estate e la guerra aver lasciato quel posto abbandonato, l’erba intorno alla tomba era alta e rigogliosa. Lì, appoggiata al muro, qualcuno aveva posizionato casualmente, come se fosse stato un gesto spontaneo di devozione verso la sua memoria, il primo dei pali di confine che l’esercito aveva rimosso dalle cime dei Vosgi durante quella sfortunata offensiva in Alsazia.

Conoscevo anche un altro uomo (di cui, per l’onore che gli porto e perché è ancora vivo, non dirò il nome), un inglese; all’inizio della guerra in Sudafrica disse a chiunque fosse disposto ad ascoltarlo, e lo pubblicò su un giornale al quale aveva accesso, la semplice verità che quell’avventura avrebbe segnato l’inizio di un declino del credito finanziario dell’Inghilterra. Per scoprire se avesse ragione o meno, basta osservare qualsiasi grafico relativo a quel credito e indicare le date corrispondenti. Diceva a tutti che da quel momento in poi ci saremmo trovati sempre più in difficoltà, con tasse sempre più elevate, con un’incertezza crescente nella nostra politica estera e nel nostro controllo sui mercati che desideravamo dominare all’estero. Il suo comportamento non era quello di un profeta, ma di una persona che ragionava freddamente e logicamente. La sua impopolarità era estrema; era l’unico uomo pubblico che parlasse con coscienza e razionalità su questa questione della guerra boera, e che non confondesse le proprie conclusioni con quell’odio disgustoso verso il proprio paese che caratterizzava la maggior parte di coloro che si opponevano alla guerra. Per quanto riguarda i nemici, gli olandesi del Sudafrica, li conosceva bene e li disprezzava profondamente; anche gli “stranieri” li considerava la feccia della terra. Ma non agiva guidato da sentimenti personali di simpatia o antipatia; si preoccupava soltanto del futuro dell’Inghilterra e ragionava freddamente. Le sue parole erano sempre vere, ma non riceverà alcuna ricompensa. Tuttavia rimane vero questo: chiunque lo abbia ascoltato o letto i suoi scritti ha segretamente ripensato a quelle parole nel proprio cuore, e si è detto: “Aveva ragione, noi avevamo torto”.

Esiste un’altra forma di far risuonare la verità, di testimoniarla e di agire in suo nome: quella rappresentata dalle affermazioni dogmatiche della verità da parte degli anziani, degli esperti e dei rispettati verso i giovani. Questo approccio è ormai fuori moda, ma estremamente prezioso. Posso personalmente raccontare di due esperienze del genere che, tra centinaia altre della mia giovinezza, si distinguono per la loro profondità. Temo possano sembrare banali ai miei lettori; posso soltanto dire che, per me, furono esperienze altrettanto intense di qualsiasi grande gioia o dolore. La prima fu una frase pronunciata dal Cardinale Manning quando avevo solo vent’anni; la seconda fu quella detta dal rettore del mio college, il dottor Jowett di Balliol, quando ne avevo ventidue.

La cosa profonda che il Cardinale Manning mi ha detto è stata questa: ogni conflitto umano, in fondo, ha un carattere teologico.

Nei miei primi giorni a Londra, quando ero ancora molto giovane e prima di andare a Oxford, avevo l’abitudine di visitare regolarmente il Cardinale ogni volta che lui era disposto ad accogliermi; durante quegli brevi incontri ascoltai da lui molte cose che in seguito ho avuto l’occasione di verificare attraverso l’esperienza della vita umana. Si potrebbe dire che fossi troppo giovane per giudicare questioni così profonde come la santità e la saggezza; ma d’altra parte, la gioventù possiede una visione particolare, soprattutto riguardo alle cose essenziali della vita; e Manning mi sembrava davvero (e ancora oggi mi sembra) il più grande inglese del suo tempo. Senza dubbio era il più grande di quel gruppo, piccolo ma estremamente significativo, che nel periodo vittoriano si distinse così nettamente dai suoi contemporanei per volontà e intelligenza, al punto da riuscire non solo a comprendere, ma anche ad accettare la Fede. La sua mente potente non solo scoprì le verità della fede, ma anche la sua volontà forte insistette affinché venissero attuate tutte le conseguenze di tale accettazione. Non ammise mai la possibilità di compromessi tra la società cattolica e quella non cattolica; percepiva chiaramente il conflitto inevitabile che ne derivava, e ne andava fiero.

Questo suo detto (che portai con me un po’ confuso) secondo cui ogni conflitto umano è in fondo di natura teologica – cioè che tutte le guerre, le rivoluzioni e tutte le lotte decisive tra gruppi di persone derivano da differenze nelle dottrine morali e trascendentali – mi sembrava del tutto nuovo. Per un giovane, quel detto non aveva alcun senso; avrei quasi potuto definirlo assurdo, se solo non avessi ritenuto Manning incapace di pronunciare cose stupide. Ma con l’avanzare dell’età, quel detto divenne per me una luce guida: attraverso l’osservazione del mondo e la lettura continua della storia, assunse un significato universale così profondo da raggiungere le stesse radici dell’azione politica; un significato così ampio da coprire ogni aspetto della realtà.

È davvero una verità che spiega e coordina tutto ciò che si legge sull’azione umana nel passato, e tutto ciò che se ne osserva nel presente. Gli uomini parlano di pace universale: essa può essere ottenuta soltanto attraverso una religione comune. Dicono che ogni tragedia sia il risultato del conflitto tra diritti uguali; in realtà, ogni tragedia è il frutto del conflitto tra un vero diritto e uno falso, o tra un diritto più grande e uno più piccolo, o, nel peggiore dei casi, tra due diritti falsi. Ancora di più, in questi tempi in cui l’uso abituale dell’intelligenza umana è sceso al suo livello più basso, le persone fingono che tale dottrina sia soltanto una questione privata, individuale, capace di generare solo un’opinione. Al contrario, è proprio questa dottrina a guidare lo Stato; e ogni Stato diventa più forte nella misura in cui la dottrina dei suoi cittadini è unita. Non ho mai incontrato nessuno che, discutendo su ciò che dovrebbe esistere tra gli uomini, non presumesse già come ovvio che la dottrina che sosteneva, consapevolmente o inconsciamente, fosse o dovesse essere una base comune per tutta l’umanità. Ed è proprio da questo che derivano le battaglie.

La verità che il dottor Jowett mi rivelò fu la seguente: mi pose quella domanda politica che era sempre al centro dei suoi pensieri e che riteneva tutti i giovani dovessero considerare. Era: “In quale forma di governo lo stato umano raggiunge il suo massimo livello?” Risposi, come avrebbero dovuto fare tutti i giovani: “Una Repubblica.” A cui lui rispose gentilmente: “Non si può avere una Repubblica senza Repubblicani.” Questa risposta, per la sua concisione, veridicità e capacità di rivelare verità essenziali, era davvero degna di Aristotele. È la risposta completa, sia storica che morale, a ogni uomo onesto che desideri, come fanno la maggior parte degli uomini onesti, la democrazia e si chieda perché sia così difficile ottenerla. Ma io non avevo mai considerato questa risposta prima d’allora; credo che se non avessi sentito quelle sei parole, probabilmente non ci avrei mai pensato.

La democrazia, cioè il governo della comunità da parte della stessa comunità: uno Stato in cui un uomo è uguale ai suoi simili e non deve subire né sottomissione né la corruzione derivante dalla lusinga e dal potere; uno Stato in cui solo le cariche pubbliche hanno autorità, e non coloro che le ricoprono. Questo è l’ideale che si nasconde nella mente di ogni persona che si preoccupi della giustizia negli affari pubblici e che abbia ancora un briciolo di onore personale. In parole semplici, la democrazia è la forma più nobile di governo. Ma non appena si inizia a confrontarsi con gli esseri umani, si scopre, in misura variabile a seconda delle caratteristiche della gente coinvolta, che realizzare tale ideale presenta notevoli difficoltà. Conosciamo bene la malvagità e l’stupidità degli uomini; se aggiungiamo anche l’enorme esperienza accumulata dalla storia, ci rendiamo conto che, ad eccezione di poche piccole comunità, l’ideale della democrazia si scontra inevitabilmente con la realtà. Gli uomini che cercano di instaurare la democrazia in Stati grandi finiscono spesso per subire le forme più basse di controllo da parte dei ricchi. Il motivo è che la maggior parte delle persone, pur desiderando ardentemente una repubblica, in realtà non è democratica: quando si tratta di grandi numeri di individui, quelli veramente degni della democrazia sono pochi. Allo stesso modo, la maggior parte delle persone, anche se desidera la pace interiore, non possiede il controllo su sé stessa necessario per realizzarla.

Ecco dunque finita l’eccellente banalità del Maestro.

È strano che le cose degne di essere dette e ascoltate, quelle che guidano le persone, assumano sempre la qualità di banalità non appena diventano familiari; infatti, al loro apparire iniziale rappresentavano rivelazioni improvvisi. Ora per me è così evidente l’impraticabilità della democrazia tra persone indifferenti all’onore e alla giustizia che non mi soffermo mai a considerarla, sapendo bene che essa non può esistere in nessuno Stato plutocratico moderno; anzi, anche negli Stati piccoli è necessaria una natura umana particolarmente ammirevole e rara per farla funzionare. Ma questa convinzione è maturata lentamente. Tutto è iniziato da quelle poche parole.

E cosa c’entra tutto questo con la navigazione in mare? Niente, se non che è proprio durante la navigazione in quel mare solitario che gli uomini riflettono maggiormente sulla natura delle cose.

L’alba spuntò molto prima che arrivassimo anche solo vicino al frangiflutti di Fishguard. Immagino che avessimo percorso circa dieci o dodici miglia quando finalmente fece giorno. Strumble Head continuava a lampeggiare, bianco e inutile, sotto la luce del sole, poi scomparve. Quando cessò di lampeggiare, non c’era traccia della terra dove si trovava prima. Inoltre, il vento si era indebolito e non raggiungevamo nemmeno i tre nodi orari. Ma, comunque fosse, la velocità era costante; verso metà mattina riuscimmo a vedere tutta la costa chiaramente, e poco dopo apparve anche la bassa linea nera del frangiflutti che hanno costruito qui per creare il loro grande porto artificiale di Fishguard.

Con il vento che continuava a soffiare, ci muovemmo più che correre verso quel punto e finalmente riuscimmo ad uscire dal vasto mare. Anche nell’ultima ora, mentre entravamo nel porto, notammo un movimento ondulatorio che si estendeva gradualmente dall’Atlantico attraverso lo St George’s Channel, come se fosse spinto da un forte vento; tuttavia, poiché si dirigeva verso nord-est, non influenzava affatto la calma delle acque all’interno del frangiflutti. Ci muovemmo molto lentamente verso quella parte interna e meridionale dove le nostre barche potevano attraccare senza interferire con quelle a vapore; dopo soltanto ventiquattro ore di viaggio attraverso la baia di Cardigan, per una distanza di circa settanta miglia, gettammo l’ancora e, legando in modo molto approssimativo le nostre vele, chiamammo una barca che venisse a prenderci, poiché avevo perso la mia durante la tempesta nello stretto di Bardsey.

L’uomo che ci venne incontro in barca ci salutò con il più bell’inglese possibile, sia perché ci trovavamo ormai in quella cosiddetta “Piccola Inghilterra al di là del Galles”, sia perché era davvero un inglese esiliato in queste zone; oppure forse era bilingue e aveva acquisito quell’inglese perfetto come lingua classica e straniera. Fu un privilegio e un onore essere portati a riva da un tale uomo, poiché il suo modo di parlare era piacevole, interessante e veritiero. Ci avvertì riguardo alle persone del posto, non so esattamente il motivo. Ci disse che il luogo in cui ci trovavamo era un ottimo punto di sosta, e durante quel breve viaggio ci fornì molte informazioni utili sui passaggi difficili tra le isole e la terraferma, nei pressi dei punti di Pembroke che avremmo dovuto attraversare dirigendoci a sud. Alla fine, per il suo aiuto chiese una somma sorprendentemente piccola; poi ci promise di incontrarci di nuovo in un orario prestabilito per riportarci a bordo. In ogni modo, quell’uomo era davvero degno di stima e un vero amico, nei suoi occhi si leggeva chiaramente che soffriva per l’esilio.

Tornammo da lui dopo averci riforniti, essere saliti a bordo e preparati per uno di quei giorni vuoti che passano così in fretta su una barca: ore e ore durante le quali non si fa nulla, ore che sulla terraferma esaspererebbero ogni nervo, ma qui, con il dolce movimento del mare, trascorrono altrettanto facilmente come il sonno. Perché il tempo sull’acqua è completamente diverso da quello sulla terra: più continuo, parte integrante del respiro stesso del mondo, meno meccanico e diviso in momenti distinti. Non c’era nemmeno un alito di vento, quindi non si poteva pensare di ripartire in quelle ore. I grandi cavalloni d’acqua all’esterno cominciavano finalmente ad influenzare il porto; la Nona, con il suo albero maestro troppo alto, oscillava pesantemente al minimo movimento del mare; ma non c’era traccia di vento. L’avanzare della notte portò con sé una serata splendente di stelle, senza luna. Lì ci trovavamo: dormivamo, ci svegliavamo, fumavamo, parlavamo un po’, in uno stato di distacco, pronti a levare le vele non appena si fosse sentito il minimo soffio di vento e a metterci in mare. Ma per tutta quella notte, fino all’alba, la calma continuò.

Quanto vasto era quel rifugio nella quiete: un miglio di acque nere che racchiudevano le stelle, separato dal profondo mare dall’opera dell’uomo. Quanto ammirevoli sono le grandi opere dell’uomo. Ma Dio è ancora più grande.

Nella profonda notte e nel silenzio, riflettei su quell’ampio spazio di rifugio che l’uomo aveva creato per proteggersi dalle forze atlantiche.

Per due ore riflettei profondamente sulla nostra forza e sul nostro nulla, venerando anche la notte fino a quando le stelle non cambiarono posizione. Poi scesi giù e dormii. Ma nemmeno con l’alba arrivò una brezza.

Era circa mezzanotte e un quarto del mattino quando arrivò una brezza da nord. Era molto debole; a malapena riusciva a increspare l’acqua oleosa e stagnante della grande baia, ma nonostante ciò, noi, stanchi di tutta questa inerzia, decidemmo di approfittarne per salpare. Così levammo l’ancora e lentamente ci avvicinammo a quella brezza fino ad arrivare al frangiflutti davanti a noi; là trovammo le onde così grandi che, quando affondavamo nelle loro valli, la barca non avanzava affatto, e la leggera brezza riusciva a sollevarla solo per un breve tratto sulle creste. Mentre cercavamo in questo modo di procedere – sollevandoci enormemente su e giù nel movimento maestoso del mare, ora vedendo solo acqua intorno a noi, poi, subito dopo, l’intera costa con le sue alture, per poi ritornare nuovamente nelle valli delle onde – quella debole brezza ci abbandonò completamente. Continuammo a galleggiare senza meta, su e giù lungo quelle enormi onde, e sembrava persino che ci fosse una sorta di leggero movimento verso il largo; forse, però, era solo l’effetto delle onde stesse che ci spingevano contro la nostra direzione, verso est e nord.

Ci consultammo insieme e decidemmo che non appena avessimo trovato anche il minimo soffio d’aria, saremmo tornati ad ancorarci in attesa di un vento davvero adatto per navigare. Così facemmo; trascorse un altro giorno nel porto di Fishguard, altrettanto deserto come il primo, e un’altra notte. Fu allora che completai la melodia e il primo verso di una canzone chiamata “Chaunty of the Nona”. Durante tutto quel tempo, la calma fu interrotta soltanto da pochi segnali di venti molto incerti.

Ma proprio quando l’alba iniziava il terzo giorno, quando ormai era abbastanza chiaro da far sembrare il mare bianco contro la terra nera, e prima ancora che i primi colori rendessero vividi i bordi delle colline interne, una rinfrescante brezza proveniente da quelle colline – fresca, profumata e non troppo forte, una brezza amichevole, proprio adatta alla nostra rotta – soffiò giù dal vecchio Galles sul mare.

Ne approfittammo immediatamente e partimmo subito: il mio compagno guidava la barca verso il frangiflutti a buona velocità, mentre io assicuravo l’ancora in avanti per poi raggiungerlo. Superato il frangiflutti, portammo la barca al largo e quindi cambiammo rotta con un certo rumore e sobbalzo, dirigendoci verso Strumble sotto il cielo che si schiariva sempre di più. La grande luce continuava a lampeggiare dalla sua torre, situata su un’isola poco lontano da quella zona; l’isola si chiama Michael. Una volta superato quel promontorio, il vento soffiava piuttosto forte sul nostro lato di babordo, e fu una bella corsa sotto un vento favorevole fino a St David’s. Così, non solo la giornata, ma anche quella vecchia terra, quel mare ancora più antico, quella vecchia barca lanciata tanto tempo fa, e noi stessi, per un momento, sembrammo di nuovo giovani. Così arrivammo a St David’s; lì, puntando la prua direttamente a sud, io, tenendo il timone, guidai la barca attraverso quel pericolosissimo stretto tra l’isola di Ramsey e la terraferma, chiamato Ramsey Sound.

Era alta marea: l’acqua ruggiva e tuonava contro le rocce sulla riva, dando l’impressione di non essere sul mare, ma nelle zone più basse di un fiume costiero. Anche se ci trovavamo al riparo della terraferma, non eravamo del tutto al sicuro; tuttavia era confortante sentire la forza del vento sulla barca e sapere di avere tutto il corso d’acqua a disposizione in quel tratto pericoloso. Le strette coste del Pembrokeshire sono infatti molto insidiose per navi e uomini. Proprio in quel punto, su entrambi i lati, si trovavano due gruppi di rocce: il primo chiamato “I Cavalli”, l’altro “Le Cagne”. Il flusso della marea creava un rumore assordante sopra di esse. Siamo riusciti a superarle in un attimo; se la barca avesse urtato qualcosa, sarebbe stata la fine per tutti noi. Ma non c’era alcun rischio: la barca procedeva veloce e il timoniere era abile nel guidarla. Comunque sia, è stato un vero sollievo uscire da quel pericoloso corridoio e ritrovarsi nella sicurezza dell’ampia baia di St Bride’s Bay.

Mentre affrontavo questa complessa gestione del traffico nel canale di Ramsey Sound, ero troppo impegnato a controllare attentamente la situazione sotto il pontone per riuscire a distinguere le onde generate dalle imbarcazioni e guidarle con precisione. Ero completamente assorbito dal compito di garantire l’accuratezza delle operazioni, al punto da non avere il tempo di preoccuparmi di quella strada antica che, fin dall’epoca remota, mi aveva sempre incuriosito. È così che uno dei più antichi percorsi della Britannia arriva fino a questa spiaggia aperta, proprio sopra le onde tumultuose del canale di Ramsey Sound, e si ferma completamente sulla sabbia. Ancora oggi, quella spiaggia è chiamata Porth Mawr, ovvero “Il Grande Porto”. L’antico percorso prosegue lungo la costa meridionale del Galles fino a Carmarthen, poi si divide: una diramazione conduce verso la baia di Cardigan, che probabilmente prende il nome da Sant’Elena, madre di Costantino; l’altra prosegue direttamente passando per Saint David’s. Questi antichi sentieri vengono chiamati “strade romane”, e suppongo che lo fossero davvero. Tuttavia, molti di essi esistevano già molto prima che quest’isola entrasse a far parte dell’Europa, molto prima che l’unità e l’ordine romani venissero definitivamente imposti, rendendo l’Inghilterra ciò che è oggi.

Comunque, c’era una strada molto antica di grande importanza che correva in quella direzione; vicino ad essa sorgeva il lago di San Davide. Ora, l’aspetto interessante è questo: questa strada conduceva fino a quella spiaggia situata sopra il fiume stretto e impetuoso di Ramsey Sound. Perché mai finiva proprio lì sul mare? È vero che gli antichi tiravano in secco le loro barche sulla riva e potevano utilizzare quella spiaggia, proprio come oggi usiamo un porto, anche se, nei nostri mari a marea, un porto sarebbe sempre stato la scelta migliore. Ma anche se avessero ritenuto quella spiaggia più adatta di un porto (il che ovviamente non era possibile per scopi commerciali), perché mai l’avrebbero chiamata “Il Grande Porto”? Si trovava infatti in una zona costiera assolutamente inadatta, senza alcun valore come luogo di sbarco, a meno che non si considerasse la spiaggia stessa. Gli antichi avranno forse costruito grandi frangiflutti per creare un porto? Impossibile: se così fosse stato, sicuramente ci sarebbero stati resti di tali imponenti opere.

Lo lascio irrisolto, perché io e tutti gli altri uomini dobbiamo fare lo stesso con tutti gli altri problemi. Forse l’unica eccezione è rappresentata dalla triseczione di un angolo piana; una volta, nel 1897 – prima che gli dèi abbandonassero questo mondo distrutto – riuscii quasi a risolverla, grazie alle estremità delle mie dita, durante un lungo viaggio attraverso l’Atlantico su una misera nave a vapore troppo vecchia per il suo compito.

La Nona uscì quindi maestosamente dallo stretto di Ramsey Sound, con un movimento fluido e dignitoso, entrando nella calma della baia di St Bride’s Bay; tuttavia sapevo molto bene che davanti a me c’era un altro pericolo, ancora più difficile: lo stretto di Jack Sound, situato tra l’isola di Skomer e la terraferma, a sette miglia a sud.

Signore, che insieme di pericoli ci sono qui per il povero marinaio! Rocce, vortici, scogliere, mareggiate impetuose; correnti marine e, come presto udirete, orribili nebbie, fumi, umori maligni delle profondità marine, miraggi, terreni insidiosi dove l’ancora non tiene, e terreni pericolosi dove invece rimane bloccata per sempre; venti violenti provenienti dalle coste irregolari e tempeste mostruose che si scatenano dal mare occidentale. E, soprattutto, la “Corsa delle Oche Selvatiche”.

Rimarrò fedele alle opinioni degli Antichi: ci sono parti del mare su cui un Dio ha stabilito che esista pericolo; tali zone sono per loro natura pericolose, e i vari pericoli specifici che vi si incontrano non sono altro che manifestazioni di un male generale imposto dalle Potenze Superiori. Noterete infatti che dove c’è un solo tipo di pericolo marino, ce ne sono molti altri: se si tratta di scogli nascosti o di condizioni meteorologiche avverse, in quella zona troverete sicuramente anche fondali rocciosi, cambiamenti improvvisi delle condizioni del mare, difficoltà nella navigazione e tutto il resto. Basta pensare all’approdo occidentale dell’Isola di Portland o alla Baia di Saint-Malo, con le Isole del Canale e i loro numerosi pericoli nascosti; oppure all’ingresso dello Stretto di Messina e ad altri luoghi menzionati nelle storie e nei libri di navigazione. Alcuni sosterranno che queste cose siano semplicemente casualità, il risultato di una serie di eventi fortuiti, ma io condivido l’opinione di quegli uomini più saggi, i nostri Antenati. Qualcuno, in passato, navigando in queste zone, ha offeso gli Dei del Mare; da ciò derivano tutti i pericoli presenti nella parte meridionale del Galles, come Jack Sound, Ramsey Sound e, soprattutto, la zona denominata Wild Goose Race.

Scrivo senza conoscere nulla della “Corsa delle Oche Selvatiche”. Non l’ho mai vissuta; né tu, che leggi queste parole, hai mai attraversato la morte. Tuttavia, poiché tutti sappiamo che la morte è un percorso pericoloso e ne abbiamo paura, allo stesso modo io temo quella “Corsa delle Oche Selvatiche”, così chiamata appunto. Il mio libro mi ha raccontato che piccole imbarcazioni come la mia, entrando in quelle acque, spesso perdono le vele, e “persino affondano”. Mi piace questa parola: “persino”.

Sembra che nella “Corsa della Oca Selvatica” una barca venga sollevata verso il cielo e poi lasciata cadere di nuovo, ruotando come un trottolino, capovolgendosi, colpita con forti impatti sui fianchi, e tutto questo mentre l’acqua viene spruzzata ovunque, accecandoci con schizzi d’acqua; nel frattempo, l’aria è piena di una risata beffarda. So che ci sono molte altre corse del genere: la Corsa di Portland, quella di Alderney, quella di Little St Alban’s, ma grazie al cielo non conosco e non ho alcuna intenzione di conoscere altre corse simili, come quelle delle coste settentrionali, compreso quel terribile vortice del quale sentiamo parlare molto ma vediamo poco. Tuttavia, nessuna di queste può essere paragonata alla “Corsa della Oca Selvatica”; per questo ho deciso di non menzionarle in questo testo. Non credete mai, quando leggete nei libri, che una corsa possa essere causata da cose così semplici come la marea contro il vento o un precipizio improvviso nelle profondità del mare: in realtà, sono le forze che governano il mare a determinare il corso di queste corse. Eppure, c’è una corsa che mi ha sempre trattato con gentilezza, quella che si svolge al punto di partenza. L’ho attraversata chissà quante volte, e in ogni occasione il mare era o completamente calmo e dolce, oppure regolare e ordinato. Forse chi governa questa corsa ha ricevuto da me, senza che io ne fossi consapevole, qualche segno di rispetto. Approfitto di quest’occasione per ringraziare tutte le forze che governano quel piccolo angolo del mondo acquatico per la loro gentilezza.

Ho spesso visto immagini di queste creature: cavalli, uomini e donne con code e scaglie da pesce, e dei Dei senza scaglie che viaggiano su carri sopra il mare. Immagino che in quel mondo, o in quei circoli, le scaglie siano un simbolo di appartenenza, un legame tra gli immortali e i semplici pesci del mare; proprio come i nostri intellettuali cercano di stabilire un legame tra i ricchi che derubano il mondo moderno e i milioni di persone che lavorano. L’unica differenza è che questi intellettuali non hanno “scaglie”: non hanno nulla in comune con quelle milioni di persone che lavorano. Ma non voglio approfondire questa metafora, per non offendere il signor e la signora Able. Anche loro vivono nei sobborghi occidentali, ma allo stesso tempo frequentano spesso le case dei potenti.

Dove mi trovavo allora? Beh, ero entrato nella tranquillità e nell’ampiazza della baia di St Bride’s Bay, ma davanti a me si profilavano i pericoli del canale di Jack Sound. Infatti, il mare qui, come ovunque, è simbolo di vita, dei nostri doveri incessanti, e anche di morte. Non possiamo mai aspettarci una lunga tranquillità nella nostra esistenza, né alcuna sicurezza durante i viaggi marittimi. Devo dire però che quella traversata della baia di St Bride’s Bay fu davvero piacevole in quel pomeriggio estivo. Ma poi, verso metà pomeriggio, comparvero quelle macchie minacciose sulla superficie del mare, il vento iniziò a indebolirsi; il mare continuava ad agitarsi, ma la vela non veniva sempre riempita a dovere. In breve: il rischio di una calma mortale si ripresentò. Quella calma ci colpì all’improvviso, proprio nel momento in cui avremmo potuto attraversare il canale di Jack Sound con l’ultima ondata di bassa marea. Ci trovammo bloccati all’ingresso di quel passaggio proibito. E rimanemmo impotenti e disperati, osservando come i segni sulla riva lontana si muovessero lentamente all’indietro, mentre noi, ahimè! continuavamo ad andare verso nord.

Davvero, senza dubbio, il trio immortale – Swift, Arbuthnot e Pope – esclamò all’unisono: “Che cos’è l’uomo mortale se non un manico di scopa?” Mai ci troviamo in mezzo a una tempesta di vento senza pregare disperatamente per la calma; mai siamo in tempo di bonaccia senza lamentarci amaramente del vento. Ma che cosa, cane mio, vorresti che il tempo fosse fatto su misura per te, come un abito confezionato apposta? Dovrebbe forse l’intero universo adattarsi alle tue esigenze, proprio come accade per i ricchissimi, purché si tengano lontani dal mare. Non sarai mai soddisfatto se il vento non soffia esattamente nel modo giusto per la tua misera barca: né troppo forte, né troppo debole, né troppo avanti, così che tu debba remare; né troppo indietro, al punto di temere una virata o di rischiare di essere investito dalle onde. Non potresti mai accontentarti della volontà del tuo Creatore e accettare le cose così come vengono? Allora perché continuare a vagabondare intorno a Skomer come un idiota?

Ed effettivamente fu proprio ciò che fece la Nona: quando calò il silenzio assoluto, le onde del mare la portarono via in un viaggio di esplorazione davvero curioso e inspiegabile. Il mare prese in mano la situazione; non c’era bisogno di tenere il timone, che oscillava senza scopo, mentre le vele pendevano inerti, come i muscoli flaccidi del viso di un leader dell’Opposizione alla fine di un discorso che aveva dovuto ascoltare contro la sua volontà. Il mare guidò dolcemente la piccola barca, tenendola a distanza dalla riva, come se dicesse: “Vedi, mio bambino, quanto è meravigliosa l’Isola di Skomer! Vieni con me, ti mostrerò ogni angolo della sua costa.” Così fummo portati via dalla marea attorno all’isola di Skomer, sempre più lontani da Jack Sound, in quel silenzio tranquillo.

Dopo averci fatto recitare questa farsa per abbastanza tempo, le Potenze fermarono il mare, come fanno ogni sei ore, e ci trovammo vicino a una grande barca a vela ancorata al largo della costa di Skomer. C’era un uomo sul ponte che fumava la pipa e lasciava che i suoi pensieri vagassero senza meta, come è dovere di tutti gli esseri umani in quei rari momenti di libertà che il cielo ci concede. Ci disse di non urtarlo, e noi gli gridammo (ma non molto forte, poiché eravamo a pochi metri di distanza) che se ci avvicinassimo troppo lo spingeremmo via senza fargli del male. Gli chiedemmo chi fosse e dove stesse andando. Non ci disse il suo nome, ma ci disse dove stava dirigendosi: a Cork, e cosa trasportava a bordo: carbone.

Il sole pigro, già a metà strada nel cielo, ci osservava con indifferenza; il mare completamente liscio continuava il suo eterno andirivieni, portandoci lentamente indietro, fino a quando, verso sera, non ci ritrovammo di nuovo dove avevamo iniziato, alla foce di Jack Sound. Non so quale corrente o marea ci avesse fatto fare quasi tutto il giro attorno a Skomer per poi riportarci indietro, ma si trattava comunque di un viaggio che non ci era costato nulla. E, per noioso che fosse, almeno avevamo imparato a conoscere qualche altro tratto della costa. Tuttavia, sembrava che tutto questo avvenisse per uno scopo preciso: il vento infatti soffiava di nuovo dolcemente ma costantemente da nord-est.

La marea bassa era già in pieno svolgimento; potevamo vedere chiaramente attraverso lo stretto di Jack Sound e speravamo di raggiungere Milford Haven, oltre Capo St Anne, prima che calasse completamente l’oscurità, all’inizio di giugno.

Quindi abbiamo effettivamente letto quel passaggio.

Il Jack Sound, sotto quella luce serale, sembrava una ripetizione del Ramsey, solo più violenta; eravamo infatti nel pieno fragore della marea montante. C’era lo stesso impeto di un mulino ad acqua corrente, le stesse cascate d’acqua che si riversavano sulle rocce verso terraferma. Uscimmo da quella zona con il sole al tramonto che splendeva gloriosamente sulla nostra parte destra; proseguimmo rapidamente verso la fine di Skokholm – un altro nome scandinavo – certi (con quella brezza costante) di raggiungere facilmente St Anne’s Head prima del buio e gettare l’ancora in qualche baia di Milford Haven.

Ma in mare nulla è mai certo. Eravamo forse a un miglio dalla punta della penisola quando, con sorprendente rapidità, dal cuore dell’oceano si materializzò una massa compatta di nuvole che coprì completamente la superficie del mare. Dico “nuvole” e non “nebbia”, perché erano così dense e scure. Ci avvolsero come un mantello gettato sulla testa di qualcuno; e prima ancora che potessimo capire dove ci trovavamo, ci ritrovammo a navigare alla cieca, senza osare aprire troppo il timone per non perdere l’ingresso della baia, né chiuderlo troppo per non incagliarci. L’unica cosa che potevamo fare era ascoltare con ansia quel terribile ululato del vento tra le nuvole, che ora soffiava con regolarità dalla cima della penisola.

Quello che seguì, per quasi due ore, fu un’avventura del genere di quelle a cui solo poveri dilettanti si sarebbero dedicati, e dilettanti in un’attività che non richiedeva l’utilizzo di imbarcazioni più lunghe di sei piedi. Il >vento, per quanto debole fosse, era naturalmente scomparso insieme alla nebbia; ci lasciava appena lo spazio necessario per avanzare verso est. Quello che avevamo in mente era procedere a tentoni, nella luce sempre più fioca della nebbia, fino a quando non avremmo sentito il lieve rumore dell’acqua che si schiantava contro le rocce all’ingresso del porto, cioè sul lato nord. A bordo avevo una mappa dettagliata; sapevo che c’era acqua vicino alla riva e che il percorso era abbastanza chiaro, senza nulla nascosto sotto la superficie dell’acqua. Così, con estrema cautela, iniziammo ad avanzare, quando all’improvviso sentimmo il suono minaccioso della sirena di nebbia, che proveniva proprio dalla parte posteriore dell’imbarcazione. Il mio compagno prese il timone; io andai avanti per guidarci e gli gridavo di aumentare la velocità ogni volta che rischiavamo di avvicinarci troppo alle rocce. Sentivamo già il lieve rumore delle onde che si infrangevano dolcemente contro le rive. Vidi, a pochi metri dalla prua, dei piccoli bagliori bianchi nella nebbia: erano schiume che si staccavano dalle rocce mentre ci muovevamo. Il movimento dell’imbarcazione era così delicato che, anche se avessimo urtato qualcosa, nulla di grave sarebbe successo. Siamo riusciti a superare il pericolo senza problemi.

Abbiamo avuto anche questa ulteriore fortuna: proprio quando era diventato molto buio, il suono delle leggere onde che si infrangevano contro la riva scomparve del tutto, e così capimmo di aver superato il promontorio ed essere entrati nella prima baia di quel lungo braccio interno del mare. La nostra mappa indicava buone profondità e terreni stabili; inoltre, sembrava che non ci fossero altre imbarcazioni nelle vicinanze. Non sentimmo nulla attraverso la nebbia: nessuna voce, nessun movimento. Così, una volta entrati nella baia, gettammo l’ancora, fidandoci della fortuna che ci avrebbe evitato di toccare fondali rocciosi o qualsiasi altro pericolo. Se avessimo ancora avuto la barca a remi, sarei uscito per esplorare i dintorni, rischiando di non riuscire a tornare a bordo nella nebbia. Ma poiché non l’avevamo, dovemmo accontentarci delle circostanze: eravamo comunque ben al sicuro, lontani dalla rotta principale del traffico marittimo. La prima parte della notte fu interrotta da quel continuo suono emesso dal grande corno situato sul promontorio. Ma prima di mezzanotte la nebbia si dissolse, il rumore cessò e un profondo silenzio calò su mare e terra. Avevamo anche il conforto di vedere che avevamo abbastanza spazio per muoverci liberamente: la riva distava probabilmente circa un quarto di miglio da noi.

Quella notte, mentre mi addormentavo, composi il secondo e il terzo verso della “Chaunty of the Nona”.

La mattina seguente, osservando la corrente causata dall’alluvione nel porto di Milford Haven, notammo una brezza molto debole proveniente da ovest e nord; non era abbastanza forte da contrastare la corrente principale. Così trascorremmo il tempo fino all’inizio della bassa marea, o meglio, finché l’alluvione non si sarebbe attenuata, navigando lentamente lungo quel lungo fiordo. Di Milford Haven si legge molto nella storia, ma oggi, privo di un hinterland industriale, è quasi dimenticato dalle persone. Due mali del passato hanno radici nel suo paesaggio: fu qui che il primo pretendente al trono Tudor, “l’usurpatore Henry Tydder”, sbarcò con i suoi mercenari francesi per cercare di conquistare la corona, cosa che riuscì a fare in due settimane sul campo di battaglia di Bosworth Field. Fu anche da qui che le navi partirono verso l’Irlanda, sotto il comando di Cromwell, per portare distruzione, saccheggio e massacri tra i puritani. Mentre navigavo, osservando le rive e la piccola città vicina, mi chiedevo quale altra sorte Milford Haven potesse riservare all’Inghilterra. Le cose accadono sempre in gruppi di tre, soprattutto i mali: qual sarà dunque la terza “maledizione” che dieseriva da questo fiordo?

Il vento si fece più fresco proprio quando la piena iniziava a diminuire, quindi decidemmo di metterci in viaggio. Era già tardo pomeriggio quando raggiungemmo il mare aperto; il vento soffiava leggermente a nord-ovest, permettendoci di navigare senza ostacoli dopo essere usciti dal porto. Ci allontanammo abbastanza per poter intraprendere una rotta diretta verso Lundy e oltre, con l’intenzione di raggiungere il fiume Bideford e concludere così questo viaggio.

Il vento, essendo diminuito di intensità, non ci permise di superare completamente la lanterna di St Goven fino a sera; per tutta quella notte navigammo tranquillamente sul mare, spinti da una brezza dolce, finché, prima dell’alba, non riuscimmo a vedere chiaramente la lanterna di Lundy. Tuttavia, all’alba il vento cessò del tutto: inizialmente si trasformò in soffi irregolari, e infine scomparve del tutto quando ci trovavamo a circa un miglio e mezzo a nord-est dell’isola, diretti verso la barriera di Appledore. Piccole increspature d’acqua apparvero qua e là, sempre più distanti le une dalle altre, fino a scomparire del tutto; rimanemmo quindi immobili, senza poter fare nulla, finché una leggera corrente non ci spinse ancora per mezzo miglio in quella strana zona marina chiamata “Great White Horse Race”.

Non posso dire cosa fosse in condizioni di tempo avverso o anche con una forte brezza, perché non l’ho mai sperimentato prima né dopo. Come stavano le cose in quel silenzio assoluto, c’era una sequenza continua di colline piuttosto regolari, lunghe e lisce, con valli sorprendentemente profonde e creste incredibilmente alte per una mattina senza vento. Sulla nave “Nona” non c’era alcuna possibilità di intervenire: galleggiava abbastanza bene, ma come un tronco; si rovesciava da una parte all’altra per ore intere, scuotendo le sue strutture con ogni movimento, come se fosse colpita da numerosi martelli. Ogni volta che la nave terminava un movimento, tiravo con forza sulla vela principale. Fu un’esperienza terribile: circa dieci ore di sofferenza, durante le quali fissavamo Lundy dalla cima di ogni onda e galleggiavamo lì, paralizzati sotto quel cielo inutile.

Lundy è uno di quei fenomeni straordinari che si incontrano talvolta nella Natura, e che sembrano essere stati creati appositamente, seguendo un piano accurato e con un obiettivo preciso. Si potrebbe pensare che Lundy non possa causare alcun danno. Eppure ricordo sempre il caso di Montague.

È posizionato in modo da offrire riparo in qualsiasi condizione meteorologica. Si tratta di una sorta di piccolo frangiflutti installato nel mezzo del Canale di Bristol, che garantisce sicurezza a tutte le imbarcazioni che vi navigano; infatti, intorno ci sono buone zone di ancoraggio e si può ripararsi dalla direzione dei venti. L’unico svantaggio per le piccole imbarcazioni è proprio questa zona caratterizzata da forti mareggiate; in quella volta, il calmo ci aveva colti di sorpresa. Anche in quelle condizioni meteorologiche avverse, le grandi onde ci raggiungevano a metà altezza del ponte, e l’albero maestro, troppo alto per una piccola imbarcazione come la nostra, rendeva il movimento ancora più instabile; a volte temevo che i cavi di fissaggio si rompessero. Ma un’imbarcazione più grande non avrebbe certo avuto problemi con questa zona del mare. A parte questo aspetto, tutte le acque intorno a Lundy sono perfette per la navigazione sicura.

Non ho mai messo piede su quell’isola. Ne ho sentite molte leggende, ma non ne ripeto nessuna per paura che siano false. Quello che vorrei sapere soprattutto (eppure non ho mai incontrato nessuno in grado di dirmelo) è se il piacere dell’isolamento che questi luoghi offrono aumenti con gli anni, o alla fine diventi insopportabile. Conoscevo un uomo che, per tutta la seconda metà della sua vita, fu diviso tra il desiderio di possedere un’isola e la >paura che, una volta acquistata, si scoprisse che aveva comprato solo sfortuna. Tutti i suoi amici gli dicevano che le isole fossero come quegli oggetti leggendari portatori di sventura: qualcuno li riceve da un altro e ben presto ogni nuovo possessore li trova insopportabili. Essere re della propria terra, essere completamente separati dalla complessità e dalle inutilità del mondo, possedere una piccola proprietà tutta propria, con confini chiari e accessibile solo se si desidera. Questo basta per tentare chiunque abbia vissuto tra gli uomini. Ma molte persone che non l’hanno mai provato affermano che, dopo un breve periodo in simili luoghi, non si desideri altro che liberarsene. Una comunità potrebbe trovarli sufficientemente tollerabili; anzi, molte comunità religiose li hanno effettivamente considerati tali. Ma non gli individui, né le famiglie. Tuttavia, Lundy è più grande della maggior parte delle isole. Forse quindi il senso di isolamento è meno intenso.

Quando eravamo rimasti sdraiati a galleggiare senza controllo nella Baia di White Horse Race per tutta quella mattina e ben oltre mezzogiorno, verso l’una e mezza arrivò, con nostra grande gioia, una leggera brezza che soffiava direttamente dal lato destro della nave. Per tutte quelle ore non avevamo alcun controllo sulla rotta; semplicemente galleggiavamo alla deriva, spinti dal forte movimento delle vele vuote. Ma ora le vele si gonfiarono e, stanchi del mare, dirigemmo la nave verso il fiume Bideford. Quella piacevole brezza ci aiutava molto; navigavamo alla massima velocità possibile. La marea era al punto più basso, quindi c’era poco corso d’acqua e avevamo una rotta diretta da seguire.

Il vento soffiava forte, il sole splendeva chiaramente e tutto il mare scintillava, sembrando quasi vivo. Era un tempo perfetto per ricordare quei piccoli luoghi sacri sulla riva: quelle piccole città con i loro dei del mare, quelle sorgenti che sgorgavano dalle rocce sovrastanti. Quei posti che conservavano ancora intatti i loro ricordi e le loro storie. Uno di questi luoghi, di cui avevo sentito parlare spesso, si trovava lontano, a dritta; lo conoscevo bene grazie alla mappa: era Clovelly.

Ci sono luoghi sacri ad Apollo, luoghi di Delo, piccole città costiere protette dal mare.

So che, tra le acque tumultuose del fiume Bideford e della costa boscosa di Lundy – così isolata, remota e sacra – quel tocco di bianco sul verde segnava la presenza di Clovelly. Guardandola così, attraverso l’acqua che scorreva veloce e nel vortice creato dal passaggio delle >navi, Clovelly sembrava esattamente come l’avevo descritta nei libri da ragazzo. E forse era davvero così un tempo, quando l’Inghilterra era ancora quella che era.

Ma l’Inghilterra di oggi, vista dalla terra, è qualcosa di molto diverso dall’Inghilterra di un tempo, vista dal mare. Alcuni anni dopo dovetti nuovamente cercare Clovelly dalla terra, e non dimenticherò mai quel luogo, proprio come quell’uomo del Northumbria che Dio risuscitò dai morti, e la cui esperienza ci è raccontata da San Beda; nemmeno lui poté dimenticare quella visione dell’inferno.

Ero venuto con degli amici in automobile, perché mi era stato detto che un uomo dovrebbe vedere Clovelly prima di morire. Ero arrivato dalla nobile solitudine di Hartland, dove i grandi mari si schiantavano contro le rocce dopo una tempesta e tuonavano davanti a quella bella locanda che si affaccia sull’oceano. La nostra strada correva in alto sopra il mare; man mano che ci avvicinavamo al punto in cui la gola di Clovelly si apriva sotto di noi, vedemmo un rumore simile a quello di api in folla. Ma poi quel rumore divenne un confuso clamore umano, e ancora più vicini riuscimmo a vedere tutta la terribile realtà.

Un enorme numero di bancarelle era parcheggiato lungo la strada stessa, sul ripido versante della collina, da dove si poteva ammirare il villaggio e il mare sottostanti. Lì, bloccando la strada che attraversava la cresta, un’immensa folla di persone disperate lottava e si affollava in uno stato di cupo disperazione. Il loro compito – non intenzionale, ma dovuto all’ironia della Vendetta Divina – era quello di formare un muro insormontabile che impedisse qualsiasi accesso dal villaggio sottostante, rendendo impossibile qualsiasi ulteriore tentativo di scalata. Mentre così, lungo quella cresta, si muoveva incessantemente una massa compatta di persone vestite di abiti scuri, strette tra le case; da dove ci trovavamo sembrava proprio caviale tedesco nero, quel prodotto velenoso venduto con l’intento di distruggere la razza umana. Quella “falange” aveva la sua base sulla riva del mare e era spinta da un desiderio comune, da una volontà collettiva che la spingeva verso l’alto, un compito disperato! Infatti, quella folla non avrebbe potuto essere sfondata nemmeno dalla cavalleria, figuriamoci dall’infanteria inesperta come quella.

Finora tutto andava male; ma c’era di peggio ancora da aspettarsi. Infatti, sul mare calmo di quella baia si scorgevano tre vapori, ognuno dei quali assomigliava a un pezzo di legno a forma di sigaro su cui erano accampate innumerevoli formiche nere. Di questi, quello più vicino alla riva stava ancora sbarcando altre persone, che lottavano per approdare su qualsiasi piccola striscia di terra disponibile; gli altri due velivoli, intanto, erano pronti a rafforzare l’attacco.

È davvero vero che gli uomini desiderano la bellezza più di ogni altra cosa, e che una grande bellezza attira tutti verso di sé.

Gli atei, di cui rimangono ancora alcuni fedeli sostenitori che resistono alla marea del panteismo; coloro che disprezzano l’umanità sia quando sono in salute che quando sono malati e si disperano sul suo destino; quegli che non danno alcun valore alla vita e ritengono indifferente che l’uomo esista o meno. Secondo me, queste persone hanno abitudini di argomentazione goffe. Parlano infatti solo in termini negativi. Ma se volessero davvero suscitare un vero disprezzo per ciò che viene considerato divino nell’uomo, una vera indifferenza verso i nostri simili e una corretta comprensione di tutta questa insignificante faccenda umana, non dovrebbero limitarsi ai negativi. Dovrebbero invece presentare immagini vivide, concrete e impressionanti, e dire: “Guardate e giudicate l’umanità!” Li invito a visitare Clovelly durante le vacanze, le spiagge di Weston-super-Mare, la stazione di St Lazare a Parigi, la stazione di Frederick Street a Berlino o quella di Liverpool Street a Londra, proprio dopo gli orari di lavoro, in una giornata feriale. Oppure ancora, una folla in Catalogna, fuori dall’arena, quando per qualche motivo il toro si scatena.

Ci sono altre immagini straordinarie pronte all’uso per l’ateo: un tavolo da pranzo dei ricchi, con circa trenta ospiti, uomini e donne disposti in modo alternato, proprio come le carte rosse e nere in un gioco di solitario; quei poveri coppie che si girano a destra per dieci minuti e poi a sinistra per altri dieci minuti, proprio come i jack in un mazzo di carte; il vino di un solo tipo: giallo, acido e con bolle. Oppure si potrebbe ottenere lo stesso effetto osservando qualsiasi mezzo di trasporto pubblico progettato per contenere ventiquattro persone ma riempito di quaranta. O ancora, si potrebbero semplicemente distribuire foto scattate con abilità di coloro che oggi sono i soggetti di più discussione.

La verità è che gli atei non conoscono il proprio compito; infatti è stato chiaramente dimostrato, osservando il pollice e le altre quattro dita della mano sinistra, che coloro che sono separati da Dio sono anche separati dalla ragione.

Quindi continuammo il nostro viaggio, lasciando quella piccolissima macchia bianca di Clovelly molto indietro, nella sua conca, scura contro il sole pomeridiano, e dirigemmo dritti verso il fiume Bideford, fino a raggiungere il corso principale del fiume.

Avevamo anche un punto di riferimento chiaro e inequivocabile: si trattava di una zona di acque scure e lisce, incastonata tra le onde bianche. Nonostante ci fosse solo una brezza leggera, per qualche misterioso meccanismo naturale, le onde si schiantavano con violenza contro la barriera del fiume, come se fossero tempeste. Da lontano, quella barriera sembrava un enorme muro di acqua bianca e agitata; tra quel muro e il lato est dell’imboccatura del porto, c’era questa stretta via d’accesso costituita da acque tranquille. Siamo riusciti a passarvi senza problemi, seguendo i punti di riferimento chiaramente visibili, e ci siamo fermati nella zona profonda al largo di Appledore, in attesa che la marea ci portasse fino a Bideford.

Tutta quella parte della costa appartiene a Charles Kingsley: il suo genio violento e fanatico, la sua capacità di imprimere la propria personalità su quel luogo. Gli uomini fanatici di solito non sono felici; ma penso che Kingsley fosse davvero felice, perché aveva sempre la situazione sotto controllo. Tutto nella sua vita andava nel verso giusto: la causa a cui era devoto, la distruzione della Fede, sembrava trionfare sempre di più. Anche il minimo evento contrario (come la conversione di Newman) rappresentava per lui una fonte di irritazione insopportabile. Viveva nella parte del mondo che amava di più, godeva di tutte le sue caratteristiche, era sostenuto da tutto ciò che lo circondava. Non si poteva trovare nulla di meglio. E allo stesso tempo, non esiste critica più ironica e divertente verso quel modo di pensare tipico di Kingsley di quella rappresentata dal nome “Westward Ho”, reso famoso proprio da lui. “Westward Ho” significa semplicemente la direzione ovest di due punti di sbarco. Ma quel nome si è diffuso in tutto il mondo anglofono come una sorta di grido che invita all’avventura all’estero. E probabilmente solo un uomo su mille pensa a quelle due lettere come a un semplice richiamo, o forse le considera con un nome più nobile, simbolo delle spedizioni elisabettiane.

Una delle cose più tristi che conosco riguardo alla spiaggia vicino al fiume Bideford è l’odio mortale con cui i “Dons” hanno perseguitato il povero e caro Kenwith. Kenwith è un luogo dove, nell’Alto Medioevo, alcune barche di danesi sbarcarono e furono sconfitte dagli inglesi. Il nome è piuttosto chiaro, la tradizione altrettanto evidente, e la descrizione della posizione geografica indubbia. Pertanto, gli studiosi, come al solito, hanno insistito con estrema veemenza nel sostenere che questa tradizione, questo nome, questa descrizione siano tutti semplici errori popolari, e che il luogo in cui realmente ebbe luogo quell’incidente distasse chilometri di distanza.

È interessante analizzare i motivi alla base di questo genere di comportamenti. Tutti ne siamo familiari: le università di tutti i paesi, ma soprattutto le nostre, sono regolarmente terreni fertili per la loro diffusione; tuttavia, quando ci si imbatte per la prima volta in queste idee, ci si chiede perché mai siano nate. Da dove deriva questa voglia di affermare che il Vangelo di San Giovanni non sia stato scritto da San Giovanni? Che Omero non sia stato scritto da Omero? Che la Battaglia di Hastings non abbia questo nome, sebbene tutte le persone che vi hanno partecipato l’abbiano chiamata così? Che Guglielmo il Conquistatore avesse a disposizione solo un manipolo di uomini, sebbene il suo segretario, che li ha visti e ha letto tutti i documenti relativi alla battaglia, ne parli come se ne fossero stati 50.000? E che la Guerra Gallica di Giulio Cesare sia stata scritta dal suo tutore, insomma, tutto questo nonsenso.

La potente forza che spinge i “Don” a comportarsi in questo modo, facendoli sembrare sciocchi, sembra derivare dalla convergenza di tre fattori. Prima di tutto c’è la vanità dell’uomo colto, il quale dispone di molte più opportunità per agire, poiché pochi conoscono davvero la materia in questione; inoltre, è abbastanza al sicuro dalle critiche, o almeno se lo crede. I suoi simili non lo tradiranno. È certamente lusinghiero pensare di avere ragione quando tutti gli altri hanno sbagliato, e in un’epoca come la nostra, in cui si è accumulata una tale quantità di conoscenze tecniche specialistiche, le persone sono disposte a credere quasi qualsiasi affermazione, perché non sanno quali nuove prove possano emergere.

La seconda fonte rappresenta quella cosa così umana: l’amore per il meraviglioso – anche se si tratta di un amore per il meraviglioso che si manifesta in una forma molto degradata. Il vostro pedante dice: “Tutte le prove apparenti, tutta la tradizione, tutto ciò che potreste definire buon senso, fanno pensare che Little Muddipool sia proprio quel luogo dove fu firmato il Trattato di Little Muddipool. Si chiama semplicemente ‘Il Trattato di Little Muddipool’, e le sue ultime parole sono ‘Firmato da noi a Little Muddipool’. Ma vi dico che non era affatto Little Muddipool, bensì un luogo situato a 100 miglia di distanza con un nome diverso”. Lo spirito alla base di tutto ciò è esattamente lo stesso dello spirito che dice: “Il buon senso e la vostra esperienza personale vi diranno che il vescovo deve aver attraversato il fiume o con un ponte o in barca. Vi dico invece che quel santo l’ha attraversato indossando il proprio cappotto. Cosa ne pensate?”

E la terza causa è di natura negativa. La sostituzione continua di ipotesi al posto dei fatti (che rappresenta una caratteristica distintiva degli accademici odierni) finisce per portare le persone in uno stato mentale in cui non sono più in grado di valutare correttamente le prove: non riescono più a distinguere tra ciò che è certo, probabile e assurdo. Proprio poco tempo fa, un accademico di Oxford ha sostenuto di aver scoperto numerosi passaggi classici contenenti anagrammi nascosti che fornivano informazioni sorprendenti; ad esempio, che Euripide, da bambino, avesse scritto le opere di Eschilo. Tuttavia, un altro studioso ha pubblicato sul giornale “Spectator” una dimostrazione secondo cui il nome di quell’accademico era in realtà nascosto in modo molto evidente nell’anagramma delle prime righe dell’Iliade; quindi, quel poema eccellente non poteva essere stato scritto da lui da bambino, ma molto prima della sua nascita. Ecco tutto.

Un altro aspetto piacevole del fiume Bideford è il sorprendente contrasto tra Appledore, situata sul lato commerciale del porto di fronte al mare, e Instow, così raffinata sulla sponda opposta: Appledore, in sostanza, una sorta di rifugio per gli uomini forti; Instow, invece, una località ideale dove trascorrere il tempo. A Appledore si beve birra, a Instow vino; inoltre, la lingua parlata nelle due zone è quasi incomprensibile l’una per l’altra. A volte ho pensato che, quando un giorno le fondamenta della società dovessero vacillare, gli uomini forti di Appledore potrebbero attraversare il fiume (in bassa marea si può quasi camminarci sopra, tranne per un stretto canale) e invadere Instow per saccheggiarla. Quasi tutte le moderne aree abitate umane presentano questo contrasto tra zone ricche e povere; ma quando c’è dell’acqua che le separa, tale contrasto diventa ancora più evidente: da un lato ci sono il duro lavoro e i suoi frutti, dall’altro la vita agiata.

Il mio viaggio era finito. Avevo portato la barca nel fiume Bideford, davanti al lungo ponte di Bideford, e lì avevo trovato tranquillità per tutta la notte, e per molto tempo ancora. Lì avrei lasciato la Nona a prendersi cura della barca, fino a quando non sarei potuto riprenderla in mano io stesso.

Quella notte, mentre oscillavo nella cabina, terminai di scrivere “Chaunty of the Nona”. Se qualcuno dovesse dire che si tratta di un brutto poema, sono pronto ad accordarmi con lui; ma se un altro affermasse che lo rincuora e lo riempie di gioia, anch’io sarei d’accordo. È tutto lo stesso. Il fiume Bideford rappresenta la fine del mio viaggio, un luogo di riposo. Alla fine, tutti noi moriamo, come è naturale; ed entriamo in “porto”, uscendo dal mare. Tutto ha il suo termine.

Ho sempre ritenuto una cosa molto ridicola preoccuparsi troppo, dopo i trent’anni, della fama letteraria: se dovesse arrivare, che venga pure, ma per l’amor di Dio evitiamo qualsiasi pubblicità associata ad essa, perché essere costantemente sotto gli occhi di tutti significa vivere in una gabbia di vetro. Ammiro davvero molto quegli uomini che fanno ciò che io stesso, da giovane, desideravo fare ma non sono riuscito a realizzare: cioè scrivere con costanza usando un nome falso e prendersi cura di nascondere le proprie tracce. Volevo scrivere poesie con un nome, storia con un altro, viaggi con ancora un altro. Ma il destino è stato troppo forte.

Tra gli uomini che hanno fatto questo nel mio tempo, il più di successo fu Dodgson, quel matematico eccezionale della Christ Church. Insomma, un membro di quella prestigiosa comunità. Aveva calcolato tutto con precisione; e la vasta fama ottenuta da Lewis Carroll e da “Alice nel Paese delle Meraviglie” gli permise di vivere in tranquillità e sicurezza.

Il ricordo di quel libro mi fa anche riflettere su quanto sia falsa quasi tutta la fama letteraria, o meglio, su quanto grande sia l’elemento di falsità presente in quasi tutte queste fama. “Alice nel Paese delle Meraviglie” è un libro davvero straordinario, così come altri libri di Dodgson, anche se non tutti. Tuttavia, una ragione fondamentale della sua vasta diffusione fu il fatto che rispondeva a uno specifico stato d’animo tipico delle sale da pranzo dell’epoca. So che mi considereranno blasfemo, ma sono assolutamente certo che “Alice” non sopravviverà a lungo all’agio e alla sicurezza indiscussa dell’Inghilterra del suo tempo. Infatti, ogni implicazione morale, e persino umoristica, presente nei libri di Dodgson derivava proprio da quell’ambiente di tranquillità e sicurezza. Non esiste segno più evidente di un periodo anomalo nella storia dell’umanità di quanto lo sia la generazione dell’alta società inglese tra il 1833 e il 1899: uomini normali, infatti, vivono sotto pressione e minaccia, difendendosi costantemente contro il barbaro o il nemico pericoloso. Il fatto che un vasto pubblico apprezzasse così tanto le assurdità presenti nei libri di Dodgson – umorismo basato sulla follia, contrapposto all’ingegno fondato sulla saggezza – ne è la prova evidente. Anche la semplice creazione di parole infantili dal suono vagamente nostalgico era sufficiente a compiacere quella generazione. Ma quando i terrore e gli eroismi torneranno permanentemente nella realtà, anche queste cose perderanno ogni significato.

E, dopotutto, che cosa significa possedere fama letteraria? Possono usarla gli uomini morti? Qualcuno che la possiede, a meno che non sia completamente vanitoso, si considera davvero il creatore di quelle opere straordinarie che ha avuto l’opportunità di scrivere? Esiste qualche scrittore che abbia un vero senso delle grandi cose nella letteratura e che non dubiti dei propri successi? O forse c’è qualcuno che, quando una poesia o un discorso che ha scritto lo convince della loro bontà, non ammetta con se stesso che in realtà non è stato lui l’autore vero, ma piuttosto qualche forza che ha agito attraverso di lui?

Ancora una volta: non c’è forse nessun scrittore che sia anche moderatamente virile e che preferisca qualunque virtù umana a un effetto retorico ottenuto attraverso la poesia o la prosa? Chi, possedendo del vero talento, non preferirebbe essere un uomo coraggioso piuttosto che un poeta codardo?

Ecco tutto ciò che si può dire dei gentiluomini letterati. A parte me stesso, vorrei vederli tutti caricare su un enorme battello, essere trascinati in mare e lì affondare. Le loro assurde litigate, le loro pose, la loro insufficienza, il caos delle loro menti. Tutto ciò rappresenta soltanto un peso inutile. Non c’è nemmeno una giornata trascorsa a cavallo o in mare (per non parlare di cose ancora migliori, che, per rispetto verso di voi, qui non menzionerò) che valga l’intero carico delle loro opere stampate. A parte, forse, qualche versetto lirico, o qualche passaggio ben scritto e ritmato in mezza pagina di prosa.

Ma, ripeto ancora, tutto è collegato tra sé. Ecco me qui, nel fiume Bideford, all’ancora; ho raggiunto il “confine” dei mari. Lascio indietro la Nona, la mia compagna, la mia casa, la mia fedele barca. Sotto la protezione del lungo ponte di Bideford, che è notoriamente considerato l’“ultimo confine del mondo”.


Un giorno arrivò in cui ebbi di nuovo un po’ di libertà. Così partii immediatamente da Devon insieme a un compagno; trovando tutto esattamente come l’avevo lasciato, salpai per allontanarmi dal fiume Bideford. Decisi di esplorare il mare aperto al di là di Hartland, che fino ad allora non avevo mai visto, anche se ora conosco bene le sue caratteristiche e i suoi porti.

La marea era tale che quando partii era già sera; inoltre, non fu facile attraversare il canale presso la barriera di Appledore, nonostante la forte risacca, perché anche la debole brezza che soffiava aveva una direzione prevalentemente settentrionale. Per lo stesso motivo fummo costretti a remare tutta la notte, avanzando verso Hartland Point su due lunghi remi; all’inizio il vento ci aiutò, ma in seguito divenne contro di noi. Fu solo al mattino che raggiungemmo la punta e potemmo proseguire lungo la costa.

Gli Antichi sembravano attribuire a questa landa desolata, ma al contempo maestosa e imponente, una sacralità particolare e solenne. I Romani la chiamavano “Il Punto di Ercole”; credo che ritenessero che, superandola, si entrasse in un altro “mare”, poiché erano molto sensibili al mistero delle cose. Se pensavano che Hartland rappresentasse un confine, avevano ragione: all’interno di essa ci si trovava sotto la protezione dell’Inghilterra, in acque “familiari”; al di fuori, invece, si apriva tutto l’Ovest e il potere dell’Oceano. Quella mattina fu lo stesso per noi: non appena il vento si placò, iniziò una serie di onde lente e regolari che, diventando sempre più intense, trasformarono la superficie dell’acqua in onde gigantesche, parallele, incessanti e imponenti. Quell’intero oceano, è davvero strano; ho persino avuto la sensazione che su di esso agissero forze misteriose.

I lunghi cavalloni marini si levavano dal sud-ovest in condizioni di quasi assoluta calma. Non c’era abbastanza vento per influenzare la direzione della barca; era una fortuna che ce ne fosse almeno un po’, perché in caso di totale calma, la nave sarebbe stata spinta di lato e scossa violentemente dal suo albero maestro troppo alto, proprio come era successo in precedenza durante la “Corsa del Cavallo Bianco”. I cavalloni continuavano ad arrivare uno dopo l’altro; non erano il residuo di una tempesta (poiché nessuna tempesta si era verificata da quelle parti), ma erano causati da quegli innumerevoli e misteriosi fattori che influenzano il comportamento del mare. Si alzavano uno dopo l’altro, nascondendo l’orizzonte; superavamo le loro creste per poi immergerci nelle loro valli; poi tornavano ad alzarsi maestosamente, schiantandosi contro la selvaggia magnificenza della costa di Hartland.

Il nostro tempo ha scoperto molte cose nel mondo materiale (e allo stesso tempo è diventato paralizzato di fronte a tante altre questioni ancora più importanti), al punto che pretendiamo di spiegare tutto attraverso legami perfetti di causa ed effetto. È proprio in questi momenti che ci viene in mente l’espressione “Noi miseri peccatori”: perché, in realtà, non sapremo mai nulla rispetto a ciò che rimane sconosciuto. Ma cosa causa queste onde?

Del resto, perché un mare è così diverso dall’altro? Si misura la quantità di sale, il peso dell’acqua, l’intensità del vento. Anche se si disponesse di tutti questi fattori che possiamo misurare – questi tre e una ventina d’altri (la pressione dell’aria, la sua umidità, il suo calore, e così via) – non si riuscirebbe comunque a spiegare perché esista questa differenza tra i mari. Tutti i fattori misurabili potrebbero essere gli stessi, eppure i mari sono profondamente diversi. In realtà, è quasi impossibile descrivere tale differenza, proprio come non si può descrivere la differenza tra due strumenti musicali, il flauto e la tromba; o la differenza tra due materiali utilizzati nella scultura, il marmo e il bronzo. Sappiamo soltanto che questa differenza esiste. Ma il nostro tempo, così stupidamente orgoglioso, ignora queste categorie essenziali.

Perché ciò che chiamano “Il Nuovo Mondo” è qualitativamente, gustativamente e spiritualmente completamente diverso dall’Antico? Qui non c’è solo il conflitto tra Inghilterra e America, ma anche tra Spagna e Argentina, tra l’Inghilterra stessa e le colonie bianche, e tra francesi e canadesi francofoni. Non si tratta di novità, né della mancanza di tradizione; si tratta piuttosto di una differenza di “timbro”, violenta quanto la differenza tra il fischio di un treno e il canto di un usignolo, o tra il legno e il ferro.

Gli uomini moderni, conoscendo soltanto una piccola parte delle cause esistenti, ragionano partendo dalle regole che hanno a disposizione, invece di fidarsi delle proprie percezioni come facevano i loro antenati.

Presumo che le grandi differenziazioni nella storia umana derivino da queste profondità sconosciute delle cause, e che una civiltà si separi dall’altra a causa di movimenti che nascono proprio dalle radici dell’anima stessa. Nel frattempo, gli uomini profetizzano, ma il futuro li rende ridicoli.

I grandi amministratori di terre completamente straniere sono persone che non hanno mai finto di comprendere queste differenze, né di combatterle, e tanto meno di sopprimerle. Sono persone che hanno riconosciuto quella “sangue diverso” e, in un certo senso, vi si sono identificate. Questo è governare; questo è essere un Impero: mettersi nei panni di coloro che vengono governati.

Nell’avventura strana, riuscita, forse effimera, che ha permesso alla nostra alta cultura europea di esercitare un controllo sulla vita delle altre popolazioni in Oriente e in Africa, sono emersi molti uomini che, messi alla prova dalle circostanze, hanno aderito a questo ideale. Ho sentito con rispetto le opinioni altrui su una mezza dozzina di inglesi, scozzesi e irlandesi del genere, anche se non ho mai visto il loro operato. I russi mi hanno parlato dei loro connazionali che hanno realizzato simili imprese al di là degli Urali e del Mar Caspio. Per quanto riguarda i tedeschi, non ho mai sentito dire che qualcuno di loro fosse anche solo in grado di intraprendere un compito del genere. Sappiamo che gli spagnoli sono riusciti a cambiare metà del continente. Ma l’unico esempio che ho visto con i miei occhi, e per soli pochi giorni, è stato quello del maresciallo Lyautey. Il Marocco sotto il dominio di Lyautey rappresenta davvero un fatto straordinario.

È vero che dietro il suo grande successo vi era qualcosa di più di una vita intera dedicata al lavoro: la lenta e costante trasformazione del Nord Africa da parte della Francia. È come un reef corallino: solido, dettagliato, infinitamente complesso; il risultato del lavoro di innumerevoli individui che hanno sacrificato se stessi, operato nell’ombra, con tenacia e creatività, per realizzare qualcosa di duraturo. Tuttavia, ciò che Lyautey ha realizzato rappresenta in sé un’opera completa. È come il nuovo stile gotico delle chiese di Brazenose o Magdalen a Oxford: si può dire che anche dietro questo risultato vi sia stato il lavoro paziente e prolungato di molte persone, a partire dal momento in cui Pugin ne iniziò la progettazione; oppure è come la turbina ideata da Parsons, frutto di numerosi esperimenti, ma comunque un’opera autonoma e significativa.

Non è affatto sminuire l’importante lavoro di Lyautey in Marocco affermare che queste cose sono possibili soltanto quando si riconosce apertamente il principio fondamentale della responsabilità personale nella governance; o, per usare un’espressione coloniale, “il controllo da parte di una sola persona”; o, in termini aristotelici, “la MONARCHIA”.

Non esiste alcuna altra forma di amministrazione efficace per governare grandi masse di persone se non quella aristocratica; e questa forma di amministrazione – che ha regnato in Inghilterra protestante per quasi 300 anni dopo la Riforma, quando la monarchia popolare fu distrutta e la ricchezza divenne l’elemento decisivo – è possibile soltanto in quelle rare comunità in cui le persone accettano volentieri di essere governate da un gruppo ristretto di individui, e rispettano e ammirano questa classe speciale che considerano i loro veri padroni naturali.

Quello che il Maresciallo Lyautey ha fatto nell’organizzazione del Marocco francese si è basato su due fondamenti essenziali: la collaborazione con i popoli alieni che si amministrano, e non contro di loro né al di sopra di loro; e l’impegno consapevole di investire il proprio capitale ed energia a beneficio dei popoli governati, piuttosto che per propri interessi personali. Ciò include lo sviluppo delle comunicazioni, la costruzione di infrastrutture, l’estensione dell’istruzione, il miglioramento delle vie d’acqua e la forestazione: tutte attività costose che possono essere realizzate soltanto da un governo realmente interessato al bene di tutti, e che mai sarebbero intraprese da operatori privati motivati esclusivamente dal proprio profitto.

È proprio l’assenza di questa simpatia e di questo aiuto desideroso da parte dei governati a impedire a una comunità commerciale di espandersi su territori stranieri. Infatti, all’interno di una comunità commerciale, la gestione di una dipendenza estera ha lo scopo principale di aiutare i mercanti o gli insediatori del proprio Paese d’origine: le strade vengono costruite, i fiumi attraversati da ponti, non principalmente a beneficio dei governati, ma soprattutto per il profitto immediato dei governanti stessi.

Con questo si manifesta un disprezzo per coloro che sono governati, il che è un segno pericoloso; e in seguito, ancora più pericolosamente, sorge l’odio verso di loro.

Quindi, il dominio straniero diventa sempre più sgradevole per coloro che ne sono soggetti. Per metà della loro vita lo considerano con meraviglia; poi iniziano a sentirsi insoddisfatti, rendendosi conto di essere disprezzati senza alcun motivo. Alla fine si ribellano definitivamente. Quando questa tirannia innaturale crolla, i governanti se ne vanno gradualmente e non rimane più traccia del loro dominio straniero.

Era chiaramente un conflitto tra Cartagine e le sue dipendenze.

Ma quando i governanti si dedicano al bene dei governati, si verifica un’unione tra lo spirito nazionale di entrambi, e il governo superiore guida e orienta i suoi sudditi verso una civiltà comune. Uno dei criteri per valutare il successo di un governo straniero è capire se i governanti disprezzino o ammirino i governati stessi. Se li disprezzano, significa che non sono adatti a governare; se invece ammirano in loro ciò che merita ammirazione, allora tutto va per il meglio. In Marocco ho riscontrato che un disprezzo verso l’Islam – non una differenza rispetto all’Islam, ma proprio un disprezzo che considerava i mori “indigeni” e i francesi una sorta di “razza superiore” – esisteva soltanto tra i coloni peggiori. Erano i vostri immigrati semi-istruiti, appartenenti alla classe media inferiore, ad assumere questo atteggiamento, causando tutti i problemi possibili. Più ci si elevava nella gerarchia sociale, maggiore era l’affetto per il moro e la sua civiltà, maggiore il desiderio di comprenderlo e conoscere il suo passato, maggiore l’ammirazione per la sua arte, la sua dignità, la sua fede. Quando si raggiungevano posizioni di responsabilità, nella Residenza Generale o nella stessa casa del Maresciallo, si aveva una vera comprensione dell’intero passato e presente moresco, simile a quella che uno studioso ha per il testo che ama; si trattava di una familiarità profonda e onnipresente.

Quel breve sguardo all’Atlante e alla distesa di terra bruciata che si estendeva oltre (poiché viaggiai mentre il caldo era ancora intenso) lasciò nella mia mente immagini vivide. Prima di tutto, l’immagine di un vasto territorio montuoso completamente desolato, situato tra Oudja e Moulouya (ero arrivato da Oran). Quel luogo aveva lo stesso effetto spietato e disumano dei grandi deserti americani dell’ovest degli Stati Uniti; poi, subito dopo, l’immagine di Taza, situata ai margini delle zone collinari dove si svolgevano battaglie, e la storia che mi fu raccontata laggiù riguardo a due fratelli mori. Uno di loro combatteva al fianco dei francesi per sei mesi e poi disertava; allora l’altro fratello si arruolava al suo posto. Per entrambi, l’unica motivazione era il piacere di combattere e il guadagno derivante dallo stipendio, mentre l’idea politica dell’indipendenza rappresentava un fattore secondario, se non del tutto trascurabile.

Nessuno potrebbe dimenticare chi l’ha visto (e ora è diventato, o presto diventerà, una cosa del tutto comune nei viaggi): quella grande nuova strada che ho visto mentre veniva costruita, ma che era già quasi completata. Attraversa tutta la Barberia come un sostegno, come una colonna vertebrale, dalla Baia di Cartagine fino alla foce del fiume Rabat sull’Oceano Atlantico; ha una lunghezza effettiva di quasi 1.000 miglia e segue esattamente il percorso che i primi musulmani utilizzarono quando conquistarono l’Occidente: quel cavaliere che galoppò fino sulle onde sulla sabbia presso la foce del fiume Rabat e gridò: “O Dio, se non avessi imposto confini alla terra con questo tuo mare, io continuerei per sempre verso ovest, conquistando in nome Tuo”. Oggi si può prendere l’auto da Marsiglia fino a Tunisi e seguire senza interruzioni quel percorso ampio e ben costruito, fino ad arrivare all’Atlantico; poi, girando a sud verso Casablanca, si può imbarcarsi di nuovo per tornare in Europa.

La sorpresa rappresentata da quell’impresa marocchina risiedeva nel modo in cui fu gestita durante la Grande Guerra. Quando ormai era certo che la guerra sarebbe scoppiata negli ultimi giorni di luglio 1914, il governo di Parigi e i politici inviarono ordini al Residente Generale affinché tutte le truppe venissero ritirate sulla costa, abbandonando l’interno del paese; la riconquista, se possibile, avrebbe dovuto avvenire dopo la pace. Noi che sappiamo cosa significano quelle parole “dopo la pace”, sappiamo anche che ciò avrebbe segnato la fine della presenza francese in Marocco. Sarebbe stato il ritorno alla vecchia pressione esercitata sulla frontiera algerina e una dimostrazione per tutto l’Islam del fallimento dell’Europa.

Quello che fece il soldato fu mantenere le sue guarnigioni nonostante l’opposizione dei politici. Ciò che è sorprendente è che continuò lo sviluppo del Marocco durante tutti quei quattro anni di intense difficoltà, come se la pace non fosse mai stata interrotta. La ferrovia fu comunque costruita, le nuove strade completate, gli edifici eretti e le zone montuose selvagge controllate dalle truppe; fino a quando, nel 1919, l’Europa vide un Marocco diverso da quello che esisteva quando l’Occidente aveva iniziato la sua grande lotta: un Marocco più ricco, più forte e meglio organizzato, con nuove città europee fianco a fianco con quelle musulmane, e tutto il territorio sotto controllo.

Queste nuove grandi città vengono pianificate e costruite sotto un regime militare – ed è molto saggio, poiché l’anarchia degli sforzi commerciali individuali avrebbe fatto fallire questo progetto. Nessuna casa può essere costruita nello stile europeo, in modo da contrastare lo spirito del luogo; i tetti devono essere piatti e le linee architettoniche mantenute intatte. Inoltre, la città europea viene tenuta completamente separata da quella musulmana. A Meknes, ad esempio, si può ascoltare la messa in una cappella situata proprio all’interno delle mura della città: è l’antica cappella dei prigionieri portoghesi durante il regno dei grandi sultani. Ma non si può entrare in quella cappella dall’interno della città; la porta si affaccia verso l’esterno, sul lato rivolto alla campagna. Il giorno prima di lasciare il Marocco, un soldato che mi accompagnava su una collina sopra una delle nuove città mi disse, mentre ci fermavamo ad ammirare quella vista mista di Europa e Africa, nonché tutta quella vasta nuova ricchezza: “Sono appena passati dieci anni da quando il sultano di allora, infastidito dal proprio fratello, lo fece divorare dai leoni”. Chi ama i contrasti non troverà nulla di più evidente in questa strana terra.

Ma questi lontani ricordi del Marocco non si armonizzano con la presenza del mare del Devon sotto il cielo freddo di un’alba gelida. Quegli scenari africani nella mia mente – sabbia calda e palme – dipinti dalla memoria durante la notte, sbiadiscono e scompaiono alla luce del giorno settentrionale, proprio come i bagliori colorati delle luci della punta di terra con l’arrivo dell’alba.

Non c’era ancora abbastanza vento per far sentire a Nona la presenza del timone. Il mio compagno dormiva sotto coperta. Le onde diventavano sempre più calme; poi, con mia disgusto e paura, sopra il mare – già troppo nebbioso (al punto che le terre lontane, a circa tre miglia di distanza, sembravano fantasmi) – una fitta nebbia iniziò ad avvolgerci completamente.

L’ho posizionata un po’ più a ovest, per essere sicuro; non sapevo infatti quali correnti potessero esserci in questa zona, e dovevo assicurarmi che la nave prendesse il vento giusto. Non volevo affatto attraversare la nebbia in un tempo così calmo, rischiando di sentire, nelle vicinanze, il pericoloso mormorio dell’acqua che scorreva sulle rocce.

Di tutte le esperienze vissute in mare su una piccola barca a vela, non c’è nulla, al giorno d’oggi, con la steam e il petrolio, che sia più estenuante (dopo un certo periodo di tempo trascorso in tali condizioni) del trovarsi così parzialmente immobilizzati, con pochissima possibilità di manovrare, in una zona del mare dove le grandi navi navigano avanti e indietro, completamente indipendenti dalla calma che ti intrappola. Si può sentire (come ho fatto quella mattina) il rumore dei motori, a chilometri di distanza o proprio vicino. Si sente anche, di tanto in tanto, l’ululato delle sirene delle navi, ma non c’è modo di capire da dove possa provenire il pericolo, né su quale rotta possa avvicinarsi. Alcuni, con più esperienza, forse sarebbero riusciti a stimare la distanza di quei suoni e a capire se rappresentassero un vero pericolo o meno; ma per me sembrava che ogni nave a vapore nel Canale di Bristol fosse sopra di noi. Non ho dubbi che, se la nebbia si fosse dissipata, non avrei visto altro che un paio di navi dirette verso il largo, lontane all’orizzonte, e forse una piccola nave proveniente dall’Atlantico, diretta verso Avonmouth, più vicina alla nostra costa, per risparmiare la forza della marea. Infatti, quando la nebbia si dissolse verso mezzogiorno, il mare presentava proprio quell’aspetto: non si vedeva nemmeno una dozzina di imbarcazioni, e nessuna vicina a noi. Ma nella bianca, fredda oscurità della nebbia (senza alcun indizio visivo per orientarsi), il ritmico rumore dei motori sembrava provenire da ogni direzione; e se l’ululato delle sirene era debole e distante, questo non dipendeva dalla distanza, ma dall’opacità della densa nebbia. Alla fine la nebbia si dissipò completamente, e un pallido sole apparve sopra le terre lontane.

C’è una cosa che mi ha sempre lasciato perplesso riguardo alla penisola di Devon e Cornovaglia: il motivo per cui l’ingresso in essa, fino a tempi piuttosto recenti nella storia, sembrava avvenire dal nord.

I porti profondi e gli ancoraggi sicuri si trovano oggi a sud. Ce ne è un intero insieme; ed è proprio il sud che si affaccia verso la principale civiltà del continente. Ci sono l’insenatura di Falmouth, Fowey, i lunghi corsi d’acqua interna di Plymouth, Yealm e Salcombe, nonché Dart e Teignmouth. Eppure le leggende, e persino la storia della Dumnonia, riguardano più spesso luoghi poco profondi, piccoli e difficili da raggiungere come St Ives, Padstow e il fiume Bideford. Sembra che la ricchezza fosse più concentrata a nord che a sud: le incursioni dei pirati colpivano principalmente quelle zone, così come gli antichi santuari, che si trovavano soprattutto nel nord. Anche Tintagel si trova a nord; di esso Tristram disse: “Benedetto sia Tintagel e tutti coloro che vi abitano”. Le reliquie dei santi furono custodite nei porti settentrionali, e i centri del potere erano anch’essi nel nord. Lì, nel nord, si narra la storia di Artù; e quando la Cornovaglia comunicava con la Bretagna ai primi tempi del Medioevo, le navi sembravano navigare attorno alla punta della terra – anche se i porti meridionali erano proprio lì, diretti verso la riva opposta.

Quella penisola si è mossa attorno a un asse di rotazione? Si è approfondita verso sud nel corso di quei lunghi periodi di tempo, quasi del tutto ignorati dalle cronache storiche?


Non sapevo nulla di questi porti del North Devon e della Cornovaglia, nemmeno per sentito dire. Studiai con attenzione il “West Coast Pilot”, cercando di individuare quale fiume fosse il più adatto per l’ingresso lungo queste coste, nella speranza di raggiungerlo prima del tramonto. Ma il vento si placò completamente, e noi continuammo a galleggiare senza meta, risalendo con la marea alta e poi scendendo di nuovo con la marea bassa, per tutta la notte, e per tutto il mattino, il pomeriggio, fino al pomeriggio del secondo giorno.

Era ormai piena sera; il sole sarebbe tramontato entro un’ora, l’aria era molto più calda e la luce aveva assunto una tonalità dorata e soffusa. All’improvviso, una forte brezza si alzò, come se provenisse direttamente dal sole stesso, dall’intera sua gloria. La Nona ne approfittò immediatamente: ora potevamo guidarla a piacimento; viaggiava in direzione nord-ovest, offrendoci la possibilità di modificare la nostra rotta a seconda delle necessità. Ci dirigemmo verso l’estuario del fiume, convinti che quella brezza ci avrebbe aiutato ad avanzare velocemente lungo il corso d’acqua e raggiungere così la città prima che calasse il buio. Ma non avevamo previsto una scogliera ripida che si estendeva lungo l’estuario a ovest, sovrastandolo e interrompendo il flusso dell’aria. Sulla riva orientale c’era un vasto tratto di sabbia semi-nascosta, un luogo noto per i disastri e pieno di relitti. Una volta persa la brezza, non potemmo più manovrare la Nona; peggio ancora, in quel passaggio stretto, scoprimmo che la marea non seguiva il corso naturale del fiume.

Ci eravamo aspettati che si verificasse un’inondazione; ma forse a causa della presenza di più acqua del solito nel fiume, o per qualche effetto strano del vento, oppure perché in quella zona è sempre così (sebbene né il “West Coast Pilot” né la mappa ne facessero menzione), il fiume continuava a scorrere con violenza, e prima che calasse la notte non sembrava esserci alcun segno di un aumento del flusso verso l’alto.

Avevo quasi deciso di lasciarla andare via di nuovo, che affrontasse il vento marino una volta superato il dirupo; avrei trovato un luogo adatto per ancorarmi lontano dalla riva e aspettato l’arrivo di una grande barca a motore bianca, splendida nella sua decorazione in bronzo scintillante, adornata con strisce dorate lungo tutto il bordo. Era davvero una barca curatissima, sia nell’aspetto esteriore che in quello dei suoi due occupanti. Ma quanto apparisse meschina e trasandata la Nona, al confronto di quella elegante imbarcazione delle acque interne! Ahimè. Quanto possano creare distanze immense tra gli esseri umani la ricchezza eccessiva e la povertà.

Ma, per essere giusti, non è solo la ricchezza a generare queste belle cose: serve anche un certo temperamento da parte del proprietario. E sapevo molto bene che, anche se avessi avuto tre milioni di sterline e qualche penny in più, non avrei mai avuto una barca davvero bella. Non sarei riuscito a dormire su una cosa del genere.

Comunque sia, eccola arrivare, avanzando con forza contro la corrente del fiume. Pensavo che mi avrebbe superato nella sua corsa veloce, quindi ho aspettato fino a quando non l’avesse fatto; sarebbe stato pericoloso provare ad andare avanti in mezzo a una tale forza d’urto, con la nostra rotta quasi fuori controllo e affidata soltanto ai leggeri soffi di >vento che provenivano dalla scogliera. Ma il motoscafo rallentò, e il suo proprietario ci chiese se volevamo essere trainati fino in città. Gliene fummo grati: apparteneva a quella categoria di persone considerate “ricche buone”, insieme ai Ladri Pentiti, agli Alcolisti Riformati, ai Professori Sani, e a tutti gli altri candidati al paradiso. Gli gettammo una corda e ci attaccammo a bordo; così proseguimmo il nostro viaggio proprio quando calava la notte, e gettammo l’ancora in un piccolo porto situato sotto una graziosa città che viveva grazie al traffico di quel pericoloso corso d’acqua dalle strane maree. Ma, dopotutto, tutte le maree sono strane.

Quella sera, io e il mio compagno ci sedemmo nella cabina di pilotaggio, sotto le stelle silenziose, fumando pipe e ammirando quella vista incantevole: le luci delle case di una piccola città portuale e i loro riflessi tremolanti sull’acqua, il leggero dondolio degli alberi delle barche da pesca allineate lungo il molo. Ci chiedemmo insieme come avesse reagito la marea nel tentativo di impedirci l’ingresso, e decidemmo prima di addormentarci che fosse meglio non cercare mai di comprendere i meccanismi delle maree, né nemmeno credere a ciò che si legge al riguardo; bisognava semplicemente accettarle così come venivano. “Nessun uomo vivente può davvero capire le maree”, disse il mio compagno, e mentre lo diceva sospirò. Ed aveva ragione.

Nessun uomo vivente può comprendere i fenomeni delle maree. Il mistero delle maree rappresenta dunque un ottimo rimedio contro il nostro orgoglio eccessivo per le misurazioni precise, nonché contro l’assurdità di cercare di fondare la conoscenza reale su semplici calcoli: la nostra pretesa di possedere una scienza universale, o addirittura un’onniscienza moderna basata sulla Natura delle cose.

Gli errori commessi dagli scienziati nel comprendere i fenomeni delle maree iniziano con Galileo. Quel grande scienziato aveva la tendenza a sbagliare nei suoi calcoli, e anche sulle maree commise gli stessi errori che riguardo alle comete. Poi arrivò Newton. Perché le maree si verificano in media ogni dodici ore, e non ogni ventiquattro? Se è vero, come credo sia più o meno, che la luna sia la principale causa delle maree (con il contributo, seppur minore, del sole e di altre forze di cui non sappiamo nulla), allora le maree dovrebbero verificarsi ogni ventiquattro ore. Immaginiamo di avere molto liquido attorno a una sfera solida e di applicare una forza che agisca da un punto situato al di fuori del liquido stesso: sembrerebbe logico che il liquido si accumulasse verso quel punto di attrazione. Tuttavia, si è scoperto che il liquido non si accumula solo in quella direzione, ma anche dall’altra parte della sfera, lontano dalla forza applicata. Di fronte a questo fenomeno, la mente umana non poteva fare a meno di formulare una spiegazione. E così ci è stato detto (soprattutto da Newton) che quella forza non solo fa accumulare il liquido verso di sé, ma anche allontana la Terra dall’acqua situata sul lato opposto. Infatti, Newton ha calcolato e dimostrato che effettivamente è così.

Se il fenomeno fosse stato inverso, se il fluido si fosse comportato come ci si sarebbe aspettati che si comportasse, accumulandosi soltanto sul lato rivolto verso la forza di attrazione. Oh! credetemi: sarebbe stata scoperta una formula in grado di spiegarlo, con la stessa facilità con cui è stata formulata quella che descrive lo stato reale delle cose.

Ma questo falso dogma originale non rappresenta un grande interesse rispetto all’enorme complessità delle maree, e alla impossibilità di seguirne lo svolgimento in modo completo a causa proprio di tale complessità.

Le maree si comportano in modo davvero inspiegabile. Seguono, certo, certi schemi che conosciamo (dalla osservazione dei liquidi in ogni ambito) e che sono tipici di un liquido in movimento: si accumulano maggiormente quando scorrono lungo delle “canne” naturali; vengono ostacolate da creste sottomarine, formano vortici e via dicendo. Tuttavia continuano a compiere comportamenti anomali; chiunque tenti di formulare una teoria completa sulle maree finisce per fare la figura dello sciocco. E lo stesso vale per quei poveri marinai che cercano di utilizzare le conoscenze scientifiche per prevedere il comportamento delle maree in luoghi che non hanno ancora esplorato. Non solo fanno la figura degli sciocchi, ma molto probabilmente rischiano anche di far naufragio.

Perché mai la marea dovrebbe ritardare di tre ore lungo la costa della Baia del Sussex? Ci dicono che si tratti di un vortice. Certo che lo è. Ma perché proprio un vortice con una tale riduzione della velocità della marea? La marea principale del Canale della Manica scorre da un promontorio all’altro: è “regolare”, per usare questa espressione, a St Catherine’s, e poi di nuovo a Beachy, fino a Dungeness; e se si naviga lungo il canale esterno, la marea rimane regolare per tutto il tragitto. Si potrebbe capire che nella Baia del Sussex ci sia un certo ritardo, ma quella baia è molto poco profonda (la distanza tra il punto più profondo, vicino a Shoreham, e il bordo esterno della baia è di soli quindici miglia), eppure il ritardo raggiunge addirittura le tre ore. La marea continua comunque a muoversi con forza verso ovest lungo la costa, ma solo due ore e mezza dopo aver iniziato a muoversi verso est all’esterno della baia.

Chi può spiegare perché sulla costa orientale di Portland il flusso dell’acqua dura nove ore durante la marea bassa, mentre durante la marea alta ne dura soltanto tre? È una trappola inventata per impedire ai poveri marinai di approfittare delle condizioni favorevoli: loro hanno a disposizione soltanto tre ore su dodici per farlo, con Scilla alla loro sinistra e quella terribile e minacciosa Charybdis, chiamata “Portland Race”, alla loro destra. E se arrivano al limite delle tre ore concessi, sono terrorizzati all’idea che il flusso della marea bassa possa afferrare la prua del loro veliero non appena superano quel punto, spingendolo dritto verso il cuore di quella pericolosa corrente.

E che dire della doppia marea del Wight e di Poole, di quel “guida” che la gente chiama così. Il mistero dei mari di Dorset e Hampshire? Nei giorni della mia innocenza credevo a ciò che mi veniva detto: che la doppia marea nel Southampton Water fosse dovuta al fatto che l’acqua arrivasse prima attraverso il canale Needles e poi proseguisse lungo Spithead. Sembrava una spiegazione plausibile. Ma quando visitai per la prima volta Poole e scoprii che anche lì c’era una doppia marea – persino al di là di St Alban’s Head – tutta la mia concezione delle cose venne scossa. Perché mai dovrebbe esserci una doppia marea su quella costa? Chi poteva spiegarlo?

La enorme marea alla fine del canale di Bristol è abbastanza intensa, anche se è un po’ strano che sia molto più forte a Chepstow che a Gloucester. Ma come si può spiegare l’enorme movimento delle acque a St Malo? Perché la marea sale lungo il fiume Aran con la velocità di un cavallo da corsa appena rinvigorito da una brocca di birra, mentre a Newhaven quasi non si muove affatto lungo il fiume Ouse?

Sono stato fuori dai vecchi moli di Newhaven, su una piccola barca, sotto un vento settentrionale; aspettavo che la prima ondata dell’alluvione mi aiutasse a spingermi verso il mare. Ho atteso l’onda successiva, poi ancora un’altra. Eppure ho continuato a vedere quella superficie d’acqua stagnante allontanarsi dal litorale, contro tutte le leggi delle maree che siano mai state scritte: si allontanava dal mare, nonostante il livello dell’acqua aumentasse costantemente.

Ma il mistero delle maree non ha fine. Perché esistono le maree a Venezia? Non è certo una cosa importante, ma c’è comunque. E, del resto, anche nel Lago di Ginevra ci sono maree. Anche in questo caso, gli studiosi intervengono per spiegarcelo tutto. Dicono che i bacini chiusi, come l’Adriatico, o anche quelli piuttosto piccoli come il Lago di Ginevra, presentano delle piccole maree, proprio perché l’acqua all’interno di tali bacini oscilla in modo regolare. La spiegazione è data più o meno così: “Se scuoti leggermente un bacino, l’acqua inizierà a muoversi avanti e indietro in modo regolare”. Certo, è vero. Ma chi è che scuote il Lago di Ginevra? O chi è che tiene sotto controllo l’Adriatico su entrambi i lati, garantendogli un movimento regolare su e giù, esattamente ogni poche ore?

Tutto questo interrogare assomiglia molto al Libro di Giobbe; ma state attenti: io, personalmente, sono dalla parte di Giobbe e contro gli scienziati. Perché Giobbe, o Dio, o chiunque sia stato a stabilire quel catechismo, ha posto queste domande e si è preso cura di evitare le risposte; anch’io farò lo stesso, non solo per quanto riguarda le maree, ma per tutte quelle questioni su cui gli scienziati hanno pontificato con sempre maggiore presunzione negli ultimi 200 anni, fino a condurci nel pantano in cui ci troviamo oggi. Quando parlano delle maree, non arrecano grandi danni: il marinaio non si cura affatto delle loro teorie, ma si attiene alla conoscenza reale. E io mi baso sulla mia autorità ufficiale, sui testi dell’Ammiragliato, di una qualità senza eguali al mondo: “Marea alta, piena e in cambiamento: sei ore e tredici minuti dopo Dover. Nel primo terzo dell’alta marea il flusso è appena percepibile; diventa molto forte nel terzo quarto e continua con forza per tre quarti del quarto quarto; dopodiché si attenua. Negli ultimi due quarti non c’è alcun flusso percettibile.” O ancora: “Passando davanti al Capo del Diavolo, la marea scompare.” Nessuna teoria, nessun gergo complicato. Si dice semplicemente la verità, e questa è vera. Non si esprime nemmeno il minimo stupore riguardo a dove vada a finire la marea quando “scompare”. Il pilota del Canale ti dice la verità; tu ti attieni ciecamente a quel testo, e sei salvo.

Ci sono molte zone del mare in cui la marea segue un andamento regolare, come se seguisse l’orologio, e nessuno riesce a spiegare il motivo di questo fenomeno. Invece di muoversi prima verso est con la bassa marea e poi verso ovest con l’alta marea, la marea segue un percorso che copre l’intero cerchio orario: all’inizio della bassa marea si dirige verso nord-ovest, poi verso nord, quindi nord-est, infine verso est, e così via. Si muove come un cane che esegue un numero di danza, in modo lento e continuo. Il suo comportamento non assomiglia affatto a quello di un vortice, ma piuttosto a quello dei raggi di una ruota: è davvero impossibile da comprendere.

C’è anche questo riguardo alle maree: sappiamo tutti che è vero e possiamo vederlo accadere ogni giorno, ma sfido chiunque a spiegarlo razionalmente. Quando la marea sale lungo un fiume stretto – o, in realtà, qualsiasi fiume – continua ad avanzare, diciamo, per dieci miglia dalla foce; quando poi inizia a scendere, prosegue ancora per cinque miglia dalla foce. Cosa succede nel mezzo? Il momento di bassa marea, ovviamente. Ma come può esistere un momento di bassa marea? Come può la marea scendere in un punto e, immediatamente dopo, salire senza alcuna interruzione? Come può l’acqua continuare a salire da una riserva sottostante dalla quale sta scendendo? Ebbene, succede proprio così, ed è tutto parte della provvidenza di Dio. Io lo accetto, proprio come accetto i denti o qualsiasi altra stranezza del mondo. Ma non pretenderò mai di spiegarlo.

Il mare insegna l’immensità e la molteplicità delle cose, nonché la necessaria presenza di elementi incalcolabili che continuamente sovvertono tutti i nostri calcoli. Il mare, che trasmette tutta la saggezza, certamente non insegna a nessuno a disprezzare la ragione umana. Immagino che non esista mai stato alcun idiota kantiano o pragmatista peggiore di quelli che non avrebbero smesso di essere sciocchi dopo soltanto mezza settimana di tempo moderato al largo delle coste dell’Onion. In mare, nessuno può prescindere dalla ragione umana né dubitare che le cose siano davvero tali o che le idee vere siano effettivamente vere. Tuttavia, il mare insegna anche che la ragione umana, operando su basi conosciute, deve sempre stare all’erta, per evitare che le conclusioni vengano sovvertite nella pratica dall’intervento di altre premesse, sconosciute o trascurate. In parole povere, il mare rende l’uomo pratico; e l’uomo pratico, credo, sia esattamente l’opposto del pragmatista, così come l’uomo socievole è l’opposto del socialista, o l’uomo pacifico è l’opposto del pacifista.

E, parlando di pacifisti, non c’è nulla di più piacevole da notare del meraviglioso patriottismo inconscio di uomini e donne che sostengono solennemente che il patriottismo sia la rovina del mondo.

C’è un’ironia deliziosa nel constatare quanto questi antinazionalisti siano in realtà estremamente nazionalisti! È davvero qualcosa di profondo e divertente da osservare. Chiunque può ridere delle manifestazioni di patriottismo di persone che, in realtà, non possiedono alcuna nazione, o comunque ne hanno una molto diversa da quella che professano. È un vecchio scherzo quello del patriottismo fasullo dei nomadi. Ma ancora più subdola e interessante è la situazione in cui si osserva il proprio vero pacifista, colui che ritiene le divisioni tra nazioni essere semplicemente artifici malvagi destinati a scomparire presto.

In nessun altro luogo questi pacifisti internazionali sono così “nazionali” quanto in Inghilterra. Hanno tutta la spontaneità e l’amore per le avventure tipici degli inglesi. Portano all’estremo quell’amore per l’azione individuale che, quasi sempre, si accompagna alla loro strana cecità politica.

Quasi tutti ostentano qualche stranezza nel vestire o nel mangiare. Bevono succo di lime invece del vino, oppure portano stivaletti con gli elastici ai lati, oppure ritengono sbagliato fumare tabacco, oppure vanno in giro senza cappello. Se sono uomini, avranno i capelli che scendono fino alle spalle, il che è un’abitudine assai untuosa. Se sono donne, andranno in giro scalze, salvo per i più assurdi sandali; e mentre praticano tutte queste follie provinciali saranno divorate da una passione per il genere umano in generale.

Se si volesse un esemplare — non dico dell’inglese medio, perché certamente non lo è — ma di un essere in cui i caratteri inglesi si trovino segnati nel modo più profondo, questo pacifista è proprio l’uomo da scegliere. Tutte le concezioni inglesi del bene e del male, tutte le abitudini inglesi di pensiero, tutto il riparato atteggiamento inglese verso il grande mondo esterno, tutti gli errori locali, e molta della generosità locale vi sono presenti in pieno.

Non posso fare a meno di considerare una forza per l’Inghilterra il fatto che il pacifista o l’internazionalista inglese sia così intensamente inglese. Ciò impedisce qualsiasi effetto disgregatore e, di conseguenza, impedisce ai rivali di questo paese di prendere sul serio simile gente.

I francesi e gli italiani si trovano, sotto questo aspetto, in una condizione assai meno felice. In quei due paesi — e, suppongo, anche in Spagna, benché su di essa io abbia minore conoscenza per poterne parlare — l’internazionalista è davvero un internazionalista, che porta solo debolmente i segni comuni del proprio popolo, e disposto ad agire contro il proprio paese non soltanto politicamente, ma in tutto il suo essere, moralmente e spiritualmente. Un internazionalista e pacifista francese o italiano non solo simpatizzerà con i nemici del suo paese, né soltanto darà loro attivamente tutto l’aiuto che può, ma attaccherà in modo particolare l’anima per cui il suo paese vive, le sue tradizioni e il suo carattere. Se è francese odierà il vino, se italiano i maccheroni. Ma il pacifista inglese odia forse il tè? L’uomo sradicato è un tipo molto pericoloso, e in Inghilterra per fortuna sconosciuto. Leggere qualcosa detto o scritto da uomini come il signor Wells o il signor Snowden significa leggere qualcosa di persone che evidentemente pensano alla pace internazionale come a qualcosa di strettamente legato al cricket, all’astinenza dagli alcolici e all’uso del linguaggio biblico — unito, naturalmente, a un reverente agnosticismo — il che significa un puritanesimo stanco.

Ho parlato del loro coraggio, e certamente il coraggio dei tipici obiettori di coscienza durante la Guerra fu una cosa che colpiva.

Uno dei più famosi era stato, molti anni fa, una mia conoscenza piuttosto stretta. Lo sapevo uomo di natura eccentrica, quasi folle. Ma non avrei mai potuto credere che avrebbe affrontato come fece il martirio che gli si fece patire. La violenza di quella protesta contro ogni violenza era una cosa ammirevole.

Una forma minore del paradosso in queste persone è il loro odio per i francesi e la loro passione per la Prussia. Questo amore per Berlino sembrerebbe composto di due elementi: in parte un naturale desiderio di sostenere la parte perdente, ma assai più la forte simpatia religiosa che provano per il tedesco del Nord in Europa, e l’odio che sentono (molto naturalmente!) per la cultura cattolica, di cui i francesi sono i principali rappresentanti.

Predicavano una somiglianza universale. Eppure ben pochi di loro non avrebbero osservato con gioia la più sanguinosa delle guerre contro i francesi in qualunque momento dopo l’Armistizio, e nessuno di loro avrebbe dubitato un solo istante dell’esito: perché si erano preparati alla guerra nel migliore dei modi possibili, rifiutando di armarsi. Uomini simili sono certi che il loro paese debba riuscire vittorioso, poiché, nelle loro menti infantili, tutto ciò che è strano e straniero appare naturalmente debole e destinato all’estinzione.

Vedete, io peroro la causa degli sciocchi. Ma benché mi piacciano questi eccentrici per la loro sincerità e per la loro spontanea virtù sotto la persecuzione, non riesco tuttavia a frequentarne alcuno a lungo. Mi rendono nervoso, e penso che questo effetto sia dovuto a qualcosa di insano in loro… In ogni caso sono nazionali, e questo è sempre un bene.

Ho notato che questo genere di fanatico, come ogni altro, si presenta in due specie: la specie che elabora fin troppo chiaramente la propria folle teoria, e la specie che resta perfettamente confusa.

Ho avuto di recente una lunga conversazione fra le rovine della città di Reims con una di queste persone. Beveva una sorta di speciale acqua frizzante colorata, che si faceva importare e che venerava perché nessuno poteva ubriacarsene. Faceva un’opera davvero nobile aiutando chi aveva perduto la casa. Era un ‘Soccorritore’ — e tutto il resto. Si occupava anche di diffondere il Vangelo, con la riserva, naturalmente, che esso non fosse vero; o almeno, come ebbe cura di spiegarmi, ‘non insisteva sull’elemento miracoloso’. Quest’uomo aveva moltissimo denaro, ma sapeva nondimeno ragionare con rigore, e aveva evidentemente pensato a fondo il proprio argomento.

Mi disse che, secondo i suoi princìpi, se fosse stato aggredito non avrebbe dovuto difendersi; e aveva pronta una risposta ben costruita all’ovvia obiezione che gente con un credo tanto strano sarebbe presto stata distrutta e che, perciò, tutta la loro predicazione sarebbe stata vana.

Mi disse che, al contrario, l’esempio della non resistenza si sarebbe diffuso; e fece notare che, di fatto, lungo tutta la storia il sacrificio è stato fecondo, e in particolare il sacrificio di sé. Quando il corpo di coloro che avevano rifiutato di resistere fosse cresciuto fino a una dimensione rispettabile, tutta la società europea sarebbe mutata; la possibilità stessa dell’aggressione si sarebbe dissolta in un mezzo circostante ad essa contrario, e sarebbe scomparsa. Aveva pronta una risposta anche all’obiezione generale che la sua filosofia si applicava a una sola forma di conflitto umano e lasciava intatte tutte le altre, e in realtà assai più gravi, forme.

Gli feci notare, per esempio, come in società quale quella dell’Inghilterra moderna, dove il ricorso allo scontro fisico fra privati cittadini è stato schiacciato da una polizia onnipotente, vi sia tanta più occasione di ingiustizia, di oppressione e di offesa senza riparo. La sua risposta mi parve curiosa e degna di nota. Disse che gli uomini non si risentono molto dell’offesa, e che quanto a oppressioni come il truffarli dei loro beni, o il tagliarli fuori da ogni informazione utile mediante il controllo della stampa da parte di pochi avventurieri, questi mali erano superficiali e presto si correggevano da sé. Disse che facevano poco danno permanente agli esseri umani che li subivano, ma che la violenza fisica su larga scala, come in guerra, era tutt’altra faccenda.

Gli chiesi se approvasse la pratica di tenere sotto controllo i popoli sottomessi al fine di ottenere prodotti, come la copra o il cacao. Disse di no; ma notai che su questo punto era molto incerto. Per un momento cercò rifugio nell’ipocrisia, affermando che tutto ciò fosse per il bene delle persone oppresse; tuttavia, sembrava turbato.

L’uomo che si impegna per la causa dei popoli sottomessi contro il proprio paese di solito appartiene a una categoria molto diversa da quella degli internazionalisti o dei pacifisti. Di solito è un uomo che prova un particolare interesse romantico per una determinata parte del mondo; inoltre, è spesso una persona con una posizione sociale indipendente grazie alla nascita o alla ricchezza (e quindi si ritiene piuttosto al di fuori della giurisdizione dei tribunali), oppure qualcuno che cerca di approfittare di tale posizione. Ho notato che queste persone iniziano con semplici affettazioni; ma, come tutte le false credenze, anche queste affettazioni portano con sé una sorta di punizione: si trasformano in una falsa sincerità radicata dentro di loro. Tali individui finiscono quasi per crederci davvero. Ma mai del tutto.

Non ho mai conosciuto nessuno di questi uomini, nemmeno nei suoi ultimi giorni, che fosse davvero, completamente e sinceramente onesto. Ad esempio, non ho mai conosciuto nessuno che esitasse a trarre profitto dal dominio inglese in alcune zone dell’Oriente, mentre allo stesso tempo denunciava quel dominio con fervore e, senza dubbio, con sincera indignazione.

C’è un altro aspetto curioso riguardo a queste persone: sono sempre molto orgogliose di essere coinvolte nell’amministrazione britannica della dipendenza in questione. Amano sottolineare, durante le conversazioni, come proprio la loro opposizione abbia permesso loro di entrare in contatto con questo o quell’importante amministratore e la sua classe sociale. Di solito, il loro stesso background familiare li ha messi a contatto con questa classe; infatti, fino a poco tempo fa, i responsabili dell’amministrazione delle dipendenze provenivano per lo più da persone appartenenti a famiglie influenti o dalle loro sottoposte. Chiunque sostenga apertamente le posizioni pro-nazionali deve necessariamente essere una persona di rilievo per sopravvivere in quel contesto. Se fossero poveri e deboli, sarebbero stati eliminati.

In generale, penso che questi antinglesi siano un vantaggio per lo Stato. Potete essere assolutamente certi che non arriveranno mai al punto di compiere azioni concrete dannose per l’Inghilterra; inoltre, aggiungono varietà e criticità alle azioni esterne dell’Inghilterra. Fanno sì che i rivali dell’Inghilterra ammirino una struttura sociale nella quale tali tensioni interne (che gli stranieri tendono sempre ad esagerare) risultano innocue. Se causano qualche danno, è soltanto perché alimentano, attraverso la reazione, quella vanità crescente e molto pericolosa che le scuole pubbliche e le università hanno tanto incoraggiato nella nostra generazione; a causa di essa, la maggior parte delle persone ritiene che il Fato sia inevitabilmente dalla parte del proprio paese, che non ci siano disastri nazionali da temere in futuro, né precauzioni da prendere per prevenire il declino della nazione. L’inglese che dice di voler vedere l’Inghilterra fuori dall’India, in realtà alimenta, attraverso la reazione, l’assurdità di quell’inglese che si considera, in India, parte di una “Razza Eletta”.

Questi pacifisti o internazionalisti britannici portano dentro di sé un forte odio per la crudeltà tipico degli inglesi, e possiedono in alto grado l’abitudine nazionale di cercare soluzioni rapide e semplificate nei problemi; ad esempio, quando li si sente dire che la guerra è sbagliata, in realtà stanno dicendo che una casa in fiamme è sbagliata.

Questa abitudine di prendere scorciatoie nel pensiero viene spesso definita, non solo da stranieri non abituati a questo modo di ragionare tipico degli inglesi, ma anche dagli stessi inglesi, come una mancanza di capacità di pensare in modo chiaro. Non sono del tutto d’accordo. A mio parere, la caratteristica essenziale di questo modo di parlare e pensare non è la sua mancanza di chiarezza – anche se questa è certamente evidente – ma il fatto che si presuppongano molte cose senza che vengano espresse apertamente. Questa abitudine di prendere scorciatoie nel linguaggio è, in qualche modo, comune a tutto questo gruppo di isole: anche gli scozzesi la hanno, sebbene non in misura così marcata come gli inglesi; gli irlandesi, invece, la possiedono in modo particolarmente evidente: è molto più pronunciata in loro che negli inglesi, e rappresenta proprio la radice di quel modo di esprimersi caratteristico degli irlandesi.

Ad esempio, quando un uomo dice che la guerra è sbagliata, sta dicendo qualcosa che, così com’è formulato, rappresenta chiaramente assurdità. Ma se si espande il concetto, esso acquisisce un significato pieno e definito: intende dire che “è sbagliato che un’organizzazione sociale tenti di distruggere o infliggere dolore fisico a un’altra organizzazione dello stesso tipo al fine di ottenere vantaggi o aumentare il proprio potere”. E senza dubbio è così. Oppure, quando dice che la guerra è sciocca e non vale la pena, in realtà sta sostenendo che un simile comportamento sia generalmente molto costoso e dannoso, persino per coloro che lo utilizzano con successo, tanto da rappresentare una scelta infelice. In questo caso, tuttavia, non è necessariamente così sicuro di avere ragione come nella sua prima affermazione: molte delle guerre vittoriose della storia hanno infatti portato grandi benefici ai vincitori. Ma il punto è che questo tipo di argomentazione, sia riguardo alla guerra che a qualsiasi altra questione, non deriva da una mancanza di riflessione; anche se spesso si accompagna a essa. Deriva piuttosto da un processo di compressione del pensiero, che ne riduce la complessità e la profondità.

Una frase che sento molto spesso (e che, a dire il vero, sembra rappresentare un esempio di totale ignoranza) può aiutarmi a chiarire il mio punto. Si tratta della frase: “Dovrebbe essere insegnata qualche religione a scuola”.

È ovvio che questa frase, così com’è scritta, rappresenti una contraddizione in termini: il termine “dovrebbe” può applicarsi soltanto a valori morali; quindi, se un determinato sistema religioso ha effetti positivi, allora un sistema religioso opposto e contraddittorio avrà effetti negativi. Se ritengo che uccidere sia sbagliato, se la mia religione insegna che l’omicidio rappresenta un grave male morale, allora insegno anche ai bambini nelle scuole che è così. Ma se la mia religione fosse quella di un gruppo orientale di cui ho sentito parlare, i Thugs, per esempio, dove l’omicidio è considerato un atto religioso elevato, allora insegnerei valori morali opposti. Entrambe queste religioni non possono essere giuste: una deve essere buona e l’altra cattiva. Tuttavia, quando si dice “dovrebbe esserci qualche forma di religione nelle scuole”, ciò che in realtà si intende è che “la morale protestante comune del popolo inglese dovrebbe essere insegnata nelle scuole inglesi”. Si dà per scontato che chiunque utilizzi il termine “religione” si riferisca al protestantesimo inglese. Partendo da questa presupposizione, si riduce la complessità del discorso, come ho appena mostrato.


E davvero, questo vagabondare della mente su questo e quell’altro argomento, come ho fatto spesso prima di addormentarmi, nella deliziosa piccola cabina della Nona (deliziosa per me, odiosa per i pignoli, perché è un ambiente davvero accogliente), osservando attraverso la finestra aperta quella striscia di cielo notturno punteggiato di stelle, tutto questo non basta certo a compensare il profumo del mare, né l’aria di Devon. Al diavolo tutte le ragionamenti, le contro-ragionamenti, le astrazioni e i dibattiti: voglio solo dormire.


Ci svegliammo presto la mattina seguente per il rumore dell’acqua che sbatteva contro le prue; sporsi la testa fuori dalla finestra e vidi piccole nuvole di polvere che si muovevano velocemente nel cielo, mentre una brezza fresca soffiava da sud-ovest, facendo danzare tutta l’acqua del porto. Ma il ponte era alto, e non c’era motivo per cui non potessimo ripartire, dovevamo soltanto aspettare la bassa marea (che sarebbe arrivata tra circa tre ore, più verso le nove che le otto). In quella parte del fiume, infatti, non avremmo mai potuto far uscire la nave con la corrente. Comunque, chiesi al mio compagno se non fosse saggio assumere un altro uomo: stavamo navigando lungo la costa, dove i porti erano poco profondi e difficili da raggiungere; inoltre, essendo piccoli, con quel tipo di vento sarebbe stato necessario remare con forza per entrarvi. Un aiuto in più, come quello che avevamo avuto durante l’impresa indimenticabile a Bardsey, sarebbe stato molto utile. Dopo lunghe discussioni e domande approfondite, decidemmo quindi di assumere un altro uomo. Una volta preparate tutte le cose necessarie e issata la vela con il secondo fiocco e due velacci nella vela maestra, levammo l’ancora e ci mettemmo in viaggio.

La mano che avevamo inviato (promettendogli che il suo viaggio di ritorno in treno sarebbe durato al massimo tre giorni) era abilmente decorata nello stile dei marinai: indossava una maglia a collo alto e un cappello a punta, quest’ultimo leggermente inclinato da un lato, secondo lo stile di coloro che sfidano il vento. È vero, i suoi pantaloni non si allargavano verso il basso, come le zampe di un elefante o le bocche di una campana, come fanno i pantaloni dei marinai sul palcoscenico. Tuttavia, di tanto in tanto li tirava su, con un gesto simbolico del “Main” di Drury Lane. Non aveva nulla da fare mentre scendevamo lungo il fiume: tutto procedeva senza intoppi. Sedeva e fumava, osservando l’acqua davanti a sé con uno sguardo malinconico. Penso che per natura fosse un uomo triste o addolorato; ed era molto silenzioso.

Sul barca c’era un grosso ammasso di roba che non finiva mai; e mentre eravamo completamente coperti da quella alta scogliera, la Nona reagì con nervosismo, sobbalzando continuamente a causa delle vele che si agitavano violentemente. Ma dopo pochi momenti, la forza della marea ci portò abbastanza lontano da riuscire di nuovo ad afferrare il vento, e così mettemmo rotta verso il largo, diretti verso il mare aperto. Avevamo infatti intenzione di tornare indietro dopo alcune miglia per proseguire il nostro viaggio lungo la Manica, verso i Cornovagliesi.

C’era sicuramente abbastanza vento: “Tutto il vento che c’è,” mi disse una volta un vecchio marinaio irlandese durante una tempesta atlantica così terribile che né lui né io riuscivamo a camminare contro quella furia gelida e battente di dicembre, ma dovevamo strisciare in avanti, tenendoci alla ringhiera con tutte le nostre forze, lungo il lato esposto al vento. Quel viaggio meritava sicuramente di essere ricordato: impiegammo tre settimane per raggiungere il Delaware, con motori e imbarcazione completamente inadatti alla missione; e durante quel viaggio, imparai da un addetto alle caldaie due canzoni: una si chiamava “The Corn Beef Can”, l’altra “The Tom Cat”. Sono tra le grandi canzoni di questo mondo.

Un uomo dovrebbe imparare tutte le canzoni che può. Le canzoni sono un tesoro, e tutti coloro che scrivono buone canzoni sono benefattori dell’umanità. Nessun popolo possiede un numero così grande di canzoni come gli inglesi, eppure in questi tristi tempi nostri nessuno canta più tanto. Non si può cantare leggendo un libro. Se fosse possibile farlo, io stesso vi canterei adesso, a voce alta, canzoni come “The Corn Beef Can” e “The Tom Cat”, quelle meravigliose canzoni che ho imparato da giovane, sui mari dell’Atlantico.

C’era davvero più vento di quanto mi piacesse. Abbiamo affrontato la terza barriera corallina e abbiamo cambiato rotta verso destra, pensando che con questa manovra saremmo riusciti a raggiungere il prossimo porto. Mentre ci avvicinavamo a quella città, i suoi tetti apparivano e scomparivano continuamente dietro le onde violente del mare. All’improvviso, la nave ha cambiato rotta a causa di una raffica particolarmente intensa. Ho sentito un rumore provenire dal basso, accompagnato dalla voce del mio compagno che gridava: “Scendi subito e aiutami!”

L’equipaggio (se posso chiamarlo così) sedeva davanti, accovacciato, aggrappandosi alle vele di protezione contro il vento, e non sembrava affatto felice. Gli dissi di venire ad aiutarmi a tenere la barra, mentre io sarei sceso sottocoperta per dare una mano; gli avvertii anche che la nave stava subendo forti spinte, nonostante fosse con le vele ridotte al minimo, poiché ormai non avevamo più altre vele se non quella di trinchetto. Lui si guardò alle spalle in modo molto preoccupante e scosse la testa avanti e indietro, come se temesse che il suo grido venisse soffocato dal vento. Ero a pochi piedi da lui e gridai: “Vieni subito ad aiutarmi con la barra! Presto!” Ma lui scosse di nuovo la testa e continuò ad aggrapparsi alla vela di protezione. Allora, affidandomi a San Elmo (che in realtà era un nome falso; il suo vero nome era Pietro, anzi, addirittura Gonzales), cercai disperatamente di tenere la barra con il braccio destro teso all’indietro, mentre cercavo di vedere cosa stesse succedendo sotto coperta.

Il fornello si era allontanato dal muro a causa del movimento ondoso. C’era olio dappertutto, insieme a un mucchio di stoviglie; tutto ciò che si trovava sul lato esposto al vento si era spostato verso il lato protetto, e alcune cose rimanevano impigliate nell’olio sui pavimenti. Non c’era nulla di grave, per fortuna: il fornello non si era acceso. Gridai alla mia compagna che non potevo lasciare il timone; alzai lo sguardo di nuovo e vidi che, in quel breve lasso di tempo, lei aveva quasi fatto ruotare il timone nella direzione opposta. Riuscii a correggere la rotta appena in tempo, e continuammo a navigare velocemente verso quella piccola città portuale avvolta nella nebbia.

La Nona è come quelle donne che sono irritabili e insopportabili in qualsiasi condizione di relativa felicità, ma che diventano meravigliose quando si trovano in difficoltà. Mento: in realtà la Nona non è mai irritabile o insopportabile. Quello che intendo dire è che, in tempo sereno, è un po’ lenta nel guidarla, e ha uno o due altri piccoli difetti, scusabili, dopo il quarantesimo, il cinquantesimo anno, perché è stata varata prima di Plevna, anche se, è vero, un anno o due dopo Sedan. Ha i suoi limiti; ma in mare aperto è davvero magnifica. Con quei pochi centimetri di bordo libero, la sua poppa d’epoca, la sua solida tenuta sull’acqua, affronta il mare come se ne fosse padrona. Quel giorno, navigava con grande eleganza, meritevole di ogni lode, e io gliela diedi, mentre si chinava a raccogliere le onde una dopo l’altra. Continuavo a incoraggiarla: perché nessuna barca dà il meglio di sé se non viene abbastanza lusingata.

Grazie a quel vento sempre più forte, il percorso risultò abbastanza breve; ciò che avevamo previsto di poter completare in al massimo tre giorni fu realizzato in una sola giornata, dal mattino alla sera. Quando uscimmo dalla zona delle rocce di cui la mappa ci aveva avvertito, era ancora pieno giorno, e ci trovavamo a un miglio o due di distanza dalle case ormai ben visibili di quella piccola città portuale, ah, piena di uomini del Cornovaglia.

Ma il vento continuava ad alzarsi, e il fatto che il vento soffi quando sta calando il giorno è un segno molto negativo. Non avevo alcun desiderio di affrontarlo all’aperto, quindi proposi di rifugiarci sotto la protezione della terraferma (lì c’era una sorta di promontorio) e di non gettare l’ancora finché non fossimo stati sicuri che nel porto ci sarebbe stata abbastanza acqua, per poi dirigerci verso di esso durante la marea alta.

Il mio compagno salì sul ponte, dopo aver sistemato le cose al di sotto, e insieme cercammo con ansia un luogo dove poter mollare l’ancora.

Non era un calcolo facile. Lei guidava piuttosto velocemente. Bisognava trovarsi ben al di sotto del punto più basso, e allo stesso tempo lasciare abbastanza acqua sotto di sé per poter oscillare liberamente. Gli chiesi di andare avanti e prepararsi, e l’equipaggio lo avrebbe aiutato. Ma l’equipaggio non lo fece.

Ora che il mare era più calmo (sebbene il vento continuasse ad aumentare), poiché eravamo giunti al riparo della punta, l’equipaggio riuscì davvero a procedere; ma lui continuò coraggiosamente a tenersi stretto alla foresta di poppa, osservando con curiosità le azioni del mio compagno riguardo all’ancora, come se si trattasse di una scena nuova e piacevole da vedere. Oltre a questo, non fece nulla; ma penso che fosse orgoglioso di riuscire a mantenere l’equilibrio finché poteva afferrarsi a quella foresta di poppa. Non ha senso discutere, né serve molto comandare di fronte all’idiozia.

Quando pensai che fosse arrivato il momento giusto, gridai al mio compagno di lasciare andare la catena, e nello stesso istante la tirai su con forza.

L’ancora toccò il fondo. Eravamo immersi in circa cinque braccia d’acqua alta; era già sera, anche se ancora non faceva buio completamente. Dopo essere rimasti così per un quarto d’ora, valutando la situazione intorno a noi, chiesi al mio compagno se non fosse possibile approdare, sfruttando l’ultima luce e le ultime acque dell’inondazione. Il vento continuava ad aumentare di intensità, ma saremmo comunque riusciti a raggiungere il molo non lontano. Girando intorno a quella struttura in pietra, saremmo finiti direttamente nel punto in cui il vento era più debole; probabilmente sarebbe stato attenuato dalla collina su cui sorgevano le case. Anche se non sapevamo fino a che punto il porto fosse ancora asciutto, saremmo stati al sicuro, con abbastanza acqua sotto la chiglia per un’altra ora o due. Così decidemmo di correre il rischio, anche se persone più sagge avrebbero probabilmente preferito trascorrere la notte lì dove ci trovavamo.

Durante quei brevi due o tre chilometri, sicuramente ha assorbito una grande quantità d’acqua; man mano che ci allontanavamo dalla protezione della punta, le onde diventavano sempre più forti. Una volta, quando si è immersa profondamente nell’acqua, ho temuto che il timone potesse rompersi, visto che non l’avevo fissato adeguatamente. Ma ce l’è fatta comunque (sebbene il timone si sia piegato come un bastone di salice), e abbiamo raggiunto il porto al crepuscolo, superando l’estremità del molo per poi gettare l’ancora immediatamente all’interno del porto stesso.

Un uomo ci chiamò dalla riva; gli gettammo una corda e lui ci indicò dove attraccare in acque sufficientemente profonde da permetterci di galleggiare, anche durante la bassa marea.

La Crew non era più pigra; ora che aveva lasciato alle spalle quella desolazione senza pietà degli oceani e sentiva di nuovo sotto i piedi la solida forza dell’Inghilterra, faceva ciò che gli veniva detto: fissava le corde da guerra e sistemava le protezioni. Poi arrivò il momento del pagamento: lo stipendio e il biglietto ferroviario per tornare a casa. Prima che salisse sul ponte, gli chiesi gentilmente se avesse mai navigato prima. Lui rispose: “Oh, sì, in un certo senso.” Gli chiesi anche se avesse mai manovrato una barra di governo. “Non esattamente,” disse. “Non su una barca del genere.” Gli chiesi infine se avesse qualche lamentela riguardo alla barca stessa. Lui rispose: “No, per quel che ne sapeva, era una barca molto buona, ma non si vantava certo di capire queste cose.” Poi salì sul ponte e scomparve nell’oscurità. Era, ed è ancora un mistero.

Era un uomo come Charon che trasportava i traghetti da una riva all’altra? O era un uomo che se ne stava sdraiato sul molo, vestito come gli altri, ma timido all’idea di cadere in acqua? O forse era solo un’illusione. Un detective? Un attore? O uno di quegli scrittori che fingono di andare in mare su barca, ma in realtà non lo fanno mai? Non lo so. Non l’ho più visto.

Questo episodio di quell’uomo vestito da marinaio, che non sapeva assolutamente nulla del mare, mi fece pensare a due possibili soluzioni; poiché queste soluzioni erano diverse tra loro, non potevo seguirle entrambe.

Inizialmente, questo mi ha fatto pensare a come giudichiamo le persone in base alle indicazioni immediate; l’approccio basato su questo principio è alla base del successo commerciale nella maggior parte dei casi; anche quel poveretto era riuscito a guadagnare qualche soldo con questo sistema. Ma poi mi ha fatto riflettere su quanto sia sorprendente, nel mondo moderno, vivere uno accanto all’altro senza conoscerci affatto.

Certamente non c’è mai stato un momento nella storia del Cristianesimo, né in quella del Paganesimo che lo precedette, nessun momento nella storia della nostra razza, in cui noi europei (non posso parlare per gli asiatici o i neri) fossimo stati così divisi, in modo che un piccolo gruppo di persone non sapesse assolutamente nulla su un altro piccolo gruppo di persone che viveva proprio accanto a loro.

La forma peggiore che questo fenomeno può assumere è, naturalmente, la divisione tra ricchi e poveri: una cosa piuttosto moderna, e soprattutto orribile. Il prodotto, suppongo, di ciò che le persone chiamano “democrazia”.

Il signor Wilfrid Blunt ed io spesso ne parlavamo in relazione alla mia amata contea del Sussex. Lui era molto più anziano di me: tra i venticinque e i trent’anni di differenza; quindi poteva ricordare tempi più semplici e migliori rispetto a quelli in cui viviamo oggi. Tuttavia, confermò la mia opinione: per quanto un uomo possa amare la propria contea o vi abiti a lungo, se appartiene alla classe più agiata, non riuscirà mai davvero a comprendere la vita delle persone povere che lo circondano. Anch’io avevo vissuto tra di loro per gran parte della mia vita, così come lui; e certamente li amavo con tutto il cuore, proprio come lui. Ma quanto a capire veramente come vivono o cosa pensano realmente, c’è un abisso incolmabile tra noi. Non dovrebbe essere così.

Oltre a questa moderna separazione tra ricchi e poveri, esistono innumerevoli altre forme di divisione. Solo per caso un uomo che scrive o insegna può conoscere qualcosa di economia, anche se spesso un uomo d’affari conosce qualcosa di scrittura. Ma l’anomalia più grande di tutte, quella che mi ha lasciato maggiormente perplesso in centinaia di casi del genere, è l’ignoranza totale riguardo a ciò che rappresenta e significa la Chiesa Cattolica – un’ignoranza persino delle sue dottrine. Si potrebbe pensare che si tratti semplicemente di informazioni reperibili in enciclopedie e libri di testo, facilmente accessibili a chiunque. Nelle nazioni di cultura cattolica, naturalmente, la Chiesa è ampiamente conosciuta, anche dai suoi peggiori nemici; ma nelle nazioni non di cultura cattolica l’assenza di qualsiasi contatto, o persino di informazioni di base su questa realtà essenziale, è davvero sorprendente.

Ecco la tradizione culturale che ha formato l’Europa: quell’elemento che rappresenta il nucleo e l’anima di tutta la nostra storia negli ultimi 1.500 anni, fino ai giorni nostri; quel continuatore delle nostre origini pagane, trasformato, battezzato, illuminato; quella matrice culturale che ancora possediamo oggi. Per qualsiasi europeo ignorare gli elementi fondamentali di questa tradizione significa vivere in una cieca ignoranza riguardo alla propria identità e al proprio passato. Eppure è pur vero che l’inglese o lo scozzese, troppo coltivati, saturi di conoscenze su tutto ciò che ritengono debba essere conosciuto, stanchi e cinici dopo aver esplorato troppo il mondo, a volte dicono cose riguardo a questa grande tradizione che dimostrano quanto siano poco familiari con le sue essenze, tanto quanto potrebbero esserlo con un altro pianeta. Hanno molti conoscenti cattolici; probabilmente hanno letto qualcosa sulla loro patria prima della morte di Elisabetta; sicuramente hanno letto Shakespeare: uno scrittore che scriveva per e nell’Inghilterra cattolica, e il cui intero stile è profondamente influenzato dalla cultura cattolica. Può certo vantarsi della propria conoscenza dell’architettura o delle istituzioni occidentali precedenti a quella grande separazione avvenuta 300 anni fa. Tuttavia, quando si occupa di questa questione fondamentale, dice cose ancora più grottesche di quelle che qualsiasi coloniale possa dire riguardo alla classe dirigente a cui stesso appartiene. Quando affronta l’argomento della Fede, produce un effetto, onestamente, altrettanto sorprendente e comico quanto quello prodotto da quei ingenui milionari provenienti dalle zone rurali che irrompono nelle sottilità culturali di Londra.

E se ciò è vero – e infatti lo è – per l’antica classe dirigente, la cui maggior parte possiede tradizioni familiari legate alla >Fede, quasi tutti i suoi membri sono parenti tra loro, e ognuno di loro ha amici e conoscenti cattolici, allora è ancora più vero per l’uomo comune che scrive o parla, di origine sociale inferiore e dal quale dipende l’opinione pubblica.

Di tanto in tanto si incontra un uomo che parla o scrive con una certa conoscenza, se non di ciò che si trova al di là del confine, almeno del confine stesso; ma è estremamente raro. L’ultimo esempio che conosco in questo senso è la prefazione scritta dal signor Bernard Shaw per la sua opera “Santa Giovanna”. In essa si riconosce chiaramente il confine tra la >Fede e ciò che le sta fuori: tra il giardino e la brughiera, o la palude.

Lì scrive delle voci che Santa Giovanna d’Arco udì e che determinarono la sua missione. Sottolinea che le persone spesso percepiscono voci attraverso una capacità morbida di proiettare ciò che hanno immaginato loro stessi. È ben noto che questo possa accadere a chiunque; e la maggior parte delle persone riconosce che tale fenomeno esiste dentro di noi, ma non ha alcun valore di realtà. Infatti, quasi tutti, in un momento o nell’altro, hanno udito vividamente suoni che in realtà non esistevano, sia attraverso il ricordo della voce di una persona amata, sia a causa di altre emozioni come la >paura o la violenza; e si tratta soltanto di un questione di grado se definiremo questa esperienza “udire” o meno. Sottolinea inoltre che, nel caso delle persone malate, queste immaginazioni assumono una falsa realtà; molti pazzi, criminali e altre persone simili si convincono di aver udito voci che li comandano a fare questo o quello – solitamente cose molto spiacevoli, nulla di così nobile o sano come guidare una guerra vittoriosa.

Tutto ciò è assolutamente vero. Poi arriva al punto specifico riguardante le voci di Santa Giovanna e afferma che, essendo stato educato in un ambiente protestante radicale (e infatti il protestantesimo radicale è la caratteristica distintiva di tutti i suoi scritti), non può accettare l’idea che queste voci siano state reali.

Ecco dunque una dichiarazione perfettamente chiara e lucida riguardo al confine tra il mondo cattolico e ciò che ne è al di fuori. La differenza specifica tra il cattolicesimo e le altre fedi non cattoliche – per quanto riguarda l’Europa – risiede in ciò che si potrebbe definire, in modo colloquiale (e io non ritengo questa definizione accurata), “l’accettazione del soprannaturale”. Il cattolico non ritiene che chiunque senta voci ascolti davvero delle voci reali; crede tuttavia che sia possibile che tali voci siano reali, e quindi ritiene che questa possibilità, filosoficamente parlando, abbia talvolta avuto anche un’esistenza storica concreta.

Nello stesso modo, non crede nemmeno nel novanta per cento, o nel novantanovecentesimo delle storie miracolose che sono nate a causa di distorsioni, di pura capricciosità, o – nella maggior parte dei casi – a seguito della sostituzione graduale di affermazioni dirette con espressioni allegoriche o narrative, trasformando così i racconti di fate in fatti reali; tuttavia ritiene che il miracoloso – cioè una sospensione irregolare dell’ordine naturale – sia filosoficamente possibile. Pertanto, quando le prove sono sufficienti, crede che tali fenomeni abbiano realmente avuto luogo nella storia. Ad esempio, sono sicuro che al cieco di York sia stata restituita la vista da San Tommaso di Canterbury; ma non credo che Maometto sia andato sulla luna a cavallo di un asino – soprattutto perché le migliori autorità negano che quel misterioso animale fosse davvero un asino. Il cattolico non solo crede che alcuni esempi storici, considerati di fede, siano realmente accaduti (come ad esempio il camminare sulle acque da parte del nostro Signore o il tentativo meno riuscito di San Pietro), ma ritiene anche che i fenomeni chiamati miracoli continuino effettivamente a verificarsi nel corso della storia, anche oggi.

Lo stesso principio di divisione si riscontra in tutto il corso del pensiero. Per quanto riguarda lo sviluppo della religione, tutti coloro che si trovano al di fuori dell’ambito cattolico parlano come se lo sviluppo della religione cattolica fosse un processo umano. Rispondono alla famosa domanda: “La religione è di Dio o di uomo?”, affermando con convinzione la seconda ipotesi. In questo modo esaminano fenomeni come la Messa, il Papato o la dottrina della divinità del nostro Signore, dando per scontato che tutto sia frutto dell’opera umana. Interpretano inoltre l’origine delle Scritture, e in particolare dei Vangeli, spesso basandosi su congetture assurde, le quali vengono presto confutate dalla ricerca cattolica, molto più rigorosa e razionale. Il cattolico, invece, accetta ogni tipo di prova in queste materie: è del tutto naturale farlo, poiché escludere qualsiasi evidenza renderebbe la conclusione errata. La differenza tra lui e gli altri sta nel fatto che considera l’azione che ha portato allo sviluppo della religione come divina, voluta da Dio, e, per ripetere una parola che ho già usato, “illuminata”. Ecco perché il cattolico considera i modernisti persone dal cuore caloroso, ma dalla scarsa intelligenza.

Ecco un esempio. L’uomo dal cuore gentile, con un forte legame sentimentale con le sue Scritture e con le opinioni a lui familiari, vede scosso il proprio convincimento quando scopre, o anche solo viene suggerito, che il documento in suo possesso non sia del tutto autentico. La sua intelligenza gli dice – se decidesse di ascoltarla – che un documento non può rappresentare un’autorità superiore all’organismo che ne ha stabilito l’autenticità. Ma la sua intelligenza vacilla. Ora, il cattolico, abituato alla teoria dell’autorità e avendo già deciso, diciamo, sulla base di prove sufficienti, che un determinato testo non fa parte di un manoscritto originale, non potrebbe mai, per questo motivo, abbandonare la dottrina in linea con quel testo. Lui ritiene che una dottrina sia qualcosa di divino, di soprannaturale, comunicato e rivelato al mondo da un’autorità ancora viva, di cui egli è allo stesso tempo soggetto e parte. Basandosi su un’autorità accettata, afferma: “Questo è vero”. La presenza o l’assenza di prove documentarie non influisce sulla realtà. Io non ho mai pensato che le prove possano alterare la realtà; né credo che le prove contrarie alla “Comma di Giovanni” siano più convincenti di quelle a suo favore. Ma anche se domani si dimostrasse che quel testo non è autentico, quale possibile effetto potrebbe avere questa scoperta sulla realtà della Trinità?

La >Fede è un atteggiamento di accettazione verso una realtà esterna; non si tratta di un semplice umore.

Ora, di tutto questo, coloro che pressano la Chiesa Cattolica da tutte le parti nelle comunità non cattoliche, come l’Inghilterra, rimangono altrettanto ignoranti riguardo a queste questioni quanto lo siano riguardo al sanscrito – fatta eccezione per quei pochi casi di cui ho parlato. Sembra che pensino di avere tra loro persone che si comportano in modo strano, o perché rifiutano di ascoltare la ragione comune, o perché provano un attaccamento sentimentale verso alcune tradizioni obsolete e non vogliono ammettere apertamente la loro assurdità. In questo, assomigliano a quel tipo più semplice di repubblicani “bucolici”, che non sanno nemmeno esistere argomenti a favore della monarchia; o ancora a quelle menti ancora più semplicistiche che credono che la terra sia piatta e pensano che coloro che sostengono il contrario siano persone pedanti che giocano a qualche gioco subdolo, senza però crederci davvero nel profondo del cuore.

Forse il miglior modo per verificare questa differenza si trova nella dottrina della Caduta dell’Uomo. Il Cattolico, accettando ciò che è soprannaturale (mi scuso ancora una volta per l’uso di questo termine), accetta, sulla base di un’autorità ritenuta sufficiente (le dichiarazioni di una Persona, la Chiesa, la cui voce è stata riconosciuta come divina), che l’uomo, in quanto tale, sia stato creato in uno stato superiore a quello naturale attuale; che sia stato creato per vivere una vita soprannaturale felice. Dove, quando e soprattutto come – secondo quale modello – ciò sia avvenuto, non possiamo saperlo: si tratta di un mistero. Pertanto, il Cattolico accetta la dottrina secondo cui l’uomo, ribellandosi alla volontà di Dio, abbia perso in un certo momento i poteri soprannaturali, la vita soprannaturale e la felicità soprannaturale, cadendo così nello stato naturale in cui lo vediamo oggi: di questo mondo, eppure l’unico esilio al suo interno. Non ci viene detto quale sia stato il processo attraverso cui l’uomo abbia vissuto in uno stato di beatitudine; né dove né quando ciò sia avvenuto. Ma ci viene detto, e lo accettiamo, che un certo processo, una certa sequenza di eventi, dovuti alla volontà umana, si sono verificati: una ribellione di quella volontà e la conseguente perdita della vita soprannaturale che era la nostra eredità. Questa dottrina non entra in conflitto con alcun processo storico dimostrato, né con alcun processo preistorico probabile, proprio come il fatto che William Wordsworth sia cresciuto da bambino a uomo non significa affatto che non sia mai stato un poeta, o che abbia mai smesso di esserlo. Tuttavia, colui che rifiuta ciò che è soprannaturale distorce ignorantemente la dottrina della Caduta dell’Uomo, trasformandola in qualcosa di completamente diverso. Pensa che significhi che l’uomo un tempo si trovava in un luogo e in un momento specifici – la Mesopotamia circa 4.004 anni fa – e si comportava come un gentiluomo; poi, seguendo il consiglio di sua moglie, è diventato una creatura orribile, contaminando tutto ciò che toccava. Naturalmente, una persona influenzata da questa idea infantile – nata senza alcun fondamento da un libro –, trovando ciò che le sembra essere la prova di uno sviluppo da una società più semplice a una più complessa, e rendendosi conto di ciò che chiunque potrebbe capire usando il buon senso comune, cioè che gli esseri umani progrediscono da uno stadio artistico a uno più complesso (fino a quando non falliscono e iniziano tutto daccapo), finisce per perdere ogni fondamento logico. Allora inizia a crearsi una nuova religione, una nuova mitologia; parla di un “Ascenso dell’Uomo”; si considera il culmine della gloria umana, ma allo stesso tempo si libera da qualsiasi principio morale. Sarà interessante osservare come andrà a finire questo processo.

In relazione a tutto ciò – anche se il legame sembra un po’ forzato – mi sono spesso chiesto, soprattutto di notte in mare, per quanto tempo potrà sopravvivere nella società non cattolica la misteriosa dottrina cattolica sull’uguaglianza umana. Finora è sopravvissuta perché lusinga la maggior parte delle persone. Solo un numero molto esiguo di individui è eccezionalmente ricco, talentuoso o famoso; quindi questa dottrina rappresenta naturalmente un’attrativa alternativa per le masse oscure, prive di talenti e povere: che – non davanti al loro Creatore, poiché ormai non lo riconoscono più, ma in qualche modo inspiegabile – siamo tutti uguali, e che, in un modo che loro stessi non riescono a comprendere, ma che percepiscono profondamente dentro di sé, una persona ricca, talentuosa o famosa in realtà non è migliore di loro. Questa dottrina persiste con particolare tenacia nella concezione popolare della giustizia: anche oggi, nonostante il declino morale, le persone rimarrebbero scioccate all’idea che una persona importante per la sua ricchezza o posizione pubblica possa essere legalmente esentata dalle sanzioni penali. In pratica, ovviamente, questo accade; ma gran parte dell’antico dogma cattolico sull’uguaglianza umana sopravvive ancora, impedendo fino ad oggi l’ammissione aperta di privilegi.

Per quanto l’antica dottrina cattolica sull’uguaglianza possa essere lusinghiera, non credo che possa sopravvivere a lungo al di fuori del contesto cattolico. In un certo senso, essa è misteriosa; trovo divertente vedere come uno dopo l’altro si renda conto, all’improvviso, che non si tratta di una verità evidente e ovvia.

Ricordo una volta di essere seduto accanto a un uomo molto stimabile durante un banchetto negli Stati Uniti: è passato quasi trent’anni da allora. Quest’uomo mi spiegò con notevole pazienza, ma in modo assolutamente privato, che la frase della Dichiarazione d’Indipendenza “Gli uomini nascono uguali” gli sembrava del tutto assurda. Aveva infatti osservato che le persone differivano per statura, forza fisica e persino intelligenza; su quest’ultimo punto lo sostenevo pienamente.

Esiste un altro mistero cattolico al quale il mondo non cattolico si attacca ancora con incertezza (non credo che la sua posizione sia affatto sicura), e questo è il mistero dell’immortalità.

Anche questo rappresenta un conforto, e per alcuni persino un complimento. Può essere utilizzato come un sedativo, a condizione che non si analizzi a fondo la teologia che lo sostiene e che non si ammetta l’esistenza di una doppia sorte: la beatitudine da un lato e la dannazione dall’altro. Tuttavia, la ripetizione di questa antica dottrina cattolica come mezzo per eludere la minaccia e la realtà della morte, a mio parere, non contiene elementi sufficientemente solidi per poter sopravvivere nel tempo. Eppure ci sono ancora molte persone in vita che ricordano l’epoca in cui il mondo non cattolico accettava pienamente questa dottrina.

Infatti, un’amica mia ancora viva mi ha recitato una strofa che aveva imparato da bambina; andava più o meno così:

Un inferno terribile

Un luogo di dolori e sofferenze

Dove i peccatori devono abitare con i diavoli

Nel fuoco, nei grida e nelle catene.

Ma tutto questo è ormai finito. Tutto ciò che rimane della dottrina di una vita futura è solo un vago senso di sicurezza e tranquillità, che svanisce non appena si avvicina il pericolo. Non durerà a lungo, se non in quanto ultimo e povero residuo della grande e unica vera filosofia da cui deriva.


Mi chiedo davvero quanta parte della dottrina cattolica sopravviverà, e quale ne sarà il ruolo – se ce n’è uno – in quelle parti d’Europa che continuano a rifiutare l’avanzamento attuale della Fede. È probabile che una grande parte dell’Europa perda l’ultimo residuo di cultura cristiana; infatti, già oggi le persone semi-istruite la stanno abbandonando in tutto il nord. È anche probabile che il resto della popolazione ritorni alla dottrina originale: il desiderio di essa è ormai evidente, soprattutto tra le menti più forti. Ma cosa accadrà quando questa dottrina verrà completamente abbandonata? Sappiamo bene quali conseguenze negative possa comportare l’assenza di principi giustiziari: per quanto riguarda il matrimonio, ad esempio, esso è ormai quasi del tutto ignorato. La dottrina della giustizia viene ricordata in modo confuso e mescolata con idee legate al ruolo dell’avvocato, così come con sentimenti deboli e pratiche crudeli e mercantili, che rendono impossibile comprenderne il vero significato. Nel mondo non cattolico, ad esempio, si ritiene che un uomo accusato di omicidio, anche se sospettato ma non provato colpevole, debba comunque essere punito in modo severo (ad esempio con l’ergastolo), ma non con la pena prevista per l’omicidio stesso. Si ritiene inoltre che la punizione non debba avere scopi vendicativi, ma solo deterrenti, tranne nei casi in cui si tratti della vendetta dei forti sui deboli. Si ritiene anche che un testimone in un processo possa essere manipolato al fine di nascondere la verità; e che questa capacità sia considerata una prova della capacità morale di una persona nel giudicare equamente. Infine, si ritiene che un avvocato possa fare di tutto per condannare un innocente, purché riceva una ricompensa adeguata. Ma il crollo dei principi giustiziari è solo uno aspetto di questo grande cambiamento. Ci sono molti altri aspetti da considerare, in particolare quella nuova dottrina secondo cui la ricchezza di una persona rappresenta il suo valore nello Stato.

Beh, cosa ne uscirà da quel “pozzo nero”, da quella corruzione nella quale la decomposizione della cultura cristiana si sta attualmente dissolvendo?

Quello che penso possa nascere dalla sporcizia è una nuova religione.

Penso che, in quelle parti del Cristianesimo che rimarranno isolate dal progresso della restaurazione della Fede, tra 200 anni circa, possano sorgere alcuni codici di comportamento semplificati e strani, simili a quelli che l’Arabia ha creato sulle rovine della dottrina cristiana in Oriente. Chiunque si rifiuti di accettare la restaurazione cattolica svilupperà prima o poi una nuova religione, perché la società umana non può sopravvivere senza una dottrina e un rituale. Questa concezione di una nuova religione (e quindi di una religione malvagia) che nasce dalla decomposizione della verità mi sembra oggi sia fantastica che sgradevole. Lo ammetto, è sgradevole; ma non credo che sia fantastica.


Da quella città del Galles del Sud ebbi il giorno seguente per tornare a Londra; Stephen Reynolds, che incontrai lungo la strada, le fece attraversare il paese in sicurezza fino ai porti della costa meridionale, da dove poi ripresi questo viaggio: Stephen Reynolds, quell’uomo dal cuore forte e sincero, che desiderò e fece del bene per tutta la sua vita. È proprio l’incontro con persone del genere, e il confronto tra la loro reputazione pubblica e la loro vera funzione, tra la loro falsa fama o la mancanza di essa e il loro reale valore agli occhi del Creatore, che portano tutti gli uomini saggi a provare un profondo disprezzo per il mondo moderno.

Qualcuno si ricorda ancora di lui tra coloro che stanno leggendo queste parole? Forse uno o due, forse nessuno. Amava i poveri; comprendeva il mare. Era un fratello e un sostegno per i marinai, e possedeva carità, umiltà e giustizia in uguali misure. Ma la verità è che, a mio parere, il nostro mondo ormai non è più adatto né alla guida né nemmeno al consiglio di quei rari grandi uomini che un tempo ne facevano parte. Il nostro mondo è invece adatto alla guida di coloro che vantano una miscela così precisa di follia e vizio da essere, in qualche modo, in sintonia con ciò che devono governare. Quanto a coloro che sono troppo buoni o troppo saggi per noi, beh, meglio se se ne vanno il prima possibile. E proprio questo vale anche per Reynolds.

Ma vorrei tanto riuscire a incontrarlo di nuovo in questo mondo, da qualche parte dove mare e terra si incontrano, e parlare di nuovo con lui delle scuole di pesci, del lavoro di coloro che li cercano lungo le nostre coste, e delle anime dei marinai.


Confesso di ignorare completamente come si possa circumnavigare la terra, cioè come si possa superare il punto più settentrionale della Cornovaglia e passare dalla costa settentrionale a quella meridionale. Tre volte sono partito da St Ives con l’intenzione ferma di attraversare lo stretto di Manica; ma non ci sono mai riuscito. Perché, per i Sette Dei, o uno di loro in particolare, mi è stato proibito. Se solo avessi osato usare un motore, la nave avrebbe potuto procedere come un autobus o un taxi; ma navigando esclusivamente a vela, era impossibile. Ogni volta che partivo, c’era una brezza leggera, ma poi si fermava tutto; e alla fine di ogni periodo di calma, la nave veniva spinta indietro dalla corrente, fino al punto di farmi desistere dall’impresa. St Ives dista molto da Londra, ancora di più dal Sussex. E nessuno può passare tutta la vita a compiere quel viaggio interminabile senza alcun scopo concreto. Ed è per questo che ho deciso di far circumnavigare la nave lungo la costa.

Non ho mai fatto Newlyn. Non sono mai stato a Falmouth, quindi c’è ancora qualcosa che devo fare. Infatti, ho visto tutta quella costa da dentro, ho camminato avanti e indietro lungo l’ultima penisola d’Inghilterra, e ho paragonato Mounts Bay e le sue rocce all’isola vicina, più alta e imponente: ogni di queste alture circondate dal mare è dedicata a San Michele, poiché rappresenta un luogo ideale per gli uccelli alati. I due monti sono in qualche modo dei piccoli simboli delle due storie nazionali d’Inghilterra: entrambi iniziano come monasteri; ma uno diventa una prigione reale, poi viene abbandonato, e infine diventa una sorta di attrazione turistica nazionale; l’altro, invece, rimane una residenza privata.

Si può individuare una parallela nel destino dei Templari nelle due capitali. Questa società segreta, con la sua enorme ricchezza e le sue complottazioni universali, fu soppressa (per il bene dell’Europa) 600 anni fa. Il suo quartier generale a Parigi passò sotto il controllo del Re; nelle fasi finali divenne una proprietà dei figli minori e dei cugini della Corona, per poi essere trasformato in prigione. Fu infine distrutto all’inizio della nuova Parigi, sotto Napoleone. La sua memoria è ormai quasi scomparsa.

Il centro dei Templari a Londra passò gradualmente sotto il controllo degli avvocati e ora svolge, tra le altre funzioni, anche quella molto utile di impedire alle auto-taxi di spostarsi troppo rapidamente dall’Embankment verso Fleet Street.

Per quanto riguarda quelle due chiese rotonde, i misteriosi simboli di quella grande e ormai defunta massoneria (che per un momento minacciò tutte le nostre vite): quella in cui la Messa veniva celebrata è scomparsa da quella capitale europea dove forse la Messa ha il maggior potere. Ma quella da cui la Messa fu espulsa viene ancora attentamente conservata nel suo aspetto esteriore, e continua a stare lì, in mezzo a Londra, morta.

Fu proprio su questa costa della Cornovaglia che, per mia vergogna, una volta interpretai completamente sbagliato la forma di un promontorio, non guardando dal mare ma dalla terraferma.

In piedi sulle rive della penisola di Lizard, guardando verso est in una chiara giornata estiva, ho interpretato male le indicazioni del faro di Dodman. Sulla terraferma, un errore del genere è imperdonabile, perché ci sono punti di riferimento visibili; in effetti, se fossi stato più attento e avessi avuto una mappa davanti a me, non avrei commesso tale errore. Ma dal mare, questo tipo di errore accade molto più spesso di quanto i marinai siano disposti ad ammettere.

Ricordo una volta, molti anni fa, quando arrivai da lontano e mi assicurai di trovarmi in territorio francese, che credevo di conoscere a memoria. Vidi una caratteristica depressione del terreno; davanti ad essa c’era un promontorio che sapevo essere un’isola. Poi c’era uno spazio aperto, a forma di “V”, che giurai fosse la città portuale che cercavo. In effetti, fui sorpreso di trovarla così lontano a dritta della mia rotta: pensavo fosse proprio davanti a me, ma preferii fidarmi dei miei occhi piuttosto che dei miei calcoli. Man mano che ci avvicinavamo, capii che tutti i miei ragionamenti erano errati: il luogo che cercavo si trovava in realtà più di venti miglia a est. E quando vidi per la prima volta la terraferma, la mia città portuale era nascosta oltre l’orizzonte, a sinistra della mia rotta.

Si potrebbe pensare che il profilo di un promontorio, una volta conosciuto da un certo lato, sia qualcosa di inequivocabile; lo stesso si potrebbe ritenere valido per una serie caratteristica di colline viste in lunghezza, o persino per l’ingresso di una baia valle.

Dopotutto, lo stesso tipo di elemento è immediatamente riconoscibile anche da terra: una persona non confonderà mai il Wrekin con le colline di Malvern.

Ma in mare, per qualche motivo misterioso, non si può mai essere sicuri; ed è proprio per questo che vengono presi tanti accordi e si redigono descrizioni così dettagliate riguardo alle direzioni da seguire nella navigazione, nonché si realizzano piccole rappresentazioni grafiche nei libri ufficiali. Non si tratta soltanto di quella che oggi viene chiamata “visibilità”, anche se è vero che lo spessore dell’aria influisce in modo significativo sulla valutazione delle distanze. Indipendentemente dalle condizioni, possono verificarsi errori assurdi, e questi avvengono continuamente, persino da parte di persone esperte. Solo l’altro giorno ho scambiato Grisnez per la fine della scogliera, situata a qualche miglio a est di Calais. Si potrebbe pensare che Beachy Head, vista dal canale della Manica guardando verso ovest, sia facilmente riconoscibile; infatti ha esattamente la forma di un ippopotamo, con l’orecchio piccolo, la fronte e il muso rotondi. Ma non è così. Un uomo che naviga di notte nel canale della Manica, senza sapere esattamente dove si trovi – sebbene sappia di essere da qualche parte al largo della costa del Sussex – potrebbe (sembra assurdo, ma è vero) confondere Fairlight nella nebbia con Beachy Head; oppure, viaggiando verso est, potrebbe scambiare le basse scogliere oltre Newhaven per quel promontorio. Se l’aria densa nasconde Beachy Head dalla sua vista, potrebbe davvero credere che si tratti di quel promontorio.

Molto più scusabile, eppure molto più comune del confondere la forma di una collina o di un promontorio, è il confondere una luce. Tutte queste luci presentano segnali temporali ben definiti: un lampo che dura alcuni secondi, un cambiamento di colore, o altro ancora. Tuttavia, non sempre si ha la pazienza di osservare con attenzione questi segnali, soprattutto quando ci si trova su una piccola barca sotto pressione. Ma il tipo di errore più comune in questo caso, come in ogni altra situazione, deriva da una certezza assoluta e falsa. Si pensa: “Non c’è dubbio alcuno che quella luce sia proprio quella”. Si aspetta con attenzione il momento giusto per riconoscerla, e quando la si vede, si è sicuri che sia davvero lei, a meno che il ritmo del suo lampeggiamento non sia completamente diverso da quanto ci si aspettava. Ma si potrebbe sbagliare in modo gravissimo. Immagino che nessuno mi crederebbe se dicessi di aver confuso la chiesa di Santa Caterina con il “The Hogue”.

Ma ci sono ancora casi ancora più assurdi. Molti anni fa, una nave chiamata Mohegan urtò le rocce note come Manacles, situate all’interno di Black Head, in Cornovaglia. La nave stava navigando lungo il Canale della Manica, e non sembrava esserci alcun pericolo. La luce di segnalazione Lizard era ben visibile; bastava mantenere una rotta corretta a dritta per evitare le rocce. Eppure la Mohegan le urtò comunque. Nessuno è mai riuscito a spiegare davvero come sia potuto accadere.

Ci sono alcuni di questi errori che non possono essere evitati e che sono spiegabili, non a causa di alcuna mancanza della ragione umana, ma a causa di una confusione molto naturale tra cose simili. Così, chiunque viaggi lungo il Canale della Manica e intenda passare molto vicino a quel punto corre dei rischi a causa delle due torri luce presenti in quella zona.

Dungeness si estende verso il mare a un certo ritmo; per questo, a intervalli di tempo piuttosto lunghi, è necessario costruire un nuovo faro per segnare la sua estremità. Anche se si espande verso l’esterno nel Canale della Manica, la sua punta è molto scoscesa e c’è molta acqua proprio lungo la riva. Pertanto, chiunque viaggi verso l’interno del canale dirige direttamente verso il faro, con l’intenzione di passargli a pochi metri dalla riva, poiché questo riduce la distanza da percorrere. Inoltre, se si ha la marea a favore, c’è anche una forte corrente che aiuta nel viaggio.

Ora, circa 100 anni fa, costruirono il vecchio faro nel luogo in cui si trovava allora Dungeness. Quel vecchio faro si trova ora a circa un miglio nell’entroterra. Accade spesso che, di giorno, il moderno faro situato all’estremità della punta venga oscurato dal vecchio faro, che invece è visibile. In tal caso, una persona tende a dirigere la propria nave verso il vecchio faro, pensando che sia quello nuovo; di conseguenza, si dirige direttamente verso la riva, credendo di non colpire l’obiettivo desiderato.

Il peggiore errore di questo tipo che abbia mai commesso io stesso è stato confondere il segnale di posizione “Varne Buoy” con la nave faro “South Goodwin Lightship”. Non è così impossibile come sembra. Il tempo era molto nebbioso; ero alla deriva da molte ore, senza quasi vento, e non avevo alcuna certezza su dove mi trovassi, se non che fossi da qualche parte nello Stretto. Alzai lo sguardo verso nord-est e, nella nebbia, vidi qualcosa che sembrava una carena e un palo. Non ero del tutto sicuro che ci fosse una lanterna sul palo, ma presi senz’altro quell’oggetto per una nave faro. Considerando il tempo trascorso da quando avevo lasciato il porto francese, la velocità a cui pensavo di aver viaggiato con la mia piccola barca, e naturalmente a causa della nebbia molto fitta, ero convinto che quell’oggetto distante fosse proprio la nave faro “Goodwin”. Solo quando mi avvicinai abbastanza capii cosa fosse in realtà: il segnale di posizione “Varne Buoy”, che non è nemmeno l’uno per cento delle dimensioni di una vera nave faro.

Suppongo che la regolarità e la certezza della vita meccanica moderna sulla terra tendano a far sì che le persone esagerino nella considerazione delle prove concrete. Quando gli uomini si confrontavano di più con i capricci della Natura, erano più disposti ad ammettere due cose che le persone moderne sottovalutano: la possibilità di meraviglie e l’errabilità dei sensi.

In periodi diversi vengono adottati standard molto diversi in queste questioni. La nostra epoca si vanta di avere una visione particolarmente chiara della realtà e deride la credulità del passato. Tuttavia, noto centinaia di cose per cui potrei immaginare che le generazioni future rimangano stupite dalla nostra credulità insensata. Accettiamo, in tutto ciò che non ci riguarda direttamente, affermazioni pubblicate su giornali, fatte in modo anonimo. Le accettiamo come se fossero prove fornite dai nostri stessi sensi, o addirittura di più. Le accettiamo anche quando non sono verificate, modificate o testate. Le accettiamo – per essere brutali – semplicemente perché sono stampate, e perché lo sono su larga scala.

Esiste un’intera mitologia sulla “preistoria”, che è cresciuta in modo rapidissimo in meno di una generazione; questa mitologia pretende di spiegare il passato sconosciuto dell’uomo e ormai è diventata per la maggior parte delle persone più sacra e consolidata di qualsiasi altra mitologia accettata dai nostri antenati. Nessuno dei milioni di persone che adottano questa mitologia sarebbe in grado di fornire anche solo una descrizione sommaria dei presunti fatti su cui essa si basa. In questo processo, un ruolo fondamentale svolge l’influenza meccanica e universale di ciò che viene chiamato “educazione popolare”; mentre in passato l’uomo semi-istruito rappresentava già un pericolo, oggi rappresenta una vera e propria catastrofe.

Oppure, prendiamo la preistoria – che non è altro che un’impostura – e consideriamo invece la storia recente, documentata e reale. A milioni di bambini viene raccontato che le colonie americane si ribellarono perché venivano tassate ingiustamente dall’Inghilterra; che dopo una lunga lotta riuscirono a vincere, e che vinsero perché avevano ragione; perché possedevano le stesse qualità dei nostri “esseri sacri”, essendo di sangue nobile come il nostro; che quel conflitto non avrebbe mai dovuto verificarsi, e fu causato soltanto dall’stupidità di alcuni inglesi testardi e illusi che all’epoca detenevano il potere politico. Scommetto che, tra la massa lavoratrice, questa sia l’opinione di nove uomini su dieci in Inghilterra riguardo alla Guerra d’Indipendenza Americana. Inoltre, a tutti viene detto – o almeno si dà loro questa impressione – che l’Inghilterra presto si pentì del proprio errore e iniziò a considerare gli Stati Uniti come i suoi figli più nobili.

Non viene detto loro che la Madre Patria ha intrapreso una guerra costosa in difesa delle Colonie; che sono state avviate lunghe e difficili negoziazioni per stabilire come condividere tali spese; che sicuramente la maggioranza dei coloni – e probabilmente una stragrande maggioranza – era dalla parte dell’Inghilterra, contro i ribelli; e che la sconfitta finale dell’Inghilterra è stata dovuta principalmente all’intervento della Francia, e soprattutto alla maggiore concentrazione della sua flotta. Non viene detto loro che il popolo inglese si considerava assolutamente nel giusto, che continuò a odiare gli americani con il più vivo disprezzo per altri 100 anni; né che la politica di fingere un’amicizia con l’America sia piuttosto recente, e sia nata soltanto quando la forza della nuova nazione divenne evidente, dopo che la lunga agonia della Guerra Civile si era conclusa a favore del Nord. Il peggio di tutto è che non viene detto loro che questa finzione di identificare gli Stati Uniti con l’Inghilterra continua nonostante crescenti ostacoli, poiché gli Stati Uniti diventano sempre meno “inglesi” in termini di tradizione, sangue, morale e in ogni altro aspetto.

La falsa leggenda viene accettata senza alcuna critica; è un ottimo esempio di come la mitologia possa avere effetti pratici negativi. Solo ora il nostro modo di pensare inizia a rendersi conto della “stranietà” dell’America, e rimane ancora perplesso dal rifiuto degli americani di considerarsi inglesi. In Inghilterra si può sempre essere certi del sostegno della classe media e della piccola borghesia (non parlo certo del sostegno popolare, poiché la gente comune è piuttosto indifferente a tutta questa questione) verso qualsiasi politica estera che presuma automaticamente che l’America sia semplicemente un’altra Inghilterra all’estero.

Ho visto un ottimo esempio di ciò all’inizio dello scorso anno, nel 1924: stavo osservando le opinioni espresse in Italia e all’estero riguardo a quelle che all’epoca venivano chiamate “Commissioni di Esperti”, e in seguito “Commissioni Dawes”. Si trattava di due commissioni riunite a Parigi al fine di stabilire se i tedeschi avessero nascosto ingenti patrimoni all’estero, nonché per determinare l’importo delle riparazioni che i tedeschi dovevano pagare.

Per ben tre anni consecutive, le potenze finanziarie internazionali che guidavano la nostra politica riguardo alle riparazioni tedesche avevano negato l’accumulo di ricchezze tedesche all’estero, sostenendo con insistenza che i tedeschi non avrebbero mai potuto pagare più di una piccolissima parte delle somme richieste loro. Nello stesso tempo, in Inghilterra c’era stata una costante richiesta che la questione venisse esaminata da “esperti” sotto la guida degli Stati Uniti; alla base di questa richiesta c’era la certezza che l’America avrebbe agito soltanto come alleata volontaria dell’Inghilterra. I comitati si riunirono, ma fu l’America ad aver proposto tali riunioni; i delegati americani, e dietro di loro il governo americano, furono le forze decisive in questa questione. Quando vennero pubblicati i rapporti degli esperti, ci fu uno stupore che venne abilmente nascosto: quei rapporti, richiesti con insistenza dai delegati americani, contraddicevano completamente la propaganda diffusa negli ultimi tre anni. Essi affermavano che i tedeschi avevano accumulato enormi somme all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, e che la Germania avrebbe potuto pagare in modo indefinito, con una cifra annua di 125 milioni di sterline. Il risultato di aver nutrito queste illusioni riguardo alle relazioni tra l’America e l’Inghilterra fu che la politica estera ufficialmente adottata dal governo britannico andò completamente all’aria. I governi inglesi, agendo in modo diverso rispetto a come avrebbe fatto l’opinione pubblica nel suo complesso, avevano sostenuto la Germania con tutte le loro forze: avevano rinviato ogni tentativo di ottenere riparazioni; avevano insistito sul fatto che qualsiasi richiesta di pagamento con la forza fosse illegale; avevano rifiutato di aiutare i propri alleati a ottenere tali pagamenti; il portavoce del loro Tesoro aveva dichiarato pubblicamente che la Germania non nascondeva nulla all’estero e certamente non poteva pagare su larga scala. Poi chiesero l’istituzione di un Comitato di Esperti, dando per scontato che la pressione americana su quel comitato sarebbe stata a loro favore; si impegnarono apertamente in anticipo ad accettarne i risultati, ma quando tali risultati vennero pubblicati, si trovarono completamente contrari a quanto speravano.

Coloro che ci governano sono stati costretti ad accettare il Rapporto Dawes – persino ad attuarlo – e osservano con ansia le sue conseguenze su quell’equilibrio su cui si fonda la vita dell’Inghilterra. Sono intrappolati in una situazione senza uscita. Se avessero conosciuto una verità storica semplice e chiara, ovvero che l’America è un paese straniero, avrebbero potuto mantenere una politica nazionale indipendente. Ora è troppo tardi: l’America ci ha dominati.


Il prossimo porto da cui ho preso la Nona dopo aver superato la curva della terra è Fowey: infatti, anche se sono stato una volta a Mevagissey nella mia vita, è stato solo su una barca aperta, navigando attraverso la baia di St Austell; e lì, a Mevagissey, non ho appreso ciò che desideravo sempre sapere. E che ancora oggi rimane un mistero per me: ovvero, la storia, la natura e il destino di quel piccolo insetto così attivo, la “Mevagissey Bee”. Fu nel porto di Boston, nel Lincolnshire, che sentii parlare per la prima volta di questo animale. All’epoca non avevo ancora compiuto trent’anni. Forse avevo già sentito il suo nome in precedenza, senza però farci caso; ma fu lì che lessi per la prima volta descrizioni del suo strano comportamento.

Nel quel fiume stretto c’era una nave a vapore molto grande, orribile e sporca; non riuscivo a capire come potesse trovare spazio per girare, visto che era diretta verso l’alto corso del fiume, sotto la protezione di quella meravigliosa torre lontana. Dissi a un marinaio che si appoggiava a una barra e osservava con aria cupa quella nave (che forse era anche la sua nave, chissà): “Come farà ad uscire da lì?” Lui rispose: “Andrà a poppa per prima, proprio come il Mevagissey Bee.” Gli chiesi cosa fosse quel “Mevagissey Bee”, ma lui se ne andò senza rispondere. Da allora ho chiesto lo stesso a molte altre persone, ma nessuno è stato in grado di dirmelo.

Quindi, dico io, Fowey è il porto più occidentale verso cui, o da cui, abbia mai preso la Nona. E Fowey è qualcosa di davvero unico. Si potrebbe dire di esso ciò che il signor Barry Pain ha scritto nella sua recensione di quel libro che dovrebbe essere considerato il più famoso in assoluto: “È una cosa che accade una sola volta ogni mille anni”.

Fowey è davvero il porto dei porti: l’ultima città marittima rimasta priva di ogni traccia del male moderno. Dovrebbe essere un regno a sé stante. A Fowey regna la cortesia e la disponibilità verso chiunque vi approdi, per necessità o per piacere. Per le provviste, i trasporti o l’ormeggio non si paga mai di più del dovuto; inoltre, tutto ciò di cui si ha bisogno può essere ottenuto immediatamente. A Fowey, ad esempio, mi è stata realizzata una vela in soli sei mesi, mentre altrove lungo la costa orientale ne sarebbero serviti almeno dodici. La vela era perfetta. A Fowey c’è anche protezione da tutti i venti, un ottimo fondale per l’ancoraggio e, soprattutto, un’atmosfera in cui si può dimenticare tutto ciò che accade altrove, dove le preoccupazioni di questa isola affollata svaniscono. Penso che, quando arriverà il momento del disastro e le rovine saranno state più o meno ripulite, Fowey continuerà a portare avanti le tradizioni di un’Inghilterra migliore. Spero proprio che sia così. Non si può trovare nulla di negativo in essa. Ora, si può dire lo stesso di qualche altra città, oltre a Leominster? Penso di no. Non ho mai navigato verso o da Fowey senza che mi capitasse qualcosa di positivo; non ho mai avuto bisogno di lottare contro i venti contrari. Ho sempre trovato venti favorevoli. Certo, all’esterno di Fowey ci sono stati momenti di calma, ma non mai periodi di totale immobilità del mare. L’ultima volta che ho lasciato quella terra benedetta – forse per non tornarci mai più – il vento nord-occidentale era così forte e la luce del sole così chiara che il viaggio lungo la costa verso Plymouth Sound è stato davvero un piacere.

È irragionevole, ma quei tratti di costa su cui si è avuta fortuna rimangono nella memoria come qualcosa di eccezionale, e portano con sé una sorta di falsa sensazione di sicurezza, come se fossero sempre stati così. Di certo, in passato, molte persone hanno vissuto momenti terribili lungo quella costa; ma per me, ogni volta che quei ricordi ritornano nella mia mente, li vedo sempre illuminati dal sole, delimitati da piccole onde vigorose e accompagnati da una brezza gentile. Con quanta gioia ho osservato la velocità con cui quel veliero superava le miglia lungo la costa di Polperro. E quanto è piacevole vedere Rame Head avvicinarsi sempre di più, fino a quando non si apre davanti ai propri occhi l’immensità del Plymouth Sound.

Per quanto riguarda Plymouth, temo che in quell’atmosfera ci sia qualcosa di malvagio e distorto: un atteggiamento che fa sì che molti uomini (e io ne sono uno) si sentano insoddisfatti di una fama eccessiva. La leggenda moderna ha la tendenza a scegliere alcuni luoghi specifici per diffondersi, calpestando l’erba e tutto ciò che le sta intorno con un’eccessiva ripetizione, esagerazioni e frasi pronte all’uso; queste cose, nel mondo mentale, corrispondono alla fangosità più insopportabile del mondo materiale. È forse la stampa, o i giornali e le ferrovie a essere responsabili di tutto ciò? No! Tanta malvagità non potrebbe provenire da cose materiali: la sua vera fonte risiede nella mente moderna degradata. Con Drake e l’Armada, con le battaglie navali e il promontorio che non riuscì ad attaccare i Puritani. Non vorrei mai vedere Plymouth distrutta dal frangiflutti, preferirei navigarvi sopra piuttosto che guardarla da terra. Ma ammetto che questo atteggiamento è malvagio; provare un’irritazione così forte di fronte a semplici ripetizioni noiose è davvero una forma di distorsione del pensiero. Basta lasciarle in pace.

È una costa davvero incantevole: tutta questa parte meridionale del Devon, con i suoi piccoli fiumi nascosti e le città incontaminate. La gente è gentile, e anche la terra lo è. Anche se, con qualche riserva, lo stesso vale per il suo mare, al di là dello stretto. Tuttavia, una volta ho davvero subito gli effetti negativi di uno degli sversamenti di vento più terribili che abbia mai vissuto: è successo vicino a Bolt Head, uno dei due incidenti più orribili del genere. Il primo, invece, si era verificato vicino a Beachy Head, presso Birdling Gap, il “White-Tuesday” del 1902. Un giorno che non dimenticherò mai.

L’aria uscì dalla “Birthing Gap” proprio come l’acqua da un secchio, e per poco non rovesciò completamente la nave di Nona. Lasciai andare la vela di colpo, ma in quel momento lei abbassò circa un terzo della sua vela principale, facendo quasi spezzare il cuore del suo amante dal terrore. A volte succede proprio così in queste terre alte: il >vento non soffia dritto; si diffonde sopra di esse, serpeggia attraverso le depressioni ai loro bordi e poi piomba improvvisamente giù, con forza, sulle profondità sottostanti. Quel giorno, vicino a Beachy, ah, quegli anni fa, il vero >vento soffiava appena abbastanza da nord per permettermi di mantenere la rotta verso Newhaven, tenendomi molto vicino alla costa e risparmiando ogni centimetro di distanza possibile. Ma quel colpo di vento arrivò all’improvviso, provenendo dal lontano est del nord, e per poco non rovesciò la mia giovane nave, e lui che l’amava, e che ancora oggi la ama.

Per quanto riguarda il vento che si verificò vicino a Bolt Head, arrivò dopo mezzanotte, da quando era scoppiata la guerra. E non si trattava semplicemente di un vento normale: soffiò costantemente per quasi un’ora prima di cessare. Ma, proprio come il suo “fratello minore” vicino a Beachy, quel vento era caratteristico delle zone collinari; proveniva infatti direttamente da nord, mentre il vento principale soffiava da est. Stavo osservando la stella del mattino brillare come un forno sacro sulle cime delle colline scure quando Satana inviò quel vento, cercando di annegare tre uomini. Ma riuscimmo a metterci in salvo in tempo: eravamo in tre; uno alla barra e due a sistemare le vele. Quando spuntò l’alba, e i colori radi del mattino rinnovarono la giornata, strano! Una estremità della vela aveva tre sistemi di sicurezza installati, mentre l’altra ne aveva soltanto due.

Una costa piena di bei ricordi: possa rimanere così per sempre, nonostante il petrolio e tutte le altre cose negative. Forse non esisterebbe nemmeno Londra, se non fosse per l’affetto e la protezione di tutti gli uomini e le donne delle sue piccole città portuali, e per l’assenza di affollamento sulle sue colline. Non ho mai visitato i fiumi Erne e Avon, ma conosco bene il Yealm: un fiume difficile da utilizzare per l’ancoraggio a causa dei numerosi moli presenti; un corso d’acqua tortuoso che scorre attraverso una gola boscosa, anche poco adatto alle condizioni del vento. E Salcombe, credo sia il porto più felice al mondo. Ha molte piccole spiagge, le case degli abitanti situate in punti strategici lungo di esse, ruscelli che scorrono lontano nell’entroterra, una marea non troppo forte, un banco di sabbia piuttosto basso, ma sempre abbastanza profondo per permettere il passaggio delle navi; inoltre, il canale d’accesso al porto è chiaro e facile da utilizzare, indipendentemente dalla direzione del vento. Il porto si apre infatti bene all’interno delle strette, mentre le rive che si affacciano sul mare si aprono liberamente al di fuori di esse.

Su questa parte della costa, partendo da Plymouth, ebbi un’esperienza che, sebbene non possa essere considerata un evento storico di rilievo, ebbe un forte impatto sulla mia mente. In un certo senso, come un presagio misterioso, o forse meglio dire in modo visionario, quell’esperienza simboleggiò l’inizio della Grande Guerra.

Accadde che in quell’estate del 1914 ebbi l’occasione di recarmi da Hampshire verso uno dei porti occidentali, dove avrei preso il mio yacht per portarlo infine nel Plymouth Sound; successivamente, quando ne avessi avuto il tempo, avevo intenzione di ripartire con esso e risalire la costa verso est.

Stavo trascorrendo del tempo in Hampshire con un amico che possedeva una casa nella New Forest. Fu di domenica che partii da lì; lui mi accompagnò con la sua auto fino a Salisbury, dove volevo assistere alla messa prima di proseguire in treno. Durante la messa, dopo aver letto le comunicazioni, il prete chiese alla congregazione di pregare per l’anima dell’arciduca erede d’Austria, che era stato assassinato in un luogo chiamato Sarajevo. Non avevo mai sentito quel nome prima e avevo solo una vaga idea di chi fosse quell’arciduca, del suo rapporto con l’imperatore e della sua successione al trono degli Asburgo-Lorena. Andai quindi da lei, dove giaceva, e rimasi con lei in mare per alcuni giorni. Non avevo la minima idea che qualcosa stesse per accadere.

Quando tornai a Londra, trovai che l’atmosfera era piena di tutte le possibilità offerte da quel periodo. Il governo austriaco aveva inviato al governo serbo una nota del genere non mai sentito prima nella storia del Cristianesimo; conteneva richieste che nessun governo che si proclamasse sovrano avrebbe potuto accettare. Personalmente, quando lessi i termini di quella nota, non ebbi alcun dubbio che fossero stati dettati dalla Prussia. E oggi ne sono ancora sicuro.

Esistono due modi per determinare l’origine di un simile documento. Uno è il metodo materiale: la consultazione degli unici documenti disponibili e delle uniche prove umane dirette e certificate. L’altro è il metodo morale: quando si dice “Questo può essere stato scritto solo da tale persona”, o almeno “Può essere stato ispirato da tale persona”. Quindi, se trovo sul tavolo di una persona dubbia, debole, e per di più cortese, una lettera redatta esattamente con lo stile e i termini tipici di un bullo che è sempre stato il suo compagno, allora, anche se la lettera è scritta dalla sua mano e su carta sua, anche se ci fossero prove convincenti che in quel momento l’uomo fosse solo, direi comunque che l’autore reale è il bullo, non il gentiluomo. Quest’ultimo potrebbe aver imparato a scrivere quella lettera a memoria su dettatura, oppure averla copiata dal manoscritto dell’altro. In ogni caso, è moralmente certo che l’autore vero di quel documento sia proprio quell’uomo, e non l’altro.

Ora, nel caso di questa nota indirizzata alla Serbia, l’intera situazione è tipicamente prussiana: dall’inizio alla fine: quell’estrema arroganza, quella provocazione deliberata, quella precisione, quella secchezza di sentimenti. E soprattutto, quell’intelligenza assente. Per quanto riguarda le prove, da parte nostra non ne abbiamo alcuna, se non quelle che i vari colpevoli hanno scelto di fornirci volontariamente.

Mentre percorrevo Londra raccogliendo le opinioni di tutti gli uomini, come è mia abitudine quando ci sono questioni gravi in gioco, sentii molti commenti riguardo alle probabili conseguenze di quel biglietto. L’uomo il cui parere sugli affari europei mi fidavo di più, colui che aveva avuto un ruolo importante nelle questioni diplomatiche del nostro paese e che possedeva inoltre una profonda conoscenza della storia, mi disse che non ci sarebbe stata guerra, nemmeno tra Austria e Serbia, per non parlare di un ulteriore ampliamento dei pericoli.

La ragione che addusse per questo fu curiosa. Disse che un documento di tale violenza estrema non sarebbe stato emesso se lo scopo fosse stato la guerra. Lo scopo reale era rendere le trattative estremamente necessarie e, attraverso lunghe negoziazioni, ottenere un maggiore controllo sui territori balcanici. Per azioni così violente – di cui questa rappresentava il caso più estremo conosciuto in Europa – l’eccesso di brutalità offensiva e disumana poteva essere utilizzato, secondo lui, soltanto come strumento per ottenere ciò che si voleva.

Anche se all’epoca conoscevo molto meno della situazione europea, esitai ad accordarmi con lui riguardo al movente; d’altra parte, ero sicuramente convinto che non ci sarebbe stata guerra. Pensavo che la Serbia avrebbe ceduto su quasi tutto, tranne che sulle questioni più gravi e umilianti, e che queste alla fine sarebbero state accettate.

Nel corso di quel periodo raccolsi molte altre opinioni, di natura diversa; ma solo una prevedeva la possibilità di uno scoppio di guerra. A quella però non prestai attenzione, perché era espressa in modo assolutamente sciocco e per motivi errati. Mi fu fornita da un uomo che aveva viaggiato molto, era esperto in molte lingue e possedeva una vasta conoscenza in alcune forme di costruzione meccanica; inoltre, aveva ricevuto una solida formazione scientifica. Non ricopriva alcuna carica pubblica. Quell’uomo mi disse che ci sarebbe stata guerra, perché si sapeva che l’Austria era in condizioni molto precarie: allo scoppio del conflitto le varie parti del suo impero si sarebbero disintegrate, e i Serbi, consapevoli di questo e con il sostegno dei Russi, avrebbero affrontato la sfida. Il potere prussiano, o “Reich”, sarebbe stato così allarmato da tentare di evitare lo scontro, oppure, in caso contrario, avrebbe lasciato il destino della corona austriaca al suo destino. Tale fu l’errore e la cattiva valutazione di quell’unico uomo che riteneva fosse imminente una guerra, tra tutte le persone a cui ho chiesto parere. È un buon esempio di come si possa colpire il bersaglio sparando troppo lontano: è come il duellante nella stanza buia che, per pietà, spara verso la ciminiera, e così riesce comunque a colpire il suo avversario.

Perché, notate bene, sebbene moltissime persone in tutta Europa affermassero che la Prussia stesse preparandosi alla guerra e che un conflitto sarebbe inevitabile in un prossimo futuro, e sebbene anch’io lo avessi scritto sotto la mia firma nel 1911, quando la Prussia impose quella tassa di guerra speciale e i francesi furono costretti a reintrodurre il servizio militare di tre anni; tuttavia, quell’evento non sembrava rappresentare l’occasione giusta. Era troppo improvviso. Non c’era alcun complotto o piano preciso, e inoltre la stagione era ormai avanzata.

Non sapevo ciò che sappiamo ora: che la Prussia contava fermamente su due cose: innanzitutto sulla neutralità dell’Inghilterra, e in secondo luogo su una vittoria molto completa e rapida sui francesi, una vittoria decisiva che avrebbe distrutto l’intero esercito francese entro un mese dall’attraversamento della frontiera; una battaglia che sarebbe iniziata come quella di Charleroi, ma che si sarebbe conclusa in modo molto diverso da quella della Marne.

Quando ebbi di nuovo l’occasione di lasciare Londra, per ritrovare la mia barca a Plymouth e portarla fuori mare, nulla era stato deciso ancora. Si potrebbe quasi dire che quell’attesa, in quel modo, sembrasse meno opprimente, e il senso del pericolo meno acuto. Arrivai di notte; non lessi i giornali del mattino; salii a bordo con il mio compagno e trascorsi l’intera mattinata in attesa che la marea bassa permettesse di preparare tutto per la partenza.

Ci lasciammo trasportare da una brezza leggera, che però presto svanì. Trascorremmo l’intera giornata galleggiando verso il Mewstone; poi, in quell’atmosfera di calma esasperante, la marea ci riportò verso il frangiflutti. Fu solo al tramonto che si levò una brezza; non ricordo da quale direzione provenisse, ma penso fosse dal nord-est. Comunque, ci fu di grande aiuto: potemmo dirigerci verso est senza dover remare, e riuscimmo a superare il Sound. Quando passammo nuovamente vicino al Mewstone, era ancora giorno. Per tutta la sera e nell’oscurità successiva proseguimmo lungo la costa fino a Devon, dove avremmo dovuto iniziare il nostro viaggio.

Sapevo che i tempi erano pericolosi, ma non ne sapevo di più rispetto a qualsiasi altro uomo, in quel strano periodo di calma precedente la tempesta. Credo fossero passati quasi un mese da quando avevo sentito il prete recitare, da quei gradini dell’altare di Salisbury, preghiere per l’arciduca assassinato a Sarajevo.

Quando ero partito da Plymouth, non c’erano che voci, nulla di certo. La flotta si era dispersa alcuni giorni prima dopo la grande parata a Spithead e, secondo quanto ci era stato detto, si trovava nell’Atlantico dove stava effettuando manovre militari. Era passata una notte, poi un giorno, e ora un’altra notte; non avevo ricevuto alcuna notizia.

Nella mia mente non c’era assolutamente nulla che avesse a che fare con la guerra e l’armamento quando il sole sorse in quella splendida mattina di luglio, emergendo da un orizzonte limpido; il vento soffiava fresco e leggero. Era un vento mattutino dolce ma costante che gonfiava le mie vele mentre sedevo al timone, avvolto in una coperta, con la nave rivolta verso nord.

Avevamo appena superato il punto di partenza all’alba. Il mio compagno era andato a dormire sottocoperta. Io osservavo, per tutto quel lasso di tempo, la luce di segnalazione lampeggiare in modo pallido e bianco nella luce sempre più intensa del giorno, fino a quando finalmente si spense. Poi il sole sorse, come ho detto. Subito dopo il suo sorgere, una sorta di nebbia luminosa riempì l’aria verso est. Era più densa di quanto sembrasse, perché non offuscava la piccola sagoma del sole né la rendeva rossastra; anzi, come leggerete tra poco, compiva un fenomeno davvero misterioso. La piccola barca proseguì il suo viaggio, superando le scogliere, e io riuscii a vedere in lontananza la punta della penisola che delimita la baia di Dart. Non si vedeva alcuna vela all’orizzonte. Ero solo sul mare; la brezza non aumentava né diminuiva d’intensità, ma manteneva una velocità costante (forse cinque o sei nodi), facendo sì che l’acqua schiamazzasse gioiosamente contro la prua e lungo i fianchi della barca. In questa solitudine e tranquillità, mentre navigavo verso nord, dopo circa un’ora di viaggio, guardai di nuovo verso est, verso il mare aperto. E fu allora che vidi quella visione che ricorderò per sempre, o almeno per tutta la durata della mia vita.

Come fantasmi, come esseri fatti di nebbia, tra me e il sole appena sorto passò una processione di grandi forme, tutte allineate, che si dirigevano verso est a gran velocità. Era la Flotta che tornava indietro.

La leggera foschia sopra quelle acque lontane si era addensata, forse in modo impercettibile; oppure forse la grande velocità delle navi da guerra le aveva rapidamente nascoste nell’orizzonte. Ma, qualunque ne fosse la causa, questo straordinario fenomeno durò poco: fu visibile per un istante e poi scomparve immediatamente.

Allora capii che la guerra sarebbe arrivata, e il mio modo di pensare cambiò.

L’aria fresca e limpida era la stessa intorno a me, così come la piacevole brezza mattutina; il corso felice della nave ci portava verso un porto conosciuto, con tutto a nostro favore. Cosa avrebbe portato quella guerra, quale ne sarebbe stata l’entità e le conseguenze? Questo restava sconosciuto per tutti noi; ma l’avvicinarsi di quel conflitto dava un nuovo significato a tutto ciò che vedevo, sentivo e udivo: alla brezza costante, al lieve rumore delle onde del mare salato, alle forti scogliere dell’Inghilterra. Così proseguii da solo verso nord, finché, a metà mattina, quando la brezza si attenuò e la nave rallentò, ci trovammo di fronte alla roccia chiamata “Druid’s Mare” e iniziammo ad avanzare lungo la costa verso Torbay. Il mio compagno si svegliò e salì sul ponte; gli raccontai ciò che avevo visto.


Queste forti emozioni, sebbene influenzassero completamente la mia mente, presto persero intensità; iniziammo quindi a parlare della costa che avevamo attraversato e delle possibilità di mantenere il vento favorevole. Tuttavia, non appena superammo l’ultimo promontorio, il vento indebolì leggermente e smise di essere così costante. In quel momento, non riflettevo affatto sulle possibili conseguenze di ciò che stava per accadere. Fu solo in seguito, quando tornai a terra e raggiunsi Londra, che appresi delle lunghe esitazioni tra i politici: uomini, per via della loro mentalità meschina, inadatti ad affrontare compiti di tale portata; della lettera del Presidente francese e della risposta ambigua che ne seguì, redatta e pubblicata ufficialmente; dell’ultima votazione durante la quale, con una maggioranza di un voto solo, il Gabinetto decise di dichiarare guerra. Se tale decisione fosse stata presa anche soltanto quattro giorni prima, la guerra non sarebbe mai scoppiata. Ma ormai era troppo tardi.

Tra i nove che hanno espresso il loro voto a favore della neutralità della Gran Bretagna, alcuni erano motivati, come sappiamo, da motivi meschini; altri, invece, da motivi nobiletti e, per un momento almeno, si elevavano al di sopra delle volgari e corrotte dinamiche della politica professionale, l’unica attività che conoscevano. Rispetterò sempre quest’ultimi per la forza della loro volontà e la chiarezza delle loro convinzioni in un momento così terribile.

Ancor di più li rispetto allora, e li rispetto ancora oggi, per la scelta consapevole che fecero: accettare una popolarità certamente scarsa, se non addirittura molto pericolosa, proprio nel momento in cui avrebbero dovuto sparare i primi colpi. Questi uomini erano convinti che fosse vantaggioso per il loro paese lasciare che le forze continentali prendessero da sole le loro decisioni. Forse erano in disaccordo con la maggior parte dei loro connazionali di allora (non è del tutto certo; infatti, la massa della popolazione non aveva quasi avuto il tempo di decidere, tanto rapidi erano stati gli eventi). Di sicuro, come sapevano, sarebbero stati in disaccordo con la stragrande maggioranza dei loro connazionali anche in pochi giorni. Erano più veramente inglesi, più caratteristici del sangue di cui andavano fieri, nel prendere una decisione del genere senza paura. Credo che ancora oggi i migliori tra loro ritengano che la loro valutazione fosse corretta e che molti mali, che ora ci minacciano terribilmente, sarebbero stati completamente evitati se l’Inghilterra avesse rifiutato di entrare in guerra. Ma l’opinione più informata, quella con la visione più ampia, era contraria a loro. La guerra ebbe luogo. E quali conseguenze ne derivarono, solo coloro che sono giovani oggi possono ancora scoprirle.

Forse non esiste, in tutta la storia (di quella che lascia documenti completi), alcun periodo di tempo in cui gli uomini abbiano dibattuto tanto e in cui sia risultato più difficile giungere a conclusioni definitive rispetto agli ultimi giorni di luglio e ai primi giorni di agosto del 1914. Tuttavia, esistono certe linee strutturali che supportano anche i documenti più confusi e controversi. Così, gli uomini non saranno mai in grado di conoscere con certezza cosa abbia fatto Harold alla corte di Guglielmo, né come siano avvenuti i primi eventi di quella grande contesa. Non arriveranno mai a una conclusione definitiva riguardo all’iniziativa responsabile delle guerre rivoluzionarie, né tantomeno riguardo all’attacco rinnovato contro Napoleone, o da parte di Napoleone stesso dopo l’Elba. Tuttavia, questi dibattiti si basano comunque su conclusioni certe; e in questa grande questione della Prima Guerra Mondiale, non credo che la posterità si allontani dalla conclusione generale del nostro tempo (che è sicuramente anche la mia): ovvero che una dichiarazione anticipata dell’atteggiamento britannico avrebbe potuto prevenire lo scoppio della guerra.

Si tratta di una questione facilmente confusa con un’altra completamente diversa, e le due devono essere attentamente separate. Il diritto della Gran Bretagna di rimanere neutrale dovrebbe certamente essere riconosciuto, non solo in termini legali ma anche di buon senso comune. Legalmente, non esisteva alcun accordo definitivo con la Francia; non c’era alcun obbligo accettato di sostenere la Francia in Occidente o altrove. Era stato compiuto un gran numero di azioni che potevano essere realizzate soltanto grazie a tale sostegno; la situazione militare era stata attentamente analizzata, e misure militari contingenti erano state pianificate nei dettagli. La politica generale degli anni precedenti, soprattutto dopo l’incidente di Agadir, aveva puntato allo stesso obiettivo; tuttavia il governo di questo paese aveva sempre ribadito con insistenza la propria libertà di scelta nel caso in cui si fosse verificata una crisi. E proprio il fatto che abbia continuamente mantenuto tale libertà di scelta, e l’abbia esplicitamente affermata, dimostra che qualsiasi altro passo, per quanto apparentemente destinato a un’azione congiunta in armi, non doveva essere interpretato come un’alleanza vincolante.

Poiché questo importante momento della storia implica tanto un giudizio morale quanto una semplice interpretazione dei testi, credo che si debba anche stabilire che, in questioni di vita o morte, una nazione, proprio come un individuo, abbia il diritto di portare un testo formale fino ai limiti estremi dell’interpretazione.

Direi che anche se fosse esistita un’alleanza formale e solenne, chiunque avesse avuto autorità in Inghilterra in quel momento e avesse ritenuto che la partecipazione alla guerra continentale avrebbe inevitabilmente distrutto la Gran Bretagna, avesse il diritto di cercare nel patto scritto qualsiasi frase potesse salvare il proprio paese dal disastro – e tali frasi si possono sempre trovare. Andrò ancora oltre: direi che la certezza di un disastro di tale entità giustificherebbe persino una violazione della >fede; ma so che questo va oltre i limiti normalmente consentiti, e lo dico soltanto perché mi sembra esista una distinzione fondamentale tra una guerra per un obiettivo locale, che potrebbe al massimo giovare o danneggiare leggermente un paese, e il tipo di guerra in cui questa si è rivelata: una guerra che metteva a rischio l’intera struttura della società umana. Allo stesso modo, se avessi promesso di aiutare una persona e di sostenerla in vari aspetti della sua vita domestica, anche tenendo ben presente i miei impegni, avrei il diritto di allontanarmi dalla sua casa se questa dovesse prendere fuoco, pur di salvare mio figlio dal pericolo di morire bruciato. Una differenza enorme tra gli effetti previsti e quelli realmente verificatisi sembrerebbe esentare una persona dall’obbligo contratto in base a quel patto.

Ma in questo caso non esisteva nemmeno un accordo definitivo. Pertanto, nessuno poteva sollevare obiezioni morali riguardo all’esitazione dimostrata dai nostri politici in quel momento grave. No: ciò che si può rimproverare ai politici che hanno gestito così malamente quella situazione è un errore derivante dal lato intellettuale, e non da quello morale della nostra natura. Hanno agito stupidamente, proprio come il loro mestiere li spinge ad agire: la politica professionistica, infatti, è un’attività in cui i furbi prevalevano sui saggi. È stato un errore lasciare la questione in sospeso fino all’ultimo momento; la decisione è stata rinviata ancora e ancora, semplicemente perché quei politici, sempre assorbiti da meschine intrighi personali, non sono riusciti a prendere una posizione chiara di fronte a un problema così importante.

Si sente spesso dire che la guerra fosse inevitabile non appena le tre grandi potenze continentali avessero iniziato la mobilitazione. Si ripete sempre che l’atto di mobilitazione – una mobilitazione totale – renda la guerra necessaria. Quest’affermazione è falsa. Certamente, nemmeno all’ultimo momento, la mobilitazione francese ha reso la guerra inevitabile; lo stesso vale per quella tedesca.

Ancora una volta, i fanatici sostengono che il governo russo abbia intenzionalmente scatenato la guerra e l’abbia provocata. E molti uomini, non fanatici ma ignoranti riguardo all’Europa o in disaccordo con il Cristianesimo, ripetono questo mito. Coloro che difendono la Prussia e lo stato maggiore tedesco (ne sono molti oggi in Inghilterra) continuano a fingere, proprio come fanno tutti gli scrittori tedeschi, che la mobilitazione ordinata da Berlino fosse soltanto una risposta agli ordini precedenti emessi da San Pietroburgo.

La storia non lo accetterà. Ci sono troppi fattori contrari a questo punto di vista. C’è innanzitutto il legame tra il “Lokal Anzeiger” e lo stato maggiore tedesco; inoltre, c’è la natura stessa della mobilitazione tedesca, che era concepita in modo tale che gli ordini preliminari rappresentassero, nel suo schema generale, ciò che in qualsiasi altro paese sarebbero stati gli ordini finali. Il piano di mobilitazione prussiano può essere paragonato a un’arma carica: se so che qualcuno ha puntato un’arma contro di me, caricare la mia arma non costituisce certo una provocazione.

C’è molto di più: di fronte a un simile argomento distorto e stravolto, la verità è evidente a chiunque abbia osservato la Germania dal 1911 in poi, anche solo superficialmente. L’intera popolazione tedesca sosteneva il proprio governo con determinazione, convinta che si trattasse di una campagna breve e estremamente proficua; non solo proficua, ma anche in grado di garantire per sempre la sicurezza di quell’esperimento straordinario che la Prussia non era riuscita a consolidare del tutto grazie alle sue rapide vittorie di un secolo prima.

Ma sebbene la mobilitazione tedesca costituisse effettivamente una prova del fatto che la Prussia e i suoi sudditi desiderassero la guerra, quella guerra tanto attivamente cercata era in realtà soltanto una guerra continentale. La guerra continentale immaginata a Berlino escludeva l’intervento inglese. Non si riteneva che un tale intervento potesse modificare in modo significativo ciò che si prevedeva sarebbe stata una vittoria immediata e schiacciante in Occidente, ma si sapeva che il continuo esercizio del potere marittimo inglese avrebbe certamente potuto influenzare negativamente i probabili sviluppi della lotta in Oriente. Ammesso che la Germania ottenesse immediatamente una vittoria sicura in Occidente (cosa che in realtà non accadde), ci sarebbe comunque stata una campagna militare in Oriente che lo stato maggiore tedesco riteneva necessariamente prolungata e della quale temeva gli sviluppi; inoltre, un blocco navale durante tale periodo era qualcosa a cui non osavano affrontarsi.

Credo che due uomini, in quel momento, meritassero davvero il rispetto del loro paese, anche se l’ingresso nella guerra era inevitabile, prima o poi. Uno di questi era il signor Winston Churchill, che su iniziativa personale mobilitò la flotta; l’altro era Lord Haldane, che convinse i suoi colleghi della gravità del pericolo e che, va ricordato, aveva reso possibile la collaborazione della Gran Bretagna nella guerra grazie al suo piano di mobilitazione. Tutto ciò che seguì si basava sul lavoro svolto inizialmente da lui presso l’Ufficio della Guerra, in un periodo in cui, per la maggior parte dei suoi connazionali, l’idea di un simile conflitto era ancora del tutto nuova e le sue enormi implicazioni incomprensibili.

Per il resto, non è né generoso né saggio individuare un insieme specifico di errori di valutazione; l’intera Europa, tutta la sua cultura e tutta la sua intelligenza hanno commesso errori nelle loro analisi della guerra. Si potrebbe dire che tutto ciò che è stato scritto dopo l’armistizio possa essere classificato in base al grado di “intelligenza” con cui viene riconosciuto l’imprevisto e il casuale durante quegli anni terribili. Più un autore è poco intelligente, più attribuisce ogni sviluppo a un piano prestabilito; più è intelligente, più ammette la presenza di fattori indipendenti dalla nostra volontà e dalla nostra intelligenza: fattori che, come avrebbero detto i nostri antenati, derivano consapevolmente da una volontà al di sopra dell’umanità, o, come si preferisce oggi affermare, che intervengono nelle vicende umane senza alcun intervento divino, ma in modo casuale e esterno alla nostra influenza. Nei singoli casi, è abbastanza facile individuare quale misura di pianificazione abbia portato al successo o quale mancanza di essa abbia causato il fallimento. Ma nelle linee generali del caos che caratterizzò quegli anni, non è così: qua e là una supposizione casuale si rivelava corretta, ma rimaneva pur sempre una semplice supposizione, a meno di considerare l’avvertimento di Lord Kitchener secondo cui la guerra sarebbe durata almeno tre anni: lui lo disse quando la maggior parte delle persone pensava che non avrebbe superato i tre mesi.

È così per la Grande Guerra come per ogni serie di campagne nella storia: se si omette ciò che non è stato soggetto al volere e all’intelligenza umana, si trascurano nove decimi dei fattori che contribuiscono al risultato finale. Ed è per questo che ogni grande comandante ha affidato la propria sorte alla fortuna e alle stelle: a un destino che gli era proprio. Infatti, i grandi comandanti conoscevano bene il ruolo che la fortuna svolgeva nel loro mestiere.

Ricordo che Boulanger, quando avevo diciannove anni, disse: “La guerra è una cosa casuale”. Era uno di quei banali assoluti che fanno ridere fino alle lacrime; e, provenendo dalle labbra di un uomo del genere, era particolarmente comico. Lui, con la sua statura bassa dovuta al sangue gallese, con le sue esitazioni da uomo di mezza età, con la sua ridicola incapacità nel ruolo che l’ira popolare contro i politici gli aveva imposto in modo innaturale, e con la sua naturale avversione, data la sua personalità, ad assumersi rischi. Lo vidi a Portland Place, ed è lì che lo sentii pronunciare quelle parole. Nonostante fossi giovane, apprezzai enormemente quella sorta di “meiosi inconscia” di un concetto così banale. Sì, davvero: la guerra è una cosa casuale! Se solo quel carattere fortuito legato alla guerra si limitasse alle sue operazioni immediate. Ma in realtà si estende per tutta una vita, e in alcuni casi ha effetti che durano molto più a lungo.

Mentre scrivo queste parole, sono trascorsi più di dieci anni da quando furono gettati i dadi di quella “scelta casuale”, e nessuno è ancora in grado di stabilire quali siano stati, nel complesso, gli interessi europei che hanno subito le conseguenze peggiori; sebbene (ahimè!) le linee generali di quel risultato siano ormai evidenti.

Un giorno, suppongo – ma probabilmente tra molto tempo – uno dei tanti testimoni di ciò che è accaduto a Parigi tra l’armistizio e il trattato di Versailles scriverà per noi un libro divertente, pieno di verità, composto da aneddoti senza troppi commenti. O forse, ancora meglio, avremo un libro estremamente leggibile scritto da una persona che non era presente in quei luoghi. Abbiamo intravisto queste possibilità attraverso alcune frasi di Keynes, molto illuminanti; tuttavia il libro di Keynes non aveva lo scopo di fornire un resoconto storico, ma piuttosto di fare propaganda finanziaria, per cui la parte che descriveva le situazioni comiche in cui persone insignificanti si trovavano ad occupare posizioni di potere era troppo breve. Se si fosse limitato a descrivere le parole e i gesti dei parlamentari improvvisamente messi di fronte alle responsabilità dei diplomatici, credo che avrebbe prodotto qualcosa di davvero memorabile. Alcuni altri autori hanno affrontato questo argomento in modo comico, ma nessuno con sufficiente profondità o lunghezza.

Non ero presente di persona. Ero costantemente tra Parigi e Londra; avevo molti amici e alcune conoscenze coinvolte in quella situazione, e ascoltai un gran numero di storie da parte di persone che erano state testimoni oculari degli eventi. Di tutte quelle storie, poche sembravano plausibili, mentre un numero considerevole era confermato da testimoni di cui potevo fidarmi. Ad esempio, mi è stato raccontato l’aneddoto di un Primo Ministro che si lamentava in modo petulante del fatto che non venissero prese in considerazione le questioni legate alla costa dalmatica, poiché ancora non si era discusso della situazione nel Baltico. Lo stesso uomo, poi, indicava sulla mappa il fiume Save con un dito e, con un sorriso che voleva sembrare importante, diceva: “Ecco qui il Danubio superiore”. In questo caso, provo davvero simpatia per quel signore; quando andavo a scuola, infatti, trovavo sempre strano che il Save, che scorre in linea retta insieme al Danubio inferiore, non portasse lo stesso nome. Pensavo che ci fosse qualcosa di irregolare nel fatto che il Danubio facesse quella grande curva passando per Budapest.

Poi c’era quella storia di quel politico indignato che, leggendo la parola francese “demander” in un memorandum, protestò con indignazione contro questo uso insolenzo della parola.

La Polonia era costantemente vittima di errori gravi. Un politico riteneva vagamente che fosse una provincia della Russia; un altro rimase sorpreso nell’apprendere che Danzica fosse mai stata una città polacca; lo stesso uomo si accontentava di esprimere la sua semplice convinzione che non avesse senso ricostituire la Polonia, dato che uno Stato del genere non avrebbe mai potuto durare a lungo.

È perdonabile che si confondano riguardo ai loro numeri; c’erano così tanti zeri che nessuno avrebbe potuto contarli tutti. Tuttavia, c’è una grande differenza tra 125 miliardi di franchi e 125 milioni di franchi. Ma sono sicuro che non fosse sempre facile per ogni membro di quel prestigioso gruppo ricordare con chiarezza questa distinzione, soprattutto al mattino. Che cosa non avrebbe dato per vedere apparire all’improvviso una forza sovrumana, o, in assenza di essa, tre uomini che portassero i politici in tre stanze, mettessero carta e penna davanti a loro e li costringessero, con severe punizioni, a scrivere tutto ciò che ricordavano riguardo all’Europa. Sarebbe stata un’esame davvero interessante!

Oggi parlamentari del genere sono ridicoli, non solo a causa della assurda disparità tra i loro poteri nominali e le loro capacità reali, ma soprattutto a causa della loro ambizione – un’ambizione che tende a far esplodere il “piccolo contenitore” in cui è racchiusa. Non possiedono alcun talento, se non quello di intrighare contro i loro colleghi politici; non sanno parlare né scrivere, e tantomeno fare qualcosa che valga la pena ascoltare. Eppure, se si potesse sollevare il “coperchio di latta” delle loro menti vuote per guardarvi dentro, ci si troverebbe di fronte a una schiuma di vanità folle, alimentata da anni di discorsi; a un’arroganza smisurata, nata dalla mancanza di qualsiasi controllo e dall’immunità che questi individui si attribuiscono; e, cosa sorprendente in persone del loro calibro, all’ambizione stessa. Una ambizione meschina, certo: un’ambizione sufficiente soltanto per riempire i giornali. Ma comunque, ambizione.

Tuttavia, se c’è una cosa che ho notato più di ogni altra nei pochi uomini degni di ammirazione dei nostri tempi (uomini degni di ammirazione sia per le loro capacità che per il loro carattere), è l’assenza di ambizione.

Non potrebbe esserci commento migliore sui tempi in cui viviamo. È infatti ragionevole e normale che uomini di grande capacità abbiano l’ambizione di metterla a frutto nel governo, nell’organizzazione della vita dei loro simili. Questa era una qualità fondamentale che i nostri antenati cercavano sempre in coloro che raggiungevano posizioni elevate e ne erano degni; e non rimanevano mai delusi. Un tempo, l’ambizione era segno di grandezza. Ma oggi, per un uomo capace, è proprio l’assenza di ambizione a rappresentare il vero segno della sua capacità. Questo tratto è particolarmente evidente in Mussolini, in Foch, nella maggior parte dei comandanti di eserciti e degli ammiragli. E naturalmente, anche nell’esemplare figura di Mercier. Era presente quasi in tutti coloro che ho avuto il privilegio di incontrare e osservare durante e dopo la guerra, coloro che erano davvero capaci di compiere imprese grandi in quel periodo.

Non è difficile scoprire, parlando con Mussolini, che il suo interesse riguarda soltanto il proprio lavoro, e non il proprio nome. È evidente a tutti che l’imponente opera del Cardinale Arcivescovo di Malines è priva di qualsiasi movente personale; l’ambizione, infatti, è essenzialmente qualcosa di personale. Per quanto riguarda Foch, questa caratteristica si manifesta non solo in ogni suo gesto ed espressione, ma anche nella vita che ha condotto dopo aver salvato l’Europa. Ma questa particolarità, ovvero l’assenza di ambizione nei nostri più grandi uomini di oggi, va ancora oltre: è stata notata anche tra i nostri maggiori scienziati; tutti possono testimoniarlo. Sta diventando evidente persino tra i migliori scrittori, sebbene questi siano tra le persone più vanitose dell’umanità.

Tutti gli uomini di vera capacità del nostro tempo sembrano concordare sul fatto che l’odore particolare del successo moderno sia qualcosa che un uomo onesto dovrebbe evitare. Sta diventando una sorta di abitudine mentale in tutto l’Occidente, cioè in tutta l’Europa civile di oggi: coloro pochi che sono in grado di compiere grandi imprese lo fanno in silenzio e in solitudine, senza cercare alcuna notorietà immediata.

Al contrario, intorno al semplice nome di un uomo incompetente e solitamente anche del tutto disonesto si creerà una pubblicità mostruosa: quest’uomo, infatti, anela alla notorietà nel senso moderno, la desidera ardentemente, ed è più che felice di servire quei individui ricchi e volgari i quali, grazie al controllo sui giornali popolari, possono concedere o negare la pubblicità a seconda delle loro esigenze.

Ecco una situazione profondamente malata: l’ambizione viene sottratta a coloro che ne sono realmente capaci. Non può durare. Non so come si risolverà, né lo sa nessun altro; ma è evidente che non possa continuare. Solo la forza della concorrenza, le leggi intrinseche del mondo, faranno sì che un’incompetenza evidente non possa esercitare nemmeno potere nominale in modo permanente; e oggi, tale incompetenza detiene molto di più di un semplice potere nominale.

Tra le molte cose che ho sentito dai civili più “promossi” riguardo alla Grande Guerra, mi sono interessati due aspetti in particolare: il primo era una convinzione radicata nei membri del parlamento, secondo cui le cose e le persone estranee alle loro esperienze fossero inferiori a loro. Sappiamo bene che questo è l’istinto naturale di un ragazzo o di una persona semplice e priva di esperienza; ma ciò che sorprendeva era trovare tale atteggiamento in individui che, nonostante le loro origini, avrebbero dovuto essere un po’ “affinati” attraverso lunghe conversazioni con i loro simili o attraverso l’esercizio delle responsabilità. Prima della fine del conflitto si sarebbe potuto pensare che anche i politici, data tutta quell’esperienza viva e informativa, avessero acquisito un minimo di giudizio. Niente affatto! Tutto quel “sapere” veniva semplicemente ignorato; ancora oggi, sei anni dopo l’armistizio, li si può sentire ripetere le stesse sciocchezze di sempre.

La seconda cosa che ho notato è stata la differenza allarmante tra politici e soldati in termini di percezione della realtà. Dico “allarmante” perché, dopo la guerra, l’Europa, invece di continuare a essere governata dai soldati come avrebbe dovuto fare, tornò alle sue vecchie abitudini; quelle misere figure parlamentari dei tempi passati indossarono nuovamente i loro costumi e il trucco, tornarono sul “palco” politico e iniziarono a recitare le stesse vecchie commedie, come se nulla fosse accaduto. I francesi, che dovrebbero saperne di più (dopotutto hanno già avuto esperienze con i parlamenti), si sono comportati in modo vergognoso in questa questione. Oggi, basta prendere qualsiasi giornale francese per essere scioccati dalla ricorrenza di nomi come Caillaux, Briand, Herriot, Loucheur: persone che non avrebbero mai dovuto essere menzionate di nuovo dopo un’esperienza così tragica come la Grande Guerra.

L’Italia ha ottenuto risultati migliori: ma solo sotto la pressione di una minaccia concreta di dissoluzione. In Italia, la società ha dovuto raggiungere un punto di pericolo estremo prima che si verificasse quella reazione che ha salvato il paese; ma che reazione meravigliosa è stata, non solo per le sue qualità positive, ma soprattutto per lo spirito che l’ha animata! Quanto forte senso critico ha dimostrato l’Italia. Quanta intelligenza nel rifiutare le sofisticherie e quanta determinazione nell’agire! Possa durare. Ma durerà davvero? Anche in Italia?

Tutto ciò che è buono in questo mondo è destinato a perire; non posso dire quanto durerà questo eccellente esperimento, né se riuscirà a radicarsi saldamente e a rendere l’Italia ciò che desidera essere, e ciò che dovrebbe essere. Visto il vigore del popolo italiano, la sua laboriosità, la sua intelligenza e il suo calore umano. Comunque sia, è bello visitare una società ancora sotto l’influenza di tali ideali, e sentire che, almeno in una parte d’Europa, le cose stanno andando bene.

Ebbi una sorta di pellegrinaggio per incontrare Mussolini, il capo del movimento, e scrissi di lui per gli americani. Ebbi l’onore di conversare a lungo con lui da solo, scoprendo e ascoltando le sue opinioni. Che contrasto rispetto alle parole astute e evasive dei vostri parlamentari! Quanto senso di decisione, sincerità, e volontà nel servire la nazione, e farlo con un obiettivo chiaro e una determinazione ferma! Incontrare quest’uomo dopo aver parlato con i parlamentari di altri paesi fu come incontrare un vecchio amico d’infanzia dopo aver trascorso l’aprile con gli scommettitori sulle corse; o fu come trovare del buon vino in un villaggio dei Pirenei, dopo aver bevuto a forza acqua stagnante nei pantani delle brughiere, durante una lunga giornata di viaggio attraverso le montagne.

Una cosa, tuttavia, mi colpì nei suoi commenti: era qualcosa che ritenevo estremo e infondato, ovvero il suo totale disprezzo per tutte le maggioranze. Mussolini mi disse chiaramente che l’idea di un governo basato sulla maggioranza è tanto ridicola quanto immorale, e dovrebbe essere combattuta con fermezza come qualcosa di male in sé. Non sono d’accordo; a mio parere, le basi razionali di un governo di maggioranza rimangono solide sotto determinate condizioni.

Il diritto di una maggioranza a governare è, in effetti, un’idea assurda, così come viene comunemente enunciata. Non intendo parlare del concetto di governo della maggioranza nel cosiddetto “sistema rappresentativo”, perché quello non è affatto un governo della maggioranza: si tratta semplicemente di oligarchia nelle mani di un gruppo ristretto, e forse della forma più spregevole di oligarchia che l’umanità abbia mai tollerato. Intendo parlare del vero governo della maggioranza: del riferimento delle questioni al corpo dei governati e della presa di decisioni in base al numero superiore di voti a favore o contro. Utilizzare un tale criterio come strumento universale per prendere decisioni è assurdo. Cosa potrebbe fare un voto maggioritario riguardo al bimetallismo o alla nomina degli ammiragli? Tuttavia, ci sono circostanze in cui una decisione basata sulla maggioranza può rivelarsi giusta, e queste circostanze sono sicuramente le seguenti.

(1) Quando la questione sorge da una comunità omogenea; (2) — quando c’è una richiesta popolare attiva per la sua risoluzione; (3) — quando l’argomento in discussione è abbastanza noto a tutti; (4) — quando riguarda tutti, o quasi tutti, direttamente e nella stessa misura; (5) — quando la maggioranza è sostanziale.

Devi sicuramente trattare con una comunità omogenea: infatti, in una comunità composta da varie razze o religioni fondamentalmente diverse, la maggioranza non ha alcun significato per l’adozione di una decisione; rappresenta soltanto un’espressione di discordia. È necessario che esista una richiesta concreta e diffusa da parte della popolazione stessa, e che tale decisione derivi direttamente dalle persone: non da un organo che si attribuisce il diritto di formulare le questioni in discussione. Un voto su argomenti che non interessano la gente comune – come ad esempio il disestablishment del Galles a nord di Londra o le normative sulle attività minerarie a Brighton – rappresenta un chiaro abuso. Anche su questioni urgenti e dibattute da tutti, una semplice maggioranza non può essere decisiva né portare a un accordo: infatti, la metà delle persone non costituisce la volontà generale. Ma quando una comunità omogenea vota con una larga maggioranza a favore di qualcosa che tutti comprendono e desiderano, allora quella maggioranza ha davvero un effetto concreto.

In quelle condizioni, l’argomento morale a favore di un governo della maggioranza mi sembra irrefutabile, perché in tali circostanze si ha davvero la volontà della comunità espressa dalla maggioranza stessa. La comunità, infatti, è in ultima analisi sovrana; se non lo fosse, cosa altro potrebbe rivendicare tale status? Si tratta dell’antico dilemma di Suarez, della grande dottrina gesuitica: assolutamente certa quanto una conclusione matematica. In definitiva, la comunità è sovrana. Ma a meno che queste condizioni non siano presenti, e che tutte insieme lo siano, la maggioranza non rappresenta davvero la comunità; chiamarla così significa o illudersi o ingannare gli altri. È sempre immorale, spesso futile e talvolta disastroso.

Con quale diritto cinquantuno uomini su cento – che non hanno alcun particolare gusto per il tè e, nel complesso, lo disprezzano, anche se non con intensità – possono proibire agli altri quarantanove di berlo, quando questi ultimi ritengono che il consumo di tè sia una vera necessità della loro vita? Per quale motivo cinquantuno uomini – di cui forse solo uno ha qualche conoscenza sull’argomento – dovrebbero avere la meglio su quarantanove, di cui forse soltanto cinque ne sanno qualcosa? Prendiamo ad esempio la decisione sull’annessione di un’isola asiatica: come si può affidare a cinquantuno uomini bianchi il compito di legiferare per quarantanove uomini neri, o, per dirla in modo più diretto, a cinquantuno uomini neri il compito di legiferare per quarantanove uomini bianchi? Chi non sa che in un caso del genere solo la forza organizzata potrebbe prendere una decisione?

La reazione di Mussolini (come l’avrebbero definita gli americani) era, a mio parere, contro l’assurdo abuso della dottrina della maggioranza, che ha portato l’Europa nella situazione attuale; infatti non esiste nulla di più malvagio, insensato o degradante del fatto che una maggioranza – per onore della nostra razza, generalmente una maggioranza fasulla – possa essere addotta a suo favore.

Oggi esiste un caso molto deplorevole di questo fenomeno nella politica francese. Un piccolo ma attivo gruppo in Francia odia la religione cristiana. I suoi membri temono di attaccare direttamente tale religione, perché ciò potrebbe metterli in pericolo, ma sono disposti a prendere qualsiasi misura ritengano possa indebolirne indirettamente l’influenza. In particolare, desiderano limitare l’attività delle ordini religiosi e, nei limiti del possibile, impedire che tali ordini abbiano alcuna esistenza organizzata. La maggior parte della popolazione, in diversa misura, è legata sia alla propria religione tradizionale che alle forme più popolari e attive dell’istituzione monastica, ovvero agli ordini religiosi impegnati nell’insegnamento e nell’assistenza. Gli ordini contemplativi, invece, non entrano in contatto con la vita quotidiana delle persone. La maggior parte degli uomini e delle donne del paese preferirebbe lasciare le cose come stanno, e questo con una certa inclinazione verso la religione; molti sono quasi indifferenti. Alcuni, pur preferendo seguire le tradizioni dei propri antenati, non danno alla religione un ruolo centrale nella propria vita. Molti altri la ritengono importante, ma si preoccupano molto di più dei propri interessi materiali. Un piccolo gruppo, forse altrettanto numeroso quanto il gruppo anti-cristiano dall’altra parte, è attivo nella difesa della religione. Dopo un processo noioso e privo di significato che consiste nel segnare pezzi di carta, questo gruppo produce circa 500-600 membri di un Parlamento; quasi tutti questi sono individui motivati da interessi materiali o desiderio di notorietà. Di questi, forse cinquantacinque seguono il gruppo anti-cristiano e ne traggono benefici economici; altri quarantacinque fanno parte del gruppo opposto. Quando questi cinquantacinque membri si schierano da una parte o dall’altra, l’intera organizzazione degli ordini religiosi in Francia (la maggior parte dei quali svolge attività benefiche, mentre gli altri certamente non causano danni) viene messa in pericolo; i suoi membri vengono esiliati, i suoi beni rubati e spesi in modo dissoluto da politici di basso livello e dai loro seguaci, e le sue risorse finanziarie vengono distrutte. Quattro anni dopo, un’altra maggioranza arriva al potere e propone una restaurazione che, tuttavia, è destinata a essere molto precaria: si tratta di riconoscere ai membri degli ordini religiosi i loro diritti naturali, ma tali diritti possono essere nuovamente messi in pericolo entro altri quattro anni.

Dopo la guerra, nel Parlamento francese esisteva una maggioranza vaga e incerta, più o meno fedele alle tradizioni. I politici più influenti di quel gruppo si avvicinarono ai Cartesiani, che erano stati esiliati e avevano trovato rifugio a Tarragona, offrendo loro la possibilità di tornare alla Grande Chartreuse. Questi esiliati rifiutarono saggiamente, dicendo: “Come possiamo essere certi che, dopo tutti gli sforzi fatti per ripristinare la nostra comunità in questa sede antica e venerabile, lontana da conflitti e pacifica da secoli, non verremo espulsi durante le vostre prossime ‘elezioni’, come le chiamate voi?” Erano davvero saggi. Ma che commento significativo su un sistema di governo! Pensateci: si tratta di una grande istituzione le cui radici risalgono all’inizio del Medioevo, con tradizioni secolari e risorse sufficienti a servire sia lo Stato che i singoli individui; non compie nulla che possa essere considerato pericoloso secondo qualsiasi norma di morale comune. Eppure, solo perché un gruppo di anti-cristiani la odia, questa dottrina delle maggioranze artificiali può espellere l’intera comunità in un istante, esiliarne i membri e saccheggiarne le risorse.

Non si possa nemmeno dire che queste cose accadano solo in paesi come la Francia, dove il “malattia” dei parlamenti è innaturale e di origine estera; accadono, in una forma o nell’altra, ovunque operi l’inganno parlamentare. Nei paesi che hanno perso la religione dogmatica e non possiedono più che opinioni vaghe, il male parlamentare assume altre forme: quella di una restrizione perpetua delle libertà comuni; oppure quella di porre segretamente il potere finanziario in mani di persone inferiori, che si arricchiscono a scapito della comunità; o ancora quella di tradimento in tempo di guerra, tentando di negoziare la pace con il nemico alle spalle del popolo e dei suoi alleati. O infine, quella di “salvare” il nemico dopo la sua sconfitta. Non esiste alcuna forma di attività parlamentare che non sia deplorabile, tranne nelle aristocrazie.

Poiché nelle aristocrazie, per loro natura, il governo è esercitato da un gruppo ristretto di persone, anche un Parlamento che rappresenti tale gruppo può essere considerato normale e naturale. Tuttavia, in comunità basate sull’idea di uguaglianza e sulle azioni determinate dalla volontà collettiva, simili strutture rappresentano una vera e propria minaccia: esse portano inevitabilmente al declino e, nel peggiore dei casi, alla distruzione di tali nazioni.

Non riesco più a sopportare il pensiero di loro. Devo tornare alla realtà e alle cose che amo.

Devo tornare dalla mia Nonna.


Siamo arrivati a Berry Head e abbiamo aperto Torbay.

È lo stesso per Torbay come per la costa di Fowey. L’ho conosciuta soltanto in condizioni meteorologiche che lasciano intravedere il cielo: mai l’ho vista durante una passeggiata lungo Berry Head se non al mattino, quando il mare gioiva di una brezza leggera; e una volta, in un’alba eterna, con una tenue falce di luna nel cielo, ho trascorso lì un intero quarto d’ora, in Paradiso.

Quali sono quei giorni di gloria? Non sono ricordi. Sono forse presagi, o visioni?

Tuttavia, non si tratta di ricordi; forse Platone li considerava tali, e i nostri panteisti moderni, con Wordsworth come loro portavoce, li hanno definiti e creduti tali.

Spero che siano premonizioni, indizi dati in anticipo di uno stato che possiamo raggiungere. Nel peggiore dei casi, sono visioni di tale stato che ci circonda, della dimora dei Beati, che a noi, anche a quelli tra noi che forse non raggiungeranno mai quel luogo, è permesso intravedere per un momento.

Per quanto riguarda coloro che definiscono una tale gioia un’illusione, appartengono a quella grande “Scuola degli Stupidi”, a quel nuovo gregge di idioti tipico dei nostri tempi; sono quelli che hanno scoperto che “qualcosa emerge dal nulla”, che versano litri da barattoli da una pinta e attribuiscono al vuoto un potere creativo.

Ignorali, ma poniti questa domanda come faccio io quando mi vengono concesse queste rare emozioni: sono forse visioni o premonizioni? Speriamo che siano premonizioni. Poiché certamente esse rappresentano il sostegno di questa vita; noi procediamo lungo il nostro cammino come viaggiatori da una locanda all’altra, e se queste emozioni ci abbandonassero, il mondo diventerebbe insopportabile.

Tali pensieri ho avuto – e li ho avuti più volte – mentre osservavo quest’acqua che scorreva sotto un cielo mattutino. Quell’insieme di aria e mare è abitato da qualcosa di benefico. Almeno, io l’ho sempre considerato così.


Ma ci sono immagini più chiare, legate a quel passato doloroso, che mi vengono in mente ogni volta che raggiungo Berry Head e vedo Torbay davanti a me. Tra tutti questi pensieri che mi assalgono quando supero quel punto e intravedo quella profonda insenatura d’acqua, due si distinguono particolarmente vividamente. Fu proprio qui, sulla costa meridionale della baia, che i olandesi e altri mercenari di Guglielmo d’Orange sbarcarono per distruggere gli ultimi resti del regno inglese; fu qui che un prete cattolico scoprì le prime antiche reliquie umane, dando così inizio alle nostre moderne controversie.

Questa ultima è una storia molto interessante e poco conosciuta. Ecco ciò che sembra essere accaduto:

C’è una grotta vicino a Torquay: l’acqua che vi scorre, credo, attraverso il calcare, lascia dietro di sé un deposito. Sotto questo deposito, un prete cattolico del luogo, un certo dottor McEnery (suppongo fosse irlandese, ma non ho letto abbastanza su di lui), trovò numerosi ossa umane; insieme ad esse c’erano strumenti barbarici e resti di animali: alcuni di specie tropicali che ormai non possono più vivere nel nostro clima, altri completamente estinti.

Arrivò alla conclusione assolutamente logica che qui avesse prove dell’esistenza di un’antichità umana molto più remota di quanto avessero stabilito gli idolatri delle parole scritte della Scrittura. Iniziò così quel processo che ha preso una strada così tortuosa nel corso dei tempi, fino a quando oggi discorsi profondamente ignoranti su un essere immaginario, chiamato “uomo delle caverne”, e persone semidotte riescono a ingannare il pubblico a piacimento, fingendo di sapere tutto su quella che chiamano la “pre-storia” della nostra razza.

Quell’uomo, come uomo – intendo l’uomo così come lo conosciamo noi (non l’uomo imperfetto) – vive su questa terra da molto più di 10.000 anni; ne siamo ormai abbastanza certi. Il primo passo verso la comprensione di questi fenomeni lo dobbiamo proprio a quel Dr. McEnery, il cui nome oggi è quasi dimenticato. Anche le successive scoperte nella valle della Somme sono dovute a un altro prete. E così deve essere.

Che turbolenza potesse suscitare in quei paesi biblici una scoperta così semplice, senza dubbio.

Ma quel caos non era altro che il preludio a qualcosa di straordinario: nulla meno che il crollo, la distruzione e infine l’abbattimento di tutte le fondamenta su cui si era eretta metà della cultura moderna occidentale.

Si può dire che la cultura moderna dell’Occidente, a partire dal 1600, si sia divisa in due parti sempre più diverse l’una dall’altra: la cultura cattolica e quella protestante.

Ora, riguardo alla cultura cattolica, la scoperta fisica di qualsiasi tipo – in geologia, biologia o chimica – non può avere alcun effetto significativo, se non quello di una leggera ampliazione delle capacità generali dei suoi membri; proprio come lo studio della matematica a Cambridge non trasforma, ma soltanto arricchisce in modo limitato la cultura generale di un ragazzo di una scuola pubblica inglese. La cultura di una scuola pubblica inglese si basa su un sistema e su una tradizione che la matematica non influisce in alcun modo, se non per arricchirla leggermente. La cultura cattolica, invece, si fonda su una filosofia che le scienze fisiche non modificano affatto.

Nella cultura cattolica d’Europa, e soprattutto tra i francesi – che sono i protagonisti di tutte le nostre discussioni – i due schieramenti opposti erano da un lato coloro che possedevano una teologia dogmatica cattolica, con una solida struttura metafisica, e dall’altro coloro che erano scettici e negavano, riducendo in ridicolo, le affermazioni di tale teologia, basandosi su ciò che chiamavano “ragione pura”. Questo ideale di ragione pura non era affatto influenzato dalle scoperte della scienza materiale, così come non lo erano quelle dei suoi oppositori. La corrente scettica rappresentata dai grandi enciclopedisti (che rimarrà a lungo la metà principale della cultura cattolica in Europa) non venne affatto scossa dal fatto che alcune delle loro concezioni, del tutto estranee alla loro filosofia generale, si rivelarono false. L’influenza di Voltaire non diminuì minimamente a causa dei suoi sarcasmi nei confronti dei fossili, né per la sua conclusione secondo cui le impronte di ossa di pesce presenti sulle rocce alpine derivassero dai merluzzi essiccati dei pellegrini medievali; queste concezioni furono effettivamente confutate, ma il potere di Voltaire non dipendeva dalla loro veridicità. Allo stesso modo, le speculazioni degli enciclopedisti riguardo a qualche selvaggio primitivo, semplice, incorrotto e ammirevole non erano così essenziali per la loro dottrina da far sì che la scoperta della vera natura di tali individui influenzasse in alcun modo il loro ascendente culturale.

D’altra parte, da parte di coloro che praticavano e affermavano la religione della cultura cattolica, nessuna scoperta materiale veniva a sovvertire dottrine che non fossero legate a esempi concreti, ma che fossero di natura trascendentale. Per i due grandi avversari dell’Europa cattolica – la Fede e l’Incredulità – non aveva alcuna importanza il fatto che l’uomo esistesse politicamente sulla Terra da 5.000, 10.000, 20.000 o addirittura 50.000 anni: la loro disputa si svolgeva su un piano diverso e infinitamente più elevato. Il vasto progresso delle scoperte scientifiche moderne ha in qualche modo ampliato le possibilità di entrambi i campi, ma non ha modificato l’essenza del problema principale, che risale molto prima della metà del XVIII secolo e ruota attorno alla grande domanda: “La religione è un dono di Dio o dell’uomo?”. Nessuna scoperta fisica, per quanto importante, può influenzare la cultura cattolica nel suo complesso, né nelle sue componenti clericali né in quelle anticlericali. La distruzione delle teorie darwiniane negli ultimi vent’anni è stata in gran parte opera di biologi anticlericali; i più grandi successi nella ricerca scientifica – tra cui quelli di Pasteur – sono stati realizzati da cattolici praticanti.

Ma nella cultura protestante del nord le cose erano molto diverse. Essa si basava su un libro e sull’interpretazione letterale di quel libro. Certo, aveva una profonda origine spirituale: una passione eccessiva ed entusiasta per la comunione solitaria con Dio. Ma la sua autorità fondamentale era il Libro stesso.

I frammenti del folklore ebraico che la Chiesa Cattolica afferma siano ispirati sono sempre stati utilizzati da quella Chiesa come esempi, positivi o negativi, a sostegno delle sue dottrine; in particolare come rappresentazioni mistiche, spesso allegoriche e profetiche di un grande evento che stava per avvenire: l’Incarnazione. Ma nella cultura protestante queste storie dell’Antico Testamento venivano vissute concretamente; erano diventate parte integrante della vita dei loro lettori. Gli stessi personaggi di quelle storie assumevano un carattere divino; le crudeltà, le oscenità, le sciocchezze, così come le azioni e i detti sublimi di quei personaggi, diventavano nella mente delle persone attributi di semidei.

Questa immersione nelle antiche reliquie delle Scritture ebraiche generò un legame profondo e vivido con le immagini evocate dalla loro lettura. Le allegorie, per gli uomini della cultura protestante, divennero eventi concreti e indiscutibili, considerati veritieri storicamente e, cosa ancora più importante, costituirono la base di tutta la vita quotidiana. Adamo ed Eva, ad esempio, furono, per Milton e per tutti coloro che lessero le sue opere per oltre 150 anni, persone reali, con un aspetto ricordato dalle illustrazioni delle Bibbie familiari. Vivevano in un luogo simile ai più belli paesaggi d’Inghilterra; camminavano con Dio e i suoi Angeli come si fa in un giardino; gli esseri umani e i loro maestosi compagni passeggiavano su prati veri, con piedi reali, facendo passi lunghi circa due piedi. E quel matrimonio? Non consisteva nemmeno in un frutto vago, ma in una mela specifica. Così era tutto descritto. Su queste immagini, considerate storia reale e fonte di ispirazione per ogni azione umana, si costruì la nuova cultura del XVII secolo nel Nord.

Quando tutta questa struttura fu distrutta nel diciannovesimo secolo a causa di quelle scoperte di cui quel prete di Torquay fu il primo ad essere a conoscenza, non significò affatto che la tradizione e l’impeto di quella vecchia superstizione scomparissero altrettanto facilmente. Niente affatto. Gli effetti principali della vecchia Bibiolatria sono ancora presenti oggi a Londra, a Berlino, in Scandinavia, negli Stati Uniti; sebbene diversificati e sotto varie forme, questi effetti hanno chiaramente prodotto qualcosa di comune che continua a separare profondamente la cultura protestante da quella cattolica.

L’insulto all’autorità della Bibbia, quindi, non provocò nelle nazioni di cultura protestante una rivolta contro le regole di vita protestanti. Non fu questo che accadde. Quello che accadde, invece, fu uno stato di confusione, caos e disintegrazione di tutte quelle strutture solide che erano rimaste stabili nel Nord dalla prima generazione del XVII secolo fino alla prima generazione del XIX secolo. La cultura protestante non si divise in settori clericali e anticlericali, tradizionalisti e praticanti da quelli sarcastici o derisori: nel complesso, evolse come un tutto unico. Tuttavia, continuò a mutare e a cambiare costantemente, come una grande nuvola di polvere che si sprigiona dopo il crollo di un edificio. Anche dopo la catastrofe, continuò a girare vorticosamente e a trasformarsi; tanto che, in questo momento, nessuno può prevedere – né avrebbe potuto farlo vent’anni fa, sotto uno spirito completamente diverso – quale forma assumerà infine questa evoluzione.

Perché ancora non esiste una definizione definitiva. Anche oggi, anche nella mitologia popolare attuale riguardante gli Uomini delle Caverne e la Preistoria, non c’è nulla di certo. Tipicamente, le congetture vengono trasformate in Dogmi, e la fede si basa su immagini concrete. Ma i Dogmi cambiano ogni pochi anni, così come queste immagini. Tutto ciò che rimane nel buio continuerà a cambiare, fino a quando la polvere dell’esplosione non si sarà lentamente depositata a terra e stratificata. Quando accadrà questo, sorgerà una nuova eresia. Mi chiedo com’essa sarà.

Beh, l’uomo che per primo accese la miccia, l’uomo responsabile di quell’esplosione, era il dottor McEnery, un prete cattolico di Torquay.

Non fu ascoltato. La verità sembrava troppo fantastica. Il grande Cuvier aveva già affrontato così tante bufale di questo tipo (uomini che gli avevano inviato, tra le altre cose, ossa di elefanti fossili attribuite a giganti pre-adamiti) che anche in una società razionale ci sarebbero state esitazioni. Nella società provinciale dell’Inghilterra del 1829, però, non ci furono solo esitazioni: ci fu disprezzo e silenzio. L’idea che un uomo potesse vivere da oltre 4004 (o 4005) anni a.C. era considerata una blasfemia folle; tale concezione semplicemente non poteva essere tollerata.

Ci vollero ben trenta o quaranta anni prima che anche le persone istruite in questo paese potessero familiarizzare con un’idea così semplice. Ora – dopo meno di 100 anni – non solo quell’idea si è diffusa in ogni angolo della società, fino alle sue strutture più profonde, ma è anche nato un nuovo conservatorismo. Oggi vediamo ancora le stesse persone ignoranti aggrapparsi con tenacia a teorie assurde come la Selezione Naturale di Darwin e alle prove immaginarie fornite dall’embriologia.

Nel complesso, questo istinto ultra-conservatore è una cosa positiva. Ha i suoi aspetti ridicoli, ma è di gran lunga meglio dello spirito iconoclasta. Tuttavia, arreca danno quando viene utilizzato per sostegnere ingiustizie o dottrine false, come nel caso di coloro che continuano a difendere la crudeltà e l’oppressione umana sotto il pretesto del “survival of the fittest” – che in realtà significa semplicemente la sopravvivenza di ciò che riesce a sopravvivere; oppure quando si convince qualcuno dell’esistenza di un processo di cambiamento non creativo e senza un Creatore, convincendolo così che possa abbandonare anche i pochi resti di disciplina morale che ancora esistono in lui.

Per me, più interessante della scoperta di prove che dimostrino l’enorme antichità dell’uomo – mi dispiace dirlo, poiché ho pochi compagni in questo campo e si tratta di un interesse piuttosto solitario – è l’assenza di prove che invece dovrebbero esistere, secondo la natura delle cose stesse, ma che nessuno ha ancora trovato. Quello che desidero ardentemente è una scoperta che mostri, o anche solo suggerisca, il modo in cui l’uomo sia diventato ciò che chiamiamo “civilizzato”.

Fin dove si può risalire nel tempo, si osserva l’esistenza dell’uomo civile, fianco a fianco con l’uomo barbaro: intendo dire, “fin dove si può risalire” attraverso qualsiasi documento reale, non solo scritti ma anche monumenti. Prendiamo l’intero periodo per cui esistono testimonianze storiche, qualunque esse siano (nessuno lo sa con certezza; ma di certo è più di 5.000 anni, e forse addirittura più di 6.000). Si scopre che all’inizio di questo periodo gli uomini scolpivano, costruivano con pietra tagliata e mattoni, lasciavano traccia delle loro azioni; abitavano in città, possedevano leggi, e tutto il resto. Poi, però, c’è un punto di arresto. Si arriva alla fine di un vicolo cieco: ci si scontra con un muro, e non c’è nulla al di là.

Ci sono naturalmente molte congetture che vengono presentate come conoscenze vere, ma queste sono del tutto trascurabili. L’unica prova concreta che abbiamo sono alcune ossa che molto probabilmente risalgono a un’epoca precedente alle registrazioni di qualsiasi civiltà, nonché numerose reliquie appartenenti a culture barbare: ami da pesca, tessuti grezzi, ceramica rudimentale, e così via. Dietro a queste cose ci sono, però, pietre grossolanamente lavorate; una piccola parte di esse potrebbe essere stata modellata da esseri intelligenti, ma la maggior parte, nonostante l’arroganza di coloro che le raccolgono e ne descrivono le caratteristiche, è davvero molto dubbia. Nessuno sa con certezza quanto indietro risalgano queste cose, perché nessuno conosce con precisione la velocità con cui la terra si è formata a seguito di inondazioni, né di che natura siano state le catastrofi del passato. Ma non esiste alcuna traccia di un percorso evolutivo che porti da questi frammenti dubbi al Neolitico, e da questo all’uomo civile che scolpisce opere magnifiche nel granito e misura cielo e terra.

Quello che è più notevole è che nessuno, di quelli che ho letto, abbia mai elencato correttamente questi strumenti realizzati in pietra grezza in modo sistematico.

Ecco esattamente ciò che vogliamo. Dovremmo disporre di una monografia approfondita, adeguatamente illustrata, che presenti in ordine graduale quei cosiddetti “paleoliti” i quali potrebbero essere il risultato dell’opera umana; poi altri che sembrano meno probabili come tali, e così via fino ai casi più dubbi. Non ha alcun senso che degli esperti autoproclamati dicono a un uomo colto comune che questo o quell’oggetto informe è in realtà il risultato del lavoro umano (anche se non sembra tale): lui può giudicarlo da solo. E poiché gli esperti tendono sempre a far credere che tali oggetti siano di origine umana, qualora sia possibile, bisogna prendere le loro affermazioni con cautela. Quello che vogliamo, insomma, è una monografia che presenti degli esempi in ordine graduale, accompagnati da una descrizione completa del luogo e delle condizioni in cui sono stati trovati.

Quando questo sarà stato fatto, saremo in grado di giudicare da soli, senza accettare le argomentazioni dei cosiddetti scienziati; saremo in grado di formulare un’opinione approssimativa sull’età relativa di tali oggetti. Se venissero scoperti paleoliti evidenti a una profondità di strati rocciosi (non ghiaia o terra), il che indica un periodo di accumulo molto lungo, concluderei che l’uomo li abbia creati in tempi molto remoti, forse addirittura con un limite minimo possibile per tali date. Ma finché non avremo classificato e analizzato tutti questi oggetti in base ai loro livelli di conservazione, e non avremo prove concrete riguardo al ritmo di formazione degli strati rocciosi, rimarremo alla mercé di persone il cui compito è presentare quante più “meraviglie” possibile, proprio come hanno sempre fatto coloro che desiderano attirare l’attenzione del pubblico.

E ancora una volta, anche se avessimo (il che non abbiamo) un’analisi adeguata di questo tipo di prove, rimarrebbe comunque il baratro incolmabile tra l’uomo barbaro e quello civile.

È logico pensare che la civiltà non possa essere nata già completa: deve essersi sviluppata da origini semplici. Di che tipo erano queste origini? L’unica risposta finora è il silenzio da parte dei saggi, e affermazioni sonore e prive di fondamento da parte degli scrittori popolari. Ad esempio, non esiste alcuna sequenza nella scultura che mostri un passaggio dallo stadio primitivo a quello completo; esistono soltanto sviluppi successivi, partendo dall’archaicismo, ma l’archaicismo stesso rappresenta già il frutto di una cultura avanzata. In nessuna parte del mondo si riscontra, finora, un insieme di iniziamenti vaghi che gradualmente diventino più definiti in qualsiasi ambito artistico; lo stesso vale per la scrittura. È possibile dimostrare lo sviluppo della scrittura pittografica nella Valle del Nilo, ma nessuno è ancora riuscito a individuare le origini incerte e tentate di questa forma di comunicazione – ammesso che tali origini esistano davvero. Sergi ha avanzato un’ipotesi del tutto poco convincente, secondo cui certi segni presenti su antichi monoliti occidentali potrebbero rappresentare le origini dell’alfabeto; le prove da lui fornite sono state assolutamente inadeguate. Nessuno investirebbe cinque sterline basandosi su tali argomentazioni.

La verità è che non sappiamo da dove sia nata la scrittura, né come si sia sviluppata. Non sappiamo nemmeno da dove derivino le tecniche di costruzione con pietre tagliate e mattoni. Inoltre, non conosciamo dove possano trovarsi le origini della civiltà stessa.

Una supposizione disperata è che le sue origini siano ora sommerse sotto il mare. Questa ipotesi è altrettanto plausibile di qualsiasi altra. In ogni caso, non sappiamo nulla riguardo al modo in cui la vera essenza dell’umanità abbia avuto origine. Potrebbe essere emersa in modo catastrofico in un lasso di tempo molto breve. Sotto quali influenze, attraverso quali incidenti o processi guidati, non possiamo dirlo. L’intera umanità ricorda vagamente uno stato di cose molto positivo che esisteva molto tempo fa; al di là di questa semplice memoria e tradizione, non abbiamo nulla su cui basarci.

Basta con questa “preistoria”: ne sono stanco, così come dei suoi profeti ormai screditati. La speculazione è il materiale nascosto di tutto questo gergo incomprensibile; l’affermazione, invece, ne rappresenta il rituale. Preferisco quindi considerare il passato conosciuto. Entrando da solo a Torbay in una mattina così bella, penso a quell’evento reale, concreto: lo sbarco del Principe d’Orange, protettore di Belfast e di St James’s Square. E anche ad altri fatti meno adatti alle orecchie delicate.

Mi sarebbe piaciuto vedere quella grande flotta olandese, con quei pochi traditori inglesi a bordo, entrare in Torbay. Mi sarebbe piaciuto vedere le barche affollate andare avanti e indietro, sbarcare gli olandesi e altre truppe straniere, nonché quei grandi signori che complottavano contro il loro re, e lo stesso William il Nero. Mi sarebbe piaciuto vedere quell’esercito di mercenari, assoldati per infliggere il colpo finale a una vittima così importante come la sovranità inglese ferita, schierarsi in formazione e marciare verso Exeter: con i villaggi che spiavano timidamente da dietro finestre ben chiuse, osservando quei volti stranieri, ascoltando lingue aliene e chiedendosi quale sarebbe stato l’esito di quell’invasione.

C’era un certo splendore cerimonioso attorno a tutta quella vicenda miserabile che pose fine alla tradizione monarchica, secolare ma ormai in declino, nel Regno Unito, e permise ai ricchi di assumere il potere per sempre, senza alcun controllo. Dal momento in cui l’enorme flotta navale attraversò lo Stretto di Dover spinta da un vento sud-orientale (formando una sorta di mezzaluna le cui estremità si avvicinavano a entrambe le rive), fino a quel pomeriggio, due giorni dopo, in cui i grandi alberi maestri dorati delle navi olandesi si stagliarono allineati lungo la costa di Torbay, l’intera operazione fu caratterizzata da un grande sfarzo e da una notevole scenografia.

Ogni volta che ripenso a quegli eventi legati alla caduta della dinastia Stuart, due cose mi vengono subito in mente: tanto sfarzo e tante situazioni comiche. Perché, a mio parere, c’è qualcosa di comico nel fatto che l’espedizione venisse finanziata con denaro olandese, garantito da tasse promesse in anticipo e sicuramente riscosse dagli inglesi (specificamente sul loro tabacco), nel caso avesse avuto successo. Questo modo di far sì che la vittima paghi per la propria esecuzione senza che se ne accorga, e senza nemmeno consultarla, è davvero pieno dello spirito della commedia. Ci sono centinaia di altri dettagli comici. Churchill, con il suo bel viso “villano”, chinato sopra il tavolo dell’osteria, che cerca di convincere il sfortunato Giacomo ad uscire a fare una passeggiata in quella bella notte di luna; Churchill, che sa benissimo come, proprio in quella notte, le spie nemiche stessero aspettando per catturare il re. E poi ancora, l’immagine della cena successiva ad Andover: Giacomo che mangia con il marito di sua figlia, il Principe di Danimarca, e quel pazzo che ripete continuamente “È possibile?!” a tutto ciò che viene detto; poi lui e il suo seguito si scusano per andare a occuparsi di qualche “affare”; Giacomo, re, che si chiede quando torneranno nella stanza. Non tornarono mai. Quell’“affare” per cui si erano scusati era in realtà tradimento. E quella donna in città, insieme al marito ad Andover, avevano tradito.

Che calvario dovette affrontare James! È un peccato che Anne abbia fatto una cosa del genere, perché sembra essere stata la migliore di tutta quella banda, il che non significa molto, ovviamente. Ho sempre creduto nel giudizio di Swift, che scriveva di lei: “L’unica donna buona che abbia mai incontrato nella mia vita”. Ma in questo esagerava; infatti ammirava profondamente almeno altre due donne, e non le avrebbe ammirate se non le avesse ritenute brave in un mondo così malvagio.


Da Torbay, dirigendosi verso ovest, l’uomo coraggioso, a bordo di una piccola barca, punta direttamente verso Portland Bill, attraversando la baia; a metà strada cerca il segnale costituito dal faro a campana, per poter così orientarsi correttamente. Qui non ci sono ostacoli: nessun forte corso d’acqua, pochissima increspatura. È abbastanza sicuro di raggiungere Portland Bill seguendo questa rotta, anche in condizioni meteorologiche avverse. Sarà meglio che mantenga una posizione leggermente a nord della sua rotta principale: in questo modo potrà scegliere se approdare sfruttando la corrente di marea alta, oppure ancorarsi e aspettare il flusso favorevole, qualora fosse necessario. Tuttavia, è vero che in quella zona, vicino a Chesil Cove, bisogna scegliere con attenzione il luogo adatto per l’ancoraggio.

Ma non sono audace; e quando lascio Torbay, corro verso Lyme Regis.

La foce del fiume Exe mi lascia perplesso con una domanda senza risposta, che si ripete in una dopo l’altra nelle foci dei fiumi dell’Ovest. La domanda è questa: come venivano utilizzate nell’antichità?

Il commercio degli antichi e di quel periodo del Medioevo (e a volte anche di periodi successivi), le flotte piratiche, ogni forma di navigazione marittima: tutti utilizzavano questi fiumi sabbiosi, che si estendevano dalla Costa d’Oro fino al Mar Baltico. Come riuscivano a farlo? Alcuni sostengono che persino Salisbury e Winchester fossero raggiungibili dal mare; di certo Exeter lo era, e anche Arundel può ancora essere accessibile con navi di certa dimensione. Bramber, Rye, e probabilmente anche Lewes, nel suo tempo. Il fiume Stour costituiva un porto, prima a Canterbury e in seguito alla sua foce; lo stesso valeva per molti altri fiumi lungo la costa, da est a ovest. La foce del fiume Kus, in Marocco (a Larache), e quella del fiume Sebu, a Rabat, raccontano la stessa storia. Oggi, tuttavia, tutti questi luoghi sono diventati impossibili o difficili da raggiungere.

La risposta generale data a questa domanda è che i fiumi si inquinano e si riempiono di sedimenti nel corso del tempo; questa è senz’altro la risposta più ovvia e logica da dare. Queste foce un tempo erano profonde, ma il fiume continuava a portare giù fango e sabbia; alla foce, l’azione dell’oceano impediva che questi sedimenti si accumulassero completamente, formando così delle barriere.

Come quasi tutte le risposte puramente razionali a domande lontane su cui non disponiamo di prove dirette, anche questa risposta si rivela insostenibile. I fiumi scorrono da secoli; hanno avuto tutto il tempo necessario per intasarsi alle loro foce. E se questo fosse davvero il fattore principale che ne determina il corso, tale processo sarebbe già giunto al suo limite molto prima che l’uomo iniziasse a navigare sui mari. Quindi non può essere il fattore principale. Penso che il vero motivo sia il sollevamento e l’abbassamento del terreno: in alcuni luoghi il livello del suolo aumenta, rendendo le foce dei fiumi molto difficili da attraversare; in altri luoghi il livello scende, facendo sì che porti che nell’antichità non venivano mai utilizzati diventino accessibili. La verità è che non sappiamo quasi nulla su queste cose. O almeno molto poco, tanto da lasciare spazio alla speculazione e alle congetture, che sono il terreno fertile per falsi dogmi e conflitti, ma anche l’acceleratore reale del pensiero umano. Mi accorgo che le affermazioni basate su processi razionali apparentemente solidi suscitano una sorta di convinzione. Ma quelle prive di qualsiasi prova vengono accettate con maggiore disponibilità, e la “fede” in esse dura molto più a lungo ed è profondamente radicata. A volte, quando queste affermazioni sono vere, durano dall’istante della loro enunciazione per tutta la storia dell’umanità. Penso che il motivo sia che tali affermazioni si basano sull’esperienza comune, e su un gran numero di osservazioni parzialmente riconosciute come valide.

Pertanto, una dottrina religiosa viene verificata attraverso l’esperienza morale di innumerevoli individui, nonché attraverso il suo effetto sulla società nel corso delle generazioni, e inoltre in base alla sua armonia con un gran numero di altre realtà osservabili, grandi o piccole che siano.

Qui, per usare una metafora matematica, c’è un processo di integrazione. La certezza deriva dall’integrazione di un numero infinitamente grande di elementi diversi. È in questo modo che abbiamo certezza riguardo a una personalità, a una voce, a un certo tipo. Vediamo un olmo a mezzo miglio di distanza e diciamo: “Quello è un olmo”, anche se se potessimo descrivere esattamente ciò che vediamo, tali indicazioni sembrerebbero assolutamente insufficienti per giungere a una conclusione così certa. Ciò che vediamo non è altro che un’immagine vaga, ma ne deduciamo, grazie a un numero infinitamente grande di piccoli indizi, ciò che abbiamo sempre saputo essere caratteristico di un olmo.

Questo tipo di credenza si basa su una base molto ampia, anche quando riguarda cose che non sono percepibili dai nostri sensi (ad esempio, l’antica dottrina occidentale sull’immortalità). Tuttavia, le affermazioni considerate oggi “scientifiche” si fondano su un punto preciso. Le loro apparenti prove seguono una catena stretta: ogni anello di questa catena, al di là della prima percezione fisica dei sensi, dipende da numerosi postulati, ciascuno dei quali può crollare di fronte a nuove considerazioni.

Ad esempio, i nostri sensi ci dicono, e noi lo sappiamo, che se si mescolano due sostanze in un certo modo e in una certa proporzione – diciamo due parti per peso della prima e quattro parti per peso della seconda – queste due sostanze scompariranno e al loro posto apparirà qualcosa di completamente diverso. È ciò che accade quando si esegue uno qualsiasi dei mille esperimenti chimici; è ciò che succede anche quando una scintilla elettrica viene fatta passare attraverso una determinata miscela di ossigeno e idrogeno, in condizioni specifiche. Sappiamo che, con le stesse condizioni e la stessa proporzione di peso, si verifica questo fenomeno sorprendente: le due sostanze originali scompaiono e al loro posto ne appare una terza completamente diversa; l’unica cosa che rimane invariata è il peso complessivo delle sostanze, che non cambia. Sappiamo anche che, in condizioni adatte, questa nuova sostanza terza, totalmente diversa dalle due originali, scomparirà e queste ultime riappariranno; inoltre, il peso complessivo delle prime due e il peso della terza sostanza che ne prende il posto sono uguali. Tutto ciò rappresenta conoscenza reale, certa, dimostrata e scientificamente fondata, nel vecchio e preciso senso del termine “scienza”: una conoscenza basata su prove così conclusive da rendere impossibile per la ragione umana ammettere l’esistenza di un’opposizione.

Sappiamo inoltre che, quando ripetiamo queste condizioni dozzine o addirittura infinite volte, si ottengono sempre gli stessi risultati, proprio come avviene per qualsiasi altra sequenza naturale nel mondo fisico: ad esempio, quando una pietra cade da un’altezza o quando un suono si verifica a seguito di uno schiaffo. Sulla base di queste conoscenze formuliamo un’ipotesi: riteniamo che la misteriosa sostituzione di una terza entità completamente diversa dalle prime due, pur mantenendo un peso totale uguale, possa essere spiegata soltanto attraverso l’analogia con altre esperienze umane. In particolare, pensiamo che ciò possa avvenire a causa della costituzione della materia in particelle ultime che chiamiamo “atomi”. Perché, nella nostra limitata immaginazione, se questa non fosse la vera natura fondamentale della materia, l’unico altro modo in cui questo processo potrebbe verificarsi – l’unico scenario concepibile per noi – sarebbe una trasformazione determinata esclusivamente dall’effetto del numero stesso; in altre parole, un qualche “potere magico” insito nei numeri che influenzasse i processi legati a ciò che chiamiamo materia.

Ma poiché il primo concetto – quello dell’atomo – è di natura meccanica e facile da immaginare, mentre il secondo è estremamente misterioso, sfugge alla misurazione e coinvolge qualità che oggi non associamo ad alcun potere intrinseco dei numeri, accettiamo la prima ipotesi. Supponiamo – senza provarla – che la materia sia composta da atomi.

Ammesso tale ipotesi, possiamo effettuare le misurazioni necessarie per conoscere le proprietà dell’ipotetico atomo e indagarne caratteristiche. Tuttavia, poiché ogni fase della ricerca parte da un’ipotesi, ogni nuovo passo dipende da un’altra ipotesi: una seconda basata sulla prima, una terza sulla seconda, e così via – fino ad arrivare all’elettrone, che rappresenta l’esempio più estremo di ipotesi. In senso stretto, la scienza pura si ferma al primo fenomeno verificabile attraverso i sensi: il passaggio da due entità a una terza e poi il ritorno della terza alle due originarie. Tutto il resto non è altro che un insieme di ipotesi basate sulla natura presunta di tale processo; tali ipotesi non sono suffragate da prove così convincenti da escludere la possibilità di una spiegazione opposta. Quindi, tutto ciò non costituisce vera scienza.

È inoltre vero che, ad ogni fase di un’ipotesi, l’elemento di probabilità, per quanto elevato, è inferiore a quello della fase precedente; il decimo tentativo su dieci, basato su tutti quelli precedenti, presenta un grado di sicurezza inferiore al nono; e così via.

Ma le accademie non comprendono questa evidente verità; vivono di fantasie che considerano realtà; ed è per questo che uno dei più saggi contemporanei ha pronunciato quella frase decisiva: “la bancarotta della scienza”; in altre parole, la bancarotta delle promesse fatte dalla falsa Scienza moderna.

Il grande Ferrero si scontra con quella famosa frase. Eppure lui stesso ne ha scritta un’altra ancora più condannatoria; infatti scrive: “Gli uomini del diciannovesimo secolo pensavano di sapere tutto, ma in realtà non sapevano nulla.”


I porti di quella costa, tra Torbay e Portland, non li conosco abbastanza bene. Non sono mai entrato a Teignmouth, nonostante l’invito lirico alle sue bellezze, descritte come un gioiello incastonato nel “Channel Pilot”. Nemmeno ho mai provato ad attraversare la barriera sabbiosa di Exmouth.

Di Bridport Haven ho visitato il luogo solo una volta, insieme a diversi compagni su una barca affollata. Non sono mai stato così affascinato da un piccolo rifugio marino: possiede infatti le qualità incantevoli di un modello perfetto.

Correvo verso Portland Bill in un vento piuttosto forte, che si alzava sempre di più a mio dispetto. Soffiava da poco a ovest del sud, quindi puntava direttamente verso le acque tranquille che solitamente si trovano tra la zona della regata e la terraferma. Eravamo ancora lontani; ci mancavano circa dieci miglia, ma il vento continuava ad intensificarsi, minacciando di diventare pericoloso. Così abbiamo cambiato direzione e ci siamo diretti verso Bridport, che distava circa sette miglia a nord di noi, leggermente a est. Era quasi la bassa marea, quindi non avevamo preoccupazioni riguardo all’ingresso nel porto; abbiamo attraversato quel lungo e stretto passaggio, più simile a un canale che a un vero porto, per ritrovarci in una baia grande quanto un ampio salotto, ma dotata di tutto ciò che è necessario: un ufficio della Lloyd’s, un ufficiale portuale, una stazione di segnalazione, un hotel, e tutto su scala adeguata alla dimensione del luogo. Fu proprio a Bridport che Monmouth incontrò il suo primo ostacolo dopo essere sbarcato a Lyme (devo dire che questo fu un grande merito per il suo comandante di nave: arrivò con tre imbarcazioni, e sembrò riuscire a farle entrare tutte nel porto). Ma il nome Monmouth mi riporta di nuovo indietro nel tempo. Non riesco a trattenere l’entusiasmo quando si tratta di raccontare queste storie della storia: e in realtà non voglio nemmeno provarci.

Più si leggono resoconti su quelle spedizioni – soprattutto quelli relative ai due anni successivi all’impresa di William – più diventa difficile stimare l’entità del sostegno che gli invasori ricevettero. Quello che potrebbe essere definito “mito”, quel genere di esagerazioni presenti nella retorica chiara e ovvia di Macaulay, può essere ignorato con disprezzo: non ha alcun valore storico e non intende affatto fornire informazioni oggettive; si tratta piuttosto di testi scritti per un pubblico già predisposto a credere in tali storie, di lusinghe rivolte a una gente ignorante e compiaciuta di sé. L’immagine di un’intera Inghilterra decisa ad opporsi a Giacomo e desiderosa soltanto della sua deposizione è altrettanto falsa quanto sarebbe oggi un’immagine di un’Inghilterra che desiderasse ardentemente l’introduzione della proibizione. Tuttavia, c’erano elementi concreti che rendevano degno di rischio tentare tale impresa; e (come sappiamo), grazie al sostegno di un gruppo di uomini molto ricchi, a una grande dose di ipocrisia e ai finanziamenti stranieri, la seconda invasione, quella olandese, ebbe successo.

Penso che il vero motivo per cui oggi ci troviamo difficili ad stimare le forze di quella società sia che abbiamo un modo errato di pensare basato su misurazioni precise; un’abitudine che abbiamo preso in prestito dalle scienze fisiche più avanzate del nostro tempo, ma che non è applicabile ai fattori politici. Pensiamo in termini di maggioranze e ci chiediamo quante persone fossero da una parte e quante dall’altra.

Nel 1686, né nel 1688, le cose non stavano affatto in questo modo; e quasi mai accade così durante alcuna crisi nazionale. La maggior parte delle persone accetta un evento, a meno che esso non sia completamente in contrasto con le loro abitudini quotidiane. Inoltre, la maggior parte delle persone è influenzata dalla tradizione e dalle usanze, e quasi sempre tende, in modo vago, a mantenere ciò che conosce. E allo stesso tempo, paradossalmente, tutti desiderano qualcosa di nuovo e sono più o meno disposti ad accettare dei cambiamenti. Per quanto riguarda la questione principale della Rivoluzione del 1688, possiamo individuare due grandi maggioranze: non si tratta di dividere le persone in gruppi, ma di analizzare il modo in cui ogni persona pensa dentro di sé.

In generale, la stragrande maggioranza della popolazione nutriva simpatia per la cultura protestante che, a partire dall’episodio del Complotto delle Polveri da Sparo, aveva gradualmente trionfato. Quanto di questa simpatia fosse sincera e profonda, nessuno può dirlo con certezza; tuttavia si può affermare con sicurezza che, entro la fine del XVII secolo, in tutta l’Inghilterra non vi era più di un settimo della popolazione che professasse apertamente il cattolicesimo e ne aderisse alle credenze. Un numero ancora maggiore di persone, invece, era indifferente o mostrava solo una leggera simpatia per tale religione. D’altra parte, il numero delle persone che ritenevano che Giacomo II stesse cercando di sovvertire ciò che ormai costituiva la religione nazionale doveva essere piuttosto esiguo. È vero che l’illusione popolare è capace di tutto, ma non vi sono segni che un’accusa così assurda contro Giacomo II abbia preso piede tra le masse. Il numero di coloro che si opponevano alla sua politica di tolleranza e al suo progetto di concedere ai cattolici gli stessi diritti dei loro concittadini era senz’altro elevato; tuttavia, certamente non rappresentava una maggioranza entusiasta. Infine, il numero delle persone che si opponevano all’idea che il loro re nazionale appartenesse a una religione considerata “straniera” da loro era davvero molto alto: quasi tre quarti dell’Inghilterra.

Ma poi si arriva a un’altra categoria intermedia: il numero di persone che desideravano la scomparsa della dinastia Stuart era insignificante. Carlo II era stato estremamente popolare e meritatamente; inoltre, Giacomo, il re regnante, rappresentava la legittimità. Se le due principesse non fossero rimaste a portare avanti l’idea della casa reale – almeno come simbolo di essa – si può dire con certezza che il popolo non avrebbe tollerato alcun cambiamento. Quanto a coloro che desideravano il regno di Guglielmo, che apprezzavano il suo carattere e lo rispettavano, se non addirittura lo amavano come leader, di loro non ce n’era nessuno. Monmouth, se avesse avuto i soldi necessari, se il momento del suo attacco fosse arrivato dopo la nascita del Principe di Galles, se avesse intrattenuto con abilità e pazienza l’appoggio del piccolo gruppo di persone ricche che complottavano contro il re, avrebbe avuto maggiori possibilità di successo rispetto a Guglielmo.

Vorrei che avessimo maggiori dettagli su come abbia reclutato questa sua “piccola armata”. Sembrava essere composta principalmente da minatori molto poveri delle zone dei Mendips: uomini che potevano essere assunti per qualsiasi impresa avventurosa, che non avevano nulla da perdere. Sembra che fossero praticamente l’unica risorsa disponibile, e, naturalmente, erano inutili come soldati. Devono essere stati completamente privi di addestramento. Sedge Moor, dopotutto, non era un campo di battaglia.


Su questa costa esiste anche un luogo chiamato Charmouth, dove i pirati danesi del Medioevo combatterono duramente contro il Re di Winchester. Ma io lo conosco soltanto come una piccola indicazione geografica situata lontano dal mare.

Quello che ho fatto ripetutamente, in questo modo, su una barca o un’altra, e spesso anche sulla Nona, è stato visitare Lyme Regis.

Cosa ha portato alla formazione di Lyme Regis? Come è nata quella città portuale?

Gli uomini hanno bisogno di rifugi quasi tanto quanto hanno bisogno degli dèi.

Gli uomini hanno così grande bisogno di porti che, lungo qualsiasi tratto di costa priva di essi, si accontentano anche della più piccola opportunità offerta da scogliere o promontori per costruire un rifugio temporaneo. Ecco perché, lungo tutta la costa orientale dell’Italia, dove per centinaia di miglia l’Adriatico si estende su una linea costiera piatta e bassa, gli abitanti si sono accontentati della scarsa opportunità offerta da Ancona. Ma questa costa dispone di numerosi porti, grandi e piccoli. Una strada britannica o romana poteva condurre fino a Lyme Regis, ma essa non avrebbe mai potuto creare quel porto: è stato il porto ad essere esistito prima della strada. La strada è stata costruita soltanto perché qui c’era già un porto. Forse in passato esisteva qualcosa di simile a ciò che per secoli si trovava a Hastings (ma ora è stato spazzato via dal mare): un pezzo di roccia più dura che si protendeva verso il mare, offrendo riparo all’interno della sua insenatura. Forse proprio su questo fondamento è stata in seguito costruita la città di Lyme Regis.

I grandi porti moderni, che possiamo creare artificialmente, ci rendono insensibili ai porti dell’antichità, facendoli sembrare piccoli ai nostri occhi; ma Lyme Regis è stato un porto di ingresso per tutta la storia, e non ha perso la sua importanza fino a tempi relativamente recenti. È davvero caratteristico della crescita delle nostre città nell’entroterra, e del cambiamento nella vita inglese causato da tale crescita, il fatto che oggi, quando le persone sentono parlare di Lyme Regis, non pensino ai mari inglesi né agli uomini armati che vi sbarcavano un tempo, ma alle opere di fantasia della signorina Austen. Tennyson scrisse con grande ammirazione di questo porto, ritenendosi un profeta riguardo alle potenzialità delle acque inglesi; tuttavia il suo interesse per Lyme Regis derivava proprio dalle opere della signorina Austen. Per quanto mi riguarda, non mi vergogno di ammettere che, all’età di diciannove anni, quando rischiavo di annegare da solo in una piccola barca sotto Golden Cap e riuscivo a salvarmi a malapena (era dicembre, cari amici, e il tempo era davvero brutto per simili avventure), non avevo mai nemmeno sentito parlare di Jane Austen; eppure, da quel momento in poi, Lyme Regis divenne per me un luogo vivido e nitido, anche senza il suo contributo. E così è stato ancora tre anni fa, quando ho toccato terra a Lyme Regis per la decima o ventesima volta, e questa volta, è stata la “Nona” stessa ad “incappottarsi”.

Era una notte buia e tempestosa, compagni. Il vento soffiava da sud-ovest, proprio nella direzione in cui preferisce muoversi quando decide di combinare guai. Sapevo bene che la marea bassa, nel buio della notte, ci avrebbe lasciati completamente isolati. Così, alla luce delle lanterne, costruii ogni sorta di dispositivo e sistema di fissaggio, dal palo maestro al molo, in modo che la barca rimanesse stabile anche quando toccava il fondo. Ma alle quattro del mattino, con un rumore simile a quello del tuono, si capovolse completamente a dritta, sul fondale allora asciutto del porto. E ci gettò tutti uno sopra l’altro. Eravamo in tre. Quella notte non riuscimmo più a dormire.

Gli inglesi hanno fatto bene a costruire le loro barche in modo che fossero profonde, perché solo barche del genere possono resistere alle forze del mare. O meglio, direi che “facevano” bene a costruirle così nei tempi in cui lo facevano, prima che la velocità delle corse navali rovinasse le loro caratteristiche strutturali. Ma c’è uno svantaggio legato alle barche profonde: non galleggiano stabilmente, ma si appoggiano sul fondo del mare. Proprio così accadde alla Nona in quella notte tempestosa. E, dannazione, quando la marea salì, la barca continuò comunque ad affondare. Si potrebbe dire che galleggiasse soltanto quando molta acqua si infiltrava attraverso le fessure presenti nella struttura. Ma a quel punto, l’alba cupa e tempestosa sopra Dorset, il grigio lontano di Chesil e del Bill ci vedevano ancora mentre continuavamo a lavorare per salvare la barca. E questo è tutto riguardo a Lyme Regis.


Da lì, verso est, costeggiando il cammino di ritorno a casa, qualsiasi uomo che appartenga alla mia contea e ai suoi porti dovrà affrontare il passaggio di Portland Race e la difficile manovra attorno al promontorio di Bill. Io ho sempre fatto così, sia andando che tornando, sia dirigendomi verso est che verso ovest, evitando completamente quella lunga costa del Dorset a sud dell’Isola di Portland, e osservando da lontano quella vasta distesa deserta chiamata Chesil Beach.

Che dono meraviglioso di compensazione sia il fatto che l’orrore delle nostre grandi città e la facilità dei nostri nuovi mezzi di comunicazione abbiano creato “deserti” nel mezzo.

Nessuno conosce quei deserti meglio di quell’uomo che naviga lungo il mare, seguendo le coste dell’Inghilterra. La sporcizia delle grandi città viene scaricata sulle spiagge di sabbia; ma tutto ciò che si trova in mezzo, o quasi tutto, rimane più desolato di quanto non lo fosse mai stato nella nostra storia. Quei dirupi del Dorset che si affacciano sul mare sono meno conosciuti dagli inglesi che viaggiano rispetto a molte terre straniere. Quella spiaggia di Chesil, lungo la quale ho corso così spesso, è completamente deserta e silenziosa, tranne per il rumore del mare.

Non esisteva mai una solitudine del genere! Una grande casa, costruita probabilmente proprio per garantire isolamento, situata nell’entroterra, sotto una scogliera; un antico smottimento di terreno aveva stranamente deturpato la superficie del suolo. Per chilometri e chilometri intorno, nulla. All’estremità orientale, lagune salmastre impedivano qualsiasi forma di insediamento umano; tra queste e il mare si estendeva quella strana formazione di enormi pietre rotonde, che digradavano ripidamente verso l’acqua, creando zone profonde anche a pochi passi dalla riva. Infine, c’era quella inospitale baia di Chesil, dove alcune case dei pescatori si affacciavano su uno degli ambienti marini più ostili e minacciosi che conoscessi.

Ci sono pochi angoli dei mari inglesi che suscitino l’impressione di essere maledetti; ma questo ne è uno. La terribile zona costiera di Portland si trova a tre miglia di distanza, alla fine della penisola di Bill. In cima ad essa sorge la prigione, carica di memorie orribili. Il principale traffico marittimo del Canale transita molto lontano da qui. Le rocce spoglie e desolate della penisola si ergono bruscamente sulle acque solitarie; queste acque si agitano in modo innaturale, anche quando c’è poco vento. Il fragore e il movimento di quell’enorme tumulto influenzano negativamente anche l’area protetta di Chesil Cove.

E si tratta di un ancoraggio pericoloso. A est, ben vicino alla riva, c’è terreno solido su cui ancorarsi, ma è solo una piccola area; bisogna fare attenzione a non disturbare le reti dei pescatori. Appena fuori da questa zona, nelle acque profonde, non ci sono che grandi massi di pietra e ghiaia: l’ancora si impiglia facilmente al minimo soffio di >vento, anche proveniente dal largo; con un forte >vento che soffia verso la riva, è la fine. E se dovesse succedere, non resta altro da fare che levare l’ancora e cercare rifugio al largo: quella riva è davvero letale.

Non sono mai stato colpito dall’arrivo del vento sud-occidentale in questo desolato luogo pericoloso, ma ho letto le indicazioni relative alla navigazione in merito e ho spesso parlato con persone che sono state colpite da questo fenomeno. Non c’è nient’altro da fare, secondo me, se non virare immediatamente nella direzione opposta, a meno che il vento non provenga da una direzione abbastanza a sud da permettere di navigare lungo la costa verso Devon, con abbastanza spazio marino a disposizione. Chesil Cove si trova proprio nel cuore delle tempeste più violente; se qualcuno getta l’ancora in un punto troppo vicino alla riva, viene immediatamente colpito dal vento prima ancora di poter issare le vele. Un posto davvero terribile!

Il male è qualcosa di recente. Ma in realtà è il risultato degli sforzi compiuti nel corso dei secoli. Portland Bill un tempo era un’isola: quelle strane maree che oggi si infrangono contro le sue rive, torcendosi e ribollendo intorno alla sua punta, un tempo scorrevano normalmente attraverso lo stretto che la separava dalla terraferma. Ma in questi centinaia di anni, l’isola è stata collegata alla terraferma da una striscia molto stretta, formata da grandi pietre rotonde accumulate dal mare e dal vento verso ovest, fino a chiudere completamente l’ingresso dello stretto.

È una sensazione strana lasciare la propria piccola barca all’ancora in quella baia terribile, sbarcare nel modo migliore possibile su quella riva scoscesa, rischiando che la barca venga danneggiata dal violento impatto delle onde, trascinarla sopra le pietre appuntite al di là della linea di marea. E poi, dopo pochi minuti di cammino, trovarsi finalmente sulla vasta e tranquilla superficie del nuovo porto di Portland, dall’altra parte. È come entrare in casa dopo un tempo brutto, nella luce del fuoco dopo l’oscurità; perché il tragitto a piedi dalla spiaggia esterna al porto interno dura soltanto un minuto o due. Ma per navigarci bisogna seguire il corso della marea lungo il canale naturale, rischiando i colpi violenti delle onde. Se non si riesce ad arrivare nella stretta fascia di acqua tranquilla alla fine del canale, si viene trascinati verso le onde più forti. E anche se ci si trova proprio in quella zona tranquilla, bisogna calcolare con precisione il momento giusto per approfittare della marea successiva, risalendo lungo la costa orientale, sotto l’antica prigione. E infine raggiungere il porto di Portland dopo dieci lunghi miglia – e altrettante ore, e altrettanti pericoli, quanti Dio ritenga opportuni farvi affrontare.


Il porto di Portland è uno dei rari esempi di successo dell’uomo nel domare le forze del mare.

Non ne sono sicuro, poiché non possiedo le informazioni necessarie, ma comunque, nella mia limitata esperienza, non conosco altri porti artificiali se non quello di Cherbourg; e anche Cherbourg non è completamente chiuso al traffico marittimo. Dover è un fallimento: si dice che non avrebbe mai dovuto essere costruito. Newlyn, in parte, si asciuga durante l’inverno. Fishguard e Holyhead sono aperti solo a determinati tipi di vento. Boulogne non è ancora completato, e forse non lo sarà mai (mi è stato detto, ma non so con quanta veridicità, che i tedeschi pagavano per la sua costruzione al fine di poter ricevere i loro grandi transatlantici; la guerra ha interrotto questi lavori). Nemmeno Casablanca è ancora completata, quindi non possiamo giudicarne l’efficacia. E quanti altri porti artificiali esistono? Non mi ricordo di altri grandi porti costruiti dall’uomo, a meno che non si consideri Genova con la sua nobile diga marittima; ma, se non sbaglio, anche questo porto non è della stessa scala. Tra tutti i porti artificiali che l’uomo ha cercato di costruire imitando quei pochi grandi porti naturali, quanti solo ne sono riusciti con successo!

Sembra essere un tentativo dell’uomo di resistere al tempo nel caso del proprio corpo, di cui il poeta ha scritto:

Non esiste alcuna fortezza fatta di carne umana che possa resistere…

Ma il tempo, sottile e traditore, si insinua silenziosamente.

Oh, molto prima che inizino le sue ultime aggressioni

L’ nemico è alle porte; la fortezza è stata tradita.

E quel solitario custode di notte, mezzo scoraggiato…

Oltre l’oscurità che li avvolge, li sente avvicinarsi…

I lontani ospiti della Morte che marciano al suono di tamburi soffocati.

E infatti, è davvero ridicolo il modo in cui gli uomini cercano di resistere all’influenza del loro nemico: il Tempo. Sarebbe molto meglio accettare la condizione della mortalità e ricordare una verità chiaramente scritta in grandi lettere nere su un grande cartello bianco nell’Eden, ripetuta da Dante e poi ancora da Malherbe: il nostro unico sollievo sta nel seguire la volontà di Dio, anche se ciò significa distruggerci negli anni Cinquanta, Sessanta o Settanta, come vecchi relitti in rovina che hanno troppo a lungo navigato sul mare. Anche Shakespeare (un altro di quei poeti) disse: “Maturiamo, e poi marciamo”. Tutto è parte della Provvidenza di Dio. Eppure gli uomini continuano a parlare come donne, di “mantenere la propria figura”, indossando corsetti o aggiungendo ossa di balena ai propri vestiti in modo ipocrita; oppure si legano stretti con lacci, come i bambini d’Italia, o si truccano, seguendo le usanze dei guerrieri tedeschi. Ma bisogna ammettere, a giusto titolo, che il fiero popolo nordico di Mecklenburg e Pomerania, dopo i piccoli problemi del 1918, ha emesso un ordine militare che vieta a qualsiasi ufficiale di truccarsi finché non raggiunge il rango di maggiore. Poiché ritengono (e questo vale anche per l’attuale successore dello Stato Maggiore Generale) che, fino a quando un uomo non diventa maggiore, le rughe sulla sua “pelle eroica” non siano abbastanza profonde da meritare di essere riempite con piombo bianco o camuffate con cosmetici.

Tornare ai porti.

Quando l’Uomo divenne padrone della Terra e sostituì il Cielo – cosa avvenuta verso la metà del secolo scorso – pensò di costruire grandi porti dove prima non ne esistevano, e di potenziare i pochi approdi sicuri del mare. Cherbourg fu il primo di questi progetti: i francesi, come al solito, furono in prima linea in questa impresa. Il tentativo era già stato fatto anche nel secolo precedente; c’erano rocce e isole che potevano costituire una base per la costruzione del porto, quindi fu realizzata quella grande diga di protezione, simile a un ponte, con passaggi su entrambi i lati. Tuttavia, anche se Cherbourg è abbastanza sicuro, possono verificarsi mareggiate particolarmente violente quando il vento soffia da nord.

Penso che Plymouth fosse la scelta successiva, e svolge effettivamente il suo compito, ma non riesce completamente a contrastare la violenza di un >vento proveniente dal sud.

Non è stato proprio questo porto di Portland a classificarsi terzo? Comunque sia, è l’unico vero successo: ha trovato la giusta posizione e le difese sono state adeguatamente realizzate. È profondo, ma non troppo; inoltre, nessuna tempesta lo minaccia. Quello che la Natura ha creato sulla spiaggia di Chesil Beach lo protegge dalle onde più forti, e la forma della terra lo rende immune agli effetti dei venti e delle maree provenienti dal nord-est; anche dal sud-est, le zone circostanti costituiscono una sorta di barriera protettiva. Inoltre, gli ingressi del porto non sono messi a rischio dalle fluttuazioni delle maree, né, credo, si riempiono di sedimenti. L’ingresso meridionale fu bloccato durante la guerra a causa dell’affondamento di una nave; tuttavia, anche in questo caso, il porto rimane un rifugio sicuro e un dono meraviglioso per i navigatori. Ma quando le persone pensarono di poter replicare tali strutture all’infinito, rimasero deluse. Anche nel Mediterraneo, dove le maree sono più calme, non è stato possibile realizzare porti simili. Vedremo se Tangeri, esposto alla forza incessante dell’oceano, riuscirà nell’intento. Ma per il resto, i porti naturali continuano a essere la scelta migliore; chiunque preferirebbe avere i canali di Corfù o le acque interne di Wight piuttosto che qualsiasi struttura creata dall’uomo.

A volte mi chiedo se l’Impero Romano non abbia tentato qualcosa del genere. Se lo avesse fatto, tutte le tracce sarebbero scomparse. Esistono grandi strade romane che arrivano fino alle coste aperte: quella, ad esempio, di cui ho parlato, che attraversa il Pembrokeshire e raggiunge il mare proprio sopra quel stretto canale tra l’isola di Ramsey e la terraferma. Quando per la prima volta ho notato questa strana fine di una grande strada, ho pensato, in modo un po’ fantastico, quanto potesse essere utile come porto se gli antichi avessero bloccato l’ingresso settentrionale. Avremmo così avuto un’insenatura tranquilla e profonda, protetta dalle acque di St Bride’s Bay. Per un momento ho creduto che fossero stati i signori del mondo a creare quel porto, ma era solo un’ipotesi assurda. Se davvero avessero costruito un muro tra la terraferma gallese e l’isola, sicuramente sarebbero rimaste tracce di tale opera. Invece non c’è nulla. Eppure perché quella strada finisce in modo così incredibile, su una costa dove nulla può essere trasportato via mare? La Pedlar’s Way nel Norfolk, che termina bruscamente lontano dal porto di Brancaster (ormai quasi distrutto), potrebbe essere spiegata dalla scomparsa di qualche rifugio antico sommerso dal mare, come è successo a Dunwich. Oppure potrebbe essere stata erosa dai venti e dalle onde, proprio come le difese naturali di Hastings. Ma devo ammettere che la St David’s Road, che finisce bruscamente su quella costa selvaggia, mi lascia perplesso. Anche la Lead Road dei Mendips termina in un luogo dove oggi non c’è alcun porto. Tutte le altre strade romane che ricordo sull’isola arrivano al mare attraverso porti o traghetti. Ma questa strada rimane inspiegabile.

È una cosa strana, al di là della normale casualità, che così pochi porti profondi e isolati possano essere utili all’umanità. A volte si dice che il loro numero sia comunque ridotto. Ma non è vero: il loro numero non è affatto piccolo, anche se distribuito in modo disomogeneo; anzi, è estremamente elevato. L’intera costa dalmata è costituita da numerosi porti del genere; i fiordi della Scandinavia ne sono un altro esempio, e anche l’Artico ne è ricco. Tuttavia sembra esistere una sorta di disposizione perversa: questi porti profondi e sicuri non dispongono di zone interne utilizzabili, mentre in tutto il mondo si trovano lunghi tratti di costa con molte risorse da esportare, ma anche in questi casi, in modo estremamente frustrante, mancano i porti necessari per sfruttarle.

L’Africa è davvero sorprendente in questo senso. Credo che non esistano quattro porti naturali e chiusi al mare lungo l’intera costa, da Alessandria passando per la Barberia e l’Occidente, fino al Capo e alla foce del Mar Rosso. Tutto ciò che l’uomo può fare è utilizzare la protezione delle isole, le insenature dei promontori, o qualche piccola e insufficiente rientranza nel terreno, oppure la foce di un fiume. I francesi hanno creato artificialmente i loro piccoli porti nel Nord Africa, e anche Alessandria è un porto artificiale. Le poche aperture che servono il Marocco sono molto scarse: Rabat quasi si prosciuga durante la bassa marea, così come Laraiche, quel delizioso piccolo porto spagnolo. Spero che i pericoli futuri lo rispettino.

Lungo tutta la costa adriatica italiana non c’è nulla che si estenda tra la coscia e il tallone, da quando Ravenna è scomparsa. Ancona non è altro che un piccolo promontorio, e Bari ha ben poco significato. Brindisi è l’ideale, mentre Taranto doveva essere esattamente ciò di cui l’antichità aveva bisogno: meno profondo di Cadice, ma altrettanto sicuro. Per il resto, tutta la piattaforma orientale dell’Italia, insieme alla “punta” della penisola, non presenta alcuna base solida sul mare.

In modo sconsiderato, pedante e, soprattutto, ipocrita, i paesi meno esausti, che al momento erano i padroni della situazione, rifiutarono di concedere la costa dalmata all’Italia dopo la guerra. Spero che la forza delle cose, il nuovo vigore del popolo italiano e le crescenti difficoltà di ciò che in Europa è puritano e meschino possano, prima della mia morte, correggere questo errore.


E così, per arrotondare ancora una volta la cifra, qualcosa che ho sempre temuto, la gara di Portland è davvero un disastro.

La Corsa di Portland dovrebbe, per diritto, essere la cosa più famosa in tutti i mari del mondo. Vi spiegherò il perché: si tratta di un’impresa terribile, inaspettata, enorme e unica, situata proprio lungo la strada principale di tutti i nostri viaggi. È davvero una meraviglia dei nostri mari. Eppure non ha alcuna fama. Non esiste nessun uomo stanco che, a mezzanotte, scriva velocemente con una penna, nel frastuono delle macchine di Fleet Street, senza utilizzare termini come “Maelstrom” o “Charybdis”. Ho visto Charybdis, una cosa insignificante; non ho mai visto il Maelstrom, ma ho parlato con persone che mi hanno detto di averlo visto. Ma la Corsa di Portland potrebbe inghiottire entrambi senza nemmeno accorgersi di aver fatto colazione.

Quasi sempre sono riuscito ad afferrare quella striscia liscia e stretta vicino alla punta. Ma una volta mi è capitato che quella stessa striscia mi sfuggisse, e così ho dovuto percorrere l’intera parte finale della gara di Portland. Solo la parte finale, davvero. L’avevo già vista da vicino un paio di dozzine di volte in vita mia; quasi due volte ero riuscito ad afferrarla. Ma questa volta sono finalmente riuscito a comprenderne “veramente il significato”. E non c’è alcun dubbio: è uno dei meravigliosi capolavori di Dio.

Portland Bill si protende direttamente nel Canale della Manica, sfidando le correnti dell’Atlantico. È come un cancello di ingresso; dall’altra parte, Alderney e il Hogue svolgono lo stesso ruolo. Insieme formano l’ingresso a questo stretto braccio di mare: al di là di loro si trova davvero (nonostante i nomi) l’immensità dell’oceano, con vista sulle Americhe; al di qua, invece, c’è un piccolo stagno. La mia follia mi ha portato, per molti anni, a chiamarlo “William”, ma non lo farò più. C’è qualcosa di terribile in quella sua forma che ricorda un serpente che si snoda verso il basso; nelle acque al di là di esso si nasconde una minaccia spaventosa. E qui, Portland Bill si differenzia dal suo omonimo terrestre: chiamare “William” un essere terrestre potrebbe sembrare naturale. Ma per quanto riguarda Portland Bill, sarebbe assurdo farlo. Non lo chiamerò mai più “William”.

Pensavo di conoscere bene cos’era quella “Razza” prima di sentirne il ruggito per la prima volta, anni fa. La conoscevo secondo i limiti della nostra conoscenza superficiale, letta in libri o osservata su mappe. Poi l’ho incontrata davvero, con i miei sensi: l’ho vista con i miei occhi e l’ho sentita con le mie orecchie. L’ho udita ruggire come una mandria di leoni, a chilometri di distanza; ho visto il suo spreco orribile d’acqua bianca in un giorno calmo. Ma c’è tutta la differenza del mondo tra questa conoscenza superficiale e quella che deriva dall’interno dell’anima!

Chi riuscirà ad attraversare anche solo la parte finale della gara di Portland in una piccola barca e in condizioni meteorologiche calme capirà davvero di cosa parlo; per un aumento così considerevole di conoscenza reale, anche quel dolore ne vale la pena.

La Baia di Portland Race ha la forma di un grande ovale; a volte si estende per tre, altre volte per quattro o cinque miglia partendo da Portland Bill, come un enorme pendente appeso all’estremità dell’orecchio di un demone. Le sue dimensioni cambiano a seconda che il vento soffi verso terra o verso il mare, ma è sempre immensa, poiché ha una larghezza di almeno due miglia. Il suo movimento è simile all’acqua che bollisce sul fuoco: presenta ondulazioni, sobbalzi e schiume; tuttavia, in questo caso, gli “sobbalzi” avvengono a livelli molto più elevati, misurabili in piedi, e le “gocce” sono davvero enormi.

Nella baia di Portland non esiste un movimento regolare delle onde: nessuna corrente costante, nessun andamento prevedibile. È un caos di acque che si sollevano improvvisamente, senza alcun calcolo o regola precisa per il loro avanzamento. Non è una carica coordinata, ma uno scontro disordinato; una lotta furiosa, ma una lotta in cui mille contro uno. Le onde creano intenzionalmente un frastuono assordante per scuotere lo spirito del loro avversario; in questo aspetto assomigliano molto a un enorme branco di cani da combattimento: ringhiano, ululano, gridano, con una violenza terribile. Il loro scopo è uccidere, e uccidere con un orgoglio selvaggio.

E tutte queste cose le scopri solo se ti imbarchi su una barca molto piccola e vieni coinvolto direttamente in quelle attività.

Forse il motivo per cui la figura di Portland Race non occupa il posto che le spetta nella letteratura inglese è che coloro che producono oggi questa letteratura, in quantità enormi, non la leggono mai davvero, se non in ambiti come quello delle grandi imbarcazioni commerciali. Anche queste ultime sono state oggetto di un certo rispetto. Durante la guerra, Portland Race affondò una nave da 14.000 tonnellate carica di macchinari; se si facesse un elenco di tutte le cose che Portland Race ha “inghiottito”, questo elenco potrebbe competere con quello di Orcus. Portland Race è davvero il terrore supremo del nostro mondo.

E qui posso immaginare qualsiasi uomo che abbia navigato dirmi che esistono molte altre regate davvero terribili, ognuna a suo modo. Non partecipo più alla regata di Alderney dai tempi degli anni ’90, ma suppongo che continui ad essere molto popolare. La regata della Wild Goose, di cui avrete già sentito parlare, è davvero notevole. Anche le regate nelle isole Skerry – intendo quelle al largo di Anglesey – meritano sicuramente attenzione. E persino la piccola regata di St Albans, sebbene sia insignificante rispetto a quella di Portland, rappresenta comunque una valida sfida in qualsiasi condizione meteorologica.

Ma il motivo per cui Portland merita questo nome di “capolavoro”, che mai ha realmente ottenuto; il motivo per cui parlo con tanta enfasi dell’ignoranza dell’Inghilterra riguardo a questa importante realtà del proprio patrimonio culturale; il motivo per cui la barriera naturale di Portland Race mi spinge a riflettere seriamente se gli intellettuali non siano, in fondo, i guardiani della grandezza umana, e se la loro trascuratezza non sia, in realtà, la causa del declino di ciò che viene ignorato, è proprio questo: questa incredibile meraviglia si trova letteralmente a portata di mano di tutti, eppure non ha alcun posto nella mente degli inglesi. I pirati sassoni e danesi dell’Alto Medioevo devono esserci passati sopra (e, per favore Dio, affondati); chiunque abbia attraversato il canale che collega Dorset alla Francia per 2.000 anni deve averci corso dei rischi. Oggi, la rotta seguita da innumerevoli navi che partono da Southampton e si dirigono verso l’oceano passa proprio accanto a Portland Race. Eppure nelle nostre lettere non se ne parla affatto, tranne forse un’allusione di Hardy ai “fantasmi” che si aggirerebbero sopra quella barriera naturale. Ma non esiste fantasma più reale di quello che si nasconde sotto Portland Race.

Forse è proprio in quella parola “Southampton” che ho individuato la causa del problema. Fino a quando Southampton non divenne il porto principale per le Americhe, la rotta marittima utilizzata rimase deviata. Nessuno che attraversasse la Manica partendo dal Tamigi aveva bisogno di seguire quella rotta; allo stesso modo, nessuno che viaggiasse in direzione opposta era obbligato a farlo. Anche se si attraversava la Manica in entrambe le direzioni, si poteva procedere liberamente prima di raggiungere quelle acque turbolente; non c’era alcun bisogno di avvicinarsi a esse durante il viaggio. E il vapore non aveva nulla a che fare con tutto ciò, tranne per quel vapore che, negli ultimi trent’anni, ha iniziato sempre più spesso ad essere utilizzato nel nostro unico corso d’acqua interno situato a sud dell’Isola di Wight.

C’era molto di più che intendevo scrivere su Portland Race. Volevo parlare dell’assurdità di quel progetto che cercava di “sfidare il mare”, e di come Portland avrebbe dovuto rimanere un’isola, come è stato per secoli. Volevo anche menzionare quel canale tra Portland Roads e West Bay: avrebbe dovuto essere scavato da tempo, e un giorno la gente si pentirà di non averlo fatto, quando sarà ormai troppo tardi. Volevo fornire indicazioni su come aggirare quelle zone strette e pericolose. E soprattutto, volevo denunciare quell’assurdo sistema in base al quale la marea, invece di comportarsi in modo logico, scorre verso sud per nove ore su dodici da entrambi i lati della baia, lasciando solo tre ore disponibili per aggirarla. C’era molto di più che intendevo scrivere.

Ma non posso. Lasciate che concluda con questo consiglio.

Non fidatevi mai di nessun uomo a meno che non abbia circumnavigato Portland Bill su una nave di peso inferiore a dieci tonnellate. Non permettete mai a nessuno di occupare una posizione importante per lo Stato finché non abbia fatto lo stesso viaggio in modo autonomo, su una nave di peso inferiore a dieci tonnellate. Ma soprattutto: non credete mai a nessun uomo – no, nemmeno se leggete queste parole stampate su questa pagina – che sostenga di averlo fatto personalmente.

Dopo la gara di Portland, mentre si corre lungo quella costa, c’è solo un altro tratto di mare (poiché si evita la zona dei “Shambles”), ma questo rappresenta un problema: si tratta della gara di St Alban’s. Appena superato Portland, quasi non ci si accorge di St Alban’s; invece, se si procede verso ovest in modo che St Alban’s venga prima, se ne nota molto di più. Per tutto il tragitto lungo l’Inghilterra, a partire dal Mar del Nord e dai Dardanelli, non si incontrano situazioni del genere: tutto ciò che si trova a est è piuttosto regolare. Se il livello del mare aumenta, è a causa di un vento; se si incontra qualche ostacolo, è dovuto alle maree conosciute. Ma al largo di St Alban’s Head si trova un tratto d’acqua che non segue alcuna regola.

Si comincia sempre a sospettare qualcosa di strano quando si ha difficoltà a seguire il ritmo delle onde del mare. Finora tutto è andato bene: diciamo, con un vento da sud, virando regolarmente di fronte ad ogni onda e raccogliendo i benefici nei tratti più calmi; il ritmo costante delle creste marine sembrava quasi un compagno di viaggio. Ma all’improvviso, una piccola onda inaspettata ti colpisce con forza, facendoti perdere l’equilibrio e trascinandoti in un vortice d’acqua senza alcun motivo apparente. Il timone sembra tirare con forza per poi, altrettanto improvvisamente, perdere efficacia. E in tutto questo, non c’è modo di prevedere a quale velocità si muoverà la barca. Io stesso ho trascorso mezza notte navigando vicino a St Alban’s, con un vento leggero ma sufficiente. Solo dopo i periodi di massima marea, quando il flusso dell’acqua dovrebbe essere più debole. Ho osservato, nell’oscurità, quella linea nera delle scogliere contro il cielo notturno. La riva sembrava immobile, rifiutandosi di allontanarsi. E cosa ancora peggiore: St Alban’s Race è qualcosa di “vivente”. Sa tutto di te. E chissà se nel suo cuore desidera soltanto divertirsi, o se nasconde intenzioni più sinistre. Di certo, ha una mente.

Alcuni anni fa stavo navigando lungo questa costa con molti compagni: troppi per una barca così piccola. Avevamo tutto a nostro favore: un vento ottimo, il sole splendente e l’aria limpida. Avvertii i miei compagni riguardo a quella zona pericolosa (che è anche considerata infestata), e dissi che avremmo aggirato direttamente quel tratto di mare. Così modificammo leggermente la rotta, in modo da passare proprio al largo di quella zona e lasciare che le “maledizioni” di San Alban rimanessero dove spettavano. Ma non fu affatto così. Mentre guardavamo verso terra e ridevamo vedendo l’acqua che si frantumava tra noi e la scogliera, pensando di essercela finalmente svignata, quella zona pericolosa ci colpì comunque in pieno.

Apparve in una lunga fila di forme bianche, proprio come molti cani che corrono per giocare. Era terribilmente consapevole e “viva”. Aveva detto: “Ecco una barca che pensa di potermi sfuggire solo perché è uscita all’aperto”, quindi si precipitò verso di noi in massa, circondandoci completamente. E passò un’ora intera prima che riuscissimo ad arrivare nell’acqua normale, al di là di essa.

Conosco un uomo che disprezza così tanto questa zona maledetta del mare da vantarsi di averla attraversata come se fosse stato un vero e proprio exploit. Ma in realtà non c’è alcun merito in questo, solo fastidio. Era così orgoglioso di quella traversata che, entrando in porto e venendo invitato a scrivere qualcosa nel libro degli ospiti dell’osteria, scrisse il proprio nome, la data, e anche questo poema:

Ho attraversato la baia di St Alban’s Race ed sono arrivato ad ancorarmi in questo posto maledetto.

La persona che possedeva l’osteria si arrabbiò molto quando vide questo poema e chiese che venisse cancellato. L’uomo di cui parlo lo fece con grande umiltà, sostituendo quel verso offensivo con un lungo poema in stile eroico, tutto composto da coppie di dieci sillabe rimeggianti e addirittura in forma iambica; questo poema viene ancora letto lì oggi.

Voi signori d’Inghilterra – se ancora posso chiamarvi signori – che viaggiate su navi meccaniche grandi quanto un intero quartiere residenziale, non sapete nulla di queste cose.

Ma vi dirò ancora una cosa sull’“St Alban’s Race”. Ho detto che è infestata. Beh, che ne pensate di questo? Una volta che passavo da lì, mi raggiunse una bellissima barca, piccola e ben tenuta: il tessuto era nuovo, teso e bianco; le decorazioni erano lucide e colorate; tutto sembrava perfetto. La barca procedeva a velocità incredibile. Il giorno era luminoso; si vedevano chiaramente le coste dell’Inghilterra su entrambi i lati. C’era l’isola di Wight, con le sue scogliere bianche che riflettevano la luce del sole; c’era anche la costa del Hampshire. Ma l’uomo a bordo della barca mi chiamò e, puntando furiosamente verso est, gridò: “Sono quelle le Needles?”

Che significato poteva avere un simile presagio? Qual era la spiegazione di quel mistero? Il mare porta con sé tutte le avventure, ma quale tipo di avventura era questa? Da dove proveniva quell’uomo? Come poteva qualcuno intraprendere una rotta verso est da Portland Bill senza conoscere l’esistenza delle Needles, e senza riconoscerle nemmeno quando le vedeva? È vero che ci trovavamo di fronte a loro, ma quelle sono le rocce più evidenti, per forma, in tutto il Canale della Manica; sono familiari quanto Piccadilly. Anche una persona che non le avesse mai viste potrebbe individuarne la posizione grazie alla mappa, e grazie al punto bianco, evidente e inconfondibile dell’isola vicina. Chiedere “Sono quelle le Needles?” era come chiedere “È quello l’Eddystone?” quando si naviga con una buona brezza verso sud da Plymouth, e si scorge una torre alta che si erge solitaria in mezzo al mare, molto lontano dalla terraferma. Quell’uomo non poteva aver attraversato l’Atlantico, anche se altri ci sono riusciti con barche non più grandi di questa. E anche se l’avesse fatto, avrebbe sicuramente avuto una mappa. Forse era un uomo del Devon o della Cornovaglia che, nella mezza età, aveva deciso di esplorare i popoli strani dell’Est, al di là di Portland Bill?

Potrebbero esserci ancora alcuni individui che, saggiamente, si radicano nel loro luogo d’origine; un tale uomo, in un percorso così breve, potrebbe non aver bisogno di alcuna mappa. In tal caso, dovrebbe solo incolparsi se dovesse finire nei guai o annegare, se Dio lo vorrà. Comunque sia, eccolo lì, che si chiede con dolore se quelle siano davvero le “Aghi” di cui parla.

Per un momento esitai, chiedendomi se dovesse dirgli che si trattava dell’Old Man of Hoy o della Giant’s Causeway, ma lo spirito della verità prese il sopravvento e risposi: “Sì.”

Rimane comunque un problema, e per me, quindi, affascinante; perché non c’è nulla che attiri di più la mente – almeno la mia – quanto un problema legato alla realtà. So che molti trovano lo stesso piacere nei problemi immaginari creati dalla fantasia; ecco perché una buona storia gialla vende molto, soprattutto tra le persone intelligenti: è per questo che vengono lette sia dagli uomini che dalle donne, mentre i soliti bestseller, pieni di quella che chiamano “psicologia”, sono destinati all’altro sesso, non al mio. Anche Bismarck, intelligente tra i tedeschi, amava le storie gialle di fantasia; ma per quanto a me piacciano anch’esse (soprattutto quando sono ben scritte e ben strutturate, come “L’ultimo caso di Trent” o il libro di Mr Bentley, che senza dubbio è la migliore storia gialla in inglese oggi), rimangono comunque una forma di intrattenimento piuttosto banale rispetto ai problemi concreti legati alla realtà: c’è tutta la differenza tra sognare e agire. Inoltre, lo scrittore, per sua natura, non può mai dimenticare che una storia scritta è frutto del piacere dell’autore stesso: lui conosceva già la soluzione fin dall’inizio – come è giusto per un creatore – e mentre leggiamo sappiamo che può far quadrare le prove a suo piacimento. Ma quando ci si confronta con la realtà, le prove presenti su entrambi i lati di un problema non possono essere manipolate a piacimento: bisogna cercare di conciliare due insiemi di fatti ugualmente certi, che apparentemente si contraddicono a vicenda. Se il problema riguardasse, ad esempio, l’identità di quell’uomo misterioso e la sua origine, se coinvolgesse questioni importanti come l’odio razziale, il destino di una fortuna o quello di un regno, allora diventerebbe un problema storico, e i problemi storici sono senz’altro i più affascinanti di tutti.

In primo luogo vengono quelli che riguardano motivazioni umane e le probabilità conosciute delle azioni umane. Prendiamo tre di questi casi: l’affare del Collare di Diamanti, il caso Tichborne e il caso Dreyfus. In ciascuno di essi, la difficoltà nel trovare una soluzione risiede nella scoperta dei motivi che hanno spinto le persone a compiere tali azioni, nonché nell’valutazione della verità basata sulle testimonianze di un gruppo di persone, o talvolta di un solo testimone. Inoltre, in ciascuno di questi casi esistono versioni opposte dei fatti e deposizioni contraddittorie tra loro.

Nel caso del Collare di Diamanti, si deve credere che un uomo, che viveva nel cuore della vita di corte a Versailles, abbia accettato come autentica la firma della Regina; oppure si deve credere che circa venti persone, completamente sconnesse tra loro e separate da ogni tipo di differenza sociale, geografica o temporale, abbiano concordemente mentito in modo incondizionato. Se vi chiedete se un uomo che vive nel cuore della ricca società londinese accetterebbe come normale una firma del tipo “Il Nobile Henry Hound” alla fine di una lettera (sapendo da molti anni chi fosse questo Henry Hound, per non parlare dell’assurdità di tale firma), sicuramente rispondereste che è moralmente impossibile. Ma cosa succederebbe se doveste scegliere tra questa impossibilità morale e la necessità di credere che un portiere ferroviario di North Berwick, un piccolo agricoltore della contea di Clare, un amico dilettante di Henry Hound stesso, Henry Hound stesso, un tassista che lo aveva accompagnato in passato, un poliziotto che aveva notato il passaggio del taxi, e altre circa una dozzina di persone completamente sconnesse tra loro, abbiano tutti giurato sotto interrogatorio e mantenuto le loro dichiarazioni senza vacillare? Dopo un lungo processo, tutte queste testimonianze, messe insieme, porterebbero inevitabilmente alla conclusione che questo uomo, abituato a tutte le nostre usanze sociali e che vive nel cuore della nostra ricca società, considerasse davvero tale firma come normale.

Il caso Tichborne si basa su contraddizioni riguardo alle quali non ho letto molto; ma, se ricordo bene, il contrasto principale risiedeva in due insiemi di fatti indubbi. Da un lato, la madre di quell’uomo lo riconobbe; il suo illustre avvocato preferì la rovina alla negazione della propria convinta certezza riguardo all’identità di quell’uomo – e, dopo aver esaminato tutte le prove e ascoltato tutto in confidenza, violò deliberatamente le regole più sacre del suo ordine professionale, invitando così a un certo disastro pur di lasciare la propria convinzione alla posterità. Dall’altro lato, c’erano elementi come l’incomprensibile ignoranza di un uomo di mezza età riguardo ad abitudini e parole, nonché ad altre cose nelle quali sicuramente era stato influenzato dalla sua giovinezza; inoltre, esistevano molti altri punti contraddittori. Su questo particolare problema si è formata una leggenda che afferma l’indubbia giustizia della sentenza emessa.

Personalmente, non ho fiducia in tali leggende. La tendenza degli uomini a credere in ciò che li rende più felici è così forte che si dovrebbe opporsi con tutte le proprie forze sia nelle questioni pubbliche che private. Ma questo non significa che il verdetto non fosse giusto: significa soltanto che la leggenda accettata in quel momento non possiede alcuna autorità intrinseca. Durante la mia infanzia, l’opinione di uomini qualificati per giudicare – avvocati eminenti, persone della stessa condizione sociale e religiosa dei Tichbornes – era altrettanto divisa quanto quella degli uomini con le stesse capacità di giudizio successivamente coinvolti nel caso Dreyfus.

Anche se ero troppo piccolo per ricordare l’intensità della disputa, ascoltavo sempre con interesse le violente discussioni che sentivo tra i miei anziani, soprattutto quelle che si svolgevano regolarmente in una delle case del Sussex: il proprietario di quella casa non aveva alcun dubbio sul diritto dell’assertore. Il motivo per cui provavo questo interesse per una questione che per me era lontana è questo: la sentenza riguardante Tichborne è la prima cosa che ricordo con chiarezza. Vivevamo in una casa a Westminster, e mia madre, che ne era molto interessata, come tutti all’epoca, sia i ricchi che i poveri, mi portò nella folla di persone riunite a Westminster Hall per ascoltare il risultato della sentenza. Ovviamente, ricordi così antichi (avevo solo tre anni) vengono spesso alterati dalla continua ripetizione dell’argomento da parte degli adulti, ma sono altrettanto certo di questa memoria quanto chiunque altro possa esserlo. E credo che sia il primo ricordo chiaro che mi rimanga.

Un ricordo molto simile e risalente a un’epoca remota è alla base di uno dei legami più significativi con la storia che io conosca. La signorina de Montgolfier, figlia dell’uomo che costruì i primi palloni aerostatici, visse per tutta la vita come compagna della mia nonna irlandese in Francia e morì molto dopo aver raggiunto gli novant’anni, quando io avevo dieci o undici anni. Quella donna, all’età di quattro anni, era presente a Parigi quando la folla si riversò nel Faubourg de St Antoine per la presa della Bastiglia nel 1789; e io, da bambino di sette, otto anni in poi, fui spesso portato da lei ad ascoltare le sue storie. Ora ho cinquantacinque anni: un lasso di tempo davvero notevole. Se fossi molto anziano e raccontassi questo episodio a un bambino, quel bambino, vivendo fino a una simile età avanzata, potrebbe dire di aver parlato con qualcuno che aveva ascoltato dal vivo la notizia della caduta della Bastiglia; sarebbe come se oggi una persona molto anziana raccontasse di aver incontrato qualcuno che aveva conosciuto un paggio alla corte di Carlo II e aveva visto da bambino il funerale del generale Monk. Oppure, è come se qualcuno molto anziano ricordasse di aver incontrato in giovane età una persona che aveva parlato con qualcuno che aveva conosciuto John Milton.

Il caso Dreyfus, dopo tutti questi anni, suscita ancora passioni così intense che tremo solo al pensiero di menzionarlo. Anch’io stesso (dopo tanti anni!) sono stato oggetto di aspre critiche pubbliche da parte dell’eccellente Dean Inge, il quale mi ha rimproverato in prosa ben congegnata per essere l’unico uomo in Inghilterra che non si è schierato dalla parte dell’accusato. Ma si sbaglia: potrei citare i nomi di mezza dozzina di importanti inglesi che, avendo una solida conoscenza degli affari europei, erano ancora scettici sull’innocenza di Dreyfus, tra cui Lord Russell di Killowen, il Lord Chief Justice, e il signor Labouchere. E ce n’erano molti altri.

Anche qui la difficoltà risiedeva nel bilanciare due insiemi di fatti indiscutibili e contrapposti. Più le persone si trovavano in una posizione che permettesse loro di valutare appieno tutti i dettagli tecnici di quelle prove estremamente complesse, nonché i probabili motivi dei testimoni in conflitto, più si dividevano; ancora oggi, dopo più di trent’anni, rimangono divise su questa questione. Da un lato c’era un motivo schiacciante per ottenere la condanna di un uomo contro il quale esistevano forti prove a prima vista: il desiderio di preservare intatto il Dipartimento di Intelligence dell’esercito francese, nonostante le potenze rivali fossero determinate a distruggerlo. Dall’altro lato c’era un altro motivo: quello schiacciante di liberare un uomo ritenuto innocente, e un motivo meno forte, ma comunque molto significativo, ovvero difendere l’immunità di quel piccolo gruppo di finanziatori internazionali estremamente ricchi e potenti; uno dei suoi membri – il primo e l’ultimo del nostro tempo – aveva addirittura ricevuto una sfida da parte delle autorità di uno Stato moderno. Tali persone si considerano, e di fatto vengono solitamente trattate, come se fossero al di sopra della legge.

Per quanto mi riguarda, non pretendo di giungere a una conclusione certa in questa questione; dubito infatti che qualcuno possa farlo se non si trovi in tribunale, di fronte ai testimoni, a conoscenza di tutti i documenti e in grado di valutarli tutti correttamente – anche nel caso in cui si tratti dell’uso dei termini più tecnici legati all’artiglieria. Tuttavia, è importante ricordare che c’era disaccordo stesso all’interno di quella tribuna: una minoranza dei cinque giudici – due su tre – era a favore dell’assoluzione.

Tra le persone che conoscevo bene e che erano presenti sul posto e in grado di giudicare, la maggior parte era convinta dell’innocenza di Dreyfus; ma gli altri, anch’essi pienamente qualificati per giudicare, erano e sono ancora convinti della sua colpevolezza.

Oggi in Inghilterra ci sono due inglesi la cui vasta conoscenza dell’Europa, soprattutto di Parigi, nonché della lingua e della società francese, li rende in grado di giudicare con saggezza. Sono entrambi miei buoni amici: uno è a favore, l’altro contro.

Credo che, quando le passioni si saranno placate, il caso Dreyfus rimarrà nella storia esattamente come sono rimasti il caso del Collare di Diamanti o il caso Tichborne: ci sarà una leggenda popolare, priva di alcun valore intellettuale; e per lo storico il compito sarà quello di criticare tale leggenda, ma difficilmente risolvere il problema stesso.

Lo storico avrà qualcosa da dire al riguardo, e di estrema importanza. Sono proprio i fatti legati al caso Dreyfus che hanno causato quei quattro anni di guerra, dal 1914 al 18: essi infatti distrussero l’Ufficio di Intelligence francese, permettendo così alla Germania di attaccare improvvisamente a Mons e Charleroi.

Forse i problemi legati alla psicologia umana non possono mai essere risolti definitivamente. Ma ci sono altri problemi altrettanto interessanti che non coinvolgono emozioni intense né dubbi morali: si tratta soltanto di contraddizioni fisiche e matematiche.

Sarebbe un compito degno intraprendere la stesura di un elenco di tali problemi essenzialmente storici: problemi che non presuppongono congetture sui motivi umani, ma si basano su fatti concreti e fisici; problemi che rimangono irrisolti e che, a quanto pare, non ostacolano nemmeno la loro soluzione. Gli scrittori accademici li evitano quasi sempre; scrivono come se fossero già stati risolti e come se conoscessero la soluzione; di conseguenza, i loro lettori continuano a credere di aver ricevuto una spiegazione che, in realtà, viene attentamente evitata.

Ad esempio, quando si legge di una flotta nell’antichità che “si ancorava” sulla riva, come veniva fatto? Le flotte dell’antichità preferivano utilizzare i porti, ma non vi dipendevano completamente; potevano anche approdare direttamente su una spiaggia. Anche le loro grandi armate – ad esempio, un esercito cartaginese di 150.000 uomini – venivano sbarcate in questo modo. Cesare, con le sue piccole ma rispettabili truppe, sbarcò a Deal proprio così, non attraverso un porto, ma su una spiaggia; lo stesso metodo veniva utilizzato anche dai naviganti civili e dai pirati. La nave dell’antichità poteva navigare in mare aperto o essere ancorata in porto, ma poteva anche essere tirata a riva. Si avvicinava alla costa e veniva trascinata sulla terraferma, al di fuori della portata delle onde. Si ricorderà come Cesare abbia avuto dei problemi durante la sua prima spedizione (e anche la seconda!) perché non aveva previsto un’alta marea accompagnata da una tempesta; riuscì comunque a far sbarcare le sue navi, ma non le tirò abbastanza lontano dalla riva.

Come è stato fatto? Non si può dire che sia stato realizzato utilizzando i capistagni, perché questo metodo potrebbe essere applicato soltanto alle spiagge già preparate. Se si dice che sia stato fatto tirando le corde su rotoli, questa spiegazione non è sufficiente. Come è stato possibile mantenere la barca in posizione verticale durante tutto il processo? E quali strumenti o risorse sarebbero necessarie per far sbarcare una nave di 300 o 400 tonnellate, e, una volta sbarcata, con quale metodo si potrebbe farla riprendere rapidamente in movimento?

Gli antichi possedevano un metodo che consideravano del tutto naturale, poiché conoscevano bene le difficoltà che comportava; quel metodo fu osservato migliaia di volte dai loro contemporanei, eppure nessuna descrizione di esso ci è giunta attraverso i frammentari resoconti del passato. I poeti ci dicono che le navi rimanevano ferme sulla riva, senza muoversi da lì; sembrano anche indicare che i barche venivano sollevate facendo avanzare la parte posteriore per prima, ma come fosse possibile farlo rapidamente, con un equipaggiamento così pesante e su una spiaggia non preparata, rimane un mistero per noi.

C’è un altro problema che non ho mai visto risolto: come riuscirono i barbari ad organizzare e coordinare quelle enormi masse umane che attraversavano le Alpi per saccheggiare l’Italia, solo per essere poi spesso distrutte dalle armate italiane nell’antichità? Come fecero a far attraversare le Alpi eserciti del calibro di quello di Radagasius o di Brennus? Sceglio appunto le Alpi come caso estremo, ma è quasi altrettanto difficile capire come riuscissero a spostarsi anche in territori pianeggianti. Nel caso delle Alpi, i sentieri disponibili erano sufficienti per marciare per più di una settimana; sentieri che non permettevano alcuna manovra laterale. Quindi doveva esserci una colonna molto lunga, formata da migliaia di persone. È facile calcolare che, nel caso di Radagasius, la sua colonna dovesse estendersi per almeno trenta miglia, e probabilmente ancora di più. I nostri studiosi sembrano pensare che un esercito del genere si muova in modo naturale, come individui o piccoli gruppi capaci di organizzare facilmente le proprie azioni. Ma qui si tratta di numeri così elevati che, chiunque abbia una conoscenza di base della storia militare, sa bene che solo un’organizzazione impeccabile avrebbe potuto evitare disastri.

Chiedete a uno stato maggiore moderno, dotato di tutte le tecnologie disponibili, e anche di un buon sistema stradale che permetta alle truppe di avanzare in formazione quadrupla, di far attraversare una strada un quarto di milione di persone, metà delle quali soldati, da Augusta a Milano. Pensate solo alle preparazioni necessarie per un simile spostamento: la pianificazione dettagliata di ogni singola tappa, il calcolo dei rifornimenti, l’organizzazione del transito dei carri e degli animali da soma, la disciplina rigorosa indispensabile per evitare disordini nella colonna. Ci sono centinaia di aspetti da considerare. Sappiamo tutti che un ottimo lavoro dello stato maggiore, con il tempo necessario e le tecnologie moderne a disposizione, può riuscire nell’impresa. Tuttavia, anche pochi errori potrebbero rovinare tutto, facendo sì che solo una piccola parte delle truppe raggiungesse in tempo il destino previsto, mentre la maggioranza morisse di fame. Eppure quelle enormi forze barbariche riuscirono in qualche modo misterioso a attraversare le montagne e ad arrivare nelle pianure italiane, dimostrando di disporre di un sistema efficace per il trasporto dei rifornimenti, nonché di altre strutture logistiche avanzate. Non esiste alcuna informazione al riguardo che ci sia pervenuta dall’antichità; non sappiamo come sia stato fatto. E soprattutto, non riusciamo a immaginare come possano esserci riusciti uomini che non conoscevano la scrittura e avevano solo vaghe nozioni di topografia.


Il porto di Poole, verso cui ci stavamo dirigendo lungo la costa del Dorset quando fummo chiamati dall’uomo con l’ago, presenta proprio quel tipo di problema legato alle sue caratteristiche strutturali.

Se raggiungi il punto di Anvil Point, e se sei fortunato, riesci a cogliere un’altra marea. Ci sono molti punti del litorale in cui è possibile approfittare della corrente marina per un periodo più lungo rispetto alle solite sei ore: basta arrivare nel mezzo di una nuova marea proprio alla fine di quella precedente. La corrente principale sembra dirigersi verso l’Isola passando per Anvil Point. Se riesci a raggiungere quel punto e l’angolo di Dorset proprio all’inizio dell’afluenza, e hai la fortuna di poter attraversare la baia di Swanage, ti troverai fuori dalla corrente principale poco prima che inizi il riflusso; un’altra marea, più giovane, ti porterà oltre Old Harry verso Poole.

Vecchio Harry è un camino isolato fatto di roccia calcarea che ancora si erge, in attesa della sua fine. Per secoli una moglie gli è stata accanto, un pilastro meno importante (ma senza dubbio più nobile). Qualche anno fa lei è crollata, e ora lui è solo. Non desidera rimanere così ancora a lungo, a fissare il mare senza compagnia. Penso che aneli alla propria liberazione.

Oltre ad Old Harry si arriva a quella strana località chiamata Poole; la sua storia, devo dire, mi è del tutto incomprensibile. Era un porto principale per i Romani; e quando i pirati scandinavi vennero a distruggere questa provincia esterna del Cristianesimo, la usarono come base operativa. Fu proprio da Poole che una grande flotta di loro navi – novanta, per fortuna – partì per saccheggiare queste terre romane; tuttavia furono tutte distrutte nella baia di Swanage. Inoltre, fu sempre da Poole che proseguirono il loro viaggio lungo i corsi d’acqua fino a Wareham, per poi attaccare Exeter via terra.

Eppure Poole, così accessibile agli antichi, non poteva essere raggiunto senza conoscenze locali precise. Era una trappola, preparata apposta. Guardando da oltre il mare, sembra chiaramente di vedere l’ingresso di un grande porto: si nota una stretta porta che conduce verso un’ampia area d’acqua protetta all’interno. Ma se ci si dirige verso quell’ingresso, si finisce inevitabilmente per incagliarsi. Infatti, lungo la costa, per oltre un miglio, si estende una lunga e alta barriera di sabbia nascosta; quindi oggi per entrare in Poole bisogna dirigersi verso la riva situata a più di un miglio a sud dell’ingresso del porto, e poi seguire un canale che dalla superficie del mare non è affatto visibile, ma il cui seguimento è indispensabile se si vuole evitare l’incaglio. Oggi questo percorso strano è ben segnalato da una luce intensa posta all’estremità marittima, quindi nessuno può perderlo. Ma cosa facevano gli antichi, che probabilmente non disponevano di carte nautiche – e certamente i pirati ne erano sprovvisti – e che, a meno di condizioni meteorologiche particolari, non potevano determinare con precisione il punto giusto per entrare? I norvegesi selvaggi forse si affidavano a piloti catturati o ad uomini che avevano ottenuto quelle informazioni durante precedenti raid piratici. Ma di tutto ciò non troviamo alcuna traccia nei documenti. Ci viene semplicemente detto che gli antichi raggiungevano continuamente Poole, come se fosse altrettanto facile quanto recarsi a Spithead.

Il porto di Poole nasconde delle insidie, proprio come questa entrata apparentemente innocua. La peggiore di queste insidie è l’irregolarità del fondale su cui si può gettare l’ancora. A meno che non si sappia esattamente dove farlo, si rischia di essere trascinati verso l’interno del porto, contro una marea così forte che le pale dell’ancora possono facilmente passare attraverso il fango molle, proprio come se fossero nell’acqua. Eppure, nonostante tutto questo, e anche se la nave “Nona” è già stata colpita da un incendio lì (il mare porta sempre con sé nuove avventure), Poole rimane per me un porto pieno di bei ricordi. Forse, un giorno, la “Nona” tornerà lì per morire.

Ora che mi trovo nelle acque costiere, dirigendomi verso est lasciando Poole dopo aver superato quell’ultimo grande segnale di navigazione (poiché non oso provare la strada alternativa), sono interessato a difendere l’idea che ci siano ancora molte cose da esplorare nelle cose familiari, piuttosto che in quelle sconosciute.

Con quanta esitazione non scrivo queste parole! Poiché sono piene di paradossi, e il paradosso, a mio gusto personale, è altrettanto detestabile quanto la pubblicità. Confesserò persino di provare un certo disgusto per l’eccesso di metafore, o, in realtà, per qualsiasi stratagemma o espediente mirato ad attirare l’attenzione del lettore. Perché dovrei supporre che sia già stanco di queste cose, quando ho così tante altre cose interessanti da dire?

Ma qui il paradosso è inevitabile; infatti, nel senso letterale delle parole, l’esplorazione di un luogo sconosciuto dovrebbe produrre più informazioni rispetto all’esplorazione di un luogo familiare. Intendo dire che, dove si conoscono mille cose, ognuna di queste porta a altre mille, e rapidamente si arriva a conoscere un milione di cose; mentre dove non si sa nulla, le prime scoperte portano a una o due altre, e poi a dieci o cento, in una catena continua. Quindi l’esplorazione di ciò che è conosciuto è simile alla moltiplicazione, mentre l’esplorazione di ciò che è sconosciuto è simile all’addizione. In altre parole, esplorare ciò che è noto significa seminare un campo per ottenere una ricca raccolta; mentre esplorare ciò che è sconosciuto significa semplicemente allungare una strada già esistente.

E tutta questa quantità di parole, sono tentato di scriverle perché sto entrando nelle mie “acque domestiche”, che considero, dal promontorio dell’Anvil fino al South Foreland, come il mio giardino o il mio cortile posteriore; anche se in realtà la mia proprietà si estende molto più lontano. Inoltre, le stesse “acque domestiche” si sono un po’ espanse negli ultimi anni, a causa delle troppe navigazioni lungo la costa della nostra Grande Isola. E non sono sicuro che Portland Bill non sia ormai il mio punto di riferimento, invece dell’Anvil. Ma tutto questo, in realtà, non ha alcuna importanza.


La baia tra Poole e l’Isola di Wight è talmente intima e raccolta che molte persone riderebbero se si definisse “mare”. Ma lasciate che siano come ero io quella notte, e scopriranno che è davvero il mare, che può suscitare un gran tumulto e che le sue acque salate sono all’altezza delle migliori.

Credo che non esista prova più ardua nella navigazione di una piccola imbarcazione di quella di guidarla attraverso condizioni meteorologiche estremamente avverse di notte, in prossimità della riva: sia che si tratti di neve bianca e fitta o di piogge torrenziali.

All’esterno, puoi seguire la tua rotta senza preoccupazioni, perché hai tutto lo spazio di cui hai bisogno; ma quando devi correre da un punto costiero all’altro con il vento che soffia verso terra nella oscurità, le cose cambiano.

Quella notte, il >vento soffiava da est verso sud; tuttavia, essendomi stato finora favorevole, non si era ancora girato abbastanza da impedirmi di proseguire. Ero terribilmente a corto di persone e, in quell’occasione particolare, potevo contare soltanto su me stesso, per ragioni che non intendo discutere. La mia destinazione era il Canale del Nord, sotto la fortezza di Hurst Castle: lì c’è un passaggio così stretto che persino la nave più grande fatica a attraversarlo, tra la riva ghiaiosa e quella strana lingua di terra su cui sorge la stessa fortezza. Fu proprio in quel luogo che Carlo, l’ultimo vero re d’Inghilterra, rimase prigioniero dopo aver perso il potere. Attraversare quel canale richiede grande abilità: bisogna mantenersi molto vicini alla riva, ma se ci si avvicina troppo si rischia di toccare le rocce presenti sulla punta della lingua di terra. In una notte così buia, l’obiettivo è mantenere la luce di Hurst Castle sempre a sinistra della propria nave, fino a quando non si ritiene di essere a circa un miglio di distanza; poi bisogna superarla e spostarsi leggermente a destra. Quando ci si trova molto vicini, quasi a contatto con la luce stessa, è necessario allontanarsi di nuovo, spostare la nave a sinistra e costeggiare la riva per una distanza di circa mezzo miglio. In questo modo si aggira la lunga lingua di terra di Hurst Castle ed si raggiunge l’acqua protetta del Solent. Tutto ciò, ovviamente, se il >vento soffia nella direzione giusta.

Alla partenza da Poole, è necessario seguire una rotta che si trovi ben lontano da Hengestbury, senza avvicinarsi troppo all’interno della terraferma, poiché ci sono secche e, credo, anche rocce. Solo quando la massa di Hengestbury Head si erge come un’isola scura contro il cielo notturno, e si trova a circa un miglio o due a nord della vostra rotta, è possibile iniziare, o poco dopo, a utilizzare la luce di Hurst come punto di riferimento. Fu proprio in quella notte tempestosa che iniziarono i miei problemi: sia le lontane Needles che Hurst stessa venivano continuamente oscurate dalle violente raffiche di pioggia, spinte avanti dal >vento.

Non avrei mai tentato di attraversare direttamente il canale Needles per tre motivi: primo, perché avrebbe significato una lunga navigazione controvento; secondo, perché nel canale Needles avrei dovuto incrociare tutte le navi in arrivo e in partenza, il che, in una notte come questa, avrebbe potuto rappresentare un pericolo per me; infine, perché avrei perso l’alta marea e, probabilmente, sarei incorso nella bassa marea. Per queste ragioni ho deciso di dirigermi verso Hurst e il stretto passaggio tra quella luce e la barriera di ghiaia chiamata Shingles Bank; una massa mobile di ghiaia che, come una balena che emerge dalle acque, mostra i suoi contorni in continuo cambiamento. Quel passaggio richiede davvero molta abilità per essere attraversato con successo.

Per i primi cinque miglia circa, dopo Hengestbury Head, il viaggio procedette senza problemi: dopo ogni forte rovescio di pioggia, la luce ricompariva e io non avevo deviato troppo dalla rotta prevista. (Non ricordavo se ci fosse un’insenatura in quella zona, e non potevo lasciare il timone per andare sotto a leggere le indicazioni. Ma anche se ce ne fosse stata una, non avrebbe influenzato il mio itinerario, visto che eravamo comunque nella fase di piena.)

Man mano che ci avvicinavamo alla luce, le difficoltà aumentavano, perché era essenziale mantenere quella direzione; inoltre, le ripetute piogge cancellavano la traccia per periodi di cinque minuti o più. Fortunatamente, tuttavia, il vento, sebbene si stesse intensificando, soffiava leggermente più a sud, permettendomi di regolare liberamente la direzione della barca. La vela era un po’ troppo tesa e pendeva pesantemente in avanti; nonostante fosse una barca robusta, le onde la colpivano ripetutamente sul viso e sul corpo, spruzzandomi acqua salata e schizzi d’acqua.

Era importante attraversare il Passaggio del Nord durante l’alta marea, perché la bassa marea scorreva con violenza lungo quella striscia di terra; avevo già capito molte volte quanto fosse necessario gettare l’ancora al largo in mare aperto se non si riusciva a passare in tempo, e aspettare per sei ore nell’oscurità, durante le quali nemmeno il vento poteva contrastare la corrente.

Quella notte, tuttavia, ebbi fortuna: non piovve durante l’ultimo miglio del mio percorso. Portai la Nona abbastanza vicino alle Shingles, poi attraversai il canale navigabile per raggiungere le acque più calme che si trovavano oltre.

Anche così era meglio; perché quel terreno costituito da grandi pietre rotonde non è adatto per trattenere un’ancora. Il vero terreno adatto in questa zona si trova dietro Hurst Spit, in quella che chiamano le “Strade”; e se metti l’ancora su quel fondo e poi soffia il vento, sia da nord che da sud, sei spacciato: o finirai contro la costa del Hampshire oppure andrai in frantumi sulle rocce, che si spostano con ogni tempesta e su cui, anche con un leggero mareggio, si formano onde bianche dappertutto.

Nel Solent portavo con me l’onda di piena; allo stesso tempo, il vento si placò e la pioggia cessò del tutto. Così, quando spuntò il giorno – prima ancora che io arrivassi vicino a Little Yarmouth (il fiume in quel momento stava appena cambiando direzione) – la prima luce tenue apparve in un cielo grigio, umido ma aperto, verso est, oltre le colline della mia contea lontana.

C’erano un gran numero di imbarcazioni in giro; era infatti la stagione giusta dell’anno, e i loro fanali ondeggiavano e lampeggiavano come una danza di stelle. Erano così belli che perdonai ai ricchi la loro arroganza e la loro presunzione. I loro grandi yacht sembravano giocattoli. Tuttavia, la pulizia è anch’essa una virtù. Anche se la Nona non ne ha alcuna cura, preferisce mantenere il proprio imbarcazione semplice (e sporca) come una barca da pesca; quel tipo di imbarcazione le è infatti “cugina di primo grado”, ma non ha assolutamente nulla a che fare con i grandi yacht della R.Y.S.

Questa caratteristica di intelligenza, che si manifesta in alcuni aspetti esteriori, è uno dei fattori che distinguono più nettamente le nazioni moderne l’una dall’altra. Naturalmente, essa si basa su determinati stati d’animo, e questi, a loro volta, sono in ultima analisi legati alle religioni; tuttavia esistono anche casi in cui tali caratteristiche possono attraversare categorie diverse.

Se si va alla radice delle cose, la vera differenza non sta tanto nel fatto che uno stato d’animo favorisca l’efficienza e la precisione in un ambito specifico, mentre un altro permetta che tutto diventi disordinato e approssimativo; piuttosto, uno di questi stati d’animo richiede efficienza e precisione in un tipo di situazioni, mentre l’altro le desidera in altri contesti. La differenza è evidente a chi osserva con attenzione: penso che sia proprio questa la distinzione che un osservatore occasionale noti con maggiore intensità durante i viaggi. Tutti hanno fatto riferimento a questo contrasto, ad esempio tra Belfast e Dublino, tra una nave inglese e una francese, tra un villaggio o una strada basca e uno spagnolo o galiziano al confine; inoltre, si riscontra una netta differenza anche nella gestione delle ferrovie tra Svizzera e Germania da un lato, e Italia dall’altro. Chi conosce bene quei paesi mi ha detto che esiste uno stesso cambiamento marcato quando si attraversa il confine della Finlandia dalla Russia.

È estremamente difficile, in una questione così delicata riguardante i motivi umani, individuare la radice del problema; tuttavia è evidente che tale radice debba risiedere nella mente delle persone, e dobbiamo cercare qualche esigenza mentale che venga soddisfatta. Ad esempio, non ha senso affermare che le ferrovie italiane siano più trascurate di quelle tedesco-svizzere semplicemente perché gli italiani sono pigri e i tedesco-svizzeri laboriosi: sappiamo tutti che entrambi i popoli sono laboriosi, e che in generale gli italiani lavorano con maggiore impegno. Non è nemmeno vero dire che gli inglesi a bordo di una nave siano più energici dei francesi: l’essenza del carattere francese sta proprio nell’intensità della loro energia – anzi, nel suo eccesso – ed è questo che spiega sia le maggiori realizzazioni che i disastri del popolo francese. Quello che dobbiamo fare è capire cosa renda un uomo, ad esempio un inglese, un olandese o un prussiano, insoddisfatto in determinate circostanze ritenute disordinate o trascurate; tale insoddisfazione lo spinge a intervenire affinché tali situazioni vengano corrette, proprio come un altro tipo di persona si sente altrettanto insoddisfatto in altre circostanze simili e cerca anch’egli di migliorarle.

Quali sono le due categorie?

Dico ancora una volta che è estremamente difficile giudicare, e ancora più difficile esprimere a parole, ma durante i miei viaggi ho notato qualcosa del genere. In un certo tipo di comunità, le persone ritengono che l’intera comunità dipenda da una classe privilegiata, dotata di ricchezze superiori alla media della società in cui vivono. Quando si adotta questo standard, si diffonde nell’intera comunità il desiderio di ridurre tutti, per quanto possibile, alle condizioni di vita delle persone ricche. Nell’altro tipo di comunità, invece, si ha la concezione che l’intera comunità debba essere considerata un tutto unico; il suo “centro di gravità” è necessariamente molto più basso rispetto a quello della classe privilegiata: anzi, è addirittura più basso rispetto a quello della classe media. Questo rappresenta lo standard delle persone comuni. Pertanto, nel primo tipo di comunità, alcune forme di decorazione, come tappeti e tende, sembrano essenziali; se tale standard non può essere mantenuto, si verifica inevitabilmente degrado e sporcizia – proprio come nelle locande di Londra. Nel secondo tipo di comunità, invece, l’obiettivo è la pulizia anche di stanze molto semplici, con pavimenti in assi nudi; queste stanze vengono lavate e pulite con cura, proprio come in ogni casetta della Normandia.

Eppure quella differenza negli ideali sociali non rappresenta davvero il cuore della diversità. Il vero nucleo della differenza risiede sicuramente nei valori relativi che le persone attribuiscono alle diverse attività umane. In una comunità si ritiene scontato che una certa cura nell’aspetto esteriore sia essenziale per ciò che viene definito “efficienza”; in un’altra, invece, viene considerata importante soltanto l’efficacia con cui lo strumento utilizzato raggiunge il proprio scopo. Per il cittadino del primo tipo, la presenza di elementi disordinati, anche se completamente inutili per l’obiettivo che lo strumento deve perseguire, suggerisce inevitabilmente inefficienza; per l’altro tipo di persona, invece, queste due cose non sono collegate tra loro, e chi le confonde viene considerato ignorante. In Piccardia si usano spine casuali per tenere lontane le mucche; in Inghilterra, invece, si utilizza una recinzione costosa 3 sterline per lo stesso scopo. Entrambe le soluzioni servono comunque a tenere le mucche lontane.

Ho avuto un’esperienza personale diretta in merito, e precisamente riguardo a una batteria di artiglieria da campo. Secondo le concezioni del servizio militare inglese, una batteria francese di artiglieria da campo è estremamente trasandata: i finimenti sono scialbi, spesso vecchi e rattoppati, a volte legati in modo vergognoso con del filo. Gli uniformi non sono particolarmente puliti. Anche gli stessi pezzi dell’equipaggiamento non sembrano molto curatissimi, nemmeno quando vengono preparati per una parata. Si arriva immediatamente alla conclusione che questi stranieri non dovrebbero nemmeno possedere armi, visto che non sanno come prendersele cura. È lo stesso tipo di atteggiamento che fa pensare che una persona senza colletto sia povera, anche se in realtà potrebbe essere un milionario che se l’è tolto per rilassarsi il collo. Un altro commento merita attenzione: l’ho sentito spesso da parte di soldati inglesi, e mostra una diversa mentalità. La cura con cui gli inglesi mantengono le loro batterie viene sempre molto apprezzata dai cannonieri francesi, ma non in relazione alle capacità di tiro delle armi stesse. I francesi la considerano piuttosto un elemento decorativo, qualcosa che una nazione ricca (come l’Inghilterra in tempo di pace) può permettersi per il proprio esercito limitato. È come indossare un cappello a cilindro o come una donna che porta gioielli: qualcosa che non ha assolutamente nulla a che fare con la funzione effettiva di un’arma e dei suoi operatori, che è quella di lanciare proiettili in modo preciso e rapido, non certo di apparire belli.

In altre parole, l’artigliere francese guarda una batteria inglese esattamente come voi o io guarderemmo un buon poeta che fosse anche un po’ un dandy. Non ci verrebbe mai in mente che i suoi abiti siano in qualche modo legati alla sua poesia; anzi, molto più probabilmente associamo l’idea di buona poesia a abiti disordinati piuttosto che a abiti curatissimi.

Tuttavia, la pulizia è una virtù, e un eccesso di cura, anche in mare, deve essere perdonato.

Quello che è meno perdonabile nei ricchi è il loro disprezzo per l’uso del mare e la loro dimenticanza della sua “fratellanza”. Mentre navigavo su quelle acque all’alba, mi sono ricordato di quando, da giovane, dopo una lunga notte trascorsa all’aperto, raccolsi un galleggiante in Cowes Roads; esausto, mi attaccai a esso e dormii. Non avevo dormito nemmeno tre ore quando fui svegliato da un uomo così ricco che sicuramente lo aveva rubato. Salì su una barca – avrei quasi detto “di pura oro”, tanto brillava di ricchezza – accompagnato da molti servi vestiti di bianco, che splendevano come il sole. Urlava e imprecava come la signora McKinley nella canzone; il suo viso era diventato viola per la rabbia. Tutto perché avevo raccolto quel galleggiante che lui stesso aveva comprato e pagato. Ma questa non è certo la tradizione del mare: si può prendere un galleggiante quando se ne ha bisogno, ma bisogna lasciarlo andare quando qualcuno te lo chiede. Quanto a quell’uomo, la sua enorme nave presto salpò verso ovest; spero sinceramente che abbia urtato contro quel pericoloso scoglio chiamato Calvados, in mezzo alla nebbia, mentre si dirigeva verso Deauville, e sia annegato.

Ma di tutte le volte in cui ho raccolto boe e ancoraggi, la più sorprendente esperienza che abbia mai avuto è stata nel fiume Orford. C’era un vento forte che soffiava a monte; io procedevo velocemente davanti ad esso, con una grande quantità di schiuma intorno alla prua. Strizzavo gli occhi nella speranza di individuare qualcosa su cui fermarmi, perché proprio a Orford avevo pianificato di trascorrere la notte. C’era un gruppo di uomini sulla riva; mi gridavano e indicavano qualcosa. Presi i loro gesti come un invito, e infatti lì c’era una piccola bozza di colore rosso brillante. Il mio compagno girò immediatamente la barra, ma non così bruscamente da perdere velocità; quando mi avvicinai alla bozza, la raccolsi e mi assicurai che si sarebbe girata controvento non appena avesse sentito la tensione delle corde di ancoraggio. Ma non ci fu alcuna tensione: la piccola bozza galleggiò via leggera come un tappo di sughero, e, come dice il poeta, “le onde continuarono a frantumarsi contro la prua, mentre la nave proseguì il suo viaggio”. Gli uomini sulla riva si comportavano in modo frenetico. Anche da quella distanza capii che ci stavano minacciando. Per questo motivo chiesi ancora più insistentemente al mio compagno di dirigere la barca verso monte, nel buio della notte. E così proseguimmo fino a quando non calò l’oscurità; allora attraccammo vicino ad Aldeburgh. Fu solo allora che capimmo cosa avevamo fatto: quella bozza era in realtà un segnale di posizione per una regata, posizionato con estrema precisione, per indicare esattamente dove avrebbe dovuto passare il vincitore. Da allora non ho mai più osato sbarcare ad Orford.


Non esiste alcun corso d’acqua interno al mondo così affollato, così ben conosciuto come questo lago formato dai tre bracci del Solent, di Spithead e delle acque di Southampton. Non ce n’è uno su cui migliaia di persone abbiano trascorso la loro vita nel tempo libero, e nessuno che sia stato sfruttato al massimo per quanto ne si conosca. Ma coloro che pensano così trascurano l’aspetto temporale delle cose. Perché, anche se conoscieste ogni insenatura, ogni corso d’acqua, l’ora esatta in cui le imbarcazioni possono attraversare senza rischi i bordi del lago, il canale dragato sotto la costa dell’Hampshire, il fiume Lymington, le strade di Cowes e Ryde Sands, Beaulieu e Buckler’s Hard – dove, a quanto mi è stato detto, venivano lanciate grandi imbarcazioni da guerra – e il porto di Portsmouth fino a Fareham, non avreste davvero posseduto quel pezzo d’acqua se non aveste visto riflettersi su di esso tutta la sua storia passata. Dovete vedere l’ultima tragedia delle Guerre Civili: quella nave che avrebbe potuto portare Carlo via da Southampton verso la libertà, e suo figlio minore che navigava con la flotta leale (che si era schierata a favore del Re contro l’oligarchia), ma che non riuscì a salvare il Re a Carisbrooke. Dovete vedere ciò di cui mi pento sempre: essere stato troppo giovane per assistere a quell’evento. Le grandi navi, con le vele spiegate, che lasciavano Spithead dirette verso il mare aperto. Le barche dei pirati di mille anni fa, intrappolate sul Bramble perché non conoscevano quelle acque; gli uomini di Alfred che le catturavano e le portavano a Chichester per farle impiccare: una fine degna di tutti i Viking. E dovete vedere anche quella grande flotta di trasporti romani che arrivava in una notte d’agosto, con una cometa nel cielo: il ritorno della Britannia, diventata un regno indipendente. I mercenari tedeschi che sbarcavano e si dirigevano verso Winchester, per poi incontrare i loro connazionali in battaglia davanti a Londra. L’imperatore Teodosio che saliva trionfante su Ludgate Hill dopo la morte dell’usurpatore.

Per le sue dimensioni e la sua sicurezza, per la sua vicinanza all’Europa, per i suoi numerosi porti – tra cui uno davvero grande – questa zona marittima è ricca di storia in modo unico nel Regno Unito, al pari del fiume Londra. Oggi, più di trent’anni fa, lo sciopero dei grandi porti di Londra ha riportato il traffico marittimo di Southampton all’interno della corrente principale del commercio moderno, rendendola il principale porto d’ingresso dall’Ovest.

Fu lo grande sciopero dei porti di Londra del ’89 a farlo; si può dire che, tra tutte le battaglie industriali del nostro tempo, in questo caso furono i vincitori ad aver perso.

Ricordo bene quelle lotte e le febbri che le accompagnavano. Avevo soltanto diciannove anni; per me era un piacere seguire le intense passioni di quel tempo. E quelle passioni erano davvero reali. Era prima che il credo socialista venisse utilizzato come pretesto per battaglie simulate a Westminster. I leader desideravano davvero, e credevano di poter realizzare un’Inghilterra in cui i poveri non fossero più poveri, e in cui tutti avessero cibo e felicità. Credevano ancora nella straordinaria idea che ciò che chiamavano “la comunità” – ovvero, in pratica, i politici – potesse possedere tutto ciò che abbiamo e gestirlo con una giustizia sovrumana. Grande Dio. Ci credevano davvero!

Ricordo bene che anch’io ero quasi convinto di ciò, ma avevo la scusa della giovane età. Loro, invece, avevano un’altra scusa: non certo intellettuale, ma morale; perché, dal punto di vista intellettuale, il socialista non ha alcuna base su cui poggiarsi, visto che la sua teoria non è altro che una semplice operazione aritmetica, e la sua applicazione, che coincide con i valori dell’onore e della libertà, rappresenta una contraddizione in termini. Moralmente, dico io, quegli uomini, quei socialisti del ’89, erano giustificati dall’imbecillità dei loro avversari.

E quella stupidità non è affatto diminuita. Gli argomenti a favore del sistema capitalista hanno oggi, dopo mezzo secolo, la stessa assurdità confusa che avevano allora. Nel frattempo, il potere del capitale combinato, il controllo esercitato su di noi da pochi uomini estremamente indegni, si è moltiplicato chissà quante volte; ma le difese prive di valore di tale sistema continuano. Ascoltandoli, si potrebbe pensare che i sostenitori del capitalismo credano sinceramente che il loro caos effimero e dannoso sia sempre esistito tra noi fin dall’inizio dei tempi, e che rappresenti la normalità della specie umana.

È davvero ironico ricordare che coloro che devono esprimere nel giornalismo gli argomenti più disprezzabili sono spesso persone indifferenti, o addirittura ostili, agli interessi per cui vengono pagate a servire. Non è certo il nuovo milionario emerso dalle classi sociali più basse a scrivere nei giornali che possiede; non riuscirebbe nemmeno a scrivere dieci righe, se ci provasse. Non è il monopolista nel settore navale che, prosciugando il proprio paese durante la sua lotta disperata nella Grande Guerra, cerca poi di dimostrare che la sua orribile ricchezza abbia origine divina. Né sono i grandi banchieri, che ottengono profitti usurai da nulla, a formulare quelle scuse necessarie per il proseguimento delle loro attività – anche se tale proseguimento oggi appare dubioso e incerto. No: sono proprio scribi appartenenti alla classe proletaria, insicuri e esigenti, quelli che ogni giorno pubblicano articoli per spiegare quanto sia giusto e legittimo che rimangano insicuri ed esigenti. È come se si torturasse un povero prigioniero per costringerlo a proclamare la bellezza della tortura stessa.

Quel vecchio fervore socialista legato alla grande Sciopero dei Docks del ’89 e ai tempi successivi è ormai morto: me ne dispiace, perché c’era qualcosa di molto nobile nella sua follia. Gran parte di quel movimento era dovuta all’amore degli uomini, e a un ardente desiderio di giustizia. C’era anche in esso quell’attesa apocalittica, quella speranza messianica in un nuovo cielo e una nuova terra, e nella loro imminente realizzazione. Un sentimento che, però, non appartiene naturalmente alle persone di origine europea; non è loro innato, ma comunque le commuove profondamente con il fuoco del proprio entusiasmo. In quei tempi, almeno un giornale – e per di più un giornale influente nella stampa londinese – sosteneva la Rivolta dei poveri. Oggi nessuno possiede più un tale entusiasmo.

Era un tempo in cui uomini che in seguito sarebbero caduti nella rete della politica professionale e avrebbero perso la loro anima, scendevano per le strade per parlare con fervore e accendere nei cuori degli uomini spezzati la fiamma della dignità umana.

In quei giorni vidi un giovane, erede di una grande fortuna (in seguito divenne una sorta di ministro), in piedi sotto le luci tremolanti delle lampade a nafta in una serata fangosa di Londra; proclamava il nuovo vangelo e la terra promessa. Ricordo i volti ansiosi, ingenui e sconvolti di uomini e donne che erano venuti da quelle profondità miserevoli delle baraccopoli per ascoltarlo, per poi tornarvi e rimanerci per sempre. Oggi giacciono ancora laggiù. Non è certo un simile credo quello che può salvarli. Ricordo le grandi folle che seguivano John Bums; anch’io percorrevo chilometri nell’East End solo per ascoltarlo. E ricordo quella enorme folla nella Piazza Trafalgar nel giorno più critico, quando lui e altri accettarono di essere imprigionati. Oggi non c’è nulla che possa spingere le persone a comportarsi così; nessuno ha più un credo. Per questo considero quei tempi della mia giovinezza migliori di questi giorni.

Di tutto quell’entusiasmo e quella convinzione non è risultato nulla; il mulino girava abbastanza rumorosamente, ma non macinava nulla. Quegli esaltamenti febbrili si trasformarono, nel giro di pochi anni, in grida disprezzose e deliranti chiamate “imperialismo”; anche questo, però, seguì il suo corso e portò al suo ignobile epilogo. Oggi viviamo ancora nell’epoca in cui si esalta continuamente l’America, mentre si lamenta costantemente dei lavoratori, della loro malinconia; all’estero, poi, aumentano i pericoli legati al controllo sulle razze straniere, un tempo così facilmente governabili. I volgari che hanno inventato questo grido di “impero” ora subiscono le incertezze e i pericoli crescenti che le loro stesse azioni aggressive hanno causato. Dovranno vivere ancora un po’ per scoprire cosa succede a quelle forme di orgoglio che non possiedono nemmeno il merito della dignità.

Di quegli anni, una cosa rimane: lo sciopero dei portuali ha reso Southampton famosa.

Vedo quei mostruosi velivoli del passaggio atlantico salire e scendere lungo il canale dragato che conduce fino a Southampton Water; mentre li osservo guadagnare milioni per pochi padroni di tali macchine, mi dico: “Questo è stato il frutto – l’unico frutto – di quegli entusiasmi notturni nei porti di Londra, del grido per la libertà e della fede appassionata che, pochi anni dopo il 1889, la povertà di Londra sarebbe diventata un ricordo orribile”.


Proseguii il mio viaggio tra le fortezze di Spithead con il >vento costante che soffiava da poco a ovest del sud; solo quando qualcuno mi sostituì al timone mi sentii finalmente sollevato. Ora dopo ora, ci dirigemmo verso Looe.

Ora, con il fiume Looe, che rappresenta l’ingresso verso i mari del Sussex, non sapevo se seguire la costa nel suo ordine naturale, tra le zone di Owers e Forelands, o proseguire giorno e notte direttamente verso lo stretto. Infatti, avevo già navigato così tante volte lungo quella sorta di “muro del giardino” che rappresentava il mio territorio, che quell’immagine mi rimaneva costantemente nella mente: a volte si estendeva lontano, al di là delle acque salate, oltre la vista dell’Inghilterra; altre volte si restringeva bruscamente a causa del forte vento; ancora altre volte proseguiva verso Beachy, oppure mancava appena l’obiettivo, per poi riuscire comunque nell’ingresso di uno dei miei porti, in modi che sembravano impossibili.

Per la contea del Sussex – e anche per il Kent, a dire il vero – fino a Folkestone e oltre, il Creatore di mare e terra ha giocato dei trucchi con queste zone costiere. È stato fatto loro ciò che spesso accade alle vite umane: è stata concessa un’opportunità insufficiente; un’opportunità sufficiente per costringerli ad utilizzare una certa funzionalità, ma non abbastanza per permettere un’utilizzo completo di essa. Tutti questi porti possono essere utilizzati, ma solo con il favore delle maree; il porto di Chichester, che include anche Bosham e Littlehampton, Shoreham e Newhaven, non può essere raggiunto durante la bassa marea se non grazie all’intervento umano. Pevensey è ormai inutilizzabile, e ciò che un tempo era il rifugio di Hastings è stato eroso dal mare; anche la barriera di protezione costruita lì non è sufficiente. Newhaven è stata dragata, e vi è stata costruita una grande banchina di pietra per impedire l’espansione della riva verso est; Folkestone dispone anch’essa di un porto, sebbene incompleto e aperto alle maree. Tuttavia, la natura stessa di questi porti rende il loro utilizzo molto dipendente dalle condizioni meteorologiche; è quindi particolarmente pericoloso trovarsi fuori dal porto durante una tempesta, mentre fiumi come l’Arundel o il Bramber continuano a defluire verso Littlehampton o Shoreham Bar, poiché entrambi questi passaggi si aprono durante la bassa marea primaverile. In questo senso, il Sussex è meno favorito rispetto alla regione del Caux in Normandia, che rappresenta l’opposto. A Trouville, Dieppe, Fecamp, persino a St Valéry, una barca come la mia può entrare in qualsiasi momento. Ciò è dovuto a due motivi: innanzitutto, perché i fiumi normanni non provengono dalle zone al di là delle colline di gesso, come i nostri fiumi del Sussex, ma sono soltanto ruscelli; quindi non c’è abbastanza pressione idrica per trasportare il fango e il limo verso le bocche dei porti. In secondo luogo, questi fiumi non sono esposti al vento sud-ovest né alle correnti marine orientali.

I fiumi del Sussex, lasciati liberi di scorrere, vedevano davanti alle loro foce accumularsi una barriera di sabbia e ghiaia causata dal vento sud-occidentale e dalla marea che si avvicinava alla riva; di conseguenza, una striscia di ghiaia si estendeva continuamente verso est davanti a loro. Per questo motivo, la foce del fiume Shoreham, l’Adur, si spostava verso est per oltre tre miglia tra il periodo della Conquista e le guerre civili; infine sfociava in mare proprio vicino a Hove. Tuttavia, in seguito una violenta tempesta distrusse quella barriera, creando la foce attuale, situata a metà strada lungo il corso del fiume; lo stesso accadde anche con l’Ouse: la sua riva di ciottoli si estese verso est fino a quando, nel Medioevo, la foce si trovava a Seaford; per questo motivo Seaford fu chiamata “Sea Ford”, e fu proprio per questa ragione che i francesi attaccarono quel punto strategico. E fu anche per questo che, quando lo attaccarono, “Questo Pelham li respinse nuovamente verso il loro vascello”, come si legge nella chiesa di Lewes. In seguito, un’altra tempesta distrusse la riva di ciottoli, creando una nuova foce più a ovest; da lì nacque quella che oggi viene chiamata “New Haven”.


Ho appena detto che il fiume Looe rappresenta l’ingresso al mare del Sussex; ed è davvero così, a meno che non si prenda una lunga deviazione attorno a quelle rocce chiamate Owers, poiché queste si estendono per miglia verso il mare.

Il corso d’acqua Looe scorre come un fiume nel mezzo del mare, tra le pianure nascoste da tempo e le piccole rocce sommerse, appena sotto il livello dell’acqua durante la bassa marea, tra Selsea Bill e le barriere coralline all’esterno. Durante le basse maree primaverili, il suo profilo raggiunge quasi i tre piedi di profondità; l’ingresso è segnalato da alcune boe, proprio come avviene per gli ingressi dei porti. Inoltre, proprio come in un porto, è meglio attraversare il Looe durante la marea alta. Fu ciò che facemmo quella mattina, dopo la tempesta: navigammo contro la corrente della bassa marea fino a quando Selsea Bill non fu vicino davanti a noi, e poi approfittammo della marea alta per attraversare il Looe nel pomeriggio.

Lì vidi, a sinistra, il palo e la cesta del Mixen, quel segnale marittimo che rappresenta per me l’ingresso di Sussex. Da quel punto, seguendo una direzione appena a sud-est, proseguii verso Beachy per tutta la notte. Il vento rimase stranamente costante, senza ulteriori piogge. Fu uno dei periodi più lunghi di tempo simile che avessi mai sperimentato; condizioni ideali per la mia piccola barca, che navigava con tutte le vele spiegate. Quando infine arrivò l’alba (e c’era foschia), il vento continuava a soffiare alle stesse velocità.

Infatti, era così denso che ero un po’ preoccupato all’idea di incontrare quel burrone formato dalla neve contro il versante est e di non sapere esattamente dove mi trovassi. C’è una piccola insenatura nella baia del Sussex, oltre la quale si trova il fiume Owers; forse sarei stato trascinato lì dentro, soprattutto se ci fosse stata un po’ di margine.

Quando finalmente vidi la terraferma, all’inizio non sembrava affatto una spiaggia; piuttosto, a una certa distanza dalla prua del veliero, si intravedeva un debole bagliore proveniente dalle Seven Sisters. Poi, poco dopo, scorsi sulla cupa superficie del cielo la linea netta e perpendicolare della punta della terraferma e il tronco del faro situato ai suoi piedi. La mia rotta era stata ben mantenuta: mi stavo dirigendo esattamente dove volevo.


Non c’è molto da raccontare di quella traversata, poiché è stata senza incidenti. Quel giorno, nelle vicinanze delle Royal Sovereign Shoals, il vento si è indebolito per poi rafforzarsi nuovamente al largo, a nord-ovest; tuttavia non c’erano condizioni meteorologiche particolarmente avverse, il che ci è stato di grande aiuto nel proseguire il nostro viaggio lungo la costa. Il tempo era ancora troppo scuro per riuscire a vedere chiaramente la terraferma tra Beachy e Dungeness. Siamo passati in piena notte accanto a quella luce costiera e, il giorno seguente, abbiamo continuato il nostro viaggio fino a Dover.

Ho un rancore verso quel grande porto di Dover: soprattutto perché ho avuto sfortuna ad usarlo, ma anche perché mi sembra che rappresenti uno spreco enorme di energia umana. È stato il luogo in cui è stata creata una delle nostre nuove nobilizzazioni; durante i lavori di costruzione ne sono state discusse molte questioni politiche, così come le condizioni elettorali della città che lo circonda. Chi ne sa qualcosa mi assicura che sia stato di grande utilità in tempo di guerra, ma ho letto recentemente, non so su quale base, che la Marina l’abbia abbandonato. È sempre stato un posto difficile da raggiungere: con quelle due strette porte e le forti maree che le attraversano. C’è quasi sempre una massa d’acqua in movimento all’esterno, dove il mare mostra la sua irritazione per quell’ostacolo che gli viene imposto; cercare di entrare con una piccola barca come la mia, in condizioni di vento leggero, è davvero un’impresa rischiosa. C’è il pericolo di non riuscire a trovare l’ingresso a causa delle maree impetuose, a meno di avvicinarsi molto alle dighe di protezione. E se ci si avvicina troppo, chissà quale grande nave da guerra, in viaggio verso Calais o Ostenda, potrebbe improvvisamente comparire non appena si apre il porto. Inoltre, ci sono un sacco di regolamenti che non capisco affatto: su dove è permesso gettare l’ancora e su dove invece no. Una volta, quando ho lasciato la barca per qualche settimana in un posto sicuro, al mio ritorno l’ho trovata completamente coperta di fuliggine proveniente dal carbone utilizzato da Sua Maestà.

Quel giorno abbiamo raccolto acqua e provviste. Siamo rimasti solo per poco tempo: siamo entrati dal cancello sud ed usciti da quello est, passando nel frattempo accanto a quel triste cumulo di munizioni in cui, credo, giacevano i corpi delle persone sepolte lì dentro.

Il mio compagno prese il timone e navigò oltre la Foreland, sotto una brezza piuttosto più fresca di quelle che avevamo avuto fino ad allora, e con una direzione più settentrionale. Guardando indietro lungo la nostra scia, pensai a come, in questo luogo, il tempo fosse riuscito a cambiare completamente ciò che era considerato lo spettacolo più famoso dell’Europa occidentale: l’ingresso in Inghilterra.

Sebbene l’antico porto (che si trovava tra le colline, dove oggi sorgono gli impianti di produzione del gas) fosse da tempo inutilizzato, i suoi resti, uniti alla grande ingegnosità umana, permettevano ancora al porto di Dover di funzionare; attraverso quel porto passava il flusso enorme di traffico che collegava questa provincia del Cristianesimo al resto del mondo. Qui, durante tutta l’intensa attività del Medioevo, passava continuamente il “sangue dello Stato”, ovvero le risorse vitali che provenivano dal cuore dell’Europa, Roma. Per tutto quel tempo, fino ai giorni che io stesso ricordo, questa maestosa porta d’ingresso in Inghilterra presentava sempre lo stesso aspetto al viaggiatore che arrivava dal mare: c’era la città incastonata tra le colline, i masti nel piccolo porto, il castello sulla sua altura. Ora, ai miei occhi, l’enorme nuovo porto, con le sue migliaia di metri di mura, ha rovinato e cambiato completamente tutto questo.

Ma, ahimè, qualcosa di peggio, di più terribile e di più definitivo è arrivato con il cambiamento. Qualcosa che non può essere annullato e che ha sottilmente rubato il loro significato non solo all’antica Dover, ma anche alle grandi imbarcazioni della flotta e ai suoi cannoni.

È possibile vedere il monumento che indica quel luogo sull’erba: il memoriale del punto in cui il primo uomo (e per di più un francese), dopo aver attraversato la Manica, sbarcò su quell’isola sacra, senza alcun permesso da parte del mare.

Quella fu una data importante per te, se ti piace. Fu un anno da ricordare! Forse, nella storia, molte generazioni dopo, verrà considerata il punto di separazione tra le vecchie e le nuove relazioni tra i popoli d’Europa.

È nell’ironia del destino che più l’uomo cerca di controllare il mondo materiale che lo circonda, più perde il controllo sugli effetti delle proprie azioni; e proprio quando modifica il mondo con la massima rapidità, è meno consapevole della direzione verso cui sta andando.

È davvero affascinante osservare i cambiamenti che colpiscono un’intera civiltà. I trent’anni di vita adulta, i quarant’anni di esperienze e ricordi accumulati da una persona della mia età – gli anni dal 1884 al 1924 – rappresentano forse il periodo migliore per osservare quei fenomeni che noi europei dell’Occidente abbiamo vissuto a partire dal Rinascimento.

Potrebbe sembrare eccessivo. Il cambiamento radicale introdotto dall’uso del carbone, nonché le macchine che ne dipendevano, 150 anni fa produssero, suppongo, effetti esteriori più evidenti; ma i frutti spirituali di questo cambiamento maturarono soltanto nei nostri tempi.

La caratteristica del nostro tempo è la crisi nella filosofia del cristianesimo occidentale: tutto è iniziato con Voltaire, ma ha raggiunto un punto critico in modo piuttosto improvviso, dopo lunghi periodi di cambiamenti materiali.

La caratteristica principale del cambiamento mentale avvenuto tra il 1885 e i giorni nostri è la separazione definitiva tra la filosofia cattolica e le correnti di pensiero opposte. Questa formula si applica ora a tutto l’Occidente, a tutti quegli esseri umani che vengono chiamati in modi diversi Spagnoli, Francesi, Italiani, Inglesi, Germani del sud del Reno e del Danubio; Olandesi, Scandinavi, Irlandesi e Scozzesi.

È proprio questo gruppo di esseri umani che guida il mondo e probabilmente continuerà a farlo; possiede infatti la migliore struttura fisica, l’energia più grande, l’intelligenza più elevata, nonché la volontà più forte e costante: inoltre, le sue colonie non potranno mai sostituirlo. È sempre stato alla guida dell’umanità, anche prima di acquisire, con la sua conversione al cattolicesimo 1.500 anni fa, quelle immense nuove potenze che da allora lo hanno distinto. Prima ancora che l’Europa occidentale avesse le opportunità per guidare il mondo nel suo insieme, era già chiaramente la più grande forza esistente; e quando i suoi avventurieri militari, i suoi marinai e la sua crescente padronanza delle risorse fisiche gli fornirono le opportunità necessarie, occupò una posizione dalla quale, credo, non potrà mai essere spodestato.

La maggior parte degli uomini moderni ritiene che il ruolo di guida del mondo stia passando dalle nostre regioni a altre, forse l’Asia o il Nuovo Mondo. Ma poiché basano le loro conclusioni su semplici misurazioni, sono sicuramente in errore. Fanno le loro valutazioni sulle questioni umane seguendo gli schemi della scienza fisica: contando soltanto ciò che può essere calcolato con precisione e osservando esclusivamente l’aumento o la diminuzione dei numeri, sia di persone che di beni o di velocità.

Ma gli affari umani sono mossi da fonti molto più profonde. È lo spirito a guidarli. È attraverso l’adozione o il rifiuto delle filosofie che questa società di esseri mortali immortali viene segnata, modificata o ripristinata.

La filosofia cattolica, a mio parere, oggi è finalmente completamente separata dal suo oppositore. Il suo oppositore sta perdendo ogni traccia del dogma cattolico. Questo rappresenta la caratteristica distintiva del nostro tempo.

È importante sottolineare questa posizione: a meno che non la comprendiamo, il futuro che ci attende non verrà compreso.

Nel XVI secolo l’unità del Cristianesimo occidentale andò in frantumi. Tuttavia, in quel momento non si verificò (come ci si sarebbe potuti aspettare leggendo i grandi personaggi del Rinascimento, come Erasmo, o anche quelli di minor rilievo) una separazione immediata tra l’interpretazione cattolica del mondo, la rivelazione cattolica e un nuovo scetticismo. Il processo fu molto più lento: durò quasi 400 anni e, come è tipico dei cambiamenti umani, attraversò vie piuttosto tortuose prima di assumere la sua forma finale – quella che conosciamo oggi.

Innanzitutto si verificò un curioso processo di selezione irrazionale nei confronti dei dogmi cattolici. Quasi tutti coloro che reagivano contro l’autorità della verità cattolica preferirono scegliere soltanto alcuni dogmi e alcune discipline cattoliche, rifiutando il resto.

La maggior parte di coloro che si ribellavano, ad esempio, accettava l’Incarnazione e la Trinità; quasi tutti riconoscevano l’immortalità dell’anima. Le norme generali della società cattolica, come la proprietà privata, il matrimonio monogamico indissolubile e altre simili, erano ancora considerate elementi fondamentali.

Per più di un secolo, questa crescente divaricazione si è manifestata come un contrasto tra la tradizione cattolica e ciò che veniva chiamato ‘Protestantesimo’ nelle sue varie forme; quest’ultimo presentava insiemi di dottrine selezionate dal Cattolicesimo, ma inferiori alla totalità della dottrina e della disciplina cattolica. Queste nuove scelte hanno prodotto, naturalmente, conseguenze sociali più tangibili e concrete rispetto alle differenze astratte in termini di dogma e formule; così è nata una cultura protestante nel nord, a fianco della cultura cattolica che sopravviveva nel sud. La divisione geografica, invece, era puramente casuale: nulla poteva essere più cattolico degli irlandesi del Donegal, né più protestante degli ugonotti di Nîmes; il centro vitale del Protestantesimo si trovava piuttosto nella Francia meridionale che in qualsiasi altra regione dell’Occidente.

Ma dopo questa fase ne seguì un’altra che, ancora una volta, non fu così logica come avrebbe dovuto essere: uno sviluppo rispettabile chiamato “razionalismo”, che nacque in Francia e gradualmente si diffuse in tutta Europa. Il suo momento di massima espressione fu la metà del XVIII secolo; il suo più grande scrittore fu Voltaire, e forse la sua intelligenza più lucida fu quella di Diderot.

Questa filosofia, di breve durata ma attraente, riduceva i suoi principali dogmi o postulati al numero minimo possibile, proponendo che nulla dovesse essere accettato se non secondo criteri riconosciuti da tutti gli uomini sani: in particolare quelli forniti dai sensi e dall’esperienza comune. Tuttavia, tendeva comunque a preservare una certa parte fondamentale del dogma cattolico, sostenendo che tale dottrina fosse universale per l’intera umanità, o almeno per tutti gli uomini sani. La maggior parte dei suoi seguaci – sebbene non tutti – postulava l’esistenza di un Dio personale e creatore, il sostentatore dell’universo. Per quanto riguardava la disciplina cattolica, accettavano la proprietà come diritto morale, così come l’instituto del matrimonio monogamico indissolubile come elemento necessario per la società; erano tuttavia pronti a discutere queste e altre questioni.

Indubbiamente, l’idea fondamentale condivisa dai razionalisti era questa: esiste una certa conoscenza della realtà che può essere ottenuta attraverso la ragione, utilizzando i sensi e l’esperienza comuni a tutti gli uomini; soltanto ciò che può essere acquisito in questo modo deve essere considerato vero. Ciò che invece non può essere ottenuto in questo modo deve essere rifiutato come dubbiao falso. Tuttavia, sebbene questa fosse la loro concezione fondamentale, non riuscirono a liberarsi di una parte considerevole delle influenze del loro passato cattolico.

Questo razionalismo rifiutava tutto ciò che era miracoloso, in qualsiasi forma, e persino ciò che era insolito. Iniziò a sostituire la tradizione con i documenti nella ricerca storica, e proseguì con un esame rigoroso e estremamente efficace del mondo fisico, scoprendone sempre di più le leggi e le strutture. Questo approccio lasciò su tutti i razionalisti l’impronta di una certezza dimostrata; essi portavano con sé il senso di certezza scientifica acquisito attraverso la ricerca fisica, e lo trasferirono nel campo del pensiero. Arrivarono così a concepire i loro dogmi metafisici non come qualcosa di trascendente, ma come concetti dimostrabili sperimentalmente, o almeno attraverso il buon senso umano. Qui si verificò un evento curioso e, forse, unico nella storia dell’umanità: una fede che non si rendeva conto di essere tale. I razionalisti non avevano alcun dubbio, perché tutto ciò che era esterno alla loro fede sembrava loro insignificante, a meno che non contrastasse con essa.

Ad esempio, se prendiamo Gibbon – che era il principale scrittore inglese tra loro e il principale discepolo inglese di Voltaire – vedremo che la maggior parte delle verità trascendentali affermate dal Cattolicesimo – come la divinità del Signore nostro, l’affermazione dei miracoli, l’ammissione della tradizione nella storia, al fianco dei documenti ufficiali, ecc. – erano per lui idee ridicole in sé stesse e quindi prive di valore. Tuttavia, sebbene le dichiarazioni dirette del Cattolicesimo suscitassero in lui una forte avversione, egli si compiaceva proprio di quella civiltà, dell’Europa che la Chiesa Cattolica aveva contribuito a creare. Non aveva alcuna idea di dove portasse il razionalismo.

Queste persone erano sicure di ciò che affermavano; si basavano su fondamenti solidi e, data la natura della loro certezza, ritenevano scontato che tutto il mondo arrivasse alla stessa conclusione attraverso un semplice processo di verifica. Credevano che in tutti gli esseri umani esistesse una logica innata, sufficiente per distinguere immediatamente ciò che era falso da ciò che era vero, considerando false tutte quelle affermazioni prive delle prove necessarie (documenti o esperimenti).

Non c’era dubbio che tutto ciò fosse definitivo; che loro stessi avessero raggiunto la fine di un percorso; che il mondo stesse rapidamente arrivando allo stesso punto; e che nulla potesse interferire con tale processo, se non una possibile ritrasmissione al cattolicesimo, qualcosa di quasi inimmaginabile.

Erano completamente sbagliati. Prima ancora che riuscissero a convincere la maggior parte dell’Europa istruita, si verificarono altri tre sviluppi, uno dei quali è sopravvissuto e è diventato l’avversario moderno della Chiesa Cattolica. Questi tre sviluppi furono innanzitutto un attacco scettico nei confronti degli stessi postulati dei razionalisti: una messa in dubbio del fatto che l’umanità e la sua esperienza comune avessero mai compreso la realtà. Quell’assurdità era tipica della Germania; era il tentativo di Kant di confondere le idee chiare e profonde di Cartesio.

Successivamente dovettero affrontare un punto di vista piuttosto “inglese” che “tedesco”, il quale evidenziava con grande buon senso pratico la fallacia irrazionale nella posizione dei razionalisti. Questa fallacia consisteva nell’affermazione secondo cui qualcosa che venisse affermato senza prove fornite dall’esperienza comune non potesse essere vero. Non segue affatto dal fatto che una dichiarazione manchi di prove concrete che essa sia falsa; né significa che qualcosa, solo perché è molto insolito, non esista realmente.

Ad esempio, furono presentati testimoni che affermavano che un uomo si fosse sollevato da terra senza alcuna forza materiale e fosse rimasto sospeso in quello stato di estasi. Tuttavia, questa cosa era assai improbabile; andava contro la comune esperienza umana. Pertanto, dicevano i razionalisti, era falsa. Furono attaccati da coloro che rispondevano: “Il vostro ‘pertanto’ è mal scelto; è soltanto un’affermazione priva di prove. Potrebbe essere davvero accaduto.” Da qui nacque quella che in Inghilterra venne chiamata “agnosticismo”, ovvero l’atteggiamento di sospendere il giudizio senza alcuna certezza.

Anche questa seconda fase era destinata a una vita molto breve; tuttavia conteneva due elementi di verità permanenti. Il primo consisteva nel negare la validità necessaria degli assunti dei razionalisti, tranne che quello relativo alla testimonianza dei sensi (si negava cioè che l’esperienza comune fosse l’unica fonte di conoscenza valida). Il secondo elemento consisteva nell’affermare (cosa ovviamente vera) che molte delle cose ritenute reali non erano suscettibili di essere dimostrate attraverso la testimonianza dei sensi o il buon senso umano.

Questo spirito si spostò verso la negazione non di un Dio personale, ma della credenza dei razionalisti in un Dio personale; e attribuì al Potere, o ai Poteri, che stanno alla base dell’Universo, il termine ironico di “Grande Inconoscibile”.

La terza corrente di pensiero che attacca i razionalisti occupa ormai tutta la mentalità occidentale al di fuori della Chiesa Cattolica. Non è nata dalla ragione, ma dal cuore: si tratta dell’affermazione che le verità possano essere riconosciute a livello emotivo e non debbano quindi essere rifiutate solo perché l’intelletto è incapace di analizzarle o di individuarne alcuna base. Si potrebbe considerare il germe di questo movimento una frase comune di Pascal, diventata molto più famosa delle sue riflessioni più profonde proprio per la sua ovvietà e superficialità: “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Questo protesta emotivo contro il razionalismo si rivolgeva alla risposta immediata che la vita della natura suscita nel cuore umano. Un simile orientamento poteva portare soltanto al panteismo. E infatti, il mondo moderno, al di fuori del contesto cattolico, è diventato proprio un mondo panteista.

Ad esempio, il motivo per cui il poeta Wordsworth raggiunse una popolarità così sproporzionata nella seconda metà del XIX secolo in Inghilterra fu il suo panteismo. Lui ne era l’esponente principale; non il più vivido, poiché la sua espressività si manifestava solo in brevi momenti, e per lo più risultava noiosa e del tutto scadente; né il più intelligente, poiché non cercò mai di fornire una spiegazione intellettualmente coerente di tale atteggiamento. Ma proprio perché era profondamente immerso nel panteismo: perché ogni sua riga rivelava un panteismo considerato scontato e, in qualche modo, inevitabile.

In Francia e in Italia questa stessa reazione si manifestò nell’accettare l’universo come qualcosa di cieco ma morale; il movimento panteista delle fazioni anticlericali deificò ciò che veniva considerato rappresentativo delle emozioni morali comuni dell’umanità, in particolare concetti come “Verità” e “Giustizia”, come se esistessero entità reali nell’universo, nonostante vi fosse negata l’esistenza di un creatore con poteri personali e virtù. In tutta Europa, nelle regioni più coltivate, emersero alcuni tratti particolari di questa tendenza: in particolare l’insistenza sull’importanza del paesaggio e sulla nostra affinità con il resto della creazione vivente; al contempo, però, si manifestava anche un disprezzo, una negligenza o una sorta di disperazione riguardo ai concetti legati alla Volontà Divina, all’immortalità personale e alle possibili conseguenze negative delle azioni umane.

Finalmente, nel nostro tempo, si è formata, come cristallizzazione di tutto questo fermento, una filosofia, un insieme di giudizi accettati in modo vago, ma che alla fine sono stati adottati da tutto ciò che nell’Occidente non è cattolico; la chiamerò “Panteismo Scettico”. Di fronte ad esso si trova la rivelazione definita, precisa e tradizionale, mantenuta intatta dai Cattolici. Questa Rivelazione è separata da quella concezione alternativa tanto quanto la terraferma lo è dall’acqua di mare, o il risveglio dai sogni.

Molti uomini che leggeranno queste parole (se davvero qualcuno le leggerà, poiché non so quanti saranno quelli che si impegneranno a leggere questo libro così misto e disomogeneo), la maggior parte di loro probabilmente tralascerà questi passaggi riflessivi, visto che gli argomenti trattati in essi sono gli unici veramente importanti.

“Di fronte a questo grande, nuovo spirito moderno generale, che voi chiamate ‘Panteismo Scettico’ e che io riconosco come il principale fenomeno morale del nostro tempo, la Chiesa Cattolica è trascurabile. Accetto la vostra affermazione secondo cui esista davvero questo grande spirito moderno, pieno di rispetto per la natura e di fratellanza verso tutte le creature viventi, e che il materialismo emotivo abbia sostituito i dogmi tradizionali. Potrei accettare o meno il termine specifico ‘Panteismo Scettico’, ma capisco perfettamente ciò che intendete. Siamo tutti d’accordo sul fatto che questo spirito esista davvero; di fronte ad esso, la posizione cattolica non ha più alcun peso: non conta più nulla. È soltanto un’abitudine sopravvissuta da parte della maggior parte dei suoi cosiddetti seguaci (che in realtà sono anch’essi scossi nella loro fede). Per alcuni sinceri, si tratta di ignoranza; per molti meno sinceri, di una riluttanza amara ad accettare le prove concrete; per altri ancora, di un deliberato rifiuto di vedere la realtà. Il Cattolicesimo è in via di dissoluzione e, a livello politico, è ormai trascurabile.”

Questa è la risposta che, penso, la maggior parte degli uomini istruiti d’Inghilterra darebbe alla proposta che ho appena avanzato: cioè che il mondo moderno sia attualmente diviso in due campi ben definiti, tra cui il Cattolicesimo, che si trovano in opposizione reciproca.

Ora questi oppositori sono di mentalità provinciale, sia quelli meglio informati che quelli meno. Dovrebbero comprendere il mondo moderno in modo più accurato. Potrebbero raggiungere questa comprensione attraverso un uso saggio dei viaggi e anche della loro stessa società contemporanea; conosciendo da vicino molte tipologie di persone in Francia, Italia, Germania, Spagna e Belgio, e leggendo ciò che viene scritto dal punto di vista cattolico – qualcosa che, nella maggior parte dei casi, trascurano completamente.

Infatti, ho notato che i migliori e più convincenti lavori di apologia cattolica, in Inghilterra e America, sono nascosti in piccole pubblicazioni lette soltanto dai cattolici; e anche tra questi, da pochi.

Se coloro che hanno sollevato l’obiezione che ho appena menzionato utilizzassero saggiamente i propri viaggi, o anche leggessero scritti cattolici contemporanei nel loro stesso paese, comprenderebbero che quanto ho detto è vero se si considera l’Europa occidentale nel suo insieme. Al di fuori dell’Inghilterra, tutti sono a conoscenza della Chiesa Cattolica; due grandi eserciti si fronteggiano, e la situazione appare incerta. Tutti coloro che hanno informazioni sull’Europa vedono in questo un grande duello tra la Chiesa Cattolica e il suo avversario. Tutti riconoscono che questo duello si manifesta, da un lato, attraverso leggi anti-cattoliche e proposte legislative, e dall’altro, attraverso l’aumento del potere sociale cattolico.

Coloro che, in Inghilterra, un tempo seguirono Calvino, che poi a loro volta seguirono Diderot e Voltaire, e che ancora dopo seguirono i romantici francesi, farebbero bene oggi a seguire questa grande controversia moderna, poiché essa si svolge sul vecchio campo di battaglia del dibattito europeo: quell’arena situata tra i Pirenei e la Manica, tra il Reno e l’Atlantico: la Gallia.

Scopriranno che è quasi impossibile prendere un qualsiasi giornale francese in un caffè francese senza imbattersi in quella grande controversia. Scopriranno che le statue nelle città la esprimono; i nomi delle strade; i titoli e anche le tendenze dei romanzi.

In Italia, anche se in forma diversa, è la stessa cosa. In Spagna è evidente; in Belgio rappresenta il centro dell’attenzione. In tutto l’Occidente questa lotta è in corso.

Le forze su entrambi i lati utilizzano qualsiasi arma a disposizione. Coloro che si oppongono alla Chiesa Cattolica, quando sono al potere politico, ricorrono all’arma di un’educazione popolare anticattolica universale e imposta; i Cattolici, invece, utilizzano l’intelligenza personale e gli argomenti individuali, nonché una sorta di continua lotta contro i loro avversari attraverso la difesa della libertà. Quando, al contrario, è la tradizione cattolica ad avere almeno il sostegno di coloro che sono al potere politico, allora non si osserva un’insistenza altrettanto forte da parte dei Cattolici – né così diretta e violenta come l’azione attuale anticattolica. Ad esempio, non si richiede l’insegnamento obbligatorio del cattolicesimo nelle scuole pubbliche, al contrario di quanto avviene sotto i governi anticattolici; tuttavia, ciò che rimane sostanzialmente cattolico continua ad essere sostenuto. La nuova dittatura in Italia, ad esempio, dopo aver eliminato le influenze ostili nel Parlamento, ha fatto della restituzione del crocifisso nelle scuole uno dei suoi primi principi e ha insistito affinché il mondo ufficiale partecipasse alle messe.

Dopo aver così descritto questa grande controversia, forse dovrei, come un buon moderno, iniziare a profetizzare e indicare come si svilupperà. Ma nego la capacità dei nostri “profeti popolari”. Non conosco il futuro. Tuttavia, credo che sia evidente a tutti gli osservatori sufficientemente esperti che questi due elementi relativamente semplici – la Fede e l’anti-Fede – si trovino oggi di fronte a noi.

Da un lato (ovunque tranne che in Inghilterra) esiste oggi un vasto, credente e coerente corpo cattolico; dall’altro lato c’è lo stato d’animo di cui ho parlato: uno stato d’animo in cui si ritiene persino peggiore essere crudeli con un animale che con un uomo; uno stato d’animo in cui l’esistenza e la natura dell’anima umana vengono semplicemente ignorate, considerate irrisolvibili; uno stato d’animo in cui le istituzioni fondamentali della società possono essere messe in discussione o negate; uno stato d’animo in cui la stabilità del matrimonio viene universalmente abbandonata e in cui la proprietà non possiede più alcun fondamento morale razionale. Infatti, al di fuori della filosofia cattolica, oggi per sostenere il concetto di proprietà rimangono soltanto due argomentazioni deboli: innanzitutto, l’affermazione secondo cui la proprietà detenuta da pochi all’interno di una comunità libera sia naturale perché è sempre esistita. Questo non è altro che ignoranza storica. In secondo luogo, l’assurda pretesa secondo cui coloro che possiedono abbiano diritto a tale proprietà grazie alla loro maggiore virtù e intelligenza. Come ad esempio un milionario che mangia cibi inutilizzabili al suono di una banda insopportabile, in uno qualsiasi dei nostri hotel cosmopoliti.

Mi meraviglio che coloro che possiedono qualcosa per un periodo così breve non riescano a comprendere la fragilità di quella loro posizione. È vero, ora sono caduti in uno stato permanente di panico, ma hanno ancora una vaga idea che l’attuale situazione sia, in qualche modo, sicura.

Non è sicuro. Non ha alcuna base morale né tradizione alle sue spalle. La stabilità di una società dipende dall’accettazione delle sue leggi. Se la loro applicazione viene ritenuta giusta e le istituzioni che esse difendono sono accettate dalla coscienza degli uomini, allora sia le leggi che la società rimangono in piedi; altrimenti, entrambe cadono.

Ma chi oggi difende il diritto di questi pochi ricchi di governare come fanno e di controllare lo Stato? Quanti addirittura gli riconoscono un diritto morale alla proprietà? Essi stessi sono la negazione della proprietà. Proclamano apertamente che l’ingannare gli altri, appropriarsi delle loro fortune con trucchi, sia l’unico talento che possano esercitare, e anzi, l’unico che rispettino nei loro simili. Hanno distrutto quella classe media senza la quale le istituzioni dello Stato, e in particolare il sistema di proprietà privata, perdono la loro base. Eppure la nostra società, della quale questi milionari sono oggi i padroni, non sopravviverà: nessuno li considera signori; tutti li disprezzano, e la maggior parte delle persone ha smesso di invidiarli e ha iniziato a odiarli. Il potere che esercitano attraverso la demagogia, soprattutto comprando i media e – in misura minore – i politici, non può durare. Questo è certo. E affermarlo non è affatto una profezia, proprio come non lo è affermare le conseguenze di una legge naturale. Tuttavia, non sembra improbabile che, quando questa fase effimera sarà finita, torni la libertà normale.

La massa degli uomini in una civiltà industriale è ora intrappolata in una macchina dalla quale non può sfuggire, e la sottomissione ad essa è diventata, alla fine, la loro natura stessa. Ogni giorno muoiono molti di questi uomini e donne che ancora ricordano un’Inghilterra fatta di campagne e di lealtà personali. Presto, molto presto, non ne rimarrà più nessuno se non coloro che, per tutta la loro vita, hanno conosciuto soltanto il sistema salariale universale delle nostre città.

È proprio questo che rende probabile l’instaurazione del lavoro obbligatorio nelle nostre grandi città industriali. Chiunque può vedere che esistono soltanto tre possibili soluzioni all’attuale insicurezza di tutti i servizi pubblici. La migliore soluzione sarebbe quella di creare una popolazione soddisfatta attraverso una maggiore distribuzione della proprietà. Una tale popolazione, pur essendo composta da lavoratori, avrebbe interesse alla stabilità e alla sicurezza di una società in cui fosse anche parte attiva; ma questa soluzione non verrà mai raggiunta, né tantomeno approcciata, perché va contro la mentalità del nostro tempo; sembra infatti qualcosa di fantastico. La seconda soluzione consiste nella sottomissione di tutti sotto il dominio tirannico dei funzionari pubblici: comporterebbe la confisca della proprietà attualmente in possesso di pochi e l’organizzazione del mondo industriale in modo dispotico da parte di un gruppo di politici. Questa soluzione viene chiamata Socialismo.

Neppure quello accadrà, sebbene rappresenti l’ideale ancora favorevole da alcuni utopisti tardivi. Non accadrà perché i ricchi sono troppo potenti e i politici troppo corrotti. Se dovesse accadere, significherebbe il completo crollo della società, ma questo è un altro discorso.

La terza soluzione è il lavoro obbligatorio svolto legalmente, proprio come avviene di fatto oggi, a vantaggio dei proprietari; e sembra che questa soluzione stia per diventare realtà.

Quando i servizi essenziali della comunità vengono interrotti da uno sciopero – ad esempio, il necessario servizio di trasporto ferroviario o le funzioni fondamentali dell’ufficio postale moderno – subito sorge l’esigenza di imporre il lavoro obbligatorio. Sembra ragionevole. È in linea con la mentalità dell’intera comunità; e che si tratti di arbitrato, contratto vincolante o potere disciplinare dei sindacati, l’idea fondamentale rimane sempre quella del lavoro obbligatorio. Questo fenomeno è ormai molto vicino a noi.

Ma sebbene la possibilità di finire in schiavitù sia una questione di estrema importanza, non posso fare a meno di osservare con divertimento un piccolo aspetto collaterale di questo grande processo. Confesso, con una certa vergogna, di essere troppo interessato a questo dettaglio secondario: osservare cioè gli eufemismi utilizzati per mascherare il vero significato di questo processo.

Perché quando le persone ritornano a un’antica istituzione che avevano abbandonato, e il nome proprio con cui essa veniva designata è diventato odioso (come sta accadendo ora con la reintroduzione della schiavitù del lavoro), esse sono particolarmente desiderose di evitare quel nome e dedicano molta energia a trovare un modo per presentare quella stessa istituzione con un nuovo titolo: in questo modo, nessuno chiamerà il lavoro obbligatorio “schiavitù”, né le parole “obbligatorio” o “costrizione” appariranno apertamente. Sarà utilizzato qualche altro termine, e personalmente seguirò con curiosità e interesse l’evoluzione di quel nuovo concetto.

Per il momento, le probabilità sono a favore del termine “lealtà”: ha un bel significato cavalleresco e funge da ottima maschera; quindi gli uomini che continuano a lavorare a beneficio dei loro datori di lavoro durante uno sciopero vengono definiti “leali”. Insistere nel proprio diritto di vendere il proprio lavoro al proprio prezzo, invece di essere manipolati da qualche leader sindacale corrotto comprato dai datori di lavoro, significa essere “infedeli” al proprio sindacato, o addirittura al proprio “leader”.

C’è una buona probabilità che le parole “leale” e “lealtà” assumano un ruolo fondamentale in questa situazione, e che tra qualche generazione possiamo trovarci cartelli appesi ai muri che recitano: “Attenzione: Un dipendente disleale del Meat Trust è ancora a piede libero”, seguiti da una descrizione di tale persona; inoltre, verranno istituite corti della “lealtà” per processare e punire coloro che si ribellano al lavoro obbligatorio.

Un’altra parola che è ancora in competizione è “costituzionale”; ha un suono più solenne di “leale”, ma è meno affettuosa. Gli uomini che agiscono come individui liberi quasi sempre violano le “norme costituzionali”, infrangendo gli accordi segretamente stipulati dai capitalisti con un “leader”. Anche la parola “leale” ha maggiori possibilità di essere utilizzata rispetto a “costituzionale”, perché è più breve; tuttavia, forse entrambe verranno usate insieme. Tra qualche secolo, l’accusa legale contro uno schiavo fuggito potrebbe essere che il suo comportamento sia stato “incostituzionale”, mentre il termine convenzionale utilizzato potrebbe essere “disleale”, oppure potrebbe emergere un nuovo termine. Ma due cose sono probabili, anche se non certe: (1) che il lavoro obbligatorio arriverà; (2) che verrà dato un nome a questo fenomeno che non abbia alcuna connessione con l’idea di schiavitù o coercizione.

Probabile, ma non certo. Chi può infatti sapere, nella complessità infinita delle cose, quali nuovi fattori possano emergere? Un uomo potrebbe viaggiare su un mulo, dichiarandosi profeta, e domani cambiare completamente il mondo.

Eppure oggi gli uomini profetizzano, in un mondo avvolto da nebbia e oscurità. Profetizzano come non hanno mai fatto prima: con una certezza e una convinzione nate dall’errata applicazione delle scienze fisiche.

Questa passione per la profezia ha diverse origini che si convergono nel produrre una tale follia moderna. Penso che il motivo più forte sia semplicemente il sollievo che essa offre ai nervi delle persone. Gli uomini ritengono che, profetizzando l’avverarsi di ciò che desiderano accada, riescano loro stessi a calmarsi.

Si potrebbero accumulare intere pile di libri semplicemente ritagliando dagli articoli europei degli ultimi dieci anni tutti quei passaggi in cui è evidente che l’autore si trova in uno stato d’animo sconsiderato, indifferente alle probabilità delle sue affermazioni.

Un altro motivo è quello della reputazione: se il profeta riesce nel suo compito, può vantare il proprio successo e essere certo di ottenere seguaci; al contrario, se fallisce, può contare sull’oblio che deriva dalla lettura quotidiana dei giornali. Un’altra causa, come ho già detto, è l’influenza delle scienze fisiche, quell’influenza che condiziona tutta la vita moderna, quasi sempre in modo negativo. Nella nostra epoca, le scienze fisiche hanno fatto progressi continui, portando gli esseri umani ad essere preparati a ogni sorta di meraviglia. È vero che, insieme a questo avanzamento nella comprensione e nel controllo delle cose materiali, c’è stato un corrispondente declino della capacità critica e delle facoltà razionali, nonché un calo ancora più rapido dei valori morali. Ma il fatto principale è noto a tutto il mondo ed è, in apparenza, la cosa più sorprendente di oggi: la nostra epoca ha compiuto progressi senza precedenti nella conoscenza e nel controllo della natura inanimata.

Questo processo, ovunque avvenisse, era accompagnato e verificato dalle profezie. Chi cercava una nuova “legge” (così viene stranamente chiamata una sequenza di fenomeni fisici) sperimentava fino a quando tale sequenza non veniva scoperta; e una volta individuata, poteva essere certo della sua esistenza e del suo funzionamento corretto, proprio come nel caso delle serie di pesi atomici. Si poteva dire: “Troverete che questa sequenza seguirà questo determinato andamento”, e quando ciò si verificava, si era raggiunto l’obiettivo. L’intero metodo di progresso seguiva questa logica: era come se una persona tracciasse dei punti su una curva fino a quando non ne avesse raccolti un numero sufficiente per ottenere la formula generale; dopodiché poteva essere certa che, descrivendo completamente la curva, si sarebbero trovati altri punti che ne seguivano lo stesso andamento. Oppure era come se qualcuno cercasse di ricostruire un antico sentiero romano: “Trovo qui una parte del percorso che conduce direttamente a un porto vicino; poco più avanti, un’altra sezione indica ancora la stessa direzione. Sono sicuro che troverò qualche toponimo, confine parrocchiale o altro indizio che confermi l’esistenza di quel sentiero romano”. Era abbastanza certo di avere ragione.

Parallelamente alle scienze fisiche, questa abitudine di prevedere il futuro come conferma di un giudizio si estese anche a situazioni in cui, per loro natura, è impossibile formulare giudizi meccanici.

Un’altra fonte negativa era l’ignoranza, soprattutto l’ignoranza del passato. I nostri contemporanei hanno sempre di più perso la conoscenza del passato; sono stati educati ad disprezzarlo: prima lo considerano qualcosa di estraneo e strano, e in seguito, se studiano, lo vedono come qualcosa di molto diverso da ciò che era realmente. Di conseguenza, perdono le lezioni apprese dal passato, soprattutto la lezione principale: ovvero che lo sviluppo della società non segue processi meccanici; che il suo percorso non è quello di una freccia, ma di un serpente. Ignorando questo, le persone commettono l’errore di considerare il futuro come semplice continuazione del presente, come fanno i bambini. Da qui derivano quelle affermazioni sicure secondo cui, in così tanti anni, un certo paese raggiungerà una certa popolazione, o che una determinata lingua diventerà dominante, e via dicendo.

Ma è da notare che questo processo non viene spesso applicato ai mali, perché alle persone non piace affrontare un futuro pieno di male.

Noto che in questa profezia politica o sociale c’è una omissione molto strana: non viene mai presa in considerazione quella causa che rappresenta il fattore principale del cambiamento nelle questioni umane, ovvero la religione.

Trecentoventi anni fa, il grande fenomeno che si presentava davanti agli occhi di tutti era l’Impero Romano d’Oriente. Il comandante delle sue armate, una sorta di essere semidivino seduto a Costantinopoli, rappresentava il centro del mondo e veniva riconosciuto come capo di tutto ciò che contava, dal Atlantico fino ai confini persiani, e dal Nord barbarico fino al deserto. Pressioni minacciavano da parte delle montagne persiane e del fiume Tigri; inoltre, c’erano pericoli rappresentati dalle orde selvagge delle montagne e delle pianure settentrionali. Se allora le persone avessero avuto l’abitudine di profetizzare nel modo sciocco e moderno, vi avrebbero detto questo o quest’altro, ma sempre in termini dell’Impero, dei barbari germanici e slavi, o dei Persiani. E mentre pensavano solo a ciò che conoscevano, in un luogo remoto e del tutto insignificante, tra tribù di poche centinaia di persone prive di potere, cultura o tradizioni, e in condizioni assolutamente trascurabili, era già nato lo spirito ardente dell’Islam.

Nel nostro mondo moderno deve necessariamente verificarsi o una vasta reazione religiosa, o qualche novità significativa nel campo religioso, o entrambe le cose. È inevitabile: infatti gli esseri umani vivono in base alle credenze religiose. Eppure nessuno, quando parla del futuro, tiene minimamente conto di questo aspetto. Conosco soltanto un libro, un libro di genio straordinario, in cui questa questione viene affrontata, sebbene in modo preliminare; si tratta della splendida visione futuristica di Jefferies intitolata “After London”. Tuttavia nemmeno Jefferies ne ha fatto la principale fonte di cambiamento. Nel suo tempo, gli uomini avevano già iniziato a perdere di vista l’importanza della religione nelle questioni umane.


La grande luce delle Forelands sul lato esposto al vento, le luci di Goodwin sul lato protetto dal vento, sembravano le lampade di una strada in quel buio autunnale; mentre la marea ci spingeva verso il fiume London, dovevamo decidere se continuare ad avanzare o rischiare di essere visti.

Abbiamo completato l’ultima fase del viaggio, nonostante il vento fosse forte; quel tratto di mare è infatti frequentato da molte navi in transito, quindi era più semplice mantenere la stessa rotta. Entro mezzanotte la brezza si era attenuata, trasformandosi in una leggera corrente d’aria; poco dopo, quando il cielo divenne completamente sereno, abbiamo cambiato direzione, virando a destra, e abbiamo proseguito fino a quando il vento non è più stato diretto frontalmente rispetto alla nostra rotta. Così, sotto la luce delle stelle brillanti, siamo arrivati vicino alle coste di Thanet, abbiamo gettato l’ancora e ci siamo addormentati.

Ma presto, la mattina seguente, ci svegliammo e vedemmo il sole sorgere intatto sopra l’ampio Mar del Nord, delimitato con chiarezza dall’orizzonte calmo. Prometteva una giornata calda e serena.


Vorrei che questo libro, ormai così lungo da essere diventato insopportabile per il lettore, per l’autore, per l’editore e per tutti coloro coinvolti nella sua produzione; ormai così pesante da rappresentare un problema sia per l’editore che per i trasportatori (se mai venga davvero spedito. Ho infatti sentito parlare di libri inviati in grandi quantità via nave, che affondano prima ancora di raggiungere la destinazione, il che, a mio avviso, rappresenterebbe un grande vantaggio per il nostro misero mondo, già sovraffollato da troppe librerie); vorrei che questo libro, così prolisso, noioso e privo di qualsiasi interesse, non offrisse mai più occasioni per offendere il pubblico, come farò io con il mio lettore. Vorrei che questo libro, che potrebbe essere definito il “Grande Serpente Marino dei libri”, o la “Strada di Cromwell dei libri”, o ancora il “Pambiblicon”, o un interminabile compendio di informazioni inutili, vorrei davvero che fosse ancora più lungo, affinché potessi trascinarvi tutti verso la rovina con la noia di un milione di ricordi, ricordi legati a luoghi lontani e desolati: i fiumi fangosi dei Trinobantes, i cui discendenti abitano ma non coltivano la terra dell’Essex; le dune di sabbia che emergono dalle acque nebbiose come balene, il porto di Harwich, la nave reale chiamata “Serpente”, il fiume Orford, l’Onion, Lowestoft, Yarmouth, e il labirinto estremamente complicato del Wash, e la terribile marea alta di King’s Lynn.

Ma io rinuncio – non tanto per il vostro bene quanto per il mio – e non parlo nemmeno di quel fiume Tamigi che i marinai chiamavano “Fiume di Londra”, né del modo in cui si può attraversarlo in diagonale, nonostante le grandi navi e il fatto che il tempo abbia riempito di sedimenti quel porto.

Ci sono molte cose curiose da notare riguardo all’imboccatura del fiume Tamigi a Londra. C’è il fenomeno delle due maree: un uomo che viaggi dal Canale della Manica troverà sempre una nuova marea che lo porterà verso Londra. Inoltre, il canale migliore tra tutti quelli che conducono al fiume è proprio quello meno utilizzato, perché costringerebbe le navi a compiere un percorso più lungo. Le navi entrano nel Tamigi sia dal nord che dal sud; quindi, evitando una delle due coste, risparmiano tempo, e di conseguenza denaro. Tuttavia, il principale canale centrale viene utilizzato soltanto dai olandesi quando hanno bisogno di raggiungere Londra. E io li approvo per questo. Inoltre, è indubbio che tutto ciò si sia riempito di sedimenti e che il livello del terreno si sia alzato rispetto all’epoca degli antichi. Non sono solo i materiali trasportati dal fiume a essersi accumulati lungo le rive; sono sicuro anche che il terreno stesso si sia sollevato. Nessun altro fenomeno potrebbe spiegare perché Thanet non sia più un’isola, o perché Richborough si trovi ora in posizione elevata e asciutta. La superficie della Terra si muove lentamente verso l’alto e verso il basso nel corso dei secoli. E nessuno riuscirà a convincermi che Pevensey sia diventato un deserto, che Rye sia stata prosciugata, che Lympne si trovi ora molto più all’interno del paese, che l’imboccatura di Dover sia stata chiusa, o che il fiume Wensum sia passato da un importante corso d’acqua a un semplice canale. Tutto ciò è dovuto soltanto al sollevamento del terreno. L’ultima cosa da dire riguardo all’imboccatura del Tamigi è questa: non è mai stata chiusa al traffico fin dall’inizio dei tempi documentati. Fino al 4 agosto 1914. Da allora, il commercio sul fiume è continuato incessantemente, fino ad oggi.

Non è certo il meno sorprendente di quei numerosi presagi che accompagnarono la Prima Guerra Mondiale il fatto che, nella sua prima settimana, per la prima volta nella storia umana, il Porto di Londra rimase paralizzato.


E così ritorno alle Forelands, lungo la strada che va dall’angolo di Kent alle spiagge di Goodwin Sands; rivolgo anche alcune parole gentili a Sant’Agostino, a Giulio Cesare e agli uomini che assassinarono San Tommaso. Ma nessuna parola per Hengist e Horsa, che in realtà non sono mai esistiti, eppure hanno causato ogni sorta di danno. Poi attraverso le Downs fino al Canale della Manica, e di nuovo verso il mare del Sussex. Verso quelle coste che, forse per un po’, potrebbero essere sommerse da invasori stranieri, ma che alla fine ritroveranno la loro stabilità.


Mentre calava la notte, ci rifugiammo sotto il frangiflutti di Folkestone. L’acqua era diventata quasi tranquilla mentre scivolavamo in quell’ambiente oleoso nell’oscurità; c’erano però onde lunghe e irregolari che provenivano dal sud-est, da dove non soffiava alcun >vento, e si infrangevano contro le pietre del molo. Pioveva anche a tratti, e in generale io e il mio compagno pagammo a caro prezzo lo splendore di quegli ultimi giorni trascorsi vicino al Kent e attraverso il Tamigi. Era ancora troppo presto per dormire; poiché la notte precedente avevo tenuto il timone, avevo anche dormito durante il giorno. Mi sedetti a guardare la mappa principale, anche se conoscevo ogni centimetro (oh, meglio dire ogni millimetro) della costa che avrei seguito. Riflettevo su quella linea costiera del Kent e del Sussex, su quei luoghi che avevo attraversato in passato durante il mio viaggio verso est, e che ora avrei potuto vedere da più vicino mentre attraversavo la Manica per tornare a casa verso ovest.

Quanto bene (troppo bene?. No) un uomo può conoscere una parte di costa come questa, tra Selsea e le Downs, dopo mezza vita trascorsa viaggiando pigramente lungo di essa, e a volte anche affrontandone venti violenti. Diventa familiare quanto una strada: non solo l’aspetto della riva – che è sempre in cambiamento – non solo i segnali luminosi e le boe, le ore in cui avvengono le maree e tutto il resto, ma anche il mare stesso, nonostante la sua infinita varietà.

Ma uno degli effetti di questa familiarità è strano e inaspettato. Non so se altri l’abbiano percepito anch’essi; io l’ho provato profondamente (soprattutto negli ultimi anni): il fatto cioè che la monotonia del mare, la ripetizione costante di emozioni simili, delle stesse altezze e delle stesse caratteristiche della costa, l’uniformità dei paesaggi e degli orari degli eventi, l’eternità del mare stesso, mettono in risalto i cambiamenti catastrofici che hanno avuto luogo nell’entroterra: la rivoluzione che ha trasformato l’Inghilterra moderna. Di tutti gli Stati che conosco, nessuno è diventato così profondamente diverso dal proprio passato immediato, almeno nella memoria delle persone anziane ma ancora non vecchie. Sì, anche il Sud dell’Inghilterra: quel rifugio.

Per molti che conosco, questa è una ragione di gioia: cose peggiori, ai loro occhi, hanno lasciato il posto a qualcosa di meglio. Per altri, invece, rappresenta disperazione; appartengono a quel temperamento che può trovare pace solo nelle certezze e nelle tradizioni consolidate. Per quanto mi riguarda, è motivo di rammarico. Poiché questo cambiamento non porta felicità, e la felicità è lo scopo finale dell’uomo.

L’Inghilterra che conoscevo in passato (il cui spirito è ormai quasi scomparso) era un posto più felice; più felice non solo per quanto riguarda gli elementi immediati della felicità personale, ma anche per quegli aspetti legati alla felicità collettiva, come l’orgoglio nazionale e la sicurezza. Eppure alcune persone ritengono che questo cambiamento sia positivo. E così è.

In ogni caso, in questa miscela di bene e male, ciò che dobbiamo notare – ciò che lo storico noterà con meraviglia – è la profondità e la rapidità di questo cambiamento.

Ci sono ancora le stesse insenature, gli stessi promontori che conoscevo da bambino; il panorama verso l’interno non è cambiato quasi per nulla. Sono ancora presenti i tre forti di Spithead da cui solitamente partivo dalle acque protette. C’è sempre lo stesso ingresso complicato e un po’ insidioso che conduce alle ramificazioni del porto di Chichester e a Bosham, quel famoso borgo menzionato nella storia d’Inghilterra. Ci sono ancora la bassa piattaforma di Selsea Bill, il segnale sul fiume Mixen, nonché le due boe del corso d’acqua Looe e il faro di Owers, che lampeggia lì fuori. Come ricordo di quando, da bambino, lo osservavo dalla sommità delle colline dei Downs. Gli ingressi a Littlehampton e Shoreham sono sempre gli stessi. Il frangiflutti di Newhaven, anche se mi sembra ancora nuovo, in realtà è già vecchio. Il faro di Beachy Head, che un tempo si trovava sulla cima della scogliera, è stato spostato sulla spiaggia sottostante. Il frangiflutti di Hastings ha ceduto, ma il faro di Fairlight offre ancora gli stessi punti di riferimento; l’ingresso a Rye è sempre stato quello che era: un pericolo per chiunque tenti di attraversarlo in modo imprudente. Dungeness, che si estende lentamente verso il mare, sembra ancora inalterato. L’unica vera modifica sostanziale in tutto questo tratto di costa è rappresentata dal pericoloso cedimento del porto di Dover: le onde impetuose dello Stretto vi si schiantano con rabbia, dopo tanti secoli di libertà. Così che, appena fuori da Dover, in quasi ogni condizione meteorologica, ci si trova di fronte a un mare confuso e agitato. Ma tutto il resto – i fari lungo la costa, le isole Goodwins – è esattamente come lo conoscevo. Lungo quel tratto di mare, c’è un po’ più di costruzioni sulla terraferma, il che modifica leggermente l’aspetto della riva lontana.

C’è quel curioso gruppo di capanne sulla spiaggia di Shoreham, a Seaford: i mattoni rossi si ergono contro il verde delle colline sopra di esse; e c’è anche Bexhill, dove un tempo regnava la solitudine. Ma in fondo, è sempre lo stesso paesaggio. Dopo quasi quarant’anni trascorsi navigando su quel mare, osservando quella terra – con Highdown ancora come punto di riferimento più evidente, e con il gruppo di alberi di Chanctonbury. Sì, anche con i resti del mulino di Halnacker Mill, ormai ridotti in rovine. I segni rimangono gli stessi. Potrei tornare a essere un ragazzo e ripartire per la navigazione. Ma non troverei nulla di diverso rispetto a ciò che ho conosciuto finora.

Ma sulla terraferma – nel cuore dell’uomo – che trasformazione! Vi era l’Inghilterra degli anni settanta: un’Inghilterra aristocratica, libera, con facilità di movimento sia all’interno del proprio territorio che verso l’estero, in grado di agire su tutte le nazioni a piacimento. Un’Inghilterra caratterizzata da un crescente benessere e da una maggiore conoscenza. E soprattutto, un’Inghilterra con una propria identità distintiva. Di tutti gli uomini e donne che si incontravano, la maggior parte era nata nei villaggi o nelle piccole città mercantili: luoghi che rappresentano le radici stesse dell’Inghilterra. Era una sola società. Quella di oggi, invece, è un’altra, quasi estranea alla precedente.

Di tutti questi cambiamenti rivoluzionari, che hanno avuto luogo nel breve lasso di tempo di mezza vita, due effetti sono particolarmente evidenti: la caduta del Parlamento da una condizione di grande onore a uno stato di disprezzo, e il cambiamento nella stampa. Tra questi, il cambiamento nella stampa è senz’altro il più evidente, e forse anche il più notevole.

La stampa inglese, nel suo insieme, è passata, in quel lasso di tempo, da una condizione sociale a un’altra completamente nuova. Ci sono ancora alcune eccezioni degne di rispetto, ma queste rappresentano soltanto sopravvivenze o fenomeni anomali. Lo spirito generale della stampa è cambiato radicalmente: si tratta di un cambiamento paragonabile a quello che potrebbe subire un uomo che, essendo stato educato in una scuola pubblica inglese e aver frequentato l’università, finisse per trascorrere la mezza età in una colonia straniera all’estero, come lavoratore tra altri lavoratori.

All’inizio di quel periodo, l’Inghilterra disponeva di una stampa – giornali quotidiani, settimanali, mensili e trimestrali – appositamente concepita per soddisfare le esigenze dell’aristocrazia: non destinata ai signori e alle dame, ma piuttosto a una classe dirigente altamente coltivata la cui autorità era indiscutibile e che guidava l’intera comunità. La vita intellettuale del paese si concentrava in quella classe; vi appartenevano persone di ogni estrazione sociale, ma tutte condividevano lo stesso livello di cultura, lo stesso modo di esprimersi, la stessa conoscenza approfondita del passato europeo e una conoscenza, sebbene meno completa, sufficiente dell’Europa contemporanea; inoltre, cosa più importante, condividevano la stessa filosofia e lo stesso orientamento sociale.

Questa classe (la nobiltà, o come si voglia chiamarla) aveva la sua stampa: i grandi giornali quotidiani, le riviste settimanali, le serie riviste mensili e trimestrali di carattere serio. Accanto a questa stampa esisteva una stampa decisamente popolare, priva di qualsiasi potere reale, il cui scopo era divertire le masse non politiche. Questa stampa era rappresentata da due o tre giornali domenicali molto volgari, pieni di notizie su processi penali, omicidi e simili; nonché da riviste settimanali che pubblicavano pettegolezzi sui membri della classe dominante. Tuttavia, era proprio la stampa della classe educata a rappresentare, riflettere e, in certa misura, influenzare le dinamiche generali dell’Inghilterra.

In quella stampa, per i suoi giornali quotidiani, le informazioni venivano reperite con maggiore rapidità, erano più equilibrate, più dettagliate e di gran lunga più complete rispetto a quelle disponibili nella stampa di qualsiasi altro paese. Tutto ciò che era importante veniva immediatamente conosciuto dalla classe dirigente inglese attraverso quella stampa, e in generale veniva presentato in proporzioni abbastanza corrette. I periodici settimanali, mensili e trimestrali erano potenti strumenti di espressione intellettuale e stabilivano anche uno standard letterario. In essi si trovavano i nomi di Tennyson o Browning, di Huxley e del Duca di Argyll, di Lord Salisbury, di Arnold. L’intera atmosfera di quella stampa era caratterizzata da un tono di uguaglianza, disinvoltura e sicurezza, tipici di una classe dirigente in uno Stato aristocratico.

Oggi i giornali conservano soltanto le caratteristiche meno essenziali; quelle fondamentali sono completamente scomparse. Le informazioni vengono ancora acquisite rapidamente (sebbene i giornali inglesi non abbiano più alcun vantaggio rispetto a quelli continentali, come avveniva una generazione fa), ma il tipo di informazioni fornite è completamente diverso; quanto alla qualità fondamentale per la veridicità, ovvero il senso della proporzione, esso è del tutto scomparso. La conoscenza dell’Europa è scesa a un livello trascurabile o addirittura spregevole. Tutte le questioni più importanti vengono o nascoste per scopi privati, o – il che è molto più comune – ignorate. Mentre i giornali italiani, francesi e tedeschi presentano in modo dettagliato e equilibrato gli aspetti della nostra civiltà contemporanea; mentre persone come Ferrero o Maurras sono costantemente presenti sulle pagine dei giornali continentali, da noi abbiamo individui che non sono altro che servitori di ricchi milionari semi-istruiti o ignoranti, i loro proprietari: persone che scrivono su commissione qualsiasi sciocchezza riguardante l’Europa che quei proprietari desiderino pubblicare. Pertanto, i grandi movimenti che avvengono all’estero e influenzano la vita nazionale di questo paese vengono mal compresi e generano inevitabilmente reazioni imprevedibili. Vi darò due esempi che sono ancora freschi nella memoria di tutti.

Nessun giornale di qui aveva previsto, né, quando accadde, riuscito a spiegare chiaramente il movimento italiano che portò alla rinascita del paese grazie a Mussolini. Confrontate questa sorprendente ignoranza con la situazione in Inghilterra di un secolo fa, quando l’Italia stava appena raggiungendo la sua posizione moderna: allora i giornali inglesi seguivano attentamente tutti gli sviluppi in Italia. Gli statisti stranieri si rivolgevano proprio alle loro pagine per ottenere informazioni e notizie sul progresso del Regno di Savoia. Oggi, invece, nessun statista continentale legge i nostri giornali, se non occasionalmente per protestare contro qualche errore infantile. E ancora: mentre scrivo queste parole, a Londra si sta svolgendo una conferenza estremamente importante tra banchieri e politici; l’obiettivo principale di questa conferenza è da un lato ridurre il potere francese e dall’altro mantenerlo. Se consulto i giornali “Temps” o “Corriere”, nel primo trovo resoconti molto dettagliati dei dibattiti delle commissioni, accompagnati da giudizi accurati sui risultati ottenuti; nel secondo trovo un’analisi equilibrata della situazione, con una chiara preferenza per gli interessi inglesi, considerati quasi identici a quelli italiani. Ma sfido chiunque a capire davvero cosa sta succedendo in quella conferenza leggendo i giornali britannici. Si leggeranno molte critiche nei confronti della Francia, molto autoelogio e molte generalizzazioni; ma non si otterrà alcuna informazione concreta, nonostante gli affari importanti stiano avvenendo proprio qui a Londra, sotto i nostri occhi.

Pensavo che fosse dovere di un contemporaneo seguire da vicino questa situazione. Presto mi resi conto che era necessario smettere di leggere i giornali inglesi e acquistare quelli del Continente per informarmi correttamente. Questo metodo presentava lo svantaggio del ritardo, ma aveva il vantaggio di fornirmi informazioni reali. I pochi giornali che ancora mantengono una facciata culturale, sebbene certamente non nei loro contenuti, sono comunque meno importanti della nuova stampa popolare che non finge alcuna pretesa di cultura; questa stampa è di proprietà di avventurieri senza scrupoli, persone che nessuno, una generazione fa, avrebbe mai accolto in casa propria, anche se tali individui esistessero all’epoca. Ed è proprio questa stampa popolare ad essere oggi lo strumento principale nella formazione delle opinioni pubbliche.

La rivoluzione è completa. È così completa che, come se l’educazione del paese passasse dalle mani dei classicisti e dei matematici a quelle delle grandi imprese, e ai ragazzi venissero insegnate le tecniche pubblicitarie e commerciali invece delle discipline umanistiche. Questo nostro passaggio da un modo di espressione pubblica e di controllo attraverso la suggestione a un altro sistema completamente diverso e molto più bassezzoso è avvenuto in silenzio, senza che nessuno se ne accorgesse. Solo confrontando il passato con il presente possiamo rendersene conto.

Siamo arrivati in Inghilterra oggi in una situazione in cui il quotidiano popolare conferisce al suo proprietario un potere nello Stato paragonabile soltanto a quello del settore finanziario, e di gran lunga superiore al potere nominale di quei poveri funzionari, imbarazzati e furtivi che ancora portano titoli di autorità come “Segretari di Stato”. Eppure, per la natura stessa di questo nuovo strumento di potere, la stampa popolare, deve necessariamente essere mal informata, irreale, e – il che non è meno importante – moralmente spregevole.

Forse meno evidente del cambiamento totale nella stampa, nelle sue funzioni e nel suo carattere – forse meno marcato e meno avanzato – tuttavia certamente di grande rilievo è il declino della Camera dei Comuni e, in generale, del Parlamento stesso, che hanno perso autorità e dignità, finendo per meritare un disprezzo ben meritato.

Ma rispetto a questo male, ci sono maggiori speranze di rimedio rispetto al male rappresentato dalla stampa. Quando qualsiasi organo del governo raggiunge un certo grado di decadenza, un altro ne prende automaticamente il posto; se questa sostituzione avviene in tempo, lo Stato può superare questa fase senza disastri.

Un tale sostituto è a nostra disposizione. Dobbiamo soltanto rafforzare il potere della Corona, e questo permetterebbe davvero di confermare quella affermazione spesso ripetuta secondo cui la continuità dei nomi ha un valore per la società. La monarchia esiste ancora di nome, quindi è ancora possibile conferirle un vero potere.

Il declino dell’autorità e della dignità parlamentare è stato causato interamente da problemi interni. Il popolo d’Inghilterra non lo desiderava; non voleva nulla di meglio che continuare a rispettare quell’instituzione aristocratica di Westminster, attorno alla quale si concentravano tutte le attività della nazione. Il danno è stato causato dal permettere che la corruzione personale rimanesse impunita. Una volta sorta l’abitudine di tollerare l’utilizzo delle cariche pubbliche a scopo di arricchimento privato, non era più possibile che quell’instituzione sopravvivesse. La tentazione per i politici di arricchirsi a scapito del bene pubblico – accettare tangenti, vendere monopoli, contratti e politiche – è così forte che, se non viene contrastata da una disciplina rigorosa, è inevitabile che si diffonda in modo incontrollato, ed effettivamente è successo. Questo fenomeno si è intensificato negli ultimi vent’anni, assumendo ogni forma possibile; tutte queste forme derivano però dall’immunità dei colpevoli. Le persone che detengono il potere politico creano monopoli pubblici che utilizzano a proprio vantaggio: accettano tangenti, assegnano contratti in cambio di denaro. Assegnano diritti statali preziosi a determinate aziende e poi, lasciata l’incarico, assumono posizioni ben retribuite all’interno di quelle stesse aziende. Il commercio di onori al fine di ottenere vantaggi personali da parte di coloro che li concedono rappresenta senz’altro il problema meno grave tra quelli che minacciano l’esistenza del Parlamento. La pratica abituale dello ricatto, utilizzata nelle intrighi personali per ottenere potere (è reciproca tra politici e proprietari di giornali), è senza dubbio la più grave. Ma tutti questi comportamenti sono eccessivi, e insieme hanno causato il declino del Parlamento. Ora è impossibile restituire a questa istituzione il prestigio che un tempo possedeva; esso è davvero andato perduto.

Di fronte a queste esperienze, di fronte ai luoghi comuni della vita parlamentare che tutti i parlamentari conoscono perfettamente e che ormai anche il pubblico sta iniziando a comprendere, l’atteggiamento dei politici stessi è di tolleranza; l’atteggiamento del pubblico, invece, è uno scetticismo stanco e disprezzante.

Questo atteggiamento di tolleranza da parte dei politici, questa politica che hanno scelto di giustificare e perdonare la corruzione, mi sembra più degno di discussione di qualsiasi altra questione nell’attuale vita pubblica; è il cuore di tutta la questione.

La corruzione, in qualche misura, è inevitabile sotto qualsiasi forma di governo. Metà dell’arte di governare consiste nel trovare modi per reprimere la corruzione, piuttosto che distruggerla. Finché gli uomini desiderano notorietà e ricchezza, finché queste cose possono essere ottenute attraverso il potere politico, e finché il potere politico domina i tribunali – cioè per sempre – la corruzione sarà inevitabile tra coloro che governano, tranne che in caso di un re forte. È logico che il desiderio di ricchezza o notorietà, o entrambi, spinga le persone al potere a cercare di ottenerli; e poiché tale potere permette loro di controllare in larga misura i tribunali, la polizia e l’apparato giudiziario, possono esserne in gran parte immuni alle conseguenze delle loro azioni. Non troverei nulla di sorprendente nel constatare che, in qualsiasi paese e in qualsiasi momento, esista una grande corruzione tra le persone che ricoprono cariche pubbliche. Quello che troverei davvero sorprendente, un fenomeno degno di studio approfondito (poiché sarebbe eccezionale e sicuramente avrebbe conseguenze significative), sarebbe scoprire che tale corruzione non viene punita, e che coloro che vengono colti in flagrante commettere atti corrotti vengono addirittura promossi. Ed è proprio questo che accade oggi in Inghilterra.

È proprio come per le malattie nel corpo umano: la corruzione parlamentare viene tollerata proprio perché esiste. Quasi nessuno attraversa la vita senza contrarre qualche grave malattia. La maggior parte delle persone presenta qualche debolezza specifica che, col tempo, può trasformarsi in una malattia cronica che porta alla morte; tutti gli esseri umani, in ogni caso, sono soggetti alle malattie, anche coloro che al momento non ne soffrono. Tuttavia, ovunque si guardi, si vede l’umanità impegnata a combattere le malattie e ad evitarne le conseguenze. Ora, se trovaste una persona che considerasse la propria malattia come una sorta di abitudine, anzi che cercare di curarla, pensereste che il suo comportamento fosse anomalo. Direste: “Di certo ne deriverebbero conseguenze strane, ” E avreste ragione.

Ho notato che l’attuale tolleranza verso la corruzione e il ricatto in politica viene difesa con argomentazioni molto diverse, ma credo che il movente sottostante a questa difesa, la vera base di tale atteggiamento nella mente di un parlamentare, sia il patriottismo unito a una certa nuova concezione dei valori morali emersa nel corso del secolo. Penso che coloro che hanno difeso questa tolleranza verso la corruzione abbiano realmente in mente l’idea che tale degradazione della vita pubblica non arrechi danni significativi al paese, essendo soltanto una sorta di male necessario e permanente. Ritengono infatti che il ridurre la sicurezza dello Stato, derivante dall’esposizione e dalla punizione dei colpevoli, sia un male molto più grave che lasciarli agire liberamente. È un atteggiamento simile a quello che la maggior parte delle persone assume di fronte a uno scandalo familiare: “Queste cose accadranno comunque; quindi è meglio evitare discussioni pubbliche al riguardo per non danneggiare ulteriormente la reputazione della famiglia”. Lo stesso vale, in misura maggiore, per coloro che operano a Westminster.

Secondo me, ci sono due elementi alla base dell’attuale tolleranza diffusa e universale nei confronti della corruzione e del ricatto tra i politici. Il primo elemento è quello nobile del patriottismo, che considera che, di fronte a due mali, sia necessario scegliere il minore; in altre parole, ritiene che il male rappresentato da una certa quantità di vizi politici, pur essendo inevitabile, sia molto meno grave del danno causato dal sovvertire l’autorità e l’ordine sociale, indebolendo così il paese di fronte ai suoi rivali. Il secondo elemento è rappresentato dall’idea che praticare o subire ricatti, nonché offrire o accettare tangenti tra i parlamentari, sia soltanto uno dei tanti mali morali esistenti nello Stato, e anzi uno dei meno gravi.

Se queste sono davvero le basi della tolleranza verso questi mali, gli argomenti artificiali addotti sono molti e vari. Ricordo una cena politica nel Surrey dove ne discutemmo a lungo. Tutti i presenti erano direttamente o indirettamente coinvolti nella vita pubblica, e nessuno, per quanto ne so, era personalmente colpevole di alcun atto illecito. Tuttavia, su venti persone, solo tre di noi, tra cui io, sostenevamo la necessità di contrastare questi mali. Gli altri, tutti gli uomini presenti e naturalmente anche tutte le donne, si basavano su questo ragionamento: ciò che si desidera nella gestione dello Stato sono capacità, un giudizio accurato dei fattori coinvolti in qualsiasi problema debba essere affrontato, e una buona previsione del futuro immediato. Se queste qualità sono presenti, dicevano, il paese prospera; altrimenti possono verificarsi disastri di ogni tipo. Se coloro che governano possiedono queste caratteristiche, non importa se abbiano anche tendenze alla corruzione, o a pratiche strane di spionaggio e minacce, o se si dedichino alla vendita di politiche e monopoli, o all’accettazione di tangenti.

Penso che quella risposta sarebbe stata valida se si fosse potuto dimostrare l’esistenza di un legame necessario tra buon giudizio, volontà ferma, patriottismo e tutti gli altri elementi menzionati, da un lato, e i vizi specifici in questione, dall’altro. Ad esempio, un uomo che difende il lusso e la materialità di una gerarchia religiosa potrebbe facilmente affermare: “Questi sono certamente mali morali; ma è difficile trovare persone capaci di gestire un’organizzazione importante e al contempo indifferenti alla pompa e ai piaceri mondani”. Tuttavia, sostengo che nel caso della vita parlamentare questo legame non si applichi. Un uomo che progredisce attraverso il ricatto o la corruzione, soprattutto uno che dedica le sue energie a scoprire i segreti dei suoi rivali per poi minacciarli di rivelarli se continueranno a competere con lui, non è certo il tipo di persona che possieda un buon giudizio. Di solito, queste persone sono intellettualmente molto meschine, e i vizi da cui soffrono derivano da una mentalità limitata, incerta e spregevole. Se volessi trovare qualcuno in grado di gestire un’impresa importante con lungimiranza, forza di volontà e una buona comprensione dei problemi che deve affrontare, potrei sceglierlo anche se ha un passato di crudeltà o orgoglio: due vizi molto detestabili. Ma sarebbe sciocco sceglierlo se ha un record di piccoli furti e continue intrighi tra i suoi colleghi. Queste persone riescono bene nelle posizioni inferiori della polizia segreta, ma non sono adatte a ricoprire incarichi di alto livello. Infatti, negli ultimi anni abbiamo avuto esperienze molto spiacevoli riguardo a ciò che accade quando si dà a queste persone anche solo una piccola parte del potere governativo in uno Stato: sono state proprio loro ad affermare, ad esempio, che la rivoluzione comunista ebraica in Ungheria avrebbe avuto successo; sono state loro a sostenere l’avventura greca contro la Turchia; sono state loro a capitolare di fronte all’Irlanda.

Un altro argomento che ho sentito avanzare è questo: che la corruzione, su scala molto più ampia, fosse diffusa durante tutto il periodo in cui l’Inghilterra stava raggiungendo la sua posizione attuale di grande potenza.

Dai tempi di Walpole a quelli del giovane Pitt, dalla bolla speculativa del South Sea all’Atto di Unione, la vita pubblica si basava universalmente su un sistema di corruzione. Nessuno può negare che siano stati proprio questi gli anni in cui fu fondata la grandezza moderna dell’Inghilterra; pertanto (si sostiene) c’è qualcosa di assolutamente sproporzionato nel far tanto scalpore per il fatto che un moderno Cancelliere dello Scacchiere acquisti qualche migliaio di azioni a colazione, o che un moderno Ministro delle Poste firmi un contratto a favore di una società privata per poi assumere un incarico ben retribuito presso quella stessa società come ricompensa. Infatti, se un sistema di corruzione molto più esteso non ha arrecato danno al paese durante il suo periodo formativo, allora non abbiamo nulla da temere dai piccoli peccatucci individuali, come quelli legati all’acquisto occasionale di qualche migliaia di azioni, che sono ormai diventati abitudini comuni tra i nostri funzionari pubblici.

Sono completamente d’accordo sul fatto che, se le tangenti fossero della stessa natura in entrambi i casi, questo argomento sarebbe valido. Ma il punto fondamentale della questione è proprio che le tangenti sono di tipo diverso.

La corruzione del XVIII secolo consisteva nel fatto che coloro che controllavano gli onori (e, in larga misura, le risorse pubbliche) compravano voti a sostegno delle loro politiche; allo stesso tempo, significava anche l’appropriazione aperta di posti di lavoro redditizi e salari elevati da parte dei potenti.

Un aristocratico del XVIII secolo avrebbe concesso al proprio dipendente una posizione redditizia e senza responsabilità concrete, o un incarico che gli permettesse di accumulare ingenti somme di denaro; lui stesso e i suoi familiari avrebbero votato per ottenere uno stipendio esageratamente alto; avrebbero anche deciso di esentare i propri colleghi da grandi parti delle tasse, e avrebbero approfittato di molte opportunità private per arricchirsi, poiché tale comportamento rappresentava la conseguenza naturale del potere che possedevano attraverso le loro cariche pubbliche.

Ma gli aristocratici del XVIII secolo che imprimevano il tono a tutto quel sistema, i grandi proprietari terrieri dell’epoca e i grandi commercianti che venivano assorbiti da quell’ambiente sociale, né erano influenzati nelle loro decisioni politiche né vedevano diminuire la loro dignità per ciò che facevano. Non fingevano di agire diversamente, non si mettevano in situazioni assurde, né vivevano nella paura di essere scoperti. Un uomo poteva accettare denaro o onori come compenso per il proprio voto a favore del governo, ma i membri stessi del governo non avrebbero mai accettato regolarmente denaro al fine di favorire imprenditori che desideravano truffare il pubblico. Ci furono occasionalmente esempi di questo genere, ma non era la norma. Non potete certo immaginare che Walpole o Pitt, in qualsiasi periodo storico, accettassero denaro da qualche avventuriero finanziario che sarebbe venuto da loro per ottenere l’istituzione di una nuova tassa, l’abolizione di un’altra, o l’approvazione di un nuovo tipo di monopolio al fine di arricchirsi.

Non riesco a immaginare un uomo che si avvicini al più giovane Pitt e gli dica: “Mio fratello, che è tuo collega nel governo, ed io abbiamo un progetto per equipaggiare le navi da vela con un determinato dispositivo. Se ci aiuterai a far approvare una legge che obblighi tutte le navi britanniche ad installarlo e ad acquistarlo da noi, ti daremo una parte dei profitti.” I nostri politici moderni agiscono proprio in questo modo; e, forse ancora peggio per l’autorità del governo, lo fanno in un modo che li rende ridicoli: protestano ad alta voce la loro innocenza alla vigilia della rivelazione dei loro errori, vivono sempre nel timore e in una sorta di continua lotta con coloro che potrebbero rendergli la vita insopportabile se insistessero pubblicamente sulle loro piccole abitudini.

Ecco, credo, il nucleo di tutta la questione. Quei patrioti che ritengono giustamente di servire il paese rafforzando l’autorità anche dei governatori nominali, ma che sono convinti che la tolleranza verso i vizi politici possa rafforzare tale autorità, commettono in questo loro secondo presupposto un errore molto evidente. È un errore che, penso, non commetterebbero se conducessero la vita dei loro concittadini e conoscessero meglio gli uomini comuni inglesi di quanto facciano attualmente.

Tutti i politici, a parte la grande massa delle classi meno abbienti e meno privilegiate da cui provengono in gran parte, conducono una vita completamente diversa dalla gente comune. È sorprendente ascoltarli parlare tra loro: si rende conto di quanto siano lontani dagli interessi generali del pubblico, di quanto prendano sul serio le loro false divisioni e le loro false battaglie, e di quanto credano, con una strana semplicità, che queste fittizie lotte siano di enorme importanza per gli elettori. Il pubblico nel suo complesso è ormai pienamente consapevole della volgarità e della degradazione della vita politica. Certo non comprende appieno le conseguenze definitive di tutto ciò, ma almeno non nutre più alcuna illusione. In effetti, dalla mia esperienza posso dire che l’uomo comune, quello che lavora nelle professioni liberali o nel commercio, tende ad esagerare i mali della politica, anche se non ne riconosce realmente il pericolo. È disposto a credere che quasi tutti i politici possano accettare denaro; inoltre, non fa la distinzione necessaria tra due tipi di parlamentari completamente diversi: quelli con un passato sporco e quelli con un passato pulito ma che permettono e sostengono le pratiche corrotte che circondano il loro lavoro. Bisogna ammettere che nella vita politica ci sono molte persone che non si sognerebbero mai di compiere azioni del genere; tuttavia, questo non le scusa affatto. Sostengono quelle pratiche volgari e corrotte, rifiutano di correggerle e spesso si uniscono a coloro che cercano di impedirne la rivelazione. Sono complici di tutte quelle azioni che personalmente disprezzano e odiano, ma che in privato denunciano apertamente. In realtà, potrebbero porre fine a questo sistema se preferissero la giustizia alle loro piccole carriere personali, e il bene comune dell’Inghilterra al proprio comfort o alla propria notorietà negativa.

A volte cercano di salvare la propria coscienza sostituendo una condanna specifica con una generale: è il vecchio trucco noto all’uomo che governa per eludere i propri doveri.

Ricordo un’ottima commedia di questo genere in cui ho partecipato personalmente. L’Ammiragliato aveva ordinato la realizzazione di una parte importante di una nave da guerra a una piccola azienda, gestita a scopo di lucro da un amico del Primo Ministro dell’epoca.

Non c’era nulla di eccessivo in quel gesto di favoritismo. Era naturale che un politico aiutasse un amico: qualcuno doveva pur mantenere l’ordine, e non veniva arrecato alcun danno grave allo Stato. Ma il passo successivo era davvero importante.

Si scoprì che la parte fornita presentava un difetto. Coloro che l’avevano fornita avrebbero potuto sostenere di non essere a conoscenza dell’esistenza di tale difetto, e inoltre che non sarebbe stato vantaggioso per loro permettere la presenza di un simile difetto.

Probabilmente si trattò di un incidente, ma ciò indicava comunque che il compito era stato affidato a persone inadeguate alla sua gravità. Quel pezzo fu quindi rimandato indietro per essere riparato. Invece di essere sistemato correttamente, come avrebbe dovuto essere, si eseguì un intervento che finì soltanto per nascondere il difetto, senza risolverlo davvero. Il pezzo fu restituito in condizioni tali che, se il difetto non fosse stato scoperto, l’intera nave da guerra e la sua equipaggio avrebbero potuto perdere la vita. Si trattava chiaramente di una questione molto grave. Se c’è qualcosa con cui i politici non dovrebbero mai scherzare, è sicuramente la Marina.

Ora, i parlamentari incaricati di esaminare le contabilità pubbliche hanno rilasciato una dura e retorica condanna di questa terribile situazione, utilizzando parole che avrebbero soddisfatto persino Geremia. Tuttavia, sono stati molto attenti a non menzionare nemmeno un nome.

A mio parere, si trattava di un vero difetto. All’epoca ero nel Parlamento e decisi di scoprire chi fosse la persona reale responsabile di questo crimine. A meno che non si riuscisse a individuarli e punirli, sarebbe stato come non aver fatto nulla del tutto. Se azioni del genere possono essere compiute impunemente, sicuramente verranno ripetute.

Ho incontrato la maggiore difficoltà nel convincere anche solo uno di quei seicento uomini presenti nella Camera dei Comuni ad agire con me in questa questione. Ovviamente non ho cercato di contattare più di pochi, perché erano davvero pochi quelli che avrebbero considerato l’interesse pubblico; ma uno di questi pochi mi disse che non era consuetudine agire in questo modo, che un simile comportamento veniva considerato “personale”, che la questione ormai era risolta da mesi e doveva essere dimenticata, e che fosse difficile individuare chi avesse realmente la responsabilità di tali decisioni. E così via. Tutti loro applicavano il principio secondo cui il politico fosse più importante della nave o dell’equipaggio, e che le loro carriere parlamentari fossero più importanti del paese stesso.

Un singolo deputato privato non ha alcun potere decisionale in Parlamento, se non quello di votare o porre domande. Ho posto la mia domanda; è stata risposta in modo davvero patetico dal politico direttamente responsabile, il quale ha giurato su Dio che la mia domanda aveva diffamato un suo vecchio e stimato amico, a cui teneva come a un fratello. Ha attribuito la colpa a “un subordinato”. L’aula ha espresso il proprio cordoglio in un mormorio.

Ho sottolineato che non avevo tradotto nessuno, ma che avevo semplicemente chiesto i nomi delle persone responsabili e il loro processo. A quel punto, come si suol dire in ambito giornalistico, “la questione fu lasciata cadere”. Tuttavia, non c’è bisogno di aggiungere che la persona nominalmente responsabile fu promossa a un incarico onorifico pubblico, e che nessuno dei “subordinati” venne punito.

Fu solo un piccolo episodio, anche se non sarebbe sembrato tale agli ufficiali o all’equipaggio se la loro nave fosse affondata nel bel mezzo della notte a causa di un difetto al sistema di governo del timone. Onestamente, però, si trattava di una questione di poco conto dal punto di vista politico. Esistono molti casi molto più gravi, ma questo rappresenta comunque uno degli esempi caratteristici di questo genere di situazioni.

L’argomento secondo cui questa contaminazione ormai universale che pervade la vita pubblica sia tollerabile perché accade in tutti i paesi dove esiste un Parlamento, e quindi non ci indebolisca di fronte ai nostri rivali, presenta due gravi difetti.

Il primo errore consiste nel trascurare il fatto che quel “cancro” chiamato Parlamento non è più universale. Alcuni dei nostri rivali se ne sono già liberati; tutti ne provano disgusto; la maggior parte probabilmente lo eliminerà entro una generazione.

Il secondo punto è che, in nessun altro luogo, il Parlamento è così strettamente legato alla nazione come in Inghilterra.

Il sistema parlamentare francese è almeno altrettanto corrotto di quello inglese; da quanto ne so, direi persino peggiore. Quello americano, invece, non è così grave; ma è comunque abbastanza corrotto da richiedere una vigilanza costante da parte dell’elettorato e della stampa americana, che sono altrettanto spietati nell’esporre tali mali quanto noi siamo risoluti a nasconderli. Per quanto riguarda i sistemi polacco e tedesco, che sono appena stati introdotti, non ne so nulla. Quello italiano era spregevole, mentre quello spagnolo era una vera barzelletta; entrambi sono stati felicemente eliminati, e spero che non ne sentiremo più parlare.

Ma la corruzione parlamentare in altri paesi è legata a un istituto che, in quei paesi, è subordinato alla vita nazionale. In Francia, ad esempio, nessuno considera il Parlamento una parte necessaria, o nemmeno efficacemente funzionante, dell’esistenza nazionale; si tratta di un esperimento moderno, molto impopolare, che vive nella paura di istituzioni molto più permanenti e radicate, come l’Università, l’Esercito, la Chiesa e il sistema fondiario, con cui deve convivere nel miglior modo possibile. I politici di Parigi possono e fanno davvero molto danno in tutti i settori, ma non costituiscono quell’organo tradizionale di governo radicato nella nazione, come avviene qui con la Camera dei Comuni. Vivono sotto una protesta continua.

Negli Stati Uniti, come tutti sanno, l’Assemblea rappresentativa centrale è completamente subordinata al Senato. Il Senato è molto più potente e molto più rispettato; il Presidente si trova al di sopra di entrambi. Egli possiede poteri monarchici che superano di gran lunga qualsiasi cosa esista in Europa, persino quelli esercitati dal Re di Prussia ai tempi in cui tale individuo ricopriva anche la carica di capo militare del Reich.

Ma in Inghilterra il Parlamento è la grande istituzione nazionale. È strettamente legato alla vita di tutto il paese; una malattia che lo colpisce rappresenta quindi una malattia nazionale. L’associazione degli avvocati, che in Inghilterra è molto più potente che in qualsiasi altro paese, è strettamente legata al Parlamento. In Inghilterra non può mai sorgere il problema che le forze armate agiscano indipendentemente dal Parlamento; né, purtroppo, esiste ancora un potere monarchico come quello del Presidente degli Stati Uniti. Un Re d’Inghilterra oggi troverebbe ampio sostegno popolare contro il Parlamento, ma come potrebbe agire?

In questo risiede la gravità della situazione: il Parlamento non si riformerà da solo, e allo stesso tempo non esiste alcuna forza esterna al Parlamento in grado di farlo. Anche se la nazione fosse sull’orlo del pericolo più estremo, non disponiamo di alcuna forza esterna in grado di superare l’incompetenza dannosa del Parlamento e assumersi le responsabilità necessarie. Infatti, quando durante la crisi della Prima Guerra Mondiale alcuni politici cercarono segretamente di negoziare la pace alle spalle degli Alleati, nessuno intervenne, tranne alcuni umili marinai che, di loro spontanea iniziativa, impedirono il proseguimento di un viaggio importante. Se dovessimo assistere all’invasione di questo paese o a una vergognosa resa, temo che sia ancora un politico ad essere alla guida di tale disastro e di tale umiliazione. Durante la Prima Guerra Mondiale, metà delle decisioni assurde prese furono dovute al fatto che un politico poteva ordinare i movimenti delle armate, a dispetto dei soldati, e influenzare – sebbene non potesse dirigerli direttamente – la politica estera del paese, nonostante esistessero funzionari competenti. È vero che il proprietario di un giornale milionario, soprattutto se privo di cultura e quindi di qualsiasi responsabilità, ha un’influenza maggiore sulla formulazione delle politiche rispetto a un politico; è vero anche che gli interessi finanziari sono molto più potenti. Ma il Parlamento è l’unico strumento attraverso cui tutto deve passare per essere attuato concretamente; quindi il suo declino rappresenta davvero un momento estremamente grave per il futuro del paese. È scoraggiante ammettere che questo declino non possa essere fermato, che la “malattia” debba seguire il suo corso, ma temo che non ci sia altra soluzione. È chiaramente troppo tardi per rimediare: ci sono stati momenti in cui si potevano intervenire efficacemente, ma ogni opportunità è stata sprecata, e non vedo come possa emergere un’opportunità sufficientemente valida in futuro.

Avere controllato la situazione fin dall’inizio sarebbe stato abbastanza facile, ad esempio durante lo scandalo telefonico: già alcuni anni prima, Mundella era stato allontanato dalla vita pubblica per ciò che all’epoca veniva considerato un errore gravissimo, ma che oggi difficilmente verrebbe definito una semplice irregolarità. Era persino possibile intervenire in tempo durante lo scandalo Marconi. Una decisione decisa e coraggiosa in quella crisi avrebbe potuto ancora salvare il Parlamento. Ma non vedo, né credo che qualcun altro possa dirmi, come sia possibile salvarlo ora.

Il test è molto semplice: nel giorno in cui un Ministro del Gabinetto venga multato pesantemente o imprigionato per azioni irregolari legate al denaro, la situazione cambierà radicalmente. Credete davvero che arriverà quel giorno? Io personalmente no. Pertanto, il declino continuerà. Il sistema, ormai radicato e consolidato, diventerà qualcosa di normale; a lungo andare, alla Camera dei Comuni accadrà ciò che è successo a tutte le istituzioni che hanno smesso di pregare per la propria salvezza. Ma intanto, cosa ne sarà di noi che non disponiamo di altri strumenti? E della nazione stessa?

Un punto di vista mi fu espresso da un saggio anziano signore che aveva trascorso circa trent’anni (senza fare nulla) alla Camera dei Comuni e poi era riuscito a ottenere un titolo nobiliare dai suoi colleghi, senza alcuno sforzo; desiderava infatti continuare a vivere sotto lo stesso tetto e trascorrere gli ultimi giorni della sua vita divertendosi, rimanendo uno spettatore indulgente di ciò che, per lui, era ancora un argomento leggermente interessante.

Fu nella serata di un giorno in cui avevo cercato con tutte le mie forze di “scavare fuori” da terra uno dei politici più odiosi, dopo che si era rifugiato lì a seguito di una faccenda particolarmente spiacevole. Quel vecchio aveva osservato tutto con grande divertimento, e penso fosse grato a me per avergli fornito un’esperienza così interessante. Fino ad allora aveva guardato da “in tribuna”, ma quella sera, mentre cenavo con lui, mi avvertì di non sprecare troppa energia in un passatempo del genere.

Gli assicurai che non si trattava di un passatempo, ma che lo prendevo davvero molto seriamente.

“So che lo sai,” rispose, “e proprio contro questo ti sto avvertendo. Il paese non viene guidato da queste persone,” disse indicando con il pollice verso la porta, “ma dall’attività complessiva del suo popolo: quel popolo è sano e uscirà indenne da qualsiasi difficoltà.”

La guerra gli diede ragione.

“Quello che la massa del popolo non fa per sé,” disse, “lo fanno un gruppo piuttosto numeroso ma molto coscienzioso di funzionari permanenti: sottopagati, laboriosi ed estremamente competenti. I politici sono soltanto lo strato superficiale; hanno ben poco a che fare con la felicità o l’infelicità della nazione, e non molto nemmeno con la sua forza. Anche le decisioni politiche, di regola, vengono prese al di fuori del loro ambito, nel mondo finanziario più influente. È uno spreco di energie continuare a insistere su questo aspetto nascosto.”

C’è molto da dire riguardo all’atteggiamento di quell’ex studente. Ma non ho potuto fare a meno di chiedergli cosa avrebbe fatto il signor Gladstone se si fosse trovato di fronte a un Cancelliere dello Scacchiere che acquistava azioni a tavola durante la colazione; infatti, ricordava bene il signor Gladstone e provava per lui quell’insolita sorta di ammirazione che molti uomini, conoscitori di quel potente, breve ma eloquente genio del passato, provavano. Gli dissi: “Ai tempi del signor Gladstone, i Ministri degli Esteri godevano di maggiore riservatezza rispetto ai nostri politici moderni, e le loro azioni interferivano meno nella vita quotidiana dell’Inghilterra di quanto avvenga oggi; soprattutto per quanto riguarda gli alti funzionari pubblici. Eppure, sia voi che io sappiamo bene cosa avrebbe fatto il signor Gladstone se avesse scoperto un membro del suo governo acquistare azioni da un promotore di società a tavola durante la colazione.”

L’uomo anziano rispose che gli standard della sua giovinezza erano decisamente più elevati di quelli attuali, e che, sebbene non potesse negare che l’abitudine attuale dei ministri di prendere denaro rappresentasse una debolezza per il paese, riteneva che si trattasse comunque di una debolezza di poco conto. Aggiunse qualcosa che in seguito ho scoperto essere profondamente vero: “In ogni caso, non è possibile rimediarvi, quindi state solo perdendo tempo.”

In tutte le discussioni – troppe, davvero! – in cui ho affrontato questo argomento, ho trovato soltanto un vero e proprio sostenitore entusiasta di quel sistema: si trattava di un giovane anglo-americano ricco che aveva appena iniziato o stava per intraprendere una carriera nella vita pubblica. Secondo lui, il nostro modo attuale di procedere possedeva una sorta di eccellenza particolare, tipica di questo paese e degna di lodi entusiastiche. Parlava come colui che fosse entrato in una terra promessa, e le mie critiche nei confronti di alcuni eventi recenti lo avevano profondamente indignato. Apprezzava un ministro del gabinetto che aveva appena concesso un monopolio prezioso a un promotore aziendale, per poi dimettersi e accettare un incarico permanente e ben retribuito nella stessa compagnia: rifiutava categoricamente l’idea che la vendita di quel monopolio potesse in qualche modo essere collegata all’accettazione immediata dell’incarico e dei relativi compensi. Era indignato dal fatto che qualcuno potesse anche solo pensare a un legame del genere: si trattava, secondo lui, di due fatti completamente separati.

Prima di tutto, il politico, nella sua veste di funzionario pubblico, valuta onestamente tutti i pro e i contro e decide che un promotore aziendale sia la persona giusta per gestire un grande monopolio pubblico – del valore di milioni. Gli concede quindi quel monopolio. E lì la questione finisce.

Allora inizia un insieme di azioni completamente diverso. Il politico, in qualità di privato individuo, accetta un incarico ben retribuito pagato dal suddetto promotore aziendale e vive dei profitti derivanti da quel monopolio.

Solo un sospetto folle avrebbe potuto collegare quei due fatti.

Era una teoria sorprendente da ascoltare, ed era anche del tutto nuova per me. Ma aveva questo vantaggio: lo rendeva un sostenitore convinto di ciò che gli altri o deridevano in modo cinico o preferivano ignorare del tutto.

Sarà interessante vedere, con l’avanzare dell’età, se questo tipo di difesa si svilupperà davvero, e se il concetto di accettare tangenti o praticare estorsioni verrà considerato non qualcosa da accettare normalmente, ma piuttosto motivo di indignazione e lode. Non credo che avremo molte occasioni per discutere di questo argomento. È davvero “esotico”. Nessun uomo del nostro sangue si sente a proprio agio di fronte alla corruzione finanziaria: forse la tollera, forse la pratica, ma non si adatta alla sua coscienza, e certamente non suscita in lui alcun entusiasmo.

Tuttavia, non si sa mai. Ci sono transazioni commerciali davvero spregevoli che oggi suscitano ammirazione, proprio come un tempo avrebbero spinto i nostri antenati a voler impiccare i colpevoli. La lassità nei rapporti tra uomini e donne, che ai tempi dei nostri padri sarebbe stata almeno condannata, oggi non solo viene tollerata, ma addirittura difesa e trasformata in una sorta di “religione”. Un vero tradimento in tempo di guerra merita soltanto pochi mesi di reclusione. Quindi è molto probabile che io viva abbastanza a lungo da sentire le persone dire, con toni di ammirazione: “Che persona straordinaria sia Binks! L’agente del Primo Ministro gli offrì 10.000 sterline per eliminare il problema, ma lui ne ottenne addirittura 100.000 in contanti, prima ancora di aver finito con quella faccenda! Riuscì a spaventare a morte quel vecchio sciocco, dimostrando di sapere tutto su Chapel Street, ”

Dopotutto, ho sentito spesso lo stesso tono di venerazione religiosa nelle descrizioni di alcune truffe finanziarie di questi tempi: fortune guadagnate in poche settimane attraverso l’inganno della folla e la rovina di migliaia di famiglie.

Quindi c’è ancora speranza.

L’autorità e il prestigio del Parlamento sono diminuiti rapidamente, come l’acqua in un sbarramento fluviale, scomparendo davanti ai nostri occhi.

Il processo avrebbe normalmente dovuto essere più rapido, e la crisi finale a cui sicuramente avrebbe portato sarebbe dovuta verificarsi molto prima di questo.

Sarebbe stato molto meglio per il paese se fosse andata così. Lo scandalo Marconi rappresentava un’ottima opportunità per una rivelazione completa e per schiarire definitivamente la situazione. Lo scandalo ancora peggiore legato alle droghe, che si è verificato mentre il paese lottava per la sua sopravvivenza, fu forse l’ultima possibilità che ci venne offerta. Se solo una mezza dozzina di quei politici e imprenditori fossero stati processati apertamente e condannati a pene detentive durante la guerra, oggi ne avremmo tratto grandi benefici. Invece, tutto fu insabbiato e i profitti finirono nelle mani dei responsabili dello scandalo: un esempio che, ne sono certo, è stato seguito da molti altri negli ultimi sette anni, durante i quali quella peggiore delle abominazioni è stata tollerata.

Forse il freno più potente che venne applicato al processo di declino verso il basso, la forza più efficace nel impedire un crollo definitivo e quindi nel condannare il paese a un’estinzione graduale ma inevitabile dell’autorità parlamentare, risiedeva proprio nell’impatto del vecchio prestigio parlamentare.

Per una generazione più anziana, di cui alcuni esistono ancora oggi, l’idea di ottenere un seggio in Parlamento era associata all’onore e a una posizione sociale degna di ambizione. Quella generazione portò avanti un insieme di tradizioni antiche che si estinsero solo lentamente; per tutto il tempo in cui esistarono, continuarono a sostenere la struttura sociale in via di crollo, alla quale erano strettamente legate.

Tali uomini, già prima che iniziasse questa situazione disgustosa, avevano acquisito abitudini tipiche della Camera dei Comuni; vivevano nel mondo dei pensieri e delle usanze di un’epoca più antica e molto migliore, e contribuivano a dare alla malata istituzione del loro tempo i ricordi della sua “salute” durante la loro giovinezza e la loro maturità.

Molto pochi di loro sopravvivono ancora, offrendo al corruzione dei politici professionisti un residuo di sostegno morale. Quando saranno scomparsi, dovremo affrontare il problema nella sua interezza, perché fino ad ora non abbiamo mai avuto bisogno di farlo.

Di quegli uomini che avevano così acquisito l’abitudine di frequentare la Camera dei Comuni, e che per lungo tempo le attribuirono un valore fittizio che essa da tempo non possedeva più, vorrei ricordare in particolare Sir Charles Dilke: seguivo attentamente le sue azioni pubbliche e ne discutevo spesso con lui.

Apparteneva, naturalmente, a un’epoca più antica, in cui la politica era ancora rispettabile e persino dignitosa; essendovi entrato molto presto nella vita, provava profondamente il senso dello spreco delle proprie capacità, poiché non avrebbe mai potuto ricoprire alcuna carica ufficiale. Tuttavia, veniva trattato dal Presidente come una sorta di anziano statista, e ricorderò sempre la solidezza e la profondità delle sue conoscenze in materia di affari esteri. Era uno dei pochi uomini del mio tempo (che si sovrapponeva a un’epoca precedente) che sapeva davvero di cosa parlava quando discuteva del Continente, e che seguiva attentamente i cambiamenti che avvenivano in tutta l’Europa occidentale; riusciva anche a valutare con precisione il grado e la qualità di questi cambiamenti in ogni paese, almeno nelle Germanie, in Francia, in Italia e in Belgio. Parlava meno della Spagna, e non so fino a che punto conoscesse gli affari spagnoli. Ho sempre ritenuto le sue opinioni molto preziose nelle discussioni sull’origine di Gambetta: lo conosceva bene e non lo disprezzava; diceva che fosse ebreo, e quindi del tutto estraneo al temperamento francese. Naturalmente, questa era anche l’opinione di molti nemici di Gambetta (poiché i liberali sembrano sempre ritenere che dire di qualcuno che è di origine ebrea significhi dire qualcosa di spiacevole su di lui), ma non corrispondeva alla testimonianza della maggior parte dei suoi amici. Conoscevo bene due degli amici di Gambetta: uno era un mio parente, l’altro era quel grande uomo che fu Déroulède. Non credo che Déroulède fosse un osservatore molto accurato, ma comunque testimoniò della forte natura nazionalista di Gambetta, sostenendo che in lui non ci fosse assolutamente nulla di orientale. Il mio parente, invece, di temperamento più cinico, affermava di essere giunto alla stessa conclusione attraverso osservazioni attente. Sembra che Gambetta fosse un uomo che suscitava vera e profonda affezione, ma la sua leggenda verrà distorta: uno dei mali del caos politico moderno è infatti che coloro che, per caso o per desiderio, si trovano coinvolti nella spirale della competizione personale e delle conseguenti pubblicità, sono inevitabilmente traditi dal destino. Nessuno di loro può presentarsi davvero com’è, e nessuno verrà mai considerato dalla posterità come un uomo grande, per quanto grande possa essere, a meno che non riesca a sviluppare qualche talento al di fuori di quella misera attività parlamentare nella quale è stato trascinato.

In quella vita c’è un tale miscuglio di violenza, astuzia e retorica, per non parlare della contaminazione legata al denaro, che il nome di una persona diventa semplicemente un simbolo di odio e derisione in luoghi dove la lotta politica viene presa sul serio, come in Francia o in Irlanda. In un paese come il nostro, invece, dove la politica non è considerata seriamente, quel nome diventa soltanto un simbolo di finzione e simulazione.

Nessun parlamentare inglese potrebbe sopportare l’eredità di odio, disprezzo virulento e accuse documentate, dettagliate e provate che impedirebbero al nome di Gambetta di occupare un posto onorevole nella storia. D’altra parte, nessun politico inglese, dai tempi degli anni ’90 in poi, potrà lasciare un segno significativo per le generazioni future se non riesce a compiere qualcosa al di fuori della sua professione. Non c’è nulla che impedisca al Capo Postale Generale, al Leader dell’Opposizione o a qualsiasi altro politico di scrivere una bella poesia o dipingere un bel quadro; ma se non fa qualcosa del genere, il suo nome sarà soltanto uno tra centinaia di nomi, semicomici e noiosi. Perché questa professione ha perso la sua dignità. E questo è ormai evidente.

Ho rimandato troppo a lungo questa questione. Si tratta di una proprietà pubblica, e per di più di qualcosa di sporco e disgustoso; la gente ne è stufa, perché nel profondo del loro cuore sa che non si può fare più nulla, che la vita pubblica nella sua forma parlamentare è ormai irrimediabilmente perduta.

È possibile che io esagiri l’effetto del male; è possibile che esista qualche rimedio innovativo, diverso da quello ovvio di rafforzare il potere della Corona, in grado di risolvere la situazione. Certamente è già successo in passato: la dissoluzione di un’istituzione apparentemente necessaria per la società ha portato alla scoperta dell’importanza di altre forze, che hanno salvato la società facendo emergere nuove energie insospettate. È possibile. Forse è anche probabile. Si spera che sia così. E questo è tutto ciò che si può dire.


Tali pensieri sono adatti a una calma pioggerellosa, e a tele bagnate che pendono inutilmente e senza vita in un’alba disperata su un mare privo di vita. Ma con l’arrivo di una leggera brezza, una brezza da nord-est nella luce crescente; con il suo soffiare via la pioggia nebbiosa e portando con sé un senso di rinnovamento al mattino, preferisco rivolgere i miei pensieri verso cose migliori, verso le realtà: verso le acque inglesi e la terra inglese.

La nebbia si dissipò dalle acque di Folkestone; la luce non solo divenne più intensa, ma assunse anche dei colori vivaci. Alla fine, sorse un’alba splendida sopra le scogliere di calcare del Kent e sulle rive della penisola. La vela, ancora umida, assorbiva bene il vento, anzi, forse lo tratteneva con troppa forza. Il mio compagno salì sul ponte al mattino, svegliato dal movimento dell’acqua e dal suono delle onde che battevano contro la nave. Per il momento l’acqua era calma: il vento soffiava leggermente al largo e avrebbe continuato così fino a quando non saremmo entrati nella baia della costa piatta, che si estende quasi in direzione sud e termina sulla spiaggia di Dungeness. In quel momento, eravamo ancora sotto l’influenza della marea bassa, quindi il vento soffiava nella stessa direzione del flusso dell’acqua.

Dopo l’alba, la brezza divenne più forte, persino violenta; ma poiché desideravo ardentemente superare il promontorio di Ness prima che la marea mi raggiungesse e creasse delle difficoltà, non intendevo rallentare. Continuai quindi la mia rotta, anche se, con una direzione sempre più a sud e con il vento che continuava ad intensificarsi, la situazione diventava sempre più rischiosa: il vento soffiava ormai quasi direttamente da poppa, l’albero di maestra era completamente esposto, e temevo che si verificasse una virata improvvisa. Per sfruttare al massimo anche la minima traccia di vento proveniente da nord, mi avvicinai ancora di più alla costa, correndo ulteriori rischi, soprattutto nel caso in cui il vento mantenesse quella direzione quando avremmo raggiunto la stretta curva del promontorio. Ormai navigavamo a tutta velocità; la Nona, pur essendo splendida quando ben impostata, stava perdendo un po’ di velocità a causa della pressione eccessiva esercitata dalla vela maestra, e le vele di prua non riuscivano affatto a sostenere la sua avanzata. Era già sorta una leggera marea; tuttavia, la corrente e il vento erano ancora a nostro favore, e la nave, un paio di volte, si impennò mentre procedeva in avanti.

Fu allora, mentre tenevo a fatica la vela Nona proprio di fronte a un vento ormai troppo forte per il suo tessuto, che capii ciò che da tempo mi lasciava perplesso: perché gli antichi, fino alla fine del Medioevo nel Mediterraneo e forse fino al XIV secolo nel Nord, continuavano ad impostare le ali delle loro imbarcazioni con i pennoni così indietro. Lo facevano per evitare che la vela venisse sommersa dall’acqua; volevano dare alla prua la possibilità di sollevarsi verso il cielo. Questo tipo di velatura funzionava al meglio quando il vento soffiava da dietro; e se i pennoni fossero stati posizionati più avanti, le imbarcazioni si sarebbero trovate in pericolo.

E perché pensi che gli uomini abbiano impiegato così tanto tempo ad adottare questa configurazione di prua e poppa per le imbarcazioni più grandi?

Ma non posso indugiare a riflettere su queste cose del passato, perché mi trovo ai margini di Dungeness e il mio cuore batte all’impazzata, temendo che da un momento all’altro lei possa cambiare rotta.

Passai il timone al mio compagno: lui aveva una vista migliore della mia e una presa più salda; con grande abilità riuscì a salvare la situazione. Non ebbero fortuna nel contrastare la forza della marea; ci trovammo di fronte alla sua corrente poco meno di due miglia da Dungeness Point, e, come potete immaginare, questo creò condizioni marine particolarmente pericolose. Il mio compagno gestì la barca con grande maestria, fino a quando non gli dissi che poteva avvicinarsi quanto voleva alla riva di Ness, poiché il terreno qui scende molto ripidamente, creando zone di acque profonde proprio accanto alla costa. Trascorremmo circa cinque minuti nelle condizioni più difficili, proprio di fronte al faro, prima di riuscire a orientare la barca in modo che il vento soffiasse alle nostre spalle e potessimo finalmente respirare liberamente. Sembrò trascorrere mezz’ora: la forza della marea, nonostante il vento contrario, ci faceva avanzare molto lentamente. Era sorprendente vedere le onde bianche schiumeggiare velocemente mentre i ciottoli, a pochi passi di distanza, ci superavano appena. Ma grazie alle sue abilità, riuscimmo infine ad approdare sani e salvi nel dubbio porto di Rye, un luogo che nessuno dei due aveva mai visitato prima. Temevamo di toccare le rive all’ingresso del porto, ma almeno il vento soffiava lontano dalla terraferma, permettendoci di entrare senza rischi, e inoltre eravamo sulla marea crescente.

Ho spesso pensato che una barca che naviga senza problemi e che è opportunamente attrezzata per adattarsi al vento rappresenti un modello della virtù che i teologi chiamano temperanza; questa virtù non ha nulla a che fare con quella paura storica del vino che si sviluppa in coloro che hanno personalmente sofferto di dipomania o ne hanno visto gli effetti nelle loro famiglie. La temperanza, infatti, non significa agire con scarso impegno, né tantomeno fare o non fare le cose in modo estremo. Significa utilizzare gli strumenti adeguati alle proprie forze e non procedere a rischio. Non è priva di dignità, anzi contiene qualcosa di profondo; la definirei il “contralto” tra le virtù. E basta così.

Proseguimmo il nostro viaggio; il corso d’acqua ci ostacolava leggermente ora che eravamo all’interno del lago Ness. Davanti a noi vedemmo quella sorta di “bastone da scopa”, o come si voglia chiamarlo, che segna – o forse non segna affatto – l’ingresso a Rye Haven; inoltre, notammo l’ultimo tratto nudo di ciò che un tempo era il trafficato viale principale del borgo, quel mercato internazionale che un tempo caratterizzava Rye, il suo porto.

La piccola città sorgeva nell’entroterra, ordinata e bella, con i suoi colori rossi e grigi; una piramide che si innalzava verso la sua torre tozza. A causa di quel vento freddo e pungente proveniente da nord-est, tutto era chiaro e ben definito. Il libro di bordo non ci offriva alcun conforto: indicava soltanto che le condizioni del mare cambiavano drasticamente con ogni tempesta, e per quanto riguardava la rotta da seguire, non c’era modo di prevederla con precisione, poiché la costa era troppo scoscesa. L’unica cosa da fare era tenere d’occhio il faro esterno e aggirarlo, nella speranza che, facendolo, non finissimo contro le rocce né entrassimo in acque pericolose, ma che il vento fosse abbastanza orientato a est da permetterci di proseguire sulla nostra rotta.

Nel piano che avevo con me, il percorso era segnalato in modo pericoloso vicino al punto da cui soffiava il >vento, ma ho confidato nella fortuna e comunque l’ho fatto proseguire lungo la sua traiettoria.

Qualsiasi uomo che intenda navigare nel porto di Rye deve prima sottomettersi alla volontà di Dio e considerare, soprattutto quando la barca è in movimento e leggermente fuori controllo, che la morte non è altro che un passaggio inevitabile; che in queste acque ci sono soltanto sabbia, senza rocce crudeli capaci di lacerare il corpo umano con i loro denti spaventosi; che nulla nella vita merita davvero di essere calcolato, poiché tutto accade per destino o casualità, ma certamente non per nostra volontà; e che, qualora ciò dovesse accadere, non sarebbe certo colpa nostra. Non esiste nessuno al mondo in grado di descrivere con precisione le profondità del porto di Rye, poiché queste cambiano ad ogni brezza, e nel migliore dei casi il canale è estremamente stretto. Per quanto mi riguarda, l’ho attraversato quattro volte nella mia vita; ogni volta ho toccato la riva senza mai incagliarmi, ma nessuno sa esattamente come sia stato possibile farlo. Tuttavia, le persone continuano a costruire navi a Rye, e la tradizione marittima sopravvive ancora, anche se ciò che un tempo era il vecchio porto oggi è solo un campo aperto.

Ricordo di essermi alzato fino a tardi, per godermi un tramonto chiaro e splendido in una Whit Monday; sotto la forte brezza proveniente da nord-est (la Nona era finalmente attraccata al molo di legno), fissavo quella piramide di tetti rossi, nonché le imponenti mura e i parapetti di Rye. E nel frattempo riflettevo su molte cose.

Innanzitutto, riflettei dentro di me stesso su quanto meravigliosamente questo luogo fosse stato conservato, considerando com’è l’Inghilterra moderna e come siano i viaggi al giorno d’oggi. Ovviamente si tratta di una città “scenografica”, simile a Rothenburg in Germania; per questo motivo c’è il desiderio di preservarla. Tuttavia, non avevo mai sentito parlare di tali sforzi per impedirne la distruzione dovuta all’aumento demografico, alla ricostruzione o ad elementi che distruggono la bellezza naturale, come i buoni servizi ferroviari, i club o gli hotel grandi e invasivi. Rye riesce comunque a sopravvivere. Immagino ci sia qualche “incantesimo” che la protegge. Ma in qualsiasi momento questo incantesimo potrebbe spezzarsi, e allora il disastro sarebbe inevitabile.

Essendo ciò che è, non si può iniziare a pensare al grano saraceno senza ritrovarsi costretti a considerare anche aspetti di raffinatezza; e da lì, il passo verso il mondo della letteratura è davvero breve.

Ecco, a Rye, che ho incontrato e parlato con Henry James, il quale era veramente al centro del mondo letterario. Qui ho anche conosciuto suo fratello, William James: la sua attività nella vita consisteva nel scrivere di filosofia, ma durante le nostre conversazioni si discuteva principalmente del genio diplomatico del re d’Inghilterra allora regnante, della stabilità delle istituzioni inglesi, dell’eccellenza della polizia inglese, nonché della straordinaria capacità delle nostre istituzioni di permettere le differenze senza conflitti. Ho anche apprezzato l’acuto umorismo del giornale “Punch” e la profonda saggezza de “The Times”. Ero appena tornato da un viaggio all’estero; avevo dormito in condizioni molto primitive, quindi non ero nelle condizioni di partecipare a conversazioni raffinate. Così ho ascoltato soltanto, e mentre ascoltavo, continuavo a riflettere su quanto Rye fosse una città letteraria. E ora, anni dopo, guardando Rye dal mio battello, sono stato spinto a riflettere ancora sul mondo della letteratura.

Quando uno scrittore affronta quell’argomento, si sente – almeno io mi sento così – come un uomo di fronte a un mucchio disordinato di materiali di ogni tipo: uno di quei cumuli di rifiuti in cui si possono trovare pezzi di macchinari, un po’ di carburante, o qualsiasi cosa si voglia. Oppure è come trovarsi in uno di quei negozi – ne sono rimasti pochi, purtroppo! – dove un vecchio sciocco ha raccolto ogni sorta di cose, tanto che non si sa da dove cominciare: se con i mobili, il vetro, i quadri, i telescopi di seconda mano. O forse i libri. Infatti, esistono un numero infinito di modi per considerare la letteratura.

Per coloro che hanno dovuto dedicarsi alla letteratura come mestiere (e io stesso sono stato condannato a farlo per tutta la mia vita, a partire dai venticinque anni), è senza dubbio il mestiere più difficile e capriccioso, anzi, il più abominevole di tutti, semplicemente perché non era mai destinato a essere considerato un vero e proprio mestiere.

Un uomo non è destinato a vivere scrivendo tanto quanto non lo è a vivere attraverso la conversazione, l’abbigliamento o il viaggiare per vedere il mondo. Infatti, non esiste alcuna relazione tra la funzione delle lettere e l’effetto economico che esse producono; né esiste alcun legame tra la qualità o la scarsa qualità del lavoro svolto, la sua utilità o la sua rilevanza, e le somme di denaro pagate per esso. Non sarebbe naturale che ci fosse tale relazione, e in realtà non ce n’è affatto.

Le persone che sostengono che la buona scrittura non abbia mercato non comprendono questa verità. Il punto non è questo: a volte la buona scrittura ha mercato, così come a volte quella molto scadente ne ha; a volte la scrittura utile trova acquirenti, e allo stesso modo anche quella del tutto inutile, persino se destinata al puro divertimento. Scrivere verità importanti può talvolta generare interesse di mercato, così come formulare errori ridicoli o giudizi falsi. Il fatto è che il mercato non ha alcuna relazione con le qualità intrinseche della scrittura: non l’ha mai avuta e non la avrà mai. Non c’è alcuna ingiustizia in questo, proprio come non ce n’è nell’esistenza della bellezza o della bruttezza negli esseri umani, né nella morte prematura di chi è bello o brutto. Non c’è più ingiustizia di quanto ci sia nel fatto che un anno secco possa danneggiare una coltura radicale, oppure che una stagione piovosa possa rovinare quella del mais. La relazione tra l’eccellenza o l’utilità di un’opera letteraria e il numero di persone che la acquistano non è di natura causale, ma puramente casuale; personalmente, non mi sono mai lamentato dell’assenza di mercato, né mi sono compiaciuto della sua presenza quando si presentava, anche se ho certamente rimasto sorpreso dal suo comportamento.

Per alcuni mesi, migliaia e migliaia di persone – fino a 60.000 al giorno – richiedevano agli editori gli articoli che scrivevo sulla guerra. Alcuni mesi dopo, gli stessi articoli, con lo stesso valore o la stessa mancanza di valore, non venivano più richiesti. Non c’era alcuna ragione particolare: gli articoli erano chiari e basati su conoscenze piuttosto limitate, quelle che condividevo con tutti i miei concittadini. Non possedevo informazioni private, se non riguardo ai numeri; ed era proprio su questo punto che il pubblico iniziò a perdere interesse e ad assumere un atteggiamento sempre più scettico.

Il signor Hutchinson, il cui lavoro personalmente apprezzo molto (sebbene temo che il mio giudizio in queste cose non abbia grande valore), ha scritto, tra le altre opere, un libro intitolato “Once Aboard the Lugger”. Era estremamente divertente, originale e, come avrei dovuto dire, assolutamente degno di essere acquistato da chiunque. Non so quante copie abbia vendute, ma immagino che non siano state molte. Poco dopo ne scrisse un altro intitolato “If Winter Comes”, che vendette in quantità enormi: si potevano vedere mucchi di quelle copie alti quanto una persona sugli scaffali dei negozi in America, e continuavano a vendersi, ancora e ancora.

Il signor Wells scrisse un libro davvero straordinario, che probabilmente lascerà un segno nella letteratura inglese. Si intitolava “La macchina del tempo”. Quando Henley lo pubblicò a puntate, l’uscita di ogni numero rappresentava, per me almeno e per molti altri, l’evento principale del mese. Non so quante copie abbia venduto, ma posso giurare che i numeri venduti da quel libro non sono paragonabili a quelli dei suoi libri successivi, che certamente non si distingueranno nella letteratura inglese. Quel libro che, a quanto pare, ha avuto il maggior successo, secondo me, è stato soltanto una ripetizione di ciò che il suo pubblico già riteneva di sapere e di una filosofia che già condivideva: intendo dire “Sintesi della storia”. Era essenzialmente una ripetizione della mitologia popolare contemporanea, piena di termini scientifici obsoleti e di errori comuni; tuttavia era chiara, ben strutturata e vivace, e mostrava una rara economia nell’uso delle parole. Era anche sorprendentemente accurata nei dettagli: i nomi venivano scritti correttamente, il sud non veniva mai confuso con il nord, né l’est con l’ovest; le date erano tutte esatte. Chiunque abbia provato a scrivere di storia non sottovaluterà un simile risultato. Io meno di tutti, poiché per natura sono inaffidabile in queste cose: scrivo “sinistra” invece di “destra”, “nord” invece di “sud”, e così via. Comunque sia, il libro, con tutte le sue qualità positive e negative, ovviamente non appartiene alla prima categoria. E altrettanto chiaramente non è destinato a durare nel tempo; mentre “La macchina del tempo” sicuramente appartiene alla prima categoria e molto probabilmente sopravviverà. Tuttavia credo che la grande richiesta momentanea per “Sintesi della storia” non abbia creato una domanda particolare, tantomeno elevata, per il più duraturo “La macchina del tempo”. In generale, gli editori mi dicono che quando c’è un improvviso aumento delle vendite di un libro di uno scrittore, raramente riescono a sfruttare tale momento anche per le sue opere precedenti; mentre se queste opere precedenti sono sconosciute, è quasi impossibile farle diventare popolari grazie alle opere successive. Basta pensare all’opera postuma del defunto signor Hudson, “L’era di cristallo”. L’ho incontrata da giovane in una libreria sulla Euston Road, una sera d’inverno. L’ho letta per così tanto tempo che il libraio mi ha suggerito di comprarla, e l’ho fatto. Verso la fine della sua vita, il signor Hudson divenne meritatamente famoso come scrittore di opere sul mondo naturale, soprattutto sugli animali. Ma ciò che lo rese famoso non fu certo l’argomento trattato – anche se era accurato e erudito – bensì il suo stile di scrittura. Si sarebbe potuto pensare quindi che “L’era di cristallo”, con la sua fama che arrivava in ritardo, avesse goduto di una popolarità altrettanto stabile. Ma non fu così. Dico che non esistono leggi che possano spiegare questi fenomeni: sono capricciosi e imprevedibili.

A volte si sente dire che una grande richiesta di un libro o di una serie di articoli giornalistici sia dovuta al fatto che essi toccano in modo particolare un sentimento comune, qualcosa che molte persone provano inevitabilmente insieme. Certo, in un certo senso questa affermazione è puramente ovvia: è evidente infatti che testi banali o che trattano di argomenti che non possono interessare un gran numero di persone non avranno mai successo commerciale. Perché dovrebbero? Tuttavia, se con questa affermazione si intende dire (come di solito accade) che ciò che vende in grandi quantità lo fa proprio grazie a questo carattere di appeal comune, che qualsiasi cosa possieda tale qualità avrà sempre successo commerciale, e che questa qualità sia in qualche modo qualcosa di raro riscontrabile soltanto nei “bestseller”, allora l’affermazione è chiaramente falsa. Molte opere che possiedono questo tipo di appeal – la stragrande maggioranza di esse, anzi – rimangono sconosciute; quelle più note spesso sono piuttosto scarse in termini di capacità di attrarre il pubblico. Ci sono moltissimi fattori che influenzano il successo commerciale di un’opera, e le persone tendono a dimenticarseli perché sono irrazionali: la moda ne è uno esempio; così come la routine e l’inerzia. Conosco una persona il cui nome, per rispetto (ora è morto), non vorrei pubblicare. Ciò che sto per dire sul suo lavoro infatti non è lusinghiero. Scrisse un gran numero di storie, tutte con lo stesso identico plot e gli stessi personaggi: c’era sempre una bella ragazza, un cattivo, un eroe che diventava ricco dopo essere stato povero, genitori che si opponevano al matrimonio. Se avesse cambiato questa struttura, i suoi libri non sarebbero mai stati venduti in grandi quantità. Invece, ne vendette milioni. Era non solo una persona estremamente umile, ma anche molto generosa: non si dava arie, non fraintendeva mai la natura del proprio successo. Ora è già dimenticato. Niente potrà convincermi che migliaia di persone non potrebbero scrivere esattamente lo stesso. Ma un certo pubblico si è abituato a quel tipo di contenuti banali e li vuole così com’è, proprio come io e te ci abituiamo a un certo tipo di colazione e la mangiamo ogni giorno della nostra vita.

Certo, ci sono diversi fattori che agiscono nelle varie fasi della società. Il bestseller più popolare di oggi dipende dall’esistenza delle nostre grandi città e dei loro cittadini “fatti in serie”, tutti impegnati in attività meccaniche e prive di una direzione comune; inoltre, dipende anche da quell’invenzione moderna, meccanica e, speriamo, effimera chiamata “istruzione popolare”. Se si dice a milioni di ragazzi e ragazze – quasi tutti i cittadini dello Stato –, all’età in cui ricevono insegnamenti dogmatici senza discutere, che i loro antenati erano selvaggi repellenti, prima ancora bestiali e poi estremamente vili, e che questi antenati hanno attraversato diverse fasi storiche (era del Cavaliere, dell’Età della Pietra, dell’Età del Bronzo, ecc.), allora ovviamente gli scrittori che utilizzano tali termini e danno per scontata tale mitologia riusciranno a soddisfare le esigenze del mercato popolare. La domanda di libri, o di qualsiasi forma di scrittura, viene creata da menti già plasmate in determinati schemi; qualsiasi tipo di scrittura che tenda a rompere questi schemi viene invece respinta e ignorata. Nelle fasi più antiche della società, il giudizio su una opera letteraria veniva espresso da poche persone ben formate e disponibili; tali giudizi venivano poi trasmessi a un gruppo più ampio di persone, ma comunque limitato rispetto all’intera popolazione dello Stato. È evidente che in una società del genere – quella dell’Inghilterra dal terzo ultimo quarto del XVIII secolo al terzo ultimo quarto del XIX secolo – non ci sarebbero stati bestseller nel senso moderno; la domanda di un libro sarebbe stata più legata alla sua qualità reale. Tuttavia, anche in quel contesto esistevano schemi predefiniti che influenzavano la produzione letteraria: la retorica falsa di Macaulay vendette bene perché si adattava alle credenze religiose del suo tempo; nessun lavoro storico che raccontasse la verità su Giacomo II avrebbe venduto bene all’epoca, e lo stesso vale oggi.

Perché la religione, qui come altrove, è alla radice di ogni effetto. Robert Louis Stevenson era un ottimo scrittore, ma la sua popolarità non derivava soltanto dalla sua eccellenza, ma anche dall’armonia tra la sua fede e quella dei suoi lettori. Un uomo che continuasse a dire alle persone che è loro dovere essere felici, che devono trovare piacere nella creazione di Dio, che hanno “un compito legato alla felicità”, non avrebbe trovato alcuna risposta tra gli irlandesi, gli italiani o, in generale, nella cultura cattolica europea; invece, queste idee risuonano con forza nella cultura protestante. Al contrario, ciò che i francesi definiscono “l’amara realtà” ha poche possibilità di essere accettato dalla gente del Nord; per il popolo del Sud, invece, rappresenta uno stimolo e un piacere. Non si potrebbero vendere le opere di Barrie ad Arles né quelle di Baudelaire a Pudsey.

La verità è che il rapporto, o l’assenza di rapporto, tra il risultato economico di un’opera letteraria e il suo successo come opera d’arte ha una rilevanza molto inferiore rispetto all’esame del Canone, ovvero al tentativo di raggiungere uno standard qualitativo. Definire un Canone rappresenta la prima condizione necessaria per lo sviluppo delle lettere. Anche se si dice che sia il tempo a verificare il valore della letteratura, ciò non è sempre vero; e anche nel caso in cui lo fosse, sarebbe meglio disporre già delle opere di qualità piuttosto che aspettare che il tempo le riconosca. Definire un Canone richiede non solo un’analisi approfondita, ma anche una filosofia condivisa alla quale tali regole debbano adattarsi. Pertanto, raggiungerlo in un periodo di confusione come il nostro è estremamente difficile, o forse addirittura impossibile. Tuttavia, il tentativo di definirlo non perde mai il suo interesse, no, nemmeno oggi.

Una delle cose che sempre mi sembrano le più importanti da dire in relazione alla scrittura è che la prosa debba essere distinta non solo dalla poesia, ma anche dalla retorica; e che la prosa in sé stessa, semplicemente chiara, concisa e priva di ornamenti, sia la base di una buona scrittura.

Se la prosa nazionale è solida, il resto delle espressioni culturali di quel popolo seguirà naturalmente. Ma oggi questa questione della prosa è quasi stata dimenticata. Per la maggior parte di noi, l’espressione “buona prosa” o “prosa raffinata” indica in realtà retorica: si tratta di passaggi nei quali l’anima viene commossa da una scelta accurata di ritmo e suono, nonché da un significato mistico delle parole, senza che tali passaggi siano necessariamente versificati. Ecco perché tutti i grandi brani della traduzione giacobiana delle Scritture ebraiche, ben noti a questa generazione come esempi di prosa eccellente, sono essenzialmente retorici; lo stesso vale per gli estratti citati da Bunyan, come il bellissimo finale de “Il Pellegrinaggio del Pellegrino”; lo stesso vale per ogni singolo passaggio citato da Carlyle, così come per quelli di Newman e, (mi dispiace dirlo) anche per quelli del più grande dei nostri scrittori moderni di prosa, Huxley.

Ma la prosa deve essere giustamente distinta da tutto ciò che rientra in quella categoria. L’eccellenza della prosa risiede nella sua capacità di adattarsi alla funzione dell’espressione intellettiva o della narrazione. È un’affermazione; lo scopo della prosa non è suscitare emozioni, ma presentare in modo chiaro, sia un resoconto (in ambito narrativo o storico) che un’idea, che l’scrittore desidera comunicare ai suoi lettori.

Chi riesce a presentare un’idea in modo chiaro, in modo che nessuna modifica o idea secondaria possa confondere il processo di esposizione; chi riesce a trasmettere al lettore in modo vivido l’immagine di un fatto concreto o di una finzione immaginaria, così come si è formata nella propria mente, è uno scrittore di buona prosa. E più egli riesce in questa capacità di semplice esposizione, più eccelle nel carattere supremo della chiarezza; migliore sarà quindi la sua prosa. Una prosa ridondante è peggiore di una prosa che utilizza le parole con economia, semplicemente perché quest’ultima rappresenta un’espressione più efficace. L’accuratezza nel selezionare le parole e nell’esprimere le idee rende la prosa migliore dell’uso di molti sinonimi o di termini vaghi, proprio perché contribuisce alla chiarezza del messaggio. Un’eccessiva quantità di aggettivi o avverbi è solitamente (ma non sempre) dannosa nella prosa, perché spesso l’idea che lo scrittore vuole esprimere non richiede tutte queste aggiunte; tali elementi vengono semplicemente inseriti per pigrizia o perché sono stati già uditi in precedenza. È ovviamente migliore dire “Ero stanco” piuttosto che “Ero completamente esausto”, a meno che non ci sia un motivo specifico per enfatizzare l’estrema stanchezza. Allo stesso modo, è meglio dire “Il cielo” piuttosto che “Il cielo blu”, a meno che non si voglia sottolineare in particolare il colore del cielo.

Ma il peggiore nemico della prosa oggi è lo snobismo delle regole e delle forme, il gergo complesso delle prescrizioni formali. L’influenza di queste pratiche rappresenta un ottimo esempio di quella eccellente regola enunciata da San Tommaso d’Aquino: tutto il male deriva dall’errore o dall’abuso dei mezzi per raggiungere un fine. Questa piaga della pedanteria non è più così diffusa come quando ero giovane, ma rimane comunque grave. Ci viene detto, ad esempio, che una buona prosa dovrebbe contenere il minor numero possibile di aggettivi. Ma è assurdo: una buona prosa deve utilizzare gli aggettivi nella misura necessaria, e basta. Ci viene anche imposto di non dividere mai un infinitivo. Questa regola proviene da un eccellente maestro di inglese, il defunto Professor Ker, che aggiungeva: “Tranne quando l’eufonia lo richiede”. Io andrei ancora oltre: direi che, quando la lingua parlata ha raggiunto, come la nostra oggi, l’uso universale del verbo diviso in infinitivo, anche la lingua scritta può seguirne l’esempio. Ci viene detto inoltre che la prosa non debba mai essere enfatica, appassionata, o seguire alcuna regola particolare. Ma tutto ciò è assurdo: la prosa deve essere enfatica quando serve esprimere un’emozione particolare, appassionata quando serve trasmettere emozione, e così via. Ma il carattere distintivo di una buona prosa è sicuramente la sottomissione di ogni elemento al fine ultimo, che è quello di esprimere chiaramente ciò che si vuole comunicare; ed è proprio questo che distingue la buona prosa dalla retorica e dalla poesia. Nella retorica e nella poesia l’obiettivo finale è suscitare emozioni in modo irrazionale; nella prosa, invece, l’obiettivo è una presentazione razionale, una narrazione o un’esposizione chiara di un argomento: nient’altro.

Secondo tali criteri, i due migliori scrittori di prosa in inglese sono, a mio parere, Dean Inge e Mr Gosse; entrambi scrivono su argomenti sui quali hanno molto da dire, utilizzando soltanto le parole necessarie per esprimersi e disponendole sempre nell’ordine corretto. Cecil Chesterton è morto.

Avevo quasi scritto che non esista una prosa “grande”, nel senso in cui esistono retorica o poesia “grandi”. Anche la migliore prosa può risultare noiosa se l’argomento trattato è poco interessante per il lettore. Non si troverà, ad esempio, una prosa migliore di quella presente in “Gli Ariani del IV secolo” di Newman: a me non sembra noiosa perché mi interessa quel periodo storico, ma sarebbe estremamente noiosa per chiunque altro non ne fosse interessato. Tuttavia si tratta comunque di prosa di prim’ordine. Newman, essendo costretto a scrivere su un argomento su cui aveva acquisito una vasta conoscenza, e dovendo presentare determinati fatti ed esprimere precise idee, lo fece utilizzando le parole più adatte e disposte nella migliore sequenza possibile: ed ecco, questa è prosa di alto livello.

Il semplice fatto che qualsiasi definizione del concetto di prosa includa molti elementi negativi e soltanto alcuni positivi (in particolare, la necessità di un’espressione chiara e lucida) dimostra che una buona prosa rappresenta davvero un’arte comune. L’eccellenza nella scrittura prosastica, tuttavia, non è qualcosa che tutti possiedano: anzi, è piuttosto rara; ma le capacità necessarie per raggiungerla sono comuni a tutti. Un uomo che sia in grado di camminare con grande abilità, che mantenga il proprio corpo in equilibrio perfetto e che possa percorrere lunghe distanze senza stancarsi, è certamente un individuo raro; tuttavia, tutti noi possiamo camminare, e ognuno di noi raggiunge, a diversi livelli, lo standard raggiunto da quell’uomo. Lo stesso vale per la prosa: coloro che pensano che una buona prosa debba contenere elementi strani – alcune parole arcaiche, piccoli trucchi tipici del XVIII secolo, l’uso di congiuntivi particolari – assomigliano a persone che, di tanto in tanto, quando sono di buon umore, fanno un piccolo ballo per divertimento. Hanno il diritto di farlo; noi non ci dispiace. Ma nel momento in cui si lasciano trasportare da queste fantasie, in realtà non stanno più “camminando”; e se lo fanno troppo, diventano semplicemente ridicoli. Un uomo saggio mi disse una volta: “Non andare a cercare le tue parole tra i pittori”. Quanto avrei voluto ricordarmi di queste sue parole quando ero giovane. Ora, nella mia vecchiaia, le riconosco umilmente.

Ma il retore, saggiamente, si permette di essere stravagante; quanto al poeta, può utilizzare le parole che desidera, può spingersi fino all’estremo o all’eccesso, purché raggiunga lo scopo. Perché la poesia è come l’amore e il canto ritmato; è come il senso della realtà. E anche come il mal di denti: o ce l’hai, o non ce l’hai.

Non c’è nulla che possa avvicinarsi alla poesia; e sebbene essa presenti diversi gradi di espressione, il confine tra essere poesia e non esserlo è netto come una lama affilata: da un lato c’è la poesia, dall’altro il nulla. Non intendo dire che la poesia si trovi soltanto in quelle intense emozioni che autori come Shakespeare e Keats riescono a esprimere con forza; spesso, invece, essa permea pagine intere di testi, come avviene, ad esempio, nel Quarto Libro di “Paradise Lost” e in innumerevoli altre grandi opere del passato, in tutte le lingue. Voglio dire semplicemente che, sia in un’espressione breve che lunga, immediata o continua, la poesia è sempre poesia, e non deve essere confusa con nulla di altro. Charles Kingsley disse una volta a una donna: “Signora, esiste la poesia e esiste la versificazione; la versificazione si divide in due tipi: buona versificazione e cattiva versificazione. Quello che mi avete mostrato non è poesia, è soltanto versificazione. Non è buona versificazione, è cattiva versificazione.”


Ma, in realtà, se continuo in questo modo infinito a discutere di questo difficile mestiere legato alle lettere, non riuscirò mai più a farle apprezzare il mare. Avevo quasi dimenticato che stavo navigando! Che cosa! Tra queste due occupazioni, la benedizione di lavorare con il mare e la degradazione rappresentata dallo scrivere, puoi davvero scegliere il peggio invece del meglio? Io sì. Appartengo a una razza decaduta. Seguo solo la strada verso il basso.

Ma ora sono di nuovo a bordo della Nona e devo farla uscire nel canale. Lo farò subito, e salperò da Rye con la bassa marea, sotto un forte vento di nord-est alle due del mattino, mentre la luna calante sta appena sorgendo; il cielo è sereno. Ho messo una vela principale con due reef, una vela di trinchetto e una vela di prua con un reef. So bene che dovrò vegliare tutta la notte e non riuscirò a dormire fino al mattino. Perché uno dei piaceri della navigazione è proprio sentirsi sotto l’autorità del cielo, dover sottomettersi a tutto ciò che riguarda l’acqua e l’aria di cui si fa parte, senza stabilire leggi capricciose, ma agendo come servitore o fratello di tutte le cose dell’universo.

Non sarebbe affatto una cattiva idea se qualcuno (io non ne sono competente) redigesse un elenco di consigli per quell’uomo rozzo che è troppo povero per navigare su una barca grande, o che non è così sciocco da desiderarne una; intendo dire, un elenco di consigli per un uomo che naviga su barche del tipo della “Nona”, cioè barche da sette a venti tonnellate.

Il primo articolo in una lista del genere sarebbe questo: “La crociera non è una gara”.

Ma su questo argomento si potrebbe scrivere un intero volume, con digressioni sui mali e sulla corruzione diffusi in questi nostri tempi moderni, quando la Bestia è certamente stata liberata dal Pozzo e va in giro per il mondo emettendo fumo dalle sue sette bocche e imprimendo il numero 666 con il suo zoccolo sulla fronte di tutti i suoi Eletti.

Nessuno può dubitare che l’attività della vela, che rinnova in noi tutti il passato del nostro sangue, sia stata orribilmente corrotta dalle gare.

Non so da dove sia venuto questo male, ma suppongo che, come la maggior parte dei mali, derivi dall’amore per il denaro. L’amore per il denaro fece sì che le persone ammirassero coloro che lo possedevano, e così iniziarono a considerare la navigazione allo stesso modo in cui considerano l’equitazione o qualsiasi altro sport: come qualcosa da misurare in base a ciò che i ricchi erano in grado di fare. E ovviamente, quando si trattava di costruire macchine capaci di muoversi velocemente nell’acqua grazie esclusivamente alla forza del >vento, i ricchi avevano un vantaggio evidente. Inoltre, entrò in gioco anche quella mania per le cose misurabili che ci ha causato così tanti problemi negli ultimi centocinquant’anni: quando dico della “Nona” che “è una bella barca”, quando la accarezzo e lei risponde con un suono piacevole, non c’è nulla di misurabile in tutto ciò. Ma quando parlo di quella barca davvero orribile, preferirei che fosse affondata fin dal momento della sua nascita piuttosto che continuare a navigare sui mari. Non si può applicare alcun criterio misurabile per stabilire se la solida e affidabile “Nona” sia buona o se quella fragile e capricciosa [nome censurato] sia cattiva; ma nelle gare sì. La Barca A supera la Barca B. Qualsiasi idiota può verificarlo, e oggi è proprio il giorno degli idioti.

Beh, allora, qualunque siano le radici del male, il male rimane tale, e ha corrotto il nostro modo di vivere. Ricordatelo e scrivetelo: “Navigare a vela non significa gareggiare”. Se la vostra barca è una casa, un compagno di viaggio, al contempo un mezzo geniale che vi porta da un posto all’altro, e, cosa ancora più importante, un vero angelo che vi rivela cose inaspettate, un conforto e un mezzo per conoscere le Infinite Verità, se la mia barca è davvero tutto questo, allora dovete scartare completamente l’idea di gareggiare. Proprio come, quando considerate una moglie, dovete scartare l’immagine della donna intellettuale o quella delle figure di cera, entrambe possono avere il loro posto, certo. Ma la barca da crociera, piccola e robusta, è tutto ciò che ho descritto. È una vera fonte di soddisfazione per l’uomo. Ma se permettete che vi entrino in mente le idee legate alle gare, state facendo entrare il serpente nella vostra vita.

Qui dirai: “Allora non hai mai gareggiato?” Mai, tesoro mio, tranne che per allontanarmi dal pericolo, che odio profondamente. Non ho mai gareggiato con altre barche in tutta la mia vita; tuttavia sono stato su altre imbarcazioni quando queste partecipavano a competizioni e ho ammirato il loro talento particolare, proprio come ammirerei il talento di un uomo che riesce ad arrampicarsi con successo su una barra unta. Devi aspettarti dal tuo battello – il tuo compagno di viaggio in mare – un comportamento razionale. Devi dire a te stesso che, quando raggiunge i sette nodi all’ora, sta andando bene; quando arriva ai nove nodi, è “eccitata” e sarà ancora più performante dopo una notte di riposo.

Quando si percorre una lunga distanza, anche con tempo stabile, è meglio puntare a una velocità di tre o quattro nodi al massimo. A causa delle onde, della possibilità di pescare, dell’abbassamento della vento, del rischio di incagliarsi per paura e di altre circostanze simili, non si riuscirà comunque a superare questa velocità. Ho sempre pensato, navigando lungo le coste della cara Inghilterra, che se riuscivo a percorrere molte miglia in ventiquattro ore, allora stavo davvero facendo molto bene.

Una volta trascorsi un intero giorno lasciandomi portare dalla corrente, dalle due luci di Étaples fino alla Dune, e per poco non tornai indietro per tutto il tragitto. Ma nemmeno questo mi ha convinto ad utilizzare un motore: tra tutte le cose odiose per Dio e i suoi Santi, non conosco nulla di più abominabile delle macchine, della benzina e di tutto ciò che si trova a bordo di una piccola barca da crociera.

Preferirei morire di sete, dieci miglia lontano dalle coste, in una calma assoluta, dopo aver perso la mia barca nella tempesta precedente, piuttosto che avere a bordo quella che oggi viene orribilmente chiamata “macchina ausiliaria”. Il nome è davvero degno di tale oggetto. Fu proprio grazie alle macchine ausiliarie che l’esercito romano perì. Inoltre, si tratta di un termine straniero e disgustoso; chiamatela semplicemente “macchina” e dite la verità. Chi la utilizza sostiene che essa stessa si vergogni di sé. Spesso non si avvia nemmeno, come se volesse dire: “Siete usciti per navigare sui mari. E io rifiuto di ingannare vento, tempo e mare a vostro favore”. Non nego che tale meccanismo sia utile per coloro che guidano grandi flotte, ricchi o poveri, da Europa al Nuovo Mondo. Ma su una piccola barca da crociera, non ne ho alcun bisogno. Sarebbe sciocco rinunciare a essa nell’ambito dell’armamento, perché lì davvero offre un grande vantaggio. Ma su una piccola barca da crociera, è altrettanto fuori luogo come l’uso dell’elettricità al posto delle candele, o come l’impiego di automobili per cacciare animali selvatici. Ma devo tornare a cose più pratiche.

La mia prossima regola sarebbe: mantenete tutto nella forma originale di “nave” e, per quanto possibile, continuate a tenerlo così.

In altre parole, assicurarsi che le cascate siano visibili chiaramente, che tutto sia stato imballato correttamente; sapere dove trovare ogni cosa in caso di emergenza; non dover cercare nulla; sfruttare al massimo ogni spazio disponibile, e tutto il resto.

Tutto ciò che dico lo so bene: io stesso sono incapace di farlo; ma sto dando consigli, non sto mettendolo in pratica. Mi sto dedicando al bene degli altri, e ciò che faccio personalmente non riguarda voi. L’espressione più conosciuta e più tragica che ci sia stata tramandata dall’antichità è “Video meliora proboque, detériora sequor”. Alcuni direbbero che non si tratta solo delle parole più tragiche lasciateci dai grandi pagani – quei pagani su cui tutti noi facciamo affidamento – ma anche delle più ironiche; perché se ci fermiamo un attimo dopo “proboque” e aggiungiamo altre due parole, possiamo apprezzarne l’accento sarcastico.

La mia barca, di solito, arriva in porto più simile a un nido disordinato di un dormiglione che all’ordine perfetto che io consiglio. Metà dei blocchi di ormeggio sarà bloccata, l’ancora si impiglierà sotto la prua, e molto probabilmente anche il braccio dell’ancora si incastrerà in uno degli anelli di ormeggio. Le corde saranno tutte intrecciate insieme; le corde di timone si mescoleranno con la catena dell’ancora nella cabina di pilotaggio, rendendo impossibile raggiungere l’una o sciogliere l’altra. Forse arriverà in porto sotto tre frangiflutti, con appena abbastanza vento per muoversi, perché il vento soffia da alcune ore, e io sono stato troppo pigro per sistemare tutto. La vela di trinchetto sarà lassa, la lampada nella cabina rotta, dove ho infilato il tacco del mio stivale. Cento altri piccoli dettagli familiari faranno sì che qualsiasi viaggiatore che si trovi sul molo riconosca da lontano la Nona, proprio come gli arabi riconobbero la grande nave di Riccardo Cuor di Leone, dicendo: “Ecco arrivare la vela rossa del re franco”. Non esiste mai stata una barca come la Nona per entrare in porto con tanta disordinata efficienza. Ma fate ciò che predico, non ciò che faccio io. Mettete tutto al suo posto e assicuratevi che ogni cosa abbia il proprio posto, così da poter immediatamente ridurre la vela, mollare l’ancora, raggiungere le corde di timone o fare qualsiasi altra cosa sia necessaria durante la navigazione. Anche Platone si interessò al modo in cui i terribili fenici organizzavano lo spazio a bordo delle loro navi, facendo sì che tutto fosse in ordine, anche se, chissà, probabilmente non provava alcun interesse per la navigazione marittima. Infatti, pochissimi uomini che hanno scritto in modo sentimentale e retorico (di cui Platone era un maestro) hanno davvero avuto una vera passione per il mondo esterno. Ma anche lui, dico io, ammirava l’ordine a bordo delle navi. E lo stesso dovrebbe valere per voi.

Prendete in considerazione ogni minimo dettaglio: pensate a come il tempo possa influenzare qualsiasi oggetto abbiate con voi a bordo. Non utilizzate ornamenti che l’aria salata possa rovinare, e non portate a bordo nemmeno un grammo di cose in più rispetto a ciò di cui avete realmente bisogno.

La mia terza regola è questa: mantenere mazzi ben ordinati.

Parlo con sentimento: per la maggior parte della mia vita, la pioggia e il mare salato hanno “infiltrato” il mio cibo mentre dormivo, proprio come il caffè attraverso quegli orribili nuovi dispositivi che chiamano “filtri”, e che mettono sopra la tazza invece di bollire onestamente il caffè, come facevano i nostri padri. Per gran parte della mia vita, almeno per metà dei giorni in cui ho navigato sul mare – tra acqua salata e dolce – l’acqua ha sempre contaminato i miei viveri, soprattutto il pane, che ne viene danneggiato in modo sorprendente. Quindi dico, per esperienza: tenete sempre ben puliti i ponti della nave. È molto semplice: basta seguire attentamente le cuciture nei giorni caldi e senza vento, utilizzando un chiodo, un cacciavite o un martello per eliminare eventuali strati di corda danneggiata, e poi trattare il legno con uno dei prodotti che vendono in commercio.

La mia quarta regola (le sto elencando senza alcun ordine di importanza) è: assicurarsi che l’ancora utilizzata sia abbastanza robusta per la propria imbarcazione.

È una tentazione utilizzare un’ancora troppo leggera per facilitare il suo maneggio. Ma è sempre un errore. Un’ancora si trascina soprattutto a causa della mancanza di “peso” sufficiente. Il fondale su cui poggia fa sempre la differenza, ma con imbarcazioni poco pesanti, proprio la mancanza di peso rappresenta il problema principale. Bisogna essere disposti a sopportare uno sforzo maggiore per garantire sicurezza. E è meglio utilizzare un’ancora tradizionale piuttosto che quelle moderne senza “poppa”. Queste ultime sono ottime per le grandi imbarcazioni, ma non credo siano adatte alle piccole. Prendetevi la briga di issare e sistemare correttamente l’ancora, e anche quando la calate, assicuratevi che il meccanismo di blocco funzioni correttamente. Niente vi causerà più problemi del non riuscire a liberare rapidamente l’ancora quando ce n’è bisogno. E in questo senso, fate attenzione anche a mantenere la catena pulita e libera da ostacoli. È una buona pratica legare piccoli pezzi di stoffa colorata o stringhe ogni due-tre metri della catena, nella sua parte iniziale: così potrete sapere esattamente quanto catena avete lasciato scorrere. Anche se è sempre meglio lasciarne scorrere di più che di meno, è fastidioso avere una lunga catena che si trascina nelle acque basse. Inoltre, il rumore prodotto dalla sua movimentazione può farvi credere erroneamente che l’imbarcazione si stia trascinando sul fondo. Una volta ho trascorso una notte terribile su un banco di ghiaia, in acque agitate e con la marea forte. Avevo lasciato scorrere troppa catena al buio. I pezzi metallici della catena si erano sparsi sul fondo come il grande serpente marino. Il movimento dell’imbarcazione causava continui rumori, e io dovevo correre continuamente in coperta, tra brevi momenti di sonno, per verificare se l’ancora si stesse trascinando o meno. E ho avuto buone ragioni per preoccuparmi. Non lontano da me, il fondale basso emergeva direttamente dall’acqua. Avreste potuto pensare che, indipendentemente dalla quantità di catena lasciata scorrere, l’imbarcazione si sarebbe fermata alla sua estremità. Ma non è così. Se avete troppa catena nelle acque basse, il suo peso trattiene l’imbarcazione come una sorta di “seconda ancora”. E l’imbarcazione continuerà a muoversi e a spostarsi.

Ora, l’applicazione di questi piccoli segnali è anche utile per evitare che venga rilasciata troppa catena. La regola di base è: tre volte la quantità di catena corrispondente alla profondità dell’acqua. Da giovane, devo ammetterlo, trascurai questa regola nel porto di Harwich, pensando che la marea fosse più alta di quanto in realtà fosse; di conseguenza, quel piccolo barco finì alla deriva e fu salvato, o, per usare le parole dell’uomo che lo recuperò, “recuperato”. Il barcone si chiamava Lily, ma non aveva affatto il diritto di portare quel nome: era sporco e nero come la fuliggine. Il proprietario del Lily pretendeva un terzo del valore del mio barco, sostenendo che “fosse stato recuperato sotto il London Bridge”. Dava a questa regola un’importanza magica. Gli offrii 2 sterline, ma ne voleva molto di più. Chiesi aiuto a un altro barco ormeggiato nel porto, e loro inviarono una squadra per convincere quell’uomo. Alla fine accettò la mia offerta, ma si lamentò di essere stato “intimidito”. Non credo che fosse vero. Penso che 2 sterline siano un prezzo equo per il disturbo che qualcuno potrebbe aver dovuto sopportare per recuperare un barco di quelle dimensioni. Comunque, continuava a insistere sul fatto che avesse “recuperato il mio barco sotto il London Bridge” e quindi avesse diritto a un terzo del suo valore. Ma poi, quale valore aveva davvero un barco su cui avevo già navigato?

La mia quinta regola sarebbe: non stringere troppo il vento; lasciala andare; tienila piena.

Questa pretesa di orzare sempre è una delle maledizioni introdotte dalle regate. La tua robusta barca di onesta media borghesia non potrà mai stringere il vento. Se ci riesce, è un brutto segno, perché vuol dire che si sta dando delle arie. Accontentati se si tiene e naviga a un angolo di 45 gradi rispetto alla direzione da cui soffia il vento. Se non ci riesce è una cattiva barca, ma se ci riesce va più che bene. Questo si chiama ‘a quattro quarte dal vento’, essendo un ottavo delle trentadue quarte che compongono l’intero giro della bussola. Esistono ogni sorta di imbarcazioni brillanti che stringono molto di più, e ci sono particolari tipi di attrezzatura, usati onestamente e non certo per regatare, che tengono molto più stretto, a quanto mi dicono. Di certo la chiatta di Londra sembra stringere di più, quell’attrezzatura meravigliosa, quella perfezione di attrezzature per il suo scopo; e le wherry del Norfolk, che risalgono a razzo i fiumi, sembrano stringere in modo addirittura miracoloso, anche se in questo, credo, le aiutano il loro grande abbrivio e la corrente montante. Ma quanto a te, che navighi normalmente per mare, accontentati se fa il suo dovere con il vento a metà strada tra il traverso e la prua. Qui è come per la maggior parte delle cose della vita: accontentati della sana media, restando entro i limiti che Dio ha posto tutt’intorno. Non desiderare una vita troppo lunga, né una fortuna troppo grande, né troppo onore. Mangia la tua parte di terra prima di morire; prendi il brutto insieme al bello; considera che è tutto lavoro di giornata; aspettati pioggia e sereno. In generale, stila un elenco di tutti i proverbi-comandamento e imparalo a memoria. Poi infrangili.

Chi naviga troppo stretto al vento ha grande difficoltà a far virare la propria barca, specie con mare formato, e quasi sempre una parte della sua tela (se è una barca onesta, e non uno di quei modelli da milionari) non rende quanto dovrebbe quando si stringe troppo. A questo proposito aggiungerei (senza farne una regola a parte): bada di non ingessare mai la barca — cioè non tesare mai troppo la scotta della randa; dai al boma angolo in abbondanza. Lascia che la randa prenda tutto il vento. Se guardi le immagini delle vecchie barche, del tempo in cui gli uomini erano uomini, vedrai che navigavano con vele morbide e panciute, e non si davano pensiero di far bella figura con vele rigide come tavole. Certo, nelle macchine da regata con questi trucchi si guadagna velocità, ma non è modo di trattare una buona barca di razza e di sana ascendenza. Significa strapazzarla e farle dei giochetti. Accontentati di sentire la potenza del vento.

Ci sono momenti in cui tutte queste regole ammettono eccezioni. Per esempio, ti accorgi di poter infilare per un soffio un canale difficile con l’ultima acqua del flusso o del riflusso, prima che la corrente ti si volga contro; e che puoi riuscirci solo stringendo davvero moltissimo. Allora devi blandire la tua compagna (con la quale intendo qui la tua barca), e persino lasciar sfogare un poco il vento dalle sue vele, così da guadagnare terreno e passare; e allora puoi cazzare la scotta della randa quanto osi, e tesare tutto — troppo — anche scotte e drizze delle vele di prua, perché stai tentando un’impresa. Ma sono del tutto contrario a fare simili cose per abitudine; e se di nuovo mi chiedi perché, non so dirtelo, e non intendo discutere. Ma già che ci sono, lascia che aggiunga che gran parte della tua capacità di stringere dipende dalla giusta regolazione del fiocco. La drizza si allenta sempre un poco dopo un tratto di navigazione, o forse il carrello non è davvero tutto fuori, all’estremità del buttafuori. Occupatene; perché è col fiocco che guadagni una bordata; e, a proposito di fiocchi, arrivo alla mia sesta regola, che è questa:

Non trascurare per pigrizia di cambiare spesso i fiocchi; e porta tre fiocchi a bordo. Il fiocco è la parte più sensibile della tua tela su una piccola imbarcazione a vele di taglio. Troppa tela lì ti farà premere, troppo poca renderà il timone duro, e in entrambi i casi la barca non navigherà al meglio. Cambiare i fiocchi è una seccatura, ma è un compito a cui non ci si deve sottrarre. Più d’uno si è fatto sfuggire di mano la barca per non aver messo il secondo fiocco, o addirittura il fiocco di burrasca, quando si stava mettendo a soffiare. Annota con cura anche quale dei tuoi fiocchi si accorda meglio con questa o quella mano di terzaroli alla randa. La tentazione è di portare un fiocco troppo grande e, di conseguenza, un timone troppo poco orziero. È meglio avere la velatura equilibrata. La barca si comporterà meglio sotto ogni aspetto. La Nona, quando è a due mani di terzaroli, porta il secondo fiocco piacevolmente e col sorriso, eppure quante volte (devo confessarlo) ho tenuto il primo fiocco quando avrei dovuto cambiarlo; e questo per indolenza.

La mia settima regola potrà sembrare strana, ma sono certo che sia giusta: monta un albero intero, e non darti troppa pena di issare la controranda.

La controranda è sempre un impiccio su una barca piccola: un impiccio da issare e un impiccio da ammainare. Con molti venti aggiungerebbe mezzo nodo alla tua velocità, ma tu non sei in regata, e il mezzo nodo non conta. Le occasioni in cui la controranda è davvero necessaria sono esattamente due: la prima, quando la brezza è molto leggera, e fa tutta la differenza tra navigare a un’andatura ragionevole e limitarsi ad arrancare; la seconda, quando stai entrando in porto e hai vento in alto ma poco a filo d’acqua, oppure quando hai la randa raccolta per vedere la rotta, cosicché solo con la controranda puoi ottenere tela a sufficienza e un timone orziero.

So che tutto questo discorso spiccio sulla controranda suonerà come un’eresia agli uomini che portano le loro barche con ogni tempo e che considerano, come fa la gente, la velocità un vantaggio particolare; ma sono sicuro di avere ragione. La velatura semplice è la regola, e su una piccola imbarcazione la controranda è sempre una specie di fronzolo. Non è mai una necessità, e più e più volte la troverai un impaccio. Voglio dire: non usarla tanto per usarla. Non vergognarti di navigare senza controranda quando le altre barche hanno issato la loro, se per te è una scocciatura issarla. Mai, mai issare la controranda quando pensi che con essa la barca possa risultare anche solo un poco troppo velata; il tuo compito è navigare, non farti ammirare né guadagnare tempo.

La mia ottava regola (che, se le disponessi in ordine d’importanza, verrebbe assai presto nell’elenco) è questa: controlla ogni parte dell’attrezzatura, non solo quando parti per una crociera, ma di continuo. Esamina minuziosamente ogni punto in cui possa esserci una debolezza. Assicurati che tutto sia saldo e che tutte le manovre correnti scorrano liberamente. Questo significa far passare l’occhio e la mano sulle cime e osservare da vicino i bozzelli, e gli attacchi di ganci e mulinelli, e le legature della balumina sugli anelli, e la trozza alle ganasce, e, in verità, tutti quei particolari di cui, a pensarci bene, esiste un elenco lunghissimo, anche nell’armo più semplice. Non dare nulla per scontato, prova ogni cosa. Quando trovi qualcosa di dubbio — una galloccia che balla un poco, o una manovra che s’inceppa per un istante, o qualunque altra cosa — rimettila a posto subito. L’insieme può risultare una bella faccenda, ma in questo, come nella maggior parte delle cose a bordo di una barca, si lavora di continuo.

Ma chi sono io per scrivere così? Non fui forse io che, nel maggio del 1901, corsi dalla Francia all’isola inglese con una velatura spaventosamente eccessiva, non potendo prendere una mano di terzaroli perché la drizza di gola si era inceppata? Notai uno strappo già mentre lasciavo le rive dei Morini, e trascurai di sistemare il bozzello perché avevo fretta di partire. Mi dissi: «Funzionerà benissimo quando sarà il momento!». Invece non funzionò, e perciò corsi a una velocità sbalorditiva, e fino alla fine della faccenda, con non poco terrore, finché non vidi l’alta Inghilterra levarsi sopra di me da una specie di fumo; e da allora sono stato attentissimo a quel bozzello. E perché non agli altri? Perché la condotta dipende dall’umore più che dalla ragione, e l’umore del non far nulla è padrone; ne fanno fede i cani domestici dei ricchi, i gatti dei poveri e svariate altre bestie, uomo compreso.

La mia nona regola è dunque: tieni con te tutte le carte nautiche che puoi.

Non ne avrai mai troppe per il tuo scopo. Molti si accontentano delle carte generali e non portano con sé i piani dei porti. È un errore. In questo modo di girovagare lungo le coste i piani dei porti sono anzi più utili delle carte generali. Un uomo infatti può sempre dire, più o meno, dove si trova lungo la costa; la difficoltà è entrare e uscire dai porti, sapere dove ormeggiarsi, quali zone restino in secca e via dicendo. Ma qui è importante avvertire chi non è avvezzo a tali piani che per molti dei nostri porti questa guida è solo approssimativa, perché il canale si sposta di continuo. Dopo quasi ogni burrasca o marea eccezionale occorre una nuova conoscenza dei luoghi.

Nessun piano, per esempio, ti aiuterà granché a entrare a Staples o a St Valery, in Piccardia, o a superare la barra di Shoreham e a infilarne il doppio canale. Devi entrare come meglio puoi, col tuo giudizio e con lo scandaglio, oppure con un pratico del luogo a bordo. Lo stesso vale, in misura minore, per l’Arun, e perfino, una volta ben dentro la barra, per il fiume di Barnstaple, e per altri cinquanta. Ciò nonostante un piano è sempre prezioso. Ti dà le linee principali; e nel caso di almeno metà dei porti, e di tutti i più grandi, ti dà tutto ciò che ti serve.

In questa faccenda delle carte, non mancare mai di avere a bordo il libro chiamato The Channel Pilot, o The West Coast Pilot, o, in generale, il tuo portolano per qualunque tratto di costa tu stia percorrendo. Le carte inglesi non solo sono le migliori del mondo, ma si può quasi dire che siano le uniche al mondo. I nostri portolani però sono qualcosa di più: sono unici; nessun’altra nazione ne possiede di simili, per lo meno non della stessa qualità. Sono esatti; ti dicono press’a poco tutto quello che vuoi sapere.

Ciò che in essi mi dà gran piacere è che sono anche pittoreschi. Gli autori ignoti ogni tanto si lasciano andare e scrivono deliziose frasette descrittive in lode delle alture boscose sopra il mare, oppure lanciano grandi note d’avvertimento che hanno in sé un’eco dell’Odissea.

Un paragrafo l’ho imparato a memoria e me lo recito spesso con diletto. Suona così (dopo aver lodato un passaggio particolarmente difficile, una scorciatoia dietro una grande scogliera delle nostre coste): «Ma il navigante farà bene a evitare questo passaggio all’approssimarsi del cambio di marea; o se il vento va crescendo, o se l’oscurità cala sul mare». Questo mi piace! Se sapessi scrivere in greco, comporrei esametri, traducendo quella nobile cadenza nella lingua originaria di ogni navigazione, raccontando come la Dea lo ammonì del pericolo se avesse tentato il passaggio quando la corrente di Oceano volgeva, e la notte avanzava sopra l’abisso, e lo scuotitore della terra aveva sciolto i venti.

Scriverei come ella salì dal profondo, sotto la nube di tempesta, simile a un bianco uccello marino, e lo ammonì del pericolo mentre l’oscurità calava sul mare.

Mentre parlo di carte e dei portolani ufficiali — The Channel Pilot e gli altri — non trascurare i fanali. Nulla al mondo è più facile che scambiare un fanale per un altro. Cronometra con cura i lampi e confrontali con quanto ti dicono la carta o il libro. Ma ricorda che all’entrata in porto c’è sempre confusione (specialmente oggigiorno, con le luci elettriche dappertutto e una massa di illuminazione a terra), che vent’anni fa non c’era. Oggi, avvicinandosi a una qualsiasi città costiera, si corre il grave rischio di fraintendere le indicazioni date. Per questo ho avuto guai in due luoghi assai diversi. Uno è Hastings, dove non c’è alcun vero porto ma solo un frangiflutti, e l’altro Dartmouth. Non che i borghesi, o i terrestri, o come tu voglia chiamarli, si siano ancora spinti fino a mettere luci rosse e verdi alle finestre, ma nel bagliore delle luci puoi perdere gli allineamenti, e una luce bianca, quando sei ormai sottocosta, non serve quasi a nulla se non lampeggia con regolarità. Parlo, s’intende, dei soli fanali dei porti minori. E devi ricordare anche che, di regola, non si vedono finché non si è del tutto vicini.

Ma suppongo che, parlando di luci, la cosa più difficile per quei poveretti che vivono sulla terra e che di tanto in tanto navigano, insomma, per persone come te e me, sia gestire le luci delle imbarcazioni in movimento quando ci si avvicina a un percorso navigabile di notte.

Per questo esistono diverse regole di rima, che tutti noi conosciamo a memoria:

Quando vedi due luci davanti a te

Indossa il tuo elmo e mostra il tuo colore rosso.

O ancora…

Verde su verde e rosso su rosso,

Va bene, procedi pure.

Ma queste regole, che sono circa una dozzina, si applicano soltanto ai casi più semplici; dalla mia esperienza so che, in qualsiasi percorso affollato di notte, bisogna fare affidamento sul proprio giudizio, rispettando soltanto le regole più elementari, come quella di passare da un lato all’altro del percorso. Tuttavia, anche in questi casi ci sono uno o due aspetti che la persona che utilizza una piccola barca dovrebbe tenere a mente; questi aspetti assomigliano molto a quelli che un povero deve considerare nella compagnia dei ricchi, o a quelli che un sovrano di una nazione debole deve tenere presente quando interagisce con un vicino potente.

Ad esempio, che ci siano regole o meno, nessuna grande imbarcazione potrà mai farti spazio; devi essere tu a crearglielo. Questo vale soprattutto per le imbarcazioni meccaniche.

Ricordo di essere sdraiato al largo della costa del Dorset in una calma assoluta, senza alcuna possibilità di manovrare; poi apparve un enorme veliero diretto verso ovest, carico di qualche terribile mercanzia, destinato probabilmente a qualche palude malsana oltre l’oceano. Quel veliero sembrava piombarmi addosso come un rinoceronte cieco.

Era impossibile per la mia piccola imbarcazione evitarla. Se fosse stata completamente buia, non ho dubbi che mi avrebbe colpito, nonostante tutta la sua buona volontà. Ma poiché era ancora possibile seguire da riva ciò che stava accadendo, all’ultimo momento lei modificò leggermente la rotta e mi mancò di un soffio; così ebbi il piacere di vedere le mie strutture oscillare nel vortice delle sue tracce oleose. Quindi, quando vi trovate in una zona trafficata di notte, date sempre la precedenza agli altri: è la regola principale. E comportatevi come fanno gli avvocati. Dimenticate che esista qualcosa come la giustizia, per non parlare dell’onore o del orgoglio.

C’è un altro principio da ricordare, abbastanza utile del resto: quando si dispone di molto spazio e l’oggetto più grande che ci si avvicina è ancora a una certa distanza, è meglio mantenere la propria rotta per un po’, in modo da dare al proprio “nemico” (così lo chiamerò) la possibilità di agire correttamente. Non c’è nulla di più frustrante che dover affrontare un’altra imbarcazione che non sa cosa vuole fare. Se il nemico vi vede muovervi in modo preciso, ha almeno l’opportunità di calcolare le proprie mosse e evitare problemi.

Ecco altri consigli: non fate mai errori facendo spegnere o guastare le vostre luci. Poiché devono essere protette dalla parte posteriore da cui guidate, installate una piccola luce bianca o qualcosa del genere che vi permetta di vedere se sono ancora accese dal timone. Per quanto riguarda la luce di navigazione, che spesso deve funzionare quando tutti dormono a bordo, assicuratevi che sia in buone condizioni, abbia sufficiente potenza e che il serbatoio sia pieno. Non è mai troppo grande; non per motivi legati alla luminosità stessa, ma per garantire che funzioni per un numero maggiore di ore. Io stesso, in tutta la mia vita da navigatore, non ho mai avuto una luce che non perdesse o si spegnesse durante una tempesta, che non cadesse sul ponte a causa di fissaggi insufficienti, o che non presentasse qualche problema. Proprio come il “Nona”, la nave più importante di tutte quelle esistenti al mondo: anche essa, come i personaggi più influenti di questo mondo, è sempre in mezzo a problemi.

Infatti, penso che tra tutte le imbarcazioni della storia ci siano alcune che si distinguono per la loro supremazia, unicità e incomparabilità rispetto ad altre più semplici; come i due corni di Hattin o le Due Stelle Gemelle. Tra queste, l’Arca di Noè è senz’altro la nave più straordinaria. Lo giudico in base alle immagini dell’arca che ho visto su scatole di fiammiferi: ritengo che siano, nel complesso, il nostro miglior documento storico, anche se piuttosto tardivo e parzialmente corrotto. Una nave del genere non avrebbe potuto essere manovrata in modo efficace. Non possiede alcun sistema di propulsione, solo una sorta di cabina sul ponte; ma è famosa, e così antica da meritare il massimo rispetto. Dall’epoca della sua costruzione, non ne sono esistite altre simili. Parlate della Nina, delle altre navi di Colombo, del Mora che portò Guglielmo di Falaise a Pevensey, della White Ship e dell’Ark Royal, della Victory (che, si dice, ora possa navigare anche su terraferma), del Great Harry, del Vengeur, del Hood, e delle due bellissime motoscafi smaltati che, spero, verranno acquistati con i nostri soldi per la Lega delle Nazioni a Ginevra, dove saranno ormeggiati lungo il molo del suo “giardino privato”, chiamato giustamente Tom Tiddler’s Ground. Ma nessuna di queste navi può essere paragonata all’Arca di Noè.


Il >vento cessò improvvisamente mentre era ancora buio, poco dopo aver superato Fairlight, cioè entro un’ora di viaggio. Nonostante si trattasse di un vento che soffiava da largo, lasciò alle sue spalle una sorta di “massa d’aria”, come accade quasi sempre quando un fenomeno meteorologico intenso si interrompe all’improvviso. Ho notato spesso questo fenomeno: è come se il vento avesse appiattito la superficie del mare, e poi, quando la pressione causata da esso diminuiva, l’acqua tornasse a muoversi, rivelando così la sua “libertà”.

Non solo iniziò a scendere; dopo mezz’ora di calma, anche la direzione del vento cambiò, spostandosi verso ovest e persino a sud-ovest. Per questo dovettemmo virare a dritta verso il mare aperto, per poi tornare indietro verso la riva per riprendere la nostra rotta. In questo modo, quando arrivammo di fronte a Hastings e al quel frammentato frangiflutti della zona, la luce del giorno aveva già iniziato ad aumentare; grazie a ciò avevano tentato di ripristinare, senza successo, alcune parti dell’antico porto.

Quel porto di Hastings oggi è quasi completamente scomparso: le sue difese sono state erose dal mare, ma il castello rimane ancora lì a dimostrare quanto fosse importante quel rifugio marittimo, uno dei grandi porti dell’Inghilterra medievale. Quanto ho letto al riguardo non mi ha aiutato molto a capire con precisione dove si trovasse esattamente quell’area protetta dal mare; tuttavia il mio interesse per quel luogo deriva soprattutto da quella strana scomparsa di una funzione politica così importante. Hastings era un porto, e ora non lo è più. Eppure la città è sopravvissuta, così come l’uso che ne faceva in passato; anche se oggi i loro barchi devono essere tirati a riva.

Spero che Hastings abbia riaffermato il proprio diritto di dare il nome “Battaglia di Hastings” a questa grande battaglia. Quando ero all’Oxford, era uno dei modi preferiti dagli accademici per prendersi gioco della cosa chiamare la Battaglia di Hastings “Senlac”.

Questo strano nome gascognolo l’hanno preso da una nota a piè di pagina di Lingard. Ora, per coincidenza, a Oxford è una regola sacra non assumersi mai alcun obbligo nei confronti di Lingard. Lingard è il creatore di una storia inglese documentata e precisa. Tre quarti delle conclusioni moderne riguardo al passato inglese derivano da quel grande e unico storico: lui ha inventato questa “scienza” della storiografia. Prima del suo tempo, nessuno aveva mai scritto una storia basandosi su testi originali; né qualcuno aveva mai effettuato un’analisi generale del passato inglese.

Da allora, è diventato preda di tutti coloro che possono, o fingono di poter, insegnare e scrivere storia. Tuttavia, nelle università di Oxford e Cambridge vigore una regola inderogabile: il suo nome deve essere boicottato.

Lingard commise quell’errore fatale: chiamò la Battaglia di Hastings “Senlac”. Proprio come quei studenti che si tradiscono copiando, Freeman e la sua banda, seguendo quell’unica sbagliatura di Lingard, portarono tutto al fallimento. Nella loro ignoranza, probabilmente pensarono che “Senlac” fosse un termine anglosassone. E poi, sembrava così grandioso sorprendere l’uso comune e introdurre quell’elemento di stranezza tipico dei ciarlatani. Ma tutto andò storto.

Quante volte non ho studiato quel famoso campo. Solo quest’anno sono riuscito a esplorarlo completamente con un clinometro, tracciando i contorni del terreno, con l’aiuto di due amici, per poter ricostruire con precisione le posizioni delle truppe durante la battaglia.

Non so quale sia esattamente quella fascinazione che si prova nel visitare, toccare, stare sul luogo stesso di grandi eventi del passato. Non riesco ad analizzarne la natura, ma ne percepisco profondamente la forza; vorrei tanto poter recuperare tutte le ore che ho sprecato nella mia vita a cercare di stabilire con precisione ogni dettaglio di quegli eventi. Quanta reverenza non provo per un lavoro come quello di Rice Holmes, in cui ogni movimento di Cesare, in quei fatali giorni d’agosto della prima invasione, viene dimostrato con prove irrefutabili, precise e concordanti?

Nell’oceano delle opere storiche moderne, in quel mare agitato e pieno di congetture e affermazioni non verificate, non c’è nulla di più delizioso di queste poche “rocce solide” rappresentate dall’impegno e dal buon senso. Le persone che risolvono definitivamente le questioni sono molto diverse da coloro che si dedicano a porre domande o a elaborare teorie: proprio come l’aria fresca e vigorosa è diversa dalle armonie confuse, o ancora meglio, come la stretta di una mano viva è diversa dai toccamenti spettrali delle ombre.

Cosa potrebbe essere più magistrale del modo in cui Holmes individuò il luogo di sbarco sulla spiaggia di Deal, calcolò con precisione la strada da percorrere fino al fiume Stour, scelse il punto giusto per attraversarlo e organizzò l’assalto al campo situato su Bigberry Hill? È come se tutti i pezzi di un puzzle si incastrassero perfettamente l’uno nell’altro: tutto diventa completo, certo, assoluto, dove prima c’era solo caos. Più e più volte sono salito su quella collina e mi sono seduto sul parapetto per guardare verso il guado del fiume attraverso cui passò la settima legione; ancora e ancora, navigando nelle strette dell’estuario, ho rievocato quell’enorme flotta nel suo giorno di massimo splendore: le galee che remavano al seguito della marea attorno a South Foreland, e i più grandi trasporti diretti verso la costa francese.

È, temo, un piacere malvagio della mente, ma pur sempre un piacere molto reale. Un uomo prova tale piacere di fronte a cose che, se fosse onesto e caritatevole, dovrebbero suscitare in lui indignazione; le assurde follie degli accademici mi procurano proprio quel piacere, anche se dovrei evitarlo. Quando un “Don” dimostra la sua vasta erudizione scrivendo “Clovis” come “Hchlodhovech”, non provo dolore, ma piacere. Mi viene in mente il personaggio di “Clodhopper”. Quando lo storico ufficiale, con le sue certezze preconfezionate, afferma che i grandi funzionari di Roma nel V secolo non conoscevano il greco, o quando un suo collega fa lo stesso, anch’egli con le sue convinzioni prefabbricate, sostiene che le poesie di Omero siano state composte da un comitato, io, che dovrei sentirmi offeso, rido. Lo stesso accade quando mi dicono, come fece seriamente un professore sulle pagine del “Spectator” (o forse di un altro giornale accademico), che in francese “molto bello” si dice “beaucoup belle”, o che l’espressione “La volonté générale est toujours droite” significhi “La volontà generale è sempre giusta”.

C’è un altro loro trucco che mi procura infinita gioia, e consiste nella solenne distorsione dell’autorità, il cui nome piacevole è “Mumbo-Jumbo”.

Il potere di affermare qualsiasi cosa si voglia davanti a un pubblico di giovani studenti universitari, privi di qualsiasi timore di contraddizioni o analisi critica, genera una sorta di orgoglio impotente, in cui viene dimenticata la vera natura dell’autorità.

Un grande studioso, profondamente versato nella letteratura greca, afferma: “Lo stile di questo passaggio è lo stile del III secolo”. Questa è la voce dell’autorità.

Un uomo perfettamente familiare con quella lingua può dire una cosa del genere, e coloro che non la conoscono devono accettarla, a meno che non venga contestata da un’autorità almeno altrettanto autorevole. Se molti studiosi simili fanno affermazioni analoghe, l’umiltà e il buon senso richiedono che tali affermazioni vengano considerate vere.

Ma quando colui che afferma questo aggiunge che, poiché lo stile di un passaggio è tipico del terzo secolo, quindi non può assolutamente essere stato scritto 100 anni dopo, sta dicendo cose così assurde da lasciare davvero senza parole.

Un uomo profondamente versato nella cultura inglese può dire con autorità a un straniero: “Questa lettera è scritta nello stile di Dr Johnson e risale al XVIII secolo; quindi non può essere stata scritta nel XVII.” Ma quale valore avrebbe tale affermazione se aggiungesse: “Né potrebbe essere stata scritta nel XIX secolo”? La erudizione possiede autorità quando dispone di informazioni che coloro che ne riconoscono l’autenticità non hanno avuto il tempo, lo sforzo o forse nemmeno la capacità di verificare. Tuttavia, essa non ha alcun valore contro il buon senso dell’uomo più ignorante. Mi capita spesso di trovare documenti in cui si utilizza un linguaggio aggressivo nei confronti di Richard III; manoscritti che lo denunciano come assassino dei suoi nipoti giustificano l’avvento della dinastia Tudor e presentano argomentazioni a suo favore. Un esperto competente che possa dirmi: “In base alla grafia, io, che conosco bene questo tipo di documenti, posso affermare con certezza che non è stato scritto subito dopo la battaglia di Bosworth, ma cento anni dopo”, deve essere creduto.

La dichiarazione ha autorità. Lui può stabilire la data della scrittura a mano, mentre io no. Ma se aggiunge: “Pertanto, la dichiarazione non è contemporanea”, sta dicendo assolutamente sciocchezze, perché la nostra esperienza comune ci insegna che le persone possono e spesso prendono copie manoscritte di documenti scritti in epoche precedenti. Se qualcuno, ben informato sui dettagli del regno di Elisabetta, afferma che un certo manoscritto è falso perché “a quell’epoca, alla fine del XVI secolo, un documento di quel tipo sarebbe già stato stampato e non più copiato a mano”, io risponderei, facendo appello al buon senso: “Perché no? Come si può sapere quale motivazione avesse la persona che lo ha copiato? Come si può escludere che non sia mai stato stampato in qualche forma di cui oggi non abbiamo più conoscenza? E perché non potrebbe trattarsi di una copia familiare che il proprietario non voleva diffondere, o che ha semplicemente voluto trascrivere personalmente?”

È naturale dell’orgoglio umano assumersi poteri al di là di quelli realmente posseduti; tuttavia, nuove forme di tale comportamento rimangono spesso inosservate per molto tempo. L’abuso dell’autorità religiosa è una pratica comune; solo ora le persone iniziano a rendersi conto degli abusi moderni nell’ambito dell’autorità accademica. Chi sa quante cose abbiamo sentito riguardo alle pratiche fraudolente dei preti. È vero che coloro che detengono soltanto un’autorità spirituale non di rado fingono di avere poteri anche in altri ambiti al di fuori delle loro competenze legali. Tuttavia, tale eccesso è molto più tollerabile rispetto all’assunzione fraudolenta di autorità accademica basata su presunte prove, quando in realtà non ne esistono alcune. Il primo caso rappresenta semplicemente un’esagerazione; il secondo, invece, implica una menzogna. Se una persona possiede davvero la capacità di vedere il futuro e, dopo aver dimostrato di disporre di tale facoltà strana, continua a fingere di conoscere cose di cui in realtà è ignara, allora si tratta di un ciarlatano che approfitta della propria reputazione per ottenere uno status superiore e non meritato. Ma è ancora più grave quando una persona pretende di basare le proprie affermazioni sulla ragione comune e sull’esperienza reale, in ambiti dove tali elementi sono assenti.

Esiste un tipo di questa falsa autorità accademica che si è diffusa come un fungo negli studi storici, soprattutto nel dibattito sulla Chiesa primitiva. Si tratta del rispetto dovuto all’autorità di una persona in ambiti che non hanno alcuna relazione con la sua competenza accademica, ma che sono semplicemente frutto della sua immaginazione, e quindi di valore altrettanto nullo o pari a quello di idee generate da un laico completamente analfabeta. È proprio nel caso del Vangelo secondo Giovanni che queste opinioni prive di fondamento si sono accumulate in quantità enorme. Un grande studioso come Wernle (suppongo fosse davvero un grande studioso; non ne sono certo, ma altri accademici me lo assicurano e devo crederci) ha autorità quando afferma che questo o quel passaggio appartiene allo stile di un determinato periodo storico. Tuttavia, la sua autorità è limitata da quella di altri studiosi, e comunque è giusto che forni delle basi per le sue conclusioni anche al lettore meno preparato. Ma quando ha osato affermare che l’esaltazione dello spirito descritta nel quarto Vangelo non poteva provenire da un testimone oculare, la sua opinione vale quanto quella di un apprendista cuoco o di uno spazzino di strada. La capacità di una persona di comprendere la psicologia altrui dipende da facoltà del tutto indipendenti dalla conoscenza accademica. La mia capacità di stabilire se Boswell conoscesse davvero Johnson (supponendo non esistessero altre prove oltre al libro stesso) si basa sulla mia conoscenza dei modi in cui le persone si sentono e agiscono, e sulla differenza tra il modo in cui parlano quando inventano storie e quello in cui parlano quando raccontano un’esperienza reale. Potrei avere ragione o sbagliare, ma le mie conclusioni non hanno nulla a che fare con la mia competenza accademica. Eppure le congetture vuote di Wernle, anche quando sono palesemente assurde, vengono rispettate, e, cosa ancora più esasperante, ricevono un rispetto particolare da parte degli ortodossi. Gli ortodossi sembrano ritenere che, nel confrontarsi con i scettici, stiano trattando con persone superiori a loro. In realtà dovrebbe essere il contrario: coloro che appartengono alla tradizione europea, che hanno alle spalle l’intero slancio della civiltà, che possiedono umorismo e buon senso come frutto della >Fede, dovrebbero considerare i propri oppositori come inferiori a sé.

Certamente è vero nel caso di questo Vangelo di San Giovanni. Un uomo che neghi la sua autorità apostolica e presenti una serie di congetture prive di fondamento, di particolari frammentari e di ipotesi strane, dovrebbe essere considerato un perturbatore incompatibile con un giudizio su cui milioni di persone hanno mantenuto una conclusione ferma per secoli. È vero che anche la tradizione più ampia e il maggior insieme di valutazioni mature debbano ascoltare qualsiasi obiezione e ponderarla. Rifiutarlo significa negare i diritti della ragione umana. Ma è orribile che ciò che è stato riconosciuto, stabilito e concluso con certezza, l’eredità dell’umanità stessa, debba essere difeso, e che qualsiasi attacco contro di esso venga sostenuto da una predisposizione ad accettare qualsiasi conclusione, anche la più strana, purché sia nuova.

Siamo accusati di avere un pregiudizio a favore della verità accettata. Dovremmo rispondere che i nostri oppositori hanno un pregiudizio ancora peggiore contro di essa. Dicono che noi iniziamo cercando testimoni di Gesù Cristo. È vero. Ma loro iniziano con un desiderio ardente di distruggere le prove a sostegno di Gesù Cristo. Facciamoli presentare le loro prove: accusiamoli apertamente di essere degli impostori. Ridiamo della loro rifiutazione provinciale di ciò che è meraviglioso. Riduciamo senza pietà la loro mancanza di proporzionalità, la loro ignoranza riguardo alla mente umana, il loro fallimento nel comprendere il valore delle tradizioni. Sconvolgiamoli. Credetemi: in battaglia bisogna essere spietati. Più forti sono i lamenti della vittima, più vicini siamo alla vittoria.


Tutto ciò che suggeriva il semplice nome “Hastings” e le fandonie legate a “Senlac”; ma in realtà un nome del genere potrebbe far pensare a intere pile di libri.

Andate in battaglia e visitate il luogo dove Harold cadde; potete segnarne con precisione le dimensioni. Guardate quella piccola tomba nella quale si dice riposi Odo; osservate anche il Malfosse, ancora ben visibile a ovest dei campi da tennis nei giardini dell’abbazia: un trappolo per la cavalleria. Notate come i Normanni, i Bretoni e tutti gli altri stranieri non potessero dispiegarsi se non raggiungendo proprio la base della collina, e come la sua pendenza li ostacolasse gravemente, senza nemmeno il vantaggio di una corsa a tutta velocità verso il basso; fu proprio questo che quasi li fece perdere la battaglia. Misurate la lunghezza di quella cresta e chiedetevi come fosse possibile difenderla contro cavalleria pesantemente armata, con meno di 30.000 o 40.000 uomini schierati in formazione compatta. La cresta misura quasi un miglio da un’estremità all’altra, e ne sarebbero serviti almeno 2.000 scudi uniti tra loro per coprirla completamente.

Suppongo che non ci sia mai stata, in tutta la storia, una giornata trascorsa su quest’isola che abbia avuto conseguenze più importanti per il Cristianesimo.


Quella mattina fu solo un breve passaggio vicino alle Torri del Martello; dormii tutto il tempo, essendo stato al timone per tutta la lunga notte, fino a quando il mio compagno non mi sostituì. Quando mi svegliai, ci trovavamo di fronte all’ingresso di Pevensey, un ingresso ormai inutilizzato, ma che ancora oggi resiste con forza alle onde del mare, grazie alle mura romane del Forte di Andred.

Il luogo era stretto, simile a quelli che conducono nell’ampio porto di Portsmouth; e, proprio come oggi in quel canyon tra Portsmouth e Gosport, anche allora il flusso delle maree doveva correre impetuoso attraverso il canale di Pevensey. All’interno si estendeva un vasto specchio d’acqua piatta, in grado di contenere decine o centinaia di navi, quante ne avesse potuto condurre qualsiasi capitano. Oggi è ancora possibile seguire chiaramente il vecchio livello dell’acqua salata, ma quel grande rifugio marittimo è ormai completamente asciutto.

È pieno di ricordi. I canali della palude portano ancora i nomi di quegli angusti bracci e insenature dell’un tempo vasto porto che hanno cercato disperatamente di sopravvivere nel corso del tempo. Ma nessuno navigherà più verso Pevensey. Fu lì che la flotta di Guglielmo il Conquistatore salpò, con una flotta sterminata alle sue spalle; sulla prua c’era un piccolo Cupido d’oro, e sulle ponti si trovava un enorme barile di vino, aperto in onore della vittoria. Guglielmo sbarcò vicino alla spiaggia bianca di Beachy. Aveva superato tutti i suoi trasporti e aspettava lì, al largo di questa costa, fino a quando qualcuno, salito sulla coffa, gridò che vedeva la flotta avvicinarsi, “Come un bosco intero”. Era il giorno di San Michele.

Questo luogo è pieno di ricordi. Le persone che registrarono le leggende d’Inghilterra sotto il regno di Alfred hanno conservato, dopo 400 anni, un terribile ricordo di una razzia pirata in cui tutta la guarnigione di Pevensey perì, in un giorno compreso tra la fine del dominio imperiale e lo sbarco di Sant’Agostino.

Stranamente, non abbiamo alcuna traccia del processo attraverso cui quel vasto e sicuro porto sia emerso al di sopra del livello del mare per poi perdere la sua funzione. Hastings è sopravvissuta, ma Pevensey è scomparsa nel buio. Ancora oggi si erge il muro della fortezza romana, con i suoi strati di piccoli mattoni in terracotta che ne testimoniano l’origine romana. La grande città che un tempo sorgeva lì intorno è ridotta ormai a un piccolo borgo; la vasta distesa pianeggiante che si estendeva oltre, dove un tempo sorgeva Portsmouth, giace oggi completamente deserta, mentre gli uccelli marini vi gridano sopra.

Oltre le mura di Pevensey, il vento si intensificò leggermente, permettendoci di procedere agevolmente attorno a Beachy e poi ancora più avanti, in modo da poter continuare la nostra rotta senza dover regolare le vele di prua. Proseguimmo spinti dal vento per tutte le miglia fino alla baia del Sussex. Mi trovavo vicino al faro (poiché la riva in quel punto è abbastanza ripida), a meno di un quarto di miglio dalla costa. Ma non era una mossa saggia: come sapete, conoscevo bene il modo in cui il vento può soffiare con forza su quelle alture. Volevo semplicemente risparmiare tempo e distanza; avevo navigato abbastanza in quei mari. E ora volevo tornare a casa.

Il vento che soffia da quella direzione porta solitamente aria limpida, ma in questi ultimi giorni di tempo calmo, sembrava provenire da chissà dove. Alla fine dell’estate, infatti, si era formato un anticiclone, il quale significa bel tempo. In condizioni del genere, i venti si comportano in modo insolito: il vento sud-ovest non porta tempeste né pioggia, né il vento orientale è secco, né quello settentrionale freddo, né quello meridionale caldo. Penso che ciò sia dovuto al fatto che i venti di un anticiclone sono ancora “giovani”; non sono quei venti forti e costanti che provengono da lontano, portando con sé una grande forza.

Quel giorno, mentre facevo il giro lungo la riva, avrei voluto davvero vedere un serpente di mare. Molti anni prima, avevo letto di una storia simile in un vecchio numero di rivista che giaceva nella sala d’attesa di una taverna del porto: si raccontava che in quegli stessi mari apparisse talvolta un serpente di mare, allo scopo di convertire gli increduli.

Sollevò il proprio lungo collo e si mosse con una velocità incredibile attraverso il sale, grazie ai movimenti del suo corpo snello; essere stato visto da un intero gruppo di persone presenti nelle vicinanze, sogghignò con disprezzo verso quella misera razza umana e poi scomparve.

Pensai tra me e me: “Come dovrei comportarmi se dovessi vedere qualcosa di così orribile e dovesse toccarmi testimoniare ad esso davanti ai miei simili?” Decisi che avrei mescolato la verità con la menzogna, proprio come aveva fatto il mio nobile antenato, il saggio Ulisse, in modo da far entrare la conoscenza della realtà nel cuore di persone sprezzanti. Infatti, ho una regola in queste materie che mi è stata data molto tempo fa e che da allora ho sempre rispettato. L’ho ottenuta in questo modo.

Quando ero ragazzo, un mio amico più grande mi disse qualcosa che all’epoca mi sembrava eccessivo, ma ora capisco che fosse molto sensato. Diceva che, se si vuole essere creduti su qualcosa che vale la pena credere, bisogna introdurre una certa dose di falsità nelle proprie affermazioni. Il motivo è abbastanza ovvio: o una verità è qualcosa che tutti conoscono già, e quindi non vale la pena raccontarla, oppure è qualcosa di insolito, e quindi improbabile, e molto probabilmente non verrà creduta. Sono proprio queste verità “insolite” che le persone di solito raccontano quando vogliono interessare gli altri. Ma se le presentano in modo diretto, vengono naturalmente considerate bugiarde.

Ad esempio, se entraste nella stanza di un uomo e gli diceste: “Solo la scorsa settimana ho preso il treno da Parigi dopo colazione ed ero già a Londra per cena!”, vi crederebbe senz’altro, anche se non approverebbe molto questo tipo di comportamento. Ma se gli diceste: “Solo la scorsa settimana sono stato a Parigi per colazione e a Roma per cena”, penserebbe che non stiate dicendo la verità, anche se è perfettamente possibile farlo in aereo; mentre se gli diceste: “Sono stato a Londra per colazione e a Calcutta per cena” (il che potrebbe essere assolutamente vero, purché la colazione e la cena non avvenissero lo stesso giorno), vi considererebbe sicuramente un bugiardo. Quindi, se davvero foste volati in aereo da Parigi a Roma, partendo comodamente dopo colazione e arrivando a Roma in tempo per cena, sarebbe molto meglio esprimervi in modo diverso: potreste dire ad esempio che il viaggio in aereo è stato davvero straordinario, considerando che voi stesso siete riusciti, alzandovi all’alba in una giornata estiva, ad arrivare a Roma proprio quando stava calando la sera, con soltanto due piccoli imprevisti lungo il cammino e una sosta a Lione. In questo modo, forse vi crederebbero.

Anche io consiglio a coloro che desiderano che i loro simili si convertano riguardo alla questione del Grande Serpente Marino di parlare apertamente.

Personalmente credo nel Grande Serpente Marino, e lo credo per le ragioni più valide: infatti, le prove sono sufficienti. Un numero sufficiente di persone ha visto mostri di vario tipo emergere dalle profondità marine, solitamente mostri con lunghi colli o, comunque, dall’aspetto serpenteante. Le hanno viste, molte persone contemporaneamente, e in condizioni visive normali. Negare una tale testimonianza solo perché è insolita è stupido. Si tratta di un’espressione della credulità popolare, altrettanto sciocca quanto la corrispondente diffidenza diffusa tra la gente.

La prossima volta che il Grande Serpente Marino si avvicinerà a meno di due cavi da uno dei navi di Sua Maestà e sarà visto chiaramente da decine di persone, consiglio vivamente al leader e a coloro che sono più istruiti tra loro, chiunque essi siano, di non affermare di aver visto effettivamente il Grande Serpente Marino in quelle circostanze. Perché se lo fanno, saranno nei guai. È molto meglio dire che, a causa del cielo nuvoloso e in condizioni che potevano facilmente ingannarli, loro e un compagno hanno pensato di aver visto qualcosa simile a una sorta di apparizione; e sarebbe opportuno descriverla in modo vago e poco chiaro. Dovrebbero cercare di rendere la descrizione il più simile possibile a ciò che i loro lettori conoscono; così, molti ignoranti scriveranno sui giornali dicendo che si trattava semplicemente di alghe marine o di uno stormo di uccelli, ma pochi crederanno davvero. Se diranno la verità pura e semplice, nessuno li crederà. Perché, proprio come è importante mescolare la verità con la menzogna affinché quest’ultima venga accettata, allo stesso modo è necessario mescolare la menzogna con la verità se si vuole che anche questa venga creduta. Tutti gli avvocati lo sanno bene. Anzi, si potrebbe dire che questo rappresenti una delle nostre regole legali fondamentali.

Ma gli avvocati possono almeno dire di sé stessi che la loro professione consiste nell’intercessione e che non fingono affatto di rappresentare la verità. Non c’è alcun tentativo di nascondere la realtà; non veniamo ingannati.

Ma la pratica dell’attivismo in tutte quelle parti della vita nazionale dove un tempo avevamo informazioni e possibilità di esprimerci direttamente, rappresenta una malattia molto pericolosa e allo stesso tempo estremamente frustrante.

Era un male che stava crescendo già prima della Guerra, ma la Guerra lo ha ampliato enormemente; le persone hanno preso l’abitudine di fare ciò che veniva definito durante la propaganda bellica: sia dare che ricevere queste cose. Da tutte le parti, ciò che si ascolta (o ciò che viene nascosto) viene presentato o tenuto segreto con lo scopo di promuovere un certo punto di vista, e quindi di distorcerlo. Forse durante la Guerra questa pratica era necessaria; o almeno lo era in società come la nostra, che non avevano una tradizione nazionale legata a questo tipo di conflitti. Le persone venivano costrette ad accettare le cose più assurde e ingiuste. Quel sfortunato tedesco, con il suo stupido sogno di superiorità universale, è diventato un mostro orribile, completamente al di fuori della natura umana; persino quegli stranieri che, istintivamente e tradizionalmente, sono odiati dalla maggior parte delle persone, sono diventati alleati “nobili”.

La parte più comica di tutta questa faccenda era l’atteggiamento verso l’America. Non osavamo insultare l’America, perché naturalmente eravamo altrettanto desiderosi di ottenere il suo aiuto quanto un uomo che sta annegando è desideroso di afferrare una sedia a sdraio, (E, tra l’altro, se per caso voi ricchi voleste salvare un uomo che sta annegando dal ponte di una nave, non gettategli un salvagente, ma una sedia a sdraio: è sempre pronta all’uso, facile da usare e ben visibile; inoltre, se colpisce il bersaglio, lo stordisce sicuramente). A causa della loro ignoranza, molte persone finirono per credere che fosse dovere degli americani venire ad aiutarci. E, cosa ancora più sorprendente, questo veniva presentato a loro come una questione di vita o di morte, non per noi, ma per loro stessi. Gli americani venivano detti (chissà se qualcuno di loro ci credeva davvero, ) che, se i tedeschi, gli austriaci, i boemi, i sloveni, i croati, i bulgari, i turchi, ecc., avessero vinto nella loro lotta contro inglesi, francesi e italiani, se coloro che erano “a metà cottura” avessero vinto contro quelli che erano “completamente cotti”, allora i conquistatori sarebbero immediatamente salpati verso il mare per dominare la città di Scranton, in Pennsylvania. Assurdità!

Ma le persone davvero parlavano in quel modo. Fissavano gli Stati Uniti con disapprovazione e dicevano: “Adesso tocca a voi!”

Ora, in mare, non esistono più alcune forme di persuasione o inganno. Siamo liberi da quella forma particolarmente fastidiosa di falsità che corrompe le profondità dell’anima stessa. La verità è uno dei grandi doni del mare: non puoi convincerti né ascoltare le argomentazioni altrui secondo cui il vento non soffia quando invece soffia, o che una cabina piena di mezzo piede d’acqua sia asciutta, o ancora che un’ancora che si trascina sul fondo tenga effettivamente. Ovunque tu vada in mare, esso ti insegna la verità. Non sono sicuro che la cosa migliore che trovi nella navigazione non sia proprio questo “sale della realtà”.

Rivolgersi alla descrizione di qualsiasi realtà dopo aver assunto una dose di “advocacy” è come uscire all’aria fresca dopo essere stati immersi in un’atmosfera insopportabilmente opprimente.

Sarebbe un dono inestimabile per tutti noi se qualche ricco decidesse di fondare un piccolo giornale settimanale (dovrebbe essere disposto a perdere tremila sterline all’anno): in quel giornale ai lettori verrebbero raccontate cose accadute in Europa e nel nostro paese, invece di fornire loro informazioni destinate a indurli a formulare un certo giudizio o a far sì che assumano un determinato atteggiamento desiderato dal padrone dell’scrittore.

La forma più pericolosa di questo tipo di propaganda oggi in Inghilterra – e tale è in tutto il mondo – rappresentata dai tentativi di imporre un controllo capitalista sulla nostra vita e dalla soppressione dei fatti che potrebbero ostacolare tale controllo, costituisce davvero un pericolo. Questi approcci sono pericolosi perché suscitano emozioni negative che portano al declino sociale e aumentano enormemente il senso di ingiustizia che il proletariato dello Stato capitalista moderno deve sopportare sempre di più.

Non riesco a ricordare nemmeno un solo sciopero o lock-out negli ultimi vent’anni, tra tutti quelli che sono diventati per noi in Inghilterra una sorta di “cibo quotidiano” – un disturbo permanente del mondo inglese e una minaccia per il suo futuro. Non ricordo nemmeno uno sciopero in cui i nostri proprietari di giornali, milionari che siano, si siano presi la briga di esporre tempestivamente i fatti veri della situazione; figuriamoci poi presentare imparzialmente e come notizie tutti gli elementi in gioco. Alcuni anni fa ho analizzato in dettaglio le condizioni di uno dei peggiori scioperi ferroviari che abbiamo avuto; ho scoperto che i punti in discussione erano stati oggetto di dibattito per mesi, e che la decisione definitiva di rifiutare certe condizioni e di insistere su altre era stata presa settimane prima che si verificasse la catastrofe. Il pubblico non ne sapeva nulla. Quando scadde il termine previsto e si realizzò ciò che quei ricchi uomini sapevano inevitabilmente sarebbe accaduto, il pubblico fu sommerso da argomentazioni che continuavano a nascondere i veri motivi del conflitto, presentando come scontato il fatto che coloro che possedevano gli strumenti di produzione avessero un diritto naturale sul lavoro di coloro che non li possedevano. Furono avanzate tutte le argomentazioni possibili, anche quelle destinate a convincere persone intelligenti, per non parlare della miriade di informazioni pensate per i meno istruiti tra il pubblico. Ci fu detto, ad esempio, che il numero dei titolari di azioni ferroviarie era maggiore di quello dei lavoratori delle ferrovie, il che è vero, ma ha lo stesso significato pratico del grande canto d’amore di Mozart. Non ci fu mai detto, però, in quale proporzione quelle azioni fossero distribuite.

A tutti noi, fino a quando non ne eravamo stanchi, veniva detto che gli uomini, rifiutando di lavorare, privavano la società di un importante servizio pubblico; il che era assolutamente vero. Quello che veniva omesso, però, era l’aspetto opposto di questa verità: ovvero che i proprietari del capitale, rifiutando di pagare la somma richiesta da coloro con cui dovevano stipulare contratti, privavano anch’essi la società di un importante servizio pubblico.

Quale vantaggio sarebbe per il Commonwealth se qualcuno pubblicasse, non solo le linee generali della controversia tra il capitalismo concentrato e la maggioranza proletaria di oggi, ma ci fornisse anche, in modo rapido e dettagliato, i fatti concreti relativi a ciascun caso. Io stesso so molto bene come si dovrebbe fare, poiché l’ho proposto più volte senza mai riuscire a farlo pubblicare da quegli uomini ricchi. Ad esempio, nel caso di una disputa specifica si potrebbe dire chiaramente: “È necessario comprendere che gli inconvenienti causati dall’interruzione del lavoro nei sistemi di approvvigionamento in aria delle abitazioni sotterranee, tipici di una città moderna, rappresentano in realtà un lock-out e non uno sciopero. I principali azionisti della Imperial Air Company, i cui nomi sono tali e tali, le cui quote sono di tale entità e il cui spirito guida è costituito da persona X, propongono di ridurre lo stipendio dei lavoratori del dieci per cento. I lavoratori rifiutano di vendere la propria forza lavoro a un prezzo inferiore al precedente. Le categorie salarialmente più alte, che ricevono uno stipendio medio tale e tale, sono soddisfatte delle condizioni del nuovo contratto proposto; tuttavia sostengono le categorie meno retribuite, il cui compito è specifico e il cui stipendio medio è di una certa entità. Gli amministratori sostengono che, se gli stipendi non vengono ridotti, i loro dividendi, attualmente del valore di tale e tale somma, dovranno essere diminuiti ulteriormente. È importante ricordare che le azioni della compagnia sono fortemente svalutate: il capitale reale rappresenta solo una frazione di quello nominale. I lavoratori si oppongono alle trattative con i funzionari permanenti del sindacato, poiché il segretario generale è noto per aver tradito in passato la causa della propria classe in cambio di denaro e quindi non gode di fiducia; tuttavia, come spesso accade nei grandi sindacati, è impossibile destituirlo dalla sua posizione.”

Una dichiarazione del genere non può essere pubblicata, anche se ogni parola in essa contenuta fosse vera e utile per l’informazione pubblica. Cose del genere, preziose per il pubblico, non possono essere stampate: in parte perché i mezzi di stampa sono sotto il controllo dei nostri sistemi capitalisti altamente centralizzati, e in parte perché i tribunali, che oggi sono anch’essi praticamente sotto il controllo del capitalismo, punirebbero severamente non solo l’autore, ma anche lo stampatore e l’editore di tali verità.

È consolante ricordare che la corruzione, una volta superata una certa soglia, genera da sé i propri rimedi e che questo genere di fenomeni non può continuare all’infinito; tuttavia è meno consolante considerare un’altra verità: ovvero che la correzione dei mali politici e sociali può avvenire sotto forma di catastrofi irreparabili, e che gli innocenti, che rappresentano la stragrande maggioranza delle persone, ne soffriranno di più. È ancora meno consolante ricordare l’esperienza umana universale secondo cui, quando il male viene eliminato grazie a forze reattive parzialmente inconsapevoli, ciò che ne consegue non è un bene corrispondente, ma un altro male nuovo e inaspettato.

Questo atteggiamento di sottomissione verso la ricchezza concentrata, che si osserva nei tribunali e che è diffuso tra gli scrittori dei nostri tempi, è simile all’accumulo di debiti: questo processo non può continuare all’infinito. Si sta costruendo così una torre sempre più alta e instabile di risentimento e proteste segrete. È probabile che, quando il male avrà causato la propria distruzione a causa dei propri eccessi, ciò che ne seguirà non sarà la rivelazione della verità di cui abbiamo bisogno, né tantomeno l’emancipazione del proletariato, ma piuttosto la diffusione di un nuovo insieme di menzogne sotto nuovi controlli.


Ecco tutto per quanto riguarda questo viaggio. Abbiamo navigato lungo quella costa ben nota, che sta iniziando a trasformarsi in una sorta di città; il nostro obiettivo era raggiungere le acque interne di Shoreham, proprio nel quarto ultimo dell’alta marea, prima che calasse la notte. Siamo rimasti delusi: il vento è diminuito con l’avvicinarsi della sera, e sebbene una corrente occidentale ci aiutasse in quel momento, quando siamo usciti dalle famose dighe gemelle di Shoreham, i pilastri di legno del porto della nave Nona erano già sommersi dalla marea bassa; non c’era modo di attraccare, anche se eravamo proprio lì vicino.

C’erano altri nella stessa situazione sotto il caldo cielo estivo di quella sera: una barca di Londra, una nave norvegese carica di legname, e un piccolo vapore che mollò l’ancora con un movimento rapido, un po’ più lontano. Proprio nel momento in cui anche noi gettammo l’ancora in quelle acque molto poco profonde, non più profonde di cinque braccia. Una grande luna piena sorse dall’oriente, dai mari d’Inghilterra, e la notte era calda. C’era una sorta di sacralità nell’aria. Ero persino felice che dovessimo trovarci fuori, sotto un cielo così calmo e dolcemente radioso, con quelle poche stelle che impallidivano davanti alla loro “regina”.

Dormimmo sotto tali benedizioni, e al mattino ci svegliammo trovando una brezza leggera che soffiava dal sud, come un dono, un segnale dell’arrivo all’ultimo porto. Lasciammo che la marea alta facesse il suo lavoro (poiché le porte non si aprono fino a quando l’acqua non raggiunge un certo livello); poi, issando soltanto vela maestra e vela di trinchetto, levammo l’ancora per l’ultima volta e ci muovemmo con maestosità tra i moli, dirigendo la fedele e stremata Nona verso il luogo del suo riposo.

E ora addio a te…

Tu, amato mare.

Come traduce molto bene John Phillimore dal greco di altri marinai terrieri morti.


Il mare è la consolazione di questi nostri tempi, proprio come lo è stato nei secoli passati. È il compagno e l’ospite degli uomini: possiede stati d’animo che arricchiscono il loro spirito, pericoli che rappresentano prove o addirittura la fine, e momenti di calma che simboleggiano la morte in modo positivo. Lì, sul mare, l’uomo si trova più vicino alla propria essenza originale, in comunione con ciò da cui è venuto e verso cui tornerà. Infatti, gli antichi saggi dicevano – ed era vero – che tutte le cose sono nate dall’acqua salata. Il mare è la matrice della creazione, e noi ne portiamo il ricordo nel nostro sangue.

Ma ciò che il mare contiene va ben oltre: presenta, su una scala così vasta da essere sopportabile per noi mortali, quelle forze non mortali che ci hanno creati. Non è soltanto un simbolo o uno specchio, ma soprattutto un messaggero del Divino.

Lì, navigando sul mare, interpretiamo ogni aspetto della vita: il controllo, la direzione, lo sforzo, il destino; ed è lì che possiamo metterci alla prova e conoscere il nostro reale stato. Tutto ciò che riguarda il mare è profondo e definitivo. Il mare dona visioni, oscurità, rivelazioni; ci presenta sempre quelle due facce della realtà: la grandezza e la certezza. La grandezza si estende quasi fino al confine dell’infinito (grandezza nell’estensione, grandezza nei cambiamenti innumerevoli), mentre la certezza riguarda un equilibrio che rimane immutato per sempre, stabile sulle profondità marine. Ogni volta che l’ho cercato, il mare mi ha accolto e mi ha offerto sollievo dalle preoccupazioni umane; ha allontanato da me le angosie e i dispiaceri della terra. Poiché tra tutte le creature che vivono sulla terra, noi esseri umani siamo quelli più colmi di dolore. Ma il mare ci consolerà, ci mostrerà continuamente cose nuove e ci darà sicurezza. È il sacramento comune di questo mondo. Possa essere per gli altri ciò che è stato per me.

CONTENTS

DEDICATION

THE CRUISE OF THE ‘NONA’

Holyhead, c. 1850— the largest town in the Isle of Anglesey, Wales, Holyhead is a major Irish Sea port serving Ireland. Belloc begins his journey from this port.

Holyhead today

DEDICATION

To Maurice Baring

MY DEAR MAURICE,

I have dedicated to you two books: one was a book On Nothing. This I dedicated to you because, being on nothing, it dealt with what is better than the fullness of life.

Another book I dedicated to you was the Green Overcoat, and this I dedicated to you because you had written a play called the Green Elephant, and we thereby held communion in green things.

I now dedicate you this book, because you also have written a book upon Things That Come to Mind, and this book may well turn into something of the same sort. Yours was called The Puppet Show of Memory, and dealt with the things and people you had seen and known. What mine will be called I do not yet know, for I hold that a child should be born before it is christened.

I have been led into this opinion by the action of an acquaintance, who much disputed with his wife what name the child should bear, it being not yet born. To this choice they attached great issues; for they rightly thought that a name determines a lifetime much more than does a Horoscope, and for this reason they consulted no Astrologer. First they explored the grander sounds, names of dominion and power. They considered Esmeralda, Ruhala, Semiramis, Darumdibaba, and Rimbomba, as also Haulteclaire, following the noise of pomps and wars. Wearying of this the glamour of strangeness seized them, and they attempted Pelagia, Sonia, Mehitabel, Oona, Celimène, Mamua and Berengarde, Machuska, Gounor and Zaire; but these seemed, upon a second reading, affected: as indeed they were. So they fell into childishness, and wallowed in gardening, reciting Pansy, Daisy, Rose, Violet, Pimpernel, and even Forget-me-Not, which led them into the Furor Hebraicus, and such terms as Miriam, Lilith, Deborah, Eve, Mizraim, Sheba, and the rest — very unsuitable; from which they reacted to mere abstractions, such as Mercy, Peace, Charity, Grace, and what not. But these seeming insipid, they fell maundering after a donnish fashion and dared consider Æthelburga, Fristhwith, Ealswitha, and other abominations, till an Angel compelled them to desist and they were driven to the solid path of the queens, and advanced Maud, Adelaide, Matilda, Elizabeth, Guinevere, Anne, and jibbed at Jezebel.

Next they ran wild and careered through Tosca, Faustine, Theodora, Athalie, Antigone, Medea, Pasiphae, and many others. Finally, they perched, she upon the name Astarte, but he upon the, to my mind, lovelier word, Cytherea. They both mean the same thing, only one was a well-modelled Greek, and the other a horrible Hittite. It was the woman who wanted Astarte, and the man who wanted Cytherea; so the child was to be called Astarte, and she was not even allowed to have the second name of Cytherea.

All that was on Thursday, 2 June. On the 13th, being a Monday, in the early afternoon, the child was born, and was a boy.

There was no more discussion upon its name, because its uncle, a rich man, was called James. So the boy was James, and there was an end of it.

I have been led on, as you see, but the essence of this book is that it shall be a sailing through the seas of the years, that is, a flight through the airs of time, or, again, a leading on and a passage through the vales of life: now culling this sour fruit, now that poisonous herb, and now again this stinging plant, which I had thought to be innocuous.

For whether I should write, Maurice, a book of reminiscences or of wandering, or of extravagances, or of opinions, or of conclusions, or of experiences, I could not make up my mind after a cogitation of three weeks and four days, which occupied the whole of my remaining faculties between the town of Blois, upon the Loire, and the town of Chalons, upon the Marne, my journey from the one to the other being taken this very year circuitously, in the company of a Bear, by way of Bayonne, where the bayonet, Rosalie, was first made; St John at the foot of the Pass, where they boil crayfish in white wine; Roncesvalles, where Roland died, and I nearly did; Burguete, where they charge too much and where the kitchen smoke goes out through the middle of the roof; Pamplona, the only permanent thing Pompey ever did; Saragossa, which never changes; Reus, where they spin cotton; Tarragona, which is biding its time; Barcelona, which got there first; Puycerda, and, after that, the Gorges of the Tet.

I was by this time a long way from Blois, but I had come to no conclusion on the name of my book, and my mind was still like one of those conferences to which the Parliamentarians of various countries travel at our expense from time to time, and are there delivered of heavy speeches without meaning, which make one think of a corpulent elderly man groaning across a plough clay field after a week’s rain in the dark of the moon. At Nîmes I had not decided what to call the book, nor down in a valley of the Cévennes, nor at Lyons, nor in the Jura, nor in the Vosges, nor in Strasburg; until at last I came to Châlons, as I have said. And, sitting down there to a meal in the hotel very finely called ‘The House of the High Mother of God’, I still remained undecided. And I am so to this day.

I cannot make it a book of reminiscences, because I can remember nothing for more than about two days, and also because I will not write about my contemporaries for fear of offending them. They are very good fellows, they have no particular characters or talents, they do nothing lasting, they are a generation of saltless butter with too much skim milk about it, there is little to say about them, and almost anything one says gives the little fellows offence. I would not call it Opinions, because I have none either, only convictions; and if I called it Convictions I might be misunderstood. I tell you I do not know what to call this book, but I am dedicating it to you because it has at least this parallel with your work, that it is all about things that have passed through my mind.

Indice

Dedica

La crociera della “Nona”

Holyhead, intorno al 1850: la città più grande dell’Isola di Anglesey, in Galles. Holyhead è un importante porto sul Mar d’Irlanda che serve l’Irlanda. È da questo porto che Belloc inizia il suo viaggio.

Oggi Holyhead

Dedica

A Maurice Baring

Mio caro Maurice

Vi ho dedicato due libri: uno di essi si intitolava “Su Nulla”. Ve l’ho dedicato perché, parlando di nulla, affrontava proprio ciò che è meglio della pienezza della vita.

Un altro libro che ti ho dedicato è stato “Il cappotto verde”; te l’ho dedicato perché avevi scritto un’opera teatrale intitolata “L’elefante verde”, e così abbiamo condiviso un legame attraverso i colori verdi.

Ora vi dedico questo libro, perché anche voi avete scritto un libro sulle cose che vengono in mente, e questo libro potrebbe benissimo diventare qualcosa del genere. Il vostro si intitolava “Lo spettacolo di marionette della memoria” ed affrontava le cose e le persone che avevate visto e conosciuto. Come si chiamerà il mio, ancora non lo so, perché ritengo che un bambino debba nascere prima di essere battezzato.

Sono giunto a questa opinione a causa dell’atteggiamento di un conoscente che discuteva animatamente con sua moglie su quale nome dovesse avere il bambino, poiché non era ancora nato. Questa scelta rappresentava per loro questioni molto importanti; infatti ritenevano giustamente che un nome influenzasse una vita molto di più di un oroscopo, e per questo motivo non consultarono alcun astrologo. Inizialmente presero in considerazione nomi dal suono imponente, simboli di dominio e potere: Esmeralda, Ruhala, Semiramis, Darumdibaba, Rimbomba, Haulteclaire. Ma poi, stanchi di queste scelte troppo strane, provarono nomi più semplici come Pelagia, Sonia, Mehitabel. Tuttavia anche questi sembravano eccessivamente banali. Alla fine, ricorsero a nomi decisamente infantili, come Pansy, Daisy, Rose. Ma anche queste scelte risultarono inadatte. Allora passarono a concetti astratti come Mercy, Peace, Charity. Ma anche questi sembravano insipidi. Alla fine, presero in considerazione nomi decisamente bizzarri e volgari, fino a quando un “angelo” non li costrinse ad abbandonare queste idee e a tornare su strade più tradizionali: Maud, Adelaide, Matilda, Elizabeth. E rifiutarono categoricamente nomi come Jezebel.

Poi iniziarono a correre selvaggiamente tra opere come “Tosca”, “Faustine”, “Theodora”, “Athalie”, “Antigone”, “Medea”, “Pasiphae” e molte altre. Alla fine, si posarono: lei sul nome Astarte, lui, a mio parere, sulla parola ancora più bella, Cytherea. Entrambi significano la stessa cosa, ma uno rappresenta una greca ben scolpita, l’altro una orribile donna ittita. Fu la donna a voler chiamare il bambino Astarte, mentre l’uomo voleva che fosse chiamato Cytherea; quindi al bambino fu dato il nome Astarte, e lei non le fu nemmeno permesso di avere il secondo nome, Cytherea.

Tutto ciò accadde giovedì 2 giugno. Il 13, essendo lunedì, nel tardo pomeriggio, nacque il bambino, e era un maschietto.

Non ci furono più discussioni sul suo nome, perché suo zio, un uomo ricco, si chiamava James. Quindi il bambino fu chiamato James, e la questione fu risolta.

Come potete vedere, sono stato ingannato, ma l’essenza di questo libro sta nel fatto che rappresenta un viaggio attraverso i mari degli anni, cioè un volo attraverso gli spazi del tempo, o ancora, un percorso che attraversa le valli della vita: a volte raccogliendo questi frutti amari, altre volte quelle erbe velenose, e ancora altre volte queste piante pungenti che credevo fossero innocue.

Se dovrei scrivere, Maurice, un libro di ricordi o di viaggi, di stravaganze, di opinioni, di conclusioni o di esperienze, non sono riuscito a decidermi nemmeno dopo tre settimane e quattro giorni di riflessione. Questo periodo ha assorbito tutte le mie energie, mentre viaggiavo tra la città di Blois, sul Loira, e quella di Chalons, sulla Marna, un viaggio che quest’anno ho compiuto in modo tortuoso, in compagnia di un orso, passando per Bayonne, dove fu inventata per la prima volta la baionetta; San Giovanni ai piedi del Passo, dove si cucinano i gamberi nel vino bianco; Roncesvalles, dove morì Roland, e dove quasi morii anch’io; Burguete, dove le cose costano troppo e il fumo della cucina esce dal tetto; Pamplona, l’unica cosa “permanente” che Pompeo abbia mai fatto; Saragozza, che non cambia mai; Reus, dove si fila il cotone; Tarragona, che aspetta solo il momento giusto, e Barcelona, che ci è arrivata prima di tutte. Poi c’è Puycerda, e, dopo di essa, le Gole del Tet.

A quel punto ero ormai lontano da Blois, ma non avevo ancora deciso il nome del mio libro; la mia mente era come una di quelle conferenze a cui, a spese nostre, i parlamentari di vari paesi viaggiano di tanto in tanto, dove pronunciano discorsi lunghi e privi di senso, che fanno pensare a un uomo anziano e corpulento che si lamenta mentre ara un campo di argilla dopo una settimana di pioggia, al buio della luna. A Nîmes non avevo ancora deciso come chiamare il libro; né in una valle delle Cevenne, né a Lione, né nel Giura, né nei Vosgi, né a Strasburgo. Fino a quando, finalmente, arrivai a Châlons. E lì, seduto in un ristorante molto elegante chiamato “La Casa della Alta Madre di Dio”, rimasi ancora indeciso. E lo sono ancora oggi.

Non posso trasformarlo in un libro di ricordi, perché non riesco a ricordare nulla che risalga a più di due giorni fa, e inoltre non voglio scrivere delle mie contemporanee per paura di offenderle. Sono persone molto gentili, non hanno caratteristiche particolari né talenti eccezionali, non fanno nulla che abbia un impatto duraturo; rappresentano una generazione priva di originalità e carattere distintivo. Non c’è molto da dire su di loro, e quasi qualsiasi cosa si possa dire potrebbe offenderle. Non lo chiamerei nemmeno “Opinioni”, perché anch’io ne sono sprovvisto; ciò che ho sono soltanto convinzioni. Ma se lo chiamassi “Convinzioni”, potrei essere frainteso. Vi dico sinceramente che non so come chiamare questo libro, ma lo dedico a voi perché ha almeno un punto in comune con il vostro lavoro: entrambi trattano di cose che sono passate per la mia mente.

Indeed, the naming of a book has always seemed to me a thing fastidious in both senses, that is, both a thing wearisome and a thing of picking and choosing. I am not quite sure that books ought to be named at all. If they were numbered, like the streets in America, they would be very much easier to catalogue and shelf (or shelve) and remember the places of. Thus your next book or so might be Baring 32, and this Belloc 106. And why not? It would in no way diminish their souls, their connotations. Cannot a man be head over ears in love with 15 Parham Street, and sick of 30 Tupton Square? I can!

Numbers, I say, leave us free to give personality and emotions to things. An anniversary is but a numbered day in a month, yet it shakes a man more than any feast name.

So should it be with books. When they are named they give a false indication; moreover, the vast crowd of books that are poured out in this our day like fugitives from a plague-stricken city is so immense that the discovery of a new title is impossible. However, it will have a title before I have done, stap me, and it is dedicated to you.

At this point I ought to end; but, as I have already told you, it is in the very character of this book, of its essence, nature, and personality, that it has only an accidental beginning, no real end, and nothing in particular between the two. It is like those rivers of the Middle West which trickle out of a marsh, and then wander aimless, without banks or shape, mere wetnesses, following the lowest land until they reach the shapeless Mississippi, and at last the flats and mud of a steaming sea.

What a book!…

My mind now suggests to me (for my mind is separate from myself, and may properly be regarded as no more than an inconsequent companion) that I should do very well not to cut off the Dedication from the rest of the Opus. The putting of a dedication separately from a book has something about it of form; and form is just what I have to avoid. I am to wander at large, setting down such things as pass before my eyes of memory, leaving out pretty well all that is of importance (reserving that for posthumous publication), and doing no more than present this, that, or the other, of ephemeral things. For there comes a time in life after which a man discovers no more, has lost through the effect of the years the multitude of what he possessed both within and without, can only repeat phrases or decisions already well worn. He is fixed, sterilized, hardened, and has nothing left to say; that is the moment in which he is expected to set down, for the benefit of others, the full treasury of what was once his soul.

Some two to five years ago there was an outburst of books in England which I myself labelled (and, I think, justly) ‘The Cads’ Concert’. These were books in which men set down their connexion with their fellows, giving each by name familiarly, purported to publish diaries which they had never kept, maligned the dead, insulted the living, and lied impudently upon both. They had a great sale, had these books, because they brought in rich, or otherwise important men and women, known already by newspapers vaguely to the readers of such books, so that those readers had from ‘The Cads’ Concert’ a faint reflection of High Life.

It was something quite new in the history of letters, and had, I am glad to say, a very short fife. I do not propose to add one more vileness to that nasty little list.

How then should I approach this task which has been set me of writing down, in the years between fifty and sixty, some poor scraps of judgement and memory? I think I will give it the name of a Cruise; for it is in the hours when he is alone at the helm, steering his boat along the shores, that a man broods most upon the past, and most deeply considers the nature of things. I think I will also call it by the name of my boat, the Nona, and give the whole book the title The Cruise of the Nona, for, in truth, the Nona has spent her years, which are much the same as mine (we are nearly of an age, the darling, but she a little younger, as is fitting), threading out of harbours, taking the mud, trying to make further harbours, failing to do so, getting in the way of more important vessels, giving way to them, taking the mud again, waiting to be floated off by the tide, anchoring in the fairway, getting cursed out of it, dragging anchor on shingle and slime, mistaking one fight for another, rounding the wrong buoy, crashing into other people, and capsizing in dry harbours. It seemed to me as I considered the many adventures and misadventures of my boat, that here was a good setting for the chance thoughts of one human life; since all that she has done and all that a man does make up a string of happenings and thinkings, disconnected and without shape, meaningless and yet full: which is Life.

Indeed, the cruising of a boat here and there is very much what happens to the soul of a man in a larger way. We set out for places which we do not reach, or reach too late; and, on the way, there befall us all manner of things which we could never have awaited. We are granted great visions, we suffer intolerable tediums, we come to no end of the business, we are lonely out of sight of England, we make astonishing landfalls - and the whole rigmarole leads us along no whither, and yet is alive with discovery, emotion, adventure, peril, and repose.

On this account I have always thought that a man does well to take every chance day he can at sea in the narrow seas. I mean, a landsman like me should do so. For he will find at sea the full model of human life: that is, if he sails on his own and in a little craft suitable to the little stature of one man. If he goes to sea in a large boat, run by other men and full of comforts, he can only do so being rich, and his cruise will be the dull round of a rich man. But if he goes to sea in a small boat, dependent upon his own energy and skill, never achieving anything with that energy and skill save the perpetual repetition of calm and storm, danger undesired and somehow overcome, then he will be a poor man, and his voyage will be the parallel of the life of a poor man - discomfort, dread, strong strain, a life all moving. What parallel I shall find in the action of boats for a man of the middle sort, neither rich nor poor, I cannot tell. Perhaps the nearest would be the travel at a fixed price upon a steamer from one port not of the passenger’s choosing to another not of his choosing, but carried along, ignorant of the sea and of the handling of the vessel, and having all the while no more from the sea than a perpetual, but not very acute, discomfort, and with it a sort of slight uncertainty, which are precisely the accompaniments throughout life of your middle sort of man.

Infatti, per me la scelta del nome di un libro è sempre stata qualcosa di particolarmente delicato e impegnativo: sia un’operazione noiosa che richiede molta attenzione. Non sono del tutto sicuro che i libri debbano necessariamente avere un titolo. Se fossero numerati, come le strade in America, sarebbe molto più facile catalogarli, sistemarli sugli scaffali e ricordare dove si trovano. Così, il vostro prossimo libro potrebbe chiamarsi “Baring 32”, mentre questo “Belloc 106”. E perché no? Questo non diminuirebbe affatto il loro valore o le loro connotazioni. Non è forse possibile che una persona possa essere profondamente innamorata di “15 Parham Street” e stancarsi di “30 Tupton Square”? Io sì!

I numeri, dico io, ci lasciano liberi di dare personalità ed emozioni alle cose. Un anniversario non è altro che un giorno numerato di un mese, eppure scuote una persona più di qualsiasi nome di festa.

So che dovrebbe essere fatto con i libri. Quando vengono dati un titolo, forniscono indicazioni false; inoltre, la vasta quantità di libri che viene pubblicata al giorno d’oggi, come se fossero fuggitivi da una città colpita dalla peste, è così enorme che scoprire un nuovo titolo diventa impossibile. Tuttavia, avrà comunque un titolo. Prima che io finisca il mio lavoro, e sarà dedicato a te.

A questo punto dovrei concludere; ma, come vi ho già detto, è proprio nella natura stessa di questo libro, nella sua essenza, nella sua caratteristica distintiva, che esso ha soltanto un inizio casuale, nessuna fine reale, e nulla di particolare tra l’inizio e la fine. È come quei fiumi del Midwest che nascono da una palude e poi scorrono senza meta, senza rive né forma definita, semplicemente liquidi che seguono il terreno più basso fino a raggiungere il Mississippi, senza forme, e infine le pianure fangose di un mare caldo e umido.

Che libro meraviglioso!.

Ora la mia mente mi suggerisce (poiché la mia mente è separata da me stesso e può essere considerata nient’altro che un compagno occasionale) che sarebbe molto meglio non separare la dedica dal resto dell’opera. Separare una dedica dal libro ha qualcosa di formale; e proprio ciò che devo evitare è la formalità. Devo vagabondare liberamente, annotando soltanto ciò che passa davanti ai miei occhi o nella mia memoria, tralasciando quasi completamente tutto ciò che è veramente importante (riservandolo a una pubblicazione postuma), e presentando semplicemente queste cose effimere. Infatti, arriva un momento nella vita in cui una persona non scopre più nulla di nuovo; ha perso, con il passare degli anni, gran parte di ciò che possedeva dentro e fuori di sé; può soltanto ripetere frasi o decisioni ormai logore. È come se fosse immobilizzata, sterilizzata, indurita, e non avesse più nulla da dire. È in quel momento che le viene chiesto di condividere, a beneficio degli altri, l’intero tesoro di ciò che un tempo costituiva la sua anima.

Circa due o cinque anni fa, in Inghilterra si verificò un’ondata di pubblicazioni che io stesso ho definito (e credo giustamente) “Il Concerto dei Mascalzoni”. Si trattava di libri in cui uomini descrivevano le loro relazioni con i loro simili, menzionando nomi familiari, fingendo di pubblicare diari che in realtà non avevano mai tenuto, diffamando i morti, insultando i vivi e mentendo spudoratamente su entrambi. Questi libri ebbero un grande successo commerciale perché attiravano uomini e donne ricchi o comunque importanti, già conosciuti dai lettori attraverso i giornali; grazie a questi testi, i lettori potevano avere una vaga idea della vita mondana.

Era qualcosa di completamente nuovo nella storia della letteratura, e, sono lieto di dirlo, ebbe una durata molto breve. Non intendo aggiungere un’altra nefandezza a quella orribile lista.

Allora, come dovrei affrontare questa task che mi è stata assegnata: scrivere, negli anni tra il cinquanta e il sessanta, alcuni miseri frammenti di giudizio e memoria? Penso che darò a questo lavoro il nome di “Cruisi”; infatti, sono proprio nelle ore in cui un uomo è solo al timone, guidando la sua barca lungo le rive, che riflette maggiormente sul passato e considera più profondamente la natura delle cose. Penso anche di chiamarlo con il nome della mia barca, la Nona, e dare a tutto il libro il titolo “Il Viaggio della Nona”. In realtà, la Nona ha trascorso gli anni della sua vita – che sono più o meno gli stessi dei miei (siamo quasi coetanei, cara, ma lei un po’ più giovane, come è giusto) – navigando tra i porti, incappando nel fango, cercando di raggiungere nuovi porti, fallendo, intralciando altre imbarcazioni più importanti, cedendogli il passo, ritrovandosi di nuovo nel fango, aspettando che la marea la spingesse via, gettando l’ancora nei canali navigabili, solo per essere maledetta e trascinare l’ancora su ghiaia e fango. Riflettendo sulle molte avventure e disavventure della mia barca, ho pensato che questo rappresentasse perfettamente i pensieri casuali di una vita umana: tutto ciò che una barca fa, e tutto ciò che un uomo fa, costituisce infatti una serie di eventi e riflessioni disconnesse, senza forma, prive di senso, ma al contempo piene di significato: ed è questa la Vita.

Infatti, il vagabondare di una barca da un luogo all’altro rappresenta, su larga scala, ciò che accade anche nell’anima di un uomo. Ci dirigiamo verso posti che non raggiungiamo, o li raggiungiamo troppo tardi; e lungo il cammino ci capitano ogni sorta di cose che mai avremmo potuto immaginare. Ci vengono concesse grandi visioni, sperimentiamo noie insopportabili, non troviamo mai fine a queste esperienze, ci sentiamo soli lontani dall’Inghilterra, facciamo incontri sorprendenti. E tutta questa serie di eventi non ci conduce da nessuna parte, eppure è piena di scoperte, emozioni, avventure, pericoli e momenti di riposo.

Per questo motivo ho sempre pensato che un uomo faccia bene ad approfittare di ogni opportunità per navigare nei mari ristretti, soprattutto di notte. Intendo dire, uno come me, che non è abituato al mare, dovrebbe farlo senz’altro. Nel mare, infatti, si trova il modello perfetto della vita umana: purché ci si imbarchi da soli e su una piccola barca adatta alle proprie forze. Se invece si sale su una grande nave, gestita da altri e dotata di ogni comodità, ciò è possibile solo se si è ricchi; in tal caso, il viaggio risulterà monotono, tipico della vita di un uomo benestante. Ma se si naviga su una piccola barca, affidandosi soltanto alle proprie forze e abilità, senza mai ottenere nulla se non la ripetizione continua di momenti tranquilli e tempeste, rischi che vengono comunque superati, allora il viaggio assomiglierà alla vita di un povero: disagio, paura, sforzi intensi. Una vita piena di cambiamenti. Per quanto riguarda una persona di condizione media, né ricca né povera, non so quale possa essere l’equivalente di questo tipo di esperienza marittima. Forse il paragone più appropriato sarebbe un viaggio su una nave a vapore, con tariffe fisse, da un porto scelto dall’organizzatore a un altro altrettanto scelto dal passeggero; un viaggio in cui si è completamente estranei al mare e alla gestione della nave, vivendo costantemente in uno stato di disagio non troppo intenso, accompagnati da una sorta di incertezza. Esattamente ciò che caratterizza la vita quotidiana di una persona di condizione media.

So I have given this book a name: The Cruise of the Nona. Had I called it The Cargo I might be nearer my intention. At any rate, I am now off to sail the English seas again, and to pursue from thought to thought and from memory to memory such things as have occupied one human soul, and of these some will be of profit to one man and some to another, and most, I suppose, to none at all.

THE CRUISE OF THE ‘NONA’

IT WAS LATE in May, near midnight, the air being very warm and still, and the sky not covered but somewhat dim, with no moon, when I took the Nona out from Holyhead harbour, having on board one companion to help me work the boat, and a local man who could speak Welsh for me in whatever places I might make along the coast.

The very slight breeze, which had barely moved us through the water after we had got up the anchor, died away long before we reached the end of the breakwater, and it was necessary to pull her out with the dinghy in order to fetch round the end of the stonework and get to sea. There was at that time of the tide a little current running towards the Stack, which would slightly help us on our way once we were outside, and with this we drifted a full hour and more, aided now and then by faint breaths of air, which rose and died again like memories. So came we, with the turn of the night, under the glare of the lighthouse at last, and then put the nose of the little ship round for the point of Carnarvonshire and the strait between the mainland and Bardsey Island, which is called Bardsey Sound.

It was a course of about thirty-three miles, with no chance, apparently, of covering it in all that night, nor perhaps in all the coming day as well; for we had struck, as it seemed, that hot, steady, summer weather in which one may play at a drifting match for days on end.

While it was still dark the distant mountains could barely be seen as something a little blacker than the sky. They looked astonishingly low, as mountains always do on a moonless night, when there is nothing to distinguish their details, and nothing against which to compare them, or by which to tell their distance. Already - it being now nearer two than one o’clock - a little wind had arisen, settling down, as it seemed, into somewhat east of north, and blowing over the Anglesey flats. It gave us perhaps no more than a couple of knots an hour, but it was heartening after the long calm, and as we had all sail set she pulled to it steadily enough. I was at the helm, my companion was still awake, sitting in the cock-pit and talking to me, and the hand who was to be with us till we next landed smoked beside us on deck.

The wind had freshened somewhat, we were making perhaps four or five knots, when the dawn began to show beyond Snowdon, and those great hills at once looked higher against the glimmer of grey light. Soon the whole coast was apparent, and the Yreifles with their triple peaks (clearer than I had expected; indeed, too clear for fine weather) lay right ahead and Bardsey Island beyond them and the narrow sound in between. The wind seemed steady, as though it would hold. I reckoned that the tide would turn against us anywhere between six and seven in the morning, that it would turn back through the Sound about noon or one o’clock, and I calculated that we should be running into Cardigan Bay, past Bardsey, on the middle of the ebb, an hour or two later than that time.

But what happened was something wholly unexpected; it is always so at sea, and that is why it is said that the sea brings all adventures. Indeed, I think that as we go on piling measurements upon measurements, and making one instrument after another more and more perfect to extend our knowledge of material things, the sea will always continue to escape us. For there is a Living Spirit who rules the sea and many attendant spirits about him.

But on that brightening morning there was nothing to warn us. The glass was high and, if I remember right, still rising; the sky uncovered and clearer than it had been by night; the wind slight, but holding steady, and all was soldier’s weather, so that anyone could have taken that little ship through such weather where he would. It was weather, one would say, made for the instruction of the young in the art of sailing.

By the time it was fully light we were making between six and seven knots, for the wind had sharply risen. As it was an off-shore wind, there was as yet no sea raised, but little tumbling white caps, very pleasant to look at, and all the movement coming on our quarter from over the land. With the rising of the sun it blew hard. We were yielding to it too much; we had taken down the topsail an hour before, and now I thought it wise to take in a reef as well, which we did in the headsail and the mainsail, but leaving the jib as it was, for that sail was not a large one.

I have sailed a great deal off and on in boats of this size (that is, somewhat more than thirty feet over all, with eight or nine feet beam, and drawing from five to six feet of water, cutter rigged), and I know it is an illusion; yet I can never get over the idea that a reef makes no difference. Two reefs - yes - but one reef I cannot ‘feel’. It is an obtuseness in me; but so it is.

However, it seemed wiser to take in a reef of some sort, and two reefs would have reduced the sail quite unnecessarily, for it was not yet blowing so hard as all that.

We slipped down the coast smartly, nearing it all the time upon our slantwise course, and as we did so, the sun being now fully risen, it blew harder and harder every minute. A sea rose, a good following sea, but higher than one would have expected so nearly off the land from a land wind; and, as this boat has very little freeboard (it is her only defect, for she rises magnificently to the water, and bears herself better the worse the weather may be), I watched the swirl of the foam under her low counter as each wave slightly broke under the now fierce wind.

We shortened down to three reefs, but even so the helm was pulling hard, and when we changed jibs and put up the smallest we had, it griped more than I liked, straining my arm after so long a spell at the tiller. I handed it over to the man who was with us, and went forward to see that everything was clear, for it was now blowing really hard, and anything like a tangle if we got into difficulties would be dangerous. The gale rose higher and the sea with it; but, tearing through the water as we now were under three reefs, we should soon make the Sound and get round the point of Carnarvonshire into easier water right under the lee of the land.

Ho dato un nome a questo libro: “La Crociera della Nona”. Se l’avessi chiamato “Il Carico”, forse avrei espresso meglio le mie intenzioni. Comunque sia, ora mi appresto a navigare di nuovo sui mari inglesi, per esplorare, pensiero dopo pensiero, ricordo dopo ricordo, tutte quelle cose che hanno occupato l’anima umana. Alcune di queste riflessioni potranno essere utili per alcuni, altre forse no. E la maggior parte, probabilmente, non avrà alcun significato concreto.

La crociera della “Nona”

Era tardi a maggio, quasi mezzanotte; l’aria era molto calda e immobile, il cielo non era coperto ma leggermente scuro, senza luna. Presi la Nona dal porto di Holyhead, con a bordo un compagno che mi aiutasse a manovrare la barca, e un uomo del posto che potesse parlarmi in gallese in qualsiasi luogo lungo la costa.

La brezza molto leggera, che a malapena ci aveva spinti attraverso l’acqua dopo aver levato l’ancora, si era spenta molto prima che raggiungessimo la fine del frangiflutti; fu quindi necessario tirare fuori la barca con il gommone per aggirare l’estremità della struttura in pietra e raggiungere il mare aperto. In quel momento, a causa della marea, c’era una leggera corrente che scorreva verso il Stack, il che ci avrebbe aiutato un po’ nel nostro viaggio non appena fossimo usciti dal frangiflutti. Con l’aiuto di questa corrente, galleggiammo per più di un’ora, talvolta spinti da brevi soffi d’aria che comparivano e poi scomparivano come ricordi. Così, con l’avanzare della notte, arrivammo finalmente sotto la luce abbagliante del faro, e poi dirigemmo la barca verso il promontorio di Carnarvonshire e lo stretto tra la terraferma e l’isola di Bardsey, chiamato Bardsey Sound.

Era un percorso di circa trentatré miglia; apparentemente non c’era alcuna possibilità di completarlo in una sola notte, né forse nemmeno nell’intera giornata successiva. Perché sembrava che fossimo entrati in quella calda e stabile stagione estiva in cui si può continuare a viaggiare senza sosta per giorni interi.

Mentre era ancora buio, le montagne lontane si potevano appena distinguere, sembravano un po’ più scure del cielo stesso. Sembravano incredibilmente basse, come succede sempre nelle notti senza luna, quando non c’è nulla che permetta di distinguere i loro dettagli, né nulla con cui confrontarle o misurare la loro distanza. Ormai erano quasi le due del mattino; era sorto un leggero >vento che soffiava in direzione est-nord e attraversava le pianure di Anglesey. Non superava i due nodi orari, ma dopo tanto silenzio era davvero rassicurante. E poiché avevamo tutte le vele spiegate, la barca procedeva abbastanza regolarmente sotto la sua spinta. Io ero al timone; il mio compagno era ancora sveglio e seduto nella cabina di pilotaggio a chiacchierare con me; inoltre, la persona che avrebbe viaggiato con noi fino alla prossima sosta fumava accanto a noi sul ponte.

Il vento si era un po’ calmato; viaggiavamo a una velocità di circa quattro o cinque nodi quando l’alba iniziò a spuntare oltre Snowdon. Quei grandi monti sembravano ancora più alti contro il bagliore della luce grigia. Presto tutta la costa divenne visibile: le cime triple delle Yreifles si distinguevano chiaramente (più di quanto mi aspettassi; anzi, troppo chiaramente per un tempo sereno). L’isola di Bardsey e lo stretto tra essa e la costa principale si profilavano davanti a noi. Il vento sembrava costante; calcolai che la marea avrebbe iniziato a girare contro di noi intorno alle sei o sette del mattino, per poi invertire direzione verso mezzogiorno o l’una. Presi quindi in considerazione che saremmo entrati nella baia di Cardigan, passando davanti a Bardsey, durante la fase di bassa marea, un’ora o due dopo quell’orario previsto.

Ma ciò che accadde fu qualcosa di completamente inaspettato; è sempre così nel mare, ed è per questo che si dice che il mare porti con sé tutte le avventure. Infatti, penso che mentre continuiamo ad accumulare misurazioni su misurazioni, e a creare strumento dopo strumento sempre più perfetti per ampliare la nostra conoscenza delle cose materiali, il mare continuerà comunque a sfuggirci. Perché c’è uno Spirito Vivente che governa il mare, e molti spiriti che lo assistono.

Ma in quella mattina serena non c’era nulla che potesse avvertirci. Il livello dell’acqua era alto e, se ricordo bene, continuava ad aumentare; il cielo era scoperto e più chiaro di quanto lo fosse stato di notte; la brezza era leggera ma costante. Insomma, erano condizioni ideali per chiunque volesse guidare quella piccola barca in mezzo a tali circostanze. Si potrebbe dire che quel tempo fosse proprio quello adatto per insegnare ai giovani l’arte della navigazione.

Quando finalmente fece giorno, stavamo facendo tra i sei e i sette nodi: il vento era infatti aumentato notevolmente. Poiché si trattava di un vento di mare, non c’era ancora onde alte, ma solo piccole creste bianche che si formavano sulle onde; era davvero piacevole da vedere. Tutto il movimento del vento avveniva sul lato destro della barca, provenendo dalla terraferma. Con l’alba, il vento iniziò a soffiare con forza ancora maggiore. Stavamo cedendo troppo alle sue pressioni: avevamo già ammainato la vela di trinchetto un’ora prima, e ora ritenni opportuno ammainare anche la vela maestra; lasciammo invece intatta la vela di gabbia, poiché non era molto grande.

Ho navigato molto su e giù con barche di questa dimensione (cioè, lunghe poco più di trenta piedi, con una larghezza di otto o nove piedi, che solcano acque profonde da cinque a sei piedi, dotate di un albero a vela singola), e so che si tratta di un’illusione; tuttavia non riesco mai a superare l’idea che la presenza di scogli non abbia alcun effetto sulle barche. Due scogli, sì, ma uno scoglio, no, semplicemente non riesco a “percepirne” l’effetto. È una sorta di ottusità da parte mia, ma è così che stanno le cose.

Tuttavia, sembrava più saggio utilizzare qualche tipo di frangiflutti; inoltre, l’uso di due frangiflutti avrebbe ridotto eccessivamente la superficie della vela, dato che il vento non soffiava ancora così forte.

Scivolavamo lungo la costa con facilità, avvicinandoci sempre di più grazie al nostro percorso obliquo; man mano che procedevamo, il sole ormai completamente sorto aumentava intensità del vento minuto dopo minuto. Si formò un’onda alta, una vera e propria onda seguace, ma più alta di quanto ci si sarebbe aspettati così vicino alla terraferma, data la presenza di un vento di terra; inoltre, poiché questa barca ha molto poco bordo libero (è il suo unico difetto, perché si adatta meravigliosamente alle condizioni meteorologiche avverse), osservavo il vortice di schiuma che si formava sotto la sua chiglia bassa ogni volta che un’onda si frantumava sotto l’effetto del vento sempre più forte.

Eravamo ridotti a soltanto tre scogli, ma comunque la barra tirava con forza; quando cambiammo vela e issammo quella più piccola che avevamo, la presa risultò eccessivamente forte, causandomi dolore al braccio dopo tanto tempo trascorso alla barra. Passai il comando all’uomo che era con noi e andai avanti per controllare che tutto fosse a posto: il vento soffiava ormai molto forte, e qualsiasi intoppo potesse verificarsi sarebbe stato pericoloso. La tempesta si intensificò sempre di più, così come il mare; tuttavia, navigando tra quei tre scogli, avremmo presto raggiunto lo stretto e superato la punta della Carnarvonshire, entrando in acque più calme, al riparo della terraferma.

There was only one thing that troubled me, which was this question: should we make the Sound before the tide turned? It was an important question, because, although I had never been in those parts before, off-shore, in a boat of my own, yet I could judge that in such a piece of water, with all the Bay pouring through a channel barely two miles wide with a deep of barely one, the tide against such a gale would raise an impossible sea. If we could just make it on the tail of the tide, on the very last of the ebb, we should have nothing to bear but a strong following sea, such as that before which we were running at the moment: for the southerly stream was still strong under us. But if the water turned before we got into the Sound, we should have a time to remember; and so we did.

For I had done something or other to annoy the Earth Shaker, and he pursued me viciously, making the tide turn just before we reached the mouth of the Sound. In a time much shorter than I had expected, with no lull in between, the steady run of sea which had been combing behind us, towering above the counter, but regular and normal to deal with, turned into a confusion of huge tumbling pyramidical waves, leaping up, twisting, turning, and boiling in such a confusion as I had never seen, not even in Alderney Race, which I had gone through many years before when I was a boy. The painter which held the dinghy to the stern parted, and that boat, a good and serviceable one, was lost. There was no question of turning in such a sea and under such a wind; the dinghy had to be abandoned. The tide against us was so fierce that even under that gale we hardly moved; and it was strange to see, from the leaping and struggling of the Nona, as the foam rushed by in a millrace, how steady remained the points on the Carnarvonshire shore, and how slowly we opened the Sound. The pace was irregular. There were moments when we advanced at perhaps a knot or a knot and a half against that fierce tide. There were others when we even slipped back. All the while the wind howled and the sea continued to rise and to boil in a cauldron more violent as the gale on the one hand and the tide against it on the other grew in strength, and in the fierceness of their struggle. In seas like this, one never knows when some great tumbling lump of water may not break upon one’s decks, for there is no run and follow, it is all confusion; and I remember thinking as I took the helm again in the midst of the turmoil of something I had seen written once of Portland Race: ‘The sea jumps up and glares at you’ - a sound phrase.

We had thus (in some peril, but still able to keep a course, and, on the whole, advancing) got at last between the point and the Island, that is, to the heart of the Sound; and a very few more yards would have brought us round out of the cauldron into smooth water and a run for some quiet anchorage right under the protection of the coast, when (since at sea bad luck always goes gathering impetus) the jib blew out with a noise like a gun. A few rags hung on to its fastenings; the rest of the canvas went away out to sea like a great wounded bird, and then sailed down and flopped into the seething of the water.

You may guess what that did to a boat in our straits! It made the helm almost impossible to hold with the violent grip of the mainsail, half our head canvas being gone; and at the same time it stopped our way. We drifted back again into the worst of the water, and lost in five minutes what it had taken us more than an hour to make. The danger was real and serious. The man that was with us expressed his fears aloud; my companion, though new to the sea, took it all with great calm. As to what happened to myself, I will record it, though it is a little detailed and personal: I will record it for the sake of the experience, of which others may make what they will.

I looked at the Carnarvonshire coast there close at hand, the sinking lines of the mountains as they fell into the sea, and I discovered myself to be for the first time in my life entirely indifferent to my fate. It was a very odd sensation indeed, like the sensation I fancy a man must have to find he is paralysed. Once, under the influence of a drug during an illness, some such indifference had pervaded me, but here it was in the broad daylight and the sun well up above the mountains, with a clear sky, in the grip of a tremendous gale and of an angry countering sea, ravening like a pack of hounds. Yet I could only look with indifference on the sea and at the land. The sensation was about as much like courage as lying in a hammock is like a hundred yards race. It had no relation to courage, nor, oddly enough, had it any relation to religion, or to a right depreciation of this detestable little world which can be so beautiful when it likes.

Such as it was, there it was. I had always particularly disliked the idea of death by drowning, and I had never believed a word of the stories which say that at the end it is a pleasant death. Indeed, as a boy I was once caught under the steps of a swimming-bath and held there a little too long before I could get myself out, and pleasant it was not at all. But here in Bardsey Sound I was indifferent, even to death by drowning. All I was really interested in was to watch what way we lost and what chance we had of getting through.

Indeed, the whole question of fear is beyond analysis, and there is only one rule, which is, that a man must try to be so much the master of himself that he shall be able to compel himself to do whatever is needful, fear or no fear. Whether there be merit or not in the absence of fear, which sentiment we commonly call courage when it is allied to action, may be, and has been, discussed without conclusion since men were men. The absence of fear makes an admirable show, and excites our respect in any man; but it is not dependent upon the will. Here was I in very great peril indeed off Bardsey, and utterly careless whether the boat should sink or swim; yet was I the same man who, in a little freshness of breeze that arose off the Owers a year or two ago, was as frightened as could well be - and with no cause. And if this be true of change of mood in one man, it must be true of the differences of mood in different men.

C’era una sola cosa che mi dava pensiero, ed era questa domanda: saremmo riusciti a raggiungere il Sound prima che la marea girasse? Era una domanda importante, perché, sebbene non fossi mai stato prima in quelle acque, al largo, su una barca mia, potevo comunque giudicare che in un tratto di mare simile, con tutta la Baia che si riversa attraverso un canale largo appena due miglia e con un fondale profondo appena uno, la marea contro una burrasca del genere avrebbe sollevato un mare impossibile. Se solo fossimo riusciti a passare sulla coda della marea, sull’ultimissimo riflusso, non avremmo avuto da sopportare che un forte mare di poppa, come quello davanti al quale stavamo correndo in quel momento: perché la corrente da sud era ancora forte sotto di noi. Ma se l’acqua avesse girato prima che entrassimo nel Sound, avremmo passato un momento da ricordare; e così fu.

Perché in un modo o nell’altro avevo fatto qualcosa per irritare lo Scuotitore della Terra, ed egli mi inseguì con accanimento, facendo girare la marea proprio prima che raggiungessimo la bocca del Sound. In un tempo molto più breve di quanto mi aspettassi, senza alcuna tregua nel mezzo, la corsa regolare del mare che ci si era andato frangendo alle spalle, torreggiando sopra lo specchio di poppa, ma regolare e normale da governare, si mutò in una confusione di enormi onde piramidali che si rovesciavano, balzando, torcendosi, girando e ribollendo in uno scompiglio quale non avevo mai visto, neppure nell’Alderney Race, che avevo attraversato molti anni prima, da ragazzo. La cima che teneva il canotto a poppa si spezzò, e quella barchetta, buona e utile, andò perduta. Non c’era da pensare a virare in un mare simile e sotto un vento simile; il canotto dovette essere abbandonato. La marea contraria era così feroce che perfino sotto quella burrasca ci muovevamo a stento; ed era strano vedere, dal balzare e dal dibattersi della Nona, mentre la schiuma sfrecciava via come in una gora di mulino, quanto restassero fermi i punti sulla costa del Carnarvonshire, e quanto lentamente ci si aprisse il Sound. L’andatura era irregolare. C’erano momenti in cui avanzavamo forse di un nodo o di un nodo e mezzo contro quella marea feroce. Ce n’erano altri in cui addirittura scivolavamo indietro. Per tutto quel tempo il vento ululava e il mare continuava a crescere e a ribollire in un calderone tanto più violento quanto più aumentavano di forza, da un lato la burrasca e dall’altro la marea che le si opponeva, e quanto più s’inaspriva la loro lotta. In mari come quello non si sa mai quando qualche gran massa d’acqua rovesciante possa frangersi sui ponti, perché non c’è corsa e sèguito, è tutto scompiglio; e ricordo di aver pensato, mentre riprendevo la barra in mezzo a quel tumulto, a qualcosa che avevo letto una volta a proposito del Portland Race: «Il mare balza su e ti guarda in cagnesco» - una frase azzeccata.

Eravamo così giunti (in qualche pericolo, ma ancora capaci di tenere la rotta e, tutto sommato, avanzando) finalmente tra la punta e l’Isola, cioè nel cuore del Sound; e ancora pochissime iarde ci avrebbero portati fuori dal calderone, in acque tranquille e in una corsa verso qualche quieto ancoraggio proprio sotto la protezione della costa, quando (poiché in mare la cattiva sorte prende sempre slancio) il fiocco scoppiò con un rumore di fucilata. Qualche brandello rimase appeso alle sue legature; il resto della tela se ne andò al largo come un grande uccello ferito, e poi planò giù e piombò nel ribollire dell’acqua.

Potete immaginare che cosa significasse questo per una barca nelle nostre condizioni! Rese quasi impossibile tenere la barra, per la presa violenta della randa, essendo andata via metà della nostra velatura di prua; e nello stesso tempo ci tolse l’abbrivio. Tornammo alla deriva nella parte peggiore di quelle acque, e perdemmo in cinque minuti ciò che avevamo impiegato più di un’ora a guadagnare. Il pericolo era reale e grave. L’uomo che era con noi espresse ad alta voce i suoi timori; il mio compagno, benché nuovo al mare, prese tutto con grande calma. Quanto a ciò che accadde a me, lo metterò per iscritto, benché sia un po’ minuzioso e personale: lo metterò per iscritto per il valore dell’esperienza, di cui altri faranno quel che vorranno.

Guardai la costa del Carnarvonshire lì a due passi, le linee digradanti delle montagne mentre scendevano nel mare, e mi scoprii per la prima volta in vita mia del tutto indifferente alla mia sorte. Fu davvero una sensazione stranissima, simile a quella che immagino debba provare un uomo nello scoprirsi paralizzato. Una volta, sotto l’effetto di un farmaco durante una malattia, una simile indifferenza mi aveva pervaso, ma qui era in pieno giorno, col sole ormai alto sopra le montagne, con un cielo limpido, in balia di una burrasca tremenda e di un mare avverso e adirato, famelico come un branco di segugi. Eppure potevo guardare solo con indifferenza il mare e la terra. Quella sensazione somigliava al coraggio press’a poco quanto lo stare disteso in un’amaca somiglia a una corsa di cento iarde. Non aveva alcun rapporto col coraggio, né, per quanto strano, aveva alcun rapporto con la religione, o con un giusto disprezzo di questo detestabile piccolo mondo che sa essere così bello quando vuole.

Comunque fosse, così era. Avevo sempre detestato in modo particolare l’idea della morte per annegamento, e non avevo mai creduto una parola dei racconti secondo cui alla fine è una morte dolce. Anzi, da ragazzo rimasi una volta incastrato sotto i gradini di una piscina e vi restai un po’ troppo a lungo prima di riuscire a tirarmene fuori, e piacevole non fu affatto. Ma lì, nel Bardsey Sound, ero indifferente, perfino alla morte per annegamento. Tutto ciò che davvero mi interessava era osservare quanto terreno perdevamo e quali probabilità avessimo di passare.

In verità, l’intera questione della paura sfugge a ogni analisi, e c’è una sola regola: che un uomo deve cercare di essere padrone di sé a tal punto da potersi costringere a fare tutto ciò che è necessario, con paura o senza paura. Se vi sia o no merito nell’assenza della paura, sentimento che comunemente chiamiamo coraggio quando si accompagna all’azione, si può discutere, e si è discusso senza conclusione da quando gli uomini sono uomini. L’assenza della paura fa un’ammirevole figura, e desta il nostro rispetto in qualunque uomo; ma non dipende dalla volontà. Eccomi lì, in un pericolo davvero grandissimo al largo di Bardsey, e del tutto incurante che la barca affondasse o galleggiasse; eppure ero lo stesso uomo che, in una lieve rinfrescata di vento levatasi al largo degli Owers un anno o due fa, ebbe tutta la paura che si può avere - e senza alcun motivo. E se questo è vero per il mutare d’umore in un solo uomo, dev’essere vero per le differenze d’umore in uomini diversi.

I had occasion during the War, when I had been sent to write upon the Italian front, to be swung to the high, isolated rock of a mountain peak in the Dolomites by one of those dizzy wires which the Italian engineers slung over the gulfs of the Alps for the manning and provisioning of small high posts. It was an experience I shall ever remember, a vivid, hardly tolerable nightmare; but the man I was with, an Italian officer of great and deserved fame, earned during that campaign, not only felt nothing, but could not understand what my terror was. We sat, or rather lay, in one of those shallow trays which travel slowly along these wires over infinite deeps of air; and during the endless crawling through nothingness he told me, by way of recreation, the story of a private soldier who had been coming down from the isolated post some weeks before. The machinery had gone wrong, and the tray remained suspended over the gulf, half-way across, for some twenty minutes. When it worked again and they hauled it in they found that the man had gone mad.

When the time came for the return journey, I very well remember asking myself whether I had the control to face that second ordeal or no. It was an obscure crisis, unknown to others, but as real and as great within as any of those which stand out in fiction or history. I would rather have gone down by the path which clung to the steep, the precipitous mountain side. This was forbidden because it was under direct Austrian fire; I knew that I should not be allowed. So I faced the return - and it was worse than the going.

Also in my life I have known two men who have hunted lions, and each of them has told me that fear in the presence of peril from the beast was wholly capricious, and that sometimes, when an exceedingly unpleasant death seemed certain, the man who had just missed his shot felt indifferent. I can believe it.

Anyhow, here I was in Bardsey Sound, with many deaths moving over the howling fury of the sea, and not one of them affecting me so much as a shadow passing over a field.

The end of that adventure was odd and unreasonable - as things will be at sea. It was perhaps because we had been buffeted and pushed into some edge of the conflict between wind and water where the tide runs slacker; or it was perhaps because the wind had risen still higher. But, at any rate, after three separate raids forward (in the second of which we were very nearly out of our peril and into smooth water), and as many set-backs (one of which got us into the worst violence we had yet suffered), the Nona, in a fourth attempt (it was her own, not ours - we could do nothing but keep her, as best we might, to her course), slipped out and reached an eddy beyond the tide. For a moment it was very difficult to keep her to it, she slewed round; but then again she got her head southerly, and we found ourselves running past the great Black Rock which stands there - the Carrig Dhu - and marks the smooth water beyond the edge of the tide.

We breathed again; and as I took her on through an easy sea, close under the land with not too much strain upon the helm (for the high shore now broke the gale), I was free to look over my right shoulder and watch, passing away behind us, further and further, the hell of white water and noise, through which we had barely come to safety.

Danger keeps men awake and makes them forget necessity, but with this relief, our fatigue came upon us. My friend and I had now been awake for some twenty-five or twenty-six hours, and it was time for sleep.

We got the poor Nona, which had behaved so well, up into a lonely little bay where was an old abandoned mine-working, but no other sign of man. The Welshman with us told us it was good holding ground; we let go the anchor and stowed sail. I remember how I fell half asleep as I stretched the cover over the mainsail boom and yard and tied it down at the after end. The gale still blew, yet, as it seemed, more steadily and less fiercely. There was no danger of dragging. We were well under the lee of the land. I gave one look, under the violent but clear morning sky, to seaward before I went below; and there I saw how, at a certain distance from the land, in a long line, the white water began. It was like being in a lagoon, like being protected by a bank from the sea outside; but really it was only the effect of the lee of the land making a belt of smooth water along shore. Then we all lay down to sleep and slept till evening.

When I awoke, the hurricane - for it had been no less - had died down to a fresh gale, and it promised to fall still further before night. There were a few hours of daylight left, but I thought it hardly worth while to up anchor and run further along the coast. We were snug as it was and still fatigued after the struggle in Bardsey Sound, so I thought we would still he there through the night and start eastward the next morning.

As I looked lazily over to Bardsey, with sunset on its streaming rocks, from the shelter of this quiet bay, I considered the islands.

Bardsey, they say, has a little community on board which governs itself and elects its own king. Whether it also pays tribute to some rich man on land, I do not know. But all the islands around Britain tend to be little kingdoms of their own: Lundy is like that, and over and over again one finds similar islands owned by one man, living either alone like a beast or companioned like a patriarch with his family and his servants and tenants all round about him; and the truth is that man is happier in small kingdoms than in great.

Except for the pride and honour of belonging to a great kingdom, to be citizen of a small one seems to me to have all the advantages. In a great kingdom you have to pay heavy taxes. You are made falsely concerned with men whom you never see, and in doings far distant, which you do not understand; you bear on your shoulders the burden of millions, and you must suffer a capital city, which will be a sink of crime. Your rulers will grow rich by deceit - for a very large community can always be deceived; nothing about you will be real, and the mass of your fellow-citizens will be desperately poor. For it is the nature of large communities to separate into strata and for the mass to grow indigent.

Durante la guerra, quando fui inviato a scrivere sul fronte italiano, ebbi l’occasione di essere trasportato, tramite uno di quei cavi sospesi che gli ingegneri italiani tendevano sopra i burroni delle Alpi per il rifornimento delle piccole postazioni isolate, fino alla cima di una montagna nelle Dolomiti. Fu un’esperienza che ricorderò per sempre: un incubo vivido e quasi insopportabile. L’uomo con cui ero si trovava lì; era un ufficiale italiano di grande e meritata fama, acquisita proprio durante quella campagna militare. Lui non provava assolutamente nulla e non riusciva nemmeno a comprendere la mia paura. Ci sedemmo, o meglio ci sdraiammo, su una di quelle piattaforme poco profonde che si muovevano lentamente lungo quei cavi, attraverso abissi infiniti d’aria. Durante quel lento e interminabile viaggio nel nulla, mi raccontò, per passare il tempo, la storia di un soldato semplice che poche settimane prima era sceso da una di quelle postazioni isolate. Il meccanismo si era guastato e la piattaforma era rimasta sospesa a metà strada, per circa venti minuti. Quando finalmente il sistema si riattivò e riuscirono a tirarla su, scoprirono che quell’uomo era impazzito.

Quando arrivò il momento del viaggio di ritorno, ricordo molto bene di essermi chiesto se avessi la forza necessaria per affrontare nuovamente quell’esperienza difficile. Si trattava di una crisi oscura, sconosciuta agli altri, ma altrettanto reale e grave quanto quelle descritte nella narrativa o nella storia. Avrei preferito percorrere quel sentiero che si snodava lungo il ripido versante della montagna; tuttavia era vietato, poiché esposto direttamente al fuoco austriaco. Sapevo che non mi sarebbe stato permesso farlo. Così affrontai il viaggio di ritorno, e fu ancora peggio del viaggio di andata.

Anche nella mia vita ho conosciuto due uomini che hanno cacciato leoni, e ognuno di loro mi ha detto che la >paura di fronte al pericolo rappresentato da quelle bestie era completamente capricciosa; a volte, quando sembrava certa una morte estremamente spiacevole, l’uomo che aveva appena mancato il colpo provava semplicemente indifferenza. Posso crederci.

Comunque sia, eccomi qui nel Bardsey Sound: molte morti avvenivano sotto la furia urlante del mare, ma nessuna di esse mi colpiva più di quanto possa farlo l’ombra che passa su un campo.

La fine di quell’avventura fu strana e irragionevole, come spesso succede in mare. Forse perché fummo sballottati da forti venti fino a trovarci in una zona dove la corrente era più debole; o forse perché il vento si era intensificato ulteriormente. Comunque sia, dopo tre tentativi diversi (nel secondo dei quali quasi riuscimmo ad uscire dalla zona pericolosa e raggiungere acque tranquille), e altrettanti contrattempi (uno dei quali ci portò nella fase più violenta di tutto l’avventura), la Nona, nel suo quarto tentativo (era una sua iniziativa, non nostra; noi potevamo solo cercare di aiutarla a mantenere la rotta), riuscì finalmente ad uscire dalla zona pericolosa e raggiungere un vortice al di là della corrente. Per un momento fu molto difficile tenerla in quella direzione; girò bruscamente su se stessa, ma poi riprese la rotta verso sud, e noi ci trovammo a superare la grande roccia nera chiamata Carrig Dhu, che segna il confine tra le acque tranquille e quelle agitate.

Riprendemmo a respirare; e mentre la guidavo attraverso un mare calmo, vicino alla riva, senza troppa fatica nel manovrare il timone (poiché le alte scogliere ormai attenuavano la forza del vento), potei finalmente guardare alle mie spalle e osservare come, sempre più lontano, scomparisse quell’inferno di onde bianche e rumore attraverso il quale avevamo appena raggiunto la salvezza.

Il pericolo mantiene gli uomini svegli e li fa dimenticare le necessità della vita quotidiana; ma con questo sollievo, la stanchezza ci colpì improvvisamente. Io e il mio amico eravamo rimasti svegli ormai da circa venticinque o ventisei ore. Era arrivato il momento di dormire.

Portammo la povera Nona, che si era comportata così bene, in una piccola baia desolata dove c’era un vecchio miniera abbandonato, ma nessun altro segno di presenza umana. Il gallese che era con noi ci disse che quel luogo era un ottimo rifugio; mollammo l’ancora e issammo le vele. Ricordo di essermi quasi addormentato mentre sistemavo la vela principale e la legavo saldamente all’estremità posteriore della nave. La tempesta continuava a soffiare, ma sembrava fare meno violenza e con maggiore costanza. Non c’era alcun rischio di incagliarsi; eravamo completamente al riparo dalla terraferma. Prima di scendere sottocoperta, gettai uno sguardo verso il mare, sotto il cielo mattutino limpido e violento. E vidi che, a una certa distanza dalla riva, si estendeva una lunga linea di acqua bianca. Era come essere in una laguna, protetti da una diga dal mare esterno; ma in realtà si trattava semplicemente dell’effetto del riparo offerto dalla terraferma, che creava una striscia d’acqua tranquilla lungo la costa. Poi ci sdraiammo tutti e dormimmo fino a sera.

Quando mi svegliai, l’uragano – poiché non era altro che un uragano – si era attenuato in una forte tempesta, e sembrava che continuasse a indebolirsi prima della notte. Restavano ancora alcune ore di luce, ma pensai che non valesse la pena levare l’ancora e proseguire lungo la costa. Eravamo al sicuro e comunque stanchi dopo le fatiche subite nel canale di Bardsey; quindi decisi di rimanere lì per la notte e partire verso est il giorno seguente.

Mentre guardavo pigramente verso Bardsey, con il tramonto che illuminava le sue rocce scoscese, ripensai a quelle isole, nascoste nella tranquillità di questa baia.

Si dice che su Bardsey esista una piccola comunità che si governa da sola e elegge il proprio “re”. Non so se paghi anche tributi a qualche ricco uomo sulla terraferma. Ma tutte le isole intorno alla Gran Bretagna tendono ad essere piccoli regni a sé stanti: Lundy è così, e si trovano spesso isole simili, possedute da un unico uomo che vive da solo come una bestia, o accompagnato dalla sua famiglia, dai suoi servitori e dagli affittuari intorno a lui. La verità è che quest’uomo è più felice in piccoli regni che in grandi imperi.

Ad eccezione dell’orgoglio e dell’onore di appartenere a un grande regno, essere cittadino di uno piccolo mi sembra presentare tutti i vantaggi. In un grande regno si devono pagare tasse pesanti; ci si preoccupa inutilmente di persone che non si vedono mai e di fatti lontani e incomprensibili; si porta sulle spalle il peso di milioni di persone, e si deve sopportare la presenza di una capitale che diventa spesso un rifugio per il crimine. I governanti si arricchiscono tramite inganni, poiché una comunità molto vasta può sempre essere manipolata; nulla di ciò che riguarda i cittadini è reale, e la maggior parte di loro vive in condizioni di estrema povertà. Infatti, è proprio della natura delle grandi comunità dividersi in classi sociali, con la massa che finisce per impoverirsi sempre di più.

But now I come to think of it, there is one advantage in belonging to a large kingdom, which is, that you can enjoy differences and contrasts such as a small kingdom does not give you. Some day, perhaps very soon, the modern organization of society into great communities will break down, and then it would be amusing to come to life again and see the little communities living their own independent lives, as they did in the Dark Ages, and also in the beginnings of Pagan history.

How pleasant it is to consider the little kingdom of Ithaca, and Corfu alongside, and the little territory of the Athenians. How pleasant it is to remember that there were four kings in Kent, grouped there under one dread emperor at Canterbury; and also how there was a king with two princes, his heirs, governing the Isle of Wight; all Pagan when the rest of England had already gone Catholic. For though you often hear it said that Sussex was the last piece of English soil to remain Pagan (and it is, indeed, the great boast of my county that it resisted the Faith for 100 years, and only capitulated under duress and famine), it is not so. Sussex was not the last of England to growl in a reluctant font. The Wight beat us by a head. At that time our king of Sussex and part of Hants as well, by name Caedwalla, a Welsh name, was still Pagan; and, when he did get religion, he thought himself too grand to be baptized by anybody except the Pope of Rome. To Rome, therefore, he went, and reached the city, was baptized, and then died out of hand of fever - a warning to Pride.

But he had something to show for it all, since the Pope, very much impressed that a king of Sussex itself (and part of Hants by conquest) should have visited him, wrote a fine epitaph for him in Latin verse and had it engraved on a stone which he put upon his grave in Old St Peters. But they pulled it up when New St Peters was built, and to this sacrilege I set down the very bad luck that Rome had afterwards.

Anyhow, the truth is that not Sussex but the Isle of Wight was the last Pagan spot in these islands, and here we of Sussex must reluctantly yield the palm. Yet can we in Sussex always boast that our king was the last of the kings in Britain to worship the Devil 12,000 years ago. And so again for Bardsey.

Looking at Bardsey over an evening sea now less tumbled and under the dying gale, I thought also how odd it was that such Scandinavian names should have stuck to some places more than to others. These pirates of the eighth and ninth centuries were not many in number. They had no culture or traditions; no literature; no anything. It was not until England had gradually civilized them and made them Christian that they produced anything whatsoever. How then did little bits of their language stick on to portions of our coast? They say that ‘Dublin’ is a Scandinavian name. ‘Bardsey’ certainly is, and so is the word ‘sound’, to mean a passage of the sea, and ‘Skomer’ is Scandinavian, and, right high up in the estuary of the Severn, ‘Flatholm’ and ‘Steepholm’ are both surely Scandinavian. People explain it sometimes by saying that as the attack of the pirates was always necessarily from the sea, they would give their names to the sea places. I could understand how this would give them Scandinavian names in Scandinavia, but how did we come to adopt such names? That is the puzzle. I should have thought that the local Celtic name for Bardsey would have held out. It has not done so, at least not in our speech; and there are even Scandinavian names for inland places, such as the main hill of the Isle of Man, and many places in the Lakes and beyond.

But the whole story of words is full of mystery, and the attempt to reduce; the process of words to a science has always seemed to me ridiculous enough. It is true that certain habits get formed, and you can, from them, build up certain vague rules. For instance, the French noun derives from the Latin, usually - nearly always through the accusative - and a particular Latin form will produce a corresponding French form; but the process is not invariable; and though one type out of hundreds becomes the official type of each nation, human speech is naturally not a set of a few official languages, but a mass of innumerable dialects, all melting one into the other.

Watch carefully, and you will note that in the area covered by the great official languages, most people are bilingual. They can speak the official language, but they also speak among themselves a dialect of their own, usually a dialect more or less cousin to the official language. That is certainly true of the working people of my own county of Sussex, and, indeed, of all rural England; but it is also true of the industrial districts, and, of course, it is true of the North. You find just the same thing through France, and Belgium, and the Valley of the Rhine, and I am told you find the same thing in Italy. The real spoken languages of Christendom are to be counted by the hundred, or the thousand; and though they fall into great groups, yet each has a life of its own. The official languages five a separate life above the mass, forming the idiom of a small body of wealthy people. And even that idiom has two forms, the written and the spoken form, which are very different. It is odd how unnatural spoken English looks, for instance, when it appears in a book; and I suppose the public are right to prefer the wholly unreal written English put into the mouths of the characters in novels.

I remember one good woman who made a very large income for many years by writing books about lords and ladies in London, which books she sold to an extensive and eager public in England, but to a much more extensive and far more eager public in the United States. In these books, which were in their time very famous, the ladies and gentlemen - the Toffs - talked in the most astonishing manner: all in linked phrases of some inches, and dependant clauses hanging on.

There was one character in one of her books which I was assured was a friend of mine: a young hereditary politician. I know the man’s conversation well enough: it is of the ordinary sort, chopped sentences, grunts, continual repetitions, and, in general, brief scraps: such language as you and I and everybody talks. But in the book this authoress, who knew the original well enough and lived all her life among Lords and Ladies made the poor fellow talk in his own house like Hansard. She would make him spout great speeches at his own mother and deliver sentences of prodigious length in the midst of them.

Ma ora che ci penso, c’è un vantaggio nell’appartenere a un grande regno: si possono godere di differenze e contrasti che un piccolo regno non offre. Forse molto presto, l’organizzazione moderna della società in grandi comunità crollerà, e allora sarà interessante vedere di nuovo le piccole comunità vivere la loro vita indipendente, proprio come facevano nell’Alto Medioevo e all’inizio della storia pagana.

Che piacere è considerare il piccolo regno di Itaca, e insieme Corfù, nonché il piccolo territorio degli Ateniesi. Che piacere è ricordare che nel Kent c’erano quattro re, riuniti sotto l’autorità di un terribile imperatore a Canterbury; e anche che sull’Isola di Wight regnava un re con due principi come eredi. Tutti pagani, mentre il resto dell’Inghilterra era ormai passato al cattolicesimo. Anche se spesso si dice che il Sussex sia stato l’ultimo pezzo di terra inglese a rimanere pagano (e infatti la mia contea vanta con orgoglio di aver resistito alla Fede per cento anni, arrendendosi solo sotto costrizione e carestia), non è vero. Il Sussex non fu l’ultimo ad abbracciare il cattolicesimo. L’Isola di Wight ci precedette di poco. A quel tempo, il nostro re del Sussex – che governava anche parte dell’Hants – di nome Caedwalla (un nome gallese), era ancora pagano; e quando finalmente si convertì alla fede cristiana, si ritenne troppo nobile per essere battezzato da qualcuno diverso dal Papa di Roma. Così andò a Roma, vi fu battezzato, e poi morì a causa della febbre: un monito per chi è troppo orgoglioso.

Ma aveva qualcosa da mostrare per tutto ciò: poiché il Papa, molto impressionato dal fatto che un re del Sussex stesso (e parte dell’Hants ottenuta attraverso la conquista) fosse venuto a fargli visita, scrisse un bell’epitaffio in versi latini e fece incidere esso su una pietra che pose sulla sua tomba presso l’Old St Peters. Tuttavia, quando fu costruito il New St Peters, quella pietra fu rimossa; ed è proprio a questo sacrilegio che attribuisco la sfortuna terribile che Roma subì in seguito.

Comunque sia, la verità è che non il Sussex, ma l’Isola di Wight fu l’ultima zona pagana in queste isole, e qui noi del Sussex dobbiamo riconoscere a malincuore questa realtà. Tuttavia, possiamo ancora vantarci nel Sussex del fatto che il nostro re fu l’ultimo dei re della Britannia ad adorare il Diavolo 12.000 anni fa. E lo stesso vale per Bardsey.

Osservando Bardsey sopra un mare serale ormai meno agitato, sotto l’effetto della tempesta che si placava, pensai anche quanto fosse strano il fatto che nomi di origine scandinava fossero rimasti legati a certe località più di altre. Quei pirati degli otto e nove secoli non erano molti; non avevano cultura né tradizioni, nessuna letteratura, nulla. Fu solo quando l’Inghilterra iniziò gradualmente a civilizzarli e a convertirli al cristianesimo che produssero qualcosa di significativo. Ma allora, come mai frammenti della loro lingua si sono conservati in alcune zone delle nostre coste? Si dice che “Dublino” sia un nome scandinavo; lo stesso vale per “Bardsey”, così come la parola “sound” (che indica una striscia di mare), e anche “Skomer”. Ancora più lontano, nell’estuario del Severn, “Flatholm” e “Steepholm” sono sicuramente nomi scandinavi. A volte si spiega questo fenomeno dicendo che poiché gli attacchi dei pirati avvenivano sempre dal mare, essi dessero i loro nomi alle località costiere. Capisco come ciò possa spiegare l’origine scandinava di alcuni toponimi in Scandinavia, ma come mai noi abbiamo adottato tali nomi? Questo è il vero mistero. Avrei pensato che i nomi celtici locali per Bardsey avrebbero dovuto prevalere. Invece non è successo, almeno non nella nostra lingua; anzi, ci sono persino nomi scandinavi per luoghi interni, come la collina principale dell’Isola di Man, e molti altri posti nelle zone dei laghi e oltre.

Ma l’intera storia delle parole è piena di mistero, e il tentativo di ridurre il processo linguistico a una scienza mi è sempre sembrato abbastanza ridicolo. È vero che si formano certi schemi linguistici, e su di essi si possono costruire regole vaghe; ad esempio, i nomi francesi derivano dal latino, solitamente – quasi sempre – attraverso la forma accusativa, e una determinata forma latina produce una corrispondente forma francese; ma questo processo non è invariabile. E sebbene uno specifico tipo tra centinaia diventi quello ufficiale di ogni nazione, il linguaggio umano non è naturalmente costituito da poche lingue ufficiali, ma da un insieme innumerevole di dialetti che si fondono tra loro.

Guardate attentamente e noterete che nell’area coperta dalle grandi lingue ufficiali, la maggior parte delle persone è bilingue: sanno parlare la lingua ufficiale, ma si comunicano tra loro anche con un dialetto proprio, solitamente un dialetto più o meno strettamente collegato alla lingua ufficiale. Questo vale certamente per i lavoratori della mia contea di Sussex, e in realtà per tutta l’Inghilterra rurale; ma vale anche per le zone industriali, e ovviamente per il Nord. Lo stesso si può osservare in Francia, Belgio e nella Valle del Reno, e mi è stato detto che lo stesso accade in Italia. Le vere lingue parlate nel mondo cristiano sono centinaia, forse migliaia; e sebbene rientrino in grandi gruppi, ognuna di esse ha una vita propria. Le lingue ufficiali, invece, hanno una vita separata rispetto al resto della popolazione, costituendo l’idioma di un piccolo gruppo di persone ricche. E anche quest’idioma presenta due forme: quella scritta e quella parlata, che sono molto diverse tra loro. È curioso come l’inglese parlato appaia così innaturale quando viene scritto in un libro; e suppongo che il pubblico abbia ragione a preferire l’inglese scritto, completamente irreale, che viene messo nelle bocche dei personaggi nei romanzi.

Ricordo una brava donna che, per molti anni, guadagnò un reddito molto elevato scrivendo libri su lord e lady di Londra; questi libri venivano venduti a un pubblico vasto ed entusiasta in Inghilterra, ma ancora più numeroso e desideroso negli Stati Uniti. In quei libri, che all’epoca erano molto famosi, le signore e i signori descrivevano le loro conversazioni in modo davvero sorprendente: frasi lunghissime, con subordinate che ne dipendevano direttamente.

C’era un personaggio in uno dei suoi libri di cui mi era stato assicurato che fosse un mio amico: un giovane politico ereditario. Conosco abbastanza bene il modo di parlare di quell’uomo: è del tipo più comune, frasi spezzettate, grugniti, ripetizioni continue, insomma, brevi frammenti di conversazione, quel genere di linguaggio che usiamo tutti noi. Ma nel libro, questa autrice, che conosceva bene il personaggio originale e aveva trascorso tutta la sua vita tra lord e lady, faceva parlare questo poveretto nella sua stessa casa come se fosse stato un relatore ufficiale. Lo faceva pronunciare grandi discorsi davanti a sua madre e inserire frasi di una lunghezza incredibile nel corso di tali discorsi.

I myself once wrote a book about politicians, called A Change in the Cabinet. It was universally agreed in all that old world of professional politicians who were still educated men that my book, whether good or bad, was monstrously accurate to the way the people of that world talk and go on. But the book will never be held by any large public to be accurate; or, at any rate, will not satisfy the desire of the large public for a particular kind of pompous convention, such as never was by sea or land. And on the whole I think the large public are right. Literature has no business to be a mirror of life. We can see life for ourselves without literature. What literature ought to do, I take it, is to make a type or expression of life, which is quite a different thing from a mere reflection, and what is more, literature is there for fun and not for copying. Hence the greatest of human writings have very little relation to actual speech. The heroes of the poet Homer say things as satisfactory as have ever been said, yet they say them in a highly conventional and stilted way, using a very small vocabulary and (what is really extraordinary!) talking all the time in hexameters. Certainly no one ever did that in real life except an old Don whom I used to know at Oxford.

This man spoke with a dactylic stammer, thus: ‘Wüggâ-gâ, züggâ-gâ, üggër-gà Nâggâ-gâ, Wûggâ-à, Hûggër-gâ… In my… wugga ga… d-dugga-g - opinion.’

He was the only living person I have ever heard who gave the effect of speaking in ordinary life as the persons of the poets speak. It was well worth hearing; but, of course, one could not understand a word of it. Nor did he ever produce the great effects of the ancients.

One of the most delightful things about words is their habit of coming up out of nothing, like the little particles of ice which float to the surface of the Thames at the beginning of a frost, rising silently, floating up from the bottom of the river, or like the little oak trees that crop up everywhere like weeds in the fields of my home. Boy is a word of that kind, ‘girl’ is another, Teg’ is another, ‘donkey’ is another, ‘plough’, though a little earlier, is another. No one can tell you where they came from; they are like our modern masters, they have no ancestry. But, unlike our modern masters, they remain. Someone in some clique started the expression and it spread. One can see examples of the process going on all round one today. One sometimes even knows the man who invented a new term and the medium through which it spread. There are one or two Eton words of this sort, and one or two Balliol words which are in the way of becoming regular English; for individual men of large acquaintance and fertile mind started these new words, some of which are beginning to take root.

But of all things that words do, what pleases me most is their habit of adventure; the way they have of sitting tight and doing nothing but their ordinary job for centuries, and then shooting out and taking quite different work and travelling about, changing colour and shape as they go.

I am very fond of the word ‘cad’. It is the most useful missile in the English language. It is very hard and knobby, and you can be certain of your effect. And yet how brief its career! How singular its arrival at its present exalted state! It is a shortened form of ‘cadet’, the younger son of a great family, which came by extension to apply to the less fortunate. It wandered about in this vague form for about a lifetime, and then settled down into two separate uses, applying to a particular sort of domestic, I believe, in one of the universities, and also to the people who used to hang on at the back of the old horse omnibuses and take the money in those happy days of my youth when there were no bell-punches and no uniforms, and all Charing Cross resounded to the cry of ‘Liverpool Street’, towards which goal every omnibus cad entreated you.

‘Cad’ having settled down on these two honourable but ill-paid occupations, slyly got in by a side door and established itself in a totally different meaning, which it has now achieved, and which it looks like keeping. For now it means: ‘A male deficient in one particular small set of those many moral qualities which, when combined with the national tradition of wealth, build up what is called in England a “gentleman”.’ That is what the word ‘cad’ means today, and that is what gives it its value. It is a very odd formation. The ‘gentleman’ is the ideal of our once aristocratic and now plutocratic English state; it is the ideal which members of the wealthier governing class must conform to or attempt to attain. That ideal (its worshippers will be surprised to hear) has not a few vices, a number of virtues, and a very great many habits or characters which are neither virtuous nor vicious - such as the accent.

Now the cad is not at all a man who lacks all these, he is only a man who lacks one particular set of the many virtues. He lacks the particular kind of reticence and the particular kind of generosity which go to the making of the character called ‘a gentleman’. He may have a reticence of another kind, and a generosity of another kind, and still be a cad. On the whole, of the cads and gentlemen I have met, I would give the cads a shade of odds in the matter of salvation; which is not without its importance either.

It will be interesting to watch the process of the word and see what happens to it. I do not think it will last long, for the whole civilization to which it applies and in which it has a meaning is breaking up like mist before a rising wind. It is not a word you could translate into any other language, and the English society to which it attaches is changing in a whirl. I wonder what posterity will make of it? What will posterity make of this strange habit, suddenly arisen within fifty years (and soon to die), of regarding a particular sort of provincial wealthy man as a general ideal for all humanity, and of regarding a man lacking somewhat of that ideal’s qualities as the basest of mankind?

Anch’io stesso ho scritto un libro sui politici, intitolato “Un cambiamento nel gabinetto”. In quel vecchio mondo di politici professionisti, tutti ancora uomini istruiti, si concordava universalmente sul fatto che il mio libro, fosse buono o cattivo, fosse straordinariamente accurato nel riprodurre il modo in cui le persone di quel mondo parlavano e si comportavano. Tuttavia, il grande pubblico non considererà mai quel libro accurato; anzi, non soddisferà affatto il desiderio del pubblico di trovare un linguaggio pomposo e convenzionale, come quello mai utilizzato in vita reale. In generale, penso che il grande pubblico abbia ragione: la letteratura non ha il compito di essere uno specchio della vita. Possiamo vedere la vita da soli, senza la letteratura. Quello che la letteratura dovrebbe fare, secondo me, è creare un modello o un’espressione della vita, qualcosa di completamente diverso da una semplice riflessione della realtà; inoltre, la letteratura esiste per divertire, non per copiare la realtà. Ecco perché le opere maggiori dell’umanità hanno molto poco a che fare con il linguaggio parlato nella vita reale. I protagonisti dell’poeta Omero dicono cose altrettanto soddisfacenti di qualsiasi altra possa essere detta, ma lo fanno in modo estremamente convenzionale e forzato, utilizzando un vocabolario molto limitato e, cosa davvero straordinaria!, parlando sempre in esametri. Certo, nessuno nella vita reale si comporta così, tranne un vecchio signore che conoscevo a Oxford.

Quest’uomo parlava con un balbettio di tipo dattilico, così: “Wüggâ-gâ, züggâ-gâ, üggër-gà Nâggâ-gâ, Wûggâ-à, Hûggër-gâ. Secondo la mia, wugga ga, d-dugga-g - opinione.”

Era l’unica persona ancora viva che avessi mai incontrato la quale riuscisse a parlare nel modo in cui i personaggi dei poeti parlerebbero nella vita di tutti i giorni. Valeva davvero la pena ascoltarlo; ma, naturalmente, non si riusciva a capire una parola di ciò che diceva. Inoltre, non riusciva mai a creare quegli effetti straordinari tipici degli antichi poeti.

Una delle cose più deliziose delle parole è il loro modo di “apparire dal nulla”: come quelle piccole particelle di ghiaccio che galleggiano in superficie sul Tamigi all’inizio di una gelata, salendo silenziosamente dal fondo del fiume; o come quei piccoli alberi di quercia che spuntano ovunque, come erbacce nei campi della mia terra natale. “Boy” è una parola di questo tipo, così come “girl”, “Teg”, “donkey”; anche “plough”, sebbene apparsa un po’ prima, appartiene a questa categoria. Nessuno può spiegare da dove provengano queste parole; sono come i nostri moderni “maestri”: non hanno alcuna origine storica. Ma, a differenza di questi ultimi, esse sopravvivono nel tempo. Qualcuno, all’interno di un gruppo specifico, ha iniziato ad usarle e da lì si sono diffuse. Oggi possiamo ancora vedere esempi di questo processo che continua intorno a noi; a volte conosciamo persino la persona che ha inventato una nuova parola e il mezzo attraverso cui essa è stata diffusa. Esistono alcune parole provenienti da Eton o da Balliol che stanno per diventare parte integrante del linguaggio inglese comune: sono state create da individui con grande influenza e ingegno, e alcune di queste parole hanno già iniziato a radicarsi nella lingua.

Ma di tutte le cose che le parole fanno, ciò che mi piace di più è la loro abitudine all’avventura; il modo in cui, per secoli, rimangono ferme e si limitano a svolgere il proprio compito abituale, per poi improvvisamente intraprendere attività completamente diverse, viaggiare, cambiare colore e forma lungo il cammino.

Mi piace molto la parola “cad”. È il “missile” più utile nella lingua inglese: è molto solida e compatta, e si può essere certi del suo effetto. Eppure, quanto breve è stata la sua “carriera”! Quanto singolare è stato il suo percorso fino al suo attuale stato di “eccellenza”. Si tratta infatti di una forma abbreviata di “cadet”, termine che un tempo indicava il figlio minore di una famiglia nobile; in seguito, il significato si estese anche alle persone meno fortunate. Questa parola ha vagabondato per molto tempo in questa forma vaga, prima di stabilirsi in due usi distinti: da un lato, veniva utilizzata per indicare un certo tipo di servizio domestico, credo in uno degli atenei; dall’altro, si riferiva alle persone che viaggiavano sul retro delle vecchie vetture a cavallo, raccogliendo i soldi dei passeggeri. In quei bei tempi della mia giovinezza, non esistevano né pulsanti elettronici né uniformi; tutto Charing Cross risuonava del grido “Liverpool Street”, verso cui ogni vettura si dirigeva.

‘Cad’, essendosi stabilito in queste due professioni onorevoli ma mal retribuite, è entrato di nascosto da una porta secondaria e ha assunto un significato completamente diverso, che oggi mantiene. Oggi ‘cad’ significa: ‘Un uomo privo di quel piccolo insieme di qualità morali che, unite alla tradizione nazionale della ricchezza, costituiscono ciò che in Inghilterra viene definito un “gentiluomo”’. Ecco cosa significa oggi la parola ‘cad’, ed è proprio questo il suo valore. È una formazione molto strana: il ‘gentiluomo’ rappresenta l’ideale dello stato inglese, un tempo aristocratico e ora plutocratico; è l’ideale al quale i membri della classe dirigente più ricca devono conformarsi o cercare di raggiungere. Quell’ideale (e i suoi adoratori saranno sorpresi nel saperlo) presenta molti vizi, alcune virtù, e un gran numero di abitudini o caratteristiche che non sono né virtuose né vili, come ad esempio l’accento.

Ora, questo individuo disonesto non è affatto una persona che manchi di tutte queste qualità; è semplicemente una persona che manca di un particolare insieme di virtù. Gli mancano quel tipo specifico di riservatezza e quella specifica forma di generosità che costituiscono il carattere di ciò che viene chiamato “un gentiluomo”. Potrebbe avere una riservatezza di altro genere, o una generosità di altro tipo, eppure rimanere comunque un individuo disonesto. In generale, tra tutti gli individui disonesti e i gentiluomini che ho incontrato, darei loro una leggera possibilità in più di essere salvati, il che non è affatto privo di importanza.

Sarà interessante osservare il processo di evoluzione di questa parola e vedere cosa le accadrà. Non credo che durerà a lungo: l’intera civiltà a cui appartiene e in cui ha un significato sta dissolvendosi come la nebbia di fronte al soffio di un >vento imminente. Non si tratta di una parola che possa essere tradotta in un altro linguaggio; inoltre, la società inglese a cui è legata sta cambiando rapidamente. Mi chiedo cosa ne farà la posterità. Cosa penseranno i futuri generazioni di questa strana abitudine, emersa improvvisamente negli ultimi cinquant’anni e destinata presto a scomparire: considerare un certo tipo di uomo ricco e provinciale come l’ideale perfetto per tutta l’umanità, e invece ritenere colui che manca delle qualità di quell’ideale il più spregevole degli esseri umani?

Probably posterity will do what we all do in dealing with the past, shrug its shoulders and pass on. We, in dealing with any part of the past which we cannot understand, treat it at once as ridiculous, or only talk of the things in it which we do sympathize with. So will posterity deal with us. We cannot understand at all, for instance, the mood of a man who - like nearly everybody up to about 200 years ago - objected to being burnt alive not on account of the pain, but because it was an indignity; because the body was consumed. We cannot understand why he was not more concerned with the serious discomfort of being burnt alive than with the ignominy.

In the eighteenth century, men could not understand the theological discussions of the early Byzantine period. We are getting a little more sympathetic with them now, but even today there are a great many highly cultured men steeped in history who cannot reconstruct for themselves at all the state of mind in which the populace lost its temper over a theological point; and the usual attitude of those who cannot understand a thing is to laugh at it. Yet wise men will notice how many intense quarrels have arisen in our own time on what are really points of theology - though they are masked. The two views of evidence in any hotly disputed point, such as the new position of Poland, are essentially differences in theology. The long struggle between England and Ireland is essentially a theological struggle. So at bottom was the conflict between Prussia and Austria - in which both have succumbed: Prussia happily for ever; but Austria, I hope, only for a time. The only difference between ourselves and our fathers in this affair is that our fathers went to the root of the matter and discussed the essential, the opposing doctrines, instead of quarrelling upon their products.


That night the last of the wind fell suddenly, and it was a still air all through the darkness, but with the next morning there arose a moderate fresh breeze, still from the north.

We brought up the anchor early and stood along the coast. The wind soon fell, and at last it hardly held us up against the slight current of the tide. We made to skirt Penkilan Head, right across the mouth of the bay called Port Nigel, and also Hell’s Mouth (which is no praise for Nigel), but it was evening before we had rounded it and saw the opening beyond, the two islands which are called St Tudwal’s; for here (as once on Bardsey for the matter of that) a holy man had taken up his station in the old days when men thus hid themselves away from the world.

It is in the youth of a society, when its emotions are at their strongest, that men thus delight in isolation and the single contemplation of Divine things. We cannot understand it at all from where we now stand, at the end of an old and decaying society. But when Western Europe renewed its youth in the fourth and fifth centuries and grew epic again, after the breakdown of strict society, the love of hermitage also grew passionately.

A young man can live by himself as long as he will. It is later on that one needs to be supported by the companionship of one’s fellows, and today most men cannot live alone.

But I did once find such a man in modern times, full of delight in his complete isolation. He was an Englishman by birth, but I never learnt his name. He had built a habitation for himself on a high cliff in Italy overlooking a plain. I came across him by accident; he received me kindly. But I did not trouble him for long, for I saw that he loved to be alone. He had no one to serve him, nor anyone even to be an occasional companion. His delight was to watch the world in the plain below and to commune with his own soul. But I doubt his having had any interest in Divine things.

I looked curiously at those two islands as I passed them. They both bear the name of the saint, and are called the East and the West. I wondered to myself whether the appetite for hermitage would soon return; for that it must return soon or late is certain; it is of permanent recurrence in the history of mankind. All up and down Europe you may mark the stage in the history of the islands, the small islands, when they were thus hermitages or places of seclusion for small communities of religious or for one holy man. There is Iona, there is Holy Island, there are the islands of Lerins, and the Fame, and Noirmoutier and Tombelaine, and a hundred others. The conditions seem to have been a small space, water to drink, just enough land to support life, and difficulty of access. So also Cuthbert found even Lindisfarne too crowded, and went to the little rocks far out to sea. When it was not an island, it was a hilltop like Monte Cassino. When it was not a hilltop, it was a difficult cliff, like that of my strange friend of one hour in Italy. But always the main condition was security from interruption. And here extremes meet, for the very height of luxury and selfishness which makes a modern man in the last corruption of modern societies seek isolation, made the holiest of men seek it in a better time. Rich men today are often at pains to avoid cities and even the conversation of their kind, in order that their expression of every appetite may be free, and that they may have no influence about them save what is of their own choice. But those other holy men of our beginnings chose the remote places in order that they might lose their whole being in the contemplation of God, and that they might have no temptation to follow any appetite at all.

One might make an interesting list of the parallels which are upon this model. For instance, the men of those beginnings held fast to the miraculous signs of Divine action. Our modems laugh at the bare relation of such things, but hold fast to anything, however monstrous, which purposes to have behind it a mysterious untested authority dressed up in Print, violent in affirmation, ceaselessly contradicting itself, empty of thought and called Science. And so much for St Tudwal. I read about that saint once, and grew quite learned on his legend (for what is known is little, save that he lived just after St Martin of Tours, his exemplar), but I have forgotten every word I read, and can tell you now only roughly when he lived, nor anything else about him save that he was a Welshman.

Probabilmente anche le generazioni future faranno ciò che facciamo tutti noi quando affrontiamo il passato: alzeranno semplicemente le spalle e passeranno oltre. Noi, di fronte a qualsiasi aspetto del passato che non riusciamo a comprendere, lo consideriamo immediatamente ridicolo o ne parliamo soltanto delle parti con cui ci identifichiamo. Lo stesso farà anche la futura generazione riguardo a noi. Ad esempio, non possiamo affatto capire il modo di pensare di una persona che – come quasi tutti fino a circa 200 anni fa – si opponeva alla pena della morte per combustione non per il dolore, ma perché considerava tale punizione un’umiliazione; perché riteneva che il corpo venisse distrutto in modo indegno. Non riusciamo a comprendere perché questa persona non fosse più preoccupata dal disagio fisico causato da tale pena che dall’onta stessa.

Nel diciottesimo secolo, gli uomini non riuscivano a comprendere le discussioni teologiche del primo periodo bizantino. Oggi proviamo per loro un po’ più di simpatia, ma anche oggi esistono moltissimi uomini altamente colti e appassionati di storia che non riescono affatto a immaginare lo stato d’animo della gente di allora, quando si scatenavano violente controversie su questioni teologiche; l’atteggiamento comune di chi non comprende qualcosa è quello di riderne. Eppure gli uomini saggi noteranno quante intense discussioni siano sorte anche nel nostro tempo su argomenti che, in realtà, riguardano la teologia – anche se spesso mascherati da altre questioni. Le due diverse visioni riguardo alle prove presenti in un argomento conteso, come ad esempio la nuova posizione della Polonia, sono essenzialmente differenze teologiche. Anche la lunga lotta tra Inghilterra e Irlanda è, in fondo, una questione teologica. Lo stesso vale per il conflitto tra Prussia e Austria: entrambe le nazioni ne sono uscite sconfitte; la Prussia, fortunatamente per sempre, mentre l’Austria, spero, solo temporaneamente. L’unica differenza tra noi e i nostri antenati in questa materia è che loro affrontavano direttamente le questioni fondamentali e discutevano delle dottrine essenziali in conflitto, invece di litigare sui risultati delle loro discussioni.


Quella notte l’ultimo soffio di >vento cessò improvvisamente; nell’oscurità regnava un’aria immobile. Ma la mattina seguente si alzò una brezza fresca e moderata, sempre proveniente da nord.

Abbiamo alzato l’ancora presto e ci siamo fermati lungo la costa. Il vento presto si è calmato, e alla fine quasi non ci aiutava più a contrastare la debole corrente della marea. Abbiamo circumnavigato Capo Penkilan, proprio attraverso l’imboccatura della baia chiamata Port Nigel, e anche Hell’s Mouth (il che non è certo un complimento per Nigel), ma è stato solo alla sera che siamo riusciti a superarli e vedere l’apertura oltre di loro: le due isole chiamate St Tudwal’s. Perché in questo luogo – proprio come una volta su Bardsey – in tempi antichi un uomo santo si ritirò qui, allontanandosi dal mondo.

È proprio nella giovinezza di una società, quando le sue emozioni sono al loro apice, che gli uomini trovano piacere nell’isolamento e nella contemplazione solitaria delle cose divine. Non possiamo affatto comprenderlo da dove ci troviamo ora, alla fine di una società vecchia e in declino. Ma quando l’Europa occidentale rinnovò la sua giovinezza nei secoli IV e V e tornò ad essere epica, dopo il crollo della società rigida, anche l’amore per l’eremitaggio crebbe con passione.

Un giovane può vivere da solo per tutto il tempo che desidera. Solo in seguito ha bisogno del sostegno e della compagnia degli altri; oggi, infatti, la maggior parte degli uomini non riesce a vivere da sola.

Ma una volta ho incontrato un uomo del genere nei tempi moderni, felice della sua completa solitudine. Era inglese di nascita, ma non ho mai saputo il suo nome. Si era costruito una dimora su un alto dirupo in Italia, con vista su una pianura. L’ho incontrato per caso; mi ha accolto gentilmente. Tuttavia non l’ho disturbato a lungo, perché capivo che amava stare da solo. Non aveva nessuno che lo servisse, né nemmeno qualcuno con cui passare del tempo di tanto in tanto. La sua gioia consisteva nel osservare il mondo sottostante e nel dialogare con la propria anima. Tuttavia dubito che avesse alcun interesse per le cose divine.

Guardai con curiosità quelle due isole mentre le superavo. Entrambe portano il nome di quel santo e vengono chiamate “Isola Orientale” e “Isola Occidentale”. Mi chiesi se presto sarebbe tornata la voglia di vivere in solitudine; infatti, è certo che prima o poi ciò accadrà, poiché questa tendenza ricorre costantemente nella storia dell’umanità. In tutta Europa si possono trovare esempi di isole che, in passato, furono luoghi di ritiro o di isolamento per piccole comunità religiose o per singoli uomini santi: c’è Iona, l’Isola Sacra, le isole dei Lerini, Fame, Noirmoutier, Tombelaine e molte altre. Le condizioni necessarie per questi luoghi erano solitamente uno spazio ristretto, acqua potabile, terra sufficiente a sostentare la vita e difficoltà di accesso. Anche Cuthbert trovò Lindisfarne troppo affollata e si recò su piccole rocce lontane dal mare; quando non era un’isola, era una cima di collina come Monte Cassino; quando non era una cima, era una scogliera inaccessibile, come quella del mio strano amico che ho incontrato per un’ora in Italia. Ma la condizione principale era sempre la sicurezza da qualsiasi distrazione esterna. Ed è proprio qui che gli estremi si incontrano: l’estrema ricchezza e l’egoismo tipici delle società moderne spingono le persone a cercare l’isolamento, mentre i più santi uomini del passato lo cercavano in tempi molto diversi. Oggi i ricchi fanno di tutto per evitare le città e persino la compagnia dei loro simili, affinché possano soddisfare liberamente ogni loro desiderio senza essere influenzati da nulla se non dalla propria scelta. Ma quegli antichi santi sceglievano luoghi remoti per potersi dedicare completamente alla contemplazione di Dio, senza alcuna tentazione che li distogliesse dai loro scopi spirituali.

Si potrebbe stilare un elenco interessante dei parallelismi presenti in questo modello. Ad esempio, gli uomini di quei tempi si attaccavano con forza ai segni miracolosi dell’azione divina; i nostri moderni, invece, ridono delle semplici connessioni tra tali fenomeni, ma si aggrappano a qualsiasi cosa, per quanto mostruosa possa essere, purché presenti l’aspetto di un’autorità misteriosa e inesplorata, vestita di parole scritte, violenta nelle sue affermazioni, costantemente contraddittoria in sé stessa, priva di qualsiasi contenuto reale e chiamata “Scienza”. E questo è tutto riguardo a San Tudwal. Una volta lessi qualcosa su quel santo e ne appresi molte cose sulla sua leggenda (poiché ciò che si sa di lui è davvero poco, se non che visse poco dopo San Martino di Tours, il suo modello), ma ho dimenticato completamente tutto ciò che avevo letto. Ora posso dirvi soltanto approssimativamente quando visse, e nulla di più su di lui, se non che era gallese.

The Welsh have a curious feeling about their past. They have been taught to detest its religion, yet their patriotism inclines them to a sort of awe of it. I never met a Welshman yet who ridiculed St David, yet very few indeed who knew either what world St David lived in or what mood he had towards the universe; and what about his Masses?


There is no hole in the land along that coast between the point of Carnarvonshire and Portmadoc, except a curious little bottle harbour called Pwllheli, with an odd entry up a sort of canal-like entrance. For that we beat up: we came to it by evening, but barely drifting under the lightest of airs. A draft of tide took us in, and at the mouth we passed a curious sight, which was a small model of a mountain transformed by man: a solid dome of granite, half of it already cut off like a cheese by industry; and men are still breaking it up and taking it away in ships. What would be left of the Wrekin if it crushed a few ounces to the ton? Eh, Rosenheim? Eh, Guilderstern?

As we watched that abuse of nature, a fine great rock of granite half murdered by man and looking like Sunday evening’s loaf, an aged mariner came up to us in a boat of many years and chucked in his painter to us without a word of permission, then nodded to me to make it fast.

I did as he desired, for it is a rule in this world always to do what you are told if there is no apparent loss in doing it. What the old man wanted was to be towed and to save himself the trouble of rowing. But when we had done him this favour, and the Nona was taking him up without fatigue to his dear home, he spoke not a word, but sat there gloomily, smoking a pipe and considering, I suppose, the dim stories of the Ancients: the bards, and the chieftains of Wales.

Wearied with this insolent silence I leant over the rail and asked him what we should make for and where we had best lie in Pwllheli. He pulled the pipe out of his mouth and cursed Pwllheli loudly, in English, but in English so Welsh that it reminded me of the famous story of the man who said ‘There will be folk in London today: one hundred and twenty are coming from Pwllheli.’ I said to him, therefore, desiring to soften his mood, ‘I see that you are not from Pwllheli yourself.’

‘Ess, put I am!’ he answered simply, and then fell to swearing again most abominably.

His grievance I found, after a little more questioning, was that a financier had persuaded the people of Pwllheli to turn it into an Earthly Paradise, with a band upon an island, and gondolas or what not, and this just after he had bought a cottage to be his very own, so that he was burdened with rates; that was his grievance.

More of this Local Father I could not make. I think he hated all mankind as well as Pwllheli, and when we got into the broader water at the end of the entry and were moving up to the wharf in stately fashion, he gave me another surly sign to cast him off, which I did, and then, without a ‘good evening’, he pulled for the shore. As for the Nona, she slid alongside, and my companion and I moored, stowed, ate, slept, and waited for the morning.


When morning came, and we woke late (for the fatigue of Bardsey passage was still on us, even after two days), we found under a clear but hazy sky no stir of wind. It was well past noon and the ebb beginning; indeed, it was nearer two o’clock when there seemed to come just a breath, still from the north, that would take us down that strange entry and out to sea again. So we set sail, after casting off, and drifted rather than steered for the corridor end. As we left the stonework, I saw gathered there on the quay a group of men talking angrily and excitedly with words which I could not understand, for they were Welsh; and, as they debated, or quarrelled (but perhaps they had a common trouble, and were only doing what our papers and the French police call ‘demonstrating’), many more ran up, until they were quite a crowd. Whereupon one man of their number, a very intense-looking, fierce fellow, jumped up on to a baulk of wood, so as to stand above them, and in a shrill, singing, passionate voice addressed them ah. They fell silent, every face turned towards his, some with their mouths open, all with their eyes staring. Then, after he had spoken for a few minutes, he jumped down again and, behold, the crowd dispersed, some few knots still talking low among themselves, but the most of them remaining silent and slouching away.

Now what was it he had said in that strange tongue to achieve his result so well?

… Certainly the management of men is an art; and there are in it two factors which are nearly always set in conflict, although they ought to be harmonized. Indeed, one of them is nearly always thrust forward to the exclusion of the other: from which error in proportion civic disasters are born. These two factors in government are the direction of many and the interpretation of many. A number of men, a number too large to be appealed to individually (and the number gets too large after half a dozen or so), must be controlled and directed by him who governs, otherwise there is chaos. But it is only so controlled and directed by an interpretation of, and even a sort of subservience to, the common mind. Now control without understanding breaks a community, and sympathy without control dissolves it.

This man had succeeded, it seemed, with the mob at the wharf from which I had just sailed. His success set me thinking upon the matter of the management of men, the control of numbers: speakership, chairmanship, captaincy, and all the rest.

There is one element in the affair which is all-important, and the possession of which is a gift, like the gift of verse or ‘eye’ in a sport. It is not to be prayed for. It is not to be acquired. It is granted by the unseen powers. This element is that which you have in the good management of a pack of hounds, or in any other kind of good generalship. It consists in a mixture of detailed and general appreciation; for when those two faculties are combined - the faculty of seeing the individual, the faculty of seeing the whole - you have the genius of the human helmsman; as rare a sort of genius as there is among men.

I gallesi provano un sentimento curioso riguardo al loro passato. Sono stati educati ad odiarne la religione, eppure il loro patriottismo li spinge verso una sorta di rispetto per essa. Non ho mai incontrato un gallese che ridicolizzasse San Davide; inoltre, pochissimi conoscono davvero nel quale mondo visse San Davide o quale fosse il suo atteggiamento verso l’universo. E cosa dire delle sue messe?


Non esiste alcuna cavità nella terra lungo quella costa, tra il punto di Carnarvonshire e Portmadoc, tranne che per un piccolo porto chiamato Pwllheli, con un ingresso strano formato da un tipo di canale. Ci dirigemmo verso di esso: arrivammo alla sera, ma a malapena ci muovevamo sotto la brezza più leggera. Una corrente di marea ci fece entrare; all’ingresso vedemmo una scena curiosa: un piccolo modello di montagna modificato dall’uomo: una solida cupola di granito, metà della quale era già stata tagliata via come del formaggio grazie alla tecnologia umana; e ancora oggi le persone continuano a smantellarla e portarla via con le navi. Cosa resterebbe del Wrekin se venisse ridotto di qualche grammo per tonnellata? Eh, Rosenheim. Eh, Guilderstern.

Mentre osservavamo quell’abuso della natura – una grande roccia di granito parzialmente distrutta dall’uomo, che assomigliava al pane del domenica sera – un anziano marinaio si avvicinò a noi su una barca vecchia di molti anni. Senza chiedere il nostro permesso, gettò dentro la sua tavola da pesca e poi annuì verso di me per farmi legare la barca saldamente.

Feci come desiderava lui, perché in questo mondo c’è sempre la regola di fare ciò che ti viene detto, se non ci sono evidenti perdite nel farlo. Quello che il vecchio voleva era essere trascinato via, per evitarsi la fatica di remare. Ma quando gli abbiamo reso questo favore, e la Nona lo stava portando senza sforzo verso la sua cara casa, non disse una parola; rimase seduto lì, con aria cupa, fumando la pipa e probabilmente riflettendo su quelle antiche storie dei bardi e dei capi del Galles.

Stanco di quel silenzio insolente, mi sporsi oltre la ringhiera e gli chiesi cosa dovremmo preparare e dove fosse meglio accamparci a Pwllheli. Tirò fuori la pipa dalla bocca e maledisse ad alta voce Pwllheli, in inglese, ma un inglese così “gallese” da ricordarmi della famosa storia di quell’uomo che disse: “Oggi a Londra ci saranno centoventi persone: centoventi arriveranno da Pwllheli.” Così, nel tentativo di migliorare il suo umore, gli dissi: “Vedo che nemmeno tu sei di Pwllheli, ”

“Sì, è proprio così!” rispose semplicemente, per poi ricominciare a imprecare in modo estremamente volgare.

Dopo averlo interrogato un po’ di più, ho scoperto che il suo problema era questo: un finanziere aveva convinto la gente di Pwllheli a trasformare la località in un vero e proprio “Paradiso Terrestre”, con una banda musicale su un’isola, gondole e altre cose del genere. Proprio dopo che aveva comprato una casetta tutta sua, quindi ora doveva affrontare anche le spese relative alle tasse; questo era il suo vero problema.

Non sono riuscito a capire meglio questo “Padre Locale”. Penso che odiasse tutta l’umanità, così come Pwllheli; quando siamo entrati in acque più profonde alla fine della navigazione e ci siamo avvicinati al molo con solennità, mi ha fatto di nuovo un segno scortese per farmi gettare via lui, cosa che ho fatto. Poi, senza nemmeno dire “buonasera”, è remato verso la riva. Quanto alla Nona, è arrivata accanto a noi; io e il mio compagno abbiamo ormeggiato, sistemato le cose, mangiato, dormito e aspettato l’alba.


Quando arrivò la mattina e ci svegliammo tardi (poiché la fatica del passaggio attraverso Bardsey era ancora presente in noi, anche dopo due giorni), sotto un cielo sereno ma velato non c’era traccia di >vento. Era già molto oltre mezzogiorno e l’alta marea stava iniziando; anzi, erano quasi le due quando sembrò soffiare una brezza, ancora proveniente dal nord, che ci avrebbe portati attraverso quell’insolito ingresso e di nuovo in mare. Così partimmo, lasciandoci andare alla deriva piuttosto che dirigerci verso la fine del corridoio. Mentre lasciavamo le strutture in pietra, vidi sul molo un gruppo di uomini che discutevano animatamente e con parole che non riuscivo a comprendere, poiché erano in gallese; mentre discutevano o litigavano (ma forse avevano un problema comune e stavano semplicemente facendo ciò che i nostri documenti e la polizia francese definiscono “demonstrazioni”), molti altri arrivarono, fino a formare una vera folla. Allora uno di loro, un uomo dall’aspetto molto deciso e minaccioso, salì su un tronco di legno per poter parlare più in alto degli altri, e con voce acuta, appassionata e quasi cantante si rivolse a loro. Si zittirono tutti, voltando i volti verso di lui; alcuni con la bocca aperta, tutti con gli occhi sbarrati. Dopo aver parlato per qualche minuto, scese di nuovo dal tronco. E la folla si disperse: alcuni continuarono a discutere sottovoce tra loro, ma la maggior parte rimase in silenzio e se ne andò.

Allora, cosa aveva detto in quella lingua strana per ottenere un risultato così positivo?

. Certamente la gestione delle persone è un’arte; in essa vi sono due fattori che quasi sempre entrano in conflitto, sebbene dovrebbero essere armonizzati. Infatti, uno di essi viene spesso messo in primo piano a scapito dell’altro: da questo errore derivano disastri civili di proporzioni gravi. Questi due fattori nella governance sono la direzione che viene data alle persone e l’interpretazione delle loro esigenze. Un numero troppo elevato di individui, troppo grande per essere gestito individualmente (e tale numero aumenta già dopo una dozzina di persone), deve essere controllato e guidato da colui che governa; altrimenti scaturirà il caos. Ma questo controllo può avvenire soltanto attraverso un’interpretazione delle esigenze comuni, e persino attraverso una sorta di sottomissione a esse. Un controllo senza comprensione distrugge una comunità, mentre la simpatia senza controllo la dissolve.

Quest’uomo sembrava essere riuscito a ottenere il sostegno della folla presso il molo da cui avevo appena salpato. Il suo successo mi fece riflettere sulla questione della gestione delle persone, sul controllo di grandi numeri: l’arte del parlare, la presidenza, il ruolo di capo, e tutto il resto.

C’è un elemento in questa faccenda che è di estrema importanza; possederlo equivale a ricevere un dono, simile al dono della poesia o dell’abilità visiva nel mondo dello sport. Non si può pregare per ottenerlo, né si può cercare di acquisirlo con sforzi umani: viene concesso dalle forze invisibili. Questo elemento consiste nella capacità di gestire efficacemente un gruppo di cani da caccia, o in qualsiasi altra forma di abilità strategica. Si basa su una combinazione tra una visione dettagliata e una visione d’insieme: quando queste due facoltà si fondono – la capacità di osservare gli elementi singoli e quella di comprendere l’intero quadro – allora si possiede il genio del vero comandante, un genio estremamente raro tra gli uomini.

A man can only talk of the things he himself has known, and I myself have only seen one example of this inspiration in its perfection. It was (I regret to say) an experience of the House of Commons, a nasty place in which to find anything remarkable. There I saw the Speaker of my time (Mr Lowther, as he then was) exercising the art through two Parliaments with a perfection which I had thought impossible, and which moved me, at the watching of it, as much as I am moved by great lines of Milton or Racine, or the harmonies of certain musics.

Consider what the business was! He had before him in an ill-lit, dull, hideous, oblong room 600 men, dully ranged in ten or a dozen dull rows; half to his left, half to his right. In that dull air of futile, vulgar, and unreal verbiage there could arise, in a moment, absurdly acrid emotions. These had to be tamed and resolved whenever they should bubble up like gas from a marsh. It was a necessity to the dull life of the place, if it were to crawl along at all, that such accidents should not wholly destroy its dull function.

This great body of men would dwindle in a moment to a dozen or less - a dozen who only remained for the chance of speaking, and of whom each individual would jump up like a jack-in-the-box the very instant the last mouther had sat down. It would swell again to a full complement, a crowded House, with equal rapidity.

The man managing that assembly had to remember each man by name. Those faces, which would, for any of us, have become mere blobs of white within half an hour of fatigued observation, had to be recognized as individuals. The relations of each with all had to be remembered; the nature of the matter under debate, the right of one man, through experience of office or of personal work, to be remembered; the claim of another man (suffering some unjust failure) to be recognized; the danger of a third who was repetitive; of a fourth who was mad. At the same time, the very subtle distinctions between the lesser and the greater claim to speak, the length of the debate, even the excessive tedium of each speaker had to be weighed. On the top of all that, it had to be remembered of what importance was each discussion (in so far as you can call any of them important - but they seem absurdly important to the participants). On the top of all that, again, was the general arrangement of the debate suggested by the Whips and in possession of the Chair.

Now in all this incredibly complicated task, involving, I suppose, some hundreds of interior decisions during the day, Mr Lowther never once failed. The House of this time was an instrument over which he had complete mastery through a complete comprehension and a rapidity of just decision which I have never seen equalled in any field of command.

We have a tendency today to use words too strong for the occasion, and the word genius is a very strong word; but I have no more doubt that Mr Lowther, as I watched him day after day, displayed genius than I have a doubt that Mozart in music, or Houdon in sculpture, had genius. It was amazing, it was satisfactory, it was continuous.

There was an old squire with whom I often dined in those years, and who had great knowledge of men and things in that club, still aristocratic, which England then still was. Not long after my first election to the august Assembly, I told him with enthusiasm at his own table what my judgement was of this achievement. He answered me, wearily, ‘Oh! I have heard that said of every Speaker since I can remember!’ To which I re-answered, ‘Yes; but this time they are right.’

Which reminds me of how a modern poet, spared to middle age in spite of the wrath of God, famous for that he could neither scan nor rhyme - let alone think or feel - once made a speech in which he carefully set out those things which had been said against Swinburne when first that meteor flamed across the heaven of English verse. The modern poet next read to this assembly the things that had been written against himself when he first blurred into the murk of our evening. He triumphantly concluded: ‘What was said against Swinburne they have said against me!’ Then there arose an aged writer of reviews, a man whose hair, whose voice, and whose Aura were all three of delicate silver. He said: ‘Yes! But in what they said of him they were wrong; in what they said of you, they were right.’

This was not an epigram, it was a paving-stone; and it reminded me of that line in the Epic of Roncesvalles, ‘Christians are right and Pagans are wrong.’

So in the matter of Speakers. I have seen the action of four; but of none would I say even that they had talent, saving in this case alone, where I have used another word…

So we drifted down the narrow entry and out into the open sea; and all that afternoon, under a wind now slightly lifting, now falling again, we crept eastward and a little south, making more way as the sun declined, because the wind was shifting westward on to our quarter; and of that I was glad, for I desired to look into Port Madoc, which I had not seen since I was a child. I had vivid memories of it during a wonderful journey overshadowed by that air wherewith the Creator blesses childhood, lending to everything an active flavour of the Divine; which is in three things, Clarity, Magnitude, and Multiplicity of strong emotion.

For the Divine reveals itself in a special multiplicity, in an infinite variety. All that there is in colour and in music, and in line and in affection, and to these added other raptures innumerable, such as we know not of nor can conceive - that is to be at last our beatitude: that is the fulness of being. In childhood our innocence permits us some little glimpse of such things; but with the passage of the years they are lost altogether. The light in the lantern goes out, and the living thing within us fails, and is stupefied, and dies.

So Musset and old Pythagoras and Mr Tupper. If any man doubts the Fall of Man (and I see from the papers that two belated bishops and one dean are still shaky on it, through some Victorian influence upon their minds, not only of bones but of chipped stones), let him consider this decay of heaven within ourselves as the maturity of our manhood develops. The more we are of this world and the more we know of it, the further are we drifting from the shores of the Blessed. Which shores also the poet had in mind when he wrote, sang, crooned, or what not:

Un uomo può parlare solo di quelle cose che lui stesso ha conosciuto, e io stesso ho visto un solo esempio di questa ispirazione nella sua perfezione. Fu (mi dispiace dirlo) un’esperienza avvenuta alla Camera dei Comuni, un luogo assai poco adatto per trovare qualcosa di notevole. Lì vidi il Presidente della Camera del mio tempo (il signor Lowther, all’epoca) esercitare questa arte per due legislature consecutive con una perfezione che ritenevo impossibile; la sua performance mi commosse profondamente, tanto quanto mi commuovono le grandi opere di Milton o Racine, o l’armonia di certe composizioni musicali.

Considerate un po’ di cosa si trattasse. Davanti a lui, in una stanza lunga e squallida, scarsamente illuminata, c’erano 600 uomini disposti in dieci o dodici file monotone; metà a sinistra, metà a destra. In quell’atmosfera stagnante, piena di discorsi banali, volgari e irreali, potevano nascere, in un istante, emozioni assurde e intense. Queste dovevano essere contenute e gestite ogni volta che affioravano, come gas provenienti da una palude. Era necessario, per il funzionamento stesso di quella vita monotona, che tali situazioni non distruggessero completamente la sua natura stagnante.

Questo grande gruppo di persone si ridurrebbe in un attimo a una dozzina o meno: una dozzina che rimarrebbe soltanto per la possibilità di parlare, e ognuno di loro si alzerebbe all’istante in cui l’ultimo dei presenti si sarebbe seduto. Poi, altrettanto rapidamente, il gruppo si riempirebbe nuovamente fino a raggiungere il numero completo di membri, trasformandosi così in un’assemblea affollata.

L’uomo incaricato di gestire quella riunione doveva ricordare il nome di ogni singolo partecipante. Quei volti, che per qualsiasi di noi sarebbero diventati semplici macchie bianche dopo mezz’ora di osservazione affaticata, dovevano essere riconosciuti come individui distinti. Bisognava ricordare le relazioni tra ciascuno di loro e tutti gli altri; la natura dell’argomento in discussione; il diritto di un uomo, derivante dall’esperienza ricoperta o dal proprio impegno personale, di essere ascoltato; le rivendicazioni di un altro uomo che aveva subito un torto ingiusto e dovevano essere prese in considerazione; i pericoli rappresentati da un terzo che ripeteva sempre le stesse cose o da un quarto che era pazzo. Allo stesso tempo, bisognava valutare con attenzione anche le sottili differenze tra le varie rivendicazioni, la durata delle discussioni e persino l’eccessiva noia prodotta dai vari oratori. Inoltre, era fondamentale ricordare quale importanza avesse ogni singola discussione (nel senso che si possa considerare importante qualcosa, ma per i partecipanti sembrano davvero estremamente importanti). E sopra tutto questo, c’era l’organizzazione generale della riunione, stabilita dai responsabili e gestita dal presidente.

Ora, in tutta questa complessa attività che, suppongo, comportasse centinaia di decisioni interne durante la giornata, il signor Lowther non fallì mai nemmeno una volta. La Camera di quel periodo era uno strumento su cui egli esercitava un controllo totale, grazie a una comprensione approfondita e a una rapidità nel prendere decisioni che non ho mai visto eguagliate in alcun campo del comando.

Oggi abbiamo la tendenza ad utilizzare parole troppo forti per l’occasione, e “genio” è sicuramente una parola molto forte; ma non ho alcun dubbio che il signor Lowther, osservandolo giorno dopo giorno, dimostrasse davvero di possedere genio, proprio come non ho dubbi che Mozart nella musica o Houdon nella scultura fossero dotati di genio. Era incredibile, soddisfacente, e continuo.

C’era un vecchio signore con cui spesso pranzavo in quegli anni; possedeva una grande conoscenza delle persone e delle cose di quel club, ancora aristocratico, come allora era l’Inghilterra. Poco dopo la mia prima elezione all’augusta Assemblea, gli dissi con entusiasmo, seduti al suo tavolo, quale fosse il mio giudizio su questo risultato. Lui rispose, con stanchezza: “Oh! Ho sentito dire lo stesso di ogni Presidente da quando ho memoria, ” A cui io replicai: “Sì; ma questa volta hanno ragione.”

Questo mi ricorda di come un poeta moderno, risparmiato fino alla mezza età nonostante la collera di Dio, famoso per il fatto che non riusciva né a scandire le parole né a comporre versi – per non parlare poi di pensare o sentire qualcosa – abbia un giorno tenuto un discorso in cui elencava con cura tutte quelle cose che erano state dette contro Swinburne quando quel “meteoro” apparve per la prima volta nel cielo della poesia inglese. Quel poeta moderno lesse poi davanti al pubblico tutte le cose che erano state scritte contro di lui quando, per la prima volta, entrò nell’oscurità del nostro tempo. Concludette trionfante: “Quello che era stato detto contro Swinburne, lo hanno detto anche contro di me!” Allora si alzò un anziano critico letterario, un uomo il cui capello, la sua voce e il suo modo di esprimersi erano tutti caratterizzati da una delicata bellezza argentea. Disse: “Sì! Ma in ciò che hanno detto su di lui si sbagliavano; in ciò che hanno detto su di voi, invece, avevano ragione.”

Questo non era un epigrafo, ma piuttosto una pietra da lastrico; e mi ha ricordato quella frase dell’Epos di Roncisvalle: “I cristiani hanno ragione e i pagani hanno torto”.

So qualcosa riguardo ai relatori. Ho visto all’opera quattro di loro; ma nessuno di loro, a mio parere, possedeva davvero talento, tranne in questo caso particolare, in cui ho usato un’altra parola.

Così ci lasciammo portare lungo quel stretto ingresso fino ad arrivare in mare aperto; per tutto quel pomeriggio, sotto un >vento che a tratti si alzava e poi di nuovo calava, procedemmo lentamente verso est e leggermente a sud. Con il tramonto del sole facemmo ancora più strada, perché il >vento stava cambiando direzione, spostandosi verso ovest; ne fui felice, poiché desideravo vedere Port Madoc, che non vedevo da quando ero bambino. Ne avevo ricordi vividi: durante un viaggio meraviglioso, avvolto da quell’atmosfera speciale con cui il Creatore benedice l’infanzia, donando a tutto un sapore divino. Un sapore che si manifestava in tre aspetti: chiarezza, grandezza e una profonda ricchezza di emozioni forti.

Poiché il Divino si rivela in una molteplicità speciale, in un’infinita varietà. Tutto ciò che esiste nel colore e nella musica, nelle forme e negli affetti, e a questi si aggiungono altre innumerevoli emozioni, di cui non conosciamo né possiamo concepire l’esistenza. Questo è ciò che alla fine costituirà la nostra beatitudine: questa è la pienezza dell’essere. Nell’infanzia, la nostra innocenza ci permette di intravedere un po’ queste cose; ma con il passare degli anni, esse vengono completamente perdute. La luce nella lanterna si spegne, e quella “cosa vivente” che è in noi perde vitalità, rimane stordita, e muore.

Conosco Musset, il vecchio Pitagora e il signor Tupper. Se qualcuno dubita della Caduta dell’Uomo (e vedo dai giornali che due vescovi e un decano sono ancora incerti al riguardo, a causa di qualche influenza vittoriana sui loro pensieri, non solo sulle ossa, ma anche su pietre spezzate), che consideri questa decadenza del cielo dentro di noi come il segno dello sviluppo della nostra maturità umana. Più siamo di questo mondo e più ne conosciamo i segreti, più ci allontaniamo dalle rive del Beato Regno. E quelle stesse rive erano quelle che aveva in mente il poeta quando scriveva, cantava, mormorava, o faceva qualsiasi altra cosa.

Sing to me of the islands, oh, Daughter of Cahoolin, sing,

Sing to me of the West,

Sing to me of the girth loosened and the lax harpstring

And of rest.

Beyond the skerries and beyond the outer water,

There lies the land.

Sing to me of the islands, oh, Daughter of Cahoolin, oh, High King’s Daughter,

And of the over-strand.

I desire to be with Brandan and his companions, in the quiet places And to drink of their spring.

Sing to me of the islands, oh, Daughter of Cahoolin, and of the blessed faces.

Daughter of Cahoolin, sing.

But if you tell me that that is not the way to spell ‘Cuchulin’, I have two answers, each of them stronger than Hercules.

The first is that the poet spelt it as he felt inclined, that is, by ear; for poets excel not, as is commonly believed, in speech but in ears; as you may see by their profiles or sidehead views; and as it is his spelling your action lies against him, not me.

And the second answer is, that one ought never to be bothered with the pedantry of quaint alphabets and the spelling tricks of outer men. Cuchulin is, or was, or should be, pronounced ‘Cahoolin, and there is an end of it. But as to whether he ever had a daughter, or if he had, whether she could sing, or even whether that Irishman existed at all, I hold all these things to be perfectly indifferent…


We cast anchor in the very midmost of that solemn bay with its halfcircle of huge mountains looking down upon an empty sea. The giants were dim in the haze, but the more enormous, and I revered and worshipped them.

We so cast anchor because I had to wait for the tide. I could not run up the long, winding channel through the sands of Port Madoc until the flood should be with me, and that would not be till the gloaming, between eight and nine o’clock that night.

Therefore did we he thus in Harlech Bay, gazing at the great hills of Wales. There is no corner of Europe that I know, not even the splendid amphitheatre standing in tiers of high Alpine wall around Udine, which so moves me with the awe and majesty of great things as does this mass of the northern Welsh mountains seen from this corner of their silent sea.

Few can recall it, for few visit that corner of the salt. It leads nowhere but to the harbour of Port Madoc. No man beaches a boat today under Harlech; no man today sets out from that shore for Ireland beyond. The halls are in ruin. There is no more harping. No flight of sails comes up eastward out of the sea like birds. Even the sailors have forgotten Gwynnedd. Today the only sailors familiar with the solemnity of which I speak are those who ply in the small boats of the Slate Trade, or who, like myself, have employed a curious leisure in searching out new things here in the seas of home. For all my life I have made discoveries close at hand, and have found the Island of Britain to be infinite. But who in our times knows where to look for vision?

Indeed, this lack of fame applies to perhaps half the greater visions, even of the modern over-frequented and travelled earth. Men know half of them to satiety, but the other half they never see. Everyone has wearied of the Bay of Naples, repeated a thousand times, but what of that lonely field by the flat Adriatic sand whence you may see the dark eastern Fall of the Gran Sasso, tragic, with storms about it, dominating a deserted shore? Everybody has his bellyful of Gavarnie, but what of the valley of Araxas, which proclaims so terribly the glory of God? Where are the pictures of that? Who has drawn it? Yet it is but half a day from Gavarnie.

So it is with this awful parade of the great mountains standing on guard over the northern corner of Cardigan Bay, seen from the silence and the flat of ocean, towering above its glass; and all that late afternoon and evening I adored them until, with the last of the light, and a westerly air which was but the suggestion of a breeze, we groped north anxiously for the opening to Port Madoc channel. How I should make it, even upon the flood, in the darkness, I knew not; for the sands there are miles wide, and this channel (which I had never yet made) shifts continually. But God sent me a pilot.

He hailed us out of the half-darkness from a small boat, and asked us in the dialect which I will call Anglo-Welsh (after Anglo-Catholic, Anglo-German, Anglo-Indian, Anglo-African, and the rest), ‘Whether we would not have a pilot, ah?’

Nor was he a pilot, as the event shall show; but at any rate he belonged to that shore, and would have more knowledge than I. So I gave him the helm, and went up forward to look out over the bows, as the Nona glided slowly along the flood into the channel which they call The Water of the Smooth Lake (Afon Glaslyn). For half an hour of that very slow gliding all went well. The darkness had quite fallen. There was no moon.

The gliding stopped; there was a slight thrill. She had hit Wales: an under-water, advance guard of Wales. The man at the helm was not apologetic, he was not humble, but he was at least subdued; and he said, ‘Her will float soon, so her will!’ I forbore to reproach him, not from kindness but from cowardice.

The flood lifted her foot, she swung off, and we went on again up the darkness, with the least of little airs to give steering-way.

So for a quarter of an hour, covering perhaps a third of a mile: then again, rather sharper this time, came the honest thrust into the sand, and, what was more, she had run up against it so high this time that she was careening a little; she was taking it very hard, as the highbrows used to say of their beloved Prussia after the Armistice.

This time it was a good half-hour before she floated, and all that time the culprit was silent, nor did I reproach him. He at least had some vague memory of where the channel might be, and that I certainly had not.

As we lay there, waiting for the rising water to lift us, a clear sound of hammering rang from the black shore, far away, over the vast expanse of sand. It meant something to the pseudo-pilot, for he called out in loud, sing-song tones five or six words in the Welsh language, wherein I distinguished the word Afon, which means ‘water’; and his very distant Kymric fellow, there unperceived in the night, answered with a distant cry. What they said I know not; perhaps the unjust man at the helm was asking at what hour she would have water enough to lie higher up.

Canta per me delle isole, oh, Figlia di Cahoolin, canta…

Canta per me del West…

“Canta per me della corda dell’arpa allentata…”

E poi, naturalmente.

Oltre le scogliere e oltre le acque esterne…

Lì si trova quella terra.

Canta per me delle isole, oh Figlia di Cahoolin, oh Figlia del Re Supremo…

E di quello che era stato trascinato a riva dalla corrente.

Desidero essere con Brandan e i suoi compagni, nei luoghi tranquilli, e bere dalla loro sorgente.

Canta per me delle isole, oh, Figlia di Cahoolin, e dei volti beati.

Figlia di Cahoolin, canta.

Ma se mi dite che non è così che si scrive “Cuchulin”, ho due risposte, ognuna più convincente di quella di Ercole.

Il primo punto è che il poeta lo scriveva come gli pareva opportuno, cioè seguendo l’istinto; infatti i poeti, come si crede comunemente, non eccellono nel parlare, ma nell’ascoltare; come potete vedere dai loro profili o dalle immagini laterali. E poiché è questa la sua grafia, è contro di lui che dovete agire, non contro di me.

E la seconda risposta è che non si dovrebbe mai preoccuparsi della pedanteria degli alfabeti strani o dei trucchi di ortografia degli uomini esterni. Cuchulin si pronuncia, o si pronunciava, o si dovrebbe pronunciare “Cahoolin”, e basta. Ma riguardo al fatto che abbia mai avuto una figlia, o se l’abbia avuta, se sapesse cantare, o persino se quell’irlandese esistesse davvero, ritengo che tutte queste cose siano del tutto irrilevanti.


Gettammo l’ancora proprio nel centro di quella solenne baia, dove un semicerchio di enormi montagne si affacciava su un mare deserto. Le cime delle montagne apparivano sfocate nella nebbia, ma più imponenti ancora, e io le rispettavo e le veneravo.

Abbiamo gettato l’ancora perché dovevo aspettare la marea. Non potevo risalire il lungo e tortuoso canale attraverso le sabbie di Port Madoc finché non fosse arrivata la piena, e questo sarebbe avvenuto solo al tramonto, tra le otto e le nove di quella sera.

Ecco perché ci trovavamo così nella baia di Harlech, a guardare le grandi montagne del Galles. Non conosco alcun angolo d’Europa che possa competere, nemmeno l’imponente anfiteatro situato tra le alte cime alpine intorno a Udine, che mi commuove profondamente per la maestosità e il fascino delle grandi cose. Proprio come questa catena montuosa del Galles settentrionale vista da questo angolo del loro mare silenzioso.

Pochi possono ricordarselo, poiché pochi visitano quel angolo del mare salato. Non conduce da nessuna parte se non al porto di Port Madoc. Oggi nessuno fa sbarcare una barca sotto Harlech; nessuno parte da quella riva per l’Irlanda. I palazzi sono in rovina. Non c’è più musica, né vele che si alzino verso est dal mare, come uccelli. Anche i marinai hanno dimenticato Gwynnedd. Oggi, gli unici marinai a conoscenza di quella solennità di cui parlo sono quelli che navigano su piccole imbarcazioni impegnate nel commercio del pietra serica, o coloro che, come me, hanno dedicato il proprio tempo alla ricerca di nuove cose in questi mari della nostra terra natale. Per tutta la mia vita ho fatto scoperte vicino a casa, e ho scoperto che l’Isola di Britannia è infinita. Ma chi, ai nostri tempi, sa dove cercare verità e visioni?

Infatti, questa mancanza di fama riguarda forse metà delle più grandi visioni, anche di quelle presenti sulla Terra moderna, così frequentata e percorsa dagli esseri umani. Le persone conoscono metà di queste visioni a sufficienza, ma l’altra metà non la vedranno mai. Tutti sono stanchi della Baia di Napoli, descritta migliaia di volte. Ma che dire di quel campo desolato, accanto alle sabbie piatte dell’Adriatico, da dove si può ammirare il cupo panorama orientale del Gran Sasso, avvolto nelle tempeste e dominante una riva deserta? Tutti conoscono a memoria Gavarnie. Ma che dire della valle di Araxas, che proclama in modo così terribile la gloria di Dio? Dove sono le immagini di quel luogo? Chi le ha dipinte? Eppure dista soltanto mezza giornata di viaggio da Gavarnie.

Ecco quindi questa terribile processione di grandi montagne che si ergono a guardia dell’angolo settentrionale della baia di Cardigan, viste dalla quiete e dall’immensità dell’oceano, che si innalzano sopra di esse; per tutto quel pomeriggio e quella sera le ammirai con infinito affetto, fino a quando, con l’ultima luce del giorno e una brezza leggera proveniente da ovest, ci dirigemmo ansiosamente verso nord alla ricerca dell’ingresso del canale di Port Madoc. Non sapevo come avrei fatto ad attraversarlo, nemmeno con la marea alta e al buio; le dune lì presenti sono larghe chilometri, e questo canale (che non avevo mai percorso prima) cambia continuamente posizione. Ma Dio mi inviò un pilota.

Ci chiamò fuori dall’oscurità da una piccola barca e ci chiese, usando un dialetto che definirò “anglo-gallese” (in riferimento ad altri dialetti come anglo-cattolico, anglo-tedesco, anglo-indiano, anglo-africano, ecc.),: “Non vorremmo assumere un pilota, eh?”

Né era un pilota, come dimostreranno gli eventi successivi; ma comunque apparteneva a quella sponda e sicuramente ne sapeva di più di me. Così gli affidai il timone e andai avanti per guardare oltre la prua, mentre la “Nona” scivolava lentamente lungo il fiume verso lo stretto che chiamano “Afon Glaslyn”. Per mezz’ora, durante quella lenta avanzata, tutto andò bene. L’oscurità era ormai calata del tutto; non c’era la luna.

La planata si fermò; ci fu un leggero sobbalzo. Aveva raggiunto il Galles: una sorta di avanguardia sottomarina del Galles. L’uomo al timone non sembrava né scusarsi né essere umile, ma almeno appariva controllato; disse: “La sua volontà emergerà presto, quindi la sua volontà!” Mi astenni dal rimproverarlo, non per gentilezza, ma per codardia.

La piena sollevò il suo piede; lei si staccò e continuammo il nostro cammino nella oscurità, senza fare il minimo sforzo per dirigerci.

Per un quarto d’ora, percorrendo forse un terzo di miglio. Poi, ancora una volta, con maggiore intensità, si schiantò contro la sabbia; questa volta, addirittura, si era schiantata così in alto che iniziò a inclinarsi leggermente. Stava affrontando la situazione con grande difficoltà. Proprio come quegli intellettuali usavano dire della loro amata Prussia dopo l’armistizio.

Questa volta ci volle un bel quarto d’ora prima che lei iniziasse a “fluttuare”, e per tutto quel tempo il colpevole rimase in silenzio; non lo rimproverai nemmeno. Lui almeno aveva qualche vaga idea di dove potesse trovarsi il canale, mentre io certamente no.

Mentre giacevamo lì, in attesa che l’acqua salisse a sollevarci, un chiaro suono di martellate risuonò dalla riva nera, lontano, oltre l’immensa distesa di sabbia. Quel suono aveva un significato per il pseudo-pilota, perché gridò ad alta voce, usando toni cantilenanti, cinque o sei parole in lingua gallese; tra queste riconobbi la parola “Afon”, che significa “acqua”. Il suo compagno di lingua cimrica, invisibile nella notte, rispose con un grido lontano. Non so cosa si dissero; forse quell’uomo ingiusto al timone stava chiedendo a che ora avrebbero avuto abbastanza acqua per salire più in alto.

She floated again (it was now deep into the night, and the dim stars, through the haze overhead, watched our misery). The Nona glided on.


To be coming thus into a very shoal fairway, after dark, and to be in the hands of a pilot who was quite clearly one of God’s Three Welsh Fools - one of the Triad, one of the Three Great Fools of Britain - was a strain to the temper, a strain to breaking point. It was no good my taking the tiller, for I had no idea of the channel, and only saw now and then, straining my eyes forward, a little blob on the darkness that would be a drum-headed buoy slowly drifting past as we lifted on the young flood.

I used to think that the irritation against fools was irrational and purposeless. Where it is written in Holy Writ that one should tolerate Fools even with gladness, I thought that this was a general rule of conduct. But now I know it to be a counsel of perfection and, indeed, like so many things in the Old Testament, a counsel generally to be avoided. For the strong exasperation against fools is, I am now sure, an instinct implanted in us (or, as fools themselves would say, evolved) whereby we defend ourselves against such accidents as this perpetual bumping which the Nona was undergoing on the sands of Port Madoc. Our anger against fools is a natural faculty of conservation, like the sensitiveness of the nerves of the skin; and in those countries where fools are too much tolerated (of which England) many little disasters proceeding from such tolerated fools combine to make a great one at last and to break down the State.

It is high time that a new book were written on Fools, like those of the sixteenth century, which are so excellent, and which you have in Latin, in German, in French, and in English: The Praise of Folly, The Ship of Fools, The Fool’s Paradise, and others. If I had the leisure, it is one of the many hundred books which I should like to write myself: The Fool, sociological, biological, and pathological, with many portraits and an appendix on the newly discovered Giant Fool of Aphasia. As I have not the leisure (and never had it) I bequeath the idea to other and younger and wealthier men, just as some years ago I bequeathed them the idea of a Cad’s Encyclopaedia.

Among other chapters in this book I would have one on the Fool and the Label. For I maintain that Labels are the great support and sustenance of the Human Fool.

Labels help the fool to do what little dull thinking he manages to get through. He knows whom to respect and whom to despise and what wine to choose, and so on - all by the label. And then again, labels are very useful to the Fool by getting him taken for more than he is worth. Any number of my friends have said to me at one time or another, when I was having my laugh at the politicians: ‘A man does not get to a position like that (Secretary of State for Drainage, or Prime Minister, or what not) without abilities.’ Now this error shows how useful the label is to the fool. For a matter of fact I can testify, if any living man can, that the politicians who get their share of the swag are of all degrees in the matter of intelligence. Some have first-rate abilities, especially among the lawyers; many are of the ordinary second-rate, fifty-eight per cent, β-minus or Wandsworth intelligence; and quite a large proportion are Plumb Stuffed Fools, true Fools Absolute and of the Nadir; Rooted Fools. I knew one Fool Secretary of State who, in his Whitehall office, used to look at his official documents with a sort of tragic stare, as men look on the dead, and slowly wag them up and down in front of his face with a hopeless gesture. Then he would call upon his permanent official, who would explain to him what they meant, whereupon he would use one after another of the great Fool Phrases which are the furniture of the Fool’s Mind, such as ‘Yes’, ‘I see’, ‘Quite’, ‘Precisely’, and then again ‘Yes’. Having done this, he would sign his name to a number of papers which meant no more to him than so many Chinese tracts, and with a groan he would go off to spend his hundred pounds a week at Brighton.

Even in those trades where you would think there must be activity of brain for a man to advance at all, your Fool drifts forward somehow. You find him quite high up in armies, and as for his number in the great cheating professions, notably Share-shuffling, it is prodigious. Half the wealthy Share-shufflers I have known have been fools animal, fools crass, fools to be driven blindfold or led about on a halter; but to do that great modern profession justice, there is a minority of Share-shufflers as keen as needles and as wide awake as ferrets. They have no more luck, however, than their duller brethren, for fate rules them all, and alternate wealth and poverty is as much the rule with them as with the stupidest men. I will bargain that if you were to take samples of Share-shufflers out of three sacks, the House of Lords, Monte Carlo, and the gaols, you would find the same percentage of Fools in each sample.

Which leads me on to say that never was an old proverb of less accurate modern application than the proverb about the Fool and his Money. You will have heard it said that the Fool and his Money are soon parted. That was true enough for the yokel at the fair, but in this modern city life of ours it is just the other way. The Fool of Inherited Money (not the Gambling Fool) holds on to it with fish-hooks. It is the intelligent man, with many interests and (by some freak of nature) a generous heart, who squanders his hoard. But your Fool gets his legs round the money-bag and crosses his ankles on the other side, clasps it higher up with both arms right round it and fingers tightly interlocked beyond; digs his teeth into the mouth of the same and, screwing up his eyes, clutches it all over desperately with the rigour of death, making himself wholly one with the beloved object. From this attitude nothing can move him save the lure of a plausible fellow promising to increase his wealth. I have seen a clot of fools thus hanging on to money-bags, all pressed up together like bats in a steeple, when a repulsive overdressed young adventurer would slither by singing a light song of great wealth to be made in some scheme of his devising; and, behold, the Fools would turn their round heads ungummed from their money-bags and listen in rapture to that song, and many of them would even hand over their bags to the young adventurer, never to see their gold again. But I say that, save when they are thus tempted by their blind avarice, Fools are not easily parted from their money.

Rimase sospesa di nuovo nell’aria; ormai era notte fonda, e le stelle pallide, attraverso la nebbia sopra di noi, osservavano la nostra sofferenza. La Nona continuò a fluttuare silenziosamente.


Entrare in un percorso così stretto e poco profondo, di notte, e affidarsi a un pilota che chiaramente apparteneva ai “Tre Folli Gallesi” di Dio – uno dei membri della Triade, uno dei Tre Grandi Folli della Britannia – rappresentava una vera e propria prova per la pazienza. Era inutile che cercassi di prendere il timone: non conoscevo affatto i corsi d’acqua, e a malapena riuscivo a scorgere, nel buio, qualche piccolo punto che forse era una boia galleggiante che si muoveva lentamente mentre noi procedevamo tra le acque basse.

Un tempo pensavo che l’irritazione verso gli sciocchi fosse irrazionale e senza scopo. Laddove le Sacre Scritture dicono chiaramente di dover tollerare gli sciocchi persino con gioia, ritenevo che si trattasse di una regola generale di comportamento. Ma ora so che si tratta in realtà di un consiglio volto al perfezionamento, e, come molte altre cose presenti nell’Antico Testamento, di un consiglio che in genere dovrebbe essere evitato. Poiché l’intensa irritazione verso gli sciocchi è, ne sono ormai certo, un istinto insito in noi (o, per usare le parole degli stessi sciocchi, “evoluto”); un istinto che ci aiuta a difenderci da situazioni spiacevoli, come quelle continue difficoltà che la Nona doveva affrontare sulle sabbie di Port Madoc. La nostra rabbia verso gli sciocchi rappresenta quindi una sorta di meccanismo naturale di autodifesa, simile alla sensibilità dei nervi della pelle. E in quei paesi dove agli sciocchi viene concessa troppa tolleranza (come l’Inghilterra), molte piccole disavventure causate da loro finiscono per combinarsi e creare un disastro più grande, che può persino portare al crollo dello Stato.

È giunto il momento che venga scritto un nuovo libro sui folli, simile a quelli del XVI secolo, così eccellenti e disponibili in latino, tedesco, francese ed inglese: “La lode della follia”, “La nave dei folli”, “Il paradiso del folle” e altri. Se avessi il tempo libero, sarebbe uno dei tanti libri che vorrei scrivere personalmente: un libro sul folle dal punto di vista sociologico, biologico e patologico, con molti ritratti e un appendice sul recentemente scoperto “folle gigante affasico”. Poiché non ho il tempo libero (e non l’ho mai avuto), lascio questa idea ad altri uomini più giovani e più ricchi; proprio come alcuni anni fa ho lasciato loro l’idea di un’enciclopedia sui cadaveri.

Tra gli altri capitoli di questo libro, ne vorrei uno sul “Folle” e le “etichette”. Perché sostengo che le etichette siano il grande sostegno e l’alimento principale del “Folle” umano.

Le etichette aiutano lo sciocco a fare ciò che di poco pensiero riesce a compiere. Sa chi rispettare e chi disprezzare, quale vino scegliere, e così via, tutto grazie alle etichette. Inoltre, le etichette sono molto utili allo sciocco, poiché lo fanno considerare più importante di quanto in realtà sia. Molti dei miei amici mi hanno detto, in momenti diversi, quando ridevo dei politici: “Un uomo non raggiunge una posizione del genere (Segretario di Stato per gli Odi, Primo Ministro, o qualcosa del genere) senza alcune capacità”. Questo errore dimostra quanto siano utili le etichette allo sciocco. Posso testimoniare, se qualcuno può farlo, che i politici che ottengono i loro vantaggi sono di ogni livello in termini di intelligenza: alcuni possiedono capacità eccezionali, soprattutto tra gli avvocati; molti sono di media intelligenza; una buona percentuale, invece, è composta da veri e propri sciocchi assoluti. Conoscevo un Segretario di Stato sciocco che, nel suo ufficio di Whitehall, guardava i documenti ufficiali con uno sguardo tragico, proprio come si guarda ai morti, e li scuoteva lentamente davanti al viso in un gesto disperato. Poi chiamava il suo assistente per farsi spiegare il significato di quei documenti; dopo aver ascoltato, utilizzava frasi tipiche dello sciocco, come “Sì”, “Capisco”, “Esatto”, “Precisamente”, e poi di nuovo “Sì”. Una volta fatto ciò, firmava diversi documenti che per lui non significavano nulla, e con un sospiro andava a spendere i suoi cento sterline a settimana a Brighton.

Anche in quei mestieri in cui si potrebbe pensare che sia necessaria un’intensa attività mentale per avere successo, il vostro “stupido” riesce comunque a farsi strada. Lo trovate spesso nelle file delle armate, e quanto alle professioni legate alla truffa, in particolare a quelle relative al manipolamento dei titoli finanziari, il loro numero è davvero impressionante. Metà dei ricchi speculatori che conosco sono individui stupidi, grossolani, capaci solo di essere guidati ciecamente o condotti come animali; tuttavia, esiste anche una minoranza di individui estremamente astuti e attenti. Ma nemmeno loro hanno più fortuna dei loro colleghi meno intelligenti: il destino governa tutti quanti, e l’alternanza tra ricchezza e povertà è una regola comune sia per loro che per gli uomini più stupidi. Scommetterei che, se prendeste campioni di speculatori finanziari da tre gruppi diversi – la Camera dei Lord, Monte Carlo e le prigioni – trovereste lo stesso percentuale di individui “stupidi” in ciascun gruppo.

Il che mi porta a dire che non esiste un vecchio proverbio la cui applicazione moderna sia meno accurata di quello del “Folle e dei suoi soldi”. Avrete sicuramente sentito dire che il Folle e i suoi soldi si separano presto. Questo era vero per quel contadino al mercato, ma nella nostra vita urbana moderna è esattamente il contrario: è l’uomo intelligente, con molti interessi e (per qualche stranezza della natura) un cuore generoso, a sperperare le sue ricchezze. Invece, quel “Folle” che possiede denaro ereditato si attacca a esso con tutte le sue forze. Ma il vero problema è che spesso sono proprio gli individui più astuti e calcolatori ad approfittare della loro avidità. Ho visto gruppi di persone così attaccate ai propri soldi, stipate insieme come pipistrelli in un campanile. Quando poi arrivava qualche giovane avventuriero ben vestito che cantava canzoni su grandi opportunità finanziarie, quelle persone ascoltavano incantate e molte di loro gli consegnavano addirittura i propri soldi, per non rivederli mai più. Tuttavia, a meno che non siano tentati dalla loro stessa avidità cieca, i “Folli” difficilmente si separano dai loro soldi.

However, this harbour or pilot-fool of mine was not, I think, troubled in this regard, for had he been a Fool of Wealth he would not have been blundering to get the Nona up-channel in the dark.

Five separate times did we touch and wait with increasing anger each time till the flood released us, but at last we came to the pool, and to reasonable deep water, and to a quay.

There did we put out our warping ropes, and springs, and the fenders alongside, and there did we give money to the Fool as a reward for all the pain his folly had given us.

For this also is the rule in human life; that when you suffer anything you must pay a good price for the entertainment.

It is true of bad cooking, and of bad wine, and of a painful illness, started or continued by doctors, and of all the intolerable noisy hotels, full of insolence and maddening bells. It is true of all the bad things of the world. Nor does it follow that all cheap things are good. Far from it! But all good things are cheap (except caviare), and the way to get good things is to look for them as you would look for a penny which you had dropped in the straw of the (once again!) dear old omnibuses of my youth which were pulled by horses, and had standing at their door a guardian of the poorest of the people, foul in speech, grimy of skin, unshaven, bloodshot, from the gutter - but (oh, believe me!) a better citizen of a better time than ours.

Nona, cruising and voyaging Nona, wanderer over the seas of Britain, how in the solitude of your companionship my mind does lead me from one thing to another!

But that’s all one. It is time for sleep.


The new day having come, we got the half-ebb a little before six o’clock, and threaded away down the Channel for the open sea.

I ought, I suppose, to have stopped in Port Madoc, and renewed the memories of my childhood. But a fig for the memories of my childhood, at six o’clock in the morning: At six o’clock of a May morning, and a nice little leading breeze, all cold and merry! The memories of childhood and the contemplation of the Divine are for the evening; they go with candle-light, and with a wine I know, and with friends of twenty years. But, so help me He that made me, when I find the morning wind blowing well for the salt and myself freshly roused from a good sleep, I am full of nothing but the coming of the course and an eagerness for the line of the sea against the sky and the making of a further shore.

It ought to be more dangerous to float down on the ebb without a local trickster, than to come up upon the flood. But fortune served, and the swirl of the ebb plainly marked the channel under that heartening light, with the glory of the new day shooting over the tops of the great and solemn mountains eastward, by the land.

Therefore, without misadventure, we came to the last marking buoy and took the sea; running easily with the wind nearly aft, but a little on the port quarter, so that all was well.

The great field or marsh before Harlech stretched there to landward; and, on its splendid defiant height, the old castle watched us as we went; the place where they hid poor Henry the Saint when the true Plantagenet was pacing for his blood.

Here is a landscape inhabited everywhere by things not of this world; by the gods of these hills whom our God has ousted; by the memory of great men dead and their wraiths, I suppose; and by the troops of the Empire, marching up the inland road, and by the chieftains, and by the very saintly men who cast their spell 1,500 years ago over the islands and the rocks of Lyonesse.

So we sailed on and on, heading over to the Atlantic southern corner of Wales. Then, far away in the midst of the sea, we heard the tolling of a bell…

The tolling of the bell was not only mournful (and at the same time terrible), but had in it an odd quality of message; as though it were not of the world through which we moved. For a bell is a land thing, and even in salt water we think of it as sounding upon a buoy near shore, or as the companion and regulator of human things, like the bell on board ship. For Mr Masefield is very just when he notes how the clang of the ship’s bell by accident in the swoop of a ship down the great waves of an Atlantic storm, has an unnatural call: being rung without the aid of men’s hands.

Now this bell, as I heard it plainting away deeply, unable as yet to see the thing on which it swung, mixed up its noise in my mind with the great story of St Patrick: a story I had designed to write many years ago in Arras, where I went to see the manuscript which most vividly recalls him. But of that task I found myself incapable. However, I did visit his staff in Rome.

For the bell thus swinging on its buoy far out to sea, swings on the western edge of that strange, long, undersea road which they call the Sarn Badrig (which means The Causeway of St Patrick) and cannot but awake the great story of the coming of Europe to Ireland.

How right they were to call that sunken ridge pointing straight to Ireland ‘The Roman Road of Patrick’! And how its sudden cessation symbolizes the break, the wound, the rupture, by which this island was cut off from that: more than 200 years ago. The ridge ends suddenly in deep water and continues no more. But the bell tolls on, appealing.

St Patrick is the second of those witnesses which remain to us of the more than natural quality of Ireland. The first is the old Pagan story of the western harbours from which the dead were ferried over by night to their felicity. The second is that undying phrase in the Confessio, where St Patrick himself says that at night and in dreams, ‘He heard the voices of the Irish calling.’

It is gloom upon the mind to remember that the magnitude of the task set to Britain (a Roman land) in the matter of Holy Ireland has been so missed: as though a man having to encounter a mountain a little before the day thought it no more than a slight hill against the dawn. Here was the difficult land - but inspired - which Agricola said (and he knew his business) he could have mastered for Rome and right order with one Legion. That Legion was not given him, any more than the Divisions were given that might have made the break through before Cambrai. Would that the officials at Rome had listened to him! Here was Ireland, that most difficult of subjects, most intriguing of friends, most tenacious of enemies, set up against the western shores of Britain, of Roman land; and through all those centuries nothing was done to enrich the subject, to acquire the friend, to reconcile the enemy. But I am weak enough to believe that this failure also was in the Providence of God.

Tuttavia, questo mio “porto sicuro” o “guida per gli inesperti” non sembrava preoccupato al riguardo; infatti, se fosse stato davvero un “idiota ricco”, non avrebbe commesso l’errore di far salpare la Nona verso il canale principale al buio.

Per cinque volte diverse abbiamo provato ad avvicinarci e aspettare, con rabbia crescente ad ogni tentativo, finché la piena non ci ha finalmente liberati. Alla fine siamo arrivati in una pozza d’acqua, abbastanza profonda, e vicino a un molo.

Lì abbiamo sistemato le nostre corde pieghevoli, le molle e i paraventi laterali; inoltre, abbiamo dato del denaro al Folle come ricompensa per tutto il dolore che la sua follia ci aveva causato.

Anche nella vita umana vale questa regola: quando si soffre, bisogna pagare un prezzo adeguato per ottenere quel divertimento.

È vero per la cattiva cucina, per il vino scadente, per le malattie dolorose causate o perpetuate dai medici, e per tutti quegli hotel rumorosi e insopportabili, pieni di arroganza e campane assordanti. È vero per tutte le cose negative del mondo. Ma questo non significa affatto che tutte le cose economiche siano buone. Niente affatto! Tuttavia, tutte le cose buone sono in realtà economiche (tranne il caviale), e il modo per ottenerle è cercarle con lo stesso impegno con cui si cercherebbe una moneta perduta nella paglia di quegli antichi autobus a cavallo della mia giovinezza. Quegli autobus davanti ai quali, all’ingresso, c’era sempre un custode dei più poveri: un uomo dal linguaggio volgare, dalla pelle sporca, non rasato, con gli occhi rossi per la stanchezza. Ma (oh, credetemi!) un cittadino migliore di quelli del nostro tempo.

Nona, che navighi e viaggi. Nona, errante sui mari della Britannia. Come mai, nella solitudine della tua compagnia, la mia mente si lascia portare da un pensiero all’altro!

Ma basta così. È ora di andare a dormire.


Con l’arrivo del nuovo giorno, abbiamo iniziato il nostro viaggio poco prima delle sei, attraversando lo stretto per raggiungere il mare aperto.

Dovrei, suppongo, essermi fermato a Port Madoc e rivivere i ricordi della mia infanzia. Ma al diavolo quei ricordi d’infanzia! Alle sei del mattino, in una bella mattina di maggio, con una brezza fresca e piacevole. I ricordi d’infanzia e la contemplazione del Divino sono per la sera: vanno bene con la luce delle candele, con un vino che conosco bene, e con amici di vent’anni. Ma, che mi aiuti Colui che mi ha creato: quando trovo la brezza mattutina perfetta per il mio viaggio, e me stesso appena sveglio da un buon sonno, tutto ciò che penso è alla prossima tappa del mio viaggio, all’orizzonte del mare contro il cielo. E al desiderio di raggiungere nuove terre.

Dovrebbe essere più pericoloso scivolare con la marea bassa senza l’aiuto di qualcuno che conosca bene quelle acque, piuttosto che affrontare direttamente l’alta marea. Ma la fortuna fu dalla nostra parte: il vortice della marea bassa indicava chiaramente il percorso da seguire, sotto quella luce rassicurante; inoltre, la gloria del nuovo giorno si diffondeva già sopra le cime delle grandi e maestose montagne a est.

Pertanto, senza alcun imprevisto, raggiungemmo l’ultima boia di segnalazione e ci mettemmo in mare; navigavamo facilmente con il >vento che soffiava quasi alle nostre spalle, ma leggermente sul lato di babordo, quindi tutto andava bene.

Il vasto campo o palude di fronte a Harlech si estendeva verso l’interno della terraferma; e, sulla sua maestosa cima, il vecchio castello ci osservava mentre ci allontanavamo. Quel luogo in cui avevano nascosto povero Enrico il Santo, mentre il vero Plantageneto attendeva con impazienza la sua morte.

Ecco un paesaggio popolato ovunque da cose non di questo mondo; dai dei di queste colline che il nostro Dio ha scacciato; dal ricordo di grandi uomini morti e dalle loro ombre, suppongo; e dalle truppe dell’Impero che marciano lungo la strada interna, dai capi tribù e da quegli uomini davvero santi che millecinquecento anni fa lanciarono i loro incantesimi sulle isole e sulle rocce di Lyonesse.

Così continuammo a navigare, dirigendoci verso l’angolo meridionale dell’Atlantico, vicino al Galles. Poi, lontano, nel mezzo del mare, sentimmo il suono di una campana che rintoccava.

Il suono della campana non era solo triste (e allo stesso tempo terribile), ma conteneva anche una sorta di messaggio strano; come se non appartenesse al mondo in cui viviamo. La campana, infatti, è un simbolo legato alla terra, e anche nell’acqua salata la pensiamo come qualcosa che suona vicino alla riva, o come un elemento che accompagna e regola le attività umane, proprio come la campana a bordo di una nave. Il signor Masefield ha perfettamente ragione quando osserva come il suono della campana di una nave, emesso per caso durante l’attacco di un’altra nave tra le grandi onde di un’Tempesta atlantica, abbia un carattere innaturale: viene suonato senza l’intervento delle mani umane.

Ora, questo campanello, mentre lo sentivo suonare dolcemente e sommessamente, incapace ancora di vedere ciò a cui era attaccato, il suo suono nella mia mente si mescolava con la grande storia di San Patrizio: una storia che avevo intenzione di scrivere molti anni fa ad Arras, dove ero andato a vedere il manoscritto che lo ricorda in modo particolarmente vivido. Ma non sono riuscito a portare a termine quel compito. Tuttavia, ho visitato il suo santuario a Roma.

Per quella campana che oscilla così lontano, sul suo supporto in mare aperto, che dondola sul margine occidentale di quel strano, lungo percorso sottomarino chiamato Sarn Badrig (che significa “Il Dike di San Patrizio”), non si può fare a meno di pensare alla grande storia dell’arrivo dell’Europa in Irlanda.

Quanto era giusto chiamare quella cresta sommersa che punta dritta verso l’Irlanda “La Strada Romana di San Patrizio”! E quanto il suo improvviso termine simboleggi la separazione, la ferita, la rottura che ha isolato quest’isola da quel continente, più di 200 anni fa. La cresta finisce bruscamente in acque profonde e non prosegue oltre. Ma la campana continua a suonare, con il suo richiamo incessante.

San Patrizio è il secondo di quei testimoni che ci rimangono della natura “straordinaria” dell’Irlanda. Il primo è quella antica leggenda pagana riguardante i porti occidentali, attraverso cui i morti venivano trasportati di notte verso la loro felicità. Il secondo è quella frase immortale presente nella Confessione, in cui San Patrizio stesso afferma di aver sentito, di notte e nei sogni, “le voci degli irlandesi che lo chiamavano”.

Ricordare quanto sia stata trascurata l’importanza della missione affidata alla Britannia (una terra romana) per quanto riguarda l’Irlanda Sacra è davvero deprimente: come se un uomo che dovesse affrontare una montagna poco prima dell’alba la considerasse soltanto una piccola collina. Lì c’era quella terra difficile, ma anche ispiratrice; Agricola, che conosceva bene il proprio mestiere, affermava di poterla sottomettere per Roma e ristabilire l’ordine con un’unica Legione. Quella Legione non gli fu data, così come non furono fornite le truppe necessarie per realizzare una vera e propria avanzata prima di Cambrai. Oh, se solo i funzionari di Roma lo avessero ascoltato! Lì c’era l’Irlanda: il soggetto più difficile da governare, l’amico più intrigante, il nemico più tenace, situata proprio di fronte alle coste occidentali della Britannia, su terra romana. E per tutti quei secoli non si fece nulla per arricchire quel territorio, per conquistare quell’amico, per pacificare quel nemico. Ma sono troppo debole per credere che anche questo fallimento facesse parte del disegno di Dio.

The mountains look upon the mountains: the mountains of Britain to the mountains of Ireland; from the east to the west, over a magic sea. But they look in wrath and remain sullen giants. Nor is the battle concluded.

As we sailed past the bell very slowly (that Mark having come into sight) we discovered it to be enclosed in a sort of great cage which swung with slow dignity and bowed backwards and forwards upon the large swell, unaffected by the light breeze which gave us our two knots through sluggish water. My companion said to me, brutally enough, ‘How would you like to be shut up in that cage, and left there to the night and to the wind?’ I answered, ‘Not at all,’ and in this I told the truth. But the bell did not repine, for it was fulfilling its function, expiating its sins, pursuing its end, and consonant to the will that is behind this world. It tolls there beyond the sea-ward end of the Sam Badrig to warn mariners of that long ledge submerged: barring the sea-ways.

My mind returned to that great Causeway, that shelf of rock and shingle behind us, just hidden by the waves, pointing westward into the deep, mile after mile, like some drowned giant’s pier; the beginning of a bridge, as it were, between Britain and the Other Island; the marriage of Britain with the older island, whence the dead are ferried over to their repose.

But that Causeway was never completed; that bridge was never built; and the weight, the future consequence, of such a failure lies not upon Ireland, but (alas!) upon England.

For how many years did I not see the tragedy played out!

I knew its roots as well as any man. I knew that the gulf was a gulf of religion. I knew that the riddle was without solution for men whose eyes were cast downwards; who did not admit the unseen powers; who could see nothing but the mud and wealth in which they stood - yet I marvelled that the dreadful affair should drag on so long.

To the one set, to those sham ‘Liberals’ and ‘Unionists’ of the wretched money game at Westminster, it was a lucrative jest. They cared not for Ireland at all, and not too much for England. They treated the martyrdom of Ireland as a counter in their play. To do them justice, they thought that England could never suffer. To the others, to those of Ireland, the struggle was (as they thought) a battle always lost.

In the beginning of their effort, the men who had organized a political caucus for Ireland and had attempted, by what they called the ‘Nationalist’ Party, to get some settlement by way of the Parliamentary morass, were sincere; yes, at first, flamingly sincere. Parnell I never met; but Davitt I knew - and a man more heroically sincere I have never had the fortune to meet and respect. To the very end the effort of the Irishmen at Westminster retained some dwindling element of truth. And this I say though I know that many Irishmen today may laugh at me for saying it. But it is true. Down to the very end, sunk as they had grown in the sodden Westminster habit, and conventional as had become the repetition of their demand, some conception of a goal to be reached at last still inhabited these men. I knew them and I can testify to it. Right up to 1914 - it sounds laughable, but it is true - the group at Westminster which called itself ‘The Irish Party’ did, in some fading way, still hold the idea of a ‘Parliamentary settlement’. It was true of John Redmond and his brother: I may fairly say that his brother died for that idea.

They really did think (to me it was astonishing; to the younger Irish, to many of them at least, incredible) that a solution was to be reached through the working of those then undermined, moth-eaten, now crumbled falsehoods of the professional politicians: that the farce of voting is ‘the voice of the people’; that the House of Commons is ‘a mirror of England’; that ‘the nation rules through its representatives’ - and all the rest of the absurdities bred by the grafting of French Democratic attempts on to the decline of English aristocracy.

It sounds not possible that any Irishman, even after a lifetime at Westminster, could be so deceived. But, I say it again, I knew these men. I can testify to the truth of what I have said. They did right up to 1914 still faintly hope. I knew them as friends and as opponents. They were my opponents when I took my share in defending the Catholic schools in 1906, and they were angry at my going to see the Pope in that year, to lay before him what I thought to be sufficient amendments to Mr Birrell’s Bill (for they regarded the Catholic schools in England as their private domain). What is enormous, these men, Redmond and his party, thought that their Westminster method could still achieve something after the manifest betrayal of Ireland by the politicians labelled ‘Liberal’ upon the outbreak of the Great War.

It is a process I have watched over and over again in the course of my short but too long life; men not seeing what (one would imagine) should be apparent to a child.

These men did not see that you cannot get strength out of rottenness; nor justice, nor truth, nor generosity out of moribund institutions (such as is now the House of Commons), which, after a certain stage in decline, no longer live save for personal intrigue.

I say nothing, therefore, against them, in spite of their failure, and I revere their memory. The Irish in good time will give to the last protagonists in that futile attempt a due position in their annals; and specially to William Redmond and his brother, John Redmond.

For writing this I may be assailed from either side; but it is true.

Anyhow, I saw the tragedy going on before my eyes, as a man on a shore-height may see a boat making straight for rocks under water, apparent to him, but of which her steersman knows nothing. I saw it in the years when I watched it as a young man from the gallery of the House of Commons; I saw it during the two Parliaments in which I sat; I saw it when I had left the place in disgust. I saw it in the last four years before the Great War; England, still drifting hopelessly on to the Irish reef: till she struck.

Le montagne guardano le altre montagne: le montagne della Britannia verso quelle dell’Irlanda; da est a ovest, attraverso un mare magico. Ma guardano con rabbia e rimangono giganti cupi e minacciosi. E la battaglia non è ancora conclusa.

Mentre navigavamo molto lentamente oltre la campana (ora che Mark era entrato nel nostro campo visivo), scoprimmo che era racchiusa in una sorta di grande gabbia che oscillava con lenta ma dignitosa eleganza, muovendosi avanti e indietro sulle grandi onde, indifferente alla leggera brezza che ci permetteva di avanzare a due nodi nell’acqua stagnante. Il mio compagno mi disse, in modo piuttosto brutale: “Come ti sentiresti se fossi chiuso in quella gabbia e lasciato lì tutta la notte, esposto al vento?” Risposi: “Assolutamente no”, e in questo dissi la verità. Ma la campana non si lamentava: stava semplicemente adempiendo alla sua funzione, espiando i suoi “peccati”, perseguendo il suo scopo, e risuonando in armonia con la volontà che sta alla base di questo mondo. Continua a suonare lì, al di là della punta meridionale del Sam Badrig, per avvertire i marinai di quella lunga scogliera sommersa che blocca le vie marine.

I miei pensieri tornarono a quella grande diga di roccia e ghiaia che si trovava dietro di noi, appena nascosta dalle onde, che si estendeva verso ovest, per miglia e miglia, come se fosse il molo di qualche gigante sommerso; in un certo senso, l’inizio di un ponte tra la Gran Bretagna e quell’altra isola. Il simbolo del legame tra la Gran Bretagna e quella terra più antica, da dove i morti vengono trasportati per riposare in pace.

Ma quel ponte di collegamento non fu mai completato; quella struttura non fu mai costruita; e il peso delle conseguenze future di un simile fallimento non ricade sull’Irlanda, ma, ahimè! sull’Inghilterra.

Per quanti anni non ho visto svilupparsi questa tragedia.

Conoscevo le sue radici tanto bene quanto qualsiasi altro uomo. Sapevo che quel divario era dovuto alle differenze religiose. Sapevo che quella situazione senza soluzione riguardava coloro i quali non riconoscevano l’esistenza di forze invisibili, i quali vedevano solo il fango e la ricchezza che li circondavano. Eppure mi meravigliavo che quell’orrore potesse continuare per così tanto tempo.

Per quei falsi “Liberali” e “Unionisti” coinvolti nel miserabile gioco finanziario di Westminster, si trattava di uno scherzo molto redditizio. A loro non importava affatto l’Irlanda, né tantomeno l’Inghilterra; consideravano il martirio dell’Irlanda semplicemente un pezzo del loro gioco politico. Per essere onesti con loro, pensavano che l’Inghilterra non potesse mai soffrire davvero. Per gli altri, per gli irlandesi, quella lotta era (secondo loro) una battaglia destinata inevitabilmente alla sconfitta.

All’inizio dei loro sforzi, gli uomini che avevano organizzato un gruppo politico per l’Irlanda e avevano cercato, attraverso quella che chiamavano la “Partito Nazionalista”, di ottenere qualche soluzione attraverso il sistema parlamentare, erano sinceri; sì, all’inizio, estremamente sinceri. Non ho mai incontrato Parnell; ma conoscevo Davitt – e non ho mai avuto la fortuna di incontrare e rispettare un uomo più sinceramente eroico di lui. Fino alla fine, gli sforzi degli irlandesi a Westminster conservarono ancora, sebbene sempre più debolmente, un elemento di verità. E lo dico nonostante sappia che molti irlandesi di oggi potrebbero ridere di me per averlo detto. Ma è la verità. Fino alla fine, nonostante fossero ormai immersi nelle abitudini del sistema parlamentare inglese e che la ripetizione delle loro richieste fosse diventata una sorta di convenzione, in questi uomini esisteva ancora l’idea di un obiettivo da raggiungere. Li conoscevo e posso testimoniarlo. Fino al 1914 – suona ridicolo, ma è vero – il gruppo di Westminster che si autodefiniva “Il Partito Irlandese” manteneva ancora, in modo sempre più debole, l’idea di una “soluzione parlamentare”. Questo valeva per John Redmond e suo fratello: posso dire con certezza che suo fratello morì per quell’idea.

Credettero davvero (per me era sorprendente; per molti giovani irlandesi, almeno) che una soluzione potesse essere trovata attraverso l’utilizzo di quelle false credenze ormai screditate e in declino dei politici professionisti: che la farsa del voto fosse “la voce del popolo”; che la Camera dei Comuni fosse “un riflesso dell’Inghilterra”; che “la nazione governasse attraverso i suoi rappresentanti”. E tutte le altre assurdità generate dall’applicazione dei modelli democratici francesi al declino dell’aristocrazia inglese.

Sembra impossibile che un irlandese, anche dopo aver trascorso tutta la vita a Westminster, possa essere così ingannato. Ma, lo ripeto, conoscevo queste persone: posso testimoniare sulla veridicità di ciò che ho detto. Fino al 1914, nutrivano ancora una debole speranza. Li conoscevo sia come amici che come avversari: erano i miei oppositori quando mi impegnai a difendere le scuole cattoliche nel 1906, e furono arrabbiati perché quell’anno andai a incontrare il Papa per presentargli quelle modifiche che ritenevo necessarie al disegno di legge del signor Birrell (poiché consideravano le scuole cattoliche in Inghilterra come un loro dominio privato). Quello che è davvero incredibile è che questi uomini, Redmond e il suo partito, pensassero ancora che il loro approccio a Westminster potesse ottenere qualcosa, nonostante la palese tradizione dell’Irlanda da parte dei politici definiti “liberali” all’inizio della Grande Guerra.

È un processo che ho osservato più e più volte nel corso della mia breve, ma troppo lunga vita: uomini che non riescono a vedere ciò che (si potrebbe immaginare) dovrebbe essere evidente anche per un bambino.

Questi uomini non hanno capito che non si può trarre forza dalla decadenza; né giustizia, né verità, né generosità da istituzioni moribonde (come la Camera dei Comuni attuale), le quali, dopo aver raggiunto un certo stadio di declino, continuano a esistere soltanto grazie a intrighi personali.

Quindi, non dico nulla contro di loro, nonostante il loro fallimento, e rispetto la loro memoria. Gli irlandesi, al momento giusto, daranno ai protagonisti di quel tentativo vano il posto che meritano nei loro annali; in particolare a William Redmond e a suo fratello John Redmond.

Scrivendo queste parole potrei essere attaccato da entrambi i lati; ma è la verità.

Comunque sia, ho visto quella tragedia svolgersi davanti ai miei occhi, proprio come un uomo sulla riva può vedere una barca dirigersi dritta verso le rocce sott’acqua, visibili a lui, ma di cui il timoniere non sa nulla. L’ho vista negli anni in cui la osservavo da giovane, dalla galleria della Camera dei Comuni; l’ho vista durante i due Parlamenti in cui ho partecipato; l’ho vista quando ho lasciato quel luogo, disgustato. L’ho vista negli ultimi quattro anni prima della Grande Guerra: l’Inghilterra, ancora alla deriva verso il pericolo, fino al momento in cui ha urtato le rocce.

I saw, year after year, from my boyhood to my middle manhood and later, the Parliamentary poison eating up the Irish effort and the English face turned away from Ireland, failing to understand its own doom. For England, a seat of vision, might have understood the opportunity and the peril had the Irish themselves used pen and word directly. But the wrong instrument was used: the broken and now useless instrument of the Commons.

I saw the politicians whom the Irish sent over, or rather, who had the machinery of the Irish protest in their hands, grow fonder and fonder of the Westminster drug and degradation. I saw them half in doubt, at last, whether it were not better to remain in London half enjoying what had become second nature to them, the wretched pomposities of the House of Commons. They should rather have nourished the flame of their country. Yet they were honest men, and at heart and at root were Irish to the end. But they thought that England was to be made to understand by the use of a machine, the parliamentary machine, which was already worn out. It was their fundamental error. What man desiring to move men would waste his time in Parliament?

If a man may boast of a small personal experience, I myself told them what would come. But they would not believe me. They thought me fanatical in this - and to the end. They put their trust in the slime of the Lobbies. It swallowed them up.

I saw the end; or rather the beginning of the end - for the true end of the Irish quarrel is still hidden, and will be perhaps for us, here in England, very terrible. I saw the professional politicians carrying their silly labels of ‘Liberal’ and ‘Unionist’, footling, on the very edge of the war precipice in 1914, at a game for avoiding the Irish issue, and (as they dined together) arranging tricks to put it off on one side. I saw their vast relief when they were given their chance to the threat of a mutiny against the salvation of England and Ireland. And I saw - I lived to see - the contemptible capitulation: the parliamentary puppets (Lord Chancellors and the rest) shouting on a Wednesday that ‘they would not rest until they had taken the last arm from the hands of the last rebel’, and on the following Friday, at the bidding of their financial masters, surrendering to Ireland for ever: Ireland that might have been the bulwark of England… It is done.


So we sailed slowly on, past the end of St Patrick’s Causeway, past that mournful great tolling bell which hangs there in the middle sea; imprisoned in its cage, expiating the too careless sins of its youth. The lamentable sound of it, the unsatisfied appeal, followed us over the deep. So we sailed on, with our nose for the Atlantic headlands of the south, and for the corners of Wales, where they face the Cornish and the Devon seas and Ireland also, beyond, with the great ocean rolling in between.


High as are the mountains on this shore, yet by a trick of the air they were soon out of sight.

That is a thing I have never understood. High land which ought to be plainly visible, and even overhanging one, disappears like this at sea magically on a clear day. When the weather is thick, one expects that; but the curious thing is that one may see clear air all around and a sharp horizon, nothing but sea and sky, and yet know perfectly well that the empty heaven at which one is gazing is really full of great hills close at hand. I do not know whether this happens in the clearer parts of the world. I have never seen it off North Africa or California. But upon the coasts of these islands it happens continually, and it is one of the hundred things which, I think, has made their inhabitants familiar with mystery and amenable to the unseen. For those of these islands, British and Irish, have always been remarkable for the sense of mystery; and among them none feel the effect of mystery more strongly than such as sail upon the sea.

It was an astonishing thing to sit there, at the end of the afternoon, just past the end of St Patrick’s Causeway, heading for Strumbles light below the horizon, with a slight air, now from the north-west, giving the boat steering way and no more, with the tiller lazily pushed a little up to keep her course, and looking over the rail to the left, eastward, and seeing nothing there but an horizon of empty sky; yet knowing very well that the sky was not empty, but that the enormous mass of Cader Idris and the enormous mass of Plinlimmon stood guarding the sea. It was like the continual experience of this life wherein the wise firmly admit vast Presences to stand in what is an apparent emptiness, unperceived by any sense.

As I thus looked over the rail musing upon the strangeness of such things, I remembered how, many years ago, in this same boat and holding this same tiller, I had wondered, after a too rapid passage across the Channel from France, under too much canvas and with too much wind, how near I might be to England. For one could not see the coast at all. The wind had dropped suddenly, it had grown dead calm, and the Nona lolloped on the big lump which the breeze had left. I had no idea, within ten miles, where I might be; it is a ridiculous confession to make, but true. It was the height of the spring tides, and I only roughly knew the set of them in mid-Channel. While I was so wondering, I thought I saw some difference between the lower and the upper sky, as though the lower grey were faintly darker than the upper. In a moment the line was defined, and I found myself looking at the turn of the high land east of Folkestone, where it runs away inland towards the old Roman harbour of Lympne. I was not more than three miles from shore.

And as there is a concealment of reality at sea, corresponding to the concealment of reality from our experience in human life, so also at sea there is occasionally vision, corresponding to that occasional vision which you also have in human life: but vision is much rarer than the concealment of reality.

Ho visto, anno dopo anno, dalla mia infanzia alla mia maturità e oltre, come il veleno del Parlamento distruggesse tutti gli sforzi dell’Irlanda e come l’Inghilterra si allontanasse da questo paese, incapace di comprendere la propria rovina. Per l’Inghilterra, se solo avesse avuto la capacità di vedere le opportunità e i pericoli, forse avrebbe potuto cogliere il momento giusto. Se solo gli stessi irlandesi avessero usato la penna e le parole per esprimersi direttamente. Ma è stato utilizzato l’strumento sbagliato: quel sistema parlamentare rotto e ormai inutile.

Vidi quei politici che gli irlandesi avevano inviato, o meglio, che avevano in mano l’intero meccanismo della protesta irlandese, diventare sempre più dipendenti da quella vita di corruzione e decadenza a Westminster. Vidi come, alla fine, cominciassero a dubitare se non fosse meglio rimanere a Londra, godendo anche solo in parte di quelle pratiche che ormai erano diventate per loro una seconda natura: le misere pomposità della Camera dei Comuni. Avrebbero dovuto invece alimentare la fiamma del loro paese. Eppure erano uomini onesti; nel profondo, erano irlandesi fino in fondo al cuore. Ma pensavano che l’Inghilterra potesse essere convinta soltanto attraverso il meccanismo parlamentare, un sistema ormai logoro e inefficace. Questo fu il loro errore fondamentale. Chiunque desideri davvero cambiare le cose, perché mai dovrebbe sprecare il proprio tempo in Parlamento?

Se un uomo può vantarsi di una piccola esperienza personale, io stesso ho detto loro cosa sarebbe successo. Ma non mi hanno creduto. Pensavano che fossi fanatico in questo – e lo sono stato fino alla fine. Hanno affidato la loro fiducia a quella melma dei Lobbies. E quella melma li ha inghiottiti.

Vidi la fine, o meglio, l’inizio della fine: infatti la vera fine dei conflitti irlandesi è ancora nascosta, e per noi, qui in Inghilterra, potrebbe rivelarsi davvero terribile. Vidi quei politici professionisti che, indossando le stupide etichette di “liberali” e “unionisti”, si muovevano sul bordo del precipizio della guerra nel 1914, cercando in tutti i modi di evitare il problema irlandese. E vidi la loro enorme sollievo quando ebbero l’opportunità di ignorare completamente quella minaccia. Vissi per vedere anche quella vergognosa resa: quegli “burattini parlamentari” (i Lord Cancellieri e gli altri) gridavano che “non si sarebbero fermati finché non avessero strappato l’ultimo braccio dalle mani dell’ultimo ribelle”; ma il venerdì seguente, su ordine dei loro padroni finanziari, si arresero per sempre all’Irlanda. Un’Irlanda che avrebbe potuto essere la difesa di Inghilterra. È finita.


Proseguimmo quindi lentamente la nostra navigazione, oltre la fine del Ponte di San Patrizio, oltre quella triste campana che pende lì, nel mezzo del mare; imprigionata nella sua gabbia, continua a espiare i peccati troppo leggeri commessi nella sua giovinezza. Quel suono lamentevole, quell’appello insoddisfatto, ci seguì attraverso le profondità marine. Continuammo così ad avanzare, diretti verso le coste atlantiche del sud e verso i confini del Galles, dove questi si affacciano sui mari di Cornovaglia, Devon e anche sull’Irlanda, con l’immenso oceano che si estende tra loro.


Per quanto alte siano le montagne su questa riva, grazie a un effetto dell’aria, presto sparirono dalla vista.

È qualcosa che non ho mai capito. Terreni elevati che dovrebbero essere chiaramente visibili, persino quelli che sporgono sul mare, scompaiono in questo modo, come per magia, in una giornata serena. Quando il tempo è nuvoloso, ci si aspetta una cosa del genere; ma la cosa curiosa è che si può vedere aria limpida ovunque e un orizzonte nitido: solo mare e cielo. Eppure si sa perfettamente che quel cielo apparentemente vuoto è in realtà pieno di grandi colline, proprio lì vicino. Non so se questo fenomeno si verifichi anche nelle zone più chiare del mondo; non l’ho mai visto al largo della Nord Africa o della California. Ma sulle coste di queste isole accade continuamente. Ed è uno dei tanti aspetti che, credo, hanno reso gli abitanti di queste terre familiari con il mistero e aperti alle cose invisibili. Perché coloro che vivono su queste isole, britannici o irlandesi che siano, sono sempre stati noti per il loro senso del mistero; e tra loro nessuno ne percepisce l’effetto in modo più intenso di chi naviga sul mare.

Era una cosa straordinaria sedersi lì, a fine pomeriggio, poco oltre la fine del Ponte di San Patrizio, con la luce di Strumbles che si profilava all’orizzonte; una brezza leggera soffiava da nord-ovest, fornendo alla barca la spinta necessaria per mantenere la rotta. Guardando a sinistra, verso est, non si vedeva altro che un orizzonte di cielo vuoto. Eppure si sapeva bene che il cielo non era vuoto: le enormi cime di Cader Idris e Plinlimmon vegliavano su quel mare. Era come vivere in un mondo in cui gli saggi riconoscono apertamente l’esistenza di forze immense, nascoste nell’apparente vuoto, invisibili ai sensi umani.

Mentre così guardavo oltre la ringhiera, riflettendo sulla stranezza di quelle cose, mi ricordai di come, molti anni prima, in questa stessa barca e tenendo questo stesso timone, avessi pensato, dopo un viaggio troppo rapido attraverso la Manica dalla Francia, con troppa vela spiegata e troppo vento, a quanto fossi vicino all’Inghilterra. Non si riusciva affatto a vedere la costa; il vento era caduto improvvisamente, era diventato completamente calmo, e la barca procedeva lentamente sull’onda lasciata dalla brezza. Non avevo idea, nemmeno entro dieci miglia, di dove mi trovassi. È una confessione ridicola da fare, ma vera. Era il culmine delle maree primaverili; conoscevo appena la loro direzione a metà della Manica. Mentre riflettevo in questo modo, mi sembrò di notare una differenza tra il cielo più basso e quello più alto: il grigio del cielo inferiore appariva leggermente più scuro rispetto a quello superiore. In un attimo quella linea d’orizzonte divenne chiara. E mi resi conto di essere proprio di fronte alla zona montuosa a est di Folkestone, quella che si estende verso l’interno del paese, verso l’antico porto romano di Lympne. Non ero distante dalla riva più di tre miglia.

E poiché nel mare esiste un nascondimento della realtà, analogo a quel nascondimento che avviene nella nostra esperienza quotidiana umana, così anche nel mare si verificano occasionalmente momenti di “visione”, simili a quelli che possiamo sperimentare nella vita umana; tuttavia, tali momenti di visione sono molto più rari del nascondimento stesso della realtà.

Once out near the Looe with an ugly thunderstorm glowering and lumbering down from the north, full of zigzags of lightning, I, in this same boat, was shortening sail rapidly to meet the gust when it should come. Even as I did so, I saw a fierce red light beating upon the Seven Sisters and Beachy Head, more than forty miles away. You could see every detail of those chalk cliffs. You could have touched them with your hand; yet the sea in between was vague: and that was a vision of the unseen. I say that the sea is in all things the teacher of men.


With the afternoon the wind freshened, and, as it freshened, went right round by north to a little east of north, whence it blew steadily enough, and gave us about four knots at the fall of darkness.

My companion had never held a tiller, but he was very expert at all sports, and I thought to myself, ‘I will see whether so simple a thing as steering a boat cannot he easily accomplished by a man at the first trial. Then shall I be able to get what I badly need, which is a little sleep.’ So I lighted the binnacle lamp, I explained to him the function of the lubber’s mark, and gave him the point on the card which he was to keep on the lubber’s mark. I said to him: ‘If it comes on to blow a little harder and the card swings, and the boat tends to yaw a little, don’t mind that, but keep the lubber’s mark on the average at the point I have given and that will be enough.’ He said that he understood all these things, and for the first time in his life set himself to steer a ship. But I, for my part, went down to sleep, confident that if it should come on to blow at all hard it would awaken me there and then, so no great harm could come. I slept for many hours, when suddenly I was awakened by my companion giving a loud cry of astonishment. I tumbled up on deck quickly, and I found him pointing at a light which shone brilliantly upon the horizon, dead on our bow. He said to me: ‘Look, look, there is a light dead ahead!’ I said to him:

‘Of course!’ and that it was the light of Strumble Head, outside Fishguard; and I asked him what he would have expected. I had given him his course, and, naturally, he had lifted the light in good time. But he, for his part, could not get over it; he thought it a sort of miracle. He kept on repeating his amazement that so clumsy a thing as a tiller and a rudder, and so coarse an instrument as an old battered binnacle compass, should thread the eye of a needle like that; it was out of all his experience. It is true that he had not been disturbed by any current or strong tide, but even had he been so, he was bound on a clear night to make that light not much off either bow.

That things should turn out so gave him quite a new conception of the sea and the sailing of it, and he talked henceforward as though it were his home.

This corroboration by experience of a truth emphatically told, but at first not believed, has a powerful effect upon the mind.

I suppose that of all the instruments of conviction it is the most powerful. It is an example of the fundamental doctrine that truth confirms truth. If you say to a man a thing which he thinks nonsensical, impossible, a mere jingle of words, although you yourself know it very well by experience to be true; when later he finds this thing by his own experience to be actual and living, then is truth confirmed in his mind: it stands out much more strongly than it would had he never doubted. On this account, it is always worth while, I think, to hammer at truths which one knows to be important, even those which seem, to others, at their first statement mere nonsense. For though you may die under the imputation of being a man without a sense of proportion, or even a madman, yet reality will in time confirm your effort. And even though that confirmation of your effort, the triumph of the truth, should never be associated with your own name, yet is it worth making, for the sake of the truth, to which I am sure we owe a sort of allegiance: not because it is the truth - one can have no allegiance to an abstraction - but because whenever we insist upon a truth we are witnessing to Almighty God.

A man who knows that the earth is round but lives among men who believe it to be flat ought to hammer in his doctrine of the earth’s roundness up to the point of arrest, imprisonment, or even death. Reality will confirm him, and he is not so much testifying to the world as it is - which is worth nothing - as to Him who made the world, and Who is worth more than all things. And, as it seems to me, a man ought to do this even about truths not so very important, but he should observe some proportion between them and truths of vital importance. For instance, it is a truth of no very apparent immediate importance today that any great poem of the past must have been written by a poet, and that those who think a great poem can be written by a committee or pieced together out of traditional ballads, think nonsense. It is also a truth that Great Britain is no longer secured by sea power. It is also a truth that the interests of this country were till lately identical with the interests of international banking and finance - and are so no longer.

All these three truths are true, but the first truth touches no vital matter, while the last two truths are of immediate importance; and a man aware of them should hammer away at them, and not neglect them in order to pursue too constantly that other much less important truth about old poems.

It is not often that one comes across men in a modern lifetime intent upon the proclamation of unaccepted, or of ill-accepted, or unknown truths; for such men must suffer. And few will suffer today save for some reward. Very few modern men value any reward that is not immediate and material. Huxley, who sacrificed himself entirely, both to false things which he believed to be true and to real things that were true, I never knew. But I knew Déroulède well, and Déroulède hammered away all his life at the expense of ceaseless insult and contempt, paying for the preservation of his honour the heavy price of an unbroken isolation, and dying without seeing any apparent fruit of his effort. It was his mission to proclaim to his French compatriots the elementary truth that, until they had secured the defeat of Prussia in a war, they themselves were doomed to increasing decay, and Europe to increasing ills. I visited his grave just after the Battle of the Marne. It is in a little, somewhat neglected churchyard, some three miles from the house he had inherited: a place windswept and overlooking from beyond its walls a great horizon to the north. The season being late summer, and the War having left the little place untended, the grass was rank and high around the mound and the slab which marked the place where he lay. There, leaning against the wall, someone had put casually, as though by chance, in high dedication to his memory, the first of the frontier posts which the army had pulled up from the summits of the Vosges during the first ill-fated charge into Alsace.

Una volta, vicino al Looe, mentre una terribile tempesta con tuoni e fulmini si avvicinava da nord, anch’io, su quella stessa barca, riducevo rapidamente le vele per affrontare la raffica imminente. Mentre lo facevo, vidi un’intensa luce rossa illuminare le Seven Sisters e Beachy Head, a più di quaranta miglia di distanza: si potevano vedere ogni dettaglio di quelle scogliere bianche come il gesso; sembrava possibile toccarle con la mano. Eppure il mare che le separava era sfocato. Ed è proprio questa l’immagine di ciò che non si vede. Dico che il mare, in tutte le cose, sia l’insegnante degli uomini.


Con il passare del pomeriggio, il >vento divenne più fresco; man mano che si rafforzava, prese una direzione approssimativamente a nord-est e iniziò a soffiare con regolarità, raggiungendo una velocità di circa quattro nodi al calar della notte.

Il mio compagno non aveva mai tenuto in mano il timone, ma era molto abile in tutti gli sport; così pensai tra me e me: “Vedrò se una cosa semplice come guidare una barca non possa essere facilmente imparata da qualcuno al primo tentativo. Allora potrò finalmente riposarmi un po’, di cui ho davvero bisogno”. Accesi quindi la lampada del boccaporto, gli spiegai il funzionamento della linea di riferimento e gli indicai esattamente dove dovesse tenere la carta nautica. Gli dissi: “Se inizia a soffiare più forte e la carta si sposta, o se la barca tende a deviare un po’, non preoccuparti. Basta che mantenga la linea di riferimento esattamente nel punto che ti ho indicato”. Lui disse di aver capito tutto, e per la prima volta nella sua vita provò ad orientare una nave. Io invece andai a dormire, convinto che, anche se il vento dovesse diventare molto forte, mi avrebbe svegliato immediatamente. Così non sarebbe potuto succedere nulla di grave. Dormii per molte ore, quando improvvisamente fui svegliato dal mio compagno che gridò, sorpreso: “Guarda! C’è una luce proprio davanti a noi!” Corsi subito in coperta e vidi che indicava una luce intensa che brillava all’orizzonte, esattamente di fronte alla prua della nostra barca. Gli dissi: “Ma, quella è una nave!”

“Certo!” Era proprio la luce di Strumble Head, là fuori, vicino a Fishguard; gli chiesi cosa si aspettasse. Gli avevo indicato la rotta da seguire, e naturalmente aveva acceso la luce in tempo. Ma lui, per parte sua, non riusciva a crederci; lo considerava una sorta di miracolo. Continuava a ripetere quanto fosse sorpreso dal fatto che strumenti così goffi come un timone e una ruota di direzione, e oggetti così rudimentali come una vecchia bussola, potessero funzionare in modo così preciso; era al di fuori di ogni sua esperienza precedente. È vero che non aveva incontrato correnti marine o mareggiate forti, ma anche in quel caso, in una notte serena, avrebbe sicuramente mantenuto quella luce a distanza ravvicinata dalla prua della nave.

Il fatto che le cose fossero andate in quel modo gli diede una nuova concezione del mare e della navigazione; da allora parlava di esso come se fosse la sua casa.

Questa conferma empirica di una verità che è stata enunciata con forza ma inizialmente non creduta ha un effetto potentissimo sull’intelletto.

Penso che, tra tutti gli strumenti di convincimento, questo sia il più potente. È un esempio concreto della dottrina fondamentale secondo cui la verità conferma la verità stessa. Se dici a qualcuno una cosa che lui ritiene assurda, impossibile, semplicemente una sequenza di parole prive di significato, anche se tu stesso sai per esperienza che è vera; quando in seguito quell’uomo scopre con le proprie esperienze che quella cosa è effettivamente reale e valida, allora la verità si afferma nella sua mente in modo molto più chiaro di quanto avrebbe fatto se non avesse mai dubitato. Per questo motivo, penso che valga sempre la pena insistere sulle verità che si sa essere importanti, anche quelle che agli occhi degli altri sembrano semplicemente assurdità al momento della loro enunciazione. Perché, anche se potresti morire accusato di mancare di senso della misura o addirittura di essere pazzo, la realtà, col tempo, confermerà il tuo impegno. E anche se quella conferma, il trionfo della verità, non dovesse mai essere associata al tuo nome, vale comunque la pena farlo, per il bene della verità stessa, a cui sono certo che dobbiamo una sorta di lealtà: non perché sia la verità in sé – di un’astrazione non si può certo essere fedeli – ma perché ogni volta che insistiamo su una verità, stiamo testimoniando davanti al Dio Onnipotente.

Un uomo che sa che la terra è rotonda ma vive tra persone che credono che sia piatta dovrebbe diffondere con tutte le sue forze questa verità, anche a costo di essere arrestato, imprigionato o addirittura ucciso. La realtà lo confermerà, e non si tratterà tanto di testimoniare al mondo – che in sé non ha alcun valore – quanto di testimoniare a Colui che ha creato il mondo, e Che vale più di tutte le cose. E, a mio parere, un uomo dovrebbe fare lo stesso anche per verità meno importanti, ma mantenendo comunque una certa proporzione tra queste e quelle di vitale importanza. Ad esempio, è vero che qualsiasi grande poesia del passato deve essere stata scritta da un poeta; coloro che pensano che una grande poesia possa essere creata da un comitato o assemblata da ballate tradizionali stanno semplicemente dicendo sciocchezze. È anche vero che la Gran Bretagna non è più protetta dalla sua potenza marittima; inoltre, fino a poco tempo fa gli interessi di questo paese coincidevano con quelli del sistema bancario e finanziario internazionale, ma ora non più.

Tutte e tre queste verità sono reali, ma la prima non riguarda questioni di vitale importanza, mentre le ultime due lo sono senz’altro; un uomo che ne sia consapevole dovrebbe lavorare instancabilmente su di esse, senza trascurarle per dedicarsi troppo costantemente a quella altra verità, molto meno importante, riguardante gli antichi poemi.

Non è frequente incontrare, nel corso di una vita moderna, uomini decisi a proclamare verità inaccettate, mal accettate o sconosciute; tali uomini devono infatti soffrire. E pochi sono disposti a soffrire oggi, se non in cambio di qualche ricompensa. Molti uomini moderni non apprezzano alcuna ricompensa che non sia immediata e materiale. Non conoscevo bene Huxley, che si sacrificò completamente sia per cose false che riteneva vere, sia per cose realmente vere; ma conoscevo bene Déroulède. Déroulède visse tutta la sua vita lottando contro insulti e disprezi incessanti, pagando il prezzo di un isolamento totale per preservare la propria onore, e morì senza vedere alcun risultato concreto dei suoi sforzi. La sua missione era quella di annunciare ai suoi connazionali francesi che, finché non avessero sconfitto la Prussia in guerra, sarebbero stati destinati a un declino sempre più rapido, e l’Europa a mali sempre più gravi. Visitai la sua tomba subito dopo la battaglia della Marna. Si trovava in un piccolo cimitero un po’ trascurato, a circa tre miglia dalla casa che aveva ereditato: un luogo esposto ai venti, con un vasto orizzonte a nord al di là delle sue mura. Essendo fine estate e la guerra aver lasciato quel posto abbandonato, l’erba intorno alla tomba era alta e rigogliosa. Lì, appoggiata al muro, qualcuno aveva posizionato casualmente, come se fosse stato un gesto spontaneo di devozione verso la sua memoria, il primo dei pali di confine che l’esercito aveva rimosso dalle cime dei Vosgi durante quella sfortunata offensiva in Alsazia.

I knew also one other man (who, for the honour I bear him and because he is still alive, I shall not name), an Englishman; at the outbreak of war in South Africa he said to all who would hear him, and printed in a journal to which he had admission, the simple truth that this adventure would be the beginning of a decline in the financial credit of England. To discover whether he was right or wrong, look at any curve of that credit and mark the dates. He said to all who would hear him that from this adventure onwards we should find ourselves increasingly embarrassed, with increasing taxation, with an increasing uncertainty in our foreign policy and in our hold upon the markets we desired to control abroad. His action was not that of the prophet, but of the reasoner. His unpopularity was extreme. He was the only public man who talked conscientiously and rationally in this affair of the Boer War, and who did not confuse his conclusions with that disgusting antipathy to their own country which marked the most of those who protested against the War. As for the enemy, the South African Dutch, he knew them and heartily despised them. The Outlanders he also knew, and thought them the scum of the earth. But he acted on no mood of like or dislike. He was concerned with the future of England and he reasoned. He talked a sort of mathematical sense, and all his words were true; but he shall know no reward. Only, this remains true also: that all who heard him or read his writing have secretly returned to those words in their own minds, and have said: ‘He was right and we were wrong.’

There is another form of impressing the truth, and testifying to it, and doing good by it, which is the dogmatic assertion of truth by the old and the experienced and the revered, to the young. It is out of fashion; it is invaluable. I can myself testify to two such experiences which stand out supreme among many hundreds in my own early life. I am afraid they may seem trivial to my readers; I can only say that for myself they were as strong experiences as any great joy or pain could be. One was a sentence which Cardinal Manning said to me when I was but twenty years old. The other was one which the Master of my College, Dr Jowett, of Balliol, said to me when I was twenty-two years old.

The profound thing which Cardinal Manning said to me was this: all human conflict is ultimately theological.

It was my custom during my first days in London, as a very young man, before I went to Oxford, to call upon the Cardinal as regularly as he would receive me; and during those brief interviews I heard from him many things which I have had later occasion to test by the experience of human life. I was, it may be said, too young to judge things so deep as sanctity and wisdom; but, on the other hand, youth has vision, especially upon elemental things; and Manning did seem to me (and still seems to me) much the greatest Englishman of his time. He was certainly the greatest of all that band, small but immensely significant, who, in the Victorian period, so rose above their fellows, pre-eminent in will and in intelligence, as not only to perceive, but even to accept the Faith. Not only did his powerful mind discover, but his powerful will also insisted upon all the difficult consequences of such an acceptation. He never admitted the possibility of compromise between Catholic and non-Catholic society. He perceived the necessary conflict, and gloried in it.

This saying of his (which I carried away with me somewhat bewildered) that all human conflict was ultimately theological: that is, that all wars and revolutions, and all decisive struggles between parties of men arise from a difference in moral and transcendental doctrine, was utterly novel to me. To a young man the saying was without meaning: I would almost have said nonsensical, save that I could not attach the idea of folly to Manning. But as I grew older it became a searchlight: with the observation of the world, and with continuous reading of history, it came to possess for me a universal meaning so profound that it reached to the very roots of political action; so extended that it covered the whole.

It is, indeed, a truth which explains and co-ordinates all one reads of human action in the past, and all one sees of it in the present. Men talk of universal peace: it is only obtainable by one common religion. Men say that all tragedy is the conflict of equal rights. They he. All tragedy is the conflict of a true right and a false right, or of a greater right and a lesser right, or, at the worst, of two false rights. Still more do men pretend in this time of ours, wherein the habitual use of the human intelligence has sunk to its lowest, that doctrine is but a private, individual affair, creating a mere opinion. Upon the contrary, it is doctrine that drives the State; and every State is stronger in the degree in which the doctrine of its citizens is united. Nor have I met any man in my life, arguing for what should be among men, but took for granted as he argued that the doctrine he consciously or unconsciously accepted was or should be a similar foundation for all mankind. Hence battle.

The truth Dr Jowett gave me came thus. He asked me the political question which was always uppermost in his mind, and which he believed all young men should consider. It was, ‘Under what form of government is the state of man at its best?’ I answered as all young men should answer, ‘A Republic,’ to which he answered gently in his turn, ‘You cannot have a Republic without Republicans.’ Now that, for terseness and truth and a certain quality of revelation, was worthy’ of Aristotle. It is the full answer, historical and moral, to every honest man who desires, as most honest men do, democracy, and who wonders why it is so hard to attain. But I had never considered that answer; and I think if I had not heard these half-dozen words I might never have considered it.

Democracy, that is, the government of the community by the community: a State wherein a man stands equal with his fellows, and has to suffer neither subservience nor the corruption of flattery and power: a State in which office alone commands, and not the being clothed with office - that is the ideal at the back of every man’s mind who cares for right in public affairs, and who has within himself anything left of private honour. It is simplest put by saying that democracy is the noblest form of government. But the moment you begin to deal with men, you find in varying degree, according to the human material handled, a difficulty in the direction of such an affair. You have experience of the wickedness and folly of men, and if you add to such growing experience the vast experience of history, you find that, save in some few, and those small, communities, the ideal of democracy must break down in practice; and that so far from enjoying the noblest of social conditions, men attempting democracy in great States are soon suffering the basest forms of control by the rich. That is because most men, though intimately desiring a republic, are not republicans: when you have great numbers, those worthy of democracy are few. In the same way most men, though individually desiring peace within, have not the control of themselves which makes such peace possible.

Conoscevo anche un altro uomo (di cui, per l’onore che gli porto e perché è ancora vivo, non dirò il nome), un inglese; all’inizio della guerra in Sudafrica disse a chiunque fosse disposto ad ascoltarlo, e lo pubblicò su un giornale al quale aveva accesso, la semplice verità che quell’avventura avrebbe segnato l’inizio di un declino del credito finanziario dell’Inghilterra. Per scoprire se avesse ragione o meno, basta osservare qualsiasi grafico relativo a quel credito e indicare le date corrispondenti. Diceva a tutti che da quel momento in poi ci saremmo trovati sempre più in difficoltà, con tasse sempre più elevate, con un’incertezza crescente nella nostra politica estera e nel nostro controllo sui mercati che desideravamo dominare all’estero. Il suo comportamento non era quello di un profeta, ma di una persona che ragionava freddamente e logicamente. La sua impopolarità era estrema; era l’unico uomo pubblico che parlasse con coscienza e razionalità su questa questione della guerra boera, e che non confondesse le proprie conclusioni con quell’odio disgustoso verso il proprio paese che caratterizzava la maggior parte di coloro che si opponevano alla guerra. Per quanto riguarda i nemici, gli olandesi del Sudafrica, li conosceva bene e li disprezzava profondamente; anche gli “stranieri” li considerava la feccia della terra. Ma non agiva guidato da sentimenti personali di simpatia o antipatia; si preoccupava soltanto del futuro dell’Inghilterra e ragionava freddamente. Le sue parole erano sempre vere, ma non riceverà alcuna ricompensa. Tuttavia rimane vero questo: chiunque lo abbia ascoltato o letto i suoi scritti ha segretamente ripensato a quelle parole nel proprio cuore, e si è detto: “Aveva ragione, noi avevamo torto”.

Esiste un’altra forma di far risuonare la verità, di testimoniarla e di agire in suo nome: quella rappresentata dalle affermazioni dogmatiche della verità da parte degli anziani, degli esperti e dei rispettati verso i giovani. Questo approccio è ormai fuori moda, ma estremamente prezioso. Posso personalmente raccontare di due esperienze del genere che, tra centinaia altre della mia giovinezza, si distinguono per la loro profondità. Temo possano sembrare banali ai miei lettori; posso soltanto dire che, per me, furono esperienze altrettanto intense di qualsiasi grande gioia o dolore. La prima fu una frase pronunciata dal Cardinale Manning quando avevo solo vent’anni; la seconda fu quella detta dal rettore del mio college, il dottor Jowett di Balliol, quando ne avevo ventidue.

La cosa profonda che il Cardinale Manning mi ha detto è stata questa: ogni conflitto umano, in fondo, ha un carattere teologico.

Nei miei primi giorni a Londra, quando ero ancora molto giovane e prima di andare a Oxford, avevo l’abitudine di visitare regolarmente il Cardinale ogni volta che lui era disposto ad accogliermi; durante quegli brevi incontri ascoltai da lui molte cose che in seguito ho avuto l’occasione di verificare attraverso l’esperienza della vita umana. Si potrebbe dire che fossi troppo giovane per giudicare questioni così profonde come la santità e la saggezza; ma d’altra parte, la gioventù possiede una visione particolare, soprattutto riguardo alle cose essenziali della vita; e Manning mi sembrava davvero (e ancora oggi mi sembra) il più grande inglese del suo tempo. Senza dubbio era il più grande di quel gruppo, piccolo ma estremamente significativo, che nel periodo vittoriano si distinse così nettamente dai suoi contemporanei per volontà e intelligenza, al punto da riuscire non solo a comprendere, ma anche ad accettare la Fede. La sua mente potente non solo scoprì le verità della fede, ma anche la sua volontà forte insistette affinché venissero attuate tutte le conseguenze di tale accettazione. Non ammise mai la possibilità di compromessi tra la società cattolica e quella non cattolica; percepiva chiaramente il conflitto inevitabile che ne derivava, e ne andava fiero.

Questo suo detto (che portai con me un po’ confuso) secondo cui ogni conflitto umano è in fondo di natura teologica – cioè che tutte le guerre, le rivoluzioni e tutte le lotte decisive tra gruppi di persone derivano da differenze nelle dottrine morali e trascendentali – mi sembrava del tutto nuovo. Per un giovane, quel detto non aveva alcun senso; avrei quasi potuto definirlo assurdo, se solo non avessi ritenuto Manning incapace di pronunciare cose stupide. Ma con l’avanzare dell’età, quel detto divenne per me una luce guida: attraverso l’osservazione del mondo e la lettura continua della storia, assunse un significato universale così profondo da raggiungere le stesse radici dell’azione politica; un significato così ampio da coprire ogni aspetto della realtà.

È davvero una verità che spiega e coordina tutto ciò che si legge sull’azione umana nel passato, e tutto ciò che se ne osserva nel presente. Gli uomini parlano di pace universale: essa può essere ottenuta soltanto attraverso una religione comune. Dicono che ogni tragedia sia il risultato del conflitto tra diritti uguali; in realtà, ogni tragedia è il frutto del conflitto tra un vero diritto e uno falso, o tra un diritto più grande e uno più piccolo, o, nel peggiore dei casi, tra due diritti falsi. Ancora di più, in questi tempi in cui l’uso abituale dell’intelligenza umana è sceso al suo livello più basso, le persone fingono che tale dottrina sia soltanto una questione privata, individuale, capace di generare solo un’opinione. Al contrario, è proprio questa dottrina a guidare lo Stato; e ogni Stato diventa più forte nella misura in cui la dottrina dei suoi cittadini è unita. Non ho mai incontrato nessuno che, discutendo su ciò che dovrebbe esistere tra gli uomini, non presumesse già come ovvio che la dottrina che sosteneva, consapevolmente o inconsciamente, fosse o dovesse essere una base comune per tutta l’umanità. Ed è proprio da questo che derivano le battaglie.

La verità che il dottor Jowett mi rivelò fu la seguente: mi pose quella domanda politica che era sempre al centro dei suoi pensieri e che riteneva tutti i giovani dovessero considerare. Era: “In quale forma di governo lo stato umano raggiunge il suo massimo livello?” Risposi, come avrebbero dovuto fare tutti i giovani: “Una Repubblica.” A cui lui rispose gentilmente: “Non si può avere una Repubblica senza Repubblicani.” Questa risposta, per la sua concisione, veridicità e capacità di rivelare verità essenziali, era davvero degna di Aristotele. È la risposta completa, sia storica che morale, a ogni uomo onesto che desideri, come fanno la maggior parte degli uomini onesti, la democrazia e si chieda perché sia così difficile ottenerla. Ma io non avevo mai considerato questa risposta prima d’allora; credo che se non avessi sentito quelle sei parole, probabilmente non ci avrei mai pensato.

La democrazia, cioè il governo della comunità da parte della stessa comunità: uno Stato in cui un uomo è uguale ai suoi simili e non deve subire né sottomissione né la corruzione derivante dalla lusinga e dal potere; uno Stato in cui solo le cariche pubbliche hanno autorità, e non coloro che le ricoprono. Questo è l’ideale che si nasconde nella mente di ogni persona che si preoccupi della giustizia negli affari pubblici e che abbia ancora un briciolo di onore personale. In parole semplici, la democrazia è la forma più nobile di governo. Ma non appena si inizia a confrontarsi con gli esseri umani, si scopre, in misura variabile a seconda delle caratteristiche della gente coinvolta, che realizzare tale ideale presenta notevoli difficoltà. Conosciamo bene la malvagità e l’stupidità degli uomini; se aggiungiamo anche l’enorme esperienza accumulata dalla storia, ci rendiamo conto che, ad eccezione di poche piccole comunità, l’ideale della democrazia si scontra inevitabilmente con la realtà. Gli uomini che cercano di instaurare la democrazia in Stati grandi finiscono spesso per subire le forme più basse di controllo da parte dei ricchi. Il motivo è che la maggior parte delle persone, pur desiderando ardentemente una repubblica, in realtà non è democratica: quando si tratta di grandi numeri di individui, quelli veramente degni della democrazia sono pochi. Allo stesso modo, la maggior parte delle persone, anche se desidera la pace interiore, non possiede il controllo su sé stessa necessario per realizzarla.

So much for the Master’s excellent platitude.

It is strange that things worth saying and hearing, guiding things, should always have that quality of turning into platitudes, once they are familiar; for they were sudden revelations when first they came. To me now the impracticability of democracy among men indifferent to honour and justice is so clear that I never pause to consider it, well knowing that you cannot have the thing in any modern plutocratic State; that even in small States it needs a peculiarly admirable and rare temper in the human material of them. But this conviction came slowly, and all started from those few words.

And what has all this to do with the sailing of the sea? Nothing, save that it is during the sailing of the lonely sea that men most consider the nature of things.

The day broke long before we were anywhere near Fishguard breakwater. We must have done, I suppose, ten or twelve miles by the time it was broad light. Strumble Head kept on flashing, white and inept, under the daylight, and then went out. When it ceased there was no sign of land where it had been. Also the wind had fallen sluggish and we were not making three knots. But such as it was, it was steady; and by mid-morning we saw all the coast quite plain, and, shortly after, the low black line of the breakwater which they have built out here to make their great artificial harbour of Fishguard.

With the wind still falling we drifted rather than ran for the point of it and crawled in out of the wide sea. Even in that last hour, as we came in, we began to note a long heave gradually sweeping up out of the Atlantic through St George’s Channel, as though it had wind behind it; but since it set north-eastward it did not affect the calm of the broad roads within the breakwater. We very slowly crawled to that inner southern part where boats of our sort could lie without interfering with the steam monsters, and there, after just twenty-four hours of the passage across Cardigan Bay, a run of seventy odd miles, we let go the anchor, and tying up our canvas in a very slovenly fashion we hailed the shore and got a boat to come out, seeing that I had lost my own dinghy during the tempest in Bardsey Sound.

The man who came out to us in the boat hailed us as he approached in the most beautiful English, either because we were now in that so-called ‘Little England beyond Wales’, or else because he was indeed an Englishman, exiled to these parts; or perhaps again he was bilingual and had acquired this perfect English as a classical and foreign tongue. It was a privilege and an honour to be rowed ashore by such a man, for he was free of his conversation and all that he said was interesting, true, and well put. He warned us against the people of the place - why I do not know. He told us that where we lay was good holding ground, and he gave us in that little trip quite a lot of useful information about the difficult passages between the islands and the mainland on the Points of Pembroke which we had to pass on our way southward. He asked us as we landed an astonishingly small payment for his services and then he promised to meet us again at a fixed hour to take us aboard. In all things this man was worthy and a friend, for I could see in his eyes that he suffered exile.

We came back to him after we had provisioned, clambered aboard, and made ready for one of those empty days which pass so quickly on board a boat: hours and hours during which nothing is done, hours which on shore would exasperate every nerve, but which here, on the soft movement of the sea, go past as easily as sleep. For time on the water is quite different from time on land. It is more continuous; it is more part of the breathing of the world; less mechanical and divided. There was not a breath of air, so there was no question of starting again during all those hours. The great rollers outside were now at last beginning to affect the harbour a little, and the Nona, with her too high topmast, swung rather heavily to the slight movement; but of wind not a stir. The falling of the gradual darkness brought on a night brilliant with stars and no moon. There we lay, sleeping and waking, smoking, talking a little, vacuous, ready to put up sail with the first hint of a wind and to get outside. But all that night until morning again, the calm continued.

How vast was that haven in the stillness: a mile of ebony water holding the stars and cut off like a lake from the deep by man. How admirable are the great works of man. But greater is God.

In the profound night and the silence I considered that wide space of shelter and the dyke man had made against the Atlantic Power.

For two hours I so pondered upon our strength and our nothingness, worshipping also the night until the stars had changed. Then I went down below and slept. But even with the dawn there came no breeze.

It was about half-past nine in the morning when there did come a draught from the northwards. There was very little of it; it hardly crisped the oily, lumping water of the great haven, but such as it was, we, weary of all this indolence, determined to take advantage of it and to set sail. So we took up the anchor and very slowly lay close to that breath of wind until we came to the breakwater ahead, and there we found the rollers outside large as though they were in the main ocean: so large that when we sank into their troughs there was no headway on the boat and the light air only caught her insufficiently upon the crests. Even as we thus attempted to make some way - lifted hugely up and down in a solemn sport of the sea, now seeing nothing but water astern and ahead and then, immediately after, the whole coast and its heights, and then down into the trough again - the little wind there was entirely failed us. We drifted aimlessly and in all the futility of such motion, up and down over the great swells, and there even seemed to be a sort of slight drift; it was, perhaps, only the set of the swell taking us against our course back eastward and northward.

Ecco dunque finita l’eccellente banalità del Maestro.

È strano che le cose degne di essere dette e ascoltate, quelle che guidano le persone, assumano sempre la qualità di banalità non appena diventano familiari; infatti, al loro apparire iniziale rappresentavano rivelazioni improvvisi. Ora per me è così evidente l’impraticabilità della democrazia tra persone indifferenti all’onore e alla giustizia che non mi soffermo mai a considerarla, sapendo bene che essa non può esistere in nessuno Stato plutocratico moderno; anzi, anche negli Stati piccoli è necessaria una natura umana particolarmente ammirevole e rara per farla funzionare. Ma questa convinzione è maturata lentamente. Tutto è iniziato da quelle poche parole.

E cosa c’entra tutto questo con la navigazione in mare? Niente, se non che è proprio durante la navigazione in quel mare solitario che gli uomini riflettono maggiormente sulla natura delle cose.

L’alba spuntò molto prima che arrivassimo anche solo vicino al frangiflutti di Fishguard. Immagino che avessimo percorso circa dieci o dodici miglia quando finalmente fece giorno. Strumble Head continuava a lampeggiare, bianco e inutile, sotto la luce del sole, poi scomparve. Quando cessò di lampeggiare, non c’era traccia della terra dove si trovava prima. Inoltre, il vento si era indebolito e non raggiungevamo nemmeno i tre nodi orari. Ma, comunque fosse, la velocità era costante; verso metà mattina riuscimmo a vedere tutta la costa chiaramente, e poco dopo apparve anche la bassa linea nera del frangiflutti che hanno costruito qui per creare il loro grande porto artificiale di Fishguard.

Con il vento che continuava a soffiare, ci muovemmo più che correre verso quel punto e finalmente riuscimmo ad uscire dal vasto mare. Anche nell’ultima ora, mentre entravamo nel porto, notammo un movimento ondulatorio che si estendeva gradualmente dall’Atlantico attraverso lo St George’s Channel, come se fosse spinto da un forte vento; tuttavia, poiché si dirigeva verso nord-est, non influenzava affatto la calma delle acque all’interno del frangiflutti. Ci muovemmo molto lentamente verso quella parte interna e meridionale dove le nostre barche potevano attraccare senza interferire con quelle a vapore; dopo soltanto ventiquattro ore di viaggio attraverso la baia di Cardigan, per una distanza di circa settanta miglia, gettammo l’ancora e, legando in modo molto approssimativo le nostre vele, chiamammo una barca che venisse a prenderci, poiché avevo perso la mia durante la tempesta nello stretto di Bardsey.

L’uomo che ci venne incontro in barca ci salutò con il più bell’inglese possibile, sia perché ci trovavamo ormai in quella cosiddetta “Piccola Inghilterra al di là del Galles”, sia perché era davvero un inglese esiliato in queste zone; oppure forse era bilingue e aveva acquisito quell’inglese perfetto come lingua classica e straniera. Fu un privilegio e un onore essere portati a riva da un tale uomo, poiché il suo modo di parlare era piacevole, interessante e veritiero. Ci avvertì riguardo alle persone del posto, non so esattamente il motivo. Ci disse che il luogo in cui ci trovavamo era un ottimo punto di sosta, e durante quel breve viaggio ci fornì molte informazioni utili sui passaggi difficili tra le isole e la terraferma, nei pressi dei punti di Pembroke che avremmo dovuto attraversare dirigendoci a sud. Alla fine, per il suo aiuto chiese una somma sorprendentemente piccola; poi ci promise di incontrarci di nuovo in un orario prestabilito per riportarci a bordo. In ogni modo, quell’uomo era davvero degno di stima e un vero amico, nei suoi occhi si leggeva chiaramente che soffriva per l’esilio.

Tornammo da lui dopo averci riforniti, essere saliti a bordo e preparati per uno di quei giorni vuoti che passano così in fretta su una barca: ore e ore durante le quali non si fa nulla, ore che sulla terraferma esaspererebbero ogni nervo, ma qui, con il dolce movimento del mare, trascorrono altrettanto facilmente come il sonno. Perché il tempo sull’acqua è completamente diverso da quello sulla terra: più continuo, parte integrante del respiro stesso del mondo, meno meccanico e diviso in momenti distinti. Non c’era nemmeno un alito di vento, quindi non si poteva pensare di ripartire in quelle ore. I grandi cavalloni d’acqua all’esterno cominciavano finalmente ad influenzare il porto; la Nona, con il suo albero maestro troppo alto, oscillava pesantemente al minimo movimento del mare; ma non c’era traccia di vento. L’avanzare della notte portò con sé una serata splendente di stelle, senza luna. Lì ci trovavamo: dormivamo, ci svegliavamo, fumavamo, parlavamo un po’, in uno stato di distacco, pronti a levare le vele non appena si fosse sentito il minimo soffio di vento e a metterci in mare. Ma per tutta quella notte, fino all’alba, la calma continuò.

Quanto vasto era quel rifugio nella quiete: un miglio di acque nere che racchiudevano le stelle, separato dal profondo mare dall’opera dell’uomo. Quanto ammirevoli sono le grandi opere dell’uomo. Ma Dio è ancora più grande.

Nella profonda notte e nel silenzio, riflettei su quell’ampio spazio di rifugio che l’uomo aveva creato per proteggersi dalle forze atlantiche.

Per due ore riflettei profondamente sulla nostra forza e sul nostro nulla, venerando anche la notte fino a quando le stelle non cambiarono posizione. Poi scesi giù e dormii. Ma nemmeno con l’alba arrivò una brezza.

Era circa mezzanotte e un quarto del mattino quando arrivò una brezza da nord. Era molto debole; a malapena riusciva a increspare l’acqua oleosa e stagnante della grande baia, ma nonostante ciò, noi, stanchi di tutta questa inerzia, decidemmo di approfittarne per salpare. Così levammo l’ancora e lentamente ci avvicinammo a quella brezza fino ad arrivare al frangiflutti davanti a noi; là trovammo le onde così grandi che, quando affondavamo nelle loro valli, la barca non avanzava affatto, e la leggera brezza riusciva a sollevarla solo per un breve tratto sulle creste. Mentre cercavamo in questo modo di procedere – sollevandoci enormemente su e giù nel movimento maestoso del mare, ora vedendo solo acqua intorno a noi, poi, subito dopo, l’intera costa con le sue alture, per poi ritornare nuovamente nelle valli delle onde – quella debole brezza ci abbandonò completamente. Continuammo a galleggiare senza meta, su e giù lungo quelle enormi onde, e sembrava persino che ci fosse una sorta di leggero movimento verso il largo; forse, però, era solo l’effetto delle onde stesse che ci spingevano contro la nostra direzione, verso est e nord.

We took council together and determined that with the very first breath of air we could find we would run back to anchor and wait for a wind worth having. So we did, and a second day passed in Fishguard harbour, as empty as the first, and a second night; and then it was I completed the tune and first verse of a song called the ‘Chaunty of the Nona’. The whole of that time the calm was broken by but few hints of very uncertain airs.

But just as dawn was beginning upon the third day, when it was already so light that the sea looked white against the black land, and before the first touch of colour had made living the edges of the inland hills, a heartening wind from those hills, cool with morning, fresh and heavy, not too strong, a friendly wind, a wind just suited to our course - for it was a point or two north of east - blew down from old Wales upon the sea.

Of this we took an immediate advantage and were out at once, my companion steering for the breakwater head at a good pace, while I made the anchor secure forward and then came back and joined him. We rounded the breakwater, took her well out, and then gybed over with something of a clatter and a shock and ran down for Strumble, under the growing day. The great light was still flashing from its tower, standing on an island off the head, and the name of that island is Michael. Once we were round that headland, the wind was fairly on our port quarter, and it was a merry race with a happy off-shore wind all the way down to St David’s, so that not only the day but also the old land and the much older sea and the old boat, that was launched so long ago, and we ourselves, were for the moment young. So ran we down for St David’s and there, putting her nose due south, I, holding the tiller, headed her for that exceedingly dangerous mill-race of a strait between Ramsey Island and the mainland, called Ramsey Sound.

It was full ebb. The water roared and thundered over the rocks inshore for all the world as though we were not upon the sea at all but upon the lower reaches of a tidal river. Though we were running under the lee of the land we were not too much blanketed, and it was a comfort to feel the strength of the wind on the boat and to know that one had full way in such a pass, for these narrow sounds of the Pembrokeshire coast are perilous to ships and men. Here, in this very passage, lay two sets of rocks to the right and to the left, called by the name of the two perils attendant upon the wealthy young. For the first set of rocks is called ‘The Horses’ and the other ‘The Bitches’. These are rocks over which, I say, the rush of the ebb made a noise like a weir. We were through it in no time, at a pace which, had she touched anything, would have been the end of herself and of all aboard; but there was no danger of that because, as I have said, she had full way upon her and was lively to the helm. Nevertheless was it a relief to come tearing out of this perilous corridor into the wholesome width of St Bride’s Bay beyond.

Now, as I was coming through this ticklish management of Ramsey Sound, I was too much taken up with creening below the boom to make out the water at the rush of the bows and to steer with precision, I was too much taken up with the business of exactitude under the strain, to turn to a tiring which, from the land long ago, had puzzled me. That is the way in which one of the most ancient roads in Britain comes down here to an open beach just above the rush and the roar of Ramsey Sound and stops dead upon the sands. That open beach is to this day called Porth Mawr - ‘The Great Port’. The ancient road here comes along the southern coast of Wales as far as Carmarthen and then branches, one branch coming up Cardigan Bay, which is called, I think, after St Helena, the mother of Constantine, and the other coming straight along by St David’s. They call these old roads ‘Roman roads’, and so I suppose they were, but still many of them were there in some form before this island entered the comity of Europe, before the Roman unity and order were finally imposed so that England became England.

Anyhow, there was a very old road of the first importance, running down that way and near it stands the see of St David. Now the interest is this: it comes down to that beach above the narrow, roaring river of Ramsey Sound. Why on earth does it strike the sea there? It is true that antiquity pulled up boats on to the shore and might use the beach as we today use a harbour - though in our tidal seas a harbour was always better, I should have thought. But even if they thought the beach better than a harbour (which it manifestly could not be for commerce), why should they call it ‘The Great Port’? There it lies on a most impossible bit of coast, leading nowhere and as valueless a landing-place as you could get - granted a beach - anywhere in the island. Did the Ancients throw out great breakwaters and thus form a harbour? That could not be, for surely, had that been done, there would be remains of such mighty work.

I leave it unsolved, as I and all other men must do this and all other problems, with the possible exception of the trisection of the plane angle, which I once all but caught hold of by the tips of my fingers during a long crossing of the Atlantic in a miserable lame steamer, too old for her job, in the year 1897, before the gods had left this broken world.

The Nona came therefore grandly out of Ramsey Sound with a sweep and dignified nod into the calm of St Bride’s Bay, but I knew very well that there was before me another trial, more difficult still, called Jack Sound, between Skomer and the mainland, seven miles to the south.

Lord, what a tangle of dangers are here for the wretched mariner! Rocks and eddies and overfalls and shooting tides; currents and (as you shall shortly hear) horrible great mists, fogs, vapours, malignant humours of the deep, mirages, false ground, where the anchor will not hold, and foul ground, where the anchor holds for ever, spills of wind off the irregular coast and monstrous gales coming out of the main west sea; and, most terrible of all, Wild Goose Race.

Ci consultammo insieme e decidemmo che non appena avessimo trovato anche il minimo soffio d’aria, saremmo tornati ad ancorarci in attesa di un vento davvero adatto per navigare. Così facemmo; trascorse un altro giorno nel porto di Fishguard, altrettanto deserto come il primo, e un’altra notte. Fu allora che completai la melodia e il primo verso di una canzone chiamata “Chaunty of the Nona”. Durante tutto quel tempo, la calma fu interrotta soltanto da pochi segnali di venti molto incerti.

Ma proprio quando l’alba iniziava il terzo giorno, quando ormai era abbastanza chiaro da far sembrare il mare bianco contro la terra nera, e prima ancora che i primi colori rendessero vividi i bordi delle colline interne, una rinfrescante brezza proveniente da quelle colline – fresca, profumata e non troppo forte, una brezza amichevole, proprio adatta alla nostra rotta – soffiò giù dal vecchio Galles sul mare.

Ne approfittammo immediatamente e partimmo subito: il mio compagno guidava la barca verso il frangiflutti a buona velocità, mentre io assicuravo l’ancora in avanti per poi raggiungerlo. Superato il frangiflutti, portammo la barca al largo e quindi cambiammo rotta con un certo rumore e sobbalzo, dirigendoci verso Strumble sotto il cielo che si schiariva sempre di più. La grande luce continuava a lampeggiare dalla sua torre, situata su un’isola poco lontano da quella zona; l’isola si chiama Michael. Una volta superato quel promontorio, il vento soffiava piuttosto forte sul nostro lato di babordo, e fu una bella corsa sotto un vento favorevole fino a St David’s. Così, non solo la giornata, ma anche quella vecchia terra, quel mare ancora più antico, quella vecchia barca lanciata tanto tempo fa, e noi stessi, per un momento, sembrammo di nuovo giovani. Così arrivammo a St David’s; lì, puntando la prua direttamente a sud, io, tenendo il timone, guidai la barca attraverso quel pericolosissimo stretto tra l’isola di Ramsey e la terraferma, chiamato Ramsey Sound.

Era alta marea: l’acqua ruggiva e tuonava contro le rocce sulla riva, dando l’impressione di non essere sul mare, ma nelle zone più basse di un fiume costiero. Anche se ci trovavamo al riparo della terraferma, non eravamo del tutto al sicuro; tuttavia era confortante sentire la forza del vento sulla barca e sapere di avere tutto il corso d’acqua a disposizione in quel tratto pericoloso. Le strette coste del Pembrokeshire sono infatti molto insidiose per navi e uomini. Proprio in quel punto, su entrambi i lati, si trovavano due gruppi di rocce: il primo chiamato “I Cavalli”, l’altro “Le Cagne”. Il flusso della marea creava un rumore assordante sopra di esse. Siamo riusciti a superarle in un attimo; se la barca avesse urtato qualcosa, sarebbe stata la fine per tutti noi. Ma non c’era alcun rischio: la barca procedeva veloce e il timoniere era abile nel guidarla. Comunque sia, è stato un vero sollievo uscire da quel pericoloso corridoio e ritrovarsi nella sicurezza dell’ampia baia di St Bride’s Bay.

Mentre affrontavo questa complessa gestione del traffico nel canale di Ramsey Sound, ero troppo impegnato a controllare attentamente la situazione sotto il pontone per riuscire a distinguere le onde generate dalle imbarcazioni e guidarle con precisione. Ero completamente assorbito dal compito di garantire l’accuratezza delle operazioni, al punto da non avere il tempo di preoccuparmi di quella strada antica che, fin dall’epoca remota, mi aveva sempre incuriosito. È così che uno dei più antichi percorsi della Britannia arriva fino a questa spiaggia aperta, proprio sopra le onde tumultuose del canale di Ramsey Sound, e si ferma completamente sulla sabbia. Ancora oggi, quella spiaggia è chiamata Porth Mawr, ovvero “Il Grande Porto”. L’antico percorso prosegue lungo la costa meridionale del Galles fino a Carmarthen, poi si divide: una diramazione conduce verso la baia di Cardigan, che probabilmente prende il nome da Sant’Elena, madre di Costantino; l’altra prosegue direttamente passando per Saint David’s. Questi antichi sentieri vengono chiamati “strade romane”, e suppongo che lo fossero davvero. Tuttavia, molti di essi esistevano già molto prima che quest’isola entrasse a far parte dell’Europa, molto prima che l’unità e l’ordine romani venissero definitivamente imposti, rendendo l’Inghilterra ciò che è oggi.

Comunque, c’era una strada molto antica di grande importanza che correva in quella direzione; vicino ad essa sorgeva il lago di San Davide. Ora, l’aspetto interessante è questo: questa strada conduceva fino a quella spiaggia situata sopra il fiume stretto e impetuoso di Ramsey Sound. Perché mai finiva proprio lì sul mare? È vero che gli antichi tiravano in secco le loro barche sulla riva e potevano utilizzare quella spiaggia, proprio come oggi usiamo un porto, anche se, nei nostri mari a marea, un porto sarebbe sempre stato la scelta migliore. Ma anche se avessero ritenuto quella spiaggia più adatta di un porto (il che ovviamente non era possibile per scopi commerciali), perché mai l’avrebbero chiamata “Il Grande Porto”? Si trovava infatti in una zona costiera assolutamente inadatta, senza alcun valore come luogo di sbarco, a meno che non si considerasse la spiaggia stessa. Gli antichi avranno forse costruito grandi frangiflutti per creare un porto? Impossibile: se così fosse stato, sicuramente ci sarebbero stati resti di tali imponenti opere.

Lo lascio irrisolto, perché io e tutti gli altri uomini dobbiamo fare lo stesso con tutti gli altri problemi. Forse l’unica eccezione è rappresentata dalla triseczione di un angolo piana; una volta, nel 1897 – prima che gli dèi abbandonassero questo mondo distrutto – riuscii quasi a risolverla, grazie alle estremità delle mie dita, durante un lungo viaggio attraverso l’Atlantico su una misera nave a vapore troppo vecchia per il suo compito.

La Nona uscì quindi maestosamente dallo stretto di Ramsey Sound, con un movimento fluido e dignitoso, entrando nella calma della baia di St Bride’s Bay; tuttavia sapevo molto bene che davanti a me c’era un altro pericolo, ancora più difficile: lo stretto di Jack Sound, situato tra l’isola di Skomer e la terraferma, a sette miglia a sud.

Signore, che insieme di pericoli ci sono qui per il povero marinaio! Rocce, vortici, scogliere, mareggiate impetuose; correnti marine e, come presto udirete, orribili nebbie, fumi, umori maligni delle profondità marine, miraggi, terreni insidiosi dove l’ancora non tiene, e terreni pericolosi dove invece rimane bloccata per sempre; venti violenti provenienti dalle coste irregolari e tempeste mostruose che si scatenano dal mare occidentale. E, soprattutto, la “Corsa delle Oche Selvatiche”.

I will maintain with the Ancients that there are some parts of the sea upon which a God has determined that there shall be peril: that these parts are of their inward nature perilous and that their various particular perils are but portions of one general evil character imposed by The Powers. For you will notice that wherever there is one danger of the seas there are many. If it is an overfall or a race, then in that neighbourhood you will also have reefs, unaccountable thick weather, shifting soundings, bad holding, and all the rest of it. Witness the western approach to the Isle of Portland, or the Bight of St Malo, with the Channel Islands and their innumerable teeth; the entry to the Straits of Messina and other places recorded in histories and in pilot books. Our modems will have it that such things are chance and an accumulation of them a blind accident, but I hold with those greater men, our Fathers. Someone here in these places, some early captain, first sailing offended the Gods of the Sea. Hence all the tangle of the southern corner of Wales, Jack Sound and Ramsey Sound and the Bishop and his clerks and, worst of all, Wild Goose Race.

I write without knowledge of the Wild Goose Race. I have never been through it; neither have you been through death, you who read this. Yet, as we all know that death is a perilous passage and in accordance dread it, so I with the Wild Goose Race, well so named. My book told me that little ships like mine getting into that water were often dismasted and ‘even foundered’. I like that word ‘even’.

It seems that in Wild Goose Race a boat is taken up and pitched to heaven and let drop again, twirled round like a teetotum, thrown over on her side, banged off sideways with great stunning blows upon the cheek-bone and blinded all the time with cataracts of spray, the while the air is filled with a huge mocking laughter. Many races do, I know - Portland Race and Alderney Race and Little St Alban’s Race, of which you shall later hear, and the Race round the Skerries of Anglesey, if you may call that a race, and the Race in Bardsey Sound. But there are many races which, thank heaven, I do not know and which I do not propose to know, such as the Race of Ushant, and the very damnable races of the northern headlands, including that Great Maelstrom of which we hear so much and see so little, and which puts on great airs: but none of these, I am told, is comparable to Wild Goose Race, therefore did I let it alone upon this passage. Do not believe it when you read it in books that a race is made by anything so simple as a tide against a wind or a sudden precipice in the depths of the sea. It is made by the anger of those that rule the sea. And yet of races there is one that has always treated me kindly, and that is the race off the Start. I have been through it I know not how many times and always was the sea there either quite smooth, gentle, purring, and domestic; or an honest running sea, parallel and ordered. But perhaps whatever governs the Start Race had received from me, without my knowing it, some courtesy. I take this opportunity to thank whatever Powers govern that little corner of the watery world for their kindness.

I have often seen pictures of these Powers, horses and men and women with fishes’ tails and scales, and Gods without scales that ride in chariots over the sea. I suppose in that world, or in those circles, the scales are a badge of service, making the link between the immortals and the dumb fishes of the sea; just as our highbrows make a link between the rich masters who rob the modern world and the millions who work. Only there is this difference, that our highbrows have no scales; they have nothing in common with the dumb millions who work. But I will not pursue this metaphor lest I should offend Mr and Mrs Able, who themselves indeed live in western suburbs but, upon the other hand, are perpetually in the houses of the great.

Where then was I? Why, coming into the quiet and amplitude of St Bride’s Bay, but having before me the terrors of Jack Sound. For it is true of the sea here as everywhere, that it is the symbol of life, and of our ceaseless duties, and of death. We must never expect long quiet in the business of our living, nor any long security in any passage of the sea. But I must say that this run across St Bride’s Bay was very genial upon that summer noon, only there came with the early afternoon those ominous patches of an oily look to windward, the falling of the breeze; the sea still running, and yet the canvas not always over well filled: briefly, the renewed menace of a deadly calm. That calm fell upon us suddenly enough, just at the moment when we might, with the last of the ebb, have run through Jack Sound. It came upon us at the mouth of that forbidden passage, and left us idle and foolish, pointing anyhow and seeing, to our despair, the marks upon the distant shore slowly moving backward as (alas!) we drifted north.

Truly, indeed, did the immortal trio - Swift, Arbuthnot, and Pope - exclaim in chorus: ‘What is mortal man but a broomstick!’ Never are we in half a gale of wind but we pray crapulously for calm. Never are we in a calm but we whine peevishly for wind. What, Dog, would you have the weather cut out for you like a suit of clothes? Is all the universe to arrange itself simply to your convenience, as it does for the very rich - so long as they keep off the sea? Will you not be content with sailing unless just that wind plays which is exactly trimmed for your miserable barque, neither too strong nor too light nor too far forward, so that you have to beat, nor so far aft that you fear a gybe, or pooping from a running sea? Will you never repose in the will of your Maker and take things as they come? Why then drift round Skomer like a fool!

Which, indeed, was what the Nona did, for as it fell dead calm, the set of the sea took her in the most amusing unaccountable way on a jolly little voyage of exploration. The sea took charge. The tiller was not worth holding, the helm swung idle, and the canvas hung like the flabby muscles on the face of an Opposition leader towards the end of the third hour of a speech from the Front Bench to which he has had to listen, sorely against his will. It hung loose and inept, like the hands of a poor man, waiting orders in the presence of a rich man, or like the mind of a sceptic when he considers the ultimate nature of good and evil - let alone beauty. The sea took charge and trolled the little boat along, keeping her just so far from the shore, as who should say, ‘See, my child, how remarkable is the Island of Skomer! Come with me, I will show you every cranny of its outer shore.’ So were we taken off round Skomer by the tide in that calm, further and further from Jack Sound.

Rimarrò fedele alle opinioni degli Antichi: ci sono parti del mare su cui un Dio ha stabilito che esista pericolo; tali zone sono per loro natura pericolose, e i vari pericoli specifici che vi si incontrano non sono altro che manifestazioni di un male generale imposto dalle Potenze Superiori. Noterete infatti che dove c’è un solo tipo di pericolo marino, ce ne sono molti altri: se si tratta di scogli nascosti o di condizioni meteorologiche avverse, in quella zona troverete sicuramente anche fondali rocciosi, cambiamenti improvvisi delle condizioni del mare, difficoltà nella navigazione e tutto il resto. Basta pensare all’approdo occidentale dell’Isola di Portland o alla Baia di Saint-Malo, con le Isole del Canale e i loro numerosi pericoli nascosti; oppure all’ingresso dello Stretto di Messina e ad altri luoghi menzionati nelle storie e nei libri di navigazione. Alcuni sosterranno che queste cose siano semplicemente casualità, il risultato di una serie di eventi fortuiti, ma io condivido l’opinione di quegli uomini più saggi, i nostri Antenati. Qualcuno, in passato, navigando in queste zone, ha offeso gli Dei del Mare; da ciò derivano tutti i pericoli presenti nella parte meridionale del Galles, come Jack Sound, Ramsey Sound e, soprattutto, la zona denominata Wild Goose Race.

Scrivo senza conoscere nulla della “Corsa delle Oche Selvatiche”. Non l’ho mai vissuta; né tu, che leggi queste parole, hai mai attraversato la morte. Tuttavia, poiché tutti sappiamo che la morte è un percorso pericoloso e ne abbiamo paura, allo stesso modo io temo quella “Corsa delle Oche Selvatiche”, così chiamata appunto. Il mio libro mi ha raccontato che piccole imbarcazioni come la mia, entrando in quelle acque, spesso perdono le vele, e “persino affondano”. Mi piace questa parola: “persino”.

Sembra che nella “Corsa della Oca Selvatica” una barca venga sollevata verso il cielo e poi lasciata cadere di nuovo, ruotando come un trottolino, capovolgendosi, colpita con forti impatti sui fianchi, e tutto questo mentre l’acqua viene spruzzata ovunque, accecandoci con schizzi d’acqua; nel frattempo, l’aria è piena di una risata beffarda. So che ci sono molte altre corse del genere: la Corsa di Portland, quella di Alderney, quella di Little St Alban’s, ma grazie al cielo non conosco e non ho alcuna intenzione di conoscere altre corse simili, come quelle delle coste settentrionali, compreso quel terribile vortice del quale sentiamo parlare molto ma vediamo poco. Tuttavia, nessuna di queste può essere paragonata alla “Corsa della Oca Selvatica”; per questo ho deciso di non menzionarle in questo testo. Non credete mai, quando leggete nei libri, che una corsa possa essere causata da cose così semplici come la marea contro il vento o un precipizio improvviso nelle profondità del mare: in realtà, sono le forze che governano il mare a determinare il corso di queste corse. Eppure, c’è una corsa che mi ha sempre trattato con gentilezza, quella che si svolge al punto di partenza. L’ho attraversata chissà quante volte, e in ogni occasione il mare era o completamente calmo e dolce, oppure regolare e ordinato. Forse chi governa questa corsa ha ricevuto da me, senza che io ne fossi consapevole, qualche segno di rispetto. Approfitto di quest’occasione per ringraziare tutte le forze che governano quel piccolo angolo del mondo acquatico per la loro gentilezza.

Ho spesso visto immagini di queste creature: cavalli, uomini e donne con code e scaglie da pesce, e dei Dei senza scaglie che viaggiano su carri sopra il mare. Immagino che in quel mondo, o in quei circoli, le scaglie siano un simbolo di appartenenza, un legame tra gli immortali e i semplici pesci del mare; proprio come i nostri intellettuali cercano di stabilire un legame tra i ricchi che derubano il mondo moderno e i milioni di persone che lavorano. L’unica differenza è che questi intellettuali non hanno “scaglie”: non hanno nulla in comune con quelle milioni di persone che lavorano. Ma non voglio approfondire questa metafora, per non offendere il signor e la signora Able. Anche loro vivono nei sobborghi occidentali, ma allo stesso tempo frequentano spesso le case dei potenti.

Dove mi trovavo allora? Beh, ero entrato nella tranquillità e nell’ampiazza della baia di St Bride’s Bay, ma davanti a me si profilavano i pericoli del canale di Jack Sound. Infatti, il mare qui, come ovunque, è simbolo di vita, dei nostri doveri incessanti, e anche di morte. Non possiamo mai aspettarci una lunga tranquillità nella nostra esistenza, né alcuna sicurezza durante i viaggi marittimi. Devo dire però che quella traversata della baia di St Bride’s Bay fu davvero piacevole in quel pomeriggio estivo. Ma poi, verso metà pomeriggio, comparvero quelle macchie minacciose sulla superficie del mare, il vento iniziò a indebolirsi; il mare continuava ad agitarsi, ma la vela non veniva sempre riempita a dovere. In breve: il rischio di una calma mortale si ripresentò. Quella calma ci colpì all’improvviso, proprio nel momento in cui avremmo potuto attraversare il canale di Jack Sound con l’ultima ondata di bassa marea. Ci trovammo bloccati all’ingresso di quel passaggio proibito. E rimanemmo impotenti e disperati, osservando come i segni sulla riva lontana si muovessero lentamente all’indietro, mentre noi, ahimè! continuavamo ad andare verso nord.

Davvero, senza dubbio, il trio immortale – Swift, Arbuthnot e Pope – esclamò all’unisono: “Che cos’è l’uomo mortale se non un manico di scopa?” Mai ci troviamo in mezzo a una tempesta di vento senza pregare disperatamente per la calma; mai siamo in tempo di bonaccia senza lamentarci amaramente del vento. Ma che cosa, cane mio, vorresti che il tempo fosse fatto su misura per te, come un abito confezionato apposta? Dovrebbe forse l’intero universo adattarsi alle tue esigenze, proprio come accade per i ricchissimi, purché si tengano lontani dal mare. Non sarai mai soddisfatto se il vento non soffia esattamente nel modo giusto per la tua misera barca: né troppo forte, né troppo debole, né troppo avanti, così che tu debba remare; né troppo indietro, al punto di temere una virata o di rischiare di essere investito dalle onde. Non potresti mai accontentarti della volontà del tuo Creatore e accettare le cose così come vengono? Allora perché continuare a vagabondare intorno a Skomer come un idiota?

Ed effettivamente fu proprio ciò che fece la Nona: quando calò il silenzio assoluto, le onde del mare la portarono via in un viaggio di esplorazione davvero curioso e inspiegabile. Il mare prese in mano la situazione; non c’era bisogno di tenere il timone, che oscillava senza scopo, mentre le vele pendevano inerti, come i muscoli flaccidi del viso di un leader dell’Opposizione alla fine di un discorso che aveva dovuto ascoltare contro la sua volontà. Il mare guidò dolcemente la piccola barca, tenendola a distanza dalla riva, come se dicesse: “Vedi, mio bambino, quanto è meravigliosa l’Isola di Skomer! Vieni con me, ti mostrerò ogni angolo della sua costa.” Così fummo portati via dalla marea attorno all’isola di Skomer, sempre più lontani da Jack Sound, in quel silenzio tranquillo.

When they had played this farce with us long enough, the Powers halted the sea, as is their fashion every six hours, and we found ourselves close aboard a large ketch which lay at anchor off that Skomer shore. There was one man upon the deck, smoking a pipe and keeping his mind empty, as is the duty of all mortals in such few intervals of leisure as heaven affords us. He bade us not knock into him, and we called out to him (but not very loud, for we were at a familiar cast of but few yards) that if we came too close aboard we would shove off and do him no harm. We asked him who he was and where he was going. He did not tell us who he was, but he told us where he was going, which was to Cork, and what he had on board, which was a cargo of coal.

The lazy sun, half-way down the sky, looked indifferently upon us; the quite smooth sea turned again in its perpetual come and go, and took us slowly back in so many hours, till we found ourselves again by evening where we had started, at the mouth of Jack Sound. What this current or tide movement was which had thus taken us nearly round Skomer and back again, I know not, but it was a journey that cost nothing, and, tedious as it was, we had at least learned another few miles of shore. It seemed, however, all of a set purpose, for the wind now blew again lightly but steadily from the north-east.

The ebb was well on its way, and we could point through Jack Sound, and hope to be in Milford Haven, round St Anne’s Head, before the late darkness of this day in early June.

So did we enter that passage.

Jack Sound in that evening light was a repetition of Ramsey, only more violent, for we were more in the full roar of the ebb. There was the same rush as of a millrace, the same cataracts of falling water over the landward rocks. We came out of it with the setting sun glorious upon our starboard quarter, and ran quickly for the end of Skokholm - another Scandinavian name - sure (in that steady breeze) of rounding St Anne’s Head easily before darkness, and dropping anchor in some cove of Milford Haven.

But nothing is ever certain at sea. We were, perhaps, a mile from the Head when there rolled up with astonishing rapidity from out the main ocean a solid bank of cloud, sweeping the level of the sea. I say cloud rather than fog, because it was so solid and so dark. It caught us like a cloak thrown over a man’s head; and, before we knew where we were, we found ourselves steering hopelessly by the card, not daring to keep too much out, lest we should lose the mouth of the haven; not daring to keep too much in, lest we should strike: and nothing to prevent that but listening anxiously to the great fog-blast, which was now hooting regularly in its panic from the height of the headland.

What followed for nearly two hours was such an adventure as only wretched amateurs would indulge in, and amateurs in a craft which did not draw more than six feet of water. The wind, such as it was, had dropped, of course, with the fog. It gave us only enough way to creep eastward before it; and what we proposed to do was so to feel our way in the fading light through that dense mist until we should hear the slight surge of water upon the rocks of the haven mouth to port, that is, on the north side of the haven entry. I had a large plan aboard, and I knew that there was water close up to the shore, and that it was plain enough going, with nothing hidden beneath the surface. So we gingerly put her head slightly round, when we made out the mournful menace of the fog-horn to have come just aft of the beam; my companion took the helm, and I went forward with the lead, and also to call out to him to put the helm up whenever that might be made necessary by our getting too close. We faintly heard already the slight wash of the gently heaving water, and I saw, some few yards off the bow, little gleams of white through the mist, which were the foam sliding from the rock surfaces, as we slipped by. The Nona’s movement was so very slight that even if she had struck a glancing blow, nothing that was not jagged would have harmed her greatly; but we were preserved and did not touch.

We had this further good fortune, that, just as it grew quite dark, the sound of the slight surge to leeward receded and disappeared so that we knew we had turned the headland and opened the first bay of that long inland arm of the sea. Our chart showed us good depth and good holding ground, and a good berth for the night granted that there should be no other craft about. We heard none such through the fog; no voices, no swinging spars, no movement at all. So when we had got well into the bight, we dropped anchor; trusting to luck that, as she swung to her chain, she would not strike shoal ground nor anything near. Had we still had the dinghy I would have gone out and explored, and made certain and risked my chance of getting back aboard through the mist, but, having no dinghy, we had to take things as they were, and these seemed secure enough, for we were well out of the fairway. The first of the night was interrupted by that perpetual call of the great horn upon the headland, but before midnight the fog lifted, the sound ceased, and a profound silence fell upon the sea and the land. We had also the comfort of seeing that we had plenty of room to swing, with the shore perhaps a quarter of a mile away.

That night as I fell asleep I designed the second and third verses of the ‘Chaunty of the Nona’.

The next morning we found, following the flood up the Haven, a very slight breeze from the west and north, not enough to allow us to beat up against the current; so we passed the time till the beginning of the ebb, or rather till the flood should slacken, sailing slowly up that long fiord, Milford Haven, of which one reads so much in history, but which today, having no industrial hinterland, has half dropped out of men’s memories. Two evils of the past are rooted in its landscape, for it was here that the first Tudor claimant, ‘the foul usurper, Henry Tydder’, landed with his French mercenaries to try for the Crown, which he grasped in two weeks on Bosworth Field. And it was hence that the transports sailed for the Puritan orgy of lust, loot, and massacre in Ireland under Cromwell’s leadership. I wondered as I cruised about, watching the shores and the little town near by, what further fate Milford Haven might hold for England. Things go by threes - especially evils - what will the third curse arising from this inlet be?

Dopo averci fatto recitare questa farsa per abbastanza tempo, le Potenze fermarono il mare, come fanno ogni sei ore, e ci trovammo vicino a una grande barca a vela ancorata al largo della costa di Skomer. C’era un uomo sul ponte che fumava la pipa e lasciava che i suoi pensieri vagassero senza meta, come è dovere di tutti gli esseri umani in quei rari momenti di libertà che il cielo ci concede. Ci disse di non urtarlo, e noi gli gridammo (ma non molto forte, poiché eravamo a pochi metri di distanza) che se ci avvicinassimo troppo lo spingeremmo via senza fargli del male. Gli chiedemmo chi fosse e dove stesse andando. Non ci disse il suo nome, ma ci disse dove stava dirigendosi: a Cork, e cosa trasportava a bordo: carbone.

Il sole pigro, già a metà strada nel cielo, ci osservava con indifferenza; il mare completamente liscio continuava il suo eterno andirivieni, portandoci lentamente indietro, fino a quando, verso sera, non ci ritrovammo di nuovo dove avevamo iniziato, alla foce di Jack Sound. Non so quale corrente o marea ci avesse fatto fare quasi tutto il giro attorno a Skomer per poi riportarci indietro, ma si trattava comunque di un viaggio che non ci era costato nulla. E, per noioso che fosse, almeno avevamo imparato a conoscere qualche altro tratto della costa. Tuttavia, sembrava che tutto questo avvenisse per uno scopo preciso: il vento infatti soffiava di nuovo dolcemente ma costantemente da nord-est.

La marea bassa era già in pieno svolgimento; potevamo vedere chiaramente attraverso lo stretto di Jack Sound e speravamo di raggiungere Milford Haven, oltre Capo St Anne, prima che calasse completamente l’oscurità, all’inizio di giugno.

Quindi abbiamo effettivamente letto quel passaggio.

Il Jack Sound, sotto quella luce serale, sembrava una ripetizione del Ramsey, solo più violenta; eravamo infatti nel pieno fragore della marea montante. C’era lo stesso impeto di un mulino ad acqua corrente, le stesse cascate d’acqua che si riversavano sulle rocce verso terraferma. Uscimmo da quella zona con il sole al tramonto che splendeva gloriosamente sulla nostra parte destra; proseguimmo rapidamente verso la fine di Skokholm – un altro nome scandinavo – certi (con quella brezza costante) di raggiungere facilmente St Anne’s Head prima del buio e gettare l’ancora in qualche baia di Milford Haven.

Ma in mare nulla è mai certo. Eravamo forse a un miglio dalla punta della penisola quando, con sorprendente rapidità, dal cuore dell’oceano si materializzò una massa compatta di nuvole che coprì completamente la superficie del mare. Dico “nuvole” e non “nebbia”, perché erano così dense e scure. Ci avvolsero come un mantello gettato sulla testa di qualcuno; e prima ancora che potessimo capire dove ci trovavamo, ci ritrovammo a navigare alla cieca, senza osare aprire troppo il timone per non perdere l’ingresso della baia, né chiuderlo troppo per non incagliarci. L’unica cosa che potevamo fare era ascoltare con ansia quel terribile ululato del vento tra le nuvole, che ora soffiava con regolarità dalla cima della penisola.

Quello che seguì, per quasi due ore, fu un’avventura del genere di quelle a cui solo poveri dilettanti si sarebbero dedicati, e dilettanti in un’attività che non richiedeva l’utilizzo di imbarcazioni più lunghe di sei piedi. Il >vento, per quanto debole fosse, era naturalmente scomparso insieme alla nebbia; ci lasciava appena lo spazio necessario per avanzare verso est. Quello che avevamo in mente era procedere a tentoni, nella luce sempre più fioca della nebbia, fino a quando non avremmo sentito il lieve rumore dell’acqua che si schiantava contro le rocce all’ingresso del porto, cioè sul lato nord. A bordo avevo una mappa dettagliata; sapevo che c’era acqua vicino alla riva e che il percorso era abbastanza chiaro, senza nulla nascosto sotto la superficie dell’acqua. Così, con estrema cautela, iniziammo ad avanzare, quando all’improvviso sentimmo il suono minaccioso della sirena di nebbia, che proveniva proprio dalla parte posteriore dell’imbarcazione. Il mio compagno prese il timone; io andai avanti per guidarci e gli gridavo di aumentare la velocità ogni volta che rischiavamo di avvicinarci troppo alle rocce. Sentivamo già il lieve rumore delle onde che si infrangevano dolcemente contro le rive. Vidi, a pochi metri dalla prua, dei piccoli bagliori bianchi nella nebbia: erano schiume che si staccavano dalle rocce mentre ci muovevamo. Il movimento dell’imbarcazione era così delicato che, anche se avessimo urtato qualcosa, nulla di grave sarebbe successo. Siamo riusciti a superare il pericolo senza problemi.

Abbiamo avuto anche questa ulteriore fortuna: proprio quando era diventato molto buio, il suono delle leggere onde che si infrangevano contro la riva scomparve del tutto, e così capimmo di aver superato il promontorio ed essere entrati nella prima baia di quel lungo braccio interno del mare. La nostra mappa indicava buone profondità e terreni stabili; inoltre, sembrava che non ci fossero altre imbarcazioni nelle vicinanze. Non sentimmo nulla attraverso la nebbia: nessuna voce, nessun movimento. Così, una volta entrati nella baia, gettammo l’ancora, fidandoci della fortuna che ci avrebbe evitato di toccare fondali rocciosi o qualsiasi altro pericolo. Se avessimo ancora avuto la barca a remi, sarei uscito per esplorare i dintorni, rischiando di non riuscire a tornare a bordo nella nebbia. Ma poiché non l’avevamo, dovemmo accontentarci delle circostanze: eravamo comunque ben al sicuro, lontani dalla rotta principale del traffico marittimo. La prima parte della notte fu interrotta da quel continuo suono emesso dal grande corno situato sul promontorio. Ma prima di mezzanotte la nebbia si dissolse, il rumore cessò e un profondo silenzio calò su mare e terra. Avevamo anche il conforto di vedere che avevamo abbastanza spazio per muoverci liberamente: la riva distava probabilmente circa un quarto di miglio da noi.

Quella notte, mentre mi addormentavo, composi il secondo e il terzo verso della “Chaunty of the Nona”.

La mattina seguente, osservando la corrente causata dall’alluvione nel porto di Milford Haven, notammo una brezza molto debole proveniente da ovest e nord; non era abbastanza forte da contrastare la corrente principale. Così trascorremmo il tempo fino all’inizio della bassa marea, o meglio, finché l’alluvione non si sarebbe attenuata, navigando lentamente lungo quel lungo fiordo. Di Milford Haven si legge molto nella storia, ma oggi, privo di un hinterland industriale, è quasi dimenticato dalle persone. Due mali del passato hanno radici nel suo paesaggio: fu qui che il primo pretendente al trono Tudor, “l’usurpatore Henry Tydder”, sbarcò con i suoi mercenari francesi per cercare di conquistare la corona, cosa che riuscì a fare in due settimane sul campo di battaglia di Bosworth Field. Fu anche da qui che le navi partirono verso l’Irlanda, sotto il comando di Cromwell, per portare distruzione, saccheggio e massacri tra i puritani. Mentre navigavo, osservando le rive e la piccola città vicina, mi chiedevo quale altra sorte Milford Haven potesse riservare all’Inghilterra. Le cose accadono sempre in gruppi di tre, soprattutto i mali: qual sarà dunque la terza “maledizione” che dieseriva da questo fiordo?

The wind freshened just as the flood was slackening, so we turned to beat out. It was well into the afternoon when we took the open sea, with the wind a trifle north of west, so that our last board out of harbour was a free run. We took her well outside so as to be able to set a straight course for Lundy and beyond, intending a passage to Bideford River, and the ending of this voyage.

The wind dropping somewhat, it was evening before we had well passed St Goven’s lightship, and all that night we went quietly over the seas with a gentle following wind until, before morning, we raised Lundy Light full and clear. But the wind failed us at dawn, falling first to irregular puffs, and at last, when we were about a mile and a half north-east of the island and pointing right for Appledore bar, it fell off altogether. Little patches of slightly-ruffled water, here and there, fewer and more distant one from the other, at last faded out to nothingness; and we lay helpless, hardly moving, until the set of some slight current drew us half a mile further on into that strange piece of water called the Great White Horse Race.

What this may be in heavy weather or even in a strong breeze I cannot tell, for I have never been through it before or since. As things were, in that dead calm, it was a perpetual succession of fairly even, long, smooth, watery hills, with troughs astonishingly deep and rounded crests astonishingly high for a morning without wind. There was no way at all on the Nona; she lay buoyant enough, but like a log; broadside on and rolling damnably for hour after hour; shaking her spars with every lie-over, as though to so many hammer-blows. Throwing the boom with a bang, although I had made it as fast as I could, and giving a violent jerk at the mainsheet each time she ended a swing. It was a miserable ten hours or so that we endured, gazing at Lundy from the top of each passing heave, and drifting there paralysed under the useless sky.

Lundy is one of those neat things which you get now and then in Nature, and which look as though they had been specially designed on a rather careful plan with one simple object. One would think Lundy could do no harm - yet I always remember the Montague.

It is so placed that it gives shelter in any weather. It is a sort of little breakwater set up in the midst of the Bristol Channel, offering security to all craft, coming up or down; for there is good holding ground everywhere about, and you can lie under the lee of the land whichever way it may be blowing. The only drawback of the neighbourhood for small craft is this same White Horse Race, in which we had been caught by the calm. Even in that oily weather, its great swells passed us half-way to the height of our jaws, and our topmast, excessive for the little craft, made her roll all the worse, while the motion was so jerky that at times I feared for the fastenings of the shrouds at the sides. But a larger craft would think nothing of this patch of sea and, save for it, all the water round Lundy is exactly made for security.

I have never landed on the island. I have heard many legends about it, none of which I repeat for fear that they are false. But what I should most like to know (only I have never met anyone who could tell me) is whether the pleasure of isolation which these places afford increases with the years, or at last becomes intolerable? I knew a man once who, during all the latter part of his life, was torn between the desire of possessing an island and his fear lest, once he had bought it, he should find that he had purchased misfortune. All his friends told him that islands were like those legendary objects of bad luck which one man has to pass on to another and which each new holder soon finds unendurable. To be king of one’s own land, to be quite cut off from the complexity and futilities of the world, to have a little country all of one’s own, neatly bounded, inaccessible if one chooses to make it so - that is enough to tempt anyone who has lived among men. But I am assured by many who have not themselves tried it, that after a very short experience in such things one has no desire but to be rid of them. A community might find it endurable enough and, indeed, religious communities have often found it so; but not individuals, nor one family. Lundy, however, is larger than most, and perhaps the sense of isolation is less.

When we had lain tossing in the White Horse Race all through that morning and on to well past noon, there came, to our great joy, about half-past one, a little breath, a little slant of wind, from off Hartland Point. For all those hours we had had no steering way at all, merely drifting and tossing to the loud flapping of empty canvas. But now the sails filled and, weary of the sea, we put her nose round for Bideford River, with this pleasant little breeze slightly blowing and coming right from the starboard quarter, so that she sailed at her best. The tide was at the neaps, there was little current, we had a straight course to steer.

The wind rose, the sun was clear and shining, and all the sea sparkled and was alive. It was a weather in which to remember the little sacred places of the shore; the little towns with their own gods of the sea, and springs tumbling through them from the cliffs above: the little places that preserve their own happenings. And one such place of which I had very often heard was there, far off upon the starboard quarter, and I knew it by the chart for Clovelly.

There are places holy to Apollo, Delian places, protected tiny townships of the sea.

So from the tumbling water between Bideford River and Lundy, that wooded coast, so isolated, remote, sacred, appeared the touch of white in the green which marked Clovelly. So looking on it thus over the water that rushed by, and in the swirl of the ship’s way, Clovelly seemed what I had read in books as a boy it was, and what I suppose it once may have been, when England was England.

But England today from the land is a very different thing to England forever from the sea. Some years later I had again to seek Clovelly from the land, and I shall no more forget it than did that Northumbrian man whom God raised from the dead, and whose experience is told us by the Venerable Bede, could forget his glimpse of Hell.

Il vento si fece più fresco proprio quando la piena iniziava a diminuire, quindi decidemmo di metterci in viaggio. Era già tardo pomeriggio quando raggiungemmo il mare aperto; il vento soffiava leggermente a nord-ovest, permettendoci di navigare senza ostacoli dopo essere usciti dal porto. Ci allontanammo abbastanza per poter intraprendere una rotta diretta verso Lundy e oltre, con l’intenzione di raggiungere il fiume Bideford e concludere così questo viaggio.

Il vento, essendo diminuito di intensità, non ci permise di superare completamente la lanterna di St Goven fino a sera; per tutta quella notte navigammo tranquillamente sul mare, spinti da una brezza dolce, finché, prima dell’alba, non riuscimmo a vedere chiaramente la lanterna di Lundy. Tuttavia, all’alba il vento cessò del tutto: inizialmente si trasformò in soffi irregolari, e infine scomparve del tutto quando ci trovavamo a circa un miglio e mezzo a nord-est dell’isola, diretti verso la barriera di Appledore. Piccole increspature d’acqua apparvero qua e là, sempre più distanti le une dalle altre, fino a scomparire del tutto; rimanemmo quindi immobili, senza poter fare nulla, finché una leggera corrente non ci spinse ancora per mezzo miglio in quella strana zona marina chiamata “Great White Horse Race”.

Non posso dire cosa fosse in condizioni di tempo avverso o anche con una forte brezza, perché non l’ho mai sperimentato prima né dopo. Come stavano le cose in quel silenzio assoluto, c’era una sequenza continua di colline piuttosto regolari, lunghe e lisce, con valli sorprendentemente profonde e creste incredibilmente alte per una mattina senza vento. Sulla nave “Nona” non c’era alcuna possibilità di intervenire: galleggiava abbastanza bene, ma come un tronco; si rovesciava da una parte all’altra per ore intere, scuotendo le sue strutture con ogni movimento, come se fosse colpita da numerosi martelli. Ogni volta che la nave terminava un movimento, tiravo con forza sulla vela principale. Fu un’esperienza terribile: circa dieci ore di sofferenza, durante le quali fissavamo Lundy dalla cima di ogni onda e galleggiavamo lì, paralizzati sotto quel cielo inutile.

Lundy è uno di quei fenomeni straordinari che si incontrano talvolta nella Natura, e che sembrano essere stati creati appositamente, seguendo un piano accurato e con un obiettivo preciso. Si potrebbe pensare che Lundy non possa causare alcun danno. Eppure ricordo sempre il caso di Montague.

È posizionato in modo da offrire riparo in qualsiasi condizione meteorologica. Si tratta di una sorta di piccolo frangiflutti installato nel mezzo del Canale di Bristol, che garantisce sicurezza a tutte le imbarcazioni che vi navigano; infatti, intorno ci sono buone zone di ancoraggio e si può ripararsi dalla direzione dei venti. L’unico svantaggio per le piccole imbarcazioni è proprio questa zona caratterizzata da forti mareggiate; in quella volta, il calmo ci aveva colti di sorpresa. Anche in quelle condizioni meteorologiche avverse, le grandi onde ci raggiungevano a metà altezza del ponte, e l’albero maestro, troppo alto per una piccola imbarcazione come la nostra, rendeva il movimento ancora più instabile; a volte temevo che i cavi di fissaggio si rompessero. Ma un’imbarcazione più grande non avrebbe certo avuto problemi con questa zona del mare. A parte questo aspetto, tutte le acque intorno a Lundy sono perfette per la navigazione sicura.

Non ho mai messo piede su quell’isola. Ne ho sentite molte leggende, ma non ne ripeto nessuna per paura che siano false. Quello che vorrei sapere soprattutto (eppure non ho mai incontrato nessuno in grado di dirmelo) è se il piacere dell’isolamento che questi luoghi offrono aumenti con gli anni, o alla fine diventi insopportabile. Conoscevo un uomo che, per tutta la seconda metà della sua vita, fu diviso tra il desiderio di possedere un’isola e la >paura che, una volta acquistata, si scoprisse che aveva comprato solo sfortuna. Tutti i suoi amici gli dicevano che le isole fossero come quegli oggetti leggendari portatori di sventura: qualcuno li riceve da un altro e ben presto ogni nuovo possessore li trova insopportabili. Essere re della propria terra, essere completamente separati dalla complessità e dalle inutilità del mondo, possedere una piccola proprietà tutta propria, con confini chiari e accessibile solo se si desidera. Questo basta per tentare chiunque abbia vissuto tra gli uomini. Ma molte persone che non l’hanno mai provato affermano che, dopo un breve periodo in simili luoghi, non si desideri altro che liberarsene. Una comunità potrebbe trovarli sufficientemente tollerabili; anzi, molte comunità religiose li hanno effettivamente considerati tali. Ma non gli individui, né le famiglie. Tuttavia, Lundy è più grande della maggior parte delle isole. Forse quindi il senso di isolamento è meno intenso.

Quando eravamo rimasti sdraiati a galleggiare senza controllo nella Baia di White Horse Race per tutta quella mattina e ben oltre mezzogiorno, verso l’una e mezza arrivò, con nostra grande gioia, una leggera brezza che soffiava direttamente dal lato destro della nave. Per tutte quelle ore non avevamo alcun controllo sulla rotta; semplicemente galleggiavamo alla deriva, spinti dal forte movimento delle vele vuote. Ma ora le vele si gonfiarono e, stanchi del mare, dirigemmo la nave verso il fiume Bideford. Quella piacevole brezza ci aiutava molto; navigavamo alla massima velocità possibile. La marea era al punto più basso, quindi c’era poco corso d’acqua e avevamo una rotta diretta da seguire.

Il vento soffiava forte, il sole splendeva chiaramente e tutto il mare scintillava, sembrando quasi vivo. Era un tempo perfetto per ricordare quei piccoli luoghi sacri sulla riva: quelle piccole città con i loro dei del mare, quelle sorgenti che sgorgavano dalle rocce sovrastanti. Quei posti che conservavano ancora intatti i loro ricordi e le loro storie. Uno di questi luoghi, di cui avevo sentito parlare spesso, si trovava lontano, a dritta; lo conoscevo bene grazie alla mappa: era Clovelly.

Ci sono luoghi sacri ad Apollo, luoghi di Delo, piccole città costiere protette dal mare.

So che, tra le acque tumultuose del fiume Bideford e della costa boscosa di Lundy – così isolata, remota e sacra – quel tocco di bianco sul verde segnava la presenza di Clovelly. Guardandola così, attraverso l’acqua che scorreva veloce e nel vortice creato dal passaggio delle >navi, Clovelly sembrava esattamente come l’avevo descritta nei libri da ragazzo. E forse era davvero così un tempo, quando l’Inghilterra era ancora quella che era.

Ma l’Inghilterra di oggi, vista dalla terra, è qualcosa di molto diverso dall’Inghilterra di un tempo, vista dal mare. Alcuni anni dopo dovetti nuovamente cercare Clovelly dalla terra, e non dimenticherò mai quel luogo, proprio come quell’uomo del Northumbria che Dio risuscitò dai morti, e la cui esperienza ci è raccontata da San Beda; nemmeno lui poté dimenticare quella visione dell’inferno.

I had come with friends in a motor-car, because I had been told a man should see Clovelly before he died. I had come from the noble isolation of Hartland, where the great seas were running in upon the rocks after a gale and thundering at the doors of that good inn which faces ocean there. Our road ran high above the sea, and as we came near to the turning beyond which the cleft of Clovelly would open below us, and its vision of peace, we heard a murmur like that of bees swarming. As we came nearer it was a confused clamour of human beings, and as we came nearer still we saw the dreadful thing in its entirety.

A great mass of chars-à-bancs were parked on the road itself, on the steep edge of the hill and cleft whence one looked down on the village and the sea below. There, blocking the ridge road, an immense mass of lost souls struggled and fought for the most part, or stood squeezed in a sullen despair. Their function was - not their intention, but the use to which the irony of Divine Vengeance had put them - their function was to form a solid wall by which all access from the village below, all further opportunity of climbing, should be forbidden. Meanwhile up that cleft swirled, surged, pushed, strenuously and unfailingly, one mass of packed, dark-clothed mortality, closely hemmed in by the cottages (I wondered that their walls stood the strain!), and looking from where we stood very much like black pressed German caviare, the acid stuff which is sold for the destruction of the race. This wedge had its base upon the seashore and was filled with a communal desire, with a mass mind, impelling it to attempt the height - a hopeless task! For the char-à-banc crowd above could not have been pierced by cavalry, let alone by an untrained infantry such as was this mob working hopelessly uphill.

So far so bad; but worse remained behind. For on the calm sea of that bay were to be discovered three steamers, each of them looking like a piece of cigar-shaped board on which innumerable black ants had swarmed. Of these the one nearest to the shore was still discharging in its boats further human beings, who were fighting to land on whatever little strip of foothold could be found, while the two other ships stood by ready to re-enforce the attack.

So true is it that men desire beauty before all things and that great beauty draws all men to it.

The atheists, of whom some few stalwarts remain, strong against the pantheist flood; those who despise mankind when they are healthy and when they are unhealthy despair of if, the men who make nothing of life and think it immaterial whether man be or no - these are, in my judgement, of a clumsy habit in argument. For they talk in mere negations. But if they would breed (as is their intention) a proper contempt for the supposed Divine in man, a proper negligence of our fellow-beings, and a right view of the whole insignificant human affair, they ought not to confine themselves to negatives, they ought to present vivid images, concrete and striking and say; ‘Look there and judge mankind!’ I suggest to them Clovelly on a holiday; also the sands of Weston-super-Mare; also St Lazare Station in Paris; the Frederick Street Station in Berlin, or Liverpool Street in London, just after office hours on a week-day. Or again, a crowd in Catalonia, outside the ring, when by some accident the bull gets loose.

There are other brilliant images all ready to the atheist’s hand: a dining-table of the rich, with some thirty guests, men and women, exactly alternate, like the red and the black cards in a patience, the wretched couples turning ten minutes to the left and ten minutes to the right, like jacks; the wine of only one kind - yellow and acid with bubbles in it. Or again, they might give the same effect with the vision of any public vehicle, designed to hold twenty-four but packed with forty. Or again, they might do no more than distribute snapshots, judiciously snapped, of the men who are most talked about in this our day.

The truth is the atheists do not know their job; for it has been clearly proved upon the thumb and the four fingers of the left hand that men cut off from the Divine are also cut off from reason.

So we sailed on, leaving that tiny white point of Clovelly far behind in its combe, dark against the afternoon sun, and ran straight for Bideford River, till we came to the fairway.

We had also a mark to steer by which was unmistakable; it was a gate of dark, smooth water in a mass of white surge. For rollers, though there was but a heart breeze, through some mysterious process of the sea were bursting with violence upon the bar of the river as though it blew a gale. The bar looked like one tumbling wall of angry white, even from a long way off, and, between that wall and the east side of the harbour mouth, was this one narrow gateway of smooth water. We passed through it safely enough, steering by the leading marks, which are here quite clear, and brought up in the deep pool off Appledore, waiting for the tide to take us up to Bideford.

All that bit of coast is Charles Kingsley, with his violent fanatical genius (for it was no less) and his power of imprinting himself upon the place. Fanatical men are not usually happy; but I think Kingsley must have been happy, because he had the tide under him all the time. Everything in his own lifetime was going his way. The cause to which he was attached, the destruction of the Faith, appeared to be triumphing more and more; though the slightest accident the other way (such as Newman’s conversion) was an intolerable irritant to him. He lived in that part of the earth which he most loved, he enjoyed all its habits, he was supported by everything around. You could get no better and, at the same time, no more comic criticism of that Kingsleian mood than what has happed to the name ‘Westward Ho’, which Kingsley rendered famous. ‘Westward Ho’ simply means the westerly of two landing-places. Ho, or Hoe, is a wharf: but that ‘Ho’ has been spread broadcast throughout the world of English as a sort of ‘Halloa’, or ‘Yoicks’, to call the adventurous overseas; and not one man in a thousand, I suppose, but thinks of those two little letters as a hoot (perhaps he gives them a nobler name); as a call, resonant of the Elizabethan sailings.

Ero venuto con degli amici in automobile, perché mi era stato detto che un uomo dovrebbe vedere Clovelly prima di morire. Ero arrivato dalla nobile solitudine di Hartland, dove i grandi mari si schiantavano contro le rocce dopo una tempesta e tuonavano davanti a quella bella locanda che si affaccia sull’oceano. La nostra strada correva in alto sopra il mare; man mano che ci avvicinavamo al punto in cui la gola di Clovelly si apriva sotto di noi, vedemmo un rumore simile a quello di api in folla. Ma poi quel rumore divenne un confuso clamore umano, e ancora più vicini riuscimmo a vedere tutta la terribile realtà.

Un enorme numero di bancarelle era parcheggiato lungo la strada stessa, sul ripido versante della collina, da dove si poteva ammirare il villaggio e il mare sottostanti. Lì, bloccando la strada che attraversava la cresta, un’immensa folla di persone disperate lottava e si affollava in uno stato di cupo disperazione. Il loro compito – non intenzionale, ma dovuto all’ironia della Vendetta Divina – era quello di formare un muro insormontabile che impedisse qualsiasi accesso dal villaggio sottostante, rendendo impossibile qualsiasi ulteriore tentativo di scalata. Mentre così, lungo quella cresta, si muoveva incessantemente una massa compatta di persone vestite di abiti scuri, strette tra le case; da dove ci trovavamo sembrava proprio caviale tedesco nero, quel prodotto velenoso venduto con l’intento di distruggere la razza umana. Quella “falange” aveva la sua base sulla riva del mare e era spinta da un desiderio comune, da una volontà collettiva che la spingeva verso l’alto, un compito disperato! Infatti, quella folla non avrebbe potuto essere sfondata nemmeno dalla cavalleria, figuriamoci dall’infanteria inesperta come quella.

Finora tutto andava male; ma c’era di peggio ancora da aspettarsi. Infatti, sul mare calmo di quella baia si scorgevano tre vapori, ognuno dei quali assomigliava a un pezzo di legno a forma di sigaro su cui erano accampate innumerevoli formiche nere. Di questi, quello più vicino alla riva stava ancora sbarcando altre persone, che lottavano per approdare su qualsiasi piccola striscia di terra disponibile; gli altri due velivoli, intanto, erano pronti a rafforzare l’attacco.

È davvero vero che gli uomini desiderano la bellezza più di ogni altra cosa, e che una grande bellezza attira tutti verso di sé.

Gli atei, di cui rimangono ancora alcuni fedeli sostenitori che resistono alla marea del panteismo; coloro che disprezzano l’umanità sia quando sono in salute che quando sono malati e si disperano sul suo destino; quegli che non danno alcun valore alla vita e ritengono indifferente che l’uomo esista o meno. Secondo me, queste persone hanno abitudini di argomentazione goffe. Parlano infatti solo in termini negativi. Ma se volessero davvero suscitare un vero disprezzo per ciò che viene considerato divino nell’uomo, una vera indifferenza verso i nostri simili e una corretta comprensione di tutta questa insignificante faccenda umana, non dovrebbero limitarsi ai negativi. Dovrebbero invece presentare immagini vivide, concrete e impressionanti, e dire: “Guardate e giudicate l’umanità!” Li invito a visitare Clovelly durante le vacanze, le spiagge di Weston-super-Mare, la stazione di St Lazare a Parigi, la stazione di Frederick Street a Berlino o quella di Liverpool Street a Londra, proprio dopo gli orari di lavoro, in una giornata feriale. Oppure ancora, una folla in Catalogna, fuori dall’arena, quando per qualche motivo il toro si scatena.

Ci sono altre immagini straordinarie pronte all’uso per l’ateo: un tavolo da pranzo dei ricchi, con circa trenta ospiti, uomini e donne disposti in modo alternato, proprio come le carte rosse e nere in un gioco di solitario; quei poveri coppie che si girano a destra per dieci minuti e poi a sinistra per altri dieci minuti, proprio come i jack in un mazzo di carte; il vino di un solo tipo: giallo, acido e con bolle. Oppure si potrebbe ottenere lo stesso effetto osservando qualsiasi mezzo di trasporto pubblico progettato per contenere ventiquattro persone ma riempito di quaranta. O ancora, si potrebbero semplicemente distribuire foto scattate con abilità di coloro che oggi sono i soggetti di più discussione.

La verità è che gli atei non conoscono il proprio compito; infatti è stato chiaramente dimostrato, osservando il pollice e le altre quattro dita della mano sinistra, che coloro che sono separati da Dio sono anche separati dalla ragione.

Quindi continuammo il nostro viaggio, lasciando quella piccolissima macchia bianca di Clovelly molto indietro, nella sua conca, scura contro il sole pomeridiano, e dirigemmo dritti verso il fiume Bideford, fino a raggiungere il corso principale del fiume.

Avevamo anche un punto di riferimento chiaro e inequivocabile: si trattava di una zona di acque scure e lisce, incastonata tra le onde bianche. Nonostante ci fosse solo una brezza leggera, per qualche misterioso meccanismo naturale, le onde si schiantavano con violenza contro la barriera del fiume, come se fossero tempeste. Da lontano, quella barriera sembrava un enorme muro di acqua bianca e agitata; tra quel muro e il lato est dell’imboccatura del porto, c’era questa stretta via d’accesso costituita da acque tranquille. Siamo riusciti a passarvi senza problemi, seguendo i punti di riferimento chiaramente visibili, e ci siamo fermati nella zona profonda al largo di Appledore, in attesa che la marea ci portasse fino a Bideford.

Tutta quella parte della costa appartiene a Charles Kingsley: il suo genio violento e fanatico, la sua capacità di imprimere la propria personalità su quel luogo. Gli uomini fanatici di solito non sono felici; ma penso che Kingsley fosse davvero felice, perché aveva sempre la situazione sotto controllo. Tutto nella sua vita andava nel verso giusto: la causa a cui era devoto, la distruzione della Fede, sembrava trionfare sempre di più. Anche il minimo evento contrario (come la conversione di Newman) rappresentava per lui una fonte di irritazione insopportabile. Viveva nella parte del mondo che amava di più, godeva di tutte le sue caratteristiche, era sostenuto da tutto ciò che lo circondava. Non si poteva trovare nulla di meglio. E allo stesso tempo, non esiste critica più ironica e divertente verso quel modo di pensare tipico di Kingsley di quella rappresentata dal nome “Westward Ho”, reso famoso proprio da lui. “Westward Ho” significa semplicemente la direzione ovest di due punti di sbarco. Ma quel nome si è diffuso in tutto il mondo anglofono come una sorta di grido che invita all’avventura all’estero. E probabilmente solo un uomo su mille pensa a quelle due lettere come a un semplice richiamo, o forse le considera con un nome più nobile, simbolo delle spedizioni elisabettiane.

One of the saddest things I know about the beach near Bideford River is the deadly hatred with which the Dons have persecuted poor, dear Kenwith. Kenwith is a place where a few boatloads of Danes landed in the Dark Ages, and were defeated by the English. The name is quite clear, the tradition is equally clear, and the description of the position is unmistakable. Therefore have the learned, as is their wont, insisted with the utmost virulence that the tradition, the name, the description, are all a popular error, and that the place where the little scrimmage really came off was miles away.

It is interesting to analyse the motives of this sort of thing. We are all familiar with it. The universities of all countries, but especially of our own, are a regular hothouse for breeding it; but when one first comes across it, one is puzzled why it should come into being at all. Whence springs this lust for saying that the Gospel of St John was not written by St John? That Homer was not written by Homer? That the Battle of Hastings was not called the Battle of Hastings - although all the people who fought there called it the Battle of Hastings? That William the Conqueror only had a handful of men there - though his secretary, who saw them, and read all the documents connected with them, gives us 50,000? That Julius Caesar’s Gallic War was written by his tutor - and all the rest of the nonsense?

The powerful force urging Dons to make fools of themselves in this way seems to me to come from a convergence of three currents. First of all there is the vanity of the learned man, who has all the better opportunities for action because few have any knowledge at all of the matter, and he is fairly safe from criticism - or thinks himself so. His fellows will not give him away. It is clearly a flattering thing to think that one is right where all the world has been wrong, and, in a time like ours, when there has been accumulated such a mass of special technical knowledge, people are ready to swallow almost any assertion, because they know not what new evidence may have appeared.

The second source is that very human thing, the love of the marvellous - though it is the love of the marvellous appearing in a very degraded form. Your pedant says: ‘All the apparent evidence, all tradition, all that you would call common sense, would make out Little Muddipool to be that same Little Muddipool where the treaty of Little Muddipool was signed. It is called in plain words “The Treaty of Little Muddipool”, and its last words are “Made by us at Little Muddipool”. But I tell you that it was not Little Muddipool at all, but a place 100 miles away with a different name.’ The spirit at work there is exactly the same spirit as that which says: ‘Common sense and your own experience will tell you that the bishop must have crossed the river either by a bridge or by a boat. I tell you that the holy man sailed across it on his coat. What do you think of that?’

And the third cause is a negative one. The perpetual substitution of hypothesis for fact (which is the great mark of Dons today) ends by getting men into a state of mind where they can no longer weigh the proportions of evidence: they can no longer distinguish between the certain, the probable, and the absurd. Thus, it was but a little time ago that an Oxford Don came out with a miracle. He said he had discovered any number of classical passages containing concealed anagrams, furnishing the most astonishing information; for instance, that Euripides, when he was a little boy, wrote the plays of Aeschylus. A stopper was put on him, however, by a man, who wrote to the Spectator (of all papers), proving that the said Don’s name was but thinly concealed in an anagram of the opening lines of the Iliad, so that he must have written that excellent poem, not when he was a little boy, but long before he was born - and so much for that.

Another pleasing thing about Bideford River is the startling contrast between Appledore, on the business side of the harbour over against the sea, and Instow, all so genteel upon the further shore: Appledore frankly a lair, and Instow a desirable resort. Appledore for beer, Instow for wine; and the English talked in the one almost incomprehensible to the other. I have sometimes thought that whenever the foundations of society shall be shaken, the strong men of Appledore will sail across (you can almost walk it at low tide but for one thin channel) and storm and loot Instow. Pretty well every modern set of human habitations has this contrast of rich and poor quarters, but when there is water flowing in between them it is the more striking: with hard work on one side of the stream and the fruits of it in leisure upon the other.

My voyage was over. I had brought up in Bideford River before the long bridge of Bideford, and I made all quiet for the night, and for a long time to come. For there would I leave the Nona in charge, till I could take her out again.

Swaying in the cabin that night also, I finished writing the ‘Chaunty of the Nona’, of which if any man say that it is a vile piece of verse, I am ready to agree with him, but if another man say that it heartens him, and fills him with the sea, why, I am ready to agree with him also. It is all one. Bideford River is the end of my passage and a place of rest. We come to death at last, as is our due, and we come into port out of the sea, and all things reach their end.

I have always thought it a very ridiculous thing to bother too much, after thirty, over literary fame: if it comes, let it come, but for God’s sake let us have no publicity with it, for to be pointed at and known is to live in a glass cage. And very much do I applaud those men who do what in youth I myself desired to do, but was unable to do, that is, to write consistently under a false name, and carefully cover one’s tracks. I wanted to write verse under one name, history under another, travel under another - but fate was too strong.

Una delle cose più tristi che conosco riguardo alla spiaggia vicino al fiume Bideford è l’odio mortale con cui i “Dons” hanno perseguitato il povero e caro Kenwith. Kenwith è un luogo dove, nell’Alto Medioevo, alcune barche di danesi sbarcarono e furono sconfitte dagli inglesi. Il nome è piuttosto chiaro, la tradizione altrettanto evidente, e la descrizione della posizione geografica indubbia. Pertanto, gli studiosi, come al solito, hanno insistito con estrema veemenza nel sostenere che questa tradizione, questo nome, questa descrizione siano tutti semplici errori popolari, e che il luogo in cui realmente ebbe luogo quell’incidente distasse chilometri di distanza.

È interessante analizzare i motivi alla base di questo genere di comportamenti. Tutti ne siamo familiari: le università di tutti i paesi, ma soprattutto le nostre, sono regolarmente terreni fertili per la loro diffusione; tuttavia, quando ci si imbatte per la prima volta in queste idee, ci si chiede perché mai siano nate. Da dove deriva questa voglia di affermare che il Vangelo di San Giovanni non sia stato scritto da San Giovanni? Che Omero non sia stato scritto da Omero? Che la Battaglia di Hastings non abbia questo nome, sebbene tutte le persone che vi hanno partecipato l’abbiano chiamata così? Che Guglielmo il Conquistatore avesse a disposizione solo un manipolo di uomini, sebbene il suo segretario, che li ha visti e ha letto tutti i documenti relativi alla battaglia, ne parli come se ne fossero stati 50.000? E che la Guerra Gallica di Giulio Cesare sia stata scritta dal suo tutore, insomma, tutto questo nonsenso.

La potente forza che spinge i “Don” a comportarsi in questo modo, facendoli sembrare sciocchi, sembra derivare dalla convergenza di tre fattori. Prima di tutto c’è la vanità dell’uomo colto, il quale dispone di molte più opportunità per agire, poiché pochi conoscono davvero la materia in questione; inoltre, è abbastanza al sicuro dalle critiche, o almeno se lo crede. I suoi simili non lo tradiranno. È certamente lusinghiero pensare di avere ragione quando tutti gli altri hanno sbagliato, e in un’epoca come la nostra, in cui si è accumulata una tale quantità di conoscenze tecniche specialistiche, le persone sono disposte a credere quasi qualsiasi affermazione, perché non sanno quali nuove prove possano emergere.

La seconda fonte rappresenta quella cosa così umana: l’amore per il meraviglioso – anche se si tratta di un amore per il meraviglioso che si manifesta in una forma molto degradata. Il vostro pedante dice: “Tutte le prove apparenti, tutta la tradizione, tutto ciò che potreste definire buon senso, fanno pensare che Little Muddipool sia proprio quel luogo dove fu firmato il Trattato di Little Muddipool. Si chiama semplicemente ‘Il Trattato di Little Muddipool’, e le sue ultime parole sono ‘Firmato da noi a Little Muddipool’. Ma vi dico che non era affatto Little Muddipool, bensì un luogo situato a 100 miglia di distanza con un nome diverso”. Lo spirito alla base di tutto ciò è esattamente lo stesso dello spirito che dice: “Il buon senso e la vostra esperienza personale vi diranno che il vescovo deve aver attraversato il fiume o con un ponte o in barca. Vi dico invece che quel santo l’ha attraversato indossando il proprio cappotto. Cosa ne pensate?”

E la terza causa è di natura negativa. La sostituzione continua di ipotesi al posto dei fatti (che rappresenta una caratteristica distintiva degli accademici odierni) finisce per portare le persone in uno stato mentale in cui non sono più in grado di valutare correttamente le prove: non riescono più a distinguere tra ciò che è certo, probabile e assurdo. Proprio poco tempo fa, un accademico di Oxford ha sostenuto di aver scoperto numerosi passaggi classici contenenti anagrammi nascosti che fornivano informazioni sorprendenti; ad esempio, che Euripide, da bambino, avesse scritto le opere di Eschilo. Tuttavia, un altro studioso ha pubblicato sul giornale “Spectator” una dimostrazione secondo cui il nome di quell’accademico era in realtà nascosto in modo molto evidente nell’anagramma delle prime righe dell’Iliade; quindi, quel poema eccellente non poteva essere stato scritto da lui da bambino, ma molto prima della sua nascita. Ecco tutto.

Un altro aspetto piacevole del fiume Bideford è il sorprendente contrasto tra Appledore, situata sul lato commerciale del porto di fronte al mare, e Instow, così raffinata sulla sponda opposta: Appledore, in sostanza, una sorta di rifugio per gli uomini forti; Instow, invece, una località ideale dove trascorrere il tempo. A Appledore si beve birra, a Instow vino; inoltre, la lingua parlata nelle due zone è quasi incomprensibile l’una per l’altra. A volte ho pensato che, quando un giorno le fondamenta della società dovessero vacillare, gli uomini forti di Appledore potrebbero attraversare il fiume (in bassa marea si può quasi camminarci sopra, tranne per un stretto canale) e invadere Instow per saccheggiarla. Quasi tutte le moderne aree abitate umane presentano questo contrasto tra zone ricche e povere; ma quando c’è dell’acqua che le separa, tale contrasto diventa ancora più evidente: da un lato ci sono il duro lavoro e i suoi frutti, dall’altro la vita agiata.

Il mio viaggio era finito. Avevo portato la barca nel fiume Bideford, davanti al lungo ponte di Bideford, e lì avevo trovato tranquillità per tutta la notte, e per molto tempo ancora. Lì avrei lasciato la Nona a prendersi cura della barca, fino a quando non sarei potuto riprenderla in mano io stesso.

Quella notte, mentre oscillavo nella cabina, terminai di scrivere “Chaunty of the Nona”. Se qualcuno dovesse dire che si tratta di un brutto poema, sono pronto ad accordarmi con lui; ma se un altro affermasse che lo rincuora e lo riempie di gioia, anch’io sarei d’accordo. È tutto lo stesso. Il fiume Bideford rappresenta la fine del mio viaggio, un luogo di riposo. Alla fine, tutti noi moriamo, come è naturale; ed entriamo in “porto”, uscendo dal mare. Tutto ha il suo termine.

Ho sempre ritenuto una cosa molto ridicola preoccuparsi troppo, dopo i trent’anni, della fama letteraria: se dovesse arrivare, che venga pure, ma per l’amor di Dio evitiamo qualsiasi pubblicità associata ad essa, perché essere costantemente sotto gli occhi di tutti significa vivere in una gabbia di vetro. Ammiro davvero molto quegli uomini che fanno ciò che io stesso, da giovane, desideravo fare ma non sono riuscito a realizzare: cioè scrivere con costanza usando un nome falso e prendersi cura di nascondere le proprie tracce. Volevo scrivere poesie con un nome, storia con un altro, viaggi con ancora un altro. Ma il destino è stato troppo forte.

Of the men who have done this in my time the most successful was Dodgson, the mathematical Don at Christ Church - that is, of The House. He had calculated well; and the immense fame of Lewis Carroll and of Alice in Wonderland left him private and secure.

Mention of that book also makes me consider how false is nearly all literary fame, or, rather, how great an element of falsity there is in nearly all such fame. Alice in Wonderland is a very remarkable book, as are, indeed, other books of Dodgson’s, though not all. But a large element in its vast diffusion was its consonance with a particular ‘drawing-room’ mood of a particular day. I shall be called blasphemous, I know, but I am perfectly certain that Alice will not long survive the ease and unquestioned security of the England of her day. For every implication in morals, and even in humour, with which Dodgson’s books are crammed sprang from that security and that ease. Nor is there a stronger symptom of so abnormal a passage in human affairs as was the English gentry’s generation of 1833-99 (abnormal, for normal men live under a strain and a peril, and in active defence against the barbarian or the menacing enemy) than the delight of Dodgson’s vast audience in nonsense: in the humour which is founded upon folly as contrasted with the wit that is founded upon wisdom. Even the facile composition of odd childish words, which had a slightly reminiscent sound, was sufficient to delight that generation. But when the terrors and the heroisms permanently return, the sawdust will run out of such things.

And, after all, what is the possession of literary fame? Can dead men use it? Does any man possessing it, unless he be asinine in his vanity, think himself the true creator of some really high line his pen has happened to set down? Is there any writing man with a true judgement of great things in writing who does not doubt his own achievement? Or is there any who, when some particular piece of verse or rhetoric which he has written convinces him of its merit, does not admit to his own soul that not he was the true author, but rather some force working through him?

Again, does not any writer who is also reasonably manly prefer any one of man’s virtues to an accident of verse or prose? Who with stuff in him would not rather be a brave boor than a cowardly poet?

So much for literary gents. Excluding my own self, I should like to see them all driven aboard an immense barge, and the same towed out to sea and there scuttled. Their absurd little quarrels, their posings, their insufficiency, the chaos of their minds - all these things are a burden, and there is not one day’s riding upon a horse or sailing upon the sea (let alone still better things which, for the honour I bear you, I will not mention here) that is not worth the whole tonnage and shiploads of their printed stuff, save here and there a piece of lyric verse, or here and there a good run and rhythm in half a page of prose.

But, I say again, that’s all one. Here am I in Bideford River, at anchor and come to the end of the seas, leaving her, the Nona, my companion and my home, my very loyal boat, under the tutelage of the long bridge of Bideford, which is notoriously the end of the world.


Now a day came when I had some freedom again. So I set out at once from Devon with one companion, and finding all on board as I had left it, I set sail to leave Bideford River. I proposed to myself to explore the outer sea beyond Hartland, which till then I had not seen, though now I know its character and its harbours familiarly enough.

The tide so served that it was evening when I set out, nor was it easy to shoot the channel at the bar of Appledore, in spite of the strong ebb, because such slight wind as there was had too much north in it. For the same reason we had to beat all that night, fetching up towards Hartland Point in two long boards; helped at first by the tide, but later, of course, finding it against us. It was daylight again before we came to the headland and opened the coast beyond.

The Ancients made a solemn and special sanctity, it seems, of this barrenness and strength and height of Hartland. The Romans called it the Point of Hercules. They felt, I think, that when they rounded it they were coming into another sea; for they were much alive to the mystery of things. If they thought this of Hartland, that it was a boundary, they were right. Within Hartland, you are under the wing of England, and in homely water; outside Hartland, you have all the West before you, and the power of Ocean. And so with us that morning. Even as the wind died down there came a mighty succession of slow heavings, which grew more regular and defined until at last the smooth water, just crisped here and there, by mere breaths of air, ran in giant folds - parallel, regular, unceasing, enormous. All that sea, I say, is odd, and I have felt spells upon it.

The long rollers came prodigious out of the southwest under almost a calm. There was not wind enough to do more than give the boat steerage-way - it was lucky we had that, for if it had been a dead calm she would have rolled broadside on and shaken herself badly with that too-tall topmast of hers, as she had done on an earlier day in the White Horse Race. The rollers came on and on; not the relic of a gale (for there had been none anywhere), but raised by one of those innumerable mysterious influences which between them make the sea. They lifted one after the other, hiding the horizon; we topped them, we sank into the trough; they heaved majestically on, to thunder upon the savage splendour of Hartland.

Our time has discovered so many things in the material world (and has grown paralysed to so many other more important things) that we profess to explain everything with perfect links of cause and effect. It is an occasion to use the phrase ‘We miserable sinners’. For we shall never know anything at all compared with the unknown. What makes such waves?

Tra gli uomini che hanno fatto questo nel mio tempo, il più di successo fu Dodgson, quel matematico eccezionale della Christ Church. Insomma, un membro di quella prestigiosa comunità. Aveva calcolato tutto con precisione; e la vasta fama ottenuta da Lewis Carroll e da “Alice nel Paese delle Meraviglie” gli permise di vivere in tranquillità e sicurezza.

Il ricordo di quel libro mi fa anche riflettere su quanto sia falsa quasi tutta la fama letteraria, o meglio, su quanto grande sia l’elemento di falsità presente in quasi tutte queste fama. “Alice nel Paese delle Meraviglie” è un libro davvero straordinario, così come altri libri di Dodgson, anche se non tutti. Tuttavia, una ragione fondamentale della sua vasta diffusione fu il fatto che rispondeva a uno specifico stato d’animo tipico delle sale da pranzo dell’epoca. So che mi considereranno blasfemo, ma sono assolutamente certo che “Alice” non sopravviverà a lungo all’agio e alla sicurezza indiscussa dell’Inghilterra del suo tempo. Infatti, ogni implicazione morale, e persino umoristica, presente nei libri di Dodgson derivava proprio da quell’ambiente di tranquillità e sicurezza. Non esiste segno più evidente di un periodo anomalo nella storia dell’umanità di quanto lo sia la generazione dell’alta società inglese tra il 1833 e il 1899: uomini normali, infatti, vivono sotto pressione e minaccia, difendendosi costantemente contro il barbaro o il nemico pericoloso. Il fatto che un vasto pubblico apprezzasse così tanto le assurdità presenti nei libri di Dodgson – umorismo basato sulla follia, contrapposto all’ingegno fondato sulla saggezza – ne è la prova evidente. Anche la semplice creazione di parole infantili dal suono vagamente nostalgico era sufficiente a compiacere quella generazione. Ma quando i terrore e gli eroismi torneranno permanentemente nella realtà, anche queste cose perderanno ogni significato.

E, dopotutto, che cosa significa possedere fama letteraria? Possono usarla gli uomini morti? Qualcuno che la possiede, a meno che non sia completamente vanitoso, si considera davvero il creatore di quelle opere straordinarie che ha avuto l’opportunità di scrivere? Esiste qualche scrittore che abbia un vero senso delle grandi cose nella letteratura e che non dubiti dei propri successi? O forse c’è qualcuno che, quando una poesia o un discorso che ha scritto lo convince della loro bontà, non ammetta con se stesso che in realtà non è stato lui l’autore vero, ma piuttosto qualche forza che ha agito attraverso di lui?

Ancora una volta: non c’è forse nessun scrittore che sia anche moderatamente virile e che preferisca qualunque virtù umana a un effetto retorico ottenuto attraverso la poesia o la prosa? Chi, possedendo del vero talento, non preferirebbe essere un uomo coraggioso piuttosto che un poeta codardo?

Ecco tutto ciò che si può dire dei gentiluomini letterati. A parte me stesso, vorrei vederli tutti caricare su un enorme battello, essere trascinati in mare e lì affondare. Le loro assurde litigate, le loro pose, la loro insufficienza, il caos delle loro menti. Tutto ciò rappresenta soltanto un peso inutile. Non c’è nemmeno una giornata trascorsa a cavallo o in mare (per non parlare di cose ancora migliori, che, per rispetto verso di voi, qui non menzionerò) che valga l’intero carico delle loro opere stampate. A parte, forse, qualche versetto lirico, o qualche passaggio ben scritto e ritmato in mezza pagina di prosa.

Ma, ripeto ancora, tutto è collegato tra sé. Ecco me qui, nel fiume Bideford, all’ancora; ho raggiunto il “confine” dei mari. Lascio indietro la Nona, la mia compagna, la mia casa, la mia fedele barca. Sotto la protezione del lungo ponte di Bideford, che è notoriamente considerato l’“ultimo confine del mondo”.


Un giorno arrivò in cui ebbi di nuovo un po’ di libertà. Così partii immediatamente da Devon insieme a un compagno; trovando tutto esattamente come l’avevo lasciato, salpai per allontanarmi dal fiume Bideford. Decisi di esplorare il mare aperto al di là di Hartland, che fino ad allora non avevo mai visto, anche se ora conosco bene le sue caratteristiche e i suoi porti.

La marea era tale che quando partii era già sera; inoltre, non fu facile attraversare il canale presso la barriera di Appledore, nonostante la forte risacca, perché anche la debole brezza che soffiava aveva una direzione prevalentemente settentrionale. Per lo stesso motivo fummo costretti a remare tutta la notte, avanzando verso Hartland Point su due lunghi remi; all’inizio il vento ci aiutò, ma in seguito divenne contro di noi. Fu solo al mattino che raggiungemmo la punta e potemmo proseguire lungo la costa.

Gli Antichi sembravano attribuire a questa landa desolata, ma al contempo maestosa e imponente, una sacralità particolare e solenne. I Romani la chiamavano “Il Punto di Ercole”; credo che ritenessero che, superandola, si entrasse in un altro “mare”, poiché erano molto sensibili al mistero delle cose. Se pensavano che Hartland rappresentasse un confine, avevano ragione: all’interno di essa ci si trovava sotto la protezione dell’Inghilterra, in acque “familiari”; al di fuori, invece, si apriva tutto l’Ovest e il potere dell’Oceano. Quella mattina fu lo stesso per noi: non appena il vento si placò, iniziò una serie di onde lente e regolari che, diventando sempre più intense, trasformarono la superficie dell’acqua in onde gigantesche, parallele, incessanti e imponenti. Quell’intero oceano, è davvero strano; ho persino avuto la sensazione che su di esso agissero forze misteriose.

I lunghi cavalloni marini si levavano dal sud-ovest in condizioni di quasi assoluta calma. Non c’era abbastanza vento per influenzare la direzione della barca; era una fortuna che ce ne fosse almeno un po’, perché in caso di totale calma, la nave sarebbe stata spinta di lato e scossa violentemente dal suo albero maestro troppo alto, proprio come era successo in precedenza durante la “Corsa del Cavallo Bianco”. I cavalloni continuavano ad arrivare uno dopo l’altro; non erano il residuo di una tempesta (poiché nessuna tempesta si era verificata da quelle parti), ma erano causati da quegli innumerevoli e misteriosi fattori che influenzano il comportamento del mare. Si alzavano uno dopo l’altro, nascondendo l’orizzonte; superavamo le loro creste per poi immergerci nelle loro valli; poi tornavano ad alzarsi maestosamente, schiantandosi contro la selvaggia magnificenza della costa di Hartland.

Il nostro tempo ha scoperto molte cose nel mondo materiale (e allo stesso tempo è diventato paralizzato di fronte a tante altre questioni ancora più importanti), al punto che pretendiamo di spiegare tutto attraverso legami perfetti di causa ed effetto. È proprio in questi momenti che ci viene in mente l’espressione “Noi miseri peccatori”: perché, in realtà, non sapremo mai nulla rispetto a ciò che rimane sconosciuto. Ma cosa causa queste onde?

For that matter, why is one sea so different from another? You measure the amount of salt, the weight of the water, the strength of the wind. Though you had all the factors we can measure, these three and a score of others (the pressure of the air, its wetness, its heat, and so on), yet you could never say why the difference between one sea and another appears. All measurable factors might be the same, and yet the seas quite different. You can, indeed, hardly describe that difference, any more than you can describe the difference between two instruments of music, the flute and the trumpet; or the difference between two materials in portraiture, marble and bronze. We only know that it is there. But our stupidly proud time misses such essential categories.

Why is it that what they call ‘The New World’ is something utterly different in quality, taste, intimate soul, from the old? We have here not only the conflict between England and America, but between Spain and the Argentine, and between England herself and the white colonies, and between the French and the French Canadians. It is not newness; it is not lack of tradition; it is difference of timbre - as violent as the difference between a railway whistle and the note of a thrush, or between wood and iron.

Modern men, knowing a dozen out of a million causes, reason downwards from the rules they have, instead of trusting their perceptions as their fathers did.

I take it that the great differentiations in human history proceed from these uncharted depths of cause, and that one civilization splits apart from another through stirrings in the very root of the soul. Meanwhile, men prophesy and the future makes fools of them.

The great administrators of wholly foreign lands are men who have not pretended to understand these differences, or to combat them, still less to suppress them. They are men who have recognized the alien blood and, as it were, entered into it. That is government; that is Empire: to get into the shoes of the governed.

In the strange, successful, perhaps ephemeral, adventure which has put our high European culture in command over the lives of others in the East and in Africa, not a few men have arisen, tested by circumstance and conforming to this idea. I have heard with respect the judgement of others upon half a dozen Englishmen, Scotsmen, Irishmen of the sort, though I have not seen their work. Russians have told me of compatriots of their own who have achieved such things beyond the Urals and the Caspian. Of Germans I never heard that any were so much as capable of beginning the great task. That the Spaniards changed half a continent we know. But the only instance that ever came under my own eyes, and that but for a few days, was the instance of Marshal Lyautey. Lyautey’s Morocco is an astonishing affair.

It is true that there lay behind his great achievement more than a lifetime of foundation - the steady French transformation of North Africa. It is like a coral reef, solid, detailed, infinitely particular: the work of innumerable units, sacrificed, obscure, tenacious, creative, permanent. None the less, what Lyautey has done is a building by itself. It is like the new gothic of Brazenose or Magdalen at Oxford: one may say that there lay behind this also the multitudinous, patient work of a lifetime or more since Pugin began: or it is like Parsons’ turbine, which came after so much experiment, but stands by itself all the same.

It is not belittling Lyautey’s great work in Morocco to say that these things are only possible when there is frankly recognized the essential principle of personal responsibility in governing; or (to put it in Colonial phrasing), ‘One-man control’, or, to put it in Aristotelian terms, ‘MONARCHY’.

There is no other working form of administration over multitudes of men, except the Aristocratic; and the Aristocratic form of administration - which ruled for nearly 300 years over Protestant England after the Reformation had destroyed Popular Monarchy and made wealth supreme - is only possible in those rare communities where men enjoy being governed by a clique and look up to, and revere, a special class whom they think of as their natural masters.

What Marshal Lyautey has done in the organization of French Morocco has been based upon two foundations which, when they are absent from the effort to govern aliens - as one or both commonly are - make such government increasingly difficult; until, at last, it has to be abandoned. The first of these foundations is working with the alien people whom one administrates, not against them, nor even above them. The second foundation is the deliberate investment of one’s own capital and energy for the benefit of the alien governed rather than for one’s own benefit: that is, the development of communications and of building, the extension of instruction, the improvement of waterways, afforestation - all manner of expensive functions which you can only get from a government directly concerned for the good of all the people and which will never be undertaken by the private home trader working for his pocket alone.

It is the absence of this sympathy with, and eager help of, the governed which prevents a trading community from ever biting into alien soil. For in a trading community the administration of a foreign dependency is directed to helping the home merchant or settler. The road is driven, the river is bridged, not primarily for the benefit of the governed, but primarily for the immediate profit of the governors.

With this there goes a contempt of the governed, which is a dangerous sign, and later, that more dangerous sign, a hatred of them.

The foreign rule, therefore, gets more and more distasteful to the governed. For half a lifetime they wonder at it: then they grow restive, finding themselves despised to no purpose. Then they permanently rebel. At last the unnatural tyranny breaks down. When it breaks down the governors gradually depart and little impress of their foreign rule remains.

Del resto, perché un mare è così diverso dall’altro? Si misura la quantità di sale, il peso dell’acqua, l’intensità del vento. Anche se si disponesse di tutti questi fattori che possiamo misurare – questi tre e una ventina d’altri (la pressione dell’aria, la sua umidità, il suo calore, e così via) – non si riuscirebbe comunque a spiegare perché esista questa differenza tra i mari. Tutti i fattori misurabili potrebbero essere gli stessi, eppure i mari sono profondamente diversi. In realtà, è quasi impossibile descrivere tale differenza, proprio come non si può descrivere la differenza tra due strumenti musicali, il flauto e la tromba; o la differenza tra due materiali utilizzati nella scultura, il marmo e il bronzo. Sappiamo soltanto che questa differenza esiste. Ma il nostro tempo, così stupidamente orgoglioso, ignora queste categorie essenziali.

Perché ciò che chiamano “Il Nuovo Mondo” è qualitativamente, gustativamente e spiritualmente completamente diverso dall’Antico? Qui non c’è solo il conflitto tra Inghilterra e America, ma anche tra Spagna e Argentina, tra l’Inghilterra stessa e le colonie bianche, e tra francesi e canadesi francofoni. Non si tratta di novità, né della mancanza di tradizione; si tratta piuttosto di una differenza di “timbro”, violenta quanto la differenza tra il fischio di un treno e il canto di un usignolo, o tra il legno e il ferro.

Gli uomini moderni, conoscendo soltanto una piccola parte delle cause esistenti, ragionano partendo dalle regole che hanno a disposizione, invece di fidarsi delle proprie percezioni come facevano i loro antenati.

Presumo che le grandi differenziazioni nella storia umana derivino da queste profondità sconosciute delle cause, e che una civiltà si separi dall’altra a causa di movimenti che nascono proprio dalle radici dell’anima stessa. Nel frattempo, gli uomini profetizzano, ma il futuro li rende ridicoli.

I grandi amministratori di terre completamente straniere sono persone che non hanno mai finto di comprendere queste differenze, né di combatterle, e tanto meno di sopprimerle. Sono persone che hanno riconosciuto quella “sangue diverso” e, in un certo senso, vi si sono identificate. Questo è governare; questo è essere un Impero: mettersi nei panni di coloro che vengono governati.

Nell’avventura strana, riuscita, forse effimera, che ha permesso alla nostra alta cultura europea di esercitare un controllo sulla vita delle altre popolazioni in Oriente e in Africa, sono emersi molti uomini che, messi alla prova dalle circostanze, hanno aderito a questo ideale. Ho sentito con rispetto le opinioni altrui su una mezza dozzina di inglesi, scozzesi e irlandesi del genere, anche se non ho mai visto il loro operato. I russi mi hanno parlato dei loro connazionali che hanno realizzato simili imprese al di là degli Urali e del Mar Caspio. Per quanto riguarda i tedeschi, non ho mai sentito dire che qualcuno di loro fosse anche solo in grado di intraprendere un compito del genere. Sappiamo che gli spagnoli sono riusciti a cambiare metà del continente. Ma l’unico esempio che ho visto con i miei occhi, e per soli pochi giorni, è stato quello del maresciallo Lyautey. Il Marocco sotto il dominio di Lyautey rappresenta davvero un fatto straordinario.

È vero che dietro il suo grande successo vi era qualcosa di più di una vita intera dedicata al lavoro: la lenta e costante trasformazione del Nord Africa da parte della Francia. È come un reef corallino: solido, dettagliato, infinitamente complesso; il risultato del lavoro di innumerevoli individui che hanno sacrificato se stessi, operato nell’ombra, con tenacia e creatività, per realizzare qualcosa di duraturo. Tuttavia, ciò che Lyautey ha realizzato rappresenta in sé un’opera completa. È come il nuovo stile gotico delle chiese di Brazenose o Magdalen a Oxford: si può dire che anche dietro questo risultato vi sia stato il lavoro paziente e prolungato di molte persone, a partire dal momento in cui Pugin ne iniziò la progettazione; oppure è come la turbina ideata da Parsons, frutto di numerosi esperimenti, ma comunque un’opera autonoma e significativa.

Non è affatto sminuire l’importante lavoro di Lyautey in Marocco affermare che queste cose sono possibili soltanto quando si riconosce apertamente il principio fondamentale della responsabilità personale nella governance; o, per usare un’espressione coloniale, “il controllo da parte di una sola persona”; o, in termini aristotelici, “la MONARCHIA”.

Non esiste alcuna altra forma di amministrazione efficace per governare grandi masse di persone se non quella aristocratica; e questa forma di amministrazione – che ha regnato in Inghilterra protestante per quasi 300 anni dopo la Riforma, quando la monarchia popolare fu distrutta e la ricchezza divenne l’elemento decisivo – è possibile soltanto in quelle rare comunità in cui le persone accettano volentieri di essere governate da un gruppo ristretto di individui, e rispettano e ammirano questa classe speciale che considerano i loro veri padroni naturali.

Quello che il Maresciallo Lyautey ha fatto nell’organizzazione del Marocco francese si è basato su due fondamenti essenziali: la collaborazione con i popoli alieni che si amministrano, e non contro di loro né al di sopra di loro; e l’impegno consapevole di investire il proprio capitale ed energia a beneficio dei popoli governati, piuttosto che per propri interessi personali. Ciò include lo sviluppo delle comunicazioni, la costruzione di infrastrutture, l’estensione dell’istruzione, il miglioramento delle vie d’acqua e la forestazione: tutte attività costose che possono essere realizzate soltanto da un governo realmente interessato al bene di tutti, e che mai sarebbero intraprese da operatori privati motivati esclusivamente dal proprio profitto.

È proprio l’assenza di questa simpatia e di questo aiuto desideroso da parte dei governati a impedire a una comunità commerciale di espandersi su territori stranieri. Infatti, all’interno di una comunità commerciale, la gestione di una dipendenza estera ha lo scopo principale di aiutare i mercanti o gli insediatori del proprio Paese d’origine: le strade vengono costruite, i fiumi attraversati da ponti, non principalmente a beneficio dei governati, ma soprattutto per il profitto immediato dei governanti stessi.

Con questo si manifesta un disprezzo per coloro che sono governati, il che è un segno pericoloso; e in seguito, ancora più pericolosamente, sorge l’odio verso di loro.

Quindi, il dominio straniero diventa sempre più sgradevole per coloro che ne sono soggetti. Per metà della loro vita lo considerano con meraviglia; poi iniziano a sentirsi insoddisfatti, rendendosi conto di essere disprezzati senza alcun motivo. Alla fine si ribellano definitivamente. Quando questa tirannia innaturale crolla, i governanti se ne vanno gradualmente e non rimane più traccia del loro dominio straniero.

It was so apparently between Carthage and her dependencies.

But when the governors expend themselves for the good of the governed, an amalgamation takes place between the national spirit of the one and of the other, and the superior trains and shepherds his subject into a common civilization. One of the tests of success in alien government is to note whether the governors despise or admire the governed. If they despise them it is proof that they are unfit to govern. If they admire in them what is to be admired, all goes well. I found in Morocco that a contempt for Islam (I do not say a difference from Islam, but a contempt for it, a contempt which would regard the Moor as a ‘native’ and the French as in some way a ‘superior race’) was only to be discovered here and there among the worst of the colonists. It was your half-educated, lower middle-class immigrant who took this attitude and gave all the trouble. The higher you went in the scale, the greater was the liking for the Moor and for his civilization, the greater the desire to understand him and to know his past, the greater the admiration of his art, his dignity, his faith. When one got to the head of things, in the Residency-General and in the Marshal’s own household, there was an understanding of the whole Moorish past and present like the understanding which a scholar has of his beloved text; it was an intimate and all-pervading familiarity.

I carried away with me from that glimpse of the Atlas and of the treeless run of burnt land beyond (for I travelled while the heat was still upon us) vivid pictures in the mind. First of a vast tract of dead upland, utterly bare, between Oudja and the Moulouya (I had come from Oran). This tract had about it the accursed inhuman effect of the great American deserts in the west of the United States: then, next in order, of Taza on the edge of the hill fighting, and of the story I was told there of two Moorish brothers. One of these would fight under the French for six months and then desert. Thereupon the other brother would enlist in his place. So much was the object of each the pleasure of fighting and the advantage of pay, and so little the political idea of independence.

Nor could anyone forget who has seen it (and it is now become, or will soon become, a commonplace of travel) that great new road which I saw in its last making, but which was already nearly completed. It is driven right through Barbary like a stay, like a backbone, from the Bay of Carthage to the river mouth of Rabat on the Atlantic tide; near 1,000 miles in its actual trace, and following the great ride which the first Mohammedans took when they overwhelmed the west - when that horseman rode into the sea surf on the sands by the bar of Rabat River and cried out: ‘Had you not set bounds, O God, to the earth, with this your sea, I would ride for ever westward and continue to conquer in Your Name.’ A man may take his motor-car on the boat today from Marseilles to Tunis and follow that strict and graded broad way uninterruptedly till he comes to the Atlantic and, turning south to Casablanca, ship it again for Europe.

The surprise of that Moroccan feat was the way in which it was handled during the Great War. When war was already certain in the last days of July 1914, the Government in Paris, the politicians, sent orders to the Resident-General that all troops should be withdrawn to the coast, the interior to be abandoned, and reconquest (if possible!) to be achieved after the Peace. We who know what those words ‘after the Peace’ have come to mean, know also that it would have been the end of the French in Morocco. It would have been the return to the old pressure upon the Algerian frontier and evidence to all Islam that Europe had failed.

What the soldier did was to maintain his garrisons in spite of the politicians. What was astonishing, he continued the development of Morocco during all those four years of mortal strain, as though the peace had not been broken. Still was the railway laid, and still the new road completed, and still were the buildings set up, and still was the wild hill country contained by its ring of troops; until, when the curtain lifted in ‘19, Europe saw, not the Morocco there had been when the Occident entered on its great struggle, but another Morocco wealthier, stronger, and more settled, with great new European towns side by side with the Moslem, and with the whole territory organized.

These new great towns are planned and are built under a military rule - and that is very wise, for the anarchy of individual mercantile effort would have made the experiment break down. No house may be built in the European fashion to jar against the spirit of the place. Everywhere the roofs must be flat and the outline preserved. Also the European town is kept wholly distinct from the Mohammedan. Thus in Meknes you may hear Mass in a chapel which lies within the very thickness of the city wall - it is the old chapel of the Portuguese prisoners during the past of the great Sultans - but you may not enter that chapel from within the city; the door faces outward, upon the country side of the wall. Upon the day before I left Morocco, a soldier who was driving me upon the heights above one of the new cities in his car, said to me musingly, as we had halted to look down upon the view of mixed Europe and Africa and of all that vast new wealth: ‘It is just ten years ago that the Sultan of the day, annoyed with his brother, had him devoured by lions.’ Those who love contrast will not find it stronger anywhere than in this strange land.

But these distant memories of Morocco go ill with the presence of a Devon sea under the breaking of a chill dawn. Those African pictures in my mind, hot sand and palm, painted by memory in the night, grew pale and disappeared in the northern daylight, as do the coloured flashes of the headland lights with the coming of the day.

There was still no more wind than would just make the Nona feel her helm. My companion slept below. The heave of the sea grew less; and then, to my disgust and dread, over the sea, already too hazy (so that the high land some three miles away was like a ghost), a fog came drifting up and enveloped us altogether.

Era chiaramente un conflitto tra Cartagine e le sue dipendenze.

Ma quando i governanti si dedicano al bene dei governati, si verifica un’unione tra lo spirito nazionale di entrambi, e il governo superiore guida e orienta i suoi sudditi verso una civiltà comune. Uno dei criteri per valutare il successo di un governo straniero è capire se i governanti disprezzino o ammirino i governati stessi. Se li disprezzano, significa che non sono adatti a governare; se invece ammirano in loro ciò che merita ammirazione, allora tutto va per il meglio. In Marocco ho riscontrato che un disprezzo verso l’Islam – non una differenza rispetto all’Islam, ma proprio un disprezzo che considerava i mori “indigeni” e i francesi una sorta di “razza superiore” – esisteva soltanto tra i coloni peggiori. Erano i vostri immigrati semi-istruiti, appartenenti alla classe media inferiore, ad assumere questo atteggiamento, causando tutti i problemi possibili. Più ci si elevava nella gerarchia sociale, maggiore era l’affetto per il moro e la sua civiltà, maggiore il desiderio di comprenderlo e conoscere il suo passato, maggiore l’ammirazione per la sua arte, la sua dignità, la sua fede. Quando si raggiungevano posizioni di responsabilità, nella Residenza Generale o nella stessa casa del Maresciallo, si aveva una vera comprensione dell’intero passato e presente moresco, simile a quella che uno studioso ha per il testo che ama; si trattava di una familiarità profonda e onnipresente.

Quel breve sguardo all’Atlante e alla distesa di terra bruciata che si estendeva oltre (poiché viaggiai mentre il caldo era ancora intenso) lasciò nella mia mente immagini vivide. Prima di tutto, l’immagine di un vasto territorio montuoso completamente desolato, situato tra Oudja e Moulouya (ero arrivato da Oran). Quel luogo aveva lo stesso effetto spietato e disumano dei grandi deserti americani dell’ovest degli Stati Uniti; poi, subito dopo, l’immagine di Taza, situata ai margini delle zone collinari dove si svolgevano battaglie, e la storia che mi fu raccontata laggiù riguardo a due fratelli mori. Uno di loro combatteva al fianco dei francesi per sei mesi e poi disertava; allora l’altro fratello si arruolava al suo posto. Per entrambi, l’unica motivazione era il piacere di combattere e il guadagno derivante dallo stipendio, mentre l’idea politica dell’indipendenza rappresentava un fattore secondario, se non del tutto trascurabile.

Nessuno potrebbe dimenticare chi l’ha visto (e ora è diventato, o presto diventerà, una cosa del tutto comune nei viaggi): quella grande nuova strada che ho visto mentre veniva costruita, ma che era già quasi completata. Attraversa tutta la Barberia come un sostegno, come una colonna vertebrale, dalla Baia di Cartagine fino alla foce del fiume Rabat sull’Oceano Atlantico; ha una lunghezza effettiva di quasi 1.000 miglia e segue esattamente il percorso che i primi musulmani utilizzarono quando conquistarono l’Occidente: quel cavaliere che galoppò fino sulle onde sulla sabbia presso la foce del fiume Rabat e gridò: “O Dio, se non avessi imposto confini alla terra con questo tuo mare, io continuerei per sempre verso ovest, conquistando in nome Tuo”. Oggi si può prendere l’auto da Marsiglia fino a Tunisi e seguire senza interruzioni quel percorso ampio e ben costruito, fino ad arrivare all’Atlantico; poi, girando a sud verso Casablanca, si può imbarcarsi di nuovo per tornare in Europa.

La sorpresa rappresentata da quell’impresa marocchina risiedeva nel modo in cui fu gestita durante la Grande Guerra. Quando ormai era certo che la guerra sarebbe scoppiata negli ultimi giorni di luglio 1914, il governo di Parigi e i politici inviarono ordini al Residente Generale affinché tutte le truppe venissero ritirate sulla costa, abbandonando l’interno del paese; la riconquista, se possibile, avrebbe dovuto avvenire dopo la pace. Noi che sappiamo cosa significano quelle parole “dopo la pace”, sappiamo anche che ciò avrebbe segnato la fine della presenza francese in Marocco. Sarebbe stato il ritorno alla vecchia pressione esercitata sulla frontiera algerina e una dimostrazione per tutto l’Islam del fallimento dell’Europa.

Quello che fece il soldato fu mantenere le sue guarnigioni nonostante l’opposizione dei politici. Ciò che è sorprendente è che continuò lo sviluppo del Marocco durante tutti quei quattro anni di intense difficoltà, come se la pace non fosse mai stata interrotta. La ferrovia fu comunque costruita, le nuove strade completate, gli edifici eretti e le zone montuose selvagge controllate dalle truppe; fino a quando, nel 1919, l’Europa vide un Marocco diverso da quello che esisteva quando l’Occidente aveva iniziato la sua grande lotta: un Marocco più ricco, più forte e meglio organizzato, con nuove città europee fianco a fianco con quelle musulmane, e tutto il territorio sotto controllo.

Queste nuove grandi città vengono pianificate e costruite sotto un regime militare – ed è molto saggio, poiché l’anarchia degli sforzi commerciali individuali avrebbe fatto fallire questo progetto. Nessuna casa può essere costruita nello stile europeo, in modo da contrastare lo spirito del luogo; i tetti devono essere piatti e le linee architettoniche mantenute intatte. Inoltre, la città europea viene tenuta completamente separata da quella musulmana. A Meknes, ad esempio, si può ascoltare la messa in una cappella situata proprio all’interno delle mura della città: è l’antica cappella dei prigionieri portoghesi durante il regno dei grandi sultani. Ma non si può entrare in quella cappella dall’interno della città; la porta si affaccia verso l’esterno, sul lato rivolto alla campagna. Il giorno prima di lasciare il Marocco, un soldato che mi accompagnava su una collina sopra una delle nuove città mi disse, mentre ci fermavamo ad ammirare quella vista mista di Europa e Africa, nonché tutta quella vasta nuova ricchezza: “Sono appena passati dieci anni da quando il sultano di allora, infastidito dal proprio fratello, lo fece divorare dai leoni”. Chi ama i contrasti non troverà nulla di più evidente in questa strana terra.

Ma questi lontani ricordi del Marocco non si armonizzano con la presenza del mare del Devon sotto il cielo freddo di un’alba gelida. Quegli scenari africani nella mia mente – sabbia calda e palme – dipinti dalla memoria durante la notte, sbiadiscono e scompaiono alla luce del giorno settentrionale, proprio come i bagliori colorati delle luci della punta di terra con l’arrivo dell’alba.

Non c’era ancora abbastanza vento per far sentire a Nona la presenza del timone. Il mio compagno dormiva sotto coperta. Le onde diventavano sempre più calme; poi, con mia disgusto e paura, sopra il mare – già troppo nebbioso (al punto che le terre lontane, a circa tre miglia di distanza, sembravano fantasmi) – una fitta nebbia iniziò ad avvolgerci completamente.

I put her up a point more westerly, so as to be on the safe side, for I did not know what current there might be here, and I had to give the land a good offing. I did not want to come up through the fog in such calm weather to hear, close at hand, the treacherous murmur of slightly moving water upon rocks.

Of all experiences at sea in a small boat, under sail, there is none in these days of steam and petrol more trying (after a certain length of it) than being thus half-becalmed with barely steering way in a part of the sea where the great ships ply up and down, they themselves independent of the stillness that holds you fast. You can hear (as I did on that morning) the beat of the propellers, miles away or close at hand. You hear the hooting from time to time of a ship’s siren - but there is nothing to tell you where your danger may be, nor upon what line it may be approaching you. Some with more experience could, perhaps, have judged that these occasional sounds were at such and such a distance, each or none of them threatening; but to me it seemed as though every steamer in the Bristol Channel was atop of us. I have no doubt that had the fog lifted I should have had nothing in sight but a couple of outward-bound tramps half-way to the horizon, and perhaps one small steamer in from the Atlantic seas, and going up to Avonmouth, rather nearer to our shore, so as to save the strength of the tide. Indeed, when the fog did lift towards noon, the sea was of that appearance, with not half a dozen craft to be seen, and none near. But in the white, cold blankness of the mist (with nothing whereby to judge save the ear), the rhythmic beating of the blades seemed anywhere close at hand; and if the hooting of the steam whistles was dull and dim, that seemed due not to distance, but to the blanketing of the dense cloud. It rose at last, first in patches and wreaths, then altogether, and a pale sun showed over distant land.

There is one thing that has always puzzled me about the Devon and Cornwall peninsula, and that is why the entry into it, up to quite late in history, seems to have been from the north.

The deep harbours and secure anchorages are today on the south. There is a whole string of them; and it is the south that faces towards the main civilization of the continent. You have the profound inlet of Falmouth, you have Fowey, you have the miles of inland water at Plymouth, you have the Yealm and Salcombe, and the Dart and Teignmouth. Yet the legends, and even the history of Dumnonia are more concerned with such shallow, small, and difficult places as St Ives, Padstow, and Bideford River. The wealth seems to have been more on the north than upon the south, for you will note that the pirate raids principally struck there, and the shrines also, the ancient shrines, are rather on the north than on the south; and on the north also is Tintagel, of which it was said by Tristram: ‘Blessed be Tintagel and all that dwell therein.’ The relics of the saints were established in the northern harbours. The seats of government were on the north: there, in the north, is the story of Arthur; and when Cornwall communicates with Brittany in the early Dark Ages, men seem to sail round the end of the land - though the southern harbours are there, pointing right at the further shore.

Did that peninsula swing as on a pivot axis? Did it deepen to the south during the long, hardly-recorded ages?


I knew nothing of these harbours of North Devon and Cornwall, not even by hearsay. I read up diligently in my West Coast Pilot that river which seemed the best for entry along these coasts, and hoped to make it before evening. But the wind died down altogether, and we drifted aimlessly enough back upon the flood, then down again on the ebb, through the night, and all through the morning and the noon, and on into the afternoon again of the second day.

It was full evening, and the sun within an hour of its setting, the air much warmer now and the light mellow with a powdery gold, when a strong breeze came up out of the very sun, as it were; out of the glory. The Nona heeled to it, and was now to be handled at will, making a good run a little north of west, with the opportunity for beating as we chose. We beat up towards the river-mouth, sure, as we thought, that the wind would hold, and that we could easily run up the stream and so to the town beyond before darkness. What we had not reckoned with was a sheer cliff lying along the river-mouth to the west, overhanging it and cutting off the wind. On the eastern shore was an immense stretch of half-covered sand, bearing a name of disaster, and famous for wreckage. Having lost the wind, we could no longer manoeuvre, and, what was worse in the narrow passage, we found that the tide did not run true to the sea-tide outside.

We had counted upon the flood making; but, whether because there was more water than usual in the river, or from some odd effect of the wind, or because locally it is always so (though the West Coast Pilot told us nothing about it, nor the chart either), the river was still running out violently, and there seemed no sign of an upward-going stream before darkness.

I had almost determined to let her drift out again, catch the seawind when I got beyond the wall of the cliff, find anchoring ground well off-shore, and wait there for the day, when there appeared, coming down the river at great speed, a white motor-boat, large and exquisitely apparelled, splendid with burning bronze, regally accoutred in unspotted gleaming mantle of the foam-colour, of the cloud-colour, of the snow-colour, and a line of gold all around. It was indeed a boat apparelled, not only as to itself, but as to its two humans; and shameful did the Nona appear, homely, draggle-tail, sordid, even after so very calm a passage, when contrasted with that dandy of the inland waters. Alas! That dead wealth should dig such gulfs between mortals and that poverty should lessen virtue!

But, to be just, it is not only wealth that breeds these fine sights, it is also a certain temper in the owner. And I knew very well that though I had three million pounds and some odd pence over I should never have a tidy boat. I could not sleep in such a thing.

L’ho posizionata un po’ più a ovest, per essere sicuro; non sapevo infatti quali correnti potessero esserci in questa zona, e dovevo assicurarmi che la nave prendesse il vento giusto. Non volevo affatto attraversare la nebbia in un tempo così calmo, rischiando di sentire, nelle vicinanze, il pericoloso mormorio dell’acqua che scorreva sulle rocce.

Di tutte le esperienze vissute in mare su una piccola barca a vela, non c’è nulla, al giorno d’oggi, con la steam e il petrolio, che sia più estenuante (dopo un certo periodo di tempo trascorso in tali condizioni) del trovarsi così parzialmente immobilizzati, con pochissima possibilità di manovrare, in una zona del mare dove le grandi navi navigano avanti e indietro, completamente indipendenti dalla calma che ti intrappola. Si può sentire (come ho fatto quella mattina) il rumore dei motori, a chilometri di distanza o proprio vicino. Si sente anche, di tanto in tanto, l’ululato delle sirene delle navi, ma non c’è modo di capire da dove possa provenire il pericolo, né su quale rotta possa avvicinarsi. Alcuni, con più esperienza, forse sarebbero riusciti a stimare la distanza di quei suoni e a capire se rappresentassero un vero pericolo o meno; ma per me sembrava che ogni nave a vapore nel Canale di Bristol fosse sopra di noi. Non ho dubbi che, se la nebbia si fosse dissipata, non avrei visto altro che un paio di navi dirette verso il largo, lontane all’orizzonte, e forse una piccola nave proveniente dall’Atlantico, diretta verso Avonmouth, più vicina alla nostra costa, per risparmiare la forza della marea. Infatti, quando la nebbia si dissolse verso mezzogiorno, il mare presentava proprio quell’aspetto: non si vedeva nemmeno una dozzina di imbarcazioni, e nessuna vicina a noi. Ma nella bianca, fredda oscurità della nebbia (senza alcun indizio visivo per orientarsi), il ritmico rumore dei motori sembrava provenire da ogni direzione; e se l’ululato delle sirene era debole e distante, questo non dipendeva dalla distanza, ma dall’opacità della densa nebbia. Alla fine la nebbia si dissipò completamente, e un pallido sole apparve sopra le terre lontane.

C’è una cosa che mi ha sempre lasciato perplesso riguardo alla penisola di Devon e Cornovaglia: il motivo per cui l’ingresso in essa, fino a tempi piuttosto recenti nella storia, sembrava avvenire dal nord.

I porti profondi e gli ancoraggi sicuri si trovano oggi a sud. Ce ne è un intero insieme; ed è proprio il sud che si affaccia verso la principale civiltà del continente. Ci sono l’insenatura di Falmouth, Fowey, i lunghi corsi d’acqua interna di Plymouth, Yealm e Salcombe, nonché Dart e Teignmouth. Eppure le leggende, e persino la storia della Dumnonia, riguardano più spesso luoghi poco profondi, piccoli e difficili da raggiungere come St Ives, Padstow e il fiume Bideford. Sembra che la ricchezza fosse più concentrata a nord che a sud: le incursioni dei pirati colpivano principalmente quelle zone, così come gli antichi santuari, che si trovavano soprattutto nel nord. Anche Tintagel si trova a nord; di esso Tristram disse: “Benedetto sia Tintagel e tutti coloro che vi abitano”. Le reliquie dei santi furono custodite nei porti settentrionali, e i centri del potere erano anch’essi nel nord. Lì, nel nord, si narra la storia di Artù; e quando la Cornovaglia comunicava con la Bretagna ai primi tempi del Medioevo, le navi sembravano navigare attorno alla punta della terra – anche se i porti meridionali erano proprio lì, diretti verso la riva opposta.

Quella penisola si è mossa attorno a un asse di rotazione? Si è approfondita verso sud nel corso di quei lunghi periodi di tempo, quasi del tutto ignorati dalle cronache storiche?


Non sapevo nulla di questi porti del North Devon e della Cornovaglia, nemmeno per sentito dire. Studiai con attenzione il “West Coast Pilot”, cercando di individuare quale fiume fosse il più adatto per l’ingresso lungo queste coste, nella speranza di raggiungerlo prima del tramonto. Ma il vento si placò completamente, e noi continuammo a galleggiare senza meta, risalendo con la marea alta e poi scendendo di nuovo con la marea bassa, per tutta la notte, e per tutto il mattino, il pomeriggio, fino al pomeriggio del secondo giorno.

Era ormai piena sera; il sole sarebbe tramontato entro un’ora, l’aria era molto più calda e la luce aveva assunto una tonalità dorata e soffusa. All’improvviso, una forte brezza si alzò, come se provenisse direttamente dal sole stesso, dall’intera sua gloria. La Nona ne approfittò immediatamente: ora potevamo guidarla a piacimento; viaggiava in direzione nord-ovest, offrendoci la possibilità di modificare la nostra rotta a seconda delle necessità. Ci dirigemmo verso l’estuario del fiume, convinti che quella brezza ci avrebbe aiutato ad avanzare velocemente lungo il corso d’acqua e raggiungere così la città prima che calasse il buio. Ma non avevamo previsto una scogliera ripida che si estendeva lungo l’estuario a ovest, sovrastandolo e interrompendo il flusso dell’aria. Sulla riva orientale c’era un vasto tratto di sabbia semi-nascosta, un luogo noto per i disastri e pieno di relitti. Una volta persa la brezza, non potemmo più manovrare la Nona; peggio ancora, in quel passaggio stretto, scoprimmo che la marea non seguiva il corso naturale del fiume.

Ci eravamo aspettati che si verificasse un’inondazione; ma forse a causa della presenza di più acqua del solito nel fiume, o per qualche effetto strano del vento, oppure perché in quella zona è sempre così (sebbene né il “West Coast Pilot” né la mappa ne facessero menzione), il fiume continuava a scorrere con violenza, e prima che calasse la notte non sembrava esserci alcun segno di un aumento del flusso verso l’alto.

Avevo quasi deciso di lasciarla andare via di nuovo, che affrontasse il vento marino una volta superato il dirupo; avrei trovato un luogo adatto per ancorarmi lontano dalla riva e aspettato l’arrivo di una grande barca a motore bianca, splendida nella sua decorazione in bronzo scintillante, adornata con strisce dorate lungo tutto il bordo. Era davvero una barca curatissima, sia nell’aspetto esteriore che in quello dei suoi due occupanti. Ma quanto apparisse meschina e trasandata la Nona, al confronto di quella elegante imbarcazione delle acque interne! Ahimè. Quanto possano creare distanze immense tra gli esseri umani la ricchezza eccessiva e la povertà.

Ma, per essere giusti, non è solo la ricchezza a generare queste belle cose: serve anche un certo temperamento da parte del proprietario. E sapevo molto bene che, anche se avessi avuto tre milioni di sterline e qualche penny in più, non avrei mai avuto una barca davvero bella. Non sarei riuscito a dormire su una cosa del genere.

Anyhow, there she came, thundering down the tide. I had thought she would pass me in her rush of speed, and I held up until she should have done so, for it would have been dangerous to have tried to go about with such a weight of movement coming on us, and our own course half out of control, dependent only upon occasional slight splashes of wind from over the cliff. But the motor-boat slowed down, and its owner asked us if we wanted a tow up to the town. We met him with gratitude: he was of that very considerable class known as the Good Rich, with whom are the Penitent Thieves, the Reformed Drunkards, the Sane Professors, the Womanly Furies, and all other candidates for heaven. We threw a line aboard him and made fast, and so went up just as the darkness came, and dropped anchor in the pool under a neat little city, which lived by the traffic of that difficult waterway with its strange tide. But, then, all tides are strange.

My companion and I sat in the hatch that evening under quiet stars, smoking pipes, watching that most pleasant of sights, the home lights of a little harbour town, and their trembling reflections in the water, the slight swaying of the masts of fishing-boats moored by the quay. We wondered together at the way the tide had behaved when it tried to baulk us of our entry, and we decided before we slept that it was better never to reason upon tides, nor even to accept print upon them, but to take them blindly as they came, for ‘No man living can understand the tides,’ said my companion, and, as he said it, he sighed; and he was right.

No man living can understand the tides. And the mystery of the tides is as good a corrective as one could find to our deadening pride in exact measurements, and to the folly of attempting to base real knowledge upon mere calculation: our pretence to a universal science, and to a modern omniscience upon the Nature of Things.

The bungling of landsmen in the matter of tides begins with Galileo. That worthy had a talent for getting off the rails and he bungled on the tides as he did on comets. Then came Newton. Why does the tide flow every twelve hours on the average, instead of every twenty-four? If it be true, as I suppose it roughly is, that the moon is the main puller of the tides (helped and hindered a little by the sun, and certainly by other forces of which we know nothing), then there ought to be a tide every twenty-four hours. Put a lot of fluid round a solid sphere, and set a pull, working from some point well outside the fluid. It looks as though the fluid would heap up towards the pull. It being discovered that the fluid did not heap up only towards the pull, but also on the other side of the solid sphere, away from the pull, the mind of man could not rest without proclaiming an explanatory dogma, and we were told (by Newton among others) that the pull not only heaped up the fluid towards itself, but also dragged away the earth from the water on the far side. Indeed, Newton worked it out and proved that it was so.

If the phenomenon had been the other way about, if the fluid had behaved as one would expect it to behave, and had heaped up only on the side towards the pull - oh! believe me! a formula would have been discovered to explain that with just as much ease as the formula which has been drawn up to explain the real state of affairs.

But this original false dogma is not of very much interest compared with the immense complexity of the tides, and the inability to follow them with any sort of completeness by reason of that complexity.

For the tides behave in the most inexplicable fashion. They follow, of course, certain habits, which we know (from the observation of liquids everywhere) to be in the nature of a liquid in movement. They pile up higher as they rush up funnels. They are checked by ridges, they form eddies - and all the rest of it. But they are continually playing anomalous tricks; and anyone who tries to work up a theory of the tides makes a fool of himself: still more does any poor sailing-man do so who uses science to discover what the tide may be doing in a place he has not yet tried. He makes not only a fool of himself, but also, very probably, shipwreck.

Why should a tide run three hours late inshore along the Bight of Sussex? We are told it is an eddy. Of course it is. But why an eddy of such extraordinary retardation? The main Channel tide runs from headland to headland. It is ‘true’, as the phrase goes, at St Catherine’s, and again at Beachy and so on to Dungeness; and if you are going up Channel outside, you carry it with you ‘true’ all the way. That it should be a little retarded in the Bight of Sussex one might understand, but that Bight is very shallow (it is only fifteen miles from the deepest point by Shoreham to the outer line), and yet you have this three hours’ difference! The tide still runs hard to the west along shore, three - anyhow, two and three-quarters - hours after it has turned eastward outside.

Who can explain why there is nine hours’ ebb on the easterly shore of Portland and only three hours’ flow? It is a monkey trick, designed to prevent the poor sailorman from sneaking in just under the Bill: it only give him three hours out of the twelve in which to do it, with Scylla on his left, and that most abominable howling Charybdis, called Portland Race, on his right. And if he comes up to the Bill at the end of his three hours’ limit, he has his heart in his mouth for fear that he should find the ebb stream catching his bows the moment he is round the Bill, and driving him headlong into the heart of the Race.

And what about the double tide of the Wight and Poole, the guider, as they call it - the mystery of the Dorset and the Hampshire seas? In the days of my innocence I used to believe what I was told: that the double tide in Southampton Water was due to the water coming in first through the Needles channel and then around by Spithead later. It sounded reasonable for Southampton Water. But when I first made Poole, and found that they had a double tide there as well - and even out beyond St Alban’s Head - my philosophy was shaken, and my scheme of things fell heavily to the ground. Why on earth should there be a double tide on that coast? Who could explain it?

Comunque sia, eccola arrivare, avanzando con forza contro la corrente del fiume. Pensavo che mi avrebbe superato nella sua corsa veloce, quindi ho aspettato fino a quando non l’avesse fatto; sarebbe stato pericoloso provare ad andare avanti in mezzo a una tale forza d’urto, con la nostra rotta quasi fuori controllo e affidata soltanto ai leggeri soffi di >vento che provenivano dalla scogliera. Ma il motoscafo rallentò, e il suo proprietario ci chiese se volevamo essere trainati fino in città. Gliene fummo grati: apparteneva a quella categoria di persone considerate “ricche buone”, insieme ai Ladri Pentiti, agli Alcolisti Riformati, ai Professori Sani, e a tutti gli altri candidati al paradiso. Gli gettammo una corda e ci attaccammo a bordo; così proseguimmo il nostro viaggio proprio quando calava la notte, e gettammo l’ancora in un piccolo porto situato sotto una graziosa città che viveva grazie al traffico di quel pericoloso corso d’acqua dalle strane maree. Ma, dopotutto, tutte le maree sono strane.

Quella sera, io e il mio compagno ci sedemmo nella cabina di pilotaggio, sotto le stelle silenziose, fumando pipe e ammirando quella vista incantevole: le luci delle case di una piccola città portuale e i loro riflessi tremolanti sull’acqua, il leggero dondolio degli alberi delle barche da pesca allineate lungo il molo. Ci chiedemmo insieme come avesse reagito la marea nel tentativo di impedirci l’ingresso, e decidemmo prima di addormentarci che fosse meglio non cercare mai di comprendere i meccanismi delle maree, né nemmeno credere a ciò che si legge al riguardo; bisognava semplicemente accettarle così come venivano. “Nessun uomo vivente può davvero capire le maree”, disse il mio compagno, e mentre lo diceva sospirò. Ed aveva ragione.

Nessun uomo vivente può comprendere i fenomeni delle maree. Il mistero delle maree rappresenta dunque un ottimo rimedio contro il nostro orgoglio eccessivo per le misurazioni precise, nonché contro l’assurdità di cercare di fondare la conoscenza reale su semplici calcoli: la nostra pretesa di possedere una scienza universale, o addirittura un’onniscienza moderna basata sulla Natura delle cose.

Gli errori commessi dagli scienziati nel comprendere i fenomeni delle maree iniziano con Galileo. Quel grande scienziato aveva la tendenza a sbagliare nei suoi calcoli, e anche sulle maree commise gli stessi errori che riguardo alle comete. Poi arrivò Newton. Perché le maree si verificano in media ogni dodici ore, e non ogni ventiquattro? Se è vero, come credo sia più o meno, che la luna sia la principale causa delle maree (con il contributo, seppur minore, del sole e di altre forze di cui non sappiamo nulla), allora le maree dovrebbero verificarsi ogni ventiquattro ore. Immaginiamo di avere molto liquido attorno a una sfera solida e di applicare una forza che agisca da un punto situato al di fuori del liquido stesso: sembrerebbe logico che il liquido si accumulasse verso quel punto di attrazione. Tuttavia, si è scoperto che il liquido non si accumula solo in quella direzione, ma anche dall’altra parte della sfera, lontano dalla forza applicata. Di fronte a questo fenomeno, la mente umana non poteva fare a meno di formulare una spiegazione. E così ci è stato detto (soprattutto da Newton) che quella forza non solo fa accumulare il liquido verso di sé, ma anche allontana la Terra dall’acqua situata sul lato opposto. Infatti, Newton ha calcolato e dimostrato che effettivamente è così.

Se il fenomeno fosse stato inverso, se il fluido si fosse comportato come ci si sarebbe aspettati che si comportasse, accumulandosi soltanto sul lato rivolto verso la forza di attrazione. Oh! credetemi: sarebbe stata scoperta una formula in grado di spiegarlo, con la stessa facilità con cui è stata formulata quella che descrive lo stato reale delle cose.

Ma questo falso dogma originale non rappresenta un grande interesse rispetto all’enorme complessità delle maree, e alla impossibilità di seguirne lo svolgimento in modo completo a causa proprio di tale complessità.

Le maree si comportano in modo davvero inspiegabile. Seguono, certo, certi schemi che conosciamo (dalla osservazione dei liquidi in ogni ambito) e che sono tipici di un liquido in movimento: si accumulano maggiormente quando scorrono lungo delle “canne” naturali; vengono ostacolate da creste sottomarine, formano vortici e via dicendo. Tuttavia continuano a compiere comportamenti anomali; chiunque tenti di formulare una teoria completa sulle maree finisce per fare la figura dello sciocco. E lo stesso vale per quei poveri marinai che cercano di utilizzare le conoscenze scientifiche per prevedere il comportamento delle maree in luoghi che non hanno ancora esplorato. Non solo fanno la figura degli sciocchi, ma molto probabilmente rischiano anche di far naufragio.

Perché mai la marea dovrebbe ritardare di tre ore lungo la costa della Baia del Sussex? Ci dicono che si tratti di un vortice. Certo che lo è. Ma perché proprio un vortice con una tale riduzione della velocità della marea? La marea principale del Canale della Manica scorre da un promontorio all’altro: è “regolare”, per usare questa espressione, a St Catherine’s, e poi di nuovo a Beachy, fino a Dungeness; e se si naviga lungo il canale esterno, la marea rimane regolare per tutto il tragitto. Si potrebbe capire che nella Baia del Sussex ci sia un certo ritardo, ma quella baia è molto poco profonda (la distanza tra il punto più profondo, vicino a Shoreham, e il bordo esterno della baia è di soli quindici miglia), eppure il ritardo raggiunge addirittura le tre ore. La marea continua comunque a muoversi con forza verso ovest lungo la costa, ma solo due ore e mezza dopo aver iniziato a muoversi verso est all’esterno della baia.

Chi può spiegare perché sulla costa orientale di Portland il flusso dell’acqua dura nove ore durante la marea bassa, mentre durante la marea alta ne dura soltanto tre? È una trappola inventata per impedire ai poveri marinai di approfittare delle condizioni favorevoli: loro hanno a disposizione soltanto tre ore su dodici per farlo, con Scilla alla loro sinistra e quella terribile e minacciosa Charybdis, chiamata “Portland Race”, alla loro destra. E se arrivano al limite delle tre ore concessi, sono terrorizzati all’idea che il flusso della marea bassa possa afferrare la prua del loro veliero non appena superano quel punto, spingendolo dritto verso il cuore di quella pericolosa corrente.

E che dire della doppia marea del Wight e di Poole, di quel “guida” che la gente chiama così. Il mistero dei mari di Dorset e Hampshire? Nei giorni della mia innocenza credevo a ciò che mi veniva detto: che la doppia marea nel Southampton Water fosse dovuta al fatto che l’acqua arrivasse prima attraverso il canale Needles e poi proseguisse lungo Spithead. Sembrava una spiegazione plausibile. Ma quando visitai per la prima volta Poole e scoprii che anche lì c’era una doppia marea – persino al di là di St Alban’s Head – tutta la mia concezione delle cose venne scossa. Perché mai dovrebbe esserci una doppia marea su quella costa? Chi poteva spiegarlo?

The enormous tide at the end of the funnel of the Bristol Channel is reasonable enough, though it is a little odd that it should be so very much bigger at Chepstow than at Gloucester. But how will you account for the prodigious heave at St Malo? Why does the flood come up Aran River like a racehorse recently invigorated with a bucket of beer, and at Newhaven hardly move at all up the Ouse?

I have stood outside the old piers at Newhaven in a little boat, with a northerly wind, expecting the first of the flood to help me to beat up, and waited for the quarter flood, and the half flood, and, later than that, and still have seen the sluggish surface water running out to sea against all the tidal laws that were ever written down: running out to sea, though the level of it steadily rose.

But there is no end to the mystery of the tides. Why is there a tide at Venice? It is not much of a thing, but it is there. And, for that matter, there is a tide in the Lake of Geneva. Here, again, the learned come barging in and tell us all about it. Closed basins (they say), like the Adriatic, even quite small ones, like the Lake of Geneva, have their little tides after the fashion of water swung in a basin. The explanation is given in some simile like this: ‘If you shake a basin slightly, the water will begin to swing with a regular movement back and forth.’ So it will. But who shakes the Lake of Geneva? Or who catches the Adriatic at either end, and gives it a regular balance up and down, exactly so often, every so many hours?

All this questioning sounds like the Book of Job; but, note you, that I, for my part, am with Job, and against the scientists. For Job, or God, or whoever it was who set the catechism, put the questions and was careful to avoid the answers, and for my part I will do the same, not only in the matter of the tides, but for the whole basketful of things on which the scientists have been pontificating with increasing uppishness for the last 200 years, until at last they have led us to the morass wherein we are sinking. When they pontificate on tides it does no great harm, for the sailorman cares nothing for their theories, but goes by real knowledge, and I by my sworn authority, the Admiralty texts, the like of which for excellence the world has not: ‘High water, full and change, six hours, thirteen minutes after Dover. The stream is barely perceptible in the first three hours of the flood, but runs very strongly in the third, and through three-quarters of the fourth hour; after which it slackens. There is no perceptible stream in the last two hours of the flood.’ Or again: ‘On rounding the Devil’s Point the tide is lost.’ There is no theorizing, no mumbo-jumbo. The thing itself, reality, is stated; and it is true. There is not even a passing wonderment as to where the tide goes to when it is lost. The Channel Pilot tells you the truth. You stick blindly to its text and you are saved.

There are many parts of the sea where the tide goes round like a clock, and no one can tell you why. Instead of the stream setting first east, let us say, with the flood and then west with the ebb, it goes all round the compass. It sets north-west with the beginning of the flood, then north, then north-east, then east, and so on. Looking all round about itself like a performing dog, and slowly and ceaselessly revolving. It behaves not like an eddy, but like spokes. It is perfectly incomprehensible.

There is also this about the tides, which we all know to be true, and which we can see at work any day, but which I defy any man to rationalize: when the tide runs up a narrow river - or, indeed, any river - it will be still running up, say, ten miles from the mouth, when it is running down again, say, five miles from the mouth. What happens in between? Slack water, of course. But how is there slack water? How can the running down be going on at one point and, immediately beyond, the running up, without a division? How can the water go on running up from a reservoir below which it is running down? It does so, and it is all in God’s providence, and I accept it as I do teeth, or any other oddity. But I will not pretend to explain it.

The sea teaches one the vastness and the number of things, and, therefore, the necessary presence of incalculable elements, perpetually defeating all our calculations. The sea, which teaches all wisdom, certainly does not teach any man to despise human reason. I suppose there was never yet any Kantian fool or worser pragmatist who would not have been cured of his folly by half a week of moderate weather off the Onion. No one can at sea forego the human reason or doubt that things are things, or that true ideas are true. But the sea does teach one that the human reason, working from a number of known premises, must always be on its guard, lest the conclusion be upset in practice by the irruption of other premises, unknown or not considered. In plain words, the sea makes a man practical; and the practical man is, I suppose, as much the contrary of the pragmatist as the sociable man is the contrary of the socialist, or the peaceable man the contrary of the pacifist.

And, talking of pacifists, there is nothing more pleasing to note than the excellent unconscious patriotism of the men and women who solemnly propose that patriotism is the ruin of the world.

There is a delightful irony in observing how intensely national these anti-nationalists are! It is a profound and satisfying thing to watch. Anyone can get a good laugh out of the patriotism of men with no nation, or, at any rate, with a nationality very different from that which they profess. It is a common jest, the sham patriotism of the nomads. But far more subtle and penetrating is the fun of watching your genuine pacifist, who believes the divisions between nations to be evil artifices, soon to be conjured away.

Nowhere are these international pacifists more national than in England. They have all the English spontaneity and love of adventure. They carry to extreme that English love of individual action which we nearly always find associated with their odd political blindness.

La enorme marea alla fine del canale di Bristol è abbastanza intensa, anche se è un po’ strano che sia molto più forte a Chepstow che a Gloucester. Ma come si può spiegare l’enorme movimento delle acque a St Malo? Perché la marea sale lungo il fiume Aran con la velocità di un cavallo da corsa appena rinvigorito da una brocca di birra, mentre a Newhaven quasi non si muove affatto lungo il fiume Ouse?

Sono stato fuori dai vecchi moli di Newhaven, su una piccola barca, sotto un vento settentrionale; aspettavo che la prima ondata dell’alluvione mi aiutasse a spingermi verso il mare. Ho atteso l’onda successiva, poi ancora un’altra. Eppure ho continuato a vedere quella superficie d’acqua stagnante allontanarsi dal litorale, contro tutte le leggi delle maree che siano mai state scritte: si allontanava dal mare, nonostante il livello dell’acqua aumentasse costantemente.

Ma il mistero delle maree non ha fine. Perché esistono le maree a Venezia? Non è certo una cosa importante, ma c’è comunque. E, del resto, anche nel Lago di Ginevra ci sono maree. Anche in questo caso, gli studiosi intervengono per spiegarcelo tutto. Dicono che i bacini chiusi, come l’Adriatico, o anche quelli piuttosto piccoli come il Lago di Ginevra, presentano delle piccole maree, proprio perché l’acqua all’interno di tali bacini oscilla in modo regolare. La spiegazione è data più o meno così: “Se scuoti leggermente un bacino, l’acqua inizierà a muoversi avanti e indietro in modo regolare”. Certo, è vero. Ma chi è che scuote il Lago di Ginevra? O chi è che tiene sotto controllo l’Adriatico su entrambi i lati, garantendogli un movimento regolare su e giù, esattamente ogni poche ore?

Tutto questo interrogare assomiglia molto al Libro di Giobbe; ma state attenti: io, personalmente, sono dalla parte di Giobbe e contro gli scienziati. Perché Giobbe, o Dio, o chiunque sia stato a stabilire quel catechismo, ha posto queste domande e si è preso cura di evitare le risposte; anch’io farò lo stesso, non solo per quanto riguarda le maree, ma per tutte quelle questioni su cui gli scienziati hanno pontificato con sempre maggiore presunzione negli ultimi 200 anni, fino a condurci nel pantano in cui ci troviamo oggi. Quando parlano delle maree, non arrecano grandi danni: il marinaio non si cura affatto delle loro teorie, ma si attiene alla conoscenza reale. E io mi baso sulla mia autorità ufficiale, sui testi dell’Ammiragliato, di una qualità senza eguali al mondo: “Marea alta, piena e in cambiamento: sei ore e tredici minuti dopo Dover. Nel primo terzo dell’alta marea il flusso è appena percepibile; diventa molto forte nel terzo quarto e continua con forza per tre quarti del quarto quarto; dopodiché si attenua. Negli ultimi due quarti non c’è alcun flusso percettibile.” O ancora: “Passando davanti al Capo del Diavolo, la marea scompare.” Nessuna teoria, nessun gergo complicato. Si dice semplicemente la verità, e questa è vera. Non si esprime nemmeno il minimo stupore riguardo a dove vada a finire la marea quando “scompare”. Il pilota del Canale ti dice la verità; tu ti attieni ciecamente a quel testo, e sei salvo.

Ci sono molte zone del mare in cui la marea segue un andamento regolare, come se seguisse l’orologio, e nessuno riesce a spiegare il motivo di questo fenomeno. Invece di muoversi prima verso est con la bassa marea e poi verso ovest con l’alta marea, la marea segue un percorso che copre l’intero cerchio orario: all’inizio della bassa marea si dirige verso nord-ovest, poi verso nord, quindi nord-est, infine verso est, e così via. Si muove come un cane che esegue un numero di danza, in modo lento e continuo. Il suo comportamento non assomiglia affatto a quello di un vortice, ma piuttosto a quello dei raggi di una ruota: è davvero impossibile da comprendere.

C’è anche questo riguardo alle maree: sappiamo tutti che è vero e possiamo vederlo accadere ogni giorno, ma sfido chiunque a spiegarlo razionalmente. Quando la marea sale lungo un fiume stretto – o, in realtà, qualsiasi fiume – continua ad avanzare, diciamo, per dieci miglia dalla foce; quando poi inizia a scendere, prosegue ancora per cinque miglia dalla foce. Cosa succede nel mezzo? Il momento di bassa marea, ovviamente. Ma come può esistere un momento di bassa marea? Come può la marea scendere in un punto e, immediatamente dopo, salire senza alcuna interruzione? Come può l’acqua continuare a salire da una riserva sottostante dalla quale sta scendendo? Ebbene, succede proprio così, ed è tutto parte della provvidenza di Dio. Io lo accetto, proprio come accetto i denti o qualsiasi altra stranezza del mondo. Ma non pretenderò mai di spiegarlo.

Il mare insegna l’immensità e la molteplicità delle cose, nonché la necessaria presenza di elementi incalcolabili che continuamente sovvertono tutti i nostri calcoli. Il mare, che trasmette tutta la saggezza, certamente non insegna a nessuno a disprezzare la ragione umana. Immagino che non esista mai stato alcun idiota kantiano o pragmatista peggiore di quelli che non avrebbero smesso di essere sciocchi dopo soltanto mezza settimana di tempo moderato al largo delle coste dell’Onion. In mare, nessuno può prescindere dalla ragione umana né dubitare che le cose siano davvero tali o che le idee vere siano effettivamente vere. Tuttavia, il mare insegna anche che la ragione umana, operando su basi conosciute, deve sempre stare all’erta, per evitare che le conclusioni vengano sovvertite nella pratica dall’intervento di altre premesse, sconosciute o trascurate. In parole povere, il mare rende l’uomo pratico; e l’uomo pratico, credo, sia esattamente l’opposto del pragmatista, così come l’uomo socievole è l’opposto del socialista, o l’uomo pacifico è l’opposto del pacifista.

E, parlando di pacifisti, non c’è nulla di più piacevole da notare del meraviglioso patriottismo inconscio di uomini e donne che sostengono solennemente che il patriottismo sia la rovina del mondo.

C’è un’ironia deliziosa nel constatare quanto questi antinazionalisti siano in realtà estremamente nazionalisti! È davvero qualcosa di profondo e divertente da osservare. Chiunque può ridere delle manifestazioni di patriottismo di persone che, in realtà, non possiedono alcuna nazione, o comunque ne hanno una molto diversa da quella che professano. È un vecchio scherzo quello del patriottismo fasullo dei nomadi. Ma ancora più subdola e interessante è la situazione in cui si osserva il proprio vero pacifista, colui che ritiene le divisioni tra nazioni essere semplicemente artifici malvagi destinati a scomparire presto.

In nessun altro luogo questi pacifisti internazionali sono così “nazionali” quanto in Inghilterra. Hanno tutta la spontaneità e l’amore per le avventure tipici degli inglesi. Portano all’estremo quell’amore per l’azione individuale che, quasi sempre, si accompagna alla loro strana cecità politica.

They nearly all display some trick of clothing or food. They will drink lime-juice instead of wine, or wear elastic-sided boots, or think it wrong to smoke tobacco, or go about without hats. If they are men, they will have hair coming down to their shoulders, which is a very greasy habit. If they are women, they will go about barefoot, save for the most absurd sandals; and while they practise all these provincial follies they will be consumed with a passion for the general of mankind.

If you wanted to get a specimen - I do not say of the average Englishman, for he is certainly not that - but of a being in whom the English characteristics are to be found most deeply marked, this pacifist is the very man whom you should choose. All the English conceptions of right and wrong, all the English habits of thought, all the sheltered English attitude towards the greater outer world, all the local errors, and much of the local generosity are there present to the full.

I cannot help thinking it a strength to England that the pacifist or internationalist in England should be so intensely English. It prevents any disruptive effect, and it, therefore, prevents the rivals of this country taking such folk seriously.

The French and Italians are far less happily circumstanced in this regard. In those two countries - and, I suppose, in Spain also, although there I have less knowledge on which to speak - the internationalist is an internationalist, bearing but weakly the common marks of his own people, and willing to act not only against his country politically, but also in all his being, morally and spiritually. A French or Italian internationalist and pacifist will not only sympathize with the enemies of his country, nor only give them actively all the help he can, but he will particularly attack the soul whereby his country fives, its traditions, and character. If he is French he will hate wine, if Italian, macaroni. But does the English pacifist hate tea? The uprooted man is a very dangerous type, and in England happily unknown. To read anything said or written by such men as Mr Wells or Mr Snowden is to read something by people who evidently think of international peace as something closely connected with cricket, teetotalism, and the use of Bible language - coupled, of course, with a reverent agnosticism - which means a wearied puritanism.

I have spoken of their courage, and certainly the courage of the typical conscientious objectors during the War was an arresting thing.

One of the most famous had been a fairly close acquaintance of mine many years ago. I had known him to be a man of eccentric nature, hardly mad. But I could not have believed he would have stood up as he did to the martyrdom which he was made to suffer. The violence of this protest against all violence was an admirable thing.

A lesser form of the paradox in these people is their hatred of the French, and their passion for Prussia. This love of Berlin would seem to be compounded of two elements, partly a natural desire to support the losing side, but much more the strong religious sympathy they have with the Northern German in Europe, and the hatred they feel (very naturally!) for the Catholic culture, of which the French are the chief representatives.

They preached a universal similarity. Yet there were very few of them who would not have joyfully watched the most bloody war against the French at any time after the Armistice, and none of them would have doubted one moment of the issue: for they had prepared for war in the best of all possible fashions by refusing to arm. Such men are confident that their country must be victorious, for, in their childish minds, anything strange and foreign seems naturally weak, and doomed to extinction.

You see, I plead for the fools. But although I like these eccentrics for their sincerity and for their spontaneous virtue under persecution, yet I cannot associate with any of them long. They make me nervous and I think this effect is due to something insane about them… Anyhow, they are national, and that is always to the good.

I have noticed that this kind of fanatic, like every other kind, is in two species: the species which too clearly thinks out its own insane theory, and the species which remains perfectly muddle-headed.

I had a long talk lately in the ruins of the town of Rheims with one of these people. He was drinking a sort of special fizzy coloured water, which he had imported, and which he worshipped because no man could become drunk thereon. He was doing very noble work in helping people who had lost their homes. He was a ‘Helper’ - and all the rest of it. He was also occupied in spreading the Gospel, under the reservation, of course, that it was not true; at least, as he was careful to explain to me, he ‘was not emphasizing the miraculous element’. This person had a great deal of money, but could none the less reason closely, and he had evidently thought out his subject completely.

He said to me that, by his principles, if he were attacked he ought not to defend himself; and he had a well-constructed answer ready for the obvious objection that people with so strange a creed would soon be destroyed, and that, therefore, all their predication would have been in vain.

He told me that, upon the contrary, the example of non-resistance would spread; and he pointed out that, in fact, throughout history, sacrifice was fruitful, and particularly self-sacrifice. When the body of those who had refused to resist had grown to a respectable size, all European society would be changed; the possibility of attack would be dissolved in an ambient medium opposed to it, and would disappear. He was also ready with an answer to the general objection that his philosophy applied to only one form of human conflict, and left untouched all the other and really more serious forms.

I pointed out to him, for instance, how, in societies like that of modern England, where recourse to physical combat between private citizens had been crashed out by an all-powerful police, there was the more opportunity for injustice and oppression and unredeemed insult. His answer to this I thought curious and worth noting. He said that men did not resent insult very much, and that as for such oppressions as swindling them out of their goods, or cutting them off from all useful information through a control of the Press by a few adventurers, these evils were superficial, and soon corrected themselves. He said they did little permanent harm to the human beings who suffered them, but that physical violence on a large scale, as in war, was quite another matter.

Quasi tutti ostentano qualche stranezza nel vestire o nel mangiare. Bevono succo di lime invece del vino, oppure portano stivaletti con gli elastici ai lati, oppure ritengono sbagliato fumare tabacco, oppure vanno in giro senza cappello. Se sono uomini, avranno i capelli che scendono fino alle spalle, il che è un’abitudine assai untuosa. Se sono donne, andranno in giro scalze, salvo per i più assurdi sandali; e mentre praticano tutte queste follie provinciali saranno divorate da una passione per il genere umano in generale.

Se si volesse un esemplare — non dico dell’inglese medio, perché certamente non lo è — ma di un essere in cui i caratteri inglesi si trovino segnati nel modo più profondo, questo pacifista è proprio l’uomo da scegliere. Tutte le concezioni inglesi del bene e del male, tutte le abitudini inglesi di pensiero, tutto il riparato atteggiamento inglese verso il grande mondo esterno, tutti gli errori locali, e molta della generosità locale vi sono presenti in pieno.

Non posso fare a meno di considerare una forza per l’Inghilterra il fatto che il pacifista o l’internazionalista inglese sia così intensamente inglese. Ciò impedisce qualsiasi effetto disgregatore e, di conseguenza, impedisce ai rivali di questo paese di prendere sul serio simile gente.

I francesi e gli italiani si trovano, sotto questo aspetto, in una condizione assai meno felice. In quei due paesi — e, suppongo, anche in Spagna, benché su di essa io abbia minore conoscenza per poterne parlare — l’internazionalista è davvero un internazionalista, che porta solo debolmente i segni comuni del proprio popolo, e disposto ad agire contro il proprio paese non soltanto politicamente, ma in tutto il suo essere, moralmente e spiritualmente. Un internazionalista e pacifista francese o italiano non solo simpatizzerà con i nemici del suo paese, né soltanto darà loro attivamente tutto l’aiuto che può, ma attaccherà in modo particolare l’anima per cui il suo paese vive, le sue tradizioni e il suo carattere. Se è francese odierà il vino, se italiano i maccheroni. Ma il pacifista inglese odia forse il tè? L’uomo sradicato è un tipo molto pericoloso, e in Inghilterra per fortuna sconosciuto. Leggere qualcosa detto o scritto da uomini come il signor Wells o il signor Snowden significa leggere qualcosa di persone che evidentemente pensano alla pace internazionale come a qualcosa di strettamente legato al cricket, all’astinenza dagli alcolici e all’uso del linguaggio biblico — unito, naturalmente, a un reverente agnosticismo — il che significa un puritanesimo stanco.

Ho parlato del loro coraggio, e certamente il coraggio dei tipici obiettori di coscienza durante la Guerra fu una cosa che colpiva.

Uno dei più famosi era stato, molti anni fa, una mia conoscenza piuttosto stretta. Lo sapevo uomo di natura eccentrica, quasi folle. Ma non avrei mai potuto credere che avrebbe affrontato come fece il martirio che gli si fece patire. La violenza di quella protesta contro ogni violenza era una cosa ammirevole.

Una forma minore del paradosso in queste persone è il loro odio per i francesi e la loro passione per la Prussia. Questo amore per Berlino sembrerebbe composto di due elementi: in parte un naturale desiderio di sostenere la parte perdente, ma assai più la forte simpatia religiosa che provano per il tedesco del Nord in Europa, e l’odio che sentono (molto naturalmente!) per la cultura cattolica, di cui i francesi sono i principali rappresentanti.

Predicavano una somiglianza universale. Eppure ben pochi di loro non avrebbero osservato con gioia la più sanguinosa delle guerre contro i francesi in qualunque momento dopo l’Armistizio, e nessuno di loro avrebbe dubitato un solo istante dell’esito: perché si erano preparati alla guerra nel migliore dei modi possibili, rifiutando di armarsi. Uomini simili sono certi che il loro paese debba riuscire vittorioso, poiché, nelle loro menti infantili, tutto ciò che è strano e straniero appare naturalmente debole e destinato all’estinzione.

Vedete, io peroro la causa degli sciocchi. Ma benché mi piacciano questi eccentrici per la loro sincerità e per la loro spontanea virtù sotto la persecuzione, non riesco tuttavia a frequentarne alcuno a lungo. Mi rendono nervoso, e penso che questo effetto sia dovuto a qualcosa di insano in loro… In ogni caso sono nazionali, e questo è sempre un bene.

Ho notato che questo genere di fanatico, come ogni altro, si presenta in due specie: la specie che elabora fin troppo chiaramente la propria folle teoria, e la specie che resta perfettamente confusa.

Ho avuto di recente una lunga conversazione fra le rovine della città di Reims con una di queste persone. Beveva una sorta di speciale acqua frizzante colorata, che si faceva importare e che venerava perché nessuno poteva ubriacarsene. Faceva un’opera davvero nobile aiutando chi aveva perduto la casa. Era un ‘Soccorritore’ — e tutto il resto. Si occupava anche di diffondere il Vangelo, con la riserva, naturalmente, che esso non fosse vero; o almeno, come ebbe cura di spiegarmi, ‘non insisteva sull’elemento miracoloso’. Quest’uomo aveva moltissimo denaro, ma sapeva nondimeno ragionare con rigore, e aveva evidentemente pensato a fondo il proprio argomento.

Mi disse che, secondo i suoi princìpi, se fosse stato aggredito non avrebbe dovuto difendersi; e aveva pronta una risposta ben costruita all’ovvia obiezione che gente con un credo tanto strano sarebbe presto stata distrutta e che, perciò, tutta la loro predicazione sarebbe stata vana.

Mi disse che, al contrario, l’esempio della non resistenza si sarebbe diffuso; e fece notare che, di fatto, lungo tutta la storia il sacrificio è stato fecondo, e in particolare il sacrificio di sé. Quando il corpo di coloro che avevano rifiutato di resistere fosse cresciuto fino a una dimensione rispettabile, tutta la società europea sarebbe mutata; la possibilità stessa dell’aggressione si sarebbe dissolta in un mezzo circostante ad essa contrario, e sarebbe scomparsa. Aveva pronta una risposta anche all’obiezione generale che la sua filosofia si applicava a una sola forma di conflitto umano e lasciava intatte tutte le altre, e in realtà assai più gravi, forme.

Gli feci notare, per esempio, come in società quale quella dell’Inghilterra moderna, dove il ricorso allo scontro fisico fra privati cittadini è stato schiacciato da una polizia onnipotente, vi sia tanta più occasione di ingiustizia, di oppressione e di offesa senza riparo. La sua risposta mi parve curiosa e degna di nota. Disse che gli uomini non si risentono molto dell’offesa, e che quanto a oppressioni come il truffarli dei loro beni, o il tagliarli fuori da ogni informazione utile mediante il controllo della stampa da parte di pochi avventurieri, questi mali erano superficiali e presto si correggevano da sé. Disse che facevano poco danno permanente agli esseri umani che li subivano, ma che la violenza fisica su larga scala, come in guerra, era tutt’altra faccenda.

I asked him whether he approved of the holding down of subject peoples for produce - as, for instance, for copra or cocoa. He said that he did not; but I found him very wobbly on that point. He took refuge, for a moment, in hypocrisy, and said it was for the good of the oppressed: but he was disturbed.

The man who takes up the cause of subject peoples against his own country is usually of a very different type from the internationalist or pacifist. He is usually a man with a particular romantic interest in that one particular part of the world, and he is usually either a man of independent position through birth and wealth (who feels himself, therefore, fairly immune from the Law Courts), or a hanger-on of such. And I have noticed that these cranks begin by what is no more than an affectation; but, like all humbug, this affectation brings its own punishment in the shape of a sort of ingrowing false sincerity. Such men almost get to believe in themselves. It never quite comes off.

I have never known one of these men, even in his latest days, to be really, fully, and homogeneously sincere. For instance, I have never known one who would hesitate to make money out of the English rule in some part of the Orient while denouncing that rule with fervour, and (no doubt) heartfelt indignation.

There is another curious little point about this sort of people: they are always very proud of being mixed up with the British administration of the dependency in question. They love to point out in conversation how their very opposition has brought them into contact with this, that, and the other important Administrator and his class. Usually their birth has made them familiar with that class; for, until lately, the controllers of dependencies were drawn in the main from people of family or from their dependents, and your pro-native crank must be himself of consequence to survive. Were they poor and weak they would be broken.

Upon the whole, I think these anti-Englishmen are an advantage to the State. You may be perfectly certain that they will never go to the length of doing anything active to the hurt of England, and they lend variety and criticism to the external action of England. They make the rivals of England admire a social structure in which such internal strains (which foreigners always exaggerate) are rendered innocuous. If they do any harm, it is by inflating, through reaction, that growing and very dangerous vanity which the public schools and universities have so much encouraged in our generation, and through which most men have come to feel that Fate is necessarily upon the side of their country, that no national disasters need be feared in the future, nor any precautions taken to forestall national decline. The Englishman who says that he wants England out of India, inflames, by reaction, the fatuity of the Englishman who thinks himself in India as one of a Chosen Race.

These pacifists or internationalists of Britain have strongly in them the English hatred of cruelty, and they have in high development the national habit of short cuts in thought; as, for instance, when you may hear them say that war is wrong, which is as much as to say that a house on fire is wrong.

This habit of taking short cuts in thought is often called, not only by foreigners who are unused to the English habit of mind, but by Englishmen themselves, an incapacity for clear thinking. I do not quite agree. As it seems to me, the essential characteristic of this way of speaking and thinking is not its lack of lucidity - for, though that is evident enough, it is not the essential. The essential is the taking for granted of a great many things which are not expressed. This habit of taking short cuts in speech is in some way a habit common to all this group of islands; for the Scotch have it, too, though not so strongly marked as the English; and the Irish have it very pronouncedly indeed: it is far more marked in them than in the English, and is the root of the ‘bull’.

For instance, when a man says that war is wrong, he is saying something which, as it stands, is manifestly nonsense. But if we expand the phrase it has full and definite meaning. He means ‘for one organized community to attempt destruction and physical pain upon the organization of another such community with the object of gain or increase of power is wrong’. And so it undoubtedly is. Or when he says that war is silly and not worth while, he again means (when we fully expand his phrase for him) that such action is commonly so expensive and hurtful, even to those who successfully use it, that it is a bad speculation. In this, indeed, he is not so certainly right as in his first proposition, for most victorious wars in history have handsomely paid the victors; but my point is that this kind of talk, whether about war or anything else, is not due to muddle-headedness; though it goes with muddle-headedness. It is due to a clotting of thought through compression.

One phrase which I very often hear (and which, as it stands, is apparently a piece of bestial unintelligence) may further my point. It is the phrase: ‘Some religion ought to be taught in the schools.’

It is obvious that this phrase as it stands is a contradiction in terms; for the word ‘ought’ can only apply to a moral good; and if such and such a religious system is of good effect, then an opposite and contradictory religious system will be of evil effect. If I think it wrong to murder, if my religion teaches me that murder is a great moral evil, then I teach children in schools that this is so. But if my religion is that of an Oriental body I have heard of, called Thugs, with whom murder is a high religious act, then I teach an opposite set of morals. Both religions cannot be good. One must be good and the other evil. But when you hear people say, ‘Some religion should be taught in the schools,’ what they mean is that ‘the general Protestant ethics of the English people should, on their broader lines, be taught in the English schools’. They take for granted that everyone using the word ‘religion’ means English Protestantism. Having taken that for granted, they shorten their speech in the fashion I have just quoted.

Gli chiesi se approvasse la pratica di tenere sotto controllo i popoli sottomessi al fine di ottenere prodotti, come la copra o il cacao. Disse di no; ma notai che su questo punto era molto incerto. Per un momento cercò rifugio nell’ipocrisia, affermando che tutto ciò fosse per il bene delle persone oppresse; tuttavia, sembrava turbato.

L’uomo che si impegna per la causa dei popoli sottomessi contro il proprio paese di solito appartiene a una categoria molto diversa da quella degli internazionalisti o dei pacifisti. Di solito è un uomo che prova un particolare interesse romantico per una determinata parte del mondo; inoltre, è spesso una persona con una posizione sociale indipendente grazie alla nascita o alla ricchezza (e quindi si ritiene piuttosto al di fuori della giurisdizione dei tribunali), oppure qualcuno che cerca di approfittare di tale posizione. Ho notato che queste persone iniziano con semplici affettazioni; ma, come tutte le false credenze, anche queste affettazioni portano con sé una sorta di punizione: si trasformano in una falsa sincerità radicata dentro di loro. Tali individui finiscono quasi per crederci davvero. Ma mai del tutto.

Non ho mai conosciuto nessuno di questi uomini, nemmeno nei suoi ultimi giorni, che fosse davvero, completamente e sinceramente onesto. Ad esempio, non ho mai conosciuto nessuno che esitasse a trarre profitto dal dominio inglese in alcune zone dell’Oriente, mentre allo stesso tempo denunciava quel dominio con fervore e, senza dubbio, con sincera indignazione.

C’è un altro aspetto curioso riguardo a queste persone: sono sempre molto orgogliose di essere coinvolte nell’amministrazione britannica della dipendenza in questione. Amano sottolineare, durante le conversazioni, come proprio la loro opposizione abbia permesso loro di entrare in contatto con questo o quell’importante amministratore e la sua classe sociale. Di solito, il loro stesso background familiare li ha messi a contatto con questa classe; infatti, fino a poco tempo fa, i responsabili dell’amministrazione delle dipendenze provenivano per lo più da persone appartenenti a famiglie influenti o dalle loro sottoposte. Chiunque sostenga apertamente le posizioni pro-nazionali deve necessariamente essere una persona di rilievo per sopravvivere in quel contesto. Se fossero poveri e deboli, sarebbero stati eliminati.

In generale, penso che questi antinglesi siano un vantaggio per lo Stato. Potete essere assolutamente certi che non arriveranno mai al punto di compiere azioni concrete dannose per l’Inghilterra; inoltre, aggiungono varietà e criticità alle azioni esterne dell’Inghilterra. Fanno sì che i rivali dell’Inghilterra ammirino una struttura sociale nella quale tali tensioni interne (che gli stranieri tendono sempre ad esagerare) risultano innocue. Se causano qualche danno, è soltanto perché alimentano, attraverso la reazione, quella vanità crescente e molto pericolosa che le scuole pubbliche e le università hanno tanto incoraggiato nella nostra generazione; a causa di essa, la maggior parte delle persone ritiene che il Fato sia inevitabilmente dalla parte del proprio paese, che non ci siano disastri nazionali da temere in futuro, né precauzioni da prendere per prevenire il declino della nazione. L’inglese che dice di voler vedere l’Inghilterra fuori dall’India, in realtà alimenta, attraverso la reazione, l’assurdità di quell’inglese che si considera, in India, parte di una “Razza Eletta”.

Questi pacifisti o internazionalisti britannici portano dentro di sé un forte odio per la crudeltà tipico degli inglesi, e possiedono in alto grado l’abitudine nazionale di cercare soluzioni rapide e semplificate nei problemi; ad esempio, quando li si sente dire che la guerra è sbagliata, in realtà stanno dicendo che una casa in fiamme è sbagliata.

Questa abitudine di prendere scorciatoie nel pensiero viene spesso definita, non solo da stranieri non abituati a questo modo di ragionare tipico degli inglesi, ma anche dagli stessi inglesi, come una mancanza di capacità di pensare in modo chiaro. Non sono del tutto d’accordo. A mio parere, la caratteristica essenziale di questo modo di parlare e pensare non è la sua mancanza di chiarezza – anche se questa è certamente evidente – ma il fatto che si presuppongano molte cose senza che vengano espresse apertamente. Questa abitudine di prendere scorciatoie nel linguaggio è, in qualche modo, comune a tutto questo gruppo di isole: anche gli scozzesi la hanno, sebbene non in misura così marcata come gli inglesi; gli irlandesi, invece, la possiedono in modo particolarmente evidente: è molto più pronunciata in loro che negli inglesi, e rappresenta proprio la radice di quel modo di esprimersi caratteristico degli irlandesi.

Ad esempio, quando un uomo dice che la guerra è sbagliata, sta dicendo qualcosa che, così com’è formulato, rappresenta chiaramente assurdità. Ma se si espande il concetto, esso acquisisce un significato pieno e definito: intende dire che “è sbagliato che un’organizzazione sociale tenti di distruggere o infliggere dolore fisico a un’altra organizzazione dello stesso tipo al fine di ottenere vantaggi o aumentare il proprio potere”. E senza dubbio è così. Oppure, quando dice che la guerra è sciocca e non vale la pena, in realtà sta sostenendo che un simile comportamento sia generalmente molto costoso e dannoso, persino per coloro che lo utilizzano con successo, tanto da rappresentare una scelta infelice. In questo caso, tuttavia, non è necessariamente così sicuro di avere ragione come nella sua prima affermazione: molte delle guerre vittoriose della storia hanno infatti portato grandi benefici ai vincitori. Ma il punto è che questo tipo di argomentazione, sia riguardo alla guerra che a qualsiasi altra questione, non deriva da una mancanza di riflessione; anche se spesso si accompagna a essa. Deriva piuttosto da un processo di compressione del pensiero, che ne riduce la complessità e la profondità.

Una frase che sento molto spesso (e che, a dire il vero, sembra rappresentare un esempio di totale ignoranza) può aiutarmi a chiarire il mio punto. Si tratta della frase: “Dovrebbe essere insegnata qualche religione a scuola”.

È ovvio che questa frase, così com’è scritta, rappresenti una contraddizione in termini: il termine “dovrebbe” può applicarsi soltanto a valori morali; quindi, se un determinato sistema religioso ha effetti positivi, allora un sistema religioso opposto e contraddittorio avrà effetti negativi. Se ritengo che uccidere sia sbagliato, se la mia religione insegna che l’omicidio rappresenta un grave male morale, allora insegno anche ai bambini nelle scuole che è così. Ma se la mia religione fosse quella di un gruppo orientale di cui ho sentito parlare, i Thugs, per esempio, dove l’omicidio è considerato un atto religioso elevato, allora insegnerei valori morali opposti. Entrambe queste religioni non possono essere giuste: una deve essere buona e l’altra cattiva. Tuttavia, quando si dice “dovrebbe esserci qualche forma di religione nelle scuole”, ciò che in realtà si intende è che “la morale protestante comune del popolo inglese dovrebbe essere insegnata nelle scuole inglesi”. Si dà per scontato che chiunque utilizzi il termine “religione” si riferisca al protestantesimo inglese. Partendo da questa presupposizione, si riduce la complessità del discorso, come ho appena mostrato.


And really such wandering of the mind over this, that, and the other, as I have thus indulged before sleep, in the pleasant little cabin of the Nona (pleasant to me, odious to the pernickety, for it is a hugger-mugger home), watching between the open skylight and the combing a little belt of nightly sky with stars, is a poor adjunct to the scent of the sea, and — to the Devon air. — To the devil with all reasonings and counter reasonings and abstractions and argufying: — I am for sleep.


We woke early next morning to the noise of the loud clapping of water upon the bows, and I put my head out of the skylight to see little dusty clouds going too quickly across the heaven, and a freshening breeze blowing up from a little south of west, so that all the harbour water was dancing and alive. But the glass was high, and there was no reason why we should not take the sea again, only we must wait for the ebb (which would come in about three hours time, nearer nine than eight o’ clock). For, in that blanketed part of the river down below, we should never get the Nona out against the flood. Nevertheless, I asked my companion whether it might not be wise to take another man, for we were going down the coast, where the rare harbours were shoal, and not easy to enter, and also small, and lay so that, with such a wind, one would have to beat up to them. An extra hand, such as we had with us during the never-to-be-forgotten business of Bardsey, would be an advantage. Such a hand, therefore, after minute inquiry and searching questions, did we ship; then, all things having been done in their order, and sail set with the second jib and two reefs in the mainsail and one reef forward, we got up the anchor and let her down for the sea.

The hand we had shipped (promising him his journey home by rail within three days at the most) was very well got up in sailor fashion, with his jersey and his peaked cap, the latter worn a trifle to one side, after the fashion of those who are daring, and challenge Aeolus. His trousers, it was true, did not spread out at the bottom, like elephant’s feet or the mouths of bells, as do the trousers of sailors upon the stage. On the other hand, he would give them a hitch from time to time - a gesture symbolic of the Main in Drury Lane. He had nothing to do as we dropped down river, for all was trim. He sat and smoked, and watched the water before him with wistful eyes. I think he was by nature a man sad or saddened; and he was very silent.

On the bar there was no end of a lump, and, as we were blanketed by that high cliff, the Nona took it uneasily, chucking up and down with flapping sails and rolling damnably, but in a few moments the strength of the ebb had swept us far enough out to catch the wind again, and we set a course full-and-by; right out for the open, for the large. For we designed to beat in again after a few miles, and so make our way down Channel towards the Cornishmen.

There was certainly quite enough wind: ‘All the wind there is,’ as an old Irish sailor said to me once during an Atlantic gale so abominable that he and I could not walk against its icy, sleeting December fury, but had to crawl forward tugging along the rail by main force, all up the windward side… That was a passage worthy of remembrance, for we took three weeks between Europe and the Delaware, the engines and the old frame quite unfit for their task; and in that cheap passage also, I learnt from a stoker two songs: one called The Corn Beef Can, and the other called The Tom Cat. They are of the great songs of this world.

A man should learn all the songs he can. Songs are a possession, and all men who write good songs are benefactors. No people have so many songs as the English, yet no people sing less in these last sad days of ours. One cannot sing in a book. Could a man sing in a book, willingly would I sing to you here and now in a loud voice The Corn Beef Can and The Tom Cat, those admirable songs which I learnt in early manhood upon the Atlantic seas.

There was more wind, indeed, than I liked. We took in the third reef, and went about to the starboard tack, after we had run out so far that we thought we could fetch, upon this tack, the next harbour. As we came near to that town, and saw its roofs far away appear and disappear again behind the crests of unpleasant seas, the Nona heeled suddenly to a much too angry gust. I heard a crash coming from below, and with it the voice of my companion crying, ‘Come down quick and help!’

The crew (if I may call him so) was sitting forward, hunched up, clutching the weather shrouds, and not happy. I called him to come and hold the tiller, while I should go below to help, and I warned him that she was pulling hard, although she was under three reefs, for we had nothing forward now but the third jib. He looked over his shoulder in a very ghastly way, and shook his head from side to side, as though despairing to be heard in such a wind. I was within a few feet of him, and I bawled: ‘COME AND TAKE THE TILLER! QUICK!’ but again he miserably shook his head, and clung to the shroud. Then did I, commending myself to St Elmo (which is a false name, for his real name was Peter, and even Gonzales, and he was the man who was so shocked to find all the Galicians lapsed into a Pagan darkness and living in open fun), struggle to make some shift of keeping the tiller up with my right arm stretched back, while I craned my head down below the cabin door to see what was going on downstairs.

The stove had got adrift in the lurch. There was oil all over the place, and a mass of crockery, and everything on the weather side had leapt to leeward, and some little of it trailed in the oil of the floorboards. It was not more serious than that; for, luckily, the stove was not alight. I shouted to my companion that I could not leave the tiller. I bobbed up my head again and found that even in that short moment she had almost swung into irons. I put her round just in time, and we raced and flew, breasting the seas for that further little misty harbour town.


E davvero, questo vagabondare della mente su questo e quell’altro argomento, come ho fatto spesso prima di addormentarmi, nella deliziosa piccola cabina della Nona (deliziosa per me, odiosa per i pignoli, perché è un ambiente davvero accogliente), osservando attraverso la finestra aperta quella striscia di cielo notturno punteggiato di stelle, tutto questo non basta certo a compensare il profumo del mare, né l’aria di Devon. Al diavolo tutte le ragionamenti, le contro-ragionamenti, le astrazioni e i dibattiti: voglio solo dormire.


Ci svegliammo presto la mattina seguente per il rumore dell’acqua che sbatteva contro le prue; sporsi la testa fuori dalla finestra e vidi piccole nuvole di polvere che si muovevano velocemente nel cielo, mentre una brezza fresca soffiava da sud-ovest, facendo danzare tutta l’acqua del porto. Ma il ponte era alto, e non c’era motivo per cui non potessimo ripartire, dovevamo soltanto aspettare la bassa marea (che sarebbe arrivata tra circa tre ore, più verso le nove che le otto). In quella parte del fiume, infatti, non avremmo mai potuto far uscire la nave con la corrente. Comunque, chiesi al mio compagno se non fosse saggio assumere un altro uomo: stavamo navigando lungo la costa, dove i porti erano poco profondi e difficili da raggiungere; inoltre, essendo piccoli, con quel tipo di vento sarebbe stato necessario remare con forza per entrarvi. Un aiuto in più, come quello che avevamo avuto durante l’impresa indimenticabile a Bardsey, sarebbe stato molto utile. Dopo lunghe discussioni e domande approfondite, decidemmo quindi di assumere un altro uomo. Una volta preparate tutte le cose necessarie e issata la vela con il secondo fiocco e due velacci nella vela maestra, levammo l’ancora e ci mettemmo in viaggio.

La mano che avevamo inviato (promettendogli che il suo viaggio di ritorno in treno sarebbe durato al massimo tre giorni) era abilmente decorata nello stile dei marinai: indossava una maglia a collo alto e un cappello a punta, quest’ultimo leggermente inclinato da un lato, secondo lo stile di coloro che sfidano il vento. È vero, i suoi pantaloni non si allargavano verso il basso, come le zampe di un elefante o le bocche di una campana, come fanno i pantaloni dei marinai sul palcoscenico. Tuttavia, di tanto in tanto li tirava su, con un gesto simbolico del “Main” di Drury Lane. Non aveva nulla da fare mentre scendevamo lungo il fiume: tutto procedeva senza intoppi. Sedeva e fumava, osservando l’acqua davanti a sé con uno sguardo malinconico. Penso che per natura fosse un uomo triste o addolorato; ed era molto silenzioso.

Sul barca c’era un grosso ammasso di roba che non finiva mai; e mentre eravamo completamente coperti da quella alta scogliera, la Nona reagì con nervosismo, sobbalzando continuamente a causa delle vele che si agitavano violentemente. Ma dopo pochi momenti, la forza della marea ci portò abbastanza lontano da riuscire di nuovo ad afferrare il vento, e così mettemmo rotta verso il largo, diretti verso il mare aperto. Avevamo infatti intenzione di tornare indietro dopo alcune miglia per proseguire il nostro viaggio lungo la Manica, verso i Cornovagliesi.

C’era sicuramente abbastanza vento: “Tutto il vento che c’è,” mi disse una volta un vecchio marinaio irlandese durante una tempesta atlantica così terribile che né lui né io riuscivamo a camminare contro quella furia gelida e battente di dicembre, ma dovevamo strisciare in avanti, tenendoci alla ringhiera con tutte le nostre forze, lungo il lato esposto al vento. Quel viaggio meritava sicuramente di essere ricordato: impiegammo tre settimane per raggiungere il Delaware, con motori e imbarcazione completamente inadatti alla missione; e durante quel viaggio, imparai da un addetto alle caldaie due canzoni: una si chiamava “The Corn Beef Can”, l’altra “The Tom Cat”. Sono tra le grandi canzoni di questo mondo.

Un uomo dovrebbe imparare tutte le canzoni che può. Le canzoni sono un tesoro, e tutti coloro che scrivono buone canzoni sono benefattori dell’umanità. Nessun popolo possiede un numero così grande di canzoni come gli inglesi, eppure in questi tristi tempi nostri nessuno canta più tanto. Non si può cantare leggendo un libro. Se fosse possibile farlo, io stesso vi canterei adesso, a voce alta, canzoni come “The Corn Beef Can” e “The Tom Cat”, quelle meravigliose canzoni che ho imparato da giovane, sui mari dell’Atlantico.

C’era davvero più vento di quanto mi piacesse. Abbiamo affrontato la terza barriera corallina e abbiamo cambiato rotta verso destra, pensando che con questa manovra saremmo riusciti a raggiungere il prossimo porto. Mentre ci avvicinavamo a quella città, i suoi tetti apparivano e scomparivano continuamente dietro le onde violente del mare. All’improvviso, la nave ha cambiato rotta a causa di una raffica particolarmente intensa. Ho sentito un rumore provenire dal basso, accompagnato dalla voce del mio compagno che gridava: “Scendi subito e aiutami!”

L’equipaggio (se posso chiamarlo così) sedeva davanti, accovacciato, aggrappandosi alle vele di protezione contro il vento, e non sembrava affatto felice. Gli dissi di venire ad aiutarmi a tenere la barra, mentre io sarei sceso sottocoperta per dare una mano; gli avvertii anche che la nave stava subendo forti spinte, nonostante fosse con le vele ridotte al minimo, poiché ormai non avevamo più altre vele se non quella di trinchetto. Lui si guardò alle spalle in modo molto preoccupante e scosse la testa avanti e indietro, come se temesse che il suo grido venisse soffocato dal vento. Ero a pochi piedi da lui e gridai: “Vieni subito ad aiutarmi con la barra! Presto!” Ma lui scosse di nuovo la testa e continuò ad aggrapparsi alla vela di protezione. Allora, affidandomi a San Elmo (che in realtà era un nome falso; il suo vero nome era Pietro, anzi, addirittura Gonzales), cercai disperatamente di tenere la barra con il braccio destro teso all’indietro, mentre cercavo di vedere cosa stesse succedendo sotto coperta.

Il fornello si era allontanato dal muro a causa del movimento ondoso. C’era olio dappertutto, insieme a un mucchio di stoviglie; tutto ciò che si trovava sul lato esposto al vento si era spostato verso il lato protetto, e alcune cose rimanevano impigliate nell’olio sui pavimenti. Non c’era nulla di grave, per fortuna: il fornello non si era acceso. Gridai alla mia compagna che non potevo lasciare il timone; alzai lo sguardo di nuovo e vidi che, in quel breve lasso di tempo, lei aveva quasi fatto ruotare il timone nella direzione opposta. Riuscii a correggere la rotta appena in tempo, e continuammo a navigare velocemente verso quella piccola città portuale avvolta nella nebbia.

The Nona is like those women who are peevish and intolerable under all conditions of reasonable happiness, but come out magnificently in distress. I lie; for the Nona is never peevish and intolerable. What I mean is that in easy weather she is a little sluggish on the helm, and has one or two other small faults, excusable after the fortieth, the fiftieth, year: for she was launched before Plevna, though, it is true, a year or two after Sedan. She has her mortalities; but in a seaway she is magnificent. With her few inches of freeboard, her old-fashioned straight stern, her solid grip upon the water, she takes the sea as though she belonged to it, and so she went that day, riding in high-bred fashion, worthy of all praise, and praise she received from me as she leant over and took the combers one after the other. I gave her perpetual encouragement: for no boat will do her best unless she is sufficiently flattered.

Thanks to that increasing wind, the passage was short enough, and what we had said would at most take three days was accomplished between a morning and an evening, for it was still broad daylight when we passed outside the group of rocks of which the chart warned us, and stood within a mile or two of the now distinct houses of that little harbour town, ah full of Cornish men.

But the wind still rose, and for the wind to rise when day is falling is a very bad sign. I had no desire to ride it out in the open, and I proposed to get in under the lee of the land (for there was a sort of point there), and not to drop anchor till I could be sure of plenty of water in the harbour later on, when I should make for it on the flood.

My companion came up on deck, from settling things below, and we cast about anxiously for a place where the anchor might be let go.

It was not an easy calculation. She was driving pretty fast. One had to get well under the shelter of the low point, and yet to leave plenty of water beneath one in which to swing. I asked him to go forward and get all ready, and the Crew would help him. But the Crew did not do so.

The sea being now calmer (though the wind was still rising) because we had come under the lee of the point, the Crew did, indeed, stagger forward; but he still held on manfully by the forestay, and looked curiously on my companion’s activity with the anchor as at a novel and a pleasant sight. Beyond that he did nothing; but I think he was proud of keeping his legs so long as he could grasp that forestay. It is no use to argue nor much use to command in the face of imbecility.

I shouted to my companion to let go the chain when I thought the right moment come, and at the same instant brought her up sharp.

The anchor took the ground. We were in, perhaps, five fathom of flood-water; for it was full evening, though still light. When we had so lain for a quarter of an hour or so, taking stock of everything around, I asked my companion whether we could not, with the last of the light and the last of the flood, make harbour. The wind was still rising, but we should be running before it towards the not distant pier. Rounding that stonework, we should shoot right into the wind’s eye, when it probably would be broken by the hillside of houses beyond, and, even though we did not know how far the harbour might still be dried out, we should be in safety, with plenty of water beneath our keel for an hour or two more, while we inquired where we should berth. So we decided to risk it, though perhaps wiser men would have ridden out the night where we lay.

She certainly took a great deal of water aboard during that short mile or two, with more and more breakers as we got further and further from the protection of the point. Once, when she buried badly, I was afraid the sprit might snap, for I had not housed it. But she carried through all right (though the sprit bent like a willow wand), and we rounded in the gloaming, shot past the pier end, and dropped anchor immediately inside.

A man hailed us from the shore; we threw him a rope, and he showed us where to berth in water that would just or nearly float us, even at the lowest of the tide.

The Crew was no longer indolent, now that he had left behind him the pitiless waste of the seas and felt once more beneath his feet the solid strength of England. He did what he was told in fastening warps and putting out fenders. Then came the moment for payment: wage and the railway fare home. Before he went over the side I asked him gently whether he had ever been to sea before. He said: ‘Oh, yes, in a manner of speaking.’ I asked him whether he had ever handled a tiller. ‘Not by rights,’ he said. ‘Not in such a boat as this.’ I asked him whether he had any fault to find with the boat. He said: ‘No, she was a very good boat so far as he could see, but he did not pretend to understand these things.’ He went over the side into the darkness. He was and he remains a mystery.

Was he a Charon man who pulled a ferry from shore to shore? Or was he a man who lounged about on the quay, dressed as his companions were dressed, but timid of tumbling water? Or was he a vision? Or a detective? Or an actor? Or one of those writing men who pretend to go to sea in boats, but never do? I cannot tell. I never saw him again.

This episode of the man in sailor clothes with the hitch, who knew nothing of the sea, started my mind upon two ways, which, as they diverged, I could not both follow.

For first it made me think of how we judge by immediate indications - and the taking in of people through this method is at the basis of most commercial successes; even this poor fellow had made some shillings by it. But also it led me to consider how astonishingly in the modern world we live side by side and know nothing of one another.

There was certainly never a time in the history of Christendom, nor of the Paganism that went before it, never a time in the history of our race, when we Europeans (I cannot answer for the Asiatics or the niggers) were so split up, one small set of men knowing nothing about another small set of men at their elbows.

La Nona è come quelle donne che sono irritabili e insopportabili in qualsiasi condizione di relativa felicità, ma che diventano meravigliose quando si trovano in difficoltà. Mento: in realtà la Nona non è mai irritabile o insopportabile. Quello che intendo dire è che, in tempo sereno, è un po’ lenta nel guidarla, e ha uno o due altri piccoli difetti, scusabili, dopo il quarantesimo, il cinquantesimo anno, perché è stata varata prima di Plevna, anche se, è vero, un anno o due dopo Sedan. Ha i suoi limiti; ma in mare aperto è davvero magnifica. Con quei pochi centimetri di bordo libero, la sua poppa d’epoca, la sua solida tenuta sull’acqua, affronta il mare come se ne fosse padrona. Quel giorno, navigava con grande eleganza, meritevole di ogni lode, e io gliela diedi, mentre si chinava a raccogliere le onde una dopo l’altra. Continuavo a incoraggiarla: perché nessuna barca dà il meglio di sé se non viene abbastanza lusingata.

Grazie a quel vento sempre più forte, il percorso risultò abbastanza breve; ciò che avevamo previsto di poter completare in al massimo tre giorni fu realizzato in una sola giornata, dal mattino alla sera. Quando uscimmo dalla zona delle rocce di cui la mappa ci aveva avvertito, era ancora pieno giorno, e ci trovavamo a un miglio o due di distanza dalle case ormai ben visibili di quella piccola città portuale, ah, piena di uomini del Cornovaglia.

Ma il vento continuava ad alzarsi, e il fatto che il vento soffi quando sta calando il giorno è un segno molto negativo. Non avevo alcun desiderio di affrontarlo all’aperto, quindi proposi di rifugiarci sotto la protezione della terraferma (lì c’era una sorta di promontorio) e di non gettare l’ancora finché non fossimo stati sicuri che nel porto ci sarebbe stata abbastanza acqua, per poi dirigerci verso di esso durante la marea alta.

Il mio compagno salì sul ponte, dopo aver sistemato le cose al di sotto, e insieme cercammo con ansia un luogo dove poter mollare l’ancora.

Non era un calcolo facile. Lei guidava piuttosto velocemente. Bisognava trovarsi ben al di sotto del punto più basso, e allo stesso tempo lasciare abbastanza acqua sotto di sé per poter oscillare liberamente. Gli chiesi di andare avanti e prepararsi, e l’equipaggio lo avrebbe aiutato. Ma l’equipaggio non lo fece.

Ora che il mare era più calmo (sebbene il vento continuasse ad aumentare), poiché eravamo giunti al riparo della punta, l’equipaggio riuscì davvero a procedere; ma lui continuò coraggiosamente a tenersi stretto alla foresta di poppa, osservando con curiosità le azioni del mio compagno riguardo all’ancora, come se si trattasse di una scena nuova e piacevole da vedere. Oltre a questo, non fece nulla; ma penso che fosse orgoglioso di riuscire a mantenere l’equilibrio finché poteva afferrarsi a quella foresta di poppa. Non ha senso discutere, né serve molto comandare di fronte all’idiozia.

Quando pensai che fosse arrivato il momento giusto, gridai al mio compagno di lasciare andare la catena, e nello stesso istante la tirai su con forza.

L’ancora toccò il fondo. Eravamo immersi in circa cinque braccia d’acqua alta; era già sera, anche se ancora non faceva buio completamente. Dopo essere rimasti così per un quarto d’ora, valutando la situazione intorno a noi, chiesi al mio compagno se non fosse possibile approdare, sfruttando l’ultima luce e le ultime acque dell’inondazione. Il vento continuava ad aumentare di intensità, ma saremmo comunque riusciti a raggiungere il molo non lontano. Girando intorno a quella struttura in pietra, saremmo finiti direttamente nel punto in cui il vento era più debole; probabilmente sarebbe stato attenuato dalla collina su cui sorgevano le case. Anche se non sapevamo fino a che punto il porto fosse ancora asciutto, saremmo stati al sicuro, con abbastanza acqua sotto la chiglia per un’altra ora o due. Così decidemmo di correre il rischio, anche se persone più sagge avrebbero probabilmente preferito trascorrere la notte lì dove ci trovavamo.

Durante quei brevi due o tre chilometri, sicuramente ha assorbito una grande quantità d’acqua; man mano che ci allontanavamo dalla protezione della punta, le onde diventavano sempre più forti. Una volta, quando si è immersa profondamente nell’acqua, ho temuto che il timone potesse rompersi, visto che non l’avevo fissato adeguatamente. Ma ce l’è fatta comunque (sebbene il timone si sia piegato come un bastone di salice), e abbiamo raggiunto il porto al crepuscolo, superando l’estremità del molo per poi gettare l’ancora immediatamente all’interno del porto stesso.

Un uomo ci chiamò dalla riva; gli gettammo una corda e lui ci indicò dove attraccare in acque sufficientemente profonde da permetterci di galleggiare, anche durante la bassa marea.

La Crew non era più pigra; ora che aveva lasciato alle spalle quella desolazione senza pietà degli oceani e sentiva di nuovo sotto i piedi la solida forza dell’Inghilterra, faceva ciò che gli veniva detto: fissava le corde da guerra e sistemava le protezioni. Poi arrivò il momento del pagamento: lo stipendio e il biglietto ferroviario per tornare a casa. Prima che salisse sul ponte, gli chiesi gentilmente se avesse mai navigato prima. Lui rispose: “Oh, sì, in un certo senso.” Gli chiesi anche se avesse mai manovrato una barra di governo. “Non esattamente,” disse. “Non su una barca del genere.” Gli chiesi infine se avesse qualche lamentela riguardo alla barca stessa. Lui rispose: “No, per quel che ne sapeva, era una barca molto buona, ma non si vantava certo di capire queste cose.” Poi salì sul ponte e scomparve nell’oscurità. Era, ed è ancora un mistero.

Era un uomo come Charon che trasportava i traghetti da una riva all’altra? O era un uomo che se ne stava sdraiato sul molo, vestito come gli altri, ma timido all’idea di cadere in acqua? O forse era solo un’illusione. Un detective? Un attore? O uno di quegli scrittori che fingono di andare in mare su barca, ma in realtà non lo fanno mai? Non lo so. Non l’ho più visto.

Questo episodio di quell’uomo vestito da marinaio, che non sapeva assolutamente nulla del mare, mi fece pensare a due possibili soluzioni; poiché queste soluzioni erano diverse tra loro, non potevo seguirle entrambe.

Inizialmente, questo mi ha fatto pensare a come giudichiamo le persone in base alle indicazioni immediate; l’approccio basato su questo principio è alla base del successo commerciale nella maggior parte dei casi; anche quel poveretto era riuscito a guadagnare qualche soldo con questo sistema. Ma poi mi ha fatto riflettere su quanto sia sorprendente, nel mondo moderno, vivere uno accanto all’altro senza conoscerci affatto.

Certamente non c’è mai stato un momento nella storia del Cristianesimo, né in quella del Paganesimo che lo precedette, nessun momento nella storia della nostra razza, in cui noi europei (non posso parlare per gli asiatici o i neri) fossimo stati così divisi, in modo che un piccolo gruppo di persone non sapesse assolutamente nulla su un altro piccolo gruppo di persone che viveva proprio accanto a loro.

The worst form it takes, of course, is the division between rich and poor, which is quite a modern thing, and an abominable one - the product, I suppose, of what people call ‘democracy’.

Mr Wilfrid Blunt and I would often talk of this in connexion with my own dear county of Sussex. He was much older than I, between twenty-five and thirty years older, and he could, therefore, remember a simpler and a better time than that into which we have descended; yet he confirmed me in my judgement that, no matter how fond a man might be of his county, or how long he might live in it, he would never, if he were of the wealthier, cultivated sort, know the lives of the poor people about him. I had lived among them on and off all my life, and so had he; and I certainly loved them with all my heart, and so did he; but as for knowing how they live or what they really think, there is a gulf dug between us. It ought not to be so.

Apart from this modern separation of the rich from the poor, there are any number of side separations. It is only by an accident that the writing or teaching man knows anything of business, though the commercial man more often knows something of writing. But the greatest anomaly of all, the one that has puzzled me most of a hundred such, is the complete ignorance of what the Catholic Church is and means - the ignorance even of what its doctrines may be. One would think it should be a mere matter of encyclopaedias and textbooks - easy for anyone to look up. In nations of Catholic culture, of course, the Church is thoroughly well known, even by its worst enemies; but in nations not of Catholic culture the absence of all contact with, and of even elementary information upon, this essential thing is stupefying.

Here is the corporate tradition which made Europe: the Thing which is the core and soul of all our history for 1,500 years, and on into the present time: the continuator of all our Pagan origins, transformed, baptized, illumined; the matrix of such culture as we still retain. For any European not to know the elements of that affair is to be in a blind ignorance of all his making, and, therefore, of his self. Yet it is perfectly true that the Englishman or Scotsman, cultivated to excess, saturated with the knowledge of all he thinks there is to know, fatigued and cynical after too much sounding of the world, says things with regard to that great affair which show him to be as little acquainted with its essentials as he might be with another planet. He has many Catholic acquaintances; he probably has some reading of his own country before the death of Elizabeth; he is certain to have read Shakespeare - a writer who wrote for and in a Catholic England, and a writer whose whole atmosphere is Catholic. He may justly pride himself upon his knowledge of the architecture, or even the institutions of the Occident before the great sundering of 300 years ago. Yet, when he is dealing with this mighty business, he says things more grotesque than anything said by any Colonial about that very governing class to which he himself belongs. He produces an effect, when he touches upon the Faith, which - I say it honestly - is as startling and as comic as the effect produced by those ingenuous millionaires from the backwoods who come barging in among the London subtleties of ancient wealth.

And if this is true - as it is true - of the old governing class, who have some few of them direct family traditions connected with the Faith, nearly all of them relatives, and everyone of them friends and acquaintances who are Catholic, it is, of course, still more true of the average writing and speaking man of lower birth upon whom general opinion depends.

Now and then one comes across a man who talks or writes with some knowledge, if not of what lies beyond the boundary, at least of the boundary itself; but it is exceedingly rare. The latest example I know of the thing is the preface by Mr Bernard Shaw, written for his play, Saint Joan. Here there is a clear recognition of the boundary between the Faith and what lies outside: between the garden and the heath, or marsh.

He is writing there of the voices which St Joan of Arc heard, and which determined her mission. He points out that people often hear voices through a morbid faculty of projecting what they have themselves imagined. It is well known that that may happen to anyone; and most people recognize that such a phenomenon is within themselves, and has no value of reality. Indeed, pretty well everyone has at one time or another vividly heard not-present sounds, whether through the recollection of a loved voice or through some other emotion of fear or violence; and it is only a question of degree whether you call the impression ‘hearing’ or no. He also points out that in the case of diseased people this imaginary stuff takes on a false reality, and that many lunatics, criminal and other, imagine themselves to have heard voices commanding them to do this or that - usually something very unpleasant, nothing half so fine or sane as conducting a triumphant war.

All that is perfectly true. Then he comes to the specific point of St Joan’s voices, and he says that having been brought up a strong Protestant (and, indeed, a strong Protestantism is the note of all his writings) he cannot accept the idea that these voices were real.

Now, there you have a perfectly clear and lucid statement of the boundary between the Catholic world and what lies outside it. The specific difference between the Catholic and the non-Catholic - so far as Europe is concerned - lies in what is roughly called (it is a conversational term, and I do not accept it as accurate) the ‘acceptation of the supernatural’. The Catholic does not believe that everyone who hears voices hears real voices. He does believe that it is possible for such voices to be real; and he, therefore, believes that this thing, philosophically possible, has also had, now and then, a real historical existence.

In the same way, he does not believe nine-tenths, or ninety-nine hundredths, of the miraculous stories which have grown up out of distortion or mere wantonness, or (for the greater part) out of the gradual substitution of direct statement for allegorical or fictional statement, turning fairy tales into fact; but he does believe that the miraculous - that is, an irregular suspension of the order of nature - is philosophically possible. He, therefore, believes, when the evidence is sufficient, that it has historical existence in certain examples. For instance, I certainly believe that the blinded man of York had his sight restored to him by St Thomas of Canterbury; but I don’t believe that Mahommed went to the moon on donkey-back - if, indeed, that mysterious mount of his was a donkey, which the best authorities deny. The Catholic not only believes that certain historical examples, which are of faith, were real and took place (as, for instance, our Lord’s walking on the water - and St Peter’s less successful effort), but he also believes in general that the phenomena called miracles continue actually to happen throughout history: that they go on today.

La forma peggiore che questo fenomeno può assumere è, naturalmente, la divisione tra ricchi e poveri: una cosa piuttosto moderna, e soprattutto orribile. Il prodotto, suppongo, di ciò che le persone chiamano “democrazia”.

Il signor Wilfrid Blunt ed io spesso ne parlavamo in relazione alla mia amata contea del Sussex. Lui era molto più anziano di me: tra i venticinque e i trent’anni di differenza; quindi poteva ricordare tempi più semplici e migliori rispetto a quelli in cui viviamo oggi. Tuttavia, confermò la mia opinione: per quanto un uomo possa amare la propria contea o vi abiti a lungo, se appartiene alla classe più agiata, non riuscirà mai davvero a comprendere la vita delle persone povere che lo circondano. Anch’io avevo vissuto tra di loro per gran parte della mia vita, così come lui; e certamente li amavo con tutto il cuore, proprio come lui. Ma quanto a capire veramente come vivono o cosa pensano realmente, c’è un abisso incolmabile tra noi. Non dovrebbe essere così.

Oltre a questa moderna separazione tra ricchi e poveri, esistono innumerevoli altre forme di divisione. Solo per caso un uomo che scrive o insegna può conoscere qualcosa di economia, anche se spesso un uomo d’affari conosce qualcosa di scrittura. Ma l’anomalia più grande di tutte, quella che mi ha lasciato maggiormente perplesso in centinaia di casi del genere, è l’ignoranza totale riguardo a ciò che rappresenta e significa la Chiesa Cattolica – un’ignoranza persino delle sue dottrine. Si potrebbe pensare che si tratti semplicemente di informazioni reperibili in enciclopedie e libri di testo, facilmente accessibili a chiunque. Nelle nazioni di cultura cattolica, naturalmente, la Chiesa è ampiamente conosciuta, anche dai suoi peggiori nemici; ma nelle nazioni non di cultura cattolica l’assenza di qualsiasi contatto, o persino di informazioni di base su questa realtà essenziale, è davvero sorprendente.

Ecco la tradizione culturale che ha formato l’Europa: quell’elemento che rappresenta il nucleo e l’anima di tutta la nostra storia negli ultimi 1.500 anni, fino ai giorni nostri; quel continuatore delle nostre origini pagane, trasformato, battezzato, illuminato; quella matrice culturale che ancora possediamo oggi. Per qualsiasi europeo ignorare gli elementi fondamentali di questa tradizione significa vivere in una cieca ignoranza riguardo alla propria identità e al proprio passato. Eppure è pur vero che l’inglese o lo scozzese, troppo coltivati, saturi di conoscenze su tutto ciò che ritengono debba essere conosciuto, stanchi e cinici dopo aver esplorato troppo il mondo, a volte dicono cose riguardo a questa grande tradizione che dimostrano quanto siano poco familiari con le sue essenze, tanto quanto potrebbero esserlo con un altro pianeta. Hanno molti conoscenti cattolici; probabilmente hanno letto qualcosa sulla loro patria prima della morte di Elisabetta; sicuramente hanno letto Shakespeare: uno scrittore che scriveva per e nell’Inghilterra cattolica, e il cui intero stile è profondamente influenzato dalla cultura cattolica. Può certo vantarsi della propria conoscenza dell’architettura o delle istituzioni occidentali precedenti a quella grande separazione avvenuta 300 anni fa. Tuttavia, quando si occupa di questa questione fondamentale, dice cose ancora più grottesche di quelle che qualsiasi coloniale possa dire riguardo alla classe dirigente a cui stesso appartiene. Quando affronta l’argomento della Fede, produce un effetto, onestamente, altrettanto sorprendente e comico quanto quello prodotto da quei ingenui milionari provenienti dalle zone rurali che irrompono nelle sottilità culturali di Londra.

E se ciò è vero – e infatti lo è – per l’antica classe dirigente, la cui maggior parte possiede tradizioni familiari legate alla >Fede, quasi tutti i suoi membri sono parenti tra loro, e ognuno di loro ha amici e conoscenti cattolici, allora è ancora più vero per l’uomo comune che scrive o parla, di origine sociale inferiore e dal quale dipende l’opinione pubblica.

Di tanto in tanto si incontra un uomo che parla o scrive con una certa conoscenza, se non di ciò che si trova al di là del confine, almeno del confine stesso; ma è estremamente raro. L’ultimo esempio che conosco in questo senso è la prefazione scritta dal signor Bernard Shaw per la sua opera “Santa Giovanna”. In essa si riconosce chiaramente il confine tra la >Fede e ciò che le sta fuori: tra il giardino e la brughiera, o la palude.

Lì scrive delle voci che Santa Giovanna d’Arco udì e che determinarono la sua missione. Sottolinea che le persone spesso percepiscono voci attraverso una capacità morbida di proiettare ciò che hanno immaginato loro stessi. È ben noto che questo possa accadere a chiunque; e la maggior parte delle persone riconosce che tale fenomeno esiste dentro di noi, ma non ha alcun valore di realtà. Infatti, quasi tutti, in un momento o nell’altro, hanno udito vividamente suoni che in realtà non esistevano, sia attraverso il ricordo della voce di una persona amata, sia a causa di altre emozioni come la >paura o la violenza; e si tratta soltanto di un questione di grado se definiremo questa esperienza “udire” o meno. Sottolinea inoltre che, nel caso delle persone malate, queste immaginazioni assumono una falsa realtà; molti pazzi, criminali e altre persone simili si convincono di aver udito voci che li comandano a fare questo o quello – solitamente cose molto spiacevoli, nulla di così nobile o sano come guidare una guerra vittoriosa.

Tutto ciò è assolutamente vero. Poi arriva al punto specifico riguardante le voci di Santa Giovanna e afferma che, essendo stato educato in un ambiente protestante radicale (e infatti il protestantesimo radicale è la caratteristica distintiva di tutti i suoi scritti), non può accettare l’idea che queste voci siano state reali.

Ecco dunque una dichiarazione perfettamente chiara e lucida riguardo al confine tra il mondo cattolico e ciò che ne è al di fuori. La differenza specifica tra il cattolicesimo e le altre fedi non cattoliche – per quanto riguarda l’Europa – risiede in ciò che si potrebbe definire, in modo colloquiale (e io non ritengo questa definizione accurata), “l’accettazione del soprannaturale”. Il cattolico non ritiene che chiunque senta voci ascolti davvero delle voci reali; crede tuttavia che sia possibile che tali voci siano reali, e quindi ritiene che questa possibilità, filosoficamente parlando, abbia talvolta avuto anche un’esistenza storica concreta.

Nello stesso modo, non crede nemmeno nel novanta per cento, o nel novantanovecentesimo delle storie miracolose che sono nate a causa di distorsioni, di pura capricciosità, o – nella maggior parte dei casi – a seguito della sostituzione graduale di affermazioni dirette con espressioni allegoriche o narrative, trasformando così i racconti di fate in fatti reali; tuttavia ritiene che il miracoloso – cioè una sospensione irregolare dell’ordine naturale – sia filosoficamente possibile. Pertanto, quando le prove sono sufficienti, crede che tali fenomeni abbiano realmente avuto luogo nella storia. Ad esempio, sono sicuro che al cieco di York sia stata restituita la vista da San Tommaso di Canterbury; ma non credo che Maometto sia andato sulla luna a cavallo di un asino – soprattutto perché le migliori autorità negano che quel misterioso animale fosse davvero un asino. Il cattolico non solo crede che alcuni esempi storici, considerati di fede, siano realmente accaduti (come ad esempio il camminare sulle acque da parte del nostro Signore o il tentativo meno riuscito di San Pietro), ma ritiene anche che i fenomeni chiamati miracoli continuino effettivamente a verificarsi nel corso della storia, anche oggi.

The same principle of division runs through the whole of thought. In the matter of the development of religion, everybody outside the Catholic body talks as though the development of the Catholic religion were a human process. They answer the famous question: ‘Is religion of God or of man?’ with a hearty affirmation of the second hypothesis. In this mood they examine such a story as that of the Mass, the Papacy, or the doctrine of our Lord’s divinity. They take it for granted that all was man-made. In this mood they interpret (usually with guesses of the wildest sort, which the much stricter and more rational Catholic scholarship soon disproves) the origin of the Scriptures, and in particular of the Gospels. Now the Catholic admits all evidence in these matters: that is a matter of course, for if you exclude any evidence your conclusion is vitiated. But the difference between him and the others is that he regards the action at work as divine, willed, and, to repeat a word I have used, ‘illumined’. That is why the Catholic thinks of the modernist as a man of warm heart, but of poor intelligence.

Here is an example. The man of warm heart, with a strong sentimental attachment to his Scriptures, to familiar views, has his mind shaken by the discovery, or even the suggestion, that his document is not wholly authentic. His intelligence must tell him - if he would use it - that a document cannot be an authority superior to the body which gave it its claim. But his intelligence falters. Now the Catholic, accustomed to the theory of authority and having decided, let us say, upon evidence sufficient for his judgement, that such and such a text was not part of an original manuscript, could never on that account abandon the doctrine consonant with that text. He believes a doctrine to be a divine, a supernatural thing, communicated, revealed to the world by an authority which still lives, and to and of which he is at once a subject and a part. He says, upon an accepted authority, ‘This is so.’ The presence or absence of one piece of documentary evidence does not affect reality. I have never thought the evidence does not affect reality. I have never thought the evidence against the ‘Johannine Comma’ so strong as that in its favour: but, though it were proved unauthentic tomorrow, what possible effect could that discovery have on the reality of the Trinity?

The Faith is an attitude of acceptance towards an external reality: it is not a mood.

Now, of all this the men who elbow the Catholic Church on all sides in non-Catholic communities, such as England, remain as ignorant as they are of Sanskrit - with those few exceptions of which I have spoken. They seem to think that they have in their midst a body of men who go on strangely, either because they refuse to listen to common reason, or because they have a sentimental attachment to some old-fashioned tradition, and will not openly admit its absurdity. In this they resemble the simpler type of bucolic republican, who does not know that there are any arguments for a monarchy; or the still simpler mind which believes that the earth is flat, and thinks that those who call it round are finicky people playing a subtle game in which they do not at heart believe.

Perhaps the best test of the difference is to be found in the doctrine of the Fall. The Catholic, with his acceptation of the supernatural (I again apologize for the term), accepts, upon an authority which he has discovered sufficient (on the statement of a Person, the Church, whose voice he has recognized to be divine), a doctrine that man, as man, was created superior to his present natural state; that he was created to be supernaturally happy. Where, when, and especially how - in what model - he cannot say. It is a mystery. He, therefore, accepts the doctrine that man, by a rebellion against the will of God, did at some time lose the supernatural powers, the supernatural life, the supernatural happiness, and fell into his natural state, as we see him today: of this world, and yet the only exile therein. What that process was whereby he existed with beatitude inhabiting him we are not told, nor in what place, nor at what date. But we are told, and we accept it, that a certain process, a certain sequence, due to the human will, took place; a rebellion of that will, and a consequent loss of the supernatural life which was our inheritance. That doctrine no more clashes with any proved historical, or probable prehistorical, process than the discovery that William Wordsworth grew up from childhood to manhood proves that he was never a poet, or that he never ceased to be a poet. But the man who rejects the supernatural ignorantly distorts (many popular preachers of heretical theory today distort) the doctrine of the fall of man into something very different. He thinks it means that man was once in a particular place and time - Mesopotamia about 4,004 years ago - behaving like a gentleman, and then, following the advice of his wife, sank to be a perfectly horrible creature, tainting everything he touched. Naturally, a person informed by this childish idea - born, without reason, of a book - on finding what seem to him proofs of development from a simpler to a more complex society, and on waking up to what everybody might know by the use of plain common sense, that men progress from one stage of art to another more intricate (until they crash, and begin all over again), is thrown off his basis. He begins to make a new religion and a new mythology for himself, to talk of an ‘Ascent of Man’; he thinks himself a summit and a glory - and at the same time he rids himself of morals. It will be interesting to watch the end of the process.

In connexion with all this - though the connexion is strained - I have often wondered to myself, and especially at night-time upon the sea, how long the mystic Catholic doctrine of human equality would survive in the non-Catholic world. It has survived so far because it is flattering to the many. Only a very small number of men are conspicuously rich or talented, or (for those who love publicity) public; it is naturally an attractive doctrine for the obscure, untalented, poor mass, that - not in the sight of their Creator, for they no longer accept one, but in some incomprehensible way - we are all equal, and that in some odd fashion which they cannot discover, but which they have felt in their bones, the rich or talented or advertised man is really no better than themselves. You find the doctrine lingering most tenaciously in the popular conception of justice. Men would still be shocked, even during the present decline of morals, at the open admission that a man, important for wealth or public position, should be admittedly and overtly immune from the criminal law. In practice, of course, he is so. But so much of the old Catholic dogma of human equality survives as forbids — so far — the open admission of privilege.

Lo stesso principio di divisione si riscontra in tutto il corso del pensiero. Per quanto riguarda lo sviluppo della religione, tutti coloro che si trovano al di fuori dell’ambito cattolico parlano come se lo sviluppo della religione cattolica fosse un processo umano. Rispondono alla famosa domanda: “La religione è di Dio o di uomo?”, affermando con convinzione la seconda ipotesi. In questo modo esaminano fenomeni come la Messa, il Papato o la dottrina della divinità del nostro Signore, dando per scontato che tutto sia frutto dell’opera umana. Interpretano inoltre l’origine delle Scritture, e in particolare dei Vangeli, spesso basandosi su congetture assurde, le quali vengono presto confutate dalla ricerca cattolica, molto più rigorosa e razionale. Il cattolico, invece, accetta ogni tipo di prova in queste materie: è del tutto naturale farlo, poiché escludere qualsiasi evidenza renderebbe la conclusione errata. La differenza tra lui e gli altri sta nel fatto che considera l’azione che ha portato allo sviluppo della religione come divina, voluta da Dio, e, per ripetere una parola che ho già usato, “illuminata”. Ecco perché il cattolico considera i modernisti persone dal cuore caloroso, ma dalla scarsa intelligenza.

Ecco un esempio. L’uomo dal cuore gentile, con un forte legame sentimentale con le sue Scritture e con le opinioni a lui familiari, vede scosso il proprio convincimento quando scopre, o anche solo viene suggerito, che il documento in suo possesso non sia del tutto autentico. La sua intelligenza gli dice – se decidesse di ascoltarla – che un documento non può rappresentare un’autorità superiore all’organismo che ne ha stabilito l’autenticità. Ma la sua intelligenza vacilla. Ora, il cattolico, abituato alla teoria dell’autorità e avendo già deciso, diciamo, sulla base di prove sufficienti, che un determinato testo non fa parte di un manoscritto originale, non potrebbe mai, per questo motivo, abbandonare la dottrina in linea con quel testo. Lui ritiene che una dottrina sia qualcosa di divino, di soprannaturale, comunicato e rivelato al mondo da un’autorità ancora viva, di cui egli è allo stesso tempo soggetto e parte. Basandosi su un’autorità accettata, afferma: “Questo è vero”. La presenza o l’assenza di prove documentarie non influisce sulla realtà. Io non ho mai pensato che le prove possano alterare la realtà; né credo che le prove contrarie alla “Comma di Giovanni” siano più convincenti di quelle a suo favore. Ma anche se domani si dimostrasse che quel testo non è autentico, quale possibile effetto potrebbe avere questa scoperta sulla realtà della Trinità?

La >Fede è un atteggiamento di accettazione verso una realtà esterna; non si tratta di un semplice umore.

Ora, di tutto questo, coloro che pressano la Chiesa Cattolica da tutte le parti nelle comunità non cattoliche, come l’Inghilterra, rimangono altrettanto ignoranti riguardo a queste questioni quanto lo siano riguardo al sanscrito – fatta eccezione per quei pochi casi di cui ho parlato. Sembra che pensino di avere tra loro persone che si comportano in modo strano, o perché rifiutano di ascoltare la ragione comune, o perché provano un attaccamento sentimentale verso alcune tradizioni obsolete e non vogliono ammettere apertamente la loro assurdità. In questo, assomigliano a quel tipo più semplice di repubblicani “bucolici”, che non sanno nemmeno esistere argomenti a favore della monarchia; o ancora a quelle menti ancora più semplicistiche che credono che la terra sia piatta e pensano che coloro che sostengono il contrario siano persone pedanti che giocano a qualche gioco subdolo, senza però crederci davvero nel profondo del cuore.

Forse il miglior modo per verificare questa differenza si trova nella dottrina della Caduta dell’Uomo. Il Cattolico, accettando ciò che è soprannaturale (mi scuso ancora una volta per l’uso di questo termine), accetta, sulla base di un’autorità ritenuta sufficiente (le dichiarazioni di una Persona, la Chiesa, la cui voce è stata riconosciuta come divina), che l’uomo, in quanto tale, sia stato creato in uno stato superiore a quello naturale attuale; che sia stato creato per vivere una vita soprannaturale felice. Dove, quando e soprattutto come – secondo quale modello – ciò sia avvenuto, non possiamo saperlo: si tratta di un mistero. Pertanto, il Cattolico accetta la dottrina secondo cui l’uomo, ribellandosi alla volontà di Dio, abbia perso in un certo momento i poteri soprannaturali, la vita soprannaturale e la felicità soprannaturale, cadendo così nello stato naturale in cui lo vediamo oggi: di questo mondo, eppure l’unico esilio al suo interno. Non ci viene detto quale sia stato il processo attraverso cui l’uomo abbia vissuto in uno stato di beatitudine; né dove né quando ciò sia avvenuto. Ma ci viene detto, e lo accettiamo, che un certo processo, una certa sequenza di eventi, dovuti alla volontà umana, si sono verificati: una ribellione di quella volontà e la conseguente perdita della vita soprannaturale che era la nostra eredità. Questa dottrina non entra in conflitto con alcun processo storico dimostrato, né con alcun processo preistorico probabile, proprio come il fatto che William Wordsworth sia cresciuto da bambino a uomo non significa affatto che non sia mai stato un poeta, o che abbia mai smesso di esserlo. Tuttavia, colui che rifiuta ciò che è soprannaturale distorce ignorantemente la dottrina della Caduta dell’Uomo, trasformandola in qualcosa di completamente diverso. Pensa che significhi che l’uomo un tempo si trovava in un luogo e in un momento specifici – la Mesopotamia circa 4.004 anni fa – e si comportava come un gentiluomo; poi, seguendo il consiglio di sua moglie, è diventato una creatura orribile, contaminando tutto ciò che toccava. Naturalmente, una persona influenzata da questa idea infantile – nata senza alcun fondamento da un libro –, trovando ciò che le sembra essere la prova di uno sviluppo da una società più semplice a una più complessa, e rendendosi conto di ciò che chiunque potrebbe capire usando il buon senso comune, cioè che gli esseri umani progrediscono da uno stadio artistico a uno più complesso (fino a quando non falliscono e iniziano tutto daccapo), finisce per perdere ogni fondamento logico. Allora inizia a crearsi una nuova religione, una nuova mitologia; parla di un “Ascenso dell’Uomo”; si considera il culmine della gloria umana, ma allo stesso tempo si libera da qualsiasi principio morale. Sarà interessante osservare come andrà a finire questo processo.

In relazione a tutto ciò – anche se il legame sembra un po’ forzato – mi sono spesso chiesto, soprattutto di notte in mare, per quanto tempo potrà sopravvivere nella società non cattolica la misteriosa dottrina cattolica sull’uguaglianza umana. Finora è sopravvissuta perché lusinga la maggior parte delle persone. Solo un numero molto esiguo di individui è eccezionalmente ricco, talentuoso o famoso; quindi questa dottrina rappresenta naturalmente un’attrativa alternativa per le masse oscure, prive di talenti e povere: che – non davanti al loro Creatore, poiché ormai non lo riconoscono più, ma in qualche modo inspiegabile – siamo tutti uguali, e che, in un modo che loro stessi non riescono a comprendere, ma che percepiscono profondamente dentro di sé, una persona ricca, talentuosa o famosa in realtà non è migliore di loro. Questa dottrina persiste con particolare tenacia nella concezione popolare della giustizia: anche oggi, nonostante il declino morale, le persone rimarrebbero scioccate all’idea che una persona importante per la sua ricchezza o posizione pubblica possa essere legalmente esentata dalle sanzioni penali. In pratica, ovviamente, questo accade; ma gran parte dell’antico dogma cattolico sull’uguaglianza umana sopravvive ancora, impedendo fino ad oggi l’ammissione aperta di privilegi.

But flattering as the old Catholic doctrine of equality is, I do not think it can survive much longer outside the Catholic body. It is in a degree mysterious, and I am amused to find one man after another suddenly making the discovery that it is not a patent truth, apparent upon the surface of things.

I remember once sitting next a very worthy man at a banquet in the United States: it is now nearly thirty years ago. This man explained to me laboriously enough, but very privately, that the statement in the Declaration of Independence ‘Men are born equal seemed to him great nonsense. For he had come to observe that they were of different stature, muscular strength, and even intelligence - in which last conclusion I supported him.

There is another Catholic mystery to which the non-Catholic world still uncertainly clings (I do not think its tenure is at all secure), and that is the mystery of immortality.

That also is consoling, and to some even flattering. It can be used as a soothing drug on condition that you do not work out the full theology of it, and admit the double doom of beatitude and damnation. But the repetition of this old Catholic doctrine as a dope, by which may be evaded the menace and reality of death, does not seem to me to have enough stuff in it to endure. Yet there are many men and women still living who can remember the time when the non-Catholic world did still accept the full doctrine.

Indeed, a living friend of mine has recited to me a verse learnt in her childhood, which ran somewhat as follows:

There is a dreadful Hell

A place of aches and pains,

Where sinners must with Devils dwell,

In fires and shrieks and chains.

But that is all over. All that is left of the doctrine of a life to come is a very vague mood of comfortable assurance, dissipated at once on the approach of peril. It will not last, apart from the great and only true philosophy of which it is the last poor relic.


I wonder, indeed, how much of Catholic doctrine will survive, and what part of it - if any - in whatever of Europe continues to reject the present advance of the Faith? That some great section of Europe will lose the last savour of Christian culture, and that soon, is probable; for already the half-educated are abandoning it all over the north. That the rest will return to full doctrine is probable. For already the thirst for it is apparent, and the stronger minds are so returning. But what will follow where it is wholly abandoned? We know what heavy weather property is making today, and, as for marriage, it has nearly gone by the board. The doctrine of justice is cloudily remembered, but mixed up in some muddled way with the idea of playing a lawyer’s game, and so sodden with sentimental frailties, and rough-edged with cruelties and sale and purchase, that one can make nothing of it. For instance, outside the Catholic world, it is an accepted idea that if a man accused of murder be under grave suspicion, but not definitely proved guilty, he must, indeed, be condemned to some horrible punishment, such as imprisonment for life, but not to the punishment for murder. And it is an approved idea that punishment should not be vindictive, but only deterrent, save where the vindictive side of it is the vengeance of the great against the weak. And it is an approved idea that the witness in a legal case may justly be confused and harried in order that the truth shall be concealed; and that capacity of so confusing and harrying a witness is the great test of a man’s moral aptitude to administer justice. And it is an approved idea that a lawyer may do his utmost to have an innocent man condemned, if only he be paid highly enough. But the breakdown of the idea of justice is only one department of the great change. There are a score of others to be surveyed; notably the novel doctrine that a man’s wealth is the test of his value in the State.

Well, what will come out of that welter, that corruption into which the decomposition of the Christian culture is now dissolving?

What I think will spring out of the filth is a new religion.

I think there will arise in whatever parts of Christendom remain, say, 200 years hence, cut off from the advancing restoration of the Faith, some simplified, odd, strong code of new habit, comparable to the sudden code of habit which Arabia constructed on the ruins of Christian doctrine in the East. Whatever refuses to accept the Catholic restoration will sooner or later develop a new religion, because human society cannot five on air, and to men of our strong western blood the substance of a doctrine and a ritual are especially needful. This conception of a new religion (and, therefore, an evil one) arising out of the rottenness of the grave of truth, seems today at once fantastic and unpleasant. Unpleasant I admit it is; fantastic I do not believe it to be.


From that Cornish town I had the next morning to make my way back to London; and Stephen Reynolds, whom I met, got her round the land safely to the ports upon the southern side, whence later I resumed this cruise: Stephen Reynolds, that strongest-souled and most sincere of men, who desired and did good all his life. It is the meeting with such men, and the comparison of their public label with their true function, of their false renown or lack of renown with their certain standing in the eyes of their Maker, which lead all wise men to a perfect contempt for the modern world.

Does anyone remember him now of those who are reading this? Perhaps one or two, perhaps no one. He loved the poor: he understood the sea. He was a brother and a support to sailing-men, and he had charity, humility, and justice in equal poise. But the truth is, I take it, that our world is no longer fitted for governance by, nor even for advice from, its rare great men. It is fitted for governance by those who boast so exact an admixture of folly and of vice as makes them reasonably consonant with the stuff they have to govern. As for those who are too good for us, or too wise for us, why, the sooner they are out of it the better for them. And so it is the better with Reynolds…

Per quanto l’antica dottrina cattolica sull’uguaglianza possa essere lusinghiera, non credo che possa sopravvivere a lungo al di fuori del contesto cattolico. In un certo senso, essa è misteriosa; trovo divertente vedere come uno dopo l’altro si renda conto, all’improvviso, che non si tratta di una verità evidente e ovvia.

Ricordo una volta di essere seduto accanto a un uomo molto stimabile durante un banchetto negli Stati Uniti: è passato quasi trent’anni da allora. Quest’uomo mi spiegò con notevole pazienza, ma in modo assolutamente privato, che la frase della Dichiarazione d’Indipendenza “Gli uomini nascono uguali” gli sembrava del tutto assurda. Aveva infatti osservato che le persone differivano per statura, forza fisica e persino intelligenza; su quest’ultimo punto lo sostenevo pienamente.

Esiste un altro mistero cattolico al quale il mondo non cattolico si attacca ancora con incertezza (non credo che la sua posizione sia affatto sicura), e questo è il mistero dell’immortalità.

Anche questo rappresenta un conforto, e per alcuni persino un complimento. Può essere utilizzato come un sedativo, a condizione che non si analizzi a fondo la teologia che lo sostiene e che non si ammetta l’esistenza di una doppia sorte: la beatitudine da un lato e la dannazione dall’altro. Tuttavia, la ripetizione di questa antica dottrina cattolica come mezzo per eludere la minaccia e la realtà della morte, a mio parere, non contiene elementi sufficientemente solidi per poter sopravvivere nel tempo. Eppure ci sono ancora molte persone in vita che ricordano l’epoca in cui il mondo non cattolico accettava pienamente questa dottrina.

Infatti, un’amica mia ancora viva mi ha recitato una strofa che aveva imparato da bambina; andava più o meno così:

Un inferno terribile

Un luogo di dolori e sofferenze

Dove i peccatori devono abitare con i diavoli

Nel fuoco, nei grida e nelle catene.

Ma tutto questo è ormai finito. Tutto ciò che rimane della dottrina di una vita futura è solo un vago senso di sicurezza e tranquillità, che svanisce non appena si avvicina il pericolo. Non durerà a lungo, se non in quanto ultimo e povero residuo della grande e unica vera filosofia da cui deriva.


Mi chiedo davvero quanta parte della dottrina cattolica sopravviverà, e quale ne sarà il ruolo – se ce n’è uno – in quelle parti d’Europa che continuano a rifiutare l’avanzamento attuale della Fede. È probabile che una grande parte dell’Europa perda l’ultimo residuo di cultura cristiana; infatti, già oggi le persone semi-istruite la stanno abbandonando in tutto il nord. È anche probabile che il resto della popolazione ritorni alla dottrina originale: il desiderio di essa è ormai evidente, soprattutto tra le menti più forti. Ma cosa accadrà quando questa dottrina verrà completamente abbandonata? Sappiamo bene quali conseguenze negative possa comportare l’assenza di principi giustiziari: per quanto riguarda il matrimonio, ad esempio, esso è ormai quasi del tutto ignorato. La dottrina della giustizia viene ricordata in modo confuso e mescolata con idee legate al ruolo dell’avvocato, così come con sentimenti deboli e pratiche crudeli e mercantili, che rendono impossibile comprenderne il vero significato. Nel mondo non cattolico, ad esempio, si ritiene che un uomo accusato di omicidio, anche se sospettato ma non provato colpevole, debba comunque essere punito in modo severo (ad esempio con l’ergastolo), ma non con la pena prevista per l’omicidio stesso. Si ritiene inoltre che la punizione non debba avere scopi vendicativi, ma solo deterrenti, tranne nei casi in cui si tratti della vendetta dei forti sui deboli. Si ritiene anche che un testimone in un processo possa essere manipolato al fine di nascondere la verità; e che questa capacità sia considerata una prova della capacità morale di una persona nel giudicare equamente. Infine, si ritiene che un avvocato possa fare di tutto per condannare un innocente, purché riceva una ricompensa adeguata. Ma il crollo dei principi giustiziari è solo uno aspetto di questo grande cambiamento. Ci sono molti altri aspetti da considerare, in particolare quella nuova dottrina secondo cui la ricchezza di una persona rappresenta il suo valore nello Stato.

Beh, cosa ne uscirà da quel “pozzo nero”, da quella corruzione nella quale la decomposizione della cultura cristiana si sta attualmente dissolvendo?

Quello che penso possa nascere dalla sporcizia è una nuova religione.

Penso che, in quelle parti del Cristianesimo che rimarranno isolate dal progresso della restaurazione della Fede, tra 200 anni circa, possano sorgere alcuni codici di comportamento semplificati e strani, simili a quelli che l’Arabia ha creato sulle rovine della dottrina cristiana in Oriente. Chiunque si rifiuti di accettare la restaurazione cattolica svilupperà prima o poi una nuova religione, perché la società umana non può sopravvivere senza una dottrina e un rituale. Questa concezione di una nuova religione (e quindi di una religione malvagia) che nasce dalla decomposizione della verità mi sembra oggi sia fantastica che sgradevole. Lo ammetto, è sgradevole; ma non credo che sia fantastica.


Da quella città del Galles del Sud ebbi il giorno seguente per tornare a Londra; Stephen Reynolds, che incontrai lungo la strada, le fece attraversare il paese in sicurezza fino ai porti della costa meridionale, da dove poi ripresi questo viaggio: Stephen Reynolds, quell’uomo dal cuore forte e sincero, che desiderò e fece del bene per tutta la sua vita. È proprio l’incontro con persone del genere, e il confronto tra la loro reputazione pubblica e la loro vera funzione, tra la loro falsa fama o la mancanza di essa e il loro reale valore agli occhi del Creatore, che portano tutti gli uomini saggi a provare un profondo disprezzo per il mondo moderno.

Qualcuno si ricorda ancora di lui tra coloro che stanno leggendo queste parole? Forse uno o due, forse nessuno. Amava i poveri; comprendeva il mare. Era un fratello e un sostegno per i marinai, e possedeva carità, umiltà e giustizia in uguali misure. Ma la verità è che, a mio parere, il nostro mondo ormai non è più adatto né alla guida né nemmeno al consiglio di quei rari grandi uomini che un tempo ne facevano parte. Il nostro mondo è invece adatto alla guida di coloro che vantano una miscela così precisa di follia e vizio da essere, in qualche modo, in sintonia con ciò che devono governare. Quanto a coloro che sono troppo buoni o troppo saggi per noi, beh, meglio se se ne vanno il prima possibile. E proprio questo vale anche per Reynolds.

But I wish that I could come across him again in this world, somewhere at the meeting of sea and land, and talk with him again about the schools of fishes, and the labours of those who seek them along our shores, and the souls of sailormen.


I confess to a complete ignorance of going round the land, that is, of turning the point of Cornwall, and of passing from the northern to the southern coast. Three times have I set out from St Ives with the firm intention of passing the Longships, and putting her round up-Channel. Never have I done so. For the Seven Gods, or one or another of them, forbad it. Had I ever fallen so low as to put a motor into the Nona, she would have gone round like a bus or a taxi; but under sail alone it was forbidden me. Each of those three times I started with a light wind and was becalmed; and at the end of the each of those calms I drifted back so far upon the flood that I sickened of the attempt. St Ives is a very long way from London, and a still longer way from Sussex, and a man cannot spend his life indefinitely taking that immense journey back and forth for nothing. And that is why I sent the Nona round the land.

I have never made Newlyn. I have never gone into Falmouth, so there is still something left for me to do. I have, indeed, seen all that coast from within, and walked back and forth across the last peninsula of England, and compared Mounts Bay and its rock with the towering brother island upon the further shore: for every such sea-girt height is dedicated to St Michael, being a natural perching place for winged things. The two Mounts are little models of the two national histories: each begins as a monastery; but one becomes a king’s prison, then derelict, then a sort of national showplace; the other becomes a country house.

You may trace a parallel in the fate of the Templars in the two capitals. The secret society of the Templars, with its gigantic wealth and universal conspiracy, was suppressed (to the salvation of Europe) 600 years ago. Their centre in Paris fell to the King, became in its last stages an appanage for younger sons and cousins of the Crown, then a prison. It was at last destroyed in the very beginnings of the new Paris under Napoleon. Its memory has almost disappeared.

The Templars’ centre in London passed gradually to the lawyers, and now fulfils, among other functions, the very useful one of preventing cabs from getting too quickly from the Embankment to Fleet Street.

As for the two round churches, the mysterious symbols of that great, now dead, freemasonry (which for a moment threatened all our lives), that one in which the Mass was preserved has disappeared from that capital of Europe where the Mass has perhaps most power. But that from which the Mass was driven out is still carefully maintained in its externals, and stands there still in the midst of London - dead.

It was upon this coast of Cornwall that I once, to my shame, wholly misread the outline of a headland, not from sea but from land.

Standing upon the shoulder of the Lizard peninsula, and looking eastward upon a clear summer’s day, I misread the Dodman. Now from land this is unpardonable, because one has on land points of reference, and, indeed, had I been careful, and with a map before me, I could not have made such an error. But from the sea it is a thing that happens very much oftener than sailing-men are willing to admit.

I remember once, many years ago, coming in from far outside, and making sure of a point of French land, which I thought I knew by heart. I saw a characteristic dip, and, in front of it, the nearer lump of land which I knew for an island, and then there was a gap, or ‘V’, which I could have sworn to be the harbour town I knew. It is true that I was surprised to find it lying so far over my starboard bow. I had thought it to be right before me, but I trusted my eyes rather than my reckoning. As we drew nearer I found all that inference in error. I had, indeed, failed in my reckoning somewhat, but it was the other way about, and the place I was looking for lay more than twenty miles to the eastward, and, when I first saw land, my harbour was hidden below the last horizon, over the port bow.

One would think that the outline of a headland, once one had known it from a particular side, was an unmistakable thing, and one would think that the same would be true of a characteristic range of hills seen lengthwise, or even of the entrance to a valley harbour.

After all, the same sort of thing is at once recognizable by land: a man does not mistake the Wrekin, or the Malvern Hills.

But at sea, for some mysterious reason, you never can be sure; and that is why such pains are taken in the elaborate descriptions and plans of sailing directions, and in the little pictures which they make in the official books. It is not only a matter of what is called today ‘visibility’, though it is true that the thickness of the air makes a great difference to one’s judgement of distance. No matter what the conditions, the most absurd mistakes can be made, and are made continually, and that by practised men. It was only the other day that I mistook Grisnez for the end of the cliff some miles to the east of it above the flat of Calais. You would think that Beachy Head, seen from up-Channel looking westward, was unmistakable; for it has the exact outline of a hippopotamus, with its little ear and fat forehead and snout, and there is a long flat before it, so that anything rising up, one would think, was bound to be Beachy Head, but it is not so. A man who has been knocking about the Channel at night, and does not quite know where he is, except that he is somewhere off the Sussex coast, may (it sound absurd, but it is true) take Fairlight in a haze for Beachy Head, or (coming eastwards) he may catch in a dull dawn the low cliffs beyond Newhaven, and, if the thick air hides Beachy from him, he may take these for that headland.

Much more excusable, and yet much more common than mistaking the outline of hills, or a headland, is the mistaking of a light. All of them have carefully marked spaces of time, a flash for so many seconds, or a change of colour, or what not. But a man cannot always be bothered to time these things, and in a little boat under a strain he may not be able to do so. But the very commonest form of error in this, as in everything else, comes from an absolute and false certitude. You say to yourself, ‘There is no doubt at all that that light is such and such a light.’ You have been waiting to pick it up, and when you pick up a light you are certain it is that light, unless the timing of it is quite grossly different from what you expected. But you may be quite wildly wrong. I suppose no one will believe me when I tell them that I have known St Catherine’s mistaken for The Hogue.

Ma vorrei tanto riuscire a incontrarlo di nuovo in questo mondo, da qualche parte dove mare e terra si incontrano, e parlare di nuovo con lui delle scuole di pesci, del lavoro di coloro che li cercano lungo le nostre coste, e delle anime dei marinai.


Confesso di ignorare completamente come si possa circumnavigare la terra, cioè come si possa superare il punto più settentrionale della Cornovaglia e passare dalla costa settentrionale a quella meridionale. Tre volte sono partito da St Ives con l’intenzione ferma di attraversare lo stretto di Manica; ma non ci sono mai riuscito. Perché, per i Sette Dei, o uno di loro in particolare, mi è stato proibito. Se solo avessi osato usare un motore, la nave avrebbe potuto procedere come un autobus o un taxi; ma navigando esclusivamente a vela, era impossibile. Ogni volta che partivo, c’era una brezza leggera, ma poi si fermava tutto; e alla fine di ogni periodo di calma, la nave veniva spinta indietro dalla corrente, fino al punto di farmi desistere dall’impresa. St Ives dista molto da Londra, ancora di più dal Sussex. E nessuno può passare tutta la vita a compiere quel viaggio interminabile senza alcun scopo concreto. Ed è per questo che ho deciso di far circumnavigare la nave lungo la costa.

Non ho mai fatto Newlyn. Non sono mai stato a Falmouth, quindi c’è ancora qualcosa che devo fare. Infatti, ho visto tutta quella costa da dentro, ho camminato avanti e indietro lungo l’ultima penisola d’Inghilterra, e ho paragonato Mounts Bay e le sue rocce all’isola vicina, più alta e imponente: ogni di queste alture circondate dal mare è dedicata a San Michele, poiché rappresenta un luogo ideale per gli uccelli alati. I due monti sono in qualche modo dei piccoli simboli delle due storie nazionali d’Inghilterra: entrambi iniziano come monasteri; ma uno diventa una prigione reale, poi viene abbandonato, e infine diventa una sorta di attrazione turistica nazionale; l’altro, invece, rimane una residenza privata.

Si può individuare una parallela nel destino dei Templari nelle due capitali. Questa società segreta, con la sua enorme ricchezza e le sue complottazioni universali, fu soppressa (per il bene dell’Europa) 600 anni fa. Il suo quartier generale a Parigi passò sotto il controllo del Re; nelle fasi finali divenne una proprietà dei figli minori e dei cugini della Corona, per poi essere trasformato in prigione. Fu infine distrutto all’inizio della nuova Parigi, sotto Napoleone. La sua memoria è ormai quasi scomparsa.

Il centro dei Templari a Londra passò gradualmente sotto il controllo degli avvocati e ora svolge, tra le altre funzioni, anche quella molto utile di impedire alle auto-taxi di spostarsi troppo rapidamente dall’Embankment verso Fleet Street.

Per quanto riguarda quelle due chiese rotonde, i misteriosi simboli di quella grande e ormai defunta massoneria (che per un momento minacciò tutte le nostre vite): quella in cui la Messa veniva celebrata è scomparsa da quella capitale europea dove forse la Messa ha il maggior potere. Ma quella da cui la Messa fu espulsa viene ancora attentamente conservata nel suo aspetto esteriore, e continua a stare lì, in mezzo a Londra, morta.

Fu proprio su questa costa della Cornovaglia che, per mia vergogna, una volta interpretai completamente sbagliato la forma di un promontorio, non guardando dal mare ma dalla terraferma.

In piedi sulle rive della penisola di Lizard, guardando verso est in una chiara giornata estiva, ho interpretato male le indicazioni del faro di Dodman. Sulla terraferma, un errore del genere è imperdonabile, perché ci sono punti di riferimento visibili; in effetti, se fossi stato più attento e avessi avuto una mappa davanti a me, non avrei commesso tale errore. Ma dal mare, questo tipo di errore accade molto più spesso di quanto i marinai siano disposti ad ammettere.

Ricordo una volta, molti anni fa, quando arrivai da lontano e mi assicurai di trovarmi in territorio francese, che credevo di conoscere a memoria. Vidi una caratteristica depressione del terreno; davanti ad essa c’era un promontorio che sapevo essere un’isola. Poi c’era uno spazio aperto, a forma di “V”, che giurai fosse la città portuale che cercavo. In effetti, fui sorpreso di trovarla così lontano a dritta della mia rotta: pensavo fosse proprio davanti a me, ma preferii fidarmi dei miei occhi piuttosto che dei miei calcoli. Man mano che ci avvicinavamo, capii che tutti i miei ragionamenti erano errati: il luogo che cercavo si trovava in realtà più di venti miglia a est. E quando vidi per la prima volta la terraferma, la mia città portuale era nascosta oltre l’orizzonte, a sinistra della mia rotta.

Si potrebbe pensare che il profilo di un promontorio, una volta conosciuto da un certo lato, sia qualcosa di inequivocabile; lo stesso si potrebbe ritenere valido per una serie caratteristica di colline viste in lunghezza, o persino per l’ingresso di una baia valle.

Dopotutto, lo stesso tipo di elemento è immediatamente riconoscibile anche da terra: una persona non confonderà mai il Wrekin con le colline di Malvern.

Ma in mare, per qualche motivo misterioso, non si può mai essere sicuri; ed è proprio per questo che vengono presi tanti accordi e si redigono descrizioni così dettagliate riguardo alle direzioni da seguire nella navigazione, nonché si realizzano piccole rappresentazioni grafiche nei libri ufficiali. Non si tratta soltanto di quella che oggi viene chiamata “visibilità”, anche se è vero che lo spessore dell’aria influisce in modo significativo sulla valutazione delle distanze. Indipendentemente dalle condizioni, possono verificarsi errori assurdi, e questi avvengono continuamente, persino da parte di persone esperte. Solo l’altro giorno ho scambiato Grisnez per la fine della scogliera, situata a qualche miglio a est di Calais. Si potrebbe pensare che Beachy Head, vista dal canale della Manica guardando verso ovest, sia facilmente riconoscibile; infatti ha esattamente la forma di un ippopotamo, con l’orecchio piccolo, la fronte e il muso rotondi. Ma non è così. Un uomo che naviga di notte nel canale della Manica, senza sapere esattamente dove si trovi – sebbene sappia di essere da qualche parte al largo della costa del Sussex – potrebbe (sembra assurdo, ma è vero) confondere Fairlight nella nebbia con Beachy Head; oppure, viaggiando verso est, potrebbe scambiare le basse scogliere oltre Newhaven per quel promontorio. Se l’aria densa nasconde Beachy Head dalla sua vista, potrebbe davvero credere che si tratti di quel promontorio.

Molto più scusabile, eppure molto più comune del confondere la forma di una collina o di un promontorio, è il confondere una luce. Tutte queste luci presentano segnali temporali ben definiti: un lampo che dura alcuni secondi, un cambiamento di colore, o altro ancora. Tuttavia, non sempre si ha la pazienza di osservare con attenzione questi segnali, soprattutto quando ci si trova su una piccola barca sotto pressione. Ma il tipo di errore più comune in questo caso, come in ogni altra situazione, deriva da una certezza assoluta e falsa. Si pensa: “Non c’è dubbio alcuno che quella luce sia proprio quella”. Si aspetta con attenzione il momento giusto per riconoscerla, e quando la si vede, si è sicuri che sia davvero lei, a meno che il ritmo del suo lampeggiamento non sia completamente diverso da quanto ci si aspettava. Ma si potrebbe sbagliare in modo gravissimo. Immagino che nessuno mi crederebbe se dicessi di aver confuso la chiesa di Santa Caterina con il “The Hogue”.

But there are more absurd cases still. Many years ago, a ship called the Mohegan struck the rocks called the Manacles, which are inside Black Head, in Cornwall. She was going down-Channel, and there would seem to be no question of danger in the matter. The Lizard light is there, staring plain enough; one only has to keep it well on the starboard bow going down-Channel, and one is sure to miss England. One cannot hit the Manacles so long as the light is well off one’s starboard bow, for they lie inside the Point. Therefore, when the Mohegan struck, she must have had the Lizard light on her port bow, and the look-out man, and the man steering, and the man setting the course, and the man in command on the bridge must have known perfectly well (one would think) that the situation was impossible. Yet strike she did, and no one has ever really explained how it happened.

There are some of these mistakes which cannot be avoided, and which are explainable, not by any failure of the human reason, but by a very natural confusion between similar things. Thus, anyone runs a risk at Dungeness on account of the two lighthouses there; I mean anyone going up-Channel, and aiming at giving that point a very close shave.

Dungeness grows out to sea at a certain rate, so that, at long intervals, a new lighthouse has to be built to mark its extremity. Though it grows outwards thus into the Channel, the end is steep-to, and there is plenty of water right up alongside the land. Therefore, anyone going up-Channel makes for the lighthouse direct, intending to pass within a few yards of the shore, for this shortens an up-Channel course. Also, if you have the tide with you, you have a strong stream there to help you.

Now, about 100 years ago, they built the old lighthouse where Dungeness then was. That old lighthouse is now about one mile inland. It does happen, and I am witness to it with hundreds of others, that the modern lighthouse on the extreme end of the point may be obscured by day, when the old lighthouse is visible. In that case a man tends to steer for the old lighthouse, thinking it to be the new one, and he is aiming, of course, right on-shore when he thinks he is just going to miss the point.

The worst mistake of this sort I myself ever made was mistaking the Varne Buoy for the South Goodwin Lightship. It is not so impossible as it sounds. The weather was thick; I had been drifting for many hours without much wind, and with no certitude of where I was except that I was somewhere in the Straits. I looked up-weather, to the north-east, and saw in the brume what looked like a hull and a pole. I could not be quite certain whether there was a ball on the pole or not, but I certainly took it for a lightship; and, judging from the time that I had left the French harbour, and the sort of pace I thought I had made in my little boat, and tricked by the weather (which was much thicker than it looked) I made sure that this apparently distant object was the Goodwin. It was not till I came within a hail of it that I knew it for what it was - the Varne Buoy, not a hundredth the size of a lightship.

I suppose that the regularity and certitude of modern mechanical life on land tend to make men exaggerate the fixity of evidence. When men dealt more with the caprice of Nature, they were more ready to admit two things which modern men under-estimate: the possibility of marvel and the fallibility of the senses.

Different periods take quite different standards in such affairs. Our own time prides itself on a specially clear vision of reality, and ridicules the credulity of the past. Yet I notice a hundred things in which I could imagine posterity stupefied at our inane credulity. We accept, in everything which does not immediately concern us, a bare newspaper statement made anonymously. We accept it as we accept the evidence of our own senses, or more; we accept it although it is unvouched for, improved, untested. We accept it - to be brutal - because it is printed, and because it is printed on a large scale.

There is a whole mythology of ‘prehistory’, which has grown up, mushroom-like, in less than a lifetime, which pretends to explain the unknown past of man, and which has already become more fixed and sacred to the multitude than any mythology accepted by our fathers. Not one of the millions who accept that mythology could give you even the briefest account of the supposed steps of evidence upon which it reposes. In this process the strange mechanical, universal, influence of what is called ‘popular education’ plays a very great part, and whereas the half-educated man was always a danger, today he is a catastrophe.

Or, take not prehistory - which is a mere imposture - but recent, recorded, real history. Millions of children are told that the American Colonies revolted because they were unjustly taxed by England; that after a long struggle they won, and that they won because they were right; because they had the same qualities as our own sacred selves, being of our own sacred blood; that the trouble ought never to have arisen, and was only due to the folly of a few misguided and pigheaded English gentlemen who happened then to hold political power. I will bargain that - above the labouring mass - this is the attitude taken by nine men out of ten in England today towards the American War of Independence. On the top of that all are told - or given the impression, at any rate - that England soon repented of her error, and came to regard the United States as the noblest of her children.

They are not told that an expensive war had been waged by the Mother Country in defence of the Colonies; that long and difficult negotiations had been undertaken to see how that expense could be shared; that certainly a majority of the colonists - and probably a large majority - were on the side of England, and against the rebels, and that the final defeat of England was mainly due to the intervention of the French, and especially to the more close concentration of the French fleet. They are not told that the English people regarded themselves as perfectly right, that they continued to detest the Americans with the most vivid hatred for 100 years afterwards, or that the policy of pretending a friendship with America is quite recent, and only grew up after the strength of the new country was apparent, when the long agony of the Civil War had turned in favour of the North. Worst of all, they are not told that this pretence of identifying the United States with England is being carried on against increasing odds, as the United States became less and less English in tradition, in blood, in morals, and everything else.

Ma ci sono ancora casi ancora più assurdi. Molti anni fa, una nave chiamata Mohegan urtò le rocce note come Manacles, situate all’interno di Black Head, in Cornovaglia. La nave stava navigando lungo il Canale della Manica, e non sembrava esserci alcun pericolo. La luce di segnalazione Lizard era ben visibile; bastava mantenere una rotta corretta a dritta per evitare le rocce. Eppure la Mohegan le urtò comunque. Nessuno è mai riuscito a spiegare davvero come sia potuto accadere.

Ci sono alcuni di questi errori che non possono essere evitati e che sono spiegabili, non a causa di alcuna mancanza della ragione umana, ma a causa di una confusione molto naturale tra cose simili. Così, chiunque viaggi lungo il Canale della Manica e intenda passare molto vicino a quel punto corre dei rischi a causa delle due torri luce presenti in quella zona.

Dungeness si estende verso il mare a un certo ritmo; per questo, a intervalli di tempo piuttosto lunghi, è necessario costruire un nuovo faro per segnare la sua estremità. Anche se si espande verso l’esterno nel Canale della Manica, la sua punta è molto scoscesa e c’è molta acqua proprio lungo la riva. Pertanto, chiunque viaggi verso l’interno del canale dirige direttamente verso il faro, con l’intenzione di passargli a pochi metri dalla riva, poiché questo riduce la distanza da percorrere. Inoltre, se si ha la marea a favore, c’è anche una forte corrente che aiuta nel viaggio.

Ora, circa 100 anni fa, costruirono il vecchio faro nel luogo in cui si trovava allora Dungeness. Quel vecchio faro si trova ora a circa un miglio nell’entroterra. Accade spesso che, di giorno, il moderno faro situato all’estremità della punta venga oscurato dal vecchio faro, che invece è visibile. In tal caso, una persona tende a dirigere la propria nave verso il vecchio faro, pensando che sia quello nuovo; di conseguenza, si dirige direttamente verso la riva, credendo di non colpire l’obiettivo desiderato.

Il peggiore errore di questo tipo che abbia mai commesso io stesso è stato confondere il segnale di posizione “Varne Buoy” con la nave faro “South Goodwin Lightship”. Non è così impossibile come sembra. Il tempo era molto nebbioso; ero alla deriva da molte ore, senza quasi vento, e non avevo alcuna certezza su dove mi trovassi, se non che fossi da qualche parte nello Stretto. Alzai lo sguardo verso nord-est e, nella nebbia, vidi qualcosa che sembrava una carena e un palo. Non ero del tutto sicuro che ci fosse una lanterna sul palo, ma presi senz’altro quell’oggetto per una nave faro. Considerando il tempo trascorso da quando avevo lasciato il porto francese, la velocità a cui pensavo di aver viaggiato con la mia piccola barca, e naturalmente a causa della nebbia molto fitta, ero convinto che quell’oggetto distante fosse proprio la nave faro “Goodwin”. Solo quando mi avvicinai abbastanza capii cosa fosse in realtà: il segnale di posizione “Varne Buoy”, che non è nemmeno l’uno per cento delle dimensioni di una vera nave faro.

Suppongo che la regolarità e la certezza della vita meccanica moderna sulla terra tendano a far sì che le persone esagerino nella considerazione delle prove concrete. Quando gli uomini si confrontavano di più con i capricci della Natura, erano più disposti ad ammettere due cose che le persone moderne sottovalutano: la possibilità di meraviglie e l’errabilità dei sensi.

In periodi diversi vengono adottati standard molto diversi in queste questioni. La nostra epoca si vanta di avere una visione particolarmente chiara della realtà e deride la credulità del passato. Tuttavia, noto centinaia di cose per cui potrei immaginare che le generazioni future rimangano stupite dalla nostra credulità insensata. Accettiamo, in tutto ciò che non ci riguarda direttamente, affermazioni pubblicate su giornali, fatte in modo anonimo. Le accettiamo come se fossero prove fornite dai nostri stessi sensi, o addirittura di più. Le accettiamo anche quando non sono verificate, modificate o testate. Le accettiamo – per essere brutali – semplicemente perché sono stampate, e perché lo sono su larga scala.

Esiste un’intera mitologia sulla “preistoria”, che è cresciuta in modo rapidissimo in meno di una generazione; questa mitologia pretende di spiegare il passato sconosciuto dell’uomo e ormai è diventata per la maggior parte delle persone più sacra e consolidata di qualsiasi altra mitologia accettata dai nostri antenati. Nessuno dei milioni di persone che adottano questa mitologia sarebbe in grado di fornire anche solo una descrizione sommaria dei presunti fatti su cui essa si basa. In questo processo, un ruolo fondamentale svolge l’influenza meccanica e universale di ciò che viene chiamato “educazione popolare”; mentre in passato l’uomo semi-istruito rappresentava già un pericolo, oggi rappresenta una vera e propria catastrofe.

Oppure, prendiamo la preistoria – che non è altro che un’impostura – e consideriamo invece la storia recente, documentata e reale. A milioni di bambini viene raccontato che le colonie americane si ribellarono perché venivano tassate ingiustamente dall’Inghilterra; che dopo una lunga lotta riuscirono a vincere, e che vinsero perché avevano ragione; perché possedevano le stesse qualità dei nostri “esseri sacri”, essendo di sangue nobile come il nostro; che quel conflitto non avrebbe mai dovuto verificarsi, e fu causato soltanto dall’stupidità di alcuni inglesi testardi e illusi che all’epoca detenevano il potere politico. Scommetto che, tra la massa lavoratrice, questa sia l’opinione di nove uomini su dieci in Inghilterra riguardo alla Guerra d’Indipendenza Americana. Inoltre, a tutti viene detto – o almeno si dà loro questa impressione – che l’Inghilterra presto si pentì del proprio errore e iniziò a considerare gli Stati Uniti come i suoi figli più nobili.

Non viene detto loro che la Madre Patria ha intrapreso una guerra costosa in difesa delle Colonie; che sono state avviate lunghe e difficili negoziazioni per stabilire come condividere tali spese; che sicuramente la maggioranza dei coloni – e probabilmente una stragrande maggioranza – era dalla parte dell’Inghilterra, contro i ribelli; e che la sconfitta finale dell’Inghilterra è stata dovuta principalmente all’intervento della Francia, e soprattutto alla maggiore concentrazione della sua flotta. Non viene detto loro che il popolo inglese si considerava assolutamente nel giusto, che continuò a odiare gli americani con il più vivo disprezzo per altri 100 anni; né che la politica di fingere un’amicizia con l’America sia piuttosto recente, e sia nata soltanto quando la forza della nuova nazione divenne evidente, dopo che la lunga agonia della Guerra Civile si era conclusa a favore del Nord. Il peggio di tutto è che non viene detto loro che questa finzione di identificare gli Stati Uniti con l’Inghilterra continua nonostante crescenti ostacoli, poiché gli Stati Uniti diventano sempre meno “inglesi” in termini di tradizione, sangue, morale e in ogni altro aspetto.

The false legend is swallowed whole, and it is a very good example of how mythology can have a direct practical effect for ill. Our general opinion is only now beginning to be shocked by the foreignness of America, and is still bewildered by the refusal of Americans to regard themselves as English. You can always be certain of middle-class and lower-middle-class support in England (I do not say popular support, for the populace are quite indifferent to the whole affair) for any foreign policy which takes for granted that America is but another England overseas.

I saw a very good example of this at the beginning of last year, 1924, when I was watching opinion at home and abroad upon what were then called the ‘Expert Committees’, and later, the ‘Dawes’ - that is, the two Committees sitting in Paris to decide whether the Germans had concealed large assets abroad, and also to decide what the Germans could pay by way of reparations.

For three solid years the international financial powers which directed our policy in the matter of German reparations had denied the accumulation of German wealth abroad, and had persistently clamoured that the Germans could never pay more than a small fraction of the sums claimed of them, if that. From the same sources there had been in England a persistent clamour for ‘expert’ examination of the question under American direction, and the basis of this last demand was the certitude that America would only act in the matter as the willing helpmate of England. The Committees met, but the initiative for calling them together was American; the American delegates, and behind them the American Government, were the deciding forces. When the reports came out there was a stupefaction, gallantly concealed; for those reports, insisted upon by the American delegates, completely contradicted in every point the propaganda of the past three years. They insisted that the Germans had accumulated vast sums abroad, especially in the United States, and that Germany could soon pay indefinitely, at the rate of £125,000,000 a year. The result of having nourished these illusions upon American relations to England was that the foreign policy adopted officially by the British Government was thrown out of gear. The English Governments (acting in this respect differently from the way in which the English public as a whole would have acted) had supported Germany to the fullest of their ability. They had postponed all efforts of reparations; they had insisted that all demands to obtain payments by force were illegal; they had refused to help their Allies to obtain such payments; their Treasury spokesman had told everybody that Germany had nothing concealed abroad to speak of, and certainly could not pay on any considerable scale. They then asked for a Committee of Experts, took it for granted that American pressure on this Committee would be in their favour, openly pledged themselves beforehand to accept the Report, and were bewildered, when the Report came out, to find it opposed to them.

Those who govern us have been compelled to accept the Dawes Report - even to set it working - and they watch anxiously its coming effect upon that balance whereby England lives. They are caught in a trap. Had they known a plain, modern historical truth, that America is a foreign country, they could have preserved an independent national policy. It is now too late. America has mastered us.


The next port from which I have taken the Nona after the turn of the land is Fowey, for, though I have gone into Mevagissey once in my life, it was but in an open boat, sailing across St Austell’s Bay; and there, in Mevagissey, I did not learn what I had always desired to learn, and what to this day remains a mystery to me, and that is, the history, nature, and fate of the busy little buzzer, the Mevagissey Bee. It was in the port of Boston, in Lincolnshire, that I first heard of this animal, having then not yet arrived at my thirtieth year. Perhaps I had heard its name before, and had not noticed it; but it was there that I was first struck by the account of its strange demeanour.

There lay in the narrow river a very large, hideous, and dirty steamer, and I could not see how she would have room to turn, for she was pointing upstream, under the distant benediction of that marvellous great tower. I said to a sailorman who was leaning on a post and looking moodily at this steamer (which may have been his ship for all I know): ‘How will she get out of this?’ To which he answered: ‘Starn foremost, like the Mevagissey Bee.’ I asked him what that Bee was, and by way of answer he lurched away. I have asked many men since, and no one has been able to tell me.

Fowey, then, I say, is the most western port to which, or from which, I ever took the Nona. And Fowey is a thing by itself. One may say of it what Mr Barry Pain said in his review of that ought-to-be-most-famous book called Delina Delaney: ‘This is a thing which only happens once in a thousand years.’

Fowey is the harbour of harbours, and the last port town left without any admixture of the modern evil. It ought to be a kingdom of its own. In Fowey all is courtesy and good reason for the chance sailing man For your provision, or your transport, or your mooring, you pay no more than you should, and whatever you may need in gear is to be had at once; and in Fowey have I had a sail made for me in, perhaps, one-sixth of the time it would have taken anywhere else along the coast eastward. It was a jib, and it fitted. In Fowey, also, there is security from all winds, good holding ground, and, what is best of all, an air in which all other places may be forgotten, and in which the cares of this crowded island melt away. I suppose when the crash comes, and the ruins have been more or less cleaned up, Fowey will remain to carry on the traditions of a better England. I hope so. There is no fault to be found with it. Now, can this be said of any other town except Leominster? I think not. I have never sailed into Fowey or out of Fowey without good luck attending me. I have never had to beat in or out of Fowey; I have always had a leading wind. I have had light airs, of course, outside, but I have never been becalmed. The last time I left that blessed land - to which, perhaps, I never shall return - it was under so gallant a north-west breeze, so clear a light in the first of the midday tide, that the career along the coast to Plymouth Sound was like a song.

La falsa leggenda viene accettata senza alcuna critica; è un ottimo esempio di come la mitologia possa avere effetti pratici negativi. Solo ora il nostro modo di pensare inizia a rendersi conto della “stranietà” dell’America, e rimane ancora perplesso dal rifiuto degli americani di considerarsi inglesi. In Inghilterra si può sempre essere certi del sostegno della classe media e della piccola borghesia (non parlo certo del sostegno popolare, poiché la gente comune è piuttosto indifferente a tutta questa questione) verso qualsiasi politica estera che presuma automaticamente che l’America sia semplicemente un’altra Inghilterra all’estero.

Ho visto un ottimo esempio di ciò all’inizio dello scorso anno, nel 1924: stavo osservando le opinioni espresse in Italia e all’estero riguardo a quelle che all’epoca venivano chiamate “Commissioni di Esperti”, e in seguito “Commissioni Dawes”. Si trattava di due commissioni riunite a Parigi al fine di stabilire se i tedeschi avessero nascosto ingenti patrimoni all’estero, nonché per determinare l’importo delle riparazioni che i tedeschi dovevano pagare.

Per ben tre anni consecutive, le potenze finanziarie internazionali che guidavano la nostra politica riguardo alle riparazioni tedesche avevano negato l’accumulo di ricchezze tedesche all’estero, sostenendo con insistenza che i tedeschi non avrebbero mai potuto pagare più di una piccolissima parte delle somme richieste loro. Nello stesso tempo, in Inghilterra c’era stata una costante richiesta che la questione venisse esaminata da “esperti” sotto la guida degli Stati Uniti; alla base di questa richiesta c’era la certezza che l’America avrebbe agito soltanto come alleata volontaria dell’Inghilterra. I comitati si riunirono, ma fu l’America ad aver proposto tali riunioni; i delegati americani, e dietro di loro il governo americano, furono le forze decisive in questa questione. Quando vennero pubblicati i rapporti degli esperti, ci fu uno stupore che venne abilmente nascosto: quei rapporti, richiesti con insistenza dai delegati americani, contraddicevano completamente la propaganda diffusa negli ultimi tre anni. Essi affermavano che i tedeschi avevano accumulato enormi somme all’estero, soprattutto negli Stati Uniti, e che la Germania avrebbe potuto pagare in modo indefinito, con una cifra annua di 125 milioni di sterline. Il risultato di aver nutrito queste illusioni riguardo alle relazioni tra l’America e l’Inghilterra fu che la politica estera ufficialmente adottata dal governo britannico andò completamente all’aria. I governi inglesi, agendo in modo diverso rispetto a come avrebbe fatto l’opinione pubblica nel suo complesso, avevano sostenuto la Germania con tutte le loro forze: avevano rinviato ogni tentativo di ottenere riparazioni; avevano insistito sul fatto che qualsiasi richiesta di pagamento con la forza fosse illegale; avevano rifiutato di aiutare i propri alleati a ottenere tali pagamenti; il portavoce del loro Tesoro aveva dichiarato pubblicamente che la Germania non nascondeva nulla all’estero e certamente non poteva pagare su larga scala. Poi chiesero l’istituzione di un Comitato di Esperti, dando per scontato che la pressione americana su quel comitato sarebbe stata a loro favore; si impegnarono apertamente in anticipo ad accettarne i risultati, ma quando tali risultati vennero pubblicati, si trovarono completamente contrari a quanto speravano.

Coloro che ci governano sono stati costretti ad accettare il Rapporto Dawes – persino ad attuarlo – e osservano con ansia le sue conseguenze su quell’equilibrio su cui si fonda la vita dell’Inghilterra. Sono intrappolati in una situazione senza uscita. Se avessero conosciuto una verità storica semplice e chiara, ovvero che l’America è un paese straniero, avrebbero potuto mantenere una politica nazionale indipendente. Ora è troppo tardi: l’America ci ha dominati.


Il prossimo porto da cui ho preso la Nona dopo aver superato la curva della terra è Fowey: infatti, anche se sono stato una volta a Mevagissey nella mia vita, è stato solo su una barca aperta, navigando attraverso la baia di St Austell; e lì, a Mevagissey, non ho appreso ciò che desideravo sempre sapere. E che ancora oggi rimane un mistero per me: ovvero, la storia, la natura e il destino di quel piccolo insetto così attivo, la “Mevagissey Bee”. Fu nel porto di Boston, nel Lincolnshire, che sentii parlare per la prima volta di questo animale. All’epoca non avevo ancora compiuto trent’anni. Forse avevo già sentito il suo nome in precedenza, senza però farci caso; ma fu lì che lessi per la prima volta descrizioni del suo strano comportamento.

Nel quel fiume stretto c’era una nave a vapore molto grande, orribile e sporca; non riuscivo a capire come potesse trovare spazio per girare, visto che era diretta verso l’alto corso del fiume, sotto la protezione di quella meravigliosa torre lontana. Dissi a un marinaio che si appoggiava a una barra e osservava con aria cupa quella nave (che forse era anche la sua nave, chissà): “Come farà ad uscire da lì?” Lui rispose: “Andrà a poppa per prima, proprio come il Mevagissey Bee.” Gli chiesi cosa fosse quel “Mevagissey Bee”, ma lui se ne andò senza rispondere. Da allora ho chiesto lo stesso a molte altre persone, ma nessuno è stato in grado di dirmelo.

Quindi, dico io, Fowey è il porto più occidentale verso cui, o da cui, abbia mai preso la Nona. E Fowey è qualcosa di davvero unico. Si potrebbe dire di esso ciò che il signor Barry Pain ha scritto nella sua recensione di quel libro che dovrebbe essere considerato il più famoso in assoluto: “È una cosa che accade una sola volta ogni mille anni”.

Fowey è davvero il porto dei porti: l’ultima città marittima rimasta priva di ogni traccia del male moderno. Dovrebbe essere un regno a sé stante. A Fowey regna la cortesia e la disponibilità verso chiunque vi approdi, per necessità o per piacere. Per le provviste, i trasporti o l’ormeggio non si paga mai di più del dovuto; inoltre, tutto ciò di cui si ha bisogno può essere ottenuto immediatamente. A Fowey, ad esempio, mi è stata realizzata una vela in soli sei mesi, mentre altrove lungo la costa orientale ne sarebbero serviti almeno dodici. La vela era perfetta. A Fowey c’è anche protezione da tutti i venti, un ottimo fondale per l’ancoraggio e, soprattutto, un’atmosfera in cui si può dimenticare tutto ciò che accade altrove, dove le preoccupazioni di questa isola affollata svaniscono. Penso che, quando arriverà il momento del disastro e le rovine saranno state più o meno ripulite, Fowey continuerà a portare avanti le tradizioni di un’Inghilterra migliore. Spero proprio che sia così. Non si può trovare nulla di negativo in essa. Ora, si può dire lo stesso di qualche altra città, oltre a Leominster? Penso di no. Non ho mai navigato verso o da Fowey senza che mi capitasse qualcosa di positivo; non ho mai avuto bisogno di lottare contro i venti contrari. Ho sempre trovato venti favorevoli. Certo, all’esterno di Fowey ci sono stati momenti di calma, ma non mai periodi di totale immobilità del mare. L’ultima volta che ho lasciato quella terra benedetta – forse per non tornarci mai più – il vento nord-occidentale era così forte e la luce del sole così chiara che il viaggio lungo la costa verso Plymouth Sound è stato davvero un piacere.

It is unreasonable, but those stretches of coastwise sea in which one has had good fortune remain in the mind exceptional, and carry with them a sort of false air of security, as though they were always so. Men must have had the terror of their lives time and again off that coast; but to me it always seems, when it returns as a picture in my mind, sunlit, and framed in vigorous small seas, with the attendance of a noble and a sufficient breeze. With what pleasure have I noted the speed she made as she passed the measured mile by Polperro, and how pleasant to see Rame Head growing perpetually before one, until the Nona opened the majestic breadth of Plymouth Sound.

As for Plymouth, I fear there is some evil of perversion about that mood which makes so many men (and I am one of them) disgruntled with exaggerated fame. Modem legend has got a way of selecting a few abiding places of its own, and there trampling down the grass and all around with such a multitude of repetition and exaggeration and ready-made phrase as corresponds, in the things of the mind, to the most intolerable mud in the things of the soil. Is it print which has done this, and steam - newspapers and the railway? No! So much evil could not have come from material things: its real source was in the degraded modern mind. What with Drake and the Armada, and the Bowls and the Rock upon the other side of the sea, which failed to land upon the Puritans, and the perpetual reiteration of all these things, I would rather see Plymouth breakwater from the Sound, and so sail past than look on the Sound from the Hoe. But I admit that this mood is evil, and that it is something of a perversion to feel such irritation against mere wearisome repetitions. One has only to leave them alone.

It is a heavenly piece of coast, all this southern bulge of Devon, with its little secret rivers and untainted towns. The people are good and the land. So, with reservations, is its sea even beyond the Sound. Though once, indeed, I did suffer off Bolt Head one of the two most abominable spills of wind I ever suffered - and the first was off Beachy Head by Birdling Gap on White-Tuesday, 1902, a day ever to be remembered.

For the air fell off Birthing Gap just like water out of a bucket, and nearly blew the Nona flat upon her beam. I let go the sheet with a run, but as it was she dipped, perhaps, a third of her mainsail, and nearly broke her lover’s heart with fear. It is so sometimes with these high lands. The wind does not run true. It blows over them, and curls through a depression upon their edges, and curves, splashing down solid, in a bolt, on to the deep below. For, on that day by Beachy, ah those years ago, the true wind was but just enough northerly to let me keep a course for Newhaven, hauled very close and saving every inch. But that gust came suddenly right on the weather beam, from far east of north, and nearly settled my then young craft and him that cherished and still cherishes her.

As for the spill off Bolt Head, it fell after a clear midnight, since the War, and it was more than a spill; for it blew steadily for the best part of an hour and then ceased. But, like its younger brother off Beachy, it was peculiar to the high land; for it came due northerly, whereas the main wind had east in it. I was watching the morning star burning like a sacred furnace on the edges of the black hills when Satan sent that wind and tried to drown three men. But we reefed in time - there were three of us, one for the helm and two to reef; and when dawn broke, and the blessed colours of the east renewed the day, strange! - one end of the boom had three reefs down, and the other only two!

A coast of good memories: may it stand for ever in spite of petrol and every other evil thing. There might be no London at all, so kindly and so well guarded are all the men and women of its little harbour towns, and so uncrowded its hills. The Erne and the Avon I have never entered, but the Yealm I know: a difficult river in which to anchor, on account of innumerable moorings, a winding water in a wooded gorge, difficult also for wind. And Salcombe I have sailed in and out of - I suppose the happiest harbour in the world. It has many little beaches of its own, the homes of men standing separate upon them, far inland creeks, not too strong a tide, a bar, somewhat shoal, but always deep enough for the Nona, and a clear fairway to be fetched from within or from without, I take it, upon any wind; for the harbour opens well inside the narrows, and the seaward shores open well outside them.

Upon this piece of coast, setting out once from Plymouth, there came to me an experience of no particular moment as history, but of powerful effect upon my mind. It marked, in a sort of mysterious omen way, or, perhaps, I should say in a sort of visionary way, the unleashing of the Great War.

It so happened that in that summer of 1914 I had had occasion to go from Hampshire to one of the western ports, where I was to pick up my boat, and take her ultimately into Plymouth Sound, and thence, when I should have the leisure, I proposed to take her out again, and stand eastward up the coast.

I was staying in Hampshire with a friend who had a house in the New Forest. It was on a Sunday I set out thence. He sent me in his motor to Salisbury, where I wished to get Mass before going on by train. During the Mass, the priest, after his announcements, asked the congregation to pray for the soul of the Archduke Heir-Apparent of Austria, who had been murdered at a place called Sarajevo. I had never heard the name, and I had but a vague idea of who this Archduke was, of his relationship to the Emperor, and of his heirship to the throne of Hapsburg-Lorraine. I came to the Nona, where she lay, and sailed out with her into the sea for some days. I had no conception that anything could be brewing.

When I came to land again, and went up to London, I found the air to be filled with all the possibilities of that time. The Austrian Government had sent to the Servian Government a note, the like of which had not been heard in the history of Christendom. It made demands which no government claiming to sovereignty could accept. For my part, when I read the terms of the note, I was in no doubt that it was of Prussian dictation. I am in no doubt to this day that it was of Prussian dictation.

È irragionevole, ma quei tratti di costa su cui si è avuta fortuna rimangono nella memoria come qualcosa di eccezionale, e portano con sé una sorta di falsa sensazione di sicurezza, come se fossero sempre stati così. Di certo, in passato, molte persone hanno vissuto momenti terribili lungo quella costa; ma per me, ogni volta che quei ricordi ritornano nella mia mente, li vedo sempre illuminati dal sole, delimitati da piccole onde vigorose e accompagnati da una brezza gentile. Con quanta gioia ho osservato la velocità con cui quel veliero superava le miglia lungo la costa di Polperro. E quanto è piacevole vedere Rame Head avvicinarsi sempre di più, fino a quando non si apre davanti ai propri occhi l’immensità del Plymouth Sound.

Per quanto riguarda Plymouth, temo che in quell’atmosfera ci sia qualcosa di malvagio e distorto: un atteggiamento che fa sì che molti uomini (e io ne sono uno) si sentano insoddisfatti di una fama eccessiva. La leggenda moderna ha la tendenza a scegliere alcuni luoghi specifici per diffondersi, calpestando l’erba e tutto ciò che le sta intorno con un’eccessiva ripetizione, esagerazioni e frasi pronte all’uso; queste cose, nel mondo mentale, corrispondono alla fangosità più insopportabile del mondo materiale. È forse la stampa, o i giornali e le ferrovie a essere responsabili di tutto ciò? No! Tanta malvagità non potrebbe provenire da cose materiali: la sua vera fonte risiede nella mente moderna degradata. Con Drake e l’Armada, con le battaglie navali e il promontorio che non riuscì ad attaccare i Puritani. Non vorrei mai vedere Plymouth distrutta dal frangiflutti, preferirei navigarvi sopra piuttosto che guardarla da terra. Ma ammetto che questo atteggiamento è malvagio; provare un’irritazione così forte di fronte a semplici ripetizioni noiose è davvero una forma di distorsione del pensiero. Basta lasciarle in pace.

È una costa davvero incantevole: tutta questa parte meridionale del Devon, con i suoi piccoli fiumi nascosti e le città incontaminate. La gente è gentile, e anche la terra lo è. Anche se, con qualche riserva, lo stesso vale per il suo mare, al di là dello stretto. Tuttavia, una volta ho davvero subito gli effetti negativi di uno degli sversamenti di vento più terribili che abbia mai vissuto: è successo vicino a Bolt Head, uno dei due incidenti più orribili del genere. Il primo, invece, si era verificato vicino a Beachy Head, presso Birdling Gap, il “White-Tuesday” del 1902. Un giorno che non dimenticherò mai.

L’aria uscì dalla “Birthing Gap” proprio come l’acqua da un secchio, e per poco non rovesciò completamente la nave di Nona. Lasciai andare la vela di colpo, ma in quel momento lei abbassò circa un terzo della sua vela principale, facendo quasi spezzare il cuore del suo amante dal terrore. A volte succede proprio così in queste terre alte: il >vento non soffia dritto; si diffonde sopra di esse, serpeggia attraverso le depressioni ai loro bordi e poi piomba improvvisamente giù, con forza, sulle profondità sottostanti. Quel giorno, vicino a Beachy, ah, quegli anni fa, il vero >vento soffiava appena abbastanza da nord per permettermi di mantenere la rotta verso Newhaven, tenendomi molto vicino alla costa e risparmiando ogni centimetro di distanza possibile. Ma quel colpo di vento arrivò all’improvviso, provenendo dal lontano est del nord, e per poco non rovesciò la mia giovane nave, e lui che l’amava, e che ancora oggi la ama.

Per quanto riguarda il vento che si verificò vicino a Bolt Head, arrivò dopo mezzanotte, da quando era scoppiata la guerra. E non si trattava semplicemente di un vento normale: soffiò costantemente per quasi un’ora prima di cessare. Ma, proprio come il suo “fratello minore” vicino a Beachy, quel vento era caratteristico delle zone collinari; proveniva infatti direttamente da nord, mentre il vento principale soffiava da est. Stavo osservando la stella del mattino brillare come un forno sacro sulle cime delle colline scure quando Satana inviò quel vento, cercando di annegare tre uomini. Ma riuscimmo a metterci in salvo in tempo: eravamo in tre; uno alla barra e due a sistemare le vele. Quando spuntò l’alba, e i colori radi del mattino rinnovarono la giornata, strano! Una estremità della vela aveva tre sistemi di sicurezza installati, mentre l’altra ne aveva soltanto due.

Una costa piena di bei ricordi: possa rimanere così per sempre, nonostante il petrolio e tutte le altre cose negative. Forse non esisterebbe nemmeno Londra, se non fosse per l’affetto e la protezione di tutti gli uomini e le donne delle sue piccole città portuali, e per l’assenza di affollamento sulle sue colline. Non ho mai visitato i fiumi Erne e Avon, ma conosco bene il Yealm: un fiume difficile da utilizzare per l’ancoraggio a causa dei numerosi moli presenti; un corso d’acqua tortuoso che scorre attraverso una gola boscosa, anche poco adatto alle condizioni del vento. E Salcombe, credo sia il porto più felice al mondo. Ha molte piccole spiagge, le case degli abitanti situate in punti strategici lungo di esse, ruscelli che scorrono lontano nell’entroterra, una marea non troppo forte, un banco di sabbia piuttosto basso, ma sempre abbastanza profondo per permettere il passaggio delle navi; inoltre, il canale d’accesso al porto è chiaro e facile da utilizzare, indipendentemente dalla direzione del vento. Il porto si apre infatti bene all’interno delle strette, mentre le rive che si affacciano sul mare si aprono liberamente al di fuori di esse.

Su questa parte della costa, partendo da Plymouth, ebbi un’esperienza che, sebbene non possa essere considerata un evento storico di rilievo, ebbe un forte impatto sulla mia mente. In un certo senso, come un presagio misterioso, o forse meglio dire in modo visionario, quell’esperienza simboleggiò l’inizio della Grande Guerra.

Accadde che in quell’estate del 1914 ebbi l’occasione di recarmi da Hampshire verso uno dei porti occidentali, dove avrei preso il mio yacht per portarlo infine nel Plymouth Sound; successivamente, quando ne avessi avuto il tempo, avevo intenzione di ripartire con esso e risalire la costa verso est.

Stavo trascorrendo del tempo in Hampshire con un amico che possedeva una casa nella New Forest. Fu di domenica che partii da lì; lui mi accompagnò con la sua auto fino a Salisbury, dove volevo assistere alla messa prima di proseguire in treno. Durante la messa, dopo aver letto le comunicazioni, il prete chiese alla congregazione di pregare per l’anima dell’arciduca erede d’Austria, che era stato assassinato in un luogo chiamato Sarajevo. Non avevo mai sentito quel nome prima e avevo solo una vaga idea di chi fosse quell’arciduca, del suo rapporto con l’imperatore e della sua successione al trono degli Asburgo-Lorena. Andai quindi da lei, dove giaceva, e rimasi con lei in mare per alcuni giorni. Non avevo la minima idea che qualcosa stesse per accadere.

Quando tornai a Londra, trovai che l’atmosfera era piena di tutte le possibilità offerte da quel periodo. Il governo austriaco aveva inviato al governo serbo una nota del genere non mai sentito prima nella storia del Cristianesimo; conteneva richieste che nessun governo che si proclamasse sovrano avrebbe potuto accettare. Personalmente, quando lessi i termini di quella nota, non ebbi alcun dubbio che fossero stati dettati dalla Prussia. E oggi ne sono ancora sicuro.

There are two ways of ascertaining the origin of such a thing. One is the material way, the consultation of the only available documents, and the only certified direct human evidence. The other is the moral way, when one says: ‘This can only have been written by so and so,’ or, at the very least, ‘Can only have been inspired by so and so.’ Thus, if I find upon the table of a doubtful, weak kind of a man - and a courteous one at that - a letter framed in the very terms and manner of a bully, constantly his associate, then, though the letter be in the handwriting of the former, and on his own paper, even if there were convincing proof that when the actual writing was done the man was alone, I should yet say that the real author was the bully, and not the gentleman. He may have learnt it by heart at dictation. He may have copied it from the other’s draft. At any rate, it is morally certain that the one man, and not the other, is the true author of the thing launched - is the one responsible.

Now, in the case of this note to Servia, the whole thing is Prussian from beginning to end: the extreme arrogance, the deliberate provocation, the exactitude, the aridity, and, above all, the unintelligence. And as for proof upon the other side, we have none, except what the various culprits chose themselves to give us.

As I went about London getting all men’s views, as is my custom when grave things threaten, I heard many judgements passed upon the probable consequences of the note. The man whose judgement in European affairs I trusted most, one who had been largely employed in the foreign business of this country, and who also had a deep and sound knowledge of history, told me that there would not be war, even between Austria and Servia, let alone an extension of the peril.

The reason he gave for this was curious. He said that a document of that extreme violence would not have been issued if war were the object. The object was to make bargaining acutely necessary, and to get a further hold over Balkan land as a result of a long haggling. For very violent actions - of which this was the most extreme case yet known to Europe - the excess of offensive and inhuman brutality could only, he said, be used as a blind.

Though I then knew very much less of the European situation, I hesitated to agree with him as to the motive; but, on the other hand, I certainly did not think there would be war. I thought Servia would yield in all save the very worst and most humiliating points, and that these would at last be waived.

Many other opinions of various colours did I gather in that interval, but only one foreseeing a war; and to that one I paid no attention, because it was very foolishly expressed, and for the wrong reason. It was given me by a man who had travelled widely, and who was an expert in many languages, as well as a man of great knowledge in certain forms of mechanical construction. He had also a high scientific training. He had no public post. This man said to me there would be war, because Austria was known to be in a rotten condition, because upon the outbreak of war the various sections of her tessellated dominion would break apart, and the Servians, knowing this, and having the Russians behind them, would take up the challenge. The Prussian power, or ‘Reich’, would be so alarmed at the prospect that it would attempt to stave off hostilities, or, failing that, to leave the Austrian Crown to its fate. Such was the folly and ill-judgement of the only man who thought that war was coming, among all those whom I consulted. It was a good example of hitting a mark by firing wide: like the duellist in the dark room who in mercy shot up the chimney, yet brought down his opponent.

For, note you, that though a great many men up and down Europe had said that Prussia was making for war, and that a conflict must come about in some near future, and though I myself had written it over my own signature (if I remember rightly) when, in 1911, Prussia raised her special war tax, and the French were compelled to reintroduce the three years’ service; yet this did not seem to be the occasion - for it was too abrupt. There seemed to be no plot or plan; and the season was already late.

I did not know what we know now, that Prussia firmly calculated on two things: first, the neutrality of England, and, secondly, a very complete and very rapid victory over the French, a decisive victory, destroying the whole of the French Army within a month of the frontier crossing; a battle beginning as did Charleroi, but ending very differently from the Marne.

When I next had occasion to leave London, in order to find again my boat at Plymouth, and to take her out, nothing was decided. One might almost say that the suspense, such as it was, seemed less burdensome, and the sense of peril less acute. I came down by night; I saw no morning papers; I got aboard with my companion, and spent the whole forenoon before the slight tide would serve in putting things to right for the cruise.

We dropped out under a soft air, which soon died away. We spent the whole mortal day drifting down to the Mewstone, and then, in that exasperating calm, the turn of the tide took us up again towards the breakwater. It was not till the fall of day that a breeze arose; I cannot remember from what quarter, but I think it was off the land - that is, from the north-east - but, at any rate, it served us; we could go eastward without having to beat, and we made out down the Sound. It was still light when we passed the Mewstone again. Through the last of evening and through all the darkness we ran along the coast to Devon for the Start.

I knew that the times were perilous, but I knew no more than any other man, in that odd week’s lull before the storm, exactly how perilous they were. It was nearly a month, I think, since I had heard the priest read out, from those altar steps of Salisbury, prayers for the Archduke who had been murdered at Sarajevo.

When I had set out from Plymouth there was nothing but rumour, nothing certain. The Fleet had dispersed already some days past from the great review at Spithead, and was, as we were told, in the Atlantic at manoeuvres. A night, a day, and now another night had passed; I had heard no news.

Esistono due modi per determinare l’origine di un simile documento. Uno è il metodo materiale: la consultazione degli unici documenti disponibili e delle uniche prove umane dirette e certificate. L’altro è il metodo morale: quando si dice “Questo può essere stato scritto solo da tale persona”, o almeno “Può essere stato ispirato da tale persona”. Quindi, se trovo sul tavolo di una persona dubbia, debole, e per di più cortese, una lettera redatta esattamente con lo stile e i termini tipici di un bullo che è sempre stato il suo compagno, allora, anche se la lettera è scritta dalla sua mano e su carta sua, anche se ci fossero prove convincenti che in quel momento l’uomo fosse solo, direi comunque che l’autore reale è il bullo, non il gentiluomo. Quest’ultimo potrebbe aver imparato a scrivere quella lettera a memoria su dettatura, oppure averla copiata dal manoscritto dell’altro. In ogni caso, è moralmente certo che l’autore vero di quel documento sia proprio quell’uomo, e non l’altro.

Ora, nel caso di questa nota indirizzata alla Serbia, l’intera situazione è tipicamente prussiana: dall’inizio alla fine: quell’estrema arroganza, quella provocazione deliberata, quella precisione, quella secchezza di sentimenti. E soprattutto, quell’intelligenza assente. Per quanto riguarda le prove, da parte nostra non ne abbiamo alcuna, se non quelle che i vari colpevoli hanno scelto di fornirci volontariamente.

Mentre percorrevo Londra raccogliendo le opinioni di tutti gli uomini, come è mia abitudine quando ci sono questioni gravi in gioco, sentii molti commenti riguardo alle probabili conseguenze di quel biglietto. L’uomo il cui parere sugli affari europei mi fidavo di più, colui che aveva avuto un ruolo importante nelle questioni diplomatiche del nostro paese e che possedeva inoltre una profonda conoscenza della storia, mi disse che non ci sarebbe stata guerra, nemmeno tra Austria e Serbia, per non parlare di un ulteriore ampliamento dei pericoli.

La ragione che addusse per questo fu curiosa. Disse che un documento di tale violenza estrema non sarebbe stato emesso se lo scopo fosse stato la guerra. Lo scopo reale era rendere le trattative estremamente necessarie e, attraverso lunghe negoziazioni, ottenere un maggiore controllo sui territori balcanici. Per azioni così violente – di cui questa rappresentava il caso più estremo conosciuto in Europa – l’eccesso di brutalità offensiva e disumana poteva essere utilizzato, secondo lui, soltanto come strumento per ottenere ciò che si voleva.

Anche se all’epoca conoscevo molto meno della situazione europea, esitai ad accordarmi con lui riguardo al movente; d’altra parte, ero sicuramente convinto che non ci sarebbe stata guerra. Pensavo che la Serbia avrebbe ceduto su quasi tutto, tranne che sulle questioni più gravi e umilianti, e che queste alla fine sarebbero state accettate.

Nel corso di quel periodo raccolsi molte altre opinioni, di natura diversa; ma solo una prevedeva la possibilità di uno scoppio di guerra. A quella però non prestai attenzione, perché era espressa in modo assolutamente sciocco e per motivi errati. Mi fu fornita da un uomo che aveva viaggiato molto, era esperto in molte lingue e possedeva una vasta conoscenza in alcune forme di costruzione meccanica; inoltre, aveva ricevuto una solida formazione scientifica. Non ricopriva alcuna carica pubblica. Quell’uomo mi disse che ci sarebbe stata guerra, perché si sapeva che l’Austria era in condizioni molto precarie: allo scoppio del conflitto le varie parti del suo impero si sarebbero disintegrate, e i Serbi, consapevoli di questo e con il sostegno dei Russi, avrebbero affrontato la sfida. Il potere prussiano, o “Reich”, sarebbe stato così allarmato da tentare di evitare lo scontro, oppure, in caso contrario, avrebbe lasciato il destino della corona austriaca al suo destino. Tale fu l’errore e la cattiva valutazione di quell’unico uomo che riteneva fosse imminente una guerra, tra tutte le persone a cui ho chiesto parere. È un buon esempio di come si possa colpire il bersaglio sparando troppo lontano: è come il duellante nella stanza buia che, per pietà, spara verso la ciminiera, e così riesce comunque a colpire il suo avversario.

Perché, notate bene, sebbene moltissime persone in tutta Europa affermassero che la Prussia stesse preparandosi alla guerra e che un conflitto sarebbe inevitabile in un prossimo futuro, e sebbene anch’io lo avessi scritto sotto la mia firma nel 1911, quando la Prussia impose quella tassa di guerra speciale e i francesi furono costretti a reintrodurre il servizio militare di tre anni; tuttavia, quell’evento non sembrava rappresentare l’occasione giusta. Era troppo improvviso. Non c’era alcun complotto o piano preciso, e inoltre la stagione era ormai avanzata.

Non sapevo ciò che sappiamo ora: che la Prussia contava fermamente su due cose: innanzitutto sulla neutralità dell’Inghilterra, e in secondo luogo su una vittoria molto completa e rapida sui francesi, una vittoria decisiva che avrebbe distrutto l’intero esercito francese entro un mese dall’attraversamento della frontiera; una battaglia che sarebbe iniziata come quella di Charleroi, ma che si sarebbe conclusa in modo molto diverso da quella della Marne.

Quando ebbi di nuovo l’occasione di lasciare Londra, per ritrovare la mia barca a Plymouth e portarla fuori mare, nulla era stato deciso ancora. Si potrebbe quasi dire che quell’attesa, in quel modo, sembrasse meno opprimente, e il senso del pericolo meno acuto. Arrivai di notte; non lessi i giornali del mattino; salii a bordo con il mio compagno e trascorsi l’intera mattinata in attesa che la marea bassa permettesse di preparare tutto per la partenza.

Ci lasciammo trasportare da una brezza leggera, che però presto svanì. Trascorremmo l’intera giornata galleggiando verso il Mewstone; poi, in quell’atmosfera di calma esasperante, la marea ci riportò verso il frangiflutti. Fu solo al tramonto che si levò una brezza; non ricordo da quale direzione provenisse, ma penso fosse dal nord-est. Comunque, ci fu di grande aiuto: potemmo dirigerci verso est senza dover remare, e riuscimmo a superare il Sound. Quando passammo nuovamente vicino al Mewstone, era ancora giorno. Per tutta la sera e nell’oscurità successiva proseguimmo lungo la costa fino a Devon, dove avremmo dovuto iniziare il nostro viaggio.

Sapevo che i tempi erano pericolosi, ma non ne sapevo di più rispetto a qualsiasi altro uomo, in quel strano periodo di calma precedente la tempesta. Credo fossero passati quasi un mese da quando avevo sentito il prete recitare, da quei gradini dell’altare di Salisbury, preghiere per l’arciduca assassinato a Sarajevo.

Quando ero partito da Plymouth, non c’erano che voci, nulla di certo. La flotta si era dispersa alcuni giorni prima dopo la grande parata a Spithead e, secondo quanto ci era stato detto, si trovava nell’Atlantico dove stava effettuando manovre militari. Era passata una notte, poi un giorno, e ora un’altra notte; non avevo ricevuto alcuna notizia.

Nothing was further from my mind than war and armament as the sun rose on that glorious July morning, right out of a clean horizon, towards which the wind blew fresh and cool. It was a light but steady wind of morning that filled my sails as I sat at the tiller with a blanket about me, and laying her head to the north.

We had just rounded the Start at dawn. My companion went below to sleep. I watched, over the quarter, the Start Light flashing pale and white in the broadening day, and at last extinguished. Then the sun rose, as I have said. Immediately after its rising a sort of light haze filled the air to eastward. It was denser than it seemed to be, for it did not obscure the low disc of the sun, nor redden it, but, as you will read in a moment, it performed a mystery. The little ship slipped on, up past the Skerries Bank, and I could see far off the headland which bounds Dart Bay. There was no sail in sight. I was alone upon the sea; and the breeze neither freshening nor lowering, but giving a hearty line of course (along which we slipped, perhaps, five knots or six) made the water speak merrily upon the bows and along the run of our low sides. In this loneliness and content, as I sailed northward, I chanced to look after an hour’s steering or so, eastward again towards the open sea - and then it was that there passed me the vision I shall remember for ever, or for so long as the longest life may last.

Like ghosts, like things themselves made of mist, there passed between me and the newly risen sun a procession of great forms, all in line, hastening eastward. It was the Fleet recalled.

The slight haze along that distant water had thickened, perhaps, imperceptibly; or perhaps the great speed of the men-of-war buried them too quickly in the distance. But, from whatever cause, this marvel was of short duration. It was seen for a moment, and in a moment it was gone.

Then I knew that war would come, and my mind was changed.

The bright air was the same around me and the heartening morning wind; the happy course of the Nona, making for a known port with all in her favour and something of youth in her and all round. What that war would bring, its magnitude, its character, was veiled from us all; but the advent of it, the mass of it coming, put a new face on everything I saw and felt and heard: on the steady breeze, on the little lapping of the salt sea-water, on the strong headlands of England. So went I northward alone as the day grew, until by midmorning, the breeze having dropped somewhat and the boat running more sluggishly, we lay abeam of the rock called the Druid’s Mare, and began to run up the coast for Torbay. My companion wakened and came on deck. I told him what I had seen.


These strong emotions, though they colour all the mind, soon lose their edge, and we fell to talking of the coast we passed, and of the chance of holding the wind, which declined a little and was not so steady as we rounded the last headland. My mind turned nothing over of the possibilities of what was to come. It was later, when I had come ashore again, and had reached London, that I learnt of the prolonged hesitation among the politicians, men by their petty trade unused to and unfit for tasks of magnitude; of the French President’s letter and the ambiguous reply to it, drafted and published; of the final voting when, by a majority of one, the Cabinet decided upon war. Had the virility of such a decision been known even four brief days earlier, war would not have come. But it was too late.

Among the nine who gave their votes in favour of the neutrality of Britain, some were actuated, as we know, by base, one, as we know too well, by the basest of motives: mere trivial personal ambition for success in the wretched tawdry game of professional politics, which was the only craft he knew. But some also acted from the noblest motives and rise for the moment above the foetid marsh-mist of Westminster. These I shall always respect for the strength of their wills and the clarity of their convictions in so awful a moment.

Still more did I then, and do I still, respect them for the deliberate choice they made to accept what was certain to be a vivid, and might be a very dangerous unpopularity, when the first shots should be fired. These men were convinced that it would be to the advantage of their country if the Continental forces should be left to thrash out their own decisions. They were opposed, perhaps, to the majority of their countrymen at the time (it is not so sure; for the mass of their countrymen had hardly had time to decide, so swift was the last rush of events). They would certainly be opposed, as they knew, to the vast majority of their countrymen in a few days. They were the more English, the more characteristic of the blood which they boasted, in that they took such a decision fearlessly. I can believe that to this day the best of them still thinks that his judgement was sound and that great evils now passed, and other evils dreadfully threatening us now, more than ten years after, would have been saved us altogether, if England had refused war. But the best instructed opinion, the opinion with the widest view, was opposed to them. War followed. With what full fruits only men now young can live to discover.

There is not perhaps in all history (of the sort which has full records behind if) any group of days on which men will debate more and will find it less easy to establish a permanent conclusion than those last days of July and first days of August 1914. But there are certain structural lines supporting even the most confused and the most debated of records. Thus, men will never be exactly certain what Harold did at the Court of William, nor of how the first directive events of that great quarrel lay. Men will never arrive at a fixed and general conclusion upon the initiative responsible for the revolutionary wars, nor even, perhaps, for the renewed attack upon Napoleon, or by Napoleon, after Elba. But these debates are, for all that, built round a solid skeleton of certain conclusions, and in this great matter of the Great War I do not think that posterity will depart from the general conclusion of our own times (which is certainly mine) that an early declaration of the British attitude would have prevented war.

Nella mia mente non c’era assolutamente nulla che avesse a che fare con la guerra e l’armamento quando il sole sorse in quella splendida mattina di luglio, emergendo da un orizzonte limpido; il vento soffiava fresco e leggero. Era un vento mattutino dolce ma costante che gonfiava le mie vele mentre sedevo al timone, avvolto in una coperta, con la nave rivolta verso nord.

Avevamo appena superato il punto di partenza all’alba. Il mio compagno era andato a dormire sottocoperta. Io osservavo, per tutto quel lasso di tempo, la luce di segnalazione lampeggiare in modo pallido e bianco nella luce sempre più intensa del giorno, fino a quando finalmente si spense. Poi il sole sorse, come ho detto. Subito dopo il suo sorgere, una sorta di nebbia luminosa riempì l’aria verso est. Era più densa di quanto sembrasse, perché non offuscava la piccola sagoma del sole né la rendeva rossastra; anzi, come leggerete tra poco, compiva un fenomeno davvero misterioso. La piccola barca proseguì il suo viaggio, superando le scogliere, e io riuscii a vedere in lontananza la punta della penisola che delimita la baia di Dart. Non si vedeva alcuna vela all’orizzonte. Ero solo sul mare; la brezza non aumentava né diminuiva d’intensità, ma manteneva una velocità costante (forse cinque o sei nodi), facendo sì che l’acqua schiamazzasse gioiosamente contro la prua e lungo i fianchi della barca. In questa solitudine e tranquillità, mentre navigavo verso nord, dopo circa un’ora di viaggio, guardai di nuovo verso est, verso il mare aperto. E fu allora che vidi quella visione che ricorderò per sempre, o almeno per tutta la durata della mia vita.

Come fantasmi, come esseri fatti di nebbia, tra me e il sole appena sorto passò una processione di grandi forme, tutte allineate, che si dirigevano verso est a gran velocità. Era la Flotta che tornava indietro.

La leggera foschia sopra quelle acque lontane si era addensata, forse in modo impercettibile; oppure forse la grande velocità delle navi da guerra le aveva rapidamente nascoste nell’orizzonte. Ma, qualunque ne fosse la causa, questo straordinario fenomeno durò poco: fu visibile per un istante e poi scomparve immediatamente.

Allora capii che la guerra sarebbe arrivata, e il mio modo di pensare cambiò.

L’aria fresca e limpida era la stessa intorno a me, così come la piacevole brezza mattutina; il corso felice della nave ci portava verso un porto conosciuto, con tutto a nostro favore. Cosa avrebbe portato quella guerra, quale ne sarebbe stata l’entità e le conseguenze? Questo restava sconosciuto per tutti noi; ma l’avvicinarsi di quel conflitto dava un nuovo significato a tutto ciò che vedevo, sentivo e udivo: alla brezza costante, al lieve rumore delle onde del mare salato, alle forti scogliere dell’Inghilterra. Così proseguii da solo verso nord, finché, a metà mattina, quando la brezza si attenuò e la nave rallentò, ci trovammo di fronte alla roccia chiamata “Druid’s Mare” e iniziammo ad avanzare lungo la costa verso Torbay. Il mio compagno si svegliò e salì sul ponte; gli raccontai ciò che avevo visto.


Queste forti emozioni, sebbene influenzassero completamente la mia mente, presto persero intensità; iniziammo quindi a parlare della costa che avevamo attraversato e delle possibilità di mantenere il vento favorevole. Tuttavia, non appena superammo l’ultimo promontorio, il vento indebolì leggermente e smise di essere così costante. In quel momento, non riflettevo affatto sulle possibili conseguenze di ciò che stava per accadere. Fu solo in seguito, quando tornai a terra e raggiunsi Londra, che appresi delle lunghe esitazioni tra i politici: uomini, per via della loro mentalità meschina, inadatti ad affrontare compiti di tale portata; della lettera del Presidente francese e della risposta ambigua che ne seguì, redatta e pubblicata ufficialmente; dell’ultima votazione durante la quale, con una maggioranza di un voto solo, il Gabinetto decise di dichiarare guerra. Se tale decisione fosse stata presa anche soltanto quattro giorni prima, la guerra non sarebbe mai scoppiata. Ma ormai era troppo tardi.

Tra i nove che hanno espresso il loro voto a favore della neutralità della Gran Bretagna, alcuni erano motivati, come sappiamo, da motivi meschini; altri, invece, da motivi nobiletti e, per un momento almeno, si elevavano al di sopra delle volgari e corrotte dinamiche della politica professionale, l’unica attività che conoscevano. Rispetterò sempre quest’ultimi per la forza della loro volontà e la chiarezza delle loro convinzioni in un momento così terribile.

Ancor di più li rispetto allora, e li rispetto ancora oggi, per la scelta consapevole che fecero: accettare una popolarità certamente scarsa, se non addirittura molto pericolosa, proprio nel momento in cui avrebbero dovuto sparare i primi colpi. Questi uomini erano convinti che fosse vantaggioso per il loro paese lasciare che le forze continentali prendessero da sole le loro decisioni. Forse erano in disaccordo con la maggior parte dei loro connazionali di allora (non è del tutto certo; infatti, la massa della popolazione non aveva quasi avuto il tempo di decidere, tanto rapidi erano stati gli eventi). Di sicuro, come sapevano, sarebbero stati in disaccordo con la stragrande maggioranza dei loro connazionali anche in pochi giorni. Erano più veramente inglesi, più caratteristici del sangue di cui andavano fieri, nel prendere una decisione del genere senza paura. Credo che ancora oggi i migliori tra loro ritengano che la loro valutazione fosse corretta e che molti mali, che ora ci minacciano terribilmente, sarebbero stati completamente evitati se l’Inghilterra avesse rifiutato di entrare in guerra. Ma l’opinione più informata, quella con la visione più ampia, era contraria a loro. La guerra ebbe luogo. E quali conseguenze ne derivarono, solo coloro che sono giovani oggi possono ancora scoprirle.

Forse non esiste, in tutta la storia (di quella che lascia documenti completi), alcun periodo di tempo in cui gli uomini abbiano dibattuto tanto e in cui sia risultato più difficile giungere a conclusioni definitive rispetto agli ultimi giorni di luglio e ai primi giorni di agosto del 1914. Tuttavia, esistono certe linee strutturali che supportano anche i documenti più confusi e controversi. Così, gli uomini non saranno mai in grado di conoscere con certezza cosa abbia fatto Harold alla corte di Guglielmo, né come siano avvenuti i primi eventi di quella grande contesa. Non arriveranno mai a una conclusione definitiva riguardo all’iniziativa responsabile delle guerre rivoluzionarie, né tantomeno riguardo all’attacco rinnovato contro Napoleone, o da parte di Napoleone stesso dopo l’Elba. Tuttavia, questi dibattiti si basano comunque su conclusioni certe; e in questa grande questione della Prima Guerra Mondiale, non credo che la posterità si allontani dalla conclusione generale del nostro tempo (che è sicuramente anche la mia): ovvero che una dichiarazione anticipata dell’atteggiamento britannico avrebbe potuto prevenire lo scoppio della guerra.

It is a question easily confused with a totally different one, and the two must be kept carefully apart. The right of Great Britain to remain neutral should surely be admitted, not only in law but in common sense. In law there was no definite agreement with the French. There was no accepted obligation to support the French in the West or elsewhere. A great number of acts had been accomplished which could only have had such a support for their object; the military situation had been studied, contingent military dispositions had been carefully planned in detail. The general policy of the preceding years, especially after Agadir, had pointed to the same end; but the Government of this country had always, in the most insistent manner, affirmed and provided for its freedom of choice when the crisis should come. And the very fact that it had thus so continuously maintained that freedom of choice, and specifically asserted it, is proof that every other step, however obviously designed for common action in arms, was not to be given the interpretation of a binding alliance.

Since this great point in history involves a moral judgement quite as much as the mere interpretation of texts, it should also, I think, be laid down that in matters of life and death a nation, like an individual, has the right to stretch even a formal text to the very limits of interpretation.

I would say that even if a formal and solemn alliance had existed, anyone holding authority in England at that moment and conceiving that participation in the Continental war would ultimately ruin Great Britain, had a right to seek for any phrase in the written pact which could save his country from disaster - and such phrases can always be found. I will go further: I will say that the certitude of disaster on such a scale would excuse even a breach of faith: but I know that this is passing the bounds ordinarily allowed; and I only say it because there seems to me an implied distinction between war for a local object which could do no more than advantage or hurt a country somewhat, and war of a sort which this war turned out to be, wherein the whole structure of human society was imperilled. In the same way, if I have promised to help a man and to support him in various details of his domestic life, even though I have taken good consideration for my services, I have the right to fly from his house if it catches fire in order to save my child from being burnt to death. A vast difference in the scale between the reasonably expected effects of a compact and the suddenly discovered real effects would seem to release a man from the obligation of that compact.

But in this case there was not even a definite compact. Therefore, no one could advance a moral plea against the hesitation which our politicians showed in that grave moment. No, what is to be advanced against the politicians who so lamentably bungled that affair is a charge drawn from the intellectual, not from the moral side of our nature. They acted stupidly, as indeed their trade leads men to act: for professional politics is a trade in which the sly outweigh the wise. It was bad judgement to leave the matter in doubt to the last; and the decision was deferred and deferred again, simply because your professional politician, always absorbed in a wretched personal intrigue, blinked and was bewildered by a great issue suddenly thrust upon him.

You will often hear it said war could not but come when once the three great Continental Powers had mobilized. It has been repeated that the act of mobilization - of full mobilization - renders war necessary. The statement is untrue. Certainly the French mobilization did not, even up to the very last moment, render war necessary; and the same is true of the German.

Again, it is still said by fanatics that the Russian Government intended and provoked the war. And many men not fanatics, but ignorant of Europe, or at issue with Christendom, repeat the myth. Those who plead in favour of Prussia and of the German general staff (they are numerous in England today) still pretend, as do all the German writers, that the mobilization ordered from Berlin was but a reply to the earlier orders issued from St Petersburg.

History will not accept that. There is altogether too much against it. There is the connexion between the Lokal Anzeiger and the German general staff. Still more there is the nature of German mobilization, which was so designed that preliminary orders were, to its general scheme, what final orders were in any other country. The Prussian scheme of mobilization may be compared to a loaded gun. If I know that a man has his gun loaded and he aims it at me, my then loading mine is not a provocation.

Much more is there, against so strained and distorted a piece of special pleading, the truth obvious to anyone, even the most superficial, who had seen Germany since 1911: the whole mass of that population supported its Government in a determination for what was believed would prove a short and highly lucrative campaign, and one not only highly lucrative, but settling for ever the security of that great experiment which Prussia had not quite consolidated by her series of rapid victories a lifetime before.

But though the German mobilization was indeed proof of the truth that Prussia and her subjects desired war, that war so eagerly desired was a Continental war only. The Continental war envisaged at Berlin excluded the factor of English intervention. Not that it was believed such intervention would make any great difference in what was assumed would be an immediate and crushing victory in the West, but that sea power continuously exercised could not but have given pause upon what Berlin thought would be the probable result of the struggle in the East. Granted an immediate and certain German victory in the West (as a fact it failed), there would still be an eastern campaign which the German general staff believed to be necessarily prolonged and which they dreaded; blockade during that trial they dared not face.

Si tratta di una questione facilmente confusa con un’altra completamente diversa, e le due devono essere attentamente separate. Il diritto della Gran Bretagna di rimanere neutrale dovrebbe certamente essere riconosciuto, non solo in termini legali ma anche di buon senso comune. Legalmente, non esisteva alcun accordo definitivo con la Francia; non c’era alcun obbligo accettato di sostenere la Francia in Occidente o altrove. Era stato compiuto un gran numero di azioni che potevano essere realizzate soltanto grazie a tale sostegno; la situazione militare era stata attentamente analizzata, e misure militari contingenti erano state pianificate nei dettagli. La politica generale degli anni precedenti, soprattutto dopo l’incidente di Agadir, aveva puntato allo stesso obiettivo; tuttavia il governo di questo paese aveva sempre ribadito con insistenza la propria libertà di scelta nel caso in cui si fosse verificata una crisi. E proprio il fatto che abbia continuamente mantenuto tale libertà di scelta, e l’abbia esplicitamente affermata, dimostra che qualsiasi altro passo, per quanto apparentemente destinato a un’azione congiunta in armi, non doveva essere interpretato come un’alleanza vincolante.

Poiché questo importante momento della storia implica tanto un giudizio morale quanto una semplice interpretazione dei testi, credo che si debba anche stabilire che, in questioni di vita o morte, una nazione, proprio come un individuo, abbia il diritto di portare un testo formale fino ai limiti estremi dell’interpretazione.

Direi che anche se fosse esistita un’alleanza formale e solenne, chiunque avesse avuto autorità in Inghilterra in quel momento e avesse ritenuto che la partecipazione alla guerra continentale avrebbe inevitabilmente distrutto la Gran Bretagna, avesse il diritto di cercare nel patto scritto qualsiasi frase potesse salvare il proprio paese dal disastro – e tali frasi si possono sempre trovare. Andrò ancora oltre: direi che la certezza di un disastro di tale entità giustificherebbe persino una violazione della >fede; ma so che questo va oltre i limiti normalmente consentiti, e lo dico soltanto perché mi sembra esista una distinzione fondamentale tra una guerra per un obiettivo locale, che potrebbe al massimo giovare o danneggiare leggermente un paese, e il tipo di guerra in cui questa si è rivelata: una guerra che metteva a rischio l’intera struttura della società umana. Allo stesso modo, se avessi promesso di aiutare una persona e di sostenerla in vari aspetti della sua vita domestica, anche tenendo ben presente i miei impegni, avrei il diritto di allontanarmi dalla sua casa se questa dovesse prendere fuoco, pur di salvare mio figlio dal pericolo di morire bruciato. Una differenza enorme tra gli effetti previsti e quelli realmente verificatisi sembrerebbe esentare una persona dall’obbligo contratto in base a quel patto.

Ma in questo caso non esisteva nemmeno un accordo definitivo. Pertanto, nessuno poteva sollevare obiezioni morali riguardo all’esitazione dimostrata dai nostri politici in quel momento grave. No: ciò che si può rimproverare ai politici che hanno gestito così malamente quella situazione è un errore derivante dal lato intellettuale, e non da quello morale della nostra natura. Hanno agito stupidamente, proprio come il loro mestiere li spinge ad agire: la politica professionistica, infatti, è un’attività in cui i furbi prevalevano sui saggi. È stato un errore lasciare la questione in sospeso fino all’ultimo momento; la decisione è stata rinviata ancora e ancora, semplicemente perché quei politici, sempre assorbiti da meschine intrighi personali, non sono riusciti a prendere una posizione chiara di fronte a un problema così importante.

Si sente spesso dire che la guerra fosse inevitabile non appena le tre grandi potenze continentali avessero iniziato la mobilitazione. Si ripete sempre che l’atto di mobilitazione – una mobilitazione totale – renda la guerra necessaria. Quest’affermazione è falsa. Certamente, nemmeno all’ultimo momento, la mobilitazione francese ha reso la guerra inevitabile; lo stesso vale per quella tedesca.

Ancora una volta, i fanatici sostengono che il governo russo abbia intenzionalmente scatenato la guerra e l’abbia provocata. E molti uomini, non fanatici ma ignoranti riguardo all’Europa o in disaccordo con il Cristianesimo, ripetono questo mito. Coloro che difendono la Prussia e lo stato maggiore tedesco (ne sono molti oggi in Inghilterra) continuano a fingere, proprio come fanno tutti gli scrittori tedeschi, che la mobilitazione ordinata da Berlino fosse soltanto una risposta agli ordini precedenti emessi da San Pietroburgo.

La storia non lo accetterà. Ci sono troppi fattori contrari a questo punto di vista. C’è innanzitutto il legame tra il “Lokal Anzeiger” e lo stato maggiore tedesco; inoltre, c’è la natura stessa della mobilitazione tedesca, che era concepita in modo tale che gli ordini preliminari rappresentassero, nel suo schema generale, ciò che in qualsiasi altro paese sarebbero stati gli ordini finali. Il piano di mobilitazione prussiano può essere paragonato a un’arma carica: se so che qualcuno ha puntato un’arma contro di me, caricare la mia arma non costituisce certo una provocazione.

C’è molto di più: di fronte a un simile argomento distorto e stravolto, la verità è evidente a chiunque abbia osservato la Germania dal 1911 in poi, anche solo superficialmente. L’intera popolazione tedesca sosteneva il proprio governo con determinazione, convinta che si trattasse di una campagna breve e estremamente proficua; non solo proficua, ma anche in grado di garantire per sempre la sicurezza di quell’esperimento straordinario che la Prussia non era riuscita a consolidare del tutto grazie alle sue rapide vittorie di un secolo prima.

Ma sebbene la mobilitazione tedesca costituisse effettivamente una prova del fatto che la Prussia e i suoi sudditi desiderassero la guerra, quella guerra tanto attivamente cercata era in realtà soltanto una guerra continentale. La guerra continentale immaginata a Berlino escludeva l’intervento inglese. Non si riteneva che un tale intervento potesse modificare in modo significativo ciò che si prevedeva sarebbe stata una vittoria immediata e schiacciante in Occidente, ma si sapeva che il continuo esercizio del potere marittimo inglese avrebbe certamente potuto influenzare negativamente i probabili sviluppi della lotta in Oriente. Ammesso che la Germania ottenesse immediatamente una vittoria sicura in Occidente (cosa che in realtà non accadde), ci sarebbe comunque stata una campagna militare in Oriente che lo stato maggiore tedesco riteneva necessariamente prolungata e della quale temeva gli sviluppi; inoltre, un blocco navale durante tale periodo era qualcosa a cui non osavano affrontarsi.

Two men, I think, deserved well of their country at that moment, granted that an entry into the War sooner or later was inevitable. One was Mr Winston Churchill, who upon his own initiative mobilized the fleet; and the other was Lord Haldane, who convinced his colleagues of the nature of the peril and who, it should be remembered, had made possible the co-operation of Britain in the War by his scheme for mobilization. All that followed was based upon the work originally done by him at the War Office at a time when, to the great bulk of his countrymen, the idea of such a conflict was still quite unfamiliar and its enormous implications incredible.

For the rest, it is neither generous, nor wise to pick out any particular set of misjudgements; for the whole of Europe, all its culture and all its intelligence, was at fault in estimates of the War. You may say of all the mass of stuff that has been written since the Armistice that it can be graded in degrees of intelligence according to its admission of the unexpected and the fortuitous throughout those terrible years. The less intelligent the writer the more he ascribes this or that development to a plan; the more intelligent he is the more he admits factors independent of our wills and our intelligences: factors proceeding, as our fathers would have said, and as I believe, consciously from a will above humanity or (as it is the modern fashion to affirm) coming into human affairs from no god, but blindly - at any rate, factors external to human direction. In the individual actions can be traced clearly enough what measure of conclusion their success involved, or what lack of it their failure was due to. But, in the general lines of the turmoil, it is not so. Here and there a chance guess proved right, but it was no more than a guess, unless we except Lord Kitchener’s warning that the War would last at least three years: he gave it when most men thought it might not last three months.

It is with regard to the Great War as it is with regard to every set of campaigns in history; if you omit that which was not subject to any human will and intelligence you omit nine-tenths of the factors that make for the final result - and that is why every great captain has put his trust in fortune and in a star: a destiny of his own. For great captains know what part fortune plays in their trade.

I remember Boulanger saying, when I was a boy of nineteen: ‘La guerre est une chose aléatoire.’ It was one of those enormous truisms which make one shake with laughter, and, coming from the lips of such a man, it was particularly comic; he, with the short stature which he owed to his Welsh blood, with his middle-aged hesitations, and his ludicrous incapacity for the rôle into which the popular anger against politicians had unnaturally thrust him, and his very natural disinclination, being what he was, to accept risk. I saw him in Portland Place, and it was there that I heard him discourse in such fashion. Young as I was, I hugely enjoyed the unconscious meiosis of such a phrase. Yes, indeed: la guerre est une chose aléatoire! Would that this fortuitous character in it were confined to its immediate operations! But they stretch outward over a lifetime at least and, in some great effects, for much longer.

As I write this, it is more than ten years since the dice of that ‘chose aléatoire’ were thrown, and no one can even yet determine what interests in Europe have, upon the whole, most suffered: though (alas!) the larger lines of the result are already apparent.

Some day, I suppose - but a good time hence - one of the mob of witnesses to what went on in Paris between the Armistice and the Treaty of Versailles will write us an amusing book full of truths, made up of anecdote without much comment. Or perhaps, better still, we shall have a highly readable book from the pen of a man who was not there. We had a glimpse of such possibilities from a witness in a few sentences of Mr Keynes’, which were very illuminating; but Mr Keynes’ book had not for its object an historical relation, but rather financial propaganda, so that the part dealing with the comedy of small men in big places was too short. If he had confined himself to the words and gestures of parliamentarians suddenly confronted with the task of diplomats I think he would have produced something memorable. One or two other pens have dealt with that comic affair, but none sufficiently, nor at any length.

I was not myself present. I was continually between Paris and London, I had many friends and a few relations engaged, and I heard a mass of stories from many who were witnesses. Of that mass of stories, nota few sounded probable, and quite a reasonable number were vouched for by witnesses whom I could trust. I have had quoted to me, for instance, the excellent story of a Prime Minister pettishly complaining that he would not be bothered about the Dalmatian coast because they had not yet come to consider the Baltic. And the same man curiously moved a squat forefinger along the River Save upon the map, saying with a would-be-important smile, ‘Now here is the upper Danube.’ Really in this I have some sympathy with the little fellow; for when I first went to school I always thought it a shame that the Save, running in a straight line with the lower Danube, should not carry the same name. I thought there was something irregular about the Danube taking its great bend past Budapest.

Then there was that other story of the indignant politician who, upon reading the French word ‘demander’ in a memorandum, indignantly protested against this insolent use of the word ‘demand’.

Poland was a subject of ceaseless blunders. One politician vaguely thought it a province of Russia; another was surprised to hear that Danzig had ever been a Polish town; and the same man was contented to express his simple conviction that it was no use setting up Poland again, seeing that such a State could never last.

That they should get mixed up about their figures is pardonable; there were more noughts than a man could count. Still, there is all the difference between 125 milliard francs and 125 million francs: but I am assured it was not always easy for every member of the august group to carry the distinction clearly in his head, especially in the morning. Would that some more than human power had suddenly descended - or lacking such a Being, a corporal and four men - and taken the politicians forcibly into three rooms, put paper and pen before them, and bade them write down, under heavy penalties, all they could remember of Europe. It would have been a pretty examination!

Credo che due uomini, in quel momento, meritassero davvero il rispetto del loro paese, anche se l’ingresso nella guerra era inevitabile, prima o poi. Uno di questi era il signor Winston Churchill, che su iniziativa personale mobilitò la flotta; l’altro era Lord Haldane, che convinse i suoi colleghi della gravità del pericolo e che, va ricordato, aveva reso possibile la collaborazione della Gran Bretagna nella guerra grazie al suo piano di mobilitazione. Tutto ciò che seguì si basava sul lavoro svolto inizialmente da lui presso l’Ufficio della Guerra, in un periodo in cui, per la maggior parte dei suoi connazionali, l’idea di un simile conflitto era ancora del tutto nuova e le sue enormi implicazioni incomprensibili.

Per il resto, non è né generoso né saggio individuare un insieme specifico di errori di valutazione; l’intera Europa, tutta la sua cultura e tutta la sua intelligenza hanno commesso errori nelle loro analisi della guerra. Si potrebbe dire che tutto ciò che è stato scritto dopo l’armistizio possa essere classificato in base al grado di “intelligenza” con cui viene riconosciuto l’imprevisto e il casuale durante quegli anni terribili. Più un autore è poco intelligente, più attribuisce ogni sviluppo a un piano prestabilito; più è intelligente, più ammette la presenza di fattori indipendenti dalla nostra volontà e dalla nostra intelligenza: fattori che, come avrebbero detto i nostri antenati, derivano consapevolmente da una volontà al di sopra dell’umanità, o, come si preferisce oggi affermare, che intervengono nelle vicende umane senza alcun intervento divino, ma in modo casuale e esterno alla nostra influenza. Nei singoli casi, è abbastanza facile individuare quale misura di pianificazione abbia portato al successo o quale mancanza di essa abbia causato il fallimento. Ma nelle linee generali del caos che caratterizzò quegli anni, non è così: qua e là una supposizione casuale si rivelava corretta, ma rimaneva pur sempre una semplice supposizione, a meno di considerare l’avvertimento di Lord Kitchener secondo cui la guerra sarebbe durata almeno tre anni: lui lo disse quando la maggior parte delle persone pensava che non avrebbe superato i tre mesi.

È così per la Grande Guerra come per ogni serie di campagne nella storia: se si omette ciò che non è stato soggetto al volere e all’intelligenza umana, si trascurano nove decimi dei fattori che contribuiscono al risultato finale. Ed è per questo che ogni grande comandante ha affidato la propria sorte alla fortuna e alle stelle: a un destino che gli era proprio. Infatti, i grandi comandanti conoscevano bene il ruolo che la fortuna svolgeva nel loro mestiere.

Ricordo che Boulanger, quando avevo diciannove anni, disse: “La guerra è una cosa casuale”. Era uno di quei banali assoluti che fanno ridere fino alle lacrime; e, provenendo dalle labbra di un uomo del genere, era particolarmente comico. Lui, con la sua statura bassa dovuta al sangue gallese, con le sue esitazioni da uomo di mezza età, con la sua ridicola incapacità nel ruolo che l’ira popolare contro i politici gli aveva imposto in modo innaturale, e con la sua naturale avversione, data la sua personalità, ad assumersi rischi. Lo vidi a Portland Place, ed è lì che lo sentii pronunciare quelle parole. Nonostante fossi giovane, apprezzai enormemente quella sorta di “meiosi inconscia” di un concetto così banale. Sì, davvero: la guerra è una cosa casuale! Se solo quel carattere fortuito legato alla guerra si limitasse alle sue operazioni immediate. Ma in realtà si estende per tutta una vita, e in alcuni casi ha effetti che durano molto più a lungo.

Mentre scrivo queste parole, sono trascorsi più di dieci anni da quando furono gettati i dadi di quella “scelta casuale”, e nessuno è ancora in grado di stabilire quali siano stati, nel complesso, gli interessi europei che hanno subito le conseguenze peggiori; sebbene (ahimè!) le linee generali di quel risultato siano ormai evidenti.

Un giorno, suppongo – ma probabilmente tra molto tempo – uno dei tanti testimoni di ciò che è accaduto a Parigi tra l’armistizio e il trattato di Versailles scriverà per noi un libro divertente, pieno di verità, composto da aneddoti senza troppi commenti. O forse, ancora meglio, avremo un libro estremamente leggibile scritto da una persona che non era presente in quei luoghi. Abbiamo intravisto queste possibilità attraverso alcune frasi di Keynes, molto illuminanti; tuttavia il libro di Keynes non aveva lo scopo di fornire un resoconto storico, ma piuttosto di fare propaganda finanziaria, per cui la parte che descriveva le situazioni comiche in cui persone insignificanti si trovavano ad occupare posizioni di potere era troppo breve. Se si fosse limitato a descrivere le parole e i gesti dei parlamentari improvvisamente messi di fronte alle responsabilità dei diplomatici, credo che avrebbe prodotto qualcosa di davvero memorabile. Alcuni altri autori hanno affrontato questo argomento in modo comico, ma nessuno con sufficiente profondità o lunghezza.

Non ero presente di persona. Ero costantemente tra Parigi e Londra; avevo molti amici e alcune conoscenze coinvolte in quella situazione, e ascoltai un gran numero di storie da parte di persone che erano state testimoni oculari degli eventi. Di tutte quelle storie, poche sembravano plausibili, mentre un numero considerevole era confermato da testimoni di cui potevo fidarmi. Ad esempio, mi è stato raccontato l’aneddoto di un Primo Ministro che si lamentava in modo petulante del fatto che non venissero prese in considerazione le questioni legate alla costa dalmatica, poiché ancora non si era discusso della situazione nel Baltico. Lo stesso uomo, poi, indicava sulla mappa il fiume Save con un dito e, con un sorriso che voleva sembrare importante, diceva: “Ecco qui il Danubio superiore”. In questo caso, provo davvero simpatia per quel signore; quando andavo a scuola, infatti, trovavo sempre strano che il Save, che scorre in linea retta insieme al Danubio inferiore, non portasse lo stesso nome. Pensavo che ci fosse qualcosa di irregolare nel fatto che il Danubio facesse quella grande curva passando per Budapest.

Poi c’era quella storia di quel politico indignato che, leggendo la parola francese “demander” in un memorandum, protestò con indignazione contro questo uso insolenzo della parola.

La Polonia era costantemente vittima di errori gravi. Un politico riteneva vagamente che fosse una provincia della Russia; un altro rimase sorpreso nell’apprendere che Danzica fosse mai stata una città polacca; lo stesso uomo si accontentava di esprimere la sua semplice convinzione che non avesse senso ricostituire la Polonia, dato che uno Stato del genere non avrebbe mai potuto durare a lungo.

È perdonabile che si confondano riguardo ai loro numeri; c’erano così tanti zeri che nessuno avrebbe potuto contarli tutti. Tuttavia, c’è una grande differenza tra 125 miliardi di franchi e 125 milioni di franchi. Ma sono sicuro che non fosse sempre facile per ogni membro di quel prestigioso gruppo ricordare con chiarezza questa distinzione, soprattutto al mattino. Che cosa non avrebbe dato per vedere apparire all’improvviso una forza sovrumana, o, in assenza di essa, tre uomini che portassero i politici in tre stanze, mettessero carta e penna davanti a loro e li costringessero, con severe punizioni, a scrivere tutto ciò che ricordavano riguardo all’Europa. Sarebbe stata un’esame davvero interessante!

Now parliamentarians such as these are ridiculous, not only by the absurd disproportion between their nominal powers and their capacities, but more by their ambition - which swells out to bursting the little vessel containing it. They have not talent, save for intrigue against fellow politicians: they cannot speak or write, let alone do anything worth hearing. None the less would you find, if you could take the tin lid off their hollow minds and look in, a froth of insane vanity, bred of years of speech-making; a more than kingly assurance bred of knowing no control and of immunity; and (what is astonishing in men of such calibre) ambition itself. A paltry ambition, to be sure: an ambition to fill the newspapers: but still, ambition.

Yet if there is one thing I have noted more than another in the few men worthy of admiration in this our time (men worthy of admiration through their capacities as well as through their characters), it is the absence of ambition.

There could be no better commentary upon the days in which we live. For it is reasonable and normal that men of great capacity should have ambition to exercise it in government, in the ordering of their fellow-men. It was a chief quality always looked for by our fathers in those who rose high, and were worthy so to rise; nor were they disappointed. Ambition of old was a mark of greatness. But today it is the mark of the capable man that ambition disgusts him. That mark is most notable in Mussolini. It is most notable in Foch. It was notable in most of the commanders of armies; in the admirals of fleets. It was most notable, of course, in the saintly eminence of Mercier. It was notable in almost everyone I had the privilege to meet and watch during and after the struggle, who had been capable of doing something great in that time.

It is not difficult to discover when you speak with Mussolini that his interest is in his job, not in his name. It is apparent to all that the great work of the Cardinal Archbishop of Malines is remote from all personal motive - and ambition is essentially personal. As for Foch, it is manifest not only in his every gesture and expression, but in the life he has lived after saving Europe. But this novel feature, the absence of ambition in our greatest men today, goes further. It has been notable in our chief discoverers in physical science - all can bear witness to that - it is even becoming apparent in the best writers; though writers are among the vainest of mankind.

All men of real capacity in this our time seem to be agreed that the peculiar odour of modern success is a thing for a decent man to avoid. It is becoming a sort of habit of the mind throughout the West, that is, throughout civilized Europe today, in such few men as can do some great work, to do it silently and apart, and to disconnect it wholly from immediate renown.

Conversely, you will have monstrous advertisement surrounding the mere name of a man incompetent, and usually thoroughly dishonest as well, because he is athirst for publicity of the modern sort, and loves it, and because he is quite content to serve those lumps of wealth and vulgarity who, through their possession of the mob newspapers, can grant or withhold publicity.

Here is a situation thoroughly diseased: the spur of ambition withdrawn from those who can do. It cannot last. How it will be resolved I do not know, nor does any other man; but that it cannot last is apparent. The mere force of competition, the mere mathematics of the world will see to it that blaring incompetence shall not permanently wield even nominal power; and it holds more than nominal power today.

I was interested, among the many things I heard from the more advertised civilians of the Great War, to note two things; the first was a rooted conviction in the most advertised parliament men that things and people foreign to their experience were inferior to them. We know, of course, that that is the natural instinct of the schoolboy, and of the very simple good person without experience; but the astonishing thing was to find it in men whom one would expect, in spite of their origins, to have become a little polished by long conversation with their fellows, a little trained by responsibility. Before the end of the conflict one would have thought that even your politician must acquire some judgement from so much vivid and informing experience. Not a bit of it! It went off him like so much water off a duck’s back, and you may hear him today, six years after the Armistice, peddling the same inanities as he peddled in 1913.

The second thing I noticed was the alarming difference between politicians and the soldiers in the sense of reality. I say alarming because, after the War, Europe, instead of continuing the rule of soldiers as it should have done, returned to its vomit; and the miserable parliamentary figures of the old degraded day put on again costume and grease-paint, filed back upon the stage, and began to play their old antics as though nothing had happened. The French, who ought to know better (for they have found parliaments out), behaved disgracefully in this matter. You may take up any French newspaper today, and find yourself appalled with the recurrence of such names as Caillaux, Briand, Herriot, Loucheur, who ought never to have been mentioned again after such an experience as the Great War.

Italy has done better: but only under the stress of a threatened dissolution. Society in Italy had to reach the point of acute peril before that reaction took place which saved the country; but what a fine reaction it was, not only in its virtues, but, what is more important, in its spirit! What a strong critical sense Italy has shown! What intelligence in rejection of sophistry, and what virility in execution! May it last! But will it last? Even in Italy?

Everything good in this world is doomed to perish, and I cannot tell how long this excellent experiment will stand, or whether it will take firm root, and make Italy all that it desires to be, and all that Italy should be - seeing the strength of the blood, the industry, the intelligence, and the warmth of all that people. But, at any rate, it is good to visit a society still under such an impulse, and to feel that, in one section of Europe at least, things are going well.

Oggi parlamentari del genere sono ridicoli, non solo a causa della assurda disparità tra i loro poteri nominali e le loro capacità reali, ma soprattutto a causa della loro ambizione – un’ambizione che tende a far esplodere il “piccolo contenitore” in cui è racchiusa. Non possiedono alcun talento, se non quello di intrighare contro i loro colleghi politici; non sanno parlare né scrivere, e tantomeno fare qualcosa che valga la pena ascoltare. Eppure, se si potesse sollevare il “coperchio di latta” delle loro menti vuote per guardarvi dentro, ci si troverebbe di fronte a una schiuma di vanità folle, alimentata da anni di discorsi; a un’arroganza smisurata, nata dalla mancanza di qualsiasi controllo e dall’immunità che questi individui si attribuiscono; e, cosa sorprendente in persone del loro calibro, all’ambizione stessa. Una ambizione meschina, certo: un’ambizione sufficiente soltanto per riempire i giornali. Ma comunque, ambizione.

Tuttavia, se c’è una cosa che ho notato più di ogni altra nei pochi uomini degni di ammirazione dei nostri tempi (uomini degni di ammirazione sia per le loro capacità che per il loro carattere), è l’assenza di ambizione.

Non potrebbe esserci commento migliore sui tempi in cui viviamo. È infatti ragionevole e normale che uomini di grande capacità abbiano l’ambizione di metterla a frutto nel governo, nell’organizzazione della vita dei loro simili. Questa era una qualità fondamentale che i nostri antenati cercavano sempre in coloro che raggiungevano posizioni elevate e ne erano degni; e non rimanevano mai delusi. Un tempo, l’ambizione era segno di grandezza. Ma oggi, per un uomo capace, è proprio l’assenza di ambizione a rappresentare il vero segno della sua capacità. Questo tratto è particolarmente evidente in Mussolini, in Foch, nella maggior parte dei comandanti di eserciti e degli ammiragli. E naturalmente, anche nell’esemplare figura di Mercier. Era presente quasi in tutti coloro che ho avuto il privilegio di incontrare e osservare durante e dopo la guerra, coloro che erano davvero capaci di compiere imprese grandi in quel periodo.

Non è difficile scoprire, parlando con Mussolini, che il suo interesse riguarda soltanto il proprio lavoro, e non il proprio nome. È evidente a tutti che l’imponente opera del Cardinale Arcivescovo di Malines è priva di qualsiasi movente personale; l’ambizione, infatti, è essenzialmente qualcosa di personale. Per quanto riguarda Foch, questa caratteristica si manifesta non solo in ogni suo gesto ed espressione, ma anche nella vita che ha condotto dopo aver salvato l’Europa. Ma questa particolarità, ovvero l’assenza di ambizione nei nostri più grandi uomini di oggi, va ancora oltre: è stata notata anche tra i nostri maggiori scienziati; tutti possono testimoniarlo. Sta diventando evidente persino tra i migliori scrittori, sebbene questi siano tra le persone più vanitose dell’umanità.

Tutti gli uomini di vera capacità del nostro tempo sembrano concordare sul fatto che l’odore particolare del successo moderno sia qualcosa che un uomo onesto dovrebbe evitare. Sta diventando una sorta di abitudine mentale in tutto l’Occidente, cioè in tutta l’Europa civile di oggi: coloro pochi che sono in grado di compiere grandi imprese lo fanno in silenzio e in solitudine, senza cercare alcuna notorietà immediata.

Al contrario, intorno al semplice nome di un uomo incompetente e solitamente anche del tutto disonesto si creerà una pubblicità mostruosa: quest’uomo, infatti, anela alla notorietà nel senso moderno, la desidera ardentemente, ed è più che felice di servire quei individui ricchi e volgari i quali, grazie al controllo sui giornali popolari, possono concedere o negare la pubblicità a seconda delle loro esigenze.

Ecco una situazione profondamente malata: l’ambizione viene sottratta a coloro che ne sono realmente capaci. Non può durare. Non so come si risolverà, né lo sa nessun altro; ma è evidente che non possa continuare. Solo la forza della concorrenza, le leggi intrinseche del mondo, faranno sì che un’incompetenza evidente non possa esercitare nemmeno potere nominale in modo permanente; e oggi, tale incompetenza detiene molto di più di un semplice potere nominale.

Tra le molte cose che ho sentito dai civili più “promossi” riguardo alla Grande Guerra, mi sono interessati due aspetti in particolare: il primo era una convinzione radicata nei membri del parlamento, secondo cui le cose e le persone estranee alle loro esperienze fossero inferiori a loro. Sappiamo bene che questo è l’istinto naturale di un ragazzo o di una persona semplice e priva di esperienza; ma ciò che sorprendeva era trovare tale atteggiamento in individui che, nonostante le loro origini, avrebbero dovuto essere un po’ “affinati” attraverso lunghe conversazioni con i loro simili o attraverso l’esercizio delle responsabilità. Prima della fine del conflitto si sarebbe potuto pensare che anche i politici, data tutta quell’esperienza viva e informativa, avessero acquisito un minimo di giudizio. Niente affatto! Tutto quel “sapere” veniva semplicemente ignorato; ancora oggi, sei anni dopo l’armistizio, li si può sentire ripetere le stesse sciocchezze di sempre.

La seconda cosa che ho notato è stata la differenza allarmante tra politici e soldati in termini di percezione della realtà. Dico “allarmante” perché, dopo la guerra, l’Europa, invece di continuare a essere governata dai soldati come avrebbe dovuto fare, tornò alle sue vecchie abitudini; quelle misere figure parlamentari dei tempi passati indossarono nuovamente i loro costumi e il trucco, tornarono sul “palco” politico e iniziarono a recitare le stesse vecchie commedie, come se nulla fosse accaduto. I francesi, che dovrebbero saperne di più (dopotutto hanno già avuto esperienze con i parlamenti), si sono comportati in modo vergognoso in questa questione. Oggi, basta prendere qualsiasi giornale francese per essere scioccati dalla ricorrenza di nomi come Caillaux, Briand, Herriot, Loucheur: persone che non avrebbero mai dovuto essere menzionate di nuovo dopo un’esperienza così tragica come la Grande Guerra.

L’Italia ha ottenuto risultati migliori: ma solo sotto la pressione di una minaccia concreta di dissoluzione. In Italia, la società ha dovuto raggiungere un punto di pericolo estremo prima che si verificasse quella reazione che ha salvato il paese; ma che reazione meravigliosa è stata, non solo per le sue qualità positive, ma soprattutto per lo spirito che l’ha animata! Quanto forte senso critico ha dimostrato l’Italia. Quanta intelligenza nel rifiutare le sofisticherie e quanta determinazione nell’agire! Possa durare. Ma durerà davvero? Anche in Italia?

Tutto ciò che è buono in questo mondo è destinato a perire; non posso dire quanto durerà questo eccellente esperimento, né se riuscirà a radicarsi saldamente e a rendere l’Italia ciò che desidera essere, e ciò che dovrebbe essere. Visto il vigore del popolo italiano, la sua laboriosità, la sua intelligenza e il suo calore umano. Comunque sia, è bello visitare una società ancora sotto l’influenza di tali ideali, e sentire che, almeno in una parte d’Europa, le cose stanno andando bene.

I made a sort of pilgrimage to see Mussolini, the head of the movement, and I wrote about him for the Americans. I had the honour of a long conversation with him alone, discovering and receiving his judgements. What a contrast with the sly and shifty talk of your parliamentarian! What a sense of decision, of sincerity, of serving the nation, and of serving it towards a known end with a definite will! Meeting this man after talking to the parliamentarians in other countries was like meeting with some athletic friend of one’s boyhood after an afternoon with racing touts; or it was like coming upon good wine in a Pyrenean village after compulsory draughts of marsh-water in the mosses of the moors above, during some long day’s travel over the range.

One thing, however, struck me in his comments which was, as I thought, extreme and ill-founded; and that was his complete contempt for all majorities. Mussolini laid it down to me that the conception of majority government is as ridiculous as it is immoral, and should be fiercely combated as a he and an evil in itself. I do not agree; it seems to me that the rational basis of majority government stands firm upon certain conditions.

The right of a majority to rule is, indeed, an absurd doctrine as we hear it commonly stated. I do not mean the doctrine of majority government under what is called ‘the representative system’, for that is not majority government at all: it is mere oligarchy in the hands of an intriguing caucus, and perhaps as base a form of oligarchy as mankind has ever tolerated. I mean real majority government; the reference of a question to the body of the governed, and the taking of a decision according to the superior number of votes recorded on the ‘Yes’ or ‘No’ side. Such a test used as a universal decider is ridiculous. What would a majority vote do with Bimetallism, or the appointment of admirals? But there are conditions in which a decision by majority is just, and they are surely these:

(1) When the question arises from a homogeneous community; (2) — when there is an active popular demand for its settlement; (3) — when the matter under discussion is reasonably familiar to all; (4) — when it concerns all, or nearly all, directly, and in much the same degree; (5) when the majority is substantial.

You must be dealing with an homogeneous community - for in one made up of various races, or fundamentally different religions, a majority means nothing towards a decision. It is a mere affirmation of discord. You must have a real and popular demand for a decision, and it must proceed from the people themselves: not from a body claiming the right to frame the question: a vote on matters of no popular interest - as a vote on Welsh disestablishment in North London, or on mining regulations in Brighton - is a manifest abuse. Even on a burning matter, discussed by, known to, and affecting all, no small majority can possibly be decisive, or make an accord - for a half is not the general will. But when a community of one stuff vote by a large majority in favour of something they both understand and desire, and that something close to their own fives, then that majority is of true effect.

Under those conditions the moral argument for majority government seems to me unanswerable, for under those conditions you have the will of the community really expressed by the majority. Now the community is ultimately sovereign; for if the community be not sovereign, what else can claim sovereignty? It is the old dilemma of Suarez, the great Jesuit doctrine, as absolutely secure as a mathematical conclusion; ultimately, the community is sovereign. But unless these conditions are present, and unless all of them are present, the majority is not the community, and to call it so is either a delusion or a trick. It is always immoral, usually fatuous, and occasionally disastrous.

By what right shall fifty-one men out of a hundred who have no particular taste for the drinking of tea, who, upon the whole, dislike it, but not earnestly, forbid the other forty-nine to drink tea, when those forty-nine feel tea-drinking to be a very necessity of their lives? For what reason shall fifty-one men - of whom perhaps only one knows anything upon the subject, outvote forty-nine of whom perhaps five know something of the subject? Decide (for instance) upon the annexation of an Asian islet? How can you trust fifty-one white men to legislate for forty-nine black men, or, to put it more strongly, fifty-one black men to legislate for forty-nine white? Who does not know that in such a case only organized force could decide?

Mussolini’s reaction (as the Americans would call it) was, I think, against the ludicrous abuse of the doctrine of majority, which has brought Europe to its present pass; for there is nothing so wicked or so senseless or so degrading but a majority (to the honour of our race it is generally a sham majority) can be quoted in its favour.

There is a very deplorable instance of this today in French politics. A small but active caucus in France hates the Christian religion. Its members are afraid to make a frontal attack on that religion, because such action would endanger their skins, but they will take any measures which will, they think, indirectly weaken its influence. Particularly do they desire to restrain the activity of the religious orders, and, so far as they can, to prevent those orders from having any corporate existence at all. The mass of the people are, in varying degrees, attached both to their traditional religion and to the more popular and active forms of the Monastic Institution: that is, the teaching and nursing religious orders. The contemplative orders they do not come in touch with. Most men and women in the nation would leave things alone, and that with a bias towards religion. Very many are almost indifferent. More, though preferring to go on as their forefathers went on, do not put it - religion - in the forefront of their lives. Many more think it of some importance, but are far more actively concerned with their material interests. A small body, quite as small perhaps as the anti-Christian caucus on the other side, are active in defence of religion. After a wearisome, meaningless rite of making marks on bits of paper, the said rite (confused by a hundred legal and personal interests, and conducted by the wire-pulling inherent in all such performances) throws up some 500 or 600 members of a Parliament, nearly all of them intriguers moved by a petty appetite for money or for notoriety, or both. Of these it may be that fifty-five out of the hundred follow the anti-Christian caucus, and look to it for salaries and jobs, forty-five are organized on the other side. Or the numbers may be the other way. When the fifty-five turn up on one side, the whole vast organization of the religious orders in France (most of which are beneficent, the rest certainly doing no harm) is suddenly imperilled and shaken; its members are exiled, its goods are stolen and spent riotously by the lowest sort of politicians and their hangers-on, its accumulation of wealth dissipated and destroyed. Then another chance majority comes along in four years, and offers a restoration which can but only be most precarious: a restoration of their natural rights to these infamously (and ridiculously) harassed men and women, but a restoration liable to be ruined in another four years.

Ebbi una sorta di pellegrinaggio per incontrare Mussolini, il capo del movimento, e scrissi di lui per gli americani. Ebbi l’onore di conversare a lungo con lui da solo, scoprendo e ascoltando le sue opinioni. Che contrasto rispetto alle parole astute e evasive dei vostri parlamentari! Quanto senso di decisione, sincerità, e volontà nel servire la nazione, e farlo con un obiettivo chiaro e una determinazione ferma! Incontrare quest’uomo dopo aver parlato con i parlamentari di altri paesi fu come incontrare un vecchio amico d’infanzia dopo aver trascorso l’aprile con gli scommettitori sulle corse; o fu come trovare del buon vino in un villaggio dei Pirenei, dopo aver bevuto a forza acqua stagnante nei pantani delle brughiere, durante una lunga giornata di viaggio attraverso le montagne.

Una cosa, tuttavia, mi colpì nei suoi commenti: era qualcosa che ritenevo estremo e infondato, ovvero il suo totale disprezzo per tutte le maggioranze. Mussolini mi disse chiaramente che l’idea di un governo basato sulla maggioranza è tanto ridicola quanto immorale, e dovrebbe essere combattuta con fermezza come qualcosa di male in sé. Non sono d’accordo; a mio parere, le basi razionali di un governo di maggioranza rimangono solide sotto determinate condizioni.

Il diritto di una maggioranza a governare è, in effetti, un’idea assurda, così come viene comunemente enunciata. Non intendo parlare del concetto di governo della maggioranza nel cosiddetto “sistema rappresentativo”, perché quello non è affatto un governo della maggioranza: si tratta semplicemente di oligarchia nelle mani di un gruppo ristretto, e forse della forma più spregevole di oligarchia che l’umanità abbia mai tollerato. Intendo parlare del vero governo della maggioranza: del riferimento delle questioni al corpo dei governati e della presa di decisioni in base al numero superiore di voti a favore o contro. Utilizzare un tale criterio come strumento universale per prendere decisioni è assurdo. Cosa potrebbe fare un voto maggioritario riguardo al bimetallismo o alla nomina degli ammiragli? Tuttavia, ci sono circostanze in cui una decisione basata sulla maggioranza può rivelarsi giusta, e queste circostanze sono sicuramente le seguenti.

(1) Quando la questione sorge da una comunità omogenea; (2) — quando c’è una richiesta popolare attiva per la sua risoluzione; (3) — quando l’argomento in discussione è abbastanza noto a tutti; (4) — quando riguarda tutti, o quasi tutti, direttamente e nella stessa misura; (5) — quando la maggioranza è sostanziale.

Devi sicuramente trattare con una comunità omogenea: infatti, in una comunità composta da varie razze o religioni fondamentalmente diverse, la maggioranza non ha alcun significato per l’adozione di una decisione; rappresenta soltanto un’espressione di discordia. È necessario che esista una richiesta concreta e diffusa da parte della popolazione stessa, e che tale decisione derivi direttamente dalle persone: non da un organo che si attribuisce il diritto di formulare le questioni in discussione. Un voto su argomenti che non interessano la gente comune – come ad esempio il disestablishment del Galles a nord di Londra o le normative sulle attività minerarie a Brighton – rappresenta un chiaro abuso. Anche su questioni urgenti e dibattute da tutti, una semplice maggioranza non può essere decisiva né portare a un accordo: infatti, la metà delle persone non costituisce la volontà generale. Ma quando una comunità omogenea vota con una larga maggioranza a favore di qualcosa che tutti comprendono e desiderano, allora quella maggioranza ha davvero un effetto concreto.

In quelle condizioni, l’argomento morale a favore di un governo della maggioranza mi sembra irrefutabile, perché in tali circostanze si ha davvero la volontà della comunità espressa dalla maggioranza stessa. La comunità, infatti, è in ultima analisi sovrana; se non lo fosse, cosa altro potrebbe rivendicare tale status? Si tratta dell’antico dilemma di Suarez, della grande dottrina gesuitica: assolutamente certa quanto una conclusione matematica. In definitiva, la comunità è sovrana. Ma a meno che queste condizioni non siano presenti, e che tutte insieme lo siano, la maggioranza non rappresenta davvero la comunità; chiamarla così significa o illudersi o ingannare gli altri. È sempre immorale, spesso futile e talvolta disastroso.

Con quale diritto cinquantuno uomini su cento – che non hanno alcun particolare gusto per il tè e, nel complesso, lo disprezzano, anche se non con intensità – possono proibire agli altri quarantanove di berlo, quando questi ultimi ritengono che il consumo di tè sia una vera necessità della loro vita? Per quale motivo cinquantuno uomini – di cui forse solo uno ha qualche conoscenza sull’argomento – dovrebbero avere la meglio su quarantanove, di cui forse soltanto cinque ne sanno qualcosa? Prendiamo ad esempio la decisione sull’annessione di un’isola asiatica: come si può affidare a cinquantuno uomini bianchi il compito di legiferare per quarantanove uomini neri, o, per dirla in modo più diretto, a cinquantuno uomini neri il compito di legiferare per quarantanove uomini bianchi? Chi non sa che in un caso del genere solo la forza organizzata potrebbe prendere una decisione?

La reazione di Mussolini (come l’avrebbero definita gli americani) era, a mio parere, contro l’assurdo abuso della dottrina della maggioranza, che ha portato l’Europa nella situazione attuale; infatti non esiste nulla di più malvagio, insensato o degradante del fatto che una maggioranza – per onore della nostra razza, generalmente una maggioranza fasulla – possa essere addotta a suo favore.

Oggi esiste un caso molto deplorevole di questo fenomeno nella politica francese. Un piccolo ma attivo gruppo in Francia odia la religione cristiana. I suoi membri temono di attaccare direttamente tale religione, perché ciò potrebbe metterli in pericolo, ma sono disposti a prendere qualsiasi misura ritengano possa indebolirne indirettamente l’influenza. In particolare, desiderano limitare l’attività delle ordini religiosi e, nei limiti del possibile, impedire che tali ordini abbiano alcuna esistenza organizzata. La maggior parte della popolazione, in diversa misura, è legata sia alla propria religione tradizionale che alle forme più popolari e attive dell’istituzione monastica, ovvero agli ordini religiosi impegnati nell’insegnamento e nell’assistenza. Gli ordini contemplativi, invece, non entrano in contatto con la vita quotidiana delle persone. La maggior parte degli uomini e delle donne del paese preferirebbe lasciare le cose come stanno, e questo con una certa inclinazione verso la religione; molti sono quasi indifferenti. Alcuni, pur preferendo seguire le tradizioni dei propri antenati, non danno alla religione un ruolo centrale nella propria vita. Molti altri la ritengono importante, ma si preoccupano molto di più dei propri interessi materiali. Un piccolo gruppo, forse altrettanto numeroso quanto il gruppo anti-cristiano dall’altra parte, è attivo nella difesa della religione. Dopo un processo noioso e privo di significato che consiste nel segnare pezzi di carta, questo gruppo produce circa 500-600 membri di un Parlamento; quasi tutti questi sono individui motivati da interessi materiali o desiderio di notorietà. Di questi, forse cinquantacinque seguono il gruppo anti-cristiano e ne traggono benefici economici; altri quarantacinque fanno parte del gruppo opposto. Quando questi cinquantacinque membri si schierano da una parte o dall’altra, l’intera organizzazione degli ordini religiosi in Francia (la maggior parte dei quali svolge attività benefiche, mentre gli altri certamente non causano danni) viene messa in pericolo; i suoi membri vengono esiliati, i suoi beni rubati e spesi in modo dissoluto da politici di basso livello e dai loro seguaci, e le sue risorse finanziarie vengono distrutte. Quattro anni dopo, un’altra maggioranza arriva al potere e propone una restaurazione che, tuttavia, è destinata a essere molto precaria: si tratta di riconoscere ai membri degli ordini religiosi i loro diritti naturali, ma tali diritti possono essere nuovamente messi in pericolo entro altri quattro anni.

After the War there happened to be in the French Parliament a vague uncertain majority more or less pledged to traditional things. The politicians most prominent in that gang approached the Carthusians who had been exiled, and had taken up a new home in Tarragona, and offered them a chance of returning to the Grande Chartreuse. These exiles very wisely refused, for they said: ‘How do we know that after all the expenditure of re-establishing ourselves in our ancient foundation - venerable for centuries, peaceable, remote - we may not at your next “elections”, as you call them, find ourselves turned out?’ They were very wise: but what a commentary upon a system of government! Think of it! Here is a great House with its roots right back in the beginnings of the Middle Ages, with its oaken traditions, its reserves of strength available for itself and all men; doing nothing which could be construed as perilous under any system of common morals, either to the State or to any individual. Merely because a clique of anti-Christians hates them, this doctrine of artificial majorities can turn the whole community out of doors at a moment’s notice, exile its members, loot its fortune.

Nor let it be said that these things only happen in countries like France, to which the disease of parliaments is unnatural and of alien importation; they happen in one form or another wherever the parliamentary fraud is at work. In countries which have lost dogmatic religion and have only vague opinion left, the parliamentary evil takes another form, that of a perpetual restriction against common liberties; or it takes the form of putting finance secretly within the power of inferior men, who fill their pockets at the expense of the commonwealth; or it takes the form of treason in time of war - attempting to make peace with the enemy behind the back of the people and their allies. Or it takes the form of saving the enemy after his defeat. There is no form of parliamentary activity which is not deplorable, save in aristocracies.

For in aristocracies, which are of their nature, governments by a clique, a Parliament - which is a clique - can be normal and natural. In communities based on the idea of equality, and of action by the public will, they are cancers, under which such nations always sicken and may die.

I can bear the thought of them no more. I must get back to realities and to things loved.

I must return to my Nona.


We came to Berry Head and opened Torbay.

It is with Torbay as with the Fowey coast. I have known it only under such weathers as leave a hint of heaven: never have I opened Torbay in passing Berry Head but it was morning, with the young sea delighting in a leading breeze; and once, a draught to last for ever, I came up under such a dawn and with so tender a dying crescent in the sky that I spent an horn: in Paradise.

What are those days of glory? They are not memories: are they premonitions, or, are they visions?

They are not memories though perhaps Plato thought them so, and our modern Pantheists, with Wordsworth for their spokesman here, called and believed them so.

I will hope that they are premonitions, hints granted beforehand of a state to be attained. At the worst they are visions of such a state lying all about us, the home of the Blessed, which we are permitted to glimpse at for a moment, even those of us sad ones who may never reach that place.

As for those who call such joy illusion, they are of that great Schola Stultorum, that new herd of fools peculiar to our day; they who have made the discovery that Something comes out of Nothing, who pour quarts out of pint-pots and give emptiness creative power.

Neglect them, but ask yourself as I do when such rare moods are granted, whether they be visions or premonitions, and hope that premonitions they may be. For certainly they are the supports of this life, and we creep from one to another like travellers from Inn to Inn, and when they fail us the world will be no more endurable.

Such thoughts I had - and have had repeatedly - in this run of water under a morning sky. It is inhabited, is all that air and sea, by something beneficent - at least, I have always found it so.


But there are pictures more definite and of the hard past which come into my mind every time I round Berry Head and see Torbay before me. And of all such thoughts that crowd upon me when I pass the point, and open that deep recess of water, two stand out most vividly. It was here on the southern shore of the Bay that the Dutch, and other mercenaries of William of Orange, landed for the destruction of the last poor remnants of English Kingship; it was here that a Catholic priest discovered the first ancient human relics, and thus started our modern controversies.

This last is a most interesting story and little known. Here is what would seem to have happened:

There is a cave near Torquay into which the water, passing, I think, through limestone, leaves a deposit. Under this deposit a Catholic priest in the place, a certain Dr McEnery (I suppose, an Irishman, but I have not read sufficiently about him), found a number of human bones; associated with them were barbaric implements and the remains of animals, some of such tropical kinds as can no longer live in our climate, others wholly extinct.

He came to the very just conclusion that he had here evidence of an antiquity for man, far removed beyond the bounds which had been set by the idolators of the written word of Scripture. He started that ball rolling which has bounded down so devious a course through our time, until today the grossly ignorant talk of an imaginary being, whom they call a ‘cave man’, and the half-learned can bamboozle the public at will with the pretence that they know all about what they call the ‘pre-history’ of our race.

That man, as man - I mean man as we know him (not imperfect man) - has lived upon this earth for very much more than 10,000 years, we are now pretty sure; and we owe the first step to this same Dr McEnery - whose name no one hears. The later discoveries in the Somme Valley we also owe to another priest, and that is as it should be.

Dopo la guerra, nel Parlamento francese esisteva una maggioranza vaga e incerta, più o meno fedele alle tradizioni. I politici più influenti di quel gruppo si avvicinarono ai Cartesiani, che erano stati esiliati e avevano trovato rifugio a Tarragona, offrendo loro la possibilità di tornare alla Grande Chartreuse. Questi esiliati rifiutarono saggiamente, dicendo: “Come possiamo essere certi che, dopo tutti gli sforzi fatti per ripristinare la nostra comunità in questa sede antica e venerabile, lontana da conflitti e pacifica da secoli, non verremo espulsi durante le vostre prossime ‘elezioni’, come le chiamate voi?” Erano davvero saggi. Ma che commento significativo su un sistema di governo! Pensateci: si tratta di una grande istituzione le cui radici risalgono all’inizio del Medioevo, con tradizioni secolari e risorse sufficienti a servire sia lo Stato che i singoli individui; non compie nulla che possa essere considerato pericoloso secondo qualsiasi norma di morale comune. Eppure, solo perché un gruppo di anti-cristiani la odia, questa dottrina delle maggioranze artificiali può espellere l’intera comunità in un istante, esiliarne i membri e saccheggiarne le risorse.

Non si possa nemmeno dire che queste cose accadano solo in paesi come la Francia, dove il “malattia” dei parlamenti è innaturale e di origine estera; accadono, in una forma o nell’altra, ovunque operi l’inganno parlamentare. Nei paesi che hanno perso la religione dogmatica e non possiedono più che opinioni vaghe, il male parlamentare assume altre forme: quella di una restrizione perpetua delle libertà comuni; oppure quella di porre segretamente il potere finanziario in mani di persone inferiori, che si arricchiscono a scapito della comunità; o ancora quella di tradimento in tempo di guerra, tentando di negoziare la pace con il nemico alle spalle del popolo e dei suoi alleati. O infine, quella di “salvare” il nemico dopo la sua sconfitta. Non esiste alcuna forma di attività parlamentare che non sia deplorabile, tranne nelle aristocrazie.

Poiché nelle aristocrazie, per loro natura, il governo è esercitato da un gruppo ristretto di persone, anche un Parlamento che rappresenti tale gruppo può essere considerato normale e naturale. Tuttavia, in comunità basate sull’idea di uguaglianza e sulle azioni determinate dalla volontà collettiva, simili strutture rappresentano una vera e propria minaccia: esse portano inevitabilmente al declino e, nel peggiore dei casi, alla distruzione di tali nazioni.

Non riesco più a sopportare il pensiero di loro. Devo tornare alla realtà e alle cose che amo.

Devo tornare dalla mia Nonna.


Siamo arrivati a Berry Head e abbiamo aperto Torbay.

È lo stesso per Torbay come per la costa di Fowey. L’ho conosciuta soltanto in condizioni meteorologiche che lasciano intravedere il cielo: mai l’ho vista durante una passeggiata lungo Berry Head se non al mattino, quando il mare gioiva di una brezza leggera; e una volta, in un’alba eterna, con una tenue falce di luna nel cielo, ho trascorso lì un intero quarto d’ora, in Paradiso.

Quali sono quei giorni di gloria? Non sono ricordi. Sono forse presagi, o visioni?

Tuttavia, non si tratta di ricordi; forse Platone li considerava tali, e i nostri panteisti moderni, con Wordsworth come loro portavoce, li hanno definiti e creduti tali.

Spero che siano premonizioni, indizi dati in anticipo di uno stato che possiamo raggiungere. Nel peggiore dei casi, sono visioni di tale stato che ci circonda, della dimora dei Beati, che a noi, anche a quelli tra noi che forse non raggiungeranno mai quel luogo, è permesso intravedere per un momento.

Per quanto riguarda coloro che definiscono una tale gioia un’illusione, appartengono a quella grande “Scuola degli Stupidi”, a quel nuovo gregge di idioti tipico dei nostri tempi; sono quelli che hanno scoperto che “qualcosa emerge dal nulla”, che versano litri da barattoli da una pinta e attribuiscono al vuoto un potere creativo.

Ignorali, ma poniti questa domanda come faccio io quando mi vengono concesse queste rare emozioni: sono forse visioni o premonizioni? Speriamo che siano premonizioni. Poiché certamente esse rappresentano il sostegno di questa vita; noi procediamo lungo il nostro cammino come viaggiatori da una locanda all’altra, e se queste emozioni ci abbandonassero, il mondo diventerebbe insopportabile.

Tali pensieri ho avuto – e li ho avuti più volte – mentre osservavo quest’acqua che scorreva sotto un cielo mattutino. Quell’insieme di aria e mare è abitato da qualcosa di benefico. Almeno, io l’ho sempre considerato così.


Ma ci sono immagini più chiare, legate a quel passato doloroso, che mi vengono in mente ogni volta che raggiungo Berry Head e vedo Torbay davanti a me. Tra tutti questi pensieri che mi assalgono quando supero quel punto e intravedo quella profonda insenatura d’acqua, due si distinguono particolarmente vividamente. Fu proprio qui, sulla costa meridionale della baia, che i olandesi e altri mercenari di Guglielmo d’Orange sbarcarono per distruggere gli ultimi resti del regno inglese; fu qui che un prete cattolico scoprì le prime antiche reliquie umane, dando così inizio alle nostre moderne controversie.

Questa ultima è una storia molto interessante e poco conosciuta. Ecco ciò che sembra essere accaduto:

C’è una grotta vicino a Torquay: l’acqua che vi scorre, credo, attraverso il calcare, lascia dietro di sé un deposito. Sotto questo deposito, un prete cattolico del luogo, un certo dottor McEnery (suppongo fosse irlandese, ma non ho letto abbastanza su di lui), trovò numerosi ossa umane; insieme ad esse c’erano strumenti barbarici e resti di animali: alcuni di specie tropicali che ormai non possono più vivere nel nostro clima, altri completamente estinti.

Arrivò alla conclusione assolutamente logica che qui avesse prove dell’esistenza di un’antichità umana molto più remota di quanto avessero stabilito gli idolatri delle parole scritte della Scrittura. Iniziò così quel processo che ha preso una strada così tortuosa nel corso dei tempi, fino a quando oggi discorsi profondamente ignoranti su un essere immaginario, chiamato “uomo delle caverne”, e persone semidotte riescono a ingannare il pubblico a piacimento, fingendo di sapere tutto su quella che chiamano la “pre-storia” della nostra razza.

Quell’uomo, come uomo – intendo l’uomo così come lo conosciamo noi (non l’uomo imperfetto) – vive su questa terra da molto più di 10.000 anni; ne siamo ormai abbastanza certi. Il primo passo verso la comprensione di questi fenomeni lo dobbiamo proprio a quel Dr. McEnery, il cui nome oggi è quasi dimenticato. Anche le successive scoperte nella valle della Somme sono dovute a un altro prete. E così deve essere.

What a turmoil so simple a discovery aroused in biblical countries, to be sure!

But that turmoil was but the forerunner of something prodigious: nothing less than the shaking, splitting, and at last the collapse of all the foundations upon which had been erected half the modern culture of the West.

For one may say that the modern culture of the West lay after 1600 in two halves, increasingly different one from the other: the Catholic culture and the Protestant.

Now, on the Catholic culture, physical discovery of any kind, in geology, or biology, or chemistry, can have no effect, save that of some slight expansion, that is, some addition to the general powers of its members; just as the learning of mathematics at Cambridge will not transform, but only somewhat extend the general culture of an English public school boy. The culture of an English public school is founded upon a system and tradition which mathematics do not affect one way or another, save somewhat to increase them. The Catholic culture is founded on a philosophy which physical science does not affect.

In the Catholic culture of Europe, and especially among the French, who are the leaders of all our discussions, the opposing camps were upon the one side those possessed of Catholic dogmatic theology, a strong metaphysical structure, and, on the other, those sceptics who denied and ridiculed the claims of such a theology, standing upon the platform of what they called pure reason; and this ideal of pure reason was as unaffected by material science as that of its opponents. The sceptical school of the Great Encyclopaedists (which is still and will long remain the one half of the Catholic culture in Europe) was in no way shaken because certain of its adventitious conceptions, in no way connected with its general philosophy, were proved false. The profound effect of Voltaire was not lessened through his ridicule of fossils, and his conclusion that the imprint of fishbones upon Alpine rocks came from the dried herrings of mediaeval pilgrims. These conceptions were proved false, but Voltaire’s power did not depend upon their truth. Nor were the Encyclopaedists’ speculations upon some original, simple, incorrupt, and admirable savage so essential to their doctrine that the full discovery of the real savage affected their influence.

No more, on the other side, on the side of those practising and affirming religion of the Catholic culture, did any material discoveries upset doctrines which were not connected with specific material instances, but were transcendental. It mattered nothing to the two great antagonists, Belief and Unbelief, in Catholic Europe whether man had existed politically on earth for 5,000, 10,000, 20,000, or 50,000 years. Their quarrel was on another and infinitely higher plane. The vast progress of modern physical discovery has somewhat extended the powers of either camp, but has not changed the main issue, which was joined far earlier, from before the middle of the eighteenth century, and which turns on the great question, ‘Is Religion from God or from man?’ No mere physical discovery can affect the Catholic culture as a whole, whether in its clerical or in its anti-clerical branches. The ruin of the Darwinian nonsense during the last twenty years has been largely effected by anti-clerical biologists: the greatest achievements in research - Pasteur’s among others - have been the work of practising Catholics.

But with the Protestant culture of the north it was far otherwise. That had been based upon a book, and the literal interpretation of that book. It had, of course, its profound spiritual origin, an excessive and enthusiastic passion for lonely communion with God. But its rock of authority was the Book.

The fragments of Hebrew folklore which the Catholic Church affirms to be inspired had always been used by that Church as examples, positive and negative, in support of her doctrines; and particularly as mystical, often allegorical, prophetic figurings of one great event that was to come: the Incarnation. But in the Protestant culture these Old Testament stories were lived. They had become flesh and bone of their readers. The very characters therein took on a Divine air; the cruelties, the obscenities, the puerilities, equally with the occasional sublime actions and sayings of those Old Testament characters, became in men’s minds the attributes of demi-gods.

This absorption in the ancient relics of Hebrew Scripture produced a corresponding vivid attachment to the pictures aroused by their reading. The allegories became for men of the Protestant culture concrete and undoubted events, taken for granted as historical and, which is much more, made the basis of all daily life. Adam and Eve, for instance, were to Milton, and to all who read Milton, for 150 years and more, a particular man and woman, of an aspect remembered from the frontispiece of the family Bible. They lived in a particular place not unlike the finer landscapes of England. They walked with God and with His Angels as one walks in a garden; the humans and their majestic companions sauntered over real lawns, upon real feet, taking steps some two feet long - real steps. And the couple ate, not even a vague fruit, but a particular apple to their hurt. So it was right through. On such pictures, taken to be plain history and history inspiring all action, was the new culture of the seventeenth century built in the North.

When all this structure was blown to pieces in the nineteenth century by those discoveries of which this priest’s at Torquay was the first, it did not follow that the tradition and momentum of the old superstition would disappear as easily. Far from that. The main effects of the old Bibliolatry are with us today in London, and in Berlin, in Scandinavia, in the United States; though divergent and under various forms, the effects of Bibliolatry have clearly produced a something in common which still profoundly separates the Protestant from the Catholic culture.

Che turbolenza potesse suscitare in quei paesi biblici una scoperta così semplice, senza dubbio.

Ma quel caos non era altro che il preludio a qualcosa di straordinario: nulla meno che il crollo, la distruzione e infine l’abbattimento di tutte le fondamenta su cui si era eretta metà della cultura moderna occidentale.

Si può dire che la cultura moderna dell’Occidente, a partire dal 1600, si sia divisa in due parti sempre più diverse l’una dall’altra: la cultura cattolica e quella protestante.

Ora, riguardo alla cultura cattolica, la scoperta fisica di qualsiasi tipo – in geologia, biologia o chimica – non può avere alcun effetto significativo, se non quello di una leggera ampliazione delle capacità generali dei suoi membri; proprio come lo studio della matematica a Cambridge non trasforma, ma soltanto arricchisce in modo limitato la cultura generale di un ragazzo di una scuola pubblica inglese. La cultura di una scuola pubblica inglese si basa su un sistema e su una tradizione che la matematica non influisce in alcun modo, se non per arricchirla leggermente. La cultura cattolica, invece, si fonda su una filosofia che le scienze fisiche non modificano affatto.

Nella cultura cattolica d’Europa, e soprattutto tra i francesi – che sono i protagonisti di tutte le nostre discussioni – i due schieramenti opposti erano da un lato coloro che possedevano una teologia dogmatica cattolica, con una solida struttura metafisica, e dall’altro coloro che erano scettici e negavano, riducendo in ridicolo, le affermazioni di tale teologia, basandosi su ciò che chiamavano “ragione pura”. Questo ideale di ragione pura non era affatto influenzato dalle scoperte della scienza materiale, così come non lo erano quelle dei suoi oppositori. La corrente scettica rappresentata dai grandi enciclopedisti (che rimarrà a lungo la metà principale della cultura cattolica in Europa) non venne affatto scossa dal fatto che alcune delle loro concezioni, del tutto estranee alla loro filosofia generale, si rivelarono false. L’influenza di Voltaire non diminuì minimamente a causa dei suoi sarcasmi nei confronti dei fossili, né per la sua conclusione secondo cui le impronte di ossa di pesce presenti sulle rocce alpine derivassero dai merluzzi essiccati dei pellegrini medievali; queste concezioni furono effettivamente confutate, ma il potere di Voltaire non dipendeva dalla loro veridicità. Allo stesso modo, le speculazioni degli enciclopedisti riguardo a qualche selvaggio primitivo, semplice, incorrotto e ammirevole non erano così essenziali per la loro dottrina da far sì che la scoperta della vera natura di tali individui influenzasse in alcun modo il loro ascendente culturale.

D’altra parte, da parte di coloro che praticavano e affermavano la religione della cultura cattolica, nessuna scoperta materiale veniva a sovvertire dottrine che non fossero legate a esempi concreti, ma che fossero di natura trascendentale. Per i due grandi avversari dell’Europa cattolica – la Fede e l’Incredulità – non aveva alcuna importanza il fatto che l’uomo esistesse politicamente sulla Terra da 5.000, 10.000, 20.000 o addirittura 50.000 anni: la loro disputa si svolgeva su un piano diverso e infinitamente più elevato. Il vasto progresso delle scoperte scientifiche moderne ha in qualche modo ampliato le possibilità di entrambi i campi, ma non ha modificato l’essenza del problema principale, che risale molto prima della metà del XVIII secolo e ruota attorno alla grande domanda: “La religione è un dono di Dio o dell’uomo?”. Nessuna scoperta fisica, per quanto importante, può influenzare la cultura cattolica nel suo complesso, né nelle sue componenti clericali né in quelle anticlericali. La distruzione delle teorie darwiniane negli ultimi vent’anni è stata in gran parte opera di biologi anticlericali; i più grandi successi nella ricerca scientifica – tra cui quelli di Pasteur – sono stati realizzati da cattolici praticanti.

Ma nella cultura protestante del nord le cose erano molto diverse. Essa si basava su un libro e sull’interpretazione letterale di quel libro. Certo, aveva una profonda origine spirituale: una passione eccessiva ed entusiasta per la comunione solitaria con Dio. Ma la sua autorità fondamentale era il Libro stesso.

I frammenti del folklore ebraico che la Chiesa Cattolica afferma siano ispirati sono sempre stati utilizzati da quella Chiesa come esempi, positivi o negativi, a sostegno delle sue dottrine; in particolare come rappresentazioni mistiche, spesso allegoriche e profetiche di un grande evento che stava per avvenire: l’Incarnazione. Ma nella cultura protestante queste storie dell’Antico Testamento venivano vissute concretamente; erano diventate parte integrante della vita dei loro lettori. Gli stessi personaggi di quelle storie assumevano un carattere divino; le crudeltà, le oscenità, le sciocchezze, così come le azioni e i detti sublimi di quei personaggi, diventavano nella mente delle persone attributi di semidei.

Questa immersione nelle antiche reliquie delle Scritture ebraiche generò un legame profondo e vivido con le immagini evocate dalla loro lettura. Le allegorie, per gli uomini della cultura protestante, divennero eventi concreti e indiscutibili, considerati veritieri storicamente e, cosa ancora più importante, costituirono la base di tutta la vita quotidiana. Adamo ed Eva, ad esempio, furono, per Milton e per tutti coloro che lessero le sue opere per oltre 150 anni, persone reali, con un aspetto ricordato dalle illustrazioni delle Bibbie familiari. Vivevano in un luogo simile ai più belli paesaggi d’Inghilterra; camminavano con Dio e i suoi Angeli come si fa in un giardino; gli esseri umani e i loro maestosi compagni passeggiavano su prati veri, con piedi reali, facendo passi lunghi circa due piedi. E quel matrimonio? Non consisteva nemmeno in un frutto vago, ma in una mela specifica. Così era tutto descritto. Su queste immagini, considerate storia reale e fonte di ispirazione per ogni azione umana, si costruì la nuova cultura del XVII secolo nel Nord.

Quando tutta questa struttura fu distrutta nel diciannovesimo secolo a causa di quelle scoperte di cui quel prete di Torquay fu il primo ad essere a conoscenza, non significò affatto che la tradizione e l’impeto di quella vecchia superstizione scomparissero altrettanto facilmente. Niente affatto. Gli effetti principali della vecchia Bibiolatria sono ancora presenti oggi a Londra, a Berlino, in Scandinavia, negli Stati Uniti; sebbene diversificati e sotto varie forme, questi effetti hanno chiaramente prodotto qualcosa di comune che continua a separare profondamente la cultura protestante da quella cattolica.

The upsetting of the Bible authority, then, did not produce in the nations of Protestant culture a revolt against the Protestant rule of life. That is not what happened. But what did happen was a bewilderment, a chaos, a disintegration of all the solid things which had stood firm in the North from the first generation of the seventeenth century down to the first generation of the nineteenth. The Protestant culture did not separate into a clerical and an anti-clerical, a traditional and practising as against a mocking temper: it moved in the main as one. But it moved, eddying and changing continually, like a great cloud of dust following on the crash of a building. It continued, after the catastrophe, to whirl and change: so much so, that no one can tell at this moment, or could tell under the very different spirit of, say, twenty years ago, what form the ultimate settlement may take.

For there is no settlement yet. Even today, even in the (for the moment) popular mythology of Cave Men and Prehistory and the rest of it, there is nothing fixed. Characteristically enough, the guesswork is turned into Dogma, and faith reposes on concrete images. But the dogmas change every few years, and the images as well. All within the murk is still changing, and will continue to change, until the dust of the explosion has come slowly to earth and has stratified. When that happens there will be a new heresy. I wonder what it will be like?

Well, the man who first lit the match, the man who was the author of the explosion, was Dr McEnery, Catholic priest, of Torquay.

He was not listened to. The truth seemed too fantastic. The great Cuvier had dealt with so many hoaxes of the kind (men having sent him, among other things, the bones of fossil elephants by way of pre-Adamite giants) that even in a rational society there would have been hesitation. In the provincial society of England, 1829, there was more than hesitation - there was contempt and silence. Man older than 4004 (or 4005) B.C. was a mad blasphemy. The idea was not to be tolerated.

It took a solid thirty or forty years before even educated people in this country could be made familiar with so simple an idea. Now - after less than 100 years - not only has that idea soaked right through society to its lowest depths, but a new conservatism has taken root, and we find the same provincial people clinging tenaciously today to exploded nonsense like Darwin’s Natural Selection, and the imaginary evidence of embryology.

On the whole it is a good thing, this ultra-conservative instinct. It has ridiculous sides to it, but it is a great deal better than the iconoclast spirit. It does harm when it is used to bolster up injustice or false doctrine, as in the case of men who still go on defending human cruelty and oppression on some muddle-headed plea called ‘survival of the fittest’ - which simply means survival of that which survives; or when they convince themselves of some impossible blind process of uncreative change without a Creator, and therefore conceive that they may at once abandon even such poor wrecks of moral discipline as have survived in them.

More interesting to me (I am sorry to say - for I have few companions in this, and it is a lonely interest) than the discovery of evidence to the great antiquity of man, is the absence of evidence which ought to be there in the nature of things, but which no one has yet come across. What I ardently desire is discovery showing, or even hinting at, the way in which man became what we call civilized.

As far as you can go back you see civilized man existing, and, side by side with him, barbaric man: I mean, ‘as far as you can go back’ in any real record not only of writing, but of monument. Take the whole period of surviving record, whatever it may be (no one really knows: but it is certainly more than 5,000 years, and may be more than 6,000). You find at the origin of it men sculpturing, building with cut stone and bricks, and leaving record of their actions; inhabiting cities; possessed of laws - and all the rest of it. Then there is a halt. You come to the end of a blind alley. You come up against a wall and there is nothing beyond.

There is plenty of guess work, of course, passing for knowledge - but that is negligible. All you have in the way of real evidence is a few bones which are almost certainly older than the records of any civilization, and quite numerous relics of barbaric culture, fish-hooks, and coarse weaving, and coarse pottery, and so on. Behind that you have - but after an impossible gulf - roughly-chipped stones, of which some small proportion may have been fashioned by an intelligent being, but of which most, in spite of the cocksureness of those who collect and describe them, are very doubtful indeed. No one really knows how far back these things go, for no one knows the rate at which earth may be or was laid down in floods, of what nature the catastrophes of the past may have been. But of transition from such doubtful fragments to the neolithic and from this to civilized man who carves splendour out of granite, and who measures earth and heaven, not a trace.

What is most remarkable, no one that I have ever read has properly tabulated the rough stone implements in a series.

Now that is what we want. We ought to have some large monograph, properly illustrated, showing in a graduated series such so-called ‘palaeoliths’ as are possibly of human handicraft; then others less likely to be so, and so on down to the most doubtful. It is of no use to the ordinary educated man to be told by self-styled experts that this or that lumpish thing was (though it doesn’t look it) of human handiwork; he can judge that for himself: and as the expert is all out for making it human if he possibly can, he is to be discounted. What we want is, I say, a monograph giving specimens in a graded series: and then, side by side with these, a full description of the place and conditions where they were found.

When that is done we shall be able to judge for ourselves, and not to accept the priestcraft of the people who call themselves scientists; we shall be able to make some rough judgement on the comparative age of such implements. If evident palaeoliths are discovered under a depth of stratified stone (not gravel or earth) which argues some very long period of accumulation, I should conclude that man did make them in some very remote time, to which, perhaps, a minimum limit can be set; but until we have them all graded and discussed, according to their grades, and with proof of the rate of stratification, we are at the mercy of men whose business it is to bring forward as many marvels as possible, as it has been the business of all who in all times desire to cut a figure before the people.

L’insulto all’autorità della Bibbia, quindi, non provocò nelle nazioni di cultura protestante una rivolta contro le regole di vita protestanti. Non fu questo che accadde. Quello che accadde, invece, fu uno stato di confusione, caos e disintegrazione di tutte quelle strutture solide che erano rimaste stabili nel Nord dalla prima generazione del XVII secolo fino alla prima generazione del XIX secolo. La cultura protestante non si divise in settori clericali e anticlericali, tradizionalisti e praticanti da quelli sarcastici o derisori: nel complesso, evolse come un tutto unico. Tuttavia, continuò a mutare e a cambiare costantemente, come una grande nuvola di polvere che si sprigiona dopo il crollo di un edificio. Anche dopo la catastrofe, continuò a girare vorticosamente e a trasformarsi; tanto che, in questo momento, nessuno può prevedere – né avrebbe potuto farlo vent’anni fa, sotto uno spirito completamente diverso – quale forma assumerà infine questa evoluzione.

Perché ancora non esiste una definizione definitiva. Anche oggi, anche nella mitologia popolare attuale riguardante gli Uomini delle Caverne e la Preistoria, non c’è nulla di certo. Tipicamente, le congetture vengono trasformate in Dogmi, e la fede si basa su immagini concrete. Ma i Dogmi cambiano ogni pochi anni, così come queste immagini. Tutto ciò che rimane nel buio continuerà a cambiare, fino a quando la polvere dell’esplosione non si sarà lentamente depositata a terra e stratificata. Quando accadrà questo, sorgerà una nuova eresia. Mi chiedo com’essa sarà.

Beh, l’uomo che per primo accese la miccia, l’uomo responsabile di quell’esplosione, era il dottor McEnery, un prete cattolico di Torquay.

Non fu ascoltato. La verità sembrava troppo fantastica. Il grande Cuvier aveva già affrontato così tante bufale di questo tipo (uomini che gli avevano inviato, tra le altre cose, ossa di elefanti fossili attribuite a giganti pre-adamiti) che anche in una società razionale ci sarebbero state esitazioni. Nella società provinciale dell’Inghilterra del 1829, però, non ci furono solo esitazioni: ci fu disprezzo e silenzio. L’idea che un uomo potesse vivere da oltre 4004 (o 4005) anni a.C. era considerata una blasfemia folle; tale concezione semplicemente non poteva essere tollerata.

Ci vollero ben trenta o quaranta anni prima che anche le persone istruite in questo paese potessero familiarizzare con un’idea così semplice. Ora – dopo meno di 100 anni – non solo quell’idea si è diffusa in ogni angolo della società, fino alle sue strutture più profonde, ma è anche nato un nuovo conservatorismo. Oggi vediamo ancora le stesse persone ignoranti aggrapparsi con tenacia a teorie assurde come la Selezione Naturale di Darwin e alle prove immaginarie fornite dall’embriologia.

Nel complesso, questo istinto ultra-conservatore è una cosa positiva. Ha i suoi aspetti ridicoli, ma è di gran lunga meglio dello spirito iconoclasta. Tuttavia, arreca danno quando viene utilizzato per sostegnere ingiustizie o dottrine false, come nel caso di coloro che continuano a difendere la crudeltà e l’oppressione umana sotto il pretesto del “survival of the fittest” – che in realtà significa semplicemente la sopravvivenza di ciò che riesce a sopravvivere; oppure quando si convince qualcuno dell’esistenza di un processo di cambiamento non creativo e senza un Creatore, convincendolo così che possa abbandonare anche i pochi resti di disciplina morale che ancora esistono in lui.

Per me, più interessante della scoperta di prove che dimostrino l’enorme antichità dell’uomo – mi dispiace dirlo, poiché ho pochi compagni in questo campo e si tratta di un interesse piuttosto solitario – è l’assenza di prove che invece dovrebbero esistere, secondo la natura delle cose stesse, ma che nessuno ha ancora trovato. Quello che desidero ardentemente è una scoperta che mostri, o anche solo suggerisca, il modo in cui l’uomo sia diventato ciò che chiamiamo “civilizzato”.

Fin dove si può risalire nel tempo, si osserva l’esistenza dell’uomo civile, fianco a fianco con l’uomo barbaro: intendo dire, “fin dove si può risalire” attraverso qualsiasi documento reale, non solo scritti ma anche monumenti. Prendiamo l’intero periodo per cui esistono testimonianze storiche, qualunque esse siano (nessuno lo sa con certezza; ma di certo è più di 5.000 anni, e forse addirittura più di 6.000). Si scopre che all’inizio di questo periodo gli uomini scolpivano, costruivano con pietra tagliata e mattoni, lasciavano traccia delle loro azioni; abitavano in città, possedevano leggi, e tutto il resto. Poi, però, c’è un punto di arresto. Si arriva alla fine di un vicolo cieco: ci si scontra con un muro, e non c’è nulla al di là.

Ci sono naturalmente molte congetture che vengono presentate come conoscenze vere, ma queste sono del tutto trascurabili. L’unica prova concreta che abbiamo sono alcune ossa che molto probabilmente risalgono a un’epoca precedente alle registrazioni di qualsiasi civiltà, nonché numerose reliquie appartenenti a culture barbare: ami da pesca, tessuti grezzi, ceramica rudimentale, e così via. Dietro a queste cose ci sono, però, pietre grossolanamente lavorate; una piccola parte di esse potrebbe essere stata modellata da esseri intelligenti, ma la maggior parte, nonostante l’arroganza di coloro che le raccolgono e ne descrivono le caratteristiche, è davvero molto dubbia. Nessuno sa con certezza quanto indietro risalgano queste cose, perché nessuno conosce con precisione la velocità con cui la terra si è formata a seguito di inondazioni, né di che natura siano state le catastrofi del passato. Ma non esiste alcuna traccia di un percorso evolutivo che porti da questi frammenti dubbi al Neolitico, e da questo all’uomo civile che scolpisce opere magnifiche nel granito e misura cielo e terra.

Quello che è più notevole è che nessuno, di quelli che ho letto, abbia mai elencato correttamente questi strumenti realizzati in pietra grezza in modo sistematico.

Ecco esattamente ciò che vogliamo. Dovremmo disporre di una monografia approfondita, adeguatamente illustrata, che presenti in ordine graduale quei cosiddetti “paleoliti” i quali potrebbero essere il risultato dell’opera umana; poi altri che sembrano meno probabili come tali, e così via fino ai casi più dubbi. Non ha alcun senso che degli esperti autoproclamati dicono a un uomo colto comune che questo o quell’oggetto informe è in realtà il risultato del lavoro umano (anche se non sembra tale): lui può giudicarlo da solo. E poiché gli esperti tendono sempre a far credere che tali oggetti siano di origine umana, qualora sia possibile, bisogna prendere le loro affermazioni con cautela. Quello che vogliamo, insomma, è una monografia che presenti degli esempi in ordine graduale, accompagnati da una descrizione completa del luogo e delle condizioni in cui sono stati trovati.

Quando questo sarà stato fatto, saremo in grado di giudicare da soli, senza accettare le argomentazioni dei cosiddetti scienziati; saremo in grado di formulare un’opinione approssimativa sull’età relativa di tali oggetti. Se venissero scoperti paleoliti evidenti a una profondità di strati rocciosi (non ghiaia o terra), il che indica un periodo di accumulo molto lungo, concluderei che l’uomo li abbia creati in tempi molto remoti, forse addirittura con un limite minimo possibile per tali date. Ma finché non avremo classificato e analizzato tutti questi oggetti in base ai loro livelli di conservazione, e non avremo prove concrete riguardo al ritmo di formazione degli strati rocciosi, rimarremo alla mercé di persone il cui compito è presentare quante più “meraviglie” possibile, proprio come hanno sempre fatto coloro che desiderano attirare l’attenzione del pubblico.

And, again, even if we had (which we have not) a proper analysis of this sort of evidence, there would still remain the unbridged gulf between the barbaric and the civilized man.

It stands to reason that civilization cannot have been born complete. It must have arisen from simple origins; of what sort were those origins? The only reply so far is silence on the part of the wise, and loud, unsupported affirmation on the part of the popular writer. We have, for instance, no series in sculpture proceeding from the rude to the complete. There is a series from the archaic onwards, but the archaic is the work of a high culture. Nowhere in the world is there, so far, apparent, in any art, a set of vague beginnings gradually becoming more definite. The same is true of writing. You may show, indeed, the development of picture writing in the Valley of the Nile, but no one has yet shown the groping and the tentative origins of the thing - if tentative and groping origins there were. Sergi launched what was merely a guess, quite unconvincing, that certain marks upon Western rough monoliths were the origins of the alphabet; the proof he adduced was quite insignificant. No one would invest £5 on the strength of it in a prospectus.

The truth is that we do not know where writing came from, nor how it was developed. Nor do we know where building with cut stones and with bricks came from. Nor do we know where any of the origins of civilization are to be found.

One despairing suggestion has been that its origins are now drowned under the sea. That is as likely a guess as any other. At any rate, we know nothing of the way in which the full life of man took its rise. It may have come catastrophically in a very short period of times. Under what influences, through what accidents or guidance, we cannot tell. All humanity remembers dimly a very good state of affairs a very long time ago - and beyond that mere memory and tradition we have nothing to go on.

So much for ‘prehistory’ - I am weary of it and of its now discredited prophets. Speculation is the concealed material of their Mumbo-Jumbo; assertion its ritual. Rather let me consider the known past, and, entering Torbay all alone under so glad a morning, let me consider that other, that real, that known affair, the landing of the Prince of Orange, the Patron of Belfast and of St James’s Square, and of other things less suitable to ears polite.

I should like to have seen that big Dutch fleet, with its few English renegades on board, come sweeping into Torbay. I should like to have seen the crowded boats passing to and fro, landing the Dutchmen and other foreign troops, and the great lords who were conspiring against their king, and the saturnine William himself. I should like to have seen that mercenary army of adventurers, hired to give the last blow to so great a victim as the wounded kingship of the English, formed in column, and the march up to Exeter: with the villagers timidly peeping from behind closely-shut windows at the strange faces, hearing alien speech, and wondering what the issue of the invasion would be.

There was a fine pageantry about all that miserable business which ended the age-long, but dying, tradition of monarchy in Britain, and put the rich in the saddle for good, without a master. From the moment when the huge armament bowled through the Straits of Dover under a south-east wind (forming such a crescent that the horns of it neared either shore) to that afternoon, two days later, when the high gilded poops of the Dutchmen stood out in line across Torbay, the whole evil thing was full of grandeur and of colour.

Whenever I recollect that business of the fall of the Stuarts, two things stand out in my mind: so much pageantry and so much comic stuff. For, to my thinking, there is something comic in the financing of the expedition with Dutch money, secured upon taxes promised beforehand as sure to be levied from the English (specifically on their tobacco), should it succeed. This way of making the victim pay for his own execution without his knowing it, and without consulting him, is full of the spirit of comedy. There are a hundred other comic details. Churchill leaning his handsome, villainous face over the dinner-table of the inn and trying to persuade the unfortunate James to come out for a ride on that fine moonlight night; Churchill well knowing how, on that fine moonlight night, the scouts of the enemy were waiting to carry off the King. And, again, the picture of the subsequent dinner at Andover: James dining with his daughter’s husband, the Prince of Denmark, and that great bagful of stupidity, repeating to everything that was said, ‘Est-il possible!’; then he and his suite excusing themselves for a moment to attend to some business; James, the King, wondering when they would return to the room. They never returned. That business on which they had excused themselves was treason, and the woman in town and her husband at Andover had betrayed.

What a Calvary James had to climb! It is a pity that Anne should have done such a thing, for she seems to have been the best of all that gang - which is not saying much. I have always trusted Swift’s judgement, who wrote of her: ‘The only good woman I ever met in my life.’ But there he exaggerated; for he certainly profoundly admired at least two others, and he would not have admired them if he had not thought them good in a very evil world.


From Torbay westward the bold man in the small boat makes direct for Portland Bill, cutting across the Bay, and looking for the bell buoy half-way, if it is too thick to see his direction. There is nothing to disturb him here, no strong current, very little inset, and he is pretty certain of making the Bill by his card, even in thick weather. He will do well to keep a little north of his course, so that he may have a choice of coming down the Bill on the strength of the flood, and of anchoring to wait for his tide, if that be necessary; though it is true that anchoring ground has to be carefully picked in that corner by Chesil Cove.

E ancora una volta, anche se avessimo (il che non abbiamo) un’analisi adeguata di questo tipo di prove, rimarrebbe comunque il baratro incolmabile tra l’uomo barbaro e quello civile.

È logico pensare che la civiltà non possa essere nata già completa: deve essersi sviluppata da origini semplici. Di che tipo erano queste origini? L’unica risposta finora è il silenzio da parte dei saggi, e affermazioni sonore e prive di fondamento da parte degli scrittori popolari. Ad esempio, non esiste alcuna sequenza nella scultura che mostri un passaggio dallo stadio primitivo a quello completo; esistono soltanto sviluppi successivi, partendo dall’archaicismo, ma l’archaicismo stesso rappresenta già il frutto di una cultura avanzata. In nessuna parte del mondo si riscontra, finora, un insieme di iniziamenti vaghi che gradualmente diventino più definiti in qualsiasi ambito artistico; lo stesso vale per la scrittura. È possibile dimostrare lo sviluppo della scrittura pittografica nella Valle del Nilo, ma nessuno è ancora riuscito a individuare le origini incerte e tentate di questa forma di comunicazione – ammesso che tali origini esistano davvero. Sergi ha avanzato un’ipotesi del tutto poco convincente, secondo cui certi segni presenti su antichi monoliti occidentali potrebbero rappresentare le origini dell’alfabeto; le prove da lui fornite sono state assolutamente inadeguate. Nessuno investirebbe cinque sterline basandosi su tali argomentazioni.

La verità è che non sappiamo da dove sia nata la scrittura, né come si sia sviluppata. Non sappiamo nemmeno da dove derivino le tecniche di costruzione con pietre tagliate e mattoni. Inoltre, non conosciamo dove possano trovarsi le origini della civiltà stessa.

Una supposizione disperata è che le sue origini siano ora sommerse sotto il mare. Questa ipotesi è altrettanto plausibile di qualsiasi altra. In ogni caso, non sappiamo nulla riguardo al modo in cui la vera essenza dell’umanità abbia avuto origine. Potrebbe essere emersa in modo catastrofico in un lasso di tempo molto breve. Sotto quali influenze, attraverso quali incidenti o processi guidati, non possiamo dirlo. L’intera umanità ricorda vagamente uno stato di cose molto positivo che esisteva molto tempo fa; al di là di questa semplice memoria e tradizione, non abbiamo nulla su cui basarci.

Basta con questa “preistoria”: ne sono stanco, così come dei suoi profeti ormai screditati. La speculazione è il materiale nascosto di tutto questo gergo incomprensibile; l’affermazione, invece, ne rappresenta il rituale. Preferisco quindi considerare il passato conosciuto. Entrando da solo a Torbay in una mattina così bella, penso a quell’evento reale, concreto: lo sbarco del Principe d’Orange, protettore di Belfast e di St James’s Square. E anche ad altri fatti meno adatti alle orecchie delicate.

Mi sarebbe piaciuto vedere quella grande flotta olandese, con quei pochi traditori inglesi a bordo, entrare in Torbay. Mi sarebbe piaciuto vedere le barche affollate andare avanti e indietro, sbarcare gli olandesi e altre truppe straniere, nonché quei grandi signori che complottavano contro il loro re, e lo stesso William il Nero. Mi sarebbe piaciuto vedere quell’esercito di mercenari, assoldati per infliggere il colpo finale a una vittima così importante come la sovranità inglese ferita, schierarsi in formazione e marciare verso Exeter: con i villaggi che spiavano timidamente da dietro finestre ben chiuse, osservando quei volti stranieri, ascoltando lingue aliene e chiedendosi quale sarebbe stato l’esito di quell’invasione.

C’era un certo splendore cerimonioso attorno a tutta quella vicenda miserabile che pose fine alla tradizione monarchica, secolare ma ormai in declino, nel Regno Unito, e permise ai ricchi di assumere il potere per sempre, senza alcun controllo. Dal momento in cui l’enorme flotta navale attraversò lo Stretto di Dover spinta da un vento sud-orientale (formando una sorta di mezzaluna le cui estremità si avvicinavano a entrambe le rive), fino a quel pomeriggio, due giorni dopo, in cui i grandi alberi maestri dorati delle navi olandesi si stagliarono allineati lungo la costa di Torbay, l’intera operazione fu caratterizzata da un grande sfarzo e da una notevole scenografia.

Ogni volta che ripenso a quegli eventi legati alla caduta della dinastia Stuart, due cose mi vengono subito in mente: tanto sfarzo e tante situazioni comiche. Perché, a mio parere, c’è qualcosa di comico nel fatto che l’espedizione venisse finanziata con denaro olandese, garantito da tasse promesse in anticipo e sicuramente riscosse dagli inglesi (specificamente sul loro tabacco), nel caso avesse avuto successo. Questo modo di far sì che la vittima paghi per la propria esecuzione senza che se ne accorga, e senza nemmeno consultarla, è davvero pieno dello spirito della commedia. Ci sono centinaia di altri dettagli comici. Churchill, con il suo bel viso “villano”, chinato sopra il tavolo dell’osteria, che cerca di convincere il sfortunato Giacomo ad uscire a fare una passeggiata in quella bella notte di luna; Churchill, che sa benissimo come, proprio in quella notte, le spie nemiche stessero aspettando per catturare il re. E poi ancora, l’immagine della cena successiva ad Andover: Giacomo che mangia con il marito di sua figlia, il Principe di Danimarca, e quel pazzo che ripete continuamente “È possibile?!” a tutto ciò che viene detto; poi lui e il suo seguito si scusano per andare a occuparsi di qualche “affare”; Giacomo, re, che si chiede quando torneranno nella stanza. Non tornarono mai. Quell’“affare” per cui si erano scusati era in realtà tradimento. E quella donna in città, insieme al marito ad Andover, avevano tradito.

Che calvario dovette affrontare James! È un peccato che Anne abbia fatto una cosa del genere, perché sembra essere stata la migliore di tutta quella banda, il che non significa molto, ovviamente. Ho sempre creduto nel giudizio di Swift, che scriveva di lei: “L’unica donna buona che abbia mai incontrato nella mia vita”. Ma in questo esagerava; infatti ammirava profondamente almeno altre due donne, e non le avrebbe ammirate se non le avesse ritenute brave in un mondo così malvagio.


Da Torbay, dirigendosi verso ovest, l’uomo coraggioso, a bordo di una piccola barca, punta direttamente verso Portland Bill, attraversando la baia; a metà strada cerca il segnale costituito dal faro a campana, per poter così orientarsi correttamente. Qui non ci sono ostacoli: nessun forte corso d’acqua, pochissima increspatura. È abbastanza sicuro di raggiungere Portland Bill seguendo questa rotta, anche in condizioni meteorologiche avverse. Sarà meglio che mantenga una posizione leggermente a nord della sua rotta principale: in questo modo potrà scegliere se approdare sfruttando la corrente di marea alta, oppure ancorarsi e aspettare il flusso favorevole, qualora fosse necessario. Tuttavia, è vero che in quella zona, vicino a Chesil Cove, bisogna scegliere con attenzione il luogo adatto per l’ancoraggio.

But I am not bold; and when I leave Torbay, I run to Lyme Regis.

The mouth of the Exe puzzles me with an unanswered question, which recurs in one river mouth after another all over the West. It is this: How were they used by antiquity?

The trade of the ancients and of the earlier Middle Ages (and sometimes the later trade), the pirate fleets, every form of seafaring, used these silted rivers from the Gold Coast to the Baltic. How did they do it? Some say that even Salisbury was reached from the sea, and Winchester. Certainly Exeter was; Arundel still can be by ships of some size. Bramber was so reached, and Rye, and, I suppose, in its day, Lewes. And the Stour formed a harbour, once at Canterbury, later at its mouth; and so on all along the coast east and west. The mouth of the Kus, in Morocco, at Larache, and that of the Sebu, at Rabat, tell the same story. All these places are today impossible or difficult.

The general answer given to this question is that rivers silt themselves up in the process of time, and that is the obvious, rational answer to give. These harbour-mouths were once deep, but the river kept on bringing down mud and sand, checked at the mouth by the sea, and forming a bar.

Like nearly all merely rational answers to distant questions on which we have no direct evidence, this answer breaks down. The rivers have been running for centuries incalculable. They have had half an eternity in which to silt up their mouths; and if this were the chief factor at work it must have reached its limits long before man sailed the sea. It cannot be the chief factor at work. I fancy the chief factor must be the heaving up and down of the earth. In places the level rises, and the river-mouths become very difficult, and the lagoon becomes dry land. In places the level sinks, and harbours of which you never hear the use in antiquity come into play. The truth is, we know nothing about these things, or so little as only to give food for speculation, and for guesswork, which is the breeding-ground of false dogma, and of quarrel, and the true accelerator of the human mind. I find that things affirmed carry a curious kind of conviction - a disturbed, exasperated kind, when they repose upon an apparently sufficient process of reason, proof; whereas things affirmed, but reposing upon no proof at all, are accepted most kindly, and the faith in them lasts much longer and is altogether better rooted: indeed, sometimes (when the thing affirmed without proof is true) it lasts from the moment of its first affirmation throughout the story of all human life. I suppose the reason of this is that things affirmed without proof repose upon general experience, and have, converging to support them from every side, a great body of half-recognized experiment.

Thus, a religious doctrine is tested by the moral experience of innumerable individuals, and also by its effect upon society through generations, and also by its consonance with a vast number of other observed things, small and great.

There is here, to use a mathematical metaphor, integration. Certitude comes from the integration of an indefinitely great number of differentials. It is in this way that we have certitude of a personality, of a voice, of a type. We see an elm tree half a mile away, and say: ‘That is an elm tree,’ although if we could set down exactly what it is we see, the indications would seem quite insufficient for so certain a conclusion. What we see is but a vague blotch, but we read into it, from an indefinitely large number of slight indications, what we have always known nearer by for an elm tree.

This kind of belief stands on the broadest base, even when it deals with things not appreciable to our senses (for instance, the ancient Western doctrine of immortality). But the affirmations of the sort called today ‘scientific’, are balanced upon a point. The apparent proof of them lies along a narrow chain, every link of which, behind the first physical appreciation of the senses, depends upon a number of postulates, each capable of breaking down under some new consideration.

For instance, our senses tell us, and we know, that if you mix two known substances in a certain fashion, and in a certain proportion, say two portions by weight of the one and four portions by weight of the other, they will disappear, and a third totally different thing will appear in their stead. That is what happens when you try any one of a thousand chemical experiments. It is what happens when an electric spark is passed through a certain mixture of oxygen and hydrogen under certain conditions. We know that with the same conditions, and the same proportionate weights, this astonishing thing takes place: the substitution of a third totally different thing for the two things which have disappeared: all that remains being the combined weight, which does not change. We also know that, under suitable conditions, the new third things, totally different from the two original things it has supplanted, will disappear, and the two original things will reappear; and we know that the combined weights of the first two, and the weight of the third thing which takes their place, are the same. All that is real knowledge, definite, proved, and certain science, in the old and exact sense of the word science - which signifies a sort of knowledge depending upon proof so conclusive that the human reason cannot admit the possibility of the opposite.

We further know that when we repeat these conditions a dozen, or a myriad times, the same results appear, as in the case of any other natural sequence in the physical world; as in the case of a stone falling from a height, or a sound following from a blow. On such knowledge we erect an hypothesis, we say that the mysterious substitution of a third totally different thing for the first two, but the maintenance of an equal weight throughout, can only on the analogy of our other experience be explained by the constitution of matter in certain ultimate particles which we call ‘atoms’; for, as it seems to our very limited imaginations, if that be not the ultimate constitution of matter, the only other way in which the thing can take place, the only other way imaginable to us - that is, capable of being presented to our minds as a picture - is a transformation through the mere effect of number, a certain magic in number having some inherent power to affect the modes of what we call matter.

Ma non sono audace; e quando lascio Torbay, corro verso Lyme Regis.

La foce del fiume Exe mi lascia perplesso con una domanda senza risposta, che si ripete in una dopo l’altra nelle foci dei fiumi dell’Ovest. La domanda è questa: come venivano utilizzate nell’antichità?

Il commercio degli antichi e di quel periodo del Medioevo (e a volte anche di periodi successivi), le flotte piratiche, ogni forma di navigazione marittima: tutti utilizzavano questi fiumi sabbiosi, che si estendevano dalla Costa d’Oro fino al Mar Baltico. Come riuscivano a farlo? Alcuni sostengono che persino Salisbury e Winchester fossero raggiungibili dal mare; di certo Exeter lo era, e anche Arundel può ancora essere accessibile con navi di certa dimensione. Bramber, Rye, e probabilmente anche Lewes, nel suo tempo. Il fiume Stour costituiva un porto, prima a Canterbury e in seguito alla sua foce; lo stesso valeva per molti altri fiumi lungo la costa, da est a ovest. La foce del fiume Kus, in Marocco (a Larache), e quella del fiume Sebu, a Rabat, raccontano la stessa storia. Oggi, tuttavia, tutti questi luoghi sono diventati impossibili o difficili da raggiungere.

La risposta generale data a questa domanda è che i fiumi si inquinano e si riempiono di sedimenti nel corso del tempo; questa è senz’altro la risposta più ovvia e logica da dare. Queste foce un tempo erano profonde, ma il fiume continuava a portare giù fango e sabbia; alla foce, l’azione dell’oceano impediva che questi sedimenti si accumulassero completamente, formando così delle barriere.

Come quasi tutte le risposte puramente razionali a domande lontane su cui non disponiamo di prove dirette, anche questa risposta si rivela insostenibile. I fiumi scorrono da secoli; hanno avuto tutto il tempo necessario per intasarsi alle loro foce. E se questo fosse davvero il fattore principale che ne determina il corso, tale processo sarebbe già giunto al suo limite molto prima che l’uomo iniziasse a navigare sui mari. Quindi non può essere il fattore principale. Penso che il vero motivo sia il sollevamento e l’abbassamento del terreno: in alcuni luoghi il livello del suolo aumenta, rendendo le foce dei fiumi molto difficili da attraversare; in altri luoghi il livello scende, facendo sì che porti che nell’antichità non venivano mai utilizzati diventino accessibili. La verità è che non sappiamo quasi nulla su queste cose. O almeno molto poco, tanto da lasciare spazio alla speculazione e alle congetture, che sono il terreno fertile per falsi dogmi e conflitti, ma anche l’acceleratore reale del pensiero umano. Mi accorgo che le affermazioni basate su processi razionali apparentemente solidi suscitano una sorta di convinzione. Ma quelle prive di qualsiasi prova vengono accettate con maggiore disponibilità, e la “fede” in esse dura molto più a lungo ed è profondamente radicata. A volte, quando queste affermazioni sono vere, durano dall’istante della loro enunciazione per tutta la storia dell’umanità. Penso che il motivo sia che tali affermazioni si basano sull’esperienza comune, e su un gran numero di osservazioni parzialmente riconosciute come valide.

Pertanto, una dottrina religiosa viene verificata attraverso l’esperienza morale di innumerevoli individui, nonché attraverso il suo effetto sulla società nel corso delle generazioni, e inoltre in base alla sua armonia con un gran numero di altre realtà osservabili, grandi o piccole che siano.

Qui, per usare una metafora matematica, c’è un processo di integrazione. La certezza deriva dall’integrazione di un numero infinitamente grande di elementi diversi. È in questo modo che abbiamo certezza riguardo a una personalità, a una voce, a un certo tipo. Vediamo un olmo a mezzo miglio di distanza e diciamo: “Quello è un olmo”, anche se se potessimo descrivere esattamente ciò che vediamo, tali indicazioni sembrerebbero assolutamente insufficienti per giungere a una conclusione così certa. Ciò che vediamo non è altro che un’immagine vaga, ma ne deduciamo, grazie a un numero infinitamente grande di piccoli indizi, ciò che abbiamo sempre saputo essere caratteristico di un olmo.

Questo tipo di credenza si basa su una base molto ampia, anche quando riguarda cose che non sono percepibili dai nostri sensi (ad esempio, l’antica dottrina occidentale sull’immortalità). Tuttavia, le affermazioni considerate oggi “scientifiche” si fondano su un punto preciso. Le loro apparenti prove seguono una catena stretta: ogni anello di questa catena, al di là della prima percezione fisica dei sensi, dipende da numerosi postulati, ciascuno dei quali può crollare di fronte a nuove considerazioni.

Ad esempio, i nostri sensi ci dicono, e noi lo sappiamo, che se si mescolano due sostanze in un certo modo e in una certa proporzione – diciamo due parti per peso della prima e quattro parti per peso della seconda – queste due sostanze scompariranno e al loro posto apparirà qualcosa di completamente diverso. È ciò che accade quando si esegue uno qualsiasi dei mille esperimenti chimici; è ciò che succede anche quando una scintilla elettrica viene fatta passare attraverso una determinata miscela di ossigeno e idrogeno, in condizioni specifiche. Sappiamo che, con le stesse condizioni e la stessa proporzione di peso, si verifica questo fenomeno sorprendente: le due sostanze originali scompaiono e al loro posto ne appare una terza completamente diversa; l’unica cosa che rimane invariata è il peso complessivo delle sostanze, che non cambia. Sappiamo anche che, in condizioni adatte, questa nuova sostanza terza, totalmente diversa dalle due originali, scomparirà e queste ultime riappariranno; inoltre, il peso complessivo delle prime due e il peso della terza sostanza che ne prende il posto sono uguali. Tutto ciò rappresenta conoscenza reale, certa, dimostrata e scientificamente fondata, nel vecchio e preciso senso del termine “scienza”: una conoscenza basata su prove così conclusive da rendere impossibile per la ragione umana ammettere l’esistenza di un’opposizione.

Sappiamo inoltre che, quando ripetiamo queste condizioni dozzine o addirittura infinite volte, si ottengono sempre gli stessi risultati, proprio come avviene per qualsiasi altra sequenza naturale nel mondo fisico: ad esempio, quando una pietra cade da un’altezza o quando un suono si verifica a seguito di uno schiaffo. Sulla base di queste conoscenze formuliamo un’ipotesi: riteniamo che la misteriosa sostituzione di una terza entità completamente diversa dalle prime due, pur mantenendo un peso totale uguale, possa essere spiegata soltanto attraverso l’analogia con altre esperienze umane. In particolare, pensiamo che ciò possa avvenire a causa della costituzione della materia in particelle ultime che chiamiamo “atomi”. Perché, nella nostra limitata immaginazione, se questa non fosse la vera natura fondamentale della materia, l’unico altro modo in cui questo processo potrebbe verificarsi – l’unico scenario concepibile per noi – sarebbe una trasformazione determinata esclusivamente dall’effetto del numero stesso; in altre parole, un qualche “potere magico” insito nei numeri che influenzasse i processi legati a ciò che chiamiamo materia.

But as the former concept - that of the atom - is mechanical, and easy to picture, while the latter is highly mysterious, escapes measurement, and involves qualities which we do not today associate with any inherent power of number, we accept the first hypothesis We assume - we do not prove - that matter consists thus of atoms.

Granted that hypothesis, we can give the measurement of the supposed atom, and investigate its qualities. But having begun with a hypothesis, each new stage of investigation depends on a further hypothesis: a second built on the first, a third on the second, and so on - till you get to the exceedingly hypothetical electron. Strictly speaking, pure science stops at the first phenomenon ascertainable by the senses - the change of two into a third and of the third back into the two. All the rest is but a scaffolding of presumptions built upon the supposed nature of that change. It has not attaching to it proof so conclusive that the possibility of an opposite cannot be imagined. It is not Science.

It is, further, true that with each stage in hypothesis the element of probability, however high, is less than it was in the last stage; the tenth of ten successive guesses, each reposing on the last, is less secure than the ninth; the ninth than the eighth.

But the academies do not grasp this evident truth; they live by imaginaries, which they affirm to be things; and that is why one of the wisest of the modems launched that decisive phrase, ‘the bankruptcy of science’: that is the bankruptcy of the promises advanced by false modern Science.

The great Ferrero quarrels with that famous phrase. Yet he himself has written one more damning; for he writes: ‘The men of the nineteenth century thought they knew everything, and they knew nothing.’


The harbours of that coast between Torbay and Portland I do not sufficiently know. I have never entered Teignmouth, in spite of the lyrical invitation to its beauties, which is set like a gem in the Channel Pilot. I have never attempted the shallow bar of Exmouth.

Bridport Haven I only entered once, with several companions in a crowded boat. Never was I more fascinated by any little haven, for it has the delightful qualities of a model.

I had been running for Portland Bill in a fairly fresh wind, which rose more than I liked. It was blowing from a little west of south, so that she would just point at the smooth water which usually lies between the Race and the land. We were far outside, and had about ten miles to go, but the wind rose more and more, until it threatened us, and also backed a little southerly. We turned round and ran for Bridport, which was about seven miles away to the north of us, and a little east. It was near high water, so we had no fears for getting in, and we ran through the long, narrow bottle-neck of an entrance, more like a canal than a harbour, to find ourselves in a basin about the size of a large drawing-room, but with everything complete - a Lloyd’s office, a harbour-master, and a signal station, a hotel, and all on the scale of the place. It was above here, in Bridport town, that Monmouth, who had landed at Lyme (and I must say it did great credit to his shipmaster, for he came with three crafts, if I remember right, and seems to have found room for all of them), met his first check. But the name Monmouth starts me off again - I cannot hold the mount when that hunt of history is up: and I don’t want to.

The more you read of those expeditions - as of William’s two years later - the more difficult you will find it to estimate what measure of support the invaders had. What may be called the legend - the sort of rodomontade you get in the clear, if obvious, rhetoric of Macaulay - may be left aside with contempt. It is not historical, and it is not intended to be historical; it is pamphleteering for a prepared audience; a flattery of ignorant complacency: written not to examine or to inform, but to sell. The picture of a whole England, ardently opposed to James, desiring nothing more than his dethronement, is as false as would be today a picture of an England ardently desiring prohibition. But there were elements present which made it worth while to risk the throw; and (as we know), with the aid of a group of very wealthy men, and of plenty of hypocrisy and foreign subvention, the second invasion, the Dutch invasion, succeeded.

I think the real reason we find it difficult today to estimate the forces of that society, is that we have a false way of thinking in terms of exact measurement; a habit we have borrowed from the more advanced physical science of our time, but one not applicable to political factors. We think in terms of majorities, and ask ourselves how many men were on one side and how many men on the other.

Now things did not stand like that at all in 1686, or in 1688, and they hardly ever so stand in any national crisis. The bulk of men will accept an event, unless it be quite outrageously opposed to their daily habits. Further, the bulk of men are moved by tradition and custom and nearly always incline, very vaguely, to a continuance of what they have known. And at the same time, paradoxically, all men have an appetite for something new and are more or less adventurous for a change. In the main issue of the Revolution of 1688, we can be pretty clear on two large majorities, not dividing men into groups, but dividing the mind of each man within himself.

There was a very large majority in general sympathetic with the Protestant culture which had gradually triumphed, since the pivot-date of the Gunpowder Plot. What proportion of this was ardent, and in what degree, no one can establish; but you may safely say that throughout England as a whole, there was, by the last quarter of the seventeenth century, not more than about one-seventh definitely Catholic in confession and open adherence, and hardly as many again indifferent, or slightly sympathetic with that one-seventh. But, on the other hand, the number of people who believed that James II was attempting the impossible task of upsetting what had become the national religion, cannot have been large. It is true that popular illusion is capable of anything - witness ‘the Russians in England’ during the War. But I see no sign of that absurd accusation against James having taken root in the masses. The number who objected to his policy of toleration and to his proposal that Catholics should have the same rights as their fellow-subjects was large; but it certainly was not, and could not have been, an enthusiastic majority. On the other hand, the number who objected to the idea of their national king belonging to what was to them an alien religion, was certainly very large indeed: nearly three-quarters of England.

Ma poiché il primo concetto – quello dell’atomo – è di natura meccanica e facile da immaginare, mentre il secondo è estremamente misterioso, sfugge alla misurazione e coinvolge qualità che oggi non associamo ad alcun potere intrinseco dei numeri, accettiamo la prima ipotesi. Supponiamo – senza provarla – che la materia sia composta da atomi.

Ammesso tale ipotesi, possiamo effettuare le misurazioni necessarie per conoscere le proprietà dell’ipotetico atomo e indagarne caratteristiche. Tuttavia, poiché ogni fase della ricerca parte da un’ipotesi, ogni nuovo passo dipende da un’altra ipotesi: una seconda basata sulla prima, una terza sulla seconda, e così via – fino ad arrivare all’elettrone, che rappresenta l’esempio più estremo di ipotesi. In senso stretto, la scienza pura si ferma al primo fenomeno verificabile attraverso i sensi: il passaggio da due entità a una terza e poi il ritorno della terza alle due originarie. Tutto il resto non è altro che un insieme di ipotesi basate sulla natura presunta di tale processo; tali ipotesi non sono suffragate da prove così convincenti da escludere la possibilità di una spiegazione opposta. Quindi, tutto ciò non costituisce vera scienza.

È inoltre vero che, ad ogni fase di un’ipotesi, l’elemento di probabilità, per quanto elevato, è inferiore a quello della fase precedente; il decimo tentativo su dieci, basato su tutti quelli precedenti, presenta un grado di sicurezza inferiore al nono; e così via.

Ma le accademie non comprendono questa evidente verità; vivono di fantasie che considerano realtà; ed è per questo che uno dei più saggi contemporanei ha pronunciato quella frase decisiva: “la bancarotta della scienza”; in altre parole, la bancarotta delle promesse fatte dalla falsa Scienza moderna.

Il grande Ferrero si scontra con quella famosa frase. Eppure lui stesso ne ha scritta un’altra ancora più condannatoria; infatti scrive: “Gli uomini del diciannovesimo secolo pensavano di sapere tutto, ma in realtà non sapevano nulla.”


I porti di quella costa, tra Torbay e Portland, non li conosco abbastanza bene. Non sono mai entrato a Teignmouth, nonostante l’invito lirico alle sue bellezze, descritte come un gioiello incastonato nel “Channel Pilot”. Nemmeno ho mai provato ad attraversare la barriera sabbiosa di Exmouth.

Di Bridport Haven ho visitato il luogo solo una volta, insieme a diversi compagni su una barca affollata. Non sono mai stato così affascinato da un piccolo rifugio marino: possiede infatti le qualità incantevoli di un modello perfetto.

Correvo verso Portland Bill in un vento piuttosto forte, che si alzava sempre di più a mio dispetto. Soffiava da poco a ovest del sud, quindi puntava direttamente verso le acque tranquille che solitamente si trovano tra la zona della regata e la terraferma. Eravamo ancora lontani; ci mancavano circa dieci miglia, ma il vento continuava ad intensificarsi, minacciando di diventare pericoloso. Così abbiamo cambiato direzione e ci siamo diretti verso Bridport, che distava circa sette miglia a nord di noi, leggermente a est. Era quasi la bassa marea, quindi non avevamo preoccupazioni riguardo all’ingresso nel porto; abbiamo attraversato quel lungo e stretto passaggio, più simile a un canale che a un vero porto, per ritrovarci in una baia grande quanto un ampio salotto, ma dotata di tutto ciò che è necessario: un ufficio della Lloyd’s, un ufficiale portuale, una stazione di segnalazione, un hotel, e tutto su scala adeguata alla dimensione del luogo. Fu proprio a Bridport che Monmouth incontrò il suo primo ostacolo dopo essere sbarcato a Lyme (devo dire che questo fu un grande merito per il suo comandante di nave: arrivò con tre imbarcazioni, e sembrò riuscire a farle entrare tutte nel porto). Ma il nome Monmouth mi riporta di nuovo indietro nel tempo. Non riesco a trattenere l’entusiasmo quando si tratta di raccontare queste storie della storia: e in realtà non voglio nemmeno provarci.

Più si leggono resoconti su quelle spedizioni – soprattutto quelli relative ai due anni successivi all’impresa di William – più diventa difficile stimare l’entità del sostegno che gli invasori ricevettero. Quello che potrebbe essere definito “mito”, quel genere di esagerazioni presenti nella retorica chiara e ovvia di Macaulay, può essere ignorato con disprezzo: non ha alcun valore storico e non intende affatto fornire informazioni oggettive; si tratta piuttosto di testi scritti per un pubblico già predisposto a credere in tali storie, di lusinghe rivolte a una gente ignorante e compiaciuta di sé. L’immagine di un’intera Inghilterra decisa ad opporsi a Giacomo e desiderosa soltanto della sua deposizione è altrettanto falsa quanto sarebbe oggi un’immagine di un’Inghilterra che desiderasse ardentemente l’introduzione della proibizione. Tuttavia, c’erano elementi concreti che rendevano degno di rischio tentare tale impresa; e (come sappiamo), grazie al sostegno di un gruppo di uomini molto ricchi, a una grande dose di ipocrisia e ai finanziamenti stranieri, la seconda invasione, quella olandese, ebbe successo.

Penso che il vero motivo per cui oggi ci troviamo difficili ad stimare le forze di quella società sia che abbiamo un modo errato di pensare basato su misurazioni precise; un’abitudine che abbiamo preso in prestito dalle scienze fisiche più avanzate del nostro tempo, ma che non è applicabile ai fattori politici. Pensiamo in termini di maggioranze e ci chiediamo quante persone fossero da una parte e quante dall’altra.

Nel 1686, né nel 1688, le cose non stavano affatto in questo modo; e quasi mai accade così durante alcuna crisi nazionale. La maggior parte delle persone accetta un evento, a meno che esso non sia completamente in contrasto con le loro abitudini quotidiane. Inoltre, la maggior parte delle persone è influenzata dalla tradizione e dalle usanze, e quasi sempre tende, in modo vago, a mantenere ciò che conosce. E allo stesso tempo, paradossalmente, tutti desiderano qualcosa di nuovo e sono più o meno disposti ad accettare dei cambiamenti. Per quanto riguarda la questione principale della Rivoluzione del 1688, possiamo individuare due grandi maggioranze: non si tratta di dividere le persone in gruppi, ma di analizzare il modo in cui ogni persona pensa dentro di sé.

In generale, la stragrande maggioranza della popolazione nutriva simpatia per la cultura protestante che, a partire dall’episodio del Complotto delle Polveri da Sparo, aveva gradualmente trionfato. Quanto di questa simpatia fosse sincera e profonda, nessuno può dirlo con certezza; tuttavia si può affermare con sicurezza che, entro la fine del XVII secolo, in tutta l’Inghilterra non vi era più di un settimo della popolazione che professasse apertamente il cattolicesimo e ne aderisse alle credenze. Un numero ancora maggiore di persone, invece, era indifferente o mostrava solo una leggera simpatia per tale religione. D’altra parte, il numero delle persone che ritenevano che Giacomo II stesse cercando di sovvertire ciò che ormai costituiva la religione nazionale doveva essere piuttosto esiguo. È vero che l’illusione popolare è capace di tutto, ma non vi sono segni che un’accusa così assurda contro Giacomo II abbia preso piede tra le masse. Il numero di coloro che si opponevano alla sua politica di tolleranza e al suo progetto di concedere ai cattolici gli stessi diritti dei loro concittadini era senz’altro elevato; tuttavia, certamente non rappresentava una maggioranza entusiasta. Infine, il numero delle persone che si opponevano all’idea che il loro re nazionale appartenesse a una religione considerata “straniera” da loro era davvero molto alto: quasi tre quarti dell’Inghilterra.

But then you get another cross category: the number who desired to see the Stuart dynasty extinguished was insignificant. Charles II had been immensely popular and deservedly so, and James, the reigning King, represented legitimacy. Had not the two princesses remained to carry on the idea of the royal house - the symbol of it at least - I think one can safely say that the nation would not have tolerated a change; as for those who desired the reign of William, who were attached to his character and who respected, let alone loved him as a leader, there were none. Monmouth, if he had had the money, if the moment of his attack had come after the birth of the Prince of Wales, if he had intrigued at length and with skill to get the full support of the small wealthy group which was conspiring against the King, would have had a better chance of success than William.

I wish we had more details on the way in which he recruited his little army. It seems to have been mainly got together from the very poor miners of the Mendips: men who could be hired for any adventure: who had nothing to lose. They seem to have been pretty well the only material available, and, of course, they were worthless as soldiers. They must have been quite untrained. Sedge Moor was not a battle.


There is also in this coast an entry called Charmouth, where the Danish pirates of the Dark Ages fought hard against the King of Winchester, but I know it only as a slight mark caught far off from the sea.

What I have made over and over again in this way, in one boat or another, and often in the Nona, is Lyme Regis.

What produced Lyme Regis? How came there to be a harbour there?

Men need harbours almost as much as they need the gods.

Men so much need harbours that in any long stretch of harbourless coast they will catch at any small advantage of reef, or projecting headland, and make shift with that. Thus, all down the line of eastern Italy, where for hundreds of miles the Adriatic meets nothing but one low even line of coast, they have caught at the sorry opportunity of Ancona. But this coast has plenty of harbours, small and large. A British or Roman road came down to Lyme Regis, but that could not have produced the harbour. It must have been the other way about. The road can only have come down here because there was a harbour here. Perhaps there was here something like what was for centuries at Hastings (but is now washed away), a crumbling piece of harder rock curling out to sea in an arm and giving shelter within, and perhaps it was upon this that the Cob was afterwards built.

The modern great havens, which we can artificially make, spoil us for the harbours of antiquity, and make them small in our eyes, but Lyme Regis was a port of entry all through history, and did not lose its position until almost within the memory of men now alive. How characteristic it is of the growth of our towns inland, and of the change in English life through that growth, that, when men and women hear of Lyme Regis today, they think not of the English seas, nor of armed men landing here, but of works of fiction by Miss Austen. Tennyson wrote admirably of the Revenge, and believed himself a seer in the matter of the English waters and their command, but his interest in Lyme Regis was from Miss Austen. For my part, I am not ashamed to say that in my nineteenth year, when I capsized all by myself in a little open boat under Golden Cap, and with difficulty saved myself, though I was quite close to shore (it was in the month of December, dear friends, and poor weather for such gambols), I had not so much as heard of Jane Austen; nevertheless from that moment Lyme Regis was vivid enough to me without her aid, and so it was when, three years ago, touching Lyme Regis again for the tenth or twentieth time, the Nona herself capsized.

’Twas a dark and stormy night, camaradoes, and the wind blew from the south-west, which is the stance it likes to take up when it proposes to drive at doing a devilry. I knew well that the tide running out during the darkness would leave us high and dry, and by lantern-light I made every kind of contraption and fastening from the mast to the quay, so that she should lie even when she took the ground. But at four in the morning, with a noise like thunder, she fell over enormously to starboard upon the then dry bottom of the harbour and threw us all one on top of the other - we were three. That night we slept no more.

The English do well to build their boats deep, for only such boats can hold the sea, or rather I should say, they ‘did’ well to build their boats deep in the days when they did so build them, before lines were ruined by racing. But there is this disadvantage about your deep boat: that it will not sit, but lies over. So did the Nona on that stormy night; and damnably. You will tell me that when the tide rose she floated. Yes; but not until very much water had trickled in through the dry seams, so that the pale and stormy dawn from over Dorset, and the distant grey of Chesil and the Bill saw us still baling - and so much for Lyme Regis.


Thence eastward, coasting back home, any man who belongs to my county and to its harbours must face the passage of Portland Race and the difficult rounding of the Bill. So had I always done, whether coming or going, whether easting or westing, leaving aside all that long coast of Dorset hither of the Isle of Portland, and watching afar off the endless unbroken patch called the Chesil Beach quite empty of men.

What a gift of compensation it is that the horror of our great towns and the ease of our new communications has produced deserts in between!

No one knows those deserts as well as the man who sails along the sea, following the coasts of England. The foulness of the great towns is discharged by the trainload upon beaches of sand; but all in between, or nearly all, is left more lonely than ever it was before in our history. Those cliffs of Dorset coming down on to the sea are less known to travelling Englishmen than much of foreign land. That Chesil Beach along which I have so often run is utterly bare and silent except for the noise of the sea.

Ma poi si arriva a un’altra categoria intermedia: il numero di persone che desideravano la scomparsa della dinastia Stuart era insignificante. Carlo II era stato estremamente popolare e meritatamente; inoltre, Giacomo, il re regnante, rappresentava la legittimità. Se le due principesse non fossero rimaste a portare avanti l’idea della casa reale – almeno come simbolo di essa – si può dire con certezza che il popolo non avrebbe tollerato alcun cambiamento. Quanto a coloro che desideravano il regno di Guglielmo, che apprezzavano il suo carattere e lo rispettavano, se non addirittura lo amavano come leader, di loro non ce n’era nessuno. Monmouth, se avesse avuto i soldi necessari, se il momento del suo attacco fosse arrivato dopo la nascita del Principe di Galles, se avesse intrattenuto con abilità e pazienza l’appoggio del piccolo gruppo di persone ricche che complottavano contro il re, avrebbe avuto maggiori possibilità di successo rispetto a Guglielmo.

Vorrei che avessimo maggiori dettagli su come abbia reclutato questa sua “piccola armata”. Sembrava essere composta principalmente da minatori molto poveri delle zone dei Mendips: uomini che potevano essere assunti per qualsiasi impresa avventurosa, che non avevano nulla da perdere. Sembra che fossero praticamente l’unica risorsa disponibile, e, naturalmente, erano inutili come soldati. Devono essere stati completamente privi di addestramento. Sedge Moor, dopotutto, non era un campo di battaglia.


Su questa costa esiste anche un luogo chiamato Charmouth, dove i pirati danesi del Medioevo combatterono duramente contro il Re di Winchester. Ma io lo conosco soltanto come una piccola indicazione geografica situata lontano dal mare.

Quello che ho fatto ripetutamente, in questo modo, su una barca o un’altra, e spesso anche sulla Nona, è stato visitare Lyme Regis.

Cosa ha portato alla formazione di Lyme Regis? Come è nata quella città portuale?

Gli uomini hanno bisogno di rifugi quasi tanto quanto hanno bisogno degli dèi.

Gli uomini hanno così grande bisogno di porti che, lungo qualsiasi tratto di costa priva di essi, si accontentano anche della più piccola opportunità offerta da scogliere o promontori per costruire un rifugio temporaneo. Ecco perché, lungo tutta la costa orientale dell’Italia, dove per centinaia di miglia l’Adriatico si estende su una linea costiera piatta e bassa, gli abitanti si sono accontentati della scarsa opportunità offerta da Ancona. Ma questa costa dispone di numerosi porti, grandi e piccoli. Una strada britannica o romana poteva condurre fino a Lyme Regis, ma essa non avrebbe mai potuto creare quel porto: è stato il porto ad essere esistito prima della strada. La strada è stata costruita soltanto perché qui c’era già un porto. Forse in passato esisteva qualcosa di simile a ciò che per secoli si trovava a Hastings (ma ora è stato spazzato via dal mare): un pezzo di roccia più dura che si protendeva verso il mare, offrendo riparo all’interno della sua insenatura. Forse proprio su questo fondamento è stata in seguito costruita la città di Lyme Regis.

I grandi porti moderni, che possiamo creare artificialmente, ci rendono insensibili ai porti dell’antichità, facendoli sembrare piccoli ai nostri occhi; ma Lyme Regis è stato un porto di ingresso per tutta la storia, e non ha perso la sua importanza fino a tempi relativamente recenti. È davvero caratteristico della crescita delle nostre città nell’entroterra, e del cambiamento nella vita inglese causato da tale crescita, il fatto che oggi, quando le persone sentono parlare di Lyme Regis, non pensino ai mari inglesi né agli uomini armati che vi sbarcavano un tempo, ma alle opere di fantasia della signorina Austen. Tennyson scrisse con grande ammirazione di questo porto, ritenendosi un profeta riguardo alle potenzialità delle acque inglesi; tuttavia il suo interesse per Lyme Regis derivava proprio dalle opere della signorina Austen. Per quanto mi riguarda, non mi vergogno di ammettere che, all’età di diciannove anni, quando rischiavo di annegare da solo in una piccola barca sotto Golden Cap e riuscivo a salvarmi a malapena (era dicembre, cari amici, e il tempo era davvero brutto per simili avventure), non avevo mai nemmeno sentito parlare di Jane Austen; eppure, da quel momento in poi, Lyme Regis divenne per me un luogo vivido e nitido, anche senza il suo contributo. E così è stato ancora tre anni fa, quando ho toccato terra a Lyme Regis per la decima o ventesima volta, e questa volta, è stata la “Nona” stessa ad “incappottarsi”.

Era una notte buia e tempestosa, compagni. Il vento soffiava da sud-ovest, proprio nella direzione in cui preferisce muoversi quando decide di combinare guai. Sapevo bene che la marea bassa, nel buio della notte, ci avrebbe lasciati completamente isolati. Così, alla luce delle lanterne, costruii ogni sorta di dispositivo e sistema di fissaggio, dal palo maestro al molo, in modo che la barca rimanesse stabile anche quando toccava il fondo. Ma alle quattro del mattino, con un rumore simile a quello del tuono, si capovolse completamente a dritta, sul fondale allora asciutto del porto. E ci gettò tutti uno sopra l’altro. Eravamo in tre. Quella notte non riuscimmo più a dormire.

Gli inglesi hanno fatto bene a costruire le loro barche in modo che fossero profonde, perché solo barche del genere possono resistere alle forze del mare. O meglio, direi che “facevano” bene a costruirle così nei tempi in cui lo facevano, prima che la velocità delle corse navali rovinasse le loro caratteristiche strutturali. Ma c’è uno svantaggio legato alle barche profonde: non galleggiano stabilmente, ma si appoggiano sul fondo del mare. Proprio così accadde alla Nona in quella notte tempestosa. E, dannazione, quando la marea salì, la barca continuò comunque ad affondare. Si potrebbe dire che galleggiasse soltanto quando molta acqua si infiltrava attraverso le fessure presenti nella struttura. Ma a quel punto, l’alba cupa e tempestosa sopra Dorset, il grigio lontano di Chesil e del Bill ci vedevano ancora mentre continuavamo a lavorare per salvare la barca. E questo è tutto riguardo a Lyme Regis.


Da lì, verso est, costeggiando il cammino di ritorno a casa, qualsiasi uomo che appartenga alla mia contea e ai suoi porti dovrà affrontare il passaggio di Portland Race e la difficile manovra attorno al promontorio di Bill. Io ho sempre fatto così, sia andando che tornando, sia dirigendomi verso est che verso ovest, evitando completamente quella lunga costa del Dorset a sud dell’Isola di Portland, e osservando da lontano quella vasta distesa deserta chiamata Chesil Beach.

Che dono meraviglioso di compensazione sia il fatto che l’orrore delle nostre grandi città e la facilità dei nostri nuovi mezzi di comunicazione abbiano creato “deserti” nel mezzo.

Nessuno conosce quei deserti meglio di quell’uomo che naviga lungo il mare, seguendo le coste dell’Inghilterra. La sporcizia delle grandi città viene scaricata sulle spiagge di sabbia; ma tutto ciò che si trova in mezzo, o quasi tutto, rimane più desolato di quanto non lo fosse mai stato nella nostra storia. Quei dirupi del Dorset che si affacciano sul mare sono meno conosciuti dagli inglesi che viaggiano rispetto a molte terre straniere. Quella spiaggia di Chesil, lungo la quale ho corso così spesso, è completamente deserta e silenziosa, tranne per il rumore del mare.

There never was such loneliness! One big house, built there I suppose for the sake of the isolation, inland, under the cliff, where some old landslide has oddly disfigured the face of the earth: then, for miles and miles, nothing. At the eastern end salt waste lagoons forbid human habitation, and between them and the sea comes the strange formation of huge rounded stones, falling very steep down into the water, so that you have many fathom deep within a stone’s throw of the beach; and at last, that forbidding Chesil Cove where a few houses of fishermen, huddled together, look out upon the most inhospitable mass of threatening waters I know.

There are few corners of the English seas which give the effect of a curse; but this is one of them. The terrible Race of Portland lies three miles out, at the end of the Bill. The prison with its abominable memories stands above. The main traffic of the Channel lies far out. The gaunt and bare rocks of the Bill come down stark upon a lonely water, and that water heaves and turns unnaturally, even when there is little wind. For the roaring and the movement of that huge turmoil, the Race, send on their effect to the false shelter of Chesil Cove.

And it is a treacherous anchorage. Eastward, well in-shore, there is good holding ground, but it is only a patch, and one must be careful not to disturb the fishermen’s snares. Just outside this, in deep water, there is nothing but the rough and tumble shingle of great stones, and the anchor drags on any burst of wind, even from off-shore: with a strong wind on-shore you are done: and if such arise there is nothing for it but to up anchor and beat out into the teeth of it: for that leeshore is deadly.

I have never been caught by the rising of the south-west wind in this desolate place of peril, but I have read the sailing directions about it, and I have often talked to men who have been so caught. There is nothing for it, I say, but to beat right out, unless it has come from a quarter far enough round south to enable one to scud down along the coast towards Devon, with enough sea room to spare. Chesil Cove is in the very eye of the great gales, and if a man should have taken up his insecure anchorage too near the shore, he is on it before he has got the first wind into his sails. An abominable spot!

The evil is recent. It is the work of the historic centuries. Portland Bill was once an island: and those strange tides which are now baulked and therefore twist and boil round its point, once ran normally through the strait between it and the mainland. But it has been joined to the mainland these hundreds of years by a very narrow belt, high piled, of these great rounded stones, which the sea and the wind shovelled up westward until they closed the entrance.

It is a strange feeling to leave one’s little ship at anchor in the dreadful cove, to land as best one can on that steep shore, risking the dinghy under the pounding of the sea, pulling it up over the screeching stones beyond the mark of the tide and then, in a few minutes’ walk, to be on the great placid expanse of the new Portland harbour on the other side. It is like coming indoors out of evil weather, into firelight out of the dark; for it is only this minute or two on foot from the outer beach to the inner water; but to sail it, you must run down the millrace of the tide along the Bill and risk the buffeting of the Race. If you fail to hit the narrow belt of smooth water at the end of the Bill you are swept into the Race, and even if you just hit that smooth patch, you must calculate exactly, so as to catch the other tide up the eastern face under the old prison, and at last make Portland harbour after ten long miles - and as many hours, and as much peril as God sees fit to send you.


Portland harbour is one of the very, very rare successes of man in his coaxing of the sea.

I will not be sure, for I have not the knowledge, but, at any rate, I know of no other in my narrow experience except Cherbourg; and Cherbourg is not thoroughly closed. Dover is a failure - they say it ought never to have been built. Newlyn in part dries out. Fishguard and Holyhead are open to certain winds. Boulogne is not finished, and, perhaps, never will be (I have been told, I do not know with how much truth, that the Germans were paying for the building of it to receive their great liners and that the War checked the effort). Casablanca is not finished yet, so we cannot judge it - and how many more are there? I can recall no others of the great artificial harbours, unless we admit Genoa, with its noble mole, but, if I mistake not, it is not quite upon this scale. Of the artificial harbours which man has attempted in imitation of the few great natural harbours, how few have succeeded!

It would seem to be like man’s attempt to resist time in the case of his own body, of which the poet has written:

There is no fortress of man’s flesh so made

But subtle, treacherous Time comes creeping in.

Oh, long before his last assaults begin

The enemy’s on; the stronghold is betrayed;

And the one lonely watchman, half-dismayed,

Beyond the covering dark he hears them come:

The distant hosts of Death that march with muffled drum.

And, indeed, it is very ridiculous the way in which men try to withstand this influence of their enemy, Time. They had far better accept the condition of mortality and remember a truth which was plainly painted in large black letters upon a large white placard in Eden, which was restated by Dante, and then repeated by Malherbe, that our only peace lies in the doing of God’s will; which includes going to pieces in the fifties or sixties or seventies, like an old disreputable, sodden, broken down hulk too long adventured upon the sea. Shakespeare (another of those poets) also said that we ripe and ripe, and then we rot and rot. It is all in the Providence of God. Yet will men talk like women ‘of keeping their figure’, and they will wear stays, or hypocritically compromise by putting whalebone into their clothes, or they will tie themselves up with bands like the infants of Italy, or paint their faces…after the fashion of the warlike Germans. But here it must be admitted in fairness to the fierce Nordic stock of Mecklenburg and Pomerania that since the little trouble of 1918 they have issued an Army Order forbidding any officer to paint his face until he has attained the rank of major; for they judge (does the present successor of the Great High General Staff) that until a man has become a major, the furrows in his heroic skin are not deep enough to be worthy of filling in with white lead or delicately disguising with cosmetics.

Non esisteva mai una solitudine del genere! Una grande casa, costruita probabilmente proprio per garantire isolamento, situata nell’entroterra, sotto una scogliera; un antico smottimento di terreno aveva stranamente deturpato la superficie del suolo. Per chilometri e chilometri intorno, nulla. All’estremità orientale, lagune salmastre impedivano qualsiasi forma di insediamento umano; tra queste e il mare si estendeva quella strana formazione di enormi pietre rotonde, che digradavano ripidamente verso l’acqua, creando zone profonde anche a pochi passi dalla riva. Infine, c’era quella inospitale baia di Chesil, dove alcune case dei pescatori si affacciavano su uno degli ambienti marini più ostili e minacciosi che conoscessi.

Ci sono pochi angoli dei mari inglesi che suscitino l’impressione di essere maledetti; ma questo ne è uno. La terribile zona costiera di Portland si trova a tre miglia di distanza, alla fine della penisola di Bill. In cima ad essa sorge la prigione, carica di memorie orribili. Il principale traffico marittimo del Canale transita molto lontano da qui. Le rocce spoglie e desolate della penisola si ergono bruscamente sulle acque solitarie; queste acque si agitano in modo innaturale, anche quando c’è poco vento. Il fragore e il movimento di quell’enorme tumulto influenzano negativamente anche l’area protetta di Chesil Cove.

E si tratta di un ancoraggio pericoloso. A est, ben vicino alla riva, c’è terreno solido su cui ancorarsi, ma è solo una piccola area; bisogna fare attenzione a non disturbare le reti dei pescatori. Appena fuori da questa zona, nelle acque profonde, non ci sono che grandi massi di pietra e ghiaia: l’ancora si impiglia facilmente al minimo soffio di >vento, anche proveniente dal largo; con un forte >vento che soffia verso la riva, è la fine. E se dovesse succedere, non resta altro da fare che levare l’ancora e cercare rifugio al largo: quella riva è davvero letale.

Non sono mai stato colpito dall’arrivo del vento sud-occidentale in questo desolato luogo pericoloso, ma ho letto le indicazioni relative alla navigazione in merito e ho spesso parlato con persone che sono state colpite da questo fenomeno. Non c’è nient’altro da fare, secondo me, se non virare immediatamente nella direzione opposta, a meno che il vento non provenga da una direzione abbastanza a sud da permettere di navigare lungo la costa verso Devon, con abbastanza spazio marino a disposizione. Chesil Cove si trova proprio nel cuore delle tempeste più violente; se qualcuno getta l’ancora in un punto troppo vicino alla riva, viene immediatamente colpito dal vento prima ancora di poter issare le vele. Un posto davvero terribile!

Il male è qualcosa di recente. Ma in realtà è il risultato degli sforzi compiuti nel corso dei secoli. Portland Bill un tempo era un’isola: quelle strane maree che oggi si infrangono contro le sue rive, torcendosi e ribollendo intorno alla sua punta, un tempo scorrevano normalmente attraverso lo stretto che la separava dalla terraferma. Ma in questi centinaia di anni, l’isola è stata collegata alla terraferma da una striscia molto stretta, formata da grandi pietre rotonde accumulate dal mare e dal vento verso ovest, fino a chiudere completamente l’ingresso dello stretto.

È una sensazione strana lasciare la propria piccola barca all’ancora in quella baia terribile, sbarcare nel modo migliore possibile su quella riva scoscesa, rischiando che la barca venga danneggiata dal violento impatto delle onde, trascinarla sopra le pietre appuntite al di là della linea di marea. E poi, dopo pochi minuti di cammino, trovarsi finalmente sulla vasta e tranquilla superficie del nuovo porto di Portland, dall’altra parte. È come entrare in casa dopo un tempo brutto, nella luce del fuoco dopo l’oscurità; perché il tragitto a piedi dalla spiaggia esterna al porto interno dura soltanto un minuto o due. Ma per navigarci bisogna seguire il corso della marea lungo il canale naturale, rischiando i colpi violenti delle onde. Se non si riesce ad arrivare nella stretta fascia di acqua tranquilla alla fine del canale, si viene trascinati verso le onde più forti. E anche se ci si trova proprio in quella zona tranquilla, bisogna calcolare con precisione il momento giusto per approfittare della marea successiva, risalendo lungo la costa orientale, sotto l’antica prigione. E infine raggiungere il porto di Portland dopo dieci lunghi miglia – e altrettante ore, e altrettanti pericoli, quanti Dio ritenga opportuni farvi affrontare.


Il porto di Portland è uno dei rari esempi di successo dell’uomo nel domare le forze del mare.

Non ne sono sicuro, poiché non possiedo le informazioni necessarie, ma comunque, nella mia limitata esperienza, non conosco altri porti artificiali se non quello di Cherbourg; e anche Cherbourg non è completamente chiuso al traffico marittimo. Dover è un fallimento: si dice che non avrebbe mai dovuto essere costruito. Newlyn, in parte, si asciuga durante l’inverno. Fishguard e Holyhead sono aperti solo a determinati tipi di vento. Boulogne non è ancora completato, e forse non lo sarà mai (mi è stato detto, ma non so con quanta veridicità, che i tedeschi pagavano per la sua costruzione al fine di poter ricevere i loro grandi transatlantici; la guerra ha interrotto questi lavori). Nemmeno Casablanca è ancora completata, quindi non possiamo giudicarne l’efficacia. E quanti altri porti artificiali esistono? Non mi ricordo di altri grandi porti costruiti dall’uomo, a meno che non si consideri Genova con la sua nobile diga marittima; ma, se non sbaglio, anche questo porto non è della stessa scala. Tra tutti i porti artificiali che l’uomo ha cercato di costruire imitando quei pochi grandi porti naturali, quanti solo ne sono riusciti con successo!

Sembra essere un tentativo dell’uomo di resistere al tempo nel caso del proprio corpo, di cui il poeta ha scritto:

Non esiste alcuna fortezza fatta di carne umana che possa resistere…

Ma il tempo, sottile e traditore, si insinua silenziosamente.

Oh, molto prima che inizino le sue ultime aggressioni

L’ nemico è alle porte; la fortezza è stata tradita.

E quel solitario custode di notte, mezzo scoraggiato…

Oltre l’oscurità che li avvolge, li sente avvicinarsi…

I lontani ospiti della Morte che marciano al suono di tamburi soffocati.

E infatti, è davvero ridicolo il modo in cui gli uomini cercano di resistere all’influenza del loro nemico: il Tempo. Sarebbe molto meglio accettare la condizione della mortalità e ricordare una verità chiaramente scritta in grandi lettere nere su un grande cartello bianco nell’Eden, ripetuta da Dante e poi ancora da Malherbe: il nostro unico sollievo sta nel seguire la volontà di Dio, anche se ciò significa distruggerci negli anni Cinquanta, Sessanta o Settanta, come vecchi relitti in rovina che hanno troppo a lungo navigato sul mare. Anche Shakespeare (un altro di quei poeti) disse: “Maturiamo, e poi marciamo”. Tutto è parte della Provvidenza di Dio. Eppure gli uomini continuano a parlare come donne, di “mantenere la propria figura”, indossando corsetti o aggiungendo ossa di balena ai propri vestiti in modo ipocrita; oppure si legano stretti con lacci, come i bambini d’Italia, o si truccano, seguendo le usanze dei guerrieri tedeschi. Ma bisogna ammettere, a giusto titolo, che il fiero popolo nordico di Mecklenburg e Pomerania, dopo i piccoli problemi del 1918, ha emesso un ordine militare che vieta a qualsiasi ufficiale di truccarsi finché non raggiunge il rango di maggiore. Poiché ritengono (e questo vale anche per l’attuale successore dello Stato Maggiore Generale) che, fino a quando un uomo non diventa maggiore, le rughe sulla sua “pelle eroica” non siano abbastanza profonde da meritare di essere riempite con piombo bianco o camuffate con cosmetici.

To return to harbours.

When Man became the master of Earth and supplanted Heaven - which was round about the middle of the last century - he bethought him of making great harbours where no harbour had been before, and of supplementing the few secure inlets of the sea. Cherbourg was the first of them, the French being here, as usual, in the vanguard of challenge. It was attempted even in the century before. There were rocks and islands to afford a foundation, then the great breakwater was flung like a bridge across them with a pass to the left and to the right. But though Cherbourg is secure enough, there can be a memorable swell when the wind is in a northerly point.

Plymouth was, I think, the next, and serves its purpose, but it does not wholly check the violence of a southerly wind.

Did not this same harbour of Portland come third? At any rate, it is the one complete success. It has caught an angle and the defences have been made sure. It is deep, yet not too deep, and no gale alarms it. What Nature built up in the Chesil Beach protects it from the main gale, and the land so curls round that no weight of wind and sea can strike it from the north-eastern side; and even from the south-east the Shambles are a sort of protection. Moreover, the entrances are not endangered by the make of the tide, nor, I believe, do they silt. The southern one was blocked during the War by the sinking of a ship; but even so, the great harbour is an easy refuge and a wonderful good gift for sailing men. But when people thought that, on the model of this, they could continue indefinitely, they were disappointed: yes, even in the tideless Mediterranean. We shall see whether Tangiers, standing outside and subject to the ceaseless strength of ocean, will succeed or no. But for the rest, the natural harbour still holds the field, and anyone would rather have the roads of Corfu, or the inland water behind the Wight, than anything man ever made.

I wonder sometimes whether the Roman Empire did not attempt the same sort of thing. If it did, all the traces have gone. There are great Roman roads, which comes down now right on to open shores: that one, for instance, which I spoke of running through Pembrokeshire and striking the sea just above that narrow torrent of a tideway between Ramsey Island and the mainland. I thought when I first came across this strange ending of a great road, I thought, fantastically enough, what a fine harbour this narrow passage would have made had men of old blocked it on its northern entry. Then you would have had a good quiet inlet, many fathom deep, looking into the sheltered water of St Bride’s Bay and quite secure. I half persuaded myself that the lords of the world, from whom we inherit all that we have and are, did so block that northern entry, and did so create a harbour. But it was a nightmare guess not fit for the waking brain, for if they had built a wall between the Welsh mainland and the island, surely some traces would have remained, and there is nothing whatsoever. Yet why does that great road end so astonishingly today, (and so many centuries past), upon an impossible coast, whence nothing could be shipped? The Pedlar’s Way through Norfolk, ending as abruptly on a coast some way from the harbour of Brancaster (itself now eaten away), may be explained by the disappearance of some former shelter engulfed by the sea, as Dunwich has been engulfed; or worn down as the natural breakwaters of Hastings were worn down under the influence of the waves. But I must confess that St David’s Road, ending’ sharply on that wild shore, puzzles me. The Lead Road of the Mendips comes down to where there is no harbour today. All the other Roman roads which I can call to mind in the island, and which reach the sea, reach it at a port, or at a ferry, or what was once a port or a ferry. But this St David’s road remains inexplicable.

It is a strange thing, beyond the average of chance, that so very few deep land-locked harbours should be of service to mankind. One hears it said sometimes that the number is small in any case. This is not so. The number is not small, though ill-distributed: it is exceedingly large. The whole Dalmatian coast is made up of a mass of such shelters. The Fjords of Scandinavia are a wealth of the same, and the Arctic abounds in them. But there seems a perverse arrangement whereby the deep harbours and secure have nothing inland to serve while endless stretches of coastline are to be found all over the world, with much for export, but to which, in the same most exasperating manner, harbours have been refused.

Africa is quite astonishing in this. There are not four natural landlocked harbours, I believe, in the whole line of coast from Alexandria round by Barbary and the West, up from the Cape to the head of the Red Sea. The most that man can do is to use the shelter of islands, or the curl of a headland, or here and there a small and insufficient recess, or the mouth of a river. The French have made their small harbours in Northern Africa artificially, and Alexandria is artificial. The few openings which, serve Morocco are very ill-provided, Rabat almost dries out at low tide, so does Laraiche, that charming little Spanish, clearly, port, which I hope the coming perils will spare.

All down the Adriatic coast of Italy there is nothing between the thigh and the heel, since Ravenna dried away. Ancona is only a curl of headland, and Bari means very little. Brindisi is ideal, and Taranto must have been exactly what antiquity needed, shallower than, but as secure as, Cadiz. But for the rest, all the eastern shelf of Italy, and the heel of the boat, is without a base on the sea.

Unwisely, pedantically, but much more hypocritically, the less-exhausted countries, who were for the moment the masters of the settlement, refused the Dalmatian coast to Italy after the War. I trust that the force of things and the new vigour of the Italian people and the now increasing embarrassments of what is Puritan and base in Europe will, before I die, repair the error.

Tornare ai porti.

Quando l’Uomo divenne padrone della Terra e sostituì il Cielo – cosa avvenuta verso la metà del secolo scorso – pensò di costruire grandi porti dove prima non ne esistevano, e di potenziare i pochi approdi sicuri del mare. Cherbourg fu il primo di questi progetti: i francesi, come al solito, furono in prima linea in questa impresa. Il tentativo era già stato fatto anche nel secolo precedente; c’erano rocce e isole che potevano costituire una base per la costruzione del porto, quindi fu realizzata quella grande diga di protezione, simile a un ponte, con passaggi su entrambi i lati. Tuttavia, anche se Cherbourg è abbastanza sicuro, possono verificarsi mareggiate particolarmente violente quando il vento soffia da nord.

Penso che Plymouth fosse la scelta successiva, e svolge effettivamente il suo compito, ma non riesce completamente a contrastare la violenza di un >vento proveniente dal sud.

Non è stato proprio questo porto di Portland a classificarsi terzo? Comunque sia, è l’unico vero successo: ha trovato la giusta posizione e le difese sono state adeguatamente realizzate. È profondo, ma non troppo; inoltre, nessuna tempesta lo minaccia. Quello che la Natura ha creato sulla spiaggia di Chesil Beach lo protegge dalle onde più forti, e la forma della terra lo rende immune agli effetti dei venti e delle maree provenienti dal nord-est; anche dal sud-est, le zone circostanti costituiscono una sorta di barriera protettiva. Inoltre, gli ingressi del porto non sono messi a rischio dalle fluttuazioni delle maree, né, credo, si riempiono di sedimenti. L’ingresso meridionale fu bloccato durante la guerra a causa dell’affondamento di una nave; tuttavia, anche in questo caso, il porto rimane un rifugio sicuro e un dono meraviglioso per i navigatori. Ma quando le persone pensarono di poter replicare tali strutture all’infinito, rimasero deluse. Anche nel Mediterraneo, dove le maree sono più calme, non è stato possibile realizzare porti simili. Vedremo se Tangeri, esposto alla forza incessante dell’oceano, riuscirà nell’intento. Ma per il resto, i porti naturali continuano a essere la scelta migliore; chiunque preferirebbe avere i canali di Corfù o le acque interne di Wight piuttosto che qualsiasi struttura creata dall’uomo.

A volte mi chiedo se l’Impero Romano non abbia tentato qualcosa del genere. Se lo avesse fatto, tutte le tracce sarebbero scomparse. Esistono grandi strade romane che arrivano fino alle coste aperte: quella, ad esempio, di cui ho parlato, che attraversa il Pembrokeshire e raggiunge il mare proprio sopra quel stretto canale tra l’isola di Ramsey e la terraferma. Quando per la prima volta ho notato questa strana fine di una grande strada, ho pensato, in modo un po’ fantastico, quanto potesse essere utile come porto se gli antichi avessero bloccato l’ingresso settentrionale. Avremmo così avuto un’insenatura tranquilla e profonda, protetta dalle acque di St Bride’s Bay. Per un momento ho creduto che fossero stati i signori del mondo a creare quel porto, ma era solo un’ipotesi assurda. Se davvero avessero costruito un muro tra la terraferma gallese e l’isola, sicuramente sarebbero rimaste tracce di tale opera. Invece non c’è nulla. Eppure perché quella strada finisce in modo così incredibile, su una costa dove nulla può essere trasportato via mare? La Pedlar’s Way nel Norfolk, che termina bruscamente lontano dal porto di Brancaster (ormai quasi distrutto), potrebbe essere spiegata dalla scomparsa di qualche rifugio antico sommerso dal mare, come è successo a Dunwich. Oppure potrebbe essere stata erosa dai venti e dalle onde, proprio come le difese naturali di Hastings. Ma devo ammettere che la St David’s Road, che finisce bruscamente su quella costa selvaggia, mi lascia perplesso. Anche la Lead Road dei Mendips termina in un luogo dove oggi non c’è alcun porto. Tutte le altre strade romane che ricordo sull’isola arrivano al mare attraverso porti o traghetti. Ma questa strada rimane inspiegabile.

È una cosa strana, al di là della normale casualità, che così pochi porti profondi e isolati possano essere utili all’umanità. A volte si dice che il loro numero sia comunque ridotto. Ma non è vero: il loro numero non è affatto piccolo, anche se distribuito in modo disomogeneo; anzi, è estremamente elevato. L’intera costa dalmata è costituita da numerosi porti del genere; i fiordi della Scandinavia ne sono un altro esempio, e anche l’Artico ne è ricco. Tuttavia sembra esistere una sorta di disposizione perversa: questi porti profondi e sicuri non dispongono di zone interne utilizzabili, mentre in tutto il mondo si trovano lunghi tratti di costa con molte risorse da esportare, ma anche in questi casi, in modo estremamente frustrante, mancano i porti necessari per sfruttarle.

L’Africa è davvero sorprendente in questo senso. Credo che non esistano quattro porti naturali e chiusi al mare lungo l’intera costa, da Alessandria passando per la Barberia e l’Occidente, fino al Capo e alla foce del Mar Rosso. Tutto ciò che l’uomo può fare è utilizzare la protezione delle isole, le insenature dei promontori, o qualche piccola e insufficiente rientranza nel terreno, oppure la foce di un fiume. I francesi hanno creato artificialmente i loro piccoli porti nel Nord Africa, e anche Alessandria è un porto artificiale. Le poche aperture che servono il Marocco sono molto scarse: Rabat quasi si prosciuga durante la bassa marea, così come Laraiche, quel delizioso piccolo porto spagnolo. Spero che i pericoli futuri lo rispettino.

Lungo tutta la costa adriatica italiana non c’è nulla che si estenda tra la coscia e il tallone, da quando Ravenna è scomparsa. Ancona non è altro che un piccolo promontorio, e Bari ha ben poco significato. Brindisi è l’ideale, mentre Taranto doveva essere esattamente ciò di cui l’antichità aveva bisogno: meno profondo di Cadice, ma altrettanto sicuro. Per il resto, tutta la piattaforma orientale dell’Italia, insieme alla “punta” della penisola, non presenta alcuna base solida sul mare.

In modo sconsiderato, pedante e, soprattutto, ipocrita, i paesi meno esausti, che al momento erano i padroni della situazione, rifiutarono di concedere la costa dalmata all’Italia dopo la guerra. Spero che la forza delle cose, il nuovo vigore del popolo italiano e le crescenti difficoltà di ciò che in Europa è puritano e meschino possano, prima della mia morte, correggere questo errore.


And so for rounding the Bill once more - a thing by me always dreaded - for Portland Race is a terrible affair.

Portland Race should, by rights, be the most famous thing in all the seas of the world. I will tell you why. It is a dreadful, unexpected, enormous, unique business, set right upon the highway of all our travel: it is the marvel of our seas. And yet it has no fame. There is not a tired man writing with a pencil at top speed in the middle of the night to the shaking of machinery in Fleet Street, who will not use the word ‘Maelstrom’ or ‘Charybdis’. I have seen Charybdis - piffling little thing; I have not seen the Maelstrom, but I have talked to men who told me they had seen it. But Portland Race could eat either of them and not know it had had breakfast.

I have nearly always been successful in catching the smooth, narrow belt near the point: but I also once found that smooth belt fail me, and so have gone through the tail-end of Portland Race; only the very tail-end. I had seen it from close by half a dozen times before in my life. I had very nearly got into it twice. But this time I did actually make knowledge of the ‘thing in itself’ - and there is no mistaking it. It is one of the wonderful works of God.

Portland Bill stands right out into the Channel and challenges the Atlantic tide. It is a gatepost, with Alderney and the Hogue for gateposts on the other side. They make the gate of the narrow sea; outside them you are really (in spite of names) in the air of the ocean, and look towards the Americas. Inside them is the domestic pond. Portland Bill thrusts out into the Channel and challenges the Atlantic sea. In my folly, for many years I used to call it ‘William’, but I will do so no longer. For there is something awful about the snake-like descending point, and dreadful menace in the waters beyond. And here Portland Bill differs from his namesake of the land. It would be familiar to call a William of the land ‘Bill’. But in the matter of Portland it is familiar to call the Bill ‘William’. I will never call him William again.

I thought I had well known what the Race was before I first heard it bellowing years ago. I knew after the fashion of our shadowy nominal knowledge. I knew it in printed letters. I knew it on the chart. I knew it in the Channel Pilot. Then I came to it in the flesh, and I knew it by the senses, I saw it with my eyes, and I had heard it with my ears. I had heard it roaring like a herd, or park, or pride, of lions miles away. I had seen its abominable waste of white water on a calm day: shaving it by a couple of hundred yards. But there is all the différence in the world between that kind of knowledge and knowledge from within!

He that shall go through even the tail-end of Portland Race in a small boat and in calm weather will know what he is talking about, and for so vast an accession of real knowledge, even that pain is worth while.

Portland Race lies in a great oval, sometimes three, sometimes four or five miles out from Portland Bill, like a huge pendant hanging from the tip of a demon’s ear. It is greater or smaller, according to whether the wind be off-shore or on, but it is immense always, for it is two miles or more across. It lumps, hops, seethes, and bubbles, just like water boiling over the fire, but the jumps are here in feet, and the drops are tons.

There is no set of the sea in Portland Race: no run and sway: no regular assault. It is a chaos of pyramidical waters leaping up suddenly without calculation, or rule of advance. It is not a charge, but a scrimmage; a wrestling bout; but a wrestling bout of a thousand against one. It purposely raises a clamour to shake its adversary’s soul, wherein it most resembles a gigantic pack of fighting dogs, for it snarls, howls, yells, and all this most terrifically. Its purpose is to kill, and to kill with a savage pride.

And all these things you find out if you get mixed up in it on a very small boat.

Perhaps the reason why Portland Race does not take the beetling place it should in the literature of England is that those who turn out the literature of England by the acre today never go through it, save in craft as big as towns - liners and the rest. Even these have been taught respect. During the War Portland Race sank a ship of 14,000 tons, loaded with machinery, and if you were to make a list of all the things which Portland Race has swallowed up it would rival Orcus. Portland Race is the master terror of our world.

And here I can imagine any man who had sailed saying to me that there are many other races abominable in their various degrees. I have not been through Alderney Race since the nineties, but I suppose it is still going strong. The Wild Goose Race you have already heard of a very considerable thing. The Skerries also - I mean the one off Anglesey - is worthy to be saluted. And even little St Albans, though it is a toy compared with Portland, is a nuisance in any wind.

But the reason Portland deserves the master name, which it has never achieved, the reason I write so strongly of the ignorance of England towards this chief English thing, the reason that Portland Race makes me seriously consider whether literary gents be not, after all, the guardians of greatness, and whether their neglect be not, after all, the doom of the neglected, is that this incredible thing lies to everybody’s hand, and yet has no place in the English mind. The Saxon and Danish pirates of the Dark Ages must have gone through it (and - please God - foundered). Everyone making Dorset from France for 2,000 years must have risked it. Today the straight course of innumerable ships out of Southampton, making for the Start and the Lizard to the ocean, leads them right past it - yet I known nothing of it in our Letters, unless it be one allusion of Mr Hardy’s to the ghosts which wander above it. But there is no ghost so full of beef as to wander above Portland Race!

It is, perhaps, in that word ‘Southampton’ that I have struck the cause. Until Southampton became the port for the Americas the Race lay off the track. No man running down Channel from the Thames need touch the Race: no man running up. Even beating down or up Channel you are free to go about before you touch the broken water; running, you need not go near it. And steam need have nothing to do with it - except all that steam, which, during the last thirty years, has begun to use again more and more our one inland water of the south inside the Isle of Wight.


E così, per arrotondare ancora una volta la cifra, qualcosa che ho sempre temuto, la gara di Portland è davvero un disastro.

La Corsa di Portland dovrebbe, per diritto, essere la cosa più famosa in tutti i mari del mondo. Vi spiegherò il perché: si tratta di un’impresa terribile, inaspettata, enorme e unica, situata proprio lungo la strada principale di tutti i nostri viaggi. È davvero una meraviglia dei nostri mari. Eppure non ha alcuna fama. Non esiste nessun uomo stanco che, a mezzanotte, scriva velocemente con una penna, nel frastuono delle macchine di Fleet Street, senza utilizzare termini come “Maelstrom” o “Charybdis”. Ho visto Charybdis, una cosa insignificante; non ho mai visto il Maelstrom, ma ho parlato con persone che mi hanno detto di averlo visto. Ma la Corsa di Portland potrebbe inghiottire entrambi senza nemmeno accorgersi di aver fatto colazione.

Quasi sempre sono riuscito ad afferrare quella striscia liscia e stretta vicino alla punta. Ma una volta mi è capitato che quella stessa striscia mi sfuggisse, e così ho dovuto percorrere l’intera parte finale della gara di Portland. Solo la parte finale, davvero. L’avevo già vista da vicino un paio di dozzine di volte in vita mia; quasi due volte ero riuscito ad afferrarla. Ma questa volta sono finalmente riuscito a comprenderne “veramente il significato”. E non c’è alcun dubbio: è uno dei meravigliosi capolavori di Dio.

Portland Bill si protende direttamente nel Canale della Manica, sfidando le correnti dell’Atlantico. È come un cancello di ingresso; dall’altra parte, Alderney e il Hogue svolgono lo stesso ruolo. Insieme formano l’ingresso a questo stretto braccio di mare: al di là di loro si trova davvero (nonostante i nomi) l’immensità dell’oceano, con vista sulle Americhe; al di qua, invece, c’è un piccolo stagno. La mia follia mi ha portato, per molti anni, a chiamarlo “William”, ma non lo farò più. C’è qualcosa di terribile in quella sua forma che ricorda un serpente che si snoda verso il basso; nelle acque al di là di esso si nasconde una minaccia spaventosa. E qui, Portland Bill si differenzia dal suo omonimo terrestre: chiamare “William” un essere terrestre potrebbe sembrare naturale. Ma per quanto riguarda Portland Bill, sarebbe assurdo farlo. Non lo chiamerò mai più “William”.

Pensavo di conoscere bene cos’era quella “Razza” prima di sentirne il ruggito per la prima volta, anni fa. La conoscevo secondo i limiti della nostra conoscenza superficiale, letta in libri o osservata su mappe. Poi l’ho incontrata davvero, con i miei sensi: l’ho vista con i miei occhi e l’ho sentita con le mie orecchie. L’ho udita ruggire come una mandria di leoni, a chilometri di distanza; ho visto il suo spreco orribile d’acqua bianca in un giorno calmo. Ma c’è tutta la differenza del mondo tra questa conoscenza superficiale e quella che deriva dall’interno dell’anima!

Chi riuscirà ad attraversare anche solo la parte finale della gara di Portland in una piccola barca e in condizioni meteorologiche calme capirà davvero di cosa parlo; per un aumento così considerevole di conoscenza reale, anche quel dolore ne vale la pena.

La Baia di Portland Race ha la forma di un grande ovale; a volte si estende per tre, altre volte per quattro o cinque miglia partendo da Portland Bill, come un enorme pendente appeso all’estremità dell’orecchio di un demone. Le sue dimensioni cambiano a seconda che il vento soffi verso terra o verso il mare, ma è sempre immensa, poiché ha una larghezza di almeno due miglia. Il suo movimento è simile all’acqua che bollisce sul fuoco: presenta ondulazioni, sobbalzi e schiume; tuttavia, in questo caso, gli “sobbalzi” avvengono a livelli molto più elevati, misurabili in piedi, e le “gocce” sono davvero enormi.

Nella baia di Portland non esiste un movimento regolare delle onde: nessuna corrente costante, nessun andamento prevedibile. È un caos di acque che si sollevano improvvisamente, senza alcun calcolo o regola precisa per il loro avanzamento. Non è una carica coordinata, ma uno scontro disordinato; una lotta furiosa, ma una lotta in cui mille contro uno. Le onde creano intenzionalmente un frastuono assordante per scuotere lo spirito del loro avversario; in questo aspetto assomigliano molto a un enorme branco di cani da combattimento: ringhiano, ululano, gridano, con una violenza terribile. Il loro scopo è uccidere, e uccidere con un orgoglio selvaggio.

E tutte queste cose le scopri solo se ti imbarchi su una barca molto piccola e vieni coinvolto direttamente in quelle attività.

Forse il motivo per cui la figura di Portland Race non occupa il posto che le spetta nella letteratura inglese è che coloro che producono oggi questa letteratura, in quantità enormi, non la leggono mai davvero, se non in ambiti come quello delle grandi imbarcazioni commerciali. Anche queste ultime sono state oggetto di un certo rispetto. Durante la guerra, Portland Race affondò una nave da 14.000 tonnellate carica di macchinari; se si facesse un elenco di tutte le cose che Portland Race ha “inghiottito”, questo elenco potrebbe competere con quello di Orcus. Portland Race è davvero il terrore supremo del nostro mondo.

E qui posso immaginare qualsiasi uomo che abbia navigato dirmi che esistono molte altre regate davvero terribili, ognuna a suo modo. Non partecipo più alla regata di Alderney dai tempi degli anni ’90, ma suppongo che continui ad essere molto popolare. La regata della Wild Goose, di cui avrete già sentito parlare, è davvero notevole. Anche le regate nelle isole Skerry – intendo quelle al largo di Anglesey – meritano sicuramente attenzione. E persino la piccola regata di St Albans, sebbene sia insignificante rispetto a quella di Portland, rappresenta comunque una valida sfida in qualsiasi condizione meteorologica.

Ma il motivo per cui Portland merita questo nome di “capolavoro”, che mai ha realmente ottenuto; il motivo per cui parlo con tanta enfasi dell’ignoranza dell’Inghilterra riguardo a questa importante realtà del proprio patrimonio culturale; il motivo per cui la barriera naturale di Portland Race mi spinge a riflettere seriamente se gli intellettuali non siano, in fondo, i guardiani della grandezza umana, e se la loro trascuratezza non sia, in realtà, la causa del declino di ciò che viene ignorato, è proprio questo: questa incredibile meraviglia si trova letteralmente a portata di mano di tutti, eppure non ha alcun posto nella mente degli inglesi. I pirati sassoni e danesi dell’Alto Medioevo devono esserci passati sopra (e, per favore Dio, affondati); chiunque abbia attraversato il canale che collega Dorset alla Francia per 2.000 anni deve averci corso dei rischi. Oggi, la rotta seguita da innumerevoli navi che partono da Southampton e si dirigono verso l’oceano passa proprio accanto a Portland Race. Eppure nelle nostre lettere non se ne parla affatto, tranne forse un’allusione di Hardy ai “fantasmi” che si aggirerebbero sopra quella barriera naturale. Ma non esiste fantasma più reale di quello che si nasconde sotto Portland Race.

Forse è proprio in quella parola “Southampton” che ho individuato la causa del problema. Fino a quando Southampton non divenne il porto principale per le Americhe, la rotta marittima utilizzata rimase deviata. Nessuno che attraversasse la Manica partendo dal Tamigi aveva bisogno di seguire quella rotta; allo stesso modo, nessuno che viaggiasse in direzione opposta era obbligato a farlo. Anche se si attraversava la Manica in entrambe le direzioni, si poteva procedere liberamente prima di raggiungere quelle acque turbolente; non c’era alcun bisogno di avvicinarsi a esse durante il viaggio. E il vapore non aveva nulla a che fare con tutto ciò, tranne per quel vapore che, negli ultimi trent’anni, ha iniziato sempre più spesso ad essere utilizzato nel nostro unico corso d’acqua interno situato a sud dell’Isola di Wight.

There is a great deal more I had intended to write about Portland Race. I had intended to talk about the folly of the Bill challenging the sea, and how it ought to be an island, as it was for centuries. I had intended to say something of that canal between Portland Roads and the West Bay, which ought to have been dug long ago, and which some day people will wish they had dug, when it is too late. I had intended to give rules for getting round by the narrow smooth. I had intended to curse the absurd arrangement whereby the tide, instead of behaving like a reasonable human tide, and running six hours either way, runs southerly nine hours out of the twelve from both sides of the Bay, leaving only three for the dodge round. I had intended to add much more.

But I cannot. Let me end with this piece of advice.

Never trust any man unless he has gone round Portland Bill in something under ten tons. Never allow any man to occupy any position of import to the State until he has gone round Portland Bill under his own sail in something under ten tons. But most of all, never believe any man - no, not even if you see it printed on this page - who says that he himself has done the thing.

After Portland Race, as you run down that coast, there comes only one other patch of sea (for you will avoid the Shambles), which is a nuisance, and that is St Alban’s Race. When you have just been through Portland you hardly notice St Alban’s, but if you are going westward, so that St Alban’s comes first, you notice it more than a little. For all the way down England, from the North Sea and the Straits onwards, you will have come across nothing of this kind. Everything to the east is more or less reasonable. If the sea rises, it is because there is a wind. If you are checked, it is through a known tide. But off St Alban’s Head you run into a piece of water which has no rules.

You are first suspicious of something odd by an inability to follow the rhythm of the seas. So far you have been going well, say, with a south wind, luffing regularly to every sea and paying off again in the hollows; the regular beat of the successive ridges has become companionable - when all of a sudden a little sea from nowhere jumps up on your beam, and catches you a smack, and immediately you are in a tumble of water without rhyme or reason - nothing perilous, but intolerably inconsequential. You will suddenly find the helm pulling hard for no reason, and then as suddenly losing grip; and with all this, there is no guessing the rate at which your stream will move. I have been half a night passing St Alban’s with a leading wind - light, it is true, but sufficient; and that only just after the neaps, when the flood should be running slack. I have watched there in the darkness hour after hour the blacker line of cliffs against the blackness of the sky, and the shore, apparently immovable, refusing to slip by. What is worse, St Alban’s Race is a sentient thing. It knows all about you, and whether in its heart it only desires to play, or whether it has a wickeder mind, a mind it certainly has.

Some years ago I was running down this coast with many companions - too many for so small a craft. All was with us: an excellent wind, bright sun, and a clear air. I warned my companions about this mischievous patch (which is also haunted), and I said we would go right outside and cheat it. So we put the bow a point or two off the course we were making, so as to get right out into the open and leave the exasperation of St Alban inshore in the place to which his bad temper belongs. But not a bit of it. Even as we were looking landward, and laughing to see the tumble of water between us and the cliff, which tumble we thought to have thus escaped, even as we thought we had passed it, the thing ran at us.

It came on in a long line of white, just like a lot of dogs running up to play. It was abominably conscious and alive. It had said: ‘Here is a boat which thinks that, because it has gone outside, it can escape me,’ so it galloped up in a rush, and swarmed all around us, and we were in for an hour of it before we got to the regular water beyond.

I know a man who so dislikes this patch of curse upon the sea that he boasts of passing it as of a feat, though, in truth, there is no feat in it at all, but only an annoyance. So much did he pride himself upon the passage of it once that, in coming into harbour, and being asked to write something in the visiting book of the inn, he put down his name, and the date, and this poem:

I made my passage through St Alban’s Race And came to anchor in this bloody place.

The person who owned the inn was very angry on seeing this poem, and asked that it might be rubbed out. This the man of whom I speak very humbly did, and substituted for the offensive couplet a long, long poem in the heroic style, all in rhyming decasyllabic couplets, and iambic at that, which poem is to be read there to this day.

You gentlemen of England - if gentlemen I may still call you - who travel about in mechanical ships as big as a street of houses, know nothing of these things.

But I will tell you one last thing about St Alban’s Race. I have said that it is haunted. Well, what do you think of this? As I was passing there once, there came up to me, catching me up, at a pace far faster than the dear Nona could ever sail, such a fine, rich little boat, with canvas so new and so tight, and so white, and painted and enamelled, and gear well trammelled, and the brasswork shining like the sun, and the cordage new, and varnish upon all the combings, and on the tiller, and at her helm a man dressed as though for Cowes Week in opéra bouffe. She foamed, and was running past in a streak. The day was bright, well past its noon, and the shores of England stood clear all abeam. There was the Wight, with its brilliant chalk cliffs taking the sunlight, and there, very clear, the Hampshire coast, and right at hand, Purbeck: all as neat as a picture. But the man in the exhibition-shop-window boat hailed me, and shouted through a horn, pointing fiercely eastward, as he stood up and steered with his knee, ‘Are those the Needles?’

C’era molto di più che intendevo scrivere su Portland Race. Volevo parlare dell’assurdità di quel progetto che cercava di “sfidare il mare”, e di come Portland avrebbe dovuto rimanere un’isola, come è stato per secoli. Volevo anche menzionare quel canale tra Portland Roads e West Bay: avrebbe dovuto essere scavato da tempo, e un giorno la gente si pentirà di non averlo fatto, quando sarà ormai troppo tardi. Volevo fornire indicazioni su come aggirare quelle zone strette e pericolose. E soprattutto, volevo denunciare quell’assurdo sistema in base al quale la marea, invece di comportarsi in modo logico, scorre verso sud per nove ore su dodici da entrambi i lati della baia, lasciando solo tre ore disponibili per aggirarla. C’era molto di più che intendevo scrivere.

Ma non posso. Lasciate che concluda con questo consiglio.

Non fidatevi mai di nessun uomo a meno che non abbia circumnavigato Portland Bill su una nave di peso inferiore a dieci tonnellate. Non permettete mai a nessuno di occupare una posizione importante per lo Stato finché non abbia fatto lo stesso viaggio in modo autonomo, su una nave di peso inferiore a dieci tonnellate. Ma soprattutto: non credete mai a nessun uomo – no, nemmeno se leggete queste parole stampate su questa pagina – che sostenga di averlo fatto personalmente.

Dopo la gara di Portland, mentre si corre lungo quella costa, c’è solo un altro tratto di mare (poiché si evita la zona dei “Shambles”), ma questo rappresenta un problema: si tratta della gara di St Alban’s. Appena superato Portland, quasi non ci si accorge di St Alban’s; invece, se si procede verso ovest in modo che St Alban’s venga prima, se ne nota molto di più. Per tutto il tragitto lungo l’Inghilterra, a partire dal Mar del Nord e dai Dardanelli, non si incontrano situazioni del genere: tutto ciò che si trova a est è piuttosto regolare. Se il livello del mare aumenta, è a causa di un vento; se si incontra qualche ostacolo, è dovuto alle maree conosciute. Ma al largo di St Alban’s Head si trova un tratto d’acqua che non segue alcuna regola.

Si comincia sempre a sospettare qualcosa di strano quando si ha difficoltà a seguire il ritmo delle onde del mare. Finora tutto è andato bene: diciamo, con un vento da sud, virando regolarmente di fronte ad ogni onda e raccogliendo i benefici nei tratti più calmi; il ritmo costante delle creste marine sembrava quasi un compagno di viaggio. Ma all’improvviso, una piccola onda inaspettata ti colpisce con forza, facendoti perdere l’equilibrio e trascinandoti in un vortice d’acqua senza alcun motivo apparente. Il timone sembra tirare con forza per poi, altrettanto improvvisamente, perdere efficacia. E in tutto questo, non c’è modo di prevedere a quale velocità si muoverà la barca. Io stesso ho trascorso mezza notte navigando vicino a St Alban’s, con un vento leggero ma sufficiente. Solo dopo i periodi di massima marea, quando il flusso dell’acqua dovrebbe essere più debole. Ho osservato, nell’oscurità, quella linea nera delle scogliere contro il cielo notturno. La riva sembrava immobile, rifiutandosi di allontanarsi. E cosa ancora peggiore: St Alban’s Race è qualcosa di “vivente”. Sa tutto di te. E chissà se nel suo cuore desidera soltanto divertirsi, o se nasconde intenzioni più sinistre. Di certo, ha una mente.

Alcuni anni fa stavo navigando lungo questa costa con molti compagni: troppi per una barca così piccola. Avevamo tutto a nostro favore: un vento ottimo, il sole splendente e l’aria limpida. Avvertii i miei compagni riguardo a quella zona pericolosa (che è anche considerata infestata), e dissi che avremmo aggirato direttamente quel tratto di mare. Così modificammo leggermente la rotta, in modo da passare proprio al largo di quella zona e lasciare che le “maledizioni” di San Alban rimanessero dove spettavano. Ma non fu affatto così. Mentre guardavamo verso terra e ridevamo vedendo l’acqua che si frantumava tra noi e la scogliera, pensando di essercela finalmente svignata, quella zona pericolosa ci colpì comunque in pieno.

Apparve in una lunga fila di forme bianche, proprio come molti cani che corrono per giocare. Era terribilmente consapevole e “viva”. Aveva detto: “Ecco una barca che pensa di potermi sfuggire solo perché è uscita all’aperto”, quindi si precipitò verso di noi in massa, circondandoci completamente. E passò un’ora intera prima che riuscissimo ad arrivare nell’acqua normale, al di là di essa.

Conosco un uomo che disprezza così tanto questa zona maledetta del mare da vantarsi di averla attraversata come se fosse stato un vero e proprio exploit. Ma in realtà non c’è alcun merito in questo, solo fastidio. Era così orgoglioso di quella traversata che, entrando in porto e venendo invitato a scrivere qualcosa nel libro degli ospiti dell’osteria, scrisse il proprio nome, la data, e anche questo poema:

Ho attraversato la baia di St Alban’s Race ed sono arrivato ad ancorarmi in questo posto maledetto.

La persona che possedeva l’osteria si arrabbiò molto quando vide questo poema e chiese che venisse cancellato. L’uomo di cui parlo lo fece con grande umiltà, sostituendo quel verso offensivo con un lungo poema in stile eroico, tutto composto da coppie di dieci sillabe rimeggianti e addirittura in forma iambica; questo poema viene ancora letto lì oggi.

Voi signori d’Inghilterra – se ancora posso chiamarvi signori – che viaggiate su navi meccaniche grandi quanto un intero quartiere residenziale, non sapete nulla di queste cose.

Ma vi dirò ancora una cosa sull’“St Alban’s Race”. Ho detto che è infestata. Beh, che ne pensate di questo? Una volta che passavo da lì, mi raggiunse una bellissima barca, piccola e ben tenuta: il tessuto era nuovo, teso e bianco; le decorazioni erano lucide e colorate; tutto sembrava perfetto. La barca procedeva a velocità incredibile. Il giorno era luminoso; si vedevano chiaramente le coste dell’Inghilterra su entrambi i lati. C’era l’isola di Wight, con le sue scogliere bianche che riflettevano la luce del sole; c’era anche la costa del Hampshire. Ma l’uomo a bordo della barca mi chiamò e, puntando furiosamente verso est, gridò: “Sono quelle le Needles?”

Now what could such a portent mean? What was the explanation of that mystery? The sea brings all adventures, but what adventure was this? Whence did this man come? How could any man so lay a course from the Bill eastward without knowing what the Needles were, and without recognizing them when he saw them? It is true we were end on; but they are the most conspicuous rocks, by their shape, in all the Channel, and they are as familiar as Piccadilly. Even a man who had never seen them must know by his chart where they lay, and by the obvious, unmistakable, glaring white point of the Island. To ask ‘Are those the Needles?’ was like asking ‘Is that the Eddystone?’ when one had been sailing with a good breeze southward from Plymouth, and perceived a tall tower standing up utterly alone in the midst of the seas, very far from land. This man could not have crossed the Atlantic (though men have done so in boats no larger), for she was spick and span. And even had he crossed the Atlantic, he would have a chart. Was he, perhaps, a western man, who had lived all his life as in Devon or Cornwall, and had set out thus in middle age to explore the strange eastern people beyond Portland Bill?

There may be some few such remaining who wisely root themselves in their native place, and such a man might for so short a course take no chart - in which case he would have only himself to blame for running through the Shambles, and drowning if God so willed. At any rate, there he was, asking poignantly whether, indeed, those were the Needles.

For a moment I hesitated whether I should not tell him it was the Old Man of Hoy or the Giant’s Causeway, but the spirit of truth entered into me, and I answered, ‘Yes.’

He remains a problem, and to me, therefore, fascinating; for there is nothing so holds the mind - my mind at least - as a problem connected with reality. I know that many men get an equal pleasure out of problems set them in fiction; that is why a good detective story very properly commands a large sale, especially among the intelligent: that is why a good detective story is bought by men as well as by women, whereas your ordinary best-seller, so full of what they call ‘psychology’, is fed to the other sex, not mine. Bismarck also, intelligent among the Germans, delighted in the detective stories of fiction; but, for my part, though I take pleasure in them also (especially when they are of first-rate construction and diction, like Trent’s Last Case, Mr Bentley’s book, which is, without a doubt, the best detective story in English today), yet it is a pale pursuit compared with problems set in the midst of reality: it is all the difference between dreaming and doing. Moreover, the wretched writing-man can never forget that a story written is at the author’s pleasure. That author knew the solution from the beginning - as is proper to a creator - and as we read we know that he can make the evidence fit any way he choose. But when you are dealing with reality, the evidence upon either side of the problem is not made to fit any end. You have to reconcile as best you can two opposite sets of equally certain things, which seem the one set to contradict the other. If the problem as to who that Needles man was, and where he had come from, had involved great issues, racial hatreds, the fate of a fortune, or the destiny of a realm, it would have become an historical problem; and historical problems are the most fascinating of all.

There come first in order those involving human motive, and the known probabilities of human action. Take three of them: the affair of the Diamond Necklace, the Tichborne case, and the Dreyfus case. In each of these the difficulty of finding the solution lies in the discovery of motive, and in the estimate of truth proceeding from a group of witnesses, or sometimes from only one witness, and in each of these there is an opposing set of accounts, and of depositions contradictory the one to the other.

In the affair of the Diamond Necklace, you have either to believe that a man, living in the heart of the court life of Versailles, accepted a ludicrous signature as that of the Queen; or else you have to believe that about twenty people, who had no connexion one with the other and were separated by every conceivable kind of social circumstance, place, and time, conspired to tell unshaken the same he. If you ask whether a man living in the heart of the rich society of London would accept as normal the signature ‘The Hon. Henry Hound, Esq.’ at the end of a letter (he having known for many years the said Henry Hound, let alone the fantastic nature of such a signature), you would certainly say that the thing was morally impossible. But what if you had to decide between such a moral impossibility and the necessity of believing that a railway porter at North Berwick, a small farmer in County Clare, a dilettante friend of the said Henry Hound, and Henry Hound himself, and a chance taxi-man who had once driven him, and a policeman who had noted the taxi go by, and about a dozen others equally separate, did all swear and remain unshaken under examination, and after a long process of time, to testimonies which, combined, made the conclusion inevitable that this man, accustomed to all our social usages, and living in the heart of our rich society, did regard such an absurd signature as normal?

The Tichborne case depends upon contradictions in which I have little reading; but, if I remember right, the main contrast in it lay between two sets of undoubted fact. On the one hand, a man’s mother recognized him; his distinguished advocate preferred ruin to the concealment of his own passionate conviction of the man’s identity - and, after seeing all the evidence, and hearing everything in confidence, deliberately broke the most sacred rules of his lawyers’ trade union, inviting certain disaster in order to leave conviction to posterity. As against a set of things like that you had the unaccountable ignorance of a man of middle age upon habits and words, and the rest, in which his youth must have been steeped, and many other contradictory points as well. There has been formed a comfortable legend upon this particular problem: a legend which affirms the certain justice of the verdict.

Che significato poteva avere un simile presagio? Qual era la spiegazione di quel mistero? Il mare porta con sé tutte le avventure, ma quale tipo di avventura era questa? Da dove proveniva quell’uomo? Come poteva qualcuno intraprendere una rotta verso est da Portland Bill senza conoscere l’esistenza delle Needles, e senza riconoscerle nemmeno quando le vedeva? È vero che ci trovavamo di fronte a loro, ma quelle sono le rocce più evidenti, per forma, in tutto il Canale della Manica; sono familiari quanto Piccadilly. Anche una persona che non le avesse mai viste potrebbe individuarne la posizione grazie alla mappa, e grazie al punto bianco, evidente e inconfondibile dell’isola vicina. Chiedere “Sono quelle le Needles?” era come chiedere “È quello l’Eddystone?” quando si naviga con una buona brezza verso sud da Plymouth, e si scorge una torre alta che si erge solitaria in mezzo al mare, molto lontano dalla terraferma. Quell’uomo non poteva aver attraversato l’Atlantico, anche se altri ci sono riusciti con barche non più grandi di questa. E anche se l’avesse fatto, avrebbe sicuramente avuto una mappa. Forse era un uomo del Devon o della Cornovaglia che, nella mezza età, aveva deciso di esplorare i popoli strani dell’Est, al di là di Portland Bill?

Potrebbero esserci ancora alcuni individui che, saggiamente, si radicano nel loro luogo d’origine; un tale uomo, in un percorso così breve, potrebbe non aver bisogno di alcuna mappa. In tal caso, dovrebbe solo incolparsi se dovesse finire nei guai o annegare, se Dio lo vorrà. Comunque sia, eccolo lì, che si chiede con dolore se quelle siano davvero le “Aghi” di cui parla.

Per un momento esitai, chiedendomi se dovesse dirgli che si trattava dell’Old Man of Hoy o della Giant’s Causeway, ma lo spirito della verità prese il sopravvento e risposi: “Sì.”

Rimane comunque un problema, e per me, quindi, affascinante; perché non c’è nulla che attiri di più la mente – almeno la mia – quanto un problema legato alla realtà. So che molti trovano lo stesso piacere nei problemi immaginari creati dalla fantasia; ecco perché una buona storia gialla vende molto, soprattutto tra le persone intelligenti: è per questo che vengono lette sia dagli uomini che dalle donne, mentre i soliti bestseller, pieni di quella che chiamano “psicologia”, sono destinati all’altro sesso, non al mio. Anche Bismarck, intelligente tra i tedeschi, amava le storie gialle di fantasia; ma per quanto a me piacciano anch’esse (soprattutto quando sono ben scritte e ben strutturate, come “L’ultimo caso di Trent” o il libro di Mr Bentley, che senza dubbio è la migliore storia gialla in inglese oggi), rimangono comunque una forma di intrattenimento piuttosto banale rispetto ai problemi concreti legati alla realtà: c’è tutta la differenza tra sognare e agire. Inoltre, lo scrittore, per sua natura, non può mai dimenticare che una storia scritta è frutto del piacere dell’autore stesso: lui conosceva già la soluzione fin dall’inizio – come è giusto per un creatore – e mentre leggiamo sappiamo che può far quadrare le prove a suo piacimento. Ma quando ci si confronta con la realtà, le prove presenti su entrambi i lati di un problema non possono essere manipolate a piacimento: bisogna cercare di conciliare due insiemi di fatti ugualmente certi, che apparentemente si contraddicono a vicenda. Se il problema riguardasse, ad esempio, l’identità di quell’uomo misterioso e la sua origine, se coinvolgesse questioni importanti come l’odio razziale, il destino di una fortuna o quello di un regno, allora diventerebbe un problema storico, e i problemi storici sono senz’altro i più affascinanti di tutti.

In primo luogo vengono quelli che riguardano motivazioni umane e le probabilità conosciute delle azioni umane. Prendiamo tre di questi casi: l’affare del Collare di Diamanti, il caso Tichborne e il caso Dreyfus. In ciascuno di essi, la difficoltà nel trovare una soluzione risiede nella scoperta dei motivi che hanno spinto le persone a compiere tali azioni, nonché nell’valutazione della verità basata sulle testimonianze di un gruppo di persone, o talvolta di un solo testimone. Inoltre, in ciascuno di questi casi esistono versioni opposte dei fatti e deposizioni contraddittorie tra loro.

Nel caso del Collare di Diamanti, si deve credere che un uomo, che viveva nel cuore della vita di corte a Versailles, abbia accettato come autentica la firma della Regina; oppure si deve credere che circa venti persone, completamente sconnesse tra loro e separate da ogni tipo di differenza sociale, geografica o temporale, abbiano concordemente mentito in modo incondizionato. Se vi chiedete se un uomo che vive nel cuore della ricca società londinese accetterebbe come normale una firma del tipo “Il Nobile Henry Hound” alla fine di una lettera (sapendo da molti anni chi fosse questo Henry Hound, per non parlare dell’assurdità di tale firma), sicuramente rispondereste che è moralmente impossibile. Ma cosa succederebbe se doveste scegliere tra questa impossibilità morale e la necessità di credere che un portiere ferroviario di North Berwick, un piccolo agricoltore della contea di Clare, un amico dilettante di Henry Hound stesso, Henry Hound stesso, un tassista che lo aveva accompagnato in passato, un poliziotto che aveva notato il passaggio del taxi, e altre circa una dozzina di persone completamente sconnesse tra loro, abbiano tutti giurato sotto interrogatorio e mantenuto le loro dichiarazioni senza vacillare? Dopo un lungo processo, tutte queste testimonianze, messe insieme, porterebbero inevitabilmente alla conclusione che questo uomo, abituato a tutte le nostre usanze sociali e che vive nel cuore della nostra ricca società, considerasse davvero tale firma come normale.

Il caso Tichborne si basa su contraddizioni riguardo alle quali non ho letto molto; ma, se ricordo bene, il contrasto principale risiedeva in due insiemi di fatti indubbi. Da un lato, la madre di quell’uomo lo riconobbe; il suo illustre avvocato preferì la rovina alla negazione della propria convinta certezza riguardo all’identità di quell’uomo – e, dopo aver esaminato tutte le prove e ascoltato tutto in confidenza, violò deliberatamente le regole più sacre del suo ordine professionale, invitando così a un certo disastro pur di lasciare la propria convinzione alla posterità. Dall’altro lato, c’erano elementi come l’incomprensibile ignoranza di un uomo di mezza età riguardo ad abitudini e parole, nonché ad altre cose nelle quali sicuramente era stato influenzato dalla sua giovinezza; inoltre, esistevano molti altri punti contraddittori. Su questo particolare problema si è formata una leggenda che afferma l’indubbia giustizia della sentenza emessa.

Personally, I mistrust such legends. The tendency of men to believe what it makes them happier to believe is so strong that one should lean with all one’s weight against it in public as in personal affairs. But that does not mean that the verdict was not just: it only means that the accepted legend has no authority in itself. During my boyhood the opinion of men amply qualified to judge, men eminent in the legal profession, men of the Tichbornes’ social standing and religion, was as violently divided as were later men of the same capacity for judgement in the matter of the Dreyfus affair.

Though I was too young to remember the heat of the quarrel, yet I always listened with interest to the violent disputes which I heard between my elders, especially those which regularly took place in one of the Sussex houses, the Squire of which had no doubt at all of the claimant’s right; and my reason for such interest in a matter to me remote is this: that the Tichborne verdict is the first thing I remember. We were living in a house in Westminster, and my nurse, who was excited in the matter, as all folk then were, rich and poor, took me into the press of people at Westminster Hall to hear the result. Of course, very early memories like this (I was but three years old) are falsified by the continual repetition of the subject by one’s elders, but I am as certain as anyone can be of such a memory, and I believe it is the earliest thing of which I have any clear memory left.

Upon a similar very early memory depends one of the longest links with history with which I am acquainted. Mademoiselle de Montgolfier, the daughter of the man who made the first balloons, lived as a life-long companion of my Irish grandmother in France, and died well after her ninetieth year, when I was a boy of ten or eleven. That woman as a child of four was present in Paris when the mob poured up the Faubourg of St Antoine to the capture of the Bastille in 1789, and I, as a child of seven, eight, and onwards, was brought to her time and again to hear her tell the story. I am now in my fifty-fifth year, and the stretch of time is already remarkable. Were I in extreme old age, and told a child of this incident, that child himself, living to a similar old age, would be able to say that he had spoken to one who had heard of the fall of the Bastille from an eye-witness; and that would be as though some very old person today were to tell one that he had spoken to one who had known a page at Charles II’s Court, and had seen as a child the funeral of General Monk; or again, it is as though some very old person today were to remember having met in childhood a person who had talked to one who had seen John Milton.

The Dreyfus case, after all these years, still rouses such passions that I tremble even to mention it. I have myself (so many years after!) been subjected to mournful rebuke in public from the excellent pen of Dean Inge, who has reproached me in well-knit prose for being the only man in England who did not take the side of the accused. He is wrong there; for I could cite the names of half a dozen prominent Englishmen who had the right to judge through a knowledge of European affairs, and who remained in doubt of Dreyfus’ innocence, notably Lord Russell of Killowen, the Lord Chief Justice, and Mr Labouchere - and there were many others.

Here also the difficulty lay in weighing opposing sets of undisputable facts. The nearer men were to a position where they could fully judge all the technical details of that highly technical evidence, and the probable motives of the clashing witnesses, the more were they divided; they remained divided today upon the issue after more than thirty years. On the one hand was present an overwhelming motive to secure the conviction of a man against whom there was strong prima facie evidence. That motive was the desire to preserve the Intelligence Department of the French Army intact, though rival powers were bent on its destruction. On the other side was another motive; the overwhelming motive of freeing a man who was believed innocent, and the lesser, but still very strong, motive of defending the immunity of that small, immensely wealthy, very powerful clique of international financiers, one member of which - the first and the last in our time - had been challenged by the authority of a modern State. Such men regard themselves, and are, in practice, usually treated, as though they were above the law.

I, for my part, pretend to no certain conclusion in the matter, for I doubt whether any man could do that who was not on the Bench in court, and physically confronted with the witnesses, and acquainted with all the documents, and able to weigh them all - even the use of the most technical terms in gunnery. But it is to be remembered that there was division upon that Bench itself, and that a minority of the five judges - two out of three - were (I am told) for acquittal.

Of my own intimate acquaintance who were on the spot and competent to judge, most were for the innocence of Dreyfus: but the rest, fully competent also, were and are, convinced of his guilt.

There are in England today two Englishmen whose wide knowledge of Europe and especially of Paris, and the French tongue and society, enable them to judge. They are both close friends of mine. One is for, the other against.

I believe that, when the passions have died down, the Dreyfus case will remain for history very much what the Diamond Necklace has remained, or the Tichborne case; that is, there will be a popular legend, intellectually worth nothing; and, for the historian, the task of criticizing that legend, but hardly of solving the problem.

The historian will have one point to make in connexion with it, and that a point of capital importance. It is to the Dreyfus case that we owe the four years of war, 1914-18: for it destroyed the French Intelligence Bureau and so permitted the German surprise on Mons and Charleroi.

Perhaps problems depending upon human psychology can never be finally determined. But there are others equally absorbing which involve no such heats, and no such moral doubts: only physical and mathematical oppositions.

Personalmente, non ho fiducia in tali leggende. La tendenza degli uomini a credere in ciò che li rende più felici è così forte che si dovrebbe opporsi con tutte le proprie forze sia nelle questioni pubbliche che private. Ma questo non significa che il verdetto non fosse giusto: significa soltanto che la leggenda accettata in quel momento non possiede alcuna autorità intrinseca. Durante la mia infanzia, l’opinione di uomini qualificati per giudicare – avvocati eminenti, persone della stessa condizione sociale e religiosa dei Tichbornes – era altrettanto divisa quanto quella degli uomini con le stesse capacità di giudizio successivamente coinvolti nel caso Dreyfus.

Anche se ero troppo piccolo per ricordare l’intensità della disputa, ascoltavo sempre con interesse le violente discussioni che sentivo tra i miei anziani, soprattutto quelle che si svolgevano regolarmente in una delle case del Sussex: il proprietario di quella casa non aveva alcun dubbio sul diritto dell’assertore. Il motivo per cui provavo questo interesse per una questione che per me era lontana è questo: la sentenza riguardante Tichborne è la prima cosa che ricordo con chiarezza. Vivevamo in una casa a Westminster, e mia madre, che ne era molto interessata, come tutti all’epoca, sia i ricchi che i poveri, mi portò nella folla di persone riunite a Westminster Hall per ascoltare il risultato della sentenza. Ovviamente, ricordi così antichi (avevo solo tre anni) vengono spesso alterati dalla continua ripetizione dell’argomento da parte degli adulti, ma sono altrettanto certo di questa memoria quanto chiunque altro possa esserlo. E credo che sia il primo ricordo chiaro che mi rimanga.

Un ricordo molto simile e risalente a un’epoca remota è alla base di uno dei legami più significativi con la storia che io conosca. La signorina de Montgolfier, figlia dell’uomo che costruì i primi palloni aerostatici, visse per tutta la vita come compagna della mia nonna irlandese in Francia e morì molto dopo aver raggiunto gli novant’anni, quando io avevo dieci o undici anni. Quella donna, all’età di quattro anni, era presente a Parigi quando la folla si riversò nel Faubourg de St Antoine per la presa della Bastiglia nel 1789; e io, da bambino di sette, otto anni in poi, fui spesso portato da lei ad ascoltare le sue storie. Ora ho cinquantacinque anni: un lasso di tempo davvero notevole. Se fossi molto anziano e raccontassi questo episodio a un bambino, quel bambino, vivendo fino a una simile età avanzata, potrebbe dire di aver parlato con qualcuno che aveva ascoltato dal vivo la notizia della caduta della Bastiglia; sarebbe come se oggi una persona molto anziana raccontasse di aver incontrato qualcuno che aveva conosciuto un paggio alla corte di Carlo II e aveva visto da bambino il funerale del generale Monk. Oppure, è come se qualcuno molto anziano ricordasse di aver incontrato in giovane età una persona che aveva parlato con qualcuno che aveva conosciuto John Milton.

Il caso Dreyfus, dopo tutti questi anni, suscita ancora passioni così intense che tremo solo al pensiero di menzionarlo. Anch’io stesso (dopo tanti anni!) sono stato oggetto di aspre critiche pubbliche da parte dell’eccellente Dean Inge, il quale mi ha rimproverato in prosa ben congegnata per essere l’unico uomo in Inghilterra che non si è schierato dalla parte dell’accusato. Ma si sbaglia: potrei citare i nomi di mezza dozzina di importanti inglesi che, avendo una solida conoscenza degli affari europei, erano ancora scettici sull’innocenza di Dreyfus, tra cui Lord Russell di Killowen, il Lord Chief Justice, e il signor Labouchere. E ce n’erano molti altri.

Anche qui la difficoltà risiedeva nel bilanciare due insiemi di fatti indiscutibili e contrapposti. Più le persone si trovavano in una posizione che permettesse loro di valutare appieno tutti i dettagli tecnici di quelle prove estremamente complesse, nonché i probabili motivi dei testimoni in conflitto, più si dividevano; ancora oggi, dopo più di trent’anni, rimangono divise su questa questione. Da un lato c’era un motivo schiacciante per ottenere la condanna di un uomo contro il quale esistevano forti prove a prima vista: il desiderio di preservare intatto il Dipartimento di Intelligence dell’esercito francese, nonostante le potenze rivali fossero determinate a distruggerlo. Dall’altro lato c’era un altro motivo: quello schiacciante di liberare un uomo ritenuto innocente, e un motivo meno forte, ma comunque molto significativo, ovvero difendere l’immunità di quel piccolo gruppo di finanziatori internazionali estremamente ricchi e potenti; uno dei suoi membri – il primo e l’ultimo del nostro tempo – aveva addirittura ricevuto una sfida da parte delle autorità di uno Stato moderno. Tali persone si considerano, e di fatto vengono solitamente trattate, come se fossero al di sopra della legge.

Per quanto mi riguarda, non pretendo di giungere a una conclusione certa in questa questione; dubito infatti che qualcuno possa farlo se non si trovi in tribunale, di fronte ai testimoni, a conoscenza di tutti i documenti e in grado di valutarli tutti correttamente – anche nel caso in cui si tratti dell’uso dei termini più tecnici legati all’artiglieria. Tuttavia, è importante ricordare che c’era disaccordo stesso all’interno di quella tribuna: una minoranza dei cinque giudici – due su tre – era a favore dell’assoluzione.

Tra le persone che conoscevo bene e che erano presenti sul posto e in grado di giudicare, la maggior parte era convinta dell’innocenza di Dreyfus; ma gli altri, anch’essi pienamente qualificati per giudicare, erano e sono ancora convinti della sua colpevolezza.

Oggi in Inghilterra ci sono due inglesi la cui vasta conoscenza dell’Europa, soprattutto di Parigi, nonché della lingua e della società francese, li rende in grado di giudicare con saggezza. Sono entrambi miei buoni amici: uno è a favore, l’altro contro.

Credo che, quando le passioni si saranno placate, il caso Dreyfus rimarrà nella storia esattamente come sono rimasti il caso del Collare di Diamanti o il caso Tichborne: ci sarà una leggenda popolare, priva di alcun valore intellettuale; e per lo storico il compito sarà quello di criticare tale leggenda, ma difficilmente risolvere il problema stesso.

Lo storico avrà qualcosa da dire al riguardo, e di estrema importanza. Sono proprio i fatti legati al caso Dreyfus che hanno causato quei quattro anni di guerra, dal 1914 al 18: essi infatti distrussero l’Ufficio di Intelligence francese, permettendo così alla Germania di attaccare improvvisamente a Mons e Charleroi.

Forse i problemi legati alla psicologia umana non possono mai essere risolti definitivamente. Ma ci sono altri problemi altrettanto interessanti che non coinvolgono emozioni intense né dubbi morali: si tratta soltanto di contraddizioni fisiche e matematiche.

It would be a worthy task to draw up a list of such essentially historical problems not involving guess-work upon human motives, but dealing with plain, physical facts; problems which have remained unsolved, and which do not seem to be in the way of being solved either. Your academic writer shirks them nearly always; he writes as though they had been solved, and as though he knew the solution; so that his readers go on imagining they have been given an explanation which as a fact has been carefully avoided.

For instance, when you read of a fleet in antiquity ‘drawn up’ upon a shore, how was it done? The fleets of antiquity preferred to use, but did not depend upon, harbours; they were able to use a beach. Their large armies - for instance, a Carthaginian army of 150,000 men - were landed in this fashion. Caesar landed at Deal his small, but respectable force in this fashion, not through a harbour, but on a beach; and civilian sailing and piracy all used the same method. The ship of antiquity could ride, and also be moored in harbour, but was also beached. It came up to a shelving shore and was pulled up on to the land. It was pulled up out of reach of the waves; and it will be remembered how Caesar got into trouble during his first expedition (and second!) because he had not allowed for an exceptionally high tide accompanied by a storm. Fie got his ships on shore all right, but he had not pulled them up far enough.

How was it done? You cannot say it was done by capstans, because that could only apply to beaches already prepared. If you say it was done by hauling upon ropes over rollers the answer is not sufficient. How was the boat kept upright while this was going on, and what numbers would not be required to beach thus even a single ship of 300 or 400 tons, and, having so beached it, by what means could one rapidly float it again?

The ancients had some method which they took for granted, for they knew the difficulty of it, and which landsmen had seen practised a thousand times, and yet of which no description has come down to us in our fragmentary records of the past. The poets tells us that the ships stand upon the shore, and they leave it at that. They seem to tell us also that the boats were helped up stern foremost, but how on earth the thing could be done with a very large armament rapidly, and upon a beach unprepared, baffles us.

There is another problem I have never seen solved. How did Barbarians organize and commissariat the enormous bodies which came across the Alps for the plunder of Italy, and were as a rule destroyed by the Italian armies in antiquity. How did they get such a force as that of Radagasius across the Alps, or that of Brennus? I choose the Alps in particular because it is an extreme case, but it is almost as difficult to understand how they moved across flat country. In the case of the Alps, you had narrow tracks for much more than a day’s march, often for a week’s march; tracks from which it was impossible to deploy to right and left. There must, therefore, have been a very long column in file, a column of many, many miles. It is easy to calculate, in the case of Radagasius, that he could not possibly have extended over less than thirty miles, and probably his column covered a good deal more. Our academic writers seemed to think that a body of this sort moves as a matter of course, like an individual, or like a small body which can easily organize its movements: a dozen people out for a walk. But here you have numbers in respect of which anyone with an elementary knowledge of military history knows that high organization alone could prevent disaster.

Ask a modern staff with every modern advantage, and even with a good modern road on which the columns could advance on a front of four, to move by a single road a quarter of a million human beings, half of them fighting men, from Augsburg to Milan. Consider the preparation such a march would mean. The exact forethought required, establishing the position of each column at the end of each day’s march; the calculation of provisions, the arrangement for the passing up and down of wagons or of pack-animals, the strict discipline necessary to prevent bunching throughout the whole column; the confusion - these and a hundred other points. We all know that very good staff work, taking plenty of time, and with every modern advantage of map and transport, will do it in such and such a fashion. We also know that a few mistakes on the staff might easily so bungle the affair that only a dribble would get across in time, and the bulk would starve and die. Yet these huge Barbaric forces, in some undescribed way, so traversed the mountains and debouched upon the plains of Italy, having evidently thought out some form of screen or advance guard - otherwise they would have been blocked on emerging from the pass - having some clearly elaborate system of commissariat, and so on. Not a word of all that has come down to us from antiquity. We do not know how it was done. What is more, we cannot see how it was done by men who had no writing, and only the vaguest notions of topography.


The harbour of Poole, for which we were making during that run along the Dorset coast when we were hailed by the Needle man, has a problem of the sort attaching to it.

You come round the Anvil Point, and there, if you are lucky, you catch another tide. There are many such points on the coast where you can carry the tide with you much longer than the due six hours or so, by coming into the midst of a fresh tide at the very end of the old one. The main stream seems to shoot past Anvil Point, towards the Island. If you come to Anvil Point and the corner of Dorset just at the very top of the flood and have the good fortune to get round and open Swanage Bay, you are out of this main stream just before the ebb begins, and another, younger flood takes you up past Old Harry and towards Poole.

Old Harry is an isolated chimney of chalk rock which still stands, expecting doom. He had a wife standing by him for centuries - a lesser (but no doubt nobler) pillar. She crashed some years ago and now he is alone. He cannot wish to remain so much longer, staring out to sea without companionship. I think he longs for his release.

Sarebbe un compito degno intraprendere la stesura di un elenco di tali problemi essenzialmente storici: problemi che non presuppongono congetture sui motivi umani, ma si basano su fatti concreti e fisici; problemi che rimangono irrisolti e che, a quanto pare, non ostacolano nemmeno la loro soluzione. Gli scrittori accademici li evitano quasi sempre; scrivono come se fossero già stati risolti e come se conoscessero la soluzione; di conseguenza, i loro lettori continuano a credere di aver ricevuto una spiegazione che, in realtà, viene attentamente evitata.

Ad esempio, quando si legge di una flotta nell’antichità che “si ancorava” sulla riva, come veniva fatto? Le flotte dell’antichità preferivano utilizzare i porti, ma non vi dipendevano completamente; potevano anche approdare direttamente su una spiaggia. Anche le loro grandi armate – ad esempio, un esercito cartaginese di 150.000 uomini – venivano sbarcate in questo modo. Cesare, con le sue piccole ma rispettabili truppe, sbarcò a Deal proprio così, non attraverso un porto, ma su una spiaggia; lo stesso metodo veniva utilizzato anche dai naviganti civili e dai pirati. La nave dell’antichità poteva navigare in mare aperto o essere ancorata in porto, ma poteva anche essere tirata a riva. Si avvicinava alla costa e veniva trascinata sulla terraferma, al di fuori della portata delle onde. Si ricorderà come Cesare abbia avuto dei problemi durante la sua prima spedizione (e anche la seconda!) perché non aveva previsto un’alta marea accompagnata da una tempesta; riuscì comunque a far sbarcare le sue navi, ma non le tirò abbastanza lontano dalla riva.

Come è stato fatto? Non si può dire che sia stato realizzato utilizzando i capistagni, perché questo metodo potrebbe essere applicato soltanto alle spiagge già preparate. Se si dice che sia stato fatto tirando le corde su rotoli, questa spiegazione non è sufficiente. Come è stato possibile mantenere la barca in posizione verticale durante tutto il processo? E quali strumenti o risorse sarebbero necessarie per far sbarcare una nave di 300 o 400 tonnellate, e, una volta sbarcata, con quale metodo si potrebbe farla riprendere rapidamente in movimento?

Gli antichi possedevano un metodo che consideravano del tutto naturale, poiché conoscevano bene le difficoltà che comportava; quel metodo fu osservato migliaia di volte dai loro contemporanei, eppure nessuna descrizione di esso ci è giunta attraverso i frammentari resoconti del passato. I poeti ci dicono che le navi rimanevano ferme sulla riva, senza muoversi da lì; sembrano anche indicare che i barche venivano sollevate facendo avanzare la parte posteriore per prima, ma come fosse possibile farlo rapidamente, con un equipaggiamento così pesante e su una spiaggia non preparata, rimane un mistero per noi.

C’è un altro problema che non ho mai visto risolto: come riuscirono i barbari ad organizzare e coordinare quelle enormi masse umane che attraversavano le Alpi per saccheggiare l’Italia, solo per essere poi spesso distrutte dalle armate italiane nell’antichità? Come fecero a far attraversare le Alpi eserciti del calibro di quello di Radagasius o di Brennus? Sceglio appunto le Alpi come caso estremo, ma è quasi altrettanto difficile capire come riuscissero a spostarsi anche in territori pianeggianti. Nel caso delle Alpi, i sentieri disponibili erano sufficienti per marciare per più di una settimana; sentieri che non permettevano alcuna manovra laterale. Quindi doveva esserci una colonna molto lunga, formata da migliaia di persone. È facile calcolare che, nel caso di Radagasius, la sua colonna dovesse estendersi per almeno trenta miglia, e probabilmente ancora di più. I nostri studiosi sembrano pensare che un esercito del genere si muova in modo naturale, come individui o piccoli gruppi capaci di organizzare facilmente le proprie azioni. Ma qui si tratta di numeri così elevati che, chiunque abbia una conoscenza di base della storia militare, sa bene che solo un’organizzazione impeccabile avrebbe potuto evitare disastri.

Chiedete a uno stato maggiore moderno, dotato di tutte le tecnologie disponibili, e anche di un buon sistema stradale che permetta alle truppe di avanzare in formazione quadrupla, di far attraversare una strada un quarto di milione di persone, metà delle quali soldati, da Augusta a Milano. Pensate solo alle preparazioni necessarie per un simile spostamento: la pianificazione dettagliata di ogni singola tappa, il calcolo dei rifornimenti, l’organizzazione del transito dei carri e degli animali da soma, la disciplina rigorosa indispensabile per evitare disordini nella colonna. Ci sono centinaia di aspetti da considerare. Sappiamo tutti che un ottimo lavoro dello stato maggiore, con il tempo necessario e le tecnologie moderne a disposizione, può riuscire nell’impresa. Tuttavia, anche pochi errori potrebbero rovinare tutto, facendo sì che solo una piccola parte delle truppe raggiungesse in tempo il destino previsto, mentre la maggioranza morisse di fame. Eppure quelle enormi forze barbariche riuscirono in qualche modo misterioso a attraversare le montagne e ad arrivare nelle pianure italiane, dimostrando di disporre di un sistema efficace per il trasporto dei rifornimenti, nonché di altre strutture logistiche avanzate. Non esiste alcuna informazione al riguardo che ci sia pervenuta dall’antichità; non sappiamo come sia stato fatto. E soprattutto, non riusciamo a immaginare come possano esserci riusciti uomini che non conoscevano la scrittura e avevano solo vaghe nozioni di topografia.


Il porto di Poole, verso cui ci stavamo dirigendo lungo la costa del Dorset quando fummo chiamati dall’uomo con l’ago, presenta proprio quel tipo di problema legato alle sue caratteristiche strutturali.

Se raggiungi il punto di Anvil Point, e se sei fortunato, riesci a cogliere un’altra marea. Ci sono molti punti del litorale in cui è possibile approfittare della corrente marina per un periodo più lungo rispetto alle solite sei ore: basta arrivare nel mezzo di una nuova marea proprio alla fine di quella precedente. La corrente principale sembra dirigersi verso l’Isola passando per Anvil Point. Se riesci a raggiungere quel punto e l’angolo di Dorset proprio all’inizio dell’afluenza, e hai la fortuna di poter attraversare la baia di Swanage, ti troverai fuori dalla corrente principale poco prima che inizi il riflusso; un’altra marea, più giovane, ti porterà oltre Old Harry verso Poole.

Vecchio Harry è un camino isolato fatto di roccia calcarea che ancora si erge, in attesa della sua fine. Per secoli una moglie gli è stata accanto, un pilastro meno importante (ma senza dubbio più nobile). Qualche anno fa lei è crollata, e ora lui è solo. Non desidera rimanere così ancora a lungo, a fissare il mare senza compagnia. Penso che aneli alla propria liberazione.

Beyond Old Harry you come to that odd entry of Poole, the history of which is, I say, inexplicable to me. It was a main harbour for the Romans; and when the Scandinavian pirates came down to destroy this outer province of Christendom, they used it as a known base. It was sailing out of Poole that a great fleet of their ships - ninety, I am glad to say - coming to pillage this Roman Land, were piled up and destroyed in Swanage Bay; and it was from Poole that they went up water to Wareham, and thence made their foray by land to Exeter.

Yet Poole, thus easy to the ancients, could never be entered without local knowledge. It is a trap, baited and set. As you look from overseas, there stands clear before you the entry to a great harbour. You see plainly a narrow gate, an obvious door into a wide sheet of sheltered water within. But if you steer for that entry, you strike. For, running down parallel with the coast for more than a mile is a long, high, hidden sandbank, so that you must get into Poole today by making for the shore more than a mile below the entry to the harbour, and then running up a trench of which you can see nothing from the surface of the sea, but which you must keep to or wreck your ship. Today that strange approach is amply buoyed with a bright light at the seaward end, and no one can miss it. But what did the ancients do, who had, it may be presumed, no charts - certainly the pirates had none - and who could not, save in some very special weather, have determined the exact point of entry by the lead? The savages from Norway may have depended upon captured pilots, or upon men who had purchased their knowledge of the fairway disasters for their own in earlier pirate raids. But we hear nothing of all this in the records. We are simply told they came to Poole continually as though it were as simple a matter as going up Spithead.

Poole harbour has traps within as well as this grinning trap of an entry, and the worst of these traps is the patchiness of the holding ground. Unless you know where to drop anchor, you may be dragged in Poole, upwards, upon as fierce a tide as I know, with the flukes of your anchor dragging as easily through the soft mud almost as they would through water. But with all that, and although the Nona has caught fire there (the sea brings all adventures), Poole is a harbour that will always have good memories for me; and perhaps the Nona will go there at last to die.

Now that I am upon the home seas steering eastward out of Poole after rounding that last great buoy of theirs (for I dare not try the Swatchway), I am concerned to defend the proposition that there is more exploration to be done in things familiar than in things unfamiliar.

With what hesitation do I not set down those words! For they are paradox, and paradox is to my personal taste as detestable as advertisement. I will even confess to a little distaste of too much metaphor - or, indeed, of any trick or hook for catching the attention of the reader. Why should I suppose him jaded when I have so many interesting things to say?

But here paradox is unavoidable; for it is clear that in the plain sense of the words the exploration of a place unknown must yield more matter than the exploration of a place familiar. What I mean is that where one knows a thousand things, each of those thousand leads on to another thousand, and so quickly makes you a million. Whereas where you know nothing you go on from your first discovery to one or two more, and then to ten or a hundred all in a chain. So that the exploration of the known is like multiplication, and the exploration of the unknown is like addition. Or again, the survey of the known is like the sowing of a field with a manifold harvest; whereas the surveying of the unknown is but the lengthening out of a trail.

And all this mass of words am I tempted to because I am entering the home seas, which I count from the Anvil to the South Foreland as being my garden or back-yard; though it is true that my general estate extends much further afield. What is more, the home seas themselves expand a little during these last years of too much sailing along the coast of our Great Island, and I am not sure that Portland Bill is not now my gatepost, instead of the Anvil. But all this matters not at all.


The Bay between Poole and the Wight is so domestic and inward a thing that many would laugh to hear it called the sea at all. But let them be as I was on that night and they will find it is the sea right enough, and that it can raise a fine hubbub, and that the salt water of it can tumble about with the best of them.

I take it that there is no trial more trying in the sailing of a little craft than taking her through blinding weather at night close inshore - whether that weather be blinding through feather-white slants of snow or through violence of sudden rain.

Well outside you make your course and keep to it indifferently, for you have all the room you need; but when you are running from a coast point to a coast point with the wind on-shore through the darkness it is another matter.

The wind that night had backed to the east of south; having so far favoured me, however, that it never backed round enough to make me go about. I was abominably short-handed, and on that particular occasion could only count upon myself, for reasons which I will not debate. My course was for the North Channel under Hurst Castle, where there is a passage so narrow that even the Nona could hardly beat through it between the shingle bank and that odd spit of land on which Hurst Castle itself stands, and where Charles, the last true King of England, lay a prisoner after having lost his power. That channel has to be made with skill. You must lie close to the land, but if you he a thought too close you touch a hump of gravel which lies off the point. Your business in shooting at that mark on such a blinding night is to keep Hurst Light just on your landward bow until you judge that you are perhaps a mile off. Then you must pass it over your bow just to the starboard side, and then, when you are close up against it, so that it seems you might strike almost, you must pay away again, put the light to port, and skirt the land by half a cable or less, and so you will round the long spit of Hurst and find yourself inside the sheltered water of the Solent; all this if you have a leading wind.

Oltre ad Old Harry si arriva a quella strana località chiamata Poole; la sua storia, devo dire, mi è del tutto incomprensibile. Era un porto principale per i Romani; e quando i pirati scandinavi vennero a distruggere questa provincia esterna del Cristianesimo, la usarono come base operativa. Fu proprio da Poole che una grande flotta di loro navi – novanta, per fortuna – partì per saccheggiare queste terre romane; tuttavia furono tutte distrutte nella baia di Swanage. Inoltre, fu sempre da Poole che proseguirono il loro viaggio lungo i corsi d’acqua fino a Wareham, per poi attaccare Exeter via terra.

Eppure Poole, così accessibile agli antichi, non poteva essere raggiunto senza conoscenze locali precise. Era una trappola, preparata apposta. Guardando da oltre il mare, sembra chiaramente di vedere l’ingresso di un grande porto: si nota una stretta porta che conduce verso un’ampia area d’acqua protetta all’interno. Ma se ci si dirige verso quell’ingresso, si finisce inevitabilmente per incagliarsi. Infatti, lungo la costa, per oltre un miglio, si estende una lunga e alta barriera di sabbia nascosta; quindi oggi per entrare in Poole bisogna dirigersi verso la riva situata a più di un miglio a sud dell’ingresso del porto, e poi seguire un canale che dalla superficie del mare non è affatto visibile, ma il cui seguimento è indispensabile se si vuole evitare l’incaglio. Oggi questo percorso strano è ben segnalato da una luce intensa posta all’estremità marittima, quindi nessuno può perderlo. Ma cosa facevano gli antichi, che probabilmente non disponevano di carte nautiche – e certamente i pirati ne erano sprovvisti – e che, a meno di condizioni meteorologiche particolari, non potevano determinare con precisione il punto giusto per entrare? I norvegesi selvaggi forse si affidavano a piloti catturati o ad uomini che avevano ottenuto quelle informazioni durante precedenti raid piratici. Ma di tutto ciò non troviamo alcuna traccia nei documenti. Ci viene semplicemente detto che gli antichi raggiungevano continuamente Poole, come se fosse altrettanto facile quanto recarsi a Spithead.

Il porto di Poole nasconde delle insidie, proprio come questa entrata apparentemente innocua. La peggiore di queste insidie è l’irregolarità del fondale su cui si può gettare l’ancora. A meno che non si sappia esattamente dove farlo, si rischia di essere trascinati verso l’interno del porto, contro una marea così forte che le pale dell’ancora possono facilmente passare attraverso il fango molle, proprio come se fossero nell’acqua. Eppure, nonostante tutto questo, e anche se la nave “Nona” è già stata colpita da un incendio lì (il mare porta sempre con sé nuove avventure), Poole rimane per me un porto pieno di bei ricordi. Forse, un giorno, la “Nona” tornerà lì per morire.

Ora che mi trovo nelle acque costiere, dirigendomi verso est lasciando Poole dopo aver superato quell’ultimo grande segnale di navigazione (poiché non oso provare la strada alternativa), sono interessato a difendere l’idea che ci siano ancora molte cose da esplorare nelle cose familiari, piuttosto che in quelle sconosciute.

Con quanta esitazione non scrivo queste parole! Poiché sono piene di paradossi, e il paradosso, a mio gusto personale, è altrettanto detestabile quanto la pubblicità. Confesserò persino di provare un certo disgusto per l’eccesso di metafore, o, in realtà, per qualsiasi stratagemma o espediente mirato ad attirare l’attenzione del lettore. Perché dovrei supporre che sia già stanco di queste cose, quando ho così tante altre cose interessanti da dire?

Ma qui il paradosso è inevitabile; infatti, nel senso letterale delle parole, l’esplorazione di un luogo sconosciuto dovrebbe produrre più informazioni rispetto all’esplorazione di un luogo familiare. Intendo dire che, dove si conoscono mille cose, ognuna di queste porta a altre mille, e rapidamente si arriva a conoscere un milione di cose; mentre dove non si sa nulla, le prime scoperte portano a una o due altre, e poi a dieci o cento, in una catena continua. Quindi l’esplorazione di ciò che è conosciuto è simile alla moltiplicazione, mentre l’esplorazione di ciò che è sconosciuto è simile all’addizione. In altre parole, esplorare ciò che è noto significa seminare un campo per ottenere una ricca raccolta; mentre esplorare ciò che è sconosciuto significa semplicemente allungare una strada già esistente.

E tutta questa quantità di parole, sono tentato di scriverle perché sto entrando nelle mie “acque domestiche”, che considero, dal promontorio dell’Anvil fino al South Foreland, come il mio giardino o il mio cortile posteriore; anche se in realtà la mia proprietà si estende molto più lontano. Inoltre, le stesse “acque domestiche” si sono un po’ espanse negli ultimi anni, a causa delle troppe navigazioni lungo la costa della nostra Grande Isola. E non sono sicuro che Portland Bill non sia ormai il mio punto di riferimento, invece dell’Anvil. Ma tutto questo, in realtà, non ha alcuna importanza.


La baia tra Poole e l’Isola di Wight è talmente intima e raccolta che molte persone riderebbero se si definisse “mare”. Ma lasciate che siano come ero io quella notte, e scopriranno che è davvero il mare, che può suscitare un gran tumulto e che le sue acque salate sono all’altezza delle migliori.

Credo che non esista prova più ardua nella navigazione di una piccola imbarcazione di quella di guidarla attraverso condizioni meteorologiche estremamente avverse di notte, in prossimità della riva: sia che si tratti di neve bianca e fitta o di piogge torrenziali.

All’esterno, puoi seguire la tua rotta senza preoccupazioni, perché hai tutto lo spazio di cui hai bisogno; ma quando devi correre da un punto costiero all’altro con il vento che soffia verso terra nella oscurità, le cose cambiano.

Quella notte, il >vento soffiava da est verso sud; tuttavia, essendomi stato finora favorevole, non si era ancora girato abbastanza da impedirmi di proseguire. Ero terribilmente a corto di persone e, in quell’occasione particolare, potevo contare soltanto su me stesso, per ragioni che non intendo discutere. La mia destinazione era il Canale del Nord, sotto la fortezza di Hurst Castle: lì c’è un passaggio così stretto che persino la nave più grande fatica a attraversarlo, tra la riva ghiaiosa e quella strana lingua di terra su cui sorge la stessa fortezza. Fu proprio in quel luogo che Carlo, l’ultimo vero re d’Inghilterra, rimase prigioniero dopo aver perso il potere. Attraversare quel canale richiede grande abilità: bisogna mantenersi molto vicini alla riva, ma se ci si avvicina troppo si rischia di toccare le rocce presenti sulla punta della lingua di terra. In una notte così buia, l’obiettivo è mantenere la luce di Hurst Castle sempre a sinistra della propria nave, fino a quando non si ritiene di essere a circa un miglio di distanza; poi bisogna superarla e spostarsi leggermente a destra. Quando ci si trova molto vicini, quasi a contatto con la luce stessa, è necessario allontanarsi di nuovo, spostare la nave a sinistra e costeggiare la riva per una distanza di circa mezzo miglio. In questo modo si aggira la lunga lingua di terra di Hurst Castle ed si raggiunge l’acqua protetta del Solent. Tutto ciò, ovviamente, se il >vento soffia nella direzione giusta.

At the setting out from Poole you must make a course lying well outside Hengestbury, not going too close inland, for there are shoals and, I think, rocks. It is only when you have the mass of Hengestbury Head standing up like a sort of dull island against the night and a mile or two north of your beam that you can begin, or a little later, to make the Hurst Light your mark; and it was there on this stormy night that my troubles began; for both the Needles far away a-weather and Hurst itself were continually obscured by the most violent sheets of rain, which came in gusts driven before the wind.

I would not go about into the open and try the Needles channel itself for three reasons; first, that it would have meant a long beat to windward; next, that in the Needles channel I should have had to meet all the outward and inward shipping, which on a night like this might have put me in some danger; and, lastly, that I should have missed my tide and, I think, met the ebb; that is why I made for Hurst and for the narrow passage between that light and the Shingles Bank; a shifting mass of gravel that shows its changing back like a whale above the seas. Now that passage demands skill.

For the first five miles or so beyond Hengestbury Head it was easy going, for after each heavy gust of rain the light appeared again, and I had not veered too much in the interval. (Whether there were an inset to this bay I had forgotten, and I could not leave the tiller to go below and read my directions. But if there were it had not affected me, though we were on the flood.)

As we came nearer to the light the difficulty increased, because it was essential to keep in that direction, and the recurrent blankets of rain blotted out the mark for five minutes and more at a time. Happily, however, the wind, though increasing, went a little more southerly, and left me free to play with the direction. She was a trifle over-canvassed, and was leaning heavily over, stiff boat though she is, and the beam-sea over that low freeboard of hers took me on the face and body time and again with little packets of salt water and spray.

It was important to get through the North Passage with the flood, for the ebb runs furiously through that trench, and I had known half a dozen times the necessity of dropping anchor outside in a seaway if one failed to get through in time, and of waiting through six hours of darkness, during which the wind could not stem the tide.

That night, however, I had good fortune, for there was no rain during the last mile of my approach. I took the Nona quite close to the Shingles, and then round through the racing channel into the calmer water beyond.

It was as well; for all that ground of big round stones is bad for holding an anchor. The good holding ground in this part is round the back of Hurst Spit, in what they call the Roads; and if with your anchor on that bottom the wind rises and it drags, then, whether from the north or from the south, you are done; for you will either come up against Hampshire or break up at your leisure upon the Shingles, which shifts with every gale, and has upon it in the least sea a boiling of white water all around.

In the Solent I carried the flood with me and, at the same time, the wind diminished and all rain ceased, so that when day broke, which it did before I had come near Little Yarmouth (the stream was then just turning), the first dull light appeared in a watery but open grey sky to the eastward, over the hills of my own county far away.

There was a great number of craft about, for it was the season of the year, and their riding lights swung and twinkled like a dance of stars. They were so beautiful that I forgave the rich their spickness and their spanness, and their great yachts kept like toys. Yet neatness is a virtue of a kind: though the Nona will have none of it, but keeps as plain (and dirty) as a fishing-boat, to which sort of ship she is first cousin, but no relation at all to the R.Y.S.

This character of smartness in certain externals is one of the things which separates modern nations most sharply one from another. It is based, of course, upon states of mind, and these in their turn, ultimately, upon religions; but there are cross categories.

If you dig down to the fundamental, the real difference is not so much that one mood goes in everywhere for smartness, and the other allows all things to get dirty and slipshod, as that one mood wants smartness in one kind of thing, and the other wants it in another kind of thing; one mood wants accuracy and the satisfaction of proportion in one set of things, and another wants it in another set of things. The difference to the eye is very striking. I fancy it is the difference which the average casual and rapid observer notes most strongly in travel. Everyone has remarked it in the contrast between Belfast and Dublin, between an English ship and a French one, between a Basque village or road and a Castilian or Galician one over the boundary: between the Swiss-German railway management and the Italian. I am told, by those familiar with those countries, that there is a similar sharp change when you pass over the border of Finland from Russia.

It is exceedingly difficult in so subtle a matter of human motive to ferret out the root, though obviously that root must He in the mind, and we have to seek for some mental need which is being satisfied. It is no good, for instance, saying that the Italian railway looks more slipshod than the German-Swiss railway because the Italian is lazy, and the German-Swiss is industrious. We all know that both are industrious, and that of the two the Italian is, on the whole, the harder worker. It would not be true to say that Englishmen aboard ship were men of more energy than Frenchmen aboard ship. The whole point of a Frenchman is the intensity of his energy - indeed, its excess - which is what accounts for most of the achievements of the French, and also for all their disasters. What one has to do in examining the thing is to find out what it is which makes the Englishman, say, or the Dutchman or the Prussian uncomfortable in circumstances which he feels to be dirty and slipshod, so that he cannot rest until they have been put right, while the other sort of man is equally uncomfortable in another set of slack circumstances, and cannot rest until they are put right.

Alla partenza da Poole, è necessario seguire una rotta che si trovi ben lontano da Hengestbury, senza avvicinarsi troppo all’interno della terraferma, poiché ci sono secche e, credo, anche rocce. Solo quando la massa di Hengestbury Head si erge come un’isola scura contro il cielo notturno, e si trova a circa un miglio o due a nord della vostra rotta, è possibile iniziare, o poco dopo, a utilizzare la luce di Hurst come punto di riferimento. Fu proprio in quella notte tempestosa che iniziarono i miei problemi: sia le lontane Needles che Hurst stessa venivano continuamente oscurate dalle violente raffiche di pioggia, spinte avanti dal >vento.

Non avrei mai tentato di attraversare direttamente il canale Needles per tre motivi: primo, perché avrebbe significato una lunga navigazione controvento; secondo, perché nel canale Needles avrei dovuto incrociare tutte le navi in arrivo e in partenza, il che, in una notte come questa, avrebbe potuto rappresentare un pericolo per me; infine, perché avrei perso l’alta marea e, probabilmente, sarei incorso nella bassa marea. Per queste ragioni ho deciso di dirigermi verso Hurst e il stretto passaggio tra quella luce e la barriera di ghiaia chiamata Shingles Bank; una massa mobile di ghiaia che, come una balena che emerge dalle acque, mostra i suoi contorni in continuo cambiamento. Quel passaggio richiede davvero molta abilità per essere attraversato con successo.

Per i primi cinque miglia circa, dopo Hengestbury Head, il viaggio procedette senza problemi: dopo ogni forte rovescio di pioggia, la luce ricompariva e io non avevo deviato troppo dalla rotta prevista. (Non ricordavo se ci fosse un’insenatura in quella zona, e non potevo lasciare il timone per andare sotto a leggere le indicazioni. Ma anche se ce ne fosse stata una, non avrebbe influenzato il mio itinerario, visto che eravamo comunque nella fase di piena.)

Man mano che ci avvicinavamo alla luce, le difficoltà aumentavano, perché era essenziale mantenere quella direzione; inoltre, le ripetute piogge cancellavano la traccia per periodi di cinque minuti o più. Fortunatamente, tuttavia, il vento, sebbene si stesse intensificando, soffiava leggermente più a sud, permettendomi di regolare liberamente la direzione della barca. La vela era un po’ troppo tesa e pendeva pesantemente in avanti; nonostante fosse una barca robusta, le onde la colpivano ripetutamente sul viso e sul corpo, spruzzandomi acqua salata e schizzi d’acqua.

Era importante attraversare il Passaggio del Nord durante l’alta marea, perché la bassa marea scorreva con violenza lungo quella striscia di terra; avevo già capito molte volte quanto fosse necessario gettare l’ancora al largo in mare aperto se non si riusciva a passare in tempo, e aspettare per sei ore nell’oscurità, durante le quali nemmeno il vento poteva contrastare la corrente.

Quella notte, tuttavia, ebbi fortuna: non piovve durante l’ultimo miglio del mio percorso. Portai la Nona abbastanza vicino alle Shingles, poi attraversai il canale navigabile per raggiungere le acque più calme che si trovavano oltre.

Anche così era meglio; perché quel terreno costituito da grandi pietre rotonde non è adatto per trattenere un’ancora. Il vero terreno adatto in questa zona si trova dietro Hurst Spit, in quella che chiamano le “Strade”; e se metti l’ancora su quel fondo e poi soffia il vento, sia da nord che da sud, sei spacciato: o finirai contro la costa del Hampshire oppure andrai in frantumi sulle rocce, che si spostano con ogni tempesta e su cui, anche con un leggero mareggio, si formano onde bianche dappertutto.

Nel Solent portavo con me l’onda di piena; allo stesso tempo, il vento si placò e la pioggia cessò del tutto. Così, quando spuntò il giorno – prima ancora che io arrivassi vicino a Little Yarmouth (il fiume in quel momento stava appena cambiando direzione) – la prima luce tenue apparve in un cielo grigio, umido ma aperto, verso est, oltre le colline della mia contea lontana.

C’erano un gran numero di imbarcazioni in giro; era infatti la stagione giusta dell’anno, e i loro fanali ondeggiavano e lampeggiavano come una danza di stelle. Erano così belli che perdonai ai ricchi la loro arroganza e la loro presunzione. I loro grandi yacht sembravano giocattoli. Tuttavia, la pulizia è anch’essa una virtù. Anche se la Nona non ne ha alcuna cura, preferisce mantenere il proprio imbarcazione semplice (e sporca) come una barca da pesca; quel tipo di imbarcazione le è infatti “cugina di primo grado”, ma non ha assolutamente nulla a che fare con i grandi yacht della R.Y.S.

Questa caratteristica di intelligenza, che si manifesta in alcuni aspetti esteriori, è uno dei fattori che distinguono più nettamente le nazioni moderne l’una dall’altra. Naturalmente, essa si basa su determinati stati d’animo, e questi, a loro volta, sono in ultima analisi legati alle religioni; tuttavia esistono anche casi in cui tali caratteristiche possono attraversare categorie diverse.

Se si va alla radice delle cose, la vera differenza non sta tanto nel fatto che uno stato d’animo favorisca l’efficienza e la precisione in un ambito specifico, mentre un altro permetta che tutto diventi disordinato e approssimativo; piuttosto, uno di questi stati d’animo richiede efficienza e precisione in un tipo di situazioni, mentre l’altro le desidera in altri contesti. La differenza è evidente a chi osserva con attenzione: penso che sia proprio questa la distinzione che un osservatore occasionale noti con maggiore intensità durante i viaggi. Tutti hanno fatto riferimento a questo contrasto, ad esempio tra Belfast e Dublino, tra una nave inglese e una francese, tra un villaggio o una strada basca e uno spagnolo o galiziano al confine; inoltre, si riscontra una netta differenza anche nella gestione delle ferrovie tra Svizzera e Germania da un lato, e Italia dall’altro. Chi conosce bene quei paesi mi ha detto che esiste uno stesso cambiamento marcato quando si attraversa il confine della Finlandia dalla Russia.

È estremamente difficile, in una questione così delicata riguardante i motivi umani, individuare la radice del problema; tuttavia è evidente che tale radice debba risiedere nella mente delle persone, e dobbiamo cercare qualche esigenza mentale che venga soddisfatta. Ad esempio, non ha senso affermare che le ferrovie italiane siano più trascurate di quelle tedesco-svizzere semplicemente perché gli italiani sono pigri e i tedesco-svizzeri laboriosi: sappiamo tutti che entrambi i popoli sono laboriosi, e che in generale gli italiani lavorano con maggiore impegno. Non è nemmeno vero dire che gli inglesi a bordo di una nave siano più energici dei francesi: l’essenza del carattere francese sta proprio nell’intensità della loro energia – anzi, nel suo eccesso – ed è questo che spiega sia le maggiori realizzazioni che i disastri del popolo francese. Quello che dobbiamo fare è capire cosa renda un uomo, ad esempio un inglese, un olandese o un prussiano, insoddisfatto in determinate circostanze ritenute disordinate o trascurate; tale insoddisfazione lo spinge a intervenire affinché tali situazioni vengano corrette, proprio come un altro tipo di persona si sente altrettanto insoddisfatto in altre circostanze simili e cerca anch’egli di migliorarle.

What are the two categories?

I say again it is exceedingly difficult to judge, and still more difficult to put into words, but they seem to me in my travels something of this kind. The one set of people feel their whole community to be dependent upon a gentry, a class possessed of more than the average of wealth in their society. When people take such a standard, an appetite spreads throughout the whole of the community to reduce all, as far as possible, to the conditions under which a wealthy person would live. While in the other set of people you have a conception that the community must be taken as a whole. Their centre of gravity is necessarily much lower than a gentry: it is lower even than a middle class. It is the standard of the people. Thus, in the one sort of community certain forms of decoration in a room, such as having a carpet and curtains, will seem essential. If that standard cannot be maintained, then one must expect degradation and dirt - as in our lodging-houses of London. But in the other sort of community they aim at the cleanliness of a very poor room, of which the floor is bare boards. They wash and scrub the bare boards, as in every cottage of Normandy.

Yet that difference in social ideals is not really the heart of the difference. The heart of the difference lies surely in the relative values which people put upon different human activities. In the one community people will take it for granted that a certain smartness of externals is essential to what they call efficiency: in the other the actual working of the instrument towards its end is alone considered. The impression produced upon the citizen of the one type when he sees untidy accessories, even where these are of no service at all to the end the instrument has to serve, is that such untidiness connotes inefficiency throughout. But the other kind of man disassociates those two ideas, and is contemptuous of anyone who confuses such different things. In Picardy they keep out cows with chance thorns, in England with a £3 gate. Both keep out cows.

I have had sharp personal experience of the matter in one definite instance, and that is a battery of field artillery. In the ideas of the English service, a French field battery is extremely slack. The harness is dull, often old and pieced together, sometimes shamefully tied up with string. The uniforms are not over-clean. There is nothing too smart about the pieces themselves, even when they are prepared for a review. The conclusion is immediately arrived at that these foreigners ought not to have guns at all, seeing they do not know how to treat them. It is the same connotation of ideas as makes one think that a man without a collar is poor, though he may be a millionaire who has just taken it off to ease his neck. Now the other commentary is worth remarking, for I have heard it from the bps of many men, and it shows the difference of mood. The smartness of the English batteries I have always heard vastly admired by the French gunners, but never in connexion with gunnery. They regard it as an adjunct, as a sort of ornament which a wealthy nation possessed (as England normally is in peace-time) of but a small armed force can afford. They think it rather like wearing a top-hat, or like a woman wearing jewels; something having no relation whatsoever to the function of a gun and its gunners, which is to deliver projectiles accurately and rapidly rather than to look pretty.

In other words, the French gunner looks at an English battery very much as you or I would look at a good poet who had been something of a dandy. It would never occur to us that his clothes were a function of his poetry, and, on the whole, we would more likely connect the idea of good verse with slackness in clothes than with neatness in clothes.

Still, neatness is a virtue, and an excess of polish, even at sea, must be forgiven.

What is less forgivable in the rich is their contempt for the usage of the sea, and their forgetfulness of its brotherhood. I minded me as I ran down that water under the dawn of how, when I was still young, I picked up a buoy in Cowes Roads after a long night outside, and in desperate fatigue I made fast to it and slept. I had not slept three hours when I was woken by a man so rich that he must have stolen it. He came up, rowed in a boat - I had almost written ‘of pure gold’, anyhow, all glittering with wealth, and rowed by many serfs in white raiment shining like the sun. He hollared and he swore like Mrs McKinley in the song, and his face was purple with passion; all because I had picked up a buoy which he had bought and paid for. Now this is not the custom of the sea. One may pick up a buoy at need, though one must let go when they ask you. As for this man, his monstrous great ship soon steamed away down westward, and I sincerely hope that he struck that honest reef, the reef called Calvados, in a fog, making for Deauville, and was drowned.

But of all the picking up of buoys and moorings, the most astonishing cast I ever made was in Orford River. There was a tearing wind up-stream, and I was bowling along in front of it with a tall great noisy comber of foam at the bows, and straining my eyes for something to round up to, as it was at Orford that I had planned to lie for the night. There was a crowd of men upon the shore. They shouted to me and pointed, and I took their cries to be an invitation, for there, sure enough, was a little buoy of a fine red colour. My companion put up the helm, but not so abruptly as to lose all way, and, when I came near to the buoy I picked it up and made sure that she would swing round head to wind when she felt the strain of the moorings. Far from it: there was no strain. The little buoy came up as light as a cork, and, as the poet has it, ‘the waves still broke about the bows and the ship sailed on’. The people on the shore were behaving with frenzy, and even at that distance I gathered that they were threatening us. The more readily, therefore, did I beg my companion to put her right before it, and go up-stream into the night as fast as we could. And so we hung on till the darkness fell, when we brought up outside Aldeburgh. Then it was we learned what we had done; for the buoy was a marking buoy for a race, laid down with the most loving precision, and showing to an inch where the winner should pass. Nor have I since dared to land at Orford.

Quali sono le due categorie?

Dico ancora una volta che è estremamente difficile giudicare, e ancora più difficile esprimere a parole, ma durante i miei viaggi ho notato qualcosa del genere. In un certo tipo di comunità, le persone ritengono che l’intera comunità dipenda da una classe privilegiata, dotata di ricchezze superiori alla media della società in cui vivono. Quando si adotta questo standard, si diffonde nell’intera comunità il desiderio di ridurre tutti, per quanto possibile, alle condizioni di vita delle persone ricche. Nell’altro tipo di comunità, invece, si ha la concezione che l’intera comunità debba essere considerata un tutto unico; il suo “centro di gravità” è necessariamente molto più basso rispetto a quello della classe privilegiata: anzi, è addirittura più basso rispetto a quello della classe media. Questo rappresenta lo standard delle persone comuni. Pertanto, nel primo tipo di comunità, alcune forme di decorazione, come tappeti e tende, sembrano essenziali; se tale standard non può essere mantenuto, si verifica inevitabilmente degrado e sporcizia – proprio come nelle locande di Londra. Nel secondo tipo di comunità, invece, l’obiettivo è la pulizia anche di stanze molto semplici, con pavimenti in assi nudi; queste stanze vengono lavate e pulite con cura, proprio come in ogni casetta della Normandia.

Eppure quella differenza negli ideali sociali non rappresenta davvero il cuore della diversità. Il vero nucleo della differenza risiede sicuramente nei valori relativi che le persone attribuiscono alle diverse attività umane. In una comunità si ritiene scontato che una certa cura nell’aspetto esteriore sia essenziale per ciò che viene definito “efficienza”; in un’altra, invece, viene considerata importante soltanto l’efficacia con cui lo strumento utilizzato raggiunge il proprio scopo. Per il cittadino del primo tipo, la presenza di elementi disordinati, anche se completamente inutili per l’obiettivo che lo strumento deve perseguire, suggerisce inevitabilmente inefficienza; per l’altro tipo di persona, invece, queste due cose non sono collegate tra loro, e chi le confonde viene considerato ignorante. In Piccardia si usano spine casuali per tenere lontane le mucche; in Inghilterra, invece, si utilizza una recinzione costosa 3 sterline per lo stesso scopo. Entrambe le soluzioni servono comunque a tenere le mucche lontane.

Ho avuto un’esperienza personale diretta in merito, e precisamente riguardo a una batteria di artiglieria da campo. Secondo le concezioni del servizio militare inglese, una batteria francese di artiglieria da campo è estremamente trasandata: i finimenti sono scialbi, spesso vecchi e rattoppati, a volte legati in modo vergognoso con del filo. Gli uniformi non sono particolarmente puliti. Anche gli stessi pezzi dell’equipaggiamento non sembrano molto curatissimi, nemmeno quando vengono preparati per una parata. Si arriva immediatamente alla conclusione che questi stranieri non dovrebbero nemmeno possedere armi, visto che non sanno come prendersele cura. È lo stesso tipo di atteggiamento che fa pensare che una persona senza colletto sia povera, anche se in realtà potrebbe essere un milionario che se l’è tolto per rilassarsi il collo. Un altro commento merita attenzione: l’ho sentito spesso da parte di soldati inglesi, e mostra una diversa mentalità. La cura con cui gli inglesi mantengono le loro batterie viene sempre molto apprezzata dai cannonieri francesi, ma non in relazione alle capacità di tiro delle armi stesse. I francesi la considerano piuttosto un elemento decorativo, qualcosa che una nazione ricca (come l’Inghilterra in tempo di pace) può permettersi per il proprio esercito limitato. È come indossare un cappello a cilindro o come una donna che porta gioielli: qualcosa che non ha assolutamente nulla a che fare con la funzione effettiva di un’arma e dei suoi operatori, che è quella di lanciare proiettili in modo preciso e rapido, non certo di apparire belli.

In altre parole, l’artigliere francese guarda una batteria inglese esattamente come voi o io guarderemmo un buon poeta che fosse anche un po’ un dandy. Non ci verrebbe mai in mente che i suoi abiti siano in qualche modo legati alla sua poesia; anzi, molto più probabilmente associamo l’idea di buona poesia a abiti disordinati piuttosto che a abiti curatissimi.

Tuttavia, la pulizia è una virtù, e un eccesso di cura, anche in mare, deve essere perdonato.

Quello che è meno perdonabile nei ricchi è il loro disprezzo per l’uso del mare e la loro dimenticanza della sua “fratellanza”. Mentre navigavo su quelle acque all’alba, mi sono ricordato di quando, da giovane, dopo una lunga notte trascorsa all’aperto, raccolsi un galleggiante in Cowes Roads; esausto, mi attaccai a esso e dormii. Non avevo dormito nemmeno tre ore quando fui svegliato da un uomo così ricco che sicuramente lo aveva rubato. Salì su una barca – avrei quasi detto “di pura oro”, tanto brillava di ricchezza – accompagnato da molti servi vestiti di bianco, che splendevano come il sole. Urlava e imprecava come la signora McKinley nella canzone; il suo viso era diventato viola per la rabbia. Tutto perché avevo raccolto quel galleggiante che lui stesso aveva comprato e pagato. Ma questa non è certo la tradizione del mare: si può prendere un galleggiante quando se ne ha bisogno, ma bisogna lasciarlo andare quando qualcuno te lo chiede. Quanto a quell’uomo, la sua enorme nave presto salpò verso ovest; spero sinceramente che abbia urtato contro quel pericoloso scoglio chiamato Calvados, in mezzo alla nebbia, mentre si dirigeva verso Deauville, e sia annegato.

Ma di tutte le volte in cui ho raccolto boe e ancoraggi, la più sorprendente esperienza che abbia mai avuto è stata nel fiume Orford. C’era un vento forte che soffiava a monte; io procedevo velocemente davanti ad esso, con una grande quantità di schiuma intorno alla prua. Strizzavo gli occhi nella speranza di individuare qualcosa su cui fermarmi, perché proprio a Orford avevo pianificato di trascorrere la notte. C’era un gruppo di uomini sulla riva; mi gridavano e indicavano qualcosa. Presi i loro gesti come un invito, e infatti lì c’era una piccola bozza di colore rosso brillante. Il mio compagno girò immediatamente la barra, ma non così bruscamente da perdere velocità; quando mi avvicinai alla bozza, la raccolsi e mi assicurai che si sarebbe girata controvento non appena avesse sentito la tensione delle corde di ancoraggio. Ma non ci fu alcuna tensione: la piccola bozza galleggiò via leggera come un tappo di sughero, e, come dice il poeta, “le onde continuarono a frantumarsi contro la prua, mentre la nave proseguì il suo viaggio”. Gli uomini sulla riva si comportavano in modo frenetico. Anche da quella distanza capii che ci stavano minacciando. Per questo motivo chiesi ancora più insistentemente al mio compagno di dirigere la barca verso monte, nel buio della notte. E così proseguimmo fino a quando non calò l’oscurità; allora attraccammo vicino ad Aldeburgh. Fu solo allora che capimmo cosa avevamo fatto: quella bozza era in realtà un segnale di posizione per una regata, posizionato con estrema precisione, per indicare esattamente dove avrebbe dovuto passare il vincitore. Da allora non ho mai più osato sbarcare ad Orford.


There is no piece of inland water in the world so crowded, so too well known, as this three-spoked lake of the Solent, Spithead, and Southampton Water. There is none upon which so many thousands for a lifetime past have spent their leisure, and none which is thought to be more exhausted in all that can be known of it. But those who think so, neglect the dimension of time. For, though you should know every entry and every sounding, the first hour in every flood when your craft can safely go over the banks, the dredged channel under the Hampshire coast, and Lymington River, and Cowes Roads and Ryde Sands, and Beaulieu and Buckler’s Hard, where I am told they launched great men of war, and Portsmouth Harbour right up to Fareham, and the Hamble to its bridge, and all the yard and wharfs of the Test and the Itchen, yet you do not possess that piece of water unless you see moving upon it the fulness of its past. You must see the last tragedy of the Civil Wars: the craft that might have taken Charles away from Southampton to freedom, and his young son cruising with the loyal fleet (which had declared for the King against the oligarchy), cruising just outside the Wight, but unable to save the King at Carisbrooke. You must see that which I shall always regret that I am twenty years too young to have seen - the great ships under full sail making out through Spithead in line for the open water. You must see the pirate boats of 1,000 years ago stranded on the Bramble, because they did not know the water, and Alfred’s men capturing them so, and taking them off to Chichester to be hanged: a proper end for all Vikings. And you must see the great fleet of Roman transports coming in by an August night with a comet in the sky, for the recovery of Britain seceded and turned into a separate realm; the German mercenaries landing and pouring up the Winchester road, and meeting their fellow-Germans in battle before London, and the Emperor Theodosius riding up Ludgate Hill in triumph after the usurper’s death.

Because of its size and of its security, because of its nearness to Europe, because of its many harbours, and one great harbour, this patch of water has been packed with history as no other in Britain, except London River; and now in our time the great London Dock Strike, more than thirty years ago, has brought Southampton Water back to the mass of modern traffic, and made it the great port of entry from the West.

For it was the great London Dock Strike of ‘89 did that, of which you may say, as of all the industrial battles of our time, that the victors lost.

Well do I remember the fevers of that struggle! I was but nineteen years of age; it was my delight to follow the intense passions of the time; and those passions were real. It was before the socialist creed had been captured for sham battle at Westminster. The leaders did desire, and did think they could achieve an England in which the poor should be poor no longer, and in which there should be sustenance and happiness for all. They did still believe the amazing proposition that what they called ‘the community’ - that is, in practice, the politicians - could own all we have and handle it with a superhuman justice. Great God! They believed it!

I well remember that I was myself near to believing it, but I had the excuse of youth. They had also another excuse: not intellectual, indeed, but moral; for, intellectually, the socialist has not a leg to stand on, seeing that his theory is but a piece of arithmetic, and its application, coincidentally with honour and freedom, a contradiction in terms. Morally, I say, those men, those socialists of ‘89 were justified by the imbecility of their opponents.

Nor has that imbecility grown less. The arguments for the capitalist scheme have today, after half a lifetime, the same bewildering fatuity they had then. In the interval the power of combined capital, the control exercised over us by a few exceedingly unworthy men, has multiplied I know not how many fold; but the valueless defence of such a condition goes on. One might imagine, to hear them, that the defenders of capitalism honestly believed their ephemeral and empoisoned chaos to have been present among us from the beginning of time, and to be normal to the human race.

It is no little irony to remember that those who have to state the most contemptible of such arguments in the Press are themselves men commonly indifferent, or even hostile, to the interests they are paid to serve. It is not your sudden millionaire out of the gutter who writes in the paper he owns; he could not write ten lines if he tried. It is not your monopolist in ships, who, bleeding his country dry during her life-and-death struggle in the Great War, sets out to prove that his vile wealth is of Divine origin. It is not the great bankers, getting their usury out of nothingness, who could put forward that apologetic which is necessary for the continuance of the affair - even for its doubtful and uncertain continuance today. No; it is a scribbling proletariat, insecure and exigent, which regularly turns out column by daily column to explain how right and just it is that he should himself remain insecure and exigent. It is as though the torture were applied to some poor prisoner to compel him to proclaim the beauty of torture.

That old socialist fervour of the great Dock Strike of ‘89 and its time is dead: I regret it, for there was something very noble in its folly. A good half of it or more was made up of the love of men, and of a passionate hunger and thirst for justice. There was also in it that Apocalyptic, that Messianic, expectation of a new Heaven and a new earth, and of its near approach, which is out of place in men of European blood, for it is not native to them, but it moves them all the same with the flame of its enthusiasm. In those days one paper at least, and that a paper of power in the London Press, supported the Revolt of the poor. No one has such enthusiasm today.


Non esiste alcun corso d’acqua interno al mondo così affollato, così ben conosciuto come questo lago formato dai tre bracci del Solent, di Spithead e delle acque di Southampton. Non ce n’è uno su cui migliaia di persone abbiano trascorso la loro vita nel tempo libero, e nessuno che sia stato sfruttato al massimo per quanto ne si conosca. Ma coloro che pensano così trascurano l’aspetto temporale delle cose. Perché, anche se conoscieste ogni insenatura, ogni corso d’acqua, l’ora esatta in cui le imbarcazioni possono attraversare senza rischi i bordi del lago, il canale dragato sotto la costa dell’Hampshire, il fiume Lymington, le strade di Cowes e Ryde Sands, Beaulieu e Buckler’s Hard – dove, a quanto mi è stato detto, venivano lanciate grandi imbarcazioni da guerra – e il porto di Portsmouth fino a Fareham, non avreste davvero posseduto quel pezzo d’acqua se non aveste visto riflettersi su di esso tutta la sua storia passata. Dovete vedere l’ultima tragedia delle Guerre Civili: quella nave che avrebbe potuto portare Carlo via da Southampton verso la libertà, e suo figlio minore che navigava con la flotta leale (che si era schierata a favore del Re contro l’oligarchia), ma che non riuscì a salvare il Re a Carisbrooke. Dovete vedere ciò di cui mi pento sempre: essere stato troppo giovane per assistere a quell’evento. Le grandi navi, con le vele spiegate, che lasciavano Spithead dirette verso il mare aperto. Le barche dei pirati di mille anni fa, intrappolate sul Bramble perché non conoscevano quelle acque; gli uomini di Alfred che le catturavano e le portavano a Chichester per farle impiccare: una fine degna di tutti i Viking. E dovete vedere anche quella grande flotta di trasporti romani che arrivava in una notte d’agosto, con una cometa nel cielo: il ritorno della Britannia, diventata un regno indipendente. I mercenari tedeschi che sbarcavano e si dirigevano verso Winchester, per poi incontrare i loro connazionali in battaglia davanti a Londra. L’imperatore Teodosio che saliva trionfante su Ludgate Hill dopo la morte dell’usurpatore.

Per le sue dimensioni e la sua sicurezza, per la sua vicinanza all’Europa, per i suoi numerosi porti – tra cui uno davvero grande – questa zona marittima è ricca di storia in modo unico nel Regno Unito, al pari del fiume Londra. Oggi, più di trent’anni fa, lo sciopero dei grandi porti di Londra ha riportato il traffico marittimo di Southampton all’interno della corrente principale del commercio moderno, rendendola il principale porto d’ingresso dall’Ovest.

Fu lo grande sciopero dei porti di Londra del ’89 a farlo; si può dire che, tra tutte le battaglie industriali del nostro tempo, in questo caso furono i vincitori ad aver perso.

Ricordo bene quelle lotte e le febbri che le accompagnavano. Avevo soltanto diciannove anni; per me era un piacere seguire le intense passioni di quel tempo. E quelle passioni erano davvero reali. Era prima che il credo socialista venisse utilizzato come pretesto per battaglie simulate a Westminster. I leader desideravano davvero, e credevano di poter realizzare un’Inghilterra in cui i poveri non fossero più poveri, e in cui tutti avessero cibo e felicità. Credevano ancora nella straordinaria idea che ciò che chiamavano “la comunità” – ovvero, in pratica, i politici – potesse possedere tutto ciò che abbiamo e gestirlo con una giustizia sovrumana. Grande Dio. Ci credevano davvero!

Ricordo bene che anch’io ero quasi convinto di ciò, ma avevo la scusa della giovane età. Loro, invece, avevano un’altra scusa: non certo intellettuale, ma morale; perché, dal punto di vista intellettuale, il socialista non ha alcuna base su cui poggiarsi, visto che la sua teoria non è altro che una semplice operazione aritmetica, e la sua applicazione, che coincide con i valori dell’onore e della libertà, rappresenta una contraddizione in termini. Moralmente, dico io, quegli uomini, quei socialisti del ’89, erano giustificati dall’imbecillità dei loro avversari.

E quella stupidità non è affatto diminuita. Gli argomenti a favore del sistema capitalista hanno oggi, dopo mezzo secolo, la stessa assurdità confusa che avevano allora. Nel frattempo, il potere del capitale combinato, il controllo esercitato su di noi da pochi uomini estremamente indegni, si è moltiplicato chissà quante volte; ma le difese prive di valore di tale sistema continuano. Ascoltandoli, si potrebbe pensare che i sostenitori del capitalismo credano sinceramente che il loro caos effimero e dannoso sia sempre esistito tra noi fin dall’inizio dei tempi, e che rappresenti la normalità della specie umana.

È davvero ironico ricordare che coloro che devono esprimere nel giornalismo gli argomenti più disprezzabili sono spesso persone indifferenti, o addirittura ostili, agli interessi per cui vengono pagate a servire. Non è certo il nuovo milionario emerso dalle classi sociali più basse a scrivere nei giornali che possiede; non riuscirebbe nemmeno a scrivere dieci righe, se ci provasse. Non è il monopolista nel settore navale che, prosciugando il proprio paese durante la sua lotta disperata nella Grande Guerra, cerca poi di dimostrare che la sua orribile ricchezza abbia origine divina. Né sono i grandi banchieri, che ottengono profitti usurai da nulla, a formulare quelle scuse necessarie per il proseguimento delle loro attività – anche se tale proseguimento oggi appare dubioso e incerto. No: sono proprio scribi appartenenti alla classe proletaria, insicuri e esigenti, quelli che ogni giorno pubblicano articoli per spiegare quanto sia giusto e legittimo che rimangano insicuri ed esigenti. È come se si torturasse un povero prigioniero per costringerlo a proclamare la bellezza della tortura stessa.

Quel vecchio fervore socialista legato alla grande Sciopero dei Docks del ’89 e ai tempi successivi è ormai morto: me ne dispiace, perché c’era qualcosa di molto nobile nella sua follia. Gran parte di quel movimento era dovuta all’amore degli uomini, e a un ardente desiderio di giustizia. C’era anche in esso quell’attesa apocalittica, quella speranza messianica in un nuovo cielo e una nuova terra, e nella loro imminente realizzazione. Un sentimento che, però, non appartiene naturalmente alle persone di origine europea; non è loro innato, ma comunque le commuove profondamente con il fuoco del proprio entusiasmo. In quei tempi, almeno un giornale – e per di più un giornale influente nella stampa londinese – sosteneva la Rivolta dei poveri. Oggi nessuno possiede più un tale entusiasmo.

It was a time when men who have since been caught into the net of professional politics, and have lost their souls, went down to speak fiercely at street corners, and to light in the hearts of broken men the flame of human dignity.

I have seen in those days a young man, the heir to a great fortune (later a minister of sorts), standing under the flaring naphtha lamps of a muddy London evening, calling out the new gospel and the promised land. I remember the eager, stupid, upturned faces of the men and women, who had come there from bestial depths of the slums to hear him; to go back into those depths, and there to remain. They lie in those depths today. It is not such a creed that will save them. I remember the great mobs that followed John Bums, and how I myself would go miles through the East End to hear him; and I remember that great whirlpool of men in Trafalgar Square on the most critical day when he and others accepted imprisonment. There is nothing now for which men would act so; no one now has a creed; therefore, I call that time of my youth a better time.

Of all that enthusiasm and conviction nothing came; the mill turned noisily enough, but it ground no com. Those fevered exaltations were transformed within a few years to a contemptible shrieking and raving called ‘imperialism’, and that also went its way, and worked itself out to its ignoble end… We survive today to hear a perpetual flattering of America, a perpetual grumbling against the workers, their sullenness, and, overseas, the increasing peril of control over the alien races once so easily governed. The vulgarians who invented this music-hall cry of empire now suffer the vacillation and the increasing peril into which their own base bullyings have led them. They must live a little time longer and dree their weird, and learn what happens to those forms of pride which have not even the merit of dignity.

Of those years, one thing remains: the dock strike made Southampton.

I see the monstrous ships of the Atlantic passage pass up and down the dredged channel to Southampton Water, and, as I look at them earning their millions for the few masters of such machines, I say to myself: ‘This was the fruit - here is the only fruit - of those nightly enthusiasms by the London Docks, and of the cry for freedom, and of the passionate belief that within a few years after 1889 the poverty of London would have passed into an evil memory.’


I carried on between the forts at Spithead under the new day, with the wind steady from just west of south until I was relieved at the helm, and hour by hour we made for the Looe.

Now, with the Looe stream, which is the gateway to the Sussex seas, I knew not whether I should take the coast in its order between the Owers and the Forelands, or carry on day and night to the straits. For I have cruised up and down that garden wall of my own land so much that it stands in my mind as a perpetual come and go, sometimes far out into the salt beyond sight of England, sometimes a run in before too much wind, sometimes a beating up for Beachy, sometimes just missing, and at others just making, any one of the impossible entries of my harbours.

For the county of Sussex - and Kent, too, for that matter - up to Folkestone, and beyond has had tricks played with it by the Creator of the sea and land. There has been done to it what is often done to a human life - that is, the granting of an insufficient opportunity; opportunity enough to compel the use of a function, not enough opportunity for the fulness of that use. All the harbours are such that they can be made, but only on sufferance; Chichester Harbour, which is also Bosham, Littlehampton, Shoreham, Newhaven, Folkestone in its day, are not to be approached at low tide save for the work of man, and Pevensey is dead, and what was once the shelter of Hastings has been worn down by the seas, the chalk reef which came out like an arm to keep off the south-west weather; nor is the breakwater they have made there sufficient. Newhaven is dredged, indeed, and they have pushed out a great pier of stone into the sea to stop the eastward making of the bank at its mouth, and Folkestone has a roadstead made for it, though it is incomplete and open, but in their nature all these harbours are to be used by the favour of the tide, and that is why it is so awkward to be caught in a gale outside while Arundel River, or the Bramber River, is still ebbing out over Littlehampton or Shoreham Bar; for both those bars show out at a low spring tide. Sussex in this is less favoured than the Caux Country of Normandy, which is her opposite number. For Trouville and Dieppe, of course, and Fecamp, and even St Valéry, a boat like mine can get into at any time. This is for two reasons: first, because the Norman streams do not come from the country beyond the chalk hills as do our Sussex rivers, but are mere brooks, so that there is no weight of water to bring the clay silt down to through the harbour mouths; next, because they are not open to the south-west wind and to the eastward drift.

The Sussex rivers left to themselves get a bar piled up in front of their mouths by the south-west wind and the in-shore tide, so that a bank of gravel grows up eastwardly continually in front of them. Thus the mouth of Shoreham river, the Adur, travelled eastward for three miles and more between the Conquest and the civil wars; until at last it came out into the sea right up near Hove. But later a great storm burst through the banks and made the present entry, half-way down; exactly the same thing happened with the Ouse. Its bank of shingle crept out eastward until, in the Middle Ages, the entry was at Seaford, and that is why Seaford was called ‘Sea’ Ford, and that is why the French would attack Sea Ford, and that is why when they so attacked ‘This Pelham did repel ’em back aboard’, as you may read in Lewes Church. After that a storm broke through the shingle bank, making a new entry right down to the westward, and so brought into being what is still called the ‘New Haven’.

Era un tempo in cui uomini che in seguito sarebbero caduti nella rete della politica professionale e avrebbero perso la loro anima, scendevano per le strade per parlare con fervore e accendere nei cuori degli uomini spezzati la fiamma della dignità umana.

In quei giorni vidi un giovane, erede di una grande fortuna (in seguito divenne una sorta di ministro), in piedi sotto le luci tremolanti delle lampade a nafta in una serata fangosa di Londra; proclamava il nuovo vangelo e la terra promessa. Ricordo i volti ansiosi, ingenui e sconvolti di uomini e donne che erano venuti da quelle profondità miserevoli delle baraccopoli per ascoltarlo, per poi tornarvi e rimanerci per sempre. Oggi giacciono ancora laggiù. Non è certo un simile credo quello che può salvarli. Ricordo le grandi folle che seguivano John Bums; anch’io percorrevo chilometri nell’East End solo per ascoltarlo. E ricordo quella enorme folla nella Piazza Trafalgar nel giorno più critico, quando lui e altri accettarono di essere imprigionati. Oggi non c’è nulla che possa spingere le persone a comportarsi così; nessuno ha più un credo. Per questo considero quei tempi della mia giovinezza migliori di questi giorni.

Di tutto quell’entusiasmo e quella convinzione non è risultato nulla; il mulino girava abbastanza rumorosamente, ma non macinava nulla. Quegli esaltamenti febbrili si trasformarono, nel giro di pochi anni, in grida disprezzose e deliranti chiamate “imperialismo”; anche questo, però, seguì il suo corso e portò al suo ignobile epilogo. Oggi viviamo ancora nell’epoca in cui si esalta continuamente l’America, mentre si lamenta costantemente dei lavoratori, della loro malinconia; all’estero, poi, aumentano i pericoli legati al controllo sulle razze straniere, un tempo così facilmente governabili. I volgari che hanno inventato questo grido di “impero” ora subiscono le incertezze e i pericoli crescenti che le loro stesse azioni aggressive hanno causato. Dovranno vivere ancora un po’ per scoprire cosa succede a quelle forme di orgoglio che non possiedono nemmeno il merito della dignità.

Di quegli anni, una cosa rimane: lo sciopero dei portuali ha reso Southampton famosa.

Vedo quei mostruosi velivoli del passaggio atlantico salire e scendere lungo il canale dragato che conduce fino a Southampton Water; mentre li osservo guadagnare milioni per pochi padroni di tali macchine, mi dico: “Questo è stato il frutto – l’unico frutto – di quegli entusiasmi notturni nei porti di Londra, del grido per la libertà e della fede appassionata che, pochi anni dopo il 1889, la povertà di Londra sarebbe diventata un ricordo orribile”.


Proseguii il mio viaggio tra le fortezze di Spithead con il >vento costante che soffiava da poco a ovest del sud; solo quando qualcuno mi sostituì al timone mi sentii finalmente sollevato. Ora dopo ora, ci dirigemmo verso Looe.

Ora, con il fiume Looe, che rappresenta l’ingresso verso i mari del Sussex, non sapevo se seguire la costa nel suo ordine naturale, tra le zone di Owers e Forelands, o proseguire giorno e notte direttamente verso lo stretto. Infatti, avevo già navigato così tante volte lungo quella sorta di “muro del giardino” che rappresentava il mio territorio, che quell’immagine mi rimaneva costantemente nella mente: a volte si estendeva lontano, al di là delle acque salate, oltre la vista dell’Inghilterra; altre volte si restringeva bruscamente a causa del forte vento; ancora altre volte proseguiva verso Beachy, oppure mancava appena l’obiettivo, per poi riuscire comunque nell’ingresso di uno dei miei porti, in modi che sembravano impossibili.

Per la contea del Sussex – e anche per il Kent, a dire il vero – fino a Folkestone e oltre, il Creatore di mare e terra ha giocato dei trucchi con queste zone costiere. È stato fatto loro ciò che spesso accade alle vite umane: è stata concessa un’opportunità insufficiente; un’opportunità sufficiente per costringerli ad utilizzare una certa funzionalità, ma non abbastanza per permettere un’utilizzo completo di essa. Tutti questi porti possono essere utilizzati, ma solo con il favore delle maree; il porto di Chichester, che include anche Bosham e Littlehampton, Shoreham e Newhaven, non può essere raggiunto durante la bassa marea se non grazie all’intervento umano. Pevensey è ormai inutilizzabile, e ciò che un tempo era il rifugio di Hastings è stato eroso dal mare; anche la barriera di protezione costruita lì non è sufficiente. Newhaven è stata dragata, e vi è stata costruita una grande banchina di pietra per impedire l’espansione della riva verso est; Folkestone dispone anch’essa di un porto, sebbene incompleto e aperto alle maree. Tuttavia, la natura stessa di questi porti rende il loro utilizzo molto dipendente dalle condizioni meteorologiche; è quindi particolarmente pericoloso trovarsi fuori dal porto durante una tempesta, mentre fiumi come l’Arundel o il Bramber continuano a defluire verso Littlehampton o Shoreham Bar, poiché entrambi questi passaggi si aprono durante la bassa marea primaverile. In questo senso, il Sussex è meno favorito rispetto alla regione del Caux in Normandia, che rappresenta l’opposto. A Trouville, Dieppe, Fecamp, persino a St Valéry, una barca come la mia può entrare in qualsiasi momento. Ciò è dovuto a due motivi: innanzitutto, perché i fiumi normanni non provengono dalle zone al di là delle colline di gesso, come i nostri fiumi del Sussex, ma sono soltanto ruscelli; quindi non c’è abbastanza pressione idrica per trasportare il fango e il limo verso le bocche dei porti. In secondo luogo, questi fiumi non sono esposti al vento sud-ovest né alle correnti marine orientali.

I fiumi del Sussex, lasciati liberi di scorrere, vedevano davanti alle loro foce accumularsi una barriera di sabbia e ghiaia causata dal vento sud-occidentale e dalla marea che si avvicinava alla riva; di conseguenza, una striscia di ghiaia si estendeva continuamente verso est davanti a loro. Per questo motivo, la foce del fiume Shoreham, l’Adur, si spostava verso est per oltre tre miglia tra il periodo della Conquista e le guerre civili; infine sfociava in mare proprio vicino a Hove. Tuttavia, in seguito una violenta tempesta distrusse quella barriera, creando la foce attuale, situata a metà strada lungo il corso del fiume; lo stesso accadde anche con l’Ouse: la sua riva di ciottoli si estese verso est fino a quando, nel Medioevo, la foce si trovava a Seaford; per questo motivo Seaford fu chiamata “Sea Ford”, e fu proprio per questa ragione che i francesi attaccarono quel punto strategico. E fu anche per questo che, quando lo attaccarono, “Questo Pelham li respinse nuovamente verso il loro vascello”, come si legge nella chiesa di Lewes. In seguito, un’altra tempesta distrusse la riva di ciottoli, creando una nuova foce più a ovest; da lì nacque quella che oggi viene chiamata “New Haven”.


I have just said that the Looe Stream is the gate into the Sussex sea; and so it is, unless you go outside those rocks called Owers, which is a long way round: for the Owers run miles out to sea.

The Looe stream runs like a river in the midst of the sea between the long-concealed flats and little rocks just under water at low tide of Selsea Bill and the reefs of the Owers outside. There is nearly three fathom in it at low spring tides, and the entry is marked by a couple of buoys just as one might mark the entry to a harbour: also, as with the entry to a harbour, you had best take the Looe Stream on the flood. So did we on that morning after the storm make our way against the ebb until we had Selsea Bill close before us, and we caught the flood through the Looe by the afternoon.

There I saw, upon the left, the pole and basket of the Mixen, that sea-mark which is my Sussex gate-post. And from that point, taking a course just south of east, I carried on for Beachy all through the night. The wind held, strangely unchanged, and no more rain fell. It was one of the longest spells of similar weather, exactly suited for my little boat under all plain sail, that I had known. For when the dull morning broke (and it was hazy) she still carried the same wind in her sails.

Indeed, it was so thick that I was a little anxious to catch the chalk precipice against the east and know where I was. There is a little inset making into the bight of Sussex once one is beyond the Owers, and I might have been carried - especially with some little leeway - inside the point.

When I did see land it was not Beachy at first, but, a good way off on the port bow, a murky gleam, from the Seven Sisters: but then, quickly after, I saw dimly on a grim sky the sharp, perpendicular line of the Head and the stump of the lighthouse at its foot. My course had been well kept: I was heading well outside.


There is little to tell of that run, for it was uneventful. We had that day, somewhere about the Royal Sovereign Shoals, a dropping of the wind and its rising again from off-shore, north of west, but nothing heavy in it, serving us well for our course up-Channel, the weather still too thick to see much of the land between Beachy and Dungeness. It was in full darkness that we made and passed that light and, with the next day, still carried on to Dover.

I have a grudge against that great harbour of Dover: mainly, I suppose, because I have had bad luck in it, but also because it seems to me so wasted an effort of human energy. It has founded one of our new peerages, and while it was being made there was any amount of political talk about it, and also about the electoral conditions of its town. Those who know assure me that it was of vast service in the War, but I have read recently, I know not on what authority, that the Navy has abandoned it. It must always have been a difficult place to enter, with its two narrow gates and the violent tide across them. There is nearly always a lump outside, where the sea shows its annoyance at having this obstacle thrust into it; and trying to get in with a small boat like mine and in a light wind is a trial. There is peril of missing the entry in the rush of the tide, unless one comes close up to the breakwater heads. If one does this, one never knows but that some great death-ship, on its way to Calais or Ostend, will not leap out suddenly upon one as one opens the harbour. Moreover, there are all manner of regulations which I do not understand, as to where you may drop anchor, and as to where you may not, and once, when I left the boat for some weeks in secure care, I found her on my return completely covered with the soot of His Majesty’s coal.

We put in that day for water and to provision. We stayed but a little while, coming in by the southern and going out by the eastern gate, and passing as we did so that sad wreck of munitions wherein lay, I believe, the bodies of men entombed.

My companion took the helm up past the Foreland in a rather fresher breeze than we had yet had, and with more north in it, and I looked back along our wake and thought how here our time has managed to change too thoroughly what was the most famous sight of Western Europe, the entry into England.

Although the old harbour (which lay between the hills - where the gasworks are today) had long ago gone dry, yet the marks of it, and much human ingenuity added, maintained the port at Dover; and through that port went the prodigious traffic which bound this province of Christendom to the rest. Here, throughout the intense activity of the Middle Ages, passed and repassed the blood of the State, and the life running outwards from the heart of Europe at Rome. During all that time, on to days I can myself remember, this main majestic entry into England presented something of the same aspect to the traveller coming in from the sea. There was the town in its cleft; the masts in the little harbour; the castle on its height. Now, to my eye, the huge new haven, with its miles of wall, has spoilt and changed all this.

But, alas, something worse, more dreadful, and more definite has come by way of change. Something which cannot be undone and which has subtly stolen their meaning not only from old Dover, but from the great keels of the fleet and its guns.

You may see the memorial of it marked upon the turf: the memorial of the place where the first man (and he a Frenchman), having flown the Channel, landed upon the sacred island, without leave of the sea.

That was a date for you, if you like! That was a year to remember! In history perhaps, many a generation hence, it will be made a dividing point between the old and the new relations of the peoples of Europe.

It is in the irony of Providence that the more man comes to control the material world about him, the more does he lose control over the effects of his action; and it is when he is remaking the world most speedily that he knows least whither he is driving.


Ho appena detto che il fiume Looe rappresenta l’ingresso al mare del Sussex; ed è davvero così, a meno che non si prenda una lunga deviazione attorno a quelle rocce chiamate Owers, poiché queste si estendono per miglia verso il mare.

Il corso d’acqua Looe scorre come un fiume nel mezzo del mare, tra le pianure nascoste da tempo e le piccole rocce sommerse, appena sotto il livello dell’acqua durante la bassa marea, tra Selsea Bill e le barriere coralline all’esterno. Durante le basse maree primaverili, il suo profilo raggiunge quasi i tre piedi di profondità; l’ingresso è segnalato da alcune boe, proprio come avviene per gli ingressi dei porti. Inoltre, proprio come in un porto, è meglio attraversare il Looe durante la marea alta. Fu ciò che facemmo quella mattina, dopo la tempesta: navigammo contro la corrente della bassa marea fino a quando Selsea Bill non fu vicino davanti a noi, e poi approfittammo della marea alta per attraversare il Looe nel pomeriggio.

Lì vidi, a sinistra, il palo e la cesta del Mixen, quel segnale marittimo che rappresenta per me l’ingresso di Sussex. Da quel punto, seguendo una direzione appena a sud-est, proseguii verso Beachy per tutta la notte. Il vento rimase stranamente costante, senza ulteriori piogge. Fu uno dei periodi più lunghi di tempo simile che avessi mai sperimentato; condizioni ideali per la mia piccola barca, che navigava con tutte le vele spiegate. Quando infine arrivò l’alba (e c’era foschia), il vento continuava a soffiare alle stesse velocità.

Infatti, era così denso che ero un po’ preoccupato all’idea di incontrare quel burrone formato dalla neve contro il versante est e di non sapere esattamente dove mi trovassi. C’è una piccola insenatura nella baia del Sussex, oltre la quale si trova il fiume Owers; forse sarei stato trascinato lì dentro, soprattutto se ci fosse stata un po’ di margine.

Quando finalmente vidi la terraferma, all’inizio non sembrava affatto una spiaggia; piuttosto, a una certa distanza dalla prua del veliero, si intravedeva un debole bagliore proveniente dalle Seven Sisters. Poi, poco dopo, scorsi sulla cupa superficie del cielo la linea netta e perpendicolare della punta della terraferma e il tronco del faro situato ai suoi piedi. La mia rotta era stata ben mantenuta: mi stavo dirigendo esattamente dove volevo.


Non c’è molto da raccontare di quella traversata, poiché è stata senza incidenti. Quel giorno, nelle vicinanze delle Royal Sovereign Shoals, il vento si è indebolito per poi rafforzarsi nuovamente al largo, a nord-ovest; tuttavia non c’erano condizioni meteorologiche particolarmente avverse, il che ci è stato di grande aiuto nel proseguire il nostro viaggio lungo la costa. Il tempo era ancora troppo scuro per riuscire a vedere chiaramente la terraferma tra Beachy e Dungeness. Siamo passati in piena notte accanto a quella luce costiera e, il giorno seguente, abbiamo continuato il nostro viaggio fino a Dover.

Ho un rancore verso quel grande porto di Dover: soprattutto perché ho avuto sfortuna ad usarlo, ma anche perché mi sembra che rappresenti uno spreco enorme di energia umana. È stato il luogo in cui è stata creata una delle nostre nuove nobilizzazioni; durante i lavori di costruzione ne sono state discusse molte questioni politiche, così come le condizioni elettorali della città che lo circonda. Chi ne sa qualcosa mi assicura che sia stato di grande utilità in tempo di guerra, ma ho letto recentemente, non so su quale base, che la Marina l’abbia abbandonato. È sempre stato un posto difficile da raggiungere: con quelle due strette porte e le forti maree che le attraversano. C’è quasi sempre una massa d’acqua in movimento all’esterno, dove il mare mostra la sua irritazione per quell’ostacolo che gli viene imposto; cercare di entrare con una piccola barca come la mia, in condizioni di vento leggero, è davvero un’impresa rischiosa. C’è il pericolo di non riuscire a trovare l’ingresso a causa delle maree impetuose, a meno di avvicinarsi molto alle dighe di protezione. E se ci si avvicina troppo, chissà quale grande nave da guerra, in viaggio verso Calais o Ostenda, potrebbe improvvisamente comparire non appena si apre il porto. Inoltre, ci sono un sacco di regolamenti che non capisco affatto: su dove è permesso gettare l’ancora e su dove invece no. Una volta, quando ho lasciato la barca per qualche settimana in un posto sicuro, al mio ritorno l’ho trovata completamente coperta di fuliggine proveniente dal carbone utilizzato da Sua Maestà.

Quel giorno abbiamo raccolto acqua e provviste. Siamo rimasti solo per poco tempo: siamo entrati dal cancello sud ed usciti da quello est, passando nel frattempo accanto a quel triste cumulo di munizioni in cui, credo, giacevano i corpi delle persone sepolte lì dentro.

Il mio compagno prese il timone e navigò oltre la Foreland, sotto una brezza piuttosto più fresca di quelle che avevamo avuto fino ad allora, e con una direzione più settentrionale. Guardando indietro lungo la nostra scia, pensai a come, in questo luogo, il tempo fosse riuscito a cambiare completamente ciò che era considerato lo spettacolo più famoso dell’Europa occidentale: l’ingresso in Inghilterra.

Sebbene l’antico porto (che si trovava tra le colline, dove oggi sorgono gli impianti di produzione del gas) fosse da tempo inutilizzato, i suoi resti, uniti alla grande ingegnosità umana, permettevano ancora al porto di Dover di funzionare; attraverso quel porto passava il flusso enorme di traffico che collegava questa provincia del Cristianesimo al resto del mondo. Qui, durante tutta l’intensa attività del Medioevo, passava continuamente il “sangue dello Stato”, ovvero le risorse vitali che provenivano dal cuore dell’Europa, Roma. Per tutto quel tempo, fino ai giorni che io stesso ricordo, questa maestosa porta d’ingresso in Inghilterra presentava sempre lo stesso aspetto al viaggiatore che arrivava dal mare: c’era la città incastonata tra le colline, i masti nel piccolo porto, il castello sulla sua altura. Ora, ai miei occhi, l’enorme nuovo porto, con le sue migliaia di metri di mura, ha rovinato e cambiato completamente tutto questo.

Ma, ahimè, qualcosa di peggio, di più terribile e di più definitivo è arrivato con il cambiamento. Qualcosa che non può essere annullato e che ha sottilmente rubato il loro significato non solo all’antica Dover, ma anche alle grandi imbarcazioni della flotta e ai suoi cannoni.

È possibile vedere il monumento che indica quel luogo sull’erba: il memoriale del punto in cui il primo uomo (e per di più un francese), dopo aver attraversato la Manica, sbarcò su quell’isola sacra, senza alcun permesso da parte del mare.

Quella fu una data importante per te, se ti piace. Fu un anno da ricordare! Forse, nella storia, molte generazioni dopo, verrà considerata il punto di separazione tra le vecchie e le nuove relazioni tra i popoli d’Europa.

È nell’ironia del destino che più l’uomo cerca di controllare il mondo materiale che lo circonda, più perde il controllo sugli effetti delle proprie azioni; e proprio quando modifica il mondo con la massima rapidità, è meno consapevole della direzione verso cui sta andando.

It is absorbing to watch change coming upon a whole civilization. The thirty years of active manhood, the forty years of consecutive experience and memory which a man of my age can remember, the years 1884-94-1924, form, perhaps, the best period for watching such things that we Europeans of the West have had since the Renaissance.

That may sound extravagant. The very great change introduced by the use of coal, and the machinery dependent upon coal, 150 years ago, produced, I suppose, greater outward effects; but the spiritual fruits of the change were not ripe till our day.

The characteristic of our time is the crisis in the philosophy of western Christendom: the thing began with Voltaire, but it has come to a head somewhat suddenly, following long after the material change.

For the great characteristic of the mental change between, say, 1885 and the present day, is the final segregation of Catholic philosophy from an opponent mood. That is the formula now applying to all the Occident, to all the one group of human beings who are variously called the Spaniards, the French, the Italians, the English, the more southern Germans of the Rhine and the Danube; the Dutch, the Scandinavians, the Irish, and the Scotch.

It is this group of human beings which conducts the world and will probably continue to conduct it; for it has the best physical stock, the greatest energy, the greatest intelligence, and the strongest and most continuous will: and its colonies can never replace it. It has always been at the head of humanity, even before it acquired, through its conversion to Catholicism 1,500 years ago, those vast new powers which have since distinguished it. Before Western Europe had opportunities for conducting the world as a whole, it was still manifestly the greatest thing in the world, and when its soldierly adventurers and seamen and its growing mastery over physical things gave it opportunity it took a place from which I do not think it can be dislodged.

Most modern men assume a shifting of the headship of the world from our regions to some other; as to Asia or to the New World. But as they base their calculation upon mere measurement, they are sure to be wrong. They make their estimate of human affairs on the analogy of Physical Science: counting only what can be exactly calculated and noting only the growth or decline of numbers, in men, in goods, in speed.

But Human Affairs are moved from deeper springs altogether. A spirit moves them. It is by the acceptation, the denial, the renewal of Philosophies that this society of immortal mortals is marked, changed, or restored.

The Catholic philosophy is, I say, today, at last clean separate from its opponent. Its opponent is losing all trace of Catholic dogma. That is the special mark of our time.

It is important to emphasize this position; unless we understand it, the future which is upon us will not be understood.

In the sixteenth century the unity of western Christendom made shipwreck. But there did not then arise (as would seem to have been the necessary sequence when one reads the great men of the Renaissance, Erasmus, or any of the lesser ones) an immediate separation between the Catholic exposition of the world, the Catholic revelation, and a new scepticism. The process was much slower than that. It covered nearly 400 years, and it went, as is a habit of human change, through very tortuous channels before it settled into its final form - which has now arrived.

First came a curious process of irrational selection in dogma. Nearly all those who were reacting against the authority of Catholic truth preferred to select a bundle of Catholic dogmas, and even of Catholic disciplines, out of the total and to reject the remainder.

Most of those in revolt, for instance, accepted the Incarnation and the Trinity; nearly all accepted the personal immortality of the soul. The general Catholic disciplines of society, such as property, indissoluble monogamous marriage, and the rest, were still taken for granted.

For more than a century the growing division appeared as a contrast between Catholic tradition and what was called ‘Protestantism’ in its various forms, the latter presenting bodies of doctrine chosen out of Catholicism, but less than the total of Catholic doctrine and discipline. The new selections produced, of course, a harvest of social results more tangible and concrete than the abstract differences in dogma and formula, and there arose a Protestant culture of the north side by side with the remaining Catholic culture of the south. The geographical division was purely accidental. Nothing could be more Catholic than the Irish of Donegal, nor more Protestant than the Huguenots of Nîmes, and the living centre of Protestantism was rather in southern France than in any other one region of the west.

But to this there succeeded another phase which, again, was not as logical as it should have been: a respectable development called ‘rationalism’, which arose in France and gradually permeated Europe. Its highest moment of expression was the middle of the eighteenth century, its greatest pen that of Voltaire, and perhaps its clearest intelligence that of Diderot.

This short-lived but attractive philosophy reduced its main dogmas, or postulates, to as small a number as possible, and proposed that nothing should be accepted save upon the criteria admissible by all sane men: particularly the criteria of the senses and common experience. It still tended to preserve a certain small but fundamental proportion of Catholic dogma; but it did so on the plea that such dogma was (as it imagined) universal to the human race, or at least to all sane men. Most of its adherents - not all of them - postulated one, personal, creative God, the sustainer of the universe. Of the Catholic discipline they accepted property as a moral right, and its twin institution of indissoluble monogamous marriage as a necessary thing in society, though they were perfectly ready to discuss these and any other disciplines.

È davvero affascinante osservare i cambiamenti che colpiscono un’intera civiltà. I trent’anni di vita adulta, i quarant’anni di esperienze e ricordi accumulati da una persona della mia età – gli anni dal 1884 al 1924 – rappresentano forse il periodo migliore per osservare quei fenomeni che noi europei dell’Occidente abbiamo vissuto a partire dal Rinascimento.

Potrebbe sembrare eccessivo. Il cambiamento radicale introdotto dall’uso del carbone, nonché le macchine che ne dipendevano, 150 anni fa produssero, suppongo, effetti esteriori più evidenti; ma i frutti spirituali di questo cambiamento maturarono soltanto nei nostri tempi.

La caratteristica del nostro tempo è la crisi nella filosofia del cristianesimo occidentale: tutto è iniziato con Voltaire, ma ha raggiunto un punto critico in modo piuttosto improvviso, dopo lunghi periodi di cambiamenti materiali.

La caratteristica principale del cambiamento mentale avvenuto tra il 1885 e i giorni nostri è la separazione definitiva tra la filosofia cattolica e le correnti di pensiero opposte. Questa formula si applica ora a tutto l’Occidente, a tutti quegli esseri umani che vengono chiamati in modi diversi Spagnoli, Francesi, Italiani, Inglesi, Germani del sud del Reno e del Danubio; Olandesi, Scandinavi, Irlandesi e Scozzesi.

È proprio questo gruppo di esseri umani che guida il mondo e probabilmente continuerà a farlo; possiede infatti la migliore struttura fisica, l’energia più grande, l’intelligenza più elevata, nonché la volontà più forte e costante: inoltre, le sue colonie non potranno mai sostituirlo. È sempre stato alla guida dell’umanità, anche prima di acquisire, con la sua conversione al cattolicesimo 1.500 anni fa, quelle immense nuove potenze che da allora lo hanno distinto. Prima ancora che l’Europa occidentale avesse le opportunità per guidare il mondo nel suo insieme, era già chiaramente la più grande forza esistente; e quando i suoi avventurieri militari, i suoi marinai e la sua crescente padronanza delle risorse fisiche gli fornirono le opportunità necessarie, occupò una posizione dalla quale, credo, non potrà mai essere spodestato.

La maggior parte degli uomini moderni ritiene che il ruolo di guida del mondo stia passando dalle nostre regioni a altre, forse l’Asia o il Nuovo Mondo. Ma poiché basano le loro conclusioni su semplici misurazioni, sono sicuramente in errore. Fanno le loro valutazioni sulle questioni umane seguendo gli schemi della scienza fisica: contando soltanto ciò che può essere calcolato con precisione e osservando esclusivamente l’aumento o la diminuzione dei numeri, sia di persone che di beni o di velocità.

Ma gli affari umani sono mossi da fonti molto più profonde. È lo spirito a guidarli. È attraverso l’adozione o il rifiuto delle filosofie che questa società di esseri mortali immortali viene segnata, modificata o ripristinata.

La filosofia cattolica, a mio parere, oggi è finalmente completamente separata dal suo oppositore. Il suo oppositore sta perdendo ogni traccia del dogma cattolico. Questo rappresenta la caratteristica distintiva del nostro tempo.

È importante sottolineare questa posizione: a meno che non la comprendiamo, il futuro che ci attende non verrà compreso.

Nel XVI secolo l’unità del Cristianesimo occidentale andò in frantumi. Tuttavia, in quel momento non si verificò (come ci si sarebbe potuti aspettare leggendo i grandi personaggi del Rinascimento, come Erasmo, o anche quelli di minor rilievo) una separazione immediata tra l’interpretazione cattolica del mondo, la rivelazione cattolica e un nuovo scetticismo. Il processo fu molto più lento: durò quasi 400 anni e, come è tipico dei cambiamenti umani, attraversò vie piuttosto tortuose prima di assumere la sua forma finale – quella che conosciamo oggi.

Innanzitutto si verificò un curioso processo di selezione irrazionale nei confronti dei dogmi cattolici. Quasi tutti coloro che reagivano contro l’autorità della verità cattolica preferirono scegliere soltanto alcuni dogmi e alcune discipline cattoliche, rifiutando il resto.

La maggior parte di coloro che si ribellavano, ad esempio, accettava l’Incarnazione e la Trinità; quasi tutti riconoscevano l’immortalità dell’anima. Le norme generali della società cattolica, come la proprietà privata, il matrimonio monogamico indissolubile e altre simili, erano ancora considerate elementi fondamentali.

Per più di un secolo, questa crescente divaricazione si è manifestata come un contrasto tra la tradizione cattolica e ciò che veniva chiamato ‘Protestantesimo’ nelle sue varie forme; quest’ultimo presentava insiemi di dottrine selezionate dal Cattolicesimo, ma inferiori alla totalità della dottrina e della disciplina cattolica. Queste nuove scelte hanno prodotto, naturalmente, conseguenze sociali più tangibili e concrete rispetto alle differenze astratte in termini di dogma e formule; così è nata una cultura protestante nel nord, a fianco della cultura cattolica che sopravviveva nel sud. La divisione geografica, invece, era puramente casuale: nulla poteva essere più cattolico degli irlandesi del Donegal, né più protestante degli ugonotti di Nîmes; il centro vitale del Protestantesimo si trovava piuttosto nella Francia meridionale che in qualsiasi altra regione dell’Occidente.

Ma dopo questa fase ne seguì un’altra che, ancora una volta, non fu così logica come avrebbe dovuto essere: uno sviluppo rispettabile chiamato “razionalismo”, che nacque in Francia e gradualmente si diffuse in tutta Europa. Il suo momento di massima espressione fu la metà del XVIII secolo; il suo più grande scrittore fu Voltaire, e forse la sua intelligenza più lucida fu quella di Diderot.

Questa filosofia, di breve durata ma attraente, riduceva i suoi principali dogmi o postulati al numero minimo possibile, proponendo che nulla dovesse essere accettato se non secondo criteri riconosciuti da tutti gli uomini sani: in particolare quelli forniti dai sensi e dall’esperienza comune. Tuttavia, tendeva comunque a preservare una certa parte fondamentale del dogma cattolico, sostenendo che tale dottrina fosse universale per l’intera umanità, o almeno per tutti gli uomini sani. La maggior parte dei suoi seguaci – sebbene non tutti – postulava l’esistenza di un Dio personale e creatore, il sostentatore dell’universo. Per quanto riguardava la disciplina cattolica, accettavano la proprietà come diritto morale, così come l’instituto del matrimonio monogamico indissolubile come elemento necessario per la società; erano tuttavia pronti a discutere queste e altre questioni.

Undoubtedly the underlying conception common to the rationalists was this, that there is a certain knowledge of reality to be obtained through the reason dealing with the senses and experience common to all men, and only what can be so obtained is to be affirmed as true. What could not be so obtained is to be rejected as doubtful or false. But while this was their underlying conception, they could not shake off a considerable body of their Catholic past.

This rationalism rejected the miraculous in every form, and even the unusual. It began to substitute the document for tradition in history, it proceeded to a strict and most successful progressive examination of the physical world, discovering more and more of its sequences. This imprinted on all the rationalists did (not thought) a very special stamp, the stamp of proved certitude. They carried the feeling of scientific certitude, which physical research had given them, into the field of ideas. They came to imagine their metaphysical dogmas to be not transcendental but demonstrable by experiment, or, at least, by the common sense of mankind. Here was a curious and, perhaps, L unique incident in human history: a faith which did not know it was a faith. The rationalists had not any doubts at all, because everything exterior to their faith seemed to them insignificant save in so far as it combated their faith.

For instance, if you take Gibbon (who was the principal English writer among them, and who was the chief English pupil of Voltaire), you will see that most transcendental truths affirmed by Catholicism - such as the divinity of Our Lord, the affirmation of miracle, the admission of tradition in history, side by side with the document, etc. - were to him ideas ridiculous in themselves, and in themselves therefore of no value. But though direct Catholic statement inspired him with a strong aversion, yet he revelled in, he took for granted, that very civilization, Europe, which the Catholic Church had made. He had no conception whither rationalism was leading.

These people were certain; they stood upon a rock; and from the nature of their certitude they took it for granted that all the world would come to the same certitude by a mere process of evidence. They took it for granted that there was in all men a certain line of reason which only had to be turned upon any mass of affirmation in order to distinguish at once what was false in it from what was true, reckoning among the false whatever was affirmed without such proof behind it (of document or experiment), as they required.

They made no doubt that all this was final, that they themselves had reached finality, that the world was rapidly reaching it, and that nothing could disturb such a progress save some hardly imaginable reversion to Catholicism.

They were quite wrong. Before they had so much as convinced the bulk of educated Europe, three further developments were upon them one of which has survived, and has become the modern opponent of the Catholic Church. These three developments were first a sceptical attack upon the postulates of the rationalists themselves: a questioning whether humanity and its common experience had ever grasped reality. That nonsense was German; it was Kant’s muddlement of the great and clear Descartes.

Next they had to meet a development rather English than German, which notes with great practical common sense the irrational flaw in the rationalists’ position. This flaw was the statement that a thing affirmed without the proof of common experience could not be true. It does not at all follow that because a statement lacks material proof, therefore it is untrue; it does not at all follow that because a thing is most unusual, therefore it has not been.

For instance, witnesses were brought forward to state that a man had lifted himself off the ground without material force to aid him, and had so remained suspended in an ecstasy. The thing was most unlikely; it was opposed to the common experience of mankind. Therefore, said the rationalists, it is false. They were attacked by those who replied: ‘Your “therefore” is ill-chosen; it is itself a mere affirmation without proof. The thing may have happened.’ Hence mere suspense of judgement and what was called ‘agnosticism in England.

This second phase also was destined to a very brief life; but it contained two permanent elements of truth. These were, first that it denied the necessary truth of the rationalists’ postulates save only the postulate of the evidence of the senses (it denied the necessity of common experience being the only experience). Secondly, it affirmed (what was obviously true) that a mass of things credited to be real were not susceptible of proof through the evidence of the senses, or the common sense of mankind.

This spirit advanced to the denial not of a personal God, but of the rationalists’ belief in a personal God; and it attached to the Power or Powers behind the Universe the comic term ‘Great Unknowable’.

The third development attacking the rationalists now occupies all the western mind outside the Catholic Church. It came not from the head, but from the heart. It is an affirmation that truths may be recognized emotionally, and are not to be rejected because the intellect is either incapable of analysing them or of discovering any foundation for them. One might take as the germ of this movement a commonplace sentence of Pascal’s which has become, because it is obvious and superficial, far more famous than his deeper sayings: the saying that ‘the heart has its reasons of which the head knows nothing. This emotional protest against rationalism appealed to the vivid response awakened in the human heart by the life of nature. Such a trend could only end in Pantheism: and Pantheist the modern world, outside the Catholic body, has become.

The reason, for instance, that the poet Wordsworth attained so ill-proportioned a popularity in the latter part of the nineteenth century in England was his Pantheism. He is the exponent of that mood. Not the most vivid, for he is vivid only in a few flashes, and usually dull and thoroughly bad. Not the most intelligent, for he made no pretence at an intelligent exposition of the mood. But because he was so thoroughly steeped in Pantheism: because every line of his betrays a taken-for-granted and, as it were, necessary Pantheism.

Indubbiamente, l’idea fondamentale condivisa dai razionalisti era questa: esiste una certa conoscenza della realtà che può essere ottenuta attraverso la ragione, utilizzando i sensi e l’esperienza comuni a tutti gli uomini; soltanto ciò che può essere acquisito in questo modo deve essere considerato vero. Ciò che invece non può essere ottenuto in questo modo deve essere rifiutato come dubbiao falso. Tuttavia, sebbene questa fosse la loro concezione fondamentale, non riuscirono a liberarsi di una parte considerevole delle influenze del loro passato cattolico.

Questo razionalismo rifiutava tutto ciò che era miracoloso, in qualsiasi forma, e persino ciò che era insolito. Iniziò a sostituire la tradizione con i documenti nella ricerca storica, e proseguì con un esame rigoroso e estremamente efficace del mondo fisico, scoprendone sempre di più le leggi e le strutture. Questo approccio lasciò su tutti i razionalisti l’impronta di una certezza dimostrata; essi portavano con sé il senso di certezza scientifica acquisito attraverso la ricerca fisica, e lo trasferirono nel campo del pensiero. Arrivarono così a concepire i loro dogmi metafisici non come qualcosa di trascendente, ma come concetti dimostrabili sperimentalmente, o almeno attraverso il buon senso umano. Qui si verificò un evento curioso e, forse, unico nella storia dell’umanità: una fede che non si rendeva conto di essere tale. I razionalisti non avevano alcun dubbio, perché tutto ciò che era esterno alla loro fede sembrava loro insignificante, a meno che non contrastasse con essa.

Ad esempio, se prendiamo Gibbon – che era il principale scrittore inglese tra loro e il principale discepolo inglese di Voltaire – vedremo che la maggior parte delle verità trascendentali affermate dal Cattolicesimo – come la divinità del Signore nostro, l’affermazione dei miracoli, l’ammissione della tradizione nella storia, al fianco dei documenti ufficiali, ecc. – erano per lui idee ridicole in sé stesse e quindi prive di valore. Tuttavia, sebbene le dichiarazioni dirette del Cattolicesimo suscitassero in lui una forte avversione, egli si compiaceva proprio di quella civiltà, dell’Europa che la Chiesa Cattolica aveva contribuito a creare. Non aveva alcuna idea di dove portasse il razionalismo.

Queste persone erano sicure di ciò che affermavano; si basavano su fondamenti solidi e, data la natura della loro certezza, ritenevano scontato che tutto il mondo arrivasse alla stessa conclusione attraverso un semplice processo di verifica. Credevano che in tutti gli esseri umani esistesse una logica innata, sufficiente per distinguere immediatamente ciò che era falso da ciò che era vero, considerando false tutte quelle affermazioni prive delle prove necessarie (documenti o esperimenti).

Non c’era dubbio che tutto ciò fosse definitivo; che loro stessi avessero raggiunto la fine di un percorso; che il mondo stesse rapidamente arrivando allo stesso punto; e che nulla potesse interferire con tale processo, se non una possibile ritrasmissione al cattolicesimo, qualcosa di quasi inimmaginabile.

Erano completamente sbagliati. Prima ancora che riuscissero a convincere la maggior parte dell’Europa istruita, si verificarono altri tre sviluppi, uno dei quali è sopravvissuto e è diventato l’avversario moderno della Chiesa Cattolica. Questi tre sviluppi furono innanzitutto un attacco scettico nei confronti degli stessi postulati dei razionalisti: una messa in dubbio del fatto che l’umanità e la sua esperienza comune avessero mai compreso la realtà. Quell’assurdità era tipica della Germania; era il tentativo di Kant di confondere le idee chiare e profonde di Cartesio.

Successivamente dovettero affrontare un punto di vista piuttosto “inglese” che “tedesco”, il quale evidenziava con grande buon senso pratico la fallacia irrazionale nella posizione dei razionalisti. Questa fallacia consisteva nell’affermazione secondo cui qualcosa che venisse affermato senza prove fornite dall’esperienza comune non potesse essere vero. Non segue affatto dal fatto che una dichiarazione manchi di prove concrete che essa sia falsa; né significa che qualcosa, solo perché è molto insolito, non esista realmente.

Ad esempio, furono presentati testimoni che affermavano che un uomo si fosse sollevato da terra senza alcuna forza materiale e fosse rimasto sospeso in quello stato di estasi. Tuttavia, questa cosa era assai improbabile; andava contro la comune esperienza umana. Pertanto, dicevano i razionalisti, era falsa. Furono attaccati da coloro che rispondevano: “Il vostro ‘pertanto’ è mal scelto; è soltanto un’affermazione priva di prove. Potrebbe essere davvero accaduto.” Da qui nacque quella che in Inghilterra venne chiamata “agnosticismo”, ovvero l’atteggiamento di sospendere il giudizio senza alcuna certezza.

Anche questa seconda fase era destinata a una vita molto breve; tuttavia conteneva due elementi di verità permanenti. Il primo consisteva nel negare la validità necessaria degli assunti dei razionalisti, tranne che quello relativo alla testimonianza dei sensi (si negava cioè che l’esperienza comune fosse l’unica fonte di conoscenza valida). Il secondo elemento consisteva nell’affermare (cosa ovviamente vera) che molte delle cose ritenute reali non erano suscettibili di essere dimostrate attraverso la testimonianza dei sensi o il buon senso umano.

Questo spirito si spostò verso la negazione non di un Dio personale, ma della credenza dei razionalisti in un Dio personale; e attribuì al Potere, o ai Poteri, che stanno alla base dell’Universo, il termine ironico di “Grande Inconoscibile”.

La terza corrente di pensiero che attacca i razionalisti occupa ormai tutta la mentalità occidentale al di fuori della Chiesa Cattolica. Non è nata dalla ragione, ma dal cuore: si tratta dell’affermazione che le verità possano essere riconosciute a livello emotivo e non debbano quindi essere rifiutate solo perché l’intelletto è incapace di analizzarle o di individuarne alcuna base. Si potrebbe considerare il germe di questo movimento una frase comune di Pascal, diventata molto più famosa delle sue riflessioni più profonde proprio per la sua ovvietà e superficialità: “Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. Questo protesta emotivo contro il razionalismo si rivolgeva alla risposta immediata che la vita della natura suscita nel cuore umano. Un simile orientamento poteva portare soltanto al panteismo. E infatti, il mondo moderno, al di fuori del contesto cattolico, è diventato proprio un mondo panteista.

Ad esempio, il motivo per cui il poeta Wordsworth raggiunse una popolarità così sproporzionata nella seconda metà del XIX secolo in Inghilterra fu il suo panteismo. Lui ne era l’esponente principale; non il più vivido, poiché la sua espressività si manifestava solo in brevi momenti, e per lo più risultava noiosa e del tutto scadente; né il più intelligente, poiché non cercò mai di fornire una spiegazione intellettualmente coerente di tale atteggiamento. Ma proprio perché era profondamente immerso nel panteismo: perché ogni sua riga rivelava un panteismo considerato scontato e, in qualche modo, inevitabile.

In France and Italy this same reaction took the form of accepting the universe as blind but moral; the Pantheist movement of the anticlerical factions deified what were taken to be the common moral emotions of mankind speaking particularly of ‘Truth’ and ‘Justice’ as though there were real beings in a universe where the personal power and virtues of a creator were denied. Throughout the more cultivated Europe a certain number of special marks of the thing increased, notably the insistence upon landscape, upon our fellowship with the rest of animated creation, and side by side with these a disdain or negligence or despair upon the sharp points of Divine Will, of personal immortality, of possible doom.

There was formed at last in our own time, as the crystallization of all this boiling, a philosophy, a set of judgements accepted vaguely, but finally, by all that is not Catholic in the Occident, and this I will call ‘Sceptical Pantheism’. Over against it stands the defined, exact, and traditional revelation maintained by the Catholics intact. This Revelation is as separate from that other mood as is the firm strand from sea water, or waking from dreams.

Here many men reading me (if indeed many men shall read me, for whatever number of men may read this hotch-potch of a book, most of them, I think, will skip these musing passages - seeing that their subjects are the only ones of real import) will reply:

‘In face of this great, new, general modern spirit, which you call Sceptical Pantheism, and which I admit to be the chief moral phenomenon of our time, the Catholic Church is negligible. I accept your statement that there is a great general modern spirit or mood full of this feeling for nature and of brotherhood with all animated creatures and a substitution of emotional materialism for dogma. I may or may not accept your particular title ‘Sceptical Pantheism’, but I know what you mean. We are all agreed that the spirit is there; and in face of it the Catholic position no longer has weight: it no longer counts. It is a mere surviving habit with most of its so-called adherents (who at heart are themselves shaken in their adherence). It is ignorance on the part of a few sincere ones; a bitter refusal to accept evidence on the part of a larger number of less sincere ones; a deliberate shutting of the eyes. Catholicism is in process of dissolution and has become politically negligible.’

That is the reply which I think most educated men in England would give to the proposition I have just advanced: the proposition that the modern world is now divided into two sharply defined camps (of which Catholicism is one) standing each other against the other.

Now these objectors are provincial, both the better informed and the less. They should appreciate the modern world more exactly. They could arrive at such an appreciation by a wise use of travel, and of even their own contemporary society; by getting to know many kinds of men intimately in France, Italy, Germany, Spain, and Belgium, and by reading the words written upon the Catholic side - a thing which, for the most part, they wholly neglect to do.

Indeed, I have noticed that the finest and most conclusive pieces of Catholic apologetics are, in England and America, hidden away in little publications read by no one but Catholics; and by few, even of these.

If those who make the objection I have just recited would use travel wisely, or even read contemporary Catholic writing in their own country, they would appreciate that what I have said is true if one regards Western Europe as a whole. Outside England everyone is aware of the Catholic Church; two great armies face each other, and the issue is doubtful. All instructed Europe sees a great duel set between the Catholic Church and its opponent. All instructed Europe sees that this duel is taking the form of anti-Catholic laws and of proposals of laws upon the one side, and upon the other of growing Catholic social power.

Those who, in England, once followed Calvin, who then at second hand followed Diderot and Voltaire, who then at second or third hand followed the French romantics, would today do well to follow this great modern quarrel, as it is joined up on the old battle-ground of European debate: the arena which lies between the Pyrenees, and the Channel between the Rhine and the Atlantic: Gaul.

They will find that you can hardly take up a random French newspaper in a French café without coming upon the great quarrel. They will find that the statues in the towns express it; the names of the streets; the titles as well as the tendencies of the novels.

In Italy, though in a different form, it is the same thing. In Spain it is manifest; in Belgium it is the centre of interest. Throughout the Occident the struggle is engaged.

The forces on either side use every weapon to hand. Those opposed to the Catholic Church use, when they are in political power, the bludgeon of a universal and enforced anti-Catholic popular education, against which the Catholics use the force of personal intelligence and individual argument, as also a sort of perpetual wrestling against their opponents through the claim of freedom. Where it is the other way about, and the Catholic tradition has at least the sympathy of those in political power, you have not indeed (as you may have later) strong insistence on the Catholic side - as defined, as direct, and as violent as the present anti-Catholic action - you have not, for instance, an insistence upon the compulsory public teaching of Catholicism in the popular schools, as you have anti-Catholic public teaching under the anti-Catholic governments; but you have the continued support of essentially Catholic things. The new dictatorship in Italy, for example, when it had cleared out the Parliamentary nastiness, took for one of its first principles the restoration of the crucifix to the schools, and insisted upon the official world hearing Mass.

Having thus stated the great quarrel, I ought, perhaps, like a good modern, to begin prophesying, and state what its development will be. But I deny the capacity of our popular prophets. I do not know the future. But that these two comparatively simple elements, the Faith and anti-Faith, stand before us today should, I think, be clear to all sufficiently experienced observers.

In Francia e in Italia questa stessa reazione si manifestò nell’accettare l’universo come qualcosa di cieco ma morale; il movimento panteista delle fazioni anticlericali deificò ciò che veniva considerato rappresentativo delle emozioni morali comuni dell’umanità, in particolare concetti come “Verità” e “Giustizia”, come se esistessero entità reali nell’universo, nonostante vi fosse negata l’esistenza di un creatore con poteri personali e virtù. In tutta Europa, nelle regioni più coltivate, emersero alcuni tratti particolari di questa tendenza: in particolare l’insistenza sull’importanza del paesaggio e sulla nostra affinità con il resto della creazione vivente; al contempo, però, si manifestava anche un disprezzo, una negligenza o una sorta di disperazione riguardo ai concetti legati alla Volontà Divina, all’immortalità personale e alle possibili conseguenze negative delle azioni umane.

Finalmente, nel nostro tempo, si è formata, come cristallizzazione di tutto questo fermento, una filosofia, un insieme di giudizi accettati in modo vago, ma che alla fine sono stati adottati da tutto ciò che nell’Occidente non è cattolico; la chiamerò “Panteismo Scettico”. Di fronte ad esso si trova la rivelazione definita, precisa e tradizionale, mantenuta intatta dai Cattolici. Questa Rivelazione è separata da quella concezione alternativa tanto quanto la terraferma lo è dall’acqua di mare, o il risveglio dai sogni.

Molti uomini che leggeranno queste parole (se davvero qualcuno le leggerà, poiché non so quanti saranno quelli che si impegneranno a leggere questo libro così misto e disomogeneo), la maggior parte di loro probabilmente tralascerà questi passaggi riflessivi, visto che gli argomenti trattati in essi sono gli unici veramente importanti.

“Di fronte a questo grande, nuovo spirito moderno generale, che voi chiamate ‘Panteismo Scettico’ e che io riconosco come il principale fenomeno morale del nostro tempo, la Chiesa Cattolica è trascurabile. Accetto la vostra affermazione secondo cui esista davvero questo grande spirito moderno, pieno di rispetto per la natura e di fratellanza verso tutte le creature viventi, e che il materialismo emotivo abbia sostituito i dogmi tradizionali. Potrei accettare o meno il termine specifico ‘Panteismo Scettico’, ma capisco perfettamente ciò che intendete. Siamo tutti d’accordo sul fatto che questo spirito esista davvero; di fronte ad esso, la posizione cattolica non ha più alcun peso: non conta più nulla. È soltanto un’abitudine sopravvissuta da parte della maggior parte dei suoi cosiddetti seguaci (che in realtà sono anch’essi scossi nella loro fede). Per alcuni sinceri, si tratta di ignoranza; per molti meno sinceri, di una riluttanza amara ad accettare le prove concrete; per altri ancora, di un deliberato rifiuto di vedere la realtà. Il Cattolicesimo è in via di dissoluzione e, a livello politico, è ormai trascurabile.”

Questa è la risposta che, penso, la maggior parte degli uomini istruiti d’Inghilterra darebbe alla proposta che ho appena avanzato: cioè che il mondo moderno sia attualmente diviso in due campi ben definiti, tra cui il Cattolicesimo, che si trovano in opposizione reciproca.

Ora questi oppositori sono di mentalità provinciale, sia quelli meglio informati che quelli meno. Dovrebbero comprendere il mondo moderno in modo più accurato. Potrebbero raggiungere questa comprensione attraverso un uso saggio dei viaggi e anche della loro stessa società contemporanea; conosciendo da vicino molte tipologie di persone in Francia, Italia, Germania, Spagna e Belgio, e leggendo ciò che viene scritto dal punto di vista cattolico – qualcosa che, nella maggior parte dei casi, trascurano completamente.

Infatti, ho notato che i migliori e più convincenti lavori di apologia cattolica, in Inghilterra e America, sono nascosti in piccole pubblicazioni lette soltanto dai cattolici; e anche tra questi, da pochi.

Se coloro che hanno sollevato l’obiezione che ho appena menzionato utilizzassero saggiamente i propri viaggi, o anche leggessero scritti cattolici contemporanei nel loro stesso paese, comprenderebbero che quanto ho detto è vero se si considera l’Europa occidentale nel suo insieme. Al di fuori dell’Inghilterra, tutti sono a conoscenza della Chiesa Cattolica; due grandi eserciti si fronteggiano, e la situazione appare incerta. Tutti coloro che hanno informazioni sull’Europa vedono in questo un grande duello tra la Chiesa Cattolica e il suo avversario. Tutti riconoscono che questo duello si manifesta, da un lato, attraverso leggi anti-cattoliche e proposte legislative, e dall’altro, attraverso l’aumento del potere sociale cattolico.

Coloro che, in Inghilterra, un tempo seguirono Calvino, che poi a loro volta seguirono Diderot e Voltaire, e che ancora dopo seguirono i romantici francesi, farebbero bene oggi a seguire questa grande controversia moderna, poiché essa si svolge sul vecchio campo di battaglia del dibattito europeo: quell’arena situata tra i Pirenei e la Manica, tra il Reno e l’Atlantico: la Gallia.

Scopriranno che è quasi impossibile prendere un qualsiasi giornale francese in un caffè francese senza imbattersi in quella grande controversia. Scopriranno che le statue nelle città la esprimono; i nomi delle strade; i titoli e anche le tendenze dei romanzi.

In Italia, anche se in forma diversa, è la stessa cosa. In Spagna è evidente; in Belgio rappresenta il centro dell’attenzione. In tutto l’Occidente questa lotta è in corso.

Le forze su entrambi i lati utilizzano qualsiasi arma a disposizione. Coloro che si oppongono alla Chiesa Cattolica, quando sono al potere politico, ricorrono all’arma di un’educazione popolare anticattolica universale e imposta; i Cattolici, invece, utilizzano l’intelligenza personale e gli argomenti individuali, nonché una sorta di continua lotta contro i loro avversari attraverso la difesa della libertà. Quando, al contrario, è la tradizione cattolica ad avere almeno il sostegno di coloro che sono al potere politico, allora non si osserva un’insistenza altrettanto forte da parte dei Cattolici – né così diretta e violenta come l’azione attuale anticattolica. Ad esempio, non si richiede l’insegnamento obbligatorio del cattolicesimo nelle scuole pubbliche, al contrario di quanto avviene sotto i governi anticattolici; tuttavia, ciò che rimane sostanzialmente cattolico continua ad essere sostenuto. La nuova dittatura in Italia, ad esempio, dopo aver eliminato le influenze ostili nel Parlamento, ha fatto della restituzione del crocifisso nelle scuole uno dei suoi primi principi e ha insistito affinché il mondo ufficiale partecipasse alle messe.

Dopo aver così descritto questa grande controversia, forse dovrei, come un buon moderno, iniziare a profetizzare e indicare come si svilupperà. Ma nego la capacità dei nostri “profeti popolari”. Non conosco il futuro. Tuttavia, credo che sia evidente a tutti gli osservatori sufficientemente esperti che questi due elementi relativamente semplici – la Fede e l’anti-Fede – si trovino oggi di fronte a noi.

There is upon the one side (everywhere except in England) a now large, a believing, and a coherent Catholic body; there is upon the other side the mood of which I have spoken - the mood in which it is even thought worse to be cruel to an animal than to a man; the mood in which the existence and nature of the human soul are contentedly or discontentedly left aside as undiscoverable; the mood in which the most fundamental institutions of society may be questioned or denied; the mood in which the fixity of marriage is universally abandoned, and in which property has no longer a reasoned moral right. Indeed, in poor support of property (outside the Catholic Philosophy) today only two rotten struts remain: first, the assertion that possession by a few in the midst of a free community is natural because it has always existed. That is mere ignorance of history. Secondly, the asinine pretence that the few who possess have a right to possession through their greater virtue and intelligence - as for instance a millionaire eating uneatable things to the noise of an intolerable band in any one of our cosmopolitan hotels…

I marvel that those who possess on such a tenure should not perceive the frailty of their tenure. They are, it is true, now fallen into a permanent state of panic, but they still have a vague conception that the present arrangement is in some ways secure.

It is not secure. It has no moral basis or custom behind it. The stability of a society depends upon an acceptation of its laws. If their enforcement is thought right, and the institutions which they defend are accepted by the conscience of men, the laws and society stand; if not, both fall.

But who today defends the right of our handful of rich men to govern as they do, and to control the State? How many even grant them a moral right to property? They are themselves the negation of property. They boldly proclaim that the over-reaching of others, the catching up of other men’s fortunes into their grasp by tricks, is the only talent they can exercise, and, indeed, the only one which they revere in their fellows. They have ruined that middle class, lacking which the institutions of the State, and particularly ownership, lose their foundation. Nevertheless, our society, of which these millionaires are today the masters, will not endure; for no one thinks of them as lords: all despise them, and the greater part of men have ceased to envy them, and have begun to hate. The rule they exercise through demagogy, and particularly through their purchase of the Press, and (less important) through their purchase of the politicians, cannot endure. So much is certain; nor is it prophecy to affirm it, any more than it is prophecy to affirm the consequences of a natural law. Yet does it not seem probable that when this ephemeral phase is over, normal freedom will return?

The mass of men in an industrial civilization is now caught in a machine from which they cannot escape, and subservience to which has become at last their nature. Every day there dies some number of those men and women who could still remember an England of the countrysides and of personal loyalties. Soon, very soon, there will be none left but those who, all their lives, have known nothing but the universal wage system of our towns.

It is this which makes the coming of compulsory labour in our great industrial cities probable enough. Anyone can see that there are only three possible solutions to the present insecurity of all public service. The best solution would be the production of a contented populace through the better distribution of property. Such a populace would, though workers, he interested in the stability and security of a society in which they were also partners; but that solution will not be reached or even approached, because it is against the mentality of time; because it seems fantastic. The next solution is the servitude of all under a tyranny of public officials. It involves confiscation of property now owned by a few, and the organization of the industrial world despotically under a group of politicians. It is called Socialism.

That will not come either, although it is the ideal still favoured by some few belated Utopians. It will not come because the rich are too powerful and the politicians too corrupt. If it did come, it would mean a complete breakdown of society - but that is by the way.

The third solution is compulsory labour legally conducted, as it is virtually conducted today, for the advantage of the owners; and that solution seems to be approaching.

When the general services of the community are interrupted by a strike - the necessary service of communication by rail, for example, or the necessary service of the modern Post Office - the clamour for compulsory labour at once arises. It sounds reasonable. It is consonant to the mind of the whole community; and whether it is called arbitration or fixed contract, or disciplinary power of trades unions, compulsory labour is the underlying idea. It is close upon us.

But though the chance of servitude is a thing of the highest moment, I cannot help watching with amusement a small concomitant of the great process. I confess rather ashamedly to too great an interest in a subsidiary point, and that is, watching the euphemisms under which the process is covered.

For when men return to an old institution which they have discarded, and the proper name for which has grown odious (as we are returning to the enslavement of labour), they are particularly anxious to avoid that name, and spend much of their energy in discovering some way of getting the old thing under a new title - thus no one will call compulsory labour slavery, nor will even the words ‘compulsory’ or ‘compulsion’ appear on the surface. There will be some other term, and I for one shall follow with curiosity and delight the evolution of that term.

Just for the moment the odds are in favour of the term ‘loyalty’ - it has a fine chivalric ring and makes an admirable mask: so men who continue to work for the profit of their masters during a strike are called ‘loyal’. To insist upon one’s right to sell one’s labour at one’s own price, instead of being ruled by some corrupt trade union leader who had been bought by the masters, is to be ‘disloyal’ to one’s union, or even to one’s ‘leader’.

Da un lato (ovunque tranne che in Inghilterra) esiste oggi un vasto, credente e coerente corpo cattolico; dall’altro lato c’è lo stato d’animo di cui ho parlato: uno stato d’animo in cui si ritiene persino peggiore essere crudeli con un animale che con un uomo; uno stato d’animo in cui l’esistenza e la natura dell’anima umana vengono semplicemente ignorate, considerate irrisolvibili; uno stato d’animo in cui le istituzioni fondamentali della società possono essere messe in discussione o negate; uno stato d’animo in cui la stabilità del matrimonio viene universalmente abbandonata e in cui la proprietà non possiede più alcun fondamento morale razionale. Infatti, al di fuori della filosofia cattolica, oggi per sostenere il concetto di proprietà rimangono soltanto due argomentazioni deboli: innanzitutto, l’affermazione secondo cui la proprietà detenuta da pochi all’interno di una comunità libera sia naturale perché è sempre esistita. Questo non è altro che ignoranza storica. In secondo luogo, l’assurda pretesa secondo cui coloro che possiedono abbiano diritto a tale proprietà grazie alla loro maggiore virtù e intelligenza. Come ad esempio un milionario che mangia cibi inutilizzabili al suono di una banda insopportabile, in uno qualsiasi dei nostri hotel cosmopoliti.

Mi meraviglio che coloro che possiedono qualcosa per un periodo così breve non riescano a comprendere la fragilità di quella loro posizione. È vero, ora sono caduti in uno stato permanente di panico, ma hanno ancora una vaga idea che l’attuale situazione sia, in qualche modo, sicura.

Non è sicuro. Non ha alcuna base morale né tradizione alle sue spalle. La stabilità di una società dipende dall’accettazione delle sue leggi. Se la loro applicazione viene ritenuta giusta e le istituzioni che esse difendono sono accettate dalla coscienza degli uomini, allora sia le leggi che la società rimangono in piedi; altrimenti, entrambe cadono.

Ma chi oggi difende il diritto di questi pochi ricchi di governare come fanno e di controllare lo Stato? Quanti addirittura gli riconoscono un diritto morale alla proprietà? Essi stessi sono la negazione della proprietà. Proclamano apertamente che l’ingannare gli altri, appropriarsi delle loro fortune con trucchi, sia l’unico talento che possano esercitare, e anzi, l’unico che rispettino nei loro simili. Hanno distrutto quella classe media senza la quale le istituzioni dello Stato, e in particolare il sistema di proprietà privata, perdono la loro base. Eppure la nostra società, della quale questi milionari sono oggi i padroni, non sopravviverà: nessuno li considera signori; tutti li disprezzano, e la maggior parte delle persone ha smesso di invidiarli e ha iniziato a odiarli. Il potere che esercitano attraverso la demagogia, soprattutto comprando i media e – in misura minore – i politici, non può durare. Questo è certo. E affermarlo non è affatto una profezia, proprio come non lo è affermare le conseguenze di una legge naturale. Tuttavia, non sembra improbabile che, quando questa fase effimera sarà finita, torni la libertà normale.

La massa degli uomini in una civiltà industriale è ora intrappolata in una macchina dalla quale non può sfuggire, e la sottomissione ad essa è diventata, alla fine, la loro natura stessa. Ogni giorno muoiono molti di questi uomini e donne che ancora ricordano un’Inghilterra fatta di campagne e di lealtà personali. Presto, molto presto, non ne rimarrà più nessuno se non coloro che, per tutta la loro vita, hanno conosciuto soltanto il sistema salariale universale delle nostre città.

È proprio questo che rende probabile l’instaurazione del lavoro obbligatorio nelle nostre grandi città industriali. Chiunque può vedere che esistono soltanto tre possibili soluzioni all’attuale insicurezza di tutti i servizi pubblici. La migliore soluzione sarebbe quella di creare una popolazione soddisfatta attraverso una maggiore distribuzione della proprietà. Una tale popolazione, pur essendo composta da lavoratori, avrebbe interesse alla stabilità e alla sicurezza di una società in cui fosse anche parte attiva; ma questa soluzione non verrà mai raggiunta, né tantomeno approcciata, perché va contro la mentalità del nostro tempo; sembra infatti qualcosa di fantastico. La seconda soluzione consiste nella sottomissione di tutti sotto il dominio tirannico dei funzionari pubblici: comporterebbe la confisca della proprietà attualmente in possesso di pochi e l’organizzazione del mondo industriale in modo dispotico da parte di un gruppo di politici. Questa soluzione viene chiamata Socialismo.

Neppure quello accadrà, sebbene rappresenti l’ideale ancora favorevole da alcuni utopisti tardivi. Non accadrà perché i ricchi sono troppo potenti e i politici troppo corrotti. Se dovesse accadere, significherebbe il completo crollo della società, ma questo è un altro discorso.

La terza soluzione è il lavoro obbligatorio svolto legalmente, proprio come avviene di fatto oggi, a vantaggio dei proprietari; e sembra che questa soluzione stia per diventare realtà.

Quando i servizi essenziali della comunità vengono interrotti da uno sciopero – ad esempio, il necessario servizio di trasporto ferroviario o le funzioni fondamentali dell’ufficio postale moderno – subito sorge l’esigenza di imporre il lavoro obbligatorio. Sembra ragionevole. È in linea con la mentalità dell’intera comunità; e che si tratti di arbitrato, contratto vincolante o potere disciplinare dei sindacati, l’idea fondamentale rimane sempre quella del lavoro obbligatorio. Questo fenomeno è ormai molto vicino a noi.

Ma sebbene la possibilità di finire in schiavitù sia una questione di estrema importanza, non posso fare a meno di osservare con divertimento un piccolo aspetto collaterale di questo grande processo. Confesso, con una certa vergogna, di essere troppo interessato a questo dettaglio secondario: osservare cioè gli eufemismi utilizzati per mascherare il vero significato di questo processo.

Perché quando le persone ritornano a un’antica istituzione che avevano abbandonato, e il nome proprio con cui essa veniva designata è diventato odioso (come sta accadendo ora con la reintroduzione della schiavitù del lavoro), esse sono particolarmente desiderose di evitare quel nome e dedicano molta energia a trovare un modo per presentare quella stessa istituzione con un nuovo titolo: in questo modo, nessuno chiamerà il lavoro obbligatorio “schiavitù”, né le parole “obbligatorio” o “costrizione” appariranno apertamente. Sarà utilizzato qualche altro termine, e personalmente seguirò con curiosità e interesse l’evoluzione di quel nuovo concetto.

Per il momento, le probabilità sono a favore del termine “lealtà”: ha un bel significato cavalleresco e funge da ottima maschera; quindi gli uomini che continuano a lavorare a beneficio dei loro datori di lavoro durante uno sciopero vengono definiti “leali”. Insistere nel proprio diritto di vendere il proprio lavoro al proprio prezzo, invece di essere manipolati da qualche leader sindacale corrotto comprato dai datori di lavoro, significa essere “infedeli” al proprio sindacato, o addirittura al proprio “leader”.

There is quite a chance that the words ‘loyal’ and ‘loyalty’ will capture the position, and that a few generations hence we may have placards on the wall: ‘Notice: A disloyal employee of the Meat Trust is at large’, with a description of him following; and then we shall have ‘loyalty’ courts for trying and punishing people who rebel against compulsory labour.

Another word which is still in the running is the word ‘constitutional’; it has a grander sound than ‘loyal’, but it is less tender. Men acting as free men are nearly always striking ‘unconstitutionally’, breaking the terms secretly purchased by the capitalists from a ‘leader’. ‘Loyal’ has also a better chance than ‘constitutional’, because it is a shorter word; but perhaps the two will be used side by side. The legal indictment against a runaway slave, a couple of centuries hence, will be, perhaps, that his act was ‘unconstitutional’, while the conventional term will, perhaps, be ‘disloyal’ - or there may be some new term. But two things are probable - not certain: (1) that compulsory labour will come; (2) that it will be given some name not even remotely connected with the idea of slavery or compulsion.

Probable, not certain; for who can tell, in the millioned complexity of affairs, what new factors may not arise? A man may go round on a mule calling himself a prophet, and change the whole world tomorrow.

Yet men prophesy today, when all is mist and fog. They prophesy as never did they prophesy before: with an assurance and a conviction born of physical science misapplied.

This passion for prophesying has several sources which converge to produce such modern folly. I think the strongest motive is mere relief to the nerves. Men find that, by prophesying that a thing will take place which they desire to take place, they are themselves soothed.

One could make shoals of books by merely cutting such pronouncements out of the European papers during the last ten years, cuttings in which it would be manifest that the writer was in a reckless mood, indifferent to the probability of his assertion.

Another motive is the motive of reputation; for if the prophet brings it off, he can point to his success and be sure of a following, whereas if he does not bring it off, he can rely upon that atrophy of the memory which the universal reading of the daily Press has brought about. Another cause, as I have said, is the influence of physical science, that influence which affects the whole of modern life, and nearly always for ill. Physical science has proceeded from discovery to discovery in our time, until men are prepared for any marvel. It is true that side by side with this advance in the control of physical things there has gone a corresponding decline in the critical faculty, in the powers of reason: and a still more rapid decline in morals. But the main fact is familiar to the whole world, and is, superficially, the most astonishing thing of today. Our time has advanced in its knowledge of inanimate nature and in its control thereof as no other past time advanced.

Now this process was everywhere accompanied by, and tested by, prophecy. The seeker after some new ‘law’ (as a sequence of physical phenomena is rather oddly called) would experiment until sequence was discovered, and, when it was discovered, he could confidently presume upon its completion; as, for instance, in the series of atomic weights. He could say, ‘You will find that this series will follow upon such and such a course,’ and when he was proved right he had achieved his end. The whole method of the progress was of this nature. It was like a man plotting down points upon a curve until he had aligned a sufficient number to give him the general formula, after which he could confidently say, ‘You will find, when the curve is fully described, such and such other points to lie along it.’ Or it was like a man re-establishing a Roman road. He says; ‘I find a section of it here pointing right to a neighbouring port, and a little way on another section still pointing the same, and I am confident that I shall find some place-name or parish boundary or other relic confirming that Roman road throughout.’ He is pretty certain to be right.

On the parallel of physical science, this habit of prophecy as the confirmation of judgement spread to things, in which, by their nature, mechanical judgement is impossible.

Another negative source was ignorance, and especially ignorance of the past. Our modems have more and more lost the knowledge of the past. They have been taught to despise it; they think of it first as of something foreign and odd; later, if they study, as something very different from what it was. They, therefore, miss the lessons of the past, and especially the chief lesson, which is that the developments of society follow no mechanical process; that their way is not the way of an arrow, but of a serpent. Ignorant of this, men fall into the simple error of taking the tangent to the curve, of prolonging the actions of causes immediately before their eyes, and of conceiving the future in terms of the present, as children do. Hence these confident assertions that in so many years such and such a country will have grown to such and such a population: that such and such a language will have become dominant - and so forth.

But it is to be noted that this process is not often applied to evils, for men do not like to face an evil future.

I notice in this political or social prophecy one very strange omission: they never by any chance allow for that cause which is the major cause of change in human affairs: I mean religion.

Thirteen hundred years ago, the great fact before all men’s eyes was the Roman Empire of the East. The commander of the armies, a half-divine being seated in Constantinople, was the centre of the world, and the acknowledged head of all that counted from the Atlantic to the Persian borders, and from the Northern Barbarism to the desert. Pressure menaced from the Persian hills and from the Tigris, and there was pressure from savage hordes in the mountains, and in the plains beyond to the north. Had men then been in the habit of prophesying after our foolish modern fashion they would have told you this or that, but all in terms of the Empire, or the German and Slav Barbarians, or the Persians; and while they so thought in terms of the only things they knew, there had already arisen, in a place remote and utterly insignificant, among tribes of a few hundreds without power, culture, or tradition, under conditions utterly negligible, the flaming spirit of Islam.

C’è una buona probabilità che le parole “leale” e “lealtà” assumano un ruolo fondamentale in questa situazione, e che tra qualche generazione possiamo trovarci cartelli appesi ai muri che recitano: “Attenzione: Un dipendente disleale del Meat Trust è ancora a piede libero”, seguiti da una descrizione di tale persona; inoltre, verranno istituite corti della “lealtà” per processare e punire coloro che si ribellano al lavoro obbligatorio.

Un’altra parola che è ancora in competizione è “costituzionale”; ha un suono più solenne di “leale”, ma è meno affettuosa. Gli uomini che agiscono come individui liberi quasi sempre violano le “norme costituzionali”, infrangendo gli accordi segretamente stipulati dai capitalisti con un “leader”. Anche la parola “leale” ha maggiori possibilità di essere utilizzata rispetto a “costituzionale”, perché è più breve; tuttavia, forse entrambe verranno usate insieme. Tra qualche secolo, l’accusa legale contro uno schiavo fuggito potrebbe essere che il suo comportamento sia stato “incostituzionale”, mentre il termine convenzionale utilizzato potrebbe essere “disleale”, oppure potrebbe emergere un nuovo termine. Ma due cose sono probabili, anche se non certe: (1) che il lavoro obbligatorio arriverà; (2) che verrà dato un nome a questo fenomeno che non abbia alcuna connessione con l’idea di schiavitù o coercizione.

Probabile, ma non certo. Chi può infatti sapere, nella complessità infinita delle cose, quali nuovi fattori possano emergere? Un uomo potrebbe viaggiare su un mulo, dichiarandosi profeta, e domani cambiare completamente il mondo.

Eppure oggi gli uomini profetizzano, in un mondo avvolto da nebbia e oscurità. Profetizzano come non hanno mai fatto prima: con una certezza e una convinzione nate dall’errata applicazione delle scienze fisiche.

Questa passione per la profezia ha diverse origini che si convergono nel produrre una tale follia moderna. Penso che il motivo più forte sia semplicemente il sollievo che essa offre ai nervi delle persone. Gli uomini ritengono che, profetizzando l’avverarsi di ciò che desiderano accada, riescano loro stessi a calmarsi.

Si potrebbero accumulare intere pile di libri semplicemente ritagliando dagli articoli europei degli ultimi dieci anni tutti quei passaggi in cui è evidente che l’autore si trova in uno stato d’animo sconsiderato, indifferente alle probabilità delle sue affermazioni.

Un altro motivo è quello della reputazione: se il profeta riesce nel suo compito, può vantare il proprio successo e essere certo di ottenere seguaci; al contrario, se fallisce, può contare sull’oblio che deriva dalla lettura quotidiana dei giornali. Un’altra causa, come ho già detto, è l’influenza delle scienze fisiche, quell’influenza che condiziona tutta la vita moderna, quasi sempre in modo negativo. Nella nostra epoca, le scienze fisiche hanno fatto progressi continui, portando gli esseri umani ad essere preparati a ogni sorta di meraviglia. È vero che, insieme a questo avanzamento nella comprensione e nel controllo delle cose materiali, c’è stato un corrispondente declino della capacità critica e delle facoltà razionali, nonché un calo ancora più rapido dei valori morali. Ma il fatto principale è noto a tutto il mondo ed è, in apparenza, la cosa più sorprendente di oggi: la nostra epoca ha compiuto progressi senza precedenti nella conoscenza e nel controllo della natura inanimata.

Questo processo, ovunque avvenisse, era accompagnato e verificato dalle profezie. Chi cercava una nuova “legge” (così viene stranamente chiamata una sequenza di fenomeni fisici) sperimentava fino a quando tale sequenza non veniva scoperta; e una volta individuata, poteva essere certo della sua esistenza e del suo funzionamento corretto, proprio come nel caso delle serie di pesi atomici. Si poteva dire: “Troverete che questa sequenza seguirà questo determinato andamento”, e quando ciò si verificava, si era raggiunto l’obiettivo. L’intero metodo di progresso seguiva questa logica: era come se una persona tracciasse dei punti su una curva fino a quando non ne avesse raccolti un numero sufficiente per ottenere la formula generale; dopodiché poteva essere certa che, descrivendo completamente la curva, si sarebbero trovati altri punti che ne seguivano lo stesso andamento. Oppure era come se qualcuno cercasse di ricostruire un antico sentiero romano: “Trovo qui una parte del percorso che conduce direttamente a un porto vicino; poco più avanti, un’altra sezione indica ancora la stessa direzione. Sono sicuro che troverò qualche toponimo, confine parrocchiale o altro indizio che confermi l’esistenza di quel sentiero romano”. Era abbastanza certo di avere ragione.

Parallelamente alle scienze fisiche, questa abitudine di prevedere il futuro come conferma di un giudizio si estese anche a situazioni in cui, per loro natura, è impossibile formulare giudizi meccanici.

Un’altra fonte negativa era l’ignoranza, soprattutto l’ignoranza del passato. I nostri contemporanei hanno sempre di più perso la conoscenza del passato; sono stati educati ad disprezzarlo: prima lo considerano qualcosa di estraneo e strano, e in seguito, se studiano, lo vedono come qualcosa di molto diverso da ciò che era realmente. Di conseguenza, perdono le lezioni apprese dal passato, soprattutto la lezione principale: ovvero che lo sviluppo della società non segue processi meccanici; che il suo percorso non è quello di una freccia, ma di un serpente. Ignorando questo, le persone commettono l’errore di considerare il futuro come semplice continuazione del presente, come fanno i bambini. Da qui derivano quelle affermazioni sicure secondo cui, in così tanti anni, un certo paese raggiungerà una certa popolazione, o che una determinata lingua diventerà dominante, e via dicendo.

Ma è da notare che questo processo non viene spesso applicato ai mali, perché alle persone non piace affrontare un futuro pieno di male.

Noto che in questa profezia politica o sociale c’è una omissione molto strana: non viene mai presa in considerazione quella causa che rappresenta il fattore principale del cambiamento nelle questioni umane, ovvero la religione.

Trecentoventi anni fa, il grande fenomeno che si presentava davanti agli occhi di tutti era l’Impero Romano d’Oriente. Il comandante delle sue armate, una sorta di essere semidivino seduto a Costantinopoli, rappresentava il centro del mondo e veniva riconosciuto come capo di tutto ciò che contava, dal Atlantico fino ai confini persiani, e dal Nord barbarico fino al deserto. Pressioni minacciavano da parte delle montagne persiane e del fiume Tigri; inoltre, c’erano pericoli rappresentati dalle orde selvagge delle montagne e delle pianure settentrionali. Se allora le persone avessero avuto l’abitudine di profetizzare nel modo sciocco e moderno, vi avrebbero detto questo o quest’altro, ma sempre in termini dell’Impero, dei barbari germanici e slavi, o dei Persiani. E mentre pensavano solo a ciò che conoscevano, in un luogo remoto e del tutto insignificante, tra tribù di poche centinaia di persone prive di potere, cultura o tradizioni, e in condizioni assolutamente trascurabili, era già nato lo spirito ardente dell’Islam.

To our own modern world there must come either some vast religious reaction, or some vast religious novelty, or both. It is inevitable; for men live by religion. Yet no one speaking of the future takes it for one moment into account. I know of but one book, a book of singular genius, in which the thing appears, though tentatively; and that is in Jefferies’ fine vision called After London. But even Jefferies did not make of it the main source of change. In his day men had already begun to lose the significance of religion in human affairs.


The great light of the Forelands on the weather side, the Goodwin lights on the lee, stood like the lamps of a street in the fall of that darkness as, with the tide beneath us, we ran up for London River. But, the wind coming from more northerly, we had to choose between beating up and standing out.

We did the last, though the wind was falling, because that lane of water is full of the world’s shipping, and it was plainer to keep a course. By midnight the breeze had died down to a light air, and, somewhat later, the sky now very clear, we bore up on the other tack, the starboard tack, and went round till we had the dying air right abeam, and so came under brilliant stars within the point of Thanet land and dropped anchor and slept.

But early the next morning we woke to see the sun rising up undimmed over the wide North Sea, cut sharply by the calm horizon. It promised a warm and kindly day…


I could wish that this book, already so long as to have become intolerable to the reader, the writer, the printer, and all others concerned in its production, already so heavy as to have become a business to the publisher, the carman, and the railway people (if, indeed, they transport it, but I have known of books transported in bulk on shipboard, and sinking to the glory of God, before they reached their destination, and that to the great advantage of our miserable world, which is abominably overcrowded with books); I could wish that this book, already so prolix, so otiose, so weary of its way that no poor gabbler in an inn ever more offended his audience than I will mine; I could wish that this book, which may be called the Great Sea Serpent of books, or again, The Cromwell Road of Books, or once again, The Pambiblicon, or endless Compendium or again, The Long Arctic Night - what you will - I could wish that this book were longer still, I say, in order that I might drag you to perdition with the tedium of a million memories north of the Forelands, north of the Goodwins, north of Long Nose: memories of the Muddy Rivers of the Trinobantes, whose descendants inhabit rather than cultivate the Essex clay: memories of sandbanks rising out of the misty seas like whales, and of the platters of Harwich, and of the King’s ship called the Serpent, and of Orford River, and of the Onion, and of Lowestoft, Yarmouth, and the exceedingly difficult labyrinth of the Wash, and of the awful great tide at King’s Lynn.

But I renounce - not so much for your sakes as for my own, nor do I even speak of that Thames River which sailors called London River, and of the getting across it slantwise in spite of the great ships and the way in which time has silted up that harbour.

There are many curious things to be noted about the opening of London River. There is the double tide, so that a man making Long Nose from the Channel finds a new tide taking him up towards London. There is the way in which the best of all the channels into the river is the one least used, because it would make ships go out of their way. Ships come into the Thames either from the north or from the south, so they save time, which is money, by skirting either coast, but the main mid channel only the Dutchmen use when they have occasion to come up London River; I approve them. Then there is the way in which undoubtedly all this has silted up and risen since the time of the ancients. It is not only the stuff brought down by the river which has piled up these banks; there is also, I am sure, a lifting of the land. Nothing else could account for Thanet ceasing to be an island, or for Richborough standing now high and dry. The surface of the earth moves slowly up and down over centuries, and no one shall persuade me that Pevensey has run dry, Rye has been drained, Lympne has run far inland, Dover inlet has been closed, and the Wensum turned from a great sea passage to a ditch by any action other than the lifting of the land. The last thing to be said about Thames mouth is this, that it was never shut for traffic since the beginning of recorded time… until… Men always traded up and down it with a swarm of shipping since men first left memorial of their doings, until the 4th of August, 1914.

It is not the least arresting of those many portents accompanying the Great War that in its first week, for the first time in human history, the Port of London was paralysed.


And so back to the Forelands, and the run between the Kentish corner and the Goodwin Sands, with a few kind words to St Augustine, and Julius Caesar, and the men that murdered St Thomas, and so grew tails, and such others as have landed at this turn of the coast; but none for Hengist and Horsa, who never lived at all, and yet have done all manner of harm. So through the Downs into the Channel again and back on my way to the sea of Sussex, and to the shores which may be drowned and swamped for a while by alien townsmen, but will keep their own counsel and in due time will rise again.


We brought up as night fell under the shelter of Folkestone breakwater. It had fallen almost calm as we slid into the oily place under the darkness, and there was a long, exasperating swell, not regular, but coming in stupidly from the south-east, whence no wind blew, and washing back from the stones of the pier. A drizzling rain also was falling, and, in general, my companion and I paid for the splendour of those last days round the corner of Kent and across the Thames. It was too early to sleep and, as I had had the helm the night before, I had slept also during the day. I sat looking at my main chart, though I knew every inch (oh! come! say rather millimetres) of the coast I was to follow; and I pondered upon that shore-line of Kent and Sussex, and upon places which I had passed far off on my way eastward, and which I would now see from closer by as I stood down Channel on my westward journey home.

Nel nostro mondo moderno deve necessariamente verificarsi o una vasta reazione religiosa, o qualche novità significativa nel campo religioso, o entrambe le cose. È inevitabile: infatti gli esseri umani vivono in base alle credenze religiose. Eppure nessuno, quando parla del futuro, tiene minimamente conto di questo aspetto. Conosco soltanto un libro, un libro di genio straordinario, in cui questa questione viene affrontata, sebbene in modo preliminare; si tratta della splendida visione futuristica di Jefferies intitolata “After London”. Tuttavia nemmeno Jefferies ne ha fatto la principale fonte di cambiamento. Nel suo tempo, gli uomini avevano già iniziato a perdere di vista l’importanza della religione nelle questioni umane.


La grande luce delle Forelands sul lato esposto al vento, le luci di Goodwin sul lato protetto dal vento, sembravano le lampade di una strada in quel buio autunnale; mentre la marea ci spingeva verso il fiume London, dovevamo decidere se continuare ad avanzare o rischiare di essere visti.

Abbiamo completato l’ultima fase del viaggio, nonostante il vento fosse forte; quel tratto di mare è infatti frequentato da molte navi in transito, quindi era più semplice mantenere la stessa rotta. Entro mezzanotte la brezza si era attenuata, trasformandosi in una leggera corrente d’aria; poco dopo, quando il cielo divenne completamente sereno, abbiamo cambiato direzione, virando a destra, e abbiamo proseguito fino a quando il vento non è più stato diretto frontalmente rispetto alla nostra rotta. Così, sotto la luce delle stelle brillanti, siamo arrivati vicino alle coste di Thanet, abbiamo gettato l’ancora e ci siamo addormentati.

Ma presto, la mattina seguente, ci svegliammo e vedemmo il sole sorgere intatto sopra l’ampio Mar del Nord, delimitato con chiarezza dall’orizzonte calmo. Prometteva una giornata calda e serena.


Vorrei che questo libro, ormai così lungo da essere diventato insopportabile per il lettore, per l’autore, per l’editore e per tutti coloro coinvolti nella sua produzione; ormai così pesante da rappresentare un problema sia per l’editore che per i trasportatori (se mai venga davvero spedito. Ho infatti sentito parlare di libri inviati in grandi quantità via nave, che affondano prima ancora di raggiungere la destinazione, il che, a mio avviso, rappresenterebbe un grande vantaggio per il nostro misero mondo, già sovraffollato da troppe librerie); vorrei che questo libro, così prolisso, noioso e privo di qualsiasi interesse, non offrisse mai più occasioni per offendere il pubblico, come farò io con il mio lettore. Vorrei che questo libro, che potrebbe essere definito il “Grande Serpente Marino dei libri”, o la “Strada di Cromwell dei libri”, o ancora il “Pambiblicon”, o un interminabile compendio di informazioni inutili, vorrei davvero che fosse ancora più lungo, affinché potessi trascinarvi tutti verso la rovina con la noia di un milione di ricordi, ricordi legati a luoghi lontani e desolati: i fiumi fangosi dei Trinobantes, i cui discendenti abitano ma non coltivano la terra dell’Essex; le dune di sabbia che emergono dalle acque nebbiose come balene, il porto di Harwich, la nave reale chiamata “Serpente”, il fiume Orford, l’Onion, Lowestoft, Yarmouth, e il labirinto estremamente complicato del Wash, e la terribile marea alta di King’s Lynn.

Ma io rinuncio – non tanto per il vostro bene quanto per il mio – e non parlo nemmeno di quel fiume Tamigi che i marinai chiamavano “Fiume di Londra”, né del modo in cui si può attraversarlo in diagonale, nonostante le grandi navi e il fatto che il tempo abbia riempito di sedimenti quel porto.

Ci sono molte cose curiose da notare riguardo all’imboccatura del fiume Tamigi a Londra. C’è il fenomeno delle due maree: un uomo che viaggi dal Canale della Manica troverà sempre una nuova marea che lo porterà verso Londra. Inoltre, il canale migliore tra tutti quelli che conducono al fiume è proprio quello meno utilizzato, perché costringerebbe le navi a compiere un percorso più lungo. Le navi entrano nel Tamigi sia dal nord che dal sud; quindi, evitando una delle due coste, risparmiano tempo, e di conseguenza denaro. Tuttavia, il principale canale centrale viene utilizzato soltanto dai olandesi quando hanno bisogno di raggiungere Londra. E io li approvo per questo. Inoltre, è indubbio che tutto ciò si sia riempito di sedimenti e che il livello del terreno si sia alzato rispetto all’epoca degli antichi. Non sono solo i materiali trasportati dal fiume a essersi accumulati lungo le rive; sono sicuro anche che il terreno stesso si sia sollevato. Nessun altro fenomeno potrebbe spiegare perché Thanet non sia più un’isola, o perché Richborough si trovi ora in posizione elevata e asciutta. La superficie della Terra si muove lentamente verso l’alto e verso il basso nel corso dei secoli. E nessuno riuscirà a convincermi che Pevensey sia diventato un deserto, che Rye sia stata prosciugata, che Lympne si trovi ora molto più all’interno del paese, che l’imboccatura di Dover sia stata chiusa, o che il fiume Wensum sia passato da un importante corso d’acqua a un semplice canale. Tutto ciò è dovuto soltanto al sollevamento del terreno. L’ultima cosa da dire riguardo all’imboccatura del Tamigi è questa: non è mai stata chiusa al traffico fin dall’inizio dei tempi documentati. Fino al 4 agosto 1914. Da allora, il commercio sul fiume è continuato incessantemente, fino ad oggi.

Non è certo il meno sorprendente di quei numerosi presagi che accompagnarono la Prima Guerra Mondiale il fatto che, nella sua prima settimana, per la prima volta nella storia umana, il Porto di Londra rimase paralizzato.


E così ritorno alle Forelands, lungo la strada che va dall’angolo di Kent alle spiagge di Goodwin Sands; rivolgo anche alcune parole gentili a Sant’Agostino, a Giulio Cesare e agli uomini che assassinarono San Tommaso. Ma nessuna parola per Hengist e Horsa, che in realtà non sono mai esistiti, eppure hanno causato ogni sorta di danno. Poi attraverso le Downs fino al Canale della Manica, e di nuovo verso il mare del Sussex. Verso quelle coste che, forse per un po’, potrebbero essere sommerse da invasori stranieri, ma che alla fine ritroveranno la loro stabilità.


Mentre calava la notte, ci rifugiammo sotto il frangiflutti di Folkestone. L’acqua era diventata quasi tranquilla mentre scivolavamo in quell’ambiente oleoso nell’oscurità; c’erano però onde lunghe e irregolari che provenivano dal sud-est, da dove non soffiava alcun >vento, e si infrangevano contro le pietre del molo. Pioveva anche a tratti, e in generale io e il mio compagno pagammo a caro prezzo lo splendore di quegli ultimi giorni trascorsi vicino al Kent e attraverso il Tamigi. Era ancora troppo presto per dormire; poiché la notte precedente avevo tenuto il timone, avevo anche dormito durante il giorno. Mi sedetti a guardare la mappa principale, anche se conoscevo ogni centimetro (oh, meglio dire ogni millimetro) della costa che avrei seguito. Riflettevo su quella linea costiera del Kent e del Sussex, su quei luoghi che avevo attraversato in passato durante il mio viaggio verso est, e che ora avrei potuto vedere da più vicino mentre attraversavo la Manica per tornare a casa verso ovest.

How well (too well?… No) does a man get to know a bit of coast like this, between Selsea and the Downs, after half a life of lazy passages along it, and (to be just) sometimes of wicked winds. It becomes as familiar as a street; not only the aspect of the shore - changeable as that is - not only lights and buoys, and the hours for the turn of tides and all the rest of it, but the very sea itself in spite of its innumerable diversity.

But one effect of this familiarity is odd and unexpected. I know not whether others have felt it — I have felt it profoundly (especially in the last few years), and that is, the way in which the sameness of the sea, the reiteration at sea of similar emotions, of similar heights and bearing marks of the coast, the unity of scene, of time of action, the eternity of the sea, throw into relief the catastrophic change, the cataract of change, inland: the revolution which has transformed modern England; so that, of all the States I know, none has become so intimately different from its own immediate past, within the memory of men elderly, but not yet old, as England: yes, even South England: the refuge.

To many I know this is a cause of rejoicing. Worse things have given way to better in their eyes. To others it is a despair; they are of that temperament which can only repose in fixed sanctities. For my part, it is to me a regret. Because the change is unhappy, and happiness is the end of man.

The older England I knew (the spirit of which has almost disappeared) was a happier place; happier not only in the immediate elements of personal happiness, but in the more distant elements of corporate happiness, such as national pride and security. Yet some find the change to be good: so they do.

At any rate, in this mixture of good and evil, the thing that we should note - the thing the historian will note with amazement - is the profundity and the rapidity of the change.

There stand the same marks, the same headlands, which I knew as a boy; the sight to landward is very little changed. There are the same three forts of Spithead, through which I used to set out from the sheltered water. There is the same odd entry, somewhat shoal and difficult, to the branches of Chichester Harbour and Bosham, that famous hamlet in the story of England. There is the low shelf of Selsea Bill and the mark on the Mixen, and the two buoys of the Looe stream and the Owers Light winking outside - as I remember it winking when I watched it, a little boy, from the height of the Downs. The entry to Littlehampton is the same, and to Shoreham. The breakwater at Newhaven, though it still seems new to me, is already old. Beachy Head Light, which used to be on the summit of the cliff, has been shifted to the beach below. The breakwater at Hastings has failed, but Fairlight gives you the same marks; and the entry to Rye is what it always was, a caution to camels who have passed with honours through the eyes of needles. Dungeness slowly crawling out to sea still seems the same. The only material change in all that passage is the dangerous failure called Dover Harbour, against which the rushing tide of the Straits tumbles angrily, finding interference after so many aeons of freedom: so that just outside Dover in almost any weather you are tossed by a confused and irritated sea. But all the rest, the Foreland Lights and the Goodwins, are what I have always known. Up and down that stretch of water there is somewhat more building on the land, slightly changing the aspect of the distant shore.

There is the curious long group of huts on Shoreham beach, Seaford sending up red brick on to the green of the heights above it, and Bexhill today where once was loneliness. But take it all in all, it is the same scene, after nearly forty years of sailing on that sea and watching that land with Highdown still for the best sea-mark, and with the clump of Chanctonbury - yes, even the stump of Halnacker Mill, though it is now all ruins. The marks are the same. I might turn boy again and set sailing and not find the sea-things other than I had known them.

But on land - in the heart of man - what a transformation! There went into it the England of the seventies - an England aristocratic, free, with ease of movement within and acting externally, at will, upon all nations. An England with a sense of increasing wealth and of increasing knowledge, and an England English. Of all the men and women you met, most had been born in the villages, or little market towns, which are the roots of England. It was one society: that of today is another, almost foreign to the first.

Of all this revolutionary change, covering the short space of half a lifetime, two effects are most prominent: the fall of Parliament from great honour to contempt, and the change in the Press. Of these the change in the Press is the most obvious, and perhaps the most remarkable.

The Press of England has passed, as a whole, in that space of time from one social condition to another totally new. There are still dignified exceptions, but they are survivals and abnormal. The general spirit of the Press has utterly changed. It is as great a change as a man might experience who, having been brought up, let us say, as an English public-school boy and university man, should so sink as to pass his middle age up-country in a strange colony far overseas, as a labourer among labourers.

At the beginning of the period England had a Press - daily, weekly, monthly, and quarterly - especially designed for, and consonant to, an aristocracy: not designed for, and consonant to, lords and ladies; but designed for, and consonant to, a highly cultivated governing class whose power was unquestioned, and which then directed the whole community. The intellectual life of the nation was concentrated in that class: it included men of all births, but having in common the same cultivation of spirit, the same manner of talking, the same sufficient knowledge of the European past, the same less, but still sufficient knowledge, of contemporary Europe: and, what was most important, the same philosophy and social outlook.

Quanto bene (troppo bene?. No) un uomo può conoscere una parte di costa come questa, tra Selsea e le Downs, dopo mezza vita trascorsa viaggiando pigramente lungo di essa, e a volte anche affrontandone venti violenti. Diventa familiare quanto una strada: non solo l’aspetto della riva – che è sempre in cambiamento – non solo i segnali luminosi e le boe, le ore in cui avvengono le maree e tutto il resto, ma anche il mare stesso, nonostante la sua infinita varietà.

Ma uno degli effetti di questa familiarità è strano e inaspettato. Non so se altri l’abbiano percepito anch’essi; io l’ho provato profondamente (soprattutto negli ultimi anni): il fatto cioè che la monotonia del mare, la ripetizione costante di emozioni simili, delle stesse altezze e delle stesse caratteristiche della costa, l’uniformità dei paesaggi e degli orari degli eventi, l’eternità del mare stesso, mettono in risalto i cambiamenti catastrofici che hanno avuto luogo nell’entroterra: la rivoluzione che ha trasformato l’Inghilterra moderna. Di tutti gli Stati che conosco, nessuno è diventato così profondamente diverso dal proprio passato immediato, almeno nella memoria delle persone anziane ma ancora non vecchie. Sì, anche il Sud dell’Inghilterra: quel rifugio.

Per molti che conosco, questa è una ragione di gioia: cose peggiori, ai loro occhi, hanno lasciato il posto a qualcosa di meglio. Per altri, invece, rappresenta disperazione; appartengono a quel temperamento che può trovare pace solo nelle certezze e nelle tradizioni consolidate. Per quanto mi riguarda, è motivo di rammarico. Poiché questo cambiamento non porta felicità, e la felicità è lo scopo finale dell’uomo.

L’Inghilterra che conoscevo in passato (il cui spirito è ormai quasi scomparso) era un posto più felice; più felice non solo per quanto riguarda gli elementi immediati della felicità personale, ma anche per quegli aspetti legati alla felicità collettiva, come l’orgoglio nazionale e la sicurezza. Eppure alcune persone ritengono che questo cambiamento sia positivo. E così è.

In ogni caso, in questa miscela di bene e male, ciò che dobbiamo notare – ciò che lo storico noterà con meraviglia – è la profondità e la rapidità di questo cambiamento.

Ci sono ancora le stesse insenature, gli stessi promontori che conoscevo da bambino; il panorama verso l’interno non è cambiato quasi per nulla. Sono ancora presenti i tre forti di Spithead da cui solitamente partivo dalle acque protette. C’è sempre lo stesso ingresso complicato e un po’ insidioso che conduce alle ramificazioni del porto di Chichester e a Bosham, quel famoso borgo menzionato nella storia d’Inghilterra. Ci sono ancora la bassa piattaforma di Selsea Bill, il segnale sul fiume Mixen, nonché le due boe del corso d’acqua Looe e il faro di Owers, che lampeggia lì fuori. Come ricordo di quando, da bambino, lo osservavo dalla sommità delle colline dei Downs. Gli ingressi a Littlehampton e Shoreham sono sempre gli stessi. Il frangiflutti di Newhaven, anche se mi sembra ancora nuovo, in realtà è già vecchio. Il faro di Beachy Head, che un tempo si trovava sulla cima della scogliera, è stato spostato sulla spiaggia sottostante. Il frangiflutti di Hastings ha ceduto, ma il faro di Fairlight offre ancora gli stessi punti di riferimento; l’ingresso a Rye è sempre stato quello che era: un pericolo per chiunque tenti di attraversarlo in modo imprudente. Dungeness, che si estende lentamente verso il mare, sembra ancora inalterato. L’unica vera modifica sostanziale in tutto questo tratto di costa è rappresentata dal pericoloso cedimento del porto di Dover: le onde impetuose dello Stretto vi si schiantano con rabbia, dopo tanti secoli di libertà. Così che, appena fuori da Dover, in quasi ogni condizione meteorologica, ci si trova di fronte a un mare confuso e agitato. Ma tutto il resto – i fari lungo la costa, le isole Goodwins – è esattamente come lo conoscevo. Lungo quel tratto di mare, c’è un po’ più di costruzioni sulla terraferma, il che modifica leggermente l’aspetto della riva lontana.

C’è quel curioso gruppo di capanne sulla spiaggia di Shoreham, a Seaford: i mattoni rossi si ergono contro il verde delle colline sopra di esse; e c’è anche Bexhill, dove un tempo regnava la solitudine. Ma in fondo, è sempre lo stesso paesaggio. Dopo quasi quarant’anni trascorsi navigando su quel mare, osservando quella terra – con Highdown ancora come punto di riferimento più evidente, e con il gruppo di alberi di Chanctonbury. Sì, anche con i resti del mulino di Halnacker Mill, ormai ridotti in rovine. I segni rimangono gli stessi. Potrei tornare a essere un ragazzo e ripartire per la navigazione. Ma non troverei nulla di diverso rispetto a ciò che ho conosciuto finora.

Ma sulla terraferma – nel cuore dell’uomo – che trasformazione! Vi era l’Inghilterra degli anni settanta: un’Inghilterra aristocratica, libera, con facilità di movimento sia all’interno del proprio territorio che verso l’estero, in grado di agire su tutte le nazioni a piacimento. Un’Inghilterra caratterizzata da un crescente benessere e da una maggiore conoscenza. E soprattutto, un’Inghilterra con una propria identità distintiva. Di tutti gli uomini e donne che si incontravano, la maggior parte era nata nei villaggi o nelle piccole città mercantili: luoghi che rappresentano le radici stesse dell’Inghilterra. Era una sola società. Quella di oggi, invece, è un’altra, quasi estranea alla precedente.

Di tutti questi cambiamenti rivoluzionari, che hanno avuto luogo nel breve lasso di tempo di mezza vita, due effetti sono particolarmente evidenti: la caduta del Parlamento da una condizione di grande onore a uno stato di disprezzo, e il cambiamento nella stampa. Tra questi, il cambiamento nella stampa è senz’altro il più evidente, e forse anche il più notevole.

La stampa inglese, nel suo insieme, è passata, in quel lasso di tempo, da una condizione sociale a un’altra completamente nuova. Ci sono ancora alcune eccezioni degne di rispetto, ma queste rappresentano soltanto sopravvivenze o fenomeni anomali. Lo spirito generale della stampa è cambiato radicalmente: si tratta di un cambiamento paragonabile a quello che potrebbe subire un uomo che, essendo stato educato in una scuola pubblica inglese e aver frequentato l’università, finisse per trascorrere la mezza età in una colonia straniera all’estero, come lavoratore tra altri lavoratori.

All’inizio di quel periodo, l’Inghilterra disponeva di una stampa – giornali quotidiani, settimanali, mensili e trimestrali – appositamente concepita per soddisfare le esigenze dell’aristocrazia: non destinata ai signori e alle dame, ma piuttosto a una classe dirigente altamente coltivata la cui autorità era indiscutibile e che guidava l’intera comunità. La vita intellettuale del paese si concentrava in quella classe; vi appartenevano persone di ogni estrazione sociale, ma tutte condividevano lo stesso livello di cultura, lo stesso modo di esprimersi, la stessa conoscenza approfondita del passato europeo e una conoscenza, sebbene meno completa, sufficiente dell’Europa contemporanea; inoltre, cosa più importante, condividevano la stessa filosofia e lo stesso orientamento sociale.

This class (the gentry, or whatever you like to call it) had its own Press, the great daily papers, the weekly reviews, the serious monthly and quarterly reviews. Side by side with that Press there was a frankly popular Press, which had no sort of power, and which was intended to amuse the non-political mass below. It was represented in two or three very vulgar Sunday newspapers full of police-court cases, and murders, and the rest; and weekly papers with tittle-tattle about the superiors of the class which read them; but it was the Press of the educated class which represented, mirrored, and to some extent influenced the general action of England.

In that Press you had, for its daily papers, information more rapidly acquired, better balanced, more detailed, and more extensive by far than was to be found in the Press of any other country. Everything of importance was known to the governing class of England through that Press, and was known at once; and, on the whole, was known in something like the right proportion. The weeklies, monthlies, and quarterlies were powerful organs of intellectual expression, and set also a literary standard. You saw in them the names of Tennyson or Browning, of Huxley and the Duke of Argyll, of Lord Salisbury, of Arnold. There was about the whole atmosphere of this Press something of that tone of equality, ease, and sure touch which is the mark of a governing class in any aristocratic State.

Today you have a Press in which the less vital of these characteristics remain; the essential have wholly disappeared. Information is still rapidly acquired (though the English Press here has no longer any advantage over the Continental, such as it used to have a generation ago), but the type of information is wholly different; and as for that quality vital to truth, the sense of proportion, it has vanished. The knowledge of Europe has fallen to a level negligible or contemptible. All the most weighty things are either hidden for private purposes, or (this is much the most common fault) unappreciated. While the Italian, French, and German papers are giving with full detail and with right balance the aspects of our contemporary civilization; while men like Ferrero or Maurras are perpetually before the eyes of the Continent, we have here men who are no more than the servants of wealthy, half-educated, or uneducated millionaires, their owners: men who write to order any nonsense about Europe which those owners desire to publish. Therefore the great movements abroad, reacting upon the national life of this country, are misunderstood and invariably take opinion by surprise. I will give two examples which will be fresh in the memory of all.

No newspaper here either foresaw or, when it arrived, made comprehensible the Italian movement which led to the resurrection of the country by Mussolini. Compare such astonishing ignorance with the state of affairs in England a lifetime ago, when Italy was first rising to her modern position. Then the English papers closely followed all the ferment in Italy. It was to their columns that foreign statesmen turned for the facts and news on the progress of Savoy. Today no Continental statesman looks at our Press, save now and then to protest against some childish blunder. Again, even as I write, there is taking place in London a highly important conference between the bankers and politicians, the object of which, on the one side, is to diminish French power and, on the other, to maintain it. I turn to the Temps, or to the Corriere, and I find in the first paper very full and detailed accounts of the debates of the committees with an adequate educated judgement upon the results attained. In the second paper I find a good, balanced judgement upon the situation with a leaning towards the English interest regarded as nearly identical with the Italian. But I defy anyone to make out from The Times what is really going on at that conference! You will read plenty of abuse of the French; plenty of self-praise and acres of generalities. But you will not find yourself informed - although the great business is going on here in London right under our eyes.

I thought it the part of a contemporary to follow the affair as closely as I could. I soon found it necessary to give up looking at the English papers, and to buy the papers of the Continent in order to instruct myself. The method had the disadvantage of delay, but had the advantage of giving me real information. The few papers which still keep up the façade of culture in their form, though certainly not in their contents, are, again, of less importance than the new popular Press which makes no pretence to culture in any form, which is owned by impossible adventurers, such as no one a generation ago would have had in his house, even had they then existed; and it is this popular Press now which is the main instrument in the moulding of opinion.

The revolution is complete. It is as complete as though the education of the country were to pass from the hands of the classicists and the mathematicians to those of Big Business, and boys were to be taught advertisement and salesmanship instead of the humanities. And this our passing from one mode of public expression, and control by suggestion, to another utterly different and far baser system, has come silently and has worked its effect unnoticed. It is only by contrasting then with now that we notice it.

We are arrived in England today at a condition in which the popular newspaper gives its owner a power in the State comparable only to the power of finance and far superior to the nominal power of those poor play actors, embarrassed, furtive, who still bear titles of authority: Secretaries of State for this or that. And yet, by the very nature of the organism, this new instrument of power, the mob Press, must be ill-informed, unreal, and - what is not without its importance - morally vile.

Less obvious than the complete change in the Press, in its functions and character, perhaps less pronounced and less advanced, yet certainly of great moment, is the fall of the House of Commons and of Parliament in general from authority and dignity to well-deserved contempt.

Questa classe (la nobiltà, o come si voglia chiamarla) aveva la sua stampa: i grandi giornali quotidiani, le riviste settimanali, le serie riviste mensili e trimestrali di carattere serio. Accanto a questa stampa esisteva una stampa decisamente popolare, priva di qualsiasi potere reale, il cui scopo era divertire le masse non politiche. Questa stampa era rappresentata da due o tre giornali domenicali molto volgari, pieni di notizie su processi penali, omicidi e simili; nonché da riviste settimanali che pubblicavano pettegolezzi sui membri della classe dominante. Tuttavia, era proprio la stampa della classe educata a rappresentare, riflettere e, in certa misura, influenzare le dinamiche generali dell’Inghilterra.

In quella stampa, per i suoi giornali quotidiani, le informazioni venivano reperite con maggiore rapidità, erano più equilibrate, più dettagliate e di gran lunga più complete rispetto a quelle disponibili nella stampa di qualsiasi altro paese. Tutto ciò che era importante veniva immediatamente conosciuto dalla classe dirigente inglese attraverso quella stampa, e in generale veniva presentato in proporzioni abbastanza corrette. I periodici settimanali, mensili e trimestrali erano potenti strumenti di espressione intellettuale e stabilivano anche uno standard letterario. In essi si trovavano i nomi di Tennyson o Browning, di Huxley e del Duca di Argyll, di Lord Salisbury, di Arnold. L’intera atmosfera di quella stampa era caratterizzata da un tono di uguaglianza, disinvoltura e sicurezza, tipici di una classe dirigente in uno Stato aristocratico.

Oggi i giornali conservano soltanto le caratteristiche meno essenziali; quelle fondamentali sono completamente scomparse. Le informazioni vengono ancora acquisite rapidamente (sebbene i giornali inglesi non abbiano più alcun vantaggio rispetto a quelli continentali, come avveniva una generazione fa), ma il tipo di informazioni fornite è completamente diverso; quanto alla qualità fondamentale per la veridicità, ovvero il senso della proporzione, esso è del tutto scomparso. La conoscenza dell’Europa è scesa a un livello trascurabile o addirittura spregevole. Tutte le questioni più importanti vengono o nascoste per scopi privati, o – il che è molto più comune – ignorate. Mentre i giornali italiani, francesi e tedeschi presentano in modo dettagliato e equilibrato gli aspetti della nostra civiltà contemporanea; mentre persone come Ferrero o Maurras sono costantemente presenti sulle pagine dei giornali continentali, da noi abbiamo individui che non sono altro che servitori di ricchi milionari semi-istruiti o ignoranti, i loro proprietari: persone che scrivono su commissione qualsiasi sciocchezza riguardante l’Europa che quei proprietari desiderino pubblicare. Pertanto, i grandi movimenti che avvengono all’estero e influenzano la vita nazionale di questo paese vengono mal compresi e generano inevitabilmente reazioni imprevedibili. Vi darò due esempi che sono ancora freschi nella memoria di tutti.

Nessun giornale di qui aveva previsto, né, quando accadde, riuscito a spiegare chiaramente il movimento italiano che portò alla rinascita del paese grazie a Mussolini. Confrontate questa sorprendente ignoranza con la situazione in Inghilterra di un secolo fa, quando l’Italia stava appena raggiungendo la sua posizione moderna: allora i giornali inglesi seguivano attentamente tutti gli sviluppi in Italia. Gli statisti stranieri si rivolgevano proprio alle loro pagine per ottenere informazioni e notizie sul progresso del Regno di Savoia. Oggi, invece, nessun statista continentale legge i nostri giornali, se non occasionalmente per protestare contro qualche errore infantile. E ancora: mentre scrivo queste parole, a Londra si sta svolgendo una conferenza estremamente importante tra banchieri e politici; l’obiettivo principale di questa conferenza è da un lato ridurre il potere francese e dall’altro mantenerlo. Se consulto i giornali “Temps” o “Corriere”, nel primo trovo resoconti molto dettagliati dei dibattiti delle commissioni, accompagnati da giudizi accurati sui risultati ottenuti; nel secondo trovo un’analisi equilibrata della situazione, con una chiara preferenza per gli interessi inglesi, considerati quasi identici a quelli italiani. Ma sfido chiunque a capire davvero cosa sta succedendo in quella conferenza leggendo i giornali britannici. Si leggeranno molte critiche nei confronti della Francia, molto autoelogio e molte generalizzazioni; ma non si otterrà alcuna informazione concreta, nonostante gli affari importanti stiano avvenendo proprio qui a Londra, sotto i nostri occhi.

Pensavo che fosse dovere di un contemporaneo seguire da vicino questa situazione. Presto mi resi conto che era necessario smettere di leggere i giornali inglesi e acquistare quelli del Continente per informarmi correttamente. Questo metodo presentava lo svantaggio del ritardo, ma aveva il vantaggio di fornirmi informazioni reali. I pochi giornali che ancora mantengono una facciata culturale, sebbene certamente non nei loro contenuti, sono comunque meno importanti della nuova stampa popolare che non finge alcuna pretesa di cultura; questa stampa è di proprietà di avventurieri senza scrupoli, persone che nessuno, una generazione fa, avrebbe mai accolto in casa propria, anche se tali individui esistessero all’epoca. Ed è proprio questa stampa popolare ad essere oggi lo strumento principale nella formazione delle opinioni pubbliche.

La rivoluzione è completa. È così completa che, come se l’educazione del paese passasse dalle mani dei classicisti e dei matematici a quelle delle grandi imprese, e ai ragazzi venissero insegnate le tecniche pubblicitarie e commerciali invece delle discipline umanistiche. Questo nostro passaggio da un modo di espressione pubblica e di controllo attraverso la suggestione a un altro sistema completamente diverso e molto più bassezzoso è avvenuto in silenzio, senza che nessuno se ne accorgesse. Solo confrontando il passato con il presente possiamo rendersene conto.

Siamo arrivati in Inghilterra oggi in una situazione in cui il quotidiano popolare conferisce al suo proprietario un potere nello Stato paragonabile soltanto a quello del settore finanziario, e di gran lunga superiore al potere nominale di quei poveri funzionari, imbarazzati e furtivi che ancora portano titoli di autorità come “Segretari di Stato”. Eppure, per la natura stessa di questo nuovo strumento di potere, la stampa popolare, deve necessariamente essere mal informata, irreale, e – il che non è meno importante – moralmente spregevole.

Forse meno evidente del cambiamento totale nella stampa, nelle sue funzioni e nel suo carattere – forse meno marcato e meno avanzato – tuttavia certamente di grande rilievo è il declino della Camera dei Comuni e, in generale, del Parlamento stesso, che hanno perso autorità e dignità, finendo per meritare un disprezzo ben meritato.

But for this evil there is more hope of remedy than there is for the evil of the Press. When any organ of government reaches a certain degree of decay, some other automatically takes its place, and if the substitution is made promptly enough, the State may bridge over the passage without disaster.

Such substitution lies ready to our hand. We have only to increase the power of the Crown, and that would indeed give truth to the boast too often repeated that the continuity of names is valuable to society. The monarchy is still there in name, and the giving of true power to it is therefore still possible.

The decline of Parliamentary authority and dignity has been wholly a rot from within. The people of England did not desire it; they desired nothing better than to continue their old respect for that aristocratic institution at Westminster round which every activity of the nation had centred. The damage was done by permitting personal corruption to go unpunished. When once the habit arose of condoning the use of public position for private enrichment - and that secret - it was impossible for the strength of the institution to survive. The temptation of the politician to enrich himself at the expense of the public good (to take bribes, to sell monopolies and contracts and policies) is so very strong that, unless it is met by as strong a check of discipline, it is bound to run riot, and it has done so. It has come on in a flood, especially during the last twenty years, taking every conceivable form, but all those forms proceeding from the immunity of the evil-doers. Men possessed of political power create public monopolies which they handle for their own enrichment: they take bribes, they give out contracts as against payment. They will assign a valuable State right to some company and then, resigning office, take up a highly salaried post in that company. The traffic in honours for the private advantage of those who bestow them is the least of these cancers which are eating away the body of Parliament. The habitual practice of blackmail in the course of personal intrigue for power (it is mutual between the politicians and the newspaper owners) is the worst. But all are excessive in degree, and between them they have done their work. It is now impossible to restore to politics, which are now professional politics, the old prestige. It is gone.

In the presence of these experiences, the common-places of Parliamentary life with which all Parliamentarians are thoroughly familiar, and which at last the public are learning, the attitude of the politicians themselves is one of tolerance: the attitude of the public is a weary and disdainful indifference.

This attitude of tolerance on the part of the politicians, this policy they have chosen of excusing and pardoning corruption, seems to me more worthy of discussion than anything else in public life today; it is the centre of the whole affair.

Corruption in some degree you must have under any form of government. Half the art of government is the devising of methods for the repression, rather than the destruction, of corruption. So long as men love notoriety and wealth, so long as notoriety and wealth can be conferred by the possession of political power, and so long as political power dominates the Courts of Justice - that is, for ever - so long you will have corruption present among those who govern, except under a strong king. It stands to reason that the appetite for wealth or notoriety or both will incite men in political power to obtain them, and as that power gives them in a large measure control of the Courts of Justice and full control of the police and of prosecution, they can be rendered in the main immune from the consequences of their actions. I should not think it remarkable to learn that in any country, at any time, there was very great corruption among the public men. What I should think remarkable, what I should think a phenomenon worthy of special study (because it would be exceptional and would necessarily produce exceptional results), would be to hear that the corruption was not punished, and that those who were caught and exposed in flagrant acts of corruption were actually promoted. That is what we have here today in England.

It is with the toleration of Parliamentary corruption as it is with disease in the human body. Hardly anybody goes through life without some bad illness. Most people have some one or other specific weakness which develops into a long illness ending in death, and all human beings whatsoever are liable to disease, even those few who do not for the moment suffer from it. But everywhere you see the human race fighting disease, and trying to avoid its consequences. Now if you found a man who took his disease as a habit, and tended rather to accentuate it and foster it, you would think his action abnormal. You would say: ‘Certain strange consequences will follow upon this.’ And you would be right.

I have found the modern toleration of bribery and blackmail in politics to be defended with very different arguments, but I fancy that the underlying motive of the defence, the real basis of it in a Parliamentarian’s mind, is patriotism combined with a certain new scale of moral values which has come in with the century. I fancy all those who have in my hearing defended this later-day toleration of corruption, really had at the back of their heads a conviction that such degradation of public life did the country no great harm, being no more than a sort of permanent necessary evil. They think that the lessening of the security of the State, which would come from exposing and punishing the culprits, is a much greater evil than letting them go their way. It is something of the attitude which most people take towards a family scandal. They say: ‘These things will happen, anyhow; and we shall lower the family by any public discussion of them.’ So say the more reputable at Westminster.

There are then, as I see it, two elements in the now admitted and universal toleration of bribery and blackmail among politicians. The first element is the noble element of patriotism which judges that of two evils you must choose the least, and that the evil of a certain minimum, necessary, amount of political vice is far less than the evil of shaking authority and order in society and at the same time weakening the country in the face of its rivals. The second element is the judgement that the levying of and submitting to blackmail, and the offering and taking of bribes among Parliamentarians, is only one out of hundreds of moral evils in the State, and is one of the least.

Ma rispetto a questo male, ci sono maggiori speranze di rimedio rispetto al male rappresentato dalla stampa. Quando qualsiasi organo del governo raggiunge un certo grado di decadenza, un altro ne prende automaticamente il posto; se questa sostituzione avviene in tempo, lo Stato può superare questa fase senza disastri.

Un tale sostituto è a nostra disposizione. Dobbiamo soltanto rafforzare il potere della Corona, e questo permetterebbe davvero di confermare quella affermazione spesso ripetuta secondo cui la continuità dei nomi ha un valore per la società. La monarchia esiste ancora di nome, quindi è ancora possibile conferirle un vero potere.

Il declino dell’autorità e della dignità parlamentare è stato causato interamente da problemi interni. Il popolo d’Inghilterra non lo desiderava; non voleva nulla di meglio che continuare a rispettare quell’instituzione aristocratica di Westminster, attorno alla quale si concentravano tutte le attività della nazione. Il danno è stato causato dal permettere che la corruzione personale rimanesse impunita. Una volta sorta l’abitudine di tollerare l’utilizzo delle cariche pubbliche a scopo di arricchimento privato, non era più possibile che quell’instituzione sopravvivesse. La tentazione per i politici di arricchirsi a scapito del bene pubblico – accettare tangenti, vendere monopoli, contratti e politiche – è così forte che, se non viene contrastata da una disciplina rigorosa, è inevitabile che si diffonda in modo incontrollato, ed effettivamente è successo. Questo fenomeno si è intensificato negli ultimi vent’anni, assumendo ogni forma possibile; tutte queste forme derivano però dall’immunità dei colpevoli. Le persone che detengono il potere politico creano monopoli pubblici che utilizzano a proprio vantaggio: accettano tangenti, assegnano contratti in cambio di denaro. Assegnano diritti statali preziosi a determinate aziende e poi, lasciata l’incarico, assumono posizioni ben retribuite all’interno di quelle stesse aziende. Il commercio di onori al fine di ottenere vantaggi personali da parte di coloro che li concedono rappresenta senz’altro il problema meno grave tra quelli che minacciano l’esistenza del Parlamento. La pratica abituale dello ricatto, utilizzata nelle intrighi personali per ottenere potere (è reciproca tra politici e proprietari di giornali), è senza dubbio la più grave. Ma tutti questi comportamenti sono eccessivi, e insieme hanno causato il declino del Parlamento. Ora è impossibile restituire a questa istituzione il prestigio che un tempo possedeva; esso è davvero andato perduto.

Di fronte a queste esperienze, di fronte ai luoghi comuni della vita parlamentare che tutti i parlamentari conoscono perfettamente e che ormai anche il pubblico sta iniziando a comprendere, l’atteggiamento dei politici stessi è di tolleranza; l’atteggiamento del pubblico, invece, è uno scetticismo stanco e disprezzante.

Questo atteggiamento di tolleranza da parte dei politici, questa politica che hanno scelto di giustificare e perdonare la corruzione, mi sembra più degno di discussione di qualsiasi altra questione nell’attuale vita pubblica; è il cuore di tutta la questione.

La corruzione, in qualche misura, è inevitabile sotto qualsiasi forma di governo. Metà dell’arte di governare consiste nel trovare modi per reprimere la corruzione, piuttosto che distruggerla. Finché gli uomini desiderano notorietà e ricchezza, finché queste cose possono essere ottenute attraverso il potere politico, e finché il potere politico domina i tribunali – cioè per sempre – la corruzione sarà inevitabile tra coloro che governano, tranne che in caso di un re forte. È logico che il desiderio di ricchezza o notorietà, o entrambi, spinga le persone al potere a cercare di ottenerli; e poiché tale potere permette loro di controllare in larga misura i tribunali, la polizia e l’apparato giudiziario, possono esserne in gran parte immuni alle conseguenze delle loro azioni. Non troverei nulla di sorprendente nel constatare che, in qualsiasi paese e in qualsiasi momento, esista una grande corruzione tra le persone che ricoprono cariche pubbliche. Quello che troverei davvero sorprendente, un fenomeno degno di studio approfondito (poiché sarebbe eccezionale e sicuramente avrebbe conseguenze significative), sarebbe scoprire che tale corruzione non viene punita, e che coloro che vengono colti in flagrante commettere atti corrotti vengono addirittura promossi. Ed è proprio questo che accade oggi in Inghilterra.

È proprio come per le malattie nel corpo umano: la corruzione parlamentare viene tollerata proprio perché esiste. Quasi nessuno attraversa la vita senza contrarre qualche grave malattia. La maggior parte delle persone presenta qualche debolezza specifica che, col tempo, può trasformarsi in una malattia cronica che porta alla morte; tutti gli esseri umani, in ogni caso, sono soggetti alle malattie, anche coloro che al momento non ne soffrono. Tuttavia, ovunque si guardi, si vede l’umanità impegnata a combattere le malattie e ad evitarne le conseguenze. Ora, se trovaste una persona che considerasse la propria malattia come una sorta di abitudine, anzi che cercare di curarla, pensereste che il suo comportamento fosse anomalo. Direste: “Di certo ne deriverebbero conseguenze strane, ” E avreste ragione.

Ho notato che l’attuale tolleranza verso la corruzione e il ricatto in politica viene difesa con argomentazioni molto diverse, ma credo che il movente sottostante a questa difesa, la vera base di tale atteggiamento nella mente di un parlamentare, sia il patriottismo unito a una certa nuova concezione dei valori morali emersa nel corso del secolo. Penso che coloro che hanno difeso questa tolleranza verso la corruzione abbiano realmente in mente l’idea che tale degradazione della vita pubblica non arrechi danni significativi al paese, essendo soltanto una sorta di male necessario e permanente. Ritengono infatti che il ridurre la sicurezza dello Stato, derivante dall’esposizione e dalla punizione dei colpevoli, sia un male molto più grave che lasciarli agire liberamente. È un atteggiamento simile a quello che la maggior parte delle persone assume di fronte a uno scandalo familiare: “Queste cose accadranno comunque; quindi è meglio evitare discussioni pubbliche al riguardo per non danneggiare ulteriormente la reputazione della famiglia”. Lo stesso vale, in misura maggiore, per coloro che operano a Westminster.

Secondo me, ci sono due elementi alla base dell’attuale tolleranza diffusa e universale nei confronti della corruzione e del ricatto tra i politici. Il primo elemento è quello nobile del patriottismo, che considera che, di fronte a due mali, sia necessario scegliere il minore; in altre parole, ritiene che il male rappresentato da una certa quantità di vizi politici, pur essendo inevitabile, sia molto meno grave del danno causato dal sovvertire l’autorità e l’ordine sociale, indebolendo così il paese di fronte ai suoi rivali. Il secondo elemento è rappresentato dall’idea che praticare o subire ricatti, nonché offrire o accettare tangenti tra i parlamentari, sia soltanto uno dei tanti mali morali esistenti nello Stato, e anzi uno dei meno gravi.

If these be the real foundations of the tolerance of these evils, the artificial arguments advanced are many and varied. I remember one political dinner-table in Surrey where we thrashed out the whole business at some length. Everybody present was connected with public life directly or indirectly, and no one, so far as I know, was himself or herself guilty. Yet, out of twenty, only three of us, of whom I was one, maintained the necessity of checking the evil. All the others, the remaining men and, of course, all the women, relied upon this argument: that what you wanted in the conduct of the State was ability, sound judgement of the elements in any problem to be dealt with, and a good forecast of the immediate future. If you had these, they said, the country prospered; lacking these, any disaster might come. If you got these qualities in those who governed, it did not matter whether they were also given to peculation, or to odd tricks of spying and threatening, or to selling policies and monopolies or to taking bribes.

I think that answer would have been sound if you could have proved that there was some necessary connexion between good judgement, resolute will, patriotism, and all the rest of it, and the particular vices in question. For instance, a man defending the luxury and worldliness of a religious hierarchy might very well say: ‘These are moral evils, no doubt; but you will hardly get men able to conduct a great organization who shall at the same time be indifferent to pomp and pleasure.’ But I would contend that in the case of Parliamentary life the connexion does not apply. The kind of man who advances by taking or giving bribes, especially the man who advances by taking bribes, the kind of man who spends his energy in ferreting out the secret actions of rivals and then threatening them with exposure if they continue to compete with him, is not the kind of man who will normally have good judgement. Such men are, as a rule, of a very base sort intellectually, and the vices from which they suffer are the vices of small, uncertain, and despicable minds. If I wanted a man to manage a great business with foresight, strong will, and a good understanding of the elements of the problems before him, I might choose him in spite of a record for cruelty or pride - two very detestable vices. But I should be unwise to choose him if he had a record for petty peculation and perpetual intrigue among his fellows. Men suffering from these vices do very well in the lower ranks of the secret police, but they are unfitted for high position. Indeed, we have had experience in the last few years, and very rude experience, of what happens when you give such men even a small part of the governing power in the State. It was such men who judged, for instance, that the Jewish Communist revolution in Hungary would succeed. It was such men who supported the Greek adventure against Turkey, and it was such men who capitulated to Ireland.

Another argument I have heard advanced is this: that corruption on a far larger scale was vigorous during all the lifetime in which England was rising to its modern position of a Great Power.

From Walpole to the younger Pitt, from the South Sea Bubble to the Act of Union, public life was conducted universally upon a system of bribes. No one can deny that these were the years during which the modern greatness of England was founded; therefore (it is advanced) there is something quite out of proportion in fussing about a modern Chancellor of the Exchequer taking a few thousand shares across the breakfast-table, or a modern Postmaster-General signing a contract in favour of some private company and then taking a highly-paid post with that company as his reward. For, if a very much more extended system of bribery did the country no harm in its formative period, we have nothing to fear from little individual peccadilloes in the way of taking a few thousands here and there, as is the habit of our public men today.

I fully agree that if the bribery were of the same quality in both cases, this argument would be sound. But the whole point of the affair is that the bribery is of a different kind.

The corruption of the eighteenth century was the purchase by those who controlled honours (and in a large measure the public purse) of votes in support of their policy; at the same time it was the open grasping of lucrative sinecures and large salaries by those in power.

An eighteenth-century aristocrat would give his dependent a lucrative sinecure, or a position in which he was free to accumulate great sums; he and his would vote themselves an exaggerated salary; he would vote out of the taxes great sums to his colleagues, and he would take many private opportunities for enriching himself, as the natural action of a man possessed of the power to do so through a public post.

But your eighteenth-century aristocrats who gave the tone to all that system, the big squires of the time, and the great merchants whom they digested into their body, were neither influenced in policy nor lowered in dignity by what they did. They did not profess to be acting otherwise, they did not put themselves into an absurd position, nor live in panic of exposure. A man would take money or honours as the wages of voting for the Government, but members of the Government themselves would not habitually take money in order to advantage company promoters who desired to fleece the public. There were occasional examples of this sort of thing, but it was not normal. You cannot imagine Walpole, for instance, or the younger Pitt, at either end of the period, taking money from a chance financial adventurer who should have come to him to get a new duty put on, or an old duty taken off, or a new kind of monopoly invented, whereby to fill his pockets.

I cannot imagine a man going to the younger Pitt, and saying: ‘My brother who is your colleague in the Government and I have a project for fitting sailing-ships with such and such a device. If you will help us to make it a law that all British ships shall carry this device and purchase it from us, we will give you a share in the proceeds.’ Our modern politicians act in this fashion; and, what is perhaps worse for the authority of Government, they do so in a fashion which makes them ridiculous: they loudly protest their innocence on the eve of exposure, and live always in some trepidation, and in a sort of incessant wrestling match with those who could make their lives intolerable by public insistence on their little habits.

Se queste sono davvero le basi della tolleranza verso questi mali, gli argomenti artificiali addotti sono molti e vari. Ricordo una cena politica nel Surrey dove ne discutemmo a lungo. Tutti i presenti erano direttamente o indirettamente coinvolti nella vita pubblica, e nessuno, per quanto ne so, era personalmente colpevole di alcun atto illecito. Tuttavia, su venti persone, solo tre di noi, tra cui io, sostenevamo la necessità di contrastare questi mali. Gli altri, tutti gli uomini presenti e naturalmente anche tutte le donne, si basavano su questo ragionamento: ciò che si desidera nella gestione dello Stato sono capacità, un giudizio accurato dei fattori coinvolti in qualsiasi problema debba essere affrontato, e una buona previsione del futuro immediato. Se queste qualità sono presenti, dicevano, il paese prospera; altrimenti possono verificarsi disastri di ogni tipo. Se coloro che governano possiedono queste caratteristiche, non importa se abbiano anche tendenze alla corruzione, o a pratiche strane di spionaggio e minacce, o se si dedichino alla vendita di politiche e monopoli, o all’accettazione di tangenti.

Penso che quella risposta sarebbe stata valida se si fosse potuto dimostrare l’esistenza di un legame necessario tra buon giudizio, volontà ferma, patriottismo e tutti gli altri elementi menzionati, da un lato, e i vizi specifici in questione, dall’altro. Ad esempio, un uomo che difende il lusso e la materialità di una gerarchia religiosa potrebbe facilmente affermare: “Questi sono certamente mali morali; ma è difficile trovare persone capaci di gestire un’organizzazione importante e al contempo indifferenti alla pompa e ai piaceri mondani”. Tuttavia, sostengo che nel caso della vita parlamentare questo legame non si applichi. Un uomo che progredisce attraverso il ricatto o la corruzione, soprattutto uno che dedica le sue energie a scoprire i segreti dei suoi rivali per poi minacciarli di rivelarli se continueranno a competere con lui, non è certo il tipo di persona che possieda un buon giudizio. Di solito, queste persone sono intellettualmente molto meschine, e i vizi da cui soffrono derivano da una mentalità limitata, incerta e spregevole. Se volessi trovare qualcuno in grado di gestire un’impresa importante con lungimiranza, forza di volontà e una buona comprensione dei problemi che deve affrontare, potrei sceglierlo anche se ha un passato di crudeltà o orgoglio: due vizi molto detestabili. Ma sarebbe sciocco sceglierlo se ha un record di piccoli furti e continue intrighi tra i suoi colleghi. Queste persone riescono bene nelle posizioni inferiori della polizia segreta, ma non sono adatte a ricoprire incarichi di alto livello. Infatti, negli ultimi anni abbiamo avuto esperienze molto spiacevoli riguardo a ciò che accade quando si dà a queste persone anche solo una piccola parte del potere governativo in uno Stato: sono state proprio loro ad affermare, ad esempio, che la rivoluzione comunista ebraica in Ungheria avrebbe avuto successo; sono state loro a sostenere l’avventura greca contro la Turchia; sono state loro a capitolare di fronte all’Irlanda.

Un altro argomento che ho sentito avanzare è questo: che la corruzione, su scala molto più ampia, fosse diffusa durante tutto il periodo in cui l’Inghilterra stava raggiungendo la sua posizione attuale di grande potenza.

Dai tempi di Walpole a quelli del giovane Pitt, dalla bolla speculativa del South Sea all’Atto di Unione, la vita pubblica si basava universalmente su un sistema di corruzione. Nessuno può negare che siano stati proprio questi gli anni in cui fu fondata la grandezza moderna dell’Inghilterra; pertanto (si sostiene) c’è qualcosa di assolutamente sproporzionato nel far tanto scalpore per il fatto che un moderno Cancelliere dello Scacchiere acquisti qualche migliaio di azioni a colazione, o che un moderno Ministro delle Poste firmi un contratto a favore di una società privata per poi assumere un incarico ben retribuito presso quella stessa società come ricompensa. Infatti, se un sistema di corruzione molto più esteso non ha arrecato danno al paese durante il suo periodo formativo, allora non abbiamo nulla da temere dai piccoli peccatucci individuali, come quelli legati all’acquisto occasionale di qualche migliaia di azioni, che sono ormai diventati abitudini comuni tra i nostri funzionari pubblici.

Sono completamente d’accordo sul fatto che, se le tangenti fossero della stessa natura in entrambi i casi, questo argomento sarebbe valido. Ma il punto fondamentale della questione è proprio che le tangenti sono di tipo diverso.

La corruzione del XVIII secolo consisteva nel fatto che coloro che controllavano gli onori (e, in larga misura, le risorse pubbliche) compravano voti a sostegno delle loro politiche; allo stesso tempo, significava anche l’appropriazione aperta di posti di lavoro redditizi e salari elevati da parte dei potenti.

Un aristocratico del XVIII secolo avrebbe concesso al proprio dipendente una posizione redditizia e senza responsabilità concrete, o un incarico che gli permettesse di accumulare ingenti somme di denaro; lui stesso e i suoi familiari avrebbero votato per ottenere uno stipendio esageratamente alto; avrebbero anche deciso di esentare i propri colleghi da grandi parti delle tasse, e avrebbero approfittato di molte opportunità private per arricchirsi, poiché tale comportamento rappresentava la conseguenza naturale del potere che possedevano attraverso le loro cariche pubbliche.

Ma gli aristocratici del XVIII secolo che imprimevano il tono a tutto quel sistema, i grandi proprietari terrieri dell’epoca e i grandi commercianti che venivano assorbiti da quell’ambiente sociale, né erano influenzati nelle loro decisioni politiche né vedevano diminuire la loro dignità per ciò che facevano. Non fingevano di agire diversamente, non si mettevano in situazioni assurde, né vivevano nella paura di essere scoperti. Un uomo poteva accettare denaro o onori come compenso per il proprio voto a favore del governo, ma i membri stessi del governo non avrebbero mai accettato regolarmente denaro al fine di favorire imprenditori che desideravano truffare il pubblico. Ci furono occasionalmente esempi di questo genere, ma non era la norma. Non potete certo immaginare che Walpole o Pitt, in qualsiasi periodo storico, accettassero denaro da qualche avventuriero finanziario che sarebbe venuto da loro per ottenere l’istituzione di una nuova tassa, l’abolizione di un’altra, o l’approvazione di un nuovo tipo di monopolio al fine di arricchirsi.

Non riesco a immaginare un uomo che si avvicini al più giovane Pitt e gli dica: “Mio fratello, che è tuo collega nel governo, ed io abbiamo un progetto per equipaggiare le navi da vela con un determinato dispositivo. Se ci aiuterai a far approvare una legge che obblighi tutte le navi britanniche ad installarlo e ad acquistarlo da noi, ti daremo una parte dei profitti.” I nostri politici moderni agiscono proprio in questo modo; e, forse ancora peggio per l’autorità del governo, lo fanno in un modo che li rende ridicoli: protestano ad alta voce la loro innocenza alla vigilia della rivelazione dei loro errori, vivono sempre nel timore e in una sorta di continua lotta con coloro che potrebbero rendergli la vita insopportabile se insistessero pubblicamente sulle loro piccole abitudini.

Here is, I think, the core of the whole matter. Those patriots who rightly think they serve the country by strengthening the authority of even nominal governors, but who are persuaded that the toleration of political vice strengthens such authority, make in this second postulate of theirs a very obvious error. It is an error which they would not make, I think, if they lived the life of their fellow-citizens and knew the average Englishmen better than they do.

All politicians five a life apart from the general mass of the less wealthy, less privileged classes, though they themselves are so largely drawn from these strata. It is astonishing when one hears them talking among themselves to discover how remote they arc from the general interests of the public, and how seriously they take their own sham divisions and sham battles, and with what strange simplicity they believe that these sham battles are of vast moment to the electorate. The public as a whole is now fully acquainted with the nastiness and degradation of public life. It certainly does not appreciate the ultimate consequences of these, but at any rate it is no longer under any illusions. Indeed, my experience is that the ordinary member of the public, the average man in the liberal professions and in commerce, rather exaggerates the evil than otherwise, although he does not recognize its danger. He is ready to believe that pretty well any politician may be found taking money, and he does not distinguish as he should between the two sharply different types of Parliamentarians: those with a dirty record of their own, and those with a clean record who permit and support the dirt in the midst of which they live. For it must be admitted that public life is full of men who would never dream of themselves doing such actions as have come to mark their profession as a whole; but these men do not on that account stand excused. They support the nastiness in the midst of which they live; they refuse to correct it; they even, as a rule, join those who would prevent its exposure. They are accessories to all those acts which they not only personally despise and are disgusted with, but which in private they denounce. For they could put an end to the system if they preferred justice to their own little careers and the general good of England to their personal ease or notoriety.

Sometimes they try to salve their consciences by substituting a general for a particular condemnation - the oldest device known to governing man for shirking the duties of government.

I remember an excellent comedy of this sort in which I myself took part. The Admiralty had given an order for the making of an important part of a man-of-war to a small company (what is called a ‘one-man’ company) run for the profit of a friend of the Prime Minister of the day.

There was nothing excessive about that bit of favouritism. It was natural that a politician should help a friend: someone must have the order, and there was no great harm done to the State. But the next step was of real importance.

It turned out that the part supplied was defective. Those who supplied it might plead that they did not know the defect to exist, nor indeed would it be to their advantage to have allowed such a defect.

It was probably an accident, though it did point to the work having been given to people inadequate to its gravity. The part was sent back to be put right. Instead of being put right, as it should have been, an operation was performed with the effect of concealing the defect, instead of remedying it. The part was sent back in such a condition that, had the flaw not been discovered, the great man-of-war itself and its crew might have perished. This was obviously a very serious matter indeed. If there is one thing the politicians must not be allowed to play tricks with, it is the Navy.

Now, the Parliamentarians appointed to look into public accounts issued a fine bombastic denunciation of the awful business, and used such words as would have satisfied Jeremiah. But they were very careful not to mention a single name.

That seemed to me something of a defect. I was in Parliament at the time, and I set out to find out who were the actual human being responsible for this crime. Unless one got on to them and punished them, one might as well have done nothing in the matter. If things of this sort can be done with impunity, they will certainly be done again.

I found the greatest difficulty in getting any single one of those six hundred odd men in the Commons to act with me in the matter. I did not, of course, approach more than a few, because there were not more than a few who would even consider the public good; but by one of those few I was told that it was not usual to act in this fashion; that such action was regarded as ‘personal’; that the thing was now some months concluded and ought to be buried; that it was difficult to arrive at the ultimate responsibility in these affairs - and so on. They all applied to a principal unit of the British Navy, to an English man-of-war and a thousand English lives, the principle that the politician was more important than ship or crew, and that their own parliamentary skins were more important than the country.

The individual private Member of Parliament has no power of action in Parliament except the chance of the ballot or the putting down of a question. I put down my question. It was answered in the most pathetic manner by the politician directly responsible, who called Heaven to witness that I had traduced by my question an old and valued friend of his own whom he loved as a brother. That the fault was that of ‘a subordinate’. The House murmured its sympathy.

I pointed out that I had traduced no one, that I had only asked for the names of the responsible people and for their prosecution. Whereupon, as another journalistic phrase goes, ‘the matter was allowed to drop’. But I need hardly add that the person nominally responsible was promoted to a public honour, and that no ‘subordinate appeared.

Ecco, credo, il nucleo di tutta la questione. Quei patrioti che ritengono giustamente di servire il paese rafforzando l’autorità anche dei governatori nominali, ma che sono convinti che la tolleranza verso i vizi politici possa rafforzare tale autorità, commettono in questo loro secondo presupposto un errore molto evidente. È un errore che, penso, non commetterebbero se conducessero la vita dei loro concittadini e conoscessero meglio gli uomini comuni inglesi di quanto facciano attualmente.

Tutti i politici, a parte la grande massa delle classi meno abbienti e meno privilegiate da cui provengono in gran parte, conducono una vita completamente diversa dalla gente comune. È sorprendente ascoltarli parlare tra loro: si rende conto di quanto siano lontani dagli interessi generali del pubblico, di quanto prendano sul serio le loro false divisioni e le loro false battaglie, e di quanto credano, con una strana semplicità, che queste fittizie lotte siano di enorme importanza per gli elettori. Il pubblico nel suo complesso è ormai pienamente consapevole della volgarità e della degradazione della vita politica. Certo non comprende appieno le conseguenze definitive di tutto ciò, ma almeno non nutre più alcuna illusione. In effetti, dalla mia esperienza posso dire che l’uomo comune, quello che lavora nelle professioni liberali o nel commercio, tende ad esagerare i mali della politica, anche se non ne riconosce realmente il pericolo. È disposto a credere che quasi tutti i politici possano accettare denaro; inoltre, non fa la distinzione necessaria tra due tipi di parlamentari completamente diversi: quelli con un passato sporco e quelli con un passato pulito ma che permettono e sostengono le pratiche corrotte che circondano il loro lavoro. Bisogna ammettere che nella vita politica ci sono molte persone che non si sognerebbero mai di compiere azioni del genere; tuttavia, questo non le scusa affatto. Sostengono quelle pratiche volgari e corrotte, rifiutano di correggerle e spesso si uniscono a coloro che cercano di impedirne la rivelazione. Sono complici di tutte quelle azioni che personalmente disprezzano e odiano, ma che in privato denunciano apertamente. In realtà, potrebbero porre fine a questo sistema se preferissero la giustizia alle loro piccole carriere personali, e il bene comune dell’Inghilterra al proprio comfort o alla propria notorietà negativa.

A volte cercano di salvare la propria coscienza sostituendo una condanna specifica con una generale: è il vecchio trucco noto all’uomo che governa per eludere i propri doveri.

Ricordo un’ottima commedia di questo genere in cui ho partecipato personalmente. L’Ammiragliato aveva ordinato la realizzazione di una parte importante di una nave da guerra a una piccola azienda, gestita a scopo di lucro da un amico del Primo Ministro dell’epoca.

Non c’era nulla di eccessivo in quel gesto di favoritismo. Era naturale che un politico aiutasse un amico: qualcuno doveva pur mantenere l’ordine, e non veniva arrecato alcun danno grave allo Stato. Ma il passo successivo era davvero importante.

Si scoprì che la parte fornita presentava un difetto. Coloro che l’avevano fornita avrebbero potuto sostenere di non essere a conoscenza dell’esistenza di tale difetto, e inoltre che non sarebbe stato vantaggioso per loro permettere la presenza di un simile difetto.

Probabilmente si trattò di un incidente, ma ciò indicava comunque che il compito era stato affidato a persone inadeguate alla sua gravità. Quel pezzo fu quindi rimandato indietro per essere riparato. Invece di essere sistemato correttamente, come avrebbe dovuto essere, si eseguì un intervento che finì soltanto per nascondere il difetto, senza risolverlo davvero. Il pezzo fu restituito in condizioni tali che, se il difetto non fosse stato scoperto, l’intera nave da guerra e la sua equipaggio avrebbero potuto perdere la vita. Si trattava chiaramente di una questione molto grave. Se c’è qualcosa con cui i politici non dovrebbero mai scherzare, è sicuramente la Marina.

Ora, i parlamentari incaricati di esaminare le contabilità pubbliche hanno rilasciato una dura e retorica condanna di questa terribile situazione, utilizzando parole che avrebbero soddisfatto persino Geremia. Tuttavia, sono stati molto attenti a non menzionare nemmeno un nome.

A mio parere, si trattava di un vero difetto. All’epoca ero nel Parlamento e decisi di scoprire chi fosse la persona reale responsabile di questo crimine. A meno che non si riuscisse a individuarli e punirli, sarebbe stato come non aver fatto nulla del tutto. Se azioni del genere possono essere compiute impunemente, sicuramente verranno ripetute.

Ho incontrato la maggiore difficoltà nel convincere anche solo uno di quei seicento uomini presenti nella Camera dei Comuni ad agire con me in questa questione. Ovviamente non ho cercato di contattare più di pochi, perché erano davvero pochi quelli che avrebbero considerato l’interesse pubblico; ma uno di questi pochi mi disse che non era consuetudine agire in questo modo, che un simile comportamento veniva considerato “personale”, che la questione ormai era risolta da mesi e doveva essere dimenticata, e che fosse difficile individuare chi avesse realmente la responsabilità di tali decisioni. E così via. Tutti loro applicavano il principio secondo cui il politico fosse più importante della nave o dell’equipaggio, e che le loro carriere parlamentari fossero più importanti del paese stesso.

Un singolo deputato privato non ha alcun potere decisionale in Parlamento, se non quello di votare o porre domande. Ho posto la mia domanda; è stata risposta in modo davvero patetico dal politico direttamente responsabile, il quale ha giurato su Dio che la mia domanda aveva diffamato un suo vecchio e stimato amico, a cui teneva come a un fratello. Ha attribuito la colpa a “un subordinato”. L’aula ha espresso il proprio cordoglio in un mormorio.

Ho sottolineato che non avevo tradotto nessuno, ma che avevo semplicemente chiesto i nomi delle persone responsabili e il loro processo. A quel punto, come si suol dire in ambito giornalistico, “la questione fu lasciata cadere”. Tuttavia, non c’è bisogno di aggiungere che la persona nominalmente responsabile fu promossa a un incarico onorifico pubblico, e che nessuno dei “subordinati” venne punito.

It was only a small episode, though it would not have seemed small to the officers or crew if their ship had struck in the middle of the night owing to a defect in the steering gear - still honestly, it was a small matter as politics go. There are hosts of much graver instances, but it was a characteristic one.

The argument that this now universal taint covering public life is tolerable because the same thing goes on in every country where there is a Parliament, and therefore does not weaken us in the face of our rivals, has two bad flaws in it.

The first is a neglect of the fact that the cancer called Parliament is no longer universal. Some of our rivals are already rid of it: all are disgusted with it; most will probably have cut it out within a generation.

The second is that nowhere is Parliament bound up with the nation as it is in England.

The French parliamentary system is at least as corrupt as the English: from the little I know of it, I should say it was worse. The American, I understand, is not so bad; but it is still sufficiently corrupt to excite the perpetual vigilance of the American electorate and Press, which are as ruthless in exposing such evils as we are resolute in concealing them. Of the Polish and German systems, which have just come into existence, I know nothing. The Italian was contemptible, and the Spanish a joke. They have both been happily kicked into the street, and I trust we shall hear of them no more.

But the parliamentary corruption of other countries is attached to an institution which in those countries is subsidiary to the national life. No one in France, for instance, regards the Parliament as a necessary, or even a properly working, part of the national existence; it is a modern experiment, very unpopular, and standing in some dread of far more permanent and deep-rooted institutions, such as the University, the Army, the Church, and the landed system, with which it has to work as best it may. The politicians in Paris can and do work great harm in all departments, but they do not form the traditional organ of government, rooted in the country, as the Commons do here. They live under perpetual protest.

In the United States, as everybody knows, the central representative Assembly is altogether subordinate. The Senate is far more powerful, and far more respected. The President is high above both. He has monarchic powers superior to anything of the kind in Europe - superior by far to those exercised by the King of Prussia in the days when that individual was also military head of the Reich.

But in England Parliament is the great national institution. It is bound up with the whole life of the country. A disease attacking it is a national disease. The lawyers’ guild, which is in England far, far more powerful than in any other country, is inextricably bound up with Parliament. There can in England never be any question of the armed forces acting apart from Parliament; nor can there be apparently (and unfortunately) as yet a kingly power, like that of the President of the United States. A King of England would today find ample popular support against Parliament; but how is he to move?

Therein lies the gravity of the situation. Parliament will not reform itself, and yet there is no power external to Parliament capable of reforming it. Though the nation were in the last extremity of peril, we have not to hand some force external to Parliament capable of pushing aside its maleficent impotence and taking over the resin. Indeed, when certain politicians were secretly trying to make peace behind the back of the Allies during the crisis of the Great War, no one moved - except a few humble seamen, who stopped one important voyage of their own accord. Should we live to see an invasion of this country, or a shameful capitulation, I fear that the disaster and the shame would still be presided over by the politician. During the Great War we owed half a dozen insanities to the fact that with us a politician can order the movements of armies, in spite of the soldiers, and affect - though he can hardly direct - the foreign policy of the country, in spite of its competent permanent officials. It is true that the millionaire newspaper owner, especially if he be devoid of instruction, and therefore of all responsibility, has more to do with the framing of a policy than has the politician, and it is true that the great and weighty financial interests are much more powerful. But Parliament is the door through which everything must pass - or, to change the metaphor, it is the instrument which alone can be used for direct effect; and its decline is on that account of very grave moment to the future of the country. It is therefore a despairing thing to say that the decline cannot be checked, that the disease must run its course; yet I fear there is nothing else to say. It is manifestly too late to set things right. There came one moment after another in which a remedy could have been applied; but each opportunity was refused, and I do not see how any sufficient one can arise in the future.

To have checked the rot at the very beginning, as, for instance, during the telephone scandal, would have been easy enough (already, a few years before, Mundella had been thrown out of public life for what was then thought a monstrous lapse, but what would now be thought hardly an irregularity). It was even possible to turn the current as late as the Marconi scandal. One virile decision in that crisis might still have saved Parliament. But I do not see, nor do I think anyone else can tell me, how it can be saved now.

The test is very simple. On the day when a Cabinet Minister is heavily fined or imprisoned for irregular action in connexion with money the tide will have turned. Does anyone believe that such a day will come? I for my part certainly do not. Therefore the decay will continue. The system, already deep-rooted and established, will become a matter of course, and there will happen in the long run to the House of Commons what has happened to every institution which gets past praying for; but, meanwhile, what of us who have no other instrument? What of the nation?

Fu solo un piccolo episodio, anche se non sarebbe sembrato tale agli ufficiali o all’equipaggio se la loro nave fosse affondata nel bel mezzo della notte a causa di un difetto al sistema di governo del timone. Onestamente, però, si trattava di una questione di poco conto dal punto di vista politico. Esistono molti casi molto più gravi, ma questo rappresenta comunque uno degli esempi caratteristici di questo genere di situazioni.

L’argomento secondo cui questa contaminazione ormai universale che pervade la vita pubblica sia tollerabile perché accade in tutti i paesi dove esiste un Parlamento, e quindi non ci indebolisca di fronte ai nostri rivali, presenta due gravi difetti.

Il primo errore consiste nel trascurare il fatto che quel “cancro” chiamato Parlamento non è più universale. Alcuni dei nostri rivali se ne sono già liberati; tutti ne provano disgusto; la maggior parte probabilmente lo eliminerà entro una generazione.

Il secondo punto è che, in nessun altro luogo, il Parlamento è così strettamente legato alla nazione come in Inghilterra.

Il sistema parlamentare francese è almeno altrettanto corrotto di quello inglese; da quanto ne so, direi persino peggiore. Quello americano, invece, non è così grave; ma è comunque abbastanza corrotto da richiedere una vigilanza costante da parte dell’elettorato e della stampa americana, che sono altrettanto spietati nell’esporre tali mali quanto noi siamo risoluti a nasconderli. Per quanto riguarda i sistemi polacco e tedesco, che sono appena stati introdotti, non ne so nulla. Quello italiano era spregevole, mentre quello spagnolo era una vera barzelletta; entrambi sono stati felicemente eliminati, e spero che non ne sentiremo più parlare.

Ma la corruzione parlamentare in altri paesi è legata a un istituto che, in quei paesi, è subordinato alla vita nazionale. In Francia, ad esempio, nessuno considera il Parlamento una parte necessaria, o nemmeno efficacemente funzionante, dell’esistenza nazionale; si tratta di un esperimento moderno, molto impopolare, che vive nella paura di istituzioni molto più permanenti e radicate, come l’Università, l’Esercito, la Chiesa e il sistema fondiario, con cui deve convivere nel miglior modo possibile. I politici di Parigi possono e fanno davvero molto danno in tutti i settori, ma non costituiscono quell’organo tradizionale di governo radicato nella nazione, come avviene qui con la Camera dei Comuni. Vivono sotto una protesta continua.

Negli Stati Uniti, come tutti sanno, l’Assemblea rappresentativa centrale è completamente subordinata al Senato. Il Senato è molto più potente e molto più rispettato; il Presidente si trova al di sopra di entrambi. Egli possiede poteri monarchici che superano di gran lunga qualsiasi cosa esista in Europa, persino quelli esercitati dal Re di Prussia ai tempi in cui tale individuo ricopriva anche la carica di capo militare del Reich.

Ma in Inghilterra il Parlamento è la grande istituzione nazionale. È strettamente legato alla vita di tutto il paese; una malattia che lo colpisce rappresenta quindi una malattia nazionale. L’associazione degli avvocati, che in Inghilterra è molto più potente che in qualsiasi altro paese, è strettamente legata al Parlamento. In Inghilterra non può mai sorgere il problema che le forze armate agiscano indipendentemente dal Parlamento; né, purtroppo, esiste ancora un potere monarchico come quello del Presidente degli Stati Uniti. Un Re d’Inghilterra oggi troverebbe ampio sostegno popolare contro il Parlamento, ma come potrebbe agire?

In questo risiede la gravità della situazione: il Parlamento non si riformerà da solo, e allo stesso tempo non esiste alcuna forza esterna al Parlamento in grado di farlo. Anche se la nazione fosse sull’orlo del pericolo più estremo, non disponiamo di alcuna forza esterna in grado di superare l’incompetenza dannosa del Parlamento e assumersi le responsabilità necessarie. Infatti, quando durante la crisi della Prima Guerra Mondiale alcuni politici cercarono segretamente di negoziare la pace alle spalle degli Alleati, nessuno intervenne, tranne alcuni umili marinai che, di loro spontanea iniziativa, impedirono il proseguimento di un viaggio importante. Se dovessimo assistere all’invasione di questo paese o a una vergognosa resa, temo che sia ancora un politico ad essere alla guida di tale disastro e di tale umiliazione. Durante la Prima Guerra Mondiale, metà delle decisioni assurde prese furono dovute al fatto che un politico poteva ordinare i movimenti delle armate, a dispetto dei soldati, e influenzare – sebbene non potesse dirigerli direttamente – la politica estera del paese, nonostante esistessero funzionari competenti. È vero che il proprietario di un giornale milionario, soprattutto se privo di cultura e quindi di qualsiasi responsabilità, ha un’influenza maggiore sulla formulazione delle politiche rispetto a un politico; è vero anche che gli interessi finanziari sono molto più potenti. Ma il Parlamento è l’unico strumento attraverso cui tutto deve passare per essere attuato concretamente; quindi il suo declino rappresenta davvero un momento estremamente grave per il futuro del paese. È scoraggiante ammettere che questo declino non possa essere fermato, che la “malattia” debba seguire il suo corso, ma temo che non ci sia altra soluzione. È chiaramente troppo tardi per rimediare: ci sono stati momenti in cui si potevano intervenire efficacemente, ma ogni opportunità è stata sprecata, e non vedo come possa emergere un’opportunità sufficientemente valida in futuro.

Avere controllato la situazione fin dall’inizio sarebbe stato abbastanza facile, ad esempio durante lo scandalo telefonico: già alcuni anni prima, Mundella era stato allontanato dalla vita pubblica per ciò che all’epoca veniva considerato un errore gravissimo, ma che oggi difficilmente verrebbe definito una semplice irregolarità. Era persino possibile intervenire in tempo durante lo scandalo Marconi. Una decisione decisa e coraggiosa in quella crisi avrebbe potuto ancora salvare il Parlamento. Ma non vedo, né credo che qualcun altro possa dirmi, come sia possibile salvarlo ora.

Il test è molto semplice: nel giorno in cui un Ministro del Gabinetto venga multato pesantemente o imprigionato per azioni irregolari legate al denaro, la situazione cambierà radicalmente. Credete davvero che arriverà quel giorno? Io personalmente no. Pertanto, il declino continuerà. Il sistema, ormai radicato e consolidato, diventerà qualcosa di normale; a lungo andare, alla Camera dei Comuni accadrà ciò che è successo a tutte le istituzioni che hanno smesso di pregare per la propria salvezza. Ma intanto, cosa ne sarà di noi che non disponiamo di altri strumenti? E della nazione stessa?

One point of view was presented to me by a wise old gentleman who had spent about thirty years (doing nothing) in the House of Commons and then wangled a peerage (for nothing) out of his colleagues; for he desired to live on under the same roof and to spend the last of his days amusing himself - remaining an indulgent spectator of what was still, to him, a slightly interesting affair.

It was on the evening of a day when I had been trying hard to dig one of the more noisome of the politicians out of the earth in which he had taken refuge after a particularly unpleasant affair. The old fellow had watched the process with an active amusement, and I think he was grateful to me for having provided him with an entertaining day. He had been watching from the gallery, but that evening, as I dined with him, he warned me against wasting too much energy in such a pastime.

I assured him that it was no pastime - that I took it very seriously indeed.

‘I know you do,’ he answered, ‘and that is just what I am warning you against. The country is carried on not by these fellows,’ jerking his thumb towards the door, ‘but by the general activity of its people: that people is sound and will come well out of any ordeal.’

The War proved him right.

‘What the mass of the people do not do for themselves,’ he said, ’is done by a rather too large but very conscientious body of permanent officials, underpaid, industrious, and exceedingly competent. The politicians are only the scum on the top; they have very little to do with the happiness or the unhappiness of the nation, and not much to do with its strength. Even the points of policy are, as a rule, decided outside their circle in the weightier financial world. It is a waste of energy to draw that covert too long.’

There is a great deal to be said for the old boy’s attitude. But I could not help asking him what Mr Gladstone would have done if he had been faced with a Chancellor of the Exchequer taking shares over the breakfast-table; for he remembered Mr Gladstone well, and had for him that odd half-worship which so many men who knew that powerful, short, oratorical genius of a better past were smitten with. I said, ‘In Mr Gladstone’s time the Secretaries of State had more privacy than our modern politicians, and their actions interfered less with the general life of England than they do today: with the permanent officials far less; yet you know as well as I do what Mr Gladstone would have done if he had found a member of his Government taking shares from a company promoter over the breakfast-table.’

The old man answered to this that the standard was altogether higher in his own youth than it was now, and that though he could not deny that Cabinet Ministers’ present habit of taking money was a weakness to the country, yet he thought it a small weakness. He added a thing which I have since discovered to be profoundly true, ‘At any rate, it cannot be remedied, and so you are wasting your time.’

In all the discussions - far too many! - in which I have engaged upon this subject I only found one really enthusiastic defender of the system, and that was a wealthy young Anglo-American who either just had taken, or was just about to take, up a place in public life. To him our present way of going on had a sort of special excellence peculiar to this country and worthy of Bacchic praise. He spoke like a man who has come into a promised land, and he was moved to indignation by my criticisms against certain recent events. He applauded a Cabinet Minister who had just given a valuable monopoly to a company promoter and then resigned and accepted a permanent highly salaried post in that company: for he repudiated any connexion between the selling of the monopoly and the immediate subsequent acceptation of the salary. He was indignant that such a connexion should be dreamt of. They were separate acts.

First the politician, in his capacity of public servant, honestly weighing all the pros and cons decides that a company promoter is the right man to have a great public monopoly - worth millions. He gives him that monopoly. There the matter ends.

Then begins quite another set of actions. The politician as a private individual accepts a highly salaried post in the pay of the said company promoter and lives on the profits of the monopoly.

Only insane suspicion could connect the two acts.

It was a startling theory to hear: it was also completely new to me. But it had this advantage: it made him a contented supporter of that which others either laughed at cynically or held their tongues about.

I shall be interested to see, as I grow older, whether this type of defence develops, and whether we shall find the taking of bribes and the levying of blackmail a matter, not for commonplace acceptance, but for indignant praise. I do not think that we shall have much of that argument. It is exotic. No man of our blood is really comfortable in the presence of financial corruption. He may tolerate it: he may practise it; but it does not fit in with his conscience, still less excite his enthusiasm.

However, one never knows. There are very vile commercial transactions which certainly excite admiration today as surely as they would have excited in our fathers the determination to hang the culprit. Laxity in the relations between men and women which our fathers would at least have condemned is today not so much condoned as defended and made into a sort of religion. Direct treason in time of war merits a few months in the second division. So it is on the cards that I shall live to hear men say in awestruck tones, ‘What a fellow Binks is! The Prime Minister’s agent offered him £10,000 to clear out - but he got £100,000 in solid cash before he had done with him! He frightened the old fool to death by showing he knew all about Chapel Street.’

After all, I have heard much the same tone of religious veneration in those describing some Stock Exchange swindle of our day, and a fortune made in a few weeks by the deception of the multitude and the ruin of a thousand families.

Un punto di vista mi fu espresso da un saggio anziano signore che aveva trascorso circa trent’anni (senza fare nulla) alla Camera dei Comuni e poi era riuscito a ottenere un titolo nobiliare dai suoi colleghi, senza alcuno sforzo; desiderava infatti continuare a vivere sotto lo stesso tetto e trascorrere gli ultimi giorni della sua vita divertendosi, rimanendo uno spettatore indulgente di ciò che, per lui, era ancora un argomento leggermente interessante.

Fu nella serata di un giorno in cui avevo cercato con tutte le mie forze di “scavare fuori” da terra uno dei politici più odiosi, dopo che si era rifugiato lì a seguito di una faccenda particolarmente spiacevole. Quel vecchio aveva osservato tutto con grande divertimento, e penso fosse grato a me per avergli fornito un’esperienza così interessante. Fino ad allora aveva guardato da “in tribuna”, ma quella sera, mentre cenavo con lui, mi avvertì di non sprecare troppa energia in un passatempo del genere.

Gli assicurai che non si trattava di un passatempo, ma che lo prendevo davvero molto seriamente.

“So che lo sai,” rispose, “e proprio contro questo ti sto avvertendo. Il paese non viene guidato da queste persone,” disse indicando con il pollice verso la porta, “ma dall’attività complessiva del suo popolo: quel popolo è sano e uscirà indenne da qualsiasi difficoltà.”

La guerra gli diede ragione.

“Quello che la massa del popolo non fa per sé,” disse, “lo fanno un gruppo piuttosto numeroso ma molto coscienzioso di funzionari permanenti: sottopagati, laboriosi ed estremamente competenti. I politici sono soltanto lo strato superficiale; hanno ben poco a che fare con la felicità o l’infelicità della nazione, e non molto nemmeno con la sua forza. Anche le decisioni politiche, di regola, vengono prese al di fuori del loro ambito, nel mondo finanziario più influente. È uno spreco di energie continuare a insistere su questo aspetto nascosto.”

C’è molto da dire riguardo all’atteggiamento di quell’ex studente. Ma non ho potuto fare a meno di chiedergli cosa avrebbe fatto il signor Gladstone se si fosse trovato di fronte a un Cancelliere dello Scacchiere che acquistava azioni a tavola durante la colazione; infatti, ricordava bene il signor Gladstone e provava per lui quell’insolita sorta di ammirazione che molti uomini, conoscitori di quel potente, breve ma eloquente genio del passato, provavano. Gli dissi: “Ai tempi del signor Gladstone, i Ministri degli Esteri godevano di maggiore riservatezza rispetto ai nostri politici moderni, e le loro azioni interferivano meno nella vita quotidiana dell’Inghilterra di quanto avvenga oggi; soprattutto per quanto riguarda gli alti funzionari pubblici. Eppure, sia voi che io sappiamo bene cosa avrebbe fatto il signor Gladstone se avesse scoperto un membro del suo governo acquistare azioni da un promotore di società a tavola durante la colazione.”

L’uomo anziano rispose che gli standard della sua giovinezza erano decisamente più elevati di quelli attuali, e che, sebbene non potesse negare che l’abitudine attuale dei ministri di prendere denaro rappresentasse una debolezza per il paese, riteneva che si trattasse comunque di una debolezza di poco conto. Aggiunse qualcosa che in seguito ho scoperto essere profondamente vero: “In ogni caso, non è possibile rimediarvi, quindi state solo perdendo tempo.”

In tutte le discussioni – troppe, davvero! – in cui ho affrontato questo argomento, ho trovato soltanto un vero e proprio sostenitore entusiasta di quel sistema: si trattava di un giovane anglo-americano ricco che aveva appena iniziato o stava per intraprendere una carriera nella vita pubblica. Secondo lui, il nostro modo attuale di procedere possedeva una sorta di eccellenza particolare, tipica di questo paese e degna di lodi entusiastiche. Parlava come colui che fosse entrato in una terra promessa, e le mie critiche nei confronti di alcuni eventi recenti lo avevano profondamente indignato. Apprezzava un ministro del gabinetto che aveva appena concesso un monopolio prezioso a un promotore aziendale, per poi dimettersi e accettare un incarico permanente e ben retribuito nella stessa compagnia: rifiutava categoricamente l’idea che la vendita di quel monopolio potesse in qualche modo essere collegata all’accettazione immediata dell’incarico e dei relativi compensi. Era indignato dal fatto che qualcuno potesse anche solo pensare a un legame del genere: si trattava, secondo lui, di due fatti completamente separati.

Prima di tutto, il politico, nella sua veste di funzionario pubblico, valuta onestamente tutti i pro e i contro e decide che un promotore aziendale sia la persona giusta per gestire un grande monopolio pubblico – del valore di milioni. Gli concede quindi quel monopolio. E lì la questione finisce.

Allora inizia un insieme di azioni completamente diverso. Il politico, in qualità di privato individuo, accetta un incarico ben retribuito pagato dal suddetto promotore aziendale e vive dei profitti derivanti da quel monopolio.

Solo un sospetto folle avrebbe potuto collegare quei due fatti.

Era una teoria sorprendente da ascoltare, ed era anche del tutto nuova per me. Ma aveva questo vantaggio: lo rendeva un sostenitore convinto di ciò che gli altri o deridevano in modo cinico o preferivano ignorare del tutto.

Sarà interessante vedere, con l’avanzare dell’età, se questo tipo di difesa si svilupperà davvero, e se il concetto di accettare tangenti o praticare estorsioni verrà considerato non qualcosa da accettare normalmente, ma piuttosto motivo di indignazione e lode. Non credo che avremo molte occasioni per discutere di questo argomento. È davvero “esotico”. Nessun uomo del nostro sangue si sente a proprio agio di fronte alla corruzione finanziaria: forse la tollera, forse la pratica, ma non si adatta alla sua coscienza, e certamente non suscita in lui alcun entusiasmo.

Tuttavia, non si sa mai. Ci sono transazioni commerciali davvero spregevoli che oggi suscitano ammirazione, proprio come un tempo avrebbero spinto i nostri antenati a voler impiccare i colpevoli. La lassità nei rapporti tra uomini e donne, che ai tempi dei nostri padri sarebbe stata almeno condannata, oggi non solo viene tollerata, ma addirittura difesa e trasformata in una sorta di “religione”. Un vero tradimento in tempo di guerra merita soltanto pochi mesi di reclusione. Quindi è molto probabile che io viva abbastanza a lungo da sentire le persone dire, con toni di ammirazione: “Che persona straordinaria sia Binks! L’agente del Primo Ministro gli offrì 10.000 sterline per eliminare il problema, ma lui ne ottenne addirittura 100.000 in contanti, prima ancora di aver finito con quella faccenda! Riuscì a spaventare a morte quel vecchio sciocco, dimostrando di sapere tutto su Chapel Street, ”

Dopotutto, ho sentito spesso lo stesso tono di venerazione religiosa nelle descrizioni di alcune truffe finanziarie di questi tempi: fortune guadagnate in poche settimane attraverso l’inganno della folla e la rovina di migliaia di famiglie.

So there is still hope.

The authority and prestige of Parliament have sunk like water in a river lock, sogging away rapidly before our eyes.

The process should normally have been more rapid, and the ultimate crisis to which it should surely lead was due to come long before this.

It would have been much better for the country if it had so come. The Marconi scandal was an excellent opportunity for an explosion and a thorough clearing of the air. The far worse Dope scandal, taking place when the nation was fighting for its life, was perhaps the last chance offered. If half a dozen of the politicians and company promoters compromised in the Dope scandal had been openly tried and sent to penal servitude during the War, we should have been the better for it today. Instead of that the whole thing was hushed up, and the loot remained in the hands of the looters: an example followed by I know not how many others in the short seven years which have elapsed since that worst of abominations was condoned.

Perhaps the strongest brake that was put upon the pace downhill, the strongest force restraining a final collapse, and thereby condemning the country to the gradual and certain extinction of parliamentary authority, lay in the momentum of the old Parliamentary prestige.

To an older generation, of whom some few survive, the idea of a seat in Parliament was connected with honour and a social position worthy of ambition. That generation carried on an admixture of the old tradition which only slowly died, and while it lasted supported the collapsing fabric with which it was intertwined.

Such men, before the present nastiness began, had already acquired a habit of the House of Commons, they lived in the thoughts and customs of an older and much better time, and lent to the diseased institution of their age the memories of its health during their own early youth and manhood.

Some very few still survive to lend the corruption of professional politicians a remnant of moral support. When they are gone we shall have the problem to face in full as we have not yet had to face it.

Of those men who had thus obtained a habit of the House of Commons as it were, and who for long lent it a fictitious value which it had long ceased to possess, I would particularly recall - for I followed his public action closely and often discussed it with him - Sir Charles Dilke.

He belonged, of course, to an older time, when politics were still respectable and even dignified, and, having begun to take root in them much earlier in life, he felt acutely the wastage of his powers - for he could never have office. But he was treated by the Chair as a sort of Elder Statesman, and I shall always remember the solidity and detail of his experience in foreign affairs. He was one of the very few men of my own time (overlapping from an older time) who knew what he was talking about when he discussed the Continent, and who followed the change which was taking place over all Western Europe; and he could value the degree and the quality of it in each country, or at least in the Germanies, in France, in Italy, and in Belgium. Spain he discussed less, and I do not know what his measure of acquaintance was with Spanish affairs. I always count his evidence as valuable in the interesting discussion upon the origin of Gambetta. He knew Gambetta well, and did not despise him. He said that he was a Jew, and that, therefore, he was quite alien to the French temper. That, of course, was also the thesis of many of Gambetta’s enemies (for Liberals always seem to think that they are saying something unpleasant about a man when they say that he is of Jewish race), but it was not the testimony of most of his friends. Two of Gambetta’s friends I knew well enough: one was a relative of mine, the other was that very great man, Déroulède. I do not think Déroulède was a very accurate observer, but at any rate he testified to the intensely national quality of Gambetta, and swore that there was nothing Oriental about him at all. My own relative, who was of a more cynical temper, said that he was certain of the same thing from careful observation. Gambetta seems to have been a man who commanded real and profound affection, but his legend will be distorted, for it is one of the curses of the modern political chaos that those who by accident or by their desire enter its whirlpool of personal competition and consequent advertisement must inevitably be betrayed by fate. Not one of them can appear as he is, and not one of them will ever be taken by posterity to have anything of greatness about him, however great he may be, unless he can exercise some talent outside the wretched parliamentary business into which he has been caught up.

There is in that life such an admixture of violence, cunning, and bombast, quite apart from the money-taint, that a man’s name becomes a mere label for hatred and ridicule in places where the struggle is taken seriously as it is in France or in Ireland. It becomes a mere label for play-acting and make-believe in a country such as ours, where politics are not taken seriously.

No English parliamentarian could suffer the legacy of hatred, virulent contempt, and documented, detailed, evidenced accusation which will prevent the name of Gambetta from taking an honourable place in history. But, on the other hand, no English politician, since the nineties, will cut any figure for posterity unless he can do something outside his profession. There is nothing to prevent the Postmaster-General, or the Leader of the Opposition, or any other of the circus, from writing a good poem, or painting a good picture; but, unless he does something of the sort, his name will only be one of a hundred names, half-comic and all-wearisome. For the trade has lost its dignity. It is found out.

I have delayed on this subject too long. It is public property, and filth at that, and people are tired of it, for in their heart of hearts they know that nothing more can be done, that public life in its parliamentary form is past saving.

Quindi c’è ancora speranza.

L’autorità e il prestigio del Parlamento sono diminuiti rapidamente, come l’acqua in un sbarramento fluviale, scomparendo davanti ai nostri occhi.

Il processo avrebbe normalmente dovuto essere più rapido, e la crisi finale a cui sicuramente avrebbe portato sarebbe dovuta verificarsi molto prima di questo.

Sarebbe stato molto meglio per il paese se fosse andata così. Lo scandalo Marconi rappresentava un’ottima opportunità per una rivelazione completa e per schiarire definitivamente la situazione. Lo scandalo ancora peggiore legato alle droghe, che si è verificato mentre il paese lottava per la sua sopravvivenza, fu forse l’ultima possibilità che ci venne offerta. Se solo una mezza dozzina di quei politici e imprenditori fossero stati processati apertamente e condannati a pene detentive durante la guerra, oggi ne avremmo tratto grandi benefici. Invece, tutto fu insabbiato e i profitti finirono nelle mani dei responsabili dello scandalo: un esempio che, ne sono certo, è stato seguito da molti altri negli ultimi sette anni, durante i quali quella peggiore delle abominazioni è stata tollerata.

Forse il freno più potente che venne applicato al processo di declino verso il basso, la forza più efficace nel impedire un crollo definitivo e quindi nel condannare il paese a un’estinzione graduale ma inevitabile dell’autorità parlamentare, risiedeva proprio nell’impatto del vecchio prestigio parlamentare.

Per una generazione più anziana, di cui alcuni esistono ancora oggi, l’idea di ottenere un seggio in Parlamento era associata all’onore e a una posizione sociale degna di ambizione. Quella generazione portò avanti un insieme di tradizioni antiche che si estinsero solo lentamente; per tutto il tempo in cui esistarono, continuarono a sostenere la struttura sociale in via di crollo, alla quale erano strettamente legate.

Tali uomini, già prima che iniziasse questa situazione disgustosa, avevano acquisito abitudini tipiche della Camera dei Comuni; vivevano nel mondo dei pensieri e delle usanze di un’epoca più antica e molto migliore, e contribuivano a dare alla malata istituzione del loro tempo i ricordi della sua “salute” durante la loro giovinezza e la loro maturità.

Molto pochi di loro sopravvivono ancora, offrendo al corruzione dei politici professionisti un residuo di sostegno morale. Quando saranno scomparsi, dovremo affrontare il problema nella sua interezza, perché fino ad ora non abbiamo mai avuto bisogno di farlo.

Di quegli uomini che avevano così acquisito l’abitudine di frequentare la Camera dei Comuni, e che per lungo tempo le attribuirono un valore fittizio che essa da tempo non possedeva più, vorrei ricordare in particolare Sir Charles Dilke: seguivo attentamente le sue azioni pubbliche e ne discutevo spesso con lui.

Apparteneva, naturalmente, a un’epoca più antica, in cui la politica era ancora rispettabile e persino dignitosa; essendovi entrato molto presto nella vita, provava profondamente il senso dello spreco delle proprie capacità, poiché non avrebbe mai potuto ricoprire alcuna carica ufficiale. Tuttavia, veniva trattato dal Presidente come una sorta di anziano statista, e ricorderò sempre la solidezza e la profondità delle sue conoscenze in materia di affari esteri. Era uno dei pochi uomini del mio tempo (che si sovrapponeva a un’epoca precedente) che sapeva davvero di cosa parlava quando discuteva del Continente, e che seguiva attentamente i cambiamenti che avvenivano in tutta l’Europa occidentale; riusciva anche a valutare con precisione il grado e la qualità di questi cambiamenti in ogni paese, almeno nelle Germanie, in Francia, in Italia e in Belgio. Parlava meno della Spagna, e non so fino a che punto conoscesse gli affari spagnoli. Ho sempre ritenuto le sue opinioni molto preziose nelle discussioni sull’origine di Gambetta: lo conosceva bene e non lo disprezzava; diceva che fosse ebreo, e quindi del tutto estraneo al temperamento francese. Naturalmente, questa era anche l’opinione di molti nemici di Gambetta (poiché i liberali sembrano sempre ritenere che dire di qualcuno che è di origine ebrea significhi dire qualcosa di spiacevole su di lui), ma non corrispondeva alla testimonianza della maggior parte dei suoi amici. Conoscevo bene due degli amici di Gambetta: uno era un mio parente, l’altro era quel grande uomo che fu Déroulède. Non credo che Déroulède fosse un osservatore molto accurato, ma comunque testimoniò della forte natura nazionalista di Gambetta, sostenendo che in lui non ci fosse assolutamente nulla di orientale. Il mio parente, invece, di temperamento più cinico, affermava di essere giunto alla stessa conclusione attraverso osservazioni attente. Sembra che Gambetta fosse un uomo che suscitava vera e profonda affezione, ma la sua leggenda verrà distorta: uno dei mali del caos politico moderno è infatti che coloro che, per caso o per desiderio, si trovano coinvolti nella spirale della competizione personale e delle conseguenti pubblicità, sono inevitabilmente traditi dal destino. Nessuno di loro può presentarsi davvero com’è, e nessuno verrà mai considerato dalla posterità come un uomo grande, per quanto grande possa essere, a meno che non riesca a sviluppare qualche talento al di fuori di quella misera attività parlamentare nella quale è stato trascinato.

In quella vita c’è un tale miscuglio di violenza, astuzia e retorica, per non parlare della contaminazione legata al denaro, che il nome di una persona diventa semplicemente un simbolo di odio e derisione in luoghi dove la lotta politica viene presa sul serio, come in Francia o in Irlanda. In un paese come il nostro, invece, dove la politica non è considerata seriamente, quel nome diventa soltanto un simbolo di finzione e simulazione.

Nessun parlamentare inglese potrebbe sopportare l’eredità di odio, disprezzo virulento e accuse documentate, dettagliate e provate che impedirebbero al nome di Gambetta di occupare un posto onorevole nella storia. D’altra parte, nessun politico inglese, dai tempi degli anni ’90 in poi, potrà lasciare un segno significativo per le generazioni future se non riesce a compiere qualcosa al di fuori della sua professione. Non c’è nulla che impedisca al Capo Postale Generale, al Leader dell’Opposizione o a qualsiasi altro politico di scrivere una bella poesia o dipingere un bel quadro; ma se non fa qualcosa del genere, il suo nome sarà soltanto uno tra centinaia di nomi, semicomici e noiosi. Perché questa professione ha perso la sua dignità. E questo è ormai evidente.

Ho rimandato troppo a lungo questa questione. Si tratta di una proprietà pubblica, e per di più di qualcosa di sporco e disgustoso; la gente ne è stufa, perché nel profondo del loro cuore sa che non si può fare più nulla, che la vita pubblica nella sua forma parlamentare è ormai irrimediabilmente perduta.

It is possible that I exaggerate the effect of the evil; it is possible that some novel remedy besides the obvious one of increasing the power of the Crown may set things right. It has certainly done so in the past, the break-up of one institution apparently necessary to society has discovered the importance of other forces which have saved society by bringing up new forces unsuspected. It is possible. Perhaps it is probable. It is to be hoped. And that is all one can say.


Such thoughts are suitable for a drizzling calm, and for wet canvas hanging useless and dead in a hopeless dawn upon a sea without life. But with the coming of a little wind, a little north-easterly wind in the growing light; with its blowing away of the misty rain, and its bringing a heartening into the morning, I prefer to turn to better things, to the realities: to the English water and to the English land.

The mist scudded off from the Folkestone waters, the light not only brightened, but grew coloured, until at last there was a fine, flaming dawn over the Kentish chalk and the Bastion cliffs of the Kentish salient, and very soon she was running to it prettily, her wet canvas holding the wind well, and, if anything, pressing her a little too hard. My companion came on deck with the morning, woken by the new life in the hull, and by the run of the sea along the sides. As yet the water was smooth, for the wind was a trifle off-shore, and would so remain until he had come into the hollow bend of the flat coast, the last of which runs almost due south, and which ends in the shingle of Dungeness. Also we were still on the ebb and the wind followed the stream.

After the sun had risen the breeze grew stronger, and even violent; but as I greatly desired to round the Ness before the tide should catch me and raise a sea, I would not take in a reef. So I held on, though with the more southerly course we were setting, and with the wind still rising, it was not over safe; for that wind was now coming almost due aft, her boom was right out, and I feared a gybe. To take every advantage of any slight northing of the wind that might come, I ran closer into the coast at a still greater risk of gybe, of course, if the wind should hold where it did when we came to the sharp turn of the Ness. We were now running for it very hard indeed, and the Nona, splendidly as she lifts when properly trimmed, was burying a little owing to too great press of mainsail, and with head sails doing no work to support her bows. A slight sea had risen, although the tide was still with us and with the wind, and once or twice she took it green as she plunged forward.

Then it was, as I held the Nona with difficulty thus, right in front of a wind that was now much too strong for her canvas, that I understood what had long puzzled me, and that is, why the ancients, down to the end of the dark ages in the Mediterranean, and to, perhaps, the fourteenth century in the North, continued to step the masts of their square rig so far aft. It was to prevent burying; to give the bow its chance of lifting to the sea. For this rig sailed at its best with the wind aft, and when their boats were running so with the great square sail driving them into the seas, had their mast been stepped forward, they would have buried dangerously.

And why do you think men were so long in adopting the fore and aft to larger boats?

But I cannot delay to consider such things of the past, for I am at the edge of Dungeness, and with my heart in my mouth lest at any moment she should gybe over.

I handed the helm to my companion, who had a better eye than I had, and a firmer hold, and he, with great skill, did just save the gybe. We had not the luck to hold the tide, we caught the turn of it and the early flood nearly two miles from Dungeness Point, and, as you may imagine, it raised a short and buffeting sea, which made our task the more perilous. My companion handled her beautifully, until I told him he could go as near as he liked to the end of the Ness, because the land shelves down here so steeply as to give one deep water right up against the shore. We were, perhaps, five minutes in the worst of the ordeal just opposite the lighthouse before we could put the helm a trifle over and get the wind fairly on our quarter and breathe again. It seemed about half an hour, for the strength of the tide, even against that wind, made us forge very slowly past the land, and it was astonishing to see the white foam racing by while the shingle, a stone’s throw away, barely crept past us; but save the gybe he did, as I said, and there came that placid moment when she would take a turn a little west of south, and then fairly west of south, and the roar of the wind was at her quarter and I had no excuse for an excessive nervousness. But she was pressing too hard altogether, so now we threw her round (as I ought to have done long before), took in two reefs, and then were able to set an easy and comfortable line for the doubtful harbour of Rye, which neither of us had yet made. We feared we might touch at the entry, but we had at least the comfort of a wind off the land, yet far round enough to take us in without beating, and we were on a rising tide.

I have often thought that a boat running snug, and properly reefed to suit the wind, is a model of the virtue which the theologians call temperance, and which has nothing to do with the historical dread of wine bred in those who have themselves suffered from, or have seen in their families, the disease called dipsomania. For temperance does not mean doing things half-heartedly, still less does it mean doing or not doing things extremely. It means suiting your implements to your motive power, and not carrying on at a risk. It is not unconnected with dignity, and there is something profound about it; I will call it the contralto among the virtues, and leave it at that.

We sped on (the stream against us, very slight now that we were inside the Ness); we saw before us the broomstick, or whatever you like to call it, which marks (or does not mark) the entry into Rye Haven, and the last bare remnant of what was once the crowded fairway, a market for the nations - the harbour of Rye.

È possibile che io esagiri l’effetto del male; è possibile che esista qualche rimedio innovativo, diverso da quello ovvio di rafforzare il potere della Corona, in grado di risolvere la situazione. Certamente è già successo in passato: la dissoluzione di un’istituzione apparentemente necessaria per la società ha portato alla scoperta dell’importanza di altre forze, che hanno salvato la società facendo emergere nuove energie insospettate. È possibile. Forse è anche probabile. Si spera che sia così. E questo è tutto ciò che si può dire.


Tali pensieri sono adatti a una calma pioggerellosa, e a tele bagnate che pendono inutilmente e senza vita in un’alba disperata su un mare privo di vita. Ma con l’arrivo di una leggera brezza, una brezza da nord-est nella luce crescente; con il suo soffiare via la pioggia nebbiosa e portando con sé un senso di rinnovamento al mattino, preferisco rivolgere i miei pensieri verso cose migliori, verso le realtà: verso le acque inglesi e la terra inglese.

La nebbia si dissipò dalle acque di Folkestone; la luce non solo divenne più intensa, ma assunse anche dei colori vivaci. Alla fine, sorse un’alba splendida sopra le scogliere di calcare del Kent e sulle rive della penisola. La vela, ancora umida, assorbiva bene il vento, anzi, forse lo tratteneva con troppa forza. Il mio compagno salì sul ponte al mattino, svegliato dal movimento dell’acqua e dal suono delle onde che battevano contro la nave. Per il momento l’acqua era calma: il vento soffiava leggermente al largo e avrebbe continuato così fino a quando non saremmo entrati nella baia della costa piatta, che si estende quasi in direzione sud e termina sulla spiaggia di Dungeness. In quel momento, eravamo ancora sotto l’influenza della marea bassa, quindi il vento soffiava nella stessa direzione del flusso dell’acqua.

Dopo l’alba, la brezza divenne più forte, persino violenta; ma poiché desideravo ardentemente superare il promontorio di Ness prima che la marea mi raggiungesse e creasse delle difficoltà, non intendevo rallentare. Continuai quindi la mia rotta, anche se, con una direzione sempre più a sud e con il vento che continuava ad intensificarsi, la situazione diventava sempre più rischiosa: il vento soffiava ormai quasi direttamente da poppa, l’albero di maestra era completamente esposto, e temevo che si verificasse una virata improvvisa. Per sfruttare al massimo anche la minima traccia di vento proveniente da nord, mi avvicinai ancora di più alla costa, correndo ulteriori rischi, soprattutto nel caso in cui il vento mantenesse quella direzione quando avremmo raggiunto la stretta curva del promontorio. Ormai navigavamo a tutta velocità; la Nona, pur essendo splendida quando ben impostata, stava perdendo un po’ di velocità a causa della pressione eccessiva esercitata dalla vela maestra, e le vele di prua non riuscivano affatto a sostenere la sua avanzata. Era già sorta una leggera marea; tuttavia, la corrente e il vento erano ancora a nostro favore, e la nave, un paio di volte, si impennò mentre procedeva in avanti.

Fu allora, mentre tenevo a fatica la vela Nona proprio di fronte a un vento ormai troppo forte per il suo tessuto, che capii ciò che da tempo mi lasciava perplesso: perché gli antichi, fino alla fine del Medioevo nel Mediterraneo e forse fino al XIV secolo nel Nord, continuavano ad impostare le ali delle loro imbarcazioni con i pennoni così indietro. Lo facevano per evitare che la vela venisse sommersa dall’acqua; volevano dare alla prua la possibilità di sollevarsi verso il cielo. Questo tipo di velatura funzionava al meglio quando il vento soffiava da dietro; e se i pennoni fossero stati posizionati più avanti, le imbarcazioni si sarebbero trovate in pericolo.

E perché pensi che gli uomini abbiano impiegato così tanto tempo ad adottare questa configurazione di prua e poppa per le imbarcazioni più grandi?

Ma non posso indugiare a riflettere su queste cose del passato, perché mi trovo ai margini di Dungeness e il mio cuore batte all’impazzata, temendo che da un momento all’altro lei possa cambiare rotta.

Passai il timone al mio compagno: lui aveva una vista migliore della mia e una presa più salda; con grande abilità riuscì a salvare la situazione. Non ebbero fortuna nel contrastare la forza della marea; ci trovammo di fronte alla sua corrente poco meno di due miglia da Dungeness Point, e, come potete immaginare, questo creò condizioni marine particolarmente pericolose. Il mio compagno gestì la barca con grande maestria, fino a quando non gli dissi che poteva avvicinarsi quanto voleva alla riva di Ness, poiché il terreno qui scende molto ripidamente, creando zone di acque profonde proprio accanto alla costa. Trascorremmo circa cinque minuti nelle condizioni più difficili, proprio di fronte al faro, prima di riuscire a orientare la barca in modo che il vento soffiasse alle nostre spalle e potessimo finalmente respirare liberamente. Sembrò trascorrere mezz’ora: la forza della marea, nonostante il vento contrario, ci faceva avanzare molto lentamente. Era sorprendente vedere le onde bianche schiumeggiare velocemente mentre i ciottoli, a pochi passi di distanza, ci superavano appena. Ma grazie alle sue abilità, riuscimmo infine ad approdare sani e salvi nel dubbio porto di Rye, un luogo che nessuno dei due aveva mai visitato prima. Temevamo di toccare le rive all’ingresso del porto, ma almeno il vento soffiava lontano dalla terraferma, permettendoci di entrare senza rischi, e inoltre eravamo sulla marea crescente.

Ho spesso pensato che una barca che naviga senza problemi e che è opportunamente attrezzata per adattarsi al vento rappresenti un modello della virtù che i teologi chiamano temperanza; questa virtù non ha nulla a che fare con quella paura storica del vino che si sviluppa in coloro che hanno personalmente sofferto di dipomania o ne hanno visto gli effetti nelle loro famiglie. La temperanza, infatti, non significa agire con scarso impegno, né tantomeno fare o non fare le cose in modo estremo. Significa utilizzare gli strumenti adeguati alle proprie forze e non procedere a rischio. Non è priva di dignità, anzi contiene qualcosa di profondo; la definirei il “contralto” tra le virtù. E basta così.

Proseguimmo il nostro viaggio; il corso d’acqua ci ostacolava leggermente ora che eravamo all’interno del lago Ness. Davanti a noi vedemmo quella sorta di “bastone da scopa”, o come si voglia chiamarlo, che segna – o forse non segna affatto – l’ingresso a Rye Haven; inoltre, notammo l’ultimo tratto nudo di ciò che un tempo era il trafficato viale principale del borgo, quel mercato internazionale che un tempo caratterizzava Rye, il suo porto.

The little town stood up inland, neat and beautiful, red and grey, a pyramid thrown up towards its squat steeple; for under that keen north-easterly air all was clear and well cut. The pilot-book gave us no comfort, it only told us that the deep changes with every gale, and, as for the lead, there was no use for it, the shore would come too steep; what we had to do was to look out for the outer buoy, and round it, hoping that as we turned we should neither touch nor get into irons, but still have the wind easterly enough to round to take us in.

On the plan I had by me the fairway was marked dangerously near the point from which the wind was coming, but I trusted to luck, and still kept her to her course.

Any man making Rye Haven must first resign himself to the will of God, and consider, especially if the boat is running and a little over-canvassed, that death is but a mighty transition; that it is all sand hereabouts, with no cruel rocks to tear the tender body with their horrid fangs; that nothing is worth calculating in life, because things happen by fate anyhow, or by chance, but certainly not by our direction; and that if, or when, she strikes, it will not be his fault. There is no man living that can ever tell you the deep into Rye harbour, for it shifts with every wind, and at the best it is of the narrowest. As for me, I have made it four times in my life, each time I have touched and never have I struck, and how the thing was done no one knows. Nevertheless, they still build ships in Rye, and the tradition of the sea is all about it, though what used to be the old haven is now a field.

I remember sitting up to a very late and clear sunset of a Whit Monday, gazing, under the sharp north-east breeze (the Nona moored at last to the wooden quay), at the pyramid of red roofs, and the highly successful walls and battlements of Rye, and considering within my mind many things.

First I considered within my own dear mind how marvellously this place had been preserved, seeing what modern England is, and what modern travel is. It is, of course, a Stage Scenery town, such as I have heard that Rothenburg is in Germany, and, therefore, there is an interest in preserving it; but I never heard that any such pains were taken to prevent its destruction by increase or rebuilding, or by any of those courses which bring death to beauty, such as a good train service, clubs, large and torturing hotels. Rye manages to live on. I suppose there is a spell. At any moment it may be broken, and the flood will pour in.

Being what it is, you cannot begin thinking about Rye without finding yourself dragged on to consider preciosity, and from that to the business of letters is but half a step.

Here at Rye did I meet and speak with Henry James, who was in the very heart of letters. Here also did I meet his brother, William James, whose business in life it was to write about philosophy, but whose conversation when I met him turned principally upon the subtle diplomatic genius of the King of England then reigning; upon the stability of English institutions; the excellence of the English police, and the singular faculty shown by our institutions of permitting differences without conflict. Also the piercing wit of the paper, Punch, and the profound wisdom of The Times. I had just come back with a companion from foreign parts; I had been sleeping rough, and I was in no condition to take part in polite conversation, so I did all the listening, and, as I listened, I still considered how literary was Rye. And so now, years after, looking at Rye from my boat, was I led on to consider the trade or business of letters.

When a writing man approaches that subject, he feels - at least I feel - like a man before a jumbled heap of material of all kinds - one of those refuse-heaps in which you may pick up stray bits of machinery, or salve a little fuel, or find what you will. Or again, it is like being in one of those shops - there are few of them left, alas! - where an old half-wit has collected all manner of things, so that one knows not whether to begin by the furniture, or the glass, or the pictures, or the second-hand telescopes, or the books. For there is an indefinite number of ways of considering letters.

To those who have had to pursue letters as a trade (and to this I have been condemned all my life since my twenty-fifth year) it certainly is the hardest and the most capricious, and, indeed, the most abominable of trades, for the simple reason that it was never meant to be a trade.

A man is no more meant to live by writing than he is meant to live by conversation, or by dressing, or by walking about and seeing the world. For there is no relation between the function of letters and the economic effect of letters; there is no relation between the goodness and the badness of the work, or the usefulness of the work, or the magnitude of the work, and the sums paid for the work. It would not be natural that there should be such a relation, and, in fact, there is none.

This truth is missed by people who say that good writing has no market. That is not the point. Good writing sometimes has a market, and very bad writing sometimes has a market. Useful writing sometimes has a market, and writing of no use whatsoever, even as a recreation, sometimes has a market. Writing important truths sometimes has a market. Writing the most ridiculous errors and false judgements sometimes has a market. The point is that the market has nothing to do with the qualities attached to writing. It never had and it never will. There is no injustice about it, any more than there is an injustice in the survival of beauty or ugliness in human beings, or the early death of the beautiful or the ugly. There is no more injustice about it than there is in a dry year hurting a root crop, and a wet harvest hurting a corn crop. The relationship between the excellence or the usefulness of a piece of literature, and the number of those who will buy it in a particular form, is not a causal relationship, it is a purely capricious one; and I, for my part, have never complained of the absence of a market, nor flattered myself upon the presence of one when a market turned up, though I have certainly been astonished at the way the market would behave.

La piccola città sorgeva nell’entroterra, ordinata e bella, con i suoi colori rossi e grigi; una piramide che si innalzava verso la sua torre tozza. A causa di quel vento freddo e pungente proveniente da nord-est, tutto era chiaro e ben definito. Il libro di bordo non ci offriva alcun conforto: indicava soltanto che le condizioni del mare cambiavano drasticamente con ogni tempesta, e per quanto riguardava la rotta da seguire, non c’era modo di prevederla con precisione, poiché la costa era troppo scoscesa. L’unica cosa da fare era tenere d’occhio il faro esterno e aggirarlo, nella speranza che, facendolo, non finissimo contro le rocce né entrassimo in acque pericolose, ma che il vento fosse abbastanza orientato a est da permetterci di proseguire sulla nostra rotta.

Nel piano che avevo con me, il percorso era segnalato in modo pericoloso vicino al punto da cui soffiava il >vento, ma ho confidato nella fortuna e comunque l’ho fatto proseguire lungo la sua traiettoria.

Qualsiasi uomo che intenda navigare nel porto di Rye deve prima sottomettersi alla volontà di Dio e considerare, soprattutto quando la barca è in movimento e leggermente fuori controllo, che la morte non è altro che un passaggio inevitabile; che in queste acque ci sono soltanto sabbia, senza rocce crudeli capaci di lacerare il corpo umano con i loro denti spaventosi; che nulla nella vita merita davvero di essere calcolato, poiché tutto accade per destino o casualità, ma certamente non per nostra volontà; e che, qualora ciò dovesse accadere, non sarebbe certo colpa nostra. Non esiste nessuno al mondo in grado di descrivere con precisione le profondità del porto di Rye, poiché queste cambiano ad ogni brezza, e nel migliore dei casi il canale è estremamente stretto. Per quanto mi riguarda, l’ho attraversato quattro volte nella mia vita; ogni volta ho toccato la riva senza mai incagliarmi, ma nessuno sa esattamente come sia stato possibile farlo. Tuttavia, le persone continuano a costruire navi a Rye, e la tradizione marittima sopravvive ancora, anche se ciò che un tempo era il vecchio porto oggi è solo un campo aperto.

Ricordo di essermi alzato fino a tardi, per godermi un tramonto chiaro e splendido in una Whit Monday; sotto la forte brezza proveniente da nord-est (la Nona era finalmente attraccata al molo di legno), fissavo quella piramide di tetti rossi, nonché le imponenti mura e i parapetti di Rye. E nel frattempo riflettevo su molte cose.

Innanzitutto, riflettei dentro di me stesso su quanto meravigliosamente questo luogo fosse stato conservato, considerando com’è l’Inghilterra moderna e come siano i viaggi al giorno d’oggi. Ovviamente si tratta di una città “scenografica”, simile a Rothenburg in Germania; per questo motivo c’è il desiderio di preservarla. Tuttavia, non avevo mai sentito parlare di tali sforzi per impedirne la distruzione dovuta all’aumento demografico, alla ricostruzione o ad elementi che distruggono la bellezza naturale, come i buoni servizi ferroviari, i club o gli hotel grandi e invasivi. Rye riesce comunque a sopravvivere. Immagino ci sia qualche “incantesimo” che la protegge. Ma in qualsiasi momento questo incantesimo potrebbe spezzarsi, e allora il disastro sarebbe inevitabile.

Essendo ciò che è, non si può iniziare a pensare al grano saraceno senza ritrovarsi costretti a considerare anche aspetti di raffinatezza; e da lì, il passo verso il mondo della letteratura è davvero breve.

Ecco, a Rye, che ho incontrato e parlato con Henry James, il quale era veramente al centro del mondo letterario. Qui ho anche conosciuto suo fratello, William James: la sua attività nella vita consisteva nel scrivere di filosofia, ma durante le nostre conversazioni si discuteva principalmente del genio diplomatico del re d’Inghilterra allora regnante, della stabilità delle istituzioni inglesi, dell’eccellenza della polizia inglese, nonché della straordinaria capacità delle nostre istituzioni di permettere le differenze senza conflitti. Ho anche apprezzato l’acuto umorismo del giornale “Punch” e la profonda saggezza de “The Times”. Ero appena tornato da un viaggio all’estero; avevo dormito in condizioni molto primitive, quindi non ero nelle condizioni di partecipare a conversazioni raffinate. Così ho ascoltato soltanto, e mentre ascoltavo, continuavo a riflettere su quanto Rye fosse una città letteraria. E ora, anni dopo, guardando Rye dal mio battello, sono stato spinto a riflettere ancora sul mondo della letteratura.

Quando uno scrittore affronta quell’argomento, si sente – almeno io mi sento così – come un uomo di fronte a un mucchio disordinato di materiali di ogni tipo: uno di quei cumuli di rifiuti in cui si possono trovare pezzi di macchinari, un po’ di carburante, o qualsiasi cosa si voglia. Oppure è come trovarsi in uno di quei negozi – ne sono rimasti pochi, purtroppo! – dove un vecchio sciocco ha raccolto ogni sorta di cose, tanto che non si sa da dove cominciare: se con i mobili, il vetro, i quadri, i telescopi di seconda mano. O forse i libri. Infatti, esistono un numero infinito di modi per considerare la letteratura.

Per coloro che hanno dovuto dedicarsi alla letteratura come mestiere (e io stesso sono stato condannato a farlo per tutta la mia vita, a partire dai venticinque anni), è senza dubbio il mestiere più difficile e capriccioso, anzi, il più abominevole di tutti, semplicemente perché non era mai destinato a essere considerato un vero e proprio mestiere.

Un uomo non è destinato a vivere scrivendo tanto quanto non lo è a vivere attraverso la conversazione, l’abbigliamento o il viaggiare per vedere il mondo. Infatti, non esiste alcuna relazione tra la funzione delle lettere e l’effetto economico che esse producono; né esiste alcun legame tra la qualità o la scarsa qualità del lavoro svolto, la sua utilità o la sua rilevanza, e le somme di denaro pagate per esso. Non sarebbe naturale che ci fosse tale relazione, e in realtà non ce n’è affatto.

Le persone che sostengono che la buona scrittura non abbia mercato non comprendono questa verità. Il punto non è questo: a volte la buona scrittura ha mercato, così come a volte quella molto scadente ne ha; a volte la scrittura utile trova acquirenti, e allo stesso modo anche quella del tutto inutile, persino se destinata al puro divertimento. Scrivere verità importanti può talvolta generare interesse di mercato, così come formulare errori ridicoli o giudizi falsi. Il fatto è che il mercato non ha alcuna relazione con le qualità intrinseche della scrittura: non l’ha mai avuta e non la avrà mai. Non c’è alcuna ingiustizia in questo, proprio come non ce n’è nell’esistenza della bellezza o della bruttezza negli esseri umani, né nella morte prematura di chi è bello o brutto. Non c’è più ingiustizia di quanto ci sia nel fatto che un anno secco possa danneggiare una coltura radicale, oppure che una stagione piovosa possa rovinare quella del mais. La relazione tra l’eccellenza o l’utilità di un’opera letteraria e il numero di persone che la acquistano non è di natura causale, ma puramente casuale; personalmente, non mi sono mai lamentato dell’assenza di mercato, né mi sono compiaciuto della sua presenza quando si presentava, anche se ho certamente rimasto sorpreso dal suo comportamento.

For some few months thousands upon thousands - at one moment 60,000 a week - of the articles I wrote upon the War were demanded by the public. Some months later the same articles, of the same value, or lack of value, were no longer demanded. There was no particular reason, the articles were clear, and based upon such insufficient knowledge as I shared with all my fellow-citizens. I had no private information save upon the point of numbers, and that was the very point upon which the public grew most easily fatigued, and were at last most sceptical.

Mr Hutchinson, for whose work I personally have (though I am afraid my judgement is not worth much in these things) a great liking, wrote among other books a book called Once Aboard the Lugger. It was exceedingly amusing, fresh, and, as I should have said, well worth anybody’s buying. I do not know how many copies he sold of it, but I should imagine nothing very astonishing. A little while after he wrote a book called If Winter Comes, and it sold by the stack, and by the ton. One could see it piled up man-high upon the counters of shops in America, and it sold, and it sold, and it sold.

Mr Wells wrote a book which is most remarkable, and will probably make a mark in English literature. It was called The Time Machine. When Henley (I think it was) was bringing it out by instalments, the appearance of each was, for me at least, and for very many others, the chief event of the month. I do not know how many copies he sold, but there again I will swear nothing comparable to the numbers he has sold of later books which certainly will not stand out in English literature. That one which I hear has sold most largely has always seemed to me to be a mere repetition of what his audience already thought they knew, and of a philosophy which they already held: I mean his Outline of History. It was mainly a repetition of the popular mythology of today, of antiquated scientific jargon, full of the popular errors, but it was clear, well-proportioned, and vivacious, showing a rare economy in the use and placing of words. It was also (and that is high minor praise for any book purporting to deal with history) astonishingly accurate in details. The names were properly spelt; south was never written for north, nor east for west; the dates were all right. Anyone who has attempted the writing of history will not belittle such a feat: I, least of all, because I am constitutionally inaccurate in such things, and I will write left for right and north for south as a matter of course, and the word ‘Tyre’ for the word ‘Acre’, and so on. At any rate, the book, with all its good and bad qualities, is obviously not of the first class, and equally obviously is not destined to endure, while The Time Machine is quite certainly of the first class, and is quite likely to endure. But I believe that the huge ephemeral demand for the Outline of History created no special, certainly no very great, demand for the more permanent The Time Machine. In general, I am assured by publishers that when there is a sudden boom in a writer’s work, they hardly ever manage to float on that boom a resale of earlier works; while if these earlier works are unknown, it is almost impossible to give them a popular fame on the strength of the later works. Witness the late Mr Hudson’s Crystal Age. I came across it as a young man in a bookshop in the Euston Road on a winter evening. I took it up and began reading it, and I read it so long that the bookseller told me I must buy it, which I did. Now, towards the end of Mr Hudson’s life he became deservedly famous as a writer upon the things of the natural world, and especially upon animals. But what made him famous was not his subject, though he was both accurate and learned; it was his manner of writing. One would have expected, therefore, that the Crystal Age would, upon his fame tardily arising, have a quiet and equal fame. It did not. I say that there are no laws governing these movements. They are capricious and incalculable.

Sometimes one hears that a great demand for a book, or for a set of newspaper articles, is due to something touching a common feeling in a particular fashion, something which great bodies of men necessarily feel together. There is a sense, of course, in which that is a mere truism, for it is clear that obscure stuff, or stuff dealing with matters that could not interest great numbers, will never sell. Why should it? But if the statement is intended to mean (as it usually is) that whatever sells in great numbers does so through this quality of a common appeal, that anything having this quality will always sell in great numbers, and that this quality is in some way a rare thing discoverable only in ‘best sellers’, then the statement is manifestly false. A great deal of matter which possesses this appeal - enormously the greater part of such matter - remains unknown, and that which is best known is often rather weak in such an appeal. There are a great many factors entering into the result of a great popular demand which people forget because they are irrational: fashion is one, routine is another, inertia is a third. I know one man whose name, for the honour I bear it (he is now dead), I would not publish, since what I am about to say of his work is not flattering. He wrote a great number of stories, all of them with exactly the same plot and exactly the same characters. There was a beautiful chocolate-box girl, there was a villain, there was a hero who became rich after being poor, there were parents who objected to the match, and there was a racehorse. Had he departed from the formula, he would not have sold. As it was, he sold by the million. He was not only as modest a man as you could find, but exceedingly generous. He put on no airs; he made no error as to the nature of his success; he is already forgotten. Nothing shall persuade me that any one of many thousand men could not have written exactly the same; but a certain vast public got used to that particular insipid food, and wanted it unchanged, just as you and I get used to a particular kind of breakfast, and eat it every day of our lives.

Per alcuni mesi, migliaia e migliaia di persone – fino a 60.000 al giorno – richiedevano agli editori gli articoli che scrivevo sulla guerra. Alcuni mesi dopo, gli stessi articoli, con lo stesso valore o la stessa mancanza di valore, non venivano più richiesti. Non c’era alcuna ragione particolare: gli articoli erano chiari e basati su conoscenze piuttosto limitate, quelle che condividevo con tutti i miei concittadini. Non possedevo informazioni private, se non riguardo ai numeri; ed era proprio su questo punto che il pubblico iniziò a perdere interesse e ad assumere un atteggiamento sempre più scettico.

Il signor Hutchinson, il cui lavoro personalmente apprezzo molto (sebbene temo che il mio giudizio in queste cose non abbia grande valore), ha scritto, tra le altre opere, un libro intitolato “Once Aboard the Lugger”. Era estremamente divertente, originale e, come avrei dovuto dire, assolutamente degno di essere acquistato da chiunque. Non so quante copie abbia vendute, ma immagino che non siano state molte. Poco dopo ne scrisse un altro intitolato “If Winter Comes”, che vendette in quantità enormi: si potevano vedere mucchi di quelle copie alti quanto una persona sugli scaffali dei negozi in America, e continuavano a vendersi, ancora e ancora.

Il signor Wells scrisse un libro davvero straordinario, che probabilmente lascerà un segno nella letteratura inglese. Si intitolava “La macchina del tempo”. Quando Henley lo pubblicò a puntate, l’uscita di ogni numero rappresentava, per me almeno e per molti altri, l’evento principale del mese. Non so quante copie abbia venduto, ma posso giurare che i numeri venduti da quel libro non sono paragonabili a quelli dei suoi libri successivi, che certamente non si distingueranno nella letteratura inglese. Quel libro che, a quanto pare, ha avuto il maggior successo, secondo me, è stato soltanto una ripetizione di ciò che il suo pubblico già riteneva di sapere e di una filosofia che già condivideva: intendo dire “Sintesi della storia”. Era essenzialmente una ripetizione della mitologia popolare contemporanea, piena di termini scientifici obsoleti e di errori comuni; tuttavia era chiara, ben strutturata e vivace, e mostrava una rara economia nell’uso delle parole. Era anche sorprendentemente accurata nei dettagli: i nomi venivano scritti correttamente, il sud non veniva mai confuso con il nord, né l’est con l’ovest; le date erano tutte esatte. Chiunque abbia provato a scrivere di storia non sottovaluterà un simile risultato. Io meno di tutti, poiché per natura sono inaffidabile in queste cose: scrivo “sinistra” invece di “destra”, “nord” invece di “sud”, e così via. Comunque sia, il libro, con tutte le sue qualità positive e negative, ovviamente non appartiene alla prima categoria. E altrettanto chiaramente non è destinato a durare nel tempo; mentre “La macchina del tempo” sicuramente appartiene alla prima categoria e molto probabilmente sopravviverà. Tuttavia credo che la grande richiesta momentanea per “Sintesi della storia” non abbia creato una domanda particolare, tantomeno elevata, per il più duraturo “La macchina del tempo”. In generale, gli editori mi dicono che quando c’è un improvviso aumento delle vendite di un libro di uno scrittore, raramente riescono a sfruttare tale momento anche per le sue opere precedenti; mentre se queste opere precedenti sono sconosciute, è quasi impossibile farle diventare popolari grazie alle opere successive. Basta pensare all’opera postuma del defunto signor Hudson, “L’era di cristallo”. L’ho incontrata da giovane in una libreria sulla Euston Road, una sera d’inverno. L’ho letta per così tanto tempo che il libraio mi ha suggerito di comprarla, e l’ho fatto. Verso la fine della sua vita, il signor Hudson divenne meritatamente famoso come scrittore di opere sul mondo naturale, soprattutto sugli animali. Ma ciò che lo rese famoso non fu certo l’argomento trattato – anche se era accurato e erudito – bensì il suo stile di scrittura. Si sarebbe potuto pensare quindi che “L’era di cristallo”, con la sua fama che arrivava in ritardo, avesse goduto di una popolarità altrettanto stabile. Ma non fu così. Dico che non esistono leggi che possano spiegare questi fenomeni: sono capricciosi e imprevedibili.

A volte si sente dire che una grande richiesta di un libro o di una serie di articoli giornalistici sia dovuta al fatto che essi toccano in modo particolare un sentimento comune, qualcosa che molte persone provano inevitabilmente insieme. Certo, in un certo senso questa affermazione è puramente ovvia: è evidente infatti che testi banali o che trattano di argomenti che non possono interessare un gran numero di persone non avranno mai successo commerciale. Perché dovrebbero? Tuttavia, se con questa affermazione si intende dire (come di solito accade) che ciò che vende in grandi quantità lo fa proprio grazie a questo carattere di appeal comune, che qualsiasi cosa possieda tale qualità avrà sempre successo commerciale, e che questa qualità sia in qualche modo qualcosa di raro riscontrabile soltanto nei “bestseller”, allora l’affermazione è chiaramente falsa. Molte opere che possiedono questo tipo di appeal – la stragrande maggioranza di esse, anzi – rimangono sconosciute; quelle più note spesso sono piuttosto scarse in termini di capacità di attrarre il pubblico. Ci sono moltissimi fattori che influenzano il successo commerciale di un’opera, e le persone tendono a dimenticarseli perché sono irrazionali: la moda ne è uno esempio; così come la routine e l’inerzia. Conosco una persona il cui nome, per rispetto (ora è morto), non vorrei pubblicare. Ciò che sto per dire sul suo lavoro infatti non è lusinghiero. Scrisse un gran numero di storie, tutte con lo stesso identico plot e gli stessi personaggi: c’era sempre una bella ragazza, un cattivo, un eroe che diventava ricco dopo essere stato povero, genitori che si opponevano al matrimonio. Se avesse cambiato questa struttura, i suoi libri non sarebbero mai stati venduti in grandi quantità. Invece, ne vendette milioni. Era non solo una persona estremamente umile, ma anche molto generosa: non si dava arie, non fraintendeva mai la natura del proprio successo. Ora è già dimenticato. Niente potrà convincermi che migliaia di persone non potrebbero scrivere esattamente lo stesso. Ma un certo pubblico si è abituato a quel tipo di contenuti banali e li vuole così com’è, proprio come io e te ci abituiamo a un certo tipo di colazione e la mangiamo ogni giorno della nostra vita.

Of course, there is a different set of factors operating in different phases of society. The popular best-seller of today depends upon the existence of our great towns with their machine-made citizens, all working blindly in little grooves, lacking any common direction - a dust of individuals. He depends also on that new-fangled, mechanical, and, let us hope ephemeral, institution called ‘popular education’. If you tell millions of boys and girls (nearly all the citizens of the State), at the age when they receive unquestioning any dogmatic teaching, that their ancestors were repulsive savages, first actually bestial, later exceedingly vile, and that these ancestors passed through certain stages, and were ‘Cavemen’, and men of the ‘Stone Age’, and of the ‘Bronze Age’, and so forth; then, obviously, writers using such terms, and taking for granted such a mythology, will fit in with the popular market. The demand for books, or of writing in any form, is created by minds already moulded, and any kind of writing which tends to break the mould is resented and left on one side. In older phases of society, judgement upon writing was passed by a few well-trained and leisured people, who handed down their judgements to a larger class, but still a small class compared with the whole State; and it is clear that in such a condition of society - which was that of England from the last third of the eighteenth century to the last third of the nineteenth - there would be no best sellers in our modern sense, and that there would be a nearer approach between the demand for a book and its excellence. But there also the mould had to be considered. Macaulay’s false rhetoric sold well, because it agreed with the religion of his day. No historical work telling the truth about James II would have sold in his day, nor for that matter would any such matter sell in ours.

For religion is here, as elsewhere, at the root of effect. Robert Louis Stevenson was an excellent writer, but his popularity reposed not upon his excellence alone, but also upon the consonance of his religion with that of his readers. A man who was perpetually telling you that it was your duty to be cheerful, that you must take pleasure in God’s creation, that you had a ‘task of happiness’ would cut no ice with the Irish, or with the Italians, or, in general, with the Catholic culture of Europe, but he rings true in the ears of the Protestant culture. Conversely, what the French powerfully call the ‘bitter taste of reality’ has very little chance with the crowd of the North. It is a spur and a relish to the crowd of the South. You could not sell Barrie in Arles nor Baudelaire in Pudsey.

The truth remains that the relation, or the lack of relation, between the economic result of a literary effort and its success as a piece of craft is of very much less importance than the consideration of the Canon, the attempt to achieve a standard. To get a Canon is the first requirement of letters. For though it is said that time will test literature for us in any case, this is not universally true; and, even in so far as it is true, it is better to have the good things to our hand than to wait for time to establish them. Such a Canon requires not only intelligent analysis, but a common philosophy into which our rules must fit. It is, therefore, with great difficulty arrived at, or perhaps not to be arrived at at all, in a period of confusion like ours. But the attempt to arrive at it never loses interest - no, not even today.

One of the things which always seems to me best worth saying in connexion with letters is that prose should be distinguished, not only from verse, but also from rhetoric; and that prose in itself, mere lucid, economic, unornamented prose, is the foundation of good letters.

If the national prose is sound, the rest of national expression will come of itself. But this matter of prose has today been nearly forgotten. For most of us perhaps the phrase ‘good prose’, or ‘fine prose’, really means rhetoric. It means a passage in which the soul is stirred by a choice of rhythm and sound, and a mystical connotation of words in some passage not definitely reduced to versification. Thus all the great passages from the Jacobean translation of the Hebrew scriptures, which are familiar as examples to our generation, are essentially rhetoric; so are the excerpts quoted from Bunyan, such as the fine closing passage of the Pilgrim’s Progress’, so is every single passage quoted from Carlyle; so are even those quoted from Newman and (I am sorry to say) those quoted from the greatest of our modern prose writers, Huxley.

But prose is rightly to be distinguished from anything of that kind. The excellence of prose lies in its adaptation to the function of intelligent expression or of narration. It is a statement; the end of it is not the exciting of emotion but the clear presentation, whether of a record (in fiction or fact) or of an idea, which the writer desires to communicate to his fellows.

He that succeeds in presenting the idea lucidly, so that no modification or subsidiary idea confuses the process; he that succeeds in presenting as vividly to the reader an image of particular fact, or of imagined fiction, vividly arisen in his own mind, is a writer of good prose; and the better he succeeds in this faculty of mere exposition, the more he excels in the supreme character of lucidity, the better his prose. Prose which is redundant is worse than prose which is economic in the use of words, simply because economic prose is the better statement. Exactitude of word and idea makes better prose than the use of many synonyms and of vague terms, simply because it ministers to lucidity. A mass of adjectives or adverbs is usually (not always) ill in prose, because usually (not always) the idea which the writer has to express does not involve all these modifications; they only slip from his pen through laziness or through having heard them before. It is obviously better prose to say ‘I was tired out,’ than to say ‘I was wholly tired out,’ unless for any particular reason you wish to express complete exhaustion. It is obviously better prose to say ‘The sky’, than ‘The blue sky’, unless for any particular reason you are concerned in your description with the colour of the sky.

Certo, ci sono diversi fattori che agiscono nelle varie fasi della società. Il bestseller più popolare di oggi dipende dall’esistenza delle nostre grandi città e dei loro cittadini “fatti in serie”, tutti impegnati in attività meccaniche e prive di una direzione comune; inoltre, dipende anche da quell’invenzione moderna, meccanica e, speriamo, effimera chiamata “istruzione popolare”. Se si dice a milioni di ragazzi e ragazze – quasi tutti i cittadini dello Stato –, all’età in cui ricevono insegnamenti dogmatici senza discutere, che i loro antenati erano selvaggi repellenti, prima ancora bestiali e poi estremamente vili, e che questi antenati hanno attraversato diverse fasi storiche (era del Cavaliere, dell’Età della Pietra, dell’Età del Bronzo, ecc.), allora ovviamente gli scrittori che utilizzano tali termini e danno per scontata tale mitologia riusciranno a soddisfare le esigenze del mercato popolare. La domanda di libri, o di qualsiasi forma di scrittura, viene creata da menti già plasmate in determinati schemi; qualsiasi tipo di scrittura che tenda a rompere questi schemi viene invece respinta e ignorata. Nelle fasi più antiche della società, il giudizio su una opera letteraria veniva espresso da poche persone ben formate e disponibili; tali giudizi venivano poi trasmessi a un gruppo più ampio di persone, ma comunque limitato rispetto all’intera popolazione dello Stato. È evidente che in una società del genere – quella dell’Inghilterra dal terzo ultimo quarto del XVIII secolo al terzo ultimo quarto del XIX secolo – non ci sarebbero stati bestseller nel senso moderno; la domanda di un libro sarebbe stata più legata alla sua qualità reale. Tuttavia, anche in quel contesto esistevano schemi predefiniti che influenzavano la produzione letteraria: la retorica falsa di Macaulay vendette bene perché si adattava alle credenze religiose del suo tempo; nessun lavoro storico che raccontasse la verità su Giacomo II avrebbe venduto bene all’epoca, e lo stesso vale oggi.

Perché la religione, qui come altrove, è alla radice di ogni effetto. Robert Louis Stevenson era un ottimo scrittore, ma la sua popolarità non derivava soltanto dalla sua eccellenza, ma anche dall’armonia tra la sua fede e quella dei suoi lettori. Un uomo che continuasse a dire alle persone che è loro dovere essere felici, che devono trovare piacere nella creazione di Dio, che hanno “un compito legato alla felicità”, non avrebbe trovato alcuna risposta tra gli irlandesi, gli italiani o, in generale, nella cultura cattolica europea; invece, queste idee risuonano con forza nella cultura protestante. Al contrario, ciò che i francesi definiscono “l’amara realtà” ha poche possibilità di essere accettato dalla gente del Nord; per il popolo del Sud, invece, rappresenta uno stimolo e un piacere. Non si potrebbero vendere le opere di Barrie ad Arles né quelle di Baudelaire a Pudsey.

La verità è che il rapporto, o l’assenza di rapporto, tra il risultato economico di un’opera letteraria e il suo successo come opera d’arte ha una rilevanza molto inferiore rispetto all’esame del Canone, ovvero al tentativo di raggiungere uno standard qualitativo. Definire un Canone rappresenta la prima condizione necessaria per lo sviluppo delle lettere. Anche se si dice che sia il tempo a verificare il valore della letteratura, ciò non è sempre vero; e anche nel caso in cui lo fosse, sarebbe meglio disporre già delle opere di qualità piuttosto che aspettare che il tempo le riconosca. Definire un Canone richiede non solo un’analisi approfondita, ma anche una filosofia condivisa alla quale tali regole debbano adattarsi. Pertanto, raggiungerlo in un periodo di confusione come il nostro è estremamente difficile, o forse addirittura impossibile. Tuttavia, il tentativo di definirlo non perde mai il suo interesse, no, nemmeno oggi.

Una delle cose che sempre mi sembrano le più importanti da dire in relazione alla scrittura è che la prosa debba essere distinta non solo dalla poesia, ma anche dalla retorica; e che la prosa in sé stessa, semplicemente chiara, concisa e priva di ornamenti, sia la base di una buona scrittura.

Se la prosa nazionale è solida, il resto delle espressioni culturali di quel popolo seguirà naturalmente. Ma oggi questa questione della prosa è quasi stata dimenticata. Per la maggior parte di noi, l’espressione “buona prosa” o “prosa raffinata” indica in realtà retorica: si tratta di passaggi nei quali l’anima viene commossa da una scelta accurata di ritmo e suono, nonché da un significato mistico delle parole, senza che tali passaggi siano necessariamente versificati. Ecco perché tutti i grandi brani della traduzione giacobiana delle Scritture ebraiche, ben noti a questa generazione come esempi di prosa eccellente, sono essenzialmente retorici; lo stesso vale per gli estratti citati da Bunyan, come il bellissimo finale de “Il Pellegrinaggio del Pellegrino”; lo stesso vale per ogni singolo passaggio citato da Carlyle, così come per quelli di Newman e, (mi dispiace dirlo) anche per quelli del più grande dei nostri scrittori moderni di prosa, Huxley.

Ma la prosa deve essere giustamente distinta da tutto ciò che rientra in quella categoria. L’eccellenza della prosa risiede nella sua capacità di adattarsi alla funzione dell’espressione intellettiva o della narrazione. È un’affermazione; lo scopo della prosa non è suscitare emozioni, ma presentare in modo chiaro, sia un resoconto (in ambito narrativo o storico) che un’idea, che l’scrittore desidera comunicare ai suoi lettori.

Chi riesce a presentare un’idea in modo chiaro, in modo che nessuna modifica o idea secondaria possa confondere il processo di esposizione; chi riesce a trasmettere al lettore in modo vivido l’immagine di un fatto concreto o di una finzione immaginaria, così come si è formata nella propria mente, è uno scrittore di buona prosa. E più egli riesce in questa capacità di semplice esposizione, più eccelle nel carattere supremo della chiarezza; migliore sarà quindi la sua prosa. Una prosa ridondante è peggiore di una prosa che utilizza le parole con economia, semplicemente perché quest’ultima rappresenta un’espressione più efficace. L’accuratezza nel selezionare le parole e nell’esprimere le idee rende la prosa migliore dell’uso di molti sinonimi o di termini vaghi, proprio perché contribuisce alla chiarezza del messaggio. Un’eccessiva quantità di aggettivi o avverbi è solitamente (ma non sempre) dannosa nella prosa, perché spesso l’idea che lo scrittore vuole esprimere non richiede tutte queste aggiunte; tali elementi vengono semplicemente inseriti per pigrizia o perché sono stati già uditi in precedenza. È ovviamente migliore dire “Ero stanco” piuttosto che “Ero completamente esausto”, a meno che non ci sia un motivo specifico per enfatizzare l’estrema stanchezza. Allo stesso modo, è meglio dire “Il cielo” piuttosto che “Il cielo blu”, a meno che non si voglia sottolineare in particolare il colore del cielo.

But the worst enemy of prose today is the snobbishness of rules and forms, the mumbo-jumbo of hieratic prescription. The influence of these is a very good example of that excellent rule laid down by St Thomas Aquinas that all evil exists in mistaking, or misusing, the means for the end. This plague of pedantry does not rage quite as severely as it did when I was young, but it is still pretty severe. You are told that it is good prose, for instance, to have as few adjectives as possible. That is nonsense. It is good prose to have as many adjectives as you need, and no more. You are told, as a sort of eleventh commandment, never to split an infinitive; the rule is that of an excellent master of English, the late Professor Ker, who adds, ‘except when euphony demands it’. I would go further; I would say that when the spoken language has arrived, as ours has today, at the universal use of the split infinitive, the written language may follow at some little distance behind. We are told that prose must never be emphatic, or excited, or this, or that, or the other. All that is nonsense. Prose must be emphatic when special emphasis is to be expressed, excited when excitement is to be expressed, and so forth. But certainly the character of good prose is the subordination of everything in it to the end, which is expression of what you have to say; and that is the distinction between good prose and rhetoric and verse. For in rhetoric and in verse the end is the emotion you desire, non-rationally, to excite; but in prose the end is rational, presentation, narration, or statement of thesis: nothing more.

Judged by such standards, the two best prose writers in English arc, I think, Dean Inge and Mr Gosse; for they, each of them, write on subjects where they have much to say, with the use of no words other than those needed for such expression, and they put those words invariably in the right order. Cecil Chesterton is dead.

I had almost written that there is no such thing as ‘great’ prose, in the sense in which there is ‘great’ rhetoric or ‘great’ verse. The very best prose may be dull if the subject expressed is dull to the reader. You will get no better prose, for instance, than Newman’s Arians of the Fourth Century. It is not dull to me, because I happen to be interested in that bit of history, but it would be fiercely dull to any reader who was not. Nevertheless it is first-rate prose. Newman, having to write about a particular thing upon which he had made himself immensely learned; having to tell a certain number of facts, and to express a certain number of ideas, does so with the best choice of words in the best order - and that is prose.

The very fact that any sound definition of prose involves many negatives and only on positive (to wit, the positive need for lucid expression) makes it true that good prose is a common art. Excellence in prose is not common to all: far from it; but the faculties whereby excellence is reached are common to all. A man who is a first-rate walker, who carries his body with an exact poise, who can walk far without fatigue, and at a good pace, is a rare man; but we can all walk, and we all approach in various degrees, the standard that man has reached. So it is with prose. Those who think that good prose must have something odd about it - a few archaic words, little eighteenth-century tricks here and there, subjunctives popped in, like currants into a cake - these resemble men who in walking every now and then in high spirits do a little dance for fun. They are free to do so; we are not displeased. We cannot help noticing them (which is, perhaps, their object), and no one is the worse for the gambado. But in so far as they indulge in the fantasy, they are not walking; and if they do it the least bit too much, they are playing the fool. A wise man said to me once, ‘Don’t go and get your words from the artist colourman’s.’ Would that I had remembered his words in youth as I now humbly acknowledge them in age.

But the rhetorician wisely indulges in extravagance, and as for the poet, he may use what words he likes, and go to any extreme, or to any excess, so long only as he hits the mark. For it is with poetry as with love and with singing in time. It is with poetry as with the sense of reality. It is with poetry as with the toothache. Either you have it, or you have it not.

There is no getting near poetry; and though there are degrees in it, the boundary between its being and its not being is as sharp as a razor: on the one side is It, and on the other is nothingness. By which I do not mean to say that poetry is only found in certain violent stabs of emotion such as Shakespeare and Keats can launch, for it often inhabits page upon page, as throughout (I will maintain) all the Fourth Book of Paradise Lost, and countless other great achievements of the past in every tongue. But I mean that in a long flight or a short one, immediate or continuous - poetry is poetry, and not to be mistaken for anything else. Charles Kingsley (I ought to have dragged this in at Appledore, and not have waited for Rye) said to a woman, ‘Madam, there is poetry and there is verse; and verse is divided into two kinds - good verse and bad verse. What you have here shown me is not poetry, it is verse. It is not good verse, it is bad verse.’


But, really, if I go on in this endless way of discussing the difficult trade of letters, I shall never get her nose round for the sea again. I had almost forgot I was sailing. What! Of two such occupations, the benediction of dealing with the sea and the degradation of scribbling, can you forget the better for the worse? I can. I am of a fallen race. I follow downwards.

But I am aboard the Nona again, and must put her out down channel. This will I now do, and sail out of Rye by the first of the ebb under too strong a north-east wind at two o’clock in the morning with the waning moon just rising, the sky clear, two reefs in my mainsail, the second jib and a reef in my foresail, knowing well that I must watch all night, and that I shall get no sleep till morning. For it is one of the glories of sailing that you are under the authority of the heavens, and must submit to the whole world of water and of air, of which you are a part, not making laws to yourself capriciously, but acting as servant or brother of universal things.

Ma il peggiore nemico della prosa oggi è lo snobismo delle regole e delle forme, il gergo complesso delle prescrizioni formali. L’influenza di queste pratiche rappresenta un ottimo esempio di quella eccellente regola enunciata da San Tommaso d’Aquino: tutto il male deriva dall’errore o dall’abuso dei mezzi per raggiungere un fine. Questa piaga della pedanteria non è più così diffusa come quando ero giovane, ma rimane comunque grave. Ci viene detto, ad esempio, che una buona prosa dovrebbe contenere il minor numero possibile di aggettivi. Ma è assurdo: una buona prosa deve utilizzare gli aggettivi nella misura necessaria, e basta. Ci viene anche imposto di non dividere mai un infinitivo. Questa regola proviene da un eccellente maestro di inglese, il defunto Professor Ker, che aggiungeva: “Tranne quando l’eufonia lo richiede”. Io andrei ancora oltre: direi che, quando la lingua parlata ha raggiunto, come la nostra oggi, l’uso universale del verbo diviso in infinitivo, anche la lingua scritta può seguirne l’esempio. Ci viene detto inoltre che la prosa non debba mai essere enfatica, appassionata, o seguire alcuna regola particolare. Ma tutto ciò è assurdo: la prosa deve essere enfatica quando serve esprimere un’emozione particolare, appassionata quando serve trasmettere emozione, e così via. Ma il carattere distintivo di una buona prosa è sicuramente la sottomissione di ogni elemento al fine ultimo, che è quello di esprimere chiaramente ciò che si vuole comunicare; ed è proprio questo che distingue la buona prosa dalla retorica e dalla poesia. Nella retorica e nella poesia l’obiettivo finale è suscitare emozioni in modo irrazionale; nella prosa, invece, l’obiettivo è una presentazione razionale, una narrazione o un’esposizione chiara di un argomento: nient’altro.

Secondo tali criteri, i due migliori scrittori di prosa in inglese sono, a mio parere, Dean Inge e Mr Gosse; entrambi scrivono su argomenti sui quali hanno molto da dire, utilizzando soltanto le parole necessarie per esprimersi e disponendole sempre nell’ordine corretto. Cecil Chesterton è morto.

Avevo quasi scritto che non esista una prosa “grande”, nel senso in cui esistono retorica o poesia “grandi”. Anche la migliore prosa può risultare noiosa se l’argomento trattato è poco interessante per il lettore. Non si troverà, ad esempio, una prosa migliore di quella presente in “Gli Ariani del IV secolo” di Newman: a me non sembra noiosa perché mi interessa quel periodo storico, ma sarebbe estremamente noiosa per chiunque altro non ne fosse interessato. Tuttavia si tratta comunque di prosa di prim’ordine. Newman, essendo costretto a scrivere su un argomento su cui aveva acquisito una vasta conoscenza, e dovendo presentare determinati fatti ed esprimere precise idee, lo fece utilizzando le parole più adatte e disposte nella migliore sequenza possibile: ed ecco, questa è prosa di alto livello.

Il semplice fatto che qualsiasi definizione del concetto di prosa includa molti elementi negativi e soltanto alcuni positivi (in particolare, la necessità di un’espressione chiara e lucida) dimostra che una buona prosa rappresenta davvero un’arte comune. L’eccellenza nella scrittura prosastica, tuttavia, non è qualcosa che tutti possiedano: anzi, è piuttosto rara; ma le capacità necessarie per raggiungerla sono comuni a tutti. Un uomo che sia in grado di camminare con grande abilità, che mantenga il proprio corpo in equilibrio perfetto e che possa percorrere lunghe distanze senza stancarsi, è certamente un individuo raro; tuttavia, tutti noi possiamo camminare, e ognuno di noi raggiunge, a diversi livelli, lo standard raggiunto da quell’uomo. Lo stesso vale per la prosa: coloro che pensano che una buona prosa debba contenere elementi strani – alcune parole arcaiche, piccoli trucchi tipici del XVIII secolo, l’uso di congiuntivi particolari – assomigliano a persone che, di tanto in tanto, quando sono di buon umore, fanno un piccolo ballo per divertimento. Hanno il diritto di farlo; noi non ci dispiace. Ma nel momento in cui si lasciano trasportare da queste fantasie, in realtà non stanno più “camminando”; e se lo fanno troppo, diventano semplicemente ridicoli. Un uomo saggio mi disse una volta: “Non andare a cercare le tue parole tra i pittori”. Quanto avrei voluto ricordarmi di queste sue parole quando ero giovane. Ora, nella mia vecchiaia, le riconosco umilmente.

Ma il retore, saggiamente, si permette di essere stravagante; quanto al poeta, può utilizzare le parole che desidera, può spingersi fino all’estremo o all’eccesso, purché raggiunga lo scopo. Perché la poesia è come l’amore e il canto ritmato; è come il senso della realtà. E anche come il mal di denti: o ce l’hai, o non ce l’hai.

Non c’è nulla che possa avvicinarsi alla poesia; e sebbene essa presenti diversi gradi di espressione, il confine tra essere poesia e non esserlo è netto come una lama affilata: da un lato c’è la poesia, dall’altro il nulla. Non intendo dire che la poesia si trovi soltanto in quelle intense emozioni che autori come Shakespeare e Keats riescono a esprimere con forza; spesso, invece, essa permea pagine intere di testi, come avviene, ad esempio, nel Quarto Libro di “Paradise Lost” e in innumerevoli altre grandi opere del passato, in tutte le lingue. Voglio dire semplicemente che, sia in un’espressione breve che lunga, immediata o continua, la poesia è sempre poesia, e non deve essere confusa con nulla di altro. Charles Kingsley disse una volta a una donna: “Signora, esiste la poesia e esiste la versificazione; la versificazione si divide in due tipi: buona versificazione e cattiva versificazione. Quello che mi avete mostrato non è poesia, è soltanto versificazione. Non è buona versificazione, è cattiva versificazione.”


Ma, in realtà, se continuo in questo modo infinito a discutere di questo difficile mestiere legato alle lettere, non riuscirò mai più a farle apprezzare il mare. Avevo quasi dimenticato che stavo navigando! Che cosa! Tra queste due occupazioni, la benedizione di lavorare con il mare e la degradazione rappresentata dallo scrivere, puoi davvero scegliere il peggio invece del meglio? Io sì. Appartengo a una razza decaduta. Seguo solo la strada verso il basso.

Ma ora sono di nuovo a bordo della Nona e devo farla uscire nel canale. Lo farò subito, e salperò da Rye con la bassa marea, sotto un forte vento di nord-est alle due del mattino, mentre la luna calante sta appena sorgendo; il cielo è sereno. Ho messo una vela principale con due reef, una vela di trinchetto e una vela di prua con un reef. So bene che dovrò vegliare tutta la notte e non riuscirò a dormire fino al mattino. Perché uno dei piaceri della navigazione è proprio sentirsi sotto l’autorità del cielo, dover sottomettersi a tutto ciò che riguarda l’acqua e l’aria di cui si fa parte, senza stabilire leggi capricciose, ma agendo come servitore o fratello di tutte le cose dell’universo.

It would be no bad thing if someone (I am not competent) were to draw up a list of advices for the brutish man who is too poor to sail a big boat, or is not such a fool as to desire one; I mean a list of advices for a man who sails such a boat as the Nona: say, boats from seven tons to twenty.

The first article in such a list would be this: Cruising is not racing.

But on this one could write a whole volume, with digressions upon the general evils and corruptions of these our latter times when the Beast has most certainly been let loose out of the Pit, and is going about the world breathing smoke out of seven mouths, and stamping 666, with his Hoof, on the foreheads of all his Elect.

For no one can doubt that the practice of sailing, which renews in us all the past of our blood, has been abominably corrupted by racing.

I do not know whence the evil came, but I suppose it came like most evils, from a love of money. The love of money made men admire the possessors of it, and so they came to think of sailing as they do of riding horses, or of any other sport - as something to be tested by what the rich man could do. And clearly, when it came to making machines for going fast through the water by the aid of the wind alone, the rich man had his advantage. Then I suppose there came in also that craze for measurable things which has done us all so much harm in the last lifetime and a half. When I say of the Nona: ‘She is a good boat,’ when I stroke her and she purrs, there is nothing here measurable. When I say of that really abominable boat, [name censored] (well worthy of her name] - that I had rather she had been sunk at birth than continue to sail the seas, you cannot apply a single measurable test to prove that the solid, noble Nona is good and the flimsy, whimsy [name censored] is bad; but in racing you can. Boat A gets in front of Boat B. Any fool can test that, and today was made for fools.

Well, then, whatever the roots of the evil, evil it is, and it has corrupted our way of living in happy little boats. Remember, and write it down: ‘Cruising is not racing.’ If your boat is a home and a companion, and at the same time a genius that takes you from place to place and, what is much more, a good angel, revealing unexpected things, and a comforter and an introducer to the Infinite Verities - and my boat is all these things - then you must put away from yourself altogether the idea of racing, as much as, when you consider a wife, you must put away the intellectual woman and the wax-work - both of whom may have their place for all I know. The cruiser, the strong little, deep little boat, is all I have called it. It is a complete satisfaction for man; but if you let in racing you are letting in the serpent.

Here you will say, ‘Have you then never raced?’ Never, sweetheart, except to get away from danger, which I loathe. I have never raced another boat in my life, although I have been on other men’s boats when they were racing, and admired their special talent, just as I would admire the talent of a man who successfully climbed the greasy pole. You must expect of your boat - your companion boat - a rational behaviour. You must say to yourself that when she is doing seven knots, she is doing well, and when she is doing nine, she is excited, and will be the better for a night’s rest.

When you are on a long passage, even with steady weather, you had better bank on three to four knots and no more. For what with beating, fishing perhaps, the falling of wind, over-reefing in terror, and the rest of it, you will not do more. I have always thought to myself, knocking up and down the coasts of dear England, that if I did loo miles in my twenty-four hours, I was doing very well indeed.

Once I spent a whole day drifting with the tide from the two Étaples lights to the Dune, and very nearly all the way back, but even that did not persuade me to a motor, for, of all things abominable to God and His Saints, I know of nothing more abominable than machinery and petrol and the rest on board a little cruising boat.

I would rather die of thirst, ten miles off the headlands in a brazen calm, having lost my dinghy in the previous storm, than have on board what is monstrously called today an ‘auxiliary’. The name is worthy of the thing. By auxiliaries the Roman army perished. Further it is a nasty foreign sort of term. Call it the machine and tell the truth. I am told by those who use the abomination that it is ashamed of itself, and often will not start, as though to say, ‘You came out to sail the seas, and I am reluctant to cheat wind, weather, and tide in your favour.’ I will not deny that mechanism is valuable to those who conduct huge hordes, the rich and the poor, from Europe to the New World, but in a little cruising boat I will have none of it. It would be foolish to be rid of it in armament, for there it does give one’s country a great advantage, but in a little cruising boat it is as much out of place as is electric fight where one should use candles, or as are motor cars in the hunting of wild beasts. But I must return to things more practical.

My next rule would be: Get everything ship-shape and, so far as you can, keep it ship-shape.

That is, see that the falls are clear, that everything is properly stowed away; that you know where everything is to be got at in any emergency; that you have to look for nothing; that you make the most of every space - and the rest of it.

All this I say knowing full well that I myself am incapable of it; but I am giving advice, I am not practising. I am expending myself for the good of others, and what I myself do is no affair of yours. The best-known and the most tragic tag descended to us from antiquity is ‘Video meliora proboque détériora sequor.’ Some would say that they are not only the most tragic words the great Pagans bequeathed to us - the Pagans upon whom we all repose - but would add that they are also the most ironic; for if you stop a little after the proboque, and add in another voice the following two words, you will appreciate the sardonic accent.

Non sarebbe affatto una cattiva idea se qualcuno (io non ne sono competente) redigesse un elenco di consigli per quell’uomo rozzo che è troppo povero per navigare su una barca grande, o che non è così sciocco da desiderarne una; intendo dire, un elenco di consigli per un uomo che naviga su barche del tipo della “Nona”, cioè barche da sette a venti tonnellate.

Il primo articolo in una lista del genere sarebbe questo: “La crociera non è una gara”.

Ma su questo argomento si potrebbe scrivere un intero volume, con digressioni sui mali e sulla corruzione diffusi in questi nostri tempi moderni, quando la Bestia è certamente stata liberata dal Pozzo e va in giro per il mondo emettendo fumo dalle sue sette bocche e imprimendo il numero 666 con il suo zoccolo sulla fronte di tutti i suoi Eletti.

Nessuno può dubitare che l’attività della vela, che rinnova in noi tutti il passato del nostro sangue, sia stata orribilmente corrotta dalle gare.

Non so da dove sia venuto questo male, ma suppongo che, come la maggior parte dei mali, derivi dall’amore per il denaro. L’amore per il denaro fece sì che le persone ammirassero coloro che lo possedevano, e così iniziarono a considerare la navigazione allo stesso modo in cui considerano l’equitazione o qualsiasi altro sport: come qualcosa da misurare in base a ciò che i ricchi erano in grado di fare. E ovviamente, quando si trattava di costruire macchine capaci di muoversi velocemente nell’acqua grazie esclusivamente alla forza del >vento, i ricchi avevano un vantaggio evidente. Inoltre, entrò in gioco anche quella mania per le cose misurabili che ci ha causato così tanti problemi negli ultimi centocinquant’anni: quando dico della “Nona” che “è una bella barca”, quando la accarezzo e lei risponde con un suono piacevole, non c’è nulla di misurabile in tutto ciò. Ma quando parlo di quella barca davvero orribile, preferirei che fosse affondata fin dal momento della sua nascita piuttosto che continuare a navigare sui mari. Non si può applicare alcun criterio misurabile per stabilire se la solida e affidabile “Nona” sia buona o se quella fragile e capricciosa [nome censurato] sia cattiva; ma nelle gare sì. La Barca A supera la Barca B. Qualsiasi idiota può verificarlo, e oggi è proprio il giorno degli idioti.

Beh, allora, qualunque siano le radici del male, il male rimane tale, e ha corrotto il nostro modo di vivere. Ricordatelo e scrivetelo: “Navigare a vela non significa gareggiare”. Se la vostra barca è una casa, un compagno di viaggio, al contempo un mezzo geniale che vi porta da un posto all’altro, e, cosa ancora più importante, un vero angelo che vi rivela cose inaspettate, un conforto e un mezzo per conoscere le Infinite Verità, se la mia barca è davvero tutto questo, allora dovete scartare completamente l’idea di gareggiare. Proprio come, quando considerate una moglie, dovete scartare l’immagine della donna intellettuale o quella delle figure di cera, entrambe possono avere il loro posto, certo. Ma la barca da crociera, piccola e robusta, è tutto ciò che ho descritto. È una vera fonte di soddisfazione per l’uomo. Ma se permettete che vi entrino in mente le idee legate alle gare, state facendo entrare il serpente nella vostra vita.

Qui dirai: “Allora non hai mai gareggiato?” Mai, tesoro mio, tranne che per allontanarmi dal pericolo, che odio profondamente. Non ho mai gareggiato con altre barche in tutta la mia vita; tuttavia sono stato su altre imbarcazioni quando queste partecipavano a competizioni e ho ammirato il loro talento particolare, proprio come ammirerei il talento di un uomo che riesce ad arrampicarsi con successo su una barra unta. Devi aspettarti dal tuo battello – il tuo compagno di viaggio in mare – un comportamento razionale. Devi dire a te stesso che, quando raggiunge i sette nodi all’ora, sta andando bene; quando arriva ai nove nodi, è “eccitata” e sarà ancora più performante dopo una notte di riposo.

Quando si percorre una lunga distanza, anche con tempo stabile, è meglio puntare a una velocità di tre o quattro nodi al massimo. A causa delle onde, della possibilità di pescare, dell’abbassamento della vento, del rischio di incagliarsi per paura e di altre circostanze simili, non si riuscirà comunque a superare questa velocità. Ho sempre pensato, navigando lungo le coste della cara Inghilterra, che se riuscivo a percorrere molte miglia in ventiquattro ore, allora stavo davvero facendo molto bene.

Una volta trascorsi un intero giorno lasciandomi portare dalla corrente, dalle due luci di Étaples fino alla Dune, e per poco non tornai indietro per tutto il tragitto. Ma nemmeno questo mi ha convinto ad utilizzare un motore: tra tutte le cose odiose per Dio e i suoi Santi, non conosco nulla di più abominabile delle macchine, della benzina e di tutto ciò che si trova a bordo di una piccola barca da crociera.

Preferirei morire di sete, dieci miglia lontano dalle coste, in una calma assoluta, dopo aver perso la mia barca nella tempesta precedente, piuttosto che avere a bordo quella che oggi viene orribilmente chiamata “macchina ausiliaria”. Il nome è davvero degno di tale oggetto. Fu proprio grazie alle macchine ausiliarie che l’esercito romano perì. Inoltre, si tratta di un termine straniero e disgustoso; chiamatela semplicemente “macchina” e dite la verità. Chi la utilizza sostiene che essa stessa si vergogni di sé. Spesso non si avvia nemmeno, come se volesse dire: “Siete usciti per navigare sui mari. E io rifiuto di ingannare vento, tempo e mare a vostro favore”. Non nego che tale meccanismo sia utile per coloro che guidano grandi flotte, ricchi o poveri, da Europa al Nuovo Mondo. Ma su una piccola barca da crociera, non ne ho alcun bisogno. Sarebbe sciocco rinunciare a essa nell’ambito dell’armamento, perché lì davvero offre un grande vantaggio. Ma su una piccola barca da crociera, è altrettanto fuori luogo come l’uso dell’elettricità al posto delle candele, o come l’impiego di automobili per cacciare animali selvatici. Ma devo tornare a cose più pratiche.

La mia prossima regola sarebbe: mantenete tutto nella forma originale di “nave” e, per quanto possibile, continuate a tenerlo così.

In altre parole, assicurarsi che le cascate siano visibili chiaramente, che tutto sia stato imballato correttamente; sapere dove trovare ogni cosa in caso di emergenza; non dover cercare nulla; sfruttare al massimo ogni spazio disponibile, e tutto il resto.

Tutto ciò che dico lo so bene: io stesso sono incapace di farlo; ma sto dando consigli, non sto mettendolo in pratica. Mi sto dedicando al bene degli altri, e ciò che faccio personalmente non riguarda voi. L’espressione più conosciuta e più tragica che ci sia stata tramandata dall’antichità è “Video meliora proboque, detériora sequor”. Alcuni direbbero che non si tratta solo delle parole più tragiche lasciateci dai grandi pagani – quei pagani su cui tutti noi facciamo affidamento – ma anche delle più ironiche; perché se ci fermiamo un attimo dopo “proboque” e aggiungiamo altre due parole, possiamo apprezzarne l’accento sarcastico.

My own boat has usually come into port more like the disturbed nest of a dormouse than like the spick-and-span arrangement which I advise. Half the blocks will be jammed, the anchor will be caught under the bows, and as like as not, the fluke of it hooked over one of the whiskers. The falls will be all tangled up together. The warping ropes will be mixed up with the anchor chain in the fo’c’sle, so that there is no getting at the one, or paying out the other. She will perhaps be coming in under three reefs with hardly enough wind to move her, because it has been blowing a few hours ago, and I have been too lazy to shake them out. Her jib will be slack, her cabin light broken where I have put my heel through it. A hundred other little familiar touches will make whatever landsman is passing his time gazing out to sea from the pier-head recognize from far off the Nona, as the Arabs recognized the great ship of Richard the Lion-hearted saying, ‘There comes the red sail of the Frankish king.’ There never was such a boat as the Nona for coming in hugger-mugger. But do as I preach, not as I practise. Have everything in its place and a place for everything, so that, in a flash, you can shorten sail, let go the anchor, get to your warping ropes, or do any of those many things required by sailing men. Even Plato was moved to discover the way in which the horrible Phoenicians used space aboard their ships, and had everything in order, though Heaven knows he could have had little sympathy with the sailing of the seas. Indeed, very few men who have written in the sentimental and rhetorical fashion (of which he was a master) have had also a call for the outside. But even he, I say, admired the order of shipboard. So be it with you.

Go into all the least details, think of how any object you have aboard will be treated by the weather. Use no ornament which the salt air can spoil, and put not one ounce aboard beyond what you need.

My third rule is this: Keep tight decks.

I speak with feeling here, for most of my life the rain and the salt sea have come through upon my face as I slept, as coffee does through those abominable new contraptions which they call ‘filters’, and which they put above your cup instead of boiling the coffee honestly apart as our fathers did. Most of my life, half the days at least that I have sailed the sea, water both salt and fresh, and always tasting of varnish and of tar, has trickled through also upon my provisions, notably upon bread, which it quite astonishingly spoils. Therefore I say from experience, keep tight decks. It is very simple. You have but to go along the seams carefully on a hot, windless day, with a spike or a screw-driver and a mallet, prodding in shredded rope, and treating it afterwards with any one of the compositions they sell.

My fourth rule (I am giving them in no order of importance) is: Have an anchor heavy enough for your craft.

It is a temptation to have too light a one for the easier handling. It is always a mistake. An anchor drags mainly through lack of head. Holding-ground always makes a difference, but with little craft lack of head is the trouble. You must pay the price of heavy work for the sake of security, and it is better to have an old-fashioned anchor than the stockless anchors they sell now. These are all very well for large boats, but I do not believe in them for small ones. Be at the pains of getting your anchor up properly, and unstocking it, and also when you let it down, of mousing the catch. Nothing will get you into more trouble than not being able to let go your anchor quickly, when there is necessity; and, in that connexion also, mind you keep your chain clear. It is a good plan to tie small but conspicuous shreds of bunting or coloured string at every two or three fathoms of the chain in the first part of it; thus you will know how much you have let out, for although it is always better to let out too much than too little, it is annoying to have a great length of chain dragging about in shoal water, and the noise of it moving may confuse you into believing that you are dragging. I spent an abominable night once off a shingle bank in heaving water, where the tide ran strong, from having let out too much chain in the dark. The metal lay all along the bottom like the great sea serpent, and the movement of the boat sent a violent wrangling of iron up the chain all night long, so that I was perpetually running upon deck, between poor intervals of sleep, to judge by the distant light whether she were dragging or no. And I had good occasion for anxiety, seeing that not far upon my lee the shoal came right up out of the sea, with the water breaking upon it. You might think that however much chain you had let out, your boat would lie to the end of it; but it is not so. If you have a great deal too much chain let out in shoal water, the weight of it holds the boat like a kind of second anchor, and it grumbles and shifts and moves all the time.

Now the putting on of these little markings is of value, also, to prevent you letting out too little chain. The rule of thumb is: Three times as much chain as there is depth of water. This, in my youth (and for my youth I must be forgiven), I neglected in the port of Harwich, thinking it was nearer high tide than it was, so the little ship got adrift, and was rescued, or, as the man preferred to call it, ‘salvaged’, by a barge called the Lily. The barge had no right to be called the Lily, for it was foully dirty, and as black as soot. The owner of the Lily claimed one-third of the value of my boat, ‘Because,’ said he, ‘it was salvaged below London Bridge.’ He attached to this formula a magical importance. I offered him £2. He wanted much more. I appealed for help to a ship that was lying in that harbour, and they sent off a boat’s crew for me to convince the man. He took the offer I made him, but said that he had been bullied. I do not think he had. I think £2 is a fair price to pay for the trouble a man may have been at to put a boat out, and tie a rope on to a drifting craft of that size. But still he complained that he had ‘salvaged her below London Bridge’, and had a right to one-third of her value. But there again, what was the value of any boat in which I had already sailed?

La mia barca, di solito, arriva in porto più simile a un nido disordinato di un dormiglione che all’ordine perfetto che io consiglio. Metà dei blocchi di ormeggio sarà bloccata, l’ancora si impiglierà sotto la prua, e molto probabilmente anche il braccio dell’ancora si incastrerà in uno degli anelli di ormeggio. Le corde saranno tutte intrecciate insieme; le corde di timone si mescoleranno con la catena dell’ancora nella cabina di pilotaggio, rendendo impossibile raggiungere l’una o sciogliere l’altra. Forse arriverà in porto sotto tre frangiflutti, con appena abbastanza vento per muoversi, perché il vento soffia da alcune ore, e io sono stato troppo pigro per sistemare tutto. La vela di trinchetto sarà lassa, la lampada nella cabina rotta, dove ho infilato il tacco del mio stivale. Cento altri piccoli dettagli familiari faranno sì che qualsiasi viaggiatore che si trovi sul molo riconosca da lontano la Nona, proprio come gli arabi riconobbero la grande nave di Riccardo Cuor di Leone, dicendo: “Ecco arrivare la vela rossa del re franco”. Non esiste mai stata una barca come la Nona per entrare in porto con tanta disordinata efficienza. Ma fate ciò che predico, non ciò che faccio io. Mettete tutto al suo posto e assicuratevi che ogni cosa abbia il proprio posto, così da poter immediatamente ridurre la vela, mollare l’ancora, raggiungere le corde di timone o fare qualsiasi altra cosa sia necessaria durante la navigazione. Anche Platone si interessò al modo in cui i terribili fenici organizzavano lo spazio a bordo delle loro navi, facendo sì che tutto fosse in ordine, anche se, chissà, probabilmente non provava alcun interesse per la navigazione marittima. Infatti, pochissimi uomini che hanno scritto in modo sentimentale e retorico (di cui Platone era un maestro) hanno davvero avuto una vera passione per il mondo esterno. Ma anche lui, dico io, ammirava l’ordine a bordo delle navi. E lo stesso dovrebbe valere per voi.

Prendete in considerazione ogni minimo dettaglio: pensate a come il tempo possa influenzare qualsiasi oggetto abbiate con voi a bordo. Non utilizzate ornamenti che l’aria salata possa rovinare, e non portate a bordo nemmeno un grammo di cose in più rispetto a ciò di cui avete realmente bisogno.

La mia terza regola è questa: mantenere mazzi ben ordinati.

Parlo con sentimento: per la maggior parte della mia vita, la pioggia e il mare salato hanno “infiltrato” il mio cibo mentre dormivo, proprio come il caffè attraverso quegli orribili nuovi dispositivi che chiamano “filtri”, e che mettono sopra la tazza invece di bollire onestamente il caffè, come facevano i nostri padri. Per gran parte della mia vita, almeno per metà dei giorni in cui ho navigato sul mare – tra acqua salata e dolce – l’acqua ha sempre contaminato i miei viveri, soprattutto il pane, che ne viene danneggiato in modo sorprendente. Quindi dico, per esperienza: tenete sempre ben puliti i ponti della nave. È molto semplice: basta seguire attentamente le cuciture nei giorni caldi e senza vento, utilizzando un chiodo, un cacciavite o un martello per eliminare eventuali strati di corda danneggiata, e poi trattare il legno con uno dei prodotti che vendono in commercio.

La mia quarta regola (le sto elencando senza alcun ordine di importanza) è: assicurarsi che l’ancora utilizzata sia abbastanza robusta per la propria imbarcazione.

È una tentazione utilizzare un’ancora troppo leggera per facilitare il suo maneggio. Ma è sempre un errore. Un’ancora si trascina soprattutto a causa della mancanza di “peso” sufficiente. Il fondale su cui poggia fa sempre la differenza, ma con imbarcazioni poco pesanti, proprio la mancanza di peso rappresenta il problema principale. Bisogna essere disposti a sopportare uno sforzo maggiore per garantire sicurezza. E è meglio utilizzare un’ancora tradizionale piuttosto che quelle moderne senza “poppa”. Queste ultime sono ottime per le grandi imbarcazioni, ma non credo siano adatte alle piccole. Prendetevi la briga di issare e sistemare correttamente l’ancora, e anche quando la calate, assicuratevi che il meccanismo di blocco funzioni correttamente. Niente vi causerà più problemi del non riuscire a liberare rapidamente l’ancora quando ce n’è bisogno. E in questo senso, fate attenzione anche a mantenere la catena pulita e libera da ostacoli. È una buona pratica legare piccoli pezzi di stoffa colorata o stringhe ogni due-tre metri della catena, nella sua parte iniziale: così potrete sapere esattamente quanto catena avete lasciato scorrere. Anche se è sempre meglio lasciarne scorrere di più che di meno, è fastidioso avere una lunga catena che si trascina nelle acque basse. Inoltre, il rumore prodotto dalla sua movimentazione può farvi credere erroneamente che l’imbarcazione si stia trascinando sul fondo. Una volta ho trascorso una notte terribile su un banco di ghiaia, in acque agitate e con la marea forte. Avevo lasciato scorrere troppa catena al buio. I pezzi metallici della catena si erano sparsi sul fondo come il grande serpente marino. Il movimento dell’imbarcazione causava continui rumori, e io dovevo correre continuamente in coperta, tra brevi momenti di sonno, per verificare se l’ancora si stesse trascinando o meno. E ho avuto buone ragioni per preoccuparmi. Non lontano da me, il fondale basso emergeva direttamente dall’acqua. Avreste potuto pensare che, indipendentemente dalla quantità di catena lasciata scorrere, l’imbarcazione si sarebbe fermata alla sua estremità. Ma non è così. Se avete troppa catena nelle acque basse, il suo peso trattiene l’imbarcazione come una sorta di “seconda ancora”. E l’imbarcazione continuerà a muoversi e a spostarsi.

Ora, l’applicazione di questi piccoli segnali è anche utile per evitare che venga rilasciata troppa catena. La regola di base è: tre volte la quantità di catena corrispondente alla profondità dell’acqua. Da giovane, devo ammetterlo, trascurai questa regola nel porto di Harwich, pensando che la marea fosse più alta di quanto in realtà fosse; di conseguenza, quel piccolo barco finì alla deriva e fu salvato, o, per usare le parole dell’uomo che lo recuperò, “recuperato”. Il barcone si chiamava Lily, ma non aveva affatto il diritto di portare quel nome: era sporco e nero come la fuliggine. Il proprietario del Lily pretendeva un terzo del valore del mio barco, sostenendo che “fosse stato recuperato sotto il London Bridge”. Dava a questa regola un’importanza magica. Gli offrii 2 sterline, ma ne voleva molto di più. Chiesi aiuto a un altro barco ormeggiato nel porto, e loro inviarono una squadra per convincere quell’uomo. Alla fine accettò la mia offerta, ma si lamentò di essere stato “intimidito”. Non credo che fosse vero. Penso che 2 sterline siano un prezzo equo per il disturbo che qualcuno potrebbe aver dovuto sopportare per recuperare un barco di quelle dimensioni. Comunque, continuava a insistere sul fatto che avesse “recuperato il mio barco sotto il London Bridge” e quindi avesse diritto a un terzo del suo valore. Ma poi, quale valore aveva davvero un barco su cui avevo già navigato?

My fifth rule would be: Don’t keep too close to the wind; let her sail; keep her full.

This attempt to be always pointing up is one of the curses brought in by racing. Your own hearty middle-class boat can never point close to the wind. If she can, it is a bad sign, for she will be putting on airs. Be content if she will lie and sail at an angle of 45 degrees from the direction in which the wind is blowing. If she cannot do that she is a bad boat, but if she can do that, she is well enough. Now this is called ‘within four points of the wind’, being one-eighth of the thirty-two points that make up the whole round of the compass. There are all sorts of smart craft which will point much closer than that, and there are particular kinds of rigs, used honestly and not for racing at all, which will keep much closer, I am told. Certainly the London barge seems to keep closer, that marvellous rig, that perfection of rigs for its purpose; and the Norfolk wherries, shooting up the rivers, seem to keep quite miraculously close, though I think in this their great momentum and the flood of the water helps them. But as for you, sailing ordinarily upon the sea, be quite content if she does her duty with the wind half-way between beam and bow. It is here as it is with most things in life, be content with the sound average, keeping the limits which God has set all around. Do not wish for too long a life, for too large a fortune, or for too much honour. Eat your peck of dirt before you die; take the rough with the smooth; consider that it is all in a day’s work; expect rain and fine. In general, write out a list of all the Commandment-proverbs and learn that list by heart. Then break them.

They that sail too close to the wind have great difficulty in bringing their boat round, especially in a seaway, and there is nearly always some of their canvas (if it is an honest boat, and not one of your millionaires’ models) not doing all it should when you lie too close. In connexion with this, I would add (without making it a separate rule): Take care never to pin the boat - that is, never get your mainsheet too taut; give the boom plenty of angle. Let your mainsail take the full wind. If you look at the pictures of the old boats in the time when men were men, you will see that they sailed with easy sails bellying, and were not concerned to look smart with stiff, board-like sails. Of course, in the racing machines you get more speed by these tricks, but it is no way to treat a good boat of stock and sound ancestry. It is driving her and playing tricks with her. Be content to feel the power of the wind.

There are times when all these rules admit of exception. For instance, you find that you can just make a difficult channel in the last of the flow or the ebb, before it turns against you; and that you can only do it by lying very close indeed. Then you must coax your she-companion (by whom I here mean your boat), and even spill the wind out of her sails a little, so as to work her up and through, and you may then get in your mainsheet as close as you dare, and haul everything tight - too tight - headsail sheets and halyards as well, for you are attempting a feat. But I am all against doing such things as a habit; and if again you ask me why, I cannot tell you, and I will not argue. But while I am on this let me add that a great deal of your ability to lie close depends upon the proper set of your jib. The halyard always slacks a little after a bit of a run, or perhaps your traveller is not really right out to the end of the sprit. See to all that; for it is by your jib that you fetch a reach; and, talking of jibs, I come to my sixth rule, which is this:

Do not from laziness fail to change jibs often; also, carry three jibs aboard. The jib is the most sensitive part of your canvas on a small fore and aft craft. Too much canvas there will press you, too little will make the helm gripe, and in either case she will not be sailing her best. Changing jibs is a bother, but it is a task which must not be shirked. Many a man has got his boat out of hand by failing to set the second jib, or even the storm jib, when it was coming on to blow. Note carefully also which of your jibs goes best with such and such a reefing of your mainsail. The temptation is to carry too large a jib, and, therefore, to carry too weak a weather helm. It is better to have your canvas balanced. She will behave better in every way. The Nona, when she is under two reefs, carries her second jib pleasantly and with a smile, and yet how often (I must confess it) have I carried my first jib when I should have changed jibs; and that from indolence.

My seventh rule may seem a strange one, but I am sure that it is sound: Carry a pole mast, and do not bother too much about hoisting your topsail.

A topsail is always a business on a small boat, a business to put up and a business to strike. There is many a wind in which it would add half a knot to your speed, but you are not racing, and the half-knot does not matter. The necessary occasions for carrying a topsail are exactly two: One, when the breeze is very light, and it makes all the difference between sailing at a reasonable pace, and merely crawling; and the other, when you are getting into harbour and have wind aloft, but little along the surface, or when you have your mainsail brailed up to see your way, so that only with the topsail can you get a sufficient amount of canvas and a weather helm.

I know that all this rough and ready talk about the topsail will sound like heresy to the men who are sailing their boats in all weathers and think, as people do, of speed as a special advantage, but I am sure I am right. Plain sail is the rule, and topsail on a little craft is always something of a frill. It is never a necessity, and over and over again you will find it a handicap. What I mean is, do not use it for the sake of using it. Do not be ashamed of sailing without your topsail when other craft have got theirs set, if in your case it is a trouble to set it. Never, never set your topsail when you think she might be at all over-canvased under it; your business is to sail, and neither to show off nor to make time.

La mia quinta regola sarebbe: non stringere troppo il vento; lasciala andare; tienila piena.

Questa pretesa di orzare sempre è una delle maledizioni introdotte dalle regate. La tua robusta barca di onesta media borghesia non potrà mai stringere il vento. Se ci riesce, è un brutto segno, perché vuol dire che si sta dando delle arie. Accontentati se si tiene e naviga a un angolo di 45 gradi rispetto alla direzione da cui soffia il vento. Se non ci riesce è una cattiva barca, ma se ci riesce va più che bene. Questo si chiama ‘a quattro quarte dal vento’, essendo un ottavo delle trentadue quarte che compongono l’intero giro della bussola. Esistono ogni sorta di imbarcazioni brillanti che stringono molto di più, e ci sono particolari tipi di attrezzatura, usati onestamente e non certo per regatare, che tengono molto più stretto, a quanto mi dicono. Di certo la chiatta di Londra sembra stringere di più, quell’attrezzatura meravigliosa, quella perfezione di attrezzature per il suo scopo; e le wherry del Norfolk, che risalgono a razzo i fiumi, sembrano stringere in modo addirittura miracoloso, anche se in questo, credo, le aiutano il loro grande abbrivio e la corrente montante. Ma quanto a te, che navighi normalmente per mare, accontentati se fa il suo dovere con il vento a metà strada tra il traverso e la prua. Qui è come per la maggior parte delle cose della vita: accontentati della sana media, restando entro i limiti che Dio ha posto tutt’intorno. Non desiderare una vita troppo lunga, né una fortuna troppo grande, né troppo onore. Mangia la tua parte di terra prima di morire; prendi il brutto insieme al bello; considera che è tutto lavoro di giornata; aspettati pioggia e sereno. In generale, stila un elenco di tutti i proverbi-comandamento e imparalo a memoria. Poi infrangili.

Chi naviga troppo stretto al vento ha grande difficoltà a far virare la propria barca, specie con mare formato, e quasi sempre una parte della sua tela (se è una barca onesta, e non uno di quei modelli da milionari) non rende quanto dovrebbe quando si stringe troppo. A questo proposito aggiungerei (senza farne una regola a parte): bada di non ingessare mai la barca — cioè non tesare mai troppo la scotta della randa; dai al boma angolo in abbondanza. Lascia che la randa prenda tutto il vento. Se guardi le immagini delle vecchie barche, del tempo in cui gli uomini erano uomini, vedrai che navigavano con vele morbide e panciute, e non si davano pensiero di far bella figura con vele rigide come tavole. Certo, nelle macchine da regata con questi trucchi si guadagna velocità, ma non è modo di trattare una buona barca di razza e di sana ascendenza. Significa strapazzarla e farle dei giochetti. Accontentati di sentire la potenza del vento.

Ci sono momenti in cui tutte queste regole ammettono eccezioni. Per esempio, ti accorgi di poter infilare per un soffio un canale difficile con l’ultima acqua del flusso o del riflusso, prima che la corrente ti si volga contro; e che puoi riuscirci solo stringendo davvero moltissimo. Allora devi blandire la tua compagna (con la quale intendo qui la tua barca), e persino lasciar sfogare un poco il vento dalle sue vele, così da guadagnare terreno e passare; e allora puoi cazzare la scotta della randa quanto osi, e tesare tutto — troppo — anche scotte e drizze delle vele di prua, perché stai tentando un’impresa. Ma sono del tutto contrario a fare simili cose per abitudine; e se di nuovo mi chiedi perché, non so dirtelo, e non intendo discutere. Ma già che ci sono, lascia che aggiunga che gran parte della tua capacità di stringere dipende dalla giusta regolazione del fiocco. La drizza si allenta sempre un poco dopo un tratto di navigazione, o forse il carrello non è davvero tutto fuori, all’estremità del buttafuori. Occupatene; perché è col fiocco che guadagni una bordata; e, a proposito di fiocchi, arrivo alla mia sesta regola, che è questa:

Non trascurare per pigrizia di cambiare spesso i fiocchi; e porta tre fiocchi a bordo. Il fiocco è la parte più sensibile della tua tela su una piccola imbarcazione a vele di taglio. Troppa tela lì ti farà premere, troppo poca renderà il timone duro, e in entrambi i casi la barca non navigherà al meglio. Cambiare i fiocchi è una seccatura, ma è un compito a cui non ci si deve sottrarre. Più d’uno si è fatto sfuggire di mano la barca per non aver messo il secondo fiocco, o addirittura il fiocco di burrasca, quando si stava mettendo a soffiare. Annota con cura anche quale dei tuoi fiocchi si accorda meglio con questa o quella mano di terzaroli alla randa. La tentazione è di portare un fiocco troppo grande e, di conseguenza, un timone troppo poco orziero. È meglio avere la velatura equilibrata. La barca si comporterà meglio sotto ogni aspetto. La Nona, quando è a due mani di terzaroli, porta il secondo fiocco piacevolmente e col sorriso, eppure quante volte (devo confessarlo) ho tenuto il primo fiocco quando avrei dovuto cambiarlo; e questo per indolenza.

La mia settima regola potrà sembrare strana, ma sono certo che sia giusta: monta un albero intero, e non darti troppa pena di issare la controranda.

La controranda è sempre un impiccio su una barca piccola: un impiccio da issare e un impiccio da ammainare. Con molti venti aggiungerebbe mezzo nodo alla tua velocità, ma tu non sei in regata, e il mezzo nodo non conta. Le occasioni in cui la controranda è davvero necessaria sono esattamente due: la prima, quando la brezza è molto leggera, e fa tutta la differenza tra navigare a un’andatura ragionevole e limitarsi ad arrancare; la seconda, quando stai entrando in porto e hai vento in alto ma poco a filo d’acqua, oppure quando hai la randa raccolta per vedere la rotta, cosicché solo con la controranda puoi ottenere tela a sufficienza e un timone orziero.

So che tutto questo discorso spiccio sulla controranda suonerà come un’eresia agli uomini che portano le loro barche con ogni tempo e che considerano, come fa la gente, la velocità un vantaggio particolare; ma sono sicuro di avere ragione. La velatura semplice è la regola, e su una piccola imbarcazione la controranda è sempre una specie di fronzolo. Non è mai una necessità, e più e più volte la troverai un impaccio. Voglio dire: non usarla tanto per usarla. Non vergognarti di navigare senza controranda quando le altre barche hanno issato la loro, se per te è una scocciatura issarla. Mai, mai issare la controranda quando pensi che con essa la barca possa risultare anche solo un poco troppo velata; il tuo compito è navigare, non farti ammirare né guadagnare tempo.

My eighth rule (which, if I were putting them in order of importance would come very early in the list) is: Look to every part of your gear-, not only when you are starting out upon a cruise, but all the time. Look minutely to every point where there may be weakness. See that all is secure, and that all the running gear runs freely. This means running your eye and hand over the ropes and looking closely to the blocks, and to the attachments of hooks and swivels, and to the ties of the leach upon the rings, and to the parrel line at the jaws, and, indeed, to all details of which there is a very long list, when you come to think of it, even in the simplest rig. Take nothing for granted, test everything. When you find anything doubtful - a cleat that shakes a little, or a run that jams for a second, or whatever it may be - put it right at once. The whole thing may be somewhat of a business, but in this, as in most things on board a boat, work all the time.

But who am I that I should write thus? Was it not also I who, in May-month of the year 1901, ran from France to the English island most abominably over-canvased, not being able to take in a reef because my throat halyard had jammed? I noticed a jerk in it, even as I left the shores of the Morini, and I neglected to put the block right because I was eager to be off. I said to myself, ‘It will work all right when the time comes!’ But it did not, and, therefore, did I run with a most astonishing speed, and on to the end of the affair, in no small terror, until I saw tall England, looming up above me out of a sort of smoke; and ever since then I have been most attentive to that one block. And why not to the others? Because conduct is by mood rather than by reason, and the do-nothing mood is a mastering one; as witness the home dogs of the rich, the cats of the poor, and sundry other beasts, including man.

Now my ninth rule is: Keep with you all the charts you can.

You can never have too many for your purpose. Many people are content with general charts, and do not take with them the plans of harbours. It is an error. The plans of harbours are even, in this sort of knocking about the coasts, more useful than the general charts. For a man can always tell where he is (more or less) along the coast, but the working in and out of harbours is the difficulty, and the knowing of where to lie, and what areas dry out, and the rest. But here it is important to warn those who are not used to such plans that to many of our harbours this guide is only approximate because the channel shifts so much. After almost every gale or exceptional tide, you need new local knowledge.

No plan, for instance, will help you much to get into Staples or St Valery, in Picardy, or over Shoreham Bar and into its double fairway. You must get in as best you can by your judgement and the lead, or with a local man aboard. And the same is true of the Arun in a lesser degree, and even, once you are well within the bar, of Barnstaple River, and fifty others. Nevertheless, a plan is always invaluable. It gives you the main lines; and in the case of at least half the harbours, and all the larger ones, it gives you all you need.

In this matter of charts, never fail to have aboard you the book called The Channel Pilot, or The West Coast Pilot, or, in general, your book of directions for whatever part of the coast you are dealing with. The English charts are not only the best in the world, but one may almost say the only ones in the world. But our sailing direction books are more than that - they are unique; no other nation has them, at any rate, not of the same quality. They are exact; they tell one pretty well all one wants to know.

What gives me great pleasure in them is that they are also picturesque. The unknown authors let themselves out now and then, and write down charming little descriptive sentences praising the wooded heights above the sea, or sounding great notes of warning which have in them a reminiscence of the Odyssey.

One paragraph I have put to memory, and often recite to myself with delight. It runs thus (after praising a particularly difficult passage or short cut behind a great reef of our coasts): ‘But the mariner will do well to avoid this passage at the approach of the turn of the tide; or if the wind be rising, or darkness falling upon the sea.’ I like that! If I could write Greek I would write hexameters, translating that noble strain into the original of all seafaring language, telling how the Goddess warned him of peril if he should attempt the passage when the stream of Oceanos was turning, and the night was coming forward over the abyss, and the shaker of the earth had let loose the winds.

I would write how she came up out of the deep, under the storm-cloud, like a white sea-bird and warned him of peril when darkness was falling upon the sea.

Do not, while I am talking of charts and the official sailing books - The Channel Pilot, and the rest - be careless about lights. It is the easiest thing in the world to mistake a light. Time the flashes carefully, and compare them with what your chart or your book tells you. But remember that upon coming into harbour there is always confusion (especially nowadays, with electric lights everywhere and a mass of illumination on shore), which there was not twenty years ago. There is great danger today, on approaching any shore town, of mistaking the directions given. I have had trouble in two very different places through this. One, Hastings, where there is no true port at all, but only a breakwater, and the other Dartmouth. Not that civilians, or landsmen, or whatever you like to call them, have yet gone so far as to set up red and green lights in their windows, but that in the glare of the lights you may miss the leading marks, and that a white light when you are close in is hardly any use at all unless it flashes regularly. I speak, of course, of small harbour lights alone. Also you must remember that these are not to be seen, as a rule, until one is quite close.

La mia ottava regola (che, se le disponessi in ordine d’importanza, verrebbe assai presto nell’elenco) è questa: controlla ogni parte dell’attrezzatura, non solo quando parti per una crociera, ma di continuo. Esamina minuziosamente ogni punto in cui possa esserci una debolezza. Assicurati che tutto sia saldo e che tutte le manovre correnti scorrano liberamente. Questo significa far passare l’occhio e la mano sulle cime e osservare da vicino i bozzelli, e gli attacchi di ganci e mulinelli, e le legature della balumina sugli anelli, e la trozza alle ganasce, e, in verità, tutti quei particolari di cui, a pensarci bene, esiste un elenco lunghissimo, anche nell’armo più semplice. Non dare nulla per scontato, prova ogni cosa. Quando trovi qualcosa di dubbio — una galloccia che balla un poco, o una manovra che s’inceppa per un istante, o qualunque altra cosa — rimettila a posto subito. L’insieme può risultare una bella faccenda, ma in questo, come nella maggior parte delle cose a bordo di una barca, si lavora di continuo.

Ma chi sono io per scrivere così? Non fui forse io che, nel maggio del 1901, corsi dalla Francia all’isola inglese con una velatura spaventosamente eccessiva, non potendo prendere una mano di terzaroli perché la drizza di gola si era inceppata? Notai uno strappo già mentre lasciavo le rive dei Morini, e trascurai di sistemare il bozzello perché avevo fretta di partire. Mi dissi: «Funzionerà benissimo quando sarà il momento!». Invece non funzionò, e perciò corsi a una velocità sbalorditiva, e fino alla fine della faccenda, con non poco terrore, finché non vidi l’alta Inghilterra levarsi sopra di me da una specie di fumo; e da allora sono stato attentissimo a quel bozzello. E perché non agli altri? Perché la condotta dipende dall’umore più che dalla ragione, e l’umore del non far nulla è padrone; ne fanno fede i cani domestici dei ricchi, i gatti dei poveri e svariate altre bestie, uomo compreso.

La mia nona regola è dunque: tieni con te tutte le carte nautiche che puoi.

Non ne avrai mai troppe per il tuo scopo. Molti si accontentano delle carte generali e non portano con sé i piani dei porti. È un errore. In questo modo di girovagare lungo le coste i piani dei porti sono anzi più utili delle carte generali. Un uomo infatti può sempre dire, più o meno, dove si trova lungo la costa; la difficoltà è entrare e uscire dai porti, sapere dove ormeggiarsi, quali zone restino in secca e via dicendo. Ma qui è importante avvertire chi non è avvezzo a tali piani che per molti dei nostri porti questa guida è solo approssimativa, perché il canale si sposta di continuo. Dopo quasi ogni burrasca o marea eccezionale occorre una nuova conoscenza dei luoghi.

Nessun piano, per esempio, ti aiuterà granché a entrare a Staples o a St Valery, in Piccardia, o a superare la barra di Shoreham e a infilarne il doppio canale. Devi entrare come meglio puoi, col tuo giudizio e con lo scandaglio, oppure con un pratico del luogo a bordo. Lo stesso vale, in misura minore, per l’Arun, e perfino, una volta ben dentro la barra, per il fiume di Barnstaple, e per altri cinquanta. Ciò nonostante un piano è sempre prezioso. Ti dà le linee principali; e nel caso di almeno metà dei porti, e di tutti i più grandi, ti dà tutto ciò che ti serve.

In questa faccenda delle carte, non mancare mai di avere a bordo il libro chiamato The Channel Pilot, o The West Coast Pilot, o, in generale, il tuo portolano per qualunque tratto di costa tu stia percorrendo. Le carte inglesi non solo sono le migliori del mondo, ma si può quasi dire che siano le uniche al mondo. I nostri portolani però sono qualcosa di più: sono unici; nessun’altra nazione ne possiede di simili, per lo meno non della stessa qualità. Sono esatti; ti dicono press’a poco tutto quello che vuoi sapere.

Ciò che in essi mi dà gran piacere è che sono anche pittoreschi. Gli autori ignoti ogni tanto si lasciano andare e scrivono deliziose frasette descrittive in lode delle alture boscose sopra il mare, oppure lanciano grandi note d’avvertimento che hanno in sé un’eco dell’Odissea.

Un paragrafo l’ho imparato a memoria e me lo recito spesso con diletto. Suona così (dopo aver lodato un passaggio particolarmente difficile, una scorciatoia dietro una grande scogliera delle nostre coste): «Ma il navigante farà bene a evitare questo passaggio all’approssimarsi del cambio di marea; o se il vento va crescendo, o se l’oscurità cala sul mare». Questo mi piace! Se sapessi scrivere in greco, comporrei esametri, traducendo quella nobile cadenza nella lingua originaria di ogni navigazione, raccontando come la Dea lo ammonì del pericolo se avesse tentato il passaggio quando la corrente di Oceano volgeva, e la notte avanzava sopra l’abisso, e lo scuotitore della terra aveva sciolto i venti.

Scriverei come ella salì dal profondo, sotto la nube di tempesta, simile a un bianco uccello marino, e lo ammonì del pericolo mentre l’oscurità calava sul mare.

Mentre parlo di carte e dei portolani ufficiali — The Channel Pilot e gli altri — non trascurare i fanali. Nulla al mondo è più facile che scambiare un fanale per un altro. Cronometra con cura i lampi e confrontali con quanto ti dicono la carta o il libro. Ma ricorda che all’entrata in porto c’è sempre confusione (specialmente oggigiorno, con le luci elettriche dappertutto e una massa di illuminazione a terra), che vent’anni fa non c’era. Oggi, avvicinandosi a una qualsiasi città costiera, si corre il grave rischio di fraintendere le indicazioni date. Per questo ho avuto guai in due luoghi assai diversi. Uno è Hastings, dove non c’è alcun vero porto ma solo un frangiflutti, e l’altro Dartmouth. Non che i borghesi, o i terrestri, o come tu voglia chiamarli, si siano ancora spinti fino a mettere luci rosse e verdi alle finestre, ma nel bagliore delle luci puoi perdere gli allineamenti, e una luce bianca, quando sei ormai sottocosta, non serve quasi a nulla se non lampeggia con regolarità. Parlo, s’intende, dei soli fanali dei porti minori. E devi ricordare anche che, di regola, non si vedono finché non si è del tutto vicini.

But I suppose, talking of lights, that the most difficult thing for the poor land-living fellow who now and then sails (the most difficult thing for people like you and me, that is) is dealing with the lights of moving craft when one comes up a fairway at night.

For this there are a number of rhyming rules, which we all of us have by heart:

When you see two lights ahead,

Port your helm and show your red.

Or again:

Green to green and red to red,

All right - go ahead.

But these rules, of which there are about a dozen or so, are only for the simplest cases, and my experience is that in any crowded fairway at night you must depend upon judgement, subject only to the first and most elementary rules, such as passing port to port. But even here there are one or two things the man of the small boat should bear in mind, and they are singularly like the things which the poor man must bear in mind in the company of the rich, or the ruler of a weak nation when he is dealing with a strong neighbour.

For instance, rules or no rules, no large craft will ever make room for you; you must make room for it. That is especially true of mechanical craft.

I remember lying off the Dorset coast in a dead calm with no steerage way at all, and a huge great tramp going westward, full of some abominable cargo or other, and bound to some fever-stricken swamp beyond the ocean, lumping down upon me like a blind rhinoceros.

It was impossible for my little craft to avoid her. If it had been quite dark, I have no doubt she would have run me down with all the good nature in the world, but as it was still possible to follow from the shore what was happening, she did at the last moment give her helm just the slightest touch, and missed me by a nothing; so that I had the pleasure of half-shaking my spars out in the tumble of her greasy wake. When, therefore, you are in a crowded fairway at night, always give way; it is the only rule. And have the sense to behave as the lawyers do: forget that there is such a thing as justice, let alone honour or pride.

Then there is another rule to be remembered, which is serviceable enough, and that is, when you have plenty of room and the larger thing coming at you is still at some distance, keep your course for some little time, in order to give your enemy (as I will call him) the chance to do the right thing. There is nothing so baffling as to have to deal with another craft that does not know its own mind. If the hostile fellow sees you on a definite course, he has at least an opportunity for making his calculations and avoiding trouble.

Here is more advice: never get yourself in the wrong by having your own lights dimmed or out of order. Since they must be screened from the after part whence you steer, have some little splash of white or what not which shows you from the tiller that they are still alight. And as for your riding light, which so often has to do duty when all are asleep aboard, see that it is sound and of capacity and filled. You can hardly have too large a one; not for the sake of the light, but for the sake of the number of hours it will burn. And this I say, never having possessed one in my whole cruising life which did not leak or blow out in a gale, or come crashing down on deck through insecure fastening, or in one way or another behave in the fashion true and consonant to the Nona, which is the chief boat of all the boats in the world, and therefore, like the chief men of this world, is in trouble all the time.

Indeed, I think that there stand out among all the boats of history, supreme, singular, incomparable to lesser things, like the two horns of Hattin, or the Twin Stars, two boats - Noah’s Ark and the Nona; and of these two, the Nona is the better ship. I judge this by the pictures of the ark I have seen upon match-boxes, which I take to be upon the whole our best text, though late and somewhat corrupt. Such a craft could not have been handled with any satisfaction. It has no gear, only a sort of deck-house; but it is famous, and of such antiquity that it should be revered - from its time onwards there has been nothing but the Nona. You talk of the Nina; of Columbus’s other ships - whose names I never knew, nor you either; of the Mora, that brought William of Falaise to Pevensey; of the White Ship and of the Ark Royal; of the Victory (which is now, they say, to sail upon dry land); of the Great Harry, of the Vengeur, of the Hood, and of the two beautiful enamelled motor-boats which are (I hope) to be purchased out of our pockets for the Salaried League of Nations at Geneva, and there moored along the wharf of its private garden, well called Tom Tiddler’s Ground. But none of all these ships is to be mentioned in the same breath as the Nona.


The wind dropped quite suddenly while it was yet dark before we had passed Fairlight, that is, within a hour’s running. It left, though it had been an off-shore wind, something of a lump behind it, as nearly always does such a sudden cessation of strong weather. I have often noticed this; it is as though the wind blew the sea flat, and then, when the pressure of it was relieved, the water would move up again to show it freedom.

It not only dropped; it also, after half an hour’s calm, began to run right round ahead to the west, and even to the south of west, so that we had to put out far into the sea upon the starboard tack, and then beat back again towards the shore to make our course. In this way, the holy light of day had already begun to grow by the time we were opposite Hastings and the odd broken breakwater of the place; whereby they have attempted to restore, but failed to restore, something of the old harbour.

That harbour of Hastings has today quite disappeared, its defences worn down by the sea, but the Castle still stands there to show how important a haven it was; one of the great ports of mediaeval England. What I have read upon the matter has not left me much clearer as to the exact lie of the sheltered water, but my interest in the place (apart from this, that certain of my forbears are buried there) stands in that odd disappearance of a great political function. Hastings was a port, and it is a port no more. Yet the town has survived, and even its use of the sea has survived; though now they must draw up their boats upon the shore.

Ma suppongo che, parlando di luci, la cosa più difficile per quei poveretti che vivono sulla terra e che di tanto in tanto navigano, insomma, per persone come te e me, sia gestire le luci delle imbarcazioni in movimento quando ci si avvicina a un percorso navigabile di notte.

Per questo esistono diverse regole di rima, che tutti noi conosciamo a memoria:

Quando vedi due luci davanti a te

Indossa il tuo elmo e mostra il tuo colore rosso.

O ancora…

Verde su verde e rosso su rosso,

Va bene, procedi pure.

Ma queste regole, che sono circa una dozzina, si applicano soltanto ai casi più semplici; dalla mia esperienza so che, in qualsiasi percorso affollato di notte, bisogna fare affidamento sul proprio giudizio, rispettando soltanto le regole più elementari, come quella di passare da un lato all’altro del percorso. Tuttavia, anche in questi casi ci sono uno o due aspetti che la persona che utilizza una piccola barca dovrebbe tenere a mente; questi aspetti assomigliano molto a quelli che un povero deve considerare nella compagnia dei ricchi, o a quelli che un sovrano di una nazione debole deve tenere presente quando interagisce con un vicino potente.

Ad esempio, che ci siano regole o meno, nessuna grande imbarcazione potrà mai farti spazio; devi essere tu a crearglielo. Questo vale soprattutto per le imbarcazioni meccaniche.

Ricordo di essere sdraiato al largo della costa del Dorset in una calma assoluta, senza alcuna possibilità di manovrare; poi apparve un enorme veliero diretto verso ovest, carico di qualche terribile mercanzia, destinato probabilmente a qualche palude malsana oltre l’oceano. Quel veliero sembrava piombarmi addosso come un rinoceronte cieco.

Era impossibile per la mia piccola imbarcazione evitarla. Se fosse stata completamente buia, non ho dubbi che mi avrebbe colpito, nonostante tutta la sua buona volontà. Ma poiché era ancora possibile seguire da riva ciò che stava accadendo, all’ultimo momento lei modificò leggermente la rotta e mi mancò di un soffio; così ebbi il piacere di vedere le mie strutture oscillare nel vortice delle sue tracce oleose. Quindi, quando vi trovate in una zona trafficata di notte, date sempre la precedenza agli altri: è la regola principale. E comportatevi come fanno gli avvocati. Dimenticate che esista qualcosa come la giustizia, per non parlare dell’onore o del orgoglio.

C’è un altro principio da ricordare, abbastanza utile del resto: quando si dispone di molto spazio e l’oggetto più grande che ci si avvicina è ancora a una certa distanza, è meglio mantenere la propria rotta per un po’, in modo da dare al proprio “nemico” (così lo chiamerò) la possibilità di agire correttamente. Non c’è nulla di più frustrante che dover affrontare un’altra imbarcazione che non sa cosa vuole fare. Se il nemico vi vede muovervi in modo preciso, ha almeno l’opportunità di calcolare le proprie mosse e evitare problemi.

Ecco altri consigli: non fate mai errori facendo spegnere o guastare le vostre luci. Poiché devono essere protette dalla parte posteriore da cui guidate, installate una piccola luce bianca o qualcosa del genere che vi permetta di vedere se sono ancora accese dal timone. Per quanto riguarda la luce di navigazione, che spesso deve funzionare quando tutti dormono a bordo, assicuratevi che sia in buone condizioni, abbia sufficiente potenza e che il serbatoio sia pieno. Non è mai troppo grande; non per motivi legati alla luminosità stessa, ma per garantire che funzioni per un numero maggiore di ore. Io stesso, in tutta la mia vita da navigatore, non ho mai avuto una luce che non perdesse o si spegnesse durante una tempesta, che non cadesse sul ponte a causa di fissaggi insufficienti, o che non presentasse qualche problema. Proprio come il “Nona”, la nave più importante di tutte quelle esistenti al mondo: anche essa, come i personaggi più influenti di questo mondo, è sempre in mezzo a problemi.

Infatti, penso che tra tutte le imbarcazioni della storia ci siano alcune che si distinguono per la loro supremazia, unicità e incomparabilità rispetto ad altre più semplici; come i due corni di Hattin o le Due Stelle Gemelle. Tra queste, l’Arca di Noè è senz’altro la nave più straordinaria. Lo giudico in base alle immagini dell’arca che ho visto su scatole di fiammiferi: ritengo che siano, nel complesso, il nostro miglior documento storico, anche se piuttosto tardivo e parzialmente corrotto. Una nave del genere non avrebbe potuto essere manovrata in modo efficace. Non possiede alcun sistema di propulsione, solo una sorta di cabina sul ponte; ma è famosa, e così antica da meritare il massimo rispetto. Dall’epoca della sua costruzione, non ne sono esistite altre simili. Parlate della Nina, delle altre navi di Colombo, del Mora che portò Guglielmo di Falaise a Pevensey, della White Ship e dell’Ark Royal, della Victory (che, si dice, ora possa navigare anche su terraferma), del Great Harry, del Vengeur, del Hood, e delle due bellissime motoscafi smaltati che, spero, verranno acquistati con i nostri soldi per la Lega delle Nazioni a Ginevra, dove saranno ormeggiati lungo il molo del suo “giardino privato”, chiamato giustamente Tom Tiddler’s Ground. Ma nessuna di queste navi può essere paragonata all’Arca di Noè.


Il >vento cessò improvvisamente mentre era ancora buio, poco dopo aver superato Fairlight, cioè entro un’ora di viaggio. Nonostante si trattasse di un vento che soffiava da largo, lasciò alle sue spalle una sorta di “massa d’aria”, come accade quasi sempre quando un fenomeno meteorologico intenso si interrompe all’improvviso. Ho notato spesso questo fenomeno: è come se il vento avesse appiattito la superficie del mare, e poi, quando la pressione causata da esso diminuiva, l’acqua tornasse a muoversi, rivelando così la sua “libertà”.

Non solo iniziò a scendere; dopo mezz’ora di calma, anche la direzione del vento cambiò, spostandosi verso ovest e persino a sud-ovest. Per questo dovettemmo virare a dritta verso il mare aperto, per poi tornare indietro verso la riva per riprendere la nostra rotta. In questo modo, quando arrivammo di fronte a Hastings e al quel frammentato frangiflutti della zona, la luce del giorno aveva già iniziato ad aumentare; grazie a ciò avevano tentato di ripristinare, senza successo, alcune parti dell’antico porto.

Quel porto di Hastings oggi è quasi completamente scomparso: le sue difese sono state erose dal mare, ma il castello rimane ancora lì a dimostrare quanto fosse importante quel rifugio marittimo, uno dei grandi porti dell’Inghilterra medievale. Quanto ho letto al riguardo non mi ha aiutato molto a capire con precisione dove si trovasse esattamente quell’area protetta dal mare; tuttavia il mio interesse per quel luogo deriva soprattutto da quella strana scomparsa di una funzione politica così importante. Hastings era un porto, e ora non lo è più. Eppure la città è sopravvissuta, così come l’uso che ne faceva in passato; anche se oggi i loro barchi devono essere tirati a riva.

I hope that Hastings has reasserted its right to christen the great battle. When I was at Oxford it was a favourite piece of humbug among the academic to call the Battle of Hastings ‘Senlac’.

This queer Gascon name they got out of a foot-note of Lingard’s. Now it happens to be a sacred rule at Oxford never to admit any obligation to Lingard. Lingard is the creator of documented, exact English history. Three-quarters of the things you hear put forward as modern conclusions upon the English past come first from that great and unique historian. He invented the science. Before his time no one had written a history from original texts; nor had anyone taken a general survey.

Since his time he has become a quarry for all those who can, or pretend to, teach and write history. But it is an unbroken rule at the Universities of Oxford and Cambridge to boycott his name.

Lingard made that one bad error. He called the Battle of Hastings, Senlac. Like schoolboys who give themselves away copying, Freeman and his gang, following Lingard’s one mistake, worked the thing to death. They seem to have thought in their ignorance that Senlac was an Anglo-Saxon term! And then, it was so grand to give a shock to general usage, and to introduce that note of the unusual which is the mark of the charlatan. Round demolished them.

How often have I not studied that famous field. It was but this year that I went all over it with a clinometer, taking contours, with two friends to help me, so that I might re-establish the battle.

I know not what that fascination is which attaches to seeing, touching, standing on the very site of some great business of the past. I cannot analyse its nature, but I feel the strength of it profoundly, and I would I could recover the hours I have wasted all my life long in exactly establishing this, that, and the other topographical point of the past. What reverence do I not feel, and how justly for such work as Rice Holmes, in which every movement of Caesar’s, in those fateful August days of the first Invasion, is clinched down with iron proof, exact, converging.

There is nothing more delightful in the ocean of modern historical work, the moving, empty sea of guess and unproved affirmation, than these few solid rocks of industry and common sense. The people who get the thing settled once for all are as different from the question-mongers and theory-spinners as is a vigorous air from confused harmonies; or better, as is the grasp of a living hand from the ghostly touches of the spooks.

What could be more masterly than Holmes’ establishment of the landing place upon Deal beach, the calculation of the march to the Stour, the crossing place, the storming of the camp on Bigberry Hill. It is like the fitting in of a jig-saw puzzle, everything made complete, certain, absolute, where before all had been chaos. Over and over again have I climbed that hill and sat me down on the rampart, in order to look below towards the ford of the river where the seventh legion crossed, and over and over again, sailing in the narrows of the channel, I have called up that great armament on its summer’s day, the galleys rowing with the tide round the South Foreland and the heavier transports far away towards the French shore.

It is, I fear, an evil pleasure of the mind, but it is a very real pleasure, none the less, which a man takes in that which should, if he were honest and charitable, provoke him rather to indignation, and the abominable follies of the academic fool do give me that pleasure which I suppose I ought to fly. When a Don shows his great learning by spelling Clovis ‘Hchlodhovech’, I feel not pain, as I should, but pleasure: it makes me think of ‘Clodhopper’. When the official historian, hall-marked and log-rolled, assures me that the great officials of fifth-century Rome knew no Greek, or when his fellow, similarly hall-marked and log-rolled, assures me that Homer’s poems were composed by a committee, I, who ought to be pained, laugh. So I do when they tell me as one Professor solemnly told the world in the pages of, I think, the Spectator (but possibly it was another learned organ) that the French for ‘very beautiful’ was ‘beaucoup belle’, or that the phrase ‘La volonté generale est toujours droite’, means ‘The general will is always right’.

There is another trick of theirs which gives me infinite delight, and that is the solemn perversion of authority, of which the pleasant name is ‘Mumbo-Jumbo’.

The power to affirm anything at will to an audience of young and quite unread undergraduates, without fear of contradiction or examination, produces an impotent sort of pride in which the very nature of authority is forgotten.

A great scholar steeped in Greek literature says: ‘The style of this passage is the style of the third century.’ That is the voice of authority.

A man thoroughly familiar with the language can say a thing like that, and men not familiar with the language must accept it, unless they find it challenged by any authority at least equal. If they all find similar scholars making a similar affirmation, humility and common sense demand that the affirmation should be taken as true.

But when the affirmer goes on to say that, because the style of a passage is that of the third century, therefore it cannot possibly have been written 100 years later, he is talking nonsense so appalling that it makes one catch one’s breath.

A man steeped in English can say with authority to a foreigner, ‘This letter is in the style of Dr Johnson, and of the eighteenth century; it cannot possibly have been written in the seventeenth.’ But of what value would his statement be if he added, ‘Nor could it possibly have been written in the nineteenth’? Scholarship has authority when it possesses data which those who accept that authority have not had the leisure or the industry, or perhaps the power, to examine. It possesses no authority whatever against the common sense of the most ignorant man. I come across a document in which there is used strong language against Richard III. The manuscript which denounces him as the murderer of his nephews qualifies the advent of the Tudor, and draws up arguments in favour of his claim. A competent expert who can say to me, ‘By nature of the handwriting, I, who am most learned in such documents, can tell you certainly that this was not written shortly after Bosworth, but a hundred years later,’ must be believed.

Spero che Hastings abbia riaffermato il proprio diritto di dare il nome “Battaglia di Hastings” a questa grande battaglia. Quando ero all’Oxford, era uno dei modi preferiti dagli accademici per prendersi gioco della cosa chiamare la Battaglia di Hastings “Senlac”.

Questo strano nome gascognolo l’hanno preso da una nota a piè di pagina di Lingard. Ora, per coincidenza, a Oxford è una regola sacra non assumersi mai alcun obbligo nei confronti di Lingard. Lingard è il creatore di una storia inglese documentata e precisa. Tre quarti delle conclusioni moderne riguardo al passato inglese derivano da quel grande e unico storico: lui ha inventato questa “scienza” della storiografia. Prima del suo tempo, nessuno aveva mai scritto una storia basandosi su testi originali; né qualcuno aveva mai effettuato un’analisi generale del passato inglese.

Da allora, è diventato preda di tutti coloro che possono, o fingono di poter, insegnare e scrivere storia. Tuttavia, nelle università di Oxford e Cambridge vigore una regola inderogabile: il suo nome deve essere boicottato.

Lingard commise quell’errore fatale: chiamò la Battaglia di Hastings “Senlac”. Proprio come quei studenti che si tradiscono copiando, Freeman e la sua banda, seguendo quell’unica sbagliatura di Lingard, portarono tutto al fallimento. Nella loro ignoranza, probabilmente pensarono che “Senlac” fosse un termine anglosassone. E poi, sembrava così grandioso sorprendere l’uso comune e introdurre quell’elemento di stranezza tipico dei ciarlatani. Ma tutto andò storto.

Quante volte non ho studiato quel famoso campo. Solo quest’anno sono riuscito a esplorarlo completamente con un clinometro, tracciando i contorni del terreno, con l’aiuto di due amici, per poter ricostruire con precisione le posizioni delle truppe durante la battaglia.

Non so quale sia esattamente quella fascinazione che si prova nel visitare, toccare, stare sul luogo stesso di grandi eventi del passato. Non riesco ad analizzarne la natura, ma ne percepisco profondamente la forza; vorrei tanto poter recuperare tutte le ore che ho sprecato nella mia vita a cercare di stabilire con precisione ogni dettaglio di quegli eventi. Quanta reverenza non provo per un lavoro come quello di Rice Holmes, in cui ogni movimento di Cesare, in quei fatali giorni d’agosto della prima invasione, viene dimostrato con prove irrefutabili, precise e concordanti?

Nell’oceano delle opere storiche moderne, in quel mare agitato e pieno di congetture e affermazioni non verificate, non c’è nulla di più delizioso di queste poche “rocce solide” rappresentate dall’impegno e dal buon senso. Le persone che risolvono definitivamente le questioni sono molto diverse da coloro che si dedicano a porre domande o a elaborare teorie: proprio come l’aria fresca e vigorosa è diversa dalle armonie confuse, o ancora meglio, come la stretta di una mano viva è diversa dai toccamenti spettrali delle ombre.

Cosa potrebbe essere più magistrale del modo in cui Holmes individuò il luogo di sbarco sulla spiaggia di Deal, calcolò con precisione la strada da percorrere fino al fiume Stour, scelse il punto giusto per attraversarlo e organizzò l’assalto al campo situato su Bigberry Hill? È come se tutti i pezzi di un puzzle si incastrassero perfettamente l’uno nell’altro: tutto diventa completo, certo, assoluto, dove prima c’era solo caos. Più e più volte sono salito su quella collina e mi sono seduto sul parapetto per guardare verso il guado del fiume attraverso cui passò la settima legione; ancora e ancora, navigando nelle strette dell’estuario, ho rievocato quell’enorme flotta nel suo giorno di massimo splendore: le galee che remavano al seguito della marea attorno a South Foreland, e i più grandi trasporti diretti verso la costa francese.

È, temo, un piacere malvagio della mente, ma pur sempre un piacere molto reale. Un uomo prova tale piacere di fronte a cose che, se fosse onesto e caritatevole, dovrebbero suscitare in lui indignazione; le assurde follie degli accademici mi procurano proprio quel piacere, anche se dovrei evitarlo. Quando un “Don” dimostra la sua vasta erudizione scrivendo “Clovis” come “Hchlodhovech”, non provo dolore, ma piacere. Mi viene in mente il personaggio di “Clodhopper”. Quando lo storico ufficiale, con le sue certezze preconfezionate, afferma che i grandi funzionari di Roma nel V secolo non conoscevano il greco, o quando un suo collega fa lo stesso, anch’egli con le sue convinzioni prefabbricate, sostiene che le poesie di Omero siano state composte da un comitato, io, che dovrei sentirmi offeso, rido. Lo stesso accade quando mi dicono, come fece seriamente un professore sulle pagine del “Spectator” (o forse di un altro giornale accademico), che in francese “molto bello” si dice “beaucoup belle”, o che l’espressione “La volonté générale est toujours droite” significhi “La volontà generale è sempre giusta”.

C’è un altro loro trucco che mi procura infinita gioia, e consiste nella solenne distorsione dell’autorità, il cui nome piacevole è “Mumbo-Jumbo”.

Il potere di affermare qualsiasi cosa si voglia davanti a un pubblico di giovani studenti universitari, privi di qualsiasi timore di contraddizioni o analisi critica, genera una sorta di orgoglio impotente, in cui viene dimenticata la vera natura dell’autorità.

Un grande studioso, profondamente versato nella letteratura greca, afferma: “Lo stile di questo passaggio è lo stile del III secolo”. Questa è la voce dell’autorità.

Un uomo perfettamente familiare con quella lingua può dire una cosa del genere, e coloro che non la conoscono devono accettarla, a meno che non venga contestata da un’autorità almeno altrettanto autorevole. Se molti studiosi simili fanno affermazioni analoghe, l’umiltà e il buon senso richiedono che tali affermazioni vengano considerate vere.

Ma quando colui che afferma questo aggiunge che, poiché lo stile di un passaggio è tipico del terzo secolo, quindi non può assolutamente essere stato scritto 100 anni dopo, sta dicendo cose così assurde da lasciare davvero senza parole.

Un uomo profondamente versato nella cultura inglese può dire con autorità a un straniero: “Questa lettera è scritta nello stile di Dr Johnson e risale al XVIII secolo; quindi non può essere stata scritta nel XVII.” Ma quale valore avrebbe tale affermazione se aggiungesse: “Né potrebbe essere stata scritta nel XIX secolo”? La erudizione possiede autorità quando dispone di informazioni che coloro che ne riconoscono l’autenticità non hanno avuto il tempo, lo sforzo o forse nemmeno la capacità di verificare. Tuttavia, essa non ha alcun valore contro il buon senso dell’uomo più ignorante. Mi capita spesso di trovare documenti in cui si utilizza un linguaggio aggressivo nei confronti di Richard III; manoscritti che lo denunciano come assassino dei suoi nipoti giustificano l’avvento della dinastia Tudor e presentano argomentazioni a suo favore. Un esperto competente che possa dirmi: “In base alla grafia, io, che conosco bene questo tipo di documenti, posso affermare con certezza che non è stato scritto subito dopo la battaglia di Bosworth, ma cento anni dopo”, deve essere creduto.

The statement has authority. He can judge the date of the handwriting, and I cannot. But if he goes on to say, ‘Therefore the statement is not contemporary,’ he is talking the wildest nonsense, because our common experience is sufficient to tell us that men do, and may, take manuscript copies of things written before their time. If a man steeped in all the details of Elizabeth’s reign, says of a particular MSS. it is spurious because, ‘At such a date in the late sixteenth century, a document of this particular kind would be found reduced to print and not re-copied in manuscript,’ I should answer, by the use of my common sense, ‘Why not? How do you know what motive the man may have had who copied it? How do you know whether it has not been reduced to print in some form which we have lost? How do you know that it may not be some family possession which the owner did not want spread broadcast, or which he only had the curiosity to copy out himself?’

It is the nature of human pride to assume powers beyond those really possessed; but new forms of such assumption go for a long time unrecognized. The abuse of religious authority is a commonplace. Men are only beginning to wake up to the modern abuse of academic authority. Heaven knows how much we have heard of priestcraft and it is true that men holding only spiritual authority have not infrequently pretended to an authority in other fields beyond their lawful scope. But such extravagance is far more forgivable than the academic assumption of false authority based upon supposed or affirmed proof when proof there is none. For the former is a mere exaggeration, but the latter implies a falsehood. If a man is really possessed of second sight, and, having given evidence of enjoying that strange faculty, goes on to pretend a knowledge of things of which he is in fact ignorant, then he is a charlatan presuming upon his merited reputation to acquire a greater and unmerited one. But it is a worse offence when a man pretends to repose his statements on common reason and actual experience in matters where these were absent.

There is one type of this false academic authority which has spread over historical work like a fungus, and particularly over the discussion of the early Church. It is the paying of deference to a man’s authority in things which have nothing whatever to do with his scholarship, and which are mere creatures of his imagination, of as much and as little value as similar creatures raised by any wholly illiterate layman. It is in the matter of the Gospel of St John that this rubbish has accumulated its most monstrous heap. A great scholar like Wernle (I suppose he was a great scholar; I am no judge, but I am assured by other scholars that he was so, and I must take it to be true) has authority when he says, ‘This or that passage is of the style and manner of this or that period.’ Even so, his authority is limited by the authority of other scholars, and even so, it is as well that he should put forward, even for the uninstructed reader, some grounds for his judgement. But when he ventured to affirm that the exaltation of spirit shining through the fourth gospel cannot be that of an eye-witness, his judgement is worth no more than that of a cook-boy’s apprentice, or of a street scavenger. A man’s power of judging the psychology of his fellow-men varies with capacities quite disconnected from scholarship in letters. My power to decide whether Boswell really knew Johnson (supposing there were no evidence beside the book itself) is based upon my knowledge of how men feel and act, and the difference between the way in which they talk when they are making things up, and the way in which they talk when they are bearing witness and recording a real experience. I may be right, or I may be wrong, in my conclusion: but my powers of arriving at it have nothing to do with my powers of judging a text. Yet Wernle’s empty guesswork, even when it is manifestly absurd, is treated with respect, and, what is exasperating, with special respect by the orthodox. The orthodox seem to feel, in approaching the sceptics, that they are dealing with superiors. It ought to be just the other way. The people who are in the tradition of Europe who have behind them the whole momentum of civilization, who have humour and common sense as the products of Faith, ought to approach their contradictors as inferiors.

It is certainly so in the case of this Gospel of St John. A man who denies its apostolic authority, and who comes forward with a disconnected mass of guesswork, scrappy particularisms, and odd conjectures, should be regarded as the incongruous disturber of a judgement upon which millions of men through centuries had preserved a firm conclusion. It is true that even the widest tradition, the largest body of mature judgement, must listen to any objection and weigh it. To refuse that is to deny the rights of human reason. But it is monstrous that the sound, admitted, fixed, concluded thing, the heritage of the human race, should be put on its defence, and that any assault on it should be supported by a predisposition to accept any conclusion so long as it be novel.

We are accused of a bias in favour of accepted truth. We should reply that our opponents have a much worse bias against. They say we begin by desiring to find witnesses to Jesus Christ. It is true. But they begin with a fierce desire to destroy the evidence to Jesus Christ. Make them come out with their proofs: accuse them roundly of humbug. Laugh at their provincial rejection of the marvellous. Unmercifully ridicule their lack of proportion; their ignorance of the human mind; their failure to taste tradition. Rattle them. Believe me, in battle you must be fierce. The louder the victim’s cries the nearer you are to victory.


All that suggested by the mere name ‘Hastings’ and the charlatanry of ‘Senlac’; but really such a name might suggest whole cartloads of books.

Go to Battle and see the place where Harold fell. You can mark it to a yard. Look at the little tomb in which they say Odo lay; see the Malfosse still clearly there just westward of the tennis-courts in the gardens of the Abbey; a trap for cavalry. Note how the Normans, Bretons, and all the rest of the foreigners could not deploy until they were at the very foot of the hill, and how they were handicapped by its steepness without the momentum of a gallop downhill to begin with; it was that which nearly lost them the battle. Mark the length of the ridge, and ask yourself how it could have been held against heavily armed horse with less than 30,000 or 40,000 men packed in a dense formation, for it is nearly a mile from flank to flank, and would need 2,000 locked shields to cover it.

La dichiarazione ha autorità. Lui può stabilire la data della scrittura a mano, mentre io no. Ma se aggiunge: “Pertanto, la dichiarazione non è contemporanea”, sta dicendo assolutamente sciocchezze, perché la nostra esperienza comune ci insegna che le persone possono e spesso prendono copie manoscritte di documenti scritti in epoche precedenti. Se qualcuno, ben informato sui dettagli del regno di Elisabetta, afferma che un certo manoscritto è falso perché “a quell’epoca, alla fine del XVI secolo, un documento di quel tipo sarebbe già stato stampato e non più copiato a mano”, io risponderei, facendo appello al buon senso: “Perché no? Come si può sapere quale motivazione avesse la persona che lo ha copiato? Come si può escludere che non sia mai stato stampato in qualche forma di cui oggi non abbiamo più conoscenza? E perché non potrebbe trattarsi di una copia familiare che il proprietario non voleva diffondere, o che ha semplicemente voluto trascrivere personalmente?”

È naturale dell’orgoglio umano assumersi poteri al di là di quelli realmente posseduti; tuttavia, nuove forme di tale comportamento rimangono spesso inosservate per molto tempo. L’abuso dell’autorità religiosa è una pratica comune; solo ora le persone iniziano a rendersi conto degli abusi moderni nell’ambito dell’autorità accademica. Chi sa quante cose abbiamo sentito riguardo alle pratiche fraudolente dei preti. È vero che coloro che detengono soltanto un’autorità spirituale non di rado fingono di avere poteri anche in altri ambiti al di fuori delle loro competenze legali. Tuttavia, tale eccesso è molto più tollerabile rispetto all’assunzione fraudolenta di autorità accademica basata su presunte prove, quando in realtà non ne esistono alcune. Il primo caso rappresenta semplicemente un’esagerazione; il secondo, invece, implica una menzogna. Se una persona possiede davvero la capacità di vedere il futuro e, dopo aver dimostrato di disporre di tale facoltà strana, continua a fingere di conoscere cose di cui in realtà è ignara, allora si tratta di un ciarlatano che approfitta della propria reputazione per ottenere uno status superiore e non meritato. Ma è ancora più grave quando una persona pretende di basare le proprie affermazioni sulla ragione comune e sull’esperienza reale, in ambiti dove tali elementi sono assenti.

Esiste un tipo di questa falsa autorità accademica che si è diffusa come un fungo negli studi storici, soprattutto nel dibattito sulla Chiesa primitiva. Si tratta del rispetto dovuto all’autorità di una persona in ambiti che non hanno alcuna relazione con la sua competenza accademica, ma che sono semplicemente frutto della sua immaginazione, e quindi di valore altrettanto nullo o pari a quello di idee generate da un laico completamente analfabeta. È proprio nel caso del Vangelo secondo Giovanni che queste opinioni prive di fondamento si sono accumulate in quantità enorme. Un grande studioso come Wernle (suppongo fosse davvero un grande studioso; non ne sono certo, ma altri accademici me lo assicurano e devo crederci) ha autorità quando afferma che questo o quel passaggio appartiene allo stile di un determinato periodo storico. Tuttavia, la sua autorità è limitata da quella di altri studiosi, e comunque è giusto che forni delle basi per le sue conclusioni anche al lettore meno preparato. Ma quando ha osato affermare che l’esaltazione dello spirito descritta nel quarto Vangelo non poteva provenire da un testimone oculare, la sua opinione vale quanto quella di un apprendista cuoco o di uno spazzino di strada. La capacità di una persona di comprendere la psicologia altrui dipende da facoltà del tutto indipendenti dalla conoscenza accademica. La mia capacità di stabilire se Boswell conoscesse davvero Johnson (supponendo non esistessero altre prove oltre al libro stesso) si basa sulla mia conoscenza dei modi in cui le persone si sentono e agiscono, e sulla differenza tra il modo in cui parlano quando inventano storie e quello in cui parlano quando raccontano un’esperienza reale. Potrei avere ragione o sbagliare, ma le mie conclusioni non hanno nulla a che fare con la mia competenza accademica. Eppure le congetture vuote di Wernle, anche quando sono palesemente assurde, vengono rispettate, e, cosa ancora più esasperante, ricevono un rispetto particolare da parte degli ortodossi. Gli ortodossi sembrano ritenere che, nel confrontarsi con i scettici, stiano trattando con persone superiori a loro. In realtà dovrebbe essere il contrario: coloro che appartengono alla tradizione europea, che hanno alle spalle l’intero slancio della civiltà, che possiedono umorismo e buon senso come frutto della >Fede, dovrebbero considerare i propri oppositori come inferiori a sé.

Certamente è vero nel caso di questo Vangelo di San Giovanni. Un uomo che neghi la sua autorità apostolica e presenti una serie di congetture prive di fondamento, di particolari frammentari e di ipotesi strane, dovrebbe essere considerato un perturbatore incompatibile con un giudizio su cui milioni di persone hanno mantenuto una conclusione ferma per secoli. È vero che anche la tradizione più ampia e il maggior insieme di valutazioni mature debbano ascoltare qualsiasi obiezione e ponderarla. Rifiutarlo significa negare i diritti della ragione umana. Ma è orribile che ciò che è stato riconosciuto, stabilito e concluso con certezza, l’eredità dell’umanità stessa, debba essere difeso, e che qualsiasi attacco contro di esso venga sostenuto da una predisposizione ad accettare qualsiasi conclusione, anche la più strana, purché sia nuova.

Siamo accusati di avere un pregiudizio a favore della verità accettata. Dovremmo rispondere che i nostri oppositori hanno un pregiudizio ancora peggiore contro di essa. Dicono che noi iniziamo cercando testimoni di Gesù Cristo. È vero. Ma loro iniziano con un desiderio ardente di distruggere le prove a sostegno di Gesù Cristo. Facciamoli presentare le loro prove: accusiamoli apertamente di essere degli impostori. Ridiamo della loro rifiutazione provinciale di ciò che è meraviglioso. Riduciamo senza pietà la loro mancanza di proporzionalità, la loro ignoranza riguardo alla mente umana, il loro fallimento nel comprendere il valore delle tradizioni. Sconvolgiamoli. Credetemi: in battaglia bisogna essere spietati. Più forti sono i lamenti della vittima, più vicini siamo alla vittoria.


Tutto ciò che suggeriva il semplice nome “Hastings” e le fandonie legate a “Senlac”; ma in realtà un nome del genere potrebbe far pensare a intere pile di libri.

Andate in battaglia e visitate il luogo dove Harold cadde; potete segnarne con precisione le dimensioni. Guardate quella piccola tomba nella quale si dice riposi Odo; osservate anche il Malfosse, ancora ben visibile a ovest dei campi da tennis nei giardini dell’abbazia: un trappolo per la cavalleria. Notate come i Normanni, i Bretoni e tutti gli altri stranieri non potessero dispiegarsi se non raggiungendo proprio la base della collina, e come la sua pendenza li ostacolasse gravemente, senza nemmeno il vantaggio di una corsa a tutta velocità verso il basso; fu proprio questo che quasi li fece perdere la battaglia. Misurate la lunghezza di quella cresta e chiedetevi come fosse possibile difenderla contro cavalleria pesantemente armata, con meno di 30.000 o 40.000 uomini schierati in formazione compatta. La cresta misura quasi un miglio da un’estremità all’altra, e ne sarebbero serviti almeno 2.000 scudi uniti tra loro per coprirla completamente.

There never was, I suppose, one day spent in this island with greater consequence to Christendom.


It was but a drift past the Martello Towers during that morning, and I slept through it, having been at the helm all through the long night, till my companion relieved me. When I woke we were opposite that entry to Pevensey, which is an entry no more, but which still holds, strongly challenging the sea, the Roman walls of the Andred Fort.

The place was a narrows, like those which give entry to the wide expanse of Portsmouth Harbour; and, as in that gully between Portsmouth and Gosport today, there must then have raced through the gully of Pevensey the gallop of the flood and of the ebb tides. Within was a vast expanse of level water that could hold as many score or hundred of ships as any captain might lead. Today you can follow clearly enough the old level of the salt - but that great haven is now all dry land.

It is full of memories. The ditches in the marsh still bear the name of such poor branches and inlets of the once-spacious harbour as struggled to live on into a later time. But no man will sail into Pevensey again. Thither the Mora sailed with William of Normandy aboard, ahead of his forest of a fleet, and at its bow a little cupid all in gold, and on its decks a great cask of wine broached for glory. He had made his landfall by the white gleam of Beachy near at hand. He had outrun all his transports, and he lay there off this coast awaiting them, until a man sent up the mast cried that he saw the fleet approaching ‘like a wood’. It was St Michael’s Day.

The place is full of memories. The people who wrote down the legends of England under Alfred preserved after 400 years a dreadful memory of some pirate raid, in which all the garrison of Pevensey perished, on some day between the end of the Imperial rule and the landing of St Augustine.

Strangely enough, we have no record of the process whereby that vast and secure harbour lifted above the level of the sea and lost its usage. Hastings has lived on, but Pevensey died in some darkness, and has disappeared. There still stands the wall of the Roman fort, with its courses of small Roman tile-brick remaining to stamp its origin. The great town that must have stood outside has dwindled to a hamlet, and the vast stretch of flat, beyond which was once what Portsmouth is, lies utterly alone with the seabirds complaining over it.

Beyond Pevensey walls the wind rose somewhat and gave us a fair course round Beachy, coming further round, so that we could carry on without handling the headsail sheets. We ran on a wind all the miles into the Sussex bay. I stood in close to the lighthouse (for the shore is fairly steep there), not a quarter of a mile off shore. It was unwise, for I had experience, as you know, of the way the wind will spill over that height. But I wished to save mileage; I had sailed the seas enough, and was for home.

The wind from that quarter brings usually a clear air, but in the calm weather of those last few days it had blown from anywhere, for the summer’s end had upon it an anti-cyclone, which is a mumbo-jumbo for fine weather. In such weather winds behave unnaturally, the south-west brings no gale or rain, nor is the easterly wind dry, nor the northerly cold, nor the southerly warm; and this, I suppose, is because the winds of an anti-cyclone are but youngling winds; not great steady ancestored winds from far away with a weight behind them.

I did wish as I was rounding Beachy that day that I could see a sea-serpent, which, many years ago (I had read it in print in an old magazine book which lay about in the parlour of a harbour inn), showed itself, for the conversion of the unbelieving, in these very seas.

It reared a great neck and shot at a prodigious pace through the salt with the movements of its long body, and having been seen by a whole crew thereto adjacent, sneered contemptuously at the puny race of men, and disappeared.

I thought to myself: ‘How should I behave if I were to see some such Horrendum, and had to bear witness to it before my fellow-men?’ I concluded that I would mix the truth with falsehood, like my good ancestor, the wise Ulysses, and so shoe-horn a knowledge of reality into scornful men. For I have a rule in such matters given me long ago and since then by me always to be observed. I got it thus:

When I was a boy an older friend of mine said to me a thing that then seemed to me extravagant, but which I now see to have been very sound. It was, that if you wanted to be believed in any matter worth believing, you had to bring an admixture of falsity into your statement. And the reason for this is plain enough. Either a truth is something that everybody knows about, and which, therefore, is not worth telling, or else it is something unusual, and therefore improbable, and likely to be disbelieved. It is the latter kind of truth which people ordinarily tell when they desire to interest their fellow-beings. But if they put that kind of truth straightforwardly, they are naturally taken for liars.

For instance, if you were to burst into a man’s room, and say, ‘Only last week I took the train in Paris after breakfast, and I was in London for dinner!’ he would believe you right enough, though he would not stand much of that sort of thing. But if you say, ‘Only last week I was in Paris for breakfast, and in Rome for dinner,’ he will think you are not telling the truth, although it can just be done by aeroplane; and if you say, ‘I was in London for breakfast, and in Calcutta for dinner’ (which may be perfectly true, supposing that the dinner and the breakfast were not on the same day), he will certainly set you down for a liar. Supposing, therefore, that you have really flown in an aeroplane from Paris to Rome, so that you left Paris comfortably after breakfast and got into Rome in plenty of time for dinner, you had far better put it differently, and say that the aeroplane has made a great difference, considering that you yourself had managed, by getting up at dawn on a summer’s day, to be in Rome just as it was falling dark, with only two slight mishaps on the way and a relay at Lyons. Then you will possibly be believed.

Suppongo che non ci sia mai stata, in tutta la storia, una giornata trascorsa su quest’isola che abbia avuto conseguenze più importanti per il Cristianesimo.


Quella mattina fu solo un breve passaggio vicino alle Torri del Martello; dormii tutto il tempo, essendo stato al timone per tutta la lunga notte, fino a quando il mio compagno non mi sostituì. Quando mi svegliai, ci trovavamo di fronte all’ingresso di Pevensey, un ingresso ormai inutilizzato, ma che ancora oggi resiste con forza alle onde del mare, grazie alle mura romane del Forte di Andred.

Il luogo era stretto, simile a quelli che conducono nell’ampio porto di Portsmouth; e, proprio come oggi in quel canyon tra Portsmouth e Gosport, anche allora il flusso delle maree doveva correre impetuoso attraverso il canale di Pevensey. All’interno si estendeva un vasto specchio d’acqua piatta, in grado di contenere decine o centinaia di navi, quante ne avesse potuto condurre qualsiasi capitano. Oggi è ancora possibile seguire chiaramente il vecchio livello dell’acqua salata, ma quel grande rifugio marittimo è ormai completamente asciutto.

È pieno di ricordi. I canali della palude portano ancora i nomi di quegli angusti bracci e insenature dell’un tempo vasto porto che hanno cercato disperatamente di sopravvivere nel corso del tempo. Ma nessuno navigherà più verso Pevensey. Fu lì che la flotta di Guglielmo il Conquistatore salpò, con una flotta sterminata alle sue spalle; sulla prua c’era un piccolo Cupido d’oro, e sulle ponti si trovava un enorme barile di vino, aperto in onore della vittoria. Guglielmo sbarcò vicino alla spiaggia bianca di Beachy. Aveva superato tutti i suoi trasporti e aspettava lì, al largo di questa costa, fino a quando qualcuno, salito sulla coffa, gridò che vedeva la flotta avvicinarsi, “Come un bosco intero”. Era il giorno di San Michele.

Questo luogo è pieno di ricordi. Le persone che registrarono le leggende d’Inghilterra sotto il regno di Alfred hanno conservato, dopo 400 anni, un terribile ricordo di una razzia pirata in cui tutta la guarnigione di Pevensey perì, in un giorno compreso tra la fine del dominio imperiale e lo sbarco di Sant’Agostino.

Stranamente, non abbiamo alcuna traccia del processo attraverso cui quel vasto e sicuro porto sia emerso al di sopra del livello del mare per poi perdere la sua funzione. Hastings è sopravvissuta, ma Pevensey è scomparsa nel buio. Ancora oggi si erge il muro della fortezza romana, con i suoi strati di piccoli mattoni in terracotta che ne testimoniano l’origine romana. La grande città che un tempo sorgeva lì intorno è ridotta ormai a un piccolo borgo; la vasta distesa pianeggiante che si estendeva oltre, dove un tempo sorgeva Portsmouth, giace oggi completamente deserta, mentre gli uccelli marini vi gridano sopra.

Oltre le mura di Pevensey, il vento si intensificò leggermente, permettendoci di procedere agevolmente attorno a Beachy e poi ancora più avanti, in modo da poter continuare la nostra rotta senza dover regolare le vele di prua. Proseguimmo spinti dal vento per tutte le miglia fino alla baia del Sussex. Mi trovavo vicino al faro (poiché la riva in quel punto è abbastanza ripida), a meno di un quarto di miglio dalla costa. Ma non era una mossa saggia: come sapete, conoscevo bene il modo in cui il vento può soffiare con forza su quelle alture. Volevo semplicemente risparmiare tempo e distanza; avevo navigato abbastanza in quei mari. E ora volevo tornare a casa.

Il vento che soffia da quella direzione porta solitamente aria limpida, ma in questi ultimi giorni di tempo calmo, sembrava provenire da chissà dove. Alla fine dell’estate, infatti, si era formato un anticiclone, il quale significa bel tempo. In condizioni del genere, i venti si comportano in modo insolito: il vento sud-ovest non porta tempeste né pioggia, né il vento orientale è secco, né quello settentrionale freddo, né quello meridionale caldo. Penso che ciò sia dovuto al fatto che i venti di un anticiclone sono ancora “giovani”; non sono quei venti forti e costanti che provengono da lontano, portando con sé una grande forza.

Quel giorno, mentre facevo il giro lungo la riva, avrei voluto davvero vedere un serpente di mare. Molti anni prima, avevo letto di una storia simile in un vecchio numero di rivista che giaceva nella sala d’attesa di una taverna del porto: si raccontava che in quegli stessi mari apparisse talvolta un serpente di mare, allo scopo di convertire gli increduli.

Sollevò il proprio lungo collo e si mosse con una velocità incredibile attraverso il sale, grazie ai movimenti del suo corpo snello; essere stato visto da un intero gruppo di persone presenti nelle vicinanze, sogghignò con disprezzo verso quella misera razza umana e poi scomparve.

Pensai tra me e me: “Come dovrei comportarmi se dovessi vedere qualcosa di così orribile e dovesse toccarmi testimoniare ad esso davanti ai miei simili?” Decisi che avrei mescolato la verità con la menzogna, proprio come aveva fatto il mio nobile antenato, il saggio Ulisse, in modo da far entrare la conoscenza della realtà nel cuore di persone sprezzanti. Infatti, ho una regola in queste materie che mi è stata data molto tempo fa e che da allora ho sempre rispettato. L’ho ottenuta in questo modo.

Quando ero ragazzo, un mio amico più grande mi disse qualcosa che all’epoca mi sembrava eccessivo, ma ora capisco che fosse molto sensato. Diceva che, se si vuole essere creduti su qualcosa che vale la pena credere, bisogna introdurre una certa dose di falsità nelle proprie affermazioni. Il motivo è abbastanza ovvio: o una verità è qualcosa che tutti conoscono già, e quindi non vale la pena raccontarla, oppure è qualcosa di insolito, e quindi improbabile, e molto probabilmente non verrà creduta. Sono proprio queste verità “insolite” che le persone di solito raccontano quando vogliono interessare gli altri. Ma se le presentano in modo diretto, vengono naturalmente considerate bugiarde.

Ad esempio, se entraste nella stanza di un uomo e gli diceste: “Solo la scorsa settimana ho preso il treno da Parigi dopo colazione ed ero già a Londra per cena!”, vi crederebbe senz’altro, anche se non approverebbe molto questo tipo di comportamento. Ma se gli diceste: “Solo la scorsa settimana sono stato a Parigi per colazione e a Roma per cena”, penserebbe che non stiate dicendo la verità, anche se è perfettamente possibile farlo in aereo; mentre se gli diceste: “Sono stato a Londra per colazione e a Calcutta per cena” (il che potrebbe essere assolutamente vero, purché la colazione e la cena non avvenissero lo stesso giorno), vi considererebbe sicuramente un bugiardo. Quindi, se davvero foste volati in aereo da Parigi a Roma, partendo comodamente dopo colazione e arrivando a Roma in tempo per cena, sarebbe molto meglio esprimervi in modo diverso: potreste dire ad esempio che il viaggio in aereo è stato davvero straordinario, considerando che voi stesso siete riusciti, alzandovi all’alba in una giornata estiva, ad arrivare a Roma proprio quando stava calando la sera, con soltanto due piccoli imprevisti lungo il cammino e una sosta a Lione. In questo modo, forse vi crederebbero.

So do I advise those to speak who desire their fellow-beings to be converted in the matter of the Great Sea Serpent.

Personally I believe in the Great Sea Serpent, and I believe in it for the best of all reasons, to wit, that the proof is sufficient. A sufficient number of people have seen monsters of various kinds rising from the deep, usually monsters with great long necks, or, at any rate, a serpentine appearance. They have seen them, many men at a time, and under ordinary conditions of vision. To deny such evidence merely because it is unusual is something stupid. It is a piece of popular doubt, just as stupid as is the corresponding popular credulity.

The next time the Great Sea Serpent comes within two cables of one of His Majesty’s ships, and is familiarly seen by scores of men, I strongly advise the leader and more educated of them, whoever he may be, not to say that he and his men did, under such and such circumstances, clearly see the, Great Sea Serpent. For if they do that, they are done. He had far better say that the weather being thick, and under conditions when they may have easily been deceived, he and one companion thought that they saw something like such and such an apparition; and he would do well to sketch it in a brumous fashion. Let him make it as like as possible to things with which his readers are familiar; then many idiots will write to the paper saying that it was sea weed, or a flight of birds, or what not, but a few will believe. If he tells the plumb truth, no one will believe. For, just as it is important to mix truth with falsity, if falsity is to be accepted, so it is important to mix falsity with truth, if truth is to be accepted. All lawyers know this. Indeed, it may be called one of our Rules of Law.

But the lawyers can say this for themselves, at least, that their trade is advocacy, and that they do not so much as pretend to truth. There is no concealment. We are not deceived.

But the practice of advocacy in all those parts of the nation’s life where we used to have information and direct statement, is a very dangerous as well as an exasperating ill.

It was an evil growing before the War, but the War has increased it hugely; men have fallen into a habit of what was called during the War propaganda. They both give it and receive it. Upon every side what you hear (or what is concealed from you) is put forward or concealed with an object of advocacy, and, therefore, of distortion. It was, perhaps, during the War necessary; or, at least, necessary in those societies, such as our own, which had no national tradition of such a conflict. Men were made to swallow the most enormous camels. The unfortunate flabby German with his silly dream of universal superiority became a horrid fiend quite out of nature, and even those foreigners who are most hated instinctively and traditionally by the mass of the populace became gallant allies.

The most comic part of the affair was the attitude towards America. We dared not insult America, for we were naturally as keen on getting American help as is a drowning man on catching a deck-chair (and, by the way, if by any chance you of the rich want to save a drowning man from shipboard, don’t throw a life-buoy, throw a deck-chair; it is always loose and always handy, and very apparent, and if it hits its stuns). In their ignorance many people came to believe that it was the duty of the Americans to come over and help, and, what was more astonishing still, it was represented to them as a matter of life and death, not to us, but to themselves. The Americans were told (heaven knows whether any of them believed it!) that if the Germans, Austrians, Bohemians, Slovenes, Croats, Bulgarians, Turks, etc., won in their push against the English, French, and Italians, that if the half-baked won against the baked, the next thing would be a sailing of the conquerors over the sea for the rude domination of Scranton, Pa. Fiddlesticks ends!

But people did really talk like that. They shook their fingers at the United States, and said: ‘It will be your turn next!’

Now at sea there is no advocacy. We are free from that most noisome form of falsehood, which corrupts the very inward of the soul. Truth is one of the great gifts of the sea. You cannot persuade yourself nor listen to the persuasion of another that the wind is not blowing when it is, or that a cabin with half a foot of water in it is dry, or that a dragging anchor holds. Everywhere tire sea is a teacher of truth. I am not sure that the best thing I find in sailing is not this salt of reality.

Turning to the statement of any reality after a dose of advocacy is like getting out into the fresh air from an intolerable froust.

It would be a boon beyond expression to all of us if some rich man would found a little weekly newspaper (he would have to be prepared to lose three thousand a year), which sheet the reader should be told things that had happened in Europe and at home, instead of being given a version designed to provoke from him a verdict, or to throw him into a particular mood desired by the writer’s master.

The most dangerous form of this advocacy today in England - and it is universal - the most dangerous gaps in the field of statement, are the advocacy put forward for a capitalist control of our lives and the suppression of facts inimical to that control. They are dangerous because they provoke passions which lead to social decline, and add enormously to the sense of injustice under which the proletariat of the modern capitalist State increasingly suffers.

I cannot call to mind a single strike or lock-out during the last twenty years, of all those strikes and lock-outs which have become for us in England a sort of daily food — a permanent disturbance of the English world, and a threat to the English future - I cannot recollect one, I say, in which our millionaire-newspaper owners did so much as state the plain facts of the case in time; let alone present the elements on either side dispassionately and as news. I went in great detail into the conditions of one of the worst of our railway strikes some years ago. I discovered that the points of contention had been under debate for months. I further discovered that the definite conclusion not to accept such and such terms, but to stand out for such and such other terms under threat of a universal stoppage of the railways, had been made weeks before the catastrophe fell. The public had had no inkling of this. When the allotted term expired, and what all those rich men knew was bound to be the result of the quarrel came about, the public was at once deluged with advocacy which still concealed the elements of the debate, and which calmly took it for granted that the men possessed of the instruments of production had a natural right to the labour of the men not possessed of them. Every conceivable piece of pleading was put forward, even such as would appeal to intelligent men, let alone the flood of stuff designed for their more numerous inferiors. We were told, for instance, that the number of holders of railway stock was greater than the number of workers upon the railway, which was perfectly true, but had about as much to do with the issue as the great love-song of Mozart. We were not told in what proportions the stock was held.

Anche io consiglio a coloro che desiderano che i loro simili si convertano riguardo alla questione del Grande Serpente Marino di parlare apertamente.

Personalmente credo nel Grande Serpente Marino, e lo credo per le ragioni più valide: infatti, le prove sono sufficienti. Un numero sufficiente di persone ha visto mostri di vario tipo emergere dalle profondità marine, solitamente mostri con lunghi colli o, comunque, dall’aspetto serpenteante. Le hanno viste, molte persone contemporaneamente, e in condizioni visive normali. Negare una tale testimonianza solo perché è insolita è stupido. Si tratta di un’espressione della credulità popolare, altrettanto sciocca quanto la corrispondente diffidenza diffusa tra la gente.

La prossima volta che il Grande Serpente Marino si avvicinerà a meno di due cavi da uno dei navi di Sua Maestà e sarà visto chiaramente da decine di persone, consiglio vivamente al leader e a coloro che sono più istruiti tra loro, chiunque essi siano, di non affermare di aver visto effettivamente il Grande Serpente Marino in quelle circostanze. Perché se lo fanno, saranno nei guai. È molto meglio dire che, a causa del cielo nuvoloso e in condizioni che potevano facilmente ingannarli, loro e un compagno hanno pensato di aver visto qualcosa simile a una sorta di apparizione; e sarebbe opportuno descriverla in modo vago e poco chiaro. Dovrebbero cercare di rendere la descrizione il più simile possibile a ciò che i loro lettori conoscono; così, molti ignoranti scriveranno sui giornali dicendo che si trattava semplicemente di alghe marine o di uno stormo di uccelli, ma pochi crederanno davvero. Se diranno la verità pura e semplice, nessuno li crederà. Perché, proprio come è importante mescolare la verità con la menzogna affinché quest’ultima venga accettata, allo stesso modo è necessario mescolare la menzogna con la verità se si vuole che anche questa venga creduta. Tutti gli avvocati lo sanno bene. Anzi, si potrebbe dire che questo rappresenti una delle nostre regole legali fondamentali.

Ma gli avvocati possono almeno dire di sé stessi che la loro professione consiste nell’intercessione e che non fingono affatto di rappresentare la verità. Non c’è alcun tentativo di nascondere la realtà; non veniamo ingannati.

Ma la pratica dell’attivismo in tutte quelle parti della vita nazionale dove un tempo avevamo informazioni e possibilità di esprimerci direttamente, rappresenta una malattia molto pericolosa e allo stesso tempo estremamente frustrante.

Era un male che stava crescendo già prima della Guerra, ma la Guerra lo ha ampliato enormemente; le persone hanno preso l’abitudine di fare ciò che veniva definito durante la propaganda bellica: sia dare che ricevere queste cose. Da tutte le parti, ciò che si ascolta (o ciò che viene nascosto) viene presentato o tenuto segreto con lo scopo di promuovere un certo punto di vista, e quindi di distorcerlo. Forse durante la Guerra questa pratica era necessaria; o almeno lo era in società come la nostra, che non avevano una tradizione nazionale legata a questo tipo di conflitti. Le persone venivano costrette ad accettare le cose più assurde e ingiuste. Quel sfortunato tedesco, con il suo stupido sogno di superiorità universale, è diventato un mostro orribile, completamente al di fuori della natura umana; persino quegli stranieri che, istintivamente e tradizionalmente, sono odiati dalla maggior parte delle persone, sono diventati alleati “nobili”.

La parte più comica di tutta questa faccenda era l’atteggiamento verso l’America. Non osavamo insultare l’America, perché naturalmente eravamo altrettanto desiderosi di ottenere il suo aiuto quanto un uomo che sta annegando è desideroso di afferrare una sedia a sdraio, (E, tra l’altro, se per caso voi ricchi voleste salvare un uomo che sta annegando dal ponte di una nave, non gettategli un salvagente, ma una sedia a sdraio: è sempre pronta all’uso, facile da usare e ben visibile; inoltre, se colpisce il bersaglio, lo stordisce sicuramente). A causa della loro ignoranza, molte persone finirono per credere che fosse dovere degli americani venire ad aiutarci. E, cosa ancora più sorprendente, questo veniva presentato a loro come una questione di vita o di morte, non per noi, ma per loro stessi. Gli americani venivano detti (chissà se qualcuno di loro ci credeva davvero, ) che, se i tedeschi, gli austriaci, i boemi, i sloveni, i croati, i bulgari, i turchi, ecc., avessero vinto nella loro lotta contro inglesi, francesi e italiani, se coloro che erano “a metà cottura” avessero vinto contro quelli che erano “completamente cotti”, allora i conquistatori sarebbero immediatamente salpati verso il mare per dominare la città di Scranton, in Pennsylvania. Assurdità!

Ma le persone davvero parlavano in quel modo. Fissavano gli Stati Uniti con disapprovazione e dicevano: “Adesso tocca a voi!”

Ora, in mare, non esistono più alcune forme di persuasione o inganno. Siamo liberi da quella forma particolarmente fastidiosa di falsità che corrompe le profondità dell’anima stessa. La verità è uno dei grandi doni del mare: non puoi convincerti né ascoltare le argomentazioni altrui secondo cui il vento non soffia quando invece soffia, o che una cabina piena di mezzo piede d’acqua sia asciutta, o ancora che un’ancora che si trascina sul fondo tenga effettivamente. Ovunque tu vada in mare, esso ti insegna la verità. Non sono sicuro che la cosa migliore che trovi nella navigazione non sia proprio questo “sale della realtà”.

Rivolgersi alla descrizione di qualsiasi realtà dopo aver assunto una dose di “advocacy” è come uscire all’aria fresca dopo essere stati immersi in un’atmosfera insopportabilmente opprimente.

Sarebbe un dono inestimabile per tutti noi se qualche ricco decidesse di fondare un piccolo giornale settimanale (dovrebbe essere disposto a perdere tremila sterline all’anno): in quel giornale ai lettori verrebbero raccontate cose accadute in Europa e nel nostro paese, invece di fornire loro informazioni destinate a indurli a formulare un certo giudizio o a far sì che assumano un determinato atteggiamento desiderato dal padrone dell’scrittore.

La forma più pericolosa di questo tipo di propaganda oggi in Inghilterra – e tale è in tutto il mondo – rappresentata dai tentativi di imporre un controllo capitalista sulla nostra vita e dalla soppressione dei fatti che potrebbero ostacolare tale controllo, costituisce davvero un pericolo. Questi approcci sono pericolosi perché suscitano emozioni negative che portano al declino sociale e aumentano enormemente il senso di ingiustizia che il proletariato dello Stato capitalista moderno deve sopportare sempre di più.

Non riesco a ricordare nemmeno un solo sciopero o lock-out negli ultimi vent’anni, tra tutti quelli che sono diventati per noi in Inghilterra una sorta di “cibo quotidiano” – un disturbo permanente del mondo inglese e una minaccia per il suo futuro. Non ricordo nemmeno uno sciopero in cui i nostri proprietari di giornali, milionari che siano, si siano presi la briga di esporre tempestivamente i fatti veri della situazione; figuriamoci poi presentare imparzialmente e come notizie tutti gli elementi in gioco. Alcuni anni fa ho analizzato in dettaglio le condizioni di uno dei peggiori scioperi ferroviari che abbiamo avuto; ho scoperto che i punti in discussione erano stati oggetto di dibattito per mesi, e che la decisione definitiva di rifiutare certe condizioni e di insistere su altre era stata presa settimane prima che si verificasse la catastrofe. Il pubblico non ne sapeva nulla. Quando scadde il termine previsto e si realizzò ciò che quei ricchi uomini sapevano inevitabilmente sarebbe accaduto, il pubblico fu sommerso da argomentazioni che continuavano a nascondere i veri motivi del conflitto, presentando come scontato il fatto che coloro che possedevano gli strumenti di produzione avessero un diritto naturale sul lavoro di coloro che non li possedevano. Furono avanzate tutte le argomentazioni possibili, anche quelle destinate a convincere persone intelligenti, per non parlare della miriade di informazioni pensate per i meno istruiti tra il pubblico. Ci fu detto, ad esempio, che il numero dei titolari di azioni ferroviarie era maggiore di quello dei lavoratori delle ferrovie, il che è vero, ma ha lo stesso significato pratico del grande canto d’amore di Mozart. Non ci fu mai detto, però, in quale proporzione quelle azioni fossero distribuite.

We were told, all of us until we were tired, that the men, by refusing their labour, had thrown out a great public service, which was perfectly true. What was omitted was the counterpart of the same truth; that the owners of capital, by refusing to pay the sum demanded by those with whom they had to enter into contract, were equally throwing out a great public service.

What advantage it would be to the Commonwealth if some one paper would simply state, not only the obvious broad lines of the quarrel between concentrated capitalism and the proletarian majority today, but give us rapidly, in detail, and with the facts, the elements in each case. I myself know very well how it should be done, for I have presented it over and over again, and never been able to get these rich men to put it into print. For instance, in the case of a particular dispute one might say truthfully this: ‘It must be clearly understood that the inconvenience we are suffering from the stoppage of work in the air supply to the underground flats of which a modern city is composed, is a lock-out and not a strike. The chief shareholders in the Imperial Air Company, whose names are such and such, whose holdings are of such and such an extent, and of whom the directing spirit is So-and-so, propose to cut down the men’s wages by a tenth. The men refuse to sell their labour for less than the old price. The better-paid grades, who receive such and such an average wage, are contented with the terms of the new proposed Contract, but they are acting in support of the lower-paid grades, whose duties are such and such, and whose average pay is so much. The plea of the directors is that unless the wages are cut, their dividend, which is at present of such and such a value, will have to be lowered to such and such. It must be remembered that the stock is heavily watered. The real capital is only such and such a fraction of the nominal. The men object to negotiations with the permanent officials of the National Union, because the general secretary is well known to have betrayed the cause of his class for money on a previous occasion, and is generally mistrusted; but, as is common in the caucus of a large trades union, it is impossible to dislodge him.’

Such a statement as that cannot be printed, though every word be true and valuable for public information. Such things valuable to the public cannot be printed, partly because the machinery of printing is in the hands of our highly centralized capitalist controls, and partly because the Courts of Justice, which are also nowadays virtually under capitalist control, would heavily punish not only the writer, but the printer and publisher of the truth.

It is a consolation to remember that corruption pushed beyond a certain point provides its own remedy, and that this sort of thing cannot indefinitely continue; but it is less consoling to remember another truth, to wit, that the correction of political and social evil may come in the form of irremediable catastrophe, and that the innocent, who are the greater number, would then suffer most. It is still less consoling to remember the universal human experience that when evil is redressed by the only partly conscious force of reaction, it is not succeeded by a corresponding good, but by some other new and unexpected evil.

This subservience to concentrated wealth, which is appearing in the Courts of Justice, and is universal in the writers of our day, is like the accumulation of debt, the process cannot continue for ever; it is building up a higher and higher, and more and more unstable, tower of resentment and secret protest. The chances are that when the evil has wrought its own elimination by excess, it will be followed, not by the publication of the truth we need, still less by the enfranchisement of the proletariat, but rather by the publication of a new set of falsehoods under new controls.


And so much for that. We sailed along that well-known coast, which is turning into a sort of town; we aimed to get into the home water of Shoreham, just on the last quarter of the flood before dark. We were disappointed. The wind fell with the approaching evening, and though a westerly stream was with us so late in the inshore tide, by the time we were outside the well-known twin piers, the wooden stanchions of the Nona’s home, the ebb was rushing out of that river, and there was no making port, though we were just outside.

There were others in the same plight under the warm summer sky of that evening: a London barge, a Norwegian ship with timber, and a little snorting steamer, which let go her anchor with a rush somewhat further out just at the moment when we also dropped anchor in that very shallow water, in not five fathoms deep. A great full moon rose up out of the east, out of the seas of England, and the night was warm. There was a sort of holiness about the air. I was even glad that we had thus to he outside under such a calm and softly radiant sky, with its few stars paling before their queen.

We slept under such benedictions, and in the morning woke to find a little air coming up from the south like a gift, an introduction to the last harbour. We gave the flood full time (for they do not open the gates, and cannot, till high water); then, setting only mainsail and jib, we heaved our anchor up for the last time, and moved at our pleasure majestically between the piers, and turned the loyal and wearied Nona towards the place of her repose.

And now good-bye to thee,

Thou well-beloved sea.

as John Phillimore very excellently translates the Greek of other landed sailors dead.


The sea is the consolation of this our day, as it has been the consolation of the centuries. It is the companion and the receiver of men. It has moods for them to fill the storehouse of the mind, perils for trial, or even for an ending, and calms for the good emblem of death. There, on the sea, is a man nearest to his own making, and in communion with that from which he came, and to which he shall return. For the wise men of very long ago have said, and it is true, that out of the salt water all things came. The sea is the matrix of creation, and we have the memory of it in our blood.

But far more than this is there in the sea. It presents, upon the greatest scale we mortals can bear, those not mortal powers which brought us into being. It is not only the symbol or the mirror, but especially is it the messenger of the Divine.

There, sailing the sea, we play every part of life: control, direction, effort, fate; and there can we test ourselves and know our state. All that which concerns the sea is profound and final. The sea provides visions, darknesses, revelations. The sea puts ever before us those twin faces of reality: greatness and certitude; greatness stretched almost to the edge of infinity (greatness in extent, greatness in changes not to be numbered), and the certitude of a level remaining for ever and standing upon the deeps. The sea has taken me to itself whenever I sought it and has given me relief from men. It has rendered remote the cares and the wastes of the land; for of all creatures that move and breathe upon the earth we of mankind are the fullest of sorrow. But the sea shall comfort us, and perpetually show us new things and assure us. It is the common sacrament of this world. May it be to others what it has been to me.

A tutti noi, fino a quando non ne eravamo stanchi, veniva detto che gli uomini, rifiutando di lavorare, privavano la società di un importante servizio pubblico; il che era assolutamente vero. Quello che veniva omesso, però, era l’aspetto opposto di questa verità: ovvero che i proprietari del capitale, rifiutando di pagare la somma richiesta da coloro con cui dovevano stipulare contratti, privavano anch’essi la società di un importante servizio pubblico.

Quale vantaggio sarebbe per il Commonwealth se qualcuno pubblicasse, non solo le linee generali della controversia tra il capitalismo concentrato e la maggioranza proletaria di oggi, ma ci fornisse anche, in modo rapido e dettagliato, i fatti concreti relativi a ciascun caso. Io stesso so molto bene come si dovrebbe fare, poiché l’ho proposto più volte senza mai riuscire a farlo pubblicare da quegli uomini ricchi. Ad esempio, nel caso di una disputa specifica si potrebbe dire chiaramente: “È necessario comprendere che gli inconvenienti causati dall’interruzione del lavoro nei sistemi di approvvigionamento in aria delle abitazioni sotterranee, tipici di una città moderna, rappresentano in realtà un lock-out e non uno sciopero. I principali azionisti della Imperial Air Company, i cui nomi sono tali e tali, le cui quote sono di tale entità e il cui spirito guida è costituito da persona X, propongono di ridurre lo stipendio dei lavoratori del dieci per cento. I lavoratori rifiutano di vendere la propria forza lavoro a un prezzo inferiore al precedente. Le categorie salarialmente più alte, che ricevono uno stipendio medio tale e tale, sono soddisfatte delle condizioni del nuovo contratto proposto; tuttavia sostengono le categorie meno retribuite, il cui compito è specifico e il cui stipendio medio è di una certa entità. Gli amministratori sostengono che, se gli stipendi non vengono ridotti, i loro dividendi, attualmente del valore di tale e tale somma, dovranno essere diminuiti ulteriormente. È importante ricordare che le azioni della compagnia sono fortemente svalutate: il capitale reale rappresenta solo una frazione di quello nominale. I lavoratori si oppongono alle trattative con i funzionari permanenti del sindacato, poiché il segretario generale è noto per aver tradito in passato la causa della propria classe in cambio di denaro e quindi non gode di fiducia; tuttavia, come spesso accade nei grandi sindacati, è impossibile destituirlo dalla sua posizione.”

Una dichiarazione del genere non può essere pubblicata, anche se ogni parola in essa contenuta fosse vera e utile per l’informazione pubblica. Cose del genere, preziose per il pubblico, non possono essere stampate: in parte perché i mezzi di stampa sono sotto il controllo dei nostri sistemi capitalisti altamente centralizzati, e in parte perché i tribunali, che oggi sono anch’essi praticamente sotto il controllo del capitalismo, punirebbero severamente non solo l’autore, ma anche lo stampatore e l’editore di tali verità.

È consolante ricordare che la corruzione, una volta superata una certa soglia, genera da sé i propri rimedi e che questo genere di fenomeni non può continuare all’infinito; tuttavia è meno consolante considerare un’altra verità: ovvero che la correzione dei mali politici e sociali può avvenire sotto forma di catastrofi irreparabili, e che gli innocenti, che rappresentano la stragrande maggioranza delle persone, ne soffriranno di più. È ancora meno consolante ricordare l’esperienza umana universale secondo cui, quando il male viene eliminato grazie a forze reattive parzialmente inconsapevoli, ciò che ne consegue non è un bene corrispondente, ma un altro male nuovo e inaspettato.

Questo atteggiamento di sottomissione verso la ricchezza concentrata, che si osserva nei tribunali e che è diffuso tra gli scrittori dei nostri tempi, è simile all’accumulo di debiti: questo processo non può continuare all’infinito. Si sta costruendo così una torre sempre più alta e instabile di risentimento e proteste segrete. È probabile che, quando il male avrà causato la propria distruzione a causa dei propri eccessi, ciò che ne seguirà non sarà la rivelazione della verità di cui abbiamo bisogno, né tantomeno l’emancipazione del proletariato, ma piuttosto la diffusione di un nuovo insieme di menzogne sotto nuovi controlli.


Ecco tutto per quanto riguarda questo viaggio. Abbiamo navigato lungo quella costa ben nota, che sta iniziando a trasformarsi in una sorta di città; il nostro obiettivo era raggiungere le acque interne di Shoreham, proprio nel quarto ultimo dell’alta marea, prima che calasse la notte. Siamo rimasti delusi: il vento è diminuito con l’avvicinarsi della sera, e sebbene una corrente occidentale ci aiutasse in quel momento, quando siamo usciti dalle famose dighe gemelle di Shoreham, i pilastri di legno del porto della nave Nona erano già sommersi dalla marea bassa; non c’era modo di attraccare, anche se eravamo proprio lì vicino.

C’erano altri nella stessa situazione sotto il caldo cielo estivo di quella sera: una barca di Londra, una nave norvegese carica di legname, e un piccolo vapore che mollò l’ancora con un movimento rapido, un po’ più lontano. Proprio nel momento in cui anche noi gettammo l’ancora in quelle acque molto poco profonde, non più profonde di cinque braccia. Una grande luna piena sorse dall’oriente, dai mari d’Inghilterra, e la notte era calda. C’era una sorta di sacralità nell’aria. Ero persino felice che dovessimo trovarci fuori, sotto un cielo così calmo e dolcemente radioso, con quelle poche stelle che impallidivano davanti alla loro “regina”.

Dormimmo sotto tali benedizioni, e al mattino ci svegliammo trovando una brezza leggera che soffiava dal sud, come un dono, un segnale dell’arrivo all’ultimo porto. Lasciammo che la marea alta facesse il suo lavoro (poiché le porte non si aprono fino a quando l’acqua non raggiunge un certo livello); poi, issando soltanto vela maestra e vela di trinchetto, levammo l’ancora per l’ultima volta e ci muovemmo con maestosità tra i moli, dirigendo la fedele e stremata Nona verso il luogo del suo riposo.

E ora addio a te…

Tu, amato mare.

Come traduce molto bene John Phillimore dal greco di altri marinai terrieri morti.


Il mare è la consolazione di questi nostri tempi, proprio come lo è stato nei secoli passati. È il compagno e l’ospite degli uomini: possiede stati d’animo che arricchiscono il loro spirito, pericoli che rappresentano prove o addirittura la fine, e momenti di calma che simboleggiano la morte in modo positivo. Lì, sul mare, l’uomo si trova più vicino alla propria essenza originale, in comunione con ciò da cui è venuto e verso cui tornerà. Infatti, gli antichi saggi dicevano – ed era vero – che tutte le cose sono nate dall’acqua salata. Il mare è la matrice della creazione, e noi ne portiamo il ricordo nel nostro sangue.

Ma ciò che il mare contiene va ben oltre: presenta, su una scala così vasta da essere sopportabile per noi mortali, quelle forze non mortali che ci hanno creati. Non è soltanto un simbolo o uno specchio, ma soprattutto un messaggero del Divino.

Lì, navigando sul mare, interpretiamo ogni aspetto della vita: il controllo, la direzione, lo sforzo, il destino; ed è lì che possiamo metterci alla prova e conoscere il nostro reale stato. Tutto ciò che riguarda il mare è profondo e definitivo. Il mare dona visioni, oscurità, rivelazioni; ci presenta sempre quelle due facce della realtà: la grandezza e la certezza. La grandezza si estende quasi fino al confine dell’infinito (grandezza nell’estensione, grandezza nei cambiamenti innumerevoli), mentre la certezza riguarda un equilibrio che rimane immutato per sempre, stabile sulle profondità marine. Ogni volta che l’ho cercato, il mare mi ha accolto e mi ha offerto sollievo dalle preoccupazioni umane; ha allontanato da me le angosie e i dispiaceri della terra. Poiché tra tutte le creature che vivono sulla terra, noi esseri umani siamo quelli più colmi di dolore. Ma il mare ci consolerà, ci mostrerà continuamente cose nuove e ci darà sicurezza. È il sacramento comune di questo mondo. Possa essere per gli altri ciò che è stato per me.