Indice
Prefazione
I QUATTRO UOMINI
Il ventinovesimo ottobre 1902
Il trentesimo ottobre 1902
Il trentunesimo ottobre 1902
Il primo di novembre 1902
Il 2 novembre 1902
Frontespizio della prima edizione
Prima pagina della prima edizione, riccamente illustrata
I QUATTRO UOMINI
Un disastro totale
Di H. Belloc
Le colline del sud e il mare meridionale
Donano loro gioia alla mia vita
Titolo:
Quando arriverò a Burton Sands…
E sentite l’odore delle Terre d’Origine.
Cuore rinnovato e colmo di speranza
Con il Mare del Sud e le Colline del Sud.
TO
Signora Wright-Biddulph
Di Burton nella contea del Sussex, sotto il cui tetto è stata scritta gran parte di questo libro
Prefazione
La mia contea. È stato dimostrato nella vita di ogni uomo che, anche se i suoi affetti sono umani e quindi soggetti a cambiamenti, quanto più li lega a cose immutabili, tanto più questi affetti maturano e si ampliano.
Per questo motivo, caro Sussex, quelle donne sono particolarmente apprezzate dagli uomini perché, con il passare del tempo, continuano a essere sempre più se stesse, raggiungono l’equilibrio e abbandonano o dimenticano le vicissitudini della vita. Ed è per questo motivo che un uomo ama una vecchia casa che apparteneva a suo padre; ed è per questo motivo che un uomo inizia ad amare con tutto il cuore quella parte della terra che ha visto crescere la sua infanzia. Perché essa non cambia, o se cambia, cambia molto poco, e in essa l’uomo trova le caratteristiche delle cose durature.
In quell’amore, lui rimane soddisfatto fino a quando, forse, non riceve qualche avvertimento che anche la sua stessa contea sta per affrontare la propria rovina. Allora, credimi, Sussex, diventa ansioso in un modo molto diverso; vorrebbe, se potesse, preservare la sua terra nel mondo reale e mantenerla così com’è, per sempre. Ma poiché sa di non poterlo fare, “almeno”, dice, “conserverò il suo ricordo, e quello rimarrà”. E proprio come un uomo dipinge con passione un volto che può vedere solo per poco tempo, così anche noi cerchiamo disperatamente di fissare nella memoria i nostri paesaggi e le nostre terre prima che vengano dimenticati o cambiino completamente. È per questo che ho deciso di scrivere ciò che mi è accaduto tanti anni fa, quando ho incontrato prima un uomo e poi un altro, e insieme abbiamo attraversato tutta la tua terra, Sussex, da un capo all’altro. Per molti anni ho voluto farlo, ma non l’ho mai fatto; né lo farei ora, se non sapessi che anche tu, come tutte le cose create, potresti essere molto vicino alla tua fine. So infatti con certezza che arriverà un giorno in cui quel luogo sacro scomparirà e tutti i suoi abitanti non saranno più quelli di una volta. Ma prima che quel giorno arrivi, Sussex, possa la tua terra coprirmi. E possa qualche prete dal forte timbro di voce, proveniente da Arundel, Grinstead, Crawley o Storrington – ma soprattutto dalla mia casa – cantare “Do Mi Fa Sol” sopra le mie ossa.
I QUATTRO UOMINI
Il ventinovesimo ottobre 1902
Nove anni fa, mentre sedevo al “George” a Robertsbridge, bevendo quel loro porto e fissando il fuoco, nella mia mente affiorarono molte idee; alla fine emerse l’immagine dei boschi della mia >casa e di un altro luogo: il lago da cui nasce l’Arun.
E mi dissi dentro di me: “Cosa stai facendo? Stai intraprendendo un viaggio lungo e lontano, non per ambizione né per avventura, ma solo per guadagnare denaro. Attraverserai il mare per ottenere i tuoi soldi, e poi tornerai indietro per spendere più di quanto hai guadagnato. Ma nel frattempo la tua vita scorre via come un fiume, e le cose che sono davvero importanti per gli uomini tu non le consideri affatto.”
Mentre pensavo a queste cose e continuavo a bere quel porto, i boschi che si estendono lungo le rive del mio fiume mi tornarono alla mente con tale chiarezza che, per il loro bene e per godermi la loro bellezza, misi una mano davanti agli occhi. Vidi tutto ciò che quei boschi possono offrire: la ripida riva sopra Stoke, la valle, l’alta cresta che nasconde un uomo dagli sguardi di Arundel. E vidi anche il fiume Arun che scorreva veloce sotto di me. Sentii anche l’odore della marea.
Mai, in un momento migliore, quando l’avevo visto con i miei occhi davanti alla realtà, quell’immagine così bella era apparsa così chiara; persino i suoi colori erano più vividi di quanto siano solitamente nel nostro clima inglese. Ma poiché si trattava di una visione, non c’era alcun suono; non riuscivo nemmeno a sentire il fruscio delle foglie, anche se vedevo la brezza soffiare forte sulle rive del prato allagato, sollevando onde contro la corrente.
“Allora mi dissi di nuovo…”
“Quello che stai facendo non vale la pena; su questa terra infelice nulla ha valore se non la realizzazione dei desideri di un uomo. Pensa a quanti anni siano trascorsi da quando hai visto la tua casa, e a quanto tempo potrebbe durare ancora la sua perfezione. Alzati e torna al tuo posto, anche solo per un giorno; hai questa grande opportunità: ti trovi già sul suolo della tua contea, e Kent è a soli un miglio o due di distanza.”
Mentre mi dicevo queste cose, provai ciò che provava quell’uomo di cui tutti hanno letto nelle opere di Omero: un desiderio ardente di rivedere ancora una volta il fumo levarsi dalla sua terra natale, e poi morire.
Allora colpii il tavolo con la mano, come se non ci fossero obblighi né impegni al mondo, e parlai ad alta voce (perché pensavo di essere solo). Dissi:
“Me ne andrò da questo posto e tornerò a casa mia.”
“Quando dissi questo, una voce più profonda di un uomo anziano rispose…”
“E poiché sto andando proprio in quel posto, viaggiamo lì insieme.”
Mi girai, arrabbiato: quando ero immerso in quella fantastica riflessione, non c’era nessuno con me, e pensavo di essere solo.
Vidi allora, seduto oltre il tavolo, un uomo alto e snello, di età avanzata ma ancora vigoroso; i suoi occhi erano incassati profondamente nella testa, pieni di esperienze vissute e di tristezza; i suoi capelli erano del colore dell’acciaio, ricci e folti, e sul suo mento c’era una barba robusta e folta, grigia e rigida come i suoi capelli.
“Non sapevo che fossi qui,” dissi, “né so come tu sia entrato, né chi tu sia; ma se vuoi sapere perché mi sono fatto parlare ad alta voce pur pensando di essere solo, è stato il ricordo di questa contea, ai margini della quale mi trovo ora per caso, per soltanto un breve istante, fino a quando un treno non mi porterà via da qui.”
“Allora rispose, con lo stesso tono serio di prima.”
“Per quel che riguarda la questione, è anche la mia contea… E ho sentito dire che avete detto qualcosa di più.”
“Sì, ho detto di più. E poiché mi avete ascoltato, sapete cosa ho detto. Ho detto che tutto il mondo potesse essere distrutto, ma che io avrei rivisto la mia terra, e che da ora in poi avrei camminato nuovamente sul mio territorio. E poiché mi avete chiesto quale parte specifica intendo, ve lo dirò: la mia parte del Sussex è tutta quella zona a partire dalla valle di Arun, lungo il fiume Western Rother, fino alle colline dei Downs e al luogo desolato chiamato No Man’s Land.”
“Mi disse, annuendo lentamente…”
“Conosco anche questi,” proseguì. “Un uomo è più se stesso quando fa parte di un gruppo; quindi seguiamo insieme questa strada e, lungo il cammino, cerchiamo di raccogliere quanta compagnia possiamo trovare.”
Ero più che disposto, perché ogni compagnia è utile, ma quella casuale è la migliore di tutte; tuttavia, prima gli dissi:
“Se dobbiamo stare insieme per tre o quattro giorni (poiché ci vorranno almeno così tanto per percorrere l’intera lunghezza del Sussex), dimmi il tuo nome e ti dirò il mio.”
Sorrise leggermente, quel tipo di sorriso che hanno gli uomini che hanno parlato con molte persone molto diverse tra loro, e disse:
“Il mio nome non dice molto; inoltre, raccontarlo non avrebbe alcun valore. E tu, qual è il tuo nome?”
“Il mio nome,” gli dissi, “ha importanza solo per coloro che hanno bisogno di conoscerlo; potrebbe essere importante per i miei padroni, se ne avessi, ma non ne ho. Non ha importanza nemmeno per i miei pari. E poiché tu non mi dirai il tuo nome, e dobbiamo pur chiamarci in qualche modo, ti chiamerò Grizzledbeard. Questo nome ti si addice perfettamente nella mia mente.”
“E come dovrei chiamarti,” disse, “durante un viaggio così breve?”
“Potete chiamarmi ‘Me Stesso’”, risposi, “poiché questo è il nome che darò a me stesso e alla mia anima, come scoprirete quando inizierò a parlare di loro, a seconda delle circostanze.”
Fu così concordato tra di noi: avremmo attraversato l’intero distretto fino al luogo che conoscevamo, per recuperare, finché ancora era possibile, le principali gioie dell’anima e, se ci fosse riuscito, anche qualche altro compagno; inoltre fu deciso che, poiché la nostra amicizia era nata per caso, così doveva rimanere, e che quei titoli banali fossero sufficienti perché potessimo riconoscerci a vicenda.
Quindi, quando avevamo stipulato una sorta di patto (ma non prima), versai per lui una grande quantità del mio vino in una coppa d’argento che lui teneva abitualmente in tasca; bevendo il resto dalla mia stessa coppa, concordammo sul fatto che avremmo iniziato il giorno seguente all’alba, con la faccia rivolta verso ovest lungo la strada di Brightling – cioè, addentrandoci nella foresta e dirigendoci verso quella vasta area sabbiosa da cui, molto lontano, si possono vedere per la prima volta le colline delle Downs.
Tutto ciò accadde nella serata del 29 ottobre 1902; l’aria era fresca, ma non gelida, e fuori si disperdevano gli ultimi strati di nuvole causati da una tempesta intensa che aveva durato per tre giorni.
La mattina seguente, dopo aver dormito profondamente, senza dare alcuna notifica a coloro che ci avevano assunto o a noi che avevamo accettato l’incarico, e mettendoci completamente al di fuori delle preoccupazioni e del mondo esterno, partimmo con la direzione ovest, decisi a raggiungere infine la valle dell’Arun e le cose che conoscevamo.
Il trentesimo ottobre 1902
C’era ancora vento nel cielo, e nuvole che prendevano la sua forma, spinte avanti da esso in quella fredda mattina mentre percorrevamo il sentiero vicino alla Scalands Gate, tra i boschi spogli; la strada continuava a salire fino a quando non arrivammo al villaggio di Brightling. Lì pensammo di entrare in una locanda per fare colazione, perché avevamo camminato per quattro miglia, e per tutto quel tratto in salita quasi non ci eravamo scambiati una parola.
Ma quando entrammo nell’osteria, trovammo un uomo molto allegro, con un sorriso sempre pronto sul volto e occhi diretti e acuti. Tuttavia, quegli occhi erano velati dal “sale del mare”, più chiari di quelli di una persona di terra; infatti, dal modo in cui si muoveva seduto lì e dall’agilità delle sue membra, era evidente che fosse un marinaio. Era tutto molto chiaro. Inoltre, indossava un cappello da marinaio con la tesa lucida; i suoi vestiti erano di taglio tipico dei marinai, e le sue scarpe non avevano lacci, ma venivano semplicemente infilate, senza alcuna parte separata.
Non appena siamo entrati, abbiamo salutato quest’uomo e lui ha salutato noi. Ci ha chiesto da dove venivamo; abbiamo risposto che eravamo di Robertsbridge. Ci ha detto che quella notte aveva dormito in una locanda e che, dopo aver fatto colazione, stava per ripartire. Ci ha anche chiesto dove stavamo andando. Allora io gli ho detto:
“Questo anziano e io abbiamo deciso di dirigerci verso ovest senza alcun piano preciso, fino a quando non raggiungeremo le zone migliori della contea, cioè Arun e quelle terre che conosco bene.”
Il marinaio. “Ah, mi andrà benissimo.”
Grizzlebeard: “Come fai a dire che ti si addatterà perfettamente?”
Il marinaio disse: “Beh, intendo dire che anch’io ho l’intenzione di dirigermi verso ovest, perché ho del denaro in tasca e penso che mi durerà per alcuni giorni.”
Io stesso. “Senza dubbio avete una nave a Portsmouth o a Southampton; se venite con noi, potrete unirvi a essa.”
Il marinaio: “No, nemmeno a Bosham. Di cui canta la canzone: ‘Bosham, che si trova vicino a Selsea’. Non c’è alcuna piccola nave ad aspettarmi nel porto di Bosham. Ma me la caverò. Così ho vissuto da quando ho iniziato questa vita. E così intendo finirla.”
Grizzledbeard: “Non andrà come vuoi tu.”
Quando avevo chiesto la colazione per noi due e anche per lui, dissi al Marinai: “Se vuoi venire con noi, con quale nome dobbiamo chiamarti?”
“Perché questo”, disse il Marinaio, “dipenderà dal nome che voi stessi vi darete”.
“Perché,” dissi, “questo uomo più anziano si chiama Grizzled beard. Non è il nome della sua famiglia, ma il suo nome personale; quanto a me, il mio nome è Myself, e anche un bel nome, il più bel nome che esista al mondo.”
“Molto bene,” disse il Marinaiolo, avvicinando la sedia al tavolo e versandosi una grande tazza di tè, “allora potete chiamarmi Marinaiolo, che è il nome migliore del mondo e mi si addice molto, perché credo di essere il miglior marinaiolo di tutti i marinai. Ho navigato in tutti i mari del mondo.”
Grizzledbeard: “Vedo che sarai un ottimo compagno.”
Il marinaio: “Sì, per tutto il tempo che deciderò io; ma non dovete sorprendervi se parto in questa o in quell’altra direzione, in qualsiasi momento, senza il vostro permesso o quello di nessun altro; finché avrò denaro in tasca, sono deciso a vedere il mondo.”
Io stesso. “Siamo davvero ben messi insieme, Marinai: tu, Grizzlebeard e io in questa parrocchia di Brightling. Che, anche se si trova così lontana dalle zone migliori e più importanti della nostra contea, è in un certo senso un suo santuario.”
GrizzlediBarba. “Di questo non ho mai sentito parlare a Brightling, ma solo a Hurstmonceaux.”
Io stesso. “In qualsiasi terra possano esistere templi e luoghi sacri di ogni tipo.”
Come avrete notato, Grizzlebeard, o meglio, avreste dovuto notarlo già, essendo vissuto così a lungo, che le cose buone non si affollano mai insieme.
Il Marinai: “Ma perché dici queste cose di Brightling? Forse a causa di questi vasti boschi che ora si aprono all’autunno e sembrano un’arpa che cattura il vento? Certamente, se mi fossi svegliato qui a causa di una malattia o di un lungo sonno, avrei capito subito, dall’aria e dagli alberi, in quale terra mi trovavo.” Grizzlebeard: “No, lui pensava all’obelisco che attira gli sguardi da tutto il Sussex.”
Io stesso. “Stavo pensando a qualcosa di molto più prezioso, alla anima di un uomo. Non notate forse il segno che contraddistingue questa locanda?”
Il marinaio: “Beh, si chiama ‘The Fuller’s Arms’. Ci sono così tante pecore, quindi molta lana, e di conseguenza anche il processo di cardatura.”
Io stesso, “No, non si chiama così per quel motivo, ma in onore delle armi o del nome di un certo Fuller, un gentiluomo di queste parti che possedeva nel proprio sangue lo spirito e le tradizioni del Sussex, proprio come il Conte Godwin e altri personaggi famosi nella storia. E davvero, questo uomo merita di essere ricordato; si potrebbe dire che sia quasi una sorta di semidio della mia contea. Infatti, spendeva tutto il proprio denaro in modo sfarzoso e viveva come un essere immortale, consapevole di ciò che realmente vale la pena fare nella breve vita umana. Ho sentito dire che Fuller di Brightling, quando fu nominato Cavaliere del Borough per la contea del Sussex all’epoca del regno di Re Giorgio III, si recò a Westminster in un magnifico cocchio, trainato da sei cavalli enormi e robusti. Ma questi cavalli non erano della razza del Sussex, poiché tale razza semplicemente non esiste.”
Grizzlebeard: “Hai ragione quando dici che non si trattava di ‘cavalli del Sussex’, perché nel Sussex ci sono soltanto due cose a cui questo nome viene concesso con orgoglio: il levriero e la pecora. Nota bene: molti regni, contee e territori sono generosi nel dare i loro nomi a cose comuni, poiché tali nomi non hanno alcun valore particolare né significato sacro; quindi si dà il nome di ‘Sussex’ a formaggi, cavalli, oggetti di ferro, panna cotta o burro, persino a cose ridicole come un gatto senza coda. Ma non è così per il Sussex: il nostro nome non può essere usato in modo banale, come etichetta apposta a oggetti ordinari. Infatti, noi siamo stati il primo luogo creato quando il mondo fu formato, e sicuramente saremo gli ultimi ad esistere ancora. Regali e al riparo, mentre tutto il resto perirà miserabilmente nel Giorno del Giudizio, sotto una terribile pioggia di fuoco dal cielo. Quella pioggia colpirà tutta la terra, comprese le zone circostanti questa contea: distruggerà Tonbridge e Appledore (ma non Rye), Horley, Ockley, Hazelmere, e certamente anche Petersfield e Havant. Ma nemmeno un singolo capello del Sussex verrà bruciato. Così è stato stabilito fin dall’inizio, nonostante Burwash e coloro che vi abitano.”
Io stesso. “Ora che mi avete interrotto mentre parlavo di Fuller, quel nobile e grande uomo proveniente da questa nobile e grande terra, ”
Il Marinaio: “L’hai lasciato andare a Westminster su una carrozza trainata da sei bei cavalli, per sedersi in Parlamento e diventare un Cavaliere della Contea.”
Io stesso. “È proprio così; e, se Dio vuole, mentre viaggiava cantava la canzone ‘Golier! Golier!’ E non ho dubbi che, fino a quando non arrivò nelle marche della contea e non entrò in quelle terre barbare al di fuori, grandi folle si radunarono lungo il suo cammino acclamandolo come si merita un uomo del genere. Perché era davvero un uomo nobile, generoso con tutte le cose buone. Non sapeva nemmeno cosa lo aspettava: non conosceva nulla di così malvagio come Westminster, né nulla di così opprimente o disgustoso come la sua odiosa Camera dei Comuni, dove gli uomini stanno seduti immobili e cupi, odiandosi a vicenda e anche se stessi. Ma per lui esisteva solo il vasto Sussex.”
“Beh, allora, quando arrivò a Westminster, molto presto arrivò il giorno in cui i grandi personaggi avrebbero tenuto un dibattito, tutto vuoto e senza valore, su argomenti insignificanti o sul valore del nulla; l’uomo che prendeva la maggior parte dei soldi dalle tasse, suo cugino che sedeva di fronte a lui e a cui aveva promesso il prossimo mucchio di ricchezze pubbliche, suo cognato, il suo parassita e tutti gli altri ladri avevano già iniziato con le loro vanità pompose. Quando allora il grande Fuller si alzò al suo posto, pieno di orgoglio per il Sud, e disse che non era venuto alla Camera dei Comuni per parlare di simili sciocchezze, né per ascoltarle; anzi propose, lì stesso, di tenere un elogio per la contea del Sussex, da cui proveniva e che considerava il cuore e la capitale di tutto il mondo.”
“Questo elogio lo iniziò subito e con grande forza, usando la sua voce come dovrebbe fare un uomo sano, capace di soffocare ogni opposizione e di far obbedire anche un cane da mezzo miglio di distanza. E infatti, nonostante intorno a lui si scatenasse una tempesta di critiche da parte di quegli uomini meschini venuti a Westminster non per lodare o onorare il loro paese, ma solo per arricchirsi, lui continuò a parlare con coraggio, e la sua voce si udì sopra ogni altro rumore. Il Sergente d’Arma ne ebbe paura, e l’Ufficiale addetto alle registrazioni desiderò di non essere mai nato. Ma il Presidente della Camera, il cui compito è mantenere l’ordine in aula (non ricordo il suo nome, perché persone del genere non diventano famose dopo la morte), si alzò in piedi e ordinò a Fuller di smettere. Poiché Fuller rifiutò di obbedire, tutti i presenti gridarono “Ordine!” otto o novecento volte. Ma quando finalmente si esaurirono, quel grande Fuller, Fuller di Brightling, gridò ancora più forte su di loro, ”
“‘Pensi davvero che mi importi di te, piccolo insignificante con quella parrucca? Prendi questo!’ E con queste parole fece schioccare le dita davanti a loro, poi uscì dalla Camera dei Comuni, salì sul suo grande cocchio trainato da sei potenti cavalli e ordinò che si dirigesse verso sud. Finalmente ritornò nella sua terra natale, dove fu accolto come meritava: con campane che suonavano, spari di cannone, grida di bambini. E tutti gli anatre, le galline e i maiali fuggivano a destra e a sinistra della strada al suo passaggio. Da quel giorno, essere un cavaliere di Brightling è considerato un onore straordinario, superiore a ogni altro; mentre essere membro della Camera dei Comuni non rappresenta alcun onore. Spese tutta la sua enorme fortuna per i poveri del Sussex e della sua parrocchia, incoraggiandoli a bere e mangiare abbondantemente, convinto che queste abitudini fossero le migliori per preservare la vita. Fino a quando anche lui non morì. Ecco la storia di Fuller di Brightling. Possiamo tutti meritare lo stesso onore.”
Il Marinai: “La lunghezza della tua storia mi ha permesso di preparare una colazione davvero eccellente; per essa pagherò io stesso, e vi invito tu e Grizzlebeard a pagare ciascuno la propria parte, come è consuetudine nella parrocchia dove sono nato. Spero che apprezzerete questa usanza, finché ho ancora denaro. Ma forse ve ne dimenticherete quando lo avrò speso tutto. E se, parlando così tanto, avete mangiato poco, beh, non posso farci nulla. Devo andarmene.”
Il marinaio si alzò e si pulì con cura le labbra con il fazzoletto, poi depositò una somma di denaro concordata in precedenza con il proprietario dell’alloggio; anche noi pagammo la nostra parte, e così tutti e tre ci mettemmo in viaggio verso Heathfield all’alba. Eravamo proprio sul punto di parlare di Jack Cade – che per poco non riuscì a rovinare i ricchi, ma purtroppo morì in queste zone a causa di un colpo alla testa – quando notammo lungo la strada davanti a noi un tizio allungato, che si muoveva in modo tipico di certi individui presenti in tutto il mondo: persone le cui menti sono sempre occupate da pensieri vaghi, che sembrano non avere uno scopo preciso nella vita, ma che comunque vengono mantenute e vestite grazie alla carità altrui.
“Tenete bene a mente quell’uomo,” disse Grizzlebeard, “perché credo che possiamo farne parte della nostra compagnia. E se non mi sbaglio, lui potrà fornirci ciò di cui voi (parlando al Marinaio) e io stesso abbiamo bisogno. Questa mattina, infatti, ci ha dimostrato tutti e tre persone caute, discrete nel parlare e nell’agire; individui che conoscono bene il mondo e fanno attenzione a non rivelare nemmeno i propri nomi. Tipi che pensano solo a se stessi e, in molti altri modi, fedeli al Diavolo. Ma quest’uomo davanti a noi, se non mi sbaglio, appartiene a una categoria molto più vicina a Dio.”
Mentre Grizzlebeard diceva queste cose, osservammo più attentamente l’uomo davanti a noi: mentre camminava, sembrava che le sue lunghe membra avessero articolazioni poco flessibili; i suoi bracci dondolavano piuttosto che muoversi con scioltezza; non seguiva una traiettoria dritta lungo la strada. Sotto il suo cappello di feltro a bordo stretto, spuntava una chioma castana troppo lunga e decisamente poco rigogliosa. La sua camicia era morbida, grigia e sporca, fatta di lana; il colletto si confondeva con essa, e solo un piccolo lembo spuntava sopra la gola. Il suo cappotto era di velluto, simile a quello di un guardiacaccia, ma in ogni altro aspetto non assomigliava affatto a uno di loro; nessuno gli affiderebbe mai una pistola.
“Chi lo sa, forse questa creatura è un’artista,” mi disse il Marinairo con voce piena di ammirazione mentre ci avvicinavamo.
Io stesso, “Non credo proprio. Un artista non sarebbe così indifferente. Anche da giovani, i loro debiti li opprimono, e fanno certi gesti precisi e decisi, perché sono persone che lavorano con le mani. Ma questo oggetto è appeso in modo disinvolto. E anche se scoprirò sicuramente che ha dei debiti, sarò altrettanto certo che non gliene importa nulla, e non riuscirebbe nemmeno a indicarti la loro entità con precisione, nemmeno alla metà del valore reale.”
A quel punto, poiché noi camminavamo con regolarità mentre lui barcollava, come ho detto, eravamo quasi arrivati al suo fianco e lo sentimmo mormorare tra sé in modo che avrebbe potuto infastidire qualsiasi ascoltatore stanco: le note del suo canticchiolio non erano affatto chiare, e sembrava che a lui non importasse affatto dove iniziasse o finisse la melodia. Poi lo vedemmo fermarsi improvvisamente, tirare fuori una penna da qualche tasca e cercare, come immaginammo, del carta.
“Ho ragione”, disse Grizzlebeard trionfante. “È un poeta!”
Sentendo le nostre voci per la prima volta, il giovane si girò lentamente; quando vedemmo i suoi occhi, capimmo davvero che Grizzlebeard aveva ragione. I suoi occhi erano grandi e arcuati, come se fossero sempre sorpresi, e di un colore grigio caldo. Non sembravano vedere le cose davanti a loro, ma qualcos’altro al di là; e mentre il resto del suo viso cambiava leggermente nel salutarci, i suoi occhi rimasero invariati. Anzi, sembravano sempre tristi.
Prima che qualcuno di noi potesse rivolgersi a questo giovane, lui chiese improvvisamente un coltello.
“Pensi che sia sicuro lasciargliene uno?” mi chiese il Marinaiolo.
“È per affilare questa matita,” disse lo sconosciuto, mostrando un mozzicone di matita H.B. molto più corto del suo pollice. Lo teneva in mano in modo piuttosto patetico e incerto, con l’estremità smussata e rotta rivolta verso l’alto.
“È meglio che tu prenda questo,” disse Grizzlebeard, porgendogli una matita in condizioni migliori. “Non hai forse un coltello tuo?”
“L’ho perso,” disse l’altro con tristezza. La sua voce era piena di dolore mentre lo diceva, quindi immagino che si trattasse del suo amico.
Grizzlebeard: “Beh, prendi il mio e scrivi velocemente ciò che devi scrivere; so per esperienza personale che queste cose sono effimere.”
Il estraneo lo fissò per un momento e poi disse:
Ho dimenticato cosa volevo dire… Voglio dire, scrivere.
Il marinaio (con un gemito): “Ha dimenticato il proprio nome!” — Poi, più ad alta voce: “Poeta! Chiamiamoti Poeta e seguiamo te. Ci prenderemo cura di te, e in cambio tu scriverai versi per noi. Versi brutti, versi difficili da comprendere, ma forti, intensi. Versi che i poeti scrivono quando vengono ispirati dalle passioni profonde degli altri uomini, ma che loro stessi non riescono a comporre con facilità.”
Il poeta. “Non ti capisco.”
Ma Grizzlebeard prese affettuosamente il suo braccio, come se fosse suo padre, e disse: “Vieni, questi uomini sono abbastanza gentili, ma hanno appena fatto colazione e non è ancora mezzogiorno; quindi sono in vena di caccia. E poiché non c’è selvaggina da cacciare, caccieranno te. Ma tu non devi rispondere loro. Vieni semplicemente con noi verso ovest e sii nostro compagno fino a quando non arriveremo nel luogo dove il sole tramonta. E scopriremo cosa rende quel posto così splendido.”
Sentendo queste parole, il Poeta ne fu molto felice.
Desiderava da tempo trovare quel luogo e disse che aveva camminato verso di esso per tutta la sua vita. Ma ci confessò, con un po’ di imbarazzo, di non avere denaro, se non tre scellini e una moneta francese che qualcuno gli aveva dato per carità quel giorno stesso, confondendolo per un mendicante poco lontano da Brightling.
“Tuttavia,” disse, “se siete disposti a finanziarmi in ogni modo, indipendentemente da ciò che mangio, bevo, leggo o faccio per divertirmi, allora sarò molto felice di concludere quell’accordo con voi.”
Io stesso. “Poeta! Questo dovrà essere chiaro tra noi. E potrai ordinare ciò che desideri; non dovrai sentirti vincolato da alcuna restrizione. È proprio nell’essenza di una buona amicizia che il povero chieda il vino e che il ricco lo paghi.”
“Non sono un uomo povero,” mi disse gentilmente il Poeta, “solo che ho dimenticato dove ho lasciato i miei soldi. So di aver avuto tre sterline ieri, ma credo di aver pagato una sovrana per un penny oltre Brede, e a Battle, deve essere stato lì, ho dimenticato di prendere il resto. Per quanto riguarda la terza sterlina, forse appare ancora, ma l’ho cercata più volte stamattina e inizio a temere che sia scomparsa. Ora mi ricordo!” Il Marinaio: “Cosa? Ancora fortuna? Puoi esserne certo! Non torneremo indietro per quella tua sterlina, né per cinque di esse.” Il Poeta: “No, non è questo. Quando ho detto ‘mi ricordo’, intendevo qualcos’altro. Intendevo la frase che avevo in mente mentre vi avvicinavate e che ha cambiato i miei pensieri.”
Il Marinaio. “Non voglio sentirlo.”
Il Poeta. “Era…”
“Chissà se queste piccole colline appuntite…”
Grizzlebeard: “Sì, e poi cosa succede?” Il Poeta (con un po’ di dolore): “Niente, temo. Ma noterete che le piccole colline qui intorno hanno una forma appuntita.”
Il Marinaio: “Nella mia vita non ho mai ringraziato i miei genitori per nulla, ma ora li ringrazio per ciò che fino ad ora mi ha causato più dolore: per avermi destinato alla dura professione di marinaio. Perché se non fossi stato affidato in apprendistato, come è consuetudine a Bristol, da bambino a un individuo scontroso proveniente dal Holderness, forse sarei diventato un Poeta, per la collera di Dio.”
Grizzlebeard: “Non ascoltarlo, Poeta. Ma guarda! Siamo arrivati a Heathfield. Penso sia giunto il momento di mangiare, bere, o entrambi. E di considerare la nostra compagnia ormai unita, e il primo stadio del nostro viaggio verso Ovest completato.”
All’epoca, Heathfield era un ottimo posto per gli uomini, e lo sarà di nuovo: questa terra del Sussex tende sempre verso il meglio e non permetterà mai che si verifichino degradazioni.
Quindi ci sedemmo fuori dal villaggio, ai margini di un piccolo boschetto che faceva parte del parco di un uomo ricco, e guardammo verso nord, verso la collina di Mayfield, dove San Dunstan tirò il Diavolo per il naso; e fino ad oggi si conservano ancora le tenaglie con cui lo fece a Mayfield.
Ora che la storia di come San Dunstan tirasse il Diavolo per il naso, nel corso di mille anni, è stata distorta, alterata e resa molto diversa dalla sua vera origine, e poiché si tratta di un racconto che ogni bambino dovrebbe conoscere e ogni adulto ricordare per la gloria della religione e l’onore di questa antica terra, lo riporterò qui prima di dimenticarlo. Potrete leggerlo o meno, come preferite.
Allora, San Dunstan, che era originario del Sussex (poiché nacque poco lontano da Ardingly, nonostante quanto possano affermare falsamente alcuni cronisti; era figlio di un uomo molto onesto di nome Dunstan delle Leas), dopo aver ricevuto gli ordini sacri – una scelta che riguardava soltanto lui e non noi – salì rapidamente dai ranghi di subdecano a decano, da decano a presbitero, e da presbitero a vescovo. Con ogni probabilità sarebbe diventato papa in tempi brevi, se solo avesse preferito vivere nella sua amata contea piuttosto che sprecare la sua vita tra gli stranieri.
Di tutte le cose che fece, non ho spazio per raccontarvele (e inoltre, la mia storia sta diventando più lunga di quanto mi piaccia, ma lasciamo perdere). Tuttavia, c’è una cosa che fece, davvero memorabile tra tutte. Sì, ancora più memorabile del miracolo per cui riuscì a far cadere diversi laici attraverso il pavimento marcio di un fienile, per suo grande divertimento ma loro grande imbarazzo. E questa cosa memorabile fu, quando prese il Diavolo per il naso.
Dovete sapere che il Diavolo, desideroso di fare del male al popolo del Sussex, andò a chiedere prima a un uomo e poi a un altro chi avesse il diritto di scegliere, e tutti risposero che era San Dunstan. Poiché lui era il loro protettore, come sapevano bene, ed è per questo che lo inviarono da lui, consapevoli che sarebbe riuscito a sconfiggere quel demone. Da quel giorno in poi, gli abitanti del Sussex continuano a sfidare e infastidire il Diavolo, come potrete leggere spesso nelle pagine di questo libro.
Allora il Diavolo salì nella foresta di Weald una mattina di maggio, quando tutto era piacevole agli occhi e all’orecchio. Trovò San Dunstan seduto a Cuckfield, a un tavolo all’aperto, che scriveva versi in latino, cosa che sapeva fare molto bene. Allora il Diavolo disse a San Dunstan: “Sono venuto per farti scegliere il modo in cui Sussex dovrà essere distrutta. Poiché devi sapere che ho il potere e l’autorità necessari per farlo, e nessuno può opporsi a me. Tuttavia, al tuo popolo è concesso di conoscere il modo con cui dovranno perire.”
E infatti questo è proprio lo stile del Diavolo: fingere sempre di essere il padrone, anche se nel suo cuore nero sa benissimo di non esserlo affatto.
In realtà San Dunstan non era lo sciocco che sembrava, nonostante il suo viso rotondo, la tonsura rotonda e gli occhi rotondi; avrebbe sicuramente fatto i suoi scherzi con il Diavolo prima di sconfiggerlo definitivamente. Così rispose in modo abbastanza cortese: —
“Perché, Demone, penso che se tutti dobbiamo morire, sarebbe più piacevole farlo attraverso l’acqua del mare piuttosto che in qualsiasi altro modo. Dopotutto, è dal mare che è nata la nostra terra, e quindi dovrebbe tornarci. Tuttavia dubito della tua capacità di riuscirci: siamo infatti protetti dal mare da queste grandi colline chiamate The Downs, che richiederebbero un impegno enorme per essere attraversate.”
“Pf! Bah!” disse il Diavolo in modo scortese come risposta. “Non conosci davvero le mie capacità! Taglierò via quelle piccole cose in una sola notte senza nemmeno accorgermene, visto che sono il padre di tutti i contrattori, l’originale maestro degli ispettori e dei responsabili di grandi opere: per me è un gioco da bambini. È come essere morso da una pulce, un lavoro da sbrigare in una notte estiva, tra il tramonto e l’alba.”
“Allora,” disse San Dunstan, “il sole sta per tramontare sopra Black Down, a ovest di noi; quindi andate pure a fare il vostro lavoro. Ma se non l’avrete terminato entro l’alba sul Weald, dovrete partire in nome di Dio.”
Allora il Diavolo, pieno di gioia per aver ingannato San Dunstan, come pensava lui, e per essere così riuscito a distruggere la nostra terra – cosa che, se mai fosse riuscito a realizzare, avrebbe comportato la distruzione totale e l’oblio dell’intero mondo – volò verso sud attraverso l’aria, sbattendo le sue grandi ali. Tutti i abitanti della regione del Weald pensarono che si trattasse di un aeroplano, di quel mezzo di trasporto di cui sono grandi appassionati osservatori; molti uscirono per seguirne il volo, e alcuni erano pronti a raccontare agli altri di che tipo fosse quell’aeroplano, e altre simili bugie.
Ma non appena calò la notte, il Diavolo, avendo ottenuto un grande badile, lo mandò dalla sua fattoria e iniziò a lavorare con grande impegno e forza, scavando nelle colline rivolte verso il mare. I ciuffi d’erba volavano ovunque, e i grandi blocchi di gesso che spalava si disperdevano da tutte le parti; alcuni di questi, a causa del forte impatto del badile, finirono sul Monte Caburn, altri su Rackham Hill, e ancora altri in varie altre zone. Ma la maggior parte cadde su Cissbury. Ed è così che si formarono quei grandi tumuli di cui gli studiosi parlano con tanta facilità, anche se in realtà non sanno assolutamente nulla della verità. Il Diavolo scavò e sollevò terra senza sosta, fino a mezzanotte nella chiesa di Shoreham. E poi ancora un’ora, due ore, tre ore dopo. Mentre scavava, quel grande argine si faceva sempre più profondo nelle colline, tanto che rischiava di raggiungere il lato di Wealden. Non mancavano ormai che una ventina di metri di scavo prima che il mare irrompesse e ci sommergesse tutti.
Ma San Dunstan, che sapeva tutto ciò, recitò la preghiera “Populus Tuus Domine” (la preghiera del 8 novembre, Pp alba 42, “Double or quits”). Grazie al potere di questa preghiera, in quell’istante tutti i galli presenti nella regione tra il Rother occidentale e quello orientale, da Ashdown fino a Harting Hill, e da Bodiam fino a Shillinglee, si svegliarono improvvisamente per difendere la gente cristiana. Alzarono le loro teste rosse e cantarono tutti insieme in coro, producendo un rumore tale che non era mai stato sentito prima, né lo sarebbe stato mai più dopo. Si sarebbe detto che fosse una notte di Natale, piuttosto che l’inizio di una mattina di maggio.
Allora il Diavolo, sentendo questa terribile sfida provenire da milioni di voci che gridavano per settanta miglia in una direzione e venti miglia nell’altra, smise di scavare, confuso. Piantò la sua pala nel terreno, salì sulla cima della collina e guardò meravigliato il cielo, osservando tutte le stelle, chiedendosi come fosse possibile che fosse già quasi giorno. Ma con questo suo errore perse il tempo necessario. Perché proprio mentre si rendeva conto di essere stato ingannato, oltre la cresta di Hawkhurst Ridge sorse il giorno, e con un grande urlo il Diavolo capì di aver perso la sua scommessa.
Ma era deciso nella sua decisione (poiché amava trattare con rigore le questioni legate all’oppressione) e volò qua e là nell’aria, fino a quando finalmente trovò San Dunstan, non a Cuckfield, ma a Mayfield. Anche se non so come quel Santo sia riuscito ad arrivare lì in così poco tempo. È un mistero degno di un grande santo.
Comunque, quando il Diavolo arrivò a Mayfield chiese dove fosse San Dunstan, e gli dissero che stava celebrando la Messa. Così il Diavolo dovette aspettare, grattandosi e scodinzolando, finché San Dunstan non uscì; quest’ultimo lo fece con grande calma e sorridendo, e chiese al Diavolo come stesse e perché non avesse ancora terminato quella sua incombenza. Ma il Diavolo, interrompendolo, rispose.
“Non accetterò alcuna privazione, ma solo ciò che mi spetta!”
“Perché, come è possibile?” disse San Dunstan con sorpresa e piacere.
Allora il Diavolo gli spiegò come tutti i galli avevano iniziato a cantare mezz’ora prima dell’orario previsto, privandolo così ingiustamente della sua ricompensa. Il diga, disse, era quasi completato e ora si estendeva per gran parte delle colline circostanti. Era davvero una vergogna che fosse stato commesso un simile trucco; credeva fermamente che ci fossero state prove preliminari in merito, ma nonostante ciò avrebbe ottenuto i suoi diritti, perché la legge era dalla sua parte.
Allora San Dunstan, grattandosi il mento con l’indice della mano sinistra (cosa che riusciva a fare meglio, poiché quella mattina non si era rasato), rispose al Diavolo:
“Percepisco che qui ci sia materia per un dibattito. Ma non discutiamone qui. Venite invece nel mio piccolo laboratorio nel palazzo laggiù, dove tengo tutti i miei argomenti; lì vi ascolterò, secondo quanto meriti la vostra causa.”
Andarono insieme verso quel piccolo laboratorio: San Dunstan con serenità, da vero uomo santo; il Diavolo, invece, in modo molto cupo e irritato. Lì, San Dunstan offrì al Diavolo una sedia e gli disse di esporre le sue ragioni, mentre lui stesso avrebbe passato il tempo occupandosi di piccoli lavori di falegnameria e decorazione, che gli procuravano grande piacere. Così dicendo, San Dunstan soffiò nel mantice, riscaldò il fuoco della sua fucina, mise dentro le pinze per l’incastonatura e ascoltò mentre il Diavolo presentava le sue argomentazioni: ragionamenti così convincenti, esempi così numerosi, leggi così chiare e ordini così logici da non essere mai stati uditi in nessun tribunale. Tali argomentazioni avrebbero fatto ballare di gioia qualsiasi avvocato. E tutto il tempo San Dunstan continuava ad annuire seriamente, dicendo.
“Sì! Sì! Procedi. Ma ho un’obiezione contro tutto questo!” Fino a quando, infine, il Diavolo, irritato da una risposta così semplice ripetuta più volte, disse:
“Allora, diamo un’occhiata al tuo argomento! Non esiste alcun argomento o motivo conosciuto o possibile che possa confutare la mia affermazione, né costringermi ad abbandonarla o a modificarla anche solo in minima parte.”
Ma proprio mentre lo diceva, San Dunstan, tirando fuori le sue tenaglie ancora calde dal fuoco della fucina, gridò improvvisamente e ad alta voce:
“Ecco il mio argomento!” E così dicendo batté con forza le tenaglie sul naso del Diavolo, facendolo ballare e urlare, mentre iniziava a maledire in modo davvero orribile.
“Come, ora!” disse San Dunstan. “Come! Questi ululati non sono suppliche, ma pura e semplice sfrontatezza! Non vorrete forse ammettere il mio argomento e quindi ritirarvi da questa Corte, dove non avete nulla da fare?” Mentre parlava, trascinò il Diavolo avanti e indietro per la stanza, facendolo saltare sui tavoli e sulle sedie come un acrobata, mentre lui continuava a maledirlo senza seguire alcun ordine preciso di argomentazioni legali – replevin, quo warranto, nisi prius, habeas corpus, ecc. – ma in buon tedesco, che era la sua lingua madre. E tutto il tempo San Dunstan continuava a dire.
“Discutete pure, fratello! Discutete pure, voi illustre avvocato! Invocate tutte le vostre argomentazioni. Ma nulla di tutto ciò riguarda la questione che si sta esaminando in tribunale! Dobbiamo avere delle risposte concrete!” E mentre così incalzava il Diavolo con termini legali, continuava a trascinarlo avanti e indietro per la stanza, divertendosi un mondo a sue spese. Fino a quando, finalmente, il Diavolo non ne poté più sopportare e, non appena San Dunstan smise di usare i suoi ferri da taglio, volò via all’istante.
E per questo motivo il Diavolo, ancora oggi, prova un sentimento di estrema tenerezza riguardo al proprio naso; e a dimostrazione di tutta questa storia (se mai fosse necessaria una prova per qualcosa che è riportato negli scritti dei Bollandisti ed ampiamente riconosciuto dalla Curia, dalla Propaganda e da chiunque altro voglia), ecco le prove: innanzitutto, il Dike stesso, ancora oggi chiamato “Dike del Diavolo”, che si trova lì, scavato con estrema cura, quasi fino al punto in cui le colline si incrociano; in secondo luogo, e cosa ancora più significativa, a Mayfield è possibile trovare e vedere personalmente le pinze stesse utilizzate per compiere quell’atto.
E se vi sembra che questa storia sia troppo lunga, sappiate che anche il Diavolo l’avrebbe trovata ancora più lunga. Non esiste infatti racconto al mondo capace di annoiare un uomo tanto quanto il ferro rovente. Quindi, torniamo a Heathfield.
Beh, mentre eravamo seduti lì a Heathfield, discutevamo tra noi su quale strada seguire per dirigerci verso ovest, perché tutta questa zona della contea è un territorio molto disordinato e complicato.
Prima di tutto, per dovere, chiedemmo al Poeta, poiché era arrivato ultimo; scoprimmo che non riusciva a prendere una decisione, e quando lo pressammo, capimmo anche che non sapeva affatto quale fosse il modo per dirigersi verso ovest lasciando questi boschi. Ma quando gli dicemmo che passare attraverso Burgess Hill e Hayward’s Heath avrebbe significato attraversare città simili a quelle di Londra, il Poeta rispose che preferiva lasciare il nostro gruppo piuttosto che farlo. Disse infatti che in città del genere, più si lavorava e meno si guadagnava; eppure, se non si lavorava affatto, si moriva comunque. Quindi, tutto ciò che poté dirci fu che, per lui, non faceva alcuna differenza se evitassimo tali luoghi passando dal nord o dal sud; ma che, in ogni caso, dovevamo evitarli se volevamo che continuasse a seguirci.
Quando il Poeta ebbe espresso il suo parere, Grizzlebeard e io ponemmo la domanda al Marinaio, il quale aggrottò la fronte e sembrò molto saggeggiare per un po’; poi, tirando fuori la sua penna, chiese al Poeta di ripetere esattamente qual fosse la sua obiezione; quest’ultimo gliela spiegò nuovamente e lui la trascrisse con cura su un pezzo di carta. Dopo averlo fatto, riempì molto attentamente la sua pipa di tabacco, arrotolò il foglio di carta in una pallina, ci diede fuoco e con essa accese la pipa. Una volta terminati tutti questi gesti, disse che non gli importava come avremmo proceduto, purché riuscissimo a superare rapidamente quella parte difficile.
Pensava che potessimo farlo al buio. Ma gli dissi che quei posti sarebbero stati pieni di poliziotti, i quali venivano pagati per mandare in prigione uomini poveri e senza fissa dimora, soprattutto di notte. Così abbandonò l’intera idea.
Allora Grizzlebeard ed io discutemmo su come procedere, e decidemmo che non c’era altra scelta se non quella di seguire i sentieri secondari verso Irkfield, ricordando in particolare “The Black Boy”, il punto da cui questi sentieri iniziavano. Poi, senza dormire a Irkfield, avremmo proseguito nella notte verso Fletching e, attraverso altri sentieri secondari, fino ad Ardingly. In questo modo, noi che conoscevamo bene la zona, avremmo potuto sbarazzarci degli invasori, aggirandoli da nord fino a raggiungere la foresta.
Avendo così deciso, partimmo lungo quella strada in silenzio; prima però comprammo carne fredda e pane da mangiare durante il viaggio. Quando arrivammo a Irkfield, era già sera.
Il vento si era placato. Quel giorno avevamo percorso molte miglia; eravamo stanchi, e solo la paura di ciò che ci aspettava impediva che dormissimo lì. Temevamo infatti che, se avessimo riposato in quel luogo, il giorno dopo avremmo evitato di fare quella lunga deviazione e avremmo comunque dovuto vedere quei posti orribili. Ma all’improvviso il Marinaio chiese quanta denaro avessimo con noi. Lui stesso, disse, ne aveva più di una sterlina, e posò su quel tavolo dell’osteria in cui ci eravamo fermati una sovrana e alcuni scellini. Dissi che ne avevo più di cinque, il che era vero, ma non volli mostrarli. Grizzlebeard affermò che la sua denaro riguardava soltanto lui stesso. Il Poeta frugò in molte tasche, ma raccolse una somma molto inferiore a mezzo scellino.
Solo dopo che tutto questo fu fatto, il Marinai ci raccontò che aveva noleggiato nella stessa casa un piccolo carretto a due ruote, con un cavallo robusto e un conducente, e che, per una somma molto elevata, avremmo potuto essere portati per tutte quelle miglia attraverso la notte fino ad Ardingly, fino al margine dei grandi boschi. Disse anche che, per quanto riguardava lui, potevamo seguirlo o meno, ma che comunque avrebbe guidato velocemente nella oscurità, senza dormire finché non fosse arrivato sulla cresta della foresta, lontano da tutta quella parte detestabile della contea, una zona che non era fatta per gli uomini, ma piuttosto per turisti, stranieri o persone di Londra che si erano perse.
Così salimmo nel suo carretto e fummo portati attraverso la notte lungo strade secondarie, senza attraversare alcun villaggio tranne Fletching; verso mezzanotte arrivammo ai margini della fitta foresta. Lì il conducente ricevette abbastanza denaro da potersi fermare e trascorrere la notte lì stesso, mentre noi proseguimmo nella foresta, guidati dal marinaio che affermava di conoscerla meglio di chiunque altro.
Pertanto lo seguimmo con pazienza, anche se non voleva dire come conoscesse questi boschi o quando li avesse scoperti per la prima volta.
Attraversammo gli alberi oscuri per un lungo tragitto verde, salimmo il cancello che un uomo ricco aveva eretto e chiuso a chiave, e ci addentrammo sempre di più nella natura selvaggia. Nel poco che dicemmo l’uno all’altro, Grizzlebeard, il marinaio e io, speravamo di poter riposare presto; ma il marinaio continuò ad andare avanti, conoscendo bene la strada come un cane da caccia. Svoltammo in questo sentiero e poi in quello, fino a quando improvvisamente ci trovammo di fronte a qualcosa che si distingueva nella oscurità: un quadrato nero che si estendeva tra gli alberi da una parte all’altra. Era una piccola capanna.
Il marinaio provò prima ad aprire la porta; vedendola chiusa, tirò fuori una chiave dalla tasca e entrò. Una volta al riparo dal vento, accese un fiammifero e illuminò una candela che si trovava lì, su un bastoncino di rame. Noi tutti entrammo e ci guardammo intorno.
Era una sola stanza, e una piccola per di più; tutti i quattro lati erano fatti di assi grezzi. C’erano due piccole finestre che, alla luce delle candele, apparivano nere; sul lato destro della porta c’era un grande caminetto in mattoni, pieno di cenere e con dei pezzetti di legno e tronchi pronti per essere bruciati. Vicino a questo caminetto c’era un angolo rialzato con panche, e lì erano appoggiate due tappete. Ma a parte queste cose, nella capanna non c’era assolutamente nulla: nessun libro, nessun mobile, tranne la candela; il pavimento era fatto di terra battuta.
“Marinaio,” dissi, “come hai fatto ad ottenere la chiave di questo posto?”
“Era già meraviglioso che sapesse come arrivarci… Ma il Marinaio disse:”
“Perché no?”, e dopo di ciò non aggiunse più nulla. Solo prima che andassimo a dormire, molto tardi com’era, ci disse che sarebbe stato meglio accendere il fuoco e metterci sopra due o tre dei grossi tronchi che avevamo lì vicino; infatti, con il freddo autunnale, nessuno di noi avrebbe potuto dormire a sufficienza, nonostante avessimo avvolto i piedi nei nostri mantelli, se non ci fosse stato un fuoco acceso. E in questo aveva perfettamente ragione: indipendentemente dal tempo, anche all’aperto, le persone possono sempre dormire se hanno un fuoco. Così decidemmo che Grizzlebeard, essendo un anziano, avrebbe avuto a disposizione la panca e i tappeti, mentre noi tre ci saremmo sdraiati davanti al fuoco non appena fosse stato acceso; parlando così, ancora completamente svegli, accendemmo dei fiammiferi e provammo ad attizzare la fiamma.
Ma all’inizio, a causa del vento che soffiava, il fuoco non bruciava bene; il legno era umido e produceva fumo, che ci colpiva in faccia e riempiva la stanza. Il marinaio, cercando di proteggersi con il cappotto e di far entrare un po’ d’aria attraverso quel grande camino, disse che un camino fumante era davvero una cosa maledetta.
“È la cosa peggiore del mondo,” disse il Poeta con irritazione; a cui il Marinaio rispose:
“Sciocchezze! La morte è la cosa peggiore al mondo.”
Ma Grizzlebeard, sdraiato sulla larga panca circondato da tappeti e con la testa appoggiata alla mano, negò anche questo, parlando con una voce profonda e piena di saggezza. “Nessuno di voi ha ragione,” disse. “La cosa peggiore al mondo è la perdita dell’affetto umano. Nessun uomo che abbia perso un amico deve temere la morte,” aggiunse.
Il marinaio: “Tutto ciò è per me del tutto incomprensibile. Se c’è qualcuno che abbia fatto amicizia e poi li abbia persi, sono proprio io. Una volta ho perso un amico a Lima, ma poi si è riapparso a Valparaiso. E posso assicurarvi che il periodo intermedio non è stato affatto tragico.”
Grizzlebeard (solennemente): “Parli con leggerezza, come se fossi più giovane di quanto non sia in realtà. Di ciò di cui sto parlando si tratta del graduale indebolirsi, e infine della rottura, dei legami umani. Si dice che nessun uomo possa vedere Dio e vivere. Ecco un altro detto, molto simile: nessun uomo può vivere da solo. Nessuno, nemmeno in vecchiaia.”
Si fermò e fissò per un po’ il fuoco che si alzava. Fuori, il vento soffiava intorno alla casa; si potevano sentire i rami muoversi nell’oscurità.
“Poi Grizzlebeard continuò…”
“Quando l’amicizia scompare, rimane uno spazio vuoto che lascia entrare quella terribile solitudine esterna, simile al freddo dello spazio tra i pianeti. È un ambiente in cui gli uomini periscono completamente. L’abbandono assoluto è la morte dell’anima; e la fine della vita è rappresentata da un grande amore abbandonato.”
Io stesso. “Ma quel luogo guarisce, Grizzled beard, ” Grizzled beard (ancora più solennemente): “Tutte le ferite guariscono in coloro che sono condannati a vivere, ma nel processo stesso di guarigione si induriscono e impediscono il rinnovamento. La cosa è finita.”
Proseguì in modo monotono e grave. Disse: “Tutto ciò che esiste nell’attività della mente, tranne l’amore, è per sua natura un processo di crescita: attraversa fasi diverse – semina, germogliamento miracoloso, maturità, declino. Ma non è così per l’amore; infatti, la comprensione che una anima ha di un’altra è qualcosa che viene preso in prestito da ciò che esiste al di fuori del tempo: non è soggetto alle leggi del tempo. Quindi, se scompare, è irrecuperabile. Non cresce mai più; e lo perdiamo, proprio come si perde un diamante o la propria onore.” Io dissi: “Poiché parli di onore, Grizzlebeard, avrei dovuto pensare che la perdita dell’onore fosse peggiore della perdita degli amici.” Grizzlebeard rispose: “Oh no. Perché una cosa è una perdita reale, l’altra immaginaria. Inoltre, coloro che perdono l’onore hanno sempre la possibilità di morire. Ma chi perde l’amore negli occhi di qualcuno non ha alcuna via d’uscita: anche nella morte, quella perdita rimane irrisolta. E tra coloro che hanno cercato nel dolore della morte un sollievo ai propri problemi, non c’è nessuno (almeno per quanto ne ricordo) che abbia fatto ciò a causa della perdita del cuore di un essere umano.”
Il Poeta: “Quando poco fa ho detto, con tanta rabbia, che ‘quello’ era la cosa peggiore al mondo, ero stupido. Avrei dovuto ricordarmi del mal di denti.”
Il Marinaio (con impazienza e disprezzo): “Allora ti sbagli completamente, perché il mal di orecchio è molto più grave.”
Il poeta. “Non ho mai avuto mal di orecchio”.
Il Marinairo (ancora con disprezzo): “Me lo aspettavo! Se ne fossi capace, scriveresti versi migliori. È proprio la tua innocenza riguardo alle grandi emozioni a rendere i tuoi versi così terribili, nel senso più stretto di questa parola.”
Grizzlebeard: “Voi due parlate proprio come bambini. La perdita dell’affetto umano è la cosa peggiore al mondo. Quando i nostri amici muoiono, ci lasciano, ma non per loro stessa volontà; o se lo fanno per loro stessa volontà, non è in contraddizione con la nostra; e anche se lo fanno contro la nostra volontà, a causa di un litigio, comunque si tratta di una cosa violenta, eppure ancora piena di affetto. Ma quella decadenza di ciò che è vivo nel cuore, quell’intorpidimento che segue, quell’indifferenza finale, oh! Non c’è alcuna malattia su questa terra infelice che possa paragonarsi a tanta sfortuna. E se poteste osservare il mondo da un’alta posizione, guardando dentro i cuori degli uomini, vedreste come quel “freddo” si insinui lentamente, ”
Io stesso, “È una cosa che succede spesso, Grizzlebeard? Soprattutto agli anziani?” Grizzlebeard rispose: “No. Gli anziani ci sono abituati. Lo sanno, ma per loro non è nulla di particolare. Il problema emerge quando si avvicina la mezza età. Quando gli entusiasmi della giovinezza diventano noiosi o divergenti, e quando, tra le infinite opportunità che il tempo offre, nascono differenze tra amici. Allora appare il male. Gli anni iniziali di una vita di solito non portano a questo. Siamo così convinti della bontà dei nostri obiettivi, e così impegnati nella loro realizzazione, che se dobbiamo separarci lo facciamo senza esitazioni, ognuno convinto che l’altro abbia commesso un grave errore: uno crede che un criminale sia innocente, l’altro che un uomo innocente sia stato ingiustamente accusato di crimine. Uno ama la guerra, l’altro la considera ingiusta e la odia. O ancora, uno colpisce l’altro in faccia. Queste sono cose violente. Ma è quando la giovinezza è maturata, e iniziano i processi lenti della vita, che appare il pericolo. O meglio, la certezza di questo terribile fenomeno: il passaggio delle affetti. Il cuore si stabilizza, come le acque di un lago tra le colline; è pieno delle proprie convinzioni, sicuro nella propria filosofia. Non si adatta più ai cambiamenti dell’altro. E quindi, se non si mantiene una stretta comunione, l’affetto decade. Quando questa decadenza diventa totale, allora appare quella terribile visione di cui ho parlato. La cosa peggiore del mondo.”
Il Poeta: “I grandi poeti, Grizzlebeard, non avrebbero mai ammesso una cosa del genere. Non hanno mai cantato né lamentato il passare dell’affetto umano; hanno cantato dell’amore che si trasforma in odio, della passione e della rabbia, della calma che segue la passione, dei dubbi dell’anima e del destino. E continuamente hanno parlato di morte, ma mai del male di cui parli tu.”
Il Marinaio: “È perché il male stesso è troppo noioso. Devo ammetterlo! C’è niente di più noioso della perdita di un amico. È come scrivere una poesia sull’noia, o cantare una canzone su Welbeck Street. Tentare di poetizzare cose del genere è assurdo! Meglio rivolgersi a questo fuoco, che finalmente sta iniziando a divampare. Grazie a Dio! Concentrarsi su esso e aspettare l’alba.”
Io stesso. “Tu Poeta e tu Marinai, entrambi vi sbagliate. L’argomento è stato affrontato, sebbene molto superficialmente, perché non riguarda l’arte. Si tratta soltanto di un accenno alla ritornata di Odisseo; il poeta Shakespeare ne ha scritto una canzone che sicuramente avete sentito. La cantano gentiluomini truccati con vernice e vestiti di stoffa verde: uno di loro è un Duca, quindi porta una piuma sul cappello. Si siedono sotto alberi dipinti anch’essi, bevono da calici di cartone completamente vuoti. Se ci fosse davvero vino dentro, sicuramente ne uscirebbe. E così, in queste circostanze assurde, cantano una canzone intitolata ‘Soffia, soffia, tu vento invernale’.” Inoltre, un altro poeta ha parlato di questa stessa cosa proprio in questa contea del Sussex, con queste due righe:
“Le cose che amavo sono diventate tutte noiose…”
“Le cose che mi amavano sono lontane o morte.”
Barba Grigia. “‘Allontanamento’ è la parola giusta: stavo cercando proprio quella. L’allontanamento è la cosa più triste al mondo.”
Il Marinaio. “Non riesco assolutamente a capirci nulla!”
Il Poeta: “Hai mai perso un amico?” Il Marinaio: “Decine, come ti ho già detto. E quello che mi dispiace di più è stato un dottore che i proprietari ci hanno fatto viaggiare con noi fino al Capo di Buona Speranza e ritorno. Ma non l’ho mai lasciato influenzare il mio umore.”
Grizzlebeard: “Il motivo per cui i grandi poeti hanno parlato così poco di questa cosa è proprio perché si tratta della cosa peggiore al mondo. Non incoraggia alcuna azione nobile, né stimola il pensiero profondo, e non migliora affatto l’animo umano. I veri poeti, che lo vogliano o no, sono costretti a cercare di migliorare l’animo delle persone; sono obbligati a occuparsi di cose nobili. Ma questa, non ha nulla di nobile in sé. Non possiede nemmeno il fascino del terrore o della tragedia per renderla più significativa; è semplicemente una fine, e una fine priva di qualsiasi conseguenza positiva. È una fine che non solleva domande né stimola la ricerca. È una fine senza avventura, completa, un nulla. E in questa situazione, l’arte non ha alcun ruolo nel tentativo umano di placare la fame eterna dell’anima.”
E dopo questo triste discorso di suo, rimanemmo di nuovo in silenzio, sdraiati davanti al fuoco; il Marinaio aveva acceso la pipa e la fumava.
“Allora mi ricordai di qualcosa che avevo letto una volta, e dissi…”
Io stesso, “Una volta lessi in un libro di un uomo che attraversava una brughiera in una regione selvaggia, non lontano dal rumore del mare. Il vento e la pioggia lo colpivano con forza, faceva molto freddo; quindi fu felice di vedere, in lontananza, una luce nella brughiera. Si diresse verso di essa e, arrivato nel luogo indicato, scoprì che si trattava di una cappella dove circa venti o trenta persone stavano cantando. C’era un prete all’altare che celebrava la Messa a mezzanotte, e un monaco lo assisteva nella cerimonia. Il viaggiatore notò quanto fosse caldo e luminoso quel luogo: le finestre brillavano di colori vivaci, tutte le pietre erano scolpite con cura; l’altare era illuminato a giorno, e l’aria risuonava del canto. Ma non riusciva a vedere i volti delle persone presenti: sia il prete che il monaco avevano il viso girato dall’altra parte; tutti indossavano cappucci e tenevano il viso nascosto. Tuttavia il loro canto era forte e melodioso. Pensò di essere in un regno incantato. E infatti lo era. Alla fine della Messa, si addormentò avvolto nel calore e con la musica ancora nelle orecchie; al risveglio, scoprì che quel luogo non era altro che rovine: le finestre erano vuote, il vento soffiava forte. Nessun vetro. Solo alcune assi rotte, prive di colore. Foglie secche di alberi sparse sui gradini dell’altare. E sopra tutto, la luce pallida e debole dell’alba invernale, ”
“Questa storia che ho letto raccontava che quell’uomo intraprese il suo viaggio sotto quella luce nuova e triste di un alba invernale tempestosa, attraverso le brughiere di quella landa selvaggia. Eppure, nonostante avesse già fatto un viaggio simile il giorno prima, la sua mente era cambiata: nel breve intervallo tra i due viaggi aveva perso qualcosa di molto importante; per questo il mondo gli sembrava molto meno prezioso di quanto lo fosse stato il giorno precedente. Anche se non avesse sentito alcuna canzone né visto luci al tramonto, il viaggio sarebbe comunque risultato lo stesso. Questo cambiamento positivo, seguito poi da quella perdita, lo aveva completamente impoverito; ormai quel viaggio non significava più nulla per lui. Questa è la storia che ho letto. E credo che tu intenda dire qualcosa del genere.”
“Sì, intendevo qualcosa del genere,” rispose Grizzlebeard sospirando. “Stavo pensando a quella luce che filtra attraverso il corno, e a come, quando quella luce si spegne, il corno diventi freddo e opaco. Stavo pensando a cose irrevocabili.”
In quel momento, il Poeta, che credevamo stesse dormendo, si alzò in piedi.
“Oh, lasciamo perdere queste questioni così scoraggianti,” disse, “e pensiamo piuttosto a ciò che è il meglio al mondo, invece di ciò che è il peggio. Infatti, in mezzo a questo bosco, dove tutto è felice tranne l’uomo, e dove la notte dovrebbe insegnarci la tranquillità, dovremmo imparare o scoprire ciò che è veramente il meglio al mondo.”
“Non conosco alcun modo per farlo,” disse il Marinaiolo, “ma osservando le azioni degli uomini e vedendo a cosa si attaccano principalmente. Infatti, l’uomo conosce la propria natura, e ciò che cerca sicuramente deve rappresentare la sua soddisfazione. Giudicando da questo, ritengo che la cosa migliore al mondo sia fuggire a tutta velocità dalla persecuzione, continuare a correre fino a quando non ci mancano le forze, fino a quando non ci sentiamo storditi e sanguinanti. Alla fine, tutti cadremo, e quella cosa (qualunque essa sia) che ci insegue ci raggiungerà e consumerà i nostri corpi. Questo modo di vivere, penso, debba essere davvero il migliore al mondo, perché quasi tutti gli uomini scelgono di vivere così.”
Io stesso. “Quello che dici, Marinai, sembra abbastanza logico, ma c’è un punto che mi lascia perplesso: perché, se la maggior parte degli uomini segue i propri desideri, alla fine finiscono tutti in condizioni così misere?”
Il Marinaio: “Perché, questo non lo so dire. È affar loro. Ma certamente, osservando gli uomini, mi sembra che considerino la caccia la cosa migliore al mondo. Un uomo, infatti, che possiede abbastanza da poter (se ne avesse voglia) esplorare il mondo di Dio, mangiare ogni tipo di frutto e carne, bere la migliore birra, nonostante ciò inizia una “corsa” contro un Demone del Denaro: una flotta potente di Demoni del Denaro, spinti da una lancia. E quando questi Demoni del Denaro gli danno un vantaggio di cinque anni, diciamo fino a quando non ha quasi trent’anni, allora quell’uomo inizia a correre, a inseguire quel Demone del Denaro attraverso montagne e valli, campi e paludi, foreste e distese desolate, finché, alla fine (di solito intorno ai sessant’anni, o poco dopo), emette un grido terribile, alza le mani e cade a terra. E allora il Demone del Denaro viene a “digerirlo” completamente. Miliardi di persone amano questa strada da percorrere.”
“E c’è anche quel tipo di ‘caccia’, in cui qualche desiderio o lussuria mette all’inseguimento l’uomo, lo spinge tra recinzioni, fossati, siepi e rovi, lo fa correre sopra ponti, attraverso boschi fitti e cespugli spinosi, finché non ha esaurito tutte le sue forze. Poi, dopo una breve pausa, l’inseguimento continua fino alla tomba. Quando l’uomo inseguito vede che la fine è vicina, di solito si ferma apposta, e quella cosa che lo ha perseguitato lo raggiunge e lo divora, proprio come aveva fatto la prima volta. Si vedono milioni di persone intraprendere questo percorso guidate da desideri lussuriosi. Alcuni addirittura cercano di combinarlo con quella ‘caccia’ al denaro. Ma si consiglia a tutti, fin da giovani, di scegliere con chiarezza quale di queste due strade intraprendere. La prima viene solitamente lodata e ritenuta degna; la seconda invece biasimata. Perché? Non lo so. I nostri anziani ci dicono: ‘Figliolo, scegli il “Diavolo del Denaro” e lascialo correre libero.’ Entrambe queste forme di “sport” mi sembrano estremamente miserevoli. Ma parlo solo per me stesso. Sono un eccentrico, nel modo in cui scelgo le mie feste e nella felicità che trovo nella mia vita quotidiana.”
“Perché, per quanto mi riguarda, il mio piacere consiste proprio nel giocare con quella grande Lenta Tortuga a Tre Dita, che è l’inviata più amabile dell’inferno. Per tutta la mia vita ho giocato felicemente a farla ridere facendola inciampare e correndo davanti a lei; ora mi sdraio finché non mi raggiunge, poi mi allontano di nuovo finché non si avvicina di nuovo. A volte addirittura accelero un po’ per poter dormire ancora più a lungo alla fine, e così faccio divertire davvero quella povera Lenta Tortuga.”
“Tuttavia, alla fine, il mio metodo è lo stesso di quello di tutti gli altri, e avrà lo stesso risultato.”
“Perché quando vedrò la tomba lontana da me, allora indosserò le pantofole, mi preparerò una grande ciotola di vino caldo con noce moscata, riempirò la pipa e mi siederò in un grande divano davanti a un fuoco di quercia o faggio, che arde in un grande camino, con il suono del Mar Mediterraneo nelle orecchie.”
“E mentre sono lì seduto, bevo il mio vino caldo, fumo la mia lunga pipa, guardo il fuoco e ricordo vecchie tempeste e naufragi lontani, sentirò il rumore prodotto da quel grande Lento, che perseguita tutta la mia vita. Colpirà la mia porta con il suo muso, ma sarò troppo pigro per chiuderla a chiave, e così entrerà. Allora quel Grande Lento a Tre Dita mi divorerà, e così finirà la mia esistenza. E avrò raggiunto la cosa migliore del mondo.”
Io stesso. “Mentre parlavi, Sailor, mi è sembrato che avessi dimenticato una grande felicità, uno scopo virile e la realizzazione finale dello spirito immortale, ovvero, scavare buche e poi riempirle di nuovo.”
Il marinaio: “Hai ragione! Me n’ero dimenticato. È davvero un passatempo ammirevole; per alcuni, forse per molti, è addirittura la cosa migliore al mondo!”
Io stesso, “Sì, davvero: pensate solo a come beviamo di nuovo per sete, mangiamo di nuovo per fame, amiamo nonostante delusioni, e viaggiamo soltanto per tornare indietro. Pensate anche con quanta cura mettiamo in ordine i nostri capelli e la barba, che comunque ricresceranno inevitabilmente; come guadagniamo denaro per spenderlo; come indossiamo stivali neri prima di camminare nel fango, facciamo penitenza prima di peccare, dormiamo per poi svegliarci, e ci svegliamo per dormire di nuovo. E poi, con grande cura, abbottoniamo, fissiamo, legiamo i nostri vestiti complicati, solo per slacciarli, scioglierli e rimetterli in ordine migliaia di volte quando arriva mezzanotte. C’è anche il sporcare le cose soltanto per pulirle, la costruzione di case che poi vengono demolite, la guerra combattuta sia per essere sconfitti che per ottenere vittorie “vane”, i dipinti fatti per i ricchi ciechi, le canzoni cantate per i ricchi sordi. Tutto ciò viene fatto soltanto a beneficio degli altri, e i bambini nascono proprio per perpetuare tutto questo ciclo. Più ci penso, più mi rendo conto che scavare buche e poi riempirle di nuovo rappresenta davvero lo scopo finale dell’uomo e la sua vera felicità.”
Il Poeta: “Penso che tu debba sbagliare.” Io: “Allora, dato che lo sai, qual è la cosa migliore al mondo?”
Il Poeta: “È un miscuglio nel quale devono essere combinati e mescolati strettamente grandi quantità di denaro inaspettato, nuovi paesaggi e il ritorno di vecchi amori.”
Il Marinaio: “Oh, ascoltatelo mentre racconta di quelle vecchie storie d’amore! Tutto arriva in processione, due per due, proprio come le vecchie ragazze di Midhurst che escono dalla chiesa una domenica mattina. Si direbbe che abbia ucciso cento persone con il solo suo sguardo!”
Grizzlebeard: “Voi giovani parlate solo sciocchezze. La cosa migliore al mondo è dormire.” Detto questo, si sdraiò sul banco accanto al fuoco, si coprì con la coperta e non ci parlò più. Anche noi, dopo un po’, rannicchiati nei nostri cappotti davanti al calore del fuoco, ci addormentammo profondamente. Così trascorremmo le ore fino all’alba: ci svegliavamo nel freddo per aggiungere legna al fuoco, poi riprendevamo a dormire. Per tutta la notte il vento soffiava tra gli alberi.
Il trentunesimo ottobre 1902
La mattina seguente mi svegliai al suono, un suono piacevole: quello dell’acqua che bolliva in una pentola. Che Dio benedica quel suono e lo renda il suono più sacro del mondo. È il suono che i bambini sentono alla nascita e gli anziani ascoltano mentre muoiono nel loro letto; è il suono delle nostre case per tutta la nostra vita. In tutto il mondo, ovunque ci siano camini, quel ronfare, quel canto, quel mormorio, quel “dialogo” tra l’acqua calda e il nostro grande alleato: il fuoco, è il simbolo del [focolare domestico].
“Così pensai”, mentre ero semiaddormentato su quella dura e asciutta terra del pavimento. Tuttavia, quando mi svegliai, la mia mente, ancora non tornata nel Sussex, credeva che stessi dormendo in un campo aperto; intorno a me c’erano compagni del reggimento, e le braci che riscaldavano i miei piedi erano il fuoco di un bivacco. Allora mi alzai, completamente sveglio e indolenzito dopo quella “notte” trascorsa a terra, e vidi il marinaio accovacciato sopra le fiamme di due robuste tronchi su cui aveva messo una pentola e dell’acqua prelevata da una sorgente. Aveva anche con sé un pacchetto di tè e dello zucchero, un pane e un po’ di latte.
Grizzlebeard, rigido e immobile sulla panca, con la testa appoggiata senza sostegno, la bocca aperta e respirando appena, sembrava un uomo morto. Quanto al Poeta, era rannicchiato come chi avesse raccolto l’ultima traccia di calore disponibile; dormiva ancora profondamente, addossato all’angolo più lontano del fuoco.
Scossi il mantello e mi alzai in piedi.
“Marinaio,” dissi, “da quanto tempo sei sveglio?”
“A cui il marinaio rispose:”
Da quando sono nato… sfortuna continua! Non riesco mai a dormire.
“Dove hai preso tutte queste cose?”, dissi, “quel tè, quel latte, quegli zuccheri e quel pane?”
Mentre lo dicevo, sbadigliai e poi allungai le mani, intorpidite dal sonno, verso la luce che iniziava a diffondersi nel fuoco. Il Marinaio era ancora accovacciato vicino alla pentola e mi rispose lentamente e con attenzione:
“Dovete sapere che vicino a questa casa vive un Troll. Molti anni fa, quando era giovane, fu incantato dall’amore di una Fata in quella brughiera chiamata ‘Oltre-il-mondo’. La portò a casa per farne sua moglie e ora vive qui vicino, in una capanna che non appartiene a questo mondo. In un certo senso, è il mio padrone di casa: è stato lui a darmi questo tè, questo latte, questo zucchero e questo pane. Ma non servirà chiedere dove si trovi, perché nessuno può trovare quella loro dimora magica tranne me.”
“È stata una bugia davvero lunga da raccontare,” dissi, “perché di certo non mi sarei preso la briga di scoprire da dove provenissero quelle cose, se non per poterle liberare.”
“Hai ragione,” disse il Marinaio, “e anch’io li ho ottenuti gratuitamente.”
E dopo aver detto questo, rovesciò il pacchetto di tè, lo zucchero e il latte direttamente nella pentola, tanto che gridai allarmata.
“Che stai facendo?”
“Ma mi disse, mentre toglieva la pentola dal fuoco…”
“Ecco come veniva preparato il tè dei troll dalla cameriera maggiore in quella brughiera chiamata Oltre-il-Mondo. Ci sono stato io, quindi lo so.”
E con quello diede un forte calcio al Poeta, che si alzò di scatto dal mucchio di vestiti in cui era seduto, sembrò confuso per un momento, poi capì dove si trovava e disse: “Oh!”
“Non rima…”, disse il Marinaio, “ma ti offrirò del tè.”
Versò il tè dalla teiera nella tazza comune che portavamo con noi, e poi con il suo coltello da cucina tagliò un pezzo di pane.
La nostra conversazione aveva svegliato Grizzlebeard. Quell’uomo anziano si alzò a fatica dal letto, come se rivedere il giorno non fosse affatto una cosa piacevole per lui. Si sedette sul banco, e per lui, che era un uomo d’onore, prima gli fu versato il tè nella sua tazza d’argento, poi gli venne consegnata la fetta di pane successiva. Dopo aver mangiato e bevuto anch’io, lo fece anche il Marinaio; una volta terminato tutto ciò, lui ed io sistemammo in ordine la capanna. Ripiegammo le coperte e sistemammo i tronchi non bruciati; versammo via l’acqua dal bollitore e bevemmo il latte, poi posizionammo il pane nell’angolo riscaldato dal camino. Dopo aver detto addio a quel luogo sconosciuto, ce ne andammo, senza più avere nulla da dirgli. Ma il motivo per cui dovevamo sistemare tutto in quel modo era (mi disse il Marinaio) che, se avessimo infastidito il Troll, forse non ci avrebbe mai più permesso di dormire lì.
“Sei un compagno meraviglioso, Marinai!” dissi io.
“Forse per gli altri sì,” disse lui, chiudendo la porta e mettendosi la chiave in tasca, “ma non per me. Eppure è l’unica cosa che conta davvero!”
A quel punto eravamo tutti di nuovo sul sentiero nel bosco, svoltando da una parte e dall’altra seguendo le indicazioni del Marinaio. A volte attraversavamo vaste distanze senza deviare mai dal percorso, e una volta anche la strada principale. Ma noi proseguimmo dritti lungo di essa, passando accanto a molte cartelli che avvertivano che chiunque venisse trovato in questi boschi sarebbe stato imprigionato; altri cartelli minacciavano che coloro che non fossero ricchi e si aggirassero lì potessero essere uccisi dalle macchine. Tuttavia il Marinaio procedeva con agilità, dirigendosi verso ovest attraverso tutto ciò che ci trovavamo davanti, in modo così astuto che anche io, che conosco bene la mia contea, finii per confondermi. Non riuscivo a capire in quale parte del bosco ci trovassimo fino a quando non arrivammo in una radura attraversata da un ruscello; allora capii che quel ruscello era il corso superiore del fiume Mole, e che eravamo a Tilgate. Allora dissi ai miei compagni: “Ora il bosco profuma di, ” [continua con la parola che rappresenta “casa” nella tua lingua].
Ma Grizzlebeard disse che, considerando com’era il mondo al di fuori della Contea, tutta la Contea era >casa. E il Poeta disse che qui nella foresta c’erano elementi che lo riportavano a casa, e altri invece gli erano estranei e non possedevano lo spirito della nostra terra.
Ma il Marinai non disse nulla; ci guidò semplicemente lungo sentieri nascosti, in modo che i servitori dei ricchi non potessero farci del male. Poi ci portò in una radura aperta, e lì ci sedemmo per riposare un attimo, respirando l’aria fresca della mattina.
La mattina non era come la notte precedente, piena di vento e nuvole veloci; era invece la mattina dopo una tempesta. Su queste alte colline, tra gli alberi che si ergevano intorno, l’aria sembrava portare un messaggio di vita dal mare. Ma era un’aria ferma, immobile; non seguiva più il corso della tempesta, arrivava invece in modo stabile. Il cielo sopra di noi non era coperto da nuvole, e non c’era alcun segno di movimento; era solo di un pallido blu invernale. C’era brina ovunque, anche se eravamo ancora all’inizio dell’anno e l’inverno sembrava lontano. Ma quell’anno le foglie erano cadute presto, e la foresta appariva già desolata.
Dopo esserci riposati per un momento in questa radura, seguimmo di nuovo il Marinai lungo un sentiero che presto abbandonò, guidandoci con cura attraverso una fitta boscaglia incontaminata, fino a quando non arrivammo a un recinto; al di là di esso si trovava la grande strada principale e Pease Pottage era proprio lì vicino.
“Vi ho guidati attraverso questo bosco,” disse il Marinaiolo, “e ora potete prendere la strada che volete.”
Io stesso. “Ora, davvero, conosco ogni singolo tratto di questo percorso; vi porterò verso la nostra terra natale. Ma lo farò a mio modo, perché conosco i luoghi migliori, le terre più tranquille, e un tetto sotto il quale potremo dormire liberamente alla sera. Dovrete seguirmi.”
“Lo sai tutto questo?” mi chiese incuriosito Grizzlebeard, “allora puoi dirmi perché tutti questi boschi vengono chiamati Foresta di San Leonardo?”
“Me stesso… Certo; si chiamano Foresta di San Leonardo in onore di San Leonardo.”
Il poeta. “Sei davvero così sicuro?”
Io stesso. “Senza dubbio! Poiché è certo che San Leonardo visse qui e possedeva un piccolo eremo ai tempi in cui i poveri potevano andare dove volevano. E questo eremo si trovava nel luogo a cui vi porterò tra poco, da dove è possibile pregare contemporaneamente sia per la nostra Contea che per Dio che l’ha creata.”
Detto questo, li portai lungo la strada secondaria che inizia da Pease Pottage (e in quei tempi c’era ancora quella vecchia locanda lì), ma prima di partire chiesi loro uno per uno se avessero qualche maledizione che gli impedisse di bere birra al mattino.
Tutti e tre negarono categoricamente; così entrammo nella “Swan” – che all’epoca, ripeto, era quella vecchia locanda – e bevemmo birra, proprio come faceva lo stesso San Leonardo, verso le nove o le dieci di una mattina autunnale. Lui era nato in queste zone e non aveva mai lasciato la contea, se non una volta per andare in Germania, dove cercò di convertire i pagani del luogo; al suo ritorno disse che, se Dio lo avesse voluto, avrebbe preferito andare all’inferno pur di convertire i demoni. Comunque, era stanco di viaggiare e così stabilì il proprio eremo nel luogo in cui ora stavo conducendo i miei compagni.
Dopo aver percorso circa un miglio lungo la strada, capii che eravamo arrivati in quel luogo dove il bosco a sinistra terminava bruscamente su quella altura, e all’improvviso sotto i nostri piedi si apriva tutto il panorama della contea.
Lì, a un giorno di marcia a sud, si estendeva la catena dei Downs.
Nessun esiliato che li avesse visti tornare dopo molti anni, seguendo quel percorso da Londra verso il mare, affamati di >casa, fu colpito o commosso in modo più improvviso da quella visione delle loro colline di quanto lo fossimo noi quattro uomini quella mattina; per un momento fui il loro leader, perché quel luogo era qualcosa che avevo sempre amato fin da quando ero ragazzo.
“Guarda,” dissi a Grizzlebeard, “quanto sia vero che proprio in questo luogo un uomo potrebbe stabilirsi per adorare tutto ciò che vede, e soprattutto Dio che deve averlo creato.”
“Hai ragione,” disse Grizzlebeard; “vedo davanti a me la Foresta trasformata in un giardino in disordine, Wolstonbury sopra New Timber, e Highden e Rackham più lontano” (poiché questi sono i nomi di quelle alte colline), “e in lontananza, verso ovest, sotto Duncton, vedo quello che penso sia il Giardino dell’Eden, verso cui siamo diretti. E seduto al centro, incoronato, vedo Chanctonbury. Un uomo morente, credo, se è di Ashurst, di Thakeham o delle pinete vicino alle rocce, se per qualche sfortuna muore lontano da casa, se ne ricorderà sempre, così nitidamente posizionato a sud, ”
“Dimmi,” disse il Marinaiolo, “puoi indicarci qui il luogo in cui San Leonardo costruì la sua eremita?”
“Certamente,” dissi, e loro si radunarono intorno a me.
“Ecco,” dissi, “qui si trovava la cella” (disegnando un cerchio con il mio bastone sul terreno), “e qui” (spostandomi di una o due iarde) “si trovava il suo narthex o carfax, come alcuni lo chiamano; e qui a destra” (mi spostai all’indietro e tracciai con il bastone un segno sulla sabbia) “si trovava il bibulatium. Ma tutte le rovine di questo monumento sono scomparse a causa dell’estrazione di materiale da costruzione e degli effetti del tempo; rimangono soltanto tracce che solo gli esperti riescono a riconoscere, e io ne faccio parte.”
Allora, volendo non dar loro il tempo di discutere, li portai giù attraverso la Piana di Shelley; dopo aver percorso circa un miglio, dissi:
“Non è forse il fiume verso cui ci stiamo dirigendo proprio il fiume Arun?”
Il Poeta. “Sì, certo… Se non fosse stato così, non mi sarei mai unito a voi.”
Il Marinaio: “Certo, siamo diretti ad Arun; un luogo dove, chi vi si bagna, dimentica tutto ciò che gli è accaduto dopo i diciotto anni, o forse anche dopo i ventisette.”
“Sì,” disse Grizzlebeard con maggiore serietà, “siamo diretti al fiume Arun, che è vecchio quanto è giovane, e lì speriamo di ritrovare la nostra giovinezza e di riscoprire le cose che un tempo conoscevamo.”
“Allora,” dissi, “lasciate che vi prenda in giro, che vi copra di delusione, che profani i vostri templi e che deluda la vostra pellegrinazione! Quel ruscello d’acqua laggiù a sinistra nella valle, e quel lungo lago che vedete con un bosco solitario su entrambe le rive, è il luogo dove sorge Arun.”
Grizzlebeard: “Per me non è nulla; non sono venuto a vedere il piccolo Arun, ma Arun nella sua maestosità, un re, unito al mare.” Il Marinaio: “Per quanto mi riguarda, sono felice di aver assistito alla nascita di Arun. Prospera, amato fiume! È affar tuo (non mio) decidere se percorrere tanti sentieri incerti verso la maturità e il mare.”
Il Poeta: “C’è sempre un certo senso di sacralità nel corso dei fiumi, e un profondo legame con le loro sorgenti.”
A quel punto eravamo arrivati ai piedi del lago, dove una diga trattiene l’acqua e la strada attraversa un grande sbarramento. Mentre lo superavamo, osservammo il salto della cascata; poi, dopo aver attraversato quel piccolo fiume, proseguimmo lungo le terre desolate fino a raggiungere un luogo chiamato Lower Beeding, che significa “il punto più basso dove si può pregare”, e che si trova proprio sulla cima di una collina. Proprio come Upper Beeding è situato nel punto più basso dell’intero Contea di Sussex, direttamente sopra le lontane paludi di Adur, che, per così dire, confinano con il mare.
Poiché quando Adamo, con l’aiuto di Eva, iniziò a dare nomi a tutti i luoghi della terra (e per questo dovette vivere così a lungo), desiderava distinguere Sussex, il suo felice rifugio, con un segno particolare che lo facesse emergere tra tutti gli altri luoghi della terra, suoi inferiori e vassalli. Così, quando il Paradiso fosse stato riconquistato e alla generazione perduta di uomini fosse permesso di attraversare la Spada Infuocata presso Shiremark Mill, e di vedere nuovamente i quattro fiumi: Arun, Adur, Cuckmere e Ouse, avrebbero potuto riconoscere il loro luogo d’origine e identificarlo come il Paradiso. E il modo migliore, pensò Adamo, per designare con nomi questo prezioso luogo speciale, questo Eden che oggi è ancora Sussex, era scegliere nomi che potessero confondere anche i più semplici. Così stabilì che tutto ciò che in Sussex era alto dovesse essere chiamato basso, e viceversa; che una collina dovesse essere definita pianura, un argine fossato, la Foresta del Nord a sud delle Downs, la Collina di Nore a sud della foresta, e Southwater a nord di tutto il resto. Inoltre, nessuno nella contea doveva pronunciare la lettera “th”.
“Ph”, o “sh”, ma sempre “h” separatamente, altrimenti si incorre nella dannazione eterna. Inoltre, le ultime lettere di quei nomi devono essere pesate, al contrario della consuetudine di tutta l’Inghilterra.
Ecco dunque cosa significano i nostri nomi: qualsiasi uomo può verificarlo da solo osservando Bos-ham, Felp-ham, Hors-ham, Arding-ly, e quella piazza chiamata “Roundabout”. O anche il Broadbridge, che è così stretto che due carri non possono passarvi fianco a fianco. Dio sa che siamo una sola terra!
Noi quattro eravamo passati di lì; affamati e camminando con passo veloce, poiché era in discesa, avevamo attraversato l’aria fresca e pura di quella bella giornata, scendendo dalla collina oltre Leonard’s Lee. Mentre raccontavo ai miei compagni come avremmo potuto mangiare e bere al Crabtree o a Little Cowfold, il marinaio all’improvviso iniziò a cantare in modo così forte e gioioso che, in un posto più civile di quello, sarebbe sicuramente finito in prigione. Ma il motivo della sua canzone era davvero valido: appena usciti dalla zona boscosa della strada, avevamo incontrato quell’apertura da cui, sebbene da un’altezza inferiore, si poteva di nuovo ammirare l’immensità della foresta e la maestosità delle colline che incantano lo sguardo umano. Cantò quella canzone, ancora tipica di questa terra, per tutta la sua lunghezza; noi, che l’avevamo sentita ciascuno nel proprio luogo, iniziammo prima a ripetere il ritornello con lui, poi lo ampliammo tutti insieme con voci diverse. Lui cominciò.
I
“Nei colli del Sussex dove sono cresciuto…”
Quando i marciapiedi diventano rossi con la pioggia autunnale
Quando Arun cade nel suo letto
Forti raffiche di vento passano veloci…
Quando i rami sono spogli a Burton Glen
E così, Bury Hill diventa sempre più bianca…
Bevo birra forte in compagnia di gentiluomini;
Nessuno può negarlo.
Negare, negare, negare, negare…
Qualcosa che nessuno può negare!
II
“A metà di novembre me ne vado,”
Premere il viso contro la neve
E osserva i venti, ovunque soffino…
Perché il mio cuore è pieno di speranza
Fino a quando non mi stabilirò a Steyning per cantare
Di quelle donne che ho incontrato nel mio vagabondare
E queste sono tutte le cose che intendo fare in primavera.
Nessuno può negarlo.
Negare, negare, negare, negare…
Qualcosa che nessuno può negare!
III
“#Tempi duri e clima ostile…”
Strade oscure e destino avverso
Titolo:
Siamo gente robusta del Sud…
“Che non possa mai aver abbastanza birra buona…”
E facciano cantare questo ritornello con tutte le loro forze!
Da Crowboro’ Top fino a Ditchling Down
Da Hurstpierpoint ad Arundel Town
Le ragazze sono paffute e la birra è marrone…
Nessuno può negarlo.
Negare, negare, negare, negare!
“Se lo fa, sta mentendo!”
Quando tutti ebbero finito di cantare e ci trovammo vicino al Crabtree, il Marinaio disse:
“Ora, non era forse una bella canzone?”
“Sì,” dissi, “e si abbina perfettamente a questa mattina, a quest’aria, e a quella vasta vista delle terre più basse che ora si estende davanti a noi.”
Mentre parlavo, eravamo già arrivati a quel piccolo ripiano su cui si trova il Crabtree; da lì si potevano vedere le colline che si estendevano davanti a noi, Bramber Gap, e nella sua conca il tetto alto di Lancing; più in lontananza, poi, Arundel Gap e le colline e i boschi della nostra >casa. Era certamente nella terra sotto di noi, lungo la regione del Weald che avevamo davanti agli occhi, che molti anni fa un giovane doveva aver scritto questa canzone.
Grizzlebeard: “In quali luoghi, secondo te, si può cantare?”
Me stesso… “In qualsiasi luogo possa esserci.”
Il Marinaio: “Ad esempio, al tavolo di qualche ricco usuraio che quella sera ha invitati alcuni amici a cena, con i quali discuterà di affari di stato. E vi ha chiesto di partecipare solo perché un tempo eravate intimo del nipote maggiore di lui. A mio parere, questa sarebbe un’ottima occasione per cantare ‘Golier!’”
Il Poeta: “Sì, o ancora, quando si arriva (si stessi piccoli e sconosciuti) alla casa di una ricca padrona di casa da cui ci si aspetta un avanzamento. Fu in un posto del genere e in un momento del genere che Charlie Ribston, ora in prigione, compose per la prima volta la sua canzone ‘The Wowly Wows’, con quel ritornello così allegra.”
Grizzlebeard: “Il motivo per cui ti ho chiesto dove potessi cantare è che pensavo fosse ormai impossibile farlo in qualsiasi luogo, intendo, in questo regno e in questi tempi terribili. Non esiste forse una legge, e non è essa in vigore, secondo cui chiunque canti in pubblico, se viene sentito dalla polizia, deve essere certificato da due medici, imprigionato, marchiato a fuoco, gli vengono prese le impronte del pollice, i capelli rasati, gli viene cavata un occhio, tutte le sue finanze vengono esaminate minuziosamente, e, in proporzione al “logaritmo” del suo reddito, gli viene imposta una tassa elevatissima? E dopo tutto questo, non è obbligato a presentarsi ogni mese davanti a un comitato locale, con la moglie del parroco presente, e anche davanti a politici e altre autorità che ritengano opportuno, in nome della maestà di Nostro Signore il Re, della sua corona e dignità? Mi pare di aver già sentito parlare di qualcosa del genere, ”
“Sì, hai perfettamente ragione,” dissi; “ma quando un uomo si reca in luoghi solitari, che sembrano isole separate da questo mare di tirannia – come ad esempio questa strada vicino a Leonard’s Lee – perché allora non possa ancora cantare?” Il marinaio rispose: “Sì, e anche in una locanda.”
“In alcune locande”, dissi, “sotto determinate condizioni e in momenti specifici”.
Grizzlebeard: “Molto bene, durante questa nostra marcia sceglieremo le locande e i momenti più adatti. E questa è una di quelle?” aggiunse, indicando il Crabtree.
“Né fuori, né a quest’ora”, risposi con cautela.
“Tuttavia,” disse il Poeta, “mangeremo lo stesso.” Così ci sedemmo fuori, sui banchi del Crabtree Inn, e mangiammo pane e formaggio.
Ora che avevamo finito di mangiare il nostro pane e formaggio in quell’aria fredda e immobile, ammirando la meravigliosa vista sotto di noi, e dopo aver bevuto ancora dell’ale e anche di un vino chiamato Jubilee (poiché l’anno del Giubileo, al momento di questo viaggio, era passato da non più di cinque anni), il Marinaio disse con un tono quasi provocatorio:
“Stavi dicendo, credo, che oggi un uomo possa cantare solo in certi luoghi solitari, come lungo quel filare di siepi che costeggia la strada di Leonard’s Lee. E quando Grizzlebeard ha chiesto se si potesse cantare anche fuori dal Crabtree, hai detto di no. Ma farò l’esperimento; e, a titolo di compromesso, affinché nessuno rimanga scioccato, la mia canzone sarà di natura religiosa, riguardante le grandi verità. Forse questo potrà addolcire i cuori dei persecutori, se davvero hanno l’ordine, come dici tu, di perseguitare le persone per una cosa così semplice come una canzone.”
Grizzlebeard: “Se la tua canzone è dedicata alle divinità, non dovrebbe essere cantata in compagnia di birra o vino, né adatta all’atmosfera di una taverna.”
Il Marinai: “Non essere così sicuro. Aspetta di averla ascoltata. Questa canzone che propongo di cantare è di quel genere che richiede un canto forte e potente, ma non per questo tratta di argomenti banali; anzi, riguarda questioni fondamentali dell’esistenza umana. E devi sapere che ha più di mille anni di storia. Non può essere cantata correttamente se il semichoro (che indicherò alzando le mani) non viene intonato tutti insieme ad alta voce, né se il ritornello non viene gridato con tutte le vostre forze. Fino a quando le finestre non tremano e la gente non si sveglia. Questa è proprio la natura di questa canzone.”
Dopo aver detto tutto ciò, il Marinairo, appoggiandosi allo schienale, iniziò a cantare con grande fervore e decisione questa CANZONE DELL’ERESIA PELAGIANA, al fine di rafforzare la determinazione delle persone e di respingere decisamente dottrine dubbiose e opinioni intellettuali incerte.
Pelagio visse a Kardanoel
Insegnò una dottrina laggiù
Che tu andassi in Cielo o all’Inferno, era una questione che riguardava solo te.
Come, se tu abbia trovato la gioia eterna
O affondò per sempre per bruciare…
Non aveva nulla a che fare con la Chiesa, ragazzo mio…
Ma era una tua preoccupazione personale.
Grizzlebeard: “Questa canzone è blasfema.” Il Marinaiolo: “Assolutamente no, anzi, è del tutto ortodossa. Ma ora vi prego di non interrompere, perché questo è il semichoro.”
[Semichorus.]
“Oh, non ci credeva.”
“In Adam e Eva”
Non ci credeva affatto!
I suoi dubbi iniziarono
Con la caduta dell’uomo…
E rideva dell’peccato originale!
In questo semichorus ci unimmo tutti, seguendo il ritmo che lui impostava; poi il Marinai, esortandoci a mettere tutta la nostra virilità nella performance, iniziò a cantare il chorus stesso, che era sia potente che semplice.
[Coro.]
Con il mio remo-ti-tiro, ti-o-dio-ay…
Rise dell’peccato originale!
Quando arrivammo a questo punto, che rappresentava la fine del primo verso e definiva chiaramente l’argomento in discussione, il rumore assai fragoroso prodotto da tutto ciò attirò fuori dalle loro tane diversi abitanti dei dintorni, i quali ascoltarono attentamente, in attesa di vedere cosa sarebbe successo. Ma il Marinario, del tutto senza imbarazzo, continuò procedendo con il secondo verso.
Dove il vescovo di Auxerre d’antica memoria…
Germanus era il suo nome
Si strappò grosse manciate di capelli.
Pelagio la vergogna
E poi, con il suo robusto bastone episcopale…
Schiantato e distrutto completamente
Gli eretici, tutti quanti, grandi e piccoli…
Avrebbero preferito essere impiccati.
[Semichorus.]
Oh, li colpiva con forza, e li sbatteva a lungo, in ogni occasione possibile.
Fino a quando non gridarono tutti insieme, ad alta voce e con forza, le loro convinzioni ortodosse!
Coro
Con il mio remo-ti-tiro, ti-o-dio-ay…
Le loro convinzioni ortodosse.
Alla fine di questo secondo verso, la folla era aumentata; molti di loro avevano lasciato aperta la bocca, non avendo mai sentito prima una canzone del genere. Ma il Marinai, guardandoli con gentilezza e annuendo, come per dire “Capirete tutto tra un attimo”, iniziò il terzo verso con ancora più entusiasmo, cantando: —
Ora la fede è vecchia e il diavolo è audace.
Estremamente audace davvero;
E le miriadi di dubbi che aleggiano nell’aria…
Sopprimerebbe qualsiasi credo umano.
Ma noi che siamo nella piena forza della giovinezza…
E ancora può bere birra forte…
“Oh… consideriamolo una verità inconfutabile.”
Che sempre dovrà prevalere!
Semi-coro
E ringraziate il Signore.
Per la spada del tempo
E anche gli eretici che urlano…
E qualsiasi altra cosa buona…
Il nostro cristianesimo porta…
Ma soprattutto la birra alla orzo!
[Coro.]
Con il mio remo-ti-tiro, ti-o-dio-ay…
Soprattutto la birra prodotta con orzo!
Quando finimmo questo ultimo ritornello a un volume più alto rispetto agli altri, si potrebbe dire che metà degli abitanti di quella collina fossero radunati intorno a noi. Ma il Marinaio, alzandosi rapidamente e lasciando del denaro sul tavolo per pagare la nostra tariffa, e anche qualcosa in più, ci invitò tutti ad alzarci insieme a lui, cosa che facemmo. Poi si rivolse così all’assemblea:
“Buoni cittadini! Spero che abbiate chiaramente udito ogni parola di ciò che vi abbiamo appena comunicato, poiché si tratta di affari governativi; siamo stati inviati a trasmetterveli esattamente come li abbiamo ricevuti dal Gabinetto, di cui siamo emissari. Per vostro conforto, aggiungo che questo stesso governo del nostro Signore il Re, sempre premuroso del benessere delle persone più povere, ci ha fornito i fondi necessari per rifornire tutti i cittadini del Sussex lungo il nostro viaggio. Per questo motivo ho lasciato qui sul tavolo, a nome dei suddetti onorabili funzionari, una somma di cinque scellini: con essa potrete ordinare birra in quantità illimitata. Addio dunque. Ma vi è severamente vietato seguirci o disturbarci in alcun modo, altrimenti offendreste quei buoni ministri che vegliano tutta la notte per il bene del popolo e al servizio di nostro Signore il Re. Ascoltate! Il Re lo vuole!”
Dopo aver detto questo, ci fece segno di seguirlo; mentre camminavamo lungo la strada, sentimmo tutti loro esultare ad alta voce, perché pensavano che fosse arrivato il momento di cui parla il profeta Abacuc: “Quando i poveri saranno saziati e i ricchi gioiranno”. Una cosa che non era mai accaduta fin dall’inizio del mondo.
Mentre percorrevamo la strada che finalmente conduceva a Little Cowfold, Grizzlebeard, pensando a quella canzone, disse:
“Non riesco a credere, Sailor, che la tua canzone sia né vecchia né vera; perché non esiste alcun posto chiamato Kardanoel, e Pelagio non vi ha mai vissuto; inoltre, le sue dottrine erano molto diverse da quelle che tu descrivi, e il beato Germano non avrebbe mai fatto del male nemmeno a una mosca. Come prova di ciò, c’è quella battaglia a Flint, dove infastidì soprattutto gli scozzesi parlando ebraico ad alta voce, anche se conosceva soltanto una parola di quella lingua. Inoltre, quello che dici sull’ale non corrisponde affatto alle dottrine ecclesiastiche, e ringraziare il Signore per l’eresia non è certo una pratica giusta.”
Il Marinai: “Qualsiasi cosa desideriate! Ma ogni chiesa deve avere le proprie usanze, entro limiti ragionevoli. Questa canzone, o meglio questo inno, appartiene al Breviario ed è utilizzato molto correttamente nella diocesi di Telemo in alcune feste. In particolare durante la festa dei Santi Como e Hilario: questi, non avendo altro da fare, sarebbero stati crudelmente martirizzati per la fede, se solo, come è degno di cristiani, non avessero a loro volta martirizzato e ucciso i propri persecutori. Si tratta di un testo legato alla “chiesa militante”; viene attribuito a Dun Scotus, ma molto probabilmente ha origini tradizionali. Potete confrontarlo con l’“Inno all’Asino”: tutti i veri cristiani dovrebbero conoscerlo.”
Grizzlebeard: “Tuttavia, dubito che sia finalizzato al rafforzamento delle anime. Piuttosto sembra una sorta di volgarità, più adatta alla Montagna dei Martiri – che forse conoscete – che al sacro Sussex.”
Quando arrivammo a Little Cowfold, il che avvenne molto presto, erano già passate le tre del pomeriggio; quindi, in quel clima così precoce (più invernale che autunnale), l’aria aveva un’atmosfera tipica della sera. Guardando la chiesa lì presente e ammirandola, discutemmo se dovessimo fermarci un po’ in quel luogo per litigare con qualcuno, oppure, in mancanza di questo, cantare un’altra canzone, o ancora, in assenza anche di queste attività, bere in silenzio. Infatti Virgilio dice: “Propria quae Cowfold Carmen Cervisia Ludus.”
Ma poiché era così tardi, pensammo di non fare nulla di tutto ciò e invece prendemmo la strada per Henfield per avvicinarci alle colline, anche se nessuno di noi sapeva esattamente quanto distanza dovessimo percorrere quella notte. L’unica cosa su cui eravamo d’accordo era che il giorno dopo, che sarebbe stato All-Hallows, dovevamo raggiungere il fiume Arun e la parte occidentale della contea, insieme a tutte le altre cose che conoscevamo.
Quindi proseguimmo verso sud, diretti a Henfield; mentre viaggiavamo, Grizzlebeard, che camminava con passo deciso, ci ricordò che era Halloween. In questa notte, più di tutte le altre dell’anno, c’è un grande movimento e attività tra quelle cose che gli uomini non possono vedere; si diffondono voci in tutti i boschi. Molto tardi, quando gli uomini dormono, tutte quelle creature che altrimenti non potrebbero uscire dalla terra vengono fuori per festeggiare. La maggior parte di queste piccole creature buone danza questa notte nei prati e tra i cespugli, si muovono avanti e indietro lungo le rive del fiume, formando cerchi tenendosi per mano sui pascoli pianeggianti, sulle praterie allagate e sulle brughiere vicino al mare. È proprio questa loro danza che lascia tracce sull’erba di un verde più intenso, e disegna su i campi quei cerchi e quelle forme che convincono gli increduli.
Il Poeta disse di aver visto le Piccole Persone, ma sapevamo che ciò che aveva detto era falso.
Grizzlebeard disse che, anche se non li aveva mai visti, credeva in loro; e che per questo i Piccoli Esseri lo avevano benedetto per tutta la sua vita. Ed era proprio per questo (ci spiegò) che era così ricco: perché, anche se suo padre gli aveva lasciato molte cose, i Piccoli Esseri ne avevano aumentato la quantità, poiché lui non aveva mai dubitato di loro né desiderato loro del male.
Il Marinaiere: “Allora sei stato fortunato! È ben noto infatti che coloro che incontrano i Piccoli Esseri mentre danzano in cerchio vengono catturati da loro nel mezzo del cerchio stesso. I Piccoli Esseri ridono di loro con un suono simile a quello di piccole campane d’argento; poi, come se volessero scusarsi per quella risata, portano il mortale in un luogo dove è possibile entrare sottoterra. Quando arrivano lì, in una bellissima sala dove la Regina siede con Oberon, viene ordinato di dare all’uomo dell’oro. Gli portano un sacco; lui lo riempie fino al collo d’oro e, mentre sta per ringraziarli, all’improvviso si ritrova non più in quella sala, ma nel freddo deserto all’alba, completamente solo. Allora quell’uomo, tremando e chiedendosi se avesse davvero visto i Piccoli Esseri o no, pensa: ‘Almeno ho il mio oro.’ Ma quando cerca di riprendere il sacco, scopre che è molto leggero; rovesciandone il contenuto a terra, invece dell’oro ricevuto, trova soltanto foglie morte. Le foglie secche e marroni dei faggi e degli ontani: è proprio di questo tipo che i Piccoli Esseri coniutano l’oro fatato. Si dice che, mentre se ne va lì, deluso e arrabbiato per quell’avventura, possa ancora sentire, anche se è giorno, in profondità sotto terra, il leggero tintinnio di molte piccole campane d’argento. E allora sa che sono i Piccoli Esseri che stanno ridendo.”
Grizzlebeard: “So che for alcuni può essere una grande sfortuna incontrare le Piccole Persone, ma come vi ho detto, io non le ho mai viste. Anzi, è stato proprio il contrario: anno dopo anno ho raccogliuto le foglie morte, fino a quando tutte le ‘foglie’ della mia vita sono diventate morte. E anno dopo anno ho trovato tra le mie mani oro, e ancora più oro.”
Il Poeta: “Vi dico ancora una volta che li ho visti; quando ero più giovane li incontravo spesso e trascorrevo ore con loro in quel loro bel posto, dove nulla ha davvero importanza e nessuno se ne va mai.”
Il Marinaio: “E cosa ti hanno dato, oltre a quello sguardo strano che è tipico della tua tribù?”
Il Poeta. “Mi hanno dato il dono di creare versi belli, e questo dono lo conservo ancora oggi.”
Il Marinai: “Ora sì, Poeta, credo davvero che tu abbia visto i Piccoli Esseri. Quello che hai appena detto me lo dimostra. Hai anche toccato l’oro fatato. E ce ne sono molti come te. I Piccoli Esseri ti hanno dato versi che sembravano autentici, puri e validi; li hai messi nella tua borsa e te li sei portati via. Ma quando sei uscito nel mondo degli uomini e hai respirato l’aria umana, quei versi si sono rivelati nient’altro che foglie morte, prive di valore. Oh, non scuotere la testa! Noi conosciamo bene quei versi che le fate ci danno in scherzo. Solo noi, crescendo, diventiamo abbastanza saggi da non curarci più di quelle cose vane. Le lasciamo al vento per farle volare via. Sono soltanto foglie morte. Voi poeti, invece, vi attaccate a quelle borse piene di versi inutili, facendovi prendere in giro per tutta la vita. Mentre noi, uomini veri, ci dedichiamo alle cose che davvero contano nel mondo umano: legge, costruzioni, prestiti. Ogni attività degna di un uomo.”
Grizzledbeard. “E tu, io stesso, hai mai visto le fate?”
Io stesso. “Non credo proprio. Non penso di averli mai visti: ahimè per me! Ma credo di averli sentiti una o due volte, mormorare e chiacchierare, frusciare e rumoreggiare, lusingarmi e deridermi, tentandomi ad avvicinarmi ai bordi pericolosi e alle rive dove il torrente si getta giù dalle alte colline.”
Il Marinaiere: “Cosa ti hanno detto?” Io: “Mi hanno detto che non dovevo mai tornare a casa, e così non ho mai fatto.”
Mentre parlavamo, l’oscurità iniziò ad avvolgerci; avevamo aspettato un paio di volte lungo la strada, soprattutto in quel piccolo tratto in salita dove si attraversa una valle di querce e si vedono davanti a sé vaste praterie allagate, e oltre di esse le alte colline, piuttosto vicine.
A ovest il cielo era già di un verde simile a quello delle mele, mentre nel blu orientale brillavano le stelle. C’erano anche alcune piccole nuvole invernali, ordinate e ben definite nel cielo; sopra di esse la luna, superata la prima fase ma ancora non piena, non era più pallida, ma iniziava a emanare una luce fredda e maestosa. Tutto quel valle dell’Adur offriva uno spettacolo grandioso e solenne mentre proseguivamo nel nostro viaggio senza meta. Per noi quattro uomini, nessuno dei quali conosceva gli altri, che ci eravamo incontrati per qualche motivo inspiegabile e che presto ci saremmo separati per sempre, tutto questo veniva offerto a noi. Tutti e quattro insieme ricevemmo il dono di quella bellezza vasta e silenziosa; e anche noi, in silenzio, la accettammo.
E così, quando fu completamente buio, arrivammo a Henfield e decidemmo che era giunto il momento di mangiare pane, pancetta e birra: una cena ispirata dal viaggio e dall’aria fredda della notte. Dovete sapere che, anche se erano ancora all’inizio dell’anno, una leggera brina aveva già gelato la terra.
Quindi ci fermammo in una locanda in quel luogo e chiedemmo alla padrona di friggere del bacon per noi, insieme a del pane e abbastanza birra da bastare a quattro uomini, secondo il suo giudizio e il nostro desiderio; mentre aspettavamo questo pasto, il marinaio mi disse:
“Ora dunque, Myself, poiché dici di conoscere così bene la Contea, puoi spiegarci come sia possibile rendere il Maiale così adatto all’Uomo?”
Grizzlebeard: “Ma come, nessuno può dirlo con certezza, perché noi sappiamo soltanto che le cose stanno così. Alcuni dicono che all’inizio il cavallo sia stato creato per essere cavalcato dall’uomo, la mucca per essere munta, il maiale per essere mangiato; lo stesso vale per il grano, che è stato dato all’uomo perché lo semini nei campi, proprio come le stelle e la luna crescente sono state create affinché l’uomo alzi lo sguardo verso il cielo, e il sole per fornirgli luce e calore durante il giorno. Ma altri affermano che tutte queste cose siano un semplice disordine, che le stelle non si curino affatto di noi, che la luna, se solo si conoscesse la verità, sia molto lontana da noi e sia soltanto un essere inutile (Dio mi perdoni! Non sono io a dire queste cose, ma loro!). Dicono anche che i cavalli siano stati semplicemente scoperti dall’uomo (ciò posso ben crederlo, vedendo alcune persone cavalcarli), e che persino quel creatura perfettamente adatta all’uomo, quel robusto quadrupede, il maiale, sia soltanto un caso fortuito, e non abbia alcun scopo reale per noi; anzi, con i cambiamenti delle circostanze umane, potrebbe essere sostituito da qualcos’altro di più adatto. Tutto è creato per uno scopo, ma chi può dire quale sia esattamente?” Io: “Coloro che parlano in questo modo, Grizzlebeard, non hanno mai riflettuto attentamente sulle opere dell’uomo, né sui suoi modi curiosi e ingegnosi, che rivelano la presenza del suo Creatore e lo dimostrano come un vero artista. Il fatto che la carne di maiale venga trasformata in pancetta è una prova evidente di questa verità. So che ci sono ancora persone che sostengono che chiodi, aghi, martelli, seghe, persino il violino, siano stati creati poco alla volta, attraverso tentativi e errori dell’uomo. Di fronte a questi atei io urlo in protesta, credendo fermamente e senza dubbi che all’inizio, quando i nostri antenati furono espulsi dall’Eden e costretti ad abbandonare quella regione, loro furono gentilmente forniti dalle autorità di tutto ciò di cui avevano bisogno, ”
“Una sola scatola degli attrezzi.”
Un gallo e sei galline.
Un po’ di vernice, alcuni pennelli e un tubetto di seppia.
Sei matite, dalla misura BB alla misura 4H.
Tabacco in scatola.
Grammatica e lessico greco.
Mezz’ore con i migliori scrittori di poesia e prosa in inglese, escludendo quel tizio lì.
Una piccola stampante.
Un Bibbia.
Gli Elementi della Giurisprudenza.
Un piccolo baule da viaggio per medicinali.
Una raccolta di semi, con
Un opuscolo che dovrebbe accompagnare questi materiali…
Due maiali.
“Anche questi ultimi furono salvati nell’Arca, come testimonia la Sacra Scrittura; uno di loro in seguito accompagnò San Antonio e rappresenta la sua bestia rituale su ogni monumento.”
“Ma tutto questo,” disse il Marinaio, mentre iniziava a mangiare la sua pancetta, “non ci dice nulla riguardo alla cura dei maiali, che, secondo voi, rappresenta una prova dell’istruzione originaria dell’uomo e delle intenzioni della Provvidenza.”
Io stesso. “E l’ho detto con assoluta sincerità: come potrebbe un uomo scoprire da solo una cosa del genere? Ci deve essere una rivelazione alla base di tutto ciò, e c’è anche quella apparente contraddizione che caratterizza tutti i doni misteriosi.”
Grizzlebeard: “Volete dire che non esiste modo di curare un maiale finché non è morto? Perché proprio in quel momento, secondo i nostri materialisti, sarebbe ormai irrecuperabile. Eppure (oh, meraviglia!), è proprio allora che diventa il momento più adatto per curarlo.”
Il Poeta: “Beh, ma al di là della teologia di questa questione, non potresti dirci come si cura un maiale? Desidero ardentemente imparare qualcosa di utile nella mia vita.”
Io stesso. “Non si impara qualcosa semplicemente ascoltando, non è vero ciò che dice il Filosofo? ‘Se vuoi diventare un falegname, devi fare il lavoro di un falegname.’ Tuttavia, per l’affetto profondo che provo per te e anche per il piacere che mi dà quest’arte, spiegherò questo concetto.”
“Prima di tutto, taglia il maiale a metà e disponi entrambe le parti in modo uniforme su una tavola liscia e ben lavata, fatta di quercia, frassino, olmo, noce, teak, mogano, ebano, rovere rosso o qualsiasi altro tipo di legno. Poi, prendendo una di queste metà, disponi da un lato una quantità di salgemma; prendi un pugno di questo sale e strofinalo con molta cura sulla carne del maiale, assicurandoti che venga distribuito uniformemente su tutta la superficie. Devi fare tutto questo solo all’interno della carne, mai all’esterno, poiché l’esterno è già ricoperto di peli.”
“Quindi, quando avrete strofinato con tanta energia fino a quando il vostro panno non sarà diventato luminoso per via dello strofinio, perché allora smettere? Appendetevi quel pezzo di stoffa su un gancio e lavatevi le mani; così avrete finito per quella giornata.”
“Ma il giorno dopo dovrai ricominciare nello stesso modo (dopo aver prima consacrato il tuo lavoro con una preghiera), e così via per trenta giorni; ogni giorno, però, dovrai usare una quantità leggermente inferiore a quella del giorno precedente, fino a quando, prima che la guarigione sia completata, avrai utilizzato soltanto un decimo della quantità di nitrato che avevi inizialmente preso.”
“Quando tutto questo sarà finito, la tua metà maiale sarà rigida come una puritana, salata come il dolore, incorruttibile come un avvocato, e dura come Tacito. Allora potrai sollevarla intera, come un tronco, e arrostarla sul fuoco di legna, come facevano gli antichi giganti; oppure potrai impacchettarla tra strati puliti di paglia, come fanno i tedeschi ancora oggi. O fai pure ciò che vuoi. Ma a te non importa: in ogni caso avrai comunque una maiale perfetta, che avrà realizzato il proprio destino e trovato il frutto della sua nascita: uno scandalo per Mahound, e cibo per i cristiani.”
Il Marinai: “Tutto quello che dici è vero, ma che ne dici delle setole del maiale? E dei suoi peli? Non sono forse le setole più adatte per le spazzole piuttosto che per il prosciutto?”
Io stesso. “Parli la verità con chiarezza, anche se forse un po’ troppo bruscamente, quando chiedi: ‘E i peli?’ Perché il maiale, come tutti gli animali brutali, si differenzia dall’uomo in questo: la sua pelle è coperta di peli. Su questo argomento anche il poeta Wordsworth, o qualcuno del genere, compose una poesia che, poiché non l’avete mai sentita prima, vi racconterò ora (nello stile di Burnand) e la canticcherò con quella voce che gli italiani chiamano ‘Tenore Stridente’, mentre noi la chiamiamo ‘Voce Appassionata’.”
Il cane è un amico fedele e intelligente.
Ma la sua pelle è coperta di peli;
La gatta rimarrà in quella casa fino alla fine.
Ma la sua pelle è coperta di peli.
“La pelle del mammut era coperta di lana.”
La pelle del delfino è liscia e fresca.
Ma scoprirai, se osservi quel folle che gioca e scherza…
Che la sua pelle sia coperta di peli.
“Oh, ringrazio Dio almeno per questo.”
In Occidente sono stato “cornuto”, non in Oriente…
E mi trasformò in un essere umano, invece che in una bestia
“Di chi è la pelle coperta di peli?”
Barba Grigia (con interesse): “Questa canzone non la conosco, anche se so quasi tutte le altre. È tua?”
Io stesso. “No, in realtà si tratta di una traduzione, ma gratuita, devo ammetterlo, di Anacreonte o Teocrito, non ricordo esattamente. Cosa sto dicendo? Non è forse di Wordsworth, come abbiamo appena detto? Ci sono molte sue poesie che rimangono poco conosciute! Ne avete altre? Ne esistono molte, ”
Il Marinaio. “No.”
Io stesso. “Allora, continuerò immediatamente.”
“#La mucca nel pascolo che rumina…”
“La sua pelle è coperta di peli.”
Il Marinaio. “Fermati!”
“E anche un cavallo di sangue berbero…”
La sua pelle è coperta di peli!
“La cammella eccelle sotto molti aspetti…”
E i viaggiatori gli rivolgono lodi senza limiti…
Può sopravvivere senza bere per diversi giorni.
“Ma la sua pelle è coperta di peli.”
Grizzlebeard: “Quante strofe contiene questa poesia?”
Io stesso. “Sono moltissimi. Tutti gli animali del campo, le creature striscianti e i mammiferi marini partecipano a questa canzone; alla fine vi compare persino lo stesso Hairy Ainu. Ci sono centinaia e centinaia di versi.”
La tigre della foresta che vive in una buca
La sua pelle è coperta di peli;
La iena che ride, nonostante la sua intelligenza…
La sua pelle è coperta di peli!
“The Barbary ape and the chimpanzee”
Il leone d’Africa, davvero lui…
Con la testa simile a una parrucca e il ciuffo sulle ginocchia…
“La sua pelle…”
Grizzlebeard (alzandosi): “Basta! Basta! Queste poesie, lunghe quanto i serpenti marini, non rappresentano affatto lo spirito vero della poesia. Non riesco a credere che il coscienzioso Wordsworth, soprannominato ‘Testa di Cavallo’, abbia scritto queste cose; né che possano essere considerate vere traduzioni di Anacreonte o del brillante Teocrito. C’è sicuramente un errore. Questo modo di immaginare temi a cui si possono aggiungere innumerevoli capitoli nello stesso stile non fa parte della poesia. È piuttosto uno strumento da utilizzare nei campi, adatto soltanto a una soldataglia rozza, per aiutarli nel cammino e sotto il peso dei bagagli. Capisco che durante lunghe marce gli uomini debbano cantare cose del genere, accompagnandosi con un ritmo e battendo i piedi. Ma noi no. Dico basta, davvero basta!”
Gli risposi alzandomi anch’io come aveva fatto lui, preparandomi per la partenza. “Ma insomma, Grizzlebeard, non è molto gentile da parte tua. Se mi avessi concesso ancora quindici versi, avrei potuto completare il poema ‘The Greater Camivorae’, e forse, prima che terminasse, saremmo riusciti a convincere anche Wart Hog, che non ama la guerra ma è un pacifista.”
Il Poeta (alzandosi anche). “Può essere così, caro Myself, ma ricorda che tutto è ancora lì, pronto per te. Niente viene davvero perso. Riscoprirai questi versi nell’eternità, e senza dubbio il tuo tempo all’inferno sarà abbastanza lungo da permetterti di esaurire, uno dopo l’altro, tutti gli animali che sono mai esistiti.”
Il Marinaio (“Grizzlebeard ci ha salvati tutti!”)
Con questa condanna di una nobile canzone, uscirono all’aperto e si incamminarono lungo la strada, un po’ senza meta, guardando verso le alte colline, sotto la luna ormai luminosa, chiedendosi dove dovessero andare. Grizzlebeard suggerì gentilmente di recarci in una locanda a Bramber e dormirci lì, ma il Marinaio disse improvvisamente: “No!”
Lo disse con tale violenza e determinazione che tutti rimanemmo sorpresi e lo guardammo con paura. Poi continuò:
“No, non andremo all’osteria di Bramber, né respireremo su braci ormai quasi estinte; non andremo a camminare nei boschi da cui sono stati tagliati tutti i lauri, né torneremo ad emozioni che un tempo forse erano solo vagamente divine, ma che il passare del tempo ha reso sacre. È l’impresa più pericolosa tra quelle umane: tentare di tornare al passato; se fallisse, genererebbe i più tristi dolori. Conosco bene i giardini di Bramber, anch’io ci ho seduto a mangiare e bere nelle serate estive, tra l’ultima luce del giorno e l’oscurità. Anch’io ho visto una grande stella apparire sopra Buttolph Combe; anch’io ho visto i topi volanti sfrecciare sopra di me in un’aria simile al bronzo. Credetemi, ho sentito il canto della nightingale a Bramber, ma non tornerò.”
Il poeta. “Ma…!”
Il marinaio: “State zitti!. Non tornerò più. Quell’ostello era davvero il migliore di tutti. Parlate dell’ostello di Saint Girons, dove il vino era ottimo ai tempi di Arthur Young e lo è ancora oggi. Anche se non lo stesso vino, ma comunque il “nipote” di quello stesso vino. E lodate anche quell’ostello situato sotto il passo che porta da Val Carlos. Parlate giustamente dell’illustre ostello di Urgel, conosciuto come l’Ostello Universale, da dove, sotto la luna piena, si può ammirare tutta l’altezza della Sierra del Cadi. E ripetete continuamente le lodi di quell’ostello situato sotto il “Segno della Catena d’Oro”, accanto a un grande castello in rovina, lungo un fiume ampio e molto tranquillo in Normandia. Fate bene ad elogiarli. Ma tutti questi ostelli insieme non potrebbero nemmeno avvicinarsi al livello di quello che un tempo era l’ostello di Bramber.”
Me stesso: “Non ho mai menzionato nessuna di queste locande!”
Il marinaio disse: “Non esiste al mondo nulla di meglio di una locanda; ma anche tra le cose buone deve esserci una gerarchia. Si dice che gli angeli salgano i gradini, e sono molto disposto a crederci. Lo stesso vale per le locande. Non spetta certo a un viandante stabilire l’ordine giusto tra di esse; ma nella mia giovinezza, la migliore locanda del mondo era una locanda dimenticata tra gli alberi di Bramber. Per questo motivo non tornerò mai più lì. Le famose locande toscane hanno indotto molti a lodarle. Alcuni, credo, in modo eccessivo. E per quanto riguarda le locande minori dei porti marittimi, i marinai (sebbene non le lodino mai in prosa o in poesia) conoscono bene la “Stella di Yarmouth” – intendo quella di Great Yarmouth – e la “County Inn” dell’altra Yarmouth. In particolare, lodano molto il “Dolphin” di Southampton: una locanda davvero nobile, con finestre ad arco. Seconda solo a poche altre al mondo per l’opportunità che offre di comporre versi meravigliosi e prosa fluida. E poi, situata a un giorno di marcia dall’oceano, quante locande i marinai non conoscono! Ci sono la “Bridge Inn” di Amberley, la “White Hart” di Storrington, la “Spread Eagle” di Midhurst, quella più antica e rispettata tra tutte le locande del mondo. La “White Hart” di Steyning, il “White Horse” di Storrington, il “Swan” di Petworth. Tutte queste meritano sicuramente di essere visitate. Erano locande ordinarie, umane, piene di una bontà comune e ragionevole. Ma intorno alla locanda di Bramber, compagni miei, aleggia un’atmosfera molto diversa. La memoria la avvolge, il passare del tempo, l’ossessione perpetua della gioventù. Lasciamo quindi che rimanga lì. Metterò insieme i ricordi di un amore d’infanzia. Ascolterò con sentimenti misti di tristezza e gioia le canzoni che hanno riempito la mia infanzia. Ma non guarderò deliberatamente ciò che, attraverso il processo della santificazione del tempo, è ormai diventato quasi “non di questo mondo”. Non andrò a dormire nella locanda di Bramber. I dei me lo vietino.
“No, a parte tutto ciò che voi tre forse (soprattutto il Poeta) non siete in grado di comprendere, a parte queste considerazioni rare e misteriose, c’è una ragione evidente e semplice per cui non dovremmo disturbare le ‘pagine’ della memoria. Chi sa se tutto rimarrà come prima? Chi sa se in quel giardino si sentiranno ancora quelle stesse voci, o se la vernice verde sui tavoli sarà ancora polverosa, consumata dal tempo. Se le sedie saranno ancora traballanti, e se i cetrioli continueranno ad essere l’ornamento principale di quella festa? Voi due, uno giovane, uno di mezza età, e tu, il terzo ormai anziano, non avete forse imparato che tutto è legato al cambiamento, che esiste solo perché si trasforma? E a quale scopo servirebbe risvegliare ancora una volta quella sete dell’anima per la certezza e per la tranquillità? Con quale dolore straziante dovremmo lottare se il ricordo di ciò che un tempo era l’ostello di Bramber si trasformasse in un orrore che mettesse in discussione ciò che oggi è. Non potrebbe davanti ai nostri occhi sorgere un doppio ritratto di ciò che è stato e di ciò che è diventato, un ritratto capace di tormentarci con la crudeltà del tempo? Non giocherò con passioni troppo forti per gli uomini. Questa notte non andrò a dormire nell’ostello di Bramber.”
“Non è forse il mondo pieno di altre locande dove un uomo può dormire profondamente e svegliarsi come se si trovasse in un nuovo mondo? Non ci ha forse il cielo offerto, come stelle nel firmamento, questi luoghi di isolamento e riposo in tutto il regno cristiano? Non esiste forse una locanda alla fine della terra dove si può restare svegli in un silenzio più profondo del sonno, ascoltando il rumore del mare sulle navi lunghe e il vento dell’Atlantico? E non c’è un’altra locanda a John o’ Groats verso cui si può andare in bicicletta, se si desidera (ma io no)? Non esiste forse quella locanda senza nome famosa per il suo vino rosso di Borgogna a Llanidloes? E non c’è l’Unicom a Machynlleth? E non ci sono a Dolgelly quarantamila locande straordinarie e solide? E poi quelle di Ludlow, dove le persone bevono così spesso e con tanta intensità dopo che i fuochi sono spenti. E quella sua sorella a Ledbury. E la New Inn di Gloucester, che è più antica del New College di Oxford o del Ponte Nuovo di Parigi? E tra l’altro, anche se Oxford stessa non possiede vere e proprie locande, non ce ne sono forse molte altre disposte a cerchio attorno alla città, come pianeti in orbita? Le locande di Eynsham, Shillingford, Dorchester, Abingdon. La straordinaria locanda di Nuneham. E quella odiosa di Wheatley, che perdette la sua reputazione circa sessant’anni fa. Ora rappresenta chiaramente un esempio di ciò a cui possono ridursi le locande, quando, pur possedendo volontà libera e destinate alla gioia eterna, non riescono a adempiere al loro vero scopo, ”
. Sì, davvero, nel mondo ci sono abbastanza locande tra cui scegliere, senza che si debba essere costretti da una cattiva sorte o da una curiosità ancora più malvagia a esplorare quelle profonde, ma oh! sacre e inviolabili, zone dell’anima legate alla rinascita e all’amore appagato. Nessun uomo può rivivere la sua giovinezza, e l’amore non è sempre fruttuoso per l’uomo.
Grizzlebeard (riflettendo): “Se non fosse così lontano, questa stessa notte mi recerei all’Hotel Station di York. Di tutte le locande che conosco, è senz’altro la più grande e la più sicura.”
Il Poeta: “E io, verso il Pesce, il Cane e l’Anatra, dove il fiume Ouse si unisce al Cam; oppure verso i grappoli sulle colline sopra Corbridge, prima di avventurarti nella solitudine del Northumberland. Entrambi ottimi ostelli.”
Io stesso. “Ma io, sotto il segno del Leone, su Arun, che nessuno conosce se non io. Lì dovrò avvicinarmi ancora una volta a quell’antico enigma, e forse, finalmente, ascoltare le voci dei morti e conoscere il destino dell’anima.”
Il marinaio disse: “A tutti e tre vi starebbe bene. Le locande, infatti, sono come gli uomini e le donne: ognuna ha caratteristiche e destini infinitamente diversi. C’è chi cerca silenzio e riposo in una locanda gestita da un anziano; chi preferisce avventure o solitudine in una più giovane; e c’è chi, senza alcun motivo apparente, sceglie una locanda dove accumulare ancora più quella sorta di irritabilità e impotenza che costituisce il nutrimento quotidiano di queste persone. Ci sono anche locande seducenti, brutali, discrete, gentili o robuste: ognuna si adatta a un certo umore. Ma proprio come in ogni vita esiste un’emozione che non può essere toccata e per la quale le cose ordinarie non sono sufficienti, lo stesso vale per le locande. Per me, ad esempio, c’è una locanda sacra, quella a Bramber. E quindi, come credo di aver già detto, non ci andrò mai.”
Io stesso. “Ora che tutta quella affettazione nel tuo discorso è finita, posso dirti che avresti potuto risparmiarti la fatica: so dove c’è una piccola casa, vuota ma ben arredata e piena di provviste per l’inverno. Marinaio, te lo dico io: i Troll non sono miei amici. Eppure, di tutte queste piccole case sparse in tutta la contea, solo io ho le chiavi.”
Allora andremo in questa mia piccola casa, perché si trova proprio dall’altra parte dei prati allagati.
Questo l’abbiamo fatto; mentre attraversavamo il ponte di legno, abbiamo visto sotto di noi il mio piccolo fiume, l’Adur, che con la bassa marea scorreva verso il mare.
Così proseguimmo attraverso i prati allagati. Faceva molto freddo, e la luna si levava sopra Chanctonbury in un cielo sereno. Non parlammo. Camminammo tutti e quattro in fila indiana, io davanti, lungo il sentiero stretto accanto al filare di siepi spogli. La brina aveva coperto l’erba, e i rami dei cespugli sembravano affilati sotto la luce della luna, come se fossero incisi nel metallo. Arrivammo sulla strada di Ashurst. A quei tempi il mulino era ancora attivo, e le sue pale si stagliavano contro il cielo. Camminammo fianco a fianco, in silenzio: il Poeta camminava curvo, Grizzlebeard lasciava che il suo bastone strisciasse sul terreno, e anche il Marinaio aveva un’aria malinconica, nonostante le sue forti gambe lo portassero con facilità. Io, invece, continuavo ad avanzare leggermente davanti agli altri, perché sapevo che la mia meta era vicina; per i miei tre compagni, invece, si trattava soltanto di una lunga camminata senza scopo attraverso l’oscurità, dopo una giornata intera di viaggio. Così arrivammo a quella piccola casa. Che Dio sappia quanto la ami, tanto quanto amo qualsiasi altra delle sei o sette case che ci sono al mondo.
Raggiungemmo la base di una piccola collina: lontano dalla strada, oltre un piccolo spazio verde, si ergevano alti olmi contro il cielo. Sotto di loro brillava il tetto di paglia di un enorme fienile; accanto ad esso c’era qualcosa che conoscevo molto bene, il tetto e la ciminiera. Abbandonai la strada per attraversare lo spazio verde e tirai fuori dalla tasca una grande chiave. Quando i miei compagni la videro, la loro allegria tornò, perché sapevano che avevo trovato il rifugio.
“Guarda come tutte le porte della Contea si aprano davanti a te!” disse Grizzlebeard.
“Non tutti,” risposi, “ma di certo quattro o cinque.”
Inserii la chiave nella serratura e, dentro, non appena accesi un fiammifero, apparve quella stanza familiare. Il raggio di luce proveniente dal soffitto era per me come un amico, e il grande camino occupava tutto lo spazio della stanza. Lì, in quel angolo, c’erano dei ceppi, una buona quantità di cenere, un fascio di legna e quattro o cinque grossi tronchi di quercia provenienti dalla regione del Weald: sotto tutta quella legna accesi un mazzo di versi che portavo con me da mesi, ma che fino ad allora non mi avevano soddisfatto. Le fiamme si alzarono, assumendo la forma delle foglie di vischio. Era davvero una bella vista.
Con il fuoco l’umanità tornò alla vita; parlammo, allungammo le mani verso il calore; uno tirò le tende davanti alla lunga finestra bassa della stanza, un altro portò i banchi vicino al fuoco, banchi con schienali alti e scuri per l’età; un altro posizionò le assi sopra i cavalletti; un altro accese due candele e le mise sulle assi. Eravamo in un nuovo stato d’animo: appena usciti dalla notte, vedevamo la gioia che il fuoco portava con sé.
Successivamente andavamo alla Fontana per bere. L’ostello di Ashurst, infatti, si chiama Fountain Inn. Non si tratta della stessa fontana menzionata nei testi, quella chiamata “Fonte d’Oro”.
“Questa è proprio quell’acqua della Fonte d’Oro…”
“Acqua della giovinezza e rimedio alle preoccupazioni”.
La Fontana di Ashurst, per grazia di Dio, contiene sostanze migliori dell’acqua.
Né è quella l’altra Fontana di cui si parla…
“Fonte degli anni e acqua di ciò che è stato compiuto.”
Anche se ci sono anni onorevoli intorno alla Fontana di Ashurst, certamente non vi sono rimpianti. Non è ancora finito. Goditelo appieno! Fontana, goditelo appieno!
Né la Fontana di Vaucluse, né quella di Moulton Parva o di Thames-head, che si prosciugò quando morì Giorgio III e da allora non ha mai più iniziato a sgorgare; né la Sorgente Bandusian. No, nemmeno l’Helicon, che è stata sfruttata così spesso da esaurirsi circa trentacinque anni fa e da allora rimane solo fangosa.
Né si tratta di quelle due fonti gemelle: una con acqua calda e l’altra con acqua fredda, dove un tempo, nei giorni di pace precedenti l’arrivo dei Greci, le donne di Troia lavavano i loro panni.
No, non era nessuna di queste cose, ma semplicemente la solita Fontana di Ashurst; era lì che avevamo intenzione di andare a prendere pane, formaggio e birra, che scorrono proprio accanto a questa fontana.
Per quanto riguarda a chi dovessimo inviare, si trattava di una scelta difficile. Non Grizzlebeard, per rispetto all’età, ma uno degli altri tre. Non io, perché solo io conoscevo quella casa e ero impegnato ad organizzare tutto, ma uno degli altri due. Né il Poeta, perché, all’improvviso, la Musa lo aveva afferrato per la gola e lo stava “strappando” via. Già scriveva con grande impegno; aveva quasi pronto un poema per noi, e disse che questo genere di lavoro non poteva essere interrotto.
Pertanto, fu il Marinai ad essere inviato, anche se odiava l’idea del freddo.
Si alzò e disse: “Quando in un gruppo di persone si trova qualcuno che sia più coraggioso e più allegro, più virile, più giusto e più premuroso degli altri; più forte, più saggio e molto più pio; inoltre molto generoso, ma allo stesso tempo deciso e fermo nelle sue intenzioni, sagace nei consigli, gentile e dal cuore grande e aperto, allora, anche se (per non menzionare cose di minor importanza) possieda anche l’intelligenza più acuta e il fisico più robusto tra tutti, è proprio lui a diventare lo zimbello e l’oggetto delle derisioni degli altri.”
Con questo ci lasciò, portando con sé un grande barile da due galloni; poco dopo tornò con esso pieno di birra Steyning. Appena lo posò, disse: “La Fontana scorre, ma non con acqua comune. Diventerà famosa tra tutte le fontane, perché ne parlerò in versi.” Poi diede al Poeta un forte colpo e chiese della salute del suo poema.
Il poeta. “Non è ancora del tutto completo.”
Il Marinaio (seduto vicino al fuoco e versando la birra): “È meglio così! Non dobbiamo cercare di riempire i vuoti. Fate attenzione alla perfezione: è come un fantasma errante, che ha rovinato molte persone.”
Grizzledbeard. “C’è una canzone?”
Il Poeta. “C’è una sorta di lamento… Inizia a cantare.”
Il poeta
“#Ascoltate, miei gentili fratelli della Foresta…”
Chi ora nel campo gelato…
Rifiuta il tuo lavoro sotto quella sua corazza dura e impenetrabile?
E rivolgete le vostre azioni…
“Il tuo bestiame torna pigramente alle stalle…”
Il marinaio: “Oh, Signore. È una canzone di lutto! Quell’uomo canta come il vecchio Disperazione nei giorni di digiuno. Andiamo, diamogli, ”
“Me stesso… No, il poeta deve finire; lasciatelo continuare.”
Il Poeta, dopo aver guardato con rimprovero il Marinaio, riempì i polmoni un po’ più completamente del solito e continuò:
“Mentre il bestiame torna pigramente alle stalle…”
Oh! radunatevi intorno ai nostri fuochi
E puntare una bacchetta, o scaldare un compagno pulito…
Mentre
Con un rigoroso e attento rispetto dei riti tradizionali…
Intrecciando rime dignitose
“Una threnodia per l’anno che si congeda”.
Il Marinaio: “‘Decente’ è una parola negativa; inoltre, non si può comporre un lamento per qualcosa che non è morto.”
Il poeta (continuazione)
“E tu, che da quando esiste questo mondo stanco…”
L’essenza dell’uomo
“Hanno creato un continuo rumore intorno alle nostre case…”
“Voi mucche, oche, maiali, pecore e tutto il resto…”
Titolo:
Anche dei topi e dei conigli…
E le lepri, e tutto ciò che mai si nasconde e vaga…
Dalla località di Harting fino al punto in cui il percorso descrive una curva a Bodiam.
Aspettate!
Un momento solenne
E ci siamo riuniti qui.
Progresso in rima onorabile
Con un rigido e attento rispetto dei riti tradizionali
La nostra “Trenodia per l’anno che si congeda”.
Il tempo passerà, e ancora una volta arriverà un nuovo anno…
Torneremo sulle nostre canne
“Le canne rigogliose accanto al fiume Arun che scorre veloce…”
Qui il Poeta si fermò e guardò il fuoco.
“Hai finito?” disse il Marinaio con un’aria di grande preoccupazione.
“Mi sono fermato”, disse il Poeta, “ma non ho ancora finito”.
“Allora,” disse il Marinaio, “lasciate che vi aiuti.” E subito iniziò a recitare spontaneamente:
“#Attraversando le vostre città costiere…”
Ho sentito dire che nel Sud giaceva una dea…
“Non riesco più a continuare,” aggiunse.
Il poeta
“Con un velo di tristezza, lei pone fine al nostro piccolo ciclo.”
Grizzlebeard. “Chi lo fa?”
Il Poeta: “Ma sì, quella dea sua. La farò partecipare e le farò comporre qualcosa sul momento. Il marinaio non è l’unico qui che sia capace di creare cose all’istante. Te lo prometto, ”
“Con un velo di tristezza, lei pone fine al nostro piccolo ciclo…”
La neve invernale… la neve invernale cade con rispetto.
Nelle nostre amate terre
Titolo:
Come su Marana, un lenzuolo avvolgente…
Nascondeva la piccolezza delle sue mani
E le sue labbra vergini…
“Le sue piedi bianchi e puri…”
Quando quel lamento si fu spento e loro, seduti o sdraiati davanti al fuoco, ebbero uno dopo l’altro chiuso gli occhi, il sonno colpì tutti e tre, stanchi per la lunga giornata trascorsa e per il freddo intenso dell’aria. Nella loro mente, mentre si addormentavano in quella notte di Ognissanti, si immaginavano la Foresta delle terre alte e la vasta brughiera che si estendevano sotto di loro, nonché la strada che conduceva laggiù, fino al nostro arrivo sotto la maestosa bellezza della campagna notturna. Riposarono davanti al fuoco.
Ma ero ancora sveglio, da solo, ricordando All-Hallows e quella danza che si svolgeva nel bosco quella notte, anche se nessun essere umano poteva sentire la musica né vedere i ballerini. Pensavo che l’oscurità illuminata dal fuoco fosse “viva”. Così mi avvicinai silenziosamente alla porta, coprii il chiavistello con le dita per attutirne il rumore, e uscii a osservare il mondo intorno.
La luna si ergeva sopra Chanctonbury, così distante e fredda nella sua luce argentea che quasi si poteva pensare che non le importassero affatto le follie degli uomini; piccole nuvole, sue “dame di compagnia”, brillavano sotto il suo splendore, e insieme regnavano su un silenzio generale. La sua luce illuminava i bordi delle colline della regione dei Downs. Non c’era nebbia; era ancora limpida e cristallina quando la vidi scomparire dietro quelle montagne. Le stelle sembravano ancora più brillanti dopo il suo tramonto, e un profondo silenzio avvolgeva la valle dell’Adur, il mio piccolo fiume, che a bassa marea scorreva verso il mare.
Dopo aver visto tutto questo, tornai dentro casa silenziosamente come ero uscito, raggiunsi il mio letto e mi avvolsi nel mio mantello davanti al fuoco. Alla fine anche a me venne il sonno; ma quella notte, in sogno, dei miei amici defunti vennero a trovarmi.
Il primo di novembre 1902
La mattina seguente, quando mi svegliai, fu perché il Poeta stava camminando timidamente per la stanza, facendo il più rumore possibile, ma riluttante a rimanere solo ancora a lungo.
Il fuoco era spento, e quel piccolo posto appariva triste sotto quella luce grigia dell’alba. Riuscivo a vedere, attraverso la finestra, che il tempo era cambiato e l’aria si era riscaldata. Il cielo era pieno di nuvole in movimento; pensai che quel giorno sarebbe piovuto. Ma sarebbe stato comunque una bella giornata. Era infatti All-Hallows, la festa che bilancia l’anno, che rappresenta quasi un contrappeso a “All Fools’ Day”, quando tutto è leggerezza e gioia, quando si dimentica l’inverno e ci si rallegra all’avvicinarsi dell’estate. Una stagione in cui non si conosce nemmeno il nome dell’autunno, né la caduta delle foglie.
Anche Grizzlebeard si mosse e si svegliò; infine, anche il Marinai, piuttosto stupito, si alzò. Tutti mi guardarono come per chiedermi: “Qui non c’è colazione?” Ma io, comprendendo ciò che pensavano, risposi con decisione:
“In questa casa facciamo colazione nello stesso modo dei nostri antenati, degli eroi: con la birra di ieri sera, il pane e il formaggio della cena. Così facevano coloro che combatterono contro De Montfort sul Monte Harry, all’altra estremità della contea, seicento anni fa. Dopo aver marciato tutto il giorno, si schieravano contro il re al mattino presto. Contro la loro volontà, per giunta! Perché un uomo non è veramente pronto a combattere prima delle nove. E anche allora, una tazza di caffè o di zuppa gli farebbe bene. Ma oggi non c’è bisogno di combattere. Solo di mettersi in cammino. Quindi mangiamo e andiamo.”
Nessuno di loro era soddisfatto, ma poiché io volevo che fosse così e non c’era altra soluzione, bevvero quella birra stantia, uno per tazza, con espressioni torve sul viso, e mordicchiarono un po’ del pane raffermo. Poi lasciammo il resto del pane e del formaggio ai topi: quando non sono presente, loro si prendono cura della casa per me e spaventano gli intrusi fingendo di essere gli spiriti dei morti.
Quindi siamo usciti dalla porta e attraversato quel piccolo prato verde per raggiungere quella strada un po’ instabile che c’è lì; poi, passando per i campi, siamo arrivati a Steyning, dove avremmo dovuto trovare la strada principale che conduce a Washington, Storrington e Amberley Bridge, e da lì proseguire verso le zone rurali al di là di Arun e verso tutte quelle località che conoscevamo.
Mentre ci dirigevamo verso sud attraverso quei campi, con il calore fresco delle nuvole in movimento sopra di noi e le colline che diventavano sempre più alte, il Poeta, che fino ad allora aveva taciuto quanto gli altri avrebbero potuto dire, iniziò a brontolare. Affermava infatti che la birra non fosse un pasto adatto per un uomo al mattino; preferiva il tè.
Il Marinaio: “Poeta, penso che tu debba essere un vegetariano, e molto probabilmente (come la maggior parte degli uomini della tua condizione sociale) hai ancora paura del tuo corpo, una sorta di creatura allungata, lo ammetto.”
Io stesso. “Bruciate quegli uomini che hanno paura della carne! Anche coloro che bevono acqua, quei che gridano e piangono, quei nemici della carne bovina, traditori dell’antico dio del bue e delle tradizioni della nostra specie umana! Quei che sospirano e singhiozzano, quei servitori dei demoni più meschini, legati saldamente a Bafometto, il dio dei codardi, e incatenati ai usurai, proprio come un cane malato è legato a un uomo cieco!”
Il Marinai: “Andiamo, inseguiamoli! Cacciateli oltre le colline con corni e cani! Inseguite loro, tormentateli, intrappolateli, annegateli nel fiume. Liberateci di loro dal nostro suolo offeso! Sono i traditori del Cristianesimo. Sono coloro che hanno tradito quegli uomini valorosi dei nostri antenati, che, come su due pilastri gemelli, fondarono la Comunità.”
“Me stesso… ‘Vieni, poeta, non sei ancora convinto?’”
Il Poeta. “Di cosa? Che dovrei rispettare adeguatamente il mio corpo?”
Il Marinai: “Quel ‘Respect’ dovrebbe impiccarsi per far entrare un po’ di sangue nel suo viso pallido, e poi ricevere una bella frustata per ritrovare la vita!” Grizzlebeard: “Non capisci forse, Poeta, che con tutte queste tue stranezze potresti condurre l’umanità nella fossa che conduce all’inferno? Non c’è nulla infatti che non possa essere usato a servizio del Signore del Male, se utilizzato in modo abusivo; né c’è nulla che non possa essere usato per glorificare Dio, se consumato in modo giusto e ragionevole. Non provi alcun piacere nel vedere queste nuvole muoversi sopra di noi? O forse ti sembrano troppo lente nel loro movimento,?”
Il Poeta: “Che cos’è tutta questa furia da parte vostra, voi tre? Cosa ho detto io a proposito del Corpo, o contro di esso?”
Io stesso, “No, Poeta, ma ti diremo cose che non vorresti nemmeno sentire! Quel magnifico strumento è in realtà un cannone, dal quale si possono lanciare proiettili contro coloro che meritano di essere “cacciati”. Quell’uomo che nasconde il proprio odio per la guerra è colui che organizza quelle sporche avventure contro i più deboli, e, per volontà di Dio, i suoi scopi sono davvero abominevoli. È anche lui colui che paga gli avvocati affinché distruggano i poveri.”
Il Marinaio: “Non so cosa tutto questo abbia a che fare con il Mio Corpo. Ma una cosa la dico con certezza: dategli l’onore che merita, trattatelo bene, custoditelo con cura. È qualcosa di complesso. Non avreste potuto crearlo voi stessi, e se lo danneggiate, sarà difficile ripararlo. Oh, mio prezioso e onorabile Corpo! Te ne prendo cura con affetto. Sei il mio amico. Non posso fare a meno di te! Il giorno in cui dovrò farne a meno, sarò completamente perso. Con i tuoi occhi leggo i libri scritti da donne offese; con le tue orecchie ascolto il rumore dei volgari; con i tuoi piedi entro nelle case dei ricchi, ma evito la presenza degli sciocchi! Oh, mio Corpo così utile, costante, omogeneo e prezioso. Ti saluto. Trovo conforto in te. Sono davvero felice che mi sia stato dato per questo breve periodo di vita mortale. Piccolo mio Corpo. Credimi: se fossi ricco, ti riempirei di cose buone! Non sono mai stato più soddisfatto di quando ho sentito da un francescano a Crawley che, quando mi impiccheranno, non perderò del tutto il Mio Corpo. Tornerà da me in un futuro, anche se non è mai stato detto con esattezza quando. Comunque, ti riacquisterò di nuovo, e tu sarai nuovamente in perfette condizioni, senza difetti né imperfezioni, una cosa bella e funzionale!”
Il Poeta: “Tutto questo è del tutto fuori luogo; hai sfogato su di me soltanto la tua irritazione per non aver fatto colazione. Nella mia vita non ho mai creduto alle cose che volevi farmi credere, né ho detto una parola contro questa ‘vasca’ che racchiude la mia anima, così strettamente come una bottiglia racchiude il tappo. Ne so molto su di essa, ma così poco sulla mia anima stessa, sebbene sia lei il mio unico compagno.”
Grizzlebeard: “Il corpo è qualcosa che tutti conosciamo troppo bene. Ma l’anima è un’altra questione. Conoscevo una volta un uomo (non di questa contea) che sosteneva che non esistesse alcuna anima, e voleva provarlo. Aveva già tentato in passato con alcuni strumenti di dimostrarne l’esistenza, ma senza successo. Così concluse naturalmente che l’anima non potesse esistere, e si mise all’opera per provarlo con i suoi quattro dita e il pollice, in modo pratico e convincente. Ma anche quella prova fallì. Lasciamo perdere tutto questo. Troviamo la strada attraverso questi alberi per raggiungere Steyning, quella bella casa lì. E prepariamoci qualcosa di appropriato per il nostro viaggio. Perché il Signore sa che io e la Regina Elisabetta abbiamo commesso un errore a considerare birra scadente e pane vecchio una colazione adeguata per un uomo. La birra forte e la carne sono ciò di cui abbiamo davvero bisogno.”
Il Marinaio: “Inoltre, la Notte di Ognissanti è una grande festa, e durante le feste si mangia. Busseremo alla mia porta quando dovremo digiunare per espiare qualche grave male, o quando arriverà la brutta Quaresima.”
Quando entrammo nella città di Steyning, io, il Marinaiolo, il Poeta e Grizzlebeard entrammo in una locanda o ostello; mentre passavamo davanti al padrone, chiedemmo molto gentilmente che ci venissero serviti carne fredda e birra nella sala fumosa.
Ma quando entrammo nella sala fumatori, il Marinaiolo, il Poeta, Grizzlebeard e io fummo piuttosto infastiditi nel vedere, in un angolo della stanza, accovacciato vicino al fuoco su una vecchia poltrona comoda, quell’essere di tipo sgradevole. Aveva una gobba che non era colpa sua, e uno sguardo acido. Fumava una lunga pipa, con le labbra sprezzanti. Aveva pochissimi capelli in faccia, anche se non si radeva; l’orecchio sinistro era così rotto da sembrare appuntito. Il suo sorriso beffardo veniva completato dall’espressione astuta dei suoi occhi. Le sue gambe erano sottili come stecche; ne teneva una incrociata sull’altra. I suoi stivali avevano i lati elastici, e orribili etichette davanti e dietro. Sopra indossava calzini grigi, sottili e rugosi. Non si girò nemmeno quando entrammo; non ci salutò.
Durante questo indimenticabile viaggio, la nostra abitudine era quella di essere cortesi con tutti, ma senza stabilire alcuna intimità. A meno che non si consideri tale “intimità” il momento in cui il Poeta gettò della birra su un filosofo per “battezzarlo” e farlo svegliare in un nuovo mondo, come leggerete più avanti.
Quindi ci sedemmo goffamente intorno al bordo del tavolo: il Poeta all’estremità opposta alla finestra che dava sul cortile delle stalle; io accanto a lui, all’angolo; dopo di me il Marinaio, e ancora oltre Grizzlebeard, che sembrava l’unico tra noi completamente soddisfatto. Non pareva affatto infastidito dalla presenza di quella creatura vicino al fuoco; anzi, sembrava immerso nei ricordi suoi personali, con lo sguardo che andava oltre le mura. Noi, i più giovani, tamburellavamo leggermente sul tavolo in attesa che venisse portata la birra; poi iniziammo a chiederci quali vini potessero esserci in una casa così antica. Il Poeta e il Marinaio si misero a raccontare bugie a turno: il Poeta parlava di vini rari che aveva trovato nelle case dei ricchi, mentre il Marinaio menzionava vini che non esistevano nemmeno nei porti lontani, al di là dei pericoli immensi degli oceani. Grizzlebeard, ascoltandoli confusamente, disse che suo padre aveva comprato un Tokay nel 1849 a 204 penny la dozzina. Anche questa era una bugia. E io, per compiacerli, parlai di vini veri. In particolare di quello che viene prodotto all’interno della pelle di capra nella regione di Val d’Aran, Sobrarbe, e dalle radici dell’Aragona: il vino più disgustoso, ma anche il più tonico al mondo, pieno del “potere” stesso della capra.
Mentre parlavamo così (in modo tranquillo, per non offendere nessuno), arrivò la birra e la nostra conversazione si spostò sul prezzo dei vini, poi su coloro che potevano permetterseli, quindi sui ricchi, e infine sugli estremamente ricchi. Alla fine il Poeta disse:
Vorrei essere molto ricco.
E così, per la frustrazione di tutti noi, quel tipo sgradevole accanto al fuoco tirò fuori dalla bocca il suo lungo e stupido pipa, soffiò fuori dalle labbra una piccola nuvola di fumo blu senza consistenza, e disse:
“Uff… Come si definisce essere molto ricchi?”
Il Poeta, per natura, era una persona indecisa e si spaventò quando qualcuno gli parlò all’improvviso, e inoltre qualcuno così orribile! Così rispose in modo vago:
“Oh! Non dover pensare a nulla; non trovarsi mai in pericolo di perdere l’onore; poter prendere ciò che si desidera dal proprio portafoglio e pagare tutto ciò che si vuole, aiutare i bisognosi, viaggiare o riposare quando si ha voglia, ” Poi aggiunse, come fanno le persone dotate di un’immaginazione infinita e piene di desideri: “I miei bisogni sono pochi.”
Forse stava pensando a una grande casa situata su una collina a est, che potesse godere di una vista sul Mar Mediterraneo e allo stesso tempo essere facilmente collegata a Londra; al contempo, però, doveva rimanere completamente isolata dal resto del mondo. Intorno a quella casa ci sarebbero stati esattamente quante persone desiderasse avere lì, tutte a sua disposizione.
“Seduto accanto a lui, ho ripreso la conversazione come se fosse un gioco di carte, e ho detto…”
“Non è possibile farlo! Quando si desidera la ricchezza, per natura si desidera ciò che l’uomo permette e controlla.”
“Stai quindi desiderando…”
“Non predicare!” disse la persona vicino al fuoco. Il marinaio, per rendere le cose più piacevoli, iniziò a parlare in fretta:
“Se fossi molto ricco, vorrei alcune cose precise, proprio come ha detto questo signore,” disse agitando le mani verso di lui per evitare qualsiasi situazione sgradevole. È un modo che hanno loro, lì nella cabina di pilotaggio.
“Non è stato lui a dirlo… Sono stata io”, mormorai.
A quel punto il Marinaio diede un calcio vigoroso e deciso sotto il tavolo, come segnale, e afferrò il Poeta, che iniziò a urlare ad alta voce. Solo allora la persona accanto al fuoco si mosse, facendo un solo gesto: girò rapidamente la testa e strinse gli occhi, senza muovere nemmeno un muscolo del corpo, ma guardando intorno come fanno gli animali e muovendosi come fanno gli animali.
“Vai avanti!” ordinò.
Il marinaio era un uomo combattivo; ma riuscì a controllarsi e procedette gradualmente nel suo percorso. “Oh! Mi piacerebbe organizzare grandi cene con frequenza e andare a teatro.”
“Una frase sciocca, ma purtroppo vera… L’ha corretta, aggiungendo:…”
“Vorrei avere una piccola casa allegra, e cinque, dieci, venti, trenta, o forse cento acri di terra; su quella terra dovrebbe esserci del legno. Detesterei vivere vicino a una ferrovia, quindi avrei un’auto; devo assolutamente avere un telefono, ma non deve permettere alle persone di venire da me, quindi avrei un cavo telefonico privato che si estendesse per chilometri. Inoltre, bisogna disporre d’acqua nel proprio terreno. Vorrei anche l’elettricità negli uffici, ma nelle stanze ci vorrebbero le candele.”
Quando ebbe raggiunto quel punto, l’uomo vicino al fuoco girò la testa per guardare Grizzlebeard. Il marinaio si fermò, sorpreso; Grizzlebeard, credo un po’ spaventato, disse rapidamente:
“Davvero, non lo so! Non credo di voler essere molto ricco. Immagino che secondo qualsiasi criterio sia considerato ricco. La mia casa ha ventitré stanze, compresa quella vecchia cucina che ora funge da cantina. Ho anche circa quattro acri di terreno coltivabile, e tantissimo altro terreno non ancora utilizzato. Sono anche un gentiluomo. Posso ospitare quanti amici vogliano venire a trovarmi. Ho quattro cavalli, denaro in banca e nessun debito. Taglio da solo la legna che uso, costruisco con il mio stesso legname e estrago anche la pietra dal mio terreno. Davvero, non ho bisogno di nient’altro!”
“Comunque, si ricordò di qualcosa e disse…”
Sarebbe una cosa buona aiutare le nazioni. Sarebbe una cosa buona dare diritti civili a quelle nazioni intrappolate nella rete infernale degli usurai.
Era in silenzio. Molti ricordi gli attraversarono la mente, ma era troppo vecchio per credere che si potesse fare molto sul mondo; e poi, come potevano i soldi cambiare qualcosa di fronte alle abominazioni del mondo?
Fu il Marinai ad avere abbastanza coraggio per affrontare quel tizio seduto in sedia.
“E cosa faresti,” disse con aggressività, “se fossi molto ricco?”
L’Uomo sulla Sedia non si mosse.
“Sto parlando con lei, signore,” disse il marinaio in tono deciso.
“Lo so,” ringhiò l’Uomo sulla Sedia in modo inumano. Poi, proprio prima che il Marinaio esplodesse, aggiunse: “Dovrei sedermi qui su questa sedia, fumare questa pipa con questo stesso tabacco e guardare questo stesso fuoco. È quello che dovrei fare. E voi quattro uomini sareste dietro di me.”
“Oh, davvero lo faresti, vero?” disse il Marinaiolo. “E come fai a sapere che resteresti esattamente com’eri prima?”
“Perché sono già molto ricco,” disse l’Uomo sulla Sedia con una voce metallica e bassa, piena di soddisfazione meschina, “Sono estremamente ricco. Ho più soldi di qualsiasi altro uomo nella grande città del nord dove sono nato. Sì, sono abbastanza ricco.” Si sporse in avanti verso il fuoco per un momento, poi tirò fuori una carta e la gettò al Marinaio.
“Quello è il mio nome,” disse lui. E noi gli dicemmo “Buon giorno”, poi tutti uscimmo.
Prendemmo la strada per non passare attraverso Wiston Park; perché, anche se quella casa è uno spettacolo altrettanto bello di qualsiasi altra in Inghilterra, beh, non era nostra. Superammo anche quel campo dove il Santo trasportava sua madre su un carretto e malediceva i falciatori; per questo motivo lì piove sempre durante la stagione del taglio dell’erba.
Perché lui era, come si suol dire in quelle regioni, un Uomo Santo e possedeva grande potere. Ma poiché era molto povero, nessuno se ne accorgeva. Prima di tutto, seguendo Dio, vendette la sua motocicletta per comprare una carrozza a cavalli; poi vendette quella carrozza per acquistare un carretto a ruote; successivamente vendette anche quel carretto per ottenere un vecchio veicolo malandato, graffiato dalla vernice e in pessime condizioni. E continuando a servire Dio, non gli uomini, vendette anche quel veicolo e il suo cavallo, per comprare una carriola. Doveva pur trovare il modo di portare sua madre anziana in chiesa. Tutto ciò accadde nell’anno del Signore 713: subito dopo che il Sussex abbracciò la fede cristiana, e centinaia di anni prima che questa venisse nuovamente persa. E poco prima che San Leonardo maledicesse i usignoli.
So che stava portando sua madre in chiesa con il carretto quando le persone che raccoglievano l’erba si misero a ridere di lui mentre passava; il Santo disse: “Ridete voi, ma il cielo piangerà”. E immediatamente su quel campo cadde solo due pollici di pioggia in mezz’ora, e quella pioggia colpì le aree già pronte per la raccolta dell’erba. Oh mio Dio, quanto imprecarono e maledirono! Da quel giorno in poi, che sia a maggio o a giugno quando arriva il periodo della raccolta dell’erba, su quel campo piove sempre durante quella stagione.
Ora che avevamo percorso circa un miglio da Steyning e ci eravamo imbarcati sulla strada di Washington, il marinaio si ricordò della carta e la tirò fuori; su di essa era scritto.
Il signor Deusipsenotavit, di Brooks.
Il marinaio la guardò subito in su, in giù, di lato, e poi la tenne davanti alla luce per poterla esaminare anche attraverso di essa; dopodiché disse:
“È un nome straniero.”
“Grizzlebeard lo prese e, dopo averlo esaminato attentamente, disse…”
“È un nome basco: è di tipo agglutinante.” E poi tutti insieme andammo a Washington, parlando di mille cose diverse.
Mentre parlavamo così, apparvero dall’orlo delle alte colline che si ergevano come un muro sopra di noi; dalle nuvole veloci spinte dal vento sud-ovest iniziarono a cadere le prime gocce di pioggia. E il Poeta disse:
“Cosa? Dobbiamo proprio proseguire per questa strada mentre piove?”
Il Marinaio: “Sì, certo, ragazzo mio! A che altro servono le strade, se non per far sì che un uomo debba faticare molto nel attraversare terreni umidi?”
Il Poeta: “Beh, dico che per ogni cosa c’è il suo momento giusto. E il tempo della pioggia non è certo il momento adatto per camminare su una strada.”
Il Marinaio: “Allora vuoi dire che giorni autunnali come questi non dovrebbero essere apprezzati appieno, né ci dovrebbero offrire tutti i loro benefici, ma che dobbiamo semplicemente morire di sete senza mai assaporare l’aria fresca del Sussex sotto la pioggia?”
Il Poeta: “No, lo dico ad alta voce: ci sono giorni per ogni cosa, anche se non sappiamo il motivo. Ed è proprio per questo che non mi raserò mai di domenica, perché la considero una giornata sfortunata.”
“Avrete sicuramente notato, in tutta l’Inghilterra, uomini che presentano piccoli peli rigogliosi soltanto sulle labbra superiori; altri hanno barbe folte e disordinate come quella di Grizzlebeard, mentre altri ancora hanno barbe consumate dai parassiti. I peggiori di tutti, comunque sia: sono certi che ognuno di loro si rade, almeno una volta alla settimana, il giorno della domenica.”
“È un giorno di riposo, e non esiste lavoro più faticoso del radersi. È un giorno di dignità, e non esiste occupazione più disgustosa, con espressioni torve e facce accigliate, del radersi. Quindi dico: ‘Per ogni cosa c’è il suo momento giusto, tranne che per seppellire i morti.’”
Io stesso. “Ecco fatto! Ed era proprio quello che stavo per dire, i giorni possono essere davvero molto diversi a seconda delle circostanze! Non dice forse il vecchio detto, ”
“Sepolto di lunedì… sepolto per motivi di salute.”
Sepolto di martedì… sepolto per il proprio denaro.
Sepolto di mercoledì… sepolto con calma e tranquillità.
Sepolto di giovedì… sepolto per puro piacere.
Seppellito di venerdì… sepolto per divertimento.
Sepolto il sabato… sepolto in un luogo solitario.
Il Marinaio. “Perché?”
Io stesso, “Ecco che mostri davvero chi sei: un uomo che segue il mare. Qui sulla terra, infatti, smettiamo di lavorare alle dodici di sabato. Sono preti, becchini, portatori di bara, piangenti e tutti gli altri che con grande disponibilità si occupano dei morti dalle sette alle cinque del pomeriggio, ma pretendono comunque la loro mezza giornata libera. Ma voi marinai, potete anche passare tutto il sabato a poltrire, finché non vi diventa nero in faccia. Un altro si occuperà del vostro tempo! E anche se venisse approvata una legge che vi obbligasse a stare a letto dalle otto di sabato pomeriggio fino all’ora di guardia di lunedì, come facciamo noi sulla terra, quell’altro vi farebbe schizzare via con un fischietto prima ancora che riusciate ad accendere le vostre pipe. Andate pure a farvi fottere! Guardate? Vi guarderò comunque, che lo vogliate o no. Andatevene e divertitevi pure. Correte su e legateli bene, finché non vi congelano le mani. Tirate, voi scansafatiche. Strisciate per il cortile come una fila di acrobati in fiera. E poi legatevi bene e andatevene al diavolo! Meglio per voi che per me, ”
“Allora la canzone continua (per noi, felici persone sulla terra; per voi in mare, potete morire e annegare come volete):”
“Sepolto domenica dopo le undici…”
“Se ottieni il prete, arriverai in paradiso.”
Grizzledbeard: “È una pura follia… L’assoluzione è riservata agli uomini vivi.”
Io stesso, “Ecco fatto, Grizzlebeard: parli senza pensare, confondi le cose e distruggi ogni logica, proprio come quel Maligno! Discorsi esegetici, neoscolastici, ipografi. La fine della vera religione. Vecchio mio, sii gentile: benedire un cadavere non fa mai del male a nessuno, anzi è un grande conforto per gli spiriti angosciati. Con le tue decisioni, continui ad andare dritto verso l’eresia. Sei caduto in uno stato terribile e febbrile. Riparati ancora in tempo! Altrimenti, forse quando morirai, non ci saranno candele intorno al tuo feretro, né un grande drappo nero decorato con lacrime d’argento, né un vescovo per benedirti. Chissà. Forse nemmeno un monaco, un parroco, o anche solo un umile curato del castello, ”
“Quando la morte ti colpirà, Grizzlebeard, vorrei che scrivessi in grandi lettere nere su una grande lavagna bianca: ‘Quest’uomo credeva’, e che lo appendessi al collo prima di morire. In questo modo non ci saranno errori.”
“Vi assicuro che in questa faccenda vengono commessi degli errori. Un uomo, sebbene segretamente devoto (veniva dalla vicina mia fattoria), fu comunque sepolto a causa di un simile errore, e questo avvenne con le sole preghiere. Così dovette andare a tormentare i Normanni (così chiamavano quella casa) sulla strada di Dial Post. E credetemi, fu davvero una brutta esperienza! La gente che viveva in quella casa aveva paura dei fantasmi; e ogni volta che quell’uomo camminava – anche se lo faceva con estrema delicatezza – loro lanciavano urla spaventose, tanto che lui finiva per tremare e sudare. Povero spirito! Fino a quando coloro che incaricavano i morti di compiere tali “compiti” non ebbero pietà di lui e lo lasciarono andare a tormentare la Marine Parade a Worthing, dove nessuno gli badava più.”
Il Poeta. “Allora, come riuscì finalmente a riposare?”
Io stesso. “Perché, nel solito modo: disegnando un pentagono sulla sabbia e sacrificandovi al centro una gallina bianca pura. L’ho fatto.”
Il Marinaio. “È meglio così, perché ha smesso di piovere.”
Ed è proprio così che è stato. A nostro vantaggio, e anche perché abbiamo cambiato idea.
Per tutto il cammino sotto Chanctonbury, su quella collina alta, proseguimmo man mano che l’alba si diffondeva: lungo una strada molto più antica di qualsiasi altra al mondo; una strada che parte dal vecchio porto di Pevensey, attraversa la Valle di Glynde, Cuckmere e il fiume Ouse, per poi raggiungere l’altopiano di Lewes, costeggiare il bordo della Combe e scendere fino alla cresta sottostante le colline delle Downs, passando per Court House, Plumpton Corner, West Meston, Clinton e Hollow Pie Combe (sebbene tra queste due località la strada si dirami e poi si ricongiunga, formando un’isola con il Wolstonbury Hill); quindi proseguiamo attraverso Poynings, Fulking ed Edburton, fino al punto in cui il fiume viene attraversato e al Forte di Bramber; e così via, sempre sotto le colline delle Downs, fino ad arrivare ad Arun, presso Houghton Bridge, per poi passare per Bury, Westburton, Sutton, Duncton, Graffham, Cocking, Diddling e Harting, tutti nomi tipici del Sussex, luoghi in cui l’acqua pura, filtrata attraverso la calcarea delle alte colline, zampilla fuori in fontane, alimentando quelle terre e quegli insediamenti umani. Lungo quel percorso, tra muri e alberi che sembravano altrettanto antichi della strada stessa, parlammo di tutte le cose di cui gli uomini parlano, perché gli uomini sono fatti per parlare e per condividere la vita. Fino a quando non arrivammo all’incrocio di Washington; e lì, dissi ai miei compagni:
Me stesso. “Hai mai sentito parlare di Washington Inn?”
Grizzlebeard. “Sì, certo, tutto il mondo ne ha sentito parlare; e quando Washington del Virginia, un generale in terre lontane, radunava il suo esercito molto tempo fa, le persone che udivano il suo nome dicevano: ‘Washington?. Washington?. Conosco quel nome.’ Poi ricordavano l’osteria di Washington e sorridevano. Perché la fama è proprio così: si diffonde attraverso i nomi.”
Il poeta. “Allora, per quale motivo è famosa l’osteria di Washington?”
Il Marinaio. “Non per una canzone, ma per colui che le crea… Lo scoprirai presto.”
E quando ebbe detto questo, entrammo tutti insieme e, nell’osteria di Washington, decidemmo di mettere alla prova se quanto tante persone avevano cantato di quella birra fosse vero o meno. Ma appena il marinaio posò la sua brocca a terra, gridò ad alta voce:
“È vero, e io ci credo!”
Poi continuò: “Senza alcun dubbio, questo nettare è stato prodotto durante la fase crescente della luna e con quell’orzo che Bruto portò qui alla fondazione di questa terra! L’acqua utilizzata per prepararlo era la rugiada del Primo Maggio, quella che cade sull’erba prima dell’alba di una mattina di maggio. Poiché possiede tutte e sette le qualità tipiche della birra, ”
Aleph = Chiarezza; Beth = Sapore; Gimel = Un colore vivace; Daleth = Leggerezza; He = Profondità; Yod = Forza conservata; e infine, Zayin, che rappresenta la Perfezione e la Fine.
“Credo che fosse proprio alla ricerca di questa birra che Alessandro si spinse fino al fiume Indo, ma morì miserabilmente a causa di un attacco di colica nel fiore degli anni, perché non riuscì a trovarla.”
“Cercando questa birra, credo fosse proprio quella che spinse Carlo Magno a viaggiare in tutte le direzioni, Nord e Sud, Est e Ovest, per tutta la sua vita, in quelle numerose guerre di cui potete leggere negli antichi libri; infatti visse fino a duecento anni. La sua barba si fece bianca come schiuma marina e intricata; i suoi occhi, per l’età, divennero vuoti. Eppure non volle mai abbandonare la ricerca di quella birra chiamata ‘Mitchell’s Ale’, che si vendeva a Washington. Ma non riuscì a trovarla, e alla fine morì di delusione.”
“Sentendo parlare di questa birra da un Familiar, Aldabaran si recò a Saragossa sotto mentite spoglie e vi trascorse dieci anni interi pianificando come ottenerla dall’Emiro di El Kazar, che era in alleanza con il Male; poi, nel momento stesso del suo trionfo, mentre stava aprendo la porta di quel seminterrato, un schiavo guardiano lo uccise con una spada, e la sua anima se ne andò, lasciando la botte intatta.”
Anche San Offa, di Swinestead in Mercia, che svenne al solo pensiero di quella birra che demoni tentatori gli avevano fatto annusare in sogno, rischiò di perdere la salvezza sua. Lasciò il suo eremo e si recò oltre Kent, attraverso i mari stretti fino ai Paesi Bassi, vagando avanti e indietro per sette anni; alla fine, a causa della mancanza di quella bevanda, perse la ragione e iniziò a delirare. Tuttavia, alla fine fu assolto a Roma.
“Allora c’è Orlando, il cui furore fu suscitato soltanto da un ardente desiderio di bere proprio questa birra. Poiché aveva condotto una vita tranquilla come calzolaio ad Upper Beeding, finché per caso non sentì parlare di questa birra; all’istante decise di andarla a cercare. Ed è così che intraprese tutte le sue imprese eroiche, ma anche che subì ferite e, alla fine, morì senza mai aver assaggiato quella birra.”
“Devo menzionare Gastos o Clemens? Artaxerxes, Paolo o Ramon, che tutti hanno atteso e desiderato invano questa cosa? O ricordare Prassitele o Zenone suo cugino, Periscopolo il Pirata, Basilio di Cirene o Milo? Anche loro hanno sprecato le loro energie in quell’unico scopo. Ma a me, che sono più nobile di tutti loro, è stato concesso di assaporarlo; ora so che risolve ogni dubbio, e andrò incontro alla mia grande morte sorridendo. È la soddisfazione di ogni desiderio, la vera fine di tutte le filosofie: per gli Epicurei, perché rappresenta una felicità definitiva; per gli Stoici, perché mi rende indifferente a tutto ciò che è terreno; per i Hegeliani, perché, è semplicemente “esso”. E nelle sue profondità vedo la conclusione di ogni desiderio, rimorso, ricordo, aspettativa e meraviglia. È ciò di cui cantavano i grandi poeti, quando dicevano che anche il tempo stesso dovrebbe dissolversi. Di questo, il più grande di loro ha scritto, ”
“Fino a quando un momento eterno non fermerà i suoi poteri…”
“Quando il tempo è passato, tutto il tempo trascorso diventa nostro.”
È davvero una buona birra; e quando lasceremo le nostre valli, la berremo tutti insieme in Paradiso.
Grizzlebeard. “Hai ragione.”
Il poeta. “Sì, lo sei.”
Io stesso. “Stiamo tutti bene insieme.” Grizzlebeard. “Non c’è da meravigliarsi che persone del genere, o peggio ancora, abbiano combattuto per dieci lunghi anni intorno a Troia; né che, nutriti da questa realtà regale, gli uomini del Sussex in passato abbiano sconfitto tutti i loro nemici e si siano stabiliti saldamente su questa antica terra.”
Io stesso. “Sì, certamente! Cadwalla, che fu il primo Re del Sussex a conoscere la vera Fede e che si guadagnò per sempre l’affetto di San Wilfrid e del Papa donando al primo diecimila, e al secondo ventimila barili di questo meraviglioso nettare di Cervisia, così ammirevole da non poter essere mai abbastanza lodato (la sua tomba si trova a Roma), fu spinto ad estendere il nostro potere anche oltre il mare, fino all’Isola di Wight. Una volta sottomessa quella terra, fece uccidere i due principi eredi al trono. Conquistò tutto il Sussex e tutto il Kent, e divenne un sovrano potente prima ancora dei trent’anni. Tutto grazie alla birra prodotta da Washington, la birra di Mitchell del Washington Inn! Che potenza incredibile!”
Mentre facevo queste considerazioni, guardai fuori dalla finestra. E lì c’erano di nuovo le tempeste di pioggia.
“Non inizieremo,” dissi, “sta piovendo.”
Il poeta. “Ma proprio adesso…”
Io stesso, “Oh, Poeta! Ci prenderai anche tu in giro con la logica, o forse non hai mai imparato nella tua breve vita come un uomo possa portare via un intero branco di cavalli per andare a giocare, mentre un altro nemmeno darebbe un’occhiata a una piccola siepe di acero appena alta quanto i suoi ginocchi. Ecco com’è! Lasciamo perdere giustizia e tutto il resto; sediamoci qui al caldo, nel mezzo del mondo, e lasciamo che sia Grizzlebeard a parlare. Lui ha vissuto più a lungo e sa di più. Eppure non ci ha mai raccontato nessuna storia, né cantato nessuna canzone.”
“Ci avete raccontato,” disse Grizzlebeard con piacere, “la storia di Cadwalla, che possedeva quel nobile istinto imperiale che lo spingeva a cercare nuove opportunità anche all’interno dei confini del suo regno del Sussex; partì quindi per attraversare il mare e guidare quella grande spedizione finalizzata a conquistare e annettersi l’Isola di Wight, uccidendo in modo spietato i due principi che ne erano eredi. La vostra storia mi ha fatto pensare a tutte quelle altre occasioni nella storia in cui le armate e gli stendardi di questa immortale contea si sono fatti vedere in terre lontane.”
Il Marinaio: “È interessante che tu sappia così tanto, caro Grizzledbeard. Ma quelle sono cose lontane nel tempo, e non abbiamo alcuna testimonianza concreta al riguardo.”
Io stesso. “Tuttavia, Grizzlebeard, poiché siamo già sul questo argomento, spesso mi sono chiesto come mai la nostra contea sembri superare costantemente i propri confini naturali, estendendosi a nord, a est e a ovest nel territorio altrui; difendendosi, in qualche modo, con territori che non le appartengono, e preservandoli come simboli e garanzie della sua grande potenza militare.”
Il Poeta: “No, senza dubbio la contea del Sussex si sarebbe estesa verso sud se non fosse stata delimitata dal mare, che non tollera l’ingresso di alcun uomo.”
Il Marinai: “Piuttosto si potrebbe dire che non ci sia stata alcuna annessione verso sud, perché il mare salato, essendo inutilizzato, non offriva nulla di valore da annettersi; ma comunque sia, i pescatori del Sussex non vogliono che stranieri si intromettano nelle loro zone di pesca. Dall’Owers Bank fino a Dungeness, se di notte chiamate una barca da pesca, vi risponderanno nel modo tipico del Sussex. In quel mare non sono tollerati uomini provenienti da altre regioni marine.”
Io: “Vorrei ancora chiedervi, Grizzlebeard. Poiché siete il più anziano di noi e possedete in casa tanti documenti e registri, per non parlare delle antiche tradizioni di questa terra inviolata. Come mai il Sussex ha sovranità su quelle zone che si estendono oltre la palude del Rother e oltre le colline da cui nascono i fiumi Adur, Arun e Ouse? Spesso ho osservato quella vasta area priva di confini propri, al di là di Crawley. Tutti gli abitanti sembrano appartenere alla contea di Surrey, eppure sulla mappa è indicata come Sussex. Come mai siamo noi i padroni non solo dei nostri fiumi, ma anche delle sorgenti dei fiumi Snouzling Mole, Royal Medway e altri corsi d’acqua minori?”
“Per coincidenza,” rispose Grizzlebeard con immensa soddisfazione, “so rispondere a quella domanda. Questo grande evento ebbe luogo più o meno nel periodo in cui il tiranno Napoleone perseguiva le sue meschine ambizioni tra le nazioni povere del Continente; ebbe origine proprio in quella parte tanto amata di questa contea, da dove anch’io provengo e dove sono nato: intendo dire le zone intorno a Hailsham, dove le pianure si affacciano sul mare. Lì il destino della nostra contea è stato deciso due volte. Poiché inoltre la storia completa di quella grande battaglia è conservata nei diari e negli archivi della mia famiglia, sono perfettamente qualificato per raccontarvela. Per le prossime ore ve la narrerò dettagliatamente. Anche se piove e poi spunta il sole, continuerò lo stesso: questa storia mi è molto cara. Continuerò all’infinito, mentre voi sbadigliate e vi stiracchiate; anzi, anche se mi supplicherete di smettere o cercherete di costringermi, proseguirò fino a quando non l’avrò conclusa.”
“Dovete quindi sapere che il re che governava il Sussex in quel periodo aveva quarant’anni e regnava da ventidue anni; un uomo non solo maestoso, ma amato da tutti, e particolarmente premuroso nei confronti dei consumatori di alcol prodotto con malto. Tuttavia era anche un rigido governatore per gli produttori di birra (che Dio riposi la sua anima!). In quelle zone circolava una canzone che parlava del tiranno Napoleone e delle sue vanterie: si diceva che, dopo aver conquistato Prussia, Russia, Polonia, Olanda, tutta l’Italia e la Spagna, avrebbe sfidato anche il potere del Sussex prima di porre fine alle guerre. E questa canzone, lasciate che ve la canti, recitava più o meno così.”
Con questa sua barba grigiastra, Grizzlebeard si schiarì la voce e intonò con armonia i seguenti versi virili, seguendo esattamente la melodia su cui, senza eccezione alcuna, sono state composte tutte le canzoni del Sussex fin dai tempi antichi: quella melodia chiamata “Golier”.
“#Se Bonaparte…”
Shud Zummon d’Eart
“To land on Pevensey Level,”
Ho due figli maschi
Con le nostre tre pistole
“Per scagliare una maledizione sul diavolo.”
“È davvero così,” continuò Grizzlebeard, quando le lunghe note della sfida si furono attenuate, “una canzone molto nobile e ispiratrice; al suo confronto, ‘To the North, Merry Boys’ non è altro che musica da sala da ballo, mentre la ‘Marseillaise’ sembra solo un grido emesso con una flauta da un penny.”
“Ora questa canzone,” continuò, “essendo per sua natura un inno di vera virtù e gloria, non poteva che diffondersi ampiamente tra le persone. Si diffuse in tutta la nostra contea: fu conosciuta e commentata a Lewes, nel castello stesso del re; proseguì poi verso est, lungo la costa, fino a Hastings, e oltre ancora, fino alle rive del fiume Brede e oltre il Brede, fino a Rother, che all’epoca rappresentava il confine di questa regione. Poiché in quei tempi non avevamo ancora iniziato a stabilire leggi per East Guildford, situata sulla sponda sinistra della foce del fiume.”
“Per pura coincidenza, quel testo si diffuse: forse attraverso le parole dei mercanti ambulanti, oppure stampato su fogli volanti e venduto nei loro banchetti lungo tutto il valle del Rother e tra la gente del Kent. Presto divenne noto ad Appledore, Small Hythe e in altri luoghi, fino a raggiungere Goudhurst stesso, che sorge su una collina. Ed è proprio lì che la sfortuna attendeva quegli uomini del Kent, sempre orgogliosi e testardi, nonostante si affidassero a San Tommaso di Canterbury e ad altri saggi personaggi, e negassero con fermezza di avere la coda. Infatti, non avevano affatto senso dell’umorismo, proprio come si potrebbe trovare in un custode di cattedrale. Ecco tutto riguardo al Kent.”
“Beh, allora, quando questa grande canzone arrivò a Goudhurst, dove si trova sulla sua collina, gli uomini del Kent, nella loro orgoglio e follia, o forse soltanto nella loro ignoranza (perché non vorrei giudicarli male), la modificarono per adattarla ai propri scopi e vanità, e iniziarono a cantarla in questo modo:
“Se Bonaparte…”
Shud Zummon d’Eart
“To land on Pevensey Level,”
Ci sono tre uomini
In Horsemonden
“Gridirà contro il diavolo.”
“Quale corruzione e degradazione di una tale nobile stirpe, cose che spesso ripetevano attorno ai loro bicchieri, la sera, nella sicurezza delle loro case nell’entroterra.”
“Ora, quando la notizia arrivò nel Sussex e giunse al re, che sedeva nel suo castello di Lewes, riflettendo sulla propria grandezza e sull’immensità del mondo, faticava a credere alle sue orecchie. Che gli abitanti del Kent cantassero le loro canzoni e si comportassero come volevano, quando ne avevano voglia, be’, questo poteva ancora essere tollerabile; ma che prendessero quella canzone che rappresentava, in un certo senso, l’anima stessa del Sussex e la utilizzassero a proprio vantaggio, questo, secondo lui, era davvero insopportabile. E infatti, come ho detto, faticava a crederci.”
“Quindi inviò molto cortesemente un araldo montato su un piccolo asino marrone e vestito con grande eleganza; quest’araldo si recò dal Re di Kent, che in quel momento sedeva – o meglio, giaceva – a tavola a Canterbury, mangiando. L’araldo soffiò forte nella tromba all’orecchio del Re di Kent e gli consegnò la lettera del Re di Sussex; dopodiché, spronando il proprio cavallo, se ne andò via con grande eleganza.”
“Re di Kent, come potete ben credere, era completamente analfabeta; tuttavia a Canterbury non mancavano funzionari religiosi, quindi ne fece venire uno. Quest’ultimo, tremando, ruppe il sigillo su cui erano impressi gli stemmi del Sussex e lesse ad alta voce quanto segue al suo padrone, ”
“‘Fratello Kent: Abbiamo sentito, anche se non vogliamo crederci, che alcuni dei tuoi sudditi (e giuriamo che senza il tuo sapere) abbiano preso in uso il nostro inno privato e lo cantano liberamente a Goudhurst e in altre tue preziose località; e che, non contenti di questa usurpazione del nostro diritto sovrano e delle legittime proprietà del nostro caro popolo (ci è stato persino detto, anche se la nostra anima si rifiuta di crederlo), abbiano modificato e degradato questo Inno Reale al punto di usarlo per lodare sé stessi, in particolare una località chiamata Horsemonden, di cui né noi né alcun altro abbiamo mai sentito parlare.”
“Pertanto, fratello Kent, con questi documenti ti chiediamo di ordinare immediatamente e di proclamarlo attraverso gli araldi in tutti i tuoi domini: che tale pratica cessi immediatamente, altrimenti si subiranno terribili torture e la morte. Se davvero le informazioni che abbiamo sono corrette, questa pratica dovrebbe già essere stata abolita.”
“Saluti e benedizioni fraterne. – Date da noi nel nostro castello di Lewes, il primo giorno della stagione di produzione della birra in ottobre, nell’anno 3010 da quando Bruto sbarcò a Troia e gettò le basi della nostra casata. – (Firmato) SUSSEX.”
“Quando il Re di Kent ricevette questo messaggio, ordinò l’esecuzione immediata del sacerdote sfortunato (come è consuetudine in quella contea quando si tratta di chierici), ma non appena lo fece, si pentì dell’atto, poiché non sapendo scrivere dovette fargli redigere un altro messaggio. Così mandò a chiamare un altro sacerdote, il quale arrivò dopo molto tempo; quando giunse, gli ordinò di scrivere quanto segue:, ”
“‘Fratello Sussex, una parola all’orecchio: forse non siamo molto istruiti, ma non tollereremo alcuna sciocchezza. Con una piccola parte delle nostre forze, sufficiente allo scopo, entreremo nel tuo territorio e lo devasteremo: bruceremo le case, i granai, porteremo via tutti i maiali e il bestiame; assalteremo anche il tuo castello, metteremo un nuovo vescovo a Chichester al posto del tuo, e insedieremo i nostri funzionari a Midhurst, Horsham, Arundel e in altri luoghi. Per quanto riguarda il tuo trono reale, lì metteremo nostro nipote. Ma tu, resterai incatenato.’ — KENT.”
“Questa lettera fu inviata al Re del Sussex, il quale, dopo averla ricevuta, ritenne impossibile evitare la guerra.”
“Tuttavia, nel suo cuore onesto e gentile, sperava che si potesse evitare questa ultima conseguenza; perciò inviò un’altra lettera, formulata in termini ancora più cortesi e rispettosi della prima, dichiarando di non desiderare altro che pace, insieme ai propri diritti e onori legittimi. Questa seconda lettera fu inviata tramite un araldo, proprio come la prima. Ma il Re di Kent fece giustiziare anche questo secondo araldo; quindi non rimase altra scelta se non quella di prendere le armi. Così il Re di Sussex radunò il suo esercito e ordinò che si riunisse entro quattordici giorni nel cortile della migliore locanda di Lewes, che all’epoca era chiamata ‘La Testa del Turco’, ma che in seguito fu distrutta da quei malvagi che odiano le locande e tutte le altre cose buone e amabili. Lì radunò il suo esercito, si assicurò che tutti fossero ben equipaggiati e li incoraggiò a mantenere alto il morale; poi si diresse verso Brede e si posizionò sulla sommità di quella collina, che da allora è stata chiamata ‘BATTLE’, rivolto verso il sole nascente.”
“Era il 14 ottobre; i cuori di tutti erano gioiosi e pieni di entusiasmo, e ognuno era pronto a compiere le cose più terribili. Ma come iniziò la battaglia, come si svolse, quali meravigliose imprese furono compiute e quali effetti duraturi ne derivarono. Di questo dovrò raccontarvi ora.”
Il poeta. “Mi piacerebbe ascoltare la versione del Kent di questa storia.”
“Dovete quindi sapere che il Re di Sussex, essendo così schierato poco prima dell’alba sulla collina oggi chiamata Battle e guardando verso est oltre Brede, prima esortò tutti i suoi uomini con parole appropriate e li schierò abilmente in formazione, incitandoli a non rompere le file fino a quando non avessero sconfitto il nemico; una volta raggiunto questo obiettivo, avrebbero potuto inseguirlo liberamente. Dopo aver parlato così, notò che attraverso la valle stavano arrivando le truppe del suo nemico, il Re di Kent, armate di lunghi bastoni da battaglia e comportandosi in modo estremamente aggressivo. Anzi, mentre marciavano, cantavano con grande insolenza la canzone che aveva scatenato tutta questa disputa; in particolare, le truppe di Horsemonden, che formavano l’avanguardia, intonavano con particolare violenza le nuove strofe composte per la loro gloria.”
“Anche se questa scena, come potete immaginare, rappresentava per gli uomini del Sussex qualcosa di estremamente offensivo e provocatorio, loro non mossero un dito né pronunciarono una parola. Con aria decisa e risoluta si arrotolarono le maniche delle braccia destre, sputarono sulle palme delle mani e impugnarono con forza i bastoni di legno con cui avevano intenzione di colpire duramente gli invasori dei loro felici focolari. In particolare, va menzionato il popolo di Hailsham, la mia cara città natale: quel giorno impugnavano bastoni così pesanti e ingombranti che dieci uomini moderni avrebbero faticato a sollevarne uno solo, tanto erano pesanti. Eppure riuscirono comunque a usarli con grande efficacia.”
Ora gli uomini del Kent iniziarono a salire la collina; quelli del Sussex li osservavano in silenzio da sopra, prendendo ogni precauzione affinché non violassero le aiuole ornamentali né disturbassero i cespugli di quel gentiluomo che aveva permesso loro di schierarsi nei terreni dell’Abbazia di Battle. In quei giardini, infatti, si trovava la posizione indicata da tutti i grandi generali del suo stato maggiore al Re del Sussex; essi l’avevano definita “la chiave per la vittoria”. Anche se il re non riusciva a capire esattamente cosa significasse quel termine, era proprio lì che aveva schierato le sue truppe.
“Quando gli uomini del Kent si resero conto dell’impennata della collina, il loro canto cessò; iniziarono a respirare affannosamente e a sudare; la loro formazione, ordinata con tanta precisione come se fossero pastori che guidavano il bestiame, andò completamente in disordine. Così, mentre i primi tra di loro, quelli più snelli, stavano già avvicinandosi agli uomini del Sussex, gli ultimi erano ancora impegnati a legarsi le scarpe vicino al ponte, o a discutere con il vecchietto in corduroy verde che sorvegliava il passaggio a livello sopra la ferrovia. Lui insisteva nel dire che era stata segnalata l’arrivo di un treno e che avanzare fosse estremamente pericoloso; ma loro protestavano, sostenendo che se solo li avesse lasciati passare attraverso il cancello laterale, situato accanto alle grandi porte della ferrovia, avrebbero potuto attraversare prima dell’arrivo del treno.”
“Questo disordine e questa grave mancanza di capacità strategiche tra le file del Kent furono la rovina di quelle truppe, poiché tutti i libri sull’arte militare affermano che se una formazione viene spezzata, perde la sua forza. Ma, come potete immaginare, l’abilità strategica era interamente dalla nostra parte; la follia e la sfortuna appartenevano ai nostri nemici, i quali erano già stati destinati al completo disastro dal Dio delle Battaglie.”
“Quando i primi di loro raggiunsero la cima della collina, tutti erano esausti per lo sforzo dell’ascesa; alcuni ricevettero colpi in faccia, altri sulle spalle, altri ancora forti spinte al petto; alcuni furono colpiti alla mandibola, altri vennero accecati da violenti pugni negli occhi o resi incapaci di pensare da abili ferite all’angolo della mascella. Il nostro re, e soprattutto i suoi consiglieri, generali e ufficiali, erano infatti grandi maestri dell’arte della guerra. In questo modo abile, dunque, gli uomini più valorosi del Kent furono sconfitti con astuzia; alla fine, l’intera avanguardia fuggì in preda al panico, gettando nel caos anche le altre centinaia di soldati che ancora si stavano arrampicando sulla collina. Tra i soldati del Kent non rimase più alcuna volontà di combattere, tranne in pochi (e il loro re era tra questi); essi si rifugiarono in una stanza al piano superiore di un’osteria vicino a Brede, gridando incoraggiamenti e minacce, esortando i soldati sottostanti a mostrare coraggio. Ma questi ultimi, pensando più ai colpi che ricevevano che alle parole dei loro comandanti al sicuro lassù, fuggirono tutti insieme in preda al terrore, diffondendo voci secondo cui i loro inseguitori non erano uomini ma demoni. Mentre correvano, gettarono a terra le loro pertiche per aumentare la velocità; alcuni si tolsero i cappotti, molti persero i cappelli durante la fuga. In breve, tutto si trasformò in un disastro totale.”
“Come potete immaginare, a quel punto gli uomini del Sussex avevano ricevuto l’ordine di attaccarli senza pietà. E così fecero, colpendo brutalmente gli uomini del Kent con i loro rami di salice, radunandoli e spingendoli verso il stretto passaggio del ponte a livello; tutti urlavano e si spingevano l’un l’altro, soprattutto quelli più in pericolo, che erano stati colpiti dai rami di salice, mostrando un’eccessiva fretta di allontanarsi da quel luogo.”
“Finalmente, il treno di cui avevo parlato passò, e l’uomo con i pantaloni di velluto verde che sorvegliava il passaggio a livello acconsentì ad aprire i cancelli; tutti si riversarono fuori in un gran flusso, correndo per salvarsi la vita. Metà degli uomini del Sussex li inseguì, disperso il nemico in tutte le direzioni, mentre l’altra metà rimase indietro a Brede, per uno scopo che vi spiegherò tra poco.”
Gli uomini del Kent, essendo stati sconfitti e dispersi in tutta quella regione, alcuni trovarono rifugio nel bosco di Egham, altri fuggirono verso Inkpin; quelli più decisi, ma non necessariamente i più coraggiosi, si impegnarono al massimo per difendere Robertsbridge, mentre una dozzina di loro finì nelle mani del nemico a Staplecross. Così, tutta quella zona fu piena di uomini nascosti o accovacciati; alcuni riuscirono a fuggire, altri furono catturati, ma nessuno riuscì a riorganizzarsi o a dimostrare di essere in grado di riprendere le operazioni militari.
Nel frattempo, il loro re e il suo seguito, essendo circondati in quell’ostello, si arresero secondo condizioni che il Re del Sussex, con il suo nobile e generoso cuore, non avrebbe reso troppo severe.
“Il primo articolo di questo trattato prevedeva che, per ogni prigioniero rilasciato, il Tesoro del Kent dovesse pagare la somma di un scellino, a meno che non si trattasse di un gentiluomo del Kent; in tal caso, la riscatto ammontava a mezza corona. Fino al pagamento della somma richiesta, i prigionieri dovevano rimanere in custodia.”
“Poi il secondo articolo stabiliva che gli abitanti del Kent dovessero pagare al Re di Sussex 100 sacchi di luppolo all’anno come tributo; questa usanza è continuata fino ai nostri tempi e non si è interrotta finché il luppolo non è diventato così economico da non valere più la pena trasportarlo da confine del Sussex a Lewes.”
“Ma il terzo articolo, che ci riguarda di più, stabiliva che la riva destra del fiume Rother, partendo da Wittersham, attraversando il canale e proseguendo lungo il confine di Wallingmarsh fino alla costa marittima, passasse dalla Corona di Kent a quella di Sussex, per rimanere in possesso del Re di Sussex e dei suoi eredi per sempre. Ed è così ancora oggi. A questa nuova terra di frontiera, il Re di Sussex le diede il nome di ‘Guildford Level’, perché effettivamente era pianeggiante, e in onore della città di Guildford nel Surrey, che costituiva la dote di sua madre. Lì costruì East Guildford, la fondò e la dotò di risorse. Tuttavia non prosperò mai; per questo, quando si parla di Guildford, di solito ci si riferisce a quella nel Surrey, poiché è la più grande delle due città. Il Re di Sussex costruì anche un faro in questa nuova provincia per i marinai; avendo ormai entrambi i lati del porto di Rye, lo approfondì e dragò il fondale, trasformandolo nel luogo navale reale che conoscete. Lontano in mare, dove inizia il canale navigabile, piantò un vecchio manico di scopa nella sabbia, con l’estremità del manico sopra le acque, in modo che nessuno potesse perdere la rotta. Ed è ancora lì oggi, una vera benedizione per i marinai.”
“Quando il Re del Sussex ebbe fatto tutte queste cose, tornò a casa nel suo castello di Lewes, ma non prima di aver mangiato e intrattenuto con grande magnanimità il proprio esercito nell’osteria di Battle, facendo servire loro 1732 barili di quella birra estremamente vecchia, chiamata Audit Ale; il ricordo di essa è ancora oggi conservato in quelle zone in modo meraviglioso.”
“Questa è la storia di come gli uomini del Kent furono conquistati dagli uomini del Sussex e di Guildford Level; le paludi furono annesse e trasformate, in un certo senso, in un baluardo del nostro regno. Ed è proprio a causa di questa grande battaglia che questo luogo viene chiamato ‘Battle’, e non affatto per quella piccola scaramuccia con i Normanni, nella quale li sconfiggemmo completamente, tanto che dovettero fuggire verso il Weald, dirigendosi verso Dover e altre zone dell’Est.”
Perché noi non avremmo mai voluto che William fosse nostro re, e infatti non lo è mai stato. Ma per noi lui è il Duca William, ed è solo ora, e per sempre, il Duca William. Amen!
Il poeta. “È possibile che gli uomini del Kent raccontino una storia diversa…”
“Me stesso. Ma questo non ci spiega come mai siamo riusciti a prendere sotto controllo questa zona della contea di Crawley, nonché quella fascia di terra che chiaramente appartiene ai popoli del Surrey.” Grizzlebeard rispose: “Beh, era proprio quello che chiamavano ‘strategia’. Quando i baroni del Surrey – il cui capo viveva in una grotta sotto la collina di Reigate – vennero a sapere della battaglia e conoscerono le qualità del re di Sussex e dei suoi uomini, decisero spontaneamente di chiedergli di controllare quella fascia di terra dove nascevano i loro fiumi, al fine di ottenere una maggiore protezione. Lui acconsentì molto volentieri, ed è così che fu tracciato il confine settentrionale del Sussex.”
Me stesso. “E ha smesso di piovere.”
Il Marinaio: “E che non piova mai più, perché quando piove noi stiamo qui nelle taverne e ascoltiamo solo storie interminabili.”
Dopo aver detto questo, ci alzammo tutti e ripartimmo, desiderosi di arrivare a Storrington per pranzo, poiché il maltempo ci aveva fatto ritardare molto.
Quindi proseguimmo lungo quella stessa vecchia strada, sempre verso ovest, fino a quando non arrivammo a Storrington. Lì entrammo in una locanda chiamata “The White Horse”. Appena entrati, ci assalì la stanchezza, un senso di malinconia e anche l’umore irritabile. Proprio come succede tra le persone che sono state costrette a stare insieme per troppo tempo, anche se hanno viaggiato su una vasta strada aperta e si sono comportate come compagni.
Mentre sedevamo insieme, il Marinaiolo, il Poeta, Grizzlebeard e io, riflettendo con malinconia sulla banalità di tutte le cose e sull’usura dell’esperienza, entrò all’improvviso un giovane signore molto alto, sotto i trent’anni, snello, con un baffo sottile e leggermente storto su un lato. I suoi occhi erano gentili ma al contempo selvaggi; dal cappello inclinato all’indietro spuntavano ciocche di capelli grigio-marroni sulla sua alta fronte. Indossava pantaloni di pelle bianca, stivali e speroni; il suo abito da sera era grigio, con bottoni metallici; intorno al collo, invece di una cravatta, c’era un pezzo di stoffa morbida che un tempo doveva essere stato ben sistemato, ma ora era tutto spiegazzato. Era fissato con una spilla da balia d’oro. Sul suo cappello c’erano alcune macchie di fango; sul viso ne aveva un po’ meno, mentre sugli stivali e sui pantaloni ce n’era molto di più.
Questo Essere si trattenne mentre entrava nella stanza, chiuse la porta con molto rumore e disse gentilmente: “Buonasera!”. Poi si sedette su una delle poltrone Windsor, sospirando profondamente.
Si alzò di nuovo, suonò il campanello, non aspettò che qualcuno rispondesse, infilò la testa dentro la porta e disse: “Alcuni degli stessi!” Poi chiuse la porta, si sedette di nuovo e rise.
Ci fece piacere vederlo con noi, e gli chiedemmo se già da così presto stesse cacciando la volpe; infatti era proprio così. Gli domandai (sebbene non ne sapessi nulla) se fosse andato bene nella sua caccia, e lui rispose scuotendo rapidamente la testa e mordendosi uno dei baffi.
“No! No! Non è possibile… Mi ha quasi tolto la vita!”
“Mi dispiace molto sentirlo,” disse Grizzlebeard, che un tempo cacciava spesso le volpi, ma ora non lo faceva più. Il Poeta, il Marinaio e io rimanemmo in silenzio ad ascoltare ciò che l’arrivato aveva da dire. Lui tirò un profondo sospiro di soddisfazione, come chi fosse finalmente tornato in porto dopo aver navigato tra mari tempestosi, si sporse in avanti con il suo corpo snello, mosse lentamente le mani guantate di colore marrone tra le sue gambe di pelle bianca e disse: “Il mio cavallo. Non ho più un cavallo. Non ne ho mai avuto uno, ”
Poi, rivolgendosi a Grizzlebeard – che giustamente riteneva essere il più ricco del nostro gruppo – disse: “Ti piace andare in moto?”
“Sì,” disse Grizzlebeard, pensandoci bene, “mi è sempre piaciuto cavalcare i cavalli. Mi piace ancora, ma con moderazione.”
“Ah!”, disse lo sconosciuto con saggezza, inclinando la testa da un lato. “Ecco il punto: in realtà non importa molto il modo in cui si cavalca; ciò che conta è il tipo di cavallo!”
“Ho giocato a ‘coppa e palla’ con te?”, dissi gentilmente.
Al contrario, tutto è andato molto liscio e senza problemi; ma mio Dio, che coraggio aveva!.
“Sai,” continuò, battendo il palmo della mano sinistra con l’indice destro, “esiste un tipo di coraggio che è utile e un altro che è avventato. Ora, questo cavallo (che era l’ex cavallo di Benjamin a Petworth) non temeva il pericolo, anzi, non lo conosceva nemmeno; quindi, in un certo senso, non c’era davvero nulla di eccezionale in lui. Ma quando vedo qualcosa di buono, non lo nego certo. E ti dico: era davvero un eroe!”
Si sedette di nuovo e rifletté a lungo sul cavallo. C’era una sorta di lirismo o ispirazione in lui. Alzò lo sguardo al soffitto e disse: “Signore. Che bestia!” Poi allargò le mani, fissandoci con gli occhi, e aggiunse: “Era tutto rosso; anche i suoi occhi erano rossi. Alzava la testa in aria come un grande lucertola, cercava di spezzare la morsa con i suoi grandi denti, ringhiava e sputava segni di sfida. Non riusciva a stare in piedi su più di due zampe contemporaneamente; le cambiava dieci volte al secondo. Era quello che si chiama ‘danzare’. Mentre tutti gli altri stavano seduti tranquillamente sui loro enormi, ben nutriti animali, sembrando stupidi. Non ho detto nulla; non mi sentivo nel diritto di farlo. Ma un idiota di ferramenta che comprava terreni nei dintorni di Graffham ha detto: ‘Ehi! Fermati!’. Che sciocco! Ha completamente fatto impazzire quella bestia. Lui la odiava davvero. E non c’era modo di fargli capire che non era colpa mia, anche se avrei voluto farlo con tutto il cuore. Poi è arrivato quel vecchio Squire Powler, che aveva sposato mia zia Eliza per i suoi soldi, e ha iniziato a lusingare mio padre riguardo al suo ‘uomo dei pozzi’. Mi ha chiesto da dove avessi preso quella bestia; io ho risposto: ‘Dall’inferno’. E se n’è andato come un idiota, ” Quando questo giovane eccitabile ebbe finito di parlare, temette che avesse detto troppo. Ma Grizzlebeard, che aveva il cuore più gentile del mondo, disse cordialmente: “Oh, non c’è niente di male in vecchio Mr. Powler, ” E anch’io, anche se non conoscevo Squire Powler, dissi che credevo davvero che gli ‘uomini dei pozzi’ esistessero. Il che era la verità, e non faceva alcun danno.
L’uomo alto e magro voleva rimanere in silenzio dopo quella sua esplosione di parole, ma Grizzlebeard lo incalzò a continuare, e la schiettezza stessa del giovane gli impedì di tacere. Stava trattenendo dentro tutta quella storia, che doveva assolutamente essere raccontata, quindi iniziò di nuovo a parlare.
“Beh, ecco qua! La prima cosa che fecero tutti gli altri fu correre dietro ai cagnolini attraverso uno o due campi. E questo cavallo, che avrebbe dovuto portarmi in giro, rimase fermo immobile e li guardò come se pensasse che fossero pazzi. Poi all’improvviso partì di corsa descrivendo un semicerchio con la testa bassa, e si fermò davanti a un quercio. Questo mi infastidì così tanto che mi sporsi in avanti e gli diedi una schiaffo sul viso. E vi dico! Non si girò subito per mordermi il piede? Poi iniziò a saltellare di lato in un modo davvero orribile da vedere e da sentire. A quel punto cominciai a chiedermi cosa sarebbe successo di me; avrei potuto anche piangere, perché se non fosse tornato a Petworth dove qualcuno avrebbe potuto prenderlo – ed era quello che speravo – l’unica altra soluzione sarebbe stata scendere da cavallo e dargli un calcio nelle costole per farlo andare via. E poi avrei dovuto comprarlo io stesso. E chi sa da dove avrei trovato i soldi! Magari si sarebbe annegato nel ruscello di Timberley o si sarebbe impiccato a un palo. Eh! Che cosa ne pensate?”
Questo giovane alto e snello pensò di nuovo di aver esagerato, ma i nostri volti comprensivi, anzi, i nostri sguardi affettuosi, lo incoraggiarono a continuare. Proseguì più lentamente.
“All’improvviso, lontano lì in fondo, tutti quei cagnolini iniziarono a fare quei loro versi acuti che emettono quando sono eccitati; e mentre ero seduto su quell’animale alto, riuscivo a vedere le loro code bianche muoversi avanti e indietro vicino a Burton Rough, un po’ oltre i luoghi dove vivevano i Gesuiti. Mi interessai molto. Cosa? Poi smisi di pensare a nulla, perché quel cavallo iniziò a correre il più velocemente possibile, dritto verso quella direzione; sapevo che c’era il fiume Rother nel mezzo. Oh mio Dio! Che bocca ha quel cavallo, ”
“Ora, quando volete fermare un cavallo che è troppo, ehm, ‘francese’ nel suo modo di comportarsi, se mi usate,” continuò, sembrando estremamente intelligente e pronto a spiegare tutto nei dettagli, “ci sono diversi trucchi da utilizzare. Alcuni uomini danno uno strattone laterale per cercare di staccargli la testa. Conoscevo un uomo (ora è morto, era un soldato) che continuava a tirare e poi all’improvviso lasciava andare il cavallo. Lui diceva che era così che si faceva. Ma io preferisco muovermi avanti e indietro, da una parte all’altra, finché il cavallo non ne ha abbastanza e non ce la fa più a sopportarlo. Allora si ferma per capire cosa c’è che non va. Qualsiasi cavallo lo farà. Anche se avesse una bocca ‘come un vecchio senso di colpa’. Almeno così pensavo fino ad oggi. Ma il cavallo di Benjamin no. Non avrei mai creduto che un animale potesse correre così dritto! Si è avvicinato molto al bordo del prato e in qualche modo si è messo le zampe sotto il corpo, ‘Tirri Pat, Tirri Pat, ’ Così velocemente che quasi non si riusciva a capire quando toccava terra o no. Non ho potuto girarmi per vedere la sua coda. Ero troppo preoccupato. Ma sicuramente era dritta in aria. Il suo collo, comunque, lo era. E sapevo che il cavallo del Rother si stava avvicinando sempre di più. Non ha saltato esattamente nel momento giusto quando è arrivato vicino alle siepi. Ha semplicemente continuato a correre e le siepi sono passate sotto di lui. Non avevo mai visto dei tetti lontani sembrare così tranquilli. Quando sono arrivato nel campo del signor Churton, quello dove ci sono le mucche, ho pensato: ‘Forse c’è della rete metallica?’ È una siepe bassa e arricciata. Ma sufficiente per nascondere una rete. Beh. Prima ancora che me ne accorgessi, il cavallo l’aveva già superata. E quello era l’unico modo in cui si poteva capire di aver superato qualcosa. Ha mancato qualcosa con uno zoccolo posteriore. Maledetto. Ma poi è ripartito. Poi ho visto il cavallo del Rother. E mi sono detto chiaramente: ‘O salterà proprio sopra questo fiume, e allora sarà davvero un miracolo. Perché è otto volte più lontano di quanto qualsiasi altro cavallo abbia mai saltato prima. E sarà altrettanto facile. Sarà come volare nell’aria. Oppure entrerà in acqua. E allora non farà più stupidaggini, ’ Perché ho sempre sentito dire che quando un cavallo selvaggio e pazzo finisce in acqua fredda, questo lo guarisce. Proprio come accadrebbe a qualsiasi altro essere vivente, ”
Ma ecco! Proprio questo non è successo! Nessuno dei due! Mi crederete, quando è arrivato sul bordo di quell’acqua — wow! — ha cambiato direzione come un rondine e si è diretto di nuovo verso la strada principale e Petworth. E una volta sulla strada principale, ha iniziato a camminare lentamente verso casa, ansimando come se avesse fatto tutto il giorno di lavoro. Di tanto in tanto anche starnutendo. Accidenti, che giornata!
“Non può esserti voluto tutto un giorno. È ancora solo ora di pranzo,” disse gentilmente Grizzledbeard.
“No,” disse lo sconosciuto gentile, alzandosi e dirigendosi verso la porta mentre guardava indietro. “No! Non ci sono voluti nemmeno venti minuti!” Poi gridò uscendo: “Esattamente lo stesso!” Chiuse di nuovo la porta e continuò: “Al massimo venti minuti. Un tempo incredibile! Ma è bastato per occupare l’intera giornata. Per ore non sono riuscito a pensare ad altro. E lui è tornato da vecchio Benjamin tranquillamente, come un agnello. Solo con quel terribile bagliore rosso negli occhi. E il ragazzo della stalla ha detto, ”
“Me lo stai facendo pagare davvero caro!”
Ero così arrabbiato che non sapevo cosa dire; comunque, dissi: “Prendi il tuo Belzebub.” E il ragazzo di stalla rispose con molta aggressività: “Non è mica Belzebub, e tu non hai il diritto di chiamarlo così! Avremmo potuto litigare, ma ero troppo stanco. Ho detto che avrei preso qualcosa di adatto per tornare a casa in modo dignitoso, e ora l’ho nel fienile; devo andare. È tardi, e sono davvero molto stanco.”
Glielo dicemmo uno dopo l’altro, e poi tutti insieme, che eravamo profondamente incantati dalla descrizione della sua giornata. Grizzlebeard gli chiese se avesse sentito qualcosa riguardo a quella fuga, ma lui scosse la testa; il Poeta, che non aveva mai immaginato che cose del genere potessero accadere nei campi inglesi, li osservò entrambi con una certa preoccupazione.
Poi tutti andammo con lui nelle stalle per vedere il suo animale. C’era una luce fioca nelle stalle, un’oscurità. E nel recinto c’era qualcosa di straordinario: un animale dall’aspetto timido, molto vecchio e grasso, con un viso astuto; misurava a malapena quindici piedi di altezza, e sembrava decisamente pronto ad affrontare l’ultima tappa del suo viaggio in questo mondo. Il signore alto, dagli occhi selvaggi, si avvicinò a lui, gli accarezzò dolcemente il collo grassoccio e, mentre lo faceva, sospirò profondamente, con soddisfazione e contentezza. Lo portammo fuori e lo vedemmo montare in sella; le sue gambe sembravano insolitamente lunghe. Ci salutò allegramente con un “Buona sera”, e mentre si allontanava verso est lungo la strada, sentimmo il rumore degli zoccoli del suo cavallo sul terreno bagnato. Sembrava che, nonostante la sua letargia (poiché era una cavalla), il peso del cavaliere fosse troppo per lei. Il suono dei suoi passi rivelava un movimento lento e faticoso. Mentre quel rumore si affievoliva in lontananza, fu chiaro che quella cavalla stava soffrendo terribilmente. Se quella mattina aveva sofferto a causa del suo cavallo, quel pomeriggio era lui ad averne la revanche. Era il cavallo ad essere davvero nei guai.
Mentre stavamo lì nel cortile della stalla a parlare, arrivò un cocchiere molto basso di statura, dall’aspetto duro, con i denti ingialliti dal tempo; credendoci ricchi, ci colpì forte la fronte con il dito indice della mano destra. Grizzlebeard, che amava il suo paese come l’anima sua e era sempre sincero, non tollerava mai le follie e i vizi degli uomini, ma li riteneva migliori o più saggi di quanto in realtà fossero, chiese al cocchiere con grande curiosità: “Dovrei conoscere quel giovane. Credo che fosse nipote di Sir John Powler, vero?” Il cocchiere rispose con astuzia: “Sì, signore! Non ne so nulla, signore. Lui è Master Battie, di The Kennels. Suo padre lo manda lì a vivere. È appena tornato dall’estero, signore.”
Grizzlebeard guardò lungo la strada, pensando a tutta quella campagna e fissando il suo uomo. Poi disse, con un po’ di tristezza: “Oh, quello è Batteson; era il terzo, quello di cui sua povera madre parlava sempre con tanto affetto, e che non voleva mai mandare via.”
Entrammo tutti insieme in casa, e quando arrivammo lì, Grizzlebeard, dopo averci pensato a lungo, disse: “Che cosa straordinaria. Che un uomo, anche se solo da ragazzo, abbia potuto permettersi di montare un cavallo del genere! Chi mai riuscirebbe a cavalcare un cavallo del genere?”
Il marinaio disse: “Beh, nessuno. Ma diamoci da fare. Non dobbiamo sprecare questa giornata; presto supereremo quella catena di montagne che ci separa da Arun. Andiamo via.”
Quindi siamo usciti e abbiamo preso la strada di Amberley; abbiamo attraversato quella brughiera, lasciando il laghetto sulla nostra destra, e poi abbiamo superato quel piccolo boschetto di pini. A quel punto Grizzlebeard disse:
“Quanto è più alto questo albero… Lo sapevo già da ragazzo!”
“E io dissi: ‘Sì, ed è anche più alta per me.’”
“E il poeta disse: ‘Lo so.’”
E il Marinai disse: “Lo so anch’io.” Anch’io stesso. “Sì, tutti conosciamo questo luogo famoso, e conosciamo anche questi alti e bassi della vita. Rackham Mount, il monastero dietro di noi, Parham, quella grande casa. Perché ci troviamo ai confini di ciò che conosciamo, in una sorta di terra di frontiera. Presto parleremo con la nostra gente, sotto le nostre stesse colline.”
Grizzlebeard: “Allora, in questa ora, supereremo quella catena di montagne; e il primo di noi che vedrà il fiume Arun dovrà avvisare gli altri. Gli organizzeremo qualche tipo di ricompensa, visto che voi tre parlate sempre con grande ammirazione di quella valle.”
Il Poeta: “Non ne parliamo per un affetto comune, no, né per un affetto semplicemente profondo, ma perché è la nostra patria, e perché rivedere la propria patria dopo molti anni è l’unica cosa beata in questo mondo. Non c’è nulla di altro che sia beato in questo mondo, penso, e non c’è nulla altro che rimanga.”
Io stesso. “Quello che dice il marinaio è vero. Quando avremo superato quella altura di terreno sulla strada di Amberley, vedremo Arun in lontananza, tra i suoi canneti, e la marea che scorre verso il mare attraverso Arun. Vedremo anche Houghton e Westburton Hill, e Duncton più avanti, insieme a tutte le altre località: Graffham, Barlton, fino a Harting, dove il contea finisce e iniziano quelle terre senza forma. Tutto questo è la nostra patria; è proprio per vederlo che abbiamo viaggiato con tanta determinazione in questi lunghi giorni.”
Il Poeta: “Qualunque cosa leggiate nelle scritture degli uomini, qualunque cosa ascoltiate nei loro discorsi, e qualunque cosa notiate negli occhi degli uomini – nell’espressione, nel ricordo o nel desiderio – non troverete nulla, in nessun discorso, scrittura o espressione umana, che possa eguagliare ciò che segna la loro fame di >casa. Coloro che sembrano privi di essa sono in realtà uomini saziati, che non hanno mai lasciato i loro villaggi per un periodo sufficientemente lungo da comprendere veramente quel desiderio e quella necessità. Quelli che ne hanno perso ogni speranza sono gli esiliati; la maledizione che li colpisce è più dura di qualsiasi altra maledizione possa abbattersi sugli uomini. Si dice che il primo omicidio commesso in questo mondo sia stato punito proprio con l’espulsione dalla propria casa; si dice anche che i crimini più gravi e orribili mai compiuti dagli uomini siano stati puniti allo stesso modo: con l’esilio generale dei colpevoli e di tutti i loro figli. Si dice infine che si possa vedere quell’esilio nei loro gesti, nelle linee tormentate dei loro volti, nella tristezza senza sorriso nei loro occhi.”
Grizzlebeard: “Dimmi, Marinai. Quando dici che, tornando a casa in questo modo, sarai soddisfatto, ne sei davvero sicuro? Per quanto mi riguarda, ho viaggiato molto, soprattutto nelle regioni orientali (quelle più diverse dalle nostre), e in totale quaranta volte sono tornato nelle pianure della mia patria, a est della Valle di Glynde. Ho rivisto ancora una volta quelle nuvole dense tipiche del mio paese, che si muovono al vento sopra le pianure. E ho sentito, dall’odore delle saline e dalle zone dietro Pevensey, la vicinanza del mare. Ogni volta ricordavo la mia infanzia e mi rallegravo di essere tornato a casa. Ma quella gioia non era mai definitiva. Dopo un po’ dovevo ripartire, alla ricerca di nuovi luoghi. Ed è anche per questo che, in questo breve viaggio, sono venuto con voi verso quelle parti della contea che non appartengono a noi.”
Il Marinaio: “Non posso dirti, Grizzled beard, se un uomo possa trovare la completezza nella propria casa o meno. Tu sei un uomo ricco e hai viaggiato come fanno gli uomini ricchi, per divertimento, qualcosa che gli uomini ricchi in realtà non trovano mai.” Grizzled beard: “Nemmeno gli uomini poveri!”
Il Marinaio: “Beh, gli uomini poveri non la cercano, quindi non si addolorano; ma gli uomini ricchi, comunque sia, viaggiano per trovarla e non la trovano mai. E poi, se tornano a casa pensando di trovarla lì, ovviamente non la trovano nemmeno: perché un uomo deve tornare a casa stanco e dopo aver lavorato sodo, o dopo qualche viaggio che gli è stato imposto, per poter davvero sentire il gusto della propria casa.”
Io stesso. “Tuttavia, Sailor, ciò che Grizzlebeard ha chiesto, o meglio, ciò che intende con quella richiesta, è vero. Nessuno di noi potrà riposare, nemmeno nella Valle di Arun; dovremo andare avanti, senza fermarci.”
Il Poeta. “Penso che ci riusciremo.”
Io stesso. “Andremo avanti senza mai accontentarci, senza mai essere soddisfatti. L’uomo che scrisse di non avere in questo mondo una patria nativa conosceva molto bene la sua missione, ed è proprio questa la missione di tutta la poesia.”
Il Poeta: “Tuttavia lo sappiamo nei sogni. Ci sono sogni in cui gli uomini raggiungono una completa soddisfazione, trovando la >casa all’interno della stessa casa e il luogo dentro la mente. Ed è stato proprio un uomo che, ricordando tali sogni, scrisse di aver dimenticato il nome del proprio paese e di non riuscire a trovarvi la strada. Ma quell’uomo aveva in sé la sensazione che presto il nome del suo paese gli sarebbe stato rivelato; sapeva che, non appena l’avesse sentito, avrebbe trovato facilmente quel luogo. Gli sarebbe tornato subito in mente, proprio come il ricordo del suo amore e di Dovrefjeld era tornato a quell’uomo che aveva riportato a casa la fanciulla nella storia. L’aveva portata a casa dall’altra parte del mare; ma poi l’aveva dimenticata, a causa del cibo umano che mangiava, ”
“Quest’uomo disse di aver previsto l’avvicinarsi di un momento fatale, e che lo aveva chiaramente immaginato nella sua mente. Si sarebbe trovato in una taverna, seduto da solo, mentre altre due persone avrebbero parlato sottovoce l’una con l’altra, in modo che lui non potesse sentire. Tuttavia, uno di loro avrebbe menzionato il nome del suo paese natale; e quando avesse sentito quel nome (disse), avrebbe saputo che doveva alzarsi, prendere il proprio bastone e andarsene.”
“Andrò senza compagni.”
E con nulla in mano…
Io stesso. “È un errore. Se ha un bastone in mano, allora deve avere qualcosa in mano. Penso che l’abbia messo lì per motivi legati alla rima.”
Il Marinai: “Non interrompete il Poeta, altrimenti non riuscirà a continuare la sua poesia; inoltre, nella poesia non si è obbligati a seguire regole precise come avviene in aritmetica; l’umanità lo ha dimostrato migliaia di volte.”
Grizzledbeard. “Vai avanti, Poeta.”
Il poeta
“Andrò senza compagni.”
E senza nulla in mano…
Attraverserò molti luoghi
Ciò che non riesco a comprendere
Fino a quando non tornerò nel mio paese natale.
Che paese piacevole!
Gli alberi che crescono nel mio paese natale
Il faggio e il tasso
Molti stanno insieme.
E alcuni rimangono pochi.
“Nel mese di maggio, nel mio paese, tutti i boschi appaiono nuovi.”
Il Marinai: “Credo di sapere dove si trovi questo posto di cui parla il Poeta. È l’angolo della collina sopra i canili, tra Upwaltham e Gumber.”
Il Poeta (con rabbia): “Non è affatto così. È un luogo dove nessun uomo è mai stato, e non ci andrà mai, almeno non uomini come voi!”
Grizzledbeard: “Non arrabbiarti, Poeta… ma dimmi se ne sono rimasti ancora.”
Il Poeta. “Non c’è molto di più da aggiungere; è così che va…”
“Quando tornerò nel mio paese”
Mi sdraierò e dormirò.
Osserverò nelle valli
Le lunghe mandrie di pecore.
E poi sognerò, per sempre e senza fine.
“Un bel sogno… e profondo.”
Grizzlebeard: “Ecco il punto – proprio questo. Se un uomo potesse essere certo di dormire e sognare per sempre, allora, tornando nel suo paese natale, troverebbe una completa soddisfazione! Ma dovete notare che, in tutte le storie riguardanti questo argomento, persino nella storia del ritorno di Ulisse, non osano raccontare tutte quelle cose umane che ne seguirono, né l’imperfezione delle gioie che ne derivarono.”
Io stesso. “Per quanto mi riguarda, penso che tu sia molto ingrato o molto mistico; oppure forse hai una fede religiosa. Ma comunque sia, è affar tuo e non mio. Dico soltanto che, se potessi tornare in quella terra che si trova tra Lavant, Rother e Arun, vivrei lì con gratitudine, come se fossi il frutto stesso di quel luogo; morirei lì facilmente, come cade un frutto; verrei sepolto lì e mi fonderei per sempre con esso. Lascerei me stesso e tutto ciò che possiedo a quella terra come eredità.”
Grizzlebeard: “Beh, allora. Poiché tieni così tanto alla tua patria, in che modo possiamo segnare il passaggio di Arun quando arriveremo al suo ponte?”
“Me stesso… ‘Diamo vita a un sorteggio per decidere chi si annegherà in sacrificio al fiume.’”
Il poeta. “Contiamo i nostri soldi… devono essere quasi finiti, e io non ne ho affatto.”
Il Marinai: “No, lasciateci raccontare (dopo tanti anni, a nessuno importa più) la storia del primo amore che ognuno di noi ha avuto, coloro di noi che se ne ricordano.” Ognuno di noi, nel proprio cuore, concordava.
Quando ci eravamo scambiati questa promessa l’uno con l’altro (e ognuno la teneva nel proprio cuore), la pioggia iniziò di nuovo a cadere dal cielo; ma essendo arrivati su un altopiano così elevato, la pioggia e le sue nuvole non facevano che aumentare la bellezza di tutto ciò che vedevamo. Il cielo e la terra insieme non assomigliavano affatto a novembre, ma a aprile, e ci riempivano di meraviglia. In quel luogo, i prati pianeggianti – quelli stessi che in pieno inverno vengono allagati e trasformati in laghi – formavano una sorta di scena o palcoscenico su cui poteva essere rappresentata tutta la maestosità delle colline dei Downs. Guardando da un punto elevato, sulle pendici del monte Rackham, si potevano ammirare i terreni ondulati, le dune di sabbia, i pini, la cresta della regione di Egdean, le brughiere e le aree aperte che costeggiavano gli ultimi rilievi fino al confine con il Hampshire. Oltre quel confine, non c’era più nulla. Questo era il “primo piano” della regione di Arundel: un angolo dei Downs così straordinario che, appena lo si vedeva, si capiva immediatamente che si trattava di una gemma per cui l’intero contea del Sussex era stata creata. Un ornamento degno di un contesto così raro. E oltre Arundel, proprio sopra quella pianura dove la linea dell’orizzonte si innalzava più alta verso il cielo, c’erano le colline della mia terra natale.
Noi quattro ci trovavamo su quella altura, sotto la pioggia che non oscurava le luci dei campi sottostanti e intorno a noi; vedevamo il fiume Arun, bianco e scintillante nei prati allagati d’acqua, per cui avevamo percorso tante miglia. Quell’evento precedente, avvenuto presso la sua sorgente nella foresta, non aveva interrotto il nostro pellegrinaggio. Ora il nostro scopo era vedere l’Arun nel suo pieno vigore, in quel luogo dove già si unisce alle acque del mare salato, scorrendo con tale forza sotto il ponte, accanto a Houghton Pit, lungo Stoke Woods, fino ad Arundel e infine al mare.
Poi abbiamo osservato quel fiume per un po’, lo abbiamo benedetto e ognuno di noi ha provato profondamente la gioia del ritorno; la pioggia continuava a cadere su di noi mentre camminavamo. Alla fine abbiamo superato la grande cava di gesso e siamo arrivati alla ferrovia, nonché all’osteria Bridge Inn, situata proprio dall’altra parte del punto in cui il fiume Arun attraversa la strada.
······
Quando noi quattro entrammo nella sala del signor Duke al Bridge Inn, dopo essere stati sotto la pioggia, e ordinammo della birra iniziando ad asciugarci vicino al fuoco, il Marinai disse: “Forza, Grizzlebeard, abbiamo promesso di raccontare le storie dei nostri primi amori quando saremmo arrivati ad Arun; e poiché sei senz’altro il più anziano di noi, inizia tu.”
“Con tutto il mio cuore,” disse Grizzlebeard, “perché, come sapete, non appartengo a quegli eretici tardivi che considerano tali cose sacre; credo infatti che solo ciò che è strettamente legato alla Fede sia davvero sacro. Tuttavia, ricordare quel grande momento, il modo in cui fui al sicuro, e in quale “porto” si trovava la nave della mia anima, provo qualcosa che dovrebbe far tacere un uomo, ”
“A quali ormeggi eri legato?” chiesi io.
“Alle tre,” rispose. “Le sue palpebre, la sua voce, e il suo nome.” Poi, dopo una breve pausa, continuò:
“Era ormai oltre la sua giovinezza; aveva compiuto venticinque anni. I suoi genitori erano morti. Era molto ricca.”
“Aveva un fratello che viveva lontano, in qualche grande palazzo nel nord, e una sorella sposata in Italia. Lei stessa aveva ereditato una vecchia casa di pietra situata nella sua valle, quella del fiume Brede; era il luogo che le era più caro: lì aveva trascorso l’infanzia e lì avrebbe passato anche la sua giovinezza.”
“In questa casa fui accolto, poiché lei era molto più anziana di me; quando la conobbi per la prima volta, non ero ancora un uomo. Continuavo a tornarvi nei momenti liberi dagli studi. In modo insensibile, le mie visite divennero sempre più naturali; superai i confini che segnano l’inizio di una vita vera e, nonostante un comportamento più attivo e la piena padronanza della mia giovinezza, mi ritrovavo sempre da solo in sua compagnia. I suoi numerosi servitori mi conoscevano come parte della loro famiglia: i suoi cavalieri che mi avevano insegnato a montare a cavallo, le sue guardie con cui avevo imparato a sparare, la sua vecchia nutrice. Tutti favorivano questa precoce amicizia tra noi. Anche il prete mi chiamava per nome.”
“Camminammo insieme lungo viali lunghi; i prati di quattrocento anni ci facevano da tappeto. Percorremmo lentamente i suoi boschi insieme, e spesso, nella stagione gelida dell’anno, osservavamo insieme il tramonto del sole dietro gli alberi nudi. Alla sera, accanto ai suoi grandi e maestosi falò, sedevamo uno accanto all’altro, parlando soltanto di poeti defunti, di guerre, di cose viste, e di piccoli ricordi domestici che erano diventati immagini chiare e adorabili.”
“Allora finalmente capii di quale tipo di ‘rovo’ si trattasse che aveva preso radici dentro di me.”
“Nella sua assenza – soprattutto durante quelle lunghe notti – ritornava in me quell’abbassare degli occhi, quegli sguardi lenti e generosi. Quando mi svegliavo e lei non era lì, se vedevo in qualcun altro quel medesimo raro abbassamento delle palpebre, mi sentivo turbato.”
La sua voce, perché era proprio lei stessa, mi commuoveva così tanto che ogni volta che la sentivo mentre mi avvicinavo alla sua porta, ogni volta che la sentivo parlare anche da lontano, indipendentemente dal fatto di cosa stesse dicendo a qualcun altro, tremavo.
“Il suo nome, che non era né Mary né Catherine, ma un nome semplice e comune, fu scritto al di sopra del mondo intero e gli fu conferita potenza sul mio spirito. Così, ogni volta che lo sentivo associato a qualcun altro o lo vedevo scritto su una pagina, tutto in me si agitava; era come se improvvisamente nella mia anima si accendesse una lampada. Allora capii davvero quanto siano reali le parole magiche e come possano legare o sciogliere le cose materiali.”
Negli occhi di Grizzlebeard apparve un entusiasmo, qualcosa di al tempo stesso brillante e lontano, come la luce che si diffonde per miglia sul mare. Aprì la mano sul tavolo con un gesto deciso e gridò:
“Ma che visione straordinaria! Che fonte di ispirazione offerta dalla Natura, anche per la scarsa memoria di un uomo. Intendo dire: il poter comunicare liberamente con un tale amico proprio all’inizio della vita. Quando si è ancora privi di leggi e preoccupazioni, ma già liberi da ogni tutela esterna, e padroni pieni di sé stessi. Trovare qualcosa che possa santificare questo momento iniziale: conoscere, accompagnare, adorare, ”
“Non chiedetemi se abbia considerato questa o quell’opzione, un’unione o un matrimonio, o semplicemente la continuazione di ciò che conoscevo. Perché mi trovavo in un mondo dove cose del genere non venivano nemmeno prese in considerazione. Non esisteva il tempo. Nessun futuro mi minacciava, nessun passato poteva essere ricordato. Ero al di sopra di tutte queste cose.”
“Per un caso fortunato fui chiamato via e in una lontana città, oltre mare, mi venne offerto un lavoro diverso da quello che facevo prima; vi trascorsi il tempo tra gli operai. Lavoravo con diligenza sui cavalli magri e ungevo con cura gli assi delle ruote pesanti. Fino a quando, dopo diciannove mesi, riuscii a tornare >a casa; non appena arrivato, mi diressi subito verso la Valle.”
“Mentre mi avvicinavo alla casa, non notai alcun cambiamento. Quel periodo di oscurità era svanito, e io potevo vedere e sentire di nuovo.”
“L’uomo che mi aprì la porta mi conosceva bene. Chiesi di lei usando il suo titolo e il suo nome, perché era nobile. Mi rispose utilizzando soltanto il suo titolo, ma non il suo nome. Mi disse che sarebbe tornata a >casa quella sera tardi, e mi diede una lettera da leggere. Le parole scritte su quel piccolo pezzo di carta rinnovarono in me, con una forza che conoscevo troppo bene, la magia di un luogo sacro al quale ero tornata apposta. Mentre la tenevo in mano, respiravo affannosamente e camminavo con febbre verso le grandi porte di ferro; non aprii la lettera fino a quando non mi rifugiai, per le ore successive della sera, nell’osteria del suo villaggio, dove anch’io ero conosciuta e amata da tutti da quando ero bambina.”
“Ecco, sotto una piccola lampada, solo, con il cibo davanti a me, leggo l’invito che lei mi ha dato.”
“Ho appreso da quella lettera che aveva sposato un uomo la cui fama mi era già nota da tempo: un politico, un patriota e un industriale estremamente capace. Mi disse (poiché l’avevo avvisata del mio arrivo) che sarebbero tornati alle sette per trascorrere due notti in questa loro casa di campagna, e mi pregò di essere il loro ospite, almeno per quel breve periodo.”
“Un velo fu strappato via dal volto del mondo e dal mio stesso spirito; vidi la realtà nuda, originale, piena di male e guidata dall’istinto della morte. Non avevo più voglia di mangiare o bere. Alla fine gridai ad alta voce, piangendo come un bambino piccolo; quando mi calmai, mi avvicinai alla finestra e fissai l’oscurità fino a quando non riacquistai la mia natura normale e sentii di nuovo di respirare aria vera.”
“Quando gli spiriti cadono, non è come quando i corpi cadono; non vengono uccisi né distrutti. Ma in quei momenti io ero precipitato da un’altezza immensa, e il resto del mio cammino, finché fossi sopravvissuto, sarebbe stato trascorso sotto il peso a cui tutti siamo destinati. Poi, diventato forte, e infine, a quel prezzo, maturo, ho atteso il momento giusto e sono andato verso le porte attraverso cui lei era entrata, forse un’ora prima, in compagnia dell’uomo il cui nome aveva legato al proprio.” “Io stesso, ” “Cosa produceva?” chiese Grizzlebeard. “Lardo raffinato. E, credimi, così bene che nessuno poteva competere con lui.” Poi continuò: “Sono entrato e sono stato accolto. La sua voce per un momento mi ha restituito alcune eco del Divino. Ma quelle echeggiarono presto. Nel frattempo, il suo viso, la sua figura, man mano che il tempo passava, assunsero davanti ai miei occhi una forma sempre meno piacevole.”
“Molte persone che ci conoscevano entrambi mi hanno assicurato che ciò che ho visto non era affatto insolito. Per me, tuttavia, è stato altrettanto strano di un terremoto. La sua pelle, ora che la vedevo bene, sebbene per lo più di colore giallastro, presentava macchie bianche morte (poiché disdegnava ogni trucco). I suoi denti erano di vario tipo; non so dire se fossero falsi o veri. I suoi occhi erano semichiusi a causa di qualche problema; la sua voce non aveva alcuna melodia; i suoi gesti a volte erano volgari; il suo modo di parlare era insensato. Nel corso dei successivi quindici minuti, ho pensato di non aver mai sentito in così poco tempo così tante citazioni tratte dai giornali.”
“Ma noi tre abbiamo chiacchierato allegramente fino a quando lei non è andata a letto. Poi sono rimasto seduto per alcune ore a parlare con quel simpatico padrone di casa, esperto in politica e, in altre cose. Perché, nei miei viaggi e nel mio nuovo incontro con molte persone, ho scoperto che ognuno è molto disposto e capace di parlare della propria professione. E lasciate che vi dica: quest’uomo possedeva tutte le qualità necessarie per essere un buon cittadino, un membro degno e utile dello Stato. La sua intelligenza era chiara e solida, la sua cultura sufficientemente ampia, il suo carattere equilibrato, e il suo cuore così caloroso che non si poteva fare a meno di augurargli il meglio. Non lo vedo da molti anni, ma ho notato nell’ultimo elenco delle onorificenze che aveva acquistato un titolo nobiliare. Lo considero ancora un mio vecchio amico.”
“La mattina seguente, dopo una colazione sostanziosa, iniziai a piacermelo ancora di più; nella luce serena di un nuovo giorno, riuscii a vedere quali eccellenti qualità possedesse anche la moglie che aveva scelto. Il lavoro che la mia povertà (all’epoca ero davvero povero) mi costringeva a fare mi portò in città con il treno del mattino, e da quella mattina ho vissuto la mia vita così come l’ho vissuta fino ad oggi.”
“Ma quella prima donna siede ancora sul suo trono. Penso che nemmeno dopo la morte riuscirò a perderla.”
“GrizzlediBarba, GrizzlediBarba,” dissi, “queste cose provengono da Satana! Bambini e matrimoni onesti avrebbero dovuto spezzare questa maledizione molto tempo fa.”
“Non sono sposato”, disse, “e non ho nemmeno figli”.
“Allora, gli amori sparsi qua e là avrebbero dovuto farti ritrovare te stesso.”
Scosse la testa e rispose: “Non è stato per mancanza loro, grandi o piccoli. Ne sono stati centinaia, ma lasciamo perdere! C’è stato un straniero che l’ha detto molto bene quando ha affermato: ‘Le cose non arrivano affatto, o se arrivano, non avvengono nel momento in cui ci avrebbero potuto dare la massima gioia.’”
Nel suo boccale di stagno rimaneva un po’ meno della metà della birra che conteneva prima. La guardò e notò anche, accanto a sé, vicino al fuoco, una scatola piena di sabbia, proprio quella che usiamo nella mia contea per levigare i pavimenti.
Con calma e metodo, versò tutta la birra sulla sabbia, poi posizionò il suo boccale di piombo con un anello attaccato.
La birra non contaminò la sabbia; venne assorbita completamente e ne sprigionò un aroma delizioso in tutta la stanza. Ma una birra, una vera birra, destinata agli uomini, buona e nutriente, che soddisfi le esigenze umane: quella birra non sarebbe mai più stata possibile.
Allora Grizzlebeard disse: “Vedete ciò che ho fatto. L’ho fatto principalmente come un sacrificio, poiché dobbiamo sempre rinunciare a una parte di ogni piacere, offrendola ai Presidenti al di sopra di ogni altro piacere e riversandola, in apparenza sprecata, davanti agli dèi per dimostrare che li onoriamo come si deve. Ma l’ho fatto anche come un simbolo di ciò che accade nella più importante esperienza della vita di ogni uomo.”
Ci fu un lungo silenzio dopo che Grizzlebeard ebbe finito di parlare. Da dove mi trovavo, potevo guardare fuori dalla finestra e vedere la linea delle colline, i grandi boschi di faggi, gli uccelli che si muovevano nell’aria piovosa; e ricordai un paio di uomini e donne, poi altri ancora. Poi iniziai a pensare a un uomo che avevo conosciuto in un luogo straniero: uno che allo stesso tempo amavo e odiavo. Qualcosa per me incomprensibile. Ma lui era del sud. Poi sentii il silenzio interrotto dal Poeta, che stava dicendo al Marinaio:
Ora è il tuo turno.
E il marinaio disse: “Certo, se lo desideri,” e subito iniziò a raccontare: “La mia prima amore viveva nella città di Lisbona, dopo il terremoto e prima della Rivoluzione, quando avevo diciassette anni e ormai ero stanco del mare. Lei, invece, doveva avere trentasei anni o poco più, ma in quel clima le donne invecchiano rapidamente. La nostra storia d’amore è stata breve, è durata soltanto cinque ore. In realtà, il mio congedo dalla terraferma non è stato molto lungo; facevo servizio su una galea, e questo è vergognoso da dire. Ma un ragazzo deve pur guadagnarsi da vivere, e piuttosto che arrivare in ritardo a bordo, avrei preferito fuggire nelle colline.”
“Come si chiamava?” disse il Poeta.
“Non lo so,” rispose il Marinaio, “non l’ho chiesto. Ma un attimo!. Non sono così sicuro che quella fosse la mia prima volta d’amore. Temo che la vividezza dei miei ricordi mi abbia ingannato. A meno che non mi sbagli completamente,” proseguì, riflettendo lentamente, “è stato a Newhaven, prima di partire per quel viaggio in Spagna, che ho conosciuto la mia prima donna. Si chiamava Belina. No, aspetta!. Anche questo è sbagliato: quella era la mia seconda nave. Ora che me lo chiedi, comincio a ricordare. La mia prima volta d’amore non è stata lì, ma in un posto chiamato Erith, sul fiume Tamigi. Almeno credo, ”
“Perdonatemi un momento, signori,” disse con tono supplichevole, portandosi la mano alla fronte; “gli anni hanno schiacciato i miei sentimenti giovani. Sì, era quella donna a Erith, la chiamavano Joan, ”
Joan!. A meno che non fosse quella donna curiosa e piuttosto sgradevole che viveva dall’altra parte di Foulness, con suo padre, e che usciva in barca con frutta e altre cose quando la marea si ritirava dal fango, proprio prima che le barche in attesa di attraversare il Swin avessero abbastanza acqua per levare l’ancora. Era una delle due donne di cui sono abbastanza sicura. Quella più giovane a Goole, perché quando ero piccola, anche se poche cose di qualche dimensione arrivavano così lontano lungo il fiume, noi lo facevamo. Se ricordo bene, non era affatto una donna che cercava relazioni sentimentali, ma soltanto qualcuno che offriva conforto.
Il poeta. “Non credo che tu sia serio; non penso che capisca davvero ciò che dici.”
Il marinaio: “Allora, poiché ne sai di più tu, puoi darmi la tua lista; non ho dubbi che funzionerà altrettanto bene della mia, visto che la mia memoria in questi casi è davvero molto confusa.”
Il Poeta: “Non posso dirvi nulla riguardo alle vostre faccende, e sembra che nemmeno voi possiate dirci qualcosa; ma posso certamente descrivere le mie, poiché è mio dovere farlo secondo i termini del nostro accordo, anche se preferirei rimanere in silenzio.”
“Un certo anno, verso la fine dei miei anni scolastici, passavo lungo un sentiero che si snodava tra i due laghi di Bringhanger. Era distante circa un miglio dalla casa, e poche persone lo percorrevano spesso, nonostante fosse uno dei luoghi più belli del mondo. Gli alberi iniziavano appena a germogliare, ma i loro boccioli erano ancora così piccoli che si potevano vedere le colline vicine attraverso i rami aperti; il vento, sebbene dolce, sembrava freddo sulla superficie del lago, poiché era molto presto al mattino. Fu allora che vidi, sulla sponda opposta, mescolata tra le foglie e parzialmente nascosta dalle canne, una giovane donna che non avrei mai più rivisto. Chi fosse o per quale caso si trovasse lì, non lo so mai saputo. Mi affrettai subito a osservare la sua figura mentre scompariva tra i rami degli alberi, formando quasi una sorta di “nuvola” nel loro disegno. Per un momento non fui sicuro se avessi davvero visto qualcosa di umano o meno.”
Immediatamente, come se si fosse fusa tra gli alberi, scomparve, e io proseguii per la mia strada. Ma mentre vagavo verso est, diretto ad Arun, quell’immagine continuò a crescere nella mia mente e a rimanervi fissata; nei giorni successivi di viaggio solitario, da una locanda all’altra nella contea, divenne la mia compagna, fino a quando alla fine iniziai a considerarla davvero una compagnia di viaggio. Da allora l’ho tenuta sempre nel mio cuore.
Il Marinaio: “Per tutti i cieli, che bugia!” Il Poeta rispose arrabbiato che non era affatto una bugia, ma il Marinaio rimase fermo sulla sua posizione.
“È una menzogna”, disse, “e una menzogna letteraria, che è la più disprezzabile di tutte le menzogne”.
“Non posso provarlo,” rispose il Poeta in tono cupo. “Non riesco nemmeno a dimostrare che ciò che ho visto fosse umano.”
“No,” disse il Marinaiolo, “non puoi farlo, perché l’hai preso da un libro, o vuoi metterlo in un libro; ma tutto questo genere di discorsi non ha più sostanza reale di quelle sciocchezze scritte dagli intellettuali che parlano di caccia. Wow! Non mi vedreste mai morto in un campo con roba del genere.”
“Fu allora che scrissi,” disse il Poeta con sognante nostalgia, come se nessuno fosse lì ad ascoltare, “cinque versi che custodiscono la sua memoria.”
E mentre le recitava, il Marinai alzò prima il pollice e poi, uno dopo l’altro, gli altri dita, per indicare la fine di ogni verso e l’allineamento delle rime.
Il colore del cielo al mattino
Come uno scudo di bronzo
“Quell’altro qualcosa era proprio quell’altro qualcosa.”
“‘Cosa?’” disse il Marinaiolo.
“Non riesco a ricordare le parole esatte,” disse il Poeta, “e non sono mai riuscito a completare quella riga correttamente, ma ho ben presente il suo ritmo nella mia testa,” e continuò.
I suoi piccoli piedi si aggiravano lì intorno
“Le rive degli stagni”.
“Ora ti ho preso in trappola,” gridò trionfante il Marinaiolo, “‘ponds’ non rima con ‘bronze’.”
“Sì, lo è!” disse il Poeta, con entusiasmo. “È semplicemente uno di quei nuovi ritmi che si dovrebbero utilizzare. Non si pronuncia la ‘d’ in ‘pond’, almeno,” aggiunse in fretta, “non nel caso del plurale.”
Il Marinaio si rivolse a Grizzledbeard.
“GrizzlediBarba”, gridò, “il Poeta sta dicendo bugie e compone versi orribili! GrizzlediBarba!”
Poi guardò più da vicino e vide che Grizzlebeard stava dormendo.
Ma all’urlo del marinaio: “Eh? Cosa?”, si svegliò di scatto e pensò: “Ho forse perso qualche parte della storia?”
“Due”, dissi, “ciascuno più noioso e peggiore del precedente”.
“Allora sono contento di aver dormito,” disse Grizzlebeard. “Davvero. È giusto che tu sia contento! Il Marinaio ha mentito riguardo a venti ragazze, mentre il Poeta ne ha mentito riguardo a una sola; ma le bugie del Marinaio erano più divertenti, e inoltre, più plausibili. Stavano mentendo sulla loro prima volta d’amore, come è facile credere.”
Barba Grigia (mormorando): “Beh, beh, non è proprio colpa loro; più o meno, tutti noi facciamo lo stesso. E tu, io stesso, hai già raccontato la tua storia?”
Il marinaio (con impazienza): “No, non l’ha fatto… se n’è andato senza occuparsene.”
Il Poeta. “Ci ha guidati senza dire nulla di concreto, il che non è affatto giusto.”
Io stesso. “Stavo solo aspettando il mio turno, e sarò molto felice di raccontarvi quelle storie divertenti. Non le nascondo affatto. Grazie al cielo, quella non è la mia religione.”
A questo punto assunsi un’aria di gravità tale da essere adeguata alle circostanze, e guardai i miei compagni con serietà, affinché si aspettassero una rivelazione importante. Presi quindi dalla tasca del mio cappotto una sovrana appena coniata: di colore giallo-rosso, recante l’effigie del Re, di peso pieno, estremamente pulita e integra. Tenendola tra il dito indice e il pollice, dissi:
“Ecco il mio primo amore! Quello che ho incontrato quando sono uscito per la prima volta dal calore di >casa e mi sono ritrovato nei deserti di questo mondo; una persona sempre assolutamente fedele e sincera, mai cambiata nemmeno in minima parte, sempre costante e affidabile. E al servizio di questo mio primo amore, anch’io sono stato assolutamente fedele, senza mai deviare neanche per un istante da quella lealtà. Signori, essere fedeli in questo modo è davvero qualcosa di raro e prezioso!”
Poi riposi il sovrano nel mio taschino, con delicatezza e rispetto; presi quindi la coppa di piombo e bevvi ciò che vi era rimasto, dopodiché dissi loro con toni ancora più solenni:
“Vedete cosa ho fatto. Ho completamente svuotato questa brocca; ora è vuota. L’ho fatto soprattutto perché ne avevo voglia; dopotutto, è senso comune non rinunciare mai a nessuno dei pochi piaceri che ci capitano. Ma l’ho fatto anche come simbolo di quanto grande possa essere la soddisfazione che un uomo può provare se fa ciò che ogni uomo dovrebbe fare: cioè godersi la vita e le sue “dame” così come le incontra nel breve periodo in cui vive, nel suo breve passaggio attraverso questo mondo. Ora lo sapete.”
“Ma Grizzlebeard scosse la testa e disse…”
“Tutte queste cose sono sciocchezze! Ma poiché la pioggia è finita, partiamo di nuovo. È novembre: i giorni sono brevi; e la luce non durerà a lungo. Proseguiamo verso Arun e continuiamo il nostro cammino verso ovest, sotto le colline.”
Facciammo come ci aveva ordinato; attraversammo il lungo ponte e vedemmo l’acqua vorticare nella forte marea marrone. Proseguimmo lungo la diga e risalimmo verso Houghton, dove si trovava quella piccola locanda, “San Giorgio e il Drago”, dove molti anni fa re Carlo II, il primo re d’Inghilterra a ricevere uno stipendio e a servire come suddito, bevve mentre fuggiva da Worcester. Continuammo lungo quel sentiero antico, quel percorso scavato dalle generazioni che, avanzando verso la morte, lo avevano eroso fino a farlo scendere molto al di sotto del livello dei campi arati. Superammo Bury e Westburton, proseguendo fino al luogo in cui un antico romano aveva fatto costruire il proprio palazzo, vicino alla strada militare, in una posizione che si affaccia su una grande conca delle colline e è infestata dalle rovine di millecinquecento anni fa. Ma non ci fermammo ad ammirare quelle sculture in pietra, né quella “testa sacra dell’Inverno” nella quale quel signore del sud aveva fatto rappresentare la desolazione del nostro freddo e degli alberi spogli. Continuammo attraverso il terreno ripido e accidentato, giù per il pendio scosceso di Bignor e su per la riva ripida di Sutton: sempre verso ovest, seguendo la strada. Con l’avvicinarsi della sera, il vento aveva spazzato via le nuvole; non ce n’era più nessuna.
E mentre camminavamo, il Marinaio disse:
“Poeta, è da un po’ che non ci offri versi, e non te lo chiederei se non sapessi quanto sia faticoso per te, con quella costante sensazione di fallimento. Tuttavia ti prego di provarci, anche solo per divertirci: nulla come una canzone può rendere più leggero il cammino, e abbiamo già percorso tanti, tantissimi chilometri.”
Il Poeta: “Con tutto il mio cuore, poiché ci troviamo ora ai margini di Burton e dei suoi stagni, con gli alberi che li circondano, le terre erbose, e il modo in cui tutto questo paesaggio si affaccia sulle colline delle Downs, forse questa è la miglia più propizia alla poesia al mondo. Ispirato da tutto ciò, lasciate che vi canti la canzone più incantevole, ”
“Oh, che strano. Ma questa è la primavera dell’anno!”
Il sole…
Il Marinai: “Fermati! Fermati immediatamente! Sei impazzito, se davvero cervelli come il tuo sono degni di tali onori. Non ti è ancora entrato in quella testa dura che oggi è la Notte di Ognissanti? Anche se è noto che i poeti non vedono ciò che hanno davanti a loro, né sentono, né odono nulla, ma lavorano nel vuoto (e per questo le loro opere sono fragili), tuttavia, se non riesci a vedere i rami spogli e le foglie morte, né a percepire l’odore dell’autunno, né a cogliere l’atmosfera della sera, per amor del Signore, non scrivere nulla. Sarebbe molto meglio così.”
Il Poeta: “Non sto scrivendo, ma cantando. E per me è un piacere cantare della primavera. Se canto bene o meno, lo potrete sapere solo quando avrò terminato questa mia piccola canzone. Ma mi avete interrotto. Devo ricominciare.”
E così, senza più allegria ma con grande coraggio, riprese a suonare quella melodia.
“Ah, che sciocco. Ma questa è la primavera dell’anno!”
Il sole mi renderà felice per tutto il giorno.
E andremo a raccogliere fiori a maggio, mia cara…
E andremo a raccogliere fiori a maggio…
Perché i cieli sono vasti e il cuculo è qui.
E andremo a raccogliere fiori a maggio.
Quando il Poeta cantò di nuovo questa canzone (e la sua voce si affievolì verso la fine della breve strofa), il Marinairo, incrociando le mani dietro la schiena, iniziò a muoversi più lentamente, costringendoci così ad rallentare il passo. Abbassò lo sguardo a terra e per un po’ sembrò perdersi tra i dettagli del terreno. Poi recitò, con voce profonda, ma solo per sé stesso:
“Dio mio! Montréal…”
Il poeta. “Non capisco.”
Il Marinai: “No, non lo faresti.” Grizzlebeard (con gentilezza): “È una citazione, Poeta. Una citazione tratta da un poema di un inglese che un giorno andò a Montreal e scoprì che avevano messo il Discobolo nei pantaloni. Allora questo inglese, dopo aver vissuto un’esperienza del genere tra quei coloni, scrisse un’ode per celebrare l’evento, ripetendo più volte in quell’ode: ‘Oh Dio! Oh Montreal!’”
Io stesso. “Sì, da allora è diventato un proverbio e viene utilizzato per sottolineare quelle occasioni in cui la mente umana non riesce a adempiere alla sua alta missione in alcun campo dell’arte.”
Il poeta. “Oh!”
Il marinaio (alzando lo sguardo): “Dimmi, poeta… l’hai scritto tu stesso?”
Il poeta (con determinazione). “Sì.”
Il Marinaio (dopo una breve pausa). “Dimmi, Poeta, cos’è una tortora selvatica?”
Il poeta. “Non lo so.”
Il Marinaio. “Lo pensavo anch’io… E dimmi, Poeta: esce fuori in primavera?”
Il Poeta: “Oserei dire di sì. La maggior parte delle cose, infatti, avviene così.” Il Marinaio: “Beh, beh, non litigheremo; ma se hai scritto ancora molte cose del genere, pubblicale pure. Ci divertiremo un mondo.”
Il Poeta era ormai profondamente infastidito; non essendo, a causa della sua professione, un uomo particolarmente socievole. Infatti, le persone diventano socievoli quando lavorano con il proprio corpo e non con la propria mente stanca, mentre creare qualcosa partendo da se stessi è un’attività disumana.
“Gli dissi di calmarlo…”
“Non sono un esperto di poesia, Poeta, ma penso che si adatterebbe molto bene a della vera musica. Non potresti trovare qualcun altro per comporre la musica adatta?” Il Poeta rispose arrabbiato:
“No, non lo farò. E poiché quel marinaio pensa che sia così facile scrivere versi belli su due piedi, lasciamo che ci provi lui stesso.”
Il Marinairo (allegramente): “Ma certo, riesco a fare queste cose anche nel sonno. Ho già scritto le cose più belle sui polsini della mia camicia ascoltando gli uomini importanti ai banchetti. E anche da solo, in quelle stanze in cui la polizia a volte mi ha rinchiuso nelle ore tra le feste e l’alba, ho decorato le pareti con tanti piccoli, deliziosi, affascinanti simboli. Se questi venissero pubblicati in un libro, mi renderebbero ancora più famoso di Lord Mayor dello scorso anno.”
Grizzledibarba. “Sì, ma non hai ancora accettato la sfida.”
Il Marinaio (“Subito, lo farò immediatamente”). E così disse velocemente:
“#Quando il cielo aperto rinnova l’anno…”
E chiacchierano sotto le grida di Gumber
Perché i giorni sono vicini
Quando il cielo aperto rinnova l’anno
Sotto le cascate di Burton
Le piccole pozze sono di un colore ambra trasparente.
“E blatera, blatera, blatera sotto le grida di Gumber.”
Poi continuò molto rapidamente:
“Ecco davvero versi, se vi piacciono! Versi ben confezionati, uniti senza bisogno di colla. Signore, potrei scrivere versi del genere all’infinito senza stancarmi! Ma non mi interessa molto la fama; in questo momento, ciò che desidero è semplicemente pane e formaggio. Stiamo infatti per arrivare al Cricketers’ Arms di Duncton, una locanda famosa proprio per questo: le persone vi vanno a mangiare per raccogliere le energie necessarie per scalare la collina di Duncton. O, se invece scendono dalla collina, vi vanno a mangiare dopo averla discesa.”
Il Poeta: “Va bene così, ma quel verso non è affatto tuo. È tipico dello stile elisabettano, e lascia che te lo dica: uno stile del genere può essere ‘diluito’ con l’acqua esattamente come la birra. Mescola la tua poesia elisabettana con acqua in parti uguali. E poi dimmi cosa ne risulta. È proprio così che voi moderni, pensando di aver sfruttato appieno lo stile elisabettano, in realtà lo avete diluito fino a renderlo irriconoscibile.”
Il Marinai: “Quello che dici non è vero. Questa è una mia poesia personale, e se mi dici che è scritta nello stile di coloro che scrivevano per 40 sterline al verso durante il regno della Regina Elisabetta, non mi vergognerò. Molti uomini vissero in quel periodo e scrivevano con grande abilità.”
Il poeta. “Beh, allora, cos’è un ‘yaffle’?”
Il marinaio: “Ma è davvero un uccello…”
Il poeta (con sarcasmo): “Sì, proprio come il grande uccello marino.”
“The Sailor. ‘No, assolutamente no come il Grande Uccello Marino; perché del Grande Uccello Marino si dice…’”
“Qui c’è il grande uccello becco azzurro, un volatile con zampe pelose…”
Arriva all’inizio della primavera e depone le sue uova.
(E questo fu scritto di Beachy Head, ) è morto. Ma il “Yaffle” è ancora vivo, ed è un picchio, come dovreste sapere se voi poeti non aveste tutti i sensi intorpiditi, come ho detto io. Perché quando il picchio grida “Yaffle” nella foresta, tutto il mondo attorno a lui, tranne i poeti, se ne accorge.
“Inoltre, nella mia canzone non ci sono donne. Si riconosce un cattivo poeta proprio per l’eccesso di riferimenti a questo genere femminile; ma riguardo a questo tema in chiave sentimentale, ho anche scritto, usando versi maestosi: —
“Se tutto il danno che le donne causano…”
Messi in un barile
E portato via per essere annegato a Looe
“Ma perché mai gli uomini litigerebbero?”
Io stesso. “Come possa un uomo parlare male delle donne nello stesso momento in cui il fiume Looe scorre verso il mare, non lontano da Owers Light. È qualcosa che non riesco a comprendere. Del resto, nessun uomo, sentendo il nome di Owers Light, può non ricordare quella canzone cantata per una donna, che dice, ”
“Il vento forte, quel vento costante che soffia al di là degli Overs…”
Oltre i confini… per te e per me
Il Poeta: “Mi sembra che tu non sia del mestiere; i tuoi versi sono incerti, molto brevi e interrotti. Penso che tu abbia paura.” Il Marinai: “Ma come! Ho cantato le canzoni più lunghe di tutti voi! E poiché mi sfidi, ti canterò una canzone davvero completa e ben strutturata. Ma ti avverto: i tuoi capelli si rizzeranno in piedi!”
Grizzledibarba. “Temo quel marinaio… È blasfemo e licenzioso.”
Il Marinaio. “Giudicate dopo aver ascoltato… È una canzone natalizia.”
Il poeta. “Ma non è Natale.”
Il Marinai: “Non è ancora primavera, eppure con il permesso di qualcuno abbiamo cantato le canzoni della primavera. E per questo. Beh, lasciate che vi arresti tutti.”
“Noël”
Io stesso (in modo piacevole). “E ti congratulo, Marinai, per la tua fantasia originale e per le belle idee che hai avuto riguardo ai titoli.”
Il marinaio
“Natale! Natale! Natale! Natale!”
Devo raccontarvi una storia cattolica.
Una canzone cristiana devo cantare
Mentre tutti i campanelli di Arundel suonano.
“Prego per buon manzo e prego per buona birra”
Questa sacra notte di tutto l’anno…
Una bevanda disgustosa per loro…
Questo non rende onore a Betlemme.
“Che tutti i bravi compagni qui presenti…”
Bevi con me l’Ale dell’Audit in cielo…
E che tutti i miei nemici vadano all’inferno!
Natale! Natale! Natale! Natale!
Che tutti i miei nemici vadano all’inferno!
“Natale! Natale!”
Grizzlebeard: “Classifica la blasfemia come ho detto io, e l’eresia, che è ancora peggiore. Perché a Natale dovremmo soprattutto perdonare i nostri nemici.” Il Marinaio: “Lo penso anch’io. Questa canzone parla di coloro che non mi perdonano.”
Il poeta. “E sono versi scadenti, come tutti gli altri.”
Il Marinai: “Vai a annegare nel latte e nell’acqua. È un poema davvero magnifico, ricco di emozioni; forte e vigoroso, proprio come quel mio altro poema, che era bello e pieno di immagini evocative.”
Grizzlebeard: “Quello che né il Poeta né tu sembrate sapere, Marinai, è che le discussioni tra poeti sono noiose per chi ascolta; quindi andiamo al Cricketers’ Arms a mangiare, come dici tu, per amor di Dio, e occupiamoci di qualcosa di più piacevole delle liriche in disputa.”
Io stesso. “Benissimo allora, entriamo nel Cricketers’ Arms, quel luogo dove il giudice Honeybubble andava quando ero ragazzo e dove pronunciò la sua famosa sentenza: una sentenza ponderata, di valore permanente, che rappresenta la gloria del diritto.”
“Che opinione era quella?” disse Grizzlebeard entrando nella locanda, e noi lo seguimmo.
“Posso raccontarvelo senza molte difficoltà,” dissi, “se volete ascoltare. Ma vi avverto: è una storia noiosa, davvero noiosa. Del resto, lo stesso valeva per quella vostra lezione storica sulla guerra del Sussex. Eppure io l’ho ascoltata. Quindi ora ascolterete anche me.”
Si sedettero non molto soddisfatti, ma io li assicurai che, una volta ascoltato il mio racconto, avrebbero compreso di più legge di molti altri. “Perché la legge,” dissi, “non è quell’argomento noioso che alcuni pensano sia; al contrario, è un campo molto affascinante, pieno di stratagemmi e inganni utili per sconfiggere l’avversario. Non consiste soltanto nel mandare povera gente in prigione, come si crede comunemente. Ho qui delle note su ciò che quel grande giudice, il signor Justice Honeybubble, disse e fece vent’anni fa quando tenne un discorso davanti ai cittadini di Duncton al Cricketers’ Arms; quell’episodio è ancora famoso in tutta questa zona della contea. Quindi fareste bene ad ascoltarmi attentamente.” Ordinarono quindi la loro birra, e io ne ricevetti una gratis, come è consuetudine nella contea per chi racconta storie del genere. Poi, estraendo alcune note dal mio taccuino e sistemandole nel modo appropriato quando si trattano di argomenti tecnici, iniziai a raccontare loro tutto nei dettagli.
“Beh, allora, il giudice Honeybubble era un uomo pieno di umorismo sano, amici miei. Aveva abitudini fisiche salutari. Era uno di quegli uomini del mondo legale che mantenevano un passo deciso anche in vecchiaia, e un’espressione vigile nei loro movimenti e negli occhi. Il suo viso era rosso, le sue sopracciglia erano folte, i suoi capelli bianchi erano folti, e ne aveva davvero molti.”
“Gli piaceva molto fare lunghe passeggiate quando i suoi doveri gli lasciavano del tempo libero, e sceglieva soprattutto queste zone erbose e aperte. Una volta arrivò camminando lungo quella che un tempo era la Glatting Beacon, ma ormai non lo è più; attraversò poi la Combe e i faggi spogli di Burton Hanger fino a Duncton e al Cricketers’ Arms. Era sera, l’aria era fredda e pura. Camminava con passo deciso lungo quella strada ripida, tenendo in mano quel bastone da passeggio, o meglio, quel manganello che era il suo compagno più fedele. In tale stato d’animo ed atteggiamento entrò in questa locanda dove ci troviamo ora. Lo fece con l’intento di mangiare e bere qualcosa prima di andare a prendere il treno a Petworth; perché ai tempi di cui parlo, era permesso a tutti recarsi in luoghi pubblici per ristorarsi.”
“Fu molto felice di trovare, nella stanza principale, un gruppo di persone riunite; si trattava di contadini che stavano discutendo di una questione complicata. Lo salutarono rispettosamente non appena entrò, perché lui si vestiva sempre con cura, e l’abitudine costante di intimidire coloro che non erano in grado di replicare gli aveva conferito un atteggiamento autoritario.”
“Si fermò davanti al fuoco e li osservò con un tono gentile ma autoritario; ascoltò attentamente mentre discutevano della questione che avevano di fronte. Non era facile capire esattamente in cosa consistesse il loro problema, se non nel fatto che riguardava due persone in disaccordo: uno si chiamava George, l’altro Roland. La questione era la seguente: due maiali, ”
“Masr” Burt, il cambio di un sovrano, e il mercato di Chichester.
“Roland aveva presentato le sue argomentazioni con passione, sostenendo che il giusto è sempre giusto.”
“George aveva risposto con toni di indignazione, affermando di non appartenere al tipo di persona che si lascia accusare di stupidità.”
“Ognuno aveva basato le proprie argomentazioni sulle note caratteristiche e circostanze relative a ‘Maaster’.”
‘Masr’ Burt, il mercato di Chichester, le monete attuali, e i maiali. Dopo un breve silenzio, l’assemblea, discutendo delle loro tazze, affrontò il problema recitando lentamente, a intervalli di circa trenta secondi, le frasi rituali “Ar!”, “Ecco fatto, ”, e nel caso dell’uomo più anziano seduto all’estremità del tavolo, anche la dichiarazione tipica di questa valle sacra: “Mubbe soa; mubbe noa”.
“Il giudice Honeybubble, che una volta stesso era stato costretto a pronunciare la sentenza in soli quattro ore e ventitré minuti, provò pietà per questi suoi colleghi e disse, ”
“Forse, signori, posso esservi di qualche utilità: sono abituato, ecco, a valutare le prove (nel senso più ampio di questa parola), e ho una certa esperienza in questioni che mi sono state sottoposte, ecco, ”
“I contadini, che lo consideravano nientemeno che un nobile Giudice di Pace, proprietario terriero e forse anche colonnello di qualche unità ausiliaria, acconsentirono rispettosamente al suo desiderio e non rimasero delusi quando quel giurista umanitario ordinò birra fresca per l’intera compagnia, compreso se stesso. Poi si sedette su una sedia di legno marrone con bracci, posta davanti al fuoco, incrociò le gambe, unì le punte delle dita e fissò il suo pubblico con un’espressione particolarmente solenne che, in parte, intimidiva e in parte affascinava i contendenti e tutti coloro presenti nell’assemblea.”
“Roland e George avevano appena iniziato di nuovo a esporre le loro argomentazioni, parlando entrambi contemporaneamente e con rabbia, poiché non erano abituati a quel tipo di procedure legali, quando il Giudice li zittì con un gesto della sua grande mano destra bianca, permettendo così che.
“‘Qui abbiamo,’ disse lui, ‘quello che gli avvocati chiamano un problema; cioè, una disputa di opinioni, o comunque di affermazioni, riguardo a una verità oggettiva. Eliminiamo tutti i fattori su cui le parti sono d’accordo, e soprattutto,’ qui si sporse in avanti e strinse il pugno in modo impressionante, ‘tutte quelle impressioni soggettive che, per quanto importanti in sé stesse, non possono avere alcun rilievo,’ e qui agitò il braccio destro con un gesto ampio e deciso, ‘di fronte a un tribunale civile.’”
A questo punto, George, che dal tono dei giudici aveva intuito che le cose si stavano mettendo male per lui, assunse un’espressione di determinazione ostinata; mentre Roland, giunto alla stessa conclusione e ritenendo la sua causa in pericolo, appariva decisamente cupo. Ma gli assessori presenti erano profondamente commossi e interessati, concentrandosi con tutte le loro facoltà mentali sull’esposizione del giudizio dell’esperto.
“Finora, tutto va bene,” disse il giudice Honey-bubble, sospirando profondamente e bevendo un sorso dalla brocca accanto a lui. “Finora, tutto va bene. Ora, dalle prove presentate davanti a me è chiaro che Burt, in qualità di terzo, non può né concordare né avanzare alcuna obiezione o eccezione. Questo,” aggiunse bruscamente, rivolgendosi improvvisamente a un anziano all’estremità del tavolo, “sarebbe considerato Barottage.” L’anziano, che di professione era un appaltatore di lavori agricoli, annuì in segno di assenso. “E Barottage,” tuonò il giudice, “è qualcosa di così ripugnante per l’integrità del nostro diritto inglese, che dubito ci sia qualcuno che abbia il coraggio di difenderlo!” Il pubblico, colpito dalle sue parole, trattenne il respiro mentre lui proseguiva in toni più moderati: “Ammetto che questa pratica sia stata assimilata alla nozione di ‘mantenimento’ da autorevoli giuristi come Lord Eldon nella sua sentenza nel caso Crawford contro Croke. Ma, data l’inutilità attuale di tale concetto e la corretta abrogazione della legge Graham nel 1848, o forse nel 1849, ” (sorrise leggermente), “non sono sicuro. Comunque, l’abrogazione della legge Graham ha lasciato Barottage intatta, nella sua orribile natura originale; quindi rappresenta un elemento estraneo e ingiusto all’interno del maestoso corpo del nostro diritto comune inglese.” A questo punto, un lieve applauso da parte di Roland, che vedeva le cose prendere una piega positiva, fu soffocato dallo sguardo minaccioso del giudice, il quale concluse con voce potente: “E non riceverà alcuna pietà da me, finché avrò la forza e l’autorità di sedere su questa cattedra.”
“Il giudice Honeybubble bevve di nuovo; poiché evidentemente stava riposando la voce in quel momento, gli agricoltori, ormai terrorizzati ma affascinati, mormorarono un applauso caloroso. Il loro patriottismo era stato commosso, la tradizione secolare risvegliata nel loro sangue. Se in quel momento qualcuno li avesse chiamati a difendere quella vasta rete di leggi, avrebbero versato il loro sangue per essa, anche se in modo goffo. Con una voce bassa, regolare e impressionante che segnava il cambio di argomento, il giudice Honeybubble continuò, ”
“Ora, signori, considerate i maiali. Spesso accade, anzi deve accadere nel corso di un procedimento giudiziario, che la nostra decisione non si basi soltanto sull’equilibrio delle testimonianze umane (e voi siete lì per giudicare i fatti, non le leggi), ma anche sull’insieme delle circostanze a cui quelle testimonianze si riferiscono, nonché sulle azioni compiute o sulla situazione di persone che, per natura loro, non possono salire su quel banco dei testimoni” (e qui indicò un grande pesce impagliato in una vetrina; l’intera platea girò lo sguardo verso di esso, per poi riportarlo su di lui con espressioni piuttosto vuote) “e ci chiedono, sotto giuramento” (la parola “giuramento” fu pronunciata con un profondo tono basso), “di raccontare ciò che hanno visto e sentito in modo da trasmettere la verità, tutta la verità, e nient’altro che la verità. Non si può citare in giudizio un maiale, ”
“‘Ah! Lo vedi? Ah!’ esclamò eccitato George, ormai convinto che, con qualche astuto trucco, gli stessero rubando i maiali, ‘Ah! Lo vedi, ’”
“‘Silenzio!’ gridò il giudice Honeybubble. ‘Devo forse essere interrotto mentre siedo su questa cattedra, non nemmeno dai legali, ma da una delle parti in causa? Spero di non dover mai più richiamare l’attenzione sui comportamenti così vergognosi che violano le antiche tradizioni di un tribunale inglese! Snff. Ripeto: non possiamo citare in giudizio nemmeno un maiale’ (lo ripeté fissando con sguardo severo il povero George).”
“Ma quello che possiamo fare, signori, è chiederci quale sarebbe stata, con ogni probabilità ragionevole, la situazione se, in quelle circostanze e trascurando per il momento tutto ciò che è stato detto riguardo a eventuali lettere o dichiarazioni presentate, le cose fossero andate diversamente da come ha ipotizzato il querelante. Chrm!”
“In questo caso, poiché la complessità dei dettagli rendeva la spiegazione un po’ difficile da seguire, tutti si avvicinarono di più e concentrarono tutta la loro attenzione sul problema.”
“La decisione dipenderebbe,” continuò il giudice Honeybubble con tono deciso e sollevato, “dal verdetto a cui si arriverà nell’una o nell’altra sequenza di eventi.”
Si appoggiò allo schienale della sedia, allargando le mani verso di loro, come se stesse offrendo loro una massa enorme di prove, accuratamente selezionate e organizzate con straordinaria abilità, prive di qualsiasi pregiudizio o influenza esterna.
“‘È a voi, signori,’ concluse alzandosi, ‘di decidere quale delle due conclusioni, dopo tutto ciò che avete ascoltato, sia la vera. Ricordate che, se anche in uno solo di voi esiste il minimo dubbio, è vostro dovere solenne concedere il beneficio del dubbio a quella parte nella controversia che ne trarrebbe maggior vantaggio. Credo di non avervi influenzato in alcun modo nella vostra decisione. Spero proprio di no. Posso certamente dire, con sincerità, che in questa questione così grave e importante ho cercato di presentarvi una visione generale il più imparziale possibile; ora devo lasciarvi liberi di prendere la vostra decisione.’”
“Con queste parole, Sir Thingumbob Honeybubble annuì a tutti i presenti, afferrò il suo bastone e, uscendo rapidamente dalla porta, li lasciò immersi in un silenzio assordante. Prima di andarsene, ebbe la gentilezza di ordinare che loro fossero riforniti di tazze; quindi, guardando l’orologio, si incamminò a passo svelto lungo la strada, oltre Burton Rough, verso la stazione. Ma per tutto il tragitto camminò sorridendo tra sé e sé, canticchiando una piccola melodia.”
“Non era forse quel giudice, ben nutrito e degno di essere ricordato in tutta questa valle per quella famosa decisione?”
Quando ho raccontato loro tutto questo, abbiamo ripreso il cammino, pensando ai avvocati e parlandone; da lì la conversazione è passata facilmente agli usurai, e da questi ancora ai traditori. In questo modo abbiamo esaminato tutte le principali attività dell’umanità, nel corso di circa un miglio, fino a quando non ci siamo esauriti completamente e non ci fu più nulla da dire.
Dopo questo, tutti rimanemmo in silenzio e continuammo il nostro cammino. Grizzlebeard procedeva avanti, allontanandosi sempre di più da noi con passi lenti e pensierosi; il Poeta si trovava a metà strada; mentre io e il Marinaio andavamo più adagio, poiché avevamo concordato che ci saremmo riuniti tutti nella prossima locanda, qualunque fosse. Quella locanda la trovammo a meno di due miglia da lì.
E quando abbiamo preso il Poeta, che ci stava aspettando lì, ci ha detto che Grizzlebeard era entrato circa un quarto d’ora prima, e temeva che fosse finito in qualche tipo di intrattenimento, perché per tutto quel tempo non era uscito né aveva fatto segno di vita; quindi, ha detto il Poeta, dovremmo tutti andare dentro a trovarlo.
Quindi ci trasformammo in quella piccola casa, per dovere, visto che erano passate cinque miglia da quando avevamo ultimamente ringraziato Dio per il piacere di bere l’ale, che è una sorta di preghiera, come recita lo slogan:
“Lavorare è pregare, ma anche tagliare è una forma di preghiera”.
Ciò significa che il lavoro è nobile, e la preghiera sua pari; ma bere una buona birra è un atto ancora più rinomato e glorioso di qualsiasi altro in cui l’uomo possa impegnarsi. Ed è per questo motivo che avete un Dio del Vino, e vari altri Dei legati a diversi liquori: in realtà, si tratta soltanto di immaginazioni umane o demoniache. Ma per quanto riguarda la birra, non c’è bisogno di simboli: essa è semplicemente il “Re” tra tutti i liquori.
Ma quando arrivammo in casa e vi entrammo, scoprimmo che Grizzlebeard, che era entrato prima di noi, in quel breve lasso di tempo si era profondamente impegnato in una conversazione con uno Sconosciuto, che, per tutti i cieli, stava bevendo tè!
Lì seduti, quasi senza notare il nostro arrivo, erano immersi in una furiosa discussione.
Lo Straniero era un individuo meschino, avvolto in un mantello; alto, con una voce acuta e parole raffinate. I suoi occhi, però, erano come ostriche morte. Cose davvero sgradevoli da vedere. Lui e Grizzledbeard, nonostante si fossero incontrati solo di recente, erano già immersi in una discussione assurda e incomprensibile. Del genere che i buoni angeli stessi non permetterebbero mai su questa triste terra.
Parlammo ad alta voce con Grizzlebeard, ma lo sconosciuto non ci prestò alcuna attenzione.
Eravamo molto sorpresi e guardavamo intorno con occhi spalancati, ma Grizzlebeard si limitò ad alzare lo sguardo e annuire. Era troppo immerso nella discussione per poter fare altro.
“Dovrei affrontare la questione attraverso una dicotomia”, stava dicendo.
“Con cosa?” chiese il Marinaiolo.
Il poeta. “Credo sia qualcosa di tedesco…”
Ma Grizzlebeard, senza prestare affatto attenzione a noi, disse al suo compagno serio: “Non è teleologico; non devi pensarlo così; anzi, se vuoi, nemmeno antiteleologico.”
Me stesso… “Bene, e spero anche che non sia ontologico, perché quello sarebbe davvero il Diavolo.”
“Lo Straniero, ignorandoci deliberatamente, rispose soltanto a Grizzledbeard.”
“Questo argomento non può essere confutato in questo modo, perché anche se non si ammette l’esistenza del tempo come processo, è comunque necessario riconoscerlo come una dimensione.”
“Non per costrizione!”, disse con fermezza il Marinaio.
“Ma Grizzlebeard, come se noi tre non fossimo lì, rispose allo Sconosciuto…”
“La parola ‘dimensione’ è in realtà un esempio di petitio elenchi,” disse lo Straniero con entusiasmo. “Ecco qua: si tratta chiaramente di monismo puro e semplice!”
Barba Grigia (ancora più ansioso): “Assolutamente no! Anzi, il Monismo sarebbe proprio la tua posizione.”
Il Marinairo (al Poeta e a Me): “Andiamo via da qui, miei figli, e beviamo al bar con la gente comune; il Diavolo arriverà molto presto dalla finestra e porterà via questi filosofi. Dobbiamo separarci in un posto sicuro quando inizierà la lotta.”
Così ci mettemmo tutti fuori e rimanemmo per circa dieci minuti, bevendo con alcuni lavoratori e pagando le loro bevande, perché eravamo in condizioni migliori di loro. A questi uomini raccontammo bugie che pensavamo potessero divertirli, e poi, dopo circa venti minuti, il Marinaio ci disse:
Il Marinaio: “Quei due maledetti che abbiamo lasciato indietro devono ormai essere arrivati fino alle fondamenta del mondo, e aver analizzato a fondo come Dio abbia piantato le radici delle montagne, perché i macigni e il mondo siano rotondi, e persino se abbiano o meno una volontà libera. Una questione mai scoperta prima d’ora, se non attraverso la Bastonata. Ma venite, distruggiamoli! Conosco bene questa filosofia: quando le persone ci si mettono, finiscono per incatenarsi da sole per ore intere.”
Con questo ci riportò nella stanza, e infatti sentimmo che stavano ancora lavorando con martelli e tenaglie; Grizzlebeard, eccitato, si sporgeva in avanti, quasi alzandosi in piedi.
“Ecco dunque: il contenuto della realtà espresso attraverso termini contraddittori!”
Lo Straniero: “Non c’è contraddizione, ma una varietà di aspetti che si risolvono in un’unità più alta.”
Il Marinairo (con tono solenne): “Grizzlebeard! Presto calerà l’oscurità sul Weald, e prima che ciò accada dobbiamo essere ben lontani da Graffham. Quindi decidi: o dissentire con questo onesto gentiluomo, oppure cedere subito. In ogni caso, devi trovare il tuo Dio” (e qui tirò fuori l’orologio) “entro esattamente dieci minuti. Altrimenti lo troveremo noi per te, in modo piuttosto improvviso. Quindi, tra dieci minuti, raggiungici al bar comune, o perisci nei tuoi peccati!”
Poi noi tre uscimmo di nuovo e sentimmo, dal bar del villaggio, una canzone che veniva cantata; il ritornello era “Golier”, che in effetti è il vero ritornello di tutte le canzoni, e rappresenta la base su cui si basano ogni tipo di canto popolare e di grida di gioia. Ma quando rientrammo, gli uomini più poveri smisero di cantare per timidezza. Solo il Marinai disse loro: “Penso che dovremmo cantarvi una nuova canzone, quella che stanno cantando lì fuori, vicino a Horsham, su Duke William. Ma dovete ricordarvela, perché non so scriverla.” E così cantò loro questo verso:
“Il Duca William era il figlio di una donna di basso rango…”
Suo nonno era un conciatore!
Bevve il suo sidro direttamente dalla botte
Qual è il modo normanno…
Il suo trono era fatto di quercia e oro.
Il suo fusto di arco fatto di tasso
Così si racconta la storia
Dubito che sia vero!
“Ma a me che importanza ha lui?”
Il mio boccale è pieno fino all’orlo.
E canterò di Elizabeth, Dorothy…
Margaret, Mary, Dorinda, Persefone, Miriam
Pegotty era snella e ben proporzionata.
Gli uomini che salparono per la Normandia
Maltempo possano trovarsi ad affrontare…
Per agitarsi senza sosta nella parte centrale di una nave
Non mi era mai passato per la mente.
Bevono il loro rum nel “foro della gloria”
Con tremore e paura…
Ma rimase un uomo migliore…
E lui se ne sta seduto a bere birra.
“Ma a me che importano quei maiali?”
Non sono mai stati miei compagni!
E canterò di Elizabeth, Dorothy…
Margaret, Mary, Dorinda
Persefone, Miriam, Pegotty
“Jezebel, Topsy, Andromeda”.
Il Poeta. “A tuo aiuto con le ‘she-dactyls’…”
“Magdalen, Emily, Charity, Agatha, Beatrice, Anna, Cecilia, Maud, Cleopatra, Selene e Jessica, ”
Il Marinaio (con determinazione) —
“Barbara robusta e bella.”
Io stesso (alla compagnia): “Non è forse una bella canzone? Non vi ricorda Duca Guglielmo, che tanti anni fa venne qui nel nostro contea con grande gentilezza e ci liberò per sempre dai nordici?”
Un uomo nella compagnia disse di non ricordare quella canzone, ma desiderava che venisse trascritta; il Marinai rispose che questo non era possibile perché la canzone era protetta da copyright, ma che, se Dio voleva, l’anno successivo o quello dopo ancora sarebbe passato di lì e gliel’avrebbe fatta ascoltare di nuovo, in modo che potessero impararla a memoria. Dopo aver detto questo, pagò per permettere a tutti di bere di nuovo al suo ritorno, e ci riportò nella stanza dove si trovavano lo Straniero e Grizzlebeard. Ma portò con sé anche una brocca piena di birra, e ci sono motivi per cui fece così, che verranno spiegati presto.
Perché si fermò davanti alla porta dietro la quale potevamo sentire le voci delle persone che continuavano a discutere sulle loro realtà, sui loro contenuti, sulle loro soggettività e oggettività, e su come afferrare le cose così come venivano presentate, e ci disse:
Il Marinaio disse: “Non avete mai visto due cani che si azzuffano per strada, grugnendo e ringhiando senza alcun motivo, semplicemente perché è nella loro natura comportarsi così? E quando succede questo, non avete mai visto come le brave casalinghe, uscendo di casa, riescano a fermare quel rumore fastidioso versando su di esso acqua fredda e bagnata, che smette immediatamente la loro lite inutile e li costringe ad occuparsi di cose più utili? Lo stesso vale per i filosofi: si lamentano e disturbano il mondo senza alcun scopo reale, non intendendo nemmeno trovare una soluzione o fare una scoperta, ma solo esercitare il loro vano rumore. Inoltre, hanno inventato un insieme di parole barbare e incomprensibili per questo stesso scopo. Come quelle che Attila il Re pronunciò quando il dentista della corte di Costantinopoli gli estrasse i denti posteriori per allargargli la mascella. Questo tipo di persone può essere curato soltanto con il battesimo, che esiste in quattro forme: con l’acqua, con il sangue, e con la birra. Quindi guardate bene cosa farò.”
Poi entrò davanti a noi, e tutti lo seguimmo; quando entrammo, né Grizzlebeard né lo Sconosciuto alzarono lo sguardo nemmeno per un momento, ma Grizzlebeard continuava a dire, con profondo disprezzo:
“Stai semplicemente negando il rapporto di causa-effetto, o meglio, la causalità effettiva.”
“Lo faccio!” rispose seriamente lo Straniero.
Sentendo questa risposta, il Marinairo, molto rapidamente e all’improvviso, versò su di lui tutto ciò che c’era nella pentola da una pinta di birra, dicendo mentre lo faceva: “Ti battezzo nel nome dei cinque sensi”. Dopo averlo fatto, corse via il più velocemente possibile, con noi due alle sue calcagna; accelerò al massimo lungo la strada e non rallentò fino a quando non raggiunse l’estremità di Jockey’s Spinney, a mezzo miglio di distanza. Noi lo seguivamo da vicino, correndo con tutte le nostre forze; lo trovammo senza fiato, che rideva e si compiaceva del proprio “grande gesto”.
“Ora,” disse, “vi assicuro che Grizzlebeard arriverà in tempo, e anche se sarà arrabbiato, rimarrà confuso.”
Come previsto, Grizzlebeard ci raggiunse dopo poco più di un quarto d’ora; sebbene fosse arrabbiato, la salita aveva in parte placato la sua rabbia. Quando maledisse il Marinaio e gli disse che lo Straniero, in un certo senso, era suo “ospite”, il Marinaio lo tranquillizzò, affermando che lo Straniero, in realtà, rappresentava soltanto la sua noia e il peso insopportabile che portava con sé. Se non fosse stato per lui, probabilmente non saremmo mai partiti.
“Ma dimmi,” aggiunse, “non avete raggiunto alcuna conclusione prima che ce ne andassimo? Eravate impegnati da un’ora intera. Si potrebbe pensare che in quel lasso di tempo gli uomini riuscissero a capire se esiste davvero un Creatore, e quale sia la natura della Dimensione e il suo grado.”
Ma Grizzlebeard era di cattivo umore e non gli rispondeva; nel corso del lento processo di recupero del suo temperamento, il cammino sembrava lungo abbastanza. Soprattutto a causa di quel Poeta, che, pensando di essere gentile, iniziò a elencare i difetti del mondo, sostenendo che fosse opportuno accordarsi con gli altri e adattarsi alle questioni pratiche; poi passò a parlare dei fanatici, per finire con commenti negativi sull’autorità, affermando che qualsiasi persona potesse condurre una vita serena se solo avesse la saggezza di non offendere coloro che erano superiori a lei nel suo percorso verso il successo, e di prestare attenzione a ciò che le persone al potere desideravano da lei.
Per questo tipo di equilibrio, Grizzlebeard, essendo il più anziano tra noi, avrebbe acconsentito; ma nella sua rabbia, che sebbene stesse diminuendo, continuava ad ardere, decise di contraddire e disse in tono brusco:
Grizzlebeard: “Quello che i nostri padri chiamavano ‘vendere l’anima’. Sì, è la cosa più facile e al contempo la peggiore che un uomo possa fare.”
Il marinaio: “Forse è la cosa peggiore, anche se non ne sono del tutto sicuro, ma allo stesso tempo è anche la più facile. Oh no! E dico che non sono proprio certo che sia davvero la peggiore. Perché nessuno vende nulla, a meno di essere in difficoltà economiche, e le persone in difficoltà non sono mai veramente malvagie; sono i ricchi quelli che sono malvagi. Almeno così mi hanno sempre detto i poveri, che non solo rappresentano la stragrande maggioranza delle persone e quindi probabilmente hanno ragione, ma non hanno nemmeno alcun interesse a mentire quando parlano. Ma facile? No! Non ditemi che sia facile, soprattutto considerando l’esempio terribile di Pietro il Politico, una storia che tutti dovrebbero ascoltare.”
Grizzledbeard. “E tutto il mondo l’ha sentito.”
Il Marinaiere (dolcemente): “Ma non tu, Grizzled beard. Quindi devo raccontare la storia con calma, per renderti un onore speciale.” Grizzled beard (con tono più mite): “Fallo pure. Anche la tua storia potrebbe essere meno noiosa di camminare in silenzio nell’ultima ora della giornata, ”
Il Marinaio: “Allora devi sapere che Pietro il Politico, dopo aver venduto ogni onore pubblico che potesse offrire, ogni carica ufficiale e ogni tipo di potere tranne il proprio, dopo aver venduto la sua patria, i suoi amici, i suoi genitori, persino i suoi figli, e naturalmente anche il suo rispetto per se stesso e tutto il resto, non gli rimase più nulla da vendere se non la sua stessa anima. Ma doveva venderla, perché aveva bisogno di soldi; senza soldi nessuno può vivere una vita ‘grande’ e andare a cena nei nuovi hotel fatti di ferro e gesso. Che il Signore abbia pietà di noi tutti!”
“Allora, Peter il Politico avvolse la sua ‘anima’ in un piccolo pacchetto di carta marrone, sigillandolo con della cera e legandolo con del filo costoso; perché, quando si tratta di politici, è il pubblico a pagare per queste cose.”
“Ha messo tutta la sua anima, ho detto bene, in questo piccolo pacchetto. No, mi sbaglio! È stata la sua segretaria a farlo; non quella non retribuita, ma la sua vera segretaria, un umile uomo.”
“Dovete sapere che i politici hanno tre tipi di segretari: il primo tipo, che si potrebbe chiamare ‘Segretario Massimo’, è il figlio di un uomo ricco; il suo posto è stato pagato in anticipo: viene chiamato segretario soltanto per poter essere promosso in futuro. Non fa assolutamente nulla, se non viaggiare in automobile e sedersi accanto al suo padrone quando c’è bisogno di discutere qualcosa. Poi c’è il secondo tipo di segretario, che di solito è il figlio di un amico del politico e può essere chiamato ‘Segretario Minore’; non si aspetta alcuna promozione, ma soltanto un piccolo incarico nel Servizio Civile dopo anni di lavoro. Il suo compito consiste nel dire al terzo tipo di segretario cosa deve fare. Questo terzo tipo, che si potrebbe chiamare ‘Segretario Minimo’, riceve trenta scellini ogni sabato; in cambio deve lavorare sodo, essere sempre a disposizione del suo padrone, andare a letto tardi e alzarsi presto, fino a consumarsi completamente. A quarant’anni, se riesce a trovare un altro lavoro, diventa di nuovo segretario, ma con uno stipendio più basso; altrimenti, beh, non c’è altra scelta che impiccarsi o mettersi in fila per ricevere della zuppa sul lungofiume.”
“Beh, allora dico che fu questo terzo segretario, quello addetto alle pratiche burocratiche, ad avvolgere l’anima di Peter il Politico in un piccolo pacchetto, fatto di carta marrone pagata con i soldi delle tasse, sigillato con bei sigilli rossi pagati sempre con le tasse, e legato con una corda sottile ma robusta, anch’essa pagata con le tasse. Poiché il politico era molto attento alla sua anima – e inoltre non pesava molto – se la portò con sé e andò dritto all’ufficio del Diavolo per venderla. Sapeva benissimo dove si trovava quell’ufficio: aveva trascorso gran parte della sua giovinezza lì, e aveva anche svolto il suo tirocinio in un’altra parte dello stesso edificio.”
“Quando Pietro il Politico inviò la sua cartolina, fu accolto con grande cortesia dallo ‘uomo del Limbo’ incaricato di custodire le porte; gli fu chiesto di sedersi su una sedia in una sorta di piccola stanza privata, dove persone distinte attendono il piacere del Diavolo Capo.”
“In questa piccola stanza esterna c’erano uno o due libri da leggere su argomenti legati ai problemi della vita, soprattutto quelli coniugali; inoltre, sulle pareti c’erano alcune stampe di scarsa qualità che il Diavolo aveva ‘preso in prestito’ da un editore. C’era anche un calendario, ma su di esso non erano indicate le feste dei Santi, bensì solo le date di morte di persone importanti; e naturalmente, Peter il Politico non lo consultava mai.”
Ora che era seduto lì da circa un’ora senza aver bisogno di un fuoco, entrò un piccolo folletto ben vestito, molto educato, che gli disse quanto suo padrone si scusasse per aver fatto aspettare Peter il Politico, ma che in realtà era impegnato in molte faccende importanti. Poi il piccolo folletto se ne andò, lasciando Peter il Politico da solo, e lui aspettò ancora altre due ore.
“Alla fine di questo lasso di tempo, un altro Imp più alto e più anziano, vestito non con bottoni, ma con un elegante abito da sera (poiché era un Imp a Coda), entrò e si scusò ancora di più, dicendo che il suo Padrone, il Diavolo Capo, si dispiaceva moltissimo per aver fatto aspettare Peter il Politico; chiese quindi gentilmente di conoscere la ragione della sua visita, promettendo che sarebbe stata immediatamente presa in considerazione.”
“Allora Pietro il Politico rispose, con il suo modo breve e dignitoso, che era venuto per vendere la sua anima.”
“‘Certo! Certo!’ disse l’Imp con il suo abito da sera. ‘Dio mio! Perdonatemi; abbiamo così tante cose da fare oggi che siamo davvero sommersi dal lavoro. Certo,’ aggiunse, con ansiosa cortesia, ‘c’è un ufficio regolare, ’”
“‘Sì, sì, lo so,’ disse Peter il Politico con la stessa impazienza che la sua dignità gli permetteva. ‘So tutto su quell’ufficio, ma date le circostanze e considerando che sono conosciuto qui, ’”
“‘Sì, certo!’ disse di nuovo il grande Imp, e se ne andò in fretta; così Peter il Politico dovette aspettare altre due ore.”
“Mormorò qualcosa tra sé, si mosse a scatti con i piedi, batté le dita e iniziò seriamente a pensare se non dovesse andare da qualche altra parte. Ma non conosceva nessuno all’Inferno che desiderasse la sua anima. Alla fine sospirò e continuò ad aspettare, con tutta la rassegnazione di cui era capace.”
“E dopo altre due ore entrò un maggiore molto alto, distinto e dal tono di voce profondo; gli disse quanto fosse dispiaciuto che il suo padrone dovesse farlo aspettare, soprattutto ora che conoscevano la natura della sua richiesta. Ma il carico di lavoro di quel giorno era davvero terribile! E Peter il Politico sarebbe stato così gentile da inviare la sua proposta, almeno questa volta, perché il Diavolo Capo proprio non poteva uscire.”
“Così disse seriamente Pietro il Politico…”
“‘Per fortuna ho portato con me le merci.’ E gli consegnò il suo bel pacchetto avvolto in carta marrone; poi il Maggiore Diavolo uscì scusandosi.”
“Allora Pietro il Politico dovette aspettare altre due ore. Alla fine entrò un Diavolo davvero distinto: i capelli divisi a metà, col colletto alto e rigido. Il suo accento, tutto quanto. Si sedette amichevolmente allo stesso tavolo di Pietro il Politico, si chinò verso di lui e disse in modo molto affabile e cortese, ”
“‘Mio caro signore, il mio padrone si scusa davvero molto, ma da agosto c’è stato un calo terribile in questo settore; il mercato è completamente distrutto, e, beh, per essere franchi, quello che vogliamo sapere è quante unità avete disponibili per la vendita.’”
“‘Quanti!’ disse Pietro il Politico, con un vero fastidio indegno della sua posizione.”
“‘Sì,’ disse il seducente e davvero importante Segretario Diavolo (poiché tale era), ‘in realtà, il mio Capo dice che al momento attuale del mercato non può fornire prezzi per singoli articoli, ma se riusciste a portare una quantità maggiore, ’”
“In quel momento, Pietro il Politico si alzò imprecando e uscì di casa, dimenticandosi di portare con sé la sua anima, che rimase lì sul tavolo, ancora legata.”
“Ed è per questo che alcune persone dicono che abbia perso l’anima sua, perché di certo non l’ha mai venduta; e questo dovrebbe insegnarvi che non è facile vendere la propria anima, anche se è estremamente facile perderla o darla via.”
Il Poeta (con grande interesse): “È la prima volta che ascolto questa storia!” Io: “Non è certo la quindicesima volta che la sento. La prima volta l’ho ascoltata da un yankee, e lui l’ha raccontata molto più velocemente e meglio del marinaio.”
Il marinaio (con rabbia): “Allora torna pure in America e sentilo lì!”
Io stesso. “Non arrabbiarti, Sailor, hai fatto del tuo meglio e ho imparato molte cose che prima non conoscevo. Ad esempio, riguardo a quel calendario. Non sapevo mai perché le morti di grandi uomini venissero registrate nei calendari.”
Il Marinaio (un po’ placato): “Beh, ora lo sai. E sai anche che se vuoi vendere la tua anima, dovrai produrre un camion pieno di roba prima di poter ottenere prezzi ragionevoli.”
Grizzlebeard: “Penso che la storia del marinaio sia immorale”.
Il Poeta: “Anch’io lo penso, perché parla in modo superficiale di cose che dovrebbero essere trattate con rispetto.”
Grizzlebeard: “No, non per questo motivo; è immorale perché sostiene che le anime abbiano dimensioni e valori diversi. Ora è ben noto che le anime sono esattamente uguali tra loro: quando vengono messe a confronto, non differiscono nemmeno di un granello di sabbia, e se venissero misurate, non ci sarebbe nemmeno la centesima parte di un pollice di differenza tra due di esse. In termini di valore, sono tutte esattamente uguali. Questo principio è stato stabilito in ben 572 Sinodi, tre Decisioni dell’Ufficio Santo e un Concilio Ecumenico.”
Il Marinaio: “Sì, ma non nei primi quattro Concili, e tantomeno a Nicea. Quindi questo ti lascia senza parole, vero?”
Grizzlebeard (con solennità). “Che vada al diavolo Nicea!”
Io stesso. “Molto bene, certamente, ma spero non sia Trent. Lui è molto importante, e litigare con lui comporterebbe troppi rischi.”
“No,” disse Grizzlebeard, “né Trent, né tantomeno Constance, anche se questa seconda cosa mi preoccupa di più.”
Poi rimanemmo di nuovo in silenzio. La sera grigia si era fatta più scura mentre ascoltavamo la storia del marinaio, e faceva sempre più freddo. Proseguimmo nel buio crepuscolare fino a quando non arrivò il momento di cena. Eravamo così stanchi dopo quelle molte miglia percorse quel giorno che decidemmo tutti insieme di dormire, se possibile, nello stesso posto dove avremmo mangiato, cioè nell’osteria successiva. Ormai eravamo vicini alla fine del nostro viaggio: mancavano soltanto un miglio o due dal confine della contea. Mentre camminavamo, discutevamo su quale fosse il nostro ultimo pasto, l’ultima conversazione, l’ultima canzone, e le nostre ultime parole d’addio.
“Amici miei,” dissi, “tutti gli uomini, prima di morire, fanno un banchetto se ne hanno la possibilità. È una vecchia usanza, e una che il tempo ha pienamente approvato. Fate un banchetto prima della battaglia, se potete, e anche prima della morte che potrebbe verificarsi in battaglia. Tutte quelle morti che colpiscono gli uomini quando sono in salute, è giusto fare un banchetto prima di esse. Ora, domani mattina, concluderemo questo nostro piccolo viaggio, attraversando l’intera contea, da un capo all’altro. In questo modo, potremmo dire, raggiungeremo la ‘morte dei nostri bei tempi’. Perché abbiamo concordato che, una volta arrivati al confine con il Hampshire, ci separeremo e non ci vedremo più.”
Il marinaio: “Sì, siamo d’accordo.”
Me stesso. “Bene, allora organizziamo una festa.”
Il poeta. E chi pagherà?
Grizzlebeard: “In generale, dovrei essere io a pagare, perché sono il più ricco. Non abbiamo organizzato nessuna festa in questi giorni, ma poiché questa sarà una festa solenne, una sorta di Pasqua (poiché presto attraverseremo il confine per entrare in Hampshire), ognuno dovrà contribuire con la propria parte.”
Me stesso. “Sono molto disposto, ma se lo faccio, devo chiamare qualcuno per portare cibo e bevande.”
Il Marinaio: “Per niente al mondo lo vorrei fare, ma anche se non lo voglio, di certo non mangerò né berò nulla che non mi piaccia.”
Il Poeta: “Per quanto riguarda il mangiare e il bere, sono d’accordo con voi tutti; ma per quanto riguarda il pagare, sono completamente in disaccordo con voi, perché non ho nulla.”
Io stesso dissi: “Ma come mai, Poeta? Solo oggi ti ho visto coi miei occhi al Bluebell, mentre pagavi una tazza di birra insieme a un lavoratore.”
Il poeta. “Era l’ultimo denaro che avevo; l’ho fatto per beneficenza.”
Il Marinaio. “Allora ora puoi ricevere la ricompensa della carità… o morire di fame.”
Io stesso. “No, no. Esiste una via d’uscita da queste situazioni che è del tutto sconosciuta ai bambini e ai selvaggi, ma accessibile agli uomini intelligenti e colti come noi. Si tratta di utilizzare il carta invece del metallo per risolvere le questioni finanziarie. Vi sarà creato un fondo: ognuno verserà nel fondo un pezzo di carta su cui sarà scritto ‘Pagherò un quarto della somma richiesta’, e tutti firmeranno tale documento. Una volta fatto ciò, uno di noi quattro agirà come finanziatore e pagherà il debito. In seguito, quel pezzo di carta verrà presentato per il pagamento. E io pagherò, così come Grizzlebeard e il Marinaio. Ma tu, Poeta, non pagherai. E sarai dichiarato fallito.”
Grizzlebeard: “Sì, in linea di principio hai ragione, ma non sono d’accordo con la semplicità della tua ultima clausola. Non permetterò che il onesto Poeta vada in bancarotta. Comprerò tutte le sue pubblicazioni e lui diventerà mio schiavo per tutta la vita; se riesco a organizzarlo, anche la sua famiglia subirà lo stesso destino.”
Il poeta disse: “Ne sarò molto felice, Grizzledbeard, e ti ripagherò il debito con delle canzoni.” Grizzledbeard rispose: “Nemmeno per idea. Me lo pagherai in contanti, e con gli interessi. Quanto a come farai ad ottenerli, quella è affar tuo.”
Io stesso. “Beh, comunque sia, è stato deciso che organizzeremo una festa, e personalmente dico che in questa festa deve esserci pancetta e uova fritte insieme nella stessa padella, creando così un unico piatto condiviso da tutti.” Il Marinaio. “Eccellente; e la bevanda sarà birra.”
Il Poeta: “Oltre a questo, ci servono due grandi pani di pane fresco, burro e qualche tipo di formaggio.”
Io stesso. “Poeta, non mi avevi detto che eri di questa contea, di questa terra?” Il Poeta. “Sì, l’avevo detto.”
Io stesso. “Penso che tu abbia mentito. Chi mai in Sussex ha sentito parlare di ‘un qualche tipo di formaggio’? Potresti benissimo parlare a Hereford di ‘un qualche tipo di sidro’, o nel Kent di ‘un qualche tipo di straniero’ che arriva dalle terre straniere con le sue barche. Penso che tu abbia trascorso molti anni lontano dal Sussex, Poeta, e in momenti sbagliati.” Il Poeta. “Beh, è vero.”
Io stesso, “E, senza dubbio, Poeta, in altre regioni hai preso l’abitudine di mangiare quel formaggio Gorgonzola, che in realtà è fatto di sapone nel Connecticut; e lo Stilton, che non viene prodotto affatto a Stilton; e il Camembert, e altre cose ancora più strane. Ma nel Sussex, lascia che te lo dica, abbiamo soltanto un tipo di formaggio, il cui nome è FORMAGGIO. È uno solo; indiviso, anche se diviso in mille pezzi; immutabile, anche se cambia luogo e quantità consumata. Nel Sussex non esiste altro formaggio che Formaggio, ed è sempre lo stesso vero Formaggio, dalla parte orientale del Rother fino a Harting Hill, e dalla spiaggia marina fino a quella zona del Surrey che abbiamo conquistato con spada e arco dalle Marche. Di colore è giallo, il colore giusto per un formaggio. Non è né giovane né vecchio. Il suo sapore è proprio quello di un formaggio, e nient’altro. Un uomo può vivere soltanto di questo formaggio per tutta la vita.”
Grizzlebeard: “Bene, allora ci saranno pancetta e uova, pane e formaggio, birra. E dopo di questo, ”
Io stesso. “Dopo di allora, ognuno prenderà ciò che gli appartiene, e il Poeta berrà acqua fredda. Ma io berò vino porto. E se ne sentirò il sapore caratteristico del vino di uva nera della mia contea, prodotto dalle piccole piante che conosco così bene, allora loderò Dio. Perché preferisco bere quel tipo di vino porto, che è tutto Sussex, dalla vigna al tino, prodotto esattamente come fanno gli uomini del Sussex, piuttosto che qualsiasi miscela portoghese fatta con bacche di sambuco, liquirizia e vino bollito.”
Dopo aver così deciso la natura della festa, l’ultima traccia di luce si era ormai spenta all’orizzonte, dietro la rete formata dalle nude fronde degli alberi. L’aria era pura e fredda, tipica di questa notte di Ognissanti; ai confini delle colline, verso il Hampshire, si vedevano lunghe strisce di luce colorate, simboli di addio e riposo. Sugli argenti dei prati del Rother aleggiava una leggera nebbia, che formava anche una linea bianca nell’oscurità crescente ai piedi delle colline. Non era ancora completamente notte, ma le prime stelle erano già apparse nel cielo; il piacevole profumo dei falò si diffondeva nell’aria serale quando ci trovammo davanti a una grande locanda situata a nord della strada, dietro un piccolo spazio verde. Lì, alcuni carri erano parcheggiati all’aperto; un uomo stava accanto a un carro, a una o due landaulette e anche a dei carretti trainati da cani, tutti raggruppati nel grande cortile.
I piani inferiori di questa vecchia locanda erano illuminati in modo splendido. Le piccole finestre quadrate erano oscurate da tende rosse; attraverso di esse, la luce raggiungeva noi mentre percorrevamo i freddi corridoi della sera, e sentivamo le canzoni degli uomini all’interno. Credo che ci fosse qualche tipo di mercato, il quale aveva attirato molti contadini dei dintorni, nonché alcuni commercianti e altre persone di rango inferiore.
Quindi l’abbiamo trovato quando abbiamo bussato alla porta ed è stato aperto. C’era un bar piacevole, e da esso si apriva una grande stanza nella quale si trovavano circa quindici o venti uomini, tutti robusti, alcuni anziani; tutti bevevano e cantavano.
Il loro pasto era già pronto da tempo, ma noi avevamo ordinato il nostro, che era di tale eccellenza in termini di uova e bacon, che nessuno di noi avrebbe mai pensato fosse possibile trovare qualcosa del genere al di là della tomba. Anche il formaggio, di cui ho parlato, ci fu servito insieme ai nuovi panini appena sfornati; quindi questa festa, a differenza di qualsiasi altra dal tempo dell’inizio del mondo, soddisfaceva esattamente tutte le aspettative che avevamo, e noi ne fummo molto contenti.
Poi accendemmo le nostre pipe e ognuno chiese il proprio drink: io il mio porto alle bacche nere, Grizzlebeard il brandy; il Poeta, a spese del Marinaio, la birra, mentre il Marinaio stesso il vino rosso. Dopo aver preso posto attorno al grande tavolo, salutammo tutti i presenti. Tuttavia non ci fu permesso di continuare la conversazione finché un vecchio seduto all’estremità del tavolo, con una piccola barba grigia e occhi semichiusi, non batté forte il pugno sul tavolo gridando “GOLIER”. Questa parola sembrava rappresentare qualche tipo di segnale, perché appena la pronunciò, tutti gli altri ripeterono in coro:
“E canterò ‘Golier’!”
Goliere, Goliere, Goliere, Goliere
E canterò di Golier!
Quando questo verso (che costituisce l’intero poema) fu ripetuto circa sei volte, capii con certezza di trovarmi ancora nella mia contea natale, e ne fui felice nel profondo del cuore, come un uomo che sente la tempesta battere contro le finestre, ma che è al sicuro all’interno della propria casa, protetto dal fuoco. Così capii anche che Hampshire si estendeva desolata per un miglio o due oltre, ma io ero al sicuro tra la mia gente, e questo lo dimostrava il fatto che stavano cantando quella antica canzone “Golier”.
Dopo aver cantato quante strofe di questo inno nazionale ritenevano opportuno, un giovane chiamò “Signor Charles”; da un angolo remoto del tavolo arrivò la risposta.
“Se così deve essere, che sia come desidero io… o che si possa agire secondo i miei voleri…”
Ma non riuscì a finirla, perché tutti iniziarono ad esclamare molto ad alta voce: “Signor Charles, Signor Charles!”, allora l’uomo molto anziano, alzandosi con fatica sulle sue gambe molto vecchie, posò le sue mani molto vecchie sul tavolo, si chinò in avanti e guardò verso l’alto con un volto pieno di anni e aspettativa, dicendo:
“Posso cantare quella canzone della California di sessant’anni fa,” disse ridacchiando. Poi un altro vecchio vicino a lui aggiunse:
“Ah, finalmente parlate nel modo giusto, signor Charles. C’era quel campo chiamato Hewlett’s Field, o alcuni lo chiamavano Howlett’s Field; in quello stesso periodo venne poi chiamato ‘California’, ” Ma i giovani che non riuscivano a sentirlo gridavano:
“Signor Charles, Signor Charles, ”, fino a quando il silenzio fu nuovamente ristabilito dal pugno del presidente che, con grande solennità, chiamò ancora una volta il signor Charles. Il signor Charles, con voce tremante, ci recitò allora quella antica lamentela.
Navigo verso l’America
Quella riva così lontana e straniera…
E io spero di poter mettere piede…
“In una terra fertile e rigogliosa…”
Ma nel mezzo dell’oceano…
Cresca pure il melo verde
Prima di dimostrare che è falso
Per la ragazza che mi ama.
La luna sarà avvolta nell’oscurità.
E le stelle non emettono luce
Ma ti avvolgerò tra le mie braccia
In una fredda notte gelida.
E nel mezzo dell’oceano
“Che possa crescere il melo verde…”
Qui, sopraffatta dalla malinconia di simili eventi, l’intera compagnia si unì in un grande lamento.
Prima che dimostri di essere falso
“Per la ragazza che mi ama.”
Questa canzone ci ha colpiti profondamente tutti, soprattutto il Poeta; per alcuni momenti non siamo più stati noi stessi. Quando il Marinai, alzando lo sguardo all’improvviso, disse:
“Signori, vi canterò una canzone, ma solo a condizione che possiate unirvi al ritornello.” A cui il presidente, seduto in fondo al tavolo, rispose:
“Ah, signore, se così fosse come noi lo conosciamo…”
Un giovane uomo protestò allora:
“Nient’altro che quello che possiamo fare insieme per cantarlo dopo”, ed era questa l’opinione generale. Così, quando quel pugno posto all’estremità del tavolo ebbe eseguito il suo rituale abituale, e quando fu portata ancora più birra, come richiesto dall’occasione, il Marinai iniziò a gridare a squarciagola, senza alcuna melodia particolare, quella nobile canzone; enfatizzava in modo particolare il ritornello, così che tutti i nostri amici potessero ripeterlo facilmente.
“La brutta, meschina e traditrice regina”…
Penso che tu sia il Diavolo!
Per abbattere i ricchi e gli egoisti
E portarle allo stesso livello.
Di tutti i miei amici che hanno trovato la loro fine…
Seguendoti soltanto.
Quanti ne ho già raccontati all’inferno…
“Così sarà anche per me…”
Sentendo quest’ultima frase, tutti cominciarono a battere le mani e a gridare con entusiasmo, urlando ad alta voce:
“#Non sarà mai così.”
Non sarà mai così
“Non resterai mai con me!”
Che, attraverso ripetizioni appassionate, trasformarono in un canto corale; e un vecchio signore il cui mento era quasi appoggiato sul tavolo disse: “Sì, padrone! Ma chi è lei?”
“Perché,” disse il Marinaio, “quella di cui parliamo in questa canzone è proprio lo spirito che ci spinge a cercare sempre di ottenere di più, a rendere la nostra vita più facile a scapito degli altri e delle nostre stesse anime.”
“Dovremo riuscirci! Se possibile, faremo del nostro meglio!” disse un giovane mugnaio che abitava più a valle.
“Sì,” disse brevemente il Marinaiolo, “ma lasciate che vi dica: nelle città esagerano davvero. Non biasimo il vostro modo di fare, e comunque, la canzone deve andare avanti,” e così iniziò il secondo verso.
“Conoscevo tre individui che erano sotto il tuo controllo…”
Troppo da portare
Il primo potrebbe non bere affatto vino.
E nel secondo momento, non volle sposarsi.
Il terzo nella ricerca della terra d’oro
Fu annegato in mare.
“Cosa gli insegnò a capire quanto valga il proprio salario…”
“Così sarà anche per me…”
E tutti gridarono di nuovo come prima:
“#Non sarà mai così.”
Non sarà mai così
“Non sarai mai con me.”
“Allora il marinaio ricominciò…”
“C’era Peter Bell di North Chappel…”
Fu troppo duro e spietato
Non spese nemmeno un centesimo di tutti i suoi molti…
Morì per aver curato troppo…
Salvò più di due sterline e mezza
Ma sua vedova lo spendette senza risparmio.
Capovolse letteralmente la città
“Così sarà anche per me…”
E ancora una volta, ma con maggiore zelo di prima, gli ripeterono il loro coro; tutti conoscevano infatti la North Chapel, e alcuni scuotevano la testa ridendo; uno anziano bugiardo aggiunse persino di ricordare quella vedova.
Ma il marinaio, alla fine, cantò con una voce ancora più potente di quella che ci aveva riservato in tutti quei giorni:
Titolo:
“Allora i manichini battono sul tavolo…”
Per il figlio minore dello sceriffo
Chi mai non ha posseduto nemmeno un penny o una sterlina…
Ma ottenne ciò che desiderava con tutto il cuore.
Oh, la maledizione dei creditori
Seguirebbe il suo feretro
Per tutto ciò che aveva importanza per lui!
Facili da ingannare
Dall’adorare Mammon…
“Così sarà anche per me…”
“E tutti insieme, con un unico e potente coro, lo applaudirono e lo accolsero come amico, gridando…”
“Non lo dirò mai”
Non lo dirò mai
“Non sarai mai con me.”
“Ah! Ma questo è davvero giusto!” disse il principale usuraio di quella zona, con gli occhi che brillavano; e in quel momento si sarebbe potuto pensare che nessuno di loro avesse più ambizioni terrene. Mentre il marinaio mormorava tra sé:
“#And Absalom…”
Un figlio di re
Impiccato a un albero
Quando avrebbe potuto conquistare il regno
“Così sarà anche per me…”
Era giunto il momento in cui gli ospiti dovevano andare a salvare coloro che quella notte avrebbero dormito in quella casa, e i cui animali erano alloggiati lì. Ma quando Grizzlebeard ed io chiedemmo all’ospite se ci fosse posto per noi, lui rispose di no, nemmeno nella sua stalla, dove quella notte molte persone avrebbero dormito sul pagliaio. Tuttavia, se avessimo pagato il nostro conto, avremmo potuto dormire (e ci avrebbe fornito coperte e tappeti) davanti a quel fuoco, in quella stanza.
Gli dicemmo che saremmo partiti presto, pagammo il conto e così, per la terza volta in quelle tre notti, avremmo dormito di nuovo come fanno gli uomini in tempo di guerra. Ma ormai le nostre ossa erano ormai abituate a questo.
TT
E quando l’ultimo uomo se ne andò a letto o nel fienile, ci rimase solo una candela; così ci sistemammo il più meglio possibile intorno al fuoco e dormimmo l’ultima notte di quel meraviglioso viaggio.
Il 2 novembre 1902
Mi svegliai di colpo, uscendo bruscamente da quel sogno in quella stanza vuota. Era Grizzlebeard ad aver messo la sua mano sulla mia spalla. L’alba tardi invernale appena iniziava a illuminare il cielo; c’era nebbia sulle lande circostanti e brina sui vetri delle finestre.
Mi svegliai e rabbrividii. Nel sogno ero giunto in un luogo meraviglioso, quel luogo nascosto nella mente, fatto interamente di ricordi e pace. Lì sembravo trovarmi in una vasta radura di faggi, in piedi su erba morbida e profumata, su una pendenza molto alta sopra il mare; l’aria era calda e il mare rifletteva i raggi del sole, molto più in basso. Era un luogo simile a quello che le mie terre natie avevano creato nella mia mente, ma trasfigurato, pieno di gloria e soddisfazione, di grandezza e bellezza adatta alla beatitudine dell’anima. Nel sogno non provavo alcun senso di perdita; al contrario, tutto sembrava essere finalmente ritornato a me. Ma tutto questo era solo un sogno. Quando mi svegliai, mi trovai nel mondo reale, davanti alle tristi incertezze di una giornata invernale appena iniziata.
“Grizzlebeard, che mi aveva svegliato, disse seriamente…”
“Dobbiamo alzarci presto. Svegliamo anche gli altri e partiamo, perché siamo vicini alla fine del nostro viaggio. Siamo arrivati alla fine di questo breve tratto del nostro percorso, e della nostra breve compagnia, poiché dobbiamo raggiungere il confine della contea in queste prime ore del giorno. Quindi, svegliatevi e svegliate anche gli altri.”
Poi svegliai gli altri due, che anch’essi si mossero e guardarono con stanchezza quella debole luce grigiastra, ma si alzarono a loro volta. Allora dissi a Grizzledbeard:
“Non dovremmo mangiare prima di andare in quel posto dove non ci vedremo più mai?”
Ma lui disse: “No, abbiamo ancora un piccolo tratto da percorrere; e quando avremo completato questo tratto insieme, romperemo il pane che abbiamo tra noi, ci faremo promesse a vicenda, se vuoi. E poi non ci vedremo mai più.”
Anche gli altri dissero che era proprio in questo modo che la cosa doveva essere fatta.
Cedendo loro, quindi (poiché percepii che erano più forti di me), uscimmo nella nebbia mattutina e camminammo attraverso di essa con decisione, ma in silenzio; i suoni dei nostri passi ci raggiungevano chiaramente, avvolti e nascosti dalla nebbia. Per un miglio, poi un secondo miglio, nessuno di noi pronunciò una parola. Mentre camminavo, guardavo furtivamente da una parte all’altra, osservando i miei compagni che il caso aveva messo al mio fianco in quelle poche ore; e mi sembrava (forse a causa della nebbia o per qualche altro motivo) che fossero più alti degli uomini normali, e i loro occhi evitavano di incrociare i miei.
Quando arrivammo a Treyford, Grizzlebeard, che in quel momento era di fatto il nostro capo – o almeno il mio – prese quella strada che conduceva a nord, attraversava Redlands e saliva fino alla collina di Elstead e alla sua locanda. Fu allora che per la prima volta parlò.
“Qui spezzeremo un pane e ci prometteremo l’un l’altro per l’ultima volta.”
Lo facemmo, seduti tutti in silenzio; poi riprendemmo il cammino, procedendo come avevamo fatto prima, fino a quando non arrivammo a Harting. Appena entrammo nel villaggio, Grizzlebeard, avanzando un po’ più velocemente, si fermò insieme ai suoi due compagni davanti a me, bloccandomi il passo; mi guardavano con gentilezza, ma impedivano che potessi proseguire.
Dissero loro, un po’ spaventati: “State per lasciarci ora? Non siamo ancora arrivati al confine della contea!”
“Ma GrizzlediBarba disse (gli altri rimasero in silenzio):…”
“Sì. Proprio come ci siamo incontrati da questa parte del confine della contea, così ci separeremo prima di attraversarlo. E nemmeno tu lo attraverserai con noi. Ma io e questi miei compagni, una volta superato il confine, dovremo andare ognuno per la propria strada; mentre tu, forse, sei più fortunato, perché non sei lontano dalla tua >casa.”
Quando lo disse, rimasi confuso e mi chiesi, dalla sua voce e dal comportamento di lui e dei suoi compagni nel complesso, se davvero fossero uomini.
“. E in tutta la contea,” dissi, “esiste un’altra compagnia di quattro persone come questa; riuscirò a trovare anche solo un compagno simile a uno di voi? Chi c’è oggi che possa cantare come fate voi, in qualsiasi momento della giornata, e che sappia anche comporre le melodie? E anche se qualcuno potesse cantare così, sarebbe davvero una persona della mia stessa fede?”
“Torna con me,” dissi, “lungo la cresta delle Downs; vedremo insieme i boschi di Lavington e il pendio ripido di Bury Combe, poi gireremo a sud e raggiungeremo una casa che conosco, costruita su ciottoli, vicino alla riva del mare, non lontano da dove gli antichi palazzi romani sono sommersi dall’Owers; stasera ancora, e se vorrai per l’ultima volta, accanto a un altro fuoco canteremo ancora più forte, mescolando le nostre voci al rumore del mare.”
Ma Grizzlebeard non volle nemmeno indugiare. Mi guardò con una terribile solennità e disse: “No; tutti e tre siamo chiamati ad altre cose. Ma torni pure a casa tua, perché il viaggio è finito.”
Poi aggiunse (ma con un altro tono di voce): “Non rimane assolutamente nulla: né case, né castelli, per quanto forti; né amori, per quanto teneri e sinceri; né amicizie tra gli uomini, per quanto solide. Non resta che ciò di cui non parlerò, perché ne abbiamo già parlato abbastanza in questi quattro giorni. Ma io, che sono vecchio, vi darò un consiglio: da ora in poi dovete considerare soprattutto quelle cose permanenti che rappresentano, per così dire, le rive di quest’epoca e i porti del nostro mare scintillante e piacevole, ma anche pericoloso e completamente mutevole.”
Quando ebbe detto queste parole – intendendo con esse la Morte – gli altri due, guardandomi tristemente, rimasero in silenzio per il tempo necessario perché un uomo possa dire addio con rispetto. Poi tutti e tre si girarono e se ne andarono rapidamente, con uno scopo preciso, lungo la strada del villaggio.
Li osservavo, stringendo gli occhi pieni di tristezza, ma in un attimo la nebbia li avvolse e scomparvero.
Salii nella penombra, lungo il sentiero più vicino, fino al prato e nella solitudine delle alte colline che sono i miei “fratelli” e la mia fonte di riposo; una volta raggiunto la loro cima, rivolsi il viso verso est e proseguii per molte ore, camminando febbrilmente verso le località da cui eravamo partiti; sotto di me, mentre avanzavo, si estendeva quel bellissimo paesaggio in cui avevo trascorso momenti così rari e indimenticabili.
Continuavo ad avanzare, attraverso piccoli sentieri tortuosi e le grandi creste ondulate delle colline; man mano che il giorno proseguiva e la luce intorno a me diminuiva, continuavo comunque ad andare avanti, ora inoltrandomi nelle zone dove sentieri e strade attraversavano la catena montuosa, ora entrando per un breve tratto in alte e silenziose foreste. E tutto il tempo mi avvicinavo sempre di più a un luogo preciso, del quale ricordi erano rimasti impressi nella mia mente da anni. Ma mentre camminavo verso quell’obiettivo, una crescente solitudine mi opprimeva; l’atmosfera di perdita e il ricordo di quelle profonde riflessioni scambiate in passato dai quattro di noi continuavano a tormentarmi.
Era nel bosco sopra Lavington, vicino alle colline dove si dice siano sepolti gli antichi re, che io, continuando ancora a seguire il profilo delle colline circostanti, provai l’apice totale di tutte quelle venti “marea” di mutabilità che si erano accumulate nel corso del tempo, formando così un insieme complesso nella mia anima. Vidi e compresi, proprio come si vede o si tocca una cosa fisica, che nulla di ciò che appartiene a noi umani rimane; anzi, anche prima che la mia contea smettesse di essere se stessa, io l’avrei già lasciata. Riconobbi di trovarmi in quella condizione mentale in cui gli uomini ammettono la propria mortalità: qualcosa era già svanito da me. Intendo dire quel “mattino fresco e vigoroso” della mia vita, in cui la bellezza di questa terra si rifletteva come in uno specchio d’argento lucido. La giovinezza se n’era andata. Era stata amata e rimpianta, ma ormai non mi apparteneva più.
Poi, mentre camminavo più lentamente attraverso quel bosco, spingendo davanti a me grandi ondate di foglie secche – proprio come le vele di una nave spingono l’acqua scura al loro passaggio – da un lato all’altro. Quando il vento soffia forte sul centro della vela e l’acqua risponde con un suono potente mentre la nave procede, così anch’io continuai a camminare. Finché, all’improvviso, ricordai con quel dolore che colpisce gli uomini al suono delle campane: quella volta era novembre. Era il Giorno dei Morti. Per tutto quel giorno ero stato immerso nei miei pensieri, in solitudine e digiuno. Ora stava calando la sera. Avevo trascorso l’intera giornata in quella profonda solitudine tra le montagne. E ora era già sera. Proprio in quell’istante di ricordo alzai lo sguardo. E vidi che ero arrivato laggiù. Ero giunto su quel prato che, per tutto quel tempo, avevo immaginato fosse la mia meta.
È quella grande piattaforma situata poco oltre Barl’ton, da dove tutto il mondo si apre davanti ai nostri occhi. A est, per cinquanta miglia, si estende la muraglia delle colline nella notte; a ovest, verso il cielo colorato, persiste ancora una luce diurna, sebbene trasformata. A sud si estende la vasta distesa del mare, assolutamente immobile; nemmeno un animale si muove nelle macchie boschive vicino a me, per disturbare la maestosità di quel silenzio. A nord, molto più in basso, si stende la foresta di Weald.
La nebbia era svanita; il cielo era pallido e invernale, ma puro in tutto il suo perimetro, e sopra la Manica si stagliava chiaramente la luna piena, ancora pallida, perché la notte non era ancora arrivata.
Ma sebbene fosse spesso adorata in tali serate e in un luogo del genere, ora qualcosa di ancora più grande mi attirava lontano da lei; così mi girai e guardai verso nord, oltre la cresta della scoscesa scarpata, verso la pianura, i fiumi e i tetti della regione del Weald. Avrei voluto benedirli se avessi conosciuto qualche parola o incantesimo in grado di trasmettere una vera benedizione; ma poiché non ne conoscevo alcuno, ripetei invece l’elenco dei loro nomi, come se fosse una preghiera.
Il fiume Arun, una valle di acque sacre; e il ruscello Amberley Wild, solitario e circondato da canne al tramonto; e la grande casa di Burton, dove avevo trascorso delle notti a novembre; e anche Lavington e Hidden Byworth; poi Fittleworth e Egdean Side, tutto brughiera e aria pura; il lago e i pini vicino alla mulina; e Petworth, piccola città.
Tutta quella terra che è intrecciata con la nostra carne, eppure nella quale un uomo non riesce nemmeno a trovare un acro o un muro che appartenga a lui stesso.
Sapevo che, spinto da questo sentimento, soltanto quel verso avrebbe potuto soddisfare almeno in parte quel desiderio irrimediabile. Così mi sdraiai completamente sull’erba corta che anche le pecore amano, presi un piccolo mozzicone di matita che avevo con me e strappai il retro di una lettera; poi composi le mie parole, misurandone la metrica, che all’inizio mi sfuggiva (sebbene fosse già presente in me da molte ore). Fu proprio grazie a quelle righe casualmente scritte che riuscii a trovare la giusta struttura.
”… e quindi anche la gioventù che muore”
“Può lasciare in eredità i suoi beni secondo il proprio volere.”
Posai il mio gesso sul foglio, con esitazione, e tracciai delle piccole linee, riflettendo sul mio tema. Ma non esitai a lungo in questo modo, perché sapevo che ogni creazione deve prima nascere dal caos, per poi assumere forma nel vuoto, prima di diventare qualcosa di completo. Così scrissi frammenti qua e là; pensando a quanti bambini, sotto di me, su quel vasto e fecondo “terreno”, stessero appena iniziando ciò che io avrei dovuto inevitabilmente abbandonare.
“…e della mia ricchezza lascio…”
Per ogni ragazza e ragazzo del Sussex
“La mia sorte nella gioia universale”.
Dopo averlo scritto, capii chiaramente cosa avevo in mente.
Il modo in cui la nostra terra e noi ci fondono insieme, diventando parte di un’unica entità, mi ha dato forza e ha guidato le varie parti del mio poema verso una conclusione; presentandole una dopo l’altra, fino a quando alla fine ho scritto questa riga:
“Uniti ai nostri campi casuali, cresciamo insieme.”
E poiché al momento non riuscivo a completare la parte centrale del verso, scrissi la fine, che già era pronta.
”… a causa della discendenza e perché…”
Il suolo e i ricordi che svaniscono dalla mente
“Divaricare e ampliare tutta l’umanità.”
Ah! Ma se un uomo fa parte di una terra ferma e solida che lo ha nutrito e dato vita, e se lui stesso può contribuire a renderla ancora più gloriosa e utile, allora quella terra sarà per lui un vero amico per sempre; in un certo senso, avrà sconfitto la Morte.
“E io passerò”, pensai, “ma questo rimarrà”.
“Quasi lungo quanto la Terra di Nessuno.”
“No, certamente,” risposi ad alta voce a me stesso, “lui non muore!” E da quella frase iniziarono a nascere le successive idee; le ultime strofe mi apparvero subito chiare, complete e significative, e le scrissi il più velocemente possibile.
“Non muore mai… ciò che può essere lasciato in eredità.”
Un certo influenzo sulla terra che conosce…
Osa, perseverante, intrecciarsi
Amore eterno tra i cespugli selvatici
Non muore, ma rimane comunque lì.
Confermare con le sue adorate pianure.
Titolo:
“L’avventura meravigliosa della primavera chiama…”
La sua polvere divampa tra gli alberi;
Il segreto delle cascate del fiume che delimita il suo territorio
Ricordate e ripetete il suo nome.
Cavalca nel cielo rumoroso di ottobre
Non muore. Non muore.
“Le querce conoscono quella testa familiare…”
Chi li amava, e un cielo popolato di esseri viventi
Sotto la loro benedizione… si estendeva…
Consola il silenzio ovunque
Per gli spiriti nativi… tornate e restate qui
Perfeziona il mistero che si nasconde tra gli alberi.
“Quindi, anche se io stesso sono… “
Il tremore di quel terribile giorno
Quando amici, fuoco e >casa vengono persi.
E anche i bambini, che vengono portati via…
Il passante mi sentirà ancora.
“Un ragazzo che canta sulla collina di Duncton”.
Ricco di questi pensieri e profondamente sollevato dalla loro espressione in versi, attraversai l’oscurità circostante, dirigendomi verso sud, attraverso le colline, fino alla mia >casa.
CONTENTS
PREFACE
THE FOUR MEN
THE TWENTY NINTH OF OCTOBER 1902
THE THIRTIETH OF OCTOBER 1902
THE THIRTY-FIRST OF OCTOBER 1902
THE FIRST OF NOVEMBER 1902
THE SECOND OF NOVEMBER 1902
Frontispiece of the first edition
First page of the first edition, which was copiously illustrated
THE FOUR MEN
A FARRAGO
BY H. BELLOC
The Southern Hills and the South Sea
They blow such gladness into me,
That when I get to Burton Sands
And smell the smell of the Home Lands,
My heart is all renewed and fills
With the Southern Sea and the South Hills.
TO
MRS. WRIGHT-BIDDULPH
OF BURTON IN THE COUNTY OF SUSSEX, UNDER WHOSE ROOF SO MUCH OF THIS BOOK WAS WRITTEN
PREFACE
MY COUNTY, IT has been proved in the life of every man that though his loves are human, and therefore changeable, yet in proportion as he attaches them to things unchangeable, so they mature and broaden.
On this account, Dear Sussex, are those women chiefly dear to men who, as the seasons pass, do but continue to be more and more themselves, attain balance, and abandon or forget vicissitude. And on this account, Sussex, does a man love an old house, which was his father’s, and on this account does a man come to love with all his heart, that part of earth which nourished his boyhood. For it does not change, or if it changes, it changes very little, and he finds in it the character of enduring things.
In this love he remains content until, perhaps, some sort of warning reaches him, that even his own County is approaching its doom. Then, believe me, Sussex, he is anxious in a very different way; he would, if he could, preserve his land in the flesh, and keep it there as it is, forever. But since he knows he cannot do that, “at least,” he says, “I will keep her image, and that shall remain.” And as a man will paint with a peculiar passion a face which he is only permitted to see for a little time, so will one passionately set down one’s own horizon and one’s fields before they are forgotten and have become a different thing. Therefore it is that I have put down in writing what happened to me now so many years ago, when I met first one man and then another, and we four bound ourselves together and walked through all your land, Sussex, from end to end. For many years I have meant to write it down and have not; nor would I write it down now, or issue this book at all, Sussex, did I not know that you, who must like all created things decay, might with the rest of us be very near your ending. For I know very well in my mind that a day will come when the holy place shall perish and all the people of it and never more be what they were. But before that day comes, Sussex, may your earth cover me, and may some loud-voiced priest from Arundel, or Grinstead, or Crawley, or Storrington, but best of all from home, have sung Do Mi Fa Sol above my bones.
THE FOUR MEN
THE TWENTY NINTH OF OCTOBER 1902
NINE YEARS AGO as I was sitting in the “George” at Robertsbridge drinking that port of theirs and staring at the fire, there arose in me a multitude of thoughts through which at last came floating a vision of the woods of home and of another place — the lake where the Arun rises.
And I said to myself, inside my own mind: What are you doing? You are upon some business that takes you far, not even for ambition or for adventure, but only to earn. And you will cross the sea and earn your money, and you will come back and spend more than you have earned. But all the while your life runs past you like a river, and the things that are of moment to men you do not heed at all.”
As I thought this kind of thing and still drank up that port, the woods that overhang the reaches of my river came back to me so clearly that for the sake of them, and to enjoy their beauty, I put my hand in front of my eyes, and I saw with every delicate appeal that one’s own woods can offer, the steep bank over Stoke, the valley, the high ridge which hides a man from Arundel, and Arun turning and hurrying below. I smelt the tide.
Not ever, in a better time, when I had seen it of reality and before my own eyes living, had that good picture stood so plain; and even the colours of it were more vivid than they commonly are in our English air; but because it was a vision there was no sound, nor could I even hear the rustling of the leaves, though I saw the breeze gusty on the water-meadow banks, and ruffling up a force against the stream.
Then I said to myself again:
“What you are doing is not worth while, and nothing is worth while on this unhappy earth except the fulfilment of a man’s desire. Consider how many years it is since you saw your home, and for how short a time, perhaps, its perfection will remain. Get up and go back to your own place if only for one day; for you have this great chance that you are already upon the soil of your own county, and that Kent is a mile or two behind.”
As I said these things to myself I felt as that man felt of whom everybody has read in Homer with an answering heart: that “he longed as he journeyed to see once more the smoke going up from his own land, and after that to die.”
Then I hit the table there with my hand, and as though there were no duty nor no engagements in the world, and I spoke out loud (for I thought myself alone). I said:
“I will go from this place to my home.”
When I had said this the deeper voice of an older man answered:
“And since I am going to that same place, let us journey there together.”
I turned round, and I was angry, for there had been no one with me when I had entered upon this reverie, and I had thought myself alone.
I saw then, sitting beyond the table, a tall man and spare, well on in years, vigorous; his eyes were deep set in his head; they were full of travel and of sadness; his hair was of the colour of steel; it was curled and plentiful, and on his chin was a strong, full beard, as grey and stiff as the hair of his head.
“I did not know that you were here,” I said, “nor do I know how you came in, nor who you are; but if you wish to know what it was made me speak aloud although I thought myself alone, it was the memory of this county, on the edge of which I happen now to be by accident for one short hour, till a train shall take me out of it.”
Indice
Prefazione
I QUATTRO UOMINI
Il ventinovesimo ottobre 1902
Il trentesimo ottobre 1902
Il trentunesimo ottobre 1902
Il primo di novembre 1902
Il 2 novembre 1902
Frontespizio della prima edizione
Prima pagina della prima edizione, riccamente illustrata
I QUATTRO UOMINI
Un disastro totale
Di H. Belloc
Le colline del sud e il mare meridionale
Donano loro gioia alla mia vita
Titolo:
Quando arriverò a Burton Sands…
E sentite l’odore delle Terre d’Origine.
Cuore rinnovato e colmo di speranza
Con il Mare del Sud e le Colline del Sud.
TO
Signora Wright-Biddulph
Di Burton nella contea del Sussex, sotto il cui tetto è stata scritta gran parte di questo libro
Prefazione
La mia contea. È stato dimostrato nella vita di ogni uomo che, anche se i suoi affetti sono umani e quindi soggetti a cambiamenti, quanto più li lega a cose immutabili, tanto più questi affetti maturano e si ampliano.
Per questo motivo, caro Sussex, quelle donne sono particolarmente apprezzate dagli uomini perché, con il passare del tempo, continuano a essere sempre più se stesse, raggiungono l’equilibrio e abbandonano o dimenticano le vicissitudini della vita. Ed è per questo motivo che un uomo ama una vecchia casa che apparteneva a suo padre; ed è per questo motivo che un uomo inizia ad amare con tutto il cuore quella parte della terra che ha visto crescere la sua infanzia. Perché essa non cambia, o se cambia, cambia molto poco, e in essa l’uomo trova le caratteristiche delle cose durature.
In quell’amore, lui rimane soddisfatto fino a quando, forse, non riceve qualche avvertimento che anche la sua stessa contea sta per affrontare la propria rovina. Allora, credimi, Sussex, diventa ansioso in un modo molto diverso; vorrebbe, se potesse, preservare la sua terra nel mondo reale e mantenerla così com’è, per sempre. Ma poiché sa di non poterlo fare, “almeno”, dice, “conserverò il suo ricordo, e quello rimarrà”. E proprio come un uomo dipinge con passione un volto che può vedere solo per poco tempo, così anche noi cerchiamo disperatamente di fissare nella memoria i nostri paesaggi e le nostre terre prima che vengano dimenticati o cambiino completamente. È per questo che ho deciso di scrivere ciò che mi è accaduto tanti anni fa, quando ho incontrato prima un uomo e poi un altro, e insieme abbiamo attraversato tutta la tua terra, Sussex, da un capo all’altro. Per molti anni ho voluto farlo, ma non l’ho mai fatto; né lo farei ora, se non sapessi che anche tu, come tutte le cose create, potresti essere molto vicino alla tua fine. So infatti con certezza che arriverà un giorno in cui quel luogo sacro scomparirà e tutti i suoi abitanti non saranno più quelli di una volta. Ma prima che quel giorno arrivi, Sussex, possa la tua terra coprirmi. E possa qualche prete dal forte timbro di voce, proveniente da Arundel, Grinstead, Crawley o Storrington – ma soprattutto dalla mia casa – cantare “Do Mi Fa Sol” sopra le mie ossa.
I QUATTRO UOMINI
Il ventinovesimo ottobre 1902
Nove anni fa, mentre sedevo al “George” a Robertsbridge, bevendo quel loro porto e fissando il fuoco, nella mia mente affiorarono molte idee; alla fine emerse l’immagine dei boschi della mia >casa e di un altro luogo: il lago da cui nasce l’Arun.
E mi dissi dentro di me: “Cosa stai facendo? Stai intraprendendo un viaggio lungo e lontano, non per ambizione né per avventura, ma solo per guadagnare denaro. Attraverserai il mare per ottenere i tuoi soldi, e poi tornerai indietro per spendere più di quanto hai guadagnato. Ma nel frattempo la tua vita scorre via come un fiume, e le cose che sono davvero importanti per gli uomini tu non le consideri affatto.”
Mentre pensavo a queste cose e continuavo a bere quel porto, i boschi che si estendono lungo le rive del mio fiume mi tornarono alla mente con tale chiarezza che, per il loro bene e per godermi la loro bellezza, misi una mano davanti agli occhi. Vidi tutto ciò che quei boschi possono offrire: la ripida riva sopra Stoke, la valle, l’alta cresta che nasconde un uomo dagli sguardi di Arundel. E vidi anche il fiume Arun che scorreva veloce sotto di me. Sentii anche l’odore della marea.
Mai, in un momento migliore, quando l’avevo visto con i miei occhi davanti alla realtà, quell’immagine così bella era apparsa così chiara; persino i suoi colori erano più vividi di quanto siano solitamente nel nostro clima inglese. Ma poiché si trattava di una visione, non c’era alcun suono; non riuscivo nemmeno a sentire il fruscio delle foglie, anche se vedevo la brezza soffiare forte sulle rive del prato allagato, sollevando onde contro la corrente.
“Allora mi dissi di nuovo…”
“Quello che stai facendo non vale la pena; su questa terra infelice nulla ha valore se non la realizzazione dei desideri di un uomo. Pensa a quanti anni siano trascorsi da quando hai visto la tua casa, e a quanto tempo potrebbe durare ancora la sua perfezione. Alzati e torna al tuo posto, anche solo per un giorno; hai questa grande opportunità: ti trovi già sul suolo della tua contea, e Kent è a soli un miglio o due di distanza.”
Mentre mi dicevo queste cose, provai ciò che provava quell’uomo di cui tutti hanno letto nelle opere di Omero: un desiderio ardente di rivedere ancora una volta il fumo levarsi dalla sua terra natale, e poi morire.
Allora colpii il tavolo con la mano, come se non ci fossero obblighi né impegni al mondo, e parlai ad alta voce (perché pensavo di essere solo). Dissi:
“Me ne andrò da questo posto e tornerò a casa mia.”
“Quando dissi questo, una voce più profonda di un uomo anziano rispose…”
“E poiché sto andando proprio in quel posto, viaggiamo lì insieme.”
Mi girai, arrabbiato: quando ero immerso in quella fantastica riflessione, non c’era nessuno con me, e pensavo di essere solo.
Vidi allora, seduto oltre il tavolo, un uomo alto e snello, di età avanzata ma ancora vigoroso; i suoi occhi erano incassati profondamente nella testa, pieni di esperienze vissute e di tristezza; i suoi capelli erano del colore dell’acciaio, ricci e folti, e sul suo mento c’era una barba robusta e folta, grigia e rigida come i suoi capelli.
“Non sapevo che fossi qui,” dissi, “né so come tu sia entrato, né chi tu sia; ma se vuoi sapere perché mi sono fatto parlare ad alta voce pur pensando di essere solo, è stato il ricordo di questa contea, ai margini della quale mi trovo ora per caso, per soltanto un breve istante, fino a quando un treno non mi porterà via da qui.”
Then he answered, in the same grave way that he had spoken before:
“For the matter of that it is my county also — and I heard you say more than that.”
“Yes, I said more than that, and since you heard me you know what I said. I said that all the world could be thrown over but that I would see my own land again, and tread my own county from here and from now, and since you have asked me what part especially, I will tell you. My part of Sussex is all that part from the valley of Arun, and up the Western Rother too, and so over the steep of the Downs to the Norewood, and the lonely place called No Man’s Land.”
He said to me, nodding slowly:
“I know these also,” and then he went on. “A man is more himself if he is one of a number; so let us take that road together, and, as we go, gather what company we can find.”
I was willing enough, for all companionship is good, but chance companionship is the best of all; but I said to him, first:
“If we are to be together for three days or four (since it will take us that at least to measure the whole length of Sussex), tell me your name, and I will tell you mine.”
He put on the little smile which is worn by men who have talked to very many different kinds of their fellows, and he said:
“My name is of a sort that tells very little, and if I told it it would not be worth telling. What is your name?”
“My name,” I said to him, “is of importance only to those who need to know it; it might be of importance to my masters had I such, but I have none. It is not of importance to my equals. And since you will not tell me yours, and we must call each other something, I shall call you Grizzlebeard, which fixes you very well in my mind.”
“And what shall I call you,” he said, “during so short a journey?”
“You may call me Myself,” I answered, “for that is the name I shall give to my own person and my own soul, as you will find when I first begin speaking of them as occasion serves.”
It was agreed thus between us that we should walk through the whole county to the place we knew, and recover, while yet they could be recovered, the principal joys of the soul, and gather, if we could gather it, some further company; and it was agreed that, as our friendship was chance, so chance it should remain, and that these foolish titles should be enough for us to know each other by.
When, therefore, we had made a kind of pact (but not before) I poured out a great deal of my port for him into a silver mug which he habitually kept in his pocket, and drinking the rest from my own glass, agreed with him that we would start the next day at dawn, with our faces westward along the Brightling road — that is, up into the woods and to the high sandy land from which first, a long way off, one sees the Downs.
All this was on the evening of the 29th October in the year 1902; the air was sharp, but not frosty, and, outside, drove the last clouds of what had been for three days a great gale.
Next morning, having slept profoundly, without giving a warning to any one who had engaged us or whom we had engaged, but cutting ourselves quite apart from care and from the world, we set out with our faces westward, to reach at last the valley of the Arun and the things we knew.
THE THIRTIETH OF OCTOBER 1902
THERE WAS STILL wind in the sky, and clouds shaped to it, and driving before it in the cold morning as we went up the lane by Scalands Gate and between the leafless woods; and still the road rose until we came to Brightling village, and there we thought that we would step into the inn and breakfast, for we had walked four miles, and all that way up hill we had hardly said a word one to the other.
But when we were come into the inn we found there a very jovial fellow with a sort of ready smile behind his face, and eyes that were direct and keen. But these eyes of his were veiled with the salt of the sea, and paler than the eyes of a landsman would have been; for by the swing of his body as he sat there, and the ease of his limbs, he was a sailor. So much was very clear. Moreover, he had a sailor’s cap on with a shiny peak, and his clothes were of the sailor’s cut, and his boots were not laced but were pulled on, and showed no divisions anywhere.
As we came in we greeted this man and he us. He asked us whence we had come; we said from Robertsbridge; he told us that for his part he had slept that night in the inn, and when he had had breakfast he was setting out again, and he asked us whither we were going. Then I said to him:
“This older man and I have inclined ourselves to walk westward with no plan, until we come to the better parts of the county, that is, to Arun and to the land I know.”
The Sailor. “Why, that will suit me very well.”
Grizzlebeard. “How do you mean that will suit you very well?”
The Sailor. “Why, I mean that it is my intention also to walk westward, for I have money in my pocket, and I think it will last a few days.”
Myself. “Doubtless you have a ship in Portsmouth or in Southampton, which, if you come with us, you will join?”
The Sailor. “No, nor in Bosham either, of which the song says, ‘ Bosham that is by Selsea.’ There is no little ship waiting for me in Bosham harbour, but I shall fall upon my feet. So have I lived since I began this sort of life, and so I mean to end it.”
Grizzlebeard. “It will not end as you choose.”
When I had asked for breakfast for us two as well as for him, I said to the Sailor, “If you are to walk with us, by what name shall we call you?”
“Why that,” said the Sailor, “will depend upon what name you bear yourselves.”
“Why,” said I, “this older man here is called Grizzlebeard. It is not his family’s name, but his own, and as for myself, my name is Myself, and a good name too — the dearest sounding name in all the world.”
“Very well,” said the Sailor, pulling his chair up to the table and pouring himself out a huge great bowl of tea, “then you may call me Sailor, which is the best name in the world, and suits me well enough I think, for I believe myself to be the master sailor of all sailors, and I have sailed upon all the seas of the world.”
“Allora rispose, con lo stesso tono serio di prima.”
“Per quel che riguarda la questione, è anche la mia contea… E ho sentito dire che avete detto qualcosa di più.”
“Sì, ho detto di più. E poiché mi avete ascoltato, sapete cosa ho detto. Ho detto che tutto il mondo potesse essere distrutto, ma che io avrei rivisto la mia terra, e che da ora in poi avrei camminato nuovamente sul mio territorio. E poiché mi avete chiesto quale parte specifica intendo, ve lo dirò: la mia parte del Sussex è tutta quella zona a partire dalla valle di Arun, lungo il fiume Western Rother, fino alle colline dei Downs e al luogo desolato chiamato No Man’s Land.”
“Mi disse, annuendo lentamente…”
“Conosco anche questi,” proseguì. “Un uomo è più se stesso quando fa parte di un gruppo; quindi seguiamo insieme questa strada e, lungo il cammino, cerchiamo di raccogliere quanta compagnia possiamo trovare.”
Ero più che disposto, perché ogni compagnia è utile, ma quella casuale è la migliore di tutte; tuttavia, prima gli dissi:
“Se dobbiamo stare insieme per tre o quattro giorni (poiché ci vorranno almeno così tanto per percorrere l’intera lunghezza del Sussex), dimmi il tuo nome e ti dirò il mio.”
Sorrise leggermente, quel tipo di sorriso che hanno gli uomini che hanno parlato con molte persone molto diverse tra loro, e disse:
“Il mio nome non dice molto; inoltre, raccontarlo non avrebbe alcun valore. E tu, qual è il tuo nome?”
“Il mio nome,” gli dissi, “ha importanza solo per coloro che hanno bisogno di conoscerlo; potrebbe essere importante per i miei padroni, se ne avessi, ma non ne ho. Non ha importanza nemmeno per i miei pari. E poiché tu non mi dirai il tuo nome, e dobbiamo pur chiamarci in qualche modo, ti chiamerò Grizzledbeard. Questo nome ti si addice perfettamente nella mia mente.”
“E come dovrei chiamarti,” disse, “durante un viaggio così breve?”
“Potete chiamarmi ‘Me Stesso’”, risposi, “poiché questo è il nome che darò a me stesso e alla mia anima, come scoprirete quando inizierò a parlare di loro, a seconda delle circostanze.”
Fu così concordato tra di noi: avremmo attraversato l’intero distretto fino al luogo che conoscevamo, per recuperare, finché ancora era possibile, le principali gioie dell’anima e, se ci fosse riuscito, anche qualche altro compagno; inoltre fu deciso che, poiché la nostra amicizia era nata per caso, così doveva rimanere, e che quei titoli banali fossero sufficienti perché potessimo riconoscerci a vicenda.
Quindi, quando avevamo stipulato una sorta di patto (ma non prima), versai per lui una grande quantità del mio vino in una coppa d’argento che lui teneva abitualmente in tasca; bevendo il resto dalla mia stessa coppa, concordammo sul fatto che avremmo iniziato il giorno seguente all’alba, con la faccia rivolta verso ovest lungo la strada di Brightling – cioè, addentrandoci nella foresta e dirigendoci verso quella vasta area sabbiosa da cui, molto lontano, si possono vedere per la prima volta le colline delle Downs.
Tutto ciò accadde nella serata del 29 ottobre 1902; l’aria era fresca, ma non gelida, e fuori si disperdevano gli ultimi strati di nuvole causati da una tempesta intensa che aveva durato per tre giorni.
La mattina seguente, dopo aver dormito profondamente, senza dare alcuna notifica a coloro che ci avevano assunto o a noi che avevamo accettato l’incarico, e mettendoci completamente al di fuori delle preoccupazioni e del mondo esterno, partimmo con la direzione ovest, decisi a raggiungere infine la valle dell’Arun e le cose che conoscevamo.
Il trentesimo ottobre 1902
C’era ancora vento nel cielo, e nuvole che prendevano la sua forma, spinte avanti da esso in quella fredda mattina mentre percorrevamo il sentiero vicino alla Scalands Gate, tra i boschi spogli; la strada continuava a salire fino a quando non arrivammo al villaggio di Brightling. Lì pensammo di entrare in una locanda per fare colazione, perché avevamo camminato per quattro miglia, e per tutto quel tratto in salita quasi non ci eravamo scambiati una parola.
Ma quando entrammo nell’osteria, trovammo un uomo molto allegro, con un sorriso sempre pronto sul volto e occhi diretti e acuti. Tuttavia, quegli occhi erano velati dal “sale del mare”, più chiari di quelli di una persona di terra; infatti, dal modo in cui si muoveva seduto lì e dall’agilità delle sue membra, era evidente che fosse un marinaio. Era tutto molto chiaro. Inoltre, indossava un cappello da marinaio con la tesa lucida; i suoi vestiti erano di taglio tipico dei marinai, e le sue scarpe non avevano lacci, ma venivano semplicemente infilate, senza alcuna parte separata.
Non appena siamo entrati, abbiamo salutato quest’uomo e lui ha salutato noi. Ci ha chiesto da dove venivamo; abbiamo risposto che eravamo di Robertsbridge. Ci ha detto che quella notte aveva dormito in una locanda e che, dopo aver fatto colazione, stava per ripartire. Ci ha anche chiesto dove stavamo andando. Allora io gli ho detto:
“Questo anziano e io abbiamo deciso di dirigerci verso ovest senza alcun piano preciso, fino a quando non raggiungeremo le zone migliori della contea, cioè Arun e quelle terre che conosco bene.”
Il marinaio. “Ah, mi andrà benissimo.”
Grizzlebeard: “Come fai a dire che ti si addatterà perfettamente?”
Il marinaio disse: “Beh, intendo dire che anch’io ho l’intenzione di dirigermi verso ovest, perché ho del denaro in tasca e penso che mi durerà per alcuni giorni.”
Io stesso. “Senza dubbio avete una nave a Portsmouth o a Southampton; se venite con noi, potrete unirvi a essa.”
Il marinaio: “No, nemmeno a Bosham. Di cui canta la canzone: ‘Bosham, che si trova vicino a Selsea’. Non c’è alcuna piccola nave ad aspettarmi nel porto di Bosham. Ma me la caverò. Così ho vissuto da quando ho iniziato questa vita. E così intendo finirla.”
Grizzledbeard: “Non andrà come vuoi tu.”
Quando avevo chiesto la colazione per noi due e anche per lui, dissi al Marinai: “Se vuoi venire con noi, con quale nome dobbiamo chiamarti?”
“Perché questo”, disse il Marinaio, “dipenderà dal nome che voi stessi vi darete”.
“Perché,” dissi, “questo uomo più anziano si chiama Grizzled beard. Non è il nome della sua famiglia, ma il suo nome personale; quanto a me, il mio nome è Myself, e anche un bel nome, il più bel nome che esista al mondo.”
“Molto bene,” disse il Marinaiolo, avvicinando la sedia al tavolo e versandosi una grande tazza di tè, “allora potete chiamarmi Marinaiolo, che è il nome migliore del mondo e mi si addice molto, perché credo di essere il miglior marinaiolo di tutti i marinai. Ho navigato in tutti i mari del mondo.”
Grizzlebeard. “I see that you will make a good companion.”
The Sailor. “Yes, for as long as I choose; but you must not be surprised if I go off by this road or by that at any hour, without your leave or any other man’s; for so long as I have money in my pocket I am determined to see the world.”
Myself. “We are well met, Sailor, you and Grizzlebeard and I in this parish of Brightling, which, though it lies so far from the most and the best of our county, is in a way a shrine of it.”
Grizzlebeard. “This I never heard of Brightling, but of Hurstmonceaux.”
Myself. “There may be shrines and shrines on any land, and sanctities of many kinds.
For you will notice, Grizzlebeard, or rather you should have noticed already, having lived so long, that good things do not jostle.”
The Sailor. “But why do you say this of Brightling? Is it perhaps because of these great folds of woods which are now open to the autumn and make a harp to catch the wind? Certainly if I’d woken here from illness or long sleep I should know by the air and by the trees in what land I was.” Grizzlebeard. “No, he was thinking of the obelisk which draws eyes to itself from Sussex all around.”
Myself. “I was thinking of something far more worthy, and of the soul of a man. For do you not note the sign of this inn by which it is known?”
The Sailor. “Why, it is called ‘The Fuller’s Arms’; there being so many sheep I take it, and therefore so much wool and therefore fulling.”
Myself. “No, it is not called so for such a reason, but after the arms or the name of one Fuller, a squire of these parts, who had in him the Sussex heart and blood, as had Earl Godwin and others famous in history. And indeed this man Fuller deserves to be famous and to be called, so to speak, the very demigod of my county, for he spent all his money in a roaring way, and lived in his time like an immortal being conscious of what was worth man’s while during his little passage through the daylight. I have heard it said that Fuller of Brightling, being made a Knight of the Shire for the County of Sussex in the time when King George the Third was upon the throne, had himself drawn to Westminster in a noble great coach, with six huge, hefty, and determined horses to draw it, but these were not of the Sussex breed, for there is none. And he—”
Grizzlebeard. “You say right that they were not ‘Sussex horses,’ for there are only two things in Sussex which Sussex deigns to give its name to, and the first is the spaniel, and the second is the sheep. Note you, many kingdoms and counties and lands are prodigal of their names, because their names are of little account and in no way sacred, so that one will give its name to a cheese and another to a horse, and another to some kind of ironwork or other, and another to clotted cream or to butter, and another to something ridiculous, as to a cat with no tail. But it is not so with Sussex, for our name is not a name to be used like a label and tied on to common things, seeing that we were the first place to be created when the world was made, and we shall certainly be the last to remain, regal and at ease when all the rest is very miserably perishing on the Day of Judgment by a horrible great rain of fire from Heaven. Which will fall, if I am not mistaken, upon the whole earth, and strike all round the edges of the county, consuming Tonbridge, and Appledore (but not Rye), and Horley, and Ockley, and Hazelmere, and very certainly Petersfield and Havant, and there shall be an especial woe for Hayling Island; but not one hair of the head of Sussex shall be singed, it has been so ordained from the beginning, and that in spite of Burwash and those who dwell therein.”
Myself. “Now you have stopped me in the midst of what I was saying about Fuller, that noble great man sprung from this noble great land.”
The Sailor. “You left him going up to Westminster in a coach with six great horses, to sit in Parliament and be a Knight of the Shire.”
Myself. “That is so, and, God willing, as he went he sang the song ‘Golier! Golier!’ and I make little doubt that until he came to the Marches of the county, and entered the barbarous places outside, great crowds gathered at his passage and cheered him as such a man should be cheered, for he was a most noble man, and very free with all good things. Nor did he know what lay before him, having knowledge of nothing so evil as Westminster, nor of anything so stuffy or so vile as her most detestable Commons House, where men sit palsied and glower, hating each other and themselves: but he knew nothing yet except broad Sussex.
“Well then, when he had come to Westminster, very soon there was a day in which the Big-wigs would have a debate, all empty and worthless, upon Hot Air, or the value of nothingness; and the man who took most money there out of the taxes, and his first cousin who sat opposite and to whom he had promised the next wad of public wealth, and his brother-in-law and his parasite and all the rest of the thieves had begun their pompous folly, when great Fuller arose in his place, full of the South, and said that he had not come to the Commons House to talk any such balderdash, or to hear it, but contrariwise proposed, then and there, to give them an Eulogy upon the County of Sussex, from which he had come and which was the captain ground and head county of the whole world.
“This Eulogy he very promptly and powerfully began, using his voice as a healthy man should, who will drown all opposition and who can call a dog to heel from half a mile away. And indeed though a storm rose round him from all those lesser men, who had come to Westminster, not for the praise or honour of their land, but to fill their pockets, he very manfully shouted and was heard above it all, so that the Sergeant-at-Arms grew sick with fear, and the Clerk at the Table wished he had never been born. But the Speaker, whose business it is to keep the place inane (I do not remember his name, for such men are not famous after death), stood up in his gown and called to Fuller that he was out of order. And since Fuller would not yield, every man in the House called out ‘Order!’ eight or nine hundred times. But when they were exhausted, the great Fuller, Fuller of Brightling, cried out over them all:
Grizzledbeard: “Vedo che sarai un ottimo compagno.”
Il marinaio: “Sì, per tutto il tempo che deciderò io; ma non dovete sorprendervi se parto in questa o in quell’altra direzione, in qualsiasi momento, senza il vostro permesso o quello di nessun altro; finché avrò denaro in tasca, sono deciso a vedere il mondo.”
Io stesso. “Siamo davvero ben messi insieme, Marinai: tu, Grizzlebeard e io in questa parrocchia di Brightling. Che, anche se si trova così lontana dalle zone migliori e più importanti della nostra contea, è in un certo senso un suo santuario.”
GrizzlediBarba. “Di questo non ho mai sentito parlare a Brightling, ma solo a Hurstmonceaux.”
Io stesso. “In qualsiasi terra possano esistere templi e luoghi sacri di ogni tipo.”
Come avrete notato, Grizzlebeard, o meglio, avreste dovuto notarlo già, essendo vissuto così a lungo, che le cose buone non si affollano mai insieme.
Il Marinai: “Ma perché dici queste cose di Brightling? Forse a causa di questi vasti boschi che ora si aprono all’autunno e sembrano un’arpa che cattura il vento? Certamente, se mi fossi svegliato qui a causa di una malattia o di un lungo sonno, avrei capito subito, dall’aria e dagli alberi, in quale terra mi trovavo.” Grizzlebeard: “No, lui pensava all’obelisco che attira gli sguardi da tutto il Sussex.”
Io stesso. “Stavo pensando a qualcosa di molto più prezioso, alla anima di un uomo. Non notate forse il segno che contraddistingue questa locanda?”
Il marinaio: “Beh, si chiama ‘The Fuller’s Arms’. Ci sono così tante pecore, quindi molta lana, e di conseguenza anche il processo di cardatura.”
Io stesso, “No, non si chiama così per quel motivo, ma in onore delle armi o del nome di un certo Fuller, un gentiluomo di queste parti che possedeva nel proprio sangue lo spirito e le tradizioni del Sussex, proprio come il Conte Godwin e altri personaggi famosi nella storia. E davvero, questo uomo merita di essere ricordato; si potrebbe dire che sia quasi una sorta di semidio della mia contea. Infatti, spendeva tutto il proprio denaro in modo sfarzoso e viveva come un essere immortale, consapevole di ciò che realmente vale la pena fare nella breve vita umana. Ho sentito dire che Fuller di Brightling, quando fu nominato Cavaliere del Borough per la contea del Sussex all’epoca del regno di Re Giorgio III, si recò a Westminster in un magnifico cocchio, trainato da sei cavalli enormi e robusti. Ma questi cavalli non erano della razza del Sussex, poiché tale razza semplicemente non esiste.”
Grizzlebeard: “Hai ragione quando dici che non si trattava di ‘cavalli del Sussex’, perché nel Sussex ci sono soltanto due cose a cui questo nome viene concesso con orgoglio: il levriero e la pecora. Nota bene: molti regni, contee e territori sono generosi nel dare i loro nomi a cose comuni, poiché tali nomi non hanno alcun valore particolare né significato sacro; quindi si dà il nome di ‘Sussex’ a formaggi, cavalli, oggetti di ferro, panna cotta o burro, persino a cose ridicole come un gatto senza coda. Ma non è così per il Sussex: il nostro nome non può essere usato in modo banale, come etichetta apposta a oggetti ordinari. Infatti, noi siamo stati il primo luogo creato quando il mondo fu formato, e sicuramente saremo gli ultimi ad esistere ancora. Regali e al riparo, mentre tutto il resto perirà miserabilmente nel Giorno del Giudizio, sotto una terribile pioggia di fuoco dal cielo. Quella pioggia colpirà tutta la terra, comprese le zone circostanti questa contea: distruggerà Tonbridge e Appledore (ma non Rye), Horley, Ockley, Hazelmere, e certamente anche Petersfield e Havant. Ma nemmeno un singolo capello del Sussex verrà bruciato. Così è stato stabilito fin dall’inizio, nonostante Burwash e coloro che vi abitano.”
Io stesso. “Ora che mi avete interrotto mentre parlavo di Fuller, quel nobile e grande uomo proveniente da questa nobile e grande terra, ”
Il Marinaio: “L’hai lasciato andare a Westminster su una carrozza trainata da sei bei cavalli, per sedersi in Parlamento e diventare un Cavaliere della Contea.”
Io stesso. “È proprio così; e, se Dio vuole, mentre viaggiava cantava la canzone ‘Golier! Golier!’ E non ho dubbi che, fino a quando non arrivò nelle marche della contea e non entrò in quelle terre barbare al di fuori, grandi folle si radunarono lungo il suo cammino acclamandolo come si merita un uomo del genere. Perché era davvero un uomo nobile, generoso con tutte le cose buone. Non sapeva nemmeno cosa lo aspettava: non conosceva nulla di così malvagio come Westminster, né nulla di così opprimente o disgustoso come la sua odiosa Camera dei Comuni, dove gli uomini stanno seduti immobili e cupi, odiandosi a vicenda e anche se stessi. Ma per lui esisteva solo il vasto Sussex.”
“Beh, allora, quando arrivò a Westminster, molto presto arrivò il giorno in cui i grandi personaggi avrebbero tenuto un dibattito, tutto vuoto e senza valore, su argomenti insignificanti o sul valore del nulla; l’uomo che prendeva la maggior parte dei soldi dalle tasse, suo cugino che sedeva di fronte a lui e a cui aveva promesso il prossimo mucchio di ricchezze pubbliche, suo cognato, il suo parassita e tutti gli altri ladri avevano già iniziato con le loro vanità pompose. Quando allora il grande Fuller si alzò al suo posto, pieno di orgoglio per il Sud, e disse che non era venuto alla Camera dei Comuni per parlare di simili sciocchezze, né per ascoltarle; anzi propose, lì stesso, di tenere un elogio per la contea del Sussex, da cui proveniva e che considerava il cuore e la capitale di tutto il mondo.”
“Questo elogio lo iniziò subito e con grande forza, usando la sua voce come dovrebbe fare un uomo sano, capace di soffocare ogni opposizione e di far obbedire anche un cane da mezzo miglio di distanza. E infatti, nonostante intorno a lui si scatenasse una tempesta di critiche da parte di quegli uomini meschini venuti a Westminster non per lodare o onorare il loro paese, ma solo per arricchirsi, lui continuò a parlare con coraggio, e la sua voce si udì sopra ogni altro rumore. Il Sergente d’Arma ne ebbe paura, e l’Ufficiale addetto alle registrazioni desiderò di non essere mai nato. Ma il Presidente della Camera, il cui compito è mantenere l’ordine in aula (non ricordo il suo nome, perché persone del genere non diventano famose dopo la morte), si alzò in piedi e ordinò a Fuller di smettere. Poiché Fuller rifiutò di obbedire, tutti i presenti gridarono “Ordine!” otto o novecento volte. Ma quando finalmente si esaurirono, quel grande Fuller, Fuller di Brightling, gridò ancora più forte su di loro, ”
“‘Do you think I care for you, you insignificant little man in the wig? Take that!’ And with these words he snapped his fingers in the face of the bunch of them, and walked out of the Commons House, and got into his great coach with its six powerful horses, and ordering their heads to be set southwards he at last regained his own land, where he was received as such a man should be, with bells ringing and guns firing, little boys cheering, and all ducks, hens, and pigs flying from before his approach to the left and to the right of the road. Ever since that day it has been held a singular honour and one surpassing all others to be a squire of Brightling, but no honour whatsoever to be a member of the Commons House. He spent all his great fortune upon the poor of Sussex and of his own parish, bidding them drink deep and eat hearty as being habits the best preservative of life, until at last he also died. There is the story of Fuller of Brightling, and may we all deserve as well as he.”
The Sailor. “The great length of your story, Myself, has enabled me to make a very excellent breakfast, for which I shall pay, bidding you and Grizzlebeard pay each for your own, as is the custom of the parish where I was born, and one I hope you will admire while I still have cash, but forget when I have spent it. And if in talking so much you have eaten little, I cannot help it, but I must take the road.”
So saying the Sailor rose up and wiped his lips very carefully with his napkin, and put down a sum of money upon which he had agreed with the landlord, and we also paid for ourselves, and then we all three set out under the high morning for Heathfield, and were ready to talk of Jack Cade (who very nearly did for the rich, but who most unfortunately came by a knock on the head in these parts), when we perceived upon the road before us a lanky fellow, moving along in a manner quite particular to men of one sort throughout the world, men whose thoughts are always wool-gathering, and who seem to have no purpose, and yet in some way are by the charity of their fellows kept fed and clothed.
“Mark you that man,” said Grizzlebeard, “for I think we can make him of our company, and if I am not mistaken he shall add to it what you (speaking to the Sailor) and Myself there, and I also lack. For this morning has proved us all three to be cautious folk, men of close speech and affectation, knaves knowing well our way about the world, and careful not to give away so much as our own names: skinflints paying each his own shot, and in many other ways fellows devoted to the Devil. But this man before us, if I mistake not, is of a kind much nearer God.”
As Grizzlebeard said this, we watched the man before us more closely, and we saw that as he walked his long limbs seemed to have loose joints, his arms dangled rather than swang, he steered no very straight course along the road, and under his felt hat with its narrow brim there hung tawny hair much too long, and in no way vigorous. His shirt was soft, grey and dirty, and of wool, and his collar made one with it, the roll of which just peeped above his throat, and his coat was of velveteen, like a keeper’s, but he was not like a keeper in any other way, and no one would have trusted him with a gun.
“Who knows but this thing may be an artist?” said the Sailor in an awed voice to me, as we came nearer.
Myself. “I do not think so. An artist would not be so nonchalant. Even in youth their debts oppress them, and they make certain fixed and firm gestures, for they are men that work with their hands. But this thing is loose hung, and though I will make certain he has debts, I will be certain also that he cares nothing for them, and could not tell you their amount to within half of the true total.”
By this time, since we walked steadily, and he shambling, as I have said, we had nearly come up with him, and we heard him crooning to himself in a way that might have irritated any weary listener, for the notes of his humming were not distinct at all, and he seemed to care little where the tune began or ended. Then we saw him stop suddenly, pull a pencil out of some pocket or other, and feel about in several more for paper as we supposed.
“I am right,” said Grizzlebeard in triumph. “He is a Poet!”
Hearing our voices for the first time the youth turned slowly round, and when we saw his eyes we knew indeed that Grizzlebeard was right. His eyes were arched and large as though in a perpetual surprise, and they were of a warm grey colour. They did not seem to see the things before them, but other things beyond; and while the rest of his expression changed a little to greet us, his eyes did not change. Moreover they seemed continually sad.
Before any of us could address this young man, he asked suddenly for a knife.
“Do you think it safe to let him have one?” said the Sailor to me.
“It is to sharpen this pencil with,” said the stranger, putting forth a stub of an H.B. much shorter than his thumb. He held it forward rather pitifully and uncertainly, with its blunt, broken point upwards.
“You had better take this,” said Grizzlebeard, handing him a pencil in better condition. “Have you no knife of your own?”
“I have lost it,” said the other sadly. His voice was mournful as he said it, so I suppose it had been his friend.
Grizzlebeard. “Well, take mine and write down quickly what you had to write, for such things I know by my own experience to be fugitive.”
The stranger looked at him a moment and then said:
“I have forgotten what I was going to say,.. I mean, to write.”
The Sailor (with a groan). “He has forgotten his own name!” — (Then more loudly), “Poet! Let us call you Poet, and come your way with us. We will look after you, and in return you shall write us verse: bad verse, oughly verse into which a man may get his teeth. Not sloppy verse, not wasty, pappy verse; not verse blanchified, but strong, heavy, brown, bad verse; made up and knotty; twisted verse of the fools. Such verse as versifiers write when they are moved to versifying by the deeper passions of other men, having themselves no facilities with the Muse.”
“‘Pensi davvero che mi importi di te, piccolo insignificante con quella parrucca? Prendi questo!’ E con queste parole fece schioccare le dita davanti a loro, poi uscì dalla Camera dei Comuni, salì sul suo grande cocchio trainato da sei potenti cavalli e ordinò che si dirigesse verso sud. Finalmente ritornò nella sua terra natale, dove fu accolto come meritava: con campane che suonavano, spari di cannone, grida di bambini. E tutti gli anatre, le galline e i maiali fuggivano a destra e a sinistra della strada al suo passaggio. Da quel giorno, essere un cavaliere di Brightling è considerato un onore straordinario, superiore a ogni altro; mentre essere membro della Camera dei Comuni non rappresenta alcun onore. Spese tutta la sua enorme fortuna per i poveri del Sussex e della sua parrocchia, incoraggiandoli a bere e mangiare abbondantemente, convinto che queste abitudini fossero le migliori per preservare la vita. Fino a quando anche lui non morì. Ecco la storia di Fuller di Brightling. Possiamo tutti meritare lo stesso onore.”
Il Marinai: “La lunghezza della tua storia mi ha permesso di preparare una colazione davvero eccellente; per essa pagherò io stesso, e vi invito tu e Grizzlebeard a pagare ciascuno la propria parte, come è consuetudine nella parrocchia dove sono nato. Spero che apprezzerete questa usanza, finché ho ancora denaro. Ma forse ve ne dimenticherete quando lo avrò speso tutto. E se, parlando così tanto, avete mangiato poco, beh, non posso farci nulla. Devo andarmene.”
Il marinaio si alzò e si pulì con cura le labbra con il fazzoletto, poi depositò una somma di denaro concordata in precedenza con il proprietario dell’alloggio; anche noi pagammo la nostra parte, e così tutti e tre ci mettemmo in viaggio verso Heathfield all’alba. Eravamo proprio sul punto di parlare di Jack Cade – che per poco non riuscì a rovinare i ricchi, ma purtroppo morì in queste zone a causa di un colpo alla testa – quando notammo lungo la strada davanti a noi un tizio allungato, che si muoveva in modo tipico di certi individui presenti in tutto il mondo: persone le cui menti sono sempre occupate da pensieri vaghi, che sembrano non avere uno scopo preciso nella vita, ma che comunque vengono mantenute e vestite grazie alla carità altrui.
“Tenete bene a mente quell’uomo,” disse Grizzlebeard, “perché credo che possiamo farne parte della nostra compagnia. E se non mi sbaglio, lui potrà fornirci ciò di cui voi (parlando al Marinaio) e io stesso abbiamo bisogno. Questa mattina, infatti, ci ha dimostrato tutti e tre persone caute, discrete nel parlare e nell’agire; individui che conoscono bene il mondo e fanno attenzione a non rivelare nemmeno i propri nomi. Tipi che pensano solo a se stessi e, in molti altri modi, fedeli al Diavolo. Ma quest’uomo davanti a noi, se non mi sbaglio, appartiene a una categoria molto più vicina a Dio.”
Mentre Grizzlebeard diceva queste cose, osservammo più attentamente l’uomo davanti a noi: mentre camminava, sembrava che le sue lunghe membra avessero articolazioni poco flessibili; i suoi bracci dondolavano piuttosto che muoversi con scioltezza; non seguiva una traiettoria dritta lungo la strada. Sotto il suo cappello di feltro a bordo stretto, spuntava una chioma castana troppo lunga e decisamente poco rigogliosa. La sua camicia era morbida, grigia e sporca, fatta di lana; il colletto si confondeva con essa, e solo un piccolo lembo spuntava sopra la gola. Il suo cappotto era di velluto, simile a quello di un guardiacaccia, ma in ogni altro aspetto non assomigliava affatto a uno di loro; nessuno gli affiderebbe mai una pistola.
“Chi lo sa, forse questa creatura è un’artista,” mi disse il Marinairo con voce piena di ammirazione mentre ci avvicinavamo.
Io stesso, “Non credo proprio. Un artista non sarebbe così indifferente. Anche da giovani, i loro debiti li opprimono, e fanno certi gesti precisi e decisi, perché sono persone che lavorano con le mani. Ma questo oggetto è appeso in modo disinvolto. E anche se scoprirò sicuramente che ha dei debiti, sarò altrettanto certo che non gliene importa nulla, e non riuscirebbe nemmeno a indicarti la loro entità con precisione, nemmeno alla metà del valore reale.”
A quel punto, poiché noi camminavamo con regolarità mentre lui barcollava, come ho detto, eravamo quasi arrivati al suo fianco e lo sentimmo mormorare tra sé in modo che avrebbe potuto infastidire qualsiasi ascoltatore stanco: le note del suo canticchiolio non erano affatto chiare, e sembrava che a lui non importasse affatto dove iniziasse o finisse la melodia. Poi lo vedemmo fermarsi improvvisamente, tirare fuori una penna da qualche tasca e cercare, come immaginammo, del carta.
“Ho ragione”, disse Grizzlebeard trionfante. “È un poeta!”
Sentendo le nostre voci per la prima volta, il giovane si girò lentamente; quando vedemmo i suoi occhi, capimmo davvero che Grizzlebeard aveva ragione. I suoi occhi erano grandi e arcuati, come se fossero sempre sorpresi, e di un colore grigio caldo. Non sembravano vedere le cose davanti a loro, ma qualcos’altro al di là; e mentre il resto del suo viso cambiava leggermente nel salutarci, i suoi occhi rimasero invariati. Anzi, sembravano sempre tristi.
Prima che qualcuno di noi potesse rivolgersi a questo giovane, lui chiese improvvisamente un coltello.
“Pensi che sia sicuro lasciargliene uno?” mi chiese il Marinaiolo.
“È per affilare questa matita,” disse lo sconosciuto, mostrando un mozzicone di matita H.B. molto più corto del suo pollice. Lo teneva in mano in modo piuttosto patetico e incerto, con l’estremità smussata e rotta rivolta verso l’alto.
“È meglio che tu prenda questo,” disse Grizzlebeard, porgendogli una matita in condizioni migliori. “Non hai forse un coltello tuo?”
“L’ho perso,” disse l’altro con tristezza. La sua voce era piena di dolore mentre lo diceva, quindi immagino che si trattasse del suo amico.
Grizzlebeard: “Beh, prendi il mio e scrivi velocemente ciò che devi scrivere; so per esperienza personale che queste cose sono effimere.”
Il estraneo lo fissò per un momento e poi disse:
Ho dimenticato cosa volevo dire… Voglio dire, scrivere.
Il marinaio (con un gemito): “Ha dimenticato il proprio nome!” — Poi, più ad alta voce: “Poeta! Chiamiamoti Poeta e seguiamo te. Ci prenderemo cura di te, e in cambio tu scriverai versi per noi. Versi brutti, versi difficili da comprendere, ma forti, intensi. Versi che i poeti scrivono quando vengono ispirati dalle passioni profonde degli altri uomini, ma che loro stessi non riescono a comporre con facilità.”
The Poet. “I do not understand you.”
But Grizzlebeard took his arm affectionately, as though he were his father, and said, “Come, these men are good-natured enough, but they have just had breakfast, and it is not yet noon, so they are in a hunting mood, and for lack of quarry hunt you. But you shall not reply to them. Only come westward with us and be our companion until we get to the place where the sun goes down, and discover what makes it so glorious.”
On hearing this the Poet was very pleased.
He had long desired to find that place, and said that he had been walking towards it all his life. But he confessed to us a little shamefacedly that he had no money, except three shillings and a French penny, which last some one had given him out of charity, taking him for a beggar a little way out of Brightling that very day.
“If, however,” he said, “you are prepared to pay for me in all things no matter what I eat or drink or read or in any other way disport myself, why, I shall be very glad to drive that bargain with you.”
Myself. “Poet! That shall be understood between us! And you shall order what you will. You shall not feel constrained. It is in the essence of good fellowship that the poor man should call for the wine, and the rich man should pay for it.”
“I am not a poor man,” said the Poet in answer to me gently, “only I have forgotten where I left my money. I know I had three pounds yesterday, but I think I paid a sovereign for a shilling beyond Brede, and, in Battle (it must have been) I forgot to pick up my change. As for the third pound it may turn up, but I have looked for it several times this morning, and I am beginning to fear that it is gone… Now I remember it!” The Sailor. “What? More luck? Be certain of this much! We will not turn backwards for your one pound or for five of them.” The Poet. “No, not that. When I said ‘I remember,’ I meant something else. I meant the line I had in my head as you came along and changed my thoughts.”
The Sailor. “I do not want to hear it.”
The Poet. “It was,
‘I wonder if these little pointed hills’…”
Grizzlebeard. “Yes, and what afterwards?” The Poet (a little pained). “Nothing, I am afraid.” He waved his hands limply towards the north. “But you will perceive that the little hills are pointed hereabouts.”
The Sailor. “I never yet thanked my parents for anything in my life, but now I thank them for that which hitherto has most distressed me, that they set me to the hard calling of the sea. For if I had not been apprenticed, Bristol fashion, when I was a child to a surly beast from Holderness, I might have been a Poet, by the wrath of God.”
Grizzlebeard. “Do not listen to him, Poet, but see! We have come into Heathfield. I think it is time either to eat or drink or do both, and to consider our companionship joined, and the first stage of our journey toward the West accomplished.”
Now in those days Heathfield was a good place for men, and will be again, for this land of Sussex orders all things towards itself, and will never long permit any degradation.
So we sat down outside the village at the edge of a little copse, which was part of a rich man’s park, and we looked northward to the hill of Mayfield, where St. Dunstan pulled the Devil by the nose; and they keep the tongs wherewith he did it in Mayfield to this day.
Now as the story of the way St. Dunstan pulled the Devil by the nose has, in the long process of a thousand years, grown corrupt, distorted, and very unworthily changed from its true original, and as it is a matter which every child should know and every grown man remember for the glory of religion and to the honour of this ancient land, I will set it down here before I forget it, and you shall read it or no, precisely as you choose.
St. Dunstan, then, who was a Sussex man (for he was born a little this side of Ardingly, whatever false chroniclers may say against it, and was the son of Mr. Dunstan of the Leas, a very honest man), St. Dunstan, I say, having taken orders, which was his own look out, and no business of ours, very rapidly rose from sub-deacon to deacon, and from deacon to priest, and from priest to bishop, and would very certainly have risen to be pope in due time, had he not wisely preferred to live in this dear county of his instead of wasting himself on foreigners.
Of the many things he did I have no space to tell you (and as it is, my story is getting longer than I like — but no matter), but one chief thing he did, memorable beyond all others. Yes, more memorable even than the miracle whereby he caused a number of laymen to fall, to his vast amusement but to their discomfiture, through the rotten flooring of a barn. And this memorable thing was his pulling of the Devil by the nose.
For you must know that the Devil, desiring to do some hurt to the people of Sussex, went about asking first one man, then another, who had the right of choice in it, and every one told him St. Dunstan. For he was their protector, as they knew, and that was why they sent the Devil to him, knowing very well that he would get the better of the Fiend, whom the men of Sussex properly defy and harass from that day to this, as you shall often find in the pages of this book.
So the Devil went up into the Weald of a May morning when everything was pleasant to the eye and to the ear, and he found St. Dunstan sitting in Cuckfield at a table in the open air, and writing verse in Latin, which he very well knew how to do. Then said the Devil to St. Dunstan: “I have come to give you your choice how Sussex shall be destroyed, for you must know that I have the power and the patent to do this thing, and there is no gainsaying me, only it is granted to your people to know the way by which they should perish.”
And indeed this is the Devil’s way, always to pretend that he is the master, though he very well knows in his black heart that he is nothing of the kind.
Now St. Dunstan was not the fool he looked, in spite of his round face, and round tonsure, and round eyes, and he would have his sport with the Devil before he had done with him, so he answered civilly enough: —
Il poeta. “Non ti capisco.”
Ma Grizzlebeard prese affettuosamente il suo braccio, come se fosse suo padre, e disse: “Vieni, questi uomini sono abbastanza gentili, ma hanno appena fatto colazione e non è ancora mezzogiorno; quindi sono in vena di caccia. E poiché non c’è selvaggina da cacciare, caccieranno te. Ma tu non devi rispondere loro. Vieni semplicemente con noi verso ovest e sii nostro compagno fino a quando non arriveremo nel luogo dove il sole tramonta. E scopriremo cosa rende quel posto così splendido.”
Sentendo queste parole, il Poeta ne fu molto felice.
Desiderava da tempo trovare quel luogo e disse che aveva camminato verso di esso per tutta la sua vita. Ma ci confessò, con un po’ di imbarazzo, di non avere denaro, se non tre scellini e una moneta francese che qualcuno gli aveva dato per carità quel giorno stesso, confondendolo per un mendicante poco lontano da Brightling.
“Tuttavia,” disse, “se siete disposti a finanziarmi in ogni modo, indipendentemente da ciò che mangio, bevo, leggo o faccio per divertirmi, allora sarò molto felice di concludere quell’accordo con voi.”
Io stesso. “Poeta! Questo dovrà essere chiaro tra noi. E potrai ordinare ciò che desideri; non dovrai sentirti vincolato da alcuna restrizione. È proprio nell’essenza di una buona amicizia che il povero chieda il vino e che il ricco lo paghi.”
“Non sono un uomo povero,” mi disse gentilmente il Poeta, “solo che ho dimenticato dove ho lasciato i miei soldi. So di aver avuto tre sterline ieri, ma credo di aver pagato una sovrana per un penny oltre Brede, e a Battle, deve essere stato lì, ho dimenticato di prendere il resto. Per quanto riguarda la terza sterlina, forse appare ancora, ma l’ho cercata più volte stamattina e inizio a temere che sia scomparsa. Ora mi ricordo!” Il Marinaio: “Cosa? Ancora fortuna? Puoi esserne certo! Non torneremo indietro per quella tua sterlina, né per cinque di esse.” Il Poeta: “No, non è questo. Quando ho detto ‘mi ricordo’, intendevo qualcos’altro. Intendevo la frase che avevo in mente mentre vi avvicinavate e che ha cambiato i miei pensieri.”
Il Marinaio. “Non voglio sentirlo.”
Il Poeta. “Era…”
“Chissà se queste piccole colline appuntite…”
Grizzlebeard: “Sì, e poi cosa succede?” Il Poeta (con un po’ di dolore): “Niente, temo. Ma noterete che le piccole colline qui intorno hanno una forma appuntita.”
Il Marinaio: “Nella mia vita non ho mai ringraziato i miei genitori per nulla, ma ora li ringrazio per ciò che fino ad ora mi ha causato più dolore: per avermi destinato alla dura professione di marinaio. Perché se non fossi stato affidato in apprendistato, come è consuetudine a Bristol, da bambino a un individuo scontroso proveniente dal Holderness, forse sarei diventato un Poeta, per la collera di Dio.”
Grizzlebeard: “Non ascoltarlo, Poeta. Ma guarda! Siamo arrivati a Heathfield. Penso sia giunto il momento di mangiare, bere, o entrambi. E di considerare la nostra compagnia ormai unita, e il primo stadio del nostro viaggio verso Ovest completato.”
All’epoca, Heathfield era un ottimo posto per gli uomini, e lo sarà di nuovo: questa terra del Sussex tende sempre verso il meglio e non permetterà mai che si verifichino degradazioni.
Quindi ci sedemmo fuori dal villaggio, ai margini di un piccolo boschetto che faceva parte del parco di un uomo ricco, e guardammo verso nord, verso la collina di Mayfield, dove San Dunstan tirò il Diavolo per il naso; e fino ad oggi si conservano ancora le tenaglie con cui lo fece a Mayfield.
Ora che la storia di come San Dunstan tirasse il Diavolo per il naso, nel corso di mille anni, è stata distorta, alterata e resa molto diversa dalla sua vera origine, e poiché si tratta di un racconto che ogni bambino dovrebbe conoscere e ogni adulto ricordare per la gloria della religione e l’onore di questa antica terra, lo riporterò qui prima di dimenticarlo. Potrete leggerlo o meno, come preferite.
Allora, San Dunstan, che era originario del Sussex (poiché nacque poco lontano da Ardingly, nonostante quanto possano affermare falsamente alcuni cronisti; era figlio di un uomo molto onesto di nome Dunstan delle Leas), dopo aver ricevuto gli ordini sacri – una scelta che riguardava soltanto lui e non noi – salì rapidamente dai ranghi di subdecano a decano, da decano a presbitero, e da presbitero a vescovo. Con ogni probabilità sarebbe diventato papa in tempi brevi, se solo avesse preferito vivere nella sua amata contea piuttosto che sprecare la sua vita tra gli stranieri.
Di tutte le cose che fece, non ho spazio per raccontarvele (e inoltre, la mia storia sta diventando più lunga di quanto mi piaccia, ma lasciamo perdere). Tuttavia, c’è una cosa che fece, davvero memorabile tra tutte. Sì, ancora più memorabile del miracolo per cui riuscì a far cadere diversi laici attraverso il pavimento marcio di un fienile, per suo grande divertimento ma loro grande imbarazzo. E questa cosa memorabile fu, quando prese il Diavolo per il naso.
Dovete sapere che il Diavolo, desideroso di fare del male al popolo del Sussex, andò a chiedere prima a un uomo e poi a un altro chi avesse il diritto di scegliere, e tutti risposero che era San Dunstan. Poiché lui era il loro protettore, come sapevano bene, ed è per questo che lo inviarono da lui, consapevoli che sarebbe riuscito a sconfiggere quel demone. Da quel giorno in poi, gli abitanti del Sussex continuano a sfidare e infastidire il Diavolo, come potrete leggere spesso nelle pagine di questo libro.
Allora il Diavolo salì nella foresta di Weald una mattina di maggio, quando tutto era piacevole agli occhi e all’orecchio. Trovò San Dunstan seduto a Cuckfield, a un tavolo all’aperto, che scriveva versi in latino, cosa che sapeva fare molto bene. Allora il Diavolo disse a San Dunstan: “Sono venuto per farti scegliere il modo in cui Sussex dovrà essere distrutta. Poiché devi sapere che ho il potere e l’autorità necessari per farlo, e nessuno può opporsi a me. Tuttavia, al tuo popolo è concesso di conoscere il modo con cui dovranno perire.”
E infatti questo è proprio lo stile del Diavolo: fingere sempre di essere il padrone, anche se nel suo cuore nero sa benissimo di non esserlo affatto.
In realtà San Dunstan non era lo sciocco che sembrava, nonostante il suo viso rotondo, la tonsura rotonda e gli occhi rotondi; avrebbe sicuramente fatto i suoi scherzi con il Diavolo prima di sconfiggerlo definitivamente. Così rispose in modo abbastanza cortese: —
“Why, Devil, I think if we must all pass, it would be pleasanter to die by way of sea-water than any other, for out of the sea came our land, and so into the sea should it go again. Only I doubt your power to do it, for we are defended against the sea by these great hills called The Downs, which will take a woundy lot of cutting through.”
“Pooh! bah!” said the Devil, rudely, in answer. “You do not know your man! I will cut through those little things in a night and not feel it, seeing I am the father of contractors and the original master of overseers and undertakers of great works: it is child’s-play to me. It is a flea-bite, a summer night’s business between sunset and dawn.”
“Why, then,” said St. Dunstan, “here is the sun nearly set over Black Down, westward of us, so go to your work; but if you have not done it by the time the cock crows over the Weald, you shall depart in God’s name.”
Then the Devil, full of joy at having cheated St. Dunstan, as he thought, and at being thus able to ruin our land, which, if ever he could accomplish it, would involve the total destruction and effacement of the whole world, flew off through the air southwards, flapping his great wings. So that all the people of the Weald thought it was an aeroplane, of which instrument they are delighted observers; and many came out to watch him as he flew, and some were ready to tell others what kind of aeroplane he was, and such like falsehoods.
But no sooner was it dark than the Devil, getting a great spade sent him from his farm, set to work very manfully and strongly, digging up the Downs from the seaward side. And the sods flew and the great lumps of chalk he shovelled out left and right, so that it was a sight to see; and these falling all over the place, from the strong throwing of his spade, tumbled some of them upon Mount Caburn, and some of them upon Rackham Hill, and some here and some there, but most of them upon Cissbury, and that is how those great mounds grew up, of which the learned talk so glibly, although they know nothing of the matter whatsoever The Devil dug and the Devil heaved until it struck midnight in Shoreham Church, and one o’clock and two o’clock and three o’clock again. And as he dug his great dyke drove deeper and deeper into the Downs, so that it was very near coming out on the Wealden side, and there were not more than two dozen spits to dig before the sea would come through and drown us all.
But St. Dunstan (who knew all this), offering up the prayer, Populus Tuus Domine (which is the prayer of Nov. 8, Pp alba 42, Double or quits), by the power of this prayer caused at that instant all the cocks that are in the Weald between the Western and the Eastern Rother, and from Ashdown right away to Harting Hill, and from Bodiam to Shillinglee, to wake up suddenly in defence of the good Christian people, and to haul those silly red-topped heads of theirs from under their left wings, and very broadly to crow altogether in chorus, so that such a noise was never heard before, nor will be heard thence afterwards forever; and you would have thought it was a Christmas night instead of the turn of a May morning.
The Devil, then, hearing this terrible great challenge of crowing from some million throats for seventy miles one way and twenty miles the other, stopped his digging in bewilderment, and striking his spade into the ground he hopped up on to the crest of the hill and looked in wonderment up the sky and down the sky over all the stars, wondering how it could be so near day. But in this foolish action he lost the time he needed. For even as he discovered what a cheat had been played upon him, over away beyond Hawkhurst Ridge day dawned — and with a great howl the Devil was aware that his wager was lost.
But he was firm on his right (for he loves strict dealing in oppression) and he flew away over the air this way and that, to find St. Dunstan, whom he came upon at last, not in Cuckfield but in Mayfield. Though how the Holy Man got there in so short a time I cannot tell. It is a mystery worthy of a great saint.
Anyhow, when the Devil got to Mayfield he asked where St. Dunstan was, and they told him he was saying Mass. So the Devil had to wait, pawing and chawing and whisking his tail, until St. Dunstan would come out, which he did very leisurely and smiling, and asked the Devil how the devil he did, and why it was he had not finished that task of his. But the Devil, cutting him short, said:
“I will have no monkishness, but my due!”
“Why, how is that?” said St. Dunstan in a pleased surprise.
Then the Devil told him how the cocks had all begun crowing half-an-hour before the right time, and had unjustly deprived him of his reward. For the dyke (he said) was all but finished, and now stood there nearly through the Downs. And how it was a burning shame that such a trick should have been played, and how he verily believed there had been sharp practice in the matter, but how, notwithstanding, he would have his rights, for the law was on his side.
Then St. Dunstan, scratching his chin with the forefinger of his left hand (which he was the better able to do, because he had not shaved that morning), said to the Devil in answer:
“I perceive that there is here matter for argument. But do not let us debate it here. Come rather into my little workshop in the palace yonder, where I keep all my arguments, and there I will listen to you as your case deserves.”
So they went together towards the little workshop, St. Dunstan blithely as befits a holy man, but the Devil very grumpily and sourly. And there St. Dunstan gave the Devil a chair, and bade him talk away and present his case, while he himself would pass the time away at little tricks of smithying and ornamentry, which were his delight. And so saying, St. Dunstan blew the bellows and heated the fire of his forge, and put his enamelling tongs therein, and listened while the Devil put before him his case, with arguments so cogent, precedents so numerous, statutes so clear, and order so lucid, as never yet were heard in any court, and would have made a lawyer dance for joy. And all the while St. Dunstan kept nodding gravely and saying:
“Perché, Demone, penso che se tutti dobbiamo morire, sarebbe più piacevole farlo attraverso l’acqua del mare piuttosto che in qualsiasi altro modo. Dopotutto, è dal mare che è nata la nostra terra, e quindi dovrebbe tornarci. Tuttavia dubito della tua capacità di riuscirci: siamo infatti protetti dal mare da queste grandi colline chiamate The Downs, che richiederebbero un impegno enorme per essere attraversate.”
“Pf! Bah!” disse il Diavolo in modo scortese come risposta. “Non conosci davvero le mie capacità! Taglierò via quelle piccole cose in una sola notte senza nemmeno accorgermene, visto che sono il padre di tutti i contrattori, l’originale maestro degli ispettori e dei responsabili di grandi opere: per me è un gioco da bambini. È come essere morso da una pulce, un lavoro da sbrigare in una notte estiva, tra il tramonto e l’alba.”
“Allora,” disse San Dunstan, “il sole sta per tramontare sopra Black Down, a ovest di noi; quindi andate pure a fare il vostro lavoro. Ma se non l’avrete terminato entro l’alba sul Weald, dovrete partire in nome di Dio.”
Allora il Diavolo, pieno di gioia per aver ingannato San Dunstan, come pensava lui, e per essere così riuscito a distruggere la nostra terra – cosa che, se mai fosse riuscito a realizzare, avrebbe comportato la distruzione totale e l’oblio dell’intero mondo – volò verso sud attraverso l’aria, sbattendo le sue grandi ali. Tutti i abitanti della regione del Weald pensarono che si trattasse di un aeroplano, di quel mezzo di trasporto di cui sono grandi appassionati osservatori; molti uscirono per seguirne il volo, e alcuni erano pronti a raccontare agli altri di che tipo fosse quell’aeroplano, e altre simili bugie.
Ma non appena calò la notte, il Diavolo, avendo ottenuto un grande badile, lo mandò dalla sua fattoria e iniziò a lavorare con grande impegno e forza, scavando nelle colline rivolte verso il mare. I ciuffi d’erba volavano ovunque, e i grandi blocchi di gesso che spalava si disperdevano da tutte le parti; alcuni di questi, a causa del forte impatto del badile, finirono sul Monte Caburn, altri su Rackham Hill, e ancora altri in varie altre zone. Ma la maggior parte cadde su Cissbury. Ed è così che si formarono quei grandi tumuli di cui gli studiosi parlano con tanta facilità, anche se in realtà non sanno assolutamente nulla della verità. Il Diavolo scavò e sollevò terra senza sosta, fino a mezzanotte nella chiesa di Shoreham. E poi ancora un’ora, due ore, tre ore dopo. Mentre scavava, quel grande argine si faceva sempre più profondo nelle colline, tanto che rischiava di raggiungere il lato di Wealden. Non mancavano ormai che una ventina di metri di scavo prima che il mare irrompesse e ci sommergesse tutti.
Ma San Dunstan, che sapeva tutto ciò, recitò la preghiera “Populus Tuus Domine” (la preghiera del 8 novembre, Pp alba 42, “Double or quits”). Grazie al potere di questa preghiera, in quell’istante tutti i galli presenti nella regione tra il Rother occidentale e quello orientale, da Ashdown fino a Harting Hill, e da Bodiam fino a Shillinglee, si svegliarono improvvisamente per difendere la gente cristiana. Alzarono le loro teste rosse e cantarono tutti insieme in coro, producendo un rumore tale che non era mai stato sentito prima, né lo sarebbe stato mai più dopo. Si sarebbe detto che fosse una notte di Natale, piuttosto che l’inizio di una mattina di maggio.
Allora il Diavolo, sentendo questa terribile sfida provenire da milioni di voci che gridavano per settanta miglia in una direzione e venti miglia nell’altra, smise di scavare, confuso. Piantò la sua pala nel terreno, salì sulla cima della collina e guardò meravigliato il cielo, osservando tutte le stelle, chiedendosi come fosse possibile che fosse già quasi giorno. Ma con questo suo errore perse il tempo necessario. Perché proprio mentre si rendeva conto di essere stato ingannato, oltre la cresta di Hawkhurst Ridge sorse il giorno, e con un grande urlo il Diavolo capì di aver perso la sua scommessa.
Ma era deciso nella sua decisione (poiché amava trattare con rigore le questioni legate all’oppressione) e volò qua e là nell’aria, fino a quando finalmente trovò San Dunstan, non a Cuckfield, ma a Mayfield. Anche se non so come quel Santo sia riuscito ad arrivare lì in così poco tempo. È un mistero degno di un grande santo.
Comunque, quando il Diavolo arrivò a Mayfield chiese dove fosse San Dunstan, e gli dissero che stava celebrando la Messa. Così il Diavolo dovette aspettare, grattandosi e scodinzolando, finché San Dunstan non uscì; quest’ultimo lo fece con grande calma e sorridendo, e chiese al Diavolo come stesse e perché non avesse ancora terminato quella sua incombenza. Ma il Diavolo, interrompendolo, rispose.
“Non accetterò alcuna privazione, ma solo ciò che mi spetta!”
“Perché, come è possibile?” disse San Dunstan con sorpresa e piacere.
Allora il Diavolo gli spiegò come tutti i galli avevano iniziato a cantare mezz’ora prima dell’orario previsto, privandolo così ingiustamente della sua ricompensa. Il diga, disse, era quasi completato e ora si estendeva per gran parte delle colline circostanti. Era davvero una vergogna che fosse stato commesso un simile trucco; credeva fermamente che ci fossero state prove preliminari in merito, ma nonostante ciò avrebbe ottenuto i suoi diritti, perché la legge era dalla sua parte.
Allora San Dunstan, grattandosi il mento con l’indice della mano sinistra (cosa che riusciva a fare meglio, poiché quella mattina non si era rasato), rispose al Diavolo:
“Percepisco che qui ci sia materia per un dibattito. Ma non discutiamone qui. Venite invece nel mio piccolo laboratorio nel palazzo laggiù, dove tengo tutti i miei argomenti; lì vi ascolterò, secondo quanto meriti la vostra causa.”
Andarono insieme verso quel piccolo laboratorio: San Dunstan con serenità, da vero uomo santo; il Diavolo, invece, in modo molto cupo e irritato. Lì, San Dunstan offrì al Diavolo una sedia e gli disse di esporre le sue ragioni, mentre lui stesso avrebbe passato il tempo occupandosi di piccoli lavori di falegnameria e decorazione, che gli procuravano grande piacere. Così dicendo, San Dunstan soffiò nel mantice, riscaldò il fuoco della sua fucina, mise dentro le pinze per l’incastonatura e ascoltò mentre il Diavolo presentava le sue argomentazioni: ragionamenti così convincenti, esempi così numerosi, leggi così chiare e ordini così logici da non essere mai stati uditi in nessun tribunale. Tali argomentazioni avrebbero fatto ballare di gioia qualsiasi avvocato. E tutto il tempo San Dunstan continuava ad annuire seriamente, dicendo.
“Yes! Yes! Proceed!… But I have an argument against all of this!” Until at last the Devil, stung by so simple a reply repeated, said:
“Why, then, let us see your argument! For there is no argument or plea known or possible which can defeat my claim, or make me abandon it or compromise it in ever so little.”
But just as he said this St. Dunstan, pulling his tongs all hot from the forge fire, cried very suddenly and loudly:
“Here is my argument!” And with that he clapped the pincers sharply upon the Devil’s nose, so that he danced and howled and began to curse in a very abominable fashion.
“Come, now!” said St. Dunstan. “Come! This yowling is no pleading, but blank ribaldry! Will you not admit this argument of mine, and so withdraw from this Court non-suited?” And as he said this he pulled the Devil briskly round and round the room, making him hop over tables and leap over chairs like a mountebank, and cursing the while with no set order of demurrer, replevin, quo warranto, nisi prius, habeas corpus, and the rest, but in good round German, which is his native speech, and all the while St. Dunstan said:
“Argue, brother! Argue, learned counsel! Plead! All this is not to the issue before the Court! Let it be yes or no! We must have particulars!” And as he thus harangued the Devil in legal fashion, he still pulled him merrily round and round the room, taking full sport of him, until, at last, the Devil could stand no more, and so, when St. Dunstan unclappered his clippers, flew instantly away.
And that is why the Devil does to this day feel so extraordinarily tender upon the subject of his nose; and in proof of the whole story (if proof were needed of a matter which is in the Bollandists, and amply admitted of the Curia, the Propaganda, and whatever else you will), in proof of the whole story I say you have: — Imprimis, the Dyke itself, which is still called the Devil’s Dyke, and which still stands there very neatly dug, almost to the crossing of the hills. Secundo, et valde fortior, in Mayfield, for any one to handle and to see, the very tongs wherewith the thing was done.
And if you find the story long be certain that the Devil found it longer, for there is no tale in the world that can bore a man as fiercely as can hot iron. So back to Heathfield.
Well, as we sat there in Heathfield, we debated between ourselves by which way we should go westward, for all this part of The County is a Jumbled Land.
First, as in duty bound, we asked the Poet, because he was the last comer; and we found that he could not make up his mind, and when we pressed him we found further that he did not know at all by what way a man might go west from these woods. But when he heard that if any one should go through Burgess Hill and Hayward’s Heath he would be going through towns of the London sort, the Poet said that rather than do that he would leave our company. For he said that in such towns the more one worked the less one had, and that yet, if one did not work at all, one died. So all he had to say upon the matter was that whether we avoided such places by the north or by the south, it was all one to him; but avoid them one way or another we must if we wished him to keep along with us.
When the Poet had thus given his opinion, Grizzlebeard and I next put the question to the Sailor, who frowned and looked very wise for a little time, and then, taking out his pencil, asked the Poet to say again exactly what his objection was; which, as the Poet gave it him, he carefully wrote down on a piece of paper. And when he had done that, he very thoughtfully filled his pipe with tobacco, rolled the paper into a spill, set fire to it, and with it lit his pipe. When he had done all these things, he said he did not care how we went, so only that we got through the bad part quickly.
He thought we might do it in the darkness. But I told him that the places would be full of policemen, who were paid to throw poor and wandering men into prison, especially by night. So he gave up the whole business.
Then Grizzlebeard and I discussed how the thing should be done, and we decided that there was nothing for it but to go by the little lanes to Irkfield, particularly remembering “The Black Boy” where these little lanes began, and then, not sleeping at Irkfield, to go on through the darkness to Fletching, and so by more little lanes to Ardingly. In this way we who knew the county could be rid of the invaders, and creep round them to the north until we found ourselves in the forest.
Having thus decided, we set out along that road in silence, but first we bought cold meat and bread to eat upon our way, and when we came to Irkfield it was evening.
The wind had fallen. We had gone many miles that day. We were fatigued; and nothing but the fear of what lay before us prevented our sleeping in the place. For we feared that if we slept there we should next day shirk the length of the detour, and see those horrible places after all. But the Sailor asked suddenly what money there was between us. He himself, he said, had more than one pound, and he put down on the table of the inn we halted in a sovereign and some shillings. I said that I had more than five, which was true, but I would not show it. Grizzlebeard said that what money he had was the business of no one but himself. The Poet felt in many pockets, and made up very much less than half-a-crown.
Not until all this had been done did the Sailor tell us that he had hired in that same house a little two-wheeled cart, with a strong horse and a driver, and that, for a very large sum, we might be driven all those miles through the night to Ardingly, and to the edge of the high woods, and that for his part we might come with him or not, but he would certainly drive fast through the darkness, and not sleep until he was on the forest ridge, and out of all this detestable part of the county, which was not made for men, but rather for tourists or foreigners, or London people that had lost their way.
“Sì! Sì! Procedi. Ma ho un’obiezione contro tutto questo!” Fino a quando, infine, il Diavolo, irritato da una risposta così semplice ripetuta più volte, disse:
“Allora, diamo un’occhiata al tuo argomento! Non esiste alcun argomento o motivo conosciuto o possibile che possa confutare la mia affermazione, né costringermi ad abbandonarla o a modificarla anche solo in minima parte.”
Ma proprio mentre lo diceva, San Dunstan, tirando fuori le sue tenaglie ancora calde dal fuoco della fucina, gridò improvvisamente e ad alta voce:
“Ecco il mio argomento!” E così dicendo batté con forza le tenaglie sul naso del Diavolo, facendolo ballare e urlare, mentre iniziava a maledire in modo davvero orribile.
“Come, ora!” disse San Dunstan. “Come! Questi ululati non sono suppliche, ma pura e semplice sfrontatezza! Non vorrete forse ammettere il mio argomento e quindi ritirarvi da questa Corte, dove non avete nulla da fare?” Mentre parlava, trascinò il Diavolo avanti e indietro per la stanza, facendolo saltare sui tavoli e sulle sedie come un acrobata, mentre lui continuava a maledirlo senza seguire alcun ordine preciso di argomentazioni legali – replevin, quo warranto, nisi prius, habeas corpus, ecc. – ma in buon tedesco, che era la sua lingua madre. E tutto il tempo San Dunstan continuava a dire.
“Discutete pure, fratello! Discutete pure, voi illustre avvocato! Invocate tutte le vostre argomentazioni. Ma nulla di tutto ciò riguarda la questione che si sta esaminando in tribunale! Dobbiamo avere delle risposte concrete!” E mentre così incalzava il Diavolo con termini legali, continuava a trascinarlo avanti e indietro per la stanza, divertendosi un mondo a sue spese. Fino a quando, finalmente, il Diavolo non ne poté più sopportare e, non appena San Dunstan smise di usare i suoi ferri da taglio, volò via all’istante.
E per questo motivo il Diavolo, ancora oggi, prova un sentimento di estrema tenerezza riguardo al proprio naso; e a dimostrazione di tutta questa storia (se mai fosse necessaria una prova per qualcosa che è riportato negli scritti dei Bollandisti ed ampiamente riconosciuto dalla Curia, dalla Propaganda e da chiunque altro voglia), ecco le prove: innanzitutto, il Dike stesso, ancora oggi chiamato “Dike del Diavolo”, che si trova lì, scavato con estrema cura, quasi fino al punto in cui le colline si incrociano; in secondo luogo, e cosa ancora più significativa, a Mayfield è possibile trovare e vedere personalmente le pinze stesse utilizzate per compiere quell’atto.
E se vi sembra che questa storia sia troppo lunga, sappiate che anche il Diavolo l’avrebbe trovata ancora più lunga. Non esiste infatti racconto al mondo capace di annoiare un uomo tanto quanto il ferro rovente. Quindi, torniamo a Heathfield.
Beh, mentre eravamo seduti lì a Heathfield, discutevamo tra noi su quale strada seguire per dirigerci verso ovest, perché tutta questa zona della contea è un territorio molto disordinato e complicato.
Prima di tutto, per dovere, chiedemmo al Poeta, poiché era arrivato ultimo; scoprimmo che non riusciva a prendere una decisione, e quando lo pressammo, capimmo anche che non sapeva affatto quale fosse il modo per dirigersi verso ovest lasciando questi boschi. Ma quando gli dicemmo che passare attraverso Burgess Hill e Hayward’s Heath avrebbe significato attraversare città simili a quelle di Londra, il Poeta rispose che preferiva lasciare il nostro gruppo piuttosto che farlo. Disse infatti che in città del genere, più si lavorava e meno si guadagnava; eppure, se non si lavorava affatto, si moriva comunque. Quindi, tutto ciò che poté dirci fu che, per lui, non faceva alcuna differenza se evitassimo tali luoghi passando dal nord o dal sud; ma che, in ogni caso, dovevamo evitarli se volevamo che continuasse a seguirci.
Quando il Poeta ebbe espresso il suo parere, Grizzlebeard e io ponemmo la domanda al Marinaio, il quale aggrottò la fronte e sembrò molto saggeggiare per un po’; poi, tirando fuori la sua penna, chiese al Poeta di ripetere esattamente qual fosse la sua obiezione; quest’ultimo gliela spiegò nuovamente e lui la trascrisse con cura su un pezzo di carta. Dopo averlo fatto, riempì molto attentamente la sua pipa di tabacco, arrotolò il foglio di carta in una pallina, ci diede fuoco e con essa accese la pipa. Una volta terminati tutti questi gesti, disse che non gli importava come avremmo proceduto, purché riuscissimo a superare rapidamente quella parte difficile.
Pensava che potessimo farlo al buio. Ma gli dissi che quei posti sarebbero stati pieni di poliziotti, i quali venivano pagati per mandare in prigione uomini poveri e senza fissa dimora, soprattutto di notte. Così abbandonò l’intera idea.
Allora Grizzlebeard ed io discutemmo su come procedere, e decidemmo che non c’era altra scelta se non quella di seguire i sentieri secondari verso Irkfield, ricordando in particolare “The Black Boy”, il punto da cui questi sentieri iniziavano. Poi, senza dormire a Irkfield, avremmo proseguito nella notte verso Fletching e, attraverso altri sentieri secondari, fino ad Ardingly. In questo modo, noi che conoscevamo bene la zona, avremmo potuto sbarazzarci degli invasori, aggirandoli da nord fino a raggiungere la foresta.
Avendo così deciso, partimmo lungo quella strada in silenzio; prima però comprammo carne fredda e pane da mangiare durante il viaggio. Quando arrivammo a Irkfield, era già sera.
Il vento si era placato. Quel giorno avevamo percorso molte miglia; eravamo stanchi, e solo la paura di ciò che ci aspettava impediva che dormissimo lì. Temevamo infatti che, se avessimo riposato in quel luogo, il giorno dopo avremmo evitato di fare quella lunga deviazione e avremmo comunque dovuto vedere quei posti orribili. Ma all’improvviso il Marinaio chiese quanta denaro avessimo con noi. Lui stesso, disse, ne aveva più di una sterlina, e posò su quel tavolo dell’osteria in cui ci eravamo fermati una sovrana e alcuni scellini. Dissi che ne avevo più di cinque, il che era vero, ma non volli mostrarli. Grizzlebeard affermò che la sua denaro riguardava soltanto lui stesso. Il Poeta frugò in molte tasche, ma raccolse una somma molto inferiore a mezzo scellino.
Solo dopo che tutto questo fu fatto, il Marinai ci raccontò che aveva noleggiato nella stessa casa un piccolo carretto a due ruote, con un cavallo robusto e un conducente, e che, per una somma molto elevata, avremmo potuto essere portati per tutte quelle miglia attraverso la notte fino ad Ardingly, fino al margine dei grandi boschi. Disse anche che, per quanto riguardava lui, potevamo seguirlo o meno, ma che comunque avrebbe guidato velocemente nella oscurità, senza dormire finché non fosse arrivato sulla cresta della foresta, lontano da tutta quella parte detestabile della contea, una zona che non era fatta per gli uomini, ma piuttosto per turisti, stranieri o persone di Londra che si erano perse.
So we climbed into his cart, and we were driven through the night by cross roads, passing no village except Fletching, until, quite at midnight, we were on the edge of the high woods, and there the driver was paid so much that he could put up and pass the night, but for our part we went on into the trees, led by the Sailor, who said he knew more of these woods than any other man.
Therefore we followed him patiently, though how he should know these woods or when he had first come upon them he would not tell.
We went through the dark trees by a long green ride, climbing the gate that a rich man had put up and locked, and passing deeper and deeper into the wild, and in the little that we said to each other, Grizzlebeard, the Sailor and I, we hoped for rest very soon; but the Sailor went on before, knowing his way like a hound, and turning down this path and that until we came suddenly to a blot in the darkness, and a square of black stretching across the trees from side to side. It was a little hut.
The Sailor first tried the door, then, finding it locked, he pulled a key from his pocket and entered, and when he had got inside out of the breeze, he struck a match and lit a candle that was there, standing on a copper stick, and we all came in and looked around.
It was one room, and a small one, of weather boarding on all the four sides. There were two small windows, which were black in the candle light, and on the side to the right of the door a great fireplace of brick, with ashes in it and small wood and logs laid, and near this fireplace was a benched ingle-nook, and there were two rugs there. But for these things there was nothing in the hut whatsoever, no book or furniture at all, except the candlestick, and the floor was of beaten earth.
“Sailor,” said I, “how did you come to have the key of this place?”
It was wonderful enough that he should have known his way to it. But the Sailor said:
“Why not?” and after that would tell us no more. Only he said before we slept, late as it was, we would do well to light the fire, and put upon it two or three more of the great logs that stood by, since, in the autumn cold, we none of us should sleep however much we wrapped our cloaks about our feet, unless we had our feet to a blaze. And in this he was quite right, for no matter what the weather, and even out in the open, men can always sleep if they have a fire. So we made an agreement between us that Grizzlebeard, being an old man, was to have the bench and the rugs, but that we three were to stretch ourselves before the fire, when it should be lit; and, talking so and still wideawake, we struck matches and tried to coax the flame.
But at first, on account of the wind without, it lit badly, and the small wood was damp and smoked, and the smoke blew into our faces and into the room; and the Sailor, shielding it with his coat and trying to get a draught in that great chimney-place, said that a smoking chimney was a cursed thing.
“It is the worst thing in the world,” said the Poet peevishly; to which the Sailor answered:
“Nonsense! Death is the worst thing in the world.”
But Grizzlebeard, from where he lay on the broad bench with rugs about him, and his head resting on his hand, denied this too, speaking in a deep voice with wisdom. “You are neither of you right,” he said. “The worst thing in the world is the passing of human affection. No man who has lost a friend need fear death,” he said.
The Sailor. “All that is Greek to me. If any man has made friends and lost them, it is I. I lost a friend in Lima once, but he turned up again at Valparaiso, and I can assure you that the time in between was no tragedy.”
Grizzlebeard (solemnly). “You talk lightly as though you were a younger man than you are. The thing of which I am speaking is the gradual weakening, and at last the severance, of human bonds. It has been said that no man can see God and live. Here is another saying for you, very near the same: No man can be alone and live. None, not even in old age.”
He stopped and looked for some little time into the rising fire. Outside the wind went round the house, and one could hear the boughs in the darkness.
Then Grizzlebeard went on:
“When friendship disappears then there is a space left open to that awful loneliness of the outside which is like the cold of space between the planets. It is an air in which men perish utterly. Absolute dereliction is the death of the soul; and the end of living is a great love abandoned.”
Myself. “But the place heals, Grizzlebeard.” Grizzlebeard (still more solemnly). “All wounds heal in those who are condemned to live, but in the very process of healing they harden and forbid renewal. The thing is over and done.”
He went on monotonous and grave. He said that “everything else that there is in the action of the mind save loving is of its nature a growth: it goes through its phases of seed, of miraculous sprouting, of maturity, of somnolescence, and of decline. But with loving it is not so; for the comprehension by one soul of another is something borrowed from whatever lies outside time: it is not under the conditions of time. Then if it passes, it is past — it never grows again; and we lose it as men lose a diamond, or as men lose their honour.” Myself. “Since you talk of honour, Grizzlebeard, I should have thought that the loss of honour was worse than the loss of friends.” Grizzlebeard. “Oh, no. For the one is a positive loss, the other imaginary. Moreover, men that lose their honour have their way out by any one of the avenues of death. Not so men who lose the affection of a creature’s eyes. Therein for them, I mean in death, is no solution: to escape from life is no escape from that loss. Nor of the many who have sought in death relief from their affairs is there one (at least of those I can remember) who sought that relief on account of the loss of a human heart.”
The Poet. “When I said ‘it’ was the worst thing in the world just now so angrily, I was foolish. I should have remembered the toothache.”
Così salimmo nel suo carretto e fummo portati attraverso la notte lungo strade secondarie, senza attraversare alcun villaggio tranne Fletching; verso mezzanotte arrivammo ai margini della fitta foresta. Lì il conducente ricevette abbastanza denaro da potersi fermare e trascorrere la notte lì stesso, mentre noi proseguimmo nella foresta, guidati dal marinaio che affermava di conoscerla meglio di chiunque altro.
Pertanto lo seguimmo con pazienza, anche se non voleva dire come conoscesse questi boschi o quando li avesse scoperti per la prima volta.
Attraversammo gli alberi oscuri per un lungo tragitto verde, salimmo il cancello che un uomo ricco aveva eretto e chiuso a chiave, e ci addentrammo sempre di più nella natura selvaggia. Nel poco che dicemmo l’uno all’altro, Grizzlebeard, il marinaio e io, speravamo di poter riposare presto; ma il marinaio continuò ad andare avanti, conoscendo bene la strada come un cane da caccia. Svoltammo in questo sentiero e poi in quello, fino a quando improvvisamente ci trovammo di fronte a qualcosa che si distingueva nella oscurità: un quadrato nero che si estendeva tra gli alberi da una parte all’altra. Era una piccola capanna.
Il marinaio provò prima ad aprire la porta; vedendola chiusa, tirò fuori una chiave dalla tasca e entrò. Una volta al riparo dal vento, accese un fiammifero e illuminò una candela che si trovava lì, su un bastoncino di rame. Noi tutti entrammo e ci guardammo intorno.
Era una sola stanza, e una piccola per di più; tutti i quattro lati erano fatti di assi grezzi. C’erano due piccole finestre che, alla luce delle candele, apparivano nere; sul lato destro della porta c’era un grande caminetto in mattoni, pieno di cenere e con dei pezzetti di legno e tronchi pronti per essere bruciati. Vicino a questo caminetto c’era un angolo rialzato con panche, e lì erano appoggiate due tappete. Ma a parte queste cose, nella capanna non c’era assolutamente nulla: nessun libro, nessun mobile, tranne la candela; il pavimento era fatto di terra battuta.
“Marinaio,” dissi, “come hai fatto ad ottenere la chiave di questo posto?”
“Era già meraviglioso che sapesse come arrivarci… Ma il Marinaio disse:”
“Perché no?”, e dopo di ciò non aggiunse più nulla. Solo prima che andassimo a dormire, molto tardi com’era, ci disse che sarebbe stato meglio accendere il fuoco e metterci sopra due o tre dei grossi tronchi che avevamo lì vicino; infatti, con il freddo autunnale, nessuno di noi avrebbe potuto dormire a sufficienza, nonostante avessimo avvolto i piedi nei nostri mantelli, se non ci fosse stato un fuoco acceso. E in questo aveva perfettamente ragione: indipendentemente dal tempo, anche all’aperto, le persone possono sempre dormire se hanno un fuoco. Così decidemmo che Grizzlebeard, essendo un anziano, avrebbe avuto a disposizione la panca e i tappeti, mentre noi tre ci saremmo sdraiati davanti al fuoco non appena fosse stato acceso; parlando così, ancora completamente svegli, accendemmo dei fiammiferi e provammo ad attizzare la fiamma.
Ma all’inizio, a causa del vento che soffiava, il fuoco non bruciava bene; il legno era umido e produceva fumo, che ci colpiva in faccia e riempiva la stanza. Il marinaio, cercando di proteggersi con il cappotto e di far entrare un po’ d’aria attraverso quel grande camino, disse che un camino fumante era davvero una cosa maledetta.
“È la cosa peggiore del mondo,” disse il Poeta con irritazione; a cui il Marinaio rispose:
“Sciocchezze! La morte è la cosa peggiore al mondo.”
Ma Grizzlebeard, sdraiato sulla larga panca circondato da tappeti e con la testa appoggiata alla mano, negò anche questo, parlando con una voce profonda e piena di saggezza. “Nessuno di voi ha ragione,” disse. “La cosa peggiore al mondo è la perdita dell’affetto umano. Nessun uomo che abbia perso un amico deve temere la morte,” aggiunse.
Il marinaio: “Tutto ciò è per me del tutto incomprensibile. Se c’è qualcuno che abbia fatto amicizia e poi li abbia persi, sono proprio io. Una volta ho perso un amico a Lima, ma poi si è riapparso a Valparaiso. E posso assicurarvi che il periodo intermedio non è stato affatto tragico.”
Grizzlebeard (solennemente): “Parli con leggerezza, come se fossi più giovane di quanto non sia in realtà. Di ciò di cui sto parlando si tratta del graduale indebolirsi, e infine della rottura, dei legami umani. Si dice che nessun uomo possa vedere Dio e vivere. Ecco un altro detto, molto simile: nessun uomo può vivere da solo. Nessuno, nemmeno in vecchiaia.”
Si fermò e fissò per un po’ il fuoco che si alzava. Fuori, il vento soffiava intorno alla casa; si potevano sentire i rami muoversi nell’oscurità.
“Poi Grizzlebeard continuò…”
“Quando l’amicizia scompare, rimane uno spazio vuoto che lascia entrare quella terribile solitudine esterna, simile al freddo dello spazio tra i pianeti. È un ambiente in cui gli uomini periscono completamente. L’abbandono assoluto è la morte dell’anima; e la fine della vita è rappresentata da un grande amore abbandonato.”
Io stesso. “Ma quel luogo guarisce, Grizzled beard, ” Grizzled beard (ancora più solennemente): “Tutte le ferite guariscono in coloro che sono condannati a vivere, ma nel processo stesso di guarigione si induriscono e impediscono il rinnovamento. La cosa è finita.”
Proseguì in modo monotono e grave. Disse: “Tutto ciò che esiste nell’attività della mente, tranne l’amore, è per sua natura un processo di crescita: attraversa fasi diverse – semina, germogliamento miracoloso, maturità, declino. Ma non è così per l’amore; infatti, la comprensione che una anima ha di un’altra è qualcosa che viene preso in prestito da ciò che esiste al di fuori del tempo: non è soggetto alle leggi del tempo. Quindi, se scompare, è irrecuperabile. Non cresce mai più; e lo perdiamo, proprio come si perde un diamante o la propria onore.” Io dissi: “Poiché parli di onore, Grizzlebeard, avrei dovuto pensare che la perdita dell’onore fosse peggiore della perdita degli amici.” Grizzlebeard rispose: “Oh no. Perché una cosa è una perdita reale, l’altra immaginaria. Inoltre, coloro che perdono l’onore hanno sempre la possibilità di morire. Ma chi perde l’amore negli occhi di qualcuno non ha alcuna via d’uscita: anche nella morte, quella perdita rimane irrisolta. E tra coloro che hanno cercato nel dolore della morte un sollievo ai propri problemi, non c’è nessuno (almeno per quanto ne ricordo) che abbia fatto ciò a causa della perdita del cuore di un essere umano.”
Il Poeta: “Quando poco fa ho detto, con tanta rabbia, che ‘quello’ era la cosa peggiore al mondo, ero stupido. Avrei dovuto ricordarmi del mal di denti.”
The Sailor (eagerly and contemptuously). “Then there you are utterly wrong, for the earache is much worse.”
The Poet. “I never had the earache.”
The Sailor (still contemptuously). “I thought not! If you had you would write better verse. It is your innocence of the great emotions that makes your verse so dreadful — in the minor sense of that word.”
Grizzlebeard. “You are both of you talking like children. The passing of human affection is the worst thing in the world. When our friends die they go from us, but it is not of their own will; or if it is of their own will, it is not of their own will in any contradiction to ours; or even if it be of their own will in contradiction to ours and the end of a quarrel, yet it is a violent thing and still savours of affection. But that decay of what is living in the heart, and that numbness supervening, and that last indifference — oh! these are not to be compared for unhappiness with any other ill on this unhappy earth. And all day long and in every place, if you could survey the world from a height and look down into the hearts of men, you would see that frost stealing on.”
Myself. “Is this a thing that happens, Grizzlebeard, more notably to the old?” Grizzlebeard. “No. The old are used to it. They know it, but it is not notable to them. It is notable on the approach of middle age. When the enthusiasms of youth have grown either stale or divergent, and when, in the infinite opportunities which time affords, there has been opportunity for difference between friend and friend, then does the evil appear. The early years of a man’s life do not commonly breed this accident. So convinced are we then, and of such energy in the pursuit of our goal, that if we must separate we part briskly, each certain that the other is guilty of a great wrong. The one man will have it that some criminal is innocent, the other that an innocent man was falsely called a criminal. The one man loves a war, the other thinks it unjust and hates it (for all save the money-dealers think of war in terms of justice). Or the one man hits the other in the face. These are violent things. But it is when youth has ripened, and when the slow processes of life begin that the danger or the certitude of this dreadful thing appears: I mean of the passing of affection. For the mind has settled as the waters of a lake settle in the hills; it is full of its own convictions, it is secure in its philosophy; it will not mould or adapt itself to the changes of another. And, therefore, unless communion be closely maintained, affection decays. Now when it has decayed, and when at last it has altogether passed, then comes that awful vision of which I have spoken, which is the worst thing in the world.”
The Poet. “The great poets, Grizzlebeard, never would admit this thing. They have never sung or deplored the passage of human affection; they have sung of love turned to hatred, and of passion and of rage, and of the calm that succeeds passion, and of the doubt of the soul and of doom, and continually they have sung of death, but never of the evil of which you speak.”
The Sailor. “That was because the evil was too dull; as I confess I find it! Anything duller than the loss of a friend! Why, it is like writing a poem on boredom or like singing a song about Welbeck Street, to try and poetise such things! Turn rather to this fire, which is beginning to blaze, thank God! turn to it, and expect the morning.”
Myself. “You Poet and you Sailor, you are both of you wrong there. The thing has been touched upon, though very charily, for it is not matter for art. It just skims the surface of the return of Odysseus, and the poet Shakespeare has a song about it which you have doubtless heard. It is sung by gentlemen painted with grease paint and dressed in green cloth, one of whom is a Duke, and therefore wears a feather in his cap. They sit under canvas trees, also painted, and drink out of cardboard goblets, quite empty of all wine; these goblets are evidently empty, for they hold them anyhow; if there were real wine in them it would drop out. And thus accoutred and under circumstances so ridiculous, they sing a song called ‘Blow, blow, thou winter wind.’ Moreover, a poet has written of the evil thing in this very County of Sussex, in these two lines:
‘The things I loved have all grown wearisome,
The things that loved me are estranged or dead.’”
Grizzlebeard. “‘Estranged’ is the word: I was looking for that word. Estrangement is the saddest thing in the world.”
The Sailor. “I cannot make head or tail of all this!”
The Poet. “Have you never lost a friend?” The Sailor. “Dozens — as I’ve already told you. And the one I most regret was a doctor man whom the owners shipped with us for a run to the Plate and back again. But I have never let it weigh upon my mind.”
Grizzlebeard. “The reason that the great poets have touched so little upon this thing is precisely because it is the worst thing in the world. It is a spur to no good deed, nor to any strong thinking, nor does it in any way emend the mind. Now the true poets, whether they will or no, are bound to emend the mind; they are constrained to concern themselves with noble things. But in this there is nothing noble. It has not even horror nor doom to enhance it; it is an end, and it is an end without fruition. It is an end which leaves no questions and no quest. It is an end without adventure, an end complete, a nothingness; and there is no matter for art in the mortal hunger of the soul.”
And after this sad speech of his we were again silent, lying now at length before the fire, and the Sailor having lit a pipe and smoking it.
Then I remembered a thing I had read once, and I said:
Myself. “I read once in a book of a man who was crossing a heath in a wild country not far from the noise of the sea. The wind and the rain beat upon him, and it was very cold, so he was glad to see a light upon the heath a long way off. He made towards it and, coming into that place, found it to be a chapel where some twenty or thirty were singing, and there was a priest at the altar saying Mass at midnight, and there was a monk serving his Mass. Now this traveller noticed how warm and brilliant was the place; the windows shone with their colours, and all the stone was carved; the altar was all alight, and the place was full of singing, for the twenty or thirty still sang, and he sang with them… But their faces he could not see, for the priest who said the Mass and the man who served the Mass both had their faces from him, and all in that congregation were hooded, and their faces were turned away from him also, but their singing was loud, and he joined in it. He thought he was in fairyland. And so he was. For as that Mass ended he fell asleep, suffused with warmth, and his ears still full of music; but when he woke he found that the place was a ruin, the windows empty, and the wind roaring through; no glass, or rather a few broken panes, and these quite plain and colourless; dead leaves of trees blown in upon the altar steps, and over the whole of it the thin and miserable light of a winter dawn.
Il Marinaio (con impazienza e disprezzo): “Allora ti sbagli completamente, perché il mal di orecchio è molto più grave.”
Il poeta. “Non ho mai avuto mal di orecchio”.
Il Marinairo (ancora con disprezzo): “Me lo aspettavo! Se ne fossi capace, scriveresti versi migliori. È proprio la tua innocenza riguardo alle grandi emozioni a rendere i tuoi versi così terribili, nel senso più stretto di questa parola.”
Grizzlebeard: “Voi due parlate proprio come bambini. La perdita dell’affetto umano è la cosa peggiore al mondo. Quando i nostri amici muoiono, ci lasciano, ma non per loro stessa volontà; o se lo fanno per loro stessa volontà, non è in contraddizione con la nostra; e anche se lo fanno contro la nostra volontà, a causa di un litigio, comunque si tratta di una cosa violenta, eppure ancora piena di affetto. Ma quella decadenza di ciò che è vivo nel cuore, quell’intorpidimento che segue, quell’indifferenza finale, oh! Non c’è alcuna malattia su questa terra infelice che possa paragonarsi a tanta sfortuna. E se poteste osservare il mondo da un’alta posizione, guardando dentro i cuori degli uomini, vedreste come quel “freddo” si insinui lentamente, ”
Io stesso, “È una cosa che succede spesso, Grizzlebeard? Soprattutto agli anziani?” Grizzlebeard rispose: “No. Gli anziani ci sono abituati. Lo sanno, ma per loro non è nulla di particolare. Il problema emerge quando si avvicina la mezza età. Quando gli entusiasmi della giovinezza diventano noiosi o divergenti, e quando, tra le infinite opportunità che il tempo offre, nascono differenze tra amici. Allora appare il male. Gli anni iniziali di una vita di solito non portano a questo. Siamo così convinti della bontà dei nostri obiettivi, e così impegnati nella loro realizzazione, che se dobbiamo separarci lo facciamo senza esitazioni, ognuno convinto che l’altro abbia commesso un grave errore: uno crede che un criminale sia innocente, l’altro che un uomo innocente sia stato ingiustamente accusato di crimine. Uno ama la guerra, l’altro la considera ingiusta e la odia. O ancora, uno colpisce l’altro in faccia. Queste sono cose violente. Ma è quando la giovinezza è maturata, e iniziano i processi lenti della vita, che appare il pericolo. O meglio, la certezza di questo terribile fenomeno: il passaggio delle affetti. Il cuore si stabilizza, come le acque di un lago tra le colline; è pieno delle proprie convinzioni, sicuro nella propria filosofia. Non si adatta più ai cambiamenti dell’altro. E quindi, se non si mantiene una stretta comunione, l’affetto decade. Quando questa decadenza diventa totale, allora appare quella terribile visione di cui ho parlato. La cosa peggiore del mondo.”
Il Poeta: “I grandi poeti, Grizzlebeard, non avrebbero mai ammesso una cosa del genere. Non hanno mai cantato né lamentato il passare dell’affetto umano; hanno cantato dell’amore che si trasforma in odio, della passione e della rabbia, della calma che segue la passione, dei dubbi dell’anima e del destino. E continuamente hanno parlato di morte, ma mai del male di cui parli tu.”
Il Marinaio: “È perché il male stesso è troppo noioso. Devo ammetterlo! C’è niente di più noioso della perdita di un amico. È come scrivere una poesia sull’noia, o cantare una canzone su Welbeck Street. Tentare di poetizzare cose del genere è assurdo! Meglio rivolgersi a questo fuoco, che finalmente sta iniziando a divampare. Grazie a Dio! Concentrarsi su esso e aspettare l’alba.”
Io stesso. “Tu Poeta e tu Marinai, entrambi vi sbagliate. L’argomento è stato affrontato, sebbene molto superficialmente, perché non riguarda l’arte. Si tratta soltanto di un accenno alla ritornata di Odisseo; il poeta Shakespeare ne ha scritto una canzone che sicuramente avete sentito. La cantano gentiluomini truccati con vernice e vestiti di stoffa verde: uno di loro è un Duca, quindi porta una piuma sul cappello. Si siedono sotto alberi dipinti anch’essi, bevono da calici di cartone completamente vuoti. Se ci fosse davvero vino dentro, sicuramente ne uscirebbe. E così, in queste circostanze assurde, cantano una canzone intitolata ‘Soffia, soffia, tu vento invernale’.” Inoltre, un altro poeta ha parlato di questa stessa cosa proprio in questa contea del Sussex, con queste due righe:
“Le cose che amavo sono diventate tutte noiose…”
“Le cose che mi amavano sono lontane o morte.”
Barba Grigia. “‘Allontanamento’ è la parola giusta: stavo cercando proprio quella. L’allontanamento è la cosa più triste al mondo.”
Il Marinaio. “Non riesco assolutamente a capirci nulla!”
Il Poeta: “Hai mai perso un amico?” Il Marinaio: “Decine, come ti ho già detto. E quello che mi dispiace di più è stato un dottore che i proprietari ci hanno fatto viaggiare con noi fino al Capo di Buona Speranza e ritorno. Ma non l’ho mai lasciato influenzare il mio umore.”
Grizzlebeard: “Il motivo per cui i grandi poeti hanno parlato così poco di questa cosa è proprio perché si tratta della cosa peggiore al mondo. Non incoraggia alcuna azione nobile, né stimola il pensiero profondo, e non migliora affatto l’animo umano. I veri poeti, che lo vogliano o no, sono costretti a cercare di migliorare l’animo delle persone; sono obbligati a occuparsi di cose nobili. Ma questa, non ha nulla di nobile in sé. Non possiede nemmeno il fascino del terrore o della tragedia per renderla più significativa; è semplicemente una fine, e una fine priva di qualsiasi conseguenza positiva. È una fine che non solleva domande né stimola la ricerca. È una fine senza avventura, completa, un nulla. E in questa situazione, l’arte non ha alcun ruolo nel tentativo umano di placare la fame eterna dell’anima.”
E dopo questo triste discorso di suo, rimanemmo di nuovo in silenzio, sdraiati davanti al fuoco; il Marinaio aveva acceso la pipa e la fumava.
“Allora mi ricordai di qualcosa che avevo letto una volta, e dissi…”
Io stesso, “Una volta lessi in un libro di un uomo che attraversava una brughiera in una regione selvaggia, non lontano dal rumore del mare. Il vento e la pioggia lo colpivano con forza, faceva molto freddo; quindi fu felice di vedere, in lontananza, una luce nella brughiera. Si diresse verso di essa e, arrivato nel luogo indicato, scoprì che si trattava di una cappella dove circa venti o trenta persone stavano cantando. C’era un prete all’altare che celebrava la Messa a mezzanotte, e un monaco lo assisteva nella cerimonia. Il viaggiatore notò quanto fosse caldo e luminoso quel luogo: le finestre brillavano di colori vivaci, tutte le pietre erano scolpite con cura; l’altare era illuminato a giorno, e l’aria risuonava del canto. Ma non riusciva a vedere i volti delle persone presenti: sia il prete che il monaco avevano il viso girato dall’altra parte; tutti indossavano cappucci e tenevano il viso nascosto. Tuttavia il loro canto era forte e melodioso. Pensò di essere in un regno incantato. E infatti lo era. Alla fine della Messa, si addormentò avvolto nel calore e con la musica ancora nelle orecchie; al risveglio, scoprì che quel luogo non era altro che rovine: le finestre erano vuote, il vento soffiava forte. Nessun vetro. Solo alcune assi rotte, prive di colore. Foglie secche di alberi sparse sui gradini dell’altare. E sopra tutto, la luce pallida e debole dell’alba invernale, ”
“This story which I read went on to say that the man went on his journey under that new and unhappy light of a stormy winter dawn, on over the heath in the wild country. But though he had made just such a journey the day before, yet his mind was changed. In the interlude he had lost something great; therefore the world was worth much less to him than it had been the day before, though if he had heard no singing in between, nor had seen no lights at evening, the journey would have seemed the same. This advantage first, and then that loss succeeding, had utterly impoverished him, and his journey meant nothing to him any more. This is the story which I read, and I take it you mean something of the kind.”
“Yes, I meant something of the kind,” said Grizzlebeard in answer, sighing. “I was thinking of the light that shines through the horn, and how when the light is extinguished the horn thickens cold and dull. I was thinking of irrevocable things.”
At this the Poet, whom we had thought dozing, started to his feet.
“Oh, let us leave so disheartening a matter,” said he, “and consider rather what is the best thing in the world than what is the worst. For in the midst of this wood, where everything is happy except man, and where the night should teach us quiet, we ought to learn or discover what is the best thing in the world.”
“I know of no way of doing that,” said the Sailor, “but by watching the actions of men and seeing to what it is they will chiefly attach themselves. For man knows his own nature, and that which he pursues must surely be his satisfaction? Judging by which measure I determine that the best thing in the world is flying at full speed from pursuit, and keeping up hammer and thud and gasp and bleeding till the knees fail and the head grows dizzy, and at last we all fall down and that thing (whatever it is) which pursues us catches us up and eats our carcases. This way of managing our lives, I think, must be the best thing in the world — for nearly all men choose to live thus.”
Myself. “What you say there, Sailor, seems sound enough, but I am a little puzzled in this point: why, if most men follow their satisfaction, most men come to so wretched an end?”
The Sailor. “Why that I cannot tell. That is their business. But certainly as I have watched men it seems to me that they regard being hunted as the best thing in the world. For one man having as much as would enable him (if he were so inclined) to see the world of God, and to eat all kinds of fruit and flesh, and to drink the best of beer, will none the less start a race with a Money-Devil: a fleet, strong Money-Devil with a goad. And when this Money-Devil has given him some five years start, say until he is nearly thirty years of age, then will that man start racing and careering and bounding and flying with the Money-Devil after him, over hill and valley, field and fen, and wood and waste, and the high heaths and the wolds, until at last (somewhere about sixty as a rule or a little later) he gives a great cry and throws up his hands and falls down. Then does the Money-Devil come and eat him up. Many millions love such a course.
“And there is also that other sort of hunt, in which some appetite or lust sets out a-chasing the jolly human, and puts him at fence and hedge, and gate and dyke, and round the spinney and over the stubble and racing over the bridge, and then double again through copse and close, and thicket and thorn, until he has spent his breath upon the high Downs, and then, after a little respite, a second clear run all the way to the grave. Which, when the hunted human sees it very near at hand, he commonly stops of set purpose, and this thing that has chased him catches him up and eats him, even as did the other. Millions are seen to pursue this lust-hunted course, and some even try to combine it with that other sort of money-devil-huntedness. But the advice is given to all in youth that they must make up their minds which of the two sorts of exercises they would choose, and the first is commonly praised and thought worthy; the second blamed. Why, I do not know. Our elders say to us, ‘Boy, choose the Money-Devil, give that Lord his run.’ Both kinds of sport have seemed to me most miserable, but then I speak only for myself, and I am eccentric in the holidays I choose and the felicity I discover for myself in the conduct of my years.
“For, so far as I am concerned, my pleasure is found rather in having a game with that Great Three-toed Sloth, which is the most amiable of hell’s emissaries, and all my life have I played the jolly game of tickling him forward and lolloping in front of him, now lying down until he has caught me up, and then slouching off until he came near again, and even at times making a spurt that I might have the longer sleep at the end, and give honest Sloth a good long waddle for his money.
“Yet after all, my method is the same as every one else’s, and will have the same end.
“For when I see the grave a long way off, then do I mean to put on slippers and to mix myself a great bowl of mulled wine with nutmegs, and to fill a pipe, and to sit me down in a great arm-chair before a fire of oak or beech, burning in a great hearth, within sound of the Southern Sea.
“And as I sit there, drinking my hot wine and smoking my long pipe, and watching the fire, and remembering old storms and landfalls far away, I shall hear the plodding and the paddling and the shuffling and the muffling of that great Sloth, my life’s pursuer, and he will butt at my door with his snout, but I shall have been too lazy to lock it, and so shall he come in. Then the Great Three-toed Sloth will eat me up, and thus shall I find the end of my being and have reached the best thing in the world.”
Myself. “While you were speaking, Sailor, it seemed to me you had forgotten one great felicity, manly purpose, and final completion of the immortal spirit, which is surely the digging of holes and the filling of them up again?”
The Sailor. “You are right! I had forgotten that! It is indeed an admirable pastime, and for some, perhaps for many, it is the best thing in the world!”
“Questa storia che ho letto raccontava che quell’uomo intraprese il suo viaggio sotto quella luce nuova e triste di un alba invernale tempestosa, attraverso le brughiere di quella landa selvaggia. Eppure, nonostante avesse già fatto un viaggio simile il giorno prima, la sua mente era cambiata: nel breve intervallo tra i due viaggi aveva perso qualcosa di molto importante; per questo il mondo gli sembrava molto meno prezioso di quanto lo fosse stato il giorno precedente. Anche se non avesse sentito alcuna canzone né visto luci al tramonto, il viaggio sarebbe comunque risultato lo stesso. Questo cambiamento positivo, seguito poi da quella perdita, lo aveva completamente impoverito; ormai quel viaggio non significava più nulla per lui. Questa è la storia che ho letto. E credo che tu intenda dire qualcosa del genere.”
“Sì, intendevo qualcosa del genere,” rispose Grizzlebeard sospirando. “Stavo pensando a quella luce che filtra attraverso il corno, e a come, quando quella luce si spegne, il corno diventi freddo e opaco. Stavo pensando a cose irrevocabili.”
In quel momento, il Poeta, che credevamo stesse dormendo, si alzò in piedi.
“Oh, lasciamo perdere queste questioni così scoraggianti,” disse, “e pensiamo piuttosto a ciò che è il meglio al mondo, invece di ciò che è il peggio. Infatti, in mezzo a questo bosco, dove tutto è felice tranne l’uomo, e dove la notte dovrebbe insegnarci la tranquillità, dovremmo imparare o scoprire ciò che è veramente il meglio al mondo.”
“Non conosco alcun modo per farlo,” disse il Marinaiolo, “ma osservando le azioni degli uomini e vedendo a cosa si attaccano principalmente. Infatti, l’uomo conosce la propria natura, e ciò che cerca sicuramente deve rappresentare la sua soddisfazione. Giudicando da questo, ritengo che la cosa migliore al mondo sia fuggire a tutta velocità dalla persecuzione, continuare a correre fino a quando non ci mancano le forze, fino a quando non ci sentiamo storditi e sanguinanti. Alla fine, tutti cadremo, e quella cosa (qualunque essa sia) che ci insegue ci raggiungerà e consumerà i nostri corpi. Questo modo di vivere, penso, debba essere davvero il migliore al mondo, perché quasi tutti gli uomini scelgono di vivere così.”
Io stesso. “Quello che dici, Marinai, sembra abbastanza logico, ma c’è un punto che mi lascia perplesso: perché, se la maggior parte degli uomini segue i propri desideri, alla fine finiscono tutti in condizioni così misere?”
Il Marinaio: “Perché, questo non lo so dire. È affar loro. Ma certamente, osservando gli uomini, mi sembra che considerino la caccia la cosa migliore al mondo. Un uomo, infatti, che possiede abbastanza da poter (se ne avesse voglia) esplorare il mondo di Dio, mangiare ogni tipo di frutto e carne, bere la migliore birra, nonostante ciò inizia una “corsa” contro un Demone del Denaro: una flotta potente di Demoni del Denaro, spinti da una lancia. E quando questi Demoni del Denaro gli danno un vantaggio di cinque anni, diciamo fino a quando non ha quasi trent’anni, allora quell’uomo inizia a correre, a inseguire quel Demone del Denaro attraverso montagne e valli, campi e paludi, foreste e distese desolate, finché, alla fine (di solito intorno ai sessant’anni, o poco dopo), emette un grido terribile, alza le mani e cade a terra. E allora il Demone del Denaro viene a “digerirlo” completamente. Miliardi di persone amano questa strada da percorrere.”
“E c’è anche quel tipo di ‘caccia’, in cui qualche desiderio o lussuria mette all’inseguimento l’uomo, lo spinge tra recinzioni, fossati, siepi e rovi, lo fa correre sopra ponti, attraverso boschi fitti e cespugli spinosi, finché non ha esaurito tutte le sue forze. Poi, dopo una breve pausa, l’inseguimento continua fino alla tomba. Quando l’uomo inseguito vede che la fine è vicina, di solito si ferma apposta, e quella cosa che lo ha perseguitato lo raggiunge e lo divora, proprio come aveva fatto la prima volta. Si vedono milioni di persone intraprendere questo percorso guidate da desideri lussuriosi. Alcuni addirittura cercano di combinarlo con quella ‘caccia’ al denaro. Ma si consiglia a tutti, fin da giovani, di scegliere con chiarezza quale di queste due strade intraprendere. La prima viene solitamente lodata e ritenuta degna; la seconda invece biasimata. Perché? Non lo so. I nostri anziani ci dicono: ‘Figliolo, scegli il “Diavolo del Denaro” e lascialo correre libero.’ Entrambe queste forme di “sport” mi sembrano estremamente miserevoli. Ma parlo solo per me stesso. Sono un eccentrico, nel modo in cui scelgo le mie feste e nella felicità che trovo nella mia vita quotidiana.”
“Perché, per quanto mi riguarda, il mio piacere consiste proprio nel giocare con quella grande Lenta Tortuga a Tre Dita, che è l’inviata più amabile dell’inferno. Per tutta la mia vita ho giocato felicemente a farla ridere facendola inciampare e correndo davanti a lei; ora mi sdraio finché non mi raggiunge, poi mi allontano di nuovo finché non si avvicina di nuovo. A volte addirittura accelero un po’ per poter dormire ancora più a lungo alla fine, e così faccio divertire davvero quella povera Lenta Tortuga.”
“Tuttavia, alla fine, il mio metodo è lo stesso di quello di tutti gli altri, e avrà lo stesso risultato.”
“Perché quando vedrò la tomba lontana da me, allora indosserò le pantofole, mi preparerò una grande ciotola di vino caldo con noce moscata, riempirò la pipa e mi siederò in un grande divano davanti a un fuoco di quercia o faggio, che arde in un grande camino, con il suono del Mar Mediterraneo nelle orecchie.”
“E mentre sono lì seduto, bevo il mio vino caldo, fumo la mia lunga pipa, guardo il fuoco e ricordo vecchie tempeste e naufragi lontani, sentirò il rumore prodotto da quel grande Lento, che perseguita tutta la mia vita. Colpirà la mia porta con il suo muso, ma sarò troppo pigro per chiuderla a chiave, e così entrerà. Allora quel Grande Lento a Tre Dita mi divorerà, e così finirà la mia esistenza. E avrò raggiunto la cosa migliore del mondo.”
Io stesso. “Mentre parlavi, Sailor, mi è sembrato che avessi dimenticato una grande felicità, uno scopo virile e la realizzazione finale dello spirito immortale, ovvero, scavare buche e poi riempirle di nuovo.”
Il marinaio: “Hai ragione! Me n’ero dimenticato. È davvero un passatempo ammirevole; per alcuni, forse per molti, è addirittura la cosa migliore al mondo!”
Myself. “Yes, indeed, for consider how we drink to thirst again, and eat to hunger again, and love for disappointment, and journey in order to return. And consider with what elaborate care we cut, clip, shave, remove and prune our hair and beard, which none the less will steadfastly re-grow, and how we earn money to spend it, and black boots before walking in the mire, and do penance before sinning, and sleep to wake, and wake to sleep; and very elaborately do pin, button, tie, hook, hang, lace, draw, pull up, be-tighten, and in diverse ways fasten about ourselves our very complicated clothes of a morning, only to unbutton, unpin, untie, unhook, let down, be-loosen, and in a thousand operations put them off again when midnight comes. Then there is the soiling of things for their cleansing, and the building of houses to pull them down again, and the making of wars for defeat or for barren victories, and the painting of pictures for the rich blind, and the singing of songs for the wealthy deaf, and the living of all life to the profit of others, and the begetting of children who may perpetuate all that same round. The more I think of it the more I see that the digging of holes and the filling of them up again is the true end of man and his felicity.”
The Poet. “I think you must be wrong.” Myself. “Well then, since you know, what is the best thing in the world?”
The Poet. “It is a mixture wherein should be compounded and intimately mixed great wads of unexpected money, new landscapes, and the return of old loves.”
The Sailor. “Oh, hear him with his return of old loves! All coming in procession, two by two, like the old maids of Midhurst trooping out of church of a Sunday morning! One would think he had slain a hundred with his eye!”
Grizzlebeard. “All you young men talk folly. The best thing in the world is sleep.” And having said so much, Grizzlebeard stretched himself upon the bench along one side of the fire, and, pulling his blanket over his head, he would talk to us no more. And we also after a little while, lying huddled in our coats before the blaze, slept hard. And so we passed the hours till morning; now waking in the cold to start a log, then sleeping again. And all night long the wind sounded in the trees.
THE THIRTY-FIRST OF OCTOBER 1902
I WOKE NEXT morning to the noise, the pleasant noise, of water boiling in a kettle. May God bless that noise and grant it to be the most sacred noise in the world. For it is the noise that babes hear at birth and that old men hear as they die in their beds, and it is the noise of our households all our long lives long; and throughout the world, wherever men have hearths, that purring and that singing, and that humming and that talking to itself of warm companionable water to our great ally, the fire, is home.
So thought I, half awake, and half asleep upon the hard dry earth of that floor. Yet, as I woke, my mind, not yet in Sussex, thought I was sleeping in an open field, and that there were round me comrades of the regiment, and that the embers that warmed my feet were a bivouac fire. Then I sat up, broad awake, and stiff after such a lodging, to find the Sailor crouching over the renewed flames of two stout logs on which he had established a kettle and water from a spring. He had also with him a packet of tea and some sugar, a loaf, and a little milk.
Grizzlebeard, stiff and stark upon his back along the bench, his head fallen flat, unsupported, his mouth open, breathing but slightly, seemed like a man dead. As for the Poet, he lay bunched up as would a man who had got the last bit of warmth he could; and he was still in a dead sleep, right up against the further corner of the fire.
I shook my coat from me and stood up.
“Sailor,” I said, “how long have you been awake?”
To which the Sailor answered:
“Ever since I was born: worse luck! I never sleep.”
“Where did you get those things,” said I, “that tea, that milk, that sugar, and that loaf?”
I yawned as I said it, and then I stretched my hands, which sleep had numbed, towards the rising life of the fire. The Sailor was still crouching at the kettle as he answered me slowly and with care:
“Why, you must know that near this house there lives a Troll, who many many years ago when he was young was ensnared by the love of a Fairy, upon that heath called Over-the-world. And he brought her home to be his bride, and lives close by here in a hut that is not of this world. He is my landlord, as it were, and he it was that gave me this tea, this milk, this sugar, and this loaf, but it is no good your asking where, for no one can find that warlock house of theirs but me.”
“That was a long lie to tell,” said I, “for I certainly should not have bothered myself to find out where the things came from, so only that I can get them free.”
“You are right,” said the Sailor, “and I also got them free.”
And having said that he upset the packet of tea, and the sugar, and the milk, right into the kettle, so that I cried out to him in alarm:
“What are you at?”
But he told me, as he took the kettle off:
“That is the way the Troll - tea was brewed by the Master-maid upon the heath called Over-the-world. I have been there, so I know.”
And with that he gave a great kick at the Poet, who sat up suddenly from his lump of clothes, looked wild for a moment, then knew where he was, and said “Oh!”
“It doesn’t rhyme,” said the Sailor, “but you shall have some tea.”
He poured out from the kettle, into the common mug we carried, a measure of the tea, and with his jack-knife he cut off a slice of bread.
Our talk had awakened Grizzlebeard. That older man rose painfully from sleep, as though to see the day again were not to one of his years any very pleasing thing. He sat upon the bench, and for him, as to the one of honour, the tea was next poured out into that silver mug of his, and then was handed to him the next slice of bread. Then I drank and ate, and then the Sailor, and when all this was done we made things orderly in the hut, the Sailor and I. We folded the blankets and stood up the unburnt logs. We poured the kettle out and drank the milk, and stood the loaf upon the ingle-nook, and bidding farewell to that unknown place we left it, to converse with it no more. But the reason we had to put all things in order so, was (the Sailor told me) that if we angered the Troll he might never let us sleep there again.
Io stesso, “Sì, davvero: pensate solo a come beviamo di nuovo per sete, mangiamo di nuovo per fame, amiamo nonostante delusioni, e viaggiamo soltanto per tornare indietro. Pensate anche con quanta cura mettiamo in ordine i nostri capelli e la barba, che comunque ricresceranno inevitabilmente; come guadagniamo denaro per spenderlo; come indossiamo stivali neri prima di camminare nel fango, facciamo penitenza prima di peccare, dormiamo per poi svegliarci, e ci svegliamo per dormire di nuovo. E poi, con grande cura, abbottoniamo, fissiamo, legiamo i nostri vestiti complicati, solo per slacciarli, scioglierli e rimetterli in ordine migliaia di volte quando arriva mezzanotte. C’è anche il sporcare le cose soltanto per pulirle, la costruzione di case che poi vengono demolite, la guerra combattuta sia per essere sconfitti che per ottenere vittorie “vane”, i dipinti fatti per i ricchi ciechi, le canzoni cantate per i ricchi sordi. Tutto ciò viene fatto soltanto a beneficio degli altri, e i bambini nascono proprio per perpetuare tutto questo ciclo. Più ci penso, più mi rendo conto che scavare buche e poi riempirle di nuovo rappresenta davvero lo scopo finale dell’uomo e la sua vera felicità.”
Il Poeta: “Penso che tu debba sbagliare.” Io: “Allora, dato che lo sai, qual è la cosa migliore al mondo?”
Il Poeta: “È un miscuglio nel quale devono essere combinati e mescolati strettamente grandi quantità di denaro inaspettato, nuovi paesaggi e il ritorno di vecchi amori.”
Il Marinaio: “Oh, ascoltatelo mentre racconta di quelle vecchie storie d’amore! Tutto arriva in processione, due per due, proprio come le vecchie ragazze di Midhurst che escono dalla chiesa una domenica mattina. Si direbbe che abbia ucciso cento persone con il solo suo sguardo!”
Grizzlebeard: “Voi giovani parlate solo sciocchezze. La cosa migliore al mondo è dormire.” Detto questo, si sdraiò sul banco accanto al fuoco, si coprì con la coperta e non ci parlò più. Anche noi, dopo un po’, rannicchiati nei nostri cappotti davanti al calore del fuoco, ci addormentammo profondamente. Così trascorremmo le ore fino all’alba: ci svegliavamo nel freddo per aggiungere legna al fuoco, poi riprendevamo a dormire. Per tutta la notte il vento soffiava tra gli alberi.
Il trentunesimo ottobre 1902
La mattina seguente mi svegliai al suono, un suono piacevole: quello dell’acqua che bolliva in una pentola. Che Dio benedica quel suono e lo renda il suono più sacro del mondo. È il suono che i bambini sentono alla nascita e gli anziani ascoltano mentre muoiono nel loro letto; è il suono delle nostre case per tutta la nostra vita. In tutto il mondo, ovunque ci siano camini, quel ronfare, quel canto, quel mormorio, quel “dialogo” tra l’acqua calda e il nostro grande alleato: il fuoco, è il simbolo del [focolare domestico].
“Così pensai”, mentre ero semiaddormentato su quella dura e asciutta terra del pavimento. Tuttavia, quando mi svegliai, la mia mente, ancora non tornata nel Sussex, credeva che stessi dormendo in un campo aperto; intorno a me c’erano compagni del reggimento, e le braci che riscaldavano i miei piedi erano il fuoco di un bivacco. Allora mi alzai, completamente sveglio e indolenzito dopo quella “notte” trascorsa a terra, e vidi il marinaio accovacciato sopra le fiamme di due robuste tronchi su cui aveva messo una pentola e dell’acqua prelevata da una sorgente. Aveva anche con sé un pacchetto di tè e dello zucchero, un pane e un po’ di latte.
Grizzlebeard, rigido e immobile sulla panca, con la testa appoggiata senza sostegno, la bocca aperta e respirando appena, sembrava un uomo morto. Quanto al Poeta, era rannicchiato come chi avesse raccolto l’ultima traccia di calore disponibile; dormiva ancora profondamente, addossato all’angolo più lontano del fuoco.
Scossi il mantello e mi alzai in piedi.
“Marinaio,” dissi, “da quanto tempo sei sveglio?”
“A cui il marinaio rispose:”
Da quando sono nato… sfortuna continua! Non riesco mai a dormire.
“Dove hai preso tutte queste cose?”, dissi, “quel tè, quel latte, quegli zuccheri e quel pane?”
Mentre lo dicevo, sbadigliai e poi allungai le mani, intorpidite dal sonno, verso la luce che iniziava a diffondersi nel fuoco. Il Marinaio era ancora accovacciato vicino alla pentola e mi rispose lentamente e con attenzione:
“Dovete sapere che vicino a questa casa vive un Troll. Molti anni fa, quando era giovane, fu incantato dall’amore di una Fata in quella brughiera chiamata ‘Oltre-il-mondo’. La portò a casa per farne sua moglie e ora vive qui vicino, in una capanna che non appartiene a questo mondo. In un certo senso, è il mio padrone di casa: è stato lui a darmi questo tè, questo latte, questo zucchero e questo pane. Ma non servirà chiedere dove si trovi, perché nessuno può trovare quella loro dimora magica tranne me.”
“È stata una bugia davvero lunga da raccontare,” dissi, “perché di certo non mi sarei preso la briga di scoprire da dove provenissero quelle cose, se non per poterle liberare.”
“Hai ragione,” disse il Marinaio, “e anch’io li ho ottenuti gratuitamente.”
E dopo aver detto questo, rovesciò il pacchetto di tè, lo zucchero e il latte direttamente nella pentola, tanto che gridai allarmata.
“Che stai facendo?”
“Ma mi disse, mentre toglieva la pentola dal fuoco…”
“Ecco come veniva preparato il tè dei troll dalla cameriera maggiore in quella brughiera chiamata Oltre-il-Mondo. Ci sono stato io, quindi lo so.”
E con quello diede un forte calcio al Poeta, che si alzò di scatto dal mucchio di vestiti in cui era seduto, sembrò confuso per un momento, poi capì dove si trovava e disse: “Oh!”
“Non rima…”, disse il Marinaio, “ma ti offrirò del tè.”
Versò il tè dalla teiera nella tazza comune che portavamo con noi, e poi con il suo coltello da cucina tagliò un pezzo di pane.
La nostra conversazione aveva svegliato Grizzlebeard. Quell’uomo anziano si alzò a fatica dal letto, come se rivedere il giorno non fosse affatto una cosa piacevole per lui. Si sedette sul banco, e per lui, che era un uomo d’onore, prima gli fu versato il tè nella sua tazza d’argento, poi gli venne consegnata la fetta di pane successiva. Dopo aver mangiato e bevuto anch’io, lo fece anche il Marinaio; una volta terminato tutto ciò, lui ed io sistemammo in ordine la capanna. Ripiegammo le coperte e sistemammo i tronchi non bruciati; versammo via l’acqua dal bollitore e bevemmo il latte, poi posizionammo il pane nell’angolo riscaldato dal camino. Dopo aver detto addio a quel luogo sconosciuto, ce ne andammo, senza più avere nulla da dirgli. Ma il motivo per cui dovevamo sistemare tutto in quel modo era (mi disse il Marinaio) che, se avessimo infastidito il Troll, forse non ci avrebbe mai più permesso di dormire lì.
“You are wonderful company, Sailor!” said I.
“For others, perhaps,” said he, as he locked the door and put the key in his pocket, “but not for myself; and yet that is the only thing that matters!”
By this time we were all upon the forest path again, turning this way and that as the Sailor might lead us. Sometimes we crossed a great ride without turning down it, and once the broad high road. But we went straight across that, and we passed many signs where it said that any common man found in these woods would be imprisoned, and some where it said that any one not rich and yet wandering here might find themselves killed by engines. But the Sailor dodged his way nimbly about, making westward through it all, but so cunningly that even I, who know my County well, grew puzzled. I could not guess in what part of the wood we were until we came to a bottom through which a stream ran, and then I knew that this stream was the rising of the Mole, and that we were in Tilgate. Then I said to my companions: “Now the woods smell of home!”
But Grizzlebeard said that, considering what the world was like outside the County, all the County was home. And the Poet said that here were homing bits in the forest, and there were homing bits, and others that were stranger to him, and had not the spirit of our land.
But the Sailor said nothing, only leading us forward by clever paths so that the servants of the rich could not do us any hurt, and then he got us into an open glade, and there we sat and rested for a moment, with our breath drawing in the morning.
For the morning was not as the night had been, full of wind and hurrying clouds, but it was the morning after a gale, in which, on these high hills and among these lifting trees, the air was ambassadorial, bringing a message of life from the sea. But it was a halted air. It no longer followed in the procession of the gale, but was steady and arrived. So that the sky above us was not clouded, and had in it no sign of movement, but was pale with a wintry blue. And there was a frost and a bite all about, although it was so early in the year and winter hardly come. But the leaves had fallen early that year, and the forest was already desolate.
When we had rested ourselves a moment in this glade we followed the Sailor again by a path which presently he left, conducting us with care through untouched underwood, until we came to a hedge, and there across the hedge was the great main road and Pease Pottage close at hand.
“I have led you through this wood,” the Sailor said, “and now you may take what road you will.”
Myself. “Now, indeed, I know every yard of the way; and I will take you down towards our own country. But I will take you in my own fashion, for I know the better places, and the quiet lands, and a roof under which we shall be free to sleep at evening. You shall follow me.”
“You know all this?” said Grizzlebeard to me curiously, “then can you tell me why all these woods are called St. Leonard’s Forest?”
Myself. “Why, certainly; they are called St. Leonard’s Forest after St. Leonard.”
The Poet. “Are you so sure?”
Myself. “Without a doubt! For it is certain that St. Leonard lived here, and had a little hermitage in the days when poor men might go where they willed. And this hermitage was in that place to which I shall presently take you, from which it is possible to worship at once both our County, and God who made it.”
Saying which I took them along the side road which starts from Pease Pottage (and in those days the old inn was there), but before doing so I asked them severally whether they had any curse on them which forbade them to drink ale of a morning.
This all three of them denied, so we went into the Swan (which in those days I say again was the old inn), and we drank ale, as St. Leonard himself was used to do, round about nine or ten o’clock of an autumn morning. For he was born in these parts, and never went out of the County except once to Germany, when he would convert the heathen there; of whom, returning, he said that if it should please God he would rather be off to hell to convert devils, but that anyhow he was tired of wandering, and thereupon set up his hermitage in the place to which I was now leading my companions.
For when we had gone about a mile by the road I knew, we came to that place where the wood upon the left ends sharply upon that height and suddenly beneath one’s feet the whole County lies revealed.
There, a day’s march away to the south, stood the rank of the Downs.
No exiles who have seen them thus, coming back after many years, and following the road from London to the sea, hungry for home, were struck more suddenly or more suddenly uplifted by that vision of their hills than we four men so coming upon it that morning, and I was for the moment their leader; for this was a place I had cherished ever since I was a boy.
“Look,” said I to Grizzlebeard, “how true it is that in this very spot a man might set his seat whence-from to worship all that he saw, and God that must have made it.”
“You are right,” said Grizzlebeard; “I see before me the Weald in a tumbled garden, Wolstonbury above New Timber and Highden and Rackham beyond” (for these are the names of the high hills), “and far away westward I see under Duncton the Garden of Eden, I think, to which we are bound. And sitting crowned in the middle place I see Chanctonbury, which, I think, a dying man remembers so fixed against the south, if he is a man from Ashurst, or from Thakeham, or from the pine-woods by the rock, whenever by some evil-fortune a Sussex man dies far away from home.”
“Tell me,” said the Sailor, “can you fix for us here the place where St. Leonard built his hermitage?”
“Certainly,” said I, and they gathered round.
“Here,” said I, “was the cella” (drawing a circle with my stick upon the ground), “and here” (moving off a yard or two) “was his narthex or carfax, as some call it, and here to the right” (and here I moved backwards and drew my stick across some sand) “was the bibulatium; but all the ruins of this monument have disappeared through quarrying and the effects of time, saving always such traces as can be distinguished by experts, and I am one.”
“Sei un compagno meraviglioso, Marinai!” dissi io.
“Forse per gli altri sì,” disse lui, chiudendo la porta e mettendosi la chiave in tasca, “ma non per me. Eppure è l’unica cosa che conta davvero!”
A quel punto eravamo tutti di nuovo sul sentiero nel bosco, svoltando da una parte e dall’altra seguendo le indicazioni del Marinaio. A volte attraversavamo vaste distanze senza deviare mai dal percorso, e una volta anche la strada principale. Ma noi proseguimmo dritti lungo di essa, passando accanto a molte cartelli che avvertivano che chiunque venisse trovato in questi boschi sarebbe stato imprigionato; altri cartelli minacciavano che coloro che non fossero ricchi e si aggirassero lì potessero essere uccisi dalle macchine. Tuttavia il Marinaio procedeva con agilità, dirigendosi verso ovest attraverso tutto ciò che ci trovavamo davanti, in modo così astuto che anche io, che conosco bene la mia contea, finii per confondermi. Non riuscivo a capire in quale parte del bosco ci trovassimo fino a quando non arrivammo in una radura attraversata da un ruscello; allora capii che quel ruscello era il corso superiore del fiume Mole, e che eravamo a Tilgate. Allora dissi ai miei compagni: “Ora il bosco profuma di, ” [continua con la parola che rappresenta “casa” nella tua lingua].
Ma Grizzlebeard disse che, considerando com’era il mondo al di fuori della Contea, tutta la Contea era >casa. E il Poeta disse che qui nella foresta c’erano elementi che lo riportavano a casa, e altri invece gli erano estranei e non possedevano lo spirito della nostra terra.
Ma il Marinai non disse nulla; ci guidò semplicemente lungo sentieri nascosti, in modo che i servitori dei ricchi non potessero farci del male. Poi ci portò in una radura aperta, e lì ci sedemmo per riposare un attimo, respirando l’aria fresca della mattina.
La mattina non era come la notte precedente, piena di vento e nuvole veloci; era invece la mattina dopo una tempesta. Su queste alte colline, tra gli alberi che si ergevano intorno, l’aria sembrava portare un messaggio di vita dal mare. Ma era un’aria ferma, immobile; non seguiva più il corso della tempesta, arrivava invece in modo stabile. Il cielo sopra di noi non era coperto da nuvole, e non c’era alcun segno di movimento; era solo di un pallido blu invernale. C’era brina ovunque, anche se eravamo ancora all’inizio dell’anno e l’inverno sembrava lontano. Ma quell’anno le foglie erano cadute presto, e la foresta appariva già desolata.
Dopo esserci riposati per un momento in questa radura, seguimmo di nuovo il Marinai lungo un sentiero che presto abbandonò, guidandoci con cura attraverso una fitta boscaglia incontaminata, fino a quando non arrivammo a un recinto; al di là di esso si trovava la grande strada principale e Pease Pottage era proprio lì vicino.
“Vi ho guidati attraverso questo bosco,” disse il Marinaiolo, “e ora potete prendere la strada che volete.”
Io stesso. “Ora, davvero, conosco ogni singolo tratto di questo percorso; vi porterò verso la nostra terra natale. Ma lo farò a mio modo, perché conosco i luoghi migliori, le terre più tranquille, e un tetto sotto il quale potremo dormire liberamente alla sera. Dovrete seguirmi.”
“Lo sai tutto questo?” mi chiese incuriosito Grizzlebeard, “allora puoi dirmi perché tutti questi boschi vengono chiamati Foresta di San Leonardo?”
“Me stesso… Certo; si chiamano Foresta di San Leonardo in onore di San Leonardo.”
Il poeta. “Sei davvero così sicuro?”
Io stesso. “Senza dubbio! Poiché è certo che San Leonardo visse qui e possedeva un piccolo eremo ai tempi in cui i poveri potevano andare dove volevano. E questo eremo si trovava nel luogo a cui vi porterò tra poco, da dove è possibile pregare contemporaneamente sia per la nostra Contea che per Dio che l’ha creata.”
Detto questo, li portai lungo la strada secondaria che inizia da Pease Pottage (e in quei tempi c’era ancora quella vecchia locanda lì), ma prima di partire chiesi loro uno per uno se avessero qualche maledizione che gli impedisse di bere birra al mattino.
Tutti e tre negarono categoricamente; così entrammo nella “Swan” – che all’epoca, ripeto, era quella vecchia locanda – e bevemmo birra, proprio come faceva lo stesso San Leonardo, verso le nove o le dieci di una mattina autunnale. Lui era nato in queste zone e non aveva mai lasciato la contea, se non una volta per andare in Germania, dove cercò di convertire i pagani del luogo; al suo ritorno disse che, se Dio lo avesse voluto, avrebbe preferito andare all’inferno pur di convertire i demoni. Comunque, era stanco di viaggiare e così stabilì il proprio eremo nel luogo in cui ora stavo conducendo i miei compagni.
Dopo aver percorso circa un miglio lungo la strada, capii che eravamo arrivati in quel luogo dove il bosco a sinistra terminava bruscamente su quella altura, e all’improvviso sotto i nostri piedi si apriva tutto il panorama della contea.
Lì, a un giorno di marcia a sud, si estendeva la catena dei Downs.
Nessun esiliato che li avesse visti tornare dopo molti anni, seguendo quel percorso da Londra verso il mare, affamati di >casa, fu colpito o commosso in modo più improvviso da quella visione delle loro colline di quanto lo fossimo noi quattro uomini quella mattina; per un momento fui il loro leader, perché quel luogo era qualcosa che avevo sempre amato fin da quando ero ragazzo.
“Guarda,” dissi a Grizzlebeard, “quanto sia vero che proprio in questo luogo un uomo potrebbe stabilirsi per adorare tutto ciò che vede, e soprattutto Dio che deve averlo creato.”
“Hai ragione,” disse Grizzlebeard; “vedo davanti a me la Foresta trasformata in un giardino in disordine, Wolstonbury sopra New Timber, e Highden e Rackham più lontano” (poiché questi sono i nomi di quelle alte colline), “e in lontananza, verso ovest, sotto Duncton, vedo quello che penso sia il Giardino dell’Eden, verso cui siamo diretti. E seduto al centro, incoronato, vedo Chanctonbury. Un uomo morente, credo, se è di Ashurst, di Thakeham o delle pinete vicino alle rocce, se per qualche sfortuna muore lontano da casa, se ne ricorderà sempre, così nitidamente posizionato a sud, ”
“Dimmi,” disse il Marinaiolo, “puoi indicarci qui il luogo in cui San Leonardo costruì la sua eremita?”
“Certamente,” dissi, e loro si radunarono intorno a me.
“Ecco,” dissi, “qui si trovava la cella” (disegnando un cerchio con il mio bastone sul terreno), “e qui” (spostandomi di una o due iarde) “si trovava il suo narthex o carfax, come alcuni lo chiamano; e qui a destra” (mi spostai all’indietro e tracciai con il bastone un segno sulla sabbia) “si trovava il bibulatium. Ma tutte le rovine di questo monumento sono scomparse a causa dell’estrazione di materiale da costruzione e degli effetti del tempo; rimangono soltanto tracce che solo gli esperti riescono a riconoscere, e io ne faccio parte.”
Then, wishing to leave them no time for wrangling, I took them down away through Shelley Plain, and when I had gone a mile or so I said:
“Is not the river to which we are bound the river of Arun?”
The Poet. “Why, yes. If it were not so I would never have joined you.”
The Sailor. “Certainly we are bound for Arun, which, when a man bathes in it, makes him forget everything that has come upon him since his eighteenth year — or possibly his twenty-seventh.”
“Yes,” said Grizzlebeard, more gravely, “we are bound for the river of Arun, which is as old as it is young, and therein we hope to find our youth, and to discover once again the things we knew.”
“Why, then,” said I, “let me mock you and cover you with disillusion, and profane your shrines, and disappoint your pilgrimage! For that trickle of water below you to the left in the dale, and that long lake you see with a lonely wood about either shore is the place where Arun rises.”
Grizzlebeard. “That is nothing to me as we go along our way. It is not little baby Arun that I come to see, but Arun in his majesty, married to salt water, and a king.” The Sailor. “For my part I am glad to have assisted at the nativity of Arun. Prosper, beloved river! It is your business (not mine) if you choose to go through so many doubtful miles of youth, and to grope uncertainly towards fruition and the sea.”
The Poet. “There is always some holiness in the rising of rivers, and a great attachment to their springs.”
By this time we had come to the lake foot, where a barrier holds in the water, and the road crosses upon a great dam. And we watched as we passed it the plunge of the cascade; and then passing over that young river we went up over the waste land to the height called Lower Beeding, which means the lower place of prayer, and is set upon the very summit of a hill. Just as Upper Beeding is at the very lowest point in the whole County of Sussex, right down, down, down upon the distant marshes of Adur, flush, as you may say, with the sea.
For when Adam set out (with the help of Eve) to name all the places of the earth (and that is why he had to live so long), he desired to distinguish Sussex, late his happy seat, by some special mark which should pick it out from all the other places of the earth, its inferiors and vassals. So that when Paradise might be regained and the hopeless generation of men permitted to pass the Flaming Sword at Shiremark Mill, and to see once more the four rivers, Arun and Adur, and Cuckmere and Ouse, they might know their native place again and mark it for Paradise. And the best manner (thought Adam) so to establish by names this good peculiar place, this Eden which is Sussex still, was to make her names of a sort that should give fools to think. So he laid it down that whatever was high in Sussex should be called low, and whatever was low should be called high, and that a hill should be called a plain, and a bank should be called a ditch, and the North wood should be south of the Downs, and the Nore Hill south of the wood, and Southwater north of them all, and that no one in the County should pronounce “th,”
“ph,” or “sh,” but always “h” separately, under pain of damnation. And that names should have their last letters weighed upon, contrariwise to the custom of all England.
So much for our names, which any man may prove for himself by considering Bos-ham, and Felp-ham, and Hors-ham, and Arding-ly, and the square place called “Roundabout.” Or the Broadbridge, which is so narrow that two carts cannot pass on it. God knows we are a single land!
We had passed then, we four (and hungry, and stepping strongly, for it was downhill), we had passed under the cold pure air of that good day from Lower Beeding down the hill past Leonard’s Lee, and I was telling my companions how we might hope to eat and drink at the Crabtree or at Little Cowfold, when the Sailor suddenly began to sing in a manner so loud and joyful that in some more progressive place than the County he would most certainly have been thrown into prison. But the occasion of his song was a good one, for debouching through the wooded part of the road we had just come upon that opening whence once more, though from a lower height, the open Weald and the magnificence of the Downs is spread out to glorify men’s eyes. He sang that song, which is still native to this land, through all the length of it, and we who had heard it each in our own place first helped him with the chorus, and then swelled it altogether in diverse tones. He beginning: —
I
“On Sussex hills where I was bred,
When lanes in autumn rains are red,
When Arun tumbles in his bed,
And busy great gusts go by;
When branch is bare in Burton Glen
And Bury Hill is a whitening, then,
I drink strong ale with gentlemen;
Which nobody can deny, deny,
Deny, deny, deny, deny,
Which nobody can deny!
II
“In half-November off I go,
To push my face against the snow,
And watch the winds wherever they blow,
Because my heart is high:
Till I settle me down in Steyning to sing
Of the women I met in my wandering,
And of all that I mean to do in the spring.
Which nobody can deny, deny,
Deny, deny, deny, deny,
Which nobody can deny!
III
“Then times be rude and weather be rough,
And ways be foul and fortune tough,
We are of the stout South Country stuff,
That never can have good ale enough,
And do this chorus cry!
From Crowboro’ Top to Ditchling Down,
From Hurstpierpoint to Arundel town,
The girls are plump and the ale is brown:
Which nobody can deny, deny,
Deny, deny, deny, deny!
If he does he tells a lie!”
When we had all done singing and were near the Crabtree, the Sailor said:
“Now, was not that a good song?”
“Yes,” said I, “and well suited to this morning and to this air, and to that broad sight of the lower land which now spreads out before us.”
For even as I spoke we had come to that little shelf on which the Crabtree stands, and from which one may see the Downs all stretched before one, and Bramber Gap, and in the notch of it the high roof of Lancing; and then onwards, much further away, Arundel Gap and the hills and woods of home. It was certainly in the land beneath us, and along the Weald, which we overlooked, that once, many years ago, a young man must have written this song.
Allora, volendo non dar loro il tempo di discutere, li portai giù attraverso la Piana di Shelley; dopo aver percorso circa un miglio, dissi:
“Non è forse il fiume verso cui ci stiamo dirigendo proprio il fiume Arun?”
Il Poeta. “Sì, certo… Se non fosse stato così, non mi sarei mai unito a voi.”
Il Marinaio: “Certo, siamo diretti ad Arun; un luogo dove, chi vi si bagna, dimentica tutto ciò che gli è accaduto dopo i diciotto anni, o forse anche dopo i ventisette.”
“Sì,” disse Grizzlebeard con maggiore serietà, “siamo diretti al fiume Arun, che è vecchio quanto è giovane, e lì speriamo di ritrovare la nostra giovinezza e di riscoprire le cose che un tempo conoscevamo.”
“Allora,” dissi, “lasciate che vi prenda in giro, che vi copra di delusione, che profani i vostri templi e che deluda la vostra pellegrinazione! Quel ruscello d’acqua laggiù a sinistra nella valle, e quel lungo lago che vedete con un bosco solitario su entrambe le rive, è il luogo dove sorge Arun.”
Grizzlebeard: “Per me non è nulla; non sono venuto a vedere il piccolo Arun, ma Arun nella sua maestosità, un re, unito al mare.” Il Marinaio: “Per quanto mi riguarda, sono felice di aver assistito alla nascita di Arun. Prospera, amato fiume! È affar tuo (non mio) decidere se percorrere tanti sentieri incerti verso la maturità e il mare.”
Il Poeta: “C’è sempre un certo senso di sacralità nel corso dei fiumi, e un profondo legame con le loro sorgenti.”
A quel punto eravamo arrivati ai piedi del lago, dove una diga trattiene l’acqua e la strada attraversa un grande sbarramento. Mentre lo superavamo, osservammo il salto della cascata; poi, dopo aver attraversato quel piccolo fiume, proseguimmo lungo le terre desolate fino a raggiungere un luogo chiamato Lower Beeding, che significa “il punto più basso dove si può pregare”, e che si trova proprio sulla cima di una collina. Proprio come Upper Beeding è situato nel punto più basso dell’intero Contea di Sussex, direttamente sopra le lontane paludi di Adur, che, per così dire, confinano con il mare.
Poiché quando Adamo, con l’aiuto di Eva, iniziò a dare nomi a tutti i luoghi della terra (e per questo dovette vivere così a lungo), desiderava distinguere Sussex, il suo felice rifugio, con un segno particolare che lo facesse emergere tra tutti gli altri luoghi della terra, suoi inferiori e vassalli. Così, quando il Paradiso fosse stato riconquistato e alla generazione perduta di uomini fosse permesso di attraversare la Spada Infuocata presso Shiremark Mill, e di vedere nuovamente i quattro fiumi: Arun, Adur, Cuckmere e Ouse, avrebbero potuto riconoscere il loro luogo d’origine e identificarlo come il Paradiso. E il modo migliore, pensò Adamo, per designare con nomi questo prezioso luogo speciale, questo Eden che oggi è ancora Sussex, era scegliere nomi che potessero confondere anche i più semplici. Così stabilì che tutto ciò che in Sussex era alto dovesse essere chiamato basso, e viceversa; che una collina dovesse essere definita pianura, un argine fossato, la Foresta del Nord a sud delle Downs, la Collina di Nore a sud della foresta, e Southwater a nord di tutto il resto. Inoltre, nessuno nella contea doveva pronunciare la lettera “th”.
“Ph”, o “sh”, ma sempre “h” separatamente, altrimenti si incorre nella dannazione eterna. Inoltre, le ultime lettere di quei nomi devono essere pesate, al contrario della consuetudine di tutta l’Inghilterra.
Ecco dunque cosa significano i nostri nomi: qualsiasi uomo può verificarlo da solo osservando Bos-ham, Felp-ham, Hors-ham, Arding-ly, e quella piazza chiamata “Roundabout”. O anche il Broadbridge, che è così stretto che due carri non possono passarvi fianco a fianco. Dio sa che siamo una sola terra!
Noi quattro eravamo passati di lì; affamati e camminando con passo veloce, poiché era in discesa, avevamo attraversato l’aria fresca e pura di quella bella giornata, scendendo dalla collina oltre Leonard’s Lee. Mentre raccontavo ai miei compagni come avremmo potuto mangiare e bere al Crabtree o a Little Cowfold, il marinaio all’improvviso iniziò a cantare in modo così forte e gioioso che, in un posto più civile di quello, sarebbe sicuramente finito in prigione. Ma il motivo della sua canzone era davvero valido: appena usciti dalla zona boscosa della strada, avevamo incontrato quell’apertura da cui, sebbene da un’altezza inferiore, si poteva di nuovo ammirare l’immensità della foresta e la maestosità delle colline che incantano lo sguardo umano. Cantò quella canzone, ancora tipica di questa terra, per tutta la sua lunghezza; noi, che l’avevamo sentita ciascuno nel proprio luogo, iniziammo prima a ripetere il ritornello con lui, poi lo ampliammo tutti insieme con voci diverse. Lui cominciò.
I
“Nei colli del Sussex dove sono cresciuto…”
Quando i marciapiedi diventano rossi con la pioggia autunnale
Quando Arun cade nel suo letto
Forti raffiche di vento passano veloci…
Quando i rami sono spogli a Burton Glen
E così, Bury Hill diventa sempre più bianca…
Bevo birra forte in compagnia di gentiluomini;
Nessuno può negarlo.
Negare, negare, negare, negare…
Qualcosa che nessuno può negare!
II
“A metà di novembre me ne vado,”
Premere il viso contro la neve
E osserva i venti, ovunque soffino…
Perché il mio cuore è pieno di speranza
Fino a quando non mi stabilirò a Steyning per cantare
Di quelle donne che ho incontrato nel mio vagabondare
E queste sono tutte le cose che intendo fare in primavera.
Nessuno può negarlo.
Negare, negare, negare, negare…
Qualcosa che nessuno può negare!
III
“#Tempi duri e clima ostile…”
Strade oscure e destino avverso
Titolo:
Siamo gente robusta del Sud…
“Che non possa mai aver abbastanza birra buona…”
E facciano cantare questo ritornello con tutte le loro forze!
Da Crowboro’ Top fino a Ditchling Down
Da Hurstpierpoint ad Arundel Town
Le ragazze sono paffute e la birra è marrone…
Nessuno può negarlo.
Negare, negare, negare, negare!
“Se lo fa, sta mentendo!”
Quando tutti ebbero finito di cantare e ci trovammo vicino al Crabtree, il Marinaio disse:
“Ora, non era forse una bella canzone?”
“Sì,” dissi, “e si abbina perfettamente a questa mattina, a quest’aria, e a quella vasta vista delle terre più basse che ora si estende davanti a noi.”
Mentre parlavo, eravamo già arrivati a quel piccolo ripiano su cui si trova il Crabtree; da lì si potevano vedere le colline che si estendevano davanti a noi, Bramber Gap, e nella sua conca il tetto alto di Lancing; più in lontananza, poi, Arundel Gap e le colline e i boschi della nostra >casa. Era certamente nella terra sotto di noi, lungo la regione del Weald che avevamo davanti agli occhi, che molti anni fa un giovane doveva aver scritto questa canzone.
Grizzlebeard. “In what places, Myself, do you find that you can sing?”
Myself. “In any place whatsoever.”
The Sailor. “As, for instance, at the table of some rich money-lending man who has a few men friends to dinner that night, with whom he would discuss Affairs of State, and who has only asked you because you were once a hanger-on of his great-nephew’s. This would seem to me an excellent occasion on which to sing ‘Golier!’”
The Poet. “Yes, or again, when you are coming (yourself small and unknown) to the reception of some wealthy hostess from whom you expect advancement. It was in such a place and at such a time that Charlie Ribston, now in jail, did first so richly produce his song, ‘The Wowly Wows,’ which has that jolly chorus to it.”
Grizzlebeard. “The reason I asked you where you could sing was, that I thought it now impossible in any place, I mean in this realm, and in our dreadful time. For is there not a law, and is it not in force, whereby any man singing in the open, if he be overheard by the police, shall be certified by two doctors, imprisoned, branded, his thumb marks taken, his hair shaved off, one of his eyes put out, all his money matters carefully gone into backwards and forwards, and, in proportion to the logarithm of his income a large tax laid on? And after all this the duty laid upon him under heavy pains of reporting himself every month to a local committee, with the parson’s wife up top, and to a politician’s jobber, and to all such other authorities as may see fit, pursuant to the majesty of our Lord the King, his crown and dignity? I seem to have heard something of the kind.”
“Yes, you are right enough,” said I; “but when a man comes to lonely places, which are like islands and separate from this sea of tyranny, as, for instance, this road by Leonard’s Lee, why a man can still sing.” The Sailor. “Yes, and in an inn.”
“In a few inns,” said I, “under some conditions and at certain times.”
Grizzlebeard. “Very well, we will choose upon this march of ours such inns and such times. And is this one?” he added, pointing to the Crabtree.
“Not outside,” I answered cautiously, “nor at this hour.”
“However,” said the Poet, “we will eat.” So we sat outside there upon the benches of the Crabtree Inn, eating bread and cheese.
Now when we had eaten our bread and cheese in that cold, still air, and overlooking so great a scene below us, and when we had drunk yet more of the ale, and also of a port called Jubilee (for the year of Jubilee was, at the time this walk was taken, not more than five years past), the Sailor said in a sort of challenging tone:
“You were saying, I think, that a man could only sing to-day in certain lonely places, such as all down that trim hedgerow, which is the roadside of Leonard’s Lee, and when Grizzlebeard here asked whether a man might sing outside the Crabtree, you said no. But I will make the experiment; and by way of compromise, so that no one may be shocked, my song shall be of a religious sort, dealing with the great truths. And perhaps that will soften the heart of the torturers, if indeed they have orders, as you say, to persecute men for so simple a thing as a song.”
Grizzlebeard. “If your song is one upon the divinities, it will not go with ale and with wine, nor with the character of an inn.”
The Sailor. “Do not be so sure. Wait until you have heard it. For this song that I am proposing to sing is of a good loud roaring sort, but none the less it deals with the ultimate things, and you must know that it is far more than one thousand years old. Now it cannot be properly sung unless the semi-chorus (which I will indicate by raising my hands) is sung loudly by all of you together, nor unless the chorus is bellowed by the lot of you for dear life’s sake, until the windows rattle and the populace rise. Such is the nature of the song.”
Having said so much then, the Sailor, leaning back, began in a very full and decisive manner to sing this SONG OF THE PELAGIAN HERESY FOR THE STRENGTHENING OF MEN’S BACKS AND THE VERY ROBUST OUT- THRUSTING OF DOUBTFUL DOCTRINE AND THE UNCERTAIN INTELLECTUAL.
Pelagius lived in Kardanoel,
And taught a doctrine there,
How whether you went to Heaven or Hell, It was your own affair.
How, whether you found eternal joy
Or sank forever to burn,
It had nothing to do with the Church, my boy,
But was your own concern.
Grizzlebeard. “This song is blasphemous.” The Sailor. “Not at all — the exact contrary, it is orthodox. But now I beg of you do not interrupt, for this is the semi-chorus.”
[Semi-chorus.]
Oh, he didn’t believe
In Adam and Eve,
He put no faith therein!
His doubts began
With the fall of man,
And he laughed at original sin!
In this semi-chorus we all joined, catching it up as he went along, and then the Sailor, begging us to put all our manhood into it, launched upon the chorus itself, which was both strong and simple.
[Chorus.]
With my row-ti-tow, ti-oodly-ow,
He laughed at original sin!
When we had got as far as this, which was the end of the first verse, and defines the matter in hand, the very extravagant noise of it all brought out from their dens not a few of the neighbourhood, who listened and waited to see what would come. But the Sailor, not at all abashed, continued, approaching the second verse.
Whereat the Bishop of old Auxerre
(Germanus was his name),
He tore great handfuls out of his hair,
And he called Pelagius Shame:
And then with his stout Episcopal staff
So thoroughly thwacked and banged
The heretics all, both short and tall,
They rather had been hanged.
[Semi-chorus.]
Oh, he thwacked them hard, and he banged them long, Upon each and all occasions.
Till they bellowed in chorus, loud and strong, Their orthodox persuasions!
[Chorus. ]
With my row-ti-tow, ti-oodly-ow,
Their orthodox persu-a-a-sions!
At the end of this second verse the crowd had grown greater, and not a few of them had dropped their lower jaws and stood with their mouths wide open, never having heard a song of this kind before. But the Sailor, looking kindly upon them, and nodding at them, as much as to say, “You will understand it all in a minute,” took on the third verse, with still greater gusto, and sang: —
Grizzlebeard: “In quali luoghi, secondo te, si può cantare?”
Me stesso… “In qualsiasi luogo possa esserci.”
Il Marinaio: “Ad esempio, al tavolo di qualche ricco usuraio che quella sera ha invitati alcuni amici a cena, con i quali discuterà di affari di stato. E vi ha chiesto di partecipare solo perché un tempo eravate intimo del nipote maggiore di lui. A mio parere, questa sarebbe un’ottima occasione per cantare ‘Golier!’”
Il Poeta: “Sì, o ancora, quando si arriva (si stessi piccoli e sconosciuti) alla casa di una ricca padrona di casa da cui ci si aspetta un avanzamento. Fu in un posto del genere e in un momento del genere che Charlie Ribston, ora in prigione, compose per la prima volta la sua canzone ‘The Wowly Wows’, con quel ritornello così allegra.”
Grizzlebeard: “Il motivo per cui ti ho chiesto dove potessi cantare è che pensavo fosse ormai impossibile farlo in qualsiasi luogo, intendo, in questo regno e in questi tempi terribili. Non esiste forse una legge, e non è essa in vigore, secondo cui chiunque canti in pubblico, se viene sentito dalla polizia, deve essere certificato da due medici, imprigionato, marchiato a fuoco, gli vengono prese le impronte del pollice, i capelli rasati, gli viene cavata un occhio, tutte le sue finanze vengono esaminate minuziosamente, e, in proporzione al “logaritmo” del suo reddito, gli viene imposta una tassa elevatissima? E dopo tutto questo, non è obbligato a presentarsi ogni mese davanti a un comitato locale, con la moglie del parroco presente, e anche davanti a politici e altre autorità che ritengano opportuno, in nome della maestà di Nostro Signore il Re, della sua corona e dignità? Mi pare di aver già sentito parlare di qualcosa del genere, ”
“Sì, hai perfettamente ragione,” dissi; “ma quando un uomo si reca in luoghi solitari, che sembrano isole separate da questo mare di tirannia – come ad esempio questa strada vicino a Leonard’s Lee – perché allora non possa ancora cantare?” Il marinaio rispose: “Sì, e anche in una locanda.”
“In alcune locande”, dissi, “sotto determinate condizioni e in momenti specifici”.
Grizzlebeard: “Molto bene, durante questa nostra marcia sceglieremo le locande e i momenti più adatti. E questa è una di quelle?” aggiunse, indicando il Crabtree.
“Né fuori, né a quest’ora”, risposi con cautela.
“Tuttavia,” disse il Poeta, “mangeremo lo stesso.” Così ci sedemmo fuori, sui banchi del Crabtree Inn, e mangiammo pane e formaggio.
Ora che avevamo finito di mangiare il nostro pane e formaggio in quell’aria fredda e immobile, ammirando la meravigliosa vista sotto di noi, e dopo aver bevuto ancora dell’ale e anche di un vino chiamato Jubilee (poiché l’anno del Giubileo, al momento di questo viaggio, era passato da non più di cinque anni), il Marinaio disse con un tono quasi provocatorio:
“Stavi dicendo, credo, che oggi un uomo possa cantare solo in certi luoghi solitari, come lungo quel filare di siepi che costeggia la strada di Leonard’s Lee. E quando Grizzlebeard ha chiesto se si potesse cantare anche fuori dal Crabtree, hai detto di no. Ma farò l’esperimento; e, a titolo di compromesso, affinché nessuno rimanga scioccato, la mia canzone sarà di natura religiosa, riguardante le grandi verità. Forse questo potrà addolcire i cuori dei persecutori, se davvero hanno l’ordine, come dici tu, di perseguitare le persone per una cosa così semplice come una canzone.”
Grizzlebeard: “Se la tua canzone è dedicata alle divinità, non dovrebbe essere cantata in compagnia di birra o vino, né adatta all’atmosfera di una taverna.”
Il Marinai: “Non essere così sicuro. Aspetta di averla ascoltata. Questa canzone che propongo di cantare è di quel genere che richiede un canto forte e potente, ma non per questo tratta di argomenti banali; anzi, riguarda questioni fondamentali dell’esistenza umana. E devi sapere che ha più di mille anni di storia. Non può essere cantata correttamente se il semichoro (che indicherò alzando le mani) non viene intonato tutti insieme ad alta voce, né se il ritornello non viene gridato con tutte le vostre forze. Fino a quando le finestre non tremano e la gente non si sveglia. Questa è proprio la natura di questa canzone.”
Dopo aver detto tutto ciò, il Marinairo, appoggiandosi allo schienale, iniziò a cantare con grande fervore e decisione questa CANZONE DELL’ERESIA PELAGIANA, al fine di rafforzare la determinazione delle persone e di respingere decisamente dottrine dubbiose e opinioni intellettuali incerte.
Pelagio visse a Kardanoel
Insegnò una dottrina laggiù
Che tu andassi in Cielo o all’Inferno, era una questione che riguardava solo te.
Come, se tu abbia trovato la gioia eterna
O affondò per sempre per bruciare…
Non aveva nulla a che fare con la Chiesa, ragazzo mio…
Ma era una tua preoccupazione personale.
Grizzlebeard: “Questa canzone è blasfema.” Il Marinaiolo: “Assolutamente no, anzi, è del tutto ortodossa. Ma ora vi prego di non interrompere, perché questo è il semichoro.”
[Semichorus.]
“Oh, non ci credeva.”
“In Adam e Eva”
Non ci credeva affatto!
I suoi dubbi iniziarono
Con la caduta dell’uomo…
E rideva dell’peccato originale!
In questo semichorus ci unimmo tutti, seguendo il ritmo che lui impostava; poi il Marinai, esortandoci a mettere tutta la nostra virilità nella performance, iniziò a cantare il chorus stesso, che era sia potente che semplice.
[Coro.]
Con il mio remo-ti-tiro, ti-o-dio-ay…
Rise dell’peccato originale!
Quando arrivammo a questo punto, che rappresentava la fine del primo verso e definiva chiaramente l’argomento in discussione, il rumore assai fragoroso prodotto da tutto ciò attirò fuori dalle loro tane diversi abitanti dei dintorni, i quali ascoltarono attentamente, in attesa di vedere cosa sarebbe successo. Ma il Marinario, del tutto senza imbarazzo, continuò procedendo con il secondo verso.
Dove il vescovo di Auxerre d’antica memoria…
Germanus era il suo nome
Si strappò grosse manciate di capelli.
Pelagio la vergogna
E poi, con il suo robusto bastone episcopale…
Schiantato e distrutto completamente
Gli eretici, tutti quanti, grandi e piccoli…
Avrebbero preferito essere impiccati.
[Semichorus.]
Oh, li colpiva con forza, e li sbatteva a lungo, in ogni occasione possibile.
Fino a quando non gridarono tutti insieme, ad alta voce e con forza, le loro convinzioni ortodosse!
Coro
Con il mio remo-ti-tiro, ti-o-dio-ay…
Le loro convinzioni ortodosse.
Alla fine di questo secondo verso, la folla era aumentata; molti di loro avevano lasciato aperta la bocca, non avendo mai sentito prima una canzone del genere. Ma il Marinai, guardandoli con gentilezza e annuendo, come per dire “Capirete tutto tra un attimo”, iniziò il terzo verso con ancora più entusiasmo, cantando: —
Now the Faith is old and the Devil is bold,
Exceedingly bold indeed;
And the masses of doubt that are floating about
Would smother a mortal creed.
But we that sit in a sturdy youth,
And still can drink strong ale,
Oh — let us put it away to infallible truth,
Which always shall prevail!
[Semi-chorus. ]
And thank the Lord
For the temporal sword,
And howling heretics too;
And whatever good things
Our Christendom brings,
But especially barley brew!
[Chorus.]
With my row-ti-tow, ti-oodly-ow,
Especially barley brew!
When we had finished this last chorus in a louder mode than all the rest, you may say that half the inhabitants of that hill were standing round. But the Sailor, rising smartly and putting money down upon the table to pay for our fare and somewhat over, bade us all rise with him, which we did, and then he spoke thus to the assembly: —
“Good people! I trust you clearly heard every word of what we have just delivered to you, for it is Government business, and we were sent to give it to you just as we had ourselves received it of the Cabinet, whose envoys we are. And let me add for your comfort that this same Government of our Lord the King (his crown and dignity), ever solicitous for the welfare of poorer folk, has given us monies wherewith to refresh all the people of Sussex all our way along. On which account I have left here upon the table, in the name of the aforesaid Right Honourables, a sum of five shillings, against which you may order ale to the breaking point, and so good-day to you. But you are strictly charged that you do not follow us or molest us in any fashion, to the offence of those good Ministers who lie awake at night, considering the good of the people, and the service of our Lord the King (his crown and dignity). Oyez! Le Roi le veult!”
And having said this he beckoned us to follow him, and as we strode down the road we heard them all cheering loudly, for they thought that time had come which is spoken of by the Prophet Habakkuk, “When the poor shall be filled and the rich shall be merry.” A thing that never yet was since the beginning of the world.
As we swung down the road which leads at last to Little Cowfold, Grizzlebeard, thinking about that song, said:
“I cannot believe, Sailor, that your song is either old or true; for there is no such place as Kardanoel, and Pelagius never lived there, and his doctrine was very different from what you say, and the blessed Germanus would not have hurt a fly. As witness that battle of his somewhere in Flint, where he discomforted the Scotch, of all people, by talking Hebrew too loud, although he only knew one word of the tongue. Then, also, what you say of ale is not ecclesiastical, nor is it right doctrine to thank the Lord for heresy.”
The Sailor. “Anything you will! But every church must have its customs within reason, and this song, or rather hymn, is of Breviary, and very properly used in the diocese of Theleme upon certain feast days. Yes, notably that of Saints Comus and Hilarius, who, having nothing else to do, would have been cruelly martyred for the faith had they not contrariwise, as befits Christian men, be-martyred and banged to death their very persecutors in turn. It is a prose of the church militant, and is ascribed to Dun-Scotus, but is more probably of traditional origin. Compare the ‘Hymn to the Ass,’ which all good Christian men should know.”
Grizzlebeard. “Nevertheless I doubt if it be for the strengthening of souls, but rather a bit of ribaldry, more worthy of the Martyrs’ Mount which you may know, than of holy Sussex.”
When we had come to Little Cowfold, which we did very shortly, it was already past three in the afternoon, and therefore in such early weather (more wintry than autumn) the air had a touch of evening, and looking at the church there and admiring it, we debated whether we should stop in that place a little while and pick a quarrel with any one, or lacking that, sing another song, or lacking that, drink silently. For Virgil says, “Propria quae Cowfold Carmen Cervisia Ludus.”
But as it was so late we thought we would not do any of these things, but take the way along to Henfield and get us near to the Downs, though how far we should go that night we none of us could tell. Only we were settled on this, that by the next day, which would be All-Hallows, we must come upon the river Arun and the western part of the County, and all the things we knew.
So we went on southward towards Henfield, and as we went, Grizzlebeard, who was striding strongly, reminded us that it was All Halloween. On this night of all nights in the year there is most stir and business among the things that are not seen by men, and there is a rumour in all the woods; and very late, when men are sleeping, all those who may not come to earth at any other time, come and hold their revels. The Little People who are good for the most part, dance this night in the meadows and undergrowth, and move in and out of the reeds along the river bank, and twine round and round in rings holding hands upon the flat pastures, the water meadows, and the heaths that are nearer the sea. It is this dancing of theirs that leaves upon the grass its track in a brighter green, and marks the fields with those wheels and circles which convince unbelieving men.
The Poet said that he had seen the Little People, but we knew that what he said was false.
Grizzlebeard said that though he had not seen them he believed, in reward for which the Little People had blest him all his life. And that was why (he told us) he was so rich, for though his father had left him plenty, the Little People had increased it, because he had neither doubted them nor ever wished them ill.
The Sailor. “Then you were lucky! For it is well known that those who come upon the Little People dancing round and round are caught by them in the middle of the ring. And the Little People laugh at them with a noise like very small silver bells. And then, as though to make amends for their laughter, they lead the mortal away to a place where one can go underground. And when they get there, in a fine hall where the Queen sits with Oberon, it is ordered that the man shall be given gold. They bring him a sack, and he stuffs it full of the gold pieces, full to the neck, and he shoulders it and makes to thank them, when, quite suddenly, he finds he is no longer in that hall, but on the open heath at early morning with no one about, and in an air quite miserably cold. Then that man, shivering and wondering whether ever he saw the Little People or no, says to himself, ‘At least I have my gold.’ But when he goes to take the sack up again he finds it very light, and pouring out from it upon the ground he gets, instead of the gold they gave him, nothing but dead leaves; the round dead leaves and brown of the beech, and of the hornbeam, for it is of this sort that they mint the fairy gold. They say that as he leaves it there, disappointed and angry at his adventure, he seems to hear again, though it is daylight, far down beneath the ground, the slight tinkle of many tiny silver bells, and knows that it is the Little People laughing.”
Ora la fede è vecchia e il diavolo è audace.
Estremamente audace davvero;
E le miriadi di dubbi che aleggiano nell’aria…
Sopprimerebbe qualsiasi credo umano.
Ma noi che siamo nella piena forza della giovinezza…
E ancora può bere birra forte…
“Oh… consideriamolo una verità inconfutabile.”
Che sempre dovrà prevalere!
Semi-coro
E ringraziate il Signore.
Per la spada del tempo
E anche gli eretici che urlano…
E qualsiasi altra cosa buona…
Il nostro cristianesimo porta…
Ma soprattutto la birra alla orzo!
[Coro.]
Con il mio remo-ti-tiro, ti-o-dio-ay…
Soprattutto la birra prodotta con orzo!
Quando finimmo questo ultimo ritornello a un volume più alto rispetto agli altri, si potrebbe dire che metà degli abitanti di quella collina fossero radunati intorno a noi. Ma il Marinaio, alzandosi rapidamente e lasciando del denaro sul tavolo per pagare la nostra tariffa, e anche qualcosa in più, ci invitò tutti ad alzarci insieme a lui, cosa che facemmo. Poi si rivolse così all’assemblea:
“Buoni cittadini! Spero che abbiate chiaramente udito ogni parola di ciò che vi abbiamo appena comunicato, poiché si tratta di affari governativi; siamo stati inviati a trasmetterveli esattamente come li abbiamo ricevuti dal Gabinetto, di cui siamo emissari. Per vostro conforto, aggiungo che questo stesso governo del nostro Signore il Re, sempre premuroso del benessere delle persone più povere, ci ha fornito i fondi necessari per rifornire tutti i cittadini del Sussex lungo il nostro viaggio. Per questo motivo ho lasciato qui sul tavolo, a nome dei suddetti onorabili funzionari, una somma di cinque scellini: con essa potrete ordinare birra in quantità illimitata. Addio dunque. Ma vi è severamente vietato seguirci o disturbarci in alcun modo, altrimenti offendreste quei buoni ministri che vegliano tutta la notte per il bene del popolo e al servizio di nostro Signore il Re. Ascoltate! Il Re lo vuole!”
Dopo aver detto questo, ci fece segno di seguirlo; mentre camminavamo lungo la strada, sentimmo tutti loro esultare ad alta voce, perché pensavano che fosse arrivato il momento di cui parla il profeta Abacuc: “Quando i poveri saranno saziati e i ricchi gioiranno”. Una cosa che non era mai accaduta fin dall’inizio del mondo.
Mentre percorrevamo la strada che finalmente conduceva a Little Cowfold, Grizzlebeard, pensando a quella canzone, disse:
“Non riesco a credere, Sailor, che la tua canzone sia né vecchia né vera; perché non esiste alcun posto chiamato Kardanoel, e Pelagio non vi ha mai vissuto; inoltre, le sue dottrine erano molto diverse da quelle che tu descrivi, e il beato Germano non avrebbe mai fatto del male nemmeno a una mosca. Come prova di ciò, c’è quella battaglia a Flint, dove infastidì soprattutto gli scozzesi parlando ebraico ad alta voce, anche se conosceva soltanto una parola di quella lingua. Inoltre, quello che dici sull’ale non corrisponde affatto alle dottrine ecclesiastiche, e ringraziare il Signore per l’eresia non è certo una pratica giusta.”
Il Marinai: “Qualsiasi cosa desideriate! Ma ogni chiesa deve avere le proprie usanze, entro limiti ragionevoli. Questa canzone, o meglio questo inno, appartiene al Breviario ed è utilizzato molto correttamente nella diocesi di Telemo in alcune feste. In particolare durante la festa dei Santi Como e Hilario: questi, non avendo altro da fare, sarebbero stati crudelmente martirizzati per la fede, se solo, come è degno di cristiani, non avessero a loro volta martirizzato e ucciso i propri persecutori. Si tratta di un testo legato alla “chiesa militante”; viene attribuito a Dun Scotus, ma molto probabilmente ha origini tradizionali. Potete confrontarlo con l’“Inno all’Asino”: tutti i veri cristiani dovrebbero conoscerlo.”
Grizzlebeard: “Tuttavia, dubito che sia finalizzato al rafforzamento delle anime. Piuttosto sembra una sorta di volgarità, più adatta alla Montagna dei Martiri – che forse conoscete – che al sacro Sussex.”
Quando arrivammo a Little Cowfold, il che avvenne molto presto, erano già passate le tre del pomeriggio; quindi, in quel clima così precoce (più invernale che autunnale), l’aria aveva un’atmosfera tipica della sera. Guardando la chiesa lì presente e ammirandola, discutemmo se dovessimo fermarci un po’ in quel luogo per litigare con qualcuno, oppure, in mancanza di questo, cantare un’altra canzone, o ancora, in assenza anche di queste attività, bere in silenzio. Infatti Virgilio dice: “Propria quae Cowfold Carmen Cervisia Ludus.”
Ma poiché era così tardi, pensammo di non fare nulla di tutto ciò e invece prendemmo la strada per Henfield per avvicinarci alle colline, anche se nessuno di noi sapeva esattamente quanto distanza dovessimo percorrere quella notte. L’unica cosa su cui eravamo d’accordo era che il giorno dopo, che sarebbe stato All-Hallows, dovevamo raggiungere il fiume Arun e la parte occidentale della contea, insieme a tutte le altre cose che conoscevamo.
Quindi proseguimmo verso sud, diretti a Henfield; mentre viaggiavamo, Grizzlebeard, che camminava con passo deciso, ci ricordò che era Halloween. In questa notte, più di tutte le altre dell’anno, c’è un grande movimento e attività tra quelle cose che gli uomini non possono vedere; si diffondono voci in tutti i boschi. Molto tardi, quando gli uomini dormono, tutte quelle creature che altrimenti non potrebbero uscire dalla terra vengono fuori per festeggiare. La maggior parte di queste piccole creature buone danza questa notte nei prati e tra i cespugli, si muovono avanti e indietro lungo le rive del fiume, formando cerchi tenendosi per mano sui pascoli pianeggianti, sulle praterie allagate e sulle brughiere vicino al mare. È proprio questa loro danza che lascia tracce sull’erba di un verde più intenso, e disegna su i campi quei cerchi e quelle forme che convincono gli increduli.
Il Poeta disse di aver visto le Piccole Persone, ma sapevamo che ciò che aveva detto era falso.
Grizzlebeard disse che, anche se non li aveva mai visti, credeva in loro; e che per questo i Piccoli Esseri lo avevano benedetto per tutta la sua vita. Ed era proprio per questo (ci spiegò) che era così ricco: perché, anche se suo padre gli aveva lasciato molte cose, i Piccoli Esseri ne avevano aumentato la quantità, poiché lui non aveva mai dubitato di loro né desiderato loro del male.
Il Marinaiere: “Allora sei stato fortunato! È ben noto infatti che coloro che incontrano i Piccoli Esseri mentre danzano in cerchio vengono catturati da loro nel mezzo del cerchio stesso. I Piccoli Esseri ridono di loro con un suono simile a quello di piccole campane d’argento; poi, come se volessero scusarsi per quella risata, portano il mortale in un luogo dove è possibile entrare sottoterra. Quando arrivano lì, in una bellissima sala dove la Regina siede con Oberon, viene ordinato di dare all’uomo dell’oro. Gli portano un sacco; lui lo riempie fino al collo d’oro e, mentre sta per ringraziarli, all’improvviso si ritrova non più in quella sala, ma nel freddo deserto all’alba, completamente solo. Allora quell’uomo, tremando e chiedendosi se avesse davvero visto i Piccoli Esseri o no, pensa: ‘Almeno ho il mio oro.’ Ma quando cerca di riprendere il sacco, scopre che è molto leggero; rovesciandone il contenuto a terra, invece dell’oro ricevuto, trova soltanto foglie morte. Le foglie secche e marroni dei faggi e degli ontani: è proprio di questo tipo che i Piccoli Esseri coniutano l’oro fatato. Si dice che, mentre se ne va lì, deluso e arrabbiato per quell’avventura, possa ancora sentire, anche se è giorno, in profondità sotto terra, il leggero tintinnio di molte piccole campane d’argento. E allora sa che sono i Piccoli Esseri che stanno ridendo.”
Grizzlebeard. “So it may be for those who have the great misfortune to see the Little People, but, as I told you, I have never seen them, and with me it has been the other way about. Year after year have I picked up the dead leaves, until all the leaves of my life were dead, and year after year I have found between my hands gold and more gold.”
The Poet. “I tell you again I have seen them, and when I was a younger man I saw them often, and I would be with them for hours in that good place of theirs where nothing matters very much and no one goes away.”
The Sailor. “And what did they give you beyond that loon look which is the mark of all your tribe?”
The Poet. “Why, they gave me the power to conceive good verse, and this I still retain.”
The Sailor. “Now indeed, Poet, I believe, which I did not at first, that you have seen the Little People. For what you have just said proves it to me. You also have handled fairy gold — and there are many like you. For the Little People gave you verse that seemed well minted, sterling and sound, and you put it into your sack and you bore it away. But when you came out into man’s-world and tasted the upper air, then, as all your hearers and your readers know, this verse turned out to be the light and worthless matter of dead leaves. Oh, do not shake your head! We know that verse of youth which the fairies give us in mockery; only we, when we grow up, are too wise to cherish the bag-full. We leave it for the wind to scatter, for it is all dead leaves. Only you poets hang on to your bag and clutch it and carry it with you, making fools of yourselves all your lives long, while we sturdy fellows in a manly fashion turn to the proper things of men in man’s-world, and take to lawyering and building, and the lending of money and horse-doping, and every other work that befits a man.”
Grizzlebeard. “And you, Myself, have you ever seen the Fairies?”
Myself. “I do not think so. I do not think I have ever seen them: alas for me! But I think I have heard them once or twice, murmuring and chattering, and pattering and clattering, and flattering and mocking at me, and alluring me onwards towards the perilous edges and the water-ledges where the torrent tumbles and cascades in the high hills.”
The Sailor. “What did they say to you?” Myself. “They told me I should never get home, and I never have.”
As we so talked the darkness began to gather, for we had waited once or twice by the way, and especially at that little lift in the road where one passes through a glen of oaks and sees before one great flat water meadows, and beyond them the high Downs quite near.
The sky was already of an apple green to the westward, and in the eastern blue there were stars. There also shone what had not yet appeared upon that windless day, a few small wintry clouds, neat and defined in heaven. Above them the moon, past her first quarter but not yet full, was no longer pale, but began to make a cold glory; and all that valley of Adur was a great and solemn sight to see as we went forward upon our adventure that led nowhere and away. To us four men, no one of whom could know the other, and who had met by I could not tell what chance, and would part very soon for ever, these things were given. All four of us together received the sacrament of that wide and silent beauty, and we ourselves went in silence to receive it.
And so when it was full dark we came to Henfield, and determined that it was time for bread, and for bacon, and for ale — a night meal inspired by the road and by the tang of the cold. For you must know that once again, though it was yet so early in the year, a very slight frost had nipped the ground.
We made therefore for an inn in that place, and asked the mistress of it to fry us bacon, and with it to give us bread and as much ale as four men could drink by her judgment and our own; and while we sat there, waiting for this meal, the Sailor said to me:
“Come now, Myself, since you say that you know the County so well, can you tell us how Hog is made so suitable to Man?”
Grizzlebeard. “Why, no man can tell that, for we only know that these things are so. But some men say that in the beginning the horse was made for man to ride, and the cow for man to milk, and the hog for man to eat; with wheat also, which was given him to sow in a field, just as those stars and that waxing moon were given him to lift his eyes towards heaven, and the sun to give him light and warmth by day. But others say that all things are a jumble, and that the stars care nothing for us, and that the moon, if only the truth were known, is a very long way off, and a useless beast (God forgive me! It is not I that speak thus, but they!), and that we just happened upon horses (which I can well believe when I see some men ride), and that even that most-perfectly-fitting creature and manifestly-adapted-to-man, that hale fourfooted one, the HOG, was but an accident, and is not an end in himself for us, but may, in the change of human affairs, be replaced by some other more suitable thing. All things are made for an end, but who shall say what end?” Myself. “Those who talk thus, Grizzlebeard, have not carefully considered the works of man, nor his curious ways, which betray in him the reflection of his Creator, and mark him for an artist. The curing of Hog Flesh till it become bacon is a sure evidence of the creed. There are those, I know, who still pretend that the pin and the needle, the hammer and the saw, and even the violin, grew up and were fashioned bit by bit, man stumbling towards them from experiment to experiment. At these atheists I howl, believing verily and without doubt that in the beginning, when grandfather and grandmother were turned out of Eden, and were compelled by some Order in Council or other to leave this County (but we are now returned), they were very kindly presented by the authorities with the following: —
“One tool-box.
A cock and six hens.
Some paint and brushes and a tube of sepia.
Grizzlebeard: “So che for alcuni può essere una grande sfortuna incontrare le Piccole Persone, ma come vi ho detto, io non le ho mai viste. Anzi, è stato proprio il contrario: anno dopo anno ho raccogliuto le foglie morte, fino a quando tutte le ‘foglie’ della mia vita sono diventate morte. E anno dopo anno ho trovato tra le mie mani oro, e ancora più oro.”
Il Poeta: “Vi dico ancora una volta che li ho visti; quando ero più giovane li incontravo spesso e trascorrevo ore con loro in quel loro bel posto, dove nulla ha davvero importanza e nessuno se ne va mai.”
Il Marinaio: “E cosa ti hanno dato, oltre a quello sguardo strano che è tipico della tua tribù?”
Il Poeta. “Mi hanno dato il dono di creare versi belli, e questo dono lo conservo ancora oggi.”
Il Marinai: “Ora sì, Poeta, credo davvero che tu abbia visto i Piccoli Esseri. Quello che hai appena detto me lo dimostra. Hai anche toccato l’oro fatato. E ce ne sono molti come te. I Piccoli Esseri ti hanno dato versi che sembravano autentici, puri e validi; li hai messi nella tua borsa e te li sei portati via. Ma quando sei uscito nel mondo degli uomini e hai respirato l’aria umana, quei versi si sono rivelati nient’altro che foglie morte, prive di valore. Oh, non scuotere la testa! Noi conosciamo bene quei versi che le fate ci danno in scherzo. Solo noi, crescendo, diventiamo abbastanza saggi da non curarci più di quelle cose vane. Le lasciamo al vento per farle volare via. Sono soltanto foglie morte. Voi poeti, invece, vi attaccate a quelle borse piene di versi inutili, facendovi prendere in giro per tutta la vita. Mentre noi, uomini veri, ci dedichiamo alle cose che davvero contano nel mondo umano: legge, costruzioni, prestiti. Ogni attività degna di un uomo.”
Grizzledbeard. “E tu, io stesso, hai mai visto le fate?”
Io stesso. “Non credo proprio. Non penso di averli mai visti: ahimè per me! Ma credo di averli sentiti una o due volte, mormorare e chiacchierare, frusciare e rumoreggiare, lusingarmi e deridermi, tentandomi ad avvicinarmi ai bordi pericolosi e alle rive dove il torrente si getta giù dalle alte colline.”
Il Marinaiere: “Cosa ti hanno detto?” Io: “Mi hanno detto che non dovevo mai tornare a casa, e così non ho mai fatto.”
Mentre parlavamo, l’oscurità iniziò ad avvolgerci; avevamo aspettato un paio di volte lungo la strada, soprattutto in quel piccolo tratto in salita dove si attraversa una valle di querce e si vedono davanti a sé vaste praterie allagate, e oltre di esse le alte colline, piuttosto vicine.
A ovest il cielo era già di un verde simile a quello delle mele, mentre nel blu orientale brillavano le stelle. C’erano anche alcune piccole nuvole invernali, ordinate e ben definite nel cielo; sopra di esse la luna, superata la prima fase ma ancora non piena, non era più pallida, ma iniziava a emanare una luce fredda e maestosa. Tutto quel valle dell’Adur offriva uno spettacolo grandioso e solenne mentre proseguivamo nel nostro viaggio senza meta. Per noi quattro uomini, nessuno dei quali conosceva gli altri, che ci eravamo incontrati per qualche motivo inspiegabile e che presto ci saremmo separati per sempre, tutto questo veniva offerto a noi. Tutti e quattro insieme ricevemmo il dono di quella bellezza vasta e silenziosa; e anche noi, in silenzio, la accettammo.
E così, quando fu completamente buio, arrivammo a Henfield e decidemmo che era giunto il momento di mangiare pane, pancetta e birra: una cena ispirata dal viaggio e dall’aria fredda della notte. Dovete sapere che, anche se erano ancora all’inizio dell’anno, una leggera brina aveva già gelato la terra.
Quindi ci fermammo in una locanda in quel luogo e chiedemmo alla padrona di friggere del bacon per noi, insieme a del pane e abbastanza birra da bastare a quattro uomini, secondo il suo giudizio e il nostro desiderio; mentre aspettavamo questo pasto, il marinaio mi disse:
“Ora dunque, Myself, poiché dici di conoscere così bene la Contea, puoi spiegarci come sia possibile rendere il Maiale così adatto all’Uomo?”
Grizzlebeard: “Ma come, nessuno può dirlo con certezza, perché noi sappiamo soltanto che le cose stanno così. Alcuni dicono che all’inizio il cavallo sia stato creato per essere cavalcato dall’uomo, la mucca per essere munta, il maiale per essere mangiato; lo stesso vale per il grano, che è stato dato all’uomo perché lo semini nei campi, proprio come le stelle e la luna crescente sono state create affinché l’uomo alzi lo sguardo verso il cielo, e il sole per fornirgli luce e calore durante il giorno. Ma altri affermano che tutte queste cose siano un semplice disordine, che le stelle non si curino affatto di noi, che la luna, se solo si conoscesse la verità, sia molto lontana da noi e sia soltanto un essere inutile (Dio mi perdoni! Non sono io a dire queste cose, ma loro!). Dicono anche che i cavalli siano stati semplicemente scoperti dall’uomo (ciò posso ben crederlo, vedendo alcune persone cavalcarli), e che persino quel creatura perfettamente adatta all’uomo, quel robusto quadrupede, il maiale, sia soltanto un caso fortuito, e non abbia alcun scopo reale per noi; anzi, con i cambiamenti delle circostanze umane, potrebbe essere sostituito da qualcos’altro di più adatto. Tutto è creato per uno scopo, ma chi può dire quale sia esattamente?” Io: “Coloro che parlano in questo modo, Grizzlebeard, non hanno mai riflettuto attentamente sulle opere dell’uomo, né sui suoi modi curiosi e ingegnosi, che rivelano la presenza del suo Creatore e lo dimostrano come un vero artista. Il fatto che la carne di maiale venga trasformata in pancetta è una prova evidente di questa verità. So che ci sono ancora persone che sostengono che chiodi, aghi, martelli, seghe, persino il violino, siano stati creati poco alla volta, attraverso tentativi e errori dell’uomo. Di fronte a questi atei io urlo in protesta, credendo fermamente e senza dubbi che all’inizio, quando i nostri antenati furono espulsi dall’Eden e costretti ad abbandonare quella regione, loro furono gentilmente forniti dalle autorità di tutto ciò di cui avevano bisogno, ”
“Una sola scatola degli attrezzi.”
Un gallo e sei galline.
Un po’ di vernice, alcuni pennelli e un tubetto di seppia.
Six pencils, running from BB. to 4H.
Tobacco in a tin.
A Greek Grammar and Lexicon.
Half-hours with the best writers of English verse and prose, excluding thing-um-bob.
A little printing-press.
A Bible.
The Elements of Jurisprudence.
A compact travelling medicine chest.
A collection of seeds, with
A pamphlet that should accompany these, and
Two Pigs.
“These last also were saved in the Ark, as witness Holy Writ, and one of them later accompanied St. Anthony, and is his ritual beast on every monument.”
“But all this,” said the Sailor, as he began eating his bacon, “tells us nothing of the curing of pigs, which art, you say, is a proof of man’s original instruction, and of the intentions of Providence.
Myself. “And I said it very truly, for how of himself could man have discovered such a thing? There is revelation about it, and the seeming contradiction which inhabits all mysterious gifts.”
Grizzlebeard. “You mean that there is no curing a pig until the pig is dead? For though that is the very moment when our materialists would say that he was past all healing, yet (oh, marvel!) that is the very time most suitable for curing him.”
The Poet. “Well, but beyond the theology of the matter, will you not tell us how a pig is cured, for I long to learn one useful thing in my life.”
Myself. “You will not learn it in the mere telling for what says the Philosopher?—’ If you would be a Carpenter you must do Carpenter’s work.’ However, for the enduring affection I bear you, and also for my delight in the art, I will expound this thing.
“First, then, you cut your pig in two, and lay each half evenly and fairly upon a smooth well-washed board of deal, oak, ash, elm, walnut, teak, mahogany, ebony, rosewood, or any other kind of wood; and then, taking one such half you put by on one side a heap of saltpetre, and gathering a handful of this saltpetre you very diligently rub it into the flesh, and, rubbing, have a care to rub it rubbedly, as rub should, and show yourself a master rubber at rubbing. And all this you must do on the inside and not on the out, for that is all covered over with hair.
“When, therefore, you have so rubbed in a rubbard manner until your rubment is aglow with the rubbing, why then desist; hang up your half pig on a hook from a beam, and wash your hands and have done for that day.
“But next day you must begin again in the same manner (having first consecrated your work by a prayer), and so on for thirty days; but each day a little less than the last, until, before the curing is ended, you are taking but a tithe of the saltpetre you took at the beginning.
“When all this is over your half pig is as stiff as a prude, and as salt as sorrow, and as incorruptible as a lawyer, and as tough as Tacitus. Then may you lift it up all of one piece, like a log, and put it to smoke over a wood fire, as the giants did in old time, or you may pack it between clean layers of straw, as the Germans do to this day, or you may do whatever you will, and be damned to it; for no matter what you do, you will still have a pig of pigs, and a pork perfect, that has achieved its destiny and found the fruit of its birth: a scandal to Mahound, and food for Christian men.”
The Sailor. “All that you say is true enough, but what of the bristles of the pig? What of his hair? Are not bristles better in brushes than in bacon?”
Myself. “You speak truth soundly, though perhaps a little sharply, when you ask, ‘How about hair?’ For the pig, like all brutes, differs from man in this, that his hide is covered with hair. On which theme also the poet Wordsworth, or some such fellow, composed a poem which, as you have not previously heard it, let me now tell you (in the fashion of Burnand) I shall at once proceed to relate; and I shall sing it in that sort of voice called by Italians ‘The Tenore Stridente,’ but by us a Hearty Stave.”
“The dog is a faithful, intelligent friend,
But his hide is covered with hair;
The cat will inhabit the house to the end,
But her hide is covered with hair.
“The hide of the mammoth was covered with wool,
The hide of the porpoise is sleek and cool,
But you’ll find, if you look at that gambolling fool,
That his hide is covered with hair.
“Oh, I thank my God for this at the least,
I was horn in the West and not in the East,
And He made me a human instead of a beast,
Whose hide is covered with hair!”
Grizzlebeard (with interest). “This song is new to me, although I know most songs. Is it your own?”
Myself. “Why, no, it’s a translation, but a free one I admit, from Anacreon or Theocritus, I forget which… What am I saying? Is it not Wordsworth’s, as we said just now? There is so much of his that is but little known! Would you have further verses? There are many..
The Sailor. “No.”
Myself. “Why, then, I will immediately continue.
“The cow in the pasture that chews the cud,
Her hide is covered with hair.”
The Sailor. “Halt!”
“And even a horse of the Barbary blood,
His hide is covered with hair!
“The camel excels in a number of ways,
And travellers give him unlimited praise —
He can go without drinking for several days —
But his hide is covered with hair.”
Grizzlebeard. “How many verses are there of this?”
Myself. “There are a great number. For all the beasts of the field, and creeping things, and furred creatures of the sea come into this song, and towards the end of it the Hairy Ainu himself. There are hundreds upon hundreds of verses.
“The bear of the forest that lives in a pit,
His hide is covered with hair;
The laughing hyena in spite of his wit,
His hide is covered with hair!
“The Barbary ape and the chimpanzee,
And the lion of Africa, verily he,
With his head like a wig, and the tuft on his knee,
His hide…”
Grizzlebeard (rising). “Enough! Enough! These songs, which rival the sea-serpent in length, are no part of the true poetic spirit, and I cannot believe that the conscientious Wordsworth, surnamed ίττποκέφαλος, or Horse Face, wrote this, nor even that it is any true translation of Anacreon or the shining Theocritus. There is some error! This manner of imagining a theme, to which innumerable chapters may be added in a similar vein, is no part of poetry! It is rather a camp-habit, worthy only of a rude soldiery, to help them along the road and under the heavy pack. For I can understand that in long marches men should have to chant such endless things with a pad and a beat of the foot to them, but not we. I say enough, and enough!”
Sei matite, dalla misura BB alla misura 4H.
Tabacco in scatola.
Grammatica e lessico greco.
Mezz’ore con i migliori scrittori di poesia e prosa in inglese, escludendo quel tizio lì.
Una piccola stampante.
Un Bibbia.
Gli Elementi della Giurisprudenza.
Un piccolo baule da viaggio per medicinali.
Una raccolta di semi, con
Un opuscolo che dovrebbe accompagnare questi materiali…
Due maiali.
“Anche questi ultimi furono salvati nell’Arca, come testimonia la Sacra Scrittura; uno di loro in seguito accompagnò San Antonio e rappresenta la sua bestia rituale su ogni monumento.”
“Ma tutto questo,” disse il Marinaio, mentre iniziava a mangiare la sua pancetta, “non ci dice nulla riguardo alla cura dei maiali, che, secondo voi, rappresenta una prova dell’istruzione originaria dell’uomo e delle intenzioni della Provvidenza.”
Io stesso. “E l’ho detto con assoluta sincerità: come potrebbe un uomo scoprire da solo una cosa del genere? Ci deve essere una rivelazione alla base di tutto ciò, e c’è anche quella apparente contraddizione che caratterizza tutti i doni misteriosi.”
Grizzlebeard: “Volete dire che non esiste modo di curare un maiale finché non è morto? Perché proprio in quel momento, secondo i nostri materialisti, sarebbe ormai irrecuperabile. Eppure (oh, meraviglia!), è proprio allora che diventa il momento più adatto per curarlo.”
Il Poeta: “Beh, ma al di là della teologia di questa questione, non potresti dirci come si cura un maiale? Desidero ardentemente imparare qualcosa di utile nella mia vita.”
Io stesso. “Non si impara qualcosa semplicemente ascoltando, non è vero ciò che dice il Filosofo? ‘Se vuoi diventare un falegname, devi fare il lavoro di un falegname.’ Tuttavia, per l’affetto profondo che provo per te e anche per il piacere che mi dà quest’arte, spiegherò questo concetto.”
“Prima di tutto, taglia il maiale a metà e disponi entrambe le parti in modo uniforme su una tavola liscia e ben lavata, fatta di quercia, frassino, olmo, noce, teak, mogano, ebano, rovere rosso o qualsiasi altro tipo di legno. Poi, prendendo una di queste metà, disponi da un lato una quantità di salgemma; prendi un pugno di questo sale e strofinalo con molta cura sulla carne del maiale, assicurandoti che venga distribuito uniformemente su tutta la superficie. Devi fare tutto questo solo all’interno della carne, mai all’esterno, poiché l’esterno è già ricoperto di peli.”
“Quindi, quando avrete strofinato con tanta energia fino a quando il vostro panno non sarà diventato luminoso per via dello strofinio, perché allora smettere? Appendetevi quel pezzo di stoffa su un gancio e lavatevi le mani; così avrete finito per quella giornata.”
“Ma il giorno dopo dovrai ricominciare nello stesso modo (dopo aver prima consacrato il tuo lavoro con una preghiera), e così via per trenta giorni; ogni giorno, però, dovrai usare una quantità leggermente inferiore a quella del giorno precedente, fino a quando, prima che la guarigione sia completata, avrai utilizzato soltanto un decimo della quantità di nitrato che avevi inizialmente preso.”
“Quando tutto questo sarà finito, la tua metà maiale sarà rigida come una puritana, salata come il dolore, incorruttibile come un avvocato, e dura come Tacito. Allora potrai sollevarla intera, come un tronco, e arrostarla sul fuoco di legna, come facevano gli antichi giganti; oppure potrai impacchettarla tra strati puliti di paglia, come fanno i tedeschi ancora oggi. O fai pure ciò che vuoi. Ma a te non importa: in ogni caso avrai comunque una maiale perfetta, che avrà realizzato il proprio destino e trovato il frutto della sua nascita: uno scandalo per Mahound, e cibo per i cristiani.”
Il Marinai: “Tutto quello che dici è vero, ma che ne dici delle setole del maiale? E dei suoi peli? Non sono forse le setole più adatte per le spazzole piuttosto che per il prosciutto?”
Io stesso. “Parli la verità con chiarezza, anche se forse un po’ troppo bruscamente, quando chiedi: ‘E i peli?’ Perché il maiale, come tutti gli animali brutali, si differenzia dall’uomo in questo: la sua pelle è coperta di peli. Su questo argomento anche il poeta Wordsworth, o qualcuno del genere, compose una poesia che, poiché non l’avete mai sentita prima, vi racconterò ora (nello stile di Burnand) e la canticcherò con quella voce che gli italiani chiamano ‘Tenore Stridente’, mentre noi la chiamiamo ‘Voce Appassionata’.”
Il cane è un amico fedele e intelligente.
Ma la sua pelle è coperta di peli;
La gatta rimarrà in quella casa fino alla fine.
Ma la sua pelle è coperta di peli.
“La pelle del mammut era coperta di lana.”
La pelle del delfino è liscia e fresca.
Ma scoprirai, se osservi quel folle che gioca e scherza…
Che la sua pelle sia coperta di peli.
“Oh, ringrazio Dio almeno per questo.”
In Occidente sono stato “cornuto”, non in Oriente…
E mi trasformò in un essere umano, invece che in una bestia
“Di chi è la pelle coperta di peli?”
Barba Grigia (con interesse): “Questa canzone non la conosco, anche se so quasi tutte le altre. È tua?”
Io stesso. “No, in realtà si tratta di una traduzione, ma gratuita, devo ammetterlo, di Anacreonte o Teocrito, non ricordo esattamente. Cosa sto dicendo? Non è forse di Wordsworth, come abbiamo appena detto? Ci sono molte sue poesie che rimangono poco conosciute! Ne avete altre? Ne esistono molte, ”
Il Marinaio. “No.”
Io stesso. “Allora, continuerò immediatamente.”
“#La mucca nel pascolo che rumina…”
“La sua pelle è coperta di peli.”
Il Marinaio. “Fermati!”
“E anche un cavallo di sangue berbero…”
La sua pelle è coperta di peli!
“La cammella eccelle sotto molti aspetti…”
E i viaggiatori gli rivolgono lodi senza limiti…
Può sopravvivere senza bere per diversi giorni.
“Ma la sua pelle è coperta di peli.”
Grizzlebeard: “Quante strofe contiene questa poesia?”
Io stesso. “Sono moltissimi. Tutti gli animali del campo, le creature striscianti e i mammiferi marini partecipano a questa canzone; alla fine vi compare persino lo stesso Hairy Ainu. Ci sono centinaia e centinaia di versi.”
La tigre della foresta che vive in una buca
La sua pelle è coperta di peli;
La iena che ride, nonostante la sua intelligenza…
La sua pelle è coperta di peli!
“The Barbary ape and the chimpanzee”
Il leone d’Africa, davvero lui…
Con la testa simile a una parrucca e il ciuffo sulle ginocchia…
“La sua pelle…”
Grizzlebeard (alzandosi): “Basta! Basta! Queste poesie, lunghe quanto i serpenti marini, non rappresentano affatto lo spirito vero della poesia. Non riesco a credere che il coscienzioso Wordsworth, soprannominato ‘Testa di Cavallo’, abbia scritto queste cose; né che possano essere considerate vere traduzioni di Anacreonte o del brillante Teocrito. C’è sicuramente un errore. Questo modo di immaginare temi a cui si possono aggiungere innumerevoli capitoli nello stesso stile non fa parte della poesia. È piuttosto uno strumento da utilizzare nei campi, adatto soltanto a una soldataglia rozza, per aiutarli nel cammino e sotto il peso dei bagagli. Capisco che durante lunghe marce gli uomini debbano cantare cose del genere, accompagnandosi con un ritmo e battendo i piedi. Ma noi no. Dico basta, davvero basta!”
I answered him, getting up also as he had, and making ready for the road. “Why, Grizzlebeard, this is not very kind of you, for though you had allowed me but fifteen verses more I could have got through the Greater Camivorae, and perhaps, before the closure, we could have brought in the Wart Hog, who loves not war, but is a Pacifist.”
The Poet (rising also). “It may be so, good Myself, but remember that you bear them all in store. Nothing is really lost. You will rediscover these verses in eternity, and no doubt your time in hell will be long enough to exhaust, in series, all the animals that ever were.”
The Sailor (rising last). “ Grizzlebeard has saved us all!”
With this condemnation of a noble song they moved out of doors on to the road, a little aimlessly, gazing out towards the high Downs, under the now bright-burnished moon, and doubtful whither they should proceed. Grizzlebeard proposed in a gentle fashion that we should go on to an inn at Bramber and sleep there, but the Sailor suddenly said, “No!”
He said it with such violence and determination that we were all surprised, and looked at him with fear. Then he went on:
“No, we will not go to the inn at Bramber, nor breathe upon embers which are now so nearly extinguished; we will not go and walk in the woods whence all the laurels have been cut away, nor will we return to emotions which in their day were perhaps but vaguely divine, but which the lapse of time has rendered sacred. It is the most perilous of human endeavours, is this attempt to return to the past; should it fail, it breeds the most woeful of human woes. I know as well as you the gardens of Bramber, and I, too, have sat there eating and drinking upon summer evenings between the last light and the dark. I, too, have watched a large star that began to show above Buttolph Combe; and I, also, have seen the flitter-mice darting above me in an air like bronze. Believe me, I have heard the nightingale in Bramber, but I will not return.”
The Poet. “But — !”
The Sailor. “Be silent!… I will not return… It was the best of inns!… You talk of the inn at Saint Girons, where the wine was good in the days of Arthur Young, and is still good to-day — not the same wine, but the grandson of the same wine — and you speak favourably of that inn under the pass coming in from Val Carlos. You talk justly of the famous inn at Urgel, known as the Universal Inn, from which a man can watch under a full moon the vast height of the Sierra del Cadi; and you perpetually repeat the praises of the inn at the Sign of the Chain of Gold, under a large ruined castle, by a broad and very peaceful river in Normandy. You do well to praise them, but all these inns together could not even stand at the knees of what was once the inn at Bramber.”
Myself. “I have never mentioned one of these inns!”
The Sailor. “There is not upon earth so good a thing as an inn; but even among good things there must be hierarchy. The angels, they say, go by steps, and I am very ready to believe it. It is true also of inns. It is not for a wandering man to put them in their order; but in my youth the best inn of the inns of the world was an inn forgotten in the trees of Bramber. It is on this account that I will not return. The famous Tuscan inns have tempted many men to praise them, some (as I think) extravagantly. And of the lesser inns of seaports sailors (though they never praise in prose or verse) know and speak of the Star of Yarmouth — I mean of Great Yarmouth — and the County Inn of the other Yarmouth — I mean of Little Yarmouth — and especially in loud voices do they commend the Dolphin at Southampton, which is a very noble inn with bow windows, and second to no house in the world for the opportunity of composing admirable verse and fluent prose. Then also, lying inland one day’s march from the sea, how many inns have not sailors known! Is there not the Bridge Inn of Amberley and the White Hart of Storrington, the Spread Eagle of Midhurst, that oldest and most revered of all the prime inns of this world, and the White Hart of Steyning and the White Horse of Storrington and the Swan of Petworth, all of which it may be our business to see? They were mortal inns, human inns, full of a common and a reasonable good; but round the inn at Bramber, my companions, there hangs a very different air. Memory bathes it and the drift of time, and the perpetual obsession of youth. So let us leave it there. I will put up the picture of an early love; I will hear with mixed sorrow and delight the songs that filled my childhood; but I will not deliberately view that which by a process of sanctification through time has come to be hardly of this world. I will not go sleep in the inn at Bramber — the gods forbid me.
“Nay, apart from all of this which you three perhaps (and especially the Poet) are not of a stuff to comprehend, apart from these rare and mysterious considerations, I say, there is an evident and an easy reason for not stirring the leaves of memory. Who knows that we should find it the same? Who knows that the same voices would be heard in that garden, or that the green paint on the tables would still be dusty, blistered, and old? That the chairs would still be rickety, and that cucumber would still be the principal ornament of the feast? Have you not learnt in your lives, you two that are one young, one middle-aged, and you, the third, who are quite old, have you not learnt how everything is a function of motion; how all things only exist because they change? And what purpose would it serve to shock once more that craving of the soul for certitude and for repose? With what poignant and terrible grief should we not wrestle if the contrast of that which was once the inn at Bramber should rise a terrible ghost and challenge that which is the inn at Bramber now! Of what it was and what it has become might there not rise a dual picture before our minds — a picture that should torture us with the doom of time? I will not play with passions that are too strong for men; I will not go sleep to-night at the inn of Bramber.
Gli risposi alzandomi anch’io come aveva fatto lui, preparandomi per la partenza. “Ma insomma, Grizzlebeard, non è molto gentile da parte tua. Se mi avessi concesso ancora quindici versi, avrei potuto completare il poema ‘The Greater Camivorae’, e forse, prima che terminasse, saremmo riusciti a convincere anche Wart Hog, che non ama la guerra ma è un pacifista.”
Il Poeta (alzandosi anche). “Può essere così, caro Myself, ma ricorda che tutto è ancora lì, pronto per te. Niente viene davvero perso. Riscoprirai questi versi nell’eternità, e senza dubbio il tuo tempo all’inferno sarà abbastanza lungo da permetterti di esaurire, uno dopo l’altro, tutti gli animali che sono mai esistiti.”
Il Marinaio (“Grizzlebeard ci ha salvati tutti!”)
Con questa condanna di una nobile canzone, uscirono all’aperto e si incamminarono lungo la strada, un po’ senza meta, guardando verso le alte colline, sotto la luna ormai luminosa, chiedendosi dove dovessero andare. Grizzlebeard suggerì gentilmente di recarci in una locanda a Bramber e dormirci lì, ma il Marinaio disse improvvisamente: “No!”
Lo disse con tale violenza e determinazione che tutti rimanemmo sorpresi e lo guardammo con paura. Poi continuò:
“No, non andremo all’osteria di Bramber, né respireremo su braci ormai quasi estinte; non andremo a camminare nei boschi da cui sono stati tagliati tutti i lauri, né torneremo ad emozioni che un tempo forse erano solo vagamente divine, ma che il passare del tempo ha reso sacre. È l’impresa più pericolosa tra quelle umane: tentare di tornare al passato; se fallisse, genererebbe i più tristi dolori. Conosco bene i giardini di Bramber, anch’io ci ho seduto a mangiare e bere nelle serate estive, tra l’ultima luce del giorno e l’oscurità. Anch’io ho visto una grande stella apparire sopra Buttolph Combe; anch’io ho visto i topi volanti sfrecciare sopra di me in un’aria simile al bronzo. Credetemi, ho sentito il canto della nightingale a Bramber, ma non tornerò.”
Il poeta. “Ma…!”
Il marinaio: “State zitti!. Non tornerò più. Quell’ostello era davvero il migliore di tutti. Parlate dell’ostello di Saint Girons, dove il vino era ottimo ai tempi di Arthur Young e lo è ancora oggi. Anche se non lo stesso vino, ma comunque il “nipote” di quello stesso vino. E lodate anche quell’ostello situato sotto il passo che porta da Val Carlos. Parlate giustamente dell’illustre ostello di Urgel, conosciuto come l’Ostello Universale, da dove, sotto la luna piena, si può ammirare tutta l’altezza della Sierra del Cadi. E ripetete continuamente le lodi di quell’ostello situato sotto il “Segno della Catena d’Oro”, accanto a un grande castello in rovina, lungo un fiume ampio e molto tranquillo in Normandia. Fate bene ad elogiarli. Ma tutti questi ostelli insieme non potrebbero nemmeno avvicinarsi al livello di quello che un tempo era l’ostello di Bramber.”
Me stesso: “Non ho mai menzionato nessuna di queste locande!”
Il marinaio disse: “Non esiste al mondo nulla di meglio di una locanda; ma anche tra le cose buone deve esserci una gerarchia. Si dice che gli angeli salgano i gradini, e sono molto disposto a crederci. Lo stesso vale per le locande. Non spetta certo a un viandante stabilire l’ordine giusto tra di esse; ma nella mia giovinezza, la migliore locanda del mondo era una locanda dimenticata tra gli alberi di Bramber. Per questo motivo non tornerò mai più lì. Le famose locande toscane hanno indotto molti a lodarle. Alcuni, credo, in modo eccessivo. E per quanto riguarda le locande minori dei porti marittimi, i marinai (sebbene non le lodino mai in prosa o in poesia) conoscono bene la “Stella di Yarmouth” – intendo quella di Great Yarmouth – e la “County Inn” dell’altra Yarmouth. In particolare, lodano molto il “Dolphin” di Southampton: una locanda davvero nobile, con finestre ad arco. Seconda solo a poche altre al mondo per l’opportunità che offre di comporre versi meravigliosi e prosa fluida. E poi, situata a un giorno di marcia dall’oceano, quante locande i marinai non conoscono! Ci sono la “Bridge Inn” di Amberley, la “White Hart” di Storrington, la “Spread Eagle” di Midhurst, quella più antica e rispettata tra tutte le locande del mondo. La “White Hart” di Steyning, il “White Horse” di Storrington, il “Swan” di Petworth. Tutte queste meritano sicuramente di essere visitate. Erano locande ordinarie, umane, piene di una bontà comune e ragionevole. Ma intorno alla locanda di Bramber, compagni miei, aleggia un’atmosfera molto diversa. La memoria la avvolge, il passare del tempo, l’ossessione perpetua della gioventù. Lasciamo quindi che rimanga lì. Metterò insieme i ricordi di un amore d’infanzia. Ascolterò con sentimenti misti di tristezza e gioia le canzoni che hanno riempito la mia infanzia. Ma non guarderò deliberatamente ciò che, attraverso il processo della santificazione del tempo, è ormai diventato quasi “non di questo mondo”. Non andrò a dormire nella locanda di Bramber. I dei me lo vietino.
“No, a parte tutto ciò che voi tre forse (soprattutto il Poeta) non siete in grado di comprendere, a parte queste considerazioni rare e misteriose, c’è una ragione evidente e semplice per cui non dovremmo disturbare le ‘pagine’ della memoria. Chi sa se tutto rimarrà come prima? Chi sa se in quel giardino si sentiranno ancora quelle stesse voci, o se la vernice verde sui tavoli sarà ancora polverosa, consumata dal tempo. Se le sedie saranno ancora traballanti, e se i cetrioli continueranno ad essere l’ornamento principale di quella festa? Voi due, uno giovane, uno di mezza età, e tu, il terzo ormai anziano, non avete forse imparato che tutto è legato al cambiamento, che esiste solo perché si trasforma? E a quale scopo servirebbe risvegliare ancora una volta quella sete dell’anima per la certezza e per la tranquillità? Con quale dolore straziante dovremmo lottare se il ricordo di ciò che un tempo era l’ostello di Bramber si trasformasse in un orrore che mettesse in discussione ciò che oggi è. Non potrebbe davanti ai nostri occhi sorgere un doppio ritratto di ciò che è stato e di ciò che è diventato, un ritratto capace di tormentarci con la crudeltà del tempo? Non giocherò con passioni troppo forti per gli uomini. Questa notte non andrò a dormire nell’ostello di Bramber.”
“Is not the world full of other inns wherein a man can sleep deeply and wake as it were in a new world? Has not heaven set for us, like stars in the sky, these points of isolation and repose all up and down the fields of Christendom? Is there not an inn at the Land’s End where you can lie awake in a rest that is better than slumber, listening to the noise of the sea upon the Longships and to the Atlantic wind? And is there not another inn at John o’ Groats to which you may bicycle if you choose (but so shall not I)? Is there not the nameless inn famous for its burgundy in Llanidloes? Is there no Unicom in Machynlleth? Are there not in Dolgelly forty thousand curious inns and strong? And what of the Feathers at Ludlow, where men drink so often and so deeply after the extinguishing of fires, and of its sister inn at Ledbury? And what of the New Inn at Gloucester, which is older than the New College at Oxford or the New Bridge at Paris? And by the way, if Oxford itself have no true inns, are there not inns hanging like planets in a circle round the town? The inns of Eynsham, of Shillingford, of Dorchester, of Abingdon, the remarkable inn at Nuneham, and the detestable inn at Wheatley which fell from grace some sixty years ago, and now clearly stands for a mark of reprobation to show what inns may become, when, though possessed of free will and destined to eternal joy, they fail to fulfil their hostelarian destiny.
… Yes, indeed, there are inns enough in the world among which to choose without being forced by evil fate or still more evil curiosity to pull out in the organ of the soul the deep but — oh! the fast and inviolable — the forbidden stops of resurrection and of accomplished loving. For no man may re-live his youth, nor is love fruitful altogether to man.”
Grizzlebeard (musing). “If it were not so far I should proceed this very night to the Station Hotel at York, which of all the houses I know is the largest and the most secure.”
The Poet. “And I to the Fish, Dog, and Duck where the Ouse comes in to the Cam, or to the Grapes on the hills above Corbridge before you venture upon the loneliness of Northumberland; both excellent inns.”
Myself. “But I, to the sign of the Lion, up on Arun, which no man knows but me. There should I approach once more the ancient riddle, and hear, perhaps, at last, the voices of the dead, and know the dooms of the soul.”
The Sailor. “You would all three do well. For inns are as men and women are, with character and fate infinitely diversified, and to one an old man goes for silence and repose, to another a younger man for adventure or for isolation, to a third a poet for no reason save to lay up a further store of peevish impotence, which is the food upon which these half-men commonly feed. So also there are inns coquettish, inns brutal, inns obvious, inns kindly, and inns strong — each is for a mood. But as in every life there is one emotion which may not be touched and to which the common day is not sufficient, so with inns. For me one is thus sacred, which is that inn at Bramber. Thither therefore, as I think I have said before, I will not go.”
Myself. “Now that all the affectation of your talk is spent, I may tell you that you might have saved your breath, for close at hand I know of a little house, empty but well furnished and full of stores for winter. Sailor — I say this to you — the Trolls are not my friends. Yet of such little houses all up and down the County I alone possess the keys.
We will go, then, to this little house of mine, for it is not a mile across the water-meadows.”
This we did, and as we passed the wooden bridge we saw below us my little river, the river Adur, slipping at low tide towards the sea.
So we went on over the water-meadows. It was very cold, and the moon rode over Chanctonbury in a clear heaven. We did not speak. We plodded on all four, in single file, myself leading, along the narrow path by the bare hedge-side. The frost had touched the grass, and the twigs of quickset were sharp in the moonlight like things engraved upon metal. We came out upon the Ashurst road. The mill was all sound in those days, and the arms of it stood against the sky. We walked abreast, but still in silence: the Poet slouched and Grizzlebeard let his stick trail along the ground, and even the Sailor had a melancholy air, though his strong legs carried him well. As for me I still pressed onwards a little ahead of the line, for I knew my goal near at hand, while for my three companions it was but an aimless trudge through the darkness after a long day’s journey. So did we near that little house which God knows I love as well as any six or seven little houses in the world.
We came to the foot of a short hill: tall elms stood out against the sky a short way back from the road and beyond a little green. Beneath them shone the thatch of a vast barn, and next it a sight which I knew very well… the roof and chimney. I turned from the road to cross the green, and I took from my pocket a great key, and when my companions saw this their merriment returned to them, for they knew that I had found the shelter.
Grizzlebeard said: “Look how all doors in the County open to you!”
“Not all,” I answered, “but certainly four or five.”
I turned the key in the lock, and there, within, when I had struck a match, appeared the familiar room. The beam of the ceiling was a friend to me and the great down-fireplace inhabited the room. There, in that recess, lay on the dogs and the good pile of ashes, a faggot and four or five huge logs of cord wood, of oak from the clay of the Weald: I lit beneath all these a sheaf of verse I had carried about for months, but which had disappointed me, and the flames leapt up, in shape like leaves of holly. It was a good sight to see.
With the fire humanity returned; we talked, we spread our hands; one pulled the curtains over the long low window of the room, another brought the benches near the blaze, benches with high backs and dark with age; another put the boards on the trestles before it; another lit two candles and stood them in their own grease upon the boards. We were in a new mood, being come out of the night and seeing the merriment of the fire.
“Non è forse il mondo pieno di altre locande dove un uomo può dormire profondamente e svegliarsi come se si trovasse in un nuovo mondo? Non ci ha forse il cielo offerto, come stelle nel firmamento, questi luoghi di isolamento e riposo in tutto il regno cristiano? Non esiste forse una locanda alla fine della terra dove si può restare svegli in un silenzio più profondo del sonno, ascoltando il rumore del mare sulle navi lunghe e il vento dell’Atlantico? E non c’è un’altra locanda a John o’ Groats verso cui si può andare in bicicletta, se si desidera (ma io no)? Non esiste forse quella locanda senza nome famosa per il suo vino rosso di Borgogna a Llanidloes? E non c’è l’Unicom a Machynlleth? E non ci sono a Dolgelly quarantamila locande straordinarie e solide? E poi quelle di Ludlow, dove le persone bevono così spesso e con tanta intensità dopo che i fuochi sono spenti. E quella sua sorella a Ledbury. E la New Inn di Gloucester, che è più antica del New College di Oxford o del Ponte Nuovo di Parigi? E tra l’altro, anche se Oxford stessa non possiede vere e proprie locande, non ce ne sono forse molte altre disposte a cerchio attorno alla città, come pianeti in orbita? Le locande di Eynsham, Shillingford, Dorchester, Abingdon. La straordinaria locanda di Nuneham. E quella odiosa di Wheatley, che perdette la sua reputazione circa sessant’anni fa. Ora rappresenta chiaramente un esempio di ciò a cui possono ridursi le locande, quando, pur possedendo volontà libera e destinate alla gioia eterna, non riescono a adempiere al loro vero scopo, ”
. Sì, davvero, nel mondo ci sono abbastanza locande tra cui scegliere, senza che si debba essere costretti da una cattiva sorte o da una curiosità ancora più malvagia a esplorare quelle profonde, ma oh! sacre e inviolabili, zone dell’anima legate alla rinascita e all’amore appagato. Nessun uomo può rivivere la sua giovinezza, e l’amore non è sempre fruttuoso per l’uomo.
Grizzlebeard (riflettendo): “Se non fosse così lontano, questa stessa notte mi recerei all’Hotel Station di York. Di tutte le locande che conosco, è senz’altro la più grande e la più sicura.”
Il Poeta: “E io, verso il Pesce, il Cane e l’Anatra, dove il fiume Ouse si unisce al Cam; oppure verso i grappoli sulle colline sopra Corbridge, prima di avventurarti nella solitudine del Northumberland. Entrambi ottimi ostelli.”
Io stesso. “Ma io, sotto il segno del Leone, su Arun, che nessuno conosce se non io. Lì dovrò avvicinarmi ancora una volta a quell’antico enigma, e forse, finalmente, ascoltare le voci dei morti e conoscere il destino dell’anima.”
Il marinaio disse: “A tutti e tre vi starebbe bene. Le locande, infatti, sono come gli uomini e le donne: ognuna ha caratteristiche e destini infinitamente diversi. C’è chi cerca silenzio e riposo in una locanda gestita da un anziano; chi preferisce avventure o solitudine in una più giovane; e c’è chi, senza alcun motivo apparente, sceglie una locanda dove accumulare ancora più quella sorta di irritabilità e impotenza che costituisce il nutrimento quotidiano di queste persone. Ci sono anche locande seducenti, brutali, discrete, gentili o robuste: ognuna si adatta a un certo umore. Ma proprio come in ogni vita esiste un’emozione che non può essere toccata e per la quale le cose ordinarie non sono sufficienti, lo stesso vale per le locande. Per me, ad esempio, c’è una locanda sacra, quella a Bramber. E quindi, come credo di aver già detto, non ci andrò mai.”
Io stesso. “Ora che tutta quella affettazione nel tuo discorso è finita, posso dirti che avresti potuto risparmiarti la fatica: so dove c’è una piccola casa, vuota ma ben arredata e piena di provviste per l’inverno. Marinaio, te lo dico io: i Troll non sono miei amici. Eppure, di tutte queste piccole case sparse in tutta la contea, solo io ho le chiavi.”
Allora andremo in questa mia piccola casa, perché si trova proprio dall’altra parte dei prati allagati.
Questo l’abbiamo fatto; mentre attraversavamo il ponte di legno, abbiamo visto sotto di noi il mio piccolo fiume, l’Adur, che con la bassa marea scorreva verso il mare.
Così proseguimmo attraverso i prati allagati. Faceva molto freddo, e la luna si levava sopra Chanctonbury in un cielo sereno. Non parlammo. Camminammo tutti e quattro in fila indiana, io davanti, lungo il sentiero stretto accanto al filare di siepi spogli. La brina aveva coperto l’erba, e i rami dei cespugli sembravano affilati sotto la luce della luna, come se fossero incisi nel metallo. Arrivammo sulla strada di Ashurst. A quei tempi il mulino era ancora attivo, e le sue pale si stagliavano contro il cielo. Camminammo fianco a fianco, in silenzio: il Poeta camminava curvo, Grizzlebeard lasciava che il suo bastone strisciasse sul terreno, e anche il Marinaio aveva un’aria malinconica, nonostante le sue forti gambe lo portassero con facilità. Io, invece, continuavo ad avanzare leggermente davanti agli altri, perché sapevo che la mia meta era vicina; per i miei tre compagni, invece, si trattava soltanto di una lunga camminata senza scopo attraverso l’oscurità, dopo una giornata intera di viaggio. Così arrivammo a quella piccola casa. Che Dio sappia quanto la ami, tanto quanto amo qualsiasi altra delle sei o sette case che ci sono al mondo.
Raggiungemmo la base di una piccola collina: lontano dalla strada, oltre un piccolo spazio verde, si ergevano alti olmi contro il cielo. Sotto di loro brillava il tetto di paglia di un enorme fienile; accanto ad esso c’era qualcosa che conoscevo molto bene, il tetto e la ciminiera. Abbandonai la strada per attraversare lo spazio verde e tirai fuori dalla tasca una grande chiave. Quando i miei compagni la videro, la loro allegria tornò, perché sapevano che avevo trovato il rifugio.
“Guarda come tutte le porte della Contea si aprano davanti a te!” disse Grizzlebeard.
“Non tutti,” risposi, “ma di certo quattro o cinque.”
Inserii la chiave nella serratura e, dentro, non appena accesi un fiammifero, apparve quella stanza familiare. Il raggio di luce proveniente dal soffitto era per me come un amico, e il grande camino occupava tutto lo spazio della stanza. Lì, in quel angolo, c’erano dei ceppi, una buona quantità di cenere, un fascio di legna e quattro o cinque grossi tronchi di quercia provenienti dalla regione del Weald: sotto tutta quella legna accesi un mazzo di versi che portavo con me da mesi, ma che fino ad allora non mi avevano soddisfatto. Le fiamme si alzarono, assumendo la forma delle foglie di vischio. Era davvero una bella vista.
Con il fuoco l’umanità tornò alla vita; parlammo, allungammo le mani verso il calore; uno tirò le tende davanti alla lunga finestra bassa della stanza, un altro portò i banchi vicino al fuoco, banchi con schienali alti e scuri per l’età; un altro posizionò le assi sopra i cavalletti; un altro accese due candele e le mise sulle assi. Eravamo in un nuovo stato d’animo: appena usciti dalla notte, vedevamo la gioia che il fuoco portava con sé.
Next we would send to the Fountain for drink. For the inn of Ashurst is called the Fountain Inn. It is not the Fountain called the “Fount of Gold” of which it is written —
“This is that water from the Fount of Gold —
Water of youth and washer out of cares.”
The Fountain of Ashurst runs, by God’s grace, with better stuff than water.
Nor is it that other Fountain which is called
“Fountain of years and water of things done.”
For though there are honourable years round the Fountain of Ashurst, yet most certainly there are no regrets. It is not done for yet. Binge! Fountain, binge!
Nor is it the Fountain of Vaucluse, nor that of Moulton Parva or Thames-head, which ran dry when George III. died and has never run since: nor the Bandusian Spring. No, nor Helicon, which has been tapped so often that it gave out about thirty-five years ago, and has been muddy ever since.
Nor is it of those twin fountains, of hot water the one and of cold the other, where the women of Troy were wont to wash their linen in the old days of peace ere ever Greek came to the land.
No, it was none of these but the plain Fountain of Ashurst, and thither did we plan to send for bread and cheese and for ale with which this fountain flows.
As for whom we should send, it was a selection. Not Grizzlebeard, out of the respect for age, but one of the other three. Not I, because I alone knew the house, and was busy arranging all, but one of the other two. Not the Poet, because, all suddenly, the Muse had him by the gullet and was tearing him. Already he was writing hard, and had verse almost ready for us, and said that this sort of cooking should not be disturbed.
Therefore it was the Sailor who was sent, though he hated the thought of the cold.
He rose up and said: “When in any company one man is found more courageous and more merry, more manly, more just, and more considerate, stronger, wiser, and much more holy than his peers, very generous also, yet firm and fixed in purpose, of good counsel, kind, and with a wide, wide heart, then if (to mention smaller things) he is also of the most acute intelligence and the most powerful in body of them all, it is he that is made the drudge and the butt of the others.”
With that he left us, carrying a great two gallon can, and soon returned with it full of Steyning ale, and as he put it down he said: “The Fountain runs, but not with common water. It shall become famous among Fountains, for I shall speak of it in rhyme.” Then he struck the Poet a hearty blow, and asked after the health of his poem.
The Poet. “It is not quite completed.”
The Sailor (sitting down near the fire and pouring out the ale). “It is better so! Let us have no filling up of gaps. Beware of perfection. It is a will-o’-the-wisp. It has been the ruin of many.”
Grizzlebeard. “Is there a tune?”
The Poet. “There is a sort of dirge,” Myself. “Begin to sing.”
The Poet —
“Attend, my gentle brethren of the Weald,
Whom now the frozen field
Does with his caking shell your labour spurn,
And turn your shares and turn
Your cattle homeward to their lazy byres;”
The Sailor. “Oh! Lord! It is a dirge! The man chaunts like old Despair on a fast day! Come let us—”
Myself. “No, the Poet must end; let him continue.”
The Poet, when he had looked reproachfully at the Sailor, filled his lungs a little fuller than before, and went on:
“Your cattle homeward to their lazy byres;
Oh! gather round our fires
And point a stave or scald a cleanly chum
The while
With ritual strict and nice observance near,
We weave in decent rhyme
A Threnody for the Departing Year.”
The Sailor. “‘Decent’ is bad; and you cannot have a threnody for something that is not dead.”
The Poet (continuing) —
“And you that since the weary world began,
Subject and dear to man,
Have made a living noise about our homes,
You cows and geese and pigs and sheep and all the crew
Of mice and coneys too
And hares and all that ever lurks and roams
From Harting all the way to Bodiam bend.
Attend!
It is a solemn time,
And we assembled here
Advance in honourable rhyme
With ritual strict and nice observance near
Our Threnody for the Departing Year.
The year shall pass, and yet again the year
Shall on our reeds return
The tufted reeds to hurrying Arun dear…”
Here the Poet stopped and looked at the fire.
“Have you made an end?” said the Sailor with a vast affectation of solicitude.
“I have stopped,” said the Poet, “but I have not finished.”
“Why, then,” said the Sailor, “let me help you on,” and he at once began impromptu:
“As I was passing up your landing towns
I heard how in the South a goddess lay.”
Then he added: “I can’t go on.”
The Poet —
“She ends our little cycle with a pall.”
Grizzlebeard. “Who does?”
The Poet. “Why, that goddess of his; I shall put her in and make her wind it up. The Sailor is not the only man here who can compose off-hand. I promise you…
“She ends our little cycle with a pall:
The winter snow — the winter snow shall reverently fall
On our beloved lands,
As on Marana dead a winding sheet
Was laid to hide the smallness of her hands,
And her lips virginal:
Her virginal white feet.”
When that dirge had sunk and they, as they sat or lay before the fire, had nodded one by one, sleep came upon them all three, weary with the long day’s going and the keenness of the air. They had in their minds, that All Hallowe’en as sleep took them, the Forest of the high-land and the great Weald all spread below and the road downward into it, and our arrival beneath the nightly majesty of the Downs. They took their rest before the fire.
But I was still wakeful, all alone, remembering All-Hallows and what dancing there was in the woods that night, though no man living might hear the music, or see the dancers go. I thought the fire-lit darkness was alive. So I slipped to the door very quietly, covering the latch with my fingers to dumb its noise, and I went out and watched the world.
The moon stood over Chanctonbury, so removed and cold in her silver that you might almost have thought her careless of the follies of men; little clouds, her attendants, shone beneath her worshipping, and they presided together over a general silence. Her light caught the edges of the Downs. There was no mist. She was still frosty-clear when I saw her set behind those hills. The stars were more brilliant after her setting, and deep quiet held the valley of Adur, my little river, slipping at low tide towards the sea.
Successivamente andavamo alla Fontana per bere. L’ostello di Ashurst, infatti, si chiama Fountain Inn. Non si tratta della stessa fontana menzionata nei testi, quella chiamata “Fonte d’Oro”.
“Questa è proprio quell’acqua della Fonte d’Oro…”
“Acqua della giovinezza e rimedio alle preoccupazioni”.
La Fontana di Ashurst, per grazia di Dio, contiene sostanze migliori dell’acqua.
Né è quella l’altra Fontana di cui si parla…
“Fonte degli anni e acqua di ciò che è stato compiuto.”
Anche se ci sono anni onorevoli intorno alla Fontana di Ashurst, certamente non vi sono rimpianti. Non è ancora finito. Goditelo appieno! Fontana, goditelo appieno!
Né la Fontana di Vaucluse, né quella di Moulton Parva o di Thames-head, che si prosciugò quando morì Giorgio III e da allora non ha mai più iniziato a sgorgare; né la Sorgente Bandusian. No, nemmeno l’Helicon, che è stata sfruttata così spesso da esaurirsi circa trentacinque anni fa e da allora rimane solo fangosa.
Né si tratta di quelle due fonti gemelle: una con acqua calda e l’altra con acqua fredda, dove un tempo, nei giorni di pace precedenti l’arrivo dei Greci, le donne di Troia lavavano i loro panni.
No, non era nessuna di queste cose, ma semplicemente la solita Fontana di Ashurst; era lì che avevamo intenzione di andare a prendere pane, formaggio e birra, che scorrono proprio accanto a questa fontana.
Per quanto riguarda a chi dovessimo inviare, si trattava di una scelta difficile. Non Grizzlebeard, per rispetto all’età, ma uno degli altri tre. Non io, perché solo io conoscevo quella casa e ero impegnato ad organizzare tutto, ma uno degli altri due. Né il Poeta, perché, all’improvviso, la Musa lo aveva afferrato per la gola e lo stava “strappando” via. Già scriveva con grande impegno; aveva quasi pronto un poema per noi, e disse che questo genere di lavoro non poteva essere interrotto.
Pertanto, fu il Marinai ad essere inviato, anche se odiava l’idea del freddo.
Si alzò e disse: “Quando in un gruppo di persone si trova qualcuno che sia più coraggioso e più allegro, più virile, più giusto e più premuroso degli altri; più forte, più saggio e molto più pio; inoltre molto generoso, ma allo stesso tempo deciso e fermo nelle sue intenzioni, sagace nei consigli, gentile e dal cuore grande e aperto, allora, anche se (per non menzionare cose di minor importanza) possieda anche l’intelligenza più acuta e il fisico più robusto tra tutti, è proprio lui a diventare lo zimbello e l’oggetto delle derisioni degli altri.”
Con questo ci lasciò, portando con sé un grande barile da due galloni; poco dopo tornò con esso pieno di birra Steyning. Appena lo posò, disse: “La Fontana scorre, ma non con acqua comune. Diventerà famosa tra tutte le fontane, perché ne parlerò in versi.” Poi diede al Poeta un forte colpo e chiese della salute del suo poema.
Il poeta. “Non è ancora del tutto completo.”
Il Marinaio (seduto vicino al fuoco e versando la birra): “È meglio così! Non dobbiamo cercare di riempire i vuoti. Fate attenzione alla perfezione: è come un fantasma errante, che ha rovinato molte persone.”
Grizzledbeard. “C’è una canzone?”
Il Poeta. “C’è una sorta di lamento… Inizia a cantare.”
Il poeta
“#Ascoltate, miei gentili fratelli della Foresta…”
Chi ora nel campo gelato…
Rifiuta il tuo lavoro sotto quella sua corazza dura e impenetrabile?
E rivolgete le vostre azioni…
“Il tuo bestiame torna pigramente alle stalle…”
Il marinaio: “Oh, Signore. È una canzone di lutto! Quell’uomo canta come il vecchio Disperazione nei giorni di digiuno. Andiamo, diamogli, ”
“Me stesso… No, il poeta deve finire; lasciatelo continuare.”
Il Poeta, dopo aver guardato con rimprovero il Marinaio, riempì i polmoni un po’ più completamente del solito e continuò:
“Mentre il bestiame torna pigramente alle stalle…”
Oh! radunatevi intorno ai nostri fuochi
E puntare una bacchetta, o scaldare un compagno pulito…
Mentre
Con un rigoroso e attento rispetto dei riti tradizionali…
Intrecciando rime dignitose
“Una threnodia per l’anno che si congeda”.
Il Marinaio: “‘Decente’ è una parola negativa; inoltre, non si può comporre un lamento per qualcosa che non è morto.”
Il poeta (continuazione)
“E tu, che da quando esiste questo mondo stanco…”
L’essenza dell’uomo
“Hanno creato un continuo rumore intorno alle nostre case…”
“Voi mucche, oche, maiali, pecore e tutto il resto…”
Titolo:
Anche dei topi e dei conigli…
E le lepri, e tutto ciò che mai si nasconde e vaga…
Dalla località di Harting fino al punto in cui il percorso descrive una curva a Bodiam.
Aspettate!
Un momento solenne
E ci siamo riuniti qui.
Progresso in rima onorabile
Con un rigido e attento rispetto dei riti tradizionali
La nostra “Trenodia per l’anno che si congeda”.
Il tempo passerà, e ancora una volta arriverà un nuovo anno…
Torneremo sulle nostre canne
“Le canne rigogliose accanto al fiume Arun che scorre veloce…”
Qui il Poeta si fermò e guardò il fuoco.
“Hai finito?” disse il Marinaio con un’aria di grande preoccupazione.
“Mi sono fermato”, disse il Poeta, “ma non ho ancora finito”.
“Allora,” disse il Marinaio, “lasciate che vi aiuti.” E subito iniziò a recitare spontaneamente:
“#Attraversando le vostre città costiere…”
Ho sentito dire che nel Sud giaceva una dea…
“Non riesco più a continuare,” aggiunse.
Il poeta
“Con un velo di tristezza, lei pone fine al nostro piccolo ciclo.”
Grizzlebeard. “Chi lo fa?”
Il Poeta: “Ma sì, quella dea sua. La farò partecipare e le farò comporre qualcosa sul momento. Il marinaio non è l’unico qui che sia capace di creare cose all’istante. Te lo prometto, ”
“Con un velo di tristezza, lei pone fine al nostro piccolo ciclo…”
La neve invernale… la neve invernale cade con rispetto.
Nelle nostre amate terre
Titolo:
Come su Marana, un lenzuolo avvolgente…
Nascondeva la piccolezza delle sue mani
E le sue labbra vergini…
“Le sue piedi bianchi e puri…”
Quando quel lamento si fu spento e loro, seduti o sdraiati davanti al fuoco, ebbero uno dopo l’altro chiuso gli occhi, il sonno colpì tutti e tre, stanchi per la lunga giornata trascorsa e per il freddo intenso dell’aria. Nella loro mente, mentre si addormentavano in quella notte di Ognissanti, si immaginavano la Foresta delle terre alte e la vasta brughiera che si estendevano sotto di loro, nonché la strada che conduceva laggiù, fino al nostro arrivo sotto la maestosa bellezza della campagna notturna. Riposarono davanti al fuoco.
Ma ero ancora sveglio, da solo, ricordando All-Hallows e quella danza che si svolgeva nel bosco quella notte, anche se nessun essere umano poteva sentire la musica né vedere i ballerini. Pensavo che l’oscurità illuminata dal fuoco fosse “viva”. Così mi avvicinai silenziosamente alla porta, coprii il chiavistello con le dita per attutirne il rumore, e uscii a osservare il mondo intorno.
La luna si ergeva sopra Chanctonbury, così distante e fredda nella sua luce argentea che quasi si poteva pensare che non le importassero affatto le follie degli uomini; piccole nuvole, sue “dame di compagnia”, brillavano sotto il suo splendore, e insieme regnavano su un silenzio generale. La sua luce illuminava i bordi delle colline della regione dei Downs. Non c’era nebbia; era ancora limpida e cristallina quando la vidi scomparire dietro quelle montagne. Le stelle sembravano ancora più brillanti dopo il suo tramonto, e un profondo silenzio avvolgeva la valle dell’Adur, il mio piccolo fiume, che a bassa marea scorreva verso il mare.
When I had seen all this I went back within doors, as noiselessly as I had come out, and I picked through the sleepers to my own place, and I wrapped myself in my cloak before the fire. Sleep came at last to me also; but that night dead friends visited me in dreams.
THE FIRST OF NOVEMBER 1902
NEXT MORNING WHEN I woke it was because the Poet was timidly walking about the room, making as much noise as he dared, but unwilling to be longer alone.
The fire was out, and the small place looked mournful under — that grey dawn. I could — see through the window — that — the weather had changed and the air was warmer. All the sky was hurrying cloud, and there would be rain I thought from one time to another on that day. But it would be a good day I thought, for it was All-Hallows, which balances the year, and makes a counterweight, as it were, to All Fools’ in her earlier part, when she is light and young, and when she has forgotten winter and is glad that summer is near, and has never heard the name of autumn at all, or of the fall of leaves.
Grizzlebeard also stirred and woke, and then, last, the Sailor, rather stupored, and all of them looked at me as much as to say: “Have you no breakfast here?” But I, seeing what was in their minds, met them at once determinedly, and said:
“In this house we breakfast after the fashion of the heroes, our fathers, that is, upon last night’s beer, and the bread and cheese of our suppers. So did they breakfast who fought with De Montfort up on Mount Harry at the other end of the county six hundred years ago and more, when they had marched all the day before as it was, and were marshalled against the king with the morning. Sorely against their will! For there is no fight in a man until it is past nine o’clock, and even so he is the better for coffee or for soup. But to-day there is no fighting, but only trudging, so let us make our breakfast thus and be off.”
They were none of them content, but since I would have it so and since there was no help for it, they drank that stale beer, a mug each, with wry faces, and nibbled a little at the stale bread. Then we left the rest of the loaf and the cheese for the mice, who keep house for me there when I am away, and frighten off new-comers by pretending that they are the spirits of the dead.
So we went out through the door and across the little green to a wobble road that is there, and by a way across the fields to Steyning, where we should find the high road to Washington and Storrington and Amberley Bridge, and so over to the country beyond Arun and the things we knew.
As we went south over those fields, with the new warmth of the hurrying clouds above us and the Downs growing higher and higher, the Poet saying what the others had spared to say, began to grumble. For he said that beer was no breakfast for a man, but give him rather tea.
The Sailor. “Poet, I think you must be a vegetarian, and very probably (like most men of your luxury) you are yet afraid of your body — a lanky thing, I grant.”
Myself. “Burn me those men who are afraid of the Flesh! Water-drinkers also, and caterwauling outers, and turnip mumblers, enemies of beef, treasonable to the immemorial ox and the tradition of our human kind! Pifflers and snifflers, and servants of the meanest of the devils, tied fast to halting, knock-kneed Baphomet, the coward’s god, and chained to the usurers as is a mangy dog to a blind man!”
The Sailor. “Come, let us take it up! Hunt me them over the hills with horn and with hound! Drive them, harry them, pen them, drown them in the river, and rid me them from our offended soil! They are the betrayers of Christendom! They are the traducers of those mighty men our fathers, who upon the woodwork of the Table and the Bed, as upon twin pillars, founded the Commonweal.”
Myself. “Come, Poet, are you not convinced?”
The Poet. “Of what? That I should have a decent respect for my body?”
The Sailor. “Respect go hang itself by the heels until it gets some blood into its pale face, and then take a basting to put life into it!” Grizzlebeard. “Do you not know, Poet, that by all these anti-belly tricks of yours you would canalise mankind into the trench that leads to hell? For there is nothing that cannot be made to serve the Master of Evil by abuse, nor anything which cannot by a just and reasonable enjoyment be made to glorify God. Have you any lack of pleasure in this rush of the clouds above us. Or does he seem to you a niggler, the fellow that rides the south-west wind?”
The Poet. “What is all this flood of yours, you three? What have I said about or against the Body?”
Myself. “Nay, Poet, but we will tell you more than you care to hear! Consider that glorious great tube a gun, whence shells may be lobbed at such as are worthy of the game. Your man that smirks his hatred of war is he that potters into the dirty adventures against the very weak (but by God’s providence his aim is damnable), and he is the man that fees lawyers to ruin the poor.”
The Sailor. “What all this may have to do with the Body I know not. But this I say: Give it due honour — treat it well, keep it with care. It is a complicated thing — you could not have made it, and if you hurt it it is hard to mend… Oh, my succinct and honourable Body! I cherish you! you are my friend! I cannot do without you! On the day I have to do without you I shall be all at sea! With the eyes in you do I read books written by women with a grievance, and with the ears of you do I hear the noise of the vulgarians, and with the feet of you do I enter the houses of the rich but fly the presence of fools! Most profitable, consistent, homogeneous, and worthy Body! I salute you; I take comfort in you; I am glad indeed they gave you to me for this brief mortal while! Little Body! Little Body! Believe me, were I wealthy I would cram you with good things! Nor was I ever better pleased than when I heard from a Franciscan in Crawley that when they hang me I shall not lose you altogether, but that you will return to me some time or another; — but when exactly was never fully set down. Anyhow, I shall catch on to you again and recover you very properly set up and serviceable, without bump or boss, a humpless, handsome thing!”
Dopo aver visto tutto questo, tornai dentro casa silenziosamente come ero uscito, raggiunsi il mio letto e mi avvolsi nel mio mantello davanti al fuoco. Alla fine anche a me venne il sonno; ma quella notte, in sogno, dei miei amici defunti vennero a trovarmi.
Il primo di novembre 1902
La mattina seguente, quando mi svegliai, fu perché il Poeta stava camminando timidamente per la stanza, facendo il più rumore possibile, ma riluttante a rimanere solo ancora a lungo.
Il fuoco era spento, e quel piccolo posto appariva triste sotto quella luce grigia dell’alba. Riuscivo a vedere, attraverso la finestra, che il tempo era cambiato e l’aria si era riscaldata. Il cielo era pieno di nuvole in movimento; pensai che quel giorno sarebbe piovuto. Ma sarebbe stato comunque una bella giornata. Era infatti All-Hallows, la festa che bilancia l’anno, che rappresenta quasi un contrappeso a “All Fools’ Day”, quando tutto è leggerezza e gioia, quando si dimentica l’inverno e ci si rallegra all’avvicinarsi dell’estate. Una stagione in cui non si conosce nemmeno il nome dell’autunno, né la caduta delle foglie.
Anche Grizzlebeard si mosse e si svegliò; infine, anche il Marinai, piuttosto stupito, si alzò. Tutti mi guardarono come per chiedermi: “Qui non c’è colazione?” Ma io, comprendendo ciò che pensavano, risposi con decisione:
“In questa casa facciamo colazione nello stesso modo dei nostri antenati, degli eroi: con la birra di ieri sera, il pane e il formaggio della cena. Così facevano coloro che combatterono contro De Montfort sul Monte Harry, all’altra estremità della contea, seicento anni fa. Dopo aver marciato tutto il giorno, si schieravano contro il re al mattino presto. Contro la loro volontà, per giunta! Perché un uomo non è veramente pronto a combattere prima delle nove. E anche allora, una tazza di caffè o di zuppa gli farebbe bene. Ma oggi non c’è bisogno di combattere. Solo di mettersi in cammino. Quindi mangiamo e andiamo.”
Nessuno di loro era soddisfatto, ma poiché io volevo che fosse così e non c’era altra soluzione, bevvero quella birra stantia, uno per tazza, con espressioni torve sul viso, e mordicchiarono un po’ del pane raffermo. Poi lasciammo il resto del pane e del formaggio ai topi: quando non sono presente, loro si prendono cura della casa per me e spaventano gli intrusi fingendo di essere gli spiriti dei morti.
Quindi siamo usciti dalla porta e attraversato quel piccolo prato verde per raggiungere quella strada un po’ instabile che c’è lì; poi, passando per i campi, siamo arrivati a Steyning, dove avremmo dovuto trovare la strada principale che conduce a Washington, Storrington e Amberley Bridge, e da lì proseguire verso le zone rurali al di là di Arun e verso tutte quelle località che conoscevamo.
Mentre ci dirigevamo verso sud attraverso quei campi, con il calore fresco delle nuvole in movimento sopra di noi e le colline che diventavano sempre più alte, il Poeta, che fino ad allora aveva taciuto quanto gli altri avrebbero potuto dire, iniziò a brontolare. Affermava infatti che la birra non fosse un pasto adatto per un uomo al mattino; preferiva il tè.
Il Marinaio: “Poeta, penso che tu debba essere un vegetariano, e molto probabilmente (come la maggior parte degli uomini della tua condizione sociale) hai ancora paura del tuo corpo, una sorta di creatura allungata, lo ammetto.”
Io stesso. “Bruciate quegli uomini che hanno paura della carne! Anche coloro che bevono acqua, quei che gridano e piangono, quei nemici della carne bovina, traditori dell’antico dio del bue e delle tradizioni della nostra specie umana! Quei che sospirano e singhiozzano, quei servitori dei demoni più meschini, legati saldamente a Bafometto, il dio dei codardi, e incatenati ai usurai, proprio come un cane malato è legato a un uomo cieco!”
Il Marinai: “Andiamo, inseguiamoli! Cacciateli oltre le colline con corni e cani! Inseguite loro, tormentateli, intrappolateli, annegateli nel fiume. Liberateci di loro dal nostro suolo offeso! Sono i traditori del Cristianesimo. Sono coloro che hanno tradito quegli uomini valorosi dei nostri antenati, che, come su due pilastri gemelli, fondarono la Comunità.”
“Me stesso… ‘Vieni, poeta, non sei ancora convinto?’”
Il Poeta. “Di cosa? Che dovrei rispettare adeguatamente il mio corpo?”
Il Marinai: “Quel ‘Respect’ dovrebbe impiccarsi per far entrare un po’ di sangue nel suo viso pallido, e poi ricevere una bella frustata per ritrovare la vita!” Grizzlebeard: “Non capisci forse, Poeta, che con tutte queste tue stranezze potresti condurre l’umanità nella fossa che conduce all’inferno? Non c’è nulla infatti che non possa essere usato a servizio del Signore del Male, se utilizzato in modo abusivo; né c’è nulla che non possa essere usato per glorificare Dio, se consumato in modo giusto e ragionevole. Non provi alcun piacere nel vedere queste nuvole muoversi sopra di noi? O forse ti sembrano troppo lente nel loro movimento,?”
Il Poeta: “Che cos’è tutta questa furia da parte vostra, voi tre? Cosa ho detto io a proposito del Corpo, o contro di esso?”
Io stesso, “No, Poeta, ma ti diremo cose che non vorresti nemmeno sentire! Quel magnifico strumento è in realtà un cannone, dal quale si possono lanciare proiettili contro coloro che meritano di essere “cacciati”. Quell’uomo che nasconde il proprio odio per la guerra è colui che organizza quelle sporche avventure contro i più deboli, e, per volontà di Dio, i suoi scopi sono davvero abominevoli. È anche lui colui che paga gli avvocati affinché distruggano i poveri.”
Il Marinaio: “Non so cosa tutto questo abbia a che fare con il Mio Corpo. Ma una cosa la dico con certezza: dategli l’onore che merita, trattatelo bene, custoditelo con cura. È qualcosa di complesso. Non avreste potuto crearlo voi stessi, e se lo danneggiate, sarà difficile ripararlo. Oh, mio prezioso e onorabile Corpo! Te ne prendo cura con affetto. Sei il mio amico. Non posso fare a meno di te! Il giorno in cui dovrò farne a meno, sarò completamente perso. Con i tuoi occhi leggo i libri scritti da donne offese; con le tue orecchie ascolto il rumore dei volgari; con i tuoi piedi entro nelle case dei ricchi, ma evito la presenza degli sciocchi! Oh, mio Corpo così utile, costante, omogeneo e prezioso. Ti saluto. Trovo conforto in te. Sono davvero felice che mi sia stato dato per questo breve periodo di vita mortale. Piccolo mio Corpo. Credimi: se fossi ricco, ti riempirei di cose buone! Non sono mai stato più soddisfatto di quando ho sentito da un francescano a Crawley che, quando mi impiccheranno, non perderò del tutto il Mio Corpo. Tornerà da me in un futuro, anche se non è mai stato detto con esattezza quando. Comunque, ti riacquisterò di nuovo, e tu sarai nuovamente in perfette condizioni, senza difetti né imperfezioni, una cosa bella e funzionale!”
The Poet. “All this is quite beside the mark, and you have vented upon me nothing but your temper for lack of breakfast. Never in my life have I believed the things which you would have me believe, nor said a word against this vessel which holds my soul as tight as a bottle does a cork, and of which I know so much, but of my soul so little, though my soul is my only companion.” Grizzlebeard. “The Body is a business which we all know too well, but the Soul is another matter. For I knew a man once (not of this county) who said there was no soul, and would have proved it. He had once long ago by an apparatus of his tried to prove there was a soul — but the proof was lacking. So next he naturally thought there could be no soul, and he set out to prove that on his four fingers and his thumb, without gimcracks, pragmatically, and in a manner convincing to the blind. And he set out with an apparatus to find proof that there was no soul — but that proof was also lacking. So let us have done with all this, and find our way through this tall screen of trees to Steyning, and to the good house that is there, and have something Christian to prepare us for our road. For the Lord knows that Myself and Queen Elizabeth were wrong in making small, stale beer and bread a proper breakfast for a man. Strong beer and beef are the staple.”
The Sailor. “Besides which All-Hallows is a great feast, and feeding goes with feasting. We will knock at Myself’s door when we are next worried by the duty of fasting for some great evil to be atoned, or when ugly Lent comes round.”
When we had got into the town of Steyning, the Sailor, the Poet, Grizzlebeard, and I, we went into the inn, hotel, guest-house, or hostelry, and there very prettily asked as we passed the host that cold meat and ale might be served us in the smoking-room.
But when we got into the smoking-room, the Sailor, the Poet, Grizzlebeard, and I, we were not a little annoyed to see in a corner of the room, crouched up against the fire in a jolly old easy-chair, which little suited his vile and scraggy person, a being of an unpleasant sort. He had a hump which was not his fault, and a sour look which was. He was smoking a long churchwarden pipe through his sneering lips. There was very little hair upon his face, though he did not shave, and the ear turned towards us, the left ear, had been so broken that it looked pointed, and made one shudder. The sneer on his lips was completed by the long slyness of his eye. His legs were as thin as sticks, and he had one crossed over the other; his boots had elastic sides to them, and horrible tags fore and aft, and above them were measly grey socks thin and wrinkled. He did not turn nor greet us as we appeared.
It was our fashion during this memorable walk to be courteous with all men and familiar with none — unless you call that familiarity when the Poet threw beer at a philosopher to baptize him and wake him into a new world, as you shall later read.
We therefore sat awkwardly round the edges of the table, the Poet at the end of it opposite to the window that gives on the stable-yard, Myself next to him at the corner, next to me the Sailor, and beyond him Grizzlebeard, who seemed the most contented of us all, and was in no way put out by the blasted being near the fire, but rather steeped himself in memories of his own, and had eyes that looked further than the walls. We, the younger men, drummed our fingers a little upon the table till the beer was brought in, and then began to wonder what wines were kept in so old a house, and the Poet and the Sailor alternately told lies; the Poet telling of rare wines he had found in the houses of the rich, the Sailor talking of wines that never were in ports far off beyond the wide peril of the seas. Grizzlebeard, hearing them confusedly, said that his father had bought a Tokay in 1849 at 204s the dozen. This also was a lie. And I, to please them, spoke of true wines, notably of that wine which comes from the inside of a goat-skin in Val d’Aran, Sobrarbe, and the roots of Aragon: the vilest and most tonic wine in the world, alive with the power of the goat.
While we thus spoke (in a quiet way so as not to offend) the beer came in, and our talk drifted on to the price of wines, and from that to those who could afford the price of wine, and from that to the rich, and from that to the very rich. And at last the Poet said:
“I should like to be very rich.”
Whereupon, to the annoyance of us all, the nasty fellow next to the fire took his long, silly pipe out of his mouth, blew a little blue wisp of smoke without body in it from his lips, and said:
“Ugh! What do you call very rich?”
The Poet was by nature a hesitating man, and he was frightened by one speaking to him unexpectedly — and one so hideous! So he said vaguely:
“Oh! not to have to think of things; and not to be for ever in the jeopardy of honour; to be able to dip when one liked into one’s purse and to pay for what one wanted, and to succour the needy, and to travel or rest at pleasure.” Then he added, as men will who are of infinite imagination and crammed with desires, “My wants are few.”
He was thinking, perhaps, of a great house upon an eastern hill that should overlook the Mediterranean Sea, and yet be easily in touch with London, and yet again be wholly isolated from the world, and have round it just so many human beings as he might wish to have there, and all at his command.
I, sitting next to him, took up the conversation as in a game of cards, and began:
“That can’t be done! When you are wishing for wealth you are by the nature of things wishing for what man allows and controls.
You are wishing, therefore—”
“Don’t preach!” said the Person by the fire. The Sailor, to make things pleasanter, began hurriedly:
“If I were very rich I should want a number of definite things, as this gentleman said,” waving his hands towards that gentleman to avoid all unpleasantness, which is a way they have in the fo’c’sle.
Il Poeta: “Tutto questo è del tutto fuori luogo; hai sfogato su di me soltanto la tua irritazione per non aver fatto colazione. Nella mia vita non ho mai creduto alle cose che volevi farmi credere, né ho detto una parola contro questa ‘vasca’ che racchiude la mia anima, così strettamente come una bottiglia racchiude il tappo. Ne so molto su di essa, ma così poco sulla mia anima stessa, sebbene sia lei il mio unico compagno.”
Grizzlebeard: “Il corpo è qualcosa che tutti conosciamo troppo bene. Ma l’anima è un’altra questione. Conoscevo una volta un uomo (non di questa contea) che sosteneva che non esistesse alcuna anima, e voleva provarlo. Aveva già tentato in passato con alcuni strumenti di dimostrarne l’esistenza, ma senza successo. Così concluse naturalmente che l’anima non potesse esistere, e si mise all’opera per provarlo con i suoi quattro dita e il pollice, in modo pratico e convincente. Ma anche quella prova fallì. Lasciamo perdere tutto questo. Troviamo la strada attraverso questi alberi per raggiungere Steyning, quella bella casa lì. E prepariamoci qualcosa di appropriato per il nostro viaggio. Perché il Signore sa che io e la Regina Elisabetta abbiamo commesso un errore a considerare birra scadente e pane vecchio una colazione adeguata per un uomo. La birra forte e la carne sono ciò di cui abbiamo davvero bisogno.”
Il Marinaio: “Inoltre, la Notte di Ognissanti è una grande festa, e durante le feste si mangia. Busseremo alla mia porta quando dovremo digiunare per espiare qualche grave male, o quando arriverà la brutta Quaresima.”
Quando entrammo nella città di Steyning, io, il Marinaiolo, il Poeta e Grizzlebeard entrammo in una locanda o ostello; mentre passavamo davanti al padrone, chiedemmo molto gentilmente che ci venissero serviti carne fredda e birra nella sala fumosa.
Ma quando entrammo nella sala fumatori, il Marinaiolo, il Poeta, Grizzlebeard e io fummo piuttosto infastiditi nel vedere, in un angolo della stanza, accovacciato vicino al fuoco su una vecchia poltrona comoda, quell’essere di tipo sgradevole. Aveva una gobba che non era colpa sua, e uno sguardo acido. Fumava una lunga pipa, con le labbra sprezzanti. Aveva pochissimi capelli in faccia, anche se non si radeva; l’orecchio sinistro era così rotto da sembrare appuntito. Il suo sorriso beffardo veniva completato dall’espressione astuta dei suoi occhi. Le sue gambe erano sottili come stecche; ne teneva una incrociata sull’altra. I suoi stivali avevano i lati elastici, e orribili etichette davanti e dietro. Sopra indossava calzini grigi, sottili e rugosi. Non si girò nemmeno quando entrammo; non ci salutò.
Durante questo indimenticabile viaggio, la nostra abitudine era quella di essere cortesi con tutti, ma senza stabilire alcuna intimità. A meno che non si consideri tale “intimità” il momento in cui il Poeta gettò della birra su un filosofo per “battezzarlo” e farlo svegliare in un nuovo mondo, come leggerete più avanti.
Quindi ci sedemmo goffamente intorno al bordo del tavolo: il Poeta all’estremità opposta alla finestra che dava sul cortile delle stalle; io accanto a lui, all’angolo; dopo di me il Marinaio, e ancora oltre Grizzlebeard, che sembrava l’unico tra noi completamente soddisfatto. Non pareva affatto infastidito dalla presenza di quella creatura vicino al fuoco; anzi, sembrava immerso nei ricordi suoi personali, con lo sguardo che andava oltre le mura. Noi, i più giovani, tamburellavamo leggermente sul tavolo in attesa che venisse portata la birra; poi iniziammo a chiederci quali vini potessero esserci in una casa così antica. Il Poeta e il Marinaio si misero a raccontare bugie a turno: il Poeta parlava di vini rari che aveva trovato nelle case dei ricchi, mentre il Marinaio menzionava vini che non esistevano nemmeno nei porti lontani, al di là dei pericoli immensi degli oceani. Grizzlebeard, ascoltandoli confusamente, disse che suo padre aveva comprato un Tokay nel 1849 a 204 penny la dozzina. Anche questa era una bugia. E io, per compiacerli, parlai di vini veri. In particolare di quello che viene prodotto all’interno della pelle di capra nella regione di Val d’Aran, Sobrarbe, e dalle radici dell’Aragona: il vino più disgustoso, ma anche il più tonico al mondo, pieno del “potere” stesso della capra.
Mentre parlavamo così (in modo tranquillo, per non offendere nessuno), arrivò la birra e la nostra conversazione si spostò sul prezzo dei vini, poi su coloro che potevano permetterseli, quindi sui ricchi, e infine sugli estremamente ricchi. Alla fine il Poeta disse:
Vorrei essere molto ricco.
E così, per la frustrazione di tutti noi, quel tipo sgradevole accanto al fuoco tirò fuori dalla bocca il suo lungo e stupido pipa, soffiò fuori dalle labbra una piccola nuvola di fumo blu senza consistenza, e disse:
“Uff… Come si definisce essere molto ricchi?”
Il Poeta, per natura, era una persona indecisa e si spaventò quando qualcuno gli parlò all’improvviso, e inoltre qualcuno così orribile! Così rispose in modo vago:
“Oh! Non dover pensare a nulla; non trovarsi mai in pericolo di perdere l’onore; poter prendere ciò che si desidera dal proprio portafoglio e pagare tutto ciò che si vuole, aiutare i bisognosi, viaggiare o riposare quando si ha voglia, ” Poi aggiunse, come fanno le persone dotate di un’immaginazione infinita e piene di desideri: “I miei bisogni sono pochi.”
Forse stava pensando a una grande casa situata su una collina a est, che potesse godere di una vista sul Mar Mediterraneo e allo stesso tempo essere facilmente collegata a Londra; al contempo, però, doveva rimanere completamente isolata dal resto del mondo. Intorno a quella casa ci sarebbero stati esattamente quante persone desiderasse avere lì, tutte a sua disposizione.
“Seduto accanto a lui, ho ripreso la conversazione come se fosse un gioco di carte, e ho detto…”
“Non è possibile farlo! Quando si desidera la ricchezza, per natura si desidera ciò che l’uomo permette e controlla.”
“Stai quindi desiderando…”
“Non predicare!” disse la persona vicino al fuoco. Il marinaio, per rendere le cose più piacevoli, iniziò a parlare in fretta:
“Se fossi molto ricco, vorrei alcune cose precise, proprio come ha detto questo signore,” disse agitando le mani verso di lui per evitare qualsiasi situazione sgradevole. È un modo che hanno loro, lì nella cabina di pilotaggio.
“He didn’t say it,” I murmured. “I said it.”
Whereat the Sailor kicked vigorously and wide under the table by way of hint, and caught the Poet, who howled aloud. Then only was the Person by the fire moved to a single gesture. He looked round sharply with his head and a twist of his eyes, not changing a muscle of his body, but glancing as an animal glances, and moving as an animal moves.
“Go on!” he commanded.
The Sailor was a combative man: but he mastered himself, and went on gradually; “Oh! I should like to give big dinners pretty often and to go to plays.”
Which was a silly sentence, but true enough. He corrected it, adding:
“And I should like to have a jolly little house, and five or ten or twenty or thirty, or perhaps a hundred acres of land; and there would have to be wood upon it. And I should hate to be near a railway, so I would have a motor; and I must have a telephone, but it must not bring people to the place, so I would have a private telephone wire stretching for miles. And one must have water on one’s place. And I should like electric light for the offices, but one wants candles for the rooms.”
When he had got thus far the man near the fire jerked his head over his shoulder at Grizzlebeard. The Sailor stopped astonished, and Grizzlebeard, a little frightened I think, said rapidly:
“Really, I don’t know! I don’t think I want to be very rich. I suppose I am very rich by any good standard. My house has twenty-three rooms in it, counting the old scullery, which is now a cellar. And I have quite four acres of dug garden-land, and undug land not to be counted. I am a gentleman also, and I can put up as many of my friends as care to come and see me. I have four horses, money in the bank, and no debts. I burn my own wood, and build with my own timber; and I quarry my stone out of my own ground. Really I need no more!”
He remembered something, however, and he said:
“It would be a good thing to help the nations. It would be a good thing to enfranchise the nations which are caught in the usurer’s hellish web.”
He was silent. Many memories moved in him, but he was too old to think that much could be done with the world; and how could money do much against the abominations of the world?
It was the Sailor who found courage enough to tackle the Johnnie in the chair.
“And what would you do,” he said aggressively, “if you were very rich?”
The Man in the Chair did not move.
“I am talking to you, sir,” said the Sailor sharply.
“I know that,” snarled the Man in the Chair in an inhuman way. Then, just before the Sailor exploded, he added, “I should sit here in this chair smoking this pipe with this very tobacco in it and looking at this very fire. That’s what I should do, and there would be you four men behind me.”
“Oh, you would, would you?” said the Sailor. “And how do you know that you would be just as you are?”
“Because I am very rich already,” said the Man in the Chair in a low metallic voice, full of dirty satisfaction… “I am exceedingly rich. I have more money than any other man in the large town of the north where I was born. Yes, I’m rich enough.” He leaned forward towards the fire for a moment, then he took out a card and tossed it to the Sailor.
“That’s my name,” he said. And we bade him “Good day,” and all went out.
We took the road so as not to go through Wiston Park, for though the house there is as good a sight as any in England, why, it was not ours, and we went past that field where the Saint wheeled his mother in a wheelbarrow, and cursed the haymakers, so that it always rains there in mowing time.
For he was, as the phrase goes in those parts, a Holy Man, and had great power. But as he was very poor, no one guessed it. And first, in following God, he sold his motor to buy a brougham, and then he sold his brougham to buy a dog-cart, and then he sold his dog-cart to buy a broken down, paint-scratched, nasty go-cart; and then, still serving God, not man, he sold his go-cart and his nag and bought a wheelbarrow. For some thing he must have to take his old mother to church in. Now all this happened in the year of our Lord 713, just after Sussex got the Faith and hundreds of years before she lost it again, and a little before St. Leonard cursed the nightingales.
So he was taking his mother to church in the wheelbarrow when the haymakers laughed at him as he passed, and the Saint said: “Laugh men, weep heaven.” And immediately there fell on that field only two inches of rain in half-an-hour, and that on the two-day swathes all ready for Tedding, and Lord! how they did curse and swear! And from that day to this, whether hay time come in May month or in June, it rains in the hay time on that one field.
Now when we had gone about a mile from Steyning and had so turned into the Washington Road, the Sailor bethought him of the card, and pulled it out, and there was written —
Mr. Deusipsenotavit, Brooks’s.
The Sailor looked at it right away up, and upside down, and sideways, and held it up to the light so as to look through it as well, and then said:
“It is a foreign name.”
Grizzlebeard took it from him, and after a close view of it said:
“It is a Basque name: it is agglutinative.” And we all went on to Washington, talking of a thousand things.
As we so talked there came over the edge of the high hills that stood like a wall above us, and from the hurrying clouds before the south-west wind, the first drops of rain, and the Poet said:
“What! Must we go forward on this road although it is raining?”
The Sailor. “Yes, Ninny-lad, most certainly! What else were roads made for but to give a man hard going over wet land?”
The Poet. “Well, I say there is a time for everything, and rain-time is not the time for walking on a road.”
The Sailor. “Why, then, you mean that autumn days, such as these, are not to be taken at their full measure, nor to give us their full profit, but that we are to go down to dry death without knowing the taste of Sussex air in the rain?”
“Non è stato lui a dirlo… Sono stata io”, mormorai.
A quel punto il Marinaio diede un calcio vigoroso e deciso sotto il tavolo, come segnale, e afferrò il Poeta, che iniziò a urlare ad alta voce. Solo allora la persona accanto al fuoco si mosse, facendo un solo gesto: girò rapidamente la testa e strinse gli occhi, senza muovere nemmeno un muscolo del corpo, ma guardando intorno come fanno gli animali e muovendosi come fanno gli animali.
“Vai avanti!” ordinò.
Il marinaio era un uomo combattivo; ma riuscì a controllarsi e procedette gradualmente nel suo percorso. “Oh! Mi piacerebbe organizzare grandi cene con frequenza e andare a teatro.”
“Una frase sciocca, ma purtroppo vera… L’ha corretta, aggiungendo:…”
“Vorrei avere una piccola casa allegra, e cinque, dieci, venti, trenta, o forse cento acri di terra; su quella terra dovrebbe esserci del legno. Detesterei vivere vicino a una ferrovia, quindi avrei un’auto; devo assolutamente avere un telefono, ma non deve permettere alle persone di venire da me, quindi avrei un cavo telefonico privato che si estendesse per chilometri. Inoltre, bisogna disporre d’acqua nel proprio terreno. Vorrei anche l’elettricità negli uffici, ma nelle stanze ci vorrebbero le candele.”
Quando ebbe raggiunto quel punto, l’uomo vicino al fuoco girò la testa per guardare Grizzlebeard. Il marinaio si fermò, sorpreso; Grizzlebeard, credo un po’ spaventato, disse rapidamente:
“Davvero, non lo so! Non credo di voler essere molto ricco. Immagino che secondo qualsiasi criterio sia considerato ricco. La mia casa ha ventitré stanze, compresa quella vecchia cucina che ora funge da cantina. Ho anche circa quattro acri di terreno coltivabile, e tantissimo altro terreno non ancora utilizzato. Sono anche un gentiluomo. Posso ospitare quanti amici vogliano venire a trovarmi. Ho quattro cavalli, denaro in banca e nessun debito. Taglio da solo la legna che uso, costruisco con il mio stesso legname e estrago anche la pietra dal mio terreno. Davvero, non ho bisogno di nient’altro!”
“Comunque, si ricordò di qualcosa e disse…”
Sarebbe una cosa buona aiutare le nazioni. Sarebbe una cosa buona dare diritti civili a quelle nazioni intrappolate nella rete infernale degli usurai.
Era in silenzio. Molti ricordi gli attraversarono la mente, ma era troppo vecchio per credere che si potesse fare molto sul mondo; e poi, come potevano i soldi cambiare qualcosa di fronte alle abominazioni del mondo?
Fu il Marinai ad avere abbastanza coraggio per affrontare quel tizio seduto in sedia.
“E cosa faresti,” disse con aggressività, “se fossi molto ricco?”
L’Uomo sulla Sedia non si mosse.
“Sto parlando con lei, signore,” disse il marinaio in tono deciso.
“Lo so,” ringhiò l’Uomo sulla Sedia in modo inumano. Poi, proprio prima che il Marinaio esplodesse, aggiunse: “Dovrei sedermi qui su questa sedia, fumare questa pipa con questo stesso tabacco e guardare questo stesso fuoco. È quello che dovrei fare. E voi quattro uomini sareste dietro di me.”
“Oh, davvero lo faresti, vero?” disse il Marinaiolo. “E come fai a sapere che resteresti esattamente com’eri prima?”
“Perché sono già molto ricco,” disse l’Uomo sulla Sedia con una voce metallica e bassa, piena di soddisfazione meschina, “Sono estremamente ricco. Ho più soldi di qualsiasi altro uomo nella grande città del nord dove sono nato. Sì, sono abbastanza ricco.” Si sporse in avanti verso il fuoco per un momento, poi tirò fuori una carta e la gettò al Marinaio.
“Quello è il mio nome,” disse lui. E noi gli dicemmo “Buon giorno”, poi tutti uscimmo.
Prendemmo la strada per non passare attraverso Wiston Park; perché, anche se quella casa è uno spettacolo altrettanto bello di qualsiasi altra in Inghilterra, beh, non era nostra. Superammo anche quel campo dove il Santo trasportava sua madre su un carretto e malediceva i falciatori; per questo motivo lì piove sempre durante la stagione del taglio dell’erba.
Perché lui era, come si suol dire in quelle regioni, un Uomo Santo e possedeva grande potere. Ma poiché era molto povero, nessuno se ne accorgeva. Prima di tutto, seguendo Dio, vendette la sua motocicletta per comprare una carrozza a cavalli; poi vendette quella carrozza per acquistare un carretto a ruote; successivamente vendette anche quel carretto per ottenere un vecchio veicolo malandato, graffiato dalla vernice e in pessime condizioni. E continuando a servire Dio, non gli uomini, vendette anche quel veicolo e il suo cavallo, per comprare una carriola. Doveva pur trovare il modo di portare sua madre anziana in chiesa. Tutto ciò accadde nell’anno del Signore 713: subito dopo che il Sussex abbracciò la fede cristiana, e centinaia di anni prima che questa venisse nuovamente persa. E poco prima che San Leonardo maledicesse i usignoli.
So che stava portando sua madre in chiesa con il carretto quando le persone che raccoglievano l’erba si misero a ridere di lui mentre passava; il Santo disse: “Ridete voi, ma il cielo piangerà”. E immediatamente su quel campo cadde solo due pollici di pioggia in mezz’ora, e quella pioggia colpì le aree già pronte per la raccolta dell’erba. Oh mio Dio, quanto imprecarono e maledirono! Da quel giorno in poi, che sia a maggio o a giugno quando arriva il periodo della raccolta dell’erba, su quel campo piove sempre durante quella stagione.
Ora che avevamo percorso circa un miglio da Steyning e ci eravamo imbarcati sulla strada di Washington, il marinaio si ricordò della carta e la tirò fuori; su di essa era scritto.
Il signor Deusipsenotavit, di Brooks.
Il marinaio la guardò subito in su, in giù, di lato, e poi la tenne davanti alla luce per poterla esaminare anche attraverso di essa; dopodiché disse:
“È un nome straniero.”
“Grizzlebeard lo prese e, dopo averlo esaminato attentamente, disse…”
“È un nome basco: è di tipo agglutinante.” E poi tutti insieme andammo a Washington, parlando di mille cose diverse.
Mentre parlavamo così, apparvero dall’orlo delle alte colline che si ergevano come un muro sopra di noi; dalle nuvole veloci spinte dal vento sud-ovest iniziarono a cadere le prime gocce di pioggia. E il Poeta disse:
“Cosa? Dobbiamo proprio proseguire per questa strada mentre piove?”
Il Marinaio: “Sì, certo, ragazzo mio! A che altro servono le strade, se non per far sì che un uomo debba faticare molto nel attraversare terreni umidi?”
Il Poeta: “Beh, dico che per ogni cosa c’è il suo momento giusto. E il tempo della pioggia non è certo il momento adatto per camminare su una strada.”
Il Marinaio: “Allora vuoi dire che giorni autunnali come questi non dovrebbero essere apprezzati appieno, né ci dovrebbero offrire tutti i loro benefici, ma che dobbiamo semplicemente morire di sete senza mai assaporare l’aria fresca del Sussex sotto la pioggia?”
The Poet. “No, I say it aloud, there are days for everything, although we do not know the reason why, and that is why I never will be shaved on a Sunday, for I count it unlucky.
“You may have noticed up and down England some men with nasty little undergrowths upon their upper lips alone, and others with great wild beards like Grizzlebeard here, and others with moth-eaten beards as it were — the worst of all; depend upon it they shaved, each of them, at some time or another of a Sunday.
“It is a day of rest, and there is no labour like shaving. It is a day of dignity, and there is no grimacing, sour-faced, donnish occupation like that of shaving. So I say: ‘There is a day for everything, and everything has its lucky time except burial.’”
Myself. “There now! And that was the very thing I was going to say had its most varying days! For does not the old rhyme go:
‘Buried on Monday, buried for health,
Buried on Tuesday, buried for wealth;
Buried on Wednesday, buried at leisure,
Buried on Thursday, buried for pleasure;
Buried on Friday, buried for fun,
Buried on Saturday, buried at one.’”
The Sailor. “Why?”
Myself. “There you show yourself what you are, a man that follows the sea. For on land here we knock off work at twelve on Saturday — that is parsons, gravediggers, coffin-carriers, mourners, and the rest, who very willingly dispose of the dead between seven and five of a week, day, but do claim their half-holiday. But you sailors may claim your half till you are black in the face, another disposes of your time! And even if a law were passed that you should loll about from eight bells on Saturday noon to the dog watch of Monday, as we do on land, that other would tickle you up with a snorter before you had lit your pipes. Tumble up there the lot! Watch? I’ll watch you, watch or no watch! Tumble up there and take it lively! Run up and clew them in till your hands freeze! Pull, you lubbers, pull! Squirm over the yard like a row of tumblers at a fair, and make fast and be damned to you! Better for you than for me.
“Then the song goes on (for us jolly people on land; as for you at sea, you may die and drown as you will):
‘Buried on Sunday after eleven,
You get the priest and you go to heaven.’”
Grizzlebeard. “This is rank folly, for absolution is for living men.”
Myself. “There you go, Grizzlebeard, verbalising and confumbling, and chopping logic like the Fiend! exegetic and neo-scholastic, hypograstic, defibulating stuff! An end to true religion! Soft, old man, soft; the blessing over a coffin does no man any harm, and is a great solace to uneasy spirits. You are for ever running into the very gate of heresy with your determinations. It is a bad and a feverish state you have fallen into. Make amends while you yet have time! Or perhaps when you come to die you shall have no candles round your coffin and no large black cloth over it spangled with silver tears, and no bishop to sprinkle it; nay, who knows, not even a monk nor a parish priest, nor so much as a humble little curate from the castle.
“When death is on you, Grizzlebeard, I would have you write out in large black letters on a big white board, ‘THIS MAN BELIEVED,’ and hang it round your neck and so die. In this way there will be no error.
“For errors are made in this matter I assure you, and one man, though secretly devout (he came from near my own farm), was by such an error buried anyhow and in common fashion with prayers only, so that he had to haunt Normans (as they called the house) on the Dial Post Road. And a job it was, I can tell you! For the people in that house feared ghosts, and when he walked, though he walked never so gently, they would give great blood-curdling shrieks, such as threw him into a trembling and a sweat — poor spirit! — until the ghost-masters who set the uncomforted dead such tasks had mercy on him, and let him go haunt the Marine Parade at Worthing, where no man minded him.”
The Poet. “Then how was he rested at last?”
Myself. “Why, in the usual fashion; by the drawing of a pentagon upon the sand and the sacrificing in its middle of a pure white hen. I have done.”
The Sailor. “It is as well, for it has stopped raining.”
And so it had. To our comfort and the changing of our minds.
So all along the road under Chanctonbury, that high hill, we went as the morning broadened: along a way that is much older than anything in the world: a way that leads from old Pevensey Port through the Vale of Glynde and across Cuckmere and across Ouse, and then up to the height of Lewes, and then round the edge of the Combe, and then down on to the ledge below the Downs, making Court House and Plumpton Corner, West Meston, Clinton, and Hollow Pie Combe (though between these two it branches and meets again, making an island of Wolstonbury Hill), and then on by Poynings and Fulking and Edburton, and so to the crossing of the water and the Fort of Bramber, and so along and along all under the Downs until it passes Arun at Houghton Bridge, and so by Bury and Westburton, and Sutton and Duncton, Graffham and Cocking, and Diddling and Harting — all Sussex names and all places where the pure water having dripped through the chalk of the high hills, gushes out in fountains to feed that line of steadings and of human homes. By that way we went, by walls and trees that seemed as old as the old road itself, talking of all those things men talk of, because men were made for speech and for companionship, until we came to the cross-roads at Washington; and there, said I to my companions:
Myself. “Have you heard of Washington Inn?”
Grizzlebeard. “Why, yes, all the world has heard of it; and when Washington the Virginian, a general overseas, was worriting his army together a long time ago, men hearing his name would say: ‘Washington?… Washington?… I know that name.’ Then would they remember the inn at Washington, and smile. For fame is of this character. It goes by the sound of names.”
The Poet. “For what, then, is the inn of Washington famous?”
Il Poeta: “No, lo dico ad alta voce: ci sono giorni per ogni cosa, anche se non sappiamo il motivo. Ed è proprio per questo che non mi raserò mai di domenica, perché la considero una giornata sfortunata.”
“Avrete sicuramente notato, in tutta l’Inghilterra, uomini che presentano piccoli peli rigogliosi soltanto sulle labbra superiori; altri hanno barbe folte e disordinate come quella di Grizzlebeard, mentre altri ancora hanno barbe consumate dai parassiti. I peggiori di tutti, comunque sia: sono certi che ognuno di loro si rade, almeno una volta alla settimana, il giorno della domenica.”
“È un giorno di riposo, e non esiste lavoro più faticoso del radersi. È un giorno di dignità, e non esiste occupazione più disgustosa, con espressioni torve e facce accigliate, del radersi. Quindi dico: ‘Per ogni cosa c’è il suo momento giusto, tranne che per seppellire i morti.’”
Io stesso. “Ecco fatto! Ed era proprio quello che stavo per dire, i giorni possono essere davvero molto diversi a seconda delle circostanze! Non dice forse il vecchio detto, ”
“Sepolto di lunedì… sepolto per motivi di salute.”
Sepolto di martedì… sepolto per il proprio denaro.
Sepolto di mercoledì… sepolto con calma e tranquillità.
Sepolto di giovedì… sepolto per puro piacere.
Seppellito di venerdì… sepolto per divertimento.
Sepolto il sabato… sepolto in un luogo solitario.
Il Marinaio. “Perché?”
Io stesso, “Ecco che mostri davvero chi sei: un uomo che segue il mare. Qui sulla terra, infatti, smettiamo di lavorare alle dodici di sabato. Sono preti, becchini, portatori di bara, piangenti e tutti gli altri che con grande disponibilità si occupano dei morti dalle sette alle cinque del pomeriggio, ma pretendono comunque la loro mezza giornata libera. Ma voi marinai, potete anche passare tutto il sabato a poltrire, finché non vi diventa nero in faccia. Un altro si occuperà del vostro tempo! E anche se venisse approvata una legge che vi obbligasse a stare a letto dalle otto di sabato pomeriggio fino all’ora di guardia di lunedì, come facciamo noi sulla terra, quell’altro vi farebbe schizzare via con un fischietto prima ancora che riusciate ad accendere le vostre pipe. Andate pure a farvi fottere! Guardate? Vi guarderò comunque, che lo vogliate o no. Andatevene e divertitevi pure. Correte su e legateli bene, finché non vi congelano le mani. Tirate, voi scansafatiche. Strisciate per il cortile come una fila di acrobati in fiera. E poi legatevi bene e andatevene al diavolo! Meglio per voi che per me, ”
“Allora la canzone continua (per noi, felici persone sulla terra; per voi in mare, potete morire e annegare come volete):”
“Sepolto domenica dopo le undici…”
“Se ottieni il prete, arriverai in paradiso.”
Grizzledbeard: “È una pura follia… L’assoluzione è riservata agli uomini vivi.”
Io stesso, “Ecco fatto, Grizzlebeard: parli senza pensare, confondi le cose e distruggi ogni logica, proprio come quel Maligno! Discorsi esegetici, neoscolastici, ipografi. La fine della vera religione. Vecchio mio, sii gentile: benedire un cadavere non fa mai del male a nessuno, anzi è un grande conforto per gli spiriti angosciati. Con le tue decisioni, continui ad andare dritto verso l’eresia. Sei caduto in uno stato terribile e febbrile. Riparati ancora in tempo! Altrimenti, forse quando morirai, non ci saranno candele intorno al tuo feretro, né un grande drappo nero decorato con lacrime d’argento, né un vescovo per benedirti. Chissà. Forse nemmeno un monaco, un parroco, o anche solo un umile curato del castello, ”
“Quando la morte ti colpirà, Grizzlebeard, vorrei che scrivessi in grandi lettere nere su una grande lavagna bianca: ‘Quest’uomo credeva’, e che lo appendessi al collo prima di morire. In questo modo non ci saranno errori.”
“Vi assicuro che in questa faccenda vengono commessi degli errori. Un uomo, sebbene segretamente devoto (veniva dalla vicina mia fattoria), fu comunque sepolto a causa di un simile errore, e questo avvenne con le sole preghiere. Così dovette andare a tormentare i Normanni (così chiamavano quella casa) sulla strada di Dial Post. E credetemi, fu davvero una brutta esperienza! La gente che viveva in quella casa aveva paura dei fantasmi; e ogni volta che quell’uomo camminava – anche se lo faceva con estrema delicatezza – loro lanciavano urla spaventose, tanto che lui finiva per tremare e sudare. Povero spirito! Fino a quando coloro che incaricavano i morti di compiere tali “compiti” non ebbero pietà di lui e lo lasciarono andare a tormentare la Marine Parade a Worthing, dove nessuno gli badava più.”
Il Poeta. “Allora, come riuscì finalmente a riposare?”
Io stesso. “Perché, nel solito modo: disegnando un pentagono sulla sabbia e sacrificandovi al centro una gallina bianca pura. L’ho fatto.”
Il Marinaio. “È meglio così, perché ha smesso di piovere.”
Ed è proprio così che è stato. A nostro vantaggio, e anche perché abbiamo cambiato idea.
Per tutto il cammino sotto Chanctonbury, su quella collina alta, proseguimmo man mano che l’alba si diffondeva: lungo una strada molto più antica di qualsiasi altra al mondo; una strada che parte dal vecchio porto di Pevensey, attraversa la Valle di Glynde, Cuckmere e il fiume Ouse, per poi raggiungere l’altopiano di Lewes, costeggiare il bordo della Combe e scendere fino alla cresta sottostante le colline delle Downs, passando per Court House, Plumpton Corner, West Meston, Clinton e Hollow Pie Combe (sebbene tra queste due località la strada si dirami e poi si ricongiunga, formando un’isola con il Wolstonbury Hill); quindi proseguiamo attraverso Poynings, Fulking ed Edburton, fino al punto in cui il fiume viene attraversato e al Forte di Bramber; e così via, sempre sotto le colline delle Downs, fino ad arrivare ad Arun, presso Houghton Bridge, per poi passare per Bury, Westburton, Sutton, Duncton, Graffham, Cocking, Diddling e Harting, tutti nomi tipici del Sussex, luoghi in cui l’acqua pura, filtrata attraverso la calcarea delle alte colline, zampilla fuori in fontane, alimentando quelle terre e quegli insediamenti umani. Lungo quel percorso, tra muri e alberi che sembravano altrettanto antichi della strada stessa, parlammo di tutte le cose di cui gli uomini parlano, perché gli uomini sono fatti per parlare e per condividere la vita. Fino a quando non arrivammo all’incrocio di Washington; e lì, dissi ai miei compagni:
Me stesso. “Hai mai sentito parlare di Washington Inn?”
Grizzlebeard. “Sì, certo, tutto il mondo ne ha sentito parlare; e quando Washington del Virginia, un generale in terre lontane, radunava il suo esercito molto tempo fa, le persone che udivano il suo nome dicevano: ‘Washington?. Washington?. Conosco quel nome.’ Poi ricordavano l’osteria di Washington e sorridevano. Perché la fama è proprio così: si diffonde attraverso i nomi.”
Il poeta. “Allora, per quale motivo è famosa l’osteria di Washington?”
The Sailor. “Not for a song, but for the breeder of songs. You shall soon learn.”
And when he had said that we all went in together, and, in the inn of Washington, we put it to the test whether what so many men had sung of that ale were true or no. But hardly had the Sailor put his tankard down, when he cried out in a loud voice:
“It is true, and I believe!”
Then he went on further: “Without any doubt whatsoever this nectar was brewed in the waxing of the moon and of that barley which Brutus brought hither in the first founding of this land! And the water wherein that barley-corn was brewed was May-day dew, the dew upon the grass before sunrise of a May-day morning. For it has all the seven qualities of ale, which are: —
Aleph = Clarity, Beth = Savour, Gimel = A lively hue, Daleth = Lightness, He= Profundity, Yau = Strength retained, and lastly, Zayin, which is Perfection and The End.
“It was seeking this ale, I think, that Alexander fought his way to Indus, but perished miserably of the colic in the flower of his age because he did not find it.
“Seeking this ale, I think it was, that moved Charlemagne to ride both North and South, and East and West, all his life long in those so many wars of his whereof you may read in old books; for he lived to be two hundred years and more, and his bramble beard became as white as sea-foam and as tangled, and his eyes hollow with age. And yet he would not abandon the quest for Mitchell’s Ale which they sell at Washington: but he could not find it, and so died at last of chagrin.
“And hearing of this ale from a Familiar, Aldabaran sought Saragossa in disguise, and filled ten years full, planning and devising how to get it from the Emir of El Kazar, who was in league with the Evil One; then, in the very moment of his triumph, and as he was unlocking that cellar door, a guardian slave slew him with a sword, and his soul went forth, leaving the cask untasted.
“So also St. Offa, of Swinestead in Mercia, fainting at the thought of this ale which tempting demons had let him smell in a dream, was near to missing his salvation. He left his cell and went out beyond Kent, over the narrow seas into the Low Countries, and wandered up and down for seven years, until at last he went distracted and raving for lack of the liquor. But at last he was absolved at Rome.
“Then you have that Orlando, whose fury was aroused by nothing else but a passionate need for this same brew. For he had led a peaceful life as a cobbler in Upper Beeding until he heard by chance of this ale, and immediately he set out to seek it, and in so doing was led to all his heroic deeds and also to wounds and dissolution at last, and died without ever putting his lips to the tankard.
“Shall I make mention of Gastos or of Clemens? Of Artaxerxes, of Paulus or Ramon, who all expected and desired this thing in vain? Or recall Praxiteles or Zeno his cousin, Periscopolos the Pirate, Basil of Cyrene, or Milo? They also wasted themselves upon that same endeavour. But to me who am nobler than them all, it has been granted to drink it, and now I know that it resolves all doubts, and I shall go to my great death smiling. It is the satisfaction of all yearnings, and the true end of all philosophies. Of the Epicurean, for it is a final happiness. Of the Stoic, for it leaves me indifferent to every earthly thing. Of the Hegelian, for it is It. And I see in the depths of it, the conclusion of desire and of regret, and of recollection and of expectation, and of wonder. This is that of which the great poets sang when they said that time itself should be dissolved, of which the chief of them has written:
‘Till one eternal moment stops his powers:
Time being past then all time past is ours.’
It is indeed good beer; and when we leave our valleys we will all drink it together in Paradise.”
Grizzlebeard. “You are right.”
The Poet. “Yes, you are.”
Myself. “We are all right together.” Grizzlebeard. “It is little wonder that for such as this or worse, the Sons of the Acheans fought ten long years round Troy, or that, nourished by this royal thing, the men of Sussex in old time defeated all their foes, and established themselves firmly upon this ancient land.”
Myself. “Yes, indeed! Cad walla, who was the first King of Sussex to learn the true Faith, and who endeared himself for ever to St. Wilfrid and to the Pope, by giving to the one ten thousand, but to the second twenty thousand barrels of this most admirable and impossible-to-be-too-much-praised Cervisian nectar (you may find his tomb in Rome), was moved to extend our power right over sea, even to the Isle of Wight. When he had subdued that land, he took the two princes that were the heirs to its throne, and put them to death. And he conquered all Sussex and all Kent and was mighty before his thirtieth year — all on the ale of Washington, Mitchell’s Ale of the Washington Inn! Of such potency it was!”
I looked through the window as I so concluded, and there again had come the storms of rain.
“We will not start,” I said, “It is raining.”
The Poet. “But just now…”
Myself. “Oh, Poet! will you also be teasing us with logic, or have you not learnt in your little life how one man may drive off for a game a whole drove of horses, while another may not so much as glance over a little new set maple hedge no higher than his knee? So it is! Let us hear no more of justice and the rest, but sit here snug in the middle of the world, and make Grizzlebeard do the talking. He has lived longest and knows most, yet has he given us neither a story nor a song.”
“You have told us,” said Grizzlebeard willingly enough, “the story of Cadwalla, who had that fine imperial instinct in him which made him chafe even within the wide limits of his Sussex kingdom, and sail over the sea with that great expedition of his to conquer and annex the Isle of Wight, the two princes, heirs to which, he also very imperially murdered. Your story made me think of all those other times in history when the armies and the banners of this immortal county have shown themselves in distant lands.”
Il Marinaio. “Non per una canzone, ma per colui che le crea… Lo scoprirai presto.”
E quando ebbe detto questo, entrammo tutti insieme e, nell’osteria di Washington, decidemmo di mettere alla prova se quanto tante persone avevano cantato di quella birra fosse vero o meno. Ma appena il marinaio posò la sua brocca a terra, gridò ad alta voce:
“È vero, e io ci credo!”
Poi continuò: “Senza alcun dubbio, questo nettare è stato prodotto durante la fase crescente della luna e con quell’orzo che Bruto portò qui alla fondazione di questa terra! L’acqua utilizzata per prepararlo era la rugiada del Primo Maggio, quella che cade sull’erba prima dell’alba di una mattina di maggio. Poiché possiede tutte e sette le qualità tipiche della birra, ”
Aleph = Chiarezza; Beth = Sapore; Gimel = Un colore vivace; Daleth = Leggerezza; He = Profondità; Yod = Forza conservata; e infine, Zayin, che rappresenta la Perfezione e la Fine.
“Credo che fosse proprio alla ricerca di questa birra che Alessandro si spinse fino al fiume Indo, ma morì miserabilmente a causa di un attacco di colica nel fiore degli anni, perché non riuscì a trovarla.”
“Cercando questa birra, credo fosse proprio quella che spinse Carlo Magno a viaggiare in tutte le direzioni, Nord e Sud, Est e Ovest, per tutta la sua vita, in quelle numerose guerre di cui potete leggere negli antichi libri; infatti visse fino a duecento anni. La sua barba si fece bianca come schiuma marina e intricata; i suoi occhi, per l’età, divennero vuoti. Eppure non volle mai abbandonare la ricerca di quella birra chiamata ‘Mitchell’s Ale’, che si vendeva a Washington. Ma non riuscì a trovarla, e alla fine morì di delusione.”
“Sentendo parlare di questa birra da un Familiar, Aldabaran si recò a Saragossa sotto mentite spoglie e vi trascorse dieci anni interi pianificando come ottenerla dall’Emiro di El Kazar, che era in alleanza con il Male; poi, nel momento stesso del suo trionfo, mentre stava aprendo la porta di quel seminterrato, un schiavo guardiano lo uccise con una spada, e la sua anima se ne andò, lasciando la botte intatta.”
Anche San Offa, di Swinestead in Mercia, che svenne al solo pensiero di quella birra che demoni tentatori gli avevano fatto annusare in sogno, rischiò di perdere la salvezza sua. Lasciò il suo eremo e si recò oltre Kent, attraverso i mari stretti fino ai Paesi Bassi, vagando avanti e indietro per sette anni; alla fine, a causa della mancanza di quella bevanda, perse la ragione e iniziò a delirare. Tuttavia, alla fine fu assolto a Roma.
“Allora c’è Orlando, il cui furore fu suscitato soltanto da un ardente desiderio di bere proprio questa birra. Poiché aveva condotto una vita tranquilla come calzolaio ad Upper Beeding, finché per caso non sentì parlare di questa birra; all’istante decise di andarla a cercare. Ed è così che intraprese tutte le sue imprese eroiche, ma anche che subì ferite e, alla fine, morì senza mai aver assaggiato quella birra.”
“Devo menzionare Gastos o Clemens? Artaxerxes, Paolo o Ramon, che tutti hanno atteso e desiderato invano questa cosa? O ricordare Prassitele o Zenone suo cugino, Periscopolo il Pirata, Basilio di Cirene o Milo? Anche loro hanno sprecato le loro energie in quell’unico scopo. Ma a me, che sono più nobile di tutti loro, è stato concesso di assaporarlo; ora so che risolve ogni dubbio, e andrò incontro alla mia grande morte sorridendo. È la soddisfazione di ogni desiderio, la vera fine di tutte le filosofie: per gli Epicurei, perché rappresenta una felicità definitiva; per gli Stoici, perché mi rende indifferente a tutto ciò che è terreno; per i Hegeliani, perché, è semplicemente “esso”. E nelle sue profondità vedo la conclusione di ogni desiderio, rimorso, ricordo, aspettativa e meraviglia. È ciò di cui cantavano i grandi poeti, quando dicevano che anche il tempo stesso dovrebbe dissolversi. Di questo, il più grande di loro ha scritto, ”
“Fino a quando un momento eterno non fermerà i suoi poteri…”
“Quando il tempo è passato, tutto il tempo trascorso diventa nostro.”
È davvero una buona birra; e quando lasceremo le nostre valli, la berremo tutti insieme in Paradiso.
Grizzlebeard. “Hai ragione.”
Il poeta. “Sì, lo sei.”
Io stesso. “Stiamo tutti bene insieme.” Grizzlebeard. “Non c’è da meravigliarsi che persone del genere, o peggio ancora, abbiano combattuto per dieci lunghi anni intorno a Troia; né che, nutriti da questa realtà regale, gli uomini del Sussex in passato abbiano sconfitto tutti i loro nemici e si siano stabiliti saldamente su questa antica terra.”
Io stesso. “Sì, certamente! Cadwalla, che fu il primo Re del Sussex a conoscere la vera Fede e che si guadagnò per sempre l’affetto di San Wilfrid e del Papa donando al primo diecimila, e al secondo ventimila barili di questo meraviglioso nettare di Cervisia, così ammirevole da non poter essere mai abbastanza lodato (la sua tomba si trova a Roma), fu spinto ad estendere il nostro potere anche oltre il mare, fino all’Isola di Wight. Una volta sottomessa quella terra, fece uccidere i due principi eredi al trono. Conquistò tutto il Sussex e tutto il Kent, e divenne un sovrano potente prima ancora dei trent’anni. Tutto grazie alla birra prodotta da Washington, la birra di Mitchell del Washington Inn! Che potenza incredibile!”
Mentre facevo queste considerazioni, guardai fuori dalla finestra. E lì c’erano di nuovo le tempeste di pioggia.
“Non inizieremo,” dissi, “sta piovendo.”
Il poeta. “Ma proprio adesso…”
Io stesso, “Oh, Poeta! Ci prenderai anche tu in giro con la logica, o forse non hai mai imparato nella tua breve vita come un uomo possa portare via un intero branco di cavalli per andare a giocare, mentre un altro nemmeno darebbe un’occhiata a una piccola siepe di acero appena alta quanto i suoi ginocchi. Ecco com’è! Lasciamo perdere giustizia e tutto il resto; sediamoci qui al caldo, nel mezzo del mondo, e lasciamo che sia Grizzlebeard a parlare. Lui ha vissuto più a lungo e sa di più. Eppure non ci ha mai raccontato nessuna storia, né cantato nessuna canzone.”
“Ci avete raccontato,” disse Grizzlebeard con piacere, “la storia di Cadwalla, che possedeva quel nobile istinto imperiale che lo spingeva a cercare nuove opportunità anche all’interno dei confini del suo regno del Sussex; partì quindi per attraversare il mare e guidare quella grande spedizione finalizzata a conquistare e annettersi l’Isola di Wight, uccidendo in modo spietato i due principi che ne erano eredi. La vostra storia mi ha fatto pensare a tutte quelle altre occasioni nella storia in cui le armate e gli stendardi di questa immortale contea si sono fatti vedere in terre lontane.”
The Sailor. “It is interesting that you should know so much, dear Grizzlebeard, but those are far-off things, and we have no true record of them.”
Myself. “Yet, Grizzlebeard, since you are upon this topic, I very often have much desired to know how it is that this county of ours seems everywhere to exceed its natural boundaries, and to have planted a foot north, east, and west in the territory of others; guarding itself, as it were, by bastions and belts of territory not its own, and preserving them as symbols and guarantees of its great military power.”
The Poet. “Nay, doubtless, the county of Sussex would have expanded southward were it not that it was there contained by the sea, which will brook no man’s foot.”
The Sailor. “Say rather that there was no annexation southward, because the salt sea, being unharvested, there was nothing worth annexing; but, even as it is, the fishermen of Sussex will not have foreigners prying about in their preserves, and from the Owers Bank right away to Dungeness, if you will hail a fishing-boat at night he will answer you in the Sussex way. Nor are men of strange seaboards tolerated in that sea.” Myself. “I still desire to ask you, Grizzlebeard, since you are the oldest of us, and have in your house so many papers and records, not to speak of in your mind so many ancient traditions of this inviolate land, how is it that Sussex has sovereignty over and beyond the marsh of the Rother, and over and beyond the ridge of hills wherein take their rise the Adur, the Arun, and the Ouse? For I have often looked at that flat piece without any boundary of its own beyond Crawley, in which all the men seem to be Surrey men, and which I yet notice to be marked Sussex upon the map. How comes it that we are the masters not only of our own rivers, but also of the head waters of the Snouzling Mole, the Royal Medway, and other lesser streams?”
“It so happens,” answered Grizzlebeard, with immense satisfaction, “that I can answer that question. For this great thing was done at about the time when the tyrant Napoleon was pursuing his petty ambitions among the beggarly nations of the Continent, and it had its origin and spring in that most beloved part of this beloved county whence I also take my being, and where I also was born — I mean the parts round about Hailsham, where the flats invite the sea. There has the fate of our county been twice decided. And since also the full story of the Great Fight has been preserved in the diaries and records of my own family, I am well fitted to tell it to you. For the next few hours I will retail it. Though the rain passes over and the sun comes out, still shall I go on, for it is a favourite of mine. I will go on and on, and relate unendingly the same while you yawn and stretch; nay, though you implore me to cease or attempt to coerce me, yet shall I continue the story until I have completed it.
“You must know, then, that the king who was over Sussex at that time being then in the fortieth year of his age and the twenty-second of his reign, a man not only august but universally loved, and one very tender to the consumers of malt liquor, but a strict governor of brewers (God rest his soul!), a song arose in those parts concerning the tyrant Napoleon and his empty boasting, that when he had conquered Prussia, Russia, Bornesia, Holland, all Italy and Spain, he would challenge the power of Sussex itself before he had done with warfare; and this song, let me tell you, ran as follows.”
With this Grizzlebeard, clearing his aged throat, tunefully carolled out the following manly verse in the tune to which all Sussex songs have been set, without exception, since the beginning of time — the tune which is called “Golier.”
“If Bonaparte
Shud zummon d’Eart
To land on Pevensey Level,
I have two sons
With our three guns
To blarst un to the de-e-vil.”
“It is,” continued Grizzlebeard, when the long-drawn notes of the challenge had died away, “a very noble and inspiring song, compared with which ‘To the North, Merry Boys,’ is but music-hall blare, and the ‘Marseillaise’ a shrieking on a penny whistle.
“Now this song,” he continued, “being of its right virtue and glory a hymn that could not but spread far among men, travelled all over our county, being known and commented on in Lewes in the king’s own castle, and eastward all along the beach to Hastings, and beyond that to the banks of Brede and over Brede to Rother, which was in those days the boundary of this land; for we had not then begun to give laws to East Guildford, on the left bank of the river mouth.
“As luck would have it, it travelled, perhaps in the speech of pedlars, or printed as a broadside and sold from their packs, all up the valley of Rother and up among the Kentish men, and was soon known in Appledore, Small Hythe, and so on, right up to Goudhurst itself, which stands upon a hill. And here it was that ill-fortune lay in wait for the Kentish men, who had always been a proud lot and headstrong, though relying upon St. Thomas of Canterbury and other worthies, and furiously denying that they had tails. For they had no more humour about them than you will find in a cathedral verger, and so much for Kent.
“Well, then, by the time this great song had come up on to Goudhurst, where it stands upon its hill, the Kentish men in their pride and folly, or perhaps only in their ignorance (for I would not do them wrong), turned it to suit their own purpose and vanity and had begun to sing it thus:
‘If Bonaparte
Shud zummon d’Eart
To land on Pevensey Level,
There are three men
In Horsemonden
Will blarst un to the de-e-vil.’
“Which corruption and degradation of so great a strain they very frequently repeated over their cups at evening in the security of their inland homes.
“Now, when news of this came into Sussex and reached the king, where he sat in his castle of Lewes, considering his own greatness and the immensity of the world, he could scarcely believe his ears. For that the Kentish men should sing songs of their own and even put on airs when it so suited them, nay, timorously raid over Rother to pinch a pig when the good-man was from home, he thought tolerable enough; but that they should take the song which was, as it were, the very heart of Sussex, and turn it to their own uses, was, he thought, quite past bearing, and, indeed, as I have said, he could hardly credit it.
Il Marinaio: “È interessante che tu sappia così tanto, caro Grizzledbeard. Ma quelle sono cose lontane nel tempo, e non abbiamo alcuna testimonianza concreta al riguardo.”
Io stesso. “Tuttavia, Grizzlebeard, poiché siamo già sul questo argomento, spesso mi sono chiesto come mai la nostra contea sembri superare costantemente i propri confini naturali, estendendosi a nord, a est e a ovest nel territorio altrui; difendendosi, in qualche modo, con territori che non le appartengono, e preservandoli come simboli e garanzie della sua grande potenza militare.”
Il Poeta: “No, senza dubbio la contea del Sussex si sarebbe estesa verso sud se non fosse stata delimitata dal mare, che non tollera l’ingresso di alcun uomo.”
Il Marinai: “Piuttosto si potrebbe dire che non ci sia stata alcuna annessione verso sud, perché il mare salato, essendo inutilizzato, non offriva nulla di valore da annettersi; ma comunque sia, i pescatori del Sussex non vogliono che stranieri si intromettano nelle loro zone di pesca. Dall’Owers Bank fino a Dungeness, se di notte chiamate una barca da pesca, vi risponderanno nel modo tipico del Sussex. In quel mare non sono tollerati uomini provenienti da altre regioni marine.”
Io: “Vorrei ancora chiedervi, Grizzlebeard. Poiché siete il più anziano di noi e possedete in casa tanti documenti e registri, per non parlare delle antiche tradizioni di questa terra inviolata. Come mai il Sussex ha sovranità su quelle zone che si estendono oltre la palude del Rother e oltre le colline da cui nascono i fiumi Adur, Arun e Ouse? Spesso ho osservato quella vasta area priva di confini propri, al di là di Crawley. Tutti gli abitanti sembrano appartenere alla contea di Surrey, eppure sulla mappa è indicata come Sussex. Come mai siamo noi i padroni non solo dei nostri fiumi, ma anche delle sorgenti dei fiumi Snouzling Mole, Royal Medway e altri corsi d’acqua minori?”
“Per coincidenza,” rispose Grizzlebeard con immensa soddisfazione, “so rispondere a quella domanda. Questo grande evento ebbe luogo più o meno nel periodo in cui il tiranno Napoleone perseguiva le sue meschine ambizioni tra le nazioni povere del Continente; ebbe origine proprio in quella parte tanto amata di questa contea, da dove anch’io provengo e dove sono nato: intendo dire le zone intorno a Hailsham, dove le pianure si affacciano sul mare. Lì il destino della nostra contea è stato deciso due volte. Poiché inoltre la storia completa di quella grande battaglia è conservata nei diari e negli archivi della mia famiglia, sono perfettamente qualificato per raccontarvela. Per le prossime ore ve la narrerò dettagliatamente. Anche se piove e poi spunta il sole, continuerò lo stesso: questa storia mi è molto cara. Continuerò all’infinito, mentre voi sbadigliate e vi stiracchiate; anzi, anche se mi supplicherete di smettere o cercherete di costringermi, proseguirò fino a quando non l’avrò conclusa.”
“Dovete quindi sapere che il re che governava il Sussex in quel periodo aveva quarant’anni e regnava da ventidue anni; un uomo non solo maestoso, ma amato da tutti, e particolarmente premuroso nei confronti dei consumatori di alcol prodotto con malto. Tuttavia era anche un rigido governatore per gli produttori di birra (che Dio riposi la sua anima!). In quelle zone circolava una canzone che parlava del tiranno Napoleone e delle sue vanterie: si diceva che, dopo aver conquistato Prussia, Russia, Polonia, Olanda, tutta l’Italia e la Spagna, avrebbe sfidato anche il potere del Sussex prima di porre fine alle guerre. E questa canzone, lasciate che ve la canti, recitava più o meno così.”
Con questa sua barba grigiastra, Grizzlebeard si schiarì la voce e intonò con armonia i seguenti versi virili, seguendo esattamente la melodia su cui, senza eccezione alcuna, sono state composte tutte le canzoni del Sussex fin dai tempi antichi: quella melodia chiamata “Golier”.
“#Se Bonaparte…”
Shud Zummon d’Eart
“To land on Pevensey Level,”
Ho due figli maschi
Con le nostre tre pistole
“Per scagliare una maledizione sul diavolo.”
“È davvero così,” continuò Grizzlebeard, quando le lunghe note della sfida si furono attenuate, “una canzone molto nobile e ispiratrice; al suo confronto, ‘To the North, Merry Boys’ non è altro che musica da sala da ballo, mentre la ‘Marseillaise’ sembra solo un grido emesso con una flauta da un penny.”
“Ora questa canzone,” continuò, “essendo per sua natura un inno di vera virtù e gloria, non poteva che diffondersi ampiamente tra le persone. Si diffuse in tutta la nostra contea: fu conosciuta e commentata a Lewes, nel castello stesso del re; proseguì poi verso est, lungo la costa, fino a Hastings, e oltre ancora, fino alle rive del fiume Brede e oltre il Brede, fino a Rother, che all’epoca rappresentava il confine di questa regione. Poiché in quei tempi non avevamo ancora iniziato a stabilire leggi per East Guildford, situata sulla sponda sinistra della foce del fiume.”
“Per pura coincidenza, quel testo si diffuse: forse attraverso le parole dei mercanti ambulanti, oppure stampato su fogli volanti e venduto nei loro banchetti lungo tutto il valle del Rother e tra la gente del Kent. Presto divenne noto ad Appledore, Small Hythe e in altri luoghi, fino a raggiungere Goudhurst stesso, che sorge su una collina. Ed è proprio lì che la sfortuna attendeva quegli uomini del Kent, sempre orgogliosi e testardi, nonostante si affidassero a San Tommaso di Canterbury e ad altri saggi personaggi, e negassero con fermezza di avere la coda. Infatti, non avevano affatto senso dell’umorismo, proprio come si potrebbe trovare in un custode di cattedrale. Ecco tutto riguardo al Kent.”
“Beh, allora, quando questa grande canzone arrivò a Goudhurst, dove si trova sulla sua collina, gli uomini del Kent, nella loro orgoglio e follia, o forse soltanto nella loro ignoranza (perché non vorrei giudicarli male), la modificarono per adattarla ai propri scopi e vanità, e iniziarono a cantarla in questo modo:
“Se Bonaparte…”
Shud Zummon d’Eart
“To land on Pevensey Level,”
Ci sono tre uomini
In Horsemonden
“Gridirà contro il diavolo.”
“Quale corruzione e degradazione di una tale nobile stirpe, cose che spesso ripetevano attorno ai loro bicchieri, la sera, nella sicurezza delle loro case nell’entroterra.”
“Ora, quando la notizia arrivò nel Sussex e giunse al re, che sedeva nel suo castello di Lewes, riflettendo sulla propria grandezza e sull’immensità del mondo, faticava a credere alle sue orecchie. Che gli abitanti del Kent cantassero le loro canzoni e si comportassero come volevano, quando ne avevano voglia, be’, questo poteva ancora essere tollerabile; ma che prendessero quella canzone che rappresentava, in un certo senso, l’anima stessa del Sussex e la utilizzassero a proprio vantaggio, questo, secondo lui, era davvero insopportabile. E infatti, come ho detto, faticava a crederci.”
“So he very courteously sent a herald mounted upon a little brown donkey and beautifully apparelled, who came to the King of Kent, where he sat or rather sprawled at meat in Canterbury. And this herald, blowing his trumpet loudly in the King of Kent’s ear, delivered him the letter of the King of Sussex, and spurring round his steed, very gallantly capered away.
“The King of Kent, as you may well believe, was quite unable to read, but there is no lack of clerks in Canterbury, so he had one brought, who trembling broke open the seal whereon were stamped the arms of Sussex, and read to his master as follows:
“‘Brother Kent: We hear, though we will not believe it, that certain of your subjects (without your knowing it, we will swear) have taken to their own use our private anthem, and are singing it wantonly enough in Goudhurst and sundry other of your worthy hamlets; and that, not content with this usurpation of our sovereign right and of the just possessions of our dear people (we are even told, though our soul refuses to entertain it), they have so murdered, changed, and debased this Royal Hymn as to use it in praise of their own selves, and in particular of a steading and sties called Horsemonden, of which neither we nor we think any other man has ever heard.
‘“We do you, therefore, to wit, by these presents, brother Kent, that you do instantly command and proclaim by heralds throughout your dominions that under pain of horrible torture and death this practice shall immediately cease, if, indeed, we are rightly informed that it has arisen.
“‘Greetings and fraternal benedictions. — Given by us in our castle of Lewes on the first day of the October brewing, in the year 3010 since Brutus landed from Troy and laid the foundations of our house. — (Signed) SUSSEX.’
“The King of Kent when this message was read to him ordered the unhappy priest to immediate execution (as is the custom in that county when they deal with clerics), but no sooner had he done so than he regretted the act, for not knowing how to write he must needs dictate another letter. So he sent for another priest, who was a long time coming, but when he came bade him write as follows:
“‘Brother Sussex, a word in your ear: We may not be book-larned, but we will stand no nonsense, and so sure as hops are hops we will, with some small fragment of our forces, but sufficient to the purpose, come up into your land and harry it, and burn down the steadings and the ricks and carry away all the pigs and cattle; and we will storm your castle, and we will put a new Bishop in Chichester in the place of your Bishop, and we will put our reeves into Midhurst, Horsham, Arundel, and other places, and as for your Royal seat there we will put our own nephew upon it. But as for you we will keep you in chains. — KENT.’
“This letter he despatched to the King of Sussex, who when he received it conceived it impossible to avoid war.
“Yet he hoped in his honourable and gentle heart that this last extremity should be avoided, and he sent yet another letter, putting it in words even more fair and mannerly than the first, saying that he desired no more than peace with his due rights and honour; and this letter he sent by a herald as he had sent the first. But this second herald the King of Kent put to death, so that now there was no choice but to take arms. So the King of Sussex summoned his army to meet him within fourteen days in the courtyard of the best inn of Lewes, which was in those days called the Turk’s Head, but has since been destroyed by those wicked men who hate inns and all other good and lovable things. Marshalling his army there, and seeing to their accoutrements and putting them in good heart, he took the road for Brede, and posted himself upon the height of that hill which has ever since been called BATTLE, facing towards the rising sun.
“The day was the 14th of October, the hearts of all were merry and high, and every man was prepared to do most dreadful things. But how the fight was joined, and how it went, and of the wonderful deeds done in it and of its imperishable effects I must next tell you.”
The Poet. “I should like to hear the Kentish version of this tale.”
“You must know, then, that the King of Sussex, being thus posted a little before sunrise upon the hill now called Battle, and looking eastward over Brede, he first harangued all his men in proper fashion, and drew them up with skill into a line, urging them whatever they did not to break their rank until they should have defeated the enemy, which, when they had accomplished it, they were free to pursue. And having so spoken he observed coming across the valley the forces of his enemy, the King of Kent, armed with long hop-poles, and carrying themselves in very fierce demeanour. Nay, as they marched they most insolently sang the song which was the cause of all this quarrel; and the Horsemonden contingent in particular, which was in the van, or place of honour, gave forth with peculiar violence the new lines they had composed to their own glory.
“Though this sight, as you may imagine, was malt vinegar and pickles to the men of Sussex, they stirred not a foot, and they said not a word, but in a grim and determined manner did they turn up the sleeves of their right arms, spit into their palms, and very manfully clench their ash-plants, wherewith they did thoroughly determine to belabour and bang the invaders of their happy homes. And there should be mentioned, in particular, the men of Hailsham, my dear native place, who on that day carried ash-plants so heavy and huge that ten men of our time could hardly carry one, though they should stagger under it as builders do under a scaffolding pole.
“Now the men of Kent began to climb the hill, the men of Sussex watching them silently from above, and being most careful in their order to preserve all due regard, and not to walk upon the ornamental beds, or to disturb the shrubberies of the kind gentleman who had permitted them to draw up their line in the grounds of Battle Abbey. For in those gardens, note you, is the position which all the great generals of his staff had pointed out to the King of Sussex, saying that it was ‘a key,’ and though he could make no sort of guess what that might mean, there had he drawn up his array.
“Quindi inviò molto cortesemente un araldo montato su un piccolo asino marrone e vestito con grande eleganza; quest’araldo si recò dal Re di Kent, che in quel momento sedeva – o meglio, giaceva – a tavola a Canterbury, mangiando. L’araldo soffiò forte nella tromba all’orecchio del Re di Kent e gli consegnò la lettera del Re di Sussex; dopodiché, spronando il proprio cavallo, se ne andò via con grande eleganza.”
“Re di Kent, come potete ben credere, era completamente analfabeta; tuttavia a Canterbury non mancavano funzionari religiosi, quindi ne fece venire uno. Quest’ultimo, tremando, ruppe il sigillo su cui erano impressi gli stemmi del Sussex e lesse ad alta voce quanto segue al suo padrone, ”
“‘Fratello Kent: Abbiamo sentito, anche se non vogliamo crederci, che alcuni dei tuoi sudditi (e giuriamo che senza il tuo sapere) abbiano preso in uso il nostro inno privato e lo cantano liberamente a Goudhurst e in altre tue preziose località; e che, non contenti di questa usurpazione del nostro diritto sovrano e delle legittime proprietà del nostro caro popolo (ci è stato persino detto, anche se la nostra anima si rifiuta di crederlo), abbiano modificato e degradato questo Inno Reale al punto di usarlo per lodare sé stessi, in particolare una località chiamata Horsemonden, di cui né noi né alcun altro abbiamo mai sentito parlare.”
“Pertanto, fratello Kent, con questi documenti ti chiediamo di ordinare immediatamente e di proclamarlo attraverso gli araldi in tutti i tuoi domini: che tale pratica cessi immediatamente, altrimenti si subiranno terribili torture e la morte. Se davvero le informazioni che abbiamo sono corrette, questa pratica dovrebbe già essere stata abolita.”
“Saluti e benedizioni fraterne. – Date da noi nel nostro castello di Lewes, il primo giorno della stagione di produzione della birra in ottobre, nell’anno 3010 da quando Bruto sbarcò a Troia e gettò le basi della nostra casata. – (Firmato) SUSSEX.”
“Quando il Re di Kent ricevette questo messaggio, ordinò l’esecuzione immediata del sacerdote sfortunato (come è consuetudine in quella contea quando si tratta di chierici), ma non appena lo fece, si pentì dell’atto, poiché non sapendo scrivere dovette fargli redigere un altro messaggio. Così mandò a chiamare un altro sacerdote, il quale arrivò dopo molto tempo; quando giunse, gli ordinò di scrivere quanto segue:, ”
“‘Fratello Sussex, una parola all’orecchio: forse non siamo molto istruiti, ma non tollereremo alcuna sciocchezza. Con una piccola parte delle nostre forze, sufficiente allo scopo, entreremo nel tuo territorio e lo devasteremo: bruceremo le case, i granai, porteremo via tutti i maiali e il bestiame; assalteremo anche il tuo castello, metteremo un nuovo vescovo a Chichester al posto del tuo, e insedieremo i nostri funzionari a Midhurst, Horsham, Arundel e in altri luoghi. Per quanto riguarda il tuo trono reale, lì metteremo nostro nipote. Ma tu, resterai incatenato.’ — KENT.”
“Questa lettera fu inviata al Re del Sussex, il quale, dopo averla ricevuta, ritenne impossibile evitare la guerra.”
“Tuttavia, nel suo cuore onesto e gentile, sperava che si potesse evitare questa ultima conseguenza; perciò inviò un’altra lettera, formulata in termini ancora più cortesi e rispettosi della prima, dichiarando di non desiderare altro che pace, insieme ai propri diritti e onori legittimi. Questa seconda lettera fu inviata tramite un araldo, proprio come la prima. Ma il Re di Kent fece giustiziare anche questo secondo araldo; quindi non rimase altra scelta se non quella di prendere le armi. Così il Re di Sussex radunò il suo esercito e ordinò che si riunisse entro quattordici giorni nel cortile della migliore locanda di Lewes, che all’epoca era chiamata ‘La Testa del Turco’, ma che in seguito fu distrutta da quei malvagi che odiano le locande e tutte le altre cose buone e amabili. Lì radunò il suo esercito, si assicurò che tutti fossero ben equipaggiati e li incoraggiò a mantenere alto il morale; poi si diresse verso Brede e si posizionò sulla sommità di quella collina, che da allora è stata chiamata ‘BATTLE’, rivolto verso il sole nascente.”
“Era il 14 ottobre; i cuori di tutti erano gioiosi e pieni di entusiasmo, e ognuno era pronto a compiere le cose più terribili. Ma come iniziò la battaglia, come si svolse, quali meravigliose imprese furono compiute e quali effetti duraturi ne derivarono. Di questo dovrò raccontarvi ora.”
Il poeta. “Mi piacerebbe ascoltare la versione del Kent di questa storia.”
“Dovete quindi sapere che il Re di Sussex, essendo così schierato poco prima dell’alba sulla collina oggi chiamata Battle e guardando verso est oltre Brede, prima esortò tutti i suoi uomini con parole appropriate e li schierò abilmente in formazione, incitandoli a non rompere le file fino a quando non avessero sconfitto il nemico; una volta raggiunto questo obiettivo, avrebbero potuto inseguirlo liberamente. Dopo aver parlato così, notò che attraverso la valle stavano arrivando le truppe del suo nemico, il Re di Kent, armate di lunghi bastoni da battaglia e comportandosi in modo estremamente aggressivo. Anzi, mentre marciavano, cantavano con grande insolenza la canzone che aveva scatenato tutta questa disputa; in particolare, le truppe di Horsemonden, che formavano l’avanguardia, intonavano con particolare violenza le nuove strofe composte per la loro gloria.”
“Anche se questa scena, come potete immaginare, rappresentava per gli uomini del Sussex qualcosa di estremamente offensivo e provocatorio, loro non mossero un dito né pronunciarono una parola. Con aria decisa e risoluta si arrotolarono le maniche delle braccia destre, sputarono sulle palme delle mani e impugnarono con forza i bastoni di legno con cui avevano intenzione di colpire duramente gli invasori dei loro felici focolari. In particolare, va menzionato il popolo di Hailsham, la mia cara città natale: quel giorno impugnavano bastoni così pesanti e ingombranti che dieci uomini moderni avrebbero faticato a sollevarne uno solo, tanto erano pesanti. Eppure riuscirono comunque a usarli con grande efficacia.”
Ora gli uomini del Kent iniziarono a salire la collina; quelli del Sussex li osservavano in silenzio da sopra, prendendo ogni precauzione affinché non violassero le aiuole ornamentali né disturbassero i cespugli di quel gentiluomo che aveva permesso loro di schierarsi nei terreni dell’Abbazia di Battle. In quei giardini, infatti, si trovava la posizione indicata da tutti i grandi generali del suo stato maggiore al Re del Sussex; essi l’avevano definita “la chiave per la vittoria”. Anche se il re non riusciva a capire esattamente cosa significasse quel termine, era proprio lì che aveva schierato le sue truppe.
“When the men of Kent felt the steepness of the hill, their song died away; they began to puff and to blow; and their line, which they had ordered like so many cattle drovers, was all to pieces, so that while the first of their men, and the leanest, were already approaching the men of Sussex, the last were still tying up their shoe-laces at the bridge, or arguing with the little old man in green corduroy who kept the level-crossing over the railway. For he was assuring them that a train was signalled, and that their advance was most dangerous; but they were protesting that if he would but let them through the wicket gate, which stands by the side of the great railway gates, they could pop across before it came.
“This disarray and grievous lack of generalship in the ranks of Kent was the ruin of that force, seeing that it is laid down in all books of military art that if a line be broken it has lost its strength. But, as you may guess, the art was all on our side, the folly and misfortune upon that of our enemies, whom the God of Battles had already devoted to a complete discomfiture.
“For when the first arrivals of them came to the crest of the hill, all puffed and blown with their climbing, some were banged in the face, others swiped upon the sides, others heavily pushed in the chest, and others more painfully caught upon the point of the chin. Others again were blinded by stout blows in the eye, or turned silly by clever cuts upon the corner of the jaw, whangs upon the noddle, and other tactical feats too numerous to mention. For our king, and yet more his staff, and generals and quartermasters too, were great masters of the art of war. In this skilful manner, then, were the foremost men of Kent sophistically handled, until at last the whole score of them (for the vanguard were at least of that number) broke and ran for cover, and by that action threw into a confusion and stampede the other hundred or so who were still straggling up the hill. Nor was there any heart left in the men of Kent save in the mouths of a few (and their king was one of them), who, having taken refuge in an upper room of the inn that stands by Brede, shouted out mingled encouragement and menace, and bade the fighters in the road below play the man. But these men, considering rather the banging they were getting than the words of their commanders up there in safety, altogether and at one moment fled, bunched into one lump, very frightened and speedy, and spreading rumours that their pursuers were not men but devils. And as they ran they threw their hop-poles down to give them greater speed, and some cast off their coats, and many more lost their hats as they ran, and in general they fell into a rout and confusion.
“As you may imagine, the men of Sussex had by this time the word of command to fall upon them and spare them not at all. Which order they obeyed, belabouring the men of Kent vilely with their ash-plants, and herding and harrying and shepherding them together into the narrow pass of the level-crossing, where they all pushed and screamed, and, especially those on the outermost part who were the recipients of the ash-plant blessing, showed an immoderate eagerness to be off.
“At last the train of which I spoke having passed, and the little man in green corduroy who kept the level-crossing having consented to open the gates, they all poured through in a great stream, tearing for their lives with one half of the men of Sussex after them, pursuing and scattering the foe in every direction, while the other half remained behind in Brede, for a purpose I will presently tell you.
“The men of Kent then being broken and dispersed all over that countryside, some took refuge in Egham Wood, and others fled to Inkpin, and the more stalwart but not the more brave worked round as best they could to Robertsbridge, while a dozen or more ran to earth in Staplecross. So all that countryside was strewn with hiding and crouching men, some of whom got away and some of whom were taken prisoners, but none of whom re-formed nor showed themselves able to rally.
“Meanwhile their king and his staff, being surrounded in that inn, surrendered upon terms which the King of Sussex in his high and generous heart would not make too hard.
“The first article, then, of this treaty was that for every prisoner released the Treasury of Kent should pay the sum of one shilling, unless he were a Kentish gentleman, and for him the ransom was half-a-crown. And until the money should be paid the prisoners should be held.
“Then the second article was that the men of Kent should pay to the King of Sussex 100 pockets of hops a year by way of tribute, which custom was continued even to our own time, nor did it cease until hops became so cheap that no one would be at the pains of carrying them to Lewes from the Sussex border.
“But the third article, which more concerns us, was that the right bank of Rother from over against Wittersham, so over the canal and then down the wall of Wallingmarsh, and so right to the sea coast, should pass from the Crown of Kent to the Crown of Sussex, and be held by the King of Sussex and his heirs for ever. And so it stands to this day. And to this new frontier land the King of Sussex gave the name of Guildford Level, because it was indeed level, and in honour of the town of Guildford in Surrey, which was his mother’s dower. And he built there East Guildford, and founded it and endowed it. But it never throve; so that when men talk of Guildford they commonly mean Guildford in Surrey as being the larger of the two towns. And the King of Sussex built a lighthouse in this new province for mariners, and having now both sides of Rye harbour, he deepened it and dredged it so that it became the royal place you know, and far out at sea, where the Fairway begins, he set an old broom fast in the sand by the broomstick, with the besom end of it above the waters, so that no man might miss the Fairway, and there it still stands, a blessing to mariners.
“Quando gli uomini del Kent si resero conto dell’impennata della collina, il loro canto cessò; iniziarono a respirare affannosamente e a sudare; la loro formazione, ordinata con tanta precisione come se fossero pastori che guidavano il bestiame, andò completamente in disordine. Così, mentre i primi tra di loro, quelli più snelli, stavano già avvicinandosi agli uomini del Sussex, gli ultimi erano ancora impegnati a legarsi le scarpe vicino al ponte, o a discutere con il vecchietto in corduroy verde che sorvegliava il passaggio a livello sopra la ferrovia. Lui insisteva nel dire che era stata segnalata l’arrivo di un treno e che avanzare fosse estremamente pericoloso; ma loro protestavano, sostenendo che se solo li avesse lasciati passare attraverso il cancello laterale, situato accanto alle grandi porte della ferrovia, avrebbero potuto attraversare prima dell’arrivo del treno.”
“Questo disordine e questa grave mancanza di capacità strategiche tra le file del Kent furono la rovina di quelle truppe, poiché tutti i libri sull’arte militare affermano che se una formazione viene spezzata, perde la sua forza. Ma, come potete immaginare, l’abilità strategica era interamente dalla nostra parte; la follia e la sfortuna appartenevano ai nostri nemici, i quali erano già stati destinati al completo disastro dal Dio delle Battaglie.”
“Quando i primi di loro raggiunsero la cima della collina, tutti erano esausti per lo sforzo dell’ascesa; alcuni ricevettero colpi in faccia, altri sulle spalle, altri ancora forti spinte al petto; alcuni furono colpiti alla mandibola, altri vennero accecati da violenti pugni negli occhi o resi incapaci di pensare da abili ferite all’angolo della mascella. Il nostro re, e soprattutto i suoi consiglieri, generali e ufficiali, erano infatti grandi maestri dell’arte della guerra. In questo modo abile, dunque, gli uomini più valorosi del Kent furono sconfitti con astuzia; alla fine, l’intera avanguardia fuggì in preda al panico, gettando nel caos anche le altre centinaia di soldati che ancora si stavano arrampicando sulla collina. Tra i soldati del Kent non rimase più alcuna volontà di combattere, tranne in pochi (e il loro re era tra questi); essi si rifugiarono in una stanza al piano superiore di un’osteria vicino a Brede, gridando incoraggiamenti e minacce, esortando i soldati sottostanti a mostrare coraggio. Ma questi ultimi, pensando più ai colpi che ricevevano che alle parole dei loro comandanti al sicuro lassù, fuggirono tutti insieme in preda al terrore, diffondendo voci secondo cui i loro inseguitori non erano uomini ma demoni. Mentre correvano, gettarono a terra le loro pertiche per aumentare la velocità; alcuni si tolsero i cappotti, molti persero i cappelli durante la fuga. In breve, tutto si trasformò in un disastro totale.”
“Come potete immaginare, a quel punto gli uomini del Sussex avevano ricevuto l’ordine di attaccarli senza pietà. E così fecero, colpendo brutalmente gli uomini del Kent con i loro rami di salice, radunandoli e spingendoli verso il stretto passaggio del ponte a livello; tutti urlavano e si spingevano l’un l’altro, soprattutto quelli più in pericolo, che erano stati colpiti dai rami di salice, mostrando un’eccessiva fretta di allontanarsi da quel luogo.”
“Finalmente, il treno di cui avevo parlato passò, e l’uomo con i pantaloni di velluto verde che sorvegliava il passaggio a livello acconsentì ad aprire i cancelli; tutti si riversarono fuori in un gran flusso, correndo per salvarsi la vita. Metà degli uomini del Sussex li inseguì, disperso il nemico in tutte le direzioni, mentre l’altra metà rimase indietro a Brede, per uno scopo che vi spiegherò tra poco.”
Gli uomini del Kent, essendo stati sconfitti e dispersi in tutta quella regione, alcuni trovarono rifugio nel bosco di Egham, altri fuggirono verso Inkpin; quelli più decisi, ma non necessariamente i più coraggiosi, si impegnarono al massimo per difendere Robertsbridge, mentre una dozzina di loro finì nelle mani del nemico a Staplecross. Così, tutta quella zona fu piena di uomini nascosti o accovacciati; alcuni riuscirono a fuggire, altri furono catturati, ma nessuno riuscì a riorganizzarsi o a dimostrare di essere in grado di riprendere le operazioni militari.
Nel frattempo, il loro re e il suo seguito, essendo circondati in quell’ostello, si arresero secondo condizioni che il Re del Sussex, con il suo nobile e generoso cuore, non avrebbe reso troppo severe.
“Il primo articolo di questo trattato prevedeva che, per ogni prigioniero rilasciato, il Tesoro del Kent dovesse pagare la somma di un scellino, a meno che non si trattasse di un gentiluomo del Kent; in tal caso, la riscatto ammontava a mezza corona. Fino al pagamento della somma richiesta, i prigionieri dovevano rimanere in custodia.”
“Poi il secondo articolo stabiliva che gli abitanti del Kent dovessero pagare al Re di Sussex 100 sacchi di luppolo all’anno come tributo; questa usanza è continuata fino ai nostri tempi e non si è interrotta finché il luppolo non è diventato così economico da non valere più la pena trasportarlo da confine del Sussex a Lewes.”
“Ma il terzo articolo, che ci riguarda di più, stabiliva che la riva destra del fiume Rother, partendo da Wittersham, attraversando il canale e proseguendo lungo il confine di Wallingmarsh fino alla costa marittima, passasse dalla Corona di Kent a quella di Sussex, per rimanere in possesso del Re di Sussex e dei suoi eredi per sempre. Ed è così ancora oggi. A questa nuova terra di frontiera, il Re di Sussex le diede il nome di ‘Guildford Level’, perché effettivamente era pianeggiante, e in onore della città di Guildford nel Surrey, che costituiva la dote di sua madre. Lì costruì East Guildford, la fondò e la dotò di risorse. Tuttavia non prosperò mai; per questo, quando si parla di Guildford, di solito ci si riferisce a quella nel Surrey, poiché è la più grande delle due città. Il Re di Sussex costruì anche un faro in questa nuova provincia per i marinai; avendo ormai entrambi i lati del porto di Rye, lo approfondì e dragò il fondale, trasformandolo nel luogo navale reale che conoscete. Lontano in mare, dove inizia il canale navigabile, piantò un vecchio manico di scopa nella sabbia, con l’estremità del manico sopra le acque, in modo che nessuno potesse perdere la rotta. Ed è ancora lì oggi, una vera benedizione per i marinai.”
“When the King of Sussex had done all these things he went back home to his castle of Lewes, but not before he had most royally dined and entertained his army in the inn at Battle, and caused to be broached for them 1732 barrels of that exceedingly old ale, called Audit Ale, the memory of which is preserved in those parts most wonderfully.
“This is the story of how the men of Kent were conquered by the men of Sussex and Guildford Level and the marsh were annexed and made a bastion, as it were, of our kingdom. And on account of this great fight it is that Battle is called Battle, and not at all on account of that other skirmish with the Normans, in which we so thoroughly defeated them also, that they turned their backs to the Weald, and ran off as best they could to Dover and the mean places of the East.
For we would never have William for our king, and we never did. But he is Duke William for us, and Duke William only now and for ever. Amen!”
The Poet. “It is possible the men of Kent would tell a different story!”
Myself. “But that does not tell us the way in which we got hold in this county of all the parts about Crawley, and the belt of land which is very manifestly that of Surrey men.” Grizzlebeard. “Why, that was what they call strategical. When the barons of Surrey, the chief of whom lived in a hole under Reigate Hill, heard of the Battle and knew of what stuff the King of Sussex was and all his men, they came of their own accord and asked him to hold that belt of land in which their rivers rise, so as to have the better protection. To this he very willingly agreed, and in this fashion was the northern boundary of Sussex drawn.”
Myself. “And it has stopped raining.”
The Sailor. “And may it never rain again, for while it rains we sit here in inns and hear nothing but interminable stories.”
When he had said that, we all got up and took the road again, desiring to be in Storrington for lunch, for the weather had a good deal delayed us.
So we went on along that same old road, always westward, until we came to Storrington, and there we went into the inn called “The White Horse,” and when we got in there fatigue came upon us and a sort of gloom, and a quarrelling temper, such as men will get up between them when they have been penned together for too long, even if they have been out upon a broad high road, and have played the part of companions.
As we sat thus together, the Sailor, the Poet, Grizzlebeard and I, gloomily considering the workedness-out of all things, and the staleness of experience, there came in quite suddenly a very tall young gentleman, less than thirty years of age, lean, and having a thinnish light moustache, more turned up on one side than on the other. His eyes were kindly and wild, and from beneath his hat, which was tilted on the back of his head, appeared over his high forehead wisps of grey-brown hair. He had on white leather breeches; he was booted and spurred; his tail coat was grey, with metal buttons upon it, and round his throat instead of a collar was a soft piece of cloth, which had once been carefully arranged, but which was now draggled. It was fastened by a safety-pin made of gold. A little mud was splashed on his hat, a little less upon his face, much more upon his boots and breeches.
This Being held himself back as he walked into the room, shut the door behind him with a great deal of noise, and said “Evening!” genially. Then he sat down on one of the Windsor chairs, sighing deeply.
He jumped up again, rang the bell, didn’t wait for it to be answered, put his head through the door, and said, “Some of the same!” shut the door, sat down again, and laughed.
We were pleased to see him with us, and we suggested that even so early he had been hunting the fox, which was indeed the case. I asked him (though I knew nothing of these things) whether he had a good run, to which he answered, shaking his head rapidly and biting one of his moustachios:
“No! No! C’r’inly not!… Nearly lost me life!”
“I am sorry to hear that,” said Grizzlebeard, who had often hunted the fox, but now did so no longer. The Poet, the Sailor, and I sat silent to hear what the newcomer might have to say. He heaved a deep and contented breath as of a man in port from stormy seas, leant forward with his lean body, swung his brown gloved hands slowly between his white leather legs and said: “Wasn’t my horse… Haven’t got a horse… Never had one…”
Then turning to Grizzlebeard, whom he rightly imagined to be the wealthiest of our group, he said, “Like riding?”
“Yes,” said Grizzlebeard, thinking carefully, “I have always liked to ride horses. I like it still in moderation.”
“Ah!” said the stranger wisely, with his head on one side. “That’s it. Now the way you ride ’em doesn’t really matter much; it’s the kind of horse!”
“Played cup and ball with you?” said I, kindly.
“Contrariwise, he went quite smooth and easy; but oh my Lord, his courage!…
“You know,” he went on, tapping his left palm with his right forefinger, “there’s a kind of courage that’s useful and another kind that’s foolhardy. Now this horse (which was old Benjamin’s of Petworth) didn’t mind danger and he didn’t know danger; so there was no merit as you may say; but I’m not denying a good thing when I see it, and I tell you he was a hero!”
He sat down again and thought considerably about the horse. There was a sort of lyricism or inspiration in him. He looked up at the ceiling and said, “Lord! What a brute!” Then he spread his hands outwards, staring at us with his eyes, and said, “He was red all over, and his eyes were red as well, and he chucked his head up in the air like a big lizard, and he tried to bite his bit in two with his great teeth, and he snarled and spat defiance, and he could never stand on more than two feet at a time, and he changed them ten times a second. It was what they call ‘ dancing.’ That’s how he went on while all the other people were sitting quietly on their beastly great well-fed animals, looking silly. I didn’t say anything to him; I didn’t feel it was my place; but an ass of an ironmonger man who’s been buying land out Graffham way said, ‘ Whoa then! Whoa there!’… Silly gheezer! Made the beast perfectly mad… He did hate it!… and I had no way of telling him it wasn’t my fault, though I longed to — from the bottom of my heart. Then old Squire Powler, who married my aunt Eliza for her money, and butters up my father about his Dowser-man and the wells, came up and asked me where I had got the beast from, and I said, ‘From Hell,’ and he went away looking like a fool.” When this excitable young man had said all this, he was afraid (as men of breeding are when they have got quite off the rails) that he had said too much. But Grizzlebeard, who had the kindest of hearts, said genially, “Oh, there’s no harm in old Mr. Powler.” And even I, though I did not know Squire Powler, said I believed that Dowsers were quite genuine, which was the truth and did no harm.
“Quando il Re del Sussex ebbe fatto tutte queste cose, tornò a casa nel suo castello di Lewes, ma non prima di aver mangiato e intrattenuto con grande magnanimità il proprio esercito nell’osteria di Battle, facendo servire loro 1732 barili di quella birra estremamente vecchia, chiamata Audit Ale; il ricordo di essa è ancora oggi conservato in quelle zone in modo meraviglioso.”
“Questa è la storia di come gli uomini del Kent furono conquistati dagli uomini del Sussex e di Guildford Level; le paludi furono annesse e trasformate, in un certo senso, in un baluardo del nostro regno. Ed è proprio a causa di questa grande battaglia che questo luogo viene chiamato ‘Battle’, e non affatto per quella piccola scaramuccia con i Normanni, nella quale li sconfiggemmo completamente, tanto che dovettero fuggire verso il Weald, dirigendosi verso Dover e altre zone dell’Est.”
Perché noi non avremmo mai voluto che William fosse nostro re, e infatti non lo è mai stato. Ma per noi lui è il Duca William, ed è solo ora, e per sempre, il Duca William. Amen!
Il poeta. “È possibile che gli uomini del Kent raccontino una storia diversa…”
“Me stesso. Ma questo non ci spiega come mai siamo riusciti a prendere sotto controllo questa zona della contea di Crawley, nonché quella fascia di terra che chiaramente appartiene ai popoli del Surrey.” Grizzlebeard rispose: “Beh, era proprio quello che chiamavano ‘strategia’. Quando i baroni del Surrey – il cui capo viveva in una grotta sotto la collina di Reigate – vennero a sapere della battaglia e conoscerono le qualità del re di Sussex e dei suoi uomini, decisero spontaneamente di chiedergli di controllare quella fascia di terra dove nascevano i loro fiumi, al fine di ottenere una maggiore protezione. Lui acconsentì molto volentieri, ed è così che fu tracciato il confine settentrionale del Sussex.”
Me stesso. “E ha smesso di piovere.”
Il Marinaio: “E che non piova mai più, perché quando piove noi stiamo qui nelle taverne e ascoltiamo solo storie interminabili.”
Dopo aver detto questo, ci alzammo tutti e ripartimmo, desiderosi di arrivare a Storrington per pranzo, poiché il maltempo ci aveva fatto ritardare molto.
Quindi proseguimmo lungo quella stessa vecchia strada, sempre verso ovest, fino a quando non arrivammo a Storrington. Lì entrammo in una locanda chiamata “The White Horse”. Appena entrati, ci assalì la stanchezza, un senso di malinconia e anche l’umore irritabile. Proprio come succede tra le persone che sono state costrette a stare insieme per troppo tempo, anche se hanno viaggiato su una vasta strada aperta e si sono comportate come compagni.
Mentre sedevamo insieme, il Marinaiolo, il Poeta, Grizzlebeard e io, riflettendo con malinconia sulla banalità di tutte le cose e sull’usura dell’esperienza, entrò all’improvviso un giovane signore molto alto, sotto i trent’anni, snello, con un baffo sottile e leggermente storto su un lato. I suoi occhi erano gentili ma al contempo selvaggi; dal cappello inclinato all’indietro spuntavano ciocche di capelli grigio-marroni sulla sua alta fronte. Indossava pantaloni di pelle bianca, stivali e speroni; il suo abito da sera era grigio, con bottoni metallici; intorno al collo, invece di una cravatta, c’era un pezzo di stoffa morbida che un tempo doveva essere stato ben sistemato, ma ora era tutto spiegazzato. Era fissato con una spilla da balia d’oro. Sul suo cappello c’erano alcune macchie di fango; sul viso ne aveva un po’ meno, mentre sugli stivali e sui pantaloni ce n’era molto di più.
Questo Essere si trattenne mentre entrava nella stanza, chiuse la porta con molto rumore e disse gentilmente: “Buonasera!”. Poi si sedette su una delle poltrone Windsor, sospirando profondamente.
Si alzò di nuovo, suonò il campanello, non aspettò che qualcuno rispondesse, infilò la testa dentro la porta e disse: “Alcuni degli stessi!” Poi chiuse la porta, si sedette di nuovo e rise.
Ci fece piacere vederlo con noi, e gli chiedemmo se già da così presto stesse cacciando la volpe; infatti era proprio così. Gli domandai (sebbene non ne sapessi nulla) se fosse andato bene nella sua caccia, e lui rispose scuotendo rapidamente la testa e mordendosi uno dei baffi.
“No! No! Non è possibile… Mi ha quasi tolto la vita!”
“Mi dispiace molto sentirlo,” disse Grizzlebeard, che un tempo cacciava spesso le volpi, ma ora non lo faceva più. Il Poeta, il Marinaio e io rimanemmo in silenzio ad ascoltare ciò che l’arrivato aveva da dire. Lui tirò un profondo sospiro di soddisfazione, come chi fosse finalmente tornato in porto dopo aver navigato tra mari tempestosi, si sporse in avanti con il suo corpo snello, mosse lentamente le mani guantate di colore marrone tra le sue gambe di pelle bianca e disse: “Il mio cavallo. Non ho più un cavallo. Non ne ho mai avuto uno, ”
Poi, rivolgendosi a Grizzlebeard – che giustamente riteneva essere il più ricco del nostro gruppo – disse: “Ti piace andare in moto?”
“Sì,” disse Grizzlebeard, pensandoci bene, “mi è sempre piaciuto cavalcare i cavalli. Mi piace ancora, ma con moderazione.”
“Ah!”, disse lo sconosciuto con saggezza, inclinando la testa da un lato. “Ecco il punto: in realtà non importa molto il modo in cui si cavalca; ciò che conta è il tipo di cavallo!”
“Ho giocato a ‘coppa e palla’ con te?”, dissi gentilmente.
Al contrario, tutto è andato molto liscio e senza problemi; ma mio Dio, che coraggio aveva!.
“Sai,” continuò, battendo il palmo della mano sinistra con l’indice destro, “esiste un tipo di coraggio che è utile e un altro che è avventato. Ora, questo cavallo (che era l’ex cavallo di Benjamin a Petworth) non temeva il pericolo, anzi, non lo conosceva nemmeno; quindi, in un certo senso, non c’era davvero nulla di eccezionale in lui. Ma quando vedo qualcosa di buono, non lo nego certo. E ti dico: era davvero un eroe!”
Si sedette di nuovo e rifletté a lungo sul cavallo. C’era una sorta di lirismo o ispirazione in lui. Alzò lo sguardo al soffitto e disse: “Signore. Che bestia!” Poi allargò le mani, fissandoci con gli occhi, e aggiunse: “Era tutto rosso; anche i suoi occhi erano rossi. Alzava la testa in aria come un grande lucertola, cercava di spezzare la morsa con i suoi grandi denti, ringhiava e sputava segni di sfida. Non riusciva a stare in piedi su più di due zampe contemporaneamente; le cambiava dieci volte al secondo. Era quello che si chiama ‘danzare’. Mentre tutti gli altri stavano seduti tranquillamente sui loro enormi, ben nutriti animali, sembrando stupidi. Non ho detto nulla; non mi sentivo nel diritto di farlo. Ma un idiota di ferramenta che comprava terreni nei dintorni di Graffham ha detto: ‘Ehi! Fermati!’. Che sciocco! Ha completamente fatto impazzire quella bestia. Lui la odiava davvero. E non c’era modo di fargli capire che non era colpa mia, anche se avrei voluto farlo con tutto il cuore. Poi è arrivato quel vecchio Squire Powler, che aveva sposato mia zia Eliza per i suoi soldi, e ha iniziato a lusingare mio padre riguardo al suo ‘uomo dei pozzi’. Mi ha chiesto da dove avessi preso quella bestia; io ho risposto: ‘Dall’inferno’. E se n’è andato come un idiota, ” Quando questo giovane eccitabile ebbe finito di parlare, temette che avesse detto troppo. Ma Grizzlebeard, che aveva il cuore più gentile del mondo, disse cordialmente: “Oh, non c’è niente di male in vecchio Mr. Powler, ” E anch’io, anche se non conoscevo Squire Powler, dissi che credevo davvero che gli ‘uomini dei pozzi’ esistessero. Il che era la verità, e non faceva alcun danno.
The tall lean man wanted to be silent after his explosion, but Grizzlebeard drew him on, and the young man’s own straightforwardness forbade him to be silent. He was bottling up the tale and it must out, so he burst forth again.
“Well, there! The first thing all the other people did was to go after the little dogs across a field or two. And this horse, which was to carry me about, he stood stock still and looked at them as though he thought they were mad. Then he suddenly raced away in a half circle with his head down, and stopped short in front of an oak tree. This annoyed me so much that I leant forward and slapped him on the side of his face. And my word! Didn’t he snap round and try to bite my foot! And then he began hopping sideways in a manner most horrible to see and to feel. Now by this time I was wondering what would become of me, and I could fairly have cried, for if he didn’t go back into Petworth where somebody could catch him — and that was what I hoped — the only other thing would be to get off and give him a kick in the ribs and let him run, and then I should have to buy him, and Lord knows who’d find the money for that! S’posin’ he went and drowned his silly self in Timberley Brook or got hung up on a post? Eh! What?”
This tall, lean young man again thought that he had exceeded, but our sympathetic faces, nay, our appealing eyes, prompted him to continue. He went on more slowly.
“All of a sudden, a long way off, all the little dogs began making those yelping noises of theirs which they do when they get excited, and as I was right high up on this tall animal I could see their white tails wagging out by Burton Rough, a little beyond the Jesuits. I got really interested… What? Then I stopped thinking of anything, because he, this horse I mean, began going as quickly as ever he could, quite straight, and I knew that there was the Rother in between. Oh Lord! You talk of a mouth!…
“Now, when you want to pull up a horse that’s got too Frenchy, if you take me,” he continued, looking extremely intelligent, and prepared to detail the whole process, “there’re lots of dodges. Some men’ll give a sharp jerk sideways, and try to wrench his head off, and I knew a man (he’s dead now… kind o’ soldier) who just pulled and pulled and then suddenly let go. He said that was the way. But what I do is to saw backwards and forwards right and left ‘til he’s reg’lar bored and can’t stand it. Then he’ll stop to see what’s the matter. Any horse will. Even if he’d a mouth like an old conscience.’Least I thought any horse would ‘til to-day; but old Benjamin’s horse didn’t. Never thought an animal could go so straight! Got quite close to the turf and tucked his shins under him somehow, Tirri Pat, Tirri Pat, Tirri Pat, Tirri Pat, Tirri Pat, so quick, you couldn’t tell hardly when he touched and when he didn’t. I wasn’t able to turn round and look at his tail ‘cause I was so anxious, but it must have been standing straight out… his neck was, anyway; and I knew the Rother was gettin’ closer all the time. He didn’t take a lep exactly when he got to the hedges, but he just went on gallopin’ and they went by from under him. Thought I never saw the old roofs long way off look so quiet! When I came to Mr. Churton’s field, the one where the cows are, I thought all of a sudden, ‘Sposin’ there’s wire?’ It’s a measly sort of crinkled hedge, but enough to hide wire. Well, long ‘fore I’d remembered, he was past it; and that was the only place you’d have known you were passin’ anything. He missed somethin’ with one of his hind feet, damn him, but he was off again. Then I saw the Rother, and I thought to myself quite clearly, ‘Either he’ll jump right over this river, and then it’ll be a sort o’ miracle because it’s eight times as far as any horse has jumped before, and it’s just as easy to sit that as anything, because it will be just sailing through the air; or else he’ll go into the water, and then he won’t play the fool any more.’ For I’d always heard that when a wild, common, mad horse got into cold water it cured him, same as ‘t would anybody else.
But there! That’s just what didn’t happen! Neither of ‘em! You’ll believe me… when he got to the brink of that water — wow! — he swerved round like a swallow and made for the high road and Petworth again! An’ when he got on the high road he began dancing slowly home and puffing as though he’d done a day’s work, and every now and then he’d sneeze… My word, what a day!”
“It can’t have taken you a day; it’s only lunch time yet,” said Grizzlebeard gently.
“No,” said the genial stranger, getting up towards the door and looking over his shoulder. “Not it! Didn’t take twenty minutes!” Then he roared through the door: “‘Nother the same!” shut the door again, and went on: “Twenty minutes ‘t most! Over b’ leven! But it filled up the day all right. Haven’t been able to think of anything else for hours. And he came back to old Benjamin’s as quiet as a lamb, only with that hellish red glint in his eye. And the stable fellow said:
“‘You’ve been takin’ it out of ‘im!’
“I was so angry I didn’t know what to say; anyhow, I said: ‘Take your Beelzebub.’ And the stable boy said quite fiercely: “E ain’t Beelzebub, and you’ve no right to call ‘im so out of his name!’ So there might have been a scrap, but I was too tired, and I said I’d take something ladylike to ride home with, and I’ve got it in the stable now, an’ I must be getting on. It’s late, and I’m very tired.”
We told him one after the other, and then all in chorus, that we were enchanted beyond measure with the description of his day. Grizzlebeard asked him whether he had heard anything of the run, but he shook his head, and the Poet, who had little imagined that such things were possible in English fields, watched them both with some alarm.
Then we all went out with him to the stables to see his beast. There was a half-light in the stables, a gloom, and standing in the stall an extraordinary sheepish-looking thing, very old and fat, with a cunning face, standing hardly fifteen hands, and plainly determined to take easily the last of its pilgrimage upon this earth. The tall, wild-eyed gentleman went to it, patted it gently upon its obese neck, and as he did so he sighed with a deep sigh of satisfaction and of content. We led it out and saw him get on. His legs looked inordinately long. He very cheerily bade us “Good evenin’,” and as he rode out eastward down the road we heard the slapping of his mount’s shoes upon the wet surface, as though in spite of her lethargy (for she was a mare) the weight of the rider was too much for her. It was a slow sort of sidling gait that the noise betrayed as it fainted into the distance. If he had suffered from horses that morning, that afternoon he was having his revenge; it was the horse that suffered.
L’uomo alto e magro voleva rimanere in silenzio dopo quella sua esplosione di parole, ma Grizzlebeard lo incalzò a continuare, e la schiettezza stessa del giovane gli impedì di tacere. Stava trattenendo dentro tutta quella storia, che doveva assolutamente essere raccontata, quindi iniziò di nuovo a parlare.
“Beh, ecco qua! La prima cosa che fecero tutti gli altri fu correre dietro ai cagnolini attraverso uno o due campi. E questo cavallo, che avrebbe dovuto portarmi in giro, rimase fermo immobile e li guardò come se pensasse che fossero pazzi. Poi all’improvviso partì di corsa descrivendo un semicerchio con la testa bassa, e si fermò davanti a un quercio. Questo mi infastidì così tanto che mi sporsi in avanti e gli diedi una schiaffo sul viso. E vi dico! Non si girò subito per mordermi il piede? Poi iniziò a saltellare di lato in un modo davvero orribile da vedere e da sentire. A quel punto cominciai a chiedermi cosa sarebbe successo di me; avrei potuto anche piangere, perché se non fosse tornato a Petworth dove qualcuno avrebbe potuto prenderlo – ed era quello che speravo – l’unica altra soluzione sarebbe stata scendere da cavallo e dargli un calcio nelle costole per farlo andare via. E poi avrei dovuto comprarlo io stesso. E chi sa da dove avrei trovato i soldi! Magari si sarebbe annegato nel ruscello di Timberley o si sarebbe impiccato a un palo. Eh! Che cosa ne pensate?”
Questo giovane alto e snello pensò di nuovo di aver esagerato, ma i nostri volti comprensivi, anzi, i nostri sguardi affettuosi, lo incoraggiarono a continuare. Proseguì più lentamente.
“All’improvviso, lontano lì in fondo, tutti quei cagnolini iniziarono a fare quei loro versi acuti che emettono quando sono eccitati; e mentre ero seduto su quell’animale alto, riuscivo a vedere le loro code bianche muoversi avanti e indietro vicino a Burton Rough, un po’ oltre i luoghi dove vivevano i Gesuiti. Mi interessai molto. Cosa? Poi smisi di pensare a nulla, perché quel cavallo iniziò a correre il più velocemente possibile, dritto verso quella direzione; sapevo che c’era il fiume Rother nel mezzo. Oh mio Dio! Che bocca ha quel cavallo, ”
“Ora, quando volete fermare un cavallo che è troppo, ehm, ‘francese’ nel suo modo di comportarsi, se mi usate,” continuò, sembrando estremamente intelligente e pronto a spiegare tutto nei dettagli, “ci sono diversi trucchi da utilizzare. Alcuni uomini danno uno strattone laterale per cercare di staccargli la testa. Conoscevo un uomo (ora è morto, era un soldato) che continuava a tirare e poi all’improvviso lasciava andare il cavallo. Lui diceva che era così che si faceva. Ma io preferisco muovermi avanti e indietro, da una parte all’altra, finché il cavallo non ne ha abbastanza e non ce la fa più a sopportarlo. Allora si ferma per capire cosa c’è che non va. Qualsiasi cavallo lo farà. Anche se avesse una bocca ‘come un vecchio senso di colpa’. Almeno così pensavo fino ad oggi. Ma il cavallo di Benjamin no. Non avrei mai creduto che un animale potesse correre così dritto! Si è avvicinato molto al bordo del prato e in qualche modo si è messo le zampe sotto il corpo, ‘Tirri Pat, Tirri Pat, ’ Così velocemente che quasi non si riusciva a capire quando toccava terra o no. Non ho potuto girarmi per vedere la sua coda. Ero troppo preoccupato. Ma sicuramente era dritta in aria. Il suo collo, comunque, lo era. E sapevo che il cavallo del Rother si stava avvicinando sempre di più. Non ha saltato esattamente nel momento giusto quando è arrivato vicino alle siepi. Ha semplicemente continuato a correre e le siepi sono passate sotto di lui. Non avevo mai visto dei tetti lontani sembrare così tranquilli. Quando sono arrivato nel campo del signor Churton, quello dove ci sono le mucche, ho pensato: ‘Forse c’è della rete metallica?’ È una siepe bassa e arricciata. Ma sufficiente per nascondere una rete. Beh. Prima ancora che me ne accorgessi, il cavallo l’aveva già superata. E quello era l’unico modo in cui si poteva capire di aver superato qualcosa. Ha mancato qualcosa con uno zoccolo posteriore. Maledetto. Ma poi è ripartito. Poi ho visto il cavallo del Rother. E mi sono detto chiaramente: ‘O salterà proprio sopra questo fiume, e allora sarà davvero un miracolo. Perché è otto volte più lontano di quanto qualsiasi altro cavallo abbia mai saltato prima. E sarà altrettanto facile. Sarà come volare nell’aria. Oppure entrerà in acqua. E allora non farà più stupidaggini, ’ Perché ho sempre sentito dire che quando un cavallo selvaggio e pazzo finisce in acqua fredda, questo lo guarisce. Proprio come accadrebbe a qualsiasi altro essere vivente, ”
Ma ecco! Proprio questo non è successo! Nessuno dei due! Mi crederete, quando è arrivato sul bordo di quell’acqua — wow! — ha cambiato direzione come un rondine e si è diretto di nuovo verso la strada principale e Petworth. E una volta sulla strada principale, ha iniziato a camminare lentamente verso casa, ansimando come se avesse fatto tutto il giorno di lavoro. Di tanto in tanto anche starnutendo. Accidenti, che giornata!
“Non può esserti voluto tutto un giorno. È ancora solo ora di pranzo,” disse gentilmente Grizzledbeard.
“No,” disse lo sconosciuto gentile, alzandosi e dirigendosi verso la porta mentre guardava indietro. “No! Non ci sono voluti nemmeno venti minuti!” Poi gridò uscendo: “Esattamente lo stesso!” Chiuse di nuovo la porta e continuò: “Al massimo venti minuti. Un tempo incredibile! Ma è bastato per occupare l’intera giornata. Per ore non sono riuscito a pensare ad altro. E lui è tornato da vecchio Benjamin tranquillamente, come un agnello. Solo con quel terribile bagliore rosso negli occhi. E il ragazzo della stalla ha detto, ”
“Me lo stai facendo pagare davvero caro!”
Ero così arrabbiato che non sapevo cosa dire; comunque, dissi: “Prendi il tuo Belzebub.” E il ragazzo di stalla rispose con molta aggressività: “Non è mica Belzebub, e tu non hai il diritto di chiamarlo così! Avremmo potuto litigare, ma ero troppo stanco. Ho detto che avrei preso qualcosa di adatto per tornare a casa in modo dignitoso, e ora l’ho nel fienile; devo andare. È tardi, e sono davvero molto stanco.”
Glielo dicemmo uno dopo l’altro, e poi tutti insieme, che eravamo profondamente incantati dalla descrizione della sua giornata. Grizzlebeard gli chiese se avesse sentito qualcosa riguardo a quella fuga, ma lui scosse la testa; il Poeta, che non aveva mai immaginato che cose del genere potessero accadere nei campi inglesi, li osservò entrambi con una certa preoccupazione.
Poi tutti andammo con lui nelle stalle per vedere il suo animale. C’era una luce fioca nelle stalle, un’oscurità. E nel recinto c’era qualcosa di straordinario: un animale dall’aspetto timido, molto vecchio e grasso, con un viso astuto; misurava a malapena quindici piedi di altezza, e sembrava decisamente pronto ad affrontare l’ultima tappa del suo viaggio in questo mondo. Il signore alto, dagli occhi selvaggi, si avvicinò a lui, gli accarezzò dolcemente il collo grassoccio e, mentre lo faceva, sospirò profondamente, con soddisfazione e contentezza. Lo portammo fuori e lo vedemmo montare in sella; le sue gambe sembravano insolitamente lunghe. Ci salutò allegramente con un “Buona sera”, e mentre si allontanava verso est lungo la strada, sentimmo il rumore degli zoccoli del suo cavallo sul terreno bagnato. Sembrava che, nonostante la sua letargia (poiché era una cavalla), il peso del cavaliere fosse troppo per lei. Il suono dei suoi passi rivelava un movimento lento e faticoso. Mentre quel rumore si affievoliva in lontananza, fu chiaro che quella cavalla stava soffrendo terribilmente. Se quella mattina aveva sofferto a causa del suo cavallo, quel pomeriggio era lui ad averne la revanche. Era il cavallo ad essere davvero nei guai.
As we stood there in the stable yard talking, a very short ostler of a hard appearance, with the straw of ages in his teeth, came up, and, believing us to be wealthy, hit his forehead hard with the forefinger of his right hand. Grizzlebeard, who loved his country like his soul and was always sincere, and never allowed enough for the follies and vices of men, but believed them better or wiser than they were, said to the ostler with great curiosity: “I ought to know that young man. He was a nephew of Sir John Powler’s, I believe?” The ostler said as smartly as a serpent: “Yessir! I don’t know about that, sir. He’s Master Battie, of The Kennels, sir, where his father ‘lows him to live, sir. He’s back from abroad, sir.”
Grizzlebeard looked down the road gently, thinking of the whole countryside and fixing his man. Then he said a little sadly: “Oh! that’s Batteson; that was the third one, the one his poor mother used to think so much of, and wouldn’t send away.”
We all went into the house together, and when we got there Grizzlebeard, after deep thought, said: “Now what an extraordinary thing that a man brought up like that, as a boy anyhow, should have allowed himself to get on to a horse like that! Who could ride a horse like that?”
The Sailor, “Why, no one, but let us be up and going. We must not waste this day, but soon we shall get over that lift of land which lies between us and Arun. Let us take the road.”
So we went out and took the Amberley road, and we passed the heath that is there, leaving the pond upon our right, and we passed the little wood of pine trees, and Grizzlebeard said:
“How much taller is this wood! I knew it when I was a boy!”
And I said, “Yes, and it is taller even for me.”
And the Poet said, “I know it.”
And the Sailor said, “I know it too.” Myself. “Yes, we all know this landmark, and we all know these ups and downs, and Rackham Mount, and the monastery behind us, and Parham, that great house. For we are on the fringe of the things we know and in a border country as it were. Very soon we shall speak with our own people under our own hills.”
Grizzlebeard. “In this hour, then, we shall get over the height of land; and the first of us that sees the river Arun must tell the others, and we will arrange for him some sort of prize, since you all three speak in such terms of the valley.”
The Poet. “We do not speak of it so from any common affection, no, nor from any affection which is merely deep, but because it is our own country, and because the sight of one’s own country after many years is the one blessed thing of this world. There is nothing else blessed in this world, I think, and there is nothing else that remains.”
Myself. “What the Sailor says is true. When we get over that lift of land upon the Amberley road before us we shall see Arun a long way off between his reeds, and the tide tumbling in Arun down towards the sea. We shall see Houghton and Westburton Hill, and Duncton further along, and all the wall of them, Graffham and Barlton, and so to Harting, which is the end where the county ceases and where you come to shapeless things. All this is our own country, and it is to see; it at last that we have travelled so steadfastly during these long days.”
The Poet. “Whatever you read in all the writings of men, and whatever you hear in all the speech of men, and whatever you notice in the eyes of men, of expression or reminiscence or desire, you will see nothing in any man’s speech or writing or expression to match that which marks his hunger for home. Those who seem to lack it are rather men satiated, who have never left their villages for a time long enough to let them know the craving and the necessity. Those who have despaired of it are the exiles, and the curse upon them is harder than any other curse that can fall upon men. It is said that the first murder done in this world was punished so, by loss of home; and it is said also that the greatest and the worst of the murders men ever did has also been punished in the same way, by the general exile of its doers and all their children. They say that you can see that exile in their gestures and in the tortured lines of their faces and in the unlaughing sadness of their eyes.”
Grizzlebeard. “Tell me, Sailor, when you say that thus, coming home, you will be satisfied, are you so sure? For my part, I have travelled very widely, especially in Eastern places (which are the most different from our own), and, one time and another — altogether forty times — I have come back to the flats of my own country, eastward of the Vale of Glynde. I have seen once more the heavy clouds of home fresh before the wind over the Level, and I have smelt, from the saltings and the innings behind Pevensey, the nearness of the sea. Then indeed I have each time remembered my boyhood, and each time I have been glad to come home. But I never found it to be a final gladness. After a little time I must be off again, and find new places. And that is also why in this short journey of ours I came along with you all, westward into those parts of the county which are not ray own.”
The Sailor. “I cannot tell you, Grizzlebeard, whether a man can find completion in his home or no. You are a rich man, and you have travelled as rich men do, for pleasure — which rich men never find.” Grizzlebeard. “Nor poor men either!”
The Sailor. “Well, poor men do not seek it, so they are not saddened, but rich men, anyhow, travel to find it and never find it; then if they return to find it in their homes, why of course they will not find it there either, for a man must come back home very weary and after labour, or some journeying to which he was compelled, if he is to taste home.”
Myself. “Nevertheless, Sailor, what Grizzlebeard has asked, or rather what he means by asking it, is true. We none of us shall rest, not even in the Valley of Arun; we shall go past and onwards.”
The Poet. “I think we shall.”
Myself. “We shall go past and onwards; we shall not be content, we shall not be satisfied. The man who wrote that he had not in all this world a native place knew his business very well indeed, and it is the business of all verse.”
Mentre stavamo lì nel cortile della stalla a parlare, arrivò un cocchiere molto basso di statura, dall’aspetto duro, con i denti ingialliti dal tempo; credendoci ricchi, ci colpì forte la fronte con il dito indice della mano destra. Grizzlebeard, che amava il suo paese come l’anima sua e era sempre sincero, non tollerava mai le follie e i vizi degli uomini, ma li riteneva migliori o più saggi di quanto in realtà fossero, chiese al cocchiere con grande curiosità: “Dovrei conoscere quel giovane. Credo che fosse nipote di Sir John Powler, vero?” Il cocchiere rispose con astuzia: “Sì, signore! Non ne so nulla, signore. Lui è Master Battie, di The Kennels. Suo padre lo manda lì a vivere. È appena tornato dall’estero, signore.”
Grizzlebeard guardò lungo la strada, pensando a tutta quella campagna e fissando il suo uomo. Poi disse, con un po’ di tristezza: “Oh, quello è Batteson; era il terzo, quello di cui sua povera madre parlava sempre con tanto affetto, e che non voleva mai mandare via.”
Entrammo tutti insieme in casa, e quando arrivammo lì, Grizzlebeard, dopo averci pensato a lungo, disse: “Che cosa straordinaria. Che un uomo, anche se solo da ragazzo, abbia potuto permettersi di montare un cavallo del genere! Chi mai riuscirebbe a cavalcare un cavallo del genere?”
Il marinaio disse: “Beh, nessuno. Ma diamoci da fare. Non dobbiamo sprecare questa giornata; presto supereremo quella catena di montagne che ci separa da Arun. Andiamo via.”
Quindi siamo usciti e abbiamo preso la strada di Amberley; abbiamo attraversato quella brughiera, lasciando il laghetto sulla nostra destra, e poi abbiamo superato quel piccolo boschetto di pini. A quel punto Grizzlebeard disse:
“Quanto è più alto questo albero… Lo sapevo già da ragazzo!”
“E io dissi: ‘Sì, ed è anche più alta per me.’”
“E il poeta disse: ‘Lo so.’”
E il Marinai disse: “Lo so anch’io.” Anch’io stesso. “Sì, tutti conosciamo questo luogo famoso, e conosciamo anche questi alti e bassi della vita. Rackham Mount, il monastero dietro di noi, Parham, quella grande casa. Perché ci troviamo ai confini di ciò che conosciamo, in una sorta di terra di frontiera. Presto parleremo con la nostra gente, sotto le nostre stesse colline.”
Grizzlebeard: “Allora, in questa ora, supereremo quella catena di montagne; e il primo di noi che vedrà il fiume Arun dovrà avvisare gli altri. Gli organizzeremo qualche tipo di ricompensa, visto che voi tre parlate sempre con grande ammirazione di quella valle.”
Il Poeta: “Non ne parliamo per un affetto comune, no, né per un affetto semplicemente profondo, ma perché è la nostra patria, e perché rivedere la propria patria dopo molti anni è l’unica cosa beata in questo mondo. Non c’è nulla di altro che sia beato in questo mondo, penso, e non c’è nulla altro che rimanga.”
Io stesso. “Quello che dice il marinaio è vero. Quando avremo superato quella altura di terreno sulla strada di Amberley, vedremo Arun in lontananza, tra i suoi canneti, e la marea che scorre verso il mare attraverso Arun. Vedremo anche Houghton e Westburton Hill, e Duncton più avanti, insieme a tutte le altre località: Graffham, Barlton, fino a Harting, dove il contea finisce e iniziano quelle terre senza forma. Tutto questo è la nostra patria; è proprio per vederlo che abbiamo viaggiato con tanta determinazione in questi lunghi giorni.”
Il Poeta: “Qualunque cosa leggiate nelle scritture degli uomini, qualunque cosa ascoltiate nei loro discorsi, e qualunque cosa notiate negli occhi degli uomini – nell’espressione, nel ricordo o nel desiderio – non troverete nulla, in nessun discorso, scrittura o espressione umana, che possa eguagliare ciò che segna la loro fame di >casa. Coloro che sembrano privi di essa sono in realtà uomini saziati, che non hanno mai lasciato i loro villaggi per un periodo sufficientemente lungo da comprendere veramente quel desiderio e quella necessità. Quelli che ne hanno perso ogni speranza sono gli esiliati; la maledizione che li colpisce è più dura di qualsiasi altra maledizione possa abbattersi sugli uomini. Si dice che il primo omicidio commesso in questo mondo sia stato punito proprio con l’espulsione dalla propria casa; si dice anche che i crimini più gravi e orribili mai compiuti dagli uomini siano stati puniti allo stesso modo: con l’esilio generale dei colpevoli e di tutti i loro figli. Si dice infine che si possa vedere quell’esilio nei loro gesti, nelle linee tormentate dei loro volti, nella tristezza senza sorriso nei loro occhi.”
Grizzlebeard: “Dimmi, Marinai. Quando dici che, tornando a casa in questo modo, sarai soddisfatto, ne sei davvero sicuro? Per quanto mi riguarda, ho viaggiato molto, soprattutto nelle regioni orientali (quelle più diverse dalle nostre), e in totale quaranta volte sono tornato nelle pianure della mia patria, a est della Valle di Glynde. Ho rivisto ancora una volta quelle nuvole dense tipiche del mio paese, che si muovono al vento sopra le pianure. E ho sentito, dall’odore delle saline e dalle zone dietro Pevensey, la vicinanza del mare. Ogni volta ricordavo la mia infanzia e mi rallegravo di essere tornato a casa. Ma quella gioia non era mai definitiva. Dopo un po’ dovevo ripartire, alla ricerca di nuovi luoghi. Ed è anche per questo che, in questo breve viaggio, sono venuto con voi verso quelle parti della contea che non appartengono a noi.”
Il Marinaio: “Non posso dirti, Grizzled beard, se un uomo possa trovare la completezza nella propria casa o meno. Tu sei un uomo ricco e hai viaggiato come fanno gli uomini ricchi, per divertimento, qualcosa che gli uomini ricchi in realtà non trovano mai.” Grizzled beard: “Nemmeno gli uomini poveri!”
Il Marinaio: “Beh, gli uomini poveri non la cercano, quindi non si addolorano; ma gli uomini ricchi, comunque sia, viaggiano per trovarla e non la trovano mai. E poi, se tornano a casa pensando di trovarla lì, ovviamente non la trovano nemmeno: perché un uomo deve tornare a casa stanco e dopo aver lavorato sodo, o dopo qualche viaggio che gli è stato imposto, per poter davvero sentire il gusto della propria casa.”
Io stesso. “Tuttavia, Sailor, ciò che Grizzlebeard ha chiesto, o meglio, ciò che intende con quella richiesta, è vero. Nessuno di noi potrà riposare, nemmeno nella Valle di Arun; dovremo andare avanti, senza fermarci.”
Il Poeta. “Penso che ci riusciremo.”
Io stesso. “Andremo avanti senza mai accontentarci, senza mai essere soddisfatti. L’uomo che scrisse di non avere in questo mondo una patria nativa conosceva molto bene la sua missione, ed è proprio questa la missione di tutta la poesia.”
The Poet. “Nevertheless we know it in dreams. There are dreams in which men do attain to a complete satisfaction, reaching the home within the home and the place inside the mind. And such a man it was, remembering such dreams, who wrote that he had forgotten the name of his own country and could not find his way to it. But this man had in him a sense that soon the name of his own country would be revealed to him, and he knew that when he heard the name he should find the place well enough; it would come back at once to him, as the memory of his love and of the Dovrefjeld came to that man who had brought home the master-maid in the story. He had brought her home from over seas; but later he had forgotten her, from eating human food.
“This man said he foresaw a fateful moment coming, and that he had it like a picture within. He would be in a tavern sitting by himself and two others would be there talking low together, so that he should not hear. Yet one of these talking low would speak the name of his own country, and when he heard the name of his own country (he said) then he knew that he would rise up, and take his staff and go.
‘I will go without companions,
And with nothing in my hand—’”
Myself. “That is a mistake. If he has a staff in his hand he will have something in his hand. I think he put it in for the rhyme.”
The Sailor. “Do not, do not interrupt the Poet, or he will not be able to continue his poetry; besides which, one is not bound to these things in poetry as one is in arithmetic; it has been proved a thousand times by the human race in chorus.”
Grizzlebeard. “Go on, Poet.”
The Poet —
“I shall go without companions,
And with nothing in my hand;
I shall pass through many places
That I cannot understand —
Until I come to my own country,
Which is a pleasant land!
The trees that grow in my own country
Are the beech tree and the yew;
Many stand together,
And some stand few.
In the month of May in my own country All the woods are new.”
The Sailor. “I believe I know where this place is of which the Poet talks. It is the corner of the hill above the Kennels, between Upwaltham and Gumber.”
The Poet (angrily). “It is nothing of the sort. It is a place where no man ever has been or will be — at least not such men as you!
Grizzlebeard. “Do not be angry, Poet; but tell us if there is any more.”
The Poet. “There is very little more, and it runs like this: —
‘When I get to my own country
I shall lie down and sleep;
I shall watch in the valleys
The long flocks of sheep.
And then I shall dream, for ever and all,
A good dream and deep.’”
Grizzlebeard. “That is the point — that is the point. If a man could be certain that he would sleep and dream for ever, then in coming back to his own country he would come to a complete content! But you must mark you how in all the stories of the thing, even in the story of the homecoming of Ulysses, they do not dare to tell you all the human things that followed and all the incompletion of its joys.”
Myself. “For my part I think you are very ungrateful or very mystical; or perhaps you have got religion. But at any rate it is your business and not mine. I say for my part, if I can get back to that country which lies between Lavant and Rother and Arun, I will live there as gratefully as though I were the fruit of it, and die there as easily as a fruit falls, and be buried in it and mix with it for ever, and leave myself and all I had to it for an inheritance.”
Grizzlebeard. “Well then, Myself, since you think so much of your own country, how shall we mark the passage of Arun when we come to the bridge of it?”
Myself. “Let us draw lots who shall drown himself for a sacrifice to the river.”
The Poet. “Let us count our money — it must be getting low, and I have none.”
The Sailor. “No, let ns tell (so many years after, no one cares) the story of the first love each of us had — such of us as can remember.” Each of us, lying in his heart, agreed.
When we had given this promise each to the others (and each lying in his heart) the rain began to fall again out of heaven, but we had come to such a height of land that the rain and the veils of it did but add to the beauty of all we saw, and the sky and the earth together were not like November, but like April, and filled us with wonder. At this place the flat water-meadows, the same that are flooded and turned to a lake in midwinter, stretch out a sort of scene or stage, whereupon can be planted the grandeur of the Downs, and one looks athwart that flat from a high place upon the shoulder of Rackham Mount to the broken land, the sand hills, and the pines, the ridge of Egdean side, the uplifted heaths and commons which flank the last of the hills all the way until one comes to the Hampshire border, beyond which there is nothing. This is the foreground of the gap of Arundel, a district of the Downs so made that when one sees it one knows at once that here is a jewel for which the whole county of Sussex was made, and the ornament worthy of so rare a setting. And beyond Arun, straight over the flat where the line against the sky is highest, the hills I saw were the hills of home.
All we four stood upon that height in the rain that did not hide the lights upon the fields below and beyond us, and we saw white and glinting in the water-meadows the river Arun, which we had come so many miles to see; for that earlier happening of ours upon his rising place and his springs in the forest, did not break our pilgrimage. Our business now was to see Arun in his strength, in that place where he is already full of the salt sea tide, and where he rolls so powerful a water under the Bridge and by Houghton Pit and all round by Stoke Woods and so to Arundel and to the sea.
Then we looked at that river a little while, and blessed it, and felt each of us within and deeply the exaltation of return, the rain still falling on us as we went. We came at last past the great chalk pit to the railway, and to the Bridge Inn which lies just on this side of the crossing of Arun.
Il Poeta: “Tuttavia lo sappiamo nei sogni. Ci sono sogni in cui gli uomini raggiungono una completa soddisfazione, trovando la >casa all’interno della stessa casa e il luogo dentro la mente. Ed è stato proprio un uomo che, ricordando tali sogni, scrisse di aver dimenticato il nome del proprio paese e di non riuscire a trovarvi la strada. Ma quell’uomo aveva in sé la sensazione che presto il nome del suo paese gli sarebbe stato rivelato; sapeva che, non appena l’avesse sentito, avrebbe trovato facilmente quel luogo. Gli sarebbe tornato subito in mente, proprio come il ricordo del suo amore e di Dovrefjeld era tornato a quell’uomo che aveva riportato a casa la fanciulla nella storia. L’aveva portata a casa dall’altra parte del mare; ma poi l’aveva dimenticata, a causa del cibo umano che mangiava, ”
“Quest’uomo disse di aver previsto l’avvicinarsi di un momento fatale, e che lo aveva chiaramente immaginato nella sua mente. Si sarebbe trovato in una taverna, seduto da solo, mentre altre due persone avrebbero parlato sottovoce l’una con l’altra, in modo che lui non potesse sentire. Tuttavia, uno di loro avrebbe menzionato il nome del suo paese natale; e quando avesse sentito quel nome (disse), avrebbe saputo che doveva alzarsi, prendere il proprio bastone e andarsene.”
“Andrò senza compagni.”
E con nulla in mano…
Io stesso. “È un errore. Se ha un bastone in mano, allora deve avere qualcosa in mano. Penso che l’abbia messo lì per motivi legati alla rima.”
Il Marinai: “Non interrompete il Poeta, altrimenti non riuscirà a continuare la sua poesia; inoltre, nella poesia non si è obbligati a seguire regole precise come avviene in aritmetica; l’umanità lo ha dimostrato migliaia di volte.”
Grizzledbeard. “Vai avanti, Poeta.”
Il poeta
“Andrò senza compagni.”
E senza nulla in mano…
Attraverserò molti luoghi
Ciò che non riesco a comprendere
Fino a quando non tornerò nel mio paese natale.
Che paese piacevole!
Gli alberi che crescono nel mio paese natale
Il faggio e il tasso
Molti stanno insieme.
E alcuni rimangono pochi.
“Nel mese di maggio, nel mio paese, tutti i boschi appaiono nuovi.”
Il Marinai: “Credo di sapere dove si trovi questo posto di cui parla il Poeta. È l’angolo della collina sopra i canili, tra Upwaltham e Gumber.”
Il Poeta (con rabbia): “Non è affatto così. È un luogo dove nessun uomo è mai stato, e non ci andrà mai, almeno non uomini come voi!”
Grizzledbeard: “Non arrabbiarti, Poeta… ma dimmi se ne sono rimasti ancora.”
Il Poeta. “Non c’è molto di più da aggiungere; è così che va…”
“Quando tornerò nel mio paese”
Mi sdraierò e dormirò.
Osserverò nelle valli
Le lunghe mandrie di pecore.
E poi sognerò, per sempre e senza fine.
“Un bel sogno… e profondo.”
Grizzlebeard: “Ecco il punto – proprio questo. Se un uomo potesse essere certo di dormire e sognare per sempre, allora, tornando nel suo paese natale, troverebbe una completa soddisfazione! Ma dovete notare che, in tutte le storie riguardanti questo argomento, persino nella storia del ritorno di Ulisse, non osano raccontare tutte quelle cose umane che ne seguirono, né l’imperfezione delle gioie che ne derivarono.”
Io stesso. “Per quanto mi riguarda, penso che tu sia molto ingrato o molto mistico; oppure forse hai una fede religiosa. Ma comunque sia, è affar tuo e non mio. Dico soltanto che, se potessi tornare in quella terra che si trova tra Lavant, Rother e Arun, vivrei lì con gratitudine, come se fossi il frutto stesso di quel luogo; morirei lì facilmente, come cade un frutto; verrei sepolto lì e mi fonderei per sempre con esso. Lascerei me stesso e tutto ciò che possiedo a quella terra come eredità.”
Grizzlebeard: “Beh, allora. Poiché tieni così tanto alla tua patria, in che modo possiamo segnare il passaggio di Arun quando arriveremo al suo ponte?”
“Me stesso… ‘Diamo vita a un sorteggio per decidere chi si annegherà in sacrificio al fiume.’”
Il poeta. “Contiamo i nostri soldi… devono essere quasi finiti, e io non ne ho affatto.”
Il Marinai: “No, lasciateci raccontare (dopo tanti anni, a nessuno importa più) la storia del primo amore che ognuno di noi ha avuto, coloro di noi che se ne ricordano.” Ognuno di noi, nel proprio cuore, concordava.
Quando ci eravamo scambiati questa promessa l’uno con l’altro (e ognuno la teneva nel proprio cuore), la pioggia iniziò di nuovo a cadere dal cielo; ma essendo arrivati su un altopiano così elevato, la pioggia e le sue nuvole non facevano che aumentare la bellezza di tutto ciò che vedevamo. Il cielo e la terra insieme non assomigliavano affatto a novembre, ma a aprile, e ci riempivano di meraviglia. In quel luogo, i prati pianeggianti – quelli stessi che in pieno inverno vengono allagati e trasformati in laghi – formavano una sorta di scena o palcoscenico su cui poteva essere rappresentata tutta la maestosità delle colline dei Downs. Guardando da un punto elevato, sulle pendici del monte Rackham, si potevano ammirare i terreni ondulati, le dune di sabbia, i pini, la cresta della regione di Egdean, le brughiere e le aree aperte che costeggiavano gli ultimi rilievi fino al confine con il Hampshire. Oltre quel confine, non c’era più nulla. Questo era il “primo piano” della regione di Arundel: un angolo dei Downs così straordinario che, appena lo si vedeva, si capiva immediatamente che si trattava di una gemma per cui l’intero contea del Sussex era stata creata. Un ornamento degno di un contesto così raro. E oltre Arundel, proprio sopra quella pianura dove la linea dell’orizzonte si innalzava più alta verso il cielo, c’erano le colline della mia terra natale.
Noi quattro ci trovavamo su quella altura, sotto la pioggia che non oscurava le luci dei campi sottostanti e intorno a noi; vedevamo il fiume Arun, bianco e scintillante nei prati allagati d’acqua, per cui avevamo percorso tante miglia. Quell’evento precedente, avvenuto presso la sua sorgente nella foresta, non aveva interrotto il nostro pellegrinaggio. Ora il nostro scopo era vedere l’Arun nel suo pieno vigore, in quel luogo dove già si unisce alle acque del mare salato, scorrendo con tale forza sotto il ponte, accanto a Houghton Pit, lungo Stoke Woods, fino ad Arundel e infine al mare.
Poi abbiamo osservato quel fiume per un po’, lo abbiamo benedetto e ognuno di noi ha provato profondamente la gioia del ritorno; la pioggia continuava a cadere su di noi mentre camminavamo. Alla fine abbiamo superato la grande cava di gesso e siamo arrivati alla ferrovia, nonché all’osteria Bridge Inn, situata proprio dall’altra parte del punto in cui il fiume Arun attraversa la strada.
······
When we had all four come in out of the rain into Mr. Duke’s parlour at the Bridge Inn, and when we had ordered beer and had begun to dry ourselves at the fire, the Sailor said: “Come, Grizzlebeard, we promised to tell the stories of our first loves when we came to Arun; and as you are much the oldest of us do you begin.”
“With all my heart,” said Grizzlebeard, “for, as you know, I am not one of those belated heretics who hold such things sacred, believing as I do that that only is sacred which attaches directly to the Faith… Nevertheless… to remember that great time, and how securely I was held, and in what a port lay the vessel of my soul, I do feel upon me something that should silence a man…”
“By what moorings were you held?” said I.
“By three,” he answered. “Her eyelids,, her voice, and her name.” Then after a little pause he went on:
“She was past her youth. Her twenty-fifth year was upon her. Her father and her mother were dead. She was of great wealth.
“She had one brother, who lived away in some great palace or other in the north, and one sister who was married far off in Italy. She herself had inherited an ancient house of stone set in her own valley, which was that of the river Brede, and most dear to her; for it was there that she had lived as a child, and there would she pass her womanhood.
“Into this house I was received, for she was much older than I, and when I first knew her I was not yet a man. Thither perpetually in the intervals of study I returned. Insensibly my visits grew most natural; I passed the gates which are the beginning of a full life, and constantly I found myself, in spite of a more active bearing and a now complete possession of my youth, alone in her companionship. Her many servants knew me as a part of their household: her grooms who first had taught me to ride, her keepers with whom I had first shot, her old nurse, a pensioner, who favoured this early friendship. The priest also called me by my name.
“We walked together in long avenues; the lawns of four hundred years were a carpet for us. We paced her woods slowly together and often watched together in the frosty season of the year the early setting of the sun behind bare trees. At evening by her vast and regal fires we sat side by side, speaking in that light alone to each other of dead poets and of the wars and of things seen and of small domestic memories grown to be pictures clear and lovable.
“Then at last I knew what briar it was that had taken root within me.
“In her absence — during the long nights especially — there returned to me the drooping of her eyes: their slow and generous glances. Waking and far off from her, when I saw in some stranger that same rare lowering of the lids I was troubled.
“Her voice, because it was her very self, so moved me, that whenever I heard it upon my way to her doors, whenever I heard it speaking even in the distance no matter what things to another, I trembled.
“Her name, which was not Mary nor Catherine, but was as common and simple a name, was set above the world and was given power over my spirit. So that to hear it attached even to another or to see it written or printed on a page everything within me stirred, and it was as though a lamp had been lit suddenly in my soul. Then, indeed, I understood how truly there are special words of witchcraft and how they bind and loose material things.”
An enthusiasm came into Grizzlebeard’s eyes, something at once brilliant and distant like the light which shines from the Owers miles out to sea. He opened his hand down on the table with a fine gesture of vigour, and cried out:
“But what a vision is that! What a spring of Nature even for the poor memory of a man! I mean the unrestricted converse with such a friend at the very launching of life! When we are still without laws and without cares, and yet already free from guardians, and in the full ownership of our own selves, to find a shrine which shall so sanctify our outset: to know, to accompany, and to adore!
“Do not ask me whether I contemplated this or that, union or marriage, or the mere continuance of what I knew, for I was up in a world where no such things are considered. There was no time. No future threatened me, no past could be remembered. I was high above all these things.
“By an accident of fortune I was called away, and in a distant town over seas had alien work put before me, and I mixed with working men. I faithfully curry-combed lean horses, and very carefully greased the axles of heavy wheels, till, after nineteen months, I could come home, and returning I made at once for the Valley.
“As I approached the house I was conscious of no change. The interval had vanished, and I was once again to see and to hear.
“The man that opened the door to me knew me well. I asked for her by her title and her name — for she was noble. He answered me, using her title but not her name. He told me that she would be home that evening late, and he gave me a note to read from her. The writing on that little square of paper renewed in me with a power I knew too well the magic of a sacred place to which I had deliberately returned. As I held it in my hand I breathed unsteadily, and I walked in a fever towards the great gates of iron; nor did I open the letter till I had taken refuge for the next few hours of evening in the inn of her village, where also I was known and had been loved by all in my boyhood.
“There, underneath a little lamp, alone and with food before me, I read the invitation from her hand.
“I learnt in it that she had married a man whose fame had long been familiar to me, a politician, a patriot, and a most capable manufacturer. She told me (for I had warned her of my landing) that they would be back at seven to pass two nights in this country house of theirs, and she begged me to be their guest, at least for that short time.
“A veil was tom right off the face of the world and my own spirit, and I saw reality all bare, original, evil and instinct with death. Nor would I eat and drink, but at last I cried out loud, mourning like a little child; and when I was rested of this I stood by the window and gazed out into the darkness until I had recovered my nature, and felt again that I was breathing common air.
······
Quando noi quattro entrammo nella sala del signor Duke al Bridge Inn, dopo essere stati sotto la pioggia, e ordinammo della birra iniziando ad asciugarci vicino al fuoco, il Marinai disse: “Forza, Grizzlebeard, abbiamo promesso di raccontare le storie dei nostri primi amori quando saremmo arrivati ad Arun; e poiché sei senz’altro il più anziano di noi, inizia tu.”
“Con tutto il mio cuore,” disse Grizzlebeard, “perché, come sapete, non appartengo a quegli eretici tardivi che considerano tali cose sacre; credo infatti che solo ciò che è strettamente legato alla Fede sia davvero sacro. Tuttavia, ricordare quel grande momento, il modo in cui fui al sicuro, e in quale “porto” si trovava la nave della mia anima, provo qualcosa che dovrebbe far tacere un uomo, ”
“A quali ormeggi eri legato?” chiesi io.
“Alle tre,” rispose. “Le sue palpebre, la sua voce, e il suo nome.” Poi, dopo una breve pausa, continuò:
“Era ormai oltre la sua giovinezza; aveva compiuto venticinque anni. I suoi genitori erano morti. Era molto ricca.”
“Aveva un fratello che viveva lontano, in qualche grande palazzo nel nord, e una sorella sposata in Italia. Lei stessa aveva ereditato una vecchia casa di pietra situata nella sua valle, quella del fiume Brede; era il luogo che le era più caro: lì aveva trascorso l’infanzia e lì avrebbe passato anche la sua giovinezza.”
“In questa casa fui accolto, poiché lei era molto più anziana di me; quando la conobbi per la prima volta, non ero ancora un uomo. Continuavo a tornarvi nei momenti liberi dagli studi. In modo insensibile, le mie visite divennero sempre più naturali; superai i confini che segnano l’inizio di una vita vera e, nonostante un comportamento più attivo e la piena padronanza della mia giovinezza, mi ritrovavo sempre da solo in sua compagnia. I suoi numerosi servitori mi conoscevano come parte della loro famiglia: i suoi cavalieri che mi avevano insegnato a montare a cavallo, le sue guardie con cui avevo imparato a sparare, la sua vecchia nutrice. Tutti favorivano questa precoce amicizia tra noi. Anche il prete mi chiamava per nome.”
“Camminammo insieme lungo viali lunghi; i prati di quattrocento anni ci facevano da tappeto. Percorremmo lentamente i suoi boschi insieme, e spesso, nella stagione gelida dell’anno, osservavamo insieme il tramonto del sole dietro gli alberi nudi. Alla sera, accanto ai suoi grandi e maestosi falò, sedevamo uno accanto all’altro, parlando soltanto di poeti defunti, di guerre, di cose viste, e di piccoli ricordi domestici che erano diventati immagini chiare e adorabili.”
“Allora finalmente capii di quale tipo di ‘rovo’ si trattasse che aveva preso radici dentro di me.”
“Nella sua assenza – soprattutto durante quelle lunghe notti – ritornava in me quell’abbassare degli occhi, quegli sguardi lenti e generosi. Quando mi svegliavo e lei non era lì, se vedevo in qualcun altro quel medesimo raro abbassamento delle palpebre, mi sentivo turbato.”
La sua voce, perché era proprio lei stessa, mi commuoveva così tanto che ogni volta che la sentivo mentre mi avvicinavo alla sua porta, ogni volta che la sentivo parlare anche da lontano, indipendentemente dal fatto di cosa stesse dicendo a qualcun altro, tremavo.
“Il suo nome, che non era né Mary né Catherine, ma un nome semplice e comune, fu scritto al di sopra del mondo intero e gli fu conferita potenza sul mio spirito. Così, ogni volta che lo sentivo associato a qualcun altro o lo vedevo scritto su una pagina, tutto in me si agitava; era come se improvvisamente nella mia anima si accendesse una lampada. Allora capii davvero quanto siano reali le parole magiche e come possano legare o sciogliere le cose materiali.”
Negli occhi di Grizzlebeard apparve un entusiasmo, qualcosa di al tempo stesso brillante e lontano, come la luce che si diffonde per miglia sul mare. Aprì la mano sul tavolo con un gesto deciso e gridò:
“Ma che visione straordinaria! Che fonte di ispirazione offerta dalla Natura, anche per la scarsa memoria di un uomo. Intendo dire: il poter comunicare liberamente con un tale amico proprio all’inizio della vita. Quando si è ancora privi di leggi e preoccupazioni, ma già liberi da ogni tutela esterna, e padroni pieni di sé stessi. Trovare qualcosa che possa santificare questo momento iniziale: conoscere, accompagnare, adorare, ”
“Non chiedetemi se abbia considerato questa o quell’opzione, un’unione o un matrimonio, o semplicemente la continuazione di ciò che conoscevo. Perché mi trovavo in un mondo dove cose del genere non venivano nemmeno prese in considerazione. Non esisteva il tempo. Nessun futuro mi minacciava, nessun passato poteva essere ricordato. Ero al di sopra di tutte queste cose.”
“Per un caso fortunato fui chiamato via e in una lontana città, oltre mare, mi venne offerto un lavoro diverso da quello che facevo prima; vi trascorsi il tempo tra gli operai. Lavoravo con diligenza sui cavalli magri e ungevo con cura gli assi delle ruote pesanti. Fino a quando, dopo diciannove mesi, riuscii a tornare >a casa; non appena arrivato, mi diressi subito verso la Valle.”
“Mentre mi avvicinavo alla casa, non notai alcun cambiamento. Quel periodo di oscurità era svanito, e io potevo vedere e sentire di nuovo.”
“L’uomo che mi aprì la porta mi conosceva bene. Chiesi di lei usando il suo titolo e il suo nome, perché era nobile. Mi rispose utilizzando soltanto il suo titolo, ma non il suo nome. Mi disse che sarebbe tornata a >casa quella sera tardi, e mi diede una lettera da leggere. Le parole scritte su quel piccolo pezzo di carta rinnovarono in me, con una forza che conoscevo troppo bene, la magia di un luogo sacro al quale ero tornata apposta. Mentre la tenevo in mano, respiravo affannosamente e camminavo con febbre verso le grandi porte di ferro; non aprii la lettera fino a quando non mi rifugiai, per le ore successive della sera, nell’osteria del suo villaggio, dove anch’io ero conosciuta e amata da tutti da quando ero bambina.”
“Ecco, sotto una piccola lampada, solo, con il cibo davanti a me, leggo l’invito che lei mi ha dato.”
“Ho appreso da quella lettera che aveva sposato un uomo la cui fama mi era già nota da tempo: un politico, un patriota e un industriale estremamente capace. Mi disse (poiché l’avevo avvisata del mio arrivo) che sarebbero tornati alle sette per trascorrere due notti in questa loro casa di campagna, e mi pregò di essere il loro ospite, almeno per quel breve periodo.”
“Un velo fu strappato via dal volto del mondo e dal mio stesso spirito; vidi la realtà nuda, originale, piena di male e guidata dall’istinto della morte. Non avevo più voglia di mangiare o bere. Alla fine gridai ad alta voce, piangendo come un bambino piccolo; quando mi calmai, mi avvicinai alla finestra e fissai l’oscurità fino a quando non riacquistai la mia natura normale e sentii di nuovo di respirare aria vera.”
“When spirits fall it is not as when bodies fall; they are not killed or broken; but I had fallen in those moments from an immeasurable height, and the rest of my way so long as I might live was to be passed under the burden to which we all are doomed. Then strong, and at last (at such a price) mature, I noted the hour and went towards the doors through which she had entered perhaps an hour ago in the company of the man with whose name she had mingled her own.” Myself. “What did he manufacture?” Grizzlebeard. “Rectified lard; and so well, let me tell you, that no one could compete with him.” Then he resumed: “I entered and was received. Her voice gave me again for a moment some echoes of the Divine: they faded; and meanwhile her face, her person, with every moment took on before me a less pleasing form.
“I have been assured by many who knew us both that what I saw was far from novel. To me it was as strange as earthquake. Her skin, I could now see, though in the main of a sallow sort, was mottled with patches of dead-white (for she disdained all artifice). Her teeth were various; I am no judge whether they were false or true. Her eyes suffered from some affection which kept them half closed; her voice was set at a pitch which was not musical; her gestures were sometimes vulgar; her conversation was inane. I thought in the next quarter of an hour that I had never heard so many things quoted from the newspapers in so short a time.
“But we chatted together merrily enough all three until she went to bed. Then I sat up for some hours talking with the jolly master of the house of politics and of lard. For I had found in my travels and in my new acquaintance with men that every man is most willing and most able to speak of his own trade. And let me tell you that this man had everything in him which can make a good citizen and a worthy and useful member of the State. His intelligence was clear and stable, his range of knowledge sufficient, his temper equable, and his heart so warm that one could not but desire him the best of fates. I have not met him for many years, but I saw in the last honours list that he had purchased a title. I still count him for an older friend.
“Next morning at a hearty breakfast I grew to like him better than ever, and I could see in the healthy light of a new day what excellent qualities resided even in the wife whom he had chosen. The work to which my poverty (for then I was poor) compelled me, called me by an early train to town, and since that morning I have lived my life.
“But that first woman still sits upon her throne. Not even in death, I think, shall I lose her.”
“Grizzlebeard, Grizzlebeard,” said I, “these things are from Satan! Children and honest marriage should long ago have broken the spell.”
“I am not married,” said he, “neither have I any children.”
“Then loves here and there should have restored you to yourself.”
He shook his head and answered: “It was not for lack of them, great or small. There have been hundreds… but let us say no more! There was some foreigner who put it well when he said, ‘Things do not come at all, or if they come, they come not at that moment when they would have given us the fullness of delight.’”
There remained in his pewter a little less than half the beer it had held. He gazed at it and noted also at his side, by the fire, a deal box full of sand, such as we use in my county for sanding of the floor.
Steadily, and with design, he poured out all the beer upon the sand, and put down his pewter with a ring.
The beer did not defile the sand. It was soaked in cleanly, and an excellent aroma rose from it over the room. But beer, as beer, beer meant for men, good beer and nourishing, beer fulfilling the Cervisian Functions, beer drinkable, beer satisfying, beer meet-to-be-consumed: that beer it could never be again.
Then Grizzlebeard said: “You see what I have done. I did it chiefly for a sacrifice, since we should always forego some part of every pleasure, offering it up to the Presiders over all pleasure and pouring it out in a seeming waste before the gods to show that we honour them duly. But I did it also for a symbol of what befalls the chief experience in the life of every man.”
There was a long silence when Grizzlebeard had done. From where I sat I could look through the window and see the line of the Downs, and the great beech woods, and birds swinging in the rainy air; and I remembered one pair of men and women, and another and another, and then I fell to thinking of a man whom I had known in a foreign place, who at once loved and hated — a thing to me incomprehensible. But he was southern. Then I heard the silence broken by the Poet, who was saying to the Sailor:
“Now it is your turn.”
And the Sailor said, “By all means if you will,” and very rapidly began: “My first love lived in the town of Lisbon, after the earthquake and before the Revolution, when I was a lad of seventeen, and already very weary of the sea. She, upon her side, may have been thirty-six or a trifle more, but in that climate women age quickly. Our romance was short; it lasted but five hours. Indeed, my leave on shore was not much longer, for I was serving in the galley, shame be it said; but a boy must earn his living, and rather than be late on board I would have fled to the hills.”
“What was her name?” said the Poet.
“I do not know,” answered the Sailor, “I did not ask… But one moment!… I am not so sure that this was my first love… I fear the vividness of my recollection has misled me. Unless I am quite wrong,” he went on, musing slowly, “it was in Newhaven, before we set sail upon that Lusitanian cruise, that I met my first love, by name Belina… or stay!… Wrong again, for that was my second ship. Now you ask me and I begin to search my memory, my first love was not there at all, but at a place called Erith, in London River. At least I think so…
“Bear with me a moment, gentlemen,” he said piteously, putting his hand to his forehead; “the years have trampled up my young affection… Yes, it was that woman at Erith, Joan they called her (did the men).
“Quando gli spiriti cadono, non è come quando i corpi cadono; non vengono uccisi né distrutti. Ma in quei momenti io ero precipitato da un’altezza immensa, e il resto del mio cammino, finché fossi sopravvissuto, sarebbe stato trascorso sotto il peso a cui tutti siamo destinati. Poi, diventato forte, e infine, a quel prezzo, maturo, ho atteso il momento giusto e sono andato verso le porte attraverso cui lei era entrata, forse un’ora prima, in compagnia dell’uomo il cui nome aveva legato al proprio.” “Io stesso, ” “Cosa produceva?” chiese Grizzlebeard. “Lardo raffinato. E, credimi, così bene che nessuno poteva competere con lui.” Poi continuò: “Sono entrato e sono stato accolto. La sua voce per un momento mi ha restituito alcune eco del Divino. Ma quelle echeggiarono presto. Nel frattempo, il suo viso, la sua figura, man mano che il tempo passava, assunsero davanti ai miei occhi una forma sempre meno piacevole.”
“Molte persone che ci conoscevano entrambi mi hanno assicurato che ciò che ho visto non era affatto insolito. Per me, tuttavia, è stato altrettanto strano di un terremoto. La sua pelle, ora che la vedevo bene, sebbene per lo più di colore giallastro, presentava macchie bianche morte (poiché disdegnava ogni trucco). I suoi denti erano di vario tipo; non so dire se fossero falsi o veri. I suoi occhi erano semichiusi a causa di qualche problema; la sua voce non aveva alcuna melodia; i suoi gesti a volte erano volgari; il suo modo di parlare era insensato. Nel corso dei successivi quindici minuti, ho pensato di non aver mai sentito in così poco tempo così tante citazioni tratte dai giornali.”
“Ma noi tre abbiamo chiacchierato allegramente fino a quando lei non è andata a letto. Poi sono rimasto seduto per alcune ore a parlare con quel simpatico padrone di casa, esperto in politica e, in altre cose. Perché, nei miei viaggi e nel mio nuovo incontro con molte persone, ho scoperto che ognuno è molto disposto e capace di parlare della propria professione. E lasciate che vi dica: quest’uomo possedeva tutte le qualità necessarie per essere un buon cittadino, un membro degno e utile dello Stato. La sua intelligenza era chiara e solida, la sua cultura sufficientemente ampia, il suo carattere equilibrato, e il suo cuore così caloroso che non si poteva fare a meno di augurargli il meglio. Non lo vedo da molti anni, ma ho notato nell’ultimo elenco delle onorificenze che aveva acquistato un titolo nobiliare. Lo considero ancora un mio vecchio amico.”
“La mattina seguente, dopo una colazione sostanziosa, iniziai a piacermelo ancora di più; nella luce serena di un nuovo giorno, riuscii a vedere quali eccellenti qualità possedesse anche la moglie che aveva scelto. Il lavoro che la mia povertà (all’epoca ero davvero povero) mi costringeva a fare mi portò in città con il treno del mattino, e da quella mattina ho vissuto la mia vita così come l’ho vissuta fino ad oggi.”
“Ma quella prima donna siede ancora sul suo trono. Penso che nemmeno dopo la morte riuscirò a perderla.”
“GrizzlediBarba, GrizzlediBarba,” dissi, “queste cose provengono da Satana! Bambini e matrimoni onesti avrebbero dovuto spezzare questa maledizione molto tempo fa.”
“Non sono sposato”, disse, “e non ho nemmeno figli”.
“Allora, gli amori sparsi qua e là avrebbero dovuto farti ritrovare te stesso.”
Scosse la testa e rispose: “Non è stato per mancanza loro, grandi o piccoli. Ne sono stati centinaia, ma lasciamo perdere! C’è stato un straniero che l’ha detto molto bene quando ha affermato: ‘Le cose non arrivano affatto, o se arrivano, non avvengono nel momento in cui ci avrebbero potuto dare la massima gioia.’”
Nel suo boccale di stagno rimaneva un po’ meno della metà della birra che conteneva prima. La guardò e notò anche, accanto a sé, vicino al fuoco, una scatola piena di sabbia, proprio quella che usiamo nella mia contea per levigare i pavimenti.
Con calma e metodo, versò tutta la birra sulla sabbia, poi posizionò il suo boccale di piombo con un anello attaccato.
La birra non contaminò la sabbia; venne assorbita completamente e ne sprigionò un aroma delizioso in tutta la stanza. Ma una birra, una vera birra, destinata agli uomini, buona e nutriente, che soddisfi le esigenze umane: quella birra non sarebbe mai più stata possibile.
Allora Grizzlebeard disse: “Vedete ciò che ho fatto. L’ho fatto principalmente come un sacrificio, poiché dobbiamo sempre rinunciare a una parte di ogni piacere, offrendola ai Presidenti al di sopra di ogni altro piacere e riversandola, in apparenza sprecata, davanti agli dèi per dimostrare che li onoriamo come si deve. Ma l’ho fatto anche come un simbolo di ciò che accade nella più importante esperienza della vita di ogni uomo.”
Ci fu un lungo silenzio dopo che Grizzlebeard ebbe finito di parlare. Da dove mi trovavo, potevo guardare fuori dalla finestra e vedere la linea delle colline, i grandi boschi di faggi, gli uccelli che si muovevano nell’aria piovosa; e ricordai un paio di uomini e donne, poi altri ancora. Poi iniziai a pensare a un uomo che avevo conosciuto in un luogo straniero: uno che allo stesso tempo amavo e odiavo. Qualcosa per me incomprensibile. Ma lui era del sud. Poi sentii il silenzio interrotto dal Poeta, che stava dicendo al Marinaio:
Ora è il tuo turno.
E il marinaio disse: “Certo, se lo desideri,” e subito iniziò a raccontare: “La mia prima amore viveva nella città di Lisbona, dopo il terremoto e prima della Rivoluzione, quando avevo diciassette anni e ormai ero stanco del mare. Lei, invece, doveva avere trentasei anni o poco più, ma in quel clima le donne invecchiano rapidamente. La nostra storia d’amore è stata breve, è durata soltanto cinque ore. In realtà, il mio congedo dalla terraferma non è stato molto lungo; facevo servizio su una galea, e questo è vergognoso da dire. Ma un ragazzo deve pur guadagnarsi da vivere, e piuttosto che arrivare in ritardo a bordo, avrei preferito fuggire nelle colline.”
“Come si chiamava?” disse il Poeta.
“Non lo so,” rispose il Marinaio, “non l’ho chiesto. Ma un attimo!. Non sono così sicuro che quella fosse la mia prima volta d’amore. Temo che la vividezza dei miei ricordi mi abbia ingannato. A meno che non mi sbagli completamente,” proseguì, riflettendo lentamente, “è stato a Newhaven, prima di partire per quel viaggio in Spagna, che ho conosciuto la mia prima donna. Si chiamava Belina. No, aspetta!. Anche questo è sbagliato: quella era la mia seconda nave. Ora che me lo chiedi, comincio a ricordare. La mia prima volta d’amore non è stata lì, ma in un posto chiamato Erith, sul fiume Tamigi. Almeno credo, ”
“Perdonatemi un momento, signori,” disse con tono supplichevole, portandosi la mano alla fronte; “gli anni hanno schiacciato i miei sentimenti giovani. Sì, era quella donna a Erith, la chiamavano Joan, ”
Joan!… Unless it was that curious and rather unpleasant woman who lived on the far side of Foulness, with her father, and used to row out with fruit and things when the tide was off the mud, and just before the boats waiting to get through the Swin had water enough to weigh anchor… It was one of the two I am fairly sure. The younger woman in Goole (for when I was young, though few things of any size went up river as far as that, we did) was, if I remember right, not a Love at all but a mere Consoler—”
The Poet. “I do not think you are serious; I don’t think you understand what you say.”
The Sailor. “Why, then, since you know better, you can give me your own list; I have no doubt it will do as well as mine, for my memory is very confused upon these matters.”
The Poet. “I cannot tell you anything about your affairs, and it seems you cannot tell us either; but I can very well describe my own, since I must do so by the terms of our agreement, though I would rather keep silent.
“I was passing in a certain year, just at the end of my school-days, by a path which led between the two lakes at Bringhanger. It is about a mile from the house, and people do not often pass that way, though it is one of the most beautiful places in the world. The first green was upon the trees, but their buds were still so small that one could see the hills near by through their open branches, and the wind, though it was gentle, looked cold upon the surface of the mere, for it was very early morning. Then it was that I saw upon the further shore, mixed as it were with the foliage and half-veiled by reeds, a young woman whom I was not to see again; who she was or by what accident she came there I have never known. I made at once to watch her form as it passed into the boughs of that lakeside and made in the tracery of them a sort of cloud, as I thought, so that I was not certain for a moment whether I had really seen a human thing or no.
Immediately, as though she had melted into the trees, she was gone, and I went on my way. But as I wandered, going eastwards towards Arun, this vision grew and fixed itself within my mind, and then for the next days of lonely travel in the County from inn to inn, it became my companion, until at last I took it for my fellow-traveller. I have kept it in my heart ever since.”
The Sailor. “Great heavens, what a lie!” The Poet answered angrily that it was no lie, but the Sailor stood his ground.
“It is a lie,” said he, “and a literary lie, which is the most contemptible of all lies.”
“I cannot prove it,” answered the Poet sullenly. “I cannot even prove that what I saw was human.”
“No,” said the Sailor, “you cannot, for you got it in a book, or you mean to put it in a book; but all that kind of talk has no more flesh and blood in it than the rot-talk of the literary men who write about huntin’ in Grub Street. Wow! I would not be seen dead in a field with such flimsy stuff.”
“It was then I wrote,” said the Poet dreamily, as though there were no one by, “five lines which enshrine her memory.”
And as he recited them the Sailor put up first his thumb and then one finger after another, to mark the completion of each line and the rhymes.
“The colour of the morning sky
Was like a shield of bronze,
The something or other was something or other.’”
“The what?” said the Sailor.
“I cannot remember the exact words,” said the Poet, “and I have never been able to complete that line properly, but I have the rhythm of it in my head right enough,” and he went on —
“Her little feet came wandering by
The edges of the ponds.”
“Now I’ve got you,” shouted the Sailor triumphantly, “‘ponds’ does not rhyme with ‘bronze.’”
“Yes it does!” said the Poet, with excitement. “It’s just one of those new rhymes one ought to use. One does not pronounce the ‘d’ in pond. At least,” he added hurriedly, “not in the plural.”
The Sailor appealed to Grizzlebeard.
“Grizzlebeard,” he shouted, “the Poet is telling lies and making bad rhymes! Grizzlebeard!”
Then he looked closer and saw that Grizzlebeard was asleep.
But at the shouting of the Sailor, “Eh? What?” he said, waking with a start, “have I missed a story?”
“Two,” said I, “each duller and worse than the last.”
“Then I am glad I slept,” said Grizzlebeard. Myself. “You do well to be glad! The Sailor lied about twenty wenches and the Poet lied about one, but the Sailor’s lies were the more entertaining of the two, and also, what is not the same, the more possible. They were lying about their first loves, as you may well believe.”
Grizzlebeard (muttering). “Well, well, small blame to them, we all do that more or less. And you, Myself, have you told your story?”
The Sailor (eagerly). “No, he has not, he has shirked it.”
The Poet. “He has led us on, and he himself has said nothing, which is not fair.”
Myself. “I was only waiting my turn, and I shall be very happy to tell you those entertaining things. I make no secret of them. That is not my religion, thank Heaven.”
At this point I put on such gravity as the circumstance demanded, and looking at my companions in a sober fashion, so that they might expect a worthy revelation, I took from the ticket-pocket of my coat a sovereign, new minted, yellow red, stamped in the effigy of the King, full-weighted, excellently clean and sound. And holding this up between my finger and my thumb, I said:
“Here is my first love! Whom I met when first I came out from the warmth of home into the deserts of this world, and who has ever been absolutely sure and true, and has never changed in the minutest way, but has ever been sterling and fixed and secure. And in the service of this first love of mine I, in my turn, have been absolutely faithful, and from that loyalty I have never for one moment swerved. Gentlemen, to be faithful in that sort is a rare and a worthy thing!”
Then I put back the sovereign in my pocket, gently and reverently, and taking up the pewter I drank what was left in it, and said to them in more solemn tones:
Joan!. A meno che non fosse quella donna curiosa e piuttosto sgradevole che viveva dall’altra parte di Foulness, con suo padre, e che usciva in barca con frutta e altre cose quando la marea si ritirava dal fango, proprio prima che le barche in attesa di attraversare il Swin avessero abbastanza acqua per levare l’ancora. Era una delle due donne di cui sono abbastanza sicura. Quella più giovane a Goole, perché quando ero piccola, anche se poche cose di qualche dimensione arrivavano così lontano lungo il fiume, noi lo facevamo. Se ricordo bene, non era affatto una donna che cercava relazioni sentimentali, ma soltanto qualcuno che offriva conforto.
Il poeta. “Non credo che tu sia serio; non penso che capisca davvero ciò che dici.”
Il marinaio: “Allora, poiché ne sai di più tu, puoi darmi la tua lista; non ho dubbi che funzionerà altrettanto bene della mia, visto che la mia memoria in questi casi è davvero molto confusa.”
Il Poeta: “Non posso dirvi nulla riguardo alle vostre faccende, e sembra che nemmeno voi possiate dirci qualcosa; ma posso certamente descrivere le mie, poiché è mio dovere farlo secondo i termini del nostro accordo, anche se preferirei rimanere in silenzio.”
“Un certo anno, verso la fine dei miei anni scolastici, passavo lungo un sentiero che si snodava tra i due laghi di Bringhanger. Era distante circa un miglio dalla casa, e poche persone lo percorrevano spesso, nonostante fosse uno dei luoghi più belli del mondo. Gli alberi iniziavano appena a germogliare, ma i loro boccioli erano ancora così piccoli che si potevano vedere le colline vicine attraverso i rami aperti; il vento, sebbene dolce, sembrava freddo sulla superficie del lago, poiché era molto presto al mattino. Fu allora che vidi, sulla sponda opposta, mescolata tra le foglie e parzialmente nascosta dalle canne, una giovane donna che non avrei mai più rivisto. Chi fosse o per quale caso si trovasse lì, non lo so mai saputo. Mi affrettai subito a osservare la sua figura mentre scompariva tra i rami degli alberi, formando quasi una sorta di “nuvola” nel loro disegno. Per un momento non fui sicuro se avessi davvero visto qualcosa di umano o meno.”
Immediatamente, come se si fosse fusa tra gli alberi, scomparve, e io proseguii per la mia strada. Ma mentre vagavo verso est, diretto ad Arun, quell’immagine continuò a crescere nella mia mente e a rimanervi fissata; nei giorni successivi di viaggio solitario, da una locanda all’altra nella contea, divenne la mia compagna, fino a quando alla fine iniziai a considerarla davvero una compagnia di viaggio. Da allora l’ho tenuta sempre nel mio cuore.
Il Marinaio: “Per tutti i cieli, che bugia!” Il Poeta rispose arrabbiato che non era affatto una bugia, ma il Marinaio rimase fermo sulla sua posizione.
“È una menzogna”, disse, “e una menzogna letteraria, che è la più disprezzabile di tutte le menzogne”.
“Non posso provarlo,” rispose il Poeta in tono cupo. “Non riesco nemmeno a dimostrare che ciò che ho visto fosse umano.”
“No,” disse il Marinaiolo, “non puoi farlo, perché l’hai preso da un libro, o vuoi metterlo in un libro; ma tutto questo genere di discorsi non ha più sostanza reale di quelle sciocchezze scritte dagli intellettuali che parlano di caccia. Wow! Non mi vedreste mai morto in un campo con roba del genere.”
“Fu allora che scrissi,” disse il Poeta con sognante nostalgia, come se nessuno fosse lì ad ascoltare, “cinque versi che custodiscono la sua memoria.”
E mentre le recitava, il Marinai alzò prima il pollice e poi, uno dopo l’altro, gli altri dita, per indicare la fine di ogni verso e l’allineamento delle rime.
Il colore del cielo al mattino
Come uno scudo di bronzo
“Quell’altro qualcosa era proprio quell’altro qualcosa.”
“‘Cosa?’” disse il Marinaiolo.
“Non riesco a ricordare le parole esatte,” disse il Poeta, “e non sono mai riuscito a completare quella riga correttamente, ma ho ben presente il suo ritmo nella mia testa,” e continuò.
I suoi piccoli piedi si aggiravano lì intorno
“Le rive degli stagni”.
“Ora ti ho preso in trappola,” gridò trionfante il Marinaiolo, “‘ponds’ non rima con ‘bronze’.”
“Sì, lo è!” disse il Poeta, con entusiasmo. “È semplicemente uno di quei nuovi ritmi che si dovrebbero utilizzare. Non si pronuncia la ‘d’ in ‘pond’, almeno,” aggiunse in fretta, “non nel caso del plurale.”
Il Marinaio si rivolse a Grizzledbeard.
“GrizzlediBarba”, gridò, “il Poeta sta dicendo bugie e compone versi orribili! GrizzlediBarba!”
Poi guardò più da vicino e vide che Grizzlebeard stava dormendo.
Ma all’urlo del marinaio: “Eh? Cosa?”, si svegliò di scatto e pensò: “Ho forse perso qualche parte della storia?”
“Due”, dissi, “ciascuno più noioso e peggiore del precedente”.
“Allora sono contento di aver dormito,” disse Grizzlebeard. “Davvero. È giusto che tu sia contento! Il Marinaio ha mentito riguardo a venti ragazze, mentre il Poeta ne ha mentito riguardo a una sola; ma le bugie del Marinaio erano più divertenti, e inoltre, più plausibili. Stavano mentendo sulla loro prima volta d’amore, come è facile credere.”
Barba Grigia (mormorando): “Beh, beh, non è proprio colpa loro; più o meno, tutti noi facciamo lo stesso. E tu, io stesso, hai già raccontato la tua storia?”
Il marinaio (con impazienza): “No, non l’ha fatto… se n’è andato senza occuparsene.”
Il Poeta. “Ci ha guidati senza dire nulla di concreto, il che non è affatto giusto.”
Io stesso. “Stavo solo aspettando il mio turno, e sarò molto felice di raccontarvi quelle storie divertenti. Non le nascondo affatto. Grazie al cielo, quella non è la mia religione.”
A questo punto assunsi un’aria di gravità tale da essere adeguata alle circostanze, e guardai i miei compagni con serietà, affinché si aspettassero una rivelazione importante. Presi quindi dalla tasca del mio cappotto una sovrana appena coniata: di colore giallo-rosso, recante l’effigie del Re, di peso pieno, estremamente pulita e integra. Tenendola tra il dito indice e il pollice, dissi:
“Ecco il mio primo amore! Quello che ho incontrato quando sono uscito per la prima volta dal calore di >casa e mi sono ritrovato nei deserti di questo mondo; una persona sempre assolutamente fedele e sincera, mai cambiata nemmeno in minima parte, sempre costante e affidabile. E al servizio di questo mio primo amore, anch’io sono stato assolutamente fedele, senza mai deviare neanche per un istante da quella lealtà. Signori, essere fedeli in questo modo è davvero qualcosa di raro e prezioso!”
Poi riposi il sovrano nel mio taschino, con delicatezza e rispetto; presi quindi la coppa di piombo e bevvi ciò che vi era rimasto, dopodiché dissi loro con toni ancora più solenni:
“You see what I have done. I have quite drained this tankard, It is empty now. I did it chiefly because I felt inclined; since it is commonsense that we should never forego any one of the few pleasures which we may find to hand. But I did it also for a symbol of what jolly satisfaction a man may get if he will do what every man should do; that is, take life and its ladies as he finds them during his little passage through the daylight, and his limping across the stage of this world. So now you know.”
But Grizzlebeard shook his head and said:
“All these things are follies! But since the rain is over let us be off again. It is November: the days are brief; and the light will not last us long. Let us press forward over Arun, and pursue our westward way beneath the hills.”
So we did as he bade us, crossing the long bridge and seeing the water swirling through on the strong brown tide, and so along the causeway, and up the first ride into Houghton, where is that little inn, “St. George and the Dragon,” at which King Charles the Second, the first King of England to take a salary and be a servant, drank as he fled from Worcester many years ago. And we went on that ancient way, that hollow way, which the generations and the generations rolling upon wheels and marching upon leather, all on their way to death, have worn down so far below the level of the brown ploughed land. We went past Bury to Westburton, and still onwards to the place where some dead Roman had his palace built, near the soldiers’ road, in a place that looks at a great hollow of the Downs and is haunted by the ruin of fifteen hundred years. But we did not stop to look at the stone pictures there, nor at that sacred head of Winter wherein this southern lord had bidden his slaves express the desolation of our cold and of our leafless trees. We went on through the steep, tumbled land, down the sharp dip of Bignor, and up the sharp bank of Sutton: always westward, following the road. And as we went, with the approach of evening the wind had cleared the sky. There were no more clouds.
And as we went along the Sailor said:
“Poet, it is some time since you tried to give us verse, and I would not press you, for I know well enough that it is hard labour to you with that nasty sense of failure all the time. None the less I will beg you to try your hand, if only to amuse us, for there is nothing lightens a road like a song, and we have gone already many, many miles.”
The Poet. “With all my heart, since we are now upon the edge of Burton and its ponds, which, with the trees along them, and the heathy lands, and the way that the whole setting of them look at the wall of the Downs, is perhaps the most verse-producing mile in the world. Inspired by this let me give you the most enchanting of songs: —
‘Oh gay! But this is the spring of the year!
The sun—’”
The Sailor. “Halt! Halt at once! You have gone mad, if indeed to such brains as yours such dignities are reserved. Has it not yet sunk into that corked head of yours that it is All-Hallows? For though it is notorious that poets neither see what is before them, nor hear, nor smell, but work in the void (and hence their flimsiness), yet, if you cannot see the bare branches and the dead leaves, nor smell autumn, nor catch the quality of the evening, for the Lord’s sake write nothing. It would be far better so.”
The Poet. “I am not writing but singing, and it is my pleasure to sing of spring time. Whether I sing well or no you cannot tell until I have accomplished my little song. But you have put me out and I must begin again.”
Whereupon with less merriment, but full of courage, he took up that strain once more.
“Oh gay! But this is the spring of the year!
The sun shall gladden me all the day,
And we’ll go gathering May, my dear,
And we’ll go gathering May;
For the skies are broad and the throstle is here…
And we’ll go gathering May.”
When the Poet had sung this again (and his voice flattened towards the end of the short thing), the Sailor, clasping his hands behind his back, began to move more slowly, and so compelled us to slacken pace. He cast his eyes upon the ground, and for a while was lost beneath the surface. He then quoted in a deep tone, but to himself:
“O God! O Montreal!”
The Poet. “I don’t understand.”
The Sailor. “No, you would not.” Grizzlebeard {kindly). “It is a quotation, Poet. It is a quotation from the poem of an Englishman who went to Montreal one day and found that they had put Discobolos into breeches. Whereupon this Englishman, suffering such an adventure among such Colonials, wrote an ode to celebrate the event, and mournfully repeated throughout that ode, time and again, ‘O God! O Montreal!’”
Myself. “Yes, since that time it has passed into a proverb, and is used to emphasise those occasions on which the mind of man has fallen short of its high mission in any department of art.”
The Poet. “Oh!”
The Sailor (looking up). “Tell me, Poet, did you write that yourself?”
The Poet (defiantly). “Yes.”
The Sailor (after a short pause). “Tell me, Poet, what is a throstle?”
The Poet. “I don’t know.”
The Sailor. “I thought so. And tell me, Poet, does he come out in the spring?”
The Poet. “I daresay. Most things do.” The Sailor. “Well, well, we won’t quarrel; but if you have written much more like this, publish it, and we will have some fun.”
The Poet was now thoroughly annoyed, not being so companionable a man (by reason of his trade) as he might be. For men become companionable by working with their bodies and not with their weary noddles, and the spinning out of stuff from oneself is an inhuman thing.
So I said to him to soothe him:
“I am no judge of verse, Poet, but I think it would go very well to real music. Will you not get some one else to put music to it?” The Poet answered angrily:
“No, I will not, and since the Sailor thinks it is so easy to write good verse on the spur of the moment, let him try.”
The Sailor (gaily). “Why, I can do these things in my sleep. I have written the loveliest things on my shirt-cuff before now, listening to public men at dinners. As also alone in those cells to which the police have sometimes confined me for the hours between revelry and morning, I have adorned the walls with so many little, charming little, pointed little, tender little, suggestive little, diaphanous little Stop-shorts or There-you-are’s as would, were they published in a book, make me more famous than last year’s Lord Mayor.”
“Vedete cosa ho fatto. Ho completamente svuotato questa brocca; ora è vuota. L’ho fatto soprattutto perché ne avevo voglia; dopotutto, è senso comune non rinunciare mai a nessuno dei pochi piaceri che ci capitano. Ma l’ho fatto anche come simbolo di quanto grande possa essere la soddisfazione che un uomo può provare se fa ciò che ogni uomo dovrebbe fare: cioè godersi la vita e le sue “dame” così come le incontra nel breve periodo in cui vive, nel suo breve passaggio attraverso questo mondo. Ora lo sapete.”
“Ma Grizzlebeard scosse la testa e disse…”
“Tutte queste cose sono sciocchezze! Ma poiché la pioggia è finita, partiamo di nuovo. È novembre: i giorni sono brevi; e la luce non durerà a lungo. Proseguiamo verso Arun e continuiamo il nostro cammino verso ovest, sotto le colline.”
Facciammo come ci aveva ordinato; attraversammo il lungo ponte e vedemmo l’acqua vorticare nella forte marea marrone. Proseguimmo lungo la diga e risalimmo verso Houghton, dove si trovava quella piccola locanda, “San Giorgio e il Drago”, dove molti anni fa re Carlo II, il primo re d’Inghilterra a ricevere uno stipendio e a servire come suddito, bevve mentre fuggiva da Worcester. Continuammo lungo quel sentiero antico, quel percorso scavato dalle generazioni che, avanzando verso la morte, lo avevano eroso fino a farlo scendere molto al di sotto del livello dei campi arati. Superammo Bury e Westburton, proseguendo fino al luogo in cui un antico romano aveva fatto costruire il proprio palazzo, vicino alla strada militare, in una posizione che si affaccia su una grande conca delle colline e è infestata dalle rovine di millecinquecento anni fa. Ma non ci fermammo ad ammirare quelle sculture in pietra, né quella “testa sacra dell’Inverno” nella quale quel signore del sud aveva fatto rappresentare la desolazione del nostro freddo e degli alberi spogli. Continuammo attraverso il terreno ripido e accidentato, giù per il pendio scosceso di Bignor e su per la riva ripida di Sutton: sempre verso ovest, seguendo la strada. Con l’avvicinarsi della sera, il vento aveva spazzato via le nuvole; non ce n’era più nessuna.
E mentre camminavamo, il Marinaio disse:
“Poeta, è da un po’ che non ci offri versi, e non te lo chiederei se non sapessi quanto sia faticoso per te, con quella costante sensazione di fallimento. Tuttavia ti prego di provarci, anche solo per divertirci: nulla come una canzone può rendere più leggero il cammino, e abbiamo già percorso tanti, tantissimi chilometri.”
Il Poeta: “Con tutto il mio cuore, poiché ci troviamo ora ai margini di Burton e dei suoi stagni, con gli alberi che li circondano, le terre erbose, e il modo in cui tutto questo paesaggio si affaccia sulle colline delle Downs, forse questa è la miglia più propizia alla poesia al mondo. Ispirato da tutto ciò, lasciate che vi canti la canzone più incantevole, ”
“Oh, che strano. Ma questa è la primavera dell’anno!”
Il sole…
Il Marinai: “Fermati! Fermati immediatamente! Sei impazzito, se davvero cervelli come il tuo sono degni di tali onori. Non ti è ancora entrato in quella testa dura che oggi è la Notte di Ognissanti? Anche se è noto che i poeti non vedono ciò che hanno davanti a loro, né sentono, né odono nulla, ma lavorano nel vuoto (e per questo le loro opere sono fragili), tuttavia, se non riesci a vedere i rami spogli e le foglie morte, né a percepire l’odore dell’autunno, né a cogliere l’atmosfera della sera, per amor del Signore, non scrivere nulla. Sarebbe molto meglio così.”
Il Poeta: “Non sto scrivendo, ma cantando. E per me è un piacere cantare della primavera. Se canto bene o meno, lo potrete sapere solo quando avrò terminato questa mia piccola canzone. Ma mi avete interrotto. Devo ricominciare.”
E così, senza più allegria ma con grande coraggio, riprese a suonare quella melodia.
“Ah, che sciocco. Ma questa è la primavera dell’anno!”
Il sole mi renderà felice per tutto il giorno.
E andremo a raccogliere fiori a maggio, mia cara…
E andremo a raccogliere fiori a maggio…
Perché i cieli sono vasti e il cuculo è qui.
E andremo a raccogliere fiori a maggio.
Quando il Poeta cantò di nuovo questa canzone (e la sua voce si affievolì verso la fine della breve strofa), il Marinairo, incrociando le mani dietro la schiena, iniziò a muoversi più lentamente, costringendoci così ad rallentare il passo. Abbassò lo sguardo a terra e per un po’ sembrò perdersi tra i dettagli del terreno. Poi recitò, con voce profonda, ma solo per sé stesso:
“Dio mio! Montréal…”
Il poeta. “Non capisco.”
Il Marinai: “No, non lo faresti.” Grizzlebeard (con gentilezza): “È una citazione, Poeta. Una citazione tratta da un poema di un inglese che un giorno andò a Montreal e scoprì che avevano messo il Discobolo nei pantaloni. Allora questo inglese, dopo aver vissuto un’esperienza del genere tra quei coloni, scrisse un’ode per celebrare l’evento, ripetendo più volte in quell’ode: ‘Oh Dio! Oh Montreal!’”
Io stesso. “Sì, da allora è diventato un proverbio e viene utilizzato per sottolineare quelle occasioni in cui la mente umana non riesce a adempiere alla sua alta missione in alcun campo dell’arte.”
Il poeta. “Oh!”
Il marinaio (alzando lo sguardo): “Dimmi, poeta… l’hai scritto tu stesso?”
Il poeta (con determinazione). “Sì.”
Il Marinaio (dopo una breve pausa). “Dimmi, Poeta, cos’è una tortora selvatica?”
Il poeta. “Non lo so.”
Il Marinaio. “Lo pensavo anch’io… E dimmi, Poeta: esce fuori in primavera?”
Il Poeta: “Oserei dire di sì. La maggior parte delle cose, infatti, avviene così.” Il Marinaio: “Beh, beh, non litigheremo; ma se hai scritto ancora molte cose del genere, pubblicale pure. Ci divertiremo un mondo.”
Il Poeta era ormai profondamente infastidito; non essendo, a causa della sua professione, un uomo particolarmente socievole. Infatti, le persone diventano socievoli quando lavorano con il proprio corpo e non con la propria mente stanca, mentre creare qualcosa partendo da se stessi è un’attività disumana.
“Gli dissi di calmarlo…”
“Non sono un esperto di poesia, Poeta, ma penso che si adatterebbe molto bene a della vera musica. Non potresti trovare qualcun altro per comporre la musica adatta?” Il Poeta rispose arrabbiato:
“No, non lo farò. E poiché quel marinaio pensa che sia così facile scrivere versi belli su due piedi, lasciamo che ci provi lui stesso.”
Il Marinairo (allegramente): “Ma certo, riesco a fare queste cose anche nel sonno. Ho già scritto le cose più belle sui polsini della mia camicia ascoltando gli uomini importanti ai banchetti. E anche da solo, in quelle stanze in cui la polizia a volte mi ha rinchiuso nelle ore tra le feste e l’alba, ho decorato le pareti con tanti piccoli, deliziosi, affascinanti simboli. Se questi venissero pubblicati in un libro, mi renderebbero ancora più famoso di Lord Mayor dello scorso anno.”
Grizzlebeard. “Yes, but you have not taken up the challenge.”
The Sailor (easily). “I will do so at once.” And he rattled out:
“When open skies renew the year,
And yaffle under Gumber calls,
It’s because the days are near
When open skies renew the year,
That under Burton waterfalls
The little pools are amber clear,
And yaffle, yaffle, yaffle, yaffle, yaffle under Gumber calls.”
Then he went on very rapidly:
“Now that is verse if you like! There you have good verse, pinned and knowled; strong-set verse, mitred and joined without glue! Lord! I could write such verse for ever and not feel it! But I care little for fame, and am at this moment rather for bread and cheese, seeing that we are coming near the Cricketers’ Arms at Duncton, a house of call famous for this: that men sit there and eat to get strength for the climbing of Duncton Hill, or, if they are going the other way about, they sit there and eat after their descent thereof.”
The Poet. “It is all very well, but that verse of yours is not yours at all. It is Elizabethan and water, and let me tell you that the Elizabethan manner can be diluted about as successfully as beer. Mix your ale with water half and half, and give me news of it. So with Elizabethan when you moderns think that you have tapped the barrel.”
The Sailor. “What you say is not true. This is my own verse, and if you tell me it is in the manner of those who wrote at £40 the go under Queen Elizabeth, I am not ashamed. Many men lived in that reign who wrote with dexterity.”
The Poet. “Well, then, what is a Yaffle?”
The Sailor. “Why, it is a real bird.”
The Poet (surlily). “Yes, like the Great Auk.”
The Sailor. “No, not like the Great Auk at all; for the Great Auk of whom it is written:
‘ Here the Great Auk, a bird with hairy legs,
Arrives in early spring and lays its eggs’
(and that was written of Beachy Head) is dead. But the Yaffle is alive and is a woodpecker, as you would know if you poets had not all your senses corked, as I have said. For when the woodpecker cries ‘Yaffle’ in the woods, all the world of it, except poets, is aware.
“Moreover, in my song there are no women. One knows your bad poet by an excess thereof; but of this sex in the sentimental manner I have also written, saying in majestic rhyme: —
‘If all the harm that women do
Were put into a barrel
And taken out and drowned in Looe
Why, men would never quarrel!’”
Myself. “How any man can speak ill of women in the same breath with the Looe stream that races through the sea not far from the Owers Light is more than I can understand, seeing that no man hears the name of the Owers Light without remembering that song which was sung to a woman, and which goes: —
‘ The heavy wind, the steady wind that blows beyond the Owers,
It blows beyond the Owers for you and me
The Poet. “It seems to me you are not of the trade; you are choppy in verse, very short-winded, halting; spavined, I think.” The Sailor. “Why! I have sung the longest songs of you all! And since you challenge me, I will howl you one quite rotund and complete, but I warn you, your hair will stand on end!”
Grizzlebeard. “I dread the Sailor. He is blasphemous and lewd.”
The Sailor. “Judge when you have heard. It is a carol.”
The Poet. “But it is not Christmas.”
The Sailor. “Neither is it spring, yet by licence we sang our songs of springtime — and for that… Well, let me seize you all.
It has a title — not my own. We call this song ‘Noël.’”
Myself (prettily). “And I congratulate you, Sailor, on your whimsical originality and pretty invention in titles.”
The Sailor —
“Noël! Noël! Noël! Noël!
A Catholic tale have I to tell!
And a Christian song have I to sing
While all the bells in Arundel ring.
“I pray good beef and I pray good beer
This holy night of all the year,
But I pray detestable drink for them
That give no honour to Bethlehem.
“May all good fellows that here agree
Drink Audit Ale in heaven with me,
And may all my enemies go to hell!
Noël! Noël! Noël! Noël!
May all my enemies go to hell!
Noël! Noël!”
Grizzlebeard. “Rank blasphemy as I said, and heresy, which is worse. For at Christmas we should in particular forgive our enemies.” The Sailor. “I do. This song is about those that do not forgive me.”
The Poet. “And it is bad verse, like all the rest.”
The Sailor. “Go drown yourself in milk and water; it is great, hefty howl-verse, as strong and meaty as that other of mine was lovely and be-winged.”
Grizzlebeard. “What neither the Poet nor you seem to know, Sailor, is that the quarrels of versifiers are tedious to standers-by, so let us go into the Cricketers’ Arms and eat as you say, in God’s name, and occupy ourselves with something pleasanter than the disputed lyric.”
Myself. “Very well then, let us go into the Cricketers’ Arms, where Mr. Justice Honeybubble went when I was a boy, and there delivered his famous Opinion: — his Considered Opinion, his Opinion of permanent value, his Opinion which is the glory of the law.”
“What opinion was that?” said Grizzlebeard, going through the inn door, and we following him.
“I can tell you without much difficulty,” said I, “if you will listen, but I warn you it is a dull, dull thing. Then, for that matter so was that historical lecture of yours upon the Sussex War. But I listened to that, so now you shall listen to me.”
They sat down not very well pleased, but I assured them that when they had heard it they would understand more law than most. “For the law,” said I, “is not the dull subject some think it, but a very fascinating trade, full of pleasant whims and tricks for throwing an opponent. It is not all a routine of thrusting poor men in prison, as is too commonly believed, and as I have notes here of what that great Judge, Mr. Justice Honeybubble, said and did when he harangued the men of Duncton in the Cricketers’ Arms twenty years ago, when I was a boy, and as that feat of his is still famous throughout this part of the County, you will do well to listen.” They ordered their beer therefore, and I had mine free, as is the custom of the County for the one who tells the story, and then taking certain notes from my pocket-book, and putting them in order as is necessary when we are to follow technical matters, I gave it them broadside.
Grizzledibarba. “Sì, ma non hai ancora accettato la sfida.”
Il Marinaio (“Subito, lo farò immediatamente”). E così disse velocemente:
“#Quando il cielo aperto rinnova l’anno…”
E chiacchierano sotto le grida di Gumber
Perché i giorni sono vicini
Quando il cielo aperto rinnova l’anno
Sotto le cascate di Burton
Le piccole pozze sono di un colore ambra trasparente.
“E blatera, blatera, blatera sotto le grida di Gumber.”
Poi continuò molto rapidamente:
“Ecco davvero versi, se vi piacciono! Versi ben confezionati, uniti senza bisogno di colla. Signore, potrei scrivere versi del genere all’infinito senza stancarmi! Ma non mi interessa molto la fama; in questo momento, ciò che desidero è semplicemente pane e formaggio. Stiamo infatti per arrivare al Cricketers’ Arms di Duncton, una locanda famosa proprio per questo: le persone vi vanno a mangiare per raccogliere le energie necessarie per scalare la collina di Duncton. O, se invece scendono dalla collina, vi vanno a mangiare dopo averla discesa.”
Il Poeta: “Va bene così, ma quel verso non è affatto tuo. È tipico dello stile elisabettano, e lascia che te lo dica: uno stile del genere può essere ‘diluito’ con l’acqua esattamente come la birra. Mescola la tua poesia elisabettana con acqua in parti uguali. E poi dimmi cosa ne risulta. È proprio così che voi moderni, pensando di aver sfruttato appieno lo stile elisabettano, in realtà lo avete diluito fino a renderlo irriconoscibile.”
Il Marinai: “Quello che dici non è vero. Questa è una mia poesia personale, e se mi dici che è scritta nello stile di coloro che scrivevano per 40 sterline al verso durante il regno della Regina Elisabetta, non mi vergognerò. Molti uomini vissero in quel periodo e scrivevano con grande abilità.”
Il poeta. “Beh, allora, cos’è un ‘yaffle’?”
Il marinaio: “Ma è davvero un uccello…”
Il poeta (con sarcasmo): “Sì, proprio come il grande uccello marino.”
“The Sailor. ‘No, assolutamente no come il Grande Uccello Marino; perché del Grande Uccello Marino si dice…’”
“Qui c’è il grande uccello becco azzurro, un volatile con zampe pelose…”
Arriva all’inizio della primavera e depone le sue uova.
(E questo fu scritto di Beachy Head, ) è morto. Ma il “Yaffle” è ancora vivo, ed è un picchio, come dovreste sapere se voi poeti non aveste tutti i sensi intorpiditi, come ho detto io. Perché quando il picchio grida “Yaffle” nella foresta, tutto il mondo attorno a lui, tranne i poeti, se ne accorge.
“Inoltre, nella mia canzone non ci sono donne. Si riconosce un cattivo poeta proprio per l’eccesso di riferimenti a questo genere femminile; ma riguardo a questo tema in chiave sentimentale, ho anche scritto, usando versi maestosi: —
“Se tutto il danno che le donne causano…”
Messi in un barile
E portato via per essere annegato a Looe
“Ma perché mai gli uomini litigerebbero?”
Io stesso. “Come possa un uomo parlare male delle donne nello stesso momento in cui il fiume Looe scorre verso il mare, non lontano da Owers Light. È qualcosa che non riesco a comprendere. Del resto, nessun uomo, sentendo il nome di Owers Light, può non ricordare quella canzone cantata per una donna, che dice, ”
“Il vento forte, quel vento costante che soffia al di là degli Overs…”
Oltre i confini… per te e per me
Il Poeta: “Mi sembra che tu non sia del mestiere; i tuoi versi sono incerti, molto brevi e interrotti. Penso che tu abbia paura.” Il Marinai: “Ma come! Ho cantato le canzoni più lunghe di tutti voi! E poiché mi sfidi, ti canterò una canzone davvero completa e ben strutturata. Ma ti avverto: i tuoi capelli si rizzeranno in piedi!”
Grizzledibarba. “Temo quel marinaio… È blasfemo e licenzioso.”
Il Marinaio. “Giudicate dopo aver ascoltato… È una canzone natalizia.”
Il poeta. “Ma non è Natale.”
Il Marinai: “Non è ancora primavera, eppure con il permesso di qualcuno abbiamo cantato le canzoni della primavera. E per questo. Beh, lasciate che vi arresti tutti.”
“Noël”
Io stesso (in modo piacevole). “E ti congratulo, Marinai, per la tua fantasia originale e per le belle idee che hai avuto riguardo ai titoli.”
Il marinaio
“Natale! Natale! Natale! Natale!”
Devo raccontarvi una storia cattolica.
Una canzone cristiana devo cantare
Mentre tutti i campanelli di Arundel suonano.
“Prego per buon manzo e prego per buona birra”
Questa sacra notte di tutto l’anno…
Una bevanda disgustosa per loro…
Questo non rende onore a Betlemme.
“Che tutti i bravi compagni qui presenti…”
Bevi con me l’Ale dell’Audit in cielo…
E che tutti i miei nemici vadano all’inferno!
Natale! Natale! Natale! Natale!
Che tutti i miei nemici vadano all’inferno!
“Natale! Natale!”
Grizzlebeard: “Classifica la blasfemia come ho detto io, e l’eresia, che è ancora peggiore. Perché a Natale dovremmo soprattutto perdonare i nostri nemici.” Il Marinaio: “Lo penso anch’io. Questa canzone parla di coloro che non mi perdonano.”
Il poeta. “E sono versi scadenti, come tutti gli altri.”
Il Marinai: “Vai a annegare nel latte e nell’acqua. È un poema davvero magnifico, ricco di emozioni; forte e vigoroso, proprio come quel mio altro poema, che era bello e pieno di immagini evocative.”
Grizzlebeard: “Quello che né il Poeta né tu sembrate sapere, Marinai, è che le discussioni tra poeti sono noiose per chi ascolta; quindi andiamo al Cricketers’ Arms a mangiare, come dici tu, per amor di Dio, e occupiamoci di qualcosa di più piacevole delle liriche in disputa.”
Io stesso. “Benissimo allora, entriamo nel Cricketers’ Arms, quel luogo dove il giudice Honeybubble andava quando ero ragazzo e dove pronunciò la sua famosa sentenza: una sentenza ponderata, di valore permanente, che rappresenta la gloria del diritto.”
“Che opinione era quella?” disse Grizzlebeard entrando nella locanda, e noi lo seguimmo.
“Posso raccontarvelo senza molte difficoltà,” dissi, “se volete ascoltare. Ma vi avverto: è una storia noiosa, davvero noiosa. Del resto, lo stesso valeva per quella vostra lezione storica sulla guerra del Sussex. Eppure io l’ho ascoltata. Quindi ora ascolterete anche me.”
Si sedettero non molto soddisfatti, ma io li assicurai che, una volta ascoltato il mio racconto, avrebbero compreso di più legge di molti altri. “Perché la legge,” dissi, “non è quell’argomento noioso che alcuni pensano sia; al contrario, è un campo molto affascinante, pieno di stratagemmi e inganni utili per sconfiggere l’avversario. Non consiste soltanto nel mandare povera gente in prigione, come si crede comunemente. Ho qui delle note su ciò che quel grande giudice, il signor Justice Honeybubble, disse e fece vent’anni fa quando tenne un discorso davanti ai cittadini di Duncton al Cricketers’ Arms; quell’episodio è ancora famoso in tutta questa zona della contea. Quindi fareste bene ad ascoltarmi attentamente.” Ordinarono quindi la loro birra, e io ne ricevetti una gratis, come è consuetudine nella contea per chi racconta storie del genere. Poi, estraendo alcune note dal mio taccuino e sistemandole nel modo appropriato quando si trattano di argomenti tecnici, iniziai a raccontare loro tutto nei dettagli.
“Well, then, Mr. Justice Honeybubble was a man full of sane humour, my friends. He was of a healthy habit of body. He was a man, as are many of the law, who preserved a vigorous gait into old age, and an expression of alertness in his limbs and his eyes. His face was ruddy, his eyebrows were thick, his white hair was close, and there was plenty of it.
“It was his pleasure to take long walks when his duties gave him leisure, and he especially chose these grassy uplands; and once he came aswinging down by what used to be, but is not, Glatting Beacon, and so through the Combe and the leafless beeches of Burton Hanger to Duncton and the Cricketers’ Arms. It was evening, the air was cold and pure. He strode steadily down the steep road, swinging that walking-stick or rather club which was his dearest companion. In such a mood and manner did he enter this inn where we are now. He entered it with the object of eating and drinking something before going on to find the train at Petworth; for in the days of which I speak public refreshment was permitted to all.
“He was delighted to find, in the main room, a gathering; it was of peasants who were discussing a point of difficulty. They respectfully saluted him upon his entrance, for he always dressed with care, and the constant exercise of bullying men who could not reply had given him a commanding manner.
“He stood before the fire surveying them in a kindly but authoritative way, and listened closely while they discussed the matter before them; nor was it easy to discover in what precisely their difficulty lay, save that it concerned two disputants, one George, another Roland, and that the matter of it was thus: — Two pigs, ‘Maaster,’
‘Masr’ Burt, the change of a sovereign, and Chichester market.
“Roland had put his case not without fire, and had appealed to right being right.
“George had replied in tones of indignation that he was not of that type of character which submits to the imputation of folly.
“Each had reposed his case upon the known personalities and conditions of ‘ Maaster,’
‘ Masr’ Burt, Chichester market, current coin, and pigs. When, after a little silence, the assembly, deliberating over their mugs, approached the problem, they did so by slowly reciting each in turn at intervals of about thirty seconds the ritual phrases, ‘ Ar!” That’s it,’ and in the case of the eldest man at the end of the table the declaration native to this holy valley, ‘ Mubbe soa: mubbe noa.’
“Mr. Justice Honeybubble, who had himself been compelled upon one occasion to sum up for no less than four hours and twenty-three minutes, took pity upon these his fellow-men, and said:
“‘ Perhaps, gentlemen, I can be of some use to you: I am, chrm, chrm, accustomed to the weighing of, er, evidence (in the fullest sense of that word), and I have had no little, chrm, experience in matters which have been laid before me, chrm, in, er, another capacity.’
“The peasants, who took him for no less than a noble Justice of the Peace, landowner, and perhaps colonel of some auxiliary force, respectfully acceded to his desire, and were not disappointed when the humane jurist ordered fresh ale for the whole company, including himself. He then sat down in a brown wooden chair with arms, which stood before the fire, crossed his legs, put the tips of his fingers together, and faced his audience with an expression peculiarly solemn which partly awed and partly fascinated the disputants and the areopagus at large.
“Roland and George had just begun to state their case again and to speak both at once and angrily, for they were unaccustomed to forensic ways, when the Judge silenced them with a wave of his large white right hand, and thus gave tongue:
“‘We have here,’ said he, ‘what lawyers call an issue; that is, a dispute in opinion, or, at any rate, in statement, as to an objective truth. We eliminate all factors upon which the parties are agreed, and especially,’ here he leant forward and clenched his fist in an impressive manner, ‘all those subjective impressions which, however important in themselves, can have no place,’ and here he waved his right arm in a fine sweeping gesture, ‘before a civil tribunal.’
“At this point George, who imagined from the tone of the Bench that things were going ill for him, put on an expression of stubborn resolution; while Roland, who had come to a similar conclusion and thought his cause in jeopardy, looked positively sullen. But the Assessors who sat around were as greatly moved as they were impressed, and assumed attitudes of intelligent interest, concentrating every power of their minds upon the expert’s exposition of judgment.
“‘So far, so good,’ said Mr. Justice Honey-bubble, breathing a deep sigh and drinking somewhat from the tankard at his side. ‘So far, so good. Now, from the evidence that has been laid before me it is clear that Burt as a third party can neither concur nor enter any plea of Demurrer or Restraint. That,’ he added sharply, turning suddenly upon an old man at the end of the table, ‘would be Barottage.’ The old man, who was by profession a hedger and ditcher, nodded assent. ‘And Barottage,’ thundered the worthy Judge, ‘is something so repugnant to the whole spirit of our English law, that I doubt if any would be found with the presumption to defend it!’ His electrified audience held their breaths while he continued in somewhat milder tones, ‘I admit that it has been assimilated to Maintenance by no less an authority than Lord Eldon in his decision of the matter in Crawford v. Croke. But in the Desuetude of Maintenance, and the very proper repeal of Graham’s Act in 1848… or possibly 1849’ (frowning slightly) ‘I am not sure… However, the very proper repeal of Graham’s Act has left Barottage,’ and here his voice rose again and vibrated with his fullest tones, ‘has left Barottage in all its native hideousness, an alien and therefore an iniquitous and a malign accretion upon the majestic body of our English Common Law.’ At this point a slight cheer from Roland, who saw things brightening, was suppressed by a glance like an angry searchlight from the eye of the Judge, who concluded in full diapason, ‘Nor shall it have any mercy from me, so long as I have the strength and authority to sit upon this Bench.’
“Beh, allora, il giudice Honeybubble era un uomo pieno di umorismo sano, amici miei. Aveva abitudini fisiche salutari. Era uno di quegli uomini del mondo legale che mantenevano un passo deciso anche in vecchiaia, e un’espressione vigile nei loro movimenti e negli occhi. Il suo viso era rosso, le sue sopracciglia erano folte, i suoi capelli bianchi erano folti, e ne aveva davvero molti.”
“Gli piaceva molto fare lunghe passeggiate quando i suoi doveri gli lasciavano del tempo libero, e sceglieva soprattutto queste zone erbose e aperte. Una volta arrivò camminando lungo quella che un tempo era la Glatting Beacon, ma ormai non lo è più; attraversò poi la Combe e i faggi spogli di Burton Hanger fino a Duncton e al Cricketers’ Arms. Era sera, l’aria era fredda e pura. Camminava con passo deciso lungo quella strada ripida, tenendo in mano quel bastone da passeggio, o meglio, quel manganello che era il suo compagno più fedele. In tale stato d’animo ed atteggiamento entrò in questa locanda dove ci troviamo ora. Lo fece con l’intento di mangiare e bere qualcosa prima di andare a prendere il treno a Petworth; perché ai tempi di cui parlo, era permesso a tutti recarsi in luoghi pubblici per ristorarsi.”
“Fu molto felice di trovare, nella stanza principale, un gruppo di persone riunite; si trattava di contadini che stavano discutendo di una questione complicata. Lo salutarono rispettosamente non appena entrò, perché lui si vestiva sempre con cura, e l’abitudine costante di intimidire coloro che non erano in grado di replicare gli aveva conferito un atteggiamento autoritario.”
“Si fermò davanti al fuoco e li osservò con un tono gentile ma autoritario; ascoltò attentamente mentre discutevano della questione che avevano di fronte. Non era facile capire esattamente in cosa consistesse il loro problema, se non nel fatto che riguardava due persone in disaccordo: uno si chiamava George, l’altro Roland. La questione era la seguente: due maiali, ”
“Masr” Burt, il cambio di un sovrano, e il mercato di Chichester.
“Roland aveva presentato le sue argomentazioni con passione, sostenendo che il giusto è sempre giusto.”
“George aveva risposto con toni di indignazione, affermando di non appartenere al tipo di persona che si lascia accusare di stupidità.”
“Ognuno aveva basato le proprie argomentazioni sulle note caratteristiche e circostanze relative a ‘Maaster’.”
‘Masr’ Burt, il mercato di Chichester, le monete attuali, e i maiali. Dopo un breve silenzio, l’assemblea, discutendo delle loro tazze, affrontò il problema recitando lentamente, a intervalli di circa trenta secondi, le frasi rituali “Ar!”, “Ecco fatto, ”, e nel caso dell’uomo più anziano seduto all’estremità del tavolo, anche la dichiarazione tipica di questa valle sacra: “Mubbe soa; mubbe noa”.
“Il giudice Honeybubble, che una volta stesso era stato costretto a pronunciare la sentenza in soli quattro ore e ventitré minuti, provò pietà per questi suoi colleghi e disse, ”
“Forse, signori, posso esservi di qualche utilità: sono abituato, ecco, a valutare le prove (nel senso più ampio di questa parola), e ho una certa esperienza in questioni che mi sono state sottoposte, ecco, ”
“I contadini, che lo consideravano nientemeno che un nobile Giudice di Pace, proprietario terriero e forse anche colonnello di qualche unità ausiliaria, acconsentirono rispettosamente al suo desiderio e non rimasero delusi quando quel giurista umanitario ordinò birra fresca per l’intera compagnia, compreso se stesso. Poi si sedette su una sedia di legno marrone con bracci, posta davanti al fuoco, incrociò le gambe, unì le punte delle dita e fissò il suo pubblico con un’espressione particolarmente solenne che, in parte, intimidiva e in parte affascinava i contendenti e tutti coloro presenti nell’assemblea.”
“Roland e George avevano appena iniziato di nuovo a esporre le loro argomentazioni, parlando entrambi contemporaneamente e con rabbia, poiché non erano abituati a quel tipo di procedure legali, quando il Giudice li zittì con un gesto della sua grande mano destra bianca, permettendo così che.
“‘Qui abbiamo,’ disse lui, ‘quello che gli avvocati chiamano un problema; cioè, una disputa di opinioni, o comunque di affermazioni, riguardo a una verità oggettiva. Eliminiamo tutti i fattori su cui le parti sono d’accordo, e soprattutto,’ qui si sporse in avanti e strinse il pugno in modo impressionante, ‘tutte quelle impressioni soggettive che, per quanto importanti in sé stesse, non possono avere alcun rilievo,’ e qui agitò il braccio destro con un gesto ampio e deciso, ‘di fronte a un tribunale civile.’”
A questo punto, George, che dal tono dei giudici aveva intuito che le cose si stavano mettendo male per lui, assunse un’espressione di determinazione ostinata; mentre Roland, giunto alla stessa conclusione e ritenendo la sua causa in pericolo, appariva decisamente cupo. Ma gli assessori presenti erano profondamente commossi e interessati, concentrandosi con tutte le loro facoltà mentali sull’esposizione del giudizio dell’esperto.
“Finora, tutto va bene,” disse il giudice Honey-bubble, sospirando profondamente e bevendo un sorso dalla brocca accanto a lui. “Finora, tutto va bene. Ora, dalle prove presentate davanti a me è chiaro che Burt, in qualità di terzo, non può né concordare né avanzare alcuna obiezione o eccezione. Questo,” aggiunse bruscamente, rivolgendosi improvvisamente a un anziano all’estremità del tavolo, “sarebbe considerato Barottage.” L’anziano, che di professione era un appaltatore di lavori agricoli, annuì in segno di assenso. “E Barottage,” tuonò il giudice, “è qualcosa di così ripugnante per l’integrità del nostro diritto inglese, che dubito ci sia qualcuno che abbia il coraggio di difenderlo!” Il pubblico, colpito dalle sue parole, trattenne il respiro mentre lui proseguiva in toni più moderati: “Ammetto che questa pratica sia stata assimilata alla nozione di ‘mantenimento’ da autorevoli giuristi come Lord Eldon nella sua sentenza nel caso Crawford contro Croke. Ma, data l’inutilità attuale di tale concetto e la corretta abrogazione della legge Graham nel 1848, o forse nel 1849, ” (sorrise leggermente), “non sono sicuro. Comunque, l’abrogazione della legge Graham ha lasciato Barottage intatta, nella sua orribile natura originale; quindi rappresenta un elemento estraneo e ingiusto all’interno del maestoso corpo del nostro diritto comune inglese.” A questo punto, un lieve applauso da parte di Roland, che vedeva le cose prendere una piega positiva, fu soffocato dallo sguardo minaccioso del giudice, il quale concluse con voce potente: “E non riceverà alcuna pietà da me, finché avrò la forza e l’autorità di sedere su questa cattedra.”
“Mr. Justice Honeybubble drank again, and as he was evidently reposing his voice for the moment, the now terrified but fascinated agriculturists murmured profound applause. Their patriotism was moved, the tradition of centuries rose in their blood, and had an appeal been made to them at that moment they would have shed it willingly, however clumsily, in defence of that vast fabric of the Law… In a low, regular and impressive voice which marked the change of subject, Mr. Justice Honeybubble continued:
“‘Now, gentlemen, consider the pigs. It often happens, nay, it must happen in the course of judicial proceedings, that our decision relies not only on the balance of human testimony (and you are there, remember, to judge fact not law), but upon the fitting together of circumstances as to which that testimony relates, and in noting the actions or the situation of things or even of persons incapable in their nature of entering that witness-box’ (and here he pointed to a large stuffed fish in a glass case, towards which all his audience turned with one accord, looking round again in a somewhat blank manner) and telling us upon oath’ (the word oath in a deep bass) ‘what they themselves saw and heard in a manner that shall convey the truth, the whole truth, and nothing but the truth. You cannot subpoena a pig—’
“‘Ar! zo you zay. Ar!’ broke in the excited George, who was now confident that by some trick of cunning he was being deprived of his pigs, ‘Ar! zo you..
“‘Silence!’ roared Mr. Justice Honeybubble. ‘Am I to be interrupted sitting here on this Bench, not even by counsel, but by one of the parties to the case? I trust I may never have to call attention again in the course of my duties to so disgraceful a breach of the immemorial traditions of an English Court of Justice! Snff!… I repeat, we cannot subpoena a pig’ (he repeated it with stern eyes fixed full on the unfortunate George).
‘But what we can do, gentlemen, is to ask ourselves what in all reasonable probability would have been the case if under those circumstances, neglecting for the moment what has been said relative to any letters or affidavits put in, were it not what the plaintiff has supposed it to be. Chrm!’
“Here, as the intricacy of detail was making the exposition somewhat difficult to follow, all leant forward and summoned their very keenest attention to bear upon the problem.
“‘The decision would depend,’ went on Mr. Justice Honeybubble in a tone of finality and relief, ‘upon the conclusion at which you would arrive in the former or in the latter concatenation of events.’
“He leant back in his chair, spread out his hands amply towards them, as offering them well-weighed, unbiassed, and unmoved by a tittle, the great body of evidence which he had sifted and arranged with such marvellous skill.
“‘It is for you, gentlemen,’ he concluded, rising, ‘to say which of the two conclusions in your conscience after all that you have heard is the true one. Remember that if there is the faintest doubt in the mind of any one of you it is his solemn duty to give the benefit of the doubt to that party in the suit who would have most advantage from it. I believe I have not influenced you in that decision to the one side or to the other. I hope I have not. Certainly I can speak from my heart and say that in this very grave and important business I have tried to preserve and lay before you a general view which should be absolutely impartial; and now I must leave you to your decision.’
“With this Sir Thingumbob Honeybubble nodded to all present, seized his staff, and, passing briskly through the door, left them drowned in a tremendous silence. As he went out he had the kindly thought to order the replenishment of their mugs, and so, glancing at his watch, he went at a smart pace down the road past Burton Rough to the station. But he went through the darkness smiling to himself all the way and humming a little tune.
“Now was not that a fine full-fed judge and worthy of being remembered as he is throughout this valley for that famous decision?”
When I had told them all this we took the road again, thinking about lawyers and talking of them, and from that the conversation came by an easy stage to moneylenders, and from them again to traitors, and so we passed in review all the principal activities of mankind in the space of about one mile, until we had exhausted every matter, and there was no more to be said.
After this we all fell silent and tailed off, Grizzlebeard going ahead and getting further and further from us in great thoughtful strides, and the Poet about half-way between; but the Sailor and I taking it easy, for it was agreed between us that we should all meet at the next Inn whatever it might be. That Inn we found no more than two miles along the road.
And when we had picked up the Poet, who was waiting there for us, he told us that Grizzlebeard had gone in about a quarter of an hour before, and that he feared that he must have got into some entertainment, for all that time he had not come out or made a sign; so, said the Poet, we ought all to go in and find him.
So we turned into that little house as in duty bound, seeing that it was five miles since we had last acknowledged the goodness of God in the drinking of ale, which is a kind of prayer, as it says in the motto:
“Laborare esi orare sed potare clarior,”
which signifies that work is noble, and prayer its equal, but that drinking good ale is a more renowned and glorious act than any other to which man can lend himself. And on this account it is that you have a God of Wine, and of various liquors sundry other Gods, that is, Imaginations of men or Demons, but in the matter of ale no need for symbol, only that it is King.
But when we came up to the house, and turned into it, we found that Grizzlebeard, who had gone in already before us, was in that short time deeply engaged with a Stranger who, maugre Heaven, was drinking tea!
There they sat, hardly noticing our entry, and were at it hammer and tongs in an argument.
“Il giudice Honeybubble bevve di nuovo; poiché evidentemente stava riposando la voce in quel momento, gli agricoltori, ormai terrorizzati ma affascinati, mormorarono un applauso caloroso. Il loro patriottismo era stato commosso, la tradizione secolare risvegliata nel loro sangue. Se in quel momento qualcuno li avesse chiamati a difendere quella vasta rete di leggi, avrebbero versato il loro sangue per essa, anche se in modo goffo. Con una voce bassa, regolare e impressionante che segnava il cambio di argomento, il giudice Honeybubble continuò, ”
“Ora, signori, considerate i maiali. Spesso accade, anzi deve accadere nel corso di un procedimento giudiziario, che la nostra decisione non si basi soltanto sull’equilibrio delle testimonianze umane (e voi siete lì per giudicare i fatti, non le leggi), ma anche sull’insieme delle circostanze a cui quelle testimonianze si riferiscono, nonché sulle azioni compiute o sulla situazione di persone che, per natura loro, non possono salire su quel banco dei testimoni” (e qui indicò un grande pesce impagliato in una vetrina; l’intera platea girò lo sguardo verso di esso, per poi riportarlo su di lui con espressioni piuttosto vuote) “e ci chiedono, sotto giuramento” (la parola “giuramento” fu pronunciata con un profondo tono basso), “di raccontare ciò che hanno visto e sentito in modo da trasmettere la verità, tutta la verità, e nient’altro che la verità. Non si può citare in giudizio un maiale, ”
“‘Ah! Lo vedi? Ah!’ esclamò eccitato George, ormai convinto che, con qualche astuto trucco, gli stessero rubando i maiali, ‘Ah! Lo vedi, ’”
“‘Silenzio!’ gridò il giudice Honeybubble. ‘Devo forse essere interrotto mentre siedo su questa cattedra, non nemmeno dai legali, ma da una delle parti in causa? Spero di non dover mai più richiamare l’attenzione sui comportamenti così vergognosi che violano le antiche tradizioni di un tribunale inglese! Snff. Ripeto: non possiamo citare in giudizio nemmeno un maiale’ (lo ripeté fissando con sguardo severo il povero George).”
“Ma quello che possiamo fare, signori, è chiederci quale sarebbe stata, con ogni probabilità ragionevole, la situazione se, in quelle circostanze e trascurando per il momento tutto ciò che è stato detto riguardo a eventuali lettere o dichiarazioni presentate, le cose fossero andate diversamente da come ha ipotizzato il querelante. Chrm!”
“In questo caso, poiché la complessità dei dettagli rendeva la spiegazione un po’ difficile da seguire, tutti si avvicinarono di più e concentrarono tutta la loro attenzione sul problema.”
“La decisione dipenderebbe,” continuò il giudice Honeybubble con tono deciso e sollevato, “dal verdetto a cui si arriverà nell’una o nell’altra sequenza di eventi.”
Si appoggiò allo schienale della sedia, allargando le mani verso di loro, come se stesse offrendo loro una massa enorme di prove, accuratamente selezionate e organizzate con straordinaria abilità, prive di qualsiasi pregiudizio o influenza esterna.
“‘È a voi, signori,’ concluse alzandosi, ‘di decidere quale delle due conclusioni, dopo tutto ciò che avete ascoltato, sia la vera. Ricordate che, se anche in uno solo di voi esiste il minimo dubbio, è vostro dovere solenne concedere il beneficio del dubbio a quella parte nella controversia che ne trarrebbe maggior vantaggio. Credo di non avervi influenzato in alcun modo nella vostra decisione. Spero proprio di no. Posso certamente dire, con sincerità, che in questa questione così grave e importante ho cercato di presentarvi una visione generale il più imparziale possibile; ora devo lasciarvi liberi di prendere la vostra decisione.’”
“Con queste parole, Sir Thingumbob Honeybubble annuì a tutti i presenti, afferrò il suo bastone e, uscendo rapidamente dalla porta, li lasciò immersi in un silenzio assordante. Prima di andarsene, ebbe la gentilezza di ordinare che loro fossero riforniti di tazze; quindi, guardando l’orologio, si incamminò a passo svelto lungo la strada, oltre Burton Rough, verso la stazione. Ma per tutto il tragitto camminò sorridendo tra sé e sé, canticchiando una piccola melodia.”
“Non era forse quel giudice, ben nutrito e degno di essere ricordato in tutta questa valle per quella famosa decisione?”
Quando ho raccontato loro tutto questo, abbiamo ripreso il cammino, pensando ai avvocati e parlandone; da lì la conversazione è passata facilmente agli usurai, e da questi ancora ai traditori. In questo modo abbiamo esaminato tutte le principali attività dell’umanità, nel corso di circa un miglio, fino a quando non ci siamo esauriti completamente e non ci fu più nulla da dire.
Dopo questo, tutti rimanemmo in silenzio e continuammo il nostro cammino. Grizzlebeard procedeva avanti, allontanandosi sempre di più da noi con passi lenti e pensierosi; il Poeta si trovava a metà strada; mentre io e il Marinaio andavamo più adagio, poiché avevamo concordato che ci saremmo riuniti tutti nella prossima locanda, qualunque fosse. Quella locanda la trovammo a meno di due miglia da lì.
E quando abbiamo preso il Poeta, che ci stava aspettando lì, ci ha detto che Grizzlebeard era entrato circa un quarto d’ora prima, e temeva che fosse finito in qualche tipo di intrattenimento, perché per tutto quel tempo non era uscito né aveva fatto segno di vita; quindi, ha detto il Poeta, dovremmo tutti andare dentro a trovarlo.
Quindi ci trasformammo in quella piccola casa, per dovere, visto che erano passate cinque miglia da quando avevamo ultimamente ringraziato Dio per il piacere di bere l’ale, che è una sorta di preghiera, come recita lo slogan:
“Lavorare è pregare, ma anche tagliare è una forma di preghiera”.
Ciò significa che il lavoro è nobile, e la preghiera sua pari; ma bere una buona birra è un atto ancora più rinomato e glorioso di qualsiasi altro in cui l’uomo possa impegnarsi. Ed è per questo motivo che avete un Dio del Vino, e vari altri Dei legati a diversi liquori: in realtà, si tratta soltanto di immaginazioni umane o demoniache. Ma per quanto riguarda la birra, non c’è bisogno di simboli: essa è semplicemente il “Re” tra tutti i liquori.
Ma quando arrivammo in casa e vi entrammo, scoprimmo che Grizzlebeard, che era entrato prima di noi, in quel breve lasso di tempo si era profondamente impegnato in una conversazione con uno Sconosciuto, che, per tutti i cieli, stava bevendo tè!
Lì seduti, quasi senza notare il nostro arrivo, erano immersi in una furiosa discussione.
The Stranger was a measly sort of fellow in a cloak, tall, and with a high voice and words of a cultured kind, and his eyes were like dead oysters, which are unpleasing things; and he and Grizzlebeard, though they had so recently met, were already in the midst of as terrible a balderdash of argument as ever the good angels have permitted on this sad earth.
We spoke to Grizzlebeard loudly, but the stranger paid no attention to us.
We were very much astonished and looked round-eyed at this, but Grizzlebeard only looked up and nodded. He was too much caught by the discussion to do more.
“I should meet that,” he was saying, “by a dichotomy.”
“By a what?” said the Sailor.
The Poet. “By something German I think.”
But Grizzlebeard, paying no heed to us at all, said to his earnest fellow: “Not teleological; you must not think that; but, if you like, still less ateleological.”
Myself. “Good, nor ontological I hope, for that is the very Devil.”
The Stranger, purposely ignoring us, then replied to Grizzlebeard alone:
“The argument cannot be met thus, because though you will not postulate the reality of time as a process, you must admit it as a dimension.”
“Not under compulsion!” said the Sailor fiercely.
But Grizzlebeard, as though we three were not there, replied to the Stranger:
“The word ‘dimension’ is a petitio elenchi.”’ The Stranger (eagerly). “There I pin you, that is sheer Monism!”
Grizzlebeard (more eagerly still). “Not at all! Not at all! On the contrary, Monism would be your position.”
The Sailor (to the Poet and Myself). “Let us go hence, my children, and drink in the bar with common men, for the Devil will very soon come in by the window and fly away with these philosophers. Let us be apart in some safe place when the struggle begins.”
With that we all went out and stayed about ten minutes, drinking with certain labouring men, and paying for their drinks, because we were better off than they. And to these men we told such lies as we thought might entertain them, and then, after about twenty minutes, the Sailor said to us:
The Sailor. “Those two hateful ones we have left must by this time have come to the foundations of the world, and have thoroughly thrashed it out how it was that God laid down the roots of the hills, and why millstones and the world are round, and even whether they have free will or no: a thing never yet discovered save through the Bastonnade. But come, let us rout them out! I know this philosophy: when men are at it they chain themselves down for hours.”
With that he led us back to the room, and sure enough we heard them still at it hammer and tongs, and Grizzlebeard was saying, leaning forward, and half standing up in his excitement:
“Why then, there you are! With the content of reality expressed in contradictory terms!”
The Stranger. “There is no contradiction, but a variety of aspect, which is resolved in a higher unity.”
The Sailor (in a solemn tone). “Grizzlebeard! Darkness will soon fall upon the Weald, and before it falls we must be beyond Graffham, nay, far beyond. So make up your mind, either to differ with this honest gentleman, or to give way to him here and at once. And in any case you are to find your God” (and here he took out his watch) “within exactly ten minutes from now, for if you do not we will find Him for you in a sudden way. So in ten minutes find us also in the common bar, or perish in your sins!”
Then we all three went out again, and heard from the common bar a singing going on, the chorus of which was Golier, which is indeed the true chorus of all songs, and the footing or underwork of every sort of common chant and roar of fellowship. But when we came in again the poorer men from shyness stopped. Only the Sailor said to them, “I think we must sing you a new song, which they are singing, out Horsham way, of Duke William; but you must remember it, for I cannot write it down.” And with that he sang at them this verse:
“Duke William was a wench’s son,
His grandfer was a tanner!
He drank his cider from the tun,
Which is the Norman manner:
His throne was made of oak and gold,
His bow-shaft of the yew —
That is the way the tale is told,
I doubt if it be true!
“But what care I for him?
My tankard is full to the brim,
And I’ll sing Elizabeth, Dorothy,
Margaret, Mary, Dorinda, Persephone, Miriam,
Pegotty taut and trim.
“The men that sailed to Normandy
Foul weather may they find;
For banging about in the waist of a ship
Was never to my mind.
They drink their rum in the glory-hole
In quaking and in fear;
But a better man was left behind,
And he sits drinking beer.
“But what care I for the swine?
They never were fellows of mine!
And I’ll sing Elizabeth, Dorothy,
Margaret, Mary, Dorinda,
Persephone, Miriam, Pegotty,
Jezebel, Topsy, Andromeda.”
The Poet. “To your aid with She-dactyls —
“Magdalen, Emily, Charity, Agatha, Beatrice, Anna, Cecilia, Maud, Cleopatra, Selene, and Jessica…
The Sailor (clinching it) —
“Barbara stout and fine.”
Myself (to the company). “Now is not that a good song, and does it not remind you of Duke William, who so kindly came over here to this county many years ago, and rid us of north countrymen for ever?”
One man in the company said that he could not remember this song, but wished it written down, to which the Sailor answered that this could not be because it was copyright, but that, God willing, he would be passing that way again next year or the year after, and then would give it them once more, so that they could have it by heart, and when he had said this, he put down money so that they all might drink again when he had gone, and led us back to the room where the Stranger and Grizzlebeard were. But he took with him a full tankard of beer, and that for reasons which will presently be seen.
For he stopped outside the door behind which we could hear the voices of the disputants still at it with their realities and their contents, and their subjectivities and their objectivities, and their catch-it-as-it-flies, and he said to us:
Lo Straniero era un individuo meschino, avvolto in un mantello; alto, con una voce acuta e parole raffinate. I suoi occhi, però, erano come ostriche morte. Cose davvero sgradevoli da vedere. Lui e Grizzledbeard, nonostante si fossero incontrati solo di recente, erano già immersi in una discussione assurda e incomprensibile. Del genere che i buoni angeli stessi non permetterebbero mai su questa triste terra.
Parlammo ad alta voce con Grizzlebeard, ma lo sconosciuto non ci prestò alcuna attenzione.
Eravamo molto sorpresi e guardavamo intorno con occhi spalancati, ma Grizzlebeard si limitò ad alzare lo sguardo e annuire. Era troppo immerso nella discussione per poter fare altro.
“Dovrei affrontare la questione attraverso una dicotomia”, stava dicendo.
“Con cosa?” chiese il Marinaiolo.
Il poeta. “Credo sia qualcosa di tedesco…”
Ma Grizzlebeard, senza prestare affatto attenzione a noi, disse al suo compagno serio: “Non è teleologico; non devi pensarlo così; anzi, se vuoi, nemmeno antiteleologico.”
Me stesso… “Bene, e spero anche che non sia ontologico, perché quello sarebbe davvero il Diavolo.”
“Lo Straniero, ignorandoci deliberatamente, rispose soltanto a Grizzledbeard.”
“Questo argomento non può essere confutato in questo modo, perché anche se non si ammette l’esistenza del tempo come processo, è comunque necessario riconoscerlo come una dimensione.”
“Non per costrizione!”, disse con fermezza il Marinaio.
“Ma Grizzlebeard, come se noi tre non fossimo lì, rispose allo Sconosciuto…”
“La parola ‘dimensione’ è in realtà un esempio di petitio elenchi,” disse lo Straniero con entusiasmo. “Ecco qua: si tratta chiaramente di monismo puro e semplice!”
Barba Grigia (ancora più ansioso): “Assolutamente no! Anzi, il Monismo sarebbe proprio la tua posizione.”
Il Marinairo (al Poeta e a Me): “Andiamo via da qui, miei figli, e beviamo al bar con la gente comune; il Diavolo arriverà molto presto dalla finestra e porterà via questi filosofi. Dobbiamo separarci in un posto sicuro quando inizierà la lotta.”
Così ci mettemmo tutti fuori e rimanemmo per circa dieci minuti, bevendo con alcuni lavoratori e pagando le loro bevande, perché eravamo in condizioni migliori di loro. A questi uomini raccontammo bugie che pensavamo potessero divertirli, e poi, dopo circa venti minuti, il Marinaio ci disse:
Il Marinaio: “Quei due maledetti che abbiamo lasciato indietro devono ormai essere arrivati fino alle fondamenta del mondo, e aver analizzato a fondo come Dio abbia piantato le radici delle montagne, perché i macigni e il mondo siano rotondi, e persino se abbiano o meno una volontà libera. Una questione mai scoperta prima d’ora, se non attraverso la Bastonata. Ma venite, distruggiamoli! Conosco bene questa filosofia: quando le persone ci si mettono, finiscono per incatenarsi da sole per ore intere.”
Con questo ci riportò nella stanza, e infatti sentimmo che stavano ancora lavorando con martelli e tenaglie; Grizzlebeard, eccitato, si sporgeva in avanti, quasi alzandosi in piedi.
“Ecco dunque: il contenuto della realtà espresso attraverso termini contraddittori!”
Lo Straniero: “Non c’è contraddizione, ma una varietà di aspetti che si risolvono in un’unità più alta.”
Il Marinairo (con tono solenne): “Grizzlebeard! Presto calerà l’oscurità sul Weald, e prima che ciò accada dobbiamo essere ben lontani da Graffham. Quindi decidi: o dissentire con questo onesto gentiluomo, oppure cedere subito. In ogni caso, devi trovare il tuo Dio” (e qui tirò fuori l’orologio) “entro esattamente dieci minuti. Altrimenti lo troveremo noi per te, in modo piuttosto improvviso. Quindi, tra dieci minuti, raggiungici al bar comune, o perisci nei tuoi peccati!”
Poi noi tre uscimmo di nuovo e sentimmo, dal bar del villaggio, una canzone che veniva cantata; il ritornello era “Golier”, che in effetti è il vero ritornello di tutte le canzoni, e rappresenta la base su cui si basano ogni tipo di canto popolare e di grida di gioia. Ma quando rientrammo, gli uomini più poveri smisero di cantare per timidezza. Solo il Marinai disse loro: “Penso che dovremmo cantarvi una nuova canzone, quella che stanno cantando lì fuori, vicino a Horsham, su Duke William. Ma dovete ricordarvela, perché non so scriverla.” E così cantò loro questo verso:
“Il Duca William era il figlio di una donna di basso rango…”
Suo nonno era un conciatore!
Bevve il suo sidro direttamente dalla botte
Qual è il modo normanno…
Il suo trono era fatto di quercia e oro.
Il suo fusto di arco fatto di tasso
Così si racconta la storia
Dubito che sia vero!
“Ma a me che importanza ha lui?”
Il mio boccale è pieno fino all’orlo.
E canterò di Elizabeth, Dorothy…
Margaret, Mary, Dorinda, Persefone, Miriam
Pegotty era snella e ben proporzionata.
Gli uomini che salparono per la Normandia
Maltempo possano trovarsi ad affrontare…
Per agitarsi senza sosta nella parte centrale di una nave
Non mi era mai passato per la mente.
Bevono il loro rum nel “foro della gloria”
Con tremore e paura…
Ma rimase un uomo migliore…
E lui se ne sta seduto a bere birra.
“Ma a me che importano quei maiali?”
Non sono mai stati miei compagni!
E canterò di Elizabeth, Dorothy…
Margaret, Mary, Dorinda
Persefone, Miriam, Pegotty
“Jezebel, Topsy, Andromeda”.
Il Poeta. “A tuo aiuto con le ‘she-dactyls’…”
“Magdalen, Emily, Charity, Agatha, Beatrice, Anna, Cecilia, Maud, Cleopatra, Selene e Jessica, ”
Il Marinaio (con determinazione) —
“Barbara robusta e bella.”
Io stesso (alla compagnia): “Non è forse una bella canzone? Non vi ricorda Duca Guglielmo, che tanti anni fa venne qui nel nostro contea con grande gentilezza e ci liberò per sempre dai nordici?”
Un uomo nella compagnia disse di non ricordare quella canzone, ma desiderava che venisse trascritta; il Marinai rispose che questo non era possibile perché la canzone era protetta da copyright, ma che, se Dio voleva, l’anno successivo o quello dopo ancora sarebbe passato di lì e gliel’avrebbe fatta ascoltare di nuovo, in modo che potessero impararla a memoria. Dopo aver detto questo, pagò per permettere a tutti di bere di nuovo al suo ritorno, e ci riportò nella stanza dove si trovavano lo Straniero e Grizzlebeard. Ma portò con sé anche una brocca piena di birra, e ci sono motivi per cui fece così, che verranno spiegati presto.
Perché si fermò davanti alla porta dietro la quale potevamo sentire le voci delle persone che continuavano a discutere sulle loro realtà, sui loro contenuti, sulle loro soggettività e oggettività, e su come afferrare le cose così come venivano presentate, e ci disse:
The Sailor. “Have you not seen two dogs wrangling in the street, and how they will Gna! Gna! and Wurrer-Wurrer all to no purpose whatsoever, but solely because it is the nature of dogs thus dog-like to be-dog the wholesome air with dogged and canicular noise of no purport, value, or conclusion? And when this is on have you not seen how good housewives, running from their doors, best stop the noisome noise and drown it altogether by slop, bang, douches of cold wet from a pail, which does dis-spirit the empty disputants, and, causing them immediately to unclinch, humps them off to more useful things? So it is with philosophers, who will snarl and yowl and worry the clean world to no purpose, not even intending a solution of any sort or a discovery, but only the exercise of their vain clapper and clang. Also they have made for this same game as infernal a set of barbaric words as ever were blathered and stumbled over by Attila the king when the Emperor of Constantinople’s Court Dentist pulled out his great back teeth for the enlargement of his jaw. Now this kind of man can be cured only by baptism, which is of four kinds, by water, by blood, and by desire: and the fourth kind is of beer. So watch me and what I will do.”
Then he went in ahead of us, and we all came in behind, and when we came in neither Grizzlebeard nor the Stranger looked up for one moment, but Grizzlebeard was saying, with vast scorn:
“You are simply denying cause and effect, or rather efficient causality.”
To which the Stranger answered solemnly, “I do!”
On hearing this reply the Sailor, very quickly and suddenly, hurled over him all that was in the pint pot of beer, saying hurriedly as he did so, “I baptize you in the name of the five senses,” and having done so, ran out as hard as he could with us two at his heels, and pegged it up the road at top speed, and never drew rein until he got to the edge of Jockey’s Spinney half a mile away, and we following, running hard close after, and there we found him out of breath and laughing, gasping and catching, and glorying in his great deed.
“Now,” said he, “I warrant you, Grizzlebeard will come up in good time, and though he will be angry he will be confused.”
Sure enough, Grizzlebeard came up after us, somewhat more than a quarter of an hour behind, and though he was angry, the hill had taken up some of his anger and had blown him, and when he had cursed at the Sailor, and had told him that the Stranger was, in a sense, his guest, the Sailor bade him be at ease, saying that the Stranger was, in a sense, his boredom and intolerable drag, and that had he not done violence we should never have got on the road at all.
“But tell me,” he added, “did you not settle anything by the time we got away? You had been at it a good hour, and one would think that men could find out in that time whether they had a Maker or no, and what Dimension was and what Degree.”
But Grizzlebeard was surly and would not answer him, and in the slow recovery of his temper the road seemed long enough: more particularly through the Poet, who, thinking to be genial, began to rattle off a judgment of the world and to say that it was a good thing to agree, and also to bend oneself to practical matters; and thence to talking of fanatics, and so to maundering on of authority, and saying that any man could do well with his life if he only had the sense not to offend those who were his superiors on his way upwards, and to pay decent attention to what those in control desired of him.
To this sort of balance Grizzlebeard, being the oldest of us, would have agreed; but in his anger, which, though it was declining, still smouldered, he chose to contradict, and he said in a gruff way:
Grizzlebeard. “What our fathers called ‘selling one’s soul.’ Yes; it is the easiest and the worst thing a man can do.”
The Sailor. “The worst, perhaps, though I’m not so sure of it, but the easiest, oh no! And I say I am not so sure it is the worst. For one never sells anything unless one is hard up, and hard-up men are never really wicked; it is the rich that are wicked. At least so I have always been told by the poor, who are not only the great majority of men and therefore likely to be right, but also have no interest to serve in saying what they say… But easy, no! Do not tell me it is easy, so long as there stands for a dreadful example the story of Peter the Politician, which all the world should hear.”
Grizzlebeard. “And all the world has heard it.”
The Sailor (sweetly). “But not you, Grizzlebeard, so I must give it at due length to spin the road out and to do you especial honour.” Grizzlebeard (milder). “Do so, then. Even your tale may be less dull than tramping the last hour of a day in silence.”
The Sailor. “You must know, then, that Peter the Politician, after having sold every public honour which he could drag upon the counter and every public office and every kind of power except his own, and after he had sold his country and his friends and his father and his mother and even his children, and his self-respect of course, and all the rest of it, had nothing left to sell but his very soul. But sell that he must, for have money he must; without money no man can live the Great Life and go out to dine in the new hotels that are built out of iron and plaster, and the Lord have mercy on us all!
“Well then, Peter the Politician did up his soul in a little brown paper parcel, all beautifully sealed with sealing-wax and tied up with expensive string; for the public pay for these things where politicians are concerned.
“He did up his soul, did I say, into this little parcel? I err! It was his secretary that did it up; not his unpaid secretary — his real secretary, a humble little man.
“For you must know that politicians have three kinds of secretaries: the first kind, who may be called Secretarius Maximus, is a rich man’s son, and his place has been paid for: he is called secretary so that he may be advanced to office, and he does nothing at all except ride about in a motor-car and come and sit by when there is any jabbering to be done for his master. Then there is the second kind of secretary, who is usually a friend’s son, and may be called Secretarius Minor; he expects no advancement to a politician’s future, but only some little job or other in the Civil Service after his years of labour. And his labour is this: to tell the third secretary what he has to do. Now this third secretary, who may be called Secretarius Minimus, receives the sum of thirty shillings every Saturday, and for this he must sweat and toil and be at beck and call, and go to bed late and get up early, and wear himself to a shadow, and then at forty go and be a secretary at less wages if he can get the job, or else hang himself or stand in a row for soup on the Embankment; and there is an end of him.
Il Marinaio disse: “Non avete mai visto due cani che si azzuffano per strada, grugnendo e ringhiando senza alcun motivo, semplicemente perché è nella loro natura comportarsi così? E quando succede questo, non avete mai visto come le brave casalinghe, uscendo di casa, riescano a fermare quel rumore fastidioso versando su di esso acqua fredda e bagnata, che smette immediatamente la loro lite inutile e li costringe ad occuparsi di cose più utili? Lo stesso vale per i filosofi: si lamentano e disturbano il mondo senza alcun scopo reale, non intendendo nemmeno trovare una soluzione o fare una scoperta, ma solo esercitare il loro vano rumore. Inoltre, hanno inventato un insieme di parole barbare e incomprensibili per questo stesso scopo. Come quelle che Attila il Re pronunciò quando il dentista della corte di Costantinopoli gli estrasse i denti posteriori per allargargli la mascella. Questo tipo di persone può essere curato soltanto con il battesimo, che esiste in quattro forme: con l’acqua, con il sangue, e con la birra. Quindi guardate bene cosa farò.”
Poi entrò davanti a noi, e tutti lo seguimmo; quando entrammo, né Grizzlebeard né lo Sconosciuto alzarono lo sguardo nemmeno per un momento, ma Grizzlebeard continuava a dire, con profondo disprezzo:
“Stai semplicemente negando il rapporto di causa-effetto, o meglio, la causalità effettiva.”
“Lo faccio!” rispose seriamente lo Straniero.
Sentendo questa risposta, il Marinairo, molto rapidamente e all’improvviso, versò su di lui tutto ciò che c’era nella pentola da una pinta di birra, dicendo mentre lo faceva: “Ti battezzo nel nome dei cinque sensi”. Dopo averlo fatto, corse via il più velocemente possibile, con noi due alle sue calcagna; accelerò al massimo lungo la strada e non rallentò fino a quando non raggiunse l’estremità di Jockey’s Spinney, a mezzo miglio di distanza. Noi lo seguivamo da vicino, correndo con tutte le nostre forze; lo trovammo senza fiato, che rideva e si compiaceva del proprio “grande gesto”.
“Ora,” disse, “vi assicuro che Grizzlebeard arriverà in tempo, e anche se sarà arrabbiato, rimarrà confuso.”
Come previsto, Grizzlebeard ci raggiunse dopo poco più di un quarto d’ora; sebbene fosse arrabbiato, la salita aveva in parte placato la sua rabbia. Quando maledisse il Marinaio e gli disse che lo Straniero, in un certo senso, era suo “ospite”, il Marinaio lo tranquillizzò, affermando che lo Straniero, in realtà, rappresentava soltanto la sua noia e il peso insopportabile che portava con sé. Se non fosse stato per lui, probabilmente non saremmo mai partiti.
“Ma dimmi,” aggiunse, “non avete raggiunto alcuna conclusione prima che ce ne andassimo? Eravate impegnati da un’ora intera. Si potrebbe pensare che in quel lasso di tempo gli uomini riuscissero a capire se esiste davvero un Creatore, e quale sia la natura della Dimensione e il suo grado.”
Ma Grizzlebeard era di cattivo umore e non gli rispondeva; nel corso del lento processo di recupero del suo temperamento, il cammino sembrava lungo abbastanza. Soprattutto a causa di quel Poeta, che, pensando di essere gentile, iniziò a elencare i difetti del mondo, sostenendo che fosse opportuno accordarsi con gli altri e adattarsi alle questioni pratiche; poi passò a parlare dei fanatici, per finire con commenti negativi sull’autorità, affermando che qualsiasi persona potesse condurre una vita serena se solo avesse la saggezza di non offendere coloro che erano superiori a lei nel suo percorso verso il successo, e di prestare attenzione a ciò che le persone al potere desideravano da lei.
Per questo tipo di equilibrio, Grizzlebeard, essendo il più anziano tra noi, avrebbe acconsentito; ma nella sua rabbia, che sebbene stesse diminuendo, continuava ad ardere, decise di contraddire e disse in tono brusco:
Grizzlebeard: “Quello che i nostri padri chiamavano ‘vendere l’anima’. Sì, è la cosa più facile e al contempo la peggiore che un uomo possa fare.”
Il marinaio: “Forse è la cosa peggiore, anche se non ne sono del tutto sicuro, ma allo stesso tempo è anche la più facile. Oh no! E dico che non sono proprio certo che sia davvero la peggiore. Perché nessuno vende nulla, a meno di essere in difficoltà economiche, e le persone in difficoltà non sono mai veramente malvagie; sono i ricchi quelli che sono malvagi. Almeno così mi hanno sempre detto i poveri, che non solo rappresentano la stragrande maggioranza delle persone e quindi probabilmente hanno ragione, ma non hanno nemmeno alcun interesse a mentire quando parlano. Ma facile? No! Non ditemi che sia facile, soprattutto considerando l’esempio terribile di Pietro il Politico, una storia che tutti dovrebbero ascoltare.”
Grizzledbeard. “E tutto il mondo l’ha sentito.”
Il Marinaiere (dolcemente): “Ma non tu, Grizzled beard. Quindi devo raccontare la storia con calma, per renderti un onore speciale.” Grizzled beard (con tono più mite): “Fallo pure. Anche la tua storia potrebbe essere meno noiosa di camminare in silenzio nell’ultima ora della giornata, ”
Il Marinaio: “Allora devi sapere che Pietro il Politico, dopo aver venduto ogni onore pubblico che potesse offrire, ogni carica ufficiale e ogni tipo di potere tranne il proprio, dopo aver venduto la sua patria, i suoi amici, i suoi genitori, persino i suoi figli, e naturalmente anche il suo rispetto per se stesso e tutto il resto, non gli rimase più nulla da vendere se non la sua stessa anima. Ma doveva venderla, perché aveva bisogno di soldi; senza soldi nessuno può vivere una vita ‘grande’ e andare a cena nei nuovi hotel fatti di ferro e gesso. Che il Signore abbia pietà di noi tutti!”
“Allora, Peter il Politico avvolse la sua ‘anima’ in un piccolo pacchetto di carta marrone, sigillandolo con della cera e legandolo con del filo costoso; perché, quando si tratta di politici, è il pubblico a pagare per queste cose.”
“Ha messo tutta la sua anima, ho detto bene, in questo piccolo pacchetto. No, mi sbaglio! È stata la sua segretaria a farlo; non quella non retribuita, ma la sua vera segretaria, un umile uomo.”
“Dovete sapere che i politici hanno tre tipi di segretari: il primo tipo, che si potrebbe chiamare ‘Segretario Massimo’, è il figlio di un uomo ricco; il suo posto è stato pagato in anticipo: viene chiamato segretario soltanto per poter essere promosso in futuro. Non fa assolutamente nulla, se non viaggiare in automobile e sedersi accanto al suo padrone quando c’è bisogno di discutere qualcosa. Poi c’è il secondo tipo di segretario, che di solito è il figlio di un amico del politico e può essere chiamato ‘Segretario Minore’; non si aspetta alcuna promozione, ma soltanto un piccolo incarico nel Servizio Civile dopo anni di lavoro. Il suo compito consiste nel dire al terzo tipo di segretario cosa deve fare. Questo terzo tipo, che si potrebbe chiamare ‘Segretario Minimo’, riceve trenta scellini ogni sabato; in cambio deve lavorare sodo, essere sempre a disposizione del suo padrone, andare a letto tardi e alzarsi presto, fino a consumarsi completamente. A quarant’anni, se riesce a trovare un altro lavoro, diventa di nuovo segretario, ma con uno stipendio più basso; altrimenti, beh, non c’è altra scelta che impiccarsi o mettersi in fila per ricevere della zuppa sul lungofiume.”
“Well, then, I say it was this third or working secretary who had done up Peter the Politician’s soul in a pretty little parcel, in brown paper paid out of the taxes, with fine red seals paid out of the taxes, and with strong, thin, and splendid string paid out of the taxes; and since the politician was very careful about his soul and it did not weigh much, he took it with him himself and set off to the Devil’s office to sell it; and where that office was he knew very well, for he had spent most of his time there while he was a young man, and had served his apprenticeship in another part of the same building.
“When Peter the Politician sent in his card he was received with great courtesy by the Limbo-man who kept the doors, and he was asked to sit down on a chair in a sort of little private outer room where distinguished people await the pleasure of the Head Devil.
“In this little outer room there were one or two books to read about problems, especially marriage, and there were some prints upon the wall which were not well done and which the Devil had taken as a bad debt from a publisher; and there was also a calendar, but there were no Saints’ Days marked on it, as you may well believe, but only the deaths of conspicuous people, and Peter the Politician did not study it.
“Now when he had been sitting there for about an hour without the need of a fire, there came in a neat little tight little dressed-up-to-the-nines little Imp in buttons, who was very polite indeed, and told him how sorry His Master was to keep Peter the Politician waiting, but the fact was he was in the midst of a great deal of business. Then the little Imp went out and left Peter the Politician alone — and he waited another two hours.
“At the end of this time another taller and older Imp, dressed not in buttons, but in a fine tail-coat (for he was a Tailed Imp), came in and apologised more than ever and said that His Master the Head Devil was extremely sorry to keep Peter the Politician waiting, but would he kindly send in what his business was, and he hoped it would immediately be attended to?
“Then Peter the Politician answered in his short, dignified way that he had come to sell his soul.
“‘Of course! Of course!’ said the tail-coated Imp. ‘Dear me! You must excuse me; we have so much to do to-day that we are really run off our hooves. Of course,’ he added, anxiously polite, ‘there is a regular office…’
“‘Yes, yes, I know,’ said Peter the Politician as impatiently as his dignity would allow. ‘I know all about that office, but under the circumstances and seeing that I am known here..’
“‘Yes, of course!’ said the big Imp again, and he went out hurriedly, and Peter the Politician was kept waiting another two hours.
“He hummed a little and he shuffled his feet, and he drummed with his fingers, and he began very seriously to think whether he would not go somewhere else, only he knew of no one out of Hell who wanted his soul. So he sighed at last and continued to wait with as much resignation as he could.
“And after another two hours there came in a very tall, gentlemanly, and deep-voiced Major Devil, who told him how exceedingly sorry he was that His Master should have to keep him waiting, especially now they knew the nature of his business, but the pressure of work that day was really awful! And would Peter the Politician, for this once, be kind enough to send in his offer, because the Head Devil really could not come out?
“So Peter the Politician said severely —
“‘ Luckily I have brought the goods with me.’ And he handed the Major Devil his nice little brown paper parcel, and the Major Devil went out apologising.
“Then Peter the Politician was kept waiting another two hours. At the end of it there came in a really superior Devil with his hair parted in the middle and a standup-and turndown collar, and the accent, and everything. He sat down genially at the same table as Peter the Politician, and leant towards him and said most affably and courteously —
“‘My dear sir, my Master is very sorry indeed, but there has been a terrible slump in this sort of thing since August; the bottom is quite knocked out of the market, and — and — well, to tell you straight out, what we want to know is how many you have to offer?’
“‘How many!’ said Peter the Politician, with a real annoyance unworthy of his rank.
“‘Yes,’ said the suave and really important Secretary Devil (for such he was), ‘the fact is, my Master says he can’t quote for these singly in the present state of the market, but if you could bring a gross…’
“At this Peter the Politician got up swearing, and went out, forgetting to take his soul with him, and leaving it there on the table all tied up.
“And that is why some people go about saying that he has lost his soul, for he certainly never sold it; and this should teach you that it is not easy to sell one’s soul, though it is exceedingly easy to lose it or to give it away.”
The Poet (with great interest). “This is the very first time I have heard this story!” Myself. “It is not the fifteenth that I have heard it. The first time I heard it was from a Yankee, and he told it much quicker and better than the Sailor.”
The Sailor {angrily). “Then you may go back to Yankeeland and hear it there!”
Myself. “Do not be angry, Sailor, you did your best, and I learned several things I did not know before. For instance, about that calendar; I never knew why the deaths of great men were put down in calendars.”
The Sailor (a little mollified). “Well, you know now. And you also know that when you want to sell your soul you will have to make up a truck-load before you can get reasonable rates.”
Grizzlebeard. “I think the Sailor’s story is immoral.”
The Poet. “I think so too, for he talks in a flippant way about things which ought to be talked of respectfully.”
Grizzlebeard. “No, not on that account; it is immoral because it makes out that souls are of different sizes and values. Now it is well known that souls are exactly equal, and that when you weigh them one against the other they do not differ by a grain of sand, and when you measure them there is not a hundredth of an inch between two of them. And that in value they are all precisely the same. This has been laid down at no less than 572 Synods, three Decisions of the Holy Office, and one (Ecumenical Council.”
“Beh, allora dico che fu questo terzo segretario, quello addetto alle pratiche burocratiche, ad avvolgere l’anima di Peter il Politico in un piccolo pacchetto, fatto di carta marrone pagata con i soldi delle tasse, sigillato con bei sigilli rossi pagati sempre con le tasse, e legato con una corda sottile ma robusta, anch’essa pagata con le tasse. Poiché il politico era molto attento alla sua anima – e inoltre non pesava molto – se la portò con sé e andò dritto all’ufficio del Diavolo per venderla. Sapeva benissimo dove si trovava quell’ufficio: aveva trascorso gran parte della sua giovinezza lì, e aveva anche svolto il suo tirocinio in un’altra parte dello stesso edificio.”
“Quando Pietro il Politico inviò la sua cartolina, fu accolto con grande cortesia dallo ‘uomo del Limbo’ incaricato di custodire le porte; gli fu chiesto di sedersi su una sedia in una sorta di piccola stanza privata, dove persone distinte attendono il piacere del Diavolo Capo.”
“In questa piccola stanza esterna c’erano uno o due libri da leggere su argomenti legati ai problemi della vita, soprattutto quelli coniugali; inoltre, sulle pareti c’erano alcune stampe di scarsa qualità che il Diavolo aveva ‘preso in prestito’ da un editore. C’era anche un calendario, ma su di esso non erano indicate le feste dei Santi, bensì solo le date di morte di persone importanti; e naturalmente, Peter il Politico non lo consultava mai.”
Ora che era seduto lì da circa un’ora senza aver bisogno di un fuoco, entrò un piccolo folletto ben vestito, molto educato, che gli disse quanto suo padrone si scusasse per aver fatto aspettare Peter il Politico, ma che in realtà era impegnato in molte faccende importanti. Poi il piccolo folletto se ne andò, lasciando Peter il Politico da solo, e lui aspettò ancora altre due ore.
“Alla fine di questo lasso di tempo, un altro Imp più alto e più anziano, vestito non con bottoni, ma con un elegante abito da sera (poiché era un Imp a Coda), entrò e si scusò ancora di più, dicendo che il suo Padrone, il Diavolo Capo, si dispiaceva moltissimo per aver fatto aspettare Peter il Politico; chiese quindi gentilmente di conoscere la ragione della sua visita, promettendo che sarebbe stata immediatamente presa in considerazione.”
“Allora Pietro il Politico rispose, con il suo modo breve e dignitoso, che era venuto per vendere la sua anima.”
“‘Certo! Certo!’ disse l’Imp con il suo abito da sera. ‘Dio mio! Perdonatemi; abbiamo così tante cose da fare oggi che siamo davvero sommersi dal lavoro. Certo,’ aggiunse, con ansiosa cortesia, ‘c’è un ufficio regolare, ’”
“‘Sì, sì, lo so,’ disse Peter il Politico con la stessa impazienza che la sua dignità gli permetteva. ‘So tutto su quell’ufficio, ma date le circostanze e considerando che sono conosciuto qui, ’”
“‘Sì, certo!’ disse di nuovo il grande Imp, e se ne andò in fretta; così Peter il Politico dovette aspettare altre due ore.”
“Mormorò qualcosa tra sé, si mosse a scatti con i piedi, batté le dita e iniziò seriamente a pensare se non dovesse andare da qualche altra parte. Ma non conosceva nessuno all’Inferno che desiderasse la sua anima. Alla fine sospirò e continuò ad aspettare, con tutta la rassegnazione di cui era capace.”
“E dopo altre due ore entrò un maggiore molto alto, distinto e dal tono di voce profondo; gli disse quanto fosse dispiaciuto che il suo padrone dovesse farlo aspettare, soprattutto ora che conoscevano la natura della sua richiesta. Ma il carico di lavoro di quel giorno era davvero terribile! E Peter il Politico sarebbe stato così gentile da inviare la sua proposta, almeno questa volta, perché il Diavolo Capo proprio non poteva uscire.”
“Così disse seriamente Pietro il Politico…”
“‘Per fortuna ho portato con me le merci.’ E gli consegnò il suo bel pacchetto avvolto in carta marrone; poi il Maggiore Diavolo uscì scusandosi.”
“Allora Pietro il Politico dovette aspettare altre due ore. Alla fine entrò un Diavolo davvero distinto: i capelli divisi a metà, col colletto alto e rigido. Il suo accento, tutto quanto. Si sedette amichevolmente allo stesso tavolo di Pietro il Politico, si chinò verso di lui e disse in modo molto affabile e cortese, ”
“‘Mio caro signore, il mio padrone si scusa davvero molto, ma da agosto c’è stato un calo terribile in questo settore; il mercato è completamente distrutto, e, beh, per essere franchi, quello che vogliamo sapere è quante unità avete disponibili per la vendita.’”
“‘Quanti!’ disse Pietro il Politico, con un vero fastidio indegno della sua posizione.”
“‘Sì,’ disse il seducente e davvero importante Segretario Diavolo (poiché tale era), ‘in realtà, il mio Capo dice che al momento attuale del mercato non può fornire prezzi per singoli articoli, ma se riusciste a portare una quantità maggiore, ’”
“In quel momento, Pietro il Politico si alzò imprecando e uscì di casa, dimenticandosi di portare con sé la sua anima, che rimase lì sul tavolo, ancora legata.”
“Ed è per questo che alcune persone dicono che abbia perso l’anima sua, perché di certo non l’ha mai venduta; e questo dovrebbe insegnarvi che non è facile vendere la propria anima, anche se è estremamente facile perderla o darla via.”
Il Poeta (con grande interesse): “È la prima volta che ascolto questa storia!” Io: “Non è certo la quindicesima volta che la sento. La prima volta l’ho ascoltata da un yankee, e lui l’ha raccontata molto più velocemente e meglio del marinaio.”
Il marinaio (con rabbia): “Allora torna pure in America e sentilo lì!”
Io stesso. “Non arrabbiarti, Sailor, hai fatto del tuo meglio e ho imparato molte cose che prima non conoscevo. Ad esempio, riguardo a quel calendario. Non sapevo mai perché le morti di grandi uomini venissero registrate nei calendari.”
Il Marinaio (un po’ placato): “Beh, ora lo sai. E sai anche che se vuoi vendere la tua anima, dovrai produrre un camion pieno di roba prima di poter ottenere prezzi ragionevoli.”
Grizzlebeard: “Penso che la storia del marinaio sia immorale”.
Il Poeta: “Anch’io lo penso, perché parla in modo superficiale di cose che dovrebbero essere trattate con rispetto.”
Grizzlebeard: “No, non per questo motivo; è immorale perché sostiene che le anime abbiano dimensioni e valori diversi. Ora è ben noto che le anime sono esattamente uguali tra loro: quando vengono messe a confronto, non differiscono nemmeno di un granello di sabbia, e se venissero misurate, non ci sarebbe nemmeno la centesima parte di un pollice di differenza tra due di esse. In termini di valore, sono tutte esattamente uguali. Questo principio è stato stabilito in ben 572 Sinodi, tre Decisioni dell’Ufficio Santo e un Concilio Ecumenico.”
The Sailor. “Yes, but not in the four first Councils, and still less at Nicea, so that stumps you!”
Grizzlebeard (solemnly). “Nicea be damned!”
Myself. “Very well, by all means, but not Trent I hope, which is a very important one, and to be quarrelled with only at a high risk.”
“No,” said Grizzlebeard, “not Trent, nor Constance for that matter, though it troubles me more.”
Then we fell silent again. The grey evening had advanced as we listened to the Sailor’s story, and it was growing cold. We went through the half light and the gloaming until it was upon the edge of darkness, time for the evening meal. And we were so weary with the many, many miles of that day that we agreed together to sleep if it were possible in the same place we might eat at, that is, in the next inn. For we were now near the end of all the road we had to go, being but a mile or two from the County border. And as we went we debated our last feast and our last conversation, our last songs, and our necessary farewells.
“My friends,” said I, “all men before death make a feast if they can. It is an ancient custom, and one well approved by time. Feast before battle if you can, and before death which may come in battle. All such death as comes to men in health, it is well to feast before it. Now, with to-morrow morning we shall come to the end of this little journey of ours, all along the County, all the way from end to end. Thus we shall attain, as you may say, the death of our good time. For it is agreed between us that when we come to the Hampshire border we shall separate and see each other no more.”
The Sailor, “Yes, that is agreed.”
Myself. “Well, then, let us make a feast.”
The Poet. By all means, and who shall pay?”
Grizzlebeard. “In general it is I that should pay, for I am the richest. We have made no feast in all these days, but since this is to be a solemn sort of feast, and a kind of Passover (for we are soon to pass over the boundary into Hampshire), every man must give his share.”
Myself. “I am very willing, only if I do so, I must call the food and drink.”
The Sailor. “I am not willing at all, but unwilling as I am, most certainly will I eat nothing and drink nothing to which I am not inclined.”
The Poet. “In the matter of eating and drinking I am with you all, but in the matter of paying I differ from you altogether, for I have nothing.”
Myself “How is this, Poet? It was only to-day that I saw you with my own eyes at the Bluebell paying for a mug of beer with a labouring man.”
The Poet. “It was my last money, and I did it for charity.”
The Sailor. “Then now you may have the reward of charity and starve.”
Myself. “No, no, there is a way out of these matters which is quite unknown to children and to savages, but open to men of intelligence and culture as are we. It is to do things by way of paper instead of metal. A fund shall be formed, each one shall pay into the fund a piece of paper on which shall be written, ‘I will meet one-quarter of the bill,’ and each man shall sign. When this is done, one of us four shall be the financier, and shall pay the bill. Then the paper will be called in, and I will pay, and Grizzlebeard will pay, and the Sailor will pay, but you, the Poet, will not pay, and you will be adjudicated bankrupt.”
Grizzlebeard. “Yes, your principle is right in the main, but I demur to the simplicity of your last clause. I will not allow the honest Poet to go bankrupt. I will buy up his paper, and he shall be my slave for life, and if I can so arrange it, his family for a good time after as well.”
The Poet “I shall be delighted, Grizzlebeard, and I will pay you my debt in songs.” Grizzlebeard. “Not if I know it. You will pay it in cash and at interest, and as to how you shall earn it, that is your lookout.”
Myself. “Well, anyhow, it is determined that we make a feast, and I say for my part that there must be in this feast bacon and eggs fried together in one pan, and making a great commonalty in one dish.” The Sailor. “Excellent; and the drink shall be beer.”
The Poet. “Besides this, what we need is two large cottage loaves of new bread, and butter, and some kind of cheese.”
Myself. “Poet, did you not tell me that you were of this County and of this land?” The Poet. “I did.”
Myself. “I think you lied. Who in Sussex ever heard of ‘some kind of cheese’? You might as well talk in Hereford of ‘some kind of cider,’ or in Kent of ‘some kind of foreigner’ coming over by their boats from the foreign lands. I think you must have been out of Sussex, Poet, for many years of your life, and at the wrong time.” The Poet. “Why, that is true.”
Myself. “And, undoubtedly, Poet, you acquired in other counties a habit of eating that Gorgonzola cheese, which is made of soap in Connecticut; and Stilton, which is not made at Stilton; and Camembert, and other outlandish things. But in Sussex, let me tell you, we have but one cheese, the name of which is CHEESE. It is One; and undivided, though divided into a thousand fragments, and unchanging, though changing in place and consumption. There is in Sussex no Cheese but Cheese, and it is the same true Cheese from the head of the Eastern Rother to Harting Hill, and from the sea-beach to that part of Surrey which we gat from the Marches with sword and with bow. In colour it is yellow, which is the right colour of Cheese. It is neither young nor old. Its taste is that of Cheese, and nothing more. A man may live upon it all the days of his life.”
Grizzlebeard. “Well, then, there is to be bacon and eggs and bread and cheese and beer, and after that—”
Myself. “After that every man shall call for his own, and the Poet shall drink cold water. But I will drink port, and if I taste in it the jolly currant wine of my county, black currants from the little bushes which I know so well, then I shall give praise to God. For I would rather drink that kind of port which is all Sussex from vine to vat, and brewed as the Sussex Men brew, than any of your concoctions of the Portuguese, which are but elderberry, liquorice, and boiled wine.”
Il Marinaio: “Sì, ma non nei primi quattro Concili, e tantomeno a Nicea. Quindi questo ti lascia senza parole, vero?”
Grizzlebeard (con solennità). “Che vada al diavolo Nicea!”
Io stesso. “Molto bene, certamente, ma spero non sia Trent. Lui è molto importante, e litigare con lui comporterebbe troppi rischi.”
“No,” disse Grizzlebeard, “né Trent, né tantomeno Constance, anche se questa seconda cosa mi preoccupa di più.”
Poi rimanemmo di nuovo in silenzio. La sera grigia si era fatta più scura mentre ascoltavamo la storia del marinaio, e faceva sempre più freddo. Proseguimmo nel buio crepuscolare fino a quando non arrivò il momento di cena. Eravamo così stanchi dopo quelle molte miglia percorse quel giorno che decidemmo tutti insieme di dormire, se possibile, nello stesso posto dove avremmo mangiato, cioè nell’osteria successiva. Ormai eravamo vicini alla fine del nostro viaggio: mancavano soltanto un miglio o due dal confine della contea. Mentre camminavamo, discutevamo su quale fosse il nostro ultimo pasto, l’ultima conversazione, l’ultima canzone, e le nostre ultime parole d’addio.
“Amici miei,” dissi, “tutti gli uomini, prima di morire, fanno un banchetto se ne hanno la possibilità. È una vecchia usanza, e una che il tempo ha pienamente approvato. Fate un banchetto prima della battaglia, se potete, e anche prima della morte che potrebbe verificarsi in battaglia. Tutte quelle morti che colpiscono gli uomini quando sono in salute, è giusto fare un banchetto prima di esse. Ora, domani mattina, concluderemo questo nostro piccolo viaggio, attraversando l’intera contea, da un capo all’altro. In questo modo, potremmo dire, raggiungeremo la ‘morte dei nostri bei tempi’. Perché abbiamo concordato che, una volta arrivati al confine con il Hampshire, ci separeremo e non ci vedremo più.”
Il marinaio: “Sì, siamo d’accordo.”
Me stesso. “Bene, allora organizziamo una festa.”
Il poeta. E chi pagherà?
Grizzlebeard: “In generale, dovrei essere io a pagare, perché sono il più ricco. Non abbiamo organizzato nessuna festa in questi giorni, ma poiché questa sarà una festa solenne, una sorta di Pasqua (poiché presto attraverseremo il confine per entrare in Hampshire), ognuno dovrà contribuire con la propria parte.”
Me stesso. “Sono molto disposto, ma se lo faccio, devo chiamare qualcuno per portare cibo e bevande.”
Il Marinaio: “Per niente al mondo lo vorrei fare, ma anche se non lo voglio, di certo non mangerò né berò nulla che non mi piaccia.”
Il Poeta: “Per quanto riguarda il mangiare e il bere, sono d’accordo con voi tutti; ma per quanto riguarda il pagare, sono completamente in disaccordo con voi, perché non ho nulla.”
Io stesso dissi: “Ma come mai, Poeta? Solo oggi ti ho visto coi miei occhi al Bluebell, mentre pagavi una tazza di birra insieme a un lavoratore.”
Il poeta. “Era l’ultimo denaro che avevo; l’ho fatto per beneficenza.”
Il Marinaio. “Allora ora puoi ricevere la ricompensa della carità… o morire di fame.”
Io stesso. “No, no. Esiste una via d’uscita da queste situazioni che è del tutto sconosciuta ai bambini e ai selvaggi, ma accessibile agli uomini intelligenti e colti come noi. Si tratta di utilizzare il carta invece del metallo per risolvere le questioni finanziarie. Vi sarà creato un fondo: ognuno verserà nel fondo un pezzo di carta su cui sarà scritto ‘Pagherò un quarto della somma richiesta’, e tutti firmeranno tale documento. Una volta fatto ciò, uno di noi quattro agirà come finanziatore e pagherà il debito. In seguito, quel pezzo di carta verrà presentato per il pagamento. E io pagherò, così come Grizzlebeard e il Marinaio. Ma tu, Poeta, non pagherai. E sarai dichiarato fallito.”
Grizzlebeard: “Sì, in linea di principio hai ragione, ma non sono d’accordo con la semplicità della tua ultima clausola. Non permetterò che il onesto Poeta vada in bancarotta. Comprerò tutte le sue pubblicazioni e lui diventerà mio schiavo per tutta la vita; se riesco a organizzarlo, anche la sua famiglia subirà lo stesso destino.”
Il poeta disse: “Ne sarò molto felice, Grizzledbeard, e ti ripagherò il debito con delle canzoni.” Grizzledbeard rispose: “Nemmeno per idea. Me lo pagherai in contanti, e con gli interessi. Quanto a come farai ad ottenerli, quella è affar tuo.”
Io stesso. “Beh, comunque sia, è stato deciso che organizzeremo una festa, e personalmente dico che in questa festa deve esserci pancetta e uova fritte insieme nella stessa padella, creando così un unico piatto condiviso da tutti.” Il Marinaio. “Eccellente; e la bevanda sarà birra.”
Il Poeta: “Oltre a questo, ci servono due grandi pani di pane fresco, burro e qualche tipo di formaggio.”
Io stesso. “Poeta, non mi avevi detto che eri di questa contea, di questa terra?” Il Poeta. “Sì, l’avevo detto.”
Io stesso. “Penso che tu abbia mentito. Chi mai in Sussex ha sentito parlare di ‘un qualche tipo di formaggio’? Potresti benissimo parlare a Hereford di ‘un qualche tipo di sidro’, o nel Kent di ‘un qualche tipo di straniero’ che arriva dalle terre straniere con le sue barche. Penso che tu abbia trascorso molti anni lontano dal Sussex, Poeta, e in momenti sbagliati.” Il Poeta. “Beh, è vero.”
Io stesso, “E, senza dubbio, Poeta, in altre regioni hai preso l’abitudine di mangiare quel formaggio Gorgonzola, che in realtà è fatto di sapone nel Connecticut; e lo Stilton, che non viene prodotto affatto a Stilton; e il Camembert, e altre cose ancora più strane. Ma nel Sussex, lascia che te lo dica, abbiamo soltanto un tipo di formaggio, il cui nome è FORMAGGIO. È uno solo; indiviso, anche se diviso in mille pezzi; immutabile, anche se cambia luogo e quantità consumata. Nel Sussex non esiste altro formaggio che Formaggio, ed è sempre lo stesso vero Formaggio, dalla parte orientale del Rother fino a Harting Hill, e dalla spiaggia marina fino a quella zona del Surrey che abbiamo conquistato con spada e arco dalle Marche. Di colore è giallo, il colore giusto per un formaggio. Non è né giovane né vecchio. Il suo sapore è proprio quello di un formaggio, e nient’altro. Un uomo può vivere soltanto di questo formaggio per tutta la vita.”
Grizzlebeard: “Bene, allora ci saranno pancetta e uova, pane e formaggio, birra. E dopo di questo, ”
Io stesso. “Dopo di allora, ognuno prenderà ciò che gli appartiene, e il Poeta berrà acqua fredda. Ma io berò vino porto. E se ne sentirò il sapore caratteristico del vino di uva nera della mia contea, prodotto dalle piccole piante che conosco così bene, allora loderò Dio. Perché preferisco bere quel tipo di vino porto, che è tutto Sussex, dalla vigna al tino, prodotto esattamente come fanno gli uomini del Sussex, piuttosto che qualsiasi miscela portoghese fatta con bacche di sambuco, liquirizia e vino bollito.”
As we thus decided upon the nature of the feast, the last of the light, long declined, had faded upon the horizon behind the latticework of bare branches. The air was pure and cold, as befitted All-Hallows, and the far edges of the Downs toward the Hampshire border had level lines of light above them, deeply coloured, full of departure and of rest. There was a little mist upon the meadows of the Rother, and a white line of it in the growing darkness under the edges of the hills. It was not yet quite dark, but the first stars had come into the sky, and the pleasant scent of the wood fires was already strong upon the evening air when we found ourselves outside a large inn standing to the north of the road, behind a sort of green recess or common. Here were several carts standing out in the open, and a man stood with a wagon and a landaulette or two, and dogcarts as well, drawn up in the great courtyard.
The lower rooms of this old inn were brilliantly lighted. The small square panes of it were shaded with red curtains, through which that light came to us on our cold evening way, and we heard the songs of men within; for there had been some sort of sale, I think, which had drawn to this place many of the farmers from around, and some of the dealers and other smaller men.
So we found it when we knocked at the door and were received. There was a pleasant bar, and opening out of it a large room in which some fifteen or twenty men, all hearty, some of them old, were assembled, and all these were drinking and singing.
Their meal was long done, but we ordered ours, which was of such excellence in the way of eggs and bacon, as we had none of us until that moment thought possible upon this side of the grave. The cheese also, of which I have spoken, was put before us, and the new cottage loaves, so that this feast, unlike any other feast that yet was since the beginning of the world, exactly answered to all that the heart had expected of it, and we were contented and were filled.
Then we lit our pipes, and called each for our own drink, I, for my black currant port, and Grizzlebeard for brandy; the Poet, at the Sailor’s expense, for beer, and the Sailor himself for claret. Then, these before us, we sat ourselves at the great table, and saluted the company. But we were not allowed to make more conversation before an old man present there, sitting at the head of the table, one with a small grey beard and half-shut considering eyes, struck the board very loudly with his fist, and cried “GOLIER” — which appeared to be a sort of symbol, for on his saying this word, all the rest broke out in chorus:
“And I will sing Golier!
Golier, Golier, Golier, Golier,
And I will sing Golier!”
When this verse (which is the whole of the poem) had been repeated some six times, I knew myself indeed to be still in my own County, and I was glad inside my heart, like a man who hears the storm upon the windows, but is himself safe houseled by the fire. So did I know Hampshire to be stretching waste a mile or two beyond, but here was I safe among my own people by the token that they were singing that ancient song “Golier.”
When they had sung as many verses of this, our national anthem, as they saw fit, a young man called for “Mas’r Charles,” and from an extreme corner of the table there came this answer:
“If so be as I do carl or be carled upon…”
But he did not finish it, for they all took up very loudly the cry, “Mas’r Charles, Mas’r Charles,” whereupon the very old man, rising to his very old feet, put his very old hands upon the table, bending forward, and looking upwards with a quizzical face full of years and expectation, said:
“Arl I can sing were’ that song o’ Californy, that were sixty year ago,” and he chuckled. Then said another old man near by:
“Ar, there you do talk right, Mas’r Charles. There were Hewlett’s Field, what some called Howlett’s Field, which come to be called ‘Californy’ in that same time when…” but the younger men who could not hear him were calling out:
“Mas’r Charles, Mas’r Charles,” until silence was created again by the hammer of the chairman’s fist, who very solemnly called upon Mas’r Charles, and Mas’r Charles in a quavering voice gave us the ancient dirge:
“I am sailing for America
That far foreign strand,
And I whopes to set foot
In a fair fruitful land,
But in the midst of the ocean
May grow the green apple tree
Avoor I prove faalse
To the girl that loves me.
The moon shall be in darkness,
And the stars give no light
But I’ll roll you in my arms
On a cold frosty night.
And in the midst of the ocean
May grow the green apple tree.”
Here the company, overcome by the melancholy of such things, joined all together in a great moan:
“Avoor I prove faalse
To the girl that loves me.”
This song so profoundly affected us all, and particularly the Poet, that for some moments we were not for another, when the Sailor looking up in an abrupt fashion, said:
“Gentlemen, I will sing you a song, but it is on condition you can join in the chorus.” To which the chairman far off at the end of the table answered:
“Ar, Mister, if so be as we know it.”
Then a younger man protested:
“Nout but what we can arl on us sing it arter un,” and this was the general opinion. So when that fist at the end of the table had performed its regular ritual, and when also more beer had been brought as the occasion demanded, the Sailor began to shout at the top of his voice, and without undue melody, this noble song, the chorus of which he particularly emphasised, so that it was readily repeated by all our friends:
“Thou ugly, lowering, treacherous Quean
I think thou art the Devil!
To pull them down the rich and mean,
And bring them to one level.
Of all my friends That found their ends
By only following thee.
How many I tell Already in Hell,
So shall it not be with me!”
On hearing this last line they all banged and roared heartily, and shouted in enormous voices:
“Zo zhall ee not be,
Zo zhall ee not be,
Dopo aver così deciso la natura della festa, l’ultima traccia di luce si era ormai spenta all’orizzonte, dietro la rete formata dalle nude fronde degli alberi. L’aria era pura e fredda, tipica di questa notte di Ognissanti; ai confini delle colline, verso il Hampshire, si vedevano lunghe strisce di luce colorate, simboli di addio e riposo. Sugli argenti dei prati del Rother aleggiava una leggera nebbia, che formava anche una linea bianca nell’oscurità crescente ai piedi delle colline. Non era ancora completamente notte, ma le prime stelle erano già apparse nel cielo; il piacevole profumo dei falò si diffondeva nell’aria serale quando ci trovammo davanti a una grande locanda situata a nord della strada, dietro un piccolo spazio verde. Lì, alcuni carri erano parcheggiati all’aperto; un uomo stava accanto a un carro, a una o due landaulette e anche a dei carretti trainati da cani, tutti raggruppati nel grande cortile.
I piani inferiori di questa vecchia locanda erano illuminati in modo splendido. Le piccole finestre quadrate erano oscurate da tende rosse; attraverso di esse, la luce raggiungeva noi mentre percorrevamo i freddi corridoi della sera, e sentivamo le canzoni degli uomini all’interno. Credo che ci fosse qualche tipo di mercato, il quale aveva attirato molti contadini dei dintorni, nonché alcuni commercianti e altre persone di rango inferiore.
Quindi l’abbiamo trovato quando abbiamo bussato alla porta ed è stato aperto. C’era un bar piacevole, e da esso si apriva una grande stanza nella quale si trovavano circa quindici o venti uomini, tutti robusti, alcuni anziani; tutti bevevano e cantavano.
Il loro pasto era già pronto da tempo, ma noi avevamo ordinato il nostro, che era di tale eccellenza in termini di uova e bacon, che nessuno di noi avrebbe mai pensato fosse possibile trovare qualcosa del genere al di là della tomba. Anche il formaggio, di cui ho parlato, ci fu servito insieme ai nuovi panini appena sfornati; quindi questa festa, a differenza di qualsiasi altra dal tempo dell’inizio del mondo, soddisfaceva esattamente tutte le aspettative che avevamo, e noi ne fummo molto contenti.
Poi accendemmo le nostre pipe e ognuno chiese il proprio drink: io il mio porto alle bacche nere, Grizzlebeard il brandy; il Poeta, a spese del Marinaio, la birra, mentre il Marinaio stesso il vino rosso. Dopo aver preso posto attorno al grande tavolo, salutammo tutti i presenti. Tuttavia non ci fu permesso di continuare la conversazione finché un vecchio seduto all’estremità del tavolo, con una piccola barba grigia e occhi semichiusi, non batté forte il pugno sul tavolo gridando “GOLIER”. Questa parola sembrava rappresentare qualche tipo di segnale, perché appena la pronunciò, tutti gli altri ripeterono in coro:
“E canterò ‘Golier’!”
Goliere, Goliere, Goliere, Goliere
E canterò di Golier!
Quando questo verso (che costituisce l’intero poema) fu ripetuto circa sei volte, capii con certezza di trovarmi ancora nella mia contea natale, e ne fui felice nel profondo del cuore, come un uomo che sente la tempesta battere contro le finestre, ma che è al sicuro all’interno della propria casa, protetto dal fuoco. Così capii anche che Hampshire si estendeva desolata per un miglio o due oltre, ma io ero al sicuro tra la mia gente, e questo lo dimostrava il fatto che stavano cantando quella antica canzone “Golier”.
Dopo aver cantato quante strofe di questo inno nazionale ritenevano opportuno, un giovane chiamò “Signor Charles”; da un angolo remoto del tavolo arrivò la risposta.
“Se così deve essere, che sia come desidero io… o che si possa agire secondo i miei voleri…”
Ma non riuscì a finirla, perché tutti iniziarono ad esclamare molto ad alta voce: “Signor Charles, Signor Charles!”, allora l’uomo molto anziano, alzandosi con fatica sulle sue gambe molto vecchie, posò le sue mani molto vecchie sul tavolo, si chinò in avanti e guardò verso l’alto con un volto pieno di anni e aspettativa, dicendo:
“Posso cantare quella canzone della California di sessant’anni fa,” disse ridacchiando. Poi un altro vecchio vicino a lui aggiunse:
“Ah, finalmente parlate nel modo giusto, signor Charles. C’era quel campo chiamato Hewlett’s Field, o alcuni lo chiamavano Howlett’s Field; in quello stesso periodo venne poi chiamato ‘California’, ” Ma i giovani che non riuscivano a sentirlo gridavano:
“Signor Charles, Signor Charles, ”, fino a quando il silenzio fu nuovamente ristabilito dal pugno del presidente che, con grande solennità, chiamò ancora una volta il signor Charles. Il signor Charles, con voce tremante, ci recitò allora quella antica lamentela.
Navigo verso l’America
Quella riva così lontana e straniera…
E io spero di poter mettere piede…
“In una terra fertile e rigogliosa…”
Ma nel mezzo dell’oceano…
Cresca pure il melo verde
Prima di dimostrare che è falso
Per la ragazza che mi ama.
La luna sarà avvolta nell’oscurità.
E le stelle non emettono luce
Ma ti avvolgerò tra le mie braccia
In una fredda notte gelida.
E nel mezzo dell’oceano
“Che possa crescere il melo verde…”
Qui, sopraffatta dalla malinconia di simili eventi, l’intera compagnia si unì in un grande lamento.
Prima che dimostri di essere falso
“Per la ragazza che mi ama.”
Questa canzone ci ha colpiti profondamente tutti, soprattutto il Poeta; per alcuni momenti non siamo più stati noi stessi. Quando il Marinai, alzando lo sguardo all’improvviso, disse:
“Signori, vi canterò una canzone, ma solo a condizione che possiate unirvi al ritornello.” A cui il presidente, seduto in fondo al tavolo, rispose:
“Ah, signore, se così fosse come noi lo conosciamo…”
Un giovane uomo protestò allora:
“Nient’altro che quello che possiamo fare insieme per cantarlo dopo”, ed era questa l’opinione generale. Così, quando quel pugno posto all’estremità del tavolo ebbe eseguito il suo rituale abituale, e quando fu portata ancora più birra, come richiesto dall’occasione, il Marinai iniziò a gridare a squarciagola, senza alcuna melodia particolare, quella nobile canzone; enfatizzava in modo particolare il ritornello, così che tutti i nostri amici potessero ripeterlo facilmente.
“La brutta, meschina e traditrice regina”…
Penso che tu sia il Diavolo!
Per abbattere i ricchi e gli egoisti
E portarle allo stesso livello.
Di tutti i miei amici che hanno trovato la loro fine…
Seguendoti soltanto.
Quanti ne ho già raccontati all’inferno…
“Così sarà anche per me…”
Sentendo quest’ultima frase, tutti cominciarono a battere le mani e a gridare con entusiasmo, urlando ad alta voce:
“#Non sarà mai così.”
Non sarà mai così
Zo zhall ee not be wi’ me!”
which, by zealous repetition, they made a chorus, and one old fellow that had his chin very nearly upon the table said, “Aye, marster! But who be she?”
“Why,” said the Sailor, “She whom we rail at in this song is that Spirit of getting-on-ed-ness and making out our life at the expense of our fellow men and of our own souls.”
“We mun arl get on! If so be as can!” said a young miller from down the valley.
“Yes,” said the Sailor shortly, “but let me tell you they overdo it in the towns. I do not blame your way… and anyhow the song must go on,” whereat he began the second verse:
“I knew three fellows were in your thrall,
Got more than they could carry,
The first might drink no wine at all,
And the second he would not marry;
The third in seeking golden earth
Was drownded in the sea,
Which taught him what your wage is worth,
So shall it not be with me!”
And they all cried out as before:
“Zo zhall ee not be,
Zo zhall ee not be,
Zo zhall ee not be wi’ me.”
Then the Sailor began again:
“There was Peter Bell of North Chappel,
Was over hard and sparing,
He spent no penny of all his many,
And died of over caring;
He saved above two underd pound
But his widow spent it free,
And turned the town nigh upside down,
So shall it not be with me!”
And again, but more zealously than before, they gave him their chorus, for they all knew North Chapel, and several wagged their heads and laughed, and one more aged liar said that he remembered the widow.
But the Sailor concluding sang, with more voice than even he had given us in all those days:
“Then mannikins bang the table round,
For the younger son o’ the Squire,
Who never was blest of penny or pound,
But got his heart’s desire.
Oh, the Creditors’ curse
Might follow his hearse,
For all that it mattered to he!
They were easy to gammon
From worshipping Mammon,
So shall it not be with me!”
And in one mighty chorus they all applauded and befriended him, shouting:
“Zo zhall ee not be
Zo zhall ee not be
Zo zhall ee not be wi’ me.”
“Ar! but that be main right!” said the chief moneylender of that place, his eyes all beaming; and indeed for the moment you would have thought that not one of them but had renounced the ambitions of this world, while the Sailor hummed to himself in a murmur:
“And Absalom,
That was a King’s son,
Was hanged on a tree,
When he the Kingdom would have won,
So shall it not be with me!”
The time had now come when the guests must be going save those who were to sleep in the house that night, and whose cattle were stabled there. But when Grizzlebeard and I asked the host apart whether there were room for us, he said there was not, not even in his bam where many would that night lie upon the straw. But if we would pay our reckoning we might sleep (and he would give us blankets and rugs for it) before that fire in that room.
We told him we would be off early, we paid our reckoning, and so for the third time in those three nights we were to sleep once more as men sleep in wars, but by this time our bones were hardened to it.
TT
And when the last man had gone his way to bed or barn we were left with one candle, and we made our camp as best we could before the fire, and slept the last sleep of that good journeying.
THE SECOND OF NOVEMBER 1902
I WOKE SHARPLY and suddenly from a dream in that empty room. It was Grizzlebeard that had put his hand upon my shoulder. The late winter dawn was barely glimmering, and there was mist upon the heath outside and rime upon the windows.
I woke and shuddered. For in my dream I had come to a good place, the place inside the mind, which is all made up of remembrance and of peace. Here I had seemed to be in a high glade of beeches, standing on soft, sweet grass on a slope very high above the sea; the air was warm and the sea was answering the sunlight, very far below me. It was such a place as my own Downs have made for me in my mind, but the Downs transfigured, and the place was full of glory and of content, height and great measurement fit for the beatitude of the soul. Nor had I in that dream any memory of loss, but rather a complete end of it, and I was surrounded, though I could not see them, with the return of all those things that had ever been my own. But this was in the dream only; and when I woke it was to the raw world and the sad uncertain beginnings of a little winter day.
Grizzlebeard, who had woken me, said gravely:
“We must be up early. Let us waken the others also, and take the road, for we are near the end of our journey. We have come to the term and boundary of this short passage of ours, and of our brief companionship, for we must reach the County border in these early hours. So awake, and waken the others.”
Then I woke the other two, who also stirred and looked wearily at the thin, grey light, but rose in their turn, and then I said to Grizzlebeard:
“Shall we not eat before we start to the place after which we shall not see each other any more?”
But he said, “No, we have but a little way to go, and when we have gone that little way together, we will break a crust between us, and pledge each other if you will, and then we shall never see each other any more.”
The others also said that this was the way in which the matter should be accomplished.
Yielding to them, therefore (for I perceived that they were greater than I), we went out into the morning mist and walked through it sturdily enough, but silent, the sounds of our footsteps coming close into our ears, blanketed and curtained by the fog. For a mile and second mile and a third no one of us spoke a word to another. But as I walked along I looked furtively first to one side and then to the other, judging my companions, whom chance had given me for these few hours; and it seemed to me (whether from the mist or what not) that they were taller than men; and their eyes avoided my eyes.
When we had come to Treyford, Grizzlebeard, who was by dumb assent at this moment our leader, or at any rate certainly mine, took that lane northward which turns through Redlands and up to the hill of Elstead and its inn. Then for the first time he spoke and said:
“Non resterai mai con me!”
Che, attraverso ripetizioni appassionate, trasformarono in un canto corale; e un vecchio signore il cui mento era quasi appoggiato sul tavolo disse: “Sì, padrone! Ma chi è lei?”
“Perché,” disse il Marinaio, “quella di cui parliamo in questa canzone è proprio lo spirito che ci spinge a cercare sempre di ottenere di più, a rendere la nostra vita più facile a scapito degli altri e delle nostre stesse anime.”
“Dovremo riuscirci! Se possibile, faremo del nostro meglio!” disse un giovane mugnaio che abitava più a valle.
“Sì,” disse brevemente il Marinaiolo, “ma lasciate che vi dica: nelle città esagerano davvero. Non biasimo il vostro modo di fare, e comunque, la canzone deve andare avanti,” e così iniziò il secondo verso.
“Conoscevo tre individui che erano sotto il tuo controllo…”
Troppo da portare
Il primo potrebbe non bere affatto vino.
E nel secondo momento, non volle sposarsi.
Il terzo nella ricerca della terra d’oro
Fu annegato in mare.
“Cosa gli insegnò a capire quanto valga il proprio salario…”
“Così sarà anche per me…”
E tutti gridarono di nuovo come prima:
“#Non sarà mai così.”
Non sarà mai così
“Non sarai mai con me.”
“Allora il marinaio ricominciò…”
“C’era Peter Bell di North Chappel…”
Fu troppo duro e spietato
Non spese nemmeno un centesimo di tutti i suoi molti…
Morì per aver curato troppo…
Salvò più di due sterline e mezza
Ma sua vedova lo spendette senza risparmio.
Capovolse letteralmente la città
“Così sarà anche per me…”
E ancora una volta, ma con maggiore zelo di prima, gli ripeterono il loro coro; tutti conoscevano infatti la North Chapel, e alcuni scuotevano la testa ridendo; uno anziano bugiardo aggiunse persino di ricordare quella vedova.
Ma il marinaio, alla fine, cantò con una voce ancora più potente di quella che ci aveva riservato in tutti quei giorni:
Titolo:
“Allora i manichini battono sul tavolo…”
Per il figlio minore dello sceriffo
Chi mai non ha posseduto nemmeno un penny o una sterlina…
Ma ottenne ciò che desiderava con tutto il cuore.
Oh, la maledizione dei creditori
Seguirebbe il suo feretro
Per tutto ciò che aveva importanza per lui!
Facili da ingannare
Dall’adorare Mammon…
“Così sarà anche per me…”
“E tutti insieme, con un unico e potente coro, lo applaudirono e lo accolsero come amico, gridando…”
“Non lo dirò mai”
Non lo dirò mai
“Non sarai mai con me.”
“Ah! Ma questo è davvero giusto!” disse il principale usuraio di quella zona, con gli occhi che brillavano; e in quel momento si sarebbe potuto pensare che nessuno di loro avesse più ambizioni terrene. Mentre il marinaio mormorava tra sé:
“#And Absalom…”
Un figlio di re
Impiccato a un albero
Quando avrebbe potuto conquistare il regno
“Così sarà anche per me…”
Era giunto il momento in cui gli ospiti dovevano andare a salvare coloro che quella notte avrebbero dormito in quella casa, e i cui animali erano alloggiati lì. Ma quando Grizzlebeard ed io chiedemmo all’ospite se ci fosse posto per noi, lui rispose di no, nemmeno nella sua stalla, dove quella notte molte persone avrebbero dormito sul pagliaio. Tuttavia, se avessimo pagato il nostro conto, avremmo potuto dormire (e ci avrebbe fornito coperte e tappeti) davanti a quel fuoco, in quella stanza.
Gli dicemmo che saremmo partiti presto, pagammo il conto e così, per la terza volta in quelle tre notti, avremmo dormito di nuovo come fanno gli uomini in tempo di guerra. Ma ormai le nostre ossa erano ormai abituate a questo.
TT
E quando l’ultimo uomo se ne andò a letto o nel fienile, ci rimase solo una candela; così ci sistemammo il più meglio possibile intorno al fuoco e dormimmo l’ultima notte di quel meraviglioso viaggio.
Il 2 novembre 1902
Mi svegliai di colpo, uscendo bruscamente da quel sogno in quella stanza vuota. Era Grizzlebeard ad aver messo la sua mano sulla mia spalla. L’alba tardi invernale appena iniziava a illuminare il cielo; c’era nebbia sulle lande circostanti e brina sui vetri delle finestre.
Mi svegliai e rabbrividii. Nel sogno ero giunto in un luogo meraviglioso, quel luogo nascosto nella mente, fatto interamente di ricordi e pace. Lì sembravo trovarmi in una vasta radura di faggi, in piedi su erba morbida e profumata, su una pendenza molto alta sopra il mare; l’aria era calda e il mare rifletteva i raggi del sole, molto più in basso. Era un luogo simile a quello che le mie terre natie avevano creato nella mia mente, ma trasfigurato, pieno di gloria e soddisfazione, di grandezza e bellezza adatta alla beatitudine dell’anima. Nel sogno non provavo alcun senso di perdita; al contrario, tutto sembrava essere finalmente ritornato a me. Ma tutto questo era solo un sogno. Quando mi svegliai, mi trovai nel mondo reale, davanti alle tristi incertezze di una giornata invernale appena iniziata.
“Grizzlebeard, che mi aveva svegliato, disse seriamente…”
“Dobbiamo alzarci presto. Svegliamo anche gli altri e partiamo, perché siamo vicini alla fine del nostro viaggio. Siamo arrivati alla fine di questo breve tratto del nostro percorso, e della nostra breve compagnia, poiché dobbiamo raggiungere il confine della contea in queste prime ore del giorno. Quindi, svegliatevi e svegliate anche gli altri.”
Poi svegliai gli altri due, che anch’essi si mossero e guardarono con stanchezza quella debole luce grigiastra, ma si alzarono a loro volta. Allora dissi a Grizzledbeard:
“Non dovremmo mangiare prima di andare in quel posto dove non ci vedremo più mai?”
Ma lui disse: “No, abbiamo ancora un piccolo tratto da percorrere; e quando avremo completato questo tratto insieme, romperemo il pane che abbiamo tra noi, ci faremo promesse a vicenda, se vuoi. E poi non ci vedremo mai più.”
Anche gli altri dissero che era proprio in questo modo che la cosa doveva essere fatta.
Cedendo loro, quindi (poiché percepii che erano più forti di me), uscimmo nella nebbia mattutina e camminammo attraverso di essa con decisione, ma in silenzio; i suoni dei nostri passi ci raggiungevano chiaramente, avvolti e nascosti dalla nebbia. Per un miglio, poi un secondo miglio, nessuno di noi pronunciò una parola. Mentre camminavo, guardavo furtivamente da una parte all’altra, osservando i miei compagni che il caso aveva messo al mio fianco in quelle poche ore; e mi sembrava (forse a causa della nebbia o per qualche altro motivo) che fossero più alti degli uomini normali, e i loro occhi evitavano di incrociare i miei.
Quando arrivammo a Treyford, Grizzlebeard, che in quel momento era di fatto il nostro capo – o almeno il mio – prese quella strada che conduceva a nord, attraversava Redlands e saliva fino alla collina di Elstead e alla sua locanda. Fu allora che per la prima volta parlò.
“Here we will break a loaf, and pledge each other for the last time.”
Which we did, all sitting quite silent, and then again we took the road, and went forward as we had gone forward before, until we came to Harting. And when we came to Harting, just in the village street of it, Grizzlebeard, going forward a little more quickly, drew with him his two companions, and they stood before me, barring the road as it were, and looking at me kindly, but halting my advance.
I said to them, a little afraid, “Do you make for our parting now? We are not yet come to the county border!”
But Grizzlebeard said (the others keeping silent): —
“Yes. As we met upon this side of the county border, so shall we part before we cross it. Nor shall you cross it with us. But these my companions and I, when we have crossed it must go each to our own place: but you are perhaps more fortunate, for you are not far from your home.”
When he had said this, I was confused to wonder from his voice and from the larger aspect of himself and his companions, whether indeed they were men.
“… And is there,” I said, “in all the county another such company of four; shall I find even one companion like any of you? Now who is there to-day that can pour out songs as you can at every hour and make up the tunes as well? And even if they could so sing, would any such man or men be of one faith with me?
“Come back with me,” I said, “along the crest of the Downs; we will overlook together the groves at Lavington and the steep at Bury Combe, and then we will turn south and reach a house I know of upon the shingle, upon the tide, near where the Roman palaces are drowned beneath the Owers; and to-night once more, and if you will for the last time, by another fire we will sing yet louder songs, and mix them with the noise of the sea.”
But Grizzlebeard would not even linger. He looked at me with a dreadful solemnity and said: “No; we are all three called to other things. But do you go back to your home, for the journey is done.”
Then he added (but in another voice); “There is nothing at all that remains: nor any house; nor any castle, however strong; nor any love, however tender and sound; nor any comradeship among men, however hardy. Nothing remains but the things of which I will not speak, because we have spoken enough of them already during these four days. But I who am old will give you advice, which is this — to consider chiefly from now onward those permanent things which are, as it were, the shores of this age and the harbours of our glittering and pleasant but dangerous and wholly changeful sea.”
When he had said this (by which he meant Death), the other two, looking sadly at me, stood silent also for about the time in which a man can say good-bye with reverence. Then they all three turned about and went rapidly and with a purpose up the village street.
I watched them, straining my sad eyes, but in a moment the mist received them and they had disappeared.
I went up in gloom, by the nearest spur, on to the grass and into the loneliness of the high Downs that are my brothers and my repose; and, once upon their crest, setting my face eastward I walked on in a fever for many hours back towards the places from which we had come; and below me as I went was that good landscape in which I had passed such rare and memorable hours.
I still went on, through little spinnies here and there, and across the great wave tops and rolls of the hills, and as the day proceeded and the light declined about me I still went on, now dipping into the gaps where tracks and roads ran over the chain, now passing for a little space into tall and silent woods wherever these might stand. And all the while I came nearer and nearer to an appointed spot of which a memory had been fixed for years in my mind. But as I strode, with such a goal in view, an increasing loneliness oppressed me, and the air of loss and the echo of those profound thoughts which had filled the last words we four had exchanged together.
It was in the grove above Lavington, near the mounds where they say old kings are buried, that I, still following the crest of my hills, felt the full culmination of all the twenty tides of mutability which had thus run together to make a skerry in my soul. I saw and apprehended, as a man sees or touches a physical thing, that nothing of our sort remains, and that even before my county should cease to be itself I should have left it. I recognised that I was (and I confessed) in that attitude of the mind wherein men admit mortality; something had already passed from me — I mean that fresh and vigorous morning of the eyes wherein the beauty of this land had been reflected as in a tiny mirror of burnished silver. Youth was gone out apart; it was loved and regretted, and therefore no longer possessed.
Then, as I walked through this wood more slowly, pushing before me great billows of dead leaves, as the bows of a ship push the dark water before them, this side and that, when the wind blows full on the middle of the sail and the water answers loudly as the ship sails on, so I went till suddenly I remembered with the pang that catches men at the clang of bells what this time was in November; it was the Day of the Dead. All that day I had so moved and thought alone and fasting, and now the light was falling. I had consumed the day in that deep wandering on the heights alone, and now it was evening. Just at that moment of memory I looked up and saw that I was there. I had come upon that lawn which I had fixed for all these hours to be my goal.
It is the great platform just over Barl’ton, whence all the world lies out before one. Eastward into the night for fifty miles stretched on the wall of the Downs, and it stretched westward towards the coloured sky where a full but transfigured daylight still remained. Southward was the belt of the sea, very broad, as it is from these bare heights, and absolutely still; nor did any animal move in the brushwood near me to insult the majesty of that silence. Northward before me and far below swept the Weald.
“Qui spezzeremo un pane e ci prometteremo l’un l’altro per l’ultima volta.”
Lo facemmo, seduti tutti in silenzio; poi riprendemmo il cammino, procedendo come avevamo fatto prima, fino a quando non arrivammo a Harting. Appena entrammo nel villaggio, Grizzlebeard, avanzando un po’ più velocemente, si fermò insieme ai suoi due compagni davanti a me, bloccandomi il passo; mi guardavano con gentilezza, ma impedivano che potessi proseguire.
Dissero loro, un po’ spaventati: “State per lasciarci ora? Non siamo ancora arrivati al confine della contea!”
“Ma GrizzlediBarba disse (gli altri rimasero in silenzio):…”
“Sì. Proprio come ci siamo incontrati da questa parte del confine della contea, così ci separeremo prima di attraversarlo. E nemmeno tu lo attraverserai con noi. Ma io e questi miei compagni, una volta superato il confine, dovremo andare ognuno per la propria strada; mentre tu, forse, sei più fortunato, perché non sei lontano dalla tua >casa.”
Quando lo disse, rimasi confuso e mi chiesi, dalla sua voce e dal comportamento di lui e dei suoi compagni nel complesso, se davvero fossero uomini.
“. E in tutta la contea,” dissi, “esiste un’altra compagnia di quattro persone come questa; riuscirò a trovare anche solo un compagno simile a uno di voi? Chi c’è oggi che possa cantare come fate voi, in qualsiasi momento della giornata, e che sappia anche comporre le melodie? E anche se qualcuno potesse cantare così, sarebbe davvero una persona della mia stessa fede?”
“Torna con me,” dissi, “lungo la cresta delle Downs; vedremo insieme i boschi di Lavington e il pendio ripido di Bury Combe, poi gireremo a sud e raggiungeremo una casa che conosco, costruita su ciottoli, vicino alla riva del mare, non lontano da dove gli antichi palazzi romani sono sommersi dall’Owers; stasera ancora, e se vorrai per l’ultima volta, accanto a un altro fuoco canteremo ancora più forte, mescolando le nostre voci al rumore del mare.”
Ma Grizzlebeard non volle nemmeno indugiare. Mi guardò con una terribile solennità e disse: “No; tutti e tre siamo chiamati ad altre cose. Ma torni pure a casa tua, perché il viaggio è finito.”
Poi aggiunse (ma con un altro tono di voce): “Non rimane assolutamente nulla: né case, né castelli, per quanto forti; né amori, per quanto teneri e sinceri; né amicizie tra gli uomini, per quanto solide. Non resta che ciò di cui non parlerò, perché ne abbiamo già parlato abbastanza in questi quattro giorni. Ma io, che sono vecchio, vi darò un consiglio: da ora in poi dovete considerare soprattutto quelle cose permanenti che rappresentano, per così dire, le rive di quest’epoca e i porti del nostro mare scintillante e piacevole, ma anche pericoloso e completamente mutevole.”
Quando ebbe detto queste parole – intendendo con esse la Morte – gli altri due, guardandomi tristemente, rimasero in silenzio per il tempo necessario perché un uomo possa dire addio con rispetto. Poi tutti e tre si girarono e se ne andarono rapidamente, con uno scopo preciso, lungo la strada del villaggio.
Li osservavo, stringendo gli occhi pieni di tristezza, ma in un attimo la nebbia li avvolse e scomparvero.
Salii nella penombra, lungo il sentiero più vicino, fino al prato e nella solitudine delle alte colline che sono i miei “fratelli” e la mia fonte di riposo; una volta raggiunto la loro cima, rivolsi il viso verso est e proseguii per molte ore, camminando febbrilmente verso le località da cui eravamo partiti; sotto di me, mentre avanzavo, si estendeva quel bellissimo paesaggio in cui avevo trascorso momenti così rari e indimenticabili.
Continuavo ad avanzare, attraverso piccoli sentieri tortuosi e le grandi creste ondulate delle colline; man mano che il giorno proseguiva e la luce intorno a me diminuiva, continuavo comunque ad andare avanti, ora inoltrandomi nelle zone dove sentieri e strade attraversavano la catena montuosa, ora entrando per un breve tratto in alte e silenziose foreste. E tutto il tempo mi avvicinavo sempre di più a un luogo preciso, del quale ricordi erano rimasti impressi nella mia mente da anni. Ma mentre camminavo verso quell’obiettivo, una crescente solitudine mi opprimeva; l’atmosfera di perdita e il ricordo di quelle profonde riflessioni scambiate in passato dai quattro di noi continuavano a tormentarmi.
Era nel bosco sopra Lavington, vicino alle colline dove si dice siano sepolti gli antichi re, che io, continuando ancora a seguire il profilo delle colline circostanti, provai l’apice totale di tutte quelle venti “marea” di mutabilità che si erano accumulate nel corso del tempo, formando così un insieme complesso nella mia anima. Vidi e compresi, proprio come si vede o si tocca una cosa fisica, che nulla di ciò che appartiene a noi umani rimane; anzi, anche prima che la mia contea smettesse di essere se stessa, io l’avrei già lasciata. Riconobbi di trovarmi in quella condizione mentale in cui gli uomini ammettono la propria mortalità: qualcosa era già svanito da me. Intendo dire quel “mattino fresco e vigoroso” della mia vita, in cui la bellezza di questa terra si rifletteva come in uno specchio d’argento lucido. La giovinezza se n’era andata. Era stata amata e rimpianta, ma ormai non mi apparteneva più.
Poi, mentre camminavo più lentamente attraverso quel bosco, spingendo davanti a me grandi ondate di foglie secche – proprio come le vele di una nave spingono l’acqua scura al loro passaggio – da un lato all’altro. Quando il vento soffia forte sul centro della vela e l’acqua risponde con un suono potente mentre la nave procede, così anch’io continuai a camminare. Finché, all’improvviso, ricordai con quel dolore che colpisce gli uomini al suono delle campane: quella volta era novembre. Era il Giorno dei Morti. Per tutto quel giorno ero stato immerso nei miei pensieri, in solitudine e digiuno. Ora stava calando la sera. Avevo trascorso l’intera giornata in quella profonda solitudine tra le montagne. E ora era già sera. Proprio in quell’istante di ricordo alzai lo sguardo. E vidi che ero arrivato laggiù. Ero giunto su quel prato che, per tutto quel tempo, avevo immaginato fosse la mia meta.
È quella grande piattaforma situata poco oltre Barl’ton, da dove tutto il mondo si apre davanti ai nostri occhi. A est, per cinquanta miglia, si estende la muraglia delle colline nella notte; a ovest, verso il cielo colorato, persiste ancora una luce diurna, sebbene trasformata. A sud si estende la vasta distesa del mare, assolutamente immobile; nemmeno un animale si muove nelle macchie boschive vicino a me, per disturbare la maestosità di quel silenzio. A nord, molto più in basso, si stende la foresta di Weald.
The haze had gone; the sky was faint and wintry, but pure throughout its circle, and above the Channel hung largely the round of the moon, still pale, because the dark had not yet come.
But though she had been worshipped so often upon such evenings and from such a place, a greater thing now moved and took me from her, and turning round I looked north from the ridge of the steep escarpment over the plain to the rivers and the roofs of the Weald. I would have blessed them had I known some form of word or spell which might convey an active benediction, but as I knew none such, I repeated instead the list of their names to serve in place of a prayer.
The river Arun, a valley of sacred water; and Amberley Wild brook, which is lonely with reeds at evening; and Burton Great House, where I had spent nights in November; and Lavington also and Hidden Byworth; and Fittleworth next on, and Egdean Side, all heath and air; and the lake and the pine trees at the mill; and Petworth, little town.
All the land which is knit in with our flesh, and yet in which a man cannot find an acre nor a wall of his own.
I knew as this affection urged me that verse alone would satisfy something at least of that irremediable desire. I lay down therefore at full length upon the short grass which the sheep also love, and taking out a little stump of pencil that I had, and tearing off the back of a letter, I held my words prepared My metre, which at first eluded me (though it had been with me in a way for many hours) was given me by these chance lines that came:
“… and therefore even youth that dies
May leave of right its legacies.”
I put my pencil upon the paper, doubtfully, and drew little lines, considering my theme. But I would not long hesitate in this manner, for I knew that all creation must be chaos first, and then gestures in the void before it can cast out the completed thing. So I put down in fragments this line and that; and thinking first of how many children below me upon that large and fruitful floor were but entering what I must perforce abandon, I wrote down:
“… and of mine opulence I leave
To every Sussex girl and boy
My lot in universal joy.”
Having written this down, I knew clearly what was in my mind.
The way in which our land and we mix up together and are part of the same thing sustained me, and led on the separate parts of my growing poem towards me; introducing them one by one; till at last I wrote down this further line:
“One with our random fields we grow.”
And since I could not for the moment fill in the middle of the verse, I wrote the end, which was already fashioned:
“… because of lineage and because
The soil and memories out of mind
Embranch and broaden all mankind.”
Ah! but if a man is part of and is rooted in one steadfast piece of earth, which has nourished him and given him his being, and if he can on his side lend it glory and do it service (I thought), it will be a friend to him for ever, and he has outflanked Death in a way.
“And I shall pass” (thought I), “but this shall stand
Almost as long as No-Man’s Land.”
“No, certainly,” I answered to myself aloud, “he does not die!” Then from that phrase there ran the fugue, and my last stanzas stood out clear at once, complete and full, and I wrote them down as rapidly as writing can go.
“He does not die” (I wrote) “that can bequeath
Some influence to the land he knows,
Or dares, persistent, interwreath
Love permanent with the wild hedgerows;
He does not die, but still remains
Substantiate with his darling plains.
“The spring’s superb adventure calls
His dust athwart the woods to flame;
His boundary river’s secret falls
Perpetuate and repeat his name.
He rides his loud October sky:
He does not die. He does not die.
“The beeches know the accustomed head
Which loved them, and a peopled air
Beneath their benediction spread
Comforts the silence everywhere;
For native ghosts return and these
Perfect the mystery in the trees.
“So, therefore, though myself be crosst
The shuddering of that dreadful day
When friend and fire and home are lost
And even children drawn away —
The passer-by shall hear me still,
A boy that sings on Duncton Hill.”
Full of these thoughts and greatly relieved by their metrical expression, I went, through the gathering darkness, southward across the Downs to my home.
La nebbia era svanita; il cielo era pallido e invernale, ma puro in tutto il suo perimetro, e sopra la Manica si stagliava chiaramente la luna piena, ancora pallida, perché la notte non era ancora arrivata.
Ma sebbene fosse spesso adorata in tali serate e in un luogo del genere, ora qualcosa di ancora più grande mi attirava lontano da lei; così mi girai e guardai verso nord, oltre la cresta della scoscesa scarpata, verso la pianura, i fiumi e i tetti della regione del Weald. Avrei voluto benedirli se avessi conosciuto qualche parola o incantesimo in grado di trasmettere una vera benedizione; ma poiché non ne conoscevo alcuno, ripetei invece l’elenco dei loro nomi, come se fosse una preghiera.
Il fiume Arun, una valle di acque sacre; e il ruscello Amberley Wild, solitario e circondato da canne al tramonto; e la grande casa di Burton, dove avevo trascorso delle notti a novembre; e anche Lavington e Hidden Byworth; poi Fittleworth e Egdean Side, tutto brughiera e aria pura; il lago e i pini vicino alla mulina; e Petworth, piccola città.
Tutta quella terra che è intrecciata con la nostra carne, eppure nella quale un uomo non riesce nemmeno a trovare un acro o un muro che appartenga a lui stesso.
Sapevo che, spinto da questo sentimento, soltanto quel verso avrebbe potuto soddisfare almeno in parte quel desiderio irrimediabile. Così mi sdraiai completamente sull’erba corta che anche le pecore amano, presi un piccolo mozzicone di matita che avevo con me e strappai il retro di una lettera; poi composi le mie parole, misurandone la metrica, che all’inizio mi sfuggiva (sebbene fosse già presente in me da molte ore). Fu proprio grazie a quelle righe casualmente scritte che riuscii a trovare la giusta struttura.
”… e quindi anche la gioventù che muore”
“Può lasciare in eredità i suoi beni secondo il proprio volere.”
Posai il mio gesso sul foglio, con esitazione, e tracciai delle piccole linee, riflettendo sul mio tema. Ma non esitai a lungo in questo modo, perché sapevo che ogni creazione deve prima nascere dal caos, per poi assumere forma nel vuoto, prima di diventare qualcosa di completo. Così scrissi frammenti qua e là; pensando a quanti bambini, sotto di me, su quel vasto e fecondo “terreno”, stessero appena iniziando ciò che io avrei dovuto inevitabilmente abbandonare.
“…e della mia ricchezza lascio…”
Per ogni ragazza e ragazzo del Sussex
“La mia sorte nella gioia universale”.
Dopo averlo scritto, capii chiaramente cosa avevo in mente.
Il modo in cui la nostra terra e noi ci fondono insieme, diventando parte di un’unica entità, mi ha dato forza e ha guidato le varie parti del mio poema verso una conclusione; presentandole una dopo l’altra, fino a quando alla fine ho scritto questa riga:
“Uniti ai nostri campi casuali, cresciamo insieme.”
E poiché al momento non riuscivo a completare la parte centrale del verso, scrissi la fine, che già era pronta.
”… a causa della discendenza e perché…”
Il suolo e i ricordi che svaniscono dalla mente
“Divaricare e ampliare tutta l’umanità.”
Ah! Ma se un uomo fa parte di una terra ferma e solida che lo ha nutrito e dato vita, e se lui stesso può contribuire a renderla ancora più gloriosa e utile, allora quella terra sarà per lui un vero amico per sempre; in un certo senso, avrà sconfitto la Morte.
“E io passerò”, pensai, “ma questo rimarrà”.
“Quasi lungo quanto la Terra di Nessuno.”
“No, certamente,” risposi ad alta voce a me stesso, “lui non muore!” E da quella frase iniziarono a nascere le successive idee; le ultime strofe mi apparvero subito chiare, complete e significative, e le scrissi il più velocemente possibile.
“Non muore mai… ciò che può essere lasciato in eredità.”
Un certo influenzo sulla terra che conosce…
Osa, perseverante, intrecciarsi
Amore eterno tra i cespugli selvatici
Non muore, ma rimane comunque lì.
Confermare con le sue adorate pianure.
Titolo:
“L’avventura meravigliosa della primavera chiama…”
La sua polvere divampa tra gli alberi;
Il segreto delle cascate del fiume che delimita il suo territorio
Ricordate e ripetete il suo nome.
Cavalca nel cielo rumoroso di ottobre
Non muore. Non muore.
“Le querce conoscono quella testa familiare…”
Chi li amava, e un cielo popolato di esseri viventi
Sotto la loro benedizione… si estendeva…
Consola il silenzio ovunque
Per gli spiriti nativi… tornate e restate qui
Perfeziona il mistero che si nasconde tra gli alberi.
“Quindi, anche se io stesso sono… “
Il tremore di quel terribile giorno
Quando amici, fuoco e >casa vengono persi.
E anche i bambini, che vengono portati via…
Il passante mi sentirà ancora.
“Un ragazzo che canta sulla collina di Duncton”.
Ricco di questi pensieri e profondamente sollevato dalla loro espressione in versi, attraversai l’oscurità circostante, dirigendomi verso sud, attraverso le colline, fino alla mia >casa.