Questa storia del Tamigi fu pubblicata per la prima volta nel 1907; la prima edizione era illustrata (in modo piuttosto casuale) con fotografie del >fiume stesso. Il resoconto di Belloc mette in evidenza l’importanza del >fiume per >Londra e, più in generale, per l’Inghilterra, sia dal punto di vista economico che militare e politico, mostrando come la geografia di questo corso d’acqua abbia contribuito a plasmare la storia del paese. Il libro ricevette un’accoglienza molto entusiasta alla sua prima pubblicazione ed è ancora oggi molto apprezzato dagli storici moderni di )Londra.
Pagina di titolo della prima edizione
Mappa che mostra il percorso del fiume Tamigi.
LONDRA. Il storico fiume Tamigi.
L’Inghilterra si è sviluppata attorno ai suoi fiumi, e in questo contesto, la linea principale è stata quella del Tamigi.
In parte perché era l’autostrada principale dell’Inghilterra meridionale, in parte perché si estendeva verso est, verso il Continente da cui proveniva la vita nazionale, in parte perché era meglio servita dalle maree di qualsiasi altro canale, ma soprattutto perché rappresentava il fulcro di un gran numero di bacini fluviali strettamente collegati tra loro, la valle del Tamigi è stata, nel passato, alla base del governo e della ricchezza dell’Inghilterra.
Tra i sistemi fluviali dei nostri rivali, alcuni hanno sviluppato una o più province; lo ha fatto il Reno, così come la Senna e la Garonna. Ma i grandi sistemi fluviali continentali – almeno quelli navigabili – sono molto distanti tra loro; in questo piccolo e particolarmente stretto paese che è la Gran Bretagna, i sistemi fluviali navigabili non solo sono numerosi, ma si trovano anche molto vicini tra loro. Forse proprio per questa ragione, in passato abbiamo avuto meno bisogno di sviluppare i nostri canali; e chiunque abbia esplorato i fiumi inglesi su una barca leggera sa quanto siano brevi i tratti di trasporto tra un bacino fluviale e l’altro.
Ora non solo disponiamo di molteplici corsi d’acqua navigabili – anche i nostri piccoli fiumi costieri diventano navigabili fino nell’entroterra grazie alle maree – ma siamo anche particolarmente fortunati in questo senso, considerando che il paese è un’isola.
Se un’isola, soprattutto un’isola situata in un mare a marea, dispone di un buon sistema fluviale, tale sistema sicuramente le sarà di maggior beneficio rispetto a uno simile presente in un paese continentale. Infatti, ciò significherebbe che la marea penetrerebbe ovunque nel cuore delle pianure, trasportando con sé il “peso” della loro ricchezza avanti e indietro, mescolando i loro popoli e infondendo tutta la vita nazionale di quella energia; e questo è particolarmente vero in un’isola che sia stretta rispetto alla sua lunghezza e in cui i fiumi siano distribuiti in modo trasversale rispetto al suo asse.
Se consideriamo i sistemi fluviali delle altre grandi isole d’Europa, scopriamo che nessuna, tranne la nostra, gode di questo vantaggio. La Sicilia e Creta, oltre al fatto di non trovarsi in zone soggette alle maree, non dispongono di fiumi navigabili. L’Islanda, situata in un mare soggetto alle maree e troppo a nord per consentire uno sviluppo commerciale significativo, ma non abbastanza a nord da impedire lo sviluppo di una civiltà, si trova nella stessa condizione svantaggiosa. Solo la Gran Bretagna e l’Irlanda – più precisamente, la Gran Bretagna a sud delle Montagne Scozzesi – godono di questo particolare vantaggio. Non esiste nulla di più istruttivo, quando si studia la storia dell’Inghilterra, che prendere una mappa e segnare su di essa l’inizio di ogni corso d’acqua navigabile e il punto in cui avviene il flusso delle maree; una volta fatto ciò, si può notare come tutta l’Inghilterra, ad eccezione delle zone montuose del Galles e dei Pennini, sembri essere influenzata direttamente dal mare.
Le condizioni che conferiscono a un fiume tale grande importanza storica, il carattere fondamentale che quindi ha dato al Tamigi il suo significato nella storia inglese, sono dupli: da un lato, un fiume offre un mezzo di trasporto permanente; dall’altro, esso costituisce anche un ostacolo e un confine. Si sa che all’inizio della società gli esseri umani si sono aggregati in due modi: come tribù nomadi o come abitanti stabili di insediamenti.
È sorta una discussione infruttuosa su quale di queste due fasi sia avvenuta per prima. Non esistono prove a sostegno di nessuna delle due ipotesi, ma si può presumere che fin dalle prime tradizioni e registrazioni, come avviene oggi, i due sistemi siano esistiti fianco a fianco, e che uno dei due sia stato determinato da condizioni geografiche. Un fiume rappresenta un vantaggio per entrambi i gruppi, ma per il secondo ha una rilevanza maggiore rispetto al primo; nel Sud dell’Inghilterra, se torniamo alle origini della nostra storia, sono proprio nelle colonie stabili che troviamo le prime tracce dell’esistenza umana. Con ogni anno di ricerca, l’estrema antichità dei nostri insediamenti diventa sempre più evidente. E in effetti, la natura geografica del Sud dell’Inghilterra dovrebbe farci certi dell’antichità della vita rurale in quella regione, anche senza prove archeologiche a sostegno di tale ipotesi.
Il Sud dell’Inghilterra è ovunque fertile, ovunque ben irrigato, e in nessuna parte è diviso, come avviene nel Nord, da lunghi tratti di terra desolata, da colline coperte di neve in inverno o da paludi. Le sue foreste, sebbene numerose, non hanno mai formato un unico e continuo corridoio; anche la più grande di esse, la Foresta del Weald, situata tra le colline del Surrey e del Kent e quelle del Sussex, aveva una larghezza di soli venti miglia: abbastanza grande per sostenere una serie di villaggi dedicati alla caccia sui suoi bordi settentrionali e meridionali; ma non abbastanza grande da isolare la valle del Tamigi dalla costa meridionale.
Fin dall’inizio delle attività umane su quest’isola, l’intero corso del fiume era attraversato da insediamenti umani distanziati tra loro da brevi distanze; infatti, il Tamigi scorreva nel cuore dell’Inghilterra meridionale e, ovunque le sue rive fossero protette dalle inondazioni ricorrenti, forniva a coloro che vi si stabilivano tre elementi essenziali per qualsiasi villaggio primitivo: buona acqua, difesa e comunicazione.
L’importanza del primo di questi elementi diminuisce man mano che gli uomini imparano a scavare pozzi e a deviare le sorgenti; gli ultimi due, difesa e comunicazione, rimangono strettamente legati alle insediamenti lungo i fiumi fino a tempi molto più recenti, e questo è evidente in tutta la storia del Tamigi.
Il problema della comunicazione nelle condizioni primitive è grave. Anche in una civiltà avanzata, la manutenzione delle strade rappresenta un’importanza fondamentale e comporta un onere maggiore di quanto la maggior parte dei cittadini ne sia consapevole; ma prima che esistano i mezzi o le conoscenze necessarie per costruire strade, con dighe sui pantani e ponti sui fiumi, l’approvvigionamento alimentare in tempi di scarsità o il soccorso in momenti di pericolo non possono mai essere garantiti. Un semplice sentiero stretto, mantenuto soltanto dal passaggio continuo di uomini e animali, rappresenta l’unico canale attraverso cui una comunità può comunicare con i suoi vicini via terra. Bisogna ricordare che da tale sistema di comunicazione dipende non solo l’esistenza presente, ma anche lo sviluppo futuro della società, che non può procedere se non grazie a quel “fecondamento” derivante dall’interazione tra esperienze e tradizioni diverse: ogni grande cambiamento nella storia è stato inevitabilmente accompagnato da un aumento delle attività di viaggio.
Nelle condizioni primitive di cui stiamo parlando, un fiume di profondità moderata, con una corrente non troppo rapida e un’acqua disponibile tutto l’anno, rappresenta senz’altro il mezzo migliore per i viaggi umani. Con lo sforzo di poche persone, è in grado di trasportare centinaia di volte il peso che queste stesse persone potrebbero trasportare a piedi come portatori. Se è abbastanza largo, offre anche una certa sicurezza contro gli attacchi durante il viaggio; permette inoltre il passaggio rapido di un gran numero di persone fianco a fianco, laddove i sentieri terrestri costringono a lunghe marce. Infine, fornisce continuamente le prime necessità della vita durante il percorso.
Secondo tutti questi ragionamenti, un fiume, nei secoli naturali che precedono e seguono le epoche di alta civiltà, è molto più importante di una strada o di un sentiero, proprio come, oggi, una ferrovia è più importante di un pedaggio.
Ciò che è altrettanto interessante è che, quando una alta civiltà, dopo un breve periodo di sviluppo, inizia a declinare verso uno di quei lunghi periodi di riposo nei quali tutte le civiltà, alla fine, finiscono per cadere, il fiume riacquista la sua importanza. Esiste un esempio molto interessante di ciò nella storia della Francia: prima che la civiltà romana raggiungesse il nord della Gallia, la Senna e i suoi affluenti rappresentavano chiaramente il principale fattore economico nella vita delle popolazioni locali; ciò si può osservare sia dalle ubicazioni delle loro fortezze che dalla relazione tra le varie tribù, ad esempio dalla dipendenza dei Parigini da Sens. I cinque secoli di attivo sviluppo sotto il dominio romano videro il fiume sostituito dal sistema di strade romane; la grande via artificiale che attraversava il paese da nord a sud assunse un’importanza particolare in quel periodo. Tuttavia, quando quel periodo terminò e le energie dello stato romano iniziarono ad affievolirsi, quando non fu più possibile raccogliere i fondi necessari per riparare le strade, queste iniziarono a decadere. E allora la Senna e i suoi affluenti riacquistarono la loro antica importanza. Parigi, situata all’incrocio di diversi corsi d’acqua, divenne la capitale di un nuovo stato, e l’influenza dei suoi re si estese in tutte le direzioni lungo i valle fluviali che confluivano nel grande corso della Senna.
Esistono soltanto due modifiche significative riguardo all’uso di fiumi lenti e costanti a scopo abitativo: il loro valore diminuisce o viene interrotto da rive scoscese, oppure diventano inaccessibili a causa delle paludi. Il primo di questi fattori, ad esempio, ha completamente separato tra loro i gruppi di popolazione che vivono sulle parti superiori e inferiori del fiume Mosa; allo stesso modo, per citare un altro esempio, ha anche causato differenze linguistiche tra le zone superiori e inferiori dell’Elba.
A partire da questo primo tipo di interferenze, il Tamigi è, naturalmente, particolarmente libero da tali ostacoli. Non esiste alcun altro fiume in Inghilterra, ad eccezione del Trente, le cui rive, a causa della loro pendenza, interferiscono molto poco con l’insediamento umano in qualsiasi zona.
Per quanto riguarda il secondo punto, il Tamigi presenta una caratteristica piuttosto rara.
La parte superiore del fiume, che si trova in valli di pianura e quindi è la più adatta all’insediamento umano, nonché quella in cui, una volta reso navigabile, si trovano il maggior numero di piccoli insediamenti, è nel caso del Tamigi particolarmente paludosa. Dalla sua sorgente fino a oltre Cricklade il fiume scorre interamente su argilla; da quel punto in poi la valle è costituita da un’ampia distesa di alluvioni, attraverso cui il corso d’acqua serpeggia da una parte all’altra. Anche nei tratti in cui il terreno diventa più alto, non si incontra nulla di meglio dell’argilla presente nelle zone circostanti. Nonostante la poca profondità e la strettezza della parte superiore del fiume, esisteva sempre questo ostacolo rappresentato da un terreno instabile, che rendeva difficile lo sviluppo di insediamenti significativi. La desolazione del tratto a valle di Kelmscott è dovuta proprio a questa caratteristica naturale; l’unico insediamento importante presente nella parte superiore del fiume, a Lechlade, sorge nell’unica zona in cui il terreno solido si avvicina alle rive del fiume.
Questa formazione geologica si mantiene intatta ben al di sotto di Oxford, fino a quando non si raggiunge la zona di Sandford, dove il ruscello scorre tra due strati di ghiaia che quasi si toccano sulle rive.
Al di sopra di questo punto, il Tamigi si estende ovunque, su un lato o sull’altro, delimitato da praterie fluviali piatte che in tempi antichi dovevano essere paludi; e in nessun luogo queste aree risultavano più difficili da attraversare che nell’ultimo reticolo di corsi d’acqua tra Witham Hill e Sandford, a ovest della riva ghiaiosa su cui sorge Oxford.
Al di sotto di Sandford, e per tutto il tratto fino al London Bridge, il carattere del fiume cambia in questo senso: ovunque si trovano ghiaia o gesso pietroso, con soltanto un sottile strato di terra alluvionale su entrambe le rive, a rappresentare l’originario deflusso del fiume.
Nei punti di incrocio (come vedremo in seguito), in particolare a Long Wittenham, Wallingford, Streatley, Pangbourne, e ancora più a sud, a Maidenhead ed Ealing, questo terreno duro arrivava direttamente fino al ciglio della riva su entrambi i lati.
In tutta questa parte inferiore della palude del Tamigi, tali zone erano rare; già in tempi antichi si trovavano soltanto in aree isolate, ancora ben definite. Queste aree non si trovavano mai una di fronte all’altra sulle rive opposte del fiume. Ad esempio, c’era un’ampia zona paludosa sulla riva sinistra, sopra Abingdon; invece la grande palude più a valle di Abingdon, dove sfociava il fiume Ock, si trovava sulla riva destra, opposta a una zona con terreno solido. C’era inoltre un’ampia area di terra sommersa sulla riva destra, che si estendeva da sotto Reading fino a un punto situato di fronte a Shiplake, l’ultima vasta palude prima delle zone umide influenzate dalle maree; ce n’era un’altra alla foce del fiume Coln, sopra Staines, sulla riva sinistra, che rappresentava l’ultimo tratto di terreno solido prima di arrivare alle zone fangose dell’estuario. Anche le paludi influenzate dalle maree erano abbastanza solide al di sopra di Londra. Da Staines verso est, fino a Chelsea, il terreno superficiale su entrambe le rive era costituito da ghiaie; inoltre, l’elenco lungo delle antiche località abitate situate su entrambe le sponde dimostra quanto poco l’inondazione del fiume abbia mai interferito con la sua utilità per gli esseri umani.
Il fiume, quindi, a partire da Sandford in giù, offre su entrambe le rive innumerevoli luoghi dove poter stabilire insediamenti. Al di sopra di Sandford questi luoghi non si trovano in modo uniforme su entrambe le rive, ma ora su una, ora sull’altra. Non esiste alcun caso, nella parte superiore del fiume, in cui due villaggi si affaccino l’uno di fronte all’altro su entrambi i lati del corso d’acqua. Tuttavia, sebbene il terreno di questa zona superiore fosse in generale meno adatto alla creazione di insediamenti, si trovavano comunque alcune zone più stabili, e queste furono sfruttate per la costruzione di abitazioni.
Così, lungo l’intero corso del Tamigi, dalla sua sorgente fino a Londra, si svilupparono una serie di villaggi e città che divennero sempre più importanti man mano che il fiume diventava più profondo e offriva maggiori facilità per i trasporti; tutti uniti dalla vita comune legata al fiume. Era la loro strada principale, ed è proprio come strada principale che deve essere considerato.
Del ruolo che il Tamigi svolgeva in antichità come importante via di comunicazione, forse la prova più evidente è il modo in cui varie parrocchie riuscivano ad estendere le proprie aree costiere a scapito di confini talvolta poco naturali. Ad esempio, Fawley nel Buckinghamshire presenta una struttura particolare: una lingua di terra che si estende dalle colline fino a formare una sorta di molo sul fiume, proprio di fronte alla chiesa di Remenham. Anche nel Berkshire ci sono diversi esempi simili. Sulla parte superiore del fiume, Dractmoor e Kingston Bagpuise hanno confini molto stretti e lunghi, una forma imposta dalla necessità di disporre di un’uscita sul fiume in tempi in cui la vita delle parrocchie era ancora strettamente legata alle risorse locali. Vicino a loro, anche Fyfield presenta caratteristiche simili. Più a valle, nei pressi di Wallingford, la parrocchia di Brightwell ha aggiunto estensioni irregolari ai propri confini per poter sfruttare le rive del fiume; forse l’esempio più rappresentativo in questo senso è l’estensione strana che si verifica sotto Reading: terreni inadatti all’abitazione umana, costantemente soggetti alle inondazioni, si estendono per un miglio verso nord. Questi territori rimangono separati dal fiume per tutta la loro lunghezza, fino a quando una curva del corso d’acqua non permette alla parrocchia di ottenere finalmente l’accesso che cercava. Sulle rive dell’Oxford, Standlake e Brighthampton presentano situazioni simili, così come Eynsham; considerando quanto Eynsham sia distante dal fiume, è sorprendente che abbia comunque rivendicato il diritto di accedervi. Più a valle di Oxford, Littlemore offre un altro esempio interessante: la parrocchia si trova su terreni elevati e asciutti, leggermente distanti dal fiume; Sandford ne ostacolava l’accesso alle acque del fiume, quindi Littlemore ha aggiunto artificialmente delle estensioni ai propri confini. Queste estensioni includono anche l’isola di Kennington e si estendono lungo i prati fino alla base di quell’isolotto.
Le lunghe e strette parrocchie situate nelle zone a sud di Benson, Nuneham Morren, Mongewell, Ipsden e South Stoke, tuttavia, non rappresentano esempi di questa tendenza.
La loro formazione è dovuta alle stesse cause che hanno determinato la creazione di simili parrocchie lunghe nella regione del Surrey e del Sussex Weald. In ogni caso, la vita delle parrocchie si svolgeva direttamente sul fiume o molto vicino ad esso; l’estensione delle loro aree non rappresentava un tentativo da parte delle parrocchie di raggiungere il fiume stesso, ma piuttosto un diritto legato alle terre da caccia situate alle loro spalle, sulle colline dei Chiltern Hills. Questo è evidente chiunque osservi sulla mappa come le parrocchie si estendano in questo modo, non solo sul lato occidentale delle colline, ma anche su quello orientale, dove non esisteva alcun legame diretto con il fiume.
Esistono molte altre prove che dimostrano il ruolo fondamentale svolto dal Tamigi nelle fasi iniziali della nostra storia come mezzo di comunicazione.
Vedremo in seguito, in queste pagine, quanto fosse unita tutta quella zona lungo il corso del Tamigi; come i grandi monasteri fondati sul fiume fossero sostenuti da possedimenti distribuiti lungo tutte le valli; quale parte di questi territori, e quali parti importanti, appartenessero alla Corona; e quanto forte fosse l’influenza architettonica delle città una sull’altra lungo il fiume, nonché come i nomi dei luoghi sulle rive derivassero tutti dal nome stesso del fiume. Ma prima di affrontare queste questioni, è meglio individuare le principali parti in cui il Tamigi si divide e stabilire quali dovrebbero essere naturalmente i suoi confini.
Si può dire, in generale, che ogni fiume che è soggetto alle maree e il cui corso è così lento da poter essere facilmente navigato in entrambe le direzioni si divide naturalmente, se considerato come mezzo di comunicazione, in tre parti principali.
Prima di tutto, c’è la parte influenzata dalle maree, quella che solitamente viene erosa e modellata dalle correnti marine nell’estuario. In linea di massima, questa zona non era molto popolata nei primi periodi della storia: solo con lo sviluppo del commercio internazionale, le navi iniziarono ad approdare frequentemente lungo il tratto marittimo del fiume; e anche allora, gli insediamenti sulle sue rive emersero piuttosto tardi nel corso dello sviluppo storico del fiume stesso, poiché non era facile sbarcare su quelle rive sommerse dalle acque.
Lo stesso vale per le paludi olandesi alle foci del Reno, la cui civiltà (interamente dovuta all’impegno umano) è sorta secoli dopo la fondazione delle grandi città romane sul Reno; lo stesso vale per l’estuario della Senna, il cui porto principale di Le Havre è quasi moderno, e le cui difficoltà rimangono notevoli per le navi oceaniche; e lo stesso vale per il Tamigi.
L’estuario del Tamigi svolge un ruolo molto limitato, o addirittura nullo, nella storia primordiale dell’Inghilterra. Gli invasori, quando sbarcavano, lo facevano sulla costa marittima all’imboccatura dello stesso estuario, oppure sembra che navigassero direttamente verso l’interno del paese.
È tuttavia vero che gli ultimi chilometri di acqua di marea, almeno nell’Europa occidentale, non devono essere inclusi in questa prima parte di un grande fiume.
Lo sciabordio delle maree prosegue oltre l’ampio estuario, le dune di sabbia e i pantani; ci sono tratti più o meno lunghi (forse meno di venti miglia nel caso del Tamigi, probabilmente di più nel caso della bassa Senna) che, per quanto riguarda la possibilità di insediamento umano, possono essere considerati zone interne. Questi tratti presentano il vantaggio di un flusso d’acqua che si muove in entrambe le direzioni due volte al giorno, senza però subire variazioni eccessive del livello dell’acqua. Si può quindi affermare che, nell’antichità, la Senna, dal punto di Caudebec fino a Point de L’Arche, godeva di condizioni tidali simili; lo stesso valeva per il Tamigi, da Greenwich fino a Teddington.
Il vero punto di divisione che, per quanto riguarda la storia umana, separa la parte inferiore da quella superiore di tali fiumi è il primo ponte; e ciò che quasi sempre accompagna il primo ponte è la prima grande città. Ripetendo questo ovvio parallelismo, Rouen rappresentava tale punto sul Sena; sul Tamigi, invece, quel punto era il Ponte di Londra. Questo libro tratta appunto della valle del Tamigi abitabile e storica che si estende al di sopra del ponte; in seguito sarà utile per il lettore comprendere perché il Ponte di Londra sia stato costruito proprio in quel punto, e quale importanza abbia avuto quella posizione nella storia del Tamigi e dell’Inghilterra.
La seconda divisione di un grande fiume europeo a corso mareale, considerata come mezzo di comunicazione, è la parte navigabile ma non soggetta alle fluttuazioni delle acque marine.
La parola “Navigabile” è così vaga che richiede una definizione precisa prima di poterla applicare a un qualsiasi corso d’acqua specifico. Naturalmente, in questo contesto non significa necessariamente “navigabile da imbarcazioni da mare”. Si può considerare sufficiente una profondità costante di soli tre piedi per permettere il trasporto di merci, anche in quantità considerevoli.
I legislatori di vari paesi hanno stabilito criteri diversi per determinare dove si possa considerare che la navigabilità di un >fiume termini. In pratica, questi criteri sono sempre stati arbitrari. Le parti superiori di un >fiume possono presentare una profondità sufficiente ma una corrente troppo rapida, oppure possono essere troppo strette, le curve troppo ripide, o le rocce che ostacolano la navigazione troppo frequenti, anche se la profondità dell’acqua è adeguata.
Al contrario, in alcuni corsi d’acqua di particolare ampiezza e regolarità, anche le parti più superficiali potevano essere utilizzate fin dall’inizio dagli esseri umani. Questo può essere verificato soltanto attraverso l’esame delle esperienze concrete degli abitanti di una valle fluviale, in relazione alle condizioni locali. Spesso ci sorprende scoprire fino a che punto un fiume venisse utilizzato nell’entroterra, prima che lo sviluppo dei canali modificasse radicalmente le pratiche di navigazione interna, o che la costruzione delle ferrovie ne distruggesse parzialmente l’utilizzo. Ad esempio, è certo che un corso d’acqua così piccolo come l’Adur nel Sussex permettesse il transporto di chiatte fino ai confini della parrocchia di Shipley; che il fiume Stour venisse comunemente utilizzato anche al di là di Canterbury; e che un affluente minuscolo come l’Ant nel Norfolk potesse essere percorso fino alle vicinanze di Worsted, partendo dal suo corso principale, il Bure.
In questo contesto, il Tamigi presenta un interesse particolare: in proporzione alla sua lunghezza, offriva la più ampia sezione di corso navigabile non influenzato dalle maree tra tutti i fiumi europei più corti. Fino alla costruzione del canale Thames and Severn alla fine del secolo scorso, era possibile – e anzi comune – che le barche raggiungessero Cricklade, o almeno la foce del Churn. E anche oggi, nonostante le operazioni di pompaggio necessarie nella parte alta del fiume e la conseguente riduzione del volume d’acqua, il Tamigi potrebbe tornare a essere un importante corso commerciale, utilizzabile fino a Lechlade.
Questo eccezionale settore di acque navigabili non influenzate dalle maree, che attraversa l’Inghilterra da est a ovest e si trova nella parte un tempo più produttiva e ancora oggi la più fertile dell’isola, rappresenta il fattore principale che spiega l’importanza storica del Tamigi.
Da Cricklade alle acque navigabili della valle del Severn ci vuole soltanto una lunga giornata di cammino; si può dire che già nei tempi più antichi esistesse così un’importante strada che attraversava quella che allora era senza dubbio la parte più densamente popolata e la più importante dell’isola.
Una terza sezione di tutti questi fiumi (e, come abbiamo detto sopra, una sezione breve e insignificante nel caso del Tamigi) può essere definita l’area delle sorgenti del fiume: quella zona in cui il corso d’acqua è così poco profondo o così incerto da non essere più navigabile. Nel caso del Tamigi, quest’area copre al massimo dieci-dici cinque miglia di territorio. Ad eccezione dei fiumi che attraversano zone montuose, questa sezione del corso fluviale è quasi sempre di piccole dimensioni rispetto alle altre parti; tuttavia il Tamigi, proprio perché possiede la parte navigabile più lunga di tutti i fiumi europei più corti, ha anche, di gran lunga, la proporzione più ridotta di zone inutili o non navigabili tra le sue sorgenti.
Esiste ancora una discussione su quale sia la vera sorgente del Tamigi e quali corsi d’acqua possano essere considerati correttamente i suoi affluenti principali: il Churn, soprattutto dopo la costruzione del canale, poiché ha un flusso maggiore rispetto al corso d’acqua che nasce direttamente dalla sorgente del Tamigi; ma indipendentemente dalla scelta fatta, la parte non navigabile del fiume inizia sempre dallo stesso punto. Questa zona rappresenta anche il terzo dei tre tratti in cui la valle del Tamigi può essere divisa se si considera la sua lunghezza come un percorso che collega l’ovest con l’est dell’Inghilterra. Pertanto, i due limiti di questa divisione sono il London Bridge e Cricklade, o meglio, un punto situato tra Lechlade e Cricklade, più vicino a quest’ultima.
Ma un fiume ha anche una seconda funzione topografica e storica: non può essere considerato soltanto in senso longitudinale come una strada, ma può anche essere visto in relazione alle forze trasversali, e quindi considerato un ostacolo, una difesa e un confine.
Questa funzione è stata, naturalmente, di estrema importanza nella storia di tutti i grandi fiumi; forse non tanto nel caso del Tamigi quanto in quello di corsi d’acqua più rapidi o più profondi. Tuttavia, il suo ruolo è stato comunque significativo soprattutto per fiumi così importanti e impetuosi come il Po in Lombardia o la Loira, pericolosa e imprevedibile nel suo corso attraverso il centro della Francia. Il bacino del Tamigi, infatti, separava quella regione indefinita dei Merciani da cui derivano le nostre unità di misura e il peggior accento nazionale; inoltre, questo fiume divideva tale regione dal “cinturone” meridionale che rappresentò per lungo tempo la testa e il cuore dell’Inghilterra, fino all’ultima rivoluzione industriale della nostra storia.
Il Tamigi ha avuto un ruolo importante, sebbene non decisivo, nella storia militare del paese; tale ruolo è stato ancora più evidente in epoche passate rispetto a tempi più recenti, poiché con l’erezione di nuovi ponti l’ostacolo rappresentato dal fiume diminuiva progressivamente. Infine, proprio il Tamigi, considerato un ostacolo naturale, è stato la causa per cui il London Bridge ha concentrato su di sé gran parte della vita nazionale, e perché la città che esso serviva – sempre stata la più grande città commerciale dell’isola – è diventata infine la capitale del regno.
Abbiamo già detto che la posizione in cui è stata costruita la Ponte di Londra rappresenta un punto fondamentale nella storia del fiume e costituisce una linea di divisione principale nel suo corso. Quali erano le condizioni topografiche che hanno determinato la scelta di questo luogo per il attraversamento del fiume, piuttosto che un altro?
È sempre un momento di grande importanza per gli uomini trovare un punto di attraversamento di un grande fiume il più a valle possibile, vicino alla sua foce. Infatti, più alto è il ponte, più lungo sarà il percorso alternativo che dovrà essere seguito, almeno tra due province attraversate dal fiume. È particolarmente importante trovare un tale punto di attraversamento il più a valle possibile quando il fiume è soggetto alle maree e quando è circondato su entrambi i lati da vaste zone paludose allagate, come avveniva – e avviene ancora oggi – per il Tamigi. In tali condizioni, soprattutto nei tempi primitivi, era difficile attraversare regolarmente il fiume in barca.
Ora è una regola universale della topografia antica, e una che può essere verificata su venti delle antiche strade dell’Inghilterra: il sentiero naturale utilizzato dai primi uomini, quando si avvicina a un fiume, cerca sempre un rilievo più alto e asciutto; se possibile, uno che si affacci direttamente su un altro rilievo simile situato sull’altra sponda dell’acqua. Questa caratteristica è stata costantemente osservata dall’autore nell’esplorazione delle antiche strade britanniche tra Winchester e Canterbury; si riscontra altrettanto nella strada presumibilmente britannica tra Chester e Manchester; ed è proprio questa caratteristica che ha determinato la posizione del ponte di Londra.
Per sessanta miglia lungo il fiume si estende una zona che un tempo era interamente paludosa e che oggi, in gran parte, lo è ancora; o almeno, se da un lato non ci sono paludi, dall’altro ce ne sono sicuramente. Nei rari tratti a valle dove il terreno si eleva rapidamente su entrambi i lati del fiume, quest’ultimo è troppo largo per essere attraversato da ponti; e queste zone paludose si trovavano lungo l’intera vallata, fino a quando non si raggiungevano le zone di ghiaia vicino a Chelsea: anche qui, sulla riva più lontana, esistevano ampie paludi.
Nella totalità o nella parte superiore dell’area interessata dalle maree, esiste soltanto un luogo in cui una cresta di terra alta e asciutta si affaccia sul fiume; non si tratta certo di una terra altrettanto asciutta immediatamente sull’altra riva, ma almeno di una sorta di promontorio che si avvicina abbastanza al corso principale del fiume. Se si prendono le linee di contorno moderne e si disegnano su una mappa di Londra, si noterà che questo promontorio si estende da Southwark verso nord, direttamente in direzione del fiume; proprio di fronte ad esso si trova quella collina asciutta, circondata su tre lati dal fiume o dalle paludi, sulla quale sorse poi l’insediamento di Londra. Ed è proprio qui che doveva avvenire il primo attraversamento del Tamigi.
Non si sa se esistesse un ponte permanente prima della Conquista Romana. Si potrebbe sostenere che Cesare non conoscesse l’esistenza di tale ponte, o almeno non vi marciò verso, ma attraversò il fiume con difficoltà nelle zone più a monte, utilizzando un guado. Inoltre, si potrebbe anche osservare che all’epoca un ponte sul Reno fosse altrettanto sconosciuto. Tuttavia, una volta costruito, tale ponte divenne inevitabilmente il principale punto di convergenza del commercio dell’Inghilterra meridionale, e in realtà di gran parte delle merci provenienti dal Nord dirette verso il Continente. Un simile ostacolo avrebbe rappresentato un impedimento per qualsiasi invasione; infatti, ciò accadde effettivamente in più occasioni durante le invasioni storiche provenienti dal Mar del Nord. Inoltre, avrebbe impedito alle navi a vela di proseguire verso l’alto corso del fiume, rendendo il ponte stesso il confine del porto marittimo del Tamigi. Tale ponte avrebbe concentrato su di sé tutto il traffico di quella parte importante e un tempo prospera dell’isola, che si estende a est tra l’estuario del Tamigi e la baia di Wash; tale area aveva sicuramente bisogno di collegamenti sia con la più ricca regione meridionale che con il Continente. Ma ancora più importante è il fatto che il Ponte di Londra concentrava su di sé tutto il traffico di persone e merci proveniente dalle zone interne del paese, attraverso lo stretto di Dover; l’unica eccezione riguardava le merci dirette verso il sud-ovest dell’Inghilterra: questa eccezione era dovuta alla maggiore facilità con cui si poteva attraversare la Manica tra la Bretagna e la Cornovaglia.
Infine, il ponte, essendo il confine per le navi da mare, rappresentava anche, se non proprio il limite, almeno un punto di arrivo conveniente per le imbarcazioni che provenivano dall’entroterra lungo il corso d’acqua. Costituiva quindi il luogo ideale per lo scambio merci tra il commercio marittimo e quello fluviale.
Tutto contribuì quindi a rendere questo primo attraversamento del Tamigi il principale centro commerciale della Gran Bretagna; e poiché stiamo considerando in particolare la storia di questo fiume, è necessario sottolineare che queste condizioni resero anche il Ponte di Londra ciò che oggi è: il punto di divisione principale lungo l’intero corso del fiume. Questo ruolo esso mantiene ancora oggi; la vita del fiume, dal ponte fino al Nore, è completamente diversa da quella della parte superiore ai ponti: si caratterizza per una cultura e un’arte differenti.
Abbiamo visto che il fiume, quando considerato come un percorso di accesso per gli esseri umani a scopo commerciale o di viaggio, soprattutto nei tempi antichi e con imbarcazioni a basso pescaggio, costituisce un unico corso d’acqua che va da Lechlade fino al London Bridge. In questa zona c’era sempre abbastanza acqua, anche in una estate secca, per far galleggiare qualsiasi tipo di imbarcazione. Tuttavia, il fiume, considerato come un ostacolo per gli spostamenti delle persone lungo la Gran Bretagna, non formava un unico corso d’acqua continuo. Al contrario, si divideva, come fanno tutti i fiumi del genere, in due parti ben definite: quella parte superiore che poteva essere attraversata con frequenza da un esercito, e quella parte inferiore in cui i guadi erano rari.
Nella maggior parte dei fiumi, non c’è nulla di più da aggiungere per descrivere queste due zone se non indicare come gradualmente si fondono l’una nell’altra. Nella maggior parte dei fiumi, il passaggio delle acque superiori è del tutto agevole; man mano che ci si sposta verso il basso, i guadi diventano sempre più rari, fino a scomparire del tutto.
Nel caso del Tamigi, invece, le cose non stanno così. Le due parti di questo fiume sono nettamente separate nella zona vicino a >Oxford, e ciò per motivi che abbiamo già discusso quando parlavamo della idoneità delle sue rive per l’abitazione umana. Il corso superiore del Tamigi è infatti poco profondo e stretto, e ci sono innumerevoli punti al di sopra di >Oxford dove sarebbe possibile attraversarlo, considerando il volume delle sue acque. Gli agricoltori lo attraversavano ovunque vi fossero villaggi o fattorie sulle sue rive. Forse il punto più alto in cui era necessario effettuare questo attraversamento si trova nella località di Somerford Keynes, ma la facilità con cui si poteva attraversare il fiume risulta piuttosto evidente dall’assenza che dalla presenza di nomi del genere lungo il corso superiore del Tamigi. Ad esempio, Shifford, che un tempo veniva scritto Siford, potrebbe benissimo essere stato chiamato così in riferimento all’attraversamento del Great Brook quanto a quello del Tamigi stesso. L’unico altro esempio simile è Duxford.
Tuttavia, sebbene il corso superiore del Tamigi fosse facile da attraversare quando si trattava di individui o piccoli gruppi di bovini, le paludi presenti su entrambi i lati rendevano sempre difficile il transito per un esercito. I resoconti delle prime battaglie sono scarsi e spesso leggendari, ma non si riscontra che il corso superiore del Tamigi sia stato attraversato più volte, a differenza di quello del Severn o del Trent. Esistono soltanto due punti di passaggio: Cricklade e Oxford, e il passaggio da Oxford verso ovest attraverso le paludi non è possibile; esso è limitato al guado che si estende da nord a sud.
Al di sotto di Oxford, dopo l’ingresso del fiume Cherwell, e da quel punto fino a un luogo non facilmente individuabile, ma che probabilmente si trova vicino a Wallingford, il Tamigi è percorribile soltanto attraverso punti di attraversamento prestabiliti in condizioni meteorologiche normali. Questi punti includono Sandford, dove i ciottoli duri si trovano vicini alle rive su entrambi i lati, e altri luoghi situati a distanza reciproca lungo ampi tratti del fiume stesso.
Ora che il fiume è stato chiuso con dighe, non è facile determinare con precisione dove si trovino tutti questi punti di attraversamento originari.
I documenti riguardanti Abingdon e il suo ponte dimostrano con certezza l’esistenza di un difficile guado in questo luogo; il nome “Burford”, associato al ponte, fa riferimento a quel vecchio guado situato in questa zona. Questo nome si trova anche in altre parti dell’Inghilterra, dove esistevano antichi passaggi attraverso i fiumi, come ad esempio il punto di attraversamento del fiume Mole nel Surrey lungo la strada militare romana.
Il luogo successivo, più in basso rispetto ad Abingdon, poteva essere Appleford, ma era più probabile che si trovasse tra il ripido dirupo di Clifton-Hampden e la lunga e asciutta penisola di Long Wittenham. Ancora più in basso, per chilometri, non esisteva alcun punto facile per attraversare il fiume.
Il Tamigi era sicuramente intransitabile a Dorchester. L’importanza di Dorchester nella storia risiede proprio nel fatto che si trattava di una fortezza ben difesa; la sua sicurezza dipendeva dalla profondità del fiume, che circondava la penisola occupata dal campo militare.
Si è ipotizzato che all’estremità orientale di Little Wittenham Wood, dove il bosco si affaccia sul fiume, esistesse un guado o una ferrovia fluviale romana. Tuttavia, questa ipotesi non è suffragata da prove concrete: nessun sentiero conduce a questo punto dal sud, e nelle vicinanze si trova senza dubbio un guado, dove oggi sorge il ponte di Shillingford.
Ancora più sotto, non c’erano attraversamenti fino a quando non si arrivava a Wallingford; ed è qui che raggiungiamo un punto di estrema importanza nella storia del Tamigi e dell’Inghilterra.
Wallingford non rappresentava certo il punto più basso lungo il fiume Tamigi dove fosse possibile attraversarlo. Anzi, in alcune zone del fiume era possibile attraversarlo durante la bassa marea, soprattutto nel tratto tra Ealing e Kew, dove oggi sorge il ponte di Kew; inoltre, c’erano molti altri punti lungo il Tamigi che permettevano il passaggio. Tuttavia, il tratto di Wallingford presentava un vantaggio particolare: si trattava di un guado su cui si poteva sempre contare per attraversare il fiume in modo sicuro. Al di sotto di Wallingford, gli altri punti di attraversamento erano disponibili soltanto durante le stagioni molto secche o, sebbene generalmente utilizzabili, potevano essere interrotti dalle piogge.
È quindi a Wallingford che si trovava il passaggio più basso e principale del Tamigi; attraverso Wallingford il Berkshire era collegato ai Chilterns. Wallingford rappresenta quindi il secondo punto di divisione lungo il Tamigi, se si considera questo fiume come strumento di difesa o confine. Più a valle di Wallingford esisteva probabilmente un punto di attraversamento regolare a Pangbourne; certamente c’era un guado di grande importanza tra Streatley e Goring; inoltre, lungo tutto il corso del fiume si trovavano, a intervalli regolari, passaggi difficili ma praticabili – in particolare presso Cowey Stakes, tra le rive del Surrey e del Middlesex, un luogo considerato tradizionalmente il punto di attraversamento utilizzato da Cesare. Tuttavia, in condizioni meteorologiche normali, l’acqua qui era profonda fino a cinque piedi; questo guado dimostra chiaramente le difficoltà legate a tutti i passaggi più bassi del Tamigi.
L’effetto del fiume come barriera doveva, ovviamente, dipendere in gran parte dal livello a cui le acque si alzavano in tempi antichi. È estremamente difficile reperire prove al riguardo: da un lato, perché per quanto ci si spinga indietro nella storia inglese, sembra sempre che sia stata imposta qualche forma di controllo sul fiume; dall’altro lato, perché le antiche inondazioni non hanno lasciato effetti permanenti.
Come esempio dell’antichità delle regolamentazioni del fiume Tamigi, abbiamo le dighe che circondano l’Isle of Dogs: queste hanno origini romane o pre-romane, proprio come la diga marittima di Wash che protegge la regione dei Fenland. Inoltre, a Ealing, Staines, Abingdon e in altre venti località esistono siti probabilmente preistorici, o comunque legati ai primi albori della storia; tali luoghi non avrebbero mai potuto essere abitati se i campi circostanti non fossero stati drenati o protetti. Quindi, la regolarità del corso del fiume è in qualche modo frutto di interventi umani nel corso dei secoli, e le rive hanno avuto tutto il tempo necessario per acquisire la loro forma attuale.
È certo, ovviamente, che opere di irrigazione, drenaggio o arginamento, che richiedevano energia continua, abilità e capitali, andarono in declino dopo l’arrivo dei pirati sassoni e non furono riprese con pieno impegno fino al periodo successivo alla Conquista normanna. Ancora oggi queste opere non sono del tutto complete, anche se ogni anno vengono migliorate: non riusciamo ancora a prevenire in modo efficace le inondazioni che si verificano regolarmente nelle zone pianeggianti intorno a Oxford e al di sotto della gola dei Chilterns; tuttavia, per i fini di questo discorso, il fatto principale da notare è che, nel corso dei tempi storici, non sembra sia mai esistita alcuna interruzione significativa nello sviluppo del corso del fiume.
Nelle epoche preistoriche, molte zone del >fiume dovevano presentare notevoli difficoltà di accesso. Le foce dei fiumi Ock, Coln, Kennet, Mole e Wandle dovevano essere circondate da paludi; tutta la pianura tra >Oxford e i monti Hinkseys doveva essere parzialmente allagata, così come le zone a monte di Lechlade e Witham (su entrambi i lati del fiume, lungo il suo corso che serpeggia dalle colline meridionali verso quelle settentrionali), nonché la lunga porzione della riva destra a valle di Reading. Anche le maree primaverili più alte potevano raggiungere zone così in alto lungo il fiume come Staines; inoltre, sia il carattere del terreno che le linee di contorno permettono di ipotizzare che anche la valle del Wandle e diverse altre diramazioni del >fiume a valle siano state allagate. È tuttavia sorprendente che, in questo terreno alluvionale, più alterato e scavato di qualsiasi altro in Europa, si sia scoperto poco o nulla di relativo alle attività umane, né barche né resti di costruzioni; questa assenza di testimonianze indica anche quanto remoto risulti il periodo in cui gli esseri umani iniziarono a controllare questo >fiume.
Qui, come in molte altre congetture riguardanti la storia antica o la preistoria, si è convinti di quella regola sicura che, almeno in Europa, ci invita a non esagerare mai nei cambiamenti avvenuti negli ultimi secoli, né nel contrasto tra ciò che è stato registrato e ciò che non lo è.
La tendenza della maggior parte delle storie moderne in questo paese è stata quella di esagerare tali cambiamenti e tali contrasti. Nella maggior parte delle storie popolari moderne si fa attenzione a sottolineare la differenza tra il Medioevo, l’Età Oscura e gli ultimi secoli. Le foreste d’Inghilterra vengono descritte come inaccessibili o quasi; i numeri della popolazione sono grossolanamente sottovalutati; le città che hanno mantenuto una esistenza municipale continua per 1500 anni vengono rappresentate come villaggi.
Lo stesso spirito avrebbe potuto trasformare la valle del Tamigi nei tempi bui e medievali in un paesaggio molto diverso da quello che vediamo oggi. Le inondazioni erano effettivamente più frequenti e il passaggio lungo il fiume un po’ più difficile; l’agricoltura non si estendeva ovunque fino alle rive come avviene ora; e in due o tre zone dove si è verificato uno sviluppo significativo dell’edilizia moderna, in particolare a Reading e, naturalmente, a Londra, le rive sono state rinforzate artificialmente. Ma, fatta eccezione per questi casi, si può affermare con certezza che nessuna zona densamente popolata d’Inghilterra abbia subito cambiamenti così minimi nelle sue caratteristiche naturali quanto la valle del Tamigi.
Ci sono dozzine di tratti lungo il corso superiore del Tamigi dove si vedono soltanto salici, prati e la torre di una chiesa di villaggio; queste scene hanno esattamente lo stesso aspetto oggi come quando quella chiesa fu costruita per la prima volta. Si potrebbe mettere un uomo del XV secolo sulle acque sotto il punto di controllo di St. John’s Lock, e fino a quando non arrivasse al punto di controllo di Buscot Lock, difficilmente si accorgerebbe di essere entrato in un’epoca diversa dalla sua. Lo stesso campanile di Lechlade sarebbe ancora visibile oltre i campi come punto di riferimento permanente, e, in lontananza, la stessa chiesa di Eaton Hastings, che conosceva bene, si sarebbe vista sopra gli alberi.
Esiste un altro metodo per valutare l’entità relativamente piccola di tali cambiamenti, e si tratta di un metodo applicabile anche in molte altre zone d’Inghilterra le cui condizioni di abbandono o di natura selvaggia durante il Medioevo sono state spesso affermate con troppa certezza. Questo metodo consiste nel osservare dove si trovavano e si trovano ancora insediamenti umani. Ad eccezione della lunga e probabilmente paludosa zona tra Radcot e Shifford, l’intero corso superiore del Tamigi era punteggiato da tali insediamenti, che, sebbene piccoli, erano situati molto vicini alle rive. Kelmscott si trova proprio in prossimità del fiume, in una zona che altrimenti si sarebbe potuta considerare troppo paludosa per essere abitata fino ai tempi moderni. Buscot, sull’altra riva, non solo è vicino al fiume, ma era anche un maniero reale di grande importanza storica nell’XI secolo. Anche Eaton Hastings si trova in posizione simile, proprio sulla riva; lo stesso valeva per il palazzo di Kempsford, situato sopra Lechlade, e per la chiesa di Inglesham che si trova tra i due. Lungo tutto il corso del fiume, a intervalli regolari, si trovano antiche strutture in pietra e vecchi toponimi, che indicano l’esistenza di insediamenti nell’alto Tamigi.
Un sistema adeguato di chiuse è relativamente moderno su qualsiasi fiume europeo. Si dice addirittura (su basi dubbiamente attendibili) che questa invenzione risalga al XVI secolo, ma il metodo di regolare le acque di un fiume attraverso dighe è antichissimo.
Non esistono registri precedenti all’epoca della Magna Carta che facciano riferimento all’utilizzo di dighe sul Tamigi; tuttavia, un simile sistema doveva già esistere fin dal momento in cui gli uomini iniziarono a utilizzare il Tamigi a scopo commerciale su larga scala.
Esiste soltanto un luogo in cui si possa ancora ricostruire l’aspetto di questi argini che, fino a poco più di un secolo fa, rappresentavano il metodo universale per la canalizzazione dei fiumi. Gli argini moderni sono semplicemente ausili ai mulini a pale e solitamente si trovano su rami del corso d’acqua diversi da quello che conduce al mulino stesso. Ma in questo caso è ancora conservata l’antica tecnica di attraversare l’intero corso d’acqua: non c’è alcun mulino a pale, e quando una barca vuole salire o scendere lungo il fiume, i battagli dell’argine devono essere sollevati. È questo l’unico dettaglio interessante che si può osservare durante un viaggio moderno sul corso superiore del Tamigi: se la barca scende lungo il fiume, pochi battagli vengono sollevati e la barca attraversa rapidamente una piccola rapida; mentre per far passare una barca che sale verso monte, tutti i battagli dell’argine vengono sollevati, e anche così un forte getto d’acqua ostacola il movimento della barca durante il transito. Alcuni anni fa ce n’erano diversi su questo tratto del fiume; sono stati tutti sostituiti da mulini a pale, e probabilmente anche questo ultimo argine non sopravviverà a lungo.
Tali dighe regolavano certamente a dovere il corso del fiume, rendendo le sue rive abitabili in modo regolare. Se non c’era alcun ordine locale, almeno l’interesse dei villaggi vicini alle loro mulini era sufficiente per garantire la sorveglianza del fiume.
Nei nomi dei luoghi situati lungo il Tamigi esiste un’ulteriore prova dell’antichità delle regole che ne governavano lo sfruttamento: come si vedrà tra poco, nessuno di questi nomi fa riferimento a insediamenti importanti sorti dopo l’undicesimo secolo.
Questi nomi di luogo non solo indicano una colonizzazione continua e precoce delle rive, ma costituiscono anche, in sé stessi, una serie molto interessante la cui etimologia rappresenta un piccolo frammento della storia d’Inghilterra.
Dei nomi puramente celtici, pochissimi sono sopravvissuti nei luoghi di insediamento umano; tuttavia i nomi dei corsi d’acqua sono quasi universalmente di origine celtica, così come il nome stesso del Tamigi. È probabile che nei nomi sassoni che si trovano lungo il fiume vi siano molte deformazioni di parole celtiche adattate al modo di parlare sassone. Non possiamo dimostrare tali origini, ma possiamo supporre con ragionevole certezza che terminazioni come “tons” e “dons”, presenti in tutta l’Inghilterra, siano di origine celtica; queste terminazioni sono quasi inesistenti in Germania. Esiste anche un’ipotesi piuttosto pedante, basata su fonti islandesi, secondo cui questo tipo di terminazione nazionale sia arrivato dalla Scandinavia; tuttavia, una pratica così diffusa difficilmente potrebbe essere nata da un mescolio di sangue scandinavo avvenuto alla fine del Medioevo e che abbia riguardato soltanto alcune zone del Nord dell’Inghilterra. Inoltre, contro questa teoria c’è il fatto che circa la metà dei toponimi celtici menzionati nella nostra storia antica e in quella della Gallia presentava terminazioni simili; Londra ne è l’esempio migliore.
Tuttavia, se trascuriamo questa desinenza e consideriamo la prima parte delle parole in cui appare (come in Abing-don, Bensing-ton, Ea-ton, ecc.), scopriremo che la maggior parte di questi toponimi ha una forma sassone, e alcuni di essi sono certamente di origine sassone.
Pertanto, Ea-ton, un nome che si trova lungo tutto il corso del Tamigi, dalla sua sorgente fino alle sue ultime diramazioni, indica una zona situata lungo l’acqua o un ruscello. Clif-ton (come in Clifton-Hampden) indica invece una località situata su una scogliera, una caratteristica molto evidente della riva sinistra del fiume in quel punto. Per quanto riguarda Bensing-ton, oggi chiamato Benson, non sappiamo nulla, né conosciamo l’origine della parola Abing-don.
I nomi che terminano con “ham”, almeno nella loro forma finale, sono certamente di origine teutonica; lo stesso si può dire per la maggior parte – ma non per tutte – delle parole che terminano con “ford”. La desinenza “ford” potrebbe essere tanto celtica quanto teutonica, e in entrambi i casi significa “passaggio”, “traversa”. Non indica necessariamente un passaggio poco profondo, anche se nella stragrande maggioranza dei casi, sul Tamigi, indica un punto in cui è possibile attraversare il fiume a piedi. Così, Wallingford probabilmente indicava un guado fortificato, mentre Oxford era quasi sicuramente il “guado delle greggi” – ovvero un passaggio utilizzato dalle greggi dirette verso nord dal Berkshire. Si può dire, in linea di massima, che tutti i nomi che terminano con “ham” siano di origine teutonica, tranne quei casi in cui si possa individuare una probabile derivazione celtica; un esempio è Witham, il cui nome potrebbe significare “l’insediamento situato sulla curva del fiume”, un nome celtico con una desinenza teutonica.
Si può anche ritenere che la terminazione “o” o “ore” sia di origine teutonica: Cumnor potrebbe significare “l’ostello per i viaggiatori”, mentre Windsor probabilmente indica “il luogo di sbarco lungo il corso sinuoso del fiume”.
Si ritiene anche che Hythe abbia origini teutoniche. Non si può mai essere del tutto certi, riguardo a una parola puramente anglosassone, che abbia un’origine tedesca; tuttavia, Hythe è sicuramente di origine anglosassona: indica infatti un molo o una piattaforma. Esempi sono Bablock Hythe, situata lungo la strada che attraversa la città romana di Eynsham, oltre il fiume verso Cumnor e Abingdon, interrompendo così la grande curva del fiume presso Witham; allo stesso modo, la località oggi chiamata “Maidenhead” potrebbe essere stata in passato indicata come “mid-Hythe”, tra Windsor e Reading. Alcuni nomi certamente di origine celtica sono ancora presenti: ad esempio, nelle colline di Sinodun, sopra Dorchester; anche la prima parte del nome Dorchester è di origine celtica. All’inizio stesso del Tamigi si trova Coates, un nome che ricorda il termine celtico utilizzato per indicare la grande foresta che si estendeva lungo quella zona; poco più a valle, dove l’acqua inizia a scorrere, i nomi Kemble ed Ewen potrebbero derivare dalla presenza di sorgenti. Cricklade potrebbe essere interamente di origine celtica, oppure parzialmente celtica e parzialmente anglosassone. Londra è certamente di origine celtica, come abbiamo visto. E in moltissime altre località, le radici primitive dei nomi celtici potrebbero ancora essere presenti, anche se non è possibile stabilirle con certezza.
I nomi puramente romani sono quasi del tutto scomparsi; stranamente, questa scomparsa è stata ancora più completa nella valle del Tamigi che in qualsiasi altra parte d’Inghilterra. Solo Dorchester conserva un vago ricordo del proprio nome di origine romano-celtica; ma Bicester, a nord, e il punto di incrocio delle strade ad Alchester sono probabilmente di origine sassone, almeno nella loro prima parte. Anche Streatley ha origini romane, così come molti altri nomi simili in tutta l’Inghilterra, che derivano da “strade” o percorsi di origine britannica o romana. Tuttavia, sebbene “Spina” sia ancora oggi chiamato Speen, Ad Pontes, situato nelle vicinanze e uno dei punti più importanti lungo il Tamigi in epoca romana, ha completamente perso il proprio nome originale ed è conosciuto oggi come Staines: il nome deriva dalle pietre che segnavano i confini della giurisdizione di Londra sul fiume.
Per tornare al fiume considerato un confine, si può fare questa osservazione storica piuttosto interessante: esso è stato più spesso un confine nei tempi altamente civili che in quelli barbari.
Si potrebbe pensare che sia esattamente il contrario. Un uomo civile può attraversare un fiume più facilmente di un barbaro; in tempi civili ci sono ponti permanenti, mentre in tempi barbarici ci sono solo guadi o traghetti.
Tuttavia, è vero che il Tamigi, come quasi tutte le altre regioni d’Europa, rappresentava molto di più un confine alla fine dell’Impero Romano, e lo rappresenta ancora oggi in modo più netto rispetto al Medioevo, e probabilmente anche prima dell’invasione dei Claudi. Pertanto possiamo congetturare con una certa accuratezza che, durante l’ultima grande riorganizzazione dei confini all’interno dell’Impero Romano operata da Diocleziano – molte delle quali regole sopravvivono ancora nella politica europea odierna (ad esempio il confine della Normandia) – il Tamigi costituisse la linea di demarcazione tra la Britannia Meridionale e quella Centrale. È altrettanto certo, però, che non rappresentasse un confine preciso tra Wessex e Mercia.
L’estuario ha sempre rappresentato una linea di divisione; nel periodo barbarico separava la più avanzata civiltà del Kent da quella degli Angli Orientali, che probabilmente appartenevano a una razza diversa e certamente adottavano una cultura differente. Tuttavia, il Tamigi al di sopra del London Bridge non costituiva un vero confine fino alla formazione della civiltà inglese, verso la fine dei tempi bui. Questo fiume veniva continuamente attraversato da eserciti in lotta, e il primo risultato di una vittoria era che il conquistatore annetteva alla propria territorio una fascia di terra situata sulla sponda opposta.
È ancora più notevole il fatto che quel grande e preciso confine dell’Età Oscura in Inghilterra – quello stabilito per alcuni anni da Alfred tra il suo regno e il territorio degli invasori danesi – abbandoni del tutto il fiume Tamigi al di sopra dei ponti, utilizzandolo soltanto nella sua parte estuaria, fino alla foce del fiume Lea.
Tuttavia, con la definizione di confini precisi per le contee inglesi – un processo il cui inizio difficilmente può risalire a tempi precedenti alla Conquista Normanna di molti anni – il Tamigi diventa immediatamente di estrema importanza come linea di demarcazione.
I suoi corsi d’acqua più alti e difficili da navigare non sono così frequentati. L’alto corso del Tamigi e i suoi piccoli affluenti, per un tratto di circa dieci miglia a partire dalla loro sorgente, non solo non seguono i confini delle contee, ma attraversano anche un territorio che in passato è stato particolarmente indefinito. Ad esempio, la parrocchia di Kemble, dove appaiono le prime acque del Tamigi, è stata talvolta inclusa nella contea di Gloucester e altre volte in quella di Wilts. Tuttavia, poco dopo il ponte Castle Eaton Bridge, e non esattamente a metà strada tra quel ponte e l’antico palazzo reale di Kempsford, il Tamigi diventa il confine tra due contee; da quel punto fino al mare, mantiene sempre il suo carattere di linea di demarcazione.
È un tributo al grande ruolo che il fiume ha svolto nella storia il fatto che non esista alcun altro corso d’acqua in Inghilterra, né alcuna altra divisione naturale, la cui validità sia così universalmente riconosciuta.
Il motivo per cui il Tamigi, come molte altre frontiere europee, è stato delimitato in un momento successivo rispetto ad altre aree, e il motivo per cui la sua funzione di confine è più evidente nei tempi civili che in quelli barbari, è semplicemente dovuto al fatto che i confini stessi difficilmente possono essere definiti con precisione se non in epoche di elevata civiltà. Solo quando in un paese esiste un complesso sistema legale e un potere esecutivo efficace sorge la necessità di delimitazioni precise. Nel periodo barbarico dell’Inghilterra tale necessità non esisteva: senza dubbio, le persone del Berkshire e quelle dell’Oxfordshire si consideravano divise dal fiume; ma se avessimo documenti a disposizione (che ovviamente non abbiamo), sarebbe possibile dimostrare che alcune aree, come l’isolata collina di Witham (la cui influenza è molto più marcata da Oxford che da Abingdon), venivano considerate territorio dell’Oxfordshire in epoche antiche, o forse erano oggetto di dispute territoriali; qualcosa del genere potrebbe essere accaduto anche nel caso di Caversham e Reading.
In questa età avanzata della nostra civiltà, l’esattezza dei confini stabiliti dal Tamigi è evidente in vari elementi ancora presenti oggi. Isole che oggi sono collegate a una sponda e indistinguibili dal resto della riva appartengono comunque alla sponda opposta. Un esempio di ciò si trova a Streatley: geograficamente appartiene al Berkshire, ma legalmente fa parte di Oxford; c’è un altro caso simile vicino a Staines, che il Middlesex rivendica al Surrey. In totale, mezza dozzina o più di questi confini anomali segnano il corso dell’antico fiume. Un esempio ancora in fase di formazione si può osservare a Pentonhook.
Un confine – cioè un ostacolo al viaggio – presenta un’ulteriore caratteristica: il punto in cui viene attraversato – ovvero il momento in cui l’ostacolo viene superato – diventa inevitabilmente un punto di importanza strategica e spesso anche commerciale. Lo stesso vale per i passi montani, le strette marine, i guadi e i ponti sui fiumi. E lo stesso accade per il Tamigi.
Le energie legate sia al viaggio che alla guerra si concentrano e rimangono confinate in tali luoghi. Nascono fortezze e città destinate a difenderle. Si creano depositi di merci, vengono istituite attività di coniazione e scambio monetario, e si fondano punti sicuri per le speculazioni.
Tali tratti di fiume sul Tamigi erano di due tipi: da un lato c’erano i guadi naturali, numerosi e primitivi; dall’altro, i punti di attraversamento delle grandi strade.
Dei guadi originali abbiamo già redatto un elenco. Pochi di essi si sono rivelati di valore strategico o commerciale, considerati semplicemente come guadi. Oxford potrebbe essere stato un’eccezione fin dai primi tempi; inoltre, il difficile passaggio di Abingdon ha dato origine a un grande monastero, ma non a una postazione militare: l’ascesa di entrambi questi luoghi, così come quella di Reading (che non disponeva di alcun guado), era legata alla congiunzione di un affluente del fiume. Solo Wallingford, in quanto ultimo e più agevole guado lungo il fiume, ha mantenuto per secoli un’importanza dovuta esclusivamente a ragioni geografiche. Due eventi fondamentali della storia inglese – il attraversamento del Tamigi da parte del Conquistatore e la vittoriosa sfida di Enrico II contro Stefano – dipendevano proprio dalla posizione di questo guado. Già molto tempo prima, esso aveva assunto un’importanza cruciale per i re sassoni: fin da Offa fino ad Alfredo. Se i ponti costruiti ad Abingdon nel XV secolo non avessero gradualmente deviato la strada occidentale, Wallingford potrebbe ancora vantare le quattordici chiese e la grande popolazione che ha posseduto per tanti secoli.
Ad eccezione di Wallingford, tuttavia, i guadi, in quanto tali, ebbero scarso impatto sulla formazione delle città o sulla determinazione della topografia della storia inglese. Più importanti furono i passaggi attraverso le grandi strade.
Quando si ricorda che il sud dell’Inghilterra era originariamente di gran lunga la parte più ricca del paese, e quando si considera la forma dell’Irlanda, è evidente che alcune principali rotte avrebbero dovuto collegare nord e sud, e che la maggior parte o tutte queste avrebbero dovuto attraversare la valle del Tamigi. Ne troviamo quattro di queste antiche strade principali.
Dai Dardanelli, nel sud-est, fino ai centri settentrionali delle Marche Gallesi e di Chester, il porto per l’Irlanda, e poi ancora verso ovest, oltre i Pennini. In epoca sassone questa strada veniva chiamata Watling Street, un nome comune anche per altre vie minori.
Un altro percorso, il contrario di questo, partiva dalle miniere di metallo del sud-ovest e si estendeva verso il nord-est, fino a incontrare e fondersi con altre strade che attraversavano le regioni a nord e a est dei Pennini. Questo percorso venne chiamato, come anche altri sentieri minori, Fosse Way.
Un terzo ramo si dirigeva più bruscamente verso ovest a partire dalle zone meridionali, e le collegava non al fiume Dee, ma al corso inferiore del fiume Severn. Questo percorso attraversava le aperte alture dell’Hampshire, passando per Newbury e le Berkshire Hills fino a Gloucester; veniva chiamato, come altri percorsi minori, Ermine Street.
Infine, un quarto percorso si snodava in una grande curva partendo proprio da queste stesse alture e proseguendo verso est fino alla costa del Mare del Nord, nell’East Anglia. In tempi sassoni, questo percorso veniva chiamato Icknield Way.
Tutti questi elementi possono essere tracciati con precisione nella loro direzione generale e per la maggior parte della loro lunghezza. Tutti furono costretti a attraversare la valle del Tamigi, che quasi divideva l’intera Inghilterra meridionale da est a ovest.
Di questi quattro ponti, il primo di interesse è quello che la strada Ermine Street attraversa sul corso superiore del Tamigi, presso Cricklade.
Queste antiche strade hanno un’importanza fondamentale nella storia d’Inghilterra, e sebbene gli storici lo abbiano sempre riconosciuto, ci sono diversi aspetti di esse che non sono stati sufficientemente evidenziati. Ad esempio, le armate le utilizzavano costantemente fino forse al XII secolo; inoltre, le principali strade inglesi, sebbene il loro tracciato generale fosse stato predisposto già in epoca preistorica, furono in gran parte rafforzate, allineate e bordate dai Romani in modo tale da poter sopravvivere fino ai primi secoli del Medioevo. Di queste quattro strade, soltanto la Icknield Way non fu adeguatamente consolidata. Oggi nessuna di esse è completamente intatta, ma forse l’Ermine Street è quella meglio conservata: si tratta di una strada moderna e funzionante lungo tutto il suo percorso, da Bayden a Gloucester, ad eccezione di un piccolo tratto nel villaggio di Cricklade.
In origine, il fiume attraversava la fiume a mezzo miglio a valle del ponte di Cricklade, in modo che il monastero situato sulla riva sinistra si trovasse esattamente a sud della vecchia strada. Non abbiamo informazioni su come e quando sia crollato l’antico ponte di Cricklade, ma uno dei documenti più importanti riguardanti il Tamigi nella storia anglosassone è legato proprio a questo tratto del fiume.
L’importanza di Cricklade come stazione sul corso superiore del Tamigi deriva non solo dal fatto che rappresenta il punto di attraversamento di una strada principale, ma anche dal fatto che è proprio qui che il primo affluente significativo, il Churn, si unisce al Tamigi. Al di sopra di questo incrocio, il Tamigi oggi difficilmente può essere considerato un fiume; e già nell’ottavo secolo, e ancor prima, prima della costruzione del canale Severn-Tamigi, la quantità d’acqua nel suo corso superiore dipendeva molto dalle condizioni meteorologiche. Esaminando i documenti storici, si potrebbe probabilmente constatare che anche quando l’approvvigionamento idrico era garantito dalla tecnologia moderna, le mulini di Somerford Keynes non funzionavano ininterrottamente durante tutto l’anno. Tuttavia, una volta che il Churn – il quale, come abbiamo visto, presenta un volume d’acqua maggiore del Tamigi stesso – si univa al fiume a Cricklade, i due corsi d’acqua formavano un vero e proprio fiume, con profondità sufficienti per consentire il passaggio delle barche, corrente abbastanza forte e larghezza adeguata per il traffico fluviale minore. È proprio dopo Cricklade che si trovano una serie di villaggi e chiese che dipendono dal fiume e sorgono direttamente sulle sue rive.
Ma sebbene questa zona idrografica abbia la sua importanza, il significato principale di Cricklade nella storia risiede nel fatto che era il punto in cui via Ermine Street, nel suo percorso dal sud verso la valle del Severn, attraversava il fiume Tamigi; il villaggio ad essa collegato era sicuramente radicato già ai tempi romani, e probabilmente anche prima. Queste radici storiche possono ancora essere rintracciate oggi.
Il attraversamento del Tamigi lungo la strada di Icknield, a differenza dell’attraversamento di Ermine Street a Cricklade, rappresenta un problema.
Come abbiamo visto, Cricklade è un sito perfettamente ben conservato, e la nostra certezza al riguardo deriva dal fatto che i Romani avevano reso più dura e retta quella che probabilmente era una vecchia strada britannica. Tuttavia, nel caso della traversata effettuata lungo il percorso dell’Icknield Way, non esiste una certezza altrettanto assoluta: l’Icknield Way era infatti soltanto un sentiero barbarico, spesso tortuoso, intersecato da altri percorsi e caratterizzato da tutte le peculiarità di un tragitto primitivo. Senz dubbio, durante i quattrocento anni dell’alta civiltà romana, quel sentiero fu utilizzato come strada provinciale, proprio come il simile percorso noto come “Pilgrims’ Way”, che collegava Winchester a Canterbury nello stesso periodo. Lungo l’Icknield Way si trovano numerosi resti romani, e non c’è dubbio che tutte queste strade, anche quando lo Stato non interveniva direttamente per renderle più sicure o rettilinee, fossero utilizzate costantemente sia prima che dopo l’arrivo del governo romano in questa isola; tuttavia, l’Icknield Way non si dirama verso il fiume in modo chiaro e inequivocabile, come avverrebbe per una strada costruita dai Romani o da loro adattata. Proprio per questo motivo, il punto esatto della sua intersezione con il fiume è oggetto di dibattito.
Il problema è più o meno questo: queste alte distese di calcare privo di alberi sono state utilizzate fin dall’inizio dell’insediamento umano su queste isole come principali vie di comunicazione. Chiunque, in tempi antichi, volesse spostarsi dalle colline del Hampshire verso est e nord dell’Inghilterra doveva necessariamente seguire la cresta delle Berkshire Hills e proseguire lungo le zone aride delle Chiltern Hills, che si estendono anche al di là del Tamigi. Tuttavia, non è possibile individuare con precisione il punto in cui avveniva questo attraversamento preistorico del Tamigi semplicemente esaminando la zona in cui il fiume taglia questa catena montuosa di calcare. Wallingford, situata poco sopra questa gola, sembra avere delle ragioni valide per essere considerata tale punto: era infatti il guado più basso e praticabile lungo il fiume, e tutta la sua storia indica un’antichità immemoriale. Ancora più in alto si trova Dorchester, che ogni storico del Tamigi considera probabilmente l’insediamento più interessante sulle sue rive; anche questa località è stata proposta come possibile punto di attraversamento. Proprio sopra Dorchester, sul versante delle Berkshire Hills, si ergono due alte cime isolate che costituiscono un punto di riferimento molto evidente quando si guarda la pianura dal vertice delle colline. Tali punti di riferimento aiutavano spesso a individuare le antiche strade. Anche Dorchester possiede un’antichità immemoriale: ci sono fortificazioni preistoriche sulle colline sopra la città, e probabilmente anche fortificazioni storiche sulla riva opposta, presso Oxford. Ma Dorchester non dispone di alcun guado.
Quando si valutano tutte le prove, sembra più probabile che il transito regolare dalle Berkshire Hills ai Chilterns avvenisse a Streatley.
Esistono diverse prove a sostegno di ciò. In primo luogo, il nome stesso del luogo suggerisce l’importanza di un passaggio strategico. Nomi di questo tipo si trovano inevitabilmente lungo le principali strade d’Inghilterra. In secondo luogo, una strada che porta il tradizionale nome di Icknield Way può essere rintracciata fino a un punto molto vicino al >fiume e al villaggio; un’altra strada simile si trova oltre il >fiume. È improbabile che tale nome sia stato mantenuto ininterrottamente – anche con notevoli intervalli – sia sul versante dell’Oxfordshire che su quello del Berkshire, se non perché qui esistesse effettivamente un punto di attraversamento regolare.
A un miglio o due da Streatley, questo sentiero inizia a scendere lungo il versante delle Berkshire Downs. Poco prima di confluire nella Wantage Road e scomparire dalla vista, inizia a snodarsi attorno al pendio della collina ripida; tuttavia non è possibile determinare con precisione in quale punto esatto tocchi il fiume sul versante del Berkshire, poiché mille anni di costruzioni, coltivazioni e altri interventi umani hanno cancellato ogni traccia di esso.
Fortunatamente, abbiamo alcune indicazioni sulla riva opposta. È possibile tracciare un percorso che, sotto forma di strada sterrata (e nelle zone in cui questa manca, come sentiero o direzione generale del cammino), si estende per diversi chilometri nel territorio dell’Oxfordshire, fino a raggiungere Goring e il fiume che proviene dalle colline dei Chilterns. Sappiamo anche in quale punto questo percorso attraversa il villaggio: si trova vicino all’hotel Sloane, proprio accanto alla ferrovia; l’ostello è infatti costruito sopra l’antica strada. Oltre la ferrovia, il sentiero prosegue lungo quella stessa strada che passa davanti alla scuola fino al vecchio traghetto, dove probabilmente esisteva un guado già ai tempi romani. Se accettiamo questa ipotesi, possiamo supporre che la canonica di Streatley, situata sulla riva del Berkshire, si trovi sul prolungamento di questo antico percorso; possiamo inoltre individuare con una certa sicurezza il punto in cui la strada preistorica attraversava il fiume. Tuttavia, credo sia impossibile rintracciare quei circa mezzo miglio che si trovano tra la canonica di Streatley e il punto in cui la Wantage Road e l’Icknield Way si separano sulla collina sopra di essa.
Se il guado si trovasse qui, il luogo sarebbe sicuramente stato ben scelto: proprio sotto un gruppo di isole che allargavano il corso d’acqua, rendendolo più poco profondo e meno veloce, quasi come una diga naturale sopra il punto di attraversamento.
Si ritiene che il terzo punto di attraversamento di una grande strada preistorica, ovvero quello della Watling Street, corrisponda alla tratta di quel brutto ponte sospeso che si estende da Lambeth fino a Horseferry Road a Westminster. Secondo la congettura più plausibile, questo è il luogo in cui la grande strada che collegava lo Stretto di Dover ai porti nord-occidentali dell’isola attraversava il fiume Tamigi.
Qui, naturalmente, non poteva esserci alcuna possibilità di attraversare il fiume a piedi; esisteva soltanto un traghetto. Un simile traghetto è stato in funzione per tutto il Medioevo e fino alla costruzione del Ponte di Westminster, generando notevoli entrate economiche per l’Arcivescovo di Canterbury. Il ricordo di questo traghetto è ancora conservato nel nome della strada situata sulla riva del Middlesex: la Watling Street segue un percorso più o meno costante dal litorale fino al palazzo dell’Arcivescovo sulle rive del fiume. Sulla riva del Middlesex il suo tracciato si perde, ma si può ipotizzare che abbia seguito una curva nelle vicinanze di Buckingham Palace, in zone più elevate a ovest del Tybourne, parallela – o forse identica – alla Park Lane; successivamente ricompare con certezza presso il Marble Arch, da dove prosegue sotto il nome di Edgware Road attraversando l’Inghilterra nord-occidentale.
Per quanto riguarda la Fosse Way, essa tocca appena la valle del Tamigi. Attraversa il corso del fiume attraverso un alto argine, situato a circa un miglio a sud della sua sorgente tradizionale presso Thames Head, ma sopra il punto in cui si osserva per la prima volta l’acqua del fiume. Un piccolo canale sotterraneo, che corre sotto quell’argine, fa defluire le acque di piena in inverno verso il basso della valle, ma non copre più un corso d’acqua regolare.
Oltre a questi quattro incroci delle antiche strade britanniche sopra il London Bridge, c’è anche l’incrocio con la Strada Romana a Staines, che potrebbe rappresentare un percorso più antico dell’occupazione romana, oppure no. Non abbiamo prove concrete a sostegno di questa ipotesi. Il fiume è profondo, e a meno che il ponte danneggiato sulla riva del Surrey non venga considerato un resto delle opere britanniche, non esistono tracce di vie pre-romane in quella zona.
Il ponte di Staines era il principale ponte che attraversava il fiume nel corso dell’occupazione romana; nessun altro punto sulle rive (ad eccezione del Ponte di Londra) può essere considerato con certezza il sito di un ponte romano.
Ma oltre a questi, ci sono ancora due problemi irrisolti riguardanti le strade che attraversavano la valle del Tamigi ai tempi romani. Il primo riguarda il tratto del Tamigi superiore a sud di Eynsham; il secondo riguarda la strada che si estende verso sud da Bicester e Alchester.
Per quanto riguarda il primo di questi punti, sappiamo che la pianura situata a nord del Tamigi, tra i Cotswolds e i Chilterns, era completamente occupata. Nella Cronaca Sassone troviamo anche un resoconto leggendario sull’occupazione di quattro città romane in questa zona da parte degli invasori sassoni. Quale strada permetteva a questa regione ricca e civilizzata di comunicare con il sud, anch’esso ricco e civilizzato?
È una domanda che probabilmente non verrà mai risposta. Non rimane alcuna traccia dei ponti romani; forse non vennero costruiti nulla se non strutture in legno.
Il percorso più breve che va dalla città romana di Eynsham, attraverso la penisola di Witham, fino ad Abingdon non presenta alcun segno di un guado costruito dai Romani né di un ponte; inoltre, non esistono registri relativi a tali strutture.
Per quanto riguarda la seconda domanda, la strada che va da Bicester verso sud prosegue dritta fino a Dorchester. A Dorchester, come abbiamo visto, non esisteva alcun guado; tuttavia, poco più a valle si è ipotizzato l’esistenza di un traghetto romano.
Probabilmente esisteva una strada rurale che correva lungo la riva sinistra o settentrionale del fiume, fino al punto di attraversamento preistorico di Goring e Streatley; ma se davvero c’era, oggi non ne rimane traccia, se non forse nei due toponimi North Stoke e South Stoke.
Nella storia, una barriera possiede un’altra qualità, e questa qualità è forse la più importante di tutte. Poiché rappresenta un ostacolo, essa costituisce anche un mezzo di difesa.
Tutti i grandi fiumi d’Europa lo dimostrano. Sono costellati di file di roccaforti che sorgono o proprio sulle loro rive o poco distanti; e per quanto vario sia il carattere dei diversi grandi fiumi nella loro conformazione fisica, pochi o nessuno si sono mostrati incapaci di offrire siti per la fortificazione. Per esempio, i lenti fiumi della Francia settentrionale, che scorrono per lo più attraverso un paese pianeggiante, poterono offrire fortezze alle tribù galliche nelle loro numerose isole; l’origine di Melun e di Parigi, per esempio, fu di questo tipo. Le rocce aguzze lungo il Rodano divennero piattaforme per un castello dopo l’altro: Beaucaire, Tarascona, Arles, Avignone e altre venti dello stesso genere.
Il Tamigi, cosa assai curiosa, costituisce un’eccezione; è un’eccezione perfino nell’elenco dei fiumi inglesi, la maggior parte dei quali può mostrare un certo numero di fortificazioni lungo le proprie rive.
In tutto il corso del grande fiume a monte di Londra non vi sono che tre esempi di fortificazione, o comunque di fortificazione direttamente dipendente dal fiume. Di questi il primo, a Lechlade, è congetturale; il secondo, a Windsor, venne assai tardi nella storia, e l’unico che sembra essere stato un sito fortificato primigenio fu Dorchester.
Vi erano, naturalmente, molte città e molti castelli suscettibili di difesa. In un momento o nell’altro ogni insediamento importante sul Tamigi fu in grado di resistere: Oxford era cinta di mura, Wallingford era una fortezza, Abingdon o Reading potevano essere difese. Ma tutte queste difese erano, per così dire, artificiali. Prima venne l’insediamento, e dopo l’insediamento la necessità di guardarlo dall’attacco, ed esso fu guardato non con mezzi naturali, ma con costruzioni umane. Il castello di Oxford, per esempio, sorgeva su un tumulo di terra innalzato dal lavoro dell’uomo. L’unico luogo di qualche rilievo in cui il fiume stesso suggerì la difesa fin dai tempi più antichi sembra essere stato Dorchester.
La curiosa importanza di Dorchester alle origini stesse della storia inglese, e il modo ancor più curioso in cui essa scompare dalla vista per generazioni, per rinascere poi nel decimo secolo, è uno degli enigmi della storia del Tamigi.
È inutile intraprendere una discussione archeologica sull’origine del luogo, ed è ancor più inutile cercare di stabilire perché, pur essendo certamente il più facile da difendere, esso debba essere stato in origine l’unico punto pesantemente fortificato di tutta la valle. Sappiamo che fu romano: sappiamo che era un luogo di fortificazione preistorica prima che i Romani arrivassero: sappiamo che da esso una strada romana correva verso nord in direzione di Bicester, e sappiamo anche, o almeno possiamo azzardare una congettura assai probabile, che, per quanto fosse costantemente importante e per quanto l’interesse della storia antica vi ritorni di continuo, esso non può mai essere stato grande.
Forse la migliore congettura sull’origine di Dorchester è che la roccaforte sia sorta come avamposto del grande forte al di là del fiume, in cima alla collina di Sinodun. L’esatta e regolare penisola tra l’ansa del Tamigi e la foce del Tamigi è evidentemente adatta alla fortificazione: l’affluente scorre proprio a est di questa penisola, esattamente parallelo al fiume principale che sta oltre, e copre la penisola non soltanto con una corrente sul suo fianco orientale, ma con una palude alla foce. Si può immaginare che le cospicue alture delle colline di Sinodun fossero tenute, fin dal principio stesso dell’insediamento umano in questo distretto, come una fortezza permanente, nella quale le tribù vicine potevano ritirarsi durante la guerra, e si può immaginare che, quando il fiume era basso d’estate, e forse guadabile, la lingua di terra che gli stava davanti, la quale faceva eccezione alle paludi circostanti, avesse bisogno di essere protetta come una sorta di bastione oltre la corrente. Questa teoria spiegherà almeno i due grandi terrapieni che vanno da un corso d’acqua all’altro, tagliando completamente fuori la penisola, poiché si conviene che tali opere siano anteriori all’invasione romana. Qualunque sia la sua origine, la parte che Dorchester svolge nella storia antica dell’Inghilterra è quanto mai notevole.
La conversione dell’Inghilterra fu compiuta mediante un processo di cui sappiamo assai più che di qualsiasi altra serie di eventi nazionali precedenti alle invasioni danesi. Quel processo è registrato in modo più esatto, è meno leggendario ed è narrato con maggiore continuità perché fu (per tutti gli osservatori contemporanei) l’evento capitale del tempo, e per tutti i posteri l’unica cosa che spiegasse gli uomini a se stessi.
Sappiamo anche che, non tanto il nucleo della conversione, quanto il sicuro punto di vantaggio da cui essa mosse verso l’esterno, fu il triangolo del Kent. Possiamo credere che la civiltà del Kent fosse qualcosa di del tutto distinto dal resto della porzione sud-orientale dell’Inghilterra, e che le molte sopravvivenze consuetudinarie che ancora oggi sono proprie della contea siano prove residue del suo carattere unico tra i piccoli regni durante il periodo mitico compreso tra il ritiro dei Romani e l’arrivo di sant’Agostino.
L’antico radicamento della civiltà nel Kent è spiegabile. Ma quando l’influenza di Roma comincia a diffondersi di nuovo sull’Inghilterra, si vedono coperte distanze sbalorditive; si verificano episodi sporadici della massima importanza in luoghi dove meno ce li si aspetterebbe. Tra i primissimi di questi vi è il primo battesimo di un re dei Sassoni occidentali.
Fu certamente a Dorchester che questo battesimo ebbe luogo, e la scelta del sito, per quanto poco sappiamo del villaggio o della città, ha riempito di congetture ogni storico. Fino allo sbarco stesso di sant’Agostino dipendiamo ancora da testimonianze semileggendarie e assai scarne. Il punto principale, in verità, per quanto riguarda questa parte del paese, è la tradizione di una battaglia combattuta contro i Britanni a Bedford dai Sassoni occidentali e dell’occupazione di «quattro città». Questo successo fu attribuito dalla tradizione all’anno 571, ma tutto era ancora così oscuro che perfino questo successo è una leggenda.
Nell’arco della vita di un uomo si ha il battesimo di Cynegil, re dei Sassoni occidentali, a Dorchester, e quel battesimo avviene meno di quarant’anni dopo la completa sottomissione del Kent.
La Cronaca, nel menzionare questa data, non si basa più su fonti leggendarie: tratta di un evento che fu registrato da uomini civili che conoscevano l’arte della scrittura, che sapevano parlare latino e che potevano portare tali registri a Roma; inoltre, il fatto stesso e la data sono confermati dal Venerabile Beda.
Alcuni studiosi ritengono che la completezza di questa storia e la sua apparente accuratezza dipendano dall’accesso a alcuni antichi documenti ecclesiastici conservati a Dorchester e oggi andati perduti. Comunque sia, Dorchester – sia perché fino ad allora era rimasta una città romana inespugnata, sia per qualche altro motivo – divenne immediatamente il centro ecclesiastico di riferimento; tanto è vero che, anche quando ebbe luogo questo battesimo, il Re di Northumbria si prese la briga di viaggiare verso sud per essere presente come padrino del nuovo cristiano.
La storia presenta un particolare interesse storico, poiché dimostra quanto fossero vaghe le frontiere e gli insediamenti dei piccoli capi nomadi di quel periodo. Non occorre certo sottolineare che una divisione regolare del territorio in contee non potesse esistere così presto; inoltre, come abbiamo già affermato, il fiume Tamigi stesso non costituiva un confine permanente tra due società ben definite. Tuttavia, coloro che considerano la Cronaca anglosassone fonte storica sostengono che Penda fosse già apparso alcuni anni prima come capo di un gruppo di persone il cui nome era cambiato in “Merciani”: probabilmente si trattava di una sorta di aggregazione di tribù che occupavano la fascia centrale dell’Inghilterra. Il dialetto e le unità di misura di questi Merciani potrebbero essere gli antenati del moderno dialetto delle Midlands e della maggior parte delle nostre unità di misura attuali. Il battesimo di Cynegil non poteva certo aver avuto luogo in territorio controllato da Penda, poiché egli era il capo di tutte le forze anti-cristiane dell’epoca; e sebbene avesse appena sconfitto i Sassoni Occidentali e (secondo una leggenda successiva) spinto indietro i loro confini fino al fiume Tamigi, le sue azioni, come quelle di tutti quei piccoli re dell’epoca barbarica in Britannia, non potevano essere altro che marce militari condotte da poche migliaia di uomini, battaglie e ritirate. In breve, la vera e verificabile storia del battesimo di Cynegil rappresenta uno dei tanti esempi che dimostrano l’infidabilità di quella parte della Cronaca antica che non tratta di questioni ecclesiastiche.
Il prete che accolse Cynegil nella Chiesa era un certo Birinus, italiano e forse milanese; dalla sua prima apparizione a Dorchester, sembra che abbia istituito una diocesi in quel villaggio. Le ragioni per cui scelse quel luogo sono altrettanto impossibili da scoprire quanto le origini delle altre caratteristiche di quell’area. Comunque sia, come molte altre sedi vescovili dell’Alto Medioevo, anche questa era una sede frontiera: una sorta di fortezza ecclesiastica, estesa fino ai limiti stessi dell’occupazione nemica.
Non possiamo sapere se Dorchester continuò ad essere una diocesi da quel momento in poi; ma almeno trecento anni dopo – nel X secolo – riappare, questa volta come centro della gigantesca diocesi che si estendeva su tutta l’Inghilterra centrale e fino al fiume Humber. Con la conquista normanna, la diocesi fu divisa in parti più piccole, e la sede vescovile fu infine trasferita da Dorchester a Lincoln. Con la conquista, l’importanza di Dorchester come posizione fortificata – un ruolo che aveva mantenuto per secoli – iniziò ad declinare a favore di Oxford.
La catena artificiale di fortificazioni lungo la valle del Tamigi, le cui origini risalgono a Guglielmo il Conquistatore, attirerà la nostra attenzione su molti altri luoghi oltre a Oxford man mano che proseguiremo nella lettura di queste pagine. Tuttavia, in questo momento è interessante considerare Oxford dal punto di vista della sua funzione militare nelle fasi iniziali: quando sostituì Dorchester e divenne la principale fortezza della parte superiore della valle del Tamigi, a nord di Wallingford.
La riva ghiaiosa a nord del guado, lungo la quale si presumeva che passasse la strada utilizzata dai pastori per spostarsi da sud a nord attraverso il >fiume, aveva ospitato una popolazione molto numerosa e raggiunto un’importanza civile notevole già molto prima della Conquista. È difficile credere che in Britannia anglosassone siano sorti nuovi centri abitati, soprattutto di dimensioni significative, in luoghi scelti dai barbari: i Romani avevano infatti colonizzato e popolato densamente ogni zona adatta. Inoltre, l’equipaggio delle navi pirata non possedeva le qualità necessarie per fondare città; e quando non esistono prove dirette, è sempre più sicuro ritenere che qualsiasi luogo risulti abitato e fiorente durante il periodo anglosassone – anche alla fine di esso – non fosse una città sorta nel Medioevo, ma uno dei centri già esistenti al momento dell’arrivo dei pirati, sebbene talvolta più “britannici” che “romani”. Tuttavia, sebbene questa sia senz’altro l’interpretazione più storica del probabile origine di una città inglese, bisogna ammettere che non esistono prove dirette dell’esistenza di alcuna città nel sito di Oxford prima delle —invasioni danesi, e la prima menzione ufficiale del luogo risale a undici anni dopo la morte di Alfredo, quando si registra che suo figlio Edoardo “prese possesso di )Londra, di Oxford e di tutte le terre ad esse subordinate”.
Questa prima menzione, per quanto fugace, caratterizza Oxford come la città situata nella parte superiore della valle del Tamigi all’inizio del X secolo; disponiamo infatti di elementi solitamente molto utili per lo studio della storia: cioè tradizioni ecclesiastiche e un atto fondativo monastico, che ci dimostrano l’esistenza di un importante monastero in quel luogo già da un secolo e mezzo prima di questa prima menzione nella Cronaca.
Nella città moderna, a ovest di essa, esiste ancora un grande tumulo artificiale; questi tumuli sono stati scoperti in varie parti d’Inghilterra e rappresentano una caratteristica tipica delle fortificazioni sassoni del tardo periodo. Prima dell’arrivo dei Normanni, questi tumuli erano difesi soltanto da palizzate ed erano utilizzati solo occasionalmente come fortezze. Si può ipotizzare che questa struttura sassone di Oxford risalga più o meno allo stesso periodo in cui la città viene menzionata per la prima volta nelle cronache. Dodici anni dopo, si parla della morte del nipote di Alfredo a Oxford; si può presumere che la sua morte indicasse la presenza di un palazzo reale nella città. Non si hanno più notizie su questa città per il resto del X secolo, ma possediamo un resoconto dettagliato e probabilmente accurato dell’insurrezione dei cittadini contro i Danesi all’inizio dell’XI secolo. Gli Scandinavi fecero la loro ultima resistenza nella chiesa del monastero, che fu poi bruciata dai cittadini. Cinque anni dopo, un nuovo esercito danese conquistò e distrusse nuovamente la città; quattro anni ancora più tardi, Sweyn, nel corso della sua terribile campagna di conquista, la prese senza quasi alcuna resistenza, nello stesso anno in cui assunse la corona d’Inghilterra. L’episodio breve ma significativo di Edmund Ironside riporta questa città nella storia: egli vi soggiornò durante il suo viaggio verso Londra all’inizio dell’autunno del 1016 e probabilmente vi morì. Da quel momento in poi, la fortezza (come certamente era ormai diventata) fu coinvolta nell’anarchia che durò fino al ritorno della civiltà europea e alla vittoria delle sue armate a Hastings.
Il grande consiglio nazionale del 1018, che si può considerare l’accordo raggiunto con Canuto, si tenne a Oxford; nel 1036 ebbe luogo un altro consiglio nazionale ancora più importante, convocato per decidere sulla successione degli eredi di Canuto, sempre a Oxford. Fu proprio a Oxford che, quattro anni dopo, morì il primo Harold.
Nel frattempo, nelle immediate vicinanze della città, a Islip, la regina Emma aveva avuto un figlio mezzo secolo prima; dopo la morte di tutti quei danesi, egli rimase l’erede legittimo al trono inglese. Islip probabilmente non era una residenza reale, ma una tenuta privata della regina che passò poi al Confessore. È interessante notare che fu proprio il dono di questa terra e della sua chiesa all’Abbazia di Westminster ad avviare la connessione attuale tra i due luoghi; una connessione che, quindi, oggi conta quasi novecento anni di continuità.
Nei pochi mesi frenetici che precedettero la battaglia di Hastings, si tenne l’ultima delle grandi riunioni anglo-sassoni in quella città. Si svolse alla fine di ottobre 1065 e fu proprio in quell’occasione che venne approvata la politica di Harold. Entro dodici mesi, Harold stesso morì e un esercito invasore vittorioso marciò verso Wallingford.
In tutto questo resoconto è evidente che Oxford occupava un ruolo sempre più importante nella vita dell’Inghilterra, soprattutto come roccaforte di chiunque governasse il paese. Non sappiamo quale battaglia vi sia stata combattuta, né come i Normanni ne abbiano preso possesso, ma si presume che l’area abbia subito gravi danni a causa dei conflitti, poiché nel censimento successivo il numero e il valore delle sue proprietà risultano essere notevolmente diminuiti.
È sempre utile, ogni volta che si incontra il “Domesday Survey” nella storia, ricordare che l’intero insieme di questi dati non è affatto compreso nel modo più completo possibile. Non sappiamo esattamente cosa venisse misurato: ad esempio, nel caso di una città come Oxford, non sappiamo se venissero contate tutte le case abitate, o soltanto quelle dove le persone pagavano tasse secondo l’usanza del tempo; inoltre, non possiamo essere certi del significato della parola “vastus”, sebbene si possa ipotizzare che abbia a che fare con distruzioni, degrado, assenza di occupazione, o addirittura con l’esenzione dalle tasse. Tuttavia, l’ipotesi di un saccheggio non è del tutto priva di fondamento, poiché sappiamo che nel caso di York – che certamente fu saccheggiata da Tostig nel 1065 e poi nuovamente da Guglielmo nel 1068 – si parla di una distruzione di tipo simile, sebbene su scala molto più ampia, utilizzando termini analoghi.
Tuttavia, che il numero indicato nell’elenco delle città conquistate sia dovuto o meno alla distruzione causata dalla conquista, dobbiamo essere molto attenti a non stimare la popolazione di quel periodo basandoci su tali dati oggi disponibili. I numeri del Domesday rappresentano una popolazione molto più numerosa di quanto la maggior parte degli storici abbia finora ritenuto; ciò può essere dimostrato attraverso considerazioni alle quali mi limiterò qui a fare solo accenno, poiché dovrò riprenderle più ampiamente in un’altra sede quando parlerò della vita urbana sul Tamigi. L’elemento nomade nella vita del primo Medioevo; lo spazio ristretto a disposizione per il sonno; la grande quantità di tempo trascorso all’aperto; la prevalenza di istituzioni collettive, sia monastiche che militari; la convivenza diffusa in molte parti della società al di fuori dei contesti monastici; le grandi famiglie – che, stando alle genealogie, rappresentavano una caratteristica tipica del primo Medioevo e non di quello successivo – nonché la numerosa schiera di dipendenti semiservili presenti in qualsiasi grande dimora: tutti questi fattori ci permettono con certezza di moltiplicare almeno per dieci il numero delle unità familiari registrate nell’indagine, se vogliamo ottenere una stima precisa della popolazione effettiva. Bisogna ricordare inoltre che le case contate, anche nelle parti dell’Inghilterra dove l’indagine è stata più approfondita, rappresentano soltanto un numero minimo della realtà, indipendentemente dal metodo utilizzato per il conteggio. In alcuni casi gli elenchi possono includere ogni singola unità familiare di un luogo, ma, data la diversità delle usanze locali, è improbabile che ciò avvenga. Nella maggior parte dei casi, l’elenco riguarda probabilmente soltanto una parte delle famiglie che, per tradizione, dovevano pagare tasse pubbliche; questo vale soprattutto per le città.
Dopo Dorchester, che era la prima delle fortezze sul Tamigi, per quanto ne sappiamo, e dopo Oxford, che veniva dopo e sembra essere stata fondata a partire dall’inizio della storia documentata in queste isole, rimangono da considerare le altre roccaforti che costituivano la linea di difesa lungo la valle.
Sarebbe facile moltiplicarli se si considerassero tutte le fortificazioni in qualche modo collegate alla linea strategica generale formata dal Tamigi, ma un simile catalogo andrebbe oltre i limiti stabiliti per questo libro. Si propone quindi di prendere in considerazione soltanto quelle che sono strettamente legate al passaggio del fiume; di queste, oltre a Dorchester e Oxford, ne esistono solo altre tre: quella di Cricklade è infatti dubbia, e comunque determina un percorso che può essere sempre aggirato su entrambi i lati; mentre la grande fortezza della Torre, situata sul Tamigi alla foce, sotto i ponti, protegge direttamente un’importante strada di comunicazione.
Questi tre fortezzi direttamente collegati al fiume interno sono Wallingford, Reading e Windsor; di questi, Wallingford e Windsor avevano una funzione prevalentemente militare. Reading, invece, sembrava essere soltanto un complemento a una vasta popolazione civile. La duplice natura di Reading nella storia del Tamigi – come insediamento civile, centro religioso, fortezza e uno dei pochi esempi di sviluppo industriale moderno nella valle – verrà analizzata in seguito. Esamineremo ciascuno di questi tre fortezzi nell’ordine in cui si trovano lungo il corso del fiume.
Ciò che ha determinato l’importanza di Wallingford non è facile da spiegare al giorno d’oggi. La spiegazione più comune per il ruolo fondamentale che questo punto di attraversamento del Tamigi ha svolto nella storia antica della Britannia riguarda il fatto che si trattasse del guado più basso e continuamente praticabile sul fiume e che rappresentasse il passaggio principale della strada che collegava Londra all’ovest.
È vero che qualsiasi viaggiatore che si sposti da Londra verso Bath, le Mendip Hills o la parte inferiore del fiume Severn troverebbe generalmente la strada più diretta attraverso la Valle di White Horse; tuttavia, l’efficienza di questa rotta che passa per Wallingford potrebbe essere facilmente esagerata, soprattutto in termini di comodità per i viaggiatori dei tempi antichi, prima che le valli venissero adeguatamente drenate. Sebbene il guado ad Abingdon fosse più difficile di quello a Wallingford, la strada che attraversava Abingdon e proseguiva verso ovest lungo la Farringdon Road era sicuramente più breve rispetto a quella che passava per Wantage. Non si sa se l’antica abitudine, ereditata dai tempi preistorici, di seguire le creste di calcare abbia portato alla formazione di una strada parallela proprio ai piedi di tali creste, rendendo così Wallingford, Wantage e tutto il margine meridionale della Valle di White Horse la via naturale verso ovest; oppure se, una volta attraversato il Tamigi a Wallingford, il percorso principale si dirigesse leggermente verso sud-ovest verso Bath. È certo, comunque, che la strada che passa per Wallingford e Wantage rappresentasse effettivamente il percorso più utilizzato nell’antichità.
Non esistono registri, e molto poche basi per congetture riguardo all’origine delle fortificazioni di Wallingford. Non ne è rimasto molto; sebbene vi siano tracce di opere romane in quel luogo, queste sono chiaramente state modificate più volte nel corso del tempo. La menzione di questo “Walled Ford” nella storia inglese risale certamente a un periodo piuttosto tardo, al X secolo. Il suo primo castello è ovviamente di epoca normanna, coevo a quello di Oxford; anzi, fu costruito un anno dopo quest’ultimo. Dalla conquista inglese in poi, il castello rimase sempre sotto il controllo della corona. Fu il luogo in cui fu imprigionato Edoardo I quando, da principe, era prigioniero di Leicester; fu proprio un tentativo di salvare quel prigioniero a portarlo a Kenilworth e, infine, alla sua fuga che gli permise di combattere la battaglia di Evesham. Durante il regno di Edoardo II, Wallingford passò sotto il controllo di Gaveston; rimanendo sempre proprietà della corona, in seguito fu trasferito ai Despenser e infine a Isabella, che dichiarò le sue intenzioni proprio dalle mura di Wallingford al suo ritorno in Inghilterra. Successivamente fu posseduto dal suo favorito, Mortimer; nel XIV secolo divenne quasi sempre una sorta di feudo dell’erede al trono, in particolare del Ducato di Cornovaglia, a cui rimase legato fino alla Riforma. Per un breve periodo fu sotto la custodia del figlio di Chaucer; ospitò l’infanzia di Enrico VI, ma già all’inizio del secolo successivo aveva perso gran parte della sua importanza. Dopo mezzo secolo, il castello iniziava a decadere: gran parte delle pietre utilizzate per la costruzione della città e della fortezza, posizionate lungo il fiume per facilitarne l’utilizzo, fu trasferita a Windsor per la costruzione di nuovi edifici. Quando, quasi un secolo dopo, scoppiò la Guerra Civile, il castello dovette essere riparato in modo sostanziale prima di poter resistere a un assedio. Finì sotto il controllo del Parlamento e, prima della Restaurazione, fu distrutto completamente, come tante altre strutture del passato in Inghilterra per ordine di Oliver Cromwell.
È spesso stato osservato con sorpresa come città e fortezze un tempo densamente popolate e ampiamente costruite possano scomparire senza lasciare tracce materiali per le generazioni future. Il fatto che tali luoghi vengano effettivamente cancellati dovrebbe far riflettere coloro che continuano a utilizzare argomentazioni negative, fingendo che la mancanza di prove materiali sia sufficiente a mettere in discussione una tradizione antica e consolidata. Chi ha osservato il processo attraverso cui gli edifici abbandonati vengono sfruttati come materiale da riciclare capirà facilmente come tutte le tracce di insediamenti umani possano scomparire. Tre quarti di ciò che un tempo costituiva Orford, gran parte di ciò che un tempo era Worsted, tutto è scomparso. Oggi, anche nella nostra società rigorosamente disciplinata, si può assistere alla rimozione, tramite acquisto o furto, di materiali abbandonati lungo le campagne.
L’intero Wallingford ha subito questa sorte: il tumulo, probabilmente artificiale, su cui sorgeva la prima fortezza – che molto probabilmente risale all’epoca anglosassone e consisteva in un tumulo di pali – è ancora lì, ma non vi rimane alcuna traccia di muratura.
Subito dopo quei luoghi di importanza strategica nella storia inglese, c’è Reading. Tuttavia, l’importanza strategica di Reading non derivava dal fatto che la città si trovasse in un sito di rilievo nazionale: essa derivava esclusivamente dalla topografia locale. Reading non è mai stata, per usare un termine moderno, un “punto nodale” nelle comunicazioni dell’Inghilterra.
Si può affermare in generale che la semplice forza posizionale venga notata e avidamente sfruttata soltanto nei tempi barbarici. Infatti, tale forza rappresenta soltanto un rifugio temporaneo. Una posizione forte – intendo ovviamente non quelle tattiche o temporanee, ma quelle permanenti – può proteggere qualcuno per un breve periodo dall’attacco di un nemico feroce, imprudente e facilmente stancabile, come sono tutti i barbari; tuttavia, essa da sola non è sufficiente per creare un sistema efficace di difesa, né per impedire l’avanzata dell’avversario o sostenere una linea di resistenza. La posizione geografica rappresenta certamente un vantaggio per una fortezza e, in tempi poco civili, addirittura una necessità – come vedremo quando parleremo di Windsor – ma non è sufficiente in sé stessa. Una fortezza, infatti, solo in società organizzate, e quando non si temono le faide tra piccole tribù o famiglie, trae il proprio vero valore dal controllo delle vie di comunicazione e dalle risorse economiche disponibili. Soltanto le città sono in grado di fornire cibo e alloggio alle truppe; soltanto strade e ferrovie permettono ai soldati di spostarsi con efficienza.
Esistono davvero esempi di catene di posizioni così evidenti che, solo per la loro importanza strategica, si impongono da sole come linee strategiche; ma questi sono molto rari. Un’altra eccezione, molto più comune, alla regola che ho enunciato è rappresentata dallo sviluppo di ciò che un tempo era soltanto una roccaforte barbarica, scelta esclusivamente per la sua posizione, in un centro abitato più esteso, attraverso il quale le comunicazioni devono necessariamente passare e nel quale è possibile disporre di risorse e altre opportunità per gli eserciti. Tali luoghi spesso mantengono una continuità nell’importanza strategica, dai tempi civili a quelli barbarici e poi di nuovo ai tempi civili. Laon ne è un ottimo esempio, così come Costantinopoli e Lussemburgo; anzi, ce ne sono molti altri.
Ma, nonostante queste eccezioni – o meglio, proprio grazie a esse – le fortezze di un popolo organizzato si trovano nei punti in cui i suoi mezzi di comunicazione si intersecano, oppure in luoghi che detengono il monopolio delle vie di comunicazione; inoltre, queste fortezze coincidono spesso con grandi agglomerazioni di popolazione e risorse, o comunque sono situate in posizioni strategiche da cui tali aggregazioni possono essere controllate. La posizione geografica ha sempre un certo valore, ma solo come elemento complementare.
Lettura attuale. Forse, solo nei tempi barbari, quando il Tamigi rappresentava la principale arteria del sud dell’Inghilterra, Reading occupava una posizione strategica così importante; tale ruolo non fu nuovamente riconosciuto fino al XIX secolo. Oggi, con la sua vasta popolazione, le infrastrutture basate su energia steam ed elettrica, e soprattutto il suo controllo sulla principale intersezione tra le ferrovie meridionali e centrali, Reading potrebbe nuovamente rivestire un’importanza strategica fondamentale, se ancora considerassimo possibile combattere contro nemici alla nostra stessa portata. Ma in tutti i secoli precedenti, a partire dall’Alto Medioevo, Reading è sempre stata essenzialmente una città civile; e infatti, proprio come tipica grande città della valle del Tamigi, verrà trattata più avanti in queste pagine.
La lunga e stretta penisola situata tra il Kennet e il Tamigi era un luogo ideale per la difesa. Era sufficiente scavare una trincea che collegasse le due zone paludose per rendere la fortezza impenetrabile. Tuttavia, sebbene questa fosse un’ovvietà per ogni combattente e proprio per questo motivo Reading venisse menzionata per prima volta nella storia come roccaforte strategica, tale vantaggio non fu mai mantenuto in modo permanente. Le armate occupavano Reading, si ritiravano nella città, combattevano nelle sue vicinanze o la saccheggiavano; ma durante i periodi di pace non rappresentava mai una vera e propria fortezza significativa. Infatti, mentre Oxford controllava la strada dei commercianti, Wallingford quella occidentale e Windsor – come vedremo tra poco – addirittura la stessa Londra, Reading non disponeva né di vie di approvvigionamento né di riserve strategiche. Per questo motivo rimaneva una città civile, anche se era quasi altrettanto facile da difendere di Windsor o Dorchester, e decisamente più semplice da presidiare rispetto a Oxford, e molto più di Wallingford, che in realtà non possedeva alcuna difesa naturale.
Proseguendo lungo il fiume, non ci sono altre fortezze fino a quando non arriviamo a Windsor.
Ancora oggi, in un’Inghilterra che ha perso più del proprio passato rispetto a qualsiasi altra nazione, Windsor sembra possedere un significato particolare per chi vi passeggia. Quella collina di pietre, anche se le sue linee moderne appaiono spigolose, posta su un’altra collina come piedistallo, offre, persino a un patriota moderno, un indizio della storia; e quando viene vista da valle, mostrando la sua parte più nobile, dove il Medioevo sembra ancora persistere, assume un aspetto quasi maestoso.
Il creatore di Windsor fu il Conquistatore. L’altura artificiale su cui sorge la Torre Rotonda potrebbe essere preistorica, oppure no. Le pendici della collina furono abitate, come quasi tutti i siti inglesi, dai Romani, e prima e dopo di loro dai barbari; ma nel caos dei secoli bui sassoni, questa elevazione scoscesa non fu utilizzata come fortezza. Quale ragionamento militare spinse Guglielmo di Falaise a individuarla immediatamente e ad erigervi la sua rocca?
Per rispondere a quella domanda, consideriamo quali altre risorse ci fossero a disposizione nella valle.
Come abbiamo discusso nella lettura precedente, le formazioni rocciose presenti nella gola nei pressi di Goring e Pangbourne non sono isolate (a differenza, ad esempio, di quelle del Chateau Gaillard), ma sono dominate dalle alture circostanti. La scogliera opposta a Henley rappresentava un sito ideale per costruire un castello nell’XI secolo; tuttavia, la ripida falesia di Windsor possedeva un vantaggio decisivo rispetto alle altre: si trovava esattamente alla distanza giusta da Londra. Windsor, infatti, svolgeva il ruolo di “guardiano” della capitale.
Se il lettore osserva una mappa geologica moderna, noterà che, da Wallingford a Bray, si estende un vasto strato di gesso nel quale è inciso il corso del fiume Tamigi. Alluvioni e ghiaie circondano naturalmente il fiume, ma il gesso costituisce la roccia fondamentale dell’intera area. A ovest e a est di questo strato si trovano due zone isolate e curiose, separate dal corpo principale del gesso: quella a ovest forma le colline gemelle di Sinodun Hills, che si elevano bruscamente sopra la sabbia verde; quella a est è il colle di Windsor, che emerge improvvisamente dalla fangosa argilla umida. Si tratta di due formazioni geologiche singolari e uniche, quasi perfettamente circolari; sembra che, a causa di qualche processo naturale di cui la geologia stessa fatica a spiegare i meccanismi, il cerchio sia diviso esattamente a metà dal fiume Tamigi. Se mai lo strato di gesso sulla riva settentrionale si fosse elevato notevolmente, in qualche modo sarebbe stato eroso; quello sulla riva meridionale, invece, è rimasto come una scogliera ripida, ben nota a chi utilizza il fiume Tamigi. Fu proprio la cima di questa collina di gesso che il Conquistatore scelse per i suoi scopi; e, si può presumere, fu la distanza da Londra ad influenzare la sua decisione.
Il controllo di una grande città, soprattutto di una metropoli, può essere garantito solo in parte da una fortezza situata all’interno dei suoi confini. In caso di rivolta popolare, e ancora di più se le risorse della città sono in mano al nemico, tale fortezza si troverà isolata e costretta a subire un assedio molto più rigoroso di qualsiasi altro possa essere imposto in una zona aperta. Per questo motivo, le fortezze urbane del Medioevo si trovavano (almeno nelle grandi città) ai margini estremi delle mura e, per quanto possibile, erano situate su terreni disabitati o sull’acqua, o entrambi. I due esempi classici di questa regola sono, naturalmente, la Torre di Londra e il Louvre: entrambe si trovano a valle delle mura, appena al di fuori di queste, e sorgono sull’fiume.
Ma in un periodo di rapido sviluppo anche questa precauzione fallisce, e per due motivi: innanzitutto, la crescita della città rende qualsiasi guarnigione possibile della fortezza troppo ridotta rispetto alle forze con cui potrebbe dover fare fronte; in secondo luogo, lo stesso sviluppo urbano sovrappone fisicamente la fortezza esterna: i sobborghi si estendono al di là delle mura, e alla fine il castello finisce per essere inglobato nella città stessa. Così, già centocinquanta anni dopo la sua completazione, il Louvre non era altro che una residenza completamente circondata, ad eccezione del lato rivolto verso l’acqua, dalle case affollate all’interno della nuova cinta muraria di Marcel.
Quindi sorge, più o meno precocemente a seconda delle circostanze locali, la tendenza ad istituire una base fortificata a distanza ravvicinata dal centro civile che si intende comandare; e questa distanza ravvicinata corrisponde a un giorno di marcia. L’alleanza stretta tra Parigi e la Corona impedì alla Monarchia Capetingia di tentare un simile esperimento, ma anche in quel caso la validità della logica militare in questione fu dimostrata dal potere che Montlhéry possedeva fino a metà del XII secolo per causare danni a Parigi. Nel caso di Londra, e considerando una popolazione la cui parte più ricca probabilmente fu ostile al Conquistatore per alcuni anni, sorse immediatamente la necessità di disporre di una base esterna; e sebbene la distanza da Londra fosse effettivamente considerevole, Windsor si rivelò il punto più adatto per l’istituzione della fortezza, data la situazione del momento.
Secoli prima o dopo, il punto più adatto per la costruzione di fortificazioni sarebbe stato Staines; quindi Windsor potrebbe essere considerato, in un certo senso, una scelta alternativa rispetto a Staines.
Le grandi strade romane rimasero, fino al XII secolo, le principali arterie per i eserciti barbari e medievali. Sappiamo, ad esempio, da un atto notarile di Westminster che, negli ultimi anni della dinastia sassone, la Oxford Street era chiamata “Via Militaria”; questa strada rappresentava ancora il percorso principale per raggiungere Londra da sud e da ovest: passando per Winchester, che all’epoca era ancora in qualche modo la capitale d’Inghilterra e la sede del Tesoro. Oggi Staines segna il punto in cui questa strada attraversava il fiume. Si trattava di un “punto nodale”, che controllava sia l’accesso principale a Londra via terra che quello via acqua.
Ma ci sono ancora altri motivi a favore di Staines. Ho già detto che una fortezza che controlla una popolazione civile – almeno una fortezza antica – può svolgere questa funzione con il massimo effetto entro una distanza che si possa percorrere facilmente in un giorno di marcia. Ora, Staines si trova a soli diciassette miglia da Tyburn, e lungo tutto il tragitto c’è una strada buona; Windsor, invece, è distante oltre venti miglia, e nei tempi della sua costruzione non esisteva alcuna strada adeguata per i ultimi tratti del percorso.
Ma, nonostante tutti questi vantaggi, Staines fu rifiutato a causa della mancanza di una posizione strategica. La posizione geografica rimaneva comunque di primaria importanza, e tale era ancora il caso fino al XVII secolo. Il nuovo castello, come centinaia d’altri costruiti dal genio della stessa razza, doveva essere eretto su una collina scoscesa, anche se la scelta di un sito del genere richiedeva un viaggio lungo, anziché ragionevole. Solo Windsor offriva tale opportunità: isolato sulla cresta di una collina di gesso, al di là delle maree, accessibile sia via acqua che su strada, divenne per Londra ciò che, cento anni dopo, il Castello Gaillard fu per Rouen.
La scelta fu fatta immediatamente dopo la Conquista. Nel corso del Medioevo, le fattorie romane che si trovavano in questa zona erano diminuite; il cimitero romano era stato abbandonato, il nome originale del distretto dimenticato; e a Old Windsor, due o tre miglia a valle, sorse la comunità sassone chiamata “Winding Shore”. Old Windsor non era un borgo, ma rappresentava senz’altro un villaggio piuttosto grande. Pagava ai suoi signori tributi equivalenti a circa venticinque carichi di grano, ovvero circa 100 quarter; inoltre contava almeno 100 case, poiché questo numero è registrato nel Domesday Book, e, come abbiamo già detto, i dati del Domesday Book rappresentano necessariamente un valore minimo. Si può quindi stimare che la sua popolazione fosse di circa 1000 abitanti.
Questo considerevole territorio era sotto il dominio degli abati di Westminster. Era stato una tenuta reale quando Edoardo il Confessore salì al trono; egli la donò alla sua nuova grande abbazia. Quando il Conquistatore ebbe bisogno dell’intera zona per i suoi scopi, la scambiò con terreni nell’Essex, che trasferì all’abbazia; inoltre aggiunse (poiché il sistema feudale era ancora flessibile) mezzo hide di terreno proveniente da Clewer, situato sul lato ovest del territorio di Windsor. Questo mezzo hide gli permise di ottenere l’accesso alla piattaforma di gesso su cui intendeva costruire.
Iniziò il suo lavoro rapidamente. Entro quattro anni dall’arrivo di Hastings, e molto prima che la conquista dell’aristocrazia sassone fosse completata, tenne la sua corte a Windsor e vi convocò un sinodo. Sebbene non sappiamo quando fu completato il castello, possiamo ipotizzare, data la rapidità con cui venivano eseguiti tutti i lavori normanni, che le mura fossero già difendibili anche in quel periodo. Probabilmente non è rimasto nulla delle sue costruzioni originali. La foresta a sud, con le sue opportunità per la caccia, e l’importanza crescente di Londra (che stava rapidamente diventando la capitale d’Inghilterra) resero Windsor ancora più prezioso agli occhi di suo figlio. Enrico I ricostruì o ampliò notevolmente il castello; vi visse, vi si sposò e vi compì l’atto più importante della sua vita: fece giurare fedeltà a sua figlia Matilda, preparando così l’avvento della dinastia angioina. Quando le guerre civili terminarono e fu firmato il trattato tra Enrico II e Stefano, Windsor (“Mota de Windsor”), sebbene non sembri sia mai stato assediato, fu considerato la seconda fortezza del regno.
Per comprendere esattamente il ruolo di Windsor nella strategia medievale, le sue relazioni con Londra e Staines, nonché l’immensa importanza della cavalleria nel Medioevo, non si può trovare un esempio migliore dell’episodio che si svolse tra aprile e giugno del 1215: si potrebbe definirlo, per dargli un nome grandioso, la “Campagna della Magna Carta”. Questo episodio illustra inoltre aspetti fondamentali che non dovrebbero mai essere dimenticati nella lettura della storia inglese antica, anche se sono troppo specifici per i fini generali di questo libro. In particolare, mostra come Londra abbia aumentato il proprio valore militare nel corso dei secoli XII e XIII; l’importanza strategica delle poche antiche strade nazionali ancora utilizzate alla fine del regno di Giovanni; e quell’enorme potere difensivo, anche sul campo di battaglia, che rendeva gli attacchi generali e strategici – a differenza di quelli tattici – estremamente cauti, le azioni decisive molto rare, e quando si verificavano, estremamente efficaci.
Questo libro non è il luogo adatto per sviluppare un tema che la storia confermerà riguardo alla rivolta aristocratica contro i vizi e al genio del terzo Plantageneto. Ci interessa soltanto la strategia di questa contesa.
Quando la meravigliosa diplomazia di Giovanni fallì (come accade sempre quando la diplomazia viene messa alla prova dalle armi), e quando i suoi alleati continentali furono sconfitti a Bouvines nell’estate del 1214, i ribelli in Inghilterra trovarono la loro opportunità. I grandi signori, soprattutto quelli del nord, giurarono nell’autunno di unirsi contro il re. Le informazioni su questa congiura non sono complete, ma la sua essenza generale può essere accettata. Giovanni, che da quel momento in poi trascorse sempre rinchiuso tra mura, tenne una riunione nel Tempio nel gennaio del 1215 – per essere precisi, il giorno dell’Epifania di quell’anno – e stipulò un accordo con i congiurati: sarebbe stata dichiarata una tregua tra le loro forze e quelle della Corona fino alla Domenica Bassa, che in quell’anno cadeva il 26 aprile. I grandi nobili, diffidenti della sua parola (soprattutto perché aveva preso la Croce), radunarono il loro esercito circa dieci giorni prima della scadenza dell’accordo, ma, da veri difensori della Chiesa Cattolica e dei suoi principi, si impegnarono a non iniziare combattimenti effettivi prima della data stabilita. Non possiamo conoscere con precisione le dimensioni di quest’esercito, ma poiché conteneva tra i 2000 e i 3000 cavalieri armati, il suo numero di soldati a cavallo doveva essere almeno il doppio di questo valore, e forse cinque o addirittura dieci volte superiore a quello dei fanti. Un esercito composto da 15.000 a 30.000 uomini, in un’Inghilterra di circa 5.000.000 abitanti (una cifra più che doppia rispetto alle stime convenzionali), era pronto a lottare per l’indipendenza feudale contro il governo centrale, anche a scapito della cessione di vaste territori alla Scozia o della sottomissione al dominio nominale di un re straniero. Di fronte a quest’esercito, il Re disponeva soltanto di mercenari provenienti principalmente dalle sue possedimenti continentali; probabilmente soldati eccellenti, ma dispersi tra le numerose guarnigioni che era suo dovere difendere.
Nei giorni finali della tregua, i ribelli marciarono verso Brackley e vi accamparono il 27 aprile, di lunedì mattina. È degno di nota la scelta del luogo: si trovava in un punto di intersezione di diverse antiche strade militari. La Port Way, una strada romana che andava da Dorchester verso nord, e la Watling Street erano entrambe a meno di mezz’ora di distanza a cavallo. Il Re si trovava a Oxford, a un giorno di marcia di distanza. I ribelli negoziarono con lui, ma le loro richieste furono rifiutate; tuttavia non lo attaccarono (sebbene le sue forze fossero scarse), in parte perché il potere governativo era ancora nelle sue mani e in parte perché la capacità difensiva di Oxford era molto elevata. Scelsero saggiamente la guarnigione reale più vicina, quella che controllava il castello di Northampton. Si avvicinarono da quella direzione lungo la strada romana che attraversava Towcester. Dopo due settimane di tentativi falliti, proseguirono verso la successiva postazione reale a Bedford, che era di gran lunga la più vicina tra le guarnigioni nazionali. Quest’ultima fu tradita da loro. Appena entrati nella città ricevettero un messaggio dai cittadini più ricchi di Londra (che in pratica costituivano l’oligarchia feudale), che li esortavano ad entrare nella capitale.
Quello che seguì poteva essere realizzato soltanto da una cavalleria ben addestrata, da un esercito sotto il comando di un generale eccezionale, e da persone le cui leadership comprendevano l’importanza fondamentale di Londra nella battaglia imminente. I ribelli lasciarono immediatamente Bedford, marciarono per tutto il giorno e tutta la notte seguente; all’alba di domenica 24 maggio entrarono in Londra attraverso il cancello settentrionale. Il loro ingresso non fu nemmeno contestato.
Da Bedford a St. Paul’s, in linea d’aria, ci sono tra i quaranta e i cinquanta miglia: qualunque strada si prenda, la distanza sarà comunque più vicina ai cinquanta che ai quaranta miglia. Tenendo conto del fatto che quest’esercito si è diretto verso est fino a raggiungere Ermine Street, l’intera marcia deve essere durata ben oltre i cinquanta miglia.
Questo grande successo non fu vano: valeva davvero la pena dello sforzo e delle perdite che dovevano essere state subite. Londra avrebbe potuto facilmente nutrire, reclutare e riorganizzare un esercito di tale entità. La Torre era difesa da una guarnigione reale, ma non avrebbe potuto fare nulla contro una città così grande.
Da Londra, come se il nome della città avesse una sorta di autorità nazionale, i Baroni – che ormai si consideravano quasi co-equali in quella guerra civile, piuttosto che ribelli – inviarono lettere di mandato ad altri membri della loro classe e ai loro sottoposti. Queste lettere vennero obbedite, forse non senza qualche esitazione, ma comunque con una sottomissione definitiva che finì per determinare la sconfitta del Re. Giovanni si trovava ora in una posizione di netta inferiorità; anzi, molti dei suoi attendenti personali lasciarono la Corte appena vennero a conoscenza della defezione di Londra. In tutta questa lunga lotta, soltanto il controllo sulla capitale era stato sufficiente per convincere Giovanni ad apparentemente accettare un compromesso. Per quanto fosse abile nell’intrigo e nel combattimento, non desiderava altro che ascoltare nuovamente le richieste dei Baroni.
Proseguì verso Windsor, chiese un colloquio, concesse garanzie agli emissari dei baroni e inviò questo documento l’8 giugno, stabilendone la validità per tre giorni. I suoi nemici attesero ancora qualche tempo, forse per radunare le truppe più lontane, e designarono Runnymede – un pascolo sulla riva destra del Tamigi, poco sopra Staines – come luogo dell’incontro.
Ci sono coloro che vedono nella derivazione del nome “Runnymede” un antico utilizzo di quel prato come luogo di riunione. Questa, ovviamente, è solo una congettura; comunque, in questa stagione dell’anno, si trattava di un ampio campo aperto dove un esercito considerevole poteva accamparsi. I baroni marciarono lungo l’antica strada militare romana, che oggi rappresenta ancora la via principale da Londra a Staines, attraversarono il fiume e si accamparono a Runnymede. Fu qui che fu presentata la Magna Carta; probabilmente – sebbene non con certezza – fu anche firmata e sigillata in quel luogo. La tradizione locale attribuisce il sito effettivo della firma all’isola di “Magna Charta”, un piccolo isolotto poco a monte del campo, oggi chiamato Runnymede; tuttavia, né nella tradizione locale né nella storia documentata è possibile stabilire con precisione questa informazione. La Magna Carta viene indicata come redatta a Runnymede il 15 giugno; per i nostri scopi, ciò che importa notare è che questi due mesi di marce e battaglie si erano conclusi nel punto strategico di Staines, dimostrando chiaramente la sua relazione con Windsor e Londra.
Nella breve campagna che seguì, durante la quale Giovanni riuscì quasi a riprendersi il potere, l’importanza capitale di Windsor tornò ad essere evidente. Luigi di Francia, a cui i baroni erano disposti a consegnare ciò che rimaneva dell’ordine in Inghilterra, aveva occupato tutto il sud e l’ovest del paese, compresa persino Worcester, e naturalmente anche Londra. Tra queste zone occupate, solo Dover, assediata attivamente dai francesi, può essere considerata un caso isolato; Windsor, invece, tenuta dalle truppe di Giovanni contro gli alleati, costituiva un punto di difesa fondamentale nel cuore del territorio perduto dalla Corona. Naturalmente anche Windsor fu assediata; ma la guarnigione di Giovanni, resistendo con determinazione, riuscì a salvare quella posizione strategica. Durante l’assedio, il re si trovò per un certo periodo a Wallingford; la sua vicinanza indusse il nemico ad abbandonare l’assedio di Windsor e ad avanzare contro di lui, o meglio, a tagliargli la strada verso est. Gli alleati marciarono con grande rapidità verso Cambridge, ma Giovanni era già davanti a loro; prima che potessero riprendere l’assedio di Windsor, egli aveva già rafforzato rapidamente il proprio potere nel nord e nell’est del paese.
In tutta questa descrizione non si deve dimenticare che lo sviluppo di Windsor come fortezza fu favorito dalla presenza, a sud della collina, di vaste aree di terreni incolti.
Queste terre incolte dell’Europa occidentale, che erano impossibili o non redditizie da coltivare, secondo una sana tradizione politica, appartenevano all’autorità comune, ovvero alla Corona.
Infatti, tali risorse rimangono ancora saldamente in possesso della maggior parte dei paesi europei. I Cantoni svizzeri, i Comuni e i governi nazionali di Francia, Italia e Spagna continuano ad avere il controllo su queste aree. Solo con noi ai potenti proprietari privati è stato permesso di derubare la Comunità di un’eredità così evidente; si tratta di furti commessi con totale cinismo, attraverso azioni specifiche le cui date possono essere precisate, anche se gli storici tendono naturalmente a descrivere il processo in modo vago. Infatti, l’ultima e più preziosa di queste aree, il New Forest stesso, avrebbe potuto scomparire del tutto se Carlo I (l’ultimo re d’Inghilterra ad aver tentato di reprimere la classe terriera) non avesse esercitato una pressione così forte sulle autorità locali, costringendole, insieme a Hampden e ad altri, ad assumere un atteggiamento fervente a favore della libertà politica.
Questo vasto spazio inutilizzato a sud di Windsor Hill, dopo la Conquista, divenne una foresta; oltre ad offrire opportunità di caccia per il palazzo reale, svolgeva anche un certo ruolo dal punto di vista militare.
Per sviluppare un concetto già accennato in queste pagine, la fortificazione medievale aveva un carattere duplice: o aveva uno scopo puramente strategico, nel qual caso il sito veniva scelto in base al suo valore militare, indipendentemente dal fatto che fosse abitato o meno; oppure la fortezza veniva costruita per sviluppare una città già esistente o un luogo di importanza. Il castello di Wallingford apparteneva alla seconda categoria, mentre Windsor, come abbiamo visto, rientrava nella prima. Infatti, questa distinzione è tipica di tutte le fortificazioni e persiste ancora oggi nel Continente. Ad esempio, la fortezza di Parigi rappresenta un esempio della seconda categoria, mentre quella di Toul appartiene alla prima. Inoltre, tutte le fortezze tedesche, senza eccezione, rientrano nella seconda categoria, mentre le poche fortificazioni svizzere che esistono appartengono alla prima.
Per quanto riguarda la prima categoria, uno spazio inutilizzato può rivelarsi prezioso, anche se le sue dimensioni assumono un’importanza militare diversa a seconda dei mezzi di comunicazione disponibili all’epoca. Si può dire che una fortezza si basi proprio su quel lato attraverso il quale le comunicazioni risultano più difficili.
È vero che questo spazio situato a sud di Windsor non aveva dimensioni molto grandi, ma così com’era, disabitato e quindi privo di qualsiasi tipo di provviste, impediva attacchi a sorpresa dal sud.
Il prossimo punto di importanza strategica sul Tamigi, e anche l’ultimo, è la Torre.
Anche se si trova sotto i ponti, deve comunque rientrare nel contesto di questo libro, poiché tutta la sua storia militare e il suo legame con la storia d’Inghilterra sono strettamente collegati alle zone interne del paese, e non al corso fluviale estuario.
Come già accennato, si trattava di un lungo cammino di un giorno da Windsor, effettuato lungo la vecchia strada romana che partiva da Staines. Questo percorso terrestre riduceva di oltre la metà la distanza rispetto al tragitto fluviale; inoltre evitava non solo le numerose deviazioni che il Tamigi compie tra Middlesex e Surrey, ma anche la direzione generale verso sud del fiume stesso, permettendo così di non attraversarlo nuovamente.
Finché la marcia proseguiva, non esistevano fortificazioni di rilievo tra un punto e l’altro; la storia medievale è piena di esempi in cui le armate lasciavano la Torre per marciare verso Windsor in un solo giorno, o lasciavano Windsor per marciare verso la Torre.
La posizione della Torre, come abbiamo visto in una pagina precedente, era dovuta alle stesse cause geografiche che avevano determinato la costruzione di molte delle fortezze urbane d’Europa. Si trovava proprio sulla riva del fiume che alimentava la capitale, a valle della città e appena fuori dalle mura. In altre parole, era l’equivalente del Louvre.
Le sue origini remote sono dubbi; alcuni hanno ipotizzato che siano romane, e che, se non nella prima fase dell’occupazione romana, almeno verso la fine di quei tre secoli di prosperità e popolosità – che costituiscono le basi della formazione dell’Inghilterra – fosse stata costruita qualche fortificazione sulla sommità di quella piccola elevazione che qui scende verso il livello delle acque.
Citerò le prove così come sono, e il lettore comprenderà quanto sia difficile giungere a una conclusione.
Di veri resti romani, tutto ciò che abbiamo sono alcune monete del tardo IV secolo (probabilmente coniate a Costantinopoli), un lingotto d’argento dello stesso periodo e un’iscrizione funebre. Non è stata scoperta alcuna opera indubbiamente romana.
D’altra parte, non è stata condotta alcuna indagine moderna su quelle fondamenta della Torre Bianca, dove, se mai in qualche luogo, ci si potrebbe aspettare di trovare tracce di opere romane. Questo esaurisce tutte le prove dirette disponibili. In scienze come la geologia o l’analisi dei Libri Sacri, prove del genere sarebbero sufficienti per sovvertire anche le tradizioni più consolidate o le conclusioni più ovvie derivanti dall’esperienza umana comune. Ma la storia è costretta a osservare una maggiore cautela, e bisogna ammettere con riluttanza che quelle due monete, l’ingotto e quel pezzo di pietra non sono sufficienti per dimostrare l’esistenza di una fortezza romana.
Avendo a disposizione tale materiale e prove dirette, disponiamo della tradizione – piuttosto solida – che attesta la presenza di fortificazioni romane in questa zona. Inoltre, esiste un’analoga frequente nel corso della storia e nell’ambito dell’Europa occidentale: la Gallia, in qualche modo, riproduce i modelli romani. Ciò che il Conquistatore considerava – forse in modo vago – una posizione strategica per Londra era esattamente ciò che un imperatore romano avrebbe valutato come tale. Tuttavia, di fronte a questa argomentazione basata sulla tradizione (che è piuttosto solida) e all’argomentazione basata sull’analogia (che invece è debole), esistono altre considerazioni opposte.
Anche nella sua decadenza, Roma non costruiva le sue fortezze al di fuori delle mura: questa era un’abitudine che si affermò durante il Medioevo Buio e l’inizio del Medioevo, e era legata alla distinzione tra gli aspetti civili e militari dello Stato.
Ancora una volta, ogni tipo di fortificazione romana è legata a opere di terra. Per quanto possiamo dedurre dalla storia documentata, il fossato intorno alla Torre fu scavato solo verso la fine del XII secolo. Infine, esiste un argomento molto convincente contro l’ipotesi che la Torre abbia origini romane: se una fortezza romana di tale tipo fosse esistita, quasi certamente si sarebbe sviluppata intorno ad essa anche l’estensione della città.
Una delle caratteristiche della frammentazione della società romana fu l’enorme espansione delle città. Ne abbiamo prove ovunque, ma soprattutto nel Nord Africa. Questa espansione avvenne in tutto il territorio, ma particolarmente e inevitabilmente là dove c’erano guarnigioni stanziate. Le condizioni militari del IV secolo, con un esercito cosmopolita e in parte ereditario stazionato permanentemente nelle fortezze, presupponevano l’esistenza di una vasta popolazione civile dipendente proprio alle porte dei campi militari. Esempi di ciò sono il sobborgo Palatino a sud di Lutetia, immediatamente adiacente al campo militare, e Verecunda nei pressi di Lamboesis. Nelle vicinanze della Torre, invece, non esisteva nulla del genere. Sembra certo che fin dai tempi più antichi Londra terminasse precisamente alla muraglia, e che, ad eccezione della zona lungo la Grande Strada Orientale, l’area intorno alla Torre fosse costituita da terreni agricoli.
Come potrebbe allora essere nata una tale tradizione in relazione all’occupazione romana? Si tratta soltanto di un’ipotesi, anche se plausibile: quando le incursioni dei pirati divennero sempre più frequenti e violente, questa collina a valle fu fortificata. A quel tempo, la classe dominante parlava ancora latino e il titolo di “Cesare” era ancora conosciuto, sia prima che dopo il ritiro delle legioni romane. Se così fosse stato, allora, seguendo l’analogia di altri siti simili, si potrebbe immaginare che, nel Medioevo, le strutture in muratura venissero utilizzate come materiale da costruzione per altre opere; i barbari avrebbero talvolta fortificato il luogo, ma solo temporaneamente, per scopi legati alle loro continue e effimere lotte. Si potrebbe anche supporre che, quando il periodo barbarico terminò con lo sbarco dell’esercito di Guglielmo, quel luogo fosse ancora considerato un’area pubblica sotto il controllo della Corona, e che quindi fosse adatto alla costruzione di una fortificazione permanente. Guglielmo, trovandolo in tale stato, vi eresse la grande torre di guardia che sarebbe diventata l’ultima delle sue fortificazioni lungo il corso del fiume e il punto chiave per il controllo di )Londra.
Questo castello è naturalmente la Torre Bianca, che ancora oggi impressiona anche la nostra generazione con le sue forme robuste e squadrate, tipiche dello stile normanno. Insieme a Ely, essa rappresenta le migliori testimonianze rimaste di quegli uomini forti e coraggiosi; come tutto ciò che è legato al mondo normanno, dal Tyne all’Eufrate, suscita in noi un senso di ammirazione. Questo edificio, la Torre Bianca, è davvero l’essenza stessa del castello; il resto non è altro che un insieme di aggiunte, in parte progettate per scopi difensivi e in seguito utilizzate soprattutto a scopo abitativo. Il nome “Torre Bianca” sembra essere originale, anche se il termine “La Blaunche Tour” compare solo verso la metà del XIV secolo. L’ipotesi che si tratti del nome originale si basa su un documento molto più antico: quello del 1241, in cui non solo si ordina di ridipingere la torre di bianco, ma si fa anche menzione del fatto che il suo colore originale fosse stato “eroso dal tempo e dalle intemperie”. Un simile problema potrebbe risalire già al XII secolo, e molto probabilmente alla prima struttura costruita in quel luogo. Il motivo per cui le pareti della torre vennero ridipinte di bianco può essere spiegato con l’idea che ciò le rendesse più visibili lungo i lunghi tratti piatti del corso inferiore del fiume. Era l’ultimo edificio evidente in vista, contro il panorama della grande città; esistono molti esempi di simili punti di riferimento situati all’ingresso degli estuari o lungo i passaggi marittimi. Quando tali strutture non sono torri, sono quasi sempre bianche, soprattutto quando si trovano in posizioni che permettano loro di riflettere la luce del sole meridionale o orientale.
La data esatta in cui il progetto fu avviato non la conosciamo, ma è ovviamente collegata al piano di costruzione di Windsor e deve risalire più o meno allo stesso periodo. L’ordine di costruire fu dato dal Conquistatore vescovo di Rochester, Gundulfo. Tuttavia, Gundulfo fu promosso a vescovo di Rochester solo nel 1077. Esattamente vent’anni dopo, nel 1097, il figlio del Conquistatore fece costruire la muraglia esterna; si presume quindi che anche la fortezza interna fosse stata completata entro quel lasso di tempo, probabilmente intorno al 1080. L’importanza militare di Windsor aumentò progressivamente, mentre quella della Torre diminuì fino a quando, con la fine del Medioevo, essa non divenne più che una prigione. Non fu certo sommersa dallo sviluppo della città, a differenza del Louvre, ma l’aumento della ricchezza (e quindi dei mezzi bellici) e la conseguente crescita della popolazione resero sempre più difficile la difesa di entrambe le fortezze con il progredire della civiltà medievale.
Tutta la storia della Torre è una storia di sfortune militari, che aumentano man mano che Londra cresce in numero e prosperità. Probabilmente resistette sotto il dominio di Mandeville quando i londinesi (che erano sempre alleati dell’aristocrazia contro il governo nazionale) la assediarono durante le guerre civili di Stefano; ma anche così, quella torre era maledetta dal sfortuna: infatti, quando Mandeville fu catturato, fu costretto a firmare l’accordo di resa. Nel giro di una generazione, Longchamp fu nuovamente consegnata al giovane principe Giovanni; in quel momento lui guidava l’aristocrazia, ma quando arrivò il suo turno di regnare, essa lo tradì. La torre fu ceduta dal re al partito baronale come garanzia per l’esecuzione della Magna Carta; sebbene venisse affidata all’arcivescovo, che tecnicamente era neutrale, da quel momento divenne simbolo di una ribellione vittoriosa, proprio come lo era stata in passato e come avrebbe dimostrato ancora molte volte in futuro.
Fu consegnato a Luigi di Francia al suo sbarco, e durante il successivo regno quasi ogni sfortuna di Enrico III fu legata alla Torre. Egli vi cercava costantemente rifugio, vi teneva la sua corte; la perdeva quando i ribelli avevano successo, e la riconquistava quando fallivano. Questo lungo e sfortunato periodo del suo regno viene illuminato soltanto da una o due frasi incantevoli che non si possono fare a meno di ricordare mentre le si leggono. Ad esempio, c’è quell’ordinanza scritta, ancora oggi conservata tra noi, relativa all’installazione di vetrate dipinte nella Cappella di San Giovanni; quella a nord doveva raffigurare “una qualche Maria con il suo Bambino” – “quandam Mariolam tenenten puerum suum”. Esiste anche una leggenda molto piacevole dello stesso anno, il 1241: la caduta di alcuni nuovi edifici fu attribuita all’azione di San Tommaso, che in un sogno fu visto da un prete mentre li rovesciava con il suo bastone, dicendo di farlo “in qualità di buon cittadino di Londra, poiché quegli edifici non erano stati costruiti per la difesa del regno ma per intimidire la città”; aggiunse anche questa frase affascinante: “Se non l’avessi fatto io stesso, lo avrebbe fatto San Edvardo o un altro”.
Anche quando le sfortune di Henry ebbero fine e la battaglia di Evesham fu vinta, la Torre continuò ad essere sfortunata. Un gruppo di ribelli la circondò, e tra coloro che la difesero c’era un gran numero di ebrei che, fuggiti dai combattimenti in città, si trovarono costretti a prestare servizio nella difesa della fortezza. Da quel momento in poi, non appaiono più nella storia militare inglese fino alla guerra sudafricana. A meno che il loro ritorno, tredici anni dopo, in questa stessa Torre come prigionieri per truffe finanziarie possa essere considerato un evento militare.
In questa occasione, l’assedio fu levato grazie alla prontezza ed all’energia del Principe Edoardo – quell’uomo che, da re, avrebbe marciato verso Cærnarvon e i Monti Grampiani; già da ragazzo aveva dimostrato la stessa energia e le stesse capacità militari di suo nonno, Re Giovanni. Aveva appena vent’anni, ma aveva già partecipato a tutte le battaglie a Lewes, aveva già vinto Evesham; ora, alla fine della primavera, marciò da Windsor fino alla Torre e la liberò. Fu quasi l’ultima volta che la Torre fu utilizzata al servizio dell’autorità legittima. Da quel momento in poi, come era sempre stato prima, divenne il simbolo sfortunato delle rivolte vittoriose. Edoardo II dovette abbandonarla nel suo anno fatale del 1326; i londinesi vi si riversarono dentro e, incidentalmente, massacrarono il Vescovo di Exeter, a cui era stata affidata la sua custodia.
Nel 1460 si arrese alla Casa di York, e da quel momento in poi divenne sempre più una prigione e sempre meno una fortezza.
L’aspetto prevalentemente militare della valle del Tamigi nella storia inglese diminuisce con il declino dell’energia militare nella nostra civiltà, e scompare insieme alla scomparsa di una classe dirigente che fosse più orientata verso l’aspetto militare che a quello commerciale.
I luoghi che dovevano la loro importanza alla loro posizione strategica e che quindi erano cresciuti fino a diventare città considerevoli, avevano ormai perso ogni carattere militare; anche nell’unico episodio significativo di combattimenti in Inghilterra dai tempi medievali – ovvero durante le Guerre Civili – le rive del Tamigi, sebbene costantemente invase da un esercito o dall’altro, furono teatro di pochissimi scontri seri, nonostante il fiume rappresentasse una linea di battaglia fondamentale nella prima fase della guerra.
Poiché le guerre civili nel loro complesso non erano altro che episodi collaterali della lotta generale in Europa: le perdite non furono mai gravi, e nelle fasi iniziali si potrebbe quasi non considerarle vere e proprie battaglie.
Le perdite nella scaramuccia di Edge Hill furono davvero notevoli, anche se la maggior parte sembra essere avvenuta dopo che il vero combattimento si era concluso; tuttavia, ad eccezione di questo caso, e soprattutto lungo le rive del Tamigi stesso, le perdite furono estremamente ridotte.
Si può dire che Oxford e Londra fossero i due punti principali su cui si concentravano le forze opposte dal tardo 1642 alla primavera del 1644. Il governo reale a Oxford e il Parlamento a Londra rappresentavano, almeno, le basi su cui si muovevano queste forze; i due punti intermedi erano Abingdon e Reading. Leggendo la storia di quel periodo, sia quella contemporanea che quella moderna, si potrebbe pensare, a giudicare dai termini utilizzati, che questi luoghi fossero teatro di importanti operazioni militari. Si leggono di assedi, attacchi, quartier generali e persino strutture difensive tipiche delle battaglie continentali. Tuttavia, se si esaminano le date e i numeri, non è facile prendere la cosa sul serio. Ad esempio, Abingdon, situata a pochi passi da Oxford, fu facilmente occupata dagli eserciti realisti nell’aprile del 1644; nonostante ciò, non venne utilizzata per attività militari più serie di semplici “disturbi” alla città universitaria. Fu proprio per riconquistarla che Rupert tentò, con l’esercito a cavallo. Ma fu sconfitto dalle forze nemiche decisamente superiori. E quando si scopre che queste forze contavano poco più di mille uomini, beh, la cosa diventa davvero difficile da prendere sul serio.
Successivamente, un certo gentiluomo accompagnato da alcuni seguaci concepì l’idea di bloccare la strada occidentale presso il ponte di Culham, isolando così Abingdon su questo lato. Iniziò a costruire una “fortezza”. Una certa parte delle persone presenti ad Abingdon uscì e lo uccise; di conseguenza, i lavori per completare la fortezza furono interrotti. E così via. Un simile atteggiamento militare spiega facilmente il massacro freddamente calcolato dei prigionieri che il Parlamento permise; questo evento ha conferito all’espressione “Legge di Abingdon” quel sapore spiacevole che mantiene ancora oggi.
La storia di Reading nelle fasi iniziali della guerra è più o meno la stessa. Reading era considerata una guarnigione reale e fu fortificata nel 1430. Secondo i soldati della guarnigione, le difese erano insignificanti; secondo le procedure militari in vigore, invece, si trattava di un sistema difensivo estremamente efficace. In effetti, dubitavano che potesse essere conquistata con un attacco condotto da meno di 5000 uomini: un numero così elevato da sembrare impossibile da raggiungere in quella fase della guerra. La guarnigione si arrese proprio quando i rinforzi stavano per arrivare, dopo aver sopportato una situazione estremamente difficile per non meno di dieci giorni; tuttavia, la conquista di Reading non avvenne senza spargimento di sangue: almeno cinquanta uomini persero la vita (da entrambe le parti), e forse anche di più. L’intero episodio rappresenta una sorta di nota a piè di pagina grottesca rispetto alla situazione comica che precedette lo scoppio delle Guerre Civili. Fu solo con l’arrivo di Cromwell, con le sue truppe ben pagate e disciplinate, che iniziò la vera tragedia.
Anche dopo che Cromwell era emerso come leader principale, se non di nome, le perdite apparenti aumentarono notevolmente a causa dei massacri casuali a cui i suoi soldati erano sfortunatamente abituati. Così, dopo Naseby, cento donne furono uccise senza alcuna ragione particolare, semplicemente perché l’uccidere era diventato una pratica diffusa; allo stesso modo, dopo Philiphaugh, la coscienza dei Puritani li impedì di mantenere la parola data ai prigionieri catturati, i quali furono uccisi a sangue freddo. Le donne, in questo caso, invece, furono annegate.
Dopo le Guerre Civili, ogni significato militare del Tamigi scomparve. Non è nemmeno probabile che possa ripristinarsi a meno di un disastro nazionale; ma tale disastro ci insegnerebbe immediatamente il valore strategico di questa grande arteria che attraversa il sud dell’Inghilterra, insieme alle relative ferrovie. Riemergerebbe così il significato strategico del punto in cui il Tamigi piega a nord e dove le sue principali ferrovie si diramano; in diversi casi possibili – proprio come avvenne per Carlo I e Guglielmo III – fornirebbe nuovamente una via d’accesso verso Londra.
Finora abbiamo considerato il Tamigi, prima come una serie di insediamenti preistorici che si sono successivamente sviluppati nelle fasi romana, barbarica e normanna della nostra storia; in secondo luogo, come un ambito su cui è possibile individuare determinati punti strategici e mostrare come questi abbiano contribuito all’importanza originale delle città che sorgono attorno ad essi.
Nella prossima parte di queste note intendo esaminare lo sviluppo economico e civile del Tamigi a monte di Londra, e mostrare come siano state gettate le basi della sua prosperità duratura. Quel fenomeno economico ha le sue radici nell’azione dell’Ordine Benedettino: furono i grandi monasteri ad assicurare il passaggio tra Roma e l’Alto Medioevo in tutta l’Europa nord-occidentale; furono loro a ripristinare le terre devastate dalle invasioni barbariche, e a sviluppare zone paludose che l’Impero, nemmeno nella sua fase di massimo splendore, non aveva mai tentato di sfruttare.
Gli effetti delle invasioni barbariche furono diversi nelle varie province dell’Impero Romano; in linea di massima, però, aumentavano d’intensità all’aumentare della distanza da Roma. È probabile che il numero reale degli invasori barbari fosse esiguo anche in Britannia, proprio come nel Nord della Gallia; tuttavia non dobbiamo giudicare l’impatto di questa catastrofe sulla civiltà basandoci soltanto sul numero dei conquistatori. Una così grande parte della popolazione era schiava, e l’immaginario collettivo aveva ormai radicato l’idea che l’ordine sociale fosse eterno; inoltre, l’esercito era diventato una struttura professionale, quasi separata dalla vita civile circostante. Pertanto, alla fine del IV secolo, anche un semplice shock esterno fu sufficiente a produrre effetti significativi. Nella Britannia orientale, nonostante il numero esiguo degli invasori, la religione stessa fu quasi completamente distrutta, e l’intera struttura della civiltà romana sembrò dissolversi – ad eccezione di elementi fondamentali come il sistema agricolo, le strutture comunali e alcune arti semplici. Anche la lingua probabilmente cambiò: nelle città si parlava un latino volgare, mentre nelle zone rurali prevalevano i dialetti celtici; in alcune zone della costa orientale potrebbero esserci state anche colonie teutoniche. Di conseguenza, nella metà orientale e settentrionale dell’isola si formò una massa confusa di dialetti teutonici che circondavano frammenti isolati di lingua celtica.
Per quanto possiamo giudicare, il disastro fu totale, ma era destino che la Gran Bretagna venisse riscoperta e riportata alla civiltà.
Sant’Agostino sbarcò, e dopo le lotte del VII secolo tra quei piccoli capi che simpatizzavano con l’ordine della vita europea coltivata e quelli che vi si opponevano, la battaglia fu vinta a favore di quella civiltà che ancora oggi godiamo. Sarebbe stato impossibile ricreare un’agricoltura sana e rifondere le arti e lo studio; soprattutto sarebbe stato impossibile ripristinare lo studio delle lettere, da cui dipende tutta la civiltà materiale, se non fosse stata l’instituzione monastica. Questa istituzione fece più in Britannia che in qualsiasi altra provincia dell’Impero. E aveva molto di più da fare: si trovò di fronte a una regione completamente distrutta, forse semi-deserta, che aveva perso ogni ricordo preciso dell’antico ordine romano; doveva ricostruire, se possibile, tutta quella parte d’Europa. Nessun altro strumento era adatto allo scopo.
La principale difficoltà nel riavviare il meccanismo della civiltà quando le sue componenti sono state distorte da un periodo barbarico, sia esso di origine esterna che interna, consiste nell’accumulo di capitale. La seconda difficoltà riguarda la conservazione di tale capitale in mezzo a continui conflitti e incursioni; la terza difficoltà è rappresentata dalla mancanza di continuità nello sforzo complessivo e nella raccolta di esperienze accumulate, caratteristiche tipiche di un’epoca barbarica che segue il declino di una civiltà. Per superare tutte queste difficoltà, i monaci dell’Europa occidentale erano particolarmente adatti: essi potevano accumulare ricchezze nelle mani di comunità la cui unica tentazione era quella di accumularle, senza alcuna possibilità di spenderle in modo sprezzante. L’atmosfera religiosa in cui crescevano impediva loro di saccheggiare, almeno durante le guerre interne dei popoli cristiani; inoltre, le grandi fondazioni monastiche offrivano un ambiente favorevole allo studio e alla conservazione delle conoscenze, qualcosa che singole famiglie, soprattutto quelle appartenenti a capi barbarici, non avrebbero mai potuto realizzare. I monaci garantivano inoltre il tempo necessario per gli sforzi letterari e una disciplina rigorosa che promuoveva un lavoro regolare, continuo e assiduo, in una società in cui l’applicazione di tali principi era ormai quasi scomparsa.
L’istituzione monastica, per quanto riguarda l’Europa occidentale, era relativamente giovane quando iniziò la sua attività in Britannia. Il suo sviluppo ebbe inizio nel V secolo; nel VI secolo era ancora in una fase embrionale; il VII secolo, che segnò la sua grande espansione nelle zone rurali dell’Inghilterra, fu per essa un periodo di giovinezza e vigore, proprio come il XIII secolo fu per il rinascimento degli studi umanistici. Non dobbiamo considerare queste prime fondazioni nello stesso modo in cui consideriamo le complesse, ricche, ma al contempo limitate e privilegiate strutture del tardo Medioevo. In fondo, tutte appartenevano più o meno allo stesso tipo, un tipo semplice; tutte derivavano dalla stessa tradizione benedettina. La caratteristica comune a tutte queste istituzioni era una certa autonomia nella gestione e, soprattutto, il fatto di operare su larga scala. Tra le molte fondazioni che sorseppearono in tutta l’isola, tre in particolare ebbero un ruolo fondamentale nel valle del Tamigi: WESTMINSTER, CHERTSEY e ABINGDON. Ognuna di esse risale ai primi momenti della storia anglosassone; ognuna ha le sue radici nelle leggende popolari; e ognuna rimase per quasi mille anni un importante centro economico della vita inglese.
Quando la civiltà tornò in pieno vigore con la Conquista Normanna, fu fondata un’altra grande istituzione di primaria importanza a Reading; molto più tardi ne fu fondata una quarta a Sheen. Ci occuperemo di queste istituzioni nel loro contesto specifico, così come delle numerose altre fondazioni minori e ordini religiosi che si trovano lungo il fiume quasi dalla sua sorgente fino a Londra. Infatti, l’unico tipo di fondazione religiosa che note storiche del genere possono permettersi di trascurare sono i monasteri o i conventi costruiti in città, e per scopi legati alla vita civile della stessa città, una volta che questa si era già sviluppata. Queste numerose istituzioni (molte delle quali si trovano naturalmente a Oxford), come gli Ordini degli Observants di Richmond e molti altri, non rientrano propriamente nel quadro che stiamo esaminando. Non sono cause, ma effetti dello sviluppo della civiltà nella valle del Tamigi.
Abingdon, Westminster e Chertsey sono tutti, secondo la tradizione, attribuiti al VII secolo: Abingdon e Chertsey alla sua fine, mentre Westminster, con minore certezza, al suo inizio. Si può presumere che tutti e tre siano sorti in quel periodo in cui, per la parte orientale di questa isola, tutto il lavoro culturale dell’Europa dovette ricominciare da zero. Sebbene non sappiamo nulla sui progressi dei pirati sassoni nella provincia della Britannia, e sebbene la storia rimanga silenziosa riguardo ai centocinquanta anni coperti da quel disastro, possiamo immaginare, sulla base di altre incursioni successive dal Mar del Nord, che nessuna parte interna del paese abbia sofferto di più della valle del Tamigi. Tutto ciò che rimaneva dell’ordine romano, della ricchezza e di una vita dignitosa doveva essersi estinto alla fine del VI secolo, quando la Missione Papale sbarcò in quella regione; quel paesaggio devastato sembrava quello lasciato dopo un’inondazione. Per affrontare tali condizioni, per reintrodurre nella provincia devastata e profanata tutta la sua cultura, persino la sua religione, fu necessario un nuovo slancio energetico e produttivo: fu proprio l’istituzione monastica a fornire questi vantaggi particolari. Per due secoli, grandi monasteri furono fondati in tutta l’Inghilterra; il loro legame con la cultura continentale, la loro precisione, il loro potere collettivo d’azione costituirono un forte contrasto rispetto ai barbari tra cui crescevano, e rappresentarono una straordinaria fonte di educazione per loro. Si può davvero dire che, se consideriamo la vita in Inghilterra come qualcosa che è iniziata nuovamente con l’invasione sassone, e se riteniamo quel disastro causato dalle incursioni piratesche un momento di discontinuità nella storia della Britannia, allora il nuovo paese che emerse, parlante dialetti teutonici e chiamandosi con il nome attuale di Inghilterra, fu in realtà creato dai monaci benedettini.
Nel giro di pochi anni dalla sbarco di Sant’Agostino, la costruzione di Westminster dovette essere iniziata. Esistono diverse versioni di questa storia: l’informazione più dettagliata che abbiamo la data specifica del 604; tuttavia, nonostante le variazioni nelle forme in cui questa leggenda è stata tramandata, ciò che rimane comune a tutte le versioni è il fatto che i lavori siano iniziati molto presto, nel VII secolo. È molto probabile che tale iniziativa abbia ricevuto il sostegno del governo barbarico allora esistente a Londra, e che sia stata avviata, secondo una delle versioni della leggenda, dal primo vescovo della diocesi. Il sito scelto era tipico di quei luoghi che i grandi monasteri dell’Occidente avrebbero in seguito trasformato in giardini: si trattava di un terreno incolto chiamato “Thorney”, situato in una zona pianeggiante e di forma triangolare, delimitato da due ruscelli che scorrevano attraverso la depressione oggi occupata dal Green Park e da Mayfair, per poi gettarsi nel Tamigi: uno poco più a monte, l’altro 100-200 metri più a valle, proprio nel luogo dove sorgono oggi le Camere del Parlamento.
Non appena le basi furono gettate, un flusso continuo di ricchezze si dirizzò verso di esse: la località si trovava proprio alle porte della più grande città commerciale del regno e, con lo sviluppo della monarchia anglosassone, divenne sempre più legata al potere del governo centrale. Questo processo raggiunse il suo apice con la grande donazione e la ricostruzione operate da Edoardo il Confessore.
Il periodo di questa nuova donazione fu davvero il più adatto per inaugurare la futura gloria di Westminster. L’Inghilterra era completamente pronta ad essere permeata dall’energia normanna; e subito dopo la Conquista, quel grande santuario ereditò tutto il fascino di un’epoca perduta, diventando al contempo, con il nuovo potere che ne derivava, una sorta di simbolo della continuità della Corona. Lì fu incoronato Guglielmo; lì sorgevano il suo palazzo e quello di suo figlio. Quando, nel secolo successivo, la sede del governo si stabilì definitivamente a Londra, Westminster era ormai diventata la residenza ufficiale della monarchia.
Chertsey, situata poco a monte lungo il fiume, prese in carico questo compito. Proprio come Westminster – anche se, per tradizione, alcuni anni dopo di quest’ultimo – le sue origini risalgono alla nascita stessa dell’Inghilterra. La sua storia è piuttosto ben conosciuta e piena di avvenimenti significativi; si può quindi considerarla il fulcro attorno al quale, probabilmente, si è sviluppata l’area della valle del Tamigi a nord di Londra per duecento anni. Il suo sito merita sicuramente di essere menzionato: i pascoli fertili, sebbene inizialmente paludosi, sul versante del Surrey rappresentavano esattamente il tipo di terreno su cui molte fondazioni monastiche furono stabilite in Inghilterra. La bonifica di queste aree costituiva una delle principali funzioni delle grandi abbazie; in questo senso, Chertsey può essere paragonata ad altri importanti centri monastici come Hyde, la Valle della Croce, Fountains, Ripon e Melrose. Nella nuova fase dello sviluppo monastico, Chertsey rappresentava lo stesso ruolo che Staines aveva svolto nell’antica organizzazione romana: il punto di partenza per l’espansione verso nord lungo il fiume da Londra.
The pagan storm which all but repeated in Britain the disaster of the Saxon invasions, which all but overcame the mystic tenacity of Alfred and the positive mission of the town of Paris, swept it completely. Its abbot and its ninety monks were massacred, and it was not till late in the next century, about 950, that it arose again from its ruins. It was deliberately re-colonised again from Abingdon, and from that moment onwards it grew again into power. Donations poured upon it; one of them, not the least curious, was of land in Cardiganshire. It came from those Welsh princes who were perpetually at war with the English Crown: for religion was in those days what money is now — a thing without frontiers — and it seemed no more wonderful to the Middle Ages that an English monastery should collect its rents in an enemy’s land than it seems strange to us that the modern financier should draw interest upon money lent for armament against the country of his domicile. Here also was first buried (and lay until it was removed to Windsor) the body of Henry VI.
Il terzo dei grandi fondamenti del primo periodo è Abingdon, e in un certo senso è anche il più importante: poiché non aveva alcun legame diretto con la Corona, grazie soltanto alla vitalità della sua tradizione, divenne qualcosa di ancora più significativo di Chertsey. Gestiva un reddito immenso, superiore a metà di quello stesso di Westminster, e trovandosi in una piccola città situata in una valle, esercitava un potere quasi monarchico. Nel caso di Abingdon, come nel caso di Chertsey, non può esserci alcun dubbio che sia stata proprio questa comunità a dare vita al proprio distretto lungo il fiume Tamigi. Si trovava proprio nelle zone paludose e inutilizzate della parte centrale del fiume, controllando un guado difficile ma fondamentale, e dominando l’ingresso di quella che sarebbe diventata una delle valli più fertili e famose d’Inghilterra. Solo da Abingdon potevano provenire la cultura e l’energia necessarie per lo sviluppo della regione tra il periodo sassone e le invasioni danesi: soltanto lì si era raggiunta una concentrazione sufficiente di capitali e di conoscenze per sfruttare al meglio quelle risorse.
Come i suoi due omologhi a Chertsey e a Westminster, anche Abingdon ha le sue origini leggendarie. Sappiamo con certezza la sua data di fondazione: il 675 d.C.; tuttavia l’eremita del V secolo, “Aben”, è altrettanto poco affidabile quanto la stessa Cronaca anglo-sassone antica. Ancora più straordinarie sono le storie riguardanti le sue origini britanniche, la sua distruzione durante le persecuzioni di Diocleziano e il fatto che abbia ospitato il giovane Costantino. Comunque sia, queste storie bastano a dimostrare con quanta forza la maestosità e lo splendore di questo luogo abbiano stimolato l’immaginazione dei suoi storici.
Inoltre, Abingdon, probabilmente a causa della sua distanza da Londra, era più un centro locale e, per ripetere una parola già utilizzata, più una “monarchia” rispetto agli altri grandi monasteri della valle del Tamigi. Ciò è ampiamente dimostrato osservando una mappa ecclesiastica, ad esempio quella pubblicata in “The Victoria History of the County of Berkshire”: si vedono infatti i manieri appartenenti ad Abingdon al momento della Conquista raggruppati tutti insieme e occupare un’intera sezione della contea, ovvero quella situata nella grande curva del Tamigi che ha il suo punto più alto a Witham Hill. Abingdon era la “vita” del Berkshire settentrionale; non è quindi fantasioso paragonare il suo aspetto religioso ai tempi sassoni con le città reali di Wantage e Wallingford, rispetto al ruolo nazionale più importante che Canterbury svolgeva rispetto a Winchester e Londra.
Anche nel suo carattere puramente civico, acquisì una posizione che nessuno dei grandi monasteri del nord avrebbe potuto eguagliare, grazie alla costruzione del suo ponte all’inizio del XV secolo. I due guadi che attraversavano questa curva del >fiume erano, sebbene diretti e importanti, difficili da attraversare; quando furono collegati dai ponti e dalla lunga strada pedonale che ancora oggi attraversa l’isola di Andersey tra il vecchio e il nuovo corso del Tamigi, il traffico poté facilmente deviare dal ponte di Wallingford a quello di Abingdon. La grande strada occidentale che attraversava Farringdon in direzione dei Cotswolds e della valle del Severn aveva Abingdon come città mercato intermedia.
Questi tre grandi monasteri benedettini costituiscono, per così dire, le “culla” o i “seminari” da cui la civiltà si diffuse lungo la valle del Tamigi dopo le distruzioni causate dalle prime e peggiori invasioni barbariche. Tutti e tre risalgono, come abbiamo visto, all’inizio stesso della fase cristiana della storia inglese; le loro origini si fondono nelle leggende che costituiscono un ponte tra le storie fantastiche del paganesimo precedente e i documenti concreti dell’epoca cristiana successiva alla rilatinizzazione dell’Inghilterra. Un avamposto ulteriore rispetto a questi tre monasteri è l’istituzione di St Frideswides a Oxford. Oltre quel punto, il corso superiore del fiume, restringendosi gradualmente, perse la sua importanza per il commercio e come strada principale; in quella zona non sorgevano grandi monasteri, e le trasformazioni economiche causate dai progressi sviluppatisi a valle arrivarono con notevole ritardo.
Certamente Chertsey e Westminster, e molto probabilmente anche Abingdon, furono distrutti, o almeno saccheggiati, durante le invasioni danesi, ma le loro radici erano troppo profonde per permettere che scomparissero: risorsero, e già una generazione prima della Conquista erano di nuovo i principali centri di produzione e governo nella valle del Tamigi. Infatti, ad eccezione della serie di proprietà reali situate lungo le rive del fiume e della città di Oxford, Chertsey, Westminster e Abingdon erano gli unici centri significativi di governo e amministrazione sul Tamigi al momento in cui la Conquista venne a riorganizzare tutta la vita inglese.
Con quella rivoluzione divenne evidente che si sarebbe verificata una notevole espansione non solo del numero di monaci, ma soprattutto dell’organizzazione e del potere del sistema monastico: quei vuoti lasciati inesplorati lungo il fiume Tamigi sarebbero stati colmati, e tutte le vecchie strutture esistenti sarebbero state ricostruite, trasformandosi in qualcosa di nuovo.
La Conquista rappresenta, nella storia d’Inghilterra, una divisione quasi altrettanto profonda di quella causata dall’arrivo di Sant’Agostino. In alcuni aspetti esteriori, ebbe un impatto ancora maggiore su quest’isola rispetto all’avvento dei missionari romani; tuttavia, per quanto riguarda le questioni fondamentali su cui si basa la vita nazionale, il ritorno d’Inghilterra nella civiltà europea nel VII secolo deve essere considerato un evento molto più significativo e decisivo rispetto alla prima esperienza di governo unito e regolare sotto i Normanni nell’XI secolo. Inoltre, anche se la Conquista modificò in modo sostanziale la lingua dell’isola, introdusse concetti giuridici nei rapporti civili con cui l’aristocrazia anglosassone non era affatto familiare, e inondò l’Inghilterra di influenze galliche che continuarono senza interruzioni per trecento anni, essa non modificò la filosofia profonda del popolo. Solo un cambiamento nella filosofia intrinseca di un popolo può avere conseguenze rivoluzionarie. Alla vigilia della Conquista, l’Inghilterra era cattolica, in parte feudale e, sebbene in modo isolato, pienamente europea. I Normanni organizzarono quel sistema feudale, eliminarono tutto ciò che era considerato eretico o inefficace nel funzionamento del sistema religioso, e aprirono completamente le porte all’influenza della civiltà europea, che fino ad allora erano rimaste parzialmente chiuse.
Pertanto, l’effetto della Conquista si manifestò soprattutto sulle cose visibili e mutevoli del paese, piuttosto che su quelle interiori e fondamentali per la sua vita: tuttavia fu estremamente significativo, soprattutto nel campo dell’edilizia, con l’introduzione diffusa dell’uso della pietra. Sotto i Normanni, quasi tutte le grandi istituzioni religiose d’Inghilterra furono ristabilite, e ciò avvenne in soli dieci anni. Emersero anche nuove abitazioni; il segno distintivo di quel periodo – che rappresentava una vera “seconda primavera” per tutta Europa, piena dello spirito delle Crociate e di un’effettiva rigenerazione della vita sociale – fu l’aumento del numero di nuovi ordini religiosi, in particolare la trasformazione della monotonia tradizionale dei monasteri benedettini.
Il capo, naturalmente, di questi movimenti religiosi, e il pioniere di tutti loro, fu l’istituzione di Cluny in Borgogna.
Cluny non nacque come risultato di un piano preciso; fu uno di quei fenomeni di crescita spontanea tipici di epoche vigorose e creative. Chi conosce la natura del popolo burgundo non troverà fantastico immaginare che la vasta reputazione di Cluny si basasse sulla retorica. Forse fu proprio l’abilità espressiva dei Burgundi, unita all’eredità oratoria tipica di quella terra fino alla nascita di Bossuet e ancora oggi presente in essa, a conferire a Cluny un potere particolare sull’intelletto dell’Europa occidentale, rendendola una guida fondamentale nel secolo che precedette il grande cambiamento rappresentato dalle Crociate. Da Cluny, come casa madre, nacquero comunità istintivamente permeate dalla disciplina e dalla nuova vita proprie dell’ordine riformato; e sebbene si sia osservato che queste comunità non fossero numerose rispetto all’intensità del movimento stesso, è anche importante sottolineare che erano quasi sempre molto grandi e ricche, che mantenevano un rapporto stretto e particolare con il governo civile delle regioni in cui si trovavano, e che la loro totale dipendenza dalla casa madre, nonché l’osservanza rigorosa di una stessa regola, conferivano all’intero ordine una sorta di forza militare.
L’influenza cluniese si fece sentire molto presto nella valle del Tamigi. Entro l’inizio del XII secolo, e nel giro di cinquanta anni dalla conquista, questa nuova influenza si intrecciò con le tradizioni dei cinque secoli precedenti, che fino ad allora erano state interamente influenzate dai tre grandi monasteri benedettini. Questo monastero cluniese, il primo tra quelli nuovi fondati nella valle del Tamigi, fu stabilito sulla penisola di Reading.
Fu nel 1121 che il figlio del Conquistatore portò l’ordine cluniaico nella piccola città di Reading. Dal momento della fondazione dell’abbazia, essa attirò l’attenzione, in parte per la sua posizione geografica, in parte perché fu la prima grande fondazione nuova sul Tamigi, e in parte anche a causa di fattori che conferirono a quell’ordine una particolare influenza o potere; in questo caso, tale influenza derivava soprattutto dalla disciplina e dal carattere dell’ordine cluniaico stesso. Reading assunse così una posizione molto importante in Inghilterra. Aveva, per così dire, qualcosa di più moderno, di più diretto e politico rispetto alle antiche abbazie benedettine che l’avevano preceduta. Il compito che doveva svolgere era meno legato a attività materiali: i campi erano già drenati, la vita e la ricchezza della nuova civiltà avevano già iniziato a svilupparsi; quindi, nei quattrocento anni della sua esistenza, il ruolo principale di Reading fu quello di servire la Corte, assistere ai parlamenti e sostenere la monarchia. La città raggiunse immediatamente questa posizione, e la sua architettura simboleggiava in qualche modo l’importanza che acquisì rapidamente: conservò infatti fino alla fine le caratteristiche tipiche del primo secolo in cui fu costruita: gli archi normanni, i decori a forma di denti di cane, i muri spessi, le capitele architettoniche tipiche dell’inizio del XII secolo.
Prima del tredicesimo secolo, possedeva ricchezze paragonabili a quelle di qualsiasi altro monastero situato sulle rive del Tamigi, e in termini di reputazione pubblica era addirittura superiore a tutti; l’unica eccezione era rappresentata dallo stesso Westminster. Insieme ai tre monasteri benedettini e al più tardo monastero di Osney, costituiva l’ultimo anello di una catena di abbazie che si estendeva ininterrotta lungo l’intera lunghezza del fiume. E con esso terminava anche la storia di quei primi monasteri che avevano contribuito a completare il processo di riscivilizzazione della valle.
La lettura non era l’unica istituzione cluniese sul Tamigi. Un’altra, e più antica, si trovava a Bermondsey; tuttavia, la sua vicinanza a Londra e la sua posizione lungo il >fiume ne impedivano di essere menzionata in queste pagine. Fu fondata subito dopo la Conquista; Lanfranco vi insediò monaci francesi; divenne un’abbazia alla fine del XIV secolo e si distinse per l’aumento continuo della sua ricchezza, dovuto in parte all’importanza crescente di Londra nel corso dei suoi anni. Alla fine del XIII secolo, il suo valore ammontava a 280 sterline; al momento della sua dissoluzione, il 1° gennaio 1538, nonostante il notevole aumento del valore della moneta nel XVI secolo rispetto al XIII, il suo valore superava le 500 sterline, equivalenti a un reddito annuo di 10.000 sterline.
Un resto della sua struttura rimase in piedi (solo il portone d’ingresso) fino al 1805.
Anche Osney risale all’inizio del XII secolo ed era quasi contemporaneo di Reading.
Si trovava appena fuori dalle mura del castello di Oxford, a ovest, sulla riva del corso principale del Tamigi; la sua fondazione doveva essere attribuita alla famiglia locale al potere all’epoca della conquista, i Oilei. Sebbene, al momento della sua soppressione, il suo reddito rappresentasse appena un quinto di quello di Westminster (che dovrà costituire il nostro standard in tutta questa analisi), la sua magnificenza ebbe un profondo impatto sui contemporanei e lasciò una grande tradizione. Bisogna sempre ricordare che questi grandi monasteri non erano soltanto enti incaricati di raccogliere redditi, come sono i nostri moderni ricchi, ma anche soggetti in grado di generare ricchezza, o meglio, potevano farlo se lo desideravano; pertanto il potere economico reale di ciascun monastero era spesso molto più elevato del reddito nominale che veniva incassato. Quando una città veniva saccheggiata, l’esercito otteneva un enorme bottino, ma questo non eguagliava affatto il valore della città nel periodo di massimo splendore precedente all’assedio.
In ogni caso, che la magnificenza di Osney fosse dovuta al duro lavoro interno, a una spesa saggezza o a un tenore di vita così austero da lasciare ampi risorse per decorazioni e ampliamenti, rimase comunque l’edificio principale lungo il corso superiore del fiume per 400 anni: si distingueva già da chilometri di distanza, lungo i prati di Eynsham, e rappresentava un ingresso nobile nella città universitaria per coloro che vi arrivavano dal west attraverso la strada militare, le cui tracce sono ancora visibili oggi, nonché attraverso i ponti costruiti dal Conquistatore. L’impatto di Osney su quella zona, e persino sul governo nazionale, fu tale che Enrico decise, proprio come nel caso di Westminster, di trasformare l’edificio in una delle sue nuove cattedrali e di stabilirvi la sua nuova sede vescovile di Oxford. Tuttavia, questa decisione durò solo per poco tempo: pochi anni dopo, le pressioni finanziarie divennero insostenibili; Enrico trasferì quindi la sede vescovile nella vecchia chiesa di St Frideswides, dove rimane ancora oggi, lasciando Osney alla razzia. Fu saccheggiata in modo molto sistematico.
I monasteri più piccoli quasi non meritano di essere menzionati. In testa a loro c’è Eynsham, il cui valore è superiore alla metà di quello di Osney; si tratta davvero di un luogo molto importante. Fondato come colonia o annesso di Stow, nel Lincolnshire, sopravvisse all’indebolimento dell’ordine che lo aveva creato e raggiunse il culmine della sua prosperità immediatamente prima dello scioglimento degli ordini monastici.
Eynsham offre un ottimo esempio di come il tessuto strutturale di questi magnifici templi sia scomparso. Fino all’inizio del XVIII secolo, l’intera facciata occidentale era ancora intatta: le due alte torri, la splendida finestra occidentale e le porte scolpite esistevano ancora, anche se ormai rappresentavano soltanto frammenti di un edificio in rovina. Un secolo e mezzo dopo, tutto era scomparso: i materiali furono portati via per costruire muri e stalle per i signori locali, oppure venduti come materiale da demolizione.
Del piccolo priorato di Lechlade si sa molto poco, se non che fu fondato nel XIII secolo e scomparve molto prima della Riforma; quanto a quello di Cricklade, ne sappiamo ancora meno, se non che sopravvisse umilmente, ricevendo un contributo annuo di soli quattro sterline.
Con Dorchester, che esisteva già dal XII secolo e aveva un valore quasi pari alla metà di Eynsham, e con la considerevole proprietà di Hurley annessa a Westminster, l’elenco è completo. È interessante sapere che la chiesa di Dorchester fu salvata grazie al patriottismo di un uomo del posto, che lasciò metà della sua fortuna per acquistarla, non con l’intento di distruggerla e vendere le sue pietre, ma per preservarla: un uomo davvero straordinario.
In un’analisi generale dell’influenza monastica nella Valle del Tamigi, sarebbe naturale omettere quei fondamenti che risalgono al tardo Medioevo. Fu proprio nell’Alto Medioevo che si compirono le grandi imprese benedettine: i pascoli furono bonificati, i boschi piantati e gli insediamenti stabiliti. Fu nei secoli XII, XIII e nella prima metà del XIV – in altre parole, prima della Peste Nera – che il nuovo slancio dei monasteri, unito al rinnovamento delle strutture esistenti, diffuse l’architettura gotica, lo studio scolastico e l’intero sistema sociale rivitalizzato dell’epoca, da Oxford a Westminster. Il storico che analizza gli effetti sociali ed economici del monachesimo in Europa occidentale, per quanto entusiasta possa essere nella sua difesa di questa istituzione, non può certo attribuire al monachesimo, tra la Peste Nera e la Riforma, un vigore che esso in realtà non possedeva. Nel XV secolo, il monachesimo tendeva ormai a diventare una semplice istituzione sociale, quasi come qualsiasi altra; si potrebbe persino dire che rappresentasse soltanto un insieme di diritti proprietari. E sebbene oggi sia facile comprendere i danni causati dalla sua improvvisa scomparsa, i contemporanei dell’ultimo periodo di splendore dei grandi monasteri consideravano sempre più il proprio privilegio e le proprie tradizioni immutabili, piuttosto che le funzioni ancora svolte dai monasteri nello Stato.
Per questo motivo, le note storiche che trattano dello sviluppo della valle del Tamigi naturalmente ometterebbero qualsiasi riferimento a fondazioni esistenti soltanto alla fine del Medioevo. Tuttavia, nel caso di Sheen, questa regola deve essere fatta eccezione.
Sheen apparteneva all’Ordine dei Cartesiani; merita di essere considerato non solo per le particolari caratteristiche di tale ordine, ma anche per la sua posizione strategica così vicina a Westminster, senza ancora essere oscurata dalla grandezza né di quell’abbazia né di Chertsey. Solo dalle sue proprietà in Inghilterra, riceveva un reddito che rappresentava quasi due terzi di quello di Westminster. Di origine relativamente recente (esisteva da poco più di 100 anni quando Enrico VIII la attaccò), non mancava quella caratteristica “straniera” che, giustamente o meno, veniva attribuita in quest’isola all’Ordine dei Cartesiani: una dottrina rigida e un impegno deciso nella difesa della religione. Questi Cartesiani, proprio come i loro confratelli di Londra, rappresentavano un bersaglio naturale per gli attacchi del Re. Li menziono soltanto perché qualsiasi analisi delle fondamenta medievali sarebbe incompleta senza fare riferimento a Sheen, anche se la comunità aveva avuto origine piuttosto tardi e poco a che fare con lo sviluppo storico della valle.
Questo completa l’elenco delle principali fondazioni; per quelle di minor rilievo, sarebbe necessario dedicare intere pagine soltanto all’Instituzione Monastica stessa. Le numerose comunità di frati, nonché gli ospedali presenti nelle città lungo il Tamigi, non possono essere menzionate; così come le piccole congreghe di suore di Ankerwick, Burnham e Little Marlow, le comunità di Medmenham e Cholsey, sia antiche che moderne, e i priorati di Lechlade e Cricklade (che avrebbero potuto occupare uno spazio maggiore di quello disponibile). Nemmeno Godstow, famosa per la leggenda di Rosamond e per il ruolo importante svolto nell’educazione e nel rifugio spirituale, può essere inclusa in questa lista delle principali fondazioni che hanno effettivamente determinato la prosperità della valle.
Diverse di queste piccole case furono utilizzate per aumentare i ricavi di Bisham, la nuova comunità che Enrico, come aveva detto, intendeva creare al posto di molte altre cose che aveva distrutto; e Bisham avrebbe certamente meritato grande attenzione da parte del lettore se fosse sopravvissuta. Ma non sopravvisse. Appena fondata, fu immediatamente distrutta da Enrico stesso, e, come vedremo in seguito, Bisham rappresenta uno degli esempi più curiosi e istruttivi di come quel vasto reddito monastico, che certamente avrebbe dovuto rimanere nelle mani della Corona e che, se così fosse stato, avrebbe dato all’Inghilterra il governo centrale più forte d’Europa, finì invece nelle mani dei signori locali, moltiplicando forse dieci volte la ricchezza della loro classe e trasformando il governo inglese in quell’oligarchia che si affermò nel XVII secolo e che, pur essendo stata influenzata e trasformata dalla finanza ebraica, mantiene ancora oggi una posizione precaria.
Westminster, Chertsey, Sheen, Reading, Abingdon e Osney scomparvero.
Si redige l’elenco senza rifletterci troppo, dando per scontato che tutto ciò che avrebbe potuto suscitare la cupidigia di quella generazione sia necessariamente scomparso; nel mentre lo si scrive, ci si ricorda che, dopotutto, Westminster è sopravvissuta. La sua sopravvivenza è stata un caso fortuito, su cui torneremo in seguito. Ma proprio questa sopravvivenza, lontano dall’essere una compensazione, mette in risalto e accentua ancora di più la distruzione del resto.
Di questi monumenti duraturi dell’energia umana, e soprattutto della certezza umana nel controllo dell’energia, cosa è sopravvissuta oltre a Westminster? Di Chertsey rimane forse un portale e parte di un muro; di Sheen nulla; di Reading alcune pietre utilizzate in opere moderne; di Abingdon un portale e uno o due contrafforti che per lungo tempo hanno sostenuto una birreria; di Osney, al contrario, restano solo impianti elettrici e i quartieri miserabili di una città moderna. Tutti questi erano come Westminster. In tutti si poteva scoprire quel processo paziente di produzione che dimostra la continuità, e quindi la dignità, della civiltà umana. Ognuno di questi luoghi possedeva vetri che ormai non possiamo più dipingere, sculture vivide e gioiose che solo i migliori tra noi riescono a comprendere appieno; ognuno presentava mille dettagli di lavorazione accurata nella pietra, progettati per durare, se non per sempre, almeno per secoli futuri in cui l’uomo avrebbe potuto riacquistare la fede e la conoscenza necessarie per restaurarli nella loro piena bellezza. Tutto questo è scomparso. Senza alcun scopo. Non è stato costruito nulla su di esso, se non una folla di uomini ricchi e stanchi di vivere.
Supponiamo che un uomo abbia navigato lungo il Tamigi quando le nuove discussioni stavano iniziando a Londra e (come era consuetudine anche alla fine del Medioevo) si diffondevano da una città all’altra con una rapidità che noi, ormai lontani dalle discussioni ideologiche, non possiamo mai comprendere. Se tale viaggiatore o barcaiolo avesse percorso il fiume da Cricklade fino alla Torre di Londra, come gli sarebbero apparse le grandi dimore lungo il corso del Tamigi?
L’alto corso del fiume sarebbe stato più o meno lo stesso, ma quando avesse raggiunto quella sua parte ricca e popolosa, girando l’angolo di Witham Hill, avrebbe già visto in lontananza, più grande e un po’ più vicina rispetto alle molte guglie di Oxford, un edificio del genere di quelli che oggi vediamo soltanto nelle nostre rare e semi-deserte città cattedrali. Era l’Abbazia di Osney. Sarebbe stata una guida per lui, così come Hereford lo è per chi rema verso Wye oggi, o la nuova guglia di Chichester per chi approda nel canale oltre Bisham con la marea alta. E mentre vi passava sotto (poiché, tra i numerosi affluenti presenti in quella zona, il corso principale lo portava proprio in quella direzione), avrebbe visto un luogo grande e popoloso, privo di rovine, tutto ben ordinato, pieno di vita e splendore; ancora una volta, ciò che oggi consideriamo un relitto o un segno di tranquillità un tempo era vivo e vigoroso.
Mentre attraversava sotto l’antico ponte di pietra che superava il guado, passando tra le pale sollevate delle dighe, una volta giunto al di sotto di Oxford, avrebbe visto praticamente gli stessi pascoli che vediamo oggi; ma in poche ore, Abingdon, situato subito dopo Osney, avrebbe fissato lo sguardo proprio come aveva fatto Osney prima di lui.
Abingdon avrebbe rappresentato per lui ciò che Noyon è sull’Oise, o qualsiasi delle nostre cattedrali sulle rive dei fiumi dell’Europa occidentale: un abside rivolto verso l’alto corso del fiume, sebbene rotondo e privo degli archi rampanti tipici dello stile gotico, poiché costruito in stile normanno, spesso e largo. Si può immaginare che, grazie alla sua posizione, anche qui gli alberi avrebbero in parte nascosto ciò che si poteva vedere. In Europa cristiana, sono pochi questi absidi situati lungo i fiumi che non siano delimitati da alberi piantati tra il corso d’acqua e loro stessi. Ma man mano che lui proseguiva la sua discesa, prima ancora di raggiungere il ponte, l’facciata occidentale della cattedrale gli si sarebbe presentata davanti: completamente nuova, estremamente ricca e imponente, un esempio perfetto dello stile gotico inglese. Avrebbe brillato sotto i raggi del sole pomeridiano, attraverso il suo labirinto di vetri. Sembra qualcosa che meriti di essere conservato; invece, nel corso della sua vita, sarebbe stato completamente distrutto.
Ancora una volta, nelle molteplici zone situate tra Abingdon e Wallingford, i paesaggi sarebbero stati quelli che un uomo vede oggi. E sebbene a Wallingford si fosse trovato di fronte a una città con tegole rosse brillanti e strutture in legno, forse più grande di quella che vediamo oggi, tuttavia (se tale uomo potesse rivivere) il contrasto non lo avrebbe colpito qui, né tanto meno nei campi sottostanti, quanto invece quando si fosse avvicinato a Reading.
Non c’è bisogno di dire che tutto il resto che dovrebbe esistere a Reading, secondo gli standard dell’epoca, è scomparso; ma se quel viaggiatore fosse qui oggi, ciò che cercerebbe disperatamente e che gli mancherebbe di più sarebbe la parte principale dell’edificio situato all’estremità della città.
Si può dire al meglio che assomigliava a Durham. È vero che la Cattedrale di Durham sorge su una nobile scogliera che si affaccia su un burrone, mentre l’Abbazia di Reading si trova su una piccola collina irregolare che a malapena spunta sopra le pianure piatte dei prati lungo il fiume, ma per quanto riguarda la grandezza delle strutture e lo stile architettonico, Reading sembra assomigliare molto di più a Durham rispetto ad altri grandi monumenti del nostro paese. Sottolineare questo parallelismo con Durham è forse il modo migliore per far capire al lettore moderno ciò che abbiamo perso.
Niente di ciò che aveva visto in questo viaggio avrebbe potuto lasciare un’impronta più profonda nella mente di un uomo contemporaneo; nulla di ciò che gli mancasse, se oggi venisse resuscitato, potrebbe causare una perdita più grave. Con la distruzione di Reading, il popolo di questo paese ha perso qualcosa che nemmeno la loro capacità di viaggiare all’estero può sostituire.
Windsor, mentre lo superava, si ergeva sulla sua destra; non molto diverso da ciò che ancora ammiriamo oggi quando scendiamo da Bray e alziamo lo sguardo verso la torre frontale che merita davvero di essere paragonata a quella di Coucy. Ma più in basso, dopo aver superato il ponte di legno di Staines e attraversato il diga di quella città, il fiume deviava verso sud.
Il viaggiatore avrebbe visto Pentonhook già in formazione o già completato; superandolo, avrebbe notato sopra di sé, lungo il corso del fiume, l’enorme massa dell’abbazia di Chertsey. Se Reading possedeva la solidità e la maestosità “barbara” di Durham, Chertsey, dal punto di vista ecclesiastico, aveva la vastità di Windsor; doveva sembrare davvero una città a chiunque la avvicinasse lungo il fiume. Solo l’area recintata dagli edifici dell’abbazia copriva quattro acri.
L’impressione che un viaggiatore potesse ricevere riguardo alle grandi istituzioni religiose veniva rafforzata da qualcosa di più della semplice grandezza e magnificenza degli edifici stessi. A quel tempo, le opinioni erano divise riguardo al loro valore per lo Stato; inoltre, i senza terra provavano gelosia nei confronti delle lunghe tradizioni e dei privilegi dei monaci. Queste istituzioni rappresentavano non solo la ricchezza stessa dei monaci, ma anche l’accumulo generale di capitale e la continua prosperità della valle del fiume. È vero che, nonostante le difficoltà nel comprendere appieno questa realtà alla luce di ciò che sarebbe accaduto in seguito, per il viaggiatore prima della Dissoluzione la distruzione di tali fondamenti sarebbe sembrata inconcepibile. Eppure, è successa.
Queste note non sono il luogo adatto per discutere quel problema storico tra i più difficili: intendo dire le cause che portarono una nazione a abbandonare, in poche generazioni, tutte le sue tradizioni e ad adottare, non spontaneamente ma su indicazione di un gruppo relativamente ristretto di uomini ricchi, un nuovo modello sociale. Tuttavia, è utile considerare l’aspetto economico della questione e capire ciò che Enrico desiderava ottenere quando la sua politica di dissoluzione venne segretamente concepita.
La funzione economica del sistema monastico nel Medioevo, e soprattutto nel tardo Medioevo, è un aspetto a cui gli storici non hanno prestato abbastanza attenzione.
Raccoglievano ricchezze da fonti molto varie, disseminate in tutto il regno e spesso anche al di fuori di esso, in tutta Europa; esercitavano quindi l’intero potere economico concentrato in un unico centro, fondando così un nucleo permanente di ricchezza nel luogo dove risiedeva la comunità. Nessuna agenzia moderna fa lo stesso.
Oggi siamo effettivamente abituati a un effetto simile nell’azione delle nostre famiglie ricche: gli affitti dei poveri di Londra, le tasse sulle produzioni dell’Egitto, dell’Argentina o dell’India, tutto finisce in qualche tenuta di campagna nelle province, dove si trasforma in una domanda effettiva di prodotti, oppure fornisce ricchezza a un intero territorio che, da solo, non avrebbe mai potuto generarla. I dintorni di Aylesbury, i palazzi dei grandi proprietari terrieri sono esempi moderni di questa verità: il potere economico di una regione non risiede nella sua capacità produttiva, ma nella sua capacità di generare domanda effettiva. E senza dubbio è vero che, se esistesse qualcosa di permanente nella società moderna, lo vedremmo nei quartieri più ricchi di Parigi e Londra, sulla Riviera, nelle zone turistiche dell’Egitto, nonché in alcuni centri di lusso delle province in Inghilterra, Francia e Germania occidentale: questi luoghi rappresenterebbero le basi di una superiorità economica permanente.
Ma nulla nella società moderna ha radici profonde. Quello che oggi è una di queste grandi famiglie territoriali, tra cinquant’anni potrebbe non essere altro che rovina. La moda potrebbe spostarsi dalla Riviera verso qualche altra parte della costa mediterranea, e insieme alla moda scomparirebbe anche la concentrazione di ricchezze che ne deriva.
Nel Medioevo, e soprattutto nel tardo Medioevo, le cose erano diverse. Le grandi istituzioni religiose non solo tendevano ad accumulare ricchezze e a mantenerle nelle stesse mani (non potevano sperperarle né dissiparle in lussi; difficilmente le avrebbero sprecate per cattiva gestione), ma erano anche stabilite permanentemente in un luogo specifico.
Un’istituzione come Reading, ad esempio, o come Abingdon, continuava a ricevere i propri ingenti introiti generazione dopo generazione, e non era soggetta a alcuna tentazione, anzi non aveva nemmeno la possibilità di spenderli altrove se non per il mantenimento dei propri edifici.
In questo modo, le grandi case monastiche fondarono una tradizione di ricchezza locale che ha profondamente influenzato la storia della valle del Tamigi. E se oggi quella valle è ancora uno dei principali distretti in cui si concentra il potere economico dell’Inghilterra, lo deve soprattutto ai secoli durante i quali queste grandi istituzioni esercitarono il loro influenza lungo le rive del fiume.
La crescita delle grandi città, una delle ultime fasi dello sviluppo nazionale, un fenomeno che trova esempi ovunque, anche nella valle del Tamigi, e di cui parleremo ancora prima di concludere queste riflessioni sul fiume, ha in qualche modo offuscato la natura originale di quell’accumulo di ricchezza lungo il corso del Tamigi. Tuttavia, se consideriamo i dati dei censimenti di epoche precedenti, prima che il commercio moderno e le ferrovie concentrassero ricchezza e popolazione in pochi centri più grandi, vedremo quanto fosse estesa la rete di città sorta lungo il fiume. In particolare, noteremo come la popolazione, nonché probabilmente la ricchezza e il valore imponibile della regione, fossero distribuiti in modo abbastanza equilibrato tra queste città.
Il punto appena menzionato in relazione alle più grandi fondazioni monastiche e alla loro concentrazione artificiale del potere economico merita un’ulteriore elaborazione, poiché l’importanza economica di una regione rappresenta uno degli aspetti della geografia che anche gli studi moderni hanno trattato in modo molto imperfetto.
Gli economisti parlano dell’importanza economica di un determinato luogo perché lì viene scoperto materiale utile all’umanità. Pertanto, le persone solitamente sottolineano l’importanza economica delle valli che circondano la catena montuosa dei Pennini in Inghilterra, poiché contengono carbone e metalli; allo stesso modo, si evidenzia l’importanza economica di una piccola regione del Galles del Sud per le stesse ragioni.
Un’altra considerazione ha riconosciuto che non solo i luoghi dove vengono scoperte cose utili all’umanità, ma anche quelli naturalmente adatti al loro scambio possiedono un’importanza economica particolare. Infatti, più la storia viene studiata dal punto di vista dell’economia, più emerge questo tipo di opportunità naturale, e meno appare l’importanza politica delle aree puramente produttive. Le regioni montuose della Spagna, la penisola cornovaglia, erano centri dell’industria metallurgica di primaria importanza per i Romani, ma rimasero povere per tutto il periodo della civiltà romana. Oggi, l’agricoltore dell’America occidentale, il minatore e il impiegato di Johannesburg sono forse più numerosi, ma come forza politica non sono certo più potenti a causa delle opportunità offerte dai loro luoghi di residenza: il potere economico che producono viene infatti prima concentrato nei centri di scambio, dove viene gestito il ricco prodotto da loro generato.
Esiste ora una terza base per l’importanza economica di un distretto; poiché questa terza base è di gran lunga più importante delle altre due, è stata naturalmente trascurata nell’analisi delle università. Questa base è quella legata alla residenza. Se un conquistatore, o un centro amministrativo istituito per routine, si stabilisce in un luogo specifico e sceglie di rimanervi; oppure se i piaceri offerti da quel luogo – i suoi vantaggi naturali, la maestosità dei suoi edifici, ecc. – lo rendono una residenza ideale per coloro che controllano l’uso della ricchezza, allora quel luogo acquisirà un’importanza economica il cui fondamento non è altro che la volontà umana. Lì, indipendentemente dal luogo in cui viene prodotta, la ricchezza si dirigerà; e lì si scoprirà quella forza motrice ultima di tutta la produzione e di tutto lo scambio: la domanda effettiva da parte di coloro che, soltanto loro, possono mettere in movimento le macchine industriali.
Questo è stato ampiamente vero in ogni periodo della storia del mondo: ogni volta che il commercio si svolgeva su larga scala, o quando forze militari sufficientemente potenti erano a disposizione di persone ricche.
Questo è particolarmente vero oggi. Oggi non sono più i centri naturali di scambio, né tantomeno i centri naturali di produzione, a determinare quali luoghi del mondo debbano essere ricchi e quali no. L’eccedenza di ricchezza prodotta dai contadini egiziani viene attentamente raccolta dagli ufficiali inglesi e in gran parte consumata a Parigi; la ricchezza prodotta dai fabbricanti del Nord dell’Inghilterra viene in gran parte spesa nel Sud dell’Inghilterra e sul Continente; fino alla loro recente e riuscita rivolta, la ricchezza prodotta dalla classe contadina irlandese veniva in gran parte spesa a Londra e sulla Riviera.
Quindi, l’importanza economica della Valle del Tamigi non è diminuita, bensì aumentata da quando il Sud dell’Inghilterra ha smesso di essere il principale settore produttivo.
La tradizione di governo, nonché la residenza abituale delle classi ricche e dirigenti della comunità, si sono sempre più concentrate a )Londra. L’antica tradizione del lusso nella Valle del Tamigi è continuamente cresciuta da quando questa ha perso importanza dal punto di vista industriale e agricolo; senza dubbio, se fosse possibile tracciare una mappa che indicasse la distribuzione della domanda economica in tutto il paese, la Valle del Tamigi apparirebbe, rispetto alla sua popolazione, come il distretto più concentrato d’Inghilterra, nonostante contenga soltanto una città molto grande e sia priva di industrie moderne di rilievo.
È interessante, in relazione a questo aspetto economico della Valle del Tamigi, notare che, tra le grandi valli fluviali d’Europa, essa è l’unica ad essere priva di un sistema ferroviario che si estenda lungo le sue rive. Non esistono centri produttivi in grado di rendere possibile lo sviluppo di un simile sistema ferroviario. La Great Western Railway segue il corso del fiume per una certa distanza da un lato e per un’altra dall’altro, fino a Oxford; tuttavia non dipende in alcun modo dal flusso dell’acqua: nei tratti in cui il corso del fiume è irregolare, la ferrovia prosegue lungo il suo percorso rettilineo, estendendo diramazioni verso le piccole città situate sulle rive. In questo tratto, infatti, la ferrovia si basa sull’industria delle regioni dei Midlands e dell’ovest. Se si interrompessero le fonti di approvvigionamento su cui essa fa affidamento al di fuori della Valle del Tamigi, non potrebbe più esistere.
Lo Schelda, il Reno, il Rodano, la Garonna, la Senna, l’Elba: tutti questi fiumi sono diversi dal Tamigi in questo senso. Il potere economico delle principali valli fluviali è principalmente rappresentato dalla capacità di spesa; tali regioni producono poco e, sebbene scambino una grande quantità di ricchezza umana, è il meccanismo artificiale dello scambio, piuttosto che il movimento fisico delle merci, a renderle ricche.
Questa abitudine di risiedere, questa concentrazione del potere di domanda lungo le rive del Tamigi, fu il risultato dell’azione delle case monastiche. Si potrebbe argomentare che, data l’importanza commerciale di Londra e la sua posizione di capitale, la presenza di tale potere economico si sarebbe inevitabilmente diffusa lungo il valle del Tamigi. Tuttavia, è dubbia l’esistenza di una vera necessità del genere. Nell’epoca romana, il Tamigi certamente non seguiva questa direzione verso le zone più ricche a partire da Londra; e sebbene il trasporto via acqua abbia assunto grande importanza dopo il crollo della civiltà romana, fu proprio attraverso le fondazioni benedettine che tale sistema di trasporto venne effettivamente utilizzato. Fu loro ad istituire quella linea continua di sviluppo agricolo progressivo e a preparare il terreno per l’impegno monastico ancora più intenso che seguì la conquista del paese.
Ecco l’elenco delle istituzioni monastiche situate lungo il fiume, escludendo frati, ospedali e fondazioni che facessero parte della vita cittadina o universitaria: un priorato a Cricklade, un altro a Lechlade, l’abbazia di Eynsham (abbastanza vicina al corso d’acqua da essere considerata una fondazione ripariale), il convento e la scuola di Godstow, le grandi abbazie di Osney e Rewley, il convento benedettino di Littlemore, l’abbazia di Abingdon, l’abbazia di Dorchester, Cholsey (ma questa fu distrutta prima della Conquista e non fu mai più ricostruita), il convento agostiniano di Goring, la grande abbazia cluniana di Reading, il piccolo convento di Westminster a Hurley, l’abbazia di Medmenham, l’abbazia di Bisham situata proprio di fronte a Marlow, e il convento di Little Marlow; inoltre, il convento di Burnham, che, sebbene disti quasi un miglio e mezzo dal corso d’acqua, dovrebbe essere considerato una fondazione ripariale data la posizione delle sue proprietà, il piccolo convento di Ankerwike, la grande abbazia benedettina di Chertsey, i carmelitani di Sheen e i benedettini di Westminster, a cui si può aggiungere anche la fondazione di Bermondsey.
Quando arrivò la fine, il numero totale di persone che avevano il controllo di tali vasti possedimenti era esiguo.
Infatti, forse non fu una causa da poco quella che contribuì alla crescente impopolarità di tali monasteri a livello locale: il fatto che così tanto potere economico fosse concentrato nelle mani di pochi. Le principali fondazioni religiose del paese contavano poco più di 3000 religiosi; e anche includendo tutte le suore, i frati e i religiosi laici delle città, il numero totale non superava gli 8000 in un’Inghilterra che doveva avere una popolazione di almeno 4.000.000 di abitanti, e molto probabilmente di un numero ancora maggiore. Inoltre, le masse popolari non potevano prevedere che la classe che avrebbe preso possesso delle terre monastiche avrebbe concentrato i mezzi di produzione in ancora meno mani, fino a quando alla fine la maggior parte degli inglesi non sarebbe rimasta senza nulla in Inghilterra.
Inoltre, sarebbe un errore considerare soltanto i numeri dei religiosi. Le fondazioni più piccole, e soprattutto i conventi di suore, certamente sostenevano solo un numero esiguo di persone; probabilmente questo spiega la facilità con cui vennero soppressi, ma d’altra parte anche le loro proprietà erano limitate. Nel caso delle grandi fondazioni, sebbene si possano contare soltanto 3000 monaci e canonici, il numero reale deve essere moltiplicato di molto per ottenere la cifra totale delle comunità coinvolte. Abingdon e le altre località simili erano vere e proprie piccole città, con un’intera popolazione di dipendenti diretti che viveva all’interno delle mura; inoltre, c’era un numero ancora maggiore di famiglie che, sebbene non risiedessero all’interno dell’abbazia, dipendevano indirettamente dai suoi introiti per il proprio sostentamento.
Un altro modo, forse migliore, per presentare a un lettore moderno l’enorme potere economico del sistema monastico medievale, soprattutto il suo potere economico nella Valle del Tamigi, sarebbe quello di aggiungere a tale elenco di proprietà una mappa della valle che mostrasse i manieri in mano alla Chiesa, le tenute libere e quelle con contratti di affitto possedute dalle grandi abbazie, oltre alle rendite economiche che rientravano nella loro giurisdizione; in altre parole, una mappa che evidenziasse tutte le diverse forme di reddito derivanti da queste proprietà.
Un simile mappa mostrerebbe che la Valle del Tamigi e i suoi affluenti sono circondati da un’influenza ecclesiastica su tutti i lati.
Anche se ci limitassimo alle parrocchie situate direttamente sulle rive del >fiume, la mappa mostrerebbe una vasta area di territori controllati su entrambi i lati, che si estendono da molto sopra Eynsham fino al di sotto dei ponti.
La ricerca necessaria per stabilire un elenco così completo richiederebbe tempi e risorse che l’autore attuale non dispone, ma è possibile dare una qualche idea di quali fossero le proprietà monastiche redigendo un elenco che riguardi soltanto una piccola parte di esse; in questo modo si potrà comprendere ancora meglio quale doveva essere la loro entità complessiva.
In questa lista mi occupo soltanto delle otto proprietà più grandi situate lungo l’intera lunghezza del fiume Thames. Non menziono le parrocchie da cui i ricavi non erano significativi (sebbene ne esistessero molte, poiché le abbazie possedevano un gran numero di piccoli terreni); inoltre, ometto anche le numerose proprietà situate vicino al fiume ma non effettivamente su di esso (come Burnham o Watereaton). E soprattutto, non includo nemmeno quelle fondazioni che si trovavano lungo le rive del Thames ma non vi erano stabilite direttamente. Qualsiasi terreno del Thames che pagasse affitto a un monastero non situato sulle sue sponde viene quindi omesso. Infine, la lista, essendo limitata da tutti questi requisiti, riguarda esclusivamente i terreni posseduti al momento della Dissoluzione dei Monasteri. Ometto decine di proprietà, come quelle di Lechlade che furono dissolte durante il periodo cattolico, o quelle di Windsor che vennero scambiate, come abbiamo visto, al momento della Conquista; mi limito quindi ai terreni posseduti esclusivamente nel periodo in questione.
Eppure queste terre – anche se riguardano soltanto otto monasteri, anche se menziono soltanto quelli effettivamente situati sulle rive del fiume, e anche se ometto dall’elenco tutti i piccoli possedimenti – offrono una serie di nomi che, per coloro che conoscono bene il Tamigi, sembrano rappresentare un vero e proprio viaggio lungo il corso del fiume, coprendo ogni parte del paesaggio familiare ai viaggiatori che lo attraversano. Ecco dunque: Shifford, Eynsham, South Stoke, Radley, Cumnor, Witham, Botley, gli Hinkseys, Sandford, Shillingford, Swinford, Medmenham, Appleford, Sutton, Wittenham, Culham, Abingdon, Goring, Cowley, Littlemore, Cholsey, Nuneham, Wallingford, Pangbourne, Streatley, Stanton Harcourt. E tutta questa lista di nomi riguarda soltanto le zone situate a monte del fiume; non vengono infatti considerati i possedimenti annessi ai grandi monasteri presenti nelle città, come quelli appartenenti ai monasteri di Oxford, ad esempio. È vero che non tutti questi nomi indicano proprietà manoriali complete: in molti casi si riferiscono soltanto a parti di tali possedimenti; tuttavia, anche in questa lista ci sono almeno dieci, e forse dodici, nomi che indicano effettivamente proprietà manoriali complete. Inoltre, bisogna aggiungere altri nomi come Sonning, Wargreave, Tilehurst, Chertsey, Egham, Cobham, Richmond, Ham, Mortlake, Sheen, Kew, Chiswick, Staines, ecc.; molti di questi possedimenti sono di notevole importanza.
È chiaramente evidente, da un elenco così imperfetto e rapidamente redatto, quale fosse il potere economico delle grandi casate; si può persino concludere, sulla base di prove del genere, che la forza trainante dello sforzo economico in tutta la valle del Tamigi, fino alla dissoluzione dei monasteri, risiedesse nelle case capitulari di Reading, Chertsey e Westminster, nonché in quelle di Abingdon e in altre casate minori.
In breve, l’operazione di Henry potrebbe essere paragonata a quella che in futuro potrebbe intraprendere qualche governo democratico europeo quando prenderà sotto controllo le fortune delle grandi case finanziarie; tuttavia ci sono due differenze fondamentali: da un lato, la confisca attuata da Henry riguardava capitale il cui reddito non lasciava il paese e non poteva essere utilizzato a scopi anti-nazionali; dall’altro, si trattava di una confisca di ricchezze che non avveniva in modo segreto e che, a differenza dei nostri principali prestatori di denaro, non aveva alcun interesse nella corruzione politica. Fu un’impresa vasta e, nel vero senso della parola, rivoluzionaria: un evento del genere Europa non l’aveva mai visto prima di allora, e forse non l’ha più visto da allora.
Fu realizzato con facilità, perché nell’opinione pubblica di quel tempo non esisteva alcuna forte resistenza.
Il cambiamento di religione, nella misura in cui rappresentava una minaccia concreta (e su questo punto sia la maggior parte dei parroci che, ancora di più, la gente comune erano molto incerti), non influenzò affatto lo spirito di un popolo famoso in tutta Europa per la sua intensa e spesso superstiziosa devozione; tuttavia, per qualche strana ragione, la separazione delle grandi comunità, la loro enorme ricchezza, e forse anche una contraddizione tra le loro originarie funzioni e i privilegi attuali, impedirono che si sviluppasse un entusiasmo unito e diffuso a sostegno di tale cambiamento.
Gli inglesi si sollevarono da tutte le parti non appena pensarono che i misteri fondamentali della Fede fossero minacciati. Queste rivolte furono sedate solo grazie all’uso di mercenari stranieri e alla più abominevole crudeltà; inoltre, nemmeno questi mezzi sarebbero stati sufficienti se i ribelli avessero avuto un piano chiaro, o se lo scopo stesso di Enrico in materia religiosa fosse stato definito e concreto. Ma il paese, pur pronto a combattere per il Dogma, non lo era altrettanto per difendere i monasteri. Forse avrebbe combattuto se l’attacco contro di essi fosse stato diretto e generale; se Enrico avesse proposto un programma per sopprimere tutti gli ordini religiosi, probabilmente non sarebbe riuscito a realizzarlo, ma in realtà non ne propose alcuno. La dissoluzione degli ordini minori fu considerata da molti devoti una misura sagge e politicamente opportuna. Molti di questi ordini, come quello di Medmenham, erano ormai decaduti; i loro beni non dovevano essere utilizzati per il lusso personale del Re o dei nobili, ma dovevano servire ad aumentare le entrate delle fondazioni più grandi o a scopi pubblici pietosi e onorevoli. Tuttavia, una volta dato questo esempio, fu inevitabile che anche gli ordini maggiori venissero attaccati; l’intera vicenda costituisce quindi una lezione evidente sul principio fondamentale della politica: le persone sono guidate dalla routine e dall’esempio di ciò che è loro familiare. Se si permette alla massa delle persone di credere che il percorso che seguono abitualmente non sia necessario per la loro vita, allora si può chiedere loro quasi qualsiasi sacrificio; inoltre, è facile far sì che assistano senza disgusto a qualsiasi atto orribile.
Inoltre, anche i grandi monasteri furono tutti ingannati a turno: ad alcuni veniva chiesto di arrendersi in un momento preciso, ad altri in un altro; l’uno per questo motivo, l’altro per quello. La soppressione di Chertsey, esempio che ricorre costantemente in queste pagine, fu promessa solennemente come semplice trasferimento della comunità da un luogo all’altro; ma una volta avvenuto il trasferimento, la seconda comunità venne spietatamente distrutta. Esistono prove abbondanti che dimostrano come ciascuna comunità nutrisse delle speranze particolari riguardo alla propria sopravvivenza, e che ognuna, fino alla fine del processo, considerasse il proprio destino, quando finalmente si verificava, qualcosa di eccezionale e specifico per sé. Alcuni, o meglio molti, riuscirono ad ottenere un’esenzione temporanea, convinti probabilmente che la loro tangente avrebbe reso tale esenzione permanente; i loro pagamenti furono accettati, ma i contratti su cui si basavano non furono mai rispettati.
Quando la dissoluzione ebbe luogo, oltre al saccheggio privato, che fu enorme e di cui parleremo in seguito, la Corona attuò una distruzione sistematica delle proprietà coinvolte.
In nessuno degli sprechi negligenti che caratterizzavano quel periodo esiste un esempio peggiore di quello relativo a Reading. Il rame presente sul tetto era già stato rimosso e fuso; i legni del tetto stavano marcendo da quasi trent’anni, quando Elisabetta concesse il permesso di rimuovere quelle parti ancora integre. Alcuni di quei materiali furono utilizzati per la riparazione di una chiesa locale; poco dopo fu concesso un altro permesso per rimuovere 200 carri di pietra da costruzione dalle rovine. Ma quei materiali dimostrarono una tenacia sorprendente. L’abbazia era ancora abitabile prima delle Guerre Civili, e anche alla fine del XVIII secolo un’estesa parte delle vecchie mura rimaneva intatta.
Westminster fu salvata. La salvezza di Westminster è ancora più notevole se si considera che quell’edificio era estremamente ricco.
Nella rapida ricerca sulla storia moderna, non è stata sprecata più inchiostro di quanto ne sia stato utilizzato nel tentativo di effettuare un confronto preciso tra l’economia moderna e quella medievale.
È una sfortuna che coloro che sono più adatti a comprendere i problemi economici e la scienza del mondo moderno siano, per razza o religione, o entrambi, tagliati fuori dal sistema medievale; e anche quando conoscono, per così dire, lo scheletro di quel “corpo” che è l’Europa cristiana, rimangono comunque privi di empatia verso la sua forma vivente e il suo spirito, o addirittura ne sono ignari.
La parte specifica di quell’indagine che riguarda coloro che hanno avuto a che fare con la vasta rivoluzione economica scatenata dalla dissoluzione dei monasteri consiste nel confronto dei valori (misurati in metalli preziosi) tra l’inizio del XVI secolo e l’inizio del XX secolo.
A nessun uomo ragionevole occorre essere detto che un simile confronto rientra tra quelle numerose pratiche dell’indagine storica nelle quali si ottengono risultati migliori quanto più l’osservazione viene condotta su scala ampia e approfondita. In questo tipo di analisi, i dettagli sono spesso più dannosi delle inesattezze, e quasi nessun osservatore che abbia davvero studiato a fondo il proprio argomento è riuscito a evitare conclusioni assurde.
Ancora una volta, non è necessario che a nessuno dotato di buon senso venga detto che l’individuazione di un multiplo rigido è assolutamente impossibile. La ricerca di tale multiplo è simile alla ricerca di un numero indice che possa applicarsi a tutte le diverse abitudini economiche del mondo moderno. Non si può dire: “Moltiplicare i prezzi per 10” o “Moltiplicare i prezzi per 20”, e così fornire al lettore moderno una base solida; ma si può, dopo alcune osservazioni, affermare: “Moltiplicare per un certo multiplo” (quando si tratta di spese molto elevate e varie), e sicuramente si otterrà un valore minimo; anche se non è possibile determinare con precisione quanto più tali spese potessero essere in quelle circostanze sociali molto diverse e molto più semplici. Quindi, qual è il multiplo approssimativo che ci permetterà di ottenere questo valore minimo?
L’indagine è stata condotta da più autorità sulla base del grano. Si può dire che, negli anni normali del XVI secolo, la produzione di grano rappresentasse circa un ottavo di quella che si registrava negli anni normali del XIX secolo, prima che l’afflusso di prodotti coloniali iniziasse a causare problemi seri e prima che la deprezzazione dell’argento, unita ad altre cause, alterasse i prezzi.
Coloro che hanno adottato il grano come unità di misura, riconoscendo – anche se loro stessi lo devono fare – che l’otto rappresenta un multiplo troppo basso, sono disposti ad accettare anche il dieci, e a volte persino il dodici. Questo metodo di calcolo, essendo molto pratico, è stato utilizzato in molti libri relativi al periodo della Riforma. La vecchia moneta del periodo Tudor, il penny, è stata convertita nell’odierno scellino.
Ma questa base di calcolo è errata, perché il consumo del pane di grano all’epoca non era una pratica universale come lo è oggi. Il proletario inglese di oggi, rispetto alla vasta e benestante classe dei suoi concittadini, è molto più povero di quanto lo fossero i suoi antenati. Il pane di grano è effettivamente una necessità per lui, ma carne fresca e di buona qualità rappresenta invece un lusso per lui.
Gli uomini d’Inghilterra di un tempo rendevano il manzo una necessità essenziale, eppure si osserva che il manzo permette di ottenere un multiplo più elevato rispetto al grano. Il grano fornisce un multiplo di 8, consentendo quindi un risultato leggermente superiore; allo stesso modo, il manzo, con il suo multiplo di 12, offre un risultato ancora più alto. Quindi, se utilizzassimo il manzo al posto del grano come alimento principale, otterremmo un multiplo di circa 13 o 14, che ci permetterebbe di convertire i valori monetari dell’inizio del XVI secolo nei valori della nostra epoca.
Ma la carne di manzo, a sua volta, non rappresenta un criterio equo; per gran parte dell’anno, nelle circostanze di allora, era necessario consumare carne di maiale invece che quella fresca. Oggi, la carne di maiale è quasi l’unica carne disponibile tutto l’anno per molti lavoratori agricoli. La carne di maiale, inoltre, offre un rapporto di multiplazione ancora più elevato: 20. Quello che oggi spendete al mercato di Chichester per una scrofa da riproduzione, negli anni iniziali del XVI secolo lo spendevate per uno scellino. Ecco quindi un altro prodotto di consumo comune che offre un rapporto di multiplazione pari a 20.
La birra forte ti offre un rapporto qualità-prezzo ancora più vantaggioso: quasi 24 volte il prezzo del suo contenuto alcolico. Un tempo potevi acquistarla a soli 1 penny al gallone, mentre oggi è difficile trovarla a meno di 2 shilling al gallone, nonostante sia prodotta con gli stessi ingredienti. La birra leggera prodotta nelle zone agricole ti offre invece qualsiasi rapporto qualità-prezzo tu desideri: attualmente costa tra gli 8 e i 9 penny al gallone, mentre nel XVI secolo veniva spesso offerta gratuitamente, proprio come l’acqua.
L’esame di soltanto pochi insiemi di prezzi, come quelli che abbiamo citato, mostra che il multiplo medio potrebbe variare tra 8 e 24, con una tendenza a preferire i valori più alti rispetto a quelli più bassi. Tuttavia, esistono altre prove che convergono verso lo stesso risultato e che permettono di raggiungere un grado maggiore di certezza. Ad esempio, anche dopo l’aumento dei prezzi all’inizio del regno di Elisabetta, sebbene sei pence a settimana siano considerati una somma insufficiente per il vitto e l’alloggio di un lavoratore, uno scellino viene ritenuto un importo molto elevato e viene concesso soltanto ai mestieri di prim’ordine; inoltre, se consideriamo il periodo precedente la Riforma, quando la condizione dei lavoratori era certamente migliore rispetto a quella sotto Elisabetta o a qualsiasi altra epoca successiva, si osserva lo stesso fenomeno. Un penny al giorno viene considerato un reddito piuttosto modesto, mentre due pence al giorno rappresentano un supplemento considerevole rispetto al salario base.
Ancora una volta, nella prima tassa sul reddito introdotta da Enrico VIII si dà per scontato che molti lavoratori guadagnino meno di una sterlina all’anno in termini di retribuzione effettiva, e che i salari superiori a questa somma – ad esempio, fino a due sterline – rappresentino una sorta di “aristocrazia del lavoro” in grado di permettersi il pagamento delle tasse. Certo, parte di questi salari veniva corrisposta sotto forma di vitto e alloggio, soprattutto nel settore agricolo, ma comunque, ricevere 240 pence per un anno di lavoro in denaro significa guadagnare una somma molto superiore a 20 sterline: non si riesce certo a trovare qualcuno che lavori in una casa e in un giardino per meno di trenta sterline, anche considerando il cibo e l’alloggio forniti; inoltre, i lavoratori senza fissa dimora guadagnano comunque almeno cinquanta sterline all’anno.
Quando la Riforma era al suo apice, la valuta era stata svalutata al punto di diventare quasi irriconoscibile; inoltre, prima della morte di Edoardo VI, gli indici dei prezzi, a causa dell’inflazione, erano diventati così falsi da risultare inutili per i nostri scopi. Solo con la valuta introdotta da Elisabetta essi tornarono ad essere veri indicatori di valore.
È quindi inutile proseguire le indagini dopo la dissoluzione dei monasteri, poiché non solo la valuta era in uno stato di totale disordine, ma anche i prezzi veri e propri aumentavano rapidamente a causa dell’afflusso di metalli pregiati provenienti da Spagna e America.
Ho detto abbastanza in questo semplice schizzo per dimostrare che un multiplo generale di 20, quando si considerano sia i salari che i alimenti di base, rappresenta il livello più alto che possa essere stabilito in modo sicuro, mentre un multiplo generale di 12 è certamente troppo basso.
Ma nemmeno moltiplicare per 20 è affatto sufficiente per comprendere il significato sociale di un reddito così elevato nella prima fase del regno di Enrico VIII.
Un breve saggio storico, come questo, non è il luogo adatto per discutere alcuna teoria generale dell’economia; se ci fosse spazio per farlo, anche in modo elementare, si potrebbe dimostrare come l’aumento della ricchezza in uno stato, grazie alla maggiore elasticità della circolazione della moneta, sia quasi indipendente dal movimento dei prezzi. Ma senza addentrarsi in formule di tale complessità, bastano un paio di semplici confronti per evidenziare quanto fosse più significativa una determinata entità economica all’inizio del XVI secolo rispetto al suo equivalente attuale in termini di valore.
Consideriamo un uomo che disponga di circa 2000 sterline all’anno e viaggi attraverso l’Europa moderna. A causa della concorrenza del commercio moderno e della facilità dei viaggi, i prezzi sono molto uniformi in tutta l’area che egli attraversa. Tuttavia, se tale uomo si stabilisse in un villaggio di contadini spagnoli, apparirebbe quasi incredibilmente ricco, poiché avrebbe a disposizione una quantità praticamente illimitata di quelle semplici necessità che costituiscono l’intera gamma dei beni consumabili disponibili in quel luogo. Oppure, se si stabilisse in un ambiente dove la varietà dei beni consumabili è ampia, ma la distribuzione della ricchezza è abbastanza equa e quindi un reddito modesto rappresenta un fenomeno sociale normale – come ad esempio nella classe media inferiore di Parigi – allora le sue 2000 sterline all’anno avrebbero un impatto molto maggiore rispetto a una società in cui la ricchezza è distribuita in modo disomogeneo. In quel contesto, infatti, con appena un decimo di tale reddito sarebbe possibile soddisfare quasi tutte le esigenze quotidiane delle persone che lo circondano.
Tenendo tutto ciò in considerazione, possiamo iniziare a comprendere quale fosse la reale entità dei grandi monasteri al momento della loro dissoluzione. Non è certo un’esagerazione moltiplicare l’elenco di questi beni per 20 per farli rientrare nei termini della valuta moderna: un luogo che fruttava quasi 2000 sterline all’anno (come ad esempio l’Abbazia di Ramsey) significava, in termini di reddito, poco meno di 40.000 sterline all’anno, calcolando solo i prezzi dell’epoca. E quelle 40.000 sterline venivano spese in un’Inghilterra in cui nove decimi dei lussi propri dei ricchi moderni erano sconosciuti; in cui il signore terriero era solitamente solo tre o quattro volte più ricco di uno dei suoi contadini; in cui una grande fortuna, quando esisteva, era legata piuttosto a un incarico ufficiale che a una persona. In generale, quindi, il fattore 20 deve essere ulteriormente moltiplicato per un coefficiente che non è possibile determinare matematicamente, ma che appare senz’altro molto elevato se si confronta la semplice, povera e equa società del primo XVI secolo con la complessa, enorme, ricca e profondamente ingiusta società dei nostri giorni.
Supponiamo, ad esempio, di prendere il multiplo più alto di 20 e di affermare che i ricavi di Westminster nei primi giorni del 1540, al momento della sua dissoluzione, fossero di circa 80.000 sterline all’anno in termini di valuta moderna: in questo modo sottostimeremmo notevolmente la posizione economica di Westminster nello Stato. Oggi a Londra ci sono molti individui privati che dispongono di un reddito altrettanto elevato, ma, nonostante tutta la loro ostentazione, non sono particolarmente rilevanti; tuttavia, il reddito di Westminster all’inizio del XVI secolo, quando la ricchezza era distribuita in modo molto più equo rispetto ad oggi e la sua accumulazione era molto minore, rappresentava qualcosa di completamente diverso rispetto a quelle 80.000 sterline all’anno che intendiamo oggi con questo termine. Quel reddito produceva un effetto molto maggiore di quello che potremmo immaginare oggi che fosse prodotto da un milione di sterline. Solo pochissime famiglie potevano competere con esso, e la fortuna delle singole famiglie, soprattutto quelle ricche, durante l’esistenza di un re potente era estremamente precaria e spesso veniva interrotta bruscamente; nulla poteva eguagliare tale potere economico se non la Corona, che all’epoca – e rimase tale fino alla vittoria dell’aristocrazia nelle Guerre Civili – era di gran lunga la più ricca entità giuridica del Regno Unito. La tentazione di saccheggiare Westminster era simile a quella che oggi affrontano le nostre istituzioni finanziarie nel cercare di accedere alle risorse della regione del bacino del Congo o ai giacimenti di carbone inesplorati del Nord Cina.
Per un miracolo, quella tentazione fu respinta. Per il momento, Henry intendeva creare una diocesi con la sua cattedrale utilizzando l’antica corporazione e l’abbazia esistenti. Avrebbe potuto farlo, ma poi avrebbe ceduto immediatamente alla propria avidità, come accadde per la Cattedrale di Osney. Alla fine, l’edificio assunse la forma che mantiene ancora oggi. La maggior parte dei suoi introiti fu naturalmente sottratta illegalmente, ma la struttura stessa fu risparmiata e rimasero abbastanza risorse per permettere al Westminster di continuare a esistere fino ai giorni nostri.
Gli uomini fanno fatica a comprendere ciò che avrebbe potuto accadere – anzi, ciò che quasi è accaduto – nella storia della loro nazione; sembra difficile per la nostra generazione immaginare che la Westminster Abbey non facesse parte della vita nazionale. Eppure l’Abingdon è scomparso, rimasto solo come un ingresso; il Reading esiste soltanto sotto forma di alcune mura in rovina; il Chertsey è completamente scomparso, così come l’Osney e lo Sheen. Per non parlare delle grandi residenze lungo il fiume: solo la Westminster Abbey è sopravvissuta. L’unica ragione per cui esiste ancora è che, al momento della distruzione dei monasteri, possedeva un carattere reale; inoltre, la sua esistenza ha contribuito a rafforzare il potere della dinastia Tudor. Altrimenti, sarebbe stata venduta come tutte le altre: il tetto sarebbe stato smantellato, i vetri rotti e gettati via, e qualche nobile come Cecil o Howard se ne sarebbe costruito un palazzo con quelle stesse pietre. È solo una coincidenza che oggi le parole “Westminster Abbey” abbiano per noi più significato di “Woburn Abbey”, “Bewley Abbey” o di qualsiasi altra delle innumerevoli residenze storiche del nostro paese.
Chertsey e Abingdon non furono così fortunati come Westminster.
Chertsey, infatti, è scomparsa così completamente da poter essere considerata un simbolo di tutto ciò che l’Inghilterra era stata nelle trenta generazioni successive all’avvento del Cristianesimo, per poi cessare improvvisamente di esistere in soltanto due generazioni. Forse, tra i coloni, non c’è nemmeno uno su mille che consideri la Westminster Abbey un centro inevitabile per gli inglesi e gli anglosassoni, e che abbia mai sentito parlare di Chertsey. Probabilmente, tra gli studenti di storia, ce n’è solo uno su cento che possa collegare il nome di Chertsey a qualcosa di concreto. Eppure Chertsey era la seconda abbazia benedettina più importante d’Inghilterra; inoltre, esisteva già all’epoca della nascita stessa del paese.
Chertsey seguì lo stesso destino di tutte le altre. L’ultimo abate, John Cordery, la consegnò nel luglio del 1537, ma lui e la sua comunità non furono immediatamente dispersi; vennero invece portati via per costituire quella nuova fondazione, Bisham, di cui parleremo in seguito in relazione al fiume, ma che a sua volta scomparve subito dopo. Non era passato nemmeno un anno: nel giugno del 1538, anche la nuova comunità di Bisham fu dispersa, proprio come l’antica comunità di Chertsey.
Dell’abbazia stessa non è rimasto nulla se non un pezzo rotto di cancello e poche pietre di muro. Tuttavia, un ricordo di essa sopravvive nella Fiera del Ciliegio Nero: un mercato concesso all’abbazia nel XV secolo, che in passato si teneva sulla collina di Santa Anna e il giorno di Santa Anna.
Il destino di questo monastero ha qualcosa di particolarmente tragico: l’abate e i monaci di Chertsey, quando si arresero, lo fecero nella piena convinzione di poter continuare la loro vita monastica a Bisham; se Bisham fu traditoriamente distrutto subito dopo, la colpa non ricade su di loro.
Con Abingdon fu diverso. L’ultimo priore fu forse il meno fedele di tutti quei personaggi confusi o avari che incontriamo nella storia della dissoluzione delle ordini religiosi. Si chiamava Thomas Rowland; aveva osservato con attenzione ogni movimento del pensiero di Enrico e, se possibile, aveva già previsto le sue intenzioni. Non aspettò nemmeno che gli venisse fatta una richiesta esplicita: suggerì addirittura l’abbandono della fiducia che molte generazioni di inglesi avevano riposto nelle sue mani. In cambio ricevette non solo una pensione molto sostanziosa, ma anche il Maniero di Cumnor, che prima della distruzione degli ordini religiosi fungeva da sanatorio o residenza estiva per i monaci. Lo ottenne. Da allora, il Maniero di Cumnor ha conservato un’atmosfera di desolazione e tragedia; non è rimasto nemmeno alcun pezzo del suo palazzo originale.
Quando qualsiasi sistema economico organizzato scompare, non c’è nulla di più interessante nella storia che osservare il processo della sua sostituzione: ad esempio, la graduale scomparsa della schiavitù pagana e la sua sostituzione dalla classe contadina autogovernata del Medioevo, con tutte le conseguenze di quel cambiamento, rappresentano alcuni dei momenti più significativi registrati nei documenti europei. Ma la dissoluzione dei monasteri inglesi presenta un interesse aggiuntivo: si trattò di un cambiamento immediato e quindi travolgente; non ci furono quasi avvisi premonitori, né ritardi. Improvvisamente, in meno tempo di quello che occorre a una persona per morire, ma in soli due anni, un quarto dell’intera potenza economica del paese venne completamente trasformato. Nella storia europea non si era mai verificato nulla del genere.
Cosa riempì quel vuoto creato? La risposta a questa domanda è l’Oligarchia: la classe terriera che da tempo minacciava di assumere il controllo del governo inglese prese il posto delle grandi famiglie nobili, e con questo aumento del proprio potere già considerevole riuscì a distruggere la monarchia. Entro 100 anni, iniziò quindi a governare il popolo inglese attraverso un piccolo gruppo di uomini ricchi; una forma di governo che, ancora oggi, solo l’Inghilterra, tra tutte le nazioni cristiane, subisce o gode.
Questa affermazione generale non deve essere intesa nel senso che il sistema oligarchico, basato sulla proprietà terriera, sia stato creato immediatamente con la dissoluzione dei grandi monasteri. Lo sviluppo del sistema territoriale dell’Inghilterra, di cui le rive del Tamigi offrono un esempio rappresentativo quanto qualsiasi altro nel paese, può essere sicuramente rintracciato fin dai tempi sassoni, e congetturalmente anche ai tempi romani.
La tenuta romana era, presumibilmente, l’antenata diretta dei manieri; i thegni sassoni, per lo più, erano in linea di sangue – e quasi tutti, anche dal punto di vista sociale – discendenti dei proprietari delle ville romane che avevano subito le continue invasioni piratesche nei secoli V e VI.
Ma sebbene l’organizzazione signorile, con i suoi signori villaggi e i loro servi dipendenti, fosse comune in tutto l’Occidente e si potesse trovare sul Reno, in Gallia e persino in Italia, nell’Inghilterra sassone presentava questa particolarità: non esisteva alcuna organizzazione sistematica attraverso la quale il proprietario terriero locale riconoscesse esplicitamente un superiore feudale e, tramite di esso, il potere di un governo centrale. O meglio, sebbene in teoria tale riconoscimento fosse emerso verso la fine del periodo sassone, in pratica esso quasi non esisteva. Quando Guglielmo sbarcò, l’intero sistema fondiario era nel disordine: i signori locali dei villaggi non erano abituati all’intervento di un superiore, e non esistevano gruppi di signori in grado di coordinare il sistema territoriale, collegandolo a un punto centrale come la corte reale.
Un tale sistema di gruppi si era sviluppato in Gallia, e proprio a questa differenza dobbiamo, in definitiva, il sistema territoriale francese attuale; tuttavia, i nuovi sudditi di Guglielmo il Normanno non ne comprendevano il funzionamento.
Fu proprio per questo motivo che anche quelle tenute che egli cedette ai suoi parenti e dipendenti francesi finirono per disperdersi; inoltre, sebbene avesse istituito un rigido sistema feudale incentrato su di sé, le antiche usanze del popolo, unite alla mancanza di qualsiasi legame tra le unità sparse e indipendenti localmente, impedirono che tale sistema potesse durare a lungo.
L’ordine di William non aveva ancora un secolo di vita quando, durante il regno di Enrico II, si fece sentire la rinascita dell’indipendenza feudale dei manieri. A causa della scarsa popolarità personale di suo figlio Giovanni, questa tendenza sfociò in una rivolta vittoriosa. Nonostante i tentativi di alcuni re feudali potenti, come gli Edwardi I e III, di soffocare queste tradizioni radicate, l’indipendenza e il potere dei proprietari terrieri rimasero elementi fondamentali della vita inglese. Ciò si rifletteva nella natura stessa del Parlamento inglese locale, nel sostegno dato alla dinastia Lancaster che aveva usurpato il trono. In venti modi diversi, questi fenomeni si intrecciarono e si svilupparono fino alla fine del Medioevo.
Ma dopo la dissoluzione dei monasteri, questo potere dei cavalieri assunse un aspetto completamente diverso: la classe proprietaria terriera, che inizialmente costituiva una base per il Governo Nazionale, divenne, entro due generazioni dalla dissoluzione dei monasteri, la padrona di quel governo.
Per molti secoli, prima del XVI, la vasta ricchezza della Corona veniva gradualmente erosa, a scapito del governo centrale nazionale e a vantaggio dei nobili locali. Tuttavia, questa alienazione non fu mai completa: esistono numerosi casi in cui la Corona riacquisisce la proprietà di manieri di cui non aveva mai perso il titolo teorico. Con i Tudor questi casi divennero sempre più rari; con gli Stuart, invece, cessarono del tutto.
La causa di questo rapido indebolimento della Corona risiedeva in gran parte nel cambiamento nella distribuzione della ricchezza. Fino a metà del XVI secolo, il Re era molto più ricco di qualsiasi altro dei suoi sudditi. Attraverso un atto deliberato – la distruzione dei diritti feudali ecclesiastici – la Corona offrì alle classi più abbienti dei sudditi l’opportunità di aumentare enormemente i propri introiti, al punto da mettere in ombra lo stesso potere regale. In poco più di un secolo, dopo la confisca delle terre monastiche, il Re si trovava in una situazione difficile: ogni spesa era soggetta a controlli rigorosi, tutte le sue fonti di reddito erano sotto controllo e, in qualche modo, anche la sua stessa persona era “ipotecata” a una plutocrazia. I nobili non solo avevano aumentato i propri introiti grazie alle proprietà delle antiche fondazioni religiose, ma erano anche riusciti, con questa improvvisa accumulazione di ricchezza, a superare i propri concorrenti tra i cittadini comuni. L’equilibrio contro il potere dei proprietari terrieri locali scomparve insieme alle monasterie stesse.
Per dimostrare come le istituzioni religiose costituissero un potente contrappeso che permetteva al Governo Centrale e al popolo di continuare a opporsi all’aumento del potere dell’oligarchia terriera, possiamo prendere in esame l’intera sponda meridionale del Tamigi, da Buscot fino a Windsor. Al momento della Conquista, in quella zona si trovavano dodici manieri reali e quindici manieri religiosi; soltanto nove di questi erano sotto il controllo di signori privati. Quattro secoli e mezzo dopo, al momento della Dissoluzione dei Monasteri, la maggior parte dei manieri reali era passata in mano a privati, mentre il numero di manieri gestiti dalle istituzioni religiose era addirittura aumentato.
A questo punto è importante notare un fenomeno economico che a prima vista sembra casuale, ma che, esaminato più attentamente, si rivela derivante da cause politiche calcolabili. Nel momento della Dissoluzione, apparentemente la Corona avrebbe potuto concentrare nelle proprie mani i ricavi di tutti questi possedimenti monastici; questa zona tipica, la costa del Berkshire, dimostra quanto potente economicamente avrebbe potuto diventare il governo centrale d’Inghilterra se le proprietà cedute alla Corona fossero rimaste in mano al Re.
Il lettore moderno sarà tentato di chiedersi perché non si sia mantenuto questo sistema.
Con ogni probabilità, Henry intendeva conservare, se non l’intero patrimonio (poiché doveva ricompensare i suoi servitori e era abituato a agire in modo generoso), almeno la maggior parte di esso nel Tesoro Reale. Se ci fosse riuscito, il governo centrale inglese sarebbe diventato di gran lunga il più potente d’Europa. È concepibile – anche se tale ipotesi appare dubbia, considerando il carattere nazionale dell’Inghilterra – che, con un strumento di governo così potente, l’Inghilterra avrebbe potuto guidare quegli esperimenti moderni piuttosto che rimanere in disparte rispetto alla rapida trasformazione burocratica della civiltà europea operata dalla Corona francese. Si può immaginare che gli Stuart, se avessero disposto di entrate sufficienti, avrebbero fatto ciò che fecero i Borboni; si può immaginare che lo Stato moderno si sarebbe sviluppato sotto una Corona inglese più ricca di qualsiasi altro governo europeo, e che la rinascita dell’Europa fosse avvenuta proprio a nord del Canale della Manica, invece che a sud.
Ma questa speculazione è vana. In realtà, tutta quella nuova ricchezza sfuggì rapidamente dalle mani del Re d’Inghilterra.
Quando di tre forze che ancora mantengono un equilibrio due sono ferme e una esercita pressione su queste due, allora, se una delle forze ferme viene rimossa, quella che prima esercitava pressione su entrambe sopraffarà la forza ferma rimasta. Il sistema monastico esisteva da oltre 100 anni e, in alcuni aspetti politici del suo potere, forse aveva già iniziato a declinare. La monarchia, nonostante tutto il suo splendore, in termini di risorse effettive non era diversa da quanto fosse stata nelle generazioni precedenti. La forza crescente e sempre più potente rappresentata dai cavalieri feudali esercitava pressione su queste due istituzioni. Non sorprende quindi che, in tali condizioni, il dominio finisse per passare a quella forza più giovane e in ascesa.
Consideriamo, ad esempio, l’ansia straordinaria di un re apparentemente così potente come Enrico per il consenso formale dei Comuni ai suoi atti. Questo aspetto è stato spesso presentato come parte della politica nazionale Tudor e simili, ma coloro che scrivono in questo modo forse non hanno mai sorriso, come ha fatto l’autore di queste righe, al pensiero dei nomi di quelle persone che rappresentavano le contee inglesi nel Parlamento che approvarono la dissoluzione delle grandi case monastiche. Ecco qui un Ratcliffe del Northumberland, un Collingwood; ecco un Dacre, un Musgrave, un Blenkinsop; ci sono anche i Constables e i Nevilles dello Yorkshire; i Tailboys di Lincoln, un Schaverell, un Throgmorton, un Ferrers, un Gascoyne. E naturalmente, inevitabilmente, c’è anche un Russell, rappresentante del Bedfordshire.
Ecco Townshend, Wingfield, Wentworth, Audley – tutti dell’East Anglia – Butler; da Surrey, Carew, e quel FitzWilliam il cui appetito per i beni religiosi si rivelò insaziabile; c’è anche Blount dello Shropshire, Lyttleton, Talbot (e ancora un altro Russell!), Darrell, Paulet, Courtney, (per vedere cosa si possa trovare nel proprio paese natale, il Devon), e dopo di loro Grenfell. Questi sono solo alcuni nomi scelti a caso per mostrare di che tipo di “comuni cittadini” dovesse fare i conti Enrico VIII. Sono nomi importanti; e la “Costituzione”, all’epoca come oggi, aveva poco o nulla a che fare con il loro dominio. La ricchezza era – ed è ancora – l’arma del loro potere.
È evidente che uomini del genere potessero alla fine costringere il Governo ad agire, ma ciò che forse è davvero notevole è la straordinaria rapidità con cui la Corona perse le sue nuove ricchezze a causa della nobiltà; questo fenomeno può essere spiegato solo in due modi.
Innanzitutto, c’era il rapido cambiamento dei prezzi, dovuto all’importazione spagnola di metalli pregiati dall’America, un effetto che ora stava raggiungendo anche l’Inghilterra; in secondo luogo, c’era il carattere specifico della dinastia Tudor.
Per quanto riguarda il primo punto, ciò mise il Governo Nazionale in una situazione di perpetuo imbarazzo, poiché esso dipendeva ancora in gran parte da pagamenti abituali e fissi. Quando riceveva soltanto lo shilling consueto, doveva invece pagare tre volte tanto per materiali e salari, i cui prezzi erano aumentati e continuavano ad aumentare. Di fronte a questa situazione difficile, nonostante ogni stratagemma e manovra, la Corona aveva bisogno costante, urgente e crescente di fondi. Furono imposte tasse nuove e rigide, vennero presi prestiti che non furono mai ripagati; tuttavia era necessario qualcosa di molto più significativo per salvare la situazione, soprattutto considerando l’aumento continuo dei prezzi nel corso degli anni. Un’opzione evidente consisteva nell’utilizzare i fondi provenienti da coloro che possedevano già forse metà delle terre coltivabili d’Inghilterra: questi capitali, come se fossero stati un reddito naturale, finirono nelle loro tasche. Spesso il Governo riusciva a convertire i nuovi introiti in denaro contante in meno di dieci anni, e spendeva quei fondi come se fossero stati guadagni regolari.
Il personaggio dei Tudor rappresentava una seconda causa.
È una piacevole ipotesi immaginare che, se al trono fosse salito un personaggio diverso dai Tudor, almeno parte di questo patrimonio nazionale non sarebbe andata perduta. Si può immaginare un individuo tenace, puro, meticoloso e astuto, attento alla dignità e con una naturale diffidenza verso i rivali, che avrebbe potuto salvare alcune delle proprietà per le generazioni future. Ad esempio, Carlo I, se fosse nato 100 anni prima, molto probabilmente sarebbe riuscito a fare proprio questo.
Ma i Tudor, nonostante tutta la loro violenza, erano fondamentalmente deboli. C’era sempre qualche vizio o passione che interrompeva la continuità delle loro politiche – persino Maria, che non era il frutto di capricci, aveva ereditato i difetti mentali della casa spagnola – e prima che l’ultimo membro della famiglia morisse, mentre ancora vivevano uomini anziani che da bambini avevano visto quei monasteri, quasi tutto questo immenso tesoro finì nelle tasche dei nuovi proprietari terrieri. A metà del XVII secolo, ogni uno di questi villaggi era sotto il controllo di un proprietario privato; entro la fine dello stesso secolo, anche il legame teorico della loro dipendenza feudale dalla Corona venne spezzato; e nei due secoli successivi il potere di questi nuovi proprietari terrieri continuò ad aumentare costantemente.
Oltre al trasferimento dei possedimenti monastici, esisteva un altro modo con cui la dissoluzione degli ordini religiosi contribuì alla formazione dell’oligarchia terriera al posto del vecchio governo nazionale. I monasteri possedevano non solo questi pieni diritti sui manieri, ma anche numerosi lotti di terra sparsi in varie località, i cui diritti di proprietà erano già passati in mano privata. Questi lotti, proprio come le piccole tenute laiche, costituivano nuclei di resistenza contro il crescente potere dei signori terrieri.
Il punto è di una importanza molto considerevole, anche se non facile da comprendere per chi non sia a conoscenza del modo in cui si è formata l’oligarchia territoriale o ignori le condizioni attuali della vita nei villaggi inglesi.
Alla fine del Medioevo, il signore di una tenuta in Inghilterra, sebbene possedesse una quota di terra maggiore rispetto ai suoi colleghi in altri paesi, raramente riusciva a controllare anche solo la metà della superficie totale della parrocchia; il resto della terra era considerato “comune”, e i diritti del signore su di essa erano strettamente limitati e definiti, a vantaggio dei poveri. Accanto a questa categoria di terre comuni, esistevano inoltre numerose tenute parzialmente o completamente indipendenti: da quelle con diritti di possesso temporaneo che occasionalmente gli fornivano del denaro, fino a quelle di proprietà piena e praticamente indipendenti da lui.
I monasteri possedevano numerosi terreni di questo tipo in tutto il paese. Per dare solo un esempio: Chertsey disponeva di venti acri di terreno da pascolo nella tenuta di Cobham; ma è inutile fornire esempi di una pratica che, oggi come allora, era estremamente diffusa, tanto quanto l’affitto di case. Questi piccoli appezzamenti costituivano una base fondamentale su cui poteva poggiarsi l’indipendenza dei terreni posseduti da privati. Un signore potrebbe essere tentato di spogliare un proprietario di quattro acri del suo terreno, ma non avrebbe mai il coraggio di fare lo stesso con l’abate di Abingdon o di Reading. Finché questi piccoli appezzamenti erano riconosciuti e protetti dal potere delle grandi famiglie nobiliari, erano certi di sopravvivere anche nelle mani dei più umili e modesti inquilini. Oggi, in un villaggio moderno dove alcuni gentiluomini possiedono piccoli appezzamenti di terreno, sorge immediatamente la possibilità che anche le persone meno abbienti riescano ad acquistarli e a mantenerli. L’autore potrebbe citare un esempio concreto: trent’anni fa, in un villaggio del Sussex, si trovavano più di mezza dozzina di terreni posseduti direttamente dai privati; oggi questi terreni sono scomparsi, inghiottiti dalla crescita economica della zona. Il prossimo erede, nella sua difficoltà finanziaria, ha ceduto l’intero appezzamento a un estraneo in cambio di un prestito. Se il vecchio signore avesse rispettato la proprietà dei piccoli terreni privati, questi sarebbero probabilmente rimasti nelle mani degli stessi proprietari, aumentando nel numero negli anni successivi, mentre il principale proprietario, suo figlio, cadeva gradualmente nella povertà e nell’alcolismo.
Quando i monasteri scomparvero, iniziò gradualmente la scomparsa di quegli uomini di piccola statura. Questo processo fu accelerato dall’estinzione di quella vecchia tradizione che rendeva la Chiesa un proprietario terriero abituale, il quale esigeva affitti sempre inferiori al valore economico dei terreni; inoltre, grazie alla sicurezza della tenure e agli affitti bassi, si creava un forte diritto di locazione. Questo diritto, che spettava ai dipendenti fortunati della Chiesa, generava intensi sentimenti di gelosia a livello locale, e questi sentimenti contribuirono in gran parte all’antagonismo verso le case monastiche. Tuttavia, il futuro dimostrò che i benefici connessi a questa situazione, sebbene irregolari e privilegiati, erano superiori a quelli che gli uomini senza terra avrebbero potuto ottenere sostituendo i monaci con i signori terrieri.
Infine, la dissoluzione degli ordini religiosi rafforzò il potere dei cavalieri terrieri all’interno della struttura costituzionale. Prima di quella dissoluzione, la Camera dei Lord era composta esclusivamente da membri del clero. Se si fosse entrati nel Consiglio di Enrico VII quando il Parlamento si riuniva a Westminster, si sarebbe visto un gruppo numeroso di vescovi, abati e altri alti prelati, mescolati con soltanto una trentina di lord laici. Questa Camera dei Lord, nata in gran parte dal popolo e dotata solo di incarichi vitalizi, era molto diversa da quella che ne seguì la dissoluzione: quest’ultima divenne rapidamente un organo rappresentativo della classe terriera, e tale rimase fino agli ultimi anni, quando l’acquisto di titoli nobiliari permise l’ingresso in essa di birrai, usurai, speculatori coloniali, insomma, di chiunque fosse in grado di fornire la somma richiesta. Un esempio concreto può spiegare efficacemente un processo generale; a costo di una digressione, propongo quindi di presentare al lettore un quadro esemplare del modo in cui la dissoluzione dei monasteri non solo rafforzò il potere della classe terriera esistente, ma iniziò anche ad arricchirla con elementi provenienti da ogni estrazione sociale. Nel contempo, mentre conferiva potere ai cavalieri terrieri, insegnò loro a ignorare l’origine o lo scopo delle famiglie che venivano ammesse alle loro file.
A questo scopo non posso trovare un esempio migliore di quella famiglia dei Williams, che per abitudine comune abbiamo finito per chiamare “Cromwell”; il membro più famoso di questa famiglia si distingue nella storia inglese come l’esempio tipico dello squadrone che guidò le forze della sua organizzazione contro la Monarchia impoverita, riducendo così quell’emblema del governo a quel simulacro in cui ancora oggi si trova.
Putney, sulle rive del Tamigi, fu il luogo dove iniziarono la loro vita, in condizioni molto umili.
Di discendenza dei Williams durante tutto il Medioevo non si sa nulla. Molto più tardi essi sostenevano di avere un legame con alcuni capi delle tribù gallese, ma tale origine è puramente fantastica. Comunque, in una generazione che vide i primi riformatori, un certo Williams gestiva una taverna a Putney. Il suo nome era Morgan; l’aggiunta “Ap William” o “Williams” derivava dalla consuetudine gallese di chiamare un uomo con il nome del padre, poiché i cognomi non erano ancora diventati di uso comune nel Principato. Probabilmente proveniva dal Glamorganshire; questo è tutto ciò che possiamo dire su di lui. Tuttavia, dobbiamo prendere in considerazione le testimonianze contemporanee di Leland, secondo cui suo figlio Richard nacque nella stessa contea, in un luogo chiamato Llanishen. Comunque sia, eccolo lì, che gestisce la sua taverna lungo il fiume a Putney, nei primi anni del XVI secolo.
Nella stessa frazione (che faceva parte del maniero di Wimbledon) viveva un certo Cromwell o Crumwell, chiamato anche Smith; tuttavia questo personaggio poco noto dovrebbe essere conosciuto soprattutto con il primo di questi due nomi, poiché la sua umile attività consisteva nel ferrare i cavalli, e il secondo nome era probabilmente un soprannome derivante da quel mestiere. Oltre a ciò, svolgeva anche l’attività di venditore di birra; questa comune occupazione potrebbe aver creato un legame tra lui e il suo vicino, Morgan ap William.
La fase successiva della storia non è del tutto chiara. Smith o Crumwell avevano un figlio e due figlie: il figlio si chiamava Thomas, mentre la figlia che ci interessa si chiamava Katherine. Secondo le ricerche moderne sui documenti relativi alla tenuta, è molto probabile che Morgan ap William abbia sposato Katherine. Tuttavia, la questione rimane ancora dibattuta. Ci sono diverse autorità, alcune delle quali molto meticolose, anche se tutte ormai anziane, che sostengono che fosse il figlio del fabbro, Thomas, ad amare la sorella di Morgan ap William, e non il contrario. Non è facile stabilire con certezza i rapporti esatti tra due gestori di osterie che vivevano come vicini in un piccolo villaggio sporco 400 anni fa.
Thomas intraprese una carriera straordinaria: lasciò la fucina di suo padre, viaggiò in Italia, probabilmente fu presente alla presa di Roma e infine si stabilì come mercante nella città di Londra. Quando si parla di “mercante”, lo si fa con tono gentile. Tuttavia, il suo principale mestiere, proprio come per tutta la vita, fu quello di usuraio. Nelle sue incredibili avventure dimostrò sempre quella miscela di semplicità e avidità, nonché una strana fedeltà nelle amicizie personali. Qualcuno potrebbe trovare tutto ciò divertente, soprattutto oggi, tra i promotori imprenditoriali e gli avventurieri africani. Le sue capacità lo resero gradito a Wolsey; e quando quel grande genio cadde in disgrazia, Cromwell, come rappresentato dalle tradizioni storiche più note, rimase fedele al proprio padrone.
Se questa fedeltà lo abbia reso gradito al Re o meno, è difficile dirlo. Probabilmente sì, perché non c’è nulla che un abile pianificatore controlli con maggiore attenzione in un agente di sua fiducia di quanto il suo passato di fedeltà.
Henry lo scelse come suo principale strumento per sopprimere i monasteri. La sua assenza di qualsiasi principio fermo, la sua straordinaria capacità di concentrarsi su un compito specifico, la sua devozione verso qualsiasi ordine decidesse di seguire, e la sua estrema avidità lo rendevano perfetto per il compito che il suo padrone gli aveva affidato.
Il modo in cui quel furfante astuto riuscì nell’impresa è un fatto noto a tutti. Se mai non fosse esistito, i monasteri sarebbero comunque caduti, forse nello stesso modo e probabilmente con la stessa rapidità. Ma il destino ha voluto associare questa rivoluzione al suo nome; e grazie alla sua presenza in quell’operazione di confisca, nella storia inglese è emerso il grande Oliver. Infatti, come si vedrà in seguito, lui e tutta la sua banda si nutrivano esclusivamente delle proprietà della Chiesa. Cromwell, nel suo intento di sopprimere le grandi famiglie nobiliari, commise appropriazioni indegne – se possiamo davvero definire “appropriazione indegna” ciò che probabilmente fu approvato dal Re, a cui spettava il denaro confiscato. È evidente, infatti, da tutta la storia di quella vasta catastrofe economica che separa completamente l’Inghilterra che conosciamo dall’Inghilterra di mille anni fa – l’Inghilterra di Alfredo, di Edoardo I, di Chaucer e delle guerre francesi – che il flusso di ricchezze confiscate che finì nelle mani degli agenti e dei seguaci del Re fu un fenomeno quasi impossibile da controllare. Enrico VIII fu più che felice di poter trattenere, anche solo per un anno o due, metà di quei beni.
Sappiamo, ad esempio, che la famiglia di Howard – che all’epoca aveva già una storia di oltre un secolo – prese tutto ciò che riuscì a procurarsi nel caso specifico di Bridlington: vasi, calici, croci, patene, reliquari, vestimenti, santuari, qualsiasi cosa fosse vendibile o fusibile; inoltre, portarono via anche il bestiame, senza mai pensare di dover rendere conto al Re.
Con Cromwell, i furti e gli sprechi divennero più sistematici: erano quasi una forma di “tenere i conti”. Ma ciò che ci interessa davvero è il fatto che questo comportamento fosse accompagnato da quella curiosa fedeltà verso tutte le persone con cui era personalmente legato, caratteristica molto interessante del carattere sarcastico di questo avventuriero. È proprio in questo aspetto che ritorniamo sulla famiglia di Morgan ap William, il proprietario di una taverna a Putney.
Quando Cromwell era al culmine del suo potere, fece emergere dall’oscurità della sua famiglia d’origine un certo Richard Williams, chiamandolo ora “cugino” e ora “nipote”. Si può presumere che quel ragazzo fosse davvero un nipote, e che il termine “cugino” venisse utilizzato soltanto nel senso di una relazione generale che all’epoca era associato a tale termine. Se Cromwell fosse stato una persona leggermente più distinta, o almeno più onesta, si potrebbe persino essere certi che quel giovane fosse il figlio legittimo di sua sorella Katherine; anzi, oggi questa è senz’altro la conclusione più probabile. Ma lo stesso Cromwell confuse le cose, riferendosi a quel parente come “Williams (alias Cromwell)”, e quindi dovrà inevitabilmente rimanere un sospetto riguardo alla sua vera origine e status.
Nel 1538, a questo giovane Richard Williams furono affidate due fondazioni, entrambe situate a Huntingdon, e il loro valore complessivo ammontava a circa 500 sterline all’anno.
Abbiamo visto in una pagina precedente quanto sia estremamente difficile o addirittura impossibile stimare con precisione, in termini di moneta moderna, le cifre relative al periodo della Dissoluzione. Siamo d’accordo sul fatto che sia ammissibile moltiplicare tali valori per venti come massimo, ma anche così non otterremo mai una rappresentazione accurata del rapporto tra un reddito specifico e lo standard generale di ricchezza in un’epoca in cui l’Inghilterra era molto più piccola rispetto all’Inghilterra di oggi; inoltre, in quell’epoca la ricchezza era distribuita in modo molto più equilibrato, e soprattutto gli oggetti legati al lusso e alle spese erano completamente diversi dai nostri attuali: ad esempio, tutti i tessuti erano molto più costosi rispetto all’oggi, in proporzione ai beni alimentari; eppure un uomo poteva guadagnare in poche settimane di lavoro quanto oggi sarebbe sufficiente per avviare una piccola fattoria.
Si può dire con certezza, tuttavia, che quando Cromwell fece sì che il suo giovane parente – qualunque fosse la natura di quel legame – assumesse il controllo delle due proprietà a Huntingdon, lo pose in una posizione sociale considerevole come gentiluomo locale. Che si trattasse dell’eredità del sangue Cromwell attraverso sua madre, o di qualche altra caratteristica meno lusinghiera derivante dall’eredità di suo padre, Morgan, il giovane Williams (“alias Cromwell”) non riuscì comunque a consolidare quella posizione sociale.
All’inizio del 1540, assorbì interamente le enormi entrate finanziarie di Ramsey.
Abby.
Ora, per comprendere appieno il significato di tutto ciò, dobbiamo tornare al caso di Westminster che abbiamo già analizzato. Westminster è l’unica tra le grandi fondazioni medievali ad ancora conservare un certo splendore; infatti, non possiamo più vedere tutte le dipendenze che un tempo esistevano a sud dell’abbazia, né la comunità vivace e numerosa che vi era legata. Ancora meno possiamo immaginare l’impatto che doveva avere in quei tempi in cui Londra non era ancora che una grande città di provincia, e questa comunità monastica fortificata si ergeva nella sua piena maestosità, circondata da giardini e fattorie. Tuttavia, l’esempio concreto offerto dall’abbazia rimane ancora visibile a noi: possiamo vederla così com’era un tempo, e sappiamo che i suoi introiti dovevano rappresentare, nell’Inghilterra di allora, un effetto sociale molto più significativo rispetto ai più grandi patrimoni privati dell’aristocrazia inglese odierna. Un personaggio come Solomon Joel o un Rothschild, ad esempio, non occupa oggi nella società moderna lo stesso ruolo che Westminster aveva alla fine del Medioevo, in un’Inghilterra molto diversa da quella di allora.
Beh, Ramsey equivaleva a metà di Westminster, e il giovane Williams lo accettò senza esitazioni. Non gli fu concesso direttamente, ma il prezzo a cui lo acquistò è significativo per comprendere il modo in cui venivano distribuite le terre monastiche, e anche per capire come si formò, incidentalmente, la classe dei signori terrieri d’Inghilterra. Lo comprò pagandolo con meno del valore di tre anni di rendita. Da dove provenisse il denaro, o se davvero lo pagò in contanti, non lo sappiamo. Se effettivamente pagò in un’unica soluzione, possiamo supporre che l’abbia preso in prestito dal suo zio. E possiamo sperare che quel generoso finanziere abbia addebitato solo un tasso di interesse bassissimo a qualcuno che aveva così significativamente favorito.
Contemporaneamente a questo enorme aumento di ricchezza che rese Williams l’uomo più influente della contea, Cromwell, ormai Conte di Essex, perse il favore del sovrano e fu giustiziato. Il titolo di barone fu ripristinato per suo figlio cinque mesi dopo la sua morte e rimase in vigore fino ai primi anni del XVIII secolo; tuttavia, questa linea diretta di discendenza del Vicario Generale del Re non è il nostro argomento principale: ci interessa soltanto la famiglia dei Williams.
Il giovane Williams non imitò il proprio protettore nel dimostrare una fedeltà così straordinaria verso colui che era caduto in disgrazia. Diventò un cortigiano, godette sempre della favorevole considerazione del Re e di suo figlio, e morì ricoprendo quella importante posizione territoriale che gli era stata concessa grazie a un evento così singolare.
Suo figlio, Henry, mantenne quella posizione e forse la rafforzò ancora. Fu quattro volte Alto Sceriffo delle due contee; accolse Elisabetta, sua sovrana e protettrice, presso la sua residenza a Hinchinbrooke (uno dei conventi), e in generale svolse il ruolo che ci è così familiare nei casi delle nuove e mostruose fortune dei nostri tempi.
Era anche nel Parlamento al servizio della Regina; fu suo fratello a proporre la risoluzione di ringraziamento verso Elisabetta per l’esecuzione di Maria Stuarda, regina di Scozia.
Morì nel 1603, e anche dopo la sua morte continuò ad utilizzare quell’alias. “Williams (alias Cromwell)” era la firma legale che garantiva la validità di tutte le transazioni commerciali; per il mondo esterno, invece, CROMWELL (alias Williams) rappresentava il modo con cui quella famiglia cercava in modo discreto di inserirsi nella tradizione di un nome più nobile. Tutto ciò fu realizzato, come sempre in questa famiglia, attraverso una combinazione di astuzia e pazienza: non ottenne alcuna autorizzazione speciale dal Tribunale della Cancelleria, poiché la legge non lo richiedeva; semplicemente in pubblico utilizzò sempre meno il nome “Williams” e sempre più quello “Cromwell”. Al momento della sua morte, i suoi figli, Robert e Oliver, avevano ormai completamente dimenticato l’alias “Williams”; per persone così potenti, era anche conveniente che gli altri dimenticassero le loro origini. Così, alla fine del XVI secolo, quei “Williams” divennero semplicemente “Cromwell”, e così rimangono ancora oggi. Tuttavia, conservano ancora quella vecchia cautela soprattutto quando si tratta di questioni legali o finanziarie; persino il figlio di Robert, che in seguito divenne Protettore del Regno, firmava con il nome “Williams” quando si trattava di garantire la dote di sua moglie. Tra Robert e Oliver, figli di Enrico e nipoti di Richard il Vecchio, Oliver il Maggiore ereditò naturalmente la maggior parte della ricchezza familiare; anche Robert ricevette una propria quota di patrimonio, che, come sempre nella famiglia dei Williams (alias Cromwell), consisteva in terreni appartenenti a monasteri.
Molte altre proprietà della Chiesa erano finite nelle mani di questa famiglia estremamente avida nel corso dei cinquant’anni trascorsi dalla distruzione dei monasteri. [Così, alla fine del secolo, troviamo Oliver che vende i terreni dell’abbazia di Stratton a un mercante di abiti di Londra per 3000 sterline.]
La parte di patrimonio appartenente a questo fratello minore, Robert, consisteva in proprietà religiose situate nella città di Huntingdon stesso; è molto caratteristico dell’intera famiglia il fatto che la stessa casa in cui nacque il Protettore del Regno fosse di origine monastica e, prima della dissoluzione dei monasteri, fungesse da ospedale dedicato all’aiuto dei poveri. Il Protettore del Regno era infatti figlio di Robert, il quale, per una sorta di atavismo, aveva aggiunto ai ricavi derivanti dalle proprietà monastiche anche i profitti derivanti da una birreria. Fu la signora Cromwell a gestire questa birreria; una parte considerevole dei redditi familiari proveniva proprio da essa quando, nel 1617, suo marito morì, lasciando il giovane Oliver, futuro Protettore del Regno, figlio unico di diciotto anni, sotto la sua cura.
Le discussioni tra il giovane Oliver e l’anziano Oliver (il capofamiglia incredibilmente ricco) avrebbero potuto fornire materiale per diverse pagine divertenti, ma non riguardano questo racconto, che in realtà rappresenta soltanto una digressione dal tema principale del mio libro.
Lo scopo di quella digressione è stato quello di tracciare la crescita di una sola grande famiglia territoriale, dalla povertà alla ricchezza in meno di 100 anni; di mostrare come il nome “Williams” si trasformasse gradualmente e segretamente in “Cromwell”, poiché quel nuovo nome esprimeva un senso di nobiltà, per quanto acquisita; di dimostrare come l’intera loro vasta ricchezza dipendesse dalla distruzione del sistema monastico e ne derivasse; e di illustrare, attraverso l’esempio di una famiglia che viveva sulle rive del Tamigi, con quanta rapidità e da quali fonti provenisse quel potere economico dei signori terrieri che, quando si trattava di impiegare la forza armata, distruggeva completamente quanto rimaneva della monarchia nazionale.
Il nuovo regime presentava tuttavia altre caratteristiche che non vanno dimenticate. Ad esempio, nella formazione di questo nuovo ente territoriale sulle rovine degli ordini monastici, in questo improvviso e significativo aumento della ricchezza e del potere dei cavalieri inglesi, l’instabilità del nuovo sistema è forse altrettanto evidente quanto qualsiasi altra sua caratteristica.
Mansioni o parti di mansioni che per secoli erano rimasti stabilmente in possesso di queste corporazioni immortali e secondo determinate usanze, vengono rapidamente trasferiti da una mano all’altra. Sebbene a volte questo processo subisca un’interruzione, dopo ogni pausa esso riprende, come se la continuità e una forte tradizione, che inevitabilmente legano il contadino libero al suolo che coltiva – sia per bene che per male – venissero altrettanto ignorate da una plutocrazia terriera. Forse in tutta Europa non esiste un caso di così totale disprezzo per le tradizioni del territorio e per il legame tra una famiglia e la terra ancestrale come si osserva in questi pochi migliaia di piccoli proprietari terrieri. Il sistema rimane intatto, ma le singole famiglie, i particolari lignaggi, scompaiono senza sorpresa e quasi senza rimpianti. Stranieri, orientali, e peggio ancora, entrano nella classe dirigente e vengono accettati senza alcuna meraviglia; nomi che ricordano l’epoca elisabettiana scompaiono e non suscitano alcun dolore.
Oggi, quando vediamo che una tenuta rurale nel nostro stesso paese passa da un gentiluomo povero a qualche ebreo sudafricano, siamo abituati a parlare della fine di un vecchio mondo e del suo sostituto, uno nuovo e peggiore. Tuttavia, un esame dei documenti relativi alla dissoluzione dei monasteri potrebbe mitigare il nostro dolore. Il danno arrecato, nel XVI secolo, alle nostre tradizioni nazionali ha influenzato profondamente non solo la religione, ma anche l’amore per la terra; inoltre, quell’antichità apparente che gli alberi, le pietre e un certo falso senso sociale conferiscono a queste case di campagna è del tutto esteriore.
Tra le tenute situate lungo le rive del Tamigi, il destino di Bisham rappresenta molto bene quello generale delle proprietà monastiche. Fu ceduta, insieme ad altri piccoli monasteri, nel 1536; nonostante ciò, generava un reddito equivalente a circa 6000 sterline all’anno, e ovviamente molto di più se si considerano i valori dell’epoca. Era quindi una proprietà considerevole. Non è del tutto chiaro come sia finita tra le tenute monastiche minori, ma comunque fu immediatamente restituita dopo la cessione. I monaci di Chertsey vi furono alloggiati, e i redditi di diversi altri monasteri sciolti furono aggiunti a quelli di Bisham; così, al momento della sua rifondazione, il suo valore era circa tre volte superiore a quello precedente. Il priore che aveva ceduto la proprietà nel 1536, di nome Barlow, fu in seguito nominato vescovo di St Asaphs, e successivamente anche di St David’s, Bath and Wells e Chichester; si tratta dello stesso Barlow che approfittò della Riforma per sposarsi, e le sue cinque figlie sposarono tutti vescovi protestanti della nuova Chiesa d’Inghilterra. Ma questo è un dettaglio secondario. Ciò che interessa davvero è il destino della proprietà stessa. Passò da Anna di Cleves, a cui apparteneva, e alla quale il governo dei grandi nobili sotto Edoardo VI la confermò dopo la morte di Enrico VIII; nel 1552, quando Anna la cedette, passò a Sir Philip Hoby. Quest’ultimo aveva fatto parte del Consiglio Privato di Enrico VIII. Alla sua morte, la proprietà andò al nipote Edward Hoby; Edward fu un sostenitore del Parlamento durante il regno di Elisabetta, scrisse opere di teologia e lasciò un figlio illegittimo, Peregrine, a cui lasciò in eredità Bisham nel 1617. Non occorre dire che meno di cento anni dopo quel figlio fu legalizzato secondo le usanze locali; suo figlio Edward fu creato barone subito dopo la Restaurazione, nel 1666. La successione continuò per altri cento anni, fino alla morte dell’ultimo erede maschio della famiglia nel 1766. Quest’ultimo non era solo un barone, ma anche un prete; alla sua morte, la proprietà passò a parenti di nome Mill. Non rimase loro a lungo: morirono tutti nel 1780 e i Van Sittarts ne comprarono la proprietà dalla vedova.
Consideriamo Chertsey, da cui ebbe origine Bisham. La totale dispersione di tutta la tradizione legata a Chertsey è stata più drastica di quella che si sia verificata in qualsiasi altro sito storico d’Inghilterra. La Corona, come abbiamo visto altrove, mantenne nominalmente il controllo sui fondamenti dell’abbazia e su quanto era rimasto delle strutture, anche se tale controllo era solo nominale; questa situazione durò fino al 1610, cioè per un intero periodo dopo la dispersione della comunità che vi risiedeva. Tuttavia, la tradizione creata da FitzWilliam continuò a esistere, e nel 1610 la Corona fu disposta a vendere il sito a un certo dottor Hammond. Da quel momento in poi, quell’insediamento ebbe una sorte sempre più incerta e discontinua. I familiari Hammond lo vendettero dopo la Restaurazione a Sir Nicholas Carew; alla fine del XVII secolo i Carew lo cedettero agli Orbys, che a loro volta lo passarono ai Waytes. I Waytes lo vendettero a un birraio di Londra, di nome Hinde. Nonostante il trattamento disprezzoso riservato a questo importante centro nazionale, almeno fino ad allora esso era rimasto integro. Ma con il figlio di Hinde anche quella dignità andò perduta: egli decise di dividere la proprietà in lotti per scopi speculativi; nel 1753 l’edificio stesso fu venduto a un certo Harwell, un commerciante delle Indie Orientali, e suo figlio lo lasciò in eredità a un soldato semplice di nome Fuller, il quale era sospettato di essere suo fratellastro. Come ci si poteva aspettare, Fuller vide in quella situazione soltanto un’opportunità per fare denaro: ridistribuì quanto rimaneva dell’antica proprietà e nel 1809 la vendette ancora una volta all’asta; un broker acquistò i materiali residui di quell’edificio, il cui “fondo” risaliva addirittura alle origini stesse della nazione. E così Chertsey finì per scomparire.
C’è anche Radley: inizialmente considerata un’eccezione, alla fine fallì. Era una tenuta di Abingdon; dopo la Dissoluzione dei Monasteri, divenne preda di uno dei Seymour, che si rivelò troppo disonesto e spietato persino per suo fratello, e fu giustiziato nel 1549. Come molte altre tenute situate lungo i fiumi, passò temporaneamente nelle mani di Maria. Ma dopo la sua morte, Elisabetta la concesse a un certo Stonehouse; questi Stonehouse riuscirono addirittura a fondare una famiglia che avrebbe dovuto durare nel tempo. Non si può dire che la loro tradizione sia scomparsa quando il nome della famiglia cambiò e la tenuta passò al nipote dell’ultimo Stonehouse, di nome Bowyer. Ma Bowyer non riuscì a mantenerla: gradualmente se ne rovinò la reputazione. È divertente, a distanza di tempo, scoprire che la causa della sua rovina fu l’idea che sotto la sua proprietà ci fosse carbone. Oggi Radley è diventata una scuola, acquistata da un appassionato.
Oppure consideriamo i due possedimenti situati di fronte a Oxford, entrambi facenti parte dei manieri di Abingdon; vengono assegnati, come parte del bottino generale, a due persone degne di nota di nome Owen e Bridges: un medico.
Probabilmente si trattava soltanto di volgari speculatori che cercavano di trarre profitto da una situazione vantaggiosa; si potrebbero definirli, con i termini odierni, “speculatori finanziari”. Qualche anno dopo, troviamo un Williams in possesso di uno degli Hinksey; a lui seguono i Perrot, e soltanto molto più tardi, attraverso acquisti, arriva il nome un po’ più prestigioso di Harcourt. L’altro Hinksey, dopo ulteriori peripezie, finisce nelle mani dei Berty, una famiglia poco conosciuta dell’entroterra, i cui antenati provenivano da un ricco matrimonio tra protestanti di quel periodo.
Cholsey, ancora una volta, con le sue antiche tradizioni di costanti usanze ecclesiastiche, riceveva i suoi preti già ai tempi sassoni da Mont Saint-Michel, sulle frontiere della Bretagna; in seguito, divenne un feudo appartenente all’Abate di Reading. Rimase sotto il dominio della Corona per soli pochi anni: nel 1555 Maria Tudor lo affidò a Sir Robert Englefield, che fu immediatamente accusato e condannato dal suo successore. Successivamente passò nelle mani dei Knowles, poi dei Rich, e infine finì nella famiglia degli Edwardes, un gruppo di gallezi del XVII secolo che, grazie a matrimoni strategici, divennero gentiluomini e da allora, per oltre cento anni, sono stati nobili con il titolo di Kensington.
Il nome di Sir Robert Englefield ci conduce a quello che forse è il miglior esempio, in tutta la valle del Tamigi, di questo continuo cambiamento nella proprietà delle terre inglesi; tale esempio si trova a Pangbourne.
Anche Pangbourne era di proprietà di un monastero; come Cholsey, anche questa tenuta apparteneva all’Abbazia di Reading. Nella lotta per il potere, Dudley se ne impossessò nel 1550. Tre anni dopo, quando fu decapitato e la proprietà tornò alla Corona, Maria la affidò (così come aveva fatto con Cholsey) a Sir Robert Englefield. Tuttavia, anche lui subì le conseguenze delle accuse contro di lui. Entro dieci anni, la tenuta cambiò nuovamente proprietario: nel 1563, Elisabetta la donò al proprio tesoriere, un certo Weldon. Quest’uomo e suo figlio non riuscirono a stabilirsi lì a lungo; infatti, nel 1613, mentre ancora alcune persone ricordavano le antiche usanze e il secolare dominio monastico di quella terra, Weldon il giovane la vendette a un certo Davis.
Si potrebbe sperare che Davis, in quel diciassettesimo secolo che fu essenzialmente il secolo dei “squires”, e in quella generazione in cui i “squires” distrussero quanto rimaneva della Corona, lasciando il Re un dipendente stipendiato della classe dirigente, avesse tentato di fondare una famiglia e di raggiungere qualche forma di dignità basata sulla tradizione. Probabilmente non lo fece, ma anche se l’avesse fatto avrebbe fallito; infatti, solo mezzo secolo dopo quel luogo sfortunato cambiò nuovamente proprietario, e i Davis lo vendettero ai Breedon.
I Breedon dimostrarono una maggiore stabilità genetica. Sono effettivamente legati a Pangbourne da oltre un secolo, ma anche questo esperimento di continuità genealogica fallì a causa dell’estinzione della linea diretta. Nel 1776, in conformità con tutta la storia recente dei territori inglesi, il titolo passò a un’altra famiglia, con la condizione che questi assumessero il nome Breedon – che non era il loro vero nome.
In tutta l’Inghilterra, e soprattutto in questa valle del Tamigi che, nelle sue varie fasi, rappresenta in modo tipico e simbolico il resto del paese, si osserva questo movimento e questo cambiamento nella gestione dei terreni. Tali fenomeni hanno avuto origine nei drastici cambiamenti del 1540 e continuano ancora oggi.
In qualsiasi punto della costa del Berkshire lungo il Tamigi si può rintracciare questo processo; persino quel povero e in rovina convento di Ankerwike ne è un esempio. Il sito di quella tranquilla e dimenticata comunità fu sequestrato da Smith, un cortigiano di Edoardo VI. In seguito passò nelle mani dei Salters, poi dei Lysons; questi lo vendettero ai Lees, e infine, tramite matrimonio, finì nelle mani dei Harcourts.
Il numero di esempi del genere che si potrebbero trovare soltanto nella Valle del Tamigi sarebbe troppo elevato per essere riportato in queste pagine. Si può concludere questa lista menzionando Sonning.
Sonning, che molto probabilmente era la sede di un antico vescovado e che certamente costituiva una residenza rurale del Vescovo di Salisbury, non passò dalle mani ecclesiastiche a causa di un furto; tuttavia fu comunque destinata alla stessa instabilità del resto. Nel 1574 fu scambiata con la Corona in cambio di terreni nel Dorset. La Corona la tenne per un periodo insolitamente lungo, considerando il modo in cui i territori, in quel periodo, sfuggivano continuamente al controllo del governo nazionale. Rimase proprietà reale anche sotto Carlo I, ma nel 1628 passò nelle mani di Halstead e Chamberlain. In poco più di vent’anni finì nella famiglia Rich. Poi seguì un periodo di stabilità, proprio come nel caso di Pangbourne, e questa continuità durò per tutto il XVIII secolo. Tuttavia, non appena iniziava a formarsi una vera e propria tradizione, essa venne interrotta: nei primi anni del XIX secolo Sonning fu venduta alla famiglia Palmer.
Parallelamente all’ascesa dei cavalieri e alla loro presa del controllo sul governo inglese, si è sviluppato anche il sistema urbano inglese. Quest’ultima fase storica, di cui tratteremo in queste pagine, è altresì ben illustrata nella storia della valle del Tamigi. Quella valle ospita Londra, che rappresenta senza dubbio non solo l’esempio più grande, ma anche il caso più rappresentativo di ciò che è tipicamente inglese nello sviluppo della vita urbana; inoltre, nella moderna ascesa di Oxford e Reading, troviamo due esempi eccellenti di come la città inglese, nel suo aspetto contemporaneo, sia sorta dal sistema industriale e dall’introduzione delle ferrovie. Infatti, né una né l’altra città disponeva di naturali facilità per la produzione, e la loro crescita nel XIX secolo è stata interamente dovuta a fattori artificiali.
Il cambiamento più recente di tutti, con cui queste note si concludono, è, senza dubbio, questa trasformazione industriale. Essa ha creato un’Inghilterra completamente nuova e alimenta l’unica popolazione civile al mondo che non ha alcun legame con le armi, né con la vita fisica e la natura del paese in cui vive; si tratta anche dell’unica popolazione nella quale la stragrande maggioranza delle persone si interessa a cose di cui non ha alcuna esperienza reale, e le cui opinioni sono fortemente influenzate da ciò che loro viene detto, indirettamente, dai proprietari dei grandi giornali.
In che modo quella nuova Inghilterra diventerà, nessuno di noi può saperlo; non possiamo nemmeno prevedere se il notevole problema legato al suo mantenimento come civiltà organizzata verrà risolto o meno. Tutte le condizioni sono completamente nuove, il nostro intero sistema governativo presuppone in modo assoluto l’esistenza di uno stato agricolo aristocratico, e il nostro forte attaccamento alle forme e ai rituali ostacola ogni tentativo di ristrutturazione. Pertanto, non è ancora possibile nemmeno indovinare in che modo risponderemo, se mai riusciremo a farlo, alla domanda posta da questa “sfinge”.
Ma molto prima che le varie cause storiche in atto cominciassero a dare vita alla grande città inglese moderna, molto prima dell’uso del carbone, dello sviluppo della marina e, soprattutto, della trasformazione politica attiva dei nostri rivali durante il XVIII secolo, che ci hanno conferito quella supremazia industriale che abbiamo perso solo di recente, la città inglese già possedeva caratteristiche proprie in Europa.
In primo luogo, non si trattava di una forma di governo municipale nel senso romano. La netta distinzione che l’Impero Romano e la moderna Repubblica Francese, e, seguendo l’esempio di quest’ultima, tutta l’Europa occidentale stabiliscono tra città e campagna, deriva dal fatto che il pensiero europeo, i metodi di governo e tutto il resto si sono formati nel contesto del Mediterraneo; ma la civiltà mediterranea era basata su stati cittadini; quindi la civiltà moderna, che è tornata alle tradizioni romane, è necessariamente di natura municipale. Nell’antichità, il “paese” di una persona era la sua città; moriva per la sua città, le lasciava in eredità i suoi beni; la parola “civiltà”, come la parola “cittadino” e centinaia di altre parole legate alla superiorità dell’umanità, derivano dalla parola che indica una città. Essere politici, disporre di un sistema di polizia, riconoscere dei confini: tutto ciò significava essere cittadini; inoltre, i vari distretti dell’Impero prendevano i loro nomi dai nomi delle loro città principali, proprio come oggi le campagne francesi e italiane.
Senza dubbio, ai tempi romani le forze governative della Britannia tentarono di attuare un sistema simile anche qui. Tuttavia, non sembra che tale sistema abbia mai attecchito nello stesso modo in cui si diffuse al di là della Manica. L’assenza di un sistema municipale nel senso più completo è uno dei pochi elementi che distinguono la Britannia romana dal resto dell’Impero; altri fattori includono il confine terrestre a ovest e la notevole sopravvivenza dei dialetti indigeni.
Le città romane non erano piccole; anzi, la romana Londra era molto grande. Erano ben collegate da strade principali e sicuramente ricche e fiorenti dal punto di vista commerciale. Tuttavia, i loro nomi non sono stati utilizzati per denominare alcune zone, e le loro istituzioni comunali hanno lasciato tracce molto deboli nelle epoche successive.
Le invasioni barbariche colpirono duramente le città romane della Britannia; in alcuni rari casi queste furono effettivamente distrutte, ma nella maggior parte dei casi possiamo essere abbastanza certi che la vita municipale proseguì senza interruzioni durante tutta la durata delle incursioni dei pirati. Il declino di queste città fu davvero deplorevole; quando la storia documentata ricomincia, dopo un intervallo di duecento anni, con i missionari romani dei secoli VI e VII, troviamo che molte di queste città, per tutto il periodo sassone, conducevano una vita simile a quella dei villaggi.
La percentuale di città fortificate era molto più bassa rispetto al Continente; persino l’emblema più duraturo e il segno più evidente della sopravvivenza del sistema imperiale romano – ovvero l’Vescovo che sedeva nel capoluogo amministrativo della sua diocesi – non era universale nella vita inglese.
È caratteristico di Gregorio Magno il fatto che intendesse, o si ritiene che intendesse, che la Britannia, una volta riportata alla civiltà, seguisse un modello chiaramente latino: con un Primate nella città principale e vescovi suffraganei nelle altre. Ma se effettivamente aveva tale piano (e sarebbe stato certamente un piano tipicamente latino), doveva avere in mente una Britannia molto diversa da quella che i suoi inviati trovarono realmente. Quando l’opera fu completata, la piccola città mercantile di Canterbury divenne la sede del Primate; le antiche tradizioni di York garantirono a questa città la posizione di seconda arcivescovia; anche la grande Londra non poteva essere trascurata, ma in alcuni luoghi cattedrali furono costruite in piccoli villaggi o insignificanti borghi. Selsey, un semplice maniero rurale o un insediamento di pescatori, divenne il centro episcopale di San Wilfrid e dei suoi successori nella guida del Sussex; Dorchester, come abbiamo visto, fu la città episcopale – o meglio, il villaggio episcopale – di circa metà dell’Inghilterra. Anche nei nomi dei suoi funzionari e nei metodi della loro amministrazione, le città anglosassoni mantenevano un carattere agricolo.
Con l’arrivo dei Normanni, come ci si potrebbe aspettare, la vita comunale riprese in qualche misura. Tuttavia, mantenne sempre il proprio carattere tipicamente inglese per tutto il Medioevo. Si confrontino, ad esempio, Londra o Oxford nel XII e all’inizio del XIII secolo con la Parigi contemporanea. A Londra e a Oxford le mura venivano costruite una volta per tutte; una volta completate, la città poteva espandersi nei sobborghi senza che fosse necessario erigere nuove difese. A Parigi, invece, nel corso della sua storia, ogni volta che la città si ampliava, la prima preoccupazione del governo era tracciare nuovi confini per delimitarla chiaramente dal territorio circostante. Lo fece Filippo Augusto un secolo e mezzo dopo; lo fece anche Etienne Marcel; questa prassi continuò nel XVII e XVIII secolo, e proseguì anche nel XIX secolo. Oggi, ancora, nuovi e rigorosi confini stanno per essere imposti sulla città espansa.
Ancora una volta, l’idea di un sistema metropolitano, che è in armonia con e rappresenta il culmine di un sistema municipale, manca nella storia delle città inglesi.
Per ben cento anni dopo la Conquista non si poteva dire dove fosse la vera capitale d’Inghilterra; e quando finalmente si scoprì che era Londra, la Corte Reale si trovava in una periferia fuori dalle mura della città, mentre il Parlamento, un secolo dopo, si riuniva ancora a Westminster e non nella City.
I giudici inglesi non hanno sede fissa nei centri comunali locali, ma sono itineranti. L’organizzazione successiva della “Peace” non dipende dalle città di contea; si tratta di un’organizzazione di gentiluomini rurali; e, cosa più importante di tutte, non è mai possibile tracciare una distinzione netta tra il villaggio inglese e la città inglese, né in termini spirituali né di definizione legale. Ci sono città come Maidenhead che dispongono di un governo locale completo, ma che per secoli non hanno avuto un sindaco. Al contrario, una città che un tempo aveva un sindaco può trasformarsi in un villaggio, e nessuno che rispetti le tradizioni inglesi si preoccupa di intervenire su questa anomalia. Ad esempio, oggi a Orford si può godere dell’ospitalità, o incorrere nell’ostilità, di un sindaco e del suo consiglio comunale.
In tutti questi casi, le rive del Tamigi, fino alla fase più recente dello sviluppo storico del nostro paese, presentavano una serie di insediamenti nei quali spesso risultava difficile distinguere tra villaggio e città.
Si consideri anche questa caratteristica del sistema inglese: i distretti che inviavano i propri rappresentanti al Parlamento inizialmente lo facevano in modo piuttosto casuale, e solo successivamente seguendo determinate regole o procedure stabilite.
Simon de Montfort riuscì ad ottenere che solo pochi membri dei borghi partecipassero al suo Parlamento, perché sapeva che sarebbero stati dalla sua parte; e fino ai tempi Tudor, alcuni luoghi venivano riconosciuti come aventi diritto di eleggere rappresentanti – come ad esempio alcuni borghi del Cornovaglia – non perché fossero veri e propri centri abitati, ma perché avrebbero sostenuto il governo. Una volta che i membri venivano eletti, quel luogo aveva il diritto di rieleggerli, fino alla riforma parziale del 1832. Era un diritto simile a quello ereditario dei nobili: una strana usanza. Non aveva alcuna relazione con i sentimenti locali, poiché questi semplicemente non esistevano. L’antico Sarum poteva perdere tutte le sue case, mentre Gatton ne avrebbe conservate soltanto sette; tuttavia entrambi continuavano a eleggere due rappresentanti al Parlamento.
Dai primi documenti che possediamo fino all’inizio del XIX secolo, la zona lungo il fiume Tamigi era costituita da una serie di grandi villaggi e piccole città, le cui dimensioni e ricchezze differivano molto meno rispetto a quelle dei loro discendenti di oggi. In questo senso, la valle del Tamigi non si distingueva dalle altre zone dell’Inghilterra; tuttavia, forse la prosperità dei villaggi più grandi e la frequenza delle città mercantili erano particolarmente evidenti lungo il corso del fiume rispetto ad altre regioni. Ciò era dovuto all’aflusso costante di ricchezze derivanti dai castelli reali, dalle grandi fondazioni monastiche e dal continuo movimento di persone che andavano e venivano da Londra, elementi che contribuivano a unire tutta la zona.
Cricklade, Lechlade, Oxford, Abingdon, Dorchester, Wallingford, Reading e Windsor – ovvero l’antico Windsor – erano luoghi di rilievo almeno fin dal periodo delle invasioni danesi. Costituivano l’obiettivo di eserciti o l’argomento di trattati e cambiamenti importanti. Ma il primo criterio di valutazione che possiamo applicare è quello fornito dal “Norman Survey”.
Quanto sia indeciso questo standard lo si è già detto più volte. Non sappiamo con precisione quali categorie di ricchezza siano state registrate nel Domesday Book. La Cronaca anglosassone, barbarica in questo come nella maggior parte degli altri aspetti, afferma che il censimento fosse completo e riguardasse tutta la proprietà terriera d’Inghilterra. Certo, questa è un’affermazione assurda. Tuttavia disponiamo di uno standard approssimativo per confrontare le tenute rurali, anche se molto approssimativo. Non possiamo stabilire con certezza quanto delle misure e dei numeri forniti sia convenzionale e quanto reale; non sappiamo nemmeno se i terreni agricoli menzionati siano effettivamente campi coltivabili o soltanto indicatori della loro capacità produttiva. Anche se gli storici sono costretti a fare continue congetture su ogni termine del documento, e anche se le ultime ipotesi ortodosse vengono spesso confutate ogni cinque o sei anni, quando ci viene detto che una tenuta possedeva un certo numero di aratri, pagava tasse su una determinata superficie di terreno o contava un certo numero di tenute dei villaggi sottoposti al suo dominio, mentre un’altra tenuta ne aveva la metà o meno in ciascuna categoria; quando vediamo che le tasse riscosse nella prima tenuta erano tre volte superiori a quelle della seconda, possiamo con certezza affermare che la prima fosse molto più importante della seconda, anche se non possiamo stabilire esattamente di quanto. Possiamo, ripetendo un argomento già sollevato in precedenza, affermare che il numero degli abitanti di una qualsiasi tenuta fosse almeno cinque volte superiore al numero delle sue proprietà terriere, fissando così un minimo generale. Ad esempio, possiamo essere certi che l’Inghilterra rurale di Guglielmo contasse almeno 2.000.000 di tenute, anche se non possiamo sapere se ne fossero in realtà 3.000.000, 4.000.000 o addirittura 5.000.000. Nel contesto della vita agricola – ovvero dell’unica attività economica dell’epoca – il Domesday Book fornisce comunque informazioni vaghe sulle condizioni rurali d’Inghilterra alla fine dell’XI secolo; e, nonostante queste informazioni siano poco precise, nessun altro paese europeo possiede un registro così dettagliato delle proprie origini economiche.
Ma per quanto riguarda le città, la situazione è diversa. Lì, ad eccezione del numero minimo di abitanti, ci troviamo davvero in difficoltà. Possiamo presumere che le case numerate siano soltanto quelle che pagano tasse, o almeno in alcuni casi possiamo farlo, ma le usanze locali di ciascuna città sono così diverse tra loro che è del tutto impossibile affermare con certezza cosa significhino questi dati. Di solito si considera il valore imponibile dei beni per stabilire un confronto, ma forse è più saggio – anche se altrettanto incerto – analizzare ogni caso separatamente e prendere in considerazione tutti gli elementi coinvolti, nel tentativo di individuare una sorta di scala comune.
Giudicati in questo modo, Wallingford e Oxford sono le prime città della valle del Tamigi che offrono i migliori soggetti per studi approfonditi.
A Domesday, Wallingford contava, comprese case e capanne, poco meno di 500 unità abitative. È ovviamente una questione di congettura stabilire quale fosse la popolazione effettiva. Si può ipotizzare che anche il numero più elevato rappresentasse soltanto un insieme di abitazioni private; inoltre, calcolando in media cinque persone per ogni casa – una cifra simile all’odierna – si ottiene una popolazione di circa 2500 individui. Tuttavia, questo valore minimo appare troppo artificiale e influenzato dalle concezioni moderne per essere considerato attendibile. Nemmeno il pregiudizio più radicato a favore della svalutazione della ricchezza e della popolazione dell’Inghilterra antica accetterebbe una conclusione così assurda. Sebbene si possa essere certi che la popolazione di Wallingford fosse molto più numerosa di questo minimo, stabilire un valore massimo non è altrettanto semplice. Non sappiamo con certezza se l’intera città sia stata effettivamente censita in quel periodo, anche se abbiamo motivi per ritenere che ciò sia avvenuto in questo caso più di quanto avvenga nella maggior parte degli altri esempi. Vengono infatti forniti numerosi dettagli riguardo a proprietà situate all’interno della città ma registrate come appartenenti a manieri locali; quindi possiamo essere abbastanza sicuri che si tratti di un censimento piuttosto completo. Persino le singole case vengono menzionate, ad esempio “ventidue capanne al di fuori delle mura”, e la loro condizione viene descritta in termini che indicano chiaramente che erano considerate idonee a pagare l’intera tassa dovuta.
Gli elementi veri di incertezza risiedono, innanzitutto, nel numero di persone che normalmente abitano in una casa in quel momento, e in secondo luogo, nel significato esatto della parola “haga” o “chiudere”.
Per quanto riguarda il primo punto, possiamo considerare che una famiglia di cinque persone rappresentasse il numero minimo, mentre dieci persone costituissero il numero massimo che potesse riunirsi sotto lo stesso tetto di una famiglia isolata; tuttavia dobbiamo ricordare che il Medioevo conteneva nel proprio sistema sociale un concetto di comunità che non solo si manifestava (e viene ancora ricordato) in relazione alle istituzioni monastiche, ma ispirava anche l’intera vita militare e civile. In breve, all’epoca della Conquista, e per secoli a seguire, una persona preferiva vivere come parte di una comunità piuttosto che come individuo autonomo; al contrario, quegli indicatori di importanza e posizione sociale che oggi valutiamo attraverso l’arredamento o altre forme di ostentazione, allora si riflettevano nel numero di persone a dipendenza del capofamiglia. Un mercante, ad esempio, se aveva successo, era il capo di una comunità molto numerosa; ogni chiesa parrocchiale in una città rappresentava un insieme di sacerdoti e dei loro servitori, e naturalmente una guarnigione (come quella di Wallingford) indicava davvero una comunità molto estesa. In ogni caso, nelle città, è generalmente corretto moltiplicare il numero conosciuto di abitazioni per dieci per ottenere un’idea approssimativa del numero di persone che vi risiedevano. Per Wallingford all’epoca della Conquista, fissare un minimo di 5000 abitanti sarebbe senz’altro una stima piuttosto bassa, soprattutto se si considera che il numero effettivo di unità fiscali nel borgo era di 500 (o, per essere precisi, 491).
La seconda difficoltà consiste nel stabilire il significato della parola “haga”. In alcuni casi può riferirsi a un singolo grande insediamento; d’altra parte, esistono esempi di insediamenti che coprivano interi ettari. Tuttavia, chiunque abbia anche solo una minima conoscenza della topografia municipale medievale – ad esempio, chi conosca la storia di Parigi nel XII secolo – saprebbe che un sesto di ettaro non è sufficiente per costruire una singola casa all’interno delle mura di una città. Un insediamento del genere avrebbe sicuramente uno o più pozzi; alcuni, inoltre, avrebbero anche giardini. Tuttavia, i costi legati alle fortificazioni e i privilegi derivanti dall’accesso al mercato impedivano un’estensione eccessiva degli spazi aperti, salvo nel caso di comunità o individui privilegiati o benestanti.
Da quanto sappiamo riguardo alle altre aree simili, è più probabile che queste zone di Wallingford rappresentassero, per così dire, le “cellule” dell’organismo comunale. A un uomo veniva concesso, nella zona in via di sviluppo della città, un lotto di terreno con confini ben definiti; probabilmente questi confini venivano delimitati da recinzioni (la parola “haga” indica proprio questo tipo di recinzione). Anche se all’inizio su quel lotto poteva esserci soltanto una casa, era nell’interesse dell’uomo aumentare il numero delle abitazioni al suo interno. Questo lotto, grazie ai suoi confini regolari e stabili, garantiva un ordine sociale costante, indipendentemente dal numero di abitanti che vi fossero.
Se ci rivolgiamo a una comparazione basata sull’imposizione fiscale, incontriamo difficoltà analoghe, anche se di natura diversa. Abbiamo visto nel caso di Old Windsor che una comunità di circa 1000 abitanti, probabilmente di più, ma comunque simile a un grande villaggio piuttosto che a una città (e inoltre non classificata come tale), pagava tasse equivalenti a trenta carichi di grano. Wallingford, invece, pagava tasse equivalenti a soltanto venti o ventidue carichi. D’altra parte, il valore totale del “Farm of the Borough”, ovvero il prezzo su cui si potevano calcolare le tasse in modo da ottenere un profitto, era pari ad almeno 400 di questi carichi.
A giudicare dal numero di hagæ, dovremmo avere un Wallingford circa cinque volte più grande dell’Old Windsor. A giudicare dalla capacità fiscale, invece, un “Old Wallingford” potrebbe essere addirittura più di dieci volte più grande dell’Old Windsor.
Ancora una volta, entra in gioco un ulteriore elemento di complessità. Era del tutto contrario allo spirito del Medioevo stimare le somme dovute, sia verso un superiore feudale che verso il Governo Nazionale, o anche piccole pagamenti effettuati a un vero proprietario terriero in base alla piena capacità economica dell’unità interessata. Tutti questi pagamenti erano di natura consuetudinaria. Anche quando, nel tardo Medioevo, una persona possedeva indubbiamente un pezzo di terra in modo esclusivo (nel senso moderno del termine “possedere”) e la affittava (nello stesso senso moderno), né a lei né al suo inquilino sarebbe mai venuto in mente di pagare il prezzo più alto possibile in base alla produttività della terra. La filosofia che permeava l’intera società imponeva sia al proprietario che all’inquilino, anche in questo caso estremo, di adottare un accordo basato su consuetudini; si trattava infatti di un accordo destinato a rimanere permanente, in grado di far fronte a ampie fluttuazioni di valore, e quindi necessariamente rappresentativo di un minimo accettabile. Se ciò valeva già nel tardo Medioevo, quando esisteva un diritto di proprietà indubbiamente riconosciuto, tanto più era vero nei primi secoli del Medioevo per quanto riguardava le consuetudinarie tasse feudali: queste variavano infinitamente da luogo a luogo, andando da quelle completamente esentate dalle comunità privilegiate fino a quelle, come Old Windsor, che pagavano – e questi erano casi eccezionali – non certo l’intera somma che avrebbero potuto permettersi di pagare (come dovrebbero fare oggi rispetto a un proprietario terriero moderno), ma metà, o forse addirittura più della metà di tale importo.
È del tutto impossibile stabilire con precisione quale posizione occupasse Wallingford in questa scala; possiamo soltanto affermare in modo molto generico che la popolazione di Wallingford al momento della Conquista ammontava sicuramente a più di 5000 persone, molto probabilmente a 10.000, e forse addirittura a più di 10.000.
Considerando Wallingford, con i suoi documenti minuziosi e preziosi, come una sorta di unità di riferimento, possiamo paragonarla approssimativamente ad altri centri abitati situati sullo fiume nello stesso periodo.
Di Old Windsor abbiamo già parlato e ne abbiamo determinato l’importanza, che andava da un quinto a un decimo di quella di Wallingford. Reading, invece, sembrava essere molto più piccola. Infatti, Reading rappresenta uno dei misteri della storia antica della valle del Tamigi. Nei discorsi precedenti su questi punti strategici lungo il fiume, abbiamo già analizzato i vantaggi che Reading offriva; tuttavia, nella storia antica appare solo sporadicamente come fortezza militare. I Danesi ne presero possesso per la prima volta nella seconda metà del IX secolo; durante l’anarchia del XII secolo vi fu costruito un castello, ma anch’esso scomparve presto. Nel XVII secolo Reading ebbe spesso un ruolo importante nelle guerre civili, ma sempre di natura temporanea.
Anche Reading presenta un enigma simile sul versante civile. Si trova all’incrocio di due corsi d’acqua: uno di questi conduce direttamente dalla valle del Tamigi verso l’Ovest dell’Inghilterra; tuttavia, non sembra aver avuto un’importanza civile significativa fino alla fondazione del suo monastero; e nemmeno allora si trattava di una città di dimensioni o ricchezza particolari. Inoltre, ha raggiunto la sua posizione attuale solo in un periodo molto tardo della storia del paese.
Al tempo del Domesday Survey, in termini di numero di recinti registrati, Old Windsor rappresentava meno di un terzo dell’intera area; e, tenendo conto di eventuali omissioni o di alcune usanze locali che ne escludevano la soggettività alle tasse imposte dalla Corona, si può considerare che in quel momento fosse poco più di un semplice villaggio.
La dimensione di Oxford in quel periodo l’abbiamo già menzionata, ma poiché, come ogni altra conclusione basata sui dati del Domesday Book, la questione è diventata oggetto di intense discussioni, forse vale la pena esaminarla nuovamente e più in dettaglio in questo contesto.
Ricordiamo innanzitutto che l’ultimo pregiudizio da cui la nostra scuola storica ha sofferto, e che ancora persiste nella sua parte più ortodossa, è stato quello di sminuire al massimo l’influenza generale della civiltà europea sull’Inghilterra; di esaltare, ad esempio, i missionari celti e il loro operato a scapito di Sant’Agostino, di cercare origini politiche oscure tra i pirati del Mar del Nord, di attribuire ogni possibile etimologia a radici barbariche, e di ridurre al minimo l’importanza dell’Inghilterra romana e dell’antica Inghilterra medievale – cioè delle due epoche in cui l’Inghilterra era più strettamente connessa alla vita generale dell’Europa.
Alla luce di questo pregiudizio, che è tanto più amaro perché strettamente legato alla religione e alle accese passioni teologiche delle nostre università, possiamo sempre affidarci alle valutazioni moderne più ottimistiche riguardo a ricchezza, popolazione e influenza, quando si tratta di queste civiltà; al contrario, possiamo sempre considerare le cifre e l’effetto dell’elemento barbarico nella nostra storia come le stime moderne più pessimistiche.
Per tornare al tema che abbiamo già brevemente trattato e per stabilire un confronto con Wallingford, la parola “haga”, che abbiamo visto avere un valore molto dubbia nel caso di Wallingford, viene sostituita a Oxford con la parola “mansio”. Le unità imponibili così elencate ammontano a poco più di 600, ma di queste più della metà sono indicate come non imponibili o imponibili in modo imperfetto con gli epiteti “Uasta” e “Uastæ”. Non sappiamo esattamente cosa significhi questo epiteto; potrebbe significare qualsiasi cosa, da “in cattive condizioni” a “esentate dall’imposta perché non soddisfano il nostro nuovo standard di mantenimento delle abitazioni nei borghi, e perché vogliamo dar loro tempo per mettersi in ordine”, fino alla comune interpretazione del termine come “distrutte”.
Sappiamo che alla fine dell’undicesimo secolo, o in qualsiasi periodo precedente al tredicesimo, le persone che vivevano sotto il proprio tetto abitavano in case molto basse; per unità di superficie, gli spazi interni di queste umili dimore erano inferiori a quelli delle moderne baraccopoli. D’altra parte, sappiamo che la popolazione trascorreva gran parte del tempo all’aperto, dormiva ammassata insieme, e che una percentuale molto elevata – di cui non possiamo precisare l’esatta entità, ma probabilmente circa la metà della popolazione totale di un borgo normanno – era legata alle enormi istituzioni comunitarie dell’epoca: militari, ecclesiastiche e, naturalmente, anche commerciali. Sappiamo inoltre che lo spazio abitato allora corrispondeva più o meno all’area delimitata dalle antiche mura; oggi, nonostante i nostri grandi edifici pubblici vuoti, le case ricche scarsamente popolate e i giardini universitari, tale spazio potrebbe comodamente ospitare circa 5000 persone. Possiamo quindi azzardare un’ipotesi: l’>Oxford del periodo della Conquista doveva contare almeno 3000 abitanti, e difficilmente più di 10.000. Queste sono solo stime approssimative; chiunque pretenda di fornire cifre più precise sta semplicemente imponendo ai propri lettori l’illusione di una conoscenza certa, quando in realtà si basa soltanto su vaghe congetture storiche.
È abbastanza chiaro (e la lettura di qualsiasi autore moderno che si occupi dell’argomento lo renderà ancora più evidente) che non è possibile raggiungere alcuna precisione statistica riguardo alla popolazione dei borghi nell’alto Medioevo. Tuttavia, se consideriamo che Reading viene sicuramente sottovalutata, e se teniamo conto dei dettagli disponibili su Old Windsor, Wallingford e Oxford, rispetto all’ignoranza riguardante Abingdon, Lechlade, Cricklade e Dorchester, si può affermare in modo approssimativo che il corso del Tamigi a monte di Londra presentava, in località come Staines, Windsor, Cookham, probabilmente Henley, forse Bensington, Dorchester, Eynsham e possibilmente Buscot, grandi villaggi la cui popolazione variava da alcune centinaia a poco più di mille abitanti. Questi villaggi non erano fortificati, non venivano considerati città e avevano un carattere agricolo. A questi possiamo aggiungere Chertsey, Ealing e altri ancora la cui vicinanza a Londra rende difficile valutarne con precisione l’importanza reale.
In un’altra categoria, caratterizzata da un diverso tipo di vita comunitaria e in cui le località venivano già considerate città, avremmo dovuto includere Cricklade, Lechlade, Abingdon e Kingston tra i centri più piccoli; tuttavia, la loro popolazione probabilmente non era molto maggiore rispetto a quella dei villaggi più grandi. Tra i centri di dimensioni considerevoli, ce n’erano soltanto tre: Reading, il più piccolo, quasi una città, ma su cui non disponiamo di dati veritieri o sufficienti; Wallingford, il più grande, con una popolazione paragonabile a quella di una prospera città conteale ai nostri giorni; e Oxford, un luogo che, sebbene in condizioni peggiori, era comunque molto simile a Wallingford per dimensioni e importanza.
Henley rappresenta un caso di studio interessante. Al momento della Conquista, Bensington non era ancora considerato un borgo, così come Henley; quindi seguire lo sviluppo di Henley è particolarmente affascinante. Si tratta infatti di uno dei rari esempi di un processo che generazioni precedenti di storici, soprattutto quelli più divulgativi come Freeman e il reverendo Green, ritenevano fosse una caratteristica comune nella storia di questa isola. Naturalmente si sbagliavano: è stato ampiamente e meritatamente ridicolizzato l’idea che la maggior parte dei nostri borghi inglesi sia sorta dopo le invasioni barbariche su territori incolti. Al contrario, la maggior parte delle nostre città sorge su fondamenta romane e pre-romane e rappresenta una continuità con il passato preistorico. Ma Henley costituisce un’eccezione molto interessante.
Era un piccolo villaggio che faceva parte della tenuta di Bensington, e proprio questo fatto è significativo, poiché dimostra l’insignificanza di quel luogo. Quando i signori di Bensington andavano a caccia nelle zone di Chiltern, probabilmente trovavano, sul versante opposto della collina, una piccola radura vicino al fiume. Questo era tutto ciò che costituiva Henley; è anche probabile che la chiesa del luogo sia stata costruita solo in un periodo molto tardo del Cristianesimo. Esiste infatti un’antica tradizione secondo cui Aldeburgh sarebbe la “madre” di Henley, e coloro che hanno scritto monografie su questa zona ritengono che questa tradizione faccia riferimento alla chiesa di Aldeburgh come chiesa madre di ciò che inizialmente era solo una cappella sulle rive del fiume.
Quando sentiamo parlare per la prima volta di Henley, è già definita una città; questa data corrisponde al primo anno del regno di Re Giovanni, ovvero il 1199.
È necessario ricordare che il >fiume fu modificato e sviluppato nel primo secolo di governo ordinato sotto i Normanni. Infatti, una delle riforme di cui l’aristocrazia fece molto le lodi durante la loro rivolta, e che venne confermata nella Magna Carta, consisteva nella distruzione dei dighe reali sul Tamigi. Tuttavia, tali dighe non potevano essere distrutte permanentemente; sebbene i diritti pubblici sul >fiume fossero limitati dalla Magna Carta, il sistema di regolamentazione si affermò e sopravvisse. Probabilmente proprio questo miglioramento delle condizioni del fiume contribuì alla crescita di Henley: quando Reading Minster divenne un importante centro nel tardo XII secolo, Henley ne trasse sicuramente beneficio, essendo la località più vicina e comoda lungo il corso del fiume rispetto alla nuova e prospera colonia sorta intorno all’abbazia di Cluniac. Nel XIII secolo – cioè nei primi cento anni dopo le prime menzioni di questa città – Henley divenne sempre più importante. Sembrava rappresentare un punto di sosta ideale ogni volta che si procedeva verso nord lungo il fiume, soprattutto durante i viaggi reali da Windsor. Edoardo I soggiornò spesso lì e possediamo documenti relativi a tre date particolarmente significative per questo tipo di viaggi. Nel dicembre 1277 il re salpò verso nord lungo il fiume: il sedicesimo giorno dormì a Windsor, il diciassettesimo a Henley e il giorno successivo ad Abingdon. Nel periodo del figlio di Edoardo I, Henley aveva già raggiunto un tale livello di importanza da essere considerata uno dei soli tre borghi dell’intero Oxfordshire, insieme a Oxford e Woodstock.
Fu anche nel tredicesimo secolo che venne costruito un ponte in questo punto del fiume: quindi Henley possedeva già un ponte molto prima di Wallingford, in un’epoca in cui il fiume poteva essere attraversato da strade solo in pochi luoghi. L’assegnazione di numerose indulgenze, nonché le promesse di celebrare messe a questo scopo a metà del tredicesimo secolo, ci forniscono la data esatta; e, cosa forse altrettanto interessante, questo primo ponte era costruito in pietra.
È comune considerare i primi ponti sul Tamigi come ponti in legno. Poiché le generazioni più anziane erano abituate a molti di questi ponti ancora esistenti, ciò era vero anche per il tardo Medioevo, nonché per il periodo di stagnazione e trascuratezza nella costruzione che seguì la Riforma. Tuttavia, questo non valeva per i secoli XIII e XIV: il ponte di Henley, così come quello di Wallingford e quello successivo di Abingdon, erano in pietra.
Fu lasciato che andasse in rovina; quando Leland attraversò il fiume in quel punto, lo fece su un ponte di legno i cui piloni poggiavano su fondamenta antiche. Non sappiamo da quanto tempo esistesse quel ponte di legno nel 1533, quando Leland lo notò, ma rimase di legno fino al 1786, anno in cui fu sostituito dal ponte attuale.
Nonostante l’importanza che la città rivestiva fin dai tempi antichi, non fu ufficialmente incorporata per molto tempo; veniva invece governata da un Warden, il primo di cui si ha traccia risale al 1305, durante il regno di Edoardo I. La carta che conferì a Henley il diritto di avere un Sindaco e una Corporazione fu concessa soltanto durante il regno di Enrico VIII, pochi anni prima della visita di Leland. Da quel momento in poi, la città smise di espandersi, né in termini di importanza né di popolazione; la distruzione dell’Abbazia di Reading e della Cella di Westminster a Hurley, situata proprio dall’altra parte del fiume, probabilmente influenzò negativamente la sua prosperità. All’inizio del XIX secolo la sua popolazione era inferiore ai 3000 abitanti, e sessant’anni dopo non aveva aumentato di oltre 1000 unità.
Maidenhead, per secoli, ha seguito più o meno lo stesso percorso di sviluppo di Henley.
Di recente, ovviamente, la sua popolazione è aumentata notevolmente; in questo senso, rappresenta, sebbene in misura minore, ciò che Reading e Oxford rappresentano su larga scala: cioè i cambiamenti che il ferrovia ha apportato nella valle del Tamigi. Ma prima che gli effetti della ferrovia cominciassero a farsi sentire, Maidenhead era una città più giovane e parallela a Henley.
Ad esempio, sebbene non possiamo sapere con precisione quando sia stato costruito il ponte di Maidenhead…
Titolo:
Presumibilmente, alcuni anni dopo Henley…
Ponte. Già esiste, ma necessita di riparazioni nel 1297… Henley
Bridge è stato fondato più di una generazione prima di allora.
“Maidenhythe”, come veniva chiamata, si pensava che prima della costruzione di questo ponte fosse un lungo molo in legno sul fiume, ma questa è solo un’ipotesi. Doveva esserci sicuramente una qualche forma di accumulo di ricchezza o di intenso traffico nella zona, altrimenti non sarebbe stata scelta come sito per il nuovo ponte, che aveva lo scopo di deviare in parte la strada occidentale.
In origine, per quanto possiamo giudicare, il corso principale di ghiaia attraversava il Tamigi a Cookham e poi nuovamente a Henley. È inutile ipotizzare il motivo per cui fosse necessario questo doppio attraversamento, se non si osa supporre che, in tempi molto antichi, la qualità del terreno sul lato meridionale del fiume rendesse particolarmente agevole il transito, al punto da rendere vantaggioso costruire la strada principale lungo quel versante, anche a scapito di un doppio attraversamento del corso d’acqua. Se questa era davvero la situazione, è difficile comprendere come una città di importanza come Marlow potesse essere sorta sulla sponda opposta; sappiamo che Marlow fosse importante perché aveva rappresentanti in Parlamento negli anni iniziali di quell’esperimento politico, prima della fine del XIII secolo.
In ogni caso, qualunque ne fosse la ragione – se dovuta a condizioni preistoriche che avevano fatto sì che la strada attraversasse la penisola in quel punto, o, come è più probabile, a qualche particolare disposizione legata ai privilegi medievali – è abbastanza certo che, nei secoli precedenti lo sviluppo significativo del XIII secolo, i viaggiatori attraversassero il >fiume davanti a Cookham, lo attraversassero di nuovo davanti a Henley e proseguissero poi attraverso le colline dei Chilterns fino al grande ponte principale di Wallingford, che conduceva al Vale of the White Horse e alla regione occidentale del paese.
L’importanza di Cookham in questa parte della strada si manifesta in diversi modi. Innanzitutto, il suo grande mercato generava, nel periodo del Domesday, tributi abituali per un importo di venti scellini al Re; e ciò che questi venti scellini rappresentavano in termini di entrate derivanti dal mercato, si può comprendere considerando che tutti i tributi riscossi da Old Windsor ammontavano soltanto a dieci sterline. Inoltre, Cookham era una tenuta reale che, a differenza della maggior parte delle altre, non fu mai alienata; non venne nemmeno ceduta durante il declino e la dissoluzione della monarchia che seguirono la soppressione degli ordini monastici.
Ancora oggi si possono trovare tracce della strada che collegava questo mercato al secondo incrocio di Henley.
Si può presumere che l’importanza di Cookham sia rimasta invariata per circa due secoli dopo la Conquista, fino a quando non è stata messa in ombra dalla costruzione del ponte a Maidenhead, che ha deviato il flusso del traffico che vi passava.
Proprio come questo ponte fu costruito in un momento successivo rispetto al Ponte di Henley, anche la sua struttura era inferiore a quella del primo; essendo realizzato in legno, contribuì in modo significativo allo sviluppo della città di Maidenhead, molto più di quanto il Ponte di Henley abbia influenzato lo sviluppo di Henley stesso. Il primo nucleo dell’amministrazione comunale nacque proprio in relazione alla corporazione dei costruttori di ponti; il Warden e i responsabili della gestione dei ponti rimasero a capo di questa entità embrionale per tutto il XVI e il XVII secolo. Anche quando la città fu ufficialmente istituita (poco prima della fine del XVII secolo) da re Giacomo II, la manutenzione e la protezione del ponte in legno rimasero tra le principali responsabilità della nuova corporazione comunale.
Fu proprio subito dopo l’approvazione della Carta che l’esercito di Guglielmo III attraversò questo ponte sulla sua strada verso Londra; un episodio che dimostra quanto Maidenhead detenesse completamente il monopolio sulla strada occidentale. L’attuale ponte in pietra fu costruito solo nell’ultimo quarto del XVIII secolo, per sostituire l’antico ponte in legno, e in questo, come in tutto il resto, seguì l’esempio di Henley; questa posizione di inferiorità rispetto a Henley, unita al fatto che lo sviluppo di Maidenhead avvenne parallelamente a quello della città stessa, si riscontra anche nelle statistiche demografiche. Nel 1801, mentre Henley contava già quasi 2000 abitanti, Maidenhead ne aveva quasi la metà. Lo sviluppo successivo di questa località è decisamente moderno.
L’antichità del punto di attraversamento del Tamigi a Cookham è supportata da una certa quantità di prove preistoriche; tuttavia, il loro valore reale è difficile da stimare con precisione. Sono stati trovati lì due coltelli di selce del Neolitico, un fodero e una punta di lancia in bronzo, una spada in bronzo, nonché un’intera collezione di altre punte di lancia in bronzo. Per quanto riguarda questa zona specifica, si tratta davvero di una collezione considerevole.
Cookham non possiede soltanto questi resti preistorici; vi sono anche frammenti di ceramica britannica trovati tra i reperti delle abitazioni costruite su palafitti vicino al fiume, oltre a due vasi romani rinvenuti nel letto del ruscello. Inoltre, sono presenti anche resti anglosassoni; infatti, ci sono pochissimi luoghi lungo il fiume dove si possa osservare una continuità così regolare tra elementi storici e preistorici come in questa zona vicino all’antico guado.
Fu durante il Medioevo, e dopo la Conquista, che il nuovo Windsor divenne importante. Non fu riconosciuto come borgo prima della fine del XIII secolo; fu incorporato nel XV secolo.
La cultura e la lettura aumentarono certamente notevolmente con il flusso continuo di ricchezze proveniente dall’abbazia; essa possedeva già una struttura organizzata prima della Dissoluzione, era famosa da molto tempo per i suoi tessuti, e nel corso degli anni si era trasformata in una città importante, in grado di competere con l’immensa abbazia che l’aveva fatta crescere. È probabile che siano stati proprio i privilegi e il conservatorismo dell’abbazia a impedire che venisse riconosciuta e dotata di statuti ufficiali prima della Riforma.
Anche Abingdon crebbe (sebbene con minore slancio); possedeva anche una fabbrica di tessuti, sebbene di dimensioni più ridotte, e alla fine del Medioevo meritava anch’essa di essere elevata allo status di città.
Staines non poteva occupare un posto di rilievo tra queste località, perché, nonostante il suo alto valore strategico, la sua antica tradizione romana, la sua vicinanza a Londra e ad altre città importanti, per tutto il Medioevo, e anche molto tempo dopo, era più un villaggio che una città. Sebbene fosse un luogo prospero, nelle registrazioni del Domesday Survey risultava esser puramente agricolo; la sua relativa insignificanza potrebbe essere spiegata dall’assenza di un ponte. Tuttavia, questa assenza non è affatto certa: Staines si trovava infatti sulla grande strada militare che portava da Londra verso ovest, e doveva essere necessario per l’attraversamento del fiume da parte di grandi forze militari durante il Medioevo e all’inizio dell’Età Moderna; ad esempio, alla fine di quel periodo, i baroni vi passarono per recarsi a Runnymede. Ancora prima, nel 1009, l’esercito britannico si mosse rapidamente da Londra per intercettare le truppe danesi che stavano risalendo il fiume; non sappiamo se riuscirono a farlo grazie alla marea o ad altri mezzi, ma è certo che il ponte esistesse già in quel periodo. La prima menzione di un ponte a Staines risale al 1262, quando vennero concessi tre querce da Windsor per la sua riparazione; potrebbe quindi essere esistito anche molto prima di quella data. Tuttavia è significativo che nelle registrazioni relative ai beni confiscati durante il regno di Edoardo III, e fino al ventiquattresimo anno del suo governo – cioè dopo la metà del XIV secolo – si menzioni esplicitamente l’esistenza del ponte fin dal regno di Enrico III; questo suggerisce che la sua costruzione risalga agli anni iniziali del regno di Enrico III, e che la riparazione necessaria fosse effettuata solo nel 1262.
Questo ponte di Staines fu davvero sfortunato: crollava continuamente. Anche un tentativo di costruirlo in pietra alla fine del secolo scorso fallì, perché le fondamenta non andavano abbastanza in profondità nel letto del fiume. Successivamente si provò con il ferro, ma anche questo progetto fallì. Fortunatamente, negli anni ’30 del XIX secolo l’intero ponte fu ricostruito, 200 metri più in alto rispetto alla posizione tradizionale.
Staines è interessante anche per un altro motivo: segna uno di quei confini tra la parte marittima e quella interamente interna di un fiume, confini che in molte valli inglesi sono legati a importanti attraversamenti. La giurisdizione del porto di Londra su questo fiume si estendeva fino all’isola situata proprio di fronte alla foce del Colne. Su quest’isola si può ancora vedere un pilastro di pietra quadrato, che risale almeno al XIII secolo (sebbene sia sormontato da gradini più moderni), e che segna questo confine, così come indica il limite tra le contee di Middlesex e Buckingham.
Dopo la Dissoluzione, è vero, e quando lo stato finanziario della maggior parte di questi luoghi subì un duro colpo, nel 1555 Pole ordinò un’indagine che fornì valutazioni molto utili per molti di essi. Secondo queste valutazioni, Abingdon contava meno di 1500 abitanti, Reading meno di 3000, Windsor circa 1000; in generale, si può dire che nel XVI secolo, sia che la popolazione stesse diminuendo (come certamente credevano i testimoni dell’epoca), sia che avesse aumentato oltre il massimo raggiunto dall’Inghilterra prima della Peste Nera, l’importanza relativa dei vari centri abitati non era cambiata in modo significativo in quei lunghi cinque secoli di governo consuetudinario e di solide tradizioni. Le città e i villaggi che Shakespeare avrebbe attraversato viaggiando lungo il fiume, sebbene probabilmente ridotti rispetto a quanto fossero stati, ad esempio, ai tempi di Edoardo I o di suo nipote, quando il Medioevo era al suo apice e la Peste Nera non aveva ancora devastato le campagne inglesi, erano comunque costituiti da villaggi piuttosto grandi e piccoli borghi fortificati, proprio come li avevano visti i suoi antenati per centinaia di anni; unici segni di cambiamento erano le rovine di alcune grandi fondazioni religiose sparse qua e là. Windsor, Wallingford, Reading, Abingdon, e persino Oxford gli apparivano città molto simili a come oggi sono Lechlade o Abingdon. Per quanto riguarda i villaggi lungo il fiume, la loro popolazione agricola e autoctona era sicuramente più numerosa rispetto a quella attuale; in generale, l’impressione che si riceveva viaggiando lungo il corso del fiume era quella di una distribuzione relativamente uniforme della popolazione, che aumentava gradualmente dalla solitudine delle zone più a monte fino alle aree più densamente popolate tra Windsor e Londra, senza alcun aspetto esagerato; la popolazione cresceva ovunque in proporzione all’importanza del fiume, alla posizione agricola o strategica dei luoghi, formando insieme un’unica campagna unitaria, anche nell’architettura, legata dallo stesso commercio fluviale.
I secoli diciassettesimo e diciottesimo non fecero quasi nulla per disturbare questo equilibrio né per distruggere questa tradizione ormai consolidata. L’apertura dei corsi d’acqua, il notevole miglioramento delle strade, la costruzione di ponti e l’aumento della ricchezza verso la fine del diciottesimo secolo ebbero effettivamente un impatto significativo sull’aumento della popolazione dell’Inghilterra nel suo complesso; tuttavia, anche le piccole città, soprattutto quelle del sud e della valle del Tamigi, sembrarono trarre benefici in modo più o meno equilibrato da questi cambiamenti. I nuovi canali, che si immettevano a Oxford e a Reading, favorirono lo sviluppo di entrambi questi centri; anche il canale Severn, che arrivava fino a Lechlade, contribuì allo sviluppo della città situata a monte. La nuova tendenza riguardante le scuole pubbliche (ormai controllate da tempo dalle classi più abbienti) aumentò inoltre l’importanza di Eton; verso la fine di quel periodo, la capitale, che si stava rapidamente espandendo, fece sì che i villaggi situati nei dintorni di Londra registrassero un notevole aumento della popolazione. È però straordinario quanto uniformemente si sia diffuso questo sviluppo industriale.
Ad esempio, le città gemelle di Abingdon e Reading – monasteri gemelli, aziende gemelle – avevano conservato per tutti questi secoli il loro rapporto: una città più rurale e l’altra un centro più grande, confinante con Londra e Windsor. All’inizio del XIX secolo, nonostante l’aumento generale della popolazione, quel rapporto era ancora ben mantenuto: circa tre a uno. Ma la ferrovia arrivò in una delle due città e lasciò l’altra indietro.
Arrivò la ferrovia, e nella nostra stessa generazione quel rapporto iniziò a cambiare in modo incredibile. Passò da quattro, cinque, sei a sette a uno; dopo una breve pausa arrivò ad otto, nove, e infine – dopo ottant’anni – superò i dieci a uno. L’ultimo censimento (quello del 1901) è ancora più significativo: Abingdon registrò un calo netto, e l’ultimo rapporto fu di dodici a uno.
È attraverso la ferrovia, e anche molto tempo dopo che si sarebbero potuti aspettare i suoi primi effetti, che la Valle del Tamigi, più tardi di qualsiasi altro ricco distretto d’Inghilterra, perde, come alla fine tutti sono destinati a perdere, le proprie tradizioni storiche e subisce quella rivoluzione sociale che ha reso l’Inghilterra moderna ciò che è oggi: un paese unico e pericoloso tra tutte le nazioni del mondo.
This history of the Thames was first published in 1907 – the first edition being illustrated (somewhat at random) with photographs of the river. Belloc’s account focuses on the importance of the river to London and England more widely, in economic, military and political terms, showing how the geography of the waterway has helped shaped the country’s history. The book was very enthusiastically received upon first publication and is still highly regarded by modern historians of London.
Title page of the first edition
Map showing the course of the River Thames]]
LONDON. THE HISTORIC THAMES
ENGLAND HAS BEEN built up upon the framework of her rivers, and, in that pattern, the principal line has been the line of the Thames.
Partly because it was the main highway of Southern England, partly because it looked eastward towards the Continent from which the national life has been drawn, partly because it was better served by the tide than any other channel, but mainly because it was the chief among a great number of closely connected river basins, the Thames Valley has in the past supported the government and the wealth of England.
Among the most favoured of our rivals some one river system has developed a province or a series of provinces; the Rhine has done so, the Seine and the Garonne. But the great Continental river systems — at least the navigable ones — stand far apart from one another: in this small, and especially narrow, country of Britain navigable river systems are not only numerous, but packed close together. It is perhaps on this account that we have been under less necessity in the past to develop our canals; and anyone who has explored the English rivers in a light boat knows how short are the portages between one basin and another.
Now not only are we favoured with a multitude of navigable waterways — the tide makes even our small coastal rivers navigable right inland — but also we are quite exceptionally favoured in them when we consider that the country is an island.
If an island, especially an island in a tidal sea, has a good river system, that system is bound to be of more benefit to it than would be a similar system to a Continental country. For it must mean that the tide will penetrate everywhere into the heart of the plains, carrying the burden of their wealth backward and forward, mixing their peoples, and filling the whole national life with its energy; and this will be especially the case in an island which is narrow in proportion to its length and in which the rivers are distributed transversely to its axis.
When we consider the river systems of the other great islands of Europe we find that none besides our own enjoys this advantage. Sicily and Crete, apart from the fact that they do not stand in tidal water, have no navigable rivers. Iceland, standing in a tidal sea, too far north indeed for successful commerce, but not too far north for the growth of a civilisation, is at a similar disadvantage. Great Britain and Ireland alone — Great Britain south of the Scottish Mountains, that is — enjoy this peculiar advantage; and there are few things more instructive when one is engaged upon the history of England than to take a map and mark upon it the head of each navigable piece of water and the head of its tideway, for when this has been done all England, with the exception of the Welsh Hills and the Pennines, seems to be penetrated by the influence of the sea.
The conditions which give a river this great historic importance, the fundamental character, therefore, which has lent to the Thames its meaning in English history, is twofold: a river affords a permanent means of travel, and a river also forms an obstacle and a boundary. Men are known to have agglomerated in the beginning of society in two ways: as nomadic hordes and as fixed inhabitants of settlements.
There has arisen a profitless discussion as to which of these two phases came first. No evidence can possibly exist upon either side, but one may take it that with the first traditions and records, as at the present time, the two systems existed side by side, and that either was determined by geographical conditions. A river is an advantage to both groups, but to the second it is of more consequence than to the first; and in South England, if we go back to the origins of our history, it is in fixed settlements that we find the first evidence of man. With every year of research the extreme antiquity of our inhabited sites becomes more apparent. And indeed the geographical nature of Southern England should make us certain of the antiquity of village life in it, even were there no archæological evidence to support that antiquity.
South England is everywhere fertile, everywhere well watered, and nowhere divided, as is the North, by long districts of bare country, or of hills snowbound in winter, or of morass. Its forests, though numerous, have never formed one continuous belt; even the largest of them, the Forest of the Weald, between the downs of Surrey and Kent and those of Sussex, was but twenty miles across — large enough to nourish a string of hunting villages upon the north and the south edges of it; but not large enough to isolate the Thames Valley from the southern coast.
From the beginning of human activity in this island the whole length of the river has been set with human settlements never far removed one from the other; for the Thames ran through the heart of South England, and wherever its banks were secure from recurrent floods it furnished those who settled on them with three main things which every early village requires: good water, defence, and communication.
The importance of the first lessens as men learn to dig wells and to canalise springs; the two last, defence and communication, remain attached to river settlements to a much later date, and are apparent in all the history of the Thames.
The problem of communication under early conditions is serious. Even in a high civilisation the maintenance of roads is of greater moment, and imposes a greater burden, than most of the citizens who support it know; but before the means or the knowledge exist to survey and to harden roads, with their causeways over marshes and their bridges over rivers, the supply of food in time of scarcity or of succour in time of danger is never secure: a little narrow path kept up by nothing but the continual passage of men and animals is all the channel a community of men have for communicating with their neighbours by land. And it must be remembered that upon such communication depend not only the present existence, but the future development of the society, which cannot proceed except by that fertilisation, as it were, which comes from the mixture of varied experiences and of varied traditions: every great change in history has necessarily been accompanied by some new activity of travel.
Questa storia del Tamigi fu pubblicata per la prima volta nel 1907; la prima edizione era illustrata (in modo piuttosto casuale) con fotografie del >fiume stesso. Il resoconto di Belloc mette in evidenza l’importanza del >fiume per >Londra e, più in generale, per l’Inghilterra, sia dal punto di vista economico che militare e politico, mostrando come la geografia di questo corso d’acqua abbia contribuito a plasmare la storia del paese. Il libro ricevette un’accoglienza molto entusiasta alla sua prima pubblicazione ed è ancora oggi molto apprezzato dagli storici moderni di )Londra.
Pagina di titolo della prima edizione
Mappa che mostra il percorso del fiume Tamigi.
LONDRA. Il storico fiume Tamigi.
L’Inghilterra si è sviluppata attorno ai suoi fiumi, e in questo contesto, la linea principale è stata quella del Tamigi.
In parte perché era l’autostrada principale dell’Inghilterra meridionale, in parte perché si estendeva verso est, verso il Continente da cui proveniva la vita nazionale, in parte perché era meglio servita dalle maree di qualsiasi altro canale, ma soprattutto perché rappresentava il fulcro di un gran numero di bacini fluviali strettamente collegati tra loro, la valle del Tamigi è stata, nel passato, alla base del governo e della ricchezza dell’Inghilterra.
Tra i sistemi fluviali dei nostri rivali, alcuni hanno sviluppato una o più province; lo ha fatto il Reno, così come la Senna e la Garonna. Ma i grandi sistemi fluviali continentali – almeno quelli navigabili – sono molto distanti tra loro; in questo piccolo e particolarmente stretto paese che è la Gran Bretagna, i sistemi fluviali navigabili non solo sono numerosi, ma si trovano anche molto vicini tra loro. Forse proprio per questa ragione, in passato abbiamo avuto meno bisogno di sviluppare i nostri canali; e chiunque abbia esplorato i fiumi inglesi su una barca leggera sa quanto siano brevi i tratti di trasporto tra un bacino fluviale e l’altro.
Ora non solo disponiamo di molteplici corsi d’acqua navigabili – anche i nostri piccoli fiumi costieri diventano navigabili fino nell’entroterra grazie alle maree – ma siamo anche particolarmente fortunati in questo senso, considerando che il paese è un’isola.
Se un’isola, soprattutto un’isola situata in un mare a marea, dispone di un buon sistema fluviale, tale sistema sicuramente le sarà di maggior beneficio rispetto a uno simile presente in un paese continentale. Infatti, ciò significherebbe che la marea penetrerebbe ovunque nel cuore delle pianure, trasportando con sé il “peso” della loro ricchezza avanti e indietro, mescolando i loro popoli e infondendo tutta la vita nazionale di quella energia; e questo è particolarmente vero in un’isola che sia stretta rispetto alla sua lunghezza e in cui i fiumi siano distribuiti in modo trasversale rispetto al suo asse.
Se consideriamo i sistemi fluviali delle altre grandi isole d’Europa, scopriamo che nessuna, tranne la nostra, gode di questo vantaggio. La Sicilia e Creta, oltre al fatto di non trovarsi in zone soggette alle maree, non dispongono di fiumi navigabili. L’Islanda, situata in un mare soggetto alle maree e troppo a nord per consentire uno sviluppo commerciale significativo, ma non abbastanza a nord da impedire lo sviluppo di una civiltà, si trova nella stessa condizione svantaggiosa. Solo la Gran Bretagna e l’Irlanda – più precisamente, la Gran Bretagna a sud delle Montagne Scozzesi – godono di questo particolare vantaggio. Non esiste nulla di più istruttivo, quando si studia la storia dell’Inghilterra, che prendere una mappa e segnare su di essa l’inizio di ogni corso d’acqua navigabile e il punto in cui avviene il flusso delle maree; una volta fatto ciò, si può notare come tutta l’Inghilterra, ad eccezione delle zone montuose del Galles e dei Pennini, sembri essere influenzata direttamente dal mare.
Le condizioni che conferiscono a un fiume tale grande importanza storica, il carattere fondamentale che quindi ha dato al Tamigi il suo significato nella storia inglese, sono dupli: da un lato, un fiume offre un mezzo di trasporto permanente; dall’altro, esso costituisce anche un ostacolo e un confine. Si sa che all’inizio della società gli esseri umani si sono aggregati in due modi: come tribù nomadi o come abitanti stabili di insediamenti.
È sorta una discussione infruttuosa su quale di queste due fasi sia avvenuta per prima. Non esistono prove a sostegno di nessuna delle due ipotesi, ma si può presumere che fin dalle prime tradizioni e registrazioni, come avviene oggi, i due sistemi siano esistiti fianco a fianco, e che uno dei due sia stato determinato da condizioni geografiche. Un fiume rappresenta un vantaggio per entrambi i gruppi, ma per il secondo ha una rilevanza maggiore rispetto al primo; nel Sud dell’Inghilterra, se torniamo alle origini della nostra storia, sono proprio nelle colonie stabili che troviamo le prime tracce dell’esistenza umana. Con ogni anno di ricerca, l’estrema antichità dei nostri insediamenti diventa sempre più evidente. E in effetti, la natura geografica del Sud dell’Inghilterra dovrebbe farci certi dell’antichità della vita rurale in quella regione, anche senza prove archeologiche a sostegno di tale ipotesi.
Il Sud dell’Inghilterra è ovunque fertile, ovunque ben irrigato, e in nessuna parte è diviso, come avviene nel Nord, da lunghi tratti di terra desolata, da colline coperte di neve in inverno o da paludi. Le sue foreste, sebbene numerose, non hanno mai formato un unico e continuo corridoio; anche la più grande di esse, la Foresta del Weald, situata tra le colline del Surrey e del Kent e quelle del Sussex, aveva una larghezza di soli venti miglia: abbastanza grande per sostenere una serie di villaggi dedicati alla caccia sui suoi bordi settentrionali e meridionali; ma non abbastanza grande da isolare la valle del Tamigi dalla costa meridionale.
Fin dall’inizio delle attività umane su quest’isola, l’intero corso del fiume era attraversato da insediamenti umani distanziati tra loro da brevi distanze; infatti, il Tamigi scorreva nel cuore dell’Inghilterra meridionale e, ovunque le sue rive fossero protette dalle inondazioni ricorrenti, forniva a coloro che vi si stabilivano tre elementi essenziali per qualsiasi villaggio primitivo: buona acqua, difesa e comunicazione.
L’importanza del primo di questi elementi diminuisce man mano che gli uomini imparano a scavare pozzi e a deviare le sorgenti; gli ultimi due, difesa e comunicazione, rimangono strettamente legati alle insediamenti lungo i fiumi fino a tempi molto più recenti, e questo è evidente in tutta la storia del Tamigi.
Il problema della comunicazione nelle condizioni primitive è grave. Anche in una civiltà avanzata, la manutenzione delle strade rappresenta un’importanza fondamentale e comporta un onere maggiore di quanto la maggior parte dei cittadini ne sia consapevole; ma prima che esistano i mezzi o le conoscenze necessarie per costruire strade, con dighe sui pantani e ponti sui fiumi, l’approvvigionamento alimentare in tempi di scarsità o il soccorso in momenti di pericolo non possono mai essere garantiti. Un semplice sentiero stretto, mantenuto soltanto dal passaggio continuo di uomini e animali, rappresenta l’unico canale attraverso cui una comunità può comunicare con i suoi vicini via terra. Bisogna ricordare che da tale sistema di comunicazione dipende non solo l’esistenza presente, ma anche lo sviluppo futuro della società, che non può procedere se non grazie a quel “fecondamento” derivante dall’interazione tra esperienze e tradizioni diverse: ogni grande cambiamento nella storia è stato inevitabilmente accompagnato da un aumento delle attività di viaggio.
Under the primitive conditions of which we speak a river of moderate depth, not too rapid in its current and perennial in its supply, is much the best means by which men may communicate. It will easily carry, by the exertions of a couple of men, some hundred times the weight the same men could have carried as porters by land. It furnishes, if it is broad, a certain security from attack during the journey; it will permit the rapid passage of a large number abreast where the wood tracks and paths of the land compel a long procession; and it furnishes the first of the necessities of life continually as the journey proceeds.
Upon all these accounts a river, during the natural centuries which precede and follow the epochs of high civilisation, is as much more important than the road or the path as, let us say, a railway to-day is more important than a turnpike.
What is equally interesting, when a high civilisation after its little effort begins to decline into one of those long periods of repose into which all such periods of energy do at last decline, the river reassumes its importance. There is a very interesting example of this in the history of France. Before Roman civilisation reached the north of Gaul the Seine and its tributary streams were evidently the chief economic factor in the life of the people: this may be seen in the sites of their strongholds and in the relation of the tribes to one another, as for instance, the dependence of the Parisians upon Sens. The five centuries of active Roman civilisation saw the river replaced by the system of Roman roads; the great artificial track from north to south, for instance, takes on a peculiar importance; but when the end of that period has come, and the energies of the Roman state are beginning to drag, when the money cannot be collected to repair the great highways, and these fall into decay — then the Seine and its tributaries reassume their old importance. Paris, the junction of the various waterways, becomes the capital of a new state, and the influence of its kings leads out upon every side along the river valleys which fall into the main valley of the Seine.
There are but two considerable modifications to the use for habitation of slow and constant rivers: their value is lessened or interrupted by precipitous banks or they are rendered unapproachable by marshes. The first of these causes, for instance, has singularly cut off one from the other the groups of population residing upon the upper and the lower Meuse, as it has also, to quote another example, cut off even in language the upper from the lower Elbe.
From this first species of interruption the Thames is, of course, singularly free. There is no river in England, with the exception of the Trent, whose banks interfere so little with the settlement of men in any place on account of their steepness.
As to the second, the Thames presents a somewhat rare character.
The upper part of the river, which is in lowland valleys the most easily inhabited, and the part in which, once the river is navigable, will be found the largest number of small settlements, is in the case of the Thames the most marshy. From its source to beyond Cricklade the river runs entirely over clay; thenceforward the valley is a flat mass of alluvium, in which the stream swings from one side to the other, and even where it touches higher soil, touches nothing better than the continuation of this clay. In spite, therefore, of the shallowness and narrowness of the upper river there always existed this impediment which an insecure soil would present to the formation of any considerable settlements. The loneliness of the stretch below Kelmscott is due to an original difficulty of this kind, and the one considerable settlement upon the upper river at Lechlade stands upon the only place where firm ground approaches the bank of the river.
This formation endures well below Oxford until one reaches the gap at Sandford, where the stream passes between two beds of gravel which very nearly approach either bank.
Above this point the Thames is everywhere, upon one side or the other, guarded by flat river meadows, which must in early times have been morass; and nowhere were these more difficult of passage than in the last network of streams between Witham Hill and Sandford, to the west of the gravel bank upon which Oxford is built.
Below Sandford, and on all the way to London Bridge, the character of the river in this respect changes. You have everywhere gravel or flinty chalk, with but a narrow bed of alluvial soil, upon either bank to represent the original overflow of the river.
At the crossing places (as we shall see later), notably at Long Wittenham, at Wallingford, at Streatley, at Pangbourne, and, still lower, at Maidenhead and at Ealing, this hard soil came right down to the bank upon either side.
On all this lower half of the Thames marsh was rare, and was to be found even in early times only in isolated patches, which are still clearly defined. These are never found facing each other upon opposite banks of the stream. Thus there was a bad bit on the left bank above Abingdon, but the large marsh below Abingdon, where the Ock came in, was on the right bank, with firm soil opposite it. There was a large bay, as it were, of drowned land on the right bank, from below Reading to a point opposite Shiplake, the last wide morass before the marshes of the tidal portion of the river; and another at the mouth of the Coln, above Staines, on the left bank, which was the last before one came to the mud of the tidal estuary; and even the tidal marshes were fairly firm above London. From Staines eastward down as far as Chelsea the superficial soil upon either side is of gravels, and the long list of ancient inhabited sites upon either bank show how little the overflow of the river interfered with its usefulness to men.
The river, then, from Sandford downward has afforded upon either bank innumerable sites upon which a settlement could be formed. Above Sandford these sites are not to be found indifferently upon either bank, but now on one, now on the other. There is no case on the upper river of two villages facing each other on either side of the stream. But though the soil of this upper part was in general less suited to the establishment of settlements, a certain number of firmer stretches could be found, and advantage was taken of them to build.
Nelle condizioni primitive di cui stiamo parlando, un fiume di profondità moderata, con una corrente non troppo rapida e un’acqua disponibile tutto l’anno, rappresenta senz’altro il mezzo migliore per i viaggi umani. Con lo sforzo di poche persone, è in grado di trasportare centinaia di volte il peso che queste stesse persone potrebbero trasportare a piedi come portatori. Se è abbastanza largo, offre anche una certa sicurezza contro gli attacchi durante il viaggio; permette inoltre il passaggio rapido di un gran numero di persone fianco a fianco, laddove i sentieri terrestri costringono a lunghe marce. Infine, fornisce continuamente le prime necessità della vita durante il percorso.
Secondo tutti questi ragionamenti, un fiume, nei secoli naturali che precedono e seguono le epoche di alta civiltà, è molto più importante di una strada o di un sentiero, proprio come, oggi, una ferrovia è più importante di un pedaggio.
Ciò che è altrettanto interessante è che, quando una alta civiltà, dopo un breve periodo di sviluppo, inizia a declinare verso uno di quei lunghi periodi di riposo nei quali tutte le civiltà, alla fine, finiscono per cadere, il fiume riacquista la sua importanza. Esiste un esempio molto interessante di ciò nella storia della Francia: prima che la civiltà romana raggiungesse il nord della Gallia, la Senna e i suoi affluenti rappresentavano chiaramente il principale fattore economico nella vita delle popolazioni locali; ciò si può osservare sia dalle ubicazioni delle loro fortezze che dalla relazione tra le varie tribù, ad esempio dalla dipendenza dei Parigini da Sens. I cinque secoli di attivo sviluppo sotto il dominio romano videro il fiume sostituito dal sistema di strade romane; la grande via artificiale che attraversava il paese da nord a sud assunse un’importanza particolare in quel periodo. Tuttavia, quando quel periodo terminò e le energie dello stato romano iniziarono ad affievolirsi, quando non fu più possibile raccogliere i fondi necessari per riparare le strade, queste iniziarono a decadere. E allora la Senna e i suoi affluenti riacquistarono la loro antica importanza. Parigi, situata all’incrocio di diversi corsi d’acqua, divenne la capitale di un nuovo stato, e l’influenza dei suoi re si estese in tutte le direzioni lungo i valle fluviali che confluivano nel grande corso della Senna.
Esistono soltanto due modifiche significative riguardo all’uso di fiumi lenti e costanti a scopo abitativo: il loro valore diminuisce o viene interrotto da rive scoscese, oppure diventano inaccessibili a causa delle paludi. Il primo di questi fattori, ad esempio, ha completamente separato tra loro i gruppi di popolazione che vivono sulle parti superiori e inferiori del fiume Mosa; allo stesso modo, per citare un altro esempio, ha anche causato differenze linguistiche tra le zone superiori e inferiori dell’Elba.
A partire da questo primo tipo di interferenze, il Tamigi è, naturalmente, particolarmente libero da tali ostacoli. Non esiste alcun altro fiume in Inghilterra, ad eccezione del Trente, le cui rive, a causa della loro pendenza, interferiscono molto poco con l’insediamento umano in qualsiasi zona.
Per quanto riguarda il secondo punto, il Tamigi presenta una caratteristica piuttosto rara.
La parte superiore del fiume, che si trova in valli di pianura e quindi è la più adatta all’insediamento umano, nonché quella in cui, una volta reso navigabile, si trovano il maggior numero di piccoli insediamenti, è nel caso del Tamigi particolarmente paludosa. Dalla sua sorgente fino a oltre Cricklade il fiume scorre interamente su argilla; da quel punto in poi la valle è costituita da un’ampia distesa di alluvioni, attraverso cui il corso d’acqua serpeggia da una parte all’altra. Anche nei tratti in cui il terreno diventa più alto, non si incontra nulla di meglio dell’argilla presente nelle zone circostanti. Nonostante la poca profondità e la strettezza della parte superiore del fiume, esisteva sempre questo ostacolo rappresentato da un terreno instabile, che rendeva difficile lo sviluppo di insediamenti significativi. La desolazione del tratto a valle di Kelmscott è dovuta proprio a questa caratteristica naturale; l’unico insediamento importante presente nella parte superiore del fiume, a Lechlade, sorge nell’unica zona in cui il terreno solido si avvicina alle rive del fiume.
Questa formazione geologica si mantiene intatta ben al di sotto di Oxford, fino a quando non si raggiunge la zona di Sandford, dove il ruscello scorre tra due strati di ghiaia che quasi si toccano sulle rive.
Al di sopra di questo punto, il Tamigi si estende ovunque, su un lato o sull’altro, delimitato da praterie fluviali piatte che in tempi antichi dovevano essere paludi; e in nessun luogo queste aree risultavano più difficili da attraversare che nell’ultimo reticolo di corsi d’acqua tra Witham Hill e Sandford, a ovest della riva ghiaiosa su cui sorge Oxford.
Al di sotto di Sandford, e per tutto il tratto fino al London Bridge, il carattere del fiume cambia in questo senso: ovunque si trovano ghiaia o gesso pietroso, con soltanto un sottile strato di terra alluvionale su entrambe le rive, a rappresentare l’originario deflusso del fiume.
Nei punti di incrocio (come vedremo in seguito), in particolare a Long Wittenham, Wallingford, Streatley, Pangbourne, e ancora più a sud, a Maidenhead ed Ealing, questo terreno duro arrivava direttamente fino al ciglio della riva su entrambi i lati.
In tutta questa parte inferiore della palude del Tamigi, tali zone erano rare; già in tempi antichi si trovavano soltanto in aree isolate, ancora ben definite. Queste aree non si trovavano mai una di fronte all’altra sulle rive opposte del fiume. Ad esempio, c’era un’ampia zona paludosa sulla riva sinistra, sopra Abingdon; invece la grande palude più a valle di Abingdon, dove sfociava il fiume Ock, si trovava sulla riva destra, opposta a una zona con terreno solido. C’era inoltre un’ampia area di terra sommersa sulla riva destra, che si estendeva da sotto Reading fino a un punto situato di fronte a Shiplake, l’ultima vasta palude prima delle zone umide influenzate dalle maree; ce n’era un’altra alla foce del fiume Coln, sopra Staines, sulla riva sinistra, che rappresentava l’ultimo tratto di terreno solido prima di arrivare alle zone fangose dell’estuario. Anche le paludi influenzate dalle maree erano abbastanza solide al di sopra di Londra. Da Staines verso est, fino a Chelsea, il terreno superficiale su entrambe le rive era costituito da ghiaie; inoltre, l’elenco lungo delle antiche località abitate situate su entrambe le sponde dimostra quanto poco l’inondazione del fiume abbia mai interferito con la sua utilità per gli esseri umani.
Il fiume, quindi, a partire da Sandford in giù, offre su entrambe le rive innumerevoli luoghi dove poter stabilire insediamenti. Al di sopra di Sandford questi luoghi non si trovano in modo uniforme su entrambe le rive, ma ora su una, ora sull’altra. Non esiste alcun caso, nella parte superiore del fiume, in cui due villaggi si affaccino l’uno di fronte all’altro su entrambi i lati del corso d’acqua. Tuttavia, sebbene il terreno di questa zona superiore fosse in generale meno adatto alla creazione di insediamenti, si trovavano comunque alcune zone più stabili, e queste furono sfruttate per la costruzione di abitazioni.
There thus arose along the whole course of the Thames from its source to London a series of villages and towns, increasing in importance as the stream deepened and gave greater facilities to traffic, and bound together by the common life of the river. It was their highway, and it is as a highway that it must first be regarded.
Of the way in which the Thames was a necessary great road in early times, perhaps the best proof is the manner in which various parishes manage to get their water front at the expense of a somewhat unnatural shape to their boundaries. Thus Fawley in Buckinghamshire has a curious and interesting arrangement of this sort thrusting down from the hills a tongue of land which ends in a sort of wharfage on the river just opposite Remenham church. In Berkshire there are also several examples of this. On the upper river Dractmoor and Kingston Bagpuise are both very narrow and long, a shape forced upon them by the necessity of having this outlet upon the river in days when the life of a parish was a real one and the village was a true and self-sufficing unit. Next to them Fyfield does the same thing. Lower down, near Wallingford, the parish of Brightwell has added on a similar eccentric edge to the north and east so that it may share in the bank; but perhaps the best example of all in this connection is the curious extension below Reading. Here land which is of no use for human habitation — water meadows continually liable to floods — runs out from the parish northward for a good mile. These lands are separated from the river during the whole of this extension until at last a bend of the stream gives the parish the opportunity it has evidently sought in thus extending its boundaries. On the Oxford bank Standlake and Brighthampton do the same thing upon the Upper Thames and to some extent Eynsham; for when one thinks how far back Eynsham stands from the river it is somewhat remarkable that it should have claimed the right to get at the stream. Below Oxford there is another most interesting instance of the same thing in the case of Littlemore. Littlemore stands on high and dry land up above the river somewhat set back from it. Sandford evidently interfered with its access to the water, and Littlemore has therefore claimed an obviously artificial extension for all the world like a great foot added on to the bulk of the parish. This “foot” includes Kennington Island, and runs up the meadows to the foot of that eyot.
The long and narrow parishes in the reaches below Benson, Nuneham Morren, Mongewell, and Ipsden and South Stoke are not, however, examples of this tendency.
They owe their construction to the same causes as have produced the similar long parishes of the Surrey and the Sussex Weald. The life of the parish was in each case right on the river or very close to it, and the extension is not the attempt of the parish to reach the river, but the claim of the parish upon the hunting lands which lay up behind it upon the Chiltern Hills. The truth of this will be apparent to anyone who notes upon the map the way in which parishes are thus lengthened, not only on the western side of the hills, but also upon the farther eastern side, where there was no connection with the river.
There are many other proofs remaining of the chief function which the Thames fulfilled in the early part of our history as a means of communication.
We shall see later in these pages how united all that line of the stream has been; how the great monasteries founded upon the Thames were supported by possessions stretched all along the valleys; how much of it, and what important parts, were held by the Crown; and how strong was the architectural influence of towns upon one another up and down the water, as also how the place names upon the banks are everywhere drawn from the river; but before dealing with these it is best to establish the main portions into which the Thames falls and to see what would naturally be their limits.
It may be said, generally, that every river which is tidal, and whose stream is so slow as to be easily navigable in either direction, divides itself naturally, when one is regarding it as a means of communication, into three main divisions.
There will first of all be the tidal portion which the tide usually scours into an estuary. As a general rule, this portion is not considerably inhabited in the early periods of history, for it is not until a large international commerce arises that vessels have much occasion to stop as they pass up and down the maritime part of the stream; and even so, settlements upon its banks must come comparatively late in the development of the history of the river, because a landing upon such flooded banks is not easily to be effected.
This is true of the Dutch marshes at the mouths of the Rhine, whose civilisation (one exclusively due to the energy of man) came centuries after the establishment of the great Roman towns of the Rhine; it is true of the estuary of the Seine, whose principal harbour of Havre is almost modern, and whose difficulties are still formidable for ocean-going craft; and it is true of the Thames.
The estuary of the Thames plays little or no part in the very early history of England. Invaders, when they landed, landed on the sea-coast at the very mouth, or appear to have sailed right up into the heart of the country.
It is, nevertheless, true that the last few miles of tidal water, in Western Europe at least, are not to be included in this first division of a great river.
The swish of the tide continues up beyond the broad estuary, the sand-banks, and the marshes, and there are reaches more or less long (rather less than twenty miles perhaps originally in the case of the Thames, rather more perhaps originally in the case of the lower Seine) which for the purposes of habitation are inland reaches. They have the advantage of a current moving in either direction twice a day and yet not the disadvantage of greatly varying levels of water. Thus one may say of the Seine in the old days that from about Caudebec to Point de L’Arche it enjoyed such inland tidal conditions; and of the Thames from Greenwich to Teddington that similar advantages existed.
Così, lungo l’intero corso del Tamigi, dalla sua sorgente fino a Londra, si svilupparono una serie di villaggi e città che divennero sempre più importanti man mano che il fiume diventava più profondo e offriva maggiori facilità per i trasporti; tutti uniti dalla vita comune legata al fiume. Era la loro strada principale, ed è proprio come strada principale che deve essere considerato.
Del ruolo che il Tamigi svolgeva in antichità come importante via di comunicazione, forse la prova più evidente è il modo in cui varie parrocchie riuscivano ad estendere le proprie aree costiere a scapito di confini talvolta poco naturali. Ad esempio, Fawley nel Buckinghamshire presenta una struttura particolare: una lingua di terra che si estende dalle colline fino a formare una sorta di molo sul fiume, proprio di fronte alla chiesa di Remenham. Anche nel Berkshire ci sono diversi esempi simili. Sulla parte superiore del fiume, Dractmoor e Kingston Bagpuise hanno confini molto stretti e lunghi, una forma imposta dalla necessità di disporre di un’uscita sul fiume in tempi in cui la vita delle parrocchie era ancora strettamente legata alle risorse locali. Vicino a loro, anche Fyfield presenta caratteristiche simili. Più a valle, nei pressi di Wallingford, la parrocchia di Brightwell ha aggiunto estensioni irregolari ai propri confini per poter sfruttare le rive del fiume; forse l’esempio più rappresentativo in questo senso è l’estensione strana che si verifica sotto Reading: terreni inadatti all’abitazione umana, costantemente soggetti alle inondazioni, si estendono per un miglio verso nord. Questi territori rimangono separati dal fiume per tutta la loro lunghezza, fino a quando una curva del corso d’acqua non permette alla parrocchia di ottenere finalmente l’accesso che cercava. Sulle rive dell’Oxford, Standlake e Brighthampton presentano situazioni simili, così come Eynsham; considerando quanto Eynsham sia distante dal fiume, è sorprendente che abbia comunque rivendicato il diritto di accedervi. Più a valle di Oxford, Littlemore offre un altro esempio interessante: la parrocchia si trova su terreni elevati e asciutti, leggermente distanti dal fiume; Sandford ne ostacolava l’accesso alle acque del fiume, quindi Littlemore ha aggiunto artificialmente delle estensioni ai propri confini. Queste estensioni includono anche l’isola di Kennington e si estendono lungo i prati fino alla base di quell’isolotto.
Le lunghe e strette parrocchie situate nelle zone a sud di Benson, Nuneham Morren, Mongewell, Ipsden e South Stoke, tuttavia, non rappresentano esempi di questa tendenza.
La loro formazione è dovuta alle stesse cause che hanno determinato la creazione di simili parrocchie lunghe nella regione del Surrey e del Sussex Weald. In ogni caso, la vita delle parrocchie si svolgeva direttamente sul fiume o molto vicino ad esso; l’estensione delle loro aree non rappresentava un tentativo da parte delle parrocchie di raggiungere il fiume stesso, ma piuttosto un diritto legato alle terre da caccia situate alle loro spalle, sulle colline dei Chiltern Hills. Questo è evidente chiunque osservi sulla mappa come le parrocchie si estendano in questo modo, non solo sul lato occidentale delle colline, ma anche su quello orientale, dove non esisteva alcun legame diretto con il fiume.
Esistono molte altre prove che dimostrano il ruolo fondamentale svolto dal Tamigi nelle fasi iniziali della nostra storia come mezzo di comunicazione.
Vedremo in seguito, in queste pagine, quanto fosse unita tutta quella zona lungo il corso del Tamigi; come i grandi monasteri fondati sul fiume fossero sostenuti da possedimenti distribuiti lungo tutte le valli; quale parte di questi territori, e quali parti importanti, appartenessero alla Corona; e quanto forte fosse l’influenza architettonica delle città una sull’altra lungo il fiume, nonché come i nomi dei luoghi sulle rive derivassero tutti dal nome stesso del fiume. Ma prima di affrontare queste questioni, è meglio individuare le principali parti in cui il Tamigi si divide e stabilire quali dovrebbero essere naturalmente i suoi confini.
Si può dire, in generale, che ogni fiume che è soggetto alle maree e il cui corso è così lento da poter essere facilmente navigato in entrambe le direzioni si divide naturalmente, se considerato come mezzo di comunicazione, in tre parti principali.
Prima di tutto, c’è la parte influenzata dalle maree, quella che solitamente viene erosa e modellata dalle correnti marine nell’estuario. In linea di massima, questa zona non era molto popolata nei primi periodi della storia: solo con lo sviluppo del commercio internazionale, le navi iniziarono ad approdare frequentemente lungo il tratto marittimo del fiume; e anche allora, gli insediamenti sulle sue rive emersero piuttosto tardi nel corso dello sviluppo storico del fiume stesso, poiché non era facile sbarcare su quelle rive sommerse dalle acque.
Lo stesso vale per le paludi olandesi alle foci del Reno, la cui civiltà (interamente dovuta all’impegno umano) è sorta secoli dopo la fondazione delle grandi città romane sul Reno; lo stesso vale per l’estuario della Senna, il cui porto principale di Le Havre è quasi moderno, e le cui difficoltà rimangono notevoli per le navi oceaniche; e lo stesso vale per il Tamigi.
L’estuario del Tamigi svolge un ruolo molto limitato, o addirittura nullo, nella storia primordiale dell’Inghilterra. Gli invasori, quando sbarcavano, lo facevano sulla costa marittima all’imboccatura dello stesso estuario, oppure sembra che navigassero direttamente verso l’interno del paese.
È tuttavia vero che gli ultimi chilometri di acqua di marea, almeno nell’Europa occidentale, non devono essere inclusi in questa prima parte di un grande fiume.
Lo sciabordio delle maree prosegue oltre l’ampio estuario, le dune di sabbia e i pantani; ci sono tratti più o meno lunghi (forse meno di venti miglia nel caso del Tamigi, probabilmente di più nel caso della bassa Senna) che, per quanto riguarda la possibilità di insediamento umano, possono essere considerati zone interne. Questi tratti presentano il vantaggio di un flusso d’acqua che si muove in entrambe le direzioni due volte al giorno, senza però subire variazioni eccessive del livello dell’acqua. Si può quindi affermare che, nell’antichità, la Senna, dal punto di Caudebec fino a Point de L’Arche, godeva di condizioni tidali simili; lo stesso valeva per il Tamigi, da Greenwich fino a Teddington.
The true point of division which separates, so far as human history is concerned, the lower from the upper part of such rivers is the first bridge, and, what almost always accompanies the first bridge, the first great town. To repeat the obvious parallel, Rouen was this point upon the Seine; upon the Thames this point was the Bridge of London. It is with the habitable and historic Thames Valley above the bridge that this book has to deal, and it will later be to the reader’s purpose to consider why London Bridge crossed the stream just where it did, and of what moment that site has been in the history of the Thames and of England.
The second division in a great European tidal river, considered as a means of communication, is the navigable but non-tidal portion.
The word navigable is so vague that it requires some definition before we can apply it to any particular stream. It does not, of course, mean in this connection “navigable by sea-going boats.” One may take a constant depth of so little as three feet to be sufficient for the purpose of carrying merchandise even in considerable bulk.
The legislatures of various countries have established varying gauges to determine where the navigability of a river may be said to cease. In practice these gauges have always been arbitrary. The upper reaches of a river may present sufficient depth but too fast a current, or they may be too narrow, or the curves may be too rapid, or the obstruction of rocks too common, for any sort of navigation, although the depth of water be sufficient.
Conversely, in some streams of peculiar breadth and constancy very shallow upper reaches may have early been converted to the use of man. The matter is only to be determined by the experience of what the inhabitants of a river valley have actually been able to do under the local circumstances, and when we examine this we shall usually be astonished to see how far inland a river was used until the history of internal navigation was transformed by the development of canals or partially destroyed by the development of railways. Thus it is certain that so small a stream as the Adur in Sussex floated barges up to the boundaries of Shipley Parish; that the Stour was habitually used beyond Canterbury; that so tiny a tributary as the Ant in Norfolk was followed up from its parent Bure to the neighbourhood of Worsted.
In this connection the Thames is of an especial interest, for it had, in proportion to its length, the greatest section of navigable non-tidal water of any of the shorter rivers in Europe. Until the digging of the Thames and Severn Canal at the end of last century it was possible, and even common, for boats to reach Cricklade, or at any rate the mouth of the Churn. And even now, in spite of the pumping that is necessary at Thames head and the consequent diminution of the volume of water in the upper reaches, the Thames, were water carriage to come again into general use, would be a busy commercial stream as high up as Lechlade.
This exceptional sector of non-tidal navigable water cutting right across England from east to west, and that in what used to be the most productive and is still the most fertile portion of the island, is the chief factor in the historic importance of the Thames.
From Cricklade to the navigable waters of the Severn Valley is but a long day’s walk; and one may say that even in the earliest times there was thus provided a great highway right across what then was by far the most thickly populated and the most important part of the island.
A third section in all such rivers (and, from what we have said above, a short and insignificant one in the case of the Thames) may be called the head-waters of the river: where the stream is so shallow or so uncertain as to be no longer navigable. In the case of the Thames these head-waters cover no more than ten to fifteen miles of country. With the exception of rivers that run through mountain districts this section of a river’s course is nearly always small in proportion to the rest; but the Thames, just as it has the longest proportion of navigable water, has also by far the shortest proportion of useless head-water of all the shorter European rivers.
There is a further discussion as to what is the true source of the Thames, and which streams may properly be regarded as its head-waters: the Churn, especially since the digging of the canal, having a larger flow than the stream from Thames head; but whichever is chosen, the non-navigable portion starts at the same point, and is the third of the divisions into which the valley ranges itself when it is considered in its length, as a highway from the west to the east of England. The two limits, then, are at London Bridge and at Cricklade, or rather at some point between Lechlade and Cricklade, and nearer to the latter.
But a river has a second topographical and historic function. It cannot only be considered longitudinally as a highway, it can also be considered in relation to transverse forces and regarded as an obstacle, a defence, and a boundary.
This function has, of course, been of the highest importance in the history of all great rivers, not perhaps so much so in the case of the Thames as in the case of swifter or deeper streams, but, still, more than has been the case with so considerable and so rapid a river as the Po in Lombardy or the uncertain but dangerous Loire in its passage through the centre of France. For the Thames Valley was that which divided the vague Mercian land from which we get our weights, our measures, and the worst of our national accent, and cut it off from that belt of the south country which was the head and the heart of England until the last industrial revolution of our history.
The Thames also has entered to a large, though hardly to a determining, extent into the military history of the country; to an extent which is greater in earlier than in later times, because with every new bridge the military obstacle afforded by the stream diminished. And finally, the Thames, regarded as an obstacle, was the cause that London Bridge concentrated upon itself so much of the life of the nation, and that the town which that bridge served, always the largest commercial city, became at last the capital of the island.
Il vero punto di divisione che, per quanto riguarda la storia umana, separa la parte inferiore da quella superiore di tali fiumi è il primo ponte; e ciò che quasi sempre accompagna il primo ponte è la prima grande città. Ripetendo questo ovvio parallelismo, Rouen rappresentava tale punto sul Sena; sul Tamigi, invece, quel punto era il Ponte di Londra. Questo libro tratta appunto della valle del Tamigi abitabile e storica che si estende al di sopra del ponte; in seguito sarà utile per il lettore comprendere perché il Ponte di Londra sia stato costruito proprio in quel punto, e quale importanza abbia avuto quella posizione nella storia del Tamigi e dell’Inghilterra.
La seconda divisione di un grande fiume europeo a corso mareale, considerata come mezzo di comunicazione, è la parte navigabile ma non soggetta alle fluttuazioni delle acque marine.
La parola “Navigabile” è così vaga che richiede una definizione precisa prima di poterla applicare a un qualsiasi corso d’acqua specifico. Naturalmente, in questo contesto non significa necessariamente “navigabile da imbarcazioni da mare”. Si può considerare sufficiente una profondità costante di soli tre piedi per permettere il trasporto di merci, anche in quantità considerevoli.
I legislatori di vari paesi hanno stabilito criteri diversi per determinare dove si possa considerare che la navigabilità di un >fiume termini. In pratica, questi criteri sono sempre stati arbitrari. Le parti superiori di un >fiume possono presentare una profondità sufficiente ma una corrente troppo rapida, oppure possono essere troppo strette, le curve troppo ripide, o le rocce che ostacolano la navigazione troppo frequenti, anche se la profondità dell’acqua è adeguata.
Al contrario, in alcuni corsi d’acqua di particolare ampiezza e regolarità, anche le parti più superficiali potevano essere utilizzate fin dall’inizio dagli esseri umani. Questo può essere verificato soltanto attraverso l’esame delle esperienze concrete degli abitanti di una valle fluviale, in relazione alle condizioni locali. Spesso ci sorprende scoprire fino a che punto un fiume venisse utilizzato nell’entroterra, prima che lo sviluppo dei canali modificasse radicalmente le pratiche di navigazione interna, o che la costruzione delle ferrovie ne distruggesse parzialmente l’utilizzo. Ad esempio, è certo che un corso d’acqua così piccolo come l’Adur nel Sussex permettesse il transporto di chiatte fino ai confini della parrocchia di Shipley; che il fiume Stour venisse comunemente utilizzato anche al di là di Canterbury; e che un affluente minuscolo come l’Ant nel Norfolk potesse essere percorso fino alle vicinanze di Worsted, partendo dal suo corso principale, il Bure.
In questo contesto, il Tamigi presenta un interesse particolare: in proporzione alla sua lunghezza, offriva la più ampia sezione di corso navigabile non influenzato dalle maree tra tutti i fiumi europei più corti. Fino alla costruzione del canale Thames and Severn alla fine del secolo scorso, era possibile – e anzi comune – che le barche raggiungessero Cricklade, o almeno la foce del Churn. E anche oggi, nonostante le operazioni di pompaggio necessarie nella parte alta del fiume e la conseguente riduzione del volume d’acqua, il Tamigi potrebbe tornare a essere un importante corso commerciale, utilizzabile fino a Lechlade.
Questo eccezionale settore di acque navigabili non influenzate dalle maree, che attraversa l’Inghilterra da est a ovest e si trova nella parte un tempo più produttiva e ancora oggi la più fertile dell’isola, rappresenta il fattore principale che spiega l’importanza storica del Tamigi.
Da Cricklade alle acque navigabili della valle del Severn ci vuole soltanto una lunga giornata di cammino; si può dire che già nei tempi più antichi esistesse così un’importante strada che attraversava quella che allora era senza dubbio la parte più densamente popolata e la più importante dell’isola.
Una terza sezione di tutti questi fiumi (e, come abbiamo detto sopra, una sezione breve e insignificante nel caso del Tamigi) può essere definita l’area delle sorgenti del fiume: quella zona in cui il corso d’acqua è così poco profondo o così incerto da non essere più navigabile. Nel caso del Tamigi, quest’area copre al massimo dieci-dici cinque miglia di territorio. Ad eccezione dei fiumi che attraversano zone montuose, questa sezione del corso fluviale è quasi sempre di piccole dimensioni rispetto alle altre parti; tuttavia il Tamigi, proprio perché possiede la parte navigabile più lunga di tutti i fiumi europei più corti, ha anche, di gran lunga, la proporzione più ridotta di zone inutili o non navigabili tra le sue sorgenti.
Esiste ancora una discussione su quale sia la vera sorgente del Tamigi e quali corsi d’acqua possano essere considerati correttamente i suoi affluenti principali: il Churn, soprattutto dopo la costruzione del canale, poiché ha un flusso maggiore rispetto al corso d’acqua che nasce direttamente dalla sorgente del Tamigi; ma indipendentemente dalla scelta fatta, la parte non navigabile del fiume inizia sempre dallo stesso punto. Questa zona rappresenta anche il terzo dei tre tratti in cui la valle del Tamigi può essere divisa se si considera la sua lunghezza come un percorso che collega l’ovest con l’est dell’Inghilterra. Pertanto, i due limiti di questa divisione sono il London Bridge e Cricklade, o meglio, un punto situato tra Lechlade e Cricklade, più vicino a quest’ultima.
Ma un fiume ha anche una seconda funzione topografica e storica: non può essere considerato soltanto in senso longitudinale come una strada, ma può anche essere visto in relazione alle forze trasversali, e quindi considerato un ostacolo, una difesa e un confine.
Questa funzione è stata, naturalmente, di estrema importanza nella storia di tutti i grandi fiumi; forse non tanto nel caso del Tamigi quanto in quello di corsi d’acqua più rapidi o più profondi. Tuttavia, il suo ruolo è stato comunque significativo soprattutto per fiumi così importanti e impetuosi come il Po in Lombardia o la Loira, pericolosa e imprevedibile nel suo corso attraverso il centro della Francia. Il bacino del Tamigi, infatti, separava quella regione indefinita dei Merciani da cui derivano le nostre unità di misura e il peggior accento nazionale; inoltre, questo fiume divideva tale regione dal “cinturone” meridionale che rappresentò per lungo tempo la testa e il cuore dell’Inghilterra, fino all’ultima rivoluzione industriale della nostra storia.
Il Tamigi ha avuto un ruolo importante, sebbene non decisivo, nella storia militare del paese; tale ruolo è stato ancora più evidente in epoche passate rispetto a tempi più recenti, poiché con l’erezione di nuovi ponti l’ostacolo rappresentato dal fiume diminuiva progressivamente. Infine, proprio il Tamigi, considerato un ostacolo naturale, è stato la causa per cui il London Bridge ha concentrato su di sé gran parte della vita nazionale, e perché la città che esso serviva – sempre stata la più grande città commerciale dell’isola – è diventata infine la capitale del regno.
We have already said that the establishment of the site of London Bridge was a capital point in the history of the river and the principal line of division in its course. What were the topographical conditions which caused the river to be crossed at this point rather than at another?
It is always of the greatest moment to men to find some crossing for a great river as low down as may be towards the mouth. For the higher the bridge the longer the detour between, at the least, two provinces of the country which the river traverses. It is especially important to find such a crossing as low down as possible when the river is tidal and when it is flanked upon either side by great flooded marshes, as was and is the Thames. For under such conditions it is difficult, especially in primitive times, to cross habitually from one side to the other in boats.
Now it is a universal rule of early topography, and one which can be proved upon twenty of the old trackways of England, that the wild path which the earliest men used, when it approaches a river, seeks out a spur of higher and drier land, and if possible one directly facing another similar spur upon the far side of the water. It is a feature which the present writer continually observed in the exploration of the old British trackway between Winchester and Canterbury; it is similarly observable in the presumably British track between Chester and Manchester; and it is the feature which determined the site of London Bridge.
From the sea for sixty miles is a succession of what was once entirely, and is now still in great part, marshy land; or at least if there are no marshes upon one bank there will be marshes upon the other. In the rare places down stream where there is a fairly rapid rise upon either side of the river the stream is far too wide for bridging; and these marshes were to be found right up the valley until one struck the gravel at Chelsea: even here there were bad marshes on the farther shore.
There is in the whole or the upper stretch of the tidal water but one place where a bluff of high and dry land faces, not indeed land equally dry immediately upon the farther bank, but at least a spur of dry land which approaches fairly near to the main stream. If the modern contour lines be taken and laid out upon a map of London this spur will be found to project from Southwark northward directly towards the river, and immediately opposite it is the dry hill, surrounded upon three sides by river or by marsh, upon which grew up the settlement of London. Here, then, the first crossing of the Thames was certain to be made.
It is not known whether a permanent bridge existed before the Roman Conquest. It may be urged in favour of the negative argument that Cæsar had no knowledge of such a bridge, or at least did not march towards it, but crossed the river with difficulty in the higher reaches by a ford. And it may also be urged that a bridge across the Rhine was equally unknown in that time. But, the bridge once established, it could not fail to become the main point of convergence for the commerce of Southern England, and indeed for much of that which proceeded from the North upon its way to the Continent. Such an obstacle would oppose itself to every invasion, and did, in fact, oppose itself to more than one historical invasion from the North Sea. It would further prevent sea-going vessels whose masts were securely stepped and could not lower from proceeding farther up stream, and would thereupon become the boundary of the seaport of the Thames. Such a bridge would, again, concentrate upon itself the traffic of all that important and formerly wealthy part of the island which bulges out to the east between the estuary of the Thames and the Wash, and which must necessarily have desired communication both with the still wealthier southern portion and with the Continent. But, more important than this, London Bridge also concentrated upon itself all the up-country traffic in men and in goods which came in by the natural gate of the country at the Straits of Dover, except that small portion which happened to be proceeding to the south-west of England: and this exception to the early commerce of England was the smaller from the comparative ease with which the Channel could be crossed between Brittany and Cornwall.
Finally, the Bridge, as it formed the limit for sea-going vessels, formed also if not the limit at least a convenient terminus for craft coming from inland down the stream. It would form the place of transhipment between the sea-going and the inland trade.
Everything then conspired to make this first crossing of the Thames the chief commercial point in Britain; and, since we are considering in particular the history of the river, it must be noted that these conditions also made of London Bridge what we have remarked it to be, the chief division in the whole course of the stream. This character it still maintains, and the life of the river from the bridge to the Nore is a totally different thing, with a different literature and a different accompanying art, from the life of the river above bridges.
We have seen that the river when it is regarded as an avenue of access to men for commerce or for travel is, especially in early times, and with boats of light draught, of one piece from Lechlade to London Bridge. There was in this section always sufficient water even in a dry summer to float some sort of a boat. But the river, regarded as a barrier or obstacle for human beings in their movement up and down Britain, did not form one such united section. On the contrary, it divided itself, as all such rivers do, into two very clearly defined parts: there was that upper part which could be crossed at frequent intervals by an army, that lower part in which fords are rare.
In most rivers one has nothing more to do in describing those two sections than to show how gradually they merge into one another. In most rivers the passage of the upper waters is perfectly easy, and as one descends the fords get rarer and rarer, until at last they cease.
Abbiamo già detto che la posizione in cui è stata costruita la Ponte di Londra rappresenta un punto fondamentale nella storia del fiume e costituisce una linea di divisione principale nel suo corso. Quali erano le condizioni topografiche che hanno determinato la scelta di questo luogo per il attraversamento del fiume, piuttosto che un altro?
È sempre un momento di grande importanza per gli uomini trovare un punto di attraversamento di un grande fiume il più a valle possibile, vicino alla sua foce. Infatti, più alto è il ponte, più lungo sarà il percorso alternativo che dovrà essere seguito, almeno tra due province attraversate dal fiume. È particolarmente importante trovare un tale punto di attraversamento il più a valle possibile quando il fiume è soggetto alle maree e quando è circondato su entrambi i lati da vaste zone paludose allagate, come avveniva – e avviene ancora oggi – per il Tamigi. In tali condizioni, soprattutto nei tempi primitivi, era difficile attraversare regolarmente il fiume in barca.
Ora è una regola universale della topografia antica, e una che può essere verificata su venti delle antiche strade dell’Inghilterra: il sentiero naturale utilizzato dai primi uomini, quando si avvicina a un fiume, cerca sempre un rilievo più alto e asciutto; se possibile, uno che si affacci direttamente su un altro rilievo simile situato sull’altra sponda dell’acqua. Questa caratteristica è stata costantemente osservata dall’autore nell’esplorazione delle antiche strade britanniche tra Winchester e Canterbury; si riscontra altrettanto nella strada presumibilmente britannica tra Chester e Manchester; ed è proprio questa caratteristica che ha determinato la posizione del ponte di Londra.
Per sessanta miglia lungo il fiume si estende una zona che un tempo era interamente paludosa e che oggi, in gran parte, lo è ancora; o almeno, se da un lato non ci sono paludi, dall’altro ce ne sono sicuramente. Nei rari tratti a valle dove il terreno si eleva rapidamente su entrambi i lati del fiume, quest’ultimo è troppo largo per essere attraversato da ponti; e queste zone paludose si trovavano lungo l’intera vallata, fino a quando non si raggiungevano le zone di ghiaia vicino a Chelsea: anche qui, sulla riva più lontana, esistevano ampie paludi.
Nella totalità o nella parte superiore dell’area interessata dalle maree, esiste soltanto un luogo in cui una cresta di terra alta e asciutta si affaccia sul fiume; non si tratta certo di una terra altrettanto asciutta immediatamente sull’altra riva, ma almeno di una sorta di promontorio che si avvicina abbastanza al corso principale del fiume. Se si prendono le linee di contorno moderne e si disegnano su una mappa di Londra, si noterà che questo promontorio si estende da Southwark verso nord, direttamente in direzione del fiume; proprio di fronte ad esso si trova quella collina asciutta, circondata su tre lati dal fiume o dalle paludi, sulla quale sorse poi l’insediamento di Londra. Ed è proprio qui che doveva avvenire il primo attraversamento del Tamigi.
Non si sa se esistesse un ponte permanente prima della Conquista Romana. Si potrebbe sostenere che Cesare non conoscesse l’esistenza di tale ponte, o almeno non vi marciò verso, ma attraversò il fiume con difficoltà nelle zone più a monte, utilizzando un guado. Inoltre, si potrebbe anche osservare che all’epoca un ponte sul Reno fosse altrettanto sconosciuto. Tuttavia, una volta costruito, tale ponte divenne inevitabilmente il principale punto di convergenza del commercio dell’Inghilterra meridionale, e in realtà di gran parte delle merci provenienti dal Nord dirette verso il Continente. Un simile ostacolo avrebbe rappresentato un impedimento per qualsiasi invasione; infatti, ciò accadde effettivamente in più occasioni durante le invasioni storiche provenienti dal Mar del Nord. Inoltre, avrebbe impedito alle navi a vela di proseguire verso l’alto corso del fiume, rendendo il ponte stesso il confine del porto marittimo del Tamigi. Tale ponte avrebbe concentrato su di sé tutto il traffico di quella parte importante e un tempo prospera dell’isola, che si estende a est tra l’estuario del Tamigi e la baia di Wash; tale area aveva sicuramente bisogno di collegamenti sia con la più ricca regione meridionale che con il Continente. Ma ancora più importante è il fatto che il Ponte di Londra concentrava su di sé tutto il traffico di persone e merci proveniente dalle zone interne del paese, attraverso lo stretto di Dover; l’unica eccezione riguardava le merci dirette verso il sud-ovest dell’Inghilterra: questa eccezione era dovuta alla maggiore facilità con cui si poteva attraversare la Manica tra la Bretagna e la Cornovaglia.
Infine, il ponte, essendo il confine per le navi da mare, rappresentava anche, se non proprio il limite, almeno un punto di arrivo conveniente per le imbarcazioni che provenivano dall’entroterra lungo il corso d’acqua. Costituiva quindi il luogo ideale per lo scambio merci tra il commercio marittimo e quello fluviale.
Tutto contribuì quindi a rendere questo primo attraversamento del Tamigi il principale centro commerciale della Gran Bretagna; e poiché stiamo considerando in particolare la storia di questo fiume, è necessario sottolineare che queste condizioni resero anche il Ponte di Londra ciò che oggi è: il punto di divisione principale lungo l’intero corso del fiume. Questo ruolo esso mantiene ancora oggi; la vita del fiume, dal ponte fino al Nore, è completamente diversa da quella della parte superiore ai ponti: si caratterizza per una cultura e un’arte differenti.
Abbiamo visto che il fiume, quando considerato come un percorso di accesso per gli esseri umani a scopo commerciale o di viaggio, soprattutto nei tempi antichi e con imbarcazioni a basso pescaggio, costituisce un unico corso d’acqua che va da Lechlade fino al London Bridge. In questa zona c’era sempre abbastanza acqua, anche in una estate secca, per far galleggiare qualsiasi tipo di imbarcazione. Tuttavia, il fiume, considerato come un ostacolo per gli spostamenti delle persone lungo la Gran Bretagna, non formava un unico corso d’acqua continuo. Al contrario, si divideva, come fanno tutti i fiumi del genere, in due parti ben definite: quella parte superiore che poteva essere attraversata con frequenza da un esercito, e quella parte inferiore in cui i guadi erano rari.
Nella maggior parte dei fiumi, non c’è nulla di più da aggiungere per descrivere queste due zone se non indicare come gradualmente si fondono l’una nell’altra. Nella maggior parte dei fiumi, il passaggio delle acque superiori è del tutto agevole; man mano che ci si sposta verso il basso, i guadi diventano sempre più rari, fino a scomparire del tutto.
With the Thames this is not the case. The two portions of the river are sharply divided in the vicinity of Oxford, and that for reasons which we have already seen when we were speaking of the suitability of its banks for habitation. The upper Thames is indeed shallow and narrow, and there are innumerable places above Oxford where it could be crossed, so far as the volume of its waters was concerned. It was crossed by husbandmen wherever a village or a farm stood upon its banks. Perhaps the highest point at which it had to be crossed at one chosen spot is to be discovered in the word Somerford Keynes, but the ease with which the water itself could be traversed is apparent rather in the absence than in the presence of names of this sort upon the upper Thames. Shifford, for instance, which used to be spelt Siford, may just as well have been named from the crossing of the Great Brook as from the crossing of the Thames. The only other is Duxford.
While, however, the upper Thames was thus easy to cross where individuals only or small groups of cattle were concerned, the marshes on either side always made it difficult for an army. The records of early fighting are meagre, and often legendary, but such as they are you do not find the upper Thames crossed and recrossed as are the upper Severn or the upper Trent. There are two points of passage: Cricklade and Oxford, nor can the passage from Oxford be made westward over the marshes. It is confined to the ford going north and south.
Below Oxford, after the entry of the Cherwell, and from thence down to a point not very easily determined, but which is perhaps best fixed at Wallingford, the Thames is only passable at fixed crossings in ordinary weather, as at Sandford, where the hard gravels approach the bank upon either side, and at other places, each distant from the next by long stretches of river.
It is not easy, now that the river has been locked, to determine precisely where all these original crossings are to be found.
The records of Abingdon and its bridge make it certain that a difficult ford existed here; the name “Burford” attached to the bridge points to the ancient ford at this spot. It is a name to be discovered in several other parts of England where there has been some ancient crossing of a river, as, for instance, the crossing of the Mole in Surrey by the Roman military road.
The next place below Abingdon may have been at Appleford, but was more likely between the high cliff at Clifton-Hampden and the high and dry spit of Long Wittenham. Below this again for miles there was no easy crossing of the river.
The Thames was certainly impassable at Dorchester. The whole importance of Dorchester indeed in history lies in its being a strong fortified position, and it depends for its defence upon the depth of the river, which swirls round the peninsula occupied by the camp.
It has been conjectured that there was a Roman ford or ferry at the east end of Little Wittenham Wood, where it touches the river. The conjecture is ill supported. No track leads to this spot from the south, and close by is an undoubted ford where now stands Shillingford Bridge.
Below this again there was no crossing until one got to Wallingford; and here we reach a point of the greatest importance in the history of the Thames and of England.
Wallingford was not the lowest point at which the Thames could ever be crossed. So far was this from being the case that the tidal Thames could be crossed in several places on the ebb, notably at the passage between Ealing and Kew, where Kew Bridge now stands; and, as we shall see, the Thames was passable at many other places. But the special character of the passage at Wallingford lay in the fact that it was a ford upon which one could always depend. Below Wallingford the crossings were either only to be effected in very dry seasons or, though normally usable, might be interrupted by rain.
It is at Wallingford, therefore, that the main lowest passage of the Thames was effected, and it was through Wallingford that Berkshire communicated with the Chilterns. Wallingford is, then, the second point of division upon the Thames when one is regarding that river as a defence or a boundary. Below Wallingford there was perhaps a regular crossing at Pangbourne; there was certainly a ford of great importance between Streatley and Goring; and all the way down the river at intervals were difficult but practicable passages — notably at Cowey Stakes between the Surrey and the Middlesex shore, a place which is the traditional crossing of Cæsar. The water here in normal weather was, however, as much as five feet deep, and this ford well illustrates the difficulties of all the lower crossings of the Thames.
The effect of the river as a barrier must, of course, have largely depended upon the level to which the waters rose in early times. It is exceedingly difficult to get any evidence upon this — first, because however far you go back in English history some sort of control seems always to have been imposed upon the river; and secondly, because the early overflows have left little permanent effect.
As an example of the antiquity of the regulation of the Thames we have the embankment round the Isle of Dogs, which is Roman or pre-Roman in its origin, like the sea-wall of the Wash, which defends the Fenland; and at Ealing, Staines, Abingdon, and twenty other places we have sites probably pre-historic, and certainly at the beginnings of history, which could never have been inhabited if the neighbouring fields had not been drained or protected. The regularity of the stream has therefore been somewhat artificial throughout all the centuries of recorded history, and the banks have had ample time to acquire consistency.
It is certain, of course, that works of planting, of draining, or of embankment, which required continuous energy, skill, and capital, decayed after the coming of the Saxon pirates, and were not undertaken again with full vigour until after the Norman Conquest. Even to-day the work is not quite complete, though every year sees its improvement: we are still unable to prevent regularly recurrent floods in the flats round Oxford and below the gorge of the Chilterns; but for the purpose of this argument the chief fact to be noted is that no serious interruption to the approach of the river seems to have existed in historic times.
Nel caso del Tamigi, invece, le cose non stanno così. Le due parti di questo fiume sono nettamente separate nella zona vicino a >Oxford, e ciò per motivi che abbiamo già discusso quando parlavamo della idoneità delle sue rive per l’abitazione umana. Il corso superiore del Tamigi è infatti poco profondo e stretto, e ci sono innumerevoli punti al di sopra di >Oxford dove sarebbe possibile attraversarlo, considerando il volume delle sue acque. Gli agricoltori lo attraversavano ovunque vi fossero villaggi o fattorie sulle sue rive. Forse il punto più alto in cui era necessario effettuare questo attraversamento si trova nella località di Somerford Keynes, ma la facilità con cui si poteva attraversare il fiume risulta piuttosto evidente dall’assenza che dalla presenza di nomi del genere lungo il corso superiore del Tamigi. Ad esempio, Shifford, che un tempo veniva scritto Siford, potrebbe benissimo essere stato chiamato così in riferimento all’attraversamento del Great Brook quanto a quello del Tamigi stesso. L’unico altro esempio simile è Duxford.
Tuttavia, sebbene il corso superiore del Tamigi fosse facile da attraversare quando si trattava di individui o piccoli gruppi di bovini, le paludi presenti su entrambi i lati rendevano sempre difficile il transito per un esercito. I resoconti delle prime battaglie sono scarsi e spesso leggendari, ma non si riscontra che il corso superiore del Tamigi sia stato attraversato più volte, a differenza di quello del Severn o del Trent. Esistono soltanto due punti di passaggio: Cricklade e Oxford, e il passaggio da Oxford verso ovest attraverso le paludi non è possibile; esso è limitato al guado che si estende da nord a sud.
Al di sotto di Oxford, dopo l’ingresso del fiume Cherwell, e da quel punto fino a un luogo non facilmente individuabile, ma che probabilmente si trova vicino a Wallingford, il Tamigi è percorribile soltanto attraverso punti di attraversamento prestabiliti in condizioni meteorologiche normali. Questi punti includono Sandford, dove i ciottoli duri si trovano vicini alle rive su entrambi i lati, e altri luoghi situati a distanza reciproca lungo ampi tratti del fiume stesso.
Ora che il fiume è stato chiuso con dighe, non è facile determinare con precisione dove si trovino tutti questi punti di attraversamento originari.
I documenti riguardanti Abingdon e il suo ponte dimostrano con certezza l’esistenza di un difficile guado in questo luogo; il nome “Burford”, associato al ponte, fa riferimento a quel vecchio guado situato in questa zona. Questo nome si trova anche in altre parti dell’Inghilterra, dove esistevano antichi passaggi attraverso i fiumi, come ad esempio il punto di attraversamento del fiume Mole nel Surrey lungo la strada militare romana.
Il luogo successivo, più in basso rispetto ad Abingdon, poteva essere Appleford, ma era più probabile che si trovasse tra il ripido dirupo di Clifton-Hampden e la lunga e asciutta penisola di Long Wittenham. Ancora più in basso, per chilometri, non esisteva alcun punto facile per attraversare il fiume.
Il Tamigi era sicuramente intransitabile a Dorchester. L’importanza di Dorchester nella storia risiede proprio nel fatto che si trattava di una fortezza ben difesa; la sua sicurezza dipendeva dalla profondità del fiume, che circondava la penisola occupata dal campo militare.
Si è ipotizzato che all’estremità orientale di Little Wittenham Wood, dove il bosco si affaccia sul fiume, esistesse un guado o una ferrovia fluviale romana. Tuttavia, questa ipotesi non è suffragata da prove concrete: nessun sentiero conduce a questo punto dal sud, e nelle vicinanze si trova senza dubbio un guado, dove oggi sorge il ponte di Shillingford.
Ancora più sotto, non c’erano attraversamenti fino a quando non si arrivava a Wallingford; ed è qui che raggiungiamo un punto di estrema importanza nella storia del Tamigi e dell’Inghilterra.
Wallingford non rappresentava certo il punto più basso lungo il fiume Tamigi dove fosse possibile attraversarlo. Anzi, in alcune zone del fiume era possibile attraversarlo durante la bassa marea, soprattutto nel tratto tra Ealing e Kew, dove oggi sorge il ponte di Kew; inoltre, c’erano molti altri punti lungo il Tamigi che permettevano il passaggio. Tuttavia, il tratto di Wallingford presentava un vantaggio particolare: si trattava di un guado su cui si poteva sempre contare per attraversare il fiume in modo sicuro. Al di sotto di Wallingford, gli altri punti di attraversamento erano disponibili soltanto durante le stagioni molto secche o, sebbene generalmente utilizzabili, potevano essere interrotti dalle piogge.
È quindi a Wallingford che si trovava il passaggio più basso e principale del Tamigi; attraverso Wallingford il Berkshire era collegato ai Chilterns. Wallingford rappresenta quindi il secondo punto di divisione lungo il Tamigi, se si considera questo fiume come strumento di difesa o confine. Più a valle di Wallingford esisteva probabilmente un punto di attraversamento regolare a Pangbourne; certamente c’era un guado di grande importanza tra Streatley e Goring; inoltre, lungo tutto il corso del fiume si trovavano, a intervalli regolari, passaggi difficili ma praticabili – in particolare presso Cowey Stakes, tra le rive del Surrey e del Middlesex, un luogo considerato tradizionalmente il punto di attraversamento utilizzato da Cesare. Tuttavia, in condizioni meteorologiche normali, l’acqua qui era profonda fino a cinque piedi; questo guado dimostra chiaramente le difficoltà legate a tutti i passaggi più bassi del Tamigi.
L’effetto del fiume come barriera doveva, ovviamente, dipendere in gran parte dal livello a cui le acque si alzavano in tempi antichi. È estremamente difficile reperire prove al riguardo: da un lato, perché per quanto ci si spinga indietro nella storia inglese, sembra sempre che sia stata imposta qualche forma di controllo sul fiume; dall’altro lato, perché le antiche inondazioni non hanno lasciato effetti permanenti.
Come esempio dell’antichità delle regolamentazioni del fiume Tamigi, abbiamo le dighe che circondano l’Isle of Dogs: queste hanno origini romane o pre-romane, proprio come la diga marittima di Wash che protegge la regione dei Fenland. Inoltre, a Ealing, Staines, Abingdon e in altre venti località esistono siti probabilmente preistorici, o comunque legati ai primi albori della storia; tali luoghi non avrebbero mai potuto essere abitati se i campi circostanti non fossero stati drenati o protetti. Quindi, la regolarità del corso del fiume è in qualche modo frutto di interventi umani nel corso dei secoli, e le rive hanno avuto tutto il tempo necessario per acquisire la loro forma attuale.
È certo, ovviamente, che opere di irrigazione, drenaggio o arginamento, che richiedevano energia continua, abilità e capitali, andarono in declino dopo l’arrivo dei pirati sassoni e non furono riprese con pieno impegno fino al periodo successivo alla Conquista normanna. Ancora oggi queste opere non sono del tutto complete, anche se ogni anno vengono migliorate: non riusciamo ancora a prevenire in modo efficace le inondazioni che si verificano regolarmente nelle zone pianeggianti intorno a Oxford e al di sotto della gola dei Chilterns; tuttavia, per i fini di questo discorso, il fatto principale da notare è che, nel corso dei tempi storici, non sembra sia mai esistita alcuna interruzione significativa nello sviluppo del corso del fiume.
In pre-historic times many stretches of the river must have afforded great difficulties of approach. The mouths of the Ock, the Coln, the Kennet, the Mole, and the Wandle must each have been surrounded by a marsh; all the plain between Oxford and the Hinkseys must have been partially flooded, as must the upper reaches between Lechlade and Witham (on one side or the other of the stream as it winds from the southern to the northern rises of land), and as must also have been the long stretch of the right bank below Reading. The highest spring tides may have been felt as high up the stream as Staines, and both the character of the surface and the contour lines permit one to conjecture that the valley of the Wandle and several other inlets from the lower river were flooded. Yet it is remarkable that in this alluvium, more disturbed and dug than any other in Europe, little or nothing of human relics, of boats, or of piles has been discovered, and this absence of testimony also points to the remoteness of date from which we should reckon the human control of the river.
Here, as in many other conjectures concerning early history or pre-history, one is convinced of that safe rule which, in Europe at least, bids us never exaggerate the changes achieved by the last few centuries or the contrast between recorded and unrecorded things.
The tendency of most modern history in this country has been to exaggerate such changes and such contrasts. In the greater part of modern popular history care is taken to emphasise the difference between the Middle and Dark Ages and the last few centuries. The forests of England are represented as impassable, or nearly so; the numbers of the population are grossly underestimated; the towns which have had a continuous municipal existence of 1500 years are represented as villages.
The same spirit would tend to make of the Thames Valley in the Dark and Middle Ages a very different landscape from that which we see to-day. The floods were indeed more common and the passage of the river somewhat more difficult; cultivation did not everywhere approach the banks as it does now; and in two or three spots where there has been a great development of modern building, notably at Reading, and, of course, in London, the banks have been artificially strengthened. But with these exceptions it may be confidently asserted that no belt of densely inhabited landscape in England has changed so little in its natural features as the Thames Valley.
There are dozens of reaches upon the upper Thames where little is in sight save the willows, the meadows, and a village church tower, which present exactly the same aspect to-day as they did when that church was first built. You might put a man of the fifteenth century on to the water below St. John’s Lock, and, until he came to Buscot Lock, he would hardly know that he had passed into a time other than his own. The same steeple of Lechlade would stand as a permanent landmark beyond the fields, and, a long way off, the same church of Eaton Hastings, which he had known, would show above the trees.
There is another method of judging the comparative smallness of the change, and it is a method which can be applied to many other parts of England whose desertion or wildness in the Dark and early Middle Ages has been too confidently asserted. That method is to note where human settlements were and are found. With the exception of the long and probably marshy piece between Radcot and Shifford the whole of the upper Thames was dotted with such settlements, which, though small, were quite close to the banks. Kelmscott is right up against the river in what one would otherwise have imagined to be land too marshy for building until modern times. Buscot, on the other bank, is not only close to the river, but was a royal manor of high historical importance in the eleventh century. Eaton Hastings is similarly placed right against the bank; so was in its day the palace of Kempsford above Lechlade, and so is the church of Inglesham between the two. All the way down you have at intervals old stonework and old place names, indicating habitation upon the upper Thames.
A proper system of locks is comparatively modern on any European river. The invention is even said (upon doubtful authority) to be as late as the sixteenth century, but the method of regulating the waters of a river by weirs is immemorial.
We have no earlier record of weirs upon the Thames than that in Magna Charta; but some such system must have existed from the time when men first used the Thames in a regular manner for commerce.
There is but one place left in which one can still reconstruct for oneself the aspect of such weirs as were till but little more than a century ago the universal method of canalising the river. Modern weirs are merely adjuncts to locks, and are usually found upon a branch of the stream other than that which leads up to the lock. But in this weir the old fashion of crossing the whole stream is still preserved. There is no lock, and when a boat would pass up or down the paddles of the weir have to be lifted. It is, in a modern journey upon the upper Thames, the one faint incident which the day affords, for if one is going down the stream but few paddles are lifted, and the boat shoots a small rapid, while to admit a boat going up stream the whole weir is raised, and, even so, a great rush of water opposes the boat as it is hauled through. Some years ago there were several of these weirs upon the upper river. They have all been superseded by locks, and it is probable that this last one will not long survive.
Such weirs did certainly sufficiently regulate the stream as to make its banks regularly habitable. If no local order, at least the interest of villagers in their mills sufficed to the watching of the stream.
We have in the place names upon the Thames a further evidence of the antiquity of its regulation, for, as will be seen in a moment, none give proof of any important settlement later than the eleventh century.
Nelle epoche preistoriche, molte zone del >fiume dovevano presentare notevoli difficoltà di accesso. Le foce dei fiumi Ock, Coln, Kennet, Mole e Wandle dovevano essere circondate da paludi; tutta la pianura tra >Oxford e i monti Hinkseys doveva essere parzialmente allagata, così come le zone a monte di Lechlade e Witham (su entrambi i lati del fiume, lungo il suo corso che serpeggia dalle colline meridionali verso quelle settentrionali), nonché la lunga porzione della riva destra a valle di Reading. Anche le maree primaverili più alte potevano raggiungere zone così in alto lungo il fiume come Staines; inoltre, sia il carattere del terreno che le linee di contorno permettono di ipotizzare che anche la valle del Wandle e diverse altre diramazioni del >fiume a valle siano state allagate. È tuttavia sorprendente che, in questo terreno alluvionale, più alterato e scavato di qualsiasi altro in Europa, si sia scoperto poco o nulla di relativo alle attività umane, né barche né resti di costruzioni; questa assenza di testimonianze indica anche quanto remoto risulti il periodo in cui gli esseri umani iniziarono a controllare questo >fiume.
Qui, come in molte altre congetture riguardanti la storia antica o la preistoria, si è convinti di quella regola sicura che, almeno in Europa, ci invita a non esagerare mai nei cambiamenti avvenuti negli ultimi secoli, né nel contrasto tra ciò che è stato registrato e ciò che non lo è.
La tendenza della maggior parte delle storie moderne in questo paese è stata quella di esagerare tali cambiamenti e tali contrasti. Nella maggior parte delle storie popolari moderne si fa attenzione a sottolineare la differenza tra il Medioevo, l’Età Oscura e gli ultimi secoli. Le foreste d’Inghilterra vengono descritte come inaccessibili o quasi; i numeri della popolazione sono grossolanamente sottovalutati; le città che hanno mantenuto una esistenza municipale continua per 1500 anni vengono rappresentate come villaggi.
Lo stesso spirito avrebbe potuto trasformare la valle del Tamigi nei tempi bui e medievali in un paesaggio molto diverso da quello che vediamo oggi. Le inondazioni erano effettivamente più frequenti e il passaggio lungo il fiume un po’ più difficile; l’agricoltura non si estendeva ovunque fino alle rive come avviene ora; e in due o tre zone dove si è verificato uno sviluppo significativo dell’edilizia moderna, in particolare a Reading e, naturalmente, a Londra, le rive sono state rinforzate artificialmente. Ma, fatta eccezione per questi casi, si può affermare con certezza che nessuna zona densamente popolata d’Inghilterra abbia subito cambiamenti così minimi nelle sue caratteristiche naturali quanto la valle del Tamigi.
Ci sono dozzine di tratti lungo il corso superiore del Tamigi dove si vedono soltanto salici, prati e la torre di una chiesa di villaggio; queste scene hanno esattamente lo stesso aspetto oggi come quando quella chiesa fu costruita per la prima volta. Si potrebbe mettere un uomo del XV secolo sulle acque sotto il punto di controllo di St. John’s Lock, e fino a quando non arrivasse al punto di controllo di Buscot Lock, difficilmente si accorgerebbe di essere entrato in un’epoca diversa dalla sua. Lo stesso campanile di Lechlade sarebbe ancora visibile oltre i campi come punto di riferimento permanente, e, in lontananza, la stessa chiesa di Eaton Hastings, che conosceva bene, si sarebbe vista sopra gli alberi.
Esiste un altro metodo per valutare l’entità relativamente piccola di tali cambiamenti, e si tratta di un metodo applicabile anche in molte altre zone d’Inghilterra le cui condizioni di abbandono o di natura selvaggia durante il Medioevo sono state spesso affermate con troppa certezza. Questo metodo consiste nel osservare dove si trovavano e si trovano ancora insediamenti umani. Ad eccezione della lunga e probabilmente paludosa zona tra Radcot e Shifford, l’intero corso superiore del Tamigi era punteggiato da tali insediamenti, che, sebbene piccoli, erano situati molto vicini alle rive. Kelmscott si trova proprio in prossimità del fiume, in una zona che altrimenti si sarebbe potuta considerare troppo paludosa per essere abitata fino ai tempi moderni. Buscot, sull’altra riva, non solo è vicino al fiume, ma era anche un maniero reale di grande importanza storica nell’XI secolo. Anche Eaton Hastings si trova in posizione simile, proprio sulla riva; lo stesso valeva per il palazzo di Kempsford, situato sopra Lechlade, e per la chiesa di Inglesham che si trova tra i due. Lungo tutto il corso del fiume, a intervalli regolari, si trovano antiche strutture in pietra e vecchi toponimi, che indicano l’esistenza di insediamenti nell’alto Tamigi.
Un sistema adeguato di chiuse è relativamente moderno su qualsiasi fiume europeo. Si dice addirittura (su basi dubbiamente attendibili) che questa invenzione risalga al XVI secolo, ma il metodo di regolare le acque di un fiume attraverso dighe è antichissimo.
Non esistono registri precedenti all’epoca della Magna Carta che facciano riferimento all’utilizzo di dighe sul Tamigi; tuttavia, un simile sistema doveva già esistere fin dal momento in cui gli uomini iniziarono a utilizzare il Tamigi a scopo commerciale su larga scala.
Esiste soltanto un luogo in cui si possa ancora ricostruire l’aspetto di questi argini che, fino a poco più di un secolo fa, rappresentavano il metodo universale per la canalizzazione dei fiumi. Gli argini moderni sono semplicemente ausili ai mulini a pale e solitamente si trovano su rami del corso d’acqua diversi da quello che conduce al mulino stesso. Ma in questo caso è ancora conservata l’antica tecnica di attraversare l’intero corso d’acqua: non c’è alcun mulino a pale, e quando una barca vuole salire o scendere lungo il fiume, i battagli dell’argine devono essere sollevati. È questo l’unico dettaglio interessante che si può osservare durante un viaggio moderno sul corso superiore del Tamigi: se la barca scende lungo il fiume, pochi battagli vengono sollevati e la barca attraversa rapidamente una piccola rapida; mentre per far passare una barca che sale verso monte, tutti i battagli dell’argine vengono sollevati, e anche così un forte getto d’acqua ostacola il movimento della barca durante il transito. Alcuni anni fa ce n’erano diversi su questo tratto del fiume; sono stati tutti sostituiti da mulini a pale, e probabilmente anche questo ultimo argine non sopravviverà a lungo.
Tali dighe regolavano certamente a dovere il corso del fiume, rendendo le sue rive abitabili in modo regolare. Se non c’era alcun ordine locale, almeno l’interesse dei villaggi vicini alle loro mulini era sufficiente per garantire la sorveglianza del fiume.
Nei nomi dei luoghi situati lungo il Tamigi esiste un’ulteriore prova dell’antichità delle regole che ne governavano lo sfruttamento: come si vedrà tra poco, nessuno di questi nomi fa riferimento a insediamenti importanti sorti dopo l’undicesimo secolo.
These place names not only indicate a continuous and early settlement of the banks, but also form in themselves a very interesting series, whose etymology is a little section of the history of England.
Of purely Celtic names very few survive in the sites of human habitation, though the names of the waterways are almost universally Celtic, as is the name of Thames itself. But it is probable that in the Saxon names which line the river there are many corruptions of Celtic words made to sound in the Saxon fashion. We cannot prove such origins. We can surmise with justice that the “tons” and “dons” all up and down England are Celtic terminations; they are almost unknown in Germany. There is a somewhat pedantic guess, drawn (it is said) from Iceland, that we got this national name ending from Scandinavia; so universal a habit would hardly have arisen from an admixture of Scandinavian blood received at the very close of the Dark Ages and affecting but small patches of North England. Moreover, as against this theory, there is the fact that quite half the Celtic place names mentioned in our early history and in that of Gaul had a similar termination. London itself is the best example.
If, however, we neglect this termination, and consider the first part of the words in which it occurs (as in Abing-don, Bensing-ton, Ea-ton, etc.), we shall find that most of the place names are Saxon in form, and some certainly Saxon in derivation.
Thus Ea-ton, a name scattered all along the Thames, from its very source to the last reaches, is the “tun” by the water or stream. Clif-ton (as in Clifton-Hampden) is the “ton” on the cliff, a very marked feature of the left bank of the river at this place. Of Bensing-ton, now Benson, we know nothing, nor do we of the origin of the word Abing-don.
The names terminating in “ham” are, in their termination at least, certainly Teutonic; and the same may be true of most of those — but not all of those — ending in “ford.” Ford may just as well be a Celtic as a Teutonic ending, and in either case means a “passage,” a “going.” It does not even in all cases indicate a shallow passage, though in the great majority of cases on the Thames it does indicate a place where one could cross the river on foot. Thus Wallingford was probably the walled or embattled ford, and Oxford almost certainly the “ford of the droves” — droves going north from Berkshire. One may say roughly that all the “hams” were Teutonic save where one can put one’s finger on a probable Celtic derivation such as one has, for instance, in the case of Witham, which should mean the settlement upon the “bend” or curve of the river, a Celtic name with a Teutonic ending.
One may also believe that the termination “or” or “ore” is Teutonic; Cumnor may have meant “the wayfarers’ stage,” and Windsor probably “the landing place on the winding of the river.”
Hythe also is thought to be Teutonic. One can never be quite sure with a purely Anglo-Saxon word, that it had a German origin, but at least Hythe is Anglo-Saxon, a wharf or stage; thus Bablock Hythe on the road through the Roman town of Eynsham across the river to Cumnor and Abingdon, cutting off the great bend of the river at Witham; so also the town we now call “Maidenhead,” which was perhaps the “mid-Hythe” between Windsor and Reading. Some few certainly Celtic names do survive: in the Sinodun Hills, for instance, above Dorchester; and the first part of the name Dorchester itself is Celtic. At the very head of the Thames you have Coates, reminding one of the Celtic name for the great wood that lay along the hill; but just below, where the water begins, to flow, Kemble and Ewen, if they are Saxon, are perhaps drawn from the presence of a “spring.” Cricklade may be all Celtic, or may be partly Celtic and partly Saxon. London is Celtic, as we have seen. And in the mass of places whose derivation it is impossible to establish the primitive roots of a Celtic place name may very possibly survive.
The purely Roman names have quite disappeared, and, what is odd, they disappeared more thoroughly in the Thames Valley than in any other part of England. Dorchester alone preserves a faint reminiscence of its Romano-Celtic name; but Bicester to the north, and the crossing of the ways at Alchester, are probably Saxon in the first part at least. Streatley has a Roman derivation, as have so many similar names throughout England which stand upon a “strata” or “way” of British or of Roman origin. But though “Spina” is still Speen, Ad Pontes, close by, one of the most important points upon the Roman Thames, has lost its Roman name entirely, and is known as Staines: the stones or stone which marked the head of the jurisdiction of London upon the river.
To return to the river regarded as a boundary, it is subject to this rather interesting historical observation that it has been more of a boundary in highly civilised than in barbaric times.
One would expect the exact contrary to be the case. A civilised man can cross a river more easily than a barbarian; and in civilised times there are permanent bridges, where in barbaric times there would be only fords or ferries.
Nevertheless, it is true of the Thames, as of nearly every other division in Europe, that it was much more of a boundary at the end of the Roman Empire, and is more of a strict boundary to-day, than it was during the Dark Ages, and presumably also before the Claudian invasion. Thus we may conjecture with a fair accuracy that in the last great ordering of boundaries within the Roman Empire, which was the work of Diocletian, and so much of which still survives in our European politics to-day (for instance, the boundary of Normandy), the Thames formed the division between Southern and Midland Britain. It is equally certain that it did not form any exact division between Wessex and Mercia.
The estuary has, of course, always formed a division, and in the barbarian period it separated the higher civilisation of Kent from that of the East Saxons, who were possibly of a different race, and certainly of a different culture. But the Thames above London Bridge was not a true boundary until the civilisation of England began to form, towards the close of the Dark Ages. It is perpetually crossed and recrossed by contending armies, and the first result of a success is to cause the conqueror to annex a belt from the farther bank to his own territories.
Questi nomi di luogo non solo indicano una colonizzazione continua e precoce delle rive, ma costituiscono anche, in sé stessi, una serie molto interessante la cui etimologia rappresenta un piccolo frammento della storia d’Inghilterra.
Dei nomi puramente celtici, pochissimi sono sopravvissuti nei luoghi di insediamento umano; tuttavia i nomi dei corsi d’acqua sono quasi universalmente di origine celtica, così come il nome stesso del Tamigi. È probabile che nei nomi sassoni che si trovano lungo il fiume vi siano molte deformazioni di parole celtiche adattate al modo di parlare sassone. Non possiamo dimostrare tali origini, ma possiamo supporre con ragionevole certezza che terminazioni come “tons” e “dons”, presenti in tutta l’Inghilterra, siano di origine celtica; queste terminazioni sono quasi inesistenti in Germania. Esiste anche un’ipotesi piuttosto pedante, basata su fonti islandesi, secondo cui questo tipo di terminazione nazionale sia arrivato dalla Scandinavia; tuttavia, una pratica così diffusa difficilmente potrebbe essere nata da un mescolio di sangue scandinavo avvenuto alla fine del Medioevo e che abbia riguardato soltanto alcune zone del Nord dell’Inghilterra. Inoltre, contro questa teoria c’è il fatto che circa la metà dei toponimi celtici menzionati nella nostra storia antica e in quella della Gallia presentava terminazioni simili; Londra ne è l’esempio migliore.
Tuttavia, se trascuriamo questa desinenza e consideriamo la prima parte delle parole in cui appare (come in Abing-don, Bensing-ton, Ea-ton, ecc.), scopriremo che la maggior parte di questi toponimi ha una forma sassone, e alcuni di essi sono certamente di origine sassone.
Pertanto, Ea-ton, un nome che si trova lungo tutto il corso del Tamigi, dalla sua sorgente fino alle sue ultime diramazioni, indica una zona situata lungo l’acqua o un ruscello. Clif-ton (come in Clifton-Hampden) indica invece una località situata su una scogliera, una caratteristica molto evidente della riva sinistra del fiume in quel punto. Per quanto riguarda Bensing-ton, oggi chiamato Benson, non sappiamo nulla, né conosciamo l’origine della parola Abing-don.
I nomi che terminano con “ham”, almeno nella loro forma finale, sono certamente di origine teutonica; lo stesso si può dire per la maggior parte – ma non per tutte – delle parole che terminano con “ford”. La desinenza “ford” potrebbe essere tanto celtica quanto teutonica, e in entrambi i casi significa “passaggio”, “traversa”. Non indica necessariamente un passaggio poco profondo, anche se nella stragrande maggioranza dei casi, sul Tamigi, indica un punto in cui è possibile attraversare il fiume a piedi. Così, Wallingford probabilmente indicava un guado fortificato, mentre Oxford era quasi sicuramente il “guado delle greggi” – ovvero un passaggio utilizzato dalle greggi dirette verso nord dal Berkshire. Si può dire, in linea di massima, che tutti i nomi che terminano con “ham” siano di origine teutonica, tranne quei casi in cui si possa individuare una probabile derivazione celtica; un esempio è Witham, il cui nome potrebbe significare “l’insediamento situato sulla curva del fiume”, un nome celtico con una desinenza teutonica.
Si può anche ritenere che la terminazione “o” o “ore” sia di origine teutonica: Cumnor potrebbe significare “l’ostello per i viaggiatori”, mentre Windsor probabilmente indica “il luogo di sbarco lungo il corso sinuoso del fiume”.
Si ritiene anche che Hythe abbia origini teutoniche. Non si può mai essere del tutto certi, riguardo a una parola puramente anglosassone, che abbia un’origine tedesca; tuttavia, Hythe è sicuramente di origine anglosassona: indica infatti un molo o una piattaforma. Esempi sono Bablock Hythe, situata lungo la strada che attraversa la città romana di Eynsham, oltre il fiume verso Cumnor e Abingdon, interrompendo così la grande curva del fiume presso Witham; allo stesso modo, la località oggi chiamata “Maidenhead” potrebbe essere stata in passato indicata come “mid-Hythe”, tra Windsor e Reading. Alcuni nomi certamente di origine celtica sono ancora presenti: ad esempio, nelle colline di Sinodun, sopra Dorchester; anche la prima parte del nome Dorchester è di origine celtica. All’inizio stesso del Tamigi si trova Coates, un nome che ricorda il termine celtico utilizzato per indicare la grande foresta che si estendeva lungo quella zona; poco più a valle, dove l’acqua inizia a scorrere, i nomi Kemble ed Ewen potrebbero derivare dalla presenza di sorgenti. Cricklade potrebbe essere interamente di origine celtica, oppure parzialmente celtica e parzialmente anglosassone. Londra è certamente di origine celtica, come abbiamo visto. E in moltissime altre località, le radici primitive dei nomi celtici potrebbero ancora essere presenti, anche se non è possibile stabilirle con certezza.
I nomi puramente romani sono quasi del tutto scomparsi; stranamente, questa scomparsa è stata ancora più completa nella valle del Tamigi che in qualsiasi altra parte d’Inghilterra. Solo Dorchester conserva un vago ricordo del proprio nome di origine romano-celtica; ma Bicester, a nord, e il punto di incrocio delle strade ad Alchester sono probabilmente di origine sassone, almeno nella loro prima parte. Anche Streatley ha origini romane, così come molti altri nomi simili in tutta l’Inghilterra, che derivano da “strade” o percorsi di origine britannica o romana. Tuttavia, sebbene “Spina” sia ancora oggi chiamato Speen, Ad Pontes, situato nelle vicinanze e uno dei punti più importanti lungo il Tamigi in epoca romana, ha completamente perso il proprio nome originale ed è conosciuto oggi come Staines: il nome deriva dalle pietre che segnavano i confini della giurisdizione di Londra sul fiume.
Per tornare al fiume considerato un confine, si può fare questa osservazione storica piuttosto interessante: esso è stato più spesso un confine nei tempi altamente civili che in quelli barbari.
Si potrebbe pensare che sia esattamente il contrario. Un uomo civile può attraversare un fiume più facilmente di un barbaro; in tempi civili ci sono ponti permanenti, mentre in tempi barbarici ci sono solo guadi o traghetti.
Tuttavia, è vero che il Tamigi, come quasi tutte le altre regioni d’Europa, rappresentava molto di più un confine alla fine dell’Impero Romano, e lo rappresenta ancora oggi in modo più netto rispetto al Medioevo, e probabilmente anche prima dell’invasione dei Claudi. Pertanto possiamo congetturare con una certa accuratezza che, durante l’ultima grande riorganizzazione dei confini all’interno dell’Impero Romano operata da Diocleziano – molte delle quali regole sopravvivono ancora nella politica europea odierna (ad esempio il confine della Normandia) – il Tamigi costituisse la linea di demarcazione tra la Britannia Meridionale e quella Centrale. È altrettanto certo, però, che non rappresentasse un confine preciso tra Wessex e Mercia.
L’estuario ha sempre rappresentato una linea di divisione; nel periodo barbarico separava la più avanzata civiltà del Kent da quella degli Angli Orientali, che probabilmente appartenevano a una razza diversa e certamente adottavano una cultura differente. Tuttavia, il Tamigi al di sopra del London Bridge non costituiva un vero confine fino alla formazione della civiltà inglese, verso la fine dei tempi bui. Questo fiume veniva continuamente attraversato da eserciti in lotta, e il primo risultato di una vittoria era che il conquistatore annetteva alla propria territorio una fascia di terra situata sulla sponda opposta.
It is further remarkable that the one great definite boundary of the Dark Ages in England — that which was established for a few years by Alfred between his kingdom and the territory of the Danish invaders — abandons the Thames above bridges altogether, and uses it as a limitation in its estuarial part only, up to the mouth of the Lea.
With the definition of exact frontiers for the English counties, however, a process whose origin can hardly antedate the Norman Conquest by many years, the Thames at once becomes of the utmost importance as a boundary.
Its higher and hardly navigable streams are not so used. The upper Thames and its little tributaries for some ten miles from its source are not only indifferent to county boundaries, but run through a territory which has been singularly indefinite in the past. For instance, the parish of Kemble, wherein the first waters now appear, has been counted now in Gloucester, now in Wilts. But when these ten miles are run, just after Castle Eaton Bridge, and not quite half way between that bridge and the old royal palace at Kempsford, the Thames becomes the line of division between two counties, and from there to the sea it never loses its character of a boundary.
It is a tribute to the great place of the river in history that there is no other watercourse in England nor any other natural division of which this is so universally true.
The reason that the Thames, like so many other European boundaries, has come late into the process of demarcation, and the reason that its use as a limit is more apparent in civilised than in uncivilised times, is simply the fact that limits and boundaries themselves are never of great exactitude save in times of comparatively high civilisation. It is when a complex system of law and a far-reaching power of execution are present in a country that the necessity for precise delimitation arises. In the barbaric period of England there was no such necessity. Doubtless the men of Berkshire and the men of Oxfordshire felt themselves to be in general divided by the stream; but had we documents to hand (which, of course, we have not) it might be possible to show that exceptional tracts, such as the isolated Hill of Witham (which is much more influenced by Oxford than by Abingdon), was treated as the land of Oxfordshire men in early times, or was perhaps a territory in dispute; and something of the same sort may have existed in the connection of Caversham with Reading.
In this old age of our civilisation the exactitude of the boundary which the Thames establishes is apparent in various survivals. Islands now joined to the one bank and indistinguishable from the rest of the shore are still annexed to the farther shore. Such a patch is to be found at Streatley, geographically in Berkshire, legally in Oxford; there is another opposite Staines, which Middlesex claims from Surrey. In all, half-a-dozen or more such anomalous frontiers mark the course of the old river. One arrested in process of formation may be seen at Pentonhook.
A boundary — that is, an obstacle to travel — has this further feature, that the point at which it is crossed — that is, the point at which the obstacle is surmounted — is certain to become a point of strategic and often of commercial importance. So it is with the passes over mountains and with the narrows of the sea, and so it is with fords and bridges over rivers. So it is with the Thames.
The energies both of travel and of war are driven towards and confined in such spots. Fortresses arise and towns which they may defend. Depots of goods are formed, the coining and the change of money are established, secure meeting places for speculation are founded.
Such passages over the Thames were of two sorts: there are first the original fords, numerous and primeval; next the crossing places of the great roads.
Of the original fords we have already drawn up a list. Few have, merely as fords, proved to be of strategic or commercial value. Oxford may have been an early exception; and the difficult passage at Abingdon founded a great monastery but no military post: the rise of each was connected, as was Reading (which had no ford), with the junction of a tributary. Wallingford alone, in its character of the last easy and practicable ford down the river, had for centuries an importance certainly due to geographical causes alone. Two principal events of English history — the crossing of the Thames by the Conqueror and the successful challenge of Henry II. to Stephen — depend upon the site of this crossing. Long before their time it had been of capital importance to the Saxon kings, so early as Offa and so late as Alfred. If the bridges built at Abingdon in the fifteenth century had not gradually deflected the western road, Wallingford might still count the fourteen churches and the large population which it possessed for so many centuries.
Apart from Wallingford, however, the fords, as fords, did little to build up towns or to determine the topography of English history. Of more importance were the crossings of the great roads.
When one remembers that the south of England was originally by far the wealthiest part of the country, and when one considers the shape of Ireland, it is evident that certain main tracks would lead from north to south, and that most or all of these would be compelled to cross the Thames Valley. We find four such primeval ways.
One from the Straits of Dover in the south-east to the north-western centres of the Welsh Marches and of Chester, the Port for Ireland, and so up west of the Pennines. This came in Saxon times to be called the Watling Street, a name common to other lesser lanes.
Another, the converse to this, proceeded from the metal mines of the south-west to the north-east until it struck and merged into other roads running north and east of the Pennines. This came to be called (as did other lesser roads) the Fosse Way.
A third went more sharply west from the southern districts, and connected them not with the Dee, but with the lower Severn. This track ran from the open highlands of Hampshire through Newbury and the Berkshire Hills to Gloucester, and was called (like other lesser tracks) the Ermine Street.
È ancora più notevole il fatto che quel grande e preciso confine dell’Età Oscura in Inghilterra – quello stabilito per alcuni anni da Alfred tra il suo regno e il territorio degli invasori danesi – abbandoni del tutto il fiume Tamigi al di sopra dei ponti, utilizzandolo soltanto nella sua parte estuaria, fino alla foce del fiume Lea.
Tuttavia, con la definizione di confini precisi per le contee inglesi – un processo il cui inizio difficilmente può risalire a tempi precedenti alla Conquista Normanna di molti anni – il Tamigi diventa immediatamente di estrema importanza come linea di demarcazione.
I suoi corsi d’acqua più alti e difficili da navigare non sono così frequentati. L’alto corso del Tamigi e i suoi piccoli affluenti, per un tratto di circa dieci miglia a partire dalla loro sorgente, non solo non seguono i confini delle contee, ma attraversano anche un territorio che in passato è stato particolarmente indefinito. Ad esempio, la parrocchia di Kemble, dove appaiono le prime acque del Tamigi, è stata talvolta inclusa nella contea di Gloucester e altre volte in quella di Wilts. Tuttavia, poco dopo il ponte Castle Eaton Bridge, e non esattamente a metà strada tra quel ponte e l’antico palazzo reale di Kempsford, il Tamigi diventa il confine tra due contee; da quel punto fino al mare, mantiene sempre il suo carattere di linea di demarcazione.
È un tributo al grande ruolo che il fiume ha svolto nella storia il fatto che non esista alcun altro corso d’acqua in Inghilterra, né alcuna altra divisione naturale, la cui validità sia così universalmente riconosciuta.
Il motivo per cui il Tamigi, come molte altre frontiere europee, è stato delimitato in un momento successivo rispetto ad altre aree, e il motivo per cui la sua funzione di confine è più evidente nei tempi civili che in quelli barbari, è semplicemente dovuto al fatto che i confini stessi difficilmente possono essere definiti con precisione se non in epoche di elevata civiltà. Solo quando in un paese esiste un complesso sistema legale e un potere esecutivo efficace sorge la necessità di delimitazioni precise. Nel periodo barbarico dell’Inghilterra tale necessità non esisteva: senza dubbio, le persone del Berkshire e quelle dell’Oxfordshire si consideravano divise dal fiume; ma se avessimo documenti a disposizione (che ovviamente non abbiamo), sarebbe possibile dimostrare che alcune aree, come l’isolata collina di Witham (la cui influenza è molto più marcata da Oxford che da Abingdon), venivano considerate territorio dell’Oxfordshire in epoche antiche, o forse erano oggetto di dispute territoriali; qualcosa del genere potrebbe essere accaduto anche nel caso di Caversham e Reading.
In questa età avanzata della nostra civiltà, l’esattezza dei confini stabiliti dal Tamigi è evidente in vari elementi ancora presenti oggi. Isole che oggi sono collegate a una sponda e indistinguibili dal resto della riva appartengono comunque alla sponda opposta. Un esempio di ciò si trova a Streatley: geograficamente appartiene al Berkshire, ma legalmente fa parte di Oxford; c’è un altro caso simile vicino a Staines, che il Middlesex rivendica al Surrey. In totale, mezza dozzina o più di questi confini anomali segnano il corso dell’antico fiume. Un esempio ancora in fase di formazione si può osservare a Pentonhook.
Un confine – cioè un ostacolo al viaggio – presenta un’ulteriore caratteristica: il punto in cui viene attraversato – ovvero il momento in cui l’ostacolo viene superato – diventa inevitabilmente un punto di importanza strategica e spesso anche commerciale. Lo stesso vale per i passi montani, le strette marine, i guadi e i ponti sui fiumi. E lo stesso accade per il Tamigi.
Le energie legate sia al viaggio che alla guerra si concentrano e rimangono confinate in tali luoghi. Nascono fortezze e città destinate a difenderle. Si creano depositi di merci, vengono istituite attività di coniazione e scambio monetario, e si fondano punti sicuri per le speculazioni.
Tali tratti di fiume sul Tamigi erano di due tipi: da un lato c’erano i guadi naturali, numerosi e primitivi; dall’altro, i punti di attraversamento delle grandi strade.
Dei guadi originali abbiamo già redatto un elenco. Pochi di essi si sono rivelati di valore strategico o commerciale, considerati semplicemente come guadi. Oxford potrebbe essere stato un’eccezione fin dai primi tempi; inoltre, il difficile passaggio di Abingdon ha dato origine a un grande monastero, ma non a una postazione militare: l’ascesa di entrambi questi luoghi, così come quella di Reading (che non disponeva di alcun guado), era legata alla congiunzione di un affluente del fiume. Solo Wallingford, in quanto ultimo e più agevole guado lungo il fiume, ha mantenuto per secoli un’importanza dovuta esclusivamente a ragioni geografiche. Due eventi fondamentali della storia inglese – il attraversamento del Tamigi da parte del Conquistatore e la vittoriosa sfida di Enrico II contro Stefano – dipendevano proprio dalla posizione di questo guado. Già molto tempo prima, esso aveva assunto un’importanza cruciale per i re sassoni: fin da Offa fino ad Alfredo. Se i ponti costruiti ad Abingdon nel XV secolo non avessero gradualmente deviato la strada occidentale, Wallingford potrebbe ancora vantare le quattordici chiese e la grande popolazione che ha posseduto per tanti secoli.
Ad eccezione di Wallingford, tuttavia, i guadi, in quanto tali, ebbero scarso impatto sulla formazione delle città o sulla determinazione della topografia della storia inglese. Più importanti furono i passaggi attraverso le grandi strade.
Quando si ricorda che il sud dell’Inghilterra era originariamente di gran lunga la parte più ricca del paese, e quando si considera la forma dell’Irlanda, è evidente che alcune principali rotte avrebbero dovuto collegare nord e sud, e che la maggior parte o tutte queste avrebbero dovuto attraversare la valle del Tamigi. Ne troviamo quattro di queste antiche strade principali.
Dai Dardanelli, nel sud-est, fino ai centri settentrionali delle Marche Gallesi e di Chester, il porto per l’Irlanda, e poi ancora verso ovest, oltre i Pennini. In epoca sassone questa strada veniva chiamata Watling Street, un nome comune anche per altre vie minori.
Un altro percorso, il contrario di questo, partiva dalle miniere di metallo del sud-ovest e si estendeva verso il nord-est, fino a incontrare e fondersi con altre strade che attraversavano le regioni a nord e a est dei Pennini. Questo percorso venne chiamato, come anche altri sentieri minori, Fosse Way.
Un terzo ramo si dirigeva più bruscamente verso ovest a partire dalle zone meridionali, e le collegava non al fiume Dee, ma al corso inferiore del fiume Severn. Questo percorso attraversava le aperte alture dell’Hampshire, passando per Newbury e le Berkshire Hills fino a Gloucester; veniva chiamato, come altri percorsi minori, Ermine Street.
Finally, a fourth went in a great bend from these same highlands up eastward to the coast of the North Sea in East Anglia. This was called in Saxon times the Icknield Way.
All these can be traced in their general direction throughout and for most of their length minutely. All were forced to cross the Thames Valley, which so nearly divided the whole of South England from east to west.
Of these four crossings the first in point of interest is that which the Ermine Street makes over the upper Thames at Cricklade.
These old roads are of capital importance in the story of England, and though historians have always recognised this there are a number of features about them which have not been sufficiently noted — as, for instance, that armies until perhaps the twelfth century perpetually used them; for the great English roads, though their general track was laid out in pre-historic times, were generally hardened, straightened, and embanked by the Romans in a manner which permitted them to survive right on into the early Middle Ages; and of these four all were so hardened and strengthened, except the Icknield Way. Not one of them is quite complete to-day, but the Ermine Street is perhaps the best preserved. It is a good modern road all the way from Bayden to Gloucester, with the exception of a very slight gap at this village of Cricklade.
It originally crossed the river half-a-mile below Cricklade Bridge, so that the priory which stood on the left bank lay just to the south of the old road. How and when the old bridge at Cricklade fell we have no record, but one of the most important records of the Thames in Anglo-Saxon history is connected with this passage of the river.
The importance of Cricklade as a station upon the upper Thames does not only proceed from its being the crossing place of a great road, it is also the point when the first important tributary stream, the Churn, joins the Thames. Above this junction the Thames nowadays is hardly a stream; and even in the eighteenth century and earlier, before the digging of the Severn and Thames Canal, it must have depended on the weather whether there were any appreciable amount of water in the upper part or not. It would probably be found, if records could be examined, that the mills at Somerford Keynes were not continually worked throughout the year, even when the supply of water had been left undiminished by modern engineering. But when once the Churn (which, as we have seen, has a larger volume of water than the Thames) had fallen in at Cricklade the two formed a true river, with depth in it always sufficient to support a boat, and with a fairly strong stream, as also with a width sufficient for minor traffic; and it is after Cricklade that you get a succession of villages and churches dependent upon the river and standing close to its banks.
But though this piece of hydrography has its importance the chief meaning of Cricklade in history lay in the fact that it was the spot where this Ermine Street on its way from the south country to the Severn Valley got over the Thames, and the village connected with it was entrenched certainly in Roman and probably in pre-Roman times. This entrenchment may still be traced.
The crossing of the Thames by the Icknield Way, unlike the crossing of the Ermine Street at Cricklade, presents a problem.
Cricklade, as we have seen, is a perfectly well-established site, and we owe our certitude upon the matter to the fact that the Romans had hardened and straightened what was probably an old British track. But with the crossing of the Icknield Way no such complete certitude exists, for the Icknield Way was but a vague barbarian track, often tortuous in outline, confused by branching ways, and presenting all the features of a savage trail. Doubtless that trail was used during the four hundred years of the high Roman civilisation as a country road, just as the similar trail, known as the “Pilgrims’ Way” from Winchester to Canterbury, was used in the same epoch. There are plenty of Roman remains to be found along the track, and there is no doubt that all such roads, even when the State was not at the expense of hardening or straightening them, were in continual use before, as they were in continual use after, the presence of Roman government in this island; but the Icknield Way does not approach the river in a clear and unmistakable manner as would a Roman or a Romanised road. It is on this account that the exact point of its crossing has been debated.
The problem is roughly this: the high and treeless chalk downs have been used from the beginning of human habitation in these islands as the principal highways, and any single traveller or tribe that desired in early times to get from the Hampshire highlands to the east and north of England must have begun by following the ridge of the Berkshire Hills, and by continuing along the dry upland of the Chiltern Hills, which continue this reach beyond the Thames. But the spot at which the pre-historic crossing of the Thames was effected cannot be determined by a simple survey of the place where the Thames cuts through the chalk range. Wallingford up above this gorge has certain claims, both because it was the lowest of the continually practicable fords upon the river, and because its whole history points to an immemorial antiquity. Higher still, Dorchester, on which every historian of the Thames must dwell as perhaps the most interesting of all the settlements upon the banks of the river, has also been suggested. Just above Dorchester, on the Berkshire side, stands the peculiar isolated twin height which forms so conspicuous a landmark when one gazes over the plain from the summit of the Downs. Such landmarks often helped to trace the old roads. And Dorchester has also an immemorial antiquity — a pre-historic fortification upon the hills above, and fortifications, probably historic, on the Oxford bank below, but Dorchester has no ford.
When all the evidence is weighed it seems more probable that the regular crossing from the Berkshire Hills to the Chilterns was effected at Streatley.
Infine, un quarto percorso si snodava in una grande curva partendo proprio da queste stesse alture e proseguendo verso est fino alla costa del Mare del Nord, nell’East Anglia. In tempi sassoni, questo percorso veniva chiamato Icknield Way.
Tutti questi elementi possono essere tracciati con precisione nella loro direzione generale e per la maggior parte della loro lunghezza. Tutti furono costretti a attraversare la valle del Tamigi, che quasi divideva l’intera Inghilterra meridionale da est a ovest.
Di questi quattro ponti, il primo di interesse è quello che la strada Ermine Street attraversa sul corso superiore del Tamigi, presso Cricklade.
Queste antiche strade hanno un’importanza fondamentale nella storia d’Inghilterra, e sebbene gli storici lo abbiano sempre riconosciuto, ci sono diversi aspetti di esse che non sono stati sufficientemente evidenziati. Ad esempio, le armate le utilizzavano costantemente fino forse al XII secolo; inoltre, le principali strade inglesi, sebbene il loro tracciato generale fosse stato predisposto già in epoca preistorica, furono in gran parte rafforzate, allineate e bordate dai Romani in modo tale da poter sopravvivere fino ai primi secoli del Medioevo. Di queste quattro strade, soltanto la Icknield Way non fu adeguatamente consolidata. Oggi nessuna di esse è completamente intatta, ma forse l’Ermine Street è quella meglio conservata: si tratta di una strada moderna e funzionante lungo tutto il suo percorso, da Bayden a Gloucester, ad eccezione di un piccolo tratto nel villaggio di Cricklade.
In origine, il fiume attraversava la fiume a mezzo miglio a valle del ponte di Cricklade, in modo che il monastero situato sulla riva sinistra si trovasse esattamente a sud della vecchia strada. Non abbiamo informazioni su come e quando sia crollato l’antico ponte di Cricklade, ma uno dei documenti più importanti riguardanti il Tamigi nella storia anglosassone è legato proprio a questo tratto del fiume.
L’importanza di Cricklade come stazione sul corso superiore del Tamigi deriva non solo dal fatto che rappresenta il punto di attraversamento di una strada principale, ma anche dal fatto che è proprio qui che il primo affluente significativo, il Churn, si unisce al Tamigi. Al di sopra di questo incrocio, il Tamigi oggi difficilmente può essere considerato un fiume; e già nell’ottavo secolo, e ancor prima, prima della costruzione del canale Severn-Tamigi, la quantità d’acqua nel suo corso superiore dipendeva molto dalle condizioni meteorologiche. Esaminando i documenti storici, si potrebbe probabilmente constatare che anche quando l’approvvigionamento idrico era garantito dalla tecnologia moderna, le mulini di Somerford Keynes non funzionavano ininterrottamente durante tutto l’anno. Tuttavia, una volta che il Churn – il quale, come abbiamo visto, presenta un volume d’acqua maggiore del Tamigi stesso – si univa al fiume a Cricklade, i due corsi d’acqua formavano un vero e proprio fiume, con profondità sufficienti per consentire il passaggio delle barche, corrente abbastanza forte e larghezza adeguata per il traffico fluviale minore. È proprio dopo Cricklade che si trovano una serie di villaggi e chiese che dipendono dal fiume e sorgono direttamente sulle sue rive.
Ma sebbene questa zona idrografica abbia la sua importanza, il significato principale di Cricklade nella storia risiede nel fatto che era il punto in cui via Ermine Street, nel suo percorso dal sud verso la valle del Severn, attraversava il fiume Tamigi; il villaggio ad essa collegato era sicuramente radicato già ai tempi romani, e probabilmente anche prima. Queste radici storiche possono ancora essere rintracciate oggi.
Il attraversamento del Tamigi lungo la strada di Icknield, a differenza dell’attraversamento di Ermine Street a Cricklade, rappresenta un problema.
Come abbiamo visto, Cricklade è un sito perfettamente ben conservato, e la nostra certezza al riguardo deriva dal fatto che i Romani avevano reso più dura e retta quella che probabilmente era una vecchia strada britannica. Tuttavia, nel caso della traversata effettuata lungo il percorso dell’Icknield Way, non esiste una certezza altrettanto assoluta: l’Icknield Way era infatti soltanto un sentiero barbarico, spesso tortuoso, intersecato da altri percorsi e caratterizzato da tutte le peculiarità di un tragitto primitivo. Senz dubbio, durante i quattrocento anni dell’alta civiltà romana, quel sentiero fu utilizzato come strada provinciale, proprio come il simile percorso noto come “Pilgrims’ Way”, che collegava Winchester a Canterbury nello stesso periodo. Lungo l’Icknield Way si trovano numerosi resti romani, e non c’è dubbio che tutte queste strade, anche quando lo Stato non interveniva direttamente per renderle più sicure o rettilinee, fossero utilizzate costantemente sia prima che dopo l’arrivo del governo romano in questa isola; tuttavia, l’Icknield Way non si dirama verso il fiume in modo chiaro e inequivocabile, come avverrebbe per una strada costruita dai Romani o da loro adattata. Proprio per questo motivo, il punto esatto della sua intersezione con il fiume è oggetto di dibattito.
Il problema è più o meno questo: queste alte distese di calcare privo di alberi sono state utilizzate fin dall’inizio dell’insediamento umano su queste isole come principali vie di comunicazione. Chiunque, in tempi antichi, volesse spostarsi dalle colline del Hampshire verso est e nord dell’Inghilterra doveva necessariamente seguire la cresta delle Berkshire Hills e proseguire lungo le zone aride delle Chiltern Hills, che si estendono anche al di là del Tamigi. Tuttavia, non è possibile individuare con precisione il punto in cui avveniva questo attraversamento preistorico del Tamigi semplicemente esaminando la zona in cui il fiume taglia questa catena montuosa di calcare. Wallingford, situata poco sopra questa gola, sembra avere delle ragioni valide per essere considerata tale punto: era infatti il guado più basso e praticabile lungo il fiume, e tutta la sua storia indica un’antichità immemoriale. Ancora più in alto si trova Dorchester, che ogni storico del Tamigi considera probabilmente l’insediamento più interessante sulle sue rive; anche questa località è stata proposta come possibile punto di attraversamento. Proprio sopra Dorchester, sul versante delle Berkshire Hills, si ergono due alte cime isolate che costituiscono un punto di riferimento molto evidente quando si guarda la pianura dal vertice delle colline. Tali punti di riferimento aiutavano spesso a individuare le antiche strade. Anche Dorchester possiede un’antichità immemoriale: ci sono fortificazioni preistoriche sulle colline sopra la città, e probabilmente anche fortificazioni storiche sulla riva opposta, presso Oxford. Ma Dorchester non dispone di alcun guado.
Quando si valutano tutte le prove, sembra più probabile che il transito regolare dalle Berkshire Hills ai Chilterns avvenisse a Streatley.
Of this there are several proofs. In the first place, the name of the place suggests the passage of some great way. Place names of this sort are invariably found upon some one of the principal roads of England. In the second place, a lane bearing the traditional name of the Icknield Way can be traced to a point very near the river and the village. Another can be recovered beyond the river. The name would hardly have been so continued — even with considerable gaps — both upon the Oxfordshire and the Berkshire side unless the place of regular crossing had been here.
Within a mile or two of Streatley this lane begins to descend the side of the Berkshire Downs. Just before it falls into the Wantage Road and is lost it has begun to curl round the shoulder of the steep hill; but there is no way of telling at what precise spot it would strike the river upon the Berkshire side, because a thousand years or so of building, cultivation, and other changes have obliterated every trace of it.
Luckily, we have some indication upon the farther bank. A way can then be traced here as a lane (and in the gaps as a right of way, as a path, or sometimes only by its general direction) for some miles on the Oxfordshire side as it approaches Goring and the river coming from the Chilterns. And we know the point at which it strikes the village. This point is at the Sloane Hotel close to the railway; the inn is actually built upon the old road. Beyond the railway the track is continued in the lane which leads on past the schoolhouse to the old ferry, where there was presumably in Roman times a ford. If we accept this track we can conjecture that the vicarage of Streatley, upon the Berkshire bank, stands upon the continuation of the Way, and give the place where the pre-historic road crossed the river with tolerable certitude, though it is, I believe, impossible to recover the half-mile or so which lies between Streatley vicarage and the point where the Wantage Road and the Icknield Way separated upon the hillside above.
If the ford lay here the site was certainly well chosen, just below a group of islands which broadened the stream and made it at once shallower and less swift, acting somewhat as a natural weir above the crossing.
The third crossing place of a great pre-historic road, that of the Watling Street, is believed to correspond with the line of that very ugly suspension bridge which runs from Lambeth to the Horseferry Road in Westminster. This is, according to the most probable conjecture, the place at which the great road which ran from the Straits of Dover to the north-western ports of the island crossed the Thames.
Here, of course, there could be no question of a ford; there can only have been a ferry. Such a ferry existed throughout the Middle Ages and up to the building of Westminster Bridge, and produced a large revenue for the Archbishop of Canterbury. The memory of it is preserved in the name of the street upon the Middlesex shore. The Watling Street is fairly fixed in all its journey from the coast to the Archbishop’s palace on the banks of the river. On the Middlesex shore it is lost, but it may be conjectured to have run in a curve somewhere in the neighbourhood of Buckingham Palace up on the higher ground west of the Tybourne, parallel with or perhaps identical with Park Lane until we find it certainly again at the Marble Arch, whence in the form of the Edgware Road it begins a clear track across North-Western England.
As for the Fosse Way, it only just touches the valley of the Thames. It crosses the line of the river in a high embankment a mile or so below its traditional source at Thames head, but above the point where the first water is seen. A small culvert running under that embankment takes the flood water in winter down the hollow, but no longer covers a regular stream.
Besides these four crossings of the old British ways above London Bridge there is the crossing of the Roman Road at Staines, which may or may not represent a passage older than the Roman occupation. We have no proof of its being older. The river is deep, and, unless the broken causeway on the Surrey shore is regarded as the remains of British work, there is no trace of a pre-Roman track in the neighbourhood.
The crossing at Staines was the main bridge over the middle river during the Roman occupation; no other spot on the banks (except London Bridge) is certainly the site of a Roman bridge.
But apart from these there are two unsolved problems in connection with the roads across the Thames Valley in Roman times. The first concerns the passage of the upper Thames south of Eynsham; the second concerns the road which runs south from Bicester and Alchester.
As to the first of these, we know that the plain lying to the north of the Thames between the Cotswolds and the Chilterns was thoroughly occupied. We have also in the Saxon Chronicle a legendary account of the occupation of four Roman towns in this plain by the Saxon invaders. By what avenue did this wealthy and civilised district communicate with the wealthy and civilised south?
It is a question which will probably never be answered. There is no trace remaining of Roman bridges; perhaps nothing was built save of wood.
The obvious short-cut from the Roman town of Eynsham across the Witham peninsula to Abingdon bears no signs of a ford approached by Roman work or of a bridge, nor any record of such things.
As to the second question, the road from Bicester southward runs straight to Dorchester. At Dorchester, as we have seen, there was no ford, though just below it a Roman ferry has been guessed at.
There may have been a country road running down along the left or north bank of the river to the pre-historic crossing place at Goring and Streatley; but if there was, no trace of it remains, save perhaps in the two place names North Stoke and South Stoke.
A barrier has yet another quality in history, and that quality is perhaps the most important of all. In so far as it is an obstacle it is also a means of defence.
Esistono diverse prove a sostegno di ciò. In primo luogo, il nome stesso del luogo suggerisce l’importanza di un passaggio strategico. Nomi di questo tipo si trovano inevitabilmente lungo le principali strade d’Inghilterra. In secondo luogo, una strada che porta il tradizionale nome di Icknield Way può essere rintracciata fino a un punto molto vicino al >fiume e al villaggio; un’altra strada simile si trova oltre il >fiume. È improbabile che tale nome sia stato mantenuto ininterrottamente – anche con notevoli intervalli – sia sul versante dell’Oxfordshire che su quello del Berkshire, se non perché qui esistesse effettivamente un punto di attraversamento regolare.
A un miglio o due da Streatley, questo sentiero inizia a scendere lungo il versante delle Berkshire Downs. Poco prima di confluire nella Wantage Road e scomparire dalla vista, inizia a snodarsi attorno al pendio della collina ripida; tuttavia non è possibile determinare con precisione in quale punto esatto tocchi il fiume sul versante del Berkshire, poiché mille anni di costruzioni, coltivazioni e altri interventi umani hanno cancellato ogni traccia di esso.
Fortunatamente, abbiamo alcune indicazioni sulla riva opposta. È possibile tracciare un percorso che, sotto forma di strada sterrata (e nelle zone in cui questa manca, come sentiero o direzione generale del cammino), si estende per diversi chilometri nel territorio dell’Oxfordshire, fino a raggiungere Goring e il fiume che proviene dalle colline dei Chilterns. Sappiamo anche in quale punto questo percorso attraversa il villaggio: si trova vicino all’hotel Sloane, proprio accanto alla ferrovia; l’ostello è infatti costruito sopra l’antica strada. Oltre la ferrovia, il sentiero prosegue lungo quella stessa strada che passa davanti alla scuola fino al vecchio traghetto, dove probabilmente esisteva un guado già ai tempi romani. Se accettiamo questa ipotesi, possiamo supporre che la canonica di Streatley, situata sulla riva del Berkshire, si trovi sul prolungamento di questo antico percorso; possiamo inoltre individuare con una certa sicurezza il punto in cui la strada preistorica attraversava il fiume. Tuttavia, credo sia impossibile rintracciare quei circa mezzo miglio che si trovano tra la canonica di Streatley e il punto in cui la Wantage Road e l’Icknield Way si separano sulla collina sopra di essa.
Se il guado si trovasse qui, il luogo sarebbe sicuramente stato ben scelto: proprio sotto un gruppo di isole che allargavano il corso d’acqua, rendendolo più poco profondo e meno veloce, quasi come una diga naturale sopra il punto di attraversamento.
Si ritiene che il terzo punto di attraversamento di una grande strada preistorica, ovvero quello della Watling Street, corrisponda alla tratta di quel brutto ponte sospeso che si estende da Lambeth fino a Horseferry Road a Westminster. Secondo la congettura più plausibile, questo è il luogo in cui la grande strada che collegava lo Stretto di Dover ai porti nord-occidentali dell’isola attraversava il fiume Tamigi.
Qui, naturalmente, non poteva esserci alcuna possibilità di attraversare il fiume a piedi; esisteva soltanto un traghetto. Un simile traghetto è stato in funzione per tutto il Medioevo e fino alla costruzione del Ponte di Westminster, generando notevoli entrate economiche per l’Arcivescovo di Canterbury. Il ricordo di questo traghetto è ancora conservato nel nome della strada situata sulla riva del Middlesex: la Watling Street segue un percorso più o meno costante dal litorale fino al palazzo dell’Arcivescovo sulle rive del fiume. Sulla riva del Middlesex il suo tracciato si perde, ma si può ipotizzare che abbia seguito una curva nelle vicinanze di Buckingham Palace, in zone più elevate a ovest del Tybourne, parallela – o forse identica – alla Park Lane; successivamente ricompare con certezza presso il Marble Arch, da dove prosegue sotto il nome di Edgware Road attraversando l’Inghilterra nord-occidentale.
Per quanto riguarda la Fosse Way, essa tocca appena la valle del Tamigi. Attraversa il corso del fiume attraverso un alto argine, situato a circa un miglio a sud della sua sorgente tradizionale presso Thames Head, ma sopra il punto in cui si osserva per la prima volta l’acqua del fiume. Un piccolo canale sotterraneo, che corre sotto quell’argine, fa defluire le acque di piena in inverno verso il basso della valle, ma non copre più un corso d’acqua regolare.
Oltre a questi quattro incroci delle antiche strade britanniche sopra il London Bridge, c’è anche l’incrocio con la Strada Romana a Staines, che potrebbe rappresentare un percorso più antico dell’occupazione romana, oppure no. Non abbiamo prove concrete a sostegno di questa ipotesi. Il fiume è profondo, e a meno che il ponte danneggiato sulla riva del Surrey non venga considerato un resto delle opere britanniche, non esistono tracce di vie pre-romane in quella zona.
Il ponte di Staines era il principale ponte che attraversava il fiume nel corso dell’occupazione romana; nessun altro punto sulle rive (ad eccezione del Ponte di Londra) può essere considerato con certezza il sito di un ponte romano.
Ma oltre a questi, ci sono ancora due problemi irrisolti riguardanti le strade che attraversavano la valle del Tamigi ai tempi romani. Il primo riguarda il tratto del Tamigi superiore a sud di Eynsham; il secondo riguarda la strada che si estende verso sud da Bicester e Alchester.
Per quanto riguarda il primo di questi punti, sappiamo che la pianura situata a nord del Tamigi, tra i Cotswolds e i Chilterns, era completamente occupata. Nella Cronaca Sassone troviamo anche un resoconto leggendario sull’occupazione di quattro città romane in questa zona da parte degli invasori sassoni. Quale strada permetteva a questa regione ricca e civilizzata di comunicare con il sud, anch’esso ricco e civilizzato?
È una domanda che probabilmente non verrà mai risposta. Non rimane alcuna traccia dei ponti romani; forse non vennero costruiti nulla se non strutture in legno.
Il percorso più breve che va dalla città romana di Eynsham, attraverso la penisola di Witham, fino ad Abingdon non presenta alcun segno di un guado costruito dai Romani né di un ponte; inoltre, non esistono registri relativi a tali strutture.
Per quanto riguarda la seconda domanda, la strada che va da Bicester verso sud prosegue dritta fino a Dorchester. A Dorchester, come abbiamo visto, non esisteva alcun guado; tuttavia, poco più a valle si è ipotizzato l’esistenza di un traghetto romano.
Probabilmente esisteva una strada rurale che correva lungo la riva sinistra o settentrionale del fiume, fino al punto di attraversamento preistorico di Goring e Streatley; ma se davvero c’era, oggi non ne rimane traccia, se non forse nei due toponimi North Stoke e South Stoke.
Nella storia, una barriera possiede un’altra qualità, e questa qualità è forse la più importante di tutte. Poiché rappresenta un ostacolo, essa costituisce anche un mezzo di difesa.
All the great rivers of Europe prove this. They are studded with lines of strongholds standing either right upon their banks or close by; and various as is the character of the different great rivers in their physical conformation, few or none have been unable to furnish sites for fortification. For instance, the slow rivers of Northern France, running for the most part through a flat country, were able to afford fortresses for the Gaulish clans in their numerous islands; the origin of Melun and Paris, for instance, was of this kind. The sharp rocks along the Rhone became platforms for castle after castle: Beaucaire, Tarascon, Aries, Avignon, and twenty others all of this sort.
The Thames, curiously enough, forms an exception; it is an exception even in the list of English rivers, most of which can show a certain number of fortifications along their banks.
In the whole course of the great river above London there are but three examples of fortification, or at any rate of fortification directly dependent upon the river. Of these the first, at Lechlade, is conjectural; the second, at Windsor, came quite late in history, and the only one which seems to have been a primeval fortified site was Dorchester.
There were, of course, plenty of towns and castles susceptible of defence. At one time or another every important settlement upon the Thames was capable of resistance: Oxford was walled, Wallingford was a fortress, Abingdon or Reading could be defended. But these were all, so to speak, artificial. The settlement came first, and after the settlement the necessity of guarding it from attack, and it was so guarded, not by natural means, but by human construction. The castle at Oxford, for instance, stood upon a mound of earth raised by human work. The only considerable place in which the river itself suggested defence from the earliest times appears to have been at Dorchester.
The curious importance of Dorchester in the very origins of English history and the still more curious way in which it sinks out of sight for generations, to revive again in the tenth century, is one of the puzzles of the history of the Thames.
It is useless to pursue an archæological discussion as to the origin of the place, and still more useless to try and determine why, though certainly the most easily defended, it should originally have been the only heavily fortified spot in the whole of the valley. We know that it was Roman: we know that it was a place of pre-historic fortification before the Romans came: we know that a Roman road ran northward towards Bicester from it, and we also know, or at least we can make a very probable guess, that though it was continuously important, and that the interest of early history is continually returning to it, it can never have been large.
Perhaps the best conjecture upon the origin of Dorchester is that the stronghold grew up as an out-lier to the great fort over the river at the top of Sinodun Hill. The exact and regular peninsula between the bend in the Thames and the mouth of the Thames is obviously suited for fortification: the tributary flows just to the east of this peninsula, exactly parallel with the main river beyond, and covers the peninsula not only with a stream on its east flank, but with a marsh at the mouth. One can imagine that the conspicuous heights of the Sinodun Hills were held, from the very beginning of human habitation in this district, as a permanent fortress, into which the neighbouring tribes could retire during war, and one can imagine that when the river was low in summer, and perhaps fordable, the spit of land before it, which formed an exception to the marshes round about, needed to be protected as a sort of bastion beyond the stream. This theory will at least account for the two great ridges of earthwork going from one water to the other and completely cutting off the peninsula, since it is agreed these works are earlier than the Roman invasion. Whatever its origin, the part which Dorchester plays in the early history of England is most remarkable.
The conversion of England was effected by a process of which we know far more than of any other series of national events before the Danish invasions. That process is more exactly recorded, less legendary, and more consecutively told because it was (to all contemporary watchers) the capital event of the time, and to all posterity the one thing that explained men to themselves.
We know also that, not so much the nucleus of the conversion as the secure vantage from which it marched outward, was the triangle of Kent. We can believe that the civilisation of Kent was something quite separate from the rest of the south-eastern portion of England, and that the many customary survivals which are, to this day, native to the county are remaining proofs of its unique character among the petty kingdoms during the mythical period between the withdrawal of the Romans and the arrival of St. Augustine.
The early hold of civilisation upon Kent is explicable. But when the influence of Rome begins to spread again over England you have distances covered which are astounding; there occur sporadic incidents of the highest importance in spots where they would be the least expected. Among the very first of these is the first baptism of a West-Saxon King.
It was certainly at Dorchester that this baptism took place and the choice of the site, little as we know of the village or city, has filled every historian with conjecture. Up to the very landing of St. Augustine we are still dependent upon what is half legendary and very meagre record. The chief point indeed as regards this part of the country is the tradition of a battle fought against the British at Bedford by the West Saxons and the occupation of “four towns.” This success was put down by tradition to the year 571, but everything was still so dark that even this success is a legend.
Within the lifetime of a man you have the baptism of Cynegil, the king of the West Saxons, at Dorchester, and that baptism takes place less than forty years after the complete submission of Kent.
Tutti i grandi fiumi d’Europa lo dimostrano. Sono costellati di file di roccaforti che sorgono o proprio sulle loro rive o poco distanti; e per quanto vario sia il carattere dei diversi grandi fiumi nella loro conformazione fisica, pochi o nessuno si sono mostrati incapaci di offrire siti per la fortificazione. Per esempio, i lenti fiumi della Francia settentrionale, che scorrono per lo più attraverso un paese pianeggiante, poterono offrire fortezze alle tribù galliche nelle loro numerose isole; l’origine di Melun e di Parigi, per esempio, fu di questo tipo. Le rocce aguzze lungo il Rodano divennero piattaforme per un castello dopo l’altro: Beaucaire, Tarascona, Arles, Avignone e altre venti dello stesso genere.
Il Tamigi, cosa assai curiosa, costituisce un’eccezione; è un’eccezione perfino nell’elenco dei fiumi inglesi, la maggior parte dei quali può mostrare un certo numero di fortificazioni lungo le proprie rive.
In tutto il corso del grande fiume a monte di Londra non vi sono che tre esempi di fortificazione, o comunque di fortificazione direttamente dipendente dal fiume. Di questi il primo, a Lechlade, è congetturale; il secondo, a Windsor, venne assai tardi nella storia, e l’unico che sembra essere stato un sito fortificato primigenio fu Dorchester.
Vi erano, naturalmente, molte città e molti castelli suscettibili di difesa. In un momento o nell’altro ogni insediamento importante sul Tamigi fu in grado di resistere: Oxford era cinta di mura, Wallingford era una fortezza, Abingdon o Reading potevano essere difese. Ma tutte queste difese erano, per così dire, artificiali. Prima venne l’insediamento, e dopo l’insediamento la necessità di guardarlo dall’attacco, ed esso fu guardato non con mezzi naturali, ma con costruzioni umane. Il castello di Oxford, per esempio, sorgeva su un tumulo di terra innalzato dal lavoro dell’uomo. L’unico luogo di qualche rilievo in cui il fiume stesso suggerì la difesa fin dai tempi più antichi sembra essere stato Dorchester.
La curiosa importanza di Dorchester alle origini stesse della storia inglese, e il modo ancor più curioso in cui essa scompare dalla vista per generazioni, per rinascere poi nel decimo secolo, è uno degli enigmi della storia del Tamigi.
È inutile intraprendere una discussione archeologica sull’origine del luogo, ed è ancor più inutile cercare di stabilire perché, pur essendo certamente il più facile da difendere, esso debba essere stato in origine l’unico punto pesantemente fortificato di tutta la valle. Sappiamo che fu romano: sappiamo che era un luogo di fortificazione preistorica prima che i Romani arrivassero: sappiamo che da esso una strada romana correva verso nord in direzione di Bicester, e sappiamo anche, o almeno possiamo azzardare una congettura assai probabile, che, per quanto fosse costantemente importante e per quanto l’interesse della storia antica vi ritorni di continuo, esso non può mai essere stato grande.
Forse la migliore congettura sull’origine di Dorchester è che la roccaforte sia sorta come avamposto del grande forte al di là del fiume, in cima alla collina di Sinodun. L’esatta e regolare penisola tra l’ansa del Tamigi e la foce del Tamigi è evidentemente adatta alla fortificazione: l’affluente scorre proprio a est di questa penisola, esattamente parallelo al fiume principale che sta oltre, e copre la penisola non soltanto con una corrente sul suo fianco orientale, ma con una palude alla foce. Si può immaginare che le cospicue alture delle colline di Sinodun fossero tenute, fin dal principio stesso dell’insediamento umano in questo distretto, come una fortezza permanente, nella quale le tribù vicine potevano ritirarsi durante la guerra, e si può immaginare che, quando il fiume era basso d’estate, e forse guadabile, la lingua di terra che gli stava davanti, la quale faceva eccezione alle paludi circostanti, avesse bisogno di essere protetta come una sorta di bastione oltre la corrente. Questa teoria spiegherà almeno i due grandi terrapieni che vanno da un corso d’acqua all’altro, tagliando completamente fuori la penisola, poiché si conviene che tali opere siano anteriori all’invasione romana. Qualunque sia la sua origine, la parte che Dorchester svolge nella storia antica dell’Inghilterra è quanto mai notevole.
La conversione dell’Inghilterra fu compiuta mediante un processo di cui sappiamo assai più che di qualsiasi altra serie di eventi nazionali precedenti alle invasioni danesi. Quel processo è registrato in modo più esatto, è meno leggendario ed è narrato con maggiore continuità perché fu (per tutti gli osservatori contemporanei) l’evento capitale del tempo, e per tutti i posteri l’unica cosa che spiegasse gli uomini a se stessi.
Sappiamo anche che, non tanto il nucleo della conversione, quanto il sicuro punto di vantaggio da cui essa mosse verso l’esterno, fu il triangolo del Kent. Possiamo credere che la civiltà del Kent fosse qualcosa di del tutto distinto dal resto della porzione sud-orientale dell’Inghilterra, e che le molte sopravvivenze consuetudinarie che ancora oggi sono proprie della contea siano prove residue del suo carattere unico tra i piccoli regni durante il periodo mitico compreso tra il ritiro dei Romani e l’arrivo di sant’Agostino.
L’antico radicamento della civiltà nel Kent è spiegabile. Ma quando l’influenza di Roma comincia a diffondersi di nuovo sull’Inghilterra, si vedono coperte distanze sbalorditive; si verificano episodi sporadici della massima importanza in luoghi dove meno ce li si aspetterebbe. Tra i primissimi di questi vi è il primo battesimo di un re dei Sassoni occidentali.
Fu certamente a Dorchester che questo battesimo ebbe luogo, e la scelta del sito, per quanto poco sappiamo del villaggio o della città, ha riempito di congetture ogni storico. Fino allo sbarco stesso di sant’Agostino dipendiamo ancora da testimonianze semileggendarie e assai scarne. Il punto principale, in verità, per quanto riguarda questa parte del paese, è la tradizione di una battaglia combattuta contro i Britanni a Bedford dai Sassoni occidentali e dell’occupazione di «quattro città». Questo successo fu attribuito dalla tradizione all’anno 571, ma tutto era ancora così oscuro che perfino questo successo è una leggenda.
Nell’arco della vita di un uomo si ha il battesimo di Cynegil, re dei Sassoni occidentali, a Dorchester, e quel battesimo avviene meno di quarant’anni dopo la completa sottomissione del Kent.
The Chronicle, in mentioning this date, is no longer upon legendary ground: it is dealing with an event which was kept on record by civilised men who understood the art of writing, who could speak Latin, who could bear their records to Rome, and, what is more, the fact and the date are confirmed by the Venerable Bede.
It is imagined by some authorities that the fulness of the story and its apparent accuracy depend upon access to some early ecclesiastical record preserved at Dorchester and now lost. At any rate, Dorchester, whether because it had been, up till then, an unconquered Roman town, or for whatever other reason, becomes at once the ecclesiastical centre and one to which, even when this baptism takes place, the King of Northumbria was at the pains of travelling southward to, to be present as sponsor for the new Christian.
The story has a special historical interest, because it shows how very vague were the boundaries and the occupancies of the little wandering chieftains of this period. It need hardly be pointed out that no regular division into shires can have existed so early, and, as we have already insisted, the Thames itself was not a permanent boundary between any two definable societies, yet those who regard the Anglo-Saxon Chronicle as historical would show one Penda had appeared a few years before as the chief of a group of men with a new name, the Mercians — probably a loose agglomeration of tribes occupying the middle strip of England; a group whose dialect and measures of land are, perhaps, the ancestors of the modern Midland dialect and most of our measures. Cynegil’s baptism could not have taken place in territory controlled by Penda, for he was the champion of all the Anti-Christian forces of the time, and though he had just defeated the West Saxons, and (according to a later legend) pushed back their boundary to the line of the Thames, his action, like that of all the little kings of the barbaric age in Britain, can have been no more than a march with a few thousands, a battle, and a retreat. In a word, the true and verifiable story of Cynegil’s baptism is one of the many valuable instances which help to prove the unreliability of that part of the early Chronicle which does not deal with ecclesiastical affairs.
The priest who received Cynegil into the Church was one Birinus, an Italian, and perhaps a Milanese; he appears, from his first presence in Dorchester, to have fixed the seat of a bishopric in that village. His reasons for choosing the spot are as impossible to discover as are the origins of any other of the characteristics of the place. It was, in any case, as were so many of the sees of the Dark Ages, a frontier see — a sort of ecclesiastical fortress, pushed out to the very limits of the occupation of the enemy.
Whether Dorchester continued to be a bishopric from this moment onwards we cannot tell; but no less than three hundred years afterwards — in the tenth century — it appears again, and this time as the centre of the gigantic diocese which stretched throughout the whole of Middle England and right up to the Humber. The Conquest came, the diocese was cut up just afterwards, and the seat of the bishop finally removed from the village to Lincoln, and with the Conquest the importance of Dorchester as a fortified position, an importance which it had held for untold centuries, began to decline in favour of Oxford.
The artificial chain of fortifications up the Thames Valley, which had their origin under William the Conqueror, will call our attention to many other spots besides Oxford as these pages proceed, but it is interesting at this moment to consider Oxford in its early military aspect, when it succeeded Dorchester, and came forward as the chief stronghold of the upper Thames Valley above Wallingford.
The gravel bank north of the ford, by which what is presumed to have been the drovers’ road from south to north crossed the river, had supported a very considerable population, and had attained a very considerable civil importance, long before the Conquest. It is difficult to believe that any new, especially that any extensive, centres of population grew up in Anglo-Saxon Britain, upon sites chosen by the barbarians. The Romans had colonised and densely populated every suitable spot. The ships’ crews of open pirate vessels had no qualities suitable to the founding of a town; and when there is no direct evidence it is always safer of the two conjectures in English topography to believe that any spot which we find inhabited and flourishing in the Anglo-Saxon period, even at its close, was not a town developed during the Dark Ages but one which the pirates, when they first entered the island, had found already inhabited and flourishing, though sometimes perhaps more British than Roman. But though this is always the more historical way of looking at the probable origin of an English town it must be admitted that there is no direct evidence of any town upon the site of Oxford before the Danish invasions, and the first mention of the place by name is as late as eleven years after Alfred’s death, when it is recorded that Edward, his son, “took possession of London and of Oxford and of all lands in obedience thereunto.”
This first mention, slight as it is, characterises Oxford as being the town of the upper Thames Valley at the opening of the tenth century, and we have what is usually a good basis for history — that is, ecclesiastical tradition and a monastic charter — to show us that a considerable monastery had existed upon the spot for a century and a half before this first mention in the Chronicle.
There still exists in the modern town, to the west of it, a large artificial mound, one of those which have been discovered here and there up and down England, and which are characteristic of a late Saxon method of fortification. Before the advent of the Normans these mounds were defended by palisades only, and were used as but occasional strongholds. It may be conjectured that this Saxon work at Oxford dates from somewhat the same period as does the first mention of the town in the Chronicle. Twelve years later Alfred’s grandson is mentioned as dying at Oxford. It may be presumed that his death would indicate the presence of a royal palace. We hear nothing more of this town during the remainder of the tenth century, but we have a long account in what is probably an accurate record of the rising of the townsmen against the Danes in the beginning of the eleventh. The Scandinavians made their last stand in the church of the monastery, and the townsmen burnt it. Five years later a new host of Danes took and burnt the town; and four years later again, Sweyn, in his terrible conquering march, captured it, after very little resistance, in the same year in which he took the crown of England. The brief episode of Edmund Ironside again brings the town into history: he slept here upon his way to London in the late autumn of 1016, and here, very probably, he was killed. From that moment the fortress (as it now certainly was) enters continually into that last anarchy which was only cured by a second advent of European civilisation and the success of its armies at Hastings.
La Cronaca, nel menzionare questa data, non si basa più su fonti leggendarie: tratta di un evento che fu registrato da uomini civili che conoscevano l’arte della scrittura, che sapevano parlare latino e che potevano portare tali registri a Roma; inoltre, il fatto stesso e la data sono confermati dal Venerabile Beda.
Alcuni studiosi ritengono che la completezza di questa storia e la sua apparente accuratezza dipendano dall’accesso a alcuni antichi documenti ecclesiastici conservati a Dorchester e oggi andati perduti. Comunque sia, Dorchester – sia perché fino ad allora era rimasta una città romana inespugnata, sia per qualche altro motivo – divenne immediatamente il centro ecclesiastico di riferimento; tanto è vero che, anche quando ebbe luogo questo battesimo, il Re di Northumbria si prese la briga di viaggiare verso sud per essere presente come padrino del nuovo cristiano.
La storia presenta un particolare interesse storico, poiché dimostra quanto fossero vaghe le frontiere e gli insediamenti dei piccoli capi nomadi di quel periodo. Non occorre certo sottolineare che una divisione regolare del territorio in contee non potesse esistere così presto; inoltre, come abbiamo già affermato, il fiume Tamigi stesso non costituiva un confine permanente tra due società ben definite. Tuttavia, coloro che considerano la Cronaca anglosassone fonte storica sostengono che Penda fosse già apparso alcuni anni prima come capo di un gruppo di persone il cui nome era cambiato in “Merciani”: probabilmente si trattava di una sorta di aggregazione di tribù che occupavano la fascia centrale dell’Inghilterra. Il dialetto e le unità di misura di questi Merciani potrebbero essere gli antenati del moderno dialetto delle Midlands e della maggior parte delle nostre unità di misura attuali. Il battesimo di Cynegil non poteva certo aver avuto luogo in territorio controllato da Penda, poiché egli era il capo di tutte le forze anti-cristiane dell’epoca; e sebbene avesse appena sconfitto i Sassoni Occidentali e (secondo una leggenda successiva) spinto indietro i loro confini fino al fiume Tamigi, le sue azioni, come quelle di tutti quei piccoli re dell’epoca barbarica in Britannia, non potevano essere altro che marce militari condotte da poche migliaia di uomini, battaglie e ritirate. In breve, la vera e verificabile storia del battesimo di Cynegil rappresenta uno dei tanti esempi che dimostrano l’infidabilità di quella parte della Cronaca antica che non tratta di questioni ecclesiastiche.
Il prete che accolse Cynegil nella Chiesa era un certo Birinus, italiano e forse milanese; dalla sua prima apparizione a Dorchester, sembra che abbia istituito una diocesi in quel villaggio. Le ragioni per cui scelse quel luogo sono altrettanto impossibili da scoprire quanto le origini delle altre caratteristiche di quell’area. Comunque sia, come molte altre sedi vescovili dell’Alto Medioevo, anche questa era una sede frontiera: una sorta di fortezza ecclesiastica, estesa fino ai limiti stessi dell’occupazione nemica.
Non possiamo sapere se Dorchester continuò ad essere una diocesi da quel momento in poi; ma almeno trecento anni dopo – nel X secolo – riappare, questa volta come centro della gigantesca diocesi che si estendeva su tutta l’Inghilterra centrale e fino al fiume Humber. Con la conquista normanna, la diocesi fu divisa in parti più piccole, e la sede vescovile fu infine trasferita da Dorchester a Lincoln. Con la conquista, l’importanza di Dorchester come posizione fortificata – un ruolo che aveva mantenuto per secoli – iniziò ad declinare a favore di Oxford.
La catena artificiale di fortificazioni lungo la valle del Tamigi, le cui origini risalgono a Guglielmo il Conquistatore, attirerà la nostra attenzione su molti altri luoghi oltre a Oxford man mano che proseguiremo nella lettura di queste pagine. Tuttavia, in questo momento è interessante considerare Oxford dal punto di vista della sua funzione militare nelle fasi iniziali: quando sostituì Dorchester e divenne la principale fortezza della parte superiore della valle del Tamigi, a nord di Wallingford.
La riva ghiaiosa a nord del guado, lungo la quale si presumeva che passasse la strada utilizzata dai pastori per spostarsi da sud a nord attraverso il >fiume, aveva ospitato una popolazione molto numerosa e raggiunto un’importanza civile notevole già molto prima della Conquista. È difficile credere che in Britannia anglosassone siano sorti nuovi centri abitati, soprattutto di dimensioni significative, in luoghi scelti dai barbari: i Romani avevano infatti colonizzato e popolato densamente ogni zona adatta. Inoltre, l’equipaggio delle navi pirata non possedeva le qualità necessarie per fondare città; e quando non esistono prove dirette, è sempre più sicuro ritenere che qualsiasi luogo risulti abitato e fiorente durante il periodo anglosassone – anche alla fine di esso – non fosse una città sorta nel Medioevo, ma uno dei centri già esistenti al momento dell’arrivo dei pirati, sebbene talvolta più “britannici” che “romani”. Tuttavia, sebbene questa sia senz’altro l’interpretazione più storica del probabile origine di una città inglese, bisogna ammettere che non esistono prove dirette dell’esistenza di alcuna città nel sito di Oxford prima delle —invasioni danesi, e la prima menzione ufficiale del luogo risale a undici anni dopo la morte di Alfredo, quando si registra che suo figlio Edoardo “prese possesso di )Londra, di Oxford e di tutte le terre ad esse subordinate”.
Questa prima menzione, per quanto fugace, caratterizza Oxford come la città situata nella parte superiore della valle del Tamigi all’inizio del X secolo; disponiamo infatti di elementi solitamente molto utili per lo studio della storia: cioè tradizioni ecclesiastiche e un atto fondativo monastico, che ci dimostrano l’esistenza di un importante monastero in quel luogo già da un secolo e mezzo prima di questa prima menzione nella Cronaca.
Nella città moderna, a ovest di essa, esiste ancora un grande tumulo artificiale; questi tumuli sono stati scoperti in varie parti d’Inghilterra e rappresentano una caratteristica tipica delle fortificazioni sassoni del tardo periodo. Prima dell’arrivo dei Normanni, questi tumuli erano difesi soltanto da palizzate ed erano utilizzati solo occasionalmente come fortezze. Si può ipotizzare che questa struttura sassone di Oxford risalga più o meno allo stesso periodo in cui la città viene menzionata per la prima volta nelle cronache. Dodici anni dopo, si parla della morte del nipote di Alfredo a Oxford; si può presumere che la sua morte indicasse la presenza di un palazzo reale nella città. Non si hanno più notizie su questa città per il resto del X secolo, ma possediamo un resoconto dettagliato e probabilmente accurato dell’insurrezione dei cittadini contro i Danesi all’inizio dell’XI secolo. Gli Scandinavi fecero la loro ultima resistenza nella chiesa del monastero, che fu poi bruciata dai cittadini. Cinque anni dopo, un nuovo esercito danese conquistò e distrusse nuovamente la città; quattro anni ancora più tardi, Sweyn, nel corso della sua terribile campagna di conquista, la prese senza quasi alcuna resistenza, nello stesso anno in cui assunse la corona d’Inghilterra. L’episodio breve ma significativo di Edmund Ironside riporta questa città nella storia: egli vi soggiornò durante il suo viaggio verso Londra all’inizio dell’autunno del 1016 e probabilmente vi morì. Da quel momento in poi, la fortezza (come certamente era ormai diventata) fu coinvolta nell’anarchia che durò fino al ritorno della civiltà europea e alla vittoria delle sue armate a Hastings.
The great national council of 1018, which may be called the settlement of Canute, was held at Oxford, and in 1036 another national council, of even greater importance, which was held to decide upon the succession of Canute’s heirs, was again held at Oxford, and it was at Oxford that, four years later, the first Harold died.
Meanwhile, in the near neighbourhood of the city, at Islip, Queen Emma had, half a lifetime earlier, borne a son, who, after the death of all these Danes, remained the legitimate heir to the English throne. Islip was, most probably, not royal, but a private manor of the Queen’s, which descended to the Confessor, and it is interesting to note in passing that it was his gift of this land and of its church to Westminster Abbey which originated the present connection between the two — a connection which has now, therefore, behind it nearly nine hundred years of continuity.
In the few hurried months before Hastings the last of the great Anglo-Saxon meetings in the town was summoned. It was held at the end of October, 1065, and was that in which Harold’s policy was agreed to. Within twelve months Harold himself was dead, and a victorious invading army was marching upon Wallingford.
In all this record it is clear that Oxford held a continually growing place in the life of England, and especially as a stronghold of whoever might be governing England. What battle was fought there, if any, or how the Normans got it, we do not know, but it is presumed that it suffered in the fighting because the number and value of its houses is given in the subsequent Survey as having fallen very largely indeed.
It is always well, whenever one comes across the Domesday Survey in history, to remember that the whole record is very imperfectly understood. We do not know quite what was being measured: we do not know, for instance, in the case of a town like Oxford, whether all the inhabited houses were counted; or whether only those who by custom gave taxes were counted; nor can we be certain of the meaning of the word vastus, save that it has some connection either with destruction or dilapidation, or lack of occupation, or, possibly, even remission of taxation. But the theory of a sack is not without foundation, for we know that in the case of York (which was certainly sacked by Tostig in 1065 and then again by William in 1068) what is probably a destruction of a similar kind, though a rather greater one, is expressed in similar words.
Whether, however, the number given in the town list of the Conqueror is or is not due to the destruction wrought by the Conquest we must be very careful not to estimate the population of that time upon the basis to-day such a list would afford. The figures of Domesday stand for a much larger population than most historians have hitherto been inclined to grant, as may be shown by considerations to which I shall only allude here, as I shall have to repeat them more fully upon a later page when I speak of urban life upon the Thames. The nomadic element in the life of the early Middle Ages; the smallness of the space allotted for sleeping; the large amount of time spent out of doors; the great proportion of collegiate institutions, not only monastic but military; the life in common which spread as a habit to so many parts of society beyond the monastic; the large families which (from genealogy) we can trust to be as much a character of the early Middle Ages as they, were not the character of the later Middle Ages, the crowd of semi-servile dependants which would be discovered in any large house — all these make us perfectly safe in multiplying by at least ten the number of households counted in the Survey if we would get at the population of those households, and it must be remembered that the houses counted, even in those parts of England which were fairly thoroughly surveyed, can only represent a minimum number, whatever was the method of counting. The lists may in some instances include every single household in a place, though from what we know of the diversity of local custom this is unlikely. In most places it is far more likely that the list covered but some portion that by custom owed a public tax, and this is especially true of the towns.
After Dorchester, which was the first of the fortresses of the Thames, so far as we have any knowledge, and after Oxford, which came next, and appears to have been founded since the beginning of recorded history in these islands, there remain to be considered the other strongholds which held the line of the valley.
It would be easy to multiply these if one were to consider all fortifications whatsoever connected with the general strategic line formed by the Thames, but such a catalogue would exceed the boundaries set to this book. It is proposed to consider only those which were strictly connected with the passage of the stream, and of such there are but three besides Dorchester and Oxford, for that at Cricklade is doubtful, and in any case determines a passage which could be always outflanked upon either side, while the great fortress of the Tower, lying as it does upon the estuarial Thames below bridges, does directly protect a highway.
These three strongholds directly connected with the inland river are Wallingford, Reading and Windsor, and of the three Wallingford and Windsor were more directly military: the last, Reading, appears to have been but an adjunct to a large and civil population; the fourfold quality of Reading in the history of the Thames, as a civil settlement, as a religious centre, as a stronghold, and as one of the very few examples of modern industrial development in the valley, will be considered later. We will take each of the three strongholds in their order down stream.
What determined the importance of Wallingford is not easy to fix nowadays. The explanation more usually given to the great part which this crossing of the Thames played in the early history of Britain is the double one that it was the lowest continuously practicable ford over the river, and that it held the passage of the great road going from London to the west.
Il grande consiglio nazionale del 1018, che si può considerare l’accordo raggiunto con Canuto, si tenne a Oxford; nel 1036 ebbe luogo un altro consiglio nazionale ancora più importante, convocato per decidere sulla successione degli eredi di Canuto, sempre a Oxford. Fu proprio a Oxford che, quattro anni dopo, morì il primo Harold.
Nel frattempo, nelle immediate vicinanze della città, a Islip, la regina Emma aveva avuto un figlio mezzo secolo prima; dopo la morte di tutti quei danesi, egli rimase l’erede legittimo al trono inglese. Islip probabilmente non era una residenza reale, ma una tenuta privata della regina che passò poi al Confessore. È interessante notare che fu proprio il dono di questa terra e della sua chiesa all’Abbazia di Westminster ad avviare la connessione attuale tra i due luoghi; una connessione che, quindi, oggi conta quasi novecento anni di continuità.
Nei pochi mesi frenetici che precedettero la battaglia di Hastings, si tenne l’ultima delle grandi riunioni anglo-sassoni in quella città. Si svolse alla fine di ottobre 1065 e fu proprio in quell’occasione che venne approvata la politica di Harold. Entro dodici mesi, Harold stesso morì e un esercito invasore vittorioso marciò verso Wallingford.
In tutto questo resoconto è evidente che Oxford occupava un ruolo sempre più importante nella vita dell’Inghilterra, soprattutto come roccaforte di chiunque governasse il paese. Non sappiamo quale battaglia vi sia stata combattuta, né come i Normanni ne abbiano preso possesso, ma si presume che l’area abbia subito gravi danni a causa dei conflitti, poiché nel censimento successivo il numero e il valore delle sue proprietà risultano essere notevolmente diminuiti.
È sempre utile, ogni volta che si incontra il “Domesday Survey” nella storia, ricordare che l’intero insieme di questi dati non è affatto compreso nel modo più completo possibile. Non sappiamo esattamente cosa venisse misurato: ad esempio, nel caso di una città come Oxford, non sappiamo se venissero contate tutte le case abitate, o soltanto quelle dove le persone pagavano tasse secondo l’usanza del tempo; inoltre, non possiamo essere certi del significato della parola “vastus”, sebbene si possa ipotizzare che abbia a che fare con distruzioni, degrado, assenza di occupazione, o addirittura con l’esenzione dalle tasse. Tuttavia, l’ipotesi di un saccheggio non è del tutto priva di fondamento, poiché sappiamo che nel caso di York – che certamente fu saccheggiata da Tostig nel 1065 e poi nuovamente da Guglielmo nel 1068 – si parla di una distruzione di tipo simile, sebbene su scala molto più ampia, utilizzando termini analoghi.
Tuttavia, che il numero indicato nell’elenco delle città conquistate sia dovuto o meno alla distruzione causata dalla conquista, dobbiamo essere molto attenti a non stimare la popolazione di quel periodo basandoci su tali dati oggi disponibili. I numeri del Domesday rappresentano una popolazione molto più numerosa di quanto la maggior parte degli storici abbia finora ritenuto; ciò può essere dimostrato attraverso considerazioni alle quali mi limiterò qui a fare solo accenno, poiché dovrò riprenderle più ampiamente in un’altra sede quando parlerò della vita urbana sul Tamigi. L’elemento nomade nella vita del primo Medioevo; lo spazio ristretto a disposizione per il sonno; la grande quantità di tempo trascorso all’aperto; la prevalenza di istituzioni collettive, sia monastiche che militari; la convivenza diffusa in molte parti della società al di fuori dei contesti monastici; le grandi famiglie – che, stando alle genealogie, rappresentavano una caratteristica tipica del primo Medioevo e non di quello successivo – nonché la numerosa schiera di dipendenti semiservili presenti in qualsiasi grande dimora: tutti questi fattori ci permettono con certezza di moltiplicare almeno per dieci il numero delle unità familiari registrate nell’indagine, se vogliamo ottenere una stima precisa della popolazione effettiva. Bisogna ricordare inoltre che le case contate, anche nelle parti dell’Inghilterra dove l’indagine è stata più approfondita, rappresentano soltanto un numero minimo della realtà, indipendentemente dal metodo utilizzato per il conteggio. In alcuni casi gli elenchi possono includere ogni singola unità familiare di un luogo, ma, data la diversità delle usanze locali, è improbabile che ciò avvenga. Nella maggior parte dei casi, l’elenco riguarda probabilmente soltanto una parte delle famiglie che, per tradizione, dovevano pagare tasse pubbliche; questo vale soprattutto per le città.
Dopo Dorchester, che era la prima delle fortezze sul Tamigi, per quanto ne sappiamo, e dopo Oxford, che veniva dopo e sembra essere stata fondata a partire dall’inizio della storia documentata in queste isole, rimangono da considerare le altre roccaforti che costituivano la linea di difesa lungo la valle.
Sarebbe facile moltiplicarli se si considerassero tutte le fortificazioni in qualche modo collegate alla linea strategica generale formata dal Tamigi, ma un simile catalogo andrebbe oltre i limiti stabiliti per questo libro. Si propone quindi di prendere in considerazione soltanto quelle che sono strettamente legate al passaggio del fiume; di queste, oltre a Dorchester e Oxford, ne esistono solo altre tre: quella di Cricklade è infatti dubbia, e comunque determina un percorso che può essere sempre aggirato su entrambi i lati; mentre la grande fortezza della Torre, situata sul Tamigi alla foce, sotto i ponti, protegge direttamente un’importante strada di comunicazione.
Questi tre fortezzi direttamente collegati al fiume interno sono Wallingford, Reading e Windsor; di questi, Wallingford e Windsor avevano una funzione prevalentemente militare. Reading, invece, sembrava essere soltanto un complemento a una vasta popolazione civile. La duplice natura di Reading nella storia del Tamigi – come insediamento civile, centro religioso, fortezza e uno dei pochi esempi di sviluppo industriale moderno nella valle – verrà analizzata in seguito. Esamineremo ciascuno di questi tre fortezzi nell’ordine in cui si trovano lungo il corso del fiume.
Ciò che ha determinato l’importanza di Wallingford non è facile da spiegare al giorno d’oggi. La spiegazione più comune per il ruolo fondamentale che questo punto di attraversamento del Tamigi ha svolto nella storia antica della Britannia riguarda il fatto che si trattasse del guado più basso e continuamente praticabile sul fiume e che rappresentasse il passaggio principale della strada che collegava Londra all’ovest.
Now it is true that any traveller making from London to Bath, or the Mendip Hills, and the lower Severn would, on the whole, find his most direct road to be along the Vale of the White Horse, but the convenience of this line through Wallingford may easily be exaggerated, especially its convenience for men in early times before the valleys were properly drained. Though the ford at Abingdon was more difficult than the ford at Wallingford, yet the line through Abingdon westward along the Farringdon road was certainly shorter than the line through Wantage. Whether the old habit, inherited from pre-historic times, of following the chalk ridge had produced a parallel road just at the foot of that ridge and so had made Wallingford, Wantage, and all the southern edge of the Vale of the White Horse the natural road to the west, or whether it was that the great run of travel ran, when once the Thames had been crossed at Wallingford, slightly south-west towards Bath, it is certain that the Wallingford and Wantage line is the line of travel in early history.
There is no record, and but very little basis for conjecture, as to the origin of the fortifications at Wallingford. Not much is left of them, and though there is some Roman work in the place it is work which has evidently been handled over and over again. It is certainly somewhat late in English history that this “Walled Ford” is heard of — with the tenth century. Its first castle is, of course, Norman, and contemporary with that of Oxford — or rather a year later than that at Oxford, and from the Conquest onward it remains royal. From that time, also, it is perpetually appearing in English history. It was the place of confinement of Edward I. when, as Prince Edward, he was the prisoner of Leicester. It was the attempt to succour that prisoner which led to his removal to Kenilworth, and finally to that escape which permitted him to fight the battle of Evesham. Wallingford passed to Gaveston in Edward the Second’s reign, and, remaining continually within the gift of the crown, to the Despenser in the succeeding generation, and finally to Isabella, who declared her policy from within the walls of Wallingford when she returned to the country. It was next held by her favourite, Mortimer, and we afterwards find it, throughout the fourteenth century, a sort of appanage of the heir-apparent, and especially of the Duchy of Cornwall, to which it was attached until the Reformation. It was for a moment under the custody of Chaucer’s son: it nursed the childhood of Henry VI., but with the beginning of the next century it had already lost its importance. After half that century had passed the castle was already falling into disrepair; much of the masonry of the town and of the fortress, lying squared and convenient to the river, had been moved down stream for the new buildings at Windsor, and when, nearly a century later again, the Civil War broke out, it was not until after some considerable repair that the place could pretend to stand a siege. It fell to the Parliament, and, before the Restoration, was carefully destroyed, as were throughout England so many foundations of her past by the orders of Oliver Cromwell.
It has often been remarked with surprise that cities and strongholds once densely inhabited and heavily built can disappear and leave no material trace to posterity. That they do so disappear should give pause to those historians who are perpetually using the negative argument, and pretending that the lack of material evidence is sufficient to disturb a strong and early tradition. Those who have watched the process by which abandoned buildings become a quarry will easily understand how all traces of habitation disappear. Three-quarters of what was once Orford, much of what once was Worsted, has gone, and up and down the country-sides to-day one could witness, even in our strictly disciplined civilisation, the removal, by purchase or theft, of abandoned material.
The whole of Wallingford has suffered this fate — the mound, presumably artificial, upon which the first keep stood, and which was, probably, a palisade mound of Anglo-Saxon times, remains, but there is upon it no remaining masonry.
Next down stream of the points with a strategic importance in English history comes Reading. But the strategic importance of Reading was not produced by the town’s possessing a site of national moment: it was produced only by local topography. Reading was never (to use a modern term) a “nodal point” in the communications of England.
It may be generally laid down that mere strength of position is noted and greedily seized in barbaric times alone. For mere strength of position is a mere refuge. A strong position (I do not speak, of course, of tactical and temporary, but of permanent, positions), chosen only because it is strong, will save you during a critical short period from the attack of a fierce, unthoughtful, and easily wearied enemy — such as are all barbarians; but it cannot of itself fall into a general scheme of defence, nor, simply because it is strong, intercept the advance of an adversary or support a line of opposition and resistance. Position is always of advantage to a fortress, and, in all but highly civilised times, a necessity — as we shall see when we come to discuss Windsor — but it is not sufficient. A fortress, when society is organised, and when the feud of one small tribe or family against another is not to be feared, derives its principal value from a command of established communications, and established aggregations of power — especially of economic power. Towns alone can feed and house armies; by roads and railways alone can armies proceed.
There are, indeed, examples of a chain of positions so striking that, from their strength alone, a strategic line imposes itself; but these are very rare. Another, and much commoner, exception to the rule I have stated is the growth of what was once a barbaric stronghold, chosen merely for its position, into a larger centre of population, through which communications necessarily lead, and in which stores and other opportunities for armies can be provided. Such places often preserve a continuity of strategic importance, from civilised, through barbaric, to civilised times again. Laon is an excellent instance of this, and so is Constantine another, and so is Luxembourg a third — indeed they are numerous.
È vero che qualsiasi viaggiatore che si sposti da Londra verso Bath, le Mendip Hills o la parte inferiore del fiume Severn troverebbe generalmente la strada più diretta attraverso la Valle di White Horse; tuttavia, l’efficienza di questa rotta che passa per Wallingford potrebbe essere facilmente esagerata, soprattutto in termini di comodità per i viaggiatori dei tempi antichi, prima che le valli venissero adeguatamente drenate. Sebbene il guado ad Abingdon fosse più difficile di quello a Wallingford, la strada che attraversava Abingdon e proseguiva verso ovest lungo la Farringdon Road era sicuramente più breve rispetto a quella che passava per Wantage. Non si sa se l’antica abitudine, ereditata dai tempi preistorici, di seguire le creste di calcare abbia portato alla formazione di una strada parallela proprio ai piedi di tali creste, rendendo così Wallingford, Wantage e tutto il margine meridionale della Valle di White Horse la via naturale verso ovest; oppure se, una volta attraversato il Tamigi a Wallingford, il percorso principale si dirigesse leggermente verso sud-ovest verso Bath. È certo, comunque, che la strada che passa per Wallingford e Wantage rappresentasse effettivamente il percorso più utilizzato nell’antichità.
Non esistono registri, e molto poche basi per congetture riguardo all’origine delle fortificazioni di Wallingford. Non ne è rimasto molto; sebbene vi siano tracce di opere romane in quel luogo, queste sono chiaramente state modificate più volte nel corso del tempo. La menzione di questo “Walled Ford” nella storia inglese risale certamente a un periodo piuttosto tardo, al X secolo. Il suo primo castello è ovviamente di epoca normanna, coevo a quello di Oxford; anzi, fu costruito un anno dopo quest’ultimo. Dalla conquista inglese in poi, il castello rimase sempre sotto il controllo della corona. Fu il luogo in cui fu imprigionato Edoardo I quando, da principe, era prigioniero di Leicester; fu proprio un tentativo di salvare quel prigioniero a portarlo a Kenilworth e, infine, alla sua fuga che gli permise di combattere la battaglia di Evesham. Durante il regno di Edoardo II, Wallingford passò sotto il controllo di Gaveston; rimanendo sempre proprietà della corona, in seguito fu trasferito ai Despenser e infine a Isabella, che dichiarò le sue intenzioni proprio dalle mura di Wallingford al suo ritorno in Inghilterra. Successivamente fu posseduto dal suo favorito, Mortimer; nel XIV secolo divenne quasi sempre una sorta di feudo dell’erede al trono, in particolare del Ducato di Cornovaglia, a cui rimase legato fino alla Riforma. Per un breve periodo fu sotto la custodia del figlio di Chaucer; ospitò l’infanzia di Enrico VI, ma già all’inizio del secolo successivo aveva perso gran parte della sua importanza. Dopo mezzo secolo, il castello iniziava a decadere: gran parte delle pietre utilizzate per la costruzione della città e della fortezza, posizionate lungo il fiume per facilitarne l’utilizzo, fu trasferita a Windsor per la costruzione di nuovi edifici. Quando, quasi un secolo dopo, scoppiò la Guerra Civile, il castello dovette essere riparato in modo sostanziale prima di poter resistere a un assedio. Finì sotto il controllo del Parlamento e, prima della Restaurazione, fu distrutto completamente, come tante altre strutture del passato in Inghilterra per ordine di Oliver Cromwell.
È spesso stato osservato con sorpresa come città e fortezze un tempo densamente popolate e ampiamente costruite possano scomparire senza lasciare tracce materiali per le generazioni future. Il fatto che tali luoghi vengano effettivamente cancellati dovrebbe far riflettere coloro che continuano a utilizzare argomentazioni negative, fingendo che la mancanza di prove materiali sia sufficiente a mettere in discussione una tradizione antica e consolidata. Chi ha osservato il processo attraverso cui gli edifici abbandonati vengono sfruttati come materiale da riciclare capirà facilmente come tutte le tracce di insediamenti umani possano scomparire. Tre quarti di ciò che un tempo costituiva Orford, gran parte di ciò che un tempo era Worsted, tutto è scomparso. Oggi, anche nella nostra società rigorosamente disciplinata, si può assistere alla rimozione, tramite acquisto o furto, di materiali abbandonati lungo le campagne.
L’intero Wallingford ha subito questa sorte: il tumulo, probabilmente artificiale, su cui sorgeva la prima fortezza – che molto probabilmente risale all’epoca anglosassone e consisteva in un tumulo di pali – è ancora lì, ma non vi rimane alcuna traccia di muratura.
Subito dopo quei luoghi di importanza strategica nella storia inglese, c’è Reading. Tuttavia, l’importanza strategica di Reading non derivava dal fatto che la città si trovasse in un sito di rilievo nazionale: essa derivava esclusivamente dalla topografia locale. Reading non è mai stata, per usare un termine moderno, un “punto nodale” nelle comunicazioni dell’Inghilterra.
Si può affermare in generale che la semplice forza posizionale venga notata e avidamente sfruttata soltanto nei tempi barbarici. Infatti, tale forza rappresenta soltanto un rifugio temporaneo. Una posizione forte – intendo ovviamente non quelle tattiche o temporanee, ma quelle permanenti – può proteggere qualcuno per un breve periodo dall’attacco di un nemico feroce, imprudente e facilmente stancabile, come sono tutti i barbari; tuttavia, essa da sola non è sufficiente per creare un sistema efficace di difesa, né per impedire l’avanzata dell’avversario o sostenere una linea di resistenza. La posizione geografica rappresenta certamente un vantaggio per una fortezza e, in tempi poco civili, addirittura una necessità – come vedremo quando parleremo di Windsor – ma non è sufficiente in sé stessa. Una fortezza, infatti, solo in società organizzate, e quando non si temono le faide tra piccole tribù o famiglie, trae il proprio vero valore dal controllo delle vie di comunicazione e dalle risorse economiche disponibili. Soltanto le città sono in grado di fornire cibo e alloggio alle truppe; soltanto strade e ferrovie permettono ai soldati di spostarsi con efficienza.
Esistono davvero esempi di catene di posizioni così evidenti che, solo per la loro importanza strategica, si impongono da sole come linee strategiche; ma questi sono molto rari. Un’altra eccezione, molto più comune, alla regola che ho enunciato è rappresentata dallo sviluppo di ciò che un tempo era soltanto una roccaforte barbarica, scelta esclusivamente per la sua posizione, in un centro abitato più esteso, attraverso il quale le comunicazioni devono necessariamente passare e nel quale è possibile disporre di risorse e altre opportunità per gli eserciti. Tali luoghi spesso mantengono una continuità nell’importanza strategica, dai tempi civili a quelli barbarici e poi di nuovo ai tempi civili. Laon ne è un ottimo esempio, così come Costantinopoli e Lussemburgo; anzi, ce ne sono molti altri.
But, in spite of — or, rather, as is proved by — these exceptions the fortresses of an organised people are found at the conjunction of their communications, or at places (such as straits or passes) which have the monopoly of communication, or they are identical with great aggregations of population and opportunity, or at least they are situated in spots from which such aggregations can be commanded. Position is always of value, but only as an adjunct.
Now Reading, save, perhaps, in barbaric times, when the Thames was the main highway of Southern England, occupied no such vantage until the nineteenth century. To-day, with its large population, its provision of steam and electrical power, and above all, its command of the main junction between the southern and middle railways, Reading would again prove of primary strategic importance if we still considered warfare with our equals as a possibility. But during all previous centuries, since the Dark Ages, Reading was potentially, as it is still actually, civilian; and, indeed, it is as the typical great town of the Thames Valley that it will be treated later in these pages.
The long and narrow peninsula between the Kennet and the Thames was an ideal place for defence. It needed but a trench from the one marsh to the other to secure the stronghold. But though this was evident to every fighter, though it is as such a stronghold that Reading is mentioned first in history, yet the advantage was never permanently held. Armies hold Reading, fall back on the town, fight near it, and raid it: but it is never a great fortress in the intervals of wars, because, while Oxford commanded the Drovers’ Road, Wallingford the western road, and Windsor (as we shall see in a moment) London itself, Reading neither held a line of supply nor an accumulation of supply, and was, therefore, civilian, though it was nearly as easy to hold as Windsor, as easy as Dorchester, its parallel, easier than Oxford, and far easier than Wallingford, which had, indeed, no natural defences whatsoever.
Proceeding with the stream, there is no further stronghold till we come to Windsor.
Even to-day, and in an England that has lost hold of her past more than has any rival nation, Windsor seems to the passer-by to possess a meaning. That hill of stones, sharp though most of its modern outlines are, set upon another hill for a pedestal, gives, even to a modern patriot, a hint of history; and when it is seen from up-stream, showing its only noble part, where the Middle Ages still linger, it has an aspect almost approaching majesty.
The creator of Windsor was the Conqueror. The artificial mound on which the Round Tower stands may or may not be pre-historic. The slopes of the hill were inhabited, like nearly all our English sites, by the Romans, and by the savages before and after the Romans; but the welter of the Saxon dark ages did not use this abrupt elevation for a stronghold. What military reasoning led William of Falaise to discern it at once and there to build his keep?
In order to answer that question let us consider what other points in the valley were at his disposal.
Reading we have discussed. The chalk spurs in the gorge by Goring and Pangbourne are not isolated (as is that of Chateau Gaillard, for instance), and are dominated by the neighbouring heights. The escarpment opposite Henley offered a good site for an eleventh-century castle — but the steep cliff of Windsor had this advantage beyond all the others — that it was at exactly the right distance from London. Windsor is the warden of the capital.
If the reader will look at a modern geological map, he will see from Wallingford to Bray a great belt of chalk in which the trench of the Thames is carved. Alluvials and gravels naturally flank the stream, but chalk is the ground rock of the whole. To the west and to the east of this belt he will notice two curious isolated patches, detached from the main body of the chalk. That to the west forms the twin height of the Sinodun Hills, rising abruptly out of the green sand; that to the east is the knoll of Windsor, rising abruptly out of the thick and damp clay. It is a singular and unique patch, almost exactly round, and as a result of some process at which geology can hardly guess the circle is bisected by the river. If ever the chalk of the north bank rose high it has, in some manner, been worn down. That on the south bank remains in a steep cliff with which everyone who uses the river is familiar. It was the summit of this chalk hill piercing through the clays that the Conqueror noted for his purpose, and he was, to repeat, determined (we must presume) by the distance from London.
The command of a great town, especially a metropolis, is but partially effected by a fortress situated within its limits. In case of a popular revolt, and still more in case the resources of the town are held by an enemy, such a fortress will be penned in and find itself suffering a siege far more rigorous than any that could be laid in an open country-side. On this account the urban fortresses of the Middle Ages are to be found (at least in large cities) lying upon an extreme edge of the walls and reposing, as far as possible, upon uninhabited land or upon water, or both. The two classic examples of this rule are, of course, the Tower and the Louvre, each standing down stream, just outside the wall, and each reposing on the river.
But in an active time even this precaution fails, and that for two reasons. First, the growth of the town makes any possible garrison of the fortress too small for the force with which it might have to cope; and, secondly, this same growth physically overlaps the exterior fortress; suburbs grow up beyond the wall, and the castle finds itself at last embedded in the town. Thus within a hundred and fifty years of its completion the Louvre was but a residence, wholly surrounded, save upon the water front, by the packed houses within the new wall of Marcel.
A tendency therefore arises, more or less early according to local circumstance, to establish a fortified base within striking distance of the civilian centre which it is proposed to command; and striking distance is a day’s march. The strict alliance between Paris and the Crown forbade such an experiment to the Capetian Monarchy, but, even in that case, the truth of the general military proposition involved is proved by the power which Montlhéry possessed until the middle of the twelfth century of doing mischief to Paris. In the case of London, and of a population the wealthier of whom were probably for some years hostile to the Conqueror, the immediate necessity for an exterior base presented itself, and though the distance from London was indeed considerable, Windsor, under the circumstances of that moment, proved the most suitable point at which to establish the fortress.
Ma, nonostante queste eccezioni – o meglio, proprio grazie a esse – le fortezze di un popolo organizzato si trovano nei punti in cui i suoi mezzi di comunicazione si intersecano, oppure in luoghi che detengono il monopolio delle vie di comunicazione; inoltre, queste fortezze coincidono spesso con grandi agglomerazioni di popolazione e risorse, o comunque sono situate in posizioni strategiche da cui tali aggregazioni possono essere controllate. La posizione geografica ha sempre un certo valore, ma solo come elemento complementare.
Lettura attuale. Forse, solo nei tempi barbari, quando il Tamigi rappresentava la principale arteria del sud dell’Inghilterra, Reading occupava una posizione strategica così importante; tale ruolo non fu nuovamente riconosciuto fino al XIX secolo. Oggi, con la sua vasta popolazione, le infrastrutture basate su energia steam ed elettrica, e soprattutto il suo controllo sulla principale intersezione tra le ferrovie meridionali e centrali, Reading potrebbe nuovamente rivestire un’importanza strategica fondamentale, se ancora considerassimo possibile combattere contro nemici alla nostra stessa portata. Ma in tutti i secoli precedenti, a partire dall’Alto Medioevo, Reading è sempre stata essenzialmente una città civile; e infatti, proprio come tipica grande città della valle del Tamigi, verrà trattata più avanti in queste pagine.
La lunga e stretta penisola situata tra il Kennet e il Tamigi era un luogo ideale per la difesa. Era sufficiente scavare una trincea che collegasse le due zone paludose per rendere la fortezza impenetrabile. Tuttavia, sebbene questa fosse un’ovvietà per ogni combattente e proprio per questo motivo Reading venisse menzionata per prima volta nella storia come roccaforte strategica, tale vantaggio non fu mai mantenuto in modo permanente. Le armate occupavano Reading, si ritiravano nella città, combattevano nelle sue vicinanze o la saccheggiavano; ma durante i periodi di pace non rappresentava mai una vera e propria fortezza significativa. Infatti, mentre Oxford controllava la strada dei commercianti, Wallingford quella occidentale e Windsor – come vedremo tra poco – addirittura la stessa Londra, Reading non disponeva né di vie di approvvigionamento né di riserve strategiche. Per questo motivo rimaneva una città civile, anche se era quasi altrettanto facile da difendere di Windsor o Dorchester, e decisamente più semplice da presidiare rispetto a Oxford, e molto più di Wallingford, che in realtà non possedeva alcuna difesa naturale.
Proseguendo lungo il fiume, non ci sono altre fortezze fino a quando non arriviamo a Windsor.
Ancora oggi, in un’Inghilterra che ha perso più del proprio passato rispetto a qualsiasi altra nazione, Windsor sembra possedere un significato particolare per chi vi passeggia. Quella collina di pietre, anche se le sue linee moderne appaiono spigolose, posta su un’altra collina come piedistallo, offre, persino a un patriota moderno, un indizio della storia; e quando viene vista da valle, mostrando la sua parte più nobile, dove il Medioevo sembra ancora persistere, assume un aspetto quasi maestoso.
Il creatore di Windsor fu il Conquistatore. L’altura artificiale su cui sorge la Torre Rotonda potrebbe essere preistorica, oppure no. Le pendici della collina furono abitate, come quasi tutti i siti inglesi, dai Romani, e prima e dopo di loro dai barbari; ma nel caos dei secoli bui sassoni, questa elevazione scoscesa non fu utilizzata come fortezza. Quale ragionamento militare spinse Guglielmo di Falaise a individuarla immediatamente e ad erigervi la sua rocca?
Per rispondere a quella domanda, consideriamo quali altre risorse ci fossero a disposizione nella valle.
Come abbiamo discusso nella lettura precedente, le formazioni rocciose presenti nella gola nei pressi di Goring e Pangbourne non sono isolate (a differenza, ad esempio, di quelle del Chateau Gaillard), ma sono dominate dalle alture circostanti. La scogliera opposta a Henley rappresentava un sito ideale per costruire un castello nell’XI secolo; tuttavia, la ripida falesia di Windsor possedeva un vantaggio decisivo rispetto alle altre: si trovava esattamente alla distanza giusta da Londra. Windsor, infatti, svolgeva il ruolo di “guardiano” della capitale.
Se il lettore osserva una mappa geologica moderna, noterà che, da Wallingford a Bray, si estende un vasto strato di gesso nel quale è inciso il corso del fiume Tamigi. Alluvioni e ghiaie circondano naturalmente il fiume, ma il gesso costituisce la roccia fondamentale dell’intera area. A ovest e a est di questo strato si trovano due zone isolate e curiose, separate dal corpo principale del gesso: quella a ovest forma le colline gemelle di Sinodun Hills, che si elevano bruscamente sopra la sabbia verde; quella a est è il colle di Windsor, che emerge improvvisamente dalla fangosa argilla umida. Si tratta di due formazioni geologiche singolari e uniche, quasi perfettamente circolari; sembra che, a causa di qualche processo naturale di cui la geologia stessa fatica a spiegare i meccanismi, il cerchio sia diviso esattamente a metà dal fiume Tamigi. Se mai lo strato di gesso sulla riva settentrionale si fosse elevato notevolmente, in qualche modo sarebbe stato eroso; quello sulla riva meridionale, invece, è rimasto come una scogliera ripida, ben nota a chi utilizza il fiume Tamigi. Fu proprio la cima di questa collina di gesso che il Conquistatore scelse per i suoi scopi; e, si può presumere, fu la distanza da Londra ad influenzare la sua decisione.
Il controllo di una grande città, soprattutto di una metropoli, può essere garantito solo in parte da una fortezza situata all’interno dei suoi confini. In caso di rivolta popolare, e ancora di più se le risorse della città sono in mano al nemico, tale fortezza si troverà isolata e costretta a subire un assedio molto più rigoroso di qualsiasi altro possa essere imposto in una zona aperta. Per questo motivo, le fortezze urbane del Medioevo si trovavano (almeno nelle grandi città) ai margini estremi delle mura e, per quanto possibile, erano situate su terreni disabitati o sull’acqua, o entrambi. I due esempi classici di questa regola sono, naturalmente, la Torre di Londra e il Louvre: entrambe si trovano a valle delle mura, appena al di fuori di queste, e sorgono sull’fiume.
Ma in un periodo di rapido sviluppo anche questa precauzione fallisce, e per due motivi: innanzitutto, la crescita della città rende qualsiasi guarnigione possibile della fortezza troppo ridotta rispetto alle forze con cui potrebbe dover fare fronte; in secondo luogo, lo stesso sviluppo urbano sovrappone fisicamente la fortezza esterna: i sobborghi si estendono al di là delle mura, e alla fine il castello finisce per essere inglobato nella città stessa. Così, già centocinquanta anni dopo la sua completazione, il Louvre non era altro che una residenza completamente circondata, ad eccezione del lato rivolto verso l’acqua, dalle case affollate all’interno della nuova cinta muraria di Marcel.
Quindi sorge, più o meno precocemente a seconda delle circostanze locali, la tendenza ad istituire una base fortificata a distanza ravvicinata dal centro civile che si intende comandare; e questa distanza ravvicinata corrisponde a un giorno di marcia. L’alleanza stretta tra Parigi e la Corona impedì alla Monarchia Capetingia di tentare un simile esperimento, ma anche in quel caso la validità della logica militare in questione fu dimostrata dal potere che Montlhéry possedeva fino a metà del XII secolo per causare danni a Parigi. Nel caso di Londra, e considerando una popolazione la cui parte più ricca probabilmente fu ostile al Conquistatore per alcuni anni, sorse immediatamente la necessità di disporre di una base esterna; e sebbene la distanza da Londra fosse effettivamente considerevole, Windsor si rivelò il punto più adatto per l’istituzione della fortezza, data la situazione del momento.
Some centuries earlier or later the exact point for fortification would have lain at Staines, and Windsor may be properly regarded as a sort of second best to Staines.
The great Roman roads continued until the twelfth century to be the main highways of the barbaric and mediæval armies. We know, for instance, from a charter of Westminster’s, that Oxford Street was called, in the last years of the Saxon Dynasty, “Via Militaria,” and it was this road which was still in its continuation the marching road upon London from the south and west: from Winchester, which was still in a fashion the capital of England and the seat of the Treasury. Now Staines marks the spot where this road crossed the river. It was a “nodal point,” commanding at once the main approach to London by land and the main approach by water.
But there is more than this in favour of Staines. I have already said that a fortress commanding a civilian population — an ancient fortress, at least — can do so with the best effect at the distance of an easy march. Now Staines is not seventeen miles from Tyburn, and a good road all the way: Windsor is over twenty, and for the last miles there was no good, hard road in the time of its foundation.
But, though Staines had all these advantages, it was rejected from a lack of position. Position was still of first importance, and remained so till the seventeenth century. The new Castle, like so many hundred others built by the genius of the same race, must stand on a steep hill even if the choice of such a site involved a long, instead of a reasonable, day’s march. Windsor alone offered that opportunity, and, standing isolated upon the chalk, beyond the tide, accessible by water and by road, became to London what, a hundred years later, Chateau Gaillard was to become for a brief space to Rouen.
The choice was made immediately after the Conquest. In the course of the Dark Ages whatever Roman farms clustered here had dwindled, the Roman cemetery was abandoned, the original name of the district forgotten, and the Saxon “Winding Shore” grew up at Old Windsor, two or three miles down stream. Old Windsor was not a borough, but it was a very considerable village. It paid dues to its lords to the amount of some twenty-five loads of corn and more — say 100 quarters — and it had at least 100 houses, since that number is set down in Domesday, and, as we have previously said, Domesday figures necessarily express a minimum. We may take it that its population was something in the neighbourhood of 1000.
This considerable place was under the lordship of the abbots of Westminster. It had been a royal manor when Edward the Confessor came to the throne; he gave it to his new great abbey. When the Conqueror needed the whole neighbourhood for his new purpose he exchanged it against land in Essex, which he conveyed to the abbey, and he added (for the manorial system was still flexible) half a hide from Clewer on the west side of the Windsor territory. This half-hide gave him his approach to the platform of chalk on which he designed to build.
He began his work quickly. Within four years of Hastings, and long before the conquest of the Saxon aristocracy was complete, he held his Court at Windsor and summoned a synod there, and, though we do not know when the keep was completed, we can conjecture, from the rapidity with which all Norman work was done, that the walls were defensible even at that time. Of his building perhaps nothing remains. The forest to the south, with its opportunities for hunting, and the increasing importance of London (which was rapidly becoming the capital of England) made Windsor of greater value than ever in the eyes of his son. Henry I. rebuilt or greatly enlarged the castle, lived in it, was married in it, and accomplished in it the chief act of his life, when he caused fealty to be sworn to his daughter, Matilda, and prepared the advent of the Angevin. When the civil wars were over, and the treaty between Henry II. and Stephen was signed, Windsor (“Mota de Windsor”), though it does not seem to have stood a siege, was counted the second fortress of the realm.
Of the exact place of Windsor in mediæval strategy, of its relations to London and to Staines, and all we have just mentioned, as also of the great importance of cavalry in the Middle Ages, no better example can be quoted than the connected episode of April-June 1215, which may be called — to give it a grandiose name — the Campaign of Magna Charta. It further illustrates points which should never be forgotten in the reading of early English history, though they are too particular for the general purpose of this book — to wit, the way in which London increased in military value throughout the twelfth and thirteenth centuries; the strategic importance of the few old national roads as late as the reign of John, and that power of the defensive, even in the field, which made general and strategic, as opposed to tactical, attack so cautious, decisive action so rare, and when it was decisive, so thorough.
This book is no place wherein to develop a theme which history will confirm with regard to the aristocratic revolt against the vice and the genius of the third Plantagenet. The strategy of the quarrel alone concerns us.
When John’s admirable diplomacy had failed (as diplomacy will under the test of arms), and when his Continental allies had been crushed at Bouvines in the summer of 1214, the rebels in England found their opportunity. The great lords, especially those of the north, took oath in the autumn to combine. The accounts of this conspiracy are imperfect, but its general truth may be accepted. John, who from this moment lay perpetually behind walls, held a conference in the Temple during the January of 1215 — to be accurate, upon the Epiphany of that year — and he struck a compact with the conspirators that there should be a truce between their forces and those of the Crown until Low Sunday — which fell that year upon the 26th of April. The great nobles, mistrusting his faith with some justice (especially as he had taken the Cross), gathered their army some ten days before the expiry of the interval, but, as befitted men who claimed in especial to defend the Catholic Church and its principles, they were scrupulous not to engage in actual fighting before the appointed day. The size of this army we cannot tell, but as it contained from 2000 to 3000 armed and mounted gentlemen it must have counted at least double that tale of cavalry, and perhaps five-, perhaps ten-fold the number of foot soldiers. A force of 15,000 to 30,000 men in an England of some 5,000,000 (I more than double the conventional figures) was prepared to enforce feudal independence against the central government, even at the expense of ceding vast territories to Scotland or of submitting to the nominal rule of a foreign king. Against this army the King had a number of mercenaries, mainly drawn from his Continental possessions, probably excellent soldiers, but scattered among the numerous garrisons which it was his titular office to defend.
Secoli prima o dopo, il punto più adatto per la costruzione di fortificazioni sarebbe stato Staines; quindi Windsor potrebbe essere considerato, in un certo senso, una scelta alternativa rispetto a Staines.
Le grandi strade romane rimasero, fino al XII secolo, le principali arterie per i eserciti barbari e medievali. Sappiamo, ad esempio, da un atto notarile di Westminster che, negli ultimi anni della dinastia sassone, la Oxford Street era chiamata “Via Militaria”; questa strada rappresentava ancora il percorso principale per raggiungere Londra da sud e da ovest: passando per Winchester, che all’epoca era ancora in qualche modo la capitale d’Inghilterra e la sede del Tesoro. Oggi Staines segna il punto in cui questa strada attraversava il fiume. Si trattava di un “punto nodale”, che controllava sia l’accesso principale a Londra via terra che quello via acqua.
Ma ci sono ancora altri motivi a favore di Staines. Ho già detto che una fortezza che controlla una popolazione civile – almeno una fortezza antica – può svolgere questa funzione con il massimo effetto entro una distanza che si possa percorrere facilmente in un giorno di marcia. Ora, Staines si trova a soli diciassette miglia da Tyburn, e lungo tutto il tragitto c’è una strada buona; Windsor, invece, è distante oltre venti miglia, e nei tempi della sua costruzione non esisteva alcuna strada adeguata per i ultimi tratti del percorso.
Ma, nonostante tutti questi vantaggi, Staines fu rifiutato a causa della mancanza di una posizione strategica. La posizione geografica rimaneva comunque di primaria importanza, e tale era ancora il caso fino al XVII secolo. Il nuovo castello, come centinaia d’altri costruiti dal genio della stessa razza, doveva essere eretto su una collina scoscesa, anche se la scelta di un sito del genere richiedeva un viaggio lungo, anziché ragionevole. Solo Windsor offriva tale opportunità: isolato sulla cresta di una collina di gesso, al di là delle maree, accessibile sia via acqua che su strada, divenne per Londra ciò che, cento anni dopo, il Castello Gaillard fu per Rouen.
La scelta fu fatta immediatamente dopo la Conquista. Nel corso del Medioevo, le fattorie romane che si trovavano in questa zona erano diminuite; il cimitero romano era stato abbandonato, il nome originale del distretto dimenticato; e a Old Windsor, due o tre miglia a valle, sorse la comunità sassone chiamata “Winding Shore”. Old Windsor non era un borgo, ma rappresentava senz’altro un villaggio piuttosto grande. Pagava ai suoi signori tributi equivalenti a circa venticinque carichi di grano, ovvero circa 100 quarter; inoltre contava almeno 100 case, poiché questo numero è registrato nel Domesday Book, e, come abbiamo già detto, i dati del Domesday Book rappresentano necessariamente un valore minimo. Si può quindi stimare che la sua popolazione fosse di circa 1000 abitanti.
Questo considerevole territorio era sotto il dominio degli abati di Westminster. Era stato una tenuta reale quando Edoardo il Confessore salì al trono; egli la donò alla sua nuova grande abbazia. Quando il Conquistatore ebbe bisogno dell’intera zona per i suoi scopi, la scambiò con terreni nell’Essex, che trasferì all’abbazia; inoltre aggiunse (poiché il sistema feudale era ancora flessibile) mezzo hide di terreno proveniente da Clewer, situato sul lato ovest del territorio di Windsor. Questo mezzo hide gli permise di ottenere l’accesso alla piattaforma di gesso su cui intendeva costruire.
Iniziò il suo lavoro rapidamente. Entro quattro anni dall’arrivo di Hastings, e molto prima che la conquista dell’aristocrazia sassone fosse completata, tenne la sua corte a Windsor e vi convocò un sinodo. Sebbene non sappiamo quando fu completato il castello, possiamo ipotizzare, data la rapidità con cui venivano eseguiti tutti i lavori normanni, che le mura fossero già difendibili anche in quel periodo. Probabilmente non è rimasto nulla delle sue costruzioni originali. La foresta a sud, con le sue opportunità per la caccia, e l’importanza crescente di Londra (che stava rapidamente diventando la capitale d’Inghilterra) resero Windsor ancora più prezioso agli occhi di suo figlio. Enrico I ricostruì o ampliò notevolmente il castello; vi visse, vi si sposò e vi compì l’atto più importante della sua vita: fece giurare fedeltà a sua figlia Matilda, preparando così l’avvento della dinastia angioina. Quando le guerre civili terminarono e fu firmato il trattato tra Enrico II e Stefano, Windsor (“Mota de Windsor”), sebbene non sembri sia mai stato assediato, fu considerato la seconda fortezza del regno.
Per comprendere esattamente il ruolo di Windsor nella strategia medievale, le sue relazioni con Londra e Staines, nonché l’immensa importanza della cavalleria nel Medioevo, non si può trovare un esempio migliore dell’episodio che si svolse tra aprile e giugno del 1215: si potrebbe definirlo, per dargli un nome grandioso, la “Campagna della Magna Carta”. Questo episodio illustra inoltre aspetti fondamentali che non dovrebbero mai essere dimenticati nella lettura della storia inglese antica, anche se sono troppo specifici per i fini generali di questo libro. In particolare, mostra come Londra abbia aumentato il proprio valore militare nel corso dei secoli XII e XIII; l’importanza strategica delle poche antiche strade nazionali ancora utilizzate alla fine del regno di Giovanni; e quell’enorme potere difensivo, anche sul campo di battaglia, che rendeva gli attacchi generali e strategici – a differenza di quelli tattici – estremamente cauti, le azioni decisive molto rare, e quando si verificavano, estremamente efficaci.
Questo libro non è il luogo adatto per sviluppare un tema che la storia confermerà riguardo alla rivolta aristocratica contro i vizi e al genio del terzo Plantageneto. Ci interessa soltanto la strategia di questa contesa.
Quando la meravigliosa diplomazia di Giovanni fallì (come accade sempre quando la diplomazia viene messa alla prova dalle armi), e quando i suoi alleati continentali furono sconfitti a Bouvines nell’estate del 1214, i ribelli in Inghilterra trovarono la loro opportunità. I grandi signori, soprattutto quelli del nord, giurarono nell’autunno di unirsi contro il re. Le informazioni su questa congiura non sono complete, ma la sua essenza generale può essere accettata. Giovanni, che da quel momento in poi trascorse sempre rinchiuso tra mura, tenne una riunione nel Tempio nel gennaio del 1215 – per essere precisi, il giorno dell’Epifania di quell’anno – e stipulò un accordo con i congiurati: sarebbe stata dichiarata una tregua tra le loro forze e quelle della Corona fino alla Domenica Bassa, che in quell’anno cadeva il 26 aprile. I grandi nobili, diffidenti della sua parola (soprattutto perché aveva preso la Croce), radunarono il loro esercito circa dieci giorni prima della scadenza dell’accordo, ma, da veri difensori della Chiesa Cattolica e dei suoi principi, si impegnarono a non iniziare combattimenti effettivi prima della data stabilita. Non possiamo conoscere con precisione le dimensioni di quest’esercito, ma poiché conteneva tra i 2000 e i 3000 cavalieri armati, il suo numero di soldati a cavallo doveva essere almeno il doppio di questo valore, e forse cinque o addirittura dieci volte superiore a quello dei fanti. Un esercito composto da 15.000 a 30.000 uomini, in un’Inghilterra di circa 5.000.000 abitanti (una cifra più che doppia rispetto alle stime convenzionali), era pronto a lottare per l’indipendenza feudale contro il governo centrale, anche a scapito della cessione di vaste territori alla Scozia o della sottomissione al dominio nominale di un re straniero. Di fronte a quest’esercito, il Re disponeva soltanto di mercenari provenienti principalmente dalle sue possedimenti continentali; probabilmente soldati eccellenti, ma dispersi tra le numerose guarnigioni che era suo dovere difendere.
In the last days of the truce the rebels marched to Brackley and encamped there on Low Monday — the 27th April. The choice of the site should be noted. It lies in a nexus of several old marching roads. The Port Way, a Roman road from Dorchester northward, the Watling Street all lay within half-an-hour’s ride. The King was at Oxford, a day’s march away. They negotiated with him, and their claims were refused, yet they did not attack him (though his force was small), partly because the function of government was still with him and partly because the defensive power of Oxford was great. They wisely preferred the nearest of his small official garrisons-that holding the castle of Northampton. They approached it up the Roman road through Towcester. They failed before it after two weeks of effort, and marched on to the next royal post at Bedford, which was by far the nearest of the national garrisons. It was betrayed to them. When they were within the gates they received a message from the wealthier citizens of London (who were in practice one with the Feudal Oligarchy), begging them to enter the capital.
What followed could only have been accomplished: by cavalry, by cavalry in high training, by a force under excellent generalship, and by one whose leaders appreciated the all-importance of London in the coming struggle. The rebels left Bedford immediately, marched all that day, all the succeeding night, and early on the Sunday morning, 24th May, entered London, and by the northern gate. Their entry was not even challenged.
From Bedford to St. Paul’s is — as the crow flies — between forty and fifty miles: whatever road a man may take would make it nearer fifty than forty. Bearing, as did this army, towards the east until it struck the Ermine Street, the whole march must have been well over fifty miles.
This fine feat was not a barren one: it was well worth the effort and loss which it must have cost. London could feed, recruit, and remount an army of even this magnitude with ease. The Tower was held by a royal garrison, but it could do nothing against so great a town.
From London, as though the name of the city had a sort of national authority, the Barons, who now felt themselves to be hardly rebels but almost co-equals in a civil war, issued letters of mandate to others of their class and to their inferiors. These letters were obeyed, not perhaps without some hesitation, but at any rate with a final obedience which turned the scale against the King. John was now in a very distinct inferiority, and even of his personal attendants a considerable number left the Court on learning of the defection of London. In all this long struggle nothing but the occupation of the capital had proved enough to make John feign a compromise. As excellent an intriguer as he was a fighter he asked nothing better than to hear once more the terms of the Barons.
He proceeded to Windsor, asked for a parley, issued a safeguard to the emissaries of the Barons, and despatched this document upon the 8th June, giving it a validity of three days. His enemies waited somewhat longer, perhaps in order to collect the more distant contingents, and named Runnymede — a pasture upon the right bank of the Thames just above Staines — as the place of meeting.
There are those who see in the derivation of the name “Runnymede” an ancient use of the meadow as a place of council. This is, of course, mere conjecture, but at any rate it was, at this season of the year, a large, dry field, in which a considerable force could encamp. The Barons marched along the old Roman military road, which is still the high-road to Staines from London, crossed the river, and encamped on Runnymede. Here the Charta was presented, and probably, though not certainly, signed and sealed. The local tradition ascribes the site of the actual signature to “Magna Charta” island — an eyot just up-stream from the field, now called Runnymede, but neither in tradition nor in recorded history can this detail be fixed with any exactitude. The Charta is given as from Runnymede upon the 15th June, and for the purpose of these pages what we have to note is that these two months of marching and fighting had ended upon the strategic point of Staines, and had clearly shown its relation to Windsor and to London.
In the short campaign that followed, during which John so very nearly recovered his power, the capital importance of Windsor reappears. Louis of France, to whom the Barons were willing to hand over what was left of order in England, had occupied all the south and west, including even Worcester, and, of course, London. In this occupation the exception of Dover, which the French were actively besieging, must be regarded as an isolated point, but Windsor, which John’s men held against the allies, threw an angle of defence right down into the midst of the territory lost to the Crown. Windsor was, of course, besieged; but John’s garrison, holding out as it did, saved the position. The King was at Wallingford at one moment during the siege; his proximity tempted the enemy to raise the siege, to leave Windsor in the hands of the royal garrison, and to advance against him, or rather to cut him off in his advance eastward. They marched with the utmost rapidity to Cambridge, but John was ahead of them: and before they could return to the capture of Windsor he was rapidly confirming his power in the north and the east.
It must not be forgotten in all this description that Windsor was helped in its development as a fortress by the presence to the south of the hill of a great space of waste lands.
These waste lands of Western Europe, which it was impossible or unprofitable to cultivate, were, by a sound political tradition, vested in the common authority, which was the Crown.
Indeed they still remain so vested in most European countries. The Cantons of Switzerland, the Communes and the National Governments of France, Italy, and Spain remain in possession of the waste. It is only with us that wealthy private owners have been permitted to rob the Commonwealth of so obvious an inheritance, a piece of theft which they have accomplished with complete cynicism, and by specific acts whose particular dates can be quoted, though historians are very naturally careful to leave the process but vaguely analysed. Indeed, the last and most valuable of these waste spaces, the New Forest itself, might have entirely disappeared had not Charles I. (the last king in England to attempt a repression of the landed class) so forcibly urged the local engrosser to disgorge as to compel him, with Hampden and the rest, to a burning zeal for political liberty.
Nei giorni finali della tregua, i ribelli marciarono verso Brackley e vi accamparono il 27 aprile, di lunedì mattina. È degno di nota la scelta del luogo: si trovava in un punto di intersezione di diverse antiche strade militari. La Port Way, una strada romana che andava da Dorchester verso nord, e la Watling Street erano entrambe a meno di mezz’ora di distanza a cavallo. Il Re si trovava a Oxford, a un giorno di marcia di distanza. I ribelli negoziarono con lui, ma le loro richieste furono rifiutate; tuttavia non lo attaccarono (sebbene le sue forze fossero scarse), in parte perché il potere governativo era ancora nelle sue mani e in parte perché la capacità difensiva di Oxford era molto elevata. Scelsero saggiamente la guarnigione reale più vicina, quella che controllava il castello di Northampton. Si avvicinarono da quella direzione lungo la strada romana che attraversava Towcester. Dopo due settimane di tentativi falliti, proseguirono verso la successiva postazione reale a Bedford, che era di gran lunga la più vicina tra le guarnigioni nazionali. Quest’ultima fu tradita da loro. Appena entrati nella città ricevettero un messaggio dai cittadini più ricchi di Londra (che in pratica costituivano l’oligarchia feudale), che li esortavano ad entrare nella capitale.
Quello che seguì poteva essere realizzato soltanto da una cavalleria ben addestrata, da un esercito sotto il comando di un generale eccezionale, e da persone le cui leadership comprendevano l’importanza fondamentale di Londra nella battaglia imminente. I ribelli lasciarono immediatamente Bedford, marciarono per tutto il giorno e tutta la notte seguente; all’alba di domenica 24 maggio entrarono in Londra attraverso il cancello settentrionale. Il loro ingresso non fu nemmeno contestato.
Da Bedford a St. Paul’s, in linea d’aria, ci sono tra i quaranta e i cinquanta miglia: qualunque strada si prenda, la distanza sarà comunque più vicina ai cinquanta che ai quaranta miglia. Tenendo conto del fatto che quest’esercito si è diretto verso est fino a raggiungere Ermine Street, l’intera marcia deve essere durata ben oltre i cinquanta miglia.
Questo grande successo non fu vano: valeva davvero la pena dello sforzo e delle perdite che dovevano essere state subite. Londra avrebbe potuto facilmente nutrire, reclutare e riorganizzare un esercito di tale entità. La Torre era difesa da una guarnigione reale, ma non avrebbe potuto fare nulla contro una città così grande.
Da Londra, come se il nome della città avesse una sorta di autorità nazionale, i Baroni – che ormai si consideravano quasi co-equali in quella guerra civile, piuttosto che ribelli – inviarono lettere di mandato ad altri membri della loro classe e ai loro sottoposti. Queste lettere vennero obbedite, forse non senza qualche esitazione, ma comunque con una sottomissione definitiva che finì per determinare la sconfitta del Re. Giovanni si trovava ora in una posizione di netta inferiorità; anzi, molti dei suoi attendenti personali lasciarono la Corte appena vennero a conoscenza della defezione di Londra. In tutta questa lunga lotta, soltanto il controllo sulla capitale era stato sufficiente per convincere Giovanni ad apparentemente accettare un compromesso. Per quanto fosse abile nell’intrigo e nel combattimento, non desiderava altro che ascoltare nuovamente le richieste dei Baroni.
Proseguì verso Windsor, chiese un colloquio, concesse garanzie agli emissari dei baroni e inviò questo documento l’8 giugno, stabilendone la validità per tre giorni. I suoi nemici attesero ancora qualche tempo, forse per radunare le truppe più lontane, e designarono Runnymede – un pascolo sulla riva destra del Tamigi, poco sopra Staines – come luogo dell’incontro.
Ci sono coloro che vedono nella derivazione del nome “Runnymede” un antico utilizzo di quel prato come luogo di riunione. Questa, ovviamente, è solo una congettura; comunque, in questa stagione dell’anno, si trattava di un ampio campo aperto dove un esercito considerevole poteva accamparsi. I baroni marciarono lungo l’antica strada militare romana, che oggi rappresenta ancora la via principale da Londra a Staines, attraversarono il fiume e si accamparono a Runnymede. Fu qui che fu presentata la Magna Carta; probabilmente – sebbene non con certezza – fu anche firmata e sigillata in quel luogo. La tradizione locale attribuisce il sito effettivo della firma all’isola di “Magna Charta”, un piccolo isolotto poco a monte del campo, oggi chiamato Runnymede; tuttavia, né nella tradizione locale né nella storia documentata è possibile stabilire con precisione questa informazione. La Magna Carta viene indicata come redatta a Runnymede il 15 giugno; per i nostri scopi, ciò che importa notare è che questi due mesi di marce e battaglie si erano conclusi nel punto strategico di Staines, dimostrando chiaramente la sua relazione con Windsor e Londra.
Nella breve campagna che seguì, durante la quale Giovanni riuscì quasi a riprendersi il potere, l’importanza capitale di Windsor tornò ad essere evidente. Luigi di Francia, a cui i baroni erano disposti a consegnare ciò che rimaneva dell’ordine in Inghilterra, aveva occupato tutto il sud e l’ovest del paese, compresa persino Worcester, e naturalmente anche Londra. Tra queste zone occupate, solo Dover, assediata attivamente dai francesi, può essere considerata un caso isolato; Windsor, invece, tenuta dalle truppe di Giovanni contro gli alleati, costituiva un punto di difesa fondamentale nel cuore del territorio perduto dalla Corona. Naturalmente anche Windsor fu assediata; ma la guarnigione di Giovanni, resistendo con determinazione, riuscì a salvare quella posizione strategica. Durante l’assedio, il re si trovò per un certo periodo a Wallingford; la sua vicinanza indusse il nemico ad abbandonare l’assedio di Windsor e ad avanzare contro di lui, o meglio, a tagliargli la strada verso est. Gli alleati marciarono con grande rapidità verso Cambridge, ma Giovanni era già davanti a loro; prima che potessero riprendere l’assedio di Windsor, egli aveva già rafforzato rapidamente il proprio potere nel nord e nell’est del paese.
In tutta questa descrizione non si deve dimenticare che lo sviluppo di Windsor come fortezza fu favorito dalla presenza, a sud della collina, di vaste aree di terreni incolti.
Queste terre incolte dell’Europa occidentale, che erano impossibili o non redditizie da coltivare, secondo una sana tradizione politica, appartenevano all’autorità comune, ovvero alla Corona.
Infatti, tali risorse rimangono ancora saldamente in possesso della maggior parte dei paesi europei. I Cantoni svizzeri, i Comuni e i governi nazionali di Francia, Italia e Spagna continuano ad avere il controllo su queste aree. Solo con noi ai potenti proprietari privati è stato permesso di derubare la Comunità di un’eredità così evidente; si tratta di furti commessi con totale cinismo, attraverso azioni specifiche le cui date possono essere precisate, anche se gli storici tendono naturalmente a descrivere il processo in modo vago. Infatti, l’ultima e più preziosa di queste aree, il New Forest stesso, avrebbe potuto scomparire del tutto se Carlo I (l’ultimo re d’Inghilterra ad aver tentato di reprimere la classe terriera) non avesse esercitato una pressione così forte sulle autorità locali, costringendole, insieme a Hampden e ad altri, ad assumere un atteggiamento fervente a favore della libertà politica.
This great waste space to the south of Windsor Hill became, after the Conquest, the Forest, and apart from the hunting which it afforded to the Royal palace, served a certain purpose on the military side as well.
To develop a thought which has already been touched on in these pages, mediæval fortification was dual in character: it had either a purely strategical object, in which case the site was chosen with an eye to its military value, whether inhabited or not, or the stronghold or fortification was made to develop an already existing town or site of importance. Of the second sort was Wallingford, but of the first sort, as we have seen, was Windsor. Indeed the distinction is normal to all fortification and exists upon the Continent to-day. For instance, the first-class fortress Paris is an example of the second sort, the first-class fortress Toul of the first. Again, all German fortresses, without exception, are of the second sort, while all Swiss fortification, what little of it exists, is of the first.
Now where the first category is concerned a waste space is of value, though its dimensions will vary in military importance according to the means of communication of the time. A stronghold may be said to repose upon that side through which communications are most difficult.
It is true that this space lying to the south of Windsor was of no very great dimensions, but such as it was, uninhabited and therefore unprovided with stores of any kind, it prevented surprise from the south.
The next point of strategic importance on the Thames, and the last, is the Tower.
Though it is below bridges it must fall into the scheme of this book, because its whole military history and connection with the story of England is bound up with the inland and not with the estuarial river.
It was, as has already been pointed out, one long day’s march from Windsor — a march along the old Roman road from Staines. This land passage more than halved the distance by river, it cut off not only the numerous large turns which the Thames begins to take between Middlesex and Surrey, but also the general sweep southward of the river, and it avoided, what another road might have necessitated, the further crossing of the stream.
Long as the march is, there was no fortification of importance between one point and the other, and mediæval history is crammed with instances of armies leaving the Tower to march to Windsor in one day, or leaving Windsor to march to the Tower.
The position of the Tower we saw in an earlier page to be due to the same geographical causes as had built up so many of the urban strongholds of Europe. It was situated upon the very bank of the river which fed the capital, it was down stream from the town, and it was just outside the walls. In a word, it was the parallel of the Louvre.
Its remote origins are doubtful; some have imagined that they are Roman, and that if not in the first part of the Roman occupation at least towards the end of those wealthy and populous three centuries, which are the foundation and the making of England, some fortification was built on the brow of the little eminence which here slopes down to the high-water mark.
I will quote the evidence, such as it is, and the reader will perceive how difficult it is to arrive at a conclusion.
Of actual Roman remains all we have is a couple of coins of the end of the fourth century (probably minted at Constantinople), a silver ingot of the same period, and a funeral inscription. No indubitably Roman work has been discovered.
On the other hand there has been no modern investigation of those foundations of the White Tower where, if anywhere, Roman work might be expected. This exhausts the direct evidence. In sciences such as geology or the criticism of Sacred Books evidence to this extent would be ample to overset the firmest traditions or the most self-evident conclusion of common human experience. But history is bound to a greater caution, and it must be reluctantly admitted that the two coins, the ingot and the bit of stone are insufficient to prove the existence of a Roman fortress.
Leaving such material and direct evidence we have the tradition, which is a fairly strong one, of Roman fortification here, and we have the analogy, so frequently occurring in space and time throughout the history and the area of Western Europe, that Gaul reproduces Rome. What the Conqueror saw (it might be vaguely argued) to be the strategical position for London, that a Roman emperor would have seen. But against this argument from tradition, which is fairly strong, and that argument from analogy, which is weak, we have other and contrary considerations.
Rome even in her decline did not build her citadels outside the walls: that was a habit which grew up in the Dark and early Middle Ages, and was attached to the differentiation between the civic and military aspects of the State.
Again, Roman fortification of every kind is connected with earthworks. So far as we can tell from recorded history the ditch round the Tower was not dug till the end of the twelfth century. Finally, there is this strong argument against the theory of a Roman origin to the Tower that had such a Roman fortress existed an extension of the town would almost certainly have gathered round it.
One of the features of the break-up of Roman society was the enormous expansion of the towns. We have evidence of it on every side and nowhere more than in Northern Africa. This expansion took place everywhere, but especially and invariably in the presence of a garrison, and indeed the military conditions of the fourth century, with its cosmopolitan and partially hereditary army, fixed in permanent garrisons and forming as it were a local caste, presupposed a large dependent civilian population at the very gates of the camp or stronghold. Thus you have the Palatine suburb to the south of Lutetia right up against the camp, and Verecunda just outside Lamboesis. Now there is nothing of the sort in the neighbourhood of the Tower. It seems certain that from the earliest times London ended here cleanly at the wall, and that except along the Great Eastern Road the neighbourhood of the Tower was agricultural land.
Questo vasto spazio inutilizzato a sud di Windsor Hill, dopo la Conquista, divenne una foresta; oltre ad offrire opportunità di caccia per il palazzo reale, svolgeva anche un certo ruolo dal punto di vista militare.
Per sviluppare un concetto già accennato in queste pagine, la fortificazione medievale aveva un carattere duplice: o aveva uno scopo puramente strategico, nel qual caso il sito veniva scelto in base al suo valore militare, indipendentemente dal fatto che fosse abitato o meno; oppure la fortezza veniva costruita per sviluppare una città già esistente o un luogo di importanza. Il castello di Wallingford apparteneva alla seconda categoria, mentre Windsor, come abbiamo visto, rientrava nella prima. Infatti, questa distinzione è tipica di tutte le fortificazioni e persiste ancora oggi nel Continente. Ad esempio, la fortezza di Parigi rappresenta un esempio della seconda categoria, mentre quella di Toul appartiene alla prima. Inoltre, tutte le fortezze tedesche, senza eccezione, rientrano nella seconda categoria, mentre le poche fortificazioni svizzere che esistono appartengono alla prima.
Per quanto riguarda la prima categoria, uno spazio inutilizzato può rivelarsi prezioso, anche se le sue dimensioni assumono un’importanza militare diversa a seconda dei mezzi di comunicazione disponibili all’epoca. Si può dire che una fortezza si basi proprio su quel lato attraverso il quale le comunicazioni risultano più difficili.
È vero che questo spazio situato a sud di Windsor non aveva dimensioni molto grandi, ma così com’era, disabitato e quindi privo di qualsiasi tipo di provviste, impediva attacchi a sorpresa dal sud.
Il prossimo punto di importanza strategica sul Tamigi, e anche l’ultimo, è la Torre.
Anche se si trova sotto i ponti, deve comunque rientrare nel contesto di questo libro, poiché tutta la sua storia militare e il suo legame con la storia d’Inghilterra sono strettamente collegati alle zone interne del paese, e non al corso fluviale estuario.
Come già accennato, si trattava di un lungo cammino di un giorno da Windsor, effettuato lungo la vecchia strada romana che partiva da Staines. Questo percorso terrestre riduceva di oltre la metà la distanza rispetto al tragitto fluviale; inoltre evitava non solo le numerose deviazioni che il Tamigi compie tra Middlesex e Surrey, ma anche la direzione generale verso sud del fiume stesso, permettendo così di non attraversarlo nuovamente.
Finché la marcia proseguiva, non esistevano fortificazioni di rilievo tra un punto e l’altro; la storia medievale è piena di esempi in cui le armate lasciavano la Torre per marciare verso Windsor in un solo giorno, o lasciavano Windsor per marciare verso la Torre.
La posizione della Torre, come abbiamo visto in una pagina precedente, era dovuta alle stesse cause geografiche che avevano determinato la costruzione di molte delle fortezze urbane d’Europa. Si trovava proprio sulla riva del fiume che alimentava la capitale, a valle della città e appena fuori dalle mura. In altre parole, era l’equivalente del Louvre.
Le sue origini remote sono dubbi; alcuni hanno ipotizzato che siano romane, e che, se non nella prima fase dell’occupazione romana, almeno verso la fine di quei tre secoli di prosperità e popolosità – che costituiscono le basi della formazione dell’Inghilterra – fosse stata costruita qualche fortificazione sulla sommità di quella piccola elevazione che qui scende verso il livello delle acque.
Citerò le prove così come sono, e il lettore comprenderà quanto sia difficile giungere a una conclusione.
Di veri resti romani, tutto ciò che abbiamo sono alcune monete del tardo IV secolo (probabilmente coniate a Costantinopoli), un lingotto d’argento dello stesso periodo e un’iscrizione funebre. Non è stata scoperta alcuna opera indubbiamente romana.
D’altra parte, non è stata condotta alcuna indagine moderna su quelle fondamenta della Torre Bianca, dove, se mai in qualche luogo, ci si potrebbe aspettare di trovare tracce di opere romane. Questo esaurisce tutte le prove dirette disponibili. In scienze come la geologia o l’analisi dei Libri Sacri, prove del genere sarebbero sufficienti per sovvertire anche le tradizioni più consolidate o le conclusioni più ovvie derivanti dall’esperienza umana comune. Ma la storia è costretta a osservare una maggiore cautela, e bisogna ammettere con riluttanza che quelle due monete, l’ingotto e quel pezzo di pietra non sono sufficienti per dimostrare l’esistenza di una fortezza romana.
Avendo a disposizione tale materiale e prove dirette, disponiamo della tradizione – piuttosto solida – che attesta la presenza di fortificazioni romane in questa zona. Inoltre, esiste un’analoga frequente nel corso della storia e nell’ambito dell’Europa occidentale: la Gallia, in qualche modo, riproduce i modelli romani. Ciò che il Conquistatore considerava – forse in modo vago – una posizione strategica per Londra era esattamente ciò che un imperatore romano avrebbe valutato come tale. Tuttavia, di fronte a questa argomentazione basata sulla tradizione (che è piuttosto solida) e all’argomentazione basata sull’analogia (che invece è debole), esistono altre considerazioni opposte.
Anche nella sua decadenza, Roma non costruiva le sue fortezze al di fuori delle mura: questa era un’abitudine che si affermò durante il Medioevo Buio e l’inizio del Medioevo, e era legata alla distinzione tra gli aspetti civili e militari dello Stato.
Ancora una volta, ogni tipo di fortificazione romana è legata a opere di terra. Per quanto possiamo dedurre dalla storia documentata, il fossato intorno alla Torre fu scavato solo verso la fine del XII secolo. Infine, esiste un argomento molto convincente contro l’ipotesi che la Torre abbia origini romane: se una fortezza romana di tale tipo fosse esistita, quasi certamente si sarebbe sviluppata intorno ad essa anche l’estensione della città.
Una delle caratteristiche della frammentazione della società romana fu l’enorme espansione delle città. Ne abbiamo prove ovunque, ma soprattutto nel Nord Africa. Questa espansione avvenne in tutto il territorio, ma particolarmente e inevitabilmente là dove c’erano guarnigioni stanziate. Le condizioni militari del IV secolo, con un esercito cosmopolita e in parte ereditario stazionato permanentemente nelle fortezze, presupponevano l’esistenza di una vasta popolazione civile dipendente proprio alle porte dei campi militari. Esempi di ciò sono il sobborgo Palatino a sud di Lutetia, immediatamente adiacente al campo militare, e Verecunda nei pressi di Lamboesis. Nelle vicinanze della Torre, invece, non esisteva nulla del genere. Sembra certo che fin dai tempi più antichi Londra terminasse precisamente alla muraglia, e che, ad eccezione della zona lungo la Grande Strada Orientale, l’area intorno alla Torre fosse costituita da terreni agricoli.
How then could a tradition have arisen with regard to Roman occupation? It is but a conjecture, though a plausible one, that when the pirate raids grew in severity this knoll down stream was fortified, while still the ruling class was Latin speaking and while still the title of Cæsar was familiar, whether before or after the withdrawal of the Legions. If this were the case, then, on the analogy of other similar sites, one may imagine something like the following: that in the Dark Ages the masonry was used as a quarry for other constructions, that the barbarians would occasionally stockade the site, though not permanently, and only for the purposes of their ephemeral but constant quarrels; and one may suggest that when the barbaric period was ended, by the landing of William’s army, the place was still, by a tradition now six hundred years old, a public area under the control of the Crown and one such as would lend itself to the design of a permanent fortification. William, finding it in this condition, erected upon it the great keep which was to be the last of his fortifications along the line of the river, and the pivot for the control of London.
This keep is of course the White Tower, which still impresses even our generation with the squat and square shoulders of Norman strength. It and Ely are the best remaining expressions of the hardy little men, and it fills one, as does everything Norman, from the Tyne to the Euphrates, with something of awe. This building, the White Tower, is the Tower itself; the rest is but an accretion, partly designed for defence, but latterly more for habitation. Its name of the “White” Tower is probably original, though we do not actually find the term “La Blaunche Tour” till near the middle of the fourteenth century. The presumption that it is the original name is founded upon a much earlier record — namely, that of 1241, in which not only is it ordered that the tower be repainted white, but in which mention is also made that its original colour had been “worn by the weather and by the long process of time.” Such a complaint would take one back to the twelfth century, and quite probably to the first building of the Keep. The object of whitening the walls of the Tower is again explicable by the very reasonable conjecture that it would so serve as a landmark over the long, flat stretches of the lower river. It was the last conspicuous building against the mass of the great town, and there are many examples of similar landmarks used at the head of estuaries or sea passages. When these are not spires they are almost invariably white, especially where they are so situated as to catch the southern or the eastern sun.
The exact date at which the plan was undertaken we do not know, but it is obviously one with the scheme of building Windsor, and must date from much the same period. The order to build was given by the Conqueror to the Bishop of Rochester, Gundulph. Now Gundulph was not promoted to the See of Rochester till 1077. Exactly twenty years later, in 1097, the son of the Conqueror built the outer wall. The Keep was then presumed to be completed, and at some time during those twenty years it must have been begun, probably about 1080. That which we have seen increasing, the military importance of Windsor, diminished the military importance of the Tower, until, with the close of the Middle Ages, it had become no more than a prison. It was not indeed swamped by the growth of the town, as was its parallel the Louvre, but the increase of wealth (and therefore of the means of war), coupled with the correspondingly increased population, made both urban fortresses increasingly difficult to hold as mediæval civilisation developed.
The whole history of the Tower is the history of military misfortune, which grows as London expands in numbers and prosperity. It probably held out under Mandeville when the Londoners (who were always the allies of the aristocracy against the national government) besieged it under the civil wars of Stephen; but even so there was bad luck attached to it, for when Mandeville was taken prisoner he was compelled to sign its surrender. Within a generation Longchamp again surrendered it to the young Prince John; he was for the moment leading the aristocracy, which, when it was his turn to reign, betrayed him. It was surrendered to the baronial party by the King as a trust or pledge for the execution of Magna Charta, and though it was put into the hands of the Archbishop, who was technically neutral, it was from that moment the symbol of a successful rebellion, as it had already proved to be in the past and was to prove so often again.
It was handed over to Louis of France upon his landing, and during the next reign almost every misfortune of Henry III. is connected with the Tower. He was perpetually taking refuge in it, holding his Court in it: losing it again, as the rebels succeeded, and regaining it as they failed. This long and unfortunate tenure of his is illumined only by one or two delightful phrases which one cannot but retain as one reads. Thus there is the little written order, which still remains to us for the putting of painted windows into the Chapel of St John, the northern one of which was to have for its design “some little Mary or other, holding her Child”— “quandam Mariolam tenenten puerum suum.” There is also a very pleasing legend in the same year, 1241, when the fall of certain new buildings was ascribed to the action of St. Thomas, who was seen by a priest in a dream upsetting them with his crozier and saying that he did this “as a good citizen of London, because these new buildings were not put up for the defence of the realm but to overawe the town,” and he added this charming remark: “If I had not undertaken the duty myself St. Edward or another would have done it.”
Even when Henry’s misfortunes were at an end, and when the Battle of Evesham was won, the Tower was perpetually unfortunate. A body of rebels surrounded it, and in the defence were present a great number of Jews, who had fled from the fighting in the city only to find themselves pressed for service in defence of the fortress. From that moment they make no further appearance in English military history till the South African War, unless indeed their appearance in chains thirteen years later in this same Tower as prisoners for financial trickery can be counted a military event.
Come potrebbe allora essere nata una tale tradizione in relazione all’occupazione romana? Si tratta soltanto di un’ipotesi, anche se plausibile: quando le incursioni dei pirati divennero sempre più frequenti e violente, questa collina a valle fu fortificata. A quel tempo, la classe dominante parlava ancora latino e il titolo di “Cesare” era ancora conosciuto, sia prima che dopo il ritiro delle legioni romane. Se così fosse stato, allora, seguendo l’analogia di altri siti simili, si potrebbe immaginare che, nel Medioevo, le strutture in muratura venissero utilizzate come materiale da costruzione per altre opere; i barbari avrebbero talvolta fortificato il luogo, ma solo temporaneamente, per scopi legati alle loro continue e effimere lotte. Si potrebbe anche supporre che, quando il periodo barbarico terminò con lo sbarco dell’esercito di Guglielmo, quel luogo fosse ancora considerato un’area pubblica sotto il controllo della Corona, e che quindi fosse adatto alla costruzione di una fortificazione permanente. Guglielmo, trovandolo in tale stato, vi eresse la grande torre di guardia che sarebbe diventata l’ultima delle sue fortificazioni lungo il corso del fiume e il punto chiave per il controllo di )Londra.
Questo castello è naturalmente la Torre Bianca, che ancora oggi impressiona anche la nostra generazione con le sue forme robuste e squadrate, tipiche dello stile normanno. Insieme a Ely, essa rappresenta le migliori testimonianze rimaste di quegli uomini forti e coraggiosi; come tutto ciò che è legato al mondo normanno, dal Tyne all’Eufrate, suscita in noi un senso di ammirazione. Questo edificio, la Torre Bianca, è davvero l’essenza stessa del castello; il resto non è altro che un insieme di aggiunte, in parte progettate per scopi difensivi e in seguito utilizzate soprattutto a scopo abitativo. Il nome “Torre Bianca” sembra essere originale, anche se il termine “La Blaunche Tour” compare solo verso la metà del XIV secolo. L’ipotesi che si tratti del nome originale si basa su un documento molto più antico: quello del 1241, in cui non solo si ordina di ridipingere la torre di bianco, ma si fa anche menzione del fatto che il suo colore originale fosse stato “eroso dal tempo e dalle intemperie”. Un simile problema potrebbe risalire già al XII secolo, e molto probabilmente alla prima struttura costruita in quel luogo. Il motivo per cui le pareti della torre vennero ridipinte di bianco può essere spiegato con l’idea che ciò le rendesse più visibili lungo i lunghi tratti piatti del corso inferiore del fiume. Era l’ultimo edificio evidente in vista, contro il panorama della grande città; esistono molti esempi di simili punti di riferimento situati all’ingresso degli estuari o lungo i passaggi marittimi. Quando tali strutture non sono torri, sono quasi sempre bianche, soprattutto quando si trovano in posizioni che permettano loro di riflettere la luce del sole meridionale o orientale.
La data esatta in cui il progetto fu avviato non la conosciamo, ma è ovviamente collegata al piano di costruzione di Windsor e deve risalire più o meno allo stesso periodo. L’ordine di costruire fu dato dal Conquistatore vescovo di Rochester, Gundulfo. Tuttavia, Gundulfo fu promosso a vescovo di Rochester solo nel 1077. Esattamente vent’anni dopo, nel 1097, il figlio del Conquistatore fece costruire la muraglia esterna; si presume quindi che anche la fortezza interna fosse stata completata entro quel lasso di tempo, probabilmente intorno al 1080. L’importanza militare di Windsor aumentò progressivamente, mentre quella della Torre diminuì fino a quando, con la fine del Medioevo, essa non divenne più che una prigione. Non fu certo sommersa dallo sviluppo della città, a differenza del Louvre, ma l’aumento della ricchezza (e quindi dei mezzi bellici) e la conseguente crescita della popolazione resero sempre più difficile la difesa di entrambe le fortezze con il progredire della civiltà medievale.
Tutta la storia della Torre è una storia di sfortune militari, che aumentano man mano che Londra cresce in numero e prosperità. Probabilmente resistette sotto il dominio di Mandeville quando i londinesi (che erano sempre alleati dell’aristocrazia contro il governo nazionale) la assediarono durante le guerre civili di Stefano; ma anche così, quella torre era maledetta dal sfortuna: infatti, quando Mandeville fu catturato, fu costretto a firmare l’accordo di resa. Nel giro di una generazione, Longchamp fu nuovamente consegnata al giovane principe Giovanni; in quel momento lui guidava l’aristocrazia, ma quando arrivò il suo turno di regnare, essa lo tradì. La torre fu ceduta dal re al partito baronale come garanzia per l’esecuzione della Magna Carta; sebbene venisse affidata all’arcivescovo, che tecnicamente era neutrale, da quel momento divenne simbolo di una ribellione vittoriosa, proprio come lo era stata in passato e come avrebbe dimostrato ancora molte volte in futuro.
Fu consegnato a Luigi di Francia al suo sbarco, e durante il successivo regno quasi ogni sfortuna di Enrico III fu legata alla Torre. Egli vi cercava costantemente rifugio, vi teneva la sua corte; la perdeva quando i ribelli avevano successo, e la riconquistava quando fallivano. Questo lungo e sfortunato periodo del suo regno viene illuminato soltanto da una o due frasi incantevoli che non si possono fare a meno di ricordare mentre le si leggono. Ad esempio, c’è quell’ordinanza scritta, ancora oggi conservata tra noi, relativa all’installazione di vetrate dipinte nella Cappella di San Giovanni; quella a nord doveva raffigurare “una qualche Maria con il suo Bambino” – “quandam Mariolam tenenten puerum suum”. Esiste anche una leggenda molto piacevole dello stesso anno, il 1241: la caduta di alcuni nuovi edifici fu attribuita all’azione di San Tommaso, che in un sogno fu visto da un prete mentre li rovesciava con il suo bastone, dicendo di farlo “in qualità di buon cittadino di Londra, poiché quegli edifici non erano stati costruiti per la difesa del regno ma per intimidire la città”; aggiunse anche questa frase affascinante: “Se non l’avessi fatto io stesso, lo avrebbe fatto San Edvardo o un altro”.
Anche quando le sfortune di Henry ebbero fine e la battaglia di Evesham fu vinta, la Torre continuò ad essere sfortunata. Un gruppo di ribelli la circondò, e tra coloro che la difesero c’era un gran numero di ebrei che, fuggiti dai combattimenti in città, si trovarono costretti a prestare servizio nella difesa della fortezza. Da quel momento in poi, non appaiono più nella storia militare inglese fino alla guerra sudafricana. A meno che il loro ritorno, tredici anni dopo, in questa stessa Torre come prigionieri per truffe finanziarie possa essere considerato un evento militare.
Upon this occasion the siege was raised by the promptitude and energy of Prince Edward — the man who as King was to march to Cærnarvon and to the Grampians had already in his boyhood shown the energy and the military aptitude of his grandfather King John. He was but twenty years old, yet he had already done all the fighting at Lewes, he had already won Evesham, and now, at the end of spring, he made one march from Windsor to the Tower and relieved it. It was almost the last time that the Tower stood for the success of authority. From this time onwards it is, as it had been before, the unfortunate symbol of successful rebellion. Edward II. had to leave it in his fatal year of 1326, the Londoners poured in and incidentally massacred the Bishop of Exeter, into whose hands it had been entrusted.
In 1460 it surrendered to the House of York, and from that time onwards becomes more and more of a prison and less and less of a fortress.
The preponderatingly military aspect of the Thames Valley in English history dwindles with the dwindling of military energy in our civilisation, and passes with the passing of a governing class that was military rather than commercial.
Sites which owed their importance to strategical position, and which had hence grown into considerable towns, ceased to show any but a civilian character, and even in the only episode of consequence wherein fighting occurred in England since the Middle Ages — the episode of the Civil Wars — the banks of the Thames, though perpetually infested by either army, saw very little serious fighting, and that although the line of the Thames was the critical line of action during the first stage of the war.
For the Civil Wars as a whole were but an affair upon the flank of the general struggle in Europe: the losses were never heavy, and in the first stages one can hardly call it fighting at all.
The losses at the skirmish of Edge Hill were, indeed, respectable, though most of them seem to have been incurred after the true fighting ceased, but with that exception, and especially upon the line of the Thames itself, the losses were extraordinarily small.
One may say that Oxford and London were the two objective points of the opposing forces from the close of 1642 to the spring of 1644. The King’s Government at Oxford, the Parliament in London, were the civil bases, at least, upon which the opposing forces pivoted, and the two intermediate points were Abingdon and Reading. To read the contemporary, and even the modern, history of the time, one would imagine from the terms used that these places were the theatre of considerable military operations. We hear, with every technicality which the Continental struggle had rendered familiar to Englishmen, of sieges, assaults, headquarters, and even hornworks. But when one looks at dates and figures it is not easy to treat the matter seriously. Here, for instance, is Abingdon, within a short walk of Oxford, and the Royalists easily allow it to be occupied by Essex in the spring of ‘44. Even so Abingdon is not used as a base for doing anything more serious than “molesting” the university town. And it was so held that Rupert tried to recapture it, of all things in the world, with cavalry! He was “overwhelmed” by the vastly superior forces of the enemy, and his attempt failed. When one has thoroughly grasped this considerable military event one next learns that the overwhelming forces were a trifle over a thousand in number!
Next an individual gentleman with a few followers conceives the elementary idea of blocking the western road at Culham Bridge, and isolating Abingdon upon this side. He begins building a “fort.” A certain proportion of the handful in Abingdon go out and kill him and the fort is not proceeded with: and so forth. A military temper of this sort very easily explains the cold-blooded massacre of prisoners which the Parliament permitted, and which has given to the phrase “Abingdon Law” the unpleasant flavour which it still retains.
The story of Reading in the earlier part of the struggle is much the same. Reading was held as a royal garrison and fortified in ‘43. According to the garrison the fortification was contemptible, according to the procedures it was of the most formidable kind. Indeed they doubted whether it could be captured by an assault of less than 5000 men, a number which appeared at this stage of the campaign so appalling that it is mentioned as a sort of standard of comparison with the impossible. The garrison surrendered just as relief was approaching it, and after a strain which it had endured for no less than ten days; but the capture of Reading was not effected entirely without bloodshed; certainly fifty men were killed (counting both sides), possibly a few more; and the whole episode is a grotesque little foot-note to the comic opera upon which rose the curtain of the Civil Wars. It was not till the appearance of Cromwell, with his highly paid and disciplined force, that the tragedy began.
Even after Cromwell had come forward as the chief leader, in fact if not in name, the apparent losses are largely increased by the random massacres to which his soldiers were unfortunately addicted. Thus after Naseby a hundred women were killed for no particular reason except that killing was in the air, and similarly after Philiphaugh the conscience of the Puritans forbade them to keep their word to the prisoners they had taken, who were put to the sword in cold blood: the women, however, on this occasion, were drowned.
After the Civil Wars all the military meaning of the Thames disappears. Nor is it likely to revive short of a national disaster; but that disaster would at once teach us the strategical meaning of this great highway running through the south of England with its attendant railways, it would re-create the strategical value of the point where the Thames turns northward and where its main railways bifurcate; it would provide in several conceivable cases, as it provided to Charles I. and to William III., the line of approach on London.
In questa occasione, l’assedio fu levato grazie alla prontezza ed all’energia del Principe Edoardo – quell’uomo che, da re, avrebbe marciato verso Cærnarvon e i Monti Grampiani; già da ragazzo aveva dimostrato la stessa energia e le stesse capacità militari di suo nonno, Re Giovanni. Aveva appena vent’anni, ma aveva già partecipato a tutte le battaglie a Lewes, aveva già vinto Evesham; ora, alla fine della primavera, marciò da Windsor fino alla Torre e la liberò. Fu quasi l’ultima volta che la Torre fu utilizzata al servizio dell’autorità legittima. Da quel momento in poi, come era sempre stato prima, divenne il simbolo sfortunato delle rivolte vittoriose. Edoardo II dovette abbandonarla nel suo anno fatale del 1326; i londinesi vi si riversarono dentro e, incidentalmente, massacrarono il Vescovo di Exeter, a cui era stata affidata la sua custodia.
Nel 1460 si arrese alla Casa di York, e da quel momento in poi divenne sempre più una prigione e sempre meno una fortezza.
L’aspetto prevalentemente militare della valle del Tamigi nella storia inglese diminuisce con il declino dell’energia militare nella nostra civiltà, e scompare insieme alla scomparsa di una classe dirigente che fosse più orientata verso l’aspetto militare che a quello commerciale.
I luoghi che dovevano la loro importanza alla loro posizione strategica e che quindi erano cresciuti fino a diventare città considerevoli, avevano ormai perso ogni carattere militare; anche nell’unico episodio significativo di combattimenti in Inghilterra dai tempi medievali – ovvero durante le Guerre Civili – le rive del Tamigi, sebbene costantemente invase da un esercito o dall’altro, furono teatro di pochissimi scontri seri, nonostante il fiume rappresentasse una linea di battaglia fondamentale nella prima fase della guerra.
Poiché le guerre civili nel loro complesso non erano altro che episodi collaterali della lotta generale in Europa: le perdite non furono mai gravi, e nelle fasi iniziali si potrebbe quasi non considerarle vere e proprie battaglie.
Le perdite nella scaramuccia di Edge Hill furono davvero notevoli, anche se la maggior parte sembra essere avvenuta dopo che il vero combattimento si era concluso; tuttavia, ad eccezione di questo caso, e soprattutto lungo le rive del Tamigi stesso, le perdite furono estremamente ridotte.
Si può dire che Oxford e Londra fossero i due punti principali su cui si concentravano le forze opposte dal tardo 1642 alla primavera del 1644. Il governo reale a Oxford e il Parlamento a Londra rappresentavano, almeno, le basi su cui si muovevano queste forze; i due punti intermedi erano Abingdon e Reading. Leggendo la storia di quel periodo, sia quella contemporanea che quella moderna, si potrebbe pensare, a giudicare dai termini utilizzati, che questi luoghi fossero teatro di importanti operazioni militari. Si leggono di assedi, attacchi, quartier generali e persino strutture difensive tipiche delle battaglie continentali. Tuttavia, se si esaminano le date e i numeri, non è facile prendere la cosa sul serio. Ad esempio, Abingdon, situata a pochi passi da Oxford, fu facilmente occupata dagli eserciti realisti nell’aprile del 1644; nonostante ciò, non venne utilizzata per attività militari più serie di semplici “disturbi” alla città universitaria. Fu proprio per riconquistarla che Rupert tentò, con l’esercito a cavallo. Ma fu sconfitto dalle forze nemiche decisamente superiori. E quando si scopre che queste forze contavano poco più di mille uomini, beh, la cosa diventa davvero difficile da prendere sul serio.
Successivamente, un certo gentiluomo accompagnato da alcuni seguaci concepì l’idea di bloccare la strada occidentale presso il ponte di Culham, isolando così Abingdon su questo lato. Iniziò a costruire una “fortezza”. Una certa parte delle persone presenti ad Abingdon uscì e lo uccise; di conseguenza, i lavori per completare la fortezza furono interrotti. E così via. Un simile atteggiamento militare spiega facilmente il massacro freddamente calcolato dei prigionieri che il Parlamento permise; questo evento ha conferito all’espressione “Legge di Abingdon” quel sapore spiacevole che mantiene ancora oggi.
La storia di Reading nelle fasi iniziali della guerra è più o meno la stessa. Reading era considerata una guarnigione reale e fu fortificata nel 1430. Secondo i soldati della guarnigione, le difese erano insignificanti; secondo le procedure militari in vigore, invece, si trattava di un sistema difensivo estremamente efficace. In effetti, dubitavano che potesse essere conquistata con un attacco condotto da meno di 5000 uomini: un numero così elevato da sembrare impossibile da raggiungere in quella fase della guerra. La guarnigione si arrese proprio quando i rinforzi stavano per arrivare, dopo aver sopportato una situazione estremamente difficile per non meno di dieci giorni; tuttavia, la conquista di Reading non avvenne senza spargimento di sangue: almeno cinquanta uomini persero la vita (da entrambe le parti), e forse anche di più. L’intero episodio rappresenta una sorta di nota a piè di pagina grottesca rispetto alla situazione comica che precedette lo scoppio delle Guerre Civili. Fu solo con l’arrivo di Cromwell, con le sue truppe ben pagate e disciplinate, che iniziò la vera tragedia.
Anche dopo che Cromwell era emerso come leader principale, se non di nome, le perdite apparenti aumentarono notevolmente a causa dei massacri casuali a cui i suoi soldati erano sfortunatamente abituati. Così, dopo Naseby, cento donne furono uccise senza alcuna ragione particolare, semplicemente perché l’uccidere era diventato una pratica diffusa; allo stesso modo, dopo Philiphaugh, la coscienza dei Puritani li impedì di mantenere la parola data ai prigionieri catturati, i quali furono uccisi a sangue freddo. Le donne, in questo caso, invece, furono annegate.
Dopo le Guerre Civili, ogni significato militare del Tamigi scomparve. Non è nemmeno probabile che possa ripristinarsi a meno di un disastro nazionale; ma tale disastro ci insegnerebbe immediatamente il valore strategico di questa grande arteria che attraversa il sud dell’Inghilterra, insieme alle relative ferrovie. Riemergerebbe così il significato strategico del punto in cui il Tamigi piega a nord e dove le sue principali ferrovie si diramano; in diversi casi possibili – proprio come avvenne per Carlo I e Guglielmo III – fornirebbe nuovamente una via d’accesso verso Londra.
So far as we have considered the Thames, first as a line of pre-historic settlements, passing successively into the Roman, the barbaric and the Norman phases of our history; and secondly, as a field on which one can plot out certain strategical points and show how these points created the original importance of the towns which grew about them.
In the next part of these notes I propose to consider the economic or civil development of the Thames above London, and to show how the foundations of its permanent prosperity was laid. That economic phenomenon has at its roots the action of the Benedictine Order. It was the great monasteries which bridged the transition between Rome and the Dark Ages throughout North-Western Europe; it was they that recovered land wasted by the barbarian invasions, and that developed heaths and fens which the Empire even in its maturity had never attempted to exploit.
The effect of the barbarian invasions was different in different provinces of the Roman Empire, though roughly speaking it increased in intensity with the distance from Rome. It is probable that the actual numbers of the barbarian invaders was small even in Britain, as it certainly was in Northern Gaul, but we must not judge of the effect produced upon civilisation by this catastrophe, as though it were a mere question of numbers. So large a proportion of the population was servile, and so fixed had the imagination of everyone become in the idea that the social order was eternal; so entirely had the army become a professional thing, and probably a thing of routine divorced from the civilian life round it, that at the close of the fourth century a little shock from without was enough to produce a very considerable result. In Eastern Britain, small as the number of the invaders must necessarily have been, religion itself was almost, if not entirely, destroyed, and the whole fabric of Roman civilisation appears to have dissolved — with the exception, of course, of such irremovable things as the agricultural system, the elements of municipal life, and the simpler arts. Even the language very probably changed in the eastern part of the island, and passed from what we may conceive to have been Low Latin in the towns and Celtic dialects in the country-sides, with possibly Teutonic settlements here and there along the eastern shore, to a generally confused mass of Teutonic dialects scattered throughout the eastern and northern half of the island and enclosing but isolated fragments of Celtic speech.
So far as we can judge the disaster was complete, but it was destined that Britain should be recivilised.
St Augustine landed, and after the struggle of the seventh century between those petty chieftains who sympathised with, and those who opposed, the order of cultivated European life, the battle was won in favour of that civilisation which we still enjoy. It would have been impossible to re-create a sound agriculture and to refound the arts and learning; especially would it have been impossible to refound the study of letters, upon which all material civilisation depends, had it not been for the monastic institution. This institution did more work in Britain than in any other province of the Empire. And it had far more to do. It found a district utterly wrecked, perhaps half depopulated, and having lost all but a vague memory of the old Roman order; it had to remake, if it could, of all this part of a Europe. No other instrument was fitted for the purpose.
The chief difficulty of starting again the machine of civilisation when its parts have been distorted by a barbarian interlude, whether external or internal in origin, is the accumulation of capital. The next difficulty is the preservation of such capital in the midst of continual petty feuds and raids, and the third is that general continuity of effort, and that treasuring up of proved experience, to which a barbaric time, succeeding upon the decline of a civilisation, is particularly unfitted. For the surmounting of all these difficulties the monks of Western Europe were suited to a high degree. Fixed wealth could be accumulated in the hands of communities whose whole temptation was to gather, and who had no opportunity for spending in waste. The religious atmosphere in which they grew up forbade their spoliation, at least in the internal wars of a Christian people, and each of the great foundations provided a community of learning and treasuring up of experience which single families, especially families of barbaric chieftains, could never have achieved. They provided leisure for literary effort, and a strict disciplinary rule enforcing regular, continuous, and assiduous labour, and they provided these in a society from which exact application of such a kind had all but disappeared.
The monastic institution, so far as Western Europe was concerned, was comparatively young when the work in Britain was begun. The fifth century had seen its inception; it was still embryonic in the sixth; the seventh, which was the date of its great conquest of the English country-sides, was for it a period of youth and of vigour as fresh as was, let us say, the thirteenth century for the renaissance of civil learning. We must not think of these early foundations as we think of the complicated, wealthy, somewhat restricted and privileged bodies of the later Middle Ages. They were all more or less of one type, and that type a simple one. They all sprang from the same Benedictine stem. It was the quality of all to be somewhat independent in management, and especially to work in large units, and out of the very many which sprang, up all over the island three particularly concern the Thames Valley. Each of them dates from the very beginnings of Anglo-Saxon history, each of them has its roots in legend, and each of them continued for close upon a thousand years to be a capital economic centre of English life. These three great Benedictine foundations are WESTMINSTER, CHERTSEY, and ABINGDON.
Finora abbiamo considerato il Tamigi, prima come una serie di insediamenti preistorici che si sono successivamente sviluppati nelle fasi romana, barbarica e normanna della nostra storia; in secondo luogo, come un ambito su cui è possibile individuare determinati punti strategici e mostrare come questi abbiano contribuito all’importanza originale delle città che sorgono attorno ad essi.
Nella prossima parte di queste note intendo esaminare lo sviluppo economico e civile del Tamigi a monte di Londra, e mostrare come siano state gettate le basi della sua prosperità duratura. Quel fenomeno economico ha le sue radici nell’azione dell’Ordine Benedettino: furono i grandi monasteri ad assicurare il passaggio tra Roma e l’Alto Medioevo in tutta l’Europa nord-occidentale; furono loro a ripristinare le terre devastate dalle invasioni barbariche, e a sviluppare zone paludose che l’Impero, nemmeno nella sua fase di massimo splendore, non aveva mai tentato di sfruttare.
Gli effetti delle invasioni barbariche furono diversi nelle varie province dell’Impero Romano; in linea di massima, però, aumentavano d’intensità all’aumentare della distanza da Roma. È probabile che il numero reale degli invasori barbari fosse esiguo anche in Britannia, proprio come nel Nord della Gallia; tuttavia non dobbiamo giudicare l’impatto di questa catastrofe sulla civiltà basandoci soltanto sul numero dei conquistatori. Una così grande parte della popolazione era schiava, e l’immaginario collettivo aveva ormai radicato l’idea che l’ordine sociale fosse eterno; inoltre, l’esercito era diventato una struttura professionale, quasi separata dalla vita civile circostante. Pertanto, alla fine del IV secolo, anche un semplice shock esterno fu sufficiente a produrre effetti significativi. Nella Britannia orientale, nonostante il numero esiguo degli invasori, la religione stessa fu quasi completamente distrutta, e l’intera struttura della civiltà romana sembrò dissolversi – ad eccezione di elementi fondamentali come il sistema agricolo, le strutture comunali e alcune arti semplici. Anche la lingua probabilmente cambiò: nelle città si parlava un latino volgare, mentre nelle zone rurali prevalevano i dialetti celtici; in alcune zone della costa orientale potrebbero esserci state anche colonie teutoniche. Di conseguenza, nella metà orientale e settentrionale dell’isola si formò una massa confusa di dialetti teutonici che circondavano frammenti isolati di lingua celtica.
Per quanto possiamo giudicare, il disastro fu totale, ma era destino che la Gran Bretagna venisse riscoperta e riportata alla civiltà.
Sant’Agostino sbarcò, e dopo le lotte del VII secolo tra quei piccoli capi che simpatizzavano con l’ordine della vita europea coltivata e quelli che vi si opponevano, la battaglia fu vinta a favore di quella civiltà che ancora oggi godiamo. Sarebbe stato impossibile ricreare un’agricoltura sana e rifondere le arti e lo studio; soprattutto sarebbe stato impossibile ripristinare lo studio delle lettere, da cui dipende tutta la civiltà materiale, se non fosse stata l’instituzione monastica. Questa istituzione fece più in Britannia che in qualsiasi altra provincia dell’Impero. E aveva molto di più da fare: si trovò di fronte a una regione completamente distrutta, forse semi-deserta, che aveva perso ogni ricordo preciso dell’antico ordine romano; doveva ricostruire, se possibile, tutta quella parte d’Europa. Nessun altro strumento era adatto allo scopo.
La principale difficoltà nel riavviare il meccanismo della civiltà quando le sue componenti sono state distorte da un periodo barbarico, sia esso di origine esterna che interna, consiste nell’accumulo di capitale. La seconda difficoltà riguarda la conservazione di tale capitale in mezzo a continui conflitti e incursioni; la terza difficoltà è rappresentata dalla mancanza di continuità nello sforzo complessivo e nella raccolta di esperienze accumulate, caratteristiche tipiche di un’epoca barbarica che segue il declino di una civiltà. Per superare tutte queste difficoltà, i monaci dell’Europa occidentale erano particolarmente adatti: essi potevano accumulare ricchezze nelle mani di comunità la cui unica tentazione era quella di accumularle, senza alcuna possibilità di spenderle in modo sprezzante. L’atmosfera religiosa in cui crescevano impediva loro di saccheggiare, almeno durante le guerre interne dei popoli cristiani; inoltre, le grandi fondazioni monastiche offrivano un ambiente favorevole allo studio e alla conservazione delle conoscenze, qualcosa che singole famiglie, soprattutto quelle appartenenti a capi barbarici, non avrebbero mai potuto realizzare. I monaci garantivano inoltre il tempo necessario per gli sforzi letterari e una disciplina rigorosa che promuoveva un lavoro regolare, continuo e assiduo, in una società in cui l’applicazione di tali principi era ormai quasi scomparsa.
L’istituzione monastica, per quanto riguarda l’Europa occidentale, era relativamente giovane quando iniziò la sua attività in Britannia. Il suo sviluppo ebbe inizio nel V secolo; nel VI secolo era ancora in una fase embrionale; il VII secolo, che segnò la sua grande espansione nelle zone rurali dell’Inghilterra, fu per essa un periodo di giovinezza e vigore, proprio come il XIII secolo fu per il rinascimento degli studi umanistici. Non dobbiamo considerare queste prime fondazioni nello stesso modo in cui consideriamo le complesse, ricche, ma al contempo limitate e privilegiate strutture del tardo Medioevo. In fondo, tutte appartenevano più o meno allo stesso tipo, un tipo semplice; tutte derivavano dalla stessa tradizione benedettina. La caratteristica comune a tutte queste istituzioni era una certa autonomia nella gestione e, soprattutto, il fatto di operare su larga scala. Tra le molte fondazioni che sorseppearono in tutta l’isola, tre in particolare ebbero un ruolo fondamentale nel valle del Tamigi: WESTMINSTER, CHERTSEY e ABINGDON. Ognuna di esse risale ai primi momenti della storia anglosassone; ognuna ha le sue radici nelle leggende popolari; e ognuna rimase per quasi mille anni un importante centro economico della vita inglese.
When civilisation returned in fulness with the Norman Conquest, another great house of the first importance was founded — at Reading; and, much later, a fourth at Sheen. To these we shall turn in their place, as also to the string of dependent houses and small foundations which line the river almost from its source right down to London: indeed the only type of religious foundation which historic notes such as these can afford to neglect is the monastery or nunnery built in a town, and for the purposes of a town, after the civic life of a town had developed. These very numerous houses (most numerous, of course, in Oxford), such as the Observants of Richmond and a host of others, do not properly enter into the scheme we are considering. They are not causes but effects of the development of civilisation in the Thames Valley.
Abingdon, Westminster, and Chertsey are all ascribed by tradition, and each by a very vital and well-documented tradition, to the seventh century: Abingdon and Chertsey to its close; Westminster, with less assurance, to its beginning. All three, we may take it, did arise in that period which was for the eastern part of this island a time when all the work of Europe had to be begun again. Though we know nothing of the progress of the Saxon pirates in the province of Britain, and though history is silent for the hundred and fifty years covered by the disaster, yet on the analogy of other and later raids from the North Sea we may imagine that no inland part of the country suffered more than the valley of the Thames. All that was left of the Roman order, wealth and right living, must have appeared at the close of that sixth century, when the Papal Mission landed, something as appears the wrecked and desolate land upon the retirement of a flood. To cope with such conditions, to reintroduce into the ravaged and desecrated province, which had lost its language in the storm, all its culture, and even its religion, a new beginning of energy and of production, came, with the peculiar advantages we have seen it to possess for such a work, the monastic institution. For two centuries the great houses were founded all over England: their attachment to Continental learning, their exactitude, their corporate power of action, were all in violent contrast to, and most powerfully educational for, the barbarians in the midst of whom they grew. It may be truly said that if we regard the life of England as beginning anew with the Saxon invasion, if that disaster of the pirate raids be considered as so great that it offers a breach of continuity in the history of Britain, then the new country which sprang up, speaking Teutonic dialects, and calling itself by its present name of England, was actually created by the Benedictine monks.
It was within a very few years of St. Augustine’s landing that Westminster must have been begun. There are several versions of the story: the most detailed statement we have ascribes it to the particular year 604, but varied as are the forms in which the history, or rather the legend, is preserved, the truth common to all is the foundation quite early in the seventh century. It was very probably supported by what barbaric Government there was in London at the time and initiated, moreover, according to one form of the legend, and that not the least plausible, by the first bishop of the see. The site was at the moment typical of all those which the great monasteries of the West were to turn from desert places to gardens: it was a waste tract of ground called “Thorney,” lying low, triangular in shape, bounded by the two reedy streams that descended through the depression which now runs across the Green Park and Mayfair, and emptied themselves into the Thames, the one just above, the other 100 or 200 yards below, the site of the Houses of Parliament.
The moment the foundation was established a stream of wealth tended towards it: it was at the very gate of the largest commercial city in the kingdom and it was increasingly associated, as the Anglo-Saxon monarchy developed, with the power of the Central Government. This process culminated in the great donation and rebuilding of Edward the Confessor.
The period of this new endowment was one well chosen to launch the future glory of Westminster. England was all prepared to be permeated with the Norman energy, and when immediately after the Conquest came, the great shrine inherited all the glamour of a lost period, while it established itself with the new power as a sort of symbol of the continuity of the Crown. There William was anointed, there was his palace and that of his son. When, with the next century, the seat of Government became fixed, and London was finally established as the capital, Westminster had already become the seat of the monarchy.
Chertsey, next up the river, took on the work. Like Westminster — though, by tradition, a few years later than Westminster — its foundation goes back to the birth of England. Its history is known in some detail, and is full of incident, so that it may be called the pivot upon which, presumably, turned the development of the Thames Valley above London for two hundred years. Its site is worth noting. The rich, but at first probably swampy, pasturage upon the Surrey side was just such a position as one foundation after another up and down England settled on. To reclaim land of this kind was one of the special functions of the great abbeys, and Chertsey may be compared in this particular to Hyde, for instance, or to the Vale of the Cross, to Fountains, to Ripon, to Melrose, and to many others. It was in the new order of monastic development what Staines, its neighbour, had been in the old Roman order — the mark of the first stage up-river from London.
The pagan storm which all but repeated in Britain the disaster of the Saxon invasions, which all but overcame the mystic tenacity of Alfred and the positive mission of the town of Paris, swept it completely. Its abbot and its ninety monks were massacred, and it was not till late in the next century, about 950, that it arose again from its ruins. It was deliberately re-colonised again from Abingdon, and from that moment onwards it grew again into power. Donations poured upon it; one of them, not the least curious, was of land in Cardiganshire. It came from those Welsh princes who were perpetually at war with the English Crown: for religion was in those days what money is now — a thing without frontiers — and it seemed no more wonderful to the Middle Ages that an English monastery should collect its rents in an enemy’s land than it seems strange to us that the modern financier should draw interest upon money lent for armament against the country of his domicile. Here also was first buried (and lay until it was removed to Windsor) the body of Henry VI.
Quando la civiltà tornò in pieno vigore con la Conquista Normanna, fu fondata un’altra grande istituzione di primaria importanza a Reading; molto più tardi ne fu fondata una quarta a Sheen. Ci occuperemo di queste istituzioni nel loro contesto specifico, così come delle numerose altre fondazioni minori e ordini religiosi che si trovano lungo il fiume quasi dalla sua sorgente fino a Londra. Infatti, l’unico tipo di fondazione religiosa che note storiche del genere possono permettersi di trascurare sono i monasteri o i conventi costruiti in città, e per scopi legati alla vita civile della stessa città, una volta che questa si era già sviluppata. Queste numerose istituzioni (molte delle quali si trovano naturalmente a Oxford), come gli Ordini degli Observants di Richmond e molti altri, non rientrano propriamente nel quadro che stiamo esaminando. Non sono cause, ma effetti dello sviluppo della civiltà nella valle del Tamigi.
Abingdon, Westminster e Chertsey sono tutti, secondo la tradizione, attribuiti al VII secolo: Abingdon e Chertsey alla sua fine, mentre Westminster, con minore certezza, al suo inizio. Si può presumere che tutti e tre siano sorti in quel periodo in cui, per la parte orientale di questa isola, tutto il lavoro culturale dell’Europa dovette ricominciare da zero. Sebbene non sappiamo nulla sui progressi dei pirati sassoni nella provincia della Britannia, e sebbene la storia rimanga silenziosa riguardo ai centocinquanta anni coperti da quel disastro, possiamo immaginare, sulla base di altre incursioni successive dal Mar del Nord, che nessuna parte interna del paese abbia sofferto di più della valle del Tamigi. Tutto ciò che rimaneva dell’ordine romano, della ricchezza e di una vita dignitosa doveva essersi estinto alla fine del VI secolo, quando la Missione Papale sbarcò in quella regione; quel paesaggio devastato sembrava quello lasciato dopo un’inondazione. Per affrontare tali condizioni, per reintrodurre nella provincia devastata e profanata tutta la sua cultura, persino la sua religione, fu necessario un nuovo slancio energetico e produttivo: fu proprio l’istituzione monastica a fornire questi vantaggi particolari. Per due secoli, grandi monasteri furono fondati in tutta l’Inghilterra; il loro legame con la cultura continentale, la loro precisione, il loro potere collettivo d’azione costituirono un forte contrasto rispetto ai barbari tra cui crescevano, e rappresentarono una straordinaria fonte di educazione per loro. Si può davvero dire che, se consideriamo la vita in Inghilterra come qualcosa che è iniziata nuovamente con l’invasione sassone, e se riteniamo quel disastro causato dalle incursioni piratesche un momento di discontinuità nella storia della Britannia, allora il nuovo paese che emerse, parlante dialetti teutonici e chiamandosi con il nome attuale di Inghilterra, fu in realtà creato dai monaci benedettini.
Nel giro di pochi anni dalla sbarco di Sant’Agostino, la costruzione di Westminster dovette essere iniziata. Esistono diverse versioni di questa storia: l’informazione più dettagliata che abbiamo la data specifica del 604; tuttavia, nonostante le variazioni nelle forme in cui questa leggenda è stata tramandata, ciò che rimane comune a tutte le versioni è il fatto che i lavori siano iniziati molto presto, nel VII secolo. È molto probabile che tale iniziativa abbia ricevuto il sostegno del governo barbarico allora esistente a Londra, e che sia stata avviata, secondo una delle versioni della leggenda, dal primo vescovo della diocesi. Il sito scelto era tipico di quei luoghi che i grandi monasteri dell’Occidente avrebbero in seguito trasformato in giardini: si trattava di un terreno incolto chiamato “Thorney”, situato in una zona pianeggiante e di forma triangolare, delimitato da due ruscelli che scorrevano attraverso la depressione oggi occupata dal Green Park e da Mayfair, per poi gettarsi nel Tamigi: uno poco più a monte, l’altro 100-200 metri più a valle, proprio nel luogo dove sorgono oggi le Camere del Parlamento.
Non appena le basi furono gettate, un flusso continuo di ricchezze si dirizzò verso di esse: la località si trovava proprio alle porte della più grande città commerciale del regno e, con lo sviluppo della monarchia anglosassone, divenne sempre più legata al potere del governo centrale. Questo processo raggiunse il suo apice con la grande donazione e la ricostruzione operate da Edoardo il Confessore.
Il periodo di questa nuova donazione fu davvero il più adatto per inaugurare la futura gloria di Westminster. L’Inghilterra era completamente pronta ad essere permeata dall’energia normanna; e subito dopo la Conquista, quel grande santuario ereditò tutto il fascino di un’epoca perduta, diventando al contempo, con il nuovo potere che ne derivava, una sorta di simbolo della continuità della Corona. Lì fu incoronato Guglielmo; lì sorgevano il suo palazzo e quello di suo figlio. Quando, nel secolo successivo, la sede del governo si stabilì definitivamente a Londra, Westminster era ormai diventata la residenza ufficiale della monarchia.
Chertsey, situata poco a monte lungo il fiume, prese in carico questo compito. Proprio come Westminster – anche se, per tradizione, alcuni anni dopo di quest’ultimo – le sue origini risalgono alla nascita stessa dell’Inghilterra. La sua storia è piuttosto ben conosciuta e piena di avvenimenti significativi; si può quindi considerarla il fulcro attorno al quale, probabilmente, si è sviluppata l’area della valle del Tamigi a nord di Londra per duecento anni. Il suo sito merita sicuramente di essere menzionato: i pascoli fertili, sebbene inizialmente paludosi, sul versante del Surrey rappresentavano esattamente il tipo di terreno su cui molte fondazioni monastiche furono stabilite in Inghilterra. La bonifica di queste aree costituiva una delle principali funzioni delle grandi abbazie; in questo senso, Chertsey può essere paragonata ad altri importanti centri monastici come Hyde, la Valle della Croce, Fountains, Ripon e Melrose. Nella nuova fase dello sviluppo monastico, Chertsey rappresentava lo stesso ruolo che Staines aveva svolto nell’antica organizzazione romana: il punto di partenza per l’espansione verso nord lungo il fiume da Londra.
The pagan storm which all but repeated in Britain the disaster of the Saxon invasions, which all but overcame the mystic tenacity of Alfred and the positive mission of the town of Paris, swept it completely. Its abbot and its ninety monks were massacred, and it was not till late in the next century, about 950, that it arose again from its ruins. It was deliberately re-colonised again from Abingdon, and from that moment onwards it grew again into power. Donations poured upon it; one of them, not the least curious, was of land in Cardiganshire. It came from those Welsh princes who were perpetually at war with the English Crown: for religion was in those days what money is now — a thing without frontiers — and it seemed no more wonderful to the Middle Ages that an English monastery should collect its rents in an enemy’s land than it seems strange to us that the modern financier should draw interest upon money lent for armament against the country of his domicile. Here also was first buried (and lay until it was removed to Windsor) the body of Henry VI.
The third of the great early foundations is Abingdon, and in a way it is the greatest, for, without direct connection with the Crown, by the mere vitality of its tradition, it became something more even than Chertsey was, wielding an immense revenue, more than half that of Westminster itself, and situated, as it was, in a small up-valley town, ruling with almost monarchical power. There could be even less doubt in the case of Abingdon than there was in the case of Chertsey that it was the creator of its own district of the Thames. It stood right in the marshy and waste spaces of the middle upper river, commanding a difficult but an important ford, and holding the gate of what was to be one of the most fruitful and famous of English vales. It can only have been from Abingdon that the culture and energy proceeded which was to build up Northern Berkshire and Oxfordshire between the Saxon and the Danish invasions. There only was established a sufficient concentration of capital for the work and of knowledge for the application of that wealth.
Like its two peers at Chertsey and at Westminster, Abingdon begins with legend. We are fairly sure of its date, 675, but the anchorite of the fifth century, “Aben,” is as suspicious as the early Anglo-Saxon Chronicle itself, and still wilder are the fine and striking stories of its British origin, of its destruction under the persecution of Diocletian and of its harbouring the youth of Constantine. But the stories are at least enough to show with what violence the pomp and grandeur of the place struck the imagination of its historians.
Abingdon was, moreover, probably on account of its distance from London, more of a local centre, and, to repeat a word already used, more of a “monarchy” than the other great monasteries of the Thames Valley. This is sufficiently proved by a glance at the ecclesiastic map, such as, for instance, that published in “The Victoria History of the County of Berkshire,” where one sees the manors belonging to Abingdon at the time of the Conquest all clustered together and occupying one full division of the county, that, namely, included in the great bend of the Thames which has its cusp at Witham Hill. Abingdon was the life of Northern Berkshire, and it is not fantastic to compare its religious aspect in Saxon times over against the King’s towns of Wantage and Wallingford to the larger national aspect of Canterbury over against Winchester and London.
Even in its purely civic character, it acquired a position which no one of the greater northern monasteries could pretend to, through the building of its bridge in the early fifteenth century. The twin fords crossing this bend of the river were, though direct and important, difficult; when they were once bridged and the bridges joined by the long causeway which still runs across Andersey Island between the old and the new branches of the Thames, travel was easily diverted from the bridge of Wallingford to that at Abingdon, and the great western road running through Farringdon towards the Cotswolds and the valley of the Severn had Abingdon for its sort of midway market town.
These three great Benedictine monasteries form, as it were, the three nurseries or seed plots from which civilisation spread out along the Thames Valley after the destruction wrought by the first and worst barbarian invasions. All three, as we have seen, go back to the very beginning of the Christian phase of English history; the origins of all three merge in those legends which make a twilight between the fantastic stories of the earlier paganism and the clear records of the Christian epoch after the re-Latinisation of England. An outpost beyond these three is the institution of St Frideswides at Oxford. Beyond that point the upper river, gradually narrowing, losing its importance for commerce and as a highway, supported no great monastery, and felt but tardily the economic change wrought by the foundations lower down the stream.
Chertsey and Westminster certainly, and Abingdon very probably, were destroyed, or at least sacked, in the Danish invasions, but their roots lay too deep to allow them to disappear: they re-arose, and a generation before the Conquest were again by far the principal centres of production and government in the Thames Valley. Indeed, with the exception of the string of royal estates upon the banks of the river, and of the town of Oxford, Chertsey, Westminster and Abingdon were the only considerable seats of regulation and government upon the Thames, when the Conquest came to reorganise the whole of English life.
With that revolution it was evident that a great extension not only of the numbers, but especially of the organisation and power, of the monastic system would appear: that gaps left uninfluenced by it in the line of the Thames would be filled up, and all the old foundations themselves would be reconstructed and become new things.
The Conquest is in its way almost as sharp a division in the history of England as is the landing of St Augustine. In some externals it made an even greater difference to this island than did the advent of the Roman Missionaries, though of course, in the fundamental things upon which the national life is built, the re-entry of England into European civilisation in the seventh century must count as a far greater and more decisive event than its first experience of united and regular government under the Normans in the eleventh. Moreover although the Conquest largely changed the language of the island, introduced a conception of law in civil affairs with which the Anglo-Saxon aristocracy were quite unfamiliar, and began to flood England with a Gallic admixture which flowed .uninterruptedly for three hundred years, yet it did not change the intimate philosophy of the people, and it is only the change of the intimate philosophy of a people which can have a revolutionary consequence. The Conquest found England Catholic, vaguely feudal, and, though in rather an isolated way, thoroughly European. The Normans organised that feudality, extirpated whatever was unorthodox, or slack in the machinery of the religious system, and let in the full light of European civilisation through a wide-open door, which had hitherto been half-closed.
Il terzo dei grandi fondamenti del primo periodo è Abingdon, e in un certo senso è anche il più importante: poiché non aveva alcun legame diretto con la Corona, grazie soltanto alla vitalità della sua tradizione, divenne qualcosa di ancora più significativo di Chertsey. Gestiva un reddito immenso, superiore a metà di quello stesso di Westminster, e trovandosi in una piccola città situata in una valle, esercitava un potere quasi monarchico. Nel caso di Abingdon, come nel caso di Chertsey, non può esserci alcun dubbio che sia stata proprio questa comunità a dare vita al proprio distretto lungo il fiume Tamigi. Si trovava proprio nelle zone paludose e inutilizzate della parte centrale del fiume, controllando un guado difficile ma fondamentale, e dominando l’ingresso di quella che sarebbe diventata una delle valli più fertili e famose d’Inghilterra. Solo da Abingdon potevano provenire la cultura e l’energia necessarie per lo sviluppo della regione tra il periodo sassone e le invasioni danesi: soltanto lì si era raggiunta una concentrazione sufficiente di capitali e di conoscenze per sfruttare al meglio quelle risorse.
Come i suoi due omologhi a Chertsey e a Westminster, anche Abingdon ha le sue origini leggendarie. Sappiamo con certezza la sua data di fondazione: il 675 d.C.; tuttavia l’eremita del V secolo, “Aben”, è altrettanto poco affidabile quanto la stessa Cronaca anglo-sassone antica. Ancora più straordinarie sono le storie riguardanti le sue origini britanniche, la sua distruzione durante le persecuzioni di Diocleziano e il fatto che abbia ospitato il giovane Costantino. Comunque sia, queste storie bastano a dimostrare con quanta forza la maestosità e lo splendore di questo luogo abbiano stimolato l’immaginazione dei suoi storici.
Inoltre, Abingdon, probabilmente a causa della sua distanza da Londra, era più un centro locale e, per ripetere una parola già utilizzata, più una “monarchia” rispetto agli altri grandi monasteri della valle del Tamigi. Ciò è ampiamente dimostrato osservando una mappa ecclesiastica, ad esempio quella pubblicata in “The Victoria History of the County of Berkshire”: si vedono infatti i manieri appartenenti ad Abingdon al momento della Conquista raggruppati tutti insieme e occupare un’intera sezione della contea, ovvero quella situata nella grande curva del Tamigi che ha il suo punto più alto a Witham Hill. Abingdon era la “vita” del Berkshire settentrionale; non è quindi fantasioso paragonare il suo aspetto religioso ai tempi sassoni con le città reali di Wantage e Wallingford, rispetto al ruolo nazionale più importante che Canterbury svolgeva rispetto a Winchester e Londra.
Anche nel suo carattere puramente civico, acquisì una posizione che nessuno dei grandi monasteri del nord avrebbe potuto eguagliare, grazie alla costruzione del suo ponte all’inizio del XV secolo. I due guadi che attraversavano questa curva del >fiume erano, sebbene diretti e importanti, difficili da attraversare; quando furono collegati dai ponti e dalla lunga strada pedonale che ancora oggi attraversa l’isola di Andersey tra il vecchio e il nuovo corso del Tamigi, il traffico poté facilmente deviare dal ponte di Wallingford a quello di Abingdon. La grande strada occidentale che attraversava Farringdon in direzione dei Cotswolds e della valle del Severn aveva Abingdon come città mercato intermedia.
Questi tre grandi monasteri benedettini costituiscono, per così dire, le “culla” o i “seminari” da cui la civiltà si diffuse lungo la valle del Tamigi dopo le distruzioni causate dalle prime e peggiori invasioni barbariche. Tutti e tre risalgono, come abbiamo visto, all’inizio stesso della fase cristiana della storia inglese; le loro origini si fondono nelle leggende che costituiscono un ponte tra le storie fantastiche del paganesimo precedente e i documenti concreti dell’epoca cristiana successiva alla rilatinizzazione dell’Inghilterra. Un avamposto ulteriore rispetto a questi tre monasteri è l’istituzione di St Frideswides a Oxford. Oltre quel punto, il corso superiore del fiume, restringendosi gradualmente, perse la sua importanza per il commercio e come strada principale; in quella zona non sorgevano grandi monasteri, e le trasformazioni economiche causate dai progressi sviluppatisi a valle arrivarono con notevole ritardo.
Certamente Chertsey e Westminster, e molto probabilmente anche Abingdon, furono distrutti, o almeno saccheggiati, durante le invasioni danesi, ma le loro radici erano troppo profonde per permettere che scomparissero: risorsero, e già una generazione prima della Conquista erano di nuovo i principali centri di produzione e governo nella valle del Tamigi. Infatti, ad eccezione della serie di proprietà reali situate lungo le rive del fiume e della città di Oxford, Chertsey, Westminster e Abingdon erano gli unici centri significativi di governo e amministrazione sul Tamigi al momento in cui la Conquista venne a riorganizzare tutta la vita inglese.
Con quella rivoluzione divenne evidente che si sarebbe verificata una notevole espansione non solo del numero di monaci, ma soprattutto dell’organizzazione e del potere del sistema monastico: quei vuoti lasciati inesplorati lungo il fiume Tamigi sarebbero stati colmati, e tutte le vecchie strutture esistenti sarebbero state ricostruite, trasformandosi in qualcosa di nuovo.
La Conquista rappresenta, nella storia d’Inghilterra, una divisione quasi altrettanto profonda di quella causata dall’arrivo di Sant’Agostino. In alcuni aspetti esteriori, ebbe un impatto ancora maggiore su quest’isola rispetto all’avvento dei missionari romani; tuttavia, per quanto riguarda le questioni fondamentali su cui si basa la vita nazionale, il ritorno d’Inghilterra nella civiltà europea nel VII secolo deve essere considerato un evento molto più significativo e decisivo rispetto alla prima esperienza di governo unito e regolare sotto i Normanni nell’XI secolo. Inoltre, anche se la Conquista modificò in modo sostanziale la lingua dell’isola, introdusse concetti giuridici nei rapporti civili con cui l’aristocrazia anglosassone non era affatto familiare, e inondò l’Inghilterra di influenze galliche che continuarono senza interruzioni per trecento anni, essa non modificò la filosofia profonda del popolo. Solo un cambiamento nella filosofia intrinseca di un popolo può avere conseguenze rivoluzionarie. Alla vigilia della Conquista, l’Inghilterra era cattolica, in parte feudale e, sebbene in modo isolato, pienamente europea. I Normanni organizzarono quel sistema feudale, eliminarono tutto ciò che era considerato eretico o inefficace nel funzionamento del sistema religioso, e aprirono completamente le porte all’influenza della civiltà europea, che fino ad allora erano rimaste parzialmente chiuse.
The effect, therefore, of the Conquest was exercised upon the visible and mutable things of the country rather than upon the nourishing inward things: but it was very great, and in nothing was it greater than in its inception of new buildings and the use everywhere of stone. Under the Normans very nearly all the great religious foundations of England re-arose, and that within a generation. New houses also arose, and the mark of that time (which was a second spring throughout Europe: full of the spirit of the Crusades, and a complete regeneration of social life) was the rigour of new religious orders, and especially the transformation of the old Benedictine monotony.
Chief, of course, of these religious movements, and the pioneer of them all, was the institution of Cluny in Burgundy.
Cluny did not rise by design. It was one of those spontaneous growths which are characteristic of vigorous and creative times. Those who are acquainted with the Burgundian blood will not think it fantastic to imagine the vast reputation of Cluny to have been based upon rhetoric. It was perhaps the sonorous Burgundian facility for expression and the inheritance of oratory which belonged to Burgundian soil till Bossuet’s birth, and which still belongs to it, that gave Cluny a sort of spell over the mind of Western Europe, and which made Cluny a master in the century which preceded the great change of the Crusades. From Cluny as a mother house proceeded communities instinct with the discipline and new life of the reformed order, and though it has been remarked that these communities were not numerous, in comparison to the vigour of the movement, yet it should also be noted that they were nearly always very large and wealthy, that they were in a particular and close relation to the civil government of the district in which each was planted, and that their absolute dependence upon the mother house, and their close observance of one rule, lent the whole order something of the force of an army.
The Cluniac influence came early into the Thames Valley. By the beginning of the twelfth century, and within fifty years of the Conquest, this new influence was found interpolated with and imposed upon the five centuries that had hitherto been wholly dependent upon the three great Benedictine posts. This Cluniac foundation, the first of the new houses on the Thames, was fixed upon the peninsula of Reading.
It was in 1121 that the son of the Conqueror brought the Cluniac order to the little town. From the moment of the foundation of the abbey it attracted, in part by its geographical position, in part by the fact that it was the first great new foundation upon the Thames, and in part by the accident which lent a special devotion or power to one particular house and which was in this case largely due to the discipline and character of the Cluniac order, Reading took on a very high position in England. It had about it, if one may so express oneself, something more modern, something more direct and political than was to be found in the old Benedictine houses that had preceded it. The work it had to do was less material: the fields were already drained, the life and wealth of the new civilisation had begun, and throughout the four hundred years of its existence the function of Reading was rather to entertain the Court, to assist at parliaments, and to be, throughout, the support of the monarchy. It sprang at once into this position, and its architecture symbolised to some extent the rapid command which it acquired, for it preserved to the end the characteristics of the early century in which it was erected: the Norman arch, the dog-tooth ornaments, the thick walls, the barbaric capitals of the early twelfth century.
Before the thirteenth it was in wealth equal to, and in public repute the superior of, any foundation upon the banks of the Thames with the exception of Westminster itself, and it forms, with the three Benedictine foundations, and with the later foundation of Osney, the last link in the chain of abbeys which ran unbroken from stage to stage throughout the whole length of the river. And with it ends the story of those first foundations which completed the recivilisation of the Valley.
Reading was not the only Cluniac establishment upon the Thames. Another, and earlier one, was to be found at Bermondsey; but its proximity to London and its distance down river forbid it having any place in these pages. It was founded immediately after the Conquest; Lanfranc colonised it with French monks; it became an abbacy at the very end of the fourteenth century, and was remarkable for its continual accretion of wealth, an accretion in some part due to the growing importance of London throughout its existence. At the end of the thirteenth century it stands worth £280. At the time of its dissolution, on the first of January 1538, in spite of the much higher value of money in the sixteenth century as compared with the thirteenth, it stands worth over £500: £10,000 a year.
A relic of its building remained (but only a gatehouse) till 1805.
Osney also dated from the early twelfth century, and was almost contemporary with Reading.
It stood just outside the walls of Oxford Castle to the west, and upon the bank of the main stream of the Thames, and owed its foundation to the Conqueror’s local governing family of Oilei. Though at the moment of its suppression it hardly counted a fifth of the revenues of Westminster (which must be our standard throughout all this examination), yet its magnificence profoundly affected contemporaries, and has left a great tradition. It must always be remembered that these great monasteries were not only receivers of revenue as are our modern rich, but were also producers or, rather, could be producers when they chose, and that therefore the actual economic power of any one foundation might always be higher, and often was very considerably higher, than the nominal revenue, the dead income, which passed to the spoliators of the sixteenth century. When a town is sacked the army gets a considerable loot, but nothing like what the value was of the city as it flourished before the siege.
Pertanto, l’effetto della Conquista si manifestò soprattutto sulle cose visibili e mutevoli del paese, piuttosto che su quelle interiori e fondamentali per la sua vita: tuttavia fu estremamente significativo, soprattutto nel campo dell’edilizia, con l’introduzione diffusa dell’uso della pietra. Sotto i Normanni, quasi tutte le grandi istituzioni religiose d’Inghilterra furono ristabilite, e ciò avvenne in soli dieci anni. Emersero anche nuove abitazioni; il segno distintivo di quel periodo – che rappresentava una vera “seconda primavera” per tutta Europa, piena dello spirito delle Crociate e di un’effettiva rigenerazione della vita sociale – fu l’aumento del numero di nuovi ordini religiosi, in particolare la trasformazione della monotonia tradizionale dei monasteri benedettini.
Il capo, naturalmente, di questi movimenti religiosi, e il pioniere di tutti loro, fu l’istituzione di Cluny in Borgogna.
Cluny non nacque come risultato di un piano preciso; fu uno di quei fenomeni di crescita spontanea tipici di epoche vigorose e creative. Chi conosce la natura del popolo burgundo non troverà fantastico immaginare che la vasta reputazione di Cluny si basasse sulla retorica. Forse fu proprio l’abilità espressiva dei Burgundi, unita all’eredità oratoria tipica di quella terra fino alla nascita di Bossuet e ancora oggi presente in essa, a conferire a Cluny un potere particolare sull’intelletto dell’Europa occidentale, rendendola una guida fondamentale nel secolo che precedette il grande cambiamento rappresentato dalle Crociate. Da Cluny, come casa madre, nacquero comunità istintivamente permeate dalla disciplina e dalla nuova vita proprie dell’ordine riformato; e sebbene si sia osservato che queste comunità non fossero numerose rispetto all’intensità del movimento stesso, è anche importante sottolineare che erano quasi sempre molto grandi e ricche, che mantenevano un rapporto stretto e particolare con il governo civile delle regioni in cui si trovavano, e che la loro totale dipendenza dalla casa madre, nonché l’osservanza rigorosa di una stessa regola, conferivano all’intero ordine una sorta di forza militare.
L’influenza cluniese si fece sentire molto presto nella valle del Tamigi. Entro l’inizio del XII secolo, e nel giro di cinquanta anni dalla conquista, questa nuova influenza si intrecciò con le tradizioni dei cinque secoli precedenti, che fino ad allora erano state interamente influenzate dai tre grandi monasteri benedettini. Questo monastero cluniese, il primo tra quelli nuovi fondati nella valle del Tamigi, fu stabilito sulla penisola di Reading.
Fu nel 1121 che il figlio del Conquistatore portò l’ordine cluniaico nella piccola città di Reading. Dal momento della fondazione dell’abbazia, essa attirò l’attenzione, in parte per la sua posizione geografica, in parte perché fu la prima grande fondazione nuova sul Tamigi, e in parte anche a causa di fattori che conferirono a quell’ordine una particolare influenza o potere; in questo caso, tale influenza derivava soprattutto dalla disciplina e dal carattere dell’ordine cluniaico stesso. Reading assunse così una posizione molto importante in Inghilterra. Aveva, per così dire, qualcosa di più moderno, di più diretto e politico rispetto alle antiche abbazie benedettine che l’avevano preceduta. Il compito che doveva svolgere era meno legato a attività materiali: i campi erano già drenati, la vita e la ricchezza della nuova civiltà avevano già iniziato a svilupparsi; quindi, nei quattrocento anni della sua esistenza, il ruolo principale di Reading fu quello di servire la Corte, assistere ai parlamenti e sostenere la monarchia. La città raggiunse immediatamente questa posizione, e la sua architettura simboleggiava in qualche modo l’importanza che acquisì rapidamente: conservò infatti fino alla fine le caratteristiche tipiche del primo secolo in cui fu costruita: gli archi normanni, i decori a forma di denti di cane, i muri spessi, le capitele architettoniche tipiche dell’inizio del XII secolo.
Prima del tredicesimo secolo, possedeva ricchezze paragonabili a quelle di qualsiasi altro monastero situato sulle rive del Tamigi, e in termini di reputazione pubblica era addirittura superiore a tutti; l’unica eccezione era rappresentata dallo stesso Westminster. Insieme ai tre monasteri benedettini e al più tardo monastero di Osney, costituiva l’ultimo anello di una catena di abbazie che si estendeva ininterrotta lungo l’intera lunghezza del fiume. E con esso terminava anche la storia di quei primi monasteri che avevano contribuito a completare il processo di riscivilizzazione della valle.
La lettura non era l’unica istituzione cluniese sul Tamigi. Un’altra, e più antica, si trovava a Bermondsey; tuttavia, la sua vicinanza a Londra e la sua posizione lungo il >fiume ne impedivano di essere menzionata in queste pagine. Fu fondata subito dopo la Conquista; Lanfranco vi insediò monaci francesi; divenne un’abbazia alla fine del XIV secolo e si distinse per l’aumento continuo della sua ricchezza, dovuto in parte all’importanza crescente di Londra nel corso dei suoi anni. Alla fine del XIII secolo, il suo valore ammontava a 280 sterline; al momento della sua dissoluzione, il 1° gennaio 1538, nonostante il notevole aumento del valore della moneta nel XVI secolo rispetto al XIII, il suo valore superava le 500 sterline, equivalenti a un reddito annuo di 10.000 sterline.
Un resto della sua struttura rimase in piedi (solo il portone d’ingresso) fino al 1805.
Anche Osney risale all’inizio del XII secolo ed era quasi contemporaneo di Reading.
Si trovava appena fuori dalle mura del castello di Oxford, a ovest, sulla riva del corso principale del Tamigi; la sua fondazione doveva essere attribuita alla famiglia locale al potere all’epoca della conquista, i Oilei. Sebbene, al momento della sua soppressione, il suo reddito rappresentasse appena un quinto di quello di Westminster (che dovrà costituire il nostro standard in tutta questa analisi), la sua magnificenza ebbe un profondo impatto sui contemporanei e lasciò una grande tradizione. Bisogna sempre ricordare che questi grandi monasteri non erano soltanto enti incaricati di raccogliere redditi, come sono i nostri moderni ricchi, ma anche soggetti in grado di generare ricchezza, o meglio, potevano farlo se lo desideravano; pertanto il potere economico reale di ciascun monastero era spesso molto più elevato del reddito nominale che veniva incassato. Quando una città veniva saccheggiata, l’esercito otteneva un enorme bottino, ma questo non eguagliava affatto il valore della città nel periodo di massimo splendore precedente all’assedio.
At any rate, whether Osney owed its magnificence to internal industry, to a wise expenditure, or to a severity of life which left a large surplus for ornament and extension, it was for 400 years the principal building upon the upper river, catching the eye from miles away up by Eynsham meadows and forming a noble gate to the University town for those who approached it from the west by the packway, of which traces still remain, and over the bridges which the Conqueror had built. So deep was the impress of Osney upon the locality, and even upon the national Government, that Henry proposed, as in the case of Westminster, to make of the building one of his new cathedrals, and to establish there his new See of Oxford. The determination, however, lasted but for a very short time. In a few years the financial pressure was too much for him; he transferred the see to the old Church of St Frideswides, where it still remains, and gave up Osney to loot. It was looted very thoroughly.
The smaller monasteries need hardly a mention. At the head of them comes Eynsham, worth more than half as much as Osney, and a very considerable place. Founded as a colony or adjunct to Stow, in Lincolnshire, it outlived the importance of the parent house, and was at the height of its prosperity immediately before the Dissolution.
Eynsham affords a very good instance of the way in which the fabric in these superb temples disappeared. As late as the early eighteenth century there was still standing the whole of the west front; the two high towers, the splendid west window, and the sculptured doorways were complete, though they remained but as a fragment of a ruined building. A century and a half passed and the whole had disappeared, carted away to build walls and stables for the local squires, or sold by the local squires for rubble.
Of the little priory at Lechlade very little is known, save that it was founded in the thirteenth century and had disappeared long before the Reformation, while of that at Cricklade we know even less, save that it humbly survived and was counted in the “bag” at only four pounds a year.
With Dorchester, which had existed from the twelfth century, and which was worth almost half as much as Eynsham, and with the considerable Cell of Hurley which attached to Westminster, the list is complete. It is interesting to know that the church at Dorchester was saved by the local patriotism of one man, who left half his fortune for the purchase of it, and that not in order to ruin it and to sell the stones of it, but in order to preserve it: a singular man.
In a general survey of monastic influence in the Valley of the Thames, it would be natural to omit the foundations which belonged to the later Middle Ages. It was in the Dark Ages that the great Benedictine work was done, the pastures drained, the woods planted, the settlements established. It was in the early Middle Ages, in the twelfth and thirteenth centuries and in the first half of the fourteenth — in a word, before the Black Death — that the work of the new and vigorous foundations, and the revived energy of the older ones, spread Gothic architecture, scholastic learning, and the whole reinvigorated social system of the time, from Oxford to Westminster; and the historian who notes the social and economic effects of monasticism in Western Europe, however enthusiastic he may be in defence of that force, cannot with truth lend it between the Black Death and the Reformation a vigour which it did not possess. It had tended to become, in the fifteenth century, a fixed social institution like any other, one might almost say a bundle of proprietary rights like any other. And though it is easy now to perceive what ruin was caused by the sudden destruction, the contemporaries of the last age of Great Houses were perpetually considering their privilege and their immovable tradition rather than the remaining functions which the monasteries fulfilled in the State.
On this account historical notes dealing with the development of the Thames Valley would naturally omit a reference to foundations existing only from the close of the Middle Ages. But an exception must be made to this rule in the case of Sheen.
Sheen was a Charterhouse, and it merits observation not only from the peculiar characteristics of the Carthusian Order, but also from its considerable position so near to Westminster and not yet overshadowed by the greatness either of that abbey or of Chertsey. It received, from its land in England alone, a revenue of close upon two-thirds of that which Westminster enjoyed. Recent in its origin (it had existed for only just over 100 years when Henry VIII. attacked it), not without that foreign flavour which, rightly or wrongly, was ascribed in this island to the Carthusian Order, rigid in doctrine, and of a magnificent temper in the defence of religion, these Carthusians, like their brethren in London, formed a very natural target for the King’s attack. I include them only because notes upon the mediæval foundations, would be quite imperfect were there no mention of Sheen, late as the origin of the community was, and little as it had to do with the historic development of the valley.
This completes the list of the greater foundations; with the lesser ones it would only be possible to deal in pages devoted to the Monastic Institution alone. The very numerous communities of friars, and the hospitals in the towns upon the Thames, cannot be mentioned, the little nunneries of Ankerwick, Burnham, and Little Marlow, the communities, early and late, of Medmenham and Cholsey, the priories of Lechlade and of Cricklade (which might have occupied a larger space than was available), must be passed over. Even Godstow, famous as it is from the early legend of Rosamond, and considerable as was its function both of education and of retreat, cannot be included in the list of those principal foundations which alone take rank as originators of the prosperity of the valley.
In ogni caso, che la magnificenza di Osney fosse dovuta al duro lavoro interno, a una spesa saggezza o a un tenore di vita così austero da lasciare ampi risorse per decorazioni e ampliamenti, rimase comunque l’edificio principale lungo il corso superiore del fiume per 400 anni: si distingueva già da chilometri di distanza, lungo i prati di Eynsham, e rappresentava un ingresso nobile nella città universitaria per coloro che vi arrivavano dal west attraverso la strada militare, le cui tracce sono ancora visibili oggi, nonché attraverso i ponti costruiti dal Conquistatore. L’impatto di Osney su quella zona, e persino sul governo nazionale, fu tale che Enrico decise, proprio come nel caso di Westminster, di trasformare l’edificio in una delle sue nuove cattedrali e di stabilirvi la sua nuova sede vescovile di Oxford. Tuttavia, questa decisione durò solo per poco tempo: pochi anni dopo, le pressioni finanziarie divennero insostenibili; Enrico trasferì quindi la sede vescovile nella vecchia chiesa di St Frideswides, dove rimane ancora oggi, lasciando Osney alla razzia. Fu saccheggiata in modo molto sistematico.
I monasteri più piccoli quasi non meritano di essere menzionati. In testa a loro c’è Eynsham, il cui valore è superiore alla metà di quello di Osney; si tratta davvero di un luogo molto importante. Fondato come colonia o annesso di Stow, nel Lincolnshire, sopravvisse all’indebolimento dell’ordine che lo aveva creato e raggiunse il culmine della sua prosperità immediatamente prima dello scioglimento degli ordini monastici.
Eynsham offre un ottimo esempio di come il tessuto strutturale di questi magnifici templi sia scomparso. Fino all’inizio del XVIII secolo, l’intera facciata occidentale era ancora intatta: le due alte torri, la splendida finestra occidentale e le porte scolpite esistevano ancora, anche se ormai rappresentavano soltanto frammenti di un edificio in rovina. Un secolo e mezzo dopo, tutto era scomparso: i materiali furono portati via per costruire muri e stalle per i signori locali, oppure venduti come materiale da demolizione.
Del piccolo priorato di Lechlade si sa molto poco, se non che fu fondato nel XIII secolo e scomparve molto prima della Riforma; quanto a quello di Cricklade, ne sappiamo ancora meno, se non che sopravvisse umilmente, ricevendo un contributo annuo di soli quattro sterline.
Con Dorchester, che esisteva già dal XII secolo e aveva un valore quasi pari alla metà di Eynsham, e con la considerevole proprietà di Hurley annessa a Westminster, l’elenco è completo. È interessante sapere che la chiesa di Dorchester fu salvata grazie al patriottismo di un uomo del posto, che lasciò metà della sua fortuna per acquistarla, non con l’intento di distruggerla e vendere le sue pietre, ma per preservarla: un uomo davvero straordinario.
In un’analisi generale dell’influenza monastica nella Valle del Tamigi, sarebbe naturale omettere quei fondamenti che risalgono al tardo Medioevo. Fu proprio nell’Alto Medioevo che si compirono le grandi imprese benedettine: i pascoli furono bonificati, i boschi piantati e gli insediamenti stabiliti. Fu nei secoli XII, XIII e nella prima metà del XIV – in altre parole, prima della Peste Nera – che il nuovo slancio dei monasteri, unito al rinnovamento delle strutture esistenti, diffuse l’architettura gotica, lo studio scolastico e l’intero sistema sociale rivitalizzato dell’epoca, da Oxford a Westminster. Il storico che analizza gli effetti sociali ed economici del monachesimo in Europa occidentale, per quanto entusiasta possa essere nella sua difesa di questa istituzione, non può certo attribuire al monachesimo, tra la Peste Nera e la Riforma, un vigore che esso in realtà non possedeva. Nel XV secolo, il monachesimo tendeva ormai a diventare una semplice istituzione sociale, quasi come qualsiasi altra; si potrebbe persino dire che rappresentasse soltanto un insieme di diritti proprietari. E sebbene oggi sia facile comprendere i danni causati dalla sua improvvisa scomparsa, i contemporanei dell’ultimo periodo di splendore dei grandi monasteri consideravano sempre più il proprio privilegio e le proprie tradizioni immutabili, piuttosto che le funzioni ancora svolte dai monasteri nello Stato.
Per questo motivo, le note storiche che trattano dello sviluppo della valle del Tamigi naturalmente ometterebbero qualsiasi riferimento a fondazioni esistenti soltanto alla fine del Medioevo. Tuttavia, nel caso di Sheen, questa regola deve essere fatta eccezione.
Sheen apparteneva all’Ordine dei Cartesiani; merita di essere considerato non solo per le particolari caratteristiche di tale ordine, ma anche per la sua posizione strategica così vicina a Westminster, senza ancora essere oscurata dalla grandezza né di quell’abbazia né di Chertsey. Solo dalle sue proprietà in Inghilterra, riceveva un reddito che rappresentava quasi due terzi di quello di Westminster. Di origine relativamente recente (esisteva da poco più di 100 anni quando Enrico VIII la attaccò), non mancava quella caratteristica “straniera” che, giustamente o meno, veniva attribuita in quest’isola all’Ordine dei Cartesiani: una dottrina rigida e un impegno deciso nella difesa della religione. Questi Cartesiani, proprio come i loro confratelli di Londra, rappresentavano un bersaglio naturale per gli attacchi del Re. Li menziono soltanto perché qualsiasi analisi delle fondamenta medievali sarebbe incompleta senza fare riferimento a Sheen, anche se la comunità aveva avuto origine piuttosto tardi e poco a che fare con lo sviluppo storico della valle.
Questo completa l’elenco delle principali fondazioni; per quelle di minor rilievo, sarebbe necessario dedicare intere pagine soltanto all’Instituzione Monastica stessa. Le numerose comunità di frati, nonché gli ospedali presenti nelle città lungo il Tamigi, non possono essere menzionate; così come le piccole congreghe di suore di Ankerwick, Burnham e Little Marlow, le comunità di Medmenham e Cholsey, sia antiche che moderne, e i priorati di Lechlade e Cricklade (che avrebbero potuto occupare uno spazio maggiore di quello disponibile). Nemmeno Godstow, famosa per la leggenda di Rosamond e per il ruolo importante svolto nell’educazione e nel rifugio spirituale, può essere inclusa in questa lista delle principali fondazioni che hanno effettivamente determinato la prosperità della valle.
Several of these smaller houses went in the dissolution to swell the revenues of Bisham, the new community which Henry, as he said, intended to take the place of much that he had destroyed; and Bisham would be very well worth a considerable attention from the reader had it survived. But it did not survive. Hardly was it founded when Henry himself immediately destroyed it, and, as we shall see later, Bisham affords one of the most curious and instructive examples of the way in which that large monastic revenue, which it was certainly intended to keep in the hands of the Crown, and which, had it been so kept, would have given to England the strongest Central Government in Europe, drifted into the hands of the squires, multiplied perhaps by ten the wealth of their class, and transformed the Government of England into that oligarchy which was completed in the seventeenth century, and which, though permeated and transformed by Jewish finance, is standing in a precarious strength to this day.
Westminster, Chertsey, Sheen, Reading, Abingdon, and Osney disappeared.
One writes the list straight off without considering, taking it for granted that everything which could have roused the cupidity of that generation necessarily disappeared: and as one writes it one remembers that, after all, Westminster survived. Its survival was an accident, which will be further considered. But that survival, so far from redeeming, emphasises and throws into relief the destruction of the rest.
Of these enduring monuments of human energy and, what is more important still in the control of energy, human certitude, what besides Westminster survived? Of Chertsey there is perhaps a gateway and part of a wall; of Sheen nothing; of Reading a few flints built into modern work; of Abingdon a gateway, and a buttress or two that long served to support a brewhouse; of Osney nothing, contrariwise, electric works and the slums of a modern town. All these were Westminsters. In all of these was to be discovered that patient process of production which argues the continuity, and therefore the dignity, of human civilisation. Each had the glass which we can no longer paint, the vivid, living, and happy grotesque in sculpture which only the best of us can so much as understand; each had a thousand and another thousand details of careful work in stone meant to endure, if not for ever, at least into such further centuries as might have the added faith and added knowledge to restore them in greater plenitude. The whole thing has gone. It has gone to no purpose. Nothing has been built upon it save a wandering host of rich and careworn men.
Suppose a man to have gone down the Thames when the new discussions were beginning in London and (as was customary even at the close of the Middle Ages) were spreading from town to town with a rapidity that we, who have ceased to debate ideas, can never understand. Let such a traveller or bargeman have gone down from Cricklade to the Tower, how would the Great Houses have appeared to him?
The upper river would have been much the same, but as he came to that part of it which was wealthy and populous, as he turned the corner of Witham Hill, he would already have seen far off, larger and a little nearer than the many spires of Oxford, a building such as to-day we never see save in our rare and half-deserted cathedral country towns. It was the Abbey of Osney. It would have been his landmark, as Hereford is the landmark for a man to-day rowing up to Wye, or the new spire of Chichester for a man that makes harbour out of the channel past Bisham upon a rising tide. And as he passed beneath it (for, of the many branches here, the main stream took him that way) he would have seen a great and populous place with nothing ruinous in it, all well ordered, busy with men and splendid; here again that which we now look upon as a relic and a circumstance of repose was once alive and strong.
Upon his way beneath the old stone bridge which crossed the ford, and shooting between the lifted paddles of the weirs, he would, once below Oxford, have seen much the same pastures that we see to-day; but in a few hours Abingdon, the next to Osney, would have fixed his eyes as Osney had before.
Abingdon would have been to him what Noyon is on the Oise, or any of our river cathedrals in Western Europe — an apse pointing up stream, though rounded and lacking the flying buttresses of the Gothic, for it was thick, broad, and Norman. Here also, as one may believe, from its situation, trees would have shrouded somewhat what he saw. There are few such riverside apses in Christian Europe that are not screened in this manner by trees planted between the stream and them. But as he drifted farther down, before he reached the bridge, the west front would have burst upon him, quite new, exceedingly rich and proud, a strict example, one may believe, of the Perpendicular, and of what was for the first time, and for a moment only, a true English Gothic. It would have stood out before him, catching the sun of the afternoon in its maze of glass. It would have seemed a thing to endure; within his lifetime it was to be utterly destroyed.
Once more in the many reaches between Abingdon and Wallingford, the sights would have been those which a man sees now. And though at Wallingford he would have had before him a town of brilliant red tiles and timberwork, and a town perhaps larger than that which we see to-day, yet (could such a man come to life again) the contrast would not strike him here, and still less in the fields below, so much as when he came near to Reading.
That everything else of age in Reading has disappeared one need not say, but were that traveller here to-day, the thing that he would most seek for and most lack would be the bulk of the building at the farther end of the town.
One can best say what it was by saying that it was like Durham. It is true that Durham Cathedral stands upon a noble cliff overhanging a ravine, while Reading Abbey stood upon a small and irregular hill which hardly showed above the flat plains of the river meadows, but in massiveness of structure and in type of architecture Reading seems to have resembled Durham more nearly than any other of our great monuments, and to emphasise its parallelism to Durham is perhaps the best way to make the modern reader understand what we have lost.
Diverse di queste piccole case furono utilizzate per aumentare i ricavi di Bisham, la nuova comunità che Enrico, come aveva detto, intendeva creare al posto di molte altre cose che aveva distrutto; e Bisham avrebbe certamente meritato grande attenzione da parte del lettore se fosse sopravvissuta. Ma non sopravvisse. Appena fondata, fu immediatamente distrutta da Enrico stesso, e, come vedremo in seguito, Bisham rappresenta uno degli esempi più curiosi e istruttivi di come quel vasto reddito monastico, che certamente avrebbe dovuto rimanere nelle mani della Corona e che, se così fosse stato, avrebbe dato all’Inghilterra il governo centrale più forte d’Europa, finì invece nelle mani dei signori locali, moltiplicando forse dieci volte la ricchezza della loro classe e trasformando il governo inglese in quell’oligarchia che si affermò nel XVII secolo e che, pur essendo stata influenzata e trasformata dalla finanza ebraica, mantiene ancora oggi una posizione precaria.
Westminster, Chertsey, Sheen, Reading, Abingdon e Osney scomparvero.
Si redige l’elenco senza rifletterci troppo, dando per scontato che tutto ciò che avrebbe potuto suscitare la cupidigia di quella generazione sia necessariamente scomparso; nel mentre lo si scrive, ci si ricorda che, dopotutto, Westminster è sopravvissuta. La sua sopravvivenza è stata un caso fortuito, su cui torneremo in seguito. Ma proprio questa sopravvivenza, lontano dall’essere una compensazione, mette in risalto e accentua ancora di più la distruzione del resto.
Di questi monumenti duraturi dell’energia umana, e soprattutto della certezza umana nel controllo dell’energia, cosa è sopravvissuta oltre a Westminster? Di Chertsey rimane forse un portale e parte di un muro; di Sheen nulla; di Reading alcune pietre utilizzate in opere moderne; di Abingdon un portale e uno o due contrafforti che per lungo tempo hanno sostenuto una birreria; di Osney, al contrario, restano solo impianti elettrici e i quartieri miserabili di una città moderna. Tutti questi erano come Westminster. In tutti si poteva scoprire quel processo paziente di produzione che dimostra la continuità, e quindi la dignità, della civiltà umana. Ognuno di questi luoghi possedeva vetri che ormai non possiamo più dipingere, sculture vivide e gioiose che solo i migliori tra noi riescono a comprendere appieno; ognuno presentava mille dettagli di lavorazione accurata nella pietra, progettati per durare, se non per sempre, almeno per secoli futuri in cui l’uomo avrebbe potuto riacquistare la fede e la conoscenza necessarie per restaurarli nella loro piena bellezza. Tutto questo è scomparso. Senza alcun scopo. Non è stato costruito nulla su di esso, se non una folla di uomini ricchi e stanchi di vivere.
Supponiamo che un uomo abbia navigato lungo il Tamigi quando le nuove discussioni stavano iniziando a Londra e (come era consuetudine anche alla fine del Medioevo) si diffondevano da una città all’altra con una rapidità che noi, ormai lontani dalle discussioni ideologiche, non possiamo mai comprendere. Se tale viaggiatore o barcaiolo avesse percorso il fiume da Cricklade fino alla Torre di Londra, come gli sarebbero apparse le grandi dimore lungo il corso del Tamigi?
L’alto corso del fiume sarebbe stato più o meno lo stesso, ma quando avesse raggiunto quella sua parte ricca e popolosa, girando l’angolo di Witham Hill, avrebbe già visto in lontananza, più grande e un po’ più vicina rispetto alle molte guglie di Oxford, un edificio del genere di quelli che oggi vediamo soltanto nelle nostre rare e semi-deserte città cattedrali. Era l’Abbazia di Osney. Sarebbe stata una guida per lui, così come Hereford lo è per chi rema verso Wye oggi, o la nuova guglia di Chichester per chi approda nel canale oltre Bisham con la marea alta. E mentre vi passava sotto (poiché, tra i numerosi affluenti presenti in quella zona, il corso principale lo portava proprio in quella direzione), avrebbe visto un luogo grande e popoloso, privo di rovine, tutto ben ordinato, pieno di vita e splendore; ancora una volta, ciò che oggi consideriamo un relitto o un segno di tranquillità un tempo era vivo e vigoroso.
Mentre attraversava sotto l’antico ponte di pietra che superava il guado, passando tra le pale sollevate delle dighe, una volta giunto al di sotto di Oxford, avrebbe visto praticamente gli stessi pascoli che vediamo oggi; ma in poche ore, Abingdon, situato subito dopo Osney, avrebbe fissato lo sguardo proprio come aveva fatto Osney prima di lui.
Abingdon avrebbe rappresentato per lui ciò che Noyon è sull’Oise, o qualsiasi delle nostre cattedrali sulle rive dei fiumi dell’Europa occidentale: un abside rivolto verso l’alto corso del fiume, sebbene rotondo e privo degli archi rampanti tipici dello stile gotico, poiché costruito in stile normanno, spesso e largo. Si può immaginare che, grazie alla sua posizione, anche qui gli alberi avrebbero in parte nascosto ciò che si poteva vedere. In Europa cristiana, sono pochi questi absidi situati lungo i fiumi che non siano delimitati da alberi piantati tra il corso d’acqua e loro stessi. Ma man mano che lui proseguiva la sua discesa, prima ancora di raggiungere il ponte, l’facciata occidentale della cattedrale gli si sarebbe presentata davanti: completamente nuova, estremamente ricca e imponente, un esempio perfetto dello stile gotico inglese. Avrebbe brillato sotto i raggi del sole pomeridiano, attraverso il suo labirinto di vetri. Sembra qualcosa che meriti di essere conservato; invece, nel corso della sua vita, sarebbe stato completamente distrutto.
Ancora una volta, nelle molteplici zone situate tra Abingdon e Wallingford, i paesaggi sarebbero stati quelli che un uomo vede oggi. E sebbene a Wallingford si fosse trovato di fronte a una città con tegole rosse brillanti e strutture in legno, forse più grande di quella che vediamo oggi, tuttavia (se tale uomo potesse rivivere) il contrasto non lo avrebbe colpito qui, né tanto meno nei campi sottostanti, quanto invece quando si fosse avvicinato a Reading.
Non c’è bisogno di dire che tutto il resto che dovrebbe esistere a Reading, secondo gli standard dell’epoca, è scomparso; ma se quel viaggiatore fosse qui oggi, ciò che cercerebbe disperatamente e che gli mancherebbe di più sarebbe la parte principale dell’edificio situato all’estremità della città.
Si può dire al meglio che assomigliava a Durham. È vero che la Cattedrale di Durham sorge su una nobile scogliera che si affaccia su un burrone, mentre l’Abbazia di Reading si trova su una piccola collina irregolare che a malapena spunta sopra le pianure piatte dei prati lungo il fiume, ma per quanto riguarda la grandezza delle strutture e lo stile architettonico, Reading sembra assomigliare molto di più a Durham rispetto ad altri grandi monumenti del nostro paese. Sottolineare questo parallelismo con Durham è forse il modo migliore per far capire al lettore moderno ciò che abbiamo perso.
Nothing that he had seen in this journey would more have sunk into the mind of a contemporary man, nothing that he would lack were he resuscitated to-day would leave a want more grievous. In the destruction of Reading the people of this country lost something which not even their aptitude for foreign travel can replace.
Windsor, as he passed, stood up above the right of him, not very different from what we still admire as we come down from Bray and look up to the jutting fore-tower which is worthy of Coucy. But down below Windsor (after whose bridge we to-day see nothing whatever of value), just after he had passed the wooden bridge of Staines and shot the weir of that town, the river bent southward.
The traveller would have found Pentonhook already forming or formed, and when he had got round it he would have seen soaring above him down stream the great mass of Chertsey Abbey. If Reading had the solidity and the barbaric grandeur of Durham, Chertsey had in an ecclesiastical way the vastness of Windsor, and must have seemed like a town to anyone approaching it thus down the river. The enclosed area of the abbey buildings alone covered four acres.
This impression which such a traveller would have received of the great religious houses was enhanced by something more than the magnitude and splendour of the buildings. Divided as was opinion at that moment upon their value to the State, and jealous as had become landless men of the long traditions and privileges of the monks, these still represented not only their own wealth but the general accumulation of capital and the continued prosperity of the river valley. It is true to say, in spite of the difficulty of appreciating such a truth in the light of our knowledge of what was to follow, that the destruction of such foundations would have seemed to the traveller before the Dissolution inconceivable. Nevertheless it came.
These notes are not the place in which to discuss that most difficult of all historical problems — I mean the causes which led the nation to abandon in a couple of generations the whole of its traditions and to adopt, not spontaneously but at the bidding of a comparatively small body of wealthy men, a new scheme of society. But it is of value to consider the economic aspect of the thing, and to show what it was that Henry desired to seize when his policy of Dissolution was secretly formed.
The economic function of the monastic system in the Middle Ages, and especially in the later Middle Ages, is one to which no sufficient attention has been given by historians.
They collected, as does no modern agency, wealth from very various sources, scattered up and down the whole of the kingdom, and often farther afield, throughout Europe, and exercised the whole economic power so drawn together in one centre, and so founded a permanent nucleus of wealth in the place where the community resided.
We are indeed to-day accustomed to a similar effect in the action of our wealthy families. The rents of the London poor, a toll upon the produce of Egypt, of the Argentine, or of India, all flow into some country house in the provinces, where it revives in an effective demand for production, or lends to the whole countryside a wealth which, of itself, it could never have produced. The neighbourhood of Aylesbury, the palaces of the larger territorials, are modern examples of this truth, that the economic power of a district does not reside in its productive capacity, but in its capacity for effective demand. And it is undoubtedly true that if there were anything permanent in modern society we should be witnessing in the wealthier quarters of Paris and London, in the Riviera in the holiday part of Egypt, and in certain centres of provincial luxury in England, in France, and in Western Germany, the foundation of a permanent economic superiority.
But nothing in modern society has any roots. Where to-day is some one of these great territorial houses in fifty years there may be nothing but decay. Fashion may change from the Riviera to some other part of the Mediterranean littoral, and with fashion will go the concentration of wealth which accompanies it.
In the Middle, and especially in the latter Middle, Ages it was otherwise. The great religious houses not only tended to accumulate wealth and to perpetuate it in the same hands (they could not gamble it away nor disperse it in luxury; they could hardly waste it by mismanagement), but they were also permanently fixed on one spot.
Such an institution as Reading, for example, or as Abingdon, went on perpetually receiving its immense revenues for generation after generation, and were under no temptation or rather had no capacity for spending it elsewhere than in the situation where their actual buildings were to be found.
In this way the great monastic houses founded a tradition of local wealth which has profoundly affected the history of the Thames Valley. And if that valley is still to-day one of the chief districts wherein the economic power of England is concentrated, it owes that position mainly to the centuries during which the great foundations exercised their power upon the banks of the river.
The growth of great towns, one of the last phases of our national development, one which finds its example in the Thames Valley as elsewhere, and one to which we shall allude before closing these notes upon the river, has somewhat obscured the quality of this original accumulation of wealth along the Thames. But when we come to consider the figures of the census at an earlier time, before modern commercialism and the railway had drawn wealth and population into fewer and larger centres, we shall see how considerable was the string of towns which had grown up along the stream. And we shall especially see how fairly divided among them was the population, and, it may be presumed, the wealth and the rateable value, of the valley.
The point just mentioned in connection with the larger monastic foundations, and their artificial concentration of economic power, deserves a further elaboration, for the economic importance of a district is one of the aspects of geography which even modern analysis has dealt with very imperfectly.
Niente di ciò che aveva visto in questo viaggio avrebbe potuto lasciare un’impronta più profonda nella mente di un uomo contemporaneo; nulla di ciò che gli mancasse, se oggi venisse resuscitato, potrebbe causare una perdita più grave. Con la distruzione di Reading, il popolo di questo paese ha perso qualcosa che nemmeno la loro capacità di viaggiare all’estero può sostituire.
Windsor, mentre lo superava, si ergeva sulla sua destra; non molto diverso da ciò che ancora ammiriamo oggi quando scendiamo da Bray e alziamo lo sguardo verso la torre frontale che merita davvero di essere paragonata a quella di Coucy. Ma più in basso, dopo aver superato il ponte di legno di Staines e attraversato il diga di quella città, il fiume deviava verso sud.
Il viaggiatore avrebbe visto Pentonhook già in formazione o già completato; superandolo, avrebbe notato sopra di sé, lungo il corso del fiume, l’enorme massa dell’abbazia di Chertsey. Se Reading possedeva la solidità e la maestosità “barbara” di Durham, Chertsey, dal punto di vista ecclesiastico, aveva la vastità di Windsor; doveva sembrare davvero una città a chiunque la avvicinasse lungo il fiume. Solo l’area recintata dagli edifici dell’abbazia copriva quattro acri.
L’impressione che un viaggiatore potesse ricevere riguardo alle grandi istituzioni religiose veniva rafforzata da qualcosa di più della semplice grandezza e magnificenza degli edifici stessi. A quel tempo, le opinioni erano divise riguardo al loro valore per lo Stato; inoltre, i senza terra provavano gelosia nei confronti delle lunghe tradizioni e dei privilegi dei monaci. Queste istituzioni rappresentavano non solo la ricchezza stessa dei monaci, ma anche l’accumulo generale di capitale e la continua prosperità della valle del fiume. È vero che, nonostante le difficoltà nel comprendere appieno questa realtà alla luce di ciò che sarebbe accaduto in seguito, per il viaggiatore prima della Dissoluzione la distruzione di tali fondamenti sarebbe sembrata inconcepibile. Eppure, è successa.
Queste note non sono il luogo adatto per discutere quel problema storico tra i più difficili: intendo dire le cause che portarono una nazione a abbandonare, in poche generazioni, tutte le sue tradizioni e ad adottare, non spontaneamente ma su indicazione di un gruppo relativamente ristretto di uomini ricchi, un nuovo modello sociale. Tuttavia, è utile considerare l’aspetto economico della questione e capire ciò che Enrico desiderava ottenere quando la sua politica di dissoluzione venne segretamente concepita.
La funzione economica del sistema monastico nel Medioevo, e soprattutto nel tardo Medioevo, è un aspetto a cui gli storici non hanno prestato abbastanza attenzione.
Raccoglievano ricchezze da fonti molto varie, disseminate in tutto il regno e spesso anche al di fuori di esso, in tutta Europa; esercitavano quindi l’intero potere economico concentrato in un unico centro, fondando così un nucleo permanente di ricchezza nel luogo dove risiedeva la comunità. Nessuna agenzia moderna fa lo stesso.
Oggi siamo effettivamente abituati a un effetto simile nell’azione delle nostre famiglie ricche: gli affitti dei poveri di Londra, le tasse sulle produzioni dell’Egitto, dell’Argentina o dell’India, tutto finisce in qualche tenuta di campagna nelle province, dove si trasforma in una domanda effettiva di prodotti, oppure fornisce ricchezza a un intero territorio che, da solo, non avrebbe mai potuto generarla. I dintorni di Aylesbury, i palazzi dei grandi proprietari terrieri sono esempi moderni di questa verità: il potere economico di una regione non risiede nella sua capacità produttiva, ma nella sua capacità di generare domanda effettiva. E senza dubbio è vero che, se esistesse qualcosa di permanente nella società moderna, lo vedremmo nei quartieri più ricchi di Parigi e Londra, sulla Riviera, nelle zone turistiche dell’Egitto, nonché in alcuni centri di lusso delle province in Inghilterra, Francia e Germania occidentale: questi luoghi rappresenterebbero le basi di una superiorità economica permanente.
Ma nulla nella società moderna ha radici profonde. Quello che oggi è una di queste grandi famiglie territoriali, tra cinquant’anni potrebbe non essere altro che rovina. La moda potrebbe spostarsi dalla Riviera verso qualche altra parte della costa mediterranea, e insieme alla moda scomparirebbe anche la concentrazione di ricchezze che ne deriva.
Nel Medioevo, e soprattutto nel tardo Medioevo, le cose erano diverse. Le grandi istituzioni religiose non solo tendevano ad accumulare ricchezze e a mantenerle nelle stesse mani (non potevano sperperarle né dissiparle in lussi; difficilmente le avrebbero sprecate per cattiva gestione), ma erano anche stabilite permanentemente in un luogo specifico.
Un’istituzione come Reading, ad esempio, o come Abingdon, continuava a ricevere i propri ingenti introiti generazione dopo generazione, e non era soggetta a alcuna tentazione, anzi non aveva nemmeno la possibilità di spenderli altrove se non per il mantenimento dei propri edifici.
In questo modo, le grandi case monastiche fondarono una tradizione di ricchezza locale che ha profondamente influenzato la storia della valle del Tamigi. E se oggi quella valle è ancora uno dei principali distretti in cui si concentra il potere economico dell’Inghilterra, lo deve soprattutto ai secoli durante i quali queste grandi istituzioni esercitarono il loro influenza lungo le rive del fiume.
La crescita delle grandi città, una delle ultime fasi dello sviluppo nazionale, un fenomeno che trova esempi ovunque, anche nella valle del Tamigi, e di cui parleremo ancora prima di concludere queste riflessioni sul fiume, ha in qualche modo offuscato la natura originale di quell’accumulo di ricchezza lungo il corso del Tamigi. Tuttavia, se consideriamo i dati dei censimenti di epoche precedenti, prima che il commercio moderno e le ferrovie concentrassero ricchezza e popolazione in pochi centri più grandi, vedremo quanto fosse estesa la rete di città sorta lungo il fiume. In particolare, noteremo come la popolazione, nonché probabilmente la ricchezza e il valore imponibile della regione, fossero distribuiti in modo abbastanza equilibrato tra queste città.
Il punto appena menzionato in relazione alle più grandi fondazioni monastiche e alla loro concentrazione artificiale del potere economico merita un’ulteriore elaborazione, poiché l’importanza economica di una regione rappresenta uno degli aspetti della geografia che anche gli studi moderni hanno trattato in modo molto imperfetto.
Economists speak of the economic importance of such-and-such a spot because material of use to man-kind is there discovered. Thus, people commonly point to the economic importance of the valleys all round the Pennine Range in England because they contain coal and metals, and to the economic importance of a small district in South Wales for the same reason.
A further consideration has admitted that not only places where things useful to mankind are discovered, but places naturally fitted for their exchange have an economic importance peculiarly their own. Indeed, the more history is studied from the point of view of economics, the more does this kind of natural opportunity emerge, and the less does the political importance of purely productive areas appear. The mountain districts of Spain, the Cornish peninsula, were centres of metallic industry of the first importance to the Romans, but they remained poor throughout the period of Roman civilisation. To-day the farmer in the west of America, the miner and the clerk in Johannesburg, are perhaps more numerous, but as a political force no wealthier for the opportunities of their sites: the economic power which they ultimately produce is first concentrated in the centres of exchange where the wealth they produce is handled.
Now there is a third basis for the economic importance of a district, and as this third basis is indefinitely more important than the other two, it has naturally been overlooked in the analysis of the universities. This basis is the basis of residence. Given that a conqueror, or a seat of Government established by routine, is established in a particular place and chooses there to remain; or given that the pleasure attached to a particular site — its natural pleasures or the inherited grandeur of its buildings or what not — make it an established residence for those who control the expenditure of wealth, then that place will acquire an economic importance which has for its foundation nothing more material than the human will. Thither wealth, wherever produced, will flow, and there will be discovered that ultimate motive force of all production and of all exchange, the effective demand of those possessors who alone can set the industrial machine in motion.
This has been abundantly true in every period of the world’s history, whenever commerce existed upon a considerable scale, or whenever a military force sufficiently universal was at the command of wealthy men.
It is particularly true to-day. To-day not the natural centres of exchange, still less the natural centres of production, determine what places in the world shall be wealthy and what shall not. The surplus of the wealth produced by the Egyptian fellaheen is carefully collected by English officials and largely consumed in Paris; the wealth produced by the manufacturers of North England is largely spent in the south of England and upon the Continent; until their recent and successful revolt, the wealth produced by the Irish peasantry was largely spent in London and upon the Riviera.
The economic importance, then, of the Thames Valley has not diminished, but increased since South England ceased to be the main field of production.
The tradition of Government, the habitual residence of the wealthy and directing classes of the community, have centred more and more in London. The old establishment of luxury in the Thames Valley has perpetually increased since the decline of its industrial and agricultural importance, and undoubtedly, if it were possible to draw a map indicating the proportion of economic demand throughout the country, the Valley of the Thames would appear, in proportion to its population, by far the most concentrated district in England, although it contains but one very large town, and although it is innocent of any very important modern industry.
It is interesting, in connection with this economic aspect of the Thames Valley, to note that, alone of the great river valleys of Europe, it has no railway system parallel to its banks. There is no series of productive centres which could give rise to such a railway system. The Great Western Railway follows the river now some distance upon one side, now some distance upon the other, as far as Oxford; but it does not depend in any way upon the stream, and where the course of the stream is irregular it goes on its straight course, throwing out branch lines to the smaller towns upon the banks: for the railway depends, so far as this section is concerned, upon the industries of the Midlands and of the west. Were you to cut off the sources of carriage which it draws upon from beyond the Valley of the Thames it could not exist.
The Scheldt, the Rhine, the Rhone, the Garonne, the Seine, the Elbe, are all different in this from the Thames. The economic power of our main river valley is chiefly a spending power. It produces little and, though it exchanges more of human wealth, it is the artificial machinery of exchange rather than the physical movement of goods that enriches it.
Now this habit of residence, this settlement of the concentrated power of demand upon the banks of the Thames, was the work of the monastic houses. It may be argued that, with the commercial importance of London, and with its attainment of the position of a capital, the residence of such economic power would necessarily have spread up the Thames Valley. It is doubtful whether any such necessity as this existed. In Roman times the Thames certainly did not lead up thus in the line of wealth from London, and though it is true that water carriage greatly increased in importance after the breakdown of Roman civilisation, yet the medium by which that water carriage was utilised was the medium of the Benedictine foundations. They it was who established that continuous line of progressive agricultural development and who prepared the way for the later yet more continuous line of the full monastic effort which succeeded the Conquest.
A list of monastic institutions upon the river, if we exclude the friars, the hospitals, and such foundations as made part of town or university life, is as follows: — a priory at Cricklade, another at Lechlade, the Abbey at Eynsham (sufficiently near the stream to be regarded as riparian), the Nunnery and School of Godstow, the great Abbeys of Osney and Rewley, the Benedictine Nunnery at Littlemore, the great Abbey of Abingdon, the Abbey of Dorchester, Cholsey (but this had been destroyed before the Conquest, and was never revived), the Augustinian Nunnery at Goring, the great Cluniac Abbey at Reading, the Cell of Westminster at Hurley, the Abbey of Medmenham, the Abbey of Bisham just opposite Marlow, and the Nunnery of Little Marlow; the Nunnery of Burnham, which, though nearly a mile and a half from the stream, should count from the position of its property as a riparian foundation, the little Nunnery of Ankerwike, the great Benedictine Abbey of Chertsey, the Carthusians of Sheen, and the Benedictines of Westminster, to which may be added the foundation of Bermondsey.
Gli economisti parlano dell’importanza economica di un determinato luogo perché lì viene scoperto materiale utile all’umanità. Pertanto, le persone solitamente sottolineano l’importanza economica delle valli che circondano la catena montuosa dei Pennini in Inghilterra, poiché contengono carbone e metalli; allo stesso modo, si evidenzia l’importanza economica di una piccola regione del Galles del Sud per le stesse ragioni.
Un’altra considerazione ha riconosciuto che non solo i luoghi dove vengono scoperte cose utili all’umanità, ma anche quelli naturalmente adatti al loro scambio possiedono un’importanza economica particolare. Infatti, più la storia viene studiata dal punto di vista dell’economia, più emerge questo tipo di opportunità naturale, e meno appare l’importanza politica delle aree puramente produttive. Le regioni montuose della Spagna, la penisola cornovaglia, erano centri dell’industria metallurgica di primaria importanza per i Romani, ma rimasero povere per tutto il periodo della civiltà romana. Oggi, l’agricoltore dell’America occidentale, il minatore e il impiegato di Johannesburg sono forse più numerosi, ma come forza politica non sono certo più potenti a causa delle opportunità offerte dai loro luoghi di residenza: il potere economico che producono viene infatti prima concentrato nei centri di scambio, dove viene gestito il ricco prodotto da loro generato.
Esiste ora una terza base per l’importanza economica di un distretto; poiché questa terza base è di gran lunga più importante delle altre due, è stata naturalmente trascurata nell’analisi delle università. Questa base è quella legata alla residenza. Se un conquistatore, o un centro amministrativo istituito per routine, si stabilisce in un luogo specifico e sceglie di rimanervi; oppure se i piaceri offerti da quel luogo – i suoi vantaggi naturali, la maestosità dei suoi edifici, ecc. – lo rendono una residenza ideale per coloro che controllano l’uso della ricchezza, allora quel luogo acquisirà un’importanza economica il cui fondamento non è altro che la volontà umana. Lì, indipendentemente dal luogo in cui viene prodotta, la ricchezza si dirigerà; e lì si scoprirà quella forza motrice ultima di tutta la produzione e di tutto lo scambio: la domanda effettiva da parte di coloro che, soltanto loro, possono mettere in movimento le macchine industriali.
Questo è stato ampiamente vero in ogni periodo della storia del mondo: ogni volta che il commercio si svolgeva su larga scala, o quando forze militari sufficientemente potenti erano a disposizione di persone ricche.
Questo è particolarmente vero oggi. Oggi non sono più i centri naturali di scambio, né tantomeno i centri naturali di produzione, a determinare quali luoghi del mondo debbano essere ricchi e quali no. L’eccedenza di ricchezza prodotta dai contadini egiziani viene attentamente raccolta dagli ufficiali inglesi e in gran parte consumata a Parigi; la ricchezza prodotta dai fabbricanti del Nord dell’Inghilterra viene in gran parte spesa nel Sud dell’Inghilterra e sul Continente; fino alla loro recente e riuscita rivolta, la ricchezza prodotta dalla classe contadina irlandese veniva in gran parte spesa a Londra e sulla Riviera.
Quindi, l’importanza economica della Valle del Tamigi non è diminuita, bensì aumentata da quando il Sud dell’Inghilterra ha smesso di essere il principale settore produttivo.
La tradizione di governo, nonché la residenza abituale delle classi ricche e dirigenti della comunità, si sono sempre più concentrate a )Londra. L’antica tradizione del lusso nella Valle del Tamigi è continuamente cresciuta da quando questa ha perso importanza dal punto di vista industriale e agricolo; senza dubbio, se fosse possibile tracciare una mappa che indicasse la distribuzione della domanda economica in tutto il paese, la Valle del Tamigi apparirebbe, rispetto alla sua popolazione, come il distretto più concentrato d’Inghilterra, nonostante contenga soltanto una città molto grande e sia priva di industrie moderne di rilievo.
È interessante, in relazione a questo aspetto economico della Valle del Tamigi, notare che, tra le grandi valli fluviali d’Europa, essa è l’unica ad essere priva di un sistema ferroviario che si estenda lungo le sue rive. Non esistono centri produttivi in grado di rendere possibile lo sviluppo di un simile sistema ferroviario. La Great Western Railway segue il corso del fiume per una certa distanza da un lato e per un’altra dall’altro, fino a Oxford; tuttavia non dipende in alcun modo dal flusso dell’acqua: nei tratti in cui il corso del fiume è irregolare, la ferrovia prosegue lungo il suo percorso rettilineo, estendendo diramazioni verso le piccole città situate sulle rive. In questo tratto, infatti, la ferrovia si basa sull’industria delle regioni dei Midlands e dell’ovest. Se si interrompessero le fonti di approvvigionamento su cui essa fa affidamento al di fuori della Valle del Tamigi, non potrebbe più esistere.
Lo Schelda, il Reno, il Rodano, la Garonna, la Senna, l’Elba: tutti questi fiumi sono diversi dal Tamigi in questo senso. Il potere economico delle principali valli fluviali è principalmente rappresentato dalla capacità di spesa; tali regioni producono poco e, sebbene scambino una grande quantità di ricchezza umana, è il meccanismo artificiale dello scambio, piuttosto che il movimento fisico delle merci, a renderle ricche.
Questa abitudine di risiedere, questa concentrazione del potere di domanda lungo le rive del Tamigi, fu il risultato dell’azione delle case monastiche. Si potrebbe argomentare che, data l’importanza commerciale di Londra e la sua posizione di capitale, la presenza di tale potere economico si sarebbe inevitabilmente diffusa lungo il valle del Tamigi. Tuttavia, è dubbia l’esistenza di una vera necessità del genere. Nell’epoca romana, il Tamigi certamente non seguiva questa direzione verso le zone più ricche a partire da Londra; e sebbene il trasporto via acqua abbia assunto grande importanza dopo il crollo della civiltà romana, fu proprio attraverso le fondazioni benedettine che tale sistema di trasporto venne effettivamente utilizzato. Fu loro ad istituire quella linea continua di sviluppo agricolo progressivo e a preparare il terreno per l’impegno monastico ancora più intenso che seguì la conquista del paese.
Ecco l’elenco delle istituzioni monastiche situate lungo il fiume, escludendo frati, ospedali e fondazioni che facessero parte della vita cittadina o universitaria: un priorato a Cricklade, un altro a Lechlade, l’abbazia di Eynsham (abbastanza vicina al corso d’acqua da essere considerata una fondazione ripariale), il convento e la scuola di Godstow, le grandi abbazie di Osney e Rewley, il convento benedettino di Littlemore, l’abbazia di Abingdon, l’abbazia di Dorchester, Cholsey (ma questa fu distrutta prima della Conquista e non fu mai più ricostruita), il convento agostiniano di Goring, la grande abbazia cluniana di Reading, il piccolo convento di Westminster a Hurley, l’abbazia di Medmenham, l’abbazia di Bisham situata proprio di fronte a Marlow, e il convento di Little Marlow; inoltre, il convento di Burnham, che, sebbene disti quasi un miglio e mezzo dal corso d’acqua, dovrebbe essere considerato una fondazione ripariale data la posizione delle sue proprietà, il piccolo convento di Ankerwike, la grande abbazia benedettina di Chertsey, i carmelitani di Sheen e i benedettini di Westminster, a cui si può aggiungere anche la fondazione di Bermondsey.
When the end came the total number of those in control of such wide possessions was small.
Indeed it was perhaps no small cause of the unpopularity, such as it was, into which the same monasteries had locally fallen, that so much economic power was concentrated in so few hands. The greater foundations throughout the country possessed but a little more than 3000 religious, and even when all the nuns, friars, and professed religious of the towns are counted, we do not arrive at more than 8000 in religion in an England which must have had a population of at least 4,000,000, and quite possibly a much larger number; nor could the mobs foresee that the class which would seize upon the abbey lands would concentrate the means of production into still fewer hands, until at last the mass of Englishmen should have no lot in England.
Moreover, it would be an error to consider the numbers of the religious alone. The smaller foundations, and especially the convents of nuns, did certainly support but small numbers, and this probably accounts for the ease with which they were suppressed, but, on the other hand, their possessions also were small. In the case of the great foundations, though one can count but 3000 monks and canons, the number of them must be multiplied many times if we are to arrive at the total of the communities concerned. Reading, Abingdon, and the rest were little cities, with a whole population of direct dependants living within the walls, and a still larger number of families without, who indirectly depended upon the revenues of the abbey for their livelihood.
Another and perhaps a better way of presenting to a modern reader the overwhelming economic power of the mediæval monastic system, especially its economic power in the Valley of the Thames, would be to add to such a list of houses a map of that valley showing the manors in ecclesiastical hands, the freeholds and leaseholds held by the great abbeys, in addition to the livings that were within their gift; in a word, a map giving all their different forms of revenue.
Such a map would show the Valley of the Thames and its tributaries covered with ecclesiastical influence upon every side.
Even if we confined ourselves to the parishes upon the actual banks of the river, the map would present a continuous stretch of possessions upon either side from far above Eynsham down to below bridges.
The research that would be necessary for the establishment of such a complete list would require a leisure which is not at the disposal of the present writer, but it is possible to give some conception of what the monastic holdings were by drawing up a list confined to but a small part of these holdings and showing therefore a fortiori what the total must have been.
In this list I concern myself only with the eight largest houses in the whole length of the river. I do not mention parishes from which the revenues were not important (though these were numerous, for the abbeys held a large number of small parcels of land). I do not mention the very numerous holdings close to the river but not actually upon it (such as Burnham or Watereaton), nor, which is most important of all, do I count even in the riparian holdings such foundations as were not themselves set upon the banks of the Thames. Whatever Thames land paid rent to a monastery not actually situated upon the banks of the river, I omit. Finally the list, curtailed as it is by all these limitations, concerns only the land held at the moment of the Dissolution. Scores of holdings, such as those of Lechlade, which was dissolved in Catholic times, Windsor, which was exchanged as we have seen at the time of the Conquest, I omit and confine myself only to the lands held at the time of the Dissolution.
Yet these lands — though they concern only eight monasteries, though I mention only those actually upon the banks of the river, and though I omit from the list all small payments — put before one a series of names which, to those familiar with the Thames, seems almost like a voyage along the stream and appears to cover every portion of the landscape with which travellers upon the river are familiar. Thus we have Shifford, Eynsham, South Stoke, Radley, Cumnor, Witham, Botley, the Hinkseys, Sandford, Shillingford, Swinford, Medmenham, Appleford, Sutton, Wittenham, Culham, Abingdon, Goring, Cowley, Littlemore, Cholsey, Nuneham, Wallingford, Pangbourne, Streatley, Stanton Harcourt; and all this crowd of names upon the upper river is arrived at without counting such properties as attached to the great monasteries within towns, as, for example, to the monasteries of Oxford. It is true that not all these names represent complete manorial ownership. In a number of cases they stand for portions of the manor only, but even in this list ten at least, and possibly twelve, stand for complete manorial ownership. Then one must add Sonning, Wargreave, Tilehurst, Chertsey, Egham, Cobham, Richmond, Ham, Mortlake, Sheen, Kew, Chiswick, Staines, etc., of which many of the most important, such as Staines, are full manorial possessions.
It is clearly evident, from such a very imperfect and rapidly drawn list, what was the economic power of the great houses, and one may conclude, even from the basis of such imperfect evidence, that the directing force of economic effort throughout the Thames Valley was to be found, right up to the Dissolution, in the chapter houses of Reading, of Chertsey, and of Westminster, of Abingdon and of the lesser houses.
In a word, the business of Henry might be compared to what may be in future the business of some democratic European Government when it lays its hands upon the fortunes of the great financial houses, but with this double difference, that the confiscation to which Henry bent himself was a confiscation of capital whose product did not leave the country, and could not be used for anti-national purposes, as also that it was the confiscation of wealth which never acted secretly and which had no interest, as have our chief moneylenders, in political corruption. It was a vast undertaking and, in the truest sense of the word, a revolutionary one, such as Europe had not seen until that moment, and perhaps has not seen since.
Quando arrivò la fine, il numero totale di persone che avevano il controllo di tali vasti possedimenti era esiguo.
Infatti, forse non fu una causa da poco quella che contribuì alla crescente impopolarità di tali monasteri a livello locale: il fatto che così tanto potere economico fosse concentrato nelle mani di pochi. Le principali fondazioni religiose del paese contavano poco più di 3000 religiosi; e anche includendo tutte le suore, i frati e i religiosi laici delle città, il numero totale non superava gli 8000 in un’Inghilterra che doveva avere una popolazione di almeno 4.000.000 di abitanti, e molto probabilmente di un numero ancora maggiore. Inoltre, le masse popolari non potevano prevedere che la classe che avrebbe preso possesso delle terre monastiche avrebbe concentrato i mezzi di produzione in ancora meno mani, fino a quando alla fine la maggior parte degli inglesi non sarebbe rimasta senza nulla in Inghilterra.
Inoltre, sarebbe un errore considerare soltanto i numeri dei religiosi. Le fondazioni più piccole, e soprattutto i conventi di suore, certamente sostenevano solo un numero esiguo di persone; probabilmente questo spiega la facilità con cui vennero soppressi, ma d’altra parte anche le loro proprietà erano limitate. Nel caso delle grandi fondazioni, sebbene si possano contare soltanto 3000 monaci e canonici, il numero reale deve essere moltiplicato di molto per ottenere la cifra totale delle comunità coinvolte. Abingdon e le altre località simili erano vere e proprie piccole città, con un’intera popolazione di dipendenti diretti che viveva all’interno delle mura; inoltre, c’era un numero ancora maggiore di famiglie che, sebbene non risiedessero all’interno dell’abbazia, dipendevano indirettamente dai suoi introiti per il proprio sostentamento.
Un altro modo, forse migliore, per presentare a un lettore moderno l’enorme potere economico del sistema monastico medievale, soprattutto il suo potere economico nella Valle del Tamigi, sarebbe quello di aggiungere a tale elenco di proprietà una mappa della valle che mostrasse i manieri in mano alla Chiesa, le tenute libere e quelle con contratti di affitto possedute dalle grandi abbazie, oltre alle rendite economiche che rientravano nella loro giurisdizione; in altre parole, una mappa che evidenziasse tutte le diverse forme di reddito derivanti da queste proprietà.
Un simile mappa mostrerebbe che la Valle del Tamigi e i suoi affluenti sono circondati da un’influenza ecclesiastica su tutti i lati.
Anche se ci limitassimo alle parrocchie situate direttamente sulle rive del >fiume, la mappa mostrerebbe una vasta area di territori controllati su entrambi i lati, che si estendono da molto sopra Eynsham fino al di sotto dei ponti.
La ricerca necessaria per stabilire un elenco così completo richiederebbe tempi e risorse che l’autore attuale non dispone, ma è possibile dare una qualche idea di quali fossero le proprietà monastiche redigendo un elenco che riguardi soltanto una piccola parte di esse; in questo modo si potrà comprendere ancora meglio quale doveva essere la loro entità complessiva.
In questa lista mi occupo soltanto delle otto proprietà più grandi situate lungo l’intera lunghezza del fiume Thames. Non menziono le parrocchie da cui i ricavi non erano significativi (sebbene ne esistessero molte, poiché le abbazie possedevano un gran numero di piccoli terreni); inoltre, ometto anche le numerose proprietà situate vicino al fiume ma non effettivamente su di esso (come Burnham o Watereaton). E soprattutto, non includo nemmeno quelle fondazioni che si trovavano lungo le rive del Thames ma non vi erano stabilite direttamente. Qualsiasi terreno del Thames che pagasse affitto a un monastero non situato sulle sue sponde viene quindi omesso. Infine, la lista, essendo limitata da tutti questi requisiti, riguarda esclusivamente i terreni posseduti al momento della Dissoluzione dei Monasteri. Ometto decine di proprietà, come quelle di Lechlade che furono dissolte durante il periodo cattolico, o quelle di Windsor che vennero scambiate, come abbiamo visto, al momento della Conquista; mi limito quindi ai terreni posseduti esclusivamente nel periodo in questione.
Eppure queste terre – anche se riguardano soltanto otto monasteri, anche se menziono soltanto quelli effettivamente situati sulle rive del fiume, e anche se ometto dall’elenco tutti i piccoli possedimenti – offrono una serie di nomi che, per coloro che conoscono bene il Tamigi, sembrano rappresentare un vero e proprio viaggio lungo il corso del fiume, coprendo ogni parte del paesaggio familiare ai viaggiatori che lo attraversano. Ecco dunque: Shifford, Eynsham, South Stoke, Radley, Cumnor, Witham, Botley, gli Hinkseys, Sandford, Shillingford, Swinford, Medmenham, Appleford, Sutton, Wittenham, Culham, Abingdon, Goring, Cowley, Littlemore, Cholsey, Nuneham, Wallingford, Pangbourne, Streatley, Stanton Harcourt. E tutta questa lista di nomi riguarda soltanto le zone situate a monte del fiume; non vengono infatti considerati i possedimenti annessi ai grandi monasteri presenti nelle città, come quelli appartenenti ai monasteri di Oxford, ad esempio. È vero che non tutti questi nomi indicano proprietà manoriali complete: in molti casi si riferiscono soltanto a parti di tali possedimenti; tuttavia, anche in questa lista ci sono almeno dieci, e forse dodici, nomi che indicano effettivamente proprietà manoriali complete. Inoltre, bisogna aggiungere altri nomi come Sonning, Wargreave, Tilehurst, Chertsey, Egham, Cobham, Richmond, Ham, Mortlake, Sheen, Kew, Chiswick, Staines, ecc.; molti di questi possedimenti sono di notevole importanza.
È chiaramente evidente, da un elenco così imperfetto e rapidamente redatto, quale fosse il potere economico delle grandi casate; si può persino concludere, sulla base di prove del genere, che la forza trainante dello sforzo economico in tutta la valle del Tamigi, fino alla dissoluzione dei monasteri, risiedesse nelle case capitulari di Reading, Chertsey e Westminster, nonché in quelle di Abingdon e in altre casate minori.
In breve, l’operazione di Henry potrebbe essere paragonata a quella che in futuro potrebbe intraprendere qualche governo democratico europeo quando prenderà sotto controllo le fortune delle grandi case finanziarie; tuttavia ci sono due differenze fondamentali: da un lato, la confisca attuata da Henry riguardava capitale il cui reddito non lasciava il paese e non poteva essere utilizzato a scopi anti-nazionali; dall’altro, si trattava di una confisca di ricchezze che non avveniva in modo segreto e che, a differenza dei nostri principali prestatori di denaro, non aveva alcun interesse nella corruzione politica. Fu un’impresa vasta e, nel vero senso della parola, rivoluzionaria: un evento del genere Europa non l’aveva mai visto prima di allora, e forse non l’ha più visto da allora.
It was effected with ease, because there did not reside in the public opinion of the time any strong body of resistance.
The change of religion, in so far as a change was threatened (and upon that the mass of the parish priests themselves, and still more the mass of the laity, were very hazy), did not affect the mind of a people famous throughout Europe for their intense and often superstitious devotion; but in some odd way the segregation of the great communities, their vast wealth, and perhaps an external contradiction between their original office and their present privilege, forbade any united or widespread enthusiasm in their defence.
Englishmen rose upon every side when they thought that the vital mysteries of the Faith were threatened. The risings were only put down by the use of foreign mercenaries and by the most execrable cruelty, nor would even these means have sufficed had the rebels formed a clear plan, or had the purpose of Henry himself in matters of religion been definite and capable of definite attack. But the country, though ready to fight for Dogma, was not ready to fight for the monasteries. It might, perhaps, have fought if the attack upon them had been direct and universal. If Henry had laid down a programme of suppressing religious bodies in general, he probably could not have carried it out, but he laid down no such programme. The Dissolution of the smaller houses was imagined by the most devout to be a statesmanlike measure. Many of them, like Medmenham, were decayed; their wealth was not to be used for the private luxury of the King or of nobles; it was to swell the revenues of the greater foundations or to be applied to pious or honourable public use. But the example once given, the attack upon the greater houses necessarily followed; and the whole episode is a vivid lesson in the capital principle of statesmanship that men are governed by routine and by the example of familiar things. Render possible to the mass of men the conception that the road, they habitually follow is not a necessity of their lives, and you may exact of them almost any sacrifice or hope to see them witness without disgust almost any enormity.
Moreover, the great monasteries were each severally tricked. The one was asked to surrender at one time, another at another; the one for this reason, the other for that. The suppression of Chertsey, the example perpetually recurring in these pages, was solemnly promised to be but a transference of the community from one spot to another; then when the transference had taken place the second community was ruthlessly destroyed. There is ample evidence to show that each community had its special hope of survival, and that each, until quite the end of the process, regarded its fate, when that fate fell upon it, as something exceptional and peculiar to itself. Some, or rather many, purchased temporary exemption, doubtless secure in the belief that their bribe would make that extension permanent. Their payments were accepted, but the contracts depending upon them were never fulfilled.
When the Dissolution had taken place, apart from the private loot, which was enormous, and to which we shall turn a few pages hence, a methodical destruction took place on the part of the Crown.
In none of the careless waste which marked the time is there a worse example than in the case of Reading. The lead had already been stripped from the roof and melted into pigs; the timbers of the roof had already been rotting for nearly thirty years, when Elizabeth gave leave for such of them as were sound to be removed. Some were used in the repairing of a local church; a little later further leave was given for 200 cartloads of freestone to be removed from the ruins. But they showed an astonishing tenacity. The abbey was still a habitation before the Civil Wars, and even at the end of the eighteenth century a very considerable stretch of the old walls remained.
Westminster was saved. The salvation of Westminster is the more remarkable in that the house was extremely wealthy.
Upon nothing has more ink been wasted in the minute research of modern history than upon an attempted exact comparison between modern and mediæval economics.
It is a misfortune that those who are best fitted to appreciate the economic problems and science of the modern world are, either by race or religion, or both, cut off from the mediæval system, and even when they are acquainted with the skeleton, as it were, of that body of Christian Europe, are none the less out of sympathy with, or even ignorant of, its living form and spirit.
The particular department of that inquiry which concerns anyone who touches the vast economic revolution produced by the Dissolution of the monasteries is the comparison of values (as measured in the precious metals) between the early sixteenth century and the early twentieth.
No sensible man needs to be told that such a comparison is one of the very numerous parts of historical inquiry in which a better result is arrived at in proportion as the matter is more generally and largely observed. It is one in which detail is more fatal to a man even than inaccuracy, and it is one in which hardly a single observer who has been really soaked in his subject has avoided the most ludicrous conclusions.
Again, no man of common sense need be told that a rigid multiple is absolutely impossible of discovery. The search for such a multiple is like a search for an index number which shall apply to all the varying economic habits of the modern world. One cannot say: “Multiply prices by 10” or “Multiply prices by 20,” and thus afford the modern reader a sound basis; but one can say, after some observation: “Multiply by such-and-such a multiple” (wherever very large and varied expenditure is concerned) and you will certainly have a minimum; though how much more such expenditure may have represented in those very different and far simpler social circumstances cannot be precisely determined. What, then, is the rough multiple that will give us our minimum?
Fu realizzato con facilità, perché nell’opinione pubblica di quel tempo non esisteva alcuna forte resistenza.
Il cambiamento di religione, nella misura in cui rappresentava una minaccia concreta (e su questo punto sia la maggior parte dei parroci che, ancora di più, la gente comune erano molto incerti), non influenzò affatto lo spirito di un popolo famoso in tutta Europa per la sua intensa e spesso superstiziosa devozione; tuttavia, per qualche strana ragione, la separazione delle grandi comunità, la loro enorme ricchezza, e forse anche una contraddizione tra le loro originarie funzioni e i privilegi attuali, impedirono che si sviluppasse un entusiasmo unito e diffuso a sostegno di tale cambiamento.
Gli inglesi si sollevarono da tutte le parti non appena pensarono che i misteri fondamentali della Fede fossero minacciati. Queste rivolte furono sedate solo grazie all’uso di mercenari stranieri e alla più abominevole crudeltà; inoltre, nemmeno questi mezzi sarebbero stati sufficienti se i ribelli avessero avuto un piano chiaro, o se lo scopo stesso di Enrico in materia religiosa fosse stato definito e concreto. Ma il paese, pur pronto a combattere per il Dogma, non lo era altrettanto per difendere i monasteri. Forse avrebbe combattuto se l’attacco contro di essi fosse stato diretto e generale; se Enrico avesse proposto un programma per sopprimere tutti gli ordini religiosi, probabilmente non sarebbe riuscito a realizzarlo, ma in realtà non ne propose alcuno. La dissoluzione degli ordini minori fu considerata da molti devoti una misura sagge e politicamente opportuna. Molti di questi ordini, come quello di Medmenham, erano ormai decaduti; i loro beni non dovevano essere utilizzati per il lusso personale del Re o dei nobili, ma dovevano servire ad aumentare le entrate delle fondazioni più grandi o a scopi pubblici pietosi e onorevoli. Tuttavia, una volta dato questo esempio, fu inevitabile che anche gli ordini maggiori venissero attaccati; l’intera vicenda costituisce quindi una lezione evidente sul principio fondamentale della politica: le persone sono guidate dalla routine e dall’esempio di ciò che è loro familiare. Se si permette alla massa delle persone di credere che il percorso che seguono abitualmente non sia necessario per la loro vita, allora si può chiedere loro quasi qualsiasi sacrificio; inoltre, è facile far sì che assistano senza disgusto a qualsiasi atto orribile.
Inoltre, anche i grandi monasteri furono tutti ingannati a turno: ad alcuni veniva chiesto di arrendersi in un momento preciso, ad altri in un altro; l’uno per questo motivo, l’altro per quello. La soppressione di Chertsey, esempio che ricorre costantemente in queste pagine, fu promessa solennemente come semplice trasferimento della comunità da un luogo all’altro; ma una volta avvenuto il trasferimento, la seconda comunità venne spietatamente distrutta. Esistono prove abbondanti che dimostrano come ciascuna comunità nutrisse delle speranze particolari riguardo alla propria sopravvivenza, e che ognuna, fino alla fine del processo, considerasse il proprio destino, quando finalmente si verificava, qualcosa di eccezionale e specifico per sé. Alcuni, o meglio molti, riuscirono ad ottenere un’esenzione temporanea, convinti probabilmente che la loro tangente avrebbe reso tale esenzione permanente; i loro pagamenti furono accettati, ma i contratti su cui si basavano non furono mai rispettati.
Quando la dissoluzione ebbe luogo, oltre al saccheggio privato, che fu enorme e di cui parleremo in seguito, la Corona attuò una distruzione sistematica delle proprietà coinvolte.
In nessuno degli sprechi negligenti che caratterizzavano quel periodo esiste un esempio peggiore di quello relativo a Reading. Il rame presente sul tetto era già stato rimosso e fuso; i legni del tetto stavano marcendo da quasi trent’anni, quando Elisabetta concesse il permesso di rimuovere quelle parti ancora integre. Alcuni di quei materiali furono utilizzati per la riparazione di una chiesa locale; poco dopo fu concesso un altro permesso per rimuovere 200 carri di pietra da costruzione dalle rovine. Ma quei materiali dimostrarono una tenacia sorprendente. L’abbazia era ancora abitabile prima delle Guerre Civili, e anche alla fine del XVIII secolo un’estesa parte delle vecchie mura rimaneva intatta.
Westminster fu salvata. La salvezza di Westminster è ancora più notevole se si considera che quell’edificio era estremamente ricco.
Nella rapida ricerca sulla storia moderna, non è stata sprecata più inchiostro di quanto ne sia stato utilizzato nel tentativo di effettuare un confronto preciso tra l’economia moderna e quella medievale.
È una sfortuna che coloro che sono più adatti a comprendere i problemi economici e la scienza del mondo moderno siano, per razza o religione, o entrambi, tagliati fuori dal sistema medievale; e anche quando conoscono, per così dire, lo scheletro di quel “corpo” che è l’Europa cristiana, rimangono comunque privi di empatia verso la sua forma vivente e il suo spirito, o addirittura ne sono ignari.
La parte specifica di quell’indagine che riguarda coloro che hanno avuto a che fare con la vasta rivoluzione economica scatenata dalla dissoluzione dei monasteri consiste nel confronto dei valori (misurati in metalli preziosi) tra l’inizio del XVI secolo e l’inizio del XX secolo.
A nessun uomo ragionevole occorre essere detto che un simile confronto rientra tra quelle numerose pratiche dell’indagine storica nelle quali si ottengono risultati migliori quanto più l’osservazione viene condotta su scala ampia e approfondita. In questo tipo di analisi, i dettagli sono spesso più dannosi delle inesattezze, e quasi nessun osservatore che abbia davvero studiato a fondo il proprio argomento è riuscito a evitare conclusioni assurde.
Ancora una volta, non è necessario che a nessuno dotato di buon senso venga detto che l’individuazione di un multiplo rigido è assolutamente impossibile. La ricerca di tale multiplo è simile alla ricerca di un numero indice che possa applicarsi a tutte le diverse abitudini economiche del mondo moderno. Non si può dire: “Moltiplicare i prezzi per 10” o “Moltiplicare i prezzi per 20”, e così fornire al lettore moderno una base solida; ma si può, dopo alcune osservazioni, affermare: “Moltiplicare per un certo multiplo” (quando si tratta di spese molto elevate e varie), e sicuramente si otterrà un valore minimo; anche se non è possibile determinare con precisione quanto più tali spese potessero essere in quelle circostanze sociali molto diverse e molto più semplici. Quindi, qual è il multiplo approssimativo che ci permetterà di ottenere questo valore minimo?
The inquiry has been prosecuted by more than one authority upon the basis of wheat. One may say that wheat in normal years in the early sixteenth century stood at about an eighth of wheat in what I may call the normal years of the nineteenth, before the influx of Colonial produce began to be serious, and before the depreciation of silver combined with other causes to disturb prices.
Those who have taken wheat for their basis, recognising, as even they must do, that 8 is far too low a multiple, are willing to grant 10, and sometimes even 12, and this way of calculating, largely because it is a ready rule, has entered into many books upon the Reformation. The early Tudor penny is turned into the modern shilling.
But this basis of calculation is false, because the eating of wheaten bread was not then the universal thing it is to-day. The English proletarian of to-day is, in comparison with the large well-to-do class of his fellow-citizens, a far poorer man than his ancestry ever were. Wheaten bread is, indeed, his necessity, but good fresh meat (for example) is an exception for him.
Now the Englishmen of earlier times made beef a necessity, and yet we find that beef will permit a higher multiple than wheat. Beef will give you a multiple of 12, and just as wheat, giving you a multiple of 8, permits a somewhat higher general multiple, so beef, giving you a multiple of 12, permits a higher one. So if we were to make beef our staple instead of wheat we should get a multiple of 13 or 14 by which to turn the money of the first third of the sixteenth century into the money of our own time.
But beef, in its turn, is not a fair standard; during much of the year pork had, under the circumstances of the time, to be eaten instead of fresh meat. Pork is to-day almost the only meat all the year round of many labourers on the land. Now pork gives a still higher multiple: it gives 20. For the pound that you would now give in Chichester Market for a breeding sow, you gave in the early years of the sixteenth century a shilling. So here you have another article of common consumption which gives you a multiple of 20.
Strong ale gives you a higher multiple still — one of nearly 24. You could then get strong ale at a penny a gallon. You will hardly get it at two shillings a gallon to-day; and yet it is made of the same materials. The small ale of the hayfield will give you almost any multiple you like; it is from eightpence to ninepence a gallon now: it was often given away in the sixteenth century as water would be.
The consideration of but a few sets of prices such as those we have quoted shows that the ordinary multiple might be anything between 8 and 24, with a prejudice in favour of the higher rather than the lower figure. But there are other lines of proof which converge upon the matter, and which permit a greater degree of certitude. For instance, even after the rise in prices in the early part of Elizabeth’s reign, while sixpence a week is thought low for the board and lodging of a working man, a shilling is thought very high, and is only given in the case of first-rate artisans; and if we consider the pre-Reformation period, when the position of the labourer was, of course, much better than it was under Elizabeth, or ever has been since, we find something of the same scale. A penny a day is thought a rather mean allowance, but twopence a day is a first-rate extra board wage.
Again, in Henry VIII.’s first poll tax it is taken for granted that many labourers have less than a pound a year in actual wages, and that wages over this sum, up to two pounds, for instance, form a sort of aristocracy of labour that can afford to pay taxation. Of course some part of the wages so counted were paid in part board and lodging, especially in the agricultural industries, but still, the reception of 240 pence for a year’s work in money gives you a multiple of far more than 20: you will not get a man about a house and garden for less than thirty pounds though you feed and house him, and the unhoused outside labourer gets, first and last, over fifty pounds at the least.
When the Reformation was in full swing the currency was debased almost out of recognition, and before the death of Edward VI. prices are rendered so fictitious by inflation that they are useless for our purpose. It is only with the currency of Elizabeth that they became true measures of value once more.
It is useless, therefore, to follow the inquiry after the Dissolution of the monasteries, for not only was the currency at sixes and sevens, but true prices were also rapidly rising with the influx of precious metals from Spain and America.
I have said enough in this very elementary sketch to show that a general multiple of 20, when one considers wages as well as staple foods, is as high as can be fixed safely, while a general multiple of 12 is certainly too low.
But even to multiply by 20 is by no means enough if one is to appreciate the social meaning of such-and-such a large income in the first part of Henry VIII.’s reign.
A brief historical essay, such as is this, is no place in which to discuss any general theory of economics; were there space to do so, even in an elementary fashion, it would be possible to show how the increase of wealth in a state is, on account of the increased elasticity in circulation of the currency, almost independent of the movement of prices. But without going into formulæ; of this complexity, a couple of homely comparisons will suffice to show what a much larger thing a given income was in the early sixteenth century, than its corresponding amount in values is to-day.
Consider a man with some £2000 a year travelling through modern Europe. Prices, in the competition of modern commerce and the ease of modern travel, are levelled up very evenly throughout the area that he traverses. Yet such a man, should he settle in a village of Spanish peasants, would appear of almost illimitable wealth, because he would have at his command an almost indefinite amount of those simple necessities which form the whole category of their consumable values. Or again, let such a man settle in a place where the variety of consumable values is large, but where the distribution of wealth is fairly equal, and the small income, therefore, a normal social phenomenon — as, for instance, among the lower middle class of Paris-there again his £2000 a year would be of much greater effect than in a society where wealth was unequally divided, for it would produce that effect in a medium where the satisfaction of nearly every individual around him was easily reached upon perhaps a tenth of such an income.
L’indagine è stata condotta da più autorità sulla base del grano. Si può dire che, negli anni normali del XVI secolo, la produzione di grano rappresentasse circa un ottavo di quella che si registrava negli anni normali del XIX secolo, prima che l’afflusso di prodotti coloniali iniziasse a causare problemi seri e prima che la deprezzazione dell’argento, unita ad altre cause, alterasse i prezzi.
Coloro che hanno adottato il grano come unità di misura, riconoscendo – anche se loro stessi lo devono fare – che l’otto rappresenta un multiplo troppo basso, sono disposti ad accettare anche il dieci, e a volte persino il dodici. Questo metodo di calcolo, essendo molto pratico, è stato utilizzato in molti libri relativi al periodo della Riforma. La vecchia moneta del periodo Tudor, il penny, è stata convertita nell’odierno scellino.
Ma questa base di calcolo è errata, perché il consumo del pane di grano all’epoca non era una pratica universale come lo è oggi. Il proletario inglese di oggi, rispetto alla vasta e benestante classe dei suoi concittadini, è molto più povero di quanto lo fossero i suoi antenati. Il pane di grano è effettivamente una necessità per lui, ma carne fresca e di buona qualità rappresenta invece un lusso per lui.
Gli uomini d’Inghilterra di un tempo rendevano il manzo una necessità essenziale, eppure si osserva che il manzo permette di ottenere un multiplo più elevato rispetto al grano. Il grano fornisce un multiplo di 8, consentendo quindi un risultato leggermente superiore; allo stesso modo, il manzo, con il suo multiplo di 12, offre un risultato ancora più alto. Quindi, se utilizzassimo il manzo al posto del grano come alimento principale, otterremmo un multiplo di circa 13 o 14, che ci permetterebbe di convertire i valori monetari dell’inizio del XVI secolo nei valori della nostra epoca.
Ma la carne di manzo, a sua volta, non rappresenta un criterio equo; per gran parte dell’anno, nelle circostanze di allora, era necessario consumare carne di maiale invece che quella fresca. Oggi, la carne di maiale è quasi l’unica carne disponibile tutto l’anno per molti lavoratori agricoli. La carne di maiale, inoltre, offre un rapporto di multiplazione ancora più elevato: 20. Quello che oggi spendete al mercato di Chichester per una scrofa da riproduzione, negli anni iniziali del XVI secolo lo spendevate per uno scellino. Ecco quindi un altro prodotto di consumo comune che offre un rapporto di multiplazione pari a 20.
La birra forte ti offre un rapporto qualità-prezzo ancora più vantaggioso: quasi 24 volte il prezzo del suo contenuto alcolico. Un tempo potevi acquistarla a soli 1 penny al gallone, mentre oggi è difficile trovarla a meno di 2 shilling al gallone, nonostante sia prodotta con gli stessi ingredienti. La birra leggera prodotta nelle zone agricole ti offre invece qualsiasi rapporto qualità-prezzo tu desideri: attualmente costa tra gli 8 e i 9 penny al gallone, mentre nel XVI secolo veniva spesso offerta gratuitamente, proprio come l’acqua.
L’esame di soltanto pochi insiemi di prezzi, come quelli che abbiamo citato, mostra che il multiplo medio potrebbe variare tra 8 e 24, con una tendenza a preferire i valori più alti rispetto a quelli più bassi. Tuttavia, esistono altre prove che convergono verso lo stesso risultato e che permettono di raggiungere un grado maggiore di certezza. Ad esempio, anche dopo l’aumento dei prezzi all’inizio del regno di Elisabetta, sebbene sei pence a settimana siano considerati una somma insufficiente per il vitto e l’alloggio di un lavoratore, uno scellino viene ritenuto un importo molto elevato e viene concesso soltanto ai mestieri di prim’ordine; inoltre, se consideriamo il periodo precedente la Riforma, quando la condizione dei lavoratori era certamente migliore rispetto a quella sotto Elisabetta o a qualsiasi altra epoca successiva, si osserva lo stesso fenomeno. Un penny al giorno viene considerato un reddito piuttosto modesto, mentre due pence al giorno rappresentano un supplemento considerevole rispetto al salario base.
Ancora una volta, nella prima tassa sul reddito introdotta da Enrico VIII si dà per scontato che molti lavoratori guadagnino meno di una sterlina all’anno in termini di retribuzione effettiva, e che i salari superiori a questa somma – ad esempio, fino a due sterline – rappresentino una sorta di “aristocrazia del lavoro” in grado di permettersi il pagamento delle tasse. Certo, parte di questi salari veniva corrisposta sotto forma di vitto e alloggio, soprattutto nel settore agricolo, ma comunque, ricevere 240 pence per un anno di lavoro in denaro significa guadagnare una somma molto superiore a 20 sterline: non si riesce certo a trovare qualcuno che lavori in una casa e in un giardino per meno di trenta sterline, anche considerando il cibo e l’alloggio forniti; inoltre, i lavoratori senza fissa dimora guadagnano comunque almeno cinquanta sterline all’anno.
Quando la Riforma era al suo apice, la valuta era stata svalutata al punto di diventare quasi irriconoscibile; inoltre, prima della morte di Edoardo VI, gli indici dei prezzi, a causa dell’inflazione, erano diventati così falsi da risultare inutili per i nostri scopi. Solo con la valuta introdotta da Elisabetta essi tornarono ad essere veri indicatori di valore.
È quindi inutile proseguire le indagini dopo la dissoluzione dei monasteri, poiché non solo la valuta era in uno stato di totale disordine, ma anche i prezzi veri e propri aumentavano rapidamente a causa dell’afflusso di metalli pregiati provenienti da Spagna e America.
Ho detto abbastanza in questo semplice schizzo per dimostrare che un multiplo generale di 20, quando si considerano sia i salari che i alimenti di base, rappresenta il livello più alto che possa essere stabilito in modo sicuro, mentre un multiplo generale di 12 è certamente troppo basso.
Ma nemmeno moltiplicare per 20 è affatto sufficiente per comprendere il significato sociale di un reddito così elevato nella prima fase del regno di Enrico VIII.
Un breve saggio storico, come questo, non è il luogo adatto per discutere alcuna teoria generale dell’economia; se ci fosse spazio per farlo, anche in modo elementare, si potrebbe dimostrare come l’aumento della ricchezza in uno stato, grazie alla maggiore elasticità della circolazione della moneta, sia quasi indipendente dal movimento dei prezzi. Ma senza addentrarsi in formule di tale complessità, bastano un paio di semplici confronti per evidenziare quanto fosse più significativa una determinata entità economica all’inizio del XVI secolo rispetto al suo equivalente attuale in termini di valore.
Consideriamo un uomo che disponga di circa 2000 sterline all’anno e viaggi attraverso l’Europa moderna. A causa della concorrenza del commercio moderno e della facilità dei viaggi, i prezzi sono molto uniformi in tutta l’area che egli attraversa. Tuttavia, se tale uomo si stabilisse in un villaggio di contadini spagnoli, apparirebbe quasi incredibilmente ricco, poiché avrebbe a disposizione una quantità praticamente illimitata di quelle semplici necessità che costituiscono l’intera gamma dei beni consumabili disponibili in quel luogo. Oppure, se si stabilisse in un ambiente dove la varietà dei beni consumabili è ampia, ma la distribuzione della ricchezza è abbastanza equa e quindi un reddito modesto rappresenta un fenomeno sociale normale – come ad esempio nella classe media inferiore di Parigi – allora le sue 2000 sterline all’anno avrebbero un impatto molto maggiore rispetto a una società in cui la ricchezza è distribuita in modo disomogeneo. In quel contesto, infatti, con appena un decimo di tale reddito sarebbe possibile soddisfare quasi tutte le esigenze quotidiane delle persone che lo circondano.
When all this is taken into consideration we can begin to see what the great monasteries were at the time of their dissolution. It is hardly an exaggeration to multiply the list of mere values by 20 to bring it into the terms of modern currency. A place worth close on £2000 a year (as was, for instance, Ramsey Abbey) meant an income of not far short of £40,000 a year in our money, to go by prices alone. And that £40,000 a year was spent in an England in which nine-tenths of the luxury of our modern rich was unknown, in which the squire was usually but three or four times richer than one of his farmers, in which great wealth, where it existed, attached rather to an office than to a person. In general, the multiple of 20 must be further multiplied by a coefficient which is not arithmetically determinable, but which we see I to be very large by a general comparison of the small, poor, and equable society of the early sixteenth century with the complex, huge, wealthy, and wholly iniquitous society of our own day.
Supposing, for instance, we take the high multiple of 20, and say that the revenues of Westminster at its dissolution in the first days of 1540 were some £80,000 a year in our modern money, we are far underestimating the economic position of Westminster in the State. There are to-day many private men in London who dispose of as great an income, and who, for all their ostentation, are not remarkable; but the income of Westminster in the early sixteenth century, when wealth was far more equally divided than it is now, and when the accumulation of it was far less, was a very different matter to what we mean to-day by £80,000 a year. It produced more of the effect which we might to-day imagine would be produced by a million. The fortune of but very few families could so much as compare with it, and the fortunes of individual families, especially of wealthy families, were, during the existence of a strong king, highly perilous, and often cut short; nothing could pretend to equal such an economic power but the Crown, which then was, and which remained until the victory of the aristocracy in the Civil Wars, by far the richest legal personality in Britain. The temptation to sack Westminster was something like the temptation presented to our financial powers to-day to get at the rubber of the Congo Basin or at the unexploited coal of Northern China.
By a miracle that temptation was withstood. For the moment Henry intended to construct a bishopric with its cathedral out of the old corporation and abbey. He might have done so and yet have yielded immediately after to his cupidity, as he did with the Cathedral of Osney. It ended in the form which it at present maintains. The greater part of its revenues were, of course, stolen, but the fabric was spared and enough income was retained to permit the continuous life of Westminster to our own time.
Men are slow to conceive what might have been — nay, what almost was — in their national history; it seems difficult to our generation to imagine Westminster Abbey absent only from the national life; yet Abingdon is gone, all but a gateway, Reading all but a few ruined walls, Chertsey has utterly disappeared, so has Osney, so has Sheen — to mention the great river houses alone: Westminster alone survives, and the only reason it survives is that it had about it at the time of the destruction of the monasteries a royal flavour, and that its existence helped to bolster up the Tudors. But for that it would have been sold like the rest, the lead would have been stripped from its roof, the glass broken and thrown aside, and a Cecil or a Howard would have built himself a palace with the stones. It is but a chance that the words “Westminster Abbey” mean more to us to-day than “Woburn Abbey,” “Bewley Abbey” or any one of the scores of “Abbeys,” “Priories,” and the rest, which are the names of our country houses.
Chertsey and Abingdon were less fortunate than Westminster.
Chertsey, indeed, has so thoroughly disappeared that it might be taken as a symbol of all that England had been for the thirty generations since Christianity had come to her, and then, in two generations of men, ceased suddenly to be. There is, perhaps, not one in a thousand of the vague Colonials who regard Westminster Abbey as a sort of inevitable centre for Britishers and Anglo-Saxons, who has so much as heard of Chertsey. There is perhaps but one in a hundred of historical students who could attach a definite connection to the name, and yet Chertsey came next in the list of the great Benedictine Abbeys; Chertsey also was coeval with England.
Chertsey went the way of them all. The last abbot, John Cordery, surrendered it in the July of 1537, but he and his community were not immediately dispersed, they were taken off to fill that strange new foundation of Bisham, of which we shall hear later in connection with the river, and which in its turn immediately disappeared. Not a year had passed, the June of 1538 was not over, when the new community at Bisham was scattered as the old one at Chertsey had been.
Of the abbey itself nothing is left but a broken piece of gateway, and the few stones of a wall. But a relic of it remains in Black Cherry Fair, a market granted to the abbey in the fifteenth century and formerly held upon St. Anne’s Hill and upon St. Anne’s Day.
The fate of this monastery has something about it particularly tragic, for the abbot and the monks of Chertsey when they surrendered did so in the full expectation of continuing their monastic life at Bisham, and if Bisham was treacherously destroyed immediately after the fault does not lie at their door.
With Abingdon it was otherwise. The last prior was perhaps the least steadfast of all the many bewildered or avaricious characters that meet us in the story of the Dissolution. He was one Thomas Rowland, who had watched every movement of Henry’s mind, and had, if possible, gone before. He did not even wait until the demand was made to him, but suggested the abandonment of the trust which so many generations of Englishmen had left in his hands, and he had a reward in the gift not only of a very large pension but also of the Manor of Cumnor, which had been before the destruction of the religious orders the sanatorium or country house of the monks. He obtained it: and from his time on Cumnor has borne an air of desolation and of murder, nor does any part of his own palace remain.
Tenendo tutto ciò in considerazione, possiamo iniziare a comprendere quale fosse la reale entità dei grandi monasteri al momento della loro dissoluzione. Non è certo un’esagerazione moltiplicare l’elenco di questi beni per 20 per farli rientrare nei termini della valuta moderna: un luogo che fruttava quasi 2000 sterline all’anno (come ad esempio l’Abbazia di Ramsey) significava, in termini di reddito, poco meno di 40.000 sterline all’anno, calcolando solo i prezzi dell’epoca. E quelle 40.000 sterline venivano spese in un’Inghilterra in cui nove decimi dei lussi propri dei ricchi moderni erano sconosciuti; in cui il signore terriero era solitamente solo tre o quattro volte più ricco di uno dei suoi contadini; in cui una grande fortuna, quando esisteva, era legata piuttosto a un incarico ufficiale che a una persona. In generale, quindi, il fattore 20 deve essere ulteriormente moltiplicato per un coefficiente che non è possibile determinare matematicamente, ma che appare senz’altro molto elevato se si confronta la semplice, povera e equa società del primo XVI secolo con la complessa, enorme, ricca e profondamente ingiusta società dei nostri giorni.
Supponiamo, ad esempio, di prendere il multiplo più alto di 20 e di affermare che i ricavi di Westminster nei primi giorni del 1540, al momento della sua dissoluzione, fossero di circa 80.000 sterline all’anno in termini di valuta moderna: in questo modo sottostimeremmo notevolmente la posizione economica di Westminster nello Stato. Oggi a Londra ci sono molti individui privati che dispongono di un reddito altrettanto elevato, ma, nonostante tutta la loro ostentazione, non sono particolarmente rilevanti; tuttavia, il reddito di Westminster all’inizio del XVI secolo, quando la ricchezza era distribuita in modo molto più equo rispetto ad oggi e la sua accumulazione era molto minore, rappresentava qualcosa di completamente diverso rispetto a quelle 80.000 sterline all’anno che intendiamo oggi con questo termine. Quel reddito produceva un effetto molto maggiore di quello che potremmo immaginare oggi che fosse prodotto da un milione di sterline. Solo pochissime famiglie potevano competere con esso, e la fortuna delle singole famiglie, soprattutto quelle ricche, durante l’esistenza di un re potente era estremamente precaria e spesso veniva interrotta bruscamente; nulla poteva eguagliare tale potere economico se non la Corona, che all’epoca – e rimase tale fino alla vittoria dell’aristocrazia nelle Guerre Civili – era di gran lunga la più ricca entità giuridica del Regno Unito. La tentazione di saccheggiare Westminster era simile a quella che oggi affrontano le nostre istituzioni finanziarie nel cercare di accedere alle risorse della regione del bacino del Congo o ai giacimenti di carbone inesplorati del Nord Cina.
Per un miracolo, quella tentazione fu respinta. Per il momento, Henry intendeva creare una diocesi con la sua cattedrale utilizzando l’antica corporazione e l’abbazia esistenti. Avrebbe potuto farlo, ma poi avrebbe ceduto immediatamente alla propria avidità, come accadde per la Cattedrale di Osney. Alla fine, l’edificio assunse la forma che mantiene ancora oggi. La maggior parte dei suoi introiti fu naturalmente sottratta illegalmente, ma la struttura stessa fu risparmiata e rimasero abbastanza risorse per permettere al Westminster di continuare a esistere fino ai giorni nostri.
Gli uomini fanno fatica a comprendere ciò che avrebbe potuto accadere – anzi, ciò che quasi è accaduto – nella storia della loro nazione; sembra difficile per la nostra generazione immaginare che la Westminster Abbey non facesse parte della vita nazionale. Eppure l’Abingdon è scomparso, rimasto solo come un ingresso; il Reading esiste soltanto sotto forma di alcune mura in rovina; il Chertsey è completamente scomparso, così come l’Osney e lo Sheen. Per non parlare delle grandi residenze lungo il fiume: solo la Westminster Abbey è sopravvissuta. L’unica ragione per cui esiste ancora è che, al momento della distruzione dei monasteri, possedeva un carattere reale; inoltre, la sua esistenza ha contribuito a rafforzare il potere della dinastia Tudor. Altrimenti, sarebbe stata venduta come tutte le altre: il tetto sarebbe stato smantellato, i vetri rotti e gettati via, e qualche nobile come Cecil o Howard se ne sarebbe costruito un palazzo con quelle stesse pietre. È solo una coincidenza che oggi le parole “Westminster Abbey” abbiano per noi più significato di “Woburn Abbey”, “Bewley Abbey” o di qualsiasi altra delle innumerevoli residenze storiche del nostro paese.
Chertsey e Abingdon non furono così fortunati come Westminster.
Chertsey, infatti, è scomparsa così completamente da poter essere considerata un simbolo di tutto ciò che l’Inghilterra era stata nelle trenta generazioni successive all’avvento del Cristianesimo, per poi cessare improvvisamente di esistere in soltanto due generazioni. Forse, tra i coloni, non c’è nemmeno uno su mille che consideri la Westminster Abbey un centro inevitabile per gli inglesi e gli anglosassoni, e che abbia mai sentito parlare di Chertsey. Probabilmente, tra gli studenti di storia, ce n’è solo uno su cento che possa collegare il nome di Chertsey a qualcosa di concreto. Eppure Chertsey era la seconda abbazia benedettina più importante d’Inghilterra; inoltre, esisteva già all’epoca della nascita stessa del paese.
Chertsey seguì lo stesso destino di tutte le altre. L’ultimo abate, John Cordery, la consegnò nel luglio del 1537, ma lui e la sua comunità non furono immediatamente dispersi; vennero invece portati via per costituire quella nuova fondazione, Bisham, di cui parleremo in seguito in relazione al fiume, ma che a sua volta scomparve subito dopo. Non era passato nemmeno un anno: nel giugno del 1538, anche la nuova comunità di Bisham fu dispersa, proprio come l’antica comunità di Chertsey.
Dell’abbazia stessa non è rimasto nulla se non un pezzo rotto di cancello e poche pietre di muro. Tuttavia, un ricordo di essa sopravvive nella Fiera del Ciliegio Nero: un mercato concesso all’abbazia nel XV secolo, che in passato si teneva sulla collina di Santa Anna e il giorno di Santa Anna.
Il destino di questo monastero ha qualcosa di particolarmente tragico: l’abate e i monaci di Chertsey, quando si arresero, lo fecero nella piena convinzione di poter continuare la loro vita monastica a Bisham; se Bisham fu traditoriamente distrutto subito dopo, la colpa non ricade su di loro.
Con Abingdon fu diverso. L’ultimo priore fu forse il meno fedele di tutti quei personaggi confusi o avari che incontriamo nella storia della dissoluzione delle ordini religiosi. Si chiamava Thomas Rowland; aveva osservato con attenzione ogni movimento del pensiero di Enrico e, se possibile, aveva già previsto le sue intenzioni. Non aspettò nemmeno che gli venisse fatta una richiesta esplicita: suggerì addirittura l’abbandono della fiducia che molte generazioni di inglesi avevano riposto nelle sue mani. In cambio ricevette non solo una pensione molto sostanziosa, ma anche il Maniero di Cumnor, che prima della distruzione degli ordini religiosi fungeva da sanatorio o residenza estiva per i monaci. Lo ottenne. Da allora, il Maniero di Cumnor ha conservato un’atmosfera di desolazione e tragedia; non è rimasto nemmeno alcun pezzo del suo palazzo originale.
When any organised economic system disappears, there is nothing more interesting in history than to watch the process of its replacement: for example, the gradual disappearance of pagan slavery, and its replacement by the self-governing peasantry of the Middle Ages, with all the consequence of that change, affords some of the best reading in Continental records. But the Dissolution of the English monasteries has this added interest, that it was an immediate, and therefore an overwhelming, change; there was hardly a warning, there was no delay. Suddenly, not within the lifetime of a man, but within that of a Parliament, from one year to another, a good quarter of the whole economic power of the nation was utterly transformed. Nothing like it has been known in European history.
What filled the void so made? The answer to this question is, the Oligarchy: the landed class which had been threatening for so long to assume the Government of England stepped into the shoes of the great houses, and by this addition to their already considerable power achieved the destruction of the monarchy and within 100 years proceeded to the ordering of the English people under a small group of wealthy men, a form of Government which to this day England alone of all Christian nations suffers or enjoys.
This general statement must not be taken to mean that the oligarchic system, whose basis lies in the ownership of land, was immediately created by the Dissolution of the great monasteries. The development of the territorial system of England, of which system the banks of the Thames afford as good a picture as any in England, can be traced certainly from Saxon, and conjecturally from Roman, times.
The Roman estate was, presumably, the direct ancestor of the manor, and the Saxon thegns were perhaps most of them in blood, and nearly all of them in social constitution, descended from the owners of the Roman Villas which had seen the petty but recurrent pirate invasions of the fifth and sixth centuries.
But though the manorial arrangement, with its village lords and their dependent serfs, was common to the whole of the West, and could be found on the Rhine, in Gaul, and even in Italy, in Saxon England it had this peculiarity, that there was no systematic organisation by which the local land-owner definitely recognised a feudal superior, and through him the power of a Central Government. Or rather, though in theory such recognition had grown up towards the end of the Saxon period, in practice it hardly existed, and when William landed the whole system of tenure was in disorder, in the sense that the local lord of the village was not accustomed to the interference of a superior, and that no groups of lords had come into existence by which the territorial system could be bound in sheaves, as it were, and the whole of it attached to one central point at the royal Court.
Such a system of groups had arisen in Gaul, and to that difference ultimately we owe the French territorial system of the present day, but William the Norman’s new subjects had no comprehension of it.
It was upon this account that even those manors which he handed over to his French kindred and dependants were scattered, and that, though he framed a vigorous feudal rule centring in his own hands, the ancient customs of the populace, coupled with the lack of any bond between scattered and locally independent units, forbade that rule to endure.
William’s order was not a century old when the recrudescence of the former manorial independence was felt in the reign of Henry II. Under the personal unpopularity of his son, John, it blazed out into successful revolt, and, in spite of the veil thrown over underlying and permanent customs by such strong feudal kings as the first and the third Edwards, the independence and power of the village landlord remained the chief and growing character of English life. It expressed itself in the quality of the local English Parliament, in the support of the usurping Lancastrian dynasty — in twenty ways that converge and mingle towards the close of the Middle Ages.
But after the Dissolution of the monasteries this power of the squires takes on quite a different complexion: the land-owning class, from a foundation for the National Government, became, within two generations of the Dissolution, the master of that Government.
For many centuries previous to the sixteenth the old funded wealth of the Crown had been gradually wasting, at the expense of the Central National Government and to the profit of the squires. But the alienation was never complete. There are plenty of cases in which the Crown is found resuming the proprietorship of a manor to which it had never abandoned the theoretical title. With the Tudors such cases become rarer and rarer, with the Stuarts they cease.
The cause of this rapid enfeeblement of the Crown lay largely in the changed proportion of wealth. The King, until the middle of the sixteenth century, had been far wealthier than any one of his subjects. By a deliberate act, the breaking up of ecclesiastical tenure, the Crown offered an opportunity to the wealthier of those subjects so enormously to increase their revenues as to overshadow itself; in a little more than a century after the throwing open of the monastic lands the King is an embarrassed individual, with every issue of expenditure ear-marked, every source of it controlled, and his very person, as it were, mortgaged to a plutocracy. The squires had not only added to their revenues the actual amounts produced by the sites and estates of the old religious foundations, they had been able by this sudden accession of wealth to shoot ahead in their competition with their fellow-citizens. The counterweight to the power of the local landlord disappeared with the disappearance of the monastery.
To show how the religious houses had furnished a powerful counterweight by which the Central Government and the populace could continue to oppose the growing power of the landed oligarchy, we may take all the southern bank of the Thames from Buscot to Windsor. We find at the time of the Conquest twelve royal manors and fifteen religious; only the nine remaining were under private lords. Four and a half centuries later, at the time of the Dissolution, the royal manors have passed for the most part into private hands, but the manors in the hands of the religious houses have actually increased in number.
Quando qualsiasi sistema economico organizzato scompare, non c’è nulla di più interessante nella storia che osservare il processo della sua sostituzione: ad esempio, la graduale scomparsa della schiavitù pagana e la sua sostituzione dalla classe contadina autogovernata del Medioevo, con tutte le conseguenze di quel cambiamento, rappresentano alcuni dei momenti più significativi registrati nei documenti europei. Ma la dissoluzione dei monasteri inglesi presenta un interesse aggiuntivo: si trattò di un cambiamento immediato e quindi travolgente; non ci furono quasi avvisi premonitori, né ritardi. Improvvisamente, in meno tempo di quello che occorre a una persona per morire, ma in soli due anni, un quarto dell’intera potenza economica del paese venne completamente trasformato. Nella storia europea non si era mai verificato nulla del genere.
Cosa riempì quel vuoto creato? La risposta a questa domanda è l’Oligarchia: la classe terriera che da tempo minacciava di assumere il controllo del governo inglese prese il posto delle grandi famiglie nobili, e con questo aumento del proprio potere già considerevole riuscì a distruggere la monarchia. Entro 100 anni, iniziò quindi a governare il popolo inglese attraverso un piccolo gruppo di uomini ricchi; una forma di governo che, ancora oggi, solo l’Inghilterra, tra tutte le nazioni cristiane, subisce o gode.
Questa affermazione generale non deve essere intesa nel senso che il sistema oligarchico, basato sulla proprietà terriera, sia stato creato immediatamente con la dissoluzione dei grandi monasteri. Lo sviluppo del sistema territoriale dell’Inghilterra, di cui le rive del Tamigi offrono un esempio rappresentativo quanto qualsiasi altro nel paese, può essere sicuramente rintracciato fin dai tempi sassoni, e congetturalmente anche ai tempi romani.
La tenuta romana era, presumibilmente, l’antenata diretta dei manieri; i thegni sassoni, per lo più, erano in linea di sangue – e quasi tutti, anche dal punto di vista sociale – discendenti dei proprietari delle ville romane che avevano subito le continue invasioni piratesche nei secoli V e VI.
Ma sebbene l’organizzazione signorile, con i suoi signori villaggi e i loro servi dipendenti, fosse comune in tutto l’Occidente e si potesse trovare sul Reno, in Gallia e persino in Italia, nell’Inghilterra sassone presentava questa particolarità: non esisteva alcuna organizzazione sistematica attraverso la quale il proprietario terriero locale riconoscesse esplicitamente un superiore feudale e, tramite di esso, il potere di un governo centrale. O meglio, sebbene in teoria tale riconoscimento fosse emerso verso la fine del periodo sassone, in pratica esso quasi non esisteva. Quando Guglielmo sbarcò, l’intero sistema fondiario era nel disordine: i signori locali dei villaggi non erano abituati all’intervento di un superiore, e non esistevano gruppi di signori in grado di coordinare il sistema territoriale, collegandolo a un punto centrale come la corte reale.
Un tale sistema di gruppi si era sviluppato in Gallia, e proprio a questa differenza dobbiamo, in definitiva, il sistema territoriale francese attuale; tuttavia, i nuovi sudditi di Guglielmo il Normanno non ne comprendevano il funzionamento.
Fu proprio per questo motivo che anche quelle tenute che egli cedette ai suoi parenti e dipendenti francesi finirono per disperdersi; inoltre, sebbene avesse istituito un rigido sistema feudale incentrato su di sé, le antiche usanze del popolo, unite alla mancanza di qualsiasi legame tra le unità sparse e indipendenti localmente, impedirono che tale sistema potesse durare a lungo.
L’ordine di William non aveva ancora un secolo di vita quando, durante il regno di Enrico II, si fece sentire la rinascita dell’indipendenza feudale dei manieri. A causa della scarsa popolarità personale di suo figlio Giovanni, questa tendenza sfociò in una rivolta vittoriosa. Nonostante i tentativi di alcuni re feudali potenti, come gli Edwardi I e III, di soffocare queste tradizioni radicate, l’indipendenza e il potere dei proprietari terrieri rimasero elementi fondamentali della vita inglese. Ciò si rifletteva nella natura stessa del Parlamento inglese locale, nel sostegno dato alla dinastia Lancaster che aveva usurpato il trono. In venti modi diversi, questi fenomeni si intrecciarono e si svilupparono fino alla fine del Medioevo.
Ma dopo la dissoluzione dei monasteri, questo potere dei cavalieri assunse un aspetto completamente diverso: la classe proprietaria terriera, che inizialmente costituiva una base per il Governo Nazionale, divenne, entro due generazioni dalla dissoluzione dei monasteri, la padrona di quel governo.
Per molti secoli, prima del XVI, la vasta ricchezza della Corona veniva gradualmente erosa, a scapito del governo centrale nazionale e a vantaggio dei nobili locali. Tuttavia, questa alienazione non fu mai completa: esistono numerosi casi in cui la Corona riacquisisce la proprietà di manieri di cui non aveva mai perso il titolo teorico. Con i Tudor questi casi divennero sempre più rari; con gli Stuart, invece, cessarono del tutto.
La causa di questo rapido indebolimento della Corona risiedeva in gran parte nel cambiamento nella distribuzione della ricchezza. Fino a metà del XVI secolo, il Re era molto più ricco di qualsiasi altro dei suoi sudditi. Attraverso un atto deliberato – la distruzione dei diritti feudali ecclesiastici – la Corona offrì alle classi più abbienti dei sudditi l’opportunità di aumentare enormemente i propri introiti, al punto da mettere in ombra lo stesso potere regale. In poco più di un secolo, dopo la confisca delle terre monastiche, il Re si trovava in una situazione difficile: ogni spesa era soggetta a controlli rigorosi, tutte le sue fonti di reddito erano sotto controllo e, in qualche modo, anche la sua stessa persona era “ipotecata” a una plutocrazia. I nobili non solo avevano aumentato i propri introiti grazie alle proprietà delle antiche fondazioni religiose, ma erano anche riusciti, con questa improvvisa accumulazione di ricchezza, a superare i propri concorrenti tra i cittadini comuni. L’equilibrio contro il potere dei proprietari terrieri locali scomparve insieme alle monasterie stesse.
Per dimostrare come le istituzioni religiose costituissero un potente contrappeso che permetteva al Governo Centrale e al popolo di continuare a opporsi all’aumento del potere dell’oligarchia terriera, possiamo prendere in esame l’intera sponda meridionale del Tamigi, da Buscot fino a Windsor. Al momento della Conquista, in quella zona si trovavano dodici manieri reali e quindici manieri religiosi; soltanto nove di questi erano sotto il controllo di signori privati. Quattro secoli e mezzo dopo, al momento della Dissoluzione dei Monasteri, la maggior parte dei manieri reali era passata in mano a privati, mentre il numero di manieri gestiti dalle istituzioni religiose era addirittura aumentato.
At this point it is important to note an economic phenomenon which appears at first sight accidental, but which, on examination, is found to spring from calculable political causes. At the moment of the Dissolution it was apparently in the power of the Crown to have concentrated the revenues of all these monastic manors into its own hands, and this typical stretch of country, the Berkshire shore, shows how economically powerful the Central Government of England might have become had the property surrendered to the Crown been kept in the hands of the King.
The modern reader will be tempted to inquire why it was not so kept.
Most certainly Henry intended to keep, if not the whole of it (for he must reward his servants, and he was accustomed to do things largely), yet at least the bulk of it in the Royal Treasury, and had he been able to do so the Central Government of England would have become by far the strongest thing in Europe. It is conceivable, though in consideration of the national character doubtful, that with so powerful an instrument of government, England, instead of standing aside from the rapid bureaucratic recasting of European civilisation which was the work of the French Crown, might have led the way in that chief of modern experiments. One can imagine the Stuarts, had they possessed revenue, doing what the Bourbons did: one can imagine the modern State developing under an English Crown wealthier than any other European Government, and the re-birth of Europe happening just to the north, instead of just to the south, of the Channel.
But the speculation is vain. As a fact, the whole of the new wealth slipped rapidly from between the fingers of the English King.
When of three forces which still form an equilibrium two are stationary and one is pressing upon these two, then, if either of the stationary forces be removed, that which was pressing upon both overwhelms the stationary force that remains. The monastic system had been marking time for over 100 years, and in certain political aspects of its power had perhaps slightly dwindled. The monarchy, for all its splendour, was in actual resources no more than it had been for some generations. Pressing upon either of these two institutions was the rising and still rising force of the squires. It is not wonderful that under such conditions the spoil fell to the younger and advancing power.
Consider, for example, the extraordinary anxiety of so apparently powerful a king as Henry for the formal consent of the Commons to his acts. It has been represented as part of the Tudor national policy and what not, but those who write thus have not perhaps smiled, as has the present writer, over the names of those who sat for the English shires in the Parliament which assented to the Dissolution of the great monastic houses. Here is a Ratcliffe from Northumberland, and a Collingwood; here is a Dacre, a Musgrave, a Blenkinsop; the Constables are there, and the Nevilles from Yorkshire; the Tailboys of Lincoln, a Schaverell, a Throgmorton, a Ferrers, a Gascoyne; and of course, inevitably, sitting for Bedfordshire, a hungry Russell.
Here is a Townshend, a Wingfield, a Wentworth, an Audley — all from East Anglia — a Butler; from Surrey a Carew, and that FitzWilliam whose appetite for the religious spoils proved so insatiable; here is a Blount out of Shropshire; a Lyttleton, a Talbot (and yet another Russell!), a Darrell, a Paulet, a Courtney, (to see what could be picked up in his native county of Devon), and after him a Grenfell. These are a few names taken at random to show what humble sort of “Commons” it was that Henry had to consider. They are significant names; and the “Constitution” had little to do then, and has little to do now, with their domination. Wealth was and is their instrument of power.
That such men could ultimately force the Government is evident, but what is remarkable, perhaps, is the extraordinary rapidity with which the Crown was stripped of its new wealth by the gentry, and this can only be explained in two ways:
First, there was the rapid change in prices which rose from the Spanish importation of precious metals from America, the effect of which was now reaching England; and, secondly, the Tudor character.
As to the first, it put the National Government, dependent as it still largely was upon the customary and fixed payments, into a perpetual embarrassment. Where it still received nothing but the customary shilling, it had to pay out three for material and wages, whose price had risen and was rising. In this embarrassment, in spite of every subterfuge and shift, the Crown was in perpetual, urgent, and increasing need. Rigid and novel taxes were imposed, loans were raised and not repaid, but something far more was needed to save the situation, with prices still rising as the years advanced. Ready money from those already in possession of perhaps half the arable land of England was an obvious source, and into their pockets flowed, as by the force of gravitation, the funded wealth which had once supported the old religion. Hardly ever at more than ten years’ purchase, sometimes at far less, the Crown turned its new rentals into ready money, and spent that capital as though it had been income.
The Tudor character was a second cause.
It is a pleasing speculation to conceive that, if some character other than a Tudor had been upon the throne, not all at least of this national inheritance would have been dissipated. One can imagine a character — tenacious, pure, narrow and subtle, intent upon dignity, and with a natural suspicion of rivals — which might have saved some part of the estates for posterity. Charles I., for example, had he been born 100 years earlier, might very well have done the thing.
But the Tudors, for all their violence, were fundamentally weak. There was always some vice or passion to interrupt the continuity of their policy — even Mary, who was not the offspring of caprice, had inherited the mental taint of the Spanish house — and before the last of the family had died, while still old men were living who, as children, had seen the monasteries, nearly all this vast treasure had found its way into the pockets of the squires. In the middle of the seventeenth century every one of these villages is under a private landlord: before the close of it even the theoretical link of their feudal dependence upon the Crown is snapped: and the two centuries between that time and our own have seen the power of the new landlords steadily maintained and latterly vastly increased.
A questo punto è importante notare un fenomeno economico che a prima vista sembra casuale, ma che, esaminato più attentamente, si rivela derivante da cause politiche calcolabili. Nel momento della Dissoluzione, apparentemente la Corona avrebbe potuto concentrare nelle proprie mani i ricavi di tutti questi possedimenti monastici; questa zona tipica, la costa del Berkshire, dimostra quanto potente economicamente avrebbe potuto diventare il governo centrale d’Inghilterra se le proprietà cedute alla Corona fossero rimaste in mano al Re.
Il lettore moderno sarà tentato di chiedersi perché non si sia mantenuto questo sistema.
Con ogni probabilità, Henry intendeva conservare, se non l’intero patrimonio (poiché doveva ricompensare i suoi servitori e era abituato a agire in modo generoso), almeno la maggior parte di esso nel Tesoro Reale. Se ci fosse riuscito, il governo centrale inglese sarebbe diventato di gran lunga il più potente d’Europa. È concepibile – anche se tale ipotesi appare dubbia, considerando il carattere nazionale dell’Inghilterra – che, con un strumento di governo così potente, l’Inghilterra avrebbe potuto guidare quegli esperimenti moderni piuttosto che rimanere in disparte rispetto alla rapida trasformazione burocratica della civiltà europea operata dalla Corona francese. Si può immaginare che gli Stuart, se avessero disposto di entrate sufficienti, avrebbero fatto ciò che fecero i Borboni; si può immaginare che lo Stato moderno si sarebbe sviluppato sotto una Corona inglese più ricca di qualsiasi altro governo europeo, e che la rinascita dell’Europa fosse avvenuta proprio a nord del Canale della Manica, invece che a sud.
Ma questa speculazione è vana. In realtà, tutta quella nuova ricchezza sfuggì rapidamente dalle mani del Re d’Inghilterra.
Quando di tre forze che ancora mantengono un equilibrio due sono ferme e una esercita pressione su queste due, allora, se una delle forze ferme viene rimossa, quella che prima esercitava pressione su entrambe sopraffarà la forza ferma rimasta. Il sistema monastico esisteva da oltre 100 anni e, in alcuni aspetti politici del suo potere, forse aveva già iniziato a declinare. La monarchia, nonostante tutto il suo splendore, in termini di risorse effettive non era diversa da quanto fosse stata nelle generazioni precedenti. La forza crescente e sempre più potente rappresentata dai cavalieri feudali esercitava pressione su queste due istituzioni. Non sorprende quindi che, in tali condizioni, il dominio finisse per passare a quella forza più giovane e in ascesa.
Consideriamo, ad esempio, l’ansia straordinaria di un re apparentemente così potente come Enrico per il consenso formale dei Comuni ai suoi atti. Questo aspetto è stato spesso presentato come parte della politica nazionale Tudor e simili, ma coloro che scrivono in questo modo forse non hanno mai sorriso, come ha fatto l’autore di queste righe, al pensiero dei nomi di quelle persone che rappresentavano le contee inglesi nel Parlamento che approvarono la dissoluzione delle grandi case monastiche. Ecco qui un Ratcliffe del Northumberland, un Collingwood; ecco un Dacre, un Musgrave, un Blenkinsop; ci sono anche i Constables e i Nevilles dello Yorkshire; i Tailboys di Lincoln, un Schaverell, un Throgmorton, un Ferrers, un Gascoyne. E naturalmente, inevitabilmente, c’è anche un Russell, rappresentante del Bedfordshire.
Ecco Townshend, Wingfield, Wentworth, Audley – tutti dell’East Anglia – Butler; da Surrey, Carew, e quel FitzWilliam il cui appetito per i beni religiosi si rivelò insaziabile; c’è anche Blount dello Shropshire, Lyttleton, Talbot (e ancora un altro Russell!), Darrell, Paulet, Courtney, (per vedere cosa si possa trovare nel proprio paese natale, il Devon), e dopo di loro Grenfell. Questi sono solo alcuni nomi scelti a caso per mostrare di che tipo di “comuni cittadini” dovesse fare i conti Enrico VIII. Sono nomi importanti; e la “Costituzione”, all’epoca come oggi, aveva poco o nulla a che fare con il loro dominio. La ricchezza era – ed è ancora – l’arma del loro potere.
È evidente che uomini del genere potessero alla fine costringere il Governo ad agire, ma ciò che forse è davvero notevole è la straordinaria rapidità con cui la Corona perse le sue nuove ricchezze a causa della nobiltà; questo fenomeno può essere spiegato solo in due modi.
Innanzitutto, c’era il rapido cambiamento dei prezzi, dovuto all’importazione spagnola di metalli pregiati dall’America, un effetto che ora stava raggiungendo anche l’Inghilterra; in secondo luogo, c’era il carattere specifico della dinastia Tudor.
Per quanto riguarda il primo punto, ciò mise il Governo Nazionale in una situazione di perpetuo imbarazzo, poiché esso dipendeva ancora in gran parte da pagamenti abituali e fissi. Quando riceveva soltanto lo shilling consueto, doveva invece pagare tre volte tanto per materiali e salari, i cui prezzi erano aumentati e continuavano ad aumentare. Di fronte a questa situazione difficile, nonostante ogni stratagemma e manovra, la Corona aveva bisogno costante, urgente e crescente di fondi. Furono imposte tasse nuove e rigide, vennero presi prestiti che non furono mai ripagati; tuttavia era necessario qualcosa di molto più significativo per salvare la situazione, soprattutto considerando l’aumento continuo dei prezzi nel corso degli anni. Un’opzione evidente consisteva nell’utilizzare i fondi provenienti da coloro che possedevano già forse metà delle terre coltivabili d’Inghilterra: questi capitali, come se fossero stati un reddito naturale, finirono nelle loro tasche. Spesso il Governo riusciva a convertire i nuovi introiti in denaro contante in meno di dieci anni, e spendeva quei fondi come se fossero stati guadagni regolari.
Il personaggio dei Tudor rappresentava una seconda causa.
È una piacevole ipotesi immaginare che, se al trono fosse salito un personaggio diverso dai Tudor, almeno parte di questo patrimonio nazionale non sarebbe andata perduta. Si può immaginare un individuo tenace, puro, meticoloso e astuto, attento alla dignità e con una naturale diffidenza verso i rivali, che avrebbe potuto salvare alcune delle proprietà per le generazioni future. Ad esempio, Carlo I, se fosse nato 100 anni prima, molto probabilmente sarebbe riuscito a fare proprio questo.
Ma i Tudor, nonostante tutta la loro violenza, erano fondamentalmente deboli. C’era sempre qualche vizio o passione che interrompeva la continuità delle loro politiche – persino Maria, che non era il frutto di capricci, aveva ereditato i difetti mentali della casa spagnola – e prima che l’ultimo membro della famiglia morisse, mentre ancora vivevano uomini anziani che da bambini avevano visto quei monasteri, quasi tutto questo immenso tesoro finì nelle tasche dei nuovi proprietari terrieri. A metà del XVII secolo, ogni uno di questi villaggi era sotto il controllo di un proprietario privato; entro la fine dello stesso secolo, anche il legame teorico della loro dipendenza feudale dalla Corona venne spezzato; e nei due secoli successivi il potere di questi nuovi proprietari terrieri continuò ad aumentare costantemente.
Apart from the transfer of the monastic manors there was yet another way in which the Dissolution of the religious houses helped on the establishment of the landed oligarchy in the place of the old National Government. The monasteries had owned not only these full manorial rights, but also numerous parcels of land scattered up and down in manors whose lordship was already in private hands. These parcels, like the small lay freeholds, which they resembled, formed nuclei of resistance to the increasing power of the squires.
The point is of very considerable importance, though not easy to seize for anyone unacquainted with the way in which the territorial oligarchy has been built up or ignorant of the present conditions of English village life.
At the close of the Middle Ages the lord of a manor in England, though possessed of a larger proportion of the land than were his colleagues in other countries, but rarely could claim so much as one half of the acreage of a parish; the rest was common, in which his rights were strictly limited and defined, to the advantage of the poor, and also side by side with common was to be found a number of partially and wholly independent tenures, over which the squire had little or no control, from copyholds which did furnish him occasional sums of money, to freeholds which were practically independent of him.
The monasteries possessed parcels of this sort everywhere. To give but one example: Chertsey had twenty acres of freehold pasturage in the Manor of Cobham; but it is useless to give examples of a thing which was as common as the renting of a house to-day. Now these small parcels formed a most valuable foundation upon which the independence of similar lay parcels could repose. The squire might be tempted to bully a four-acre man out of his land, but he could not bully the Abbot of Abingdon, or of Reading. And so long as these small parcels were sanctioned by the power of the great houses, so long they were certain to endure in the hands even of the smallest and the humblest of the tenants. To-day in a modern village where a gentleman possesses such an island of land, better still where several do, there at once arises a tendency and an opportunity for the smaller men to acquire and to retain. The present writer could quote a Sussex village in the centre of which were to be found, but thirty years ago, more than half-a-dozen freeholds. They disappeared: in its prosperity “The Estate” extinguished them. The next heir in his embarrassment has handed over the whole lump to a Levantine for a loan. Had the Old Squire spared the small freeholds they would have come in as purchasers and would have increased their number during the later years when the principal landlord, his son, was gradually falling into poverty and drink.
When the monasteries were gone the disappearance of the small men gradually began. It was hastened by the extinction of that old tradition which made the Church a customary landlord exacting quit rents always less than the economic value of the land, and, what with the security of tenure and the low rental, creating a large tenant right. This tenant right vested in the lucky dependants of the Church did indeed create intense local jealousies that help to account for much of the antagonism to the monastic houses. But the future showed that the benefits conferred, though irregular and privileged, were more than the landless men could hope to expect when they had exchanged the monk for the squire.
Finally, the Dissolution of the religious houses strengthened the squires in the mere machinery of the constitution. Before that Dissolution the House of Lords was a clerical house. Had you entered the Council of Henry VII. when Parliament sat at Westminster you would have seen a crowd of mitres and of croziers, bishops and abbots of the great abbeys, among whom, here and there, were some thirty lay lords. This clerical House of Lords, sprung largely from the populace, possessed only of life tenure, was a very different thing from the House of Lords that succeeded the Dissolution. That immediately became a committee, as it were, of the landed class; and a committee of the landed class the House of Lords remained until quite the last few years, when the practice of purchase has admitted to it brewers, money-lenders, Colonial speculators, and, indeed, anyone who can furnish the sum required by a woman or a secret party fund. A concrete example is often of value in the illustration of a general process, and at the expense of a digression I propose to lay before the reader as excellent a picture as we have of the way in which the Dissolution of the monasteries not only emphasised the position of the existing territorial class, but began to recruit it with elements drawn from every quarter, and, while it established the squires in power, taught them to be careless of the origin or of the end of the families admitted to their rank.
For this purpose I can find no better example than that of the family of Williams, which by the licence of custom we have come to call “Cromwell”; the most famous member of this family stands out in English history as the typical squire who led the Forces of his Order against the impoverished Monarchy, and so reduced that emblem of Government to the simulacrum which it still remains.
Putney, by Thames-side, was the home of their very lowly beginnings.
Of the descent of the Williams throughout the Middle Ages nothing is known. Much later they claimed relationship with certain heads of the Welsh clans, but the derivation is fantastic. At any rate a certain Williams was keeping a public-house in Putney in the generation which saw the first of the Reformers. His name was Morgan, and the “Ap William” or “Williams” which he added to that name was an affix due to the Welsh custom of calling a man by his father’s name; for surnames had not yet become a rule in the Principality. He may have come, and probably did, from Glamorganshire, and that is all we can say about him; though we must admit some weight in Leland’s contemporary evidence that his son, Richard, was born in the same county, at a place called Llanishen. Anyhow, there he is, keeping his public-house in the first years of the sixteenth century by the riverside at Putney.
Oltre al trasferimento dei possedimenti monastici, esisteva un altro modo con cui la dissoluzione degli ordini religiosi contribuì alla formazione dell’oligarchia terriera al posto del vecchio governo nazionale. I monasteri possedevano non solo questi pieni diritti sui manieri, ma anche numerosi lotti di terra sparsi in varie località, i cui diritti di proprietà erano già passati in mano privata. Questi lotti, proprio come le piccole tenute laiche, costituivano nuclei di resistenza contro il crescente potere dei signori terrieri.
Il punto è di una importanza molto considerevole, anche se non facile da comprendere per chi non sia a conoscenza del modo in cui si è formata l’oligarchia territoriale o ignori le condizioni attuali della vita nei villaggi inglesi.
Alla fine del Medioevo, il signore di una tenuta in Inghilterra, sebbene possedesse una quota di terra maggiore rispetto ai suoi colleghi in altri paesi, raramente riusciva a controllare anche solo la metà della superficie totale della parrocchia; il resto della terra era considerato “comune”, e i diritti del signore su di essa erano strettamente limitati e definiti, a vantaggio dei poveri. Accanto a questa categoria di terre comuni, esistevano inoltre numerose tenute parzialmente o completamente indipendenti: da quelle con diritti di possesso temporaneo che occasionalmente gli fornivano del denaro, fino a quelle di proprietà piena e praticamente indipendenti da lui.
I monasteri possedevano numerosi terreni di questo tipo in tutto il paese. Per dare solo un esempio: Chertsey disponeva di venti acri di terreno da pascolo nella tenuta di Cobham; ma è inutile fornire esempi di una pratica che, oggi come allora, era estremamente diffusa, tanto quanto l’affitto di case. Questi piccoli appezzamenti costituivano una base fondamentale su cui poteva poggiarsi l’indipendenza dei terreni posseduti da privati. Un signore potrebbe essere tentato di spogliare un proprietario di quattro acri del suo terreno, ma non avrebbe mai il coraggio di fare lo stesso con l’abate di Abingdon o di Reading. Finché questi piccoli appezzamenti erano riconosciuti e protetti dal potere delle grandi famiglie nobiliari, erano certi di sopravvivere anche nelle mani dei più umili e modesti inquilini. Oggi, in un villaggio moderno dove alcuni gentiluomini possiedono piccoli appezzamenti di terreno, sorge immediatamente la possibilità che anche le persone meno abbienti riescano ad acquistarli e a mantenerli. L’autore potrebbe citare un esempio concreto: trent’anni fa, in un villaggio del Sussex, si trovavano più di mezza dozzina di terreni posseduti direttamente dai privati; oggi questi terreni sono scomparsi, inghiottiti dalla crescita economica della zona. Il prossimo erede, nella sua difficoltà finanziaria, ha ceduto l’intero appezzamento a un estraneo in cambio di un prestito. Se il vecchio signore avesse rispettato la proprietà dei piccoli terreni privati, questi sarebbero probabilmente rimasti nelle mani degli stessi proprietari, aumentando nel numero negli anni successivi, mentre il principale proprietario, suo figlio, cadeva gradualmente nella povertà e nell’alcolismo.
Quando i monasteri scomparvero, iniziò gradualmente la scomparsa di quegli uomini di piccola statura. Questo processo fu accelerato dall’estinzione di quella vecchia tradizione che rendeva la Chiesa un proprietario terriero abituale, il quale esigeva affitti sempre inferiori al valore economico dei terreni; inoltre, grazie alla sicurezza della tenure e agli affitti bassi, si creava un forte diritto di locazione. Questo diritto, che spettava ai dipendenti fortunati della Chiesa, generava intensi sentimenti di gelosia a livello locale, e questi sentimenti contribuirono in gran parte all’antagonismo verso le case monastiche. Tuttavia, il futuro dimostrò che i benefici connessi a questa situazione, sebbene irregolari e privilegiati, erano superiori a quelli che gli uomini senza terra avrebbero potuto ottenere sostituendo i monaci con i signori terrieri.
Infine, la dissoluzione degli ordini religiosi rafforzò il potere dei cavalieri terrieri all’interno della struttura costituzionale. Prima di quella dissoluzione, la Camera dei Lord era composta esclusivamente da membri del clero. Se si fosse entrati nel Consiglio di Enrico VII quando il Parlamento si riuniva a Westminster, si sarebbe visto un gruppo numeroso di vescovi, abati e altri alti prelati, mescolati con soltanto una trentina di lord laici. Questa Camera dei Lord, nata in gran parte dal popolo e dotata solo di incarichi vitalizi, era molto diversa da quella che ne seguì la dissoluzione: quest’ultima divenne rapidamente un organo rappresentativo della classe terriera, e tale rimase fino agli ultimi anni, quando l’acquisto di titoli nobiliari permise l’ingresso in essa di birrai, usurai, speculatori coloniali, insomma, di chiunque fosse in grado di fornire la somma richiesta. Un esempio concreto può spiegare efficacemente un processo generale; a costo di una digressione, propongo quindi di presentare al lettore un quadro esemplare del modo in cui la dissoluzione dei monasteri non solo rafforzò il potere della classe terriera esistente, ma iniziò anche ad arricchirla con elementi provenienti da ogni estrazione sociale. Nel contempo, mentre conferiva potere ai cavalieri terrieri, insegnò loro a ignorare l’origine o lo scopo delle famiglie che venivano ammesse alle loro file.
A questo scopo non posso trovare un esempio migliore di quella famiglia dei Williams, che per abitudine comune abbiamo finito per chiamare “Cromwell”; il membro più famoso di questa famiglia si distingue nella storia inglese come l’esempio tipico dello squadrone che guidò le forze della sua organizzazione contro la Monarchia impoverita, riducendo così quell’emblema del governo a quel simulacro in cui ancora oggi si trova.
Putney, sulle rive del Tamigi, fu il luogo dove iniziarono la loro vita, in condizioni molto umili.
Di discendenza dei Williams durante tutto il Medioevo non si sa nulla. Molto più tardi essi sostenevano di avere un legame con alcuni capi delle tribù gallese, ma tale origine è puramente fantastica. Comunque, in una generazione che vide i primi riformatori, un certo Williams gestiva una taverna a Putney. Il suo nome era Morgan; l’aggiunta “Ap William” o “Williams” derivava dalla consuetudine gallese di chiamare un uomo con il nome del padre, poiché i cognomi non erano ancora diventati di uso comune nel Principato. Probabilmente proveniva dal Glamorganshire; questo è tutto ciò che possiamo dire su di lui. Tuttavia, dobbiamo prendere in considerazione le testimonianze contemporanee di Leland, secondo cui suo figlio Richard nacque nella stessa contea, in un luogo chiamato Llanishen. Comunque sia, eccolo lì, che gestisce la sua taverna lungo il fiume a Putney, nei primi anni del XVI secolo.
There lived in the same hamlet (which was a dependency of the manor of Wimbledon) a certain Cromwell or Crumwell, who was also called Smith; but this obscure personage should most probably be known by the first of these two names, for his humble business was the shoeing of horses, and the second appellation was very probably a nickname arising from that trade. He also added beer-selling to his other work, and this common occupation may have formed a link between him and his neighbour, Morgan ap William.
The next stage in the story is not perfectly clear. Smith or Crumwell had a son and two daughters, the son was called Thomas, and the daughter that concerns us was called Katherine. It is highly probable, according to modern research into the records of the manor, that Morgan ap William married Katherine. But the matter is still in some doubt. There are not a few authorities, some of them painstaking, though all of them old, who will have it that the blacksmith’s son, Thomas, loved Morgan ap William’s sister, instead of its being the other way about. It is not easy to establish the exact relationship between two public-house keepers who lived as neighbours in a dirty little village 400 years ago.
Thomas proceeded to an astonishing career; he left his father’s forge, wandered to Italy, may have been present at the sack of Rome, and was at last established as a merchant in the city of London. When one says “merchant” one is talking kindly. His principal business then, as throughout his life, was that of a usurer, and he showed throughout his incredible adventures something of that mixture of simplicity and greed, with a strange fixity in the oddest of personal friendships, which amuses us to-day in our company promoters and African adventurers. His abilities recommended him to Wolsey, and when that great genius fell, Cromwell was, as the most familiar of historical traditions represents him, faithful to his master.
Whether this faithfulness recommended him to the King or not, it is difficult to say. Probably it did, for there is nothing that a careful plotter will more narrowly watch in an agent than his record of fidelity in the past.
Henry fixed upon him to be his chief instrument in the suppression of the monasteries. His lack of all fixed principle, his unusual power of application to a particular task, his devotion to whatever orders he chose to obey, and his quite egregious avarice, all fitted him for the work his master ordered.
How the witty scoundrel accomplished that business is a matter of common history. Had he never existed the monasteries would have fallen just the same, perhaps in the same manner, and probably with the same despatch. But fate has chosen to associate this revolution with his name — and to his presence in that piece of confiscation we owe the presence in English history of the great Oliver; for Oliver, as will be presently seen, and all his tribe were fed upon no other food than the possessions of the Church. Cromwell, in his business of suppressing the great houses, embezzled quite cynically — if we can fairly call that “embezzlement” which was probably countenanced by the King, to whom account was due. Indeed, it is plainly evident from the whole story of that vast economic catastrophe which so completely separates the England we know from the England of a thousand years — the England of Alfred, of Edward I., of Chaucer, and of the French Wars — it is evident from the whole story, that the flood of confiscated wealth which poured into the hands of the King’s agents and squires was a torrent almost impossible to control; Henry VIII. was glad enough to be able to retain, even for a year or two, one half of the spoils.
We know, for instance, that the family of Howard (which was then already of more than a century’s standing) took everything they could lay their hands on in the particular case of Bridlington — pyxes, chalices, crucifixes, patens, reliquaries, vestments, shrines, every saleable or meltable thing, and the cattle and pigs into the bargain, and never dreamt of giving account to the King.
With Cromwell, the embezzlement was more systematic: it was a method of keeping accounts. But our interest lies in the fact that the process was accompanied by that curious fidelity to all with whom he was personally connected, which forms so interesting a feature in the sardonic character of this adventurer. It is here that we touch again upon the family of Morgan ap William, the public-house keeper of Putney.
When Cromwell was at the height of his power he lifted out from the obscurity of his native kennel a certain Richard Williams, calling him now “cousin” and now “nephew.” We may take it that the boy was a nephew, and that the word “cousin” was used only in the sense of general relationship which attached to it at that time. If Cromwell had been a man of a trifle more distinction, or of tolerable honesty, we might even be certain that this young fellow was the legitimate son of his sister Katherine, and, indeed, it is much the more probable conclusion at which we should arrive to-day. But Cromwell himself obscured the matter by alluding to his relative as “Williams (alias Cromwell),” and there must necessarily remain a suspicion as to the birth and real status of his dependant.
In 1538 this young Richard Williams got two foundations handed over to him — both in Huntingdon, and together amounting in value to about £500 a year.
We have seen on an earlier page how extremely difficult or impossible it is to estimate exactly in modern money the figures of the Dissolution. We have agreed that to multiply by twenty for a maximum is permissible, but that even then we shall not have anything like the true relation of any particular income to the general standard of wealth in a time when England was so much smaller than our England of to-day, and in an England where wealth had been until that moment so well divided, and especially in an England where the objects both of luxury and expenditure were so utterly different to our own: where all textile fabric was, for instance, so much dearer in proportion to food than it is now, and where yet a man could earn in a few weeks’ labour what would with us be capital enough to stock a small farm.
Nella stessa frazione (che faceva parte del maniero di Wimbledon) viveva un certo Cromwell o Crumwell, chiamato anche Smith; tuttavia questo personaggio poco noto dovrebbe essere conosciuto soprattutto con il primo di questi due nomi, poiché la sua umile attività consisteva nel ferrare i cavalli, e il secondo nome era probabilmente un soprannome derivante da quel mestiere. Oltre a ciò, svolgeva anche l’attività di venditore di birra; questa comune occupazione potrebbe aver creato un legame tra lui e il suo vicino, Morgan ap William.
La fase successiva della storia non è del tutto chiara. Smith o Crumwell avevano un figlio e due figlie: il figlio si chiamava Thomas, mentre la figlia che ci interessa si chiamava Katherine. Secondo le ricerche moderne sui documenti relativi alla tenuta, è molto probabile che Morgan ap William abbia sposato Katherine. Tuttavia, la questione rimane ancora dibattuta. Ci sono diverse autorità, alcune delle quali molto meticolose, anche se tutte ormai anziane, che sostengono che fosse il figlio del fabbro, Thomas, ad amare la sorella di Morgan ap William, e non il contrario. Non è facile stabilire con certezza i rapporti esatti tra due gestori di osterie che vivevano come vicini in un piccolo villaggio sporco 400 anni fa.
Thomas intraprese una carriera straordinaria: lasciò la fucina di suo padre, viaggiò in Italia, probabilmente fu presente alla presa di Roma e infine si stabilì come mercante nella città di Londra. Quando si parla di “mercante”, lo si fa con tono gentile. Tuttavia, il suo principale mestiere, proprio come per tutta la vita, fu quello di usuraio. Nelle sue incredibili avventure dimostrò sempre quella miscela di semplicità e avidità, nonché una strana fedeltà nelle amicizie personali. Qualcuno potrebbe trovare tutto ciò divertente, soprattutto oggi, tra i promotori imprenditoriali e gli avventurieri africani. Le sue capacità lo resero gradito a Wolsey; e quando quel grande genio cadde in disgrazia, Cromwell, come rappresentato dalle tradizioni storiche più note, rimase fedele al proprio padrone.
Se questa fedeltà lo abbia reso gradito al Re o meno, è difficile dirlo. Probabilmente sì, perché non c’è nulla che un abile pianificatore controlli con maggiore attenzione in un agente di sua fiducia di quanto il suo passato di fedeltà.
Henry lo scelse come suo principale strumento per sopprimere i monasteri. La sua assenza di qualsiasi principio fermo, la sua straordinaria capacità di concentrarsi su un compito specifico, la sua devozione verso qualsiasi ordine decidesse di seguire, e la sua estrema avidità lo rendevano perfetto per il compito che il suo padrone gli aveva affidato.
Il modo in cui quel furfante astuto riuscì nell’impresa è un fatto noto a tutti. Se mai non fosse esistito, i monasteri sarebbero comunque caduti, forse nello stesso modo e probabilmente con la stessa rapidità. Ma il destino ha voluto associare questa rivoluzione al suo nome; e grazie alla sua presenza in quell’operazione di confisca, nella storia inglese è emerso il grande Oliver. Infatti, come si vedrà in seguito, lui e tutta la sua banda si nutrivano esclusivamente delle proprietà della Chiesa. Cromwell, nel suo intento di sopprimere le grandi famiglie nobiliari, commise appropriazioni indegne – se possiamo davvero definire “appropriazione indegna” ciò che probabilmente fu approvato dal Re, a cui spettava il denaro confiscato. È evidente, infatti, da tutta la storia di quella vasta catastrofe economica che separa completamente l’Inghilterra che conosciamo dall’Inghilterra di mille anni fa – l’Inghilterra di Alfredo, di Edoardo I, di Chaucer e delle guerre francesi – che il flusso di ricchezze confiscate che finì nelle mani degli agenti e dei seguaci del Re fu un fenomeno quasi impossibile da controllare. Enrico VIII fu più che felice di poter trattenere, anche solo per un anno o due, metà di quei beni.
Sappiamo, ad esempio, che la famiglia di Howard – che all’epoca aveva già una storia di oltre un secolo – prese tutto ciò che riuscì a procurarsi nel caso specifico di Bridlington: vasi, calici, croci, patene, reliquari, vestimenti, santuari, qualsiasi cosa fosse vendibile o fusibile; inoltre, portarono via anche il bestiame, senza mai pensare di dover rendere conto al Re.
Con Cromwell, i furti e gli sprechi divennero più sistematici: erano quasi una forma di “tenere i conti”. Ma ciò che ci interessa davvero è il fatto che questo comportamento fosse accompagnato da quella curiosa fedeltà verso tutte le persone con cui era personalmente legato, caratteristica molto interessante del carattere sarcastico di questo avventuriero. È proprio in questo aspetto che ritorniamo sulla famiglia di Morgan ap William, il proprietario di una taverna a Putney.
Quando Cromwell era al culmine del suo potere, fece emergere dall’oscurità della sua famiglia d’origine un certo Richard Williams, chiamandolo ora “cugino” e ora “nipote”. Si può presumere che quel ragazzo fosse davvero un nipote, e che il termine “cugino” venisse utilizzato soltanto nel senso di una relazione generale che all’epoca era associato a tale termine. Se Cromwell fosse stato una persona leggermente più distinta, o almeno più onesta, si potrebbe persino essere certi che quel giovane fosse il figlio legittimo di sua sorella Katherine; anzi, oggi questa è senz’altro la conclusione più probabile. Ma lo stesso Cromwell confuse le cose, riferendosi a quel parente come “Williams (alias Cromwell)”, e quindi dovrà inevitabilmente rimanere un sospetto riguardo alla sua vera origine e status.
Nel 1538, a questo giovane Richard Williams furono affidate due fondazioni, entrambe situate a Huntingdon, e il loro valore complessivo ammontava a circa 500 sterline all’anno.
Abbiamo visto in una pagina precedente quanto sia estremamente difficile o addirittura impossibile stimare con precisione, in termini di moneta moderna, le cifre relative al periodo della Dissoluzione. Siamo d’accordo sul fatto che sia ammissibile moltiplicare tali valori per venti come massimo, ma anche così non otterremo mai una rappresentazione accurata del rapporto tra un reddito specifico e lo standard generale di ricchezza in un’epoca in cui l’Inghilterra era molto più piccola rispetto all’Inghilterra di oggi; inoltre, in quell’epoca la ricchezza era distribuita in modo molto più equilibrato, e soprattutto gli oggetti legati al lusso e alle spese erano completamente diversi dai nostri attuali: ad esempio, tutti i tessuti erano molto più costosi rispetto all’oggi, in proporzione ai beni alimentari; eppure un uomo poteva guadagnare in poche settimane di lavoro quanto oggi sarebbe sufficiente per avviare una piccola fattoria.
It is safe to say, however, that when Cromwell had got his young relation — whatever that relationship was — into possession of the two foundations in Huntingdon, he had set him up as a considerable local gentleman, and whether it was the inheritance of the Cromwell blood through his mother, or something equally unpleasant in the heredity of his father, Morgan, young Williams (“alias Cromwell”) did not stick there.
Early in 1540 he swallowed bodily the enormous revenues of Ramsey
Abbey.
Now to appreciate what that meant we must return to the case we have already established in the case of Westminster. Westminster almost alone of the great foundations remains with a certain splendour attached to it; we cannot, indeed, see all the dependencies as they used to stand to the south of the great Abbey. We cannot see the lively and populous community dependent upon it; still less can we appreciate what a figure it must have cut in the days when London was but a large country town, and when this walled monastic community stood in its full grandeur surrounded by its gardens and farms. But still, the object lesson afforded by the Abbey yet remains visible to us. We can see it as it was, and we know that its income must have represented in the England at that time infinitely more in outward effect than do to-day the largest private incomes of our English gentry: a Solomon Joel, for instance, or a Rothschild, does not occupy so great a place in modern England as did Westminster, at the close of the Middle Ages, in the very different England of its time.
Well, Ramsey was the equivalent of half Westminster, and young Williams swallowed it whole. He was not given it outright, but the price at which he bought it is significant of the way in which the monastic lands were distributed, and in which incidentally the squirearchy of England was founded. He bought it for less than three years’ purchase. Where he got the money, or indeed whether he paid ready money at all, we do not know. If he did furnish the sum down we may suspect that he borrowed it from his uncle, and we may hope that that genial financier charged but a low rate of interest to one whom he had so signally favoured.
Contemporaneously with this vast accession of fortune, which made Williams the principal man in the county, Cromwell, now Earl of Essex, fell from favour, and was executed. The barony was revived for his son five months after his death and was not extinguished until the first years of the eighteenth century, but with this, the direct lineage of the King’s Vicar-General, we are not concerned: our business is with the family of Williams.
Young Williams did not imitate his protector in showing any startling fidelity to the fallen. He became a courtier, was permanently in favour with the King and with the King’s son, and died established in the great territorial position which he had come into by so singular an accident.
His son, Henry, maintained that position, and possibly increased it. He was four times High Sheriff of the two counties; he received Elizabeth, his sovereign and patroness, at his seat at Hinchinbrooke (one of the convents), and in general he played the rôle with which we are so tediously familiar in the case of the new and monstrous fortunes of our own times.
He was in Parliament also for the Queen, and it was his brother who moved the resolution of thanks to Elizabeth for the beheading of Mary Queen of Scots.
He died in 1603, and even to his death the alias was maintained. “Williams (alias Cromwell)” was the legal signature which guaranteed the validity of purchases and sales, while to the outer world CROMWELL (alias Williams) was the formula by which the family gently thrust itself into the tradition of another and more genteel name. The whole thing was done, like everything else this family ever did, by a mixture of trickery and patience; he obtained no special leave from Chancery as the law required; he simply used the “Williams” in public less and less and the “Cromwell” more and more. When he died, his sons after him, Robert and Oliver, had forgotten the Williams altogether — in public — and in the case of such powerful men it was convenient for the neighhours to forget the lineage also; so with the end of the sixteenth century these Williams have become Cromwells, pur et simple, and Cromwells they remain. But still the old caution clings to them where the law, and especially where money, is concerned; even Robert’s son, who grew to be the Lord Protector, signs Williams when it is a case of securing his wife’s dowry. Of Robert and Oliver, sons of Henry, and grandsons of the original Richard, Oliver, the elder, inherited, of course, the main wealth of the family, but Robert also was portioned, and as was invariably the case with the Williams’ (alias Cromwell), the portion took the form of monastic lands.
Many more estates of the Church had come into the hands of this highly accretive family in the half century that had passed since the destruction of the monasteries. [Thus at the very end of the century we find Oliver telling the abbey land of Stratton to a haberdasher in London for £3000.]
The portion of this younger brother, Robert, consisted of religious estates in the town of Huntingdon itself, and it is highly characteristic of the whole tribe that the very house in which the Lord Protector was born was monastic, and had been, before the Dissolution, a hospital dedicated to the use of the poor. For the Lord Protector was the son of this Robert, who by a sort of atavism had added to the ample income derived from monastic spoil the profits of a brewery. It was Mrs Cromwell who looked after the brewery, and some appreciable part of the family revenues were derived from it when, in 1617, her husband died, leaving young Oliver, the future Lord Protector, an only son of eighteen, upon her hands.
The quarrels between young Oliver and old Oliver (the absurdly wealthy head of the family) would furnish material for several diverting pages, but they do not concern this, which is itself but a digression from the general subject of my book.
Si può dire con certezza, tuttavia, che quando Cromwell fece sì che il suo giovane parente – qualunque fosse la natura di quel legame – assumesse il controllo delle due proprietà a Huntingdon, lo pose in una posizione sociale considerevole come gentiluomo locale. Che si trattasse dell’eredità del sangue Cromwell attraverso sua madre, o di qualche altra caratteristica meno lusinghiera derivante dall’eredità di suo padre, Morgan, il giovane Williams (“alias Cromwell”) non riuscì comunque a consolidare quella posizione sociale.
All’inizio del 1540, assorbì interamente le enormi entrate finanziarie di Ramsey.
Abby.
Ora, per comprendere appieno il significato di tutto ciò, dobbiamo tornare al caso di Westminster che abbiamo già analizzato. Westminster è l’unica tra le grandi fondazioni medievali ad ancora conservare un certo splendore; infatti, non possiamo più vedere tutte le dipendenze che un tempo esistevano a sud dell’abbazia, né la comunità vivace e numerosa che vi era legata. Ancora meno possiamo immaginare l’impatto che doveva avere in quei tempi in cui Londra non era ancora che una grande città di provincia, e questa comunità monastica fortificata si ergeva nella sua piena maestosità, circondata da giardini e fattorie. Tuttavia, l’esempio concreto offerto dall’abbazia rimane ancora visibile a noi: possiamo vederla così com’era un tempo, e sappiamo che i suoi introiti dovevano rappresentare, nell’Inghilterra di allora, un effetto sociale molto più significativo rispetto ai più grandi patrimoni privati dell’aristocrazia inglese odierna. Un personaggio come Solomon Joel o un Rothschild, ad esempio, non occupa oggi nella società moderna lo stesso ruolo che Westminster aveva alla fine del Medioevo, in un’Inghilterra molto diversa da quella di allora.
Beh, Ramsey equivaleva a metà di Westminster, e il giovane Williams lo accettò senza esitazioni. Non gli fu concesso direttamente, ma il prezzo a cui lo acquistò è significativo per comprendere il modo in cui venivano distribuite le terre monastiche, e anche per capire come si formò, incidentalmente, la classe dei signori terrieri d’Inghilterra. Lo comprò pagandolo con meno del valore di tre anni di rendita. Da dove provenisse il denaro, o se davvero lo pagò in contanti, non lo sappiamo. Se effettivamente pagò in un’unica soluzione, possiamo supporre che l’abbia preso in prestito dal suo zio. E possiamo sperare che quel generoso finanziere abbia addebitato solo un tasso di interesse bassissimo a qualcuno che aveva così significativamente favorito.
Contemporaneamente a questo enorme aumento di ricchezza che rese Williams l’uomo più influente della contea, Cromwell, ormai Conte di Essex, perse il favore del sovrano e fu giustiziato. Il titolo di barone fu ripristinato per suo figlio cinque mesi dopo la sua morte e rimase in vigore fino ai primi anni del XVIII secolo; tuttavia, questa linea diretta di discendenza del Vicario Generale del Re non è il nostro argomento principale: ci interessa soltanto la famiglia dei Williams.
Il giovane Williams non imitò il proprio protettore nel dimostrare una fedeltà così straordinaria verso colui che era caduto in disgrazia. Diventò un cortigiano, godette sempre della favorevole considerazione del Re e di suo figlio, e morì ricoprendo quella importante posizione territoriale che gli era stata concessa grazie a un evento così singolare.
Suo figlio, Henry, mantenne quella posizione e forse la rafforzò ancora. Fu quattro volte Alto Sceriffo delle due contee; accolse Elisabetta, sua sovrana e protettrice, presso la sua residenza a Hinchinbrooke (uno dei conventi), e in generale svolse il ruolo che ci è così familiare nei casi delle nuove e mostruose fortune dei nostri tempi.
Era anche nel Parlamento al servizio della Regina; fu suo fratello a proporre la risoluzione di ringraziamento verso Elisabetta per l’esecuzione di Maria Stuarda, regina di Scozia.
Morì nel 1603, e anche dopo la sua morte continuò ad utilizzare quell’alias. “Williams (alias Cromwell)” era la firma legale che garantiva la validità di tutte le transazioni commerciali; per il mondo esterno, invece, CROMWELL (alias Williams) rappresentava il modo con cui quella famiglia cercava in modo discreto di inserirsi nella tradizione di un nome più nobile. Tutto ciò fu realizzato, come sempre in questa famiglia, attraverso una combinazione di astuzia e pazienza: non ottenne alcuna autorizzazione speciale dal Tribunale della Cancelleria, poiché la legge non lo richiedeva; semplicemente in pubblico utilizzò sempre meno il nome “Williams” e sempre più quello “Cromwell”. Al momento della sua morte, i suoi figli, Robert e Oliver, avevano ormai completamente dimenticato l’alias “Williams”; per persone così potenti, era anche conveniente che gli altri dimenticassero le loro origini. Così, alla fine del XVI secolo, quei “Williams” divennero semplicemente “Cromwell”, e così rimangono ancora oggi. Tuttavia, conservano ancora quella vecchia cautela soprattutto quando si tratta di questioni legali o finanziarie; persino il figlio di Robert, che in seguito divenne Protettore del Regno, firmava con il nome “Williams” quando si trattava di garantire la dote di sua moglie. Tra Robert e Oliver, figli di Enrico e nipoti di Richard il Vecchio, Oliver il Maggiore ereditò naturalmente la maggior parte della ricchezza familiare; anche Robert ricevette una propria quota di patrimonio, che, come sempre nella famiglia dei Williams (alias Cromwell), consisteva in terreni appartenenti a monasteri.
Molte altre proprietà della Chiesa erano finite nelle mani di questa famiglia estremamente avida nel corso dei cinquant’anni trascorsi dalla distruzione dei monasteri. [Così, alla fine del secolo, troviamo Oliver che vende i terreni dell’abbazia di Stratton a un mercante di abiti di Londra per 3000 sterline.]
La parte di patrimonio appartenente a questo fratello minore, Robert, consisteva in proprietà religiose situate nella città di Huntingdon stesso; è molto caratteristico dell’intera famiglia il fatto che la stessa casa in cui nacque il Protettore del Regno fosse di origine monastica e, prima della dissoluzione dei monasteri, fungesse da ospedale dedicato all’aiuto dei poveri. Il Protettore del Regno era infatti figlio di Robert, il quale, per una sorta di atavismo, aveva aggiunto ai ricavi derivanti dalle proprietà monastiche anche i profitti derivanti da una birreria. Fu la signora Cromwell a gestire questa birreria; una parte considerevole dei redditi familiari proveniva proprio da essa quando, nel 1617, suo marito morì, lasciando il giovane Oliver, futuro Protettore del Regno, figlio unico di diciotto anni, sotto la sua cura.
Le discussioni tra il giovane Oliver e l’anziano Oliver (il capofamiglia incredibilmente ricco) avrebbero potuto fornire materiale per diverse pagine divertenti, ma non riguardano questo racconto, che in realtà rappresenta soltanto una digressione dal tema principale del mio libro.
The object of that digression has been to trace the growth of but one great territorial family, from the gutter to affluence in the course of less than 100 years; to show how plain “Williams” gradually and secretly became “Cromwell” — because the new name had about it a flavour of nobility, however parvenu; to show how the whole of their vast revenues depended upon, and was born from, the destruction of monastic system, and to show by the example of one Thames-side family how rapidly and from what sources was derived that economic power of the squires which, when it came to the issue of arms, utterly destroyed what was left of the national monarchy.
The new régime had, however, other features about it which must not be forgotten. For instance, in this growth of a new territorial body upon the ruins of the monastic orders, in this sudden and portentous increase of the wealth and power of the squires of England, the mutability of the new system is perhaps as striking as any other of its characteristics.
Manors or portions of manors which had been steadily fixed in the possession and customs of these undying corporations for centuries pass rapidly from hand to hand, and though there is sometimes a lull in the process the uprooting reoccurs after each lull, as though continuity and a strong tradition, which are necessarily attached for good or for evil to a free peasantry, were as necessarily disregarded by a landed plutocracy. There is not, perhaps, in all Europe a similar complete carelessness for the traditions of the soil and for the attachment of a family to an ancestral piece of land as is to be found among these few thousand squires. The system remains, but the individual families, the particular lineages, appear without astonishment and are destroyed almost without regret. Aliens, Orientals and worse, enter the ruling class, and are received without surprise; names that recall the Elizabethans go out, and are not mourned.
We are accustomed to-day, when we see some village estate in our own country pass from an impoverished gentleman to some South African Jew, to speak of the passing of an old world and of its replacement by a new and a worse one. But an examination of the records which follow the Dissolution of the monasteries may temper our sorrow. The wound that was dealt in the sixteenth century to our general national traditions affected the love of the land as profoundly as it did religion, and the apparent antiquity which the trees, the stones, and a certain spurious social feeling lend to these country houses is wholly external.
Among the riparian manors of the Thames the fate of Bisham is very characteristic of the general fate of monastic land. It was surrendered, among other smaller monasteries, in 1536, though it enjoyed an income corresponding to about £6000 a year of our money, and of course very much more than £6000 a year in our modern way of looking at incomes. It was thus a wealthy place, and how it came to be included in the smaller monasteries is not quite clear. At any rate it was restored immediately after. The monks of Chertsey were housed in it, as we have already seen, and the revenues of several of the smaller dissolved houses were added to it; so that it was at the moment of its refoundation about three times as wealthy as it had been before. The prior who had surrendered in 1536, one Barlow, was made Bishop of St Asaphs, and in turn of St. Davids, Bath and Wells, and Chichester; he is that famous Barlow who took the opportunity of the Reformation to marry, and whose five daughters all in turn married the Protestant bishops of the new Church of England. But this is by the way. The fate of the land is what is interesting. From Anne of Cleves, whose portion it had been, and to whom the Government of the great nobles under Edward VI. confirmed it after Henry VIII.’s death, it passed, upon her surrendering it in 1552, to a certain Sir Philip Hoby. He had been of the Privy Council of Henry VIII. Upon his death it passed to his nephew, Edward Hoby; Edward was a Parliamentarian under Elizabeth, wrote on Divinity, and left an illegitimate son, Peregrine, to whom he bequeathed Bisham upon his death in 1617. It need hardly be said that before 100 years were over the son was already legitimatised in the county traditions; his son, Edward, was created Baron just after the Restoration, in 1666. The succession was kept up for just 100 years more, when the last male heir of the family died in 1766. He was not only a baron but a parson as well, and on his death the estate went to relatives by the name of Mill, or, as we might imagine, “Hoby” Mill. It did not long remain with them. They died out in 1780 and the Van Sittarts bought it of the widow.
Consider Chertsey, from which Bisham sprang. The utter dispersion of the whole tradition of Chertsey is more violent than that perhaps of any other historical site in England. The Crown maintained, as we have seen to be the case elsewhere, its nominal hold upon the foundations of the abbey and of what was left of the buildings, though that hold was only nominal, and it maintained such a position until 1610 — that is, for a full lifetime after the community was dispersed. But the tradition created by FitzWilliam continued, and the Crown was ready to sell at that date, to a certain Dr. Hammond. The perpetual mobility which seems inseparable from spoils of this kind attaches thenceforward to the unfortunate place. The Hammonds sell after the Restoration to Sir Nicholas Carew, and before the end of the seventeenth century the Carews pass it on to the Orbys, and the Orbys pass it on to the Waytes. The Waytes sell it to a brewer of London, one Hinde. So far, contemptuous as has been the treatment of this great national centre, it had at least remained intact. With Hinde’s son even that dignity deserted it. He found it advisable to distribute the land in parcels as a speculation; the actual emplacement of the building went to a certain Harwell, an East Indian, in 1753, and his son left it by will to a private soldier called Fuller, who was suspected of being his illegitimate brother. Fuller, as might be expected, saw nothing but an opportunity of making money. He redivided what was left intact of the old estate, and sold that again by lots in 1809; a stockbroker bought the remaining materials of a house whose roots struck back to the very footings of our country, sold them for what they were worth — and there was the end of Chertsey.
Lo scopo di quella digressione è stato quello di tracciare la crescita di una sola grande famiglia territoriale, dalla povertà alla ricchezza in meno di 100 anni; di mostrare come il nome “Williams” si trasformasse gradualmente e segretamente in “Cromwell”, poiché quel nuovo nome esprimeva un senso di nobiltà, per quanto acquisita; di dimostrare come l’intera loro vasta ricchezza dipendesse dalla distruzione del sistema monastico e ne derivasse; e di illustrare, attraverso l’esempio di una famiglia che viveva sulle rive del Tamigi, con quanta rapidità e da quali fonti provenisse quel potere economico dei signori terrieri che, quando si trattava di impiegare la forza armata, distruggeva completamente quanto rimaneva della monarchia nazionale.
Il nuovo regime presentava tuttavia altre caratteristiche che non vanno dimenticate. Ad esempio, nella formazione di questo nuovo ente territoriale sulle rovine degli ordini monastici, in questo improvviso e significativo aumento della ricchezza e del potere dei cavalieri inglesi, l’instabilità del nuovo sistema è forse altrettanto evidente quanto qualsiasi altra sua caratteristica.
Mansioni o parti di mansioni che per secoli erano rimasti stabilmente in possesso di queste corporazioni immortali e secondo determinate usanze, vengono rapidamente trasferiti da una mano all’altra. Sebbene a volte questo processo subisca un’interruzione, dopo ogni pausa esso riprende, come se la continuità e una forte tradizione, che inevitabilmente legano il contadino libero al suolo che coltiva – sia per bene che per male – venissero altrettanto ignorate da una plutocrazia terriera. Forse in tutta Europa non esiste un caso di così totale disprezzo per le tradizioni del territorio e per il legame tra una famiglia e la terra ancestrale come si osserva in questi pochi migliaia di piccoli proprietari terrieri. Il sistema rimane intatto, ma le singole famiglie, i particolari lignaggi, scompaiono senza sorpresa e quasi senza rimpianti. Stranieri, orientali, e peggio ancora, entrano nella classe dirigente e vengono accettati senza alcuna meraviglia; nomi che ricordano l’epoca elisabettiana scompaiono e non suscitano alcun dolore.
Oggi, quando vediamo che una tenuta rurale nel nostro stesso paese passa da un gentiluomo povero a qualche ebreo sudafricano, siamo abituati a parlare della fine di un vecchio mondo e del suo sostituto, uno nuovo e peggiore. Tuttavia, un esame dei documenti relativi alla dissoluzione dei monasteri potrebbe mitigare il nostro dolore. Il danno arrecato, nel XVI secolo, alle nostre tradizioni nazionali ha influenzato profondamente non solo la religione, ma anche l’amore per la terra; inoltre, quell’antichità apparente che gli alberi, le pietre e un certo falso senso sociale conferiscono a queste case di campagna è del tutto esteriore.
Tra le tenute situate lungo le rive del Tamigi, il destino di Bisham rappresenta molto bene quello generale delle proprietà monastiche. Fu ceduta, insieme ad altri piccoli monasteri, nel 1536; nonostante ciò, generava un reddito equivalente a circa 6000 sterline all’anno, e ovviamente molto di più se si considerano i valori dell’epoca. Era quindi una proprietà considerevole. Non è del tutto chiaro come sia finita tra le tenute monastiche minori, ma comunque fu immediatamente restituita dopo la cessione. I monaci di Chertsey vi furono alloggiati, e i redditi di diversi altri monasteri sciolti furono aggiunti a quelli di Bisham; così, al momento della sua rifondazione, il suo valore era circa tre volte superiore a quello precedente. Il priore che aveva ceduto la proprietà nel 1536, di nome Barlow, fu in seguito nominato vescovo di St Asaphs, e successivamente anche di St David’s, Bath and Wells e Chichester; si tratta dello stesso Barlow che approfittò della Riforma per sposarsi, e le sue cinque figlie sposarono tutti vescovi protestanti della nuova Chiesa d’Inghilterra. Ma questo è un dettaglio secondario. Ciò che interessa davvero è il destino della proprietà stessa. Passò da Anna di Cleves, a cui apparteneva, e alla quale il governo dei grandi nobili sotto Edoardo VI la confermò dopo la morte di Enrico VIII; nel 1552, quando Anna la cedette, passò a Sir Philip Hoby. Quest’ultimo aveva fatto parte del Consiglio Privato di Enrico VIII. Alla sua morte, la proprietà andò al nipote Edward Hoby; Edward fu un sostenitore del Parlamento durante il regno di Elisabetta, scrisse opere di teologia e lasciò un figlio illegittimo, Peregrine, a cui lasciò in eredità Bisham nel 1617. Non occorre dire che meno di cento anni dopo quel figlio fu legalizzato secondo le usanze locali; suo figlio Edward fu creato barone subito dopo la Restaurazione, nel 1666. La successione continuò per altri cento anni, fino alla morte dell’ultimo erede maschio della famiglia nel 1766. Quest’ultimo non era solo un barone, ma anche un prete; alla sua morte, la proprietà passò a parenti di nome Mill. Non rimase loro a lungo: morirono tutti nel 1780 e i Van Sittarts ne comprarono la proprietà dalla vedova.
Consideriamo Chertsey, da cui ebbe origine Bisham. La totale dispersione di tutta la tradizione legata a Chertsey è stata più drastica di quella che si sia verificata in qualsiasi altro sito storico d’Inghilterra. La Corona, come abbiamo visto altrove, mantenne nominalmente il controllo sui fondamenti dell’abbazia e su quanto era rimasto delle strutture, anche se tale controllo era solo nominale; questa situazione durò fino al 1610, cioè per un intero periodo dopo la dispersione della comunità che vi risiedeva. Tuttavia, la tradizione creata da FitzWilliam continuò a esistere, e nel 1610 la Corona fu disposta a vendere il sito a un certo dottor Hammond. Da quel momento in poi, quell’insediamento ebbe una sorte sempre più incerta e discontinua. I familiari Hammond lo vendettero dopo la Restaurazione a Sir Nicholas Carew; alla fine del XVII secolo i Carew lo cedettero agli Orbys, che a loro volta lo passarono ai Waytes. I Waytes lo vendettero a un birraio di Londra, di nome Hinde. Nonostante il trattamento disprezzoso riservato a questo importante centro nazionale, almeno fino ad allora esso era rimasto integro. Ma con il figlio di Hinde anche quella dignità andò perduta: egli decise di dividere la proprietà in lotti per scopi speculativi; nel 1753 l’edificio stesso fu venduto a un certo Harwell, un commerciante delle Indie Orientali, e suo figlio lo lasciò in eredità a un soldato semplice di nome Fuller, il quale era sospettato di essere suo fratellastro. Come ci si poteva aspettare, Fuller vide in quella situazione soltanto un’opportunità per fare denaro: ridistribuì quanto rimaneva dell’antica proprietà e nel 1809 la vendette ancora una volta all’asta; un broker acquistò i materiali residui di quell’edificio, il cui “fondo” risaliva addirittura alle origini stesse della nazione. E così Chertsey finì per scomparire.
Then there is also Radley: which begins as an exception, but fails. It was a manor of Abingdon, and after the Dissolution it fell a prey to that one of the Seymours who proved too dirty and too much even for his brother and was put to death in 1549. It passed for the moment, as we have seen several of these riverside manors do, into the hands of Mary. But upon her death Elizabeth bestowed it upon a certain Stonehouse, and the Stonehouses did come uncommonly near to founding a family that should endure. Nor can their tradition be said to have disappeared when the name changed and the manor passed to the nephew of the last Stonehouse, by name Bowyer. But Bowyer did not retain it. He gradually ruined himself: and it is amusing at this distance of time to learn that the cause of his ruin was the idea that coal underlay his property. Everyone knows what Radley since became: it was purchased by an enthusiast, and is now a school springing from his foundation.
Or consider the two Hinkseys opposite Oxford, both portions of Abingdon manors; they are granted in the general loot to two worthies bearing the names of Owen and Bridges: a doctor.
These were probably no more than vulgar speculators upon a premium— “Stags,” as we should say to-day — for a few years afterwards we find a Williams in possession of one of the Hinkseys; he is followed by the Perrots, and only quite late, and by purchase, do we come to the somewhat more dignified name of Harcourt. The other Hinksey, after still more varied adventures, ends up in the hands of the Berties, obscure south-country people who date from a rich Protestant marriage of the time.
Cholsey, again, with its immemorial traditions of unchanging ecclesiastical custom, receiving its priests in Saxon times from the Mont St. Michel upon the marches of Brittany, and later holding as a manor from the Abbot of Reading, remains with the Crown but a very few years. In 1555 Mary handed it over to that Sir Robert Englefield who was promptly attainted by her successor. It gets in the hands of the Knowleses, then of the Rich’s, and ends up with the family of Edwardes-seventeenth-century Welshmen, who, by a plan of wealthy marriages, became gentlemen, and have now for 100 years and more been peers, under the title of Kensington.
The mention of Sir Robert Englefield leads one to what is perhaps the best example in the whole Thames Valley of this perpetual chop and change in the holding of English land; that example is to be discovered at Pangbourne.
Pangbourne also was monastic; and the manor held, as did Cholsey, of Reading Abbey. In the race for the spoils Dudley clutched it in 1550. When he was beheaded, three years later, and it passed again to the Crown, Mary handed it (as she had handed Cholsey) to Sir Robert Englefield. His attainder followed. Within ten years it changes hands again. Elizabeth in 1563 gave it to her cofferer, a Mr Weldon. This personage struck no root, nor his son after him, for in 1613, while still some were alive who could remember the old custom and immemorial monastic lordship of the place, Weldon the younger sold it to a certain Davis.
Davis, one would hope — in that seventeenth century which was so essentially the century of the squires, and in that generation also wherein the squires wiped out what was left of the Crown and left the King a salaried dependant of the governing class — Davis might surely have attempted to found a family and to achieve some sort of dignity of tradition. He probably made no such an attempt, but if he did he failed; for only half-a-century later the unfortunate place changes hands again, and the Davises sell it to the Breedons.
The Breedons showed greater stability. They are actually associated with Pangbourne for over a century, but even this experiment in lineage broke down, through the extinction of the direct line. In 1776, by a sham continuity consonant to the whole recent story of English land, it passes to yet another family on the condition of their assuming the name of Breedon — which was not their own.
All up and down England, and especially in this Thames Valley, which is in all its phases so typical and symbolical of the rest of the country, this stir and change of tenure is to be found, originating with the sharp changes of 1540, and continuing to our own day.
Anywhere along this Berkshire shore of the Thames the process may be traced; even the poor little ruined nunnery of Ankerwike shows it. The site of that quiet and forgotten community was seized under Edward VI. by Smith the courtier. Then you find it in the pockets of the Salters, after them of the Lysons. The Lysons sell it to the Lees, and finally it passes by marriage to the Harcourts.
The number of such examples that could be taken in the Valley of the Thames alone would be far too cumbersome for these pages. One can close the list with Sonning.
Sonning, which had been very possibly the see of an early bishopric, and which was certainly a country house of the Bishop of Salisbury, did not pass from ecclesiastical hands by a theft, but it was none the less doomed to the same mutability as the rest. In 1574 it was exchanged with the Crown for lands in Dorset. The Crown kept it for an unusually long time, considering the way in which land slipped on every side from the control of the National Government at this period. It is still royal under Charles I., but it passes in 1628 to Halstead and Chamberlain. In little more than twenty years it is in the hands of the family of Rich. Then there is a lull, just as there was in the case of Pangbourne, and a continuity that lasts throughout the eighteenth century. But just as a tradition began to form it was broken, and in the first years of the nineteenth century Sonning is sold to the Palmers.
Parallel to the rise of the squires and their capture of English government has gone the development of the English town system. And this, the last historical phase with which we shall deal in these pages, is also very well and typically illustrated in the history of the Thames Valley. That valley contains London, which is, of course, not only far the largest but in its way the fullest example of what is peculiarly English in the development of town life; and it contains, in the modern rise of Oxford and Reading, two of the very best instances to show how the English town in its modern aspect has sprung from the industrial system and from the introduction of railways. For neither has any natural facilities for production, and the growth of each in the nineteenth century has been wholly artificial.
C’è anche Radley: inizialmente considerata un’eccezione, alla fine fallì. Era una tenuta di Abingdon; dopo la Dissoluzione dei Monasteri, divenne preda di uno dei Seymour, che si rivelò troppo disonesto e spietato persino per suo fratello, e fu giustiziato nel 1549. Come molte altre tenute situate lungo i fiumi, passò temporaneamente nelle mani di Maria. Ma dopo la sua morte, Elisabetta la concesse a un certo Stonehouse; questi Stonehouse riuscirono addirittura a fondare una famiglia che avrebbe dovuto durare nel tempo. Non si può dire che la loro tradizione sia scomparsa quando il nome della famiglia cambiò e la tenuta passò al nipote dell’ultimo Stonehouse, di nome Bowyer. Ma Bowyer non riuscì a mantenerla: gradualmente se ne rovinò la reputazione. È divertente, a distanza di tempo, scoprire che la causa della sua rovina fu l’idea che sotto la sua proprietà ci fosse carbone. Oggi Radley è diventata una scuola, acquistata da un appassionato.
Oppure consideriamo i due possedimenti situati di fronte a Oxford, entrambi facenti parte dei manieri di Abingdon; vengono assegnati, come parte del bottino generale, a due persone degne di nota di nome Owen e Bridges: un medico.
Probabilmente si trattava soltanto di volgari speculatori che cercavano di trarre profitto da una situazione vantaggiosa; si potrebbero definirli, con i termini odierni, “speculatori finanziari”. Qualche anno dopo, troviamo un Williams in possesso di uno degli Hinksey; a lui seguono i Perrot, e soltanto molto più tardi, attraverso acquisti, arriva il nome un po’ più prestigioso di Harcourt. L’altro Hinksey, dopo ulteriori peripezie, finisce nelle mani dei Berty, una famiglia poco conosciuta dell’entroterra, i cui antenati provenivano da un ricco matrimonio tra protestanti di quel periodo.
Cholsey, ancora una volta, con le sue antiche tradizioni di costanti usanze ecclesiastiche, riceveva i suoi preti già ai tempi sassoni da Mont Saint-Michel, sulle frontiere della Bretagna; in seguito, divenne un feudo appartenente all’Abate di Reading. Rimase sotto il dominio della Corona per soli pochi anni: nel 1555 Maria Tudor lo affidò a Sir Robert Englefield, che fu immediatamente accusato e condannato dal suo successore. Successivamente passò nelle mani dei Knowles, poi dei Rich, e infine finì nella famiglia degli Edwardes, un gruppo di gallezi del XVII secolo che, grazie a matrimoni strategici, divennero gentiluomini e da allora, per oltre cento anni, sono stati nobili con il titolo di Kensington.
Il nome di Sir Robert Englefield ci conduce a quello che forse è il miglior esempio, in tutta la valle del Tamigi, di questo continuo cambiamento nella proprietà delle terre inglesi; tale esempio si trova a Pangbourne.
Anche Pangbourne era di proprietà di un monastero; come Cholsey, anche questa tenuta apparteneva all’Abbazia di Reading. Nella lotta per il potere, Dudley se ne impossessò nel 1550. Tre anni dopo, quando fu decapitato e la proprietà tornò alla Corona, Maria la affidò (così come aveva fatto con Cholsey) a Sir Robert Englefield. Tuttavia, anche lui subì le conseguenze delle accuse contro di lui. Entro dieci anni, la tenuta cambiò nuovamente proprietario: nel 1563, Elisabetta la donò al proprio tesoriere, un certo Weldon. Quest’uomo e suo figlio non riuscirono a stabilirsi lì a lungo; infatti, nel 1613, mentre ancora alcune persone ricordavano le antiche usanze e il secolare dominio monastico di quella terra, Weldon il giovane la vendette a un certo Davis.
Si potrebbe sperare che Davis, in quel diciassettesimo secolo che fu essenzialmente il secolo dei “squires”, e in quella generazione in cui i “squires” distrussero quanto rimaneva della Corona, lasciando il Re un dipendente stipendiato della classe dirigente, avesse tentato di fondare una famiglia e di raggiungere qualche forma di dignità basata sulla tradizione. Probabilmente non lo fece, ma anche se l’avesse fatto avrebbe fallito; infatti, solo mezzo secolo dopo quel luogo sfortunato cambiò nuovamente proprietario, e i Davis lo vendettero ai Breedon.
I Breedon dimostrarono una maggiore stabilità genetica. Sono effettivamente legati a Pangbourne da oltre un secolo, ma anche questo esperimento di continuità genealogica fallì a causa dell’estinzione della linea diretta. Nel 1776, in conformità con tutta la storia recente dei territori inglesi, il titolo passò a un’altra famiglia, con la condizione che questi assumessero il nome Breedon – che non era il loro vero nome.
In tutta l’Inghilterra, e soprattutto in questa valle del Tamigi che, nelle sue varie fasi, rappresenta in modo tipico e simbolico il resto del paese, si osserva questo movimento e questo cambiamento nella gestione dei terreni. Tali fenomeni hanno avuto origine nei drastici cambiamenti del 1540 e continuano ancora oggi.
In qualsiasi punto della costa del Berkshire lungo il Tamigi si può rintracciare questo processo; persino quel povero e in rovina convento di Ankerwike ne è un esempio. Il sito di quella tranquilla e dimenticata comunità fu sequestrato da Smith, un cortigiano di Edoardo VI. In seguito passò nelle mani dei Salters, poi dei Lysons; questi lo vendettero ai Lees, e infine, tramite matrimonio, finì nelle mani dei Harcourts.
Il numero di esempi del genere che si potrebbero trovare soltanto nella Valle del Tamigi sarebbe troppo elevato per essere riportato in queste pagine. Si può concludere questa lista menzionando Sonning.
Sonning, che molto probabilmente era la sede di un antico vescovado e che certamente costituiva una residenza rurale del Vescovo di Salisbury, non passò dalle mani ecclesiastiche a causa di un furto; tuttavia fu comunque destinata alla stessa instabilità del resto. Nel 1574 fu scambiata con la Corona in cambio di terreni nel Dorset. La Corona la tenne per un periodo insolitamente lungo, considerando il modo in cui i territori, in quel periodo, sfuggivano continuamente al controllo del governo nazionale. Rimase proprietà reale anche sotto Carlo I, ma nel 1628 passò nelle mani di Halstead e Chamberlain. In poco più di vent’anni finì nella famiglia Rich. Poi seguì un periodo di stabilità, proprio come nel caso di Pangbourne, e questa continuità durò per tutto il XVIII secolo. Tuttavia, non appena iniziava a formarsi una vera e propria tradizione, essa venne interrotta: nei primi anni del XIX secolo Sonning fu venduta alla famiglia Palmer.
Parallelamente all’ascesa dei cavalieri e alla loro presa del controllo sul governo inglese, si è sviluppato anche il sistema urbano inglese. Quest’ultima fase storica, di cui tratteremo in queste pagine, è altresì ben illustrata nella storia della valle del Tamigi. Quella valle ospita Londra, che rappresenta senza dubbio non solo l’esempio più grande, ma anche il caso più rappresentativo di ciò che è tipicamente inglese nello sviluppo della vita urbana; inoltre, nella moderna ascesa di Oxford e Reading, troviamo due esempi eccellenti di come la città inglese, nel suo aspetto contemporaneo, sia sorta dal sistema industriale e dall’introduzione delle ferrovie. Infatti, né una né l’altra città disponeva di naturali facilità per la produzione, e la loro crescita nel XIX secolo è stata interamente dovuta a fattori artificiali.
The most recent change of all, with which these notes will end, is, one need hardly say, this industrial transformation. It has made a completely new England, and it nourishes the only civilised population in the world which is out of touch with arms, and with the physical life and nature of the country it inhabits, and the only population in which the vast majority are concerned with things of which they have no actual experience, and feel most strongly upon matters dictated to them at second or third hand by the proprietors of great journals.
What that new England will become none of us can tell; we cannot even tell whether the considerable problem of maintaining it as an organised civilisation will or will not be solved. All the conditions are so completely new, our whole machinery of government so thoroughly presupposes a little aristocratic agricultural state, and our strong attachment to form and ritual so hampers all attempts at reorganisation, that the way in which we shall answer, if we do answer, the question of this sphinx, cannot as yet even be guessed at.
But long before the various historical causes at work had begun to produce the great modern English town, long before the use of coal, the development of the navy, and, above all, the active political transformation of our rivals during the eighteenth century, had given us that industrial supremacy which we have but recently lost, the English town was a thing with characteristics of its own in Europe.
In the first place, it was not municipal in the Roman sense. The sharp distinction which the Roman Empire and the modern French Republic, and, from the example of that republic, the whole of Western Europe, establish between town and country, comes from the fact that European thought, method of government, and the rest, were formed on the Mediterranean: but the civilisation of the Mediterranean was one of city states; the modern civilisation which has returned to Roman traditions is, therefore, necessarily municipal. A man’s first country in antiquity was his town; he died for his town; he left his wealth to his town; the word “civilisation,” like the word “citizen,” and like a hundred words connected with the superiority of mankind, are drawn from the word for a town. To be political, to possess a police, to recognise boundaries — all this was to be a townsman, and the various districts of the Empire took their proper names, at least, from the names of their chief cities, as do to-day the French and the Italian countrysides.
Doubtless in Roman times the governing forces of Britain attempted a similar system here. But it does not seem ever to have taken root in the same way that it did beyond the Channel. The absence of a municipal system in the fullest sense is one of the very few things which differentiates the Roman Britain from the rest of the Empire, others being a land frontier to the west, and the large survival of aboriginal dialects.
The Roman towns were not small, indeed Roman London was very large; they were not ill connected with highroads; they were certainly wealthy and full of commerce; but they gave their names to no districts, and their municipal institutions have left but very faint traces upon posterity.
The barbarian invasions fell severely upon the Roman cities of Britain, in some very rare cases they may have been actually destroyed, but in the much more numerous cases where we may be reasonably sure that municipal life continued without a break throughout the incursions of the pirates, their decay was pitiful; and when recorded history begins again, after a gap of two hundred years, with the Roman missionaries of the sixth and seventh centuries, we find thenceforward, and throughout the Saxon period, many of the towns living the life of villages.
The proportion that were walled was much smaller than was the case upon the Continent, and even the most enduring emblem and the most tenacious survival of the Roman Imperial system — namely, the Bishop seated in the chief municipality of his district — was not universal to English life.
It is characteristic of Gregory the Great that he intended, or is believed to have intended, Britain, when he had recivilised it, to be set out upon a clear Latin model, with a Primate in the chief city and suffragans in every other. But if he had such a plan (and it would have been a typically Latin plan) he must have been thinking of a Britain very different from that which his envoys actually found. When the work was accomplished the little market town of Canterbury was the seat of the Primate; the old traditions of York secured for it a second archbishop, great London could not be passed over, but small villages in some places, insignificant boroughs in others, were the sites of cathedrals. Selsey, a rural manor or fishing hamlet, was the episcopal centre of St. Wilfrid and his successors in their government of Sussex; Dorchester, as we have seen, was the episcopal town, or rather village, for something like half England. In the names of its officers also and in the methods of their government the Anglo-Saxon town was agricultural.
With the advent of the Normans, as one might expect, municipal life to some extent re-arose. But it still maintained its distinctively English character throughout the Middle Ages. Contrast London or Oxford, for instance, in the twelfth and early thirteenth centuries, with contemporary Paris. In London and Oxford the wall is built once for all, and when it is completed the town may grow into suburbs as much as it likes, no new wall is built. In Paris, throughout its history, as the town grows, the first concern of its Government is to mark out new limits which shall sharply define it from the surrounding country. Philip Augustus does it, a century and a half later Etienne Marcel did it; through the seventeenth century, and the eighteenth, the custom is continued: through the nineteenth also, and to-day new and strict limits are about to be imposed on the expanded city.
Il cambiamento più recente di tutti, con cui queste note si concludono, è, senza dubbio, questa trasformazione industriale. Essa ha creato un’Inghilterra completamente nuova e alimenta l’unica popolazione civile al mondo che non ha alcun legame con le armi, né con la vita fisica e la natura del paese in cui vive; si tratta anche dell’unica popolazione nella quale la stragrande maggioranza delle persone si interessa a cose di cui non ha alcuna esperienza reale, e le cui opinioni sono fortemente influenzate da ciò che loro viene detto, indirettamente, dai proprietari dei grandi giornali.
In che modo quella nuova Inghilterra diventerà, nessuno di noi può saperlo; non possiamo nemmeno prevedere se il notevole problema legato al suo mantenimento come civiltà organizzata verrà risolto o meno. Tutte le condizioni sono completamente nuove, il nostro intero sistema governativo presuppone in modo assoluto l’esistenza di uno stato agricolo aristocratico, e il nostro forte attaccamento alle forme e ai rituali ostacola ogni tentativo di ristrutturazione. Pertanto, non è ancora possibile nemmeno indovinare in che modo risponderemo, se mai riusciremo a farlo, alla domanda posta da questa “sfinge”.
Ma molto prima che le varie cause storiche in atto cominciassero a dare vita alla grande città inglese moderna, molto prima dell’uso del carbone, dello sviluppo della marina e, soprattutto, della trasformazione politica attiva dei nostri rivali durante il XVIII secolo, che ci hanno conferito quella supremazia industriale che abbiamo perso solo di recente, la città inglese già possedeva caratteristiche proprie in Europa.
In primo luogo, non si trattava di una forma di governo municipale nel senso romano. La netta distinzione che l’Impero Romano e la moderna Repubblica Francese, e, seguendo l’esempio di quest’ultima, tutta l’Europa occidentale stabiliscono tra città e campagna, deriva dal fatto che il pensiero europeo, i metodi di governo e tutto il resto si sono formati nel contesto del Mediterraneo; ma la civiltà mediterranea era basata su stati cittadini; quindi la civiltà moderna, che è tornata alle tradizioni romane, è necessariamente di natura municipale. Nell’antichità, il “paese” di una persona era la sua città; moriva per la sua città, le lasciava in eredità i suoi beni; la parola “civiltà”, come la parola “cittadino” e centinaia di altre parole legate alla superiorità dell’umanità, derivano dalla parola che indica una città. Essere politici, disporre di un sistema di polizia, riconoscere dei confini: tutto ciò significava essere cittadini; inoltre, i vari distretti dell’Impero prendevano i loro nomi dai nomi delle loro città principali, proprio come oggi le campagne francesi e italiane.
Senza dubbio, ai tempi romani le forze governative della Britannia tentarono di attuare un sistema simile anche qui. Tuttavia, non sembra che tale sistema abbia mai attecchito nello stesso modo in cui si diffuse al di là della Manica. L’assenza di un sistema municipale nel senso più completo è uno dei pochi elementi che distinguono la Britannia romana dal resto dell’Impero; altri fattori includono il confine terrestre a ovest e la notevole sopravvivenza dei dialetti indigeni.
Le città romane non erano piccole; anzi, la romana Londra era molto grande. Erano ben collegate da strade principali e sicuramente ricche e fiorenti dal punto di vista commerciale. Tuttavia, i loro nomi non sono stati utilizzati per denominare alcune zone, e le loro istituzioni comunali hanno lasciato tracce molto deboli nelle epoche successive.
Le invasioni barbariche colpirono duramente le città romane della Britannia; in alcuni rari casi queste furono effettivamente distrutte, ma nella maggior parte dei casi possiamo essere abbastanza certi che la vita municipale proseguì senza interruzioni durante tutta la durata delle incursioni dei pirati. Il declino di queste città fu davvero deplorevole; quando la storia documentata ricomincia, dopo un intervallo di duecento anni, con i missionari romani dei secoli VI e VII, troviamo che molte di queste città, per tutto il periodo sassone, conducevano una vita simile a quella dei villaggi.
La percentuale di città fortificate era molto più bassa rispetto al Continente; persino l’emblema più duraturo e il segno più evidente della sopravvivenza del sistema imperiale romano – ovvero l’Vescovo che sedeva nel capoluogo amministrativo della sua diocesi – non era universale nella vita inglese.
È caratteristico di Gregorio Magno il fatto che intendesse, o si ritiene che intendesse, che la Britannia, una volta riportata alla civiltà, seguisse un modello chiaramente latino: con un Primate nella città principale e vescovi suffraganei nelle altre. Ma se effettivamente aveva tale piano (e sarebbe stato certamente un piano tipicamente latino), doveva avere in mente una Britannia molto diversa da quella che i suoi inviati trovarono realmente. Quando l’opera fu completata, la piccola città mercantile di Canterbury divenne la sede del Primate; le antiche tradizioni di York garantirono a questa città la posizione di seconda arcivescovia; anche la grande Londra non poteva essere trascurata, ma in alcuni luoghi cattedrali furono costruite in piccoli villaggi o insignificanti borghi. Selsey, un semplice maniero rurale o un insediamento di pescatori, divenne il centro episcopale di San Wilfrid e dei suoi successori nella guida del Sussex; Dorchester, come abbiamo visto, fu la città episcopale – o meglio, il villaggio episcopale – di circa metà dell’Inghilterra. Anche nei nomi dei suoi funzionari e nei metodi della loro amministrazione, le città anglosassoni mantenevano un carattere agricolo.
Con l’arrivo dei Normanni, come ci si potrebbe aspettare, la vita comunale riprese in qualche misura. Tuttavia, mantenne sempre il proprio carattere tipicamente inglese per tutto il Medioevo. Si confrontino, ad esempio, Londra o Oxford nel XII e all’inizio del XIII secolo con la Parigi contemporanea. A Londra e a Oxford le mura venivano costruite una volta per tutte; una volta completate, la città poteva espandersi nei sobborghi senza che fosse necessario erigere nuove difese. A Parigi, invece, nel corso della sua storia, ogni volta che la città si ampliava, la prima preoccupazione del governo era tracciare nuovi confini per delimitarla chiaramente dal territorio circostante. Lo fece Filippo Augusto un secolo e mezzo dopo; lo fece anche Etienne Marcel; questa prassi continuò nel XVII e XVIII secolo, e proseguì anche nel XIX secolo. Oggi, ancora, nuovi e rigorosi confini stanno per essere imposti sulla città espansa.
Again the metropolitan idea, which is consonant to, and the climax of, a municipal system, is absent from the story of English towns.
Until a good hundred years after the Conquest you cannot say where the true capital of England is, and when you find it at last in London, the King’s Court is in a suburb outside the walls and the Parliament of a century later yet meets at Westminster and not in the City.
The English judges are not found fixed in local municipal centres, they are itinerant. The later organisation of the Peace does not depend upon the county towns; it is an organisation of rural squires; and, most significant of all, no definite distinction can ever be drawn between the English village and the English town neither in spirit nor in legal definition. You have a town like Maidenhead, which has a full local Government, and yet which has no mayor for centuries. Conversely, a town having once had a mayor may dwindle down into a village, and no one who respects English tradition bothers to interfere with the anomaly. For instance, you may to-day in Orford enjoy the hospitality, or incur the hostility, of a Mayor and Corporation.
On all these accounts the banks of the Thames, until quite the latest part of our historical development, presented a line of settlements in which it was often difficult to draw the distinction between the village and the town.
Consider also this characteristic of the English thing, that the boroughs sending Members to Parliament first sent them quite haphazard and then by prescription.
Simon de Montfort gets just a few borough Members to his Parliament because he knows they will be on his side; and right down to the Tudors places are enfranchised — as, for example, certain Cornish boroughs were — not because they are true towns but because they will support the Government. Once returning Members, the place has a right to return them, until the partial reform of 1832. It is a right like the hereditary right of a peer, a quaint custom. It has no relation to municipal feeling, for municipal feeling does not exist. Old Sarum may lose every house, Gatton may retain but seven freeholders, yet each solemnly returns its two Members to Parliament.
From the first records that we possess until the beginning of the nineteenth century, the line of the Thames was a string of large villages and small towns, differing in size and wealth far less than their descendants do to-day. In this arrangement, of course, the valley was similar to all the rest of England, but perhaps the prosperity of the larger villages and the frequency of the market towns was more marked on the line of the Thames than in any other countryside, from the permanent influx of wealth due to the royal castles, the great monastic foundations, and the continual stream of travel to and from London which bound the whole together.
Cricklade, Lechlade, Oxford, Abingdon, Dorchester, Wallingford, Reading, and Windsor — old Windsor, that is — were considerable places from at least the period of the Danish invasions. They formed the objective of armies, or the subject matter of treaties or important changes. But the first standard of measure which we can apply is that given us by the Norman Survey.
How indecisive is that standard has already been said. We do not accurately know what categories of wealth were registered in Domesday. The Anglo-Saxon Chronicle, barbaric in this as in most other matters, would have it that the Survey was complete, and applied to all the landed fortune of England. That, of course, is absurd. But we do have a rough standard of comparison for rural manors, though it is a very rough one. Though we cannot tell how much of the measurements and of the numbers given are conventional and how much are real, though we do not know whether the plough-lands referred to are real fields or merely measures of capacity for production, though historians are condemned to ceaseless guessing upon every term of the document, and though the last orthodox guess is exploded every five or six years — yet when we are told that one manor possessed so many ploughs or paid upon so many hides, or had so many villein holdings while another manor had but half or less in each category; and when we see the dues, say three times as large in the first as in the second, then we can say with certitude that the first was much more important than the second; how much more important we cannot say. We can, to repeat an argument already advanced, affirm the inhabitants of any given manor to be at the very least not less than five times the number of holdings, and thus fix a minimum everywhere. For instance, we can be certain that William’s rural England had not less than 2,000,000, though we cannot say how much more they may not have been — 3,000,000, 4,000,000, or 5,000,000. In agricultural life — that is, in the one industry of the time — Domesday does afford a vague statement to the rural conditions of England at the end of the eleventh century, and, dark as it is, no other European nation possesses such a minute record of its economic origins.
But with the towns the case is different. There, except for the minimum of population, we are quite at sea. We may presume that the houses numbered are only the houses paying tax, or at least we may presume this in some cases, but already the local customs of each town were so highly differentiated that it is quite impossible to say with certitude what the figures may mean. It is usual to take the taxable value of the place to the Crown and to establish a comparison on that basis, but it is perhaps wiser, though almost as inconclusive, to consider each case, and all the elements of it separately, and to attempt, by a co-ordination of the different factors given to arrive at some sort of scale.
Judged in this manner, Wallingford and Oxford are the early towns of the Thames Valley which afford the best subjects for survey.
Wallingford in Domesday counted, closes and cottages together, just under 500 units of habitation. It is, of course, a matter of conjecture how much population this would stand for. A minimum is here, as elsewhere, easily established. We may presuppose that a close, even of the largest kind, was but a private one; we may next average the inhabitants of each house at five, which is about the average of modern times, and so arrive at a population of 2500. But this minimum of 2500 for the population of Wallingford at the time of the Conquest is too artificial and too full of modern bias to be received. Not even the strongest prejudice in favour of underrating the wealth and population of early England, a prejudice which has for it objects the emphasising of our modern perfection, would admit so ludicrous a conclusion. But while we may be perfectly certain that the population of Wallingford was far larger than this minimum, to obtain a maximum is not so easy. We do not know, with absolute certainty, whether the whole of the town has been enumerated in the Survey, though we have a better ground for supposing it in this case than in most others. Such numerous details are given of holdings which, though situated in the town, counted in the property of local manors that we are fairly safe in saying that we have here a more than commonly complete survey. The very cottages are mentioned, as, for example, “twenty-two cottages outside the wall,” and their condition is described in terms which, though not easy for us to understand, clearly signify that they could be taken as paying the full tax.
Ancora una volta, l’idea di un sistema metropolitano, che è in armonia con e rappresenta il culmine di un sistema municipale, manca nella storia delle città inglesi.
Per ben cento anni dopo la Conquista non si poteva dire dove fosse la vera capitale d’Inghilterra; e quando finalmente si scoprì che era Londra, la Corte Reale si trovava in una periferia fuori dalle mura della città, mentre il Parlamento, un secolo dopo, si riuniva ancora a Westminster e non nella City.
I giudici inglesi non hanno sede fissa nei centri comunali locali, ma sono itineranti. L’organizzazione successiva della “Peace” non dipende dalle città di contea; si tratta di un’organizzazione di gentiluomini rurali; e, cosa più importante di tutte, non è mai possibile tracciare una distinzione netta tra il villaggio inglese e la città inglese, né in termini spirituali né di definizione legale. Ci sono città come Maidenhead che dispongono di un governo locale completo, ma che per secoli non hanno avuto un sindaco. Al contrario, una città che un tempo aveva un sindaco può trasformarsi in un villaggio, e nessuno che rispetti le tradizioni inglesi si preoccupa di intervenire su questa anomalia. Ad esempio, oggi a Orford si può godere dell’ospitalità, o incorrere nell’ostilità, di un sindaco e del suo consiglio comunale.
In tutti questi casi, le rive del Tamigi, fino alla fase più recente dello sviluppo storico del nostro paese, presentavano una serie di insediamenti nei quali spesso risultava difficile distinguere tra villaggio e città.
Si consideri anche questa caratteristica del sistema inglese: i distretti che inviavano i propri rappresentanti al Parlamento inizialmente lo facevano in modo piuttosto casuale, e solo successivamente seguendo determinate regole o procedure stabilite.
Simon de Montfort riuscì ad ottenere che solo pochi membri dei borghi partecipassero al suo Parlamento, perché sapeva che sarebbero stati dalla sua parte; e fino ai tempi Tudor, alcuni luoghi venivano riconosciuti come aventi diritto di eleggere rappresentanti – come ad esempio alcuni borghi del Cornovaglia – non perché fossero veri e propri centri abitati, ma perché avrebbero sostenuto il governo. Una volta che i membri venivano eletti, quel luogo aveva il diritto di rieleggerli, fino alla riforma parziale del 1832. Era un diritto simile a quello ereditario dei nobili: una strana usanza. Non aveva alcuna relazione con i sentimenti locali, poiché questi semplicemente non esistevano. L’antico Sarum poteva perdere tutte le sue case, mentre Gatton ne avrebbe conservate soltanto sette; tuttavia entrambi continuavano a eleggere due rappresentanti al Parlamento.
Dai primi documenti che possediamo fino all’inizio del XIX secolo, la zona lungo il fiume Tamigi era costituita da una serie di grandi villaggi e piccole città, le cui dimensioni e ricchezze differivano molto meno rispetto a quelle dei loro discendenti di oggi. In questo senso, la valle del Tamigi non si distingueva dalle altre zone dell’Inghilterra; tuttavia, forse la prosperità dei villaggi più grandi e la frequenza delle città mercantili erano particolarmente evidenti lungo il corso del fiume rispetto ad altre regioni. Ciò era dovuto all’aflusso costante di ricchezze derivanti dai castelli reali, dalle grandi fondazioni monastiche e dal continuo movimento di persone che andavano e venivano da Londra, elementi che contribuivano a unire tutta la zona.
Cricklade, Lechlade, Oxford, Abingdon, Dorchester, Wallingford, Reading e Windsor – ovvero l’antico Windsor – erano luoghi di rilievo almeno fin dal periodo delle invasioni danesi. Costituivano l’obiettivo di eserciti o l’argomento di trattati e cambiamenti importanti. Ma il primo criterio di valutazione che possiamo applicare è quello fornito dal “Norman Survey”.
Quanto sia indeciso questo standard lo si è già detto più volte. Non sappiamo con precisione quali categorie di ricchezza siano state registrate nel Domesday Book. La Cronaca anglosassone, barbarica in questo come nella maggior parte degli altri aspetti, afferma che il censimento fosse completo e riguardasse tutta la proprietà terriera d’Inghilterra. Certo, questa è un’affermazione assurda. Tuttavia disponiamo di uno standard approssimativo per confrontare le tenute rurali, anche se molto approssimativo. Non possiamo stabilire con certezza quanto delle misure e dei numeri forniti sia convenzionale e quanto reale; non sappiamo nemmeno se i terreni agricoli menzionati siano effettivamente campi coltivabili o soltanto indicatori della loro capacità produttiva. Anche se gli storici sono costretti a fare continue congetture su ogni termine del documento, e anche se le ultime ipotesi ortodosse vengono spesso confutate ogni cinque o sei anni, quando ci viene detto che una tenuta possedeva un certo numero di aratri, pagava tasse su una determinata superficie di terreno o contava un certo numero di tenute dei villaggi sottoposti al suo dominio, mentre un’altra tenuta ne aveva la metà o meno in ciascuna categoria; quando vediamo che le tasse riscosse nella prima tenuta erano tre volte superiori a quelle della seconda, possiamo con certezza affermare che la prima fosse molto più importante della seconda, anche se non possiamo stabilire esattamente di quanto. Possiamo, ripetendo un argomento già sollevato in precedenza, affermare che il numero degli abitanti di una qualsiasi tenuta fosse almeno cinque volte superiore al numero delle sue proprietà terriere, fissando così un minimo generale. Ad esempio, possiamo essere certi che l’Inghilterra rurale di Guglielmo contasse almeno 2.000.000 di tenute, anche se non possiamo sapere se ne fossero in realtà 3.000.000, 4.000.000 o addirittura 5.000.000. Nel contesto della vita agricola – ovvero dell’unica attività economica dell’epoca – il Domesday Book fornisce comunque informazioni vaghe sulle condizioni rurali d’Inghilterra alla fine dell’XI secolo; e, nonostante queste informazioni siano poco precise, nessun altro paese europeo possiede un registro così dettagliato delle proprie origini economiche.
Ma per quanto riguarda le città, la situazione è diversa. Lì, ad eccezione del numero minimo di abitanti, ci troviamo davvero in difficoltà. Possiamo presumere che le case numerate siano soltanto quelle che pagano tasse, o almeno in alcuni casi possiamo farlo, ma le usanze locali di ciascuna città sono così diverse tra loro che è del tutto impossibile affermare con certezza cosa significhino questi dati. Di solito si considera il valore imponibile dei beni per stabilire un confronto, ma forse è più saggio – anche se altrettanto incerto – analizzare ogni caso separatamente e prendere in considerazione tutti gli elementi coinvolti, nel tentativo di individuare una sorta di scala comune.
Giudicati in questo modo, Wallingford e Oxford sono le prime città della valle del Tamigi che offrono i migliori soggetti per studi approfonditi.
A Domesday, Wallingford contava, comprese case e capanne, poco meno di 500 unità abitative. È ovviamente una questione di congettura stabilire quale fosse la popolazione effettiva. Si può ipotizzare che anche il numero più elevato rappresentasse soltanto un insieme di abitazioni private; inoltre, calcolando in media cinque persone per ogni casa – una cifra simile all’odierna – si ottiene una popolazione di circa 2500 individui. Tuttavia, questo valore minimo appare troppo artificiale e influenzato dalle concezioni moderne per essere considerato attendibile. Nemmeno il pregiudizio più radicato a favore della svalutazione della ricchezza e della popolazione dell’Inghilterra antica accetterebbe una conclusione così assurda. Sebbene si possa essere certi che la popolazione di Wallingford fosse molto più numerosa di questo minimo, stabilire un valore massimo non è altrettanto semplice. Non sappiamo con certezza se l’intera città sia stata effettivamente censita in quel periodo, anche se abbiamo motivi per ritenere che ciò sia avvenuto in questo caso più di quanto avvenga nella maggior parte degli altri esempi. Vengono infatti forniti numerosi dettagli riguardo a proprietà situate all’interno della città ma registrate come appartenenti a manieri locali; quindi possiamo essere abbastanza sicuri che si tratti di un censimento piuttosto completo. Persino le singole case vengono menzionate, ad esempio “ventidue capanne al di fuori delle mura”, e la loro condizione viene descritta in termini che indicano chiaramente che erano considerate idonee a pagare l’intera tassa dovuta.
The real elements of uncertainty lie, first in the number of people normally inhabiting one house at that time, and secondly, in the exact meaning of the word “haga” or “close.”
As to the first point, we may take it that one household of five would be the least, ten would be the most, to be present under the roof of an isolated family; but we must remember that the Middle Ages contained in their social system a conception of community which not only appeared (and is still remembered) in connection with monastic institutions, but which inspired the whole of military and civil life. To put it briefly, a man at the time of the Conquest, and for centuries later, would rather have lived as part of a community than as an individual householder, and conversely, those indices of importance and social position which we now estimate in furniture and other forms of ostentation were then to be found in the number of dependants surrounding the head of the house. A merchant, for example, if he flourished, was the head of a very numerous community; every parish church in a town represented a society of priests and of their servants, and of course a garrison (such as Wallingford pre-eminently possessed) meant a very large community indeed. We are usually safe, at any rate in the towns, if we multiply the known number of tenements by ten in order to arrive at the number of souls inhabiting the borough. To give the Wallingford of the Conquest a minimum of 5000, if we were certain that 500 (or, to speak exactly, 491) was the number of single units of taxation within the borough, would be to set that minimum quite low enough.
The second difficulty is that of establishing the meaning of the word “haga.” In some cases it may represent one single large establishment. But on the other hand we can point to six which between them covered a whole acre, and no one with the least acquaintance of mediæval municipal topography, no one, for instance, who knows the history of twelfth-century Paris, would allow one-sixth of an acre to a single average house within the walls of a town. A close would have one or more wells, it is true; some closes certainly would have gardens, but the labour of fortification, and the privilege of market, were each of them causes which forbade any great extension of open spaces, save in the case of privileged or wealthy communities or individuals.
From what we know of closes elsewhere, it is more probable that these at Wallingford were the “cells” as it were of the borough organism. A man would be granted in the first growth of the town a unit of land with definitely established boundaries, which he would probably enclose (the word “haga” refers to such an enclosure), and though at first there might be only one house upon it, it would be to his interest to multiply the tenements within this unit, which unit rendered a regular, customary and unchanging due to its various superiors, whatever the number of inhabitants it grew to contain.
If we turn to a comparison based upon taxation we have equal difficulties, though difficulties of a different sort. We saw in the case of Old Windsor that a community of perhaps 1000, probably of more, but at any rate something more like a large village than a town (and one moreover not rated as a town), paid in dues the equivalent of thirty loads of wheat. Wallingford paid the equivalent of only twenty or twenty-two. But on the other hand the total Farm of the Borough, the globular price at which the taxes could be reckoned upon to yield a profit, was equivalent to no less than 400 such loads.
Judged by the number of hagæ we should have a Wallingford about five times the size of Old Windsor. Judged by the taxable capacity we should have an Old Wallingford of more than ten times the size of Old Windsor.
Here again a further element of complexity enters. It was quite out of the spirit of the Middle Ages to estimate dues, whether to a feudal superior or to the National Government, or even minor payments made to a true proprietorial owner at the full capacity of the economic unit concerned. All such payment was customary. Even where, in the later Middle Ages, a man indubitably owned (in our modern sense of the word “owned”) a piece of freehold land, and let it (in our modern sense of the word “let”), it would not have occurred to him or his tenant that the very highest price obtainable for the productive capacity of the land should be paid. The philosophy permeating the whole of society compelled the owner and the tenant, even in this extreme case, to a customary arrangement; for it was an arrangement intended to be permanent, to allow for wide fluctuations of value, and therefore to be necessarily a minimum. If this was the case in the later Middle Ages where undoubted proprietary right was concerned, still more was it the case in the early Middle Ages with the customary feudal dues; these varied infinitely from place to place, rising in scale from those of privileged communities wholly exempt to those of places such as we believe Old Windsor to have been, which paid (and these were the exceptions), not indeed every penny that they could pay (as they would now have to pay a modern landlord), but half, or perhaps more than half, such a rent.
Where Wallingford stood in this scale it is quite impossible to say, and we can only conclude with the very general statement that the Wallingford of the Conquest consisted of certainly more than 5000 souls, more probably of 10,000, and quite possibly of more than 10,000.
Having taken Wallingford with its minute and valuable record as a sort of unit, we can roughly compare it with other centres of populations upon the river at the same date.
Old Windsor we have already dealt with, and made it out from a fifth to a tenth of Wallingford. Reading was apparently far smaller. Indeed Reading is one of the puzzles of the early history of the Thames Valley. We have already seen in discussing these strategical points upon the river what advantages it had, and yet it appears only sporadically in ancient history as a military post. The Danes hold it on the first occasion on which we find the site recorded, in the latter half of the ninth century: it has a castle during the anarchy of the twelfth, but it is a castle which soon disappears. It frequently plays a part in the Civil Wars of the seventeenth, but the part it plays is only temporary.
Gli elementi veri di incertezza risiedono, innanzitutto, nel numero di persone che normalmente abitano in una casa in quel momento, e in secondo luogo, nel significato esatto della parola “haga” o “chiudere”.
Per quanto riguarda il primo punto, possiamo considerare che una famiglia di cinque persone rappresentasse il numero minimo, mentre dieci persone costituissero il numero massimo che potesse riunirsi sotto lo stesso tetto di una famiglia isolata; tuttavia dobbiamo ricordare che il Medioevo conteneva nel proprio sistema sociale un concetto di comunità che non solo si manifestava (e viene ancora ricordato) in relazione alle istituzioni monastiche, ma ispirava anche l’intera vita militare e civile. In breve, all’epoca della Conquista, e per secoli a seguire, una persona preferiva vivere come parte di una comunità piuttosto che come individuo autonomo; al contrario, quegli indicatori di importanza e posizione sociale che oggi valutiamo attraverso l’arredamento o altre forme di ostentazione, allora si riflettevano nel numero di persone a dipendenza del capofamiglia. Un mercante, ad esempio, se aveva successo, era il capo di una comunità molto numerosa; ogni chiesa parrocchiale in una città rappresentava un insieme di sacerdoti e dei loro servitori, e naturalmente una guarnigione (come quella di Wallingford) indicava davvero una comunità molto estesa. In ogni caso, nelle città, è generalmente corretto moltiplicare il numero conosciuto di abitazioni per dieci per ottenere un’idea approssimativa del numero di persone che vi risiedevano. Per Wallingford all’epoca della Conquista, fissare un minimo di 5000 abitanti sarebbe senz’altro una stima piuttosto bassa, soprattutto se si considera che il numero effettivo di unità fiscali nel borgo era di 500 (o, per essere precisi, 491).
La seconda difficoltà consiste nel stabilire il significato della parola “haga”. In alcuni casi può riferirsi a un singolo grande insediamento; d’altra parte, esistono esempi di insediamenti che coprivano interi ettari. Tuttavia, chiunque abbia anche solo una minima conoscenza della topografia municipale medievale – ad esempio, chi conosca la storia di Parigi nel XII secolo – saprebbe che un sesto di ettaro non è sufficiente per costruire una singola casa all’interno delle mura di una città. Un insediamento del genere avrebbe sicuramente uno o più pozzi; alcuni, inoltre, avrebbero anche giardini. Tuttavia, i costi legati alle fortificazioni e i privilegi derivanti dall’accesso al mercato impedivano un’estensione eccessiva degli spazi aperti, salvo nel caso di comunità o individui privilegiati o benestanti.
Da quanto sappiamo riguardo alle altre aree simili, è più probabile che queste zone di Wallingford rappresentassero, per così dire, le “cellule” dell’organismo comunale. A un uomo veniva concesso, nella zona in via di sviluppo della città, un lotto di terreno con confini ben definiti; probabilmente questi confini venivano delimitati da recinzioni (la parola “haga” indica proprio questo tipo di recinzione). Anche se all’inizio su quel lotto poteva esserci soltanto una casa, era nell’interesse dell’uomo aumentare il numero delle abitazioni al suo interno. Questo lotto, grazie ai suoi confini regolari e stabili, garantiva un ordine sociale costante, indipendentemente dal numero di abitanti che vi fossero.
Se ci rivolgiamo a una comparazione basata sull’imposizione fiscale, incontriamo difficoltà analoghe, anche se di natura diversa. Abbiamo visto nel caso di Old Windsor che una comunità di circa 1000 abitanti, probabilmente di più, ma comunque simile a un grande villaggio piuttosto che a una città (e inoltre non classificata come tale), pagava tasse equivalenti a trenta carichi di grano. Wallingford, invece, pagava tasse equivalenti a soltanto venti o ventidue carichi. D’altra parte, il valore totale del “Farm of the Borough”, ovvero il prezzo su cui si potevano calcolare le tasse in modo da ottenere un profitto, era pari ad almeno 400 di questi carichi.
A giudicare dal numero di hagæ, dovremmo avere un Wallingford circa cinque volte più grande dell’Old Windsor. A giudicare dalla capacità fiscale, invece, un “Old Wallingford” potrebbe essere addirittura più di dieci volte più grande dell’Old Windsor.
Ancora una volta, entra in gioco un ulteriore elemento di complessità. Era del tutto contrario allo spirito del Medioevo stimare le somme dovute, sia verso un superiore feudale che verso il Governo Nazionale, o anche piccole pagamenti effettuati a un vero proprietario terriero in base alla piena capacità economica dell’unità interessata. Tutti questi pagamenti erano di natura consuetudinaria. Anche quando, nel tardo Medioevo, una persona possedeva indubbiamente un pezzo di terra in modo esclusivo (nel senso moderno del termine “possedere”) e la affittava (nello stesso senso moderno), né a lei né al suo inquilino sarebbe mai venuto in mente di pagare il prezzo più alto possibile in base alla produttività della terra. La filosofia che permeava l’intera società imponeva sia al proprietario che all’inquilino, anche in questo caso estremo, di adottare un accordo basato su consuetudini; si trattava infatti di un accordo destinato a rimanere permanente, in grado di far fronte a ampie fluttuazioni di valore, e quindi necessariamente rappresentativo di un minimo accettabile. Se ciò valeva già nel tardo Medioevo, quando esisteva un diritto di proprietà indubbiamente riconosciuto, tanto più era vero nei primi secoli del Medioevo per quanto riguardava le consuetudinarie tasse feudali: queste variavano infinitamente da luogo a luogo, andando da quelle completamente esentate dalle comunità privilegiate fino a quelle, come Old Windsor, che pagavano – e questi erano casi eccezionali – non certo l’intera somma che avrebbero potuto permettersi di pagare (come dovrebbero fare oggi rispetto a un proprietario terriero moderno), ma metà, o forse addirittura più della metà di tale importo.
È del tutto impossibile stabilire con precisione quale posizione occupasse Wallingford in questa scala; possiamo soltanto affermare in modo molto generico che la popolazione di Wallingford al momento della Conquista ammontava sicuramente a più di 5000 persone, molto probabilmente a 10.000, e forse addirittura a più di 10.000.
Considerando Wallingford, con i suoi documenti minuziosi e preziosi, come una sorta di unità di riferimento, possiamo paragonarla approssimativamente ad altri centri abitati situati sullo fiume nello stesso periodo.
Di Old Windsor abbiamo già parlato e ne abbiamo determinato l’importanza, che andava da un quinto a un decimo di quella di Wallingford. Reading, invece, sembrava essere molto più piccola. Infatti, Reading rappresenta uno dei misteri della storia antica della valle del Tamigi. Nei discorsi precedenti su questi punti strategici lungo il fiume, abbiamo già analizzato i vantaggi che Reading offriva; tuttavia, nella storia antica appare solo sporadicamente come fortezza militare. I Danesi ne presero possesso per la prima volta nella seconda metà del IX secolo; durante l’anarchia del XII secolo vi fu costruito un castello, ma anch’esso scomparve presto. Nel XVII secolo Reading ebbe spesso un ruolo importante nelle guerre civili, ma sempre di natura temporanea.
And Reading presents a similar puzzle on the civilian side. It is situated at the junction of two waterways, one of which leads directly from the Thames Valley to the West of England, yet it does not seem to have been of a considerable civil importance until the establishment of its monastery; and even then it is not a town of first-class size or wealth, nor does it take up its present position until quite late in the history of the country.
At the time of the Domesday Survey it actually counts, in the number of recorded enclosures at least, for less than a third of Old Windsor; and we may take it, after making every allowance for possible omissions or for some local custom which withdrew it from the taxing power of the Crown, for little more than a village at that moment.
The size of Oxford at the same period we have already touched upon, but since, like every other inference founded upon Domesday, the matter has become a subject of pretty violent discussion, it will bear, perhaps, a repeated and more detailed examination at this place.
Let us first remember that the latest prejudice from which our historical school has suffered, and one which still clings to its more orthodox section, was to belittle as far as possible the general influence of European civilisation upon England; to exalt, for example, the Celtic missionaries and their work at the expense of St Augustine, to grope for shadowy political origins among the pirates of the North Sea, to trace every possible etymology to a barbaric root, and to make of Roman England and of early Medieval England — that is, of the two Englands which were most fully in touch with the general life of Europe — as small a thing as might be.
In the light of this prejudice, which is the more bitter because it is closely connected with religion and with the bitter theological passions of our universities, we are always safe in taking the larger as against the smaller modern estimates of wealth, of population and of influence, where either of these civilisations is concerned, and, conversely, we are always safe in taking at the lowest modern estimate the numbers and effect of the barbaric element in our history.
To return to the ground we have already briefly covered, and to establish a comparison with Wallingford, the word “haga,” which we saw to be of such doubtful value in the case of Wallingford, is replaced in Oxford by the word “mansio.” The taxable units so enumerated are just over 600, but of these much more than half are set down as untaxable or imperfectly taxable under the epithets “Uasta,” “Uastæ.” What that epithet means we do not know. It may mean anything between “out of repair,” “excused from taxation because they do not come up to our new standard of the way in which a house in a borough should be kept up, and because we want to give them time to put themselves in order,” down to the popular acceptation of the word as meaning “ruined,” or even “destroyed.”
We know that at the close of the eleventh century, or indeed at any time before the thirteenth, the small man who lived under his own roof would live in a very low house, and that, space for space of ground area, the cubical contents of these poor dwellings would be less than those of modern slums. On the other hand, we know that the population would live much more in the open air, slept much more huddled, and also that a very considerable proportion — what proportion we cannot say, but probably quite half of a Norman borough — was connected with the huge communal institutions — military, ecclesiastical, and for that matter mercantile, as well — which marked the period. We know that the occupied space stood for very much what is now enclosed by the line of the old walls, and we know that under modern conditions this space, in spite of our great empty public buildings, our sparsely inhabited wealthy houses, and our college gardens, can comfortably hold some 5000 people. We can say, therefore, at a guess, but only at a guess, that the Oxford of the Conquest must have had some 3000 people in it at the very least, and can hardly have had 10,000 at the most. These are wide limits, but anyone who shall pretend to make them narrower is imposing upon his readers with an appearance of positive knowledge which is the charlatanism of the colleges, and pretends to exact knowledge where he possesses nothing but the vague basis of antiquarian conjecture.
It is sufficiently clear (and the reading of any of our most positive modern authorities upon Domesday will make it clearer) that no sort of statistical exactitude can be arrived at for the population of the boroughs in the early Middle Ages. But when we consider that Reading is certainly underestimated, and when we consider the detail in which we are informed of Old Windsor, Wallingford, and Oxford, with the neglect of Abingdon, Lechlade, Cricklade, and Dorchester, one can roughly say that the Thames above London possessed in Staines, Windsor, Cookham, probably Henley, perhaps Bensington, Dorchester, Eynsham, and possibly Buscot, large villages varying from some hundreds in population to a little over 1000, not defended, not reckoned as towns, and agricultural in character. To these we may add Chertsey, Ealing, and a few others whose proximity to London makes it difficult for us to judge except in the vaguest way their true importance.
In another category, possessing a different type of communal life, already thinking of themselves as towns, we should have Cricklade, Lechlade, Abingdon, and Kingston among the smaller, though probably possessing a population not much larger than that of the larger villages; while of considerable centres there were but three: Reading the smallest, almost a town, but one upon which we have no true or sufficient data; Wallingford the largest, with the population of a flourishing county town in our own days, and Oxford, a place which, though in worse repair, ran Wallingford close.
Henley affords an interesting study. At the time of the Conquest, Bensington was no longer, Henley not yet, a borough. To trace the growth of Henley is especially engrossing, because it is one of the very rare examples of a process which earlier generations of historians, and notably the popular historians like Freeman and the Rev. Mr Green, took to be a common feature in the story of this island. They were wrong, of course, and they have been widely and deservedly ridiculed for imagining that the greater part of our English boroughs grew up since the barbarian invasions upon waste places. On the contrary most of our towns grew up upon Roman and pre-Roman foundations, and are continuous with the pre-historic past. But Henley forms a very interesting exception.
Anche Reading presenta un enigma simile sul versante civile. Si trova all’incrocio di due corsi d’acqua: uno di questi conduce direttamente dalla valle del Tamigi verso l’Ovest dell’Inghilterra; tuttavia, non sembra aver avuto un’importanza civile significativa fino alla fondazione del suo monastero; e nemmeno allora si trattava di una città di dimensioni o ricchezza particolari. Inoltre, ha raggiunto la sua posizione attuale solo in un periodo molto tardo della storia del paese.
Al tempo del Domesday Survey, in termini di numero di recinti registrati, Old Windsor rappresentava meno di un terzo dell’intera area; e, tenendo conto di eventuali omissioni o di alcune usanze locali che ne escludevano la soggettività alle tasse imposte dalla Corona, si può considerare che in quel momento fosse poco più di un semplice villaggio.
La dimensione di Oxford in quel periodo l’abbiamo già menzionata, ma poiché, come ogni altra conclusione basata sui dati del Domesday Book, la questione è diventata oggetto di intense discussioni, forse vale la pena esaminarla nuovamente e più in dettaglio in questo contesto.
Ricordiamo innanzitutto che l’ultimo pregiudizio da cui la nostra scuola storica ha sofferto, e che ancora persiste nella sua parte più ortodossa, è stato quello di sminuire al massimo l’influenza generale della civiltà europea sull’Inghilterra; di esaltare, ad esempio, i missionari celti e il loro operato a scapito di Sant’Agostino, di cercare origini politiche oscure tra i pirati del Mar del Nord, di attribuire ogni possibile etimologia a radici barbariche, e di ridurre al minimo l’importanza dell’Inghilterra romana e dell’antica Inghilterra medievale – cioè delle due epoche in cui l’Inghilterra era più strettamente connessa alla vita generale dell’Europa.
Alla luce di questo pregiudizio, che è tanto più amaro perché strettamente legato alla religione e alle accese passioni teologiche delle nostre università, possiamo sempre affidarci alle valutazioni moderne più ottimistiche riguardo a ricchezza, popolazione e influenza, quando si tratta di queste civiltà; al contrario, possiamo sempre considerare le cifre e l’effetto dell’elemento barbarico nella nostra storia come le stime moderne più pessimistiche.
Per tornare al tema che abbiamo già brevemente trattato e per stabilire un confronto con Wallingford, la parola “haga”, che abbiamo visto avere un valore molto dubbia nel caso di Wallingford, viene sostituita a Oxford con la parola “mansio”. Le unità imponibili così elencate ammontano a poco più di 600, ma di queste più della metà sono indicate come non imponibili o imponibili in modo imperfetto con gli epiteti “Uasta” e “Uastæ”. Non sappiamo esattamente cosa significhi questo epiteto; potrebbe significare qualsiasi cosa, da “in cattive condizioni” a “esentate dall’imposta perché non soddisfano il nostro nuovo standard di mantenimento delle abitazioni nei borghi, e perché vogliamo dar loro tempo per mettersi in ordine”, fino alla comune interpretazione del termine come “distrutte”.
Sappiamo che alla fine dell’undicesimo secolo, o in qualsiasi periodo precedente al tredicesimo, le persone che vivevano sotto il proprio tetto abitavano in case molto basse; per unità di superficie, gli spazi interni di queste umili dimore erano inferiori a quelli delle moderne baraccopoli. D’altra parte, sappiamo che la popolazione trascorreva gran parte del tempo all’aperto, dormiva ammassata insieme, e che una percentuale molto elevata – di cui non possiamo precisare l’esatta entità, ma probabilmente circa la metà della popolazione totale di un borgo normanno – era legata alle enormi istituzioni comunitarie dell’epoca: militari, ecclesiastiche e, naturalmente, anche commerciali. Sappiamo inoltre che lo spazio abitato allora corrispondeva più o meno all’area delimitata dalle antiche mura; oggi, nonostante i nostri grandi edifici pubblici vuoti, le case ricche scarsamente popolate e i giardini universitari, tale spazio potrebbe comodamente ospitare circa 5000 persone. Possiamo quindi azzardare un’ipotesi: l’>Oxford del periodo della Conquista doveva contare almeno 3000 abitanti, e difficilmente più di 10.000. Queste sono solo stime approssimative; chiunque pretenda di fornire cifre più precise sta semplicemente imponendo ai propri lettori l’illusione di una conoscenza certa, quando in realtà si basa soltanto su vaghe congetture storiche.
È abbastanza chiaro (e la lettura di qualsiasi autore moderno che si occupi dell’argomento lo renderà ancora più evidente) che non è possibile raggiungere alcuna precisione statistica riguardo alla popolazione dei borghi nell’alto Medioevo. Tuttavia, se consideriamo che Reading viene sicuramente sottovalutata, e se teniamo conto dei dettagli disponibili su Old Windsor, Wallingford e Oxford, rispetto all’ignoranza riguardante Abingdon, Lechlade, Cricklade e Dorchester, si può affermare in modo approssimativo che il corso del Tamigi a monte di Londra presentava, in località come Staines, Windsor, Cookham, probabilmente Henley, forse Bensington, Dorchester, Eynsham e possibilmente Buscot, grandi villaggi la cui popolazione variava da alcune centinaia a poco più di mille abitanti. Questi villaggi non erano fortificati, non venivano considerati città e avevano un carattere agricolo. A questi possiamo aggiungere Chertsey, Ealing e altri ancora la cui vicinanza a Londra rende difficile valutarne con precisione l’importanza reale.
In un’altra categoria, caratterizzata da un diverso tipo di vita comunitaria e in cui le località venivano già considerate città, avremmo dovuto includere Cricklade, Lechlade, Abingdon e Kingston tra i centri più piccoli; tuttavia, la loro popolazione probabilmente non era molto maggiore rispetto a quella dei villaggi più grandi. Tra i centri di dimensioni considerevoli, ce n’erano soltanto tre: Reading, il più piccolo, quasi una città, ma su cui non disponiamo di dati veritieri o sufficienti; Wallingford, il più grande, con una popolazione paragonabile a quella di una prospera città conteale ai nostri giorni; e Oxford, un luogo che, sebbene in condizioni peggiori, era comunque molto simile a Wallingford per dimensioni e importanza.
Henley rappresenta un caso di studio interessante. Al momento della Conquista, Bensington non era ancora considerato un borgo, così come Henley; quindi seguire lo sviluppo di Henley è particolarmente affascinante. Si tratta infatti di uno dei rari esempi di un processo che generazioni precedenti di storici, soprattutto quelli più divulgativi come Freeman e il reverendo Green, ritenevano fosse una caratteristica comune nella storia di questa isola. Naturalmente si sbagliavano: è stato ampiamente e meritatamente ridicolizzato l’idea che la maggior parte dei nostri borghi inglesi sia sorta dopo le invasioni barbariche su territori incolti. Al contrario, la maggior parte delle nostre città sorge su fondamenta romane e pre-romane e rappresenta una continuità con il passato preistorico. Ma Henley costituisce un’eccezione molto interessante.
It was a hamlet which went with the manor of Bensington, and that point alone is instructive, for it points to the insignificance of the place. When the lords of Bensington went hunting up on Chiltern they found on the far side of the hill, it may be presumed, a little clearing near the river. This was all that Henley was, and it is probable that even the church of the place was not built until quite late in the Christian period; there is at any rate an old tradition that Aldeburgh is the mother of Henley, and it is imagined by those who wrote monographs upon the locality that this tradition points to the church of Aldeburgh as the mother church of what was at first a chapel upon the riverside.
When we first hear of Henley it is already called a town, and the date of this is the first year of King John, 1199.
It must be remembered that the river had been developed and changed in that first century of orderly government under the Normans. Indeed one of the reforms which the aristocracy made much of in their revolt, and which is granted in Magna Charta, is the destruction of the King’s weirs upon the Thames. But the weirs cannot have been permanently destroyed; though the public rights over the river were curtailed by Magna Charta, the system of regulation was founded and endured. It is probably this improvement on the great highway which led to the growth of Henley, and when Reading Minster had become the great thing it was late in the twelfth century, Henley must have felt the effect, for it would have afforded the nearest convenient stage down the river from the new and wealthy settlement round the Cluniac Abbey. In the thirteenth century — that is, in the first hundred years after the earliest mention we have of the place — Henley became rapidly more and more important. It seems to have afforded a convenient halting place whenever progress was made up river, especially a royal progress from Windsor. Edward I. stayed there constantly, and we possess a record of three dates which are very significant of this kind of journey. In the December of 1277 the King goes up river. On the sixteenth of the month he slept at Windsor, on the seventeenth at Henley, the next day at Abingdon; and in his son’s time Henley has grown so much that it counts as one of the three only boroughs in the whole of Oxfordshire: Oxford and Woodstock are the two others.
It was in the thirteenth century also that a bridge was thrown across the river at this point — that is, Henley possessed a bridge long before Wallingford, and at a time when the river could be crossed by road in but very few places. The granting of a number of indulgences, and the promises of masses in the middle of the thirteenth century for this object, give us the date; and, what is perhaps equally interesting, this early bridge was of stone.
It is usual to think of the early bridges over the Thames as wooden bridges. Aft older generation was accustomed to many that still remained. This was true of the later Middle Ages, and of the torpor and neglect in building which followed the Reformation. But it was not true of the thirteenth and fourteenth centuries. The bridge at Henley, like the bridge of Wallingford and the later bridge of Abingdon, was of stone.
It was allowed to fall into decay, and when Leland crossed the river at this point it was upon a wooden bridge, the piers of which stood upon the old foundation. How long that wooden bridge had existed in 1533, when Leland noticed it, we cannot tell, but it remained of wood until 1786, when the present bridge replaced it.
In spite of the early importance of the town, it was not regularly incorporated for a long time, but was governed by a Warden, the first on the list being the date of 1305, within the reign of Edward I. The charter which gave Henley a Mayor and Corporation was granted as late as the reign of Henry VIII. and but a few years before Leland’s visit. From that moment, however, the town ceased to expand, either in importance or in numbers; the destruction of Reading Abbey and of the Cell of Westminster at Hurley just over the river, very possibly affected its prosperity. At the beginning of the nineteenth century it had a population of less than 3000, and sixty years later it had not added another 1000 to that number.
Maidenhead follows, for centuries, a sort of parallel course to the development of Henley.
Recently, of course, it has very largely increased in population, and in this it is an example in a minor degree of what Reading and Oxford are in a major degree — that is, of the changes which the railway has made in the Thames Valley. But until the effect of the railway began to be felt Maidenhead was the younger and parallel town to Henley.
For example, though we cannot tell exactly when Maidenhead Bridge was
built, we may suppose it to have been some few years after Henley
Bridge. It already exists and is in need of repair in 1297. Henley
Bridge is founded more than a generation earlier than that.
“Maidenhythe,” as it was called, has been thought to have been before the building of this bridge a long timber wharf upon the river, but that is only a guess. There must have been some local accumulation of wealth or of traffic or it would not have been chosen as a site for the new bridge which was somewhat to divert the western road.
Originally, so far as we can judge, the main stream of gravel crossed the Thames at Cookham, and again at Henley. Why this double crossing should have been necessary it is useless to conjecture unless one hazards the guess that the quality of the soil in very early times gave so much better going upon the high southern bank of the river that it was worth while carrying the main road along the bank, even at the expense of a double crossing of the stream. If that was the case it is difficult to see how a town of the importance of Marlow could have grown up upon the farther shore; that Marlow was important we know from the fact that it had a Borough representation in Parliament in the first years of that experiment before the close of the thirteenth century.
Era un piccolo villaggio che faceva parte della tenuta di Bensington, e proprio questo fatto è significativo, poiché dimostra l’insignificanza di quel luogo. Quando i signori di Bensington andavano a caccia nelle zone di Chiltern, probabilmente trovavano, sul versante opposto della collina, una piccola radura vicino al fiume. Questo era tutto ciò che costituiva Henley; è anche probabile che la chiesa del luogo sia stata costruita solo in un periodo molto tardo del Cristianesimo. Esiste infatti un’antica tradizione secondo cui Aldeburgh sarebbe la “madre” di Henley, e coloro che hanno scritto monografie su questa zona ritengono che questa tradizione faccia riferimento alla chiesa di Aldeburgh come chiesa madre di ciò che inizialmente era solo una cappella sulle rive del fiume.
Quando sentiamo parlare per la prima volta di Henley, è già definita una città; questa data corrisponde al primo anno del regno di Re Giovanni, ovvero il 1199.
È necessario ricordare che il >fiume fu modificato e sviluppato nel primo secolo di governo ordinato sotto i Normanni. Infatti, una delle riforme di cui l’aristocrazia fece molto le lodi durante la loro rivolta, e che venne confermata nella Magna Carta, consisteva nella distruzione dei dighe reali sul Tamigi. Tuttavia, tali dighe non potevano essere distrutte permanentemente; sebbene i diritti pubblici sul >fiume fossero limitati dalla Magna Carta, il sistema di regolamentazione si affermò e sopravvisse. Probabilmente proprio questo miglioramento delle condizioni del fiume contribuì alla crescita di Henley: quando Reading Minster divenne un importante centro nel tardo XII secolo, Henley ne trasse sicuramente beneficio, essendo la località più vicina e comoda lungo il corso del fiume rispetto alla nuova e prospera colonia sorta intorno all’abbazia di Cluniac. Nel XIII secolo – cioè nei primi cento anni dopo le prime menzioni di questa città – Henley divenne sempre più importante. Sembrava rappresentare un punto di sosta ideale ogni volta che si procedeva verso nord lungo il fiume, soprattutto durante i viaggi reali da Windsor. Edoardo I soggiornò spesso lì e possediamo documenti relativi a tre date particolarmente significative per questo tipo di viaggi. Nel dicembre 1277 il re salpò verso nord lungo il fiume: il sedicesimo giorno dormì a Windsor, il diciassettesimo a Henley e il giorno successivo ad Abingdon. Nel periodo del figlio di Edoardo I, Henley aveva già raggiunto un tale livello di importanza da essere considerata uno dei soli tre borghi dell’intero Oxfordshire, insieme a Oxford e Woodstock.
Fu anche nel tredicesimo secolo che venne costruito un ponte in questo punto del fiume: quindi Henley possedeva già un ponte molto prima di Wallingford, in un’epoca in cui il fiume poteva essere attraversato da strade solo in pochi luoghi. L’assegnazione di numerose indulgenze, nonché le promesse di celebrare messe a questo scopo a metà del tredicesimo secolo, ci forniscono la data esatta; e, cosa forse altrettanto interessante, questo primo ponte era costruito in pietra.
È comune considerare i primi ponti sul Tamigi come ponti in legno. Poiché le generazioni più anziane erano abituate a molti di questi ponti ancora esistenti, ciò era vero anche per il tardo Medioevo, nonché per il periodo di stagnazione e trascuratezza nella costruzione che seguì la Riforma. Tuttavia, questo non valeva per i secoli XIII e XIV: il ponte di Henley, così come quello di Wallingford e quello successivo di Abingdon, erano in pietra.
Fu lasciato che andasse in rovina; quando Leland attraversò il fiume in quel punto, lo fece su un ponte di legno i cui piloni poggiavano su fondamenta antiche. Non sappiamo da quanto tempo esistesse quel ponte di legno nel 1533, quando Leland lo notò, ma rimase di legno fino al 1786, anno in cui fu sostituito dal ponte attuale.
Nonostante l’importanza che la città rivestiva fin dai tempi antichi, non fu ufficialmente incorporata per molto tempo; veniva invece governata da un Warden, il primo di cui si ha traccia risale al 1305, durante il regno di Edoardo I. La carta che conferì a Henley il diritto di avere un Sindaco e una Corporazione fu concessa soltanto durante il regno di Enrico VIII, pochi anni prima della visita di Leland. Da quel momento in poi, la città smise di espandersi, né in termini di importanza né di popolazione; la distruzione dell’Abbazia di Reading e della Cella di Westminster a Hurley, situata proprio dall’altra parte del fiume, probabilmente influenzò negativamente la sua prosperità. All’inizio del XIX secolo la sua popolazione era inferiore ai 3000 abitanti, e sessant’anni dopo non aveva aumentato di oltre 1000 unità.
Maidenhead, per secoli, ha seguito più o meno lo stesso percorso di sviluppo di Henley.
Di recente, ovviamente, la sua popolazione è aumentata notevolmente; in questo senso, rappresenta, sebbene in misura minore, ciò che Reading e Oxford rappresentano su larga scala: cioè i cambiamenti che il ferrovia ha apportato nella valle del Tamigi. Ma prima che gli effetti della ferrovia cominciassero a farsi sentire, Maidenhead era una città più giovane e parallela a Henley.
Ad esempio, sebbene non possiamo sapere con precisione quando sia stato costruito il ponte di Maidenhead…
Titolo:
Presumibilmente, alcuni anni dopo Henley…
Ponte. Già esiste, ma necessita di riparazioni nel 1297… Henley
Bridge è stato fondato più di una generazione prima di allora.
“Maidenhythe”, come veniva chiamata, si pensava che prima della costruzione di questo ponte fosse un lungo molo in legno sul fiume, ma questa è solo un’ipotesi. Doveva esserci sicuramente una qualche forma di accumulo di ricchezza o di intenso traffico nella zona, altrimenti non sarebbe stata scelta come sito per il nuovo ponte, che aveva lo scopo di deviare in parte la strada occidentale.
In origine, per quanto possiamo giudicare, il corso principale di ghiaia attraversava il Tamigi a Cookham e poi nuovamente a Henley. È inutile ipotizzare il motivo per cui fosse necessario questo doppio attraversamento, se non si osa supporre che, in tempi molto antichi, la qualità del terreno sul lato meridionale del fiume rendesse particolarmente agevole il transito, al punto da rendere vantaggioso costruire la strada principale lungo quel versante, anche a scapito di un doppio attraversamento del corso d’acqua. Se questa era davvero la situazione, è difficile comprendere come una città di importanza come Marlow potesse essere sorta sulla sponda opposta; sappiamo che Marlow fosse importante perché aveva rappresentanti in Parlamento negli anni iniziali di quell’esperimento politico, prima della fine del XIII secolo.
At any rate, whatever the reason was, whether from some pre-historic conditions having brought the road across the peninsula at this point, or, as is more likely, on account of some curious arrangement of mediæval privilege, it is fairly certain that, in the centuries before the great development of the thirteenth, travel did come across the river in front of Cookham, recross it in front of Henley, and so make over the Chilterns to the great main bridge at Wallingford, which led out to the Vale of the White Horse and the west country.
The importance of Cookham in this section of the road is shown in several ways. First the great market, in Domesday bringing in customary dues to the King of twenty shillings — and what twenty shillings means in Domesday in mere market dues one can appreciate by considering that all the dues from Old Windsor only amounted to ten pounds. Then again it was a royal manor which, unlike most of the others, was never alienated; it was not even alienated during the ruin and breakdown of the monarchy which followed the Dissolution of the monastic orders.
To this day traces remain of the road which joined this market to the second crossing at Henley.
We may presume that the importance of Cookham was maintained for some two centuries after the Conquest, until it was outflanked and the stream of its traffic diverted by the building of the bridge at Maidenhead.
Just as this bridge came later than the Bridge at Henley, so it was inferior to it in structure; it was, as we have seen, of timber, but such as it was, it was the cause of the growth of Maidenhead much more than was the bridge at Henley the cause of the growth of Henley. The first nucleus of municipal government grows up in connection with the Bridge Guild; the Warden and the Bridge Masters remain the head of the embryonic corporation throughout the sixteenth and seventeenth centuries, and even when the town is incorporated (shortly before the close of the seventeenth century), by James II., the maintenance and guardianship of the wooden bridge remained one of the chief occupations of the new corporation.
It was just after the granting of the Charter that the army of William III. marched across this bridge on its way to London, an episode which shows how completely Maidenhead held the monopoly of the Western road. The present stone bridge was not built to replace the old wooden one until the last quarter of the eighteenth century, parallel in this as in everything else to the example of Henley; and this position of inferiority to Henley, and of parallel advance to that town, is further seen in the statistics of population. In 1801, when Henley already boasted nearly 2000 souls, Maidenhead counted almost exactly half that number. The later growth of the place is quite modern.
The antiquity of the crossing of the Thames at Cookham is supported by a certain amount of pre-historic evidence, worth about as much as such evidence ever is, and about as little. Two Neolithic flint knives have been found there, a bronze dagger sheath and spear-head, a bronze sword, and a whole collection or store of other bronze spear-heads. Such as it is, it is a considerable collection for one spot.
Cookham has not only these pre-historic remains; it has also fragments of British pottery found in the relics of pile dwellings near the river, and two Roman vases from the bed of the stream; it has further furnished Anglo-Saxon remains, and, indeed, there are very few points upon the river where so regular a continuity of the historic and the pre-historic is to be discovered as in the neighbourhood of this old ford.
In was in the course of the Middle Ages, and after the Conquest, that new Windsor rose to importance. It is not recognised as a borough before the close of the thirteenth century; it is incorporated in the fifteenth.
Reading certainly increased considerably with the continual stream of wealth that poured from the abbey; it possessed in practice a working corporation before the Dissolution, was famous for its cloth long before, and had become, in the process of years, an important town that rivalled the great monastery which had developed it; indeed it is probable that only the privileges, the conservatism, of the abbey forbade it to be recognised and chartered before the Reformation.
Abingdon also grew (but with less vigour), also had a manufactory of cloth, though of a smaller kind, and was also worthy of incorporation at the end of the Middle Ages.
Staines cannot take its place with these, for in spite of its high strategical value, of its old Roman tradition, of its proximity to London and the rest, Staines was throughout the Middle Ages, and till long after, rather a village than a town. Though a wealthy place it is purely agricultural in the Domesday Survey, and the comparative insignificance of the spot is perhaps explained by the absence of a bridge. That absence is by no means certain. Staines after all was on the great military highway leading from London westward, and it must have been necessary for considerable forces to cross the river here throughout the Dark Ages and the early Middle Ages, as did for instance, at the very close of that period, the barons on their way to Runnymede; and far earlier the army that marched hurriedly from London to intercept the Danes in 1009, when the pagans were coming up the river, and whether by the help of the tide or what not, managed to get ahead of the intercepting force. But if a bridge existed so early as the Conquest, we have no mention of it. The first allusion to a bridge is in the granting of three oaks from Windsor for the repairing of it in 1262. It may have existed long before that date, but it is significant that in the Escheats of Edward III., and as late as the twenty-fourth year of his reign — that is, after the middle of the fourteenth century — it is mentioned that the bridge existed since the reign of Henry III., which would convey the impression that in 1262 the bridge had first needed repairing, being built, perhaps, in the earlier years of the reign and completed, possibly, but a little after the death of King John.
In ogni caso, qualunque ne fosse la ragione – se dovuta a condizioni preistoriche che avevano fatto sì che la strada attraversasse la penisola in quel punto, o, come è più probabile, a qualche particolare disposizione legata ai privilegi medievali – è abbastanza certo che, nei secoli precedenti lo sviluppo significativo del XIII secolo, i viaggiatori attraversassero il >fiume davanti a Cookham, lo attraversassero di nuovo davanti a Henley e proseguissero poi attraverso le colline dei Chilterns fino al grande ponte principale di Wallingford, che conduceva al Vale of the White Horse e alla regione occidentale del paese.
L’importanza di Cookham in questa parte della strada si manifesta in diversi modi. Innanzitutto, il suo grande mercato generava, nel periodo del Domesday, tributi abituali per un importo di venti scellini al Re; e ciò che questi venti scellini rappresentavano in termini di entrate derivanti dal mercato, si può comprendere considerando che tutti i tributi riscossi da Old Windsor ammontavano soltanto a dieci sterline. Inoltre, Cookham era una tenuta reale che, a differenza della maggior parte delle altre, non fu mai alienata; non venne nemmeno ceduta durante il declino e la dissoluzione della monarchia che seguirono la soppressione degli ordini monastici.
Ancora oggi si possono trovare tracce della strada che collegava questo mercato al secondo incrocio di Henley.
Si può presumere che l’importanza di Cookham sia rimasta invariata per circa due secoli dopo la Conquista, fino a quando non è stata messa in ombra dalla costruzione del ponte a Maidenhead, che ha deviato il flusso del traffico che vi passava.
Proprio come questo ponte fu costruito in un momento successivo rispetto al Ponte di Henley, anche la sua struttura era inferiore a quella del primo; essendo realizzato in legno, contribuì in modo significativo allo sviluppo della città di Maidenhead, molto più di quanto il Ponte di Henley abbia influenzato lo sviluppo di Henley stesso. Il primo nucleo dell’amministrazione comunale nacque proprio in relazione alla corporazione dei costruttori di ponti; il Warden e i responsabili della gestione dei ponti rimasero a capo di questa entità embrionale per tutto il XVI e il XVII secolo. Anche quando la città fu ufficialmente istituita (poco prima della fine del XVII secolo) da re Giacomo II, la manutenzione e la protezione del ponte in legno rimasero tra le principali responsabilità della nuova corporazione comunale.
Fu proprio subito dopo l’approvazione della Carta che l’esercito di Guglielmo III attraversò questo ponte sulla sua strada verso Londra; un episodio che dimostra quanto Maidenhead detenesse completamente il monopolio sulla strada occidentale. L’attuale ponte in pietra fu costruito solo nell’ultimo quarto del XVIII secolo, per sostituire l’antico ponte in legno, e in questo, come in tutto il resto, seguì l’esempio di Henley; questa posizione di inferiorità rispetto a Henley, unita al fatto che lo sviluppo di Maidenhead avvenne parallelamente a quello della città stessa, si riscontra anche nelle statistiche demografiche. Nel 1801, mentre Henley contava già quasi 2000 abitanti, Maidenhead ne aveva quasi la metà. Lo sviluppo successivo di questa località è decisamente moderno.
L’antichità del punto di attraversamento del Tamigi a Cookham è supportata da una certa quantità di prove preistoriche; tuttavia, il loro valore reale è difficile da stimare con precisione. Sono stati trovati lì due coltelli di selce del Neolitico, un fodero e una punta di lancia in bronzo, una spada in bronzo, nonché un’intera collezione di altre punte di lancia in bronzo. Per quanto riguarda questa zona specifica, si tratta davvero di una collezione considerevole.
Cookham non possiede soltanto questi resti preistorici; vi sono anche frammenti di ceramica britannica trovati tra i reperti delle abitazioni costruite su palafitti vicino al fiume, oltre a due vasi romani rinvenuti nel letto del ruscello. Inoltre, sono presenti anche resti anglosassoni; infatti, ci sono pochissimi luoghi lungo il fiume dove si possa osservare una continuità così regolare tra elementi storici e preistorici come in questa zona vicino all’antico guado.
Fu durante il Medioevo, e dopo la Conquista, che il nuovo Windsor divenne importante. Non fu riconosciuto come borgo prima della fine del XIII secolo; fu incorporato nel XV secolo.
La cultura e la lettura aumentarono certamente notevolmente con il flusso continuo di ricchezze proveniente dall’abbazia; essa possedeva già una struttura organizzata prima della Dissoluzione, era famosa da molto tempo per i suoi tessuti, e nel corso degli anni si era trasformata in una città importante, in grado di competere con l’immensa abbazia che l’aveva fatta crescere. È probabile che siano stati proprio i privilegi e il conservatorismo dell’abbazia a impedire che venisse riconosciuta e dotata di statuti ufficiali prima della Riforma.
Anche Abingdon crebbe (sebbene con minore slancio); possedeva anche una fabbrica di tessuti, sebbene di dimensioni più ridotte, e alla fine del Medioevo meritava anch’essa di essere elevata allo status di città.
Staines non poteva occupare un posto di rilievo tra queste località, perché, nonostante il suo alto valore strategico, la sua antica tradizione romana, la sua vicinanza a Londra e ad altre città importanti, per tutto il Medioevo, e anche molto tempo dopo, era più un villaggio che una città. Sebbene fosse un luogo prospero, nelle registrazioni del Domesday Survey risultava esser puramente agricolo; la sua relativa insignificanza potrebbe essere spiegata dall’assenza di un ponte. Tuttavia, questa assenza non è affatto certa: Staines si trovava infatti sulla grande strada militare che portava da Londra verso ovest, e doveva essere necessario per l’attraversamento del fiume da parte di grandi forze militari durante il Medioevo e all’inizio dell’Età Moderna; ad esempio, alla fine di quel periodo, i baroni vi passarono per recarsi a Runnymede. Ancora prima, nel 1009, l’esercito britannico si mosse rapidamente da Londra per intercettare le truppe danesi che stavano risalendo il fiume; non sappiamo se riuscirono a farlo grazie alla marea o ad altri mezzi, ma è certo che il ponte esistesse già in quel periodo. La prima menzione di un ponte a Staines risale al 1262, quando vennero concessi tre querce da Windsor per la sua riparazione; potrebbe quindi essere esistito anche molto prima di quella data. Tuttavia è significativo che nelle registrazioni relative ai beni confiscati durante il regno di Edoardo III, e fino al ventiquattresimo anno del suo governo – cioè dopo la metà del XIV secolo – si menzioni esplicitamente l’esistenza del ponte fin dal regno di Enrico III; questo suggerisce che la sua costruzione risalga agli anni iniziali del regno di Enrico III, e che la riparazione necessaria fosse effettuata solo nel 1262.
This bridge of Staines was most unfortunate. It broke down again and again. Even an experiment in stone at the end of the last century was a failure, because the foundations did not go deep enough into the bed of the river. An iron absurdity succeeded the stone, and luckily broke down also, until at last, in the thirties of the nineteenth century, the whole thing was rebuilt, 200 yards above the old traditional site.
Staines is of interest in another way, because it marks one of those boundaries between the maritime and the wholly inland part of a river which is in so many of the English valleys associated with some important crossing. The jurisdiction of the port of London over the river extended as high as the little island just opposite the mouth of the Colne. On this island can still be seen the square stone shaft which is at least as old as the thirteenth century (though it stands on more modern steps), and which marks this limit, as it does also the shire mark between Middlesex and Buckingham.
We have, after the Dissolution it is true, and when the financial standing of most of these places had been struck a heavy blow, a valuable estimate for many of them in the inquiry ordered by Pole in 1555. This estimate gives Abingdon less than 1500 of population, Reading less than 3000, Windsor about 1000; and in general one may say that with the sixteenth century, whether the population was diminishing (as certainly contemporary witnesses believed), or whether it had increased beyond the maximum which England had seen before the Black Death, at any rate the relative importance of the various centres of population had not very greatly changed during those long five centuries of customary rule and of firm tradition. The towns and villages which Shakespeare would have passed in a journey up the river, though probably shrunk somewhat from what they had been in, let us say, the days of Edward I. or of his grandson, when the Middle Ages were in their full vigour and before the Black Death had ruined our countrysides, were still a string of some such large villages and small walled boroughs as his ancestry had seen for many hundred years, disfigured only and changed by the scaffolded ruins here and there of the great religious foundations. Windsor, Wallingford, Reading, Abingdon, and even Oxford, were towns appearing to him much as Lechlade to-day remains or Abingdon still. As for the riverside villages their agricultural and native population was certainly larger than that which they now possess; and in general the effect produced upon such a journey was of a sort of even distribution of population gradually increasing from the loneliness of the upper river to the growing sites between Windsor and London, but in no part exaggerated; larger everywhere in proportion to the importance of the stream, or of agricultural or of strategical position, and forming together one united countryside, bound together even in its architecture by the common commerce of the river.
The seventeenth and eighteenth centuries did little to disturb this equilibrium or to destroy this even tradition. The opening up of the waterways and the great improvement of the highroads, and the building of bridges, and the expansion of wealth at the end of the eighteenth century had indeed some considerable effect in increasing the population of England as a whole, but the smaller country towns, in the south at least, and in the Thames Valley, seem to have benefited fairly equally from the general change. The new canals, entering at Oxford and at Reading, gave a certain lead to both those centres, and even the Severn Canal, entering at Lechlade, did a little for that up-river town. The new fashion of the public schools (which had now long been captured by the wealthier classes) also increased the importance of Eton, and towards the close of the period the now rapidly expanding capital had overfed the villages within reach of London with a considerable accession of population. But it is remarkable how evenly spread was even this industrial development.
The twin towns of Abingdon and Reading, for instance, twin monasteries, twin corporations, had for all these centuries preserved their ratio of the up-country town and the larger centre that was the neighbour of London and Windsor. In the beginning of the nineteenth century, in spite of the general increase of population, that ratio was still well preserved: it is about three to one. But the Railway found one and left the other.
The Railway came, and in our own generation that ratio began to change out of all knowledge. It grows from four, five, six, to seven to one. After a short halt you have eight, nine and at last — after eighty years — more than ten to one. The last census (that of 1901) is still more significant: Abingdon positively declines, and the last ratio is twelve.
It is through the Railway, and even then long after its first effect might have been expected, that the Valley of the Thames, later than any other wealthy district in England, loses, as all at last are doomed to lose, its historic tradition, and suffers the social revolution which has made modern England the unique and perilous thing it is among the nations of the world.
Questo ponte di Staines fu davvero sfortunato: crollava continuamente. Anche un tentativo di costruirlo in pietra alla fine del secolo scorso fallì, perché le fondamenta non andavano abbastanza in profondità nel letto del fiume. Successivamente si provò con il ferro, ma anche questo progetto fallì. Fortunatamente, negli anni ’30 del XIX secolo l’intero ponte fu ricostruito, 200 metri più in alto rispetto alla posizione tradizionale.
Staines è interessante anche per un altro motivo: segna uno di quei confini tra la parte marittima e quella interamente interna di un fiume, confini che in molte valli inglesi sono legati a importanti attraversamenti. La giurisdizione del porto di Londra su questo fiume si estendeva fino all’isola situata proprio di fronte alla foce del Colne. Su quest’isola si può ancora vedere un pilastro di pietra quadrato, che risale almeno al XIII secolo (sebbene sia sormontato da gradini più moderni), e che segna questo confine, così come indica il limite tra le contee di Middlesex e Buckingham.
Dopo la Dissoluzione, è vero, e quando lo stato finanziario della maggior parte di questi luoghi subì un duro colpo, nel 1555 Pole ordinò un’indagine che fornì valutazioni molto utili per molti di essi. Secondo queste valutazioni, Abingdon contava meno di 1500 abitanti, Reading meno di 3000, Windsor circa 1000; in generale, si può dire che nel XVI secolo, sia che la popolazione stesse diminuendo (come certamente credevano i testimoni dell’epoca), sia che avesse aumentato oltre il massimo raggiunto dall’Inghilterra prima della Peste Nera, l’importanza relativa dei vari centri abitati non era cambiata in modo significativo in quei lunghi cinque secoli di governo consuetudinario e di solide tradizioni. Le città e i villaggi che Shakespeare avrebbe attraversato viaggiando lungo il fiume, sebbene probabilmente ridotti rispetto a quanto fossero stati, ad esempio, ai tempi di Edoardo I o di suo nipote, quando il Medioevo era al suo apice e la Peste Nera non aveva ancora devastato le campagne inglesi, erano comunque costituiti da villaggi piuttosto grandi e piccoli borghi fortificati, proprio come li avevano visti i suoi antenati per centinaia di anni; unici segni di cambiamento erano le rovine di alcune grandi fondazioni religiose sparse qua e là. Windsor, Wallingford, Reading, Abingdon, e persino Oxford gli apparivano città molto simili a come oggi sono Lechlade o Abingdon. Per quanto riguarda i villaggi lungo il fiume, la loro popolazione agricola e autoctona era sicuramente più numerosa rispetto a quella attuale; in generale, l’impressione che si riceveva viaggiando lungo il corso del fiume era quella di una distribuzione relativamente uniforme della popolazione, che aumentava gradualmente dalla solitudine delle zone più a monte fino alle aree più densamente popolate tra Windsor e Londra, senza alcun aspetto esagerato; la popolazione cresceva ovunque in proporzione all’importanza del fiume, alla posizione agricola o strategica dei luoghi, formando insieme un’unica campagna unitaria, anche nell’architettura, legata dallo stesso commercio fluviale.
I secoli diciassettesimo e diciottesimo non fecero quasi nulla per disturbare questo equilibrio né per distruggere questa tradizione ormai consolidata. L’apertura dei corsi d’acqua, il notevole miglioramento delle strade, la costruzione di ponti e l’aumento della ricchezza verso la fine del diciottesimo secolo ebbero effettivamente un impatto significativo sull’aumento della popolazione dell’Inghilterra nel suo complesso; tuttavia, anche le piccole città, soprattutto quelle del sud e della valle del Tamigi, sembrarono trarre benefici in modo più o meno equilibrato da questi cambiamenti. I nuovi canali, che si immettevano a Oxford e a Reading, favorirono lo sviluppo di entrambi questi centri; anche il canale Severn, che arrivava fino a Lechlade, contribuì allo sviluppo della città situata a monte. La nuova tendenza riguardante le scuole pubbliche (ormai controllate da tempo dalle classi più abbienti) aumentò inoltre l’importanza di Eton; verso la fine di quel periodo, la capitale, che si stava rapidamente espandendo, fece sì che i villaggi situati nei dintorni di Londra registrassero un notevole aumento della popolazione. È però straordinario quanto uniformemente si sia diffuso questo sviluppo industriale.
Ad esempio, le città gemelle di Abingdon e Reading – monasteri gemelli, aziende gemelle – avevano conservato per tutti questi secoli il loro rapporto: una città più rurale e l’altra un centro più grande, confinante con Londra e Windsor. All’inizio del XIX secolo, nonostante l’aumento generale della popolazione, quel rapporto era ancora ben mantenuto: circa tre a uno. Ma la ferrovia arrivò in una delle due città e lasciò l’altra indietro.
Arrivò la ferrovia, e nella nostra stessa generazione quel rapporto iniziò a cambiare in modo incredibile. Passò da quattro, cinque, sei a sette a uno; dopo una breve pausa arrivò ad otto, nove, e infine – dopo ottant’anni – superò i dieci a uno. L’ultimo censimento (quello del 1901) è ancora più significativo: Abingdon registrò un calo netto, e l’ultimo rapporto fu di dodici a uno.
È attraverso la ferrovia, e anche molto tempo dopo che si sarebbero potuti aspettare i suoi primi effetti, che la Valle del Tamigi, più tardi di qualsiasi altro ricco distretto d’Inghilterra, perde, come alla fine tutti sono destinati a perdere, le proprie tradizioni storiche e subisce quella rivoluzione sociale che ha reso l’Inghilterra moderna ciò che è oggi: un paese unico e pericoloso tra tutte le nazioni del mondo.