Indice
I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
X
XI
XII
XIII
XIV
XV
XVI
XVII
XVIII
Il frontespizio originale: Il Nobile Onorevole Wilfrid Delescue Halterton, membro del Parlamento, nato il 14 gennaio 1905. Padre: John Halterton di Reldwell Hall, Essex. Madre: L’onorevole Sarah Woolley. Studiò a Eton e al Merrion College di Cambridge, conseguendo un 3° posto con lode in Botanica nel 1936. Fu Postmaster-General durante il secondo mandato della signora Boulger (1960). Hobby: il golf. Single. Nessun nome né cognome noti.
Pagina del titolo della prima edizione
TO
Oriana Haynes
I
WILFRID HALTERTON, Postmaster-General durante il secondo mandato di Mrs. Boulger – ovvero nel 1960 – sedeva davanti al riscaldatore elettrico nella sala studio del suo nuovo appartamento, situato all’ultimo piano del nuovo edificio Clarence, con vista su Hyde Park dal lato nord. Stava aspettando una visita: si trattava di McAuley, il più giovane dei fratelli McAuley, James (non Andrew, il procuratore generale). L’appuntamento era stato fissato per le cinque di quel pomeriggio di martedì, in modo da lasciare abbastanza tempo al ministro per raggiungere quell’appartamento situato a nord del parco, dopo le domande della Camera dei Comuni. Non c’erano altre questioni urgenti da affrontare; quindi avrebbe potuto liberarsi nel tardo pomeriggio.
Era un uomo alto, dall’aspetto paziente, di cinquantacinque anni; aveva il viso piuttosto preoccupato, lunghi mustacchi grigi e lassi che pendevano, e un’espressione leggermente ansiosa sul volto. Quella sera sembrava ancora più ansioso del solito mentre sedeva lì. Temeva quasi quell’intervista che lo aspettava, ma doveva comunque affrontarla, e ne valeva la pena. Si trattava, naturalmente, di una questione legata alle grandi questioni pubbliche che un Capo Postale ha il compito di gestire. Riguardava un contratto, e il suo coinvolgimento in esso era sufficientemente soddisfacente.
Eppure era nervoso. James McAuley – “J.”, come lo chiamavano in città – apparteneva a quel tipo di persone che Wilfrid Halterton aveva imparato a conoscere bene durante la sua lunga esperienza nella vita pubblica; tuttavia, quella sua inquietudine era qualcosa che non riusciva mai del tutto a controllare. Gli uomini decisivi, quelli che sapevano già cosa avrebbero detto, che avevano tutte le loro forze pronte all’uso e le risorse necessarie a disposizione. Sì, era nervoso. Anche se negli ultimi mesi si era stretto una certa intimità con James McAuley, da quando il Partito Socialista era tornato al suo normale mandato sotto la guida di Mrs. Boulger, che lo aveva guidato per tanto tempo. Il Partito Anarchico, naturalmente, era di nuovo in opposizione; la loro figura più influente, sebbene non la loro leader, era Lady Caroline Balcombe, moglie del banchiere “Posh” Balcombe, una figura di spicco nell’ambiente anglo-americano.
James McAuley, “J.”, essendo il fratello dell’Attorney-General nel governo della signora Boulger, conosceva bene entrambi i partiti politici e era una persona di rilievo; un finanziere che svolgeva un ruolo fondamentale in numerosi importanti affari commerciali.
Da una stretta amicizia con un uomo del genere non potrebbe derivare nulla di negativo; inoltre, Wilfrid Halterton non aveva motivo di preoccuparsi per l’intervista imminente, almeno per quanto riguardava i risultati che essa avrebbe portato per lui. Aveva già concordato tutto con “J.”, e non restava altro da fare se non rileggere e firmare la lettera su cui avevano convenuto.
La televisione, che per molto tempo era stata considerata un’aspettativa, poi un esperimento, infine un semplice giocattolo, negli ultimi dieci anni si è sempre più avvicinata alla dimensione di una proposta commerciale concreta. La televisione funzionava già a brevi distanze; sembrava essere giunta appena al punto in cui diventasse praticabile anche su lunghe distanze e presentasse un alto valore commerciale.
Poco prima che gli Anarchici se ne andassero, circa sei mesi prima delle elezioni destinate a questo scopo, le condizioni erano già favorevoli per l’istituzione di un monopolio televisivo; si era anche parlato di crearlo, ma si ritenne meglio lasciare la decisione all’amministrazione socialista che sarebbe subentrata, poiché avrebbe avuto tutto il tempo necessario per organizzare questo nuovo servizio pubblico.
Naturalmente, il Servizio di Televisione, quando fosse in condizioni di funzionare correttamente, dovrebbe essere sotto il controllo del Governo. Dovrebbe inoltre operare in collaborazione con l’Ufficio Postale; sarebbe l’Ufficio Postale a decidere quale delle due principali compagnie concorrenti dovesse ottenere il monopolio.
Nessuno dei due gruppi aveva la minima obiezione al Controllo Pubblico. Questo veniva riconosciuto come una necessità – e, cosa ancora più importante per le persone pubbliche, come un dovere. Pertanto, ciascun gruppo aveva negoziato con i funzionari permanenti dell’Ufficio Postale, in attesa della decisione finale del proprio capo politico, su basi concordate con le autorità: la compagnia che avrebbe gestito in monopolio il nuovo sistema di televisione avrebbe ricevuto un sussidio, il diritto di fissare da sola i tariffe, di noleggiare apparecchiature a proprio piacimento e di stabilire qualsiasi costo ritenesse opportuno per l’installazione; inoltre, il Tesoro avrebbe garantito la compensazione dei eventuali danni.
Qualsiasi dei gruppi rivali riuscisse ad ottenere la gestione di questo servizio pubblico avrebbe naturalmente anche il diritto di nominare i propri dirigenti e il proprio staff di gestione, nonché di occupare tutti i posti disponibili. Infine, era prevista una legge speciale allegata al disegno di legge, che stabiliva che in caso di controversie non si potesse ricorrere ai tribunali ordinari, ma che la decisione di un funzionario dell’azienda chiamato “Arbitro” fosse definitiva. A coloro che potrebbero dissentire da questo sistema e lamentarsi che il controllo pubblico ne risulti compromesso, abbiamo una risposta ovvia: noi non siamo un popolo logico; abbiamo un talento naturale per i compromessi. Il vero criterio per valutare qualsiasi sistema non è la sua perfezione teorica, ma se funziona o meno. Questo sistema, che potremmo definire di “controllo pubblico modificato”, sicuramente funzionerebbe secondo l’unico criterio valido: la capacità di generare profitti per il monopolio che ne detiene l’esercizio.
Durrant’s e Reynier’s erano i nomi popolari dei due gruppi concorrenti. Il cosiddetto “gruppo Reynier” prendeva il nome dallo schermo che utilizzavano, un’invenzione del defunto Hector Reynier, un genio riconosciuto ma morto in grande povertà. L’altro gruppo, molto più noto, era la Durrant Imperial Television Company; prendeva il nome da Durrant, l’inventore originale, che aveva recentemente perso la vita in circostanze imbarazzanti; anch’egli un genio riconosciuto. Le finanze dell’azienda erano gestite da James McAuley – per intenderci, James Haggismuir McAuley, il cui nome completo testimoniava l’elevato status della sua famiglia materna.
Sia la situazione di Reynier che quella di Durrant prevedevano la produzione di strumenti privati a corto raggio per uso domestico fin dal 1953; entrambe le aziende erano ben affermate e le loro azioni avevano un valore superiore al normale. Tuttavia, quando la televisione a lungo raggio divenne una realtà – già sperimentata su distanze di quasi cento miglia e con prospettive di ulteriore espansione illimitata – si profilavano sviluppi molto più importanti. L’interesse politico e commerciale legato a questo settore ruotava attorno alla questione di quale dei due concorrenti avrebbe ottenuto il contratto e la licenza necessaria per proseguire con i propri progetti.
Le azioni televisive della Durrant erano conosciute come “Billies”. Inizialmente venivano chiamate “Tells”, poi “William Tells”, quindi “Williams”; infine, Capel Court stabilì questa denominazione di “Billies”, e così rimasero. Il 3 marzo 1960, in quel martedì, le azioni da 1 sterlina costavano 23 penny e 6 centesimi, oppure 24 penny.
Una decisione definitiva al riguardo era ancora attesa; tuttavia, esisteva una grande difficoltà che ostacolava tale decisione. Per quanto riguardava l’invio o la ricezione dei messaggi, non c’era molto da scegliere tra il sistema Reynier e quello di Durrant. La difficoltà principale stava nel stabilire chi, in definitiva, avrebbe dovuto possedere quel dispositivo chiamato “Dow’s Intensifier”.
Il brevetto di Dow era l’unico intensificatore che si fosse rivelato efficace. Con esso si ottenevano riproduzioni abbastanza chiare. Nessuno degli altri numerosi tipi concorrenti era riuscito a risolvere, come tutti sanno, il principale problema legato all’utilizzo pratico della televisione a lunga distanza; infatti, con gli intensificatori sperimentali e insoddisfacenti allora in uso, anche se l’immagine risultava visibile, era comunque quasi indistinguibile.
Durrant utilizzava, e ne parlava molto, un certo “Intensificatore di Murray”; ma si trattava solo di una farsa (dicevano le persone informate). Non funzionava, e non avrebbe mai potuto funzionare: si basava su un principio errato.
Per coloro che erano in grado di giudicare, il sistema Dow’s era indispensabile. Fino ad allora Reynier aveva utilizzato l’antico intensificatore Keeling, che per sua natura non era adatto per distanze lunghe. Ma circolavano voci ovunque; anzi, molte persone autorevoli affermavano che Reynier avesse un accordo segreto che gli garantiva il brevetto Dow’s per il futuro, o comunque si poteva dare per scontato che lo avrebbe ottenuto non appena avesse ricevuto l’autorizzazione necessaria. Tuttavia, la società Dow’s (Dow, un genio riconosciuto, era morto due anni prima; le difficoltà finanziarie avevano accelerato la sua fine) sosteneva sempre di essere completamente indipendente e negava categoricamente tutto ciò che veniva detto al contrario.
Tuttavia, il comitato di esperti incaricato dall’Ufficio Postale di valutare i due sistemi aveva espresso parere favorevole a quello di Reynier. Lo avevano fatto soprattutto perché erano convinti che tale sistema avrebbe portato allo sviluppo del brevetto di Dow. Erano certi che il sistema completamente diverso proposto da Murray, di cui parlava Durrant, non avrebbe mai funzionato. Solo il sistema di Dow poteva rendere praticabile la televisione a lunga distanza.
Ho detto che James McAuley era alla guida del gruppo di Durrant; si potrebbe addirittura affermare che fosse lui stesso Durrant. Era il vero padrone di quel gruppo. E fu soprattutto grazie alla fiducia che le persone avevano in lui che Billies riuscì a raggiungere una posizione così elevata, nonostante il rapporto del Comitato a favore dei loro rivali. Dopotutto, quel rapporto era ancora riservato e, cosa ancora più importante, poteva essere annullato dal Segretario di Stato che dirigeva il dipartimento. Una cosa era certa: chiunque ottenesse il monopolio avrebbe avuto Dow’s al proprio servizio. Poiché Dow’s non avrebbe potuto trovare altri mercati, e il nuovo mercato sarebbe stato immenso. Anche se Reynier avesse già avuto qualche influenza o diritto di prelazione, avrebbero dovuto vendere a Durrant’s, soprattutto se quest’ultimo avesse avuto il sostegno della P.M.G.
E c’era Wilfrid Halterton seduto ad aspettare James McAuley.
Il Capo Postale sapeva che quel McAuley, così diretto e risoluto nei suoi modi, sarebbe venuto a presentargli una proposta concreta; riguardo a quella proposta, Halterton era già stato contattato in diverse occasioni fin dai primi giorni di quella sessione, e quell’incontro rappresentava l’ultima e decisiva tappa di quel processo. Glielo aveva detto chiaro quando si erano incontrati soltanto ventiquattro ore prima nella stanza del Capo Postale alla Camera dei Comuni, e avevano concordato tutti i dettagli oralmente. Eppure quel statista esitava ancora, temendo ciò che stava per accadere. Era ancora in quello stato d’animo quando sentì il rumore dell’ascensore, una voce discreta alla porta che chiedeva se Halterton fosse dentro, e i passi leggeri ma decisi del suo visitatore nel corridoio.
Si alzò per accogliere quella figura familiare non appena entrò: una figura snella e compatta di un uomo più o meno della sua età, ma quanto diverso nell’aspetto: mani pronte ad afferrare qualcosa, labbra sotto controllo, occhi che scrutavano intorno ma fissi su di lui. E tutto questo era caratterizzato da una voce al contempo cortese e suadente.
“Non ti sembra freddo, J., vero?”, disse l’ospite. “Se sì, accendo anche l’altro riscaldatore.”
“No! Non fa freddo!” disse McAuley. “Stavo camminando. Un uomo dovrebbe camminare in questo tempo. Penso di essere un po’ in ritardo,” aggiunse, estraendo l’orologio. “Non vorrei assolutamente essere in ritardo.”
Poi si sedette e, senza alcuna preliminare, estrasse rapidamente un mazzo di fogli dalla tasca, ne guardò uno e lo aprì davanti a sé sul tavolo. Era un grande foglio di carta spessa, con lo stemma reale e la dicitura dell’Ufficio Postale Generale; conteneva circa venti righe di testo stampato in caratteri chiari.
Il Capo Postale aveva sempre sentito dire che nei momenti critici delle negoziazioni fosse importante alzarsi in piedi e far sedere l’altra parte. Aveva sempre creduto che questo gli desse una posizione dominante; gli era stato detto che faceva parte dei fondamenti del successo. Ma tutta questa conoscenza, per quanto valida, non gli fu di alcun aiuto, perché McAuley disse, con estrema gentilezza: “Siediti, Wilfrid. Così potrai leggerlo meglio. Possiamo esaminarlo insieme in un attimo.”
So Halterton si sedette, avvicinò la sedia e iniziò a studiare insieme al suo visitatore quel foglio scritto a macchina. Era indirizzato ai Direttori della Durrant Imperial; iniziava con le parole “Gentiluomini” e finiva con “Il vostro obbediente servitore”.
Quando Halterton ebbe letto la lettera, sospirò; McAuley, al contrario, emise un colpo di tosse secco e deciso, un colpo di tosse che sembrava un ordine velato.
“Tutti i punti principali sono lì, li noterete sicuramente,” disse. “Tutti i punti principali. È abbastanza semplice. Solo un promemoria. Ora siete d’accordo ad affidarci il contratto. Oh! È piuttosto generico. E basta. Oh! Saremo più che soddisfatti di così per procedere.”
“Sì,” rispose Halterton. “Sì. Sì. Penso che con gli occhiali vedrò meglio.”
Prese fuori la custodia degli occhiali, pulì con cura le lenti con un fazzoletto, se li mise, poi li tolse di nuovo, le pulì una seconda volta, se li rimise con molta attenzione, ma sbagliò a infilare il braccioello e passò un paio di secondi a provare a sistemarlo intorno all’orecchio, mentre il suo visitatore si agitava impazientemente. Alla fine, Wilfrid Halterton si decise finalmente ad iniziare a lavorare.
“Sì, è abbastanza chiaro,” disse. “Tutto ciò che hai detto ieri sarà più che sufficiente per agire, quando l’avrò firmato.” E sospirò di nuovo. Poi si alzò lentamente e iniziò a camminare avanti e indietro nella stanza, tenendo lo sguardo fisso sulla carta che McAuley continuava a tenere premuta davanti a lui con una mano ferma ma attenta, osservando attentamente il suo volto.
“Vedi, J.” disse il Capo Postale Generale, “il Comitato ha preso una decisione contro di te…”
“Abbiamo già discusso di questo argomento in passato,” intervenne McAuley in tono calmo e non scortese. “L’abbiamo fatto diverse volte ormai.”
“Certo, il rapporto del Comitato a favore di Reynier non è ancora stato reso pubblico, non ancora pubblico, ”
“Beh, beh. Era abbastanza pubblico da far sì che gli altri impazzissero quel giorno stesso,” disse il signor McAuley, ridendo sommessamente.
“Beh, quello che voglio dire. Il modo in cui vorrei esprimermi,” disse Halterton, “è che, certo, mi avete convinto abbastanza, ma quello che intendo è: se decidessi di andare contro il Comitato. No, quello che voglio dire è: se noi, il Dipartimento, dovessimo finalmente decidere di contravvenire alle decisioni del nostro stesso Comitato, perché, ”
J. McAuley tirò fuori di nuovo l’orologio.
“È un peccato sprecare tempo in queste cose, Wilfrid,” disse scuotendo la testa, ma senza enfasi. “Non sentirete più nulla al riguardo, credo, non c’è davvero nient’altro da aggiungere. Immagino che sia tutto deciso, ormai. L’avete già inserito nell’Ordine del Giorno?”
“Partirà stasera,” disse Halterton.
“Ecco fatto! Non vi avevo detto che era tutto sistemato?”
“Sì, ma si potrebbe sempre ritardare la discussione… intendo dire, bloccarla temporaneamente.”
“Oh! Che spreco!” disse McAuley, ancora con dolcezza, “tutto questo è davvero un enorme spreco di tempo. Tutto era stato risolto ieri.”
“McAuley,” disse il Capo Postale, sedendosi di nuovo e mettendo via gli occhiali, poi guardando verso la porta per un momento, “hai portato qualcosa scritto? Voglio dire, qualcosa per me? Non abbiamo ancora nulla di ufficiale, sai. Non su quel punto. Intendevo questo.”
“No, no,” disse J., più lentamente di quanto avesse mai parlato prima. Esaminò per un momento i suoi documenti, poi tornò a guardare la pagina su cui erano scritte quelle venti righe dattilate, con il titolo dell’Ufficio Postale in alto. “Questa tua nota indirizzata a noi è naturalmente la cosa più importante,” continuò.
“Dico, J, ”, rise nervosamente il Capo Postale Generale, “non avresti dovuto scriverlo su carta ufficiale, lo sai. Avresti dovuto lasciare che fossi io a farlo.”
“Eh, amico, ma stai tergiversando troppo!” — c’era un leggero accenno di irritazione nella voce calma di McAuley — “su cosa vuoi che lo scriva? Non aveva senso preparare un altro bozzo per una cosa così semplice. E poi, metterlo sul tuo foglio ufficiale dall’ufficio ha risparmiato tempo. Ne ho portati alcuni l’ultima volta che ti ho visto.”
“Ah, davvero?” disse lo statista. “Bene.”
Poi si rimise gli occhiali con calma e lesse lentamente ciò che aveva davanti a sé. Alzò lo sguardo.
“Ah, insomma… non è esattamente quello che intendevo dire. Che una cosa del genere venga da me… naturalmente.”
“Sì, certo,” disse McAuley, “di cosa altro potrebbe trattarsi? E se firmate semplicemente, tutto sarà a posto e pronto, e potremo procedere.”
“Beh, senza dubbio prima o poi dovrà essere scritto un memorandum del genere, ma dopotutto, spettava a me farlo, no?”
McAuley era così arrabbiato che andò troppo oltre; fece schioccare la lingua con impazienza.
“Sei davvero difficile, amico!”, disse, “molto difficile!” Mentre lo diceva, fece un mezzo sorriso contrariato. “Dai, su”, aggiunse più allegramente, “non posso iniziare a lavorare finché non firmi; abbiamo già concordato ieri, vero?”
“Va bene,” disse Halterton, “va bene. Ma voglio esprimermi in questo modo: penso che dovremmo scambiarci dei memorandum, eh? Contemporaneamente, eh? Non credi anche tu?”
“Cosa intendi esattamente?”, chiese McAuley con scetticismo.
“Perché,” rispose Halterton, “quando vi do questa accettazione della proposta, se firmo, significa che vi sto dando il contratto, no? Praticamente sì. L’avete spiegato abbastanza chiaramente.”
“Certo, è sufficiente per iniziare a lavorarci sopra. Ecco perché l’ho portato con me.”
“Sì, ma… c’è anche l’altra faccia della questione, sai.”
“Oh,” disse J. con cordialità, appoggiandosi allo schienale per la prima volta durante la conversazione, “volete che io scriva qui e ora tutto ciò che vi ho detto di recente riguardo alla vostra posizione nell’azienda. Nel caso in cui doveste decidere di dimettervi e andare in città, ad esempio?”
“Beh… sì… qualcosa del genere, insomma…”
“Ehi! Non è ancora il momento per farlo! Sai bene che sei ancora in carica. Vedi, ora che tutto è a posto, prima di firmare devo aggiungere la data di oggi.”
“Sì, lo so, lo so. Certo. Ma comunque, dovrei provare. Come posso dire,? Dovrei sentirmi un po’ più, normale.” Si alzò e osservò la persona che stava parlando.
“Oh, davvero interessante, ” ammise il persuasivo J., ancora seduto, e abbozzò un leggero sorriso. Rimase in silenzio per un momento, continuando a sorridere mentre valutava rapidamente tutte le conseguenze di quella situazione. Quello accordo lo avrebbe legato a Halterton; avrebbe creato una traccia documentale, con la partecipazione del Capo Postale scritta e firmata personalmente da J. Avrebbe inoltre dato a Halterton un potere su di lui. Ma d’altra parte, sembrava che Halterton insistesse molto, e quindi era necessario ottenere la sua firma il prima possibile.
“Molto bene,” disse finalmente. “Forse sarebbe stato meglio lasciare quella parte dell’accordo come un’intesa tra gentiluomini, basata su parole soltanto, ma forse hai ragione tu.”
Tra i fogli tirò fuori una pagina bianca, non vi scrisse alcuna data né indirizzo, e con la punta sottile e rigida della sua penna stilografica – simbolo dell’uomo stesso – scrisse rapidamente per diversi minuti, coprendo l’intera pagina con la sua calligrafia decisa. Poi porse il biglietto al Ministro. Halterton lo prese e lo lesse ad alta voce, lentamente:
Il signor James McAuley, finanziere, si occupa di rendere tutto regolare per il signor Wilfrid Halterton, statista e Segretario Generale delle Poste.
“Mio caro Halterton…”
“Lo dico così, Wilfrid,” intervenne J., “non è probabile che vi offrano qualcosa di più di un titolo di baronetto. E naturalmente non potrei chiamarvi Wilfrid. Che scegliate di essere Sir Wilfrid o meno, in entrambi i casi andrà allo stesso modo.”
“Bene,” sospirò Halterton, e ricominciò a leggere.
Mio caro Halterton,
Vorrei propormi qualcosa che spero sinceramente possiate accettare con favore. So quanto modestamente valutiate le vostre capacità, soprattutto nel campo degli affari; ma siete l’unico uomo in Inghilterra a farlo. Inoltre, il vostro incarico presso l’Ufficio Postale non solo vi ha fornito l’esperienza di cui abbiamo bisogno, ma vi ha anche valso il rispetto e l’ammirazione di tutti. Quindi quello che voglio chiedervi è semplicemente questo: “Ora che siete fuori dalla vita pubblica e, presumo, disponete di molto tempo libero, accettereste di assumere la carica di Amministratore della nostra società?” Da quando sono stato nominato Commissario Permanente, il consiglio di amministrazione ha discusso a lungo su chi dovesse essere scelto; ma non mi piacciono queste lunghe discussioni, né che ci sia una posizione vacante. Meno ancora mi piace dover svolgere due lavori contemporaneamente. Non c’è bisogno di dirvi che, quando è stato menzionato il vostro nome, siamo stati tutti d’accordo. L’unica questione era se foste disposti ad accettare. Sappiamo quanto apprezziate il vostro tempo libero. Ma vi prego, dite sì! Sarebbe un grande favore personale per me; e, cosa che temo sia ancora più importante, fareste davvero la differenza per questo servizio pubblico di fondamentale importanza. Sto mettendo tutto il mio impegno in questa proposta. Vi supplico, non rifiutate.
Per sempre
Jas. Haggismuir McAuley
Era una firma chiara e bella, degna dell’uomo il cui padre era nato nella famiglia Haggismuir di Haggismuir.
Il signor Wilfrid Halterton finì di leggerlo e alzò lo sguardo. C’era, il che era strano in un uomo di oltre cinquant’anni, soprattutto in uno per cui il suo genio lo aveva portato a ricoprire una delle più importanti cariche pubbliche del mondo, un lieve rossore sulle guance.
“Penso che, J, ”, disse, “sarebbe più, ehm, appropriato, non credi? Se solo scrivessi una postfazione di una o due parole riguardo, beh, riguardo allo stipendio, ”
“Di nuovo regolare, Wilfrid!”, disse J., con quel stesso debole sorriso fugace di pochi minuti prima. “Bene, cosa ho detto l’altro giorno?”
Ci fu una lunga pausa. Alla fine, quasi sussurrando, vennero pronunciate queste parole:
“Hai detto diecimila, J…”, poi, con un tono ancora più basso: “Esenti da tasse.”
“Bene, Wilfrid,” rispose J., con un tono più allegro di quanto avesse usato fino ad allora. Scrisse rapidamente la postfazione, poi i numeri, e infine l’espressione “Esente da tasse”, aggiungendo: “E, naturalmente, una residenza ufficiale, se desideri utilizzarla.” Seguirono le sue iniziali ben ordinate: “J.H.M.”
Il Capo Postale non ne era del tutto sicuro; aveva sempre pensato che un allegato firmato con le iniziali a un memorandum o a qualsiasi altro documento ufficiale avesse lo stesso valore legale, come si suol dire. Comunque, riteneva di non poter chiedere nulla di più.
“Ora,” disse J., con un tono più professionale di quanto avesse mai usato fino ad allora, “tenetelo e indicate la data giusta quando arriverà il momento.”
“Immagino che servirà qualche indirizzo, no?” chiese Halterton.
“Ehi? Cosa importa? Puoi aggiungerlo, puoi scrivere quello che vuoi. Non è questo che conta. Quello che conta davvero è il mio nome alla fine. Puoi scrivere doveunque io mi trovi in quel momento.”
“Molto bene, molto bene,” disse Halterton.
James Haggismuir McAuley si alzò e si stiracchiò. Anche sbadigliò, il che, per lui, era un gesto di soddisfazione e appagamento. Ma fece attenzione a coprirsi la bocca con la mano.
“Ora,” disse, “dobbiamo metterle dentro le buste e ognuno prenderà la propria. Ho portato delle buste adatte; anche se in realtà non è così importante. Firmi la sua busta, quella scritta a macchina.”
Wilfrid Halterton tirò fuori la sua piccola penna stilografica montata in oro e scrisse lentamente il proprio nome. McAuley fece lo stesso: piegò quel documento decisivo che conteneva il contratto, lo infilò nell’indirizzo aperto, lo sigillò con cura e lo mise nella tasca interna del suo cappotto.
Halterton, sempre influenzato dagli esempi altrui, accettò lentamente l’offerta generosa ma ancora senza data di James McAuley. Tuttavia aggiunse qualcosa di suo, guidato da una vaga sensazione che ciò lo rendesse più sicuro. Prese una penna e scrisse, con la sua grafia piuttosto incerta, in cima al foglio che James McAuley gli aveva dato: —
La lettera di James McAuley. Ricevuta il 3 marzo 1960. W.H.
Poteva sempre cancellarlo quando fosse arrivato il momento di usarlo, ma intanto rimaneva lì come una sorta di registrazione. McAuley lo osservò mentre lo scriveva e lo piegava con estrema attenzione, poi lo infilava nell’indirizzo corrispondente, facendo solo un’unica busta. Infine, leccando la linguetta della busta e premendola bene, per nascondere i segreti di stato agli occhi di tutti, Wilfrid Halterton, Ministro Postale Generale, mise la busta nella tasca del suo abito da mattina, la tasca laterale, lontana da Mr. McAuley.
“Ora,” disse quel grande capo dell’industria – o, almeno, della scienza applicata; o comunque, del settore finanziario – “devo andare.” Guardò l’orologio per la quarta volta. “Sì, devo proprio andare. Sono in ritardo.”
Strinse calorosamente la mano al suo ospite mentre il Capo Postale lo accompagnava verso la porta, camminando al suo fianco. James Haggismuir McAuley si fermò per un momento nel corridoio, alzò lo sguardo verso il soffitto e disse:
“Che incisione meravigliosa, Wilfrid!”
Wilfrid girò il suo lungo collo sottile per seguire lo sguardo dell’esperto. In quel preciso istante, in un decimo di secondo, James Haggismuir McAuley estrasse l’involucro dalla tasca laterale, lo passò rapidamente nell’altra mano e lo infilò nella tasca del petto, dove già si trovava il “fratellino” dell’involucro stesso.
Il signor James McAuley, finanziere, effettuò la trasferimento di proprietà dal signor Wilfrid Halterton, statista e Capo delle Poste.
Quella transazione commerciale, in realtà, non durò nemmeno cinque secondi. A Wilfrid Halterton ci vollero addirittura dieci secondi solo per muovere il collo.
Iniziò a raccontare la storia di quell’incisione, del suo valore e di come l’avesse ottenuta, quando sentì la mano del suo amico, proveniente dal mondo esterno, non politico, stringere nuovamente la sua con calore; sentì la porta chiudersi con un tonfo; sospirò, abbassò leggermente la testa e tornò lentamente nello studio.
II
Quando Wilfrid Halterton si sedette di nuovo da solo davanti al suo riscaldatore wireless, provò quella straordinaria sensazione che gli uomini ricevono soltanto una o due volte nella vita: la sensazione che tutto intorno a loro sia cambiato; che abbiano appena lasciato una fase lunga durante la quale il corso degli eventi li aveva portati in una certa direzione, e che ora fossero entrati in una seconda fase, nella quale il flusso delle cose li avrebbe guidati nella direzione opposta. Sentì di aver raggiunto, o, come si suol dire tra gli statisti, “di aver ottenuto ciò che desiderava”.
La sua posizione negli accordi appena conclusi non era che una delle tante simili. L’accordo riguardante il suo futuro stipendio era di tipo molto comune, qualcosa che ormai ci aspettiamo in ambito politico. Ma era la prima volta che ne concludeva uno in tutti gli anni trascorsi al Parlamento, e per questo ne fu particolarmente colpito. Era sempre stato un uomo troppo timido, in una professione in cui la timidezza a volte è fatale e rappresenta sempre un ostacolo. Alcune donne (e uomini) avevano incolpato la signora Boulger per avergli concesso una posizione così importante nel Gabinetto. Ma sappiamo che, se un uomo raggiunge tale livello, è sicuramente perché possiede grandi capacità, qualcosa che anche i suoi colleghi più illustri hanno riconosciuto. Tali capacità lui stesso le aveva ampiamente dimostrate durante il suo incarico. Ora da oltre sei mesi era alla guida di un vasto apparato amministrativo: ogni giorno gestiva 264.748.942 lettere, 968.477.321 cartoline, 7.263.402 telegrammi, nonché francobolli di tutte le denominazioni per un valore complessivo di 6.923.410 sterline e 6 scellini e 3 pence: una somma superiore al reddito annuo intero del Guatemala. Allo stesso tempo si occupava anche della consegna di pacchi e dell’emissione di licenze per stemmi araldici, cani e servitori maschi.
Wilfrid Halterton aveva gestito tutto ciò per oltre sei mesi senza alcun intoppo. Questo avrebbe dovuto fargli acquisire una maggiore stima di sé stesso. Inoltre, avrebbe dovuto ricordare che a un uomo non vengono conferiti poteri di tale rilievo se non è anche in grado di gestire molte altre attività. Dopo aver dimostrato la propria capacità nel gestire questa vasta e complessa organizzazione come l’Ufficio Postale, sarebbe stato naturalmente scelto per sovrintendere anche alle finanze del paese, agli Affari Esteri, alla Marina, all’enorme “macchina” della polizia, sia pubblica che segreta, e forse anche ai musei o persino ai parchi di Londra. Infatti, nella nostra costituzione c’è la presunzione – e una presunzione saggia – che i talenti sufficienti per ricoprire una carica ministeriale in un settore siano sufficienti anche per qualsiasi altro; quindi, un statista deve essere in grado di adattarsi a diversi compiti.
Dico quindi che Wilfrid Halterton avrebbe dovuto essere meno modesto nei primi mesi del suo alto incarico. Tuttavia, il suo atteggiamento originale rimase immutato, e fu felice di pensare che il suo primo grande successo politico, questa negoziazione con James McAuley, gli avrebbe permesso di tornare alla vita privata. Era soddisfatto di lasciare ad altri la gloria della fama pubblica, in cambio di un reddito notevolmente aumentato.
Avrebbe cercato di ridurre al minimo i tempi di attesa. Naturalmente, sarebbe stato necessario un intervallo tra la costituzione della nuova Television Corporation e il suo insediamento nella posizione prevista, nonché il pagamento dell’importo del salario concordato: così richiedevano le convenzioni sociali, e queste convenzioni dovevano sempre essere rispettate. Nessuno nella Camera dei Comuni era più sensibile in questi confronti. Nessuno conosceva meglio le regole della vita pubblica; nessuno temeva di più le critiche in tali questioni. Tale delicatezza faceva naturalmente parte del suo carattere; era proprio questo lato lodabile del suo temperamento, anche se spesso generava delle esitazioni da parte sua. Quando queste cose venivano fatte troppo rapidamente, inevitabilmente ne risultava – in modo del tutto illogico – un senso di indecenza.
Rimase per un momento a riflettere, appoggiandosi allo schienale della sua sedia bassa e fissando le sue lunghe gambe sotto la griglia luminosa del riscaldatore; stava calcolando con esattezza quale dovesse essere l’intervallo di tempo tra quel momento e il giorno in cui avrebbe ricevuto lo stipendio presso la nuova Television Corporation.
Meglio troppo lungo che troppo breve. J. avrebbe iniziato a lavorare senza indugio. Il voto che avrebbe istituito la Television Corporation sarebbe arrivato quasi immediatamente. La struttura sarebbe stata messa a disposizione del pubblico poco dopo le vacanze di Pasqua, e avrebbe iniziato a generare profitti entro la fine dell’estate al massimo. Si era parlato di nominare il giovane Collum come primo Commissario per un anno o più, così da dargli il tempo necessario e un reddito sufficiente per sposare Joan Bailey – che non possedeva nulla – per acquistare i mobili e tutto ciò che gli serviva, prima di assumere la nuova carica presso la Lega delle Nazioni. Dopodiché, J. avrebbe naturalmente preso il suo posto, e la posizione di Direttore Generale sarebbe diventata disponibile, diciamo, dopo un lasso di tempo complessivo di poco più di dodici mesi.
Quindi, la sua stessa dimissione dovrebbe avvenire entro circa sei mesi, in modo che quando accetterà l’incarico di amministrazione lo farà con un atteggiamento distaccato e privo di qualsiasi legame con l’Ufficio Postale. Questo ritardo di sei mesi è generalmente considerato il periodo minimo necessario tra il momento in cui una persona smette di ricevere uno stipendio ufficiale e quello in cui inizia a percepire i maggiori compensi privati derivanti da incarichi politici. Beh, se lo Statuto entrasse in vigore alla fine dell’estate, ciò significherebbe che la sua dimissione avverrebbe circa alla prossima Pasqua, cioè tra più di un anno. A quel punto potrebbe utilizzare la lettera di J., datandola a sei mesi dopo, ad esempio nell’autunno dell’anno successivo. In totale, diciotto mesi.
Fece tutti questi calcoli soltanto per soddisfare se stesso; in tutti loro era presente quella concreta possibilità di cui ormai era certo.
Wilfrid Halterton era nato in una famiglia molto ricca; era l’unico figlio di John Halterton, residente a Reldwell Hall nell’Essex. La Biblioteca Halterton, situata nel suo vecchio college a Cambridge – Merrion – testimoniava la fortuna e la generosità della famiglia.
Ma le cose non erano andate bene da quando suo padre era morto, ventiquattro anni prima. Aveva avuto difficoltà economiche; aveva subito gravi perdite a causa di un grosso investimento fallimentare; si trovava in una situazione imbarazzante. Aveva ipotecato i suoi beni e aveva iniziato ad accumulare debiti. Anni di crescenti difficoltà lo avevano colpito duramente. Quindi, la nuova prospettiva che gli si presentava lo rassicurava molto: quel documento firmato dall’azienda di J., la certezza di una solida garanzia finanziaria, il reddito di un tempo, e molto altro ancora.
Rifletté su quel documento. Ricordò il volto e il gesto di J. mentre veniva redatto, nonché la luce che illuminava la carta. Ovviamente, non avrebbe ancora inserito la data; c’era tutto il tempo per farlo. Poi, senza alcun motivo concreto, ma spinto da quella voglia che tutti abbiamo di rileggere una lettera che ci ha occupato i pensieri, cercò nella tasca del cappotto l’involucro. Avrebbe tirato fuori l’offerta di McAuley e ne avrebbe riletto attentamente i termini, anche se l’unica cosa davvero importante gli era già chiara nella mente: lo stipendio, esentasse da tasse.
Per un secondo o due si chiese perché la sua mano non trovasse alcun biglietto in quella tasca, e continuò a cercare a tentoni. Poi si svegliò di colpo, si sporse in avanti e frugò nella tasca tre o quattro volte, come se stesse cercando qualche piccolo oggetto, tipo una moneta. Niente. Non c’era nulla lì.
Il ricordo di un movimento istintivo avvenuto di recente è quasi sempre accurato; ma non si può mai essere sicuri. Infilò l’altra mano nella tasca dall’altro lato. Ah, eccolo! No, quell’involucro c’era già tutto il giorno; era la nota del suo sarto. Inoltre, aveva anche una dimensione diversa.
Era sia curioso che preoccupato. Si alzò dalla sedia, si tolse il cappotto, tirò fuori tutto dalle tasche e rivoltò i tessuti interni. Non c’era traccia di quell’oggetto.
Poi si mise in ginocchio e accese un fiammifero per esplorare l’oscurità sotto il tavolo. Non trovò nulla. Uscì dalla stanza e cercò dappertutto, lungo il corridoio fino alla porta d’ingresso. Niente. Rimase nel dubbio, con lo sguardo fisso su quell’incisione che McAuley aveva lodato. Gli ricordava vividamente quei momenti. Come poteva essere successo tutto ciò? Trascorse altri cinque minuti inutilmente nella stanza, strisciando sul tappeto; sollevando gli angoli nel vano tentativo di trovarlo lì nascosto.
Poi si alzò di nuovo e rifletté invano. Non aveva sentito nessun servitore nel corridoio esterno; nessuno era entrato dalla porta d’ingresso. Se qualcuno in casa avesse trovato quella busta, sarebbe stato imbarazzante, ma era impossibile, non c’era stato il tempo per una cosa del genere; nessuno poteva sapere cosa avesse addosso.
Un’ulteriore ricerca sembrava inutile. Le cose scompaiono davvero in questo modo straordinario. Il problema principale era il pensiero sgradevole che una lettera del genere potesse essere ancora da qualche parte, senza controllo. Si disse che non c’era tempo da perdere: l’importante era contattare immediatamente J.
A quell’ora doveva aver già avuto il tempo di tornare al suo appartamento, no? Doveva telefonare. Andò nella stanzetta in fondo dove si trovava il suo telefono privato, e quando riuscì a mettersi in contatto con l’appartamento di McAuley, situato all’ultimo piano dell’edificio Marble Arch House, a meno di mezzo miglio di distanza, sentì, mentre la domestica rispondeva al telefono, un’altra voce, una voce che avrebbe giurato essere proprio quella di McAuley.
Non era una voce vicina all’strumento; non si riusciva proprio a distinguerla chiaramente, ma lui pensò di aver captato alcune parole.
La voce che ora gli rispose chiaramente e direttamente era quella della segretaria di McAuley: la conosceva bene – una donna efficiente e gentile, della stessa nazionalità del suo datore di lavoro, di nome Rose Fairweather. Quella voce disse, con toni particolarmente distinti, che J. era entrato per un momento e poi se n’era andato di nuovo.
Halterton era quasi certo di aver sentito la voce di J.; nonostante fosse debole e lui non riuscisse a capire tutte le parole, aveva distinto chiaramente alcune frasi: “Se è lui, ” e “Non sai quando, ”.
In risposta a un secondo interrogatorio ancora più ansioso, era arrivata una risposta ancora più chiara: non solo J. era appena uscito, ma non sarebbe tornato per cena, e Miss Fairweather non sapeva dove fosse andato né quando sarebbe tornato. No, forse non sarebbe tornato prima di molto dopo mezzanotte. No, non si era ancora vestito e non aveva preso nessuna borsa. Oh sì, al massimo sarebbe tornato la mattina seguente. Sì, avrebbe ritirato la sua posta. E con questo, Wilfrid Halterton dovette accontentarsi. Ma ciò lo lasciò in un’agonia.
Mentre tornava lentamente nello studio, dopo essere stato nella piccola stanza dove si trovava lo strumento musicale, si chiese cosa dovesse fare un uomo in simili circostanze.
Un statista e direttore generale delle poste che si guarda sotto un tappeto.
Eccolo lì, con un documento che nessun altro doveva vedere, abbandonato chissà dove, pronto a essere trovato da chiunque. Era un documento di vitale importanza per lui, eppure lui stesso ne era privo e senza alcuna garanzia riguardo al suo utilizzo. J. avrebbe sicuramente agito molto presto; forse il giorno dopo, ma certamente entro pochi giorni. E allora tutto il mondo avrebbe saputo che quel documento aveva lo stesso valore di uno effettivamente concesso. E lui, Wilfrid Halterton, si sarebbe trovato in una situazione in cui la parte sua dell’accordo non era affatto al sicuro sotto la sua custodia. Ovviamente c’era solo un modo per risolvere il problema. Non riusciva a capire perché non ci avesse pensato subito. Poiché J. non era al telefono, doveva scrivergli. Non poteva fare a meno di pensare che, per qualche motivo, J. volesse evitare di essere disturbato. Era quasi certo di aver riconosciuto quella voce, e altrettanto sicuro di aver sentito quelle due frasi frammentarie. Capiva perfettamente che McAuley potesse voler evitare di essere disturbato, ma dopo una transazione così importante, avrebbe dovuto comunque intervenire. Comunque fosse, ormai era troppo tardi. Doveva scrivere subito, e inviare la lettera immediatamente, o addirittura portarla personalmente per assicurarsi che tutto andasse come previsto.
Lo fece in soltanto poche righe.
Mio caro J.
È successo qualcosa di straordinario: quella tua lettera è scomparsa. Senza dubbio verrà ritrovata, ma poiché potrebbe accadere tra molto tempo o forse mai, l’unica cosa da fare è che tu mi scriva un’altra lettera. Ricorderai sicuramente le condizioni stabilite. Non so quando la riceverai, ma la tua segretaria mi ha detto che tornerai stasera, e sono certo che mi manderai un messaggio domani mattina presto – se possibile, di persona. Sarò a casa fino alle dieci.
Wilfrid Halterton rilesse queste semplici parole, ne fu soddisfatto, ma poi passò altri dieci minuti in indecisione su come farle arrivare a J. Era davvero essenziale che J. le ricevesse, e il prima possibile. Era così ansioso che quasi pensava di portarle personalmente, se non fosse stato per la paura che qualsiasi sua mossa potesse lasciare tracce. Inoltre, rimanendo a casa avrebbe avuto più tempo per prendersi cura di quel pezzo di carta così stranamente “assente”. Si fidava della posta.
Allora scese in strada e consegnò personalmente la sua nota a McAuley. Poi passò circa due ore a cercare ripetutamente, con un comportamento che, in una persona meno importante, si sarebbe potuto definire sciocco: controllava continuamente se l’indirizzo fosse corretto o meno.
Non c’era nulla che lo attendesse a casa. Si era preparato con attenzione per quell’intervista importante. Aveva cenato a casa e si era coricato presto. Aveva letto per mezz’ora prima di addormentarsi, ma non riusciva a ricordare cosa avesse letto. Sembrava che stesse leggendo quella lettera mancante. E due volte durante la notte, quando si svegliava, riusciva a vedere il suo contenuto con estrema chiarezza; avrebbe potuto recitarlo a memoria.
Stranamente, quando il giorno dopo, mercoledì 4 marzo, Wilfrid Halterton si sedette a colazione e prese in mano il giornale, non cercò affatto un articolo che avrebbe dovuto interessarlo più di qualsiasi altro. Non gli venne nemmeno in mente che potesse esistere un simile articolo. Lesse con attenzione la prima notizia principale, poi la seconda e la terza; diede appena un’occhiata alle grandi titoli, i quali non gli rivelarono nulla di nuovo rispetto a quanto aveva letto nei giornali della sera precedente. Continuò a leggere il resto del giornale con calma, fino a quando arrivò alla pagina finanziaria. Ed eccolo lì: l’articolo che improvvisamente fermò i suoi pensieri erranti.
C’era un paragrafo riguardante la posizione di Billies. Si diceva che il rapporto del comitato nominato dal Capo Postale fosse sfavorevole a Billies e favorevole a Reynier; naturalmente, non si sapeva nulla di certo, ma il rapporto sarebbe sicuramente stato pubblicato a breve. Era tutto. Il resto del paragrafo consisteva solo in poche righe di contenuto generico, che menzionavano vagamente le compagnie rivali e le loro rivendicazioni.
Halterton fece una smorfia. La sua dignità era stata offesa. Un simile errore non poteva essere tollerato. Ora, inoltre, che J. aveva quella sua firma. Era davvero insopportabile. Si chiese chi avesse parlato.
Avrei potuto dirglielo. Era quel ragazzo magro e vivace che entra ed esce durante le riunioni del comitato, annunciando i nomi delle persone e prendendo messaggi. Aveva parlato con il portiere; questi gli aveva dato mezzo scellino, e il portiere a sua volta aveva ricevuto una sterlina da Mr. Gamble. Quest’ultimo aveva ricevuto cinquanta sterline, divise in cinque banconote da dieci sterline, in un involucro, consegnatogli personalmente dalle delicate mani di Miss Rose Fairweather, quando il giorno prima era andato all’appartamento di Mr. McAuley. Mr. Gamble era poi andato felicemente al suo giornale e aveva ricevuto altre venti sterline dal redattore finanziario, a cui Miss Fairweather lo aveva raccomandato appositamente. Il redattore finanziario, in realtà, non aveva ricevuto denaro, ma un sincero ringraziamento quando aveva incontrato il suo proprietario, uso questa parola nel suo senso più ampio. Inoltre, il redattore finanziario aveva immediatamente venduto i suoi “Billies” prima ancora di scrivere una riga.
Comunque, quel paragrafo esisteva davvero, e in fondo non poteva essere contraddetto, perché era vero. Non c’era nulla da fare ora: il testo era stato stampato e, comunque, sarebbe venuto a conoscenza di tutti quando il Parlamento si fosse riunito quel pomeriggio. Quindi non c’era davvero nulla da fare. E Wilfrid Halterton era troppo gentiluomo per discutere con i suoi funzionari permanenti, in ogni caso.
Guardò l’orologio: erano appena le dieci. J. avrebbe probabilmente chiamato da un momento all’altro. Aspettò e aspettò, sempre più nervoso. Ma il telefono non suonò. Erano già passate venti minuti quando non riuscì più a sopportare l’attesa e decise di chiamare lui stesso l’appartamento vicino al Marble Arch.
Ancora una volta, le chiare inflessioni della signorina Rose Fairweather, delicatamente bilanciate tra il morbido accento di Glasgow e quello più deciso di Edimburgo – il che forse rifletteva un’origine nel Whitburn – risuonavano come argento cesellato.
Sì, il signor McAuley era stato lì quella mattina per un po’ e aveva lavorato con lei per un’ora; ma poi se n’era andato di nuovo, dicendo che avrebbe camminato fino al suo ufficio in città, perché voleva fare un po’ di movimento. Probabilmente non sarebbe arrivato prima delle undici, aveva ancora una o due cose da fare lungo la strada.
Alle undici e trenta, Wilfrid Halterton, ormai leggermente febbricitante, decise di rischiare e chiamare il numero dell’edificio imponente della famiglia Durrant. Non era una pratica molto regolare; in fondo, al Segretario Generale delle Poste non spettava farlo. Ma chi avrebbe mai riconosciuto la sua voce? E anche se qualcuno lo facesse, che importanza aveva? Tutti sapevano che era un amico di McAuley, e che McAuley era fratello del suo collega, il Procuratore Generale. Poteva benissimo chiamare per qualsiasi motivo.
Comunque, non avrebbe dovuto trovarsi in tale imbarazzo, perché la risposta era abbastanza semplice.
Sì. Il signor McAuley era stato dentro e aveva sbrigato qualche faccenda. No, era uscito di nuovo. Non sarebbe tornato prima dell’ora di pranzo. Non sapevano dove fosse andato, né quando sarebbe tornato.
Ancora una volta, Wilfrid Halterton, gravemente perseguitato, sfidò gli dei. Ancora una volta, prima di recarsi nel proprio ufficio a mezzogiorno. E questa volta l’obiettivo fu nuovamente l’appartamento vicino al Marble Arch. E ancora una volta, le sillabe chiare e dolcemente articolate di Rose Fairweather gli riferirono che il signor McAuley aveva effettivamente telefonato al suo appartamento, dall’hotel Carlton, dove si trovava per un momento quella mattina. Ma l’unica ragione della chiamata era legata a alcuni documenti che voleva fargli inviare lì con un messaggero; inoltre, aveva già lasciato l’hotel da molto tempo.
Il Capo Postale non aveva alcun desiderio di aumentare questo flusso di documenti, né di mettere in evidenza le proprie tracce. Doveva mantenere la pazienza, fino a quando McAuley non lo avrebbe raggiunto nei suoi uffici alla Camera, o fino a quando non si sarebbero incontrati di nuovo in qualche altro modo. Non poteva trascorrere molto tempo. E se dopo un lasso di tempo adeguato non avesse visto McAuley, gli avrebbe scritto un’altra lettera. Ma per tutto quel giorno non ci fu alcun segno di McAuley.
Cosa era accaduto quel giorno, e cosa il Capo Postale stesso scoprì dai giornali serali, dalla registrazione audio, e anche, a suo grande dispiacere, da alcune conversazioni intorno a lui. Fu un netto calo delle quotazioni di Billies. Avevano iniziato la giornata molto più in basso rispetto al livello di ieri: 21 secondi, 22 secondi. Poi erano scese fino a 20 secondi, 21 secondi, per poi riprendersi nuovamente a 22 secondi e chiudere la giornata a 22½ secondi. Questo rialzo, potrebbe interessare i miei lettori, fu dovuto all’acquisto di una quota piuttosto consistente da parte di un certo signor Charles Marry, un parente della signorina Rose Fairweather, che lei stessa aveva presentato a James McAuley; quest’ultimo era ormai molto impegnato a sostegnere gli interessi di quell’uomo importante.
Un intero giorno era trascorso senza che il Capo Postale ricevesse alcuna notizia dal suo caro e intimo amico James McAuley; quindi era necessario intervenire.
Ci sono situazioni che agiscono meravigliosamente come stimolo per l’intelligenza, e quella sera Wilfrid Halterton si comportò come non aveva mai fatto prima in vita sua. Fece ciò che si definisce “prendere delle misure”: fece alcune osservazioni piuttosto indirette, discrete e apparentemente indifferenti, sia nel salone da pranzo che nei corridoi, e alle otto e mezza riuscì a scoprire dove si trovava J. in quel momento.
“Chi cena da Mary stasera?”
“Sai se stasera Johnny è da Angela?”
“Ehi, pensavo stessi cenando con McAuley…”
E così via; con frasi del genere riuscì a localizzare McAuley nel suo nascondiglio. Alla fine seppe che il finanziere stava cenando con i Balcombe. In quell’ora di notte, che Victor Hugo definisce “l’ora desolata” in cui i leoni si radunano per bere, cioè alle nove meno un quarto, quando nei palazzi della nostra grande democrazia i leoni sollevano la prima coppa di champagne alle labbra. Wilfrid Halterton fece chiamare J. al telefono: usò un trucco; lo chiamò in nome della sua segretaria: “Dica che Miss Fairweather lo vuole, urgentemente”. James McAuley, che aveva appena iniziato a parlare con la padrona di casa, Lady Caroline, nella brutta e grandiosa nuova residenza dei Balcombe in Hill Street, imprecò sottovoce, lasciò la cena, uscì e andò a rispondere al telefono nella stanza privata di Balcombe, chiudendo bene la porta. Sollevò il ricevitore e disse, con tono piuttosto irritato:
“Beh, signorina Fairweather…”
Ma non fu la voce di Miss Rose Fairweather quella che sentì in risposta. Fu la voce di Wilfrid Halterton.
“Mi dispiace disturbarla, J…”
“Cosa intendi? Mi hanno detto che era la mia segretaria…”
“Deve esserci stato un errore da parte del servitore… sono io.”
“Sì, riesco a sentire… E allora? Cosa volete?”
Hai ricevuto la mia lettera?
“Sì, ho ricevuto la tua lettera. Ma non l’ho capita. Penso che sia meglio se me la spieghi di persona quando ci incontriamo.”
“Cosa intendi dire con ‘non l’hai capito’? Ti ho detto che avevo perso la lettera che mi hai dato ieri sera e ti ho chiesto se potevi mandarmene un’altra.”
Ci fu una pausa, e Wilfrid Halterton all’altro capo del filo si chiese perché dovesse esserci una pausa. Non dovette aspettare a lungo per scoprirlo: alla fine di quella pausa, con forti accenti virili e un tono scozzese, furono pronunciate le seguenti parole:
“Non capisco cosa intendi! Non ti ho mai dato nessuna lettera. È stata tu a darmene una. Mi dispiace, non posso aspettare oltre. Ho dovuto lasciare la tavola da pranzo. Devo tornare subito indietro. Prova a vedermi domani.”
E il filo smise di funzionare.
III
Nel sobborgo di Streatham c’è una fila di villette semi-indipendenti conosciute (non so per quale motivo) come Eliza Grove. Tra queste villette, una – ufficialmente denominata “Numero 5”, ma sui cartelli bianchi su sfondo verde all’ingresso principale chiamata “Myrtle View” – è la cara dimora di un piccolo costruttore edile di nome Nicholas Clarke. Poiché non ha alcun legame con questa storia e, nonostante i suoi sforzi, non gli sarà permesso comparire nuovamente in queste pagine, possiamo lasciarlo qui. L’altra villetta, anch’essa parte integrante di questo complesso residenziale – il “Numero 7” con la sua porta verde – non ha un nome specifico: il suo proprietario, infatti, si è reso conto che assegnare nomi alle piccole case dei sobborghi non è una pratica comune. Per gli dèi e per gli uomini, è semplicemente “Numero 7”.
Ecco quell’uomo forte, umoristico, gentile, estremamente efficiente e in ottima salute: ha appena sessant’anni ed è conosciuto in tutto il mondo come Jack Williams; al momento ricopre la carica di Segretario di Stato per gli Affari Interni, ma potrebbe diventare qualsiasi cosa desideri. Ha l’opportunità tra le mani: gli è stata offerta la presidenza del Consiglio, ma l’ha rifiutata; in parte perché le opportunità offerte non erano sufficienti (nessun contratto), e in parte perché non rappresentava un vero vantaggio per la sua carriera. È molto probabile che entro la fine dell’anno otterrà anche la carica di Segretario di Stato per i Dominioni, poiché l’attuale incaricato, come molti prima di lui, ritiene questo compito estremamente ingrato.
Comunque sia, al momento Jack Williams è Segretario dell’Interno; è soddisfatto del proprio lavoro, così come lo è stato di tutto ciò che ha mai dovuto fare, e lo ha fatto bene, proprio come ha sempre portato a termine con successo qualsiasi compito gli sia stato affidato.
Lo si sarebbe notato ovunque: sebbene fosse un uomo piuttosto basso, con tratti del viso ordinari e una barbetta insignificante che li rendeva ancora più comuni, il suo portamento e soprattutto la sua espressione avrebbero colpito chi lo incontrava. I suoi occhi grigio-acciaio, scintillanti e a volte socchiusi mentre ti fissava con attenzione durante una conversazione, contenevano una sorta di “fuoco”: vedevano tutto ciò che accadeva intorno a lui. Le sue spalle larghe esprimevano forza ed endurance, il suo petto profondo vitalità, e i suoi passi erano sicuri e decisi. Inoltre, quando parlava lo faceva con entusiasmo, in modo divertente e pieno di vita, ma senza mai rivelare ciò che realmente pensava. Il tipo perfetto per la politica!
Era una persona che si alzava presto; quel giovedì, 5 marzo, alle 8 del mattino, era seduto alla sua tavola da colazione, con la sua ammirevole moglie di fronte a lui, nella piccola sala d’ingresso dell’appartamento numero 7.
Era la mattina seguente quella strana e improvvisa conversazione avvenuta al telefono durante la cena tra James Haggismuir McAuley e il distratto Halterton. Jack Williams stava leggendo il suo giornale, appoggiato alla caffettiera; chiunque lo avesse visto avrebbe detto: “Ecco un uomo che è partito da condizioni molto umili per raggiungere una vita moderatamente agiata, considerando la sua posizione sociale. Questa piccola villetta semi-indipendente, con la sua camera da letto in più, il soggiorno e la sala da pranzo, nonché un domestico efficiente. Questo umile ambiente suburbano rappresenta per lui comfort, persino lusso. Nella sua mente, lo contrappone alle sue origini in quel misero quartiere fangoso del Nord, dove ha trascorso un’infanzia di privazioni sotto una madre esausta a causa delle continue gravidanze e un padre alternativamente ubriaco e sobrio, che guadagnava al massimo una sterlina a settimana. Ai tempi precedenti alla Grande Guerra, quando i poveri erano davvero molto poveri.”
Chiunque avesse emesso un simile giudizio avrebbe avuto ragione. Jack Williams si sentiva proprio così: era riuscito ad alzarsi in piedi, aveva fatto fortuna. Anzi, aveva fatto molto più di quanto chi lo osservava potesse immaginare. Il suo patrimonio ammontava a circa un quarto di milione di sterline.
Era emerso in modo semplice e naturale, come fanno queste persone; da ragazzo, nel mulino dove lavorava, era considerato una sorta di eroe tra i suoi compagni: si accorse di avere un talento per il discorso, partecipò a dibattiti. Da giovane, quando divenne rappresentante dei lavoratori in un negozio, continuò a farsi strada nella sua organizzazione sindacale: divenne segretario del sindacato e, all’età di trent’anni, poco dopo la Grande Guerra, fu eletto al Parlamento. Tutto questo seguì il solito percorso di carriera, quel “cursus honorum” che ancora oggi caratterizza la vita pubblica in Inghilterra nel 1960, e che si integra perfettamente con i resti della nostra vecchia politica aristocratica.
Fu accolto con cordialità non appena si alzò in piedi. Aveva lasciato il proprio segno nella Camera dei Comuni. Prima dei cinquant’anni aveva già ricoperto incarichi di minor rilievo; era entrato nel Ministero durante la prima amministrazione della signora Boulger. Aveva sfruttato al meglio le opportunità che gli si erano presentate: investendo con saggezza, cercando di conoscere il più possibile le persone e utilizzando tutte quelle informazioni, a loro vantaggio o a svantaggio, per stringere amicizie con uomini ricchi – vere e proprie amicizie su tutti i fronti. Tra i giovani era considerato un privilegio conoscerlo; c’era competizione tra le grandi dame per invitarlo nelle loro case, ed egli accettava sempre.
Il Nobile Onorevole John Williams, avvocato (“Onesto Jack Williams”), membro del Parlamento, Segretario di Stato per gli Affari Interni durante il secondo mandato della signora Boulger (1960).
Tra i suoi molti talenti ce n’erano due che si adattavano perfettamente a una posizione del genere: giocava a biliardo in modo eccezionale; aveva scoperto questa sua abilità prima dei vent’anni, nella squallida sala da biliardo del “Percy Arms”, quando era ancora un ragazzo che lavorava nelle fabbriche, ma già guadagnava bene. Inoltre, possedeva un modo di rispondere rapido e vivace. Non cercava mai di nascondere l’accento della sua città natale e della sua provincia; anzi, forse lo esagerava, anche se non so se lo facesse consapevolmente o meno.
Lì sedeva, leggendo il suo giornale. Ma non era uno di quegli uomini che leggono i giornali fino a infastidire le loro mogli. Se lei lo aveva aiutato, come aveva fatto, non era solo perché era una donna di grande capacità (lo aveva sposato quando era ancora molto giovane; entrambi lavoravano nella stessa fabbrica e guadagnavano insieme meno di quattro sterline a settimana), ma perché lui l’aveva sempre rispettata, amata profondamente e affidato sempre il proprio giudizio al suo, in modo che lei potesse sentirsi orgogliosa di questo. Era una donna molto simile a lui per carattere e portamento: altrettanto decisa, sebbene più riservata; naturalmente non aveva il baffetto. E temo anche che i suoi occhi non fossero particolarmente umoristici. Ma il suo sguardo era sempre fermo. Nei affari, lei non gli aveva mai dato consigli. Non si era mai intromessa nelle sue decisioni, man mano che la sua carriera prendeva slancio. Tranne che, di tanto in tanto, nei momenti critici, le sue osservazioni erano solitamente negative, per evitare che lui compisse errori. Lui la rispettava molto. E aveva ragione. Il loro unico figlio era morto quando erano ancora poveri, nel Nord. Quella tomba aveva rafforzato il legame tra di loro. Oggi, in Inghilterra, non c’era coppia più solitaria di loro.
So che stamattina stava leggendo il suo articolo, non in modo egoistico per sé stesso, ma facendo commenti continuativi mentre lo leggeva, raccontandole le notizie.
“Sammy ha fatto di nuovo quella cosa. Parla troppo. Ehi! Jack ha ricevuto una lettera. Tutta sulle valute, ma non dice nulla di concreto.”
“Quel Lord John non dice mai nulla che valga la pena ascoltare,” commentò la signora Williams.
“Oh, ma lui pensa molto,” rispose suo marito; e aggiunse: “È per questo che è arrivato dove è ora.”
“E dove si trova?” chiese la signora Williams con tono sprezzante. “Nella zuppa!”
“Forse ora sì,” rispose il padrone di casa, annuendo saggiamente, “ma è ancora uno che esce direttamente dalla pentola. Non dimenticarlo, Martha. Ora, sii gentile con lui!”
“Oh, sarò gentile con lui, signor Williams; sarò gentile con lui,” disse Martha, un po’ turbata.
“Sì, caro mio, lo sei sempre stato… Tu sai sempre cosa fare.”
Ci fu una pausa. E durante quella pausa il marito girò la pagina e guardò le pagine posteriori. Sua moglie sapeva cosa significava: stava dando un’occhiata a questioni molto complesse relative alle azioni e ai titoli finanziari, di cui lei era troppo saggia per interferire.
La signora Honest Jack Williams, una delle nostre principali figure politiche, ha espresso il suo parere secondo cui Lord John è nei guai.
Si era comportato in modo ammirevole in quella partita, e lei conosceva bene i propri limiti. Ogni volta che sentiva (poiché a volte commetteva errori) di qualche grande successo ottenuto da lui, o quando le raccontava in termini generali (poiché lo faceva spesso) come fossero visti dal mondo esterno, come avrebbe agito in determinate situazioni, lei ricordava che forse avrebbero potuto avere un figlio a cui tutto questo sarebbe dovuto andare. Ma non ne parlava mai. Sapeva bene cosa sarebbe successo se lo avesse sopravvissuto: tutto sarebbe stato a sua disposizione. E se lui l’avesse sopravvissuta, beh, sapeva anche che il tempo che gli fosse rimasto non avrebbe avuto poi molta importanza per lui. Aveva una sensazione vaga, quella che spesso si ha quando si è condiviso così tanto per tanti anni: che in qualche modo nessuno dei due sarebbe sopravvissuto all’altro. Non succede esattamente così; ma spesso accade quasi così.
E anche mentre Honest Jack Williams (Segretario di Stato per gli Affari Interni) osservava quelle azioni e quei titoli, e anche mentre gli occhi che lei riusciva appena a intravedere sopra il foglio di carta appoggiato mostravano un’espressione di concentrazione, mentre lui fissava attentamente le cifre che stava analizzando, lei lo ammirò ancora di più per la sua eccellente capacità di valutare il mercato, una qualità che sapeva bene essere la principale gloria di un uomo pubblico.
C’erano stati alti e bassi, anche se le aveva parlato francamente di alcuni errori di valutazione o di momenti sfortunati; ma nel complesso la sua situazione finanziaria era sempre migliorata. E fino a che punto! Di tutti quei guadagni, nove decimi venivano risparmiati e accumulati. C’era anche lo stipendio, finché rimaneva in carica. Quanto al numero 7, Eliza Grove, con tutte le sue responsabilità, i taxi che prendevano sempre, le visite e il resto, tutto sommato non costava più di millecinquecento all’anno. Aveva davvero buone ragioni per essere orgogliosa di lui.
In quei brevi momenti di concentrazione, durante i quali interruppe quella conversazione con sua moglie che teneva molto a mantenere, Jack Williams osservò attentamente, con i suoi occhi acuti e brillanti, ogni singola informazione contenuta nelle notizie finanziarie davanti a lui. Notò che il prestito indiano era stabile; fu leggermente infastidito dalle prime pagine riguardanti la Terza Banca Centrale; per un attimo, sul suo viso apparve un mezzo sorriso all’udire notizie riguardanti il nuovo prestito di garanzia, che aveva venduto in anticipo sulla base di informazioni ufficiali riservate a non più di una dozzina di persone. Poi la sua espressione cambiò di nuovo: divenne attenta e quasi eccitata. Sua moglie notò quel cambiamento, ma non riuscì a capirne la causa.
Ciò che l’aveva causato era qualcosa di molto piccolo, ma estremamente significativo. Era una riga presente nella sezione delle azioni industriali, quella riga relativa a Billies alla Borsa di New York, dopo che la Borsa di Londra aveva chiuso le operazioni la sera precedente. Quella riga diceva semplicemente:
“Ordine Telegrafico Imperiale 29s. 6d. – 31s. 6d.”
Il Segretario dell’Interno emise un fischio molto basso, per il quale chiese gentilmente scusa a sua moglie. Posò il foglio e chiese alla signora Williams cosa ne pensasse su una questione che avevano discusso a lungo: se dovessero fare un’offerta per la casetta nel Surrey, situata ai margini della recinzione del parco che fino ad allora avevano affittato dai loro ottimi amici e ospiti abituali nella grande casa di Henbury.
La signora Williams era sempre molto loquace sull’argomento; sapeva che suo marito era contrario all’acquisto, mentre lei era a favore. Pertanto, il signor Williams si aspettava – e ottenne – come al solito un lungo riassunto di tutte le sue ragioni. Mentre lei le esponeva, lui annuiva, prendendo atto di ogni punto, anche se le aveva già sentite venti volte prima; questo gli dava il tempo di riflettere, senza che lei potesse sapere come funzionasse la sua mente.
Non si preoccupava affatto della capanna; pensava solo a Billies. Forse sarebbe stato eccessivo dire che si malediceva dentro di sé per non aver guardato quel nastro; era rimasto incollato tutto la notte al banco del Tesoro, fino al momento in cui il grido “Chi va a casa?” risuonò nelle sale della Camera dei Comuni. Era tornato a casa troppo stanco per pensare a nulla; si era addormentato subito. E nel frattempo aveva perso quell’opportunità. Signore. Come avevano fatto a guadagnare così tanto a New York! Quasi otto sterline! Venti nove, trentuno, partendo da ventidue. Che diavolo li aveva spinti a guadagnare così tanto.
La voce di sua moglie gli giunse dall’altra parte del tavolo (perché uomini come lui riescono a fare due cose contemporaneamente).
“Continuate sempre a dire che non volete quel posto, che comunque sia meglio cercare inquilini loro, che siano più cordiali e che così la gente non ci chiami per problemi. Ma è tutta sciocchezza, signor Williams. Non si sa mai cosa può succedere in questo mondo. E noi siamo stati lì ogni estate, per questi cinque anni. Non riuscirei proprio a rinunciarci.”
“Se ci lo togliessero, potremmo comprare loro quella grande casa e tutto il resto,” disse il signor Williams con orgoglio.
“Non è aperto, non siamo riusciti ad aprirlo,” rispose sua moglie.
“Mia cara, ci sono molte verità nelle tue parole, ma non ci scacceranno via.”
Il signor Williams parlava con dolcezza e gentilezza, ma le parole che gli passavano per la mente erano molto diverse: si diceva infatti:
“È ancora presto, posso far sì che Gunter prenda il mio pacco prima che quel broker esca di casa per andare in città. Ma comunque siamo già a quasi dieci sterline di perdita per azione, maledizione!”
Poi continuò ad alta voce, rivolto a Mrs. Williams: “Farò sempre ciò che vuoi tu in questa questione, mia cara. Lo sai bene: farò sempre ciò che desideri.”
E la frase che gli passava per la mente era più o meno questa: “Stanno andando alla grande! Ho perso i primi otto scellini, ma scommetto che arriveranno a quaranta e oltre!”
“Grazie, Jack,” disse la signora Williams. Lo chiamava sempre Jack ogni volta che otteneva ciò che voleva. Si alzò, con un po’ di difficoltà, camminò intorno al tavolo e lo baciò sulla fronte. Lui le accarezzò la mano, mormorando: “Qualsiasi cosa tu voglia, cara. Te lo dico sempre: qualsiasi cosa tu voglia.”
Ma nella sua mente passavano pensieri del genere:
“Ne sono così sicuro che credo di riuscire a racimolare cinquantamila.”
Prese l’orologio e si alzò di scatto dal suo posto.
“Ehi, è più tardi di quanto pensassi,” disse. “Devo fare una telefonata.”
Andò verso il telefono situato nel corridoio stretto. Sentì i passi lenti e pesanti di sua moglie che si dirigeva in cucina per dare le istruzioni della giornata al loro unico servitore, simbolo della loro umiltà. Poi, sollevando il ricevitore, parlò con uno degli uomini con cui aveva a che fare, indirettamente, per quanto riguardava almeno alcune delle sue faccende commerciali.
“Sei tu, Gunter?. Sì, parla Jack. Cinquantamila. No, so quello che dico. Sì, so tutto al riguardo. Lascia perdere ciò che ho mancato; forse non l’ho nemmeno perso. Comunque, è questa la mia decisione. No, non è troppo. Sì, sono io il più informato. Cinquantamila. Il secondo nome, quello su cui abbiamo concordato la scorsa settimana. No, nessun limite massimo; ci sarà abbastanza tempo per vendere. Te lo dirò quando sarà il momento.”
Riappese il ricevitore.
L’onorevole Jack Williams, membro del Parlamento e uno dei ministri di Sua Maestà, Segretario di Stato per gli Affari Interni, amava fare esercizio fisico, come ogni inglese sano e di successo. E nonostante quel giorno all’inizio di marzo minacciasse pioggia, come al solito camminava da Victoria a Whitehall; arrivava in ufficio entro le dieci.
Mentre il treno lo portava in città, i suoi pensieri erano occupati da quelle cose che spesso si intrecciano con gli affari pubblici nella mente dei grandi statisti. Si chiedeva perché Billies avesse fatto quella cosa.
Ovviamente avevano deciso di agire perché qualcuno credeva, o pensava di sapere, che il contratto sarebbe finito nelle mani di Durrant. Ma di cosa consisteva esattamente quell’informazione? Qual era il suo valore? Quando arrivò a Victoria, aveva già chiarito tutto nella sua mente.
C’erano quattro possibilità: —
Innanzitutto, McAuley e il suo gruppo, il gruppo di Durrant, avrebbero potuto disporre di una certezza; forse quella certezza era già in loro possesso in quel momento. E per quanto volessero nascondere il fatto per guadagnare tempo prima che i prezzi aumentassero, qualcosa avrebbe potuto trapelare: attraverso un servitore, uno spia, o qualcuno a cui il documento era passato tra le mani. Forse addirittura nell’atto stesso di stenografiarlo, se qualcuno fosse stato abbastanza sciocco da farlo stampare.
Quella era una possibilità. La seconda possibilità era che James Haggismuir McAuley, avendo ottenuto l’assicurazione per iscritto, avesse deliberatamente divulgato quella informazione in modo indiretto: aveva già acquistato al prezzo più basso durante il piccolo calo di ieri, mercoledì mattina, e desiderava trarne un profitto prima che iniziasse la vera e propria fase degli affari.
La terza possibilità era che non ci fosse alcuna garanzia, e che James, nel tentativo encomiabile di ottenere lo stesso rapido profitto, avesse fatto credere di disporre di una garanzia, quando in realtà non ne aveva. In quel caso, le azioni sarebbero sicuramente crollate prima o poi, e quindi bisognava tenerle d’occhio. Per il momento, il loro valore era destinato ad aumentare drasticamente, perché tutta Londra avrebbe letto questa mattina la quotazione proveniente da New York sui giornali.
La quarta possibilità era che qualcuno a New York avesse mentito spudoratamente per i propri scopi, e che fino ad allora non fosse stata data alcuna garanzia a Durrant; oppure, anche se ne fossero state date, nessuna informazione fosse trapelata, sia intenzionalmente che no, quindi in questo senso non c’era nulla di sospetto.
Aveva raggiunto quel punto nella sua analisi; era sceso dal treno e stava per dirigersi direttamente verso l’ufficio a Whitehall quando, all’improvviso, si ricordò di un altro fattore. Decise quindi di prendere una strada secondaria che lo portasse vicino al fiume, così da avere il tempo di rifletterci sopra. Il fattore di cui si era ricordato era il rapporto del Comitato: sfavorevole a Durrant. Qualcuno aveva messo da parte quel rapporto. Nessuna semplice voce avrebbe potuto influenzare le azioni in presenza delle notizie trapelate, ovvero quelle secondo cui il Comitato si era espresso a favore di Reynier e contro Durrant. Solo una persona poteva aver deciso di ignorare quel rapporto. E quella persona era il Capo Postale Generale.
Ora lo vedeva chiaramente: in un momento qualsiasi di ieri, mercoledì 4 marzo – o forse nella tarda serata di martedì 3 – McAuley aveva sistemato il P.M.G. nel posto giusto.
Mentre camminava rapidamente lungo la riva del fiume, partendo da Horseferry Road – con la pioggia che continuava a minacciare ma senza ancora scendere, e il coraggioso vento sud-occidentale che increspava l’acqua contro la marea – Jack Williams diventava sempre più convinto della sua conclusione. Era un buon presagio che fosse giunto a quella decisione proprio mentre passava davanti a quelle maestose mura del Parlamento, che esercitavano un’influenza così positiva su riflessioni di quel tipo. Sì, ne era assolutamente certo: James Haggismuir McAuley aveva ottenuto le prove concrete, con il nome di Halterton sopra, e le aveva diffuse attraverso i propri canali. Billies avrebbe avuto successo. Era contento di aver dato quell’ordine; ora poteva vivere in pace con la propria coscienza.
Tutta la mattina, il Nobile John Williams si occupò degli affari per i quali veniva pagato da una nazione riconoscente, con un compenso di 100 sterline a settimana. La sua rapidità nel prendere decisioni, il suo ottimo modo di comportarsi con i subordinati e la sua presenza carismatica permeavano l’ambiente in cui operava. Commutò la pena di una persona, decise di impiccare un’altra (naturalmente su parere competente) e lesse con grande attenzione il rapporto riguardante i problemi nella divisione “C”. Chiamò il segretario che aveva redatto il verbale, analizzò ogni dettaglio, prese una decisione saggia, dedicò il resto del tempo alla grande riforma della polizia e poi uscì per attraversare il parco e recarsi al club a pranzo, convinto di aver guadagnato appieno i suoi soldi. Il che, in effetti, era vero: era davvero un bravo lavoratore.
Mentre entrava, diede un’occhiata alla striscia di nastro generale, tenendola davanti al viso e prestando particolare attenzione alle notizie sul matrimonio reale in Italia; con l’occhio destro, però, lanciava occhiate all’altra striscia di nastro per scoprire il prezzo dei prodotti Billies. Dovette aspettare un po’ prima che arrivassero.
“Ore 12:56; Pelham Pref. 108 – 109, Reefers 79 ex.” E così via, e poi, finalmente, Billies:
“Ordine di trasmissione urgente: 35-36 secondi.”
Un altro uomo avrebbe sorriso. Jack Williams assunse un’espressione preoccupata, quasi addolorata; si chinò di nuovo per un momento davanti alla notizia del matrimonio reale italiano, sospirò e poi entrò nella sala da pranzo.
IV
Proprio mentre Jack Williams stava finendo la colazione, il suo collega, Wilfrid Halterton, decise che doveva chiamare James McAuley, per la sesta volta.
Gli dispiaceva un po’ comportarsi in quel modo, ma cosa poteva fare? C’era stato qualche malinteso e doveva essere chiarito. Se James Haggismuir McAuley avesse potuto incontrarlo di persona, quella situazione straordinaria si sarebbe risolta, ma al momento sembrava davvero difficile trovarlo. Il telefono non era mai stato molto affidabile, ma ormai non c’era altra scelta. Dopo cinque tentativi infruttuosi, prima delle nove di mattina, Wilfrid Halterton provò ancora una volta a chiamare l’appartamento vicino a Marble Arch. Una voce di domestico gli rispose che il grande finanziere era in bagno. Wilfrid Halterton, che stesso non aveva ancora finito di vestirsi, tornò in camera sua, si sedette sul letto e rifletté sulla situazione. All’inizio non arrivò a nessuna conclusione, tranne una: qualcosa era andato storto. Poi tornò al telefono, e questa volta la voce del domestico gli disse che il signor McAuley sarebbe subito venuto all’apparecchio. Infine risuonò la voce di James Haggismuir, per una volta, con un tono irritato.
“Guarda qui, Wilfrid. Ma che diavolo è tutto questo? Non chiamarmi più a quest’ora assurda! Non sono nemmeno vestito ancora. Cosa vuoi? Sei tu, vero?”
“Sì. Voglio vederti. Devo vederti. C’è stato un malinteso. Non credo tu abbia capito del tutto ciò che ti ho detto ieri sera alla casa dei Balcombe. Almeno, eri lì. Parlavo dal palazzo, come ti avevo detto. Non penso tu abbia davvero compreso il senso delle mie parole, vero? Qualcosa è andato storto. Posso venire da te questa mattina. Ora? Tra un quarto d’ora?”
Trascorse un lungo lasso di tempo senza alcuna risposta; tuttavia Halterton riempì quel silenzio con commenti del tipo “Eh? Cosa?” e “Dico. Scambiamo!” Poi la voce di J. risuonò di nuovo, un po’ più bassa e priva di quella precedente irritazione.
“Ascolta bene, Wilfrid: tutto questo non è altro che un groviglio di problemi. Vieni qui dopo le dieci; ti troverò a colazione. Non capisco di cosa si tratti. Sembra che tu abbia perso una lettera di qualcuno, giusto? Ma non importa. Vieni da me alle dieci e un quarto.”
Prima che il Capo Postale potesse dire un’altra parola, J. riattaccò il telefono. Per quanto riguarda Wilfrid Halterton, rimase per un momento immobile davanti al suo riscaldatore a radio, fissando la griglia luminosa; scosse la testa due volte e mormorò: “Molto misterioso, ”
Quel breve lasso di tempo sembrava interminabile; arrivò al Marble Arch un po’ prima dell’ora prevista, passeggiò tranquillamente per il salone e non chiamò l’ascensore finché l’orologio non gli confermò che erano davvero le dieci. Non voleva dare l’impressione di essere affrettato. Anche se, forse più che mai, in quel volto pallido e in quelle dita irrequiete si leggevano segni di fretta e ansia.
Lo trovò seduto comodamente da solo al suo tavolo da colazione. J. non si prese nemmeno la briga di alzarsi, ma gli fece cenno con la testa verso una sedia e gli chiese se volesse una tazza di tè. Wilfrid Halterton gli ringraziò; quel momento di pausa gli permise di riprendersi. Lo fece, poi, evitando lo sguardo di McAuley, disse:
“Dico, sai… sai perché sono venuto?”
“No, assolutamente no!” McAuley, abbandonando la sua salsiccia, posò coltello e forchetta e alzò lo sguardo dritto in faccia al suo ospite, costringendolo a voltarsi verso di lui.
“Non so proprio cosa fare. Immagino che vogliate il mio consiglio su qualcosa, vero? Avete detto che c’è stato un problema con una lettera. Dite pure.”
“Mio caro J, ”, disse Halterton, lanciando un’occhiata verso la porta e un po’ spaventato da quella voce forte, “è molto semplice. Sono venuto solo per chiederti se potrei avere un’altra lettera al posto di quella che ho ricevuto ieri sera. L’ho persa. È davvero sfortunato. Una cosa del genere non dovrebbe essere lasciata in giro; qualcuno potrebbe trovarla. Comunque, devo assolutamente averne una copia. Capisci, vero?”
“Non capisco affatto cosa intendi!” James Haggismuir McAuley pronunciò queste parole con grande attenzione, i suoi occhi acuti fissi sul Segretario Generale delle Poste come due canne di pistola di piccolo calibro. “Quale lettera?”
“Perché…”, balbettò l’altro, “la lettera che mi hai dato, ovviamente.”
“Mio caro Wilfrid, ci sono state molte lettere scambiate tra di noi.”
Il Capo Postale si alzò improvvisamente e si diresse verso la porta con passi molto più rapidi del solito. La aprì, guardò fuori per assicurarsi che non ci fosse nessuno nei paraggi, la richiuse, tornò indietro e disse:
“Guarda qui, nemmeno io capisco… Devo assolutamente avere una copia di quella lettera.”
“James McAuley posò una mano stretta sul tavolo, ai lati del suo piatto, e gridò…”
“Siamo completamente nel caos, amico. Ieri sera al telefono hai detto qualcosa che pensavi io sapessi, ma non lo so. Davvero, non ho idea di cosa si tratti.”
La mente di Wilfrid Halterton fece un giro completo su se stessa, lasciandolo confuso. Era stordito e non aveva ancora ripreso il controllo di sé. Tuttavia, agì con estrema semplicità. Disse:
“Perché, la lettera che mi hai dato martedì sera, J. Dopo che avevi ricevuto la mia lettera con cui accettavo il contratto. Ho preso la tua lettera, vero? Quella senza data, sai. Ti ricordi cosa c’era dentro? Beh, comunque, quella lettera senza data. Te ne ricordi? Quella firmata da te. L’ho messa in una busta. L’ho messa in tasca, ”
“Tutto questo è del tutto incomprensibile per me,” sospirò J. “Ho ricevuto la tua lettera, naturalmente. Lo sappiamo entrambi. E sono sinceramente grato a te, Wilfrid. È stata davvero decisiva. E oltre a questo, ” proseguì, mentre Halterton sembrava sul punto di interromperlo, “penso che tu abbia fatto del bene per il paese. Ne sono sicuro. Sono altrettanto sicuro della luce del giorno che il nostro è l’unico sistema in grado di funzionare correttamente. Non nego che sia a mio vantaggio. Certo che lo è. Tutti lo sanno, e io stesso l’ho sempre sostenuto. Ma hai agito nel modo giusto per il bene del pubblico. Loro te ne saranno grati, e anch’io.” Tese la sua mano destra aperta. Halterton la prese, con esitazione.
“Grazie, J.,” disse, “grazie mille. Ma ora ascolta: c’è un grave malinteso. Devi permettermi di avere una copia di quella lettera perduta.”
“C’è qualche malinteso,” rispose J., con una voce ora un’ottava più bassa di quella che aveva usato anche durante le parti più intense di quell’intervista patetica. “È un malinteso molto grave. State confondendo le cose.”
Poi, prima che Halterton potesse intervenire con una obiezione, un’idea geniale colpì il capo della Durrant’s Imperial Television Company.
“Ascolta bene, amico: la cosa migliore che tu possa fare è tornare a casa e scrivere esattamente ciò che vuoi. Forse stai confondendomi con un’altra persona, o forse ti sei sbagliato riguardo a un documento o all’altro. Comunque sia, pensi che io ti abbia inviato una lettera. Ma non è stata scritta da me. Deve essere stata scritta da qualcun altro poco prima o dopo. È facile confondersi in queste cose. Ma non c’è alcun danno. Se c’è qualcosa che vuoi che faccia riguardo al tuo contratto, torna a casa e scrivilo tutto chiaramente su carta. Poi ne parleremo, con tutti i fatti davanti a noi.”
Wilfrid Halterton rimase sbalordito, senza fiato.
“Vuoi che ti scriva di ciò che, di ciò che mi è stato offerto? Vuoi che lo faccia a mano mia? Davvero vuoi che io faccia una cosa del genere?” disse, con un tono sempre più alto e leggermente tremante. “A mano mia?”
J. scosse la testa.
“Non si può fare nulla di tutto questo!”, disse.
Posò la mano sulla spalla del suo amico. Il suo amico non osò scuoterla via, anche se avrebbe voluto farlo.
“Torna a casa, scrivi tutto per iscritto, firmalo e mandamelo; poi ti risponderò. Così sarà tutto a posto, vero?”
“Neghi di avermi dato quella lettera?” rispose Wilfrid, usando toni più acuti di quelli che aveva usato fino ad allora. Poi salì di tre note, arrivando al si bemolle, e ripeté: “Neghi di averla data, ”.
“Mio caro amico,” implorò il finanziere, “per favore, non gridare!” (“Stridere” sarebbe stato più appropriato; un urlo è troppo forte per la situazione.) “Scrivilo semplicemente, come ti dico. Scrivilo qui, se vuoi.”
Wilfrid Halterton era diventato pallido e appassionato.
“Molto bene,” disse a voce bassa, metà mormorando, metà sibilando. “Molto bene. Davvero. Penso di iniziare a capire. Ma non essere troppo sicura! Io la troverò, J. Ricorda. La troverò!”
In risposta, J. afferrò le due mani dell’uomo alto e le tenne saldamente nella sua stretta decisa.
“Guarda qui, Wilfrid,” disse, fissandolo con uno sguardo sagace e benevolo, ma con un’espressione molto seria, “ti conosco da alcuni mesi ormai, e penso che siamo diventati buoni amici, vero? Nessuno ti apprezza di più di me. Ma non si può pretendere che un cervello eccezionale come il tuo lavori a doppio ritmo senza subirne le conseguenze. Ascolta il mio consiglio: torna a casa, lascia che quel tuo cervello riposi un po’, e scrivi su carta tutto ciò che pensi sia accaduto; oppure, se non ti va di farlo, indica semplicemente cosa vuoi che io faccia. Puoi essere certo che ci incontreremo. Ecco!”
Tenendo ancora saldamente i polsi di quelle due mani nella sua destra ferma, posò di nuovo la sinistra sulla spalla del Ministro.
“Fai ciò che ti dico,” disse. “A volte, Wilfrid, sei il tuo peggior nemico. Ma nessuno desidera il tuo bene più di me.”
Non riesco a descrivervi l’umore di Halterton, perché nemmeno lui stesso avrebbe potuto definirlo con precisione. Confusione, rabbia, dubbi su se stesso e sui propri sensi, ricordi legati a libri che aveva letto su oscure intrighi. Tutte queste emozioni contrastanti si agitavano dentro di lui mentre si allontanava. Quel momento di intensa rabbia era ormai diventato qualcosa di troppo complesso da analizzare. Quando arrivò in strada, i suoi pensieri iniziarono a schiarirsi. La fresca mattina di marzo, con la pioggia ancora sospesa nell’aria, lo calmò un po’. Continuò a camminare lungo il Parco verso Westminster, dando tempo a se stesso di riflettere con chiarezza. Il suo segretario lo avrebbe aspettato nella sua stanza alla Camera dei Comuni; quel mattino aveva molto lavoro da svolgere. Questo lo avrebbe distratto e gli avrebbe aiutato a chiarire le idee. Ma una cosa era certa: non avrebbe scritto nulla su carta. E questo dimostrava che era davvero saggio.
Prima ancora di arrivare alle Camere del Parlamento, nella sua mente iniziarono a formularsi domande e risposte incomplete. Perché J. aveva negato di avergli dato quella lettera? Dopotutto, la lettera era stata davvero data. Non poteva essersela immaginata. Perché J. aveva mentito? Voleva forse ritrattare l’accordo. Ma se la lettera venisse trovata? Forse J. sperava semplicemente che non venisse scoperta, così da poter mantenere la libertà di nominare chi voleva, e anche quella di negoziare ulteriormente per impedire alla Posta di ritrattare l’accordo. Comunque sia, all’inizio J. sembrava davvero riluttante a dargli quella lettera.
Quando si sedette alla sua scrivania e la sua segretaria iniziò a mettergli davanti i documenti, le riflessioni del Postmaster-General erano già arrivate a quel punto. Non riuscì ad andare oltre nel corso della mattinata, perché non era uno di quei persone che riescono a pensare a due cose contemporaneamente; in effetti, la tensione che provava fu alleviata dal fatto di essere completamente assorbito dai suoi affari e di aver distolto la sua attenzione da un problema che gli sembrava insolubile.
So che le cose continuarono fino a un pranzo anticipato, che mangiò da solo nella sala da pranzo della Camera dei Comuni. Tornò in camera sua prima delle due e continuò a lavorare. C’era molto lavoro da svolgere, e la sua segretaria era davvero molto efficiente. Halterton lavorò fino all’inizio del pomeriggio, fino al momento in cui la Camera si riunì.
All’inizio della sessione, dopo le preghiere, gli furono poste alcune domande; alle tre in punto si trovava già nella prima fila del banco dei deputati, di fronte ai banchi piuttosto affollati dell’Opposizione, con una mezza dozzina dei suoi colleghi al suo fianco. Per qualche coincidenza, Honest Jack Williams era seduto accanto a lui sulla destra. Honest Jack Williams aveva incontrato un suo giovane amico incaricato di un altro compito, e quest’ultimo gli aveva portato la notizia: Billies aveva chiuso alle 42 secondi. Ma Honest Jack Williams decise comunque di rimanere lì.
Doveva prendere una decisione che andasse oltre la semplice detenzione delle azioni. Doveva capire se quella fase di crescita economica sarebbe durata a lungo. A James McAuley era stato concesso il contratto, senza dubbio. Ma era davvero vincolante? O forse poteva ancora essere annullato? Senza dubbio, le procedure necessarie per formalizzarlo erano già state avviate; forse le copie del contratto erano già state stampate. Tuttavia, anche se votare su ordine del governo è praticamente una prassi abituale, soprattutto se (come lui sospettava) il Capo dei Whip fosse interessato, beh, niente è certo finché non si è effettivamente votato.
Uno o due uomini gli avevano detto casualmente nell’atrio che Halterton sembrava preoccupato. Onesto com’era, Jack Williams gettò un rapido sguardo verso sinistra lungo la prima fila di banchi, senza muovere la testa, e colse l’espressione del Segretario Generale delle Poste. Sì, James McAuley aveva il contratto in mano, ma qualcosa era andato terribilmente storto con il Segretario Generale delle Poste.
Sono state poste domande al Capo Postale Generale, e più di una persona si è chiesta se non fosse stato possibile inviare tempestivamente una domanda speciale per chiedergli informazioni sullo stato del Contratto per la Televisione; infatti, non c’è nulla che interessi di più anche ai membri privati dei parlamenti rispetto al andamento delle azioni e delle obbligazioni. E i telegiornali avevano trasmesso notizie ininterrottamente per tutto il giorno.
Ma le domande a cui doveva rispondere quel grande statista erano di natura più semplice. Gli era stato segnalato il ritardo nella consegna della posta nel distretto di Derby?
L’attenzione su di esso era stata attirata e erano stati presi i provvedimenti necessari.
In seguito a quella risposta, quali misure erano state prese?
Nessuna risposta fu data in cambio.
Potrebbe il Capo dell’Ufficio Postale indicare una data entro cui introdurrà la misura da tempo promessa per includere il Continente Antartico nell’Unione Postale? (Si potrebbe dire la “Golconda Polare Meridionale”, che, sebbene al momento abbandonata, sarà riaperta molto presto.)
Il P.M.G. stava dedicando la massima attenzione a questa questione.
In seguito a quella risposta, il Capo Postale Generale era a conoscenza del fatto che il servizio radio installato l’anno precedente sul Continente Antartico si fosse interrotto?
Nessuna risposta fu data in cambio.
Se l’attenzione del Capo Postale Generale fosse stata attirata sull’inadeguatezza dei servizi telegrafici per le Isole Orcadi, avrebbe preso immediatamente misure per raddoppiare la capacità della linea?
La risposta a entrambe le domande era affermativa.
A seguito di quella risposta, era consapevole che, dopo un ritardo di oltre tre mesi, non fosse stato fatto nulla?
Nessuna risposta fu data in cambio.
Infatti, si potrebbe scusare Wilfrid Halterton per non aver risposto a così tante domande supplementari. La postazione del Tesoriere non era molto alta, e dondolarsi su di essa come una marionetta rappresenta davvero un problema per un uomo di oltre cinquant’anni.
La sua prova era finita, e le domande che venivano ora poste erano rivolte al Ministro delle Belle Arti, il vecchio e popolare Lord Papworthy: un titolo irlandese, perché sebbene il nome Papworthy abbia un suono onesto e anglosassone, anche il castello e la città di Papworthy hanno un nome originale che è stato ripristinato dal governo irlandese dopo il nostro splendido atto di generosità nel 1921.
Se il Nobile Signore, il Segretario di Stato per le Belle Arti, avesse rifiutato di acquistare i “Oblongs”?
Derivante da quella risposta, era vero che “Oblongs” sarebbe andato in America, proprio come quel altro capolavoro, “Rhomboids”?
E derivante da quella risposta, e ancora da quella risposta, e ancora da quella risposta.
Lord Papworthy affrontò con grande disinvoltura quelle domande continue. Quell’uomo anziano mantenne un atteggiamento cordiale, parlando con la sua voce alta e sonora; tuttavia il deputato che gli poneva le domande era arrabbiato, persino aggressivo. Il deputato parlava dal dietro del banco del Tesoro, e il Ministro per le Belle Arti, quell’uomo dall’aspetto gentile e dal viso rotondo e benevolo, era costretto a girarsi continuamente per ascoltare, e sebbene sorridesse ancora, quella situazione lo infastidiva. L’aula, che si diverte facilmente, fu davvero molto divertita da tutta questa scena.
L’opportunità per Jack Williams era eccellente; nel frastuono delle grida “Rispondi! Rispondi!”, sussurrò una parola discreta all’orecchio di Halterton.
“Va tutto bene con Billie?”
Halterton sembrava soltanto imbarazzato.
“Davvero?” sussurrò lui in risposta. “Vorrei parlarti un attimo, Jack.”
Williams era l’uomo a cui rivolgersi quando si era in imbarazzo. Era sempre in grado di dare consigli saggi e immediati, e aveva sempre ragione.
“Quando vuoi tu,” rispose velocemente, sempre con quella stessa voce bassa.
“Bene, può essere ora?” disse l’altro. “Ma non uscire subito dopo di me.”
“Mio caro Wilfrid, puoi trovarmi nella mia stanza quando vuoi. Sarò sempre lì. Quando le domande saranno finite, non ci sarà nessuno tranne la vecchia Madre Boulger. E comunque, tu non avrai più nulla da dire.”
E così Williams se ne andò, dietro la sedia del Presidente, lentamente e con disinvoltura, dicendo una parola o due a uno degli ufficiali permanenti presenti sotto il palco, solo per dimostrare che non aveva alcuna fretta.
Dopo un breve intervallo, e dopo aver scambiato molte parole con quest’uomo e quell’altro mentre se ne andavano, Wilfrid Halterton si alzò a sua volta e si diresse verso la porta principale che conduceva all’atrio esterno, l’uscita opposta a quella da cui era uscito Williams. A quanto pare aveva degli affari da sbrigare nell’atrio; mentre attraversava le porte a vetri oscillanti, gettò un’occhiata alle sue spalle e vide la signora Boulger alzarsi in tutta la sua imponente maestosità per rispondere all’atroce attacco sferrato il giorno prima dal nipote di Mr. Boulger, proveniente dalla fila dei banchi dell’Opposizione, un giovane promettente.
Wilfrid Halterton afferrò un uomo nell’atrio interno, trascorse un momento all’ufficio postale fingendo di chiedere un messaggio, poi scese le scale e si diresse verso l’ufficio del Segretario dell’Interno, senza affrettarsi. Trovò Williams da solo, proprio come gli era stato promesso.
“Ora, Wilfrid,” disse Jack Williams con entusiasmo, girando la sedia di mezzo giro per rivolgersi al nuovo arrivato, “di cosa si tratta? Come vanno le cose? Che cos’è successo con Durrant’s? Immagino che tu voglia parlarmene. Siediti.”
“Sì, Jack,” disse Halterton, mentre tirava avanti una sedia. “Davvero sì.”
Si mise le mani incrociate tra le ginocchia ossute e fissò il tappeto, pensando a cosa dire dopo. Poi alzò lo sguardo.
Tre studi su Lord Papworthy, Ministro Permanente delle Belle Arti: schizzi realizzati da Sir Archibald Rumm per la statua esposta all’Accademia nel 1959, oggi situata nella residenza di Papworthy House.
“Sai, Jack,” disse, “ogni volta che sorge un problema, tutti si rivolgono a te.”
“Grazie,” disse Williams.
“E c’è stato un intoppo, Jack… Immagino tu l’abbia già capito.”
“Non sembra affatto un intoppo…”, rispose Williams in tono piuttosto secco. “I fanali brillano intensamente.”
Halterton si alzò e iniziò a camminare avanti e indietro nella stanza, proprio come faceva di solito quando il suo potente cervello era impegnato nel lavoro.
“Beh, ascolta qui, Jack, è così, ” (e forse per la decima volta in quarantotto ore guardò verso la porta; era chiusa abbastanza bene.) “È proprio così, ”. Si sedette di nuovo e addirittura batté leggermente il Ministro dell’Interno sulla gamba. “Non sono felice riguardo a J.”
“Che cosa c’è che non va con J.?” chiese Williams con calma. Non gli dispiaceva che qualcuno gli battesse sulla gamba; e non gli importava nulla di ciò che gli accadeva, purché sapesse prima degli altri cosa stava succedendo. “Che cosa c’è che non va con J.? È chiaramente molto felice. E inoltre, non ha tenuto la bocca chiusa: ha preferito parlare, eh?”
Wilfrid Halterton aveva letto in molti libri che, quando si trova in una situazione difficile e si chiede consiglio, bisogna essere molto franchi e esporre tutto all’istante. Onestamente voleva seguire i suggerimenti dei libri, ma era difficile farlo.
“Sì“, disse, “J. sta bene… Ma io no.“
“Beh, Wilfrid, spero che senza un accordo adeguato, lui non riesca ad ottenere quella cosa, qualunque essa sia.”
“No… Ma vedi… vedi…”
“Guarda, Wilfrid,” rispose Jack Williams con gentilezza e pazienza, ma non senza un piccolo sospiro, “mi stai chiedendo un consiglio, vero?”
“Sì, lo sono,” disse il povero Wilfrid, con un tono che lasciava intuire una traccia di tragedia; l’altro se ne accorse immediatamente.
“Mi chiedi un consiglio, e hai perfettamente ragione. Credo infatti di sapere qual è il problema e cosa si dovrebbe fare.”
Fu detto casualmente, ma colpì nel segno. Lui se ne accorse, quindi si sporse in avanti con attenzione, cambiando tono di voce.
“E guarda qui, Wilfrid: in faccende del genere gli uomini devono stare uniti. Spero che tu non abbia litigato con J., vero?”
“No, no,” rispose rapidamente Wilfrid, “non quello!”
“Bene, ora raccontami tutta la storia dall’inizio e ti darò il miglior consiglio possibile. Probabilmente riuscirò a capire qual è il problema in cinque minuti.”
“La questione,” disse Halterton, la sua voglia di prendere decisioni sagge prevalendo sulle sue esitazioni, “la questione riguarda la lettera di J.”
“Voi intendete,” disse Jack Williams (a cui questo genere di cose era altrettanto familiare quanto il proprio volto nello specchio da barba), “volete dire quella lettera o qualcosa del genere che J. vi ha dato in relazione al contratto, o alla promessa contenuta nel contratto? Volete dire, l’accordo che aveva con voi?”
Halterton annuì. “Più o meno,” disse. “Qualcosa del genere. Il suo riconoscimento, capisci. Tutto quel tipo di cose. E il problema è che ho scritto anch’io un promemoria sopra la lettera, a matita, solo per essere sicuro.”
“Ah, davvero l’hai fatto…”, disse Williams con un tono cupo. “Una precauzione davvero utile!”
“Sì… E ora è scomparso, insieme a quelle mie scritture sopra di esso.”
“Se n’è andato!” disse Jack, davvero sorpreso. “Che imbarazzo. Robe del genere non dovrebbero essere lasciate in giro così.”
Lo guardò dritto in faccia, con decisione, ma poi si riprese dallo stupore causato dalla notizia e sorrise in modo così cordiale che non vi era alcun segno di rimprovero nel suo sorriso.
“No, per Giove!”, mormorò il Capo Postale Generale.
“Beh, c’è una cosa che devi assolutamente fare: chiedere un altro esemplare a J.”
“L’ho avuto,” disse Wilfrid, parlando lentamente e solennemente, “ma lui l’ha rifiutato.”
“Rifiutato!”, esclamò Williams con un improvviso movimento delle sopracciglia.
“Sì”, disse Halterton, “mi è stato rifiutato… E inoltre, dice che non mi ha mai dato nulla”.
Il Ministro dell’Interno cedette all’abitudine e emise quel fischio sommesso che aveva preso a usare nei primi anni della sua attività politica nel movimento sindacale, ogni volta che si imbatteva in qualcosa che “lo stimolava ad agire”.
“Oh-o-o-h!” disse. Poi appoggiò il mento sulla mano, continuando a fissare Halterton con lo sguardo, e aggiunse: “Sai cosa è successo?”
“No, non riesco proprio a immaginarlo,” rispose Halterton, evitando di guardare l’altro negli occhi. “Ho cercato dappertutto. Ho persino controllato sotto il tappeto, anche se non capisco come possa essere finito lì. Non ho controllato nemmeno la fodera del mio cappotto. Sono sicuro, però, che la fodera non fosse strappata. Non c’è nessun posto dove potrebbe essersi nascosto nel corridoio. A meno che, forse,” aggiunse, mentre gli veniva in mente un’idea, “a meno che sotto lo stendibagagli non ci fosse spazio per un pezzo di carta. Non l’ho controllato.” La sua voce adesso suonava piena di nuova speranza.
“Mio caro Wilfrid,” rispose il Segretario dell’Interno con una voce piuttosto bassa e molto uniforme, “non è sotto il tappeto. Non è nemmeno sotto lo stendibagagli. E non si trova nemmeno nell’altro mondo. Devo dirvi dove si trova?”
“Ma tu non lo sai!” si lamentò l’altro con voce triste.
“È sulla persona di James Haggismuir McAuley.”
“Che cosa!”
“Sulla persona, ho detto,” ripeté Williams con un po’ di severità, “sulla persona di James Haggismuir McAuley. Direi che fosse nella tasca. Forse cucita sulla sua giacca. Ma più probabilmente in una tasca. In generale, direi che si trovasse nella tasca interna sinistra del suo soprabito mattutino. Dopotutto, è ancora metà pomeriggio.” Poi si appoggiò allo schienale e continuò, con un sorriso negli occhi: “Ecco fatto, Wilfrid! Te l’ho detto. Ora lo sai.”
Halterton guardò il suo collega con aria confusa. Williams era stato chiamato “Il Mago”: Hiram Buggs, ex residente di Warramugga e ora Primo Barone Desportes, gli aveva dato quel nome nel suo articolo, subito dopo avergli conferito il titolo nobiliare. Sebbene il Capo Postale sapesse che Williams lo aveva aiutato ad ottenere il titolo nobiliare, non aveva mai capito il motivo di quel soprannome pieno di ammirazione. Ora iniziava a comprenderlo; e per quanto elevata fosse la sua posizione, frutto dei suoi stessi grandi successi, provò un senso di reverenza di fronte al genio di quell’uomo di stato che sedeva davanti a lui, così padrone di sé e semplice, ma che possedeva uno strumento intellettivo di enorme potere.
“Ah,” disse dopo alcuni momenti per assimilare tutto quanto. “La tasca interna del gilet, quella che indossava quella mattina, la sinistra, giusto?”
Il Ministro dell’Interno annuì.
“Esatto,” concordò lui.
“Beh! Per la mia parola! Quindi dici che ce l’ha?. Beh. Ora inizio a capire.”
“Ne sono felice,” disse l’altro, e per un momento il sorriso tornò sul suo volto.
“Sì, inizio a capire. Ora ho capito. Per qualche motivo voleva riavere quell’oggetto indietro.”
“Sì”, disse Williams. “Per qualche motivo o altro, lo fece.”
Il Capo Postale rifletté a lungo, fissando la tavola. Poi alzò lo sguardo e aggiunse, dopo un improvviso pensiero: “Ma perché credete che l’abbia tenuto? Perché non avrebbe dovuto distruggerlo? Ora capisco perché abbia detto di non ricordare nulla al riguardo. Ma allora, perché non l’ha distrutto?”
“Perché la tua nota scritta su quel foglio è un documento prezioso… Gli permette di tenerti sotto controllo.”
Halterton ebbe la sensazione di aver ricevuto un colpo moderato nello stomaco.
“Tienimi stretto!” esitò. “Sì… capisco… inizio a capire…”
“Inoltre,” continuò felicemente il Segretario dell’Interno, “gli piaceva poter decidere liberamente a chi assegnare quel lavoro, eh?”
“Quale lavoro?” chiese l’altro con sospetto. “Non ho mai sentito parlare di alcun lavoro. Non ho mai detto nulla riguardo a un lavoro!”
“Oh, no, vecchio mio,” rise Williams. “Comunque, agli uomini non piace sentirsi legati, vero? Beh, lui lo sa bene. Puoi giurarlo.”
Altre questioni continuavano a preoccupare Halterton. La sua voce era piena di umiltà mentre cercava una soluzione insieme a loro.
“Ma perché proprio addosso a lui? Perché nel suo taschino? E perché nel taschino interno del petto, Jack? Perché nel taschino interno sinistro del petto?”
Williams sospirò dolcemente.
“Addosso a sé, caro mio, perché è l’unico modo sicuro per tenere qualcosa senza che nessuno al mondo ne sappia nulla. Nella tasca, perché se lo fai cucire all’interno della tua giacca, come ho visto fare alcuni (il vecchio Bisher fece così con quella lettera compromettente nel caso Holt, te lo ricordi?). Ti ricordi del vecchio Bisher, il Cancelliere di Giustizia di venticinque anni fa?”
“Ricordo il nome,” disse Halterton.
“Beh, conoscevo quell’uomo, ed è proprio quello che ha fatto.” Ma Williams non aggiunse anche che conosceva l’uomo che se l’era portato via dal vecchio Bisher, e quanto gli fosse valso.
“Il motivo per cui non credo che McAuley abbia fatto quella cosa è che vuole tenerla per sempre. Si cuciono le cose all’interno dei gilet solo quando sono destinate ad essere utilizzate per pochi giorni, ovviamente.”
“M-m-m, sì,” convenne Halterton. “Ovviamente. Sì, sarebbe una tasca, sì, hai ragione. Ma perché proprio una tasca sul petto?”
“Perché,” disse Williams con un po’ di stanchezza, come se fosse stufo di insegnare le nozioni di base della politica a un altro politico, “perché è più difficile prendere qualcosa dalla tasca interna che da quella esterna. Come avrete ormai capito.”
Halterton arrossì davvero. “Sì, l’ho fatto, Jack,” ammise. “Hai ragione. Era nella mia tasca laterale. Oh, che disastro, ”
Onesto Jack Williams insegna ad un suo connazionale l’arte della politica.
“Non farlo, Wilfrid, per favore,” disse il Segretario dell’Interno, alzando la mano per fermarlo. “Non arrabbiarti mai con un collega che gioca meglio di te!”
Solo gli uomini più grandi comprendono questo; coloro che lo comprendono raggiungono la vetta, proprio come aveva fatto Williams.
Ma Halterton aveva ancora un’altra domanda da porre.
“Ah sì… e perché proprio sul lato sinistro?”
“Davvero… Wilfrid… davvero, non ti sei accorto che McAuley è destro di mano?”
“Sì, suppongo di sì. Non me ne ero mai reso particolarmente conto. Ma ora che ci penso, sì, ricordo. Scrive con la mano destra.”
“La maggior parte delle persone lo fa,” disse Williams.
E nei pochi secondi successivi, uno di loro provò un’ammirazione estatica per un cervello superiore; l’altro, invece, ripassò rapidamente ciò che aveva imparato e ciò che aveva iniziato a pianificare per il futuro.
Alla fine della pausa, Williams girò la sedia verso l’estremità del tavolo.
“Devo chiamare Burton,” disse. “Ho un mucchio di lavoro da finire e dovrò scendere di nuovo al piano di sotto prima che finisca l’ora. Non parlerò, ma devo sentire cosa dirà Chillham. Vi ho detto tutto quello che posso, cari amici. McAuley ce l’ha, e vi ho indicato esattamente dove lo ha; inoltre, se ho ragione su quel particolare – e credo proprio di sì – sarà nella tasca corrispondente del cappotto che indossa per un po’ di tempo; cioè, fino a quando non avrà bisogno di usarlo.”
“Per farne uso,” ripeté Halterton con una voce vuota, quasi pensando di parlare da solo. “Farne uso, farne uso, ”
E uscì barcollando.
Lady Papworthy, raffinata padrona di casa in ambito politico.
V
Lady Papworthy era la moglie di quel meraviglioso anziano Lord Papworthy, Ministro delle Belle Arti nel secondo governo della signora Boulger; abbiamo visto come si sia battuto con grande determinazione per il proprio incarico contro l’irritato ammiratore dei “Oblongs”.
Sì, Lady Papworthy era la moglie di Lord Papworthy; questa affermazione (per la quale mi assumo tutta la responsabilità) è più sorprendente di quanto possa sembrare. Infatti, bisogna vederla con i propri occhi per crederci. Lord Papworthy è un uomo di quasi settant’anni, con pochi capelli bianchi, uno sguardo gentile proveniente dai suoi occhi scuri, e un modo di comportarsi cordiale nel parlare e nei gesti, tranne che in rare occasioni private riguardanti questioni finanziarie; mentre Lady Papworthy ha poco più di vent’anni, è di carnagione scura, intelligente e diretta nelle sue azioni. Inoltre, non è la seconda moglie di Lord Papworthy: per quanto si sappia, Lord Papworthy non era mai stato sposato prima.
D’altra parte, tutti sapevano chi fosse Lord Papworthy. Era il vecchio Papworthy, senza dubbio: l’uomo che aveva sempre occupato il suo tempo a lavorare con le immagini fin da quando ne era stato in grado, e aveva iniziato a farlo cinquant’anni prima, ancora prima di raggiungere la maggiore età. Ma nessuno sapeva davvero chi fosse Lady Papworthy. E, cosa sorprendente, a nessuno importava. Erano sposati. Lo so per certo, e anche meglio ancora lo si può dedurre dall’atteggiamento di Harry O’More, suo giovane cugino ed erede: lui, infatti, temeva stupidamente che potesse nascere un altro erede. Ma oltre a questo, io stesso non so nulla di lei. E non ho alcun desiderio di saperne di più rispetto agli altri.
Ci sono tre uomini a Londra, tutti e tre scapoli, tutti e tre benestanti, e ognuno di loro arguto e vivace a modo suo; si può fidare di loro per sapere tutto su chiunque, per quanto oscuro possa essere il caso. Ma riguardo a Lady Papworthy, raccontarono tre storie diverse.
Limpey disse di essere una cameriera che aveva incontrato il vecchio Papworthy quando questi era andato alla Conferenza Mondiale d’Arte, tenutasi a Toronto più di due anni prima, poiché considerata il luogo più adatto per l’incontro di artisti da tutto il mondo.
Stingey disse di essere una modella d’arte che lo aveva incontrato a Parigi un anno prima e lo aveva seguito in Canada.
Mangey (il cui soprannome le signore rendevano più dolce in “Manguey”, trasformando la “G” in una “e”, contro la loro abitudine) ammise francamente di non saperlo. All’inizio aveva detto che lei fosse la figlia di un agitatore comunista che aveva sorpreso il vecchio Papworthy sulla barca mentre stava partendo. Ma quando scoprì che la sua fonte, anch’essa comunista e originaria di Buda-Pesth, stava mentendo, ritrattò le sue affermazioni con la sua solita schiettezza e ammise apertamente il proprio errore davanti a tutti. Disse che avrebbe provato a scoprire la verità, ma non ci riuscì e rinunciò. Ora, poiché Mangey non lo sa, nessuno lo sa. E abbiamo tutti smesso di scommettere su questa questione. Comunque, lei è abbastanza divertente.
Ufficialmente lei era la sua segretaria, con cui si era sposato, ma non poteva esserlo da molto tempo, perché nessuno l’aveva vista trenta mesi prima, e nessuno (tranne Harry) sapeva nemmeno con certezza dove si fossero sposati. Parlava liberamente dei suoi parenti, ma non molto spesso. Sembrava che ne avesse più di uno: di solito erano i suoi cugini; inoltre sembravano sempre essere in viaggio, e lei desiderava spesso che venissero in Inghilterra, ma non lo facevano mai. Non rivelò mai i loro nomi.
Era davvero molto versata in molte cose, soprattutto in quelle letterarie, purché fossero moderne. Tuttavia, non si vantava di conoscere alcuna lingua diversa dalla sua propria, che era l’inglese, parlato senza alcun accento, tranne quello che forse i suoi connazionali avrebbero potuto definire “accento inglese”. La sua voce, quando lo parlava, era bassa, controllata e sonora.
Suo marito la chiamava Joan; lo faceva anche la maggior parte del suo circolo, un gruppo piuttosto numeroso che lei dominava quasi fin dal momento del suo arrivo a Londra. Come potete immaginare, data quella sua origine, o meglio, l’assenza di qualsiasi origine riconosciuta, lei era perfettamente adatta al ruolo che aveva scelto per sé.
Non organizzava grandi cene; in realtà, nemmeno piccole cene spesso. A causa della sua posizione, Papworthy doveva intrattenere gli ospiti, ma raramente lo faceva a casa sua, tranne a pranzo. Joan Papworthy lasciava intendere che la sua salute le impedisse di stare sveglia fino a tardi. Raramente usciva di sera, e questa eccentricità contribuiva ulteriormente alla sua immagine.
Quella posizione fu saldamente consolidata, anche dopo un tempo così breve. Lei sapeva esattamente cosa dire sia agli scrittori che riguardo a loro; quasi tutti avevano trascorso del tempo sotto il suo tetto, molti di loro addirittura in modo continuativo. E sebbene non organizzasse spesso cene, offriva innumerevoli cocktail, e conosceva perfettamente quell’arte. Nemmeno Lord Papworthy era sempre assente dalle sue riunioni: ogni tanto si presentava, sorrideva e chiacchierava amichevolmente con questo o quel partecipante, per poi uscire di nuovo senza tornare più. Si capiva che fosse andato a discutere di qualche questione legata a un dipinto. In tutte quelle occasioni in cui il suo salotto era pieno di gente, tutti chiedevano notizie di lui; e quando non si faceva vedere, sua moglie spiegava con precisione quale lavoro specifico lo tenesse impegnato.
Lei stessa non disse mai una parola riguardo alle questioni della sua provincia. Affermava di ignorarle completamente e parlava delle sue conoscenze con il rispetto dovuto a uno dei maggiori esperti d’Europa. Nelle rare occasioni in cui lui stesso menzionava argomenti al di fuori di quella provincia, mostrava lo stesso rispetto per lei. Affermava di non sapere nulla di scrittura; inoltre, non era affatto una finzione il fatto che spesso sbagliasse i nomi degli scrittori, anche dopo averli incontrati tre o quattro volte.
Quando dico che è stato Ministro delle Belle Arti nel secondo governo della signora Boulger, bisogna anche ricordare che lo era già stato nel suo primo governo: Vice-Segretario per le Belle Arti in un governo precedente; Segretario Parlamentare del Ministro delle Belle Arti (il famoso Algernon Cohen) in tempi ancora più remoti. Durante il suo secondo mandato parlamentare, prima ancora di assumere quella carica, e addirittura durante la sua prima sessione in Parlamento – quando suo padre lo fece entrare nella Camera pochi mesi dopo il suo arrivo da Cambridge – si distinse per porre domande riguardo all’acquisto di opere d’arte da parte del governo. Mantenne costantemente questa linea di azione per molti anni, e politicamente questo fu ciò che lo rese famoso.
La sua completa padronanza dell’argomento si dimostrava meglio nel suo ugual apprezzamento per tutti i pittori moderni, senza distinzioni; e nell’apprezzamento quasi altrettanto grande per quelli del passato che, in quel momento, erano di moda. Aveva ereditato quadri, ne aveva comprati molti, di ogni tipo: quadri che raccontavano storie, quadri che semplicemente “mentivano”, quadri che rappresentavano soltanto modelli, e anche quadri che non erano nemmeno questo. Gli piaceva molto stare davanti a questi quadri, soprattutto quelli più recenti: inclinava leggermente la testa da un lato e muoveva il pollice nell’aria per esprimere la sua ammirazione per le loro linee, i loro valori cromatici, le loro strutture, il loro significato complessivo e i loro colori.
Tra i dodici o più amici intimi di Lady Papworthy c’era un certo giovane che combinava una posizione letteraria poco certa a Londra con una piccola influenza politica. Il suo nome era Butler, ma questo non rifletteva affatto la sua vera natura: era alto, magro, con i capelli neri e una ciocca romantica che gli cadeva sulla fronte; aveva lo sguardo sognante e fissava il mondo con occhi grandi, scuri e profondi, nei quali si poteva percepire un certo fuoco interno. A volte balbettava, altre volte esplodeva in indignazione per qualche motivo; spesso, invece, rimaneva in silenzio quando gli veniva rivolta la parola, non per mancanza di cortesia, ma perché era assorto nei suoi pensieri. Talvolta interrompeva anche le conversazioni altrui, poiché era pieno di entusiasmo. Anche se la sua posizione politica era secondaria e probabilmente lo sarebbe rimasta per sempre (poiché i suoi pochi amici erano certi che non avrebbe mai ricoperto alcuna carica ufficiale), e anche se lui stesso non prendeva mai iniziative per intraprendere una carriera politica, questo era frutto della sua scelta personale. Si sentiva tranquillo nell’essere un membro del Parlamento finché voleva, e giurava sempre di odiare quel ruolo; la sua “sicurezza” derivava dalla enorme popolarità che godeva tra i suoi elettori, in un quartiere artigianale di una città industriale del nord.
Quando esprimeva con fervore la sua devozione all’ideale anarchico, gli credevano, e avevano ragione a credergli. Con la loro semplicità, erano certi di avere ragione nel non credere alle parole della maggior parte dei politici su di lui. A lui non avrebbero mai applicato ciò che oggi i lavoratori dicono di quasi tutti gli altri politici: che non c’è differenza tra questo o quel partito – anarchico o socialista – è tutto lo stesso; sono tutti alla ricerca del potere.
Aumentò ancora la sua popolarità dichiarando ad alta voce che non avrebbe mai speso un centesimo per quel posto, nemmeno se ne avesse avuto uno. E gli elettori ne furono ancora più soddisfatti, perché le due circoscrizioni confinanti della città erano rappresentate da due milionari: uno che agiva nell’interesse anarchico e l’altro in quello socialista, entrambi i quali spendevano denaro senza alcuna ritegno.
Nella stessa Camera, Reginald Butler era disprezzato ma al contempo piuttosto popolare. Era divertente ascoltare le sue appassionate richieste a favore dei “poveri”. Tuttavia, diventava impopolare quando iniziava a combattere contro ciò che definiva scandali, il suo passatempo preferito e del tutto innocuo.
Naturalmente falliva sempre, e dopo ogni insuccesso denunciava il comitato incaricato di “bianchire” la verità, che aveva frustrato i suoi sforzi, tenendo discorsi pomposi che i giornali si affrettavano a riportare brevemente, o addirittura a ignorare del tutto.
I suoi colleghi lo perdonarono e aspettarono con impazienza che ricominciasse, perché, grazie alla loro lunga esperienza, sapevano che lui non avrebbe mai superato i limiti di ciò che è veramente importante. Non si può negare che trovassero divertimento in tutto questo, anche coloro che erano coinvolti in quel momento. Sapevano che lui non avrebbe mai fatto del male a nessuno, e non pensavano che lo volesse davvero fare.
Eppure, se mai esistette qualcuno che desiderasse sinceramente la purezza della vita pubblica, quel qualcuno era proprio questo giovane uomo. Nessun parlamentare sfortunato poteva interessarsi a una nuova società senza che Butler individuasse subito qualche legame con le speculazioni finanziarie del “South Sea”. Nessuna carica retribuita finiva mai nelle mani dell’idiota più innocente, senza che si scoprisse il suo lontano legame con un ministro. Nel suo mondo pazzo, i pubblici funzionari avrebbero dovuto vivere nell’aria, e qualsiasi loro investimento sarebbe stato considerato un crimine.
Era inadeguato, ma c’era un pizzico di romanticismo in tutto ciò; inoltre, Joan Papworthy era devota a lui. Tra tutta la gente letteraria che incontrava settimana dopo settimana, e a volte anche per due o tre giorni consecutivi nel suo salotto, Reginald Butler sembrava essere la persona che conoscesse da più tempo. Lei già aveva l’impressione di averlo conosciuto tutta la vita; e lui, dal canto suo, desiderava certamente conoscerla per tutta la vita.
A quanto le avevano detto alcuni, i suoi versi erano eccezionali. Provò a leggerli per potergli citare alcune parti, ma sbagliava le parole. Lui la perdonava, ma solo per errori del genere. Le sue passioni politiche erano l’unica cosa in cui lei, tra tutte le donne di Londra, era disposta a comprenderlo: le donne, infatti, sono meno tolleranti verso le follie degli uomini. E lui ne era grato per quella comprensione. In lei trovava l’unica persona che riuscisse a comprendere le sue indignazioni inutili. Durante tutta la vicenda del petrolio greggio, quando per una volta si sentì davvero isolato, lei rimase al suo fianco, e anzi lo incoraggiò ancora di più. Poi, dopo che il comitato presentò i suoi risultati e quei due uomini contro cui aveva attaccato con tanta fermezza ottennero rispettivamente un incarico all’Ambasciata e una posizione nel Ministero delle Finanze, lei lo consolò nei giorni tristi in cui iniziava lentamente a tornare alla sua posizione, seppur tollerata.
C’è un errore comune qui che approfitto dell’occasione per correggere: quel “Scandalo”, come lo chiamano gli sciocchi, non dovrebbe essere “The Crude Oil-Affair” ma “The Crude-Oil affair”. Carltonhurst, che ne è uscito al punto 118, mi ha chiesto di inserire questa nota.
Per quanto riguarda Lord Papworthy, a lui non importava nulla di tutto ciò. Era stato rimproverato – forse alcuni dei miei lettori lo hanno anche fatto – per la sua totale indifferenza verso quella parte della vita pubblica legata agli affari, che rappresenta invece l’interesse principale per le persone più attive.
Proprio come non aveva mai venduto nessuna opera d’arte, così non aveva mai acquistato alcuna azione; i fiduciari di quella vasta proprietà gli erano più che sufficienti. Dopo mezza dozzina di tentativi falliti da parte dei suoi colleghi in Parlamento per interessarlo a questo o quel progetto commerciale, si era arreso, ritenendolo irrecuperabile.
Per quanto mi riguarda, non lo biasimo affatto. Se un uomo di grande fortuna (sempre con oltre cinquantamila sterline all’anno anche nei momenti difficili), di nobile origine, senza figli e privo di qualsiasi inclinazione al rischio, che per caso ha una passione e può soddisfarla attraverso il proprio lavoro, se tale uomo decide di non approfittare delle opportunità finanziarie offerte dal Parlamento, ma preferisce rimanere indifferente ai movimenti del mercato, allora ritengo che abbia tutto il diritto di indulgere in questa eccentricità, e non penso affatto che ciò lo renda peggiore.
Lord Papworthy non era e non è l’unico ad avere un tale atteggiamento; dubito che anche la stessa Prima Ministra, la signora Boulger, sarebbe stata in grado di fornirvi informazioni su più di tre o quattro azioni di primo piano. Non mi sorprenderei nemmeno se lo stesso valgesse per suo marito, almeno da quando ha avuto quell’incidente terribile vicino a Burgher’s Deeps. Ma quella è stata un’epoca lontana. In ogni caso, i soldi dei Boulger provenivano principalmente da fondi fiduciari.
La storia del dipartimento di Stato, oggi molto importante, che fu guidato da Lord Papworthy è davvero interessante.
Fino a alcuni anni dopo la Grande Guerra Europea, nessuno aveva mai pensato all’idea di creare in Inghilterra un Ministero delle Belle Arti; anzi, il termine stesso sembrava avere un suono “francese”, il che lo rendeva ridicolo. I popoli latini avevano sempre avuto Ministri delle Belle Arti, e in seguito anche nazioni più “virili” – i tedeschi del Reich, i danesi e gli islandesi – iniziarono a nominare statisti per incarichi simili; ma questa idea rimase a lungo estranea alla mentalità tradizionale di questo paese.
Tuttavia, capitò che quando Dotty D., ovvero come tutti la chiamavano, l’ex duchessa Dorothy, vedova del duca, fece entrare suo figlio nel governo (era lei ad avere la maggior influenza in merito), il giovane insistette per diventare Segretario di Stato per le Belle Arti, o niente.
Gli era stato permesso di viaggiare in modo imprudente. Il suo mentore lo aveva presentato a strane cerchie in studi stranieri, e lui si era immerso completamente nel mondo dei colori e dell’argilla. Per tutto il resto era stato come plastilina nelle mani di sua madre; ma quando lei, all’età di venticinque anni, lo pregò di entrare nella vita pubblica, lui mantenne la sua decisione. Ed è così che fu creato il nuovo Ministero, e la gente presto si abituò ad esso.
Dopotutto, anche un vento cattivo porta qualche vantaggio, e in questo caso ha almeno avuto il merito di creare nuovi posti di lavoro grazie alle tasse, per coloro che meritano di essere aiutati dal loro paese a Westminster, per le loro famiglie, i loro amici, i loro parenti, e per quelle persone che potrebbero avere motivo di temerli.
Il giovane duca stabilì immediatamente una consuetudine nel suo dipartimento; è difficile dire se fosse positiva o negativa per il paese, ma questa consuetudine prese radici e divenne un’istituzione permanente. Spendeva molto denaro: non si accontentava di utilizzare i fondi destinati all’acquisto di opere d’arte e a occasionali mostre pubbliche; fece sì che il suo dipartimento fosse l’unico, sotto un governo moderno, in cui ci si aspettasse, per consuetudine, che il capo del dipartimento spendesse più di quanto ricevesse.
Le opere d’arte – bronzi e marmi, dipinti e incisioni – che acquistò, a volte dopo essere passate per le sue mani, altre volte addirittura senza che ciò avvenisse, furono donate alle collezioni nazionali. Il pubblico ormai era abituato alla piccola etichetta “Donato dal Segretario di Stato per le Belle Arti” attaccata a uno dopo l’altro dei dipinti esposti nelle grandi gallerie pubbliche.
Come dico, questa nuova prassi poteva avere dei vantaggi: proprio come l’idea precedente secondo cui un ambasciatore in una capitale straniera dovesse spendere più del proprio stipendio presentava alcuni vantaggi a livello nazionale; tuttavia, questo rendeva il ruolo molto difficile da ricoprire.
Il giovane duca stesso lo abbandonò dopo alcuni anni per andare a cacciare balene; a causa dell’incidente fatale con la “Blubber Boiler”, il suo nome è ricordato oggi più per questa attività che per la sua breve esperienza in politica. Temo che il suo successore venga ricordato soltanto per la deplorabile Commissione Herrenheimer. Il successivo a salire al potere, scelto dopo lunghe e difficili ricerche da parte del primo ministro dell’epoca, era un gentiluomo proveniente da uno dei nostri grandi domini, di cui nessuno aveva mai sentito parlare prima; tuttavia, era almeno in grado di spendere generosamente, e la tradizione fondata dal giovane duca attecchì ancora più profondamente che mai.
Allora la Buona Fortuna, che mai abbandona la vita pubblica di un popolo eletto, venne in nostro aiuto, e Lord Papworthy, un uomo ormai oltre i cinquant’anni, si rivelò il candidato ideale.
Era stato diciassette anni prima, sette anni prima del primo mandato della signora Boulger, nel 1950; Lord Papworthy – che, come suo padre, era un pilastro del Partito Socialista – divenne allora Ministro per la prima volta e ottenne subito grande successo. Quasi il suo primo atto fu acquistare il vaso Woolson e donarlo al popolo.
Ma quando, quattro anni dopo, il Partito Anarchico avrebbe dovuto subentrare nella rotazione regolare dei responsabili, emerse naturalmente una forte ansia riguardo a ciò che sarebbe accaduto al Dipartimento di Belle Arti. Non solo non c’era nessuno in grado di competere con Papworthy, ma in realtà non esisteva nemmeno qualcuno in grado di ricoprire quel ruolo. C’erano molte persone disposte ad accettare lo stipendio, ma nessuna di loro avrebbe – o, se anche l’avesse fatto, sarebbe stata disposta a – investire denaro a beneficio delle gallerie d’arte. C’erano molte persone che potevano e volevano spendere soldi per le opere d’arte, ma non al prezzo di oneri politici e della responsabilità di dirigere un dipartimento. Preferivano una vergognosa inattività a un simile oneroso servizio allo Stato.
La soluzione ovvia era che Lord Papworthy cambiasse idea sui suoi principi politici e si unisse al Partito Anarco. La modifica fu effettuata, e continuò a ricoprire la sua carica sotto il governo sobrio e ben gestito del Primo Ministro Anarco Lord Mandon, presiedendo l’edificio nuovo in acciaio nero e vetro situato a Whitehall.
Quando arrivò il momento che Lord Mandon cambiasse posizione e consegnasse di nuovo gli stipendi al Partito Socialista (il momento conosciuto nei circoli politici come “le sedie musicali”), fu ancora più evidente che non esisteva alcun candidato adatto per il Ministero delle Belle Arti, tranne, naturalmente, Lord Papworthy, ormai affermato in quel ruolo. Nel mondo che conta davvero, le persone che si interessano di pittura e scultura, e che sanno di cosa parlano, sono numerose e influenti. Quelli che se ne occupano lo fanno molto più seriamente di quanto facciano con le altre attività di Westminster; e tutti insistevano sul nome di Papworthy. La gente comune, giovani e anziani, che guadagna da vivere dipingendo i ritratti delle persone influenti e realizzando altre opere altrettanto sorprendenti, fece chiaramente capire con le sue proteste che non c’era alcuna possibilità che venisse scelto qualcun altro al di fuori di Papworthy.
Sembrava necessario, in questo momento critico, che Lord Papworthy riconsiderasse nuovamente i suoi principi e rimanesse in carica tornando a essere socialista. Dopotutto, solo quattro anni prima apparteneva a questa corrente politica, e per lui sarebbe stato facile riprendere in mano i fili dei propri ideali socialisti.
Lord Papworthy, un altro ritratto dai “Grandi Inglesi del Nostro Tempo”
Ma ormai era evidente che, con ogni nuovo cambio di governo, finché Lord Papworthy fosse sopravvissuto – e quel vecchio uomo rosso in viso era davvero un individuo sano e robusto – sarebbe stato necessario trovare un modo per assicurargli un posto stabile e permanente al Ministero delle Belle Arti.
Una delle discussioni costituzionali più interessanti, quelle che donano tanta dignità alla nostra vita pubblica, fu affrontata in questa occasione; alcune parti di essa furono pubblicate sulle colonne del “The Times”, mentre le parti più importanti vennero discusse in privato nello studio stesso della signora Boulger.
Vi ricorderete che questo terzo mandato di Lord Papworthy coincise all’inizio del primo governo della signora Boulger. Un gruppo di esperti in materia di prassi costituzionale suggerì l’istituzione di una regola speciale ad hoc per il caso del Ministro delle Belle Arti, proponendo che il titolare dell’incarico cambiasse partito dopo ogni elezione. Un altro gruppo – a mio parere più ragionevole – suggerì invece che rimanesse membro del governo quando il suo stesso partito era al potere; e che continuasse comunque a farlo anche quando passava all’opposizione, pur mantenendo la carica in qualità di esponente dell’opposizione. Quando il suo partito tornava al governo, egli avrebbe continuato a ricoprire la sua carica all’interno del partito al potere; e così via, finché Dio non gli avesse tolto la vita. Quanto a ciò che sarebbe accaduto dopo, solo Dio lo sapeva.
Fu proprio questa ultima festa ad avere la meglio. Avevano alle loro spalle l’esempio saggio del Governo Nazionalista, che molti uomini non ancora anziani potevano ricordare dai tempi della loro giovinezza: quando, per la prima volta e con l’autorità costituzionale più alta, si decise che i ministri in aperta opposizione su questioni fondamentali della politica nazionale potessero comunque ricevere la loro retribuzione settimanale di 100 sterline all’interno dello stesso Gabinetto.
A dire il vero, a quel punto Lord Papworthy non riusciva più a ricordare con chiarezza quale dei due partiti fosse al potere: sedeva sempre nello stesso banco alla Camera, e precisamente nello stesso angolo di quel banco. Se a volte commetteva errori, definendosi anarchico quando avrebbe dovuto chiamarsi socialista, o viceversa, a nessuno importava, perché ormai era diventato una sorta di istituzione nazionale.
Ecco com’era Lord Papworthy durante molte amministrazioni; circa due anni fa, come ho detto, tornò dal Canada con una moglie. Ho raccontato di come suo cugino di primo grado e erede avesse provato un breve timore. Presto divenne evidente che non sarebbero nati bambini in grado di mettere in discussione i suoi diritti. Ma, per quanto riguarda aspetti più importanti dei figli, il matrimonio fu un successo, come spero sia stato chiarito anche in questo racconto. Questo matrimonio diede nuova vita al Ministero delle Belle Arti: il brillante circolo di persone che circondava la giovane Lady Papworthy contribuì a promuovere l’apprezzamento per le nuove tendenze artistiche, dalle miniature all’architettura, dagli smalti alle grandi porte in ferro battuto. Un livello di vitalità e splendore che non si trovava in nessun altro gabinetto europeo.
Il fatto che le sue ricevimenti e i suoi incontri più privati fossero legati al mondo letterario, al teatro e alle arti conferiva loro una maggiore vitalità. E ciò che li univa ulteriormente – un punto importante – era la costante presenza di Reginald Butler.
Ecco tutto riguardo a Lord e Lady Papworthy. Ricordateli bene: la loro totale indifferenza agli interessi del partito, la loro devozione alle cose dello spirito e alle Muse. Non dimenticate nemmeno la presenza inquietante nella casa dei Papworthy di Reginald Butler, le cui idee errate sulla purezza della vita pubblica ebbero un ruolo fondamentale nelle sorti di Mr. Williams, Segretario di Stato per gli Interni; di Sir Andrew McAuley, Procuratore Generale; di suo fratello James Haggismuir, direttore della Durrant’s; di Mrs. Boulger stessa. E soprattutto di Wilfrid Halterton, Ministro Postale di Sua Maestà.
VI
Quando Wilfrid Halton lo lasciò, quella sera di giovedì alla Camera dei Comuni, il Ministro dell’Interno lavorò per un’ora o due, poi raccolse i suoi documenti e guardò l’orologio. Decise di non cenare nella Camera; aveva in mente di occuparsi di alcuni affari personali quella sera, e spesso non è saggio farlo proprio all’interno della Camera stessa. Prese il cibo che gli era stato ordinato e attraversò la strada per recarsi nel piccolo club che condivideva con alcuni colleghi. Mentre aspettava il pasto, iniziò a occuparsi dei suoi affari personali telefonando. Era più riservato farlo da casa che dalla Camera. Chiamò James Haggismuir McAuley.
Si salutarono cordialmente attraverso quell’strumento. Nessuno poteva essere più utile a James Haggismuir McAuley di Jack Williams, e Jack Williams sperava di riuscire a stabilire almeno un legame con lui, qualcosa che potesse risultare davvero molto prezioso in un futuro prossimo.
“Farai qualcosa stasera?” chiese Williams.
“No, sto cercando di finire alcuni lavori a casa.”
“Sto semplicemente passando un po’ di tempo da solo al Corner Club. Ne ho abbastanza. Non voglio tornare in quella casa. Non c’è nulla lì. Potresti venire qui dopo cena e fare una passeggiata con me? Solo per un centinaio o duecento metri, ”
Fu quasi un complimento essere invitato così casualmente da Williams a giocare a biliardo; infatti, la fama del Segretario di Stato come giocatore di biliardo era molto alta tra gli amatori del suo ambiente, anche se non raggiungeva certo il livello professionistico.
“Capisco. Cosa mi offrirai? O cosa? Non riesco proprio a comportarmi come fai tu. E inoltre non posso muovermi molto prima delle nove. Va bene così?”
Era tutto deciso, quindi. Deciso esattamente come Jack Williams aveva desiderato. Deciso nel modo in cui le cose di solito venivano risolte quando Jack Williams se ne occupava. Anche quando lo faceva insieme a una mente brillante come quella del finanziere che stava per giocare a biliardo con lui.
Nel lasso di tempo tra il suo pasto e l’arrivo del suo amico Jack Williams, lesse il giornale serale, che esprimeva le opinioni di un altro suo grato amico: Lord Desportes. Mentre lo faceva, fissava nella mente, uno dopo l’altro, tutti gli argomenti che aveva così francamente sottolineato a beneficio di Wilfrid Halterton; infatti Jack Williams era perfettamente in grado di fare due cose contemporaneamente, proprio come molti uomini di talento inferiore; poteva leggere – e capire ciò che leggeva – e allo stesso tempo riflettere su un problema. Così, mentre assimilava le opinioni di Buggs sugli affari internazionali, sulla valuta e simili argomenti, sui quali le idee di Buggs erano sempre chiare e lucide, stabiliva passo dopo passo le conclusioni della sua riflessione riguardo all’azione di James McAuley nel caso di Halterton, approvandole pienamente.
Sì, quel documento sarebbe stato addosso a J.: si troverebbe in una tasca, precisamente nella tasca interna sul lato sinistro del gilet da mattina. O, se si fosse vestito per la cena, nella tasca interna del gilet da sera. Inoltre, sarei disposto a scommettere che un uomo con tanti interessi come James Haggismuir McAuley avesse sicuramente una tasca interna nel suo gilet da cena. Ma ci fosse anche un bottone?
Nella stessa tasca ci sarebbe stato qualcos’altro che per Jack Williams era molto più importante di ciò che il sfortunato Halterton stava piangendo. Perché, accanto a quel documento, se Williams conosceva un po’ le abitudini umane e soprattutto la vita pubblica, c’era sicuramente anche quell’altro documento importante in cui veniva stipulato il Contratto per la Televisione con Durrant.
Un ragionamento di questo tipo non è infallibile: se si rivelasse sbagliato, beh, avrebbe sempre potuto provare di nuovo. Ma era abbastanza sicuro di avere ragione, e in effetti aveva ragione.
J. arrivò puntualmente e, con la precisione affilata che lo caratterizzava, chiese di giocare.
“Cosa mi darai?” chiese lui.
“Oh, non posso darti nulla al 100%, J, ”, protestò il signor Williams.
“Allora facciamo 300. Devi darmi qualcosa… Lo fai sempre.”
“Va bene, ti darò 50”, disse Williams, piuttosto riluttante, e aggiunse: “Lo faremo per una sterlina.”
“Mezzo scellino,” fu la risposta decisa di J. E così fu deciso.
Nella grande sala da biliardo del Club non c’era nessun altro. Tutto era avvolto nell’oscurità, tranne nei punti in cui le sei luci proiettavano il loro bagliore sul tappeto verde. Jack Williams si tolse lentamente il cappotto e lo appese a una serie di ganci posti sul lato buio della stanza, sopra il banco rivestito di pelle che correva lungo la parete. Poi spostò il segnalatore su cinquanta; lui stesso si posizionò al punto zero. Giocarono per decidere chi avrebbe iniziato, e Williams vinse. Prese la stecca, concentrato esclusivamente sulle tre palle presenti sul tavolo, mentre James Haggismuir McAuley a sua volta si tolse il cappotto e lo appese accanto a quello del Ministro dell’Interno. Nel frattempo, il Ministro dell’Interno continuava a fissare il tappeto, con le spalle rivolte ai due cappotti. C’era ancora molto tempo.
Giocò con attenzione, evitando errori durante le sue mosse. Mentre l’altro giocatore realizzava la sua prima serie di 20 punti, fino a quando non sbagliò l’ultima mossa per un soffio, Williams continuò a osservare il tavolo senza distogliere lo sguardo dal gioco, ignorando completamente i cappotti appesi uno accanto all’altro alle grucce. Era di nuovo il suo turno. Sembrava però che non giocasse con la solita abilità; la sua serie fu breve. Dopo tre di queste sequenze di mosse, McAuley si trovava in vantaggio di oltre 50 punti e ne era molto soddisfatto. Sentendo questa sfida, Williams iniziò a giocare ancora più attentamente, aggiungendo altri 32 punti al proprio punteggio. A quel punto, McAuley era ormai completamente concentrato sul gioco; la sua mossa successiva fu eccezionale: il pallino rosso finì nella tasca centrale, mentre quello giallo lo seguì immediatamente nella tasca più a destra.
E così via. Sembrava che non avrebbe mai fine. Williams, esprimendo apertamente la sua ammirazione, fece un passo indietro, ritirandosi nell’ombra. Rimase fermo lì, con i piedi ben divaricati: uno dei piedi era rivolto verso la zona illuminata vicino al tavolo, l’altro verso il banco lungo il muro. In quella posizione, fece contemporaneamente tre cose: una con la lingua, una con gli occhi e una con la mano sinistra; mentre con la destra spingeva avanti il suo bastone da gioco, in modo che fosse visibile sul bordo della luce delle lampade.
Quello che fece con la lingua fu dire: “Oh, ben fatto! Ben fatto!” Quello che fece con gli occhi fu fissare con attenzione il panno verde e seguire i movimenti delle palline. Quello che fece con la sua abile mano sinistra, all’estremità del suo lungo braccio sinistro, fu allungarsi dietro di sé verso il cappotto di McAuley e, in un istante, estrarre le due buste da quella tasca interna – purtroppo schiacciate e strappate, ma comunque intatte – per infilarle nella propria tasca dei pantaloni. Tutto ciò avvenne nel giro di un attimo, dal momento in cui J. iniziò a prendere la mira fino al primo contatto della mazza con la palla. E basta.
L’uscita del Segretario dell’Interno non interruppe affatto le sue attività come giocatore. Disse di nuovo, senza nemmeno prendere fiato: “Ben fatto!”, e poi si avvicinò fino alla fine del tavolo per vedere come James Haggismuir McAuley avrebbe affrontato quella situazione particolarmente interessante. Il finanziere analizzò il problema inclinando la testa da un lato, lo statista fece lo stesso, e insieme ne discussero apertamente.
“Cosa faresti tu?” disse J.
“Non capisco perché dovrei aiutarti a vincere mezzo scellino a mie spese,” disse l’altro. “Ma potrei fare una mossa successiva con un ‘top-screw’.”
J. l’ha provato, ma ha fallito.
“Hai avuto le tue ragioni per darmi quel consiglio, Jack,” rise lui.
“No, no,” rise Williams in modo molto gentile. “Le hai lasciate perfettamente per me. Ma non ti ruberò nulla. Non mi piacerebbe affatto farlo. Guarda qui, ” E iniziò a selezionare i documenti a caso. “Ora hai di nuovo la tua opportunità.”
“Grazie,” disse McAuley, accettando il regalo senza obiezioni. Dopo quel momento iniziarono a giocare sempre più velocemente, uno contro l’altro, con grande impegno.
Nel frattempo, alla Camera dei Comuni, Laycock, un anarchico seduto nelle file posteriori, si schierò dalla parte dell’Opposizione; e una volta iniziato a parlare, continuò per un’ora e mezza. La Camera era quasi vuota: il Ministro Postale sedeva da solo sulla panca del governo, e nella sua mente tormentata si agitava un demone insopportabile. Non avrebbe potuto riposare finché non avesse rivisto Williams. Aveva bisogno di altri consigli.
Wilfrid Halterton guardò alle sue spalle verso un giovane seduto nelle file posteriori del parlamento: una promessa per il futuro del partito socialista. Sussurrò: “Rimarrai qui ad aspettarmi finché non torno?” Il giovane annuì felicemente. Halterton uscì in fretta, fece le necessarie disposizioni con il presidente del parlamento in poche parole mentre gli passava accanto, chiese nel corridoio se qualcuno sapesse dove si trovasse Williams e, apprendendo che era al club, vi andò immediatamente.
Gli dissero che Williams si trovava nella sala da biliardo. Halterton esitò: ma forse avrebbe ancora avuto la sua opportunità.
Non ebbe fortuna. Mentre si dirigeva verso la sala da biliardo, pensando che forse il gioco sarebbe finito presto e avrebbe potuto parlare da solo con Williams per un momento, vide il giovane Hayling davanti a sé sulle scale. Comunque, decise di provare ancora; insieme a Hayling entrò nella sala. I due giocatori si guardarono intorno; McAuley, che non era impegnato in gioco, annuì in modo piuttosto freddo verso Halterton; Williams continuò a segnare, senza fermarsi nemmeno per parlare con i nuovi arrivati, fino a quando non fu il suo turno di giocare e quello dell’altro giocatore non iniziò.
Hayling e Halterton sedevano nell’oscurità dei banchi laterali, proprio sotto i ganci dove erano appese le giacche dei due giocatori. Guardando la partita, Halterton provava un certo disagio nel sentire l’affabilità con cui Williams si rivolgeva al finanziere; quei brevi e enfatici “Bene fatto!” pronunciati da Williams lo disturbavano. Certo, era necessario mantenere le formalità. Ma comunque! Dopotutto, Williams era la persona che conosceva meglio ciò che aveva fatto McAuley. Eppure non doveva pensarci. Doveva fare tutto il possibile per parlare da solo con Williams.
Cercò di resistere fino a quando Williams non si fosse liberato. Ma la situazione durò troppo a lungo per lui. Guardò l’orologio e si rese conto che era già trascorso più tempo del consentito. Rimase seduto, in preda all’angoscia, per altri cinque minuti, poi uscì riluttante, promettendosi di tornare non appena la sessione fosse ripresa e avesse la possibilità di trovare Williams da solo. Young Hayling osservò la situazione ancora per circa cinque minuti dopo che Halterton se n’era andato, poi anche lui se ne andò.
Quando Halterton e Hayling se ne andarono, il punteggio era ancora di 100 punti in svantaggio, ma il resto della partita si svolse più velocemente. Non so se Jack Williams avesse ancora qualche superstizione residua, ma comunque giocò al meglio, come se fosse determinato a rendere quella serata davvero fortunata per tutti. E infatti, alla fine, i dieci scellini di J. finirono nello stesso taschino insieme agli altri oggetti, tra cui quei foglietti di carta accartocciati.
“Vuoi bere qualcosa?”, chiese il Segretario dell’Interno, infilandosi il cappotto.
“Grazie, lo farò,” disse McAuley, mettendosi il cappello.
Poi, quando i whisky e le bevande gassate arrivarono e scomparvero di nuovo, Williams disse che doveva tornare a casa a dormire. “Ne ho preparati due prima di cena,” disse. “Non mi darò la pena di tornare in ufficio. Prenderò semplicemente il treno dalla stazione qui sotto e arriverò a casa in tempo.”
“Devo portarti a Victoria con la macchina?” chiese McAuley.
“No, grazie, è molto gentile da parte tua. Ma preferirei comunque prendere il treno a quest’ora di notte, e inoltre, per te sarebbe un lungo giro.”
So McAuley, che era pienamente d’accordo, se ne andò da solo in macchina verso l’appartamento vicino al Marble Arch; Williams, invece, in tre minuti era già sul treno che lo avrebbe portato a Clapham dopo una fermata a Victoria.
Gli agenti della divisione “A” gridavano a squarciagola, “Chi va a casa?”, con le loro voci profonde e sonore, per i corridoi di St. Stephens, meno di cinque minuti dopo che il Ministro dell’Interno era salito sul treno sotterraneo diretto a Victoria e James Haggismuir McAuley era montato sulla sua auto veloce per tornare al suo appartamento vicino a Marble Arch.
Per tutto il breve resto della serata, Halterton si sentiva a disagio nella Camera dei Comuni. Doveva rivedere il Segretario dell’Interno: non avrebbe potuto riposare finché non l’avesse incontrato di nuovo. Aveva bisogno di ulteriori consigli. Erano solo i nervi, si disse. E in questo aveva ragione: le ultime assurdità erano state dette, erano le undici di notte e la sessione era terminata. Non vedeva l’ora di andarsene; quando il grido “Chi va a casa?” risuonò nei corridoi, si alzò in piedi e uscì di fretta, tanto che un paio di colleghi si girarono a guardarlo sorridendo. Lungo i corridoi, attraverso la galleria sotterranea, proseguì a grandi passi, il viso segnato dall’ansia. Deciso a raggiungere Williams quella volta e a ottenere qualche altro consiglio per calmare i propri nervi. Il Segretario Generale delle Poste si affrettò di nuovo verso il club, salì al secondo piano. La sala da biliardo era vuota e buia. Scendendo, seppe da un collega che il signor Williams se n’era andato. Era arrivato appena in tempo. Era esasperante, ma non c’era nulla da fare. Nonostante l’urgenza di ottenere altri consigli, si trattenne dal chiamare al telefono: sapeva che disturbare il collega avrebbe solo peggiorato le cose e reso più difficile un nuovo incontro il giorno dopo. Così, dopo aver aspettato indeciso sul marciapiede, Wilfrid Halterton prese un taxi e si diresse verso il proprio appartamento, situato a nord del parco.
Gli ci volle molto tempo per addormentarsi. Quanto avrebbe desiderato rivedere Williams. La sua mente era piena di piani incerti che non portavano da nessuna parte: a un certo punto pensava di costringere McAuley a confessare la verità il giorno dopo, altre volte era convinto che fosse meglio rivedere prima Williams, anche se quell’uomo potesse essere in ritardo nell’arrivare in ufficio; poi provava a ideare un piano tutto suo, capace di recuperare quel documento fatale senza che nessuno se ne accorgesse. Alla fine si perdeva di nuovo in una serie di contraddizioni.
Ma mentre Halterton soffriva in quel modo, James McAuley, a meno di un miglio di distanza, provava emozioni simili, ma con effetti diversi.
Aveva raggiunto il suo appartamento. Non era il tipo di persona che si trattenesse fino a tardi; si preparò subito per andare a letto. Non cambiò mai il cappotto, nemmeno quando indossava i vestiti da notte, senza prendere le precauzioni che un uomo del genere avrebbe dovuto adottare. E intendeva continuare a farlo fino a quando la questione non fosse stata risolta e il nuovo contratto non fosse entrato effettivamente in vigore. Prima di togliersi il cappotto, controllò se ci fossero ancora le due buste; le trasferì nella tasca della giacca da pigiama e la chiuse con una spilla sicura. James Haggismuir McAuley non correva mai rischi. E un uomo addormentato è vulnerabile. Non era la prima volta nella sua vita che doveva prendersi cura di quei piccoli documenti, come se facessero parte integrante di sé stesso.
Il gesto istintivo fu eseguito: la mano si infilò nelle profondità di quella tasca interna del suo cappotto, ma lì non c’era nulla.
Il sangue uscì dalla testa acuta e capace di James McAuley. Si sentì stordito e dovette sedersi all’improvviso sul letto. Poi gli accadde ciò che avrebbe potuto accadere a un uomo più debole: pensò di verificare ancora una volta. Forse era stato ingannato; forse i suoi stessi sensi lo avevano tradito. Così, sotto la luce piena della lampada elettrica posta sopra il suo comodino, tirò fuori il cappotto e capovolse quella tasca fatale. C’era solo un indizio di ciò che era accaduto: il piccolo fermaglio metallico con cui teneva insieme le due buste c’era ancora. Era stato strappato via quando qualcuno aveva preso quei documenti dal loro posto originale.
Era inutile, soprattutto in un uomo del genere; ma le emozioni intense hanno proprio questo effetto. James Haggismuir McAuley svuotò tutte le tasche del suo cappotto – e lui era un uomo che portava sempre con sé molte cose. Ne uscirono piume d’oca, un piccolo cuscino, una scatola da sigarette, fiammiferi. Ma ovviamente non c’era traccia di nessun biglietto. Avrebbe dovuto saperlo. Se fossero stati tolti dalla tasca in cui li teneva sempre, allora erano davvero spariti, almeno per il momento.
Poi la sua mente iniziò a funzionare di nuovo attivamente, come al solito. Uscì sul ballatoio e scese le scale, senza perdere un istante con l’ascensore che avrebbe potuto ritardarlo; raggiunse il portico dopo sei piani e trovò un taxi meno di un minuto dopo aver chiuso la porta del suo appartamento. A quell’ora di notte la strada era abbastanza libera; arrivò al club in meno tempo di quello che gli ci sarebbe voluto per tornare dalle sue stanze. Controllò il proprio tono di voce e chiese, con calma e indifferenza, al portiere se fossero stati trovati alcuni documenti nella sala da biliardo. Se sì, erano suoi.
Anche mentre entrava nel club, per un momento gli sembrò di vedere, alle sue spalle, una figura familiare. Aveva ragione: era la figura alta e snella di Wilfrid Halterton, dall’altra parte della strada, vicino alla fermata degli taxi. Così aggiunse un’altra parola al messaggio che aveva lasciato per il portiere.
“Il signor Halterton è stato di nuovo qui dentro?” chiese al portiere.
“Sì, signore, è appena uscito un minuto fa.”
Cercava qualcuno?
“Per quel che ne so, signore”, rispose il portiere a McAuley; poi disse al paggio:
“Dove è andato il signor Halterton quando è entrato poco fa?”
“Il signor Halterton è andato nella sala da biliardo, signore. Sembra che stesse cercando qualcosa lì dentro, signore,” rispose il paggio con una voce acuta e commovente. (Perché il portiere chiamava “signore” il paggio, proprio come McAuley chiamava “signore” il portiere. In questo mondo esistono gerarchie precise.) McAuley si girò verso il bambino con un movimento quasi brusco.
“Fino alla sala da biliardo, hai detto? Fino alla sala da biliardo? Ha trovato qualcosa lì dentro?”
“Non credo proprio, signore,” disse il bambino. “Non l’ho visto scendere con nulla in mano. No, signore.”
Senza dire una parola, anche McAuley salì di corsa le scale verso la sala da biliardo. Forse i domestici avrebbero trovato strano il suo comportamento, ma non poteva farci nulla. La situazione era estremamente importante: aveva finalmente individuato le tracce di Halterton. Halterton era l’uomo che cercava. Stava iniziando a vedere chiaramente la verità. Ma voleva esserne assolutamente certo.
Stava in quella sala da biliardo vuota, con il mento tra le mani, ripassando rapidamente tutto ciò che era accaduto. Perché Halterton era entrato proprio in quel modo? Doveva essersi reso conto che lui era lì a giocare; avrebbe pensato al cappotto tolto e appeso al chiodo. O anche se non ci aveva pensato, la vista di quel cappotto glielo avrebbe ricordato., A dire il vero, non aveva mai creduto che Halterton fosse così intelligente! Ma era sicuramente quello che era successo.
Ma poteva Halterton aver preso quei foglietti con il giovane Hayling seduto lì accanto? Difficilmente. Sì, forse avrebbe potuto farlo. Comunque, in qualche modo doveva esserceli riuscito. Forse li aveva presi, ma poi non aveva avuto il tempo di metterli in tasca. A McAuley venne improvvisamente in mente che il Capo Postale, dopo aver preso le lettere dal cappotto, potesse averle infilate nello spazio dietro al banco. Forse temeva di essere visto mentre le metteva nella propria tasca. Forse era tornato proprio per questo. O forse era tornato perché voleva assicurarsi che nessuno lo sospettasse?
Era comunque Halterton ad avere quelle lettere! Proprio come previsto. Chi altro, se non Halterton, poteva sapere della loro esistenza? Chi altro, se non Halterton, avrebbe potuto intuire che potessero trovarsi nelle sue mani – o meglio, in quelle di James McAuley?. Ma, a giudicare dalle sue parole, non aveva mai attribuito a Halterton un simile senso degli affari! Quell’uomo gli ispirava persino ammirazione, almeno rispetto al comportamento che aveva tenuto fino ad allora in presenza del Ministro Postale Generale.
Beh, non c’era più nulla da fare. Se fosse rimasto lì, avrebbero notato la sua presenza ancora di più di quanto già fosse successo. Doveva andarsene. Scese le scale, disse qualche parola al portiere uscendo, prese un taxi e tornò a casa, per restare sveglio per ore.
VII
Onest Jack Williams era costretto, in quanto democratico professionista e chiaramente etichettato come “membro di un sindacato”, a viaggiare sempre in terza classe. Per lo stesso motivo doveva vivere in una piccola casa, cosa che gli piaceva, e con soltanto una domestica, il che non gli dispiaceva affatto. Quello che era davvero difficile per lui era non potersi permettere un’auto grande e comoda, anzi, nessuna auto del tutto. D’altra parte, gli era permesso frequentare i ricchi, i quali apprezzavano le sue partite a biliardo, le sue storie divertenti o i suoi consigli finanziari, anche se aveva la reputazione di essere piuttosto spietato con alcuni di loro. Poteva bere tutto lo champagne che voleva, ovunque desiderasse, purché non fosse nella sua casa; e quanto alla sua reputazione – ormai diffusa – di aver accumulato una somma di denaro misteriosa, questa lo rendeva ancora più rispettato dai suoi compagni di sindacato. Questi non si definivano anarchici o socialisti, ma semplicemente “Amalgamated Transformers”, con uno stipendio minimo di 83 penny a settimana per quarantotto ore di lavoro. Ma insomma, la terza classe era davvero l’unica opzione disponibile per lui.
Eppure quella notte decise di correre il rischio: si cambiò alla stazione Victoria, acquistò un biglietto di prima classe e, con un gesto appena percettibile fatto con la sopracciglia sinistra al controllore, riuscì a ottenere un compartimento tutto per sé.
In quell’intimità, quando il treno aveva ormai iniziato a muoversi, tirò fuori le due buste, piuttosto sgualcite, dalla tasca dei pantaloni. Le aveva tenute con sé per la maggior parte del tempo da quando aveva lasciato il Club, perché quella tasca non era il posto più adatto per conservarle, e non voleva assolutamente perderne nessuna. Le tirò fuori, le lisciò il più possibile in quel momento, e poi le mise con estrema cura nella tasca interna del suo cappotto, proprio come aveva fatto il legittimo possessore di una di esse (e il possessore illegittimo dell’altra) prima di lui.
Se qualche mio lettore sta pensando di entrare nella vita pubblica, vorrei cogliere l’occasione per dirgli che qualsiasi documento possa aver bisogno di prendere in prestito dovrebbe essere sempre portato con sé e mai affidato a un cassetto chiuso a chiave. Inoltre, è saggio tenerlo nella tasca interna sinistra del petto; non è nemmeno una cattiva idea dotarlo di una fibbia o di un bottone per fissarlo. Quest’ultima precauzione James McAuley non l’aveva presa, forse perché la sua carriera esclusivamente commerciale non gli aveva fornito tanta esperienza quanta ne acquisiscono coloro che intraprendono la più nobile carriera della politica.
Quando Jack Williams tornò a casa, non andò a letto, nonostante fosse tardi. Aveva qualcosa da fare prima di dormire. La prima cosa che fece fu riempire una pentola d’acqua e metterla sul riscaldatore elettrico finché non iniziò a bollire. Poi passò la linguetta di ogni busta avanti e indietro davanti alla bocca della pentola, in modo che venissero completamente inumidite dal vapore. E quando furono ben inumidite, le aprì con facilità, grazie a quella tecnica appresa.
Dopo aver fatto ciò, non estrasse il contenuto così importante delle due buste, ma uscì per cercare la ferro da stiro elettrica, che sua moglie chiamava “la piastra piatta”. Portò con sé anche un pezzo di flanella piegata; poi, all’interno di quella flanella, mise le due lettere e le loro buste e le stirò con cura.
Questo, posso aggiungere per chiunque dei miei lettori stia considerando l’idea di entrare nella vita pubblica, è il modo corretto per eliminare le pieghe da qualsiasi documento possa essere stato sgualcito durante il processo di raccolta.
Dopo aver compiuto tutte queste cose, Honest Jack Williams spense i riscaldatori, ripose l’ferro nell’altra stanza, lasciando tutto in ordine, e poi tornò per ammirare tranquillamente i suoi premi. Si appoggiò allo schienale della sedia, tenendone uno in ciascuna mano, e li osservò con affetto e orgoglio.
Non erano solo simboli, ma anche frutti della vittoria per quel grande stratega. Non erano soltanto i frutti della vittoria, ma anche gli strumenti del trionfo inevitabile che stava per arrivare. Si sentiva proprio come Moltke quando, nel 1870, riuscì a separare le due armate francesi: con l’Armata di Metz nella sua destra e l’Armata di Sedan nella sua sinistra, si disse: “Ora entrambe queste armate sono saldamente mie.”
Condivido ciò che, ne sono certo, è l’ammirazione dei miei lettori per la semplicità e la decisione dell’azione che ha portato a tali risultati.
Da molto tempo ormai è diventata una necessità per i nostri moderni statisti muoversi al passo con i tempi e adottare i metodi del loro tempo. Tutto quel pomposo atteggiamento di indifferenza nei confronti dei guadagni personali e di distacco dalle manovre commerciali decisive è ormai sepolto insieme alle inutilità di un’epoca dimenticata, come quella vittoriana. La generazione che riteneva dubbia anche semplicemente acquistare azioni o che considerava condannabile la loro duplicazione era una generazione che sostituiva i fatti con le parole, piena di massime stereotipate e priva di vera efficacia retorica. Ci ha dato – come poteva darci altro – quella piccola Inghilterra di allora, con le sue pretese di dominio e il suo vanto di essere governata da un ristretto gruppo sociale ignorante delle reali questioni del paese. Tuttavia, fino ad oggi nella tecnica politica è rimasto attaccato un certo rispetto per gli approcci indiretti. Ottenere informazioni su un avversario, far scattare una determinata fotografia o addirittura procurarsi documenti attraverso metodi indiretti, utilizzando subordinati che potevano essere ingannati, era considerato necessario per avere successo in questo grande “gioco”; ma fare le cose da soli, con coraggio, immediatamente e senza rischi di testimoni né perdite di tempo, non era mai stato tentato prima. Jack Williams fu il pioniere che compì l’ultimo grande passo avanti nella scienza della politica.
Pertanto, aveva ottenuto la ricompensa che sempre attende coloro che osano essere realisti, che accettano appieno tutte le condizioni delle proprie azioni e le portano direttamente alla loro conclusione.
Lì sedeva, con i due trofei del suo genio esposti in entrambe le mani; ne padroneggiava uno dopo l’altro, consapevole di possedere qualcosa che ora gli avrebbe garantito un controllo indiscutibile su tutto. L’intero futuro della televisione era nelle sue mani, così come indicato da quelle due lettere: il dattiloscritto firmato da Halterton che prometteva il contratto a McAuley, e il manoscritto scritto interamente di pugno di McAuley che garantiva la posizione e lo stipendio a Halterton. Due “chiavi maestre” capaci di aprire tutte le porte.
Erano esattamente come se l’aspettava. In ognuno di loro riconobbe la maestria del finanziere.
Era particolarmente colpito dal mix di gentilezza e rispetto presente nella lettera manoscritta, nella quale si chiedeva a Halterton di sacrificare il proprio tempo libero per uno stipendio insufficiente di 10.000 sterline all’anno – esente da tasse. L’altra lettera, quella dattiloscritta che autorizzava McAuley ad andare avanti con il contratto e firmata regolarmente da “Wilfrid Halterton”, gli diede motivo di riflettere ancora un po’. La lesse due volte per assicurarsi che fosse sufficiente affinché McAuley potesse procedere immediatamente, e decise che lo era. Le condizioni erano formulate in termini molto generali e, come abbiamo visto, piuttosto brevi. Ma Williams, che capiva queste cose meglio di chiunque altro, ritenne che fossero adeguate. Non c’era modo di tornare indietro. E se James McAuley avesse mai ritrovato quella lettera, il contratto sarebbe stato portato a termine. Chiunque possedesse quella lettera controllava il futuro della televisione. Di questo era certo.
Onesto Jack Williams gestisce con maestria l’accordo televisivo.
Aveva già detto molto chiaramente al Capo Postale che per lui non c’era più modo di tornare indietro, Wilfrid Halterton. Che avesse o meno la promessa in tasca. Quell’appoggio c’era davvero, e il sorriso di Jack Williams era ampio e cordiale mentre leggeva quelle parole scritte a penna dalla mano inconfondibile di Halterton.
La lettera di James McAuley. Ricevuta il 3 marzo 1960. W.H.
La questione era già stata inserita nell’ordine del giorno; anche se il Capo Postale avesse voluto intervenire ora, non oserebbe farlo, finché pensasse che McAuley avesse ancora quella lettera in suo possesso.
Jack Williams ripiegò ogni documento con un sospiro di soddisfazione, li rimise ciascuno nell’indirizzo corretto, li infilò nelle rispettive buste e li sistemò nella tasca interna sinistra della giacca, ben chiusa dal bottone. Trascorse circa dieci minuti a riflettere su quanto fatto e a rivedere i punti fondamentali della sua strategia. Si sentiva completamente padrone della situazione; ora l’importante era definire i dettagli concreti.
Il primo punto da decidere era se dovesse lasciare di nuovo entrare Halterton. Decise che non lo avrebbe fatto. Aveva bisogno di McAuley, perché era lui a gestire tutti gli aspetti del settore televisivo e ne comprendeva perfettamente il funzionamento. Ma Halterton, poteva farne a meno.
La prossima questione da considerare era quale proposta dovesse essere fatta a McAuley. Il controllo rimaneva comunque nelle sue mani, ovviamente insieme a quelle di Williams. A McAuley sarebbe dovuto essere pagato lo stipendio previsto per il ruolo di Commissario Permanente Capo non appena la Carta fosse stata approvata e il monopolio avesse iniziato a funzionare a pieno titolo. Nel complesso, Williams pensava che circa un terzo della sua quota personale potesse essere utilmente offerto a quell’uomo che possedeva una conoscenza pratica del settore, all’uomo di cui aveva bisogno, all’uomo a nome del quale il contratto sarebbe stato stipulato, e all’uomo senza il quale sarebbe stato difficile procedere con i lavori.
C’era ancora una cosa da decidere: quando e come avrebbe dovuto approcciarsi a McAuley per spiegargli la situazione, dirgli che il potere era passato nelle sue mani (quelle di Williams) e che tutti i futuri passi dipendevano da lui.
Decise – essendo il grande stratega che era (e pensate a quali talenti si abbiano bisogno per raggiungere i vertici, come aveva fatto lui al servizio del proprio paese) – di osservare lo svolgersi della situazione senza intervenire fino a quando non si presentasse l’opportunità giusta.
Dopo aver sistemato tutte queste cose nella sua mente, in modo che lo soddisfacessero completamente, finalmente andò a letto e si addormentò. Erano quasi le due di notte.
Il giorno dopo, dopo la solita colazione felice con sua moglie, non scese subito al Ministero degli Interni, ma telefonò per dire che forse sarebbe arrivato un’ora più tardi del solito, poiché aveva delle faccende da sbrigare a casa. Chiamò anche quel suo amico, il signor Gunter, che viveva nel suo quartiere, e gli chiese di passare da lui.
Il signor Gunter, abbiamo avuto modo di conoscerlo un po’. Anche se ha svolto un ruolo molto limitato in queste grandi vicende, è stato comunque un ruolo significativo; inoltre, rappresenta un tipo umano particolare. Quindi sentirete ancora parlare di lui.
Nel lontano passato, quando entrambi erano giovani uomini appartenenti allo stesso sindacato, Jack Williams venne a conoscenza, per caso, di un errore molto sfortunato commesso da Henry Gunter. All’epoca, quel giovane aveva fatto qualcosa di molto strano con un assegno. Essendo il suo superiore tra gli ufficiali del sindacato, spettava a Jack Williams procedere contro di lui. Ma Gunter era stato gravemente tentato: era sposato, aveva bambini piccoli e si trovava in gravi difficoltà finanziarie. E così Jack Williams decise di proteggerlo, anche se di tanto in tanto gli ricordava quella conoscenza che possedeva su di lui.
Suppongo che, allo scopo di metterlo alla prova, Williams, nel corso della sua rapidamente prospera carriera, avesse organizzato perché l’uomo che ormai dipendeva da lui fosse sottoposto due volte a tentazioni simili. In entrambi i casi, quell’uomo aveva ceduto di nuovo, e in entrambi i casi Williams lo aveva perdonato. Tuttavia, i miei lettori non mi metteranno in dubbio quando dirò che, dopo tali esperienze, il signor Gunter fu estremamente devoto al suo benefattore e sempre pronto ad eseguire i suoi ordini.
Le relazioni tra i due uomini risultavano più facili grazie ai contrasti nei loro caratteri: Gunter, infatti, vittima facile delle tentazioni, era un uomo debole sia fisicamente che moralmente, e aveva iniziato a bere troppo dopo aver perso ogni speranza di successo nella sua umile vita. Jack Williams gli aveva procurato un piccolo incarico e lo teneva lì grazie alla propria influenza; giustamente, non riteneva di dover aumentare il reddito limitato ma sufficiente su cui si basava la sussistenza della famiglia Gunter. D’altra parte, sebbene il Ministro dell’Interno, in veste privata, avesse talvolta bisogno dei servizi di Mr. Gunter, non lo sollecitava mai eccessivamente. Di norma, Mr. Gunter gli era utile soprattutto come intermediario il cui nome poteva essere utilizzato per comprare e vendere azioni tramite comunicazioni telefoniche. Solo in occasioni particolari veniva chiamato in aiuto – e questa ne era una.
Il Ministro dell’Interno portò il signor Gunter nel suo studio, lo preparò per la stesura a dictato e poi gli lesse ad alta voce, affinché potesse trascrivere prima il documento firmato da Halterton e poi quello firmato da McAuley.
“Ecco, Gunter,” disse lui quando le copie furono pronte e il collaboratore chiese ulteriori istruzioni, “è tutto ciò che desidero, tranne la tua firma qui. Scrivi semplicemente in fondo a ciascuna copia: ‘Copia realizzata da me, Henry Gunter, di due documenti presentatimi per la trascrizione venerdì 6 marzo 1960 alle 9:55 del mattino. Con la presente attesto di aver letto gli originali e che queste copie sono fedeli.’”
“Basta così. Grazie, Gunter.”
Jack Williams annuì. Era un cenno cordiale e gentile, privo di alcun tono condiscendente; davvero degno di quell’uomo. Il compito di Gunter era stato portato a termine, quindi uscì.
Ma c’era ancora una cosa che il Segretario dell’Interno doveva fare prima di dedicarsi agli affari della nazione. E ciò che fece dopo lo raccomando particolarmente (per l’ultima volta) a quei miei lettori che potrebbero considerare l’idea di entrare nella vita pubblica, nonostante i compiti onerosi che il loro servizio al paese a Westminster potrebbe comportare.
Jack Williams oscurò la stanza e prese dal mobile due telai di medie dimensioni per stampare le fotografie. Inserì della carta fotografica in ciascuno di essi, posizionò con cura su ciascuna una delle carte originali, con il lato scritto rivolto verso il basso, chiuse i telai e li fissò accuratamente. Per un tempo ben calcolato, tenendo il cronometro in mano, espose le carte a una luce intensa che aveva a disposizione; una volta spenta la luce, non restò altro da fare se non incollare le stampe ottenute. Ora disponeva di copie permanenti del manoscritto, della firma di Halterton e della nota olografica di McAuley. Lavò e fissò le stampe, le asciugò con uno dei nuovi essiccatori rapidi, le mise in una busta e il suo lavoro era terminato. Inserì le due stampe insieme alla trascrizione di Gunter nella stessa busta, ripose l’attrezzatura nel mobile e lo chiuse a chiave. Poi andò in ufficio, sentendosi un uomo sereno e soddisfatto.
VIII
Nell’appartamento di Clarence del Capo Postale Generale, situato a nord del Parco, e nell’appartamento di McAuley vicino all’Arco di Marmo, a meno di un miglio di distanza. In ogni appartamento c’era un uomo confuso, arrabbiato e deluso, deciso a recuperare le proprie proprietà. Ognuno di loro rimase sveglio per gran parte di quella notte di giovedì. Ognuno, con capacità molto diverse, arrivò alla stessa conclusione: doveva osservare con estrema cautela e discrezione i movimenti dell’altro, senza farsi notare, per cogliere l’occasione giusta e recuperare quel documento che, per ciascuno di loro, rappresentava una questione di vita o di morte.
Wilfrid Halterton riuscì a addormentarsi solo dopo essersi convinto, per la cinquantesima volta, che se avesse concentrato tutte le sue energie su quel compito, anche lui, che aveva poca esperienza in simili faccende, avrebbe potuto recuperare il documento, quel documento incriminante su cui aveva scritto quella frase che lo metteva nelle mani dell’altro. James Haggismuir McAuley, invece, decise all’istante – e rimase fermo nella sua decisione – che avrebbe recuperato non uno, ma entrambi i documenti che erano stati in suo possesso poche ore prima.
Era ancora troppo presto perché i gentiluomini si alzassero quella mattina di venerdì; James McAuley e Wilfrid Halterton, ognuno nel proprio nascondiglio, si stavano preparando per la caccia. Erano appena le sette, ma entrambi erano già in movimento: avevano infatti deciso che era sempre l’indagine tempestiva a permettere di catturare il colpevole. Mentre il Postmaster-General iniziava a muoversi verso ovest lungo la strada deserta che costeggia il Parco, James McAuley seguiva lo stesso percorso verso est, diretto alla porta da cui l’altro era uscito.
L’intenzione di uno era quella di aspettare pazientemente in un angolo da dove potesse controllare l’uscita dall’appartamento situato sotto il Marble Arch; l’intenzione dell’altro era quella di aspettare pazientemente in un angolo da dove potesse osservare la comparsa della sua preda dalla porta principale dell’appartamento, situato a nord del parco.
Ma è necessario notare qualcosa nell’azione di James McAuley: infatti, riconosco a Wilfrid Halterton il genio superiore nel raggiungere alte cariche ministeriali; vedo invece in James McAuley un altro tipo di genio, quello commerciale. Mentre Wilfrid Halterton si muoveva apertamente, esposto al mondo vuoto e freddo, sotto lo sguardo di chiunque potesse osservarlo nella vastità di Park o nel deserto di Bayswater Road, James McAuley procedeva invece attraverso passaggi nascosti, vicoli laterali e strade secondarie. Per questo motivo, nonostante avessero entrambi lo stesso obiettivo, non si incontrarono mai.
Ma quell’incidente non poteva essere rinviato a lungo. Il Capo Postale, arrivato al Marble Arch, si era soffermato per circa dieci minuti, camminando avanti e indietro lentamente, osservando l’ingresso dell’appartamento di James McAuley; quando un poliziotto, desideroso di fare carriera, gli disse senza alcuna cortesia cosa pensava di quella situazione, il Capo Postale rinunciò al privilegio della sua posizione e si allontanò di nuovo verso ovest, continuando a guardare di tanto in tanto verso quell’uscita proibita.
Per James McAuley le cose andarono ancora peggio. Infatti, le case dei ministri del Gabinetto non possono essere sorvegliate impunemente, tranne che da persone più ricche o addirittura più importanti di loro, e anche in quel caso, solo attraverso agenti conosciuti. Pertanto, il poliziotto parlò con il signor James McAuley circa cinque minuti prima che il suo collega trattasse così severamente Wilfrid Halterton; il poliziotto che parlò con James McAuley non fu solo scortese, ma addirittura maleducato, ordinandogli di andarsene al diavolo e promettendogli di non fargli mai più vedere la sua brutta faccia. Non restava a James altro che tornare nella sua casa, con vista sul Marble Arch. Dopo tutto, era giunto il momento di bere un po’ di caffè. Aveva raggiunto quell’età in cui non è affatto salutare fare lunghe passeggiate nelle fredde mattine di marzo, prima di colazione. Prese quindi la strada diretta, tornando attraverso il Parco.
Lo stesso pensiero era venuto anche a Wilfrid Halterton, perché il caffè era anch’esso la sua bevanda preferita. Anche lui tornò lungo la Bayswater Road, per lo stesso percorso di prima.
Ognuno dava per scontato che l’altro fosse ancora a letto, quando, a metà strada tra i due appartamenti, James Haggismuir McAuley scorse, da una distanza di 350 yard, quella figura alta e inconfondibile. Fortunatamente per lui, in quel momento la testa di Wilfrid Halterton era rivolta verso l’alto; spesso la teneva così nei momenti di ansiosa incertezza; nel resto del tempo, quando tendeva a essere depresso, fissava il suolo con lo sguardo.
James McAuley si girò bruscamente e guardò attraverso le sbarre del parco che stava seguendo. Non dubitava affatto che la sua sagoma alle sue spalle fosse un nascondiglio sufficiente. Ma si sbagliava. Wilfrid Halterton aveva già individuato la sua preda: non c’era modo di confondere quella posizione particolare delle dita dei piedi e della separazione tra i talloni, tipica di James Haggismuir McAuley.
Un finanziere che osserva con attenzione un statista.
Il Capo Postale, con una rapidità di decisione insolita per lui, scese i gradini fino a quando i suoi occhi non furono allo stesso livello del marciapiede; stando in punta di piedi sui gradini e inclinando la testa all’indietro, osservava attentamente i movimenti del nemico lungo la strada.
James Haggismuir McAuley stava appoggiato alle ringhiere, con le spalle voltate, il naso ancora esposto al freddo per un tempo insopportabilmente lungo; poi, molto cautamente, sbirciò oltre le proprie spalle. Con lo stesso gesto che usa un gatto domestico quando vuole osservare senza essere visto. Con sua enorme sorpresa, Wilfrid Halterton era scomparso: i due pollici di testa visibili sopra il vasto livello della strada di Londra (poiché il cappello era stato tolto) non erano stati notati da McAuley. Si disse: “Quell’uomo è tornato a casa. Ma che cosa voleva qui?” Per un momento, l’uomo d’affari pensò di tornare e controllare di nuovo quell’appartamento; ma poi ricordò il poliziotto, e anche il caffè che lo aspettava nel suo appartamento vicino a Marble Arch. “Lasciamo perdere”, si disse. “Ormai non importa più.”
Poi uscì con decisione e si diresse rapidamente verso ovest, senza più temere di essere seguito.
Ancora sbagliato. Se il Capo Postale avesse avuto qualche esitazione, questa sarebbe stata dissipata da uno shock improvviso e brutale. Una donna anziana ma decisa, osservando dalla finestra della sua cucina, aveva visto due lunghe gambe calzate in grandi stivali con i tacchi alti oscurare la luce del mattino. Si era armata di una spazzola impregnata di fuliggine, era uscita di corsa e aveva colpito il bersaglio al volo. Il grande statista, preso dal terrore, si era precipitato giù per le scale. Lì stava, tremante ed esitante. Il breakfast lo chiamava, ma anche gli affari. Gli affari avevano la precedenza sul cibo. Wilfrid Halterton rinunciò al suo caffè e seguì a distanza il capo di Billies.
Il marciapiede era ancora così deserto che la visibilità era ottima. Da lontano, Halterton vide la sua volpe rifugiarsi negli appartamenti di Marble Arch, poi esitò per un momento su cosa fare. Non poteva certo riprendere a osservare quella porta: ciò avrebbe potuto portare a ogni sorta di conseguenze. Ma non c’era nulla che gli impedisse di entrare e affidarsi alla fortuna. È una fiducia comune tra coloro il cui genio non permette loro di fare calcoli rapidi.
La prima volta che l’ascensore salì, trasportò al suo sesto piano il considerevole, sebbene digiuno, peso di James Haggismuir McAuley. La seconda volta che salì, trasportò la figura alta, snella e anch’essa digiuna di Wilfrid Halterton.
Cosa si doveva fare adesso? Non sono io a porvi questa domanda, caro lettore perfetto. Non avrebbe senso farlo: non potete muovere le persone in questa storia a vostro piacimento. Quel privilegio spetta a me. No, è stato Wilfrid Halterton ad porsi questa domanda. E, proprio come Mack a Ulm, Napoleone III a Sedan, rimase senza risposta. Non gli venne in mente nulla di meglio che camminare avanti e indietro nel corridoio, nella speranza che, quando la sua “preda” fosse uscita, potesse vederla senza essere visto. Dopotutto, pensò il P.M.G., non appena la porta si fosse aperta, avrebbe sempre potuto nascondersi dietro l’angolo del corridoio.
Un statista che osserva con ancora maggiore cautela un finanziere.
Il Capo Postale dovette aspettare un quarto d’ora intero; durante quel lasso di tempo l’ascensore salì e scese più volte, e la signora incaricata di pulire quel piano gli passò accanto almeno cinque volte, con sempre maggiore curiosità.
Finalmente la porta si aprì, in un momento piuttosto sfortunato per il Capo Postale Generale. Non lo trovò in nessun angolo comodo dove potersi nascondere durante i suoi giri, ma proprio sul bordo delle scale, nei tre metri che separavano l’ascensore dalla porta di James McAuley. Sentì la voce di McAuley all’interno; non poteva rischiare di tornare indietro, quindi scese di corsa i sei piani di scale con una velocità degna di un motivo più nobile e di anni più agili.
James McAuley, completamente innocente riguardo alla fuga al piano di sotto, chiamò solennemente l’ascensore, lo attese, vi salì e, eccolo: non appena uscì e si avviò verso il portico dell’appartamento, vide la figura di Wilfrid Halterton allontanarsi rapidamente lungo il marciapiede.
Il Capo Postale ebbe l’imprudenza di guardarsi intorno. I loro sguardi si incrociarono e, con un grido strano che spaventò notevolmente le poche persone presenti nelle vicinanze, Wilfrid Halterton corse lungo Park Lane il più velocemente possibile per circa venti metri; alla fine, la sorte gli fornì una cabina telefonica. Vi saltò dentro, gridando il primo indirizzo che gli venne in mente: Victoria. Il sollecito autista della cabina chiese quale delle due stazioni si intendesse; una domanda assurda, visto che ormai entrambe facevano parte dello stesso complesso.
“Qualsiasi stazione!”, gridò il ministro angosciato. “Anche Brighton, se vi piace!”
Il tassista non aveva alcun gusto in materia. Ma il ritardo aveva dato alla “caccia” la sua opportunità: James McAuley stava seguendo un altro veicolo simile, che guidava con maestria attraverso la finestra aperta.
“Doppio prezzo!” disse, “doppio prezzo. Guida più velocemente, idiota! No. Non guidare troppo veloce. Basta che lo tenga d’occhio. Ora, basta che lo tenga d’occhio.”
Nella sua ansia, il grande finanziere continuava a sporgere la testa ogni due o tre secondi per assicurarsi che tutto andasse bene; e altrettanto rapidamente la ritraeva in quelle numerose occasioni in cui Wilfrid Halterton faceva lo stesso, con l’intento di verificare se fosse stato inseguito. Non ne era del tutto certo: a volte pensava di sì, altre volte no. Arrivato a Victoria, gli venne in mente – e questo è davvero un grande merito per una persona del genere – un’ottima strategia da attuare immediatamente.
Le cabine telefoniche, che anche per i telefoni senza fili del 1960 mantengono esattamente lo stesso aspetto di quelle del 1932, sono come sempre dotate di porte in vetro. Per una fortunata coincidenza, durante il giorno queste porte risultano così scure che chi si trova all’interno riesce a vedere meglio ciò che accade fuori, rispetto a quanto chi è fuori possa vedere all’interno. È un vero onore e merito di Wilfrid Halterton, nelle prime fasi della sua nuova carriera come “cacciatore di indizi”, aver pensato proprio alle cabine telefoniche.
Fu ricompensato. Non aveva ancora chiuso la porta a vetri da trenta secondi quando vide James Haggismuir McAuley avvicinarsi dal marciapiede dove l’autobus lo aveva lasciato.
Ma cosa stava succedendo? James Haggismuir McAuley stava facendo qualcosa che poteva portare a un punto morto, e questo confondeva profondamente il suo ex amico. Infatti, James McAuley si era recato in una cabina telefonica situata tre posti più avanti nella stessa fila e da lì osservava con attenzione la folla che si stava radunando, cercando la sua preda.
J. stava iniziando ad ansimare per la scomparsa improvvisa di quella persona tra la folla di schiavi che i treni suburbani stavano scaricando, quando, grazie a uno sguardo casuale, riuscì a vedere, attraverso quelle tre cabine telefoniche e sei vetri, proprio colui che non poteva essere altri che il famoso Ministro del Gabinetto, con cui poco prima aveva avuto colloqui di grande importanza per lo Stato.
James McAuley si chiese dentro di sé se Wilfrid Halterton lo avesse visto; decise che il Capo Postale non aveva fatto caso a lui, quindi uscì silenziosamente dalla cabina telefonica, piegando le ginocchia, e si nascose dietro l’angolo del muro più vicino. La sua iniziativa spinse Wilfrid Halterton ad agire allo stesso modo; dopo aver guardato attentamente intorno, anche lui si nascose dietro l’angolo opposto. Lì rimasero entrambi in attesa degli sviluppi successivi.
Potete crederci o no, ma è assolutamente vero: in quel momento apparve sulla scena una figura altrettanto familiare per voi quanto quelle dei due osservatori; la figura cordiale, gentile e vivace di Honest Jack Williams. Spesso, nei bei venerdì – quando doveva alzarsi presto in ufficio a causa dell’ora più anticipata delle riunioni della Camera – aveva l’abitudine di passeggiare felicemente attraverso St. James’s Park, osservando gli strani uccelli che vi abitavano e confrontandone le caratteristiche con quelle dei suoi colleghi. Un confronto che per lui rappresentava una fonte inesauribile di divertimento. Ed è così che si imbatté proprio in Wilfrid Halterton.
“Wilfrid… mio caro amico!” disse. “Sei tu?”
Sarebbe stato inutile negarlo. Jack Williams, afferrando il braccio della sua vittima, la portò via con sé. Ma anche mentre lo faceva, il suo occhio attento notò, di lato e a destra, un volto che conosceva molto bene: il volto dell’uomo con cui aveva giocato a biliardo la sera precedente. Alla vista di quel volto, l’intelligenza pronta e astuta di Jack Williams – un’intelligenza che, francamente, ritengo sia ben superiore anche a quella di Wilfrid Halterton o James McAuley – iniziò a lavorare con la velocità di una turbina.
Quando i due, mano nella mano, avevano percorso metà del tragitto lungo la Buckingham Palace Road, di fronte a quella scultura dei cavalli presso gli Stabili Reali – che è una delle cose più belle di Londra – Jack Williams, chiacchierando allegramente tutto il tempo, aveva già risolto completamente il problema.
Quei due Jack si stavano guardando a vicenda! Era tentato di ridere ad alta voce, “E perché si guardavano a vicenda?” si chiese Jack Williams dentro di sé. “Perché,” rispose Jack Williams a se stesso, “perché ognuno dei due pensava che l’altro avesse le lettere.” E quando quella soluzione finale si rivelò in tutta la sua chiarezza, fu impossibile per il Ministro dell’Interno trattenersi dal ridere ad alta voce. Si fermò in strada, con il braccio ancora intrecciato a quello del suo collega, e rise fino a quando non si sentì soddisfatto.
“Halterton,” disse riprendendo a camminare, “quella è stata una delle cose più divertenti che abbia mai sentito in vita mia.”
“Cosa?” disse Halterton, distratto e, ahimè! senza cibo. Da un lato si sentiva irritato per essere stato trascinato via in quel modo, ma dall’altro ne era anche sollevato; infatti lo sforzo derivante dalla caccia e dai nascondigli aveva già iniziato a farsi sentire. “Cosa ho detto che ti è sembrato divertente?”
A dire il vero, non aveva la minima idea di ciò che stava dicendo; rispondeva semplicemente a caso. La replica sufficiente di Jack Williams fu: “Slyboots!” – con questa parola pungolò il Segretario Generale delle Poste e guidò rapidamente la conversazione verso argomenti sempre diversi, fino a quando non si allontanò completamente da McAuley e dal ricordo di lui.
Si separarono alla porta dell’Home Office. Halterton, non avendo nulla di meglio da fare, si diresse verso la sua stanza nella House of Commons, che era proprio lì vicino, e finalmente riuscì a bere un po’ di caffè. Ne aveva bisogno.
Jack Williams non era ancora seduto alla sua scrivania da molto quando riuscì a conoscere il prezzo di apertura delle azioni Billies, proprio all’inizio della sessione di mercato. Le quotazioni continuavano ad aumentare rapidamente; avrebbero raggiunto i 50 entro la fine della giornata, quindi molti stavano acquistandole con entusiasmo in un mercato in crescita. Il suo collega, il signor Gunter, che aveva appena contattato il Ministro dell’Interno su ordine, lo rassicurò che le azioni erano “sicure” e avrebbero potuto raggiungere i 60 entro la fine della giornata. Il signor Gunter aveva ricevuto queste informazioni all’ultimo momento e le ripeteva meccanicamente, senza davvero comprenderne il significato. Pensò con rammarico che, se solo sapesse a cosa si riferissero quelle indicazioni, anche lui avrebbe potuto trarne profitto. Ma doveva comunque adempiere al proprio dovere ingrato e riferì quindi che “le azioni potevano essere mantenute senza rischi fino ai 60 almeno”.
Il signor Williams ringraziò molto il signor Gunter e riattaccò il telefono. Trattenne la sua impazienza fino all’ora di pranzo, quando guardò i dati registrati sulla cassetta e fu molto soddisfatto di vedere le cifre: 58; 58s. 6d.; 9d.; 3d.; 6d.; 59s.; 59s. 3d.; 59s. 6d. Si tenne il mento tra le mani, pensieroso, e prese la sua decisione. Chiamò di nuovo il signor Gunter dal Club (sapeva perfettamente cosa poteva permettersi di fare e cosa no) e gli chiese di comunicare che voleva vendere “tutti” quegli oggetti. Uno per uno. E anche quel piccolo pacchetto che aveva preparato con loro. Solo ieri li aveva acquistati a 35.
Gli restavano ancora un paio d’ore per lavorare, e Williams si mise all’opera con impegno. Si riunì con un gruppo di cinque persone, suoi vecchi amici, intorno a un tavolo situato vicino alla finestra nel Club; quel tavolo era sempre allegro, anche nei giorni invernali, e lì si facevano battute divertenti sulle piccole dispute che spesso sorgono tra colleghi, storie buffe riguardo alle ultime assurdità accadute, come la disputa tra il Capo Postale Generale e quegli estranei che lui non poteva sopportare e che continuavano a importunarlo. Jack Williams descriveva con entusiasmo ai suoi amici, che spesso ascoltavano le sue confidenze, il carattere strano di Halterton: quanto odiasse essere manipolato, come si ribellasse sempre contro l’idea che qualcuno potesse pensare che avesse preso una decisione definitiva. E soprattutto, quanto fosse infastidito dal fatto che, beh, non voleva continuare a parlarne, perché sarebbe stato ingiusto.
Il vecchio Muggridge, che era troppo ricco per curarsene minimamente e che amava sempre questo genere di cose, disse: “Oh, ho sempre detto che prima o poi avrebbe avuto dei problemi con la famiglia Durrant. Parlavano come se lo avessero in pugno. È proprio così, vero? Si sono scontrati con i Durrant, eh?”
Jack Williams guardò il proprio piatto.
“Eh?”, disse Mangey, che quel giorno si trovava lì per caso (veniva di tanto in tanto, anche se si considerava superiore a quella gente). “Davvero, Jack?”
“Ah, Mangey!” disse Jack con un’espressione molto sagge, ma sorridendo allo stesso tempo. “Quello sarebbe davvero rivelatore, ” E così finì il pranzo.
L’azienda scomparve in modo insolitamente rapido. In tre minuti, le tre cabine telefoniche del Club furono tutte occupate: Mangey era in una di esse, il piccolo Bonzer nell’altra, e – senza dubbio per qualche affare legato al Club – anche il capocameriere era nella terza. Per quanto riguarda Lord Muggridge, lui disdegnava simili cose e faceva ciò che voleva, come se non esistessero né telefoni né borse valori. E lo stesso fareste voi, caro lettore. E anch’io le disprezzerei, se fossimo ricchi quanto Lord Muggridge o il vecchio Papworthy. Comunque sia, saremmo davvero degli idioti a investire in situazioni del genere.
Dopo aver compiuto questa buona azione, Williams, che avrebbe dovuto essere davvero presente alla riunione, pensò che ci sarebbe ancora stato tempo per dare un’occhiata prima che iniziasse e infilò una lettera tra le altre carte.
Non era una lettera breve, ma lui scriveva velocemente; gli ci volle probabilmente un quarto d’ora per finirla.
Era uno di quei messaggi scherzosi che gli piaceva inviare a Lady Caroline Balcombe: a lui piaceva scriverli e a lei piaceva riceverli; nessuno scriveva lettere migliori di Jack Williams, piene di pettegolezzi e battute divertenti. E in quei pettegolezzi e battute c’era più di un accenno, anzi quasi una dichiarazione esplicita, al fatto che Halterton e J. si erano scontrati all’ultimo momento.
“Se ne dubiti,” disse come posta aggiuntiva, “chiamali nella tua piccola capanna e passerai il miglior momento della tua vita. Immagino che resterai lì per il fine settimana, no? E potrai anche mettere via quelle calze di seta che stanno rovinando. Vedi in quale stato sono: si guardano a vicenda come gatto e topo!”
Quella lettera non fu inviata per posta, ma distribuita a mano. Entro venti minuti dall’averla ricevuta, Lady Caroline aveva parlato al telefono e di persona con due ospiti illustri, invitandoli a visitare la casa in stile normanno-tudor situata a Sandlings Castle, nel Hertfordshire: la più grande delle proprietà della famiglia Balcombe, la più vicina alla città e il principale punto di ritrovo del Partito Anarchico, sia quando era al potere che in opposizione.
Li aveva entrambi portati con sé; sarebbero arrivati in tempo per la cena. Dopo aver saputo da McAuley che avrebbe raggiunto il treno poco prima della cena e si sarebbe cambiato prima di partire, aveva deciso di accompagnare il Postmaster-General con la sua auto, la più magnifica delle sette automobili Balcombe: Lady Caroline infatti riservava per sé le migliori. Mentre l’auto procedeva silenziosamente attraverso i sobborghi, Lady Caroline, con Halterton al suo fianco, era una donna felice. E quando arrivò a Sandlings, molto prima del tramonto, era radiosa.
Nemmeno quella eccellente politica fece sapere a nessuno dei suoi ospiti che l’altro sarebbe stato presente. Ed è proprio così il Regno dei Cieli.
IX
Quel pomeriggio di venerdì, mentre scendevano in macchina, Lady Caroline cercò di essere gentile con il Capo Postale Generale.
Non fu difficile fargli sentire meglio, perché era evidente che stesse soffrendo molto e tutto ciò di cui aveva bisogno era comprensione, un po’ d’amore, in fondo. Del resto, il suo dolore era visibile a chiunque lo avesse osservato durante quei tre giorni al banco dei deputati. Il compito di Lady Caroline fu quindi più semplice: a differenza di suo marito e di James McAuley, lui era nato nella nobiltà; suo padre possedeva vaste estensioni di terreno argilloso nell’Essex, in un’epoca in cui simili proprietà avevano molto più valore di oggi, prima che il debito li gravasse così pesantemente da rendere impossibile il loro mantenimento.
Per tutto il tragitto – Sandlings dista soltanto trentadue miglia dalla residenza principale e non quindici miglia dagli ultimi sobborghi settentrionali di Londra – cercò di scoprire, nel modo più discreto possibile, se ci fosse verità nelle notizie che Williams le aveva riferito riguardo alla lite tra i P.M.G. e McAuley di Billies. E quando dico “discretamente”, intendo davvero in modo molto discreto. Non posso descrivere esattamente il procedimento, perché personalmente non sono mai stata una ricca signora anziana; ma l’ho osservato da fuori.
Esiste un tipo di uccello il cui nome dovrebbe essere familiare a coloro che si interessano agli uccelli (anche in questo caso non so come descriverlo, ma è sicuramente un uccello, e l’ho visto con i miei occhi). Questo tipo di uccello vola in cerchio, disegnando ampi archi nell’aria, per osservare la sua preda che nuota nelle acque sottostanti. Lo fa a tale altezza che la vittima non sospetta nulla. Proprio così agì Lady Caroline Balcombe durante quel breve lasso di tempo, nella sua enorme auto.
Ma non imparò molto. A malapena riusciva a capire, considerando che né azioni né titoli borsistici né la televisione, e nemmeno il nome McAuley, potevano essere pronunciati correttamente. Quello che scoprì fu che il Capo Postale era ancora più scontento di quanto avesse immaginato. Non era il tipo da nascondere le proprie sofferenze davanti a una donna comprensiva, soprattutto se si trattava di una donna di sufficiente rango sociale. E anche se non poterle raccontare tutta la verità rappresentava per lui un’ulteriore angoscia (poiché non osava farlo), rispose alle sue domande premurose ammettendo di avere motivi molto seri per essere preoccupato.
Finora, tutto va bene. Mentre si avvicinavano alla casa, lei rimase in silenzio e rifletté sul suo piano. Aveva assegnato ai suoi due ospiti due stanze separate tra loro, ma situate nello stesso lato del grande corridoio che collega il pianerottolo della Torre Barbican con l’ala Tudor in stile edoardiano di fronte alla fortezza; quel corridoio si raggiunge attraverso un arco realizzato nel tipico stile del XIV secolo, ben noto a tutti voi dalle foto. Chi conosce quella grande casa (e suppongo che ne abbiate almeno una certa conoscenza) riconoscerà dalla mia descrizione che nessuna delle due stanze si trovava nella parte più recentemente ristrutturata, dove ormai ogni camera da letto dispone di un bagno personale, come richiesto dalle moderne abitudini. Tuttavia, tra le due stanze c’era un bagno comune; una di queste era chiamata “Bidewell”, l’altra “De Clair”, in onore di due Templari che un tempo appartenevano alle famiglie dei precedenti proprietari della casa. (Ricorderete infatti che il castello era gestito da un Gran Sergente. Il fatto che questo aspetto fosse stato tenuto in considerazione nel prezzo pagato da Mr. Balcombe è del tutto giustificato.)
Tutto questo non significa che per McAuley o per il signor Halterton non ci fosse una vasca da bagno. C’era senz’altro una vasca da bagno. Era quella che si trovava a metà strada tra le due stanze. E tutto ciò era stato pianificato da Lady Caroline con grande intelligenza: né troppo vicina, nel caso avessero litigato, poiché la loro vicinanza avrebbe potuto causare problemi; né troppo lontana, per evitare che mostrassero segni di ostilità o sospetto reciproco.
Aveva fatto di più. Con la promessa di una ricompensa, aveva incaricato la cameriera addetta a quella specifica area della cassaforte di tenere d’occhio la situazione.
Quando tutte queste cose furono concluse e lei mandò Halterton di sopra a vestirsi (convolgendolo in uno dei suoi sorrisi più affettuosi, che gli assicurarono il suo sostegno e la sua amicizia in qualsiasi prova lo aspettasse), gli disse di scendere presto, perché anche lei lo avrebbe fatto; voleva infatti parlargli prima dell’arrivo degli altri ospiti.
Lo avrebbe fatto; ed effettivamente scese presto. Quello che lei aveva da dirgli era inaspettato.
“Signor Halterton,” disse lei, mettendo quasi una mano sulla sua spalla per esprimere tutta la sua simpatia, “ho invitato qui un suo amico, di cui so che sarà felice di conoscerlo. Arriverà con il treno che arriva proprio in tempo per cena; mi ha detto che si sarebbe vestito in modo appropriato per l’occasione. È il signor James McAuley, il fratello del Procuratore Generale.”
Sì, il signor Wilfrid Halterton lo sapeva molto bene. Oh, era davvero felice di sentire che il signor James McAuley stava per arrivare. Lei osservò la sua gioia, una gioia simile a quella di un uomo costretto ad attraversare una passerella di legno; per questo motivo era ancora più propensa a credere alle informazioni fornite dal Ministro dell’Interno.
Non dovettero aspettare a lungo. James McAuley apparve. Halterton nemmeno provò ad escappare; lei l’aveva costretto a rimanere al suo fianco. Accolse il nuovo arrivato con tale simpatia che Halterton provò persino un pizzico di gelosia. Del resto, così sono i Direttori Generali dei Posti di una certa età. Si scusò affettuosamente per averli messi così lontani a tavola durante la cena, dicendo di sapere che avrebbero avuto molto da dirsi non appena le donne se ne fossero andate.
Ma non lo avevano fatto. Quando le donne se ne furono andate, Halterton ascoltò con interesse l’arguzia di Mr. Balcombe, seduto sette posti a destra del tavolo, mentre McAuley seguiva la conversazione con altrettanto scarso entusiasmo, seduto quattro posti a sinistra. E tra il grande finanziere e il grande statista c’era un enorme calice tutto d’oro, sul quale erano raffigurate divinità marine realizzate da Elkington, ma seguendo lo stile di Benvenuto Cellini.
Nemmeno in seguito, nel lungo lasso di tempo prima di andare a letto, questi due signori ebbero occasione di parlare tra loro. Infatti, durante i loro spostamenti per le stanze, si trovarono vicini due volte; e in entrambe le occasioni ognuno gettò un rapido sguardo verso la fodera del cappotto che l’altro indossava, nel punto in cui poteva esserci una tasca. Ma non successe nulla di più.
Lady Caroline Balcombe, la grande figura del Partito Anarco, accolse con gentilezza un suo avversario politico.
La notte, o per essere più precisi, l’alba, calò su quelle sei torri e sulla torre alta che sovrastava i tre acri di tetto. Con l’arrivo del nuovo giorno, quando le persone ricche si alzano per iniziare la loro routine quotidiana – intorno alle 9:15 del mattino – Lady Caroline Balcombe, mentre beveva il suo tè mattutino a letto, fu raggiunta da quella fedele domestica incaricata di tenerla costantemente informata su eventuali novità; e lei aveva una storia da raccontare. Erano accadute delle cose. Ecco cosa era successo.
Il signor James McAuley, all’ora assurda delle 8:30, uscì silenziosamente dalla sua stanza in pigiama e attraversò senza fare rumore il tappeto spesso del corridoio, passando accanto al bagno. Con estrema attenzione si assicurò che la porta fosse chiusa a chiave e sentì l’acqua scorrere all’interno. I dei lo favorivano! Continuò ad avanzare silenziosamente come prima e aprì con cautela la porta della stanza del Postmaster-General. Proprio in quel momento, quella donna eccellente, che aveva tenuto d’occhio tutto nella speranza di ricevere una ricompensa, lo osservava da lontano, spiando da dietro l’angolo delle scale, situata a soli trenta metri di distanza. Vide James McAuley entrare nella stanza, vide la sua mano tendersi verso il tavolo su cui aveva notato alcuni documenti, e sentì un forte grido provenire dal letto all’interno. Lo vide chiudere rapidamente ma silenziosamente la porta e tornare di corsa nelle sue stanze con incredibile velocità.
Finora tutto è andato bene. La caccia era terminata. Poi quella brava donna attese, e fu nuovamente ricompensata. Dalla stanza del Postmaster-General uscì la figura alta di quel statista, vestito in pigiama; ripeté, ma nella direzione opposta, la stessa manovra che poco prima aveva eseguito il ministro delle Finanze. Lo stesso avvicinamento silenzioso, lo stesso tentativo di aprire la porta del bagno chiusa a chiave, la stessa espressione di soddisfazione nell’udire l’acqua scorrere, lo stesso avanzare verso la porta della camera da letto. Dietro quella porta, McAuley ormai sicuramente non si nascondeva più, visto che stava chiaramente facendo il bagno.
Ma la manovra di Wilfrid Halterton differiva da quella del suo collega della City; questa differenza derivava proprio dalle loro diverse personalità. Il Capo Postale non cercò nemmeno di aprire la porta. Si fermò, ascoltò attentamente per assicurarsi che non ci fosse nessuno all’interno, prima di iniziare a ispezionare la stanza nella speranza di trovare quell’involucro così importante per lui. Il silenzio lo convinse che la stanza era davvero vuota. Tuttavia, a causa della sua nervosità, non poteva fare a meno di chiedersi se, nonostante tutto, J. potesse comunque essere lì dentro.
Aprì la porta con estrema cautela, ma fu immediatamente informato. La protesta che lo accolse fu davvero sorprendente. La porta si spalancò di colpo e James McAuley, a metà vestito, ne uscì urlando:
“Che diavolo stai facendo lì, Halterton?” gridò; e la gioia dell’uomo che osservava dall’angolo della scala fu totale.
“Cosa diavolo stai facendo?”, gridò di nuovo. “Stai spiando!”
“. Pensavo fosse, ehm, la mia porta. Ho fatto un errore,” disse Halterton.
“Non sbagliatevi su nulla!” gridò il finanziere, il cui modo di parlare rifletteva le sue frequenti traversate atlantiche. “Non sbagliatevi riguardo a vostra zia!” Detto ciò, chiuse la porta con forza, e l’infortunato ministro se ne andò a mani vuote, pentendosi amaramente della sua audacia.
Il Nobile Onorevole Wilfrid Halterton, Segretario Generale delle Poste, disegnava in segreto.
Questa era la storia che quella eccellente donna, che da posizione vantaggiosa aveva controllato ogni dettaglio, raccontò alla padrona del castello, guadagnandosi così ampiamente la ricompensa che ottenne immediatamente da una graziosa borsina appesa sul comodino.
Allora era vero. Lady Caroline era soddisfatta.
Non sarebbe stato utile chiamare gli agenti di borsa fino a poco prima delle dieci. Comunque, Lady Caroline era piuttosto a corto di tempo. Ma ce l’è fatta. Quando è arrivata nella stanza dove già alcuni di loro erano venuti a fare colazione, aveva già venduto tutte le sue azioni “Billies”. È stata un po’ sorpresa nello scoprire che non riusciva ad ottenere il prezzo che si aspettava, considerando quanto letto nei rapporti del giorno prima. Tuttavia, le hanno assicurato che aveva ancora abbastanza tempo, anche se i prezzi delle azioni stavano crollando. Comunque sia, aveva comunque ottenuto un buon risultato; quindi non aveva sprecato quelle quindici ore. Una buona strategia, come al solito, ha portato alla vittoria.
Il sabato e la domenica pesavano piuttosto sull’animo di Lady Caroline. Non portarono a nulla, nemmeno al divertimento di una qualche lite aperta tra i due uomini. Lei avrebbe voluto sapere di più. Ma era troppo saggia per cercare di scoprirlo. Le faceva piacere osservare come il Postmaster-General si comportasse in modo piuttosto strano, soprattutto riguardo alle intenzioni di Durrant; allo stesso modo, anche l’uomo dietro le azioni di Durrant si comportava in modo insolito. Le divertiva molto notare il modo in cui si osservavano a vicenda. Non sapeva esattamente cosa cercassero, ma una cosa era chiara: entrambi tentavano di cogliere l’altro di sorpresa; quel comportamento si ripeté diverse volte nel corso della giornata. Le fece ancora più piacere notare, da lontano, mentre lei e alcune altre persone erano nel parco, qualcosa che sembrava proprio una lite tra i due. Poi, improvvisamente, si separarono. Ma era tutto ciò che accadeva.
Tornarono indietro separatamente lunedì mattina: Halterton, in modo piuttosto ostentato, su un treno che partiva prima che chiunque si alzasse, poiché aveva avvertito la sua ospite che doveva farlo a causa del lavoro che lo aspettava in città nel suo ufficio; McAuley, invece, aspettò con altrettanta ostentazione per dimostrare che non aveva affatto fretta di arrivare a Londra.
Lady Caroline lo invitò persino a pranzo, visto che era disposto ad aspettare. Lo aveva quasi tutto per sé, e mentre sedevano insieme non esitò a dire alcune cose spiacevoli su Mr. Halterton. Si pentì soltanto di non essere venuta prima per dire qualcosa di negativo su Halterton riguardo a Mr. McAuley. Tuttavia, aveva appreso abbastanza bene tutto ciò che voleva sapere; o almeno tutto ciò che poteva apprendere in quelle circostanze.
Era curiosa: essendo ormai piuttosto indipendente e con tutti gli altri già partiti, voleva scoprire di nuovo dai suoi intermediari cosa stesse succedendo a Billies. Era stata molto soddisfatta nell’apprendere che le azioni continuavano ad avere un andamento negativo, con una velocità e un’entusiasmo che la consolavano riguardo al prezzo che aveva pagato. Se avesse aspettato ancora, probabilmente avrebbe perso di più. Invece, era riuscita a ottenere un piccolo guadagno ed era abbastanza contenta: aveva venduto le azioni a 46 penny l’una, il che equivaleva a quasi 11 penny al pezzo.
Era di umore felice; quindi, quando entrò nella Casa, piuttosto tardi lunedì pomeriggio, la sua soddisfazione aumentò ancora di più vedendo l’ulteriore cupo espressione sul volto del Capo Postale Generale.
X
A Londra, in un angolo remoto di Mayfair, sorge una splendida casa del XVIII secolo. Tra essa e la strada c’è un ampio cortile costruito appositamente per accogliere le grandi carrozze che si dirigevano verso il portico d’ingresso; dietro la casa c’è un giardino discreto, abbastanza grande da essere condiviso da alcuni alberi secolari. Lì viveva un uomo che avrebbe svolto un ruolo fondamentale nelle avventure del Postmaster-General: un amico, un amico intimo, ma anche un amico leale e della sua stessa età. Questo amico si chiamava Arthur Lawson; di origine ebrea, proveniva dai confini orientali della Lituania. E questa è la sua storia.
Un tempo, quando era ancora un bambino delicato e nervoso, che si ritraeva di fronte agli ostili abitanti della città russa in cui viveva la comunità ebraica stretta tra le mura, suo padre era morto. Sua madre era già deceduta durante il parto del suo unico fratello, un bambino sette anni più giovane di lui. La famiglia era terribilmente povera – poverissima anche secondo gli standard di quel luogo e di quel tempo, dove la povertà era estrema. L’intera esistenza del padre era concentrata su una sola cosa: lo studio e l’esposizione dei sacri testi della sua gente. Viveva grazie alle donazioni altrui, pur essendo lui stesso quasi povero quanto loro; le persone rispettavano la sua erudizione e ancora di più la sua reputazione di santità, che era davvero meritata. Quell’anziano studioso, infatti, nel limitato ambito delle conoscenze disponibili – tra i manoscritti e le pubblicazioni che circondavano la sua vita, nel contesto del passato in cui viveva e dei problemi che lo assorbivano – diceva e faceva il bene, seguendo quelle forme rituali e utilizzando quella ricchezza di frasi tradizionali e cerimonie precise che la sua gente amava e richiedeva. Ma ora lui era morto, e i due ragazzi, il piccolo Jacob e l’altro ragazzo Aaron Levina, erano stati affidati a una donna anziana, severa e diligente, le cui origini erano sconosciute; ai ragazzi era stato insegnato a chiamarla “Zia Reba”. Quella donna aveva curato la casa di loro padre per molti anni, vivendo soltanto per lui e per i suoi figli.
In questa crisi delle loro misere condizioni, lei aveva accumulato un piccolo tesoro sacro, raccolto chissà con quanta cura e in quale silenzio. Di quel poco, giorno dopo giorno, vivevano; di quel segreto, che nessuno al mondo, tranne zia Reba stessa, conosceva né il luogo né l’entità, lei continuava a mantenere quella piccola famiglia, facendo tutto da sola. Era determinata che Aaron fosse degno di suo padre, e lui era stato destinato allo stesso grande ruolo, nonostante la stessa estrema povertà. La sua gloria – e già iniziava ad essere anche la sua – consisteva proprio nel fatto che ciò fosse possibile.
Aaron, all’età di tredici anni, mostrava già doti eccezionali, anche in quel mondo ostile, ristretto, intellettualmente stimolante ma pieno di paura, circondato ovunque dall’odio, dalla rabbia e dal disprezzo. Il suo maestro lo lodava, paragonando la sua giovinezza a quella degli anziani delle storie. Sembrava che, man mano che il ragazzo guadagnava reputazione e prestigio, qualcosa venisse salvato. Ma tutto andò in frantumi: una folla si sollevò, assetata di sangue contro gli ebrei. All’inizio, quella furia era nata da un impulso cieco e da un’insurrezione popolare contro i pochi ricchi di quel ghetto, quei prestatori di denaro ai quali troppi gentili della città erano legati in debiti. Loro riuscirono a fuggire illesi, ma quella povera comunità fu distrutta: le case misere furono saccheggiate, la Sinagoga privata dei suoi preziosi ornamenti e bruciata; le fiamme illuminarono anche il corso di un esodo affrettato, disperato e terrorizzato. In quel furore cieco e crudele, morirono sia i vivi che i morti.
In quella terribile notte, zia Reba salvò i ragazzi. Riuscì a portarli a Riga grazie all’aiuto di una persona che conosceva lì; trovò un posto su una nave in partenza per loro e per sé. Una buona parte del loro misero tesoro dovette essere sacrificata, poiché il capitano svedese della nave li sfruttò senza pietà. Dopo tre giorni di viaggio lento attraverso il calmo Mar Baltico (faceva ancora un freddo terribile, anche se il ghiaccio era scomparso) e altri tre giorni di tempeste nel Nord Mare, questi tre esseri umani – il bambino, il ragazzo e la vecchia donna – arrivarono a Londra, dove, grazie all’intenso patriottismo della gente lì residente, trovarono almeno rifugio e i primi necessari per vivere. Ma zia Reba continuò comunque a pagare, senza mai dover debito un centesimo a nessuno.
Attraverso tali porte, all’età di quattordici anni, Aaron Levina era entrato nell’età adulta.
Iniziò la sua nuova vita quando un datore di lavoro del suo stesso popolo lo assunse senza stipendio, affinché imparasse il mestiere: si trattava di un anziano senza figli che gestiva un piccolo negozio nel cuore di Whitechapel. Quel negozietto vendeva qualsiasi cosa gli capitasse tra le mani: oggetti non abbastanza rari da essere definiti curiosità, né antichi, semplicemente tutto ciò che quell’anziano, parsimonioso e astuto, riusciva ad acquistare con giudizio per poi rivenderlo a profitto. C’erano vestiti; occasionalmente anche pezzi di ricambio per barche, bussole, scatole contenenti strumenti, catene di vario tipo, e anche ornamenti: alcuni strani e insoliti, alcuni d’oro realizzati in modi bizzarri. Molto argento annerito passava anche attraverso le sue mani, e di tanto in tanto arrivavano anche pietre preziose più economiche. Per i gentili, nelle serate tranquille nel retro del negozio, venivano concessi piccoli prestiti, ma ad interessi elevati e spesso esorbitanti, solo ai gentili. La legge veniva rispettata rigorosamente; riguardo ai suoi connazionali, ai suoi fratelli e ad Aaron, non avrebbe mai praticato l’usura né li avrebbe derubati, perché è proibito. E quando l’anziano sentiva i nomi di quegli uomini ricchi della sua stessa gente che, come lui, avrebbero dovuto rispettare la legge, ma che invece la violavano per avidità, depredando persino coloro di sangue sacro, sputava in segno di disprezzo e odio.
Dall’alba molto presto fino a tarda notte, il ragazzo Aaron lavorava silenziosamente, ma nel suo cuore c’era sempre un’ira nascosta verso il mondo esterno. Imparò rapidamente l’inglese, leggendo in ogni momento libero che riusciva a trovare nelle brevi ore serali libere; grazie a questi sforzi, guadagnò abbastanza da meritarselo, proprio come suo padre aveva fatto prima di lui, grazie a una tenacia incrollabile. L’uomo senza figli per cui lavorava, rendendosi conto che aveva sempre più bisogno di lui, lo assunse nel proprio piccolo commercio; e dopo soli quattro anni a Londra, Aaron riusciva già a stare al passo con i suoi colleghi, quasi poteva essere scambiato per qualcuno nato in quel rifugio sicuro che la sua gente trovava tra gli inglesi. L’attività commerciale iniziò a prosperare, naturalmente, visto che non poteva fare altro che crescere nelle mani instancabili di un ragazzo giovane come Aaron Levina, anche quando aveva appena raggiunto l’adolescenza. Zia Reba, ormai molto anziana dopo aver subito quella terribile prova e ora in declino di salute, poteva finalmente essere curata. Aaron le poteva offrire piccoli lussi e pagare il aiuto dei vicini.
Ma ciò che era più caro al cuore di Aaron, ciò che costituiva la sua unica consolazione e la sua unica gioia in quei primi momenti di una prosperità molto umile, dopo tali ricordi amari, era l’educazione del figlio di suo fratello.
Quel terribile giorno e quella terribile notte del pogrom lo avevano segnato profondamente. Lo avevano reso capace di amare soltanto poche persone. Gli avevano impresso, per così dire, il marchio di una vocazione: un dovere speciale di essere orgoglioso del proprio sangue e ostile a tutti gli altri. Lo avevano riempito di un odio ancora più profondo di quello che provava verso i suoi simili nei confronti dei brutali e abominabili Goim, quegli esseri che compivano tali atti orribili senza alcuna ragione. Il suo disprezzo per l’intelligenza di coloro che vivevano al di fuori della legge e dell’Alleanza non aveva nulla a che fare con la religione; sebbene rispettasse rigorosamente le regole religiose, questa non era la sua motivazione. Era l’esperienza. Li conosceva per ciò che erano veramente. Ma quella loro stupidità non giustificava affatto la loro malvagità.
La terribile crudeltà che aveva ferito la sua anima fin da quando era giovane era ancora più vivida, sebbene meno evidente, di quegli sberri continui e di quelle offese frequenti che, anche quando non erano diretti a lui personalmente, costituivano la sorte della sua gente. Se tali sentimenti venivano nascosti tra i compagni più ricchi della sua vita successiva, era per codardia. Lo giurava, e non per compassione.
Anche qui a Londra, al sicuro, non dimenticò mai quanto un’ostilità inspiegabile verso il suo popolo avesse rappresentato un fardello per lui e per i suoi.
Così formato, così rimase, plasmato in quel modello; e tutti i suoi grandi talenti – che, a modo loro, erano genio – tutta la sua ferrea tenacia, erano condizionati da questo atteggiamento mentale. La vasta fortuna che avrebbe ottenuto non lo cambiò affatto. La doveva a se stesso e al proprio sangue per mantenere quel spirito inalterato; nell’agonia della sua anima isolata, tutta la sua affezione, tutta la sua intensità, erano concentrate sul fratellino minore.
Tutta la sua essenza era concentrata su quel fratello. Era lui, pensava, che aveva veramente ereditato lo spirito di suo padre. E il ragazzo cominciava a essere considerato colto. Ma non nella cultura che suo padre aveva conosciuto; piuttosto nella conoscenza del tipo più moderno: formule matematiche, misurazioni. Poco dopo, durante le lezioni serali all’università, iniziò con entusiasmo ad approfondire i primi concetti della scienza.
Quando, in seguito, il fratello maggiore vide quanto il più giovane progredisse in queste cose e quanto fosse adatto per esse, ne trasse grande soddisfazione. La gloria stava arrivando alla famiglia Levinas. E con quella gloria come obiettivo finale, e con il bene del bambino come passione dominante nella sua vita, continuò a lavorare instancabilmente. Fu proprio per questo che ottenne – sebbene quell’attività fosse naturale per lui e piuttosto gratificante – un nome che lo distingueva dai suoi simili. Fu una fortuna per lui poter guadagnarsi quel nome, perché rappresentava una promessa di ciò che sarebbe venuto dopo.
Quando il vecchio maestro morì, Aaron Levina aveva ventiquattro anni; Jacob, invece, ne aveva diciassette e stava già ottenendo i primi piccoli riconoscimenti dai suoi insegnanti, convinto che un giorno sarebbe diventato un grande fisico: avrebbe inventato cose, scoperto nuove verità, condotto ricerche approfondite e formulato teorie.
L’attività continuava a prosperare. Aaron non avrebbe mai pensato di far lavorare Jacob al suo interno. Assunse un assistente, un gentile, che trattava con estrema durezza; assunse anche un altro assistente e prese in affitto il piano inferiore della casa accanto, raddoppiando così le dimensioni del negozio. Così stavano le cose quando anche la vecchia zia Reba morì, molto anziana e in pace.
Trascorsero un anno o due. Aaron Levina stava facendo altre cose, in altri luoghi, in modo misterioso. In un ufficio che visitava per un’ora o due ogni giorno, tranne il Sabato; lì si dedicava alle attività contabili tutto il primo giorno della settimana, quando il silenzio delle feste pagane gli concedeva tutto il tempo necessario. Comprava e vendeva oggetti diversi da semplici rottami. Era iniziato con frammenti di metalli preziosi e qualche gemma occasionale; poi le sue attività si erano espanse su dimensioni più grandi.
Fu allora che accadde ciò che lo avrebbe legato per sempre, sebbene a distanza, a Wilfrid Halterton.
La scuola di giovane Jacob era l’edificio della grande Scuola Distrettuale situato sul lato ovest di Mile End Road. La lezione era finita; piuttosto tardi, stava attraversando la strada principale sotto il bagliore delle luci, diretto a casa di suo fratello, quando quella sua scarsa vista e quel comportamento nervoso lo tradirono. Non vide l’arma del poliziotto abbassarsi; proseguì, esitò per quell’infinitesimale istante che può rivelarsi fatale, e fu colpito. Il paraurti di un grosso automobilismo lo colpì, facendolo rotolare sul ciglio della strada, dove rimase disteso privo di sensi.
I freni stridettero, la porta dell’auto si aprì con impeto e ne saltò fuori un giovane molto alto, dall’aspetto ansioso e preoccupato. Corse avanti indossando i suoi bei abiti da sera e il grande cappotto di pelliccia, attraverso il fango e nel freddo. Si inginocchiò accanto al ragazzo, ancora immobile, mentre intorno si radunava una folla; due poliziotti fecero strada tra la gente.
Quel giovane che si era precipitato fuori con tanta premura era Wilfrid Halterton, lo stesso Wilfrid Halterton di quegli anni lontani, quando la sua famiglia era al culmine della ricchezza. Allora non pensava ancora alla politica; studiava ancora all’università e, quella sera di venerdì, tornava in auto nell’Essex per riunirsi a suo padre, dopo aver cenato con gli amici a Londra.
Gli agenti di polizia prendevano appunti; i compagni del ragazzo, molti dei quali della sua stessa età, offrivano volontariamente informazioni con grande entusiasmo. Il giovane Halterton, incerto e confuso, ma pieno di compassione e senza sapere cosa fare, venne informato dagli agenti che un’ambulanza stava arrivando; gli dissero anche dove sarebbe stato portato il bambino ferito: all’Ospedale di Londra. Nello stesso momento, uno degli studiosi, più loquace degli altri nell’evidente desiderio di fornire informazioni, gli disse dove viveva il fratello del ragazzo, Aaron Levina.
Il giovane Halterton era sconvolto e provava un dolore indescrivibile. Non avrebbe mai potuto immaginare di dover affrontare quella situazione quella notte. Aveva provato un senso di sollievo nell’apprendere che quel ragazzo fosse vivo; ma non appena aveva sentito il suo primo gemito sommesso, il suo cuore si era spezzato. Devo scusarlo: le sue emozioni possono sembrare esagerate; ma ricordate che all’epoca Halterton era molto giovane e provava un profondo senso di vergogna, come se la sua ricchezza fosse in qualche modo responsabile della tragedia causata dalla sua auto tra quelle persone povere.
Vide il viso del povero ragazzo, contorto dal dolore sotto la luce cruda della lampada ad arco; quel viso tipico dei Sephardim non gli diceva nulla riguardo alla razza. Non ne sapeva nulla; quegli occhi grandi e scuri si aprirono per un momento, poi si richiusero. Aveva il desiderio disperato di agire e salvarlo. Ma non sapeva come farlo. Doveva prendere una decisione. Dopo alcuni secondi di esitazione tipica sua, riuscì a formulare un piano.
“Guarda qui, Roberts,” disse al autista, “non posso andare avanti. Devo restare qui e occuparmene personalmente. Farò tutto il possibile per aiutare questo ragazzo.” Poi, rivolgendosi ai poliziotti, aggiunse: “Stavo andando a casa di mio padre, nell’Essex. Devo fargli sapere cosa è successo. Anch’io devo restare qui e fare del mio meglio. Cosa?”
Il poliziotto stava annotando il numero di targa dell’auto. L’ambulanza era arrivata.
“Va bene, signore,” disse. “Mandi il suo uomo a telefonare e mi dica il suo nome, insomma tutto ciò che è necessario. Il mio collega accompagnerà il suo uomo, e poi potremo farlo andare avanti.”
“Grazie,” disse Halterton, estremamente grato per quella licenza. Gli era stata di grande aiuto per riflettere. Ma mentre guardava la figura rannicchiata sulla barella, il suo cuore si strinse dal dolore.
“Roberts,” disse, “vai con l’ufficiale e chiama mio padre? Digli cosa è successo. Poi è meglio che tu torni a casa; io troverò un modo per scendere domani. Dìgli che lo chiamerò di nuovo tra un’ora o giù di lì. Ma solo dopo aver telefonato, vai a casa con l’auto.”
E così fu. Il giovane Wilfrid Halterton seguì gli agenti di polizia fino all’ospedale insieme all’ambulanza; trascorse lì un’ora o più per assicurarsi che tutto venisse curato a dovere, e provò un enorme sollievo nel sapere che il ragazzo ora sapeva dove si trovava e riusciva a pronunciare una parola o due, anche se debolmente. Fu ancora più sollevato quando, dopo aver atteso a lungo, venne a sapere che non c’era pericolo immediato, anche se la situazione rimaneva grave.
“Se fossi al vostro posto, signore”, disse uno dei poliziotti, “cercherei il signor Levina nell’elenco telefonico e lo avviserei”.
Ma sebbene nell’elenco telefonico ci fosse un intero reggimento di persone derivate da Levine, questa particolare Levina non c’era. Forse c’era stato qualche errore. Comunque, ora che si era assicurato che tutto fosse a posto, doveva andare a trovare quel fratello.
Ma non c’era alcuna necessità. Altri erano già stati prima di lui. Un piccolo gruppo di concorrenti e compagni di studio del giovane ferito si affollò immediatamente intorno a Wilfrid Halterton mentre questi camminava, con le sue lunghe gambe, per le strade strette. Lo portarono davanti alla porta del negozio principale e dell’abitazione, dove bussò forte. Il locale era chiuso, ma l’aiutante era rimasto di guardia. Aaron Levina era uscito per incontrare un cliente.
“Lo aspetterò,” disse Wilfrid, sedendosi al chiaro di un’unica lampadina nuda, in mezzo a una massa di oggetti disordinati e disparati. Il gruppo che lo aveva seguito rimase ad aspettare per strada.
Chi fosse quel cliente di Levina, nessuno lo sapeva. Halterton aspettò e aspettò. Alla fine chiese un foglio di carta e una busta, e scrisse queste parole con tutto il cuore:
Mio caro signore,
Mi dispiace enormemente dovervi comunicare che questa sera, mentre il mio automobile passava davanti alla Council School in Mile End Road, ha investito un giovane signore, che, a quanto ho appreso, è vostro fratello. Sono qui ad aspettarvi e desidero farlo con molta urgenza. Volevo che foste voi i primi a saperlo da me, e voglio assicurarvi personalmente che non corre alcun pericolo. Me lo hanno garantito. Tuttavia, temo che l’incidente sia grave.
Non è affatto facile scrivere queste cose, ma vi prego davvero di credermi quando dico che farò tutto ciò che è in mio potere. Tutto. È una situazione terribile. Credetemi: farò tutto; ditemi solo cosa bisogna fare e sarò completamente a vostra disposizione. Non riesco nemmeno a sopportare il pensiero del viso pallido di quel ragazzo. Quel ricordo mi perseguita ancora adesso.
Vieni il prima possibile. Cercheranno di trovarti, e io aspetterò qui fino al tuo arrivo.
Inviò la nota insieme a un gruppo di persone incaricate di cercare Aaron, e affidò l’involucro a un messaggero ben nutrito affinché lo portasse. E Wilfrid Halterton aspettò. Aspettò a lungo. Trascorse un’ora, poi più di un’ora. Ma il motivo per cui fu costretto ad attendere non era che Levina non potesse essere trovata; Levina era stata trovata, ma appena venne a sapere la notizia, Wilfrid corse subito in ospedale. Ora si trovava lì, protestando, insistendo, piangendo per Jacob, il suo piccolo Jacob, e cercando di capire cosa fosse successo. All’inizio in modo confuso, poi sempre più chiaramente quando fece domande alle persone coinvolte.
Nel mezzo del suo dolore, fu invaso da una grande amarezza. Il male era su di lui. Il male c’era sempre stato, e aveva colpito lui e la sua famiglia attraverso quelle maledette persone esterne; il male proveniva dalla loro malvagità, dalla loro avidità, dal loro rancore, dalla loro indifferenza o dal loro disprezzo. I ricchi gentili avrebbero pagato, ovviamente. Ci sarebbero stati danni, certo. Ma quale consolazione poteva esserci in tutto ciò? Sarebbe stato denaro maledetto, proprio come quell’uomo stesso. Lì il suo pensiero si fermò. Oh, se solo quella cosa non fosse mai accaduta! Il bambino sarebbe ora un disabile. E dove erano finite tutte quelle speranze?
Lo avevano messo in una piccola stanza spoglia dell’ospedale, una sorta di sala d’attesa separata dalle altre. Chiese di essere lasciato solo. Seduto lì sull’unica sedia disponibile, singhiozzava per il dolore. Dopo essersi completamente esaurito, si ricordò della nota e la aprì. Mentre la leggeva, nella sua mente ebbe inizio una lotta interiore.
Lui non conosceva la bontà; per lui, la bontà rappresentava soltanto il vago ricordo di suo padre, di zia Reba, dell’uomo morto che gli aveva lasciato l’attività. E ancora meno, uno o due conoscenti, a malapena amici. Il mondo non era buono; le persone non erano buone. E soprattutto, i Goyim non erano affatto buoni. A lui importava molto poco se lo fossero o meno.
Allora rilesse il biglietto: sembrava davvero autentico. Conosceva bene gli uomini e sapeva che era sincero. Beh, doveva assolutamente andare a incontrare quell’uomo.
Le strade erano ora deserte. Nessuna piccola folla lo accompagnava mentre si affrettava a tornare alle due botteghe. Inserì la chiave nella porta. Halterton si alzò immediatamente; la sua alta e snella figura sembrava un po’ troppo grande per quel luogo.
“Signor Levina?”, disse.
“Quello è il mio nome,” disse Levina con voce secca.
“Signor Levina, le ho detto tutto ciò che potevo nella mia nota… Ha ricevuto la mia nota?”
“Sì,” ancora brevemente, e sempre con quella voce laconica.
“Signor Levina, so che non si offenderà se faccio qualcosa che desidero fare. Non le dispiacerà, vero?”
Il giovane signor Halterton aveva buone intenzioni, ma poiché non era ancora stato contaminato dal mondo, di solito commetteva errori.
“Come ti chiami?” chiese rapidamente Levina.
“Halterton. Wilfrid Halterton. Stavo andando a casa di mio padre nell’Essex. A Chilham, sai. Lì vive mio padre. Ero in viaggio verso lì. È per questo che è successo.”
“Si sieda, signor Halterton,” disse Levina, prendendo anche lui una sedia. Sebbene fosse completamente padrone di sé, era ancora scosso. Non poteva essere così arrabbiato, quell’uomo alto davanti a lui sembrava troppo stupido per meritare una reazione del genere; ma dentro di lui c’era ancora molta rabbia.
“Non ti dispiacerà se vado a vedere tuo fratello quando mi sarà permesso, vero? Ho già chiesto gli orari. Comunque, potrei anche andare a trovarlo domani.”
“Sì,” disse Levina.
“Poi Halterton continuò con una voce molto più esitante…”
“Signor Levina, potrebbe fare un favore personale per me?” Levina non rispose. Non sembrava il momento adatto per chiedere favori personali.
“Voglio dire, mi permetteresti di chiederti di non considerare l’assicurazione un problema tra noi, o qualcosa del genere? Voglio fare tutto ciò che è in mio potere. Tutto!”.
“Non capisco cosa tu stia, ”, cominciò Levina con una voce calma ma quasi minacciosa.
“Per favore,” disse Wilfrid Halterton con impazienza. “Per favore! Se solo sapeste cosa ho provato nelle ultime ore, ”
E Levina rimase sorpresa nel vedere lacrime negli occhi di quella persona di fronte a lei.
Li aveva visti piangere, queste persone aliene. Almeno, aveva visto piangere i più poveri di loro. Li aveva visti piangere, sempre a causa delle loro stesse sofferenze, e spesso per le sofferenze che lui stesso aveva causato, e per le quali non provava alcun interesse. Perché dovrebbe interessargli? Tutta la colpa ricadeva su di loro. Immensamente su di loro. Perché dovrebbe provare pietà o perdonarli? Avrebbero sempre ricominciato da capo. Eppure, quando vedeva quelle lacrime, qualcosa in lui cambiava.
“Signor Halterton”, disse infine con difficoltà, “non è stata colpa sua”.
“Dio sa che non lo è,” disse Halterton con sincerità. “Penso che mi ucciderei se lo fosse. Ma mi permetterete di vederlo?”
“Certo, signor Halterton. Non ha nulla a che fare con me. Ma ovviamente lo farei se dipendesse da me.”
“E mi permetterai di fare tutto ciò che posso?”
“Moneysh!” — Levina quasi sibilò quella parola, parlando senza separare i denti, che così apparvero tra le sue labbra.
“No! No! No! Signor Levina. Tutto ciò di cui voi o lui avete bisogno è essere lì liberamente. Ma Dio sa cosa intendo, ” Guardò l’altro con ansia, pensando di vedere un po’ diminuire quell’improvviso disprezzo. Poi aggiunse: “Ma per quanto riguarda l’amicizia, ci sono molte cose che posso fare.”
Levina rimase di nuovo in silenzio, ma alla fine di un lungo silenzio riuscì a dire “Sì”.
“Dico sul serio,” disse Halterton, “davvero.” E dopo aver indicato l’ora in cui sarebbe sicuramente arrivato in ospedale, salutò e se ne andò.
La mattina seguente si incontrarono di nuovo in ospedale, ma nel frattempo Wilfrid Halterton aveva telefonato a suo padre, era andato lì con un’auto noleggiata e avevano parlato fino a tarda notte. Gli aveva detto cosa intendeva fare, e il vecchio pensò che fosse una follia; ma dopotutto, i soldi di Wilfrid erano suoi, e anche se lo considerava un’idea assurda, era in parte orgoglioso di suo figlio per averla.
“Avrei dovuto fare lo stesso alla sua età,” pensò tra sé. “I giovani sono migliori di noi. Spero che, quando arriverà alla mia età, non sarà diventato così arido e senza passioni come me.”
Così il vecchio ragazzo andò a letto, senza più protestare, e la mattina seguente Levina e Halterton si riunirono di nuovo al suo capezzale.
Quello fu l’inizio, tanti anni fa. Più di trent’anni fa. Ne seguirono molte altre cose.
Il ragazzo era un paralitico. Non completamente distrutto, ma mai più in grado di camminare normalmente. Wilfrid Halterton seguì con attenzione il suo periodo di convalescenza. La sua premura aumentò; fece davvero di tutto per aiutarlo. E nonostante il proprio orgoglio, Aaron Levina era grato. Era grato in quel profondo recesso del suo essere, dove fino ad allora esistevano soltanto due emozioni strettamente intrecciate: la sua devozione verso il proprio popolo e il suo amore appassionato per il fratello che ora sarebbe rimasto paralizzato per tutta la vita. L’attenzione costante di Wilfrid Halterton durante quel periodo lo commosse profondamente, e questa emozione divenne una parte integrante della sua personalità. Tra tutti quei milioni di persone in Inghilterra che non appartenevano alla sua stessa razza, c’era soltanto un uomo per cui Aaron Levina avrebbe attraversato la strada; c’era soltanto un uomo che era felice di accogliere, e quell’uomo era Wilfrid Halterton. Ancora una volta devo chiedere ai miei lettori di comprendere e scusare eventuali considerazioni eccessive da parte loro. Stiamo parlando di un tipo umano sconosciuto per loro, non del nostro stesso sangue. Noi probabilmente non proveremmo una gratitudine così profonda e duratura per un episodio breve della nostra giovinezza. Ma Aaron sì. Penso che questa fosse parte di quella strana tenacia che tutti notano, e che molti temono, nelle persone della sua razza.
Si incontrarono, ma raramente dopo che Jacob tornò ad occuparsi del suo lavoro. Entrambi erano un po’ timidi l’uno con l’altro. Tuttavia, Aaron scriveva regolarmente e chiamava per ringraziare ancora una volta. Ciò che fece compiere un nuovo e definitivo passo nella loro relazione fu la questione del fatto che Jacob decidesse di andare all’università.
Non poteva esserci alcun discorso su questioni finanziarie, di cui ormai Halterton avrebbe temuto persino solo di parlare.
Ma a quel punto era già diventato come suo padre; l’uomo anziano era morto, e lui stesso occupava una posizione di rilievo, sebbene non particolarmente ricco. Aveva appena iniziato a fare parte del Parlamento; la fortuna familiare, sebbene ridotta, era ancora considerevole. Il suo vecchio college lo ascoltava, poiché doveva il proprio status al nome Halterton. Fu quindi grazie a Wilfrid che il giovane Jacob venne ammesso e poté andare a Cambridge.
Aaron aveva insistito affinché lui continuasse a usare il nome di Lawson: poiché Aaron prosperava ancora, e molto di più grazie a quell’ufficio che possedeva piuttosto che al negozio stesso; ormai Aaron era Arthur Lawson, almeno nel West End di Londra, dove si era comprato una casa. Jacob, che aveva un punto di vista diverso su queste cose, si oppose inizialmente, ma alla fine acconsentì a scendere a compromessi. Non voleva essere chiamato James; sarebbe sempre stato Jacob. Ma per quanto riguardava il nome Lawson, beh, lasciasse stare così. Così fu: Arthur Lawson divenne rapidamente molto ricco, mentre Jacob Lawson, suo fratello, trascorreva le vacanze sotto lo stesso tetto di Arthur, diventando sempre di più la sua fonte di orgoglio e il suo idolo.
Ancora più importante delle relazioni tra Wilfrid Halterton e Lawson fu ciò che accadde quattro anni dopo. Il giovane fisico era abbastanza brillante, ma le borse di studio non si assegnano in base al talento. C’era un altro candidato, oltre a lui: un giovane inglese di certo rilievo e appartenente a una determinata cerchia sociale; quest’ultimo disponeva di risorse personali e di buone relazioni. Fu Halterton ad avere la meglio. E Jacob Lawson divenne membro del Merrion College. E, come potete immaginare, coloro che appartenevano a quella cerchia sociale attribuirono tutto questo a una “congiura ebraica”.
Una volta presa la decisione, il College si impegnò appieno e promosse il nuovo membro con tutte le risorse disponibili. Da quel momento in poi, Jacob Lawson ebbe davvero diritto a essere famoso, e lo rimase per sempre. E da allora in poi, ciò che Arthur Lawson provava per Wilfrid Halterton divenne qualcosa di permanente e profondamente radicato, nel senso più vero del termine.
Eppure quei due uomini non erano intimi. I loro caratteri non presentavano alcun punto in comune. Tra tutte le professioni, quella del politico era quella che Arthur Lawson disprezzava di più. Tra tutte le debolezze umane, l’impulsività e la indecisione erano quelle verso cui Arthur Lawson provava meno simpatia – e che riteneva fossero particolarmente diffuse tra le persone che lo circondavano: comuni nella loro razza, ma assai rare nella sua. Tutto ciò non diminuiva minimamente la sua fedeltà incondizionata verso Halterton, ma impediva una vera intimità tra di loro.
Inoltre, con il passare degli anni, la netta differenza nelle loro occupazioni e nei loro circoli di amici diventava sempre più evidente. Lo stesso valeva per il crescente desiderio di Arthur Lawson di ritirarsi in solitudine, man mano che la sua fortuna aumentava sempre di più. Quella fortuna raggiunse sei cifre prima che lui compiesse quarant’anni; era diventata enorme già prima dell’affare legato alla televisione. Anche il declino finanziario di Halterton – dovuto a cattive investimenti – non aiutava certo le cose; perché, sebbene Lawson, come tutti quegli uomini, non facesse alcuna connessione tra ricchezza e valore personale, le difficoltà economiche di Halterton lo rendevano ancora più timido. Tutti questi fattori separavano i due uomini; tuttavia si incontravano di tanto in tanto, su iniziativa di Lawson stesso. I suoi vecchi sentimenti rimanevano profondamente radicati e altrettanto forti come sempre.
Arthur Lawson non doveva nulla a nessuno. Aveva rifiutato un titolo nobiliare, usando una frase sprezzante che ancora oggi veniva ricordata contro di lui. Vedeva sempre meno i suoi simili; era diventato sempre più una leggenda o una favola, al punto che anche la sua enorme ricchezza veniva esagerata nei pettegolezzi e nelle voci su di lui. Ma ogni volta che posava lo sguardo su quella figura zoppicante del fratello così distinto, la cui compagnia significava tutto per lui e la cui fama rappresentava l’unica gioia della sua vita, ricordava Halterton.
Halterton stesso, come si può immaginare, dedicava molto meno spazio ad Arthur Lawson nella sua mente. Era uno di quegli uomini con cui è necessario mantenere un rapporto costante e frequente per conservare una vera intimità. Ma, come ho detto, i due si vedevano solo due o tre volte all’anno. Lawson non voleva che il loro legame si allentasse, e Halterton era più che felice che fosse così.
Ecco quindi la situazione tra il Milionario e lo Statoquente ai tempi delle due buste, del gioco a biliardo e di tutto il resto. Ma di tutto ciò, Lawson non aveva saputo nulla, se non voci vaghe riguardo alle fluttuazioni delle azioni di cui non si occupava affatto.
XI
NELLO STESSO fine settimana Lady Papworthy non aveva certo trascorso il tempo a far nulla. Sabato mattina, l’affidabile Reginald Butler era venuto a trovarla da solo; lei fu più gentile con lui che mai prima. Aveva appreso, poiché lui le aveva raccontato tutto, di un altro di quei intrighi interminabili in cui era coinvolto. Quel giovane poeta appassionato continuava instancabilmente a combattere contro queste pratiche al fine di difendere i principi morali nella vita pubblica. Aveva appena scoperto un altro di questi intrighi e ne era pienamente impegnato; lei, dal canto suo, lo sosteneva con grande entusiasmo.
C’era stato un accordo orribile tra il corrotto Capo Postale Generale e il famigerato McAuley! A perpetua vergogna della nostra vita pubblica, nonostante il rapporto del Comitato, Durrant aveva ricevuto in privato la promessa che l’appalto sarebbe andato a lui!
Reginald Butler continuò a condividere i suoi sentimenti, fornendo molti dettagli. Era indignato, come solo un cuore appassionato e sincero può essere.
Le attività di Joan Papworthy si estendevano in molteplici direzioni, e quindi anche verso il campo della politica alta. Tuttavia, lei apparteneva a quelle mogli politiche che sono soltanto passeggeri su una nave guidata da altri – e ne esistono quasi altrettante quanto quelle che hanno effettivamente il potere decisionale. Sentì le notizie, ma soprattutto attraverso i suoi assistenti esterni, piuttosto che dal suo marito; non venne mai a conoscenza dei dettagli essenziali di quelle notizie, e nemmeno di ciò che era di dominio comune tra coloro che ne erano a conoscenza, fino a molto tempo dopo che tali informazioni avevano già perso il loro interesse.
Se la vita pubblica avesse rappresentato per lei un interesse reale, sarebbe stato l’interesse legato al denaro, proprio come lo è per tutti noi. Suo marito era molto ricco, ma non le permetteva nemmeno di diventare moderatamente agiata. In questo senso, lei lo conosceva bene: quella era l’unica cosa in lui che rimaneva immutabile. Pertanto, le notizie politiche, che per noi significano operazioni finanziarie legate all’acquisto e alla vendita di azioni, rappresentavano per lei un interesse analogo; tuttavia, lei non si era ancora impegnata in attività del genere, nemmeno su piccola scala. Le bastava lavorare con quelle certezze apparentemente sicure: acquistare quando il rischio era ormai quasi esaurito, vendere due giorni dopo che i personaggi influenti avevano iniziato a sbarazzarsi delle loro azioni. Guadagnava poco, ma in modo costante. Fino ad allora, era riuscita a raddoppiare quasi il suo modesto stipendio. Era arrivata proprio a quel livello.
Ora aveva notizie riguardo al contratto televisivo e alla competizione per ottenerlo. Aveva sentito parlare del rapporto del comitato a favore di Reynier. Poi, tre giorni dopo, aveva udito voci su un assegno, ma nient’altro. Questa nuova notizia da parte del suo amante rappresentava qualcosa di concreto, una possibilità, una certezza.
Quella mattina continuò la sua profonda intimità con Reginald Butler, amandolo e lodandolo come solo le regine dei circoli letterari e artistici sanno fare nei confronti del loro favorito tra i geni che li circondano. L’ammirazione nei suoi occhi gli sembrava, e a ragione, qualcosa di più dell’ammirazione. Se avesse saputo fino a quali altezze una tale condivisione di ideali lo avrebbe portato, non sarebbe andata così oltre; ma lo fece davvero. Dopo quella mattina, Reginald Butler la amava non solo con il sentimento trionfante di un innamorato, ma anche con un nuovo coraggio, come quello di un martire, se il martirio doveva necessariamente verificarsi. E il martirio arrivò, velocemente. Perché Mutts ne era la sua passione.
Dopo che lui se ne fu andato silenziosamente dalla sua stanza con la testa bassa, Joan Papworthy rimase in ascolto attentamente fino a quando non sentì la porta d’ingresso chiudersi alle sue spalle. Andò immediatamente al telefono e chiamò Billies. Poverina, non aveva idea di quanto le sarebbero costate. Quando le dissero che ammontavano a circa trenta, per lei quel numero non significava nulla. Tutto ciò che sapeva era che l’accordo era stato stipulato; e nella sua ingenuità, o meglio, nella sua totale ignoranza del mondo vasto di cui credeva di essere il centro, era certa di aver ottenuto ciò che desiderava. L’altra parte della linea telefonica non le disse che aveva fatto tardi. Perché avrebbero dovuto? Avevano saputo più cose di lei e erano felici di poterle condividere. Le piccole transazioni di Lady Papworthy non valevano certo la pena per loro.
Rischiò più di quanto potesse permettersi, perché Lord Papworthy – che, come spesso accade alle persone dotate di una tale attenzione artistica, possedeva qualcosa di concreto e affidabile: un senso degli affari – le limitava notevolmente la somma assegnatale e controllava rigorosamente ogni spesa.
Tuttavia, in quell’occasione non percepì alcun rischio; ci sarebbe stato solo da guadagnare. Non le aveva forse detto Reginald che alla fine la famiglia Durrant aveva ottenuto il contratto?
A mezzogiorno, circa un’ora dopo che Reginald se n’era andato, lei aveva già investito circa cinquemila sterline in azioni del valore di quaranta scellini ciascuna. Una somma modesta, direte voi, per la moglie di un Ministro del Gabinetto, ma dieci volte superiore a quanto potesse permettersi, considerando che aveva già esaurito il limite del suo modesto conto bancario.
C’era una cosa su cui Reginald Butler aveva sempre posto un limite: la stampa.
Era disposto a denunciare, era disposto a rivelare, era disposto a fare qualsiasi cosa del genere: con parole dette ad alta voce, soprattutto con persone che sapeva avrebbero concordato con i suoi nobili motivi. Solo chiacchiere. Gli hanno procurato tutta la gloria desiderata e quella sensazione di virtù interiore, ma non hanno avuto alcuna conseguenza. Ma la stampa è una cosa seria. La stampa può essere perseguita legalmente. Anche le parole lo possono essere, certo, ma per un motivo molto valido che solo politici, avvocati, detective, ricattatori e molti altri tipi di persone comprendono appieno: la stampa è più pericolosa del discorso orale. Può portarti in tribunale.
Ma oggi, avvolto nella gloria derivante dal recente successo di Joan, Reginald Butler aveva superato i limiti della prudenza; era salito nelle alte regioni in cui gli uomini raggiungono il cielo attraverso terribili sacrifici. E avrebbe pubblicato quel libro.
Non fu facile. Era facile capire che avrebbe deciso di stampare quelle informazioni – almeno, in quello stato d’animo euforico in cui si trovava – ma non era altrettanto semplice trovare qualcuno disposto a correre il rischio di farlo. Stava puntando molto in alto: le persone contro cui avrebbe attaccato erano potenti e armate; inoltre, nella nostra legge esiste una disposizione precisa secondo cui anche i tipografi che stampano verità o menzogne su politici devono subire le stesse conseguenze del miserabile individuo che fornisce il testo da stampare.
Anche Butler, sebbene non fosse molto realista in queste cose, sapeva nel profondo del suo cuore di non disporre di alcuna prova – nessuna prova nel senso legale, banale e superficiale; ma aveva delle prove davanti al tribunale supremo della giustizia imparziale. Tutto concordava per assicurargli che le voci ormai diffuse fossero terribilmente vere. Halterton aveva ricevuto, e si era intascato (Butler usò queste parole derisorie tra sé, mentre alimentava la propria rabbia riguardo a quella faccenda) una enorme tangente. Tutti lo facevano; ognuno di loro era altrettanto colpevole degli altri. Ma il Segretario Generale delle Poste sembrava averlo fatto in modo ancora più spregevole rispetto agli altri. Inoltre, quell’affare non avrebbe mai potuto avere successo se il Tesoro e i capi dei partiti non fossero stati d’accordo; il Tesoro perché aveva l’ultima parola su tutto ciò che riguardava le spese pubbliche, il Capo dei Partiti perché era lui a decidere se la cospirazione sarebbe stata rovinata da dibattiti prematuri o meno.
Ora il compito di Butler era chiaro: doveva agire immediatamente, eliminare quella tana di parassiti.
Un uomo come Butler, che non sa nulla del mondo ma crede di sapere tutto, non avrebbe potuto immaginare che quel nido fosse quello di una cavalla. Se fosse stato sano di mente — e temo che tali uomini difficilmente lo siano, almeno in quei momenti di presunzione — avrebbe capito quanto gli esseri umani siano moderati riguardo ai necessari aggiustamenti nella vita pubblica.
Non c’era nulla di straordinario nel dare il contratto a Durrant’s, se davvero era stato dato; e anche su questo non avrebbe avuto alcuna certezza, se solo avesse avuto la capacità di esaminare tutto con calma. Il contratto doveva essere assegnato a una delle due aziende, e quella di Durrant’s era sicuramente la più qualificata. Nessun uomo con un senso della proporzione si sarebbe preoccupato troppo di eventuali vantaggi che il Ministro potesse trarre da un atto che, dopotutto, rappresentava un servizio pubblico e che, se portato a termine con successo, avrebbe potuto renderlo meritevole della stima del suo paese.
Per quanto riguarda il Cancelliere dello Scacchiere e il Capo del Gabinetto, è naturalmente possibile ricordarsi di questi signori ogni volta che si conclude un accordo di questo tipo. Dodgson, l’autorità più recente e autorevole sulla pratica costituzionale moderna, lo afferma chiaramente nel suo libro “Recent Developments of Cabinet Government”. Tuttavia, si tratta puramente di una convenzione: non sono nemmeno obbligati ad accettare le piccole offerte di routine che loro vengono fatte. Non interessano loro la maggior parte dei contratti minori, e nemmeno nella stragrande maggioranza di quelli più importanti vengono nemmeno presi in considerazione. Le poche eccezioni non mirano a ottenere alcun vantaggio personale serio; si tratta semplicemente di aspetti secondari della vita quotidiana a Westminster. Inoltre, il Capo del Gabinetto ha ancora meno motivo di occuparsi di queste questioni, visto che ormai la tradizione gli permette di accumulare un cospicuo “fondo personale” grazie alle commissioni regolari percepite per le sue funzioni.
In questo caso, se Reginald Butler avesse conosciuto meglio il mondo, avrebbe potuto facilmente scoprire che né il Cancelliere dello Scacchiere né il Capo del Gabinetto avevano compiuto nulla di tale entità da essere condannato dal più rigoroso censorio della morale politica. Naturalmente, erano a conoscenza del fatto che la Durrant’s era l’azienda preferita da quegli uomini; e naturalmente era stato il fratello di McAuley, l’Attorney-General, che, essendo loro collega, aveva agito in questa faccenda. Si era incontrato con i due colleghi a colazione informale al numero 11 di quella strada, e aveva loro consegnato, solo per formalità, un pacchetto di azioni del tutto insignificante, il cui valore nominale ammontava a soli 3.000 sterline. Inoltre, era stato naturalmente concordato che quelle azioni sarebbero state pagate in seguito; aveva specificamente precisato che potevano saldarle quando volevano. Ma somme così piccole difficilmente rimangono nella memoria di persone impegnate in importanti affari di Stato.
Su materiali del genere, o meglio, partendo dai fantastici pettegolezzi basati su tali materiali, il sfortunato Butler costruì un insieme di sciocchezze che lo condussero alla sua rovina.
Ma quando uomini del genere si mettono in testa qualcosa, non c’è modo di salvarli. Trascorse circa un’ora in preda a una violenta agitazione interiore, chiedendosi chi avrebbe avuto il coraggio, o, per essere più precisi, chi sarebbe stato così stupido da pubblicare quella sua lettera. Alla fine scelse Rashdell, una persona del tutto insignificante e assurda.
Rashdell era uno di quegli uomini che, con un modesto reddito privato, si divertivano pubblicando ridicoli foglietti settimanali che nessuno leggeva né comprava, e i quali avevano un impatto sugli opinioni pubbliche inferiore a quello delle parole più banali pronunciate da persone in posizioni influenti. Settimana dopo settimana, il “Oriflamme” di Rashdell (un titolo assurdo!) appariva pieno di insinuazioni, offese e storie inventate contro i nostri più importanti funzionari pubblici. Era un miracolo che non attaccasse direttamente la signora Boulger. Si era sempre ritenuto meglio ignorarlo del tutto, tranne in un’occasione, avvenuta molti anni fa, quando ebbe l’incompetenza di macchiare il nobile nome del Cancelliere della Corona, accusandolo di essersi comportato in modo vergognoso in un bar del Continente.
Aveva scontato la sua pena nella Second Division dopo una condanna che nessuno aveva preso sul serio e sulla quale nessun giornale rispettabile aveva pubblicato alcun commento. Questa esperienza, che avrebbe dovuto farlo riflettere sul proseguire per quella strada, non aveva fatto altro che renderlo ancora più orgoglioso ai suoi occhi, e, ahimè, anche agli occhi di un uomo che, per quanto meschino potesse essere, valeva molto di più di lui: Reginald Butler.
Quello che Butler stava per fare era ancora più incomprensibile: non avrebbe mai ottenuto quel seggio alla Camera dei Comuni, che manteneva fin dall’inizio di questo Parlamento, se non grazie alla gentilezza e al sostegno del signor Boulger, il quale aveva raccomandato il nome di Reginald a sua moglie. Quest’ultima, dopo averlo visto nell’elenco dei candidati possibili, lo aveva approvato e suggerito che gli venisse data l’opportunità di competere per il seggio di Mossborough, dove aveva buone possibilità di vincere. Era stato inserito nella lista grazie agli accordi quadrennali tra i leader, insieme a dozzine di altri individui insignificanti, anche se la maggior parte di loro possedeva un peso politico molto maggiore del suo. Fin dall’inizio era stato considerato un eccentrico; poiché la Camera dei Comuni ama gli eccentrici per il divertimento che procurano, i suoi interrogativi confusi e le sue arringhe appassionate venivano tollerati. Ma gratitudine, buon senso, tutte quelle qualità che si potrebbero aspettare da un uomo sano di mente e onesto, erano completamente svanite in Reginald Butler in quel momento. Gli occhi di Joan Papworthy avevano fatto il resto.
Scrisse la lettera. La scrisse nel suo club, la riscrisse più volte e poi mise con cura i vari frammenti in tasca, deciso a bruciarli non appena fosse tornato a casa. Quando finalmente la lettera fu conforme ai suoi desideri, osò recarsi nelle due piccole stanze fangose situate in una sorta di baraccopoli vicino a Fetter Lane: lì, l’Oriflamme riuscì a farla stampare da un piccolo negozio che non aveva nulla da perdere e accettava di stampare quasi qualsiasi cosa.
La lettera era troppo lunga e estremamente violenta; ma anche se fosse stata breve e le sue parole scelte con cura, il contenuto di quella lettera non avrebbe mai potuto essere accettato nemmeno da un individuo considerato “pazzo per legge”, come Butler veniva definito dal grande mondo quando cadeva in queste crisi.
La lettera accusava, in termini precisi e per nome, Wilfrid Halterton di aver ricevuto una somma specifica – cinquantamila sterline – e accusava il fratello del Procuratore Generale, James McAuley, di aver offerto quella tangente e di essersi così assicurato l’appalto relativo a Durrant. Inoltre, accusava il Procuratore Generale di aver versato somme ingenti – anch’esse specificate: ventimila sterline in un caso, quindicimila nell’altro – a quel nobile e onorevole uomo, Sir Charles Claverhouse, forse il miglior Cancelliere del Tesoro che abbiamo mai avuto, nonché al giovane Lord Cayton, figlio di Biston e Capo dei Whip del Parlamento: un uomo non solo ampiamente rispettato ma anche di grande influenza, destinato, come tutti sappiamo, a ricoprire incarichi molto elevati in futuro.
Era una lettera folle. Non riesco nemmeno a immaginare come quei miseri tipografi di quel giornale miserabile abbiano potuto correre un simile rischio. Naturalmente, Rashdell era irredimibile: avrebbe stampato qualsiasi cosa e creduto in qualsiasi cosa. È un peccato che persone del genere non vengano prese più seriamente; invece di una breve pena nella Second Division, avrebbe dovuto scontare anni di reclusione. Se quel giovane idiota, Reginald Butler, avesse avuto anche solo un minimo di buon senso, avrebbe notato che tutte le accuse erano assurde. Ma quell’idiota non aveva nemmeno quel poco di buonsenso. Continuò per la sua strada folle, e, per fortuna – perché la fortuna si stanca di persone del genere – finì per cadere nel baratro.
La lettera arrivò giusto in tempo per essere pubblicata. Sarebbe apparsa nel solito giorno di uscita della rivista Oriflamme, che costava venti pence e mezzo. (Il prezzo reale, ovviamente, era di uno scellino. A venti pence e mezzo, sarebbe stato al di fuori delle possibilità di quel sciocco di Rashdell. E chissà se non lo avrebbe rovinato da tempo!)
Quel pomeriggio, Fleet Street ne era già a conoscenza. Desportes aveva telefonato a uno o due amici del mondo politico e aveva ricevuto da loro l’affermazione decisa che non si doveva permettere che la cosa passasse inosservata. Ovviamente veniva menzionata quella lettera, anche se i suoi contenuti non furono riportati nelle prime edizioni dei giornali serali di Desportes quel lunedì, 9 marzo: il giorno in cui Halterton era tornato in ufficio così presto e McAuley aveva deciso di pranzare a Sandlings con Lady Caroline; il lunedì in cui Lady Caroline era entrata in Parlamento così tardi, per godersi ancora una volta lo spettacolo del viso sconvolto di Halterton.
Se fino ad allora Billies avevano continuato a perdere valore, ora il loro declino divenne ancora più rapido. Erano tornati ai loro vecchi livelli di 23 punti. Prima ancora che quei giornali serali uscissero. E quando la Borsa chiuse, i loro valori erano scesi a 18, o addirittura 16 punti; diventava quindi difficile venderli.
Onesto Jack Williams dimostra la sua importanza nell’Aula Esterna in un importante giorno parlamentare.
XII
Coloro che vivono in campagna, e che si trovano abbastanza lontani dalle strade da poter sentire il rumore degli animali viventi, devono essere familiari con quel mormorio incessante prodotto dall’ disturbo di un nido di vespe. È completamente diverso dal chiacchiericcio delle scimmie nei tropici, così come dal particolare miagolio dei skunk nelle zone dove questi animali vivono. Si tratta di un suono energico, ansioso e incessante, pieno di presagi infausti. Ecco perché, come recita un proverbio orientale, “Un nido di vespe deve essere disturbato con un bastone lungo”.
Nel pomeriggio di mercoledì 11 marzo 1960, dopo l’ora delle domande, il corridoio interno della Camera dei Comuni fece rivivere in pochi dei suoi membri ancora legati alla vita rurale quel particolare rumore; attraverso quel corridoio, Honest Jack Williams avanzò a grandi passi, con il suo sorriso rassicurante, capace di tranquillizzare anche chi fosse più allarmato.
Per due interi giorni e per la maggior parte di un terzo di giorno, le voci avevano avuto il tempo di diffondersi. La famosa lettera di Reginald Butler era diventata rapidamente nota, come quei vegetali che crescono velocemente nei film cinematografici destinati all’educazione dei giovani. Fu la pubblicazione degli articoli di Lord Desportes, il lunedì precedente, a scatenare tutto. Tuttavia, lo stesso lunedì furono emessi ordini che vietavano qualsiasi ulteriore menzione in tutti i giornali del mattino del giorno seguente. Il Contratto per la Televisione, il Capo Postale Generale James McAuley, tutte quelle strategie potevano anche essere state dimenticate, ma l’intera popolazione inglese ne era a conoscenza. Ma sotto le condizioni politiche libere di cui solo noi godiamo tra tutte le nazioni, non si può impedire alle persone di parlare. Tutti coloro che erano a conoscenza dei fatti ne discutevano. E i “Billies”, che inizialmente sembravano una soluzione promettente, ora risultavano del tutto inutili.
Tra le cose esagerate o semplicemente assurde (e ne esisteva un gran numero, che riguardava ogni nome presente a Londra), si nascondevano qua e là piccoli frammenti di verità, come quei deliziosi sassolini che si trovano in qualsiasi pacco di uvetta si possa comprare. E proprio come questi sassolini sono facilmente riconoscibili dai denti, soprattutto da quelli degli anziani, così anche questi frammenti di verità venivano immediatamente individuati da coloro che ne erano a conoscenza, specialmente dagli individui più anziani e più esperti. Una di queste verità indubitabili era che sarebbe stata fatta una dichiarazione pubblica subito dopo le domande; un’altra verità indubitabile era che le autorità avevano deciso di procedere legalmente non contro il misero editore della malaventurata rivista “Oriflamme”, né contro il misero tipografo, ma contro quel famigerato e autoproclamatosi censore dei costumi pubblici: il molto impopolare Reginald Butler.
Alcuni dicevano che fosse stato lo stesso Capo Postale a scrivere al Primo Ministro esortandolo ad incoraggiare la signora Boulger ad agire in questo modo come un dovere pubblico; altri sostenevano che si trattasse di un atto imparziale da parte del molto onorevole John Williams, Segretario di Stato per gli Affari Interni. E questi ultimi avevano ragione.
Il signor Wilfrid Halterton proclamava la propria onore, così come quella della Camera dei Comuni.
Era stato Honest Jack Williams ad aver preso l’iniziativa. Aveva sottolineato al proprio capo che, se si permettevano comportamenti del genere senza alcuna conseguenza, l’intera natura della vita pubblica inglese ne sarebbe stata compromessa; sarebbe scesa a un livello paragonabile a quello dei disprezzabili parlamenti stranieri. Quella nobile signora, che, come i suoi colleghi, apprezzava la saggezza del Ministro dell’Interno, aveva seguito il suo consiglio. Dopotutto, il Ministero dell’Interno è strettamente legato alle azioni penali pubbliche.
Ma prima che qualsiasi cosa venisse pubblicata riguardo a questa intenzione, sarebbe stata rilasciata una dichiarazione solenne in grado di chiarire la situazione e dissipare le menzogne perniciose diffuse così ampiamente da follia, fanatismo, o qualcosa di peggio.
Pochi momenti dopo che le domande furono poste, la alta figura di Wilfrid Halterton si alzò in piedi, non troppo stabilmente, e si rivolse alla Camera. Iniziò assicurando i presenti che il compito che lo attendeva non era affatto facile. Continuò dicendo che sarebbe stato breve nel suo discorso. Fu incoraggiato dai mormori di simpatia e approvazione che gli provenivano da tutte le parti – persino dal piccolo gruppo di Nihilisti nascosto nell’angolo buio sotto la galleria. Infatti, quando si tratta dell’onore della Camera, tutte le differenze politiche scompaiono. Non solo i principali gruppi di Anarchici e Socialisti si uniscono unanimemente su queste questioni, ma anche quel piccolo gruppo di Indipendenti e Nihilisti. Tra questi, nessuno era più fedele di Jeremiah Gulpher, il critico inflessibile che quasi poteva essere considerato il “padre” della Camera: aveva rappresentato la circoscrizione di Marsh per ben ventotto anni ed era orgoglioso di aver bevuto tè con ogni contadino delle paludi. All’inizio, era stato un indipendente Nihilista che si opponeva alle politiche agricole. Ma io mi sto distrarre. Devo tornare al mio bagaglio.
Wilfrid Halterton si alzò quindi in piedi e enunciò i suoi due primi punti: (a) che il compito che gli era stato affidato fosse difficile, e (b) che sarebbe stato breve nel suo discorso. Successivamente, con l’originalità tipica dei nostri grandi statisti, avanzò una terza argomentazione: (c) che fosse spiacevole, persino doloroso, per un uomo dover parlare di sé in occasioni del genere; aggiunse poi una quarta argomentazione: (d) che il suo scopo non era affatto quello di difendersi, ma piuttosto di confutare con indignazione le false accuse che colpivano l’onore di tutta quella augusta assemblea. Il quinto punto fu ancora più vero: disse infatti di non sapere quasi da dove iniziare il suo discorso. Il sesto punto, invece, era pura verità: dichiarò apertamente di sperare con tutto il cuore di non dover affrontare tale compito. Davvero, è difficile immaginare una posizione più ingrata di quella in cui si trovava questo grande uomo pubblico, costretto ad affermare di non aver ricevuto somme di denaro che, in realtà, non aveva mai ricevuto. Un caso davvero raro.
Tutti e sei questi punti vennero debitamente segnalati sulle registrazioni presenti nei club, accompagnati dai rispettivi numeri; furono accolti con lo stesso interesse sia dagli spettatori che dai senatori a Westminster. Wilfrid Halterton passò quindi all’argomento finale, sottolineandolo con forza; nel corso del suo discorso sferrò anche alcuni colpi con il pugno contro la scatola di legno lucida posta sul tavolo della Camera dei Comuni – una scatola rinforzata con bordi in ottone per resistere a tali attacchi oratori. Assicurò alla Camera, al suo amato Paese e all’intero universo che tutto ciò non era altro che una menzogna; se fosse stato necessario fornire ulteriori prove della sua sincerità, lo avrebbe fatto immediatamente. Non aveva ricevuto nemmeno un penny da nessuno interessato al contratto televisivo: tale contratto sarebbe stato assegnato in seguito, quando le lunghe e attente deliberazioni in corso avessero portato a una conclusione soddisfacente. Per il momento (e colpì di nuovo la scatola – purtroppo ferendosi al dito), non era stata scritta ancora nemmeno una parola che potesse incoraggiare chiunque fosse interessato ad ottenere quel contratto.
A questo punto tirò fuori un foglio di carta e lesse le parole che erano state attentamente redatte per lui dall’ufficiale incaricato, nella piccola stanza dove venivano preparati documenti del genere.
“Niente, dico qui e ora, può certamente influenzare la decisione che dovrà essere presa al più presto. Spero tuttavia che, riguardo a quelle vili voci che sono passate da una bocca infame all’altra, io abbia potuto difendere sia la mia onore che quella di questa Aula.”
Con queste parole si sedette, tremando in tutti i suoi nervi. Con toni gloriosamente sonori, il Presidente invitò il Leader dell’Opposizione, il quale si associò con entusiasmo a tutto ciò che era stato detto in opposizione. Egli pose anche un punto di vista originale quando affermò che, per quanto potessero divergere in quella Camera su questioni politiche, tutti erano uniti nel difendere i suoi alti principi e tradizioni.
Ora che tutto questo era stato sistemato e si era levato un sorta di mormorio soddisfatto per sottolineare tale accordo, le cose di solito sarebbero finite lì e gli affari pubblici avrebbero potuto iniziare. Ma in una circostanza così speciale c’era ancora una parola da dire, e naturalmente fu Honest Jack Williams a pronunciarla. Si alzò per comunicare loro che la sua completa estraneità al dipartimento interessato, il fatto stesso che si trovasse al di fuori di qualsiasi negoziazione legata ai contratti televisivi, il fatto che, in qualche modo, fosse soltanto un cittadino comune in questa faccenda, gli offriva – pensava lui – l’opportunità di essere d’aiuto. Chiese di essere considerato il portavoce degli inglesi nel loro insieme (si sentirono applausi due volte dal nord-ovest e otto o nove volte da altre direzioni). Come semplice cittadino, desiderava congratularsi con il suo collega, il Ministro Postale Generale, e anche – se poteva permetterselo di dirlo – con il leader dell’Opposizione per il buon lavoro svolto quel giorno. C’era tuttavia un punto su cui poteva parlare con maggiore certezza rispetto a un semplice cittadino: poteva assicurare loro che nessuno dei suoi colleghi presenti in aula – e di questo ne era personalmente a conoscenza – avesse alcun interesse o partecipazione in queste società.
E posso aggiungere che per nessuno questa affermazione era più vera di quanto lo fosse per Jack Williams stesso, perché, come i miei lettori ricorderanno, cinque giorni prima aveva venduto tutte le sue copie di “Billies”.
Prima della fine della settimana erano accadute due cose: Reginald Butler era stato arrestato per diffamazione aggravata, e era stata nominata un’importante commissione che avrebbe dovuto riunirsi al più presto per indagare sulle accuse mosse contro di lui.
Onesto Jack Williams sottolineò ulteriormente l’onore della Camera dei Comuni e il proprio onore personale.
Per quanto riguarda il processo a Reginald Butler, ne parlerò in un secondo momento. L’assoluta imparzialità della legge richiede una certa dilazione in queste questioni – e questo è utile, poiché mi dà il tempo di aggiungere qualche dettaglio su ciò che quel potente Comitato ha fatto, giorno dopo giorno, dal momento della sua nomina fino alla pausa pasquale. Prima di tutto, lasciate che vi spieghi perché ho definito quel Comitato “potente”.
Coloro che hanno esperienza nei Parlamenti usano la parola “forte” per descrivere un comitato quando i suoi membri sono persone rispettate, con capacità affermate e con una solida esperienza in materia; inoltre, la maggior parte di loro conosce personalmente bene l’argomento in esame, mentre una minoranza è caratterizzata da una totale ignoranza su di esso. Giudicato secondo questo standard, nessun comitato avrebbe potuto essere più “forte” del Comitato d’inchiesta sui contratti televisivi, che si riuniva nella Sala delle Commissioni n. 10: le sue pareti non sono più spoglie, ma sono state recentemente decorate con affreschi raffiguranti la firma della Magna Carta o la Grande Peste. Non ricordo esattamente quale.
Il Presidente era Sir William Wagge, ottantenne produttore di biscotti; tra i suoi colleghi c’erano Lady Caroline Balcombe, Watson – ex socio e ancora intimo amico di James McAuley – Henry Boulter, talvolta chiamato “il Re della Carne in Scatola”, Raeburn, Q.C. (amico e confidente del Procuratore Generale da tutta la vita), Pickwell, il rispettato giovane sindacalista che per molti anni era stato segretario di Honest Jack Williams e grazie a lui aveva ottenuto un seggio in Parlamento, Lady Sellingham, Miller, Bergmann, Thomas Roby e lo stesso Mr. Boulger. Anche Whingate, che in qualità di Ministro Postale nell’ultima amministrazione aveva avuto a che fare con le fasi iniziali dello sviluppo del settore televisivo, faceva parte del gruppo: era un amico personale di McAuley, così come Watson.
Il Comitato ha ascoltato cinquecentoventisette testimoni, tutti sotto giuramento, provenienti da contesti e con interessi molto diversi. Alcuni di loro potevano avere solo un legame remoto con l’affare in questione, altri invece nessun legame affatto. Sono stati presentati sia un rapporto della maggioranza che uno della minoranza. Il rapporto della maggioranza concludeva che tutte le voci diffuse, elencate una per una, erano prive di fondamento; tuttavia non si aggiungeva nulla di ulteriore, lasciando intendere che, secondo i firmatari del rapporto, l’intera questione potesse semplicemente concludersi naturalmente e venire dimenticata. Il rapporto della minoranza, firmato da soltanto tre membri del Comitato – nessuno dei quali aveva contatti diretti con le parti accusate né conosceva i contratti in questione – era molto più deciso: richiedeva ulteriori azioni legali e un rafforzamento delle leggi contro chi diffonde voci irresponsabili.
Torniamo al sfortunato Reginald Butler così com’era ai tempi in cui il Comitato iniziò per la prima volta le sue riunioni. Quando il disprezzo per le sue azioni orribili venne esposto pubblicamente, ancora prima che l’enorme quantità di prove presentate davanti al Comitato e le solenni dichiarazioni fatte in Parlamento distruggessero anche l’ultimo briciolo di rispetto che la gente potesse provare per lui, considerandolo semplicemente un entusiasta fuorviato.
Il giorno dopo che quelle dichiarazioni furono fatte, non riuscì a sopportare l’idea di aprire il suo giornale. Non osava fidarsi di nessuno. Anche la padrona di casa lo guardava con tale rimprovero che gli sembrò di vedere in lei l’immagine maestosa di Britannia che rimproverava un figlio errante. C’era solo un cuore al mondo a cui poteva rivolgersi. E nella sua disperazione, consapevole delle prove pubbliche che lo aspettavano, cercò quel conforto privato che solo un altro cuore può offrire all’anima umana nei momenti di sconforto.
Non voleva scrivere, non voleva nemmeno telefonare. Camminava lentamente, con aria desolata, ma ancora con la prospettiva di un’intima comunione davanti a sé, verso la casa di Lord Papworthy in Repton Square.
Erano solo i suoi nervi, ovviamente, ma gli sembrava che anche l’uomo in uniforme alla porta lo stesse guardando nello stesso modo in cui, ne era ben consapevole, tutto il mondo lo stava osservando. Entrò, ancora molto infelice, fu annunciato e raggiunse la stanza familiare. Lei c’era.
Lo era davvero! Il suo viso era appena apparso sulla soglia, le sue due mani erano appena state tese quando fu colpito da qualcosa che si potrebbe paragonare, come vorrete voi, a un getto d’acqua bollente, a una raffica di mitragliatrici o a un incidente ferroviario. Con il suo corpo snello e forte teso in avanti, le braccia dritte e pronte all’azione, i pugni stretti, leggermente indietro rispetto al resto del corpo, con tutta l’energia di arti ben sviluppati pronti a scattare, Joan Papworthy, beh, per essere precisi, “mostrò i denti”. E quel suo gesto fu l’inizio di ciò che stava per accadere.
“Idiota puzzolente!” disse lei. Oh. Che parole mai potessero uscire da quelle labbra, “Puzzolente! Idiota puzzolente! Sai cosa hai fatto? Avevi la minima idea di ciò che stavi facendo?” Ripeté la parola “minima” cinque volte. “Imbecille!” E con quel termine enfatico, i suoi occhi sprigionarono lampi di rabbia. “Oh. Vattene! Capisci? Vattene! Mi fai schifo!”
Il povero giovane in realtà pianse disperatamente.
“Oh, Joan, ” iniziò a dire. E poi, quando la vide avvicinarsi a lui, con il primo piede già fuori e assumendo l’atteggiamento di un giaguaro pronto all’attacco, fuggì.
Non riusciva a indovinare cosa fosse successo. Era troppo sconvolto per riuscire a mettere in ordine i propri pensieri. Nessuna campanella suonò, nessuno fu chiamato; dopo alcuni istanti di tremore, con dita incerte che cercavano invano la serratura, uscì. Camminò per strada come un uomo folle per via di un incubo panico.
Cosa era successo? Cosa era successo? Cosa era successo? Il suo assurdo e vecchio marito. Ma no, quello non avrebbe mai potuto infastidirla. Qualcuno aveva forse detto qualcosa su di lui? Lui era innocente. Tutto quanto era stato un incubo, e al contempo un problema irrisolvibile. Comunque fosse, l’unica cosa che gli rimaneva in questo mondo se n’era andata. Continuò a camminare fino a raggiungere il parco, poi ancora più velocemente attraverso la pioggia fine che aveva iniziato a cadere, lasciandolo finalmente solo. Camminò senza badare alla distanza né alla direzione, fino a quando non fu completamente bagnato fradicio ed esausto. Poi si sedette su una panchina e, quando si alzò di nuovo, scoprì che tutta la sua energia lo aveva abbandonato. Barcollando, tornò nelle sue stanze. Era stato via solo un’ora, ma in quell’ora la sua vita era finita.
L’inesperienza e la sorpresa di un poeta di fronte alla mutevolezza della donna.
Se lo meritava tutto. Era troppo tardi per redimere il proprio carattere. Si trovava in quell’ultimo inferno, raggiunto da quegli uomini squilibrati – così pochi, e credo che siano sempre meno – che, con imprudenza, si fanno avanti nel ruolo di salvatori di un sistema politico che non ha bisogno di essere salvato. E questi stessi uomini si immaginano, in questi nostri tempi sicuri e dignitosi, di vivere nuovamente negli antichi tempi dei demagoghi e dei rivoluzionari.
Per quanto riguarda Joan Papworthy, quando sentì la porta d’ingresso chiudersi sotto di lei e capì che il suo amante non sarebbe tornato, si accasciò sul divano e iniziò a piangere ad alta voce. Poi chiamò i suoi agenti finanziari e scoprì che le cose stavano andando molto peggio di quanto temesse. Molto peggio.
XIII
WILFRID HALTERTON, nei giorni in cui quel comitato si riuniva per ribadire ancora una volta la “incomparabile brillantezza” della sua stessa onorabilità, era più infelice di quanto lo fosse mai stato prima.
Che amara ironia per lui dover rifiutare quell’opportunità di arricchirsi che sembrava davvero essere svanita. Che ironia anche ascoltare James McAuley essere in qualche modo scagionato, proprio come lo era stato lui stesso! James McAuley, infatti, offrendogli quel lavoro, non aveva fatto nulla di corrotto, nulla che non fosse pienamente in linea con i migliori principi e le migliori tradizioni della nostra vita pubblica. Ma rubando quella lettera, sicuramente aveva commesso un atto contrario alle regole parlamentari. Wilfrid Halterton si sbagliava: non avrebbe dovuto giudicare in quel modo l’astuzia di McAuley riguardo a quel documento. Williams gli aveva dato il consiglio più saggio, in linea con le migliori tradizioni della vita pubblica: sorridere, giocare secondo le regole e contrattaccare con la stessa tattica. Ma Halterton rimaneva amareggiato e sempre più angosciato.
Nel frattempo, per peggiorare le cose, Billies iniziò lentamente ad arrampicarsi di nuovo verso l’alto. Ma purtroppo non in tempo per la povera Lady Papworthy! Era arrivato il giorno del pagamento, e le fu richiesta una somma ben al di sopra di quella che la banca le avrebbe permesso di prelevare in anticipo. Fu costretta a confessare tutto al padrone di casa. E lo fece sull’unica cosa che poteva davvero interessarlo: i soldi.
Alla fine Lord Papworthy aveva pagato, e lei aveva accettato amaramente il suo sermone come prezzo della propria liberazione. Quanto misera doveva sembrargli quella somma, pensava. Eppure si trattava di una cifra che lei doveva guadagnare sottomettendosi a quelle rari rimproveri: durante i quali il suo viso rotondo e pallido diventava ancora più rosso, e la sua voce alta a volte quasi incomprensibile.
Billies, dico io, aveva iniziato ad avvicinarsi, troppo tardi per lei, ma giusto in tempo per coloro che erano più saggi e equilibrati. Avevano iniziato ad avvicinarsi proprio in tempo per l’uomo più equilibrato di tutti: Honest Jack Williams. Ora non c’era più dubbio su ciò che sarebbe accaduto a lungo andare a Billies. Quel percorso poteva avere solo un esito. Per quanto riguardava il Comitato, anche se non fosse stato l’autore di un rapporto unanimemente condiviso, ciò avrebbe significato soltanto che la minoranza avrebbe condannato ancora più energicamente le infamie di Butler rispetto alla maggioranza. E noi avevamo già visto che era proprio così. Tutto procedeva senza intoppi per i “Bulls”; tra i primi ad ottenere ciò che volevano c’era il Segretario dell’Interno. Naturalmente, agendo attraverso i soliti canali.
Quando il voto fu espresso, molto prima che venisse pronunciata la sentenza contro quel povero Butler, e persino prima che il Comitato presentasse il suo rapporto, Billies avrebbe già raggiunto il suo apice e avrebbe venduto di nuovo, prima ancora della grande nuova quotazione in borsa che sarebbe seguita all’approvazione dello statuto societario. Rispetto a quella nuova quotazione, la sua attuale capitalizzazione sembrerebbe quella del Round Pond rispetto all’Atlantico.
Era giunto il momento che Jack Williams parlasse con James McAuley, gli dicesse tutto, lo mettesse in una situazione difficile e concludesse l’accordo. Pensò che entro la fine della scorsa settimana di luglio o all’inizio di agosto, quando la Camera si sarebbe riunita, tutta quella faccenda si sarebbe risolta a suo favore. Entro quel momento, Butler sarebbe già stato messo in prigione in sicurezza, il rapporto sarebbe già stato pubblicato e tutti quei problemi sarebbero diventati storia passata.
La Carta sarebbe stata approvata senza problemi: il Capo dei Segretari si sarebbe occupato del voto, il Tesoro non avrebbe sollevato obiezioni, e quanto a Halterton, ora era intrappolato in una situazione tale da non osare pronunciare una parola. Avrebbe dovuto essere lui stesso a compiere l’atto che avrebbe distrutto le sue stesse possibilità di ricevere un premio. Perché Jack Williams non aveva alcuna intenzione di assumersi la responsabilità di quella posizione manageriale, che gli era comodamente disponibile. Quel potere di nominare il direttore generale che desiderava rappresentava sempre un vantaggio. E la promessa contenuta nella lettera costituiva un ulteriore incentivo, se ce n’era bisogno, per convincere McAuley, il responsabile della Durrant’s, ad obbedire alle sue istruzioni.
Pertanto, nonostante gli impegni ufficiali estremamente faticosi, soprattutto nelle ultime ore dedicate alla realizzazione del suo piano per sradicare la corruzione nella polizia, Jack Williams trovò il tempo di avvicinarsi a James; inoltre, temporeggiò con precisione nel farlo.
Le ruote che il Capo Postale aveva messo in movimento tutte quelle settimane prima, quando aveva redatto l’ordine scritto, ora giravano abbastanza regolarmente; la licenza era stata concesso insieme al contratto previsto dal piano; tutto ciò di cui si aveva bisogno era l’ordine stesso del Capo Postale, e questo, senza che il Capo Postale avesse alcun ruolo diretto in tutto ciò, poteva essere ottenuto facilmente – come nessuno sapeva meglio di Jack Williams.
Era la metà di quel delizioso mese di maggio; il processo a Butler sarebbe iniziato tra pochi giorni. Jack Williams, dopo aver osservato attentamente le azioni ansiose e preoccupate di James McAuley, lo incontrò per caso nel parco. Come suo solito, afferrò il finanziere per il braccio e si immerse subito nell’argomento. Aveva qualcosa da dire. James McAuley si assicurò che nessuno fosse nelle vicinanze, poi condusse con cautela il Segretario di Stato Interno sotto un albero, lontano da qualsiasi sentiero. Lì chiese, a voce appena più alta di un sussurro, cosa avesse potuto sentire Jack Williams. Aveva notizie riguardo ai documenti? Non ne parlò, ma nel suo cuore sperava che Halterton avesse rivelato qualcosa.
Williams era molto allegro; non nascondeva affatto i suoi sentimenti. Parlava addirittura così ad alta voce che James McAuley tremava solo a sentirlo.
“J.”, disse, dandogli una pacca sulla schiena, “hai perso qualcosa di recente?”
“Hai perso qualcosa, amico?” sussurrò James Haggismuir McAuley, girando la testa a sinistra verso il suo compagno, ma i suoi occhi ancora di più della sua testa. “Hai perso qualcosa?” E i suoi occhi, già stretti, si strinsero ancora di più. “Cosa intendi?”
“Qualcosa del genere?” disse Williams ad alta voce, mostrando improvvisamente e tenendo bene in mano, con quella lontana da McAuley, le due fotografie delle lettere.
Purtroppo devo dire che il signor McAuley ha fatto un gesto improvviso. Ma le fotografie sono tornate immediatamente nel loro posto, e l’intero episodio ha suscitato solo una risata felice da parte di quel ministro di Stato così sereno e equilibrato: il molto onorevole Jack Williams.
“Aspetta un attimo,” disse, “aspetta un attimo! Beh, vedi, li hanno trovati. Ah, i miei uomini sono intelligenti, te lo dico io!”
McAuley scosse la testa. “Sappiamo tutto sulle fotografie, vero?” ridacchiò. “La macchina fotografica non può mentire, giusto?” E rise di nuovo.
Poi Williams, con il suo sorriso allegro, iniziò a giocare con le carte da gioco. Tirò fuori le due carte originali e le tenne in alto, proprio come aveva fatto con le loro copie, ma questa volta in modo ben visibile.
James Haggismuir McAuley si sentì male.
“Come, come facevi a saperlo?” balbettò, con gli occhi ancora più stretti del solito.
“Non l’ho fatto, idiota!” rispose l’altro in tono scherzoso e cordiale. “Lo sai bene, no? Pensi che abbia tempo da perdere con queste cose, con la mia grande riforma della polizia in corso e con tutti quei delinquenti della squadra che mi minacciano? No! Sono stati portati da me, sono stati trovati.”
“Dove sono stati trovati?” chiese di nuovo J.
“Ah,” rispose il Segretario dell’Interno, ripetendo quella frase rituale, “quello sarebbe davvero significativo, non credete? Comunque, eccole lì.” Le rimise a posto e batté sulla superficie esterna del suo cappotto. “E ora che sono state trovate,” continuò, “non c’è nulla che possa impedirci di andare avanti, vero?”
“Cosa intendi per ‘noi’?”, disse con tono piuttosto scortese, ma lasciando comunque aperta la possibilità di una negoziazione.
“Perché proprio noi, tu e io…”
Anche dopo anni di incarichi ufficiali importanti, Jolly Jack Williams non aveva perso affatto il suo spirito allegro.
“Tu ed io, ragazzo!” aggiunse. “Povero vecchio Wilfrid, è fuori gioco, eh?” e gli diede un pugno nello stomaco.
“Non farlo!” disse J.
Jack Williams si appoggiò allo schienale della sedia, contemplando in silenzio il delizioso cielo illuminato dal sole attraverso il nuovo verde delle foglie. Lasciava che l’idea maturasse nella mente di James McAuley. Era una persona pronta a prendere decisioni, e queste sarebbero arrivate molto presto. Prima arrivò un sospiro, poi un colpo di tosse – un colpo di tosse esitante – e infine quelle semplici parole:
“Cinquanta e cinquanta?”
“Non essere sciocco, J.” rispose con disprezzo il cervello dietro tutta la faccenda. “Cinquanta-cinquanta, tua nonna! Il cinquantuno percento: questi sono i miei termini. Il cinquantuno percento per il controllo. Ho già le mie persone pronte ad obbedirmi; ci saranno diversi nomi coinvolti. Quanto alla tua parte dei quarantanove percenti rimanenti, beh, quella la decidi tu. Non sarò troppo duro con te! Sai benissimo che non puoi prenderti tutti e quarantanove i percenti. Non hai una folla di persone alle tue spalle. Ma puoi ottenere una buona percentuale, diciamo il venti percento. E io sono dalla tua parte, quando si tratta di realizzare la quotazione in borsa.”
È una debolezza, forse l’unica debolezza di questi grandi capitani del settore finanziario, il fatto che i loro desideri non abbiano limiti. È proprio la pratica dell’accumulo perpetuo a generare in loro questa assurda mancanza di proporzionalità. Sarebbero molto più felici se capissero che, per qualcosa con possibilità infinite come questo, anche una quota minore rappresenta comunque una fortuna enorme, e se si accontentassero di essa. Ma odiano l’idea di perdere il controllo su tutto ciò.
Quando il diavolo spinge, le necessità diventano imperative! James McAuley cedette. Non poteva fare altrimenti; non esisteva alcun altro percorso possibile. E quando non c’è scelta, sia l’uomo più saggio che il più sciocco segue l’unica strada disponibile.
“Molto bene,” disse James McAuley. Sospirò di nuovo, più profondamente.
E tornarono indietro, per la maggior parte del tempo in silenzio, ma comunque insieme. J. calcolava rapidamente nella sua mente quale percentuale dei quarantanove potesse contare con sicurezza su di essi, e quanta invece dovesse essere lasciata al caro pubblico.
E così i due continuarono il loro cammino, sotto un cielo aperto.
Quella sera, le fotografie furono riposte con cura nel armadio chiuso a chiave a Streatham.
XIV
Il processo di quel sfortunato idiota, Reginald Butler, non occupò molto tempo del pubblico, e non ne occuperà nemmeno molto il nostro. Tutto finì in due giorni, e possiamo riassumerlo in poche pagine.
Non era necessario che ci volesse nemmeno un giorno, o mezzo giorno: non aveva prove né motivi sufficienti per procedere. Ma la questione era di notevole importanza. Erano passati molti anni da quando si era ritenuto opportuno perseguire qualcuno per attacchi all’integrità del Parlamento, la reputazione più orgogliosa e giustificata che esistesse. Inoltre, poiché i soldi dei contribuenti erano a disposizione in quantità illimitata, era del tutto ragionevole destinare almeno due giorni alle spese, alle tasse e ai guadagni degli avvocati. Avrebbero persino potuto estendere il periodo a tre o quattro giorni, con motivazioni più che valide, se non fosse stato per il fatto che il Procuratore Generale aveva già un altro caso molto redditizio da affrontare il terzo giorno.
Chi sarà nominato giudice, anche in casi di tale alta importanza nazionale, è purtroppo una questione puramente casuale. Se non fosse così, l’imparzialità della giustizia verrebbe messa in dubbio da persone malintenzionate. Nella nomina di un giudice non entrano in considerazione né le caratteristiche personali, né le affiliazioni politiche a Westminster, né i servizi resi a persone in posizioni elevate, e tantomeno alcuna forma di flessibilità nel comportamento personale. Tuttavia, se ci fosse anche solo il minimo sospetto che una scelta venga fatta per motivi politici, ci sarebbe sempre il rischio di critiche malizievoli. Pertanto, alcuni hanno suggerito che per i casi in cui vengono attaccati persone molto ricche o influenti, il giudice dovrebbe essere selezionato secondo il metodo preferito dai gitani: estrarre un nome da un cappello da parte di un bambino non vedente. Tuttavia, si è ritenuto che tale procedura sarebbe indegna della dignità della giustizia.
Il grande avvocato e uomo profondamente rispettato che avrebbe processato Butler per diffamazione criminale era Sir Henry Chasible – il Giudice Chasible, come preferiva essere chiamato, con un profondo rispetto per le tradizioni.
Per un momento sembrava che al giudice Honeybubble fosse stato affidato quel compito. La sua personalità decisa avrebbe sicuramente reso il processo ancora più memorabile di quanto il suo carattere generale potesse farlo presagire. Ma il giudice Honeybubble si era indebolito e aveva bisogno di riposo per alcune settimane, essendosi overstreso a causa dell’intensità dei suoi interventi nel recente caso Sligo contro Jay. Tuttavia, per la sua età, era un uomo straordinario: sorprendentemente energico per un ottantasettenne. Ma in quel momento aveva davvero esaurito tutte le sue forze. Ecco perché, durante quei due giorni memorabili, a sedere sulla Corte fu Sir Henry Chasible. Il rispetto universale che gli veniva tributato, ben oltre quello che giustamente spettava ai suoi colleghi, derivava da molteplici motivi. Prima di tutto, e soprattutto, era un uomo molto ricco; la sua fortuna non proveniva dal commercio, ma dalle proprietà terriere, una cosa piuttosto rara nella prima generazione di una grande famiglia legale. Era terra ereditata. Un complimento ancora più meritato andava a un uomo che, pur occupando una posizione così elevata, si dedicava con impegno al lavoro giudiziario. Ma per Henry Chasible, il suo paese veniva sempre prima di tutto.
Sir Henry Chasible.
Allora, per quel che valeva, si fece crescere la barba; e personalmente penso che questi dettagli siano di qualche importanza nel valutare il carattere di una persona. Poiché quanto raramente incontriamo un giudice con il coraggio di adornarsi in questo modo!
Inoltre, nella sua veste non ufficiale, era un uomo profondamente religioso: praticava con devozione e precisione ogni precetto e rito della Fede Cattolica; nessun altro figlio di quella fede avrebbe potuto essere più devoto di lui. Nella stessa veste non ufficiale, era anche un oppositore coraggioso delle perversioni e dello scisma romani. Infatti, Sir Henry Chasible, oltre ad utilizzare la sua vasta influenza sulle sue proprietà nel Rutland a sostegno della causa cattolica, ebbe un ruolo fondamentale nell’impedire che le rovine dell’abbazia di Rabbly venissero acquistate da fanatici romanisti: fu lui stesso ad anticipare tutti i fondi necessari e ad aderire in modo significativo al National Trust istituito per la conservazione di quel luogo venerabile.
Durante il suo periodo nella Camera dei Comuni, egli ha militato come anarchico, sebbene appartenesse alla fazione di destra del partito; i suoi compagni più progressisti lo consideravano quasi un socialista. In seguito, dopo aver lasciato la Camera e nel periodo intermedio prima della sua nomina a giudice, si è apertamente iscritto al partito socialista; le sue simpatie per tale movimento erano note (sebbene ovviamente ora potesse esprimerle solo in veste non ufficiale), e queste simpatie si erano ulteriormente rafforzate nel corso degli anni. Tutto in lui tendeva a evidenziare il suo conservatorismo man mano che avanzava negli anni.
Il motivo per cui il processo a Reginald Butler richiese un’attenzione così breve da parte delle autorità era, come ho detto, che quel povero sciocco non aveva alcuna possibilità di vincere il caso. Questo semplificò le cose, ma forse anche troppo, poiché lasciava poco spazio a quelle vigorose denunce di cui l’Procuratore Generale era così abile.
Quel poveretto sul banco degli imputati avrebbe potuto essere difeso efficacemente, se tale difesa fosse stata possibile, dal signor Charles Carrick, il quale si prese generosamente carico del caso per la misera tariffa disponibile: in parte perché riteneva, come del resto l’intera comunità legale, che una persona nella condizione di Butler avesse diritto a un rappresentante legale eccezionale; e in parte perché partecipare a quel caso avrebbe permesso al signor Carrick di farsi notare; occasioni del genere sono infatti molto utili per un giovane avvocato che sta facendo carriera.
Ma sarebbe assurdo fingere che Carrick avesse qualche possibilità di successo. Poteva fare poco, se non supplicare per misericordia attraverso una descrizione patetica dei motivi onesti e delle vere deviazioni del suo cliente.
Naturalmente, non fece davvero leva sull’idea della sua follia, poiché questo avrebbe rappresentato un argomento altrettanto indesiderato sia per Butler che per le autorità interessate al caso; tuttavia, era disposto a dimostrare che quella figura di “Byron falso” fosse circondata da sogni irreali e vivesse in un mondo che non esisteva. I grandi statisti che aveva accusato in modo così calunnioso e falsamente, sebbene portassero i nomi di persone reali, per lui non erano altro che ombre frutto dell’immaginazione.
L’intervento del Procuratore Generale della Corona in questo caso fu criticato da alcuni e applaudito da altri. Suo fratello minore era indirettamente coinvolto; dico “indirettamente” perché l’accusa non menzionava affatto James McAuley, ma si concentrava esclusivamente sul fatto che Halterton avesse stipulato un contratto in cambio di una determinata ricompensa. Inoltre, si ritenne opportuno evitare di coinvolgere il Cancelliere dello Scacchiere in questa vicenda, anche se il Capo del Gabinetto non era contrario alla pubblicità che ne derivava.
Il procuratore generale Sir Andrew McAuley interroga il famigerato traduttore.
In passato, le regole di etichetta del Bar erano molto rigide in queste materie, e più volte avevano impedito a importanti funzionari della Corona di comparire in tribunale quando i membri delle loro famiglie erano coinvolti, o addirittura accusati, di irregolarità. Questo probabilmente avrebbe anche impedito a Sir Andrew McAuley di presentarsi in tribunale in quei giorni. D’altra parte, ci sono due precedenti: quello comunemente noto come il “Caso Periscope” e un altro ancora più noto come lo “Scandalo del Sapone”. In entrambi i casi, l’allora Procuratore Generale della Corona aveva rappresentato la parte pubblica in tribunale, anche se nel primo caso suo padre e nel secondo suo figlio erano stati ampiamente menzionati in relazione alle irregolarità coinvolte.
Ma il motivo principale per cui Andrew McAuley decise di intervenire era semplice, e credo anche molto nobile: era determinato a fermare tutte quelle voci malvagie che circolavano su suo fratello minore, e a sradicarle con il potere del proprio nome. Nessun altro avrebbe sacrificato così tanto per i valori familiari. Da allora, questo aspetto è sempre stato ricordato a suo favore. Un altro motivo della sua azione era la considerevole somma di denaro che poteva guadagnare grazie alle tasse pagate per il proprio impegno.
Tartle, il suo assistente, non fu chiamato a testimoniare, ma svolse un ruolo utile nel fornire indicazioni e agire da intermediario durante il processo. Infatti, il lavoro che svolse, sebbene non di natura pubblica, ebbe comunque un certo impatto sul risultato finale. Ecco come accadde:
Sir Andrew McAuley stava per concludere il suo importante discorso, che avrebbe terminato con la frase storica: “Questo è un Tribunale di Giustizia, e io chiedo giustizia”. In realtà, quasi mezz’ora prima, all’inizio della famosa parte del discorso in cui si diceva: “Quando vedo quest’uomo il mio cuore sanguina per lui” – un’allusione commovente a Wilfrid Halterton, che da allora è stata inclusa in molte antologie di letteratura inglese – Samuel Tartle ricevette discretamente, dal retro dell’aula, un pezzo di carta. Era piccolo e non molto pulito, poiché era stato passato di mano in mano lungo il percorso che lo aveva portato fino a lui. Una cosa che non avrebbe dovuto accadere, poiché quel foglio conteneva informazioni estremamente private. Samuel Tartle faticò molto a nascondere la sua profonda sorpresa e preoccupazione.
Le informazioni contenute in quel pezzo di carta devono ora essere rese note nella loro intera entità.
Ogni partito politico, come tutti sappiamo, dispone giustamente di un cospicuo fondo – costituito da donazioni del pubblico – che viene affidato alla custodia di un membro del personale appositamente incaricato, di cui si può essere certi che ne renda conto con precisione e lo utilizzi in modo saggiamente. Naturalmente, tale persona non rilascia ricevute, né conserva (se possiamo credere alle sue dichiarazioni sotto giuramento) alcun documento relativo a tali pagamenti. In effetti, per una sorta di “finzione costituzionale”, le è permesso, ogni volta che il fondo viene menzionato durante un’inchiesta davanti a una commissione o persino davanti a un giudice, negare l’esistenza stesso del fondo oppure dichiararsi completamente all’oscuro della sua entità e dei nomi di coloro che lo hanno generosamente contribuito.
Lo stupore del signor Tartle.
Ora non si può permettere che questi fondi rimangano inutilizzati. Devono, come qualsiasi altro denaro, generare interessi e essere impiegati in attività proficue, nel frattempo che aspettano di essere utilizzati per gli scopi generali dello Stato a cui sono destinati: spese accessorie dei candidati, persuasione di persone non direttamente impegnate in attività politiche ma che occupano posizioni chiave (ad esempio Joe Billingham di Nuneaton, l’allenatore, o Jerry Cobb, molto amato da tutti e responsabile della gestione del “The Swan” sulla Meddinghurst Road), pagamento di debiti legati al gioco d’azzardo, e molte altre finalità. Sono davvero numerosi gli scopi per cui vengono utilizzati questi importanti fondi.
A volte sono molto grandi; infatti, la Longpenny House situata in Longpenny Square è stata costruita utilizzando soltanto una piccolissima parte di un simile fondo, il che dimostra bene le loro dimensioni.
Questo è il primo punto che dobbiamo tenere a mente: tali fondi devono essere utilizzati per generare interessi. Il secondo punto è che i primi ministri hanno dei segretari.
La carica di Primo Ministro del Regno Unito (compresi i sei contee dell’Irlanda del Nord, la città di Berwick-on-Tweed e le Isole del Canale – ma non l’Isola di Man) rappresenta forse il più alto incarico puramente temporale a cui un essere umano possa aspirare; in questo momento, tale incarico è nobilmente ricoperto dalla signora Boulger.
I Segretari addetti a questa delle più elevate cariche mortali sono, come si può immaginare, di vario tipo. Il loro numero è inevitabilmente aumentato con lo sviluppo della Costituzione britannica a partire dal 1900; ai sei iniziali dell’epoca dei nostri nonni ne sono stati aggiunti altri trentatré, il che, con un semplice calcolo, porta il totale a quasi quaranta. La maggior parte di loro risiede in quella serie di edifici bassi la cui espansione sul percorso della Cavalleria è stata ampiamente criticata dalla stampa; il contratto relativo alla loro costruzione fu assegnato all’amica della figliastra del Ministro della Guerra, W. H. Gar, ma non ho spazio per approfondire tutto ciò.
Tra questi trentanove segretari, ce ne sono tre di particolare importanza: il Segretario Privato, il Segretario Confidenziale e il Segretario Generale. Quest’ultimo viene quasi sempre scelto tra i ranghi più alti della Pubblica Amministrazione. Di solito è una persona con un background familiare, come richiede l’occasione; inoltre, è coerente con la sua posizione che la sua carriera sia ancora davanti a lui e che si trovi negli anni iniziali della sua attività pubblica.
Il gentiluomo che ricoprì questa carica durante la sessione del 1960, e che la manteneva ormai da più di un anno, era Danver – Teddy Danver – un uomo davvero ideale per tale incarico: possedeva quella giusta misura di libertà di espressione quando essa fosse appropriata e di discrezione quando necessaria; conosceva perfettamente come comunicare informazioni a cinquanta persone, purché queste fossero ben selezionate, in modo che tali informazioni non arrivassero mai all’orecchio del pubblico; inoltre, doveva aggiungersi anche quel sano senso dell’umorismo, indispensabile per mantenere la propria capacità di valutare le cose con oggettività nel difficile contesto della vita pubblica.
La mattina del secondo giorno del processo, verso la fine della giornata, nel momento in cui, lontano presso il Old Bailey, Sir Andrew McAuley stava iniziando il suo lungo discorso, i due segretari junior seduti oltre la porta di velluto verde nell’ufficio esterno, pronti ad accorrere non appena suonasse il fischio di Danver attraverso il microfono, furono colpiti da un rumore assurdo proveniente dall’interno.
Ognuno di loro si guardò intorno, improvvisamente spaventato all’idea che il loro capo potesse essere colpito da qualche malattia temporanea. Risuonarono grida, strilli e colpi di tosse interrotti, seguiti dal chiamare dei loro nomi: “Bill! Ah-ah! Oh-oh! Bill, Garry, venite qui! Garry! Bill! Oh, mio Dio!” Poi ancora risate, sempre più forti, esplosive, cataclismiche. Mentre Bill e Garry irrompevano dalla porta di velluto verde, videro il loro rispettato superiore appoggiarsi allo schienale della sedia, con la bocca spalancata in un sorriso così intenso da scuotere tutto il suo imponente corpo. Era appena arrivato al punto di esaurimento quando loro entrarono.
“Non riusciresti mai a indovinare!” sussurrò, ansimando e con la voce roca per lo sforzo appena compiuto. “Mai. Non potresti mai! Oh, mio Dio, ” Tentò di ridere di nuovo, ma gli faceva troppo male, così si fermò subito. “Oh, è troppo bello per essere vero. Cosa pensi che abbiano fatto ora?”
“Chi?” dissero insieme Garry e Bill, con ansiosa meraviglia.
“Ma i Gemelli Celesti!” (Devo precisare che “I Gemelli Celesti” era il termine gergale utilizzato in quell’ufficio per riferirsi al Cancelliere dello Scacchiere e al Capo del Gabinetto, quei signori di cui l’Attorney-General aveva appena parlato a colazione, in relazione alla questione del Contratto per la Televisione.)
“Oh, sia lodato Dio!”, esclamò il Segretario Capo di tutti, lo stesso Segretario in persona, con voce affannosa e a malapena in grado di respirare, “Dio sia lodato, per avermi permesso di vivere fino a questo giorno!”
“Cosa hanno fatto?” disse Garry.
“Cosa ne è risultato?” disse Bill.
“Cosa ha fatto uno di loro?”, chiese di nuovo Garry.
“Oh, non riuscirete mai a indovinare!” ripeté il Capo, con gli occhi che brillavano di gioia. “Nessuno riuscirà mai a indovinare! Questo genere di cose succede una volta ogni milione di anni! Hanno utilizzato i fondi segreti della festa per manipolare il mercato a vantaggio di Billies!”
Garry, che era davvero molto giovane e ancora conservava alcune illusioni tipiche della classe media riguardo alla natura della vita pubblica, fischiò. Bill scoppiò a ridere più forte del suo capo, ma per rispetto verso di lui, la sua risata fu meno prolungata.
“Beh, devono essere informati, capisci.”
“Chi?” disse Garry.
“Loro,” rispose il Capo, annuendo.
E poi, rivolgendosi a Bill: “Lo sai…”
“Sì,” disse Bill, “lo so.”
“Meglio che lo prenda tu stesso, non dovrebbero esserci troppe persone a vederlo.”
Circa un quarto d’ora dopo, Bill si trovava presso l’Old Bailey. Aveva trascritto le informazioni in modo semplice e chiaro su un foglio di carta, poi lo aveva piegato a metà; non l’aveva messo in una busta. Era deciso che venissero prese in considerazione immediatamente.
Quando arrivò alla porta del Palazzo, si rese conto troppo tardi di non avere nulla con sé per dimostrare chi fosse. Sperava solo che il guardiano ufficiale di quel portale gli credesse.
“Sono venuto dalla segretaria del Primo Ministro,” disse. “Potreste lasciarmi entrare? Voglio consegnare un messaggio al Procuratore.”
Fu creduto e quindi entrò. Quando la porta si aprì su quella folla densa, e al di sopra delle teste della gente sentì il forte rumore dell’eloquenza maestosa di Andrew McAuley, capì che non c’era alcuna possibilità di passare attraverso quella folla.
“Potrebbe passarlo a uno dei consiglieri della procura? Lì, quell’uomo. Il signor Tartle. Credete che possa farlo arrivare al signor Tartle?”
L’uomo a cui fu rivolto quel messaggio lo prese e lo passò a un altro davanti a lui nella folla. Quell’altro lo consegnò a un terzo, un po’ accartocciato ma ancora integro. Tartle lo prese, aprì il foglio e lesse le dodici parole o meno scritte in modo approssimativo con la matita; quel messaggio ebbe su di lui l’effetto che ho menzionato.
Cosa doveva fare? Doveva mostrarlo al suo capo, ma non poteva interrompere questa fase finale della procedura in cui veniva ricordato alla giuria l’ammissione di quel individuo senza cuore secondo cui non possedeva alcuna prova concreta, e che si affidava interamente alle voci messe in giro nei bar di Fleet Street, riportategli dal suo amico disonorevole. Aveva ammesso – dopo essersi deciso personalmente ad entrare nell’aula nonostante i consigli del proprio avvocato – di essersi basato soltanto sul buonsenso e sulla conoscenza comune, insomma su argomentazioni del genere.
Mentre Sir Andrew versava lacrime di sangue per le sofferenze di Wilfrid Halterton, mentre ricordava alla giuria l’immagine di quel grande statista con la testa china, la sua sensibile onorabilità fu profondamente offesa solo dal menzionare quelle orribili accuse. Samuel Tartle, intanto, soffriva terribilmente nell’ansia di far conoscere il contenuto di quella nota. Dovette aspettare fino a quando non fu pronunciata l’ultima frase famosa: “Questo è un tribunale della giustizia, e io chiedo giustizia”, fino a quando il Procuratore Generale, con una pressione sanguigna pericolosamente alta per la sua età, non si sedette di nuovo, avvolto in un’aura di gloria legale.
Ma il signor Samuel Tartle, quel distinto giovane funzionario che aveva avuto la fortuna di non dover nemmeno aprire bocca per svolgere i suoi compiti e quindi guadagnare facilmente i propri soldi, non avrebbe dovuto preoccuparsi così tanto. Il messaggio del Segretario era stato portato ai livelli più alti dal suo vice-segretario, con quella discrezione tipica dei vice-segretari.
Fuori, nei corridoi, uomini che si professavano esperti delle dinamiche della vita pubblica esprimevano le loro opinioni, non riguardo al verdetto – su quello non poteva esserci dubbio – ma riguardo alla pena. Un anziano calvo, dal carattere sportivo e che spesso aveva ragione in queste questioni, previde che sarebbero trascorsi due anni. L’opinione più diffusa oscillava tra un anno e sei mesi. Uno sciocco commentò che non avrebbero fatto di Butler un martire; un altro disse che sicuramente ne avrebbero fatto un esempio per tutti. Un terzo, che sembrava meno sciocco degli altri due, affermò che tutto dipendeva da ciò che ritenevano fosse la cosa migliore da fare. Comunque nessuno prevedeva una pena inferiore ai sei mesi; l’opinione più condivisa era quella di dodici mesi, mentre le probabilità che si arrivasse a diciotto mesi o più erano piuttosto basse, così come quelle che si trascorressero soltanto due anni.
Coloro che ascoltarono il riassunto, all’inizio, tendevano a giungere a una conclusione più severa; infatti, il volto nobile, dignitoso e religioso del giudice Chasible esprimeva quella terribile severità che l’occasione richiedeva.
Iniziò dicendo alla giuria che la legge aveva istituito il reato di diffamazione penale al fine di terrorizzare i malviventi e, in sostituzione della pratica degradante dei duelli che, purtroppo, persisteva ancora tra nazioni meno civili delle nostre, ma che qui, fortunatamente, era ormai scomparsa. Spiegò loro come la legge fosse molto cauta nell’uso di questo estremo strumento, ma che ci fossero occasioni in cui nulla altro avrebbe potuto funzionare. Tutti i governi sarebbero caduti nel caos e tutte le alte tradizioni della nostra vita pubblica sarebbero andate perdute se si fosse pensato che le persone potessero diffondere, senza conseguenze negative, menzogne maliziose contro quegli statisti che la Provvidenza aveva scelto per guidare questa grande nazione. “Sulla purezza della loro vita pubblica,” aggiunse, “e sull’esempio delle loro morali, si è modellata tutta la civiltà mondiale” – e a questo punto il giudice fece un breve riferimento all’identità che noi condividiamo in questa materia con i nostri cari cugini degli Stati Uniti, un commento che persone della posizione di Sir Henry possono permettersi di fare, a grande vantaggio delle relazioni internazionali del Commonwealth.
“Come terrore per i malvagi,” ripeté quel grande e, (posso dirlo?) santo Giudice, “come terrore per i malvagi” – con voce severa e crescente. Poi, come se si rendesse conto che la moderazione avrebbe avuto un effetto ancora maggiore rispetto a lasciarsi guidare completamente dall’indignazione, si trattenne e aggiunse, con toni freddi ma decisi:
“Voi, signori della giuria, dovete giudicare i fatti e la legge. È proprio in questo che un processo per diffamazione, anche quella penale, si differenzia da qualsiasi altro tipo di processo.” E citò brevemente le disposizioni della Legge Fox: “Se, a vostro parere, il prigioniero aveva motivi validi per dire ciò che ha detto, poiché quelle parole erano sostanzialmente vere e vantaggiose per il pubblico, allora emetterete un verdetto di non colpevole. Ma se, allora emetterete il verdetto opposto.”
Con queste parole, la voce solenne tacque.
La giuria, senza lasciare la tribuna, proclamò la sua decisione attraverso il portavoce, un uomo dal timbro di voce tenore, con un accento cockney e una taverna molto frequentata all’angolo di Leadenhall Street; un esempio davvero ammirevole di quel buon senso comune che rende il nostro sistema giudiziario oggetto d’invidia in tutto il mondo.
Allora calò un grande silenzio nella Corte, mentre si udiva l’ammonizione del giudice rivolta a quel povero disgraziato dietro la recinzione spinata, e poi la sentenza.
L’ammonizione fu breve. Il giudice sottolineò l’atrocità del crimine, e soprattutto la mancanza di un movente adeguato. Era disposto a credere che il fanatismo avesse spinto quella creatura miserabile al di là dei limiti della ragione umana; ma la legge non poteva tenere conto di questo. Il suo dovere era proteggere i sudditi di Sua Maestà, di ogni ceto sociale, e in particolare coloro che si erano assunti il compito arduo e ingrato di governare, da falsità velenose come quelle che il prigioniero aveva citato e diffuso. In tali circostanze, non avrebbe adempiuto al proprio dovere se non avesse inflitto al colpevole una multa di cinquanta sterline.
Il presidente della giuria, un esempio ammirevole di quel buon senso comune che rende il nostro sistema giudiziario oggetto d’invidia in tutto il mondo.
Oh, quanta saggezza e quanta potenza. E ancora oggi, forse non ci sono più di duemilacinquecento uomini in Inghilterra che ricordino cosa sia stato fatto in quella occasione con i fondi del Partito.
Reginald Butler lasciò la Corte come un uomo libero, ma senza amici, a meno che non consideriamo amici quei tre o quattro fanatici meschini e insignificanti: Rashdell, uno dei seguaci ubriachi di Rashdell, e un terzo individuo povero e ignorante, per il quale Reginald, ormai caduto in disgrazia, continuava ad essere considerato un eroe.
Il suo Comitato lo esortò a dimettersi dal proprio incarico. Rifiutò, ma dopo una settimana trascorsa tornando continuamente all’Assemblea e subendo quel disprezzo silenzioso che tali persone meritano giustamente, si arrese e decise di dimettersi.
L’opera letteraria con la quale si era finora mantenuto venne abbandonata da lui all’improvviso, proprio come la conversazione del suo conoscente. Alcuni dicevano che ciò fosse dovuto alla generosità dello stesso Halterton, altri all’influenza di Lady Papworthy; in ogni caso, ottenne un piccolo ma regolare incarico in uno dei giornali “Desportes”, dove avrebbe scritto recensioni sulle opere teatrali dell’epoca. Quel lavoro non gli fu dovuto né alla donna che aveva servito, né all’uomo che aveva diffamato, ma all’intervento di un editore il cui critico teatrale era morto a causa del delirium tremens. Questo editore gli aveva ordinato con fermezza di trovare qualcuno disposto a lavorare per la metà del prezzo normale; quando stava quasi per arrendersi, gli fu proposto Butler, un uomo disperato pronto a accettare qualsiasi lavoro. Fu così che Reginald ottenne appena quanto gli bastava per pagare una sistemazione misera e pasti scarsi, diventando critico teatrale per il “Gaper”, ruolo che mantiene ancora oggi.
Naturalmente non gli era permesso di firmare con il proprio nome; gli fu dato lo pseudonimo di “Dottor Johnson”. E anche se lo stipendio era misero, lo facevano lavorare sodo.
Continua a cercare di adempiere al proprio dovere lì, povero sciocco, anche se si rende conto che partecipare costantemente a innumerevoli spettacoli molto simili tra loro finisce per intorpidire il suo senso del teatro e priva la sua vita di ogni piacere, qualora ne rimanesse ancora. Ha un difetto: molto spesso perde l’inizio dello spettacolo. Posso approfittare di questa occasione per dire che non è colpevole? Il suo frequente ritardo negli spalti deriva semplicemente dal fatto che non riesce sempre a raccogliere abbastanza soldi in tempo per riprendere in pegno quell’uniforme che i gestori insistono che indossi ogni sera.
Lo stato finale di coloro che diffamano l’onore degli uomini pubblici.
XV
Arthur Lawson mostrava molto poco interesse per il mercato azionario. C’era stato un periodo, molti anni prima, in cui aveva fatto speculazioni finanziarie. Gli piaceva l’emozione che quel tipo di attività comportava quando era ancora giovane; gli piaceva vincere, e infatti ci riusciva spesso. Avrebbe potuto continuare a farlo per tutta la vita, come molti dei suoi colleghi, se non fosse stato per tre fattori diversi che avevano contribuito al suo successo: uno legato alle speculazioni azionarie, altri due dovuti a informazioni ottenute casualmente e a una commissione particolarmente elevata derivante da un ordine di grandi dimensioni. Questi fattori gli permisero di disporre di una somma di denaro molto più consistente rispetto a quella che aveva guadagnato fino ad allora. Riuscì immediatamente a entrare in quel ristretto gruppo di persone che detengono il controllo del settore finanziario; successivamente raggiunse anche il livello più alto, quello dei pochi individui che influenzano davvero le dinamiche economiche. Era coinvolto in importanti operazioni di indebitamento nazionale, grandi accordi di sottoscrizione e emissioni di titoli di grande valore; inoltre ricopriva la carica di dirigente principale nella prestigiosa banca Schwartz.
Questo fu il momento di transizione: acquistò quella casa isolata a Mayfair, unica della sua sorta nella Londra di allora, e da quel momento essa divenne associata a ogni aspetto della sua vita.
Ma nella posizione estremamente importante che ora occupava – una posizione che, come spesso accade, anno dopo anno ampliava automaticamente il suo disprezzo per le incertezze del mercato – il suo disgusto per queste cose aumentava sempre di più. Non aveva hobby. Era il tipo di persona che, se ne avesse avuto uno, lo avrebbe dedicato interamente alla sua vita, al posto del proprio lavoro.
Si trovava solo. Provò a riempire le sue giornate con le responsabilità mondiali che gli spettavano, ma non era sufficiente. Se avesse conosciuto Wilfrid Halterton più a fondo, e se fosse stato possibile che i due uomini entrassero davvero in sintonia l’uno con l’altro – non per via delle differenze di sangue o tradizioni – avrebbe voluto rafforzare quel legame. Infatti, ora chiamava formalmente il Capo Postale con maggiore frequenza rispetto al passato recente, ma comunque mai più di tre o forse quattro volte all’anno.
Coloro che pensano che tali persone siano ossessionate dall’idea del denaro, soprattutto da quello che può essere guadagnato o perso, non conoscono affatto il loro vero carattere. Mentre tutto il mondo parlava delle altalene finanziarie di Billies in quelle settimane agitate, lui non sentiva altro che un rumore confuso, simile al mormorio di onde lontane e deboli. Non gli interessava affatto; quel discorso aveva a che fare con l’Ufficio Postale, ma non collegò mai quella questione a Wilfrid Halterton, anche se sapeva che in quel momento suo amico era il responsabile dell’Ufficio Postale. Il nome di Halterton rimase nella sua memoria come simbolo di gratitudine eterna, radicato lì per metà della sua vita. Provava un tale disprezzo per tutto il mondo politico e viveva così distaccato da esso che non gli importava nemmeno ricordare quale incarico effimero quell’uomo stesse ricoprendo in quel momento. Per Arthur Lawson, Wilfrid Halterton rimaneva sempre lo stesso giovane impetuoso e appassionato che aveva considerato un vero eroe quasi quarant’anni prima, per il modo in cui aveva dimostrato tanta compassione verso suo fratello.
Aver quel fratello al proprio fianco il più possibile era ormai l’unico obiettivo della vita di Lawson. Ogni fine settimana, durante il semestre, lo portava a Cambridge. Continuava a suggerire cose che si potessero fare con la sua ricchezza per dotare il college di attrezzature scientifiche; aveva già contribuito in modo significativo a questo scopo. Non si stancava mai di ascoltare tutto ciò che Jacob gli raccontava, dalle storie del dormitorio alle ultime novità nella ricerca fisica: cose che, se provenissero da altre persone, lo avrebbero annoiato profondamente.
Ma sebbene Lawson, sulla cima di questa alta montagna della finanza internazionale, non si fosse mai preoccupato di Billie più di quanto si interessasse al prezzo del burro danese, non poteva ignorare ciò che stava accadendo nella Camera dei Comuni: le negazioni pubbliche dell’accusato, le attività della commissione e il processo stesso, soprattutto il processo. Era un argomento che lo annoiava, ma non poteva fare a meno di conoscere i suoi contorni principali, insieme a tutta l’Inghilterra.
Quel fine settimana, dopo la conclusione delle difficoltà di Butler, Jacob sedeva come al solito con suo fratello. Era molto interessato a quella questione di cui tutti parlavano, un interesse che, in realtà, non aveva nulla a che fare con la politica, ma riguardava piuttosto gli sviluppi recenti della televisione. Arthur sarebbe stato sicuramente annoiato se qualcun altro avesse discusso di quell’argomento, soprattutto perché esso era, in qualche modo, legato agli aspetti negativi di Westminster. Ma per Jacob era altrettanto interessante quanto un libro avvincente. Qualsiasi cosa rendesse gli occhi acuti e brillanti di Jacob ancora più attenti veniva immediatamente assorbita dal fratello. Quest’ultimo ascoltava con interesse, faceva domande, si immergeva nella discussione come se stesse seguendo una trama complessa; ascoltò anche delle comparazioni tra i vari sistemi esistenti, e, incidentalmente, sentì menzionare il nome del brevetto di Dow.
“Ecco il punto fondamentale,” stava dicendo Jacob. “Ecco il punto cruciale, Aaron.”
Parlava con fervore, come un uomo che scorge un segnale lontano in mare.
“È perché i Reynier avrebbero dovuto possedere i diritti di Dow che sono stati considerati gli unici candidati possibili. Ora, naturalmente, i Durrant hanno ottenuto il contratto. Non so perché; probabilmente sono più qualificati degli altri. Comunque sia, ora che i Durrant hanno il contratto, i Reynier dovranno vendere il brevetto di Dow ai Durrant, se lo possiedono ancora. Chiunque lo abbia, sarà costretto a venderlo ai Durrant. Non ci sarà alcun altro mercato possibile. Ma questo non è l’aspetto più importante: l’importante è davvero il brevetto di Dow stesso. Non è straordinario, Aaron, come le persone possano scoprire queste cose per caso? Tutto avviene puramente per coincidenza. Certo, senza pazienza e ricerca non sarebbe stato possibile, ma quando queste opportunità si presentano davvero, è una questione di fortuna. E poi, una volta che qualcuno le scopre, tutto diventa semplice da gestire. Inoltre, quando una cosa del genere viene trovata, rimane tale per sempre. Nove volte su dieci, nulla può sostituirla, ”
“Non capisco perché una nuova invenzione non possa essere anche migliore di quella di Dow,” disse l’altro.
Jacob scosse la testa.
“Guardate qui,” disse, “vi leggerò un passaggio dalla descrizione di Colman; è il migliore che conosca. L’ho trascritto nel mio quaderno per le lezioni. È anche il libro più recente.” Lesse il passaggio; l’altro lo ascoltò attentamente. Questo sfortunato uomo, Dow, che era morto nella povertà e la cui patente era ora in possesso della Dow’s Limited, aveva scoperto proprio quell’intensificatore che rendeva possibile la televisione a lunga distanza su una base pratica.
Professore Jacob Lawson, del Merrion College di Cambridge.
“Sai, Jackey,” disse il fratello maggiore, “una persona come me, che non ha conoscenze specialistiche, non riesce a capire perché qualcosa di completamente nuovo e migliore non debba apparire prima o poi.”
Jacob mise da parte il suo libro. “Forse, prima o poi,” disse. “Non si sa mai. Ma ci stanno lavorando da anni. E Dow è riuscito a risolvere il problema. Queste cose hanno spesso una soluzione definitiva. Ti ricordi il caso della batteria secondaria, Aaron? Risale al XIX secolo, più di due generazioni fa.”
Arthur scosse la testa. Jacob trovava sorprendente che qualcuno potesse ignorare cose così elementari.
“Mio caro Aaron!” disse, “sicuramente sai che fino ad oggi non è mai stato possibile trovare nulla di meglio. Sicuramente sai perché ancora oggi non esiste un sistema di accumulo energetico elettrico economico, leggero e duraturo. Sicuramente sai che se solo fossimo riusciti a trovarne uno, avrebbe cambiato il mondo, ”
Arthur sorrise leggermente, ma felicemente, perché sorrideva solo per l’entusiasmo di suo fratello.
“Non posso farci nulla, Jackey,” disse. “È troppo tardi per imparare. Ma credo in ogni parola che dici.”
Poi continuarono a parlare della fortuna che accompagna le scoperte scientifiche: Jacob era entusiasta di queste scoperte, mentre Arthur si chiedeva perché non avesse detto una parola riguardo alla loro ricompensa; per quanto Aaron ricordasse, in pochissimi casi veniva davvero concessa una ricompensa.
E da lì ripresero a parlare di quell’antico argomento: i soldi. Ma presto la conversazione si esaurì, perché ogni volta che quel tema veniva toccato, Jacob si ritirava in se stesso; era soddisfatto, assolutamente soddisfatto di ciò che aveva come membro del gruppo di Merrion. Gli bastava. E il fratello maggiore, per la cinquantesima volta, rinunciò a quel tentativo. Nel suo cuore, concordava pienamente: “Meglio una cena di erbe, ”. Solo che non lo diceva in inglese; lo diceva ancora sorridendo, nella lingua antica. E suo fratello gli sorrise a sua volta e rispose nella lingua antica: “Benedetto sia Dio”.
Il giorno dopo, Arthur Lawson pensò di nuovo a Wilfrid Halterton, ma non in relazione alla conversazione riguardante il brevetto di Dow. La sua mente ancora non collegava le due cose. Ora capiva vagamente che la società Durrant avrebbe ottenuto il monopolio; suppose che fosse stata scelta per motivi validi. Comunque, Halterton era finito al centro dell’attenzione pubblica, e questo non era mai piacevole. Era suo dovere andare a trovare quel amico e congratularsi con lui per il suo successo.
Non era trascorso molto tempo da quando aveva fatto l’ultima di quelle visite a casa di Halterton, per quelle conversazioni formali che ormai erano diventate un rituale nella sua vita. Era un po’ troppo presto per riprovarci nello stesso modo, ma pensò che le circostanze lo richiedessero.
Dopo tutto, c’era stata un’accumulazione di problemi. Halterton ne era uscito molto bene, grazie alla sincera solidarietà dei suoi colleghi e, in realtà, anche del pubblico in generale. Ma queste situazioni rappresentavano una sorta di pressione; forse, pensò Lawson, una pressione maggiore per quelle altre persone rispetto a lui e ai suoi compagni, abituati ormai all’ostilità del mondo e resi indifferenti ad essa. Si chiese dentro di sé: come deve sentirsi? Forse qualcosa di simile a ciò che ricordava di aver provato tanti anni fa, da ragazzo, quando, dopo le offese dei gentili per strada – a cui ormai era abituato – scopriva che, tra i suoi compagni della piccola scuola elementare, qualche incidente gli aveva fatto perdere l’amicizia di alcuni di loro, rendendolo infelice per un giorno o due.
In ogni caso, è evidente che debba rivolgersi a Wilfrid Halterton e assicurargli che la simpatia che tutti hanno provato per lui durante le sue recenti difficoltà è stata ancora più forte nei suoi confronti rispetto a qualsiasi altro. Deve congratularsi con Wilfrid Halterton per il sostegno generale che ha ricevuto e per la posizione più elevata nella vita pubblica che ne deriva necessariamente.
Era in un tale stato d’animo quando, dopo aver preso appuntamento, arrivò e trovò Halterton da solo nel suo appartamento; immediatamente rimase scioccato dal cambiamento che aveva subito quell’uomo.
Lawson non si disse che Halterton sembrava più vecchio. Non era proprio quello il problema. Anche se effettivamente sembrava più anziano – di dieci anni – era piuttosto il fatto che apparisse distrutto, segnato dal dolore. Mentre parlava, assumeva gesti nervosi; i suoi occhi non rimanevano mai fermi, le sue labbra erano contratte e quell’espressione tesa sembrava permanente.
Inoltre, salutò Lawson con una calore del tutto inaspettato, proprio come fanno gli uomini quando si sentono ingiustamente trattati dal mondo e quasi abbandonati, e trovano davanti a sé un amico sincero. E Lawson, di natura riservata e sempre formale nel comportamento con Wilfrid Halterton, andò ben oltre le aspettative, stringendo la mano del Postmaster-General per un tempo molto più lungo del solito in un semplice saluto. Mentre la teneva, guardò profondamente negli occhi dell’altro, fino a far abbassare lo sguardo a Halterton stesso. Poi, proprio mentre Lawson stava per parlare, il Postmaster-General si sedette all’improvviso, come un uomo con un enorme fardello sulle spalle che non riesce più a mantenere l’equilibrio; si potrebbe quasi dire che il suo alto corpo crollasse nella sedia bassa. Si rialzò subito dopo, quasi con un sobbalzo, pronto ad arrossire per la sua mancanza di educazione.
“Mi scusi davvero, caro amico,” disse. “Mi dispiace. Vede, non sono più me stesso.” Sospirò profondamente, quasi con un gemito. “Non sono più me stesso. Non so proprio perché mi sia seduto in quel modo, lasciandola in piedi. Ma si sieda pure, caro amico. Sono così felice di vederla.” Tese di nuovo la mano, dimenticando quasi di averlo già fatto poco prima. E questa volta Lawson la prese, e non la lasciò più andare.
“Halterton,” disse (non lo chiamava mai Wilfrid), “Non mi aspettavo di trovarti in questo stato. Che cosa è successo? Sono venuto per farti i complimenti.”
“Congratularti? Oh, mio Dio!”
Nel silenzio che seguì, la mente estremamente veloce di Arthur Lawson lavorò al doppio del suo ritmo abituale. Ripassava rapidamente ciò che sapeva, quei dettagli trascurati dell’evento che gli erano giunti alle orecchie. E pensava di aver già capito metà della situazione.
Gravissima prova spirituale per il Sottosegretario di Stato per le Poste, Onorevole Wilfrid Halterton.
Quando parlava, usava una voce di cui quel conoscente di tre decenni non sapeva che fosse in grado di utilizzarla. Era una voce grave e profonda, carica di un affetto sincero; era la voce degli anni. E con quella voce, Arthur Lawson riuscì a dire cose di cui, solo un’ora prima, mentre si avvicinava alla casa, non avrebbe mai pensato di essere in grado di pronunciare. Il suo rituale quotidiano venne infranto, e ciò che disse fu questo:
“Halterton, sai che qualsiasi cosa ti dica viene dal profondo del mio cuore? Ti fidi della mia saggezza?”
Il Capo Postale annuì; anche se sollevare leggermente la testa e poi riabbassarla di nuovo poteva essere considerato un cenno d’assenso. Lo sguardo che in quel momento rivolse per un istante al viso dell’altro era pieno di approvazione. Provava tanto rispetto per la fortuna quanta chiunque altro; qualunque cosa potesse dire quest’uomo estremamente ricco doveva sicuramente essere saggia. Ma la saggezza di Arthur Lawson non aveva nulla a che fare con la sua fortuna. Era qualcosa che risaliva a generazioni precedenti, era stata temprata dal dolore e rafforzata dall’isolamento.
“Quello che voglio dirti è questo: devi parlare. Lo vedo chiaramente, come se tu mi avessi già raccontato cose di cui non so nulla. Questo è il mio consiglio: devi parlare, devi dirlo a qualcuno. E credimi” (non aveva mai parlato così apertamente in vita sua, nemmeno con uno dei suoi stessi compagni) “non c’è nessuno con cui potresti parlare più liberamente e chiaramente di me. Sai che tutto ciò che ho è a tua disposizione. Ma questo non significa nulla. Quello di cui hai bisogno è una parola da parte di un uomo che conosce bene gli uomini. Non si tratta certo di una conoscenza piacevole. Se non la possiedi, sei fortunato: è l’albero della morte. Ma coloro che la possiedono possono aiutarti. E anche tu puoi aiutare te stesso. Ma c’è solo un modo: dimmi tutto.”
C’erano almeno venti uomini, forse addirittura cinquanta; Wilfrid avrebbe potuto dirvi che li conosceva molto meglio di Arthur Lawson. C’era stato un uomo dopo l’altro a cui aveva detto questo o quello. Aveva raccontato troppo a Jack Williams; si era lamentato con quel collega e con quel parente. Ma tutto ciò lo aveva solo trascinato più profondamente nel fango. Avrebbe voluto non aver mai avuto a che fare con la vita politica. Avrebbe voluto liberarsene ora. Ma non osava farlo. E in mezzo a tutto questo, c’era sempre quella forte sensazione di ingiustizia.
Gli era stato sottratto ciò che gli spettava. Aveva dato ciò che doveva dare, e proprio per questo erano venuti da lui; e con un trucco abominevole gli era stata rubata anche la sua parte dell’accordo. Peggio ancora, si sentiva permanentemente in potere degli altri.
Quando parlava, era a causa di questa amarezza che fermentava dentro di lui e aveva raggiunto il punto di esplodere. Si alzò, con le mani in tasca, e cominciò a camminare avanti e indietro nella stanza, con un’espressione di disperazione lunga e cupa; mentre camminava, continuava a parlare. Gli raccontò tutto: dell’accordo, che Lawson, essendo una persona di mondo, trovò abbastanza ragionevole. Aveva sentito parlare di cinquanta accordi del genere tra politici e il mondo finanziario. A volte non si riusciva nemmeno a capire quale fosse la verità, pensava, visto quanto fossero intrecciati Parlamento e affari finanziari.
Halterton gli raccontò dell’appropriazione della lettera, della conversazione avuta con Williams, di tutto ciò che aveva sofferto da allora; gli spiegò quanto profondamente avesse risentito del fatto che Williams continuasse ad avere una relazione amichevole con McAuley – i due uomini trascorrevano più tempo insieme che mai. Gli confessò anche di quanto si pentisse di essere andato da Williams. Quando finì, Arthur Lawson non solo sapeva cosa era accaduto, ma anche cosa bisognava fare.
“Non so dirvi quanto sia felice che abbiate parlato, Halterton,” disse. “Ora vi darò un altro consiglio. Pensate di accettarlo?”
“Sì, certamente,” disse Halterton. “Posso fidarmi di te, grazie a Dio!” aggiunse amaramente.
“Beh, il consiglio che ho da darvi è molto semplice: restate calmi per qualche giorno e lasciate che me ne occupi io, va bene?” Disse questo con un sorriso appena percettibile, ma con grande fiducia in sé stesso nonostante quel sorriso.
“Lasciami pensare. Oggi è domenica. Non aspettatevi di ricevere mie notizie prima di mercoledì, o forse più tardi. Ma non molto più tardi, se conosco bene le abitudini locali. E credo di conoscerle.”
Wilfrid Halterton ne era ancora più convinto. Era assolutamente certo che persone con milioni e milioni di dollari sapessero come funzionavano le cose. Forse questo era il principio più fondamentale nella sua credenza. E tale certezza era ancora più radicata perché lui stesso non aveva la minima idea di come funzionassero realmente le cose.
Arthur Lawson era un uomo che, una volta presa una decisione, doveva agire immediatamente. In passato si era rimproverato per la propria impazienza; dopo uno o due fallimenti causati da essa, aveva capito che quell’intenso desiderio di agire subito dopo aver raggiunto una conclusione intellettuale, nel complesso, gli era stato molto utile.
“Ora torno a casa, Halterton,” disse alzandosi. L’altro si alzò insieme a lui e ancora una volta si tennero per mano.
Questa volta Arthur Lawson fece qualcosa di così insolito che segnò una sorta di epoca nella vita dell’altro uomo; anche lui, quando scoprì ciò che stava facendo, rimase stupito. Posò la sua mano sinistra su quella dell’altro, che quest’ultimo stringeva con la destra, e la lasciò lì, proprio come un uomo potrebbe farlo nei momenti più solenni di giuramento di lealtà e servizio. Quel gesto durò meno di dieci secondi; poi fu finito, e non si ripeté mai più. Gli uomini erano anziani, non avevano mai condiviso un momento del genere prima; ma alla fine di quei dieci secondi, Halterton si sentì come un uomo insonne quando finalmente si addormenta; come un uomo che sta annegando e che improvvisamente respira di nuovo l’aria fresca. Il suo viso sembrava rinnovato.
Aaron Levina stava per compiere qualcosa che potesse essere estremamente proficuo per il suo cuore solitario. La sua isolazione non era stata rotta; rimaneva ancora ciò che era stato prima di quell’ breve incontro. Ma sentiva che, almeno con uno di quei “Goyim”, l’unico tra loro verso cui avesse mai provato vera devozione, aveva stabilito un legame. Non importava. Non ne avrebbe stabiliti altri. Apparteneva al suo popolo. Cosa aveva da fare con quelle folle esterne? Ma avrebbe salvato Wilfrid Halterton.
XVI
La prima cosa che Arthur Lawson fece quando tornò a casa fu riprendere a interrogare suo fratello riguardo a Dow’s. Il suo piano era già pronto e stava preparando il primo passo per attuarlo. Ma Jacob non riuscì a dirgli ciò che voleva sapere. Lo scienziato ribadì ancora una volta l’assoluta necessità del brevetto di Dow’s, ma non aveva nulla di nuovo da aggiungere, se non enfatizzare ulteriormente il concetto. Non esisteva nessun rivale: c’erano molti altri dispositivi in grado di funzionare bene a breve distanza, ma la questione non riguardava l’aumento della potenza né lo sviluppo su larga scala. Per le lunghe distanze era necessario un principio completamente diverso; e solo Dow’s aveva risolto quel problema.
Per quanto riguarda l’emergere di un’alternativa, non c’erano segni in tal senso, e non riusciva a capire come, data la situazione attuale delle conoscenze, fosse possibile che ne emergesse qualcuna nel prossimo futuro. Queste scoperte avvengono casualmente, ma sempre seguendo un certo insieme di condizioni note; sono il risultato di processi precisi. Non esisteva ancora alcun insieme di condizioni conosciute in grado di produrre qualcosa che non fosse già coperto dal brevetto di Dow.
Allora Arthur Lawson chiese di nuovo, una domanda che dimostrava quanto fosse completamente immerso nel proprio mondo, e quanto poco conoscesse quello del suo erudito fratello, verso il quale provava per questo motivo un profondo rispetto. La domanda che Arthur Lawson pose fu questa: “Pensi che i Dow siano destinati a rimanere legati ai Reynier, Jackey?”
“Mio Dio, Aaron, intendo Arthur!” (e sorrise), “Mi dispiace. Questo è più un argomento che riguarda te che me. La gente diceva sempre che la famiglia Reynier avesse qualcosa di speciale, ma io non ho mai visto alcuna prova, né ho sentito nessuno parlare di prove concrete. Hanno un ufficio indipendente, anche se questo non significa molto.”
Arthur Lawson rifletté.
“Bene, Jackey,” disse finalmente. “È tutto ciò che volevo sapere. Comunque, se la Durrant’s ha ottenuto il contratto – e ora tutti sanno che l’hanno davvero – non resta altro che il voto, e questo è ovvio. Poiché la Durrant’s possiede il contratto, non esiste più alcun altro mercato a cui potrebbero rivolgersi nemmeno i Reynier’s. Se i Reynier’s controllano la Dow’s, dovranno vendere alla Durrant’s o fondersi con loro. E vorranno ottenere il prezzo che desiderano.”
“Immagino di sì,” disse Jacob, alzando le spalle e tornando a dedicarsi al suo lavoro amato. “Non è il genere di cose che io riesca a capire.”
Arthur Lawson guardò l’orologio: non erano ancora le sette, quindi avrebbe potuto catturare quell’uomo che voleva. Quell’uomo si vestiva con cura, ogni sera. Ma non lo faceva prima delle sette. Arthur Lawson suonò il campanello, diede il numero al servitore e aspettò.
L’uomo che Arthur Lawson voleva, l’uomo che desiderava assolutamente subito, perché il tempo era tutto, l’uomo che doveva mettersi al lavoro immediatamente – perché la mattina dopo sarebbe stato lunedì e il lavoro del mondo avrebbe iniziato – era un certo giovane gentiluomo piuttosto corpulento, ben vestito e dall’aspetto noioso, di nome Guy des Cuoyes (che, come è giusto, rima con “sepoy”).
I des Cuoyes erano isolani del Canale della Manica e molto orgogliosi delle loro origini. Ci si può fare un’idea di questo dal loro insistere nell’utilizzare la piccola “d” nel cognome; e Cuoyes, vi assicuro, è davvero un luogo esistente, anzi due luoghi: Cuoye le Grand e Cuoye le Petit, situati in una zona selvaggia della regione del Cotentin. Tuttavia, per generazioni i des Cuoyes non hanno posseduto alcuna proprietà in questi villaggi. Avevano lasciato la Francia per Jersey a causa delle turbolenze religiose di due secoli e mezzo fa.
Il padre di Young Guy des Cuoyes, il generale, aveva fatto la cosa giusta per lui: lo aveva iscritto alla propria vecchia scuola e poi l’aveva mandato all’università. Poiché l’unica sua fonte di reddito era il riconoscimento dei suoi meriti da parte del suo paese grato per il lavoro svolto in India, tale reddito cessò con la sua morte. E poiché egli era deceduto poco dopo che Guy aveva lasciato Oxford, più di sette anni prima, il giovane si trovò a Londra con tutte quelle eccellenti abitudini che l’università insegna ai suoi studenti più promettenti, ma senza i mezzi finanziari necessari per mantenerle.
Si era ripreso più o meno, e questo era anche meglio visto che non aveva parenti stretti. Fu il padre di un suo amico, un amico che aveva conosciuto a Oxford, ad dargli questa opportunità: un’opportunità insolita, ma sufficiente. Gli fu offerto un posto nell’ampia attività commerciale di quel padre, la cui attività principale consisteva nell’acquisto e nella vendita di case; inoltre, gli veniva chiesto di fornire consulenze riguardo alla ristrutturazione degli immobili o alla progettazione dei giardini, e altro ancora.
Ma la particolare attività di giovane des Cuoyes non aveva nulla a che fare con tutto ciò. Era un’altra branca del suo lavoro, in cui lavoravano solo altri due uomini insieme a lui, e per la quale riceveva una retribuzione particolarmente elevata. Il suo compito era scoprire informazioni. Aveva abbastanza intelligenza; ma ciò che è ancora più importante in queste situazioni dell’intelligenza è l’impegno, nascosto dietro l’apparenza di un normale studente delle scuole pubbliche. Non aveva potere decisionale, ma possedeva qualcosa che gli veniva quasi dopo: e cioè (una cosa del tutto compatibile con l’impegno), una noia perpetua, in parte simulata ma molto reale, o, per dirla in altro modo, una mancanza di entusiasmo; inoltre, e questo è ancora più importante, non aveva eccessi di affetto. Inoltre, possedeva quasi la cosa più importante in quel mestiere: un’ampia e solida rete di contatti. Infine, aveva ciò che è davvero fondamentale: un aspetto esteriore imponente; era alto, biondo, con una voce lenta e occhi altrettanto lenti, e si vestiva in modo elegante.
Guy des Cuoyes non lavorava da questo datore di lavoro da nemmeno due anni e stava andando abbastanza bene quando incontrò Arthur Lawson. Arthur Lawson ebbe bisogno di fare alcune indagini; sapeva dove rivolgersi per ottenerle. L’azienda aveva inviato proprio des Cuoyes. Scoprendo, come fece subito Lawson, quali fossero i talenti del ragazzo, purtroppo (ma Arthur Lawson non aveva alcun rimorso in queste cose), lo assunse direttamente, bypassando il suo datore di lavoro originale.
L’operazione fu svolta in modo da gentiluomo, almeno per quanto riguardava des Cuoyes. Il giovane informò il suo datore di lavoro che aveva ottenuto un considerevole reddito privato e che, pertanto, avrebbe potuto vivere da gentiluomo; anzi, si sentiva proprio nato per quel tipo di vita. Non avrebbe più dovuto lavorare. Quella scusa presentava anche il vantaggio di coprire le sue tracce: ora poteva condurre le sue indagini con un camuffamento ancora migliore di prima. Dopotutto, non era forse un giovane gentiluomo con parecchi soldi che non aveva altro da fare se non spendere il proprio denaro in città? Le condizioni proposte da Arthur Lawson soddisfacevano entrambi e riflettevano appieno le caratteristiche del più anziano dei due. Gli promise uno stipendio fisso e regolare, oltre a un compenso aggiuntivo per ogni lavoro svolto. Aveva delle ragioni per farlo, ragioni valide, che si rivelarono efficaci.
Considerando tutto ciò, Guy doveva essere costantemente a disposizione del suo datore di lavoro. Il suo tempo era rigorosamente pianificato; i suoi momenti di svago erano precisi, proprio come le ferie di un soldato: al di fuori di quegli intervalli ben organizzati, doveva essere sempre reperibile, pronto a rispondere al telefono in qualsiasi momento; inoltre, doveva comunicare ogni sua mossa, in modo da poter essere trovato all’istante. Persone nella posizione di Arthur Lawson possono permettersi simili lussi, e questi valgono sicuramente il prezzo che si paga per loro.
In questa occasione il compito era molto particolare: Guy des Cuoyes non doveva soltanto scoprire certe informazioni, ma anche attuarle immediatamente e con la massima rapidità possibile. Entro un quarto d’ora dall’avere ricevuto la chiamata in quella domenica sera, si trovava nella piccola stanza sul retro della casa dove Arthur Lawson sbrigava quelle rare questioni private che preferiva trattare sotto il proprio tetto; parlava con il suo datore di lavoro con tale naturalezza che chi li avesse visti avrebbe pensato fossero uguali. Arthur Lawson apprezzava molto questa relazione: in realtà, tra le molte cose che disprezzava, quella abitudine diffusa intorno a lui di considerare il rango sociale come una conseguenza della ricchezza era quella che odiava di più. Tra tutte le qualità che ammirava, l’efficienza nel lavoro – soprattutto in un compito del genere – occupava uno dei primi posti; al primo posto, però, c’erano le arti e la cultura.
Una battaglia stava per iniziare, e tempo, tempo, tempo. Il tempo e l’accuratezza erano le condizioni necessarie per la vittoria. Quindi Lawson fu breve e molto diretto nel suo discorso.
“Amico,” disse, “hai mai sentito parlare del brevetto di Dow?”
“Le persone del settore televisivo?”, disse Guy. “Sì.”
“Lo sai cosa sono?”
“No.”
“Beh, non importa. Quello che devi fare ora è questo: hai un taccuino? Non scriverci in chiaro, usa lo stesso codice che stavi usando prima.”
Guy des Cuoyes sorrise appena, come fanno i giovani impiegati quando i loro datori di lavoro gli dicono qualcosa che in realtà già consideravano scontato. Tirò fuori il suo libretto e la sua penna. Lawson continuò.
“Primo: scoprire chi realmente possiede Dow’s. Alcuni dicono che sia indipendente, altri che appartenga ai Reynier. Potrebbe essere qualcosa a metà strada tra le due ipotesi. Capire esattamente la situazione. Secondo: comprarlo.”
Guy des Cuoyes, appoggiato comodamente alla poltrona, alzò leggermente le sopracciglia, come se volesse porre una domanda.
“Compratelo,” insistette Lawson con forza. “A qualsiasi condizione. Offrite quello che volete.”
Il ragazzo iniziò a parlare.
“No,” intervenne Lawson. “Non spreciamo tempo su questo argomento. Se loro propongono un prezzo, pagalo; se vogliono che tu ne stabilisca uno, usa il tuo giudizio e aggiungi il quindici percento in più rispetto a quello che pensi possano aspettarsi. Fai tutto per iscritto e portamelo qui. Ma ascolta bene, Guy” – Arthur Lawson si sporse in avanti, con un’espressione preoccupata – “Devo avere tutto per iscritto entro domani sera, lunedì. Qui, prima di cena. Entro quest’ora. Non c’è un minuto da perdere. Meglio che tu inizi subito stasera e continui domani mattina all’alba. Aspetta. C’è ancora qualcos’altro: devi scoprire il più possibile su Durrant’s Television e sul contratto. Fino a che punto sono arrivati. Questo è tutto. No, non è tutto,” aggiunse, rilassandosi di nuovo. “Ti dirò dove entrare tu nel progetto. Avrai cinquecento dollari in contanti quando mi porterai quel documento da Dow’s; altri cinquecento quando il mio piano sarà completato. Ora sai tutto.”
Era quattro volte di più di quanto Guy avesse mai avuto prima, anche per il lavoro più importante; se si fosse permesso di mostrare anche solo un minimo di sorpresa, l’avrebbe fatto in quel momento. Ma non lo fece. Accettò tutto con la stessa calma con cui accettava ogni altra cosa. Perché affrontava tutto questo con la sua straordinaria indifferenza. Quelle cose sembravano passargli completamente inosservate sopra quella grande testa bionda, con quell’espressione apatica e soddisfatta: vuota agli occhi degli osservatori, ma piena dentro di lui.
“Ecco,” disse Lawson alzandosi; anche Guy si alzò, più lentamente di lui. “Questo è davvero tutto. Ora lo sai, e non c’è bisogno che parliamo ancora.”
“Va bene così,” disse Guy, con il tono di un uomo che concede un favore, stringendo la mano con tanto calore quanto lo permettevano il suo rispetto per se stesso e le tradizioni della scuola pubblica. Uscì lentamente, aspettando che l’uomo in livrea venisse ad aprirgli la porta d’ingresso, poi proseguì con grande tranquillità lungo le strade di Mayfair.
Il giorno dopo, lunedì, arrivò alla solita ora il messaggio atteso, e subito dopo arrivò anche la persona attesa a casa Lawson. Purtroppo devo dire che Lawson aveva cambiato il suo vecchio nome; ma dopotutto, possedeva venti volte più ricchezza del precedente proprietario.
Des Cuoyes aveva con sé, nella tasca, con estrema noncuranza, un pezzo di carta scritto da un altro uomo; attaccato ad esso c’era anche una pagina intera di dichiarazioni dattilate e firmate. Si sedette di nuovo su quella sedia bassa che gli era familiare, e Arthur Lawson, alzandosi sul tappeto, lesse entrambi i documenti che gli erano stati consegnati. Il primo, scritto con una grafia sconosciuta, lui lo diede un’occhiata per verificare che fosse ciò che cercava, e annuì con soddisfazione.
Poi lesse attentamente il documento scritto a macchina. Quindi tirò indietro un piccolo mobile di stile Meissonier posizionato a sinistra del camino (i mobili di stile Meissonier erano tornati di moda). Quel mobile copriva l’apertura di un piccolo armadietto, di quelli in cui le persone mettono i sigari per mantenerli al caldo e asciutti. Anche Arthur Lawson teneva lì una scorta di sigari – e occasionalmente anche altre cose. Da lì prese un involucro, lo aprì, verificò il contenuto delle note, le consegnò a Guy des Cuoyes; e Guy des Cuoyes, non volendo essere da meno in cortesia, si alzò davvero dalla sedia e, mentre prendeva l’involucro, disse: “Grazie.”
“Hai svolto quel compito molto bene,” disse Arthur Lawson.
“Grazie,” disse Guy, appoggiandosi di nuovo allo schienale della sedia.
“Com’è fatto?” chiese Arthur Lawson.
“È uno di quegli uomini strani di cui nessuno parla mai. Vive in una casa enorme a Bayswater e compra sempre un sacco di cose. Ha quasi una sorta di collezione, una specie di “zoo”. Ne ho sentito parlare molto: è stato lui ad essere pungolato per via del giroscopio Hegguy, ma è riuscito a tornare a casa grazie all’apparecchio subacqueo Bailen Deep-Sea. Quello ha avuto successo, sai? Poi, per un po’, è stato coinvolto in qualche progetto legato al gruppo Palatine Group Hotels. Non so cosa ne abbia ricavato. Comunque, ha sempre mille cose in corso allo stesso tempo.”
“Voglio dire, com’è fatto?” disse Lawson.
“Ah, semplicemente grasso,” disse Guy con tono strascicato. “Come un maiale… Cosa?”
“Non c’era dubbio su Reynier…”
Guy scosse lentamente la testa in segno di negazione. “Non è mai successo,” disse. “Conosceva bene il suo mercato; stava aspettando il momento migliore per agire. Durrant e gli altri erano sicuri, non avevano alcuna fretta.”
“Eravamo,” disse Arthur Lawson in silenzio.
“Sì,” disse Guy.
“Ho sentito un’altra cosa,” disse Guy. “I Durrant domani andranno da Reynier e gli faranno un’offerta per questo brevetto dei Dow. Che grande opportunità, no?”
Lawson aggrottò la fronte, cercando di decifrare la firma presente sul promemoria scritto davanti a lui.
“Scrive pugni impossibili,” disse.
“Sì… si potrebbe quasi pensare che fosse un uomo istruito, ma in realtà non lo è.”
“Non riesco a leggere il nome.”
“Niente di ciò che ti aspetteresti”, disse Guy. “Il nome è Murphy… F. X. Murphy.”
“A cosa serve X?”
“Xavier,” disse brevemente Guy.
“Strano,” borbottò Lawson con espressione preoccupata.
“Non importa,” disse Guy.
“Hai ragione,” disse Lawson. Ripiegò il documento importante, il memorandum, e lo mise nel portafoglio.
“Beh, è finita,” disse Guy alzandosi per andarsene, con quell’agilità che già lo aveva reso benestante e che alla fine lo avrebbe reso ricco.
“Non proprio,” disse Lawson. “Aspetta un attimo… E cosa succede con la conclusione della vendita di Dow?”
“Completlerà subito,” disse des Cuoyes. “Ha detto che potrebbe farlo entro la fine della settimana. Che ne dici di giovedì?”
“Lo vorrei il giorno dopo domani,” disse Lawson. “Potete portarmelo qui a quest’ora, il giorno dopo domani?”
“Certo,” disse Guy. “È solo una questione di soldi. E sono i tuoi soldi. Anche un avvocato si affretterà per ottenere i suoi soldi.”
“Voglio solo la prova di trasferimento entro mercoledì,” disse Lawson. “La voglio entro mercoledì, prima che chiudano gli uffici. Mandatela qui – non è necessario che veniate personalmente. Finché ho la prova di trasferimento, le formalità possono aspettare.”
Allora des Cuoyes, che era un po’ ansioso per il momento del suo trucco e aveva già iniziato a guardare l’orologio, decise davvero di andarsene, ma fu trattenuto ancora per un minuto.
“A proposito, Guy, c’è un’altra cosa importante da dire. Se te la dico ora, ti eviterà di dover tornare qui. Conosci Jack Williams, il Ministro dell’Interno? E conosci anche McAuley di Durrant’s?”
“Li ho incontrati entrambi,” disse Guy. “Williams ha un certo ascendente su J. Ma non so di cosa si tratti. Potrei scoprirlo.”
“Sono sicuro che potresti farlo,” disse Lawson.
“Prova a portarli a cena giovedì, se possibile; altrimenti, il prima possibile. A quel punto avranno già superato la delusione per Reynier, quindi saranno comunque curiosi riguardo a Dow. Prenota un tavolo alle 20:30 al Palatine. Dì loro che vuoi parlare con loro di Dow. E fai capire loro chiaramente che sei tu l’uomo in grado di risolvere la questione. Capisci?”
“Ah sì,” rispose Guy con calma.
“Molto bene. Ora, quando avrete preparato un tavolo, deve esserci una sedia vuota. E niente parole su di me, capite? Ci vedremo prima, e vi dirò dove e quando verrò.”
“Giusto,” disse Guy. E con la velocità massima che si permettesse mai, uscì di casa, ritardando soltanto il tempo necessario affinché quel subalterno dorato avesse il tempo di aprire la porta esterna; poi, ancora una volta, si incamminò tranquillamente lungo le strade di Mayfair verso il suo bagno, i suoi vestiti felici e la sua serata gioiosa. Che cosa?
XVII
All’ora prestabilita, le dieci di quella mattina di martedì, Arthur Lawson apparve nell’appartamento di James McAuley e fu accompagnato nel suo studio. Fu un momento importante per J.: lui era una figura importante nel suo ambiente, ma Lawson era come una montagna rispetto a lui; e secondo gli standard che per McAuley rappresentavano l’unico criterio valido nell’universo – standard che per Lawson non valevano più della polvere, e che egli disprezzava tanto quanto tutti coloro che li seguivano – Lawson era, agli occhi di McAuley, un uomo da venerare, un uomo che necessariamente possedeva poteri quasi illimitati.
Quanto gentilmente fu accolto Lawson! Quasi con la deferenza di un cortigiano, anche se una tale deferenza è difficile da dimostrare da parte di persone non addestrate a farlo; quasi con le cortesie tipiche di una Corte, anche se tali cortesie sono difficili da mantenere per chi non ne ha l’abitudine. Naturalmente gli fu chiesto di sedersi subito, e ovviamente tutto era stato preparato apposta per lui.
Ma Arthur Lawson nemmeno voleva sedersi. E il suo viso non mostrava alcun segno di rilassamento. Non aveva alcun motivo particolare per essere cortese, e tantomeno aveva intenzione di trascorrere un minuto in più del necessario. Era venuto come nemico, o come giudice, o come boia.
“Non ho bisogno di trattenervi nemmeno un momento, signor McAuley,” disse lui, con indifferenza e in piedi dritto. “Sono qui per una questione molto semplice. Potrebbe gentilmente darmi la lettera che poco tempo fa ha consegnato a mio amico il signor Wilfrid Halterton, Postmaster-General, per poi rubarla dal suo possesso?”
James McAuley fece un calcolo molto rapido; e sono orgoglioso di dire che, per onore delle finanze britanniche, rifiutò di reagire alla parola “rubato”. Non cambiò nemmeno colore di fronte all’accusa generale. Non si arrabbiò, ascoltò la breve frase di Arthur Lawson come avrebbe potuto ascoltare un semplice saluto.
Quello che passò per la mente del finanziere avvenne così rapidamente che la frase che sto scrivendo qui appare lenta rispetto al flusso dei suoi pensieri. Tuttavia devo descrivere quel processo per spiegare ciò che seguì. In quel momento, James McAuley stava lavorando, nella sua grande mente, su questi concetti.
“Quest’uomo possiede una ricchezza infinita; quindi ha anche il potere di farmi del male in qualsiasi modo. Sa parte della verità, ma non tutta. Se riuscissi a distinguermi, e correre un rischio per farlo, ci sarebbe una grande fortuna ad aspettarmi, anche se minore di quanto sperassi. Potrei ottenere forse solo un terzo del nuovo patrimonio che verrà creato con questa operazione. Non posso dare questa lettera a quest’uomo: non l’ho ancora. Se gli dicessi dove si trova, attirerei su di me i problemi e questi colpirebbero Williams. Non mi dispiacerebbe, come forma di soddisfazione personale. Ma inoltre, Lawson, una volta salvato il suo amico Halterton, potrebbe offrirmi condizioni migliori di quelle che Williams sarebbe disposto a darmi. Dopotutto, appartengo a Durrant e di fatto possiedo anche Dow. Devono venire da me. Non appena otterrò quella promessa scritta, il che è certamente possibile se Lawson esercita tutta la sua influenza su Williams, gli dirò tutto.”
Pensare a tutti questi passaggi sembra una cosa lunga e complessa, ma in realtà non ci fu quasi alcuna pausa tra la domanda di Lawson e la risposta di McAuley. Ecco quindi la risposta.
“Non ha senso che mi chieda e mi guardi in quel modo, signor Lawson. Non ho quel documento. Non ho nemmeno l’altro documento. Né ho ricevuto la lettera di Halterton. Il signor Williams, il Ministro dell’Interno, li ha tutti. Non dirò come, ma è un uomo astuto.”
Fu il turno di Arthur Lawson di fare una pausa.
“Non mi sta ingannando, signor McAuley. Lo posso vedere. Potrebbe per favore verificare dove si trovi il signor Williams in questo momento? Potrebbe dirgli che il signor Arthur Lawson – lui conoscerà il mio nome – desidera parlargli immediatamente. Per questioni relative alla nuova legge sulla televisione.” McAuley sorrise cordialmente e annuì.
“Sì, signor Lawson, lo farò subito. Andrò alla linea privata nella stanza accanto, adesso stesso.”
“Verrò con te,” disse il signor Lawson.
McAuley sorrise di nuovo, perché non gli piaceva quella situazione. Entrarono insieme nella stanza accanto, e Lawson ascoltò attentamente mentre McAuley chiamava il Ministero dell’Interno.
“Il signor Williams è in casa?. Sì, è qui? Potrebbe chiedergli di venire al telefono per parlare un attimo con il signor McAuley. Il signor James McAuley.” J. aspettò pazientemente, sorridendo ancora una volta verso quel volto serio sopra di lui, ma non ricevette né un sorriso in risposta né una parola. Poi la macchina ricominciò a funzionare. “Eh? Sei tu, Jack? C’è il signor Arthur Lawson, sai, il signor Arthur Lawson, vuole parlarti di quella questione nostra. No, non aspetterà, è già in viaggio. Mi ha chiesto di avvisarti. Devi essere lì. Te lo dico, è assolutamente necessario. Bene, sì, è tutto. Capirai quando lo incontrerai e non rimpiangerai di aver fatto come ti ho detto. Sarà con te adesso. No, non è con me. Sta venendo da te.” Riattaccò il ricevitore.
Come anche un finanziere possa diventare antisemita.
“Vi aspetterà, signor Lawson,” disse.
“Grazie,” disse il signor Lawson, e si diresse verso la porta. James McAuley lo seguì nel corridoio fino alla porta esterna dell’appartamento. La aprì per quell’uomo importante con un inchino, rimase lì in piedi, ancora sorridente, e tese la mano. Ma Arthur Lawson non accettò quella mano.
“Buongiorno,” disse.
McAuley, con la prima prova che aveva eseguito quella mattina, sbatté la porta. E in dieci minuti Arthur Lawson arrivò al Ministero dell’Interno.
Aveva incontrato entrambi questi uomini, naturalmente, in modo del tutto casuale. Li aveva riconosciuti, ma solo superficialmente e senza interesse; li aveva inseriti nella categoria dei “politici” nella sua mente rigida e schematica: uno per professione, l’altro per relazione; tuttavia, faceva una chiara distinzione tra loro in termini di carattere. Si aspettava che Williams lo accogliesse in modo molto diverso da come era stato accolto da McAuley. E aveva ragione.
Un uomo meno astuto avrebbe potuto aspettarsi che McAuley avvisasse e armasse il proprio compagno; ma Lawson lo sapeva meglio. Capiva perfettamente perché McAuley aveva ceduto; perché aveva rivelato dove si trovavano quelle due lettere fatali.
McAuley si era consegnato alla mercé di Lawson. Ma Lawson non credeva che Williams avrebbe ceduto, proprio come aveva fatto McAuley. Ci sarebbe stata una lotta. Ma Lawson aveva le carte vincenti; per McAuley, invece, si trattava soltanto di un cambio di padrone. E di un cambio che lui stesso aveva preferito.
Il Segretario dell’Interno ricevette Arthur Lawson nella sua grande stanza. Era seduto sulla sua sedia ufficiale, dietro la sua enorme scrivania; l’ambiente circostante, con tutta la pompa e la maestosità tipiche del suo ufficio, lo rendeva davvero autorevole. Non si alzò in piedi per accogliere il visitatore; lo salutò con cortesia e gli fece segno di sedersi su una sedia, ma per la seconda volta quella mattina Arthur Lawson rifiutò di accomodarsi.
“Cosa posso fare per lei, signor Lawson?”, disse Williams, utilizzando quel tono piuttosto cortese ma impersonale che questi uomini di alto rango adottano quando devono essere consultati su questioni molto importanti.
“Sono venuto per dirvi questo, signor Williams,” rispose Lawson in tono calmo, ma con sillabe chiare e nette. “Sono venuto per ottenere da voi due documenti che si trovano in vostra possesso; presumo che li abbiate ottenuti tramite frode. Vi sarei molto grato se me li consegnaste il prima possibile, poiché ho molte cose da fare questa mattina. Uno di questi documenti è l’impegno preso dal mio amico, il signor Wilfrid Halterton, Postmaster-General, nei confronti del signor James McAuley – che ora posso considerare vostro socio – in cui promette di assegnare la commissione per il nuovo progetto televisivo alla Durrant’s Company; l’altro è la lettera firmata dal signor McAuley, nella quale promette al signor Halterton la carica di Amministratore Generale della nuova Television Corporation, con uno stipendio elevato e esente da tasse.”
Disse molte cose, e tutte pertinenti al tema.
“Non posso convincerla a sedersi, signor Lawson?”
“No, grazie. Non ho alcun dubbio, signor Williams, che questi documenti siano ora in suo possesso. Per favore, me li consegni.”
Jack Williams incrociò le braccia sul tavolo, alzò lo sguardo in modo deliberato e serio verso il volto di quel grande finanziere.
“Lei ha una completa errata comprensione delle cose, signor Lawson. Non dirò altro. Ho molta esperienza in queste situazioni; non è certo la prima volta che mi imbatto in un malinteso nella mia vita. Lei ha davvero una totale errata percezione della realtà. Se desidera intraprendere qualche azione al riguardo, posso solo consigliarla di rivolgersi direttamente al signor Halterton e al signor McAuley. Sono loro i responsabili principali di questa questione, e io non ho alcuna responsabilità in merito.”
“Quello,” disse Arthur Lawson con indifferenza, “è una menzogna. Per favore, dammi quei documenti.”
Purtroppo devo dire che il signor John Williams, nonostante tutti quegli anni di esperienza nella retorica elevata della vita pubblica, nonostante la sua vasta conoscenza del grande mondo in cui egli stesso era una figura così importante, ha reagito negativamente a quella parola: “menzogna”.
Non sembra credibile, e tantomeno si può dire che io stia rendendo giustizia a uno dei nostri primi statisti. Ma lui ha reagito a quella parola e si è tradito. Si è smascherato da solo.
“Non potrà averli, signor Lawson,” disse arrabbiato. E con quel suo sguardo deciso, la questione fu chiaramente risolta.
“Hai ammesso di averle e rifiuti di darmele, adesso stesso?” disse Lawson.
“Rifiuto assolutamente di darveli in qualsiasi momento,” disse il signor Williams. “E se coloro che ho l’onore di consigliare accettano il mio parere – e sono abbastanza sicuro che lo faranno – non avranno più nulla a che fare nemmeno loro con voi, signor Lawson.”
“Pensaci bene prima di agire, signor Williams,” disse Lawson, facendo un passo indietro e girandosi parzialmente, come se stesse per andarsene. “Si trova in una posizione vulnerabile.”
“Sono io il miglior giudice in materia”, rispose Williams. “Buongiorno.”
“Buongiorno, signor Williams,” disse Lawson, poi uscì.
Durante quell’intervista, Williams non aveva nascosto nessuno in un armadio; non aveva alcun registratore sul posto di lavoro; non era compito suo creare alcuna registrazione; desiderava che quei brevi cinque minuti sembrassero non essere mai esistiti. Era impenetrabile.
John Williams non era uno di quegli uomini facilmente influenzabili che temono vagamente il potere della grande ricchezza. Non c’è stato un cervello più lucido nel grande campo della vita pubblica dei nostri tempi. Conosceva tutti i fattori reali in gioco; non teneva affatto conto delle fantasie o delle ipotesi.
I veri fattori erano semplicemente questi: Lawson, come tutti sapevano, conosceva bene Halterton; si poteva persino dire che fossero amici. Forse per questo motivo, forse per amore del potere, o semplicemente per il desiderio di aumentare ancora di più la propria enorme ricchezza, Lawson voleva prendere il controllo della futura Television Corporation. Come avesse ottenuto quelle informazioni, quanto ne sapesse esattamente, Williams non riusciva a indovinare. E questo non aveva alcuna importanza per l’esito della battaglia in corso. Williams vedeva chiaramente tutti questi fattori; ne valutava con precisione l’importanza e si ripeteva ancora una volta: “Impenetrabile”. Il processo era già avviato; mancava soltanto il voto finale. Non esistevano prove utilizzabili contro di lui. Tutte le prove a disposizione contro gli altri erano in suo possesso. Il voto sarebbe stato espresso tra pochi giorni, e il risultato era scontato. Ora Halterton non poteva più interferire in alcun modo; in ogni caso, non avrebbe mai osato farlo. Per quanto milioni di dollari ci fossero dietro di lui, questo non gli sarebbe stato d’aiuto: nessuno avrebbe potuto salvarlo.
Con quella volontà, forte quanto la sua intelligenza, Williams scacciò del tutto quell’argomento dalla sua mente e chiamò il suo segretario. Avrebbe trascorso l’ora successiva a lavorare intensamente sulla grande riforma della polizia. Aveva in mente che, in futuro, nessuno dovesse più poter usare la parola “corrotto” in relazione a quel servizio pubblico così importante.
Nel corso di mercoledì, le truppe si schierarono su entrambi i lati. L’unico incidente che ebbe luogo fu piuttosto piacevole per Williams: ricevette una nota da parte di un giovane ricco che conosceva appena, il quale gli chiedeva di partecipare a una cena al Palatine il giorno seguente, giovedì, alle 8:30. Nella nota si specificava che McAuley sarebbe stato lì ad accoglierlo. Si sperava inoltre che il signor Williams riuscisse a liberarsi dal suo incarico per partecipare alla cena, poiché il signor McAuley aveva espresso particolare interesse affinché il suo amico fosse presente. Il signor des Cuoyes aggiungeva in postfazione che il motivo per cui aveva invitato prima il signor McAuley a pranzo da solo con lui era quello di discutere del brevetto di Dow, su cui possedeva informazioni utili. Il signor McAuley gli aveva detto di aver seguito i consigli del Segretario di Stato in merito a questa questione, ed era proprio per questo che sperava nella presenza del signor Williams.
Jack Williams telefonò a James McAuley, ascoltò tutto ciò che gli fu raccontato e disse che sarebbe stato molto felice di venire.
Per quanto riguarda McAuley, quando aveva ricevuto, poco prima di quel giorno, la breve lettera di invito da parte dell’amabile des Cuoyes, all’inizio ne era stato piuttosto incuriosito. Sapeva bene che la famiglia Dow avrebbe dovuto contattarli, ma non si aspettava che l’approccio venisse da quella direzione. Des Cuoyes, naturalmente, conosceva tutti e molto probabilmente aveva interessi legati a quella proprietà; forse stava agendo per conto di qualcuno che li aveva. Comunque fosse, sarebbe stato opportuno incontrarlo. Accettò l’invito e, nella risposta scritta, chiese se fosse possibile invitare anche il signor Williams. Allora des Cuoyes inviò la stessa lettera anche a Williams. Così tutto andò per il meglio; ma anche se McAuley non avesse chiesto la presenza di Williams, des Cuoyes l’avrebbe comunque proposta. Lui obbediva sempre alle istruzioni in modo assoluto.
Le risposte alle sue note arrivarono a des Cuoyes quella stessa sera di mercoledì, prima ancora che iniziasse il rituale sacro di prepararsi per la cena. Offrì il Grande Sacrificio e rinviò l’abbigliamento. Poi fu inviato da Lawson, con ricompense sostanziose, a cercare qualsiasi cosa potesse essere nascosta nella casa di Williams.
Subito dopo, Lawson telefonò al Capo Postale Generale.
“Non verrò da te, Halterton,” disse, “ma ho pensato di darti queste informazioni subito. Puoi considerare la questione risolta. Non ho ancora i documenti in mano, ma sono in grado di rassicurarti definitivamente. Vieni a casa mia venerdì mattina alle dieci; possiamo parlarne fino all’undici. Ci sono altre cose da fare, di cui ti informerò. Saranno le ultime decisioni necessarie, e tutto sarà pronto in tempo perché tu possa presentarti alla Camera entro mezzogiorno per la breve sessione di venerdì.”
Alle 8:30 del giorno seguente, giovedì sera, la musica insopportabile del Palatino riempì l’aria; il cibo ancora peggiore stava appena iniziando ad essere servito ai terribili tavolini, e il vino – più della metà dei quali, per fortuna, era imperiale – giaceva nei suoi lucidi secchi di metallo accanto a quegli stessi tavolini, dappertutto.
Alla fine di uno di questi piccoli tavoli, con un’aria disinvolta e composta tipica di un dio bianco e dall’aspetto stupido, sedeva des Cuoyes, vestito in modo impeccabile. Era un tavolo per quattro persone, ma lui era ancora solo quando arrivarono i due ospiti che aspettava; allora si alzò per accoglierli.
“Non vi sedete forse di fronte a me, signori?” disse. “I posti vicino al muro saranno più comodi per voi.” Poi tirò un po’ il tavolo verso di sé, con l’aiuto sollecito del cameriere. “Siete davvero puntuali. Ah, forse sono arrivato un po’ in anticipo. No, cameriere, non portate via quella sedia. Non fate storie.”
Lì, dunque, c’era quella sedia vuota.
“Si sieda, per favore, signor McAuley. Desidera un cocktail, signor Williams? So che ne vorrà uno, so esattamente quale cocktail sceglierà.” Perché des Cuoyes lo sapeva davvero. Ma non conosceva quello di McAuley. Fu McAuley stesso a indicare quale cocktail desiderava, e glielo prepararono immediatamente.
Parlarono di molte cose. Erano quasi alla fine del pasto; stavano mangiando il ghiaccio ormai tiepido, e la band suonava “Hell’s Bells” con tutto il suo vigore, quando, sopra il frastuono, des Cuoyes menzionò per la prima volta la parola Dow’s.
“Non volevo occuparmene durante la cena,” disse, “perché in realtà ho molto poco da dire. Ci sarà qualcuno che verrà a dare un’occhiata e sa molte più cose di me al riguardo. Ma il punto è che lui, insomma, vuole sicuramente parlartene. È solo una questione di routine. Ora che la Durrant’s otterrà il contratto, la Dow’s collaborerà con te, e non credo che avrai problemi con loro.”
“No,” disse McAuley, in modo abbastanza cortese, ma molto diretto. “Ammettete, signor des Cuoyes, che non avete nessun altro a cui vendere, vero? Che ne pensate, Williams?”
Onesto Jack Williams ci pensò un momento e disse: “Beh, non è affar mio e non pretendo di capirne tutto, ma sono abbastanza d’accordo con te, J. Per quel che ne so, e da quello che mi hai raccontato. Penso anche che il signor des Cuoyes la pensi come noi. Conosci Dow’s, e Dow’s conosce te. È semplicemente una questione di termini.”
“Ah, non discuteremo su questo argomento,” disse des Cuoyes con grande tranquillità e senza alcuna preoccupazione. “Inoltre, non sono davvero io a poter stabilire tutti i termini dell’accordo.”
“Salve!” — si alzò — “ecco Sir Andrew! Signor McAuley, ecco suo fratello, il Procuratore Generale. Si sieda, Sir Andrew!” e prese una quinta sedia da un tavolo vuoto e la posizionò di fronte alle altre.
“Pensavo che non le dispiacesse se chiedevo a mio fratello di venire da noi dopo questo pasto, signor des Cuoyes,” disse J., con una certa esitazione. “Potrebbe aiutarci in questioni legali.”
“Certamente!” disse des Cuoyes. “Bevi un po’ di vino, signor Andrew. Abbiamo appena iniziato a parlare del brevetto di Dow.”
“Pensavo,” disse McAuley a questo punto, “di andare prima da Reynier. C’è ancora qualche accordo da sistemare, vero?”
“Non credo proprio”, disse des Cuoyes scuotendo la testa. “È solo un’opzione scaduta. Non c’è alcun obbligo di rinnovarla”.
“Non ci dirà il nome del suo amico che sta per arrivare?” chiese Williams in quel momento. Ma non ebbe alcuna risposta, perché proprio in quell’istante des Cuoyes guardò di nuovo oltre la sua spalla e disse:
“Ah, eccolo lì! Restate seduti, signori, rimanete seduti.” E si avviò, facendosi strada tra i tavoli verso una figura alta e lontana che era appena entrata dalla porta principale. “Lo porterò da voi, signori!” gridò mentre si allontanava.
Tornò dopo un momento, guidando quella figura che nessuno dei tre uomini si sarebbe aspettato di vedere in quel luogo e a quell’ora: due di loro erano seduti lì, sbalorditi e esitanti, in attesa; la figura alta, snella e scura che si avvicinava a loro insieme a Guy era infatti quella di Arthur Lawson.
“Si sieda, signor Lawson,” disse Guy in tono cordiale.
Lawson si sedette, annuì leggermente ai tre uomini di fronte a lui, come se li incontrasse per la prima volta, e rimase in silenzio, fissando continuamente i loro volti.
Il caffè era appena stato servito. Guy des Cuoyes ne bevve un sorso, poi all’improvviso tirò fuori l’orologio.
“Dico,” disse, “sai che sono le nove e un quarto. Cosa?” Poi si alzò. I McAuley e i Williams cercarono di sollevarsi a fatica. “Per favore, non muovetevi,” mormorò Guy. “Mi è appena venuto in mente che c’è una persona con cui devo parlare. Torno subito, cosa?” E se ne andò tranquillamente. Non tornò mai più.
Poi, nell’inferno, calò il silenzio per circa un minuto e mezzo.
Fu rotto da John Williams.
“Signor Lawson, ora che il signor des Cuoyes non è qui, possiamo chiedere perché siate venuto? Nessuno vi aspettava.”
“Sono venuto a chiedervi quei documenti, signor Williams,” rispose Arthur Lawson con la sua voce tranquilla.
McAuley si sporse in avanti, aspettando con ansia di conoscere il problema. Ne aveva sentito parlare a lungo il giorno prima con il suo partner. Aveva ammirato il coraggio di Williams e era stato in parte convinto dalle sue argomentazioni chiare e logiche. Eppure, in modo vago e istintivo, la sua mente – che umilmente ammetteva di non essere all’altezza di quella mente geniale che lo aveva persuaso – temeva il potere enorme di quella ricchezza, enigmatica e autosufficiente. Non si sa mai cosa possano fare milioni di dollari.
“Beh, signor Lawson,” rispose Williams a bassa voce, in modo che solo loro quattro potessero sentire, “non riuscirete ad ottenerle! Non sapete dove si trovano, non sapete chi le ha, non è affar vostro e non potete fare nulla. Stavamo appunto per sistemare tutto riguardo a Dow quando siete arrivati, e quando il signor des Cuoyes tornerà, completeremo le nostre disposizioni.”
Il giovane signor des Cuoyes si allontanava con la disinvoltura di un gentiluomo inglese.
“Volete dire che otterrete il brevetto di Dow e potrete procedere con i vostri piani?”
“È fatta,” disse Williams, ancora con voce bassa, ma con una certa arrogante sicurezza. “Abbiamo Dow nelle nostre mani, e nulla può fermarci.”
“Non sono d’accordo”, disse Lawson, con una voce un’ottava più bassa del solito.
“E perché non sei d’accordo?” chiese James McAuley, con un certo sarcasmo spaventato.
“Perché,” rispose semplicemente Arthur Lawson, “sono il proprietario del brevetto di Dow.”
Poi calò di nuovo il silenzio; quelle informazioni penetrarono nelle menti delle tre persone che le avevano appena ricevute, come una pietra piatta che si abbassa lentamente e si posa in uno stagno chiaro e profondo.
Il silenzio fu finalmente rotto da una osservazione ancora più semplice di quella che l’aveva innescato. Quell’osservazione fu fatta dal signor Williams, e ciò che disse fu:
“Oh!”
Per quanto riguarda il signor McAuley, disse qualcosa che non era molto più forte di un sussurro: “Beh, beh, beh!”
“Ora,” disse Arthur Lawson, “che ne dite? Non potete muovervi senza di me, e io non ho la minima intenzione di permettervelo. Non mi interessa affatto che il brevetto di Dow venga mai utilizzato. E lasciate che vi dica ancora una cosa, signor Williams: ho prove di ciò che avete fatto, e anche prove di ciò che il signor McAuley aveva fatto prima di voi riguardo a quei due documenti. Non esiterò a rivelare la verità se mi costringerete a farlo, e non mi interessa affatto quale ne sarà il costo.”
Williams e McAuley stavano riflettendo; Sir Andrew avrebbe voluto non essere venuto. Come al solito, fu Williams ad arrivare per primo alle sue conclusioni.
“Non sarà troppo duro con noi, signor Lawson, vero?”
“Devo avere quei documenti,” disse Arthur Lawson. “Devo averli adesso, prima di lasciare questa stanza e prima che tu la lasci. Cosa ne farò è affar mio.”
“Signor Lawson,” intervenne ansiosamente McAuley, “non le dispiacerà se il signor Williams, mio fratello e io parliamo un attimo in privato, vero?”
“Finché non esci dalla mia vista, va bene,” disse Lawson. “Puoi parlare dove sei.”
Non c’era altra scelta. Si riunirono e, a bassa voce, Williams – che rimaneva il cervello della squadra – e Sir Andrew, che solo di tanto in tanto annuiva in segno di accordo, fecero capire a James McAuley che la battaglia era persa. Fu lui ad parlare.
“Molto bene, signor Lawson,” disse. Aprì quel piccolo bottone situato nella tasca interna sinistra di ogni cappotto che indossava, estrasse le due buste che avevano vissuto tante avventure e che uscirono intatte, anche se un po’ logore. Le porse dall’altra parte del tavolo.
Arthur Lawson estrasse lentamente e con cura il contenuto di entrambe le buste, lo verificò attentamente, poi le rimise al loro posto. Infine, tenendo saldamente le due buste in mano, si alzò in piedi.
“Grazie, signor Williams,” disse. “Grazie a tutti voi. Immagino che il signor des Cuoyes non tornerà stasera. Buonanotte.”
Onesto Jack Williams non tornò a casa quella notte fino a molto dopo le due. Lungo il tragitto, in un taxi che lo portava con ritardo, ripeteva continuamente tra sé le parole di Arthur Lawson: “Ho prove”. Mentre entrava in casa in punta di piedi per non svegliare sua moglie e chiudeva la porta molto silenziosamente, gli balenò nella mente un terribile dubbio. La prima cosa che fece fu andare subito nella stanza accanto, dove si trovava il piccolo armadietto con le fotografie e le copie autentiche. Accese la luce. L’armadietto sul muro di fronte era completamente aperto, ed era vuoto.
XVIII
Intorno alle nove e quindici del mattino seguente, venerdì, Arthur Lawson stava scrivendo un promemoria su una cartolina, suddividendolo in due o tre sottocapitoli.
Non aveva bisogno di riflettere troppo sul suo piano; era semplice, come sempre, e l’aveva già deciso da tempo. Quello che scrisse su quella carta non era altro che questo:
Primo: convincilo a prendere non meno di,?
Secondo cattivo principale.
3°. Convincere la W.H. Trust.
Dunque, secondo te, non è necessario scrivere questi titoli. Hai ragione: era solo un’abitudine o una moda del momento. Lui lo faceva sempre.
Dopo aver fatto ciò, chiamò Wilfrid Halterton e, una volta raggiunto, gli ricordò che era atteso alle dieci.
“Non avrei mai deciso di venire da te,” disse, “ma è solo questione di tempo per ciò che devo fare dopo. Capirai quando ci incontreremo. Volevo che fossi qui perché temevo di arrivare troppo tardi per l’altra cosa che devo fare. Entra subito. Esatto, mi troverai da solo nello studio.”
Arthur Lawson trascorse quei pochi minuti in attesa dell’arrivo di Halterton chiamando la sua segretaria e chiedendole di verificare nell’indice – l’indice cartaceo – sotto la voce “Williams, J.” a che ora quel politico arrivasse solitamente in ufficio. Lei tornò con la notizia: “Mai dopo le 10:30, signor Lawson; a volte prima, ma mai dopo.”
“Grazie,” disse Lawson. E come se non avesse la memoria migliore di Londra, tirò fuori di nuovo la sua carta e scrisse seriamente “10:30, o il prima possibile”, dopo la parola “villano”. Cinque minuti dopo fu annunciato il signor Halterton, che era appena passato veloce attraverso il Parco.
Nel frattempo, al Ministero dell’Interno, John Williams stava valutando la situazione più e più volte.
Era davvero un pasticcio terribile. Non vedeva alcuna via d’uscita. “Non mi sono mai piaciuti gli ebrei!” mormorò tra sé. Ma ormai era troppo tardi per agire su quel sentimento. Una questione in particolare stava diventando sempre più importante, come una nuvola temporalesca. Non doveva essere scoperto finché non avesse esaminato tutte le possibilità. Quindi! Quando Lawson disse di avere prove di quei furti di documenti, non stava bluffando. Disse che avrebbe speso senza risparmio, e così fece davvero. Erano lui ad avere quelle fotografie in quel momento!
Avrebbe Lawson cercato di rinunciare completamente al contratto? Assolutamente no. C’erano molti altri documenti preliminari. Stava forse chiedendo un prezzo esorbitante per il brevetto della Dow? Nemmeno lontanamente. Questi milionari amano aumentare la loro fortuna, ma tutta questa situazione non sembrava avere a che fare con questo scopo; sembrava piuttosto una sorta di vendetta, chissà per quale motivo! Avrebbe Lawson presentato un piano preciso? E in tal caso, quali erano le possibilità che Williams vi aderisse?
Conosceva bene il nemico contro cui si trovava ad affrontare. Lui stesso aveva parlato con quel povero Halterton di “quella partita”. Doveva avere un piano ben chiaro nella mente prima di poter svolgere il proprio ruolo. Doveva essere pronto a fronteggiare qualsiasi attacco da parte di Lawson, doveva prevedere tutte le possibili direzioni da cui quell’attacco potesse provenire. Era una situazione davvero confusa, e la necessità imperiosa di ritardare l’azione iniziò a tormentarlo. Sedeva lì, davanti al suo grande tavolo; per la prima volta nella sua vita, o quanto meno negli ultimi anni in cui era stato attivamente impegnato in politica, non sapeva proprio cosa fare. Si rendeva conto che, se qualcuno lo avesse visto in quel momento, avrebbe notato quell’ansia torpida e vuota che aveva osservato in molti dei suoi colleghi, e di cui aveva segretamente riso quando anch’egli stesso preparava le sue strategie offensive.
Si sedette quindi, rimandando ogni lavoro, fissando il cuoio del tavolo e immergendosi sempre di più nell’incertezza.
A un miglio di distanza, nello studio di Lawson, il padrone di casa stava concludendo la sua argomentazione per convincere il suo amico. Si era già alzato, come se volesse uscire, ma Wilfrid Halterton, pur essersi alzato allo stesso momento, non gli aveva ancora dato una risposta.
“Dovrò comportarmi come se tu avessi già accettato, Halterton,” disse. “Non posso aspettare ancora a lungo. Tutto procede perfettamente. Hai tutto il diritto di averlo, e intendo assicurarmi che lo ottenga. Sarà intestato a mio nome, e comunque verserò automaticamente i dividendi sul tuo conto bancario. Dopotutto, sei più che disposto ad assumerti la direzione dell’azienda dopo il pensionamento. È proprio questo che non volevi ottenere, vero?”
“Sì,” rispose Halterton, “è proprio così. Ma, ma, in qualche modo è diverso, si tratta di contanti veri, capisci, e di azioni.”
Arthur Lawson sorrise con quel suo leggero sorriso.
“Non dovresti occuparti di politica, Halterton,” disse lui in tono secco. “Ci sono pochi politici che si innervosiscano alla parola ‘azioni’. E per quanto riguarda i soldi! Ma te lo ripeto: non puoi evitarlo. Le azioni saranno a mio nome, ma saranno gestite attraverso un Trust, e ti ho già detto dove andranno i dividendi. Sono deciso a far sì che tu sia al sicuro. Ok? Ti dispiace aspettarmi qui finché non torno? Potrebbero volerci mezz’ora, o anche di più. Ma mi assicurerò che tu arrivi in tempo all’assemblea di mezzogiorno. Ci sarà solo un po’ di lavoro da concludere.”
“Molto bene,” disse Halterton, “aspetterò.”
E si lasciò cadere nella grande poltrona bassa che des Cuoyes aveva riempito pochi giorni prima; tutto il suo lungo corpo assunse un atteggiamento rilassato, e anche il suo viso cambiò. Era stato salvato!
Davanti a quel grande tavolo del Ministero dell’Interno, John Williams continuava a riflettere, ancora e ancora. Poi, nel mezzo di quelle sue riflessioni, proprio in mezzo a quella enorme tempesta di dubbi e esitazioni che lo aveva avvolto completamente, arrivò come un lampo l’illuminazione. All’improvviso se ne ricordò. Signore! Quello scandalo legato alla Katanga del ’38, subito dopo il suo ingresso in Parlamento.
All’improvviso sentì freddo; inoltre si sentiva anche un po’ male. Per Dio, sì! In quel momento era davvero spaventato a morte: Lawson era stato catturato e probabilmente avrebbe perso molto. E Lawson sapeva di lui, di Williams, e di quella cambiale falsificata. Ma quando Lawson uscì indenne da tutta quella situazione, e quando passò un mese dopo l’altro senza che accadesse nulla, la paura iniziò a svanire. Alla fine, decise semplicemente di ignorare tutto.
Perché, in politica, le persone dimenticano tutto dopo un anno o due. E questa storia risaliva a più di vent’anni fa. Ma il pericolo rimaneva comunque letale. In quei tempi, a Honest Jack Williams non sarebbe mai venuto in mente che Arthur Lawson potesse diventare qualcosa di più di ciò che già era diventato anni prima. Ora era al vertice del mondo. Ma ciò che era ancora più importante era che, in nessuna circostanza immaginabile – fino a quella terribile settimana – avrebbe mai potuto considerare Lawson un nemico. Era troppo superiore a lui, e appartenevano a mondi completamente diversi. Eppure ora Lawson era lì, pronto ad attaccare. E quando tutte le implicazioni di quell’accordo con Katanga, ormai quasi dimenticato, si presentarono davanti alla mente dell’infortunato Segretario di Stato Interno, come gli arti minacciosi di un polpo, lo fecero impazzire.
Fu un momento sfortunato per ciò che accadde dopo. Ciò che accadde fu l’arrivo del messaggero, il quale gli consegnò una carta e un nome: quel nome era quello di Arthur Lawson.
Il Ministro dell’Interno riuscì a controllarsi e parlò a voce bassa.
“Digli che non sono in ufficio,” disse.
Il messaggero uscì, e Honest Jack Williams, con la sua rigida attenzione alla verità, si assicurò immediatamente che le sue parole non fossero una menzogna. Attraverso la piccola porta laterale dietro la sua sedia, quella nell’angolo vicino alla finestra, sgusciò nel corridoio attraverso il quale si poteva raggiungere la piccola scala a spirale evitando l’atrio principale sulla via d’uscita.
Come trasformare anche un Ministro dell’Interno in un antisemita.
Ma Arthur Lawson aveva già avuto l’occasione di entrare nel Ministero dell’Interno in precedenza, e aveva preso in considerazione tutte queste possibilità. Proprio per questo, anche mentre Honest Jack Williams si trovava a meno di un metro o due da una via di fuga e di salvezza, vide la figura austera di Arthur Lawson davanti a sé in quel corridoio.
“Signor Williams”, disse Arthur Lawson, “le sarei molto grato se volesse seguirmi.”
Nella teoria costituzionale, in quel momento Honest John Williams era responsabile di tutto il meccanismo esecutivo. Il Re non può commettere errori; ma i suoi ministri sono responsabili davanti alla Camera dei Comuni. E questo particolare ministro aveva ricevuto – suppongo dalla Camera dei Comuni, o altrimenti da sé stesso, dopo accordi con la signora Boulger – poteri costituzionali che gli permettevano di fare qualsiasi cosa riguardo ad Arthur Lawson.
Ma più di una grande autorità ha sottolineato che spesso esiste una notevole differenza tra la teoria costituzionale e la pratica; inoltre, il Ministro dell’Interno seguì Arthur Lawson come un cane domestico.
Lo condussero attraverso il corridoio, verso un’uscita che di solito non utilizzava: era riservata a persone di rango inferiore. Lawson gli fece segno di salire nell’auto grande parcheggiata fuori e fornì all’autista l’indirizzo: quello degli uffici di Durrant. Durante il viaggio, la conversazione tra i due uomini fu breve e composta da frasi molto concise, senza alcuna intonazione emotiva; riguardava l’affare Katanga. Quell’interessante operazione finanziaria era già stata chiaramente ricordata da Williams molto prima che raggiungessero la City, quindi, nell’ultimo tratto del viaggio su Queen Victoria Street, Lawson ebbe il tempo di cambiare argomento.
“A proposito, signor Williams,” disse, “le spiegherò perché la sto portando da Durrant’s. Voglio che lei sia abbastanza in gamba da recarsi nell’ufficio del signor McAuley – lo troverà lì – e consegnargli questa nota. Non pensi che io sia scortese: non l’ho nemmeno sigillata. È molto semplice: le chiedo soltanto di fargli avere notizia che, quando avverrà la nuova quotazione in borsa, dovrebbe assegnarmi una certa quantità di azioni. Sono sicuro che sarà felice di farlo. Anzi, sarà felice di aiutarmi in questo senso. Ovviamente, la nota deve essere firmata da lui.”
“Ma non lo so,” iniziò povero Williams, mentre l’auto si fermava davanti all’ingresso degli uffici grandi.
“Sì,” intervenne bruscamente Arthur Lawson. “So quanto apprezzi il brevetto della Dow, e altre cose del genere. E potresti dirgli,” aggiunse, guardando fuori dalla finestra mentre Williams stava sulla soglia di casa, “che sia sfortunatamente impegnato in un altro impegno anch’io, e che, ” (guardò l’orologio) “, devo andarmene esattamente tra dieci minuti. Voglio solo una o due righe, firmate. Il signor McAuley sa quanto siano preziose anche poche parole scritte di proprio pugno e firmate.”
Arthur Lawson, da solo nell’auto, si appoggiò allo schienale con un atteggiamento insolito per lui. La mattina lo aveva moralmente stancato. Ma avrebbe comunque proseguito. Era come guidare un branco di mucche: non avrebbe mai fermato il carro per permettere loro di disperdersi.
Non erano passati ancora otto minuti quando Williams ricomparve.
“Grazie, signor Williams,” disse il signor Lawson, prendendo da mano una bella busta incisa. “Prego, entri pure; andremo poi a casa mia. Ma aspetti un momento, ” Estrasse il foglio all’interno, che recava la firma di McAuley, e lo lesse con soddisfazione. “Sì, esatto,” disse, ripiegandolo. Poi spostò indietro il vetro del finestrino, disse al suo autista: “A casa!” riportò avanti il parabrezza e si appoggiò comodamente allo schienale.
“Non sarà troppo duro con noi, signor Lawson?” chiese di nuovo Williams, ansiosamente. Non ci fu alcuna risposta. Non sono nemmeno sicuro che Lawson abbia fatto il minimo movimento con la testa. Il Segretario dell’Interno sperava di sì. Ed è così che quel grande finanziere, uno dei più importanti tra i nostri banchieri, accolse nella residenza di Lawson uno dei nostri uomini di stato più insigniti.
Non c’era molto altro da fare. A signor Williams fu fatto segno di entrare dalla porta principale con una cortesia sufficiente, ma senza alcuna fretta. L’ospite si offrì di guidarlo, poiché conosceva bene la strada. Signor Williams si trovò nuovamente di fronte a Wilfrid Halterton, il quale si alzò a metà per poi risedersi subito, come se non desiderasse affatto ristabilire l’amicizia.
Ma quando la porta di quel piccolo studio fu chiusa, il padrone di casa tirò avanti un piccolo tavolo, invitò Halterton a sedersi al suo fianco, Williams di fronte a lui, e poi iniziò a parlare.
“Signor Williams, l’ho portato qui per una questione di grande importanza e non lo tratterrò a lungo. Ho chiesto anche la presenza del signor Halterton affinché possa ascoltare la mia proposta e, spero, anche la sua accettazione.”
Williams si inchinò leggermente, ma l’ansia profonda che si leggeva sul suo volto, sotto quella sua grande e cordiale espressione, rimase evidente.
“Mr. Halterton ed io stavamo discutendo di queste questioni proprio prima che avessi il piacere di incontrarvi al Ministero degli Interni. Parlerò in suo nome: mi ha autorizzato a farlo. Ritiene che, considerato ciò che è accaduto, sia meglio che io parli al suo posto, eh, Halterton?”
“Sì,” disse Halterton. “Sì, certamente.”
“La mia proposta è semplice. Già ho ottenuto la gentile promessa del signor McAuley riguardo all’assegnazione di quei beni. Spero che non ritenga un svantaggio avere il nome della Schwartz and Co. al suo fianco, così come il mio stesso nome. Quello che farò con quei beni non è necessario discuterlo ora. Calcolo che, una volta che il nuovo sistema televisivo sarà completamente operativo, essi genereranno un reddito permanente, sufficiente a coprire le tasse, equivalente o addirittura superiore a quello che il signor Halterton avrebbe ricevuto in qualità di vostro Direttore Generale. Si tratterà di una risorsa più stabile di uno stipendio, e inoltre eviterà al signor Halterton di svolgere compiti che potrebbero non essere adatti alla sua età. Il tempo libero è davvero qualcosa di inestimabile.”
“Tuttavia, poiché era stata fatta un’esplicita promessa che il signor Halterton avrebbe assunto la carica di Direttore Generale, presumo ora che voi preferiate occuparla in un altro modo, ”
“Non l’ho mai detto”, interruppe Williams, “Voglio dire, McAuley non l’ha mai detto…”.
“In un altro modo,” ripeté Lawson, aggrottando profondamente la fronte, “la compensazione in denaro deve naturalmente essere erogata. Ma so di esprimere le vere intenzioni del signor Halterton quando vi dico che non verranno richiesti più di due anni di acquisto. Cioè, una somma di ventimila sterline. Quando il signor Halterton riceverà una lettera dalla Durrant’s Company che gli comunicherà questo cambiamento di intenzione e che i dirigenti pagheranno tale compensazione, e quando io avrò ricevuto le azioni destinate a me – per le quali, capirete, ” (disse queste parole in modo diretto e deciso) “non intendo offrire alcuna altra contropartita se non quelle legate alla società Dow’s; le scambierò con la mia proprietà nella stessa. Fino a quel momento, terrò tutto ciò che mi appartiene e non accetterò ulteriori negoziati.”
Il Nobile Onorevole John Williams, deputato e Segretario di Stato per gli Affari Interni, accettò una riduzione della propria fortuna.
Si alzò, e anche Halterton si alzò insieme a lui.
John Williams esitò per un momento, poi si alzò e non si diresse verso la porta. Guardò con aria supplichevole quella figura alta, scura e eretta davanti a lui. Lawson avrebbe potuto giurare che avrebbe sentito di nuovo quelle parole patetiche: “Non sarete troppo duri con noi?”. Ma le udì in un’altra forma.
“Dove entro io in questa storia?”, disse Onesto John Williams.
“Signor Williams,” disse Arthur Lawson aprendogli la porta, “si tratta di una questione tra lei e il signor James McAuley. Non ho dubbi che le vostre conversazioni saranno semplificate dall’acume legale del Procuratore Generale, che è collega di uno e fratello dell’altro. C’è ancora una grande maggioranza delle azioni ordinarie. Il futuro è tutto davanti a voi, o a loro.”
E al tramonto di quel giorno era il Sabato.
CONTENTS
I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
X
XI
XII
XIII
XIV
XV
XVI
XVII
XVIII
The original frontispiece: The Right Hon. Wilfrid Delescue Halterton, M.P., born 14th January, 1905. Father, John Halterton of Reldwell Hall, Essex. Mother, the Hon. Sarah Woolley. Educated Eton and Merrion College, Cambridge: 3rd Class Honours, Botany, 1936. Postmaster-General in Mrs. Boulger’s second administration (1960). Recreation, golf. Unmarried. No s., no d.
The first edition’s title page
TO
ORIANA HAYNES
I
WILFRID HALTERTON, POSTMASTER-GENERAL in Mrs. Boulger’s second administration — that of 1960 — sat before the wireless electric heater in the study of his new flat, at the top of the new Clarence block overlooking Hyde Park from the north. He was waiting for a visitor. He was waiting for McAuley, the younger McAuley, James (not his elder brother Andrew, the Attorney-General). The appointment had been made for five o’clock on that Tuesday afternoon, to give plenty of time for the Minister to come up after questions from the House of Commons to this flat north of the Park. There was nothing on but that eternal dull recurrent business of the Succession, and he could be free in the later afternoon.
He was a tall, patient-looking man in his fifty-fifth year, with a rather troubled face, long grey lax moustaches that drooped, and somewhat anxious about the mouth and eyes. He was looking rather more anxious than usual as he sat there. He half dreaded the interview which faced him — but it had to be gone through, and it was worth while doing. It was, of course, but one issue in the greater public affairs which a Postmaster-General controls. It was about a contract, and his own connection therewith was satisfactory enough.
Yet nervous he was. James McAuley— “J.,” as they called him in the City — was of a sort which Wilfrid Halterton had come to know well enough during his now long acquaintance with public life, yet his uneasiness in the presence of which he could never quite master: the decisive men, the men who knew beforehand what they were going to say, who have all their forces marshalled and their reserves well in hand. Yes, he was nervous, though he had grown intimate with James McAuley during the last few months, since the Socialist Party had come in due rotation to its regular term of office again under Mrs. Boulger, who had led it so long. The Anarchist Party were of course again in opposition, having for their most forcible personality, though not their leader, Lady Caroline Balcombe, the wife of “Posh” Balcombe the banker, the big noise in the Anglo-American.
James McAuley, “J.,” having a brother as Attorney-General in Mrs. Boulger’s Government was a familiar with both front benches, and a man of consequence; a financier who was the prime mover in a number of great commercial interests.
Nothing but good should come of close friendship with such a man, and Wilfrid Halterton had no reason to worry about the coming interview, so far as its fixed results for himself were concerned. He had already arranged them with “J.,” and there was nothing left to do but read over and sign the letter they had agreed upon.
Television, which had for long been an expectation, then an experiment, then a toy, had approached more and more during the past ten years to a commercial proposition. Television was already working at short ranges. It seemed just at the stage of being practicable over very long distances and having high commercial value.
Just before the Anarchists had gone out, some six months before the election designed to that effect, things were already ripe for the chartering of a television monopoly, and there had been talk of setting one up; but it was thought better to leave things over to the coming Socialist administration, which would have a clear run before it and plenty of time to organize the new public service.
Of course, the Television Service when it should be in working order would have to be under the control of the Government. It would, equally of course, have to be worked in connection with the Post Office. With the Post Office the decision would lie as to which of the two chief competing companies should be granted the monopoly.
Neither group had the least objection to Public Control. It was recognized as a necessity — and, what counts much more with public men — a duty. Each group therefore had negotiated with the permanent officials of the Post Office — pending the final decision of its political chief — on the basis of an arrangement with the authorities whereby whichever company worked the new system of Television as a monopoly should be granted a subsidy, the right to enforce rates fixed by themselves, to let out private machines at their own price, and to make whatever charges they thought fit for installation; with a guarantee from the Treasury against loss.
Whichever of the rival groups should obtain the management of this public service would also, of course, have the right to nominate its own directorship and management and to fill all posts. Finally, there was to be special legislation by schedule attached to the bill, providing that in case of dispute recourse could not be had to the ordinary Courts of Justice, but that the decision of an official of the Company called “the Arbitrator” should be final. To those few cranks who may quarrel with this system and complain that Public Control was imperilled by it, we have a self-evident reply, which is that we are not a logical people; we have a genius for compromise. The test of any system with us is not its theoretical perfection, but whether it works. This system of what may be called “modified Public Control” would certainly work by the only available test, which is the production of a profit for the monopoly which held the Charter.
Durrant’s and Reynier’s were the popular names of the two competing groups. The so-called “Reynier crowd” had their names from the screen they used, which was the invention of the late Hector Reynier, an admitted genius who had died in great poverty. The other (which was more talked about) was the Durrant Imperial Television Company. It was so called after Durrant, the name of the original inventor, who had lately died in embarrassed circumstances; an admitted genius. Its finance was in the hands of James McAuley — James Haggismuir McAuley to give him his full name, which bore record of family distinction on his mother’s side.
Indice
I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
X
XI
XII
XIII
XIV
XV
XVI
XVII
XVIII
Il frontespizio originale: Il Nobile Onorevole Wilfrid Delescue Halterton, membro del Parlamento, nato il 14 gennaio 1905. Padre: John Halterton di Reldwell Hall, Essex. Madre: L’onorevole Sarah Woolley. Studiò a Eton e al Merrion College di Cambridge, conseguendo un 3° posto con lode in Botanica nel 1936. Fu Postmaster-General durante il secondo mandato della signora Boulger (1960). Hobby: il golf. Single. Nessun nome né cognome noti.
Pagina del titolo della prima edizione
TO
Oriana Haynes
I
WILFRID HALTERTON, Postmaster-General durante il secondo mandato di Mrs. Boulger – ovvero nel 1960 – sedeva davanti al riscaldatore elettrico nella sala studio del suo nuovo appartamento, situato all’ultimo piano del nuovo edificio Clarence, con vista su Hyde Park dal lato nord. Stava aspettando una visita: si trattava di McAuley, il più giovane dei fratelli McAuley, James (non Andrew, il procuratore generale). L’appuntamento era stato fissato per le cinque di quel pomeriggio di martedì, in modo da lasciare abbastanza tempo al ministro per raggiungere quell’appartamento situato a nord del parco, dopo le domande della Camera dei Comuni. Non c’erano altre questioni urgenti da affrontare; quindi avrebbe potuto liberarsi nel tardo pomeriggio.
Era un uomo alto, dall’aspetto paziente, di cinquantacinque anni; aveva il viso piuttosto preoccupato, lunghi mustacchi grigi e lassi che pendevano, e un’espressione leggermente ansiosa sul volto. Quella sera sembrava ancora più ansioso del solito mentre sedeva lì. Temeva quasi quell’intervista che lo aspettava, ma doveva comunque affrontarla, e ne valeva la pena. Si trattava, naturalmente, di una questione legata alle grandi questioni pubbliche che un Capo Postale ha il compito di gestire. Riguardava un contratto, e il suo coinvolgimento in esso era sufficientemente soddisfacente.
Eppure era nervoso. James McAuley – “J.”, come lo chiamavano in città – apparteneva a quel tipo di persone che Wilfrid Halterton aveva imparato a conoscere bene durante la sua lunga esperienza nella vita pubblica; tuttavia, quella sua inquietudine era qualcosa che non riusciva mai del tutto a controllare. Gli uomini decisivi, quelli che sapevano già cosa avrebbero detto, che avevano tutte le loro forze pronte all’uso e le risorse necessarie a disposizione. Sì, era nervoso. Anche se negli ultimi mesi si era stretto una certa intimità con James McAuley, da quando il Partito Socialista era tornato al suo normale mandato sotto la guida di Mrs. Boulger, che lo aveva guidato per tanto tempo. Il Partito Anarchico, naturalmente, era di nuovo in opposizione; la loro figura più influente, sebbene non la loro leader, era Lady Caroline Balcombe, moglie del banchiere “Posh” Balcombe, una figura di spicco nell’ambiente anglo-americano.
James McAuley, “J.”, essendo il fratello dell’Attorney-General nel governo della signora Boulger, conosceva bene entrambi i partiti politici e era una persona di rilievo; un finanziere che svolgeva un ruolo fondamentale in numerosi importanti affari commerciali.
Da una stretta amicizia con un uomo del genere non potrebbe derivare nulla di negativo; inoltre, Wilfrid Halterton non aveva motivo di preoccuparsi per l’intervista imminente, almeno per quanto riguardava i risultati che essa avrebbe portato per lui. Aveva già concordato tutto con “J.”, e non restava altro da fare se non rileggere e firmare la lettera su cui avevano convenuto.
La televisione, che per molto tempo era stata considerata un’aspettativa, poi un esperimento, infine un semplice giocattolo, negli ultimi dieci anni si è sempre più avvicinata alla dimensione di una proposta commerciale concreta. La televisione funzionava già a brevi distanze; sembrava essere giunta appena al punto in cui diventasse praticabile anche su lunghe distanze e presentasse un alto valore commerciale.
Poco prima che gli Anarchici se ne andassero, circa sei mesi prima delle elezioni destinate a questo scopo, le condizioni erano già favorevoli per l’istituzione di un monopolio televisivo; si era anche parlato di crearlo, ma si ritenne meglio lasciare la decisione all’amministrazione socialista che sarebbe subentrata, poiché avrebbe avuto tutto il tempo necessario per organizzare questo nuovo servizio pubblico.
Naturalmente, il Servizio di Televisione, quando fosse in condizioni di funzionare correttamente, dovrebbe essere sotto il controllo del Governo. Dovrebbe inoltre operare in collaborazione con l’Ufficio Postale; sarebbe l’Ufficio Postale a decidere quale delle due principali compagnie concorrenti dovesse ottenere il monopolio.
Nessuno dei due gruppi aveva la minima obiezione al Controllo Pubblico. Questo veniva riconosciuto come una necessità – e, cosa ancora più importante per le persone pubbliche, come un dovere. Pertanto, ciascun gruppo aveva negoziato con i funzionari permanenti dell’Ufficio Postale, in attesa della decisione finale del proprio capo politico, su basi concordate con le autorità: la compagnia che avrebbe gestito in monopolio il nuovo sistema di televisione avrebbe ricevuto un sussidio, il diritto di fissare da sola i tariffe, di noleggiare apparecchiature a proprio piacimento e di stabilire qualsiasi costo ritenesse opportuno per l’installazione; inoltre, il Tesoro avrebbe garantito la compensazione dei eventuali danni.
Qualsiasi dei gruppi rivali riuscisse ad ottenere la gestione di questo servizio pubblico avrebbe naturalmente anche il diritto di nominare i propri dirigenti e il proprio staff di gestione, nonché di occupare tutti i posti disponibili. Infine, era prevista una legge speciale allegata al disegno di legge, che stabiliva che in caso di controversie non si potesse ricorrere ai tribunali ordinari, ma che la decisione di un funzionario dell’azienda chiamato “Arbitro” fosse definitiva. A coloro che potrebbero dissentire da questo sistema e lamentarsi che il controllo pubblico ne risulti compromesso, abbiamo una risposta ovvia: noi non siamo un popolo logico; abbiamo un talento naturale per i compromessi. Il vero criterio per valutare qualsiasi sistema non è la sua perfezione teorica, ma se funziona o meno. Questo sistema, che potremmo definire di “controllo pubblico modificato”, sicuramente funzionerebbe secondo l’unico criterio valido: la capacità di generare profitti per il monopolio che ne detiene l’esercizio.
Durrant’s e Reynier’s erano i nomi popolari dei due gruppi concorrenti. Il cosiddetto “gruppo Reynier” prendeva il nome dallo schermo che utilizzavano, un’invenzione del defunto Hector Reynier, un genio riconosciuto ma morto in grande povertà. L’altro gruppo, molto più noto, era la Durrant Imperial Television Company; prendeva il nome da Durrant, l’inventore originale, che aveva recentemente perso la vita in circostanze imbarazzanti; anch’egli un genio riconosciuto. Le finanze dell’azienda erano gestite da James McAuley – per intenderci, James Haggismuir McAuley, il cui nome completo testimoniava l’elevato status della sua famiglia materna.
Both Reynier’s lot and Durrant’s had manufactured short range private instruments for domestic use since 1953, each Company was well established and the shares of each stood at a premium; but when long-range Television was a fact — already arrived at experimentally over nearly a hundred miles and with prospects of indefinite extension — much larger developments were in prospect. The political — and City — interest of the movement centred upon which of the two rivals should obtain the contract and Charter.
Durrant’s Television shares were known as “Billies.” They had first been called “Tells,” then “William Tells,” then “Williams”; then Capel Court had settled down into this form of “Billies,” and “Billies” they now were and would remain. They stood on this Tuesday, March the 3rd, 1960, the £1 shares, at 23s. 6d. — 24s.
A final decision upon the matter was still awaited — and one great difficulty stood in the way of such a decision. There was not much to choose between the Reynier system and Durrant’s so far as sending or receiving were concerned. The difficulty in deciding lay in who should ultimately prove possessor of a gadget called “Dow’s Intensifier.”
Dow’s Patent was the only Intensifier which had been found to work satisfactorily. With it you got tolerably clear reproductions. None of the other very numerous competing types had successfully solved what is, as everybody knows, the chief difficulty in the practical use of Television at long range; for with the experimental and unsatisfactory Intensifiers that were in use, though the picture was then all right, it was all but invisible.
Durrant’s used, and talked a lot about, a certain Murray’s Intensifier; but that was bluff (said the people in the know). It didn’t work and it couldn’t ever: it was on a false principle.
Dow’s was — to those who could judge — indispensable. Reynier had hitherto used the old Keeling Intensifier, which could not of its nature suit long ranges. But it was rumoured on all sides, it was even affirmed by a good many responsible people, that Reynier’s had a secret agreement which secured them Dow’s Patent for the future — or at any rate could take it for granted that they would get it once they had the charter. But the Dow’s Company (Dow, an admitted genius, had died two years before — financial embarrassment had hastened his end) always asserted their complete independence, and denied everything that was going about to the contrary.
None the less, the committee of experts which had been appointed by the Post Office to report on the two systems had reported in favour of Reynier’s. They had done so mainly because they were convinced that Reynier’s would mean Dow’s Patent. They were satisfied that Murray’s totally different system which Durrant’s talked of would never do. Dow’s alone could make the long-range Television practicable.
I have said that James McAuley was behind Durrant’s — one might put it more strongly and say that he was Durrant’s. He was the complete master of that group. And it was largely because of the trust men had in him that Billies stood thus at 23s. 6d. — 24s. and were being talked higher, in spite of the Committee’s report in favour of their rivals. For, after all, the report of the Committee was as yet private, and, what was much more important, it could be overruled by the Secretary of State at the head of the department. One thing was certain, whichever got the charter — that is the monopoly — would have Dow’s at their service. For Dow’s could have no other market, and the new market would be immense. Even if Reynier’s did have already some pull or claim, they would have to sell it to Durrant’s if Durrant’s had the P.M.G. in its favour.
And there was Wilfrid Halterton sitting and waiting for James McAuley.
The Postmaster-General knew that this close but direct fellow McAuley was coming to complete a sound proposition; on that sound proposition Halterton had already been approached in a series of interviews from the first days of the session, of which conversations this coming one was to be the last and decisive. He had said as much to Halterton when they had met only twenty-four hours before in the Postmaster-General’s room at the House of Commons and arranged the last details by word of mouth — yet did that statesman hesitate and still dread what was coming. He was still in that mood when he heard the rumble of the lift, a discreet voice at the door asking if Halterton were in, and the light but determined step of his visitor in the passage.
He got up to receive the familiar figure as it entered: the short contained figure of a man much the same as himself in years — but how different in aspect: hands ready to grip, lips under firm control, eyes searching but fixed, and all this modified by a voice that was at once courteous and suave.
“You don’t find it cold, J., do you?” said the host. “If you do I’ll turn on the other one.”
“Nay! Not cold!” said McAuley. “I’ve been walking. A man ought to walk this weather. I’m thinking I’m a touch late,” he added. He pulled out his watch. “I’d hate to be late.”
Then he sat down, and with a lack of preliminaries that was native to him sharply pulled out a bunch of papers from his pocket, looked at one of the sheets, and spread it out before him on the table. It was a large quarto sheet of the best thick paper, with the Royal Arms on it and the heading of the Postmaster-General’s Office. It had on it perhaps twenty lines of clear typescript.
The Postmaster-General had always heard that in critical moments of negotiation it was important to stand up and make the other man sit down. He had always heard that it gave one a dominating position. It was part (he had been told) of the A B C of success. But all this knowledge, though sound enough, availed him nothing; for McAuley said, gently enough, “Sit ye down, Wilfrid. Ye can read it the better so. We can run through it together in a trice.”
So Halterton sat down, drew up his chair, and joined his visitor in studying that typewritten sheet. It was addressed to the Directors of the Durrant Imperial; it began, “Gentlemen,” and it ended, “Your obedient servant.”
Sia la situazione di Reynier che quella di Durrant prevedevano la produzione di strumenti privati a corto raggio per uso domestico fin dal 1953; entrambe le aziende erano ben affermate e le loro azioni avevano un valore superiore al normale. Tuttavia, quando la televisione a lungo raggio divenne una realtà – già sperimentata su distanze di quasi cento miglia e con prospettive di ulteriore espansione illimitata – si profilavano sviluppi molto più importanti. L’interesse politico e commerciale legato a questo settore ruotava attorno alla questione di quale dei due concorrenti avrebbe ottenuto il contratto e la licenza necessaria per proseguire con i propri progetti.
Le azioni televisive della Durrant erano conosciute come “Billies”. Inizialmente venivano chiamate “Tells”, poi “William Tells”, quindi “Williams”; infine, Capel Court stabilì questa denominazione di “Billies”, e così rimasero. Il 3 marzo 1960, in quel martedì, le azioni da 1 sterlina costavano 23 penny e 6 centesimi, oppure 24 penny.
Una decisione definitiva al riguardo era ancora attesa; tuttavia, esisteva una grande difficoltà che ostacolava tale decisione. Per quanto riguardava l’invio o la ricezione dei messaggi, non c’era molto da scegliere tra il sistema Reynier e quello di Durrant. La difficoltà principale stava nel stabilire chi, in definitiva, avrebbe dovuto possedere quel dispositivo chiamato “Dow’s Intensifier”.
Il brevetto di Dow era l’unico intensificatore che si fosse rivelato efficace. Con esso si ottenevano riproduzioni abbastanza chiare. Nessuno degli altri numerosi tipi concorrenti era riuscito a risolvere, come tutti sanno, il principale problema legato all’utilizzo pratico della televisione a lunga distanza; infatti, con gli intensificatori sperimentali e insoddisfacenti allora in uso, anche se l’immagine risultava visibile, era comunque quasi indistinguibile.
Durrant utilizzava, e ne parlava molto, un certo “Intensificatore di Murray”; ma si trattava solo di una farsa (dicevano le persone informate). Non funzionava, e non avrebbe mai potuto funzionare: si basava su un principio errato.
Per coloro che erano in grado di giudicare, il sistema Dow’s era indispensabile. Fino ad allora Reynier aveva utilizzato l’antico intensificatore Keeling, che per sua natura non era adatto per distanze lunghe. Ma circolavano voci ovunque; anzi, molte persone autorevoli affermavano che Reynier avesse un accordo segreto che gli garantiva il brevetto Dow’s per il futuro, o comunque si poteva dare per scontato che lo avrebbe ottenuto non appena avesse ricevuto l’autorizzazione necessaria. Tuttavia, la società Dow’s (Dow, un genio riconosciuto, era morto due anni prima; le difficoltà finanziarie avevano accelerato la sua fine) sosteneva sempre di essere completamente indipendente e negava categoricamente tutto ciò che veniva detto al contrario.
Tuttavia, il comitato di esperti incaricato dall’Ufficio Postale di valutare i due sistemi aveva espresso parere favorevole a quello di Reynier. Lo avevano fatto soprattutto perché erano convinti che tale sistema avrebbe portato allo sviluppo del brevetto di Dow. Erano certi che il sistema completamente diverso proposto da Murray, di cui parlava Durrant, non avrebbe mai funzionato. Solo il sistema di Dow poteva rendere praticabile la televisione a lunga distanza.
Ho detto che James McAuley era alla guida del gruppo di Durrant; si potrebbe addirittura affermare che fosse lui stesso Durrant. Era il vero padrone di quel gruppo. E fu soprattutto grazie alla fiducia che le persone avevano in lui che Billies riuscì a raggiungere una posizione così elevata, nonostante il rapporto del Comitato a favore dei loro rivali. Dopotutto, quel rapporto era ancora riservato e, cosa ancora più importante, poteva essere annullato dal Segretario di Stato che dirigeva il dipartimento. Una cosa era certa: chiunque ottenesse il monopolio avrebbe avuto Dow’s al proprio servizio. Poiché Dow’s non avrebbe potuto trovare altri mercati, e il nuovo mercato sarebbe stato immenso. Anche se Reynier avesse già avuto qualche influenza o diritto di prelazione, avrebbero dovuto vendere a Durrant’s, soprattutto se quest’ultimo avesse avuto il sostegno della P.M.G.
E c’era Wilfrid Halterton seduto ad aspettare James McAuley.
Il Capo Postale sapeva che quel McAuley, così diretto e risoluto nei suoi modi, sarebbe venuto a presentargli una proposta concreta; riguardo a quella proposta, Halterton era già stato contattato in diverse occasioni fin dai primi giorni di quella sessione, e quell’incontro rappresentava l’ultima e decisiva tappa di quel processo. Glielo aveva detto chiaro quando si erano incontrati soltanto ventiquattro ore prima nella stanza del Capo Postale alla Camera dei Comuni, e avevano concordato tutti i dettagli oralmente. Eppure quel statista esitava ancora, temendo ciò che stava per accadere. Era ancora in quello stato d’animo quando sentì il rumore dell’ascensore, una voce discreta alla porta che chiedeva se Halterton fosse dentro, e i passi leggeri ma decisi del suo visitatore nel corridoio.
Si alzò per accogliere quella figura familiare non appena entrò: una figura snella e compatta di un uomo più o meno della sua età, ma quanto diverso nell’aspetto: mani pronte ad afferrare qualcosa, labbra sotto controllo, occhi che scrutavano intorno ma fissi su di lui. E tutto questo era caratterizzato da una voce al contempo cortese e suadente.
“Non ti sembra freddo, J., vero?”, disse l’ospite. “Se sì, accendo anche l’altro riscaldatore.”
“No! Non fa freddo!” disse McAuley. “Stavo camminando. Un uomo dovrebbe camminare in questo tempo. Penso di essere un po’ in ritardo,” aggiunse, estraendo l’orologio. “Non vorrei assolutamente essere in ritardo.”
Poi si sedette e, senza alcuna preliminare, estrasse rapidamente un mazzo di fogli dalla tasca, ne guardò uno e lo aprì davanti a sé sul tavolo. Era un grande foglio di carta spessa, con lo stemma reale e la dicitura dell’Ufficio Postale Generale; conteneva circa venti righe di testo stampato in caratteri chiari.
Il Capo Postale aveva sempre sentito dire che nei momenti critici delle negoziazioni fosse importante alzarsi in piedi e far sedere l’altra parte. Aveva sempre creduto che questo gli desse una posizione dominante; gli era stato detto che faceva parte dei fondamenti del successo. Ma tutta questa conoscenza, per quanto valida, non gli fu di alcun aiuto, perché McAuley disse, con estrema gentilezza: “Siediti, Wilfrid. Così potrai leggerlo meglio. Possiamo esaminarlo insieme in un attimo.”
So Halterton si sedette, avvicinò la sedia e iniziò a studiare insieme al suo visitatore quel foglio scritto a macchina. Era indirizzato ai Direttori della Durrant Imperial; iniziava con le parole “Gentiluomini” e finiva con “Il vostro obbediente servitore”.
When Halterton had read the letter he sighed, and McAuley, by way of contrast, gave a sharp little cough — a cough of half-insinuating command.
“All the main points are there, ye’ll be noting,” he said. “All the main points. ’Tis quite simple. Just a word o’ memorandum. Now ye’re agreeing to give us the contract — oh! quite general. And it’s sufficient — oh! we shall be quite content with that to go on with.”
“Yes,” answered Halterton. “Yes… . Yes… . I think I shall see better with my glasses.”
He pulled out his spectacle case, rubbed the lenses carefully with his handkerchief, put them on, took them off again, rubbed them over a second time, once more put them on very carefully, got the right hook wrong and spent quite a second or two curling it round his ear, while his visitor chafed restrainedly. Then Wilfrid Halterton settled down, not too certainly, to business.
“Yes, it’s quite clear,” he said. “All that you were saying yesterday; it’ll be quite enough for you to act on … when I’ve signed it.” And he sighed again. Then he got up slowly and began pacing the room, keeping his eyes vaguely as he did so on the sheet which McAuley still held down before him with a careful but firm hand and with watchful eyes fixed on the other’s face.
“You see, J.,” said the Postmaster-General, “the Committee have decided against you …”
“We’ve had that out before,” took up McAuley quietly and not unkindly. “We’ve had that out several times already.”
“Of course, the Committee’s report in favour of Reynier’s isn’t public yet … not public… .”
“Well, well, it was public enough to make t’other lot jump a shilling the day.” And Mr. McAuley laughed a subdued laugh.
“Well, what I mean… . The way I want to put it,” said Halterton, “is that … of course you’ve pretty well convinced me, but what I mean is, if I decide to go against the Committee… . No, what I mean is, if we, the Department, should finally decide to go against our own Committee … why… .”
J. McAuley pulled out his watch again.
“It’s a pity to waste time over these things, Wilfrid,” he said shaking his head, but without emphasis. “Ye’ll not hear anything more, I think, for there’s even nothing more to add. I take it, ’tis settled. Have you got it on the Order Paper yet?”
“It goes in to-night,” said Halterton.
“Well! There ye are! Didn’t I tell ye it was settled?”
“Yes, but one could always hold it up … delay debate, I mean.”
“Oh! Come man!” said McAuley, still gently, “all this is great waste o’ time, surely. ’Twas all fixed yesterday.”
“McAuley,” said the Postmaster-General, sitting down again and putting his spectacles away, and looking towards the door a moment, “have you brought anything in writing? I mean … something for me? We’ve had nothing in set terms as yet, you know. Not on that point. My point.”
“No … no,” said J., more slowly than he had yet spoken. He sifted his papers a moment, and then turned again to the sheet of paper on which stood those twenty lines of typescript with the Post Office heading at the top. “This note from you to us is what comes first, naturally,” he continued.
“I say, J… .” — the Postmaster-General gave a little nervous laugh— “you ought not to have written it on the official paper, you know. You should have left me to do that.”
“Eh, man, but ye do beat about the bush!” — there was a faint hint of irritation in McAuley’s even voice— “what would ye have me write it on? ’Twas no good making another draft for a simple thing like that, and it saved time to put it on your paper, from the office there. I took some with me last time I saw ye.”
“Oh, did you?” said the statesman. “All right.”
Then he put his spectacles on again with deliberation and slowly read the matter before him. He looked up.
“Oh, I say, this isn’t quite what I meant. This to be from me — of course?”
“Aye, of course,” said McAuley, “what else should it be? And if ye’ll just sign ‘twill all be right and ready and we can all go ahead.”
“Well, no doubt sooner or later there will have to be some memorandum of this kind … but after all, it was for me to write it, wasn’t it?”
McAuley was so provoked that he went too far; clicked his tongue impatiently.
“Ye’re difficult, man!” he said, “very difficult!” He half frowned as he said it. “Come now,” more cheerfully, “I canna get to work till ye’ve signed; we settled that yesterday, didn’t we?”
“All right,” said Halterton, “all right… . But I want to put it this way. I think we ought to exchange memoranda, eh? Simultaneously, eh? Don’t you?”
“What d’ye mean — exactly?” said McAuley doubtfully.
“Why,” answered Halterton, “when I give you this acceptance of the proposal … if I sign … why that’s giving you the contract, isn’t it? … Virtually? You’ve put it clear enough.”
“Of course it’s enough for us to start work on the strength of it. That’s why I brought it.”
“Yes, but… . But there’s the other side to it, you know.”
“Oh,” said J. genially, leaning back for the first time in the conversation, “ye mean that ye’d have me to put down in writing here and now what I’ve been saying to you lately about y’r own position in the Company — if so happen ye should resign and go into the City, for instance?”
“Well … yes … Something of that kind, you know … something of that kind.”
“Hey! ’Tis not the time for that yet! Ye’re still in office, ye know. See now that it’s all right, before you sign, I’ve to-day’s date on it.”
“Yes, I know, I know. Quite. But still, I should feel … what shall I say… ? I should feel a little more … regular.” He stood up with this and watched the talker.
“Oh, regular!” admitted the persuasive J., still seated, and he gave a very slight half-smile. He sat silent for a moment, still keeping that half-smile and rapidly considering the full consequences. It would tie him. It would leave a record to have the Postmaster-General’s share in the arrangement written and undersigned by J. himself. It would give Halterton a hold on him. But then, Halterton seemed to insist, and it was necessary to have Halterton’s signature now, at once.
Quando Halterton ebbe letto la lettera, sospirò; McAuley, al contrario, emise un colpo di tosse secco e deciso, un colpo di tosse che sembrava un ordine velato.
“Tutti i punti principali sono lì, li noterete sicuramente,” disse. “Tutti i punti principali. È abbastanza semplice. Solo un promemoria. Ora siete d’accordo ad affidarci il contratto. Oh! È piuttosto generico. E basta. Oh! Saremo più che soddisfatti di così per procedere.”
“Sì,” rispose Halterton. “Sì. Sì. Penso che con gli occhiali vedrò meglio.”
Prese fuori la custodia degli occhiali, pulì con cura le lenti con un fazzoletto, se li mise, poi li tolse di nuovo, le pulì una seconda volta, se li rimise con molta attenzione, ma sbagliò a infilare il braccioello e passò un paio di secondi a provare a sistemarlo intorno all’orecchio, mentre il suo visitatore si agitava impazientemente. Alla fine, Wilfrid Halterton si decise finalmente ad iniziare a lavorare.
“Sì, è abbastanza chiaro,” disse. “Tutto ciò che hai detto ieri sarà più che sufficiente per agire, quando l’avrò firmato.” E sospirò di nuovo. Poi si alzò lentamente e iniziò a camminare avanti e indietro nella stanza, tenendo lo sguardo fisso sulla carta che McAuley continuava a tenere premuta davanti a lui con una mano ferma ma attenta, osservando attentamente il suo volto.
“Vedi, J.” disse il Capo Postale Generale, “il Comitato ha preso una decisione contro di te…”
“Abbiamo già discusso di questo argomento in passato,” intervenne McAuley in tono calmo e non scortese. “L’abbiamo fatto diverse volte ormai.”
“Certo, il rapporto del Comitato a favore di Reynier non è ancora stato reso pubblico, non ancora pubblico, ”
“Beh, beh. Era abbastanza pubblico da far sì che gli altri impazzissero quel giorno stesso,” disse il signor McAuley, ridendo sommessamente.
“Beh, quello che voglio dire. Il modo in cui vorrei esprimermi,” disse Halterton, “è che, certo, mi avete convinto abbastanza, ma quello che intendo è: se decidessi di andare contro il Comitato. No, quello che voglio dire è: se noi, il Dipartimento, dovessimo finalmente decidere di contravvenire alle decisioni del nostro stesso Comitato, perché, ”
J. McAuley tirò fuori di nuovo l’orologio.
“È un peccato sprecare tempo in queste cose, Wilfrid,” disse scuotendo la testa, ma senza enfasi. “Non sentirete più nulla al riguardo, credo, non c’è davvero nient’altro da aggiungere. Immagino che sia tutto deciso, ormai. L’avete già inserito nell’Ordine del Giorno?”
“Partirà stasera,” disse Halterton.
“Ecco fatto! Non vi avevo detto che era tutto sistemato?”
“Sì, ma si potrebbe sempre ritardare la discussione… intendo dire, bloccarla temporaneamente.”
“Oh! Che spreco!” disse McAuley, ancora con dolcezza, “tutto questo è davvero un enorme spreco di tempo. Tutto era stato risolto ieri.”
“McAuley,” disse il Capo Postale, sedendosi di nuovo e mettendo via gli occhiali, poi guardando verso la porta per un momento, “hai portato qualcosa scritto? Voglio dire, qualcosa per me? Non abbiamo ancora nulla di ufficiale, sai. Non su quel punto. Intendevo questo.”
“No, no,” disse J., più lentamente di quanto avesse mai parlato prima. Esaminò per un momento i suoi documenti, poi tornò a guardare la pagina su cui erano scritte quelle venti righe dattilate, con il titolo dell’Ufficio Postale in alto. “Questa tua nota indirizzata a noi è naturalmente la cosa più importante,” continuò.
“Dico, J, ”, rise nervosamente il Capo Postale Generale, “non avresti dovuto scriverlo su carta ufficiale, lo sai. Avresti dovuto lasciare che fossi io a farlo.”
“Eh, amico, ma stai tergiversando troppo!” — c’era un leggero accenno di irritazione nella voce calma di McAuley — “su cosa vuoi che lo scriva? Non aveva senso preparare un altro bozzo per una cosa così semplice. E poi, metterlo sul tuo foglio ufficiale dall’ufficio ha risparmiato tempo. Ne ho portati alcuni l’ultima volta che ti ho visto.”
“Ah, davvero?” disse lo statista. “Bene.”
Poi si rimise gli occhiali con calma e lesse lentamente ciò che aveva davanti a sé. Alzò lo sguardo.
“Ah, insomma… non è esattamente quello che intendevo dire. Che una cosa del genere venga da me… naturalmente.”
“Sì, certo,” disse McAuley, “di cosa altro potrebbe trattarsi? E se firmate semplicemente, tutto sarà a posto e pronto, e potremo procedere.”
“Beh, senza dubbio prima o poi dovrà essere scritto un memorandum del genere, ma dopotutto, spettava a me farlo, no?”
McAuley era così arrabbiato che andò troppo oltre; fece schioccare la lingua con impazienza.
“Sei davvero difficile, amico!”, disse, “molto difficile!” Mentre lo diceva, fece un mezzo sorriso contrariato. “Dai, su”, aggiunse più allegramente, “non posso iniziare a lavorare finché non firmi; abbiamo già concordato ieri, vero?”
“Va bene,” disse Halterton, “va bene. Ma voglio esprimermi in questo modo: penso che dovremmo scambiarci dei memorandum, eh? Contemporaneamente, eh? Non credi anche tu?”
“Cosa intendi esattamente?”, chiese McAuley con scetticismo.
“Perché,” rispose Halterton, “quando vi do questa accettazione della proposta, se firmo, significa che vi sto dando il contratto, no? Praticamente sì. L’avete spiegato abbastanza chiaramente.”
“Certo, è sufficiente per iniziare a lavorarci sopra. Ecco perché l’ho portato con me.”
“Sì, ma… c’è anche l’altra faccia della questione, sai.”
“Oh,” disse J. con cordialità, appoggiandosi allo schienale per la prima volta durante la conversazione, “volete che io scriva qui e ora tutto ciò che vi ho detto di recente riguardo alla vostra posizione nell’azienda. Nel caso in cui doveste decidere di dimettervi e andare in città, ad esempio?”
“Beh… sì… qualcosa del genere, insomma…”
“Ehi! Non è ancora il momento per farlo! Sai bene che sei ancora in carica. Vedi, ora che tutto è a posto, prima di firmare devo aggiungere la data di oggi.”
“Sì, lo so, lo so. Certo. Ma comunque, dovrei provare. Come posso dire,? Dovrei sentirmi un po’ più, normale.” Si alzò e osservò la persona che stava parlando.
“Oh, davvero interessante, ” ammise il persuasivo J., ancora seduto, e abbozzò un leggero sorriso. Rimase in silenzio per un momento, continuando a sorridere mentre valutava rapidamente tutte le conseguenze di quella situazione. Quello accordo lo avrebbe legato a Halterton; avrebbe creato una traccia documentale, con la partecipazione del Capo Postale scritta e firmata personalmente da J. Avrebbe inoltre dato a Halterton un potere su di lui. Ma d’altra parte, sembrava che Halterton insistesse molto, e quindi era necessario ottenere la sua firma il prima possibile.
“Very well,” he said at last. “It might have been better to leave that part of it as a gentleman’s agreement, and verbal, but perhaps you’re right.”
He drew out from among the papers a blank sheet, headed it with no date or address of any kind, and with the fine, hard nib of his neat fountain pen — symbolic of the man — he wrote rapidly for several minutes, covering the large sheet of paper with his stiff handwriting. Then he pushed the note over to the Minister. Halterton took it up and read it slowly, half aloud:
Mr. James McAuley, financier, makes everything regular for Mr. Wilfrid Halterton, Statesman and Postmaster-General.
“My dear Halterton… .”
“I put it like that, Wilfrid,” interrupted J., “it’s not likely that they’ll give ye more than a Baronetcy and of course I couldn’t call ye Wilfrid. And whether you choose to be Sir Wilfrid or whether you don’t, ‘t’ll work either way.”
“All right,” sighed Halterton, and he began reading again:
My dear Halterton,
I am going to approach you with a proposition which I do sincerely hope you will smile on. I know what a modest view you take of your own talents, especially in the business line; but you are the only man in England who does; and what is more, your administration while you were at the Post Office not only gave you just the kind of experience we want, but earned you the respect and admiration of everybody. So what I want to ask you is simply this: “Would you, now that you are out of public life, and I suppose enjoying plenty of leisure, consent to take up the Managership of our Corporation?” Since my appointment as Chief Permanent Commissioner was settled there has been a great deal of discussion on the board as to who should be called in; but I don’t like these long discussions, and I don’t like a vacant place. Still less do I like having to do two jobs at once. I need hardly tell you that when your name was mentioned we were unanimous about it. The only trouble was whether you would consent. For we know how you value your leisure. But do say yes! It would be a personal favour to me; and, what I am afraid I value even more, you would make all the difference to what is now a great public service. I am putting my whole heart into this, and I do beg you not to refuse.
Yrs. ever,
Jas. Haggismuir McAuley
It was a fine clear signature, worthy of the man whose mother had been born a Haggismuir of Haggismuir.
Mr. Wilfrid Halterton finished his reading of it, and looked up. There was, what is odd in a man well over fifty, and especially in a man over fifty whose genius had raised him to one of the greatest public positions in the world, a faint tinge of colour upon either cheek.
“I think, J.,” he said, “I think it would be more … er, regular, wouldn’t it, if you were just to write a … a postscript with a word or two about … well, about the salary?”
“Regular again, Wilfrid!” said J., with that same faint momentary half-smile of a few minutes before. “All right. What was it I said the other day?”
There was a long pause. At last, almost in a whisper, came the words:
“You said ten thousand, J.” Then, in a still lower tone, “Free of tax.”
“All right, Wilfrid,” replied J., in a cheerier tone than he had yet used. He scribbled off the postscript, and after that the figures, then the phrase, “Free of tax,” he added, “and official residence, of course, if you care to use it.” And the neat initials followed: “J.H.M.”
The Postmaster-General was not quite sure; he had always understood that an initialled addendum to a memorandum or habendum ridendum, or any other official binding thing, “went,” as the saying goes. At any rate, he felt he could not ask for anything more.
“Now,” said J., in a more business-like tone than he had yet used, “ye’ll keep that — and date it when the time comes.”
“I suppose it will need some address, won’t it?” asked Halterton.
“Hey? What does that matter? Ye can add it. Ye can write in whatever you like. That’s not what counts. ’Tis my name at the end that counts. Ye can write in wherever I happen to be at the time.”
“Very well, very well,” said Halterton.
James Haggismuir McAuley got up and stretched himself. He also yawned, which, with him, was a gesture of satisfaction and completeness: but he was careful to put his hand in front of his mouth.
“Now,” said he, “we must get them in their envelopes, and we’ll each take his own… . I’ve brought the envelopes to fit — not that it matters much. Do you sign yours — your typewritten one.”
Wilfrid Halterton brought out his little fountain pen mounted in gold and slowly inscribed his name. McAuley blotted the same: folded the fateful document which gave the contract, stuck it in the open envelope; gummed it carefully down and put it in the inner pocket of his coat.
Halterton, always influenced by example, more slowly pocketed James McAuley’s generous and as yet undated offer. But he added something of his own, under a vague feeling that it rendered him more secure. He took up a pencil and wrote, in his rather straggling hand, across the top of the paper which James McAuley had given him: —
“James McAuley’s letter. Handed to me March 3, 1960. W.H.”
He could always rub it out when the time came to use it, and meanwhile there it was as a sort of record. McAuley watched him as he wrote and folded it with too much deliberation, and put it into its corresponding envelope, making only one boss shot. Then, licking the flap and pressing it down, to keep state secrets hidden from all profane eyes, Wilfrid Halterton, Postmaster-General, put the envelope into the pocket of the morning coat he was wearing — the side-pocket away from Mr. McAuley.
“Now,” said that great captain of industry — or, at least, of applied science — or anyhow, of finance; “I must be off.” He looked at his watch for about the fourth time. “Aye, man! I must be off. I’m in a hurry — I shall be late.”
He shook hands warmly with his host as the Postmaster-General showed him to the door, walking at his side. James Haggismuir McAuley stopped a moment in the passage, looked up at the wall, and said:
“Molto bene,” disse finalmente. “Forse sarebbe stato meglio lasciare quella parte dell’accordo come un’intesa tra gentiluomini, basata su parole soltanto, ma forse hai ragione tu.”
Tra i fogli tirò fuori una pagina bianca, non vi scrisse alcuna data né indirizzo, e con la punta sottile e rigida della sua penna stilografica – simbolo dell’uomo stesso – scrisse rapidamente per diversi minuti, coprendo l’intera pagina con la sua calligrafia decisa. Poi porse il biglietto al Ministro. Halterton lo prese e lo lesse ad alta voce, lentamente:
Il signor James McAuley, finanziere, si occupa di rendere tutto regolare per il signor Wilfrid Halterton, statista e Segretario Generale delle Poste.
“Mio caro Halterton…”
“Lo dico così, Wilfrid,” intervenne J., “non è probabile che vi offrano qualcosa di più di un titolo di baronetto. E naturalmente non potrei chiamarvi Wilfrid. Che scegliate di essere Sir Wilfrid o meno, in entrambi i casi andrà allo stesso modo.”
“Bene,” sospirò Halterton, e ricominciò a leggere.
Mio caro Halterton,
Vorrei propormi qualcosa che spero sinceramente possiate accettare con favore. So quanto modestamente valutiate le vostre capacità, soprattutto nel campo degli affari; ma siete l’unico uomo in Inghilterra a farlo. Inoltre, il vostro incarico presso l’Ufficio Postale non solo vi ha fornito l’esperienza di cui abbiamo bisogno, ma vi ha anche valso il rispetto e l’ammirazione di tutti. Quindi quello che voglio chiedervi è semplicemente questo: “Ora che siete fuori dalla vita pubblica e, presumo, disponete di molto tempo libero, accettereste di assumere la carica di Amministratore della nostra società?” Da quando sono stato nominato Commissario Permanente, il consiglio di amministrazione ha discusso a lungo su chi dovesse essere scelto; ma non mi piacciono queste lunghe discussioni, né che ci sia una posizione vacante. Meno ancora mi piace dover svolgere due lavori contemporaneamente. Non c’è bisogno di dirvi che, quando è stato menzionato il vostro nome, siamo stati tutti d’accordo. L’unica questione era se foste disposti ad accettare. Sappiamo quanto apprezziate il vostro tempo libero. Ma vi prego, dite sì! Sarebbe un grande favore personale per me; e, cosa che temo sia ancora più importante, fareste davvero la differenza per questo servizio pubblico di fondamentale importanza. Sto mettendo tutto il mio impegno in questa proposta. Vi supplico, non rifiutate.
Per sempre
Jas. Haggismuir McAuley
Era una firma chiara e bella, degna dell’uomo il cui padre era nato nella famiglia Haggismuir di Haggismuir.
Il signor Wilfrid Halterton finì di leggerlo e alzò lo sguardo. C’era, il che era strano in un uomo di oltre cinquant’anni, soprattutto in uno per cui il suo genio lo aveva portato a ricoprire una delle più importanti cariche pubbliche del mondo, un lieve rossore sulle guance.
“Penso che, J, ”, disse, “sarebbe più, ehm, appropriato, non credi? Se solo scrivessi una postfazione di una o due parole riguardo, beh, riguardo allo stipendio, ”
“Di nuovo regolare, Wilfrid!”, disse J., con quel stesso debole sorriso fugace di pochi minuti prima. “Bene, cosa ho detto l’altro giorno?”
Ci fu una lunga pausa. Alla fine, quasi sussurrando, vennero pronunciate queste parole:
“Hai detto diecimila, J…”, poi, con un tono ancora più basso: “Esenti da tasse.”
“Bene, Wilfrid,” rispose J., con un tono più allegro di quanto avesse usato fino ad allora. Scrisse rapidamente la postfazione, poi i numeri, e infine l’espressione “Esente da tasse”, aggiungendo: “E, naturalmente, una residenza ufficiale, se desideri utilizzarla.” Seguirono le sue iniziali ben ordinate: “J.H.M.”
Il Capo Postale non ne era del tutto sicuro; aveva sempre pensato che un allegato firmato con le iniziali a un memorandum o a qualsiasi altro documento ufficiale avesse lo stesso valore legale, come si suol dire. Comunque, riteneva di non poter chiedere nulla di più.
“Ora,” disse J., con un tono più professionale di quanto avesse mai usato fino ad allora, “tenetelo e indicate la data giusta quando arriverà il momento.”
“Immagino che servirà qualche indirizzo, no?” chiese Halterton.
“Ehi? Cosa importa? Puoi aggiungerlo, puoi scrivere quello che vuoi. Non è questo che conta. Quello che conta davvero è il mio nome alla fine. Puoi scrivere doveunque io mi trovi in quel momento.”
“Molto bene, molto bene,” disse Halterton.
James Haggismuir McAuley si alzò e si stiracchiò. Anche sbadigliò, il che, per lui, era un gesto di soddisfazione e appagamento. Ma fece attenzione a coprirsi la bocca con la mano.
“Ora,” disse, “dobbiamo metterle dentro le buste e ognuno prenderà la propria. Ho portato delle buste adatte; anche se in realtà non è così importante. Firmi la sua busta, quella scritta a macchina.”
Wilfrid Halterton tirò fuori la sua piccola penna stilografica montata in oro e scrisse lentamente il proprio nome. McAuley fece lo stesso: piegò quel documento decisivo che conteneva il contratto, lo infilò nell’indirizzo aperto, lo sigillò con cura e lo mise nella tasca interna del suo cappotto.
Halterton, sempre influenzato dagli esempi altrui, accettò lentamente l’offerta generosa ma ancora senza data di James McAuley. Tuttavia aggiunse qualcosa di suo, guidato da una vaga sensazione che ciò lo rendesse più sicuro. Prese una penna e scrisse, con la sua grafia piuttosto incerta, in cima al foglio che James McAuley gli aveva dato: —
La lettera di James McAuley. Ricevuta il 3 marzo 1960. W.H.
Poteva sempre cancellarlo quando fosse arrivato il momento di usarlo, ma intanto rimaneva lì come una sorta di registrazione. McAuley lo osservò mentre lo scriveva e lo piegava con estrema attenzione, poi lo infilava nell’indirizzo corrispondente, facendo solo un’unica busta. Infine, leccando la linguetta della busta e premendola bene, per nascondere i segreti di stato agli occhi di tutti, Wilfrid Halterton, Ministro Postale Generale, mise la busta nella tasca del suo abito da mattina, la tasca laterale, lontana da Mr. McAuley.
“Ora,” disse quel grande capo dell’industria – o, almeno, della scienza applicata; o comunque, del settore finanziario – “devo andare.” Guardò l’orologio per la quarta volta. “Sì, devo proprio andare. Sono in ritardo.”
Strinse calorosamente la mano al suo ospite mentre il Capo Postale lo accompagnava verso la porta, camminando al suo fianco. James Haggismuir McAuley si fermò per un momento nel corridoio, alzò lo sguardo verso il soffitto e disse:
“That’s a fine etching, Wilfrid!”
Wilfrid turned his long thin neck round to follow the connoisseur’s gaze. As he did so, in the tenth of a second James Haggismuir McAuley had removed the envelope from the side-pocket, passed it in a flash round his back into his other hand, and got it into that breast-pocket of his where its little brother already lay.
Mr. James McAuley, financier, effecting a conveyance of property from Mr. Wilfrid Halterton, Statesman and Postmaster-General.
That business transaction did not take five seconds all told. It had taken Wilfrid Halterton ten to move his neck.
He began the story of the etching, of its value, of its acquirement by him, when he felt his hand warmly grasped again by his friend from the outer, non-political world; he heard the door slam; he sighed, stooped his head somewhat forward, and shuffled back into his study.
II
AS WILFRID HALTERTON once more sat by himself in front of his wireless heater, he was filled with that powerful impression men receive but once or twice in the course of a lifetime; the impression that a whole tide about them has changed; that they have passed out of one long phase, during which the current has carried them in one direction, and that now they have come to a second phase, in which the current is to carry them the opposite way. He felt that he had achieved — or, as the phrase goes among statesmen, “made good.”
His own position in the negotiation just concluded was but one out of many such. The deal about his future salary was of a commonplace sort, something we have all come to expect in political arrangements. But it was the first one he had made in all his years of Parliament, and it impressed him accordingly. He had always been far too timid a man, in a profession where timidity is sometimes fatal, and always a handicap. Some women (and men) had blamed Mrs. Boulger for giving him Cabinet rank at all. But we know that if a man attains such a position it cannot be without high talent, which his eminent colleagues have recognized. Such talents he had abundantly shown during his tenure of office. He himself had now been for more than six months at the head of a vast machine; he had delivered daily 264,748,942 letters; 968,477,321 postcards; 7,263,402 telegrams; stamps of all denominations to the value of £6,923,410 6s. 3d. — more than the entire yearly revenue of Guatemala — and at the same time carried parcels and issued licenses for armorial bearings, dogs, and male servants.
Wilfrid Halterton had managed all this for now over half a year, and there had been no hitch. It should have given him a better opinion of himself. Besides which, he should have remembered that a man is not given powers of this exalted kind unless he be also competent to deal with many other activities. Having shown his capacity for handling this huge, intricate business of the Post Office, he would be naturally chosen to direct in turn the finances of the nation, its Foreign Affairs, its Navy, its immense Police machine, public and secret, and perhaps its Museums, or even the London Parks. For it is a presumption in our constitution, and a wise one, that the talents sufficing for a Cabinet Minister in one Department will suffice for him in any other and a statesman must shift around.
Wilfrid Halterton should, I say, therefore have been less modest in the first months of high office. None the less, his original mood remained with him, and he was glad to think that his first considerable political success, this negotiation of his with James McAuley, would enable him to re-enter private life. He was content to leave to others the glory of public fame, and to take in its place a largely increased income.
He would make the delay as short as possible. There would have to be an interval, of course, between the establishment of the new Television Corporation and his taking over the prepared place and the salary agreed upon: convention demanded that, and convention must always be observed. No man in the House of Commons was more sensitive upon such points. No man knew better the decencies of public life; no man shrank more sensitively from censure in these matters. Such delicacy went naturally with his character; it was the more laudable side of that in him which also produced his hesitations. When these things are done too quickly there is — illogically enough — a savour of something indecent about them.
He pondered for a moment as he leant back in his low chair and gazed fixedly down his long legs at the glowing grid of the heater; he was estimating what exactly the interval ought to be between this moment and his taking his salary at the head of the new Television Corporation.
Better too long than too short. J. would set to work without delay. The vote establishing the Television Corporation would come on almost immediately. It would be in public use not long after the Easter recess, and earning by the end of the summer at latest. There had been some talk of nominating young Collum to the first Chief Commissionership for a year or more, to give him time and an income for marrying Joan Bailey — who had nothing — for buying his furniture and all that — before taking up the new post at the League of Nations. Then J. would naturally succeed, and the Managing Directorship would be open — say an interval of little more than twelve months all told.
His own resignation ought to take place, then, in about six months, so that when he accepted the management it should be with an air of leisure quite unconnected with the Post Office. This delay of six months is generally understood to be the least required between a man’s ceasing to take an official salary and beginning to receive the larger private City emolument which is the natural reward of political services. Well, if the Charter came into effect in the late summer, that would mean his own resignation, say, about next Easter, in rather more than a year. He could make use of J.’s letter then, date it six months after that, say in the autumn of next year, eighteen months all told.
“Che incisione meravigliosa, Wilfrid!”
Wilfrid girò il suo lungo collo sottile per seguire lo sguardo dell’esperto. In quel preciso istante, in un decimo di secondo, James Haggismuir McAuley estrasse l’involucro dalla tasca laterale, lo passò rapidamente nell’altra mano e lo infilò nella tasca del petto, dove già si trovava il “fratellino” dell’involucro stesso.
Il signor James McAuley, finanziere, effettuò la trasferimento di proprietà dal signor Wilfrid Halterton, statista e Capo delle Poste.
Quella transazione commerciale, in realtà, non durò nemmeno cinque secondi. A Wilfrid Halterton ci vollero addirittura dieci secondi solo per muovere il collo.
Iniziò a raccontare la storia di quell’incisione, del suo valore e di come l’avesse ottenuta, quando sentì la mano del suo amico, proveniente dal mondo esterno, non politico, stringere nuovamente la sua con calore; sentì la porta chiudersi con un tonfo; sospirò, abbassò leggermente la testa e tornò lentamente nello studio.
II
Quando Wilfrid Halterton si sedette di nuovo da solo davanti al suo riscaldatore wireless, provò quella straordinaria sensazione che gli uomini ricevono soltanto una o due volte nella vita: la sensazione che tutto intorno a loro sia cambiato; che abbiano appena lasciato una fase lunga durante la quale il corso degli eventi li aveva portati in una certa direzione, e che ora fossero entrati in una seconda fase, nella quale il flusso delle cose li avrebbe guidati nella direzione opposta. Sentì di aver raggiunto, o, come si suol dire tra gli statisti, “di aver ottenuto ciò che desiderava”.
La sua posizione negli accordi appena conclusi non era che una delle tante simili. L’accordo riguardante il suo futuro stipendio era di tipo molto comune, qualcosa che ormai ci aspettiamo in ambito politico. Ma era la prima volta che ne concludeva uno in tutti gli anni trascorsi al Parlamento, e per questo ne fu particolarmente colpito. Era sempre stato un uomo troppo timido, in una professione in cui la timidezza a volte è fatale e rappresenta sempre un ostacolo. Alcune donne (e uomini) avevano incolpato la signora Boulger per avergli concesso una posizione così importante nel Gabinetto. Ma sappiamo che, se un uomo raggiunge tale livello, è sicuramente perché possiede grandi capacità, qualcosa che anche i suoi colleghi più illustri hanno riconosciuto. Tali capacità lui stesso le aveva ampiamente dimostrate durante il suo incarico. Ora da oltre sei mesi era alla guida di un vasto apparato amministrativo: ogni giorno gestiva 264.748.942 lettere, 968.477.321 cartoline, 7.263.402 telegrammi, nonché francobolli di tutte le denominazioni per un valore complessivo di 6.923.410 sterline e 6 scellini e 3 pence: una somma superiore al reddito annuo intero del Guatemala. Allo stesso tempo si occupava anche della consegna di pacchi e dell’emissione di licenze per stemmi araldici, cani e servitori maschi.
Wilfrid Halterton aveva gestito tutto ciò per oltre sei mesi senza alcun intoppo. Questo avrebbe dovuto fargli acquisire una maggiore stima di sé stesso. Inoltre, avrebbe dovuto ricordare che a un uomo non vengono conferiti poteri di tale rilievo se non è anche in grado di gestire molte altre attività. Dopo aver dimostrato la propria capacità nel gestire questa vasta e complessa organizzazione come l’Ufficio Postale, sarebbe stato naturalmente scelto per sovrintendere anche alle finanze del paese, agli Affari Esteri, alla Marina, all’enorme “macchina” della polizia, sia pubblica che segreta, e forse anche ai musei o persino ai parchi di Londra. Infatti, nella nostra costituzione c’è la presunzione – e una presunzione saggia – che i talenti sufficienti per ricoprire una carica ministeriale in un settore siano sufficienti anche per qualsiasi altro; quindi, un statista deve essere in grado di adattarsi a diversi compiti.
Dico quindi che Wilfrid Halterton avrebbe dovuto essere meno modesto nei primi mesi del suo alto incarico. Tuttavia, il suo atteggiamento originale rimase immutato, e fu felice di pensare che il suo primo grande successo politico, questa negoziazione con James McAuley, gli avrebbe permesso di tornare alla vita privata. Era soddisfatto di lasciare ad altri la gloria della fama pubblica, in cambio di un reddito notevolmente aumentato.
Avrebbe cercato di ridurre al minimo i tempi di attesa. Naturalmente, sarebbe stato necessario un intervallo tra la costituzione della nuova Television Corporation e il suo insediamento nella posizione prevista, nonché il pagamento dell’importo del salario concordato: così richiedevano le convenzioni sociali, e queste convenzioni dovevano sempre essere rispettate. Nessuno nella Camera dei Comuni era più sensibile in questi confronti. Nessuno conosceva meglio le regole della vita pubblica; nessuno temeva di più le critiche in tali questioni. Tale delicatezza faceva naturalmente parte del suo carattere; era proprio questo lato lodabile del suo temperamento, anche se spesso generava delle esitazioni da parte sua. Quando queste cose venivano fatte troppo rapidamente, inevitabilmente ne risultava – in modo del tutto illogico – un senso di indecenza.
Rimase per un momento a riflettere, appoggiandosi allo schienale della sua sedia bassa e fissando le sue lunghe gambe sotto la griglia luminosa del riscaldatore; stava calcolando con esattezza quale dovesse essere l’intervallo di tempo tra quel momento e il giorno in cui avrebbe ricevuto lo stipendio presso la nuova Television Corporation.
Meglio troppo lungo che troppo breve. J. avrebbe iniziato a lavorare senza indugio. Il voto che avrebbe istituito la Television Corporation sarebbe arrivato quasi immediatamente. La struttura sarebbe stata messa a disposizione del pubblico poco dopo le vacanze di Pasqua, e avrebbe iniziato a generare profitti entro la fine dell’estate al massimo. Si era parlato di nominare il giovane Collum come primo Commissario per un anno o più, così da dargli il tempo necessario e un reddito sufficiente per sposare Joan Bailey – che non possedeva nulla – per acquistare i mobili e tutto ciò che gli serviva, prima di assumere la nuova carica presso la Lega delle Nazioni. Dopodiché, J. avrebbe naturalmente preso il suo posto, e la posizione di Direttore Generale sarebbe diventata disponibile, diciamo, dopo un lasso di tempo complessivo di poco più di dodici mesi.
Quindi, la sua stessa dimissione dovrebbe avvenire entro circa sei mesi, in modo che quando accetterà l’incarico di amministrazione lo farà con un atteggiamento distaccato e privo di qualsiasi legame con l’Ufficio Postale. Questo ritardo di sei mesi è generalmente considerato il periodo minimo necessario tra il momento in cui una persona smette di ricevere uno stipendio ufficiale e quello in cui inizia a percepire i maggiori compensi privati derivanti da incarichi politici. Beh, se lo Statuto entrasse in vigore alla fine dell’estate, ciò significherebbe che la sua dimissione avverrebbe circa alla prossima Pasqua, cioè tra più di un anno. A quel punto potrebbe utilizzare la lettera di J., datandola a sei mesi dopo, ad esempio nell’autunno dell’anno successivo. In totale, diciotto mesi.
He made all these calculations for his own satisfaction, and through them all ran the substantial prospect of which he was now assured.
Wilfrid Halterton had been born to considerable wealth; the only son of old John Halterton of Reldwell Hall in Essex. The Halterton Library, at his old college at Cambridge — Merrion — was witness to the family fortune and generosity.
But things had not gone well since his father died, now twenty-five years ago. He had managed ill; he had suffered badly from one big crash in investment; he had grown embarrassed. He had mortgaged. He had got into arrears. Some years of increasing difficulty had preyed upon him. The more relieved was he at the new prospect: that document with J.’s firm signature to it, the certitude of ample security, the old income of his early manhood and more.
He meditated on that document. He recalled J.’s face and gesture while it was being drafted, and the light on the paper. He would not, of course, fill in the date as yet; there was plenty of time for that. Then, not for any useful purpose, but from that sort of itch we all have to read again a letter which has filled our thoughts, he felt in his coat-pocket for the envelope. He would pull out McAuley’s offer and go through its terms again exactly — though the only thing of moment was clear enough in his brain — the salary; free of tax.
For a second or two he wondered why his hand did not meet any envelope in that pocket, and he still groped. Then he woke up, with a start, leant forward and thrust into the pocket three or four times, as if he were looking for some small object like a coin. No. There was nothing there.
Memory of a recent instinctive movement is nearly always accurate; but one never knows. He plunged his other hand into the pocket on the other side. Ah, there it was! No … that envelope was one which had been there all day. It was the note from his tailor. It was of a different size, too.
He grew half curious and half alarmed. He got up out of his chair. He actually took off his coat. He took everything out of his pockets and turned the linings inside out. There was not a sign of the thing.
Then he went down on his knees and lit a match to explore the darkness under the table. He drew blank. He went out of the room and searched all the short way to the front door, along the passage. There was nothing. He stood in a quandary, his eyes fixed again upon that etching which McAuley had praised. It brought the movements of that quarter of an hour back to him as vividly as though he were still living in those moments. How could the thing have gone? He spent another futile five minutes back in the room, crawling about the carpet on all fours; lifting the corners in the vain idea that it might be lurking there.
Then he stood up again and pondered fruitlessly. He had heard no servant in the hall outside; no one had come in by the front door. If anyone in the house should find that envelope it would be awkward … but that was impossible … there had been no time for such a thing; no one could have known what he had had upon him.
Further search seemed useless. Things do disappear in this extraordinary way. The bother about this particular thing was the unpleasantness of knowing that such a letter might be lying about loose. He said to himself that there was no time to be lost: the essential thing was to communicate with J. at once.
He had had time to get home to his flat by this time, surely? He must telephone. He went to the little room at the back where his private telephone stood, and when he had got on to McAuley’s flat in Marble Arch House at the top of Park Lane, not half a mile off, he heard, even as the servant answered, another voice speaking which he could have sworn was that of McAuley himself.
It was not a voice near the instrument — it could not quite certainly be made out — but he thought he caught certain words.
The voice that presently did answer him clearly and directly was that of McAuley’s secretary: he knew her well — an efficient gentlewoman, of like nationality with her employer, Rose Fairweather by name. That voice said, in singularly distinct tones, that J. had been in for a moment, and had gone out again.
Halterton was almost positive he had heard J.’s voice, and that, in spite of its faintness and his inability to catch all the words, one patch of those words had been: “If it’s him,” and another, “You don’t know when.”
In answer to a second more nervous questioning there had come the still more distinct reply, that not only had J. just gone out but that he would not be back for dinner, and that Miss Fairweather did not know where he had gone or when he would return… . No, he might not be back till long after midnight… . No, he had not dressed, and he hadn’t taken a bag… . Oh yes, he would be back some time next morning at latest … yes, he would get his post… . And with that Wilfrid Halterton had to be content. But it left him in an agony.
As he walked slowly back to his study from the private instrument in the little room he asked himself what a man ought to do in such circumstances.
A Statesman and Postmaster-General looking under a carpet.
Here he was, with a document which no one else must see, lying about lost and to be found by heaven knows who. It was a document vital to him, and he himself was deprived of its use and without guarantee. J. would certainly act very soon; hardly, perhaps, next day, but certainly within a few days; and then all the world would know that the Charter was as good as granted. And he, Wilfrid Halterton, would be there without his side of the affair secure under his own keeping. Obviously there was only one thing to be done. He couldn’t make out why he hadn’t thought of it at once. Since J. was not on the telephone, he must write to him. He could not help thinking that J., for some reason or other, had wanted not to be bothered. He was almost certain he had heard that voice, and nearly as certain that he had heard those two fragmentary phrases. He quite understood that McAuley should want not to be bothered, but still he ought, after such an important transaction, to have come to the instrument. Anyhow, it was too late now. He must write, and he must send it round at once, or even take it himself, to make certain.
Fece tutti questi calcoli soltanto per soddisfare se stesso; in tutti loro era presente quella concreta possibilità di cui ormai era certo.
Wilfrid Halterton era nato in una famiglia molto ricca; era l’unico figlio di John Halterton, residente a Reldwell Hall nell’Essex. La Biblioteca Halterton, situata nel suo vecchio college a Cambridge – Merrion – testimoniava la fortuna e la generosità della famiglia.
Ma le cose non erano andate bene da quando suo padre era morto, ventiquattro anni prima. Aveva avuto difficoltà economiche; aveva subito gravi perdite a causa di un grosso investimento fallimentare; si trovava in una situazione imbarazzante. Aveva ipotecato i suoi beni e aveva iniziato ad accumulare debiti. Anni di crescenti difficoltà lo avevano colpito duramente. Quindi, la nuova prospettiva che gli si presentava lo rassicurava molto: quel documento firmato dall’azienda di J., la certezza di una solida garanzia finanziaria, il reddito di un tempo, e molto altro ancora.
Rifletté su quel documento. Ricordò il volto e il gesto di J. mentre veniva redatto, nonché la luce che illuminava la carta. Ovviamente, non avrebbe ancora inserito la data; c’era tutto il tempo per farlo. Poi, senza alcun motivo concreto, ma spinto da quella voglia che tutti abbiamo di rileggere una lettera che ci ha occupato i pensieri, cercò nella tasca del cappotto l’involucro. Avrebbe tirato fuori l’offerta di McAuley e ne avrebbe riletto attentamente i termini, anche se l’unica cosa davvero importante gli era già chiara nella mente: lo stipendio, esentasse da tasse.
Per un secondo o due si chiese perché la sua mano non trovasse alcun biglietto in quella tasca, e continuò a cercare a tentoni. Poi si svegliò di colpo, si sporse in avanti e frugò nella tasca tre o quattro volte, come se stesse cercando qualche piccolo oggetto, tipo una moneta. Niente. Non c’era nulla lì.
Il ricordo di un movimento istintivo avvenuto di recente è quasi sempre accurato; ma non si può mai essere sicuri. Infilò l’altra mano nella tasca dall’altro lato. Ah, eccolo! No, quell’involucro c’era già tutto il giorno; era la nota del suo sarto. Inoltre, aveva anche una dimensione diversa.
Era sia curioso che preoccupato. Si alzò dalla sedia, si tolse il cappotto, tirò fuori tutto dalle tasche e rivoltò i tessuti interni. Non c’era traccia di quell’oggetto.
Poi si mise in ginocchio e accese un fiammifero per esplorare l’oscurità sotto il tavolo. Non trovò nulla. Uscì dalla stanza e cercò dappertutto, lungo il corridoio fino alla porta d’ingresso. Niente. Rimase nel dubbio, con lo sguardo fisso su quell’incisione che McAuley aveva lodato. Gli ricordava vividamente quei momenti. Come poteva essere successo tutto ciò? Trascorse altri cinque minuti inutilmente nella stanza, strisciando sul tappeto; sollevando gli angoli nel vano tentativo di trovarlo lì nascosto.
Poi si alzò di nuovo e rifletté invano. Non aveva sentito nessun servitore nel corridoio esterno; nessuno era entrato dalla porta d’ingresso. Se qualcuno in casa avesse trovato quella busta, sarebbe stato imbarazzante, ma era impossibile, non c’era stato il tempo per una cosa del genere; nessuno poteva sapere cosa avesse addosso.
Un’ulteriore ricerca sembrava inutile. Le cose scompaiono davvero in questo modo straordinario. Il problema principale era il pensiero sgradevole che una lettera del genere potesse essere ancora da qualche parte, senza controllo. Si disse che non c’era tempo da perdere: l’importante era contattare immediatamente J.
A quell’ora doveva aver già avuto il tempo di tornare al suo appartamento, no? Doveva telefonare. Andò nella stanzetta in fondo dove si trovava il suo telefono privato, e quando riuscì a mettersi in contatto con l’appartamento di McAuley, situato all’ultimo piano dell’edificio Marble Arch House, a meno di mezzo miglio di distanza, sentì, mentre la domestica rispondeva al telefono, un’altra voce, una voce che avrebbe giurato essere proprio quella di McAuley.
Non era una voce vicina all’strumento; non si riusciva proprio a distinguerla chiaramente, ma lui pensò di aver captato alcune parole.
La voce che ora gli rispose chiaramente e direttamente era quella della segretaria di McAuley: la conosceva bene – una donna efficiente e gentile, della stessa nazionalità del suo datore di lavoro, di nome Rose Fairweather. Quella voce disse, con toni particolarmente distinti, che J. era entrato per un momento e poi se n’era andato di nuovo.
Halterton era quasi certo di aver sentito la voce di J.; nonostante fosse debole e lui non riuscisse a capire tutte le parole, aveva distinto chiaramente alcune frasi: “Se è lui, ” e “Non sai quando, ”.
In risposta a un secondo interrogatorio ancora più ansioso, era arrivata una risposta ancora più chiara: non solo J. era appena uscito, ma non sarebbe tornato per cena, e Miss Fairweather non sapeva dove fosse andato né quando sarebbe tornato. No, forse non sarebbe tornato prima di molto dopo mezzanotte. No, non si era ancora vestito e non aveva preso nessuna borsa. Oh sì, al massimo sarebbe tornato la mattina seguente. Sì, avrebbe ritirato la sua posta. E con questo, Wilfrid Halterton dovette accontentarsi. Ma ciò lo lasciò in un’agonia.
Mentre tornava lentamente nello studio, dopo essere stato nella piccola stanza dove si trovava lo strumento musicale, si chiese cosa dovesse fare un uomo in simili circostanze.
Un statista e direttore generale delle poste che si guarda sotto un tappeto.
Eccolo lì, con un documento che nessun altro doveva vedere, abbandonato chissà dove, pronto a essere trovato da chiunque. Era un documento di vitale importanza per lui, eppure lui stesso ne era privo e senza alcuna garanzia riguardo al suo utilizzo. J. avrebbe sicuramente agito molto presto; forse il giorno dopo, ma certamente entro pochi giorni. E allora tutto il mondo avrebbe saputo che quel documento aveva lo stesso valore di uno effettivamente concesso. E lui, Wilfrid Halterton, si sarebbe trovato in una situazione in cui la parte sua dell’accordo non era affatto al sicuro sotto la sua custodia. Ovviamente c’era solo un modo per risolvere il problema. Non riusciva a capire perché non ci avesse pensato subito. Poiché J. non era al telefono, doveva scrivergli. Non poteva fare a meno di pensare che, per qualche motivo, J. volesse evitare di essere disturbato. Era quasi certo di aver riconosciuto quella voce, e altrettanto sicuro di aver sentito quelle due frasi frammentarie. Capiva perfettamente che McAuley potesse voler evitare di essere disturbato, ma dopo una transazione così importante, avrebbe dovuto comunque intervenire. Comunque fosse, ormai era troppo tardi. Doveva scrivere subito, e inviare la lettera immediatamente, o addirittura portarla personalmente per assicurarsi che tutto andasse come previsto.
He did it in only a few lines.
My dear J.,
An extraordinary thing has happened. That letter of yours has disappeared. No doubt it will be found, but as it may not be for some time or even perhaps never at all, of course the only thing is for you to write me another. You remember the terms, I am sure. I do not know when you will get this, but your secretary tells me you will be back some time to-night, and I am sure you will send me a message first thing to-morrow morning — by hand if possible. I shall be at home till ten.
Wilfrid Halterton re-read these simple words, was satisfied with them, and then spent another ten minutes of indecision, as to how they should be delivered. It was really imperative that J. should get them certainly, and get them as soon as possible. He was in such an anxiety that he was half inclined to take them himself, had he not feared almost any movement of which record could remain. Besides which, if he stayed at home he could spend some more time looking after that strangely truant bit of paper. He would trust to the post.
So he went down to the street and posted off his note to McAuley with his own hand at once. Then he passed something like two hours searching over and over again, with what, in a less eminent man, might have been called fatuity, making certain and re-certain and counter-certain that the envelope was nowhere to be found.
There was nothing on for him at the House. He had paired in anticipation of that important interview. He dined at home, and went to bed early. He read for half an hour before sleeping, but he could not remember what he read. He felt as though he had been reading the missing letter. And twice in the night when he woke he could see its contents before him with extraordinary clearness — he could have recited it by heart.
Oddly enough, when Wilfrid Halterton sat down to his breakfast the next morning — Wednesday the 4th of March — and took up his newspaper, he made no search for an item which was to prove of more interest to him than any other. It did not occur to him that such an item would be there. He solemnly read his first leader, then his second and his third, after barely glancing at the big head-lines, which told him nothing more than he had seen in the evening papers of the night before. He went through the rest of the paper in no hurry; until he came to the financial page, and there it was that he saw what suddenly checked the wandering of his mind.
There was a paragraph about the position of Billies. It was rumoured that the report of the Committee appointed by the Postmaster-General had been unfavourable to Billies and favourable to Reynier’s; of course, nothing certain was known, but the report would doubtless be published shortly. That was all. The rest of the paragraph was only a few lines of the usual anodyne sort, mentioning vaguely the rival companies and their claims.
Halterton frowned. His dignity was offended. This kind of leakage could not be allowed. It was also exceedingly awkward now that J. held that signature of his. It was torturing. He wondered who had talked.
I could have told him. It was the sharp little page boy who goes in and out during the Committee meetings announcing people and taking messages. He had talked. He had got half-a-crown from the porter, and the porter had got a sovereign from Mr. Gamble, who had received fifty pounds in five ten-pound notes in an envelope from Miss Rose Fairweather’s own dainty hands when he had called there the day before at Mr. McAuley’s flat. Mr. Gamble had gone on gaily to his newspaper, and received another twenty pounds from the Financial Editor, to whom Miss Fairweather had specially recommended him. The Financial Editor had got no money indeed, but hearty thanks when next he met his proprietor — I use that word in its fullest sense. Also the Financial Editor had promptly sold his Billies before writing a line.
Anyhow, there the paragraph was, and after all, it could not be contradicted because it was true. There was nothing to be done now, the thing was printed, and it would be known, anyhow, when Parliament met that afternoon: so there was nothing to be done. And Wilfrid Halterton was far too much a gentleman to have words with his permanent officials, anyhow.
He looked at his watch. It was just on ten o’clock. J. would probably be ringing him up any moment now. He waited, and waited, his nervousness increasing; no ring came. It was fully a quarter-past when he could bear the suspense no longer, and himself rang up the flat near the Marble Arch.
Once more the clear accents of Miss Rose Fairweather, delicately balanced between the soft Glasgow and the more lapidary Edinburgh — reflecting therefore, perhaps, an origin in Whitburn — replied like chiselled silver.
Yes, Mr. McAuley had been in for a time that morning, and had worked with her for an hour; but he had gone out again, saying that he would walk to his office, in the City, because he wanted the exercise. He would hardly be there till well after eleven, he had one or two things to do on the way.
At eleven-thirty Wilfrid Halterton, now slightly feverish, took the risk of ringing up the Imperial Durrant’s crowd by the number of their palatial building. It was not very regular, the Postmaster-General was not supposed to do that sort of thing — but after all, it was most unlikely anyone would know his voice, and if by a miracle they did, why — everybody knew that he was a friend of McAuley’s, and that McAuley was a brother of his colleague the Attorney-General. He might be ringing up about anything.
Anyhow, he need not have been in such a stew, for the answer was simple enough.
Yes… . Mr. McAuley had been in, and had attended to a little business… . No, he had gone out again… . He wouldn’t be back till after lunch. They did not know where he had gone to. They couldn’t say when.
Once more did the sorely harassed Wilfrid Halterton challenge the gods — once more, before he went down to his own office at noon. And this time it was again the flat near the Marble Arch which he attacked. And once more did the pellucid, sweetly-divided syllables of Rose Fairweather inform him that Mr. McAuley had indeed rung up his flat, from the Carlton Hotel, where he had happened to be for a moment in the course of the morning, but that it was only about some papers he wanted sent on to him there by messenger, and that he would have left the hotel long ago.
Lo fece in soltanto poche righe.
Mio caro J.
È successo qualcosa di straordinario: quella tua lettera è scomparsa. Senza dubbio verrà ritrovata, ma poiché potrebbe accadere tra molto tempo o forse mai, l’unica cosa da fare è che tu mi scriva un’altra lettera. Ricorderai sicuramente le condizioni stabilite. Non so quando la riceverai, ma la tua segretaria mi ha detto che tornerai stasera, e sono certo che mi manderai un messaggio domani mattina presto – se possibile, di persona. Sarò a casa fino alle dieci.
Wilfrid Halterton rilesse queste semplici parole, ne fu soddisfatto, ma poi passò altri dieci minuti in indecisione su come farle arrivare a J. Era davvero essenziale che J. le ricevesse, e il prima possibile. Era così ansioso che quasi pensava di portarle personalmente, se non fosse stato per la paura che qualsiasi sua mossa potesse lasciare tracce. Inoltre, rimanendo a casa avrebbe avuto più tempo per prendersi cura di quel pezzo di carta così stranamente “assente”. Si fidava della posta.
Allora scese in strada e consegnò personalmente la sua nota a McAuley. Poi passò circa due ore a cercare ripetutamente, con un comportamento che, in una persona meno importante, si sarebbe potuto definire sciocco: controllava continuamente se l’indirizzo fosse corretto o meno.
Non c’era nulla che lo attendesse a casa. Si era preparato con attenzione per quell’intervista importante. Aveva cenato a casa e si era coricato presto. Aveva letto per mezz’ora prima di addormentarsi, ma non riusciva a ricordare cosa avesse letto. Sembrava che stesse leggendo quella lettera mancante. E due volte durante la notte, quando si svegliava, riusciva a vedere il suo contenuto con estrema chiarezza; avrebbe potuto recitarlo a memoria.
Stranamente, quando il giorno dopo, mercoledì 4 marzo, Wilfrid Halterton si sedette a colazione e prese in mano il giornale, non cercò affatto un articolo che avrebbe dovuto interessarlo più di qualsiasi altro. Non gli venne nemmeno in mente che potesse esistere un simile articolo. Lesse con attenzione la prima notizia principale, poi la seconda e la terza; diede appena un’occhiata alle grandi titoli, i quali non gli rivelarono nulla di nuovo rispetto a quanto aveva letto nei giornali della sera precedente. Continuò a leggere il resto del giornale con calma, fino a quando arrivò alla pagina finanziaria. Ed eccolo lì: l’articolo che improvvisamente fermò i suoi pensieri erranti.
C’era un paragrafo riguardante la posizione di Billies. Si diceva che il rapporto del comitato nominato dal Capo Postale fosse sfavorevole a Billies e favorevole a Reynier; naturalmente, non si sapeva nulla di certo, ma il rapporto sarebbe sicuramente stato pubblicato a breve. Era tutto. Il resto del paragrafo consisteva solo in poche righe di contenuto generico, che menzionavano vagamente le compagnie rivali e le loro rivendicazioni.
Halterton fece una smorfia. La sua dignità era stata offesa. Un simile errore non poteva essere tollerato. Ora, inoltre, che J. aveva quella sua firma. Era davvero insopportabile. Si chiese chi avesse parlato.
Avrei potuto dirglielo. Era quel ragazzo magro e vivace che entra ed esce durante le riunioni del comitato, annunciando i nomi delle persone e prendendo messaggi. Aveva parlato con il portiere; questi gli aveva dato mezzo scellino, e il portiere a sua volta aveva ricevuto una sterlina da Mr. Gamble. Quest’ultimo aveva ricevuto cinquanta sterline, divise in cinque banconote da dieci sterline, in un involucro, consegnatogli personalmente dalle delicate mani di Miss Rose Fairweather, quando il giorno prima era andato all’appartamento di Mr. McAuley. Mr. Gamble era poi andato felicemente al suo giornale e aveva ricevuto altre venti sterline dal redattore finanziario, a cui Miss Fairweather lo aveva raccomandato appositamente. Il redattore finanziario, in realtà, non aveva ricevuto denaro, ma un sincero ringraziamento quando aveva incontrato il suo proprietario, uso questa parola nel suo senso più ampio. Inoltre, il redattore finanziario aveva immediatamente venduto i suoi “Billies” prima ancora di scrivere una riga.
Comunque, quel paragrafo esisteva davvero, e in fondo non poteva essere contraddetto, perché era vero. Non c’era nulla da fare ora: il testo era stato stampato e, comunque, sarebbe venuto a conoscenza di tutti quando il Parlamento si fosse riunito quel pomeriggio. Quindi non c’era davvero nulla da fare. E Wilfrid Halterton era troppo gentiluomo per discutere con i suoi funzionari permanenti, in ogni caso.
Guardò l’orologio: erano appena le dieci. J. avrebbe probabilmente chiamato da un momento all’altro. Aspettò e aspettò, sempre più nervoso. Ma il telefono non suonò. Erano già passate venti minuti quando non riuscì più a sopportare l’attesa e decise di chiamare lui stesso l’appartamento vicino al Marble Arch.
Ancora una volta, le chiare inflessioni della signorina Rose Fairweather, delicatamente bilanciate tra il morbido accento di Glasgow e quello più deciso di Edimburgo – il che forse rifletteva un’origine nel Whitburn – risuonavano come argento cesellato.
Sì, il signor McAuley era stato lì quella mattina per un po’ e aveva lavorato con lei per un’ora; ma poi se n’era andato di nuovo, dicendo che avrebbe camminato fino al suo ufficio in città, perché voleva fare un po’ di movimento. Probabilmente non sarebbe arrivato prima delle undici, aveva ancora una o due cose da fare lungo la strada.
Alle undici e trenta, Wilfrid Halterton, ormai leggermente febbricitante, decise di rischiare e chiamare il numero dell’edificio imponente della famiglia Durrant. Non era una pratica molto regolare; in fondo, al Segretario Generale delle Poste non spettava farlo. Ma chi avrebbe mai riconosciuto la sua voce? E anche se qualcuno lo facesse, che importanza aveva? Tutti sapevano che era un amico di McAuley, e che McAuley era fratello del suo collega, il Procuratore Generale. Poteva benissimo chiamare per qualsiasi motivo.
Comunque, non avrebbe dovuto trovarsi in tale imbarazzo, perché la risposta era abbastanza semplice.
Sì. Il signor McAuley era stato dentro e aveva sbrigato qualche faccenda. No, era uscito di nuovo. Non sarebbe tornato prima dell’ora di pranzo. Non sapevano dove fosse andato, né quando sarebbe tornato.
Ancora una volta, Wilfrid Halterton, gravemente perseguitato, sfidò gli dei. Ancora una volta, prima di recarsi nel proprio ufficio a mezzogiorno. E questa volta l’obiettivo fu nuovamente l’appartamento vicino al Marble Arch. E ancora una volta, le sillabe chiare e dolcemente articolate di Rose Fairweather gli riferirono che il signor McAuley aveva effettivamente telefonato al suo appartamento, dall’hotel Carlton, dove si trovava per un momento quella mattina. Ma l’unica ragione della chiamata era legata a alcuni documenti che voleva fargli inviare lì con un messaggero; inoltre, aveva già lasciato l’hotel da molto tempo.
The Postmaster-General had no desire to increase this stream of records, or to emphasize his tracks. He must possess his soul in patience until McAuley should come to him in his rooms at the House, or until in some other way they should meet again. It could not be long. And if he did not see McAuley after a sufficient delay he would write him another letter. But all that day there was no sign of McAuley.
What did happen that day, and what the Postmaster-General himself discovered from the evening papers, and from the tape, and also, to his no small annoyance, from a certain amount of conversation around him, was a smart little fall in Billies. They had opened well below yesterday’s level, at 21s. — 22s. They had sunk to 20s. — 21s., rallied again at 22s. and closed at 22½s. The rally, it may interest my readers to know, was due to the purchase of a fairly large block in the interest of a Mr. Charles Marry — a relative of Miss Rose Fairweather’s, whom she had herself introduced to James McAuley, and who was now devoted to the interests of that great man.
A whole day having thus passed without news having reached the Postmaster-General from his good and intimate friend James McAuley, it was necessary to take action.
There are situations which act marvellously as a spur to the intelligence, and Wilfrid Halterton that very evening acted as he had never acted before in his life. He did what is called, “taking steps”; he “cast about,” in half-a-dozen quite indirect, discreet, indifferent remarks dropped here and there, in the dining-room of the House and in the lobbies, and succeeded by half-past eight in getting hold of J.’s momentary whereabouts.
“Who’s dining at Mary’s to-night?”
“Do you know whether Johnny’s at Angela’s to-night?”
“Hullo, I thought you were dining with McAuley?”
And so on; with such phrases he traced McAuley to his lair. He heard at last that the financier was dining with the Balcombes. At that time of night which Victor Hugo so finely calls the desert hour when lions gather to drink, that is, at a quarter to nine, when the lions lift the first cup of champagne to their lips in the houses of our great democracy, Wilfrid Halterton caused J. to be summoned to the telephone: he used a ruse: he summoned J. in the name of his secretary— “Say Miss Fairweather wants him — urgently.” James McAuley, who had but just sat down and exchanged his first words with his hostess, Lady Caroline, in the very ugly grand new house of the Balcombes in Hill Street, cursed under his breath, left the dinner, went out and sat down to the telephone in Balcombe’s private room; with the thick door carefully shut. He lifted the receiver and said, rather testily:
“Well, Miss Fairweather?”
But it was not Miss Rose Fairweather’s voice that he heard in reply. It was the voice of Wilfrid Halterton.
“I’m sorry to trouble you, J… .”
“What d’ye mean? They told me ’twas my secretary.”
“The servant must have made a mistake — it’s me.”
“Yes, I can hear that. What about it? What do ye want?”
“You got my letter?”
“Yes, I got your letter. But I didn’t understand it. I think ye’d better explain when I see ye.”
“How do you mean, you didn’t understand it? I told you I’d lost the letter you gave me last night, and asked you whether you could send me another.”
There was a pause, and Wilfrid Halterton at the other end of the wire wondered why there should be a pause. He was not left long in doubt. There came at the end of that pause, in strong virile accents, Scots in timbre, the following words:
“I can’t understand what ye mean! I never gave ye a letter. You gave me a letter. I’m sorry. I can’t wait now. I’ve had to come away from the dinner table. I must get me back. Try and see ye to-morrow.”
And the wire went dead.
III
THERE IS A row of semi-detached villas in the suburb of Streatham known (I know not why) as Eliza Grove. Of these semi-detached villas, one (known officially and to the gods as Number 5, but to mortals and on the front gate in white letters on a green ground, as Myrtle View) is the dear home of a small building contractor, by name Nicholas Clarke. As he has nothing whatever to do with this story and, for all his efforts, will not be allowed to appear upon these pages again, we may leave it at that. But the other villa of this Siamese twin, tied on to it, rib to rib, Number 7, also with a green door, has no particular name; for its owner has discovered in his social advance that the giving of names to small suburban houses is not done. It is plain Number 7, to gods and men alike.
Here resides that strong, humorous, kindly, thoroughly efficient, healthy man, just on sixty years of age, known to the world as Jack Williams, for the moment Home Secretary — but there, he might be anything he pleased. The ball is at his feet. He had been offered the Presidency of the Council and had refused it; partly because the opportunities were insufficient — no contracts — partly because it was not a leg up. As like as not he would have the Dominions before the end of the year, for the present Secretary of State for the Dominions, like others before him, found his job a very thankless one.
Anyhow, Jack Williams is for the moment Home Secretary, pleased with his work, as he has been pleased with everything he ever had to do, and doing it well, as he has done well everything he ever had to do.
You would notice him anywhere, for though he was but a rather short man, with heavy, undistinguished features, and those rendered common by an undignified small moustache, his carriage and still more his expression would have struck you. His twinkling steel grey eyes, intermittently narrowed as he gazed sharply at you in conversation, had a sort of fire in them: they saw everything that was going on about him. His big shoulders had strength and endurance, his deep chest vitality, and his step was solid. Also there was this about him, that when he spoke he spoke with zest, entertainingly, full of life, and yet said nothing which could betray what was in his mind. The very man for politics!
Il Capo Postale non aveva alcun desiderio di aumentare questo flusso di documenti, né di mettere in evidenza le proprie tracce. Doveva mantenere la pazienza, fino a quando McAuley non lo avrebbe raggiunto nei suoi uffici alla Camera, o fino a quando non si sarebbero incontrati di nuovo in qualche altro modo. Non poteva trascorrere molto tempo. E se dopo un lasso di tempo adeguato non avesse visto McAuley, gli avrebbe scritto un’altra lettera. Ma per tutto quel giorno non ci fu alcun segno di McAuley.
Cosa era accaduto quel giorno, e cosa il Capo Postale stesso scoprì dai giornali serali, dalla registrazione audio, e anche, a suo grande dispiacere, da alcune conversazioni intorno a lui. Fu un netto calo delle quotazioni di Billies. Avevano iniziato la giornata molto più in basso rispetto al livello di ieri: 21 secondi, 22 secondi. Poi erano scese fino a 20 secondi, 21 secondi, per poi riprendersi nuovamente a 22 secondi e chiudere la giornata a 22½ secondi. Questo rialzo, potrebbe interessare i miei lettori, fu dovuto all’acquisto di una quota piuttosto consistente da parte di un certo signor Charles Marry, un parente della signorina Rose Fairweather, che lei stessa aveva presentato a James McAuley; quest’ultimo era ormai molto impegnato a sostegnere gli interessi di quell’uomo importante.
Un intero giorno era trascorso senza che il Capo Postale ricevesse alcuna notizia dal suo caro e intimo amico James McAuley; quindi era necessario intervenire.
Ci sono situazioni che agiscono meravigliosamente come stimolo per l’intelligenza, e quella sera Wilfrid Halterton si comportò come non aveva mai fatto prima in vita sua. Fece ciò che si definisce “prendere delle misure”: fece alcune osservazioni piuttosto indirette, discrete e apparentemente indifferenti, sia nel salone da pranzo che nei corridoi, e alle otto e mezza riuscì a scoprire dove si trovava J. in quel momento.
“Chi cena da Mary stasera?”
“Sai se stasera Johnny è da Angela?”
“Ehi, pensavo stessi cenando con McAuley…”
E così via; con frasi del genere riuscì a localizzare McAuley nel suo nascondiglio. Alla fine seppe che il finanziere stava cenando con i Balcombe. In quell’ora di notte, che Victor Hugo definisce “l’ora desolata” in cui i leoni si radunano per bere, cioè alle nove meno un quarto, quando nei palazzi della nostra grande democrazia i leoni sollevano la prima coppa di champagne alle labbra. Wilfrid Halterton fece chiamare J. al telefono: usò un trucco; lo chiamò in nome della sua segretaria: “Dica che Miss Fairweather lo vuole, urgentemente”. James McAuley, che aveva appena iniziato a parlare con la padrona di casa, Lady Caroline, nella brutta e grandiosa nuova residenza dei Balcombe in Hill Street, imprecò sottovoce, lasciò la cena, uscì e andò a rispondere al telefono nella stanza privata di Balcombe, chiudendo bene la porta. Sollevò il ricevitore e disse, con tono piuttosto irritato:
“Beh, signorina Fairweather…”
Ma non fu la voce di Miss Rose Fairweather quella che sentì in risposta. Fu la voce di Wilfrid Halterton.
“Mi dispiace disturbarla, J…”
“Cosa intendi? Mi hanno detto che era la mia segretaria…”
“Deve esserci stato un errore da parte del servitore… sono io.”
“Sì, riesco a sentire… E allora? Cosa volete?”
Hai ricevuto la mia lettera?
“Sì, ho ricevuto la tua lettera. Ma non l’ho capita. Penso che sia meglio se me la spieghi di persona quando ci incontriamo.”
“Cosa intendi dire con ‘non l’hai capito’? Ti ho detto che avevo perso la lettera che mi hai dato ieri sera e ti ho chiesto se potevi mandarmene un’altra.”
Ci fu una pausa, e Wilfrid Halterton all’altro capo del filo si chiese perché dovesse esserci una pausa. Non dovette aspettare a lungo per scoprirlo: alla fine di quella pausa, con forti accenti virili e un tono scozzese, furono pronunciate le seguenti parole:
“Non capisco cosa intendi! Non ti ho mai dato nessuna lettera. È stata tu a darmene una. Mi dispiace, non posso aspettare oltre. Ho dovuto lasciare la tavola da pranzo. Devo tornare subito indietro. Prova a vedermi domani.”
E il filo smise di funzionare.
III
Nel sobborgo di Streatham c’è una fila di villette semi-indipendenti conosciute (non so per quale motivo) come Eliza Grove. Tra queste villette, una – ufficialmente denominata “Numero 5”, ma sui cartelli bianchi su sfondo verde all’ingresso principale chiamata “Myrtle View” – è la cara dimora di un piccolo costruttore edile di nome Nicholas Clarke. Poiché non ha alcun legame con questa storia e, nonostante i suoi sforzi, non gli sarà permesso comparire nuovamente in queste pagine, possiamo lasciarlo qui. L’altra villetta, anch’essa parte integrante di questo complesso residenziale – il “Numero 7” con la sua porta verde – non ha un nome specifico: il suo proprietario, infatti, si è reso conto che assegnare nomi alle piccole case dei sobborghi non è una pratica comune. Per gli dèi e per gli uomini, è semplicemente “Numero 7”.
Ecco quell’uomo forte, umoristico, gentile, estremamente efficiente e in ottima salute: ha appena sessant’anni ed è conosciuto in tutto il mondo come Jack Williams; al momento ricopre la carica di Segretario di Stato per gli Affari Interni, ma potrebbe diventare qualsiasi cosa desideri. Ha l’opportunità tra le mani: gli è stata offerta la presidenza del Consiglio, ma l’ha rifiutata; in parte perché le opportunità offerte non erano sufficienti (nessun contratto), e in parte perché non rappresentava un vero vantaggio per la sua carriera. È molto probabile che entro la fine dell’anno otterrà anche la carica di Segretario di Stato per i Dominioni, poiché l’attuale incaricato, come molti prima di lui, ritiene questo compito estremamente ingrato.
Comunque sia, al momento Jack Williams è Segretario dell’Interno; è soddisfatto del proprio lavoro, così come lo è stato di tutto ciò che ha mai dovuto fare, e lo ha fatto bene, proprio come ha sempre portato a termine con successo qualsiasi compito gli sia stato affidato.
Lo si sarebbe notato ovunque: sebbene fosse un uomo piuttosto basso, con tratti del viso ordinari e una barbetta insignificante che li rendeva ancora più comuni, il suo portamento e soprattutto la sua espressione avrebbero colpito chi lo incontrava. I suoi occhi grigio-acciaio, scintillanti e a volte socchiusi mentre ti fissava con attenzione durante una conversazione, contenevano una sorta di “fuoco”: vedevano tutto ciò che accadeva intorno a lui. Le sue spalle larghe esprimevano forza ed endurance, il suo petto profondo vitalità, e i suoi passi erano sicuri e decisi. Inoltre, quando parlava lo faceva con entusiasmo, in modo divertente e pieno di vita, ma senza mai rivelare ciò che realmente pensava. Il tipo perfetto per la politica!
He was an early riser, and this Thursday, March 5th, at 8 o’clock, he was sitting at his breakfast table, with his admirable wife opposite him, in the little front room of Number 7.
It was the morning after that strange, abrupt conversation which had passed on the telephone during the dinner between James Haggismuir McAuley and the distracted Halterton. Jack Williams was reading his newspaper, propped up against the coffee pot, and anyone who had seen him would have said: “Here is a man who has risen from very small beginnings to a modest, but, for his station, prosperous middle age. This little semi-detached villa with its spare bedroom, its parlour and its dining-room, and its one neat servant — this humble suburban home — is for him comfort and even luxury. He contrasts it in his own mind with his origins in that miserable muddy slum up North where he passed his starved childhood under a mother broken with childbearing and a father alternately drunk and sober, and bringing in, as luck served him, about a pound a week, in the old days before the Great War when the poor were really poor.”
Anyone who had passed such a judgement would have been right. Jack Williams did feel exactly like that. He had risen, he had prospered. Indeed, he had prospered more than the observer would have imagined. He was worth about a quarter of a million pounds.
He had risen simply and naturally, as such men do, something of a hero among his fellow-boys in his teens in the mill, finding he had facility with his tongue, joining in debates, as a young man, when he was shop steward: then advancing in his Union, then secretary to it: then elected to Parliament, when he was thirty years of age, not long after the Great War. All the regular routine, the cursus honorum which is happily still the public life of England in 1960, and which blends so well with the remains of our old aristocratic policy.
He had been cordially received as he rose. He had made his mark in the House of Commons. He had first had office of a minor sort before he was fifty. He had entered the Ministry in Mrs. Boulger’s first administration. He had used his opportunities well, investing shrewdly, getting to know all he could about men, and using all that he knew, to their praise or shame, making the right friendships with rich men — real friendships upon all sides. It was a point with the young bloods to boast that they knew him. There was competition among the great hostesses to get him into their houses — and he went.
The Right Hon. John Williams, Esq. (“Honest Jack Williams”), M.P., Secretary of State for Home Affairs in Mrs. Boulger’s second administration (1960).
Among his many talents were two which just fitted such a position: he played billiards admirably — he had discovered his ability therein before he was twenty years of age in the dingy billiard-room of the “Percy Arms,” whilst he was yet a lad in the mills, but already earning good money. And he had a quick, racy sort of repartee. He never tried to lose the accent of his native town and province. If anything he exaggerated it, though whether consciously or not I cannot say.
There he sat, reading his newspaper. But he was not one of those men who read their newspapers to the discomfort of their wives. If she had helped to make him, as she had, it was not only because she was a woman of such capacity (he had married her when he was still a very young man — they both worked in the same mill and earned between them less than four pounds a week), but because he had always respected her, always cherished her, and always depended upon her judgement in a way which she could feel and be proud of. She was a woman much after his own mould in features as in bearing, equally resolute though more demure: not provided of course with the small moustache: and I am afraid, not humorous about the eyes, but steady in her gaze. Upon business affairs she had never advised him. She never interfered with any decision of his to do this or that, as he went up in his career, save now and then quietly and at critical moments, but she gave judgements usually negative, against what might have been a false move. He was careful of her, and he was right. Their one child had died while they were still poor in the North, in the old days. That grave had strengthened the bond between them, and no man and woman in England were to-day less lonely.
So he was reading his paper this morning, not selfishly to himself, but with a running commentary to her as he read, telling her the news.
“Sammy’s been at it again. He talks too much… . Hullo! Jack’s got a letter… . All about the currency, and saying nothing.”
“That Lord John never does say anything worth hearing,” commented Mrs. Williams.
“Oh, but he thinks a lot,” answered her husband; and he added, “That’s how he’s got where he is.”
“And where is he?” said Mrs. Williams superciliously. “In the soup!”
“He may be now,” answered the master of the house, nodding sagaciously, “but he’s one as crawls out of the tureen. Don’t you forget that, Martha. Now, you be kind to him!”
“Oh, I’ll be kind to him, Mr. Williams; I’ll be kind to him,” said Martha, a little ruffled.
“Yes, my dear, you always were. You always know what to do.”
There was a pause. And during that pause the husband turned over the paper and looked towards the back pages. His wife knew what that meant. He was glancing at certain high matters in stocks and shares, with which she was far too wise to interfere.
Mrs. Honest Jack Williams, one of our leading political ladies, giving her judgement that Lord John is in the soup.
He had done admirably at that game, and she knew her limitations. Always in her heart when she heard (for he sometimes blundered) of such and such a big thing brought off, or when he told her in a general way (for he did that also) how they stood before the world, how he would cut up, she remembered that there might have been a son to which all this should have gone. But she never spoke of that. She knew well enough what would happen if she survived him. It would all be at her disposal. And if he survived her, why, she knew well enough that what time might be left to him would not then matter to him much. She had a vague feeling, which people often have when they have had so close a companionship for so many years, that somehow neither would survive the other. It does not exactly happen like that; but it often happens nearly like that… .
Era una persona che si alzava presto; quel giovedì, 5 marzo, alle 8 del mattino, era seduto alla sua tavola da colazione, con la sua ammirevole moglie di fronte a lui, nella piccola sala d’ingresso dell’appartamento numero 7.
Era la mattina seguente quella strana e improvvisa conversazione avvenuta al telefono durante la cena tra James Haggismuir McAuley e il distratto Halterton. Jack Williams stava leggendo il suo giornale, appoggiato alla caffettiera; chiunque lo avesse visto avrebbe detto: “Ecco un uomo che è partito da condizioni molto umili per raggiungere una vita moderatamente agiata, considerando la sua posizione sociale. Questa piccola villetta semi-indipendente, con la sua camera da letto in più, il soggiorno e la sala da pranzo, nonché un domestico efficiente. Questo umile ambiente suburbano rappresenta per lui comfort, persino lusso. Nella sua mente, lo contrappone alle sue origini in quel misero quartiere fangoso del Nord, dove ha trascorso un’infanzia di privazioni sotto una madre esausta a causa delle continue gravidanze e un padre alternativamente ubriaco e sobrio, che guadagnava al massimo una sterlina a settimana. Ai tempi precedenti alla Grande Guerra, quando i poveri erano davvero molto poveri.”
Chiunque avesse emesso un simile giudizio avrebbe avuto ragione. Jack Williams si sentiva proprio così: era riuscito ad alzarsi in piedi, aveva fatto fortuna. Anzi, aveva fatto molto più di quanto chi lo osservava potesse immaginare. Il suo patrimonio ammontava a circa un quarto di milione di sterline.
Era emerso in modo semplice e naturale, come fanno queste persone; da ragazzo, nel mulino dove lavorava, era considerato una sorta di eroe tra i suoi compagni: si accorse di avere un talento per il discorso, partecipò a dibattiti. Da giovane, quando divenne rappresentante dei lavoratori in un negozio, continuò a farsi strada nella sua organizzazione sindacale: divenne segretario del sindacato e, all’età di trent’anni, poco dopo la Grande Guerra, fu eletto al Parlamento. Tutto questo seguì il solito percorso di carriera, quel “cursus honorum” che ancora oggi caratterizza la vita pubblica in Inghilterra nel 1960, e che si integra perfettamente con i resti della nostra vecchia politica aristocratica.
Fu accolto con cordialità non appena si alzò in piedi. Aveva lasciato il proprio segno nella Camera dei Comuni. Prima dei cinquant’anni aveva già ricoperto incarichi di minor rilievo; era entrato nel Ministero durante la prima amministrazione della signora Boulger. Aveva sfruttato al meglio le opportunità che gli si erano presentate: investendo con saggezza, cercando di conoscere il più possibile le persone e utilizzando tutte quelle informazioni, a loro vantaggio o a svantaggio, per stringere amicizie con uomini ricchi – vere e proprie amicizie su tutti i fronti. Tra i giovani era considerato un privilegio conoscerlo; c’era competizione tra le grandi dame per invitarlo nelle loro case, ed egli accettava sempre.
Il Nobile Onorevole John Williams, avvocato (“Onesto Jack Williams”), membro del Parlamento, Segretario di Stato per gli Affari Interni durante il secondo mandato della signora Boulger (1960).
Tra i suoi molti talenti ce n’erano due che si adattavano perfettamente a una posizione del genere: giocava a biliardo in modo eccezionale; aveva scoperto questa sua abilità prima dei vent’anni, nella squallida sala da biliardo del “Percy Arms”, quando era ancora un ragazzo che lavorava nelle fabbriche, ma già guadagnava bene. Inoltre, possedeva un modo di rispondere rapido e vivace. Non cercava mai di nascondere l’accento della sua città natale e della sua provincia; anzi, forse lo esagerava, anche se non so se lo facesse consapevolmente o meno.
Lì sedeva, leggendo il suo giornale. Ma non era uno di quegli uomini che leggono i giornali fino a infastidire le loro mogli. Se lei lo aveva aiutato, come aveva fatto, non era solo perché era una donna di grande capacità (lo aveva sposato quando era ancora molto giovane; entrambi lavoravano nella stessa fabbrica e guadagnavano insieme meno di quattro sterline a settimana), ma perché lui l’aveva sempre rispettata, amata profondamente e affidato sempre il proprio giudizio al suo, in modo che lei potesse sentirsi orgogliosa di questo. Era una donna molto simile a lui per carattere e portamento: altrettanto decisa, sebbene più riservata; naturalmente non aveva il baffetto. E temo anche che i suoi occhi non fossero particolarmente umoristici. Ma il suo sguardo era sempre fermo. Nei affari, lei non gli aveva mai dato consigli. Non si era mai intromessa nelle sue decisioni, man mano che la sua carriera prendeva slancio. Tranne che, di tanto in tanto, nei momenti critici, le sue osservazioni erano solitamente negative, per evitare che lui compisse errori. Lui la rispettava molto. E aveva ragione. Il loro unico figlio era morto quando erano ancora poveri, nel Nord. Quella tomba aveva rafforzato il legame tra di loro. Oggi, in Inghilterra, non c’era coppia più solitaria di loro.
So che stamattina stava leggendo il suo articolo, non in modo egoistico per sé stesso, ma facendo commenti continuativi mentre lo leggeva, raccontandole le notizie.
“Sammy ha fatto di nuovo quella cosa. Parla troppo. Ehi! Jack ha ricevuto una lettera. Tutta sulle valute, ma non dice nulla di concreto.”
“Quel Lord John non dice mai nulla che valga la pena ascoltare,” commentò la signora Williams.
“Oh, ma lui pensa molto,” rispose suo marito; e aggiunse: “È per questo che è arrivato dove è ora.”
“E dove si trova?” chiese la signora Williams con tono sprezzante. “Nella zuppa!”
“Forse ora sì,” rispose il padrone di casa, annuendo saggiamente, “ma è ancora uno che esce direttamente dalla pentola. Non dimenticarlo, Martha. Ora, sii gentile con lui!”
“Oh, sarò gentile con lui, signor Williams; sarò gentile con lui,” disse Martha, un po’ turbata.
“Sì, caro mio, lo sei sempre stato… Tu sai sempre cosa fare.”
Ci fu una pausa. E durante quella pausa il marito girò la pagina e guardò le pagine posteriori. Sua moglie sapeva cosa significava: stava dando un’occhiata a questioni molto complesse relative alle azioni e ai titoli finanziari, di cui lei era troppo saggia per interferire.
La signora Honest Jack Williams, una delle nostre principali figure politiche, ha espresso il suo parere secondo cui Lord John è nei guai.
Si era comportato in modo ammirevole in quella partita, e lei conosceva bene i propri limiti. Ogni volta che sentiva (poiché a volte commetteva errori) di qualche grande successo ottenuto da lui, o quando le raccontava in termini generali (poiché lo faceva spesso) come fossero visti dal mondo esterno, come avrebbe agito in determinate situazioni, lei ricordava che forse avrebbero potuto avere un figlio a cui tutto questo sarebbe dovuto andare. Ma non ne parlava mai. Sapeva bene cosa sarebbe successo se lo avesse sopravvissuto: tutto sarebbe stato a sua disposizione. E se lui l’avesse sopravvissuta, beh, sapeva anche che il tempo che gli fosse rimasto non avrebbe avuto poi molta importanza per lui. Aveva una sensazione vaga, quella che spesso si ha quando si è condiviso così tanto per tanti anni: che in qualche modo nessuno dei due sarebbe sopravvissuto all’altro. Non succede esattamente così; ma spesso accade quasi così.
And even as Honest Jack Williams (Secretary of State for Home Affairs) looked at those stocks and shares, and even as the eyes which she could just see above the propped-up paper got a look of concentration in them, while he fastened on the figures he was following, she admired him more for his excellent judgement of the market, which she well knew to be the chief glory of a public man.
There had been ups and downs, though he had told her frankly of certain misjudgements or bits of bad luck; but on balance he had always been going upwards — and to what a height! For of all that large solid income nine-tenths was saved and went to swell the pile. There was the salary as well, so long as he was in office. And as for Number 7, Eliza Grove, slavey and all, and the taxis they were always taking, and the visits and the rest, the whole thing didn’t come to fifteen hundred a year. She had good reason to be proud of him.
In these few moments of concentration during which he interrupted that conversation with his wife, which he was very careful to maintain, Jack Williams had captured with his bright sharp eyes one point after another in the financial news before him. He had seen that the Indian Loan was steady, he had been a little annoyed at the head-lines on the Third Central Bank; there had been a half-smile on his face for half a second at an absurd puff of the New Guaranty Loan, which he had heavily sold forward upon good official knowledge, shared by not more than half-a-dozen other men. Then his expression changed again and became arrested and almost excited. His wife noticed the expression, but she could not tell what caused it.
What had caused it had been something very small but very significant. It was a line in the middle of the industrial shares, the line concerning Billies on the New York Exchange after London had closed the evening before. That line said simply:
“Durr. Imp. Tel. Ord. 29s. 6d. — 31s. 6d.”
The Home Secretary gave a very low whistle, for which he politely begged his wife’s pardon. He put the paper down, and asked Mrs. Williams what she thought on a vexed question which had been a good deal debated between them: whether they should make a bid for the cottage in Surrey on the fringe of the park palings which they had hitherto leased from their very good friends and constant hosts in the big house at Henbury.
Mrs. Williams was always voluble on that subject; she knew that her husband was against buying, while she was in favour. Mr. Williams therefore expected — and got — a good long re-statement as usual of all her reasons. As she made it he nodded, taking in every point, though he had heard it twenty times before — and it gave him leisure to think without her knowing how his mind was working.
He was not bothering about the cottage. He was wondering about Billies. It would perhaps be too strong to say that he was cursing himself inwardly for not having watched the tape; he had been glued all night to the Treasury Bench, right up to the cry of “Who goes home?” ringing through the vaults of the House of Commons, he had come home too tired to think of anything, he had gone to bed at once, and meanwhile he had missed his opportunity. Lord! How Billies had jumped in New York! Nearly eight bob! Twenty-nine bob, thirty-one, from twenty-two… . What on earth had made them jump like… .
The voice of his wife came to him across the table (for men like this can attend to two things at once).
“You’re always saying as you don’t want the place — saying it’s always better to look tenants of theirs anyhow — more friendly-like, and doesn’t make people call us forward. But that’s all nonsense, Mr. Williams. You never know what’s going to happen in this world, and we’ve been there now all those weeks every summer for these five years, and I couldn’t abear to part with it.”
“If they was to take it away we could buy them out big house and all,” said Mr. Williams proudly.
“Not open, we couldn’t,” answered his wife.
“My dear, there’s a great deal in what you say, but they won’t turn us out.”
Mr. Williams spoke gently and kindly — but the words that were passing through his mind were quite different: he was saying to himself:
“It’s still early, I can arrange for Gunter to get my packet before that broker leaves his house for the City: but it’s nearly ten bob a share lost already anyhow, dammit!”
Then he continued aloud, to Mrs. Williams: “I shall always do what you want in the matter, my dear — you know that: I shall always do what you want.”
And the sentence running in his mind was more like this: “They’re blazing! I’ve missed the first eight shillings, but I’ll bet they’ll go to forty and over!”
“Thank you, Jack,” said Mrs. Williams. She called him Jack every time she got her way. She rose, with a little difficulty, waddled round the table, and kissed him on the forehead. He fondled her hand, murmuring: “Anything you want, dear, I allus do say, anything you want.”
But in his mind there was running something like this:
“I’m that sure, I think I’ll cover fifty thousand.”
He pulled out his watch and sprang from his seat.
“Hullo, it’s later than I thought,” he said. “I must telephone.”
He went off to the telephone in the narrow hall. He heard his wife’s slow and heavy step proceeding to the kitchen to give her orders for the day to the unique servant, the symbol of their humility. And then, taking off the receiver, he talked to one of the gentlemen with whom he dealt — indirectly — for some at least of his business affairs.
“Is that you, Gunter? … yes, Jack speaking. Fifty thousand… . No, I know what I’m saying… . Yes, I know all about that… . Never mind what I missed. Perhaps I didn’t miss it. Anyhow, that’s what I say… . No, it’s not too much… . Yes, I do know best. Yes, fifty thousand. The second name, the one we agreed on last week… . No, no top figure. There’ll be time enough for selling. I’ll tell you when.”
He hung up the receiver again.
E anche mentre Honest Jack Williams (Segretario di Stato per gli Affari Interni) osservava quelle azioni e quei titoli, e anche mentre gli occhi che lei riusciva appena a intravedere sopra il foglio di carta appoggiato mostravano un’espressione di concentrazione, mentre lui fissava attentamente le cifre che stava analizzando, lei lo ammirò ancora di più per la sua eccellente capacità di valutare il mercato, una qualità che sapeva bene essere la principale gloria di un uomo pubblico.
C’erano stati alti e bassi, anche se le aveva parlato francamente di alcuni errori di valutazione o di momenti sfortunati; ma nel complesso la sua situazione finanziaria era sempre migliorata. E fino a che punto! Di tutti quei guadagni, nove decimi venivano risparmiati e accumulati. C’era anche lo stipendio, finché rimaneva in carica. Quanto al numero 7, Eliza Grove, con tutte le sue responsabilità, i taxi che prendevano sempre, le visite e il resto, tutto sommato non costava più di millecinquecento all’anno. Aveva davvero buone ragioni per essere orgogliosa di lui.
In quei brevi momenti di concentrazione, durante i quali interruppe quella conversazione con sua moglie che teneva molto a mantenere, Jack Williams osservò attentamente, con i suoi occhi acuti e brillanti, ogni singola informazione contenuta nelle notizie finanziarie davanti a lui. Notò che il prestito indiano era stabile; fu leggermente infastidito dalle prime pagine riguardanti la Terza Banca Centrale; per un attimo, sul suo viso apparve un mezzo sorriso all’udire notizie riguardanti il nuovo prestito di garanzia, che aveva venduto in anticipo sulla base di informazioni ufficiali riservate a non più di una dozzina di persone. Poi la sua espressione cambiò di nuovo: divenne attenta e quasi eccitata. Sua moglie notò quel cambiamento, ma non riuscì a capirne la causa.
Ciò che l’aveva causato era qualcosa di molto piccolo, ma estremamente significativo. Era una riga presente nella sezione delle azioni industriali, quella riga relativa a Billies alla Borsa di New York, dopo che la Borsa di Londra aveva chiuso le operazioni la sera precedente. Quella riga diceva semplicemente:
“Ordine Telegrafico Imperiale 29s. 6d. – 31s. 6d.”
Il Segretario dell’Interno emise un fischio molto basso, per il quale chiese gentilmente scusa a sua moglie. Posò il foglio e chiese alla signora Williams cosa ne pensasse su una questione che avevano discusso a lungo: se dovessero fare un’offerta per la casetta nel Surrey, situata ai margini della recinzione del parco che fino ad allora avevano affittato dai loro ottimi amici e ospiti abituali nella grande casa di Henbury.
La signora Williams era sempre molto loquace sull’argomento; sapeva che suo marito era contrario all’acquisto, mentre lei era a favore. Pertanto, il signor Williams si aspettava – e ottenne – come al solito un lungo riassunto di tutte le sue ragioni. Mentre lei le esponeva, lui annuiva, prendendo atto di ogni punto, anche se le aveva già sentite venti volte prima; questo gli dava il tempo di riflettere, senza che lei potesse sapere come funzionasse la sua mente.
Non si preoccupava affatto della capanna; pensava solo a Billies. Forse sarebbe stato eccessivo dire che si malediceva dentro di sé per non aver guardato quel nastro; era rimasto incollato tutto la notte al banco del Tesoro, fino al momento in cui il grido “Chi va a casa?” risuonò nelle sale della Camera dei Comuni. Era tornato a casa troppo stanco per pensare a nulla; si era addormentato subito. E nel frattempo aveva perso quell’opportunità. Signore. Come avevano fatto a guadagnare così tanto a New York! Quasi otto sterline! Venti nove, trentuno, partendo da ventidue. Che diavolo li aveva spinti a guadagnare così tanto.
La voce di sua moglie gli giunse dall’altra parte del tavolo (perché uomini come lui riescono a fare due cose contemporaneamente).
“Continuate sempre a dire che non volete quel posto, che comunque sia meglio cercare inquilini loro, che siano più cordiali e che così la gente non ci chiami per problemi. Ma è tutta sciocchezza, signor Williams. Non si sa mai cosa può succedere in questo mondo. E noi siamo stati lì ogni estate, per questi cinque anni. Non riuscirei proprio a rinunciarci.”
“Se ci lo togliessero, potremmo comprare loro quella grande casa e tutto il resto,” disse il signor Williams con orgoglio.
“Non è aperto, non siamo riusciti ad aprirlo,” rispose sua moglie.
“Mia cara, ci sono molte verità nelle tue parole, ma non ci scacceranno via.”
Il signor Williams parlava con dolcezza e gentilezza, ma le parole che gli passavano per la mente erano molto diverse: si diceva infatti:
“È ancora presto, posso far sì che Gunter prenda il mio pacco prima che quel broker esca di casa per andare in città. Ma comunque siamo già a quasi dieci sterline di perdita per azione, maledizione!”
Poi continuò ad alta voce, rivolto a Mrs. Williams: “Farò sempre ciò che vuoi tu in questa questione, mia cara. Lo sai bene: farò sempre ciò che desideri.”
E la frase che gli passava per la mente era più o meno questa: “Stanno andando alla grande! Ho perso i primi otto scellini, ma scommetto che arriveranno a quaranta e oltre!”
“Grazie, Jack,” disse la signora Williams. Lo chiamava sempre Jack ogni volta che otteneva ciò che voleva. Si alzò, con un po’ di difficoltà, camminò intorno al tavolo e lo baciò sulla fronte. Lui le accarezzò la mano, mormorando: “Qualsiasi cosa tu voglia, cara. Te lo dico sempre: qualsiasi cosa tu voglia.”
Ma nella sua mente passavano pensieri del genere:
“Ne sono così sicuro che credo di riuscire a racimolare cinquantamila.”
Prese l’orologio e si alzò di scatto dal suo posto.
“Ehi, è più tardi di quanto pensassi,” disse. “Devo fare una telefonata.”
Andò verso il telefono situato nel corridoio stretto. Sentì i passi lenti e pesanti di sua moglie che si dirigeva in cucina per dare le istruzioni della giornata al loro unico servitore, simbolo della loro umiltà. Poi, sollevando il ricevitore, parlò con uno degli uomini con cui aveva a che fare, indirettamente, per quanto riguardava almeno alcune delle sue faccende commerciali.
“Sei tu, Gunter?. Sì, parla Jack. Cinquantamila. No, so quello che dico. Sì, so tutto al riguardo. Lascia perdere ciò che ho mancato; forse non l’ho nemmeno perso. Comunque, è questa la mia decisione. No, non è troppo. Sì, sono io il più informato. Cinquantamila. Il secondo nome, quello su cui abbiamo concordato la scorsa settimana. No, nessun limite massimo; ci sarà abbastanza tempo per vendere. Te lo dirò quando sarà il momento.”
Riappese il ricevitore.
The Rt. Honourable Jack Williams, M.P., one of H.M. Ministers, Secretary of State for Home Affairs, loved exercise, as any healthy, successful Englishman will. And though it threatened rain upon this early March day, he would walk, as was his custom, from Victoria to Whitehall. He would be at the office by ten.
As the train took him up to Town his mind was full of that which so often mixes with public affairs in the minds of great statesmen. He was wondering why Billies had kangarooed.
Obviously they had jumped because someone had wind, or believed he had wind, of the contract’s going to Durrant’s. But what was the nature of the information? What was its value? By the time he got to Victoria he had it well sorted out in his mind.
There were four possibilities: —
First, McAuley and his crowd, the Durrant crowd, might have had an assurance; they might have that assurance in their pockets now, and however much they wanted to conceal the fact in order to give them time to buy before the rise, it might have leaked out through a servant or a spy, or someone through whose hands the document had passed: in the typewriting as like as not — if anyone had been fool enough to have it typewritten.
That was one possibility. The second possibility was that James Haggismuir McAuley, having got his assurance solidly in writing, had deliberately released the knowledge of it indirectly, having already bought at the lowest during the little slump of yesterday, Wednesday morning, and desiring to catch a profit in passing before the big business began.
The third possibility was that there was no assurance at all, and that James, in a laudable effort to catch the same quick profit, had let it be thought that he had an assurance, though he had it not. In that case the shares would slump badly sooner or later, and must be watched. For the moment they were bound to be blazing, because all London would be reading the quotation from New York in the paper this morning.
The fourth possibility was that someone in New York had lied brazenly for his own purposes, and that there was as yet no assurance given to Durrant’s at all, or, if there was, no leakage of the assurance voluntary or involuntary, no funny business on this side at any rate.
He had got that far in his analysis, he was out of the train and on his way to walk straight to his office in Whitehall, when he suddenly remembered another factor, and he went round by back streets to the river so as to have time to think it over. The factor he had remembered was the Committee’s report — adverse to Durrant’s. Someone had set aside that report. No mere rumour would have raised the shares in face of the news that had leaked out — the news that the Committee had reported in favour of Reynier’s and against Durrant’s. Only one man could set aside that report, and that one man was the Postmaster-General.
He saw it clearly now. At some hour of the yesterday, Wednesday March the 4th — or possibly late on Tuesday the 3rd — McAuley had squared the P.M.G.
Jack Williams grew more and more convinced as he walked briskly up the river side from Horseferry Road, with the rain still threatening but not falling, and the brave south-west wind ruffling the water against the tide. As he passed the Houses of Parliament his conclusion was fixed. It was a good omen that he should have arrived at it just as he passed those august walls, which shed so benign an influence over meditations of this kind. Yes, he was absolutely certain. James Haggismuir McAuley had got his assurance in black and white with Halterton’s name on it and had released the knowledge through his own channels. Billies would blaze and soar. He was glad he had given the order! He possessed his soul in peace.
All the morning the Rt. Honourable John Williams attended to the business for which he was paid by a grateful nation his £100 a week. His rapidity of decision, his excellent manner with subordinates, the health of his presence, pervaded the place. He commuted the sentence of one man, decided to hang another (on competent advice, of course), and read with real care the report on the trouble in the “C” division, summoned the clerk who had written the minute, grasped every detail, came to a wise decision, devoted all the rest of his time to the great Police Reform, and then went out to cross the Park toward the Club at lunch time feeling that he had earned his money — which indeed he had: he was a good workman.
He glanced at the general tape as he went in, holding it up to his face, paying particular attention to the news of the Royal Wedding in Italy, but with his right eye he was shooting glances at the other ribbon to catch the price of Billies. He had to wait a little time till they came round.
“12.56 p.m.; Pelham Pref. 108 — 109, Reefers 79 ex.” so and so, and so on and so on … then, at last, Billies: —
“Dur. Imp. Tel. Ord. 35s. — 36s.”
Another man would have smiled. Jack Williams put on a troubled look as of slight grief, bent again for a moment over the news of the Italian Royal Wedding, sighed, and went on into the dining-room.
IV
JUST WHEN JACK Williams was finishing his breakfast, his colleague, Wilfrid Halterton, was determining far off that he must ring up James McAuley, for the sixth time.
He was a little ashamed to be going on like this — but what was he to do? There was some misunderstanding, and it must be cleared up. If James Haggismuir McAuley could meet him face to face the extraordinary situation would straighten out — but James Haggismuir seemed so difficult to find just now. The telephone was never very satisfactory, but there it was. So after five early efforts — before nine o’clock — all failures, Wilfrid Halterton once more rang up the flat at the Marble Arch. He heard from the voice of a manservant that the great financier was in his bath. Wilfrid Halterton, who was himself not very far advanced in dressing, went back to his bedroom, sat on the bed, and thought matters over. At first he came to no conclusion — save this, which he reached in about ten minutes — that somehow, something had gone wrong. Then he went off again to the telephone, and this time the voice of the manservant answered that Mr. McAuley would be at the instrument at once. Next came the decisive voice, for once in a way irritated.
L’onorevole Jack Williams, membro del Parlamento e uno dei ministri di Sua Maestà, Segretario di Stato per gli Affari Interni, amava fare esercizio fisico, come ogni inglese sano e di successo. E nonostante quel giorno all’inizio di marzo minacciasse pioggia, come al solito camminava da Victoria a Whitehall; arrivava in ufficio entro le dieci.
Mentre il treno lo portava in città, i suoi pensieri erano occupati da quelle cose che spesso si intrecciano con gli affari pubblici nella mente dei grandi statisti. Si chiedeva perché Billies avesse fatto quella cosa.
Ovviamente avevano deciso di agire perché qualcuno credeva, o pensava di sapere, che il contratto sarebbe finito nelle mani di Durrant. Ma di cosa consisteva esattamente quell’informazione? Qual era il suo valore? Quando arrivò a Victoria, aveva già chiarito tutto nella sua mente.
C’erano quattro possibilità: —
Innanzitutto, McAuley e il suo gruppo, il gruppo di Durrant, avrebbero potuto disporre di una certezza; forse quella certezza era già in loro possesso in quel momento. E per quanto volessero nascondere il fatto per guadagnare tempo prima che i prezzi aumentassero, qualcosa avrebbe potuto trapelare: attraverso un servitore, uno spia, o qualcuno a cui il documento era passato tra le mani. Forse addirittura nell’atto stesso di stenografiarlo, se qualcuno fosse stato abbastanza sciocco da farlo stampare.
Quella era una possibilità. La seconda possibilità era che James Haggismuir McAuley, avendo ottenuto l’assicurazione per iscritto, avesse deliberatamente divulgato quella informazione in modo indiretto: aveva già acquistato al prezzo più basso durante il piccolo calo di ieri, mercoledì mattina, e desiderava trarne un profitto prima che iniziasse la vera e propria fase degli affari.
La terza possibilità era che non ci fosse alcuna garanzia, e che James, nel tentativo encomiabile di ottenere lo stesso rapido profitto, avesse fatto credere di disporre di una garanzia, quando in realtà non ne aveva. In quel caso, le azioni sarebbero sicuramente crollate prima o poi, e quindi bisognava tenerle d’occhio. Per il momento, il loro valore era destinato ad aumentare drasticamente, perché tutta Londra avrebbe letto questa mattina la quotazione proveniente da New York sui giornali.
La quarta possibilità era che qualcuno a New York avesse mentito spudoratamente per i propri scopi, e che fino ad allora non fosse stata data alcuna garanzia a Durrant; oppure, anche se ne fossero state date, nessuna informazione fosse trapelata, sia intenzionalmente che no, quindi in questo senso non c’era nulla di sospetto.
Aveva raggiunto quel punto nella sua analisi; era sceso dal treno e stava per dirigersi direttamente verso l’ufficio a Whitehall quando, all’improvviso, si ricordò di un altro fattore. Decise quindi di prendere una strada secondaria che lo portasse vicino al fiume, così da avere il tempo di rifletterci sopra. Il fattore di cui si era ricordato era il rapporto del Comitato: sfavorevole a Durrant. Qualcuno aveva messo da parte quel rapporto. Nessuna semplice voce avrebbe potuto influenzare le azioni in presenza delle notizie trapelate, ovvero quelle secondo cui il Comitato si era espresso a favore di Reynier e contro Durrant. Solo una persona poteva aver deciso di ignorare quel rapporto. E quella persona era il Capo Postale Generale.
Ora lo vedeva chiaramente: in un momento qualsiasi di ieri, mercoledì 4 marzo – o forse nella tarda serata di martedì 3 – McAuley aveva sistemato il P.M.G. nel posto giusto.
Mentre camminava rapidamente lungo la riva del fiume, partendo da Horseferry Road – con la pioggia che continuava a minacciare ma senza ancora scendere, e il coraggioso vento sud-occidentale che increspava l’acqua contro la marea – Jack Williams diventava sempre più convinto della sua conclusione. Era un buon presagio che fosse giunto a quella decisione proprio mentre passava davanti a quelle maestose mura del Parlamento, che esercitavano un’influenza così positiva su riflessioni di quel tipo. Sì, ne era assolutamente certo: James Haggismuir McAuley aveva ottenuto le prove concrete, con il nome di Halterton sopra, e le aveva diffuse attraverso i propri canali. Billies avrebbe avuto successo. Era contento di aver dato quell’ordine; ora poteva vivere in pace con la propria coscienza.
Tutta la mattina, il Nobile John Williams si occupò degli affari per i quali veniva pagato da una nazione riconoscente, con un compenso di 100 sterline a settimana. La sua rapidità nel prendere decisioni, il suo ottimo modo di comportarsi con i subordinati e la sua presenza carismatica permeavano l’ambiente in cui operava. Commutò la pena di una persona, decise di impiccare un’altra (naturalmente su parere competente) e lesse con grande attenzione il rapporto riguardante i problemi nella divisione “C”. Chiamò il segretario che aveva redatto il verbale, analizzò ogni dettaglio, prese una decisione saggia, dedicò il resto del tempo alla grande riforma della polizia e poi uscì per attraversare il parco e recarsi al club a pranzo, convinto di aver guadagnato appieno i suoi soldi. Il che, in effetti, era vero: era davvero un bravo lavoratore.
Mentre entrava, diede un’occhiata alla striscia di nastro generale, tenendola davanti al viso e prestando particolare attenzione alle notizie sul matrimonio reale in Italia; con l’occhio destro, però, lanciava occhiate all’altra striscia di nastro per scoprire il prezzo dei prodotti Billies. Dovette aspettare un po’ prima che arrivassero.
“Ore 12:56; Pelham Pref. 108 – 109, Reefers 79 ex.” E così via, e poi, finalmente, Billies:
“Ordine di trasmissione urgente: 35-36 secondi.”
Un altro uomo avrebbe sorriso. Jack Williams assunse un’espressione preoccupata, quasi addolorata; si chinò di nuovo per un momento davanti alla notizia del matrimonio reale italiano, sospirò e poi entrò nella sala da pranzo.
IV
Proprio mentre Jack Williams stava finendo la colazione, il suo collega, Wilfrid Halterton, decise che doveva chiamare James McAuley, per la sesta volta.
Gli dispiaceva un po’ comportarsi in quel modo, ma cosa poteva fare? C’era stato qualche malinteso e doveva essere chiarito. Se James Haggismuir McAuley avesse potuto incontrarlo di persona, quella situazione straordinaria si sarebbe risolta, ma al momento sembrava davvero difficile trovarlo. Il telefono non era mai stato molto affidabile, ma ormai non c’era altra scelta. Dopo cinque tentativi infruttuosi, prima delle nove di mattina, Wilfrid Halterton provò ancora una volta a chiamare l’appartamento vicino a Marble Arch. Una voce di domestico gli rispose che il grande finanziere era in bagno. Wilfrid Halterton, che stesso non aveva ancora finito di vestirsi, tornò in camera sua, si sedette sul letto e rifletté sulla situazione. All’inizio non arrivò a nessuna conclusione, tranne una: qualcosa era andato storto. Poi tornò al telefono, e questa volta la voce del domestico gli disse che il signor McAuley sarebbe subito venuto all’apparecchio. Infine risuonò la voce di James Haggismuir, per una volta, con un tono irritato.
“Look here, Wilfrid, man, what’s all this? Don’t keep on ringing me up at these godless hours! I’m not dressed yet! What d’ye want? It is you, isn’t it?”
“Yes. I want to see you. I must see you. There’s some misunderstanding. I don’t think you quite caught what I was saying to you last night at the Balcombe’s — at least, you were at the Balcombe’s — I was talking from the House, as I told you. I don’t think you quite understood what I was saying, did you, eh? Something went wrong. Can I come round and see you this morning — now? In a quarter of an hour?”
There was a good long interval, in which no answer came, though Halterton filled it up with a few remarks such as “Eh? What?” and “I say — Exchange!” Then came J.’s voice again, a little lower, and with the irritation gone out of it.
“Look ye here, Wilfrid, all this is just a tangle. You get ye round here just after ten. Ye’ll find me at breakfast. I don’t understand what it’s all about. Ye seem to have lost some letter from someone? Isn’t that it? But no matter… . Come you round and see me at a quarter-past ten.”
Before the Postmaster-General could say another word J. rang off. As for Wilfrid Halterton, he mused for a moment, standing before his wireless radiator, staring down at the glowing grid; he shook his head twice, and muttered: “Most mysterious!”
The short interval seemed interminable, and he got to the Marble Arch a little before his time, sauntered through the lounge, and did not ring for the lift until his watch assured him that it really was ten o’clock. He did not want to seem in a hurry, though if ever haste and anxiety were imprinted on drawn face and unquiet fingers they radiated from the various corners of that Minister.
He found J. sitting comfortably alone at his breakfast table. J. could not trouble to get up, but just nodded him towards a chair and asked him if he would care for a cup of tea. Wilfrid Halterton thanked him. It afforded a moment’s reprieve during which he could pull himself together. He did so, and then, avoiding McAuley’s eye, he said:
“I say, you know — you know what I’ve come about?”
“No, I’m damned if I do!” McAuley, abandoning his sausage, laid down his knife and fork and looked up squarely, compelling his guest to turn his face towards him.
“I’m damned if I do! I suppose ye want my advice about something? Ye spoke about some letter having gone wrong. Spit it out.”
“My dear J.,” said Halterton, glancing at the door and a little frightened by the loud voice, “it’s quite simple. All I have come for is to ask you whether I could have another letter in the place of the one I had from you yesterday evening. I’ve mislaid it. It’s very unfortunate. A thing like that ought not to be left lying about. Someone might find it. But anyhow, I must have a duplicate. You can see that, can’t you?”
“I don’t in the least understand you!” James Haggismuir McAuley pronounced these words very deliberately, with his sharp eyes trained upon the Postmaster-General like two small calibre gun-muzzles. “What letter?”
“Why,” faltered the other, “the letter you gave me, of course.”
“My dear Wilfrid, there have been plenty of letters between us.”
The Postmaster-General suddenly got up and strode towards the door rather more rapidly than was customary to his step. He opened it, peeped round, satisfied himself that there was no one about, shut it again, came back, and said:
“Look here, I don’t understand, either… . I must have a duplicate of that letter.”
James McAuley put a clenched hand down on the table, either side of his plate, and cried:
“We’re at sixes and sevens, man, somehow! Ye were talking last night on the telephone o’ somewhat you thought I knew; but I don’t — now, there! I don’t know what it’s all about.”
Wilfrid Halterton’s mind turned a somersault, and left him bewildered. It dazed him, and he hadn’t yet found his feet. However, he acted with complete simplicity. He said:
“Why, the letter you gave me Tuesday night, J. After you got my letter accepting the contract. I took your letter, didn’t I? That undated one, you know … you remember what was in it? Well, anyhow, that undated letter. You remember. The one signed by you. I put it in an envelope… . I put it in my pocket… .”
“This is all Greek to me,” sighed J. “I’ve got your letter all right, of course. We both of us know that. And I’m sincerely grateful to ye for it, Wilfrid. It’s made all the difference. And apart from that,” he went on, as Halterton seemed about to interrupt him, “I think you’ve done well by the country. I’m sure” — this emphatically— “I’m as sure as I am of the daylight that ours is the only system that will work the thing as it should be worked. I don’t deny it’s to my advantage. Of course it is. Everybody knows it is, and that I’ve been urging for it. But you’ve done the right thing by the public, and they’ll thank you, and so do I.” He held out his right hand, open. Halterton took it, rather weakly.
“Thank you, J.,” he said, “thank you. Thank you very much. But now look here. There’s some grievous misunderstanding. You must let me have a duplicate of that lost letter.”
“There is some misunderstanding,” answered J. in a voice now half an octave below that which he had used even at his deepest in this pathetic interview. “ ’Tis a very grave misunderstanding. Ye’ve been mixing things up.”
Then, before Halterton could interject a contradiction, a master thought struck the presiding genius of Durrant’s Imperial Television Company.
“Look ye here, man, the best thing for ye to do is to get ye home and write down just what it is ye want. Somehow or other, mayhap, ye’re mixing me up with some other body — or mayhap ye’re getting confused between one document and another. Anyhow, ye think there was a letter, given you — by me. ’Twas not by me. It must a’ been by someone else just before or after. ’Tis easy to get mixed up in such things. But there’s no harm done. If there’s something ye want me to do in connection with your contract, get ye home, I say, and put it all down fair on paper. Then we’ll talk it over with all the facts before us.”
“Guarda qui, Wilfrid. Ma che diavolo è tutto questo? Non chiamarmi più a quest’ora assurda! Non sono nemmeno vestito ancora. Cosa vuoi? Sei tu, vero?”
“Sì. Voglio vederti. Devo vederti. C’è stato un malinteso. Non credo tu abbia capito del tutto ciò che ti ho detto ieri sera alla casa dei Balcombe. Almeno, eri lì. Parlavo dal palazzo, come ti avevo detto. Non penso tu abbia davvero compreso il senso delle mie parole, vero? Qualcosa è andato storto. Posso venire da te questa mattina. Ora? Tra un quarto d’ora?”
Trascorse un lungo lasso di tempo senza alcuna risposta; tuttavia Halterton riempì quel silenzio con commenti del tipo “Eh? Cosa?” e “Dico. Scambiamo!” Poi la voce di J. risuonò di nuovo, un po’ più bassa e priva di quella precedente irritazione.
“Ascolta bene, Wilfrid: tutto questo non è altro che un groviglio di problemi. Vieni qui dopo le dieci; ti troverò a colazione. Non capisco di cosa si tratti. Sembra che tu abbia perso una lettera di qualcuno, giusto? Ma non importa. Vieni da me alle dieci e un quarto.”
Prima che il Capo Postale potesse dire un’altra parola, J. riattaccò il telefono. Per quanto riguarda Wilfrid Halterton, rimase per un momento immobile davanti al suo riscaldatore a radio, fissando la griglia luminosa; scosse la testa due volte e mormorò: “Molto misterioso, ”
Quel breve lasso di tempo sembrava interminabile; arrivò al Marble Arch un po’ prima dell’ora prevista, passeggiò tranquillamente per il salone e non chiamò l’ascensore finché l’orologio non gli confermò che erano davvero le dieci. Non voleva dare l’impressione di essere affrettato. Anche se, forse più che mai, in quel volto pallido e in quelle dita irrequiete si leggevano segni di fretta e ansia.
Lo trovò seduto comodamente da solo al suo tavolo da colazione. J. non si prese nemmeno la briga di alzarsi, ma gli fece cenno con la testa verso una sedia e gli chiese se volesse una tazza di tè. Wilfrid Halterton gli ringraziò; quel momento di pausa gli permise di riprendersi. Lo fece, poi, evitando lo sguardo di McAuley, disse:
“Dico, sai… sai perché sono venuto?”
“No, assolutamente no!” McAuley, abbandonando la sua salsiccia, posò coltello e forchetta e alzò lo sguardo dritto in faccia al suo ospite, costringendolo a voltarsi verso di lui.
“Non so proprio cosa fare. Immagino che vogliate il mio consiglio su qualcosa, vero? Avete detto che c’è stato un problema con una lettera. Dite pure.”
“Mio caro J, ”, disse Halterton, lanciando un’occhiata verso la porta e un po’ spaventato da quella voce forte, “è molto semplice. Sono venuto solo per chiederti se potrei avere un’altra lettera al posto di quella che ho ricevuto ieri sera. L’ho persa. È davvero sfortunato. Una cosa del genere non dovrebbe essere lasciata in giro; qualcuno potrebbe trovarla. Comunque, devo assolutamente averne una copia. Capisci, vero?”
“Non capisco affatto cosa intendi!” James Haggismuir McAuley pronunciò queste parole con grande attenzione, i suoi occhi acuti fissi sul Segretario Generale delle Poste come due canne di pistola di piccolo calibro. “Quale lettera?”
“Perché…”, balbettò l’altro, “la lettera che mi hai dato, ovviamente.”
“Mio caro Wilfrid, ci sono state molte lettere scambiate tra di noi.”
Il Capo Postale si alzò improvvisamente e si diresse verso la porta con passi molto più rapidi del solito. La aprì, guardò fuori per assicurarsi che non ci fosse nessuno nei paraggi, la richiuse, tornò indietro e disse:
“Guarda qui, nemmeno io capisco… Devo assolutamente avere una copia di quella lettera.”
“James McAuley posò una mano stretta sul tavolo, ai lati del suo piatto, e gridò…”
“Siamo completamente nel caos, amico. Ieri sera al telefono hai detto qualcosa che pensavi io sapessi, ma non lo so. Davvero, non ho idea di cosa si tratti.”
La mente di Wilfrid Halterton fece un giro completo su se stessa, lasciandolo confuso. Era stordito e non aveva ancora ripreso il controllo di sé. Tuttavia, agì con estrema semplicità. Disse:
“Perché, la lettera che mi hai dato martedì sera, J. Dopo che avevi ricevuto la mia lettera con cui accettavo il contratto. Ho preso la tua lettera, vero? Quella senza data, sai. Ti ricordi cosa c’era dentro? Beh, comunque, quella lettera senza data. Te ne ricordi? Quella firmata da te. L’ho messa in una busta. L’ho messa in tasca, ”
“Tutto questo è del tutto incomprensibile per me,” sospirò J. “Ho ricevuto la tua lettera, naturalmente. Lo sappiamo entrambi. E sono sinceramente grato a te, Wilfrid. È stata davvero decisiva. E oltre a questo, ” proseguì, mentre Halterton sembrava sul punto di interromperlo, “penso che tu abbia fatto del bene per il paese. Ne sono sicuro. Sono altrettanto sicuro della luce del giorno che il nostro è l’unico sistema in grado di funzionare correttamente. Non nego che sia a mio vantaggio. Certo che lo è. Tutti lo sanno, e io stesso l’ho sempre sostenuto. Ma hai agito nel modo giusto per il bene del pubblico. Loro te ne saranno grati, e anch’io.” Tese la sua mano destra aperta. Halterton la prese, con esitazione.
“Grazie, J.,” disse, “grazie mille. Ma ora ascolta: c’è un grave malinteso. Devi permettermi di avere una copia di quella lettera perduta.”
“C’è qualche malinteso,” rispose J., con una voce ora un’ottava più bassa di quella che aveva usato anche durante le parti più intense di quell’intervista patetica. “È un malinteso molto grave. State confondendo le cose.”
Poi, prima che Halterton potesse intervenire con una obiezione, un’idea geniale colpì il capo della Durrant’s Imperial Television Company.
“Ascolta bene, amico: la cosa migliore che tu possa fare è tornare a casa e scrivere esattamente ciò che vuoi. Forse stai confondendomi con un’altra persona, o forse ti sei sbagliato riguardo a un documento o all’altro. Comunque sia, pensi che io ti abbia inviato una lettera. Ma non è stata scritta da me. Deve essere stata scritta da qualcun altro poco prima o dopo. È facile confondersi in queste cose. Ma non c’è alcun danno. Se c’è qualcosa che vuoi che faccia riguardo al tuo contratto, torna a casa e scrivilo tutto chiaramente su carta. Poi ne parleremo, con tutti i fatti davanti a noi.”
Wilfrid Halterton was taken aback, breathless.
“You want me to write to you about what … what was offered me? You want it in my own handwriting? You want me to do that?” he said, in rising but somewhat tremulous accents. “In my own handwriting?”
J. shook his head.
“There’s no making anything of all this!” he said.
He put his hand on his friend’s shoulder. His friend dared not shake it off, though he would have liked to do so.
“Get ye home and put down whatever it is in black and white, sign it, and send it along to me; then I’ll answer you. That’ll be all square, won’t it?”
“You deny that you gave me that letter?” answered Wilfrid, in tones higher up the scale than he had yet used. Then he jumped three notes, into B flat, and repeated: “You deny you… .”
“My dear fellow,” implored the financier, “don’t shout!” (Squeak would have been more accurate, for shriek is too grand.) “Just write it down, as I say. Write it down here, if you like.”
Wilfrid Halterton had grown white and passionate.
“Very well,” he said in a lower voice, half muttering, half hissing. “Very well. Very well. My word! I think I’m beginning to understand. But don’t you make too sure! I shall find it, J… . Remember… . I shall find it!”
By way of answer J. caught the tall man’s two hands and held them closely in his firm grasp.
“Look here, Wilfrid,” he said, as he gazed wisely and benignly at him, but with great gravity in his expression, “I’ve known ye for some months now, and we have been good friends, I think? There’s no one admires ye more than I do. But one can’t have a fine brain working double pressure like yours without paying the price. Be advised by me. Get you back home. Get that brain of yours quiet again, and, as I say, put down on paper what you think happened; or if you don’t like to do that, write down what you want me to do, anyway. You may be sure I’ll meet you. There!”
Still holding the wrists of those two hands in his own firm right grasp, he again put his left hand on the Minister’s shoulder.
“Do what I tell ye,” he said. “Ye are your own worst enemy, sometimes, Wilfrid. But no one wishes ye well more than I do.”
I cannot describe to you Halterton’s mood, for he could not have told you himself what it was. Bewilderment, anger, a misdoubting of himself and of his own senses, flashes of reminiscences from books he had read about dark intrigues — these and all manner of other zigzag emotions were playing forked lightning within him as he went off. That moment of intense anger had now turned to something too confused to analyse. By the time he had got down into the street his thoughts were beginning to settle. The fresh March morning, with the rain just hanging off, calmed him somewhat and appeased him; but he walked on in long strides down the Park towards Westminster, to give himself time to see things clearly. His secretary would be waiting for him in his room at the House of Commons; there was plenty of work waiting for him that morning. It would distract him: and it would settle his mind. But one thing he had fairly fixed by the time he had entered the Green Park, he would certainly put down nothing on paper himself. And he was wise.
Before he got to the Houses of Parliament half-formed questions and answers arose in his mind. Why had J. denied giving him that letter? The letter had been given, after all. He couldn’t have dreamt it. Why had J. denied giving him that letter? He wanted to back out of the bargain. But suppose the letter was found? Well, perhaps J. was thinking of trying his luck — chancing it that the letter would not be found; and so keeping his freedom to appoint whom he would, and also his freedom to bargain further and to prevent the Post Office from backing out. J. had seemed reluctant to give him that letter at all, anyhow, at the beginning of all this.
The Postmaster-General’s reflections had got as far as that by the time he was seated at his desk and his secretary was beginning to put his documents before him. He got no further in the course of the morning, for he was not one of those who can think of two things at once; and, indeed, the tension upon him was relieved by his pre-occupation with business and the taking of his mind from an anxiety which he was finding insoluble.
So things went on till an early lunch, which he ate by himself in the dining-room of the House of Commons. He was back in his room before two, and still worked on. There was plenty of work, and his secretary was a whale for work. Halterton worked right through the early afternoon, till the House met.
There were a few questions down for him early, after prayers, and he was on the front bench by three o’clock, facing the rather full benches of the Opposition, and finding some half-a-dozen of his colleagues at his side. By some coincidence Honest Jack Williams was lounging next to him on his right. Honest Jack Williams had seen a Young Friend of his, deputed for other duty, and his Young Friend had brought him the news: Billies had closed at 42s.; but honest Jack Williams decided to hold.
He had to decide on something more than holding the shares. He had to decide whether the boom had come to stay. James McAuley had got his contract all right. But was it pegged down? Or might it not come unstuck? No doubt the type was already set up to put it on the order paper. Perhaps the copies had even been struck off. But — though voting on Government orders is pretty well a matter of course — especially if (as he guessed) the Chief Whip was interested … yet … yet — nothing is certain till it’s been voted.
One or two men had told him casually in the Lobby that Halterton was looking worried. Honest Jack Williams, darting half a second’s sharp glance towards his left along the front bench, without moving his head, caught the Postmaster-General’s expression. Yes, James McAuley had the contract, but something had gone very wrong with the P.M.G.
There were questions asked of the Postmaster-General, and more than one person wondered whether a question with special notice could not have been got through in time asking him about the condition of the Television Contract; for there is nothing in which even private members are more interested than the movement of stocks and shares: and Billies had been blazing all day.
Wilfrid Halterton rimase sbalordito, senza fiato.
“Vuoi che ti scriva di ciò che, di ciò che mi è stato offerto? Vuoi che lo faccia a mano mia? Davvero vuoi che io faccia una cosa del genere?” disse, con un tono sempre più alto e leggermente tremante. “A mano mia?”
J. scosse la testa.
“Non si può fare nulla di tutto questo!”, disse.
Posò la mano sulla spalla del suo amico. Il suo amico non osò scuoterla via, anche se avrebbe voluto farlo.
“Torna a casa, scrivi tutto per iscritto, firmalo e mandamelo; poi ti risponderò. Così sarà tutto a posto, vero?”
“Neghi di avermi dato quella lettera?” rispose Wilfrid, usando toni più acuti di quelli che aveva usato fino ad allora. Poi salì di tre note, arrivando al si bemolle, e ripeté: “Neghi di averla data, ”.
“Mio caro amico,” implorò il finanziere, “per favore, non gridare!” (“Stridere” sarebbe stato più appropriato; un urlo è troppo forte per la situazione.) “Scrivilo semplicemente, come ti dico. Scrivilo qui, se vuoi.”
Wilfrid Halterton era diventato pallido e appassionato.
“Molto bene,” disse a voce bassa, metà mormorando, metà sibilando. “Molto bene. Davvero. Penso di iniziare a capire. Ma non essere troppo sicura! Io la troverò, J. Ricorda. La troverò!”
In risposta, J. afferrò le due mani dell’uomo alto e le tenne saldamente nella sua stretta decisa.
“Guarda qui, Wilfrid,” disse, fissandolo con uno sguardo sagace e benevolo, ma con un’espressione molto seria, “ti conosco da alcuni mesi ormai, e penso che siamo diventati buoni amici, vero? Nessuno ti apprezza di più di me. Ma non si può pretendere che un cervello eccezionale come il tuo lavori a doppio ritmo senza subirne le conseguenze. Ascolta il mio consiglio: torna a casa, lascia che quel tuo cervello riposi un po’, e scrivi su carta tutto ciò che pensi sia accaduto; oppure, se non ti va di farlo, indica semplicemente cosa vuoi che io faccia. Puoi essere certo che ci incontreremo. Ecco!”
Tenendo ancora saldamente i polsi di quelle due mani nella sua destra ferma, posò di nuovo la sinistra sulla spalla del Ministro.
“Fai ciò che ti dico,” disse. “A volte, Wilfrid, sei il tuo peggior nemico. Ma nessuno desidera il tuo bene più di me.”
Non riesco a descrivervi l’umore di Halterton, perché nemmeno lui stesso avrebbe potuto definirlo con precisione. Confusione, rabbia, dubbi su se stesso e sui propri sensi, ricordi legati a libri che aveva letto su oscure intrighi. Tutte queste emozioni contrastanti si agitavano dentro di lui mentre si allontanava. Quel momento di intensa rabbia era ormai diventato qualcosa di troppo complesso da analizzare. Quando arrivò in strada, i suoi pensieri iniziarono a schiarirsi. La fresca mattina di marzo, con la pioggia ancora sospesa nell’aria, lo calmò un po’. Continuò a camminare lungo il Parco verso Westminster, dando tempo a se stesso di riflettere con chiarezza. Il suo segretario lo avrebbe aspettato nella sua stanza alla Camera dei Comuni; quel mattino aveva molto lavoro da svolgere. Questo lo avrebbe distratto e gli avrebbe aiutato a chiarire le idee. Ma una cosa era certa: non avrebbe scritto nulla su carta. E questo dimostrava che era davvero saggio.
Prima ancora di arrivare alle Camere del Parlamento, nella sua mente iniziarono a formularsi domande e risposte incomplete. Perché J. aveva negato di avergli dato quella lettera? Dopotutto, la lettera era stata davvero data. Non poteva essersela immaginata. Perché J. aveva mentito? Voleva forse ritrattare l’accordo. Ma se la lettera venisse trovata? Forse J. sperava semplicemente che non venisse scoperta, così da poter mantenere la libertà di nominare chi voleva, e anche quella di negoziare ulteriormente per impedire alla Posta di ritrattare l’accordo. Comunque sia, all’inizio J. sembrava davvero riluttante a dargli quella lettera.
Quando si sedette alla sua scrivania e la sua segretaria iniziò a mettergli davanti i documenti, le riflessioni del Postmaster-General erano già arrivate a quel punto. Non riuscì ad andare oltre nel corso della mattinata, perché non era uno di quei persone che riescono a pensare a due cose contemporaneamente; in effetti, la tensione che provava fu alleviata dal fatto di essere completamente assorbito dai suoi affari e di aver distolto la sua attenzione da un problema che gli sembrava insolubile.
So che le cose continuarono fino a un pranzo anticipato, che mangiò da solo nella sala da pranzo della Camera dei Comuni. Tornò in camera sua prima delle due e continuò a lavorare. C’era molto lavoro da svolgere, e la sua segretaria era davvero molto efficiente. Halterton lavorò fino all’inizio del pomeriggio, fino al momento in cui la Camera si riunì.
All’inizio della sessione, dopo le preghiere, gli furono poste alcune domande; alle tre in punto si trovava già nella prima fila del banco dei deputati, di fronte ai banchi piuttosto affollati dell’Opposizione, con una mezza dozzina dei suoi colleghi al suo fianco. Per qualche coincidenza, Honest Jack Williams era seduto accanto a lui sulla destra. Honest Jack Williams aveva incontrato un suo giovane amico incaricato di un altro compito, e quest’ultimo gli aveva portato la notizia: Billies aveva chiuso alle 42 secondi. Ma Honest Jack Williams decise comunque di rimanere lì.
Doveva prendere una decisione che andasse oltre la semplice detenzione delle azioni. Doveva capire se quella fase di crescita economica sarebbe durata a lungo. A James McAuley era stato concesso il contratto, senza dubbio. Ma era davvero vincolante? O forse poteva ancora essere annullato? Senza dubbio, le procedure necessarie per formalizzarlo erano già state avviate; forse le copie del contratto erano già state stampate. Tuttavia, anche se votare su ordine del governo è praticamente una prassi abituale, soprattutto se (come lui sospettava) il Capo dei Whip fosse interessato, beh, niente è certo finché non si è effettivamente votato.
Uno o due uomini gli avevano detto casualmente nell’atrio che Halterton sembrava preoccupato. Onesto com’era, Jack Williams gettò un rapido sguardo verso sinistra lungo la prima fila di banchi, senza muovere la testa, e colse l’espressione del Segretario Generale delle Poste. Sì, James McAuley aveva il contratto in mano, ma qualcosa era andato terribilmente storto con il Segretario Generale delle Poste.
Sono state poste domande al Capo Postale Generale, e più di una persona si è chiesta se non fosse stato possibile inviare tempestivamente una domanda speciale per chiedergli informazioni sullo stato del Contratto per la Televisione; infatti, non c’è nulla che interessi di più anche ai membri privati dei parlamenti rispetto al andamento delle azioni e delle obbligazioni. E i telegiornali avevano trasmesso notizie ininterrottamente per tutto il giorno.
But the questions which the great statesman had to answer were of a simpler sort. Had his attention been called to the delays in the delivery of letters in the Derby district?
His attention had been called to it, and the proper steps had been taken.
Arising out of that reply, what steps had been taken?
No answer was returned.
Could the Postmaster-General give a date when he would introduce the long-promised measure for including the Antarctic Continent in the Postal Union? (The South Polar Golconda, I may say, though for the moment abandoned, was to be reopened again very shortly.)
The P.M.G. was giving the matter his fullest attention.
Arising out of that reply, was the Postmaster-General aware that the wireless service established in the previous year on the Antarctic Continent had broken down?
No answer was returned.
Had the Postmaster-General’s attention been called to the insufficiency of the cable service to the Orkneys, and would he take immediate steps to double the line?
The answer to both questions was in the affirmative.
Arising out of that reply, was he aware that after a delay of more than three months nothing had been done?
No answer was returned.
Indeed, Wilfrid Halterton might be excused for not answering so many supplementary questions. The Treasury Bench was not very high, and bobbing up and down on it like a jack-in-the-box is, for a man over fifty, a bit of a trial.
His ordeal was over, and the questions now being fired were aimed at the Minister for Fine Arts, the old and popular Lord Papworthy: an Irish title — for though the name Papworthy has an honest Anglo-Saxon ring about it, Papworthy Castle and town have also a native name which was restored to it by the Irish Government after our splendid act of generosity in 1921.
Had the Noble Lord, the Secretary of State for Fine Arts, refused to purchase “Oblongs”?
Arising out of that reply, was it a fact that “Oblongs” was going to America, as that other masterpiece, “Rhomboids” had gone?
And arising out of that reply, and arising out of that reply, and arising out of that reply.
Lord Papworthy stood up well to the volleys. The old boy remained amiable with his high, rich voice, though the private member who was putting the questions to him was angry, and even loud. The private member spoke from behind the Treasury Bench, and the Minister for Fine Arts, that amiable cherub of a man, with his benign, round face, had to play rubber-neck and look round over his shoulder, and though he still smiled, it irked him. The House, which is easily amused, was vastly amused.
The opportunity for Jack Williams was excellent, and he whispered, during the hubbub of “Answer! Answer!” a discreet word into Halterton’s ear.
“It looks all right with Billies?”
Halterton only looked embarrassed.
“Does it?” he whispered back. “I’d like to have a word with you, Jack.”
Williams was the man for embarrassed men to go to. Williams could always advise sanely and at once — and he was always right.
“When you like,” he answered quickly and in the same low voice.
“All right. Would it do now?” said the other. “But don’t come out immediately after me.”
“My dear Wilfrid, you’ll find me in my room when you like. I’ll be there all the time. There’ll be nothing but old Mother Boulger, when questions are over; and you’ve no more to say, anyhow.”
So out went Williams, behind the Speaker’s chair, slowly and sauntering, and saying a word or two to one of the permanent officials under the gallery, just to show that he was in no hurry.
Then after a due interval, and after passing plenty of remarks with this man and that as he left, Wilfrid Halterton rose in his turn and walked towards the main door to the outer Lobby, the door opposite that by which Williams had left. He had business apparently in the Lobby, and as he passed out through the swing glass doors he looked over his shoulder and saw Mrs. Boulger rising in all her ample majesty to make answer to the terrible attack which had been delivered from the Opposition back bench the day before by Mr. Boulger’s nephew by his first marriage, a promising lad.
Wilfrid Halterton buttonholed a man in the inner Lobby, spent a moment at the Post Office pretending to ask for a message there, and then turned down the steps and sought the Home Secretary’s room, still unhurried. He found Williams alone, as he had promised to be.
“Now, Wilfrid,” said Jack Williams heartily, and turning his chair half round, to face the new-comer, “what is it? How are things going? What’s all this about Durrant’s? I suppose it’s that you want to see me about? Sit down.”
“I do, Jack,” said Halterton, as he pulled up a chair. “I do indeed.”
He swung his clasped hands between his bony knees, and gazed down at the carpet, thinking what he should say next. Then he looked up.
Three studies of Lord Papworthy, Permanent Minister of Fine Arts: sketches made by Sir Archibald Rumm for the statue exhibited in the Academy of 1959, now standing in Papworthy House.
“You know, Jack,” he said, “everybody always comes to you when there’s a hitch.”
“Thank you,” said Williams.
“And there’s been a hitch, Jack. You must have guessed that.”
“It don’t look much like a hitch,” replied Williams a little dryly. “Billies are blazing.”
Halterton got up and paced the room, after the manner usual to him when that mighty brain was fairly at work.
“Well, look here, Jack, it’s like this” (and for perhaps the tenth time in forty-eight hours he looked at the door. It was shut securely enough). “It’s like this …” He sat down again, and actually tapped the Home Secretary upon the knee. “I don’t feel happy about J.”
“What’s the matter with J.?” asked Williams serenely. He didn’t mind being tapped upon the knee; and he didn’t mind what happened to him so long as he knew what was going on before anyone else did. “What’s the matter with J.? He’s in clover. One can see that. And what’s more, he hasn’t been keeping his mouth shut — he thought it better to talk, eh?”
Ma le domande a cui doveva rispondere quel grande statista erano di natura più semplice. Gli era stato segnalato il ritardo nella consegna della posta nel distretto di Derby?
L’attenzione su di esso era stata attirata e erano stati presi i provvedimenti necessari.
In seguito a quella risposta, quali misure erano state prese?
Nessuna risposta fu data in cambio.
Potrebbe il Capo dell’Ufficio Postale indicare una data entro cui introdurrà la misura da tempo promessa per includere il Continente Antartico nell’Unione Postale? (Si potrebbe dire la “Golconda Polare Meridionale”, che, sebbene al momento abbandonata, sarà riaperta molto presto.)
Il P.M.G. stava dedicando la massima attenzione a questa questione.
In seguito a quella risposta, il Capo Postale Generale era a conoscenza del fatto che il servizio radio installato l’anno precedente sul Continente Antartico si fosse interrotto?
Nessuna risposta fu data in cambio.
Se l’attenzione del Capo Postale Generale fosse stata attirata sull’inadeguatezza dei servizi telegrafici per le Isole Orcadi, avrebbe preso immediatamente misure per raddoppiare la capacità della linea?
La risposta a entrambe le domande era affermativa.
A seguito di quella risposta, era consapevole che, dopo un ritardo di oltre tre mesi, non fosse stato fatto nulla?
Nessuna risposta fu data in cambio.
Infatti, si potrebbe scusare Wilfrid Halterton per non aver risposto a così tante domande supplementari. La postazione del Tesoriere non era molto alta, e dondolarsi su di essa come una marionetta rappresenta davvero un problema per un uomo di oltre cinquant’anni.
La sua prova era finita, e le domande che venivano ora poste erano rivolte al Ministro delle Belle Arti, il vecchio e popolare Lord Papworthy: un titolo irlandese, perché sebbene il nome Papworthy abbia un suono onesto e anglosassone, anche il castello e la città di Papworthy hanno un nome originale che è stato ripristinato dal governo irlandese dopo il nostro splendido atto di generosità nel 1921.
Se il Nobile Signore, il Segretario di Stato per le Belle Arti, avesse rifiutato di acquistare i “Oblongs”?
Derivante da quella risposta, era vero che “Oblongs” sarebbe andato in America, proprio come quel altro capolavoro, “Rhomboids”?
E derivante da quella risposta, e ancora da quella risposta, e ancora da quella risposta.
Lord Papworthy affrontò con grande disinvoltura quelle domande continue. Quell’uomo anziano mantenne un atteggiamento cordiale, parlando con la sua voce alta e sonora; tuttavia il deputato che gli poneva le domande era arrabbiato, persino aggressivo. Il deputato parlava dal dietro del banco del Tesoro, e il Ministro per le Belle Arti, quell’uomo dall’aspetto gentile e dal viso rotondo e benevolo, era costretto a girarsi continuamente per ascoltare, e sebbene sorridesse ancora, quella situazione lo infastidiva. L’aula, che si diverte facilmente, fu davvero molto divertita da tutta questa scena.
L’opportunità per Jack Williams era eccellente; nel frastuono delle grida “Rispondi! Rispondi!”, sussurrò una parola discreta all’orecchio di Halterton.
“Va tutto bene con Billie?”
Halterton sembrava soltanto imbarazzato.
“Davvero?” sussurrò lui in risposta. “Vorrei parlarti un attimo, Jack.”
Williams era l’uomo a cui rivolgersi quando si era in imbarazzo. Era sempre in grado di dare consigli saggi e immediati, e aveva sempre ragione.
“Quando vuoi tu,” rispose velocemente, sempre con quella stessa voce bassa.
“Bene, può essere ora?” disse l’altro. “Ma non uscire subito dopo di me.”
“Mio caro Wilfrid, puoi trovarmi nella mia stanza quando vuoi. Sarò sempre lì. Quando le domande saranno finite, non ci sarà nessuno tranne la vecchia Madre Boulger. E comunque, tu non avrai più nulla da dire.”
E così Williams se ne andò, dietro la sedia del Presidente, lentamente e con disinvoltura, dicendo una parola o due a uno degli ufficiali permanenti presenti sotto il palco, solo per dimostrare che non aveva alcuna fretta.
Dopo un breve intervallo, e dopo aver scambiato molte parole con quest’uomo e quell’altro mentre se ne andavano, Wilfrid Halterton si alzò a sua volta e si diresse verso la porta principale che conduceva all’atrio esterno, l’uscita opposta a quella da cui era uscito Williams. A quanto pare aveva degli affari da sbrigare nell’atrio; mentre attraversava le porte a vetri oscillanti, gettò un’occhiata alle sue spalle e vide la signora Boulger alzarsi in tutta la sua imponente maestosità per rispondere all’atroce attacco sferrato il giorno prima dal nipote di Mr. Boulger, proveniente dalla fila dei banchi dell’Opposizione, un giovane promettente.
Wilfrid Halterton afferrò un uomo nell’atrio interno, trascorse un momento all’ufficio postale fingendo di chiedere un messaggio, poi scese le scale e si diresse verso l’ufficio del Segretario dell’Interno, senza affrettarsi. Trovò Williams da solo, proprio come gli era stato promesso.
“Ora, Wilfrid,” disse Jack Williams con entusiasmo, girando la sedia di mezzo giro per rivolgersi al nuovo arrivato, “di cosa si tratta? Come vanno le cose? Che cos’è successo con Durrant’s? Immagino che tu voglia parlarmene. Siediti.”
“Sì, Jack,” disse Halterton, mentre tirava avanti una sedia. “Davvero sì.”
Si mise le mani incrociate tra le ginocchia ossute e fissò il tappeto, pensando a cosa dire dopo. Poi alzò lo sguardo.
Tre studi su Lord Papworthy, Ministro Permanente delle Belle Arti: schizzi realizzati da Sir Archibald Rumm per la statua esposta all’Accademia nel 1959, oggi situata nella residenza di Papworthy House.
“Sai, Jack,” disse, “ogni volta che sorge un problema, tutti si rivolgono a te.”
“Grazie,” disse Williams.
“E c’è stato un intoppo, Jack… Immagino tu l’abbia già capito.”
“Non sembra affatto un intoppo…”, rispose Williams in tono piuttosto secco. “I fanali brillano intensamente.”
Halterton si alzò e iniziò a camminare avanti e indietro nella stanza, proprio come faceva di solito quando il suo potente cervello era impegnato nel lavoro.
“Beh, ascolta qui, Jack, è così, ” (e forse per la decima volta in quarantotto ore guardò verso la porta; era chiusa abbastanza bene.) “È proprio così, ”. Si sedette di nuovo e addirittura batté leggermente il Ministro dell’Interno sulla gamba. “Non sono felice riguardo a J.”
“Che cosa c’è che non va con J.?” chiese Williams con calma. Non gli dispiaceva che qualcuno gli battesse sulla gamba; e non gli importava nulla di ciò che gli accadeva, purché sapesse prima degli altri cosa stava succedendo. “Che cosa c’è che non va con J.? È chiaramente molto felice. E inoltre, non ha tenuto la bocca chiusa: ha preferito parlare, eh?”
Wilfrid Halterton had read in many books that when one was in a tight place and has asked for advice one should be quite candid and get it all over in the first burst. He honestly meant to follow the judgement of the books, but it was difficult.
“Yes,” he said, “J.’s all right… . But I’m not all right.”
“Well, Wilfrid, he hasn’t got the thing, whatever it is, without a proper bargain, I hope.”
“No… . But you see … you see… .”
“Look, Wilfrid,” answered Jack Williams kindly and with due patience, but not without a little sigh, “you are asking me for advice, aren’t you?”
“Yes, I am,” said the miserable Wilfrid, with a hint of tragedy in his voice, which the other duly noted.
“You’re asking me for advice, and you’re quite right. For I think I know what’s the matter, and what ought to be done.”
It was said at random, but it hit the bull’s eye. He could see that, so he leant forward earnestly, putting a new note into his voice.
“And look here, Wilfrid, in things of this kind men must stand together… . You aren’t quarrelling with J., I hope?”
“No, no,” answered Wilfrid quickly, “not that!”
“Well, now tell me the whole thing clean out, and I’ll give you the best advice I can. I shall probably be able to tell you what’s the matter in five minutes.”
“The matter,” said Halterton, his hunger for sound judgement overruling his hesitation, “the matter is about J.’s letter.”
“You mean,” said Jack Williams (to whom this sort of thing was as familiar as his own face in the shaving-glass), “you mean some letter or whatever it was that J. gave you as against the contract, or promise of the contract? You mean — his arrangement with you?”
Halterton nodded. “More or less,” said he. “That kind of thing… . His acknowledgement, you know. His acknowledgement. All that sort of thing… . And the bother of it is, I wrote a memorandum of my own on the top of the letter in pencil, just to make sure.”
“Oh, you did, did you?” said Williams grimly. “A very useful precaution!”
“Yes. And now it’s gone, with that writing of mine on it.”
“Gone!” said Jack, really startled. “That’s awkward! Things like that oughtn’t to be left lying about.”
He looked Halterton hard in the face, but then recovered from his surprise at the news and smiled so genially that there was no hint of blame.
“No, by Jove!” muttered the Postmaster-General.
“Well, there’s one thing you’ve got to do, obviously. Ask J. for another one.”
“I have,” said Wilfrid, speaking slowly and solemnly— “and he refused.”
“Refused!” jerked out Williams, with a sudden movement of the eyebrows.
“Yes,” said Halterton, “refused — and what’s more, he says he never gave me anything.”
The Home Secretary yielded to habit and gave that low whistle which he had acquired in earlier days of Trade Union politics, whenever he had come across something that “had put him on to it.”
“O-o-o-h!” he said. And then he leaned his chin on his hand, still looking steadily at Halterton, and added, “D’you know what’s happened?”
“No, I can’t imagine,” answered Halterton, not meeting the other’s eye. “I’ve looked everywhere. I even looked under the carpet — though I don’t see how it could have got there… . I didn’t look in the lining of my coat… . I’m sure, though, that the lining wasn’t torn. There’s nowhere it could get under in the hall. Unless — perhaps,” he added, as a bright thought struck him, “unless perhaps there was room for a bit of paper under the umbrella stand. I’ve not looked there.” There was new hope in his voice.
“My dear Wilfrid,” answered the Home Secretary, in a rather lower and very even voice, “it is not under the carpet. It is not under the umbrella stand. Nor is it in the other world. Shall I tell you where it is?”
“But you don’t know!” wailed the other plaintively.
“It is on the person of James Haggismuir McAuley.”
“What!”
“On the person, I said,” repeated Williams a little severely, “on the person of James Haggismuir McAuley. In a pocket, I should say. Perhaps sewn on to his vest. But more likely in a pocket. And on the whole, I should say the inside left-hand breast-pocket of his morning coat — for it’s still the middle of the afternoon.” Then he leaned back and continued, with humour in his eyes: “There now, Wilfrid! I’ve told you. And so you know.”
Halterton looked at his colleague in a dazed way. Williams had been called the Wizard: Hiram Buggs, formerly of Warramugga and now First Baron Desportes had given him that name in his paper, just after getting his title. Though the Postmaster-General knew that Williams had helped him to get the peerage, he had never understood the admiring nickname. He began to understand it now; and great as was his own position, the fruit of his own great achievements, he felt an awe coming upon him at the genius of the statesman who sat before him so self-possessed and simple, yet wielding so tremendous an instrument of intelligence.
“Ah,” he said, after some moments to take it all in. “The breast-pocket — the inside breast-pocket … of the morning coat he was wearing … the left-hand one, I think you said?”
The Home Secretary nodded.
“That’s right,” he agreed.
“Well! Upon my word! So you say he’s got it? … Well… . I’m beginning to understand now.”
“I’m glad of that,” said the other, and the smile returned for a moment.
“Yes, I’m beginning to understand… . I see. For some reason or other he wanted to get the thing back.”
“Yes,” said Williams. “For some reason or other, he did.”
The Postmaster-General pondered, staring at the table. Then he looked up, and added, after a sudden thought: “But why do you think he has kept it? Why shouldn’t he have destroyed it? I can see why he said he didn’t remember anything about it. I can see all that now. But then, why didn’t he destroy it?”
“Because your pencil note on it is a valuable record. It gives him a hold on you.”
Halterton felt as though he had received a moderate blow in the pit of the stomach.
“Hold on me!” he faltered. “Yes… . I see. I begin to see … yes… .”
Wilfrid Halterton aveva letto in molti libri che, quando si trova in una situazione difficile e si chiede consiglio, bisogna essere molto franchi e esporre tutto all’istante. Onestamente voleva seguire i suggerimenti dei libri, ma era difficile farlo.
“Sì“, disse, “J. sta bene… Ma io no.“
“Beh, Wilfrid, spero che senza un accordo adeguato, lui non riesca ad ottenere quella cosa, qualunque essa sia.”
“No… Ma vedi… vedi…”
“Guarda, Wilfrid,” rispose Jack Williams con gentilezza e pazienza, ma non senza un piccolo sospiro, “mi stai chiedendo un consiglio, vero?”
“Sì, lo sono,” disse il povero Wilfrid, con un tono che lasciava intuire una traccia di tragedia; l’altro se ne accorse immediatamente.
“Mi chiedi un consiglio, e hai perfettamente ragione. Credo infatti di sapere qual è il problema e cosa si dovrebbe fare.”
Fu detto casualmente, ma colpì nel segno. Lui se ne accorse, quindi si sporse in avanti con attenzione, cambiando tono di voce.
“E guarda qui, Wilfrid: in faccende del genere gli uomini devono stare uniti. Spero che tu non abbia litigato con J., vero?”
“No, no,” rispose rapidamente Wilfrid, “non quello!”
“Bene, ora raccontami tutta la storia dall’inizio e ti darò il miglior consiglio possibile. Probabilmente riuscirò a capire qual è il problema in cinque minuti.”
“La questione,” disse Halterton, la sua voglia di prendere decisioni sagge prevalendo sulle sue esitazioni, “la questione riguarda la lettera di J.”
“Voi intendete,” disse Jack Williams (a cui questo genere di cose era altrettanto familiare quanto il proprio volto nello specchio da barba), “volete dire quella lettera o qualcosa del genere che J. vi ha dato in relazione al contratto, o alla promessa contenuta nel contratto? Volete dire, l’accordo che aveva con voi?”
Halterton annuì. “Più o meno,” disse. “Qualcosa del genere. Il suo riconoscimento, capisci. Tutto quel tipo di cose. E il problema è che ho scritto anch’io un promemoria sopra la lettera, a matita, solo per essere sicuro.”
“Ah, davvero l’hai fatto…”, disse Williams con un tono cupo. “Una precauzione davvero utile!”
“Sì… E ora è scomparso, insieme a quelle mie scritture sopra di esso.”
“Se n’è andato!” disse Jack, davvero sorpreso. “Che imbarazzo. Robe del genere non dovrebbero essere lasciate in giro così.”
Lo guardò dritto in faccia, con decisione, ma poi si riprese dallo stupore causato dalla notizia e sorrise in modo così cordiale che non vi era alcun segno di rimprovero nel suo sorriso.
“No, per Giove!”, mormorò il Capo Postale Generale.
“Beh, c’è una cosa che devi assolutamente fare: chiedere un altro esemplare a J.”
“L’ho avuto,” disse Wilfrid, parlando lentamente e solennemente, “ma lui l’ha rifiutato.”
“Rifiutato!”, esclamò Williams con un improvviso movimento delle sopracciglia.
“Sì”, disse Halterton, “mi è stato rifiutato… E inoltre, dice che non mi ha mai dato nulla”.
Il Ministro dell’Interno cedette all’abitudine e emise quel fischio sommesso che aveva preso a usare nei primi anni della sua attività politica nel movimento sindacale, ogni volta che si imbatteva in qualcosa che “lo stimolava ad agire”.
“Oh-o-o-h!” disse. Poi appoggiò il mento sulla mano, continuando a fissare Halterton con lo sguardo, e aggiunse: “Sai cosa è successo?”
“No, non riesco proprio a immaginarlo,” rispose Halterton, evitando di guardare l’altro negli occhi. “Ho cercato dappertutto. Ho persino controllato sotto il tappeto, anche se non capisco come possa essere finito lì. Non ho controllato nemmeno la fodera del mio cappotto. Sono sicuro, però, che la fodera non fosse strappata. Non c’è nessun posto dove potrebbe essersi nascosto nel corridoio. A meno che, forse,” aggiunse, mentre gli veniva in mente un’idea, “a meno che sotto lo stendibagagli non ci fosse spazio per un pezzo di carta. Non l’ho controllato.” La sua voce adesso suonava piena di nuova speranza.
“Mio caro Wilfrid,” rispose il Segretario dell’Interno con una voce piuttosto bassa e molto uniforme, “non è sotto il tappeto. Non è nemmeno sotto lo stendibagagli. E non si trova nemmeno nell’altro mondo. Devo dirvi dove si trova?”
“Ma tu non lo sai!” si lamentò l’altro con voce triste.
“È sulla persona di James Haggismuir McAuley.”
“Che cosa!”
“Sulla persona, ho detto,” ripeté Williams con un po’ di severità, “sulla persona di James Haggismuir McAuley. Direi che fosse nella tasca. Forse cucita sulla sua giacca. Ma più probabilmente in una tasca. In generale, direi che si trovasse nella tasca interna sinistra del suo soprabito mattutino. Dopotutto, è ancora metà pomeriggio.” Poi si appoggiò allo schienale e continuò, con un sorriso negli occhi: “Ecco fatto, Wilfrid! Te l’ho detto. Ora lo sai.”
Halterton guardò il suo collega con aria confusa. Williams era stato chiamato “Il Mago”: Hiram Buggs, ex residente di Warramugga e ora Primo Barone Desportes, gli aveva dato quel nome nel suo articolo, subito dopo avergli conferito il titolo nobiliare. Sebbene il Capo Postale sapesse che Williams lo aveva aiutato ad ottenere il titolo nobiliare, non aveva mai capito il motivo di quel soprannome pieno di ammirazione. Ora iniziava a comprenderlo; e per quanto elevata fosse la sua posizione, frutto dei suoi stessi grandi successi, provò un senso di reverenza di fronte al genio di quell’uomo di stato che sedeva davanti a lui, così padrone di sé e semplice, ma che possedeva uno strumento intellettivo di enorme potere.
“Ah,” disse dopo alcuni momenti per assimilare tutto quanto. “La tasca interna del gilet, quella che indossava quella mattina, la sinistra, giusto?”
Il Ministro dell’Interno annuì.
“Esatto,” concordò lui.
“Beh! Per la mia parola! Quindi dici che ce l’ha?. Beh. Ora inizio a capire.”
“Ne sono felice,” disse l’altro, e per un momento il sorriso tornò sul suo volto.
“Sì, inizio a capire. Ora ho capito. Per qualche motivo voleva riavere quell’oggetto indietro.”
“Sì”, disse Williams. “Per qualche motivo o altro, lo fece.”
Il Capo Postale rifletté a lungo, fissando la tavola. Poi alzò lo sguardo e aggiunse, dopo un improvviso pensiero: “Ma perché credete che l’abbia tenuto? Perché non avrebbe dovuto distruggerlo? Ora capisco perché abbia detto di non ricordare nulla al riguardo. Ma allora, perché non l’ha distrutto?”
“Perché la tua nota scritta su quel foglio è un documento prezioso… Gli permette di tenerti sotto controllo.”
Halterton ebbe la sensazione di aver ricevuto un colpo moderato nello stomaco.
“Tienimi stretto!” esitò. “Sì… capisco… inizio a capire…”
“Besides which,” continued the Home Secretary cheerfully, “he liked to feel free to decide who to give the job to, eh?”
“What job?” said the other suspiciously. “I’ve heard of no job… . I never said anything about a job!”
“Oh, no, old chap,” laughed Williams. “Anyhow, men hate to feel bound, don’t they? Well, he’s got it. You can swear to that.”
Other things were still troubling Halterton. There was humility in his voice as he pursued their solution.
“But why on his person? Why in his pocket? And why in his breast-pocket, Jack? Why in his left-hand breast-pocket?”
Williams sighed gently.
“On his person, my dear fellow, because it is the only safe way to keep a thing without anyone in the world knowing anything about it. In a pocket, because if you have it sewn on to the inside of your vest, as I have known some do (old Bisher did that with the compromising letter in the Holt case, you remember?). You remember old Bisher, the Lord Chancellor twenty-five years ago?”
“I remember the name,” said Halterton.
“Well, I knew the man, and that’s what he did.” But Williams did not also add that he knew the man who got it away from old Bisher, and how much it brought him.
“The reason I don’t think that McAuley has done that is that he wants it for keeps. They only sew things on to the inside of their vests when they are only wanted for a few days — obviously.”
“M-m-m, yes,” assented Halterton. “Obviously. Yes … it would be a pocket … yes, you’re right. But why a breast-pocket.”
“Because,” said Williams a little wearily, as though he were tired of teaching elementary lessons in politics to a fellow-politician, “because it is more difficult to pick a breast-pocket than an outside pocket — as you have discovered by this time.”
Halterton actually blushed. “Yes, I have, Jack,” he admitted. “You’re right. It was in my side-pocket. Oh, the dirty… .”
Honest Jack Williams instructs a fellow-statesman in the art of politics.
“Don’t, Wilfrid, don’t,” said the Home Secretary, putting up a checking hand. “Never get angry with a colleague for playing the game better than you!”
It is only the greatest men who understand this, and the men who understand it rise, as Williams had risen.
But Halterton had yet another question to ask.
“Oh, yes … and why on the left-hand side?”
“Really — Wilfrid — really — haven’t you noticed that McAuley is a right-handed man?”
“Yes, I suppose so. I never noticed it particularly. But now I come to think of it … yes … I remember. He writes with his right hand.”
“Most people do,” said Williams.
And the next few seconds were spent by the one man in ecstatic admiration of a superior brain; by the other in a rapid review of the things he had learned, and of the further things he had begun to project.
At the end of the pause Williams turned his chair back towards the end of the table.
“I must send for Burton,” he said. “I’ve a mass of work to get through, and I shall have to show myself downstairs again before the end of the hour. I shan’t speak, but I must hear what Chillham will be saying. I’ve told you all I can tell you, my dear fellow! McAuley’s got it, and I’ve told you exactly where he’s got it: and what’s more, if I am right about that last little point, as I think I am — I’m pretty sure I am — it will be in the corresponding pocket of whatever coat he is wearing for some little time to come; that is, until he has occasion to make use of it.”
“To make use of it,” repeated Halterton in a hollow voice, half thinking he was talking to himself. “Make use of it … make use of it… .”
And he shambled out.
Lady Papworthy, highbrow political hostess.
V
LADY PAPWORTHY WAS the wife of that excellent elderly Lord Papworthy, the Minister for Fine Arts in Mrs. Boulger’s second administration, whom we have seen standing up so well for his office against the angry admirer of “Oblongs.”
Yes, Lady Papworthy was Lord Papworthy’s wife; this affirmation (for which I make myself responsible) is more surprising than it sounds. Indeed, it has to be seen to be believed. For Lord Papworthy is a man of near seventy, with scanty white hair, a beneficent gaze from gooseberry eyes, and a manner kindly in speech and gesture and everything else — save on very rare private occasions where money is concerned; while Lady Papworthy is not much over twenty, dark, keen, and immediate. Moreover, she is not Lord Papworthy’s second wife. Lord Papworthy had never, to human knowledge, been married before.
Then again, everybody knew who Lord Papworthy was. He was old Papworthy, to be sure, the man who had pottered about with pictures ever since he could potter, and he had begun to potter fifty years ago, before he had come of age. But no one really knew who Lady Papworthy was. And, what was really surprising, nobody cared. They were married. That I know on the word — and, much better, by the attitude — of Harry O’More, his young cousin and heir, who rather foolishly trembled lest another heir should be born. But beyond that I myself know nothing of her — and I don’t care to know more than do others.
There are three men about London, all three bachelors, all three well-to-do, and each witty and vital in his own way, who may be trusted to tell you all there is to know about anyone, however dark; but of Lady Papworthy they told three different stories.
Limpey said she was a waitress who had caught old Papworthy when he went over to the World Art Conference, when it had been held at Toronto as the most suitable centre for the Art of the whole world to meet in, rather more than two years before.
Stingey said she was an artist’s model who had caught him in Paris a year earlier and had followed him to Canada.
Mangey (whose nickname the ladies soften to “Manguey” — making the G hard, quite against their ordinary custom) frankly owned that he didn’t know. He had begun by saying that she was the daughter of a Communist agitator who had caught old Papworthy on the boat out — but when he found that his informant, himself a Communist from Buda-Pesth, was telling lies, he retracted in his usual straightforward way and frankly admitted his error to everybody. He said that he would try and find out, but he did not succeed, and gave it up. And now, since Mangey doesn’t know, nobody knows, and we’ve all given up betting. She’s fun enough, anyhow.
“Inoltre,” continuò felicemente il Segretario dell’Interno, “gli piaceva poter decidere liberamente a chi assegnare quel lavoro, eh?”
“Quale lavoro?” chiese l’altro con sospetto. “Non ho mai sentito parlare di alcun lavoro. Non ho mai detto nulla riguardo a un lavoro!”
“Oh, no, vecchio mio,” rise Williams. “Comunque, agli uomini non piace sentirsi legati, vero? Beh, lui lo sa bene. Puoi giurarlo.”
Altre questioni continuavano a preoccupare Halterton. La sua voce era piena di umiltà mentre cercava una soluzione insieme a loro.
“Ma perché proprio addosso a lui? Perché nel suo taschino? E perché nel taschino interno del petto, Jack? Perché nel taschino interno sinistro del petto?”
Williams sospirò dolcemente.
“Addosso a sé, caro mio, perché è l’unico modo sicuro per tenere qualcosa senza che nessuno al mondo ne sappia nulla. Nella tasca, perché se lo fai cucire all’interno della tua giacca, come ho visto fare alcuni (il vecchio Bisher fece così con quella lettera compromettente nel caso Holt, te lo ricordi?). Ti ricordi del vecchio Bisher, il Cancelliere di Giustizia di venticinque anni fa?”
“Ricordo il nome,” disse Halterton.
“Beh, conoscevo quell’uomo, ed è proprio quello che ha fatto.” Ma Williams non aggiunse anche che conosceva l’uomo che se l’era portato via dal vecchio Bisher, e quanto gli fosse valso.
“Il motivo per cui non credo che McAuley abbia fatto quella cosa è che vuole tenerla per sempre. Si cuciono le cose all’interno dei gilet solo quando sono destinate ad essere utilizzate per pochi giorni, ovviamente.”
“M-m-m, sì,” convenne Halterton. “Ovviamente. Sì, sarebbe una tasca, sì, hai ragione. Ma perché proprio una tasca sul petto?”
“Perché,” disse Williams con un po’ di stanchezza, come se fosse stufo di insegnare le nozioni di base della politica a un altro politico, “perché è più difficile prendere qualcosa dalla tasca interna che da quella esterna. Come avrete ormai capito.”
Halterton arrossì davvero. “Sì, l’ho fatto, Jack,” ammise. “Hai ragione. Era nella mia tasca laterale. Oh, che disastro, ”
Onesto Jack Williams insegna ad un suo connazionale l’arte della politica.
“Non farlo, Wilfrid, per favore,” disse il Segretario dell’Interno, alzando la mano per fermarlo. “Non arrabbiarti mai con un collega che gioca meglio di te!”
Solo gli uomini più grandi comprendono questo; coloro che lo comprendono raggiungono la vetta, proprio come aveva fatto Williams.
Ma Halterton aveva ancora un’altra domanda da porre.
“Ah sì… e perché proprio sul lato sinistro?”
“Davvero… Wilfrid… davvero, non ti sei accorto che McAuley è destro di mano?”
“Sì, suppongo di sì. Non me ne ero mai reso particolarmente conto. Ma ora che ci penso, sì, ricordo. Scrive con la mano destra.”
“La maggior parte delle persone lo fa,” disse Williams.
E nei pochi secondi successivi, uno di loro provò un’ammirazione estatica per un cervello superiore; l’altro, invece, ripassò rapidamente ciò che aveva imparato e ciò che aveva iniziato a pianificare per il futuro.
Alla fine della pausa, Williams girò la sedia verso l’estremità del tavolo.
“Devo chiamare Burton,” disse. “Ho un mucchio di lavoro da finire e dovrò scendere di nuovo al piano di sotto prima che finisca l’ora. Non parlerò, ma devo sentire cosa dirà Chillham. Vi ho detto tutto quello che posso, cari amici. McAuley ce l’ha, e vi ho indicato esattamente dove lo ha; inoltre, se ho ragione su quel particolare – e credo proprio di sì – sarà nella tasca corrispondente del cappotto che indossa per un po’ di tempo; cioè, fino a quando non avrà bisogno di usarlo.”
“Per farne uso,” ripeté Halterton con una voce vuota, quasi pensando di parlare da solo. “Farne uso, farne uso, ”
E uscì barcollando.
Lady Papworthy, raffinata padrona di casa in ambito politico.
V
Lady Papworthy era la moglie di quel meraviglioso anziano Lord Papworthy, Ministro delle Belle Arti nel secondo governo della signora Boulger; abbiamo visto come si sia battuto con grande determinazione per il proprio incarico contro l’irritato ammiratore dei “Oblongs”.
Sì, Lady Papworthy era la moglie di Lord Papworthy; questa affermazione (per la quale mi assumo tutta la responsabilità) è più sorprendente di quanto possa sembrare. Infatti, bisogna vederla con i propri occhi per crederci. Lord Papworthy è un uomo di quasi settant’anni, con pochi capelli bianchi, uno sguardo gentile proveniente dai suoi occhi scuri, e un modo di comportarsi cordiale nel parlare e nei gesti, tranne che in rare occasioni private riguardanti questioni finanziarie; mentre Lady Papworthy ha poco più di vent’anni, è di carnagione scura, intelligente e diretta nelle sue azioni. Inoltre, non è la seconda moglie di Lord Papworthy: per quanto si sappia, Lord Papworthy non era mai stato sposato prima.
D’altra parte, tutti sapevano chi fosse Lord Papworthy. Era il vecchio Papworthy, senza dubbio: l’uomo che aveva sempre occupato il suo tempo a lavorare con le immagini fin da quando ne era stato in grado, e aveva iniziato a farlo cinquant’anni prima, ancora prima di raggiungere la maggiore età. Ma nessuno sapeva davvero chi fosse Lady Papworthy. E, cosa sorprendente, a nessuno importava. Erano sposati. Lo so per certo, e anche meglio ancora lo si può dedurre dall’atteggiamento di Harry O’More, suo giovane cugino ed erede: lui, infatti, temeva stupidamente che potesse nascere un altro erede. Ma oltre a questo, io stesso non so nulla di lei. E non ho alcun desiderio di saperne di più rispetto agli altri.
Ci sono tre uomini a Londra, tutti e tre scapoli, tutti e tre benestanti, e ognuno di loro arguto e vivace a modo suo; si può fidare di loro per sapere tutto su chiunque, per quanto oscuro possa essere il caso. Ma riguardo a Lady Papworthy, raccontarono tre storie diverse.
Limpey disse di essere una cameriera che aveva incontrato il vecchio Papworthy quando questi era andato alla Conferenza Mondiale d’Arte, tenutasi a Toronto più di due anni prima, poiché considerata il luogo più adatto per l’incontro di artisti da tutto il mondo.
Stingey disse di essere una modella d’arte che lo aveva incontrato a Parigi un anno prima e lo aveva seguito in Canada.
Mangey (il cui soprannome le signore rendevano più dolce in “Manguey”, trasformando la “G” in una “e”, contro la loro abitudine) ammise francamente di non saperlo. All’inizio aveva detto che lei fosse la figlia di un agitatore comunista che aveva sorpreso il vecchio Papworthy sulla barca mentre stava partendo. Ma quando scoprì che la sua fonte, anch’essa comunista e originaria di Buda-Pesth, stava mentendo, ritrattò le sue affermazioni con la sua solita schiettezza e ammise apertamente il proprio errore davanti a tutti. Disse che avrebbe provato a scoprire la verità, ma non ci riuscì e rinunciò. Ora, poiché Mangey non lo sa, nessuno lo sa. E abbiamo tutti smesso di scommettere su questa questione. Comunque, lei è abbastanza divertente.
Officially she was his secretary whom he had married, but she could not have been his secretary for a very long time, for no one had seen her thirty months ago, and no one (except Harry) was even quite certain where they had married. She spoke of her relatives freely but not frequently. There seemed to be more than one of them: they were usually her cousins: they also seemed to be always travelling, and she often wished that they would come to England — but they never did. She never gave their names.
She was thoroughly up in things, especially in things literary, so long as they were modern, though she made no profession of knowledge to any language but her own — which by the way was English, spoken without any accent save what those who were perhaps her compatriots could call the “English” accent; and her voice when speaking it was low, restrained and sonorous.
Her husband called her Joan: so did the greater part of the coterie, a large one, which she ruled almost from the moment that she came to London. For as you may imagine, with such antecedents, or rather, lack of them, she was exactly suited to play her part in the position to which it had pleased herself to call her.
She did not give big dinners; she did not often give small ones, for that matter. Papworthy had to entertain, on account of his position, but he rarely entertained at his own house except at lunch. Joan Papworthy gave it to be understood that her health forbade her staying up late. She hardly ever went out in the evening herself, and the eccentricity added to her position.
That position was firmly established, even after so short a time. She knew what to say both to and about the writing men, nearly all of whom had come under her roof at one time or another, many of whom came there continually. And though she did not give many dinners, she gave innumerable cocktails; and she understood that art thoroughly. Nor was Lord Papworthy himself always absent from her re-unions. He would look in to, say, one in three or one in five, and smile and talk quite genially to this fellow or that, and then would happen to go through the door and not come back again. It was understood that he had gone to discuss a picture. They always asked after him on all those numerous hours when her drawing-room was crowded; and when he failed to appear his wife would explain in detail what particular piece of work was keeping him.
She herself never said a word on the matters in his province. She professed a complete ignorance of it, and spoke of his knowledge with the deference due to one of the first authorities in Europe. On the very rare occasions when he himself spoke at all of things outside that province he was equally respectful to her. He professed to know nothing about writing. Nor was it an affectation in him that he usually got the names of the writers wrong, even after he had met them three or four times.
When I say that he was Minister for Fine Arts in Mrs. Boulger’s second administration, it should be also remembered that he had been Minister for Fine Arts in her first administration: Under-Secretary for Fine Arts in the administration but one before that: Parliamentary Secretary to the Minister for Fine Arts (the famous Algernon Cohen) in the Dark Ages. During his second Parliament, before he had come into his title, and even before that, in his first session when his father had put him into the House only a few months after he had come down from Cambridge, he had distinguished himself by asking questions upon the Government’s purchase of pictures. He had kept steadily to that line for years, and, politically, it had been the making of him.
His complete mastery of the subject was best proved by his equal admiration for all modern painters whatsoever; and his almost equal admiration for all those of the past who were for the moment in the fashion. He had inherited pictures, he had bought pictures, pictures of every sort and kind, pictures that told stories and pictures that merely lied, pictures which were only patterns and pictures which were not even that. It was his delight to stand in front of these pictures, the more recent ones especially, with his head slightly on one side, making movements with his thumb in the air to illustrate his delight in their lines, their values, their planes, their purpose, their colour, their Ubesmachtheit.
Among Lady Papworthy’s more intimate dozen or so was a certain young man who combined an uncertain literary position in London with a small political one. Butler was his name, but not his nature; for he was tall, thin, black haired, with an unkempt romantic lock falling over his forehead, dreamy, gazing from large, dark, very deep eyes, not without fire in them; he stooped, he occasionally stammered: he sometimes exploded with indignation at this or that; as often he would remain silent when another had spoken to him, not from discourtesy but from abstraction. He would also sometimes interrupt the conversation of others, for he was full of zeal. Though his political position was a minor one, and certain to remain so (for his few friends could securely prophesy that he would never have office of any kind), and though he himself clearly never took any steps towards a career in the House, all that was of his own choice. He felt safe to remain a Member of Parliament as long as he liked — and he always swore that he hated it; his safety lay in his enormous popularity with his constituents in an artisan quarter of a northern industrial town.
When he emphasized with fervour his devotion to the Anarchist ideal they believed him, and they did right to believe him. They felt certain in their simplicity that they were right to disbelieve the mass of the politicians about him. To him they would never apply what working men now say of pretty well all other politicians: that there is no difference between this party and that — Anarchist or Socialist — it’s all one — they’re all on the make.
He added to his popularity by proclaiming loudly that he would never spend a penny upon the place, even if he had a penny to spend. And the constituents were the better pleased because the two neighbouring divisions of the town were represented by two millionaires, the one in the Anarchist and the other in the Socialist interest, who ladled out the stuff regardless.
Ufficialmente lei era la sua segretaria, con cui si era sposato, ma non poteva esserlo da molto tempo, perché nessuno l’aveva vista trenta mesi prima, e nessuno (tranne Harry) sapeva nemmeno con certezza dove si fossero sposati. Parlava liberamente dei suoi parenti, ma non molto spesso. Sembrava che ne avesse più di uno: di solito erano i suoi cugini; inoltre sembravano sempre essere in viaggio, e lei desiderava spesso che venissero in Inghilterra, ma non lo facevano mai. Non rivelò mai i loro nomi.
Era davvero molto versata in molte cose, soprattutto in quelle letterarie, purché fossero moderne. Tuttavia, non si vantava di conoscere alcuna lingua diversa dalla sua propria, che era l’inglese, parlato senza alcun accento, tranne quello che forse i suoi connazionali avrebbero potuto definire “accento inglese”. La sua voce, quando lo parlava, era bassa, controllata e sonora.
Suo marito la chiamava Joan; lo faceva anche la maggior parte del suo circolo, un gruppo piuttosto numeroso che lei dominava quasi fin dal momento del suo arrivo a Londra. Come potete immaginare, data quella sua origine, o meglio, l’assenza di qualsiasi origine riconosciuta, lei era perfettamente adatta al ruolo che aveva scelto per sé.
Non organizzava grandi cene; in realtà, nemmeno piccole cene spesso. A causa della sua posizione, Papworthy doveva intrattenere gli ospiti, ma raramente lo faceva a casa sua, tranne a pranzo. Joan Papworthy lasciava intendere che la sua salute le impedisse di stare sveglia fino a tardi. Raramente usciva di sera, e questa eccentricità contribuiva ulteriormente alla sua immagine.
Quella posizione fu saldamente consolidata, anche dopo un tempo così breve. Lei sapeva esattamente cosa dire sia agli scrittori che riguardo a loro; quasi tutti avevano trascorso del tempo sotto il suo tetto, molti di loro addirittura in modo continuativo. E sebbene non organizzasse spesso cene, offriva innumerevoli cocktail, e conosceva perfettamente quell’arte. Nemmeno Lord Papworthy era sempre assente dalle sue riunioni: ogni tanto si presentava, sorrideva e chiacchierava amichevolmente con questo o quel partecipante, per poi uscire di nuovo senza tornare più. Si capiva che fosse andato a discutere di qualche questione legata a un dipinto. In tutte quelle occasioni in cui il suo salotto era pieno di gente, tutti chiedevano notizie di lui; e quando non si faceva vedere, sua moglie spiegava con precisione quale lavoro specifico lo tenesse impegnato.
Lei stessa non disse mai una parola riguardo alle questioni della sua provincia. Affermava di ignorarle completamente e parlava delle sue conoscenze con il rispetto dovuto a uno dei maggiori esperti d’Europa. Nelle rare occasioni in cui lui stesso menzionava argomenti al di fuori di quella provincia, mostrava lo stesso rispetto per lei. Affermava di non sapere nulla di scrittura; inoltre, non era affatto una finzione il fatto che spesso sbagliasse i nomi degli scrittori, anche dopo averli incontrati tre o quattro volte.
Quando dico che è stato Ministro delle Belle Arti nel secondo governo della signora Boulger, bisogna anche ricordare che lo era già stato nel suo primo governo: Vice-Segretario per le Belle Arti in un governo precedente; Segretario Parlamentare del Ministro delle Belle Arti (il famoso Algernon Cohen) in tempi ancora più remoti. Durante il suo secondo mandato parlamentare, prima ancora di assumere quella carica, e addirittura durante la sua prima sessione in Parlamento – quando suo padre lo fece entrare nella Camera pochi mesi dopo il suo arrivo da Cambridge – si distinse per porre domande riguardo all’acquisto di opere d’arte da parte del governo. Mantenne costantemente questa linea di azione per molti anni, e politicamente questo fu ciò che lo rese famoso.
La sua completa padronanza dell’argomento si dimostrava meglio nel suo ugual apprezzamento per tutti i pittori moderni, senza distinzioni; e nell’apprezzamento quasi altrettanto grande per quelli del passato che, in quel momento, erano di moda. Aveva ereditato quadri, ne aveva comprati molti, di ogni tipo: quadri che raccontavano storie, quadri che semplicemente “mentivano”, quadri che rappresentavano soltanto modelli, e anche quadri che non erano nemmeno questo. Gli piaceva molto stare davanti a questi quadri, soprattutto quelli più recenti: inclinava leggermente la testa da un lato e muoveva il pollice nell’aria per esprimere la sua ammirazione per le loro linee, i loro valori cromatici, le loro strutture, il loro significato complessivo e i loro colori.
Tra i dodici o più amici intimi di Lady Papworthy c’era un certo giovane che combinava una posizione letteraria poco certa a Londra con una piccola influenza politica. Il suo nome era Butler, ma questo non rifletteva affatto la sua vera natura: era alto, magro, con i capelli neri e una ciocca romantica che gli cadeva sulla fronte; aveva lo sguardo sognante e fissava il mondo con occhi grandi, scuri e profondi, nei quali si poteva percepire un certo fuoco interno. A volte balbettava, altre volte esplodeva in indignazione per qualche motivo; spesso, invece, rimaneva in silenzio quando gli veniva rivolta la parola, non per mancanza di cortesia, ma perché era assorto nei suoi pensieri. Talvolta interrompeva anche le conversazioni altrui, poiché era pieno di entusiasmo. Anche se la sua posizione politica era secondaria e probabilmente lo sarebbe rimasta per sempre (poiché i suoi pochi amici erano certi che non avrebbe mai ricoperto alcuna carica ufficiale), e anche se lui stesso non prendeva mai iniziative per intraprendere una carriera politica, questo era frutto della sua scelta personale. Si sentiva tranquillo nell’essere un membro del Parlamento finché voleva, e giurava sempre di odiare quel ruolo; la sua “sicurezza” derivava dalla enorme popolarità che godeva tra i suoi elettori, in un quartiere artigianale di una città industriale del nord.
Quando esprimeva con fervore la sua devozione all’ideale anarchico, gli credevano, e avevano ragione a credergli. Con la loro semplicità, erano certi di avere ragione nel non credere alle parole della maggior parte dei politici su di lui. A lui non avrebbero mai applicato ciò che oggi i lavoratori dicono di quasi tutti gli altri politici: che non c’è differenza tra questo o quel partito – anarchico o socialista – è tutto lo stesso; sono tutti alla ricerca del potere.
Aumentò ancora la sua popolarità dichiarando ad alta voce che non avrebbe mai speso un centesimo per quel posto, nemmeno se ne avesse avuto uno. E gli elettori ne furono ancora più soddisfatti, perché le due circoscrizioni confinanti della città erano rappresentate da due milionari: uno che agiva nell’interesse anarchico e l’altro in quello socialista, entrambi i quali spendevano denaro senza alcuna ritegno.
In the House itself Reginald Butler was despised but half popular. It was amusing to hear his passionate appeals for “the Poor.” He was unpopular when he went out crusading against what he called scandals — his favourite and harmless game.
He always failed, of course, and after failing he would denounce the white-washing committee which had frustrated his efforts, making some bombastic speech which the newspapers were careful to report briefly or not at all and to forget.
His colleagues forgave him, and waited eagerly till he should begin again, for they believed from long experience that he would never cross the boundary of the things that really matter. It cannot be denied that they got fun out of it — even those who were for the moment involved. They knew he would never hurt anyone, and they didn’t think he meant to.
Yet, if ever a hunter of mares’-nests seemed earnest for the purity of public life it was this young man. No unfortunate Parliamentarian could interest himself in a new Company without Butler’s scenting South Sea Bubbles. No salaried post ever fell to the most blameless dunderhead without his most distant connection with a Minister being ferreted out. In his crazy world public men would have had to live on air, and every investment by them was a crime.
It was inept, but it had a tinsel of romance about it, and Joan Papworthy was devoted to him. Of all the literary crowd which she sampled week by week and sometimes for two or three days following, in her drawing-room, Reginald Butler was the one she seemed to have known the longest. She already felt as though she had known him all her life. And he for his part certainly wished to know her all his life.
His verse, she had been told by some, was exceptional. She tried to read it, so as to be able to quote bits of it to him, but she got the words wrong. He forgave her — but her only — for such slips. His political excitements she was the only hostess in London of standing to sympathize with — for women are less tolerant of folly than men — and he was grateful for that sympathy. He found in her the one soul who understood his abortive indignations. All through the Crude Oil affair when, for once, he really did feel himself isolated, she stuck to him: and what is more, she spurred him on. Then, after the Committee had reported and the two men whom he had most vigorously attacked had been given, the one a first-class Embassy and the other the Exchequer, she consoled him during the grey days when he was creeping back to his half-tolerated position.
There is a common error here which I take this opportunity to correct. The “Scandal,” as fools call it, should not be “The Crude Oil-Affair” but “The Crude-Oil affair.” Carltonhurst, who got out of them at 118, asks me to put in this note.
As for Lord Papworthy, he cared for none of these things. He had been reproached — perhaps some of my readers have reproached him — for his complete indifference to that business side of public life which is its chief interest for the more active minds.
Just as he had never sold a picture, so he had never bought a share, the trustees of that great estate were enough for him, and after half-a-dozen futile attempts made by his colleagues in the House to interest him in this or that commercial venture he had been given up as hopeless.
I for my part do not blame him. If a man of great fortune (always over fifty thousand a year even in bad times), long lineage, no children, and with no taste for hazard, who happens to have one passion and to be able to satisfy it in office — if such a man choose not to take the financial opportunities which Parliament offers, but to remain cold to the movements of the market, I hold that he is perfectly free to indulge that eccentricity, and I think none the worse of him.
Lord Papworthy was not and is not alone in such an attitude; I doubt whether the Prime Minister herself, Mrs. Boulger, could have given you the price of more than three or four leading stocks, I should not even wonder if the same were not true of her husband — at least, since he took that bad tumble over Burgher’s Deeps. But that was years ago — and anyhow the Boulger money was mainly Trustee money also.
The story of the now very important department of State which Lord Papworthy filled is an interesting one.
Until some years after the Great European War no one had dreamed of having in England a Ministry of Fine Arts; indeed, the term had a frenchified sound about it which rendered it ridiculous. The Latins had always had Ministries of Fine Arts, and later on, even the more virile nations — the Germans of the Reich, the Danes and the people of Iceland — came to appoint statesmen to similar functions; but the thing long remained alien to the sturdy breed of this country.
It so happened, however, that when Dotty D. (that is what everybody called her), the old Duchess, Dorothy, the Duke’s widow, had put her boy into the Government (it was she who had most to say about it) the young man insisted on being a Secretary of State for Fine Arts, or nothing.
He had imprudently been allowed to travel. His bear-leader had introduced him to strange cliques in foreign studios, and he had sunk up to the neck in oils and clay. He had been plasticine in his mother’s hands as to everything else; but when she begged him, at twenty-five, to enter public life, he stuck to his bargain. Therefore was the new Ministry created, and people soon got accustomed to it.
After all, it’s an ill wind that blows nobody any good, and it at least had the advantage of providing a number of new jobs out of the taxes for those who deserved well of their country at Westminster, for their dependants, their friends, their relatives, and those whom they might have cause to fear.
The young Duke at once established a custom in the Department, of which it is difficult to say whether it was good or bad for the country, but which took root and became a permanent institution. He bought largely. Not content to spend the money which was allocated to the purchase of works of art, and to occasional public exhibitions, he made his department the only one under a modern Government the head of which became expected, by custom, to spend more than he received.
Nella stessa Camera, Reginald Butler era disprezzato ma al contempo piuttosto popolare. Era divertente ascoltare le sue appassionate richieste a favore dei “poveri”. Tuttavia, diventava impopolare quando iniziava a combattere contro ciò che definiva scandali, il suo passatempo preferito e del tutto innocuo.
Naturalmente falliva sempre, e dopo ogni insuccesso denunciava il comitato incaricato di “bianchire” la verità, che aveva frustrato i suoi sforzi, tenendo discorsi pomposi che i giornali si affrettavano a riportare brevemente, o addirittura a ignorare del tutto.
I suoi colleghi lo perdonarono e aspettarono con impazienza che ricominciasse, perché, grazie alla loro lunga esperienza, sapevano che lui non avrebbe mai superato i limiti di ciò che è veramente importante. Non si può negare che trovassero divertimento in tutto questo, anche coloro che erano coinvolti in quel momento. Sapevano che lui non avrebbe mai fatto del male a nessuno, e non pensavano che lo volesse davvero fare.
Eppure, se mai esistette qualcuno che desiderasse sinceramente la purezza della vita pubblica, quel qualcuno era proprio questo giovane uomo. Nessun parlamentare sfortunato poteva interessarsi a una nuova società senza che Butler individuasse subito qualche legame con le speculazioni finanziarie del “South Sea”. Nessuna carica retribuita finiva mai nelle mani dell’idiota più innocente, senza che si scoprisse il suo lontano legame con un ministro. Nel suo mondo pazzo, i pubblici funzionari avrebbero dovuto vivere nell’aria, e qualsiasi loro investimento sarebbe stato considerato un crimine.
Era inadeguato, ma c’era un pizzico di romanticismo in tutto ciò; inoltre, Joan Papworthy era devota a lui. Tra tutta la gente letteraria che incontrava settimana dopo settimana, e a volte anche per due o tre giorni consecutivi nel suo salotto, Reginald Butler sembrava essere la persona che conoscesse da più tempo. Lei già aveva l’impressione di averlo conosciuto tutta la vita; e lui, dal canto suo, desiderava certamente conoscerla per tutta la vita.
A quanto le avevano detto alcuni, i suoi versi erano eccezionali. Provò a leggerli per potergli citare alcune parti, ma sbagliava le parole. Lui la perdonava, ma solo per errori del genere. Le sue passioni politiche erano l’unica cosa in cui lei, tra tutte le donne di Londra, era disposta a comprenderlo: le donne, infatti, sono meno tolleranti verso le follie degli uomini. E lui ne era grato per quella comprensione. In lei trovava l’unica persona che riuscisse a comprendere le sue indignazioni inutili. Durante tutta la vicenda del petrolio greggio, quando per una volta si sentì davvero isolato, lei rimase al suo fianco, e anzi lo incoraggiò ancora di più. Poi, dopo che il comitato presentò i suoi risultati e quei due uomini contro cui aveva attaccato con tanta fermezza ottennero rispettivamente un incarico all’Ambasciata e una posizione nel Ministero delle Finanze, lei lo consolò nei giorni tristi in cui iniziava lentamente a tornare alla sua posizione, seppur tollerata.
C’è un errore comune qui che approfitto dell’occasione per correggere: quel “Scandalo”, come lo chiamano gli sciocchi, non dovrebbe essere “The Crude Oil-Affair” ma “The Crude-Oil affair”. Carltonhurst, che ne è uscito al punto 118, mi ha chiesto di inserire questa nota.
Per quanto riguarda Lord Papworthy, a lui non importava nulla di tutto ciò. Era stato rimproverato – forse alcuni dei miei lettori lo hanno anche fatto – per la sua totale indifferenza verso quella parte della vita pubblica legata agli affari, che rappresenta invece l’interesse principale per le persone più attive.
Proprio come non aveva mai venduto nessuna opera d’arte, così non aveva mai acquistato alcuna azione; i fiduciari di quella vasta proprietà gli erano più che sufficienti. Dopo mezza dozzina di tentativi falliti da parte dei suoi colleghi in Parlamento per interessarlo a questo o quel progetto commerciale, si era arreso, ritenendolo irrecuperabile.
Per quanto mi riguarda, non lo biasimo affatto. Se un uomo di grande fortuna (sempre con oltre cinquantamila sterline all’anno anche nei momenti difficili), di nobile origine, senza figli e privo di qualsiasi inclinazione al rischio, che per caso ha una passione e può soddisfarla attraverso il proprio lavoro, se tale uomo decide di non approfittare delle opportunità finanziarie offerte dal Parlamento, ma preferisce rimanere indifferente ai movimenti del mercato, allora ritengo che abbia tutto il diritto di indulgere in questa eccentricità, e non penso affatto che ciò lo renda peggiore.
Lord Papworthy non era e non è l’unico ad avere un tale atteggiamento; dubito che anche la stessa Prima Ministra, la signora Boulger, sarebbe stata in grado di fornirvi informazioni su più di tre o quattro azioni di primo piano. Non mi sorprenderei nemmeno se lo stesso valgesse per suo marito, almeno da quando ha avuto quell’incidente terribile vicino a Burgher’s Deeps. Ma quella è stata un’epoca lontana. In ogni caso, i soldi dei Boulger provenivano principalmente da fondi fiduciari.
La storia del dipartimento di Stato, oggi molto importante, che fu guidato da Lord Papworthy è davvero interessante.
Fino a alcuni anni dopo la Grande Guerra Europea, nessuno aveva mai pensato all’idea di creare in Inghilterra un Ministero delle Belle Arti; anzi, il termine stesso sembrava avere un suono “francese”, il che lo rendeva ridicolo. I popoli latini avevano sempre avuto Ministri delle Belle Arti, e in seguito anche nazioni più “virili” – i tedeschi del Reich, i danesi e gli islandesi – iniziarono a nominare statisti per incarichi simili; ma questa idea rimase a lungo estranea alla mentalità tradizionale di questo paese.
Tuttavia, capitò che quando Dotty D., ovvero come tutti la chiamavano, l’ex duchessa Dorothy, vedova del duca, fece entrare suo figlio nel governo (era lei ad avere la maggior influenza in merito), il giovane insistette per diventare Segretario di Stato per le Belle Arti, o niente.
Gli era stato permesso di viaggiare in modo imprudente. Il suo mentore lo aveva presentato a strane cerchie in studi stranieri, e lui si era immerso completamente nel mondo dei colori e dell’argilla. Per tutto il resto era stato come plastilina nelle mani di sua madre; ma quando lei, all’età di venticinque anni, lo pregò di entrare nella vita pubblica, lui mantenne la sua decisione. Ed è così che fu creato il nuovo Ministero, e la gente presto si abituò ad esso.
Dopotutto, anche un vento cattivo porta qualche vantaggio, e in questo caso ha almeno avuto il merito di creare nuovi posti di lavoro grazie alle tasse, per coloro che meritano di essere aiutati dal loro paese a Westminster, per le loro famiglie, i loro amici, i loro parenti, e per quelle persone che potrebbero avere motivo di temerli.
Il giovane duca stabilì immediatamente una consuetudine nel suo dipartimento; è difficile dire se fosse positiva o negativa per il paese, ma questa consuetudine prese radici e divenne un’istituzione permanente. Spendeva molto denaro: non si accontentava di utilizzare i fondi destinati all’acquisto di opere d’arte e a occasionali mostre pubbliche; fece sì che il suo dipartimento fosse l’unico, sotto un governo moderno, in cui ci si aspettasse, per consuetudine, che il capo del dipartimento spendesse più di quanto ricevesse.
The things — bronzes and marbles, paintings and etchings — that he bought, sometimes after passing through his own hands, sometimes without even that, were given to the National collections. The public had grown familiar with the little tab “Given by the Secretary of State for Fine Arts” stuck on to one picture after another in the great public galleries.
As I say, this new custom may have had advantages: just as had the old idea that an Ambassador in a foreign capital should spend more than his salary had certain national advantages: but it made the post very difficult to fill.
The young Duke himself gave it up after a few years to go off whale-hunting, for which, after the fatal accident with the Blubber Boiler, his name is better remembered than for his brief experience of politics. His successor will, I am afraid, be remembered only for the deplorable Herrenheimer Commission. The next in office, only obtained after a long and agonized searching by the Prime Minister of the day, was a gentleman from one of our great Dominions of whom no one had hitherto heard; but he was at least able to spend lavishly, and the tradition which the young Duke had founded struck deeper root than ever.
Then Good Fortune, which never forsakes the public life of a chosen people, came to our aid, and Lord Papworthy, a man already well over fifty, appeared as the ideal candidate.
This had been seventeen years ago, seven before Mrs. Boulger’s first administration, that of 1950, and Lord Papworthy (who was, of course, as his father had been, a pillar of the Socialist Party) then first became Minister and was an immediate success. Almost his first act was to buy the Woolson Vase and present it to the nation.
But when, four years later, the Anarchist Party was due to succeed in the regular rotation, there naturally came an acute anxiety as to what would happen to the Department of Fine Arts. Not only was there no one to compare with Papworthy, there was actually no one able to fill the place at all. There were plenty who would have liked the salary, but none of them could — or if they could, would — have spent money for the benefit of the galleries. There were plenty who could and would spend money on pictures, but not at the price of political burdens and the headship of a department. They preferred a shameful idleness to such onerous service of the State.
The obvious remedy was that Lord Papworthy should think better of his political principles, and join the Anarchist Party. The change was duly made, and he continued under the sober and well-administered reign of Lord Mandon’s Anarchist premiership to preside over the new black steel and glass building in Whitehall.
When the time had come for Lord Mandon to change about, and hand over the salaries to the Socialist party again (the moment known in political circles as “musical chairs”), it was as evident as ever that no suitable candidate for the Ministry of Fine Arts was available except, of course, the now firmly-established Lord Papworthy. In the world that counts, the men and women who care about painting and sculpture, and who know that they know about it, are numerous and have power. Those of them who care, care for it much more than they care about the other activities of Westminster; and they all insisted upon Papworthy. The humbler people, young and old, who earn their money from the people that count by painting their portraits and things even more startling, made it clearly understood by their clamour that there could be no question of anybody at all except Papworthy.
It seemed necessary at this critical moment that Lord Papworthy should again reconsider his principles and remain in office by turning Socialist again. After all, he had been of this political persuasion only four short years before, and it would be easy for him to pick up the broken threads of his Socialist principles.
Lord Papworthy, another portrait from “Great Englishmen of Our Time.”
But it was now evident that with every new change of Government, so long as Lord Papworthy survived — and the rubicund old boy was a fine healthy man — there would have to be some arrangement made by which he could be installed irremovably, once and for all, at the Ministry of Fine Arts.
One of the most interesting of the many constitutional discussions which add such dignity to our public life was thrashed out on this occasion; some of it in the columns of The Times, the more important of it more privately in Mrs. Boulger’s own study.
You will remember that this third tenure of the office by Lord Papworthy was at the beginning of Mrs. Boulger’s first administration. One set of authorities on constitutional practice were for setting up a special rule ad hoc to fit the case of the Minister of Fine Arts. They suggested that the tenant of the day should change his party with each election. The other set — in my judgement the more reasonable — suggested that he should sit as a member of the Government when his own party was in power; and then, when he had passed into Opposition, should still sit as a member of the Government, though as a member of the Opposition. When his party should come in again, he should continue to hold office as a member of the Government party, then, if God granted him life, when he went into Opposition again, he should still sit once more as an Opposition member of the Ministry — and so on, until God should cease to grant him life. And as to what would happen then to the Ministry of Fine Arts — or the Minister — God only knew.
It was this last party which carried the day. They had behind them the wise precedent of the Nationalist Government which many men not far advanced in middle age could remember from the days of their youth, when it had been decided for the first time, on the highest constitutional authority, that Ministers in active opposition to each other on the main points of national policy should draw their £100 a week in the same Cabinet.
To tell the truth, Lord Papworthy by this time could never clearly remember which of the two parties was in power, as he always sat on the same bench in the House, and on the same corner of that bench. If he sometimes made a mistake, alluding to himself as an Anarchist when he should have called himself a Socialist, or the other way about, nobody minded, because he had become a national institution.
Le opere d’arte – bronzi e marmi, dipinti e incisioni – che acquistò, a volte dopo essere passate per le sue mani, altre volte addirittura senza che ciò avvenisse, furono donate alle collezioni nazionali. Il pubblico ormai era abituato alla piccola etichetta “Donato dal Segretario di Stato per le Belle Arti” attaccata a uno dopo l’altro dei dipinti esposti nelle grandi gallerie pubbliche.
Come dico, questa nuova prassi poteva avere dei vantaggi: proprio come l’idea precedente secondo cui un ambasciatore in una capitale straniera dovesse spendere più del proprio stipendio presentava alcuni vantaggi a livello nazionale; tuttavia, questo rendeva il ruolo molto difficile da ricoprire.
Il giovane duca stesso lo abbandonò dopo alcuni anni per andare a cacciare balene; a causa dell’incidente fatale con la “Blubber Boiler”, il suo nome è ricordato oggi più per questa attività che per la sua breve esperienza in politica. Temo che il suo successore venga ricordato soltanto per la deplorabile Commissione Herrenheimer. Il successivo a salire al potere, scelto dopo lunghe e difficili ricerche da parte del primo ministro dell’epoca, era un gentiluomo proveniente da uno dei nostri grandi domini, di cui nessuno aveva mai sentito parlare prima; tuttavia, era almeno in grado di spendere generosamente, e la tradizione fondata dal giovane duca attecchì ancora più profondamente che mai.
Allora la Buona Fortuna, che mai abbandona la vita pubblica di un popolo eletto, venne in nostro aiuto, e Lord Papworthy, un uomo ormai oltre i cinquant’anni, si rivelò il candidato ideale.
Era stato diciassette anni prima, sette anni prima del primo mandato della signora Boulger, nel 1950; Lord Papworthy – che, come suo padre, era un pilastro del Partito Socialista – divenne allora Ministro per la prima volta e ottenne subito grande successo. Quasi il suo primo atto fu acquistare il vaso Woolson e donarlo al popolo.
Ma quando, quattro anni dopo, il Partito Anarchico avrebbe dovuto subentrare nella rotazione regolare dei responsabili, emerse naturalmente una forte ansia riguardo a ciò che sarebbe accaduto al Dipartimento di Belle Arti. Non solo non c’era nessuno in grado di competere con Papworthy, ma in realtà non esisteva nemmeno qualcuno in grado di ricoprire quel ruolo. C’erano molte persone disposte ad accettare lo stipendio, ma nessuna di loro avrebbe – o, se anche l’avesse fatto, sarebbe stata disposta a – investire denaro a beneficio delle gallerie d’arte. C’erano molte persone che potevano e volevano spendere soldi per le opere d’arte, ma non al prezzo di oneri politici e della responsabilità di dirigere un dipartimento. Preferivano una vergognosa inattività a un simile oneroso servizio allo Stato.
La soluzione ovvia era che Lord Papworthy cambiasse idea sui suoi principi politici e si unisse al Partito Anarco. La modifica fu effettuata, e continuò a ricoprire la sua carica sotto il governo sobrio e ben gestito del Primo Ministro Anarco Lord Mandon, presiedendo l’edificio nuovo in acciaio nero e vetro situato a Whitehall.
Quando arrivò il momento che Lord Mandon cambiasse posizione e consegnasse di nuovo gli stipendi al Partito Socialista (il momento conosciuto nei circoli politici come “le sedie musicali”), fu ancora più evidente che non esisteva alcun candidato adatto per il Ministero delle Belle Arti, tranne, naturalmente, Lord Papworthy, ormai affermato in quel ruolo. Nel mondo che conta davvero, le persone che si interessano di pittura e scultura, e che sanno di cosa parlano, sono numerose e influenti. Quelli che se ne occupano lo fanno molto più seriamente di quanto facciano con le altre attività di Westminster; e tutti insistevano sul nome di Papworthy. La gente comune, giovani e anziani, che guadagna da vivere dipingendo i ritratti delle persone influenti e realizzando altre opere altrettanto sorprendenti, fece chiaramente capire con le sue proteste che non c’era alcuna possibilità che venisse scelto qualcun altro al di fuori di Papworthy.
Sembrava necessario, in questo momento critico, che Lord Papworthy riconsiderasse nuovamente i suoi principi e rimanesse in carica tornando a essere socialista. Dopotutto, solo quattro anni prima apparteneva a questa corrente politica, e per lui sarebbe stato facile riprendere in mano i fili dei propri ideali socialisti.
Lord Papworthy, un altro ritratto dai “Grandi Inglesi del Nostro Tempo”
Ma ormai era evidente che, con ogni nuovo cambio di governo, finché Lord Papworthy fosse sopravvissuto – e quel vecchio uomo rosso in viso era davvero un individuo sano e robusto – sarebbe stato necessario trovare un modo per assicurargli un posto stabile e permanente al Ministero delle Belle Arti.
Una delle discussioni costituzionali più interessanti, quelle che donano tanta dignità alla nostra vita pubblica, fu affrontata in questa occasione; alcune parti di essa furono pubblicate sulle colonne del “The Times”, mentre le parti più importanti vennero discusse in privato nello studio stesso della signora Boulger.
Vi ricorderete che questo terzo mandato di Lord Papworthy coincise all’inizio del primo governo della signora Boulger. Un gruppo di esperti in materia di prassi costituzionale suggerì l’istituzione di una regola speciale ad hoc per il caso del Ministro delle Belle Arti, proponendo che il titolare dell’incarico cambiasse partito dopo ogni elezione. Un altro gruppo – a mio parere più ragionevole – suggerì invece che rimanesse membro del governo quando il suo stesso partito era al potere; e che continuasse comunque a farlo anche quando passava all’opposizione, pur mantenendo la carica in qualità di esponente dell’opposizione. Quando il suo partito tornava al governo, egli avrebbe continuato a ricoprire la sua carica all’interno del partito al potere; e così via, finché Dio non gli avesse tolto la vita. Quanto a ciò che sarebbe accaduto dopo, solo Dio lo sapeva.
Fu proprio questa ultima festa ad avere la meglio. Avevano alle loro spalle l’esempio saggio del Governo Nazionalista, che molti uomini non ancora anziani potevano ricordare dai tempi della loro giovinezza: quando, per la prima volta e con l’autorità costituzionale più alta, si decise che i ministri in aperta opposizione su questioni fondamentali della politica nazionale potessero comunque ricevere la loro retribuzione settimanale di 100 sterline all’interno dello stesso Gabinetto.
A dire il vero, a quel punto Lord Papworthy non riusciva più a ricordare con chiarezza quale dei due partiti fosse al potere: sedeva sempre nello stesso banco alla Camera, e precisamente nello stesso angolo di quel banco. Se a volte commetteva errori, definendosi anarchico quando avrebbe dovuto chiamarsi socialista, o viceversa, a nessuno importava, perché ormai era diventato una sorta di istituzione nazionale.
Such had Lord Papworthy been for now so many administrations, when, as I have said, some two years ago he appeared on his return from Canada with a wife. I have told how his first cousin once removed, and heir, suffered a brief alarm. It was soon fairly evident that there would be no baby rival to his claim. But in other things more important than children the marriage was a success, as I hope I have also made clear. It gave the Ministry of Fine Arts new life. The brilliant circle surrounding young Lady Papworthy lent to the appreciation of the new schools, from miniature to architecture, and from enamels to large wrought-iron gates, a life and splendour which were not to be found in any other Cabinet in Europe.
The fact that her receptions and her more private gatherings were literary and of the drama, as well as of the arts, gave them the more vitality. And what gave them unity as well — an important point — was the continual presence of Reginald Butler.
So much for Lord and Lady Papworthy. Pray bear them well in mind. Remember their complete indifference to the interests of party, their devotion to the things of the spirit, and to the Muses. Remember also the haunting presence in Papworthy House of Reginald Butler, whose misguided whimsies on the purity of public life were to play so considerable a part in the fortunes of Mr. Williams, the Home Secretary; Sir Andrew McAuley, the Attorney-General; his brother James Haggismuir, the controller of Durrant’s; Mrs. Boulger herself; and most of all Wilfrid Halterton, the Postmaster-General to His Majesty.
VI
WHEN WILFRID HALTERTON had left him, on that Thursday evening in the House of Commons, the Home Secretary worked on an hour or two, then he gathered his papers together and looked at his watch. He decided that he would get a pair and not dine in the House. He had an idea of doing some private business that evening, and it is often unwise to do one’s private business in the House itself. He got his pair, and went across the street to the little club which he shared with some of his fellow-members to take his chop. While he was waiting for it he began his business by telephoning. It was more private than telephoning from the House. He telephoned to James Haggismuir McAuley.
They greeted each other cordially over the instrument. No one could be more useful to James Haggismuir McAuley than Jack Williams, and Jack Williams hoped to find one connection, at least, with James Haggismuir McAuley very useful indeed in the near future.
“Doing anything to-night?” said Williams.
“No. I’m trying to get through some work at home.”
“I’m just having a chop at the Corner Club by myself. I’m fed up. I don’t want to go back to the House — there’s nothing on. Could you come round here after dinner and walk round the cloth with me — just a hundred or two up?”
It was something of a compliment to be asked casually by Williams like that to play billiards, for the Home Secretary’s fame as a billiard player stood high among the amateurs of his set, though not approaching professional form.
“I see. What’ll you give me? Or what? I can’t play a man like you scratch. And I can’t get round much before nine. Will that do?”
So it was settled. Settled as Jack Williams had desired. Settled as things usually were settled when Jack Williams had the doing of them — even when he had the doing of them side by side with such a brain as that of the financier who was about to play billiards with him.
In the interval between his meal and the arrival of his friend Jack Williams read the evening paper, which expressed the views of his other grateful friend Lord Desportes. Even as he did so he was clinching down in his mind, one after the other, the points which he had so frankly made for the benefit of Wilfrid Halterton, for Jack Williams was well able to do two things at once, as many men of even lesser talent can; he could read — and understand what he was reading — and at the same time he could consider a problem in his mind. So while he absorbed Buggs’s views on international affairs, and currency, and things like that, things on which Buggs’s views were always pronounced and lucid, he was settling every step in his conjecture upon James McAuley’s action in Halterton’s case, and approving wholly of his conclusion.
Yes, that document would be on J.’s person! It would be in a pocket; it would be in an inside breast-pocket, and it would be the inside left breast-pocket of the morning coat. Or, if he had dressed for dinner, of the evening coat. What is more, he was prepared to bet a man of so many interests as James Haggismuir McAuley had an inner pocket to his dinner jacket: but had it a button … ?
In the same pocket would be something else a good deal more important to Jack Williams than what the unfortunate Halterton was mourning. For side by side with that document there certainly lay in the same pocket, if Williams knew anything of human habits and particularly of public life, that other important document in which the Television Contract was pledged to Durrant’s.
Reasoning of this sort is not infallible: if it proved wrong — well — he could always try again. But he was pretty sure he was right — and he was.
J. turned up punctually enough, and, with the sharp precision that characterized him, asked for the game.
“What are you going to give me?” he said.
“Oh, I can’t give you anything on a 100, J.,” protested Mr. Williams.
“Let’s make it 300, then. You’ve got to give me something; you always do.”
“All right, I’ll give you 50,” said Williams, rather reluctantly, and added, “We’ll make it a quid.”
“Half a quid,” was J.’s determined answer. And it went at that.
There was no one else in the large billiard-room of the Club. All was in shadow, save where, from under their shades, the six lights threw their brilliance upon the green cloth. Jack Williams slowly took off his coat and hung it up upon a row of hooks that stood on the dark side of the room over the leather-covered bench that ran there, by the wall. Then he moved the plain marker to fifty. He himself took spot, and left it at zero. They tossed for the break and Williams won. He took up his cue, intent upon nothing but the three balls on the table, while James Haggismuir McAuley slowly took off his coat in his turn and hung it up side by side with the Home Secretary’s — and all the while the Home Secretary kept his gaze fixed upon the lie of the table, his back turned to the two coats. There was plenty of time.
Ecco com’era Lord Papworthy durante molte amministrazioni; circa due anni fa, come ho detto, tornò dal Canada con una moglie. Ho raccontato di come suo cugino di primo grado e erede avesse provato un breve timore. Presto divenne evidente che non sarebbero nati bambini in grado di mettere in discussione i suoi diritti. Ma, per quanto riguarda aspetti più importanti dei figli, il matrimonio fu un successo, come spero sia stato chiarito anche in questo racconto. Questo matrimonio diede nuova vita al Ministero delle Belle Arti: il brillante circolo di persone che circondava la giovane Lady Papworthy contribuì a promuovere l’apprezzamento per le nuove tendenze artistiche, dalle miniature all’architettura, dagli smalti alle grandi porte in ferro battuto. Un livello di vitalità e splendore che non si trovava in nessun altro gabinetto europeo.
Il fatto che le sue ricevimenti e i suoi incontri più privati fossero legati al mondo letterario, al teatro e alle arti conferiva loro una maggiore vitalità. E ciò che li univa ulteriormente – un punto importante – era la costante presenza di Reginald Butler.
Ecco tutto riguardo a Lord e Lady Papworthy. Ricordateli bene: la loro totale indifferenza agli interessi del partito, la loro devozione alle cose dello spirito e alle Muse. Non dimenticate nemmeno la presenza inquietante nella casa dei Papworthy di Reginald Butler, le cui idee errate sulla purezza della vita pubblica ebbero un ruolo fondamentale nelle sorti di Mr. Williams, Segretario di Stato per gli Interni; di Sir Andrew McAuley, Procuratore Generale; di suo fratello James Haggismuir, direttore della Durrant’s; di Mrs. Boulger stessa. E soprattutto di Wilfrid Halterton, Ministro Postale di Sua Maestà.
VI
Quando Wilfrid Halton lo lasciò, quella sera di giovedì alla Camera dei Comuni, il Ministro dell’Interno lavorò per un’ora o due, poi raccolse i suoi documenti e guardò l’orologio. Decise di non cenare nella Camera; aveva in mente di occuparsi di alcuni affari personali quella sera, e spesso non è saggio farlo proprio all’interno della Camera stessa. Prese il cibo che gli era stato ordinato e attraversò la strada per recarsi nel piccolo club che condivideva con alcuni colleghi. Mentre aspettava il pasto, iniziò a occuparsi dei suoi affari personali telefonando. Era più riservato farlo da casa che dalla Camera. Chiamò James Haggismuir McAuley.
Si salutarono cordialmente attraverso quell’strumento. Nessuno poteva essere più utile a James Haggismuir McAuley di Jack Williams, e Jack Williams sperava di riuscire a stabilire almeno un legame con lui, qualcosa che potesse risultare davvero molto prezioso in un futuro prossimo.
“Farai qualcosa stasera?” chiese Williams.
“No, sto cercando di finire alcuni lavori a casa.”
“Sto semplicemente passando un po’ di tempo da solo al Corner Club. Ne ho abbastanza. Non voglio tornare in quella casa. Non c’è nulla lì. Potresti venire qui dopo cena e fare una passeggiata con me? Solo per un centinaio o duecento metri, ”
Fu quasi un complimento essere invitato così casualmente da Williams a giocare a biliardo; infatti, la fama del Segretario di Stato come giocatore di biliardo era molto alta tra gli amatori del suo ambiente, anche se non raggiungeva certo il livello professionistico.
“Capisco. Cosa mi offrirai? O cosa? Non riesco proprio a comportarmi come fai tu. E inoltre non posso muovermi molto prima delle nove. Va bene così?”
Era tutto deciso, quindi. Deciso esattamente come Jack Williams aveva desiderato. Deciso nel modo in cui le cose di solito venivano risolte quando Jack Williams se ne occupava. Anche quando lo faceva insieme a una mente brillante come quella del finanziere che stava per giocare a biliardo con lui.
Nel lasso di tempo tra il suo pasto e l’arrivo del suo amico Jack Williams, lesse il giornale serale, che esprimeva le opinioni di un altro suo grato amico: Lord Desportes. Mentre lo faceva, fissava nella mente, uno dopo l’altro, tutti gli argomenti che aveva così francamente sottolineato a beneficio di Wilfrid Halterton; infatti Jack Williams era perfettamente in grado di fare due cose contemporaneamente, proprio come molti uomini di talento inferiore; poteva leggere – e capire ciò che leggeva – e allo stesso tempo riflettere su un problema. Così, mentre assimilava le opinioni di Buggs sugli affari internazionali, sulla valuta e simili argomenti, sui quali le idee di Buggs erano sempre chiare e lucide, stabiliva passo dopo passo le conclusioni della sua riflessione riguardo all’azione di James McAuley nel caso di Halterton, approvandole pienamente.
Sì, quel documento sarebbe stato addosso a J.: si troverebbe in una tasca, precisamente nella tasca interna sul lato sinistro del gilet da mattina. O, se si fosse vestito per la cena, nella tasca interna del gilet da sera. Inoltre, sarei disposto a scommettere che un uomo con tanti interessi come James Haggismuir McAuley avesse sicuramente una tasca interna nel suo gilet da cena. Ma ci fosse anche un bottone?
Nella stessa tasca ci sarebbe stato qualcos’altro che per Jack Williams era molto più importante di ciò che il sfortunato Halterton stava piangendo. Perché, accanto a quel documento, se Williams conosceva un po’ le abitudini umane e soprattutto la vita pubblica, c’era sicuramente anche quell’altro documento importante in cui veniva stipulato il Contratto per la Televisione con Durrant.
Un ragionamento di questo tipo non è infallibile: se si rivelasse sbagliato, beh, avrebbe sempre potuto provare di nuovo. Ma era abbastanza sicuro di avere ragione, e in effetti aveva ragione.
J. arrivò puntualmente e, con la precisione affilata che lo caratterizzava, chiese di giocare.
“Cosa mi darai?” chiese lui.
“Oh, non posso darti nulla al 100%, J, ”, protestò il signor Williams.
“Allora facciamo 300. Devi darmi qualcosa… Lo fai sempre.”
“Va bene, ti darò 50”, disse Williams, piuttosto riluttante, e aggiunse: “Lo faremo per una sterlina.”
“Mezzo scellino,” fu la risposta decisa di J. E così fu deciso.
Nella grande sala da biliardo del Club non c’era nessun altro. Tutto era avvolto nell’oscurità, tranne nei punti in cui le sei luci proiettavano il loro bagliore sul tappeto verde. Jack Williams si tolse lentamente il cappotto e lo appese a una serie di ganci posti sul lato buio della stanza, sopra il banco rivestito di pelle che correva lungo la parete. Poi spostò il segnalatore su cinquanta; lui stesso si posizionò al punto zero. Giocarono per decidere chi avrebbe iniziato, e Williams vinse. Prese la stecca, concentrato esclusivamente sulle tre palle presenti sul tavolo, mentre James Haggismuir McAuley a sua volta si tolse il cappotto e lo appese accanto a quello del Ministro dell’Interno. Nel frattempo, il Ministro dell’Interno continuava a fissare il tappeto, con le spalle rivolte ai due cappotti. C’era ancora molto tempo.
He played for a miss in baulk, carefully. While the other was making his first break of 20, until he missed his last stroke by a hair’s-breadth, Williams watched the table unceasingly, his face still on the game and away from those coats, where they hung side by side from the pegs. It was his turn again. He did not seem to be playing with his usual skill; the break was a short one. There were three such alterations, at the end of which McAuley was leading by somewhat more than his handicap of 50, and was pleased to be so leading. Williams as though feeling the challenge, began to play more carefully. He piled up another 32. By this time McAuley was warm to his work, and his following turn went off magnificently, the red potted outwards in the middle and spot cannoning after it into the farther right-hand pocket.
And so on… . It seemed as though it would never end. Williams, audibly commenting his admiration, stepped back into the shadow. He stood there a moment with his feet wide apart, one thrust forward into the patch of light near the table, the other withdrawn towards the bench along the wall. In such a stance he then did three things simultaneously, one with his tongue, one with his eyes and one with his left hand; while his right hand thrust his cue forward so that it showed in the edge of the light from the lamps.
What he did with his tongue was to say: “Oh, well played! Well played!” What he did with his eyes was to look eagerly on at the green cloth and follow the shock of the balls. What he did with his dexterous left hand at the end of his long left arm was to stretch well behind him towards McAuley’s coat and to convey the two envelopes in a flash from that inner pocket — crushed, alas! and mangled, but safe — into his own trouser pocket. It was all over between the moment when J. had begun aiming and the first touch of the cue on the ball. And that was that.
The Home Secretary’s excursion made no interruption in his activities as a player. He said again, without an interval for breath: “Well played!” and then walked right round to the end of the table to see how James Haggismuir McAuley might deal with the very interesting cushion position. The financier looked at the problem with his head on one side, the statesman looked at it with his head also on one side, and they frankly discussed it together.
“What would you do?” said J.
“I don’t see why I should help you to win half a quid off me,” said the other. “But I should play a follow-up with a top-screw.”
J. played that and failed.
“You had your own reasons for giving me your advice, Jack,” he laughed.
“No, no,” laughed Williams as genially. “You’ve left them perfectly for me. But I won’t rob you. I’d hate to rob you. Look here.” And he deliberately played at random. “Now that gives you your chance again.”
“Thanks,” said McAuley, accepting the gift without protest. After that they played faster and faster, one against the other, as thick as thieves.
Meanwhile in the House of Commons Laycock, a back-bencher Anarchist, was on his legs for the Opposition side; and when Laycock once began he was good for an hour and a half. The House was almost empty, the Postmaster-General sat alone on the Government bench, and in his unhappy mind there pranced a tormenting demon. He could not rest until he had seen Williams again. He must have further advice.
Wilfrid Halterton looked over his shoulder at a young back-bencher just behind him, a rising hope of the Socialist party, and whispered: “Will you carry on after this till I get back?” The young man nodded joyfully. Halterton hastily slipped out, made the necessary arrangements with the Speaker in a low word or two as he passed the Chair, asked in the corridor outside if anyone knew where Williams was, and learning that he was at the Club, went over there at once.
Williams, he was told, was in the billiard-room. Halterton hesitated: but he might yet get his chance.
He had no luck. As he went up towards the billiard-room, thinking that perhaps the game would soon be over, and that he might catch Williams alone for a moment, he saw young Hayling in front of him on the stairs. Still, he would try his luck; and he and Hayling came together into the room. The two players looked round; McAuley, who was unoccupied, nodded rather coldly at Halterton; Williams continued to score, not pausing to speak to the newcomers until his break should be over and the other should be in play.
Hayling and Halterton sat in the dark of the side benches just under the hooks where the coats of the two players were hanging. Halterton, looking on at the game, suffered a little in soul to hear the geniality of Williams’s tones as he addressed the financier, the little emphatic “Well played!” coming out once or twice jarred on him. Of course, the courtesies must be maintained, but still! Williams was the man, after all, who knew best what McAuley had done. Yet he must not think of that. He must do what he could to get Williams alone.
He tried to stick it out till Williams should be disengaged. But the thing went on too long for him. He glanced at his watch and found that he had already been away more time than would be tolerated. He sat in an agony for another five minutes, and then reluctantly went out, telling himself that he would come in again after the House rose and chance finding Williams alone. Young Hayling watched the game perhaps another five minutes after Halterton had gone, then he too went.
When Halterton and Hayling left the game was still 100 short, but the rest went quicker. Whether there was any lingering superstition in Jack Williams I know not, but at any rate he played his best, as though determined to make the evening a fortunate one all round. And, indeed, he ended with J.’s ten shillings stuffed into the same pocket with its little brothers, the crumpled envelopes.
“Have a drink?” said the Home Secretary, putting on his coat.
“Thanks, I will,” said McAuley, putting on his.
Giocò con attenzione, evitando errori durante le sue mosse. Mentre l’altro giocatore realizzava la sua prima serie di 20 punti, fino a quando non sbagliò l’ultima mossa per un soffio, Williams continuò a osservare il tavolo senza distogliere lo sguardo dal gioco, ignorando completamente i cappotti appesi uno accanto all’altro alle grucce. Era di nuovo il suo turno. Sembrava però che non giocasse con la solita abilità; la sua serie fu breve. Dopo tre di queste sequenze di mosse, McAuley si trovava in vantaggio di oltre 50 punti e ne era molto soddisfatto. Sentendo questa sfida, Williams iniziò a giocare ancora più attentamente, aggiungendo altri 32 punti al proprio punteggio. A quel punto, McAuley era ormai completamente concentrato sul gioco; la sua mossa successiva fu eccezionale: il pallino rosso finì nella tasca centrale, mentre quello giallo lo seguì immediatamente nella tasca più a destra.
E così via. Sembrava che non avrebbe mai fine. Williams, esprimendo apertamente la sua ammirazione, fece un passo indietro, ritirandosi nell’ombra. Rimase fermo lì, con i piedi ben divaricati: uno dei piedi era rivolto verso la zona illuminata vicino al tavolo, l’altro verso il banco lungo il muro. In quella posizione, fece contemporaneamente tre cose: una con la lingua, una con gli occhi e una con la mano sinistra; mentre con la destra spingeva avanti il suo bastone da gioco, in modo che fosse visibile sul bordo della luce delle lampade.
Quello che fece con la lingua fu dire: “Oh, ben fatto! Ben fatto!” Quello che fece con gli occhi fu fissare con attenzione il panno verde e seguire i movimenti delle palline. Quello che fece con la sua abile mano sinistra, all’estremità del suo lungo braccio sinistro, fu allungarsi dietro di sé verso il cappotto di McAuley e, in un istante, estrarre le due buste da quella tasca interna – purtroppo schiacciate e strappate, ma comunque intatte – per infilarle nella propria tasca dei pantaloni. Tutto ciò avvenne nel giro di un attimo, dal momento in cui J. iniziò a prendere la mira fino al primo contatto della mazza con la palla. E basta.
L’uscita del Segretario dell’Interno non interruppe affatto le sue attività come giocatore. Disse di nuovo, senza nemmeno prendere fiato: “Ben fatto!”, e poi si avvicinò fino alla fine del tavolo per vedere come James Haggismuir McAuley avrebbe affrontato quella situazione particolarmente interessante. Il finanziere analizzò il problema inclinando la testa da un lato, lo statista fece lo stesso, e insieme ne discussero apertamente.
“Cosa faresti tu?” disse J.
“Non capisco perché dovrei aiutarti a vincere mezzo scellino a mie spese,” disse l’altro. “Ma potrei fare una mossa successiva con un ‘top-screw’.”
J. l’ha provato, ma ha fallito.
“Hai avuto le tue ragioni per darmi quel consiglio, Jack,” rise lui.
“No, no,” rise Williams in modo molto gentile. “Le hai lasciate perfettamente per me. Ma non ti ruberò nulla. Non mi piacerebbe affatto farlo. Guarda qui, ” E iniziò a selezionare i documenti a caso. “Ora hai di nuovo la tua opportunità.”
“Grazie,” disse McAuley, accettando il regalo senza obiezioni. Dopo quel momento iniziarono a giocare sempre più velocemente, uno contro l’altro, con grande impegno.
Nel frattempo, alla Camera dei Comuni, Laycock, un anarchico seduto nelle file posteriori, si schierò dalla parte dell’Opposizione; e una volta iniziato a parlare, continuò per un’ora e mezza. La Camera era quasi vuota: il Ministro Postale sedeva da solo sulla panca del governo, e nella sua mente tormentata si agitava un demone insopportabile. Non avrebbe potuto riposare finché non avesse rivisto Williams. Aveva bisogno di altri consigli.
Wilfrid Halterton guardò alle sue spalle verso un giovane seduto nelle file posteriori del parlamento: una promessa per il futuro del partito socialista. Sussurrò: “Rimarrai qui ad aspettarmi finché non torno?” Il giovane annuì felicemente. Halterton uscì in fretta, fece le necessarie disposizioni con il presidente del parlamento in poche parole mentre gli passava accanto, chiese nel corridoio se qualcuno sapesse dove si trovasse Williams e, apprendendo che era al club, vi andò immediatamente.
Gli dissero che Williams si trovava nella sala da biliardo. Halterton esitò: ma forse avrebbe ancora avuto la sua opportunità.
Non ebbe fortuna. Mentre si dirigeva verso la sala da biliardo, pensando che forse il gioco sarebbe finito presto e avrebbe potuto parlare da solo con Williams per un momento, vide il giovane Hayling davanti a sé sulle scale. Comunque, decise di provare ancora; insieme a Hayling entrò nella sala. I due giocatori si guardarono intorno; McAuley, che non era impegnato in gioco, annuì in modo piuttosto freddo verso Halterton; Williams continuò a segnare, senza fermarsi nemmeno per parlare con i nuovi arrivati, fino a quando non fu il suo turno di giocare e quello dell’altro giocatore non iniziò.
Hayling e Halterton sedevano nell’oscurità dei banchi laterali, proprio sotto i ganci dove erano appese le giacche dei due giocatori. Guardando la partita, Halterton provava un certo disagio nel sentire l’affabilità con cui Williams si rivolgeva al finanziere; quei brevi e enfatici “Bene fatto!” pronunciati da Williams lo disturbavano. Certo, era necessario mantenere le formalità. Ma comunque! Dopotutto, Williams era la persona che conosceva meglio ciò che aveva fatto McAuley. Eppure non doveva pensarci. Doveva fare tutto il possibile per parlare da solo con Williams.
Cercò di resistere fino a quando Williams non si fosse liberato. Ma la situazione durò troppo a lungo per lui. Guardò l’orologio e si rese conto che era già trascorso più tempo del consentito. Rimase seduto, in preda all’angoscia, per altri cinque minuti, poi uscì riluttante, promettendosi di tornare non appena la sessione fosse ripresa e avesse la possibilità di trovare Williams da solo. Young Hayling osservò la situazione ancora per circa cinque minuti dopo che Halterton se n’era andato, poi anche lui se ne andò.
Quando Halterton e Hayling se ne andarono, il punteggio era ancora di 100 punti in svantaggio, ma il resto della partita si svolse più velocemente. Non so se Jack Williams avesse ancora qualche superstizione residua, ma comunque giocò al meglio, come se fosse determinato a rendere quella serata davvero fortunata per tutti. E infatti, alla fine, i dieci scellini di J. finirono nello stesso taschino insieme agli altri oggetti, tra cui quei foglietti di carta accartocciati.
“Vuoi bere qualcosa?”, chiese il Segretario dell’Interno, infilandosi il cappotto.
“Grazie, lo farò,” disse McAuley, mettendosi il cappello.
Then when the whiskies and sodas had come and disappeared again Williams said he must be getting home to bed. “I arranged a pair before I dined,” he said. “I shan’t bother to go back to the House. I’ll just take the train from the station downstairs, and get home in good time.”
“Shall I drive you to Victoria?” said McAuley.
“No, thanks, it’s very good of you. But I’d just as soon go by train at this time of night, and besides, it’s a long way out of your way.”
So McAuley, who quite agreed, went off alone to the Marble Arch flat in his car, and Williams within three minutes was in the train from which he would change at Victoria for Clapham.
The policemen of the “A” division were bawling, “Who goes home?” at the top of their fine deep voices through the corridors of St. Stephens not five minutes after the moment when the Home Secretary had got into the underground train for Victoria and James Haggismuir McAuley had got into his fast motor-car to drive home to his flat near the Marble Arch.
All during the short remainder of the evening Halterton had been chafing in the House of Commons. He must see the Home Secretary again. He could not rest until he had seen him again. He must get more advice. It was mere nerves, he told himself, and there his judgement was exact. The last dull nonsense had been spoken, it was eleven o’clock, the House rose. He was all agog to go, and as the cry, “Who goes home?” rang through the corridors he was up and off, so hurriedly that a colleague or two turned to watch him with a smile. Down the cloister, through the subway he strode off on those long legs of his, his face hollow with anxiety, determined to catch Williams this time and get some crumb of further advice to quiet his nerves. The Postmaster-General legged it across to the Club again, and legged it up to the second floor, two steps at a time. The billiard-room was empty and dark. He came down, and heard from a fellow-member that Mr. Williams had gone out, and learned that he was just those few minutes too late. It was exasperating, but there was nothing to be done. Urged though he was by that itch to take further advice, restrained by the knowledge that disturbance on the telephone would only annoy his colleague and make him more difficult to approach again the next day, Wilfrid Halterton, after waiting irresolutely on the pavement, hailed a cab and drove off to his flat north of the Park.
He was a long time getting off to sleep. How he wished he could have seen Williams again. His mind was filled with uncertain plans that led nowhere — now half deciding to force the truth out of McAuley the very first thing next morning, now fairly convinced that he ought first to see Williams again, even if that great man should be late in getting to his office; now trying to plan some scheme entirely his own, which would recover the fatal document without a soul being the wiser; now losing himself again in a fog of contradictions.
But while Halterton thus suffered, James McAuley, less than a mile away, was going through emotions of a similar kind, but of different effect.
He had reached his flat. He was not a man who sat up late. He prepared for bed at once. He never changed his coat, even when he was putting on his things for the night, without taking the precaution that such a man would take, and which he intended to take during all the interval that would pass before this matter was settled, and the new contract actually at work. Before taking off his coat he felt for the two envelopes, to transfer them to the pocket of his pyjama jacket and to secure that pocket with a safety pin. James Haggismuir McAuley ran no risks, and a man asleep is vulnerable. It was not the first time in his life that he had had to watch over little documents as though they were a part of his very self.
The instinctive gesture was made, the hand plunged into the depths of that deep inside breast-pocket of his coat — and there was nothing there.
The blood left the keen, capable head of James McAuley. He felt dizzy, and had to sit down suddenly on the bed. Then there happened to him what might have happened to a weaker man. He thought that he would make sure — that he might have been deceived: he thought his very senses might have deceived him. He actually brought out his coat under the full light of the shaded wireless electric lamp over his dressing-table, and turned the fatal pocket inside out. There was but one indication of what had been. The little metal clip with which he had kept the two envelopes together was still there. It had been jerked off as whoever had done it had drawn those papers from their rightful place.
It was futile, it was especially futile in such a man; but intense emotion has this effect — James Haggismuir McAuley emptied all the pockets of his coat — and he was a man who carried many things upon him. Out they came upon the eiderdown — a small pad — a cigarette case — matches — but of course there was not a sign of either envelope. He ought to have known that. If they had gone from the one pocket where of necessity he guarded them, they were gone from him — for the moment at least — altogether.
Then his mind began to work actively again, as was its wont. He was out on the landing and downstairs, wasting not a moment over the lift, which might have delayed him; he was down the six flights to the porch and had got a taxi before a full minute had passed after his slamming his flat door behind him. The way was clear enough at that time of night; he was at the Club in less time than it had taken him to go from it to his rooms. He mastered his voice and asked the porter, without haste and with indifference, whether anything had been found in the billiard-room — any papers? If so, they were his.
Even as he went into the Club he had thought he saw for a moment over his shoulder a familiar figure. He was right. It was the tall, lanky form of Wilfrid Halterton, off across the road to the cab rank. So he added another word to the porter.
Poi, quando i whisky e le bevande gassate arrivarono e scomparvero di nuovo, Williams disse che doveva tornare a casa a dormire. “Ne ho preparati due prima di cena,” disse. “Non mi darò la pena di tornare in ufficio. Prenderò semplicemente il treno dalla stazione qui sotto e arriverò a casa in tempo.”
“Devo portarti a Victoria con la macchina?” chiese McAuley.
“No, grazie, è molto gentile da parte tua. Ma preferirei comunque prendere il treno a quest’ora di notte, e inoltre, per te sarebbe un lungo giro.”
So McAuley, che era pienamente d’accordo, se ne andò da solo in macchina verso l’appartamento vicino al Marble Arch; Williams, invece, in tre minuti era già sul treno che lo avrebbe portato a Clapham dopo una fermata a Victoria.
Gli agenti della divisione “A” gridavano a squarciagola, “Chi va a casa?”, con le loro voci profonde e sonore, per i corridoi di St. Stephens, meno di cinque minuti dopo che il Ministro dell’Interno era salito sul treno sotterraneo diretto a Victoria e James Haggismuir McAuley era montato sulla sua auto veloce per tornare al suo appartamento vicino a Marble Arch.
Per tutto il breve resto della serata, Halterton si sentiva a disagio nella Camera dei Comuni. Doveva rivedere il Segretario dell’Interno: non avrebbe potuto riposare finché non l’avesse incontrato di nuovo. Aveva bisogno di ulteriori consigli. Erano solo i nervi, si disse. E in questo aveva ragione: le ultime assurdità erano state dette, erano le undici di notte e la sessione era terminata. Non vedeva l’ora di andarsene; quando il grido “Chi va a casa?” risuonò nei corridoi, si alzò in piedi e uscì di fretta, tanto che un paio di colleghi si girarono a guardarlo sorridendo. Lungo i corridoi, attraverso la galleria sotterranea, proseguì a grandi passi, il viso segnato dall’ansia. Deciso a raggiungere Williams quella volta e a ottenere qualche altro consiglio per calmare i propri nervi. Il Segretario Generale delle Poste si affrettò di nuovo verso il club, salì al secondo piano. La sala da biliardo era vuota e buia. Scendendo, seppe da un collega che il signor Williams se n’era andato. Era arrivato appena in tempo. Era esasperante, ma non c’era nulla da fare. Nonostante l’urgenza di ottenere altri consigli, si trattenne dal chiamare al telefono: sapeva che disturbare il collega avrebbe solo peggiorato le cose e reso più difficile un nuovo incontro il giorno dopo. Così, dopo aver aspettato indeciso sul marciapiede, Wilfrid Halterton prese un taxi e si diresse verso il proprio appartamento, situato a nord del parco.
Gli ci volle molto tempo per addormentarsi. Quanto avrebbe desiderato rivedere Williams. La sua mente era piena di piani incerti che non portavano da nessuna parte: a un certo punto pensava di costringere McAuley a confessare la verità il giorno dopo, altre volte era convinto che fosse meglio rivedere prima Williams, anche se quell’uomo potesse essere in ritardo nell’arrivare in ufficio; poi provava a ideare un piano tutto suo, capace di recuperare quel documento fatale senza che nessuno se ne accorgesse. Alla fine si perdeva di nuovo in una serie di contraddizioni.
Ma mentre Halterton soffriva in quel modo, James McAuley, a meno di un miglio di distanza, provava emozioni simili, ma con effetti diversi.
Aveva raggiunto il suo appartamento. Non era il tipo di persona che si trattenesse fino a tardi; si preparò subito per andare a letto. Non cambiò mai il cappotto, nemmeno quando indossava i vestiti da notte, senza prendere le precauzioni che un uomo del genere avrebbe dovuto adottare. E intendeva continuare a farlo fino a quando la questione non fosse stata risolta e il nuovo contratto non fosse entrato effettivamente in vigore. Prima di togliersi il cappotto, controllò se ci fossero ancora le due buste; le trasferì nella tasca della giacca da pigiama e la chiuse con una spilla sicura. James Haggismuir McAuley non correva mai rischi. E un uomo addormentato è vulnerabile. Non era la prima volta nella sua vita che doveva prendersi cura di quei piccoli documenti, come se facessero parte integrante di sé stesso.
Il gesto istintivo fu eseguito: la mano si infilò nelle profondità di quella tasca interna del suo cappotto, ma lì non c’era nulla.
Il sangue uscì dalla testa acuta e capace di James McAuley. Si sentì stordito e dovette sedersi all’improvviso sul letto. Poi gli accadde ciò che avrebbe potuto accadere a un uomo più debole: pensò di verificare ancora una volta. Forse era stato ingannato; forse i suoi stessi sensi lo avevano tradito. Così, sotto la luce piena della lampada elettrica posta sopra il suo comodino, tirò fuori il cappotto e capovolse quella tasca fatale. C’era solo un indizio di ciò che era accaduto: il piccolo fermaglio metallico con cui teneva insieme le due buste c’era ancora. Era stato strappato via quando qualcuno aveva preso quei documenti dal loro posto originale.
Era inutile, soprattutto in un uomo del genere; ma le emozioni intense hanno proprio questo effetto. James Haggismuir McAuley svuotò tutte le tasche del suo cappotto – e lui era un uomo che portava sempre con sé molte cose. Ne uscirono piume d’oca, un piccolo cuscino, una scatola da sigarette, fiammiferi. Ma ovviamente non c’era traccia di nessun biglietto. Avrebbe dovuto saperlo. Se fossero stati tolti dalla tasca in cui li teneva sempre, allora erano davvero spariti, almeno per il momento.
Poi la sua mente iniziò a funzionare di nuovo attivamente, come al solito. Uscì sul ballatoio e scese le scale, senza perdere un istante con l’ascensore che avrebbe potuto ritardarlo; raggiunse il portico dopo sei piani e trovò un taxi meno di un minuto dopo aver chiuso la porta del suo appartamento. A quell’ora di notte la strada era abbastanza libera; arrivò al club in meno tempo di quello che gli ci sarebbe voluto per tornare dalle sue stanze. Controllò il proprio tono di voce e chiese, con calma e indifferenza, al portiere se fossero stati trovati alcuni documenti nella sala da biliardo. Se sì, erano suoi.
Anche mentre entrava nel club, per un momento gli sembrò di vedere, alle sue spalle, una figura familiare. Aveva ragione: era la figura alta e snella di Wilfrid Halterton, dall’altra parte della strada, vicino alla fermata degli taxi. Così aggiunse un’altra parola al messaggio che aveva lasciato per il portiere.
“Has Mr. Halterton been in here again?” he asked of the porter.
“Yes, sir, he’s only just this minute gone out.”
“Was he looking for anyone?”
“Not that I know of, sir,” said the porter to McAuley; then to the page:
“Where did Mr. Halterton go when he came in just now?”
“Mr. Halterton went up to the billiard-room, sir. He seemed to be looking about for something there, sir,” answered the page in a touching treble. (For the porter was “Sir” to the page, just as McAuley was “Sir” to the porter — there is rank on rank in this world.) McAuley turned to the child almost roughly.
“Up to the billiard-room, did you say? Up to the billiard-room? Did he find anything in the billiard-room?”
“I don’t think so, sir,” said the child. “I didn’t see him come down with anything. No, sir.”
Without a word McAuley in his turn sprang up the stairs to the billiard-room. It might look odd to the servants, but he couldn’t help that. The thing was all-important. He was on Halterton’s track. Halterton was the man… . He was beginning to see clearly… . But he would satisfy himself.
He stood in that empty billiard-room with his chin in his hand, reviewing rapidly all that had happened. Why had Halterton come in as he did? He must have learned that he was there playing; he would have thought of the coat being taken off and hung on the nail — or even if he didn’t think of it the sight of it would have reminded him… . Upon his word, he had never given Halterton credit for so much brains! But that was what must have happened.
But could Halterton have got hold of those envelopes with young Hayling sitting by? Hardly. Yes, perhaps he could… . At any rate, somehow, he must have got them. Perhaps he had taken them and then hadn’t had a chance to put them in his pocket… . It hurriedly occurred to McAuley that the Postmaster-General, after taking the letters from the coat, might have thrust them in the gap behind the bench. He might have feared to be seen putting them into his own pocket. That would be why he had come back… . Or did he come back because he wanted to assure himself that no one had suspected him?
It was Halterton who had those letters, anyway! Sure enough! Who else but Halterton could know that they existed? Who else but Halterton could guess that they could have been in his — James McAuley’s — close keeping? … But upon his word, he had not given Halterton credit for so much commercial sense! He almost admired the man, compared at least with what had been his common mood hitherto in the Postmaster-General’s presence.
Well, there was nothing more to be done. If he lingered there, it would be noticed more than it had been already. He must be off. He came down, said a few words to the porter as he went out, got a taxi and went back home — to lie awake for hours.
VII
HONEST JACK WILLIAMS was compelled, as a professional democrat and plainly labelled “Trades Union,” to travel third class on all occasions. For the same reason he must live in a small house, which he liked doing, and with only one maid, which he didn’t mind. What was harder was that he could not have a big, comfortable car — indeed, no car at all. On the other hand, he was allowed to hob-nob with the rich, who delighted, some in his billiards, some in his funny stories, some in his financial tips — though he had a reputation for unloading and had stung several of them. He might drink all the champagne he wanted as publicly as he chose, so that it wasn’t in his own house; and as for his reputation — now general — for having got together some mysterious mass of money, that only made him the more respected by his fellow Trades Unionists; who did not call themselves Anarchists or Socialists, but plain Amalgamated Transformers, at a minimum wage of 83s. a week of forty-eight hours. But third class, I say, was insisted on.
Yet on this night he risked it as he changed at Victoria; took a first-class ticket, and making a hardly perceptible sign to the guard with his left eyebrow, secured a compartment to himself.
In that privacy, when the train had fairly started he pulled out the two envelopes, badly crumpled, from his trousers pocket. He had kept his hand upon them most of the time since leaving the Club, for the pocket was not a convenient place for them, and he had no desire to lose either of them. He pulled them out, smoothed them as best he could, for the moment, and then put them very carefully into the inside breast-pocket of his coat, just as the lawful possessor of the one (and unlawful possessor of the other) had done before him.
If any of my readers are thinking of entering public life, I would take this opportunity of telling them that any documents that they may have occasion to purloin should thus be kept upon the person of the individual, and never entrusted to a safe or a locked drawer. Also, it is wise to keep them in the inside left-hand breast-pocket, and not a bad thing to have a loop or button for fastening same. The last was a precaution which James McAuley had not taken, perhaps because his purely commercial career had not given him so much experience as men obtain in the higher career of statesmanship.
When Jack Williams got home he did not go up to bed, late as it was. He had something to do before sleeping. The first thing he did was to fill a kettle with water and to put it on the electric heater till it boiled. Then he passed the flap of each envelope in turn back and forth in front of the spout so that it should be thoroughly steamed. And when they were thoroughly steamed he opened them with the ease that manœuvre ensures.
This done, he did not pull out the all-important contents of the two envelopes, but went out to rummage for the electric iron, called in the language of his wife “the flat iron.” He brought with him at the same time a piece of folded flannel. Then within this folded flannel he placed the two letters and their envelopes and carefully ironed over the material.
That, I may further inform any one of my readers who may be considering entering public life, is the proper way of getting creases out of any documents which may have been rumpled in the process of acquisition.
“Il signor Halterton è stato di nuovo qui dentro?” chiese al portiere.
“Sì, signore, è appena uscito un minuto fa.”
Cercava qualcuno?
“Per quel che ne so, signore”, rispose il portiere a McAuley; poi disse al paggio:
“Dove è andato il signor Halterton quando è entrato poco fa?”
“Il signor Halterton è andato nella sala da biliardo, signore. Sembra che stesse cercando qualcosa lì dentro, signore,” rispose il paggio con una voce acuta e commovente. (Perché il portiere chiamava “signore” il paggio, proprio come McAuley chiamava “signore” il portiere. In questo mondo esistono gerarchie precise.) McAuley si girò verso il bambino con un movimento quasi brusco.
“Fino alla sala da biliardo, hai detto? Fino alla sala da biliardo? Ha trovato qualcosa lì dentro?”
“Non credo proprio, signore,” disse il bambino. “Non l’ho visto scendere con nulla in mano. No, signore.”
Senza dire una parola, anche McAuley salì di corsa le scale verso la sala da biliardo. Forse i domestici avrebbero trovato strano il suo comportamento, ma non poteva farci nulla. La situazione era estremamente importante: aveva finalmente individuato le tracce di Halterton. Halterton era l’uomo che cercava. Stava iniziando a vedere chiaramente la verità. Ma voleva esserne assolutamente certo.
Stava in quella sala da biliardo vuota, con il mento tra le mani, ripassando rapidamente tutto ciò che era accaduto. Perché Halterton era entrato proprio in quel modo? Doveva essersi reso conto che lui era lì a giocare; avrebbe pensato al cappotto tolto e appeso al chiodo. O anche se non ci aveva pensato, la vista di quel cappotto glielo avrebbe ricordato., A dire il vero, non aveva mai creduto che Halterton fosse così intelligente! Ma era sicuramente quello che era successo.
Ma poteva Halterton aver preso quei foglietti con il giovane Hayling seduto lì accanto? Difficilmente. Sì, forse avrebbe potuto farlo. Comunque, in qualche modo doveva esserceli riuscito. Forse li aveva presi, ma poi non aveva avuto il tempo di metterli in tasca. A McAuley venne improvvisamente in mente che il Capo Postale, dopo aver preso le lettere dal cappotto, potesse averle infilate nello spazio dietro al banco. Forse temeva di essere visto mentre le metteva nella propria tasca. Forse era tornato proprio per questo. O forse era tornato perché voleva assicurarsi che nessuno lo sospettasse?
Era comunque Halterton ad avere quelle lettere! Proprio come previsto. Chi altro, se non Halterton, poteva sapere della loro esistenza? Chi altro, se non Halterton, avrebbe potuto intuire che potessero trovarsi nelle sue mani – o meglio, in quelle di James McAuley?. Ma, a giudicare dalle sue parole, non aveva mai attribuito a Halterton un simile senso degli affari! Quell’uomo gli ispirava persino ammirazione, almeno rispetto al comportamento che aveva tenuto fino ad allora in presenza del Ministro Postale Generale.
Beh, non c’era più nulla da fare. Se fosse rimasto lì, avrebbero notato la sua presenza ancora di più di quanto già fosse successo. Doveva andarsene. Scese le scale, disse qualche parola al portiere uscendo, prese un taxi e tornò a casa, per restare sveglio per ore.
VII
Onest Jack Williams era costretto, in quanto democratico professionista e chiaramente etichettato come “membro di un sindacato”, a viaggiare sempre in terza classe. Per lo stesso motivo doveva vivere in una piccola casa, cosa che gli piaceva, e con soltanto una domestica, il che non gli dispiaceva affatto. Quello che era davvero difficile per lui era non potersi permettere un’auto grande e comoda, anzi, nessuna auto del tutto. D’altra parte, gli era permesso frequentare i ricchi, i quali apprezzavano le sue partite a biliardo, le sue storie divertenti o i suoi consigli finanziari, anche se aveva la reputazione di essere piuttosto spietato con alcuni di loro. Poteva bere tutto lo champagne che voleva, ovunque desiderasse, purché non fosse nella sua casa; e quanto alla sua reputazione – ormai diffusa – di aver accumulato una somma di denaro misteriosa, questa lo rendeva ancora più rispettato dai suoi compagni di sindacato. Questi non si definivano anarchici o socialisti, ma semplicemente “Amalgamated Transformers”, con uno stipendio minimo di 83 penny a settimana per quarantotto ore di lavoro. Ma insomma, la terza classe era davvero l’unica opzione disponibile per lui.
Eppure quella notte decise di correre il rischio: si cambiò alla stazione Victoria, acquistò un biglietto di prima classe e, con un gesto appena percettibile fatto con la sopracciglia sinistra al controllore, riuscì a ottenere un compartimento tutto per sé.
In quell’intimità, quando il treno aveva ormai iniziato a muoversi, tirò fuori le due buste, piuttosto sgualcite, dalla tasca dei pantaloni. Le aveva tenute con sé per la maggior parte del tempo da quando aveva lasciato il Club, perché quella tasca non era il posto più adatto per conservarle, e non voleva assolutamente perderne nessuna. Le tirò fuori, le lisciò il più possibile in quel momento, e poi le mise con estrema cura nella tasca interna del suo cappotto, proprio come aveva fatto il legittimo possessore di una di esse (e il possessore illegittimo dell’altra) prima di lui.
Se qualche mio lettore sta pensando di entrare nella vita pubblica, vorrei cogliere l’occasione per dirgli che qualsiasi documento possa aver bisogno di prendere in prestito dovrebbe essere sempre portato con sé e mai affidato a un cassetto chiuso a chiave. Inoltre, è saggio tenerlo nella tasca interna sinistra del petto; non è nemmeno una cattiva idea dotarlo di una fibbia o di un bottone per fissarlo. Quest’ultima precauzione James McAuley non l’aveva presa, forse perché la sua carriera esclusivamente commerciale non gli aveva fornito tanta esperienza quanta ne acquisiscono coloro che intraprendono la più nobile carriera della politica.
Quando Jack Williams tornò a casa, non andò a letto, nonostante fosse tardi. Aveva qualcosa da fare prima di dormire. La prima cosa che fece fu riempire una pentola d’acqua e metterla sul riscaldatore elettrico finché non iniziò a bollire. Poi passò la linguetta di ogni busta avanti e indietro davanti alla bocca della pentola, in modo che venissero completamente inumidite dal vapore. E quando furono ben inumidite, le aprì con facilità, grazie a quella tecnica appresa.
Dopo aver fatto ciò, non estrasse il contenuto così importante delle due buste, ma uscì per cercare la ferro da stiro elettrica, che sua moglie chiamava “la piastra piatta”. Portò con sé anche un pezzo di flanella piegata; poi, all’interno di quella flanella, mise le due lettere e le loro buste e le stirò con cura.
Questo, posso aggiungere per chiunque dei miei lettori stia considerando l’idea di entrare nella vita pubblica, è il modo corretto per eliminare le pieghe da qualsiasi documento possa essere stato sgualcito durante il processo di raccolta.
All these things having been accomplished, Honest Jack Williams turned off the heaters, replaced the iron in the back room, leaving everything tidy, and then came back for a quiet perusal of his prizes. He leaned back in his chair, holding one in each hand, and surveying them with affection and pride.
They were not only symbols but fruits of victory to the great strategist. They were not only the fruits of victory but the instruments of inevitable triumph to come. He felt as Moltke felt when he held the two French armies of 1870 apart, with the Army of Metz in his right hand and the Army of Sedan in his left, and said to himself: “Both these armies are now securely mine.”
I share what I am sure is my reader’s admiration for the simplicity and boldness of the action which had secured such results.
For a long time past it has been a necessity for our modern statesmen to march with the times and to adopt the methods of their day. Dead and buried with the futilities of the forgotten Victorian deadness is all that pompous play-acting of indifference to personal gain and aloofness from decisive commercial manœuvre. The generation in which even a humble watering of shares was doubtful and a duplication of them condemned was one that substituted words for deeds, windy with copybook maxims and worthless with rhetoric. It gave us — as it could only give us — the little England of that day, with its pretence to dominion and its boast of government by a narrow social group, ignorant of real affairs. But hitherto there had clung to the technique of politics a sort of fossil respect for indirect approaches. To get hold of information against a rival, to have a particular photograph taken, or even to obtain possession of documents by roundabout ways, through underlings who might be deceived, was necessary to success in the great game; but to do the thing oneself bravely, at once, and finally, without risk of witnesses and without loss of time, had never yet been attempted. Jack Williams was the pioneer who took the last great step forward in the science of politics.
Therefore he had gained the reward which always awaits those who dare to be Realist, and who accept to the full all the conditions of their action and drive straight to its conclusion.
There he sat, with the two trophies of his genius displayed in either hand, mastering each in turn, and conscious that he was in impregnable possession of what could now give him unchallenged control. The whole great coming business of Television was in his power, as he followed the words of those two letters: the typescript signed by Halterton promising the contract to McAuley, the manuscript written wholly in McAuley’s hand promising the post and salary to Halterton — two master keys that opened all the doors.
They were much what he had expected. He recognized in each the skilled hand of the financier.
He was particularly impressed by the mixture of kindness and deference of the manuscript letter, in which Halterton had been asked to sacrifice his leisure for the inadequate salary of £10,000 a year — free of tax. The other (the typewritten letter), which authorized McAuley to go on with the contract and was duly signed “Wilfrid Halterton,” gave him a little more to think about. He read it twice to make sure that it would have been sufficient for McAuley to proceed upon forthwith, and he decided that it was. It was put in very general terms, and it was, as we have seen, quite short. But Williams, who understood these things better than anyone else, decided that it was adequate. There could be no going back from it. And if ever James McAuley got hold of that letter again the contract would go forward. Whoever was the possessor of that letter controlled the future of Television — so much was sure.
Honest Jack Williams mastering the Television Deal.
He had already told the Postmaster-General quite truly that there was no going back for him, Wilfrid Halterton, whether he had his promise safe in his pocket or not. The endorsement was there, and broad and genial was the smile of Jack Williams as he read the pencilled words in Halterton’s own unmistakable hand:
“James McAuley’s letter. Handed to me March 3, 1960. W.H.”
The thing was already on the Order Paper, and even if the Postmaster-General desired to put a belated spoke in the wheel now he would not dare — so long as he imagined that McAuley had that letter in his possession.
Jack Williams folded each document again with a satisfied sigh, put each back into its proper envelope, unfastened, and slipped them into that inside left-hand breast-pocket — buttoned within. He spent about ten minutes communing with himself and reviewing the points of his policy. He was completely master, and now the thing to do was to work out the details.
The first point to decide was whether he should let Halterton in again. He decided that he would not. McAuley he would need, for McAuley pulled all the ropes of the Television business and understood its working. But Halterton he could do without.
The next thing to consider was what proposition McAuley should be offered? Control remained with himself, Williams, of course. McAuley should have his salary as Chief Permanent Commissioner when the Charter should have been granted and the monopoly in full swing. On the whole, Williams thought that about a third of his own share might usefully be offered to the man with a practical knowledge of the trade, the man whom he needed, the man in whose name the contract was made out, and the man without whom it would be difficult to go to work.
There was one more thing to be decided. When and how he should approach McAuley and tell him how things stood, tell him that the power had passed into his (Williams’s) hands, and that all further steps would be dependent upon him.
He decided — being the great strategist he was (and see what talents are needed to rise as this man had risen in the service of his country) — on watching the development of the game, and not acting in the matter until the right opportunity appeared.
Dopo aver compiuto tutte queste cose, Honest Jack Williams spense i riscaldatori, ripose l’ferro nell’altra stanza, lasciando tutto in ordine, e poi tornò per ammirare tranquillamente i suoi premi. Si appoggiò allo schienale della sedia, tenendone uno in ciascuna mano, e li osservò con affetto e orgoglio.
Non erano solo simboli, ma anche frutti della vittoria per quel grande stratega. Non erano soltanto i frutti della vittoria, ma anche gli strumenti del trionfo inevitabile che stava per arrivare. Si sentiva proprio come Moltke quando, nel 1870, riuscì a separare le due armate francesi: con l’Armata di Metz nella sua destra e l’Armata di Sedan nella sua sinistra, si disse: “Ora entrambe queste armate sono saldamente mie.”
Condivido ciò che, ne sono certo, è l’ammirazione dei miei lettori per la semplicità e la decisione dell’azione che ha portato a tali risultati.
Da molto tempo ormai è diventata una necessità per i nostri moderni statisti muoversi al passo con i tempi e adottare i metodi del loro tempo. Tutto quel pomposo atteggiamento di indifferenza nei confronti dei guadagni personali e di distacco dalle manovre commerciali decisive è ormai sepolto insieme alle inutilità di un’epoca dimenticata, come quella vittoriana. La generazione che riteneva dubbia anche semplicemente acquistare azioni o che considerava condannabile la loro duplicazione era una generazione che sostituiva i fatti con le parole, piena di massime stereotipate e priva di vera efficacia retorica. Ci ha dato – come poteva darci altro – quella piccola Inghilterra di allora, con le sue pretese di dominio e il suo vanto di essere governata da un ristretto gruppo sociale ignorante delle reali questioni del paese. Tuttavia, fino ad oggi nella tecnica politica è rimasto attaccato un certo rispetto per gli approcci indiretti. Ottenere informazioni su un avversario, far scattare una determinata fotografia o addirittura procurarsi documenti attraverso metodi indiretti, utilizzando subordinati che potevano essere ingannati, era considerato necessario per avere successo in questo grande “gioco”; ma fare le cose da soli, con coraggio, immediatamente e senza rischi di testimoni né perdite di tempo, non era mai stato tentato prima. Jack Williams fu il pioniere che compì l’ultimo grande passo avanti nella scienza della politica.
Pertanto, aveva ottenuto la ricompensa che sempre attende coloro che osano essere realisti, che accettano appieno tutte le condizioni delle proprie azioni e le portano direttamente alla loro conclusione.
Lì sedeva, con i due trofei del suo genio esposti in entrambe le mani; ne padroneggiava uno dopo l’altro, consapevole di possedere qualcosa che ora gli avrebbe garantito un controllo indiscutibile su tutto. L’intero futuro della televisione era nelle sue mani, così come indicato da quelle due lettere: il dattiloscritto firmato da Halterton che prometteva il contratto a McAuley, e il manoscritto scritto interamente di pugno di McAuley che garantiva la posizione e lo stipendio a Halterton. Due “chiavi maestre” capaci di aprire tutte le porte.
Erano esattamente come se l’aspettava. In ognuno di loro riconobbe la maestria del finanziere.
Era particolarmente colpito dal mix di gentilezza e rispetto presente nella lettera manoscritta, nella quale si chiedeva a Halterton di sacrificare il proprio tempo libero per uno stipendio insufficiente di 10.000 sterline all’anno – esente da tasse. L’altra lettera, quella dattiloscritta che autorizzava McAuley ad andare avanti con il contratto e firmata regolarmente da “Wilfrid Halterton”, gli diede motivo di riflettere ancora un po’. La lesse due volte per assicurarsi che fosse sufficiente affinché McAuley potesse procedere immediatamente, e decise che lo era. Le condizioni erano formulate in termini molto generali e, come abbiamo visto, piuttosto brevi. Ma Williams, che capiva queste cose meglio di chiunque altro, ritenne che fossero adeguate. Non c’era modo di tornare indietro. E se James McAuley avesse mai ritrovato quella lettera, il contratto sarebbe stato portato a termine. Chiunque possedesse quella lettera controllava il futuro della televisione. Di questo era certo.
Onesto Jack Williams gestisce con maestria l’accordo televisivo.
Aveva già detto molto chiaramente al Capo Postale che per lui non c’era più modo di tornare indietro, Wilfrid Halterton. Che avesse o meno la promessa in tasca. Quell’appoggio c’era davvero, e il sorriso di Jack Williams era ampio e cordiale mentre leggeva quelle parole scritte a penna dalla mano inconfondibile di Halterton.
La lettera di James McAuley. Ricevuta il 3 marzo 1960. W.H.
La questione era già stata inserita nell’ordine del giorno; anche se il Capo Postale avesse voluto intervenire ora, non oserebbe farlo, finché pensasse che McAuley avesse ancora quella lettera in suo possesso.
Jack Williams ripiegò ogni documento con un sospiro di soddisfazione, li rimise ciascuno nell’indirizzo corretto, li infilò nelle rispettive buste e li sistemò nella tasca interna sinistra della giacca, ben chiusa dal bottone. Trascorse circa dieci minuti a riflettere su quanto fatto e a rivedere i punti fondamentali della sua strategia. Si sentiva completamente padrone della situazione; ora l’importante era definire i dettagli concreti.
Il primo punto da decidere era se dovesse lasciare di nuovo entrare Halterton. Decise che non lo avrebbe fatto. Aveva bisogno di McAuley, perché era lui a gestire tutti gli aspetti del settore televisivo e ne comprendeva perfettamente il funzionamento. Ma Halterton, poteva farne a meno.
La prossima questione da considerare era quale proposta dovesse essere fatta a McAuley. Il controllo rimaneva comunque nelle sue mani, ovviamente insieme a quelle di Williams. A McAuley sarebbe dovuto essere pagato lo stipendio previsto per il ruolo di Commissario Permanente Capo non appena la Carta fosse stata approvata e il monopolio avesse iniziato a funzionare a pieno titolo. Nel complesso, Williams pensava che circa un terzo della sua quota personale potesse essere utilmente offerto a quell’uomo che possedeva una conoscenza pratica del settore, all’uomo di cui aveva bisogno, all’uomo a nome del quale il contratto sarebbe stato stipulato, e all’uomo senza il quale sarebbe stato difficile procedere con i lavori.
C’era ancora una cosa da decidere: quando e come avrebbe dovuto approcciarsi a McAuley per spiegargli la situazione, dirgli che il potere era passato nelle sue mani (quelle di Williams) e che tutti i futuri passi dipendevano da lui.
Decise – essendo il grande stratega che era (e pensate a quali talenti si abbiano bisogno per raggiungere i vertici, come aveva fatto lui al servizio del proprio paese) – di osservare lo svolgersi della situazione senza intervenire fino a quando non si presentasse l’opportunità giusta.
Having settled all this in his mind to his satisfaction, he at last went to bed and to sleep — it was nearly two o’clock in the morning.
Next day, after the usual happy breakfast with his wife, he did not go down immediately to the Home Office, but telephoned that he might be an hour later than usual, as he had business which kept him at home. He also telephoned to that friend, Mr. Gunter, who lived in his neighbourhood, and bade him step round.
Mr. Gunter we have had a glimpse of. Though he played but a small part in these great affairs, he played an interesting one, and he is a type. So you shall hear something more about him.
In the distant past, when they had both been young men in the same Trades Union, Jack Williams got knowledge, by an accident, of a most unfortunate slip on Henry Gunter’s part. The young fellow, as he then was, had done something very odd with a cheque. It was the duty of Jack Williams, as his superior among the officials of the Union, to have prosecuted him. But Gunter had been sorely tempted, he was married, with young children, badly in debt — and he had fallen. What Williams had done on that long-past day was this. He had made up the loss on the cheque — it was a considerable sum to him in those days — no less than £15, out of his own pocket. Thenceforward he had protected Gunter, though necessarily reminding him from time to time of the knowledge he had.
In order, I suppose, to test him, Williams, as he mounted in his rapidly successful career, had arranged that the man who had now become his dependant should be subjected twice to similar temptation. In each case he had fallen again, and in each case Williams had forgiven him. My readers will not doubt me, however, when I say that after such experiences Mr. Gunter was devoted to his benefactor, and was ever ready to do his bidding.
The relations between the two men were rendered the easier by the contrasts in their characters; for Gunter, the ready victim of temptation, was a weak little man in physique as in will, and had taken to drinking rather too much since he had given up all hope of success in his humble life. Jack Williams had got him a small post and kept him in it by influence: he quite rightly did not think himself bound to add to the restricted but sufficient income upon which the Gunter family was supported. On the other hand, though the Home Secretary in his private capacity sometimes required Mr. Gunter’s services, he did not strain them. Mr. Gunter was normally of use to him principally as an agent whose name could be used in buying and selling stock by orders given over the wires. It was only on particular occasions that he was summoned — and this was one of them.
The Home Secretary took Mr. Gunter into his study, got him ready for dictation, and then read out to him for taking down first the document signed Halterton and then the document signed McAuley.
“There, Gunter,” he said, when the copies were finished and the dependant had looked up for further orders, “that’s all I want, except your signature here. Just write at the bottom of each, if you please, ‘Copy made by me, Henry Gunter, of two documents presented to me for transcription on Friday, March the 6th, 1960, at 9.55 a.m. I hereby testify that I have read the originals and that these copies are exact.’
“That’s all. Thank you, Gunter.”
Jack Williams nodded. It was a cheerful, kindly nod, nothing patronizing about it, worthy of the man. Gunter’s task was accomplished, and he went out.
But there was one more thing for the Home Secretary to do before he went off to attend to the affairs of the nation. And what he did next I also particularly recommend (for the last time) to such of my readers as may be contemplating an entry into public life, in spite of the burdens which their services to their country at Westminster may entail.
Jack Williams darkened the room, and took from the cupboard two medium-sized printing frames for photographs. Into each he put photographic paper. On each he carefully laid one of the documents, face downwards, then closed the top, then clamped down the whole. For a time, which he exactly judged, stop watch in hand, he subjected them to a brilliant little light which he had among his apparatus, and when he had turned it off there was nothing left to do but to fix the prints. He then had a permanent negative record of the typescript and of Halterton’s signature, and of McAuley’s holograph note. He washed and fixed the sheets. Dried them with one of the new rapid driers, put them in an envelope, and his work was finished. He put the two prints and Gunter’s transcript with the same packet as the envelopes, got his apparatus back into the cupboard and locked it. He then went off to the station for his office a serene and contented man.
VIII
IN THE CLARENCE flat of the Postmaster-General north of the Park, in the McAuley flat by the Marble Arch not a mile away — in each flat a perplexed and angry and disappointed man determined to recover his possessions. Each lay awake the better part of that Thursday night. Each came, with very different aptitudes, to the same conclusion. Each decided that he must most cautiously, stealthily, watch the movements of the other, himself remaining unobserved, and snatch his moment for recovering that one of the respective papers which was for each a matter of life and death.
Wilfrid Halterton only got to sleep when he had decided for the fiftieth time that by bending all his energies to it even he, who had little experience in such things, could count upon re-possessing the document, the damning document on which he had left the pencilled phrase which put him into the other’s power. James Haggismuir McAuley decided, at once and remained decided, that he certainly would recover not one but both the documents which had been in his possession those few hours ago.
It was too early for gentlemen to be astir on the Friday morning when James McAuley and Wilfrid Halterton were, each in his own lair, preparing for the chase. Indeed, it was barely seven o’clock, but each was afoot, for each had told himself it was the early sleuth that caught the sinner; and as the Postmaster-General was beginning to slink along westward over the deserted pavement which fringes the Park, James McAuley was pursuing the same pace eastward towards the door whence the Postmaster-General had emerged.
Dopo aver sistemato tutte queste cose nella sua mente, in modo che lo soddisfacessero completamente, finalmente andò a letto e si addormentò. Erano quasi le due di notte.
Il giorno dopo, dopo la solita colazione felice con sua moglie, non scese subito al Ministero degli Interni, ma telefonò per dire che forse sarebbe arrivato un’ora più tardi del solito, poiché aveva delle faccende da sbrigare a casa. Chiamò anche quel suo amico, il signor Gunter, che viveva nel suo quartiere, e gli chiese di passare da lui.
Il signor Gunter, abbiamo avuto modo di conoscerlo un po’. Anche se ha svolto un ruolo molto limitato in queste grandi vicende, è stato comunque un ruolo significativo; inoltre, rappresenta un tipo umano particolare. Quindi sentirete ancora parlare di lui.
Nel lontano passato, quando entrambi erano giovani uomini appartenenti allo stesso sindacato, Jack Williams venne a conoscenza, per caso, di un errore molto sfortunato commesso da Henry Gunter. All’epoca, quel giovane aveva fatto qualcosa di molto strano con un assegno. Essendo il suo superiore tra gli ufficiali del sindacato, spettava a Jack Williams procedere contro di lui. Ma Gunter era stato gravemente tentato: era sposato, aveva bambini piccoli e si trovava in gravi difficoltà finanziarie. E così Jack Williams decise di proteggerlo, anche se di tanto in tanto gli ricordava quella conoscenza che possedeva su di lui.
Suppongo che, allo scopo di metterlo alla prova, Williams, nel corso della sua rapidamente prospera carriera, avesse organizzato perché l’uomo che ormai dipendeva da lui fosse sottoposto due volte a tentazioni simili. In entrambi i casi, quell’uomo aveva ceduto di nuovo, e in entrambi i casi Williams lo aveva perdonato. Tuttavia, i miei lettori non mi metteranno in dubbio quando dirò che, dopo tali esperienze, il signor Gunter fu estremamente devoto al suo benefattore e sempre pronto ad eseguire i suoi ordini.
Le relazioni tra i due uomini risultavano più facili grazie ai contrasti nei loro caratteri: Gunter, infatti, vittima facile delle tentazioni, era un uomo debole sia fisicamente che moralmente, e aveva iniziato a bere troppo dopo aver perso ogni speranza di successo nella sua umile vita. Jack Williams gli aveva procurato un piccolo incarico e lo teneva lì grazie alla propria influenza; giustamente, non riteneva di dover aumentare il reddito limitato ma sufficiente su cui si basava la sussistenza della famiglia Gunter. D’altra parte, sebbene il Ministro dell’Interno, in veste privata, avesse talvolta bisogno dei servizi di Mr. Gunter, non lo sollecitava mai eccessivamente. Di norma, Mr. Gunter gli era utile soprattutto come intermediario il cui nome poteva essere utilizzato per comprare e vendere azioni tramite comunicazioni telefoniche. Solo in occasioni particolari veniva chiamato in aiuto – e questa ne era una.
Il Ministro dell’Interno portò il signor Gunter nel suo studio, lo preparò per la stesura a dictato e poi gli lesse ad alta voce, affinché potesse trascrivere prima il documento firmato da Halterton e poi quello firmato da McAuley.
“Ecco, Gunter,” disse lui quando le copie furono pronte e il collaboratore chiese ulteriori istruzioni, “è tutto ciò che desidero, tranne la tua firma qui. Scrivi semplicemente in fondo a ciascuna copia: ‘Copia realizzata da me, Henry Gunter, di due documenti presentatimi per la trascrizione venerdì 6 marzo 1960 alle 9:55 del mattino. Con la presente attesto di aver letto gli originali e che queste copie sono fedeli.’”
“Basta così. Grazie, Gunter.”
Jack Williams annuì. Era un cenno cordiale e gentile, privo di alcun tono condiscendente; davvero degno di quell’uomo. Il compito di Gunter era stato portato a termine, quindi uscì.
Ma c’era ancora una cosa che il Segretario dell’Interno doveva fare prima di dedicarsi agli affari della nazione. E ciò che fece dopo lo raccomando particolarmente (per l’ultima volta) a quei miei lettori che potrebbero considerare l’idea di entrare nella vita pubblica, nonostante i compiti onerosi che il loro servizio al paese a Westminster potrebbe comportare.
Jack Williams oscurò la stanza e prese dal mobile due telai di medie dimensioni per stampare le fotografie. Inserì della carta fotografica in ciascuno di essi, posizionò con cura su ciascuna una delle carte originali, con il lato scritto rivolto verso il basso, chiuse i telai e li fissò accuratamente. Per un tempo ben calcolato, tenendo il cronometro in mano, espose le carte a una luce intensa che aveva a disposizione; una volta spenta la luce, non restò altro da fare se non incollare le stampe ottenute. Ora disponeva di copie permanenti del manoscritto, della firma di Halterton e della nota olografica di McAuley. Lavò e fissò le stampe, le asciugò con uno dei nuovi essiccatori rapidi, le mise in una busta e il suo lavoro era terminato. Inserì le due stampe insieme alla trascrizione di Gunter nella stessa busta, ripose l’attrezzatura nel mobile e lo chiuse a chiave. Poi andò in ufficio, sentendosi un uomo sereno e soddisfatto.
VIII
Nell’appartamento di Clarence del Capo Postale Generale, situato a nord del Parco, e nell’appartamento di McAuley vicino all’Arco di Marmo, a meno di un miglio di distanza. In ogni appartamento c’era un uomo confuso, arrabbiato e deluso, deciso a recuperare le proprie proprietà. Ognuno di loro rimase sveglio per gran parte di quella notte di giovedì. Ognuno, con capacità molto diverse, arrivò alla stessa conclusione: doveva osservare con estrema cautela e discrezione i movimenti dell’altro, senza farsi notare, per cogliere l’occasione giusta e recuperare quel documento che, per ciascuno di loro, rappresentava una questione di vita o di morte.
Wilfrid Halterton riuscì a addormentarsi solo dopo essersi convinto, per la cinquantesima volta, che se avesse concentrato tutte le sue energie su quel compito, anche lui, che aveva poca esperienza in simili faccende, avrebbe potuto recuperare il documento, quel documento incriminante su cui aveva scritto quella frase che lo metteva nelle mani dell’altro. James Haggismuir McAuley, invece, decise all’istante – e rimase fermo nella sua decisione – che avrebbe recuperato non uno, ma entrambi i documenti che erano stati in suo possesso poche ore prima.
Era ancora troppo presto perché i gentiluomini si alzassero quella mattina di venerdì; James McAuley e Wilfrid Halterton, ognuno nel proprio nascondiglio, si stavano preparando per la caccia. Erano appena le sette, ma entrambi erano già in movimento: avevano infatti deciso che era sempre l’indagine tempestiva a permettere di catturare il colpevole. Mentre il Postmaster-General iniziava a muoversi verso ovest lungo la strada deserta che costeggia il Parco, James McAuley seguiva lo stesso percorso verso est, diretto alla porta da cui l’altro era uscito.
It was the intention of the one to wait patiently at some corner whence he could command the exit from the Marble Arch flat; of the other to wait patiently at some corner whence he could observe the emergence of his quarry from the main door of the flat north of the Park.
But let something be noted in the action of James McAuley; indeed, I grant to Wilfrid Halterton the superior genius in obtaining high ministerial rank, I see in James McAuley another form of genius — the commercial. For while Wilfrid Halterton moved all exposed through the empty, shivering world, under the fire of any eyes that might be moving in the vast expanse of solid Park or through the desert of the Bayswater Road, James McAuley slithered in and out by passages and mews and back streets on his parallel progress. Hence, in spite of their common resolution, they did not meet.
But that accident could not be long delayed. The Postmaster-General, having reached the Marble Arch, had lingered and shuffled for some ten minutes, moving but slowly to and fro, watching the porch of James McAuley’s flat, when a policeman, eager for advancement, told him, without courtesy, what he thought of the proceeding. The Postmaster-General waived the privilege of his office and most reluctantly moved off westward again, still glancing now and then over his shoulder at the forbidden exit.
With James McAuley things fared even worse. For the houses of Cabinet Ministers are not to be watched with impunity, except of course by people wealthier or even more important than themselves, and even then it must be done through known agents. Therefore the policeman spoke to Mr. James McAuley some five minutes before his colleague had dealt so severely with Wilfrid Halterton, and the policeman who spoke to James McAuley was not only without courtesy but actually rude, bidding him to hop it and never let him see his ugly face again. There was nothing for James but to regain his native door overlooking the Marble Arch; and after all, it was high time to get some coffee. He was at an age when it is not good to take long walks on a raw March morning before breakfast. He took the direct road back along the Park.
The same idea had occurred to Wilfrid Halterton, for coffee was also his beverage. He also went back along the Bayswater Road the way he had come.
Each took it for granted that the other was still in bed, when, about half-way between the two flats, James Haggismuir McAuley caught sight, at 350 yards range, of the unmistakable tall figure. Happily for him, Wilfrid Halterton’s head was for the moment in the air. He often carried it so in moments of anxious doubt; the rest of the time, which was rather given to depression, he would cast his eyes upon the ground.
James McAuley turned abruptly round and gazed through the palings of the Park, which he was following. He made little doubt that his back view would be a sufficient concealment. He was wrong. Wilfrid Halterton had spotted his prey. There was no mistaking the inward turn of the toes and the separation of the heels, the special stance of James Haggismuir McAuley.
Financier keeping a cautious eye on a statesman.
The Postmaster-General with unaccustomed rapidity of decision popped down the steps of an open area until his eyes were just on a level with the pavement as he stood tiptoe on the steps, craning his head backward and playing the observant submarine over the level sea of the roadway. In that attitude he watched the further movements of the foe.
James Haggismuir McAuley stood by the railings with his back turned, stock still in the cold for an unconscionable time; then, very cautiously, he peeped round over his shoulders; it was with much the same gesture as is adopted by the domestic cat when it desires to observe without being observed. To his immense astonishment, Wilfrid Halterton had disappeared — for the two and a half inches of top head (the hat had been removed) which Wilfrid Halterton was showing like a periscope above the vast level of the London pavement did not catch McAuley’s eye. He said to himself: “The man’s gone home — but what was he here for?” For the moment the financier had half a mind to return and watch that flat again; but he bethought him of the policeman, and also of the coffee that waited him in his flat near the Marble Arch. “I’ll even let it bide,” he said to himself. “It’ll keep.”
Then he stepped out boldly and briskly westward in no further fear of being followed.
Wrong again. If the Postmaster-General had had any hesitation, it was dispelled by a rude shock. An elderly but decided domestic had seen from the window of her kitchen below two long legs on two large tiptoe boots obscuring the morning light. She had armed herself with a sooty brush, rushed out, and struck home. The great statesman turned in confused terror and leapt like a boy to the level — there he stood quaking and hesitant. Breakfast called him, but so did business. Business conquered appetite. Wilfrid Halterton sacrificed his coffee and followed after the master of Billies at a vast distance.
The pavement was still so deserted that visibility was good. Halterton from far off saw his fox take cover in the Marble Arch flats, and then hesitated a moment what to do. He could not begin watching the door again, it might lead to all sorts of things. But there was nothing to prevent his going in and trusting to fortune. It is a common trust with men whose genius does not lend itself to rapid calculation.
The first time the lift went up it bore to his sixth floor the considerable though fasting burden of James Haggismuir McAuley. Next time it went up it bore the tall, spare, and also fasting figure of Wilfrid Halterton.
What was to be done next? It is not I who ask you the question, perfect reader. It would be no good asking you. You cannot move the people in this story at your will. That is my privilege. No, it was Wilfrid Halterton who asked himself the question — and like Mack at Ulm, Napoleon III at Sedan, and the Heavy Weight at the Count Eight — he was floored, without an answer. He could think of nothing better than to pace up and down the corridor, hoping that when his quarry came out he would be able to see without being seen. After all, thought the P.M.G., the moment the door began to open he could always pop round the corner of the corridor.
L’intenzione di uno era quella di aspettare pazientemente in un angolo da dove potesse controllare l’uscita dall’appartamento situato sotto il Marble Arch; l’intenzione dell’altro era quella di aspettare pazientemente in un angolo da dove potesse osservare la comparsa della sua preda dalla porta principale dell’appartamento, situato a nord del parco.
Ma è necessario notare qualcosa nell’azione di James McAuley: infatti, riconosco a Wilfrid Halterton il genio superiore nel raggiungere alte cariche ministeriali; vedo invece in James McAuley un altro tipo di genio, quello commerciale. Mentre Wilfrid Halterton si muoveva apertamente, esposto al mondo vuoto e freddo, sotto lo sguardo di chiunque potesse osservarlo nella vastità di Park o nel deserto di Bayswater Road, James McAuley procedeva invece attraverso passaggi nascosti, vicoli laterali e strade secondarie. Per questo motivo, nonostante avessero entrambi lo stesso obiettivo, non si incontrarono mai.
Ma quell’incidente non poteva essere rinviato a lungo. Il Capo Postale, arrivato al Marble Arch, si era soffermato per circa dieci minuti, camminando avanti e indietro lentamente, osservando l’ingresso dell’appartamento di James McAuley; quando un poliziotto, desideroso di fare carriera, gli disse senza alcuna cortesia cosa pensava di quella situazione, il Capo Postale rinunciò al privilegio della sua posizione e si allontanò di nuovo verso ovest, continuando a guardare di tanto in tanto verso quell’uscita proibita.
Per James McAuley le cose andarono ancora peggio. Infatti, le case dei ministri del Gabinetto non possono essere sorvegliate impunemente, tranne che da persone più ricche o addirittura più importanti di loro, e anche in quel caso, solo attraverso agenti conosciuti. Pertanto, il poliziotto parlò con il signor James McAuley circa cinque minuti prima che il suo collega trattasse così severamente Wilfrid Halterton; il poliziotto che parlò con James McAuley non fu solo scortese, ma addirittura maleducato, ordinandogli di andarsene al diavolo e promettendogli di non fargli mai più vedere la sua brutta faccia. Non restava a James altro che tornare nella sua casa, con vista sul Marble Arch. Dopo tutto, era giunto il momento di bere un po’ di caffè. Aveva raggiunto quell’età in cui non è affatto salutare fare lunghe passeggiate nelle fredde mattine di marzo, prima di colazione. Prese quindi la strada diretta, tornando attraverso il Parco.
Lo stesso pensiero era venuto anche a Wilfrid Halterton, perché il caffè era anch’esso la sua bevanda preferita. Anche lui tornò lungo la Bayswater Road, per lo stesso percorso di prima.
Ognuno dava per scontato che l’altro fosse ancora a letto, quando, a metà strada tra i due appartamenti, James Haggismuir McAuley scorse, da una distanza di 350 yard, quella figura alta e inconfondibile. Fortunatamente per lui, in quel momento la testa di Wilfrid Halterton era rivolta verso l’alto; spesso la teneva così nei momenti di ansiosa incertezza; nel resto del tempo, quando tendeva a essere depresso, fissava il suolo con lo sguardo.
James McAuley si girò bruscamente e guardò attraverso le sbarre del parco che stava seguendo. Non dubitava affatto che la sua sagoma alle sue spalle fosse un nascondiglio sufficiente. Ma si sbagliava. Wilfrid Halterton aveva già individuato la sua preda: non c’era modo di confondere quella posizione particolare delle dita dei piedi e della separazione tra i talloni, tipica di James Haggismuir McAuley.
Un finanziere che osserva con attenzione un statista.
Il Capo Postale, con una rapidità di decisione insolita per lui, scese i gradini fino a quando i suoi occhi non furono allo stesso livello del marciapiede; stando in punta di piedi sui gradini e inclinando la testa all’indietro, osservava attentamente i movimenti del nemico lungo la strada.
James Haggismuir McAuley stava appoggiato alle ringhiere, con le spalle voltate, il naso ancora esposto al freddo per un tempo insopportabilmente lungo; poi, molto cautamente, sbirciò oltre le proprie spalle. Con lo stesso gesto che usa un gatto domestico quando vuole osservare senza essere visto. Con sua enorme sorpresa, Wilfrid Halterton era scomparso: i due pollici di testa visibili sopra il vasto livello della strada di Londra (poiché il cappello era stato tolto) non erano stati notati da McAuley. Si disse: “Quell’uomo è tornato a casa. Ma che cosa voleva qui?” Per un momento, l’uomo d’affari pensò di tornare e controllare di nuovo quell’appartamento; ma poi ricordò il poliziotto, e anche il caffè che lo aspettava nel suo appartamento vicino a Marble Arch. “Lasciamo perdere”, si disse. “Ormai non importa più.”
Poi uscì con decisione e si diresse rapidamente verso ovest, senza più temere di essere seguito.
Ancora sbagliato. Se il Capo Postale avesse avuto qualche esitazione, questa sarebbe stata dissipata da uno shock improvviso e brutale. Una donna anziana ma decisa, osservando dalla finestra della sua cucina, aveva visto due lunghe gambe calzate in grandi stivali con i tacchi alti oscurare la luce del mattino. Si era armata di una spazzola impregnata di fuliggine, era uscita di corsa e aveva colpito il bersaglio al volo. Il grande statista, preso dal terrore, si era precipitato giù per le scale. Lì stava, tremante ed esitante. Il breakfast lo chiamava, ma anche gli affari. Gli affari avevano la precedenza sul cibo. Wilfrid Halterton rinunciò al suo caffè e seguì a distanza il capo di Billies.
Il marciapiede era ancora così deserto che la visibilità era ottima. Da lontano, Halterton vide la sua volpe rifugiarsi negli appartamenti di Marble Arch, poi esitò per un momento su cosa fare. Non poteva certo riprendere a osservare quella porta: ciò avrebbe potuto portare a ogni sorta di conseguenze. Ma non c’era nulla che gli impedisse di entrare e affidarsi alla fortuna. È una fiducia comune tra coloro il cui genio non permette loro di fare calcoli rapidi.
La prima volta che l’ascensore salì, trasportò al suo sesto piano il considerevole, sebbene digiuno, peso di James Haggismuir McAuley. La seconda volta che salì, trasportò la figura alta, snella e anch’essa digiuna di Wilfrid Halterton.
Cosa si doveva fare adesso? Non sono io a porvi questa domanda, caro lettore perfetto. Non avrebbe senso farlo: non potete muovere le persone in questa storia a vostro piacimento. Quel privilegio spetta a me. No, è stato Wilfrid Halterton ad porsi questa domanda. E, proprio come Mack a Ulm, Napoleone III a Sedan, rimase senza risposta. Non gli venne in mente nulla di meglio che camminare avanti e indietro nel corridoio, nella speranza che, quando la sua “preda” fosse uscita, potesse vederla senza essere visto. Dopotutto, pensò il P.M.G., non appena la porta si fosse aperta, avrebbe sempre potuto nascondersi dietro l’angolo del corridoio.
Statesman keeping a still more cautious eye on a financier.
The Postmaster-General had to wait a full half-hour, during which the lift went up and down more than once, and during which there passed him no less than five times, with increasing curiosity, the lady whose duty it was to sweep, dust, clean and hang about that particular floor.
At last the door opened, at a moment rather unfortunate for the Postmaster-General. It did not find him near any convenient corner in the course of his pacings, but on the very edge of the stairs, in the three yards between the lift and James McAuley’s door. He heard McAuley’s voice within; he could not risk running back; he dashed down the six flights of stairs with a rapidity worthy of a better cause and of more agile years.
James McAuley, all innocent of the flight downstairs, rang solemnly for the lift, awaited it, shot down in it, and behold, even as he came out and moved to the porch of the flats, there was the rapidly retreating figure of Wilfrid Halterton already upon the pavement.
The Postmaster-General had the imprudence to look round. Their eyes met, and with a strange cry which considerably startled the few people in the neighbourhood, Wilfrid Halterton ran down Park Lane as fast as he could for some twenty yards, at the end of which the Fates provided him with a taxi-cab. He jumped into it, shouting the first address that occurred to him — Victoria. The deliberate taxi-driver was fain to ask which of the two stations; a monstrous piece of routine, for they had long been one.
“Any station!” yelled the agonized Minister. “Brighton if you like!”
The taxi-driver had no tastes in the matter. But the delay had given the hunt its chance; James McAuley was following in another similar vehicle which he directed in masterly fashion through the open window:
“Double fare!” he said, “double fare! … Drive faster, you idiot! No! Don’t drive fast … just keep him in sight. Now … just keep him in sight.”
In his anxiety the great financier kept on popping his head out every two or three seconds to make sure that all was well; and as rapidly popping it in again on those numerous occasions when Wilfrid Halterton upon his part popped his head out, with the object of seeing whether he were pursued. He was not quite certain. Sometimes he thought he was, sometimes he thought he was not. He arrived at Victoria — and then he conceived — it is greatly to the credit of such a man that he could make such a plan so rapidly — he conceived, I say, this excellent ruse.
The telephone boxes, which even for the wireless telephones of 1960 stand very much as they did in 1932, are, as ever, provided with glass doors. By a happy chance they are so dark during the daytime that an inhabitant thereof can see better what is going on outside than one outside can see what is going on inside. It is to the honour and credit of Wilfrid Halterton in these first hours of his new career as tracker that he bethought him of the telephone boxes.
He was rewarded. He had not shut the glass door thirty seconds when he saw James Haggismuir McAuley approaching from the pavement where the cab had set him down.
But what was this? James Haggismuir McAuley was doing something which might end in stalemate, and which perplexed his former friend sorely. For James McAuley in his turn had sidled into a telephone box three places down the same row, and thence looked out eagerly for his quarry among the gathering throng.
J. was just growing anxious at the apparent disappearance of that quarry amid the crowd of slaves whom the suburban trains were disgorging, when, by the chance of a side glance, he saw through those intervening thicknesses of the three telephone boxes and six panes of glass, what could not but be the eminent Cabinet Minister, so lately his partner in negotiations of great importance to the State.
James McAuley debated in himself whether Wilfrid Halterton had seen him, decided that the Postmaster-General had failed to connect, crept out of the telephone box with soft step and bent knees, and crawled round the corner of the nearest wall. His superior initiative inspired Wilfrid Halterton to behave in exactly the same fashion, and cautiously peering all round, he took cover round the opposing corner. There each stood and awaited developments.
You may, or you may not believe it, but it is perfectly true, that there came at this moment upon the scene a figure equally familiar to you with those of the two watchers; the genial, good-natured, brisk figure of Honest Jack Williams. It was often his custom of a fine Friday when he was usually up earlier at the office because of the earlier meeting of the House, to walk from the station cheerily through St. James’s Park, observing the quaint birds which are harboured there and comparing their features with those of his colleagues — a comparison which was to him a source of unfailing amusement. Thus it was that he ran plump into Wilfrid Halterton.
“Wilfrid — my dear fellow!” he said. “Is that you?”
It would have been futile to deny it. Jack Williams, hooking his hand into the arm of his victim, bore him away. But even as he did so his unfailing eye had caught, sideways and to the right, a face which he also knew very well — the face of the gentleman with whom Jack Williams had played billiards last night; and at that sight the active genius of Jack Williams — a genius which I frankly confess to be far superior even to that of Wilfrid Halterton or James McAuley — began to work like a turbine.
By the time the two, arm in arm, had got half-way down the Buckingham Palace Road opposite that sculpture of the horses on the Royal Stables which is one of the best things in London, Jack Williams, cheerfully chatting all the way, had thoroughly solved the problem.
These two Johnnies were watching each other! He was tempted to laugh out aloud! “And why were they watching each other?” asked Jack Williams inwardly, of Jack Williams. “Why,” answered Jack Williams to Jack Williams, “because each of them thought the other had the letters.” And as that final solution disclosed itself in all its radiance it was impossible for the Home Secretary to restrain a loud bellow of open laughter. He stopped in the street, with his arm still linked in his colleague’s, and laughed his fill.
Un statista che osserva con ancora maggiore cautela un finanziere.
Il Capo Postale dovette aspettare un quarto d’ora intero; durante quel lasso di tempo l’ascensore salì e scese più volte, e la signora incaricata di pulire quel piano gli passò accanto almeno cinque volte, con sempre maggiore curiosità.
Finalmente la porta si aprì, in un momento piuttosto sfortunato per il Capo Postale Generale. Non lo trovò in nessun angolo comodo dove potersi nascondere durante i suoi giri, ma proprio sul bordo delle scale, nei tre metri che separavano l’ascensore dalla porta di James McAuley. Sentì la voce di McAuley all’interno; non poteva rischiare di tornare indietro, quindi scese di corsa i sei piani di scale con una velocità degna di un motivo più nobile e di anni più agili.
James McAuley, completamente innocente riguardo alla fuga al piano di sotto, chiamò solennemente l’ascensore, lo attese, vi salì e, eccolo: non appena uscì e si avviò verso il portico dell’appartamento, vide la figura di Wilfrid Halterton allontanarsi rapidamente lungo il marciapiede.
Il Capo Postale ebbe l’imprudenza di guardarsi intorno. I loro sguardi si incrociarono e, con un grido strano che spaventò notevolmente le poche persone presenti nelle vicinanze, Wilfrid Halterton corse lungo Park Lane il più velocemente possibile per circa venti metri; alla fine, la sorte gli fornì una cabina telefonica. Vi saltò dentro, gridando il primo indirizzo che gli venne in mente: Victoria. Il sollecito autista della cabina chiese quale delle due stazioni si intendesse; una domanda assurda, visto che ormai entrambe facevano parte dello stesso complesso.
“Qualsiasi stazione!”, gridò il ministro angosciato. “Anche Brighton, se vi piace!”
Il tassista non aveva alcun gusto in materia. Ma il ritardo aveva dato alla “caccia” la sua opportunità: James McAuley stava seguendo un altro veicolo simile, che guidava con maestria attraverso la finestra aperta.
“Doppio prezzo!” disse, “doppio prezzo. Guida più velocemente, idiota! No. Non guidare troppo veloce. Basta che lo tenga d’occhio. Ora, basta che lo tenga d’occhio.”
Nella sua ansia, il grande finanziere continuava a sporgere la testa ogni due o tre secondi per assicurarsi che tutto andasse bene; e altrettanto rapidamente la ritraeva in quelle numerose occasioni in cui Wilfrid Halterton faceva lo stesso, con l’intento di verificare se fosse stato inseguito. Non ne era del tutto certo: a volte pensava di sì, altre volte no. Arrivato a Victoria, gli venne in mente – e questo è davvero un grande merito per una persona del genere – un’ottima strategia da attuare immediatamente.
Le cabine telefoniche, che anche per i telefoni senza fili del 1960 mantengono esattamente lo stesso aspetto di quelle del 1932, sono come sempre dotate di porte in vetro. Per una fortunata coincidenza, durante il giorno queste porte risultano così scure che chi si trova all’interno riesce a vedere meglio ciò che accade fuori, rispetto a quanto chi è fuori possa vedere all’interno. È un vero onore e merito di Wilfrid Halterton, nelle prime fasi della sua nuova carriera come “cacciatore di indizi”, aver pensato proprio alle cabine telefoniche.
Fu ricompensato. Non aveva ancora chiuso la porta a vetri da trenta secondi quando vide James Haggismuir McAuley avvicinarsi dal marciapiede dove l’autobus lo aveva lasciato.
Ma cosa stava succedendo? James Haggismuir McAuley stava facendo qualcosa che poteva portare a un punto morto, e questo confondeva profondamente il suo ex amico. Infatti, James McAuley si era recato in una cabina telefonica situata tre posti più avanti nella stessa fila e da lì osservava con attenzione la folla che si stava radunando, cercando la sua preda.
J. stava iniziando ad ansimare per la scomparsa improvvisa di quella persona tra la folla di schiavi che i treni suburbani stavano scaricando, quando, grazie a uno sguardo casuale, riuscì a vedere, attraverso quelle tre cabine telefoniche e sei vetri, proprio colui che non poteva essere altri che il famoso Ministro del Gabinetto, con cui poco prima aveva avuto colloqui di grande importanza per lo Stato.
James McAuley si chiese dentro di sé se Wilfrid Halterton lo avesse visto; decise che il Capo Postale non aveva fatto caso a lui, quindi uscì silenziosamente dalla cabina telefonica, piegando le ginocchia, e si nascose dietro l’angolo del muro più vicino. La sua iniziativa spinse Wilfrid Halterton ad agire allo stesso modo; dopo aver guardato attentamente intorno, anche lui si nascose dietro l’angolo opposto. Lì rimasero entrambi in attesa degli sviluppi successivi.
Potete crederci o no, ma è assolutamente vero: in quel momento apparve sulla scena una figura altrettanto familiare per voi quanto quelle dei due osservatori; la figura cordiale, gentile e vivace di Honest Jack Williams. Spesso, nei bei venerdì – quando doveva alzarsi presto in ufficio a causa dell’ora più anticipata delle riunioni della Camera – aveva l’abitudine di passeggiare felicemente attraverso St. James’s Park, osservando gli strani uccelli che vi abitavano e confrontandone le caratteristiche con quelle dei suoi colleghi. Un confronto che per lui rappresentava una fonte inesauribile di divertimento. Ed è così che si imbatté proprio in Wilfrid Halterton.
“Wilfrid… mio caro amico!” disse. “Sei tu?”
Sarebbe stato inutile negarlo. Jack Williams, afferrando il braccio della sua vittima, la portò via con sé. Ma anche mentre lo faceva, il suo occhio attento notò, di lato e a destra, un volto che conosceva molto bene: il volto dell’uomo con cui aveva giocato a biliardo la sera precedente. Alla vista di quel volto, l’intelligenza pronta e astuta di Jack Williams – un’intelligenza che, francamente, ritengo sia ben superiore anche a quella di Wilfrid Halterton o James McAuley – iniziò a lavorare con la velocità di una turbina.
Quando i due, mano nella mano, avevano percorso metà del tragitto lungo la Buckingham Palace Road, di fronte a quella scultura dei cavalli presso gli Stabili Reali – che è una delle cose più belle di Londra – Jack Williams, chiacchierando allegramente tutto il tempo, aveva già risolto completamente il problema.
Quei due Jack si stavano guardando a vicenda! Era tentato di ridere ad alta voce, “E perché si guardavano a vicenda?” si chiese Jack Williams dentro di sé. “Perché,” rispose Jack Williams a se stesso, “perché ognuno dei due pensava che l’altro avesse le lettere.” E quando quella soluzione finale si rivelò in tutta la sua chiarezza, fu impossibile per il Ministro dell’Interno trattenersi dal ridere ad alta voce. Si fermò in strada, con il braccio ancora intrecciato a quello del suo collega, e rise fino a quando non si sentì soddisfatto.
“Halterton,” he said when he took up his stride again, “that was one of the funniest things I’ve heard in my life.”
“What?” said the distracted and (alas!) foodless Halterton. He half resented being thus carried off, but also was half relieved by it; for the strain of the combined chase and hiding had already begun to tell on him. “What did I say that you thought funny?”
To tell the truth, he had not the least idea of what he had been saying, he had been answering at random. Jack Williams’s sufficient retort was: “Slyboots!” — with which word he dug the Postmaster-General in the ribs and led the conversation rapidly on to one thing after another until it was miles away from McAuley and the memory of McAuley.
They parted at the Home Office door. Halterton, having nothing better to do, made his way to his room in the House of Commons, close at hand, and there got some coffee at last. He needed it.
Jack Williams had not long been seated at his desk before he got hold of the opening price of Billies, just as the market opened. They were still soaring. They were going to 50, eagerly bought on a rising market. His Mr. Gunter, who had just rung up the Home Secretary according to orders, assured him that “they” were safe — good for 60 before the end of the day. Mr. Gunter had been told that on the wire and repeated it like a parrot, with very little understanding what it meant. Mr. Gunter mournfully considered that if he only knew what “they” referred to he also might have had his little flutter. But he had his ungrateful duty to fulfil, and he reported that “they could safely be held until 60 at least.”
Mr. Williams thanked Mr. Gunter very much and rang off. He possessed his soul in patience until lunch time, when he glanced at the tape and was delighted to see the figures: 58; 58s. 6d. — 9d.; 3d.; 6d.; 59s.; 59s. 3d.; 59s. 6d. He held his chin thoughtfully in his hand and made his decision. He rang up Mr. Gunter from the Club (he knew perfectly well what he could afford to do and what he could not afford to do), and bade him pass the message on to sell “them” all. Every single one. And a very pretty little packet he had made out of them. It was but yesterday he had bought them at 35.
There were still a couple of hours in which he could work, and Williams went to work industriously. He joined a jovial company of five, who were his special cronies, at a round window table in the Club, a cheerful table even on a winter’s day, and there cracked merry jokes about the little disputes that will arise between colleagues; funny stories about the most recent absurdity, the row between the Postmaster-General and outsiders whom he could not abide, and who had been pestering him. Jack Williams was very positive in describing to these jolly friends of his, who so often heard his confidences, Halterton’s curious temper; how he hated to be put upon; how he always kicked against an assumption that he had made up his mind for good and all; how he was particularly annoyed that — well, he wouldn’t go on, because it wouldn’t be fair.
Old Muggridge, who was too rich to care one way or the other, and who always enjoyed this kind of thing, said: “Oh, I always said he would cut up rough with Durrant’s sooner or later. They talked as though they had him in their pocket. That’s what’s up, is it? He’s quarrelled with Durrant’s, eh?”
Jack Williams looked down at his plate.
“Eh?” said Mangey, who happened to be there that day (he came from time to time, though he thought himself superior to that crowd). “Is that so, Jack?”
“Ah, Mangey!” said Jack with a very wise look, but a smile at the same time. “That would be telling!” And that was the end of the luncheon.
The company faded away, uncommonly quickly. Within three minutes the three telephone boxes at the Club were occupied. Mangey was in one of them, little Bonzer was in the second, and — doubtless upon some business connected with the Club — the Head Waiter was in the third. As for Lord Muggridge, he disdained such things, and he went his own way as though no telephones or Stock Exchanges existed. And so would you, my dear reader, and so would I disdain such things, if we were as rich as old Muggridge or old Papworthy. At any rate, we should we be great idiots to speculate if we were.
The good deed done, Williams, who really ought to have been at the House, thought there would still be time to look in before it rose, and wedged in a letter.
It was not a brief letter, but he was a rapid writer. It took him perhaps a quarter of an hour to complete.
It was one of those jocular things which he was fond of sending to Lady Caroline Balcombe, which he delighted to write and she to receive; and no one wrote a better letter than Jack Williams, full of gossip and fun; and in the gossip and fun of that day was more than a hint, pretty well an open statement, that Halterton and J. had quarrelled at the last moment.
“If you doubt it,” he said by way of P.S., “ask ’em down to your little hut, and you’ll have the time of your life. I guess you’ll be down there for the week-end? And you can lay your silk stockings they’re scrapping! Cop the state they’re in — watching each other like cat and mouse!”
That letter was not posted, it was sent round by hand. Within twenty minutes after getting it Lady Caroline had, by telephone and in person, spoken to and invited two distinguished guests to that Norman Tudor and Concrete house, Sandlings Castle, in Herts., the largest of the Balcombe country places, the nearest to Town and the chief rallying-point of the Anarchist Party, whether in office or in opposition.
She had bagged them both. They would both be in time for dinner. Having heard from McAuley that he would arrive by train just before dinner, and would dress in Town before he started, she arranged to take the Postmaster-General down in her car, the most magnificent of the Balcombe motors — for Lady Caroline kept the finest of the seven for herself. As it purred on its way through the outer suburbs, Lady Caroline with Halterton at her side was a happy woman. And by the time she reached Sandlings, well before dusk, she was radiant.
“Halterton,” disse riprendendo a camminare, “quella è stata una delle cose più divertenti che abbia mai sentito in vita mia.”
“Cosa?” disse Halterton, distratto e, ahimè! senza cibo. Da un lato si sentiva irritato per essere stato trascinato via in quel modo, ma dall’altro ne era anche sollevato; infatti lo sforzo derivante dalla caccia e dai nascondigli aveva già iniziato a farsi sentire. “Cosa ho detto che ti è sembrato divertente?”
A dire il vero, non aveva la minima idea di ciò che stava dicendo; rispondeva semplicemente a caso. La replica sufficiente di Jack Williams fu: “Slyboots!” – con questa parola pungolò il Segretario Generale delle Poste e guidò rapidamente la conversazione verso argomenti sempre diversi, fino a quando non si allontanò completamente da McAuley e dal ricordo di lui.
Si separarono alla porta dell’Home Office. Halterton, non avendo nulla di meglio da fare, si diresse verso la sua stanza nella House of Commons, che era proprio lì vicino, e finalmente riuscì a bere un po’ di caffè. Ne aveva bisogno.
Jack Williams non era ancora seduto alla sua scrivania da molto quando riuscì a conoscere il prezzo di apertura delle azioni Billies, proprio all’inizio della sessione di mercato. Le quotazioni continuavano ad aumentare rapidamente; avrebbero raggiunto i 50 entro la fine della giornata, quindi molti stavano acquistandole con entusiasmo in un mercato in crescita. Il suo collega, il signor Gunter, che aveva appena contattato il Ministro dell’Interno su ordine, lo rassicurò che le azioni erano “sicure” e avrebbero potuto raggiungere i 60 entro la fine della giornata. Il signor Gunter aveva ricevuto queste informazioni all’ultimo momento e le ripeteva meccanicamente, senza davvero comprenderne il significato. Pensò con rammarico che, se solo sapesse a cosa si riferissero quelle indicazioni, anche lui avrebbe potuto trarne profitto. Ma doveva comunque adempiere al proprio dovere ingrato e riferì quindi che “le azioni potevano essere mantenute senza rischi fino ai 60 almeno”.
Il signor Williams ringraziò molto il signor Gunter e riattaccò il telefono. Trattenne la sua impazienza fino all’ora di pranzo, quando guardò i dati registrati sulla cassetta e fu molto soddisfatto di vedere le cifre: 58; 58s. 6d.; 9d.; 3d.; 6d.; 59s.; 59s. 3d.; 59s. 6d. Si tenne il mento tra le mani, pensieroso, e prese la sua decisione. Chiamò di nuovo il signor Gunter dal Club (sapeva perfettamente cosa poteva permettersi di fare e cosa no) e gli chiese di comunicare che voleva vendere “tutti” quegli oggetti. Uno per uno. E anche quel piccolo pacchetto che aveva preparato con loro. Solo ieri li aveva acquistati a 35.
Gli restavano ancora un paio d’ore per lavorare, e Williams si mise all’opera con impegno. Si riunì con un gruppo di cinque persone, suoi vecchi amici, intorno a un tavolo situato vicino alla finestra nel Club; quel tavolo era sempre allegro, anche nei giorni invernali, e lì si facevano battute divertenti sulle piccole dispute che spesso sorgono tra colleghi, storie buffe riguardo alle ultime assurdità accadute, come la disputa tra il Capo Postale Generale e quegli estranei che lui non poteva sopportare e che continuavano a importunarlo. Jack Williams descriveva con entusiasmo ai suoi amici, che spesso ascoltavano le sue confidenze, il carattere strano di Halterton: quanto odiasse essere manipolato, come si ribellasse sempre contro l’idea che qualcuno potesse pensare che avesse preso una decisione definitiva. E soprattutto, quanto fosse infastidito dal fatto che, beh, non voleva continuare a parlarne, perché sarebbe stato ingiusto.
Il vecchio Muggridge, che era troppo ricco per curarsene minimamente e che amava sempre questo genere di cose, disse: “Oh, ho sempre detto che prima o poi avrebbe avuto dei problemi con la famiglia Durrant. Parlavano come se lo avessero in pugno. È proprio così, vero? Si sono scontrati con i Durrant, eh?”
Jack Williams guardò il proprio piatto.
“Eh?”, disse Mangey, che quel giorno si trovava lì per caso (veniva di tanto in tanto, anche se si considerava superiore a quella gente). “Davvero, Jack?”
“Ah, Mangey!” disse Jack con un’espressione molto sagge, ma sorridendo allo stesso tempo. “Quello sarebbe davvero rivelatore, ” E così finì il pranzo.
L’azienda scomparve in modo insolitamente rapido. In tre minuti, le tre cabine telefoniche del Club furono tutte occupate: Mangey era in una di esse, il piccolo Bonzer nell’altra, e – senza dubbio per qualche affare legato al Club – anche il capocameriere era nella terza. Per quanto riguarda Lord Muggridge, lui disdegnava simili cose e faceva ciò che voleva, come se non esistessero né telefoni né borse valori. E lo stesso fareste voi, caro lettore. E anch’io le disprezzerei, se fossimo ricchi quanto Lord Muggridge o il vecchio Papworthy. Comunque sia, saremmo davvero degli idioti a investire in situazioni del genere.
Dopo aver compiuto questa buona azione, Williams, che avrebbe dovuto essere davvero presente alla riunione, pensò che ci sarebbe ancora stato tempo per dare un’occhiata prima che iniziasse e infilò una lettera tra le altre carte.
Non era una lettera breve, ma lui scriveva velocemente; gli ci volle probabilmente un quarto d’ora per finirla.
Era uno di quei messaggi scherzosi che gli piaceva inviare a Lady Caroline Balcombe: a lui piaceva scriverli e a lei piaceva riceverli; nessuno scriveva lettere migliori di Jack Williams, piene di pettegolezzi e battute divertenti. E in quei pettegolezzi e battute c’era più di un accenno, anzi quasi una dichiarazione esplicita, al fatto che Halterton e J. si erano scontrati all’ultimo momento.
“Se ne dubiti,” disse come posta aggiuntiva, “chiamali nella tua piccola capanna e passerai il miglior momento della tua vita. Immagino che resterai lì per il fine settimana, no? E potrai anche mettere via quelle calze di seta che stanno rovinando. Vedi in quale stato sono: si guardano a vicenda come gatto e topo!”
Quella lettera non fu inviata per posta, ma distribuita a mano. Entro venti minuti dall’averla ricevuta, Lady Caroline aveva parlato al telefono e di persona con due ospiti illustri, invitandoli a visitare la casa in stile normanno-tudor situata a Sandlings Castle, nel Hertfordshire: la più grande delle proprietà della famiglia Balcombe, la più vicina alla città e il principale punto di ritrovo del Partito Anarchico, sia quando era al potere che in opposizione.
Li aveva entrambi portati con sé; sarebbero arrivati in tempo per la cena. Dopo aver saputo da McAuley che avrebbe raggiunto il treno poco prima della cena e si sarebbe cambiato prima di partire, aveva deciso di accompagnare il Postmaster-General con la sua auto, la più magnifica delle sette automobili Balcombe: Lady Caroline infatti riservava per sé le migliori. Mentre l’auto procedeva silenziosamente attraverso i sobborghi, Lady Caroline, con Halterton al suo fianco, era una donna felice. E quando arrivò a Sandlings, molto prima del tramonto, era radiosa.
Nor did that excellent politician let either of her guests know that the other was to be present — and of such is the Kingdom of Heaven.
IX
ON THE WAY down in the car on that Friday afternoon Lady Caroline made herself pleasant to the Postmaster-General.
It was not difficult to make herself pleasant, for he was most obviously suffering, and all that he wanted was sympathy; a little love at large. Indeed, the suffering had been obvious to everyone who had watched him on the front bench during the last three days. Lady Caroline’s task was the easier because, unlike her husband and unlike James McAuley, he also had been born in the purple: his father the owner of no small area of Essex clay in the days when this sort of thing was more valuable than it is now, and before it had become encumbered so much beyond its present power to pay.
All the way down — Sandlings is only thirty-two miles from the House itself and not fifteen from the last northern suburbs of London — she attempted to discover, as discreetly as she could, what truth there might be in the news that Williams had given her of the P.M.G.’s quarrel with McAuley of Billies. And when I say discreetly, I mean discreetly. I cannot describe the process, because I have never myself been a wealthy hostess advanced in years; but I have watched it from the outside.
There is a kind of bird the name of which would be familiar to bird-bores (there again I am at a loss to give you a description, but a bird it is, and I have seen it), and this kind of bird flies round and round, making wide circles in the air, to reconnoitre its prey swimming in the waters below. It does so at such a height that the victim does not suspect anything. Such was the manœuvre of Lady Caroline Balcombe during that brief hour in her enormous car.
But she did not learn much. She hardly could, considering that neither stocks nor shares nor Television, nor even the name McAuley, could be pronounced. What she did discover was that the Postmaster-General was even more unhappy than she had imagined. He was not one to conceal his misery from a sympathetic woman, at any rate from a sympathetic woman of sufficient standing, and though it was an added agony to him not to be able to tell her the whole tale (for he dared not), he admitted to her tender inquiries that he had most grievous cause for anxiety.
So far, so good. As they neared the house she fell silent and considered her plan. She had given her two guests two rooms some way apart, but on the same side of the big corridor which leads from the landing in the Barbican Tower to the Edwardian Tudor Wing opposite the Keep, and is reached by way of the archway in the new 14th century manner which is so familiar to all of you from the pictures. Those who know that great house (and I am taking for granted that you have at least some acquaintance with it) will recognize by this description that neither of the rooms were in the latest part, where every bedroom has its own bathroom, as custom now demands. But there was a bathroom in between the two rooms, one of which was called Bidewell and the other De Clair, from two Templars formerly in the families of two long-past tenants in chief. (For you will remember that the castle was held in Grand Sergeanty. It had added to the price which Mr. Balcombe had paid — and quite rightly.)
All this is not to say that there was no bath for McAuley or for Mr. Halterton. There was a bath all right. It was the one which stood half-way between the two rooms. And all this Lady Caroline had planned with lucid intelligence. Not too near, if indeed they had quarrelled, for their proximity might lead to a rumpus; but not too far to prevent their giving signs of hostility and mutual suspicion.
She had done more. She had — with promises of reward — told the maid deputed to that particular section of the chatellery to keep her weather eye peeled.
When all these things had been accomplished, and she had sent Halterton up to dress (dismissing him with the kindest of smiles, which made him sure of her support and friendship in whatever trials he had before him), she bade him be sure to be down early, as she also would be, because she would like to say something to him before the other guests should join them.
He would; and he did come down early. What she had to say to him was unexpected.
“Mr. Halterton,” she said, almost putting her hand upon his shoulder in the acuteness of her sympathy, “I have asked a friend of yours down here, whom I know you will be glad to meet. He’ll be coming down by the train that gets in just in time for dinner; he told me he would dress in Town. It’s Mr. James McAuley — the younger McAuley, you know — the Attorney-General’s brother.”
Yes, Mr. Wilfrid Halterton knew well enough. Oh, he was delighted to hear that Mr. James McAuley was coming. She watched his delight, which was that of a man compelled to walk the plank; she was the more inclined to credit the Home Secretary’s information.
They had not long to wait. James McAuley appeared. Halterton did not even attempt to escape. She had compelled him to remain at her side; and she greeted the new-comer in his turn with so much sympathy that Halterton positively felt a touch of elderly jealousy. For such are Postmasters-General of a certain age. She excused herself volubly for putting them so far apart at the dinner table. She said she knew they would have a lot to say to each other when the women had gone away.
But they had not. When the women had gone away Halterton listened to the hearty wit of Mr. Balcombe, seven places down on the right-hand side of the table, while McAuley listened with an equal lack of enthusiasm from four places down on the left. And between the great financier and the great statesman intervened an enormous cup all made of gold, and bearing upon it the figures of gods and goddesses (marine) from Elkington’s, but after Benvenuto Cellini.
Nor later, in the long interval before bedtime, did these two gentlemen confer. They did indeed happen to pass one near the other twice in their various movements through the rooms; and at each conjuncture each gave a rapid glance towards the lining of the coat which the other was wearing, the place where a pocket might be — but that was all.
Nemmeno quella eccellente politica fece sapere a nessuno dei suoi ospiti che l’altro sarebbe stato presente. Ed è proprio così il Regno dei Cieli.
IX
Quel pomeriggio di venerdì, mentre scendevano in macchina, Lady Caroline cercò di essere gentile con il Capo Postale Generale.
Non fu difficile fargli sentire meglio, perché era evidente che stesse soffrendo molto e tutto ciò di cui aveva bisogno era comprensione, un po’ d’amore, in fondo. Del resto, il suo dolore era visibile a chiunque lo avesse osservato durante quei tre giorni al banco dei deputati. Il compito di Lady Caroline fu quindi più semplice: a differenza di suo marito e di James McAuley, lui era nato nella nobiltà; suo padre possedeva vaste estensioni di terreno argilloso nell’Essex, in un’epoca in cui simili proprietà avevano molto più valore di oggi, prima che il debito li gravasse così pesantemente da rendere impossibile il loro mantenimento.
Per tutto il tragitto – Sandlings dista soltanto trentadue miglia dalla residenza principale e non quindici miglia dagli ultimi sobborghi settentrionali di Londra – cercò di scoprire, nel modo più discreto possibile, se ci fosse verità nelle notizie che Williams le aveva riferito riguardo alla lite tra i P.M.G. e McAuley di Billies. E quando dico “discretamente”, intendo davvero in modo molto discreto. Non posso descrivere esattamente il procedimento, perché personalmente non sono mai stata una ricca signora anziana; ma l’ho osservato da fuori.
Esiste un tipo di uccello il cui nome dovrebbe essere familiare a coloro che si interessano agli uccelli (anche in questo caso non so come descriverlo, ma è sicuramente un uccello, e l’ho visto con i miei occhi). Questo tipo di uccello vola in cerchio, disegnando ampi archi nell’aria, per osservare la sua preda che nuota nelle acque sottostanti. Lo fa a tale altezza che la vittima non sospetta nulla. Proprio così agì Lady Caroline Balcombe durante quel breve lasso di tempo, nella sua enorme auto.
Ma non imparò molto. A malapena riusciva a capire, considerando che né azioni né titoli borsistici né la televisione, e nemmeno il nome McAuley, potevano essere pronunciati correttamente. Quello che scoprì fu che il Capo Postale era ancora più scontento di quanto avesse immaginato. Non era il tipo da nascondere le proprie sofferenze davanti a una donna comprensiva, soprattutto se si trattava di una donna di sufficiente rango sociale. E anche se non poterle raccontare tutta la verità rappresentava per lui un’ulteriore angoscia (poiché non osava farlo), rispose alle sue domande premurose ammettendo di avere motivi molto seri per essere preoccupato.
Finora, tutto va bene. Mentre si avvicinavano alla casa, lei rimase in silenzio e rifletté sul suo piano. Aveva assegnato ai suoi due ospiti due stanze separate tra loro, ma situate nello stesso lato del grande corridoio che collega il pianerottolo della Torre Barbican con l’ala Tudor in stile edoardiano di fronte alla fortezza; quel corridoio si raggiunge attraverso un arco realizzato nel tipico stile del XIV secolo, ben noto a tutti voi dalle foto. Chi conosce quella grande casa (e suppongo che ne abbiate almeno una certa conoscenza) riconoscerà dalla mia descrizione che nessuna delle due stanze si trovava nella parte più recentemente ristrutturata, dove ormai ogni camera da letto dispone di un bagno personale, come richiesto dalle moderne abitudini. Tuttavia, tra le due stanze c’era un bagno comune; una di queste era chiamata “Bidewell”, l’altra “De Clair”, in onore di due Templari che un tempo appartenevano alle famiglie dei precedenti proprietari della casa. (Ricorderete infatti che il castello era gestito da un Gran Sergente. Il fatto che questo aspetto fosse stato tenuto in considerazione nel prezzo pagato da Mr. Balcombe è del tutto giustificato.)
Tutto questo non significa che per McAuley o per il signor Halterton non ci fosse una vasca da bagno. C’era senz’altro una vasca da bagno. Era quella che si trovava a metà strada tra le due stanze. E tutto ciò era stato pianificato da Lady Caroline con grande intelligenza: né troppo vicina, nel caso avessero litigato, poiché la loro vicinanza avrebbe potuto causare problemi; né troppo lontana, per evitare che mostrassero segni di ostilità o sospetto reciproco.
Aveva fatto di più. Con la promessa di una ricompensa, aveva incaricato la cameriera addetta a quella specifica area della cassaforte di tenere d’occhio la situazione.
Quando tutte queste cose furono concluse e lei mandò Halterton di sopra a vestirsi (convolgendolo in uno dei suoi sorrisi più affettuosi, che gli assicurarono il suo sostegno e la sua amicizia in qualsiasi prova lo aspettasse), gli disse di scendere presto, perché anche lei lo avrebbe fatto; voleva infatti parlargli prima dell’arrivo degli altri ospiti.
Lo avrebbe fatto; ed effettivamente scese presto. Quello che lei aveva da dirgli era inaspettato.
“Signor Halterton,” disse lei, mettendo quasi una mano sulla sua spalla per esprimere tutta la sua simpatia, “ho invitato qui un suo amico, di cui so che sarà felice di conoscerlo. Arriverà con il treno che arriva proprio in tempo per cena; mi ha detto che si sarebbe vestito in modo appropriato per l’occasione. È il signor James McAuley, il fratello del Procuratore Generale.”
Sì, il signor Wilfrid Halterton lo sapeva molto bene. Oh, era davvero felice di sentire che il signor James McAuley stava per arrivare. Lei osservò la sua gioia, una gioia simile a quella di un uomo costretto ad attraversare una passerella di legno; per questo motivo era ancora più propensa a credere alle informazioni fornite dal Ministro dell’Interno.
Non dovettero aspettare a lungo. James McAuley apparve. Halterton nemmeno provò ad escappare; lei l’aveva costretto a rimanere al suo fianco. Accolse il nuovo arrivato con tale simpatia che Halterton provò persino un pizzico di gelosia. Del resto, così sono i Direttori Generali dei Posti di una certa età. Si scusò affettuosamente per averli messi così lontani a tavola durante la cena, dicendo di sapere che avrebbero avuto molto da dirsi non appena le donne se ne fossero andate.
Ma non lo avevano fatto. Quando le donne se ne furono andate, Halterton ascoltò con interesse l’arguzia di Mr. Balcombe, seduto sette posti a destra del tavolo, mentre McAuley seguiva la conversazione con altrettanto scarso entusiasmo, seduto quattro posti a sinistra. E tra il grande finanziere e il grande statista c’era un enorme calice tutto d’oro, sul quale erano raffigurate divinità marine realizzate da Elkington, ma seguendo lo stile di Benvenuto Cellini.
Nemmeno in seguito, nel lungo lasso di tempo prima di andare a letto, questi due signori ebbero occasione di parlare tra loro. Infatti, durante i loro spostamenti per le stanze, si trovarono vicini due volte; e in entrambe le occasioni ognuno gettò un rapido sguardo verso la fodera del cappotto che l’altro indossava, nel punto in cui poteva esserci una tasca. Ma non successe nulla di più.
Lady Caroline Balcombe, the great lady of the Anarchist Party, graciously receiving a political opponent.
Night, or to be more accurate, early morning fell upon the six towers and the one high turret above the three acres of the roof. With the new day, when the rich wake to their labours, that is about 9.15 a.m., Lady Caroline Balcombe, drinking her early tea in bed, was visited by that faithful dependant to whom had been assigned the task of keeping her weather eye skinned; and she had a tale to tell. Things had happened. This is what had happened.
Mr. James McAuley, at the preposterous hour of 8.30, had slithered out of his room in a dressing-gown, and had moved noiselessly over the thick carpet of that passage past the bathroom. He had ascertained with infinite precaution that the door was bolted, had heard the water running within. The gods favoured him! He went on as noiselessly as before, and gingerly opened the door of the Postmaster-General’s room. It so happened that as he did so the excellent woman whose eye had been kept peeled in the confident expectation of reward watched him from a distant post, peeping round a corner of the staircase, which is within thirty yards. She saw James McAuley go into that room. She saw his hand stretching out towards the table on which he had perceived certain papers lying, she heard loud protest coming from the bed within. She saw McAuley shut the door precipitately but noiselessly, and wing his way back with astonishing rapidity to his own quarters.
So far so good. The hunt was up. Then the good woman waited, and was again rewarded. Out of the Postmaster-General’s room there came the tall figure of that statesman, clad in a dressing-gown, and it repeated, but in the other direction, the manœuvre which had just now been performed by the master of finance. There was the same noiseless approach, the same trying of the bolted bathroom door, the same expression of satisfaction at hearing the water running, the same further advance towards the door of the bedroom beyond, the door behind which McAuley was surely now no longer hidden, since clearly he was taking his bath.
But Wilfrid Halterton’s manœuvre differed from that of his City colleague; it differed with the difference in their character. The Postmaster-General did not attempt to open the door. He stopped, listened carefully, to make quite certain that there was no one within, before he should begin his investigation of the room, and make, as he hoped he would make, the capture of his all-important envelope. He satisfied himself from the stillness that the room was indeed empty. Yet in his nervousness he could not help wondering whether in spite of all indications J. might not be there after all.
He opened the door with infinite precautions, and was immediately informed. For the protest that met him was astonishing. The door was flung open, and James McAuley, half dressed, came through it roaring:
“What the devil are you doing there, Halterton?” he cried; and the joy of the watcher on the corner of the staircase was complete.
“What the devil are you doing?” he shouted again. “Spying about!”
“I … I thought it was … er … my door. I made a mistake,” said Halterton.
“Mistake nothing!” bellowed the financier, whose language had caught something from his frequent crossings of the Atlantic. “Mistake your aunt!” With that he slammed the door, and the unfortunate Minister went back empty-handed, bitterly regretting his audacity.
The Right Hon. Wilfrid Halterton, Postmaster-General, drawing a covert.
This was the tale which the excellent woman, who had been mistress of all details from her point of vantage, communicated to the mistress of the castle, thereby amply earning the reward which she immediately, out of a nice little chain bag on the dressing-table, obtained.
It was true, then. Lady Caroline was satisfied.
It would be no good ringing up the brokers until just before ten. Even so Lady Caroline was rather pressed for time. But she managed it. And by the time she had got down to the room where several of them were already come for breakfast she had sold her Billies. She was a little surprised to hear that she could not get anything like the price she had expected from the reports of the day before. Still, they assured her that she was in fair time, though the shares were crashing. She had made a packet all the same, so she had not wasted those fifteen hours. Good strategy had obtained its victory, as it usually does.
The Saturday and Sunday lay rather heavy on Lady Caroline’s mind. They yielded no fruit, not even the fun of open rough-and-tumble between the two men. She longed to know more. She was too wise to attempt further knowledge. She had the pleasure of seeing the Postmaster-General behaving rather oddly so far as the mind behind Durrant’s was concerned, and the man behind Durrant’s behaving rather oddly so far as the Postmaster-General was concerned. It amused her, still more it informed her, to notice the way in which they watched each other. What they were after she did not know, but so much was clear; each was attempting to come upon the other by surprise, for the trick was repeated half-a-dozen times in the course of the day. She had the further pleasure of seeing from a distance, when she and a few of the others were out together in the Park, something that looked very like a quarrel between the two, and then a sudden separation between them — but that was all.
They went back separately on the Monday morning: Halterton rather ostentatiously by a train which left before anyone was up, as he had warned his hostess he must do on account of the work that awaited him in Town in the department; McAuley as ostentatiously waited on to show that there was no hurry at all for him to get to London.
Lady Caroline even kept him to lunch, seeing that he was willing to stop. She had him almost to herself, and as they sat together she was not averse to saying a few unkind things about Mr. Halterton. She only regretted she had not forced herself to come down early enough to say a few unkind things to Halterton about Mr. McAuley. However, she had learned pretty well all she wanted to learn; or at least all that she could learn under the circumstances.
Lady Caroline Balcombe, la grande figura del Partito Anarco, accolse con gentilezza un suo avversario politico.
La notte, o per essere più precisi, l’alba, calò su quelle sei torri e sulla torre alta che sovrastava i tre acri di tetto. Con l’arrivo del nuovo giorno, quando le persone ricche si alzano per iniziare la loro routine quotidiana – intorno alle 9:15 del mattino – Lady Caroline Balcombe, mentre beveva il suo tè mattutino a letto, fu raggiunta da quella fedele domestica incaricata di tenerla costantemente informata su eventuali novità; e lei aveva una storia da raccontare. Erano accadute delle cose. Ecco cosa era successo.
Il signor James McAuley, all’ora assurda delle 8:30, uscì silenziosamente dalla sua stanza in pigiama e attraversò senza fare rumore il tappeto spesso del corridoio, passando accanto al bagno. Con estrema attenzione si assicurò che la porta fosse chiusa a chiave e sentì l’acqua scorrere all’interno. I dei lo favorivano! Continuò ad avanzare silenziosamente come prima e aprì con cautela la porta della stanza del Postmaster-General. Proprio in quel momento, quella donna eccellente, che aveva tenuto d’occhio tutto nella speranza di ricevere una ricompensa, lo osservava da lontano, spiando da dietro l’angolo delle scale, situata a soli trenta metri di distanza. Vide James McAuley entrare nella stanza, vide la sua mano tendersi verso il tavolo su cui aveva notato alcuni documenti, e sentì un forte grido provenire dal letto all’interno. Lo vide chiudere rapidamente ma silenziosamente la porta e tornare di corsa nelle sue stanze con incredibile velocità.
Finora tutto è andato bene. La caccia era terminata. Poi quella brava donna attese, e fu nuovamente ricompensata. Dalla stanza del Postmaster-General uscì la figura alta di quel statista, vestito in pigiama; ripeté, ma nella direzione opposta, la stessa manovra che poco prima aveva eseguito il ministro delle Finanze. Lo stesso avvicinamento silenzioso, lo stesso tentativo di aprire la porta del bagno chiusa a chiave, la stessa espressione di soddisfazione nell’udire l’acqua scorrere, lo stesso avanzare verso la porta della camera da letto. Dietro quella porta, McAuley ormai sicuramente non si nascondeva più, visto che stava chiaramente facendo il bagno.
Ma la manovra di Wilfrid Halterton differiva da quella del suo collega della City; questa differenza derivava proprio dalle loro diverse personalità. Il Capo Postale non cercò nemmeno di aprire la porta. Si fermò, ascoltò attentamente per assicurarsi che non ci fosse nessuno all’interno, prima di iniziare a ispezionare la stanza nella speranza di trovare quell’involucro così importante per lui. Il silenzio lo convinse che la stanza era davvero vuota. Tuttavia, a causa della sua nervosità, non poteva fare a meno di chiedersi se, nonostante tutto, J. potesse comunque essere lì dentro.
Aprì la porta con estrema cautela, ma fu immediatamente informato. La protesta che lo accolse fu davvero sorprendente. La porta si spalancò di colpo e James McAuley, a metà vestito, ne uscì urlando:
“Che diavolo stai facendo lì, Halterton?” gridò; e la gioia dell’uomo che osservava dall’angolo della scala fu totale.
“Cosa diavolo stai facendo?”, gridò di nuovo. “Stai spiando!”
“. Pensavo fosse, ehm, la mia porta. Ho fatto un errore,” disse Halterton.
“Non sbagliatevi su nulla!” gridò il finanziere, il cui modo di parlare rifletteva le sue frequenti traversate atlantiche. “Non sbagliatevi riguardo a vostra zia!” Detto ciò, chiuse la porta con forza, e l’infortunato ministro se ne andò a mani vuote, pentendosi amaramente della sua audacia.
Il Nobile Onorevole Wilfrid Halterton, Segretario Generale delle Poste, disegnava in segreto.
Questa era la storia che quella eccellente donna, che da posizione vantaggiosa aveva controllato ogni dettaglio, raccontò alla padrona del castello, guadagnandosi così ampiamente la ricompensa che ottenne immediatamente da una graziosa borsina appesa sul comodino.
Allora era vero. Lady Caroline era soddisfatta.
Non sarebbe stato utile chiamare gli agenti di borsa fino a poco prima delle dieci. Comunque, Lady Caroline era piuttosto a corto di tempo. Ma ce l’è fatta. Quando è arrivata nella stanza dove già alcuni di loro erano venuti a fare colazione, aveva già venduto tutte le sue azioni “Billies”. È stata un po’ sorpresa nello scoprire che non riusciva ad ottenere il prezzo che si aspettava, considerando quanto letto nei rapporti del giorno prima. Tuttavia, le hanno assicurato che aveva ancora abbastanza tempo, anche se i prezzi delle azioni stavano crollando. Comunque sia, aveva comunque ottenuto un buon risultato; quindi non aveva sprecato quelle quindici ore. Una buona strategia, come al solito, ha portato alla vittoria.
Il sabato e la domenica pesavano piuttosto sull’animo di Lady Caroline. Non portarono a nulla, nemmeno al divertimento di una qualche lite aperta tra i due uomini. Lei avrebbe voluto sapere di più. Ma era troppo saggia per cercare di scoprirlo. Le faceva piacere osservare come il Postmaster-General si comportasse in modo piuttosto strano, soprattutto riguardo alle intenzioni di Durrant; allo stesso modo, anche l’uomo dietro le azioni di Durrant si comportava in modo insolito. Le divertiva molto notare il modo in cui si osservavano a vicenda. Non sapeva esattamente cosa cercassero, ma una cosa era chiara: entrambi tentavano di cogliere l’altro di sorpresa; quel comportamento si ripeté diverse volte nel corso della giornata. Le fece ancora più piacere notare, da lontano, mentre lei e alcune altre persone erano nel parco, qualcosa che sembrava proprio una lite tra i due. Poi, improvvisamente, si separarono. Ma era tutto ciò che accadeva.
Tornarono indietro separatamente lunedì mattina: Halterton, in modo piuttosto ostentato, su un treno che partiva prima che chiunque si alzasse, poiché aveva avvertito la sua ospite che doveva farlo a causa del lavoro che lo aspettava in città nel suo ufficio; McAuley, invece, aspettò con altrettanta ostentazione per dimostrare che non aveva affatto fretta di arrivare a Londra.
Lady Caroline lo invitò persino a pranzo, visto che era disposto ad aspettare. Lo aveva quasi tutto per sé, e mentre sedevano insieme non esitò a dire alcune cose spiacevoli su Mr. Halterton. Si pentì soltanto di non essere venuta prima per dire qualcosa di negativo su Halterton riguardo a Mr. McAuley. Tuttavia, aveva appreso abbastanza bene tutto ciò che voleva sapere; o almeno tutto ciò che poteva apprendere in quelle circostanze.
She was curious, when she was quite independent and everyone had gone, to discover again from her brokers what was happening to Billies. She had been delighted to learn that they were still tumbling down, with an eagerness and a haste that consoled her for the price she had got. If she had waited, she would have got out on the wrong side. As it was, she had a little scoop and was fairly content. She had got out at 46s., which was nearly 11s. a share.
She was in a happy mood, therefore, when she came into the House, rather late on the Monday afternoon, and her content was increased by watching the added gloom of the Postmaster-General’s face.
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THERE STANDS IN London in a backwater of Mayfair an excellent house of the 18th century. Between it and the street is a wide courtyard, built for the sweep of great coaches coming up to the Portico, and behind the house is a discreet garden, large enough to be shared by a couple of ancient trees. A man lived there who was to play a great part in the adventures of the Postmaster-General; a friend, an intimate friend, but a loyal friend and a friend of his own age. This friend bore to the world the name of Arthur Lawson; he was by birth a Jew from the eastern boundaries of Lithuania, and this was his story.
A lifetime ago, when he was still a delicate and nervous child, shrinking from the hostile townsmen of the Russian city in which the close-bound Jewry of his people huddled, his father had died. His mother had already died in giving birth to his only brother, a child seven years younger than himself. The family had been miserably poor — miserably poor even according to the standards of that place and time — where poverty was appalling. The father’s whole being had been concentrated upon one thing; the study and exposition of the sacred books of his people. He had lived on the gifts of others almost as poor as himself, who revered his learning and still more his reputation for holiness, which was indeed well deserved, for the old scholar, in so far as he could out of the mist of manuscript and print which wrapped his soul all about — in so far as he could out of the past in which he lived and the problems which absorbed him — said and did good, saying and doing good in that ritual fashion and with that wealth of traditional phrase and exact ceremony which his people loved and demanded. But he was dead, and the two boys, the little child Jacob and the older boy Aaron Levina, had been taken over by an old sharp, duty-doing woman, of whose origin nothing was known, whom the boys had been taught to call “Aunt Reba,” who had kept their father’s house for years, and who lived for him and for his children.
She had produced in this crisis of their wretched fortunes a little sacred hoard, accumulated with God knows how much care and in what silence. On that, dole by dole, they lived; on that, of which no mortal except Aunt Reba herself knew the place or the amount, she still maintained the tiny household, doing everything herself. She was determined that Aaron should be worthy of his father, and he had been designed for the same great office, in spite of the same great poverty. It was her glory, and was already beginning to be his, that it should be so.
Aaron at thirteen years old already showed aptitudes excelling even in that keen, restricted, intelligent, fearful world of his, surrounded everywhere by hatred, anger and contempt. His master praised him, comparing his youth to that of the elders of story. It seemed, as the lad grew in repute and stature, as though something had been saved. All crashed: a mob rose, murderous against the Jews. It had risen, at first, in a moment of blind passion and popular rising against the only few well-to-do in that ghetto, money-lenders to whom too many of the Gentiles of that town were bound. They escaped unhurt, but the wretched community was laid waste. The poor houses were sacked, the Synagogue looted of its pathetic treasured ornaments, and its building burned, while the flames lit the torrent of a hurried, driven, terrified exodus, as they lit the maimed and the dead of that blind and cruel fury.
In that dreadful night Aunt Reba had saved the boys. She got them to Riga, by the offices of one of her people whom she there knew; she found some cranny for her and for them in an outgoing ship. A good part of the little hoard had to go, for the refugees were bled white by the Swedish captain of the craft. After three days of slow steaming through the calm Baltic (it was still bitterly cold, though the ice had gone) and three more days of tossing in the fury of the North Sea gales, this human wreckage of three, the child, the boy, and the old woman, had come to London, and had there found, as such will always find through the intense patriotism of that people, shelter at least, and the first necessities of food. But Aunt Reba still paid, and owed no man a penny.
Through such gates had it been that Aaron Levina in his fourteenth year entered manhood.
He began his new life by being taken on, without wage for his keep and for learning of the trade, by an employer from among his own people, a childless old man who kept a little shop in the heart of Whitechapel. It was a little shop which bought or sold anything that came to hand, things not grand enough to be called curiosities, still less to be called antiques — just what the thrifty, bent, grizzled, spectacled old man, Aaron’s employer, could get hold of by keen judgement and could hold for profit. There was clothing; there were, occasionally, second-hand fittings of boats, compasses, cases of instruments, lengths of chain, all manner of them; there were ornaments too, some of them strange and foreign, some few of gold in an outlandish make. Many of tarnished silver, and now and then would pass through his hands some cheaper gem. And for Gentiles of an evening at the back of the shop upon the quiet there would be small advances (for the master had no licence for such a trade, but small advances there would be) and interest taken, and taken heavily and even harshly — but from the Gentiles only. The law was strictly observed, and where his own people were concerned, his brethren and Aaron’s, he would no more have charged usury than he would have robbed them. For it is forbidden. And when the old man heard the names of rich men who were of his own kind and who like himself should have kept the law, but who broke it from greed, and who despoiled even those of the sacred blood, he spat by way of contempt and hatred.
Era curiosa: essendo ormai piuttosto indipendente e con tutti gli altri già partiti, voleva scoprire di nuovo dai suoi intermediari cosa stesse succedendo a Billies. Era stata molto soddisfatta nell’apprendere che le azioni continuavano ad avere un andamento negativo, con una velocità e un’entusiasmo che la consolavano riguardo al prezzo che aveva pagato. Se avesse aspettato ancora, probabilmente avrebbe perso di più. Invece, era riuscita a ottenere un piccolo guadagno ed era abbastanza contenta: aveva venduto le azioni a 46 penny l’una, il che equivaleva a quasi 11 penny al pezzo.
Era di umore felice; quindi, quando entrò nella Casa, piuttosto tardi lunedì pomeriggio, la sua soddisfazione aumentò ancora di più vedendo l’ulteriore cupo espressione sul volto del Capo Postale Generale.
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A Londra, in un angolo remoto di Mayfair, sorge una splendida casa del XVIII secolo. Tra essa e la strada c’è un ampio cortile costruito appositamente per accogliere le grandi carrozze che si dirigevano verso il portico d’ingresso; dietro la casa c’è un giardino discreto, abbastanza grande da essere condiviso da alcuni alberi secolari. Lì viveva un uomo che avrebbe svolto un ruolo fondamentale nelle avventure del Postmaster-General: un amico, un amico intimo, ma anche un amico leale e della sua stessa età. Questo amico si chiamava Arthur Lawson; di origine ebrea, proveniva dai confini orientali della Lituania. E questa è la sua storia.
Un tempo, quando era ancora un bambino delicato e nervoso, che si ritraeva di fronte agli ostili abitanti della città russa in cui viveva la comunità ebraica stretta tra le mura, suo padre era morto. Sua madre era già deceduta durante il parto del suo unico fratello, un bambino sette anni più giovane di lui. La famiglia era terribilmente povera – poverissima anche secondo gli standard di quel luogo e di quel tempo, dove la povertà era estrema. L’intera esistenza del padre era concentrata su una sola cosa: lo studio e l’esposizione dei sacri testi della sua gente. Viveva grazie alle donazioni altrui, pur essendo lui stesso quasi povero quanto loro; le persone rispettavano la sua erudizione e ancora di più la sua reputazione di santità, che era davvero meritata. Quell’anziano studioso, infatti, nel limitato ambito delle conoscenze disponibili – tra i manoscritti e le pubblicazioni che circondavano la sua vita, nel contesto del passato in cui viveva e dei problemi che lo assorbivano – diceva e faceva il bene, seguendo quelle forme rituali e utilizzando quella ricchezza di frasi tradizionali e cerimonie precise che la sua gente amava e richiedeva. Ma ora lui era morto, e i due ragazzi, il piccolo Jacob e l’altro ragazzo Aaron Levina, erano stati affidati a una donna anziana, severa e diligente, le cui origini erano sconosciute; ai ragazzi era stato insegnato a chiamarla “Zia Reba”. Quella donna aveva curato la casa di loro padre per molti anni, vivendo soltanto per lui e per i suoi figli.
In questa crisi delle loro misere condizioni, lei aveva accumulato un piccolo tesoro sacro, raccolto chissà con quanta cura e in quale silenzio. Di quel poco, giorno dopo giorno, vivevano; di quel segreto, che nessuno al mondo, tranne zia Reba stessa, conosceva né il luogo né l’entità, lei continuava a mantenere quella piccola famiglia, facendo tutto da sola. Era determinata che Aaron fosse degno di suo padre, e lui era stato destinato allo stesso grande ruolo, nonostante la stessa estrema povertà. La sua gloria – e già iniziava ad essere anche la sua – consisteva proprio nel fatto che ciò fosse possibile.
Aaron, all’età di tredici anni, mostrava già doti eccezionali, anche in quel mondo ostile, ristretto, intellettualmente stimolante ma pieno di paura, circondato ovunque dall’odio, dalla rabbia e dal disprezzo. Il suo maestro lo lodava, paragonando la sua giovinezza a quella degli anziani delle storie. Sembrava che, man mano che il ragazzo guadagnava reputazione e prestigio, qualcosa venisse salvato. Ma tutto andò in frantumi: una folla si sollevò, assetata di sangue contro gli ebrei. All’inizio, quella furia era nata da un impulso cieco e da un’insurrezione popolare contro i pochi ricchi di quel ghetto, quei prestatori di denaro ai quali troppi gentili della città erano legati in debiti. Loro riuscirono a fuggire illesi, ma quella povera comunità fu distrutta: le case misere furono saccheggiate, la Sinagoga privata dei suoi preziosi ornamenti e bruciata; le fiamme illuminarono anche il corso di un esodo affrettato, disperato e terrorizzato. In quel furore cieco e crudele, morirono sia i vivi che i morti.
In quella terribile notte, zia Reba salvò i ragazzi. Riuscì a portarli a Riga grazie all’aiuto di una persona che conosceva lì; trovò un posto su una nave in partenza per loro e per sé. Una buona parte del loro misero tesoro dovette essere sacrificata, poiché il capitano svedese della nave li sfruttò senza pietà. Dopo tre giorni di viaggio lento attraverso il calmo Mar Baltico (faceva ancora un freddo terribile, anche se il ghiaccio era scomparso) e altri tre giorni di tempeste nel Nord Mare, questi tre esseri umani – il bambino, il ragazzo e la vecchia donna – arrivarono a Londra, dove, grazie all’intenso patriottismo della gente lì residente, trovarono almeno rifugio e i primi necessari per vivere. Ma zia Reba continuò comunque a pagare, senza mai dover debito un centesimo a nessuno.
Attraverso tali porte, all’età di quattordici anni, Aaron Levina era entrato nell’età adulta.
Iniziò la sua nuova vita quando un datore di lavoro del suo stesso popolo lo assunse senza stipendio, affinché imparasse il mestiere: si trattava di un anziano senza figli che gestiva un piccolo negozio nel cuore di Whitechapel. Quel negozietto vendeva qualsiasi cosa gli capitasse tra le mani: oggetti non abbastanza rari da essere definiti curiosità, né antichi, semplicemente tutto ciò che quell’anziano, parsimonioso e astuto, riusciva ad acquistare con giudizio per poi rivenderlo a profitto. C’erano vestiti; occasionalmente anche pezzi di ricambio per barche, bussole, scatole contenenti strumenti, catene di vario tipo, e anche ornamenti: alcuni strani e insoliti, alcuni d’oro realizzati in modi bizzarri. Molto argento annerito passava anche attraverso le sue mani, e di tanto in tanto arrivavano anche pietre preziose più economiche. Per i gentili, nelle serate tranquille nel retro del negozio, venivano concessi piccoli prestiti, ma ad interessi elevati e spesso esorbitanti, solo ai gentili. La legge veniva rispettata rigorosamente; riguardo ai suoi connazionali, ai suoi fratelli e ad Aaron, non avrebbe mai praticato l’usura né li avrebbe derubati, perché è proibito. E quando l’anziano sentiva i nomi di quegli uomini ricchi della sua stessa gente che, come lui, avrebbero dovuto rispettare la legge, ma che invece la violavano per avidità, depredando persino coloro di sangue sacro, sputava in segno di disprezzo e odio.
From very early morning till very late at night the boy Aaron slaved silently — but always with a hidden anger in his heart against the outer world. He picked up English rapidly, reading in every moment of time he could snatch from the very brief free hours of his nights, and he earned unaided from such efforts as he deserved to earn, deserving as had his father before him through an unswerving tenacity. For the childless man whom he served, finding it more and more necessary, took him in to the petty business, until at last, when he had been but four years in London, he was already holding his own among his comrades, and could almost pass as one who had been born in the security of that haven which his people find among the English. The business began to prosper in its tiny way, as it could not but prosper in such tireless hands as were young Aaron Levina’s, even in his ‘teens. Aunt Reba, very old when she had suffered that dreadful trial, and now beginning to fail, could be looked after. Aaron could now provide her with small luxuries. He could pay for a little help from neighbours.
But what was a dearer thing to Aaron’s heart, what was his only consolation and his one joy in those beginnings of a most humble prosperity, after such bitter memories, was the nurturing of the child of his brother.
That dreadful day and night of the Pogrom had both seared and branded him. It had seared him so that he could love but very few. It had branded him with the mark, as it were, of a vocation; a special duty to remain proud of his blood and hostile to all other. It had filled him with a hatred beyond that of his kin for the brutish and abominable Goyim, who do these hellish evils without cause. His contempt for the intelligence of those outside the law and the Covenant was not religious; though exact in observance, religion was not his motive. It was experience. He knew them for what they were. But that stupidity of theirs did not excuse their wickedness.
The horrid cruelty which had stabbed his soul in its first youth was more vivid but not less effective than the continual sneers, the frequent insults, which even when not directed at himself were the lot of his people. If such feelings were concealed among the wealthier companions of his later life it was from cowardice — he could swear — not from charity.
Even here in London, safe, he never forgot what a burden some inexplicable enmity against his people laid upon him and his.
So formed, so he remained, cast in that mould; and all his high talents — they were, in their way, genius — all his iron tenacity, were conditioned by this mood. The vast fortune which he was to acquire changed him not a whit. He owed it to himself and to his blood to keep that spirit unswerving; in the agony of his isolated soul all its affection, all its intensity, was focused upon the little brother.
On that brother his whole being was concentrated. It was that brother, he thought, who had really inherited his father’s spirit. And the boy was beginning to pass for learned. But not in the learning which his father had known; rather the learning of the latest kind; figures, for their own sake, measurements. A little later in the evening classes of the University he eagerly began to get the beginnings of science.
When, later, the elder brother saw how the younger advanced in these things and was made for them, he triumphed. Glory was coming to the Levinas. And with that glory as an end, and with the good of the child as the absorbing passion, he still toiled unceasingly. It was for this that he earned — though the occupation was native to him and welcome enough — a name for close dealing beyond his fellows. It was well for him that he could earn that name, for it was a promise of what was to come.
When the old master died Aaron Levina was in his twenty-fourth year; and Jacob, at seventeen, getting his first little triumphs of praise from his masters, hearing that one of these days he would be a great physicist, inventing things, discovering things, probing, theorizing, and all the rest of it.
The business still prospered. Aaron would not dream of letting Jacob work in it. He hired an assistant, a Gentile, whom he drove in blinkers and drove hard. He hired another assistant and took the lower part of the house next door, and doubled the shop. So things stood when old Aunt Reba died in her turn, very old and at peace.
A year or two passed. Aaron Levina was doing more, elsewhere, in some mysterious fashion, in some office which he visited an hour or two on every day but the Sabbath, and wherein he was closeted at accounts during all the first day of the week, when the quiet of the Gentile holiday gave him full leisure. He was buying and selling other things than flotsam and jetsam. It had begun with fragments of the precious metals, and those occasional gems. It had gone on to larger operations.
Then it was that there befell that which was to bring him into permanent though distant relation with Wilfrid Halterton.
Young Jacob’s school was the big County School building on the westward side of the Mile End Road. The class was over; rather late, he was crossing the big street under the glare of the lamps, upon his way home to his brother, when that short sight of his and that nervous manner betrayed him. He did not see the policeman’s arm lowered, he went forward, hesitated just that fraction of a second which is fatal, and was hit. The near mudguard of a big car had caught him and spun him forward into the road, where he lay huddled in a heap, knowing nothing.
The brakes shrieked, the door of the car was impulsively flung open, and there leaped out a young man, very tall, eager in manner, most anxious and alarmed and disturbed, who rushed forward in his fine evening clothes and big fur coat, into the cold and through the mud. He went down on one knee beside the boy, still lying motionless, while a crowd gathered, and two policemen forced their way through it.
The young man who had thus jumped out in his solicitude had been Wilfrid Halterton, the Wilfrid Halterton of all those years ago, those years when his family was at its wealthiest. He was not yet dreaming of politics, still up at the University, and going back in his car on that Friday night to rejoin his father in Essex after a dinner with his friends in London.
Dall’alba molto presto fino a tarda notte, il ragazzo Aaron lavorava silenziosamente, ma nel suo cuore c’era sempre un’ira nascosta verso il mondo esterno. Imparò rapidamente l’inglese, leggendo in ogni momento libero che riusciva a trovare nelle brevi ore serali libere; grazie a questi sforzi, guadagnò abbastanza da meritarselo, proprio come suo padre aveva fatto prima di lui, grazie a una tenacia incrollabile. L’uomo senza figli per cui lavorava, rendendosi conto che aveva sempre più bisogno di lui, lo assunse nel proprio piccolo commercio; e dopo soli quattro anni a Londra, Aaron riusciva già a stare al passo con i suoi colleghi, quasi poteva essere scambiato per qualcuno nato in quel rifugio sicuro che la sua gente trovava tra gli inglesi. L’attività commerciale iniziò a prosperare, naturalmente, visto che non poteva fare altro che crescere nelle mani instancabili di un ragazzo giovane come Aaron Levina, anche quando aveva appena raggiunto l’adolescenza. Zia Reba, ormai molto anziana dopo aver subito quella terribile prova e ora in declino di salute, poteva finalmente essere curata. Aaron le poteva offrire piccoli lussi e pagare il aiuto dei vicini.
Ma ciò che era più caro al cuore di Aaron, ciò che costituiva la sua unica consolazione e la sua unica gioia in quei primi momenti di una prosperità molto umile, dopo tali ricordi amari, era l’educazione del figlio di suo fratello.
Quel terribile giorno e quella terribile notte del pogrom lo avevano segnato profondamente. Lo avevano reso capace di amare soltanto poche persone. Gli avevano impresso, per così dire, il marchio di una vocazione: un dovere speciale di essere orgoglioso del proprio sangue e ostile a tutti gli altri. Lo avevano riempito di un odio ancora più profondo di quello che provava verso i suoi simili nei confronti dei brutali e abominabili Goim, quegli esseri che compivano tali atti orribili senza alcuna ragione. Il suo disprezzo per l’intelligenza di coloro che vivevano al di fuori della legge e dell’Alleanza non aveva nulla a che fare con la religione; sebbene rispettasse rigorosamente le regole religiose, questa non era la sua motivazione. Era l’esperienza. Li conosceva per ciò che erano veramente. Ma quella loro stupidità non giustificava affatto la loro malvagità.
La terribile crudeltà che aveva ferito la sua anima fin da quando era giovane era ancora più vivida, sebbene meno evidente, di quegli sberri continui e di quelle offese frequenti che, anche quando non erano diretti a lui personalmente, costituivano la sorte della sua gente. Se tali sentimenti venivano nascosti tra i compagni più ricchi della sua vita successiva, era per codardia. Lo giurava, e non per compassione.
Anche qui a Londra, al sicuro, non dimenticò mai quanto un’ostilità inspiegabile verso il suo popolo avesse rappresentato un fardello per lui e per i suoi.
Così formato, così rimase, plasmato in quel modello; e tutti i suoi grandi talenti – che, a modo loro, erano genio – tutta la sua ferrea tenacia, erano condizionati da questo atteggiamento mentale. La vasta fortuna che avrebbe ottenuto non lo cambiò affatto. La doveva a se stesso e al proprio sangue per mantenere quel spirito inalterato; nell’agonia della sua anima isolata, tutta la sua affezione, tutta la sua intensità, erano concentrate sul fratellino minore.
Tutta la sua essenza era concentrata su quel fratello. Era lui, pensava, che aveva veramente ereditato lo spirito di suo padre. E il ragazzo cominciava a essere considerato colto. Ma non nella cultura che suo padre aveva conosciuto; piuttosto nella conoscenza del tipo più moderno: formule matematiche, misurazioni. Poco dopo, durante le lezioni serali all’università, iniziò con entusiasmo ad approfondire i primi concetti della scienza.
Quando, in seguito, il fratello maggiore vide quanto il più giovane progredisse in queste cose e quanto fosse adatto per esse, ne trasse grande soddisfazione. La gloria stava arrivando alla famiglia Levinas. E con quella gloria come obiettivo finale, e con il bene del bambino come passione dominante nella sua vita, continuò a lavorare instancabilmente. Fu proprio per questo che ottenne – sebbene quell’attività fosse naturale per lui e piuttosto gratificante – un nome che lo distingueva dai suoi simili. Fu una fortuna per lui poter guadagnarsi quel nome, perché rappresentava una promessa di ciò che sarebbe venuto dopo.
Quando il vecchio maestro morì, Aaron Levina aveva ventiquattro anni; Jacob, invece, ne aveva diciassette e stava già ottenendo i primi piccoli riconoscimenti dai suoi insegnanti, convinto che un giorno sarebbe diventato un grande fisico: avrebbe inventato cose, scoperto nuove verità, condotto ricerche approfondite e formulato teorie.
L’attività continuava a prosperare. Aaron non avrebbe mai pensato di far lavorare Jacob al suo interno. Assunse un assistente, un gentile, che trattava con estrema durezza; assunse anche un altro assistente e prese in affitto il piano inferiore della casa accanto, raddoppiando così le dimensioni del negozio. Così stavano le cose quando anche la vecchia zia Reba morì, molto anziana e in pace.
Trascorsero un anno o due. Aaron Levina stava facendo altre cose, in altri luoghi, in modo misterioso. In un ufficio che visitava per un’ora o due ogni giorno, tranne il Sabato; lì si dedicava alle attività contabili tutto il primo giorno della settimana, quando il silenzio delle feste pagane gli concedeva tutto il tempo necessario. Comprava e vendeva oggetti diversi da semplici rottami. Era iniziato con frammenti di metalli preziosi e qualche gemma occasionale; poi le sue attività si erano espanse su dimensioni più grandi.
Fu allora che accadde ciò che lo avrebbe legato per sempre, sebbene a distanza, a Wilfrid Halterton.
La scuola di giovane Jacob era l’edificio della grande Scuola Distrettuale situato sul lato ovest di Mile End Road. La lezione era finita; piuttosto tardi, stava attraversando la strada principale sotto il bagliore delle luci, diretto a casa di suo fratello, quando quella sua scarsa vista e quel comportamento nervoso lo tradirono. Non vide l’arma del poliziotto abbassarsi; proseguì, esitò per quell’infinitesimale istante che può rivelarsi fatale, e fu colpito. Il paraurti di un grosso automobilismo lo colpì, facendolo rotolare sul ciglio della strada, dove rimase disteso privo di sensi.
I freni stridettero, la porta dell’auto si aprì con impeto e ne saltò fuori un giovane molto alto, dall’aspetto ansioso e preoccupato. Corse avanti indossando i suoi bei abiti da sera e il grande cappotto di pelliccia, attraverso il fango e nel freddo. Si inginocchiò accanto al ragazzo, ancora immobile, mentre intorno si radunava una folla; due poliziotti fecero strada tra la gente.
Quel giovane che si era precipitato fuori con tanta premura era Wilfrid Halterton, lo stesso Wilfrid Halterton di quegli anni lontani, quando la sua famiglia era al culmine della ricchezza. Allora non pensava ancora alla politica; studiava ancora all’università e, quella sera di venerdì, tornava in auto nell’Essex per riunirsi a suo padre, dopo aver cenato con gli amici a Londra.
The policemen were taking notes, the boy’s comrades, many of them of his own kind, were eagerly volunteering information. Young Halterton, uncertain, bewildered, full of compassion, wondering what to do, was told by the policemen that an ambulance was coming; they told him also whither the maimed child would be taken, to the London Hospital. At the same time he heard from one of the scholars who was more voluble than the rest in his eagerness to inform where the child’s brother, Aaron Levina, lived.
Young Halterton was shocked and pitiful beyond words. He could not dream of going on that night at all. He had felt a wave of relief on hearing that this lad lived; but at the first low groan his heart was torn. I must excuse him. His emotion may sound exaggerated; but remember that Halterton was then very young, and had a generous feeling of shame, as though his wealth were in some way to blame for the tragedy his car had caused among these poor people.
He saw the poor boy’s face, twisted with pain in the glare of the arc-lamp, the clear-cut Sephardim face which meant nothing to him of race — he was ignorant of these things; the large, dark eyes opened for a moment and then closed again. He burned to act and save. How to act he knew not. He had to make up his mind; and after some seconds of that shilly-shallying that was native to him he got something of a plan.
“Look here, Roberts,” he said to the chauffeur, “I can’t go on. I must stay here and see after this. I shall stand by this lad; I must do all I can.” Then, turning to the policemen, he said: “I was on my way to my father’s house, down in Essex. I must let him know. I must stand by here, too, I must do all I can. What?”
The policeman was taking the number of the car. The ambulance had arrived.
“That’s all right, sir,” he said. “You send your man to telephone, and give me your name, and all that. My colleague’ll go with your man, and then we can send him on.”
“Thank you,” said Halterton, most grateful for the leave. It helped him to think — but as he looked at the huddled figure on the stretcher his heart bled.
“Roberts,” he said, “will you go with the officer, and ring up my father? Tell him what’s happened. Then you’d better go on home, and I’ll find my own way down somehow to-morrow. Say I’ll telephone him again myself in an hour or so. Only when you’ve telephoned you go on home with the car.”
And so it was. And young Wilfrid Halterton tramped with the policemen, following the ambulance to the hospital, and there spent an hour or more, making sure that all was attended to, and hugely relieved to know that the boy now knew where he was and could speak a word or two, feebly; still more relieved was he to hear, as he did after waiting long enough, that there was no immediate danger — though it was grave.
“If I were you, sir,” said one of the policemen, “I’d look up Mr. Levina in the ‘phone book and let him know.”
But though there was a whole regiment of Levine derivatives in the telephone book, this particular Levina was not there. Perhaps there was some mistake. Anyhow, now that he was reassured he must go and find the brother.
But there was no necessity. Others had been before him. A little knot of the wounded lad’s competitors and fellow-scholars all volubly pressed round Wilfrid Halterton as he strode, long-legged, through the narrow streets. They brought him to the door of the main shop and living house, where he banged loudly. The place was shut up, but the assistant had been left on guard. Aaron Levina had gone out to see a client.
“I’ll wait for him,” said Wilfrid, sitting down by the light of one naked bulb, amid the mass of heaped incongruous things. The group which had followed him hung about in the street outside.
Where that client of Levina’s was no one knew. Halterton waited and waited. At last he asked for a sheet of paper and an envelope, and he wrote these words out of his full heart:
My dear Sir,
I am exceedingly sorry to tell you that my motor-car, passing the Council School in the Mile End Road this evening, knocked down a young gentleman, who, I find, is your brother. I am waiting here to see you, and am most anxious to do so. I wanted you to have the news first from me, and I want to be able to assure you personally that he is in no danger. They assured me of that. But I am afraid the accident is grave.
It is not a very easy thing to write, but I do beg you to believe me when I say that I am going to do everything I can — everything in my power — everything. It is a terrible business. Believe me, I will do everything; only tell me what should be done and I am wholly at your disposal. I cannot bear to think of the boy’s drawn face as I saw it. It is still with me.
Do come as soon as you can. They are going to try and find you, and I shall wait here until you do.
He sent the note off with a bevy from those outside to search for Aaron, and one well-feed messenger to bear the envelope, and wait Wilfrid Halterton did. He waited and waited. An hour passed and more than an hour. But the reason he was kept waiting was not that Levina could not be found; Levina had been found, but upon hearing the news he had dashed off to the hospital, and he was there now, protesting, insisting, crying over Jacob, his little Jacob, and learning at first confusedly, then more clearly when he questioned them, what had happened.
In the midst of his grief he was filled with a great bitterness. Evil was upon him. Evil was always upon him, and had been upon him and his, through these accursed outer people; evil coming from their malice, or their greed or their spite, or their indifference or their contempt. The rich Gentile would pay, of course; there would be damages, of course; but what solace was that? It would be accursed money, as the man himself was … there his mind halted. Would to God the thing had never happened! The child would be a cripple now, and where were all those dreams?
They had got him into a little bare room of the hospital, a little waiting-room, apart. He asked to be left alone. And sitting there on the one chair of the place, he sobbed in agony. Then after the exhaustion of this he bethought him of the note and opened it. And as he read it there was a struggle in his mind.
Gli agenti di polizia prendevano appunti; i compagni del ragazzo, molti dei quali della sua stessa età, offrivano volontariamente informazioni con grande entusiasmo. Il giovane Halterton, incerto e confuso, ma pieno di compassione e senza sapere cosa fare, venne informato dagli agenti che un’ambulanza stava arrivando; gli dissero anche dove sarebbe stato portato il bambino ferito: all’Ospedale di Londra. Nello stesso momento, uno degli studiosi, più loquace degli altri nell’evidente desiderio di fornire informazioni, gli disse dove viveva il fratello del ragazzo, Aaron Levina.
Il giovane Halterton era sconvolto e provava un dolore indescrivibile. Non avrebbe mai potuto immaginare di dover affrontare quella situazione quella notte. Aveva provato un senso di sollievo nell’apprendere che quel ragazzo fosse vivo; ma non appena aveva sentito il suo primo gemito sommesso, il suo cuore si era spezzato. Devo scusarlo: le sue emozioni possono sembrare esagerate; ma ricordate che all’epoca Halterton era molto giovane e provava un profondo senso di vergogna, come se la sua ricchezza fosse in qualche modo responsabile della tragedia causata dalla sua auto tra quelle persone povere.
Vide il viso del povero ragazzo, contorto dal dolore sotto la luce cruda della lampada ad arco; quel viso tipico dei Sephardim non gli diceva nulla riguardo alla razza. Non ne sapeva nulla; quegli occhi grandi e scuri si aprirono per un momento, poi si richiusero. Aveva il desiderio disperato di agire e salvarlo. Ma non sapeva come farlo. Doveva prendere una decisione. Dopo alcuni secondi di esitazione tipica sua, riuscì a formulare un piano.
“Guarda qui, Roberts,” disse al autista, “non posso andare avanti. Devo restare qui e occuparmene personalmente. Farò tutto il possibile per aiutare questo ragazzo.” Poi, rivolgendosi ai poliziotti, aggiunse: “Stavo andando a casa di mio padre, nell’Essex. Devo fargli sapere cosa è successo. Anch’io devo restare qui e fare del mio meglio. Cosa?”
Il poliziotto stava annotando il numero di targa dell’auto. L’ambulanza era arrivata.
“Va bene, signore,” disse. “Mandi il suo uomo a telefonare e mi dica il suo nome, insomma tutto ciò che è necessario. Il mio collega accompagnerà il suo uomo, e poi potremo farlo andare avanti.”
“Grazie,” disse Halterton, estremamente grato per quella licenza. Gli era stata di grande aiuto per riflettere. Ma mentre guardava la figura rannicchiata sulla barella, il suo cuore si strinse dal dolore.
“Roberts,” disse, “vai con l’ufficiale e chiama mio padre? Digli cosa è successo. Poi è meglio che tu torni a casa; io troverò un modo per scendere domani. Dìgli che lo chiamerò di nuovo tra un’ora o giù di lì. Ma solo dopo aver telefonato, vai a casa con l’auto.”
E così fu. Il giovane Wilfrid Halterton seguì gli agenti di polizia fino all’ospedale insieme all’ambulanza; trascorse lì un’ora o più per assicurarsi che tutto venisse curato a dovere, e provò un enorme sollievo nel sapere che il ragazzo ora sapeva dove si trovava e riusciva a pronunciare una parola o due, anche se debolmente. Fu ancora più sollevato quando, dopo aver atteso a lungo, venne a sapere che non c’era pericolo immediato, anche se la situazione rimaneva grave.
“Se fossi al vostro posto, signore”, disse uno dei poliziotti, “cercherei il signor Levina nell’elenco telefonico e lo avviserei”.
Ma sebbene nell’elenco telefonico ci fosse un intero reggimento di persone derivate da Levine, questa particolare Levina non c’era. Forse c’era stato qualche errore. Comunque, ora che si era assicurato che tutto fosse a posto, doveva andare a trovare quel fratello.
Ma non c’era alcuna necessità. Altri erano già stati prima di lui. Un piccolo gruppo di concorrenti e compagni di studio del giovane ferito si affollò immediatamente intorno a Wilfrid Halterton mentre questi camminava, con le sue lunghe gambe, per le strade strette. Lo portarono davanti alla porta del negozio principale e dell’abitazione, dove bussò forte. Il locale era chiuso, ma l’aiutante era rimasto di guardia. Aaron Levina era uscito per incontrare un cliente.
“Lo aspetterò,” disse Wilfrid, sedendosi al chiaro di un’unica lampadina nuda, in mezzo a una massa di oggetti disordinati e disparati. Il gruppo che lo aveva seguito rimase ad aspettare per strada.
Chi fosse quel cliente di Levina, nessuno lo sapeva. Halterton aspettò e aspettò. Alla fine chiese un foglio di carta e una busta, e scrisse queste parole con tutto il cuore:
Mio caro signore,
Mi dispiace enormemente dovervi comunicare che questa sera, mentre il mio automobile passava davanti alla Council School in Mile End Road, ha investito un giovane signore, che, a quanto ho appreso, è vostro fratello. Sono qui ad aspettarvi e desidero farlo con molta urgenza. Volevo che foste voi i primi a saperlo da me, e voglio assicurarvi personalmente che non corre alcun pericolo. Me lo hanno garantito. Tuttavia, temo che l’incidente sia grave.
Non è affatto facile scrivere queste cose, ma vi prego davvero di credermi quando dico che farò tutto ciò che è in mio potere. Tutto. È una situazione terribile. Credetemi: farò tutto; ditemi solo cosa bisogna fare e sarò completamente a vostra disposizione. Non riesco nemmeno a sopportare il pensiero del viso pallido di quel ragazzo. Quel ricordo mi perseguita ancora adesso.
Vieni il prima possibile. Cercheranno di trovarti, e io aspetterò qui fino al tuo arrivo.
Inviò la nota insieme a un gruppo di persone incaricate di cercare Aaron, e affidò l’involucro a un messaggero ben nutrito affinché lo portasse. E Wilfrid Halterton aspettò. Aspettò a lungo. Trascorse un’ora, poi più di un’ora. Ma il motivo per cui fu costretto ad attendere non era che Levina non potesse essere trovata; Levina era stata trovata, ma appena venne a sapere la notizia, Wilfrid corse subito in ospedale. Ora si trovava lì, protestando, insistendo, piangendo per Jacob, il suo piccolo Jacob, e cercando di capire cosa fosse successo. All’inizio in modo confuso, poi sempre più chiaramente quando fece domande alle persone coinvolte.
Nel mezzo del suo dolore, fu invaso da una grande amarezza. Il male era su di lui. Il male c’era sempre stato, e aveva colpito lui e la sua famiglia attraverso quelle maledette persone esterne; il male proveniva dalla loro malvagità, dalla loro avidità, dal loro rancore, dalla loro indifferenza o dal loro disprezzo. I ricchi gentili avrebbero pagato, ovviamente. Ci sarebbero stati danni, certo. Ma quale consolazione poteva esserci in tutto ciò? Sarebbe stato denaro maledetto, proprio come quell’uomo stesso. Lì il suo pensiero si fermò. Oh, se solo quella cosa non fosse mai accaduta! Il bambino sarebbe ora un disabile. E dove erano finite tutte quelle speranze?
Lo avevano messo in una piccola stanza spoglia dell’ospedale, una sorta di sala d’attesa separata dalle altre. Chiese di essere lasciato solo. Seduto lì sull’unica sedia disponibile, singhiozzava per il dolore. Dopo essersi completamente esaurito, si ricordò della nota e la aprì. Mentre la leggeva, nella sua mente ebbe inizio una lotta interiore.
He was not acquainted with goodness, but goodness meant for him the half-faded memory of his father, Aunt Reba, the dead man who had left him the business, and — very much less — one or two acquaintances, hardly friends. The world was not good. Men were not good. Least of all were the Goyim good. And little he cared whether they were good or no.
Then he read the note again. It was genuine enough. He knew men, and he knew it was genuine enough. Well, he must go and see this fellow.
The streets were deserted now. No little crowd accompanied him as he hurried back to the two shops. He put the key in the door. Halterton stood up at once, his tall, thin frame somewhat too big for the place.
“Mr. Levina?” he said.
“That’s my name,” said Levina in a curt voice.
“Mr. Levina, I’ve told you what I could in that note — you got my note?”
“Yes,” still briefly, and still in that curt voice.
“Mr. Levina, you will not be offended, I know, if I do something which I want to do. You won’t mind my doing it?”
Young Mr. Halterton meant well, and because as yet he was unstained by the world usually did things wrong.
“What’s your name?” rapped out Levina.
“Halterton — Wilfrid Halterton. I was on my way to my father’s place in Essex — Chilham, you know. That’s where my father lives. I was on my way down there — that’s why it happened.”
“Sit down, Mr. Halterton,” said Levina, taking a chair himself. Though he was fully master of himself, yet he was still shaken. He could not be as angry as he was, the tall man opposite to him seemed too much of a fool for that; but there was much anger in him still.
“You won’t mind my going and seeing your brother when I’m allowed to? I asked the hours. I could ask after him to-morrow, anyhow.”
“Yes,” said Levina.
Then Halterton went on in a much more hesitating voice:
“Mr. Levina, will you do me a personal favour?” Levina made no answer. It did not seem the moment for personal favours.
“I mean, will you let me ask you to have no question of insurance between us, or anything of that kind? I want to do what I possibly can — everything I can — everything!”
“I don’t see what you …” began Levina in an even but almost threatening voice.
“Please,” said Wilfrid Halterton eagerly. “Please! If you only knew what I’ve been feeling these last few hours!”
And Levina was astonished to see tears in the eyes opposite to his own.
He had seen them cry, these alien people, at least, he had seen the poor ones cry before now. He had seen them cry, always at their own distress, and usually at the distress which he himself had caused, and for which he cared nothing — why should he care? All the debt was on their side — immensely on their side. Why should he pity or forgive? They would always begin again. Yet when he saw these tears something changed in him.
“Mr. Halterton,” he said at last with difficulty, “it was not your fault.”
“God knows it wasn’t,” said Halterton, from his heart. “I’d kill myself if it was, I think! But you will let me see him?”
“Of course, Mr. Halterton. It’s nothing to do with me. But of course I would if it did depend on me.”
“And you’ll let me do all I can?”
“Moneysh!” — Levina almost hissed the word, speaking without parting his teeth, which showed between his lips.
“No! No! No! Mr. Levina — all you or he need is there freely — but God knows I mean …” He looked anxiously at the other, thinking he saw the sudden scorn sinking somewhat. Then he added: “But all else I can do in the way of friendship — there may be lots of things.”
Levina was silent again, but he managed to say “Yes” at the end of a very long silence.
“I do mean it,” said Halterton, “I do indeed.” And with that, giving the hour at which he would certainly be at the hospital, he said good night and went.
The next morning they met again at the hospital, but in the interval Wilfrid Halterton had rung up his father and gone down there in a hired motor and had had a talk, late into the night. He had told his father what he meant to do, and the old man thought it quixotic; but after all, Wilfrid’s money was his own, and even though he thought it quixotic, he was half proud of his son for feeling thus.
“I should have done the same at his age,” he thought to himself. “The young people are better than us. I hope when he gets to my age he won’t be as dried up as I am.”
With that the old boy had gone to bed, protesting no more, and next morning Levina and Halterton met again at the bedside of the boy.
That was the beginning, all those years ago. More than thirty years ago. Much followed on it.
The lad was a cripple. Not a wreck, but never to be straight and hale again. Wilfrid Halterton watched the convalescence. His solicitude had grown, he had really taken every trouble. And in spite of a fixed pride, Aaron Levina was grateful. He was grateful in that inner hidden depth of his closest being, which had hitherto held but two emotions, closely intermingled; his devotion for his people, and his passionate love for the brother who was now to be a cripple for life. The constant solicitude, the constant attention of the Gentile, which Halterton was always pressing on him during the convalescence, moved him, and formed a habit, until a new distant but strong affection of gratitude at last became part of Aaron Levina’s spirit. In all those millions in England who were not of his kind, there was only one man whom Aaron Levina would have crossed the street for; there was only one man whom he was glad to welcome, and that man was Wilfrid Halterton. Here again I must ask my readers to understand and excuse what they may think exaggerated. They are dealing with a type unfamiliar to them, not of our blood. You and I would not feel such strongly fixed enduring gratitude for one brief episode in early youth. Aaron did. It was part, I suppose, of that strange tenacity which all see, and most fear, in men of his race.
They met but rarely after Jacob was back at his work again. Each was a little shy of the other. But Aaron would write at regular intervals and call to renew his thanks. What made a new and final step in the affair was the question of Jacob’s going to the University.
Lui non conosceva la bontà; per lui, la bontà rappresentava soltanto il vago ricordo di suo padre, di zia Reba, dell’uomo morto che gli aveva lasciato l’attività. E ancora meno, uno o due conoscenti, a malapena amici. Il mondo non era buono; le persone non erano buone. E soprattutto, i Goyim non erano affatto buoni. A lui importava molto poco se lo fossero o meno.
Allora rilesse il biglietto: sembrava davvero autentico. Conosceva bene gli uomini e sapeva che era sincero. Beh, doveva assolutamente andare a incontrare quell’uomo.
Le strade erano ora deserte. Nessuna piccola folla lo accompagnava mentre si affrettava a tornare alle due botteghe. Inserì la chiave nella porta. Halterton si alzò immediatamente; la sua alta e snella figura sembrava un po’ troppo grande per quel luogo.
“Signor Levina?”, disse.
“Quello è il mio nome,” disse Levina con voce secca.
“Signor Levina, le ho detto tutto ciò che potevo nella mia nota… Ha ricevuto la mia nota?”
“Sì,” ancora brevemente, e sempre con quella voce laconica.
“Signor Levina, so che non si offenderà se faccio qualcosa che desidero fare. Non le dispiacerà, vero?”
Il giovane signor Halterton aveva buone intenzioni, ma poiché non era ancora stato contaminato dal mondo, di solito commetteva errori.
“Come ti chiami?” chiese rapidamente Levina.
“Halterton. Wilfrid Halterton. Stavo andando a casa di mio padre nell’Essex. A Chilham, sai. Lì vive mio padre. Ero in viaggio verso lì. È per questo che è successo.”
“Si sieda, signor Halterton,” disse Levina, prendendo anche lui una sedia. Sebbene fosse completamente padrone di sé, era ancora scosso. Non poteva essere così arrabbiato, quell’uomo alto davanti a lui sembrava troppo stupido per meritare una reazione del genere; ma dentro di lui c’era ancora molta rabbia.
“Non ti dispiacerà se vado a vedere tuo fratello quando mi sarà permesso, vero? Ho già chiesto gli orari. Comunque, potrei anche andare a trovarlo domani.”
“Sì,” disse Levina.
“Poi Halterton continuò con una voce molto più esitante…”
“Signor Levina, potrebbe fare un favore personale per me?” Levina non rispose. Non sembrava il momento adatto per chiedere favori personali.
“Voglio dire, mi permetteresti di chiederti di non considerare l’assicurazione un problema tra noi, o qualcosa del genere? Voglio fare tutto ciò che è in mio potere. Tutto!”.
“Non capisco cosa tu stia, ”, cominciò Levina con una voce calma ma quasi minacciosa.
“Per favore,” disse Wilfrid Halterton con impazienza. “Per favore! Se solo sapeste cosa ho provato nelle ultime ore, ”
E Levina rimase sorpresa nel vedere lacrime negli occhi di quella persona di fronte a lei.
Li aveva visti piangere, queste persone aliene. Almeno, aveva visto piangere i più poveri di loro. Li aveva visti piangere, sempre a causa delle loro stesse sofferenze, e spesso per le sofferenze che lui stesso aveva causato, e per le quali non provava alcun interesse. Perché dovrebbe interessargli? Tutta la colpa ricadeva su di loro. Immensamente su di loro. Perché dovrebbe provare pietà o perdonarli? Avrebbero sempre ricominciato da capo. Eppure, quando vedeva quelle lacrime, qualcosa in lui cambiava.
“Signor Halterton”, disse infine con difficoltà, “non è stata colpa sua”.
“Dio sa che non lo è,” disse Halterton con sincerità. “Penso che mi ucciderei se lo fosse. Ma mi permetterete di vederlo?”
“Certo, signor Halterton. Non ha nulla a che fare con me. Ma ovviamente lo farei se dipendesse da me.”
“E mi permetterai di fare tutto ciò che posso?”
“Moneysh!” — Levina quasi sibilò quella parola, parlando senza separare i denti, che così apparvero tra le sue labbra.
“No! No! No! Signor Levina. Tutto ciò di cui voi o lui avete bisogno è essere lì liberamente. Ma Dio sa cosa intendo, ” Guardò l’altro con ansia, pensando di vedere un po’ diminuire quell’improvviso disprezzo. Poi aggiunse: “Ma per quanto riguarda l’amicizia, ci sono molte cose che posso fare.”
Levina rimase di nuovo in silenzio, ma alla fine di un lungo silenzio riuscì a dire “Sì”.
“Dico sul serio,” disse Halterton, “davvero.” E dopo aver indicato l’ora in cui sarebbe sicuramente arrivato in ospedale, salutò e se ne andò.
La mattina seguente si incontrarono di nuovo in ospedale, ma nel frattempo Wilfrid Halterton aveva telefonato a suo padre, era andato lì con un’auto noleggiata e avevano parlato fino a tarda notte. Gli aveva detto cosa intendeva fare, e il vecchio pensò che fosse una follia; ma dopotutto, i soldi di Wilfrid erano suoi, e anche se lo considerava un’idea assurda, era in parte orgoglioso di suo figlio per averla.
“Avrei dovuto fare lo stesso alla sua età,” pensò tra sé. “I giovani sono migliori di noi. Spero che, quando arriverà alla mia età, non sarà diventato così arido e senza passioni come me.”
Così il vecchio ragazzo andò a letto, senza più protestare, e la mattina seguente Levina e Halterton si riunirono di nuovo al suo capezzale.
Quello fu l’inizio, tanti anni fa. Più di trent’anni fa. Ne seguirono molte altre cose.
Il ragazzo era un paralitico. Non completamente distrutto, ma mai più in grado di camminare normalmente. Wilfrid Halterton seguì con attenzione il suo periodo di convalescenza. La sua premura aumentò; fece davvero di tutto per aiutarlo. E nonostante il proprio orgoglio, Aaron Levina era grato. Era grato in quel profondo recesso del suo essere, dove fino ad allora esistevano soltanto due emozioni strettamente intrecciate: la sua devozione verso il proprio popolo e il suo amore appassionato per il fratello che ora sarebbe rimasto paralizzato per tutta la vita. L’attenzione costante di Wilfrid Halterton durante quel periodo lo commosse profondamente, e questa emozione divenne una parte integrante della sua personalità. Tra tutti quei milioni di persone in Inghilterra che non appartenevano alla sua stessa razza, c’era soltanto un uomo per cui Aaron Levina avrebbe attraversato la strada; c’era soltanto un uomo che era felice di accogliere, e quell’uomo era Wilfrid Halterton. Ancora una volta devo chiedere ai miei lettori di comprendere e scusare eventuali considerazioni eccessive da parte loro. Stiamo parlando di un tipo umano sconosciuto per loro, non del nostro stesso sangue. Noi probabilmente non proveremmo una gratitudine così profonda e duratura per un episodio breve della nostra giovinezza. Ma Aaron sì. Penso che questa fosse parte di quella strana tenacia che tutti notano, e che molti temono, nelle persone della sua razza.
Si incontrarono, ma raramente dopo che Jacob tornò ad occuparsi del suo lavoro. Entrambi erano un po’ timidi l’uno con l’altro. Tuttavia, Aaron scriveva regolarmente e chiamava per ringraziare ancora una volta. Ciò che fece compiere un nuovo e definitivo passo nella loro relazione fu la questione del fatto che Jacob decidesse di andare all’università.
There could be no question of money relations, which Halterton by this time would have dreaded even to mention.
But he was his own father by this time; the old man had gone, he himself was a man of some position, not very wealthy indeed, but of some position. He had just got into Parliament, the family fortune (though lessened) was still large; his old College would listen to him, it was beholden to the name of Halterton. It was through Wilfrid, then, that young Jacob was accepted, and went up to Cambridge.
Aaron had insisted that he should go up as Lawson, for Aaron still prospered, and much more through that little office of his than through the shop; and Aaron was Arthur Lawson by this time — at least in the West End of London, where he had taken a house. Jacob, who was of another view in these things, stood out, but at last compromised. He would not be James, he would still be Jacob; but as for Lawson — well, let it go at that. So it was Arthur Lawson, rapidly growing wealthy, and Jacob Lawson, his brother, who in the vacation lived at Arthur’s side under his roof and was more and more his pride and his idol.
Of greater importance still to the relations of Wilfrid Halterton with Lawson was what happened four years later. The young physicist was brilliant enough — but Fellowships do not go by talent. There was another candidate besides himself, a young Englishman of some standing and a Blue — not without private means and good relations. Halterton made just the difference. And Jacob Lawson became Fellow of Merrion College; and, as you may imagine, the Blue and the friends of the Blue put it down to a Jewish conspiracy.
Having taken the plunge, the College went the whole hog and boomed the new Fellow for all they were worth. Thenceforward Jacob Lawson had a real claim to fame, and maintained it. And thenceforward what Arthur Lawson felt for Wilfrid Halterton was as permanent and as deeply rooted as human feeling can be.
Yet the two men were not intimate. Their characters were not possessed of things in common. Of all the trades, the trade of the politician was the one Arthur Lawson looked on with the most contempt. Of all frailties in character, impulsiveness and hesitation were the frailties with which Arthur Lawson had the least sympathy — and found to be the most common in the alien ruck around him: as common in their race as they were uncommon in his own. All that didn’t lessen by the least his fixed devotion to Halterton, but it prevented close communion.
Moreover, with the passage of the years the complete difference in their occupations and in their circle of friends told more and more. So did the growing desire of Arthur Lawson for seclusion, as his fortune swelled and swelled. That fortune was in six figures before he was forty; it had become enormous before the day of the Television Contract. Halterton’s own slipping back in the way of money — and he had invested badly — had not helped; for though Lawson, like all such men, made no sort of connection between wealth and worth, yet Halterton’s embarrassments made him shyer. All these things separated the two men; but they saw each other from time to time, on Lawson’s own initiative. His old feeling remained deeply rooted and as strong as ever.
Arthur Lawson would be beholden to nobody. He had refused a peerage, with a contemptuous phrase that was still remembered against him. He saw less and less of his fellow-men; he had become more and more a legend or fable, so that even his great wealth was exaggerated in whispers and rumours about him. But whenever he turned his eyes upon that hobbling figure of the very distinguished brother whose company was everything to him and whose fame was the one delight of his life, he remembered Halterton.
Halterton himself, as may be imagined, had less place in his mind for Arthur Lawson. He was one of those men with whom familiarity and constant intercourse is necessary if intimacy is to be maintained. But as I say, the two men saw each other two or three times a year. Lawson would not allow a drifting apart, and Halterton was glad enough that it should be so.
Thus things stood between the Millionaire and the Statesman in the days of the two envelopes, the game of billiards and the rest. But of all that Lawson had heard nothing beyond vague talk on the ups and downs of shares in which he did not deal.
XI
DURING THAT SAME week-end Lady Papworthy had not been idle. On the Saturday morning she had been visited all alone by the faithful Reginald Butler; she had been more gracious to him than ever she had been before. She had learned, for he told her everything, of yet another of those interminable mares’-nests of his. The ardent young poet was for ever crusading after such in his defence of sound morals in public life. He had just unearthed one, and was full of it, and she abounded in her support of his enthusiasm.
There had been a horrid deal between the corrupt Postmaster-General and the infamous McAuley! To the eternal shame of our public life, Durrant’s, in the teeth of the Committee’s report, had privately received a promise that the contract should go to them!
Reginald Butler continued to pour out his soul, lavish of detail. He was indignant, as only the flaming heart of the Mutt can be indignant.
Joan Papworthy’s activities lay in all directions, and therefore in the direction of High Politics. But she was one of those political wives who are passengers — and there are almost as many of them as there are of the political wives who command the ship. She heard the news, but more from her attendant court of outsiders than from her husband — she never heard the key to the news, and she never heard even what was common property to those in the know till long after it had ceased to amuse.
If public life had an interest for her it had the interest of money, as it has for all of us. Her husband was very rich, but he did not allow her to be even moderately so. She had come to know him thoroughly on that point. It was the only resistant thing about him, and he would not change. Therefore political news that meant buying and selling stock had interest for her as it has for all of us; but she had not yet plunged even in her small way. It was enough for her to work on petty certainties, to buy when the risk was nearly over, to sell some two days after big public men had begun to unload. She made little, but she made it steadily. Hitherto she had almost doubled her insufficient allowance. She was on that scale.
Non poteva esserci alcun discorso su questioni finanziarie, di cui ormai Halterton avrebbe temuto persino solo di parlare.
Ma a quel punto era già diventato come suo padre; l’uomo anziano era morto, e lui stesso occupava una posizione di rilievo, sebbene non particolarmente ricco. Aveva appena iniziato a fare parte del Parlamento; la fortuna familiare, sebbene ridotta, era ancora considerevole. Il suo vecchio college lo ascoltava, poiché doveva il proprio status al nome Halterton. Fu quindi grazie a Wilfrid che il giovane Jacob venne ammesso e poté andare a Cambridge.
Aaron aveva insistito affinché lui continuasse a usare il nome di Lawson: poiché Aaron prosperava ancora, e molto di più grazie a quell’ufficio che possedeva piuttosto che al negozio stesso; ormai Aaron era Arthur Lawson, almeno nel West End di Londra, dove si era comprato una casa. Jacob, che aveva un punto di vista diverso su queste cose, si oppose inizialmente, ma alla fine acconsentì a scendere a compromessi. Non voleva essere chiamato James; sarebbe sempre stato Jacob. Ma per quanto riguardava il nome Lawson, beh, lasciasse stare così. Così fu: Arthur Lawson divenne rapidamente molto ricco, mentre Jacob Lawson, suo fratello, trascorreva le vacanze sotto lo stesso tetto di Arthur, diventando sempre di più la sua fonte di orgoglio e il suo idolo.
Ancora più importante delle relazioni tra Wilfrid Halterton e Lawson fu ciò che accadde quattro anni dopo. Il giovane fisico era abbastanza brillante, ma le borse di studio non si assegnano in base al talento. C’era un altro candidato, oltre a lui: un giovane inglese di certo rilievo e appartenente a una determinata cerchia sociale; quest’ultimo disponeva di risorse personali e di buone relazioni. Fu Halterton ad avere la meglio. E Jacob Lawson divenne membro del Merrion College. E, come potete immaginare, coloro che appartenevano a quella cerchia sociale attribuirono tutto questo a una “congiura ebraica”.
Una volta presa la decisione, il College si impegnò appieno e promosse il nuovo membro con tutte le risorse disponibili. Da quel momento in poi, Jacob Lawson ebbe davvero diritto a essere famoso, e lo rimase per sempre. E da allora in poi, ciò che Arthur Lawson provava per Wilfrid Halterton divenne qualcosa di permanente e profondamente radicato, nel senso più vero del termine.
Eppure quei due uomini non erano intimi. I loro caratteri non presentavano alcun punto in comune. Tra tutte le professioni, quella del politico era quella che Arthur Lawson disprezzava di più. Tra tutte le debolezze umane, l’impulsività e la indecisione erano quelle verso cui Arthur Lawson provava meno simpatia – e che riteneva fossero particolarmente diffuse tra le persone che lo circondavano: comuni nella loro razza, ma assai rare nella sua. Tutto ciò non diminuiva minimamente la sua fedeltà incondizionata verso Halterton, ma impediva una vera intimità tra di loro.
Inoltre, con il passare degli anni, la netta differenza nelle loro occupazioni e nei loro circoli di amici diventava sempre più evidente. Lo stesso valeva per il crescente desiderio di Arthur Lawson di ritirarsi in solitudine, man mano che la sua fortuna aumentava sempre di più. Quella fortuna raggiunse sei cifre prima che lui compiesse quarant’anni; era diventata enorme già prima dell’affare legato alla televisione. Anche il declino finanziario di Halterton – dovuto a cattive investimenti – non aiutava certo le cose; perché, sebbene Lawson, come tutti quegli uomini, non facesse alcuna connessione tra ricchezza e valore personale, le difficoltà economiche di Halterton lo rendevano ancora più timido. Tutti questi fattori separavano i due uomini; tuttavia si incontravano di tanto in tanto, su iniziativa di Lawson stesso. I suoi vecchi sentimenti rimanevano profondamente radicati e altrettanto forti come sempre.
Arthur Lawson non doveva nulla a nessuno. Aveva rifiutato un titolo nobiliare, usando una frase sprezzante che ancora oggi veniva ricordata contro di lui. Vedeva sempre meno i suoi simili; era diventato sempre più una leggenda o una favola, al punto che anche la sua enorme ricchezza veniva esagerata nei pettegolezzi e nelle voci su di lui. Ma ogni volta che posava lo sguardo su quella figura zoppicante del fratello così distinto, la cui compagnia significava tutto per lui e la cui fama rappresentava l’unica gioia della sua vita, ricordava Halterton.
Halterton stesso, come si può immaginare, dedicava molto meno spazio ad Arthur Lawson nella sua mente. Era uno di quegli uomini con cui è necessario mantenere un rapporto costante e frequente per conservare una vera intimità. Ma, come ho detto, i due si vedevano solo due o tre volte all’anno. Lawson non voleva che il loro legame si allentasse, e Halterton era più che felice che fosse così.
Ecco quindi la situazione tra il Milionario e lo Statoquente ai tempi delle due buste, del gioco a biliardo e di tutto il resto. Ma di tutto ciò, Lawson non aveva saputo nulla, se non voci vaghe riguardo alle fluttuazioni delle azioni di cui non si occupava affatto.
XI
NELLO STESSO fine settimana Lady Papworthy non aveva certo trascorso il tempo a far nulla. Sabato mattina, l’affidabile Reginald Butler era venuto a trovarla da solo; lei fu più gentile con lui che mai prima. Aveva appreso, poiché lui le aveva raccontato tutto, di un altro di quei intrighi interminabili in cui era coinvolto. Quel giovane poeta appassionato continuava instancabilmente a combattere contro queste pratiche al fine di difendere i principi morali nella vita pubblica. Aveva appena scoperto un altro di questi intrighi e ne era pienamente impegnato; lei, dal canto suo, lo sosteneva con grande entusiasmo.
C’era stato un accordo orribile tra il corrotto Capo Postale Generale e il famigerato McAuley! A perpetua vergogna della nostra vita pubblica, nonostante il rapporto del Comitato, Durrant aveva ricevuto in privato la promessa che l’appalto sarebbe andato a lui!
Reginald Butler continuò a condividere i suoi sentimenti, fornendo molti dettagli. Era indignato, come solo un cuore appassionato e sincero può essere.
Le attività di Joan Papworthy si estendevano in molteplici direzioni, e quindi anche verso il campo della politica alta. Tuttavia, lei apparteneva a quelle mogli politiche che sono soltanto passeggeri su una nave guidata da altri – e ne esistono quasi altrettante quanto quelle che hanno effettivamente il potere decisionale. Sentì le notizie, ma soprattutto attraverso i suoi assistenti esterni, piuttosto che dal suo marito; non venne mai a conoscenza dei dettagli essenziali di quelle notizie, e nemmeno di ciò che era di dominio comune tra coloro che ne erano a conoscenza, fino a molto tempo dopo che tali informazioni avevano già perso il loro interesse.
Se la vita pubblica avesse rappresentato per lei un interesse reale, sarebbe stato l’interesse legato al denaro, proprio come lo è per tutti noi. Suo marito era molto ricco, ma non le permetteva nemmeno di diventare moderatamente agiata. In questo senso, lei lo conosceva bene: quella era l’unica cosa in lui che rimaneva immutabile. Pertanto, le notizie politiche, che per noi significano operazioni finanziarie legate all’acquisto e alla vendita di azioni, rappresentavano per lei un interesse analogo; tuttavia, lei non si era ancora impegnata in attività del genere, nemmeno su piccola scala. Le bastava lavorare con quelle certezze apparentemente sicure: acquistare quando il rischio era ormai quasi esaurito, vendere due giorni dopo che i personaggi influenti avevano iniziato a sbarazzarsi delle loro azioni. Guadagnava poco, ma in modo costante. Fino ad allora, era riuscita a raddoppiare quasi il suo modesto stipendio. Era arrivata proprio a quel livello.
Now she had news of the Television contract and the rivalry for it. She had heard of the Committee’s report in favour of Reynier’s. She had then heard — three days later — rumours of a check, but nothing more. This fresh instalment from her lover was something out of the way — a chance — a certainty.
She continued her deep communion that morning with Butler, and was loving and praising, as only the queens of literary and artistic coteries can be loving to their chosen favourite among the geniuses who crowd about their throne. The admiration in her eyes had seemed to him, as was his right, more than admiration. If she had known to what heights such communion of ideals would have carried him, she would not have gone so far; but she did go very far. Reginald Butler loved her after that morning’s close enhancement of affection not only with the triumphant feeling of a lover but with a new valour, as of a martyr, if martyrdom must come — and martyrdom comes galloping to Mutts. Mutts are its passion.
After he had softly left her room with bowed head, Joan Papworthy stood listening intently till she heard the front door slam behind him. She went immediately to the telephone, and bought Billies. She had no idea, poor girl, what they ought to cost her — when she was told rather doubtfully that they were about thirty, it meant nothing to her. All she knew was that the contract was fixed, and in her innocence, or rather in her considerable distance from the great world of which she believed herself to be the hub, she made certain that she had got in on the ground floor. The Other End of the telephone didn’t tell her she had got in late, why should they? They had heard more than she had, and they were delighted to unload. Lady Papworthy’s tiny transactions were hardly worth their while.
She risked more than she could afford to risk, since Lord Papworthy — having, as men of such artistic observation often have, that one solid thing about him, a sense of money — kept her allowance not only much too limited, but strictly accounted for.
However, she felt no risk at all on this occasion. It would be all gain. Had not her Reginald told her that Durrant’s had the contract at last?
By midday, about an hour after Reginald had left her, she was already covering some five thousand Billies at forty shillings. A modest sum, you will say, for a Cabinet Minister’s wife — but ten times more than she could afford, overdrawn as she already was on her modest quarter.
There was one thing at which Reginald Butler had always drawn the line — Print.
He was willing to denounce, he was willing to expose, he was willing to do anything of that sort — in spoken words, especially spoken words with those whom he knew would agree with his high motives. Mere babble. It got him all the glory he wanted, and all the inward glow of virtue, and it had no consequences. But Print is a serious thing. Print is indictable. So are words, for that matter, but for a very good reason best understood by politicians, lawyers and detectives, blackmailers, and many another type of man, print is more dangerous than speech. It can get you into the Courts.
But to-day, all glorified from Joan’s recent radiance, Reginald Butler had passed the limits of prudence, he had soared into the high regions wherein men reach heaven through dreadful sacrifice; and print he would.
It was not easy. It was easy to determine that he would print — at least, easy in that new exalted mood of his, but it was not so easy to find someone who would take the risk of printing. He was flying for high game. The people he would attack were in power and armed also; and there is a fine provision in our law that the printers who strike off truth or falsehood about politicians shall be as liable to suffer for it as the wretched fellow who provides the copy.
Even Butler, though he was not very realist in these things, knew at the back of his mind that he had no evidence — no evidence in what may be called the base and paltry legal sense; but he had evidence before the high tribunal of impartial justice. Everything combined to assure him that the rumours now universal were abominably true. Halterton had received, had pocketed (Butler used the sneering words to himself, as he fed his anger upon the affair) a huge bribe. They all did it. They were each as bad as the others. But the Postmaster-General seemed to have done it more shamelessly than the rest. Moreover, the thing could never have gone through unless the Treasury and the Whips had been squared; the Treasury because it had the last word in anything concerned with public expenditure, the Chief Whip because it lay with him whether the plot should be ruined by premature debate or not.
Butler’s duty was now clear. He must act. He must rout out this nest of vermin.
A man such as Butler, knowing nothing of the world and thinking that he knows everything, could not know that the nest in question was the nest of a female horse. Had he been sane — and I fear such men are hardly sane, at any rate in these exalted moments of theirs — he would have known how temperately men regard the necessary adjustments of public life.
There had been nothing extraordinary in giving the contract to Durrant’s — if indeed it had been given, and even on this he would have known perfectly well, had he had the intelligence to examine everything coolly, he had no certitude. The contract had to be given to one of the two companies, and Durrant’s was certainly that which stood highest before the world. No man with a sense of proportion would concern himself much over whatever advantage — if advantage there had been — the Minister of the Department might obtain for an act which was, after all, an act of public service, and one the doing of which might make him merit well of his country.
As for the Chancellor of the Exchequer and the Chief Whip, it is of course possible to remember these gentlemen whenever an arrangement of this kind is being concluded. Dodgson, the latest and the best authority on modern constitutional practice, says as much in his “Recent Developments of Cabinet Government.” But the thing is pure convention. They are not even obliged to accept whatever small routine offers are made to them. In the mass of small contracts they take no interest, and even in much the greater part of the large ones they are not so much as approached. The few exceptions aim at no serious personal advantage in what is a mere incident of life at Westminster, and the Chief Whip has the less reason to trouble in such matters as he is now permitted by custom to accumulate a large “personal fund” from the regular commission charged on honours.
Ora aveva notizie riguardo al contratto televisivo e alla competizione per ottenerlo. Aveva sentito parlare del rapporto del comitato a favore di Reynier. Poi, tre giorni dopo, aveva udito voci su un assegno, ma nient’altro. Questa nuova notizia da parte del suo amante rappresentava qualcosa di concreto, una possibilità, una certezza.
Quella mattina continuò la sua profonda intimità con Reginald Butler, amandolo e lodandolo come solo le regine dei circoli letterari e artistici sanno fare nei confronti del loro favorito tra i geni che li circondano. L’ammirazione nei suoi occhi gli sembrava, e a ragione, qualcosa di più dell’ammirazione. Se avesse saputo fino a quali altezze una tale condivisione di ideali lo avrebbe portato, non sarebbe andata così oltre; ma lo fece davvero. Dopo quella mattina, Reginald Butler la amava non solo con il sentimento trionfante di un innamorato, ma anche con un nuovo coraggio, come quello di un martire, se il martirio doveva necessariamente verificarsi. E il martirio arrivò, velocemente. Perché Mutts ne era la sua passione.
Dopo che lui se ne fu andato silenziosamente dalla sua stanza con la testa bassa, Joan Papworthy rimase in ascolto attentamente fino a quando non sentì la porta d’ingresso chiudersi alle sue spalle. Andò immediatamente al telefono e chiamò Billies. Poverina, non aveva idea di quanto le sarebbero costate. Quando le dissero che ammontavano a circa trenta, per lei quel numero non significava nulla. Tutto ciò che sapeva era che l’accordo era stato stipulato; e nella sua ingenuità, o meglio, nella sua totale ignoranza del mondo vasto di cui credeva di essere il centro, era certa di aver ottenuto ciò che desiderava. L’altra parte della linea telefonica non le disse che aveva fatto tardi. Perché avrebbero dovuto? Avevano saputo più cose di lei e erano felici di poterle condividere. Le piccole transazioni di Lady Papworthy non valevano certo la pena per loro.
Rischiò più di quanto potesse permettersi, perché Lord Papworthy – che, come spesso accade alle persone dotate di una tale attenzione artistica, possedeva qualcosa di concreto e affidabile: un senso degli affari – le limitava notevolmente la somma assegnatale e controllava rigorosamente ogni spesa.
Tuttavia, in quell’occasione non percepì alcun rischio; ci sarebbe stato solo da guadagnare. Non le aveva forse detto Reginald che alla fine la famiglia Durrant aveva ottenuto il contratto?
A mezzogiorno, circa un’ora dopo che Reginald se n’era andato, lei aveva già investito circa cinquemila sterline in azioni del valore di quaranta scellini ciascuna. Una somma modesta, direte voi, per la moglie di un Ministro del Gabinetto, ma dieci volte superiore a quanto potesse permettersi, considerando che aveva già esaurito il limite del suo modesto conto bancario.
C’era una cosa su cui Reginald Butler aveva sempre posto un limite: la stampa.
Era disposto a denunciare, era disposto a rivelare, era disposto a fare qualsiasi cosa del genere: con parole dette ad alta voce, soprattutto con persone che sapeva avrebbero concordato con i suoi nobili motivi. Solo chiacchiere. Gli hanno procurato tutta la gloria desiderata e quella sensazione di virtù interiore, ma non hanno avuto alcuna conseguenza. Ma la stampa è una cosa seria. La stampa può essere perseguita legalmente. Anche le parole lo possono essere, certo, ma per un motivo molto valido che solo politici, avvocati, detective, ricattatori e molti altri tipi di persone comprendono appieno: la stampa è più pericolosa del discorso orale. Può portarti in tribunale.
Ma oggi, avvolto nella gloria derivante dal recente successo di Joan, Reginald Butler aveva superato i limiti della prudenza; era salito nelle alte regioni in cui gli uomini raggiungono il cielo attraverso terribili sacrifici. E avrebbe pubblicato quel libro.
Non fu facile. Era facile capire che avrebbe deciso di stampare quelle informazioni – almeno, in quello stato d’animo euforico in cui si trovava – ma non era altrettanto semplice trovare qualcuno disposto a correre il rischio di farlo. Stava puntando molto in alto: le persone contro cui avrebbe attaccato erano potenti e armate; inoltre, nella nostra legge esiste una disposizione precisa secondo cui anche i tipografi che stampano verità o menzogne su politici devono subire le stesse conseguenze del miserabile individuo che fornisce il testo da stampare.
Anche Butler, sebbene non fosse molto realista in queste cose, sapeva nel profondo del suo cuore di non disporre di alcuna prova – nessuna prova nel senso legale, banale e superficiale; ma aveva delle prove davanti al tribunale supremo della giustizia imparziale. Tutto concordava per assicurargli che le voci ormai diffuse fossero terribilmente vere. Halterton aveva ricevuto, e si era intascato (Butler usò queste parole derisorie tra sé, mentre alimentava la propria rabbia riguardo a quella faccenda) una enorme tangente. Tutti lo facevano; ognuno di loro era altrettanto colpevole degli altri. Ma il Segretario Generale delle Poste sembrava averlo fatto in modo ancora più spregevole rispetto agli altri. Inoltre, quell’affare non avrebbe mai potuto avere successo se il Tesoro e i capi dei partiti non fossero stati d’accordo; il Tesoro perché aveva l’ultima parola su tutto ciò che riguardava le spese pubbliche, il Capo dei Partiti perché era lui a decidere se la cospirazione sarebbe stata rovinata da dibattiti prematuri o meno.
Ora il compito di Butler era chiaro: doveva agire immediatamente, eliminare quella tana di parassiti.
Un uomo come Butler, che non sa nulla del mondo ma crede di sapere tutto, non avrebbe potuto immaginare che quel nido fosse quello di una cavalla. Se fosse stato sano di mente — e temo che tali uomini difficilmente lo siano, almeno in quei momenti di presunzione — avrebbe capito quanto gli esseri umani siano moderati riguardo ai necessari aggiustamenti nella vita pubblica.
Non c’era nulla di straordinario nel dare il contratto a Durrant’s, se davvero era stato dato; e anche su questo non avrebbe avuto alcuna certezza, se solo avesse avuto la capacità di esaminare tutto con calma. Il contratto doveva essere assegnato a una delle due aziende, e quella di Durrant’s era sicuramente la più qualificata. Nessun uomo con un senso della proporzione si sarebbe preoccupato troppo di eventuali vantaggi che il Ministro potesse trarre da un atto che, dopotutto, rappresentava un servizio pubblico e che, se portato a termine con successo, avrebbe potuto renderlo meritevole della stima del suo paese.
Per quanto riguarda il Cancelliere dello Scacchiere e il Capo del Gabinetto, è naturalmente possibile ricordarsi di questi signori ogni volta che si conclude un accordo di questo tipo. Dodgson, l’autorità più recente e autorevole sulla pratica costituzionale moderna, lo afferma chiaramente nel suo libro “Recent Developments of Cabinet Government”. Tuttavia, si tratta puramente di una convenzione: non sono nemmeno obbligati ad accettare le piccole offerte di routine che loro vengono fatte. Non interessano loro la maggior parte dei contratti minori, e nemmeno nella stragrande maggioranza di quelli più importanti vengono nemmeno presi in considerazione. Le poche eccezioni non mirano a ottenere alcun vantaggio personale serio; si tratta semplicemente di aspetti secondari della vita quotidiana a Westminster. Inoltre, il Capo del Gabinetto ha ancora meno motivo di occuparsi di queste questioni, visto che ormai la tradizione gli permette di accumulare un cospicuo “fondo personale” grazie alle commissioni regolari percepite per le sue funzioni.
In this case, had Reginald Butler known the world, he could easily have learned that neither the Chancellor of the Exchequer nor the Chief Whip had done anything upon a scale which the most exact censor of political morals could condemn. They had, of course, been familiar with the fact that Durrant’s was the favoured company, and naturally it was McAuley’s brother, the Attorney-General, who, because he was their colleague, had acted in the matter. He had met his two fellow-ministers at an informal breakfast at Number 11, and handed them, merely as a formality, an insignificant parcel of shares, worth no more than the nominal sum of £3,000 at par. What is more, it had of course been arranged that the shares should be owed for; he had been particular to tell them that they could pay when they liked. But small sums of that kind are not likely to live in the memory of men occupied in high affairs of State.
On such materials as this, or rather out of the fantastic rumours based upon such materials, the unfortunate Butler constructed the mass of nonsense which was to lead him to his doom.
But when men like this get the bit between their teeth there is no saving them. He spent something like one hour of violent inward fever casting about who would have the courage, or who, as I should rather say, would be so foolish as to print that letter of his. He decided upon the quite insignificant and absurd Rashdell.
Rashdell was one of those men who, on a small private income, amuse themselves by publishing absurd little weekly sheets which nobody reads or buys, and which are of less effect upon opinion than the lightest word from anyone in an established position. Week after week would Rashdell’s Oriflamme (idiotic title!) come out with all manner of innuendo, spite and wild concoctions directed against the greatest of our public servants. It was a marvel that he did not attack Mrs. Boulger herself. It had always been thought better to pay no attention to him, except upon one occasion, now many years past, when he had had the crass ineptitude to bring in the honoured name of the Lord Chancellor — accusing him of getting into a disgraceful row at a cocktail bar on the Continent.
He had served his term in the Second Division after a sentence which no one heeded and on which there was no public comment in any reputable paper. This experience, which should have warned him against pursuing his course, had only glorified him in his own eyes, and, alas! in the eyes of a man who, petty as he might be, was worth more than he — Reginald Butler.
What Butler was about to do was the more inexplicable as he would never have had that seat in the House, which he had kept since the beginning of the present Parliament, but for the kindness and patronage of Mr. Boulger, who had recommended Reginald’s name to his great wife. She in her turn had approved of that name when she saw it in the list of possible candidates, and then suggested that he should be allowed to contest Mossborough, where he had a fair chance. He had come in on the regular quadrennial arrangement between the leaders, like dozens of other insignificants, though most of them carried heavier metal than himself. He had been known at once for a crank. As the House of Commons loves cranks for the fun they provide, it had been indulgent to his confused questions and excited tirades. But gratitude, common sense, everything which sane men and decent men may be expected to possess, were lost to Reginald Butler in such a moment at this — Joan Papworthy’s eyes had done it.
He wrote the letter. He wrote it at his Club, drafting it half-a-dozen times over, and carefully putting the fragments away in his pocket, to burn them when he should get home. When at last it was constructed to his satisfaction, he went, greatly daring, round to the dirty little two rooms in a sort of slum off Fetter Lane where the Oriflamme managed to get itself printed by a petty firm which had nothing to lose and would take almost any stuff for you.
The letter was too long, and infinitely too violent; but even had it been short and its terms deliberately chosen, the matter of it would never have passed even from a sort of chartered lunatic, such as Butler was called by the great world when he fell into these moods.
The letter accused, in set terms and by name, Wilfrid Halterton of having taken a specific sum — the sum was mentioned — fifty thousand pounds; it accused the brother of the Attorney-General, James McAuley, of having offered the bribe and of having thereby acquired the contract for Durrant’s. It accused the Attorney-General of having given vast sums — which were also specified — twenty thousand in one case, fifteen thousand in the other — to that dignified and honourable man, Sir Charles Claverhouse, perhaps the best Chancellor of the Exchequer we have ever had, and young Lord Cayton, Biston’s son, the Chief Whip, a man not only deservedly popular but a man of real weight, destined, as we all know, for very high office later on.
It was a mad letter. How even the wretched printers of that wretched sheet could have been got to take the risk, I cannot imagine. Rashdell, of course, was beyond redemption. He would print anything and believe anything. The pity is that such men are not taken more seriously, and that instead of a short sentence in the Second Division he had not been crushed long ago by a long term of penal servitude. If that young idiot Reginald Butler had had even just so much elementary usage of affairs as to look at the tape, he would have seen that Billies were toppling all over the place, he would have known that his accusations were absurd, from that indication alone. But the idiot had not even so much sense. He went his idiot way, and as fortune would have it — for fortune gets tired of such men — he had gone over the edge.
The letter was just in time to be set up. It would appear on the usual day of publication of the tuppenny-halfpenny Oriflamme. (The actual price, of course, was a shilling. At twopence-halfpenny it would have been beyond the means of the fool Rashdell — and would that it had ruined him long ago!)
In questo caso, se Reginald Butler avesse conosciuto meglio il mondo, avrebbe potuto facilmente scoprire che né il Cancelliere dello Scacchiere né il Capo del Gabinetto avevano compiuto nulla di tale entità da essere condannato dal più rigoroso censorio della morale politica. Naturalmente, erano a conoscenza del fatto che la Durrant’s era l’azienda preferita da quegli uomini; e naturalmente era stato il fratello di McAuley, l’Attorney-General, che, essendo loro collega, aveva agito in questa faccenda. Si era incontrato con i due colleghi a colazione informale al numero 11 di quella strada, e aveva loro consegnato, solo per formalità, un pacchetto di azioni del tutto insignificante, il cui valore nominale ammontava a soli 3.000 sterline. Inoltre, era stato naturalmente concordato che quelle azioni sarebbero state pagate in seguito; aveva specificamente precisato che potevano saldarle quando volevano. Ma somme così piccole difficilmente rimangono nella memoria di persone impegnate in importanti affari di Stato.
Su materiali del genere, o meglio, partendo dai fantastici pettegolezzi basati su tali materiali, il sfortunato Butler costruì un insieme di sciocchezze che lo condussero alla sua rovina.
Ma quando uomini del genere si mettono in testa qualcosa, non c’è modo di salvarli. Trascorse circa un’ora in preda a una violenta agitazione interiore, chiedendosi chi avrebbe avuto il coraggio, o, per essere più precisi, chi sarebbe stato così stupido da pubblicare quella sua lettera. Alla fine scelse Rashdell, una persona del tutto insignificante e assurda.
Rashdell era uno di quegli uomini che, con un modesto reddito privato, si divertivano pubblicando ridicoli foglietti settimanali che nessuno leggeva né comprava, e i quali avevano un impatto sugli opinioni pubbliche inferiore a quello delle parole più banali pronunciate da persone in posizioni influenti. Settimana dopo settimana, il “Oriflamme” di Rashdell (un titolo assurdo!) appariva pieno di insinuazioni, offese e storie inventate contro i nostri più importanti funzionari pubblici. Era un miracolo che non attaccasse direttamente la signora Boulger. Si era sempre ritenuto meglio ignorarlo del tutto, tranne in un’occasione, avvenuta molti anni fa, quando ebbe l’incompetenza di macchiare il nobile nome del Cancelliere della Corona, accusandolo di essersi comportato in modo vergognoso in un bar del Continente.
Aveva scontato la sua pena nella Second Division dopo una condanna che nessuno aveva preso sul serio e sulla quale nessun giornale rispettabile aveva pubblicato alcun commento. Questa esperienza, che avrebbe dovuto farlo riflettere sul proseguire per quella strada, non aveva fatto altro che renderlo ancora più orgoglioso ai suoi occhi, e, ahimè, anche agli occhi di un uomo che, per quanto meschino potesse essere, valeva molto di più di lui: Reginald Butler.
Quello che Butler stava per fare era ancora più incomprensibile: non avrebbe mai ottenuto quel seggio alla Camera dei Comuni, che manteneva fin dall’inizio di questo Parlamento, se non grazie alla gentilezza e al sostegno del signor Boulger, il quale aveva raccomandato il nome di Reginald a sua moglie. Quest’ultima, dopo averlo visto nell’elenco dei candidati possibili, lo aveva approvato e suggerito che gli venisse data l’opportunità di competere per il seggio di Mossborough, dove aveva buone possibilità di vincere. Era stato inserito nella lista grazie agli accordi quadrennali tra i leader, insieme a dozzine di altri individui insignificanti, anche se la maggior parte di loro possedeva un peso politico molto maggiore del suo. Fin dall’inizio era stato considerato un eccentrico; poiché la Camera dei Comuni ama gli eccentrici per il divertimento che procurano, i suoi interrogativi confusi e le sue arringhe appassionate venivano tollerati. Ma gratitudine, buon senso, tutte quelle qualità che si potrebbero aspettare da un uomo sano di mente e onesto, erano completamente svanite in Reginald Butler in quel momento. Gli occhi di Joan Papworthy avevano fatto il resto.
Scrisse la lettera. La scrisse nel suo club, la riscrisse più volte e poi mise con cura i vari frammenti in tasca, deciso a bruciarli non appena fosse tornato a casa. Quando finalmente la lettera fu conforme ai suoi desideri, osò recarsi nelle due piccole stanze fangose situate in una sorta di baraccopoli vicino a Fetter Lane: lì, l’Oriflamme riuscì a farla stampare da un piccolo negozio che non aveva nulla da perdere e accettava di stampare quasi qualsiasi cosa.
La lettera era troppo lunga e estremamente violenta; ma anche se fosse stata breve e le sue parole scelte con cura, il contenuto di quella lettera non avrebbe mai potuto essere accettato nemmeno da un individuo considerato “pazzo per legge”, come Butler veniva definito dal grande mondo quando cadeva in queste crisi.
La lettera accusava, in termini precisi e per nome, Wilfrid Halterton di aver ricevuto una somma specifica – cinquantamila sterline – e accusava il fratello del Procuratore Generale, James McAuley, di aver offerto quella tangente e di essersi così assicurato l’appalto relativo a Durrant. Inoltre, accusava il Procuratore Generale di aver versato somme ingenti – anch’esse specificate: ventimila sterline in un caso, quindicimila nell’altro – a quel nobile e onorevole uomo, Sir Charles Claverhouse, forse il miglior Cancelliere del Tesoro che abbiamo mai avuto, nonché al giovane Lord Cayton, figlio di Biston e Capo dei Whip del Parlamento: un uomo non solo ampiamente rispettato ma anche di grande influenza, destinato, come tutti sappiamo, a ricoprire incarichi molto elevati in futuro.
Era una lettera folle. Non riesco nemmeno a immaginare come quei miseri tipografi di quel giornale miserabile abbiano potuto correre un simile rischio. Naturalmente, Rashdell era irredimibile: avrebbe stampato qualsiasi cosa e creduto in qualsiasi cosa. È un peccato che persone del genere non vengano prese più seriamente; invece di una breve pena nella Second Division, avrebbe dovuto scontare anni di reclusione. Se quel giovane idiota, Reginald Butler, avesse avuto anche solo un minimo di buon senso, avrebbe notato che tutte le accuse erano assurde. Ma quell’idiota non aveva nemmeno quel poco di buonsenso. Continuò per la sua strada folle, e, per fortuna – perché la fortuna si stanca di persone del genere – finì per cadere nel baratro.
La lettera arrivò giusto in tempo per essere pubblicata. Sarebbe apparsa nel solito giorno di uscita della rivista Oriflamme, che costava venti pence e mezzo. (Il prezzo reale, ovviamente, era di uno scellino. A venti pence e mezzo, sarebbe stato al di fuori delle possibilità di quel sciocco di Rashdell. E chissà se non lo avrebbe rovinato da tempo!)
Fleet Street had hold of it in that forenoon. Desportes had telephoned to one or two friends in the high political world and had heard their emphatic declaration that the thing should not be allowed to pass unnoticed. The letter was alluded to, of course, although its terms were not given in all the early editions of Desportes’ evening papers on that day, Monday, March the 9th, the day when Halterton had gone back to his office so early, and McAuley had stayed on to luncheon at Sandlings with Lady Caroline; the Monday when Lady Caroline had entered the House so late, to feast once more upon Halterton’s woe-begone face.
If Billies had hitherto been tumbling, Billies now avalanched. They were back at their old 23s. before ever those evening papers came out. And by the time the Stock Exchange closed they were at 18s. — 16s. offered, and difficult to sell.
Honest Jack Williams registering importance in the Outer Lobby on an important Parliamentary day.
XII
THOSE WHO LIVE in the country, and are far enough from a road to be able to hear the noise of living things, may be familiar with the multiplied murmur produced by the disturbance of a wasp’s nest. It is as different from the chattering of apes in the tropics, as from the peculiar miauling of skunks in the climates which breed those imperial animals. It is an energetic, anxious, myriad sound, full of foreboding. That is why, as the oriental proverb has it, “A wasp’s nest should be stirred with a long stick.”
Upon the afternoon of Wednesday, March the 11th, 1960, after question time, the Inner Lobby of the House of Commons recalled, to such few of its members as were still country folk, this peculiar noise, and through that Lobby Honest Jack Williams came striding with his heartening smile, enough to reassure the most alarmed.
For two full days and the better half of a third the rumours had had time to grow. Reginald Butler’s now famous letter had sprouted like those quick-motion vegetables in the cinema films designed for the instruction of youth. It was Lord Desportes’ papers the day before yesterday, the Monday, that had done the trick. But later orders had gone out on that same Monday which forbade one word of further allusion in any of the morning papers the next day. The Television Contract, the Postmaster-General, James McAuley, the whole bag of tricks, might have disappeared into nothingness for all the English people at large were allowed to hear of them. But under the free political conditions which we alone of all nations enjoy you cannot prevent people talking. All the people in the know were talking, and Billies were nominally at 14s., but now quite unsaleable.
Among things exaggerated or merely absurd (and there was a vast group of these, involving every name in London) lurked here and there hard little lumps of fact, like the dear little pebbles that nestle in any pound of currants you may buy. And as these dear little pebbles announce themselves unmistakably to the teeth, especially the teeth of the aged, so did the bits of solid fact announce themselves for truth to those in the know, and especially to the older and more experienced of the same. One of these undoubted truths was that there would be a public statement made now, immediately after questions; another undoubted truth was that the authorities had determined to prosecute, not the wretched editor of the wretched Oriflamme, nor the wretched printer, but that ill-famed, self-appointed censor of public morals, the now highly unpopular Reginald Butler.
Some said it was the Postmaster-General himself who had written to the Prime Minister urging this course upon Mrs. Boulger as a public duty, others that it was a disinterested action on the part of the Rt. Honourable John Williams, Secretary of State for Home Affairs — and the latter were right.
Mr. Wilfrid Halterton proclaiming his honour, and that of the House of Commons.
It was Honest Jack Williams who had taken the initiative. He had pointed out to his Chief that if things like this were to be allowed to pass without due penalty, the whole character of English public life would be gone. It would sink to such a level as had been reached by the contemptible Parliaments of foreigners. That Great Lady, who, like her colleagues, appreciated the wisdom of the Home Secretary, had followed his advice. After all, the Home Office is not unconnected with public prosecutions.
But before anything was published of this intention there would be a solemn statement which would clear the moral air of these pestilent lies which folly and fanaticism — or something worse — had so widely spread.
A few moments after questions the tall figure of Wilfrid Halterton rose, not too securely, to its feet, and addressed the House. It began by assuring the House that the task before its owner was not an easy one. He went on by saying that he would be brief. He was encouraged by the murmurs of sympathy and approval which greeted him from all sides — even from the little Nihilist gang in the dark corner under the gallery. For when the honour of the House is concerned, all party differences disappear. Not only do the main groups of Anarchists and Socialists rightly feel as one man upon such matters, but even that tiny group of Independents, Nihilists, and no one among them was more staunch than the inflexible critic Jeremiah Gulpher, who was almost the father of the House, having sat for the Marsh division a full twenty-eight years, and boasted to have had high tea with every farmer in the Fens. He had begun as the Independent Nihilist protestor for Agriculture, Independence pure and simple. But I wander — I must return to my pack.
Wilfrid Halterton, then, was on his feet, and had made his two opening points: (a) That his task was difficult, and secondly (b) that he would be brief. He next advanced, with the originality that is never lacking in our greater statesmen, a third proposition, (c) that it was distasteful and even painful for a man to have to speak of himself on such occasions; to which he added a fourth, (d) that his motive was not in any way that of clearing himself, but rather of refuting with indignation falsehood that affected the character of all that august assembly. The fifth point (e) was even more true, for he said that he hardly knew how to begin. And the sixth point (f) was truth itself, for he said that he wished from the bottom of his heart that he had not to undertake it. Indeed, it is difficult to imagine a more ungrateful position than that in which this great public man found himself, compelled to affirm that he had not received monies which in sober truth he had not received. The case is rare indeed.
Quel pomeriggio, Fleet Street ne era già a conoscenza. Desportes aveva telefonato a uno o due amici del mondo politico e aveva ricevuto da loro l’affermazione decisa che non si doveva permettere che la cosa passasse inosservata. Ovviamente veniva menzionata quella lettera, anche se i suoi contenuti non furono riportati nelle prime edizioni dei giornali serali di Desportes quel lunedì, 9 marzo: il giorno in cui Halterton era tornato in ufficio così presto e McAuley aveva deciso di pranzare a Sandlings con Lady Caroline; il lunedì in cui Lady Caroline era entrata in Parlamento così tardi, per godersi ancora una volta lo spettacolo del viso sconvolto di Halterton.
Se fino ad allora Billies avevano continuato a perdere valore, ora il loro declino divenne ancora più rapido. Erano tornati ai loro vecchi livelli di 23 punti. Prima ancora che quei giornali serali uscissero. E quando la Borsa chiuse, i loro valori erano scesi a 18, o addirittura 16 punti; diventava quindi difficile venderli.
Onesto Jack Williams dimostra la sua importanza nell’Aula Esterna in un importante giorno parlamentare.
XII
Coloro che vivono in campagna, e che si trovano abbastanza lontani dalle strade da poter sentire il rumore degli animali viventi, devono essere familiari con quel mormorio incessante prodotto dall’ disturbo di un nido di vespe. È completamente diverso dal chiacchiericcio delle scimmie nei tropici, così come dal particolare miagolio dei skunk nelle zone dove questi animali vivono. Si tratta di un suono energico, ansioso e incessante, pieno di presagi infausti. Ecco perché, come recita un proverbio orientale, “Un nido di vespe deve essere disturbato con un bastone lungo”.
Nel pomeriggio di mercoledì 11 marzo 1960, dopo l’ora delle domande, il corridoio interno della Camera dei Comuni fece rivivere in pochi dei suoi membri ancora legati alla vita rurale quel particolare rumore; attraverso quel corridoio, Honest Jack Williams avanzò a grandi passi, con il suo sorriso rassicurante, capace di tranquillizzare anche chi fosse più allarmato.
Per due interi giorni e per la maggior parte di un terzo di giorno, le voci avevano avuto il tempo di diffondersi. La famosa lettera di Reginald Butler era diventata rapidamente nota, come quei vegetali che crescono velocemente nei film cinematografici destinati all’educazione dei giovani. Fu la pubblicazione degli articoli di Lord Desportes, il lunedì precedente, a scatenare tutto. Tuttavia, lo stesso lunedì furono emessi ordini che vietavano qualsiasi ulteriore menzione in tutti i giornali del mattino del giorno seguente. Il Contratto per la Televisione, il Capo Postale Generale James McAuley, tutte quelle strategie potevano anche essere state dimenticate, ma l’intera popolazione inglese ne era a conoscenza. Ma sotto le condizioni politiche libere di cui solo noi godiamo tra tutte le nazioni, non si può impedire alle persone di parlare. Tutti coloro che erano a conoscenza dei fatti ne discutevano. E i “Billies”, che inizialmente sembravano una soluzione promettente, ora risultavano del tutto inutili.
Tra le cose esagerate o semplicemente assurde (e ne esisteva un gran numero, che riguardava ogni nome presente a Londra), si nascondevano qua e là piccoli frammenti di verità, come quei deliziosi sassolini che si trovano in qualsiasi pacco di uvetta si possa comprare. E proprio come questi sassolini sono facilmente riconoscibili dai denti, soprattutto da quelli degli anziani, così anche questi frammenti di verità venivano immediatamente individuati da coloro che ne erano a conoscenza, specialmente dagli individui più anziani e più esperti. Una di queste verità indubitabili era che sarebbe stata fatta una dichiarazione pubblica subito dopo le domande; un’altra verità indubitabile era che le autorità avevano deciso di procedere legalmente non contro il misero editore della malaventurata rivista “Oriflamme”, né contro il misero tipografo, ma contro quel famigerato e autoproclamatosi censore dei costumi pubblici: il molto impopolare Reginald Butler.
Alcuni dicevano che fosse stato lo stesso Capo Postale a scrivere al Primo Ministro esortandolo ad incoraggiare la signora Boulger ad agire in questo modo come un dovere pubblico; altri sostenevano che si trattasse di un atto imparziale da parte del molto onorevole John Williams, Segretario di Stato per gli Affari Interni. E questi ultimi avevano ragione.
Il signor Wilfrid Halterton proclamava la propria onore, così come quella della Camera dei Comuni.
Era stato Honest Jack Williams ad aver preso l’iniziativa. Aveva sottolineato al proprio capo che, se si permettevano comportamenti del genere senza alcuna conseguenza, l’intera natura della vita pubblica inglese ne sarebbe stata compromessa; sarebbe scesa a un livello paragonabile a quello dei disprezzabili parlamenti stranieri. Quella nobile signora, che, come i suoi colleghi, apprezzava la saggezza del Ministro dell’Interno, aveva seguito il suo consiglio. Dopotutto, il Ministero dell’Interno è strettamente legato alle azioni penali pubbliche.
Ma prima che qualsiasi cosa venisse pubblicata riguardo a questa intenzione, sarebbe stata rilasciata una dichiarazione solenne in grado di chiarire la situazione e dissipare le menzogne perniciose diffuse così ampiamente da follia, fanatismo, o qualcosa di peggio.
Pochi momenti dopo che le domande furono poste, la alta figura di Wilfrid Halterton si alzò in piedi, non troppo stabilmente, e si rivolse alla Camera. Iniziò assicurando i presenti che il compito che lo attendeva non era affatto facile. Continuò dicendo che sarebbe stato breve nel suo discorso. Fu incoraggiato dai mormori di simpatia e approvazione che gli provenivano da tutte le parti – persino dal piccolo gruppo di Nihilisti nascosto nell’angolo buio sotto la galleria. Infatti, quando si tratta dell’onore della Camera, tutte le differenze politiche scompaiono. Non solo i principali gruppi di Anarchici e Socialisti si uniscono unanimemente su queste questioni, ma anche quel piccolo gruppo di Indipendenti e Nihilisti. Tra questi, nessuno era più fedele di Jeremiah Gulpher, il critico inflessibile che quasi poteva essere considerato il “padre” della Camera: aveva rappresentato la circoscrizione di Marsh per ben ventotto anni ed era orgoglioso di aver bevuto tè con ogni contadino delle paludi. All’inizio, era stato un indipendente Nihilista che si opponeva alle politiche agricole. Ma io mi sto distrarre. Devo tornare al mio bagaglio.
Wilfrid Halterton si alzò quindi in piedi e enunciò i suoi due primi punti: (a) che il compito che gli era stato affidato fosse difficile, e (b) che sarebbe stato breve nel suo discorso. Successivamente, con l’originalità tipica dei nostri grandi statisti, avanzò una terza argomentazione: (c) che fosse spiacevole, persino doloroso, per un uomo dover parlare di sé in occasioni del genere; aggiunse poi una quarta argomentazione: (d) che il suo scopo non era affatto quello di difendersi, ma piuttosto di confutare con indignazione le false accuse che colpivano l’onore di tutta quella augusta assemblea. Il quinto punto fu ancora più vero: disse infatti di non sapere quasi da dove iniziare il suo discorso. Il sesto punto, invece, era pura verità: dichiarò apertamente di sperare con tutto il cuore di non dover affrontare tale compito. Davvero, è difficile immaginare una posizione più ingrata di quella in cui si trovava questo grande uomo pubblico, costretto ad affermare di non aver ricevuto somme di denaro che, in realtà, non aveva mai ricevuto. Un caso davvero raro.
All these six points came out duly ticked with their numbers attached to them on the tapes in the clubs, and were there received by eager watchers with the same sympathy as by the senators at Westminster. Wilfrid Halterton proceeded to the final matter with an emphasis which included several blows delivered with uncertain fist upon the empty polished wooden box which stands on the table in the House of Commons, especially strengthened with brass bands to withstand such assaults of oratory. He assured the House, and his beloved Country, and the universe at large, that the whole thing was a lie. If his personal assurance were further required, he would give it there and then. He had not received one penny from anyone interested in the Television Contract. That contract would be assigned in due course, when the long and careful deliberations which were now drawing to their conclusion should have reached a satisfactory end. As yet (and he struck the box again — unfortunately catching the brass edges of it, which was painful), as yet, he repeated (restraining a temptation to suck the injured knuckle) not a word had been written which might give to any of those who were tendering for the contract the least encouragement.
At this point he pulled out a piece of paper and read words which had been carefully drafted for him by the approved officer in the little room where such things are drafted.
“Nothing, I say here and now, can of course prejudice the decision which must at last be taken, and that soon. I hope, however, that in the matter of the vile rumours which have passed from one foul lip to another, I have cleared my own honour and that of this House.”
With that he sat down, vibrating in all his ganglions. In tones gloriously resonant, the Speaker called upon the Leader of the Opposition, who associated himself enthusiastically with all that had been said opposite. He also struck an original note when he affirmed that however much they might differ in that House upon matters of policy, they were all as one man in the defence of its high principles and traditions.
All this having been now settled and a sort of contented murmur having arisen to emphasize that settlement, things would usually have ended there and the public business might have begun. But on so special an occasion there was one more word to be said, and it was said, of course, by Honest Jack Williams, who rose to tell them that his own complete disassociation from the department concerned, the very fact that he stood apart with no knowledge of the negotiations which any Television Contract would necessarily involve, the fact that he was, as it were, no more than a member of the general public in the affair, gave him — he thought — an opportunity to be of service. He begged to be regarded as the spokesman of Englishmen at large (hear, hear! twice from due north-west, and eight or nine times singly from other quarters of the compass). Merely as the man in the street he wished to congratulate his colleague the Postmaster-General, and also (if he might say so) the leader of the Opposition, on the good work they had done that day. There was one point, however, on which he could speak with more certain knowledge than the man in the street, whom otherwise he represented in this affair. He could assure them (and his respectful voice took on a greater solemnity) no colleague of his on the front bench — and of that he had personal knowledge — had any interest or share in any of these companies.
And I may add that of no one was this truer than of Jack Williams himself, for, as my readers may remember, he had sold every one of his Billies five days ago.
Before the end of the week two things had happened. Reginald Butler was under arrest for criminal libel, and a strong committee had been appointed to sit as soon as may be and investigate the charges that had been made.
Honest Jack Williams further emphasizing the honour of the House of Commons and of himself.
As for the trial of Reginald Butler, I will turn to that in due time. The strict impartiality of the law demands a certain delay in these matters — and it is useful, for it gives me time to add a line or two about what that strong Committee did as it sat day after day between the date of its appointment and the Easter Recess. First of all, let me tell you why I have called that Committee strong.
Those experienced in Parliaments apply to a committee the word “strong” to mean that its members are characters respected, permanent, of approved capacity in affairs, and at the same time, the most of them at least, personally particularly acquainted with the matter in hand, while a minority are men remarkable for their total ignorance of it. Judged by this standard, no committee could have been stronger than the Television Contract Enquiry Committee which sat in Committee Room No. 10 — the walls of which are no longer bare, but have recently been adorned with frescoes representing either the signing of Magna Charta or the Great Plague — I forget which.
The Chairman was Sir William Wagge, octogenarian biscuit manufacturer, and among his colleagues were Lady Caroline Balcombe, Watson the former partner and still intimate friend of James McAuley, Henry Boulter, sometimes called the Potted Meat King, Raeburn, the Q.C. (a life-long friend and confidant of the Attorney-General), Pickwell, the highly-respected young Trades Unionist, for many years Secretary to Honest Jack Williams, and by him advanced to a seat in Parliament, Lady Sellingham, Miller, Bergmann, and Thomas Roby, and Mr. Boulger himself. Whingate, who as Postmaster-General in the last administration, had dealt with the earlier stages of the television business, was also one of them — a personal friend of McAuley’s, as was that other colleague of his, Watson.
The Committee examined five hundred and seventeen witnesses, all on oath, and of the most varied experience and interests. Some of them could only have been remotely connected with the affair, others not at all. There was a minority and a majority report. The majority report concluded that the whole crop of rumours, which they specified one by one, were without foundation, but added no more, leaving it to be understood that in the judgement of the signatories the matter might well be allowed to come to a natural end and be forgotten. The minority report, which was signed by only three members, none of them in close touch with the accused parties, or knowing anything of the contracts in question, was more emphatic, demanded further prosecution, and demanded a strengthening of the law against irresponsible libellers.
Tutti e sei questi punti vennero debitamente segnalati sulle registrazioni presenti nei club, accompagnati dai rispettivi numeri; furono accolti con lo stesso interesse sia dagli spettatori che dai senatori a Westminster. Wilfrid Halterton passò quindi all’argomento finale, sottolineandolo con forza; nel corso del suo discorso sferrò anche alcuni colpi con il pugno contro la scatola di legno lucida posta sul tavolo della Camera dei Comuni – una scatola rinforzata con bordi in ottone per resistere a tali attacchi oratori. Assicurò alla Camera, al suo amato Paese e all’intero universo che tutto ciò non era altro che una menzogna; se fosse stato necessario fornire ulteriori prove della sua sincerità, lo avrebbe fatto immediatamente. Non aveva ricevuto nemmeno un penny da nessuno interessato al contratto televisivo: tale contratto sarebbe stato assegnato in seguito, quando le lunghe e attente deliberazioni in corso avessero portato a una conclusione soddisfacente. Per il momento (e colpì di nuovo la scatola – purtroppo ferendosi al dito), non era stata scritta ancora nemmeno una parola che potesse incoraggiare chiunque fosse interessato ad ottenere quel contratto.
A questo punto tirò fuori un foglio di carta e lesse le parole che erano state attentamente redatte per lui dall’ufficiale incaricato, nella piccola stanza dove venivano preparati documenti del genere.
“Niente, dico qui e ora, può certamente influenzare la decisione che dovrà essere presa al più presto. Spero tuttavia che, riguardo a quelle vili voci che sono passate da una bocca infame all’altra, io abbia potuto difendere sia la mia onore che quella di questa Aula.”
Con queste parole si sedette, tremando in tutti i suoi nervi. Con toni gloriosamente sonori, il Presidente invitò il Leader dell’Opposizione, il quale si associò con entusiasmo a tutto ciò che era stato detto in opposizione. Egli pose anche un punto di vista originale quando affermò che, per quanto potessero divergere in quella Camera su questioni politiche, tutti erano uniti nel difendere i suoi alti principi e tradizioni.
Ora che tutto questo era stato sistemato e si era levato un sorta di mormorio soddisfatto per sottolineare tale accordo, le cose di solito sarebbero finite lì e gli affari pubblici avrebbero potuto iniziare. Ma in una circostanza così speciale c’era ancora una parola da dire, e naturalmente fu Honest Jack Williams a pronunciarla. Si alzò per comunicare loro che la sua completa estraneità al dipartimento interessato, il fatto stesso che si trovasse al di fuori di qualsiasi negoziazione legata ai contratti televisivi, il fatto che, in qualche modo, fosse soltanto un cittadino comune in questa faccenda, gli offriva – pensava lui – l’opportunità di essere d’aiuto. Chiese di essere considerato il portavoce degli inglesi nel loro insieme (si sentirono applausi due volte dal nord-ovest e otto o nove volte da altre direzioni). Come semplice cittadino, desiderava congratularsi con il suo collega, il Ministro Postale Generale, e anche – se poteva permetterselo di dirlo – con il leader dell’Opposizione per il buon lavoro svolto quel giorno. C’era tuttavia un punto su cui poteva parlare con maggiore certezza rispetto a un semplice cittadino: poteva assicurare loro che nessuno dei suoi colleghi presenti in aula – e di questo ne era personalmente a conoscenza – avesse alcun interesse o partecipazione in queste società.
E posso aggiungere che per nessuno questa affermazione era più vera di quanto lo fosse per Jack Williams stesso, perché, come i miei lettori ricorderanno, cinque giorni prima aveva venduto tutte le sue copie di “Billies”.
Prima della fine della settimana erano accadute due cose: Reginald Butler era stato arrestato per diffamazione aggravata, e era stata nominata un’importante commissione che avrebbe dovuto riunirsi al più presto per indagare sulle accuse mosse contro di lui.
Onesto Jack Williams sottolineò ulteriormente l’onore della Camera dei Comuni e il proprio onore personale.
Per quanto riguarda il processo a Reginald Butler, ne parlerò in un secondo momento. L’assoluta imparzialità della legge richiede una certa dilazione in queste questioni – e questo è utile, poiché mi dà il tempo di aggiungere qualche dettaglio su ciò che quel potente Comitato ha fatto, giorno dopo giorno, dal momento della sua nomina fino alla pausa pasquale. Prima di tutto, lasciate che vi spieghi perché ho definito quel Comitato “potente”.
Coloro che hanno esperienza nei Parlamenti usano la parola “forte” per descrivere un comitato quando i suoi membri sono persone rispettate, con capacità affermate e con una solida esperienza in materia; inoltre, la maggior parte di loro conosce personalmente bene l’argomento in esame, mentre una minoranza è caratterizzata da una totale ignoranza su di esso. Giudicato secondo questo standard, nessun comitato avrebbe potuto essere più “forte” del Comitato d’inchiesta sui contratti televisivi, che si riuniva nella Sala delle Commissioni n. 10: le sue pareti non sono più spoglie, ma sono state recentemente decorate con affreschi raffiguranti la firma della Magna Carta o la Grande Peste. Non ricordo esattamente quale.
Il Presidente era Sir William Wagge, ottantenne produttore di biscotti; tra i suoi colleghi c’erano Lady Caroline Balcombe, Watson – ex socio e ancora intimo amico di James McAuley – Henry Boulter, talvolta chiamato “il Re della Carne in Scatola”, Raeburn, Q.C. (amico e confidente del Procuratore Generale da tutta la vita), Pickwell, il rispettato giovane sindacalista che per molti anni era stato segretario di Honest Jack Williams e grazie a lui aveva ottenuto un seggio in Parlamento, Lady Sellingham, Miller, Bergmann, Thomas Roby e lo stesso Mr. Boulger. Anche Whingate, che in qualità di Ministro Postale nell’ultima amministrazione aveva avuto a che fare con le fasi iniziali dello sviluppo del settore televisivo, faceva parte del gruppo: era un amico personale di McAuley, così come Watson.
Il Comitato ha ascoltato cinquecentoventisette testimoni, tutti sotto giuramento, provenienti da contesti e con interessi molto diversi. Alcuni di loro potevano avere solo un legame remoto con l’affare in questione, altri invece nessun legame affatto. Sono stati presentati sia un rapporto della maggioranza che uno della minoranza. Il rapporto della maggioranza concludeva che tutte le voci diffuse, elencate una per una, erano prive di fondamento; tuttavia non si aggiungeva nulla di ulteriore, lasciando intendere che, secondo i firmatari del rapporto, l’intera questione potesse semplicemente concludersi naturalmente e venire dimenticata. Il rapporto della minoranza, firmato da soltanto tre membri del Comitato – nessuno dei quali aveva contatti diretti con le parti accusate né conosceva i contratti in questione – era molto più deciso: richiedeva ulteriori azioni legali e un rafforzamento delle leggi contro chi diffonde voci irresponsabili.
Let us go back to the unfortunate Reginald Butler as he existed in those days when the Committee first began to sit, and as the contempt of his monstrous action now exposed to the public contumely, even before the crushing weight of evidence before the Committee had begun to accumulate and the solemn declarations which were made in Parliament, had destroyed every shred of respect men might have had for him as a mere misguided enthusiast.
On the day after the declarations were made he could not bear to open his newspaper. He dared not trust any man. Even the landlady of his lodgings looked at him with such reproach that he thought to see in her the majestic figure of Britannia reproving an erring son. There was but one heart in the world to which he could turn. And in his misery, knowing well what public ordeal must be before him, he sought that private solace which only one other heart can give to the human soul in its moments of despair.
He would not write, he would not even telephone. He walked, slowly, disconsolately, but still with the prospect of close communion before him, towards Lord Papworthy’s house in Repton Square.
It was only his nerves, of course, but he thought that even the liveried man at the door looked at him as he knew well the world was looking. He went in, still miserable enough, was announced, and entered the familiar room. She was there.
She was indeed! His face had just appeared in the doorway, his two hands were but just outstretched, when he was met by that which may be compared, as you will, to a jet of boiling water, a machine-gun nest, or a railway accident. With her strong lissom body taut, just leaning forward, her arms straight and at attention, her fists clenched, each slightly behind the line of her body, with all the energy of well-moulded limbs about to spring, Joan Papworthy gave tongue. “Gave teeth” would be a better phrase; and her gambit struck the unmistakable note of what was to follow.
“You stinking fool!” she said. Oh! That ever from those lips… . “Stinking! Stinking! Stinking fool! Do you know what you’ve done? Had you the least idea what you were doing?” She put about five “s’s” into “least.” “Cretin!” And on that emphatic word she shot lightning from her eyes. “Oh! Get out! Do you hear? Get out! You make me sick!”
The unfortunate young man actually wailed.
“Oh, Joan… .” he began. And then, when he saw her advancing upon him, the first foot already out and suggesting the crouch of the jaguar, he fled.
What had happened he could not guess. He was too bludgeoned to pull his thoughts together. No bell rang, no one was summoned, he let himself out after a moment’s trembling, fumbling fingers on the latch. He went down the street like a man maddened by a panic dream.
What had happened? What had happened? What had happened? Had her absurd old football of a husband… . But no, that could never have incensed her. Had someone been saying things of him? He was blameless. The whole thing was a nightmare, and at the same time a problem insoluble. But anyhow, the one prop he had in this world had gone; and he continued to walk on till he reached the Park, and then still on and on more rapidly through the drizzling rain that had now begun to fall and happily left him deserted. He walked on and on and on without noticing distance or direction. He walked on till he was soaked through and exhausted. Then, after sitting himself down on a bench and finding, when he got up again, that all his energy and power had left him, he shambled back to his rooms. He had been away just one hour, and in that hour his life had come to an end.
Inexperience and surprise of a poet at the mutability of womankind.
He had deserved it all. It was too late to redeem his own character. He was in that last hell, reached by those unbalanced men, happily so few and as I believe growing fewer, who would recklessly play the part of saviour to a political system which needs no saving, and who imagine themselves, in these our secure and dignified days, to be back in the old times of the demagogue and the revolutionary.
As for Joan Papworthy, when she heard the front door shut below, and knew that her lover would not return, she collapsed on to the sofa and sobbed aloud. Then she rang up her brokers, and found that Billies were all down the well — even deeper than she had feared.
XIII
WILFRID HALTERTON, IN the days when that Committee was sitting which was to re-emphasize the stainless brilliancy of his own honour, was miserable as he had never been miserable before.
What bitter irony it had been for him to stand up and disclaim the prospect of wealth which seemed indeed to have vanished. What irony to hear James McAuley exonerated by implication as fully as he was himself exonerated! James McAuley, who indeed in offering him a post had done nothing which savoured of corruption, nothing which was not fully consonant with the best principles, the best traditions of our public life — but who in purloining the letter had surely been unparliamentary. Wilfrid Halterton was wrong. He should not have felt thus about McAuley’s clever ruse in the matter of that document. Williams had given him the wisest advice, consonant with the best traditions of public life, in bidding him smile and play the game and meet check by counter-check. But Halterton remained embittered and more and more agonized.
Meanwhile, to make it worse, Billies began to crawl slowly up again; not in time, alas! for poor Lady Papworthy! Settlement day had come, with a demand for a sum wholly beyond what the bank would allow her to overdraw. She had been compelled to confess to the master of her house; to rouse him on the only point that ever roused him — but a point which really roused him — the point of money.
Lord Papworthy had forked out in the end, and she had bitterly submitted to his sermon, as the price of her release. How paltry the sum should seem to him, she thought! Yet a sum which she had to earn by submitting to that rare upbraiding — during which the round, moonlike face was strongly over-coloured and the high voice sometimes almost inarticulate.
Torniamo al sfortunato Reginald Butler così com’era ai tempi in cui il Comitato iniziò per la prima volta le sue riunioni. Quando il disprezzo per le sue azioni orribili venne esposto pubblicamente, ancora prima che l’enorme quantità di prove presentate davanti al Comitato e le solenni dichiarazioni fatte in Parlamento distruggessero anche l’ultimo briciolo di rispetto che la gente potesse provare per lui, considerandolo semplicemente un entusiasta fuorviato.
Il giorno dopo che quelle dichiarazioni furono fatte, non riuscì a sopportare l’idea di aprire il suo giornale. Non osava fidarsi di nessuno. Anche la padrona di casa lo guardava con tale rimprovero che gli sembrò di vedere in lei l’immagine maestosa di Britannia che rimproverava un figlio errante. C’era solo un cuore al mondo a cui poteva rivolgersi. E nella sua disperazione, consapevole delle prove pubbliche che lo aspettavano, cercò quel conforto privato che solo un altro cuore può offrire all’anima umana nei momenti di sconforto.
Non voleva scrivere, non voleva nemmeno telefonare. Camminava lentamente, con aria desolata, ma ancora con la prospettiva di un’intima comunione davanti a sé, verso la casa di Lord Papworthy in Repton Square.
Erano solo i suoi nervi, ovviamente, ma gli sembrava che anche l’uomo in uniforme alla porta lo stesse guardando nello stesso modo in cui, ne era ben consapevole, tutto il mondo lo stava osservando. Entrò, ancora molto infelice, fu annunciato e raggiunse la stanza familiare. Lei c’era.
Lo era davvero! Il suo viso era appena apparso sulla soglia, le sue due mani erano appena state tese quando fu colpito da qualcosa che si potrebbe paragonare, come vorrete voi, a un getto d’acqua bollente, a una raffica di mitragliatrici o a un incidente ferroviario. Con il suo corpo snello e forte teso in avanti, le braccia dritte e pronte all’azione, i pugni stretti, leggermente indietro rispetto al resto del corpo, con tutta l’energia di arti ben sviluppati pronti a scattare, Joan Papworthy, beh, per essere precisi, “mostrò i denti”. E quel suo gesto fu l’inizio di ciò che stava per accadere.
“Idiota puzzolente!” disse lei. Oh. Che parole mai potessero uscire da quelle labbra, “Puzzolente! Idiota puzzolente! Sai cosa hai fatto? Avevi la minima idea di ciò che stavi facendo?” Ripeté la parola “minima” cinque volte. “Imbecille!” E con quel termine enfatico, i suoi occhi sprigionarono lampi di rabbia. “Oh. Vattene! Capisci? Vattene! Mi fai schifo!”
Il povero giovane in realtà pianse disperatamente.
“Oh, Joan, ” iniziò a dire. E poi, quando la vide avvicinarsi a lui, con il primo piede già fuori e assumendo l’atteggiamento di un giaguaro pronto all’attacco, fuggì.
Non riusciva a indovinare cosa fosse successo. Era troppo sconvolto per riuscire a mettere in ordine i propri pensieri. Nessuna campanella suonò, nessuno fu chiamato; dopo alcuni istanti di tremore, con dita incerte che cercavano invano la serratura, uscì. Camminò per strada come un uomo folle per via di un incubo panico.
Cosa era successo? Cosa era successo? Cosa era successo? Il suo assurdo e vecchio marito. Ma no, quello non avrebbe mai potuto infastidirla. Qualcuno aveva forse detto qualcosa su di lui? Lui era innocente. Tutto quanto era stato un incubo, e al contempo un problema irrisolvibile. Comunque fosse, l’unica cosa che gli rimaneva in questo mondo se n’era andata. Continuò a camminare fino a raggiungere il parco, poi ancora più velocemente attraverso la pioggia fine che aveva iniziato a cadere, lasciandolo finalmente solo. Camminò senza badare alla distanza né alla direzione, fino a quando non fu completamente bagnato fradicio ed esausto. Poi si sedette su una panchina e, quando si alzò di nuovo, scoprì che tutta la sua energia lo aveva abbandonato. Barcollando, tornò nelle sue stanze. Era stato via solo un’ora, ma in quell’ora la sua vita era finita.
L’inesperienza e la sorpresa di un poeta di fronte alla mutevolezza della donna.
Se lo meritava tutto. Era troppo tardi per redimere il proprio carattere. Si trovava in quell’ultimo inferno, raggiunto da quegli uomini squilibrati – così pochi, e credo che siano sempre meno – che, con imprudenza, si fanno avanti nel ruolo di salvatori di un sistema politico che non ha bisogno di essere salvato. E questi stessi uomini si immaginano, in questi nostri tempi sicuri e dignitosi, di vivere nuovamente negli antichi tempi dei demagoghi e dei rivoluzionari.
Per quanto riguarda Joan Papworthy, quando sentì la porta d’ingresso chiudersi sotto di lei e capì che il suo amante non sarebbe tornato, si accasciò sul divano e iniziò a piangere ad alta voce. Poi chiamò i suoi agenti finanziari e scoprì che le cose stavano andando molto peggio di quanto temesse. Molto peggio.
XIII
WILFRID HALTERTON, nei giorni in cui quel comitato si riuniva per ribadire ancora una volta la “incomparabile brillantezza” della sua stessa onorabilità, era più infelice di quanto lo fosse mai stato prima.
Che amara ironia per lui dover rifiutare quell’opportunità di arricchirsi che sembrava davvero essere svanita. Che ironia anche ascoltare James McAuley essere in qualche modo scagionato, proprio come lo era stato lui stesso! James McAuley, infatti, offrendogli quel lavoro, non aveva fatto nulla di corrotto, nulla che non fosse pienamente in linea con i migliori principi e le migliori tradizioni della nostra vita pubblica. Ma rubando quella lettera, sicuramente aveva commesso un atto contrario alle regole parlamentari. Wilfrid Halterton si sbagliava: non avrebbe dovuto giudicare in quel modo l’astuzia di McAuley riguardo a quel documento. Williams gli aveva dato il consiglio più saggio, in linea con le migliori tradizioni della vita pubblica: sorridere, giocare secondo le regole e contrattaccare con la stessa tattica. Ma Halterton rimaneva amareggiato e sempre più angosciato.
Nel frattempo, per peggiorare le cose, Billies iniziò lentamente ad arrampicarsi di nuovo verso l’alto. Ma purtroppo non in tempo per la povera Lady Papworthy! Era arrivato il giorno del pagamento, e le fu richiesta una somma ben al di sopra di quella che la banca le avrebbe permesso di prelevare in anticipo. Fu costretta a confessare tutto al padrone di casa. E lo fece sull’unica cosa che poteva davvero interessarlo: i soldi.
Alla fine Lord Papworthy aveva pagato, e lei aveva accettato amaramente il suo sermone come prezzo della propria liberazione. Quanto misera doveva sembrargli quella somma, pensava. Eppure si trattava di una cifra che lei doveva guadagnare sottomettendosi a quelle rari rimproveri: durante i quali il suo viso rotondo e pallido diventava ancora più rosso, e la sua voce alta a volte quasi incomprensibile.
Billies, I say, had begun to creep up — too late for her — but just in time for the wiser and more sanely balanced. They had begun to creep up in time for the most sanely balanced of all, Honest Jack Williams. There could be no doubt now what would happen in the long run to Billies. The trail could only have one ending; as for the Committee, even if it were not the author of a unanimous report, it would only mean that the minority would be still more emphatic in its condemnation of Butler’s despicable accusations than the majority — and we have seen that it was so. It was all plain sailing for the Bulls, and among the first of those who landed their fish — in his case a big wad, discreetly bought in little packets by many agents to avoid too sudden a jump — was the Home Secretary; acting, of course, through the usual channels.
When the vote had been given, long before sentence had been pronounced on the wretched Butler, even before the Committee had reported, Billies would have reached their peak and he would sell again, before the very large new flotation which would follow upon the granting of the Charter, and compared with the capitalization would be like the Round Pond to the Atlantic.
It was high time for Jack Williams to get hold of James McAuley, and tell him all, put him into a cleft stick and do his deal. He concluded that the whole thing would have blown over, and necessarily in his favour, by the time the House rose, which would be towards the end of the last week in July or at the beginning of August. By that time Butler would be safely in jail, the report would long have been out, and all the trouble would be ancient history.
The Charter would go through as a matter of course, the Chief Whip would see to the voting, the Treasury would not object, and as for Halterton, he was now caught in such a trap that he dare not say a word. He would have to be his own executioner, and to see by his own official act his own chance of reward destroyed. For Jack Williams had no intention of burdening himself with that managership which lay safely buttoned in his pocket. It was always an asset — that free power to appoint what General Manager he chose — and the promise of the letter was a further inducement, if further inducement were needed — for getting McAuley, the master of Durrant’s, to do what he was told.
Therefore did Jack Williams find leisure in the midst of his official labours, even in those last strenuous hours when he was completing his plan for stamping out corruption among the police, to approach James; and he timed the approach exactly.
The wheels which had been set in motion by the Postmaster-General all those weeks before when he had put down the Order on paper were now turning regularly enough; the Charter had been granted with the contract in schedule; all that was required was the Postmaster-General’s own order, and that, without the Postmaster-General having anything to do with it, was producible — as no one knew better than Jack Williams.
It was the middle of the delightful month of May, with the Butler trial coming on in a couple of days, that Jack Williams, having carefully watched the anxious and worried James McAuley’s peregrinations, came upon him by a studied accident in the Park. He at once took the financier by the arm, as was his genial way with all men, and plunged right into the affair. He, Williams, had something to say. James McAuley looked over his shoulder to make certain that no one was within earshot, and led the Home Secretary cautiously to two chairs under a tree far from any of the paths. There he asked, in a voice not much over a whisper, what it was that Jack Williams could have heard? Had he news of the documents? He said nothing of them, but he hoped in his heart that Halterton had squealed.
Williams was very cheerful. He made no bones about it. He even talked so loud that James McAuley quaked to hear him.
“J.,” he said, slapping the other on the back, “have you missed anything lately?”
“Missed anything, man?” whispered James Haggismuir McAuley, turning his head to the left towards his companion, but his eyes even more than his head. “Missed anything?” And his eyes, already narrow, grew narrower still. “What d’ye mean?”
“Anything like this?” said Williams loudly, suddenly displaying and holding well in the hand that was farthest from McAuley the two photographs of the letters.
I am sorry to say that Mr. McAuley made a snatch. But the photographs were back in their pocket like lightning, and the whole incident had only raised a happy, ringing laugh from that eupeptic Minister of State, the Rt. Honourable Jack Williams.
“Wait a bit,” he said, “wait a bit! Well, you see, they’ve been found. Ah, my men are smart, I can tell you!”
McAuley shook his head. “We know all about photographs, don’t we?” he chuckled. “The camera cannot lie, can it, man?” And he chuckled again.
Then Williams with his merry look played trumps. He pulled out the two originals and held them, as he had held their copies, high and far off, but plain.
James Haggismuir McAuley sickened.
“How … how … did ye know?” he gasped, eyes narrower than ever.
“I didn’t, fathead!” answered the other in genial raillery. “Know about it? Do you think I have time to bother about all these things with my big police reform on, and all the scallywags of the force threatening? No! They were brought to me. They were found.”
“Where were they found?” asked J. again.
“Oh,” answered the Home Secretary, repeating the ritual phrase, “that would be telling, wouldn’t it? Anyhow, there they are.” He put them back and tapped the outside of his coat. “And now they’re found,” he went on, “there’s nothing to stop us going ahead, is there?”
“How do you mean — us?” rather surlily, but still leaving an avenue open for negotiation in the tone.
“Why, us, you mug — you and me.”
Jolly Jack Williams had lost nothing of his jollity through years of official importance.
“You and me, lad!” he added. “Poor old Wilfrid’s out of it — eh?” and he dug the other in the ribs.
Billies, dico io, aveva iniziato ad avvicinarsi, troppo tardi per lei, ma giusto in tempo per coloro che erano più saggi e equilibrati. Avevano iniziato ad avvicinarsi proprio in tempo per l’uomo più equilibrato di tutti: Honest Jack Williams. Ora non c’era più dubbio su ciò che sarebbe accaduto a lungo andare a Billies. Quel percorso poteva avere solo un esito. Per quanto riguardava il Comitato, anche se non fosse stato l’autore di un rapporto unanimemente condiviso, ciò avrebbe significato soltanto che la minoranza avrebbe condannato ancora più energicamente le infamie di Butler rispetto alla maggioranza. E noi avevamo già visto che era proprio così. Tutto procedeva senza intoppi per i “Bulls”; tra i primi ad ottenere ciò che volevano c’era il Segretario dell’Interno. Naturalmente, agendo attraverso i soliti canali.
Quando il voto fu espresso, molto prima che venisse pronunciata la sentenza contro quel povero Butler, e persino prima che il Comitato presentasse il suo rapporto, Billies avrebbe già raggiunto il suo apice e avrebbe venduto di nuovo, prima ancora della grande nuova quotazione in borsa che sarebbe seguita all’approvazione dello statuto societario. Rispetto a quella nuova quotazione, la sua attuale capitalizzazione sembrerebbe quella del Round Pond rispetto all’Atlantico.
Era giunto il momento che Jack Williams parlasse con James McAuley, gli dicesse tutto, lo mettesse in una situazione difficile e concludesse l’accordo. Pensò che entro la fine della scorsa settimana di luglio o all’inizio di agosto, quando la Camera si sarebbe riunita, tutta quella faccenda si sarebbe risolta a suo favore. Entro quel momento, Butler sarebbe già stato messo in prigione in sicurezza, il rapporto sarebbe già stato pubblicato e tutti quei problemi sarebbero diventati storia passata.
La Carta sarebbe stata approvata senza problemi: il Capo dei Segretari si sarebbe occupato del voto, il Tesoro non avrebbe sollevato obiezioni, e quanto a Halterton, ora era intrappolato in una situazione tale da non osare pronunciare una parola. Avrebbe dovuto essere lui stesso a compiere l’atto che avrebbe distrutto le sue stesse possibilità di ricevere un premio. Perché Jack Williams non aveva alcuna intenzione di assumersi la responsabilità di quella posizione manageriale, che gli era comodamente disponibile. Quel potere di nominare il direttore generale che desiderava rappresentava sempre un vantaggio. E la promessa contenuta nella lettera costituiva un ulteriore incentivo, se ce n’era bisogno, per convincere McAuley, il responsabile della Durrant’s, ad obbedire alle sue istruzioni.
Pertanto, nonostante gli impegni ufficiali estremamente faticosi, soprattutto nelle ultime ore dedicate alla realizzazione del suo piano per sradicare la corruzione nella polizia, Jack Williams trovò il tempo di avvicinarsi a James; inoltre, temporeggiò con precisione nel farlo.
Le ruote che il Capo Postale aveva messo in movimento tutte quelle settimane prima, quando aveva redatto l’ordine scritto, ora giravano abbastanza regolarmente; la licenza era stata concesso insieme al contratto previsto dal piano; tutto ciò di cui si aveva bisogno era l’ordine stesso del Capo Postale, e questo, senza che il Capo Postale avesse alcun ruolo diretto in tutto ciò, poteva essere ottenuto facilmente – come nessuno sapeva meglio di Jack Williams.
Era la metà di quel delizioso mese di maggio; il processo a Butler sarebbe iniziato tra pochi giorni. Jack Williams, dopo aver osservato attentamente le azioni ansiose e preoccupate di James McAuley, lo incontrò per caso nel parco. Come suo solito, afferrò il finanziere per il braccio e si immerse subito nell’argomento. Aveva qualcosa da dire. James McAuley si assicurò che nessuno fosse nelle vicinanze, poi condusse con cautela il Segretario di Stato Interno sotto un albero, lontano da qualsiasi sentiero. Lì chiese, a voce appena più alta di un sussurro, cosa avesse potuto sentire Jack Williams. Aveva notizie riguardo ai documenti? Non ne parlò, ma nel suo cuore sperava che Halterton avesse rivelato qualcosa.
Williams era molto allegro; non nascondeva affatto i suoi sentimenti. Parlava addirittura così ad alta voce che James McAuley tremava solo a sentirlo.
“J.”, disse, dandogli una pacca sulla schiena, “hai perso qualcosa di recente?”
“Hai perso qualcosa, amico?” sussurrò James Haggismuir McAuley, girando la testa a sinistra verso il suo compagno, ma i suoi occhi ancora di più della sua testa. “Hai perso qualcosa?” E i suoi occhi, già stretti, si strinsero ancora di più. “Cosa intendi?”
“Qualcosa del genere?” disse Williams ad alta voce, mostrando improvvisamente e tenendo bene in mano, con quella lontana da McAuley, le due fotografie delle lettere.
Purtroppo devo dire che il signor McAuley ha fatto un gesto improvviso. Ma le fotografie sono tornate immediatamente nel loro posto, e l’intero episodio ha suscitato solo una risata felice da parte di quel ministro di Stato così sereno e equilibrato: il molto onorevole Jack Williams.
“Aspetta un attimo,” disse, “aspetta un attimo! Beh, vedi, li hanno trovati. Ah, i miei uomini sono intelligenti, te lo dico io!”
McAuley scosse la testa. “Sappiamo tutto sulle fotografie, vero?” ridacchiò. “La macchina fotografica non può mentire, giusto?” E rise di nuovo.
Poi Williams, con il suo sorriso allegro, iniziò a giocare con le carte da gioco. Tirò fuori le due carte originali e le tenne in alto, proprio come aveva fatto con le loro copie, ma questa volta in modo ben visibile.
James Haggismuir McAuley si sentì male.
“Come, come facevi a saperlo?” balbettò, con gli occhi ancora più stretti del solito.
“Non l’ho fatto, idiota!” rispose l’altro in tono scherzoso e cordiale. “Lo sai bene, no? Pensi che abbia tempo da perdere con queste cose, con la mia grande riforma della polizia in corso e con tutti quei delinquenti della squadra che mi minacciano? No! Sono stati portati da me, sono stati trovati.”
“Dove sono stati trovati?” chiese di nuovo J.
“Ah,” rispose il Segretario dell’Interno, ripetendo quella frase rituale, “quello sarebbe davvero significativo, non credete? Comunque, eccole lì.” Le rimise a posto e batté sulla superficie esterna del suo cappotto. “E ora che sono state trovate,” continuò, “non c’è nulla che possa impedirci di andare avanti, vero?”
“Cosa intendi per ‘noi’?”, disse con tono piuttosto scortese, ma lasciando comunque aperta la possibilità di una negoziazione.
“Perché proprio noi, tu e io…”
Anche dopo anni di incarichi ufficiali importanti, Jolly Jack Williams non aveva perso affatto il suo spirito allegro.
“Tu ed io, ragazzo!” aggiunse. “Povero vecchio Wilfrid, è fuori gioco, eh?” e gli diede un pugno nello stomaco.
“Don’t!” said J.
Jack Williams leant back in the chair, silently contemplating the delightful sunlit heaven through the new green of the leaves. He was letting the thing simmer in the mind of James McAuley. It was a quick mind, and the decision would be very soon reached. There came first of all a sigh, then a cough, a hesitant cough, and then the simple words:
“Fifty-fifty?”
“Don’t be silly, J.,” answered the master mind contemptuously. “Fifty-fifty, your grandmother! Fifty-one per cent., those are my terms. Fifty-one per cent. for the control. I’ve got my own men to hold for me — there’ll be several names. And as for your share of the forty-nine that’s left, why, it’s for you to settle that. I won’t be too hard on you! You know as well as I do that you can’t bag the whole forty-nine. You’ve not got a crowd to hide behind. But you can get a good fair whack, say twenty per cent. And I’m your man — when it comes to flotation.”
It is a weakness, perhaps the only weakness, of these great captains of finance that there is no limit to their desires. It is the practice of perpetual accumulation that breeds this foolish lack of proportion in them. They would be far happier if they could understand that with a thing of infinite possibilities like this, even a minority share is a vast fortune anyhow, and remain content with that. But they hate to see themselves losing control.
Needs must when the devil drives! James McAuley yielded. He could do nothing else. There was no other course open to him. And when there is no other course open your wisest man, like your most foolish, takes the only course there is.
“Very well,” said James McAuley. He sighed again, more deeply.
And they walked back, most of the time in silence, but still together. J. was rapidly calculating in his mind what proportion of the forty-nine he could safely count on, and how much of it must be left to the dear public.
And so the two wandered on, beneath an open heaven.
That evening the photographs went snugly back into the locked cupboard at Streatham.
XIV
THE TRIAL OF that unfortunate nincompoop, Reginald Butler, took but little of the public time, and need take little of ours. It was all over in two days, and we can get it all over in a very few pages.
It need not have taken one day, or half one day, for he had no evidence and no case. But the matter was of considerable moment. It was now many years since it had been thought worth while to prosecute anyone for attacks upon the integrity of Parliament, the proudest and most justified of reputations. Moreover, since the taxpayers’ money was available unlimitedly, it was only reasonable that at least two days of expenses, fees and lawyers’ incomes should be provided. They might even have spun it out to three days, or four, with such excellent reason for doing so, had it not been for the fact that the Attorney-General was booked to appear in a still more lucrative case on the third day.
Who shall be upon the Bench, even in cases of this high national importance, is happily a matter of pure hazard. Were it otherwise, the impartiality of justice would be suspected by evil minds. No consideration of persons, of party politics at Westminster, of services to men in high places, still less any pliancy of character, enters into the appointment of a judge; yet if there be the least hint of choosing one for a political case, there will always be the danger of malicious criticism. Some here, therefore, suggested that the judge for cases where men of great wealth or position have been attacked should be chosen after the fashion favoured by the gypsies — the drawing of a name out of a hat by a blind child — but it was felt that this proceeding would be beneath the dignity of justice.
The great lawyer and deeply respected man who was to try Butler for criminal libel was Sir Henry Chasible — Mr. Justice Chasible, as he preferred to be called with a fine respect for tradition.
It looked at one moment as though Mr. Justice Honeybubble would have been given the duty. His forcible personality would certainly in that case have rendered the trial even more memorable than its general character would make it. But Mr. Justice Honeybubble had broken down, and was in need of repose for some weeks, having overstrained himself through the intensity of his summing up in the recent case of Sligo v. Jay. Still, he was an astonishing man for his years. He was surprisingly energetic for a man of eighty-seven — but he had, for the moment, overstrained even his powers. Therefore was it that Sir Henry Chasible was seated on the Bench during those memorable two days. The universal respect with which he was regarded, even beyond the large measure justly lavished upon his colleagues, was due to many things combined. First, and most important, he was a very wealthy man, nor was the wealth mercantile in origin, but landed; a thing somewhat rare in the first generation of a great legal family. It was inherited land. The more praise was due to a man who, occupying such a position, sacrificed himself to the drudgery of judicial work — but with Henry Chasible his country always came first.
Sir Henry Chasible.
Then, for what it was worth, he wore a moustache, and for my part I think these details are of some importance in the estimation of character; for how rarely do we find a judge with the courage to adorn himself after this fashion!
Further, in his non-official capacity, he was a deeply religious man, practising with devotion and exactitude every precept and every rite of the Catholic Faith, which could boast no more devoted son. While, also in his non-official capacity, he was a fearless opponent of the Roman perversion and schism. Indeed, Sir Henry Chasible, apart from using his extensive patronage upon his Rutland estates in the Catholic cause, had been instrumental in preventing the ruins of Rabbly Abbey being purchased by Romanist fanatics, himself advancing all the money for, and largely subscribing to, the National Trust which was formed for the preservation of the venerable pile (as the Poet Laureate has called it).
“Non farlo!” disse J.
Jack Williams si appoggiò allo schienale della sedia, contemplando in silenzio il delizioso cielo illuminato dal sole attraverso il nuovo verde delle foglie. Lasciava che l’idea maturasse nella mente di James McAuley. Era una persona pronta a prendere decisioni, e queste sarebbero arrivate molto presto. Prima arrivò un sospiro, poi un colpo di tosse – un colpo di tosse esitante – e infine quelle semplici parole:
“Cinquanta e cinquanta?”
“Non essere sciocco, J.” rispose con disprezzo il cervello dietro tutta la faccenda. “Cinquanta-cinquanta, tua nonna! Il cinquantuno percento: questi sono i miei termini. Il cinquantuno percento per il controllo. Ho già le mie persone pronte ad obbedirmi; ci saranno diversi nomi coinvolti. Quanto alla tua parte dei quarantanove percenti rimanenti, beh, quella la decidi tu. Non sarò troppo duro con te! Sai benissimo che non puoi prenderti tutti e quarantanove i percenti. Non hai una folla di persone alle tue spalle. Ma puoi ottenere una buona percentuale, diciamo il venti percento. E io sono dalla tua parte, quando si tratta di realizzare la quotazione in borsa.”
È una debolezza, forse l’unica debolezza di questi grandi capitani del settore finanziario, il fatto che i loro desideri non abbiano limiti. È proprio la pratica dell’accumulo perpetuo a generare in loro questa assurda mancanza di proporzionalità. Sarebbero molto più felici se capissero che, per qualcosa con possibilità infinite come questo, anche una quota minore rappresenta comunque una fortuna enorme, e se si accontentassero di essa. Ma odiano l’idea di perdere il controllo su tutto ciò.
Quando il diavolo spinge, le necessità diventano imperative! James McAuley cedette. Non poteva fare altrimenti; non esisteva alcun altro percorso possibile. E quando non c’è scelta, sia l’uomo più saggio che il più sciocco segue l’unica strada disponibile.
“Molto bene,” disse James McAuley. Sospirò di nuovo, più profondamente.
E tornarono indietro, per la maggior parte del tempo in silenzio, ma comunque insieme. J. calcolava rapidamente nella sua mente quale percentuale dei quarantanove potesse contare con sicurezza su di essi, e quanta invece dovesse essere lasciata al caro pubblico.
E così i due continuarono il loro cammino, sotto un cielo aperto.
Quella sera, le fotografie furono riposte con cura nel armadio chiuso a chiave a Streatham.
XIV
Il processo di quel sfortunato idiota, Reginald Butler, non occupò molto tempo del pubblico, e non ne occuperà nemmeno molto il nostro. Tutto finì in due giorni, e possiamo riassumerlo in poche pagine.
Non era necessario che ci volesse nemmeno un giorno, o mezzo giorno: non aveva prove né motivi sufficienti per procedere. Ma la questione era di notevole importanza. Erano passati molti anni da quando si era ritenuto opportuno perseguire qualcuno per attacchi all’integrità del Parlamento, la reputazione più orgogliosa e giustificata che esistesse. Inoltre, poiché i soldi dei contribuenti erano a disposizione in quantità illimitata, era del tutto ragionevole destinare almeno due giorni alle spese, alle tasse e ai guadagni degli avvocati. Avrebbero persino potuto estendere il periodo a tre o quattro giorni, con motivazioni più che valide, se non fosse stato per il fatto che il Procuratore Generale aveva già un altro caso molto redditizio da affrontare il terzo giorno.
Chi sarà nominato giudice, anche in casi di tale alta importanza nazionale, è purtroppo una questione puramente casuale. Se non fosse così, l’imparzialità della giustizia verrebbe messa in dubbio da persone malintenzionate. Nella nomina di un giudice non entrano in considerazione né le caratteristiche personali, né le affiliazioni politiche a Westminster, né i servizi resi a persone in posizioni elevate, e tantomeno alcuna forma di flessibilità nel comportamento personale. Tuttavia, se ci fosse anche solo il minimo sospetto che una scelta venga fatta per motivi politici, ci sarebbe sempre il rischio di critiche malizievoli. Pertanto, alcuni hanno suggerito che per i casi in cui vengono attaccati persone molto ricche o influenti, il giudice dovrebbe essere selezionato secondo il metodo preferito dai gitani: estrarre un nome da un cappello da parte di un bambino non vedente. Tuttavia, si è ritenuto che tale procedura sarebbe indegna della dignità della giustizia.
Il grande avvocato e uomo profondamente rispettato che avrebbe processato Butler per diffamazione criminale era Sir Henry Chasible – il Giudice Chasible, come preferiva essere chiamato, con un profondo rispetto per le tradizioni.
Per un momento sembrava che al giudice Honeybubble fosse stato affidato quel compito. La sua personalità decisa avrebbe sicuramente reso il processo ancora più memorabile di quanto il suo carattere generale potesse farlo presagire. Ma il giudice Honeybubble si era indebolito e aveva bisogno di riposo per alcune settimane, essendosi overstreso a causa dell’intensità dei suoi interventi nel recente caso Sligo contro Jay. Tuttavia, per la sua età, era un uomo straordinario: sorprendentemente energico per un ottantasettenne. Ma in quel momento aveva davvero esaurito tutte le sue forze. Ecco perché, durante quei due giorni memorabili, a sedere sulla Corte fu Sir Henry Chasible. Il rispetto universale che gli veniva tributato, ben oltre quello che giustamente spettava ai suoi colleghi, derivava da molteplici motivi. Prima di tutto, e soprattutto, era un uomo molto ricco; la sua fortuna non proveniva dal commercio, ma dalle proprietà terriere, una cosa piuttosto rara nella prima generazione di una grande famiglia legale. Era terra ereditata. Un complimento ancora più meritato andava a un uomo che, pur occupando una posizione così elevata, si dedicava con impegno al lavoro giudiziario. Ma per Henry Chasible, il suo paese veniva sempre prima di tutto.
Sir Henry Chasible.
Allora, per quel che valeva, si fece crescere la barba; e personalmente penso che questi dettagli siano di qualche importanza nel valutare il carattere di una persona. Poiché quanto raramente incontriamo un giudice con il coraggio di adornarsi in questo modo!
Inoltre, nella sua veste non ufficiale, era un uomo profondamente religioso: praticava con devozione e precisione ogni precetto e rito della Fede Cattolica; nessun altro figlio di quella fede avrebbe potuto essere più devoto di lui. Nella stessa veste non ufficiale, era anche un oppositore coraggioso delle perversioni e dello scisma romani. Infatti, Sir Henry Chasible, oltre ad utilizzare la sua vasta influenza sulle sue proprietà nel Rutland a sostegno della causa cattolica, ebbe un ruolo fondamentale nell’impedire che le rovine dell’abbazia di Rabbly venissero acquistate da fanatici romanisti: fu lui stesso ad anticipare tutti i fondi necessari e ad aderire in modo significativo al National Trust istituito per la conservazione di quel luogo venerabile.
He had sat in his time in the House of Commons as an Anarchist, though strongly in the Right Wing of that party, and regarded as almost a Socialist by his more advanced brethren. Later, upon leaving the House, and in the interval between this and his elevation to the Bench, he had frankly joined the Socialist party, his sympathies with which were known (though of course he could not now express them except in his unofficial capacity) to have strengthened with the years. Everything in the man tended to emphasize his conservatism as he advanced in life.
The reason that Reginald Butler’s trial demanded so brief an attention from the authorities was, as I have said, that the unhappy fool had no case. It simplified matters, but simplified them if anything a little too much, for it left little opportunity for that vigorous denunciation in which the Attorney-General excelled.
The miserable fellow in the dock would have been ably defended, if defence had been possible, by Mr. Charles Carrick, who chivalrously undertook the case for the paltry fee which alone was available — partly because he felt, as did the Bar in general, that a man under the weather like Butler had a special right to the best talent and partly because it was a case the participation in which would put Counsel right in the limelight; and such occasions are of service to a rising young barrister.
But it would be nonsense to pretend that Carrick had any case. He could do little but plead for mercy by some pitiful description of his client’s honest motives and genuine aberration.
He did not, of course, actually plead lunacy, which would have been almost as unwelcome to Butler himself as to the authorities who were so naturally interested in the case; but he was prepared to show that the pinchbeck-Byron figure was surrounded by unreal dreams, living in a world that was not. The great statesmen whom he had so abominably and falsely accused, though they bore the names of real men, were for him but wraiths of the imagination.
The appearance of the Attorney-General for the Crown in the case was criticized by some, applauded by others. His younger brother was indirectly involved; I say “indirectly,” because the indictment had not a word about James McAuley, but only brought in the specific point of the accusation against Halterton of having given a contract for a consideration; further, it was thought better that the name of the Chancellor of the Exchequer should not be dragged into the affair, though the Chief Whip was not himself averse to the publicity of it.
Sir Andrew McAuley, Attorney-General, cross-examining the infamous traducer.
The etiquette of the Bar had been very strict on these matters in the past, and had more than once prevented a great law officer of the Crown appearing when members of his family were supposed to be, or actually were, involved in any accusation, and might have prevented Sir Andrew McAuley from being seen on those days in Court. On the other hand, there are two precedents — that generally known as the Periscope Case, and the other still more generally known as the Soap Scandal, in both of which the Attorney-General of the day had appeared for the Crown, although in the one case his father, and in the other his son, had been widely mentioned in connection with irregularities involved.
But Andrew McAuley’s main reason for appearing was a simple and, I think, a very fine one. He was determined to stop all these malicious rumours that had been current about his younger brother, and to exorcise them by the power of his name. No other man would thus have sacrificed so much for family feeling. The point has always since been remembered in his favour. Another reason for his action was the very considerable sum which he could give himself out of the taxes for his trouble.
Tartle, his Junior, was not called upon to plead, but did useful work in prompting and acting as a go-between during the trial. Indeed, the work he did was, though not of a public nature, of some effect upon the result. It happened thus:
Sir Andrew McAuley was coming to the conclusion of his great speech, which was to conclude with the historic phrase, “This is a Court of Justice, and I demand Justice.” It was indeed nearly half an hour earlier, at the beginning of the famous peroration, “When I see this man my heart bleeds for him” — a touching allusion to Wilfrid Halterton, which has since passed into more than one anthology of English literature — that Samuel Tartle was discreetly handed from the back of the Court a piece of paper. It was small, and not very clean, for it had passed from one to another on its way to him — a thing which should not have been done, for that piece of paper contained very private information, and the information was such that Samuel Tartle with difficulty concealed his dismayed astonishment.
The information which that piece of paper contained must now be given in all its magnitude.
Each of the political parties, as we all know, is rightly possessed of a large fund — subscriptions given by the public — which is kept in the honourable keeping of some specially designed member of the crew who can be trusted to account for it exactly, and to use it wisely. He gives, of course, no receipts, nor does he keep (if we may believe his evidence on oath) any memoranda of such payments. Indeed, by a constitutional fiction he is permitted, whenever the funds may be alluded to in examination before a committee or even before a judge, alternatively either to deny that the fund exists, or to plead complete ignorance of the amount it contains, as of the names of those who have so generously contributed to it.
The startling of Mr. Tartle.
Now these funds cannot be allowed to lie idle. They must, like other money, earn their interest and be put to profitable employment while they are waiting to be used for the general purposes of State to which they are assigned — such as incidental expenses of candidates, the persuasion of men not directly engaged in political work but occupying what might be called “key position” (Joe Billingham, for instance, of Nuneaton, the trainer, and that universal favourite Jerry Cobb, who keeps “The Swan” on the Meddinghurst Road), the payment of gambling debts and many other uses. Numerous are the purposes for which these important funds are used.
Durante il suo periodo nella Camera dei Comuni, egli ha militato come anarchico, sebbene appartenesse alla fazione di destra del partito; i suoi compagni più progressisti lo consideravano quasi un socialista. In seguito, dopo aver lasciato la Camera e nel periodo intermedio prima della sua nomina a giudice, si è apertamente iscritto al partito socialista; le sue simpatie per tale movimento erano note (sebbene ovviamente ora potesse esprimerle solo in veste non ufficiale), e queste simpatie si erano ulteriormente rafforzate nel corso degli anni. Tutto in lui tendeva a evidenziare il suo conservatorismo man mano che avanzava negli anni.
Il motivo per cui il processo a Reginald Butler richiese un’attenzione così breve da parte delle autorità era, come ho detto, che quel povero sciocco non aveva alcuna possibilità di vincere il caso. Questo semplificò le cose, ma forse anche troppo, poiché lasciava poco spazio a quelle vigorose denunce di cui l’Procuratore Generale era così abile.
Quel poveretto sul banco degli imputati avrebbe potuto essere difeso efficacemente, se tale difesa fosse stata possibile, dal signor Charles Carrick, il quale si prese generosamente carico del caso per la misera tariffa disponibile: in parte perché riteneva, come del resto l’intera comunità legale, che una persona nella condizione di Butler avesse diritto a un rappresentante legale eccezionale; e in parte perché partecipare a quel caso avrebbe permesso al signor Carrick di farsi notare; occasioni del genere sono infatti molto utili per un giovane avvocato che sta facendo carriera.
Ma sarebbe assurdo fingere che Carrick avesse qualche possibilità di successo. Poteva fare poco, se non supplicare per misericordia attraverso una descrizione patetica dei motivi onesti e delle vere deviazioni del suo cliente.
Naturalmente, non fece davvero leva sull’idea della sua follia, poiché questo avrebbe rappresentato un argomento altrettanto indesiderato sia per Butler che per le autorità interessate al caso; tuttavia, era disposto a dimostrare che quella figura di “Byron falso” fosse circondata da sogni irreali e vivesse in un mondo che non esisteva. I grandi statisti che aveva accusato in modo così calunnioso e falsamente, sebbene portassero i nomi di persone reali, per lui non erano altro che ombre frutto dell’immaginazione.
L’intervento del Procuratore Generale della Corona in questo caso fu criticato da alcuni e applaudito da altri. Suo fratello minore era indirettamente coinvolto; dico “indirettamente” perché l’accusa non menzionava affatto James McAuley, ma si concentrava esclusivamente sul fatto che Halterton avesse stipulato un contratto in cambio di una determinata ricompensa. Inoltre, si ritenne opportuno evitare di coinvolgere il Cancelliere dello Scacchiere in questa vicenda, anche se il Capo del Gabinetto non era contrario alla pubblicità che ne derivava.
Il procuratore generale Sir Andrew McAuley interroga il famigerato traduttore.
In passato, le regole di etichetta del Bar erano molto rigide in queste materie, e più volte avevano impedito a importanti funzionari della Corona di comparire in tribunale quando i membri delle loro famiglie erano coinvolti, o addirittura accusati, di irregolarità. Questo probabilmente avrebbe anche impedito a Sir Andrew McAuley di presentarsi in tribunale in quei giorni. D’altra parte, ci sono due precedenti: quello comunemente noto come il “Caso Periscope” e un altro ancora più noto come lo “Scandalo del Sapone”. In entrambi i casi, l’allora Procuratore Generale della Corona aveva rappresentato la parte pubblica in tribunale, anche se nel primo caso suo padre e nel secondo suo figlio erano stati ampiamente menzionati in relazione alle irregolarità coinvolte.
Ma il motivo principale per cui Andrew McAuley decise di intervenire era semplice, e credo anche molto nobile: era determinato a fermare tutte quelle voci malvagie che circolavano su suo fratello minore, e a sradicarle con il potere del proprio nome. Nessun altro avrebbe sacrificato così tanto per i valori familiari. Da allora, questo aspetto è sempre stato ricordato a suo favore. Un altro motivo della sua azione era la considerevole somma di denaro che poteva guadagnare grazie alle tasse pagate per il proprio impegno.
Tartle, il suo assistente, non fu chiamato a testimoniare, ma svolse un ruolo utile nel fornire indicazioni e agire da intermediario durante il processo. Infatti, il lavoro che svolse, sebbene non di natura pubblica, ebbe comunque un certo impatto sul risultato finale. Ecco come accadde:
Sir Andrew McAuley stava per concludere il suo importante discorso, che avrebbe terminato con la frase storica: “Questo è un Tribunale di Giustizia, e io chiedo giustizia”. In realtà, quasi mezz’ora prima, all’inizio della famosa parte del discorso in cui si diceva: “Quando vedo quest’uomo il mio cuore sanguina per lui” – un’allusione commovente a Wilfrid Halterton, che da allora è stata inclusa in molte antologie di letteratura inglese – Samuel Tartle ricevette discretamente, dal retro dell’aula, un pezzo di carta. Era piccolo e non molto pulito, poiché era stato passato di mano in mano lungo il percorso che lo aveva portato fino a lui. Una cosa che non avrebbe dovuto accadere, poiché quel foglio conteneva informazioni estremamente private. Samuel Tartle faticò molto a nascondere la sua profonda sorpresa e preoccupazione.
Le informazioni contenute in quel pezzo di carta devono ora essere rese note nella loro intera entità.
Ogni partito politico, come tutti sappiamo, dispone giustamente di un cospicuo fondo – costituito da donazioni del pubblico – che viene affidato alla custodia di un membro del personale appositamente incaricato, di cui si può essere certi che ne renda conto con precisione e lo utilizzi in modo saggiamente. Naturalmente, tale persona non rilascia ricevute, né conserva (se possiamo credere alle sue dichiarazioni sotto giuramento) alcun documento relativo a tali pagamenti. In effetti, per una sorta di “finzione costituzionale”, le è permesso, ogni volta che il fondo viene menzionato durante un’inchiesta davanti a una commissione o persino davanti a un giudice, negare l’esistenza stesso del fondo oppure dichiararsi completamente all’oscuro della sua entità e dei nomi di coloro che lo hanno generosamente contribuito.
Lo stupore del signor Tartle.
Ora non si può permettere che questi fondi rimangano inutilizzati. Devono, come qualsiasi altro denaro, generare interessi e essere impiegati in attività proficue, nel frattempo che aspettano di essere utilizzati per gli scopi generali dello Stato a cui sono destinati: spese accessorie dei candidati, persuasione di persone non direttamente impegnate in attività politiche ma che occupano posizioni chiave (ad esempio Joe Billingham di Nuneaton, l’allenatore, o Jerry Cobb, molto amato da tutti e responsabile della gestione del “The Swan” sulla Meddinghurst Road), pagamento di debiti legati al gioco d’azzardo, e molte altre finalità. Sono davvero numerosi gli scopi per cui vengono utilizzati questi importanti fondi.
They are sometimes very large; in fact, Longpenny House in Longpenny Square was built out of but a fraction of one such fund — which is some indication of their scale.
That is the first point we must bear in mind — that such funds must be made to earn interest. The second point is that Prime Ministers have secretaries.
The Prime Ministership of Great Britain (including the six counties of Northern Ireland, the town of Berwick-on-Tweed, and the Channel Islands — but not the Isle of Man) is perhaps the highest seat of a purely temporal kind to which a human being can aspire; nobly filled at this present moment by the ample form of Mrs. Boulger.
The Secretaries attached to this most exalted of all mortal posts are, as may be imagined, of various kinds. Their number has necessarily increased with the development of the British Constitution since the year 1900, and to the original six of our grandfathers’ time there have been added another thirty-three, which a brief calculation will show to make a total approaching forty. They are housed for the most part in that row of low buildings the encroachment of which upon the Horse Guards Parade has been so much criticized in the Press and the contract for which was given to the Minister of War’s step-daughter’s friend, W. H. Gar … but I have no space to go into all that.
Now among these thirty-nine secretaries there are three of special importance — the Private Secretary, the Confidential Secretary, and the Secretary. The last is a man drawn, nearly always, from the higher ranks of the Civil Service. He is commonly a man of family, as the occasion demands, and it is also consonant with his position that he should have his career all before him and be in the earlier years of his public activity.
The gentleman who filled this position during the session of 1960, and had filled it now for more than a year, was Danver — Teddy Danver — as good a man as could have been chosen for the post, with that mixture of freedom in speech where freedom is admissible and of discretion when discretion is necessary, with all that exact knowledge of how things may be told to fifty people if the fifty people are well chosen and yet never get to the public ear, and also, I ought to add, with all that healthy sense of humour which is invaluable for preserving a man’s sense of proportion in the difficult game of public life.
On the morning of the second day of the trial, towards the end of the morning, at the moment when, far off at the Old Bailey, Sir Andrew McAuley was beginning his great peroration, the two minor Secretaries who sat beyond the green baize door in the outer office, ready to attend Danver’s whistle at the speaking tube whenever it should sound, were startled by a maniac noise from within.
They each looked round with sudden fear that their chief might have been seized with some temporary affliction. Loud roars and shrieks and interrupted coughings, followed by the bellowing of their names— “Bill! Ha-ha! Ho-ho! Bill, Garry, come here! Garry! Bill! Oh, my God!” and then more laughter, louder and louder, explosive, cataclysmic, as Bill and Garry rushed through the green baize door. They saw, within, their respected superior leaning back in his chair with his mouth so wide open as to be cavernous, roaring, bellowing, and shrieking with laughter — laughter that shook the whole of his considerable frame. He was just reaching the stage of exhaustion when they broke in.
“You can’t guess!” he whispered, spluttering and hoarse with the effort he had just gone through. “You’ll never guess! No, you’ll never guess! You couldn’t! Oh, my God!” And he tried to laugh again, but it hurt him so much that he checked himself with an effort. “Oh, it’s too good to be true! What do you think they’ve done now?”
“Who?” said Garry and Bill together in anxious astonishment.
“Why, the Heavenly Twins!” (The Heavenly Twins, I should mention, was the slang term in that office for the Chancellor of the Exchequer and the Chief Whip, those gentlemen who had been very justly remembered by the Attorney-General at breakfast some little time before in the matter of the Television Contract.)
“Oh, God be praised!” went on the Head Secretary of all, the Very Secretary himself, in panting tones and with hardly any breath left in his body, “God be praised, Who has allowed me to live to see this day!”
“What have they done?” said Garry.
“Which has what done?” said Bill.
“What has which of them done?” said Garry again.
“Oh, you’ll never guess!” repeated the Chief, with dancing eyes delightedly. “No one’ll ever guess! This kind of thing only happens once in a million years! They have been using the secret party funds to rig the market for Billies!”
Garry, who was very young indeed, and still preserved some middle-class illusions on the nature of public life, whistled. Bill burst into laughter louder than his chief’s, but out of respect to his chief, less prolonged.
“Well, they’ve got to be told, you know.”
“Who?” said Garry.
“They,” answered the Chief, with a nod.
And then to Bill, “You know.”
“Yes,” said Bill, “I know.”
“You’d better take it yourself, there mustn’t be too many people seeing it.”
Bill was at the Old Bailey about a quarter of an hour later. He had jotted the information down simply and clearly enough upon a sheet of paper, and folded it in two; he did not put it in an envelope. He was determined that it should be appreciated immediately.
When he got to the door of the Court he remembered too late that he had nothing on him to show who he was. He only hoped that the official guardian of that portal would believe him.
“I have come from the Prime Minister’s secretary,” he said. “Would you let me in? I want to pass a note up to the Counsel for the Prosecution.”
He was believed, and entered. As the door opened upon the dense throng within, above the heads of which he heard the loud booming of Andrew McAuley’s majestic eloquence, he saw that there wasn’t a dog’s chance of getting through.
A volte sono molto grandi; infatti, la Longpenny House situata in Longpenny Square è stata costruita utilizzando soltanto una piccolissima parte di un simile fondo, il che dimostra bene le loro dimensioni.
Questo è il primo punto che dobbiamo tenere a mente: tali fondi devono essere utilizzati per generare interessi. Il secondo punto è che i primi ministri hanno dei segretari.
La carica di Primo Ministro del Regno Unito (compresi i sei contee dell’Irlanda del Nord, la città di Berwick-on-Tweed e le Isole del Canale – ma non l’Isola di Man) rappresenta forse il più alto incarico puramente temporale a cui un essere umano possa aspirare; in questo momento, tale incarico è nobilmente ricoperto dalla signora Boulger.
I Segretari addetti a questa delle più elevate cariche mortali sono, come si può immaginare, di vario tipo. Il loro numero è inevitabilmente aumentato con lo sviluppo della Costituzione britannica a partire dal 1900; ai sei iniziali dell’epoca dei nostri nonni ne sono stati aggiunti altri trentatré, il che, con un semplice calcolo, porta il totale a quasi quaranta. La maggior parte di loro risiede in quella serie di edifici bassi la cui espansione sul percorso della Cavalleria è stata ampiamente criticata dalla stampa; il contratto relativo alla loro costruzione fu assegnato all’amica della figliastra del Ministro della Guerra, W. H. Gar, ma non ho spazio per approfondire tutto ciò.
Tra questi trentanove segretari, ce ne sono tre di particolare importanza: il Segretario Privato, il Segretario Confidenziale e il Segretario Generale. Quest’ultimo viene quasi sempre scelto tra i ranghi più alti della Pubblica Amministrazione. Di solito è una persona con un background familiare, come richiede l’occasione; inoltre, è coerente con la sua posizione che la sua carriera sia ancora davanti a lui e che si trovi negli anni iniziali della sua attività pubblica.
Il gentiluomo che ricoprì questa carica durante la sessione del 1960, e che la manteneva ormai da più di un anno, era Danver – Teddy Danver – un uomo davvero ideale per tale incarico: possedeva quella giusta misura di libertà di espressione quando essa fosse appropriata e di discrezione quando necessaria; conosceva perfettamente come comunicare informazioni a cinquanta persone, purché queste fossero ben selezionate, in modo che tali informazioni non arrivassero mai all’orecchio del pubblico; inoltre, doveva aggiungersi anche quel sano senso dell’umorismo, indispensabile per mantenere la propria capacità di valutare le cose con oggettività nel difficile contesto della vita pubblica.
La mattina del secondo giorno del processo, verso la fine della giornata, nel momento in cui, lontano presso il Old Bailey, Sir Andrew McAuley stava iniziando il suo lungo discorso, i due segretari junior seduti oltre la porta di velluto verde nell’ufficio esterno, pronti ad accorrere non appena suonasse il fischio di Danver attraverso il microfono, furono colpiti da un rumore assurdo proveniente dall’interno.
Ognuno di loro si guardò intorno, improvvisamente spaventato all’idea che il loro capo potesse essere colpito da qualche malattia temporanea. Risuonarono grida, strilli e colpi di tosse interrotti, seguiti dal chiamare dei loro nomi: “Bill! Ah-ah! Oh-oh! Bill, Garry, venite qui! Garry! Bill! Oh, mio Dio!” Poi ancora risate, sempre più forti, esplosive, cataclismiche. Mentre Bill e Garry irrompevano dalla porta di velluto verde, videro il loro rispettato superiore appoggiarsi allo schienale della sedia, con la bocca spalancata in un sorriso così intenso da scuotere tutto il suo imponente corpo. Era appena arrivato al punto di esaurimento quando loro entrarono.
“Non riusciresti mai a indovinare!” sussurrò, ansimando e con la voce roca per lo sforzo appena compiuto. “Mai. Non potresti mai! Oh, mio Dio, ” Tentò di ridere di nuovo, ma gli faceva troppo male, così si fermò subito. “Oh, è troppo bello per essere vero. Cosa pensi che abbiano fatto ora?”
“Chi?” dissero insieme Garry e Bill, con ansiosa meraviglia.
“Ma i Gemelli Celesti!” (Devo precisare che “I Gemelli Celesti” era il termine gergale utilizzato in quell’ufficio per riferirsi al Cancelliere dello Scacchiere e al Capo del Gabinetto, quei signori di cui l’Attorney-General aveva appena parlato a colazione, in relazione alla questione del Contratto per la Televisione.)
“Oh, sia lodato Dio!”, esclamò il Segretario Capo di tutti, lo stesso Segretario in persona, con voce affannosa e a malapena in grado di respirare, “Dio sia lodato, per avermi permesso di vivere fino a questo giorno!”
“Cosa hanno fatto?” disse Garry.
“Cosa ne è risultato?” disse Bill.
“Cosa ha fatto uno di loro?”, chiese di nuovo Garry.
“Oh, non riuscirete mai a indovinare!” ripeté il Capo, con gli occhi che brillavano di gioia. “Nessuno riuscirà mai a indovinare! Questo genere di cose succede una volta ogni milione di anni! Hanno utilizzato i fondi segreti della festa per manipolare il mercato a vantaggio di Billies!”
Garry, che era davvero molto giovane e ancora conservava alcune illusioni tipiche della classe media riguardo alla natura della vita pubblica, fischiò. Bill scoppiò a ridere più forte del suo capo, ma per rispetto verso di lui, la sua risata fu meno prolungata.
“Beh, devono essere informati, capisci.”
“Chi?” disse Garry.
“Loro,” rispose il Capo, annuendo.
E poi, rivolgendosi a Bill: “Lo sai…”
“Sì,” disse Bill, “lo so.”
“Meglio che lo prenda tu stesso, non dovrebbero esserci troppe persone a vederlo.”
Circa un quarto d’ora dopo, Bill si trovava presso l’Old Bailey. Aveva trascritto le informazioni in modo semplice e chiaro su un foglio di carta, poi lo aveva piegato a metà; non l’aveva messo in una busta. Era deciso che venissero prese in considerazione immediatamente.
Quando arrivò alla porta del Palazzo, si rese conto troppo tardi di non avere nulla con sé per dimostrare chi fosse. Sperava solo che il guardiano ufficiale di quel portale gli credesse.
“Sono venuto dalla segretaria del Primo Ministro,” disse. “Potreste lasciarmi entrare? Voglio consegnare un messaggio al Procuratore.”
Fu creduto e quindi entrò. Quando la porta si aprì su quella folla densa, e al di sopra delle teste della gente sentì il forte rumore dell’eloquenza maestosa di Andrew McAuley, capì che non c’era alcuna possibilità di passare attraverso quella folla.
“Would you pass that on, to one of the Counsel for the Prosecution? There. That man there. Mr. Tartle. Do you think you could get it passed up to Mr. Tartle?”
The man thus addressed took it from him and handed it to another before him in the press. That other passed it on to another, crumpled somewhat but still intact. Tartle took it, opened the fold, read the dozen words or less boldly scrawled in pencil, and it had on him the effect I have mentioned.
What was he to do? He must show it to his chief, but he could not interrupt this final passage in which the jury were being reminded of the black-hearted Butler’s admission that he had no evidence, that he depended wholly upon the wretched tittle-tattle of Fleet Street public-houses, as it had been conveyed to him by his disreputable friend. He had admitted — having chosen to go into the box himself in spite of his Counsel urging him not to do so — that he had gone by nothing but common sense and common knowledge, and other clap-trap of that kind.
While Sir Andrew was proceeding to shed tears of blood over the sufferings of Wilfrid Halterton, while he recalled to the jury the picture which that great statesman had made standing with bowed head, his sensitive honour touched to the quick, by the mere mention of the foul accusations that were made, Samuel Tartle was in an agony to make known the contents of that note. He had to wait till the last famous phrase was pronounced— “this is a Court of Justice, and I demand Justice” — until the Attorney-General, at a blood-pressure dangerous for his age, sat down again in a cloud of forensic glory.
But Mr. Samuel Tartle, that distinguished Junior, who had been so happily spared the trouble of opening his mouth, and had the more easily earned his money, need not have been so worried. The Secretary’s message had been carried up by the Secretary’s deputy secretary to higher quarters still in that discreet fashion which deputy secretaries well know.
Outside in the passages men who professed to understand the inner things of public life were giving each his opinion, not upon the verdict, for there could be no question on that, but upon the sentence. One bald-headed old boy of sporting character, who had often come out on the right side of the ledger about these things, said it would be two years. The more general opinion varied between one year and six months. A fool remarked that they would not make a martyr of Butler. Another fool said they would certainly make an example. A third fool, who seems to have been rather less of a fool than either of those two, said that it would depend upon what they thought would be best. No one, anyhow, went below six months, and as I say, the favourite was twelve, with something like five to three against eighteen months, and higher odds against two years.
Those who listened to the summing up would, at the beginning of it, have leant to the severer conclusion; for the noble, dignified, religious face of Mr. Justice Chasible had been full of that awful severity which the occasion demanded.
He began by telling the jury that the law had ordained the institution of Criminal Libel for the terror of evil-doers and as a substitute for the degraded practice of the duel, which still obtained, he was sorry to say, among nations less civilized than ourselves, but which had here happily disappeared. He told them how the law was chary of using this last drastic weapon, but that there were occasions when nothing else would serve. All governments would be thrown into confusion, and all the high traditions of our public life would fail, if it were thought that men might with impunity spread, not in the heated criticism of a moment nor through the pardonable exaggeration arising in the violence of political debate, but deliberately, such malicious falsehoods against the statesmen whom Providence had chosen for the conduct of this mighty country. “Upon the purity of whose public life,” he added, “and upon the standard of whose morals, all the civilized world has modelled itself” — and here the Judge made a passing allusion to our identity in this matter with our dear cousins of the United States, an obiter dictum which men of Sir Henry’s standing are permitted to pronounce, to the great advantage of the foreign relations of the Commonwealth.
“As a terror to evil-doers,” repeated that great and (may I say?) holy Judge, “As a terror to evil-doers” — in a stern, rising voice. Then, as though conscious that restraint would be of even greater effect than the giving of full rein to indignation, he checked himself, and added in colourless but strong tones:
“You have, gentlemen of the jury, to judge of the facts and the law. It is in this that an action for libel, even for criminal libel, differs from any other.” And he briefly quoted the provisions of Fox’s Act: “If in your judgement the prisoner had good cause to say what he did, it being substantially true, and to the public advantage that he should say it, you will then bring in a verdict of not guilty. But if you, etc… . etc… . You will then … etc… . etc… bring in the contrary verdict.”
With these words the solemn voice was still.
The jury, without leaving the box, proclaimed their decision through the mouth of their foreman, a man with a tenor voice, a cockney accent, and a flourishing public-house at the corner of Leadenhall Street; an admirable specimen of that sound common sense which makes our jury system the envy of the world.
Then it was that a great hush fell upon the Court, to hear the Judge’s admonition of the poor wretch behind the spiked railing — and the sentence.
The admonition was short. The judge emphasized the heinousness of the crime, and above all its lack of adequate motive. He was willing to believe that fanaticism had pushed the miserable creature before him beyond the point of sane judgement. But the law could take no account of that. It was its duty to protect His Majesty’s subjects of every grade, and particularly those who had undertaken the arduous and thankless task of government, from such poisonous falsehoods as those which the prisoner had quoted and disseminated. Under the circumstances he should not be doing his duty if he did less than inflict upon the culprit a fine of fifty pounds.
“Potrebbe passarlo a uno dei consiglieri della procura? Lì, quell’uomo. Il signor Tartle. Credete che possa farlo arrivare al signor Tartle?”
L’uomo a cui fu rivolto quel messaggio lo prese e lo passò a un altro davanti a lui nella folla. Quell’altro lo consegnò a un terzo, un po’ accartocciato ma ancora integro. Tartle lo prese, aprì il foglio e lesse le dodici parole o meno scritte in modo approssimativo con la matita; quel messaggio ebbe su di lui l’effetto che ho menzionato.
Cosa doveva fare? Doveva mostrarlo al suo capo, ma non poteva interrompere questa fase finale della procedura in cui veniva ricordato alla giuria l’ammissione di quel individuo senza cuore secondo cui non possedeva alcuna prova concreta, e che si affidava interamente alle voci messe in giro nei bar di Fleet Street, riportategli dal suo amico disonorevole. Aveva ammesso – dopo essersi deciso personalmente ad entrare nell’aula nonostante i consigli del proprio avvocato – di essersi basato soltanto sul buonsenso e sulla conoscenza comune, insomma su argomentazioni del genere.
Mentre Sir Andrew versava lacrime di sangue per le sofferenze di Wilfrid Halterton, mentre ricordava alla giuria l’immagine di quel grande statista con la testa china, la sua sensibile onorabilità fu profondamente offesa solo dal menzionare quelle orribili accuse. Samuel Tartle, intanto, soffriva terribilmente nell’ansia di far conoscere il contenuto di quella nota. Dovette aspettare fino a quando non fu pronunciata l’ultima frase famosa: “Questo è un tribunale della giustizia, e io chiedo giustizia”, fino a quando il Procuratore Generale, con una pressione sanguigna pericolosamente alta per la sua età, non si sedette di nuovo, avvolto in un’aura di gloria legale.
Ma il signor Samuel Tartle, quel distinto giovane funzionario che aveva avuto la fortuna di non dover nemmeno aprire bocca per svolgere i suoi compiti e quindi guadagnare facilmente i propri soldi, non avrebbe dovuto preoccuparsi così tanto. Il messaggio del Segretario era stato portato ai livelli più alti dal suo vice-segretario, con quella discrezione tipica dei vice-segretari.
Fuori, nei corridoi, uomini che si professavano esperti delle dinamiche della vita pubblica esprimevano le loro opinioni, non riguardo al verdetto – su quello non poteva esserci dubbio – ma riguardo alla pena. Un anziano calvo, dal carattere sportivo e che spesso aveva ragione in queste questioni, previde che sarebbero trascorsi due anni. L’opinione più diffusa oscillava tra un anno e sei mesi. Uno sciocco commentò che non avrebbero fatto di Butler un martire; un altro disse che sicuramente ne avrebbero fatto un esempio per tutti. Un terzo, che sembrava meno sciocco degli altri due, affermò che tutto dipendeva da ciò che ritenevano fosse la cosa migliore da fare. Comunque nessuno prevedeva una pena inferiore ai sei mesi; l’opinione più condivisa era quella di dodici mesi, mentre le probabilità che si arrivasse a diciotto mesi o più erano piuttosto basse, così come quelle che si trascorressero soltanto due anni.
Coloro che ascoltarono il riassunto, all’inizio, tendevano a giungere a una conclusione più severa; infatti, il volto nobile, dignitoso e religioso del giudice Chasible esprimeva quella terribile severità che l’occasione richiedeva.
Iniziò dicendo alla giuria che la legge aveva istituito il reato di diffamazione penale al fine di terrorizzare i malviventi e, in sostituzione della pratica degradante dei duelli che, purtroppo, persisteva ancora tra nazioni meno civili delle nostre, ma che qui, fortunatamente, era ormai scomparsa. Spiegò loro come la legge fosse molto cauta nell’uso di questo estremo strumento, ma che ci fossero occasioni in cui nulla altro avrebbe potuto funzionare. Tutti i governi sarebbero caduti nel caos e tutte le alte tradizioni della nostra vita pubblica sarebbero andate perdute se si fosse pensato che le persone potessero diffondere, senza conseguenze negative, menzogne maliziose contro quegli statisti che la Provvidenza aveva scelto per guidare questa grande nazione. “Sulla purezza della loro vita pubblica,” aggiunse, “e sull’esempio delle loro morali, si è modellata tutta la civiltà mondiale” – e a questo punto il giudice fece un breve riferimento all’identità che noi condividiamo in questa materia con i nostri cari cugini degli Stati Uniti, un commento che persone della posizione di Sir Henry possono permettersi di fare, a grande vantaggio delle relazioni internazionali del Commonwealth.
“Come terrore per i malvagi,” ripeté quel grande e, (posso dirlo?) santo Giudice, “come terrore per i malvagi” – con voce severa e crescente. Poi, come se si rendesse conto che la moderazione avrebbe avuto un effetto ancora maggiore rispetto a lasciarsi guidare completamente dall’indignazione, si trattenne e aggiunse, con toni freddi ma decisi:
“Voi, signori della giuria, dovete giudicare i fatti e la legge. È proprio in questo che un processo per diffamazione, anche quella penale, si differenzia da qualsiasi altro tipo di processo.” E citò brevemente le disposizioni della Legge Fox: “Se, a vostro parere, il prigioniero aveva motivi validi per dire ciò che ha detto, poiché quelle parole erano sostanzialmente vere e vantaggiose per il pubblico, allora emetterete un verdetto di non colpevole. Ma se, allora emetterete il verdetto opposto.”
Con queste parole, la voce solenne tacque.
La giuria, senza lasciare la tribuna, proclamò la sua decisione attraverso il portavoce, un uomo dal timbro di voce tenore, con un accento cockney e una taverna molto frequentata all’angolo di Leadenhall Street; un esempio davvero ammirevole di quel buon senso comune che rende il nostro sistema giudiziario oggetto d’invidia in tutto il mondo.
Allora calò un grande silenzio nella Corte, mentre si udiva l’ammonizione del giudice rivolta a quel povero disgraziato dietro la recinzione spinata, e poi la sentenza.
L’ammonizione fu breve. Il giudice sottolineò l’atrocità del crimine, e soprattutto la mancanza di un movente adeguato. Era disposto a credere che il fanatismo avesse spinto quella creatura miserabile al di là dei limiti della ragione umana; ma la legge non poteva tenere conto di questo. Il suo dovere era proteggere i sudditi di Sua Maestà, di ogni ceto sociale, e in particolare coloro che si erano assunti il compito arduo e ingrato di governare, da falsità velenose come quelle che il prigioniero aveva citato e diffuso. In tali circostanze, non avrebbe adempiuto al proprio dovere se non avesse inflitto al colpevole una multa di cinquanta sterline.
The foreman of the jury, an admirable specimen of that sound common sense which makes our jury system the envy of the world.
Oh, the wisdom and the power! And to this day there are perhaps not more than two thousand five hundred men in England who remember what had been done on that occasion with the Party Funds.
Reginald Butler left the Court a free but friendless man — friendless unless we admit as friends three or four base and insignificant fanatics, the out-at-elbows Rashdell, of the Oriflamme, another who was one of Rashdell’s drunken satellites, and a third poor tub-thumper in whose eyes the now broken Reginald was still a hero.
He was called upon by his Committee to resign his seat. He refused, but after a week of returning to the House and suffering from the silent contempt which such men are justly condemned to suffer, he despaired, and gave way. He resigned.
The literary work by which he had hitherto supported himself, tolerated so far on account of his amusing reputation for extreme views which no one until now had taken seriously, fell from him as suddenly as the conversation of his acquaintance. At last, some said from the generosity of Halterton himself, some through the influence of Lady Papworthy, he got a small but regular place on one of the Desportes papers to write on the current drama. He owed the post neither to the woman he had served nor to the man that he had maligned, but to the action of an editor whose dramatic critic had died of delirium tremens. This editor had been harshly ordered to get the next one at half the price. He had almost decided that such a person was unfindable, when Butler was proposed to him as a man now starving, who would work for anything. It was thus that Reginald got just the wherewithal to pay for the poor lodging and insufficient meals as dramatic critic to the Gaper, which he is to this day.
He was not, of course, allowed to sign his own name. He was given a pseudonym “Dr. Johnson”; and pitiful as was the pay, they worked him hard.
He has continued to try and do his duty there, poor fool, though he finds that constant attendance at innumerable plays of great similarity blunts the dramatic sense, and would take all savour from his life if any savour were yet there. He has a fault, which is that very often he misses the earlier part of the performance. May I take this opportunity of saying that he is not to be blamed? His frequent late appearance in the stalls is simply due to the fact that he cannot always raise in time the money to take out of pawn that evening uniform which is insisted upon by managers.
The last state of those who impugn the honour of public men.
XV
ARTHUR LAWSON TOOK very little interest in the stock market. There was a time, years before, when he had speculated. He had liked the excitement while he was still young, he had liked to win on the game — as indeed he had. He might have remained at it, as do many of his fellows, all his life, had not three convergent pieces of success, only one of which was on a gamble in shares, the other two being on an accidental piece of early information and an unexpectedly large commission on an unexpectedly large order with which he had been entrusted, put him into the possession of a lump of money upon a different scale from the increasing fortune he had hitherto enjoyed. He had moved up at once on to that plane, the leaders of which can be counted in two figures; and then on to that highest group of all in which less than a score of men act as the basis of finance. He was behind national loans, great underwriting, and solid issues of the largest kind; and was also the chief in the very great banking house of Schwartz.
This was the moment of transition in which he had bought that isolated house in Mayfair which had not its like in London, and with which he was everywhere now associated.
But in the very great position which he now held, and which amplified, as these things do, year after year, automatically, his distaste for the uncertain things of the market grew. He had no hobby. He was the sort of man who, if he had had a hobby, would have made it take up all his life in the place of his business.
He found himself lonely. He tried to fill his hours with the world-wide responsibilities which lay upon him. They did not suffice. Had he known Wilfrid Halterton more intimately, and had it been possible for the two men to be really in communion with each other — from difference of blood and traditions it was not — he would have liked to have strengthened the bond there. He did indeed now formally call upon the Postmaster-General rather more often than he had done in the immediate past — but still, never more than three or perhaps four times in the year.
Those who imagine that such men are soaked in the thought of money, and especially of money that changes, know nothing of their kind. While all the world had been talking of the ups and downs of Billies during these exciting weeks, he had heard nothing but a sort of confused noise like the murmur of small and distant waves. It did not interest him. It had something to do with the Post Office, but he did not connect the matter with Wilfrid Halterton, though he knew that his friend was for the moment the head of the Post Office. The name of Halterton stood in his mind for a permanent and fixed gratitude, rooted there for half a tenacious lifetime. He had for the whole political world such contempt, and lived so much aloof from it, that he hardly cared to remember which ephemeral office the man now held. For Arthur Lawson Wilfrid Halterton was still the eager, young, impulsive man whom he had put into a shrine nearly forty years since as the man whose heart had been so moved for his brother.
To have that brother with him as much as possible was now the one object of Lawson’s life. He got him down from Cambridge every week-end during term. He was perpetually suggesting this and that which might be done with his wealth for the scientific equipment of the College. He had already benefited it largely. He was never tired of listening to everything Jacob had to tell him, from the stories of the Common Room to the last developments in physical research; things which from any others’ lips would have been tedious to him.
Il presidente della giuria, un esempio ammirevole di quel buon senso comune che rende il nostro sistema giudiziario oggetto d’invidia in tutto il mondo.
Oh, quanta saggezza e quanta potenza. E ancora oggi, forse non ci sono più di duemilacinquecento uomini in Inghilterra che ricordino cosa sia stato fatto in quella occasione con i fondi del Partito.
Reginald Butler lasciò la Corte come un uomo libero, ma senza amici, a meno che non consideriamo amici quei tre o quattro fanatici meschini e insignificanti: Rashdell, uno dei seguaci ubriachi di Rashdell, e un terzo individuo povero e ignorante, per il quale Reginald, ormai caduto in disgrazia, continuava ad essere considerato un eroe.
Il suo Comitato lo esortò a dimettersi dal proprio incarico. Rifiutò, ma dopo una settimana trascorsa tornando continuamente all’Assemblea e subendo quel disprezzo silenzioso che tali persone meritano giustamente, si arrese e decise di dimettersi.
L’opera letteraria con la quale si era finora mantenuto venne abbandonata da lui all’improvviso, proprio come la conversazione del suo conoscente. Alcuni dicevano che ciò fosse dovuto alla generosità dello stesso Halterton, altri all’influenza di Lady Papworthy; in ogni caso, ottenne un piccolo ma regolare incarico in uno dei giornali “Desportes”, dove avrebbe scritto recensioni sulle opere teatrali dell’epoca. Quel lavoro non gli fu dovuto né alla donna che aveva servito, né all’uomo che aveva diffamato, ma all’intervento di un editore il cui critico teatrale era morto a causa del delirium tremens. Questo editore gli aveva ordinato con fermezza di trovare qualcuno disposto a lavorare per la metà del prezzo normale; quando stava quasi per arrendersi, gli fu proposto Butler, un uomo disperato pronto a accettare qualsiasi lavoro. Fu così che Reginald ottenne appena quanto gli bastava per pagare una sistemazione misera e pasti scarsi, diventando critico teatrale per il “Gaper”, ruolo che mantiene ancora oggi.
Naturalmente non gli era permesso di firmare con il proprio nome; gli fu dato lo pseudonimo di “Dottor Johnson”. E anche se lo stipendio era misero, lo facevano lavorare sodo.
Continua a cercare di adempiere al proprio dovere lì, povero sciocco, anche se si rende conto che partecipare costantemente a innumerevoli spettacoli molto simili tra loro finisce per intorpidire il suo senso del teatro e priva la sua vita di ogni piacere, qualora ne rimanesse ancora. Ha un difetto: molto spesso perde l’inizio dello spettacolo. Posso approfittare di questa occasione per dire che non è colpevole? Il suo frequente ritardo negli spalti deriva semplicemente dal fatto che non riesce sempre a raccogliere abbastanza soldi in tempo per riprendere in pegno quell’uniforme che i gestori insistono che indossi ogni sera.
Lo stato finale di coloro che diffamano l’onore degli uomini pubblici.
XV
Arthur Lawson mostrava molto poco interesse per il mercato azionario. C’era stato un periodo, molti anni prima, in cui aveva fatto speculazioni finanziarie. Gli piaceva l’emozione che quel tipo di attività comportava quando era ancora giovane; gli piaceva vincere, e infatti ci riusciva spesso. Avrebbe potuto continuare a farlo per tutta la vita, come molti dei suoi colleghi, se non fosse stato per tre fattori diversi che avevano contribuito al suo successo: uno legato alle speculazioni azionarie, altri due dovuti a informazioni ottenute casualmente e a una commissione particolarmente elevata derivante da un ordine di grandi dimensioni. Questi fattori gli permisero di disporre di una somma di denaro molto più consistente rispetto a quella che aveva guadagnato fino ad allora. Riuscì immediatamente a entrare in quel ristretto gruppo di persone che detengono il controllo del settore finanziario; successivamente raggiunse anche il livello più alto, quello dei pochi individui che influenzano davvero le dinamiche economiche. Era coinvolto in importanti operazioni di indebitamento nazionale, grandi accordi di sottoscrizione e emissioni di titoli di grande valore; inoltre ricopriva la carica di dirigente principale nella prestigiosa banca Schwartz.
Questo fu il momento di transizione: acquistò quella casa isolata a Mayfair, unica della sua sorta nella Londra di allora, e da quel momento essa divenne associata a ogni aspetto della sua vita.
Ma nella posizione estremamente importante che ora occupava – una posizione che, come spesso accade, anno dopo anno ampliava automaticamente il suo disprezzo per le incertezze del mercato – il suo disgusto per queste cose aumentava sempre di più. Non aveva hobby. Era il tipo di persona che, se ne avesse avuto uno, lo avrebbe dedicato interamente alla sua vita, al posto del proprio lavoro.
Si trovava solo. Provò a riempire le sue giornate con le responsabilità mondiali che gli spettavano, ma non era sufficiente. Se avesse conosciuto Wilfrid Halterton più a fondo, e se fosse stato possibile che i due uomini entrassero davvero in sintonia l’uno con l’altro – non per via delle differenze di sangue o tradizioni – avrebbe voluto rafforzare quel legame. Infatti, ora chiamava formalmente il Capo Postale con maggiore frequenza rispetto al passato recente, ma comunque mai più di tre o forse quattro volte all’anno.
Coloro che pensano che tali persone siano ossessionate dall’idea del denaro, soprattutto da quello che può essere guadagnato o perso, non conoscono affatto il loro vero carattere. Mentre tutto il mondo parlava delle altalene finanziarie di Billies in quelle settimane agitate, lui non sentiva altro che un rumore confuso, simile al mormorio di onde lontane e deboli. Non gli interessava affatto; quel discorso aveva a che fare con l’Ufficio Postale, ma non collegò mai quella questione a Wilfrid Halterton, anche se sapeva che in quel momento suo amico era il responsabile dell’Ufficio Postale. Il nome di Halterton rimase nella sua memoria come simbolo di gratitudine eterna, radicato lì per metà della sua vita. Provava un tale disprezzo per tutto il mondo politico e viveva così distaccato da esso che non gli importava nemmeno ricordare quale incarico effimero quell’uomo stesse ricoprendo in quel momento. Per Arthur Lawson, Wilfrid Halterton rimaneva sempre lo stesso giovane impetuoso e appassionato che aveva considerato un vero eroe quasi quarant’anni prima, per il modo in cui aveva dimostrato tanta compassione verso suo fratello.
Aver quel fratello al proprio fianco il più possibile era ormai l’unico obiettivo della vita di Lawson. Ogni fine settimana, durante il semestre, lo portava a Cambridge. Continuava a suggerire cose che si potessero fare con la sua ricchezza per dotare il college di attrezzature scientifiche; aveva già contribuito in modo significativo a questo scopo. Non si stancava mai di ascoltare tutto ciò che Jacob gli raccontava, dalle storie del dormitorio alle ultime novità nella ricerca fisica: cose che, se provenissero da altre persone, lo avrebbero annoiato profondamente.
But though Lawson on this high mountain peak of international finance had bothered no more about Billies than about the price of Danish butter, he could not remain ignorant of the scene in the House of Commons, the public denials of the accused, the Committee, and the trial — especially the trial. It was a subject that bored him, but he could not help knowing the main lines of it, in company with all England.
In that week-end after the conclusion of Butler’s ordeal Jacob was sitting with his brother as usual, and Jacob had an interest in this affair of which everyone was talking — an interest which had indeed nothing to do with politics, a professional interest in the new developments of Television. It would have bored Arthur stiff to have heard anyone else holding forth on that subject, especially as it had got mixed up, in some way at which he held his nose, with the stench of Westminster. But from Jacob it was as interesting as an absorbing book. Anything that made Jacob’s keen, brilliant eyes keener and more brilliant entered at once into the soul of his brother. That brother listened and questioned, got into the matter as a man gets into some intricate plot, heard a comparison between the various systems, and heard — incidentally — the name of Dow’s Patent.
“That’s the whole point,” Jacob was saying. “That’s the whole point, Aaron.”
He spoke eagerly, as might a man spotting a distant mark at sea.
“It’s because Reynier’s were supposed to have Dow’s that they were thought the only possible people. Of course, now Durrant’s have got the contract — I don’t know why, I suppose they’re better than the others — anyhow, now Durrant’s have got the Charter, Reynier’s will have to sell Dow’s Patent to Durrant’s, if they’ve got it. Whoever’s got it will have to sell to Durrant’s. There’ll be no other market. But that’s not the interest — the interest is in Dow’s thing itself. Isn’t it extraordinary, Aaron, how men tumble upon these things? It comes quite by chance … of course, it couldn’t be done without patience and research, still, it’s luck when such things do come; and then, when some chance man has tumbled upon them, everything is plain sailing. And what’s more, when the thing has been found, it’s found for good. Nothing can replace it — nine times out of ten… .”
“I don’t see why some new invention should not be even better than Dow’s,” said the other.
Jacob shook his head.
“Look here,” he said, “I’ll read you a passage in Colman’s description; it’s the best I know. I’ve got it down here in my commonplace book, for my lectures. It’s the most recent book, too.” He read the passage. The other took it in clearly enough. This unfortunate man Dow, who had died in such poverty and whose patents were now held by Dow’s Limited, had hit upon the one Intensifier which made long-range Television a practical proposition.
Professor Jacob Lawson, of Merrion College, Cambridge.
“You know, Jackey,” said the elder brother, “a layman like me can’t see why some totally new and better thing shouldn’t appear sooner or later.”
Jacob put away his book. “Perhaps — sooner or later,” he said. “One never knows. But they have been at it for years. And Dow solved it. These things have a way of being final. You remember the case of the secondary battery, Aaron, away back in the 19th century, more than two lifetimes ago?”
Arthur shook his head. It astonished Jacob that any man should be ignorant of such elementary things.
“My dear Aaron!” he said, “surely you know that they have never been able to better lead? Surely you know that’s why we’ve never had a cheap and light and durable electric storage to this day? Surely you know that if we could have found something else it would have changed the world?”
Arthur smiled slightly but happily, as he never smiled but at his brother’s enthusiasms.
“I can’t help it, Jackey,” he said. “It’s too late to learn. But I believe every word you say.”
Then they went on to talk about the luck of scientific discovery, Jacob enthusiastic for the discoveries, and Arthur wondering why he said not a word about their reward; for reward, so far as Aaron could remember, only about one in a dozen ever received.
And from that they went on to the old subject of money. But it soon dried up, for whenever that nerve was touched Jacob went into his shell; he was content, he was perfectly content with what he had as a Fellow of Merrion. It was ample. And the older brother for the fiftieth time gave up the attempt. In his heart he thoroughly agreed. “Better a dinner of herbs… .” Only he did not say it in English. He said it, still smiling, in the ancient tongue. And his brother smiled back at him, and replied in the ancient tongue: “Blessed be God.”
Next day Arthur Lawson again bethought him of Wilfrid Halterton, but not in connection with the conversation on Dow’s Patent. His mind still did not connect the two ideas. He understood vaguely now that Durrant’s would have the monopoly. He supposed Durrant’s had been chosen for good reasons. But at any rate, Halterton had been in the glare of publicity, and that was never pleasant. It was his duty to go and see that friend, and at the same time to congratulate him upon his success.
It was not so very long since he had last made one of those pilgrimages to Halterton’s house for one of those formal conversations which had become a ritual of his life. It was a little early for him to call again in the same fashion, but he thought the circumstances demanded it.
After all, there had been an accumulation of bother. Halterton had come out of it very well, with the hearty sympathy of his colleagues, and for the matter of fact, of the public at large. But these things were a strain; perhaps, thought Lawson, more of a strain for those other people than it would have been for him and his, who were used to the hostility of the world, and were steeled against it. He mused within himself. What must it feel like? Something like what he remembered it felt like years and years and years ago in his boyhood, when after the insults of the Gentiles in the streets, to which he was inured, he found among his own fellows in his own little day school that some accident had lost him the friendship of a few, and made him wretched for a day or two.
Ma sebbene Lawson, sulla cima di questa alta montagna della finanza internazionale, non si fosse mai preoccupato di Billie più di quanto si interessasse al prezzo del burro danese, non poteva ignorare ciò che stava accadendo nella Camera dei Comuni: le negazioni pubbliche dell’accusato, le attività della commissione e il processo stesso, soprattutto il processo. Era un argomento che lo annoiava, ma non poteva fare a meno di conoscere i suoi contorni principali, insieme a tutta l’Inghilterra.
Quel fine settimana, dopo la conclusione delle difficoltà di Butler, Jacob sedeva come al solito con suo fratello. Era molto interessato a quella questione di cui tutti parlavano, un interesse che, in realtà, non aveva nulla a che fare con la politica, ma riguardava piuttosto gli sviluppi recenti della televisione. Arthur sarebbe stato sicuramente annoiato se qualcun altro avesse discusso di quell’argomento, soprattutto perché esso era, in qualche modo, legato agli aspetti negativi di Westminster. Ma per Jacob era altrettanto interessante quanto un libro avvincente. Qualsiasi cosa rendesse gli occhi acuti e brillanti di Jacob ancora più attenti veniva immediatamente assorbita dal fratello. Quest’ultimo ascoltava con interesse, faceva domande, si immergeva nella discussione come se stesse seguendo una trama complessa; ascoltò anche delle comparazioni tra i vari sistemi esistenti, e, incidentalmente, sentì menzionare il nome del brevetto di Dow.
“Ecco il punto fondamentale,” stava dicendo Jacob. “Ecco il punto cruciale, Aaron.”
Parlava con fervore, come un uomo che scorge un segnale lontano in mare.
“È perché i Reynier avrebbero dovuto possedere i diritti di Dow che sono stati considerati gli unici candidati possibili. Ora, naturalmente, i Durrant hanno ottenuto il contratto. Non so perché; probabilmente sono più qualificati degli altri. Comunque sia, ora che i Durrant hanno il contratto, i Reynier dovranno vendere il brevetto di Dow ai Durrant, se lo possiedono ancora. Chiunque lo abbia, sarà costretto a venderlo ai Durrant. Non ci sarà alcun altro mercato possibile. Ma questo non è l’aspetto più importante: l’importante è davvero il brevetto di Dow stesso. Non è straordinario, Aaron, come le persone possano scoprire queste cose per caso? Tutto avviene puramente per coincidenza. Certo, senza pazienza e ricerca non sarebbe stato possibile, ma quando queste opportunità si presentano davvero, è una questione di fortuna. E poi, una volta che qualcuno le scopre, tutto diventa semplice da gestire. Inoltre, quando una cosa del genere viene trovata, rimane tale per sempre. Nove volte su dieci, nulla può sostituirla, ”
“Non capisco perché una nuova invenzione non possa essere anche migliore di quella di Dow,” disse l’altro.
Jacob scosse la testa.
“Guardate qui,” disse, “vi leggerò un passaggio dalla descrizione di Colman; è il migliore che conosca. L’ho trascritto nel mio quaderno per le lezioni. È anche il libro più recente.” Lesse il passaggio; l’altro lo ascoltò attentamente. Questo sfortunato uomo, Dow, che era morto nella povertà e la cui patente era ora in possesso della Dow’s Limited, aveva scoperto proprio quell’intensificatore che rendeva possibile la televisione a lunga distanza su una base pratica.
Professore Jacob Lawson, del Merrion College di Cambridge.
“Sai, Jackey,” disse il fratello maggiore, “una persona come me, che non ha conoscenze specialistiche, non riesce a capire perché qualcosa di completamente nuovo e migliore non debba apparire prima o poi.”
Jacob mise da parte il suo libro. “Forse, prima o poi,” disse. “Non si sa mai. Ma ci stanno lavorando da anni. E Dow è riuscito a risolvere il problema. Queste cose hanno spesso una soluzione definitiva. Ti ricordi il caso della batteria secondaria, Aaron? Risale al XIX secolo, più di due generazioni fa.”
Arthur scosse la testa. Jacob trovava sorprendente che qualcuno potesse ignorare cose così elementari.
“Mio caro Aaron!” disse, “sicuramente sai che fino ad oggi non è mai stato possibile trovare nulla di meglio. Sicuramente sai perché ancora oggi non esiste un sistema di accumulo energetico elettrico economico, leggero e duraturo. Sicuramente sai che se solo fossimo riusciti a trovarne uno, avrebbe cambiato il mondo, ”
Arthur sorrise leggermente, ma felicemente, perché sorrideva solo per l’entusiasmo di suo fratello.
“Non posso farci nulla, Jackey,” disse. “È troppo tardi per imparare. Ma credo in ogni parola che dici.”
Poi continuarono a parlare della fortuna che accompagna le scoperte scientifiche: Jacob era entusiasta di queste scoperte, mentre Arthur si chiedeva perché non avesse detto una parola riguardo alla loro ricompensa; per quanto Aaron ricordasse, in pochissimi casi veniva davvero concessa una ricompensa.
E da lì ripresero a parlare di quell’antico argomento: i soldi. Ma presto la conversazione si esaurì, perché ogni volta che quel tema veniva toccato, Jacob si ritirava in se stesso; era soddisfatto, assolutamente soddisfatto di ciò che aveva come membro del gruppo di Merrion. Gli bastava. E il fratello maggiore, per la cinquantesima volta, rinunciò a quel tentativo. Nel suo cuore, concordava pienamente: “Meglio una cena di erbe, ”. Solo che non lo diceva in inglese; lo diceva ancora sorridendo, nella lingua antica. E suo fratello gli sorrise a sua volta e rispose nella lingua antica: “Benedetto sia Dio”.
Il giorno dopo, Arthur Lawson pensò di nuovo a Wilfrid Halterton, ma non in relazione alla conversazione riguardante il brevetto di Dow. La sua mente ancora non collegava le due cose. Ora capiva vagamente che la società Durrant avrebbe ottenuto il monopolio; suppose che fosse stata scelta per motivi validi. Comunque, Halterton era finito al centro dell’attenzione pubblica, e questo non era mai piacevole. Era suo dovere andare a trovare quel amico e congratularsi con lui per il suo successo.
Non era trascorso molto tempo da quando aveva fatto l’ultima di quelle visite a casa di Halterton, per quelle conversazioni formali che ormai erano diventate un rituale nella sua vita. Era un po’ troppo presto per riprovarci nello stesso modo, ma pensò che le circostanze lo richiedessero.
Dopo tutto, c’era stata un’accumulazione di problemi. Halterton ne era uscito molto bene, grazie alla sincera solidarietà dei suoi colleghi e, in realtà, anche del pubblico in generale. Ma queste situazioni rappresentavano una sorta di pressione; forse, pensò Lawson, una pressione maggiore per quelle altre persone rispetto a lui e ai suoi compagni, abituati ormai all’ostilità del mondo e resi indifferenti ad essa. Si chiese dentro di sé: come deve sentirsi? Forse qualcosa di simile a ciò che ricordava di aver provato tanti anni fa, da ragazzo, quando, dopo le offese dei gentili per strada – a cui ormai era abituato – scopriva che, tra i suoi compagni della piccola scuola elementare, qualche incidente gli aveva fatto perdere l’amicizia di alcuni di loro, rendendolo infelice per un giorno o due.
Anyhow, clearly he must call upon Wilfrid Halterton and assure him that the sympathy which all had felt for him during his recent ordeal had been stronger with him than with any other. He must congratulate Wilfrid Halterton upon the general support he had had and on the higher position in public life which must be the consequence of it.
He was in such a mood when, after making his appointment, he arrived and found Halterton alone in his flat — and at once he was shocked by the change in the man.
Lawson did not say to himself that Halterton looked older. It was not that. Though indeed he did look older — ten years older. It was more that he looked broken. He fell into nervous gestures as he talked. His eyes were never still. His mouth was drawn, and his strained expression seemed permanent.
Moreover, he greeted Lawson with quite unexpected warmth, as men will when they feel themselves ill-used by the world and half abandoned, and find before them an assured friend. And Lawson, upon his side, by nature reserved, and in the case of Wilfrid Halterton always formal, went more than half-way to meet him. He took the Postmaster-General’s hand in his, and held it longer than men hold another man’s hand in a mere greeting. As he held it, he looked deeply into the other’s eyes, so that Halterton’s fell before his. Then, just as Lawson was beginning to speak, the Postmaster-General suddenly sat down like a man with a great burden on his shoulders, who cannot maintain his attitude a moment more; one might almost say that the long frame collapsed into the low chair. He was up again in a moment, almost with a start, ready to blush for his ill-breeding.
“I beg your pardon, my dear fellow,” he said. “I am sorry. You see, I am not myself.” He sighed openly and deeply. It was nearly a groan. “I am not myself. I can’t think why I sat down like that and left you standing. But do sit down, my dear fellow. I’m so glad to see you.” He put out his hand again, half forgetting that he had but just made that gesture. And once again Lawson took it, and this time he did not let it go.
“Halterton,” he said (he never called him Wilfrid) “I didn’t expect to find you like this. What’s the matter? I had come to congratulate you.”
“Congratulate me? Oh! God!”
In the silence that followed the very rapid mind of Arthur Lawson moved at double its customary pace. He was revising at a gallop the very little he knew, the unheeded details of the affair which had reached him — and he thought he already half understood.
Grave spiritual ordeal of the Right Hon. Wilfrid Halterton, M.P., Postmaster-General.
When he spoke, it was with such a voice as this acquaintance of three decades standing did not know he could use. It was a voice at once grave and deep with a profound affection; it was full of the years. And in that voice Arthur Lawson took upon himself to say things which not an hour before, as he approached the house, he would have thought himself incapable of using. His ritual broke, and what he said was this:
“Halterton, you know that whatever I say to you will be said from the bottom of my heart? Do you trust my wisdom?”
The Postmaster-General nodded, if raising the bent head slightly and sinking back again could be called nodding; and the glance which he lifted in that same gesture for a moment to the other’s face was permissive. He had as much respect as any man for fortune, and anything that this vastly wealthy man could say was sure to be wise. But Arthur Lawson’s wisdom had no connection with his fortune. It was something that went back through generations. It had been annealed by suffering and strengthened by isolation.
“What I want to say to you is this. You must speak. I can see that as plainly as though you had already told me things of which I know nothing. That is my advice. You must speak. You must tell someone, and believe me” (he had never spoken so unreservedly before to anyone in his life, not even to one of his own people) “there is no one to whom you could speak more openly and clearly or with more advantage than myself. You know that everything I have is at your disposal — but that is nothing. What you want is a word from a man who knows men. It’s not a nice kind of knowledge. If you have not got it you are fortunate. It is the tree of death. But those who have got it can help you. And you can help yourself too. But there’s only one way. Tell me everything.”
There were twenty men, at least, there were perhaps fifty, whom Wilfrid would have told you that he knew much better than Arthur Lawson. There was one man after another to whom he had said this or that. He had told too much to Jack Williams; he had grumbled to that colleague and to this relative; it had only got him deeper into the morass. He wished he had never touched political life at all. He wished he could be rid of it now — only he dared not. And in the midst of it all was that strong feeling of injustice.
He had been robbed of his due. He had given that which he had to give, and for which they had come, and by an abominable trick he had been despoiled of his side of the bargain. What was worse, he felt himself permanently in the power of others.
When he spoke, it was from this bitterness, festering within him and come to a head. He rose and, hands in pockets, began to move up and down the room, a lank, drawn-out despair; and as he moved he spoke. He told Lawson all. He told him of the agreement, which Lawson as a man of the world found reasonable enough — he had heard of fifty such between politicians and the City. Sometimes you did not know which was which, thought he, so closely was Parliament mixed with share-shuffling.
Halterton told him of the filching of the letter. He told him of the conversation with Williams. He told him what he had suffered since; he told him how keenly he had resented Williams’s continued friendship with McAuley; the two men were more together than ever. He told him how he regretted having gone to Williams at all, and by the time he ended Arthur Lawson not only knew what had happened, he also knew what was to be done.
In ogni caso, è evidente che debba rivolgersi a Wilfrid Halterton e assicurargli che la simpatia che tutti hanno provato per lui durante le sue recenti difficoltà è stata ancora più forte nei suoi confronti rispetto a qualsiasi altro. Deve congratularsi con Wilfrid Halterton per il sostegno generale che ha ricevuto e per la posizione più elevata nella vita pubblica che ne deriva necessariamente.
Era in un tale stato d’animo quando, dopo aver preso appuntamento, arrivò e trovò Halterton da solo nel suo appartamento; immediatamente rimase scioccato dal cambiamento che aveva subito quell’uomo.
Lawson non si disse che Halterton sembrava più vecchio. Non era proprio quello il problema. Anche se effettivamente sembrava più anziano – di dieci anni – era piuttosto il fatto che apparisse distrutto, segnato dal dolore. Mentre parlava, assumeva gesti nervosi; i suoi occhi non rimanevano mai fermi, le sue labbra erano contratte e quell’espressione tesa sembrava permanente.
Inoltre, salutò Lawson con una calore del tutto inaspettato, proprio come fanno gli uomini quando si sentono ingiustamente trattati dal mondo e quasi abbandonati, e trovano davanti a sé un amico sincero. E Lawson, di natura riservata e sempre formale nel comportamento con Wilfrid Halterton, andò ben oltre le aspettative, stringendo la mano del Postmaster-General per un tempo molto più lungo del solito in un semplice saluto. Mentre la teneva, guardò profondamente negli occhi dell’altro, fino a far abbassare lo sguardo a Halterton stesso. Poi, proprio mentre Lawson stava per parlare, il Postmaster-General si sedette all’improvviso, come un uomo con un enorme fardello sulle spalle che non riesce più a mantenere l’equilibrio; si potrebbe quasi dire che il suo alto corpo crollasse nella sedia bassa. Si rialzò subito dopo, quasi con un sobbalzo, pronto ad arrossire per la sua mancanza di educazione.
“Mi scusi davvero, caro amico,” disse. “Mi dispiace. Vede, non sono più me stesso.” Sospirò profondamente, quasi con un gemito. “Non sono più me stesso. Non so proprio perché mi sia seduto in quel modo, lasciandola in piedi. Ma si sieda pure, caro amico. Sono così felice di vederla.” Tese di nuovo la mano, dimenticando quasi di averlo già fatto poco prima. E questa volta Lawson la prese, e non la lasciò più andare.
“Halterton,” disse (non lo chiamava mai Wilfrid), “Non mi aspettavo di trovarti in questo stato. Che cosa è successo? Sono venuto per farti i complimenti.”
“Congratularti? Oh, mio Dio!”
Nel silenzio che seguì, la mente estremamente veloce di Arthur Lawson lavorò al doppio del suo ritmo abituale. Ripassava rapidamente ciò che sapeva, quei dettagli trascurati dell’evento che gli erano giunti alle orecchie. E pensava di aver già capito metà della situazione.
Gravissima prova spirituale per il Sottosegretario di Stato per le Poste, Onorevole Wilfrid Halterton.
Quando parlava, usava una voce di cui quel conoscente di tre decenni non sapeva che fosse in grado di utilizzarla. Era una voce grave e profonda, carica di un affetto sincero; era la voce degli anni. E con quella voce, Arthur Lawson riuscì a dire cose di cui, solo un’ora prima, mentre si avvicinava alla casa, non avrebbe mai pensato di essere in grado di pronunciare. Il suo rituale quotidiano venne infranto, e ciò che disse fu questo:
“Halterton, sai che qualsiasi cosa ti dica viene dal profondo del mio cuore? Ti fidi della mia saggezza?”
Il Capo Postale annuì; anche se sollevare leggermente la testa e poi riabbassarla di nuovo poteva essere considerato un cenno d’assenso. Lo sguardo che in quel momento rivolse per un istante al viso dell’altro era pieno di approvazione. Provava tanto rispetto per la fortuna quanta chiunque altro; qualunque cosa potesse dire quest’uomo estremamente ricco doveva sicuramente essere saggia. Ma la saggezza di Arthur Lawson non aveva nulla a che fare con la sua fortuna. Era qualcosa che risaliva a generazioni precedenti, era stata temprata dal dolore e rafforzata dall’isolamento.
“Quello che voglio dirti è questo: devi parlare. Lo vedo chiaramente, come se tu mi avessi già raccontato cose di cui non so nulla. Questo è il mio consiglio: devi parlare, devi dirlo a qualcuno. E credimi” (non aveva mai parlato così apertamente in vita sua, nemmeno con uno dei suoi stessi compagni) “non c’è nessuno con cui potresti parlare più liberamente e chiaramente di me. Sai che tutto ciò che ho è a tua disposizione. Ma questo non significa nulla. Quello di cui hai bisogno è una parola da parte di un uomo che conosce bene gli uomini. Non si tratta certo di una conoscenza piacevole. Se non la possiedi, sei fortunato: è l’albero della morte. Ma coloro che la possiedono possono aiutarti. E anche tu puoi aiutare te stesso. Ma c’è solo un modo: dimmi tutto.”
C’erano almeno venti uomini, forse addirittura cinquanta; Wilfrid avrebbe potuto dirvi che li conosceva molto meglio di Arthur Lawson. C’era stato un uomo dopo l’altro a cui aveva detto questo o quello. Aveva raccontato troppo a Jack Williams; si era lamentato con quel collega e con quel parente. Ma tutto ciò lo aveva solo trascinato più profondamente nel fango. Avrebbe voluto non aver mai avuto a che fare con la vita politica. Avrebbe voluto liberarsene ora. Ma non osava farlo. E in mezzo a tutto questo, c’era sempre quella forte sensazione di ingiustizia.
Gli era stato sottratto ciò che gli spettava. Aveva dato ciò che doveva dare, e proprio per questo erano venuti da lui; e con un trucco abominevole gli era stata rubata anche la sua parte dell’accordo. Peggio ancora, si sentiva permanentemente in potere degli altri.
Quando parlava, era a causa di questa amarezza che fermentava dentro di lui e aveva raggiunto il punto di esplodere. Si alzò, con le mani in tasca, e cominciò a camminare avanti e indietro nella stanza, con un’espressione di disperazione lunga e cupa; mentre camminava, continuava a parlare. Gli raccontò tutto: dell’accordo, che Lawson, essendo una persona di mondo, trovò abbastanza ragionevole. Aveva sentito parlare di cinquanta accordi del genere tra politici e il mondo finanziario. A volte non si riusciva nemmeno a capire quale fosse la verità, pensava, visto quanto fossero intrecciati Parlamento e affari finanziari.
Halterton gli raccontò dell’appropriazione della lettera, della conversazione avuta con Williams, di tutto ciò che aveva sofferto da allora; gli spiegò quanto profondamente avesse risentito del fatto che Williams continuasse ad avere una relazione amichevole con McAuley – i due uomini trascorrevano più tempo insieme che mai. Gli confessò anche di quanto si pentisse di essere andato da Williams. Quando finì, Arthur Lawson non solo sapeva cosa era accaduto, ma anche cosa bisognava fare.
“I can’t tell you how glad I am you have spoken, Halterton,” he said. “And now I am going to give you some further advice. Do you think you’ll take it?”
“Yes, certainly,” said Halterton. “I can trust you, thank God!” he added bitterly.
“Well, the advice I have got to give you is very simple. Sit tight for a few days and leave it to me, will you?” He smiled very slightly as he said this, but gravely confident in spite of the smile.
“Let me see. To-day’s Sunday. Don’t expect to hear from me till Wednesday, or perhaps later — but it won’t be much later — if I know anything of the way things are done. And I think I do.”
Wilfrid Halterton was even more sure of that. He was profoundly sure that men with untold millions knew how things were done. It was perhaps the most fixed article in his creed, and the more fixed because he himself had no idea how things were done.
Arthur Lawson was a man who, having come to a decision, had to act. He had blamed himself for his impatience in the past, after one or two slips due to it, but that intense craving for action following upon an intellectual conclusion had upon the whole served him well.
“I am going back home now, Halterton,” he said, rising. The other rose with him, and once more they joined hands.
This time Arthur Lawson did a thing so unusual with him that it marked a sort of epoch in the other’s life, and he himself when he discovered what he was doing was astonished. He put his left hand upon the other’s, which he was grasping with his right, and let it lie there as a man may in the most solemn moments of pledging loyalty and service. It was a gesture of not ten seconds; it was over and it was never to be repeated. The men were elderly, they had never held such communion before, but at the end of those ten seconds Halterton felt as a sleepless man feels when sleep has come upon him; as a drowning man feels when he again drinks in the blessed air. His face was renewed.
Aaron Levina was about to do a thing as profitable to his own lonely heart as could be done. His isolation was not broken; he still remained what he had been before that brief interview; but he felt that with one of the Goyim at least, the only one of them whom he had ever approached with devotion, he had made a link. It mattered not. He would make no other. He was of his own people. What had he to do with the outer swarms? But he would save Wilfrid Halterton.
XVI
THE FIRST THING Arthur Lawson did when he got home was to begin to question his brother again about Dow’s. His plan was already made, and he was preparing the first step. But Jacob could not tell him what he wanted to know. The scientist reiterated all that he had said to his brother upon the absolute necessity of Dow’s Patent; but he had nothing more to add, except emphasis. There was no rival. There were plenty of Intensifiers, which had worked well enough at the short ranges, but it was not a question of increase in power, it was not a question of scale. Long range involved a totally different principle; and Dow, and Dow only, had solved the problem.
As for the appearance of an alternative, there was no sign of it, and he did not see how, as knowledge stood, there could be one in the near future. These discoveries are haphazard, but they always come following upon a certain known set of conditions; they are led up to. There was no set of conditions yet known which could produce anything not now covered by Dow’s Patent.
Then Arthur Lawson asked again, a question which showed how completely he was of his own world, and how little in that of his learned brother, whom for that very reason he looked upon with admiring awe. For the question Arthur Lawson asked was this. “Do you think Dow’s are bound to Reynier’s, Jackey?”
“Good heavens, Aaron — Arthur I mean!” (and he smiled), “I’m sorry. That’s more your line of country than mine. People went about saying Reynier’s had it, but I never saw any proof, or heard from anyone that there was any proof. It’s got an independent office — not that that means anything.”
Arthur Lawson mused.
“All right, Jackey,” he said at last. “That’s all I wanted. Anyhow, if Durrant’s have got the contract — and everybody now knows they have — there’s nothing left but the vote, and that’s a matter of course. As Durrant’s have got the contract, there is no other market now, even for Reynier’s to go to. If Reynier’s control Dow’s — Reynier’s will have to sell to Durrant’s or amalgamate. They’ll want their price.”
“I suppose so,” said Jacob, shrugging his shoulders and turning again to his beloved work. “It’s not the kind of thing I understand.”
Arthur Lawson looked at his watch. It was not yet seven, he could catch the man he wanted. The man he wanted dressed carefully, and dressed every night. But he did not dress before seven. Arthur Lawson rang the bell, gave the number to the servant and waited.
The man whom Arthur Lawson wanted, the man whom he wanted immediately, because time was everything, the man who must be set to work now because to-morrow morning was Monday and the work of the world would begin, was a certain dull and rather large, well-set-up young gentleman called Guy des Cuoyes (to rhyme, as is only right, with sepoy).
The des Cuoyes were Channel Islanders, and very proud of their lineage. You might guess that from their insistence upon the little “d” in the des; and Cuoyes, let me tell you, is a real place, or rather two real places, Cuoye le Grand and Cuoye le Petit, in a wild part of the Cotentin. But property in these villages the des Cuoyes had had none for generations past. They had left France for Jersey in the religious troubles of two and a half centuries ago.
Young Guy des Cuoyes’ father, the General, had done the right thing by him. He had put him into his own old school, and sent him to the University. As his only income was the recognition of his services made to him by his grateful country for special work in India, it died with him. And as he had died just after Guy had come down from Oxford, more than seven years before, the young man found himself in London with all those excellent habits which the University teaches its more successful sons, but without the income which such habits demand.
“Non so dirvi quanto sia felice che abbiate parlato, Halterton,” disse. “Ora vi darò un altro consiglio. Pensate di accettarlo?”
“Sì, certamente,” disse Halterton. “Posso fidarmi di te, grazie a Dio!” aggiunse amaramente.
“Beh, il consiglio che ho da darvi è molto semplice: restate calmi per qualche giorno e lasciate che me ne occupi io, va bene?” Disse questo con un sorriso appena percettibile, ma con grande fiducia in sé stesso nonostante quel sorriso.
“Lasciami pensare. Oggi è domenica. Non aspettatevi di ricevere mie notizie prima di mercoledì, o forse più tardi. Ma non molto più tardi, se conosco bene le abitudini locali. E credo di conoscerle.”
Wilfrid Halterton ne era ancora più convinto. Era assolutamente certo che persone con milioni e milioni di dollari sapessero come funzionavano le cose. Forse questo era il principio più fondamentale nella sua credenza. E tale certezza era ancora più radicata perché lui stesso non aveva la minima idea di come funzionassero realmente le cose.
Arthur Lawson era un uomo che, una volta presa una decisione, doveva agire immediatamente. In passato si era rimproverato per la propria impazienza; dopo uno o due fallimenti causati da essa, aveva capito che quell’intenso desiderio di agire subito dopo aver raggiunto una conclusione intellettuale, nel complesso, gli era stato molto utile.
“Ora torno a casa, Halterton,” disse alzandosi. L’altro si alzò insieme a lui e ancora una volta si tennero per mano.
Questa volta Arthur Lawson fece qualcosa di così insolito che segnò una sorta di epoca nella vita dell’altro uomo; anche lui, quando scoprì ciò che stava facendo, rimase stupito. Posò la sua mano sinistra su quella dell’altro, che quest’ultimo stringeva con la destra, e la lasciò lì, proprio come un uomo potrebbe farlo nei momenti più solenni di giuramento di lealtà e servizio. Quel gesto durò meno di dieci secondi; poi fu finito, e non si ripeté mai più. Gli uomini erano anziani, non avevano mai condiviso un momento del genere prima; ma alla fine di quei dieci secondi, Halterton si sentì come un uomo insonne quando finalmente si addormenta; come un uomo che sta annegando e che improvvisamente respira di nuovo l’aria fresca. Il suo viso sembrava rinnovato.
Aaron Levina stava per compiere qualcosa che potesse essere estremamente proficuo per il suo cuore solitario. La sua isolazione non era stata rotta; rimaneva ancora ciò che era stato prima di quell’ breve incontro. Ma sentiva che, almeno con uno di quei “Goyim”, l’unico tra loro verso cui avesse mai provato vera devozione, aveva stabilito un legame. Non importava. Non ne avrebbe stabiliti altri. Apparteneva al suo popolo. Cosa aveva da fare con quelle folle esterne? Ma avrebbe salvato Wilfrid Halterton.
XVI
La prima cosa che Arthur Lawson fece quando tornò a casa fu riprendere a interrogare suo fratello riguardo a Dow’s. Il suo piano era già pronto e stava preparando il primo passo per attuarlo. Ma Jacob non riuscì a dirgli ciò che voleva sapere. Lo scienziato ribadì ancora una volta l’assoluta necessità del brevetto di Dow’s, ma non aveva nulla di nuovo da aggiungere, se non enfatizzare ulteriormente il concetto. Non esisteva nessun rivale: c’erano molti altri dispositivi in grado di funzionare bene a breve distanza, ma la questione non riguardava l’aumento della potenza né lo sviluppo su larga scala. Per le lunghe distanze era necessario un principio completamente diverso; e solo Dow’s aveva risolto quel problema.
Per quanto riguarda l’emergere di un’alternativa, non c’erano segni in tal senso, e non riusciva a capire come, data la situazione attuale delle conoscenze, fosse possibile che ne emergesse qualcuna nel prossimo futuro. Queste scoperte avvengono casualmente, ma sempre seguendo un certo insieme di condizioni note; sono il risultato di processi precisi. Non esisteva ancora alcun insieme di condizioni conosciute in grado di produrre qualcosa che non fosse già coperto dal brevetto di Dow.
Allora Arthur Lawson chiese di nuovo, una domanda che dimostrava quanto fosse completamente immerso nel proprio mondo, e quanto poco conoscesse quello del suo erudito fratello, verso il quale provava per questo motivo un profondo rispetto. La domanda che Arthur Lawson pose fu questa: “Pensi che i Dow siano destinati a rimanere legati ai Reynier, Jackey?”
“Mio Dio, Aaron, intendo Arthur!” (e sorrise), “Mi dispiace. Questo è più un argomento che riguarda te che me. La gente diceva sempre che la famiglia Reynier avesse qualcosa di speciale, ma io non ho mai visto alcuna prova, né ho sentito nessuno parlare di prove concrete. Hanno un ufficio indipendente, anche se questo non significa molto.”
Arthur Lawson rifletté.
“Bene, Jackey,” disse finalmente. “È tutto ciò che volevo sapere. Comunque, se la Durrant’s ha ottenuto il contratto – e ora tutti sanno che l’hanno davvero – non resta altro che il voto, e questo è ovvio. Poiché la Durrant’s possiede il contratto, non esiste più alcun altro mercato a cui potrebbero rivolgersi nemmeno i Reynier’s. Se i Reynier’s controllano la Dow’s, dovranno vendere alla Durrant’s o fondersi con loro. E vorranno ottenere il prezzo che desiderano.”
“Immagino di sì,” disse Jacob, alzando le spalle e tornando a dedicarsi al suo lavoro amato. “Non è il genere di cose che io riesca a capire.”
Arthur Lawson guardò l’orologio: non erano ancora le sette, quindi avrebbe potuto catturare quell’uomo che voleva. Quell’uomo si vestiva con cura, ogni sera. Ma non lo faceva prima delle sette. Arthur Lawson suonò il campanello, diede il numero al servitore e aspettò.
L’uomo che Arthur Lawson voleva, l’uomo che desiderava assolutamente subito, perché il tempo era tutto, l’uomo che doveva mettersi al lavoro immediatamente – perché la mattina dopo sarebbe stato lunedì e il lavoro del mondo avrebbe iniziato – era un certo giovane gentiluomo piuttosto corpulento, ben vestito e dall’aspetto noioso, di nome Guy des Cuoyes (che, come è giusto, rima con “sepoy”).
I des Cuoyes erano isolani del Canale della Manica e molto orgogliosi delle loro origini. Ci si può fare un’idea di questo dal loro insistere nell’utilizzare la piccola “d” nel cognome; e Cuoyes, vi assicuro, è davvero un luogo esistente, anzi due luoghi: Cuoye le Grand e Cuoye le Petit, situati in una zona selvaggia della regione del Cotentin. Tuttavia, per generazioni i des Cuoyes non hanno posseduto alcuna proprietà in questi villaggi. Avevano lasciato la Francia per Jersey a causa delle turbolenze religiose di due secoli e mezzo fa.
Il padre di Young Guy des Cuoyes, il generale, aveva fatto la cosa giusta per lui: lo aveva iscritto alla propria vecchia scuola e poi l’aveva mandato all’università. Poiché l’unica sua fonte di reddito era il riconoscimento dei suoi meriti da parte del suo paese grato per il lavoro svolto in India, tale reddito cessò con la sua morte. E poiché egli era deceduto poco dopo che Guy aveva lasciato Oxford, più di sette anni prima, il giovane si trovò a Londra con tutte quelle eccellenti abitudini che l’università insegna ai suoi studenti più promettenti, ma senza i mezzi finanziari necessari per mantenerle.
He had fallen on his feet more or less, and the better for having no close relatives. It was the father of a friend of his, a friend whom he had made at Oxford, who gave him his chance — an odd chance but sufficient. He was given a place in that father’s large business, the main purpose of which was the buying and selling of houses, and as a side line, advice on refitting or the laying out of grounds, and the rest of it.
But young des Cuoyes’ special branch of activity had nothing to do with that. It was yet another side line, in which only two other men were employed with him, and for which he was particularly well paid. It was his business to find things out. He had just enough brains; what is more important in such things than brains, he had, hidden under his conventional Public School mark — industry. He had no acting power, but he had what comes next to it, and that is (a thing not at all incompatible with industry), a partly assumed but much more real perpetual boredom, or, let us say, a lack of enthusiasm; and further, what is more important still, no excess of affection. Further, he had what is almost the most important thing of all in that trade, a large and good acquaintance. Lastly, he had what is most important of all, a presence; a presence big, blonde, up-standing, accompanied by a slow voice and eyes as slow as his tones — and he dressed beautifully.
Guy des Cuoyes had not been two years in this general employment, and doing fairly well at it, when he had come across Arthur Lawson. Arthur Lawson had occasion to make certain inquiries. He knew where to make them. The firm had sent des Cuoyes. On finding, as Lawson did at once, what the lad’s talents were, he had, I am sorry to say (but Arthur Lawson had no scruples in such things) bought him over his employer’s head.
The thing was done in gentlemanly fashion, at least as far as des Cuoyes was concerned. The young man informed his employer that he had come into a considerable private income, and happily could live henceforward as a gentleman; for which trade, indeed, he felt himself to be born. He need do no more work. The excuse had the added advantage that it covered his tracks. He could do the findings out under better camouflage than ever; for was he not now a young gentleman of large private means with nothing to do but shed his glory upon the town? The terms that Arthur Lawson had given were satisfactory to both, and characteristic of the senior of the pair. He gave young Guy a good permanent salary, under contract, and he also paid extra by the job. He had reasons for that, as may be guessed; they were satisfactory reasons, and they worked.
In consideration for so much Guy had to be constantly at the beck and call of his employer. His time was mapped out, he knew his leisure as a soldier knows his leave: outside those gaps of leisure, which were carefully arranged for, he must be within reach of the telephone at all hours; and leave word of every movement, so that he could be found at a moment’s notice. Men in Arthur Lawson’s position can afford themselves such luxuries, and they are well worth the price paid.
Now on this occasion the job was very particular, for Guy des Cuoyes had not only to find out things, but he had to bring them off: and to bring them off at full speed. Within a quarter of an hour of receiving the call on that Sunday evening he was in the little room at the back of the house where Arthur Lawson went through such rare private affairs as he chose to do under his own roof, and talking with his employer so easily that anyone looking on would have thought them equals. It was a relation in which Arthur Lawson delighted; for in truth, of the many things he despised, he despised most that alien habit around him of making rank dependent upon wealth. And among all the things he admired, efficiency at a job, and particularly at this kind of job, stood very high. Highest of all stood the arts and learning.
There was a battle impending, and time, time, time — time and exactitude, were the conditions of victory. So Lawson was brief, and very much to the point.
“Guy,” he said, “have you ever heard of Dow’s Patent?”
“The Television people?” said Guy. “Yes.”
“Do you know what they are?”
“No.”
“Well, that doesn’t matter. What you have got to get on to is this. Have you got a note-book? Don’t put it down en clair — use whatever code you’re using just now.”
Guy des Cuoyes faintly smiled, as young employed men will when they are told by their employers something which they were taking for granted anyhow. He pulled out his little book and his pencil. Lawson continued.
“First: find out who really is Dow’s. Some say it’s independent, some say Reynier’s have got it. It may be something between the two. Find out exactly how it stands. Secondly: buy it.”
Guy des Cuoyes, lounging back in the deep chair, slightly raised his eyebrows, as though he might want to ask a question.
“Buy it,” went on Lawson emphatically. “And on any terms. Offer anything you like.”
Guy began to speak.
“No,” interrupted Lawson. “Don’t let’s waste any time over that. If they name a price, pay it. If they want you to name a price, use your judgement, and clap fifteen per cent. on top of what you think they are expecting. Get the thing in writing, and bring it back to me… . But listen here, Guy” — and Arthur Lawson leant forward, half frowning— “I’ve got to have the thing in writing by to-morrow, Monday, night. Here. Before dinner — at about this hour. There’s not a moment to be lost. You’d better set to work to-night, and be at it first thing to-morrow. Wait a minute; then there’s something else quite different. Do it after, but do it as soon as ever you can. Find out as much as possible about Durrant’s Television and the contract. How far they’ve gone. That’s all… . No, that’s not all,” he said, relaxing again. “I’ll tell you where you come in. There’s five hundred for you, in notes, when you bring me the bit of paper from Dow’s, and five hundred more when all my plan is completed — so now you know.”
Si era ripreso più o meno, e questo era anche meglio visto che non aveva parenti stretti. Fu il padre di un suo amico, un amico che aveva conosciuto a Oxford, ad dargli questa opportunità: un’opportunità insolita, ma sufficiente. Gli fu offerto un posto nell’ampia attività commerciale di quel padre, la cui attività principale consisteva nell’acquisto e nella vendita di case; inoltre, gli veniva chiesto di fornire consulenze riguardo alla ristrutturazione degli immobili o alla progettazione dei giardini, e altro ancora.
Ma la particolare attività di giovane des Cuoyes non aveva nulla a che fare con tutto ciò. Era un’altra branca del suo lavoro, in cui lavoravano solo altri due uomini insieme a lui, e per la quale riceveva una retribuzione particolarmente elevata. Il suo compito era scoprire informazioni. Aveva abbastanza intelligenza; ma ciò che è ancora più importante in queste situazioni dell’intelligenza è l’impegno, nascosto dietro l’apparenza di un normale studente delle scuole pubbliche. Non aveva potere decisionale, ma possedeva qualcosa che gli veniva quasi dopo: e cioè (una cosa del tutto compatibile con l’impegno), una noia perpetua, in parte simulata ma molto reale, o, per dirla in altro modo, una mancanza di entusiasmo; inoltre, e questo è ancora più importante, non aveva eccessi di affetto. Inoltre, possedeva quasi la cosa più importante in quel mestiere: un’ampia e solida rete di contatti. Infine, aveva ciò che è davvero fondamentale: un aspetto esteriore imponente; era alto, biondo, con una voce lenta e occhi altrettanto lenti, e si vestiva in modo elegante.
Guy des Cuoyes non lavorava da questo datore di lavoro da nemmeno due anni e stava andando abbastanza bene quando incontrò Arthur Lawson. Arthur Lawson ebbe bisogno di fare alcune indagini; sapeva dove rivolgersi per ottenerle. L’azienda aveva inviato proprio des Cuoyes. Scoprendo, come fece subito Lawson, quali fossero i talenti del ragazzo, purtroppo (ma Arthur Lawson non aveva alcun rimorso in queste cose), lo assunse direttamente, bypassando il suo datore di lavoro originale.
L’operazione fu svolta in modo da gentiluomo, almeno per quanto riguardava des Cuoyes. Il giovane informò il suo datore di lavoro che aveva ottenuto un considerevole reddito privato e che, pertanto, avrebbe potuto vivere da gentiluomo; anzi, si sentiva proprio nato per quel tipo di vita. Non avrebbe più dovuto lavorare. Quella scusa presentava anche il vantaggio di coprire le sue tracce: ora poteva condurre le sue indagini con un camuffamento ancora migliore di prima. Dopotutto, non era forse un giovane gentiluomo con parecchi soldi che non aveva altro da fare se non spendere il proprio denaro in città? Le condizioni proposte da Arthur Lawson soddisfacevano entrambi e riflettevano appieno le caratteristiche del più anziano dei due. Gli promise uno stipendio fisso e regolare, oltre a un compenso aggiuntivo per ogni lavoro svolto. Aveva delle ragioni per farlo, ragioni valide, che si rivelarono efficaci.
Considerando tutto ciò, Guy doveva essere costantemente a disposizione del suo datore di lavoro. Il suo tempo era rigorosamente pianificato; i suoi momenti di svago erano precisi, proprio come le ferie di un soldato: al di fuori di quegli intervalli ben organizzati, doveva essere sempre reperibile, pronto a rispondere al telefono in qualsiasi momento; inoltre, doveva comunicare ogni sua mossa, in modo da poter essere trovato all’istante. Persone nella posizione di Arthur Lawson possono permettersi simili lussi, e questi valgono sicuramente il prezzo che si paga per loro.
In questa occasione il compito era molto particolare: Guy des Cuoyes non doveva soltanto scoprire certe informazioni, ma anche attuarle immediatamente e con la massima rapidità possibile. Entro un quarto d’ora dall’avere ricevuto la chiamata in quella domenica sera, si trovava nella piccola stanza sul retro della casa dove Arthur Lawson sbrigava quelle rare questioni private che preferiva trattare sotto il proprio tetto; parlava con il suo datore di lavoro con tale naturalezza che chi li avesse visti avrebbe pensato fossero uguali. Arthur Lawson apprezzava molto questa relazione: in realtà, tra le molte cose che disprezzava, quella abitudine diffusa intorno a lui di considerare il rango sociale come una conseguenza della ricchezza era quella che odiava di più. Tra tutte le qualità che ammirava, l’efficienza nel lavoro – soprattutto in un compito del genere – occupava uno dei primi posti; al primo posto, però, c’erano le arti e la cultura.
Una battaglia stava per iniziare, e tempo, tempo, tempo. Il tempo e l’accuratezza erano le condizioni necessarie per la vittoria. Quindi Lawson fu breve e molto diretto nel suo discorso.
“Amico,” disse, “hai mai sentito parlare del brevetto di Dow?”
“Le persone del settore televisivo?”, disse Guy. “Sì.”
“Lo sai cosa sono?”
“No.”
“Beh, non importa. Quello che devi fare ora è questo: hai un taccuino? Non scriverci in chiaro, usa lo stesso codice che stavi usando prima.”
Guy des Cuoyes sorrise appena, come fanno i giovani impiegati quando i loro datori di lavoro gli dicono qualcosa che in realtà già consideravano scontato. Tirò fuori il suo libretto e la sua penna. Lawson continuò.
“Primo: scoprire chi realmente possiede Dow’s. Alcuni dicono che sia indipendente, altri che appartenga ai Reynier. Potrebbe essere qualcosa a metà strada tra le due ipotesi. Capire esattamente la situazione. Secondo: comprarlo.”
Guy des Cuoyes, appoggiato comodamente alla poltrona, alzò leggermente le sopracciglia, come se volesse porre una domanda.
“Compratelo,” insistette Lawson con forza. “A qualsiasi condizione. Offrite quello che volete.”
Il ragazzo iniziò a parlare.
“No,” intervenne Lawson. “Non spreciamo tempo su questo argomento. Se loro propongono un prezzo, pagalo; se vogliono che tu ne stabilisca uno, usa il tuo giudizio e aggiungi il quindici percento in più rispetto a quello che pensi possano aspettarsi. Fai tutto per iscritto e portamelo qui. Ma ascolta bene, Guy” – Arthur Lawson si sporse in avanti, con un’espressione preoccupata – “Devo avere tutto per iscritto entro domani sera, lunedì. Qui, prima di cena. Entro quest’ora. Non c’è un minuto da perdere. Meglio che tu inizi subito stasera e continui domani mattina all’alba. Aspetta. C’è ancora qualcos’altro: devi scoprire il più possibile su Durrant’s Television e sul contratto. Fino a che punto sono arrivati. Questo è tutto. No, non è tutto,” aggiunse, rilassandosi di nuovo. “Ti dirò dove entrare tu nel progetto. Avrai cinquecento dollari in contanti quando mi porterai quel documento da Dow’s; altri cinquecento quando il mio piano sarà completato. Ora sai tutto.”
It was four times more than Guy had ever had before, even for the biggest job, and if he had ever allowed himself to show the least sign of surprise, he would have done so then. But he did not. He took it as calmly as he took all things. For he met all this with his superb indifference. They passed apparently unheeded over that large blonde head, with its dull, contented expression, so empty to the onlooker and so full within.
“There,” said Lawson, getting up; and Guy got up, more slowly, with him. “That’s really all. Now you know, and we needn’t talk any more.”
“That’s all right,” said Guy, in the tone of a man conferring a favour, and shaking hands as warmly as self-respect and the Public School tradition would admit. He sauntered out, waiting for the man in livery to come and open the front door for him, and then proceeded with magnificent leisure down the slopes of Mayfair.
On the next day, Monday, there came at the expected hour the expected message, and immediately afterwards the expected man, to Lawson House — for I am sorry to say that Lawson had changed its old name; but after all, he had twenty times the wealth of the old owner.
Des Cuoyes brought with him, loose in his pocket, with proper nonchalance, a scrap of paper in another man’s handwriting, and clipped on to it a full page of typewritten statement which was signed. He sank down again into that familiar low chair, and Arthur Lawson, standing up on the rug, read both the documents which he had been given. The first, in the unknown handwriting, he glanced at to see that it was what he wanted, and nodded with a firm satisfaction upon his thin-pressed lips.
Then he read carefully the typewritten statement. Then he pulled back a small Meissonier to the left of the mantelpiece (Meissoniers had come into fashion again). It covered the door of a small cupboard, such as those in which careful men keep their cigars for warmth and for dryness. Therein also Arthur Lawson kept a supply of cigars going — and occasionally other things. Thence he took an envelope, opened it, verified the notes, handed them over to Guy des Cuoyes, and Guy des Cuoyes, not to be outdone in courtesy, actually got up from his chair and as he took the envelope said: “Thank you.”
“You’ve done that job well,” said Arthur Lawson.
“Thank you,” said Guy, sinking back into his chair.
“What is he like?” said Arthur Lawson.
“He’s one of those funny men one never hears of — what? He lives in a huge big house in Bayswater, and he’s always buying things. He’s got a sort of collection, a sort of Zoo. I heard all about him. He was the man who got stung for the Hegguy Gyroscope, but he got home again on the Bailen Deep-Sea apparatus. That did well, you know. And then he was three screens behind the Palatine Group Hotels for a short time. I don’t know what he got out of that. He’s always got about a thousand irons in the fire.”
“I mean, what does he look like?” said Lawson.
“Oh, just fat,” drawled Guy. “Like a pig — what?”
“There was no question of Reynier’s?”
Guy wagged his head slowly in negation. “Never had been,” he said. “He knew his market, he was waiting for the top of it. Durrant’s thought they were sure of it, they were in no hurry.”
“We were,” said Arthur Lawson quietly.
“Yes,” said Guy.
“I heard another thing,” said Guy. “Durrant’s are going to approach Reynier’s to-morrow, and make them an offer for this Dow’s Patent… . Great sport — what?”
Lawson screwed his eyebrows together, trying to make out the signature on the written memorandum before him.
“He writes an impossible fist,” he said.
“Yes — you might almost think he was an educated man, but he isn’t.”
“I can’t make out the name.”
“Not what you’d expect,” said Guy. “The name’s Murphy. F. X. Murphy.”
“What’s X for?”
“Xavier,” said Guy shortly.
“Odd,” frowned Lawson.
“It doesn’t matter,” said Guy.
“You’re right,” said Lawson. He folded what did matter, the memorandum, and put it in his pocket-book.
“Well, that’s that,” said Guy, getting up to go, with the ease that had already made him well-to-do and would at last made him rich.
“Not quite,” said Lawson. “Wait a minute. What about completion of Dow’s sale?”
“He’ll complete at once,” said des Cuoyes. “He said any time before the end of the week. Shall we say Thursday?”
“I’d like it the day after to-morrow,” said Lawson. “Can you bring it me here at this time on the day after to-morrow?”
“Certainly,” said Guy. “It’s only a matter of money. And it’s your money. Even a lawyer will hurry for money.”
“I only want the proof of transfer by Wednesday,” said Lawson. “I want it by Wednesday before the offices close. Send it round here — you need not come yourself. So long as I have the proof of transfer the formalities can wait.”
Then des Cuoyes, who was a little anxious for his dressing time, and had begun to look at his watch, really moved to go, but he was detained yet another minute.
“By the way, Guy, there’s one more thing, and it’s important, and it will save you coming again if I tell you now. You know Jack Williams, the Home Secretary? You know McAuley of Durrant’s?”
“I’ve met them both,” said Guy. “Williams has got some hold on J. But I don’t know what it is. I could find out.”
“I’m sure you could,” said Lawson.
“Get them to dinner on Thursday if you can; if not, as early as possible. By that time they will have had their disappointment over Reynier’s, so they will be mystified about Dow’s, anyhow. Keep a table for 8.30 at the Palatine. Tell them you want to see them about Dow’s. And make them understand that you are the man who can deliver the goods. You understand?”
“Oh, yes,” answered Guy leisurely.
“Very well. Now when you have got a table, there is to be one empty chair. And not a word about me, you understand? We shall see each other before then, and I’ll tell you where and when I come in.”
“Right,” said Guy. And with as near an approach to rapidity as he ever allowed himself, he moved out, only delaying by so much as was necessary to give the gilded underling time to open the outer door; then, once again, he sauntered out down the slopes of Mayfair to his bath, his glad rags, and his happy evening — what?
Era quattro volte di più di quanto Guy avesse mai avuto prima, anche per il lavoro più importante; se si fosse permesso di mostrare anche solo un minimo di sorpresa, l’avrebbe fatto in quel momento. Ma non lo fece. Accettò tutto con la stessa calma con cui accettava ogni altra cosa. Perché affrontava tutto questo con la sua straordinaria indifferenza. Quelle cose sembravano passargli completamente inosservate sopra quella grande testa bionda, con quell’espressione apatica e soddisfatta: vuota agli occhi degli osservatori, ma piena dentro di lui.
“Ecco,” disse Lawson alzandosi; anche Guy si alzò, più lentamente di lui. “Questo è davvero tutto. Ora lo sai, e non c’è bisogno che parliamo ancora.”
“Va bene così,” disse Guy, con il tono di un uomo che concede un favore, stringendo la mano con tanto calore quanto lo permettevano il suo rispetto per se stesso e le tradizioni della scuola pubblica. Uscì lentamente, aspettando che l’uomo in livrea venisse ad aprirgli la porta d’ingresso, poi proseguì con grande tranquillità lungo le strade di Mayfair.
Il giorno dopo, lunedì, arrivò alla solita ora il messaggio atteso, e subito dopo arrivò anche la persona attesa a casa Lawson. Purtroppo devo dire che Lawson aveva cambiato il suo vecchio nome; ma dopotutto, possedeva venti volte più ricchezza del precedente proprietario.
Des Cuoyes aveva con sé, nella tasca, con estrema noncuranza, un pezzo di carta scritto da un altro uomo; attaccato ad esso c’era anche una pagina intera di dichiarazioni dattilate e firmate. Si sedette di nuovo su quella sedia bassa che gli era familiare, e Arthur Lawson, alzandosi sul tappeto, lesse entrambi i documenti che gli erano stati consegnati. Il primo, scritto con una grafia sconosciuta, lui lo diede un’occhiata per verificare che fosse ciò che cercava, e annuì con soddisfazione.
Poi lesse attentamente il documento scritto a macchina. Quindi tirò indietro un piccolo mobile di stile Meissonier posizionato a sinistra del camino (i mobili di stile Meissonier erano tornati di moda). Quel mobile copriva l’apertura di un piccolo armadietto, di quelli in cui le persone mettono i sigari per mantenerli al caldo e asciutti. Anche Arthur Lawson teneva lì una scorta di sigari – e occasionalmente anche altre cose. Da lì prese un involucro, lo aprì, verificò il contenuto delle note, le consegnò a Guy des Cuoyes; e Guy des Cuoyes, non volendo essere da meno in cortesia, si alzò davvero dalla sedia e, mentre prendeva l’involucro, disse: “Grazie.”
“Hai svolto quel compito molto bene,” disse Arthur Lawson.
“Grazie,” disse Guy, appoggiandosi di nuovo allo schienale della sedia.
“Com’è fatto?” chiese Arthur Lawson.
“È uno di quegli uomini strani di cui nessuno parla mai. Vive in una casa enorme a Bayswater e compra sempre un sacco di cose. Ha quasi una sorta di collezione, una specie di “zoo”. Ne ho sentito parlare molto: è stato lui ad essere pungolato per via del giroscopio Hegguy, ma è riuscito a tornare a casa grazie all’apparecchio subacqueo Bailen Deep-Sea. Quello ha avuto successo, sai? Poi, per un po’, è stato coinvolto in qualche progetto legato al gruppo Palatine Group Hotels. Non so cosa ne abbia ricavato. Comunque, ha sempre mille cose in corso allo stesso tempo.”
“Voglio dire, com’è fatto?” disse Lawson.
“Ah, semplicemente grasso,” disse Guy con tono strascicato. “Come un maiale… Cosa?”
“Non c’era dubbio su Reynier…”
Guy scosse lentamente la testa in segno di negazione. “Non è mai successo,” disse. “Conosceva bene il suo mercato; stava aspettando il momento migliore per agire. Durrant e gli altri erano sicuri, non avevano alcuna fretta.”
“Eravamo,” disse Arthur Lawson in silenzio.
“Sì,” disse Guy.
“Ho sentito un’altra cosa,” disse Guy. “I Durrant domani andranno da Reynier e gli faranno un’offerta per questo brevetto dei Dow. Che grande opportunità, no?”
Lawson aggrottò la fronte, cercando di decifrare la firma presente sul promemoria scritto davanti a lui.
“Scrive pugni impossibili,” disse.
“Sì… si potrebbe quasi pensare che fosse un uomo istruito, ma in realtà non lo è.”
“Non riesco a leggere il nome.”
“Niente di ciò che ti aspetteresti”, disse Guy. “Il nome è Murphy… F. X. Murphy.”
“A cosa serve X?”
“Xavier,” disse brevemente Guy.
“Strano,” borbottò Lawson con espressione preoccupata.
“Non importa,” disse Guy.
“Hai ragione,” disse Lawson. Ripiegò il documento importante, il memorandum, e lo mise nel portafoglio.
“Beh, è finita,” disse Guy alzandosi per andarsene, con quell’agilità che già lo aveva reso benestante e che alla fine lo avrebbe reso ricco.
“Non proprio,” disse Lawson. “Aspetta un attimo… E cosa succede con la conclusione della vendita di Dow?”
“Completlerà subito,” disse des Cuoyes. “Ha detto che potrebbe farlo entro la fine della settimana. Che ne dici di giovedì?”
“Lo vorrei il giorno dopo domani,” disse Lawson. “Potete portarmelo qui a quest’ora, il giorno dopo domani?”
“Certo,” disse Guy. “È solo una questione di soldi. E sono i tuoi soldi. Anche un avvocato si affretterà per ottenere i suoi soldi.”
“Voglio solo la prova di trasferimento entro mercoledì,” disse Lawson. “La voglio entro mercoledì, prima che chiudano gli uffici. Mandatela qui – non è necessario che veniate personalmente. Finché ho la prova di trasferimento, le formalità possono aspettare.”
Allora des Cuoyes, che era un po’ ansioso per il momento del suo trucco e aveva già iniziato a guardare l’orologio, decise davvero di andarsene, ma fu trattenuto ancora per un minuto.
“A proposito, Guy, c’è un’altra cosa importante da dire. Se te la dico ora, ti eviterà di dover tornare qui. Conosci Jack Williams, il Ministro dell’Interno? E conosci anche McAuley di Durrant’s?”
“Li ho incontrati entrambi,” disse Guy. “Williams ha un certo ascendente su J. Ma non so di cosa si tratti. Potrei scoprirlo.”
“Sono sicuro che potresti farlo,” disse Lawson.
“Prova a portarli a cena giovedì, se possibile; altrimenti, il prima possibile. A quel punto avranno già superato la delusione per Reynier, quindi saranno comunque curiosi riguardo a Dow. Prenota un tavolo alle 20:30 al Palatine. Dì loro che vuoi parlare con loro di Dow. E fai capire loro chiaramente che sei tu l’uomo in grado di risolvere la questione. Capisci?”
“Ah sì,” rispose Guy con calma.
“Molto bene. Ora, quando avrete preparato un tavolo, deve esserci una sedia vuota. E niente parole su di me, capite? Ci vedremo prima, e vi dirò dove e quando verrò.”
“Giusto,” disse Guy. E con la velocità massima che si permettesse mai, uscì di casa, ritardando soltanto il tempo necessario affinché quel subalterno dorato avesse il tempo di aprire la porta esterna; poi, ancora una volta, si incamminò tranquillamente lungo le strade di Mayfair verso il suo bagno, i suoi vestiti felici e la sua serata gioiosa. Che cosa?
XVII
AT THE EARLY hour appointed, ten o’clock, on the Tuesday morning, then, Arthur Lawson appeared in James McAuley’s flat, and was shown into his study. It was a great moment for J. He was a big man in his world, but Lawson was a mountain compared to him; and by the standards which to McAuley were the only standards in the universe, by the standards which Lawson counted no more than the dust, and despised as he despised all those who held them, Lawson was to McAuley a man to be worshipped, and a man necessarily possessed of almost unlimited power.
How graciously was Lawson welcomed! Almost with the deference of a courtier, though such deference is difficult to assume by men untrained to it; almost with the courtesies of a Court, though such courtesies are difficult to be assumed by men untrained; and of course he was asked to sit down at once, and of course all had been made ready for him.
But Arthur Lawson would not even sit down. And Arthur Lawson did not relax his face. He had no special reason for courtesy, still less had he any intention of spending a moment more of his time than was necessary. He had come as an enemy, or as a judge, or as an executioner.
“I need not detain you a moment, Mr. McAuley,” he said, impassively, and standing erect. “I have come on a very simple matter. Will you be good enough to hand me the letter which some short time ago you handed to my friend Mr. Wilfrid Halterton, the Postmaster-General, and afterwards stole from his person?”
James McAuley made a very rapid calculation; and I am proud to say for the honour of British finance refused to react to the word “stole.” He did not change colour, either, at the general accusation. He did not start, he heard out Arthur Lawson’s brief sentence as he might have heard a common greeting.
What passed through the financier’s mind passed through it so rapidly that the sentence I am here writing runs sluggishly compared with the process of his thought. Yet I must put down that process to explain what followed. James McAuley was working this, then, in his own great mind, on these lines.
“This man has unlimited wealth. Therefore he has unlimited powers of doing me harm. He knows part of the truth, but not all of it. If I could stand out — and it’s a risk to stand out — but if I can stand out there is a great fortune awaiting me, though less than I had hoped for. I shall be able to have something less than half, perhaps a third, of the new flotation. I can’t give this man the letter — I haven’t got it. If I tell him where it is, it will draw the lightning off me and make it strike Williams. I should not mind that, as a piece of personal gratification. But on the top of that, Lawson might then very well, when he has saved his friend Halterton, let me in for better terms than Williams would. After all, I am Durrant’s, and I practically own Dow’s. They’ve got to come to me. Whenever I get that promise of contract back, as I certainly could if Lawson brings his full weight to bear upon Williams… . I’ll tell Lawson all.”
To think out all these steps reads long, yet there was hardly a pause between the asking of Lawson’s question and McAuley’s giving his answer. The answer was thus.
“It’s no use your asking me and looking on me like that, Mr. Lawson. I haven’t got that document. I haven’t got yon other document. I have not got Halterton’s letter to me either. Mr. Williams the Home Secretary has got them. I won’t say how — but he’s a smart man.”
It was Arthur Lawson’s turn to pause.
“You’re not deceiving me, Mr. McAuley. I can see that. Will you be good enough to make certain where Mr. Williams is at this moment. You will be good enough to tell him that Mr. Arthur Lawson — he will know my name” — McAuley smiled genially at that, and nodded— “wishes to speak to him. To see him immediately. Upon the matter of the new Television Charter.”
“Aye, Mr. Lawson, I will do that. I’ll go to the private line in the next room — now, at once.”
“I will come with you,” said Mr. Lawson.
McAuley smiled again, because he did not like it. They went together into the next room, and Lawson listened carefully. McAuley rang up the Home Office.
“Is Mr. Williams in? … He is? … Will you ask him to come to the telephone to speak to Mr. McAuley a minute — Mr. James McAuley.” J. waited patiently, smiling up once again at the stern face above him, but got no answering smile, nor any word. Then the machine went on again. “Eh? Is that you, Jack? There’s Mr. Arthur Lawson — ye know Mr. Arthur Lawson — he’s wanting to come and see ye about that matter of ours… . No, no … he’ll not be waiting, he’s on his way now — he asked me to let you know… . No, no, ye must be there… . I tell ye, man, it’s necessary, absolutely necessary… . Well, yes, that’s it — ye’ll understand when ye see him, and ye won’t be sorry ye’ve done as I bid ye. He’ll be with you now… . No, he’s not with me — he’ll be on his way to you.” He put up the receiver.
How even a financier may become an anti-Semite.
“He’ll be waiting for you, Mr. Lawson,” he said.
“Thank you,” said Mr. Lawson, and he moved towards the door. James McAuley followed him into the passage and to the outer door of the flat. He opened it for the great man with a bow, and stood there, still smiling, and held out his hand. But Arthur Lawson did not take that hand.
“Good morning,” he said.
McAuley, with the first heat he had shown that morning, slammed the door. And in ten minutes Arthur Lawson had reached the Home Office.
He had met both these men, of course, casually enough. He had divined them, but superficially and without interest; he had pigeon-holed them in his steel trap of a mind, under the heading “politicians” — the one by profession, the other by relationship; but he had a clear distinction between them in the matter of character. He was expecting a reception from Williams very different from that which he had got from McAuley — and he was right.
A lesser man might have expected that McAuley would forewarn and arm his partner; but Lawson knew better. He fully understood why McAuley had given way; why he had told the whereabouts of both those fatal letters.
XVII
All’ora prestabilita, le dieci di quella mattina di martedì, Arthur Lawson apparve nell’appartamento di James McAuley e fu accompagnato nel suo studio. Fu un momento importante per J.: lui era una figura importante nel suo ambiente, ma Lawson era come una montagna rispetto a lui; e secondo gli standard che per McAuley rappresentavano l’unico criterio valido nell’universo – standard che per Lawson non valevano più della polvere, e che egli disprezzava tanto quanto tutti coloro che li seguivano – Lawson era, agli occhi di McAuley, un uomo da venerare, un uomo che necessariamente possedeva poteri quasi illimitati.
Quanto gentilmente fu accolto Lawson! Quasi con la deferenza di un cortigiano, anche se una tale deferenza è difficile da dimostrare da parte di persone non addestrate a farlo; quasi con le cortesie tipiche di una Corte, anche se tali cortesie sono difficili da mantenere per chi non ne ha l’abitudine. Naturalmente gli fu chiesto di sedersi subito, e ovviamente tutto era stato preparato apposta per lui.
Ma Arthur Lawson nemmeno voleva sedersi. E il suo viso non mostrava alcun segno di rilassamento. Non aveva alcun motivo particolare per essere cortese, e tantomeno aveva intenzione di trascorrere un minuto in più del necessario. Era venuto come nemico, o come giudice, o come boia.
“Non ho bisogno di trattenervi nemmeno un momento, signor McAuley,” disse lui, con indifferenza e in piedi dritto. “Sono qui per una questione molto semplice. Potrebbe gentilmente darmi la lettera che poco tempo fa ha consegnato a mio amico il signor Wilfrid Halterton, Postmaster-General, per poi rubarla dal suo possesso?”
James McAuley fece un calcolo molto rapido; e sono orgoglioso di dire che, per onore delle finanze britanniche, rifiutò di reagire alla parola “rubato”. Non cambiò nemmeno colore di fronte all’accusa generale. Non si arrabbiò, ascoltò la breve frase di Arthur Lawson come avrebbe potuto ascoltare un semplice saluto.
Quello che passò per la mente del finanziere avvenne così rapidamente che la frase che sto scrivendo qui appare lenta rispetto al flusso dei suoi pensieri. Tuttavia devo descrivere quel processo per spiegare ciò che seguì. In quel momento, James McAuley stava lavorando, nella sua grande mente, su questi concetti.
“Quest’uomo possiede una ricchezza infinita; quindi ha anche il potere di farmi del male in qualsiasi modo. Sa parte della verità, ma non tutta. Se riuscissi a distinguermi, e correre un rischio per farlo, ci sarebbe una grande fortuna ad aspettarmi, anche se minore di quanto sperassi. Potrei ottenere forse solo un terzo del nuovo patrimonio che verrà creato con questa operazione. Non posso dare questa lettera a quest’uomo: non l’ho ancora. Se gli dicessi dove si trova, attirerei su di me i problemi e questi colpirebbero Williams. Non mi dispiacerebbe, come forma di soddisfazione personale. Ma inoltre, Lawson, una volta salvato il suo amico Halterton, potrebbe offrirmi condizioni migliori di quelle che Williams sarebbe disposto a darmi. Dopotutto, appartengo a Durrant e di fatto possiedo anche Dow. Devono venire da me. Non appena otterrò quella promessa scritta, il che è certamente possibile se Lawson esercita tutta la sua influenza su Williams, gli dirò tutto.”
Pensare a tutti questi passaggi sembra una cosa lunga e complessa, ma in realtà non ci fu quasi alcuna pausa tra la domanda di Lawson e la risposta di McAuley. Ecco quindi la risposta.
“Non ha senso che mi chieda e mi guardi in quel modo, signor Lawson. Non ho quel documento. Non ho nemmeno l’altro documento. Né ho ricevuto la lettera di Halterton. Il signor Williams, il Ministro dell’Interno, li ha tutti. Non dirò come, ma è un uomo astuto.”
Fu il turno di Arthur Lawson di fare una pausa.
“Non mi sta ingannando, signor McAuley. Lo posso vedere. Potrebbe per favore verificare dove si trovi il signor Williams in questo momento? Potrebbe dirgli che il signor Arthur Lawson – lui conoscerà il mio nome – desidera parlargli immediatamente. Per questioni relative alla nuova legge sulla televisione.” McAuley sorrise cordialmente e annuì.
“Sì, signor Lawson, lo farò subito. Andrò alla linea privata nella stanza accanto, adesso stesso.”
“Verrò con te,” disse il signor Lawson.
McAuley sorrise di nuovo, perché non gli piaceva quella situazione. Entrarono insieme nella stanza accanto, e Lawson ascoltò attentamente mentre McAuley chiamava il Ministero dell’Interno.
“Il signor Williams è in casa?. Sì, è qui? Potrebbe chiedergli di venire al telefono per parlare un attimo con il signor McAuley. Il signor James McAuley.” J. aspettò pazientemente, sorridendo ancora una volta verso quel volto serio sopra di lui, ma non ricevette né un sorriso in risposta né una parola. Poi la macchina ricominciò a funzionare. “Eh? Sei tu, Jack? C’è il signor Arthur Lawson, sai, il signor Arthur Lawson, vuole parlarti di quella questione nostra. No, non aspetterà, è già in viaggio. Mi ha chiesto di avvisarti. Devi essere lì. Te lo dico, è assolutamente necessario. Bene, sì, è tutto. Capirai quando lo incontrerai e non rimpiangerai di aver fatto come ti ho detto. Sarà con te adesso. No, non è con me. Sta venendo da te.” Riattaccò il ricevitore.
Come anche un finanziere possa diventare antisemita.
“Vi aspetterà, signor Lawson,” disse.
“Grazie,” disse il signor Lawson, e si diresse verso la porta. James McAuley lo seguì nel corridoio fino alla porta esterna dell’appartamento. La aprì per quell’uomo importante con un inchino, rimase lì in piedi, ancora sorridente, e tese la mano. Ma Arthur Lawson non accettò quella mano.
“Buongiorno,” disse.
McAuley, con la prima prova che aveva eseguito quella mattina, sbatté la porta. E in dieci minuti Arthur Lawson arrivò al Ministero dell’Interno.
Aveva incontrato entrambi questi uomini, naturalmente, in modo del tutto casuale. Li aveva riconosciuti, ma solo superficialmente e senza interesse; li aveva inseriti nella categoria dei “politici” nella sua mente rigida e schematica: uno per professione, l’altro per relazione; tuttavia, faceva una chiara distinzione tra loro in termini di carattere. Si aspettava che Williams lo accogliesse in modo molto diverso da come era stato accolto da McAuley. E aveva ragione.
Un uomo meno astuto avrebbe potuto aspettarsi che McAuley avvisasse e armasse il proprio compagno; ma Lawson lo sapeva meglio. Capiva perfettamente perché McAuley aveva ceduto; perché aveva rivelato dove si trovavano quelle due lettere fatali.
McAuley had thrown himself upon Lawson’s mercy — but that Williams would give way as McAuley had given way Lawson did not believe. There would be a struggle. But Lawson held the trumps; whereas for McAuley it had only been a change of masters, and a change which he had preferred.
The Home Secretary received Arthur Lawson in his big room. He was sitting in his official chair at his huge official table, looking official with the pomp and majesty of his office upon him. He did not rise. He greeted his visitor courteously enough, and waved his arm towards a chair, but for the second time that morning Arthur Lawson refused to sit down.
“What can I do for you, Mr. Lawson?” said Williams, using the fairly civil but impersonal tone which is used by these exalted men when they are to be consulted upon very exalted business.
“I have come to tell you that, Mr. Williams,” answered Lawson quietly, but with clear-cut syllables. “I have come to obtain from you two documents that you have in your possession, after having obtained them, I presume, by fraud. And I shall be much obliged if you will let me have them with the least delay, as I have a great deal to do this morning. One is the engagement given by my friend Mr. Wilfrid Halterton, the Postmaster-General to Mr. James McAuley — whom I believe I may now call your partner — promising the contract for the new Television business to Durrant’s Company; the other is the signed letter which Mr. McAuley gave to Mr. Halterton promising him in return the General Managership of the new Television Corporation at a high salary named and free of tax.”
So much he said, and it was to the point.
“Can’t I persuade you to sit down, Mr. Lawson?”
“No, thank you. I make no doubt, Mr. Williams, that these documents are now upon your person. Be good enough to hand them to me.”
Jack Williams folded his arms upon the table, looked up deliberately and soberly into the great financier’s face.
“You are under a complete misapprehension, Mr. Lawson. I won’t say more than that. I have plenty of experience of things like this. It is not the first misunderstanding I have come across in my life by a thousand. You are under a complete misapprehension. If you desire to do anything in this matter, I can only refer you to Mr. Halterton himself, and to Mr. McAuley. They are the principals, and I have nothing whatever to do with it.”
“That,” said Arthur Lawson impassively, “is a lie. Be good enough to give me the documents.”
I am sorry to say that Mr. John Williams, in spite of all those years of experience in the lofty rhetoric in public life, in spite of all his knowledge of the great world, in which he was himself so great a figure, reacted to that word “lie.”
It does not sound credible, still less does it sound as though I were doing justice to one of our first statesmen, but he did react to the word, and slipped. He gave himself away.
“You shall not have them, Mr. Lawson,” he said angrily. And with that he put on such a bull-dog look that the issue was certainly joined.
“You have admitted you have them and you refuse to give them to me, here and now?” said Lawson.
“I refuse to give you them at any time,” said Mr. Williams. “And if those whom I have the honour to advise accept my advice — and I am pretty sure that they will — they will have no more to do with you either, Mr. Lawson.”
“Think carefully what you are doing, Mr. Williams,” said Lawson, drawing a step back and half turning as though about to go. “You are in a vulnerable position.”
“I am the best judge of that,” answered Williams. “Good morning.”
“Good morning, Mr. Williams,” said Lawson, and he went out.
Williams had concealed no one in a cupboard during that interview; he had had no dictaphone at work; it was not for him to establish a record; he desired these brief five minutes to be as though they had not been. He was impregnable.
John Williams was not one of those impressionable men who vaguely fear the power of great wealth. No clearer brain has been at work in the great field of public life in our time. He knew all the real factors in the case: of imaginations he took no account at all.
The real factors were simply these. Lawson, as everybody knew, was acquainted with, might be called a friend of, Halterton. Perhaps for that reason, perhaps from love of power, perhaps from the mere desire to increase his enormous wealth, he desired to obtain control over the coming Television Corporation. How he had got his information, how much he knew, Williams could not guess, and it was immaterial to the issue of the struggle. Williams saw all the factors clearly, he gave each its exact weight, and he repeated to himself again: “Impregnable.” The contract had been set going, there was only the vote to come. There was no evidence producible against him. All the evidence against others was in his own hands. The vote would be taken in quite a few days, its result was a matter of course. Less than ever could Halterton interfere now, and in any case he would not dare to do so, no matter what millions were behind him, for they could not save him.
With that Williams, using a will as strong as was his intelligence, dismissed the matter wholly from his mind and rang for his secretary. He would spend the next hour in further close work upon the big police reform. He had it at heart that no one should be in future able to use the word “corrupt” in connection with that great public service.
During Wednesday the troops stood to arms on either side. The only incident was one pleasurable rather than otherwise to Williams. It was a note from one whom he knew vaguely to be a wealthy young man about town, and in touch with a good many people, asking him to dine at the Palatine on the morrow, Thursday, at 8.30. The note told him that McAuley would be there to meet him. The note hoped that Mr. Williams would be able to get away from the House for the purpose of the dinner, as Mr. McAuley had especially asked that his friend might be present. Mr. des Cuoyes added in a postscript that his object in asking Mr. McAuley, whom he had first asked to dine alone with him, was to discuss Dow’s Patent, on which he had certain information which would be useful. Mr. McAuley had told him that he had taken the Home Secretary’s advice on the affair, and it was on this account that he hoped Mr. Williams would be present.
McAuley si era consegnato alla mercé di Lawson. Ma Lawson non credeva che Williams avrebbe ceduto, proprio come aveva fatto McAuley. Ci sarebbe stata una lotta. Ma Lawson aveva le carte vincenti; per McAuley, invece, si trattava soltanto di un cambio di padrone. E di un cambio che lui stesso aveva preferito.
Il Segretario dell’Interno ricevette Arthur Lawson nella sua grande stanza. Era seduto sulla sua sedia ufficiale, dietro la sua enorme scrivania; l’ambiente circostante, con tutta la pompa e la maestosità tipiche del suo ufficio, lo rendeva davvero autorevole. Non si alzò in piedi per accogliere il visitatore; lo salutò con cortesia e gli fece segno di sedersi su una sedia, ma per la seconda volta quella mattina Arthur Lawson rifiutò di accomodarsi.
“Cosa posso fare per lei, signor Lawson?”, disse Williams, utilizzando quel tono piuttosto cortese ma impersonale che questi uomini di alto rango adottano quando devono essere consultati su questioni molto importanti.
“Sono venuto per dirvi questo, signor Williams,” rispose Lawson in tono calmo, ma con sillabe chiare e nette. “Sono venuto per ottenere da voi due documenti che si trovano in vostra possesso; presumo che li abbiate ottenuti tramite frode. Vi sarei molto grato se me li consegnaste il prima possibile, poiché ho molte cose da fare questa mattina. Uno di questi documenti è l’impegno preso dal mio amico, il signor Wilfrid Halterton, Postmaster-General, nei confronti del signor James McAuley – che ora posso considerare vostro socio – in cui promette di assegnare la commissione per il nuovo progetto televisivo alla Durrant’s Company; l’altro è la lettera firmata dal signor McAuley, nella quale promette al signor Halterton la carica di Amministratore Generale della nuova Television Corporation, con uno stipendio elevato e esente da tasse.”
Disse molte cose, e tutte pertinenti al tema.
“Non posso convincerla a sedersi, signor Lawson?”
“No, grazie. Non ho alcun dubbio, signor Williams, che questi documenti siano ora in suo possesso. Per favore, me li consegni.”
Jack Williams incrociò le braccia sul tavolo, alzò lo sguardo in modo deliberato e serio verso il volto di quel grande finanziere.
“Lei ha una completa errata comprensione delle cose, signor Lawson. Non dirò altro. Ho molta esperienza in queste situazioni; non è certo la prima volta che mi imbatto in un malinteso nella mia vita. Lei ha davvero una totale errata percezione della realtà. Se desidera intraprendere qualche azione al riguardo, posso solo consigliarla di rivolgersi direttamente al signor Halterton e al signor McAuley. Sono loro i responsabili principali di questa questione, e io non ho alcuna responsabilità in merito.”
“Quello,” disse Arthur Lawson con indifferenza, “è una menzogna. Per favore, dammi quei documenti.”
Purtroppo devo dire che il signor John Williams, nonostante tutti quegli anni di esperienza nella retorica elevata della vita pubblica, nonostante la sua vasta conoscenza del grande mondo in cui egli stesso era una figura così importante, ha reagito negativamente a quella parola: “menzogna”.
Non sembra credibile, e tantomeno si può dire che io stia rendendo giustizia a uno dei nostri primi statisti. Ma lui ha reagito a quella parola e si è tradito. Si è smascherato da solo.
“Non potrà averli, signor Lawson,” disse arrabbiato. E con quel suo sguardo deciso, la questione fu chiaramente risolta.
“Hai ammesso di averle e rifiuti di darmele, adesso stesso?” disse Lawson.
“Rifiuto assolutamente di darveli in qualsiasi momento,” disse il signor Williams. “E se coloro che ho l’onore di consigliare accettano il mio parere – e sono abbastanza sicuro che lo faranno – non avranno più nulla a che fare nemmeno loro con voi, signor Lawson.”
“Pensaci bene prima di agire, signor Williams,” disse Lawson, facendo un passo indietro e girandosi parzialmente, come se stesse per andarsene. “Si trova in una posizione vulnerabile.”
“Sono io il miglior giudice in materia”, rispose Williams. “Buongiorno.”
“Buongiorno, signor Williams,” disse Lawson, poi uscì.
Durante quell’intervista, Williams non aveva nascosto nessuno in un armadio; non aveva alcun registratore sul posto di lavoro; non era compito suo creare alcuna registrazione; desiderava che quei brevi cinque minuti sembrassero non essere mai esistiti. Era impenetrabile.
John Williams non era uno di quegli uomini facilmente influenzabili che temono vagamente il potere della grande ricchezza. Non c’è stato un cervello più lucido nel grande campo della vita pubblica dei nostri tempi. Conosceva tutti i fattori reali in gioco; non teneva affatto conto delle fantasie o delle ipotesi.
I veri fattori erano semplicemente questi: Lawson, come tutti sapevano, conosceva bene Halterton; si poteva persino dire che fossero amici. Forse per questo motivo, forse per amore del potere, o semplicemente per il desiderio di aumentare ancora di più la propria enorme ricchezza, Lawson voleva prendere il controllo della futura Television Corporation. Come avesse ottenuto quelle informazioni, quanto ne sapesse esattamente, Williams non riusciva a indovinare. E questo non aveva alcuna importanza per l’esito della battaglia in corso. Williams vedeva chiaramente tutti questi fattori; ne valutava con precisione l’importanza e si ripeteva ancora una volta: “Impenetrabile”. Il processo era già avviato; mancava soltanto il voto finale. Non esistevano prove utilizzabili contro di lui. Tutte le prove a disposizione contro gli altri erano in suo possesso. Il voto sarebbe stato espresso tra pochi giorni, e il risultato era scontato. Ora Halterton non poteva più interferire in alcun modo; in ogni caso, non avrebbe mai osato farlo. Per quanto milioni di dollari ci fossero dietro di lui, questo non gli sarebbe stato d’aiuto: nessuno avrebbe potuto salvarlo.
Con quella volontà, forte quanto la sua intelligenza, Williams scacciò del tutto quell’argomento dalla sua mente e chiamò il suo segretario. Avrebbe trascorso l’ora successiva a lavorare intensamente sulla grande riforma della polizia. Aveva in mente che, in futuro, nessuno dovesse più poter usare la parola “corrotto” in relazione a quel servizio pubblico così importante.
Nel corso di mercoledì, le truppe si schierarono su entrambi i lati. L’unico incidente che ebbe luogo fu piuttosto piacevole per Williams: ricevette una nota da parte di un giovane ricco che conosceva appena, il quale gli chiedeva di partecipare a una cena al Palatine il giorno seguente, giovedì, alle 8:30. Nella nota si specificava che McAuley sarebbe stato lì ad accoglierlo. Si sperava inoltre che il signor Williams riuscisse a liberarsi dal suo incarico per partecipare alla cena, poiché il signor McAuley aveva espresso particolare interesse affinché il suo amico fosse presente. Il signor des Cuoyes aggiungeva in postfazione che il motivo per cui aveva invitato prima il signor McAuley a pranzo da solo con lui era quello di discutere del brevetto di Dow, su cui possedeva informazioni utili. Il signor McAuley gli aveva detto di aver seguito i consigli del Segretario di Stato in merito a questa questione, ed era proprio per questo che sperava nella presenza del signor Williams.
Jack Williams telephoned to James McAuley, heard all about it, and said he would be delighted to come.
As for McAuley, when he had received, a little earlier in the day, his little note of invitation from the amiable des Cuoyes, it had at first somewhat intrigued him. He knew, of course, that Dow’s would have to come to them, but he had not expected the approach to come from that quarter. Des Cuoyes, of course, knew everybody, and might well enough have interests in the property, or perhaps he was coming to speak for those who had. Anyhow, he would do well to meet him. He accepted, and in writing to accept he asked whether it would be possible for Mr. Williams to be asked too. Then des Cuoyes sent that note to Williams. So it all fitted in well enough; but had McAuley not asked for Williams to be present, des Cuoyes would have asked him just the same. He always obeyed orders exactly.
The replies to his notes reached des Cuoyes on that same Wednesday evening, before he had begun the sacred ritual of dressing for dinner. He made the Great Sacrifice, he postponed his dressing. And at Lawson’s he was sent, with high rewards, to seek whatever might be hidden in Williams’s house.
Next Lawson telephoned to the Postmaster-General.
“I won’t come round, Halterton,” he said, “but I thought I would give you the information at once. You may take it that the thing is done. I have not yet got the documents in my hand, but I am in a position to reassure you finally. Come round here to my house at ten o’clock on Friday morning. We can then talk it over till eleven. Some other things have to be done, which you will learn of. They will be final. They will be over in good time to let you get down to the House by noon for the short Friday sitting.”
At 8.30 on the next day, Thursday evening, the intolerable music of the Palatine filled the air, the still worse food was just beginning to be served at the hideous little tables, and wine, more than half of it I am glad to say imperial, was standing in its shining little metal buckets beside those same little tables, all over the place.
At one of these little tables sat, in an easy self-possession which was that of a white and stupid-looking god, the admirably dressed des Cuoyes. It was a table for four, but he was as yet alone, when there came to him the two guests whom he was awaiting, and he stood up to receive them.
“Won’t you sit opposite me, gentlemen?” he said. “You will be more comfortable in the seats near the wall.” And he pulled the table a little towards himself, eagerly helped by the waiter. “You are very punctual, I am sure — what? I am afraid I was a little early. No, waiter, don’t take that chair away. Don’t fuss.”
So there stood the empty chair.
“Sit down, Mr. McAuley, please sit down. Will you have a cocktail, Mr. Williams. I know you’ll have a cocktail — I know what your cocktail is.” For des Cuoyes did know. But he didn’t know McAuley’s. McAuley named it and was provided.
They talked of many things. They had come near the end of the meal. They were eating the tepid ice, and the band was playing “Hell’s Bells,” with all its vigour, when above the din des Cuoyes mentioned for the first time the word Dow’s.
“I didn’t want to bother with it during dinner,” he said, “because really I have very little to say. There’s a man going to look in who knows much more about it than I do. But the point is that we — that is, he, rather — wants of course to approach you about it. It’s a mere matter of routine. Now that Durrant’s is going to get the contract, Dow’s will be working with you, of course, and I don’t think you’ll find them difficult.”
“No,” said McAuley, courteously enough, but much to the point. “You admit, Mr. des Cuoyes, you have not got anyone else to sell to, have you? What do you think, Williams?”
Honest Jack Williams thought a moment, and said: “Well, it’s not my business, and I don’t pretend to understand it, but I rather agree with you, J. So far as I know, and from what you’ve told me; and I think Mr. des Cuoyes is of a mind with us. You know Dow’s and it knows you. It’s simply a matter of terms.”
“Oh, we won’t quarrel about that,” des Cuoyes said largely, and quite at his ease. “Besides, it isn’t really I who can settle all the terms.”
“Hullo!” — he got up— “here’s Sir Andrew! Mr. McAuley, here’s your brother the Attorney-General. Sit down, Sir Andrew!” and he pulled up a fifth chair from an empty table and set it with the others opposite.
“I thought you wouldn’t mind my asking my brother to come in at the end of this meal, Mr. des Cuoyes,” said J. rather haltingly. “He could help us on the legal side.”
“By all means!” said des Cuoyes. “Take some wine, Sir Andrew. We’d just begun to talk of Dow’s Patent.”
“I had thought,” said McAuley at this point, “of going to Reynier’s first. There’s still some arrangement there, isn’t there?”
“I don’t think so,” said des Cuoyes, shaking his head. “Only an expired option. There’s no obligation to renew it.”
“Won’t you give us the name of your friend that’s coming?” said Williams at this point. But answer had he none, for des Cuoyes at that same moment looked over his shoulder again and said:
“Ah, there he is! Keep your seats, gentlemen, keep your seats.” And he went up, threading his way through the tables to a tall distant figure which had just come in through the main door. “I’ll bring him to you, gentlemen!” he called over his shoulder as he went off.
He was back in a moment, leading the figure which least of all had been expected in that place and at that hour by the three men, two of whom sat there appalled, hesitating, waiting; for the tall, spare, dark figure which moved easily towards them behind Guy was that of Arthur Lawson.
“Sit down, Mr. Lawson,” said Guy genially.
Lawson sat down, nodded slightly to the three men opposite, as though he were meeting them for the first time, and sat silent, but with his eyes still fixed upon their faces.
Coffee had just been served. Guy des Cuoyes sipped his, and then suddenly pulled out his watch.
Jack Williams telefonò a James McAuley, ascoltò tutto ciò che gli fu raccontato e disse che sarebbe stato molto felice di venire.
Per quanto riguarda McAuley, quando aveva ricevuto, poco prima di quel giorno, la breve lettera di invito da parte dell’amabile des Cuoyes, all’inizio ne era stato piuttosto incuriosito. Sapeva bene che la famiglia Dow avrebbe dovuto contattarli, ma non si aspettava che l’approccio venisse da quella direzione. Des Cuoyes, naturalmente, conosceva tutti e molto probabilmente aveva interessi legati a quella proprietà; forse stava agendo per conto di qualcuno che li aveva. Comunque fosse, sarebbe stato opportuno incontrarlo. Accettò l’invito e, nella risposta scritta, chiese se fosse possibile invitare anche il signor Williams. Allora des Cuoyes inviò la stessa lettera anche a Williams. Così tutto andò per il meglio; ma anche se McAuley non avesse chiesto la presenza di Williams, des Cuoyes l’avrebbe comunque proposta. Lui obbediva sempre alle istruzioni in modo assoluto.
Le risposte alle sue note arrivarono a des Cuoyes quella stessa sera di mercoledì, prima ancora che iniziasse il rituale sacro di prepararsi per la cena. Offrì il Grande Sacrificio e rinviò l’abbigliamento. Poi fu inviato da Lawson, con ricompense sostanziose, a cercare qualsiasi cosa potesse essere nascosta nella casa di Williams.
Subito dopo, Lawson telefonò al Capo Postale Generale.
“Non verrò da te, Halterton,” disse, “ma ho pensato di darti queste informazioni subito. Puoi considerare la questione risolta. Non ho ancora i documenti in mano, ma sono in grado di rassicurarti definitivamente. Vieni a casa mia venerdì mattina alle dieci; possiamo parlarne fino all’undici. Ci sono altre cose da fare, di cui ti informerò. Saranno le ultime decisioni necessarie, e tutto sarà pronto in tempo perché tu possa presentarti alla Camera entro mezzogiorno per la breve sessione di venerdì.”
Alle 8:30 del giorno seguente, giovedì sera, la musica insopportabile del Palatino riempì l’aria; il cibo ancora peggiore stava appena iniziando ad essere servito ai terribili tavolini, e il vino – più della metà dei quali, per fortuna, era imperiale – giaceva nei suoi lucidi secchi di metallo accanto a quegli stessi tavolini, dappertutto.
Alla fine di uno di questi piccoli tavoli, con un’aria disinvolta e composta tipica di un dio bianco e dall’aspetto stupido, sedeva des Cuoyes, vestito in modo impeccabile. Era un tavolo per quattro persone, ma lui era ancora solo quando arrivarono i due ospiti che aspettava; allora si alzò per accoglierli.
“Non vi sedete forse di fronte a me, signori?” disse. “I posti vicino al muro saranno più comodi per voi.” Poi tirò un po’ il tavolo verso di sé, con l’aiuto sollecito del cameriere. “Siete davvero puntuali. Ah, forse sono arrivato un po’ in anticipo. No, cameriere, non portate via quella sedia. Non fate storie.”
Lì, dunque, c’era quella sedia vuota.
“Si sieda, per favore, signor McAuley. Desidera un cocktail, signor Williams? So che ne vorrà uno, so esattamente quale cocktail sceglierà.” Perché des Cuoyes lo sapeva davvero. Ma non conosceva quello di McAuley. Fu McAuley stesso a indicare quale cocktail desiderava, e glielo prepararono immediatamente.
Parlarono di molte cose. Erano quasi alla fine del pasto; stavano mangiando il ghiaccio ormai tiepido, e la band suonava “Hell’s Bells” con tutto il suo vigore, quando, sopra il frastuono, des Cuoyes menzionò per la prima volta la parola Dow’s.
“Non volevo occuparmene durante la cena,” disse, “perché in realtà ho molto poco da dire. Ci sarà qualcuno che verrà a dare un’occhiata e sa molte più cose di me al riguardo. Ma il punto è che lui, insomma, vuole sicuramente parlartene. È solo una questione di routine. Ora che la Durrant’s otterrà il contratto, la Dow’s collaborerà con te, e non credo che avrai problemi con loro.”
“No,” disse McAuley, in modo abbastanza cortese, ma molto diretto. “Ammettete, signor des Cuoyes, che non avete nessun altro a cui vendere, vero? Che ne pensate, Williams?”
Onesto Jack Williams ci pensò un momento e disse: “Beh, non è affar mio e non pretendo di capirne tutto, ma sono abbastanza d’accordo con te, J. Per quel che ne so, e da quello che mi hai raccontato. Penso anche che il signor des Cuoyes la pensi come noi. Conosci Dow’s, e Dow’s conosce te. È semplicemente una questione di termini.”
“Ah, non discuteremo su questo argomento,” disse des Cuoyes con grande tranquillità e senza alcuna preoccupazione. “Inoltre, non sono davvero io a poter stabilire tutti i termini dell’accordo.”
“Salve!” — si alzò — “ecco Sir Andrew! Signor McAuley, ecco suo fratello, il Procuratore Generale. Si sieda, Sir Andrew!” e prese una quinta sedia da un tavolo vuoto e la posizionò di fronte alle altre.
“Pensavo che non le dispiacesse se chiedevo a mio fratello di venire da noi dopo questo pasto, signor des Cuoyes,” disse J., con una certa esitazione. “Potrebbe aiutarci in questioni legali.”
“Certamente!” disse des Cuoyes. “Bevi un po’ di vino, signor Andrew. Abbiamo appena iniziato a parlare del brevetto di Dow.”
“Pensavo,” disse McAuley a questo punto, “di andare prima da Reynier. C’è ancora qualche accordo da sistemare, vero?”
“Non credo proprio”, disse des Cuoyes scuotendo la testa. “È solo un’opzione scaduta. Non c’è alcun obbligo di rinnovarla”.
“Non ci dirà il nome del suo amico che sta per arrivare?” chiese Williams in quel momento. Ma non ebbe alcuna risposta, perché proprio in quell’istante des Cuoyes guardò di nuovo oltre la sua spalla e disse:
“Ah, eccolo lì! Restate seduti, signori, rimanete seduti.” E si avviò, facendosi strada tra i tavoli verso una figura alta e lontana che era appena entrata dalla porta principale. “Lo porterò da voi, signori!” gridò mentre si allontanava.
Tornò dopo un momento, guidando quella figura che nessuno dei tre uomini si sarebbe aspettato di vedere in quel luogo e a quell’ora: due di loro erano seduti lì, sbalorditi e esitanti, in attesa; la figura alta, snella e scura che si avvicinava a loro insieme a Guy era infatti quella di Arthur Lawson.
“Si sieda, signor Lawson,” disse Guy in tono cordiale.
Lawson si sedette, annuì leggermente ai tre uomini di fronte a lui, come se li incontrasse per la prima volta, e rimase in silenzio, fissando continuamente i loro volti.
Il caffè era appena stato servito. Guy des Cuoyes ne bevve un sorso, poi all’improvviso tirò fuori l’orologio.
“I say,” he said, “do you know it’s a quarter to ten — what?” And he got up. The McAuleys and Williams half lifted themselves. “Don’t move, please,” drawled Guy. “I’ve only just remembered there’s a man I have got to talk to. I will be back in a minute, what?” And he strolled leisurely away. Nor did he return.
Then there was silence in hell for the space of about a minute and a half.
It was broken by John Williams.
“Mr. Lawson, now that Mr. des Cuoyes is not here, may we ask why you have come? No one was expecting you.”
“I have come to ask you for those documents, Mr. Williams,” answered Arthur Lawson in his quiet voice.
McAuley leaned forward, anxiously expecting the issue. He had heard all about it from his partner in a long conversation the day before. He had admired Williams’s courage, he had been half persuaded by his clear tabulated reasoning. Yet still vaguely, instinctively, his mind, which he humbly admitted to be less than that of the master mind that had convinced him, dreaded the enormous power of the wealth that sat opposite, inscrutable, self-contained. You never know what millions might not do.
“Well, Mr. Lawson,” answered Williams in a low tone, so that only they four could hear, “you won’t have them! You don’t know where they are, you don’t know who has them, it is not your business, and you can do nothing. We were on the point of arranging about Dow’s when you came in, and when Mr. des Cuoyes comes back we shall finish our arrangements.”
Young Mr. des Cuoyes strolling off with the nonchalance of an English gentleman.
“You mean, you will have possession of Dow’s Patent, and be able to go forward?”
“That’s it,” said Williams, still in a low tone, but with rather brutal confidence. “We have got Dow’s in the hollow of our hand, and nothing can stop us.”
“I don’t agree,” said Lawson, half an octave lower than he had yet spoken.
“And why don’t you agree?” asked James McAuley, with a sort of frightened sarcasm.
“Because,” replied Arthur Lawson simply, “I am the owner of Dow’s Patent.”
Then there was another silence, and the information sank into the three minds of those who had just received it as a flat stone sinks swaying slowly downwards and settles in a clear, deep pool.
The silence was broken at last by a remark still simpler than that which had introduced it. The remark was made by Mr. Williams, and the remark he made was:
“Oh!”
As for Mr. McAuley, he said, in something not much louder than a whisper: “Well, well, well!”
“Now,” said Arthur Lawson, “what about it? You cannot move without me, and I have not the least intention of allowing you to move. I don’t care if Dow’s Patent is never used at all. And let me tell you something more Mr. Williams. I have proof of what you did, and proof of what Mr. McAuley did before you in the matter of the two documents. I shall not hesitate to publish the truth if you compel me to do so, and I shall not count the cost.”
Williams and McAuley were thinking; Sir Andrew wished he had not come. It was Williams, as usual, who got to the end of his thinking first.
“You won’t be too hard on us, Mr. Lawson?”
“I must have those documents,” said Arthur Lawson. “I must have them now, before I leave this room and before you leave it. What I shall do with them is my concern.”
“Mr. Lawson,” broke in McAuley anxiously, “you won’t mind if Mr. Williams and my brother and I have a word or two together?”
“Not so long as you don’t go out of my sight,” said Lawson. “You can talk where you are.”
There was nothing for it. They laid their heads together and in low tones Williams, still the master mind, Sir Andrew only once whispering agreement, made James McAuley understand that the battle was lost. It was he who spoke.
“Very well, Mr. Lawson,” he said. He unfastened that little button which was in the inner left-hand breast-pocket of every coat he wore, he drew out the two envelopes, which had seen so much, and which came out untorn but a little frayed. He handed them over the table.
Arthur Lawson slowly and deliberately pulled out the contents of each, carefully verified them, put them back, and then held the two envelopes firmly in his hand and rose.
“Thank you, Mr. Williams,” he said. “Thank you, gentlemen. I fancy Mr. des Cuoyes will not be back this evening. Good night.”
Honest Jack Williams did not get home that night till well after two. On his way there, in a belated taxi, for all those miles, he muttered over and over again to himself Arthur Lawson’s words, “I have proof.” An awful doubt arose in his mind, as he tiptoed in at the door, lest he should wake his wife, and very softly shut it behind him; and his first action was to go at once into the side room where was the little cupboard with the photographs and the attested copies. He switched on the light. The little cupboard on the wall opposite stood wide open, and it was empty.
XVIII
AT ABOUT A quarter to ten the next morning, Friday, Arthur Lawson was jotting down under two or three headings a memorandum upon a card.
He had no need to think out his plan; it was simple, as his plans always were, and he had settled it long ago. What he wrote down on that card was nothing more than this:
1st. W.H. Persuade him to take not less than??
2nd. Chief villain.
3rd. Persuade W.H. Trust.
Such headings do not need to be written down you say. You are right. It was a habit or fad. He always did it.
That done, he rang up Wilfrid Halterton, and having got him, reminded him he was expected at ten.
“I would never have arranged to come to you,” he said, “only it’s a question of time for what I’m doing afterwards. You’ll understand when I see you. I wanted you here for fear I might be just too late for the next thing I have got to do. Come in at once. That’s right. You’ll find me all alone in my study.”
Arthur Lawson spent the intervening few minutes until Halterton should arrive in sending for his secretary and asking her to look up in the index — the card index — under “Williams, J.” at what hour the politician usually reached his office. She came back with the news, “Never later than 10.30, Mr. Lawson; sometimes earlier, but never later.”
“Dico,” disse, “sai che sono le nove e un quarto. Cosa?” Poi si alzò. I McAuley e i Williams cercarono di sollevarsi a fatica. “Per favore, non muovetevi,” mormorò Guy. “Mi è appena venuto in mente che c’è una persona con cui devo parlare. Torno subito, cosa?” E se ne andò tranquillamente. Non tornò mai più.
Poi, nell’inferno, calò il silenzio per circa un minuto e mezzo.
Fu rotto da John Williams.
“Signor Lawson, ora che il signor des Cuoyes non è qui, possiamo chiedere perché siate venuto? Nessuno vi aspettava.”
“Sono venuto a chiedervi quei documenti, signor Williams,” rispose Arthur Lawson con la sua voce tranquilla.
McAuley si sporse in avanti, aspettando con ansia di conoscere il problema. Ne aveva sentito parlare a lungo il giorno prima con il suo partner. Aveva ammirato il coraggio di Williams e era stato in parte convinto dalle sue argomentazioni chiare e logiche. Eppure, in modo vago e istintivo, la sua mente – che umilmente ammetteva di non essere all’altezza di quella mente geniale che lo aveva persuaso – temeva il potere enorme di quella ricchezza, enigmatica e autosufficiente. Non si sa mai cosa possano fare milioni di dollari.
“Beh, signor Lawson,” rispose Williams a bassa voce, in modo che solo loro quattro potessero sentire, “non riuscirete ad ottenerle! Non sapete dove si trovano, non sapete chi le ha, non è affar vostro e non potete fare nulla. Stavamo appunto per sistemare tutto riguardo a Dow quando siete arrivati, e quando il signor des Cuoyes tornerà, completeremo le nostre disposizioni.”
Il giovane signor des Cuoyes si allontanava con la disinvoltura di un gentiluomo inglese.
“Volete dire che otterrete il brevetto di Dow e potrete procedere con i vostri piani?”
“È fatta,” disse Williams, ancora con voce bassa, ma con una certa arrogante sicurezza. “Abbiamo Dow nelle nostre mani, e nulla può fermarci.”
“Non sono d’accordo”, disse Lawson, con una voce un’ottava più bassa del solito.
“E perché non sei d’accordo?” chiese James McAuley, con un certo sarcasmo spaventato.
“Perché,” rispose semplicemente Arthur Lawson, “sono il proprietario del brevetto di Dow.”
Poi calò di nuovo il silenzio; quelle informazioni penetrarono nelle menti delle tre persone che le avevano appena ricevute, come una pietra piatta che si abbassa lentamente e si posa in uno stagno chiaro e profondo.
Il silenzio fu finalmente rotto da una osservazione ancora più semplice di quella che l’aveva innescato. Quell’osservazione fu fatta dal signor Williams, e ciò che disse fu:
“Oh!”
Per quanto riguarda il signor McAuley, disse qualcosa che non era molto più forte di un sussurro: “Beh, beh, beh!”
“Ora,” disse Arthur Lawson, “che ne dite? Non potete muovervi senza di me, e io non ho la minima intenzione di permettervelo. Non mi interessa affatto che il brevetto di Dow venga mai utilizzato. E lasciate che vi dica ancora una cosa, signor Williams: ho prove di ciò che avete fatto, e anche prove di ciò che il signor McAuley aveva fatto prima di voi riguardo a quei due documenti. Non esiterò a rivelare la verità se mi costringerete a farlo, e non mi interessa affatto quale ne sarà il costo.”
Williams e McAuley stavano riflettendo; Sir Andrew avrebbe voluto non essere venuto. Come al solito, fu Williams ad arrivare per primo alle sue conclusioni.
“Non sarà troppo duro con noi, signor Lawson, vero?”
“Devo avere quei documenti,” disse Arthur Lawson. “Devo averli adesso, prima di lasciare questa stanza e prima che tu la lasci. Cosa ne farò è affar mio.”
“Signor Lawson,” intervenne ansiosamente McAuley, “non le dispiacerà se il signor Williams, mio fratello e io parliamo un attimo in privato, vero?”
“Finché non esci dalla mia vista, va bene,” disse Lawson. “Puoi parlare dove sei.”
Non c’era altra scelta. Si riunirono e, a bassa voce, Williams – che rimaneva il cervello della squadra – e Sir Andrew, che solo di tanto in tanto annuiva in segno di accordo, fecero capire a James McAuley che la battaglia era persa. Fu lui ad parlare.
“Molto bene, signor Lawson,” disse. Aprì quel piccolo bottone situato nella tasca interna sinistra di ogni cappotto che indossava, estrasse le due buste che avevano vissuto tante avventure e che uscirono intatte, anche se un po’ logore. Le porse dall’altra parte del tavolo.
Arthur Lawson estrasse lentamente e con cura il contenuto di entrambe le buste, lo verificò attentamente, poi le rimise al loro posto. Infine, tenendo saldamente le due buste in mano, si alzò in piedi.
“Grazie, signor Williams,” disse. “Grazie a tutti voi. Immagino che il signor des Cuoyes non tornerà stasera. Buonanotte.”
Onesto Jack Williams non tornò a casa quella notte fino a molto dopo le due. Lungo il tragitto, in un taxi che lo portava con ritardo, ripeteva continuamente tra sé le parole di Arthur Lawson: “Ho prove”. Mentre entrava in casa in punta di piedi per non svegliare sua moglie e chiudeva la porta molto silenziosamente, gli balenò nella mente un terribile dubbio. La prima cosa che fece fu andare subito nella stanza accanto, dove si trovava il piccolo armadietto con le fotografie e le copie autentiche. Accese la luce. L’armadietto sul muro di fronte era completamente aperto, ed era vuoto.
XVIII
Intorno alle nove e quindici del mattino seguente, venerdì, Arthur Lawson stava scrivendo un promemoria su una cartolina, suddividendolo in due o tre sottocapitoli.
Non aveva bisogno di riflettere troppo sul suo piano; era semplice, come sempre, e l’aveva già deciso da tempo. Quello che scrisse su quella carta non era altro che questo:
Primo: convincilo a prendere non meno di,?
Secondo cattivo principale.
3°. Convincere la W.H. Trust.
Dunque, secondo te, non è necessario scrivere questi titoli. Hai ragione: era solo un’abitudine o una moda del momento. Lui lo faceva sempre.
Dopo aver fatto ciò, chiamò Wilfrid Halterton e, una volta raggiunto, gli ricordò che era atteso alle dieci.
“Non avrei mai deciso di venire da te,” disse, “ma è solo questione di tempo per ciò che devo fare dopo. Capirai quando ci incontreremo. Volevo che fossi qui perché temevo di arrivare troppo tardi per l’altra cosa che devo fare. Entra subito. Esatto, mi troverai da solo nello studio.”
Arthur Lawson trascorse quei pochi minuti in attesa dell’arrivo di Halterton chiamando la sua segretaria e chiedendole di verificare nell’indice – l’indice cartaceo – sotto la voce “Williams, J.” a che ora quel politico arrivasse solitamente in ufficio. Lei tornò con la notizia: “Mai dopo le 10:30, signor Lawson; a volte prima, ma mai dopo.”
“Thank you,” said Lawson. And as though he had not the best memory in London, he solemnly pulled out his card again and jotted down “10.30, or as soon after as possible,” after the word “villain.” Five minutes later Mr. Halterton, who had whizzed through the Park, was announced.
Meanwhile, at the Home Office John Williams was considering and reconsidering and counter-considering.
It was the devil of a business! He could see no way out. “I never did like Jews!” he muttered to himself. But it was a little late in the day to act upon that sentiment. One thing grew up larger and larger before him like a storm-cloud. He mustn’t be caught until he had thought out all the possibilities. So! When Lawson said he had proof of this double purloining of documents he wasn’t bluffing! He said he would spend without reckoning, and so he had. It was he who had those photographs by now!
Would Lawson try to give up the contract altogether? Hardly. There were plenty of other preliminary documents. Was Lawson standing out for some enormous price for Dow’s Patent? Hardly. These millionaires like to add to their millions, but the whole episode hadn’t looked like that, it had looked like some kind of revenge — heaven knows what for! Was Lawson going to come with a set scheme? If so, what sort of chance was there of Williams coming into that scheme?
He knew the brain against which he was pitted. He himself had talked to poor Halterton of “the game.” He must have his own plan perfectly clear before he could play his part. He must be ready to meet Lawson’s attack at any point … he would have to think out all the possible directions from which that attack might come … it was bewildering enough, and the acute necessity for delay began to torture him. He sat there at his big table, for almost the first time in his life, at any rate for the first time in the last active political years, almost at a loss for invention. He felt that to anyone who could have seen him thus he must have presented that sort of dull, vacant anxiety which he had noticed in so many of his colleagues, which he had secretly laughed at in so many of his colleagues, when he had been preparing the attack.
So he sat, postponing all work, staring at the leather of the table-top, and sinking deeper and deeper into irresolution.
A mile away, in Lawson’s study, the master of the house was ending his persuasion of his friend. He had already got up as though to go out, and yet Wilfrid Halterton, though getting up at the same time, had not given him his reply.
“I shall have to act as though you had answered, Halterton,” he said. “I can’t wait much longer. It’s perfectly plain sailing. You’ve a right to it, and I intend you to have it. It’ll be in my name, and I shall pay the dividends over into your bank automatically, anyhow. After all, you’re quite willing to have the managership, after you retire; that’s what you didn’t want to get about, isn’t it?”
“Yes,” answered Halterton, “it is. But … but … but… . This is different somehow … actual cash, you know, and shares.”
Arthur Lawson smiled his slight smile.
“You oughtn’t to be in politics, Halterton,” he said dryly. “There aren’t many politicians who get nervous at the word shares — and as for cash! But I tell you again, you can’t avoid it. The shares’ll be in my name, but they’ll be secured under a Trust, and I have told you where the dividends will go. I’m determined that you shall be secure. So that’s that. Do you mind waiting for me here till I come back? I may be half an hour, I may be a little more. But I’ll see that you’re in time for the House at noon. There’ll be only a little winding up to be done.”
“Very well,” said Halterton, “I’ll wait.”
And he sank down into the big low arm-chair which des Cuoyes had filled those few days ago, and all his long body took on an attitude of relaxation, and his face was changed too. He had been saved!
Before that big desk at the Home Office John Williams still pondered and pondered. Then, in the midst of his pondering, right across that huge dark storm of doubt and hesitation which had so pitifully clouded him, came the stab of a lightning flash … . He suddenly remembered… . Lord! the Katanga business of the year ‘thirty-eight, just after he had got into the House.
He suddenly felt cold. He also felt slightly sick… . By God, yes! He had been frightened to death at the time, for Lawson had got caught, and Lawson might have lost heavily. And Lawson knew about him, Williams, and that altered cheque. But when Lawson came out on the right side of the ledger, and when one month after another passed and nothing had happened, the fear dulled down, and at last he had snapped his fingers at it.
Why, in politics men forget anything after a year or two. And this was over twenty years… . But it was still deadly. It never occurred to Honest Jack Williams in those days that Arthur Lawson would ever be more than the pretty big thing he had already become all those years ago. Now he was on top of the world. But what was much more important was that under no conceivable circumstances — till this dreadful week — could he have thought of Lawson as an enemy. He was far too much above him for that, and in much too different a kind of world. But here was Lawson as an enemy — at any rate, preparing to attack — and as the full implications of that half-forgotten Katanga deal developed before the unfortunate Home Secretary’s mind, like the threatening arms of an octopus, it maddened him.
It was an unfortunate moment for what happened next. For what happened next was the appearance of the messenger, who handed him a card and a name — and the name was the name of Arthur Lawson.
The Home Secretary just managed to control himself, and to speak in a quiet voice.
“Tell him I’m not at the office,” he said.
The messenger went out, and Honest Jack Williams with his strict regard for truth, saw to it at once that his words should not be a lie. Through the little side door behind his chair, the door in the corner near the window, he slipped out into the passage by which a man can get at the small winding staircase and avoid the main hall on his way out.
“Grazie,” disse Lawson. E come se non avesse la memoria migliore di Londra, tirò fuori di nuovo la sua carta e scrisse seriamente “10:30, o il prima possibile”, dopo la parola “villano”. Cinque minuti dopo fu annunciato il signor Halterton, che era appena passato veloce attraverso il Parco.
Nel frattempo, al Ministero dell’Interno, John Williams stava valutando la situazione più e più volte.
Era davvero un pasticcio terribile. Non vedeva alcuna via d’uscita. “Non mi sono mai piaciuti gli ebrei!” mormorò tra sé. Ma ormai era troppo tardi per agire su quel sentimento. Una questione in particolare stava diventando sempre più importante, come una nuvola temporalesca. Non doveva essere scoperto finché non avesse esaminato tutte le possibilità. Quindi! Quando Lawson disse di avere prove di quei furti di documenti, non stava bluffando. Disse che avrebbe speso senza risparmio, e così fece davvero. Erano lui ad avere quelle fotografie in quel momento!
Avrebbe Lawson cercato di rinunciare completamente al contratto? Assolutamente no. C’erano molti altri documenti preliminari. Stava forse chiedendo un prezzo esorbitante per il brevetto della Dow? Nemmeno lontanamente. Questi milionari amano aumentare la loro fortuna, ma tutta questa situazione non sembrava avere a che fare con questo scopo; sembrava piuttosto una sorta di vendetta, chissà per quale motivo! Avrebbe Lawson presentato un piano preciso? E in tal caso, quali erano le possibilità che Williams vi aderisse?
Conosceva bene il nemico contro cui si trovava ad affrontare. Lui stesso aveva parlato con quel povero Halterton di “quella partita”. Doveva avere un piano ben chiaro nella mente prima di poter svolgere il proprio ruolo. Doveva essere pronto a fronteggiare qualsiasi attacco da parte di Lawson, doveva prevedere tutte le possibili direzioni da cui quell’attacco potesse provenire. Era una situazione davvero confusa, e la necessità imperiosa di ritardare l’azione iniziò a tormentarlo. Sedeva lì, davanti al suo grande tavolo; per la prima volta nella sua vita, o quanto meno negli ultimi anni in cui era stato attivamente impegnato in politica, non sapeva proprio cosa fare. Si rendeva conto che, se qualcuno lo avesse visto in quel momento, avrebbe notato quell’ansia torpida e vuota che aveva osservato in molti dei suoi colleghi, e di cui aveva segretamente riso quando anch’egli stesso preparava le sue strategie offensive.
Si sedette quindi, rimandando ogni lavoro, fissando il cuoio del tavolo e immergendosi sempre di più nell’incertezza.
A un miglio di distanza, nello studio di Lawson, il padrone di casa stava concludendo la sua argomentazione per convincere il suo amico. Si era già alzato, come se volesse uscire, ma Wilfrid Halterton, pur essersi alzato allo stesso momento, non gli aveva ancora dato una risposta.
“Dovrò comportarmi come se tu avessi già accettato, Halterton,” disse. “Non posso aspettare ancora a lungo. Tutto procede perfettamente. Hai tutto il diritto di averlo, e intendo assicurarmi che lo ottenga. Sarà intestato a mio nome, e comunque verserò automaticamente i dividendi sul tuo conto bancario. Dopotutto, sei più che disposto ad assumerti la direzione dell’azienda dopo il pensionamento. È proprio questo che non volevi ottenere, vero?”
“Sì,” rispose Halterton, “è proprio così. Ma, ma, in qualche modo è diverso, si tratta di contanti veri, capisci, e di azioni.”
Arthur Lawson sorrise con quel suo leggero sorriso.
“Non dovresti occuparti di politica, Halterton,” disse lui in tono secco. “Ci sono pochi politici che si innervosiscano alla parola ‘azioni’. E per quanto riguarda i soldi! Ma te lo ripeto: non puoi evitarlo. Le azioni saranno a mio nome, ma saranno gestite attraverso un Trust, e ti ho già detto dove andranno i dividendi. Sono deciso a far sì che tu sia al sicuro. Ok? Ti dispiace aspettarmi qui finché non torno? Potrebbero volerci mezz’ora, o anche di più. Ma mi assicurerò che tu arrivi in tempo all’assemblea di mezzogiorno. Ci sarà solo un po’ di lavoro da concludere.”
“Molto bene,” disse Halterton, “aspetterò.”
E si lasciò cadere nella grande poltrona bassa che des Cuoyes aveva riempito pochi giorni prima; tutto il suo lungo corpo assunse un atteggiamento rilassato, e anche il suo viso cambiò. Era stato salvato!
Davanti a quel grande tavolo del Ministero dell’Interno, John Williams continuava a riflettere, ancora e ancora. Poi, nel mezzo di quelle sue riflessioni, proprio in mezzo a quella enorme tempesta di dubbi e esitazioni che lo aveva avvolto completamente, arrivò come un lampo l’illuminazione. All’improvviso se ne ricordò. Signore! Quello scandalo legato alla Katanga del ’38, subito dopo il suo ingresso in Parlamento.
All’improvviso sentì freddo; inoltre si sentiva anche un po’ male. Per Dio, sì! In quel momento era davvero spaventato a morte: Lawson era stato catturato e probabilmente avrebbe perso molto. E Lawson sapeva di lui, di Williams, e di quella cambiale falsificata. Ma quando Lawson uscì indenne da tutta quella situazione, e quando passò un mese dopo l’altro senza che accadesse nulla, la paura iniziò a svanire. Alla fine, decise semplicemente di ignorare tutto.
Perché, in politica, le persone dimenticano tutto dopo un anno o due. E questa storia risaliva a più di vent’anni fa. Ma il pericolo rimaneva comunque letale. In quei tempi, a Honest Jack Williams non sarebbe mai venuto in mente che Arthur Lawson potesse diventare qualcosa di più di ciò che già era diventato anni prima. Ora era al vertice del mondo. Ma ciò che era ancora più importante era che, in nessuna circostanza immaginabile – fino a quella terribile settimana – avrebbe mai potuto considerare Lawson un nemico. Era troppo superiore a lui, e appartenevano a mondi completamente diversi. Eppure ora Lawson era lì, pronto ad attaccare. E quando tutte le implicazioni di quell’accordo con Katanga, ormai quasi dimenticato, si presentarono davanti alla mente dell’infortunato Segretario di Stato Interno, come gli arti minacciosi di un polpo, lo fecero impazzire.
Fu un momento sfortunato per ciò che accadde dopo. Ciò che accadde fu l’arrivo del messaggero, il quale gli consegnò una carta e un nome: quel nome era quello di Arthur Lawson.
Il Ministro dell’Interno riuscì a controllarsi e parlò a voce bassa.
“Digli che non sono in ufficio,” disse.
Il messaggero uscì, e Honest Jack Williams, con la sua rigida attenzione alla verità, si assicurò immediatamente che le sue parole non fossero una menzogna. Attraverso la piccola porta laterale dietro la sua sedia, quella nell’angolo vicino alla finestra, sgusciò nel corridoio attraverso il quale si poteva raggiungere la piccola scala a spirale evitando l’atrio principale sulla via d’uscita.
How to turn even a Home Secretary into an anti-Semite.
But Arthur Lawson had had occasion to enter the Home Office before, and he had thought of all that. Therefore it was that, even as Honest Jack Williams stood within a yard or two of flight and safety, he saw the austere figure of Arthur Lawson fixed before him in that passage.
“Mr. Williams,” said Arthur Lawson, “be good enough to come with me.”
In constitutional theory Honest John Williams was at that moment responsible for the whole machinery of the Executive. The King can do no wrong. But his Ministers are responsible to the House of Commons; and this particular Minister had been granted — by the House of Commons, I suppose, if not by them, then by himself, after arrangement with Mrs. Boulger — constitutional power by which all manner of things could have been done to Arthur Lawson.
But it has been remarked by more than one great authority that there is often a great difference between constitutional theory and practice; and the Home Secretary accompanied Arthur Lawson like a tame dog.
He was led through the hall, an exit that he did not usually take — it is reserved for lesser men. Lawson motioned him to get into the big motor-car outside, and gave the driver an address. It was the address of the offices of Durrant’s. On the way the conversation between the two men was brief and conducted in very short sentences, and without heat. It referred to the Katanga affair. And that interesting financial operation had been thoroughly recalled to Williams’s memory long before they reached the City, so that in the last bit of the drive up Queen Victoria Street Lawson had time to change the subject.
“By the way, Mr. Williams,” he said, “I’ll tell you why I’m taking you to Durrant’s. I want you to be good enough to go up to Mr. McAuley’s office — you’ll find he’s in — and give him this note. Don’t think me rude — I haven’t sealed it up. It’s quite simple. It’s only suggesting that he should make me an allotment of a certain number of shares when the new flotation comes on. You’ll find he’ll be delighted to do it. Delighted to give you a little word for me to that effect. It must be signed by him, of course.”
“But I don’t know,” began poor Williams, as the car drew up at the door of the big offices.
“I do,” cut in Arthur Lawson sharply. “I know how he values Dow’s Patent — and other things. And you might tell him,” he added, looking out of the window as Williams stood on the doorstep, “that you and I are both unfortunately pressed for another engagement, and that” (he looked at his watch) “I shall have to be off in exactly ten minutes. I only want a line or two — signed. Mr. McAuley knows the value of even a few lines in a man’s own writing and signed.”
Arthur Lawson, alone in the car, leant back in an attitude rare with him. The morning had morally fatigued him. But he was going through with it. It was like driving a pack of cattle. He wouldn’t stop and let them spread.
It was not fully eight minutes when Williams appeared again.
“Thank you, Mr. Williams,” said Mr. Lawson, taking a fine embossed envelope from his hand. “Pray come in, and we’ll be going on to my house. But wait a moment — —” He pulled out the paper within bearing McAuley’s signature, and nodded contentedly as he read it. “Yes, that’s right,” he said, and folded it up again. Then he pushed back the glass for a moment, said to his chauffeur, “Home!” slid forward the front pane again and leant back again at his ease.
“You won’t be hard on us, Mr. Lawson?” said Williams again anxiously. There was no reply. I am not sure even whether Lawson made a slight movement of his head. The Home Secretary hoped he did. And thus did the great financier, one of the very greatest of our financiers, conduct to Lawson House one of our most exalted statesmen.
There was little more to be done. Mr. Williams was motioned through the front door with just enough courtesy. He was not driven through it. The host proposed to lead the way, as he knew it better. Mr. Williams found himself once more in the presence of Wilfrid Halterton, who half rose, and then sank back again, as though not eager for any renewal of friendship.
But when the door of that little study was shut, the master of the house pulled a small table forward, asked Halterton to take a chair at his side, Williams to sit opposite him, and then began.
“Mr. Williams, I have brought you here on a matter of important business, and I shall not detain you long. I have asked Mr. Halterton to be here, that he might hear my proposal and what I hope will be your acceptation of it.”
Williams bowed slightly, but the grievous anxiety of his expression remained, beneath the surface of his large good-fellow face.
“Mr. Halterton and I were talking over these matters just before I had the pleasure of seeing you at the Home Office. I will speak for him — he has empowered me to do so. He thinks after what has passed that it would be better that I should speak for him — eh, Halterton?”
“Yes,” said Halterton. “Yes, certainly.”
“My proposition is a simple one. I already hold Mr. McAuley’s kind promise in the matter of the allotment. I trust he will not think it a detriment to have the name of Schwartz and Co. behind him, and my own name, for that matter. What I shall do with that property need not now concern us. I calculate that it will provide, after the new Television scheme shall be in full working order, a permanent income, allowing for taxation, equivalent to or greater than that which Mr. Halterton was to have received as your General Manager. It will be a more permanent possession than a salary, and will happily not involve Mr. Halterton in work that might not suit his age. Leisure is an invaluable thing.
“However, as there has been a distinct promise that Mr. Halterton should have the General Managership, which I shall take it you now prefer to fill in another manner… .”
“I never said,” broke in Williams, “I mean, McAuley never said… .”
“In another manner,” repeated Lawson, frowning severely, “compensation in cash must of course be forthcoming. But I know I am speaking Mr. Halterton’s own kind intentions when I tell you that no more than two years’ purchase will be demanded. That is, the sum of twenty thousand pounds. When Mr. Halterton shall have received a letter from Durrant’s Company advising him of the change of intention and of the Directors paying such compensation, and when I shall have received the shares to be allotted to me — for which, you will understand” (he spoke these blunt words staccato) “I do not intend to offer any consideration save Dow’s — I will exchange for them my property in Dow’s Patent. Until that time I retain everything in my possession, and will not listen to any further negotiation.”
The Right Hon. John Williams, M.P., Secretary of State for Home Affairs, accepting some reduction of fortune.
He rose, and Halterton rose with him.
John Williams hesitated a moment, rose at last, and did not make for the door. He looked appealingly at the tall, dark, erect figure before him. Lawson could have sworn that he was going to hear those pathetic words again: “You won’t be hard on us?” He heard them in another form.
“Where do I come in?” said Honest John Williams.
“Mr. Williams,” said Arthur Lawson, as he opened the door for him, “that is between you and Mr. James McAuley. I have no doubt your conversations will be rendered easier by the legal acumen of the Attorney-General, who is a colleague of the one and a brother of the other. There is still a very large majority of the ordinary shares, and the world is all before you — or them.”
And at dusk of that day it was the Sabbath.
Come trasformare anche un Ministro dell’Interno in un antisemita.
Ma Arthur Lawson aveva già avuto l’occasione di entrare nel Ministero dell’Interno in precedenza, e aveva preso in considerazione tutte queste possibilità. Proprio per questo, anche mentre Honest Jack Williams si trovava a meno di un metro o due da una via di fuga e di salvezza, vide la figura austera di Arthur Lawson davanti a sé in quel corridoio.
“Signor Williams”, disse Arthur Lawson, “le sarei molto grato se volesse seguirmi.”
Nella teoria costituzionale, in quel momento Honest John Williams era responsabile di tutto il meccanismo esecutivo. Il Re non può commettere errori; ma i suoi ministri sono responsabili davanti alla Camera dei Comuni. E questo particolare ministro aveva ricevuto – suppongo dalla Camera dei Comuni, o altrimenti da sé stesso, dopo accordi con la signora Boulger – poteri costituzionali che gli permettevano di fare qualsiasi cosa riguardo ad Arthur Lawson.
Ma più di una grande autorità ha sottolineato che spesso esiste una notevole differenza tra la teoria costituzionale e la pratica; inoltre, il Ministro dell’Interno seguì Arthur Lawson come un cane domestico.
Lo condussero attraverso il corridoio, verso un’uscita che di solito non utilizzava: era riservata a persone di rango inferiore. Lawson gli fece segno di salire nell’auto grande parcheggiata fuori e fornì all’autista l’indirizzo: quello degli uffici di Durrant. Durante il viaggio, la conversazione tra i due uomini fu breve e composta da frasi molto concise, senza alcuna intonazione emotiva; riguardava l’affare Katanga. Quell’interessante operazione finanziaria era già stata chiaramente ricordata da Williams molto prima che raggiungessero la City, quindi, nell’ultimo tratto del viaggio su Queen Victoria Street, Lawson ebbe il tempo di cambiare argomento.
“A proposito, signor Williams,” disse, “le spiegherò perché la sto portando da Durrant’s. Voglio che lei sia abbastanza in gamba da recarsi nell’ufficio del signor McAuley – lo troverà lì – e consegnargli questa nota. Non pensi che io sia scortese: non l’ho nemmeno sigillata. È molto semplice: le chiedo soltanto di fargli avere notizia che, quando avverrà la nuova quotazione in borsa, dovrebbe assegnarmi una certa quantità di azioni. Sono sicuro che sarà felice di farlo. Anzi, sarà felice di aiutarmi in questo senso. Ovviamente, la nota deve essere firmata da lui.”
“Ma non lo so,” iniziò povero Williams, mentre l’auto si fermava davanti all’ingresso degli uffici grandi.
“Sì,” intervenne bruscamente Arthur Lawson. “So quanto apprezzi il brevetto della Dow, e altre cose del genere. E potresti dirgli,” aggiunse, guardando fuori dalla finestra mentre Williams stava sulla soglia di casa, “che sia sfortunatamente impegnato in un altro impegno anch’io, e che, ” (guardò l’orologio) “, devo andarmene esattamente tra dieci minuti. Voglio solo una o due righe, firmate. Il signor McAuley sa quanto siano preziose anche poche parole scritte di proprio pugno e firmate.”
Arthur Lawson, da solo nell’auto, si appoggiò allo schienale con un atteggiamento insolito per lui. La mattina lo aveva moralmente stancato. Ma avrebbe comunque proseguito. Era come guidare un branco di mucche: non avrebbe mai fermato il carro per permettere loro di disperdersi.
Non erano passati ancora otto minuti quando Williams ricomparve.
“Grazie, signor Williams,” disse il signor Lawson, prendendo da mano una bella busta incisa. “Prego, entri pure; andremo poi a casa mia. Ma aspetti un momento, ” Estrasse il foglio all’interno, che recava la firma di McAuley, e lo lesse con soddisfazione. “Sì, esatto,” disse, ripiegandolo. Poi spostò indietro il vetro del finestrino, disse al suo autista: “A casa!” riportò avanti il parabrezza e si appoggiò comodamente allo schienale.
“Non sarà troppo duro con noi, signor Lawson?” chiese di nuovo Williams, ansiosamente. Non ci fu alcuna risposta. Non sono nemmeno sicuro che Lawson abbia fatto il minimo movimento con la testa. Il Segretario dell’Interno sperava di sì. Ed è così che quel grande finanziere, uno dei più importanti tra i nostri banchieri, accolse nella residenza di Lawson uno dei nostri uomini di stato più insigniti.
Non c’era molto altro da fare. A signor Williams fu fatto segno di entrare dalla porta principale con una cortesia sufficiente, ma senza alcuna fretta. L’ospite si offrì di guidarlo, poiché conosceva bene la strada. Signor Williams si trovò nuovamente di fronte a Wilfrid Halterton, il quale si alzò a metà per poi risedersi subito, come se non desiderasse affatto ristabilire l’amicizia.
Ma quando la porta di quel piccolo studio fu chiusa, il padrone di casa tirò avanti un piccolo tavolo, invitò Halterton a sedersi al suo fianco, Williams di fronte a lui, e poi iniziò a parlare.
“Signor Williams, l’ho portato qui per una questione di grande importanza e non lo tratterrò a lungo. Ho chiesto anche la presenza del signor Halterton affinché possa ascoltare la mia proposta e, spero, anche la sua accettazione.”
Williams si inchinò leggermente, ma l’ansia profonda che si leggeva sul suo volto, sotto quella sua grande e cordiale espressione, rimase evidente.
“Mr. Halterton ed io stavamo discutendo di queste questioni proprio prima che avessi il piacere di incontrarvi al Ministero degli Interni. Parlerò in suo nome: mi ha autorizzato a farlo. Ritiene che, considerato ciò che è accaduto, sia meglio che io parli al suo posto, eh, Halterton?”
“Sì,” disse Halterton. “Sì, certamente.”
“La mia proposta è semplice. Già ho ottenuto la gentile promessa del signor McAuley riguardo all’assegnazione di quei beni. Spero che non ritenga un svantaggio avere il nome della Schwartz and Co. al suo fianco, così come il mio stesso nome. Quello che farò con quei beni non è necessario discuterlo ora. Calcolo che, una volta che il nuovo sistema televisivo sarà completamente operativo, essi genereranno un reddito permanente, sufficiente a coprire le tasse, equivalente o addirittura superiore a quello che il signor Halterton avrebbe ricevuto in qualità di vostro Direttore Generale. Si tratterà di una risorsa più stabile di uno stipendio, e inoltre eviterà al signor Halterton di svolgere compiti che potrebbero non essere adatti alla sua età. Il tempo libero è davvero qualcosa di inestimabile.”
“Tuttavia, poiché era stata fatta un’esplicita promessa che il signor Halterton avrebbe assunto la carica di Direttore Generale, presumo ora che voi preferiate occuparla in un altro modo, ”
“Non l’ho mai detto”, interruppe Williams, “Voglio dire, McAuley non l’ha mai detto…”.
“In un altro modo,” ripeté Lawson, aggrottando profondamente la fronte, “la compensazione in denaro deve naturalmente essere erogata. Ma so di esprimere le vere intenzioni del signor Halterton quando vi dico che non verranno richiesti più di due anni di acquisto. Cioè, una somma di ventimila sterline. Quando il signor Halterton riceverà una lettera dalla Durrant’s Company che gli comunicherà questo cambiamento di intenzione e che i dirigenti pagheranno tale compensazione, e quando io avrò ricevuto le azioni destinate a me – per le quali, capirete, ” (disse queste parole in modo diretto e deciso) “non intendo offrire alcuna altra contropartita se non quelle legate alla società Dow’s; le scambierò con la mia proprietà nella stessa. Fino a quel momento, terrò tutto ciò che mi appartiene e non accetterò ulteriori negoziati.”
Il Nobile Onorevole John Williams, deputato e Segretario di Stato per gli Affari Interni, accettò una riduzione della propria fortuna.
Si alzò, e anche Halterton si alzò insieme a lui.
John Williams esitò per un momento, poi si alzò e non si diresse verso la porta. Guardò con aria supplichevole quella figura alta, scura e eretta davanti a lui. Lawson avrebbe potuto giurare che avrebbe sentito di nuovo quelle parole patetiche: “Non sarete troppo duri con noi?”. Ma le udì in un’altra forma.
“Dove entro io in questa storia?”, disse Onesto John Williams.
“Signor Williams,” disse Arthur Lawson aprendogli la porta, “si tratta di una questione tra lei e il signor James McAuley. Non ho dubbi che le vostre conversazioni saranno semplificate dall’acume legale del Procuratore Generale, che è collega di uno e fratello dell’altro. C’è ancora una grande maggioranza delle azioni ordinarie. Il futuro è tutto davanti a voi, o a loro.”
E al tramonto di quel giorno era il Sabato.