1916

PREFAZIONE

Mi è stato chiesto di ripresentare in forma di opuscolo questo saggio alquanto frettoloso, così come apparve su «Nash’s Magazine»; e lo faccio per la cortese concessione del direttore. La qualità piuttosto caotica del suo giornalismo è ormai impossibile da correggere. Le convinzioni su cui si fonda restano immutate e immutabili. Anzi, nella misura in cui le circostanze le hanno da allora toccate, ne escono grandemente rafforzate. Nella misura in cui vi era qualcosa di sporadico e apparentemente irrilevante nella scrittura, ciò dipendeva in parte dal fatto che combattevo contro un male diffuso e indefinibile, insieme tentennante e onnipresente. Da allora quella malattia è venuta a maturazione ed è scoppiata; anzitutto nel Nord dell’Europa. Per quella storica consuetudine che generalmente fa di un dato popolo europeo l’alfiere di una tendenza sociale — quella che fece dell’Impero un Impero Romano e della Rivoluzione una Rivoluzione francese — i Tedeschi del Nord sono divenuti i singolari campioni di quel mutamento moderno che vorrebbe rendere lo Stato infinitamente superiore alla Famiglia. Si afferma perfino che l’autorità politica prussiana stia oggi incoraggiando l’abbandono della morale comune a sostegno della popolazione; e anche se questa cosa orribile fosse falsa, è altamente significativo che la si possa dire plausibilmente della Prussia e certamente di nessun altro Stato cristiano. E alla nuova luce dell’azione è possibile tracciare più chiaramente la deriva verso il divorzio, come pure quella deriva verso l’altra istituzione pagana della schiavitù, che l’avrebbe certamente accompagnata. Ma la forza asservitrice in Europa ha colpito troppo presto; e l’intero movimento è stato arrestato.

Le medesime circostanze hanno conferito importanza a una formula tutta mia, che continuo a ritenere piuttosto importante. La si può riassumere come il patriottismo del focolare. Nell’esperienza della nazionalità non ammettiamo che alcun eccesso di disperazione possa entrare nel medesimo mondo logico della diserzione. Nessuna quantità di tragedia equivale al tradimento. La concezione cristiana del matrimonio intende la casa come autogovernantesi alla maniera di uno Stato indipendente; vale a dire che essa può comprendere la riforma interna e persino la ribellione interna; ma in virtù del vincolo, non contro di esso. In tal modo essa è di per sé una sorta di riformatore permanente dello Stato; poiché lo Stato si giudica a seconda che le sue disposizioni giovino o gravino sulla pienezza umana e sulla fertilità della libera famiglia. Così i Malvagi Dieci in Roma furono condannati e abbattuti perché i loro poteri pubblici avevano permesso un torto contro la purezza di una famiglia privata. Così la rivolta medievale contro il Testatico ebbe inizio dall’autorità di un funzionario che insultava l’autorità di un padre. Gli uomini non diventano oggi, non più di allora, senza peccato per aver ricevuto un incarico in una burocrazia; e se le faccende domestiche dei poveri fossero una volta messe nelle mani di meri avvocati e ispettori, i poveri si troverebbero ben presto in posizioni da cui non v’è uscita se non per la spada di Virginio e il martello di Wat Tyler. Quanto alla parte dei ricchi che va ancora cercando una soluzione servile, essi, naturalmente, vanno ancora cercando l’estensione del divorzio. Non è che «divide et impera»; ed essi vogliono la divisione dei sessi per la divisione del lavoro. Il medesimo calcolo economico che li spinge a incoraggiare la tirannia nell’officina li spinge a incoraggiare la licenza nella famiglia. Ma ora le libere famiglie di cinque grandi nazioni sono insorte contro di loro; e il loro complotto è fallito.

DIVORZIO CONTRO DEMOCRAZIA

Su questa questione del divorzio non pretendo di essere imparziale, perché non ho mai colto alcun significato intelligente nella parola. Mi limito (e con la massima modestia) a pretendere di aver ragione. Pretendo inoltre di essere rappresentativo: vale a dire, democratico. Ora, si può credere nella democrazia oppure non crederci. Sarebbe grossolanamente ingiusto celare il fatto che vi sono difficoltà da entrambe le parti. La difficoltà di credere nella democrazia è che riesce così arduo crederci — come in Dio e nella maggior parte delle altre cose buone. La difficoltà di non credere nella democrazia è che non c’è nient’altro in cui credere. Voglio dire che non c’è nient’altro sulla terra o nella politica terrena. A meno che un’aristocrazia non sia scelta dagli dèi, dev’essere scelta dagli uomini. La si può permettere in modo negativo e passivo, ma o il cielo o l’umanità devono permetterla; altrimenti essa non ha maggiore autorità morale di un borsaiolo fortunato. È discorso da bambini parlare di «Superuomini» o dell’«Aristocrazia della Natura» o dei «Pochi Saggi». I «Pochi Saggi» devono essere o coloro che gli altri ritengono saggi — che sono spesso sciocchi; oppure coloro che ritengono sé stessi saggi — che sono sempre sciocchi.

Ebbene, se per caso si crede nella democrazia come vi credo io, come in un grande atto di fiducia nel giudizio attivo e passivo della coscienza umana, non si può avere alcuna esitazione, alcuna «imparzialità», riguardo alla propria visione del divorzio; e specialmente riguardo alla propria visione dell’estensione del divorzio in seno alla democrazia. Un democratico, in qualunque senso, deve considerare quell’estensione come l’ultimo e più vile degli insulti rivolti dai ricchi moderni ai poveri moderni. I ricchi credono in gran parte nel divorzio; i poveri credono principalmente nella fedeltà. Ma i ricchi moderni sono potenti e i poveri moderni sono impotenti. Perciò da anni e da decenni i ricchi vanno predicando le proprie virtù. Ora che hanno cominciato a predicare anche i propri vizi, penso che sia tempo di ribellarsi.

Vi è un’obiezione enorme ed elementare al rendere popolare il divorzio, che precede ogni considerazione sulla natura del matrimonio. È come un alfabeto scritto in lettere troppo grandi per essere viste. Ed è questa: che anche se la democrazia approvasse il divorzio con tutta la forza e la profondità con cui la democrazia lo fa (in realtà — lo disapprova —), qualunque uomo di buon senso deve sapere che oggigiorno la cosa verrà probabilmente manovrata contro la democrazia, ma quasi certamente dalla plutocrazia. Si dimentica, a quanto pare, che in una società dove il potere procede di pari passo con la ricchezza e dove la ricchezza versa in uno stato estremo di disuguaglianza, estendere i poteri della legge significa qualcosa di interamente diverso dall’estendere i poteri del pubblico. Si dimentica, a quanto pare, che c’è una grande differenza tra ciò che le leggi definiscono e ciò che le leggi fanno. Una povera donna in una povera osteria fu rovinata da un’ammenda esorbitante per aver dato a un bambino un sorso di birra allungata. Nessuno immaginava che la legge stigmatizzasse a parole l’azione per il fatto di essere compiuta da una persona povera in una povera osteria. Ma di certo nessuno oserà pretendere che un uomo ricco che desse a un ragazzo un sorso di champagne sarebbe stato punito con altrettanta severità — o punito affatto. Ho visto la cosa compiersi di frequente nelle case di campagna; e il mio ospite e la mia ospite sarebbero rimasti assai sorpresi se fossi uscito a telefonare alla polizia. La legge condanna teoricamente chiunque tenti di ostacolare la polizia o addirittura ometta di prestarle assistenza. Eppure ai ricchi automobilisti è consentito mantenere un servizio organizzato di investigatori anti-polizia — con tanto di vistosa uniforme — al dichiarato scopo di mostrare agli automobilisti come sfuggire alla cattura. Nessuno immagina, di nuovo, che la legge dica con tante parole che il diritto di organizzarsi per l’elusione delle leggi sia un privilegio dei ricchi e non dei poveri. Ma applicate il medesimo criterio pratico. Che cosa direbbe la polizia, che cosa direbbe il mondo, se degli uomini se ne stessero per le strade in uniformi verdi e gialle, notoriamente allo scopo di avvertire i borsaioli della presenza di un agente in borghese? Che cosa direbbe il mondo se funzionari riconosciuti con berretti a visiera vigilassero di notte per avvertire uno scassinatore che la polizia lo stava aspettando? Eppure non v’è distinzione di principio tra l’elusione di quella trappola poliziesca e l’altra trappola poliziesca — la trappola che impedisce a un automobilista di uccidere un bambino come un pollo; che impedisce il più frivolo genere di omicidio, il più pietoso genere di morte improvvisa.

Ebbene, la legge sul Divorzio per i poveri verrà applicata esattamente come vengono applicate tutte le altre. Chiunque deve sapere che essa significherebbe, in pratica, che uomini ben vestiti, medici, magistrati e ispettori avrebbero maggior potere sulla vita familiare degli uomini mal vestiti, sterratori, idraulici e garzoni d’osteria. Nessuno può avere la sfrontatezza di pretendere che essa significhi che gli sterratori, gli idraulici e i garzoni d’osteria avrebbero (individualmente o collettivamente) maggior potere sulla vita familiare dei medici, dei magistrati e degli ispettori. Nessuno oserà affermare che, poiché il divorzio è affare di Stato, il povero cittadino avrà per ciò stesso un qualche potere, diretto o indiretto, di divorziare una duchessa da un duca o un banchiere dalla moglie di un banchiere. Ma nessuno lo dirà inconcepibile che il potere delle famiglie ricche sulle famiglie povere, che è già grande, il potere del duca in quanto proprietario terriero, il potere del banchiere in quanto usuraio, possa venire considerevolmente accresciuto armando i magistrati di maggiori poteri d’ingerenza nella vita privata. Poiché i duchi e i banchieri sono spesso essi stessi magistrati, e sempre amici e parenti di magistrati. Gli sterratori no. Sarà lo sterratore il soggetto dei nuovi esperimenti; non certo, mai, lo sperimentatore. È il povero che mostrerà all’occhio fantasioso della scienza tutti quegli orrori che, a detta dei corrispondenti dei giornali, invocano a gran voce il divorzio: l’ubriachezza, la follia, la crudeltà, la malattia incurabile. Se è lento a lavorare per il suo padrone, sarà «tarato». Se è sfinito dal lavorare per il suo padrone, sarà «degenerato». Se, a una qualche occasione particolare, preferisce lavorare per sé anziché per il suo padrone, sarà evidentemente pazzo. Se non ha mai alcuna occasione di lavorare per un padrone qualsiasi, sarà «inabile al lavoro». Tutti gli amari imbarazzi e i grovigli che accompagnano la povertà estrema verranno impiegati per infrangere la felicità coniugale, così come già vengono impiegati per infrangere l’autorità dei genitori. Il Matrimonio verrà detto un fallimento ovunque esso sia una lotta, proprio come nell’Inghilterra moderna i genitori vengono spediti in prigione per aver trascurato i figli che non hanno di che sfamare.

Prenderò un solo esempio dell’enormità e della sciocchezza realmente implicite in queste proposte di estensione del divorzio. Si prenda il caso citato da molti che hanno contribuito alla discussione sui giornali: il caso di quella che si chiama «crudeltà». Ora, qual è il vero significato di ciò per quanto riguarda le classi agiate e per quanto riguarda le classi in lotta della comunità? Prendiamo dapprima le classi agiate. Ognuno sa che coloro i quali meritano davvero d’essere chiamati gentiluomini professano tutti una particolare tradizione, in parte cavalleresca, in parte semplicemente moderna e raffinata: una tradizione contro il «porre le mani su una donna, se non in segno di gentilezza». Non intendo dire che un gentiluomo detesti l’intimidire una donna con la forza bruta: chiunque deve detestarlo. Intendo dire che egli nutre una sorta di sentimento rituale, di tabù, riguardo al posarvi anche un solo dito. Se un gentiluomo (vero o d’imitazione) ha percosso la moglie, per quanto lievemente, sente d’aver fatto una di quelle cose che fanno fremere il pensiero con l’idea di una linea di confine, qualcosa come recitare il Padre Nostro all’incontrario, toccare un bollitore rovente, capovolgere il crocifisso, o «rompere la promessa d’astinenza». La moglie potrà perdonare al marito questo più facilmente di molte altre cose; ma il marito troverà difficile perdonare se stesso. È un sentimento puramente di classe, come l’avversione della povera gente per gli ospedali. Qual è l’effetto di questo sentimento di classe sul divorzio tra le classi più elevate?

Il primo effetto, naturalmente, è quello di favorire grandemente quei divorzi fasulli tanto comuni tra la gente alla moda. Voglio dire che, dove c’è collusione, un colpetto o una spinta insignificante possono venire rammentati, esagerati o inventati; e nondimeno apparire ai solenni giudici cosa assai solenne, trattandosi di persone della loro stessa classe sociale. Ma al di fuori di questi casi, il criterio non è del tutto inappropriato quando lo si applica alle classi più ricche. Poiché, dal momento che tutti i gentiluomini provano o affettano questo speciale orrore, ha davvero un’aria brutta che un gentiluomo lo abbia infranto; ha l’aria della follia, o di un odio e di una persecuzione personali. Può persino avere l’aria di cose peggiori. Se un uomo dalle abitudini lussuose, in un ambiente artistico, è crudele con la moglie, ciò può collegarsi a qualche perversione di crudeltà sessuale, come si insinuò (non so con quanta verità) nel caso del milionario Thaw. Non c’è bisogno di negare che tali casi siano casi da separazione, se non da divorzio.

Ma questo criterio della crudeltà tecnica, che è grossolano ma spiccio applicato ai ricchi, è assolutamente folle e privo di senso applicato ai poveri. Una donna povera non giudica se il marito sia un prepotente dal fatto che egli abbia mai menato le mani. Sarebbe altrettanto sensato dire che uno scolaro giudica se un altro scolaro sia un prepotente dal fatto che questi abbia mai menato le mani. La povera moglie, come lo scolaro, giudica se egli sia un prepotente dal fatto che egli sia un prepotente. Ella sa che, se il picchiare la moglie può ben essere un delitto, il darle un colpo somiglia talvolta assai da vicino a semplice autodifesa. Nessuno sa meglio di lei quanto spesso il marito abbia molto da sopportare; talora è lei a volerlo; talora ella ne ha ben donde. Ella viene a raccontarlo ai magistrati, e più volte; in un tribunale di polizia dopo l’altro tribunale donne dagli occhi pesti cercano di spiegare la cosa a giudici senza occhi. In una via dopo l’altra le donne si volgono adirate contro lo sventurato cavaliere errante che ha interrotto un istantaneo malinteso. Nella vita di questa gente le stanze sono affollate, i nervi sono ridotti a brandelli, le vie d’uscita naturali sono precluse. In simili società è tanto abominevole punire o divorziare due persone per un colpo, quanto lo sarebbe punire o divorziare un gentiluomo per aver sbattuto una porta. Eppure chi può dubitare che, se mai il divorzio venisse applicato al popolino, esso verrebbe applicato nello spirito di chi prende il colpo del tutto sul serio? Se qualcuno ne dubita, non sa in che mondo sta vivendo.

Capita spesso, di questi tempi, d’imbattersi in uomini che discorrono di ciò che chiamano il Libero Amore come se si trattasse di qualcosa di simile all’Argento Libero: un nuovo e ingegnoso espediente politico. Sembrano dimenticare che è facile giudicare come sarebbe quanto giudicare come sarebbe il matrimonio legale. Il «Libero Amore» va avanti in ogni città e in ogni villaggio fin dal principio del mondo; e il primo fatto che ogni uomo di mondo conosce a suo riguardo è chiaro abbastanza. Non produce mai nulla di quella sfrenata purezza e di quella perfetta libertà che i suoi fautori gli attribuiscono. Se un qualche giornale avesse il fegato di intitolare una colonna «Il concubinaggio è un fallimento?» invece di «Il matrimonio è un fallimento?», la risposta «Sì» sarebbe data dalla memoria personale di tutti. La gente moderna cita di continuo qualche sfrenata espressione dei monaci nel deserto (quando un’intera civiltà era impazzita di rimorso) circa la pericolosa qualità della Donna, circa come essa fosse uno spettro e un serpente e un fuoco distruttore. Probabilmente il convento delle monache, situato a poche miglia di distanza, descriveva anche l’Uomo come un serpente e uno spettro; ma le loro opere non sono giunte fino a noi.

Ora, tutta questa antica arguzia contro Benedetto l’uomo ammogliato era sensata abbastanza. Ma sensato abbastanza era anche il celibato dei vecchi monaci che la pronunciavano. È perfettamente vero che invischiarsi con un’altra anima nel grado più tenero e più tragico significa fare di se stessi, in ogni ragionevole probabilità, un martire o uno sciocco. La maggior parte delle moderne invettive contro il matrimonio potrebbero essere copiate di peso dal più folle dei diari monastici. L’attacco al matrimonio è un argomento in favore del celibato. Non è un argomento in favore del divorzio. Poiché quell’invischiamento che il celibato dichiaratamente evita, il divorzio non fa che raddoppiarlo e ripeterlo. Poteva essere una sorta di solenne conforto per un gentiluomo d’Africa riflettere che non aveva moglie. Non può essere altro che un disagio, per un gentiluomo d’America, domandarsi quale moglie abbia davvero. Se il progresso significa, come nella ridicola definizione di Herbert Spencer, «un avanzamento dal semplice al complesso», allora certamente il divorzio è parte del progresso. Nulla si può concepire di più complesso della condizione di un uomo che si è sistemato definitivamente quattro o cinque volte. Nulla si può concepire di più complesso della posizione di un libertino che non solo ha avuto dieci relazioni, ma dieci relazioni legali. C’è un senso reale in cui il libero amore potrebbe rendere liberi gli uomini. Ma un divorzio più libero li impiglierebbe nella rete più intricata mai tessuta in questo mondo malvagio.

La tragedia dell’amore sta nell’amore, non nel matrimonio. Non c’è matrimonio infelice che non potrebbe essere un concubinaggio ugualmente infelice, o una seduzione assai più infelice. Che il vincolo sia legale o no, qualcosa importa alla parte infedele; nulla importa a quella fedele. Il pathos riposa sul fatto perfettamente semplice che se qualcuno provoca deliberatamente o passioni o affetti, ne è responsabile finché esse durano, come l’uomo è responsabile d’aver scatenato un’inondazione o d’aver dato fuoco a una città. Il suo rimedio è di non provocarle, come l’eremita. La sua punizione, quando merita punizione, è di trascorrere il resto della vita nel tentativo di disfare il male che ha fatto. La sua via di scampo è la disperazione: che in questo contesto si chiama divorzio. Poiché ogni uomo sano sente un fatto fondamentale nella propria anima. Sente di dover avere una vita, e non una serie di vite. Preferirebbe che il dramma umano fosse una tragedia piuttosto che una serie di Numeri di Varietà e di Farse in Scatola. Un uomo desidera salvare le anime di tutti gli uomini che è stato: dello sporco piccolo scolaretto; del giovane dubbioso e morboso; dell’amante; del marito. La reincarnazione mi è sempre parsa un credo freddo; perché ogni incarnazione deve dimenticare l’altra. Sarebbe ancora peggio se questa breve vita umana venisse spezzata in vite ancora più brevi, ciascuna delle quali fosse a sua volta dimenticata.

Se siete un democratico a cui piace anche essere un uomo onesto — se (in altre parole) volete sapere ciò che il popolo vuole e non semplicemente ciò che riuscite in qualche modo a indurlo a chiedere — allora non c’è alcun dubbio che questo sia ciò che esso vuole. Potete rendervene conto solo cercando la natura umana altrove che nei resoconti elettorali, ma una volta che l’avrete cercata la vedete e non la dimenticate più. Dal fatto che tutti trovano naturale che i giovani uomini e le giovani donne incidano nomi sugli alberi, al fatto che tutti trovano innaturale che vecchi uomini e vecchie donne vengano separati negli ospizi, milioni e milioni di piccoli particolari quotidiani provano che la gente considera davvero il rapporto come normalmente permanente; non come una visione, ma come un voto.

Ora, veniamo alle eccezioni, vere o false. Vorrei rilevare una svista strana e persino sciocca nella discussione di tali eccezioni, che ha infestato la maggior parte degli argomenti in favore di un più ampio divorzio. L’ordinario saccente o poeta emancipato che patrocina questo lato della questione canta sempre la stessa aria. «Il matrimonio può essere la cosa migliore per la maggioranza degli uomini», dice, «ma esistono nature eccezionali che esigono un’esperienza più ondeggiante; la costanza andrà bene per il gregge comune, ma vi sono nature complesse e casi complessi in cui nessuno potrebbe raccomandare la costanza. Non chiedo (all’attuale Stadio del Progresso) l’abolizione del matrimonio; chiedo qui che esso possa essere condonato in esempi tanto individuali ed estremi».

Ora, è per me assolutamente sbalorditivo che chiunque abbia camminato per questo mondo possa prendere un simile abbaglio riguardo alla razza che chiamiamo genere umano. Certamente è chiaro abbastanza che se si chiedono eccezioni spaventose, le si otterranno — fin troppe. Lasciate che riprenda ancora una volta una rozza parabola. Supponete che io mettessi un annuncio sui giornali dicendo di avere un posto per chiunque fosse troppo stupido per fare l’impiegato. Probabilmente non riceverei alcuna risposta; forse una. Forse anche (anzi, probabilmente) verrebbe dall’unico uomo che non era affatto stupido. Ma supponete che io avessi messo un annuncio dicendo di avere un posto per chiunque fosse troppo intelligente per fare l’impiegato. Il mio ufficio verrebbe all’istante assediato da tutti gli sciocchi più irrimediabili dei quattro regni. Fare un annuncio per le eccezioni significa semplicemente fare un annuncio per gli egoisti. Fare un annuncio per gli egoisti significa fare un annuncio per gli idioti. È proprio il seccatore a credere che il suo caso sia interessante. È proprio la persona davvero comune a credere che il suo caso sia fuori del comune. È sempre l’uomo insulso a credersi piuttosto sfrenato. Chiedere unicamente strane esperienze dell’anima significa semplicemente scatenarsi attorno alle orecchie tutti i manicomi degli imbecilli. Qualunque altra teoria sia giusta, questa teoria delle eccezioni è manifestamente sbagliata — o (ciò che più importa ai nostri atei moderni) è manifestamente poco pratica. Essa è, inoltre, per chiunque nutra simpatie politiche popolari, una specie di tradimento molto profondo e sottile. Mettendo così un premio sull’eccezionale inganniamo grossolanamente l’inconsapevolezza del normale. Pare stranamente dimenticato che l’indifferenza di una nazione è sacra così come lo sono le sue divergenze. Persino l’apatia pubblica è una specie di opinione pubblica — e in molti casi una specie molto sensata. Se chiedo a ogni persona di votare sui Pasti Minerali e non ottengo un solo scheda tornata indietro, potrò dire che i cittadini non hanno votato. Ma hanno votato.

Il principio sostenuto dal popolo, contro il quale questa cospirazione plutocratica viene macchinata, è semplicemente il principio espresso nel Libro delle Preghiere con le parole «nel bene e nel male». È il principio che tutte le cose nobili vanno pagate, anche se le si paga soltanto con una promessa. Non si ritira il proprio interesse dall’Inghilterra come lo si ritira dai Titoli di Stato. Un uomo non è inglese a meno che non sappia sopportare persino il declino e la morte dell’Inghilterra. E proprio come ogni cittadino è un soldato in potenza, così ogni moglie o marito è un’infermiera d’ospedale in potenza — o persino un guardiano di manicomio. Poiché, per quanto tutti dovremmo approvare che certe tragedie vengano mitigate da una separazione celibe — pure quanto più reale amore e onore vi sono stati nel matrimonio, tanto meno reale sarà la mitigazione nel distacco. Ma questo sano istinto pubblico, sia riguardo al patriottismo sia riguardo al matrimonio, insiste anche perché il primo voto o obbligo venga mitigato, non semplicemente cancellato e dimenticato. Più d’una brava donna ha amato e rifiutato un uomo dubbio, con la clausola che non ne avrebbe sposato nessun altro; la vecchia istituzione del matrimonio nutre lo stesso sentimento riguardo alla tragedia che è post-matrimoniale. La cosa rimane reale; lega a qualcosa. Se sarò esiliato dall’Inghilterra andrò a vivere su un’isola da qualche parte e sarò allegro quanto più potrò. Ma non diventerò patriota di nessun’altra terra.

1916

PREFACE

I have been asked to put forward in pamphlet form this rather hasty essay as it appeared in “Nash’s Magazine”; and I do so by the kind permission of the editor. The rather chaotic quality of its journalism it is now impossible to alter. The convictions upon which it is based are unaltered and unalterable. Indeed, in so far as circumstances have since affected them, they are greatly strengthened. In so far as there was something sporadic and seemingly irrelevant in the writing, it was partly because I was contending against an evil that was diffused and indefinable, at once tentative and ubiquitous. Since then that disease has come to a head and burst; primarily in the North of Europe. By that historic habit which generally makes one European people the standard bearer of a social tendency, which made the Empire a Roman Empire and the Revolution a French Revolution, the North Germans have become the peculiar champions of that modern change which would make the State infinitely superior to the Family. It is even asserted that Prussian political authority is now encouraging the abandonment of common morality for the support of population; and even if this horrible thing be untrue, it is highly significant that it can be plausibly said of Prussia and certainly of no other Christian State. And in the new light of action it is possible to trace more clearly the trend towards divorce, as also that trend towards the other pagan institution of slavery, which would certainly have accompanied it. But the enslaving force in Europe struck too early; and the whole movement has been brought to a standstill.

The same circumstances have given an importance to a formula of my own which I still think rather important. It may be summarised as the patriotism of the household. In the experience of nationality we do not admit that any excess of despair can come into the same logical world as desertion. No amount of tragedy need amount to treason. The Christian view of marriage conceives of the home as self-governing in a manner analogous to an independent state; that is, that it may include internal reform and even internal rebellion; but because of the bond, not against it. In this way it is itself a sort of standing reformer of the State; for the State is judged by whether its arrangements bear helpfully or bear hardly on the human fullness and fertility of the free family. Thus the Wicked Ten in Rome were condemned and cast down because their public powers permitted a wrong against the purity of a private family. Thus the mediaeval revolt against the Poll Tax began by the authority of an official insulting the authority of a father. Men do not now, any more than then, become sinless by receiving a post in a bureaucracy; and if the domestic affairs of the poor were once put into the hands of mere lawyers and inspectors, the poor would soon find themselves in positions from which there is no exit save by the sword of Virginius and the hammer of Wat Tyler. As for the section of the rich who are still seeking a servile solution, they, of course, are still seeking the extension of divorce. It is only ‘“divide et impera”; and they want the division of sex for the division of labour. The very same economic calculation which makes them encourage tyranny in the shop makes them encourage licence in the family. But now the free families of five great nations have risen against them; and their plot has failed.

DIVORCE VERSUS DEMOCRACY

On this question of divorce I do not profess to be impartial, for I have never perceived any intelligent meaning in the word. I merely (and most modestly) profess to be right. I also profess to be representative: that is, democratic. Now, one may believe in democracy or disbelieve in it. It would be grossly unfair to conceal the fact that there are difficulties on both sides. The difficulty of believing in democracy is that it is so hard to believe— like God and most other good things. The difficulty of disbelieving in democracy is that there is nothing else to believe in. I mean there is nothing else on earth or in earthly politics. Unless an aristocracy is selected by gods, it must be selected by men. It may be negatively and passively permitted, but either heaven or humanity must permit it; otherwise it has no more moral authority than a lucky pickpocket. It is babytalk to talk about “Supermen” or “Nature’s Aristocracy” or “The Wise Few.” “The Wise Few” must be either those whom others think wise—who are often fools; or those who think themselves wise—who are always fools.

Well, if one happens to believe in democracy as I do, as a large trust in the active and passive judgment of the human conscience, one can have no hesitation, no “impartiality,” about one’s view of divorce; and especially about one’s view of the extension of divorce among the democracy. A democrat in any sense must regard that extension as the last and vilest of the insults offered by the modern rich to the modern poor. The rich do largely believe in divorce; the poor do mainly believe in fidelity. But the modern rich are powerful and the modern poor are powerless. Therefore for years and decades past the rich have been preaching their own virtues. Now that they have begun to preach their vices too, I think it is time to kick.

There is one enormous and elementary objection to the popularising of divorce, which comes before any consideration of the nature of marriage. It is like an alphabet in letters too large to be seen. It is this: That even if the democracy approved of divorce as strongly and deeply as the democracy does (in fact—disapprove of it—any man of common sense must know that nowadays the thing will be worked probably against the democracy, but quite certainly by the plutocracy. People seem to forget that in a society where power goes with wealth and where wealth is in an extreme state of inequality, extending the powers of the law means something entirely different from extending the powers of the public. They seem to forget that there is a great deal of difference between what laws define and what laws do. A poor woman in a poor public-house was broken with a ruinous fine for giving a child a sip of shandy-gaff. Nobody supposed that the law verbally stigmatised the action for being done by a poor person in a poor public-house. But most certainly nobody will dare to pretend that a rich man giving a boy a sip of champagne would have been punished so heavily—or punished at all. I have seen the thing done frequently in country houses; and my host and hostess would have been very much surprised if I had gone outside and telephoned for the police. The law theoretically condemns any one who tries to frustrate the police or even fails to assist them. Yet the rich motorists are allowed to keep up an organised service of anti-police detectives—wearing a conspicuous uniform— for the avowed purpose of showing motorists how to avoid capture. No one supposes again that the law says in so many words that the right to organise for the evasion of laws is a privilege of the rich but not of the poor. But take the same practical test. What would the police say, what would the world say, if men stood about the streets in green and yellow uniforms, notoriously for the purpose of warning pickpockets of the presence of a plain-clothes officer? What would the world say if recognised officials in peaked caps watched by night to warn a burglar that the police were waiting for him? Yet there is no distinction of principle between the evasion of that police-trap and the other police-trap—the police-trap which prevents a motorist from killing a child like a chicken; which prevents the most frivolous kind of murder, the most piteous kind of sudden death.

1916

PREFAZIONE

Mi è stato chiesto di ripresentare in forma di opuscolo questo saggio alquanto frettoloso, così come apparve su «Nash’s Magazine»; e lo faccio per la cortese concessione del direttore. La qualità piuttosto caotica del suo giornalismo è ormai impossibile da correggere. Le convinzioni su cui si fonda restano immutate e immutabili. Anzi, nella misura in cui le circostanze le hanno da allora toccate, ne escono grandemente rafforzate. Nella misura in cui vi era qualcosa di sporadico e apparentemente irrilevante nella scrittura, ciò dipendeva in parte dal fatto che combattevo contro un male diffuso e indefinibile, insieme tentennante e onnipresente. Da allora quella malattia è venuta a maturazione ed è scoppiata; anzitutto nel Nord dell’Europa. Per quella storica consuetudine che generalmente fa di un dato popolo europeo l’alfiere di una tendenza sociale — quella che fece dell’Impero un Impero Romano e della Rivoluzione una Rivoluzione francese — i Tedeschi del Nord sono divenuti i singolari campioni di quel mutamento moderno che vorrebbe rendere lo Stato infinitamente superiore alla Famiglia. Si afferma perfino che l’autorità politica prussiana stia oggi incoraggiando l’abbandono della morale comune a sostegno della popolazione; e anche se questa cosa orribile fosse falsa, è altamente significativo che la si possa dire plausibilmente della Prussia e certamente di nessun altro Stato cristiano. E alla nuova luce dell’azione è possibile tracciare più chiaramente la deriva verso il divorzio, come pure quella deriva verso l’altra istituzione pagana della schiavitù, che l’avrebbe certamente accompagnata. Ma la forza asservitrice in Europa ha colpito troppo presto; e l’intero movimento è stato arrestato.

Le medesime circostanze hanno conferito importanza a una formula tutta mia, che continuo a ritenere piuttosto importante. La si può riassumere come il patriottismo del focolare. Nell’esperienza della nazionalità non ammettiamo che alcun eccesso di disperazione possa entrare nel medesimo mondo logico della diserzione. Nessuna quantità di tragedia equivale al tradimento. La concezione cristiana del matrimonio intende la casa come autogovernantesi alla maniera di uno Stato indipendente; vale a dire che essa può comprendere la riforma interna e persino la ribellione interna; ma in virtù del vincolo, non contro di esso. In tal modo essa è di per sé una sorta di riformatore permanente dello Stato; poiché lo Stato si giudica a seconda che le sue disposizioni giovino o gravino sulla pienezza umana e sulla fertilità della libera famiglia. Così i Malvagi Dieci in Roma furono condannati e abbattuti perché i loro poteri pubblici avevano permesso un torto contro la purezza di una famiglia privata. Così la rivolta medievale contro il Testatico ebbe inizio dall’autorità di un funzionario che insultava l’autorità di un padre. Gli uomini non diventano oggi, non più di allora, senza peccato per aver ricevuto un incarico in una burocrazia; e se le faccende domestiche dei poveri fossero una volta messe nelle mani di meri avvocati e ispettori, i poveri si troverebbero ben presto in posizioni da cui non v’è uscita se non per la spada di Virginio e il martello di Wat Tyler. Quanto alla parte dei ricchi che va ancora cercando una soluzione servile, essi, naturalmente, vanno ancora cercando l’estensione del divorzio. Non è che «divide et impera»; ed essi vogliono la divisione dei sessi per la divisione del lavoro. Il medesimo calcolo economico che li spinge a incoraggiare la tirannia nell’officina li spinge a incoraggiare la licenza nella famiglia. Ma ora le libere famiglie di cinque grandi nazioni sono insorte contro di loro; e il loro complotto è fallito.

DIVORZIO CONTRO DEMOCRAZIA

Su questa questione del divorzio non pretendo di essere imparziale, perché non ho mai colto alcun significato intelligente nella parola. Mi limito (e con la massima modestia) a pretendere di aver ragione. Pretendo inoltre di essere rappresentativo: vale a dire, democratico. Ora, si può credere nella democrazia oppure non crederci. Sarebbe grossolanamente ingiusto celare il fatto che vi sono difficoltà da entrambe le parti. La difficoltà di credere nella democrazia è che riesce così arduo crederci — come in Dio e nella maggior parte delle altre cose buone. La difficoltà di non credere nella democrazia è che non c’è nient’altro in cui credere. Voglio dire che non c’è nient’altro sulla terra o nella politica terrena. A meno che un’aristocrazia non sia scelta dagli dèi, dev’essere scelta dagli uomini. La si può permettere in modo negativo e passivo, ma o il cielo o l’umanità devono permetterla; altrimenti essa non ha maggiore autorità morale di un borsaiolo fortunato. È discorso da bambini parlare di «Superuomini» o dell’«Aristocrazia della Natura» o dei «Pochi Saggi». I «Pochi Saggi» devono essere o coloro che gli altri ritengono saggi — che sono spesso sciocchi; oppure coloro che ritengono sé stessi saggi — che sono sempre sciocchi.

Ebbene, se per caso si crede nella democrazia come vi credo io, come in un grande atto di fiducia nel giudizio attivo e passivo della coscienza umana, non si può avere alcuna esitazione, alcuna «imparzialità», riguardo alla propria visione del divorzio; e specialmente riguardo alla propria visione dell’estensione del divorzio in seno alla democrazia. Un democratico, in qualunque senso, deve considerare quell’estensione come l’ultimo e più vile degli insulti rivolti dai ricchi moderni ai poveri moderni. I ricchi credono in gran parte nel divorzio; i poveri credono principalmente nella fedeltà. Ma i ricchi moderni sono potenti e i poveri moderni sono impotenti. Perciò da anni e da decenni i ricchi vanno predicando le proprie virtù. Ora che hanno cominciato a predicare anche i propri vizi, penso che sia tempo di ribellarsi.

Vi è un’obiezione enorme ed elementare al rendere popolare il divorzio, che precede ogni considerazione sulla natura del matrimonio. È come un alfabeto scritto in lettere troppo grandi per essere viste. Ed è questa: che anche se la democrazia approvasse il divorzio con tutta la forza e la profondità con cui la democrazia lo fa (in realtà — lo disapprova —), qualunque uomo di buon senso deve sapere che oggigiorno la cosa verrà probabilmente manovrata contro la democrazia, ma quasi certamente dalla plutocrazia. Si dimentica, a quanto pare, che in una società dove il potere procede di pari passo con la ricchezza e dove la ricchezza versa in uno stato estremo di disuguaglianza, estendere i poteri della legge significa qualcosa di interamente diverso dall’estendere i poteri del pubblico. Si dimentica, a quanto pare, che c’è una grande differenza tra ciò che le leggi definiscono e ciò che le leggi fanno. Una povera donna in una povera osteria fu rovinata da un’ammenda esorbitante per aver dato a un bambino un sorso di birra allungata. Nessuno immaginava che la legge stigmatizzasse a parole l’azione per il fatto di essere compiuta da una persona povera in una povera osteria. Ma di certo nessuno oserà pretendere che un uomo ricco che desse a un ragazzo un sorso di champagne sarebbe stato punito con altrettanta severità — o punito affatto. Ho visto la cosa compiersi di frequente nelle case di campagna; e il mio ospite e la mia ospite sarebbero rimasti assai sorpresi se fossi uscito a telefonare alla polizia. La legge condanna teoricamente chiunque tenti di ostacolare la polizia o addirittura ometta di prestarle assistenza. Eppure ai ricchi automobilisti è consentito mantenere un servizio organizzato di investigatori anti-polizia — con tanto di vistosa uniforme — al dichiarato scopo di mostrare agli automobilisti come sfuggire alla cattura. Nessuno immagina, di nuovo, che la legge dica con tante parole che il diritto di organizzarsi per l’elusione delle leggi sia un privilegio dei ricchi e non dei poveri. Ma applicate il medesimo criterio pratico. Che cosa direbbe la polizia, che cosa direbbe il mondo, se degli uomini se ne stessero per le strade in uniformi verdi e gialle, notoriamente allo scopo di avvertire i borsaioli della presenza di un agente in borghese? Che cosa direbbe il mondo se funzionari riconosciuti con berretti a visiera vigilassero di notte per avvertire uno scassinatore che la polizia lo stava aspettando? Eppure non v’è distinzione di principio tra l’elusione di quella trappola poliziesca e l’altra trappola poliziesca — la trappola che impedisce a un automobilista di uccidere un bambino come un pollo; che impedisce il più frivolo genere di omicidio, il più pietoso genere di morte improvvisa.

Well, the Poor Man’s Divorce Law will be applied exactly as all these others are applied. Everybody must know that it would mean in practice that well-dressed men, doctors, magistrates, and inspectors, would have rnore power over the family lives of the ill-dressed men, navvies, plumbers, and potmen. Nobody can have the impudence to pretend that it would mean that navvies, plumbers, and pot men would (either individually or collectively) have more power over the family lives of doctors, magistrates, and inspectors. Nobody dare assert that because divorce is a State affair, therefore the poor citizen will have any power, direct or indirect, to divorce a duchess from a duke or a banker from a banker’s wife. But no one will call it inconceivable that the power of rich families over poor families, which is already great, the power of the duke as landlord, the power of the banker as money-lender, might be considerably increased by arming magistrates with more powers of interference in private life. For the dukes and bankers often are magistrates, always the friends and relatives of magistrates. The navvies are not. The navvy will be the subject of the new experiments; certainly never the experimentalist. It is the poor man who will show to the imaginative eye of science all those horrors which, according to newspaper correspondents, cry aloud for divorce—drunkenness, madness, cruelty, incurable disease. If he is slow in working for his master, he will be “defective.” If he is worn out by working for his master, he will be “degenerate.” If he, at some particular opportunity, prefers to work for himself to working for his master, he will be obviously insane. If he never has any opportunity of working for any master he will be “unemployable.” All the bitter embarrassments and entanglements incidental to extreme poverty will be used to break conjugal happiness, as they are already used to break parental authority. Marriage will be called a failure wherever it is a struggle, just as parents in modern England are sent to prison for neglecting the children whom they cannot afford to feed.

I will take but one instance of the enormity and silliness which is really implied in these proposals for the extension of divorce. Take the case quoted by many contributors to the discussion in the papers— the case of what is called “cruelty.” Now what is the real meaning of this as regards the prosperous and as regards the struggling classes of the community? Let us take the prosperous classes first. Every one knows that those who are really to be described as gentlemen all profess a particular tradition, partly chivalrous, partly merely modern and refined—a tradition against “laying hands upon a woman, save in a way of kindness.” I do not mean that a gentleman hates the cowing of a woman by brute force: any one must hate that. I mean he has a ritual, taboo kind of feeling about the laying on of a finger. If a gentle man (real or imitation) has struck his wife ever so lightly, he feels he has done one of those things that thrill the thoughts with the notion of a border-line, something like saying the Lord’s Prayer backwards, touching a hot kettle, reversing the crucifix, or “breaking the pledge.” The wife may forgive the husband more easily for this than for many things; but the husband will find it hard to forgive himself. It is a purely class sentiment, like the poor folks’ dislike of hospitals. What is the effect of this class sentiment on divorce among the higher classes?

The first effect, of course, is greatly to assist those faked divorces so common among the fashionable. I mean that where there is a collusion, a small pat or push can be remembered, exaggerated, or invented; and yet seem to the solemn judges a very solemn thing in people of their own social class. But outside these cases, the test is not wholly inappropriate as applied to the richer classes. For all Gentlemen feeling or affecting this special horror, it does really look bad if a gentleman has broken through it, it does look like madness or a personal hatred and persecution. It may even look like worse things. If a man with luxurious habits, in artistic surroundings, is cruel to his wife, it may be connected with some perversion of sex cruelty, such as was alleged (I know not how truly) in the case of the millionaire Thaw. We need not deny that such cases are cases for separation, if not for divorce.

But this test of technical cruelty, which is rough and ready as applied to the rich, is absolutely mad and meaningless as applied to the poor. A poor woman does not judge her husband as a bully by whether he has ever hit out. One might as well say that a school-boy judges whether another schoolboy is a bully by whether he has ever hit out. The poor wife, like the schoolboy, judges him as a bully by whether he is a bully. She knows that while wife-beating may really be a crime, wife-hitting is sometimes very like just self-defence. No one knows better than she does that her husband often has a great deal to put up with; sometimes she means him to; sometimes she is justified. She comes and tells this to magistrates again and again; in police court after police court women with black eyes try to explain the thing to judges with no eyes. In street after street women turn in anger on the hapless knight-errant who has interrupted an instantaneous misunderstanding. In these people’s lives the rooms are crowded, the tempers are torn to rags, the natural exits are forbidden. In such societies it is as abominable to punish or divorce people for a blow as it would be to punish or divorce a gentleman for slamming a door. Yet who can doubt, if ever divorce is applied to the populace, it would be applied in the spirit which takes the blow quite seriously? If any one doubts it, he does not know what world he is living in.

Ebbene, la legge sul Divorzio per i poveri verrà applicata esattamente come vengono applicate tutte le altre. Chiunque deve sapere che essa significherebbe, in pratica, che uomini ben vestiti, medici, magistrati e ispettori avrebbero maggior potere sulla vita familiare degli uomini mal vestiti, sterratori, idraulici e garzoni d’osteria. Nessuno può avere la sfrontatezza di pretendere che essa significhi che gli sterratori, gli idraulici e i garzoni d’osteria avrebbero (individualmente o collettivamente) maggior potere sulla vita familiare dei medici, dei magistrati e degli ispettori. Nessuno oserà affermare che, poiché il divorzio è affare di Stato, il povero cittadino avrà per ciò stesso un qualche potere, diretto o indiretto, di divorziare una duchessa da un duca o un banchiere dalla moglie di un banchiere. Ma nessuno lo dirà inconcepibile che il potere delle famiglie ricche sulle famiglie povere, che è già grande, il potere del duca in quanto proprietario terriero, il potere del banchiere in quanto usuraio, possa venire considerevolmente accresciuto armando i magistrati di maggiori poteri d’ingerenza nella vita privata. Poiché i duchi e i banchieri sono spesso essi stessi magistrati, e sempre amici e parenti di magistrati. Gli sterratori no. Sarà lo sterratore il soggetto dei nuovi esperimenti; non certo, mai, lo sperimentatore. È il povero che mostrerà all’occhio fantasioso della scienza tutti quegli orrori che, a detta dei corrispondenti dei giornali, invocano a gran voce il divorzio: l’ubriachezza, la follia, la crudeltà, la malattia incurabile. Se è lento a lavorare per il suo padrone, sarà «tarato». Se è sfinito dal lavorare per il suo padrone, sarà «degenerato». Se, a una qualche occasione particolare, preferisce lavorare per sé anziché per il suo padrone, sarà evidentemente pazzo. Se non ha mai alcuna occasione di lavorare per un padrone qualsiasi, sarà «inabile al lavoro». Tutti gli amari imbarazzi e i grovigli che accompagnano la povertà estrema verranno impiegati per infrangere la felicità coniugale, così come già vengono impiegati per infrangere l’autorità dei genitori. Il Matrimonio verrà detto un fallimento ovunque esso sia una lotta, proprio come nell’Inghilterra moderna i genitori vengono spediti in prigione per aver trascurato i figli che non hanno di che sfamare.

Prenderò un solo esempio dell’enormità e della sciocchezza realmente implicite in queste proposte di estensione del divorzio. Si prenda il caso citato da molti che hanno contribuito alla discussione sui giornali: il caso di quella che si chiama «crudeltà». Ora, qual è il vero significato di ciò per quanto riguarda le classi agiate e per quanto riguarda le classi in lotta della comunità? Prendiamo dapprima le classi agiate. Ognuno sa che coloro i quali meritano davvero d’essere chiamati gentiluomini professano tutti una particolare tradizione, in parte cavalleresca, in parte semplicemente moderna e raffinata: una tradizione contro il «porre le mani su una donna, se non in segno di gentilezza». Non intendo dire che un gentiluomo detesti l’intimidire una donna con la forza bruta: chiunque deve detestarlo. Intendo dire che egli nutre una sorta di sentimento rituale, di tabù, riguardo al posarvi anche un solo dito. Se un gentiluomo (vero o d’imitazione) ha percosso la moglie, per quanto lievemente, sente d’aver fatto una di quelle cose che fanno fremere il pensiero con l’idea di una linea di confine, qualcosa come recitare il Padre Nostro all’incontrario, toccare un bollitore rovente, capovolgere il crocifisso, o «rompere la promessa d’astinenza». La moglie potrà perdonare al marito questo più facilmente di molte altre cose; ma il marito troverà difficile perdonare se stesso. È un sentimento puramente di classe, come l’avversione della povera gente per gli ospedali. Qual è l’effetto di questo sentimento di classe sul divorzio tra le classi più elevate?

Il primo effetto, naturalmente, è quello di favorire grandemente quei divorzi fasulli tanto comuni tra la gente alla moda. Voglio dire che, dove c’è collusione, un colpetto o una spinta insignificante possono venire rammentati, esagerati o inventati; e nondimeno apparire ai solenni giudici cosa assai solenne, trattandosi di persone della loro stessa classe sociale. Ma al di fuori di questi casi, il criterio non è del tutto inappropriato quando lo si applica alle classi più ricche. Poiché, dal momento che tutti i gentiluomini provano o affettano questo speciale orrore, ha davvero un’aria brutta che un gentiluomo lo abbia infranto; ha l’aria della follia, o di un odio e di una persecuzione personali. Può persino avere l’aria di cose peggiori. Se un uomo dalle abitudini lussuose, in un ambiente artistico, è crudele con la moglie, ciò può collegarsi a qualche perversione di crudeltà sessuale, come si insinuò (non so con quanta verità) nel caso del milionario Thaw. Non c’è bisogno di negare che tali casi siano casi da separazione, se non da divorzio.

Ma questo criterio della crudeltà tecnica, che è grossolano ma spiccio applicato ai ricchi, è assolutamente folle e privo di senso applicato ai poveri. Una donna povera non giudica se il marito sia un prepotente dal fatto che egli abbia mai menato le mani. Sarebbe altrettanto sensato dire che uno scolaro giudica se un altro scolaro sia un prepotente dal fatto che questi abbia mai menato le mani. La povera moglie, come lo scolaro, giudica se egli sia un prepotente dal fatto che egli sia un prepotente. Ella sa che, se il picchiare la moglie può ben essere un delitto, il darle un colpo somiglia talvolta assai da vicino a semplice autodifesa. Nessuno sa meglio di lei quanto spesso il marito abbia molto da sopportare; talora è lei a volerlo; talora ella ne ha ben donde. Ella viene a raccontarlo ai magistrati, e più volte; in un tribunale di polizia dopo l’altro tribunale donne dagli occhi pesti cercano di spiegare la cosa a giudici senza occhi. In una via dopo l’altra le donne si volgono adirate contro lo sventurato cavaliere errante che ha interrotto un istantaneo malinteso. Nella vita di questa gente le stanze sono affollate, i nervi sono ridotti a brandelli, le vie d’uscita naturali sono precluse. In simili società è tanto abominevole punire o divorziare due persone per un colpo, quanto lo sarebbe punire o divorziare un gentiluomo per aver sbattuto una porta. Eppure chi può dubitare che, se mai il divorzio venisse applicato al popolino, esso verrebbe applicato nello spirito di chi prende il colpo del tutto sul serio? Se qualcuno ne dubita, non sa in che mondo sta vivendo.

It is common to meet nowadays men who talk of what they call Free Love as if it were something like Free Silver—a new and ingenious political scheme. They seem to forget that it is as easy to judge what it would be like as to judge of what legal marriage would be like. “Free Love” has been going on in every town and village since the beginning of the world; and the first fact that every man of the world knows about it is plain enough. It never does produce any of the wild purity and perfect freedom its friends attribute to it. If any paper had the pluck to head a column “Is Concubinage a Failure?” instead of “Is Marriage a Failure?” the answer “Yes” would be given by the personal memory of all. Modern people perpetually quote some wild expression of monks in the wilderness (when a whole civilisation was maddened by remorse) about the perilous quality of Woman, about how she was a spectre and a serpent and a destroying fire. Probably the establishment of nuns, situated a few miles off, described Man also as a serpent and a spectre; but their works have not come down to us.

Now all this old-world wit against Benedick the married man was sensible enough. But so was the bachelorhood of the old monks, who said it, sensible enough. It is perfectly true that to entangle yourself with another soul in the most tender and tragic degree is to make, in all rational possibility, a martyr or a fool of yourself. Most of the modern denunciations of marriage might have been copied direct from the maddest of the monkish diaries. The attack on marriage is an argument for celibacy. It is not an argument for divorce. For that entanglement which celibacy avowedly avoids, divorce merely reduplicates and repeats. It may have been a sort of solemn comfort to a gentleman of Africa to reflect that he had no wife. It cannot be anything but a discomfort to a gentleman of America to wonder which wife he really has. If progress means, as in the ludicrous definition of Herbert Spencer, “an advance from the simple to the complex,” then certainly divorce is a part of progress. Nothing can be conceived more complex than the condition of a man who has settled down finally four or five times. Nothing can be conceived more complex than the position of a profligate who has not only had ten liaisons, but ten legal liaisons. There is a real sense in which free love might free men. But freer divorce would catch them in the most complicated net ever woven in this wicked world.

The tragedy of love is in love, not in marriage. There is not unhappy marriage that might not be an equally unhappy concubinage, or a far more unhappy seduction. Whether the tie be legal or no, matters something to the faithless party; it matters nothing to the faithful one. The pathos reposes upon the perfectly simple fact that if any one deliberately provokes either passions or affections, he is responsible for them as long as they go on, as the man is responsible for letting loose a flood or setting fire to a city. His remedy is not to provoke them, like the hermit. His punishment, when he deserves punishment, is to spend the rest of his life in trying to undo any ill he has done. His escape is despair—which is called, in this connection, divorce. For every healthy man feels one fundamental fact in his soul. He feels that he must have a life, and not a series of lives. He would rather the human drama were a tragedy than that it were a series of Music-hall Turns and Potted Plays. A man wishes to save the souls of all the men he has been: of the dirty little schoolboy; of the doubtful and morbid youth; of the lover; of the husband. Re-incarnation has always seemed to me a cold creed; because each incarnation must forget the other. It would be worse still if this short human life were broken up into yet shorter lives, each of which was in its turn forgotten.

If you are a democrat who likes also to be an honest man— if (in other words) you want to know what the people want and not merely what you can somehow induce them to ask for— then there is no doubt at all that this is what they want. You can only realise it by looking for human nature elsewhere than in election reports, but when you have once looked for it you see it and you never forget it. From the fact that every one thinks it natural that young men and women should carve names on trees, to the fact that every one thinks it unnatural that old men and women should be separated in work houses, millions and millions of daily details prove that people do regard the relation as normally permanent; not a vision, but as a vow.

Now for the exceptions, true or false. I would note a strange and even silly oversight in the discussion of such exceptions, which has haunted most arguments for further divorce. The ordinary emancipated prig or poet who urges this side of the question always talks to one tune. “Marriage may be the best for most men,” he says, “but there are exceptional natures that demand a more undulating experience; constancy will do for the common herd, but there are complex natures and complex cases where no one could recommend constancy. 1 do not ask (at the present Stage of Progress) for the abolition of marriage; I hereby ask that it may be remitted in such individual and extreme examples.”

Now it is perfectly astounding to me that any one who has walked about this world should make such a blunder about the breed we call mankind. Surely it is plain enough that if you ask for dreadful exceptions, you will get them—too many of them. Let me take once again a rough parable. Suppose I advertised in the papers that I had a place for any one who was too stupid to be a clerk. Probably I should receive no replies; possibly one. Possibly also (nay, probably) it would be from the one man who was not stupid at all. But suppose I had advertised that I had a place for any one who was too clever to be a clerk. My office would be instantly besieged by all the most hopeless fools in the four kingdoms. To advertise for exceptions is simply to advertise for egoists. To advertise for egoists is to advertise for idiots. It is exactly the bore who does think that his case is interesting. It is precisely the really common person who does think that his case is uncommon. It is always the dull man who does think himself rather wild. To ask solely for strange experiences of the soul is simply to let loose all the imbecile asylums about one’s ears. Whatever other theory is right, this theory of the exceptions is obviously wrong—or (what matters more to our modern atheists) is obviously unbusinesslike. It is, moreover, to any one with popular political sympathies, a very deep and subtle sort of treason. By thus putting a premium on the exceptional we grossly deceive the unconsciousness of the normal. It seems strangely forgotten that the indifference of a nation is sacred as well as its differences. Even public apathy is a kind of public opinion—and in many cases a very sensible kind. If I ask every body to vote about Mineral Meals and do not get a single ballot-paper returned, I may say that the citizens have not voted. But they have.

The principle held by the populace, against which this plutocratic conspiracy is being engineered, is simply the principle expressed in the Prayer Book in the words “for better, for worse.” It is the principle that all noble things have to be paid for, even if you only pay for them with a promise. One does not take one’s interest out of England as one takes it out of Consols. A man is not an Englishman unless he can endure even the decay and death of England. And just as every citizen is a potential soldier, so every wife or husband is a potential hospital nurse— or even asylum attendant. For though we should all approve of certain tragedies being mitigated by a celibate separation— yet the more real love and honour there has been in the marriage, the less real mitigation there will be in the parting. But this sound public instinct both about patriotism and marriage also insists that the first vow or obligation shall be mitigated, not merely erased and forgotten. Many a good woman has loved and refused a doubtful man, with the proviso that she would marry no one else; the old institution of marriage has the same feeling about the tragedy that is post-matrimonial. The thing remains real; it binds one to something. If I am exiled from England I will go and live on an island somewhere and be as jolly as I can. I will not become a patriot of any other land.

Capita spesso, di questi tempi, d’imbattersi in uomini che discorrono di ciò che chiamano il Libero Amore come se si trattasse di qualcosa di simile all’Argento Libero: un nuovo e ingegnoso espediente politico. Sembrano dimenticare che è facile giudicare come sarebbe quanto giudicare come sarebbe il matrimonio legale. Il «Libero Amore» va avanti in ogni città e in ogni villaggio fin dal principio del mondo; e il primo fatto che ogni uomo di mondo conosce a suo riguardo è chiaro abbastanza. Non produce mai nulla di quella sfrenata purezza e di quella perfetta libertà che i suoi fautori gli attribuiscono. Se un qualche giornale avesse il fegato di intitolare una colonna «Il concubinaggio è un fallimento?» invece di «Il matrimonio è un fallimento?», la risposta «Sì» sarebbe data dalla memoria personale di tutti. La gente moderna cita di continuo qualche sfrenata espressione dei monaci nel deserto (quando un’intera civiltà era impazzita di rimorso) circa la pericolosa qualità della Donna, circa come essa fosse uno spettro e un serpente e un fuoco distruttore. Probabilmente il convento delle monache, situato a poche miglia di distanza, descriveva anche l’Uomo come un serpente e uno spettro; ma le loro opere non sono giunte fino a noi.

Ora, tutta questa antica arguzia contro Benedetto l’uomo ammogliato era sensata abbastanza. Ma sensato abbastanza era anche il celibato dei vecchi monaci che la pronunciavano. È perfettamente vero che invischiarsi con un’altra anima nel grado più tenero e più tragico significa fare di se stessi, in ogni ragionevole probabilità, un martire o uno sciocco. La maggior parte delle moderne invettive contro il matrimonio potrebbero essere copiate di peso dal più folle dei diari monastici. L’attacco al matrimonio è un argomento in favore del celibato. Non è un argomento in favore del divorzio. Poiché quell’invischiamento che il celibato dichiaratamente evita, il divorzio non fa che raddoppiarlo e ripeterlo. Poteva essere una sorta di solenne conforto per un gentiluomo d’Africa riflettere che non aveva moglie. Non può essere altro che un disagio, per un gentiluomo d’America, domandarsi quale moglie abbia davvero. Se il progresso significa, come nella ridicola definizione di Herbert Spencer, «un avanzamento dal semplice al complesso», allora certamente il divorzio è parte del progresso. Nulla si può concepire di più complesso della condizione di un uomo che si è sistemato definitivamente quattro o cinque volte. Nulla si può concepire di più complesso della posizione di un libertino che non solo ha avuto dieci relazioni, ma dieci relazioni legali. C’è un senso reale in cui il libero amore potrebbe rendere liberi gli uomini. Ma un divorzio più libero li impiglierebbe nella rete più intricata mai tessuta in questo mondo malvagio.

La tragedia dell’amore sta nell’amore, non nel matrimonio. Non c’è matrimonio infelice che non potrebbe essere un concubinaggio ugualmente infelice, o una seduzione assai più infelice. Che il vincolo sia legale o no, qualcosa importa alla parte infedele; nulla importa a quella fedele. Il pathos riposa sul fatto perfettamente semplice che se qualcuno provoca deliberatamente o passioni o affetti, ne è responsabile finché esse durano, come l’uomo è responsabile d’aver scatenato un’inondazione o d’aver dato fuoco a una città. Il suo rimedio è di non provocarle, come l’eremita. La sua punizione, quando merita punizione, è di trascorrere il resto della vita nel tentativo di disfare il male che ha fatto. La sua via di scampo è la disperazione: che in questo contesto si chiama divorzio. Poiché ogni uomo sano sente un fatto fondamentale nella propria anima. Sente di dover avere una vita, e non una serie di vite. Preferirebbe che il dramma umano fosse una tragedia piuttosto che una serie di Numeri di Varietà e di Farse in Scatola. Un uomo desidera salvare le anime di tutti gli uomini che è stato: dello sporco piccolo scolaretto; del giovane dubbioso e morboso; dell’amante; del marito. La reincarnazione mi è sempre parsa un credo freddo; perché ogni incarnazione deve dimenticare l’altra. Sarebbe ancora peggio se questa breve vita umana venisse spezzata in vite ancora più brevi, ciascuna delle quali fosse a sua volta dimenticata.

Se siete un democratico a cui piace anche essere un uomo onesto — se (in altre parole) volete sapere ciò che il popolo vuole e non semplicemente ciò che riuscite in qualche modo a indurlo a chiedere — allora non c’è alcun dubbio che questo sia ciò che esso vuole. Potete rendervene conto solo cercando la natura umana altrove che nei resoconti elettorali, ma una volta che l’avrete cercata la vedete e non la dimenticate più. Dal fatto che tutti trovano naturale che i giovani uomini e le giovani donne incidano nomi sugli alberi, al fatto che tutti trovano innaturale che vecchi uomini e vecchie donne vengano separati negli ospizi, milioni e milioni di piccoli particolari quotidiani provano che la gente considera davvero il rapporto come normalmente permanente; non come una visione, ma come un voto.

Ora, veniamo alle eccezioni, vere o false. Vorrei rilevare una svista strana e persino sciocca nella discussione di tali eccezioni, che ha infestato la maggior parte degli argomenti in favore di un più ampio divorzio. L’ordinario saccente o poeta emancipato che patrocina questo lato della questione canta sempre la stessa aria. «Il matrimonio può essere la cosa migliore per la maggioranza degli uomini», dice, «ma esistono nature eccezionali che esigono un’esperienza più ondeggiante; la costanza andrà bene per il gregge comune, ma vi sono nature complesse e casi complessi in cui nessuno potrebbe raccomandare la costanza. Non chiedo (all’attuale Stadio del Progresso) l’abolizione del matrimonio; chiedo qui che esso possa essere condonato in esempi tanto individuali ed estremi».

Ora, è per me assolutamente sbalorditivo che chiunque abbia camminato per questo mondo possa prendere un simile abbaglio riguardo alla razza che chiamiamo genere umano. Certamente è chiaro abbastanza che se si chiedono eccezioni spaventose, le si otterranno — fin troppe. Lasciate che riprenda ancora una volta una rozza parabola. Supponete che io mettessi un annuncio sui giornali dicendo di avere un posto per chiunque fosse troppo stupido per fare l’impiegato. Probabilmente non riceverei alcuna risposta; forse una. Forse anche (anzi, probabilmente) verrebbe dall’unico uomo che non era affatto stupido. Ma supponete che io avessi messo un annuncio dicendo di avere un posto per chiunque fosse troppo intelligente per fare l’impiegato. Il mio ufficio verrebbe all’istante assediato da tutti gli sciocchi più irrimediabili dei quattro regni. Fare un annuncio per le eccezioni significa semplicemente fare un annuncio per gli egoisti. Fare un annuncio per gli egoisti significa fare un annuncio per gli idioti. È proprio il seccatore a credere che il suo caso sia interessante. È proprio la persona davvero comune a credere che il suo caso sia fuori del comune. È sempre l’uomo insulso a credersi piuttosto sfrenato. Chiedere unicamente strane esperienze dell’anima significa semplicemente scatenarsi attorno alle orecchie tutti i manicomi degli imbecilli. Qualunque altra teoria sia giusta, questa teoria delle eccezioni è manifestamente sbagliata — o (ciò che più importa ai nostri atei moderni) è manifestamente poco pratica. Essa è, inoltre, per chiunque nutra simpatie politiche popolari, una specie di tradimento molto profondo e sottile. Mettendo così un premio sull’eccezionale inganniamo grossolanamente l’inconsapevolezza del normale. Pare stranamente dimenticato che l’indifferenza di una nazione è sacra così come lo sono le sue divergenze. Persino l’apatia pubblica è una specie di opinione pubblica — e in molti casi una specie molto sensata. Se chiedo a ogni persona di votare sui Pasti Minerali e non ottengo un solo scheda tornata indietro, potrò dire che i cittadini non hanno votato. Ma hanno votato.

Il principio sostenuto dal popolo, contro il quale questa cospirazione plutocratica viene macchinata, è semplicemente il principio espresso nel Libro delle Preghiere con le parole «nel bene e nel male». È il principio che tutte le cose nobili vanno pagate, anche se le si paga soltanto con una promessa. Non si ritira il proprio interesse dall’Inghilterra come lo si ritira dai Titoli di Stato. Un uomo non è inglese a meno che non sappia sopportare persino il declino e la morte dell’Inghilterra. E proprio come ogni cittadino è un soldato in potenza, così ogni moglie o marito è un’infermiera d’ospedale in potenza — o persino un guardiano di manicomio. Poiché, per quanto tutti dovremmo approvare che certe tragedie vengano mitigate da una separazione celibe — pure quanto più reale amore e onore vi sono stati nel matrimonio, tanto meno reale sarà la mitigazione nel distacco. Ma questo sano istinto pubblico, sia riguardo al patriottismo sia riguardo al matrimonio, insiste anche perché il primo voto o obbligo venga mitigato, non semplicemente cancellato e dimenticato. Più d’una brava donna ha amato e rifiutato un uomo dubbio, con la clausola che non ne avrebbe sposato nessun altro; la vecchia istituzione del matrimonio nutre lo stesso sentimento riguardo alla tragedia che è post-matrimoniale. La cosa rimane reale; lega a qualcosa. Se sarò esiliato dall’Inghilterra andrò a vivere su un’isola da qualche parte e sarò allegro quanto più potrò. Ma non diventerò patriota di nessun’altra terra.