Gran Bretagna e la prossima guerra
Nota: Sir Arthur Conan Doyle è sia lo storico della Guerra Boera che il creatore di Sherlock Holmes, un esperto delle operazioni militari e un ingegnoso ideatore di intrighi; è al contempo un patriota appassionato e un pensatore chiaro e logico.
Nel 1913, per attirare l’attenzione dei suoi connazionali sulle avvertenze espresse apertamente dal generale von Bernhardi nel suo libro Germania e la prossima guerra, Sir Arthur analizzò i ragionamenti del generale tedesco contro l’Inghilterra, rispondendo alle sue argomentazioni alla luce della storia e della ragione. La sua sintesi dei motivi e dei piani tedeschi è particolarmente preziosa per gli americani, soprattutto alla luce degli eventi successivi; inoltre, le sue ironie leggere nei confronti di alcune affermazioni di Bernhardi sono davvero deliziose. Il suo piano dettagliato per la difesa nazionale rappresenta un interesse particolare per ogni americano che abbia mai attraversato la Manica, mentre i suoi consigli ai propri connazionali irlandesi sembrano profetici.
È impressionante constatare che un membro della Società Anglo-Germanica, che non ha mai creduto seriamente nella cosiddetta “minaccia tedesca”, abbia percepito così profondamente le implicazioni della “filosofia” di Bernhardi da scrivere: “Contro ognuna delle sue affermazioni posso obiettare. Ma questo è irrilevante. Non ci interessa il suo ragionamento, bensì i suoi risultati. Questi risultati sono chiari: lui, una persona di grande influenza e membro della classe dirigente tedesca, ci dice apertamente che la Germania attaccherà non appena ne avrà l’opportunità. Ripeto: saremmo pazzi se non prendessimo questa minaccia molto seriamente.”
Gran Bretagna e la prossima guerra
Sono membro della Società Anglo-Germanica per il miglioramento delle relazioni tra i due paesi, e non ho mai creduto seriamente alla minaccia tedesca. Spesso mi sono trovato in compagnia di inglesi colti che ritenevano tale minaccia inesistente, o al massimo grandemente esagerata.
Questa conclusione si basava su due motivi principali. Primo: sapevo che sarebbe stato impossibile attaccare la Germania se non in presenza di provocazioni estreme. Data la struttura del nostro governo, anche se le autorità supreme lo avessero desiderato, sarebbe stato totalmente impraticabile, poiché una guerra estera non poteva essere vinta dalla Gran Bretagna senza il consenso della stragrande maggioranza dei suoi cittadini. La nostra politica estera, come quella interna, è guidata dal voto del proletariato: sarebbe impossibile intraprendere una guerra aggressiva contro qualsiasi potenza se il pubblico non ne fosse convinto della giustizia e necessità. Per questo motivo, non avremmo mai potuto attaccare la Germania.
D’altra parte, sembrava altrettanto improbabile che la Germania ci attaccasse. Non si capiva quale vantaggio potesse trarne: aveva già nemici alle sue frontiere orientali e occidentali, e non era certo probabile che cercasse intenzionalmente di provocare il potente Impero britannico. Se avesse dichiarato guerra e l’avesse persa, il suo commercio ne avrebbe risentito e il suo impero coloniale in via di sviluppo sarebbe stato distrutto; se invece avesse vinto, non era chiaro quando avrebbe potuto ottenere qualche vantaggio concreto. Non avremmo potuto offrirle condizioni commerciali migliori di quelle che già possiede; né le avremmo potuto fornire colonie abitate da bianchi, poiché sarebbe stato impossibile conquistarle contro la resistenza degli abitanti locali. Un risarcimento finanziario non avrebbe mai potuto essere ottenuto con la forza. Al massimo, alcune stazioni carbonifere e qualche colonia tropicale, di cui già disponeva in abbondanza. Ma un simile premio valeva davvero il rischio di una guerra del genere? A mio parere, c’era solo una risposta possibile.
Ancora oggi ritengo che questa analisi sia solida; penso ancora che attaccare deliberatamente la Gran Bretagna da parte della Germania sarebbe un atto folle. Ma purtroppo, un attacco motivato da errori è altrettanto dannoso di qualsiasi altro, e i danni vengono causati prima ancora che si renda conto dell’assurdità di tale azione. Se ora credo che un attacco possa essere possibile, e forse imminente, è perché ho studiato il libro “La Germania e la prossima guerra” del generale von Bernhardi.
Un libro scritto da un tale uomo non può essere considerato semplicemente il delirio di un anglofobo pan-germanico. A quanto pare, lui non è affatto un pan-germanico; non vi è alcuna allusione a quella “Germania irredenta” che rappresenta il sogno del suo partito. È una persona di rilievo, l’autorità più autorevole in Germania su alcuni aspetti della scienza militare. Ma ha lo stesso peso quando parla di politica internazionale e dell’uso effettivo di quelle potenti forze che ha contribuito a creare? Speriamo di no. Tuttavia, quando un uomo parla con la massima autorità su un certo argomento, la sua voce non può essere completamente ignorata su un tema correlato. Inoltre, si impegna costantemente, e con successo, nel far comprendere al lettore di essere il diretto discepolo moderno di quella corrente di pensiero tedesca che va da Federico II a Bismarck fino ai giorni nostri. Si muove in ambienti che effettivamente influenzano le azioni del suo paese in modi che non abbiamo equivalenti. Per tutte queste ragioni, le sue opinioni non possono essere ignorate facilmente e dovrebbero essere studiate con molta attenzione dai britannici. Sappiamo di non desiderare la guerra e vogliamo solo essere lasciati in pace. Purtroppo, per fare la pace servono due persone, proprio come per iniziare una lite. Qui c’è un’affermazione molto chiara: la lite è imminente, e dobbiamo pensare ai mezzi – militari, navali e finanziari – con cui possiamo affrontarla. Poiché il libro di von Bernhardi potrebbe non essere accessibile a tutti i lettori di questo articolo, inizierò fornendo una descrizione della situazione come la vede lui, nonché del percorso d’azione che prevede e raccomanda. Inizia il suo ragionamento con l’affermazione senza compromessi che la guerra è in sé una cosa positiva: ogni progresso si basa sulla lotta, e ogni nazione ha il diritto – anzi, il dovere – di usare la violenza quando i suoi interessi sono in gioco e c’è una possibilità ragionevole di successo. Riguardo all’obiezione ovvia secondo cui tale dottrina non abbia alcuna relazione con il cristianesimo, lui non è disposto ad ammettere la validità dell’etica cristiana nella pratica internazionale; anzi, in un passaggio ingegnoso cerca persino di far leva sulla sanzione del cristianesimo a sostegno delle sue posizioni belliciste. Dice: “Ancora una volta, dal punto di vista cristiano, arriviamo alla stessa conclusione. La morale cristiana si basa infatti sul principio dell’amore: ‘Amate Dio sopra ogni cosa e il vostro prossimo come voi stessi’. Questo principio non può avere alcun significato nelle relazioni tra un paese e un altro, poiché la sua applicazione alla politica porterebbe a conflitti di doveri. L’amore che un uomo prova per un altro paese implicherebbe necessariamente una mancanza di amore per i propri connazionali; un simile sistema politico condurrebbe inevitabilmente in errore gli uomini. La morale cristiana è personale e sociale, e per sua natura non può essere politica. Il suo scopo è promuovere la moralità individuale, affinché le persone possano lavorare altruisticamente nell’interesse della comunità. Ci dice di amare i nostri nemici individuali, ma non elimina il concetto stesso dell’inimicizia.”
Avendo così stabilito la tesi generale secondo cui una nazione non dovrebbe esitare a dichiarare guerra quando un vantaggio materiale ne possa derivare, egli espone molto chiaramente alcune delle cause di guerra che la Germania può trovarsi di fronte. I seguenti passaggi ne gettano luce:
“Le nazioni forti, sane e in fiore aumentano di numero. A un certo punto necessitano di un’espansione continua dei loro confini, di nuovi territori per ospitare la loro popolazione in eccesso. Poiché quasi tutte le parti del globo sono già abitate, i nuovi territori devono essere ottenuti, di norma, a scapito dei loro possessori – cioè attraverso la conquista, che diventa così una legge di necessità.”
Inoltre:
“Infine, in tutti i tempi il diritto alla conquista per mezzo della guerra è stato riconosciuto. Può accadere che un popolo in crescita non riesca ad ottenere colonie da razze non civilizzate, eppure lo Stato desideri mantenere la popolazione in eccesso che il paese d’origine non è più in grado di sostenere. In tal caso, l’unica soluzione rimane quella di acquisire i territori necessari attraverso la guerra. Così, l’istinto di autoconservazione conduce inevitabilmente alla guerra e alla conquista di terre straniere. Non è il possessore del territorio, ma il vincitore, a detenere tale diritto.”
E conclude:
“L’arbitrato può rivelarsi particolarmente dannoso per un popolo che non ha ancora raggiunto il suo apice politico e nazionale, e che è determinato ad ampliare il proprio potere al fine di svolgere un ruolo degno nel mondo civile.”
Aggiunge inoltre:
“Bisogna ricordare che una decisione pacifica emessa da un tribunale arbitrale non può mai sostituire, per effetti e conseguenze, una decisione bellicosa, nemmeno per lo Stato a favore del quale viene pronunciata.”
Per molti di noi, sembrerebbe una legittima estensione dell’argomentazione dell’autore il dire che avrebbe un effetto positivo sul nostro carattere se, quando abbiamo dei reclami nei confronti del nostro vicino, ci astenessimo dal portarli in tribunale e ci limitassimo a rompergli la testa con un bastone. Tuttavia, qui non ci interessa tanto la validità degli argomenti del generale tedesco quanto la loro applicazione pratica, nel contesto delle nostre situazioni personali.
Mettendo da parte coloro che sostengono la pace, lo scrittore prosegue: “Di fronte a tali opinioni, prodotte da un’umanità falsa, è necessario dare una risposta chiara e decisa: in alcune circostanze, non solo i diritti, ma anche il dovere morale e politico di uno statista consistono nel scatenare una guerra. Gli atti dello Stato non possono essere giudicati secondo gli standard della moralità individuale.” Citando Treitschke: “Il dovere cristiano di sacrificarsi per qualcosa di più alto non esiste nello Stato, poiché nella storia del mondo non c’è nulla di più alto dello Stato stesso; pertanto lo Stato non può sacrificarsi per nulla di più alto.” Si sarebbe potuti sperare che un ideale nobile e uno scopo morale rappresentassero qualcosa di più elevato, ma sarebbe vano affermare che qualsiasi paese, compreso il nostro, abbia mai realmente aderito pienamente a tale dottrina. Eppure, ogni sforzo consapevole, per quanto imperfetto, è certamente meglio di una negazione deliberata.
Dopo aver enunciato queste proposizioni generali sul valore della guerra e sull’inesistenza di obblighi morali internazionali, il generale von Bernhardi passa a esaminare in dettaglio la posizione generale della Germania e l’applicazione pratica di tali dottrine. Entro i limiti di questo articolo, posso solo fornire una panoramica generale della situazione come la vede lui. La guerra è necessaria per la Germania; deve essere intrapresa non appena possibile, soprattutto quando certi fattori lo rendono vantaggioso per i suoi nemici. I principali di questi fattori sono la ricostruzione della flotta russa, che avverrà entro pochi anni, e la preparazione di una forza coloniale francese pronta a partecipare alle ostilità europee. Anche questo processo, sebbene già iniziato, richiederà alcuni anni per essere completato; quindi il futuro immediato rappresenta l’opportunità migliore per la Germania.
In questa guerra, la Germania nutre scarse fiducie nell’Italia come alleata, poiché i loro interessi sono in gran parte divergenti; tuttavia assume una solidarietà totale con l’Austria. L’Austria e la Germania devono fare i conti con la Francia e la Russia. La Russia si muove lentamente, mentre la Germania, grazie alla sua rapida mobilitazione, potrebbe attaccare la Francia senza rischi per le sue retrovie. Se riuscisse a ottenere una vittoria decisiva fin dall’inizio, la Russia potrebbe rifiutarsi di negoziare, soprattutto se si potesse far sì che sembrasse che fosse stata la Francia ad attaccare per prima. Prima che la lenta mentalità slava comprendesse appieno la situazione e mettesse in movimento le sue forze imponenti, il suo alleato potrebbe essere sconfitto, lasciandola di fronte alle due potenze germaniche, che sarebbero più che adeguate per affrontarla.
L’esercito tedesco, che dovrebbe essere lo strumento di questo dramma mondiale. Il generale von Bernhardi esprime l’opinione più alta al riguardo: “Lo spirito che anima le truppe, l’ardore offensivo, l’eroismo e la lealtà che prevalevano tra loro giustificano le aspettative più elevate. Sono certo che, se dovranno presto essere chiamati alle armi, le loro imprese sorprenderanno il mondo, a condizione che siano guidati con abilità e determinazione”. È difficile comprendere in quale modo sia stato verificato il loro “ardore offensivo”, ma probabilmente il mondo concorderà sul fatto che l’esercito tedesco rappresenti una forza estremamente temibile. Tuttavia, quando egli afferma che i tedeschi sicuramente sconfiggeranno i francesi, dato che le due armate sono di circa uguali forze, non è così facile seguire il suo ragionamento. È possibile che anche un’autorità così prestigiosa come il generale von Bernhardi non abbia apprezzato appieno quanto la Germania sia stata maestra del mondo in materia militare, e quanto i suoi “alunni” abbiano efficacemente accolto queste lezioni. Quell’attenzione ai dettagli, quella perfezione nell’organizzazione delle operazioni di mobilitazione e quella cura nella preparazione che hanno portato i tedeschi a vittorie in passato, potrebbero ora rivelarsi contro di loro; è possibile che altri riescano a eguagliare le loro stesse qualità. Povera Francia: una volta conquistata, verrà trattata con estrema durezza. Ecco il passaggio che descrive il suo destino: “In un modo o nell’altro dobbiamo regolare i conti con la Francia, se vogliamo avere libertà di manovra nella nostra politica internazionale. Questa è la prima e principale condizione per una sana politica tedesca. E poiché l’ostilità della Francia non può essere eliminata attraverso tentativi pacifici, la questione deve essere risolta con la forza delle armi. La Francia deve essere completamente distrutta, in modo che non possa mai più rappresentare un ostacolo per noi”. Non si spiega come la Germania possa annientare definitivamente la Francia. E è difficile immaginarlo. Un’indennità, per quanto ingente, verrebbe comunque pagata e la Francia potrebbe riprendersi. La Germania ha trovato le province di confine a metà tedesche che ha annesso, troppo difficili da integrare; difficilmente riuscirebbe ad assorbire la Champagne o qualsiasi altro territorio puramente francese. L’Italia potrebbe annettersi parte della Savoia e della Riviera Francese. Ma se il paese venisse artificialmente diviso, le sue varie parti si unirebbero di nuovo non appena ne avessero l’occasione. Insomma, rendere la Francia permanentemente “sterile” non sarebbe affatto facile. Probabilmente ci si proverebbe imponendo la condizione che in futuro nessun esercito, se non per scopi di polizia, potesse essere utilizzato. Tuttavia, anche la storia della Prussia dimostra che una proibizione così rigida può essere aggirata da un popolo conquistato ma indomabile.
Ora rivolgiamoci alle opinioni del generale von Bernhardi su di noi. Per molti di noi è interessante conoscere quali siano stati quegli episodi storici che hanno indotto lui e molti dei suoi connazionali a criticare aspramente il nostro passato nazionale. Dal nostro punto di vista, in passato abbiamo più volte aiutato la Germania senza chiedere alcuna ricompensa se non la consapevolezza di aver collaborato a una causa comune: fu così negli anni di Marlborough, di Federico e anche di Napoleone. Non c’è alcun accenno a questi legami, che per noi erano importanti, in questo libro; al contrario, vi sono riferimenti molto aspri ad altri eventi storici che, a nostro parere, non rappresentano motivi sufficienti per l’odio internazionale. Possiamo davvero rallegrarci come nazione, se non possiamo essere accusati di nulla di più grave di ciò che è contenuto nel libro di questo generale tedesco. Il primo episodio su cui si sofferma riguarda il vecchio rancore tedesco per l’abbandono di Federico il Grande da parte dell’Inghilterra nel 1761. Si potrebbe pensare che in simili questioni esistano delle scadenze temporali, ma a quanto pare per i tedeschi non ne esiste alcuna. Ammettiamo pure che la cessazione prematura di una campagna militare possa essere considerata ingiusta nei confronti dei propri alleati, e riconosciamo anche che un governo britannico, sotto il suo sistema partitico, non possa mai essere un alleato assolutamente affidabile. Tuttavia, in questa vicenda esistevano diverse circostanze attenuanti: avevamo combattuto per cinque anni, fornendo ingenti aiuti a Federico e inviando truppe britanniche nel cuore della Germania. La pressione era molto elevata, ma quella guerra non influenzava direttamente i nostri interessi nazionali. Il popolo britannico riteneva, non del tutto a torto, che la guerra fosse combattuta a vantaggio di Hannover e riguardasse più una questione tedesca che britannica. Quando noi ci ritirammo, anche la Francia fece lo stesso, quindi l’equilibrio dei poteri tra le parti in conflitto non venne gravemente alterato. Inoltre, è interessante notare che proprio quel trattamento che il generale von Bernhardi tanto criticava era esattamente quello che Federico stesso aveva riservato ai suoi alleati alcuni anni prima, alla fine della campagna di Slesia: in quell’occasione aveva concluso una pace separata con Maria Teresa, lasciando che i suoi alleati, Francia e Baviera, affrontassero da soli l’attacco austriaco.
Infine, l’intero episodio deve essere giudicato con le parole di uno scrittore moderno: “Possono sorgere circostanze più potenti delle intenzioni più onorevoli; in tali casi, gli interessi stessi del paese – considerati, ovviamente, nel senso più alto dell’etica – devono decidere la situazione”. Queste parole non provengono dall’opera di un apologeta britannico, ma proprio dal libro di von Bernhardi, che rimprovera l’Inghilterra per il suo presunto attaccamento a tali principi. Von Bernhardi cita anche, con approvazione, le parole di Treitschke: “Federico il Grande fu accusato per tutta la vita di tradimento, perché nessun trattato o alleanza avrebbe mai potuto convincerlo a rinunciare al diritto alla libera autodeterminazione”. Lasciando da parte questa antica questione legata alla Guerra dei Sette Anni, è interessante cercare di scoprire se esistano altri motivi concreti nel passato per la condanna della Germania. Vengono citati due ulteriori esempi storici come dimostrazione della nostra perfidia: il bombardamento di Copenaghen nel 1807, quando i britannici presero possesso forzatamente della flotta danese in tempo di pace. Bisogna ammettere che si trattò di un passo estremo, giustificabile soltanto per motivi di assoluta necessità legati alle esigenze nazionali vitali. Il governo britannico dell’epoca riteneva che Napoleone stesse per impossessarsi della flotta danese e usarla contro di loro; Fouche, nelle sue memorie, ha ammesso che tale diritto era effettivamente previsto da una clausola segreta del Trattato di Tilsit. Si trattava di un momento disperato, in cui venivano adottate misure estreme contro di noi; si potrebbe quindi sostenere che simili azioni fossero necessarie per legittima difesa. Una volta intrapresa questa iniziativa e visto che la nostra richiesta venne rifiutata, non rimase altra scelta se non il bombardamento della città, con i conseguenti danni alla popolazione civile. Non si tratta di un atto di cui dobbiamo andare fieri; al massimo può essere descritto come una necessità dolorosa e sfortunata. Tuttavia, sarei sorpreso se i danesi, ripensandoci oggi, lo giudicassero più severamente di alcune esperienze più recenti vissute a causa dei connazionali dello stesso von Bernhardi. Il fatto che egli stesso sia pronto a intraprendere azioni simili, su scala molto più ampia e con motivazioni ancora più discutibili, è dimostrato dalla sua dichiarazione secondo cui, se l’Olanda non si schiererà contro l’Inghilterra nella prossima guerra, sarà invasa dalle truppe tedesche.
Il prossimo attacco storico del generale von Bernhardi riguarda il bombardamento di Alessandria nel 1882, che descrive come avvenuto sotto pretesti ipocriti in un periodo di pace. Per coloro che ricordano quell’evento e sono a conoscenza del movimento anti-europeo dell’Arabia e dei massacri che precedettero il bombardamento, tale accusa appare grottesca. Tuttavia, è proprio con argomentazioni di questo genere che questo pubblicista tedesco cerca di mascherare i propri pregiudizi e gelosie irrazionali nei confronti di questo paese. Viene nuovamente sollevata l’assurda ipotesi secondo cui il governo britannico avrebbe dichiarato guerra ai Boeri al solo scopo di impossessarsi delle loro miniere d’oro, anche se si potrebbe pensare che persino la stampa scandalistica che ne aveva fatto le spese dodici anni prima l’avesse ormai abbandonata. Se il generale von Bernhardi riuscirà a dimostrare in modo concreto come il governo britannico abbia tratto beneficio da queste miniere, o se sia mai stato un singolo azionista straniero privato delle proprie quote, allora sarà il primo ad fornire prove valide a sostegno di questa ridicola accusa. In un precedente passaggio del suo libro afferma che fu il presidente Kruger ad aver scatenato la guerra, e che tale decisione fosse lodevole. Entrambe le affermazioni non possono essere vere: se fu Kruger ad iniziare la guerra, allora essa non fu imposta dalla Gran Bretagna al fine di impossessarsi delle miniere d’oro. Per quanto riguarda le specifiche accuse contro la Gran Bretagna, è difficile considerarle così gravi da mettere in ombra tutte le ragioni storiche, razziali e religiose che uniscono i due paesi. Tuttavia ci interessano soprattutto le conclusioni a cui arriva il generale von Bernhardi, poiché dichiara che il suo paese è pronto ad agire in base ad esse. Esistono due motivazioni principali per cui ritiene che la Germania debba dichiarare guerra all’Impero britannico: il primo è quello di agire come campione dell’umanità nel perseguire quella che definisce “la libertà dei mari”; il secondo è quello di favorire l’espansione della Germania come potenza mondiale, ostacolata dall’opposizione britannica. Il primo di questi motivi è difficile da comprendere: il potere marittimo britannico è sempre stato utilizzato per garantire, e non per distruggere, la libertà dei mari. Quale piccola nazione è mai stata ostacolata nel svolgere le proprie attività legittime? Solo i pirati, gli schiavisti e i trafficanti di armi possono lanciare simili accuse. Se il semplice fatto di disporre di una forza marittima preponderante costituisce un’intrusione nella libertà dei mari, allora ogni nazione dovrebbe essere ritenuta colpevole di questo. Dopo la nostra moderata supremazia marittima, possiamo ben dire alla Germania ciò che Carlo disse a Giacomo: “Nessuno ucciderà me per metterti sul trono”. Il suo mandato non è affatto condiviso da coloro che pretende di rappresentare.
Ma l’accusa seconda è ancora più formidabile. Noi ostacoliamo le ambizioni mondiali della Germania, anche se, geograficamente parlando, si trovano proprio nei nostri territori. Ma se ci pensiamo bene, di cosa la priviamo realmente? E il raggiungimento di tali obiettivi ha davvero una tale importanza vitale? Ostacoliamo il suo commercio? Al contrario, dimostriamo una generosità che non riceve alcun riconoscimento, e che molti di noi considerano addirittura eccessiva. I suoi prodotti industriali entrano nel nostro paese senza tasse, mentre i nostri vengono bloccati in Germania da un dazio del venti per cento. In India, Egitto e in ogni colonia che non controlla direttamente la propria politica finanziaria, i prodotti tedeschi sono accettati allo stesso modo dei nostri. Nessuna guerra vittoriosa potrebbe migliorare la sua posizione in questo senso. Tuttavia, c’è la questione dell’espansione coloniale. Il generale von Bernhardi prevede che la Germania stia aumentando la propria popolazione a un ritmo tale da rendere necessaria presto l’emigrazione per alleviare questa pressione. È una ambizione nazionale del tutto naturale che queste emigrazioni avvengano in luoghi dove i coloni non perdano la propria bandiera o nazionalità. Ma se la Gran Bretagna scomparisse, dove troverebbero tali luoghi? Non in Canada, Australia, Sudafrica o Nuova Zelanda: questi paesi non potrebbero essere conquistati se la “Madre Patria” non esistesse più. Il generale von Bernhardi parla delle terre alte dell’Africa, ma la Germania possiede già zone simili in Africa, e la loro colonizzazione non è stata un successo. Si può davvero indicare un solo luogo sulla superficie terrestre adatto all’insediamento dei bianchi, da cui la Germania sia esclusa a causa dell’esistenza della Gran Bretagna? È vero che il vasto continente del Sud America è scarsamente popolato, con una popolazione complessiva circa pari a quella della Prussia. Ma questa è una questione di cui gli Stati Uniti, e non noi, sono i principali interessati; inoltre, non è nel nostro interesse né opporci né sostenere tale tendenza. Tuttavia, per quanto tutte queste ragioni per la guerra possano sembrare insufficienti a un britannico, bisogna ricordare che dobbiamo considerarle come se fossero derivate dalle premesse più logiche. Queste conclusioni si esprimono in frasi del tipo: “Ciò che ora desideriamo ottenere deve essere conquistato a prezzo di una lotta contro forze ostili e potenze più potenti”. “Poiché questa lotta è necessaria ed inevitabile, dobbiamo combatterla a tutti i costi”. “Un accordo pacifico con l’Inghilterra è un’illusione: nessun serio statista tedesco si preoccuperebbe di seguirlo. Dobbiamo sempre tenere presente la possibilità di una guerra con l’Inghilterra e pianificare le nostre politiche e strategie militari di conseguenza. Non dobbiamo dare peso alle proteste pacifiste dei politici, degli pubblicisti e degli utopisti inglesi: esse non possono cambiare la realtà delle cose”.
La situazione nel mondo mostra chiaramente che non potrà esserci che un breve respiro prima di doverci nuovamente confrontare con la questione se dovremo difendere la nostra posizione nel mondo o rinunciarvi per sempre. In nessun caso possiamo aspettare che i nostri avversari completino il loro armamento e decidano che è arrivato l’ora dell’attacco.
Anche i tentativi inglesi di riconciliazione non devono farci perdere di vista la realtà della situazione. Al massimo, possiamo utilizzarli per ritardare una guerra necessaria e inevitabile, fino a quando potremo sperare con ragionevole certezza di avere qualche possibilità di successo.
Quest’ultima frase dovrebbe essere chiara a coloro che in passato hanno lavorato per migliorare i rapporti tra i due paesi. Eppure è proprio quest’uomo che osa accusarci di tradimento nazionale.
Questi estratti sono solo alcuni di una lunga serie di dichiarazioni che dimostrano, senza alcun dubbio, che la Germania, attraverso il generale von Bernhardi come esponente delle sue intenzioni, attaccherà sicuramente noi non appena ne avrà l’opportunità. Il primo segnale di un tale attacco sarebbe un attacco con i torpedini contro la nostra flotta, e un messaggio via radio inviato alle navi da guerra tedesche per farle uscire le armi nascoste e trasformarle in incrociatori pronti ad attaccare il nostro commercio. Questa è la situazione che descrive. Forse si sbaglia, ma questa è la sua opinione e il suo consiglio.
Traccia i lineamenti generali di una guerra tra Inghilterra e Germania: se la Francia fosse coinvolta, verrebbe annientata, come già descritto. Ma supponiamo che i due rivali rimangano faccia a faccia. Olanda e Danimarca dovrebbero essere costrette ad allearsi con la Germania, altrimenti sarebbero conquistate. La flotta tedesca verrebbe trattenuta sotto la protezione delle fortezze terrestri; intanto, torpedini, sottomarini e aeroplani verrebbero utilizzati per indebolire gradualmente le squadre di bloccoaggio. Quando queste fossero sufficientemente ridotte, la flotta tedesca avrebbe l’opportunità di attaccare. Per quanto riguarda le possibilità di successo, ritiene che, in termini di materiali e personale, le due flotte possano essere considerate equivalenti, una volta che il numero delle navi fosse stato equilibrato. Per quanto riguarda la qualità delle armi, ritiene che i tedeschi abbiano il vantaggio; non parla esplicitamente di abilità nel tiro, ma crede che i suoi connazionali siano avanti rispetto agli altri in campo torpediniere. Per quanto riguarda gli aeroplani – che saranno di fondamentale importanza sia per le ricognizioni che per le attacchi effettivi – ritiene anche che il suo paese abbia un notevole vantaggio.
Ecco, in forma condensata, la tesi generale e le previsioni di questo famoso ufficiale tedesco. Se fossero vere, giorni terribili attenderebbero sia il suo paese che il nostro. Si potrebbe trovare un po’ di consolazione nel constatare che, oveunque tenti di comprendere i nostri sentimenti, commette gli errori più gravi. Ad esempio, afferma come axioma che, se fossimo in difficoltà, le colonie approfitterebbero dell’occasione per abbandonarci; noi sappiamo invece che proprio una situazione del genere porterebbe alla formazione di un’unione federale dell’Impero. È anche convinto che in questo paese esista un profondo risentimento commerciale e politico nei confronti degli Stati Uniti, risentimento che potrebbe facilmente sfociare in guerra; noi sappiamo invece che tale sentimento non esiste affatto, e che anzi vorremmo vedere il tridente nelle mani dei nostri cugini americani. Tuttavia, una cosa che dice è assolutamente vera: l’idea di una guerra tra Germania e noi non è mai entrata nella mente di nessuno in questo paese prima del 1902. Perché proprio quell’anno? Se tale sentimento fosse nato da un risentimento commerciale da parte della Gran Bretagna, si sarebbe manifestato molto prima, già con l’emanazione delle norme “Made in Germany”. È emerso nel 1902 perché quel fu l’epilogo della guerra boera, e perché l’ostilità acerrima dimostrata dai tedeschi in quella guerra ci ha fatto rendere conto che sarebbero stati capaci di farci del male se ne avessero avuto l’opportunità. Quando la legge navale tedesca del 1900 ha lasciato intendere che presto avrebbero avuto i mezzi per farlo, sono sorti i primi timori per il nostro futuro; la politica tedesca ci ha spinto sempre di più tra le file dei nostri oppositori. In questo senso, il generale von Bernhardi ha ragione; ma in quasi tutti gli altri aspetti riguardanti i nostri sentimenti e le nostre opinioni, si sbaglia; quindi è probabile che anche su quelle questioni, nelle quali non possiamo contraddirlo – come il corso del pensiero e delle azioni tedesche nel futuro – abbia torto. Tuttavia, ripeto: è una persona di grande rilievo e reputazione, e saremmo pazzi se non prendessimo sul serio le opinioni che ha espresso.
Ho intitolato questo articolo “La Gran Bretagna e la prossima guerra”, poiché esamina gli argomenti e i problemi sollevati dal generale von Bernhardi nel suo libro “Germania e la prossima guerra” dal punto di vista britannico. Spero che si dimostri che tale titolo è assurdo e che quella guerra non sia altro che un’ipotesi fantasiosa. Ma prima di concludere, vorrei dedicare alcune pagine alle mie considerazioni sulle misure difensive del nostro paese. So bene di non parlare con l’autorità di un esperto, il che rende ancora più imbarazzante il fatto che le mie opinioni non coincidano con quelle di nessuno che abbia incontrato in questa controversia. Tuttavia, è meglio essere una voce, per quanto debole, piuttosto che un semplice eco.
Sarebbe più semplice discutere se iniziasse eliminando certi fattori che, a mio parere, solo complicano la questione, poiché vengono continuamente messi in primo piano a scapito delle vere problematiche sottostanti. Uno di questi fattori è la presunta possibilità di un’invasione, sia su larga scala che sotto forma di raid. Le nostre più alte autorità navali dell’epoca hanno dichiarato impossibile una simile invasione, e non credo che nessuno possa leggere il Memorandum di Wilson senza essere convinto dalla sua logica stringata. Von Bernhardi, nel suo capitolo sui possibili metodi per danneggiare la Gran Bretagna, pur trattando l’argomento con grande franchezza, respinge l’idea sia di raid che di invasione in poche frasi brevi. A mio parere, il raid rappresenta l’ipotesi meno plausibile delle due. Un’invasione, almeno, comporterebbe un rischio mortale, ma potrebbe rappresentare una scommessa finale; un raid, invece, significherebbe sicuramente la perdita di un gruppo di soldati selezionati, che sono senz’altro il fiore dell’esercito. Un raid non potrebbe avere alcun effetto duraturo sulla guerra e disturberebbe l’equilibrio del potere militare tra Germania e i suoi vicini. Se la Germania fosse un’isola come noi, potrebbe correre un simile rischio; ma essendo stretta tra due nazioni armate altrettanto forti di sé, non credo che esista la minima possibilità che ciò accada. Tuttavia, se, come dice von Bernhardi, tali piani sono solo visionari, qual è allora lo scopo effettivo di un’esercito territoriale, e ancora di più, quale sarebbe lo scopo di un esercito di servizio nazionale su base obbligatoria per la difesa del paese? Non si tratta forse di uno spreco di denaro ed energie che potrebbero essere utilizzati in modo più proficuo in altri ambiti? Tutti provano grande affetto e stima per Lord Roberts, soprattutto chi ha l’onore di conoscerlo personalmente; quindi si esita a esprimere opinioni che potrebbero non essere gradite. Eppure lui stesso ammetterebbe che è nostro dovere contribuire al dibattito con le nostre idee, se queste sono state formulate con coscienza e se crediamo sinceramente che rappresentino il miglior percorso d’azione per il nostro paese. Per quanto riguarda il suo argomento a favore del servizio militare obbligatorio basato sulla salute e sulla forma fisica dei cittadini, penso che si basi su fondamenti inattaccabili. Tuttavia, non riesco a credere che sia stata dimostrata la validità dell’idea di sostituire i volontari con soldati reclutati con la forza, soprattutto considerando il modo in cui questi ultimi hanno sempre prestato servizio in passato. Per quanto grande sia l’esperienza di Lord Roberts, qui sta parlando di qualcosa che non conosce bene, poiché non ha mai visto un soldato britannico reclutato con la forza e quindi non dispone di dati per confrontarlo con i soldati volontari attuali. Un tempo esistevano anche marinai britannici reclutati con la forza, e sono stati citati dati che mostrano come, su 29.000 uomini arruolati, 27.000 siano fuggiti dalla flotta per diserzione. Non sono certo questi uomini a vincere le nostre battaglie.
Il ragionamento a favore del servizio obbligatorio si basa sull’argomentazione secondo cui l’esercito territoriale è carente sia in termini di numeri che di qualità. Tuttavia, se escludiamo la possibilità di un’invasione dai nostri calcoli, questa carenza diventa meno rilevante. L’esercito territoriale rappresenta in realtà una sorta di scuola per i futuri soldati; l’esercito regolare dispone infatti di altre riserve da utilizzare prima ancora che questi giovani raggiungano il livello necessario di esperienza. L’esperienza dimostra che, in una nazione guerriera come la nostra, le file dell’esercito si riempiono rapidamente non appena scoppiano le ostilità, e la qualità delle truppe migliora in modo significativo nel corso del conflitto. È assurdo sostenere che, solo perché la Bulgaria può inviare le sue truppe in Turchia in un giorno, anche noi dovremmo sempre essere pronti alla guerra. Il confine tra Turchia e Bulgaria è una linea di posti di guardia; il confine anglo-tedesco, invece, rappresenta cento leghe di mare aperto.
Ma sono così ottimista da dire che non esiste pericolo di una guerra tedesca? Al contrario, ritengo che esista un grave pericolo, uno che ignoriamo e contro il quale potremmo, a un piccolo costo, prendere misure efficaci per proteggerci. Lasciate che provi a definire sia il pericolo che la soluzione. Per farlo, dobbiamo considerare le due diverse forme che una tale guerra potrebbe assumere: potrebbe trattarsi di uno scontro diretto tra due nazioni, oppure della Germania alleata della Francia contro la Gran Bretagna. Se la Germania attaccasse solo la Gran Bretagna, si può prevedere con certezza che la guerra sarebbe lunga, noiosa e probabilmente senza esito decisivo; in tal caso il nostro ruolo sarebbe relativamente passivo. Tuttavia, se la Germania attaccasse la Francia, il nostro ruolo diventerebbe molto più attivo, poiché non potremmo permettere che la Francia venisse sconfitta e, per fornirle un aiuto efficace, saremmo costretti a inviare truppe in Europa. Queste truppe avrebbero bisogno di rifornimenti militari e di essere mantenute in condizioni ottimali; quindi l’intero problema diventa molto più complesso.
Il fattore di pericolo, che è grave in entrambe le forme di guerra ma ancora più significativo nella seconda, riguarda l’esistenza di nuove tecniche belliche navali mai sperimentate fino ad ora e capaci di rivoluzionare completamente le condizioni dello scontro. Questi nuovi strumenti sono i sottomarini e gli aerei; questi ultimi, se non utilizzati esclusivamente per raccogliere informazioni, non sembrano rappresentare un vero pericolo, almeno non sufficientemente grave da alterare l’esito di una campagna militare. I sottomarini, invece, sono un problema completamente diverso: nessuna forma di blocco navale è in grado di trattenere questi mezzi nei porti, e nessuna abilità o coraggio umano può contrastarne efficacemente gli attacchi una volta che si trovano a distanza utile per colpire. Si potrebbe immaginare una situazione in cui le navi più grandi di entrambe le parti non riuscissero più a controllare i mari a causa di questi mezzi letali. Nessuno può escludere categoricamente che una tale eventualità sia impossibile. Vediamo quindi come ci colpirebbe se mai dovesse verificarsi.
In primo luogo, ciò non ci influenzerebbe affatto né per quanto riguarda le invasioni né i raid. Se i sottomarini tedeschi possono dominare le nostre grandi navi, i nostri sottomarini possono fare lo stesso con i loro. Dovremmo comunque essere in grado di controllare i mari con le nostre piccole imbarcazioni. Pertanto, se solo la Gran Bretagna fosse in guerra con la Germania, una tale rivoluzione navale influenzerebbe soltanto il nostro commercio e il nostro approvvigionamento alimentare. L’effetto esatto che uno stormo di sottomarini posizionati al largo della Manica e del Mar d’Irlanda avrebbe sul rifornimento di queste isole è un problema che va oltre le mie congetture. Oltre alle navi britanniche, altre sarebbero probabilmente distrutte, e ne deriverebbero complicazioni internazionali. Non riesco a immaginare che una tale flotta possa interrompere completamente, o anche solo in gran parte, i nostri rifornimenti. Tuttavia è certo che aumenterebbe notevolmente il prezzo di tutto ciò che riuscisse ad arrivare fino a noi. Pertanto, soffriremmo di privazioni, anche se non necessariamente al punto di essere costretti a negoziare una pace. Dall’inizio della guerra, ogni fonte di approvvigionamento interno sarebbe naturalmente incentivata, e è possibile che prima che i nostri rifornimenti esterni diminuissero seriamente, quelli interni fossero già sufficienti a colmare la carenza. Sia Lord Haldane che Lord Roberts hanno dichiarato che se perdessimo il controllo dei mari saremmo costretti a fare la pace. Tuttavia, si riferivano a una sconfitta navale totale, e non a uno stallo, che sembra essere l’alternativa più probabile. Per quanto riguarda una sconfitta navale totale, le nostre valutazioni, insieme alla grande lealtà dei dominioni d’oltremare, sembrano sufficienti per evitarla. È inutile cercare di spaventarci considerando l’intera forza dell’Alleanza Tripartita come possibile nemico, perché se loro entrassero in guerra, anche le forze dei nostri alleati sarebbero a disposizione. Dobbiamo pensare solo alla Germania: in tal caso, una predominanza dei sottomarini significherebbe soltanto un periodo difficile per il nostro paese, se combattessimo da soli contro di loro. Ma se fossimo alleati della Francia, la situazione diventerebbe infinitamente più grave. Non c’è bisogno di sottolineare che è di vitale importanza che la Francia non venga smembrata e indebolita: una tale tragedia trasformerebbe la metà occidentale dell’Europa in una sorta di “Germania gigante”, con pochi stati insignificanti ai suoi piedi. In quel caso, il periodo della sua dominazione mondiale sarebbe davvero arrivato. Pertanto, se la Francia venisse attaccata senza motivo, dovremmo fare di tutto per impedirle di cadere, e tra le misure da adottare vi sarà sicuramente l’invio di una forza expedizionale britannica per supportare il fianco sinistro, o quello belga, delle difese francesi. Tale forza potrebbe essere trasportata attraverso la Manica utilizzando forse un centinaio di navi da truppa, e successivamente sarebbero necessari continui trasporti per garantire i suoi rifornimenti.
Ecco, a mio parere, il materiale possibile per un grande disastro nazionale. Una flotta di trasporti del genere non può essere inviata all’improvviso; le sue preparazioni e il porto di partenza sono noti. Un singolo sottomarino in mezzo a una tale flotta sarebbe come una volpe in un pollaio, distruggendo vittima dopo vittima. Le possibilità sono spaventose: potrebbe non trattarsi di un solo sottomarino, ma di un intero squadrone. I trasporti terrorizzati si disperderebbero nell’oceano alla ricerca di un porto sicuro; il loro convoglio non potrebbe fare molto per aiutarli. Sarebbe un vero disastro, una sorta di inversione della Spagna Armada.
Se la traversata avvenisse direttamente dai porti orientali ad Anversa, il pericolo aumenterebbe; sarebbe minore se si facesse da Portsmouth a Le Havre. Tuttavia, questo viaggio richiederebbe sette ore, e le ferrovie da Le Havre al confine belga non sarebbero sufficienti per un simile convoglio. Senza dubbio lo Stretto di Dover verrebbe fortemente pattugliato dalle nostre imbarcazioni torpediniere, e la traversata avverrebbe soprattutto di notte, quando i sottomarini sono meno efficaci. Ma comunque, il rischio sembra davvero concreto. Quale pattuglia potrebbe impedire l’ingresso di un intero squadrone di sottomarini? Immagino che sia altrettanto difficile quanto tentare di bloccare lo Stretto a una scuola di balene.
Ma supponiamo che si possa evitare un tale disastro, e che, nonostante la preponderanza dei sottomarini, l’esercito riesca comunque a raggiungere la Francia o il Belgio in sicurezza: come possiamo garantire il passaggio sicuro di quella lunga flotta di navi che, per molti mesi, sarebbe necessaria per trasportare i rifornimenti indispensabili? Non potremmo farlo. L’esercito rischierebbe di trovarsi completamente isolato, con le sue linee di comunicazione interrotte, in un momento in cui la domanda sui risorse di tutti i paesi continentali è così elevata da non lasciare nulla per noi. A mio parere, questa situazione è del tutto possibile. E rappresenta, insieme al rischio legato ai trasporti, il più grande pericolo a cui potremmo essere esposti in una guerra tedesca. Ma questi pericoli, così come la questione alimentare di cui abbiamo già parlato, possono essere completamente prevenuti. In modo efficace, e utile sia in tempo di pace che in tempo di guerra. Il Tunnel della Manica è essenziale per la sicurezza della Gran Bretagna.
Non mi soffermerò qui sulle vantaggi commerciali o finanziari di un simile tunnel. Quando il commercio tra due grandi nazioni si concentra in un unico passaggio stretto, è evidente che qualsiasi società controlli tale passaggio possiede un investimento di grande valore, a condizione che i costi di costruzione non siano stati proibitivi. Il signor Rose Smith, rappresentante di una compagnia esperta in questo settore, ha stimato tali costi intorno ai cinque milioni di sterline. Anche se fossero il doppio, il triplo o il quadruplo di questa somma, si tratterebbe comunque di un progetto che prometterebbe grandi profitti; per questo motivo dovrebbe essere realizzato dallo stato, o dagli stati coinvolti, a beneficio comune. È infatti una questione troppo importante perché possa essere controllata da una società privata. Ma consideriamo ora le implicazioni di un simile tunnel in caso di guerra con la Germania. Tutti i pericoli che ho descritto verrebbero eliminati: potremmo disporre, attraverso Marsiglia e il tunnel, dell’intera risorsa alimentare del Mediterraneo e del Mar Nero. Le nostre forze militari potrebbero attraversare il tunnel senza essere influenzate dal tempo o dalle condizioni navali; in caso di attacco improvviso, un rafforzamento franco-britannico potrebbe essere inviato rapidamente dal continente. I tedeschi hanno costruito opere ingenti come il Canale di Kiel in previsione della guerra. La nostra risposta dovrebbe essere proprio il Tunnel della Manica, che ci avvicinerebbe ancora di più al nostro alleato. Anche se questo progetto fu abbandonato circa vent’anni fa, in realtà non è stato perso alcun tempo: i macchinari utilizzati per la perforazione sono migliorati enormemente, e ciò che un tempo avrebbe richiesto trent’anni ora può essere completato in soli tre. Se questa stima fosse corretta, potremmo ancora avere il tempo di realizzare questo progetto essenziale prima che scoppi la guerra minacciata dal generale von Bernhardi. Prima di concludere, diamo un’occhiata alle obiezioni sollevate in passato contro il tunnel. Tali obiezioni sono tuttora valide, anche se i vantaggi derivanti dalla sua costruzione sono aumentati a tal punto da far pendere decisamente la bilancia a favore di chi ne sostiene l’realizzazione. L’unica vera obiezione riguardava il timore che il tunnel potesse finire nelle mani sbagliate e venire utilizzato a scopi aggressivi militari. Non si intendeva con questo un’invasione diretta attraverso il tunnel stesso – invadere una nazione di quarantacinque milioni di persone attraverso un buco nel terreno lungo venticinque miglia sarebbe impensabile – ma che il tunnel potesse essere preso sotto controllo da una nazione straniera, che lo utilizzerebbe poi a scopi militari.
Al momento della discussione, le nostre relazioni con la Francia non erano affatto così amichevoli come sono ora, e naturalmente ci riferivamo soltanto alla Francia, poiché era già lei ad avere un’estremità del “tunnel”. Non abbiamo bisogno ora di discutere di altre nazioni, poiché queste dovrebbero necessariamente impossessarsi entrambe le estremità in modo sorprendente e poi mantenerle, il che è certamente inconcepibile. Attualmente siamo legati alla Francia da stretti vincoli di amicizia e interesse reciproco. Non abbiamo il diritto di presumere che rimarranno sempre su tali basi, ma poiché il pericolo comune sembra essere permanente, è improbabile che ci siano cambiamenti rapidi o improvvisi nelle nostre relazioni. Allo stesso tempo, in una questione così vitale come la nostra posizione all’estremità del tunnel di Dover, non possiamo essere troppo rigorosi nelle nostre precauzioni. Il tunnel dovrebbe sboccare in un punto controllato da cannoni; l’ingresso dovrebbe trovarsi all’interno delle linee di un accampamento fortificato, e una considerevole guarnigione dovrebbe essere mantenuta sempre pronta all’azione. Questa condizione già esiste a Dover, ma il numero dei soldati potrebbe benissimo essere aumentato. Come ulteriore precauzione, dovrebbe essere costruito un passaggio parallelo al tunnel, che possa essere distrutto in caso di necessità; questo passaggio dovrebbe avere un’uscita indipendente all’interno di una fortezza separata, in modo che la cattura dell’estremità del tunnel non impedisse la sua distruzione. Con tali precauzioni, anche i più diffidenti potrebbero ritenere che la nostra posizione insulare non sia stata effettivamente compromessa. Anche le antiche fortezze medievali disponevano di passaggi sottoterra come parte delle loro difese; questo è il nostro passaggio. Un nemico potrebbe distruggerlo in tempo di guerra? Secondo me, verrebbe sommerso a una profondità di almeno duecento piedi sotto il fondo dell’oceano; il soffitto di questo passaggio sarebbe composto da gesso e argilla, quindi nessuna esplosiva conosciuta potrebbe distruggerlo dall’esterno. Se venisse costruito su larga scala – e personalmente ritengo che debba essere un tunnel a quattro corsie, anche se ciò aumentasse notevolmente i costi – nessuna esplosione interna, nemmeno quelle causate dall’inserimento di ordigni esplosivi nei treni, riuscirebbe probabilmente a distruggerlo completamente. Nel peggiore dei casi, se dovesse essere effettivamente distrutto, non ne risentiremmo più di quanto non lo siamo già ora. Per quanto riguarda i costi, se venissimo coinvolti in una guerra di tale entità, pochi milioni, in un senso o nell’altro, non rappresenterebbero certo un problema significativo.
Incidentalmente, si può notare che il generale von Bernhardi ha una cattiva opinione delle nostre truppe. Questo non dovrebbe preoccuparci: siamo ciò che siamo, e le parole non possono cambiarlo. Fin dai primi tempi i nostri soldati hanno lasciato il loro segno nella guerra su suolo europeo, e non abbiamo motivo di pensare di essere decaduti rispetto all’eroismo dei nostri antenati. Inoltre, lo stesso von Bernhardi li definisce “mercenari”, ma questa è un’uso improprio del termine: un mercenario è colui che viene pagato per combattere in una causa che non è la sua. Poiché ogni soldato britannico è legalmente cittadino britannico, tale definizione è assurda. In realtà, von Bernhardi intende dire che i nostri soldati non sono arruolati con la forza, ma vengono pagati abbastanza bene da rendere la carriera militare attraente per molti giovani britannici. Le nostre preparazioni militari e navali, a mio parere, sono sufficienti ad affrontare la crisi che ci minaccia. Con l’aggiunta del tunnel della Manica, la nostra posizione dovrebbe essere sicura. Tuttavia, ci sono altre misure da prendere per un eventuale conflitto: una di queste riguarda il settore finanziario. Come spesso nella storia delle guerre britanniche, potrebbe rivelarsi decisivo l’ultimo contributo economico disponibile. Bisogna fare tutto il possibile per rafforzare la credibilità del Regno Unito. Questa crisi non può durare all’infinito: la situazione si risolverà prima o poi. Pertanto, in questo momento dovremmo risparmiare le nostre risorse per l’eventualità più grave. In tempi del genere, qualsiasi spesa nazionale finalizzata a progetti che porteranno risultati solo in futuro diventa ingiustificabile. Un esempio è la tassa sulle terre inutilizzate: potrebbe portare benefici in futuro, ma al momento costa dieci volte di più di ciò che produce. Non sto discutendo della sua giustizia o ingiustizia, ma solo del suo inopportuno carattere in un momento in cui abbiamo disperatamente bisogno delle nostre risorse attuali. Un’altra preparazione importante riguarda la consapevolezza da parte di tutto il popolo britannico della possibilità di una tale minaccia e la determinazione a affrontarla con coraggio. Sia i sostenitori del Partito Unionista che quelli del Partito Liberale hanno dimostrato di comprendere la situazione, così come due dei più famosi leader socialisti. Tuttavia, non c’è stata alcuna dichiarazione di accordo da parte del Partito Laburista. Vorrei dire una parola ai miei connazionali irlandesi, indipendentemente dalla loro affiliazione politica: se pensano di poter sopravvivere politicamente o economicamente mentre la Gran Bretagna cade, si sbagliano profondamente. La Royal Navy è l’unico scudo che hanno; se viene distrutta, l’Irlanda sarà perduta. Dovrebbero impegnarsi con tutto il cuore nella difesa comune, perché nessuna arma può colpire l’Inghilterra senza che le conseguenze riguardino anche l’Irlanda.
Concludo dicendo, con la massima enfasi, che io stesso non accetto nessuno di quegli assiomi del Generale von Bernhardi che costituiscono le fondamenta del suo ragionamento. Non credo che la guerra sia in sé una cosa buona, anche se una pace disonorevole potrebbe rivelarsi peggiore. Non ritengo necessario uno scontro anglo-germanico. Sono convinto che non dovremmo mai, di nostra iniziativa, attaccare la Germania, né aiutere la Francia se quest’ultima lanciasse un attacco ingiustificato contro quella nazione. Non credo nemmeno che, a seguito di tale guerra, la Germania possa in alcun modo espandere il proprio dominio su popolazioni bianche. Contesto ogni singola delle sue proposte. Ma tutto ciò è irrilevante. Non ci occupiamo del suo ragionamento in sé, ma dei suoi risultati. E quei risultati sono: lui, una persona la cui opinione ha peso e un membro della classe dirigente tedesca, ci dice apertamente che la Germania ci attaccherà non appena ne avrà l’opportunità favorevole. Ripeto: saremmo pazzi se non prendessimo molto seriamente questo avvertimento.
Fine.
Il futuro della letteratura canadese
Un discorso tenuto al Canadian Club di Montreal il 4 giugno 1914
Pubblicato in occasione della conferenza del Canadian Club a Toronto nel 1994 Ho spesso sentito amici di questo Paese parlare dell’interesse e della venerazione che provavano quando visitavano i grandi centri storici d’Europa; ma posso assicurarvi che anch’io, immerso nella storia canadese, ho provato lo stesso sentimento quando ieri abbiamo percorso le antiche rotte delle invasioni, abbiamo esaminato il sito di Fort William Henry, teatro di tante battaglie ostili; quando abbiamo visto il parzialmente distrutto Fort Ticonderoga e lungo il vecchio sentiero di guerra degli Iroquois, lungo il fiume Richelieu, dove ogni passo sembrava essere avvolto nel fascino della storia. Mentre mi avvicinavo a questa grande città, ricordai i tempi in cui tra la sua popolazione e l’assoluta barbarie c’era soltanto una fragile linea di palizzate; un improvviso attacco dei selvaggi avrebbe potuto spazzare via tutta Europa da queste terre. Vi assicuro che ho provato la stessa venerazione che so voi proviate quando visitate i centri storici d’Europa. Potrei dire di essere stato affascinato da Francis Parkman, lo storico, non tanto dal suo modo di scrivere, quanto dagli eroi e dai martiri che ha commemorato. Se c’è un luogo al mondo immerso nel fascino della storia, è proprio questo territorio su cui ci troviamo oggi. Parlo del fascino della storia: nel momento in cui questa lascia la terra, sembra che lo spirito stesso di quel luogo venga meno; diventa soltanto roccia, materiale, terra e acqua. È lo spirito della terra e lo spirito della storia a rendere un luogo davvero significativo. Ed è proprio questo che rende l’America così interessante in tutto il vasto continente. Ho avuto qualche difficoltà a scegliere un argomento su cui parlare con voi, poiché i miei interessi sono piuttosto ampi; ma ho pensato che se mi avete invitato qui, probabilmente è perché alcuni di voi hanno letto i miei libri. E oggi sono qui come letterato. Se non fossi stato uno scrittore, probabilmente continuerei ancora a scrivere di tassi di mortalità in qualche angolo remoto del mondo. Pertanto, parlerò della Letteratura e della carriera letteraria. Quando parlo di letteratura, mi riferisco soprattutto allo stile immaginativo: alla narrativa, alla poesia e al teatro, che sono i generi con cui ho più dimestichezza.
Le persone mi chiedono spesso cosa possa produrre la nostra letteratura in Gran Bretagna. Penso che questa sia una domanda alla quale si può rispondere soltanto dopo venticinque anni. Ricordo molto bene quando ero giovane e iniziavo a scrivere: tutti i critici si lamentavano del fatto che tutti gli uomini grandi fossero ormai morti. Ora, ripensandoci, ricordo che tra quegli uomini c’erano drammaturghi come Bernard Shaw, romanziere come Kipling e umoristi come Barrie; considerando tutto ciò e il modo in cui hanno realizzato i loro potenziali, penso che i critici di allora fossero un po’ troppo severi. Forse lo stesso vale oggi: molti giovani talenti potrebbero crescere e diventare grandi artisti. Abbiamo persone come Masefield, che sicuramente diventerà un grande poeta, Galsworthy con il suo vasto senso umanitario, e Arnold Bennett, che manterrà onorabilmente le tradizioni della letteratura britannica. Oggi esiste una connessione molto stretta tra gli scrittori di narrativa e le questioni pratiche della vita; questi artisti, con il loro talento, danno un grande impulso alle cause pubbliche. Chi ha contribuito maggiormente allo sviluppo dell’imperialismo? Sicuramente il romanziere Kipling. Chi rappresenta il socialismo per il grande pubblico? Wells. Chi fa riflettere le persone più di chiunque altro, anche se a volte le fa arrabbiare? Bernard Shaw. Chi sostiene il sionismo? Zangwill. Quasi nessuno che si limiti a cercare solo di guadagnare denaro; coloro che mettono i loro talenti al servizio del bene pubblico sono davvero importanti.
A volte mi chiedono se una persona possa imparare a scrivere. Temo che ci si debba nascere scrittori. Ricordo quando ero ragazzo, a scuola c’era una lezione di poesia: tutti, indipendentemente dal talento, dovevano scrivere una poesia, anche se spesso era difficile riconoscerla come tale. Una volta ci fu chiesto di scrivere una poesia sulla storia biblica di Giuditta e Oloferne; uno dei nostri compagni la ridusse a due brevi righe:
“Guardò al cielo, estrasse la spada, e tagliò la testa a Oloferne in due.”
Il maestro non poté accettarla e disse che doveva provare di nuovo. La seconda volta scrisse:
“Estrasse la spada, guardò verso l’alto, e gli tagliò la gola da un orecchio all’altro.”
Questi sono esempi scioccanti di come si possa creare letteratura dove in realtà non c’è nulla. Bisogna sicuramente avere quell’istinto innato, bisogna essere commossi dalla musica delle parole. La grande letteratura non può essere insegnata; è al di là di ogni legge umana. Ma si può insegnare lo stile e ampliare il proprio vocabolario. Con l’istinto innato, possiamo migliorare studiando i grandi maestri e arricchendo costantemente il nostro vocabolario, che, in fondo, è il nostro “cassetto degli attrezzi”. Per quanto riguarda lo stile, nessuno può fare di meglio che seguire le orme di Stevenson, che ha aiutato molti scrittori a trovare la loro strada.
È necessario comprendere il corretto utilizzo delle parole. Quando si trova una parola nuova, bisogna tenerla, conservarla e usarla con discrezione. Penso che gli elisabettani e Stevenson possedessero un’eccezionale capacità nell’utilizzare un vasto vocabolario: avevano l’istinto di scegliere quelle parole meno comuni che, quando usate nel modo giusto, esprimevano perfettamente il pensiero. Un esempio è la descrizione del ballo della Regina Elisabetta fatta dall’ambasciatore scozzese, che disse: “Ballava in alto e con grazia”. Inoltre, un autore deve coltivare una vasta cultura generale; una persona di mentalità ristretta non può contribuire positivamente alla letteratura. È necessario avere un’ampia sensibilità, essere disposti ad esplorare in ogni direzione e comprendere il rapporto tra diversi fatti. Una volta raggiunti questi obiettivi, bisogna possedere una grande dose di pazienza durante tutti gli anni in cui si interagisce con gli editori. Si invia un testo all’editore, che lo restituisce modificato; bisogna essere pazienti. Io stesso ho scritto per dieci anni, inviando i miei lavori agli editori, che poi li modificavano. Ricordo anche di aver ricevuto delle immagini con la richiesta di scrivere una storia adatte a esse. Erano immagini piuttosto scadenti, ma le storie che ho scritto corrispondevano sicuramente a quelle immagini. Un altro aspetto importante è l’atteggiamento verso la critica. Non bisogna temerla: è molto meglio della lusinga, che fa credere di non avere nulla da imparare. Un eccessivo complimento può portare alla rovina di una persona; essa smette di cercare di migliorarsi, il che è terribile per un giovane in qualsiasi professione. Ma soprattutto per chi lavora nel campo letterario. Molti talenti sono stati distrutti dall’eccessivo complimento. Il principio più sicuro da seguire è: “Fai del tuo meglio. Una volta fatto, non pensarci più e passa a un’altra attività; lascia che sia il mondo a giudicare se hai fatto bene o male”. Avevo appeso sopra la mia scrivania una cartolina che a volte mi dava conforto. C’era scritto: “I critici ti lusingano, i critici ti insultano, i critici sono gentili, ma non darci peso. Fai del tuo meglio e lascia che il resto venga deciso dal mondo”.
Un’altra cosa di cui c’è davvero bisogno nella letteratura, e forse di cui non ci preoccupiamo abbastanza quando siamo impegnati, è una distacco sereno e oggettivo. Non puoi offrire qualcosa di valido se prima non ne hai assorbito il contenuto essenziale. Non disponi certo di un’infinità di idee o conoscenze; l’uomo saggio lo sa bene, e di tanto in tanto si allontana da tutto per recarsi in luoghi tranquilli con i suoi libri, dedicando settimane o mesi a migliorare se stesso e il proprio sapere. Solo così, ritornato poi nel mondo, potrà offrire al pubblico qualcosa che sia degno di esso e di lui stesso. Se un giovane autore si sente insoddisfatto del riscontro ricevuto, se ritiene di non essere stato adeguatamente riconosciuto, deve ricordare quanto tempo abbiano dovuto aspettare i grandi artisti per ottenere il giusto riconoscimento. Basta pensare a George Meredith: la prima edizione de “Richard Feverel” fu pubblicata nel 1859; la seconda edizione fu richiesta solo nel 1881, eppure lui conosceva bene il valore del proprio lavoro. Quel libro è pieno di passaggi meravigliosi. Una volta, in sua presenza, un giovane lodò uno di questi passaggi: si trattava dell’aforisma “Chi esce dalla preghiera come una persona migliore ha avuto la sua preghiera ascoltata”. Meredith commentò: “L’ho scritto ventiquattro anni fa. E tu sei la prima persona che ne parla con me”.
Credo, signori del Canada, che io mi trovi in un contesto che, col tempo, dovrà produrre una letteratura di grande valore. Quando parlo del futuro, non intendo dire che questo non sia già avvenuto, ma che in futuro emergerà una vasta produzione letteraria capace di influenzare la cultura mondiale. Tuttavia, mi dispiacerebbe se il Canada rivolgesse tutte le sue energie verso queste cose. A mio parere, per un giovane paese forte e con tante opportunità pratiche davanti a sé, ci sono cose più importanti da fare che sognare. C’è un bisogno urgente di costruire il proprio paese in modo concreto; tornare ai sogni sarebbe una scelta imprudente. Le grandi imprese sono molto più significative dei grandi sonetti, e l’appello del Canada ai suoi figli è un invito all’azione. La poesia dell’azione esiste tanto quanto quella delle parole, e un’impresa riuscita è più gloriosa di un grande sonetto. Le nazioni che si sono sviluppate non hanno mai prodotto letteratura mentre lo facevano: a Roma, ad esempio, passarono cinquecento anni dalla fondazione della città prima che la letteratura romana emergesse; le loro energie furono dedicate alle grandi lotte contro i paesi vicini. Nel vostro caso, si tratta di sconfiggere le immense forze della natura. C’è sempre un lungo periodo di preparazione prima che possano arrivare i risultati concreti. Posso citare come esempio lo Stato del New England: finché fu il centro principale delle attività umane, non si sviluppò alcuna nuova letteratura; ma quando l’attenzione degli americani si spostò verso ovest, il New England divenne una regione marginale. E così profetizzo che anche qui accadrà lo stesso.
THE END
GREAT BRITAIN AND THE NEXT WAR NOTE Sir Arthur Conan Doyle is the historian of the Boer War as well as the creator of Sherlock Holmes, the skilled student of military operations as well as the ingenious deviser of plots; he is no less an intense patriot than a clear and logical thinker. Writing early in 1913 to call to the attention of his fellow- countrymen the warning so openly given them by General von Bernhardi in his Germany And The Next War, Sir Arthur took occasion to analyze the German general’s “case” against England and to answer his contentions in the light of history and reason. His summing up of German motives and German plans is particularly valuable to Americans in the light of after events, and incidentally the gentle raillery with which he punctures some of Bernhardi’s statements is a delight to every one who has been entertained by Brigadier Gerard. His novel plan for national defence is of peculiar interest to every American who has ever crossed the English Channel, while his advice to his Irish fellow-countrymen seems prophetic. And it is impressive to find a member of the Anglo-German Society, who has never been a serious believer in the so-called German menace, feeling so deeply the possibilities of the “philosophy” of Bernhardi as to write, “Every one of his propositions I dispute. But that is all beside the question. We have not to do with his argument, but with its results. These results are that he, a man whose opinion is of weight and a member of the ruling class in Germany, tells us frankly that Germany will attack us the moment she sees a favorable opportunity. I repeat that we should be mad if we did not take very serious notice of the warning.”
GREAT BRITAIN AND THE NEXT WAR I am a member of the Anglo-German Society for the improvement of the relations between the two countries, and I have never seriously believed in the German menace. Frequently I have found myself alone in a company of educated Englishmen in my opinion that it was non-existent — or at worst greatly exaggerated. This conclusion was formed upon two grounds. The first was, that I knew it to be impossible that we could attack Germany save in the face of monstrous provocation. By the conditions of our government, even if those in high places desired to do such a thing, it was utterly impracticable, for a foreign war could not be successfully carried on by Great Britain unless the overwhelming majority of the people approved of it. Our foreign, like our home, politics are governed by the vote of the proletariat. It would be impossible to wage an aggressive war against any Power if the public were not convinced of its justice and necessity. For this reason we could not attack Germany. On the other hand, it seemed to be equally unthinkable that Germany should attack us. One fails to see what she could possibly hope to gain by such a proceeding. She had enemies already upon her eastern and western frontiers, and it was surely unlikely that she would go out of her way to pick a quarrel with the powerful British Empire. If she made war and lost it, her commerce would be set back and her rising colonial empire would be destroyed. If she won it, it was difficult to see when she could hope for the spoils. We could not give her greater facilities for trade than she has already. We could not give her habitable white colonies, for she would find it impossible to take possession of them in the face of the opposition of the inhabitants. An indemnity she could never force from us. Some coaling stations and possibly some tropical colonies, of which latter she already possesses abundance were the most that she could hope for. Would such a prize as that be worth the risk attending such a war? To me it seemed that there could be only one answer to such a question. It still seems to me that this reasoning is solid I still think that it would be an insane action for Germany deliberately to plan an attack upon Great Britain. But unfortunately an attack delivered from mistaken motives is as damaging as any other attack, and the mischief is done before the insanity of it is realized. If I now believe puch an attack to be possible, and it may be imminent, it is because I have been studying “Germany And The Next War,” by General von Bernhardi. A book written by such a man cannot be set aside as the mere ravings of a Pan-Germanic Anglophobe. So far as appears, he is not a Pan-German at all. There is no allusion to that Germania irredente which is the dream of the party. He is a man of note, and the first living authority in Germany upon some matters of military science. Does he carry the same weight when he writes of international politics and the actual use of those mighty forces which he has helped to form? We will hope not. But when a man speaks with the highest authority upon one subject, his voice cannot be entirely disregarded upon a kindred one. Besides, he continually labors, and with success, to make the reader understand that he is the direct modern disciple of that main German line of thought which traces from Frederic through Bismarck to the present day. He moves in circles which actually control the actions of their country in a manner to which we have no equivalent For all these reasons, his views cannot be lightly set aside, and should be most carefully studied by Britons. We know that we have no wish for war, and desire only to be left alone. Unfortunately, it takes two to make peace, even as it takes two to make a quarrel. There is a very clear statement here that the quarrel is imminent, and that we must think of the means, military, naval, and financial, by which we may meet it Since von Bernhardi’s book may not be accessible to every reader of this article, I will begin by giving some idea of the situation as it appears to him, and of the course of action which he foreshadows and recommends. He begins his argument by the uncompromising statement that war is a good thing in itself. All advance is founded upon struggle. Each nation has a right, and indeed a duty, to use violence where its interests are concerned and there is a tolerable hope of success. As to the obvious objection that such a doctrine bears no possible relation to Christianity, he is not prepared to admit the validity of the Christian ethics in international practice. In an ingenious passage he even attempts to bring the sanction of Christianity to support his bellicose views. He says: — “Again, from the Christian standpoint, we arrive at the same conclusion. Christian morality is based, indeed, on the law of love. ‘Love God above all things, and thy neighbor as thyself.’ This law can claim no significance for the relations of one country to another, since its application to politics would lead to a conflict of duties. The love which a man showed to another country as such would imply a want of love for his own countrymen. Such a system of politics must inevitably lead men astray. Christian morality is personal and social, and in its nature cannot be political. Its object is to promote morality of the individual, in order to strengthen him to work unselfishly in the interests of the community. It tells us to love our individual enemies, but does not remove the conception of enmity.” Having thus established the general thesis that a nation should not hesitate to declare war where a material advantage may be the reward, he sets out very clearly what are some of the causes for war which Germany can see before her. The following passages throw a light upon them: — “Strong, healthy and flourishing nations increase in numbers. From a given moment they require a continual expansion of their frontiers, they require new territory for the accommodation of their surplus population. Since almost every part of the globe is inhabited, new territory must, as a rule, be obtained at the cost of its possessors — that is to say, by conquest, which thus becomes a law of necessity.” Again: — “Lastly, in all times the right of conquest by war has been admitted. It may be that a growing people cannot win colonies from uncivilized races, and yet the State wishes to retain the surplus population which the mother country can no longer feed. Then the only course left is to acquire the necessary territory hy war. Thus the instinct of self-preservation leads inevitably to war, and the conquest of foreign soil. It is not the possessor, but the victor, who then has the right” And he concludes: — “Arbitration must be peculiarly detrimental to an aspiring people, which has not yet reached its political and national zenith, and is bent on expanding its power in order to play its part nonorably in the civilized world.” And adds: — “It must be borne in mind that a peaceful decision by an arbitration court can never replace in its effects and consequences a warlike decision, even as regards the State in whose favor it is pronounced.” To many of us it would seem a legitimate extension of the author’s argument if we said that it would have a virile and bracing effect upon our characters if, when we had a grievance against our neighbor, we refrained from taking it into the law courts, but contented ourselves with breaking his head with a club. However, we are concerned here not so much witii the validity of the German general’s arguments as with their practical application so far as they affect ourselves. Brushing aside the peace advocates, the writer continues: “To such views, the offspring of a false humanity, the clear and definite answer must be made that, under certain circumstances, it is not only the rights but the moral and political duty of the statesman to bring about a war. The acts of the State cannot be judged by the standard of individual morality.” He quotes Treitschke: “The Christian duty of sacrifice for something higher does not exist for the State, for there is nothing higher than it in the world’s history — consequently it cannot sacrifice itself to something higher.” One would have hoped that a noble ideal and a moral purpose were something higher but it would be vain to claim that any country, ourselves included, has ever yet lived fully up to the doctrine. And yet some conscious striving, however imperfect, is surely better than such a deliberate negation. Having laid down these general propositions of the value of war, and of the non-existence of international moral obligations. General von Bernhardi then proceeds to consider very fully the general position of Germany and the practical application of those doctrines. Within the limits of this article I can only give a general survey of the situation as seen by him. War is necessary for Germany, It should be waged as soon as is feasible, as certain factors in the situation tell in favor of her enemies. The chief of these factors are the reconstruction of the Russian fleet, which will be accomplished within a few years, and the preparation of a French native colonial force, which would be available for European hostilities. This also, though already undertaken, will take some years to perfect Therefore, the immediate future is Germany’s best opportunity. In this war Germany places small confidence in Italy as an ally, since her interests are largely divergent, but she assumes complete solidarity with Austria. Austria and Germany have to reckon with France and Russia. Russia is slow in her movements, and Germany with her rapid mobilization, should be able to throw herself upon France without fear of her rear. Should she win a brilliant victory at the outset, Russia might refuse to compromise herself at all, especially if the quarrel could be so arranged that it would seem as if France had been the aggressor. Before the slow Slavonic mind had quite understood the situation and set her unwieldy strength in motion, her ally might be struck down, and she face to face with the two Germanic Powers, which would be more than a match for her. Of the German army, which is to be the instrument of this world-drama. General von Bernhardi expresses the highest opinion : “The spirit which animates the troops, the ardor of attack, the heroism, the loyalty which prevail among them, justify the highest expectations. I am certain that if they are soon to be summoned to arms their exploits will astonish the world, provided only that they are led with skill and determination.” How their “ardor of attack” has been tested it is difficult to see, but the world will probably agree that the German army is a most formidable force. When he goes on, however, to express the opinion that they would certainly overcome the French, the two armies being approximately of the same strength, it is not so easy to follow his argiunent. It is possible that even so high an authority as General von Bernhardi has not entirely appreciated how Germany has been the teacher of the world in military matters and how thoroughly her pupils have responded to that teaching. That attention to detail, perfection of arrangement for mobilization and careful preparation which have won German victories in the past may now be turned against her, and she may find that others can equal her in herownvirtues. Poor France, once conquered, is to be very harshly treated. Here is the passage which describes her fate: — “In one way or another we must square our account with France if we wish for a free hand in our international policy. This is the first and foremost condition of a sound German policv, and since the hostility of France once for all cannot be removed by peaceful overtures, the matter must be settled by force of arms. France must be so completely crushed that she can never again come across our path.” It is not said how Germany could permanently extinguish France, and it is difficult to think it out. An indemnity, however large, would eventually be paid and France recover herself. Germany has found the half-German border provinces Nvhich she annexed so indigestible that she could hardly incorporate Champagne or any other purely French district. Italy might absorb some of Savoy and the French Riviera. If the country were artificially separated the various parts would fly together again at the first opportunity. Altogether the permanent sterilization of France would be no easy matter to effect. It would probably be attempted by imposing the condition that in future no army, save for police duties, would be allowed. The history of Prussia itself, however, shows that even so stringent a prohibition as this can be evaded by a conquered but indomitable people. Let us now turn to General von Bernhardi’s views upon ourselves, and, first of all, it is of interest to many of us to know what are those historical episodes which have caused him and many of his fellow-countrymen to take bitter exception to our national record. From our point of view we have repeatedly helped Germany in the past, and have asked for and received no other reward than the consciousness of having co-operated in some common cause. So it was in Marlborough’s days. So in the days of Frederic. So also in those of Napoleon. To all these ties, which had seemed to us to be of importance, there is not a single allusion in this volume. On the other hand, there are very bitter references to some other historical events which must seem to us strangely inadequate as a cause for international hatred. We may, indeed, congratulate ourselves as a nation, if no stronger indictment can be made against us than is contained in the book of the German general. The first episode upon which he animadverts is the ancient German grievance of the abandonment of Frederic the Great by England in the year 1761. One would have thought that there was some statute of limitatiohs in such matters, but apparently there is none in the German mind. Let us grant that the premature cessation of a campaign is an injustice to one’s associates, and let us admit also that a British Government under its party system can never be an absolutely stable ally. Having said so much, one may point out that there were several mitigating circumstances in this affair. We had fought for five years, granting considerable subsidies to Frederic during that time, and despatching British armies into the heart of Germany. The strain was very great, in a quarrel which did not vitally affect ourselves. The British nation had taken the view, not wholly unreasonably, that the war was being Waged in the interests of Hanover, and upon a German rather than a British quarrel. When we stood out France did the same, so that the balance of power between the combatants was not greatly affected. Also, it may be pointed out as a curious historical fact that this treatment which he so much resented was exactly that which Frederic had himself accorded to his allies some years before at the close of the Silesian campaign. On that occasion he made an isolated peace with Maria Theresa, and left his associates, France and Bavaria, to meet the full force of the Austrian attack. Finally, the whole episode has to be judged by the words of a modern writer: “Conditions may arise which are more powerful than the most honorable intentions. The country’s own interests — considered, of course, in the highest ethical sense — must then turn the scale.” These sentences are not from the work of a British apologist, but from this very book of von Bernhardi’s which scolds England for her supposed adherence to such principles. He also quotes, with approval, Treitschke’s words: “Frederic the Great was all his life long charged with treachery because no treaty or alliance could ever induce him to renounce the right of free self-determination.” Setting aside this ancient grievance of the Seven Years’ War, it is of interest to endeavor to find out whether there are any other solid grounds in the past for Germany’s reprobation. Two more historical instances are held up as examples of our perfidy. The first is the bombardment of Copenhagen in 1807, when the British took forcible possession in time of peace of the Danish fieet. It must be admitted that the step was an extreme one, and only to be justified upon the plea of absolute necessity for vital national reasons. The British Government of the day believed that Napoleon was about to possess himself of the Danish fleet and would use it against themselves. Fouche has admitted in his Memoirs that the right was indeed given by a secret clause in the Treaty of Tilsit. It was a desperate time, when the strongest measures were continually being used against us, and it may be urged that similar measures were necessary in self-defence. Having once embarked upon the enterprise, and our demand being refused, there was no alternative but a bombardment of the city with its attendant loss of civilian life. It is not an exploit of which we need be proud, and at the best can only be described as a most painful and unfortunate necessity, but I should be surprised if the Danes, on looking back to it, judge it more harshly than some more recent experiences which they have had at the hands of General von Bernhardi’s own fellow-countrymen. That he is himself prepared to launch upon a similar enterprise in a much larger and more questionable shape is shown by his declaration that if Holland will not take sides against England in the next war it should be overrun by the German troops. General von Bernhardi’s next historical charge is the bombardment of Alexandria in 1882, which he describes as having been effected upon hypocritical pretences in a season of peace. To those who have a recollection of that event and can recall the anti-European movement of Arabia and the massacre which preceded the bombardment, the charge will appear grotesque. But it is with a patchwork quilt of this sort that this German publicist endeavors to cover the unreasoning, but hone the less formidable, jealousy and prejudice which inflame him against this country. The foolish fiction that the British Government declared war against the Boers in order to gain possession of their gold mines is again brought forward, though one would have imagined that even the gutter-Press who exploited it twelve years ago had abandoned it by now. If General von Bernhardi can explain how the British Government is the richer for these mines, or whether a single foreign^ shareholder has been dispossessed of ^t& stock in them, he will be the first who has ever given a solid fact in favor of this ridiculous charge. In a previous paragraph of his book he declares that it was President Kruger who made the war, and that he was praiseworthy for so doing. Both statements cannot be true. If it was President Kruger who made the war, then it was not forced on by Great Britain in order to possess herself of the gold fields. So much for the specific allegations against Great Britain. One can hardly regard them as being so serious as to wipe out the various claims, racial, religious and historical, which unite the two countries. However, we are only concerned with General von Bernhardi’s conclusions, since he declares that his country is prepared to act upon them. There remain two general grounds upon which he considers that Germany should make war upon the British Empire. The first is to act as the champion of the human race in winning what he calls the freedom of the seas. The second is to further German expansion as a world Power, which is cramped by our opposition. The first of these reasons is difficult to appreciate. British maritime power has been used to insure, not to destroy, the freedom of the seas. What smallest Power has ever been hindered in her legitimate business? It is only the pirate, the slaver and the gun-runner who can justly utter such a reproach. If the mere fact of having predominant latent strength upon the water is an encroachment upon the freedom of the sea, then some nation must always be guilty of it. After our mild supremacy we may well say to Germany, as Charles said to James: “No one will assassinate me in order to put you upon the throne.” Her mandate is unendorsed by those whom she claims to represent. But the second indictment is more formidable. We lie athwart Germany’s world ambitions, even as, geographically, we lie across her outlets. But when closely looked at, what is it of which we deprive her, and is its attainment really a matter of such vital importances. Do we hamper her trade? On the contrary, we exhibit a generosity which meets with no acknowledgment, and which many of us have long held to be altogether excessive. Her manufactured goods are welcomed in without a tax, while ours are held out from Germany by a twenty per cent tariff. In India, Egypt and every colony which does not directly control its own financial policy, German goods come in upon the same footing as our own. No successful war can improve her position in this respect. There is, however, the question of colonial expansion. General von Bernhardi foresees that Germany is increasing her population at such a pace that emigration will be needed soon in order to relieve it It is a perfectly natural national ambition that this emigration should be to some place where the settlers need not lose their flag or nationality. But if Great Britain were out of the way, where would they find such a place? Not in Canada, Australia, South Africa, or New Zealand. These States could not be conquered if the ‘Motherland had ceased to exist General von Bernhardi talks of the high lands of Africa, but already Germany possesses high lands in Af rica, and their colonization has not been a success. Can anyone name one single place upon the earth’s surface suitable for white habitation from which Germany is excluded by the existence of Great Britain? It is true that the huge continent of South America is only sparsely inhabited, its whole population being aboijt equal to that of Prussia. But that is an affair in which the United States, and not we, are primarily interested, and one which it is not our interest either to oppose or to support But, however inadequate all these reasons for war may seem to a Briton, one has still to remember that we have to reckon with the conclusions exactly as if they were drawn from the most logical premises. These conclusions appear in such sentences as follows: — “What we now wish to attain must be fought for and won against a superior force of hostile interests and Powers.” “Since the struggle is necessary and inevitable, we must fight it out, cost what it may.” “A pacific agreement with England is a will-o’-the-wisp, which no serious German statesman would trouble to follow. We must always keep the possibility of war with England before our eyes and arrange our political and military plans accordingly. We need not concern ourselves with any pacific protestations of English politicians, publicists and Utopians, which cannot alter the real basis of affairs.” “The situation in the world generally shows there can only be a short respite before we once more face the question whether we will draw the sword for our position in the world or renounce such position once for all. We must not in any case wait until our opponents have completed their arming and decide that the hour of attack has come.” “Even English attempts at a rapprochement must not blind us to the real situation. We may at most use them to delay the necessary and inevitable war until we may fairly imagine we have some prospect of success.” This last sentence must come home to some of us who have worked in the past for a better feeling between the two countries. And this is the man who dares to accuse us of national perfidy. These extracts are but a few from a long series which show beyond all manner of doubt that Germany, so far as General von Bernhardi is an exponent of her intentions, will undoubtedly attack us suddenly should she see an opportunity. The first intimation of such an attack would, as he indicates, be a torpedo descent upon our Fleet, and a wireless message to German liners which would bring up their concealed guns, and turn each of them into a fast cruiser ready to prey upon our commerce. That is the situation as he depicts it It may be that he mistakes it. But for what it is worth, that is his opinion and advice. He sketches out the general lines of a war between England and Germany. If France is involved, she is to be annihilated, as already described. But suppose the two rivals are left face to face. Holland and Denmark are to be bound over to the German side under pain of conquest. The German Fleet is to be held back under the protection of the land forts. Meanwhile, torpedoes, submarines and airships are to be used for the gradual whittling down of the blockading squadrons. When they have been sufficiently weakened, the Fleet is to sally out and the day has arrived. As to the chances of success, he is of opinion that in material and personnel the two fleets may be taken as being equal — ^when once the numbers have been equalized. In quality of guns, he considers that the Germans have the advantage. Of gunnery he does not speak, but he believes that in torpedo work his countrymen are ahead of any others. In airships, which for reconnaissance, if not for actual fightii^g power, will be of supreme importance, he considers also that his country will have a considerable advantage. Such, in condensed form, is the general thesis and forecast of this famous German officer. If it be true, there are evil days coming both for his country and for ours. One may find some consolation in the discovery that wherever he attempts to fathom our feelings he makes the most lamentable blunders. He lays it down as an axiom, for example, that if we were hard- pressed the Colonies would take the opportunity of abandoning us. We know, on the other hand, that it is just such a situation which would bring about the federation of the Empire. He is under the delusion also that there is deep commercial and political jealousy of the United States in this country, and that this might very well culminate in war. We are aware that there is no such feeling, and that next to holding the trident ourselves we should wish to see it in the hands of our American cousins. One thing he says, however, which is supremely true, which all of us would endorse, and which every German should ponder: it is that the idea of a war between Germany and ourselves never entered into the thoughts of anyone in this country until the year 1902. Why this particular year? Had the feeling risen from commercial jealousy upon the part of Great Britain it must have shown itself far earlier than that — as early as the “Made in Germany” enactment. It appeared in 1902 because that was the close of the Boer War, and because the bitter hostility shown by the Germans in that war open- ^ ed our eyes to the fact that they would do us a mischief if they could. When the German Navy Act of 1900 gave promise that they would soon have the means of doing so, the first thoughts of danger arose, and German policy drove us more and more into the ranks of their opponents. Here, then, General von Bernhardi is right; but in nearly every other reference to our feelings and views he is wrong; so that it is to be hftped that in those matters in which we are unable to check him, such as the course of German thought and of German action in the future, he is equally mistaken. But I repeat that he is a man of standing and reputation, and that we should be mad if we did not take most serious notice of the opinions which he has laid down. I have headed this article “Great Britain and the Next War’’ since it looks at the arguments and problems which General von Bernhardi has raised in his “Germany and the Next War” from the British point of view. May it prove that the title is an absurdity and the war an imaginative hypothesis. But I should wish, before I close, to devote a few pages to my view upon the defensive measures of our country. I am well aware that I speak with no expert authority, which makes it the more embarrassing that my opinions do not coincide with those of anyone whom J have encountered in this controversy. Still, it is better to be a voice, however small, than an echo. It would simplify the argument if we began by eliminating certain factors which, in my opinion, simply darken counsel, as they are continually brought out into the front of the question to the exclusion of the real issues which lie behind them. One of them is the supposed possibility of an invasion — either on a large scale or in the form of a raid. The former has been pronounced by our highest naval authorities of the time as being impossible, and I do not think anyone can read the Wilson Memorandum without being convinced by its condensed logic Von Bernhardi, in his chapter upon the possible methods of injuring Great Britain, though he treats the whole subject with the greatest frankness, dismisses the idea either of raid or invasion in a few short sentences. The raid seems to me the less tenable hypothesis of the two. An invasion would, at least, play for a final stake, though at a deadly risk. A raid would be a certain loss of a body of tijoops, which would necessarily be the flower of the army; it could hope to bring about no possible permanent effect upon the war, and it would upset the balance of military power between Germany and her neighbors. If Germany were an island, like ourselves, she might risk such a venture. Sandwiched in between two armed nations as strong as herself , I do not believe that there is the slightest possibility of it But if, as von Bernhardi says, such plans are visionary, what is the exact object of a Territorial Army, and, even more, what would be the object of a National Service Army upon compulsory lines for home defence? Is it not a waste of money and energy which might be more profitably employed in some other form? Everyone has such an affection and esteem for Lord Roberts — especiafly if one has the honor of his personal acquaintance — that one shrinks from expressing a view which might be unwelcome to him. And yet he would be the first to admit that it is one’s duty to add one’s opinion to the debate, if that opinion has been conscientiously formed, and if one honestly believes that it recommends the best course of action for one’s country. So far as his argument for universal service is based upon national health and physique, I think he is on ground which no one could attack. But I cannot bring myself to believe that a case has been made out for the substitution of an enforced soldier in the place of the volunteer who has always done so splendidly in the past Great as is Lord Roberts’ experience, he is talking here of a thing which is outside it, for he has never seen an enforced British soldier, and has, therefore, no data by which he can tell how such a man would compare with the present article. There were enforced British sailors once, and I have seen figures quoted to show that of 29,000 who were impressed 27,000 escaped from the Fleet by desertion. It is not such men as these who win our battles. The argument for enforced service is based upon the plea that the Territorial Army is below strength in numbers and deficient in quality. But if invasion is excluded from our calculations this is of less importance. The force becomes a nursery for the Army, which has other reserves to draw upon before it reaches it Experience has shown that under warlike excitement in a virile nation like ours, the ranks soon fill up, and as the force becomes embodied from the outbreak of hostilities, it would rapidly improve in quality. It is idle to assert that because Bulgaria can, in a day, fiood her troops into Turkey, therefore we should always stand to arms. The Turko- Bulgarian frontier is a line of poste — the Anglo-German is a hundred leagues of salt water. But I am such an optimist as to say that there is no danger of a German war? On the contrary, I consider that there is a vast danger, that it is one which we ignore, and against which we could at a small cost effect a complete insurance. Let me try to define both the danger and the remedy. In order to do this we must consider the two different forms which such a war might take. It might be a single duel, or it might be with France as our ally. If Germany attacked Great Britain alone, it may safely be prophesied that the war would be long, tedious, and possibly inconclusive, but our role would be a comparatively passive one. ^ If she attacked France, however, that role would be much more active, since we could not let France go down, and to give her effective help we must land an expeditionary force upon the Continent. This force has to be supplied with munitions of war and kept up to strength, and so the whole problem becomes a more complex one. The element of danger, which is serious in either form of war, but more serious in the latter, is the existence of new forms of naval warfare which have never been tested in the hands of competent men, and which may completely revolutionize the conditions. These new factors are the submarine and the airship. The latter, save as a means of acquiring information, does not seem to be formidable — or not sufficiently formidable to alter the whole conditions of a campaign. But it is different with the submarines. No blockade, so far as I can see, can hold these vessels in harbor, and no skill or bravery can counteract their attack when once they are within striking distance. One could imagine a state of things when it might be found impossible for the greater ships on either side to keep the seas on account of these poisonous craft No one can say beyond question that such a contingency is impossible. Let us see, then, how it would affect us if it should ever come to pass. In the first place, it would not affect us at all as regards invasion or raids. If the German submarines can dominate our own large ships, our submarine can do the same for theirs. We should still hold the seas with our small craft Therefore, if Great Britain alone be at war with Germany, such a naval revolution would merely affect our commerce and food supply. What exact effect a swarm of submarines, lying off the mouth of the Channel and the Irish Sea, would produce upon the victualling of these islands is a problem which is beyond my conjecture. Other ships besides the British would be likely to be destroyed, and international complications would probably follow. I cannot imagine that such a fleet would entirely, or even to a very large extent, cut off our supplies. But it is certain that they would have the effect of considerably raising the price of whatever did reach us. Therefore, we should suffer privation, though not necessarily such privation as would compel us to make terms. From the beginning of the war, every home source would naturally be encouraged, and it is possible that before our external supplies were seriously decreased, our internal ones might be well on the way to make up the deficiency. Both of the two great protagonists — Lord Haldane and Lord Roberts — have declared that if we lost the command of the seas we should have to make peace. Their reference, however, was to complete naval defeat and not to such a condition of stalemate as seems to be the more possible alternative. As to complete naval defeat, our estimates, and the grand loyalty of the Overseas Dominions, seem to be amply adequate to guard against that. It is useless to try to alarm us by counting in the whole force of the Triple Alliance as our possible foes, for if they came into the war, the forces of our own allies would also be available. We need think only of Germany. A predominance of the submarine would, then, merely involve a period of hard times in this country, if we were fighting Germany single-handed. But if we were in alliance with France, it becomes an infinitely more important matter. I presume that I need not argue the point that it is our vital interest that France be not dismembered and sterilized. Such a tragedy would turn the western half of Europe into a gigantic Germany with a few insignificant States crouching about her feet. The period of her world dominance would then indeed have arrived. Therefore, if France be wantonly attacked, we must strain every nerve to prevent her going down, and among the measures to that end will be the sending of a British expeditionary force to cover the left or Belgian wing of the French defenses. Such a force would be cbnveyed across the Channel in perhaps a hundred troopships, and would entail a constant service of transports afterwards to carry its requirements. Here lies, as it seems to me, the possible material for a great national disaster. Such a fleet of transports cannot be rushed suddenly across. Its preparation and port of departure are known. A single submarine amid such a fleet would be like a fox in a poultry yard, destroying victim after victim. The possibilities are appalling, for it might be not one submarine, but a squadron. The terrified transports would scatter over the ocean to find safety in any port. Their convoy could do little to help them. It would be a débâcle — an inversion of the Spanish Armada. If the crossing were direct from the eastern ports to Antwerp, the danger would become greater. It is less if it should be from Portsmouth to Havre. But this a transit of seven hours, and the railways from Havre to the Belgian frontier would be insufficient for such a force. No doubt the Straits of Dover would be strongly patrolled by our own torpedo craft, and the crossing would, so far as possible, be made at night, when submarines have their minimum of efficiency; but, none the less, it seems to me that the risk would be a very real and pressing one. What possible patrol could make sure of heading off a squadron of submarines? I should imagine it to be as difficult as to bar the Straits to a school of whales. But supposing such a wholesale tragedy were avoided, and that in spite of the predominance of submarines the army got safely to France or to Belgium, how are we to ensure the safe passage of the long stream of ships which, for many months, would be employed in carrying the needful supplies? We could not do it. The army might very well find itself utterly isolated, with its line of communications completely broken down, at a time when the demand upon the resources of all Continental countries was so great that there was no surplus for our use. Such a state of affairs seems to me to be a perfectly possible one, and to form, with the chance of a disaster to the transports, the greatest danger to which we should be exposed in a German war. But these dangers and the food question, which has already been treated, can all be absolutely provided against in a manner which is not only effective, but which will be of equal value in peace and in war. The Channel Tunnel is essential to Great Britain’s safety. I will not dwell here upon the commercial or financial advantages of such a tunnel. Where the trade of two great nations concentrates upon one narrow tube, it is obvious that whatever corporation controls that tube has a valuable investment if the costs of construction have not been prohibitive. These costs have been placed as low as five million pounds by Mr. Rose Smith, who represents a practical company engaged in such work. If it were twice, thrice, or four times that sum it should be an undertaking which should promise great profits, and for that reason should be constructed by the nation, or nations, for their common national advantage. It is too vital a thing for any private company to control. But consider its bearings upon a German war. All the dangers which I have depicted are eliminated. We tap (via Marseilles and the tunnel) the whole food supply of the Mediterranean and the Black Sea. Our expeditionary force makes its transit, and has its supplies independent of weather or naval chances. Should anything so unlikely as a raid occur, and the forces in the country seem unable to cope with it, a Franco-British reinforcement can be rushed through from the Continent. The Germans have made great works like the Kiel Canal in anticipation of war. Our answer must be the Channel Tunnel, linking us closer to our ally. Though this scheme was discarded (under very differest naval and political conditions) some twenty years ago, no time has, as a matter of fact, been lost by the delay; as I am informed that machinery for boring purposes has so enormously improved that what would have taken thirty years to accomplish can now be done in three. If this estimate be correct, there may still be time to effect this essential insurance before the war with which General von Bernhardi threatens us breaks upon us. Let us, before leaving the subject, glance briefly at the objections which have formerly been urged against the tunnel. Such as they are, they are as valid now as ever, although the advantages have increased to such an extent as to throw the whole weight of the argument upon the side of those who favor its construction. The main (indeed, the only) objection was the fear that the tunnel would fall into wrong hands and be used for purposes of invasion. By this was meant not a direct invasion through the tunnel itself — to invade a nation of forty-five million people through a hole in the ground twenty-five miles long would stagger the boldest mind — but that the tunnel might be seized at each end by some foreign nation, which would then use it for aggressive military purposes. At the time of the discussion our relations with France were by no means so friendly as they are now, and it was naturally to France only that we alluded, since they would already hold one end of the tunnel We need not now discuss any other nation, since any other would have to seize both ends by surprise, and afterwards retain them, which is surely inconceivable. We are now bound in close ties of friendship and mutual interest to France. We have no right to assume that we shall always remain on as close a footing, but as our common peril seems likely to be a permanent one, it is improbable that there will be any speedy or sudden change in our relations. At the same time, in a matter so vital as our hold upon the Dover end of the tunnel, we could not be too stringent in our precautions. The tunnel should open out a point where guns command it, the mouth of it should be within the lines of an entrenched camp, and a considerable garrison should be kept permanently within call. The latter condition already exists in Dover, but the numbers ‘ might well be increased. As an additional precaution, a passage should be driven alongside the tunnel, from which it could, if necessary, be destroyed. This passage should have an independent opening within the circle of a separate fort, so that the capture of the end of the tunnel would not prevent its destruction. ‘With such precautions as these, the most nervous might feel that our insular position had not really been interfered with. The strong fortress of Sie Middle Ages had a passage under the moat as part of the defence. This is our passage. Could an enemy in any way destroy it in time of war? It would, as I conceive it, be sunk to a depth of not less than two hundred feet below the bed of the ocean. This ceiling would be composed of chalk and clay. No explosive form above could drive it in. If it were designed on a large scale — and, personally, I think it should be a four-line tunnel, even if the cost were doubled thereby — no internal explosion, such as might be brought about by secreting explosive packets upon the trains, would be likely to do more than temporarily obstruct it. If the very worst happened, and it were actually destroyed, we should be no worse off than we are now. As to the expense, if we are driven into a war of this magnitude, a few millions one way or the other will not be worth considering. Incidentally, it may be noted that General von Bernhardi has a poor opinion of our troops. This need not trouble us. We are what we are, and words will not alter it. From very early days our soldiers have left their mark upon Continental warfare, and we have no reason to think that we have declined from the manhood of our forefathers. He further calls them “mercenaries,” which is a misuse of terms. A mercenary is a man who is paid to fight in a quarrel which is not his own. As every British soldier must by law be a British citizen, the term is absurd What he really means is that they are not conscripts in the sense of being forced to fight, but that they are sufficiently well paid to enable the army as a profession to attract a sufficient number of our young men to the colors. Our military and naval preparations are, as it seems to me, adequate for the threatened crisis. With the Channel Tunnel added our position should be secure. But there are other preparations which should be made for such a contest, should it unhappily be forced upon us. One is financial. Again, as so often before in the history of British wars, it may prove that the last guinea wins. Everything possible should be done to strengthen British credit. This crisis cannot last indefinitely. The cloud will dissolve or burst. Therefore, for a time we should husband our resources for the supreme need. At such a time all national expenditure upon objects which only mature in the future becomes unjustifiable. Such a tax as the undeveloped land tax, which may bring in a gain some day, but at present costs ten times what it produces, is the type of expenditure I mean. I say nothing of its justice or injustice, but only of its inopportuneness at a moment when we sorely need our present resources. Another preparation lies in our national understanding of the possibility of such a danger and the determination to face the facts. Both Unionists and Liberals have shown their appreciation of the situation, and so have two of the most famous Socialist leaders. No audible acquiescence has come from the ranks of the Labor Party. I would venture to say one word here to my Irish fellow- countrymen of all political persuasions. If they imagine that they can stand politically or economically while Britain falls, they are woefully mistaken. The British Fleet is their one shield. If it be broken, Ireland will go down. They may well throw themselves heartily into the common defence, for no sword can transfix England without the point reaching Ireland behind her. Let me say in conclusion, most emphatically, that I do not myself accept any of those axioms of General von Bernhardi which are the foundation-stones of his argument I do not think that war is in itself a good thing, though a dishonorable peace may be a worse one. I do not believe that an Anglo-German war is necessary. I am convinced that we should never, of our own accord, attack Germany, nor would we assist France if she made an unprovoked attack upon that Power. I do not think that as the result of such a war, Germany could in any way extend her flag so as to cover a larger white population. Every one of his propositions I dispute. But that is all beside the question. We have not to do with his argument, but with its results. Those results are that he, a man whose opinion is of weight and a member of the ruling class in Germany, tells us frankly that Germany will attack us the moment she sees a favorable opportunity. I repeat that we should be mad if we did not take very serious notice of the warning. THE END
Gran Bretagna e la prossima guerra
Nota: Sir Arthur Conan Doyle è sia lo storico della Guerra Boera che il creatore di Sherlock Holmes, un esperto delle operazioni militari e un ingegnoso ideatore di intrighi; è al contempo un patriota appassionato e un pensatore chiaro e logico.
Nel 1913, per attirare l’attenzione dei suoi connazionali sulle avvertenze espresse apertamente dal generale von Bernhardi nel suo libro Germania e la prossima guerra, Sir Arthur analizzò i ragionamenti del generale tedesco contro l’Inghilterra, rispondendo alle sue argomentazioni alla luce della storia e della ragione. La sua sintesi dei motivi e dei piani tedeschi è particolarmente preziosa per gli americani, soprattutto alla luce degli eventi successivi; inoltre, le sue ironie leggere nei confronti di alcune affermazioni di Bernhardi sono davvero deliziose. Il suo piano dettagliato per la difesa nazionale rappresenta un interesse particolare per ogni americano che abbia mai attraversato la Manica, mentre i suoi consigli ai propri connazionali irlandesi sembrano profetici.
È impressionante constatare che un membro della Società Anglo-Germanica, che non ha mai creduto seriamente nella cosiddetta “minaccia tedesca”, abbia percepito così profondamente le implicazioni della “filosofia” di Bernhardi da scrivere: “Contro ognuna delle sue affermazioni posso obiettare. Ma questo è irrilevante. Non ci interessa il suo ragionamento, bensì i suoi risultati. Questi risultati sono chiari: lui, una persona di grande influenza e membro della classe dirigente tedesca, ci dice apertamente che la Germania attaccherà non appena ne avrà l’opportunità. Ripeto: saremmo pazzi se non prendessimo questa minaccia molto seriamente.”
Gran Bretagna e la prossima guerra
Sono membro della Società Anglo-Germanica per il miglioramento delle relazioni tra i due paesi, e non ho mai creduto seriamente alla minaccia tedesca. Spesso mi sono trovato in compagnia di inglesi colti che ritenevano tale minaccia inesistente, o al massimo grandemente esagerata.
Questa conclusione si basava su due motivi principali. Primo: sapevo che sarebbe stato impossibile attaccare la Germania se non in presenza di provocazioni estreme. Data la struttura del nostro governo, anche se le autorità supreme lo avessero desiderato, sarebbe stato totalmente impraticabile, poiché una guerra estera non poteva essere vinta dalla Gran Bretagna senza il consenso della stragrande maggioranza dei suoi cittadini. La nostra politica estera, come quella interna, è guidata dal voto del proletariato: sarebbe impossibile intraprendere una guerra aggressiva contro qualsiasi potenza se il pubblico non ne fosse convinto della giustizia e necessità. Per questo motivo, non avremmo mai potuto attaccare la Germania.
D’altra parte, sembrava altrettanto improbabile che la Germania ci attaccasse. Non si capiva quale vantaggio potesse trarne: aveva già nemici alle sue frontiere orientali e occidentali, e non era certo probabile che cercasse intenzionalmente di provocare il potente Impero britannico. Se avesse dichiarato guerra e l’avesse persa, il suo commercio ne avrebbe risentito e il suo impero coloniale in via di sviluppo sarebbe stato distrutto; se invece avesse vinto, non era chiaro quando avrebbe potuto ottenere qualche vantaggio concreto. Non avremmo potuto offrirle condizioni commerciali migliori di quelle che già possiede; né le avremmo potuto fornire colonie abitate da bianchi, poiché sarebbe stato impossibile conquistarle contro la resistenza degli abitanti locali. Un risarcimento finanziario non avrebbe mai potuto essere ottenuto con la forza. Al massimo, alcune stazioni carbonifere e qualche colonia tropicale, di cui già disponeva in abbondanza. Ma un simile premio valeva davvero il rischio di una guerra del genere? A mio parere, c’era solo una risposta possibile.
Ancora oggi ritengo che questa analisi sia solida; penso ancora che attaccare deliberatamente la Gran Bretagna da parte della Germania sarebbe un atto folle. Ma purtroppo, un attacco motivato da errori è altrettanto dannoso di qualsiasi altro, e i danni vengono causati prima ancora che si renda conto dell’assurdità di tale azione. Se ora credo che un attacco possa essere possibile, e forse imminente, è perché ho studiato il libro “La Germania e la prossima guerra” del generale von Bernhardi.
Un libro scritto da un tale uomo non può essere considerato semplicemente il delirio di un anglofobo pan-germanico. A quanto pare, lui non è affatto un pan-germanico; non vi è alcuna allusione a quella “Germania irredenta” che rappresenta il sogno del suo partito. È una persona di rilievo, l’autorità più autorevole in Germania su alcuni aspetti della scienza militare. Ma ha lo stesso peso quando parla di politica internazionale e dell’uso effettivo di quelle potenti forze che ha contribuito a creare? Speriamo di no. Tuttavia, quando un uomo parla con la massima autorità su un certo argomento, la sua voce non può essere completamente ignorata su un tema correlato. Inoltre, si impegna costantemente, e con successo, nel far comprendere al lettore di essere il diretto discepolo moderno di quella corrente di pensiero tedesca che va da Federico II a Bismarck fino ai giorni nostri. Si muove in ambienti che effettivamente influenzano le azioni del suo paese in modi che non abbiamo equivalenti. Per tutte queste ragioni, le sue opinioni non possono essere ignorate facilmente e dovrebbero essere studiate con molta attenzione dai britannici. Sappiamo di non desiderare la guerra e vogliamo solo essere lasciati in pace. Purtroppo, per fare la pace servono due persone, proprio come per iniziare una lite. Qui c’è un’affermazione molto chiara: la lite è imminente, e dobbiamo pensare ai mezzi – militari, navali e finanziari – con cui possiamo affrontarla. Poiché il libro di von Bernhardi potrebbe non essere accessibile a tutti i lettori di questo articolo, inizierò fornendo una descrizione della situazione come la vede lui, nonché del percorso d’azione che prevede e raccomanda. Inizia il suo ragionamento con l’affermazione senza compromessi che la guerra è in sé una cosa positiva: ogni progresso si basa sulla lotta, e ogni nazione ha il diritto – anzi, il dovere – di usare la violenza quando i suoi interessi sono in gioco e c’è una possibilità ragionevole di successo. Riguardo all’obiezione ovvia secondo cui tale dottrina non abbia alcuna relazione con il cristianesimo, lui non è disposto ad ammettere la validità dell’etica cristiana nella pratica internazionale; anzi, in un passaggio ingegnoso cerca persino di far leva sulla sanzione del cristianesimo a sostegno delle sue posizioni belliciste. Dice: “Ancora una volta, dal punto di vista cristiano, arriviamo alla stessa conclusione. La morale cristiana si basa infatti sul principio dell’amore: ‘Amate Dio sopra ogni cosa e il vostro prossimo come voi stessi’. Questo principio non può avere alcun significato nelle relazioni tra un paese e un altro, poiché la sua applicazione alla politica porterebbe a conflitti di doveri. L’amore che un uomo prova per un altro paese implicherebbe necessariamente una mancanza di amore per i propri connazionali; un simile sistema politico condurrebbe inevitabilmente in errore gli uomini. La morale cristiana è personale e sociale, e per sua natura non può essere politica. Il suo scopo è promuovere la moralità individuale, affinché le persone possano lavorare altruisticamente nell’interesse della comunità. Ci dice di amare i nostri nemici individuali, ma non elimina il concetto stesso dell’inimicizia.”
Avendo così stabilito la tesi generale secondo cui una nazione non dovrebbe esitare a dichiarare guerra quando un vantaggio materiale ne possa derivare, egli espone molto chiaramente alcune delle cause di guerra che la Germania può trovarsi di fronte. I seguenti passaggi ne gettano luce:
“Le nazioni forti, sane e in fiore aumentano di numero. A un certo punto necessitano di un’espansione continua dei loro confini, di nuovi territori per ospitare la loro popolazione in eccesso. Poiché quasi tutte le parti del globo sono già abitate, i nuovi territori devono essere ottenuti, di norma, a scapito dei loro possessori – cioè attraverso la conquista, che diventa così una legge di necessità.”
Inoltre:
“Infine, in tutti i tempi il diritto alla conquista per mezzo della guerra è stato riconosciuto. Può accadere che un popolo in crescita non riesca ad ottenere colonie da razze non civilizzate, eppure lo Stato desideri mantenere la popolazione in eccesso che il paese d’origine non è più in grado di sostenere. In tal caso, l’unica soluzione rimane quella di acquisire i territori necessari attraverso la guerra. Così, l’istinto di autoconservazione conduce inevitabilmente alla guerra e alla conquista di terre straniere. Non è il possessore del territorio, ma il vincitore, a detenere tale diritto.”
E conclude:
“L’arbitrato può rivelarsi particolarmente dannoso per un popolo che non ha ancora raggiunto il suo apice politico e nazionale, e che è determinato ad ampliare il proprio potere al fine di svolgere un ruolo degno nel mondo civile.”
Aggiunge inoltre:
“Bisogna ricordare che una decisione pacifica emessa da un tribunale arbitrale non può mai sostituire, per effetti e conseguenze, una decisione bellicosa, nemmeno per lo Stato a favore del quale viene pronunciata.”
Per molti di noi, sembrerebbe una legittima estensione dell’argomentazione dell’autore il dire che avrebbe un effetto positivo sul nostro carattere se, quando abbiamo dei reclami nei confronti del nostro vicino, ci astenessimo dal portarli in tribunale e ci limitassimo a rompergli la testa con un bastone. Tuttavia, qui non ci interessa tanto la validità degli argomenti del generale tedesco quanto la loro applicazione pratica, nel contesto delle nostre situazioni personali.
Mettendo da parte coloro che sostengono la pace, lo scrittore prosegue: “Di fronte a tali opinioni, prodotte da un’umanità falsa, è necessario dare una risposta chiara e decisa: in alcune circostanze, non solo i diritti, ma anche il dovere morale e politico di uno statista consistono nel scatenare una guerra. Gli atti dello Stato non possono essere giudicati secondo gli standard della moralità individuale.” Citando Treitschke: “Il dovere cristiano di sacrificarsi per qualcosa di più alto non esiste nello Stato, poiché nella storia del mondo non c’è nulla di più alto dello Stato stesso; pertanto lo Stato non può sacrificarsi per nulla di più alto.” Si sarebbe potuti sperare che un ideale nobile e uno scopo morale rappresentassero qualcosa di più elevato, ma sarebbe vano affermare che qualsiasi paese, compreso il nostro, abbia mai realmente aderito pienamente a tale dottrina. Eppure, ogni sforzo consapevole, per quanto imperfetto, è certamente meglio di una negazione deliberata.
Dopo aver enunciato queste proposizioni generali sul valore della guerra e sull’inesistenza di obblighi morali internazionali, il generale von Bernhardi passa a esaminare in dettaglio la posizione generale della Germania e l’applicazione pratica di tali dottrine. Entro i limiti di questo articolo, posso solo fornire una panoramica generale della situazione come la vede lui. La guerra è necessaria per la Germania; deve essere intrapresa non appena possibile, soprattutto quando certi fattori lo rendono vantaggioso per i suoi nemici. I principali di questi fattori sono la ricostruzione della flotta russa, che avverrà entro pochi anni, e la preparazione di una forza coloniale francese pronta a partecipare alle ostilità europee. Anche questo processo, sebbene già iniziato, richiederà alcuni anni per essere completato; quindi il futuro immediato rappresenta l’opportunità migliore per la Germania.
In questa guerra, la Germania nutre scarse fiducie nell’Italia come alleata, poiché i loro interessi sono in gran parte divergenti; tuttavia assume una solidarietà totale con l’Austria. L’Austria e la Germania devono fare i conti con la Francia e la Russia. La Russia si muove lentamente, mentre la Germania, grazie alla sua rapida mobilitazione, potrebbe attaccare la Francia senza rischi per le sue retrovie. Se riuscisse a ottenere una vittoria decisiva fin dall’inizio, la Russia potrebbe rifiutarsi di negoziare, soprattutto se si potesse far sì che sembrasse che fosse stata la Francia ad attaccare per prima. Prima che la lenta mentalità slava comprendesse appieno la situazione e mettesse in movimento le sue forze imponenti, il suo alleato potrebbe essere sconfitto, lasciandola di fronte alle due potenze germaniche, che sarebbero più che adeguate per affrontarla.
L’esercito tedesco, che dovrebbe essere lo strumento di questo dramma mondiale. Il generale von Bernhardi esprime l’opinione più alta al riguardo: “Lo spirito che anima le truppe, l’ardore offensivo, l’eroismo e la lealtà che prevalevano tra loro giustificano le aspettative più elevate. Sono certo che, se dovranno presto essere chiamati alle armi, le loro imprese sorprenderanno il mondo, a condizione che siano guidati con abilità e determinazione”. È difficile comprendere in quale modo sia stato verificato il loro “ardore offensivo”, ma probabilmente il mondo concorderà sul fatto che l’esercito tedesco rappresenti una forza estremamente temibile. Tuttavia, quando egli afferma che i tedeschi sicuramente sconfiggeranno i francesi, dato che le due armate sono di circa uguali forze, non è così facile seguire il suo ragionamento. È possibile che anche un’autorità così prestigiosa come il generale von Bernhardi non abbia apprezzato appieno quanto la Germania sia stata maestra del mondo in materia militare, e quanto i suoi “alunni” abbiano efficacemente accolto queste lezioni. Quell’attenzione ai dettagli, quella perfezione nell’organizzazione delle operazioni di mobilitazione e quella cura nella preparazione che hanno portato i tedeschi a vittorie in passato, potrebbero ora rivelarsi contro di loro; è possibile che altri riescano a eguagliare le loro stesse qualità. Povera Francia: una volta conquistata, verrà trattata con estrema durezza. Ecco il passaggio che descrive il suo destino: “In un modo o nell’altro dobbiamo regolare i conti con la Francia, se vogliamo avere libertà di manovra nella nostra politica internazionale. Questa è la prima e principale condizione per una sana politica tedesca. E poiché l’ostilità della Francia non può essere eliminata attraverso tentativi pacifici, la questione deve essere risolta con la forza delle armi. La Francia deve essere completamente distrutta, in modo che non possa mai più rappresentare un ostacolo per noi”. Non si spiega come la Germania possa annientare definitivamente la Francia. E è difficile immaginarlo. Un’indennità, per quanto ingente, verrebbe comunque pagata e la Francia potrebbe riprendersi. La Germania ha trovato le province di confine a metà tedesche che ha annesso, troppo difficili da integrare; difficilmente riuscirebbe ad assorbire la Champagne o qualsiasi altro territorio puramente francese. L’Italia potrebbe annettersi parte della Savoia e della Riviera Francese. Ma se il paese venisse artificialmente diviso, le sue varie parti si unirebbero di nuovo non appena ne avessero l’occasione. Insomma, rendere la Francia permanentemente “sterile” non sarebbe affatto facile. Probabilmente ci si proverebbe imponendo la condizione che in futuro nessun esercito, se non per scopi di polizia, potesse essere utilizzato. Tuttavia, anche la storia della Prussia dimostra che una proibizione così rigida può essere aggirata da un popolo conquistato ma indomabile.
Ora rivolgiamoci alle opinioni del generale von Bernhardi su di noi. Per molti di noi è interessante conoscere quali siano stati quegli episodi storici che hanno indotto lui e molti dei suoi connazionali a criticare aspramente il nostro passato nazionale. Dal nostro punto di vista, in passato abbiamo più volte aiutato la Germania senza chiedere alcuna ricompensa se non la consapevolezza di aver collaborato a una causa comune: fu così negli anni di Marlborough, di Federico e anche di Napoleone. Non c’è alcun accenno a questi legami, che per noi erano importanti, in questo libro; al contrario, vi sono riferimenti molto aspri ad altri eventi storici che, a nostro parere, non rappresentano motivi sufficienti per l’odio internazionale. Possiamo davvero rallegrarci come nazione, se non possiamo essere accusati di nulla di più grave di ciò che è contenuto nel libro di questo generale tedesco. Il primo episodio su cui si sofferma riguarda il vecchio rancore tedesco per l’abbandono di Federico il Grande da parte dell’Inghilterra nel 1761. Si potrebbe pensare che in simili questioni esistano delle scadenze temporali, ma a quanto pare per i tedeschi non ne esiste alcuna. Ammettiamo pure che la cessazione prematura di una campagna militare possa essere considerata ingiusta nei confronti dei propri alleati, e riconosciamo anche che un governo britannico, sotto il suo sistema partitico, non possa mai essere un alleato assolutamente affidabile. Tuttavia, in questa vicenda esistevano diverse circostanze attenuanti: avevamo combattuto per cinque anni, fornendo ingenti aiuti a Federico e inviando truppe britanniche nel cuore della Germania. La pressione era molto elevata, ma quella guerra non influenzava direttamente i nostri interessi nazionali. Il popolo britannico riteneva, non del tutto a torto, che la guerra fosse combattuta a vantaggio di Hannover e riguardasse più una questione tedesca che britannica. Quando noi ci ritirammo, anche la Francia fece lo stesso, quindi l’equilibrio dei poteri tra le parti in conflitto non venne gravemente alterato. Inoltre, è interessante notare che proprio quel trattamento che il generale von Bernhardi tanto criticava era esattamente quello che Federico stesso aveva riservato ai suoi alleati alcuni anni prima, alla fine della campagna di Slesia: in quell’occasione aveva concluso una pace separata con Maria Teresa, lasciando che i suoi alleati, Francia e Baviera, affrontassero da soli l’attacco austriaco.
Infine, l’intero episodio deve essere giudicato con le parole di uno scrittore moderno: “Possono sorgere circostanze più potenti delle intenzioni più onorevoli; in tali casi, gli interessi stessi del paese – considerati, ovviamente, nel senso più alto dell’etica – devono decidere la situazione”. Queste parole non provengono dall’opera di un apologeta britannico, ma proprio dal libro di von Bernhardi, che rimprovera l’Inghilterra per il suo presunto attaccamento a tali principi. Von Bernhardi cita anche, con approvazione, le parole di Treitschke: “Federico il Grande fu accusato per tutta la vita di tradimento, perché nessun trattato o alleanza avrebbe mai potuto convincerlo a rinunciare al diritto alla libera autodeterminazione”. Lasciando da parte questa antica questione legata alla Guerra dei Sette Anni, è interessante cercare di scoprire se esistano altri motivi concreti nel passato per la condanna della Germania. Vengono citati due ulteriori esempi storici come dimostrazione della nostra perfidia: il bombardamento di Copenaghen nel 1807, quando i britannici presero possesso forzatamente della flotta danese in tempo di pace. Bisogna ammettere che si trattò di un passo estremo, giustificabile soltanto per motivi di assoluta necessità legati alle esigenze nazionali vitali. Il governo britannico dell’epoca riteneva che Napoleone stesse per impossessarsi della flotta danese e usarla contro di loro; Fouche, nelle sue memorie, ha ammesso che tale diritto era effettivamente previsto da una clausola segreta del Trattato di Tilsit. Si trattava di un momento disperato, in cui venivano adottate misure estreme contro di noi; si potrebbe quindi sostenere che simili azioni fossero necessarie per legittima difesa. Una volta intrapresa questa iniziativa e visto che la nostra richiesta venne rifiutata, non rimase altra scelta se non il bombardamento della città, con i conseguenti danni alla popolazione civile. Non si tratta di un atto di cui dobbiamo andare fieri; al massimo può essere descritto come una necessità dolorosa e sfortunata. Tuttavia, sarei sorpreso se i danesi, ripensandoci oggi, lo giudicassero più severamente di alcune esperienze più recenti vissute a causa dei connazionali dello stesso von Bernhardi. Il fatto che egli stesso sia pronto a intraprendere azioni simili, su scala molto più ampia e con motivazioni ancora più discutibili, è dimostrato dalla sua dichiarazione secondo cui, se l’Olanda non si schiererà contro l’Inghilterra nella prossima guerra, sarà invasa dalle truppe tedesche.
Il prossimo attacco storico del generale von Bernhardi riguarda il bombardamento di Alessandria nel 1882, che descrive come avvenuto sotto pretesti ipocriti in un periodo di pace. Per coloro che ricordano quell’evento e sono a conoscenza del movimento anti-europeo dell’Arabia e dei massacri che precedettero il bombardamento, tale accusa appare grottesca. Tuttavia, è proprio con argomentazioni di questo genere che questo pubblicista tedesco cerca di mascherare i propri pregiudizi e gelosie irrazionali nei confronti di questo paese. Viene nuovamente sollevata l’assurda ipotesi secondo cui il governo britannico avrebbe dichiarato guerra ai Boeri al solo scopo di impossessarsi delle loro miniere d’oro, anche se si potrebbe pensare che persino la stampa scandalistica che ne aveva fatto le spese dodici anni prima l’avesse ormai abbandonata. Se il generale von Bernhardi riuscirà a dimostrare in modo concreto come il governo britannico abbia tratto beneficio da queste miniere, o se sia mai stato un singolo azionista straniero privato delle proprie quote, allora sarà il primo ad fornire prove valide a sostegno di questa ridicola accusa. In un precedente passaggio del suo libro afferma che fu il presidente Kruger ad aver scatenato la guerra, e che tale decisione fosse lodevole. Entrambe le affermazioni non possono essere vere: se fu Kruger ad iniziare la guerra, allora essa non fu imposta dalla Gran Bretagna al fine di impossessarsi delle miniere d’oro. Per quanto riguarda le specifiche accuse contro la Gran Bretagna, è difficile considerarle così gravi da mettere in ombra tutte le ragioni storiche, razziali e religiose che uniscono i due paesi. Tuttavia ci interessano soprattutto le conclusioni a cui arriva il generale von Bernhardi, poiché dichiara che il suo paese è pronto ad agire in base ad esse. Esistono due motivazioni principali per cui ritiene che la Germania debba dichiarare guerra all’Impero britannico: il primo è quello di agire come campione dell’umanità nel perseguire quella che definisce “la libertà dei mari”; il secondo è quello di favorire l’espansione della Germania come potenza mondiale, ostacolata dall’opposizione britannica. Il primo di questi motivi è difficile da comprendere: il potere marittimo britannico è sempre stato utilizzato per garantire, e non per distruggere, la libertà dei mari. Quale piccola nazione è mai stata ostacolata nel svolgere le proprie attività legittime? Solo i pirati, gli schiavisti e i trafficanti di armi possono lanciare simili accuse. Se il semplice fatto di disporre di una forza marittima preponderante costituisce un’intrusione nella libertà dei mari, allora ogni nazione dovrebbe essere ritenuta colpevole di questo. Dopo la nostra moderata supremazia marittima, possiamo ben dire alla Germania ciò che Carlo disse a Giacomo: “Nessuno ucciderà me per metterti sul trono”. Il suo mandato non è affatto condiviso da coloro che pretende di rappresentare.
Ma l’accusa seconda è ancora più formidabile. Noi ostacoliamo le ambizioni mondiali della Germania, anche se, geograficamente parlando, si trovano proprio nei nostri territori. Ma se ci pensiamo bene, di cosa la priviamo realmente? E il raggiungimento di tali obiettivi ha davvero una tale importanza vitale? Ostacoliamo il suo commercio? Al contrario, dimostriamo una generosità che non riceve alcun riconoscimento, e che molti di noi considerano addirittura eccessiva. I suoi prodotti industriali entrano nel nostro paese senza tasse, mentre i nostri vengono bloccati in Germania da un dazio del venti per cento. In India, Egitto e in ogni colonia che non controlla direttamente la propria politica finanziaria, i prodotti tedeschi sono accettati allo stesso modo dei nostri. Nessuna guerra vittoriosa potrebbe migliorare la sua posizione in questo senso. Tuttavia, c’è la questione dell’espansione coloniale. Il generale von Bernhardi prevede che la Germania stia aumentando la propria popolazione a un ritmo tale da rendere necessaria presto l’emigrazione per alleviare questa pressione. È una ambizione nazionale del tutto naturale che queste emigrazioni avvengano in luoghi dove i coloni non perdano la propria bandiera o nazionalità. Ma se la Gran Bretagna scomparisse, dove troverebbero tali luoghi? Non in Canada, Australia, Sudafrica o Nuova Zelanda: questi paesi non potrebbero essere conquistati se la “Madre Patria” non esistesse più. Il generale von Bernhardi parla delle terre alte dell’Africa, ma la Germania possiede già zone simili in Africa, e la loro colonizzazione non è stata un successo. Si può davvero indicare un solo luogo sulla superficie terrestre adatto all’insediamento dei bianchi, da cui la Germania sia esclusa a causa dell’esistenza della Gran Bretagna? È vero che il vasto continente del Sud America è scarsamente popolato, con una popolazione complessiva circa pari a quella della Prussia. Ma questa è una questione di cui gli Stati Uniti, e non noi, sono i principali interessati; inoltre, non è nel nostro interesse né opporci né sostenere tale tendenza. Tuttavia, per quanto tutte queste ragioni per la guerra possano sembrare insufficienti a un britannico, bisogna ricordare che dobbiamo considerarle come se fossero derivate dalle premesse più logiche. Queste conclusioni si esprimono in frasi del tipo: “Ciò che ora desideriamo ottenere deve essere conquistato a prezzo di una lotta contro forze ostili e potenze più potenti”. “Poiché questa lotta è necessaria ed inevitabile, dobbiamo combatterla a tutti i costi”. “Un accordo pacifico con l’Inghilterra è un’illusione: nessun serio statista tedesco si preoccuperebbe di seguirlo. Dobbiamo sempre tenere presente la possibilità di una guerra con l’Inghilterra e pianificare le nostre politiche e strategie militari di conseguenza. Non dobbiamo dare peso alle proteste pacifiste dei politici, degli pubblicisti e degli utopisti inglesi: esse non possono cambiare la realtà delle cose”.
La situazione nel mondo mostra chiaramente che non potrà esserci che un breve respiro prima di doverci nuovamente confrontare con la questione se dovremo difendere la nostra posizione nel mondo o rinunciarvi per sempre. In nessun caso possiamo aspettare che i nostri avversari completino il loro armamento e decidano che è arrivato l’ora dell’attacco.
Anche i tentativi inglesi di riconciliazione non devono farci perdere di vista la realtà della situazione. Al massimo, possiamo utilizzarli per ritardare una guerra necessaria e inevitabile, fino a quando potremo sperare con ragionevole certezza di avere qualche possibilità di successo.
Quest’ultima frase dovrebbe essere chiara a coloro che in passato hanno lavorato per migliorare i rapporti tra i due paesi. Eppure è proprio quest’uomo che osa accusarci di tradimento nazionale.
Questi estratti sono solo alcuni di una lunga serie di dichiarazioni che dimostrano, senza alcun dubbio, che la Germania, attraverso il generale von Bernhardi come esponente delle sue intenzioni, attaccherà sicuramente noi non appena ne avrà l’opportunità. Il primo segnale di un tale attacco sarebbe un attacco con i torpedini contro la nostra flotta, e un messaggio via radio inviato alle navi da guerra tedesche per farle uscire le armi nascoste e trasformarle in incrociatori pronti ad attaccare il nostro commercio. Questa è la situazione che descrive. Forse si sbaglia, ma questa è la sua opinione e il suo consiglio.
Traccia i lineamenti generali di una guerra tra Inghilterra e Germania: se la Francia fosse coinvolta, verrebbe annientata, come già descritto. Ma supponiamo che i due rivali rimangano faccia a faccia. Olanda e Danimarca dovrebbero essere costrette ad allearsi con la Germania, altrimenti sarebbero conquistate. La flotta tedesca verrebbe trattenuta sotto la protezione delle fortezze terrestri; intanto, torpedini, sottomarini e aeroplani verrebbero utilizzati per indebolire gradualmente le squadre di bloccoaggio. Quando queste fossero sufficientemente ridotte, la flotta tedesca avrebbe l’opportunità di attaccare. Per quanto riguarda le possibilità di successo, ritiene che, in termini di materiali e personale, le due flotte possano essere considerate equivalenti, una volta che il numero delle navi fosse stato equilibrato. Per quanto riguarda la qualità delle armi, ritiene che i tedeschi abbiano il vantaggio; non parla esplicitamente di abilità nel tiro, ma crede che i suoi connazionali siano avanti rispetto agli altri in campo torpediniere. Per quanto riguarda gli aeroplani – che saranno di fondamentale importanza sia per le ricognizioni che per le attacchi effettivi – ritiene anche che il suo paese abbia un notevole vantaggio.
Ecco, in forma condensata, la tesi generale e le previsioni di questo famoso ufficiale tedesco. Se fossero vere, giorni terribili attenderebbero sia il suo paese che il nostro. Si potrebbe trovare un po’ di consolazione nel constatare che, oveunque tenti di comprendere i nostri sentimenti, commette gli errori più gravi. Ad esempio, afferma come axioma che, se fossimo in difficoltà, le colonie approfitterebbero dell’occasione per abbandonarci; noi sappiamo invece che proprio una situazione del genere porterebbe alla formazione di un’unione federale dell’Impero. È anche convinto che in questo paese esista un profondo risentimento commerciale e politico nei confronti degli Stati Uniti, risentimento che potrebbe facilmente sfociare in guerra; noi sappiamo invece che tale sentimento non esiste affatto, e che anzi vorremmo vedere il tridente nelle mani dei nostri cugini americani. Tuttavia, una cosa che dice è assolutamente vera: l’idea di una guerra tra Germania e noi non è mai entrata nella mente di nessuno in questo paese prima del 1902. Perché proprio quell’anno? Se tale sentimento fosse nato da un risentimento commerciale da parte della Gran Bretagna, si sarebbe manifestato molto prima, già con l’emanazione delle norme “Made in Germany”. È emerso nel 1902 perché quel fu l’epilogo della guerra boera, e perché l’ostilità acerrima dimostrata dai tedeschi in quella guerra ci ha fatto rendere conto che sarebbero stati capaci di farci del male se ne avessero avuto l’opportunità. Quando la legge navale tedesca del 1900 ha lasciato intendere che presto avrebbero avuto i mezzi per farlo, sono sorti i primi timori per il nostro futuro; la politica tedesca ci ha spinto sempre di più tra le file dei nostri oppositori. In questo senso, il generale von Bernhardi ha ragione; ma in quasi tutti gli altri aspetti riguardanti i nostri sentimenti e le nostre opinioni, si sbaglia; quindi è probabile che anche su quelle questioni, nelle quali non possiamo contraddirlo – come il corso del pensiero e delle azioni tedesche nel futuro – abbia torto. Tuttavia, ripeto: è una persona di grande rilievo e reputazione, e saremmo pazzi se non prendessimo sul serio le opinioni che ha espresso.
Ho intitolato questo articolo “La Gran Bretagna e la prossima guerra”, poiché esamina gli argomenti e i problemi sollevati dal generale von Bernhardi nel suo libro “Germania e la prossima guerra” dal punto di vista britannico. Spero che si dimostri che tale titolo è assurdo e che quella guerra non sia altro che un’ipotesi fantasiosa. Ma prima di concludere, vorrei dedicare alcune pagine alle mie considerazioni sulle misure difensive del nostro paese. So bene di non parlare con l’autorità di un esperto, il che rende ancora più imbarazzante il fatto che le mie opinioni non coincidano con quelle di nessuno che abbia incontrato in questa controversia. Tuttavia, è meglio essere una voce, per quanto debole, piuttosto che un semplice eco.
Sarebbe più semplice discutere se iniziasse eliminando certi fattori che, a mio parere, solo complicano la questione, poiché vengono continuamente messi in primo piano a scapito delle vere problematiche sottostanti. Uno di questi fattori è la presunta possibilità di un’invasione, sia su larga scala che sotto forma di raid. Le nostre più alte autorità navali dell’epoca hanno dichiarato impossibile una simile invasione, e non credo che nessuno possa leggere il Memorandum di Wilson senza essere convinto dalla sua logica stringata. Von Bernhardi, nel suo capitolo sui possibili metodi per danneggiare la Gran Bretagna, pur trattando l’argomento con grande franchezza, respinge l’idea sia di raid che di invasione in poche frasi brevi. A mio parere, il raid rappresenta l’ipotesi meno plausibile delle due. Un’invasione, almeno, comporterebbe un rischio mortale, ma potrebbe rappresentare una scommessa finale; un raid, invece, significherebbe sicuramente la perdita di un gruppo di soldati selezionati, che sono senz’altro il fiore dell’esercito. Un raid non potrebbe avere alcun effetto duraturo sulla guerra e disturberebbe l’equilibrio del potere militare tra Germania e i suoi vicini. Se la Germania fosse un’isola come noi, potrebbe correre un simile rischio; ma essendo stretta tra due nazioni armate altrettanto forti di sé, non credo che esista la minima possibilità che ciò accada. Tuttavia, se, come dice von Bernhardi, tali piani sono solo visionari, qual è allora lo scopo effettivo di un’esercito territoriale, e ancora di più, quale sarebbe lo scopo di un esercito di servizio nazionale su base obbligatoria per la difesa del paese? Non si tratta forse di uno spreco di denaro ed energie che potrebbero essere utilizzati in modo più proficuo in altri ambiti? Tutti provano grande affetto e stima per Lord Roberts, soprattutto chi ha l’onore di conoscerlo personalmente; quindi si esita a esprimere opinioni che potrebbero non essere gradite. Eppure lui stesso ammetterebbe che è nostro dovere contribuire al dibattito con le nostre idee, se queste sono state formulate con coscienza e se crediamo sinceramente che rappresentino il miglior percorso d’azione per il nostro paese. Per quanto riguarda il suo argomento a favore del servizio militare obbligatorio basato sulla salute e sulla forma fisica dei cittadini, penso che si basi su fondamenti inattaccabili. Tuttavia, non riesco a credere che sia stata dimostrata la validità dell’idea di sostituire i volontari con soldati reclutati con la forza, soprattutto considerando il modo in cui questi ultimi hanno sempre prestato servizio in passato. Per quanto grande sia l’esperienza di Lord Roberts, qui sta parlando di qualcosa che non conosce bene, poiché non ha mai visto un soldato britannico reclutato con la forza e quindi non dispone di dati per confrontarlo con i soldati volontari attuali. Un tempo esistevano anche marinai britannici reclutati con la forza, e sono stati citati dati che mostrano come, su 29.000 uomini arruolati, 27.000 siano fuggiti dalla flotta per diserzione. Non sono certo questi uomini a vincere le nostre battaglie.
Il ragionamento a favore del servizio obbligatorio si basa sull’argomentazione secondo cui l’esercito territoriale è carente sia in termini di numeri che di qualità. Tuttavia, se escludiamo la possibilità di un’invasione dai nostri calcoli, questa carenza diventa meno rilevante. L’esercito territoriale rappresenta in realtà una sorta di scuola per i futuri soldati; l’esercito regolare dispone infatti di altre riserve da utilizzare prima ancora che questi giovani raggiungano il livello necessario di esperienza. L’esperienza dimostra che, in una nazione guerriera come la nostra, le file dell’esercito si riempiono rapidamente non appena scoppiano le ostilità, e la qualità delle truppe migliora in modo significativo nel corso del conflitto. È assurdo sostenere che, solo perché la Bulgaria può inviare le sue truppe in Turchia in un giorno, anche noi dovremmo sempre essere pronti alla guerra. Il confine tra Turchia e Bulgaria è una linea di posti di guardia; il confine anglo-tedesco, invece, rappresenta cento leghe di mare aperto.
Ma sono così ottimista da dire che non esiste pericolo di una guerra tedesca? Al contrario, ritengo che esista un grave pericolo, uno che ignoriamo e contro il quale potremmo, a un piccolo costo, prendere misure efficaci per proteggerci. Lasciate che provi a definire sia il pericolo che la soluzione. Per farlo, dobbiamo considerare le due diverse forme che una tale guerra potrebbe assumere: potrebbe trattarsi di uno scontro diretto tra due nazioni, oppure della Germania alleata della Francia contro la Gran Bretagna. Se la Germania attaccasse solo la Gran Bretagna, si può prevedere con certezza che la guerra sarebbe lunga, noiosa e probabilmente senza esito decisivo; in tal caso il nostro ruolo sarebbe relativamente passivo. Tuttavia, se la Germania attaccasse la Francia, il nostro ruolo diventerebbe molto più attivo, poiché non potremmo permettere che la Francia venisse sconfitta e, per fornirle un aiuto efficace, saremmo costretti a inviare truppe in Europa. Queste truppe avrebbero bisogno di rifornimenti militari e di essere mantenute in condizioni ottimali; quindi l’intero problema diventa molto più complesso.
Il fattore di pericolo, che è grave in entrambe le forme di guerra ma ancora più significativo nella seconda, riguarda l’esistenza di nuove tecniche belliche navali mai sperimentate fino ad ora e capaci di rivoluzionare completamente le condizioni dello scontro. Questi nuovi strumenti sono i sottomarini e gli aerei; questi ultimi, se non utilizzati esclusivamente per raccogliere informazioni, non sembrano rappresentare un vero pericolo, almeno non sufficientemente grave da alterare l’esito di una campagna militare. I sottomarini, invece, sono un problema completamente diverso: nessuna forma di blocco navale è in grado di trattenere questi mezzi nei porti, e nessuna abilità o coraggio umano può contrastarne efficacemente gli attacchi una volta che si trovano a distanza utile per colpire. Si potrebbe immaginare una situazione in cui le navi più grandi di entrambe le parti non riuscissero più a controllare i mari a causa di questi mezzi letali. Nessuno può escludere categoricamente che una tale eventualità sia impossibile. Vediamo quindi come ci colpirebbe se mai dovesse verificarsi.
In primo luogo, ciò non ci influenzerebbe affatto né per quanto riguarda le invasioni né i raid. Se i sottomarini tedeschi possono dominare le nostre grandi navi, i nostri sottomarini possono fare lo stesso con i loro. Dovremmo comunque essere in grado di controllare i mari con le nostre piccole imbarcazioni. Pertanto, se solo la Gran Bretagna fosse in guerra con la Germania, una tale rivoluzione navale influenzerebbe soltanto il nostro commercio e il nostro approvvigionamento alimentare. L’effetto esatto che uno stormo di sottomarini posizionati al largo della Manica e del Mar d’Irlanda avrebbe sul rifornimento di queste isole è un problema che va oltre le mie congetture. Oltre alle navi britanniche, altre sarebbero probabilmente distrutte, e ne deriverebbero complicazioni internazionali. Non riesco a immaginare che una tale flotta possa interrompere completamente, o anche solo in gran parte, i nostri rifornimenti. Tuttavia è certo che aumenterebbe notevolmente il prezzo di tutto ciò che riuscisse ad arrivare fino a noi. Pertanto, soffriremmo di privazioni, anche se non necessariamente al punto di essere costretti a negoziare una pace. Dall’inizio della guerra, ogni fonte di approvvigionamento interno sarebbe naturalmente incentivata, e è possibile che prima che i nostri rifornimenti esterni diminuissero seriamente, quelli interni fossero già sufficienti a colmare la carenza. Sia Lord Haldane che Lord Roberts hanno dichiarato che se perdessimo il controllo dei mari saremmo costretti a fare la pace. Tuttavia, si riferivano a una sconfitta navale totale, e non a uno stallo, che sembra essere l’alternativa più probabile. Per quanto riguarda una sconfitta navale totale, le nostre valutazioni, insieme alla grande lealtà dei dominioni d’oltremare, sembrano sufficienti per evitarla. È inutile cercare di spaventarci considerando l’intera forza dell’Alleanza Tripartita come possibile nemico, perché se loro entrassero in guerra, anche le forze dei nostri alleati sarebbero a disposizione. Dobbiamo pensare solo alla Germania: in tal caso, una predominanza dei sottomarini significherebbe soltanto un periodo difficile per il nostro paese, se combattessimo da soli contro di loro. Ma se fossimo alleati della Francia, la situazione diventerebbe infinitamente più grave. Non c’è bisogno di sottolineare che è di vitale importanza che la Francia non venga smembrata e indebolita: una tale tragedia trasformerebbe la metà occidentale dell’Europa in una sorta di “Germania gigante”, con pochi stati insignificanti ai suoi piedi. In quel caso, il periodo della sua dominazione mondiale sarebbe davvero arrivato. Pertanto, se la Francia venisse attaccata senza motivo, dovremmo fare di tutto per impedirle di cadere, e tra le misure da adottare vi sarà sicuramente l’invio di una forza expedizionale britannica per supportare il fianco sinistro, o quello belga, delle difese francesi. Tale forza potrebbe essere trasportata attraverso la Manica utilizzando forse un centinaio di navi da truppa, e successivamente sarebbero necessari continui trasporti per garantire i suoi rifornimenti.
Ecco, a mio parere, il materiale possibile per un grande disastro nazionale. Una flotta di trasporti del genere non può essere inviata all’improvviso; le sue preparazioni e il porto di partenza sono noti. Un singolo sottomarino in mezzo a una tale flotta sarebbe come una volpe in un pollaio, distruggendo vittima dopo vittima. Le possibilità sono spaventose: potrebbe non trattarsi di un solo sottomarino, ma di un intero squadrone. I trasporti terrorizzati si disperderebbero nell’oceano alla ricerca di un porto sicuro; il loro convoglio non potrebbe fare molto per aiutarli. Sarebbe un vero disastro, una sorta di inversione della Spagna Armada.
Se la traversata avvenisse direttamente dai porti orientali ad Anversa, il pericolo aumenterebbe; sarebbe minore se si facesse da Portsmouth a Le Havre. Tuttavia, questo viaggio richiederebbe sette ore, e le ferrovie da Le Havre al confine belga non sarebbero sufficienti per un simile convoglio. Senza dubbio lo Stretto di Dover verrebbe fortemente pattugliato dalle nostre imbarcazioni torpediniere, e la traversata avverrebbe soprattutto di notte, quando i sottomarini sono meno efficaci. Ma comunque, il rischio sembra davvero concreto. Quale pattuglia potrebbe impedire l’ingresso di un intero squadrone di sottomarini? Immagino che sia altrettanto difficile quanto tentare di bloccare lo Stretto a una scuola di balene.
Ma supponiamo che si possa evitare un tale disastro, e che, nonostante la preponderanza dei sottomarini, l’esercito riesca comunque a raggiungere la Francia o il Belgio in sicurezza: come possiamo garantire il passaggio sicuro di quella lunga flotta di navi che, per molti mesi, sarebbe necessaria per trasportare i rifornimenti indispensabili? Non potremmo farlo. L’esercito rischierebbe di trovarsi completamente isolato, con le sue linee di comunicazione interrotte, in un momento in cui la domanda sui risorse di tutti i paesi continentali è così elevata da non lasciare nulla per noi. A mio parere, questa situazione è del tutto possibile. E rappresenta, insieme al rischio legato ai trasporti, il più grande pericolo a cui potremmo essere esposti in una guerra tedesca. Ma questi pericoli, così come la questione alimentare di cui abbiamo già parlato, possono essere completamente prevenuti. In modo efficace, e utile sia in tempo di pace che in tempo di guerra. Il Tunnel della Manica è essenziale per la sicurezza della Gran Bretagna.
Non mi soffermerò qui sulle vantaggi commerciali o finanziari di un simile tunnel. Quando il commercio tra due grandi nazioni si concentra in un unico passaggio stretto, è evidente che qualsiasi società controlli tale passaggio possiede un investimento di grande valore, a condizione che i costi di costruzione non siano stati proibitivi. Il signor Rose Smith, rappresentante di una compagnia esperta in questo settore, ha stimato tali costi intorno ai cinque milioni di sterline. Anche se fossero il doppio, il triplo o il quadruplo di questa somma, si tratterebbe comunque di un progetto che prometterebbe grandi profitti; per questo motivo dovrebbe essere realizzato dallo stato, o dagli stati coinvolti, a beneficio comune. È infatti una questione troppo importante perché possa essere controllata da una società privata. Ma consideriamo ora le implicazioni di un simile tunnel in caso di guerra con la Germania. Tutti i pericoli che ho descritto verrebbero eliminati: potremmo disporre, attraverso Marsiglia e il tunnel, dell’intera risorsa alimentare del Mediterraneo e del Mar Nero. Le nostre forze militari potrebbero attraversare il tunnel senza essere influenzate dal tempo o dalle condizioni navali; in caso di attacco improvviso, un rafforzamento franco-britannico potrebbe essere inviato rapidamente dal continente. I tedeschi hanno costruito opere ingenti come il Canale di Kiel in previsione della guerra. La nostra risposta dovrebbe essere proprio il Tunnel della Manica, che ci avvicinerebbe ancora di più al nostro alleato. Anche se questo progetto fu abbandonato circa vent’anni fa, in realtà non è stato perso alcun tempo: i macchinari utilizzati per la perforazione sono migliorati enormemente, e ciò che un tempo avrebbe richiesto trent’anni ora può essere completato in soli tre. Se questa stima fosse corretta, potremmo ancora avere il tempo di realizzare questo progetto essenziale prima che scoppi la guerra minacciata dal generale von Bernhardi. Prima di concludere, diamo un’occhiata alle obiezioni sollevate in passato contro il tunnel. Tali obiezioni sono tuttora valide, anche se i vantaggi derivanti dalla sua costruzione sono aumentati a tal punto da far pendere decisamente la bilancia a favore di chi ne sostiene l’realizzazione. L’unica vera obiezione riguardava il timore che il tunnel potesse finire nelle mani sbagliate e venire utilizzato a scopi aggressivi militari. Non si intendeva con questo un’invasione diretta attraverso il tunnel stesso – invadere una nazione di quarantacinque milioni di persone attraverso un buco nel terreno lungo venticinque miglia sarebbe impensabile – ma che il tunnel potesse essere preso sotto controllo da una nazione straniera, che lo utilizzerebbe poi a scopi militari.
Al momento della discussione, le nostre relazioni con la Francia non erano affatto così amichevoli come sono ora, e naturalmente ci riferivamo soltanto alla Francia, poiché era già lei ad avere un’estremità del “tunnel”. Non abbiamo bisogno ora di discutere di altre nazioni, poiché queste dovrebbero necessariamente impossessarsi entrambe le estremità in modo sorprendente e poi mantenerle, il che è certamente inconcepibile. Attualmente siamo legati alla Francia da stretti vincoli di amicizia e interesse reciproco. Non abbiamo il diritto di presumere che rimarranno sempre su tali basi, ma poiché il pericolo comune sembra essere permanente, è improbabile che ci siano cambiamenti rapidi o improvvisi nelle nostre relazioni. Allo stesso tempo, in una questione così vitale come la nostra posizione all’estremità del tunnel di Dover, non possiamo essere troppo rigorosi nelle nostre precauzioni. Il tunnel dovrebbe sboccare in un punto controllato da cannoni; l’ingresso dovrebbe trovarsi all’interno delle linee di un accampamento fortificato, e una considerevole guarnigione dovrebbe essere mantenuta sempre pronta all’azione. Questa condizione già esiste a Dover, ma il numero dei soldati potrebbe benissimo essere aumentato. Come ulteriore precauzione, dovrebbe essere costruito un passaggio parallelo al tunnel, che possa essere distrutto in caso di necessità; questo passaggio dovrebbe avere un’uscita indipendente all’interno di una fortezza separata, in modo che la cattura dell’estremità del tunnel non impedisse la sua distruzione. Con tali precauzioni, anche i più diffidenti potrebbero ritenere che la nostra posizione insulare non sia stata effettivamente compromessa. Anche le antiche fortezze medievali disponevano di passaggi sottoterra come parte delle loro difese; questo è il nostro passaggio. Un nemico potrebbe distruggerlo in tempo di guerra? Secondo me, verrebbe sommerso a una profondità di almeno duecento piedi sotto il fondo dell’oceano; il soffitto di questo passaggio sarebbe composto da gesso e argilla, quindi nessuna esplosiva conosciuta potrebbe distruggerlo dall’esterno. Se venisse costruito su larga scala – e personalmente ritengo che debba essere un tunnel a quattro corsie, anche se ciò aumentasse notevolmente i costi – nessuna esplosione interna, nemmeno quelle causate dall’inserimento di ordigni esplosivi nei treni, riuscirebbe probabilmente a distruggerlo completamente. Nel peggiore dei casi, se dovesse essere effettivamente distrutto, non ne risentiremmo più di quanto non lo siamo già ora. Per quanto riguarda i costi, se venissimo coinvolti in una guerra di tale entità, pochi milioni, in un senso o nell’altro, non rappresenterebbero certo un problema significativo.
Incidentalmente, si può notare che il generale von Bernhardi ha una cattiva opinione delle nostre truppe. Questo non dovrebbe preoccuparci: siamo ciò che siamo, e le parole non possono cambiarlo. Fin dai primi tempi i nostri soldati hanno lasciato il loro segno nella guerra su suolo europeo, e non abbiamo motivo di pensare di essere decaduti rispetto all’eroismo dei nostri antenati. Inoltre, lo stesso von Bernhardi li definisce “mercenari”, ma questa è un’uso improprio del termine: un mercenario è colui che viene pagato per combattere in una causa che non è la sua. Poiché ogni soldato britannico è legalmente cittadino britannico, tale definizione è assurda. In realtà, von Bernhardi intende dire che i nostri soldati non sono arruolati con la forza, ma vengono pagati abbastanza bene da rendere la carriera militare attraente per molti giovani britannici. Le nostre preparazioni militari e navali, a mio parere, sono sufficienti ad affrontare la crisi che ci minaccia. Con l’aggiunta del tunnel della Manica, la nostra posizione dovrebbe essere sicura. Tuttavia, ci sono altre misure da prendere per un eventuale conflitto: una di queste riguarda il settore finanziario. Come spesso nella storia delle guerre britanniche, potrebbe rivelarsi decisivo l’ultimo contributo economico disponibile. Bisogna fare tutto il possibile per rafforzare la credibilità del Regno Unito. Questa crisi non può durare all’infinito: la situazione si risolverà prima o poi. Pertanto, in questo momento dovremmo risparmiare le nostre risorse per l’eventualità più grave. In tempi del genere, qualsiasi spesa nazionale finalizzata a progetti che porteranno risultati solo in futuro diventa ingiustificabile. Un esempio è la tassa sulle terre inutilizzate: potrebbe portare benefici in futuro, ma al momento costa dieci volte di più di ciò che produce. Non sto discutendo della sua giustizia o ingiustizia, ma solo del suo inopportuno carattere in un momento in cui abbiamo disperatamente bisogno delle nostre risorse attuali. Un’altra preparazione importante riguarda la consapevolezza da parte di tutto il popolo britannico della possibilità di una tale minaccia e la determinazione a affrontarla con coraggio. Sia i sostenitori del Partito Unionista che quelli del Partito Liberale hanno dimostrato di comprendere la situazione, così come due dei più famosi leader socialisti. Tuttavia, non c’è stata alcuna dichiarazione di accordo da parte del Partito Laburista. Vorrei dire una parola ai miei connazionali irlandesi, indipendentemente dalla loro affiliazione politica: se pensano di poter sopravvivere politicamente o economicamente mentre la Gran Bretagna cade, si sbagliano profondamente. La Royal Navy è l’unico scudo che hanno; se viene distrutta, l’Irlanda sarà perduta. Dovrebbero impegnarsi con tutto il cuore nella difesa comune, perché nessuna arma può colpire l’Inghilterra senza che le conseguenze riguardino anche l’Irlanda.
Concludo dicendo, con la massima enfasi, che io stesso non accetto nessuno di quegli assiomi del Generale von Bernhardi che costituiscono le fondamenta del suo ragionamento. Non credo che la guerra sia in sé una cosa buona, anche se una pace disonorevole potrebbe rivelarsi peggiore. Non ritengo necessario uno scontro anglo-germanico. Sono convinto che non dovremmo mai, di nostra iniziativa, attaccare la Germania, né aiutere la Francia se quest’ultima lanciasse un attacco ingiustificato contro quella nazione. Non credo nemmeno che, a seguito di tale guerra, la Germania possa in alcun modo espandere il proprio dominio su popolazioni bianche. Contesto ogni singola delle sue proposte. Ma tutto ciò è irrilevante. Non ci occupiamo del suo ragionamento in sé, ma dei suoi risultati. E quei risultati sono: lui, una persona la cui opinione ha peso e un membro della classe dirigente tedesca, ci dice apertamente che la Germania ci attaccherà non appena ne avrà l’opportunità favorevole. Ripeto: saremmo pazzi se non prendessimo molto seriamente questo avvertimento.
Fine.
THE FUTURE OF CANADIAN LITERATURE A lectured delivered to the Canadian club in Montreal on June 4, 1914 Published to mark the Canadian Club’s Toronto Conference of 1994 I have often heard friends from this side speak about the interest and veneration they felt when they approached the great historical centres of Europe; but I can assure you that I, who am soaked in Canadian history, felt that same feeling when yesterday we came along the old line of invasions, when we examined the site of that Fort William Henry around which so many hostile scenes have centred; when we saw the partly destroyed Fort Ticonderoga, and when we come down the line of the old Iroquois war trail, down the Richelieu River, where every yard of advance seemed to have the glamour of history. As I approached this great city I recollected the time when only a line of frail palisades lay between its population and utter barbarism, and when a sudden wild rush of savages might have driven Europe entirely from these parts. I assure you that I felt as much veneration as I know you feel when you approach the historical centres of Europe. I might say that I have fallen under the spell of Francis Parkman, the historian – not so much under his spell as under the spell of the heroes and martyrs who he commemorated, and if there is any part of the world that is steeped in the glamour of history it is just this part upon which we stand. I talk of the glamour of history – the moment that history has left the land it seems to me that the very spirit has gone out of it – it has become mere rock and material, soil and water. It is the spirit of the land and the spirit of history that makes the land and it is just that that makes this comer of America the most interesting in the whole of the vast continent. I had some difficulty in choosing a subject on which to address you because my interests are somewhat wide; but I recollected that if you were good enough to ask me here to speak to you it is probably because some of you have been kind enough to read my books, and it is as a literary man that I am here to-day. If I had not been a writer I should probably still have been sending up the death rate in some obscure corner of the world. Therefore it is on the subject of Literature and of a Literary career that I venture to say a few words; and, when I speak of literature I allude more to the imaginative style of literature, fiction, poetry and the drama with which I myself am best acquainted. People often ask me what our literary crop in Great Britain is likely to produce. I think that is a question which can only be answered twenty-five years after the event. I can remember very well when I was a young man beginning to write, how all the critics were bewailing the fact that all the great men had passed away. Now when I look back and remember that among the men of that time were such dramatists like as Bernard Shaw, such novelists as Kipling and such humorists as Barrie when I consider all these and how they have come to fruition, I think the critics at the time were a little hard. And so it may be at the present time – many great trees may grow up – mere saplings may in time become great oaks. We have such men as Masefield, who I think will develop into a great poet, Galsworthy, with his broad humanitarianism and Arnold Bennett, who will worthily uphold the traditions of British literature. The very closest connection exists now between writers of fiction and the practical affairs of life. A very great impetus is given to public causes by the interest which is taken in them by these Men who can put them in the proper form. Who has developed Imperialism more than any man? It is surely the novelist Kipling. Who is to the ordinary public the mouthpiece of socialism? It is Wells. Who makes men think more than any one else, although he makes them angry? It is Bernard Shaw. Who stands for Zionism? It is Zangwill. Hardly a man who takes a mere money-making view – who does not venture out into life and employ his talents for the public good. People sometimes ask me whether a man can learn to write. I am afraid one must be born a writer. I can remember as a boy a class in school which was called a poetry class, and in this class everyone whether they had the talent or not, had to turn out a poem, although it might be difficult to recognise it as such. I remember on one occasion we were given the Biblical story of Judith and Holofernes to write a poem on, and one of our young fellows boiled it all down into two short lines: — She looked to heaven, her sword she drew, And she cut Holofernes head in two. Well, the master could not pass that and said that he really must come back and make another effort. The second time he appeared he wrote: — Her sword she drew, she looked on high, And she cut his throat from eye to eye. These are shocking examples of making literature where no literature exists. One must surely have that in-born instinct, one must thrill to the music of the words. Great literature cannot be taught. It is entirely beyond the reach of all man-fashioned laws. But what can be taught is style, and the vocabulary call be extended. Given the in-born instinct we can improve it by studying the great masters and adding constantly to our vocabulary – which is really, after all, our box of tools. In the matter of style nobody can do better than to follow Stevenson, who has helped many a lame dog into a style. One must understand the use of words. When a new word is found, keep it, hold it and use it discreetly. I think the Elizabethans and Stevenson had extraordinary power over large vocabularies – an instinct for using the unlikely word, which word, when used expressed the thought exactly. One such on record was the Scottish Ambassador’s description of Queen Elizabeth’s dancing; he said:—”She danced high and disposedly.” Then an author, apart from these things, must cultivate his general stock of knowledge. A small-minded man is going to do no good in literature. One must have wide sympathies, a readiness to throw out tendrils in every direction, know the relation of one set of facts to another. After all this is accomplished, he must have an immense amount of good humoured patience during all those years in which he is playing ping pong with the editors. You ping out literature, he pongs it back and you must be patient. I know I wrote for ten years and pinged my literature to the editors while they ponged it back to me. I can recollect pictures being sent to me with a request to write a story to correspond to the pictures. They were pretty bad pictures, and my story certainly did correspond to them. Another thing is his attitude towards criticism. One should not fear criticism – it is much better than flattery which makes you believe you have nothing else to learn Over-praise is apt to bring ruin upon a man – he does not try to do any better – and that is an awful thing for a young man in any profession but worst of all to anyone in the literary profession. Many a promising man has been ruined by over-praise. The safest maxim is:- “Do your best. Having done it, think no more of it, push on to some other task and let the world decide whether you have done well or ill.” I used to have a card hung up over my desk which I sometimes found to be a source of comfort. It had on it these lines: — Critics flatter, no matter, Critics curse, none the worse Critics kind, never mind Do your best, hang the rest. Another thing which one needs very much in literature also, and of which, perhaps, we do not always in the rush give ourselves sufficient, is quiet detachment. You cannot put a good cargo out if you do not take a good cargo in. You have not got an endless stock of ideas, an endless stock of knowledge; the wise man is the one who remembers that, and who from time to time leaves everything and goes out into the quiet places with his books, and there takes weeks and months to build himself up, improving his own education; and then, I think, when he comes back he may possibly give the public something worthy of them and of himself. If ever a young author is dissatisfied with his reception, if he feels he has not had proper recognition, he must remember how long the great men have waited for any recognition. He must remember George Meredith who published the first edition of his Richard Feverel in 1859; the second edition was not called for till 1881, yet he knew well the value of his own work. That book is packed with beautiful passages, I was in his presence once when a young man praised one of those passages – it was the aphorism:—”Who rises from prayer a better man his prayer is answered.” Meredith remarked:—”I wrote that twenty-five years ago and you are the first man who has ever spoken to me about it.” I feel gentlemen here in Canada that I am standing at a place which must in the process of time produce a very great literature. When I put it in the future I do not mean that it has not yet done so, but what I mean is that it will be a great volume of literature which in time to come may well influence the literature of the world. But I should be sorry to see Canada turning her whole thoughts towards such matters. It seems to me that for a strong young country with enormous practical work lying in front of it there are better things to do than dream. There is such a call for the virile upbuilding of the country that it will be unwise of it to go back to dreaming. Great deeds are better than great sonnets and Canada’s call to her sons is a stirring one to action; for the poetry of action exists just as does the poetry of words and the great deed that is accomplished is more glorious than the great sonnet. The nations that have been building themselves up have never at any time produced literature while they have been doing it. In Rome it was five hundred years after the birth of Rome before Roman literature made its appearance. They spent their energies in the great struggles against surrounding countries. In your case it is against the vast forces of nature which have got to be subdued. Always there is a long seed time before the real harvest can arrive. I might cite as an example the State of New England. So long as New England was the great seat of activities there was no new literature; but when the seat of activities of America flowed Westward, New England became the back water, and you had your Longfellows in that little corner of the world. And so I prophesy that it will be here. THE END
Il futuro della letteratura canadese
Un discorso tenuto al Canadian Club di Montreal il 4 giugno 1914
Pubblicato in occasione della conferenza del Canadian Club a Toronto nel 1994 Ho spesso sentito amici di questo Paese parlare dell’interesse e della venerazione che provavano quando visitavano i grandi centri storici d’Europa; ma posso assicurarvi che anch’io, immerso nella storia canadese, ho provato lo stesso sentimento quando ieri abbiamo percorso le antiche rotte delle invasioni, abbiamo esaminato il sito di Fort William Henry, teatro di tante battaglie ostili; quando abbiamo visto il parzialmente distrutto Fort Ticonderoga e lungo il vecchio sentiero di guerra degli Iroquois, lungo il fiume Richelieu, dove ogni passo sembrava essere avvolto nel fascino della storia. Mentre mi avvicinavo a questa grande città, ricordai i tempi in cui tra la sua popolazione e l’assoluta barbarie c’era soltanto una fragile linea di palizzate; un improvviso attacco dei selvaggi avrebbe potuto spazzare via tutta Europa da queste terre. Vi assicuro che ho provato la stessa venerazione che so voi proviate quando visitate i centri storici d’Europa. Potrei dire di essere stato affascinato da Francis Parkman, lo storico, non tanto dal suo modo di scrivere, quanto dagli eroi e dai martiri che ha commemorato. Se c’è un luogo al mondo immerso nel fascino della storia, è proprio questo territorio su cui ci troviamo oggi. Parlo del fascino della storia: nel momento in cui questa lascia la terra, sembra che lo spirito stesso di quel luogo venga meno; diventa soltanto roccia, materiale, terra e acqua. È lo spirito della terra e lo spirito della storia a rendere un luogo davvero significativo. Ed è proprio questo che rende l’America così interessante in tutto il vasto continente. Ho avuto qualche difficoltà a scegliere un argomento su cui parlare con voi, poiché i miei interessi sono piuttosto ampi; ma ho pensato che se mi avete invitato qui, probabilmente è perché alcuni di voi hanno letto i miei libri. E oggi sono qui come letterato. Se non fossi stato uno scrittore, probabilmente continuerei ancora a scrivere di tassi di mortalità in qualche angolo remoto del mondo. Pertanto, parlerò della Letteratura e della carriera letteraria. Quando parlo di letteratura, mi riferisco soprattutto allo stile immaginativo: alla narrativa, alla poesia e al teatro, che sono i generi con cui ho più dimestichezza.
Le persone mi chiedono spesso cosa possa produrre la nostra letteratura in Gran Bretagna. Penso che questa sia una domanda alla quale si può rispondere soltanto dopo venticinque anni. Ricordo molto bene quando ero giovane e iniziavo a scrivere: tutti i critici si lamentavano del fatto che tutti gli uomini grandi fossero ormai morti. Ora, ripensandoci, ricordo che tra quegli uomini c’erano drammaturghi come Bernard Shaw, romanziere come Kipling e umoristi come Barrie; considerando tutto ciò e il modo in cui hanno realizzato i loro potenziali, penso che i critici di allora fossero un po’ troppo severi. Forse lo stesso vale oggi: molti giovani talenti potrebbero crescere e diventare grandi artisti. Abbiamo persone come Masefield, che sicuramente diventerà un grande poeta, Galsworthy con il suo vasto senso umanitario, e Arnold Bennett, che manterrà onorabilmente le tradizioni della letteratura britannica. Oggi esiste una connessione molto stretta tra gli scrittori di narrativa e le questioni pratiche della vita; questi artisti, con il loro talento, danno un grande impulso alle cause pubbliche. Chi ha contribuito maggiormente allo sviluppo dell’imperialismo? Sicuramente il romanziere Kipling. Chi rappresenta il socialismo per il grande pubblico? Wells. Chi fa riflettere le persone più di chiunque altro, anche se a volte le fa arrabbiare? Bernard Shaw. Chi sostiene il sionismo? Zangwill. Quasi nessuno che si limiti a cercare solo di guadagnare denaro; coloro che mettono i loro talenti al servizio del bene pubblico sono davvero importanti.
A volte mi chiedono se una persona possa imparare a scrivere. Temo che ci si debba nascere scrittori. Ricordo quando ero ragazzo, a scuola c’era una lezione di poesia: tutti, indipendentemente dal talento, dovevano scrivere una poesia, anche se spesso era difficile riconoscerla come tale. Una volta ci fu chiesto di scrivere una poesia sulla storia biblica di Giuditta e Oloferne; uno dei nostri compagni la ridusse a due brevi righe:
“Guardò al cielo, estrasse la spada, e tagliò la testa a Oloferne in due.”
Il maestro non poté accettarla e disse che doveva provare di nuovo. La seconda volta scrisse:
“Estrasse la spada, guardò verso l’alto, e gli tagliò la gola da un orecchio all’altro.”
Questi sono esempi scioccanti di come si possa creare letteratura dove in realtà non c’è nulla. Bisogna sicuramente avere quell’istinto innato, bisogna essere commossi dalla musica delle parole. La grande letteratura non può essere insegnata; è al di là di ogni legge umana. Ma si può insegnare lo stile e ampliare il proprio vocabolario. Con l’istinto innato, possiamo migliorare studiando i grandi maestri e arricchendo costantemente il nostro vocabolario, che, in fondo, è il nostro “cassetto degli attrezzi”. Per quanto riguarda lo stile, nessuno può fare di meglio che seguire le orme di Stevenson, che ha aiutato molti scrittori a trovare la loro strada.
È necessario comprendere il corretto utilizzo delle parole. Quando si trova una parola nuova, bisogna tenerla, conservarla e usarla con discrezione. Penso che gli elisabettani e Stevenson possedessero un’eccezionale capacità nell’utilizzare un vasto vocabolario: avevano l’istinto di scegliere quelle parole meno comuni che, quando usate nel modo giusto, esprimevano perfettamente il pensiero. Un esempio è la descrizione del ballo della Regina Elisabetta fatta dall’ambasciatore scozzese, che disse: “Ballava in alto e con grazia”. Inoltre, un autore deve coltivare una vasta cultura generale; una persona di mentalità ristretta non può contribuire positivamente alla letteratura. È necessario avere un’ampia sensibilità, essere disposti ad esplorare in ogni direzione e comprendere il rapporto tra diversi fatti. Una volta raggiunti questi obiettivi, bisogna possedere una grande dose di pazienza durante tutti gli anni in cui si interagisce con gli editori. Si invia un testo all’editore, che lo restituisce modificato; bisogna essere pazienti. Io stesso ho scritto per dieci anni, inviando i miei lavori agli editori, che poi li modificavano. Ricordo anche di aver ricevuto delle immagini con la richiesta di scrivere una storia adatte a esse. Erano immagini piuttosto scadenti, ma le storie che ho scritto corrispondevano sicuramente a quelle immagini. Un altro aspetto importante è l’atteggiamento verso la critica. Non bisogna temerla: è molto meglio della lusinga, che fa credere di non avere nulla da imparare. Un eccessivo complimento può portare alla rovina di una persona; essa smette di cercare di migliorarsi, il che è terribile per un giovane in qualsiasi professione. Ma soprattutto per chi lavora nel campo letterario. Molti talenti sono stati distrutti dall’eccessivo complimento. Il principio più sicuro da seguire è: “Fai del tuo meglio. Una volta fatto, non pensarci più e passa a un’altra attività; lascia che sia il mondo a giudicare se hai fatto bene o male”. Avevo appeso sopra la mia scrivania una cartolina che a volte mi dava conforto. C’era scritto: “I critici ti lusingano, i critici ti insultano, i critici sono gentili, ma non darci peso. Fai del tuo meglio e lascia che il resto venga deciso dal mondo”.
Un’altra cosa di cui c’è davvero bisogno nella letteratura, e forse di cui non ci preoccupiamo abbastanza quando siamo impegnati, è una distacco sereno e oggettivo. Non puoi offrire qualcosa di valido se prima non ne hai assorbito il contenuto essenziale. Non disponi certo di un’infinità di idee o conoscenze; l’uomo saggio lo sa bene, e di tanto in tanto si allontana da tutto per recarsi in luoghi tranquilli con i suoi libri, dedicando settimane o mesi a migliorare se stesso e il proprio sapere. Solo così, ritornato poi nel mondo, potrà offrire al pubblico qualcosa che sia degno di esso e di lui stesso. Se un giovane autore si sente insoddisfatto del riscontro ricevuto, se ritiene di non essere stato adeguatamente riconosciuto, deve ricordare quanto tempo abbiano dovuto aspettare i grandi artisti per ottenere il giusto riconoscimento. Basta pensare a George Meredith: la prima edizione de “Richard Feverel” fu pubblicata nel 1859; la seconda edizione fu richiesta solo nel 1881, eppure lui conosceva bene il valore del proprio lavoro. Quel libro è pieno di passaggi meravigliosi. Una volta, in sua presenza, un giovane lodò uno di questi passaggi: si trattava dell’aforisma “Chi esce dalla preghiera come una persona migliore ha avuto la sua preghiera ascoltata”. Meredith commentò: “L’ho scritto ventiquattro anni fa. E tu sei la prima persona che ne parla con me”.
Credo, signori del Canada, che io mi trovi in un contesto che, col tempo, dovrà produrre una letteratura di grande valore. Quando parlo del futuro, non intendo dire che questo non sia già avvenuto, ma che in futuro emergerà una vasta produzione letteraria capace di influenzare la cultura mondiale. Tuttavia, mi dispiacerebbe se il Canada rivolgesse tutte le sue energie verso queste cose. A mio parere, per un giovane paese forte e con tante opportunità pratiche davanti a sé, ci sono cose più importanti da fare che sognare. C’è un bisogno urgente di costruire il proprio paese in modo concreto; tornare ai sogni sarebbe una scelta imprudente. Le grandi imprese sono molto più significative dei grandi sonetti, e l’appello del Canada ai suoi figli è un invito all’azione. La poesia dell’azione esiste tanto quanto quella delle parole, e un’impresa riuscita è più gloriosa di un grande sonetto. Le nazioni che si sono sviluppate non hanno mai prodotto letteratura mentre lo facevano: a Roma, ad esempio, passarono cinquecento anni dalla fondazione della città prima che la letteratura romana emergesse; le loro energie furono dedicate alle grandi lotte contro i paesi vicini. Nel vostro caso, si tratta di sconfiggere le immense forze della natura. C’è sempre un lungo periodo di preparazione prima che possano arrivare i risultati concreti. Posso citare come esempio lo Stato del New England: finché fu il centro principale delle attività umane, non si sviluppò alcuna nuova letteratura; ma quando l’attenzione degli americani si spostò verso ovest, il New England divenne una regione marginale. E così profetizzo che anche qui accadrà lo stesso.
THE END