Il caso del signor Oscar Slater
Indagine speciale di Sir A. Conan Doyle A causa del successo delle storie di Sherlock Holmes, nel corso degli anni molte persone scrissero a Conan Doyle chiedendogli aiuto per crimini reali. I due casi più noti furono quelli di George Edalji e Oliver Slater. L’impegno di Conan Doyle in entrambi questi casi portò alla creazione della Corte d’appello penale sia in Inghilterra che in Scozia. Nel 1908, Marion Gilchrist, una ricca donna di 82 anni, fu picchiata a morte nella sua casa a Glasgow. Il suo corpo fu scoperto da un vicino e da una domestica. Oscar Slater, un delinquente minore conosciuto dalla polizia come gestore di bische illegali, si era stabilito a Glasgow solo per 6 settimane, vicino alla residenza della Gilchrist, prima di imbarcarsi su una nave per New York. Quando scoprì di essere stato accusato dell’omicidio, Slater tornò a Glasgow per difendere la propria innocenza. Tuttavia, il processo, descritto da Conan Doyle come una grande ingiustizia, lo portò in prigione per quasi vent’anni, sulla base di prove poco solide. Conan Doyle riteneva che l’assassino fosse un membro della famiglia della vittima e conoscente delle autorità; tuttavia, a causa dei legami politici e sociali di quella persona, fu necessario insabbiare la verità, e Slater divenne il perfetto capro espiatorio per quel crimine.
Oscar Slater, 1908
Indice
Il caso di Oscar Slater
Al nobile e onorabile Lord Pentland, Segretario di Stato per la Scozia della Sua Maestà, in memoria di Oscar Slater
Il caso di Oscar Slater
È impossibile leggere e valutare i fatti relativi alla condanna di Oscar Slater avvenuta nel maggio 1909 presso la Corte Suprema di Edimburgo, senza provare un profondo dissenso riguardo al procedimento giudiziario e senza essere moralmente convinti che la giustizia non sia stata fatta. Data la legge scozzese in vigore, non sono certo di quali possibili rimedi esistano, ma a mio parere sarebbe un grave scandalo permettere a quest’uomo di trascorrere il resto della sua vita in prigione sulla base di prove del genere. La sentenza che lo condannò a morte fu emessa da una giuria composta da quindici membri: nove votarono “Colpevole”, cinque “Non provato” e uno “Innocente”. Secondo la legge inglese, una tale divisione di opinioni avrebbe naturalmente dovuto portare a un nuovo processo. In Scozia, invece, l’uomo fu condannato a morte; la pena fu commutata soltanto due giorni prima dell’esecuzione e ora sta scontando una condanna all’ergastolo nel carcere di Peterhead. Se la sentenza fosse stata giusta o meno, il lettore potrà giudicare da solo dopo aver letto la storia completa del caso. Nel 1908, a Glasgow, viveva una vecchia signorina di nome Miss Marion Gilchrist. Viveva da trent’anni nello stesso appartamento situato al primo piano di via Queen’s Terrace, numero 15. L’appartamento sopra il suo era vuoto; gli unici vicini immediati erano la famiglia Adams, che abitava al piano terra, con una porta separata situata proprio accanto all’ingresso dell’appartamento di Miss Gilchrist. La vecchia signorina aveva una domestica di nome Helen Lambie, una ragazza di ventun anni che lavorava per lei da tre o quattro anni. Secondo tutti, Miss Gilchrist era una persona molto stimabile, che conduceva una vita tranquilla e senza eventi particolari. Era abbastanza benestante e, considerando la sua età e il suo ambiente sociale, aveva la singolare caratteristica di possedere un’importante collezione di gioielli: broches, anelli, pendenti, ecc., acquistati nel corso di molti anni presso un gioielliere affidabile. Sottolineo questo aspetto perché all’epoca circolavano voci strane secondo cui la vecchia signorina potesse essere lei stessa una ricettatrice di beni rubati; un’idea del tutto infondata. Raramente indossava tutti i gioielli insieme e, dato il suo stile di vita ritirato, era difficile che qualcuno al di fuori di un ristretto cerchio di persone potesse essere a conoscenza della sua collezione. Il valore totale di questi gioielli ammontava a circa tremila sterline. Fu una grande gioia per lei quando riuscì a liberarsene, poiché più volte aveva espresso preoccupazione che potesse essere assalita e derubata. Per questo motivo fece installare due serrature sulla porta d’ingresso e concordò con la famiglia Adams di sotto che, in caso di pericolo, avrebbe potuto segnalare loro bussando sul pavimento.
Era prassi abituale nella casa che la cameriera Lambie uscisse ogni giorno verso le sette di sera per prendere il giornale serale per la sua padrona. Dopo averlo portato, di solito usciva di nuovo per fare le compere necessarie. Questa routine fu rispettata anche la notte del 21 dicembre: Lambie lasciò la sua padrona seduta accanto al camino in sala da pranzo mentre leggeva una rivista. Prese con sé le chiavi, chiuse la porta dell’appartamento e quella dell’ingresso al piano di sotto, poi se ne andò per circa dieci minuti a svolgere i suoi compiti. Fu proprio ciò che accadde in quei dieci minuti a generare la tragedia e il mistero che presto attirarono l’attenzione del pubblico. Secondo le dichiarazioni della ragazza, uscì poco prima delle sette. Intorno alle sette, il signor Arthur Adams e le sue due sorelle si trovavano nella sala da pranzo situata immediatamente sotto la stanza dove era stata lasciata la vecchia signora. All’improvviso sentirono “un rumore dal piano di sopra, poi un tonfo molto forte e infine tre colpi secchi”. Spaventati, il giovane Adams decise subito di andare a vedere cosa fosse successo. Uscì dall’ingresso del suo appartamento, attraversò l’ingresso dell’appartamento accanto, che era aperto, e salì al primo piano, dove trovò la porta della signorina Gilchrist chiusa. Suonò tre volte senza ricevere risposta; tuttavia, dall’interno sentì un rumore simile al frantumarsi di stecche. Immaginò quindi che la cameriera fosse dentro e che stesse svolgendo le sue faccende domestiche. Dopo aver aspettato per un minuto o due, si convinse che tutto fosse a posto e tornò dalle sue sorelle, le quali lo persuasero ad andare di nuovo nell’appartamento. Così fece e suonò per la quarta volta. Mentre stava ancora premendo il campanello, ascoltando attentamente senza sentire nulla, qualcuno si avvicinò dalle scale: era la giovane cameriera Helen Lambie, che tornava dai suoi compiti. I due discussero per un momento; il signor Adams descrisse il rumore che avevano sentito, mentre Lambie spiegò che probabilmente le corde delle stendibiancheria in cucina si erano rotte. Era una spiegazione strana, visto che la cucina non si trovava sopra la sala da pranzo degli Adams e non ci si sarebbe aspettati un rumore così forte per il crollo di una corda che sosteneva lenzuola o asciugamani. Tuttavia, in quel momento erano tutti agitati e forse la ragazza aveva semplicemente fornito la prima spiegazione che le venne in mente. Poi inserì le chiavi nelle due serrature di sicurezza e aprì la porta.
A questo punto sorge una curiosa discrepanza nelle testimonianze. Lambie è pronta a giurare di essere rimasta sul tappeto accanto al giovane Adams; Adams, altrettanto convinto, sostiene di averla vista camminare per alcuni passi lungo il corridoio. Quel corridoio interno era illuminato da un gasdotto la cui fiamma era regolata a metà intensità; la luce che ne risultava, filtrata attraverso una tenda colorata, era sufficiente, ma non abbastanza intensa. Adams racconta: “Stavo sulla soglia della porta, metà dentro e metà fuori; proprio nel momento in cui la ragazza stava passando davanti all’orologio per entrare in cucina, apparve un uomo ben vestito. Non sospettai nulla; lei non disse nulla, e lui si avvicinò a me in modo cordiale. In quel momento non pensai che ci fosse qualcosa di strano. Pensavo che volesse parlarmi, ma poi lui passò oltre, e allora cominciai a sospettare. Intanto la ragazza corse in cucina, accese il gas e disse che tutto era a posto. Intendevo dire le sue “pulegge”, ” Chiesi: “Dove è la tua padrona?”, e lei andò in sala da pranzo. Poi mi chiamò: “Oh! Vieni qui!” Entrai e vidi quella terribile scena.”
La scena a cui si riferiva era la povera vecchia signora distesa a terra, vicino alla sedia dove il servitore l’aveva vista l’ultima volta. I suoi piedi erano rivolti verso la porta, la testa verso il caminetto. Era sdraiata su un tappeto, ma una stuoia di pelle le era stata gettata sopra la testa. Le sue ferite erano terribili: quasi tutti i ossa del viso e del cranio erano frantumati. Nonostante le gravi lesioni, rimase in vita per alcuni minuti, ma morì senza riprendere conoscenza.
Il assassino era uscito da una delle due camere da letto poste nella parte posteriore del corridoio: quella più grande, non la stanza della vecchia signora. Passando accanto ad Adams sul tappeto, con estrema calma, si era subito precipitato giù per le scale. Era una serata buia e piovosa; sembra che abbia percorso uno o due vicoli tranquilli prima di scomparire nelle strade più affollate. Non aveva lasciato nessun oggetto né alcuna traccia nel appartamento della vecchia signora, tranne una scatola di fiammiferi con cui aveva acceso il gas nella camera da letto da cui era uscito. In quella stanza, su un comodino, c’erano diversi oggetti di valore, compresa un orologio. Ma nessuno di essi era stato toccato. Una scatola contenente documenti era stata forzata; quei documenti erano sparsi per tutto il pavimento. Se davvero stava cercando i gioielli, non ne sapeva nulla. Poiché questi si trovavano tra i vestiti nell’armadio della vecchia signora. In seguito, mancò un solo broccio a forma di mezzaluna, un oggetto del valore di circa quaranta o cinquanta sterline. Nient’altro fu rubato dall’appartamento. È strano che, nonostante i mobili intorno al corpo della vittima fossero macchiati di sangue, e si potesse immaginare che le mani dell’assassino fossero sporche di sangue, non ci fosse alcuna traccia sulla scatola di fiammiferi usata per accendere il gas, né sulla scatola dei documenti, né su nulla altro che avesse potuto toccare nella camera da letto.
Ora passiamo alla questione fondamentale riguardante la descrizione dell’uomo visto da Adams e Lambie a così breve distanza. Adams era miope e non aveva gli occhiali con sé; la sua testimonianza in tribunale fu la seguente:
“Era un uomo leggermente più alto e più robusto di me, non molto atletico ma ben proporzionato e con il viso rasato. Non riesco a ricordare con certezza se avesse la barba; se ce l’aveva, era molto sottile. Sembrava un viaggiatore d’affari o forse un impiegato; non sapevo esattamente quale fosse la sua professione, ma pensavo potesse essere uno dei suoi amici. Indossava pantaloni scuri e un cappotto chiaro; non ricordo se di colore castano o grigio. Non mi ricordo nemmeno che tipo di cappello avesse. Sembrava una persona gentile e ben vestita. Non aveva nulla in mano, per quanto potessi vedere. Non notai nulla di particolare nel suo modo di camminare.”
Helen Lambie, l’altra testimone, non poté fornire alcuna informazione riguardo al viso dell’uomo (il che sembra confermare la versione di Adams), e poté solo dire che indossava un cappello di stoffa rotondo e un cappotto grigio lungo fino alle ginocchia, oltre a presentare qualche particolarità nel modo in cui camminava. Poiché la distanza percorsa dall’assassino alla vista di Lambie poteva essere coperta in quattro passi, e questi passi furono fatti in circostanze di notevole agitazione, è difficile attribuire importanza a questa ultima descrizione.
È impossibile non commentare il comportamento di Helen Lambie durante gli eventi appena descritti; tale comportamento può essere spiegato soltanto supponendo che, dal momento in cui vide Adams aspettarla fuori dalla porta, tutta la sua capacità di ragionare le fosse venuta meno. Prima di tutto, spiegò il forte rumore sentito al piano di sotto: “Il soffitto stava per crollare”, disse Adams, a causa della caduta di una corda da bucato e delle sue molle di fissaggio. Una situazione che, in realtà, non avrebbe potuto causare un tale rumore. Poi dichiarò di essere rimasta sul tappeto, mentre Adams era convinto che fosse andata direttamente nel corridoio. Quando apparve lo sconosciuto, non esclamò “Chi è lei?”, né mostrò alcun segno di sorpresa; anzi, lasciò che Adams pensasse, dal suo silenzio, che quell’uomo potesse avere il diritto di essere lì. Infine, invece di correre subito a controllare se la sua padrona fosse al sicuro, andò in cucina, ancora apparentemente ossessionata da quelle molle. Informò Adams che tutto andava bene, come se questo avesse qualche importanza per qualcuno; poi entrò nella camera degli ospiti, dove sicuramente vide che era stata commessa una rapina, poiché c’era una scatola aperta sul pavimento. Tuttavia non diede l’allarme. Fu solo quando Adams chiese “Dov’è la sua padrona?”, che finalmente andò nella stanza dove era avvenuto il delitto. Bisogna ammettere che questo comportamento sembra davvero strano. E può essere spiegato, se mai è possibile, soltanto da una grave mancanza di intelligenza e comprensione della situazione.
Martedì 22 dicembre, il giorno dopo l’omicidio, la polizia di Glasgow diffuse una descrizione del colpevole, basata sulle impressioni condivise da Adams e Lambie. La descrizione recitava così:
“Un uomo tra i 25 e i 30 anni, alto circa un metro e settantacinque o settantasei centimetri, di corporatura snella, con capelli scuri e la barba rasata, vestito con un cappotto grigio chiaro e un berretto di stoffa scura.”
Quattro giorni dopo, però, nel giorno di Natale, la polizia riuscì a fornire una descrizione più dettagliata:
“L’uomo ricercato ha circa 28 o 30 anni, è alto e snello; il suo viso è completamente rasato. Una caratteristica distintiva è che il suo naso è leggermente storto da un lato; secondo i testimoni, verso destra. Indossava uno di quei cappelli in tweed molto popolari, chiamati “cappelli Donegal”, e un cappotto color castoro che probabilmente era impermeabile; inoltre, portava pantaloni scuri e stivali marroni.”
Le informazioni aggiuntive provenivano da una ragazza di quindici anni, di condizioni modeste, di nome Mary Barrow-Man. Secondo questa nuova testimonianza, la ragazza stava passando vicino al luogo dell’omicidio poco dopo le sette di quella notte fatale; vide un uomo correre giù per i gradini, passandole sotto un lampione: la luce lo illuminò chiaramente. L’uomo continuò a correre, urtando la ragazza nella sua fretta, e scomparve dietro l’angolo. Quando venne a sapere dell’omicidio, collegò quell’episodio al crimine. Le sue impressioni generali sull’uomo corrispondevano alla descrizione fornita in precedenza; inoltre, rispetto alle prime testimonianze che parlavano di un cappotto grigio e di un berretto di stoffa scura, la ragazza indicò il cappotto color castoro e il cappello Donegal. Poiché non aveva notato alcuna particolarità nel modo in cui l’uomo camminava, né nella forma del suo naso, le due descrizioni condividono soltanto i dettagli relativi alla corporatura snella, alla barba rasata e all’età approssimativa.
Fu nella sera di Natale che la polizia finalmente trovò una pista concreta. Venne loro notificato che un ebreo tedesco, che si faceva chiamare Oscar Slater, aveva cercato di disfarsi della ricevuta di pegno di un broccio a forma di mezzaluna, del valore approssimativamente uguale a quello scomparso. Inoltre, presentava in generale somiglianze con la descrizione pubblicata. Questa pista divenne ancora più promettente quando, durante una perquisizione nell’abitazione dove vivevano lui e la sua amante, si scoprì che avevano lasciato Glasgow quella stessa sera con il treno delle nove, con biglietti – su questo punto ci furono alcune discrepanze nelle testimonianze – diretti a Liverpool o a Londra. Tre giorni dopo, la polizia di Glasgow apprese che la coppia aveva effettivamente preso il piroscafo Lusitania il 26 dicembre per New York, sotto i nomi di signor e signora Otto Sando. Bisogna ammettere che la polizia di Glasgow agì con notevole cautela in tutta questa vicenda. Le informazioni iniziali erano state fornite all’Ufficio Centrale di Polizia poco dopo le sei, e un detective aveva già iniziato le indagini nell’appartamento di Slater alle sette e mezza; tuttavia non furono presi alcuni provvedimenti per monitorare i suoi spostamenti, e gli fu permesso di andarsene tra le otto e le nove, senza che nessuno lo seguisse o lo controllasse. Ancora più strano fu il modo in cui lasciò Liverpool: si sapeva che fosse partito con il treno diretto a sud venerdì sera; un grande transatlantico salpava da Liverpool sabato mattina. Si sarebbe potuto pensare che venissero presi immediatamente provvedimenti per impedirgli di fuggire. Invece non fu fatto, e questo si rivelò vantaggioso anche per la giustizia, poiché ciò comportò la necessità di due processi legali, uno americano e uno scozzese, il che permise di confrontare in modo interessante le testimonianze dei principali testimoni.
Oscar Slater fu immediatamente arrestato non appena arrivò a New York; i suoi sette bauli furono sequestrati e sigillati. A prima vista, c’erano prove schiaccianti contro di lui: senza dubbio aveva impegnato un broccio di diamante ed era poi fuggito in America usando un nome falso. La polizia di Glasgow riteneva di aver catturato il colpevole. Due agenti, accompagnati dai testimoni identificativi – Adams, Lambie e Barrowman – partirono immediatamente per avviare le procedure di estradizione e riportare il sospettato in Scozia per essere processato. In tribunale, i tre riconobbero subito l’imputato; ognuno di loro affermò che assomigliava molto alla persona vista a Glasgow. Tuttavia, la loro identificazione fu compromessa dal fatto che Adams e Barrowman avevano già visto le sue foto prima del processo, e inoltre l’imputato fu fatto passare davanti a loro mentre aspettavano nel corridoio. Nonostante ciò, è innegabile che tutti i testimoni notassero una forte somiglianza tra l’uomo davanti a loro e quello visto a Glasgow. A ogni stadio del processo, le prove contro Slater sembravano sempre più convincenti. Ma ogni dubbio riguardo all’estradizione fu rapidamente dissipato quando l’imputato dichiarò di essere disposto, senza alcuna coercizione, a tornare in Scozia per affrontare il processo. Si potrebbe obiettare che questa decisione fosse dovuta alla consapevolezza che le prove contro di lui erano schiaccianti. Ma resta il fatto che si sia consegnato volontariamente alla giustizia. Il 21 febbraio Oscar Slater tornò a Glasgow; il 3 maggio il suo processo ebbe luogo presso la Corte Suprema di Edimburgo.
Ma ormai, già all’inizio del processo, era emerso un grave errore nelle prove presentate. Il primo anello di quella che sembrava una catena ininterrotta si era improvvisamente spezzato. La prima sospetta nei confronti di Slater derivava dal fatto che aveva impegnato un broccio a forma di mezzaluna; il biglietto dell’impegno fu trovato addosso a lui, e il broccio stesso fu recuperato. Tuttavia, non si trattava del gioiello scomparso dalla stanza della donna assassinata, e quel broccio apparteneva da anni a Slater, che lo aveva più volte impegnato in passato. Questo fatto fu dimostrato senza alcun dubbio. A prima vista, la situazione per la polizia sembrava disperata. Se Slater fosse stato davvero colpevole, avrebbe significato che avevano inseguito la persona giusta per pura coincidenza. Una coincidenza che sembrava andare ben oltre i limiti della probabilità.
Oltre a questo fatto sconvolgente, anche diversi altri punti dell’accusa si erano rivelati privi di fondamento. Inizialmente sembrava che la partenza di Slater fosse stata improvvisa e senza premeditazione: la fuga di un uomo colpevole. Tuttavia, si dimostrò rapidamente che non era così. Nei club bohémien che frequentava – professione di commerciante di gioielli e abitudini disoneste, sebbene non criminali – già da settimane prima della data del crimine si sapeva che lui sosteneva di dover recarsi da alcuni soci d’affari in America. Una corrispondenza prodotta in tribunale mostrava gli accordi presi molto tempo prima per la sua emigrazione, anche se va aggiunto che la decisione definitiva sulla data e l’acquisto del biglietto avvennero dopo il crimine stesso.
Questa fretta nel preparare la partenza merita sicuramente un’attenta analisi. Secondo le testimonianze della sua amante e della domestica, Slater aveva ricevuto due lettere la mattina del 21 dicembre; nessuna delle due fu presentata in tribunale. Si diceva che una provenisse da un certo signor Rogers, amico di Slater a Londra, il quale gli scriveva che sua moglie lo stava pressando per chiedergli denaro. L’altra era firmata da Devoto, ex socio di Slater, che lo invitava a raggiungerlo a San Francisco. Anche se le lettere fossero state distrutte, si potrebbe immaginare che queste dichiarazioni riguardanti il loro contenuto potessero essere confutate o confermate sia dalla parte dell’accusa che da quella della difesa. Sono di notevole importanza, poiché forniscono le presunte ragioni per cui Slater accelerò la sua partenza, che inizialmente era stata programmata per gennaio. Tuttavia, non risulta che durante il processo sia stato stabilito nulla di certo al riguardo.
Un altro punto a favore dell’accusa era rappresentato dal fatto che i sette bauli contenenti tutti gli effetti personali del prigioniero non rivelarono nulla di veramente significativo. C’erano un cappello di feltro e due di stoffa, ma nessuno corrispondeva alla descrizione fornita riguardo al cappello di Donegal. Tra i vestiti c’era anche un impermeabile di colore chiaro. Se l’arma con cui era stato commesso il crimine fosse stata portata via nella tasca del cappotto dell’assassino – e è difficile immaginare in che altro modo avrebbe potuto essere trasportata – allora si sarebbe dovuto trovare del sangue sulla tasca, considerando la natura estremamente violenta del delitto. Tuttavia, nessuna traccia di sangue fu trovata, né la polizia riuscì a recuperare l’arma. È vero che nel baule fu trovato un martello, ma si dimostrò chiaramente che era stato acquistato in uno di quei set di attrezzi economici venduti insieme su cartoncino; si trattava di uno strumento estremamente leggero e fragile, assolutamente incapace, secondo il buon senso, di infliggere le ferite terribili che avevano frantumato il cranio della vecchia signora. L’accusa sosteneva che l’arma presentasse segni di graffi o pulizie, ma la difesa lo negò con forza; inoltre, la polizia non sembrò procedere con il test ovvio, ovvero rimuovere le parti metalliche dell’arma per verificare se vi fosse traccia di sangue sul legno. Un’occhiata a una copia di questo misero strumento avrebbe convinto chiunque di essere del tutto inadatto a compiere attività più complesse di quelle di fissare un chiodino o rompere un pezzetto di carbone. Si può dire con certezza che, prima ancora dell’inizio del processo, i tre elementi fondamentali per l’accusa – il gioiello impegnato, la presunta fuga del colpevole e le prove fornite dagli effetti personali e dall’arma – si erano o completamente dimostrati inutili o erano diventati estremamente deboli. Ora vediamo cosa aveva da offrire la difesa. Le prove a sostegno dell’accusa si riducevano in realtà a due gruppi di testimoni chiamati a identificare il colpevole. Il primo gruppo era composto da persone che avevano effettivamente visto l’assassino: Adams, Helen Lambie e la ragazza Barrowman. Il secondo gruppo comprendeva dodici persone che, in diverse date, avevano notato un uomo che frequentava la strada dove abitava Miss Gilchrist e si soffermava in modo sospetto davanti alla sua casa. Tutti questi testimoni erano disposti a identificare il prigioniero con quell’uomo sconosciuto, alcuni con sicurezza, altri con riluttanza. Tuttavia, ciò che la polizia non riuscì mai a ottenere fu l’elemento essenziale: il legame tra Slater e Miss Gilchrist, o una spiegazione su come un estraneo a Glasgow potesse essere a conoscenza dell’esistenza, per non parlare della ricchezza, di una vecchia signora che aveva pochi conoscenti e raramente lasciava il suo appartamento protetto.
È ben noto che nulla sia più complicato delle prove di identificazione. Nel caso Beck, se ricordo bene, c’erano circa dieci testimoni che avevano visto il vero colpevole in circostanze normali, eppure erano tutti pronti a giurare su un uomo sbagliato. Nel caso di Oscar Slater, i primi tre testimoni lo avevano visto in condizioni di eccitazione, mentre il secondo gruppo lo aveva notato per strada sotto diverse luci, in modo sempre piuttosto casuale. Pertanto, è giusto esaminare con attenzione queste prove prima di attribuir loro il dovuto peso. Cominceremo analizzando le testimonianze delle tre persone che hanno effettivamente visto l’assassino.
Sembra esserci stata una discrepanza tra le loro descrizioni fin dall’inizio: come già accennato, la descrizione pubblicata basandosi sulle informazioni di Adams e Lambie fu modificata dopo che Barrowman fornì i suoi dati. Adams e Lambie avevano descritto l’uomo come “un uomo tra i venticinque e i trent’anni, alto circa 1,75 o 1,80 metri, di corporatura snella, con capelli scuri e barba rasata, vestito con un cappotto grigio chiaro e un berretto di stoffa scura”. Dopo aver collaborato con Barrowman, la descrizione divenne: “Venticinque-trent’anni, alto e snello, barba rasata, il naso leggermente storto; indossava uno di quei cappelli di tweed rotondi molto in voga, chiamati ‘cappelli Donegal’, un cappotto color castoro probabilmente impermeabile, pantaloni scuri e stivali marroni”. Oltre alle aggiunte apportate nella seconda descrizione, ci sono anche due discrepanze riguardo alla forma del berretto e al colore del cappotto.
Per quanto riguarda il grado di corrispondenza tra queste descrizioni e le caratteristiche di Slater, si può affermare che l’imputato aveva trentasette anni, era di statura superiore alla media, il suo naso non era storto ma leggermente appiattito all’estremità, come se fosse stato rotto in passato; inoltre, otto testimoni furono chiamati a confermare che, al momento del delitto, l’imputato indossava una barba corta ma ben visibile.
Ho a disposizione un resoconto stenografico fedele delle udienze tenutesi a New York ed Edimburgo, fornito per gentile concessione dello studio legale Shaughnessy & Co. di Glasgow, che continua a difendere gli interessi del loro sfortunato cliente. Ora confronterò le descrizioni fornite dai testimoni nei due tribunali:
Helen Lambie, New York, 26 gennaio 1909:
Q.: “Riconosce l’uomo che ha visto lì?”
A.: “Uno di loro sembra molto sospetto, ”
Q.: “Descriviamolo.”
A.: “I vestiti che indossava quella notte non li porta più oggi. Ma il suo viso non lo ricordo con certezza; non l’ho mai visto in faccia.”
(Dopo aver descritto una particolare andatura, le fu chiesto): “Quell’uomo è nella stanza?”
A.: “Sì, signore.”
Q.: “Indicamelo.”
A.: “Non vorrei dirlo, ”
(Dopo alcune insistenze, indicò Slater; entrambe lei e Barrowman avevano esclamato: “Quello è l’uomo” o “Potrei giurare che sia lui”).
Q: “Non hai detto che non avevi visto il viso di quell’uomo?”
A: “Nemmeno io. Ho visto il suo modo di camminare.” Il lettore deve tenere presente che l’unica occasione per Lambie di vedere il modo in cui quell’uomo camminava fu durante quei pochi passi lungo il corridoio; non fu mai mostrato alcun tratto particolare nel modo in cui Slater camminava.
Ora consideriamo l’identificazione di Helen Lambie a Edimburgo, il 9 maggio 1909:
Q: “Come hai fatto ad identificarlo in America?”
A: “Per il suo modo di camminare e la sua statura, i suoi capelli scuri e il lato del suo viso.”
Q: “All’inizio in America non eri del tutto sicura che fosse lui?”
A: “Sì, non lo ero affatto.”
Q: “Perché hai detto di avere solo sospetti?”
A: “È stato un errore.”
Q: “Cosa intendevi quando in America hai detto di non aver mai visto il suo viso, se in realtà l’avevi visto abbastanza bene da poterlo riconoscere? Cosa volevi dire?”
A: “Niente.”
Durante un ulteriore controinterrogatorio, dichiarò che quando aveva detto di non aver mai visto il viso di quell’uomo, intendeva dire che non ne aveva visto la “parte frontale”, ma solo il lato.
Si può osservare che le testimonianze di Helen Lambie si sono notevolmente rafforzate nel corso dei tre mesi intercorrenti tra le indagini a New York e quelle in Scozia. Nella seconda occasione, il suo atteggiamento era estremamente positivo: quando le fu mostrato il cappotto di Slater e le fu chiesto se assomigliasse a quello dell’assassino, rispose due volte “Quello è il cappotto”, anche se esso non era ancora stato aperto e non aveva il colore grigio chiaro descritto inizialmente da lei. Nel valutare le testimonianze di Lambie e Adams va ricordato che sono completamente in disaccordo riguardo a un dettaglio così facilmente verificabile come il loro comportamento dopo l’apertura della porta del corridoio: Adams sostiene che Lambie sia andata quasi fino alla fine del corridoio, mentre lei afferma di essere rimasta sul tappetino davanti alla porta. Senza stabilire quale delle due versioni sia corretta, è evidente che questo episodio mette in dubbio la credibilità di uno dei due come testimone.
Nel caso di Adams, le sue testimonianze sono state fornite con moderazione e sono sostanzialmente uguali sia negli Stati Uniti che in Scozia.
“Non potrei dirlo con certezza. Quest’uomo (indicando Slater) non gli assomiglia affatto.” Q: “Ha notato un naso storto?” A: “No.”
Q. “C’è qualcosa di particolare nel suo modo di camminare?”
A. “No.”
Q. “Non giura che si tratti dell’uomo che ha visto?”
A. “No, signore. Assomiglia a quell’uomo, è tutto ciò che posso dire.”
In risposta alle stesse domande a Edimburgo, disse:
“Non vorrei giurare che sia proprio lui. Sono un po’ miopio. Assomiglia molto a quell’uomo, ma non posso esserne sicuro al cento percento.”
Barrowman, la ragazza di quindici anni, aveva incontrato l’uomo ritenuto essere il assassino in strada e lo aveva visto solo per un attimo, “sotto una lampada a gas in una fredda notte di dicembre. Circostanze difficili per un’identificazione precisa”. Queste sono le sue parole pronunciate a New York.
“Quell’uomo qui assomiglia molto a lui,” disse all’inizio, per poi correggersi: “molto molto simile a lui.” Ammise che le era stata mostrata una foto dell’uomo che doveva identificare prima di entrare in tribunale. L’unica caratteristica su cui sosteneva di riconoscerlo era il naso storto. Ma anche per gli altri, quel naso storto non era molto più evidente della particolare andatura dell’uomo, che aveva colpito profondamente Helen Lambie al punto che, dopo averla osservata per pochi passi, riuscì a identificarla con certezza. A Edimburgo, Barrowman era altrettanto sicura di sé quanto Lambie a New York. Più si allontanavano dall’evento in questione, più sembrava facile effettuare l’identificazione. “Sì, è quell’uomo che mi ha urtato quella notte,” disse. È straordinario che entrambe queste donne, Lambie e Barrowman, giurarono di non aver mai parlato dell’obiettivo della loro missione, né di aver scambiato informazioni sull’uomo che dovevano identificare, nonostante fossero state messe insieme in questo viaggio verso New York e condividessero lo stesso alloggio. Per ragazze di quindici e ventun anni rispettivamente, questo rappresenta certamente un esempio unico di autocontrollo.
Queste, dunque, sono le tre identificazioni fornite dalle uniche persone che hanno visto l’assassino. Se la pista offerta dal broccio di diamante fosse stata autentica, e queste identificazioni ne avessero ulteriormente confermato l’attendibilità, senza dubbio avrebbero rappresentato prove molto convincenti. Ma quando si è dimostrato che quel broccio era un errore totale, non riesco davvero a capire come qualcuno possa ritenere sufficienti tali identificazioni superficiali per stabilire l’identità e la colpevolezza del prigioniero.
Resta ancora quella cosiddetta identificazione fornita da dodici testimoni che avevano visto un uomo gironzolare per strada nelle settimane precedenti al crimine. Ho detto “cosiddetta” identificazione, perché le procedure seguite furono assurde e non rappresentavano affatto un vero test di riconoscimento. I testimoni avevano visto i ritratti dell’accusato; sapevano bene che era straniero, e poi venne loro chiesto di individuare il suo aspetto fisico scuro e tipicamente ebraico tra nove poliziotti di Glasgow e due funzionari ferroviari. Naturalmente lo fecero senza esitazione, poiché quell’uomo assomigliava molto di più all’individuo scuro che avevano visto e descritto rispetto agli altri candidati.
Leggete però le loro stesse descrizioni dell’uomo che avevano visto, con i dettagli del suo abbigliamento: in molti aspetti si differenziano tra loro, e in altri sono diversi da Slater. Ecco un riassunto delle loro impressioni:
Signora McHaffie: “Di pelle scura; baffi; cappotto chiaro (non impermeabile); pantaloni a quadri; stivali con suole chiodate; cappello a cilindro nero; naso normale.”
Miss M. McHaffie: “Lo ho visto nello stesso momento e secondo la stessa descrizione. All’inizio pensavo ci fosse solo una somiglianza, ma dopo averci riflettuto ho concluso che si trattasse dello stesso uomo.”
Miss A. M. McHaffie: “Uguale alle altre descrizioni. Ho sentito parlare quell’uomo e non ho notato nulla di particolare nel suo accento, (Il prigioniero ha un forte accento tedesco.)”
Madge McHaffie (appartiene alla stessa famiglia). — “Scuro di pelle, con la barba; il naso era normale. Indossava pantaloni scuri, un cappotto color castoro e degli stivali alti fino alle caviglie; portava anche un cappello a cilindro nero. ‘Il prigioniero assomigliava abbastanza a quell’uomo.’”
Per quanto riguarda l’identificazione di questi quattro testimoni, va osservato che né pantaloni scuri né stivali alti furono trovati nel bagaglio del prigioniero. Poiché il assassino era descritto come vestito con pantaloni scuri, non c’era alcun motivo per cui quegli indumenti, qualora appartenessero a Slater, dovessero essere stati distrutti.
Agente Brien: “Affermò di conoscere il prigioniero di vista; disse che era l’uomo che aveva visto gironzolare nei pressi della scena del crimine. Indossava un cappotto leggero e un cappello. Era una settimana prima del delitto, e lo aveva visto a circa ottanta metri dalla scena del crimine; riconobbe il prigioniero tra cinque agenti.”
Agente Walker: “Lo aveva visto dall’altra parte della strada, mai da vicino, e questo era successo dopo il tramonto, a dicembre. All’inizio pensò che fosse qualcun altro che conosceva; aveva sentito dire che l’uomo da identificare aveva un aspetto straniero; lo riconobbe tra diversi detective; l’uomo visto aveva la barba.”
Euphemia Cunningham: “Scuro di pelle, dal viso pallido e dai tratti marcati; era completamente rasato; il naso era normale. Indossava un cappotto di tweed scuro e un berretto verde con visiera.”
W. Campbell: “Era stato con il testimone precedente e confermò le sue dichiarazioni. ‘C’era una somiglianza generale tra il prigioniero e quell’uomo, ma non riuscì a identificarlo con certezza.’”
Alex Gillies: “Pallido di pelle, con i capelli scuri e completamente rasato; indossava un cappotto color castoro e un berretto. ‘Il prigioniero gli assomigliava, ma il testimone non poté affermare con certezza che fosse la stessa persona.’”
R. B. Bryson: “Indossava un cappotto nero e una giacca; un cappello a cilindro nero; nessun cappotto sopra. Aveva una barba nera e pendente; pallido di pelle, con un aspetto straniero. (Questo testimone aveva visto quell’uomo la notte prima del delitto; sembrava che stesse guardando le finestre della signorina Gilchrist.)”
A. Nairn: “Spalle larghe, collo lungo; capelli scuri; indossava un berretto da motociclista e un cappotto leggero fino alle ginocchia; non aveva mai visto il viso di quell’uomo. ‘Oh. Non oserei giurarlo, ma sono certo che sia la stessa persona che ho visto. Ma non oso giurare.’”
Signora Liddell: “Naso particolare; pelle chiara, non pallida; completamente rasato; indossava un berretto di tweed marrone e un cappotto di tweed marrone con bordi rifiniti. Un uomo dall’aspetto delicato, ‘un po’ curvo in avanti’. Credeva che il prigioniero fosse quell’uomo; lo aveva visto per strada immediatamente prima del delitto.”
Ecco i dodici testimoni riguardo all’identità di quel misterioso sconosciuto. In primo luogo, non esistono alcune prove che questo individuo che gironzolava per strada avesse davvero a che fare con l’omicidio. È altrettanto probabile che avesse una relazione amorosa e stesse aspettando che la sua ragazza gli corresse incontro. Cosa potrebbe sperare di ottenere un uomo che pianifica un omicidio, stando per notti intere a ottanta o cento metri di distanza dal luogo del crimine, al buio? Ma supponiamo di mettere da parte questo aspetto e di esaminare semplicemente la questione fondamentale: Slater era davvero lo stesso uomo che quel vagabondo? Ci troviamo di fronte a una serie di difficoltà e contraddizioni. Due dei testimoni più precisi sono stati Nairn e Bryson, che hanno visto lo sconosciuto nella sera di domenica precedente l’omicidio. Quella notte, Slater aveva un alibi inattaccabile: non solo confermato dalla ragazza con cui viveva, Antoine, e dal loro servitore Schmalz, ma anche da un conoscente, Samuel Reid, che era stato con lui dalle sei alle dieci e trenta. Queste prove concrete, che sono rimaste invariate anche durante gli interrogatori, dovrebbero confutare completamente le supposizioni riguardo a Slater. Poi ci sono i quattro testimoni della famiglia McHaffie, tutti concordi nell’identificare lo sconosciuto grazie a un particolare tipo di pantaloni e stivali, indumenti che non sono mai stati trovati addosso al prigioniero. Infine, oltre alle discrepanze riguardo alla barba, ci sono anche varie descrizioni di cappelli diversi: baschi, cappelli verdi, cappelli marroni, il tutto lascia un’impressione assai confusa e poco chiara. Questo tipo di prove potrebbe avere qualche valore se integrate da fatti concreti e certi, ma cercare di costruire un caso intero basandosi esclusivamente su tali indizi è come edificare qualcosa su sabbia mobile.
Il lettore possiede già una conoscenza dei fatti, ma durante il processo sono emerse alcune nuove dettagli che possono essere qui elencati. Questi vanno trattati in modo sommario nell’ambito di un argomento del genere; chi desidera una descrizione più completa può trovarla nel resoconto del processo pubblicato da Hodge di Edimburgo e curato con abilità da William Roughead, W.S. Sulla base di questo libro, nonché delle testimonianze dettagliate e degli appunti stenografici relativi alle procedure legali americane, ho condotto la mia analisi del caso. Innanzitutto, riguardo ai movimenti di Slater il giorno del crimine: secondo le sue stesse dichiarazioni e quelle delle donne, iniziò la giornata ricevendo le due lettere già menzionate, che lo spinsero ad accelerare il suo viaggio verso l’America. L’intera giornata sembra essere stata dedicata ai preparativi per la sua partenza imminente; comunicò al proprio servitore Schmalz che sarebbe partito dal sabato successivo. Prima delle cinque (come dimostrava il timbro postale sull’involucro), scrisse a un ufficio postale di Londra, dove aveva depositato del denaro. Alle 6:12 fu inviato un telegramma a suo nome, presumibilmente da lui stesso, dalla Stazione Centrale a Dent, Londra, per ritirare l’orologio che stava venendo riparato. Secondo le testimonianze di due testimoni, alle 6:20 lo videro in una sala da biliardo; il crimine, come si ricorderà, fu commesso alle sette. Rimase nella sala da biliardo per circa dieci minuti e se ne andò tra le 6:30 e le 6:40. Rathman, uno di questi testimoni, dichiarò che in quel momento Slater aveva un mustacchio lungo circa un quarto di pollice, così evidente da non farlo assomigliare affatto a una persona con il viso completamente rasato. Anche Antoine, la sua amante, e Schmalz, il servitore, confermarono che Slater aveva cenato a casa alle sette. La testimonianza della ragazza è senza dubbio dubbia, ma non esiste alcun motivo per cui Schmalz, il servitore licenziato, avrebbe dovuto mentire a favore del suo ex datore di lavoro. La distanza tra l’appartamento di Slater e quello di Miss Gilchrist è di circa un quarto di miglio; dalla sala da biliardo all’appartamento di Slater ci sono circa un miglio. Era necessario che andasse a prendere il martello e lo riportasse indietro, a meno che non lo avesse sempre con sé in tasca tutto il giorno. Ma a meno che le testimonianze delle due donne non vengano completamente ignorate, è sufficiente dimostrare che Slater non aveva il tempo necessario per commettere un crimine del genere e per nascondere le tracce che avrebbe lasciato. Quella sera alle 9:45, Slater era impegnato nella sua abituale attività di tentativo di vincere denaro in qualche piccolo club da gioco. Il proprietario del club non notò alcun segno di disordine nel suo abbigliamento (lo stesso che, secondo l’accusa, indossava al momento del crimine) e giurò che in quel momento Slater aveva un mustacchio corto, “come stoppia”, confermando così le dichiarazioni di Rathman. Si ricorderà che sia Lambie che Barrowman avevano giurato che l’assassino era completamente rasato.
Il 24 dicembre, tre giorni dopo l’omicidio, Slater fu portato nell’ufficio di Cook per negoziare un posto a bordo della “Lusitania” per sé e la sua cosiddetta moglie. Non nascose affatto che avrebbe viaggiato con quella nave, ma fornì il proprio vero nome e indirizzo, dichiarando infine che avrebbe preso il proprio posto a Liverpool, cosa che effettivamente fece. Tra gli altri confidenti a bordo c’era anche un barbiere, l’ultima persona a cui si sarebbe potuto pensare di confidare dei segreti. Certamente, se si fosse trattato di una fuga, è difficile immaginare un modo più evidente per partire. A Liverpool prenotò il proprio viaggio usando lo pseudonimo di Otto Sando; secondo le sue stesse parole, lo fece perché temeva di essere inseguito dalla sua vera moglie e voleva nascondere le proprie tracce. Questa potrebbe essere o meno la verità, ma è indubbiamente certo che Slater, un uomo disonorevole e instabile, aveva già utilizzato diversi pseudonimi nel corso della sua vita. È da notare inoltre che il suo viaggio da Glasgow non fu affatto segreto: portò con sé tutti i suoi bagagli in modo del tutto aperto.
Il lettore ora possiede tutte le informazioni principali, tranne quelle che risultano irrilevanti o ripetitive. Si noterà che, a parte le identificazioni, il cui valore può essere valutato, non esiste alcun legame concreto tra il crimine e l’imputato. Si potrebbe argomentare che la presenza del martello costituisca tale legame; ma quale casa in questo paese è priva di un martello? Bisogna ricordare che, se Slater avesse commesso l’omicidio con quel martello, avrebbe dovuto portarlo con sé per compiere il crimine, poiché non gli sarebbe stato utile per forzare l’ingresso. Ma quale uomo sano di mente, pianificando un omicidio deliberato, porterebbe con sé un’arma leggera, fragile e così lunga da sporgere da qualsiasi tasca? Un sasso qualsiasi lungo la strada sarebbe stato più efficace. Inoltre, quel martello, imbevuto di sangue, doveva essere ancora nella sua tasca al momento della fuga. La Procura non cercò mai di dimostrare l’esistenza di macchie di sangue sulla tasca né il fatto che i vestiti fossero stati bruciati. Se Slater avesse distrutto i vestiti, avrebbe naturalmente distrutto anche il martello. Anche uno dei due medici testimoni della Procura ammise che non si poteva aspettarsi che un’arma del genere causasse ferite del genere.
È possibile che in questa sintesi delle prove io abbia presentato la situazione esclusivamente dal punto di vista della difesa. In risposta, chiedo semplicemente al lettore di prendersi il tempo di leggere le prove complete (“Processo di Oscar Slater”, Hodge & Co., Edimburgo). Se lo farà, si renderà conto che, senza uno sforzo consapevole per presentare argomentazioni particolari, non esiste altra maniera per raccontare questa storia. Da un lato ci sono i fatti; dall’altro, le congetture, le identificazioni insoddisfacenti, gli errori dannosi e i pregiudizi molto forti.
Ora veniamo al processo stesso. Il caso fu presentato dalla Procura dal Lord-Advocate in un discorso che rifletteva fedelmente l’atmosfera di eccitazione del momento. Il discorso era appassionato, e il suo effetto sulla giuria si riflesse nella sentenza finale. Il Lord-Advocate parlò, a quanto ne so, senza appunti; una pratica che può aumentare l’eloquenza ma diminuire l’accuratezza dei fatti. È proprio a questa circostanza che si deve attribuire un errore gravissimo: un’affermazione falsa che, provenendo da una figura così autorevole in tali circostanze, non poteva non lasciare un profondo impatto sugli ascoltatori. Per qualche motivo, questo errore non fu corretto né dal giudice né dall’avvocato difensore. Si trattava dell’unica accusa davvero dannosa; così dannosa che, se fossi stato io nel ruolo dei giurati e l’avessi ritenuta vera, avrei espresso una sentenza sfavorevole al prigioniero. Eppure questa accusa era completamente infondata. Solo in questo caso, a mio parere, ci sono motivi sufficienti per richiedere la revisione della sentenza o per portare i fatti davanti a un tribunale d’appello. Ecco il passaggio dal discorso del Lord-Advocate di cui parlo:
“A quel tempo aveva fornito il proprio nome alla gente di Cook a Glasgow come Oscar Slater. Il 25 dicembre, giorno in cui avrebbe dovuto tornare all’ufficio di Cook, il suo nome, la sua descrizione e tutto il resto apparvero sui giornali di Glasgow; quindi, se voleva garantirsi la sicurezza, l’unica cosa da fare era evitare di tornare all’ufficio di Cook con quel nome. Così fece: preparò tutte le sue cose il 25 dicembre. Per quanto ne sappiamo, non lasciò mai casa da quando lesse quell’articolo fino a poco dopo le sei del pomeriggio, quando andò alla stazione centrale.”
In questo passaggio viene chiaramente fatta questa accusa, e in seguito si ripete che il nome di Oscar Slater fosse effettivamente pubblicato sui giornali, e che quindi egli fuggisse. Una fuga che, ovviamente, avrebbe potuto essere considerata un’ammissione di colpevolezza. Si tratta di un punto di enorme importanza. Eppure, esaminando le date, si scopre che non c’è assolutamente alcuna base per tale accusa. Fu solo la sera del 25 dicembre che anche la polizia venne a conoscenza dell’esistenza di Slater; quasi una settimana dopo il suo nome apparve sui giornali, mentre lui era già in mare, sulle coste atlantiche. Quello che apparve effettivamente il 25 dicembre fu la descrizione del colpevole: “con il viso completamente rasato”, mentre Slater aveva un baffo ben visibile. Perché avrebbe dovuto adottare quella descrizione? E perché avrebbe dovuto rinunciare a un viaggio che aveva già preparato? Questa accusa non regge affatto all’esame. Eppure, se le menti dei giurati fossero state confuse riguardo alle date, l’affermazione ripetuta dal Lord-Advocate che il nome di Slater fosse stato pubblicato prima della sua fuga avrebbe sicuramente avuto un effetto negativo e pregiudizioso.
Alcune delle altre affermazioni del Procuratore Distrettuale sono certamente sorprendenti. Ad esempio, dice: “Il prigioniero è irrimediabilmente incapace di fornire anche un solo testimone che confermi di averlo visto in qualche altro luogo diverso dalla scena dell’omicidio quella notte”. Proviamo a verificare questa affermazione. Ecco le testimonianze di Schmalz, il servitore, riportate per esteso. Posso ribadire che questa donna non aveva alcun obbligo nei confronti di Slater e aveva appena ricevuto una sua comunicazione. Le dichiarazioni della padrona di casa secondo cui Slater era a cena nell’appartamento alle sette della sera dell’omicidio le ignoro, ma non capisco perché la conferma fornita da Schmalz debba essere considerata inesistente dal Procuratore Distrettuale. Il prigioniero potrebbe davvero essere “irrimediabilmente incapace” di fornire prove se i suoi testimoni venissero trattati in questo modo. Ma esiste qualcosa di più concreto e attendibile di questo?
Q: “Di solito tornava a casa per cena?”
A: “Sì, sempre. Le sette erano l’ora abituale.”
Q: “A volte arrivava quasi alle otto?”
A: “È stata colpa mia. Il signor Slater era già dentro.”
Q: “Ma a causa tua la cena veniva servita solo verso le otto?”
A: “No. Il signor Slater era già lì dopo le sette e aspettava la cena.”
Queste testimonianze sembrano molto chiare: l’omicidio è avvenuto intorno alle sette. L’assassino potrebbe essere tornato in strada circa dieci minuti o venti minuti dopo le sette. Ma c’era una certa distanza tra la scena del crimine e l’appartamento di Slater. Se fosse stato lui ad assassinare, difficilmente avrebbe potuto raggiungerlo prima delle sette e mezza al massimo. Eppure Schmalz afferma che Slater era già dentro alle sette, così come Antoine. Le testimonianze di quella donna possono essere valide o meno, ma è difficile capire come si possa sostenere che il prigioniero sia “irrimediabilmente incapace” di fornire prove. Quali altre prove potrebbe avere, se non quelle di tutte le persone che vivevano con lui?
Per il resto, all’Avvocato del Re non fu difficile dimostrare che Slater era un individuo senza valore, che viveva con una donna di dubbia moralità e probabilmente anche a sue spese, che aveva cambiato più volte nome e che, in generale, era un bohémien poco affidabile. Non esistevano prove concrete contro di lui. All’inizio del suo discorso, l’Avvocato del Re dichiarò che avrebbe successivamente spiegato come Slater potesse essere venuto a conoscenza del fatto che la signorina Gilchrist possedeva quei gioielli. Tuttavia, non si fece più menzione dell’argomento e quindi la sua promessa non fu mai mantenuta, sebbene fosse di estrema importanza. In seguito, l’Avvocato del Re affermò che, a giudicare dall’aspetto delle ferite, queste dovevano essere state causate da un piccolo martello; in realtà, però, molte altre armi avrebbero potuto produrre lo stesso effetto. Sottolineò anche che il prigioniero si occupava di mercato di pietre preziose e quindi avrebbe potuto disporre dei proventi di un simile furto. Il criminale, aggiunse, era chiaramente una persona che non conosceva l’interno della casa e non sapeva dove fossero conservati i gioielli. “Questo spiega la presenza del prigioniero in quel luogo. Ma naturalmente, spiega anche quella di praticamente ogni uomo in Scozia.” L’Avvocato del Re riassunse poi le testimonianze riguardanti l’uomo visto da diversi testimoni in strada. “Signori, se quell’uomo fosse stato il colpevole, come potete spiegare la sua presenza lì?” Ovviamente, l’essenziale risiedeva nella frase evidenziata in grassetto: c’era, bisognava ammetterlo, un consenso generale tra i testimoni sul fatto che quell’uomo fosse il colpevole. Ma quale valore aveva tale consenso rispetto a quello che aveva portato all’ingiusta condanna di Beck alla reclusione? L’Avvocato del Re fece molto enfasi sul fatto che la signora Liddell (una delle famiglie Adams) avesse visto un uomo pochi minuti prima dell’omicidio, mentre gironzolava per strada, e lo aveva identificato come Slater. L’abbigliamento di quell’uomo era molto diverso da quello descritto come quello del colpevole: indossava un pesante cappotto in tessuto misto di tweed di colore marrone scuro e un berretto a punta marrone. La signora Liddell aveva inizialmente dichiarato, quando le era stato chiesto se qualcuno nel gruppo presente alla stazione di polizia assomigliasse all’uomo che aveva visto: “Uno, solo leggermente, ” In seguito, come tutte le altre testimoni femminili, divenne più sicura delle sue affermazioni; dichiarò di ricordare molto chiaramente il volto di quell’uomo, ma rifiutò di affermare con certezza se fosse rasato o avesse la barba.
Abbiamo quindi le testimonianze di Lambie, Adams e Barrowman, con i loro limiti e sviluppi, che sono già stati discussi. Poi arriva la questione del cosiddetto “fugio” e del cambio di nome a bordo della nave. Se il prigioniero fosse stato un uomo che non aveva mai cambiato nome prima, questo episodio sarebbe ancora più sorprendente. Tuttavia, le poche informazioni che abbiamo sulla sua vita precedente indicano diversi cambi di nome, e non si è mai suggerito che ciascuno di essi fosse il risultato di un crimine. Sembra che avesse dei debiti a Glasgow e che avesse motivi per allontanarsi dalla persecuzione di una moglie maltrattata. Il Lord-Advocate ha affermato che il cambio di nome “non poteva essere spiegato in modo coerente con l’innocenza”. Questo potrebbe essere vero, ma il cambiamento di nome può sicuramente essere spiegato da motivi meno gravi del crimine. Infine, dopo aver dimostrato chiaramente che Slater era un grande bugiardo e che nessuna delle sue parole andava creduta senza prove a sostegno, il Lord-Advocate concluse dicendo: “La mia conclusione è che questa colpevolezza gli sia stata chiaramente dimostrata; non esiste alcun dubbio, né ragionevoli dubbi, sul fatto che sia stato lui l’autore di questo orribile omicidio”. La sentenza mostrò che la giuria, sotto l’influenza dell’eloquenza del Lord-Advocate, condivideva questa opinione; tuttavia, se considerata con maggiore distacco, è difficile capire su quali basi abbia potuto fare una dichiarazione così sicura.
Il signor M’Clure, che ha condotto la difesa, ha detto il vero quando, all’inizio del suo discorso, ha dichiarato di “dover combattere una battaglia estremamente ingiusta contro i pregiudizi pubblici, suscitati da un’ira che non ricordo di aver mai visto in altri casi”. Eppure ha combattuto questa battaglia con coraggio e con scrupolosa moderazione. Le sue argomentazioni si basavano esclusivamente sulla ragione, mai sull’emozione. Ha dimostrato chiaramente come il prigioniero avesse espresso l’intenzione di andare in America settimane prima dell’omicidio e come tutte le preparative fossero state fatte; il giorno dopo l’omicidio aveva detto ai testimoni che sarebbe partito per l’America e aveva discusso i vantaggi delle varie rotte, fino a indicare con precisione la nave su cui alla fine è effettivamente salpato. Un comportamento davvero insolito per un fuggitivo dalla giustizia. Il signor M’Clure ha descritto in dettaglio le mosse del prigioniero nella notte dell’omicidio, dimostrando che indossava esattamente gli stessi abiti di cui la tesi dell’accusa sosteneva fossero stati utilizzati per commettere il crimine. Come se un simile atto potesse essere compiuto senza lasciare tracce. Ha inoltre evidenziato (è un dettaglio insignificante, ma umano) che l’ultima cosa che Slater fece a Glasgow fu prendersi la briga di procurarsi una banconota da cinque sterline per inviarla come regalo di Natale ai suoi genitori in Germania. Un uomo capace di fare una cosa del genere non poteva essere completamente cattivo. Infine, il signor M’Clure ha esposto con chiarezza le molte incongruenze presenti nelle prove relative all’identificazione dei colpevoli e ha avvertito seriamente la giuria sui pericoli che spesso si nascondono in questo tipo di prove. In definitiva, è stata una risposta completa e approfondita. Anche se, data la complessità dell’argomento, è naturale che alcuni aspetti siano stati trascurati. Ad esempio, l’avvocato non si sofferma a sufficienza su questioni come il fatto che l’accusa non abbia dimostrato in alcun modo come Slater potesse essere a conoscenza dell’esistenza di Miss Gilchrist e dei suoi gioielli, né come sia riuscito ad entrare nell’appartamento, né cosa ne sia stato del broccio che, secondo la loro tesi, avrebbe portato via con sé. Non sarebbe gentile suggerire ulteriori aggiunte a una difesa così appassionata; inoltre, chi si basa soltanto su resoconti scritti dell’evento potrebbe perdere di vista alcuni argomenti che effettivamente sono stati sollevati, ma non registrati ufficialmente.
Solo su un punto si può mettere in discussione il giudizio del signor M’Clure, e cioè sul punto più difficile che un avvocato difensore possa mai dover affrontare: non ha fatto sedere il suo cliente nella gabbia dei testimoni. Questo dovrebbe essere considerato senza dubbio un segno di debolezza da parte sua. Non ho alcun modo di sapere quali motivi abbiano portato il signor M’Clure a prendere questa decisione; certamente, essa è stata svantaggiosa per il suo cliente. Nel memorandum eccezionale presentato dall’avvocato di Slater, il defunto signor Spiers, si afferma, con la piena consapevolezza che quell’avvocato aveva, che Slater era sempre stato desideroso di fornire prove a proprio favore. “Il suo avvocato gli consigliò di non farlo, ma non per motivi legati alla sua colpevolezza. Slater aveva affrontato una durissima prova durante il processo, durato quattro giorni; parlava un inglese piuttosto stentato, sebbene comprensibile, con un accento straniero, e si trovava in stato di detenzione da gennaio.” Bisogna ammettere che questi motivi non sono affatto convincenti. È molto più probabile che l’avvocato abbia ritenuto che le prove puramente negative che il suo cliente avrebbe potuto fornire riguardo al crimine sarebbero state compensate dal lungo racconto di relazioni amorose squallide e comportamenti disonorevoli che sarebbero venuti alla luce durante l’interrogatorio, influenzando negativamente l’opinione di una giuria rispettabile di Edimburgo. Eppure, forse, l’avvocato non ha considerato a sufficienza il pregiudizio che deriva – e con ragione – da chi evita di comparire nella gabbia dei testimoni. Questo pregiudizio avrebbe potuto essere mitigato se fosse stato chiarito meglio che Slater era venuto volontariamente ad affrontare il processo, senza attendere il risultato delle procedure di estradizione. Resta poi la conclusione del giudice Lord Guthrie. Sua Signoria espose l’ipotesi che l’assassino potesse essere entrato nell’appartamento senza alcuna intenzione di commettere un omicidio; questa è certamente possibile, ma estremamente improbabile. Commentò con grande severità il carattere generale di Slater. Nella sua conclusione del processo, riassunse i fatti in modo imparziale, concludendo: “Suppongo che tutti voi riteniate che il prigioniero possa essere l’assassino. È molto probabile che lo pensiate davvero. Tuttavia, questo non vi dà il diritto di condannarlo. L’accusa ha il dovere di dimostrare che egli sia effettivamente l’assassino. Questo è ciò che dovete considerare. Se ritenete che non esistano dubbi ragionevoli al riguardo, lo condannerete; se invece ne esistono, lo assolverete.” In un’ora e dieci minuti, la giuria prese la sua decisione: con maggioranza dei voti, dichiarò il prigioniero colpevole. Dei quindici giurati, nove erano a favore della condanna, cinque ritenevano che le prove non fossero sufficienti e uno era per l’assoluzione. Secondo la legge inglese, sarebbe stato necessario un nuovo processo, che avrebbe potuto terminare, come nel caso di Gardiner, con l’assoluzione completa del prigioniero. Secondo la legge scozzese, invece, il verdetto della maggioranza era valido.
“Non so assolutamente nulla di questa faccenda,” gridò il prigioniero in un accesso di disperazione. “Non ho mai sentito quel nome. Non so nulla al riguardo. Non capisco come potrei essere collegato a questa storia. Sono venuto dall’America per conto mio. Non posso dire altro.”
La pena di morte fu quindi pronunciata. Si dice che il verdetto fosse una totale sorpresa per la maggior parte delle persone presenti in tribunale, e certamente lo è anche oggi, se si considera tutto ciò che è accaduto dopo. Non riesco a capire come un uomo ragionevole, esaminando attentamente le prove, possa negare che, quando il povero prigioniero gridò “Non so nulla di questa faccenda”, potesse benissimo dire la verità letterale.
Consideriamo quella mostruosa coincidenza che sembrava dimostrare la sua colpevolezza: per errore, a causa di un broccio, la polizia iniziò le indagini seguendo la pista giusta. Ma quale delle due ipotesi è più plausibile? Che una coincidenza del genere possa verificarsi davvero, oppure che la polizia, essendosi già convinta della sua colpevolezza, rifiutasse di ammettere i propri errori e continuasse a sperare che delle vaghe identificazioni di un straniero dall’aspetto insolito potessero giustificare le sue azioni iniziali? Oltre a queste identificazioni, non esiste alcuna prova che possa collegare Slater al delitto, né che dimostri che lui sapesse, o avesse modo di sapere, dell’esistenza di una persona come Miss Gilchrist.
Il memoriale straordinario presentato dagli avvocati della difesa per ottenere la sospensione della pena fu firmato da 20.000 cittadini e riuscì effettivamente a far commutare la condanna a morte in reclusione a vita. La sentenza fu emessa il 6 maggio; per venti giorni l’uomo rimase nella incertezza, mentre il provvedimento di sospensione arrivò soltanto il 26 maggio, appena ventiquattro ore prima dell’esecuzione. L’8 luglio Slater fu trasferito nel carcere di Peterhead, dove è rimasto fino ad oggi.
Non posso fare a meno di confrontare, nella mia mente, il caso di Oscar Slater con un altro che ho avuto l’occasione di esaminare: quello di George Edalji. Devo ammettere che non appartengono alla stessa categoria. George Edalji era un giovane dal carattere esemplare; Oscar Slater, invece, era un farabutto. George Edalji era fisicamente impossibilitato a commettere il crimine per cui ha subito tre anni di prigione (anni durante i quali, dopo essere stato dimostrato innocente, non ha ricevuto nemmeno una sterlina di risarcimento dallo Stato). Oscar Slater avrebbe potuto effettivamente commettere l’omicidio, ma il bilancio delle prove e delle probabilità sembra decisamente sfavorevole a questa ipotesi. Pertanto, non si può provare lo stesso profondo senso di ingiustizia in questo caso. Eppure, spero che, per amore della giustizia e anche dell’intelligenza, il verdetto possa essere riesaminato in qualche modo, permettendo a quest’uomo di espiare quelle irregolarità nella sua vita che hanno contribuito a rendere possibile la sua condanna.
Prima di concludere questo caso, è interessante vedere fino a che punto si possa ricostruire questa strana vicenda e se sia possibile gettare qualche luce su di essa. Utilizzando materiale di seconda mano, non si può sperare di fare altro che indicare alcune possibilità che forse sono già state prese in considerazione dalla polizia. Il problema, tuttavia, con tutte le azioni penali condotte dalla polizia è che, una volta individuato ciò che ritengono essere il colpevole, non sono disposti ad esaminare altre possibili piste di indagine. Tutto ciò che non si adatta alla teoria ufficiale rischia di essere escluso. Si potrebbero fare alcuni commenti isolati su questo caso che, almeno, potrebbero suscitare interessanti riflessioni.
Una domanda che bisogna porsi è se l’assassino fosse davvero interessato alle gioielli. Si potrebbe sostenere che il tipo di persona descritto dai testimoni non corrisponda affatto a quello di un comune ladro. Quando è entrato in camera da letto e ha acceso il gas, non ha immediatamente preso l’orologio e gli anelli che erano apertamente esposti sul comodino; non ha nemmeno raccolto una moneta d’oro che si trovava sul tavolo da pranzo. La sua attenzione era rivolta a una scatola di legno, la cui copertura ha strappato via con forza, (Questo, credo, sia stato il “rumore di stecche spezzate” sentito da Adams.) I documenti presenti nella scatola erano sparsi sul pavimento. Forse quei documenti erano l’obiettivo principale dell’assassino, mentre il rubare un solo braccialetto di diamanti era soltanto un atto casuale? Personalmente, posso soltanto indicare la possibilità di una tale spiegazione. D’altra parte, si potrebbe sostenere che, se le azioni del ladro sembrano prive di senso, forse Adams aveva già suonato il campanello e si trovava in una situazione disperata. Si potrebbe anche dire che, a meno di un testamento, sarebbe difficile immaginare quale documento possa giustificare un simile atto; mentre i gioielli, invece, rappresentavano un obiettivo ovvio per chiunque ne conoscesse l’esistenza.
Supponendo che l’assassino cercasse davvero le gioielli, è molto significativo notare la sua conoscenza della loro posizione, nonché i limiti di tale conoscenza. Perché è andato direttamente nella camera degli ospiti, dove in realtà erano conservate le gioielli? La stessa domanda si può porre anche nel caso in cui cercasse dei documenti: perché proprio quella stanza? Qualsiasi informazione ottenuta dall’esterno (ad esempio da qualcuno che osservava dal giardino) sarebbe stata sufficiente per individuare quale fosse la camera della vecchia signora; ci si aspetterebbe quindi che un ladro, avendo ottenuto tali informazioni, andasse direttamente lì. Invece, quell’uomo ha scelto una stanza improbabile, dove in realtà si trovavano sia le gioielli che i documenti. Non è forse questo molto significativo? Non suggerisce forse un precedente conoscenza dell’interno dell’appartamento e delle abitudini della sua proprietaria?
Ma osserviamo anche i limiti di questa conoscenza: se cercava davvero le gioielli, sapeva in quale stanza si trovavano, ma non esattamente dove. Una conoscenza più approfondita gli avrebbe rivelato che erano nascoste nell’armadio; invece ha cercato in una scatola. Se cercava i documenti, le sue informazioni erano complete; ma se cercava davvero le gioielli, allora possiamo dire che aveva una conoscenza superficiale delle abitudini domestiche della proprietaria dell’appartamento. Inoltre, sembra che ignorasse completamente le abitudini delle persone che vi vivevano: altrimenti avrebbe sicuramente scelto un momento in cui la ragazza sarebbe tornata a casa molto presto per tentare il furto. Chi aveva mai visitato quell’appartamento? Il numero di persone doveva essere molto limitato. Amici, artigiani, idraulici. Chi aveva riportato indietro le gioielli dopo che erano state depositate dal gioielliere, ogni anno quando la vecchia signora andava in campagna? Non si vuole lanciare accuse vaghe che possano causare dolore a persone innocenti; tuttavia è evidente che ci sono delle piste da seguire, anche se i risultati potrebbero rivelarsi negativi.
Come è riuscito l’assassino ad entrare, se Lambie ha ragione nel pensare di aver chiuso tutte le porte? Non posso fare a meno della conclusione che avesse delle chiavi duplicate. In quel caso tutto diventa comprensibile: la vecchia signora – la cui mente era del tutto normale – avrebbe sentito il rumore della porta che si apriva, ma non si sarebbe allarmata, pensando che Lambie fosse tornata prima del previsto. Quindi avrebbe scoperto di essere in pericolo solo quando l’assassino sarebbe entrato nella stanza, e probabilmente non avrebbe avuto il tempo di alzarsi, ricevere il primo colpo e cadere, come è stata trovata accanto alla sedia su cui stava seduta. Questo sembra plausibile. Ma se non avesse avuto le chiavi, quali difficoltà avrebbe incontrato? Se la vecchia signora avesse aperto la porta dell’appartamento, il suo corpo sarebbe stato trovato nel corridoio. Pertanto, la polizia è stata costretta ad ipotizzare che la donna abbia sentito il campanello, abbia aperto la porta del piano inferiore dall’alto (come si può fare in tutti gli appartamenti scozzesi), abbia aperto l’appartamento senza nemmeno guardare le scale illuminate per vedere chi stesse salendo, e sia poi tornata alla sua sedia e al suo giornale, lasciando la porta aperta. Il tutto è possibile, ma non è forse estremamente improbabile? La signorina Gilchrist, essendo preoccupata per un possibile furto, non avrebbe trascurato alcuna precauzione. Il campanello aveva suonato subito dopo la partenza della domestica. Era difficile che pensasse si trattasse del suo ritorno, soprattutto considerando che la ragazza aveva le chiavi e quindi non avrebbe avuto bisogno di suonare. Se fosse andata fino alla porta d’ingresso per aprirla, avrebbe avuto solo bisogno di fare un altro passo per vedere chi stesse salendo le scale. Non l’avrebbe fatto nemmeno solo per dire: “Ma che cosa, hai dimenticato le chiavi?” È davvero difficile credere che una vecchia signora nervosa apra entrambe le porte senza guardare chi la sta cercando, e poi torni nel suo salotto a leggere il suo giornale.
E consideriamo la situazione dal punto di vista dell’assassino. Aveva pianificato ogni dettaglio delle sue azioni. È noto che è estremamente facile aprire la porta inferiore di un appartamento dello stile scozzese: qualsiasi coltello a punta sottile può farlo. Se avesse dovuto contare sul suono del campanello per raggiungere la sua vittima, sarebbe stato senz’altro meglio che suonasse alla porta superiore, poiché in caso contrario c’era una grande probabilità che lei guardasse giù, lo vedesse salire le scale e si chiudesse dentro. D’altra parte, se fosse stato alla porta superiore e lei avesse risposto, gli sarebbe bastato spingersi dentro. Pertanto, questa seconda opzione sarebbe stata la più logica se avesse deciso di suonare il campanello. Eppure, secondo la teoria della polizia, lui avrebbe suonato dal basso. Ma questo non è certo ciò che avrebbe fatto; inoltre, anche se l’avesse fatto, sarebbe stato molto improbabile che riuscisse ad entrare. Come poteva pensare che la vecchia signora avrebbe fatto una cosa del genere, lasciare la porta aperta e tornare a leggere? Se avesse aspettato, avrebbe potuto anche chiuderla proprio nel momento in cui lui fosse arrivato. Se si considerano tutti questi fattori, è difficile non concludere che l’assassino avesse le chiavi, e che la vecchia signora non si sia alzata dalla sedia fino all’ultimo istante, poiché, sentendo le chiavi alla porta, ha pensato che fosse tornata la domestica. Ma se aveva davvero le chiavi, come ha fatto ad ottenere il modello necessario per fabbricarle? C’è qui un aspetto da indagare. Le uniche ipotesi plausibili sono che l’assassino fosse già nascosto nell’appartamento quando è arrivata Lambie, ma non esistono prove a sostegno di questa teoria, oppure che il visitatore fosse qualcuno che la vecchia signora conosceva, nel qual caso sarebbe stato naturalmente fatto entrare.
C’erano ancora uno o due aspetti particolari che richiedevano spiegazioni. Uno di questi, di cui ho già accennato casualmente, era il fatto che né la partita a dadi, né la scatola in cui venivano conservati, né la scatola aperta nella camera da letto presentavano tracce di sangue. Eppure il crimine era stato estremamente violento. Questo è certamente molto strano. Una spiegazione fornita dal dottor Adams, il primo medico ad esaminare il corpo della vittima, merita attenzione: egli riteneva che le ferite potessero essere state causate da oggetti appuntiti inseriti verso il basso dalla gamba di una sedia; in questo caso, il sedile della sedia avrebbe evitato che i vestiti e, in parte, anche le mani dell’assassino venissero macchiati di sangue. La condizione di una delle sedie sembrava confermare questa ipotesi. L’esplicazione è ingegnosa, ma devo ammettere di non riuscire a capire come tali ferite possano essere state inflitte con un simile strumento. In particolare, c’erano diverse ferite a forma di filo, separate da una striscia di pelle, il che era molto significativo. La mia prima ipotesi riguardo all’arma utilizzata sarebbe stata una leva da ladro, con una parte biforcuta; il colpo che aveva spinto l’occhio della donna nella sua testa avrebbe potuto essere stato inferto dall’altra estremità. In assenza di una leva, avrei scelto un martello, ma un martello molto diverso da quello giocattolo esibito in tribunale. Ogni buon senso direbbe che un simile strumento potrebbe rompere un occhio, ma certamente non spingerlo così profondamente nel cervello, dato che la parte corta dell’arma non sarebbe in grado di penetrare a tale distanza. Il martello che ricostruirei sulla base delle ferite sarebbe quello che si chiama, credo, un martello da muratore: con un manico corto e una testa lunga e robusta, dotata anche di una parte appuntita sul retro. Ma come possa essere stato utilizzato un simile strumento senza che l’assassino ne riportasse tracce, questo è qualcosa che non riesco a spiegare. Non si è mai capito perché fosse stata stesa una coperta di tappeto sopra la donna assassinata. L’assassino, come dimostrava il suo comportamento con Lambie e Adams, era una persona estremamente calma e controllata. È almeno possibile che abbia utilizzato il tappeto come scudo tra sé e la vittima mentre la colpiva con l’arma. In questo modo, i suoi vestiti, se non le sue mani, sarebbero rimasti intatti.
Ho detto che è di fondamentale importanza scoprire chi fosse a conoscenza dell’esistenza dei gioielli, poiché questo potrebbe aiutare molto nella risoluzione del caso. A questo proposito, c’è un passaggio nelle dichiarazioni di Lambie a New York che merita attenzione. Lo riporto qui, semplificandolo dove necessario:
Q.: “Conosce a Glasgow un uomo di nome, ”
R.: “Sì, signore.”
Q.: “Che lavoro fa?”
R.: “È un bookmaker.”
Q.: “Quando l’ha incontrato per la prima volta?”
R.: “In una festa.”
Q.: “Di che tipo di festa?”
R.: “Una festa di Capodanno.”
Q.: “Quando l’ha rivisto dopo quella volta?”
R:“All’inizio di giugno.”
Q.: “Dove?”
R.: “A Glasgow.”
Q.: “In un angolo di strada?”
R.: “No, è venuto direttamente a casa mia, in Prince’s Street.”
Q.: “Nella casa della signorina Gilchrist?”
R.: “Sì, signore.”
Q: “È stata la prima volta dopo il ballo?”
R: “Sì, signore.”
Q: “Neghi di aver avuto un incontro con lui tramite una lettera che hai ricevuto da lui in un angolo di strada a Glasgow?”
R: “Ho ricevuto una lettera.”
Q: “Per incontrarlo in un angolo di strada?”
R: “Sì.”
Q: “Il primo incontro dopo il ballo?”
R: “Sì.”
Q: “E vi siete incontrati lì?”
R: “Sì.”
Q: “E siete usciti insieme?”
R: “No, non sono uscito con lui.”
Q: “Ma siete andati da qualche parte insieme, vero?”
R: “Sì, avevamo appuntamento per domenica.”
Q: “Sapevi qualcosa di quell’uomo?”
R: “Sì, signore.”
Q: “Cosa sapevi di lui?”
R: “Non molto.”
Q: “Quante volte è venuto a trovarti a casa della signorina Gilchrist?”
R: “Una volta.”
Q: “Ne sei sicuro?”
R: “Sì, ne sono sicuro.”
Q: “Non è venuto anche a prendere il tè da lei nel suo appartamento?”
R: “Quello è stato sulla Costa.”
Q: “Allora è venuto a trovarti nella casa estiva della signorina Gilchrist?”
R: “Sì.”
Q: “Quante volte?”
R: “Una volta.”
Q: “Ha incontrato anche la signorina Gilchrist in quel momento?”
R: “Sì, signore.”
Q: “L’hai presentato tu?”
R: “Sì, signore.”
Q: “Indossava quel broccio di diamanti?”
R: “Non me lo ricordo.”
Q. “Quando l’hai visto per l’ultima volta?”
A. “La prima settimana di settembre.”
Q. “A Glasgow?”
A. “Sì, signore.”
Q. “Su appuntamento?”
A. “Sì.”
Q. “Quando, esattamente?”
A. “Da allora non l’ho più visto.”
Q. “E dici che ha chiamato solo una volta a quella casa di campagna?”
A. “Una sola volta, signore.”
Q. “Nella tua dichiarazione a Glasgow hai detto: ‘Mi ha visitato a Girvan e abbiamo bevuto il tè insieme sabato sera; domenica sera abbiamo cenato insieme a me e a Miss Gilchrist.’”
A. “Sì, signore.”
Q. “Quindi l’hai visto più di una volta in campagna, ”
A. “Una sola volta.”
L’avvocato rilesse l’estratto.
Q. “È vero?”
A. “Sì.”
Q. “Allora hai invitato quest’uomo a prendere il tè nella casa estiva di Miss Gilchrist, ”
A. “Sì.”
Q. “Sabato sera?”
A. “Sì.”
Q. “E anche domenica sera?”
A. “Non c’era.”
Q. “Domenica l’hai invitato a cena con te e Miss Gilchrist, giusto?”
A. “Sì, signore. Ma non sono stato io ad invitarlo.”
Q. “Allora chi l’ha invitato?”
A. “Miss Gilchrist.”
Q. “L’avevi presentata a lui?”
A. “Sì, signore.”
Q. “Era tuo amico, vero?”
A. “Sì, signore.”
Q. “Lei non sapeva nulla di lui?”
A. “No.”
Q. “L’ha portato lì su tua raccomandazione?”
A. “Sì.”
Q: “Ha indossato i suoi diamanti a questa cena?”
R: “Non me lo ricordo.”
Q: “Gli hai detto che era una donna ricca?”
R: “Sì.”
Q: “Gli hai detto che possedeva moltissimi gioielli?”
R: “Sì.”
Q: “Hai mai sospettato di questo uomo?”
R: “Mai.”
Q: “Conosci qualche altro uomo che conoscesse così bene quegli ambienti, la ricchezza della signora anziana, i suoi gioielli e il modo per entrare in quella casa?”
R: “No, signore.”
Q: “L’uomo che hai incontrato nel corridoio era lui?”
R: “No, signore.”
Questa è una sintesi di un’interessantissima e approfondita parte dell’interrogatorio incrociato che rivela diverse cose. Una riguarda le qualità di Lambie come testimone; un’altra mostra una scena molto curiosa: la vecchia signora, il bookmaker e la cameriera seduti insieme a cena. L’ultima e più importante scoperta è che informazioni sui gioielli erano trapelate. Non esistono accuse concrete contro l’uomo stesso; la polizia ha indagato e le sue conclusioni sono state definitive, condivise anche da coloro responsabili della difesa. Ma si può davvero credere che, nei mesi trascorsi tra il momento in cui quell’uomo acquisì queste informazioni e l’attuazione del crimine, non abbia mai raccontato a nessun amico quella strana storia della vecchia signora solitaria e dei suoi tesori? L’avrebbe fatto senza alcuna malizia: era una cosa del tutto naturale da fare. Tuttavia, per la prima volta in questo caso sembra emergere un legame tra causa ed effetto, una connessione tra la donna morta e persone esterne che avevano modo di conoscere la sua situazione particolare.
C’è ancora un passaggio dell’interrogatorio incrociato di Lambie, questa volta tratto dal processo di Edimburgo, che vorrei citare. Non è apparso negli Stati Uniti, proprio come l’estrazione americana già menzionata non è stata pubblicata a Edimburgo. Ora vengono presentate entrambe insieme:
Q.: “La signorina Gilchrist aveva un cane?”
R.: “Sì, un terrier irlandese.”
Q.: “Che ne è stato?”
R.: “È stato avvelenato.”
Q.: “Quando è successo?”
R.: “Credo il 7 o l’8 settembre.”
Q.: “Si pensava che fosse stato qualcuno a farlo?”
R.: “Non lo penso; forse aveva mangiato qualcosa di velenoso, ma la signorina Gilchrist riteneva che fosse stato avvelenato intenzionalmente.”
Q.: “L’obiettivo era uccidere il cane da guardia, ”
R.: “Non lo ha detto esplicitamente.”
Si ricordi che Slater non arrivò a Glasgow fino alla fine di ottobre di quell’anno; le sue precedenti residenze in città risalivano ai periodi 1901 e 1905. Se il cane era davvero stato avvelenato in previsione del crimine, lui, almeno, non poteva averci nulla a che fare.
C’è un altro elemento di prova che potrebbe essere importante, o forse no. Si tratta del testimone della signorina Brown, l’insegnante. Questa donna è stata chiamata in tribunale, ma nessuna delle parti l’ha citata, poiché le sue dichiarazioni non erano utili né all’accusa né alla difesa. Ha riferito che, nella notte dell’omicidio, verso le sette e dieci, aveva visto due uomini allontanarsi dalla scena del crimine. Uno di questi uomini corrispondeva perfettamente alla descrizione iniziale del colpevole, prima che venisse modificata da Barrowman: di statura media, con capelli scuri e barba rasata, indossava un cappotto grigio lungo fino alle ginocchia, un berretto di tweed scuro e aveva entrambe le mani nelle tasche. Qui abbiamo quindi una descrizione precisa dell’assassino; se la signorina Brown avesse affermato che quell’uomo era il prigioniero, sarebbe stata una testimonianza molto efficace a sostegno dell’accusa. Tuttavia, la signorina Brown ha identificato Oscar Slater come il secondo uomo, descrivendolo come “un individuo con capelli scuri e lucidi, un cappotto blu navy con colletto di velluto, pantaloni scuri e stivali neri; aveva qualcosa in mano che sembrava più simile a una mazza che a un bastone da passeggio”. Si potrebbe supporre che quell’oggetto fosse il suo cappello, visto che la descrizione indica che l’uomo era a capo scoperto. L’unica conclusione possibile è che, se il secondo uomo era davvero Slater, allora certamente non era l’assassino vero e proprio: i suoi abiti infatti corrispondevano più alla descrizione del primo uomo che a quella del secondo. Ai nostri occhi, tutti gli stranieri di pelle scura sembrano simili tra loro; quindi è plausibile che ci fosse davvero un individuo di pelle scura coinvolto in questo caso. L’ipotesi che ci fossero due complici – uno dei quali aveva pianificato il crimine e l’altro lo aveva compiuto – è del tutto ragionevole. La testimonianza della signorina Brown non contraddice necessariamente quella di Barrowman; anzi, sembra plausibile che il secondo uomo si sia unito all’assassino a una certa distanza dalla scena del crimine. Tuttavia, poiché non è stata effettuata alcuna controinterrogazione, è difficile valutare la credibilità di questa testimonianza.
Per concludere, devo dire che in nulla di ciò che è stato detto in questa discussione ho avuto l’intenzione di ferire i sentimenti o di usurpare le funzioni di alcuno, né della polizia né del tribunale penale che si sono occupati di questo caso. È difficile discutere di queste questioni da un punto di vista oggettivo senza offendere nessuno. So bene che è più facile teorizzare da lontano che affrontare concretamente un caso, sia come detective che come avvocato. Lascio la questione alla vostra considerazione nella speranza che, anche dopo molti giorni, possa emergere qualche elemento nuovo in grado di gettare luce su un crimine così brutale e spietato come mai è stato registrato in quegli annali oscuri nei quali i criminologi trovano materiale per le loro ricerche. Nel frattempo, spetta alle autorità – e, in ultima analisi, alla comunità – riesaminare questa sentenza, emessa nelle circostanze che ho descritto.
Arthur Conan Doyle
Windlesham, Crowborough. Copia della memoria per la revisione della sentenza
A Sua Eccellenza il Nobile Lord Pentland, Segretario di Stato per la Scozia presso Sua Maestà, in memoria di Oscar Slater. Questa memoria viene umilmente presentata a nome di Oscar Slater, attualmente detenuto nella prigione di Glasgow. Il 6 maggio 1909, il Tribunale Supremo di Edimburgo lo dichiarò colpevole dell’omicidio di Miss Marion Gilchrist, avvenuto nella sua abitazione in West Princes Street a Glasgow, e lo condannò a morte. Oscar Slater è ebreo e è nato in Germania; ha 37 anni. La giuria emise un verdetto di “colpevole” con una maggioranza di nove voti contro sei. Gli avvocati del condannato sono convinti che tale verdetto non corrisponda alle prove presentate e che queste siano state assolutamente insufficienti a identificare Oscar Slater come l’assassino. Ritengono inoltre che questa opinione sia condivisa dall’opinione pubblica di tutta la Scozia, così come dalla stampa di Glasgow (si veda l’articolo principale del “The Glasgow Herald” del 7 maggio 1909, allegato a questa memoria). Il redattore di questa memoria si è sforzato di trattare l’argomento in modo il più breve e conciso possibile; tuttavia, considerando che il processo è durato quattro giorni, non è possibile evitare che la memoria assuma una certa lunghezza. È noto che la defunta Miss Gilchrist, una donna di circa 82 anni, viveva da sola con la sua domestica, Nellie Lambie, una ragazza di circa 21 anni. Secondo le dichiarazioni di Lambie, quest’ultima lasciò Miss Gilchrist sola in casa alle sette di sera del 21 dicembre 1908 per andare a comprare un giornale serale. Lambie affermò di aver chiuso a chiave sia la porta d’ingresso che quella sul retro della casa; fu assente per circa dieci minuti e, al suo ritorno, trovò la porta sul retro aperta. Salendo le scale, vide il signor Adams, un vicino che abitava nell’appartamento sottostante, fermo davanti alla porta di Miss Gilchrist. Adams le spiegò di essere andato lì perché aveva sentito bussare e aveva suonato il campanello, ma nessuno gli aveva aperto. La sala d’ingresso era illuminata da una lampada a gas; Lambie aprì quindi la porta con le sue chiavi e vide un uomo passarle accanto, scendere le scale e scomparire. Quando lei e il signor Adams entrarono in casa, trovarono Miss Gilchrist morta sul pavimento della sala da pranzo, con la testa frantumata.
Nel mercoledì successivo all’omicidio (23 dicembre 1908), la polizia di Glasgow ricevette informazioni da una ragazza messaggera di nome Mary Barrowman (di circa 15 anni), secondo cui aveva visto un uomo con un cappello di Donegal e un cappotto leggero uscire dal vicolo che conduceva dalla strada alla casa della signorina Gilchrist poco dopo le sette di sera, nel momento dell’omicidio; l’uomo le era passato accanto correndo a tutta velocità; lei aveva notato che era di pelle scura, completamente rasato e che il suo naso era storto verso destra. Anche la domestica Lambie aveva informato la polizia che un broccio a forma di mezzaluna d’oro, incastonato di diamanti, era scomparso dalla casa della signorina Gilchrist nella notte dell’omicidio, e che si trattava dell’unica cosa che lei avesse perso. Queste dichiarazioni furono pubblicate sui giornali di Glasgow venerdì 25 dicembre 1908; successivamente il testimone Allan Maclean, membro dello stesso club a cui apparteneva Slater, riferì alla polizia che l’aspetto di Slater corrispondeva in parte alla descrizione fornita e che aveva cercato di vendere un pegno relativo a quel broccio. Seguendo questa pista, la polizia andò a casa di Slater, al numero 69 di St. George’s Road a Glasgow, venerdì 25 dicembre, e scoprì che lui e la signorina Andree Antoine, con cui conviveva, avevano lasciato Glasgow quella stessa notte portando con sé tutte le loro cose. La polizia verificò in seguito che Slater era partito dal porto di Liverpool a bordo della nave “Lusitania” per New York il sabato 26 dicembre; inviò quindi un cablogramma alle autorità di New York affinché lo trattenessero e lo perquisissero al suo arrivo. Ciò avvenne effettivamente, e il pegno che Slater aveva cercato di vendere fu trovato addosso a lui; tuttavia si scoprì che apparteneva alla signorina Antoine e non alla signorina Gilchrist, ed era stato messo in pegno molto tempo prima dell’omicidio. Nonostante ciò, furono avviate le procedure per l’estradizione di Slater. I testimoni Lambie, Adams e Barrowman fornirono testimonianze in America, affermando di averlo riconosciuto come l’uomo visto uscire dalla casa della signorina Gilchrist; Slater fu quindi (su sua stessa richiesta) estradato e riportato in Scozia per il processo. Le autorità di Glasgow pubblicarono un annuncio offrendo una ricompensa di 200 sterline per informazioni utili all’arresto dell’assassino. L’unica prova diretta contro Slater era rappresentata dalle testimonianze delle persone che avevano visto un uomo uscire dal vestibolo o dall’atrio della casa della signorina Gilchrist nella notte dell’omicidio (Lambie e Adams), oppure lasciare il vicolo adiacente, o correre lungo la strada (Barrowman).
Durante i processi, Lambie dichiarò di aver riconosciuto Slater in base al suo aspetto fisico, poiché era l’uomo che aveva visto uscire dalla casa. Tuttavia, venne chiaramente dimostrato che, durante le testimonianze a New York nel corso delle procedure di estradizione, lei aveva affermato di non aver visto il volto dell’uomo e di averlo riconosciuto invece dal suo modo di camminare. Quando, durante il processo, le fu mostrato il cappotto stesso di Slater, quello trovato nel suo bagaglio, lei osservò immediatamente, ancora prima che venisse aperto, che non era lo stesso cappotto che l’uomo nell’atrio indossava. Era evidente che fosse impossibile per lei sapere con certezza che si trattasse dello stesso capotto. Lord Guthrie menzionò questo fatto nel suo discorso alla giuria, definendolo un esempio tipico della natura delle sue testimonianze. Per quanto riguarda la credibilità generale delle sue dichiarazioni, è interessante notare che la sua prima risposta in America, quando le fu chiesto se avesse visto l’uomo, fu: “Si può essere molto sospettosi, ”. Affermò inoltre di aver riconosciuto Slater nel suo “proprio cappotto” quando lo vide all’Ufficio di Polizia Centrale di Glasgow. Tuttavia, venne dimostrato che in quel momento Slater non indossava il proprio cappotto, ma uno diverso utilizzato a scopi identificativi.
La testimone aveva visto l’uomo per soltanto un istante mentre usciva dalla casa. Adams e lei si contraddissero riguardo al luogo in cui si trovavano quando quell’uomo attraversò l’atrio: Adams dichiarò di essere vicino all’orologio dell’atrio e di stare dirigendosi verso la cucina; in tal caso, doveva essersi trovata di spalle all’uomo. Lei invece affermò di essere sulla soglia della porta. In ogni caso, la sua visione era stata molto fugace.
La testimone Adams, che aveva dichiarato di aver visto l’uomo all’interno della casa meglio di Lambie, precisò durante il processo che, stando sulla soglia, aveva visto il volto dell’uomo mentre si avvicinava; i loro sguardi si erano incrociati e l’uomo gli era passato davanti faccia a faccia. Tuttavia, Adams non andò oltre nel descrivere le somiglianze tra Slater e quell’uomo. Rispetto a Lambie e Barrowman, Adams aveva più anni, era più istruita e più intelligente. Il vostro memorialista insiste sul fatto che questa testimone avesse una visione molto più chiara dell’uomo rispetto alle altre.
La testimone Barrowman dichiarò in tribunale che l’uomo era uscito di corsa dal vicolo e le era passato accanto a tutta velocità, sfiorandola; aveva il cappello calato fino alla fronte. La testimone aveva circa 15 anni ed era una ragazza incaricata di consegnare messaggi. Aggiunse anche che l’uomo indossava stivali marroni, un cappello del Donegal e un cappotto color castano chiaro; era di pelle scura, con la barba rasata e il naso leggermente piegato a destra. Affermò di aver notato tutte queste caratteristiche mentre lui le correva accanto. Durante l’interrogatorio, dichiarò che stava andando nella direzione opposta rispetto all’uomo per consegnare un pacco, ma poi si era girata e lo aveva seguito per un po’; pensava che probabilmente stesse cercando di prendere un tram, ma non riusciva a spiegare perché avesse deciso di seguirlo in una città così affollata come Glasgow. Inoltre, sebbene lei e la ragazza Lambie avessero condiviso lo stesso cabina durante il viaggio verso l’America che era durato circa dodici giorni, non avevano mai discusso dell’aspetto di quell’uomo, e nessuno le aveva detto di evitarlo. Queste due dichiarazioni non sembrano particolarmente credibili. Solo questa testimone menzionò il naso piegato a destra dell’uomo; la sua visione del suo volto doveva essere stata molto fugace. Il naso di Slater non può essere definito correttamente “piegato a destra”; presenta piuttosto una sporgenza evidente al centro. Tutti e tre questi testimoni avevano avuto un’occhiata solo momentanea all’uomo; inoltre, prima che Barrowman lo riconoscesse a New York, le fu mostrata la sua fotografia, e sia lei che Lambie lo videro entrare in tribunale accompagnato da un funzionario con una targhetta identificativa. A New York, inizialmente dichiarò: “Assomiglia un po’ all’uomo che ho visto, ”, mentre in tribunale affermò con certezza che si trattasse dello stesso uomo. Questi fatti riducono notevolmente, se non addirittura annullano del tutto, il valore delle testimonianze di questi testimoni.
Un’altra testimone, la signora Liddell, sorella sposata della testimone Adams, dichiarò che alle 19:57 della sera dell’omicidio aveva visto un uomo di pelle scura e con il viso rasato appoggiato a una ringhiera all’ingresso della casa della signorina Gilchrist; quest’uomo indossava però un pesante cappotto di tweed marrone e un berretto dello stesso colore. È da notare che il poliziotto Neil, che passò davanti alla casa alle 19:70, non vide nessuno lì; anche Lambie, che lasciò la casa subito dopo le 19:00, non vide nessuno. Inoltre, la signora Liddell non ricordava dove fosse andato quell’uomo; secondo lei si era semplicemente allontanato silenziosamente. Nonostante quella sera si trovasse nella casa della signorina Gilchrist e avesse visto il corpo della vittima, e quindi dovesse essere molto preoccupata per l’omicidio, non ricordò di aver visto quell’uomo fino al mercoledì successivo all’omicidio. Anche ammettendo che le sue dichiarazioni siano assolutamente vere e affidabili, queste rappresentano un esempio evidente delle difficoltà e delle responsabilità legate alla condanna basata su prove del genere, poiché l’uomo che lei aveva visto era chiaramente vestito in modo diverso da quello osservato dalle altre tre testimoni. Le sue dichiarazioni, in realtà, non aiutano affatto a incriminare Slater, poiché lei stessa aveva pensato che quell’uomo fosse Slater, ma ammise di potersi sbagliare. L’altra testimone è una ragazza di nome Annie Armour, impiegata alla biglietteria della stazione della metropolitana di Kelvinbridge; secondo lei, tra le 19:30 e le 20:00 di quella sera un uomo che riconobbe come Slater era passato di corsa davanti al suo ufficio senza acquistare il biglietto, sembrando molto agitato. Il giudice Guthrie non menzionò questa testimone durante il suo discorso alla giuria, e il vostro memorialista ritiene che sia stata una decisione saggia. Il semplice fattore temporale rende le sue dichiarazioni del tutto inutili: lei è certa che l’episodio non sia avvenuto prima delle 19:30, mentre secondo le altre testimonianze l’assassino doveva essere già fuggito dalla casa entro le 19:15. Inoltre, si è dimostrato che un uomo avrebbe impiegato soltanto cinque o sei minuti per correre dal luogo del crimine fino a quella stazione, sia lungo la strada più diretta che lungo il percorso indicato dalle testimonianze di Barrowman. È quindi impossibile che lei abbia potuto vedere chiaramente, anche solo di profilo, l’uomo che le era passato davanti. Tutte le testimoni che avevano visto quell’uomo la sera dell’omicidio (lunedì) affermarono che fosse con il viso rasato. Si è inoltre verificato che nei giorni successivi all’omicidio Slater portava un corto mustacchio nero e ispido. Queste furono le uniche testimoni chiamate dalla parte dell’accusa per identificare Slater come l’assassino. Tuttavia, vennero presentate ulteriori prove circostanziali che dimostravano che, in occasioni precedenti al giorno dell’omicidio, Slater era stato visto mentre si trovava o camminava su e giù per West Princes Street: tra queste persone figuravano la signora M’Haffie, le sue figlie e nipote, Campbell, Cunningham, Bryson, Nairn, O’Brien e Walker (due poliziotti). È da notare che la casa di Slater si trovava a circa tre minuti a piedi da West Princes Street.
Questi testimoni non erano tutti d’accordo nelle loro testimonianze. Alcuni dissero che Slater era l’uomo che avevano visto; altri, altrettanto o forse meglio in grado di giudicare, affermarono soltanto che assomigliava molto a lui. Il “Memorialist” non intende approfondire questa parte delle testimonianze in questo articolo, se non per sottolineare che due testimoni (Nairn e Bryson) dichiararono di aver visto Slater in West Princes Street la domenica sera precedente l’omicidio. A ciò si contrapone la testimonianza secondo cui Slater, quel giorno, come al solito, trascorse l’intera domenica (giorno e sera) nella sua casa. Tre testimoni provenienti da Parigi, Londra e Dublino confermarono questo punto; essendo venuti da luoghi diversi, non avevano alcuna possibilità di inventare una storia congiunta.
Durante il processo a Slater si suggerì che ci fossero diverse circostanze che potevano suscitare sospetti nei suoi confronti; tuttavia si sostiene che tutte queste possano essere spiegate e in nessun modo indicino la colpevolezza di Slater come assassino. Slater aveva scritto a Cameron dicendo di poter dimostrare dove si trovava la sera dell’omicidio “attraverso cinque persone”. Al momento della stesura di questa lettera, pensava che la data dell’omicidio fosse il martedì 22.
Le testimonianze dei suoi testimoni indicavano che la sera dell’omicidio si era trovato in una sala da biliardo fino alle 18:30, dopodiché era tornato a casa per cena. Si sapeva anche che Slater si occupava di commercio con i diamanti; tuttavia non esistevano prove di alcun tipo di comportamento disonesto da parte sua. Il broccio che si diceva fosse scomparso dalla casa di Miss Gilchrist non è mai stato ritrovato. Non esistono prove che facciano pensare che Slater conoscesse, o anche solo avesse sentito parlare, di Miss Gilchrist o della sua casa; il “Memorialist” vuole sottolineare proprio il fatto che fu la scomparsa di quel broccio a far imboccare alla polizia la strada giusta per arrivare a Slater.
Per quanto riguarda la partenza di Slater per l’America il 25 dicembre 1908, si dimostrò che aveva già preso in considerazione l’idea di andarci alcune settimane prima dell’omicidio; Cameron, Rattman e Aumann ne fornirono prove. Infatti, Slater aveva cercato di convincere quest’ultimo ad assumersi l’appartamento che lui stesso possedeva. La lettera di Jacobs del 28 dicembre, nonché la cartolina con la scritta “indirizzo valido fino al 30 dicembre”, prodotte dalla parte della Procura, confermano ulteriormente questa intenzione di partire; anche le testimonianze di Nichols, il barbiere, testimone della Procura, ne danno sostegno.
La mattina del 21 dicembre 1908, Slater ricevette due lettere: una da Londra, nella quale sua moglie chiedeva il suo indirizzo, e l’altra da San Francisco, che lo invitava a recarsi lì. Di queste lettere ne furono a conoscenza Schmalz, la sua cameriera, e Miss Antoine. Altri elementi che confermano la sua intenzione di partire sono i seguenti: (1) la mattina del 21 dicembre ottenne altri 30 sterline da Mr. Liddell, il pegniere, impegnando il proprio broccio, e lo stesso giorno tentò di vendere il biglietto; (2) scrisse all’ufficio postale per richiedere il pagamento del denaro a suo credito; (3) inviò un telegramma a Dent, a Londra, affinché gli spedisse immediatamente l’orologio che stava per essere riparato; (4) lunedì mattina comunicò alla cameriera che non avrebbe più avuto bisogno dei suoi servizi dopo il sabato seguente (tutti questi eventi ebbero luogo prima dell’omicidio); (5) martedì mattina riscattò un paio di binocoli da un altro pegniere; l’aiutante di quest’ultimo, Kempton, confermò tale fatto e dichiarò che Slater non mostrava alcun segno di agitazione; (6) nei giorni 23 e 24 dicembre fece domande presso gli uffici navali Cook riguardo ai posti disponibili a bordo dei treni, senza dare alcun segno di eccitazione; il 23 sera si trovava nella sala da biliardo di Johnston, che frequentava abitualmente; il 24 pomeriggio trascorse il tempo a Glasgow con il suo amico Cameron, che fornì testimonianze a suo favore; (7) venerdì mattina arrivarono da Londra una certa Mrs. Freedman e sua sorella per prendere in affitto l’appartamento di Slater, così che lui e Miss Antoine partirono quella sera stessa.
All’epoca circolò la voce che Slater avesse prenotato un posto su un treno diretto a Londra ma fosse sceso a Liverpool; questa notizia fu pubblicata sui giornali, causando grandi danni alla sua reputazione, ma durante il processo non venne mai confermata. La polizia fu evidentemente ingannata dal fatto che Slater avesse viaggiato su un treno diretto a Londra, tuttavia si dimostrò che quel treno aveva due vagoni destinati a Liverpool e che i bagagli di Slater, composti da nove scatole, erano etichettati con destinazione Liverpool. Il portiere incaricato dell’etichettatura confermò che Slater gli aveva detto di essere diretto a Liverpool e che fosse salito su un vagone appartenente a quella destinazione.
Fu anche sollevato l’argomento contro Slater riguardo all’uso di diversi pseudonimi. Era da circa quattro anni separato dalla moglie, durante il quale periodo conviveva con la signorina Antoine. Questa ultima affermò che la moglie di Slater era una donna ubriaica e che gli causava molti problemi. A un certo punto Slater adottò il nome “George”; l’ultima volta che venne a Glasgow usò il nome “Anderson”. Durante il viaggio verso l’America prese il nome Otto Sando, poiché i suoi bagagli erano contrassegnati con la lettera O.S. A volte si presentava come dentista. Non esistevano prove che fosse davvero un dentista; la signorina Antoine spiegò che aveva adottato tale titolo perché aveva bisogno di un’identificazione, anche se in realtà era soltanto un giocatore d’azzardo. I giornali pubblicarono molte notizie riguardo a un martello trovato in uno dei suoi bagagli; si trattava in realtà di un comune martello da cucina acquistato insieme ad altri attrezzi per soli 2 sterline e 6 penny. Ovviamente, Slater portò con sé quel martello in America, insieme a tutti gli altri suoi effetti personali. Non fu trovata alcuna prova incriminante nei suoi bagagli, né alcun indizio che potesse spiegare come l’assassino fosse entrato in casa. Bisogna ammettere che le prove di identificazione, soprattutto in un caso così grave, devono essere esaminate con molta attenzione e non dovrebbero essere prese troppo sul serio, a meno che non siano assolutamente chiare. In sintesi, l’unica prova concreta in questo caso è quella fornita da coloro che videro un uomo fuggire la notte dell’omicidio; tuttavia, come già accennato, questi testimoni lo videro solo per un istante. Adams non identifica con certezza il prigioniero come l’assassino, ma afferma che gli assomigli molto. Le prove fornite da Lambie a New York sono state già menzionate in precedenza; le sue dichiarazioni durante il processo, tuttavia, non sono compatibili con quelle di Adams. Sia Lambie che Barrowman lo videro in custodia prima di cercare di identificarlo a New York; quest’ultimo, prima di farlo, vide la sua fotografia.
Tutti gli altri testimoni che avevano riconosciuto Slater come l’uomo visto nelle vicinanze nei giorni precedenti l’omicidio furono convocati presso l’Ufficio Generale di Polizia quando Slater tornò dall’America per essere identificato. Furono fatti entrare insieme in una stanza, e poi separatamente in un’altra stanza dell’ufficio, dove Slater si trovava insieme a circa una dozzina di uomini, nessuno dei quali assomigliava a lui. (Cunningham afferma di aver notato che gli altri uomini erano poliziotti in abiti civili.) Tutti questi testimoni sapevano che Slater era arrivato dall’America e si trovava nella stanza; avevano letto la sua descrizione sui giornali o visto la sua fotografia. Pertanto, non ebbero alcuna difficoltà a individuare un uomo di pelle scura, dall’aspetto straniero, con un naso dalla forma particolare. Si sostiene che questo tipo di testimonianza non costituisca affatto una prova idonea per l’identificazione. Se questi testimoni fossero riusciti a individuare, tra diversi altri uomini, colui che corrispondeva alla descrizione fornita loro, senza alcun aiuto né descrizioni scritte né fotografie, il valore delle loro testimonianze sarebbe stato completamente diverso.
Alcuni testimoni della parte pubblica lo identificarono come l’uomo che avevano visto e con cui avevano parlato (impiegati del porto, facchini, ecc.), ma ovviamente riuscirono a farlo poiché lo conoscevano personalmente. Nessuno dei testimoni che avevano fornito prove di identificazione aveva mai parlato con Slater prima dell’omicidio.
Le prove di identificazione sono considerate da legge una categoria di prove poco affidabili. Il caso più noto in questo senso è quello di Adolf Beck: nel 1896, Beck fu condannato a sette anni di reclusione sulla base delle testimonianze di dieci donne che giurarono con certezza che si trattasse dell’uomo che avevano incontrato due volte ciascuna e con cui avevano trascorso del tempo nelle loro case; inoltre, su tali testimonianze si basarono anche due poliziotti che affermarono con certezza che Beck fosse lo stesso uomo già condannato per crimini simili. In seguito si dimostrò che Beck non aveva commesso nessuno di questi crimini, ma che l’vero colpevole era un uomo che gli assomigliava in modo generale.
Nel rapporto redatto dalla commissione incaricata di indagare sul caso, composta da Lord Collins, Sir Spencer Walpole e Sir John Edge, si legge quanto segue: “Le prove basate sull’impressione personale, per quanto sincere, sono tra tutte le categorie di prove quelle meno affidabili; in assenza di altre prove a sostegno, non costituiscono una base sicura su cui basare un verdetto da parte della giuria.”
Ora, le prove nel caso Beck erano di gran lunga più schiaccianti e coerenti rispetto a quelle presenti in questo caso; inoltre, sia il rapporto relativo al caso Beck che quelli successivi chiariscono che, sulla base delle prove fornite in questo caso, la giuria non aveva alcun diritto di emettere un verdetto di “colpevole”.
Il rispettabile Lord Advocate disse molte cose alla giuria riguardo al carattere immorale di Slater. Non vi era dubbio che fosse un giocatore d’azzardo; si ammetteva anche che avesse convissuto per circa quattro anni con Madame Antoine, una donna di dubbia virtù che aveva fornito testimonianze in suo favore. Tuttavia, il Lord Advocate sottolineò alla giuria che il prigioniero “aveva condotto una vita che scendeva fino alle profondità della degradazione umana; infatti, secondo l’opinione universale dell’umanità, colui che vive dei proventi della prostituzione è precipitato nel livello più basso e in lui ogni senso morale è stato distrutto”. Questo fu presentato come prova del fatto che un ostacolo che prima gli impediva di essere giudicato correttamente fosse ormai scomparso, ovvero: se fosse possibile che una persona come Slater potesse commettere un crimine così brutale e disumano. L’unica testimonianza in merito proveniva da Cameron, amico di Slater, il quale, durante l’interrogatorio, affermò di aver sentito dire che Slater viveva dei proventi della prostituzione, ma non dichiarò di saperlo con certezza. Il Lord Advocate, l’avvocato del prigioniero e il giudice precisarono chiaramente alla giuria di mettere da parte qualsiasi informazione avessero potuto ricevere riguardo al carattere di Slater; tuttavia, la giuria aveva già sentito tutto in precedenza, e l’autore di questo resoconto ritiene con forza che non sia stata in grado di farlo.
L’opinione pubblica è altresì molto netta nel sostenere che la questione del carattere di Slater non avrebbe mai dovuto essere portata davanti alla giuria.
Ritengo giusto, per quanto riguarda il prigioniero, sottolineare che egli aveva sempre desiderato fornire testimonianze a proprio favore. Il suo avvocato gli aveva consigliato di non farlo, ma non perché riteneva che fosse colpevole; Slater aveva infatti sopportato la tensione di un processo durato quattro giorni. Parlava un inglese piuttosto incerto – sebbene comprensibile – con un accento straniero, e si trovava in custodia dal gennaio precedente.
Oltre a quanto sopra esposto, il vostro memorialista desidera attirare l’attenzione sul fatto che nell’elenco ufficiale dei testimoni figura il nome di una certa signorina Agnes Brown (numero 46). Questa donna ha 30 anni ed è un’insegnante molto intelligente. Il vostro memorialista ha appreso che ha riferito alla polizia e al procuratore distrettuale che, nella notte dell’omicidio, verso le sette e dieci, due uomini si affrettavano lungo West Princes Street provenienti dalla direzione della casa della signorina Gilchrist; uno di loro indossava un cappotto blu di lana con colletto di velluto scuro e stivali neri, senza cappello; entrambi corsero oltre l’incrocio tra West Princes Street e West Cumberland Street, proseguirono lungo West Princes Street, attraversarono la strada e continuarono lungo Rupert Street, una via ancora più a ovest. Il vostro memorialista ritiene che, durante le procedure di identificazione menzionate in precedenza, questa testimone abbia indicato Slater come l’uomo con il cappotto di lana, poiché così credeva. Tuttavia, le dichiarazioni di questa testimone sono in netto contrasto, sotto alcuni aspetti fondamentali, con quelle della ragazza che aveva visto l’uomo per un breve istante (Barrowman), la cui testimonianza è stata evidentemente considerata molto importante; quest’ultima ha infatti affermato che Slater indossava un cappotto chiaro, un cappello di Donegal e stivali marroni, ed era solo quando correva lungo West Cumberland Street. Il vostro memorialista ritiene che questo esempio illustri chiaramente i pericoli legati a una condanna basata su prove del genere. La signorina Brown è stata presente al processo, ma non è stata chiamata a testimoniare; anche sulla base delle prove presentate, l’opinione di altri due giurati a favore dell’accusato avrebbe potuto permettere la sua liberazione. In Inghilterra, molto probabilmente non si sarebbe mai ottenuta una condanna. Il vostro memorialista è autorizzato a dichiarare che anche l’avvocato di Slater concorda sul fatto che le prove presentate non giustificassero una condanna. Il vostro memorialista, che ha rappresentato legalmente Slater sin dal suo ritorno dall’America dopo le procedure di estradizione e ha avuto molte conversazioni con lui, esprime la sua totale convinzione nell’innocenza di Slater. Si prega quindi il Nobile Segretario di Stato per la Scozia di prendere in considerazione questo memorial con favore e di consigliare Sua Maestà Reale di esercitare il proprio potere sovrano al fine di commutare la pena inflitta al prigioniero, o di agire come riterrà più giusto nelle circostanze. Il vostro memorialista prega umilmente per questo.
EWING SPIERS, 190 West George Street, Glasgow, Avvocato di Oscar Slater.
Data: diciassettesimo giorno di maggio mille novecento e nove.
Il “Olocausto di Manor Place”
Nello studio della psicologia criminale si arriva inevitabilmente alla conclusione che il tipo di mente più pericoloso sia quello dell’uomo estremamente egoista. Quest’uomo ha perso ogni senso delle proporzioni: la sua volontà e i suoi interessi personali sovrappongono completamente al dovere che ha verso la comunità. L’impulsività, la gelosia, la vendetta sono le cause principali del crimine, ma l’insanità dell’egoismo rappresenta senz’altro il pericolo più grande e anche il meno tollerabile di tutti. Sir Willoughby Patterne, l’esempio perfetto dell’egoista, può sembrare una figura divertente e innocua finché le cose gli vanno bene; ma se viene ostacolato, se ciò che desidera gli viene negato, possono derivarne conseguenze terribili. Huxley ha detto che nell’ vita umana si gioca continuamente un gioco con un avversario invisibile, il quale si fa sentire solo imponendo una punizione ogni volta che si commette un errore. Chi commette errori a causa dell’egoismo può dover pagare un prezzo terribile; ma ciò che è davvero incomprensibile nelle “regole” di questo gioco è che alcuni, che sono semplicemente spettatori, possono essere costretti ad aiutarlo a pagare il prezzo delle sue azioni. Leggete la storia di William Godfrey Youngman e capirete quanto sia difficile comprendere queste regole. Imparate anche da essa che l’egoismo non è un peccato insignificante, ma una radice malvagia dalla quale possono crescere i più orribili frutti. A circa quaranta miglia a sud di Londra, vicino alla località balneare ormai un po’ in declino di Tunbridge Wells, si trova la piccola città di Wadhurst. Situata nel Sussex, è quasi al confine con il Kent. La regione è ricca e pastorale; gli agricoltori sono persone prospere, poiché vivono abbastanza vicini alla metropoli da poter approfittare della sua grande domanda di prodotti agricoli. Tra questi agricoltori, nel 1860, viveva un certo Streeter: proprietario di una piccola tenuta e padre di una bella figlia di nome Mary Wells Streeter. Mary era una ragazza robusta e abile in tutti i lavori agricoli; aveva anche alcuni amici in città. E soprattutto aveva un giovane di ventiquattro anni che l’aveva conosciuta durante una delle sue visite occasionali e che si era molto interessato a lei. Questo giovane era venuto fino a Wadhurst per stare sotto il tetto di suo padre. Il padre non aveva espresso alcuna disapprovazione nei confronti di questo pretendente: un ragazzo vivace e competente, anche se un po’ vago riguardo alla propria occupazione e alle proprie prospettive future. Ma comunque un ottimo compagno di conversazione. Così, William Godfrey Youngman, colto e cittadino, si fidanzò con Mary Wells Streeter, semplice ragazza di campagna. William conosceva bene Mary. Ma Mary sapeva molto poco di lui.
Il 29 luglio di quell’anno era una domenica, e Mary passò il pomeriggio seduta alla finestra del salotto della casa colonica, con il suo mazzo di lettere d’amore in grembo, leggendole ancora e ancora. Fuori c’era quel piccolo spazio di prato verde, bordato dalla rigogliosità tipica di un giardino inglese: i grandi erbari, i giganteschi girasoli, i cespugli di fucsia e i profumati ciuffi di “sweet William”. Attraverso la grata aperta entrava il debole profumo dei lillà e il ronzio sommesso delle api. Il contadino si era addormentato profondamente nel pomeriggio domenicale, e Mary aveva tutta la stanza per sé. C’erano quindici lettere d’amore in totale: alcune più corte, altre più lunghe; alcune davvero deliziose, altre contenenti accenni a questioni pratiche che la facevano aggrottare la fronte. Ad esempio, quella questione dell’assicurazione, che aveva causato tanta preoccupazione al suo amante finché non era stata risolta. Senza dubbio lui conosceva il mondo meglio di lei, ma era comunque strano che a lei, così giovane e sana, venisse chiesto più volte di prepararsi alla morte. Anche nel calore del suo amore, quelle parole la facevano rabbrividire. “Mia adorata Mary”, aveva scritto, “ho compilato tutto il modulo e l’ho portato all’ufficio assicurativo; loro scriveranno a Mrs. James Boric oggi stesso per avere una risposta entro sabato. Quindi potrai venire con me all’ufficio lunedì prima delle due.” E poi, solo due giorni dopo, aveva ricominciato la lettera: “Mi hai promesso più e più volte che saresti stata mia, e che i tuoi amici non lo avrebbero saputo fino al nostro matrimonio. Ma ora, cara Mary, se solo permettessi a Mrs. James Bone di scrivere subito all’ufficio assicurativo e venissi con me lunedì mattina per far assicurare la tua vita, ” Così recitavano i passaggi delle lettere. E lei ne era confusa mentre le leggeva. Ma ormai tutto era deciso: lui non avrebbe più mescolato questioni pratiche con il suo amore. Lei aveva ceduto al suo desiderio, e l’assicurazione per 100 sterline era stata effettuata regolarmente. Le era costata una quota trimestrale di 10 scellini e 4 pence, ma sembrava che a lui piacesse. Quindi non ci avrebbe più pensato.
Si sentì il rumore della porta del giardino che si apriva. Alzando lo sguardo, vide il portiere della stazione che saliva lungo il sentiero, con una lettera in mano. Vedendola alla finestra, gliela consegnò e se ne andò, sorridendo in modo malizioso. Un curioso messaggero di Cupido, con i suoi pantaloni di velluto a coste e le sue scarpe pesanti. Un messaggero di un dio molto più cupo di Cupido, se solo lo avesse saputo. Lei aprì la lettera con impazienza. E questa era la scritta che lesse:
“16, Manor Place, Newington, S.E., sabato sera, 28 luglio.
‘Mia adorata Polly, ’”
‘Questo pomeriggio ti ho inviato una lettera, ma ora so che non dovrò andare a Brighton domani, perché ho ricevuto una lettera da lì con ciò di cui avevo bisogno; quindi, mia cara ragazza, ho risolto tutti i miei problemi e sono pronto ad incontrarti. Per questo ti mando questa lettera. Domani mattina alle 6:30 la porterò alla stazione di London Bridge e chiederò al guardiano di consegnarla alla stazione di Wadhurst, dove sarà data al portiere, che a sua volta la porterà a casa tua. Posso dare solo qualcosa al guardiano; quindi tu potresti dare una piccola somma all’uomo che la consegnerà. Ti aspetto lunedì mattina con il primo treno. Sarò ad attenderti alla stazione di London Bridge; so esattamente l’orario dell’arrivo del treno: alle 9:45. Ho promesso di andare da mio zio domani, quindi non potrò venire; ma lunedì sera o martedì mattina verrò con te a casa e poi tornerò qui martedì sera, pronto ad andare ovunque mercoledì. Ma tu conosci già tutto ciò che ti ho detto. Ora mi aspetto davvero che tu venga lunedì mattina, così potrò sistemare le cose come previsto. Scusami ancora, mia cara Mary. Ora vado a letto per alzarmi presto domani e inviare questa lettera. Porta via o brucia tutte le tue lettere, mia cara ragazza. Non dimenticarlo. Con affetto e saluti, ti aspetto lunedì mattina alle 9:45. Credimi, il tuo devoto e affettuoso,
WILLIAM GODFREY YOUNGMAN.’
Un invito davvero pressante per trascorrere una giornata divertente in città. Ma c’erano sicuramente alcune frasi strane in quella lettera. Cosa intendeva dire con “sistemare le cose come previsto”? E perché avrebbe dovuto bruciare o portare via le sue lettere d’amore? In questo caso, era decisa a non obbedire a quel corteggiatore autoritario che sempre si aspettava da lei che facesse una cosa o l’altra. Le sue lettere erano troppo preziose per essere distrutte in modo così avventato. Le ripose tutte, sedici in totale, nella scatolina di latta in cui teneva i suoi tesori più cari, e poi corse ad incontrare suo padre, sentendo già i suoi passi sulle scale, per raccontargli dell’invito e della sorpresa che l’aspettava il giorno dopo.
La mattina seguente, alle nove e quindici, William Godfrey Youngman aspettava sul marciapiede della stazione di London Bridge per incontrare il treno di Wadhurst che avrebbe portato la sua amata in città. Nessuno che lo avesse osservato tra quella folla di persone che gironzolavano avrebbe potuto riconoscere in lui l’uomo il cui nome e la cui odiosa fama sarebbero diventati noti a tutti i tre milioni di abitanti di Londra entro pochi giorni. Di aspetto era piuttosto alto e robusto, ma del tutto ordinario; il suo carattere, però, era salvato soltanto dalla sua enorme egoismo, contaminato da follia, che lo portava a credere che tutte le cose dovessero piegarsi ai suoi desideri. La sua visione delle cose era così distorta che gli sembrava persino inevitabile che le persone venissero ingannate se lui lo desiderava; qualsiasi scusa o stratagemma, provenisse da lui, sarebbe stato accettato senza dubbi. Era stato un sarto viaggiatore, proprio come suo padre prima di lui, ma aspirando a qualcosa di più aveva ottenuto il lavoro di valletto presso il dottor Duncan, a Covent Garden. Lì aveva servito con onore per un po’, ma alla fine aveva lasciato il posto e era tornato a casa dei suoi genitori, dove per qualche tempo aveva vissuto grazie alla loro generosità. Aveva parlato vagamente di dedicarsi all’agricoltura; probabilmente era stata quella breve esperienza a Wadhurst, tra i suoi animali dal profumo dolce e le brezze del Sussex, ad avergli messo in testa questa idea.
Ma ora il treno arrivava. Lì, alla finestra di terza classe, c’era Mary Streeter, con le sue guance rosee da contadina, ancora più rosse nel vedere il suo innamorato che l’aspettava. Lui prese la sua borsa e insieme scesero dal marciapiede, tra donne con crinoline e uomini in pantaloni larghi; un quadro che rendeva Londra di quei tempi ancora più strana per noi rispetto a quella del secolo scorso. Lui abitava a Walworth, nel sud di Londra; un omnibus coperto di paglia li portò quasi fino alla porta di casa. Arrivarono alle undici a Manor Place, dove viveva la famiglia di Youngman.
L’organizzazione domestica a Manor Place era piuttosto particolare: poiché l’architetto non aveva ancora ideato il concetto di appartamento in Inghilterra, le persone avevano trovato un altro modo per ottenere lo stesso risultato. Il proprietario di una casa a due piani viveva al piano terra e affittava i primi e i secondi piani ad altre famiglie. Così, nel caso specifico, il signor James Bevan abitava al piano terra, il signor e la signora Beard al primo piano, mentre la famiglia Youngman occupava il secondo piano del numero 16 di Manor Place. I soffitti erano sottili e le scale erano condivise; quindi si può immaginare che ogni famiglia fosse molto interessata alle attività delle vicine. Il signor e la signora Beard, dunque, sapevano bene che il giovane Youngman aveva portato a casa la sua amata, e riuscivano persino a intravederla attraverso porte semi-chiuse, notando che il suo comportamento verso di lei era affettuoso.
Non era una famiglia molto numerosa quella a cui la presentò. Il padre partiva ogni mattina alle cinque per andare al suo laboratorio di sartoria e tornava solo alle dieci di sera. Rimanevano soltanto la madre, una donna gentile, premurosa e lavoratrice instancabile, e due figli più giovani, di undici e sette anni. Alle undici i ragazzi andavano a scuola, e rimaneva solo la madre ad accogliere la sua ospite straniera, osservandola attentamente e valutandola come farebbe una madre quando incontra per la prima volta la donna che probabilmente sposerà suo figlio. Mangiarono insieme, poi uscirono per visitare alcuni dei luoghi caratteristici di Londra.
Non esiste alcuna traccia di quali divertimenti abbiano condiviso quella strana coppia: lui, con un intento selvaggio e implacabile nel cuore; lei, meravigliata dal suo comportamento distaccato e chiacchierando del più e del meno con la consapevolezza che l’ombra della morte si stava già addensando su di lei. Un piccolo episodio, tuttavia, è sopravvissuto. Un certo Edward Spicer, un oste franco e diretto che gestiva il pub “Green Dragon” in Bermondsey Street, conosceva Mary Streeter e suo padre. La coppia si recava spesso nel suo locale, e una volta Mary presentò al padre del proprio innamorato. Non sappiamo quale espressione di disgusto l’oste abbia potuto notare sul viso del giovane, né quale difetto caratteriale abbia rilevato in lui, ma tirò da parte la ragazza e le sussurrò che sarebbe stato meglio per lei impiccarsi nella sua stalla piuttosto che sposare un uomo del genere. Un avvertimento che, come la maggior parte degli altri ricevuti dalle ragazze dai loro amanti, sembra essere andato sprecato. La sera andarono insieme al teatro a vedere una tragedia di Macready.
Come poteva lei immaginare, seduta nella folla del palco con il suo silenzioso innamorato accanto a sé, che la sua stessa tragedia sarebbe stata molto più terribile di qualsiasi dramma rappresentato sul palco? Fu solo alle undici che tornarono finalmente a Manor Place.
Il laborioso sarto era ormai rientrato a casa, e tutta la famiglia cenò insieme. Poi dovettero dividersi per la notte nelle due sole camere che possedevano. La madre, Mary e il bambino di sette anni occupavano quella davanti; il padre dormiva nella stanza sul retro, mentre accanto a lui giacevano il giovane e il ragazzo di undici anni. Così si addormentarono, come qualsiasi altra famiglia ordinaria di Londra, senza immaginare che nel giro di un giorno l’attenzione di tutta la città sarebbe stata concentrata su quelle due stanze squallide e sulle sorti delle persone che vi abitavano.
Sul pavimento al di sotto della stanza del giovane viveva una coppia di nome Beard. Alle cinque e mezza, poco dopo che il sarto aveva chiuso la porta d’ingresso, la signora Beard fu disturbata da un rumore che le sembrò provenire da bambini che correvano su e giù giocando. Sentì dei passi leggeri sul pavimento sopra di lei, ma le parve insolito che qualcuno si divertisse a correre a quell’ora così mattutina, quindi scosse il marito per chiedergli cosa ne pensasse. Mentre entrambi si alzavano a sedere nel letto, tendendo l’orecchio, sentirono dal piano di sopra un grido soffocato e il rumore sordo di un corpo che cadeva. Beard balzò giù dal letto e corse su per le scale; quando arrivò al pianerottolo del giovane, vide abbastanza da gridare disperatamente a Mr. Bevan: “Per l’amor di Dio, venga qui! C’è stato un omicidio!” Mentre cercava a fatica di aprire la porta della camera da letto del proprietario, il suo richiamo non trovò quest’ultimo completamente impreparato: quel rumore inquietante era arrivato anche alle sue orecchie. Si alzò tremando dal letto e i due uomini, ancora in pigiama, salirono le scale scricchiolanti; i loro volti spaventati erano illuminati dalla luce dorata di una mattina di luglio. Non riuscirono però ad andare oltre il punto da cui potevano vedere il pianerottolo: quella confusa massa di figure vestite di bianco, con quelle macchie scure e evidenti, era qualcosa che i loro nervi non riuscivano a sopportare. Videro tre persone distese a terra, morte. E c’era qualcuno che si muoveva nella camera da letto. Si avvicinava verso di loro. Con gli occhi dilatati dal terrore, videro William Godfrey Youngman sulla soglia della porta: il suo pigiama bianco era macchiato di sangue, e una manica gli penzolava strappata sopra la mano.
“Signor Beard,” gridò non appena vide quei due volti senza vita sulle scale, “per l’amore di Dio, chiamate un chirurgo! Credo che qualcuno sia ancora vivo!” Poi, mentre loro si giravano e correvano giù per le scale, gli gridò dietro quella singolare spiegazione a cui avrebbe sempre creduto in seguito: “È stata mia madre. Ha ucciso i miei due fratelli e la mia ragazza. E io, in legittima difesa, credo di averla uccisa anch’io.”
I due uomini non si fermarono nemmeno per discutere con lui. Corsero subito nelle loro stanze, indossarono qualcosa e uscirono di casa alla ricerca di un chirurgo e di una polizia, lasciando Youngman ancora fermo sulle scale a ripetere quella sua strana spiegazione. Quanto dolce doveva essere l’aria mattutina per loro, una volta lontani da quella maledetta casa. E quanto devono averlo fissato quegli onesti lattai, con le loro ceste dondolanti, mentre correvano in giro in disordine. Ma non dovettero andare lontano: John Varney, dell’Ufficio di Polizia P, solido e poco fantasioso quanto la legge che rappresentava, stava già all’angolo della strada. E arrivò verso di loro con passi lenti ma decisi.
“Oh, poliziotto. Che situazione terribile! Cosa devo fare?” gridò Youngman vedendo avvicinarsi quel cappello ufficiale lucido.
Il agente Varney non sembrava affatto turbato da quella scena orribile. Il suo consiglio era pratico e diretto: “Vai a vestirti.”
“Ho colpito mia madre. Ma è stato in legittima difesa,” gridò Youngman. “Non avreste fatto lo stesso? È la legge, ”
L’agente Varney non aveva intenzione di dare un parere legale, ma era certo che la cosa migliore per Youngman fosse indossare qualcosa.
Intanto una folla iniziava ad radunarsi in strada; arrivavano anche un altro poliziotto e un ispettore. Era evidente che, indipendentemente dalla veridicità delle parole di Youngman, lui era un assassino confesso. E che la legge avrebbe dovuto fare il suo dovere. Ma quando sul pavimento fu trovato un coltello a forma di pugnale, frantumato dai numerosi colpi inferti, e Youngman dovette ammettere che apparteneva a lui. Quando inoltre si constatò che per infliggere quelle ferite era necessaria una forza e un’energia estremamente violente, divenne sempre più chiaro che quell’uomo non era affatto una vittima delle circostanze, ma uno dei criminali di quel secolo. Ma tutte le prove dovevano essere circostanziali. Perché madre, ragazza, fratelli, tutti tacevano davanti a quell’omicidio indiscriminato.
L’orrore e l’apparente assurdità di quel crimine suscitarono nell’opinione pubblica un’emozione e una indignazione estreme. La misera somma per cui la povera Mary era assicurata sembrava essere l’unica motivazione del delitto; l’urgenza con cui il prigioniero voleva portare a termine l’operazione, nonché il suo desiderio di far distruggere le lettere in cui aveva sollecitato tale azione, costituivano prove schiaccianti contro di lui. Allo stesso tempo, la sua calma convinzione che tutto si sarebbe sistemato secondo i suoi desideri, e il fatto che l’ufficio assicurativo Argus avrebbe pagato la somma a qualcuno che non era né marito né parente della defunta, indicavano o un’ignoranza delle pratiche commerciali o una fiducia eccessiva nelle proprie capacità di gestione, entrambi aspetti che potevano essere considerati sintomi di follia. Quando inoltre emerse durante il processo che tutta la famiglia era afflitta da problemi mentali – la suocera e il fratello del marito si trovavano in istituti psichiatrici, mentre il padre del marito aveva trascorso del tempo in un manicomio ma era diventato “abbastanza sano” prima di morire – sembrò davvero opportuno giudicare il caso su basi mediche piuttosto che penali. In questi tempi più scientifici e umanitari, forse Youngman non sarebbe stato giustiziato con la morte, ma nel 1860 la sua sorte era già segnata.
Il processo si tenne presso il Tribunale Penale Centrale il 16 agosto davanti al giudice Williams. Non emersero nuove informazioni significative, se non il fatto che il coltello fosse in possesso del prigioniero da qualche tempo; quest’ultimo lo aveva mostrato una volta in un bar, dove un passante, animato dal rispetto britannico per la legge e l’ordine, aveva commentato che quel tipo di coltello non era adatto a essere portato da nessuno.
“Chiunque”, rispose Youngman, “ha il diritto di portare un coltello del genere se ritiene che sia necessario per la propria difesa”. Forse l’obiettore non si rendeva conto di quanto fosse vicino in quel momento a ricevere quel coltello nel petto. Durante il processo non furono presentate prove concrete contro il passato del prigioniero, e quest’ultimo rimase fermamente fedele alla propria versione degli eventi. Tuttavia, al termine della requisitoria, il giudice Williams sottolineò che, se la storia del prigioniero fosse vera, ciò avrebbe significato che aveva disarmato sua madre e si era impossessato del coltello. Quale necessità quindi c’era per lui di ucciderla? E perché infliggerle tante ferite? Questi argomenti, uniti al fatto che le mani della madre non presentavano tracce di sangue, convinsero la giuria, e il prigioniero fu condannato.
Il giovane aveva mostrato un comportamento impassibile in aula, ma in prigione dava segni di un temperamento irascibile, e talvolta violento. Suo padre andò a visitarlo, e il prigioniero scoppiò immediatamente in feroci rimproveri per il modo in cui suo padre trattava la sua famiglia – rimproveri che sembravano del tutto ingiustificati. Un’altra cosa che pareva averlo profondamente offeso era la frase pronunciata dal taverniere, che gli era giunta alle orecchie durante il processo: secondo quel tizio, Mary avrebbe fatto meglio a impiccarsi nel cortile che a sposare un uomo del genere. Il suo orgoglio, il tratto più forte della sua natura, fu crudelmente ferito da queste parole.
“Un solo desiderio ho,” gridò furiosamente, “è riuscire ad afferrare quell’uomo, Spicer, e tagliargli la testa.” Il carattere innaturale e sanguinario di questa minaccia è tipico di un maniaco omicida. “Pensate davvero,” aggiunse, con un tocco di vanità, “che un uomo con la mia determinazione e il mio spirito possa ascoltare simili parole senza reagire immediatamente?”
Ma nonostante gli esortamenti e le persuasioni, portò il suo segreto con sé fino alla morte. Non cambiò mai la versione dei fatti che probabilmente aveva inventato prima che accadessero.
“Non lasciare questo mondo con una menzogna sulle labbra”, disse il cappellano mentre si dirigevano verso il patibolo.
“Beh, se volessi mentire, direi semplicemente di averlo fatto io stesso”, fu la sua risposta. Fino all’ultimo momento, confidò con serena convinzione che la storia che aveva raccontato sarebbe stata inevitabilmente accettata. Anche sul patibolo rimase attento a eventuali segnali di clemenza.
Il 4 settembre, poco più di un mese dopo aver commesso il crimine, fu portato davanti al carcere di Horsemonger per subire la punizione. Una folla di 30.000 persone, molte delle quali avevano atteso tutta la notte, scatenò un urlo selvaggio non appena lo vide apparire. Si disse all’epoca che si trattava di uno dei rari casi in cui nessun simpatizzante o filantropo intervenne per opporsi alla pena di morte. L’uomo morì in silenzio e con calma.
“Grazie, signor Jessopp”, disse al cappellano, “per la sua grande gentilezza. Saluti mio fratello e porti i miei saluti a tutta la famiglia”.
E così, con un rapido movimento e il suono di una corda che si spezza, terminò uno degli episodi più sanguinosi e anche dei più inspiegabili nella storia criminale inglese. Il fatto che quell’uomo fosse colpevole sembra non lasciare dubbi, eppure bisogna ammettere che le prove circostanziali non possono mai essere assolutamente convincenti; è solo lo studioso attento di questi casi che si rende conto di quanto spesso una catena di prove incriminanti possa, con un piccolo cambiamento, assumere un’interpretazione completamente diversa.
Trascrizione del processo per omicidio presso Manor Place
Atti della Corte dell’Old Bailey, 13 agosto 1860
723. WILLIAM GODFREY YOUNGMAN (25 anni) fu incriminato per l’omicidio volontario di Mary Wells Streeter. Fu anche accusato dello stesso reato nell’ambito dell’inchiesta del medico legale.
I signori CLERK e BEASLEY si occuparono della parte pubblica dell’accusa.
JAMES BEVAN. Sono un autista e risiedo al numero 16 di Manor-place, a Walworth; sono il proprietario di quella casa. Abito al piano terra; l’edificio è composto da un primo e un secondo piano. Il primo piano si trova direttamente sopra le mie stanze. Il 31 luglio scorso, il signor Beard occupava quel piano, che era composto da una stanza anteriore e una posteriore. Lì c’erano il signor Beard, sua moglie e un figlio. Il piano sopra di lui era occupato dal signor Youngman; credo che il suo nome sia John; è il padre del prigioniero. La sua famiglia era composta da sua moglie e due bambini piccoli. Il secondo piano era formato da due stanze, una anteriore e una posteriore. A quel tempo sapevo che il prigioniero si trovava lì da alcuni giorni; pensavo fosse per le vacanze. L’avevo visto andare avanti e indietro prima del 31 luglio; credevo stesse dormendo lì. Ricordo la mattina del 31 luglio: verso le sei, circa, fui disturbato da un rumore pesante che proveniva dal piano di sopra; sembrava qualcosa fosse caduto a terra. Il rumore proveniva sicuramente dal secondo piano. Non appena lo sentii, saltai immediatamente giù dal letto per andare a vedere cosa stesse succedendo. Ma prima ancora di raggiungere la porta.
Beard, che abitava al primo piano, bussò alla porta e disse: “Per l’amor di Dio, salite immediatamente; qui c’è un omicidio!” Prima ancora che uscissi dalla mia stanza, corsi subito su per le scale per vedere cosa fosse successo. Arrivato al secondo piano, voltai la testa e vidi il bambino. C’era una scala che terminava in un pianerottolo, con una porta su ciascun lato; tutte le stanze si affacciavano su quel pianerottolo. Vidi il bambino disteso morto sul secondo piano. Non gli prestai molta attenzione; credo fosse il figlio maggiore. Non vidi nessun altro intorno. Scesi di corsa per chiamare aiuto. Mentre stavo per andare dai poliziotti, il prigioniero si trovava già sulla prima rampa della scala. Fu la prima volta che lo vidi quella mattina. Dopo essermi vestito, stavo per recarmi dai funzionari. Credo che non ci siano voluti più di due minuti. Uscendo dalla mia stanza, vidi il prigioniero fermo a metà della prima rampa. La scala portava dal piano terra al primo piano; in quel momento stava guardando giù. Quella scala non si affacciava sulla porta d’ingresso. Le scale conducevano al corridoio che portava alla porta. In fondo alle scale c’era un lungo corridoio che attraversava tutta la casa; la scala si trovava proprio nel mezzo di quel corridoio. In quel momento non indossava nulla, solo la camicia. Mi disse che era stata sua madre a fare tutto questo.
CORTESIA. Q. Quali furono esattamente le parole che usò? R. Disse: “Mia madre ha fatto tutto questo; ha ucciso i miei due fratelli e la mia ragazza, e io, in legittima difesa, credo di averla uccisa anch’io.”
SIGNOR BEASLEY. Q. Fu tutto ciò che disse in quel momento? R. Sì; poi andai a chiamare la polizia. Credo di aver sentito il padre del prigioniero uscire quella mattina, verso le cinque e mezza.
CORTESIA. Q. Ha sentito qualcuno uscire? R. Sì; credo fosse lui.
Interrogato dal SIGNOR BEST: Q. I Youngman vivevano da molto tempo nella sua casa? R. Il 24 marzo sono venuti a stare da me. Di giorno non sono quasi mai in casa; esco al mattino e torno la sera, talvolta facendo una breve visita durante il giorno. Non so con certezza, ma credo che Youngman e sua moglie andassero d’accordo abbastanza bene. A volte li sentivo discutere, ma non abbastanza da intervenire.
CORTESIA. Q. A volte discutevano, ma nulla di particolare? R. Nulla di particolare.
SIGNOR BEST. Q. Sembravano avere delle risorse economiche sufficienti? R. Beh, l’uomo pagava regolarmente l’affitto. Non avevo altro da fare con lui; mi pagava 4 scellini a settimana. Fui svegliato da un rumore pesante. Sembrava il suono di qualcosa che cadeva a terra. Non so esattamente quanto distasse dalla stanza dove dormivo il luogo dove vidi il corpo del ragazzo. Non l’ho mai misurato. Non posso dirvi con precisione. Il pavimento del secondo piano non era altrettanto alto di questo tribunale. Vivevo al pianterreno. Non ho mai misurato la distanza tra il pianterreno e il terzo piano dove vivevano queste persone. Direi che fosse all’incirca tre volte l’altezza di questo tribunale. Quando salii per la prima volta, non vidi nessuno. Non andai fino in cima alle scale; appena vidi il corpo del ragazzo, scesi subito. Più tardi vidi il prigioniero. Ma non in quel momento. Non posso dire se fosse molto calmo o composto in quel momento. Non mi fermai abbastanza a lungo per osservarlo attentamente.
FREDERICK HENRY CAIGER: Sono un geometra; ho realizzato questo piano degli edifici.
CORTESIA. Q. È fatto su scala? R. Sì; non ho misurato le altezze, ma direi che la distanza dal pianterreno al secondo piano fosse di circa venti o ventuno piedi.
Signor Segretario: Domanda: Dal piano si vede che ogni stanza ha una porta che dà sul corridoio del secondo piano, giusto? Risposta: Sì, le porte si aprono verso l’interno delle stanze dal corridoio; parlo del secondo piano. Le due porte sono esattamente opposte l’una all’altra e, quando chiuse, distano tra loro 5 piedi e 10 1/2 pollici, lungo il corridoio stesso. Da quel corridoio, largo 5 piedi e 10 1/2 pollici, parte un altro corridoio più stretto, largo 2 piedi e 6 pollici, che conduce verso la cima delle scale. Ogni gradino di quella scala ha una larghezza di 2 piedi e 6 pollici.
SUSANNAH BEARD. Sono la moglie di Philip Beard; vivo con mio marito al numero 16 di Manor-place; occupiamo il primo piano. Ho un bambino piccolo di circa 11 anni; io uso la stanza sul retro come camera da letto, e anche il bambino dormiva nella stessa stanza. Martedì mattina, 31 luglio, verso le 6 del mattino, mi sono svegliata a causa di un rumore sopra la mia testa: sembrava qualcuno che si muovesse rumorosamente sulle assi del soffitto; all’inizio ho pensato fossero i bambini che giocavano. Ho svegliato mio marito, pensando fosse tardi. Poi ho sentito altri rumori, come se qualcosa fosse caduto sul soffitto; non sono riuscita a capire esattamente cosa fosse. Sembrava che qualcosa di pesante fosse caduto. Pensavo fosse nella camera da letto. Non ero sicura se il rumore provenisse dal corridoio o dalla stanza stessa. Mio marito è andato alla porta della camera da letto e poi è salito le scale; ha gridato “Assassinio!” ed è sceso subito dopo. Poi è tornato su insieme al proprietario di casa, il signor Bevan. Dopo che è sceso per la seconda volta, sono andata alla porta della nostra stanza e ho visto il prigioniero sulle scale, tra il primo e il secondo piano. Ha detto qualcosa del tipo: “Signor Beard. Signora Beard, mia madre ha fatto tutto questo. Ha ucciso la mia ragazza e i miei due fratellini. E, per difendermi, credo di averla uccisa anch’io, ” Mentre mio marito si vestiva, il prigioniero ha gridato dalle scale: “Signor Beard, per l’amor di Dio, chiami un medico. Credo che alcune persone siano ancora vive, ” Dopo che mio marito si è vestito, è uscito di casa. Io e lui siamo scesi nel salotto al piano di sotto. Ho chiuso a chiave la porta della mia stanza e ho rinchiuso anche il bambino dentro. Poi siamo andati nella stanza del proprietario di casa; mio marito è subito andato a chiamare un medico. Non ho visto affatto il corpo della giovane donna. Il giorno prima, lunedì 30 luglio, avevo visto una giovane donna arrivare a casa nostra. Penso fossero circa le 11 del mattino quando è arrivata. Era insieme al prigioniero. Li ho visti di nuovo verso le 7 di sera mentre uscivano, probabilmente per fare una passeggiata. Sembrava che stessero andando verso Walworth-road. Poi li ho visti tornare intorno alle 10 di sera. Tornavano insieme, da soli. Circa cinque minuti dopo li ho visti scendere le scale di nuovo. Li ho visti entrare in casa poco dopo. Circa quindici minuti dopo.
Interrogatorio successivo: Q. Aveva già visto questo giovane prima di quel giorno? A. Sì, era già stato a casa nostra per un po’ di tempo. Lui e la giovane donna sembravano molto affiatati quando erano insieme alla porta, alle 10 di sera. Sembravano avere una relazione molto stretta. Quando il prigioniero mi ha parlato sulle scale, dicendo “È stata colpa di mia madre, ”, sembrava molto agitato. Altre volte, invece, era generalmente calmo e tranquillo.
PHILIP WILLIAM BEARD. Sono un falegname e un intagliatore; io e mia moglie abitiamo al primo piano di casa numero 16 di Manor-place. Ricordo che il prigioniero è venuto in quella casa, ma non posso dire esattamente a che ora sia arrivato. L’avevo visto lì alcuni giorni prima del 31 luglio; l’avevo visto anche all’interno della casa. Ricordo la domenica del 29: quel giorno ho avuto una breve conversazione con il prigioniero nel cortile; abbiamo parlato di cose banali, e lui mi ha detto che in passato era stato valletto, ma che aveva lasciato quel lavoro per dedicarsi all’agricoltura. Non ha spiegato esattamente il motivo per cui lo aveva fatto. Lunedì sera non ho visto la giovane donna; martedì mattina mia moglie mi ha svegliato presto: erano circa le 5:50 del mattino. Dopo che mi aveva svegliato, ho sentito un rumore provenire dalle scale. Sembrava venisse dal piano di sopra. Era come se dei bambini corressero lì intorno. Avevo già sentito quel rumore in precedenza. Sono andato sul mio pianerottolo e ho notato che il rumore proveniva dal piano di sopra. Quando sono uscito dalla mia stanza, ho sentito un grido leggero; sono salito le scale e ho visto una macchia di sangue sulla quarta rampa. Non ne ho notate altre. Sono andato ancora più in alto e ho visto il bambino sdraiato sul pianerottolo. Pensavo fosse morto: aveva la gola tagliata ed era disteso a pancia in su, con la testa verso le scale. Poi ho visto anche la donna sdraiata sul pianerottolo. All’epoca non sapevo chi fosse. In seguito ho scoperto che si trattava di Mary Streeter. Anche lei era morta. Un po’ più in là rispetto al corpo del bambino. In quel momento non ho notato altri corpi. Sono rimasto spaventato e sono sceso a chiamare il proprietario della casa, il signor Bevan. Poi sono tornato su con lui; nessun altro era con noi. L’ispettore non era ancora arrivato. Dopo aver chiamato il proprietario, sono salito di nuovo le scale. Non sono andato subito con lui; sono andato nella mia stanza da letto. Non sono salito al secondo piano fino all’arrivo dell’ispettore. Lui è arrivato solo dopo che il signor Bevan lo aveva chiamato. Non sono più salito fino a quando la polizia non è arrivata. Sono andato a chiamare un chirurgo. Ho visto un poliziotto in cima a Manor-place e l’ho mandato giù. Non ho più visto il prigioniero. Dopo che avevo iniziato a vestirmi, mi ha chiamato dalla mia stanza; era sul pianerottolo. Mi ha detto: “Signor Beard, mia madre ha fatto tutto. Ha ucciso i miei due fratellini e la mia ragazza. E, per legittima difesa, credo di averla uccisa anch’io, ” Questo è tutto quello che ha detto. Poi sono tornato nella mia stanza e ho finito di vestirmi; lui mi ha supplicato di andare a chiamare un chirurgo.
Interrogatorio incrociato.
Q. Vi ha detto: “Per l’amor di Dio, andate da un chirurgo. Penso che adesso ne siano ancora alcuni vivi, ”
A. Sì. Ero nella mia stanza da circa cinque minuti, mi stavo vestendo il più in fretta possibile. Non so se mia moglie fosse presente durante quella conversazione. Credo che ci fosse, ma non l’ho vista. Non conosco quel prigioniero da molto tempo. L’ho visto solo andare avanti e indietro per la casa. Non ho mai avuto alcuna conversazione particolare con lui. La maggior parte della giornata non ero a casa. Ero sempre al lavoro, dalle 6 del mattino alle 8 o 9 di sera. Non ho avuto l’opportunità di osservare come il signor Youngman e sua moglie si comportassero l’uno con l’altro.
MR. CLERK: Vostra moglie abitava a casa?
A: Sì.
JOHN YOUNGMAN. Sono il padre di quel prigioniero; abitavo al secondo piano della casa numero 16 di Manor-place, a Wai Worth. Non posso dire con esattezza da quanto tempo vi risiedessi; mia moglie, Elizabeth Youngman, e i miei due figli, Thomas Neale Youngman e Charles Youngman – Thomas aveva undici anni e Charles sette – vivevano anch’essi lì. Nel mese di luglio quel prigioniero venne ad abitare con me; in precedenza aveva prestato servizio presso il dottore.
I ragazzi erano paralizzati dallo stupore; il giovane ribelle non provava alcuna paura.
Il servizio di Duncan durò per sei mesi; prima di andare lì era senza lavoro da un po’ di tempo. Non posso dire esattamente quanto, ma probabilmente circa un anno. È stato grazie a lui che ho imparato così tanto.
Q. Ti ha mai detto qualcosa riguardo all’assicurazione sulla vita di quella giovane donna?
A. Ne avevo sentito parlare; non credo che me ne abbia mai parlato esplicitamente. Non sono sicura che non l’abbia fatto; ne ho sentito discutere più volte in momenti diversi. Ne ho anche sentito parlare a casa di mio figlio John.
CORTESIA: Q. Dici che non te ne ha mai parlato; ma hai sentito dire che stava pensando di assicurare la sua vita?
A. Oh sì, in diverse occasioni. Ne ho sentito parlare anche a casa di mio figlio John.
MR. CLERK: Q. Conosci la calligrafia del prigioniero?
A. Penso di conoscerla, ma non ne sono sicura. Anch’io scrivo molto poco. Ho visto i corpi di mia moglie e di mio figlio Thomas, così come quello della giovane donna. E ho anche visto il corpo di mio figlio minore, Charles. L’ho visto l’ultima volta.
Interrogato ulteriormente:
Q. Dice che di questa assicurazione si è parlato a casa di suo figlio John. Era presente più gente?
A. Sì, apertamente. Penso che sia stato circa nove giorni, o due settimane, o una settimana prima del 31 luglio. Forse anche uno o due giorni prima, ma non riesco a ricordare con precisione. Il cognome da nubile di mia moglie era Golden; conoscevo bene sua madre. Lei era pazza negli ultimi anni della sua vita e morì nell’ospedale psichiatrico di Peckham. Anche un mio fratello morì in uno ospedale psichiatrico a Norwich Thorpe. Nessuno dei miei figli è morto in quel modo. Mio padre, credo, morì in condizioni relativamente sane, anche se era stato in un ospedale psichiatrico due o tre volte. Lavoro come artigiano per mio figlio e ricevo lo stipendio di un artigiano. In media guadagno una sterlina a settimana; a volte mi manca lavoro. In quel periodo, invece, ne avevo abbastanza. Mia moglie ed io andavamo d’accordo. Spesso discutevamo dei nostri figli. Pensavo che parlasse con loro più del dovuto. A volte litigavamo per loro. Credo che interferisse troppo nella loro educazione. Li correggeva più di quanto fosse necessario. Non lo faceva in modo particolarmente severo, ma correggeva Thomas più di quanto ritenevo giusto. Dopotutto, pensavo che Charles fosse altrettanto o addirittura più colpevole di Thomas. Mia moglie ed io non dormivamo sempre insieme. Nella settimana precedente l’arrivo di William in casa nostra, non dormivamo insieme. Volevo andare a letto subito dopo essere rientrato la sera. Inoltre, mia moglie soffriva di un problema interno. Aveva un cancro all’utero. Ecco il motivo per cui non dormivamo insieme. A volte pranzavo a casa di mio figlio John. A volte cenavo a casa, ma non molto spesso. Quella sera del 31 luglio non cenai a casa. La sala principale veniva utilizzata per i pasti; era la stanza in cui tutta la famiglia trascorreva le giornate. La lama di questo coltello è rotta, e anche il manico è danneggiato.
UOMO DELLA BANCA. Q: Quando è morta la madre di sua moglie? A: 15 anni fa, a ottobre. Non l’ho mai visitata in ospedale psichiatrico, solo una volta. Non posso dire se fosse lì da dodici mesi o due anni. Penso che avesse tra i sessanta e i settant’anni quando è morta. Mia moglie non è mai stata rinchiusa in nessun ospedale psichiatrico. Non posso dire di aver mai notato alcun segno di disturbo mentale in lei durante il nostro matrimonio. Non l’ho mai fatto. Era piuttosto più gentile con Charles che con Thomas. Questo è stato motivo di discussioni e litigi tra noi. Gli ho spesso detto che era Charles ad avere la maggior colpa.
JOHN VARNEY (Policista, P 333): Ricordo che Beard mi parlò la mattina del 31 luglio. Sono andato da solo al numero 16 di Manor-place, Walworth, verso le 6. Sono entrato in casa e sono salito al secondo piano. Lì ho visto tre corpi morti: il primo era un ragazzo di circa 10-11 anni; il secondo era una donna sdraiata a faccia in giù; l’altra donna si trovava poco più a sinistra. Il prigioniero è venuto alla porta e ha detto: “Oh, poliziotto. Che spettacolo. Cosa devo fare?” Si è avvicinato a me. Stava vicino alla porta della stanza sul retro quando ha detto quelle parole. Gli ho detto di tornare nella stanza e di vestirsi. Non era vestito; indossava solo la camicia da notte. Ho notato che la manica destra della camicia era strappata e il polsino penzolava dalla sua mano. Quando stava vicino alla porta, il polsino sembrava pendere sul dorso della sua mano. In quel momento è arrivato l’ispettore. Ho lasciato il prigioniero con lui ed sono entrato nella stanza principale. Prima dell’arrivo dell’ispettore, il prigioniero non mi ha detto nulla di diverso da ciò che ho raccontato. Ha detto che era stata sua madre a fare tutto questo. Quando ha detto “Che spettacolo. Cosa devo fare?”, ha aggiunto: “È stata mia madre a farlo, ” E nella stanza sul retro ha detto: “Ho colpito mia madre, ma è stato per legittima difesa. Voi non avreste fatto lo stesso?”, “Questo è la legge.”
Interrogato ulteriormente: Q. Gli ha detto di andare nella sua stanza e di vestirsi? A. Sì. In quel momento indossava solo la camicia. Sono sicuro che il polsino pendesse. Dopo essere entrato nella stanza principale, si è tolta la camicia per mettersene un’altra. In quel momento non ho più visto il polsino. Non riuscivo a trovarlo da nessuna parte. Sono sicuro che ci fosse quando l’ho visto per la prima volta. Ho ancora quella camicia con me.
JAMES DANN (Ispettore di Polizia, P). Poco prima delle 6 del mattino del 31 luglio venni a sapere ciò che era accaduto a Manor-place; andai alla casa accompagnato da un agente di polizia di nome Lack. Salii al piano di sopra e vidi il prigioniero in piedi sul ballatoio del secondo piano; entrambi eravamo lì quando lui disse: “È stata mia madre a farlo; è venuta accanto al letto dove io e mio fratello dormivamo, lo ha ucciso e ha cercato di pugnalarmi; per difendermi, le ho strappato il coltello di mano e l’ho uccisa. Se è davvero morta, ” Allora l’agente Lack, indicando il corpo della giovane donna, chiese: “Questa ragazza giaceva qui quando hai ucciso tua madre?” Il prigioniero esitò per un attimo e poi rispose: “Non lo so.” In quel momento c’erano tre corpi sul ballatoio: il ragazzo, Thomas Neale Youngman, giaceva a pancia in su; la sua testa era vicina al bordo della scala superiore, i piedi erano rivolti lontano dalle scale, verso il muro della casa. Indossava la camicia da notte e la gamba destra era leggermente sollevata; c’era molto sangue intorno al suo corpo. Poi osservai la posizione della giovane donna, Mary Streeter: giaceva sul ballatoio con la testa dentro la porta della stanza posteriore; la sua testa si trovava a circa un piede o tredici pollici all’interno della soglia, i piedi erano rivolti verso la porta della stanza anteriore. Il corpo era disteso sul lato destro; indossava la camicia da notte e non aveva nulla ai piedi, né pantofole; c’era molto sangue vicino alla sua testa; il sangue era colato dalla zona della testa sotto la porta della stanza posteriore e sotto il piede del letto nella stessa stanza. Il rivolo di sangue aveva una lunghezza di circa quattro piedi sei o sette pollici e una larghezza iniziale di circa quindici pollici, che diminuiva verso la fine a circa sei o sette pollici. Infine osservai il corpo della donna più anziana, Elizabeth Youngman: giaceva sul ballatoio con il viso rivolto verso il basso, sul ventre; il suo viso era vicino alle gambe della giovane donna; il suo braccio destro era appoggiato sulle gambe di quest’ultima.
Il giovane si trovava nella sala d’ingresso; anche lei indossava la camicia da notte; senza pantofole né calzini, con i piedi nudi. Notai molto sangue dove giaceva: la maggior parte era vicina alla sua testa e al suo collo; si era diffuso per qualche centimetro intorno a lei. C’era una pozza di sangue proprio dove lei era sdraiata. Entrai nella sala d’ingresso e vidi il corpo del bambino più piccolo: giaceva sul letto, senza coperte, completamente morto. Indossava anche lui la camicia da notte; era sdraiato sul lato destro. I piedi erano rivolti verso la testa del letto, e la testa verso i piedi. C’era molto sangue sul letto: aveva inzuppato le coperte, il plaid e le lenzuola. Il sangue si trovava proprio sotto il corpo del bambino, sotto il suo collo e le sue spalle. Esaminai il pavimento della stanza: non c’erano pozze di sangue da nessuna parte. Vidi tracce di sangue nella stanza; alcune erano state lasciate da piedi nudi. Le impronte erano abbastanza chiare da permettermi di determinarne la dimensione. Sembravano appartenere a un adulto. Vidi due impronte di sangue, entrambe nella stessa direzione: dalla porta verso il letto dove giaceva il bambino. Non c’erano tracce di sangue lungo il pavimento. Non c’era altro sangue sul letto, se non quello che si trovava sotto la testa e le spalle del bambino, e quello che aveva inzuppato i vestiti. Esaminai anche il letto nella stanza posteriore: c’erano alcune gocce di sangue sulla coperta, e delle tracce di sangue sparse su di essa. Sembrava fossero state cancellate con le mani di qualcuno. Non c’erano pozze di sangue nemmeno lì. C’era del sangue che era scorso dal pavimento verso il piede del letto, e altre tracce di sangue sparse sul pavimento della stanza. Ma nessuna pozza di sangue da nessuna parte. Quando sono arrivato per la prima volta in quella casa, il prigioniero non era vestito; indossava solo la camicia da notte. I suoi polsi e i suoi piedi erano insanguinati; anche la sua camicia da notte era molto macchiata di sangue. Non ho visto alcuna ferita sul suo corpo. Non l’ho esaminato in modo particolare, ma lo ho spogliato e non ho trovato nessuna ferita. Ho visto l’arma dopo che è stata ritrovata. Il prigioniero è stato portato in custodia. Non ho notato alcuna ferita su di lui quando è stato arrestato; non si è lamentato di nulla. Nella sera dello stesso giorno sono andato a Wadhurst, presso la residenza del signor Streeter, padre della vittima. Ho ricevuto da lui.
Streeter, un nome composto da diverse lettere – ne ho quindici in totale – sei di queste lettere sono state lette davanti al Magistrato; queste sei costituiscono le prove presentate, mentre queste altre nove sono anch’esse qui con me. Al mio ritorno in città, ho visto una scatola presso la stazione di polizia, in possesso del Sovrintendente Payne; l’ho aperta utilizzando una chiave che ho trovato in possesso del prigioniero, e all’interno ho trovato il documento che ora presento: si tratta di una polizza assicurativa. Possiedo anche un pezzo della lama del coltello che è stato prodotto come prova; me lo ha dato il fratello del prigioniero, John.
Interrogato. Q. Ci ha detto che c’erano due impronte di piedi che conducevano nella stanza principale? A. Sì, due: la prima si trovava a circa due piedi all’interno della porta; per quanto ricordi, era proprio lì; la seconda era situata a circa due piedi e sei pollici più avanti, verso il letto. Una era dell’impronta di un piede destro, l’altra di uno sinistro. Non c’erano altre impronte intorno al letto. C’era troppo sangue sul pianerottolo, tra le due porte, per riuscire a individuare altre tracce. Quando il prigioniero ha avuto quella conversazione con Lack, io, Lack e Varney eravamo presenti. Quando gli è stata posta la domanda, sembrava un po’ confuso. Non era del tutto lucido. Non mostrava alcuna emozione particolare. Sembrava solo confuso quando Lack gli ha fatto quella domanda. Ha esitato, come ho detto. Non era confuso in nessun altro momento. Sembrava piuttosto calmo e composto.
DAVID LACK (Poliziotto, P 132). La mattina del 31 luglio sono andato con il signor Dann al numero 16 di Manor-place, a Walworth, pochi minuti prima delle 6. Ho visto tre corpi distesi sul secondo pianerottolo. Ho trovato questo coltello. Era proprio lì, tra le due donne; era aperto, come lo è ora, con la punta e una parte della guardia spezzate. Era coperto di sangue, esattamente come lo è adesso. L’ho raccolto. In quel momento ho visto il prigioniero. Mi ha parlato per primo. Si è sollevato la manica destra della camicia e ha detto: “Ecco cosa è successo. Mia madre ha fatto tutto questo, ” Gli ho chiesto dove fosse sua madre; lui ha indicato la donna più anziana e ha detto: “È lì. L’ho colpita per difendermi, ” Gli ho chiesto se quella giovane donna fosse già lì quando aveva colpito sua madre. Ha esitato un attimo, poi ha risposto: “Non lo so.”
EDMUND PAYNE. Sono il responsabile della divisione P della polizia. Ho preso la scatola che l’ispettore Dann aveva aperto nella casa al numero 16 di Manor-place. L’ho trovata nella stanza sul piano di sopra. Ho ordinato che venisse portata nel mio ufficio e ci sono andato insieme. Quando il prigioniero è stato portato alla stazione di polizia la mattina del 31 luglio, gli ho parlato del coltello che è stato presentato qui. Gli ho chiesto: “Sa qualcosa riguardo a quel coltello?” Il poliziotto Lack mi aveva appena mostrato il coltello; credo che ci fosse anche il prigioniero presente. La risposta del prigioniero è stata: “È il mio coltello. È quello con cui tagliavo il pane e il formaggio, ” Penso di avergli chiesto da quanto tempo lo avesse, e lui ha detto: “Da alcuni giorni. O quasi due settimane, ” In quel momento non mi aspettavo che venissi chiamato a testimoniare. Non ricordo con precisione se l’abbia detto in risposta alla mia domanda o di sua iniziativa, ma ha detto di averlo avuto con sé da alcuni giorni o quasi due settimane. Credo abbia usato entrambe le espressioni: prima “da alcuni giorni”, e poi “quasi due settimane”.
JOHN VARNEY (riveduto). Quando vidi il prigioniero quella mattina nella casa di Manor-place, gli chiesi dove avesse dormito la giovane donna la notte precedente; lui rispose: “Nella stanza anteriore”. Disse che lei aveva dormito con sua madre e suo fratellino più piccolo, mentre il ragazzo più grande aveva dormito da solo nella stanza posteriore.
WILLIAM BARNARD BODDY. Sono un chirurgo e lavoro al numero 3 di Savillerow, Walworth. Martedì mattina, il 31 luglio, fui chiamato a casa numero 16 di Manor-place; credo fossero circa le 6 del mattino. Il carpentiere Beard, che abita al secondo piano, venne da me; andai immediatamente sul posto e trovai i corpi di quattro persone morte. Tre erano sulle scale, mentre il corpo del bambino si trovava nel letto della stanza anteriore. I corpi erano ancora caldi, come se fossero stati vivi fino a poco prima; la ferita era stata causata da un oggetto molto affilato e potente: l’arteria carotidea e la vena giugulare su entrambi i lati erano state completamente tagliate, attraversando tutto fino alle vertebre cervicali. La ferita aveva reciso sia la trachea che la gola; un simile trauma avrebbe causato la morte immediata. Il taglio alla trachea e alla gola avrebbe impedito alla vittima di gridare; con una tale ferita, sarebbe stato del tutto impossibile emettere alcun suono. Penso che per infliggere un simile colpo fosse necessaria una forza notevole.
CORTESIA DEL GIUDICE: Certo, ciò dipenderà dall’oggetto utilizzato per infliggere il colpo.
RISPOSTA: Sì, dipenderà sicuramente dall’oggetto utilizzato.
UOMO DELLA BANCA. D.: Che tipo di persona era la defunta? R.:
Una giovane donna in buone condizioni fisiche, credo, assolutamente non emaciata, ma sana; non era affatto debole. Penso fosse sia sana che forte. Poi esaminai il corpo della donna più anziana: aveva ricevuto tre colpi in totale: due sopra la scapola sinistra, uno sullo sterno e un taglio profondo dietro il lato sinistro del collo, che aveva reciso l’arteria carotidea e la vena giugulare. Quel ferimento avrebbe causato quasi immediatamente la morte. Non credo sia possibile che tali ferite siano state inflitte da sole, soprattutto a quella donna più anziana. Sembrava essere in buone condizioni fisiche, non particolarmente robusta o muscolosa, ma comunque sana. Di certo non era molto forte; piuttosto, tendeva ad essere corpulenta che magra. Non scoprii alcun segno di ferite sulle mani di nessuna delle due donne. Poi esaminai il corpo del ragazzo più giovane, Charles: aveva un taglio sullo sterno, due piccoli tagli sul braccio sinistro e un profondo taglio dietro il collo che aveva reciso le ossa del collo e attraversato la spina dorsale. Quel ferimento avrebbe causato immediatamente la morte; anche una parte della gola e della trachea erano state ferite dal colpo di coltello. Il ragazzo più anziano, invece, giaceva sulle scale: aveva due tagli, uno all’angolo destro del labbro inferiore e un altro intorno al collo, che però non aveva reciso la pelle in modo profondo. In totale, aveva ricevuto sei colpi: uno sul lato destro del collo, uno sopra il seno sinistro, un altro circa un pollice e mezzo più in basso, ancora uno sul lato sinistro delle costole. I primi tre dita della mano destra erano stati tagliati fino all’osso; anche il terzo dito della mano sinistra era stato tagliato fino all’osso. Tutti questi ferimenti erano stati inflitti con un oggetto affilato. Doveva trattarsi di un’arma molto affilata e potente. Avevo già visto quel coltello prima; la punta era rotta. Probabilmente in origine era un’arma molto affilata. Un’arma del genere, se la punta fosse stata effettivamente tagliente, avrebbe potuto causare tutti quei ferimenti. Non c’erano segni di lotta sui corpi delle due donne, tranne su quello del ragazzo che giaceva vicino alle scale. Le sue erano le uniche mani ferite.
Durante l’interrogatorio, Q: Se ho capito bene, la madre presentava una ferita al petto? A: Sì – se quella ferita fosse stata inflitta per prima, penso che lei avrebbe potuto urlare; è molto probabile che lo avesse fatto. Aveva quattro ferite in totale. Penso che le ferite sul ragazzo siano state causate dal tentativo di liberarsi da qualche lesione che gli veniva inferta. Le ferite sembravano essere il risultato di una lotta per proteggersi la gola. Se quelle ferite fossero state inflitte molto rapidamente, il ragazzo sarebbe morto quasi immediatamente. Le due ferite al petto avrebbero causato la morte in pochi istanti. Penso che potesse aver avuto il tempo di urlare. La morte non sarebbe sopravvenuta così velocemente. Ci sarebbero stati alcuni momenti tra l’inflizione delle ferite e la morte. Ho molto poca esperienza in casi di cancro all’utero. Non ho mai saputo che questo tipo di cancro causasse delirio. Se persistesse a lungo, provocherebbe una notevole magrezza. È una malattia estremamente dolorosa. Non credo che il dolore possa influenzare il cervello. A volte sì, ma non come regola generale. Non viene considerato un sintomo o una conseguenza del cancro all’utero. Supponendo che la signora Youngman fosse in stato di delirio, penso che avesse abbastanza forza per infliggere quelle ferite.
MR. CLERK: C’è stata un tentativo di tagliare la gola al ragazzo che giaceva sulle scale? A: Sì.
COURT: Quella era la ferita alla gola che avete descritto? A: Sì, quella ferita superficiale. Mi ha fatto pensare che ci fosse stato un tentativo di tagliargli la gola. La traccia della ferita era molto evidente intorno al collo. Non notavo molte differenze di statura o corporatura tra la signora Youngman e Mary Streeter; penso che la donna più anziana fosse più grassa delle due. Non c’era alcun segno di lotta da parte di Mary Streeter.
MARY ANN WOOTTON: Lavoro per il dottor Duncan, in Henrietta Street, Covent Garden. Conosco il prigioniero; è arrivato da me una settimana prima di lei ed è partito il 16 luglio scorso. Era al servizio del dottor Duncan da tre mesi circa. Durante quel periodo l’ho visto scrivere spesso. Scriveva lettere e poesie. La data della lettera che sto guardando è il 21 giugno; credo sia scritta dalla sua mano. Anche quella del 18 giugno è sua, così come quelle del 21. Penso anche che questa lettera del 13 luglio sia sua, così come queste due del 16 e questa del 19. Per quanto ne so, anche questa lettera senza data è scritta da lui. Questa del 21 giugno è sicuramente sua, così come quella del 28.
JAMES ANDREW DUNCAN: Sono un medico che risiede in Henrietta Street, Covent Garden. Il prigioniero lavorava per me come valletto; è arrivato da me l’18 aprile scorso ed è partito il 16 luglio. Avevo l’abitudine di vederlo spesso; la sua principale responsabilità era quella di assistermi.
Interrogatorio incrociato.
Q: Ha avuto qualche esperienza in casi di cancro?
A: Sì; il cancro all’utero è una malattia molto dolorosa; di solito rende il paziente molto irascibile. Non dovrei considerare il delirio uno dei suoi sintomi; potrebbe manifestarsi come un sintomo occasionale. Se in una famiglia c’è stata mania e la malattia colpisce una persona, è più probabile che si verifichi. Conosco casi di mania descritta come mania omicida, soprattutto tra le donne; uno dei tratti principali di questa forma di mania è che le persone affette da essa attaccano spesso proprio quelle a cui provano il maggior affetto. Di solito si manifesta dopo il parto: la madre, pur amando molto il proprio bambino, non riesce a resistere alla tentazione di distruggerlo. Ho letto i lavori del dottor Taylor sulla mania omicida. Sono d’accordo con lui quando afferma che alcune persone possono essere colpite da un impulso improvviso che le spinge a distruggere coloro a cui sono più legate; ma è impossibile definire esattamente cosa sia la follia. Una persona può avere ragione e conoscere la malvagità di ciò che sta per compiere, eppure non essere in grado di resistere alla parte “animale” delle funzioni cerebrali.
MR. CLERE: Il cancro all’utero, quando esiste, provoca sottopeso nel corpo?
A: Sì; è proprio questo che porta alla morte del paziente, a causa dell’esaurimento totale delle forze.
CORT: Supponendo che una persona non presenti segni di sottopeso, ciò indica qualcosa riguardo allo stadio della malattia?
A: Significherebbe che la malattia è appena iniziata, non avanzata; ha fatto pochi progressi. Potrebbe o meno essere accompagnata da dolore. In quel caso, non è necessariamente vero che il paziente diventi più irascibile. A mio parere, se la malattia non fosse arrivata a causare sottopeso, il dolore probabilmente non sarebbe così intenso da provocare delirio. Il paziente potrebbe aver assunto l’oppio come rimedio, il che potrebbe aver causato tali sintomi.
EDWARD SPICE. Gestisco il pub “Green Dragon” in Bermondsey-street; conoscevo la defunta Mary Streeter. Lunedì 23 luglio scorso, lei venne a trovarmi a casa; arrivò insieme al prigioniero. Entrò nel pomeriggio e rimase lì tutta la notte. Il giorno seguente, il 20 luglio, il prigioniero tornò, verso le sei e mezza del mattino. Mary Streeter rimase da me per quattro giorni. Era un’antica amica mia; io e suo padre eravamo cresciuti insieme. Dopo colazione, se ne andarono insieme e tornarono intorno alle nove di sera. Lui scese di nuovo il giorno dopo, alle cinque e mezza del mattino. Pioveva quel giorno, quindi rimasero fino alle nove. Giovedì mattina la chiamai alle cinque; il prigioniero arrivò circa cinque minuti dopo. Conversai con lui riguardo alla ragazza. Prima parlai con lei nel locale. Notai qualcosa che non mi piaceva in quell’uomo e le dissi, davanti a lui: “Mary, preferirei vederti prendere una corda e impiccarti piuttosto che sposare un uomo del genere, ” Dissi al prigioniero: “Quali mezzi hai per mantenere mia figlia? La chiamo ‘mia figlia’. Lui rispose: ‘Sono indipendente’. Gli chiesi: ‘In che modo sei indipendente? Hai ricevuto un lascito? Hai qualche documento che possa dimostrarlo?’ Lui rispose: ‘Ne ho alcuni in giro per Londra, ’ Gli dissi: ‘Beh, allora devi essere una persona ricca, ’ E dissi a Mary: ‘Ascolta il mio consiglio: rifiutalo completamente, non avere più nulla a che fare con lui. Vieni nel mio bar e ti accompagnerò a casa sana e salva da tuo padre, ’ Il prigioniero non fece alcun commento. Disse solo di voler portare Mary a Hastings o Brighton. Penso fosse Hastings.
Interrogato ulteriormente: Non disse che avrebbero vissuto lì? Rispose che aveva intenzione di prendere una stanza lì per permetterle di vivere in modo indipendente. Gli chiesi se avesse un reddito sufficiente per mantenere una giovane donna del genere; lui rispose di essere un sarto in pensione. Non sapevo nulla riguardo al fatto che fosse anche un valletto.
SAMUEL WELLS STREETER. Sono un agricoltore nell’Essex. La defunta ragazza era mia figlia. Il prigioniero venne a casa mia domenica 8 luglio scorso e rimase lì per una notte. Non lo avevo mai visto prima. Mia figlia non mi aveva mai detto che lui le scriveva. Il prigioniere non me ne aveva parlato nemmeno lui. Quando l’ispettore Dann venne a casa mia, gli diedi alcune lettere che erano chiuse nel cassetto della scrivania di mia figlia.
Interrogato ulteriormente: So che avete avuto la sfortuna di perdere un’altra vostra figlia poco tempo prima. Risposi di sì; era morta di tubercolosi a maggio scorso. Questa ragazza non aveva mai sofferto di malattie ai polmoni o simili.
THOMAS TANNER. Sono impiegato nell’ufficio della Argus Insurance Company; il 19 luglio dello scorso anno ho visto quel prigioniero in quell’ufficio (aveva già compilato un modulo in precedenza); ha portato con sé un modulo di domanda; l’ho qui con me (lo presento ora); si tratta di uno dei moduli emessi dal nostro ufficio; il nome “William Godfrey Youngman” è stato firmato dal prigioniero davanti a me; ha scritto la risposta alla domanda numero 18: “William Godfrey Youngman, 16 anni, Manor Place, Newington, Londra, si è ritirato dall’attività di sarto”; questa informazione è riportata accanto alla domanda “Nome e residenza”; prima di firmare gli ho chiesto quale fosse la sua professione; ha risposto che non aveva alcuna attività lavorativa; è tornato il giorno seguente, il 24, accompagnato da una giovane donna; questa è stata esaminata dal medico e le è stato emesso un polizza di assicurazione sulla vita; ecco quella polizza (la presento ora); non ci sono testimoni che ne attestino l’emissione; si tratta proprio della polizza stipulata in quel giorno; la quota assicurativa è stata pagata il 25, per un periodo di tre mesi; le quote possono essere pagate trimestralmente o semestralmente, a seconda delle preferenze delle parti; in questo caso il prigioniero ha espresso il desiderio di pagare trimestralmente; ho rilasciato una ricevuta per la quota versata; l’ho qui con me, questa è la prima ricevuta; credo che sia stata la giovane donna a effettuare il pagamento.
(Sono state lette le seguenti lettere del prigioniero alla defunta; la prima era datata 18 giugno e proveniva da Henrietta Street, Covent Garden; conteneva alcune allusioni al suo lungo silenzio e esprimeva il desiderio di ristabilire l’intimità precedente con la defunta; la seconda era datata 21 giugno e ringraziava per la risposta alla prima lettera, esprimendo il desiderio di incontrarla quando lei fosse tornata in città. Nota dell’editore: gli errori di ortografia presenti in queste lettere sono evidenziati in corsivo.)
“8, Henrietta Street, Covent Garden, 13 luglio 1860.”
“Mia cara Mary, questa lettera è scritta con tutto il mio affetto per te. Spero che tu stia bene e sia felice; anch’io sto abbastanza bene di salute. Ora vieni a Londra, tesoro, lunedì prossimo, il 23 agosto, e rimani lì finché la signora Walker non troverà una nuova sistemazione, poi torna a casa e ritorna qui venerdì mattina, l’10 agosto. Io verrò anch’io ad incontrarti in quel giorno e ci stabiliremo nell’appartamento che prenderò apposta per noi due. Affitterò l’appartamento per una settimana soltanto, finché non avrò sistemato tutte le cose necessarie; poi andrò da tuo padre e rimarrò con lui per un giorno o due. Tu potrai trovarti un alloggio il venerdì in cui arriverai, mentre io ci prepareremo per il matrimonio sabato mattina, l’11 agosto, presso la chiesa di St. Martin’s, Charing Cross. Ho già fatto pubblicare gli annuncio del nostro matrimonio mercoledì scorso; le domande di matrimonio saranno presentate in chiesa domenica prossima e poi ancora domenica 29 agosto. Ho avvisato tutti che potranno lasciare il loro alloggio il 10 agosto, anche se perderanno un giorno di stipendio; tu, però, avrai abbastanza denaro fino a quando non ci sposeremo, e dopo avrò tutto ciò di cui hai bisogno. Per il matrimonio puoi indossare i tuoi vestiti neri; anch’io porterò soltanto abiti neri e non userò guanti bianchi. Il nostro cocchiere farà da testimone per te, e non avrò bisogno di una damigella d’onore, a meno che tu non lo desideri. In quel caso, la nostra domestica potrà venire con noi. Dopo il matrimonio andremo nei Giardini di Kew o da qualche altra parte per colazione insieme. Vorrei assicurarmi che tu sia ben preparata quando arriverai lunedì; tutto verrà sistemato durante i due o tre giorni in cui sarai qui. Porta con te tutte le tue cose l’10 agosto; digli a tua madre che starai da me per due settimane e poi cercherai un nuovo alloggio. Dopo il matrimonio potrai avere tutto ciò che desideri. Per ora hai abbastanza denaro, visto che non vuoi acquistare nulla di nuovo; i vestiti che hai ti basteranno fino a quando non ci sposeremo. Mercoledì, dopo esserci uniti in matrimonio per tutta la vita, avrò abbastanza soldi per soddisfare tutti i tuoi bisogni. Quindi rimani serena fino ad allora, mia cara Mary. Ti aspetto a Londra lunedì prossimo per sistemare tutti i dettagli del nostro matrimonio e comprarti l’anello nuziale da indossare il 11 agosto. Non acquista nulla se non lo desideri davvero molto; dopo il matrimonio ti comprerò tutto ciò di cui avrai bisogno. Ma ricorda sempre tutto ciò che ti ho detto. Ora aspetto con impazienza la tua risposta. Dimmi che farai come ti dico, per favore. Sono, tua affettuosa amante, W. G. YOUNGMAN. Saluti a tutti i tuoi amici. Ricorda sempre ciò che ti ho detto. Fa attenzione a tenere tutte le tue lettere nascoste, in modo che tua madre e nessun altro possano vederle. Portale con te quando verrai qui.”
“8, Henrietta Street, Covent Garden, 16 luglio 1860. Mia adorata Polly. Questa mattina ho ricevuto la tua gentile e molto gradita lettera, e sono stata felice di sapere che stai bene. Anch’io sto abbastanza bene, ma non vedo l’ora di rivederti; anzi, aspetto con impazienza il lunedì 23 per venire da te. Immagino che rimarrai, come hai detto prima, da Mrs. Walker a Gloucester-Terrace, fino a quando lei non se ne andrà. Il 26 di questo mese, quindi giovedì. Potrai così trascorrere lì tre o quattro giorni, e io sarò con te almeno una volta al giorno. Ho deciso di lasciare questo posto questa settimana, quindi sarò con te la prossima quando verrai. Da quando ho annunciato che me ne andavo lo scorso mercoledì, le persone qui hanno parlato con me in modo che non mi è piaciuto affatto. La prossima volta che Mrs. Duncan continuerà a lamentarsi di me, le dirò chiaramente cosa penso. Spero che il dottore mi consigli di andarmene subito. È proprio quello che voglio. Mi verranno pagati gli stipendi fino all’11 agosto, e poi andrò da mio fratello e potrò fare molte cose che desidero prima del nostro matrimonio. Mia adorata ragazza. So che se rimanessi qui più a lungo di questa settimana, troverei il modo per prendermi una pausa. Quindi spero davvero di poter andarmene già oggi. Stasera voglio che Mrs. Duncan o il dottore parlino con me. Allora sarò pronta ad ascoltarli e permetterò loro di mandarmi via. Capisci, su queste cose sono un po’ rigida. Ora, mia adorata Polly, devo compilare un modulo da portare all’ufficio della compagnia di assicurazioni sulla vita. Devo rispondere a tutte le domande scritte presenti nel modulo. Conosco il tuo nome e l’indirizzo, ma per quanto riguarda la tua occupazione, dirò che non ne hai nessuna. Capisci? Voglio comunque sapere dove sei nata, la data del tuo compleanno. Mi servirà anche il certificato di nascita per dimostrare la tua età corretta. Poi devo indicare se sei single o zitella. Devo conoscere anche l’età dei tuoi genitori. Se sei mai stata all’estero, dove e per quanto tempo. Se hai avuto il vaiolo o sei stata vaccinata. Se hai mai sofferto di gotta, emorragie, asma, ictus, crisi di follia, vertigini, tosse cronica, malattie ai polmoni, problemi al fegato. O qualsiasi altra malattia che possa ridurre la tua vita. Dimmelo pure. Posso scrivere quello che voglio. O quello che vuoi tu. Ovviamente, se hai qualche di queste malattie, non potrai assicurarti la vita. Si chiede anche se qualcuno nella tua famiglia sia morto di tubercolosi. Penso tu abbia detto che tua sorella è morta a causa di quella terribile malattia. Ma devo rispondere di no, ”
Allora vogliono conoscere il nome e l’indirizzo del tuo assistente medico; potresti rispondere di non averne nessuno, a quella domanda; ma per ottenere informazioni generali è necessario fornire il nome e l’indirizzo di un amico intimo: devono cioè avere qualcuno che ti conosca per scrivere e chiedere quanto tempo conoscano te e la tua famiglia, se siano in salute tu e i tuoi cari, se anche loro lo siano attualmente, e se qualche membro della famiglia sia morto a causa di una malattia grave, come quelle che ho menzionato; devi dunque dire all’amico incaricato di farlo che scriva nel modo migliore possibile. E se mai dovesse risultare che non è un parente stretto, ma solo un amico, diglielo chiaramente. Capisci, cara ragazza, che tutto deve essere fatto con la massima cura affinché possano garantire la tua sicurezza: altrimenti non ti assumerebbero se pensassero che sei malata, o che qualcuno della tua famiglia sia morto a causa di una malattia grave. Quindi, quando scrivono a questo amico, facciano una lettera accurata; lui si occuperà sicuramente di gestire la cosa al meglio e risponderà alla loro missiva il prima possibile. Quando arriverai lunedì prossimo, dovrai semplicemente accompagnarmi all’Ufficio di Assicurazione, vicino alla Banca d’Inghilterra in città, dove incontrerai il medico incaricato; poi ti darò i soldi necessari per pagare la prima rata dell’assicurazione sulla tua vita. Non sarà una somma elevata, ma servirà a garantire 100 sterline in caso tu muoia. Questa somma potrebbe essere molto utile per i tuoi figli o per me, cara ragazza. Ma è davvero una cosa molto importante da fare. È il dovere di ogni madre, moglie o padre assicurare la propria vita, anche se questo significa risparmiare un po’ di denaro ogni trimestre. Pensa a quante difficoltà possano derivare dal fatto che gli amici non lascino nulla ai propri cari in caso di morte. Conosci bene i benefici di tutto ciò. Quindi, per favore, inviami subito le informazioni necessarie, così potrò compilare il modulo e portarlo all’ufficio. Loro scriveranno poi a questo amico, come ti ho detto. Scrivi il prima possibile. Sono ansioso di sistemare tutto prima del tuo arrivo a Londra lunedì prossimo. Ora, con tutto il mio affetto, tuo devoto e affettuoso William Godfrey Youngman. Saluti affettuosi ai tuoi amici. Aspetto una tua risposta rapida. Sono davvero ansioso di sistemare tutte queste cose e di attendere con gioia il giorno in cui sarai mia per sempre. Addio, cara.
“16, Manor-place, Newington, Londra, S.”
“Mia adorata Mary. Questa mattina ho ricevuto la tua affettuosa lettera, ma devo dire che sono molto addolorato nel leggere che non desideri assicurare la tua vita. Perché, mia cara ragazza, perché cambi idea? Sono andato all’ufficio e ho chiesto loro di scrivere alla tua amica, la signora James Bone, per ottenere le informazioni necessarie; l’hanno fatto ieri e aspettano una risposta entro domani. Ho anche detto loro che verrai con me lunedì per formalizzare tutto. Quindi, se la signora James Bone vuole scrivere loro, fallo pure: tu verrai comunque con me lunedì prossimo, come avevi promesso. Perché puoi cambiare idea così facilmente? Assicurare la tua vita non ti costerà nulla. Non morirai prima, mia cara ragazza. E riguardo ai tuoi genitori che non vogliono che tu lo faccia. Puoi farlo comunque, senza il loro permesso. Ora, non dire più nulla a loro al riguardo. Vieni e fai ciò che desidero io. Non ti perdonerò mai se non lo farai. C’è un motivo particolare per cui te lo chiedo. Te lo dirò. Pagherò tutto io, naturalmente. E non perderai nulla. Intendo comprare una casa per noi vicino a Brighton la prossima settimana. Sarebbe sciocco da parte mia andarci senza di te. Ma se non vuoi farlo, e preferisci ascoltare ciò che dicono i tuoi amici riguardo ad assicurare la tua vita. Allora non posso credere che mi ami davvero. Non troverai mai nessuno che ti ami così tanto. Perché non fai ciò che desidero io in questa piccola cosa? Puoi smettere di amarmi? Rifiuteresti davvero di fare qualcosa che è nel bene di coloro che lascerai indietro quando morirai? Sicuramente, mia adorata ragazza. Mi amerai ancora e lo farai. Altrimenti, come posso credere che mi ami se rifiuti? No. Non posso crederlo. Ora, mia cara ragazza. Ho quasi sistemato tutto. Ho lasciato la mia situazione attuale. Ho cercato una casa per noi. Con il tuo consenso ho anche pubblicato gli annunci del nostro matrimonio. E hai accettato di diventare mia moglie lunedì prossimo. Ora, puoi spezzarmi il cuore e comportarti così? Fai ciò che desidero io. Farò qualsiasi cosa tu voglia. Basta che tu acconsenta a assicurare la tua vita lunedì prossimo. E diventi mia moglie l’indomani. Hai promesso nel tuo biglietto. E avrai tutto ciò che desideri. Avrò abbastanza denaro per soddisfare tutte le nostre esigenze. Vieni da me mercoledì o giovedì prossimo. E sistemeremo tutto. Tra pochi giorni andremo a trovare tutti i tuoi amici. Voglio che tu vada a Brighton a cercare una casa. Dove vorrei vivere con te, mia adorata Polly. Mi ami ancora? Se sì, fai ciò che desidero io e mantieni la tua promessa. Porta sicuramente il certificato della tua nascita con te lunedì. E lascia che la signora, ”
James Bone ha risposto oggi alla lettera della Compagnia di Assicurazioni, nel caso non l’abbia fatto ieri; quindi riceveranno una risposta lunedì mattina, prima che tu e io andiamo lì. Non ti tratteranno a lungo, cara mia. Sii solo mia e fai ciò che ti chiedo: sarai felice. Non potrai sbagliare in questo. Non avrai mai motivo di pentirtene. Ti prego, vieni lunedì. Vieni da me, sii mia. Non mancherà mai nulla nella tua vita, credimi. Sarei davvero ferito se non accettassi la mia richiesta. Rendi me felice. Farai solo del bene a te stessa. Scrivimi di nuovo, così potrò ricevere una lettera lunedì prima che tu arrivi. Oh, mia cara ragazza. So che non mi spezzerai il cuore. Ti amo più della mia vita. Sii mia e non mancherà mai nulla. Giuro. Ma non dire niente ai tuoi amici fino a quando non ci sposeremo. Allora saranno felici. Trascorreremo una giornata gioiosa insieme. Non si pentiranno mai di avermi, io che ti renderò presto una vera signora e ti farò felice per tutta la vita. Io che ti amo più della mia vita. Non puoi rifiutare ciò che desidero tanto. Sì, cara Mary, — Ti scrivo con tutto il mio amore. Spero che tu stia bene e sia felice. Il tuo affezionatissimo amante. E sempre il tuo migliore amico. Ma sono ferito. Per favore, guariscimi. Dimmi che farai ciò che desidero. Mia cara ragazza. Sono il tuo più caro W. G. YOUNGMAN.
“16, Manor Place, Newington, 19 luglio 1860.
Mia adorata Mary, questa mattina intorno alle 11 ho ricevuto la tua gentile e molto gradita lettera; mi aspettavo di riceverla entro le 8, ma hai scritto il nome “Boro” nell’indirizzo più volte, quindi è stata inviata prima lì, per questo è arrivata in ritardo. Scrivi soltanto l’indirizzo sopra indicato, cara mia. Ora ho compilato tutto e l’ho portato all’Ufficio di Assicurazioni sulla Vita; loro scriveranno oggi alla signora James Bone per avere una risposta entro sabato, così potrai venire con me in ufficio lunedì prima delle 2. Quando arriverai a Londra, sarà circa alle 9 e mezza di lunedì mattina, lo stesso orario in cui sono arrivato io la scorsa settimana. Non dire nulla a tua madre riguardo al tuo viaggio; digli solo che verrai a trovarmi e che resterai con me e i miei amici finché non avrai trovato un lavoro qui a Londra. Penso che sia meglio non portare tutte le tue cose, ma soltanto quelle più importanti, le migliori che hai. Non avremo bisogno di molte cose fino al momento del nostro matrimonio; anzi, alcuni oggetti te li comprerò o li farò fare per te prima delle nozze. Porta con te solo alcune delle tue cose migliori, e soprattutto tutte le tue lettere e documenti: non lasciare indietro nulla di importante. Voglio vedere tutti i piccoli oggetti che possiedi. E naturalmente, andrò a Brighton per un po’ dopo il matrimonio, anche se forse prima; ma ci vedremo lunedì mattina. Devi portare con te il certificato di nascita: deve essere presentato in ufficio lunedì prossimo, prima che venga pagata la quota trimestrale dell’assicurazione. Vorrei che fosse fatto proprio lunedì mattina. Quando arriverai, troverò un alloggio per noi due; non c’è bisogno che tu vada da Mrs. Walker. Resta con me e ti assicurerò che tutto vada bene per te. Non portare tutte le tue cose. Porta soltanto quelle migliori. E se puoi prendere in prestito un po’ di denaro da tuo padre, fallo per qualche giorno. Te lo restituirò appena potrò. Capisci? Attualmente mi manca un po’ di soldi. Ma voglio vederti, cara. Voglio assicurare la tua vita e sistemare molte cose prima di allora. Poi andremo insieme a trovare tuo padre, tua madre e i tuoi amici. Per sorprenderli. Tra circa una settimana o otto giorni dopo il matrimonio. Ma ora, mia adorata, ho molto da fare. Ti amo tantissimo. Non dimenticare di portare il certificato di nascita. Senza di esso non puoi assicurare la tua vita. Spero che tu mi risponda entro domani. E anche lunedì. Per incontrarci alla stazione di London Bridge. Sono il tuo affezionatissimo W. G. YOUNGMAN.”
Un caro saluto anche ai tuoi amici. Potresti portare con te un po’ di burro fatto in casa e alcune altre cose. Ma non dire che te l’ho detto io. Capisci? Sarà per il tuo bene, mia adorata. Ora aspetto solo di vederti.
“16, Manor Place, Londra, 21 luglio 1860.”
Mia cara Mary, — Ho ricevuto la tua lettera stamattina. Sono molto addolorato nel leggere che non vuoi far garantire la tua vita, dopo che io mi sono preso tanta cura di te e tu mi avevi promesso fedelmente di farlo, e di diventare mia moglie il lunedì prossimo. Anche il martedì andrà bene, cara, ma tuo padre, tua madre o chiunque altro non deve saperlo. Mi hai promesso più volte con fermezza, e mi aspetto che tu mantenga la tua promessa: di essere mia, e che i tuoi amici non lo vengano a sapere fino al nostro matrimonio. Ma ora, cara Mary, se solo permettessi alla signora James Bone di scrivere immediatamente all’Ufficio per le Garanzie di Vita, e di venire con me il lunedì mattina prossimo per far garantire la tua vita, io mi occuperò di tutto il resto. Dopo che sarà fatto, i tuoi amici potranno sapere che ci sposeremo. Organizzerò tutto in modo che tu e io possiamo tornare a casa tua lo stesso giorno del matrimonio, così non dovrai portare con te nulla. Mantieni la tua promessa, cara. I tuoi amici sapranno che ci siamo sposati il martedì prossimo, ma prima devo assolutamente che tu faccia garantire la tua vita. Desidero molto che tu lo faccia, e non posso credere che mi ami se non lo fai. Quindi, sicuramente non puoi dire di amarmi davvero in questo momento. Ho inviato questa lettera in fretta, così che la signora James Bone abbia il tempo di scrivergli oggi stesso. In questo modo, la lettera arriverà a Londra lunedì mattina, con la prima posta. Se non dovesse arrivare in tempo, vieni qui con la lettera e il certificato della tua nascita. Ora parlo seriamente, sto mantenendo la mia promessa. Tu mi hai promesso. Quindi, se mi ami, fallo. Il tuo affezionatissimo amante, William Godfrey Youngman. Per il tuo stesso bene, cara. Addio.”
“16, Manor Place, Newington, sabato sera, 28 luglio 1860.”
Mia adorata Mary. Questo pomeriggio ti ho inviato una lettera, ma ora so che non dovrò recarmi a Brighton domani, poiché X ha ricevuto una lettera da loro contenente esattamente ciò di cui avevo bisogno; quindi, mia cara ragazza, ho risolto tutti i miei problemi e sono pronto ad incontrarti. Per questo ti mando questa lettera. Domani mattina alle 6:15 la porterò alla stazione di London Bridge e chiederò al guardiano di consegnarla alla stazione di Wadhurst, dove il portiere la passerà a qualcuno che la porterà fino a te. Poiché posso dare solo qualcosa al guardiano, tu potresti dare una piccola somma a colui che la consegnerà. Mi aspetto di vederti lunedì mattina con il primo treno; ti aspetterò alla stazione di London Bridge: so che il treno arriva alle 9:45. Ho promesso di andare da mio zio domani, quindi non potrò venire subito, ma tornerò a casa con te lunedì sera o martedì mattina, per poi tornare qui di nuovo martedì sera e essere pronto a partire mercoledì. Ma tu conosci già tutto ciò che ti ho detto; ora mi aspetto davvero che tu venga lunedì mattina, così potrò occuparmi di tutte le cose che desidero fare. Scusami se ti ho scritto troppo, mia adorata Mary. Ora andrò a letto per alzarmi presto domani mattina e consegnare questa lettera. Porta con te tutte le tue lettere, mia cara ragazza. Non dimenticarlo. Con tutto il mio affetto e i miei saluti, ti aspetto lunedì mattina alle 9:45. Credimi sempre, tuo affezionatissimo William Godfrey Youngman. Sai già tutto ciò che ti ho detto. Quindi vieni, mia cara ragazza. Non vedo l’ora di incontrarti. Addio per ora.
THE CASE OF MR. OSCAR SLATER SPECIAL INVESTIGATION BY SIR A. CONAN DOYLE Due to the success of the Sherlock Holmes stories, many people wrote letters to Conan Doyle over the years, asking him for help with real life crimes. The two most famous examples were George Edalji and Oliver Slater. Conan Doyle’s involvement in both these cases led to the establishment of the Court of Criminal Appeal in both England and Scotland. In 1908 a wealthy 82-year-old woman named Marion Gilchrist, was bludgeoned to death at her home in Glasgow. Her body was discovered by a downstairs neighbour and a maid. Oscar Slater, a petty criminal known to police as an illegal gambling-den operator had been staying in Glasgow for only 6 weeks, near the Gilchrist residence, before he boarded an ocean liner for New York. When he found out he had been accused of Gilchrist’s murder Slater returned to Glasgow to clear his name. However, his trial, characterized by Conan Doyle as a great injustice, left Slater imprisoned for nearly two decades on sketchy evidence. Conan Doyle believed the actual murderer was a member of the victim’s family and known to the police. However because of that person’s political and social connections a cover-up was necessary and Slater became the perfect scapegoat for the crime.
Oscar Slater, 1908
CONTENTS THE CASE OF OSCAR SLATER UNTO THE RIGHT HONOURABLE LORD PENTLAND, HIS MAJESTY’S SECRETARY OF STATE FOR SCOTLAND MEMORIAL ON BEHALF OF OSCAR SLATER
THE CASE OF OSCAR SLATER IT is impossible to read and weigh the facts in connection with the conviction of Oscar Slater in May, 1909, at the High Court in Edinburgh, without feeling deeply dissatisfied with the proceedings, and morally certain that justice was not done. Under the circumstances of Scotch law I am not clear how far any remedy exists, but it will, in my opinion, be a serious scandal if the man be allowed upon such evidence to spend his life in a convict prison. The verdict which led to his condemnation to death, was given by a jury of fifteen, who voted: Nine for “Guilty,” five for “ Non-proven,” and one for “ Not Guilty.” Under English law, this division of opinion would naturally have given cause for a new trial. In Scotland the man was condemned to death, he was only reprieved two days before his execution, and he is now working out a life sentence in Peterhead convict establishment. How far the verdict was a just one, the reader may judge for himself when he has perused a connected story of the case. There lived in Glasgow in the year 1908, an old maiden lady named Miss Marion Gilchrist. She had lived for thirty years in the one flat, which was on the first floor in 15, Queen’s Terrace. The flat above hers was vacant, and the only immediate neighbours were a family named Adams, living on the ground floor below, their house having a separate door which was close alongside the flat entrance. The old lady had one servant, named Helen Lambie, who was a girl twenty-one years of age. This girl had been with Miss Gilchrist for three or four years. By all accounts Miss Gilchrist was a most estimable person, leading a quiet and uneventful life. She was comfortably off, and she had one singular characteristic for a lady of her age and surroundings, in that she had made a collection of jewelry of considerable value. These jewels, which took the form of brooches, rings, pendants, etc., were bought at different times, extending over a considerable number of years, from a reputable jeweller. I lay stress upon the fact, as some wild rumour was circulated at the time that the old lady might herself be a criminal receiver. Such an idea could not be entertained. She seldom wore her jewelry save in single pieces, and as her life was a retired one, it is difficult to see how anyone outside a very small circle could have known of her hoard. The value of this treasure was about three thousand pounds. It was a fearful joy which she snatched from its possession, for she more than once expressed apprehension that she might be attacked and robbed. Her fears had the practical result that she attached two patent locks to her front door, and that she arranged with the Adams family underneath that in case of alarm she would signal to them by knocking upon the floor. It was the household practice that Lambie, the maid, should go out and get an evening paper for her mistress about seven o’clock each day. After bringing the paper she then usually went out again upon the necessary shopping. This routine was followed upon the night of December 21st She left her mistress seated by the fire in the dining-room reading a magazine. Lambie took the keys with her, shut the flat door, closed the hall door downstairs, and was gone about ten minutes upon her errand. It is the events of those ten minutes which form the tragedy and the mystery which were so soon to engage the attention of the public. According to the girl’s evidence, it was a minute or two before seven when she went out. At about seven, Mr. Arthur Adams and his two sisters were in their dining-room immediately below the room in which the old lady had been left. Suddenly they heard “ a noise from above, then a very heavy fall, and then three sharp knocks.” They were alarmed at the sound, and the young man at once set off to see if all was right. He ran out of his hall door, through the hall door of the flats, which was open, and so up to the first floor, where he found Miss Gilchrist’s door shut. He rang three times without an answer. From within, however, he heard a sound which he compared to the breaking of sticks. He imagined therefore that the servant girl was within, and that she was engaged in her household duties. After waiting for a minute or two, he seems to have convinced himself that all was right. He therefore descended again and returned to his sisters, who persuaded him to go up once more to the flat. This he did and rang for the fourth time. As he was standing with his hand upon the bell, straining his ears and hearing nothing, someone approached up the stairs from below. It was the young servant-maid, Helen Lambie, returning from her errand. The two held council for a moment. Young Adams described the noise which had been heard. Lambie said that the pulleys of the clothes-lines in the kitchen must have given way. It was a singular explanation, since the kitchen was not above the dining-room of the Adams, and one would not expect any great noise from the fall of a cord which suspended sheets or towels. However, it was a moment of agitation, and the girl may have said the first explanation which came into her head. She then put her keys into the two safety locks and opened the door. At this point there is a curious little discrepancy of evidence. Lambie is prepared to swear that she remained upon the mat beside young Adams. Adams is equally positive that she walked several paces down the hall. This inside hall was lit by a gas, which turned half up, and shining through a coloured shade, gave a sufficient, but not a brilliant light. Says Adams: “I stood at the door on the threshold, half in and half out, and just when the girl had got past the clock to go into the kitchen, a well-dressed man appeared. I did not suspect him, and she said nothing; and he came up to me quite pleasantly. I did not suspect anything wrong for the minute. I thought the man was going to speak to me, till he got past me, and then I suspected something wrong, and by that time the girl ran into the kitchen and put the gas up and said it was all right, meaning her pulleys. I said: ‘Where is your mistress?’ and she went into the dining-room. She said: ‘Oh! come here!’ I just went in and saw this horrible spectacle.” The spectacle in question was the poor old lady lying upon the floor close by the chair in which the servant had last seen her. Her feet were towards the door, her head towards the fireplace. She lay upon a hearth-rug, but a skin rug had been thrown across her head. Her injuries were frightful, nearly every bone of her face and skull being smashed. In spite of her dreadful wounds she lingered for a few minutes, but died without showing any sign of consciousness. The murderer when he had first appeared had emerged from one of the two bedrooms at the back of the hall, the larger, or spare bedroom, not the old lady’s room. On passing Adams upon the doormat, which he had done with the utmost coolness, he had at once rushed down the stair. It was a dark and drizzly evening, and it seems that he made his way along one or two quiet streets until he was lost in the more crowded thoroughfares. He had left no weapon nor possession of any sort in the old lady’s flat, save a box of matches with which he had lit the gas in the bedroom from which he had come. In this bedroom a number of articles of value, including a watch, lay upon the dressing-table, but none of them had been touched. A box containing papers had been forced open, and these papers were found scattered upon the floor. If he were really in search of the jewels, he was badly informed, for these were kept among the dresses in the old lady’s wardrobe. Later, a single crescent diamond brooch, an article worth perhaps forty or fifty pounds, was found to be missing. Nothing else was taken from the flat. It is remarkable that though the furniture round where the body lay was spattered with blood, and one would have imagined that the murderer’s hands must have been stained, no mark was seen upon the half-consumed match with which he had lit the gas, nor upon the match box, the box containing papers, nor any other thing which he may have touched in the bedroom. We come now to the all-important question of the description of the man seen at such close quarters by Adams and Lambie. Adams was short-sighted and had not his spectacles with him. His evidence at the trial ran thus: “He was a man a little taller and a little broader than I am, not a well-built man but well featured and clean-shaven, and I cannot exactly swear to his moustache, but if he had any it was very little. He was rather a commercial traveller type, or perhaps a clerk, and I did not know but what he might be one of her friends. He had on dark trousers and a light overcoat. I could not say if it were fawn or grey. I do not recollect what sort of hat he had. He seemed gentlemanly and well- dressed. He had nothing in his hand so far as I could tell. I did not notice anything about his way of walking.” Helen Lambie, the other spectator, could give no information about the face (which rather bears out Adams’ view as to her position), and could only say that he wore a round cloth hat, a three-quarter length overcoat of a grey colour, and that he had some peculiarity in his walk. As the distance traversed by the murderer within sight of Lambie could be crossed in four steps, and as these steps were taken under circumstances of peculiar agitation, it is difficult to think that any importance could be attached to this last item in the description. It is impossible to avoid some comment upon the actions of Helen Lambie during the incidents just narrated, which can only be explained by supposing that from the time she saw Adams waiting outside her door, her whole reasoning faculty had deserted her. First, she explained the great noise heard below: “The ceiling was like to crack,” said Adams, by the fall of a clothes-line and its pulleys of attachment, which could not possibly, one would imagine, have produced any such effect. She then declares that she remained upon the mat, while Adams is convinced that she went right down the hall. On the appearance of the stranger she did not gasp out: “ Who are you? “ or any other sign of amazement, but allowed Adams to suppose by her silence that the man might be someone who had a right to be there. Finally, instead of rushing at once to see if her mistress was safe, she went into the kitchen, still apparently under the obsession of the pulleys. She informed Adams that they were all right, as if it mattered to any human being; thence she went into the spare bedroom, where she must have seen that robbery had been committed, since an open box lay in the middle of the floor. She gave no alarm however, and it was only when Adams called out: “ Where is your mistress? “ that she finally went into the room of the murder. It must be admitted that this seems strange conduct, and only explicable, if it can be said to be explicable, by great want of intelligence and grasp of the situation. On Tuesday, December 22nd, the morning after the murder, the Glasgow police circulated a description of the murderer, founded upon the joint impressions of Adams and of Lambie. It ran thus: “A man between 25 and 30 years of age, five foot eight or nine inches in height, slim build, dark hair, clean-shaven, dressed in light grey overcoat and dark cloth cap.” Four days later, however, upon Christmas Day, the police found themselves in a position to give a more detailed description: “ The man wanted is about 28 or 30 years of age, tall and thin, with his face shaved clear of all hair, while a distinctive feature is that his nose is slightly turned to one side. The witness thinks the twist is to the right side. He wore one of the popular tweed hats known as Donegal hats, and a fawn coloured overcoat which might have been a waterproof, also dark trousers and brown boots.” The material from which these further points were gathered, came from a young girl of fifteen, in humble life, named Mary Barrow- man. According to this new evidence, the witness was passing the scene of the murder shortly after seven o’clock upon the fatal night. She saw a man run hurriedly down the steps, and he passed her under a lamp-post. The incandescent light shone clearly upon him. He ran on, knocking against the witness in his haste, and disappeared round a corner. On hearing later of the murder, she connected this incident with it. Her general recollections of the man were as given in the description, and the grey coat and cloth cap of the first two witnesses were given up in favour of the fawn coat and round Donegal hat of the young girl. Since she had seen no peculiarity in his walk, and they had seen none in his nose, there is really nothing the same in the two descriptions save the “ clean-shaven,” the “ slim build “ and the approximate age. It was on the evening of Christmas Day that the police came at last upon a definite clue. It was brought to their notice that a German Jew of the assumed name of Oscar Slater had been endeavouring to dispose of the pawn ticket of a crescent diamond brooch of about the same value as the missing one. Also, that in a general way, he bore a resemblance to the published description. Still more hopeful did this clue appear when, upon raiding the lodgings in which this man and his mistress lived, it was found that they had left Glasgow that very night by the nine o’clock train, with tickets (over this point there was some clash of evidence) either for Liverpool or London. Three days later, the Glasgow police learned that the couple had actually sailed upon December 26th upon the Lusitania for New York under the name of Mr. and Mrs. Otto Sando. It must be ad mitted that in all these proceedings the Glasgow police showed considerable deliberation. The original information had been given at the Central Police Office shortly after six o’clock, and a detective was actually making enquiries at Slater’s flat at seven-thirty, yet no watch was kept upon his movements, and he was allowed to leave between eight and nine, untraced and unquestioned. Even stranger was the Liverpool departure. He was known to have got away in the southbound train upon the Friday evening. A great liner sails from Liverpool upon the Saturday. One would have imagined that early on the Saturday morning steps would have been taken to block his method of escape. However, as a fact, it was not done, and as it proved it is as well for the cause of justice, since it had the effect that two judicial processes were needed, an American and a Scottish, which enables an interesting comparison to be made between the evidence of the principal witnesses. Oscar Slater was at once arrested upon arriving at New York, and his seven trunks of baggage were impounded and sealed. On the face of it there was a good case against him, for he had undoubtedly pawned a diamond brooch, and he had subsequently fled under a false name for America. The Glasgow police had reason to think that they had got their man. Two officers, accompanied by the witnesses to identity — Adams, Lambie and Barrowman — set off at once to carry through the extradition proceedings and bring the suspect back to be tried for his offence. In the New York Court they first set eyes upon the prisoner, and each of them, in terms which will be afterwards described, expressed the opinion that he was at any rate exceedingly like the person they had seen in Glasgow. Their actual identification of him was vitiated by the fact that Adams and Barrowman had been shown his photographs before attending the Court, and also that he was led past them, an obvious prisoner, whilst they were waiting in the corridor. Still, however much one may discount the actual identification, it cannot be denied that each witness saw a close resemblance between the man before them and the man whom they had seen in Glasgow. So far at every stage the case against the accused was becoming more menacing. Any doubt as to extradition was speedily set at rest by the prisoner’s announcement that he was prepared, without compulsion, to return to Scotland and to stand his trial. One may well refuse to give him any excessive credit for this surrender, since he may have been persuaded that things were going against him, but still the fact remains (and it was never, so far as I can trace, mentioned at his subsequent trial), that he gave himself up of his own free will to justice. On February 21st Oscar Slater was back in Glasgow once more, and on May 3rd his trial took place at the High Court in Edinburgh. But already the very bottom of the case had dropped out. The starting link of what had seemed an imposing chain, had suddenly broken. It will be remembered that the original suspicion of Slater was founded upon the fact that he had pawned a crescent diamond brooch. The ticket was found upon him, and the brooch recovered. It was not the one which was missing from the room of the murdered woman, and it had belonged for years to Slater, who had repeatedly pawned it before. This was shown beyond all cavil or dispute. The case of the police might well seem desperate after this, since if Slater were indeed guilty, it would mean that by pure chance they had pursued the right man. The coincidence involved in such a supposition would seem to pass the limits of all probability. Apart from this crushing fact, several of the other points of the prosecution had already shown themselves to be worthless. It had seemed at first that Slater’s departure had been sudden and unpremeditated — the flight of a guilty man. It was quickly proved that this was not so. In the Bohemian clubs which he frequented — he was by profession a peddling jeweller and a man of disreputable, though not criminal habits — it had for weeks before the date of the crime been known that he purported to go to some business associates in America. A correspondence, which was produced, showed the arrangements which had been made, long before the crime, for his emigration, though it should be added that the actual determination of the date and taking of the ticket were subsequent to the tragedy. This hurrying-up of the departure certainly deserves close scrutiny. According to the evidence of his mistress and of the servant, Slater had received two letters upon the morning of December 21st. Neither of these were produced at the trial. One was said to be from a Mr. Rogers, a friend of Slater’s in London, telling him that Slater’s wife was bothering him for money. The second was said to be from one Devoto, a former partner of Slater’s asking him to join him in San Francisco. Even if the letters had been destroyed, one would imagine that these statements as to the letters could be disproved or corroborated by either the Crown or the defence. They are of considerable importance, as giving the alleged reasons why Slater hurried up a departure which had been previously announced as for January. I cannot find, however, that in the actual trial anything definite was ascertained upon the matter. Another point had already been scored against the prosecution in that the seven trunks which contained the whole effects of the prisoner, yielded nothing of real importance. There were a felt hat and two cloth ones, but none which correspond with the Donegal of the original description. A light- coloured waterproof coat was among the outfit. If the weapon with which the deed was done was carried off in the pocket of the assassin’s overcoat — and it is difficult to say how else he could have carried it, then the pocket must, one would suppose, be crusted with blood, since the crime was a most sanguinary one. No such marks were discovered, nor were the police fortunate as to the weapon. It is true that a hammer was found in the trunk, but it was clearly shown to have been purchased in one of those cheap half-crown sets of tools which are tied upon a card, was an extremely light and fragile instrument, and utterly incapable in the eyes of commonsense of inflicting those terrific injuries which had shattered the old lady’s skull. It is said by the prosecution to bear some marks of having been scraped or cleaned, but this was vigorously denied by the defence, and the police do not appear to have pushed the matter to the obvious test of removing the metal work, when they must, had this been indeed the weapon, have certainly found some soakage of blood into the wood under the edges of the iron cheeks or head. But a glance at a facsimile of this puny weapon would convince an impartial person that any task beyond fixing a tin-tack, or cracking a small bit of coal, would be above its strength. It may fairly be said that before the trial had begun, the three important points of the pawned jewel, the supposed flight, and the evidence from clothing and weapon, had each either broken down completely, or become exceedingly attenuated. Let us see now what there was upon the other side. The evidence for the prosecution really resolved itself into two sets of witnesses for identification. The first set were those who had actually seen the murderer, and included Adams, Helen Lambie, and the girl Barrowman. The second set consisted of twelve people who had, at various dates, seen a man frequenting the street in which Miss Gilchrist lived, and loitering in a suspicious manner before the house. All of these, some with confidence, but most of them with reserve, were prepared to identify the prisoner with this unknown man. What the police never could produce, however, was the essential thing, and that was the least connecting link between Slater and Miss Gilchrist, or any explanation how a foreigner in Glasgow could even know of the existence, to say nothing of the wealth, of a retired old lady, who had few acquaintances and seldom left her guarded flat. It is notorious that nothing is more tricky than evidence of identification. In the Beck case there were, if I remember right, some ten witnesses who had seen the real criminal under normal circumstances, and yet they were all prepared to swear to the wrong man. In the case of Oscar Slater, the first three witnesses saw their man under conditions of excitement, while the second group saw the loiterer in the street under various lights, and in a fashion which was always more or less casual. It is right, therefore, that in assigning its due weight to this evidence, one should examine it with some care. We shall first take the three people who actually saw the murderer. There seems to have been some discrepancy between them from the first, since, as has already been pointed out, the description published from the data of Adams and Lambie, was modified after Barrowman had given her information. Adams and Lambie said: “A man between twenty-five and thirty years of age, 5 feet 8 or 9 inches in height, slim build, dark hair, clean shaven, dressed in light grey overcoat and dark cloth cap.” After collaboration with Barrowman the description became: “ Twenty-eight or thirty years of age, tall and thin, clean shaven, his nose slightly turned to one side. Wore one of the popular round tweed hats known as Donegal hats, and a fawn-coloured overcoat which might have been a waterproof, also dark trousers and brown boots.” Apart from the additions in the second description there are, it will be observed, two actual discrepancies in the shape of the hat and the colour of the coat. As to how far either of these descriptions tallies with Slater, it may be stated here that the accused was thirty-seven years of age, that he was above the medium height, that his nose was not twisted, but was depressed at the end, as if it had at some time been broken, and finally that eight witnesses were called upon to prove that, on the date of the murder, the accused wore a short but noticeable moustache. I have before me a verbatim stenographic report of the proceedings in New York and also in Edinburgh, furnished by the kindness of Shaughnessy & Co., solicitors, of Glasgow, who are still contending for the interests of their unfortunate client. I will here compare the terms of the identification in the two Courts: Helen Lambie, New York, January 26th, 1909. Q. “Do you see the man here you saw there? “ A. “ One is very suspicious, if anything.” Q. “Describe him.” A. “ The clothes he had on that night he hasn’t got on to-day — but his face I could not tell. I never saw his face.” (Having described a peculiarity of walk, she was asked): Q. “ Is that man in the room? “ A. “ Yes, he is, sir.” Q. “Point him out.” A. “ I would not like to say “ (After some pressure and argument she pointed to Slater, who had been led past her in the corridor between two officers, when both she and Barrowman had exclaimed: “ That is the man,” or “ I could nearly swear that is the man.”) Q. “ Didn’t you say you did not see the man’s face? “ A. “ Neither I did. I saw the walk.” The reader must bear in mind that Lambie’s only chance of seeing the man’s walk was in the four steps or so down the passage. It was never at any time shown that there was any marked peculiarity about Slater’s walk. Now take Helen Lambie’s identification in Edinburgh, May 9th, 1909. Q. “ How did you identify him in America?” A. “ By his walk and height, his dark hair and the side of his face.” Q . “ You were not quite sure of him at first in America?” A. “ Yes, I was quite sure.” Q. “ Why did you say you were only suspicions? “ A. “It was a mistake.” Q. “What did you mean in America by saying that you never saw his face if, in point of fact, you did see it so as to help you to recognise it? What did you mean? “ A. “Nothing.” On further cross-examination she declared that when she said that she had never seen the man’s face she meant that she had never seen the “ broad of it” but had seen it sideways. Here it will be observed that Helen Lambie’s evidence had greatly stiffened during the three months between the New York and the Edinburgh proceedings. In so aggressively positive a frame of mind was she on the later occasion, that, on being shown Slater’s overcoat and asked if it resembled the murderer’s, she answered twice over: “ That is the coat,”although it had not yet been unrolled, and though it was not light grey, which was the colour in her own original description. It should not be forgotten in dealing with the evidence of Lambie and Adams that they are utterly disagreed as to so easily fixed a thing as their own proceedings after the hall door was opened, Adams swearing that Lambie walked to nearly the end of the hall, and Lambie that she remained upon the doormat. Without deciding which was right, it is clear that the incident must shake one’s confidence in one or other of them as a witness. In the case of Adams the evidence was given with moderation, and was substantially the same in America and in Scotland. “ I couldn’t say positively. This man (indicating Slater) is not at all unlike him.” Q. “ Did you notice a crooked nose? “ A. “No.” Q. “ Anything remarkable about his walk? “ A. “No.” Q. “ You don’t swear this is the man you saw? “ A. “ No, sir. He resembles the man, that is all that I can say.” In reply to the same general questions in Edinburgh, he said: “ I would not like to swear he is the man. I am a little near-sighted. He resembles the man closely.” Barrowman, the girl of fifteen, had met the man presumed to be the murderer in the street, and taken one passing glance at him ‘under a gas lamp on a wet December’s night — difficult circumstances for an identification. She used these words in New York: “That man here is something like him,” which she afterwards amended to “ very like him.” She admitted that a picture of the man she was expected to identify had been shown to her before she came into the Court. Her one point by which she claimed to recognise the man was the crooked nose. This crooked nose was not much more apparent to others than the peculiarity of walk which so greatly impressed Helen Lambie that, after seeing half a dozen steps of it, she could identify it with confidence. In Edinburgh Barrowman, like Lambie, was very much more certain than in New York. The further they got from the event, the easier apparently did recognition become. “ Yes, that is the man who knocked against me that night,” she said. It is remarkable that both these females, Lambie and Barrowman, swore that though they were thrown together in this journey out to New York, and actually shared the same cabin, they never once talked of the object of their mission or compared notes as to the man they were about to identify. For girls of the respective ages of fifteen and twenty-one this certainly furnishes a unique example of self- restraint. These, then, are the three identifications by the only people who saw the murderer. Had the diamond brooch clue been authentic, and these identifications come upon the top of it, they would undoubtedly have been strongly corroborative. But when the brooch has been shown to be a complete mistake, I really do not understand how anyone could accept such half-hearted recognitions as being enough to establish the identity and guilt of the prisoner. There remains the so-called identification by twelve witnesses who had seen a man loitering in the street during the weeks before the crime had been committed. I have said a “so-called” identification, for the proceedings were farcical as a real test of recognition. The witnesses had seen portraits of the accused. They were well aware that he was a foreigner, and then they were asked to pick out his swarthy Jewish physiognomy from among nine Glasgow policemen to two railway officials. Naturally they did it without hesitation, since this man was more like the dark individual whom they had seen and described than the others could be. Read their own descriptions, however, of the man they had seen, with the details of his clothing, and they will be found in many respects to differ from each other on one hand, and in many from Slater on the other. Here is a synopsis of their impressions: Mrs. McHaffie.—” Dark. Moustached, light overcoat, not waterproof, check trousers, spats. Black bowler hat. Nose normal.” Miss M. McHaffie.—”Seen at same time and same description. Was only prepared at first to say there was some resemblance, but 4 had been thinking it over, and concluded that he was the man.’” Miss A. M. McHaffie.—”Same as before. Had heard the man speak and noticed nothing in his accent. (Prisoner has a strong German accent.) “ Madge McHaffie (belongs to the same family).—”Dark, moustached, nose normal. Check trousers, fawn overcoat and spats. Black bowler hat. ‘ The prisoner was fairly like the man.’” In connection with the identification of these four witnesses it is to be observed that neither check trousers, nor spats were found in the prisoner’s luggage. As the murderer was described as being dressed in dark trousers, there was no possible reason why these clothes, if Slater owned them, should have been destroyed. Constable Brien. “Claimed to know the prisoner by sight. Says he was the man he saw loitering. Light coat and a hat. It was a week before the crime, and he was loitering eighty yards from the scene of it. He picked him out among five constables as the man He had seen.” Constable Walker.—” Had seen the loiterer across the street, never nearer, and after dark in December. Thought at first he was someone else whom he knew. Had heard that the man he had to identify was of foreign appearance. Picked him out from a number of detectives. The man seen had a moustache.” Euphemia Cunningham.—” Very dark, sallow, heavy featured. Clean shaven. Nose normal. Dark tweed coat. Green cap with peak.” W. Campbell.—” Had been with the previous witness. Corroborated. ‘There was a. general resemblance between the prisoner and the man, but he could not positively identify him.’” Alex Gillies.—” Sallow, dark haired and clean shaven. Fawn coat. Cap. ‘ The prisoner resembled him, but witness could not say he was the same man.’” R. B. Bryson.—”Black coat and vest. Black bowler hat. No overcoat. Black moustache with droop. Sallow, foreign. (This witness had seen the man the night before the murder. He appeared to be looking up at Miss Gilchrist’s windows.) “ A. Nairn.—”Broad shoulders, long neck. Dark hair. Motor cap. Light overcoat to knees. Never saw the man’s face. ‘Oh! I will not swear in fact, but I am certain he is the man I saw — but I will not swear.’” Mrs. Liddell.—” Peculiar nose. Clear complexion, not sallow. Dark, clean shaven, brown tweed cap. Brown tweed coat with hemmed edge. Delicate man ‘rather drawn together.’ She believed that prisoner was the man. Saw him in the street immediately before the murder.” These are the twelve witnesses as to the identify of the mysterious stranger. In the first place there is no evidence whatever that this lounger in the street had really anything to do with the murder. It is just as probable that he had some vulgar amour, and was waiting for his girl to run out to him. What could a man who was planning murder hope to gain by standing nights beforehand eighty and a hundred yards away from the place in the darkness? But supposing that we waive this point and examine the plain question as to whether Slater was the same man as the loiterer, we find ourselves faced by a mass of difficulties and contradictions. Two of the most precise witnesses were Nairn and Bryson who saw the stranger upon the Sunday night preceding the murder. Upon that night Slater had an unshaken alibi, vouched for not only by the girl, Antoine, with whom he lived, and their servant, Schmalz, but by an acquaintance, Samuel Reid, who had been with him from six to ten-thirty. This positive evidence, which was quite unshaken in cross examination, must completely destroy the surmises of the stranger and Slater. Then come the four witnesses of the McHaffie family who are all strong upon check trousers and spats, articles of dress which were never traced to the prisoner. Finally, apart from the discrepancies about the moustache, there is a mixture of bowler hats, green caps, brown caps, and motor caps which leave a most confused and indefinite impression in the mind. Evidence of this kind might be of some value if supplementary to some strong ascertained fact, but to attempt to build upon such an identification alone is to construct the whole case upon shifting sand. The reader has already a grasp of the facts, but some fresh details came out at the trial which may be enumerated here. They have to be lightly touched upon within the limits of such an argument as this, but those who desire a fuller summary will find it in an account of the trial published by Hodge of Edinburgh, and ably edited by William Roughead, W.S. On this book and on the verbatim precognitions and shorthand account of the American proceedings, I base my own examination of case. First, as to Slater’s movements upon the day of the crime. He began the day, according to the account of himself and the women, by the receipt of the two letters already referred to, which caused him to hasten his journey to America. The whole day seems to have been occupied by preparations for his impending departure. He gave his servant Schmalz notice as from next Saturday. Before five (as was shown by the postmark upon the envelope), he wrote to a post office in London, where he had some money on deposit. At 6.12 a telegram was sent in his name and presumably by him from the Central Station to Dent, London, for his watch, which was being repaired. According to the evidence of two witnesses he was seen in a billiard room at 6.20. The murder, it will be remembered, was done at seven. He remained about ten minutes in the billiard room, and left some time between 6.30 and 6.40. Rathman, one of these witnesses, deposed that he had at the time a moustache about a quarter of an inch long, which was so noticeable that no one could take him for a clean-shaven man. Antoine, his mistress, and Schmalz, the servant, both deposed that Slater dined at home at 7 o’clock. The evidence of the girl is no doubt suspect, but there was no possible reason why the dismissed servant Schmalz should perjure herself for the sake of her ex- employer. The distance between Slater’s flat and that of Miss Gilchrist is about a quarter of a mile. From the billiard room to Slater’s flat is about a mile. He had to go for the hammer and bring it back, unless he had it jutting out of his pocket all day. But unless the evidence of the two women is entirely set aside, enough has been said to show that there was no time for the commission by him of such a crime and the hiding of the traces which it would leave behind it. At 9.45 that night, Slater was engaged in his usual occupation of trying to raise the wind at some small gambling club. The club-master saw no discomposure about his dress (which was the same as, according to the Crown, he had done this bloody crime in), and swore that he was then wearing a short moustache “like stubble,” thus corroborating Rathman. It will be remembered that Lambie and Barrowman both swore that the murderer was clean shaven. On December 24th, three days after the murder, Slater was shown at Cook’s Office, bargaining for a berth in the “Lusitania” for his so-called wife and himself. He made no secret that he was going by that ship, but gave his real name and address and declared finally that he would take his berth in Liverpool, which he did. Among other confidants as tor the ship was a barber, the last person one would think to whom secrets would be confided. Certainly, if this were a flight, it is hard to say what an open departure would be. In Liverpool he took his passage under the assumed name of Otto Sando. This he did, according to his own account, because he had reason to fear pursuit from his real wife, and wished to cover his traces. This may or may not be the truth, but it is undoubtedly the fact that Slater, who was a disreputable, rolling- stone of a man, had already assumed several aliases in the course of his career. It is to be noted that there was nothing at all secret about his departure from Glasgow, and that he carried off all his luggage with him in a perfectly open manner. The reader is now in possession of the main facts, save those which are either unessential, or redundant. It will be observed that save for the identifications, the value of which can be estimated, there is really no single point of connection between the crime and the alleged criminal. It may be argued that the existence of the hammer is such a point; but what household in the land is devoid of a hammer? It is to be remembered that if Slater committed the murder with this hammer, he must have taken it with him in order to commit the crime, since it could be no use to him in forcing an entrance. But what man in his senses, planning a deliberate murder, would take with him a weapon which was light, frail, and so long that it must project from any pocket? The nearest lump of stone upon the road would serve his purpose better than that. Again, it must in its blood-soaked condition have been in his pocket when he came away from the crime. The Crown never attempted to prove either blood-stains in a pocket, or the fact that any clothes had been burned. If Slater destroyed clothes, he would naturally have destroyed the hammer, too. Even one of the two medical witnesses of the prosecution was driven to say that he should not have expected such a weapon to cause such wounds. It may well be that in this summary of the evidence, I may seem to have stated the case entirely from the point of view of the defence. In reply, I would only ask the reader to take the trouble to read the extended evidence. (“ Trial of Oscar Slater “ Hodge & Co., Edinburgh.) If he will do so, he will realise that without a conscious mental effort towards special pleading, there is no other way in which the story can be told. The facts are on one side. The conjectures, the unsatisfactory identifications, the damaging flaws, and the very strong prejudices upon the other. Now for the trial itself. The case was opened for the Crown by the Lord-Advocate, in a speech which faithfully represented the excited feeling of the time. It was vigorous to the point of being passionate, and its effect upon the jury was reflected in their ultimate verdict. The Lord-Advocate spoke, as I understand, without notes, a procedure which may well add to eloquence while subtracting from accuracy. It is to this fact that one must attribute a most fatal misstatement which could not fail, coming under such circumstances from so high an authority, to make a deep impression upon his hearers. For some reason, this misstatement does not appear to have been corrected at the moment by either the Judge or the defending counsel. It was the one really damaging allegation — so damaging that had I myself been upon the jury and believed it to be true, I should have recorded my verdict against the prisoner, and yet this one fatal point had no substance at all in fact. In this incident alone, there seems to me to be good ground for a revision of the sentence, or a reference of the facts to some Court or Committee of Appeal. Here is the extract from the Lord-Advocate’s speech to which I allude: “At this time he had given his name to Cook’s people in Glasgow as Oscar Slater. On December 25th, the day he was to go back to Cook’s Office — his name and his description and all the rest of it appear in the Glasgow papers, and he sees that the last thing in the world that he ought to do, if he studies his own safety, is to go back to Cook’s Office as Oscar Slater. He accordingly proceeds to pack up all his goods and effects upon the 25th. So far as we know, he never leaves the house from the time he sees the paper, until a little after six o’clock, when he goes down to the Central Station.” Here the allegation is clearly made and it is repeated later that Oscar Slater’s name was in the paper, and that, subsequently to that, he fled. Such a flight would clearly be an admission of guilt. The point is of enormous even vital importance. And yet on examination of the dates, it will be found that there is absolutely no foundation for it. It was not until the evening of the 25th that even the police heard of the existence of Slater, and it was nearly a week later that his name appeared in the papers, he being already far out upon the Atlantic. What did appear upon the 25th was the description of the murderer, already quoted: “with his face shaved clean of all hair,” &c., Slater at that time having a marked moustache. Why should he take such a description to himself, or why should he forbear to carry out a journey which he had already prepared for? The point goes for absolutely nothing when examined, and yet if the minds of the jury were at all befogged as to the dates, the definite assertion of the Lord- Advocate, twice repeated, that Slater’s name had been published before his flight, was bound to have a most grave and prejudiced effect. Some of the Lord-Advocate’s other statements are certainly surprising. Thus he says: “The prisoner is hopelessly unable to produce a single witness who says that he was anywhere else than at the scene of the murder that night.” Let us test this assertion. Here is the evidence of Schmalz, the servant, verbatim. I may repeat that this woman was under no known obligations to Slater and had just received notice from him. The evidence of the mistress that Slater dined in the flat at seven on the night of the murder I pass, but I do not understand why Schmalz’s positive corroboration should be treated by the Lord-Advocate as non-existent. The prisoner might well be “hopeless” if his witnesses were to be treated so. Could anything be more positive than this? Q. “Did he usually come home to dinner? “ A. “Yes, always. Seven o’clock was the usual hour.” Q. “Was it sometimes nearly eight? A. “ It was my fault. Mr. Slater was in.” Q. “ But owing to your fault was it about eight before it was served? “ A. “ No. Mr. Slater was in after seven, and was waiting for dinner.” This seems very definite. The murder was committed about seven. The murderer may have regained the street about ten minutes or quarter past seven. It was some distance to Slater’s flat. If he had done the murder he could hardly have reached it before half-past seven at the earliest. Yet Schmalz says he was in at seven, and so does Antoine. The evidence of the woman may be good or bad, but it is difficult to understand how anyone could state that the prisoner was “ hopelessly unable to produce, etc.” What evidence could he give, save that of everyone who lived with him? For the rest, the Lord-Advocate had an easy task in showing that Slater was a worthless fellow, that he lived with and possibly on a woman of easy virtue, that he had several times changed^ his name, and that generally he was an unsatisfactory Bohemian. No actual criminal record was shown against him. Early in his speech, the Lord-Advocate remarked that he would show later how Slater may have come to know that Miss Gilchrist owned the jewels. No further reference appears to have been made to the matter, and his promise was therefore never fulfilled, though it is clearly of the utmost importance. Later, he stated that from the appearance of the wounds, they Must have been done by a small hammer. There is no “ must” in the matter, for it is clear that many other weapons, a burglar’s jemmy, for example, would have produced the same effect. He then makes the good point that the prisoner dealt in precious stones, and could therefore dispose of the proceeds of such a robbery. The criminal, he added, was clearly someone who had no acquaintance with the inside of the house, and did not know where the jewels were kept. “ That answers to the prisoner.” It also, of course, answers to practically every man in Scotland. The Lord-Advocate then gave a summary of the evidence as to the man seen by various witnesses in the street. “ Gentlemen, if that was the prisoner, how do you Account for his presence there? “ Of course, the whole point lies in the italicised phrase. There was, it must be admitted, a consensus of opinion among the witnesses that the prisoner was the man. But what was it compared to the consensus of opinion which wrongfully condemned Beck to penal servitude? The counsel laid considerable stress upon the fact that Mrs. Liddell (one of the Adams family) had seen a man only a few minutes before the murder, loitering in the street, and identified him as Slater. The dress of the man seen in the street was very different from that given as the murderer’s. He had a heavy tweed mixture coat of a brownish hue, and a brown peaked cap. The original identification by Mrs. Liddell was conveyed in the words: “ One, slightly,” when she was asked if any of a group at the police station resembled the man she had seen. Afterwards, like every other female witness, she became more positive. She declared that she had the clearest recollection of the man’s face, and yet refused to commit herself as to whether he was shaven or moustached. We have then the recognitions of Lambie, Adams and Barrowman, with their limitations and developments, which have been already discussed. Then comes the question of the so-called “flight” and the change of name upon the steamer. Had the prisoner been a man who had never before changed his name, this incident would be more striking. But the short glimpse we obtain of his previous life show several changes of name, and it has not been suggested that each of them was the consequence of a crime. He seems to have been in debt in Glasgow and he also appears to have had reasons for getting away from the pursuit of an ill-used wife. The Lord-Advocate said that the change of name “could not be explained consistently with innocence.” That may be true enough, but the change can surely be explained on some cause less grave than murder. Finally, after showing very truly that Slater was a great liar and that not a word he said need be believed unless there were corroboration, the Lord-Advocate wound up with the words: “ My submission to you is that this guilt has been brought fairly home to him, that no shadow of doubt exists, that there is no reasonable doubt that he was the perpetrator of this foul murder.” The verdict showed that the jury, under the spell of the Lord-Advocate’s eloquence, shared this view, but, viewing it in colder blood, it is difficult to see upon what grounds he made so confident an assertion. Mr. M’Clure, who conducted the defence, spoke truly when, in opening his speech, he declared that “ he had to fight a most unfair fight against public prejudice, roused with a fury I do not remember to have seen in any other case.” Still he fought this fight bravely and with scrupulous moderation. His appeals were all to reason and never to emotion. He showed how clearly the prisoner had expressed his intention of going to America, weeks before the murder, and how every preparation had been made. On the day after the murder he had told witnesses that he was going to America and had discussed the advantages of various lines, finally telling one of them the particular boat in which he did eventually travel, curious proceedings for a fugitive from justice. Mr. M’Clure described the movements of the prisoner on the night of the murder, after the crime had been committed, showing that he was wearing the very clothes in which the theory of the prosecution made him do the deed, as if such a deed could be done without leaving its traces. He showed incidentally (it is a small point, but a human one) that one of the last actions of Slater in Glasgow was to take great trouble to get an English five-pound note in order to send it as a Christmas present to his parents in Germany. A man who could do this was not all bad. Finally, Mr. M’Clure exposed very clearly the many discrepancies as to identification and warned the jury solemnly as to the dangers which have been so often proved to lurk in this class of evidence. Altogether, it was a broad, comprehensive reply, though where so many points were involved, it is natural that some few may have been overlooked. One does not, for example, find the counsel as insistent as one might expect upon such points as, the failure of the Crown to show how Slater could have known anything at all about the existence of Miss Gilchrist and her jewels, how he got into the flat, and what became of the brooch which, according to their theory, he had carried off. It is ungracious to suggest any additions to so earnest a defence, and no doubt one who is dependent upon printed accounts of the matter may miss points which were actually made, but not placed upon record. Only on one point must Mr. M’Clure’s judgment be questioned, and that is on the most difficult one, which a criminal counsel has ever to decide. He did not place his man in the box. This should very properly be taken as a sign of weakness. I have no means of saying what considerations led Mr. M’Clure to this determination. It certainly told against his client. In the masterly memorial for reprieve drawn up by Slater’s solicitor, the late Mr. Spiers, it is stated with the full inner knowledge which that solicitor had, that Slater was all along anxious to give evidence on his own behalf. “ He was advised by his counsel not to do so, but not from any knowledge of guilt. He had undergone the strain of a four days’ trial. He speaks rather broken English, although quite intelligible — with a foreign accent, and be had been in custody since January.” It must be admitted that these reasons are very unconvincing. It is much more probable that the counsel decided that the purely negative evidence which his client could give upon the crime would be dearly paid for by the long recital of sordid amours and blackguard experiences which would be drawn from him on cross-examination and have the most damning effect upon the minds of a respectable Edinburgh jury. And yet, perhaps, counsel did not sufficiently consider the prejudice which is excited — and rightly excited — against the prisoner who shuns the box. Some of this prejudice might have been removed if it had been made more clear that Slater had volunteered to come over and stand his trial of his own free will, without waiting for the verdict of the extradition proceedings. There remains the summing up of Lord Guthrie. His Lordship threw out the surmise that the assassin may well have gone to the flat without any intention of murder. This is certainly possible, but in the highest degree improbable. He commented with great severity upon Slater’s general character. In his summing-up of the case, he recapitulated the familiar facts in an impartial fashion, concluding with the words, “ I suppose that you all think that the prisoner possibly is the murderer. You may very likely all think that he probably is the murderer. That, however, will not entitle you to convict him. The Crown have undertaken to prove that he is the murderer. That is the question you have to consider. If you think there is no reasonable doubt about it, you will convict him; if you think there is, you will acquit him.” In an hour and ten minutes the jury had made up their mind. By a majority they found the prisoner guilty. Out of fifteen, nine, as was afterwards shown, were for guilty, five for non-proven, and one for not guilty. By English law, a new trial would have been needed, ending, possibly, as in the Gardiner case, in the complete acquittal of the prisoner. By Scotch law the majority verdict held good. “I know nothing about the affair, absolutely nothing,” cried the prisoner in a frenzy of despair. “I never heard the name. I know nothing about the affair. I do not know how I could be connected with the affair. I know nothing about it. I came from America on my own account. I can say no more.” Sentence of death was then passed. The verdict was, it is said, a complete surprise to most of those in the Court, and certainly is surprising when examined after the event. I do not see how any reasonable man can carefully weigh the evidence and not admit that when the unfortunate prisoner cried, “ I know nothing about it,” he was possibly, and even probably, speaking the literal truth. Consider the monstrous coincidence which is involved in his guilt, the coincidence that the police owing to their mistake over the brooch, by pure chance started out in pursuit of the right man. Which is A Priori the more probable: That such an unheard-of million-to-one coincidence should have occurred, Or, that the police, having committed themselves to the theory that he was the murderer, refused to admit that they were wrong when the bottom fell out of the original case, and persevered in the hope that vague identifications of a queer- looking foreigner would justify their original action? Outside these identifications, I must repeat once again there is nothing to couple Slater with the murder, or to show that he ever knew, or could have known that such a person as Miss Gilchrist existed. The admirable memorial for a reprieve drawn up by the solicitors for the defence, and reproduced at the end of this pamphlet, was signed by 20,000 members of the public, and had the effect of changing the death sentence to one of penal servitude for life. The sentence was passed on May 6th. For twenty days the man was left in doubt, and the written reprieve only arrived on May 26th within twenty-four hours of the time for the execution. On July 8th Slater was conveyed to the Peterhead Convict prison. There he has now been for three years, and there he still remains. I cannot help in my own mind comparing the case of Oscar Slater with another, which I had occasion to examine — that of George Edalji. I must admit that they are not of the same class. George Edalji was a youth of exemplary character. Oscar Slater was .a blackguard. George Edalji was physically incapable of the crime for which he suffered three years’ imprisonment (years for which he has not received, after his innocence was established, one shilling of compensation from the nation). Oscar Slater might conceivably have committed the murder, but the balance of proof and probability seems entirely against it. Thus, one cannot feel the same burning sense of injustice over the matter. And yet I trust for the sake of our character not only for justice, but for intelligence, that the judgment may in some way be reconsidered and the man’s present punishment allowed to atone for those irregularities of life which helped to make his conviction possible. Before leaving the case it is interesting to see how far this curious crime may be reconstructed and whether any possible light can be thrown upon it. Using second-hand material one cannot hope to do more than indicate certain possibilities which may already have been considered and tested by the police. The trouble, however, with all police prosecutions is that, having once got what they imagine to be their man, they are not very open to any line of investigation which might lead to other conclusions. Everything which will not fit into the official theory is liable to be excluded. One might make a few isolated comments on the case which may at least give rise to some interesting trains of thought. One question which has to be asked was whether the assassin was after the jewels at all. It might be urged that the type of man described by the spectators was by no means that of the ordinary thief. When he reached the bedroom and lit the gas, he did not at once seize the watch and rings which were lying openly exposed upon the dressing-table. He did not pick up a half-sovereign which was lying on the dining-room table. His attention was given to a wooden box, the lid of which he wrenched open. (This, I think, was “ the breaking of sticks” heard by Adams.) The papers in it were strewed on the ground. Were the papers his object, and the final abstraction of one diamond brooch a mere blind? Personally, I can only point out the possibility of such a solution. On the other hand, it might be urged, if the thief’s action seems inconsequential, that Adams had rung and that he already found himself in a desperate situation. It might be said also that save a will it would be difficult to imagine any paper which would account for such an enterprise, while the jewels, on the other hand, were an obvious mark for whoever knew of their existence. Presuming that the assassin was indeed after the jewels, it is very instructive to note his knowledge of their location, and also its limitations. Why did he go straight into the spare bedroom where the jewels were actually kept? The same question may be asked with equal force if we consider that he was after the papers. Why the spare bedroom? Any knowledge gathered from outside (by a watcher in the back-yard for example) would go to the length of ascertaining which was the old lady’s room. One would expect a robber who had gained his information thus, to go straight to that chamber. But this man did not do so. He went straight to the unlikely room in which both jewels and papers actually were. Is not this remarkably suggestive? Does it not pre-suppose a previous acquaintance with the inside of the flat and the ways of its owner? But now note the limitations of the knowledge. If it were the jewels he was after, he knew what room they were in, but not in what part of the room. A fuller knowledge would have told him they were kept in the wardrobe. And yet he searched a box. If he was after papers, his information was complete ; but if he was indeed after the jewels, then we can say that he had the knowledge of one who is conversant, but not intimately conversant, with the household arrangements. To this we may add that he would seem to have shown ignorance of the habits of the inmates, or he would surely have chosen Lambie’s afternoon or evening out for his attempt, and not have done it at a time when the girl was bound to be back within a very few minutes. What men had ever visited the house? The number must have been very limited. What friends? what tradesmen? what plumbers? Who brought back the jewels after they had been stored with the jewellers when the old lady went every year to the country? One is averse to throw out vague suspicions which may give pain to innocent people, and yet it is clear that there are lines of inquiry here which should be followed up, however negative the results. How did the murderer get in if Lambie is correct in thinking that she shut the doors? I cannot get away from the conclusion that he had duplicate keys. In that case all becomes comprehensible, for the old lady — whose faculties were quite normal — would hear the lock go and would not be alarmed, thinking that Lambie had returned before her time. Thus, she would only know her danger when the murderer rushed into the room, and would hardly have time to rise, receive the first blow, and fall, as she was found, beside the chair, upon which she had been sitting. That is intelligible. But if he had not the keys, consider the difficulties. If the old lady had opened the flat door her body would have been found in the passage. Therefore, the police were driven to the hypothesis that the old lady heard the ring, opened the lower stair door from above (as can be done in all Scotch flats), opened the flat door, never looked over the lighted stair to see who was coming up, but returned to her chair and her magazine, leaving the door open, and a free entrance to the murderer. This is possible, but is it not in the highest degree improbable? Miss Gilchrist was nervous of robbery and would not neglect obvious precautions. The ring came immediately after the maid’s departure. She could hardly have thought that it was her returning, the less so as the girl had the keys and would not need to ring. If she went as far as the hall door to open it, she only had to take another step to see who was ascending the stair. Would she not have taken it if it were only to say: “ What, have you forgotten your keys? “ That a nervous old lady should throw open both doors, never look to see who her visitor was, and return to her dining-room is very hard to believe. And look at it from the murderer’s point of view. He had planned out his proceedings. It is notorious that it is the easiest thing in the world to open the lower door of a Scotch flat. The blade of any penknife will do that. If he was to depend upon ringing to get at his victim, it was evidently better for him to ring at the upper door, as otherwise the chance would seem very great that she would look down, see him coming up the stair, and shut herself in. On the other hand, if he were at the upper door and she answered it, he had only to push his way in. Therefore, the latter would be his course if he rang at all. And yet the police theory is that though he rang, he rang from below. It is not what he would do, and if he did do it, it would be most unlikely that he would get in. How could he suppose that the old lady would do so incredible a thing as leave her door open and return to her reading? If she waited, she might even up to the last instant have shut the door in his face. If one weighs all these reasons, one can hardly fail, I think, to come to the conclusion that the murderer had keys, and that the old lady never rose from her chair until the last instant, because, hearing the keys in the door, she took it for granted that the maid had come back. But if he had keys, how did he get the mould, and how did he get them made? There is a line of inquiry there. The only conceivable alternatives are, that the murderer was actually concealed in the flat when Lambie came put, and of that there is no evidence whatever, or that the visitor was some one whom the old lady knew, in which case he would naturally have been admitted. There are still one or two singular points which invite comment. One of these, which I have incidentally mentioned, is that neither the match, the match-box, nor the box opened in the bedroom showed any marks of blood. Yet the crime had been an extraordinarily bloody one. This is certainly very singular. An explanation given by Dr. Adams who was the first medical man to view the body is worthy of attention. He considered that the wounds might have been inflicted by prods downwards from the leg of a chair, in which case the seat of the chair would preserve the clothes and to some extent the hands of the murderer from bloodstains. The condition of one of the chairs seemed to him to favour this supposition. The explanation is ingenious, but I must confess that I cannot understand how such wounds could be inflicted by such an instrument. There were in particular a number of spindle-shaped cuts with a bridge of skin between them which are very suggestive. My first choice as to the weapon which inflicted these would be a burglar’s jemmy, which is bifurcated at one end, while the blow which pushed the poor woman’s eye into her brain would represent a thrust from the other end. Failing a jemmy, I should choose a hammer, but a very different one from the toy thing from a half-crown card of tools which was exhibited in Court. Surely commonsense would say that such an instrument could burst an eye-ball, but could not possibly drive it deep into the brain, since the short head could not penetrate nearly so far. The hammer, which I would reconstruct from the injuries would be what they call, I believe, a plasterer’s hammer, short in the handle, long and strong in the head, with a broad fork behind. But how such a weapon could be used without the user bearing marks of it, is more than I can say. It has never been explained why a rug was laid over the murdered woman. The murderer, as his conduct before Lambie and Adams showed, was a perfectly cool person. It is at least possible that he used the rug as a shield between him and his victim while he battered her with his weapon. His clothes, if not his hands, would in this way be preserved. I have said that it is of the first importance to trace who knew of the existence of the jewels, since this might greatly help the solution of the problem. In connection with this there is a passage in Lambie’s evidence in New York which is of some importance. I give it from the stenographer’s report, condensing in places: Q. “Do you know in Glasgow a man named ? “ A. “ Yes, sir.” Q. “What is his business?” A. “A book-maker.” Q. “ When did you first meet him? “ A. “ At a dance.” Q. “ What sort of dance? “ A. “A New Year’s dance.” (That would be New Year of igo8.) Q. “ When did you meet him after that? “ A. “In the beginning of June.” Q. “Where?” A. “In Glasgow.” Q. “ At a street corner? “ A. “No, he came up to the house at Prince’s Street.” Q. “ Miss Gilchrist’s house? “ A. “Yes, sir.” Q. “That was the first time since the dance? “ A. “Yes, sir.” Q. “ Do you deny that you had a meeting with him by a letter received from him at a corner of a street in Glasgow? “ A. “I got a letter.” Q. “ To meet him at a street corner? “ A. “ Yes.” Q. “The first meeting after the dance?” A. “ Yes.” Q. “ And you met him there? “ A. “ Yes.” Q. “ And you went out with him? “ A. “ No, I did not go out with him.” Q. “ You went somewhere with him, didn’t you? “ A. “ Yes, I made an appointment for Sun day.” Q. “Did you know anything about the man?” A. “Yes, I did, sir.” Q. “ What did you know about him? “ A. “ I didn’t know much.” Q. “ How many times did he visit you at Miss Gilchrist’s house? “ A. “Once.” Q. “ Quite sure of that? “ A. “ Quite sure.” Q. “ Didn’t he come and take tea with you there in her apartment? “ A. “That was at the Coast.” Q. “ Then he came to see you at Miss Gil- Christ’s summer place? “ A. “Yes.” Q. “How many times?” A. “Once.” Q. “ Did he meet Miss Gilchrist then? “ A. “Yes, sir.” Q. “You introduced him?” A. “Yes, sir.” Q. “ Did she wear this diamond brooch? “ A. “I don’t remember.” Q. “ When did you next see him? “ A. “ The first week in September.” Q. “In Glasgow?” A. “Yes, sir.” Q. “By appointment?” A. “Yes.” Q. “When next?” A. “I have not met him since.” Q. “ And you say he only called once at the country place?” A. “Once, sir.” Q. “ In your Glasgow deposition you say: ‘ He visited me at Girvan and was entertained at tea with me on Saturday night, and at dinner on Sunday with Miss Gilchrist and me.’” A. “Yes, sir.” Q. “ Then you did see him more than once in the country.” A. “Once.” He read the extract again as above. Q. “Was that true?” A. “Yes.” Q. “ Then you invited this man to tea at Miss Gilchrist’s summer house? “ A. “Yes.” Q. “ On Saturday night? “ A. “Yes.” Q. “ And on Sunday night? “ A. “ He wasn’t there.” Q. “ On Sunday you invited him there to dinner with Miss Gilchrist and yourself, didn’t you? “ A. “Yes, sir. I didn’t invite him.” Q. “Who invited him.” A. “ Miss Gilchrist.” Q. “Had you introduced him?” A. “Yes, sir.” Q. “ He was your friend, wasn’t he? “ A. “Yes, sir.” Q. “ She knew nothing about him? “ A. “No.” Q. “ She took him to the house on your recommendation? “ A. “Yes.” Q. “Did she wear her diamonds at this dinner party? “ A. “I don’t remember.” Q. “You told him that she was a rich woman? “ A. “Yes.” Q. “ Did you tell him that she had a great many jewels?” A. “Yes.” Q. “Have your suspicions ever turned towards this man? “ A. “Never.” Q. “ Do you know of any other man who would be as familiar with those premises, the wealth of the old lady, her jewelry, and the way to get into the premises as that man? “ A. “No, sir.” Q. “Was the man you met in the hallway this man? “ A. “No, sir.” This is a condensation of a very interesting and searching piece of the cross-examination which reveals several things. One is Lambie’s qualities as a witness. Another is the very curious picture of the old lady, the bookmaker and the servant-maid all sitting at dinner together. The last and most important is the fact, that a knowledge of the jewels had got out. Against the man himself there is no possible allegation. The matter was looked into by the police, and their conclusions were absolute, and were shared by those responsible for the defence. But is it to be believed that during the months which elapsed between this man acquiring this curious knowledge, and the actual crime, never once chanced to repeat to any friend, who in turn repeated it to another, the strange story of the lonely old woman and her hoard? This he would do in full innocence. It was a most natural thing to do. But, for almost the first time in the case we seem to catch some glimpse of the relation between possible cause and effect, some connection between the dead woman on one side, and outsiders on the other who had the means of knowing something of her remarkable situation. There is just one other piece of Lambie’s cross-examination, this time from the Edinburgh trial, which I would desire to quote. It did not appear in America, just as the American extract already given did not appear in Edinburgh. For the first time they come out together: Q. “Did Miss Gilchrist use to have a dog? “ A. “Yes, an Irish terrier.” Q. “What happened to it?” A. “ It got poisoned.” Q. “ When was it poisoned? “ A. “I think on the 7th or 8th of September.” Q. “ Was that thought to be done by some one?” A. “I did not think it, for I thought it might have eaten something, but Miss Gil- Christ thought it was poisoned by some one.” Q. “ To kill the watch-dog — was that the idea?” A. “ She did not say.” The reader should be reminded that Slater did not arrive in Glasgow until the end of October of that year. His previous residences in the town were as far back as 1901 and 1905. If the dog were indeed poisoned in anticipation of the crime, he, at least, could have had nothing to do with it. There is one other piece of evidence which may, or may not have been of importance. It is that of Miss Brown, the schoolmistress. This lady was in court, but seems to have been called by neither side for the reason that her evidence was helpful to neither the prosecution nor the defence. She deposed that on the night of the murder, about ten minutes past seven, she saw two men running away from the scene. One of these men closely corresponded to the original description of the murderer before it was modified by Barrowman. This one was of medium build, dark hair and clean shaven, with three-quarter length grey overcoat, dark tweed cap, and both hands in his pockets. Here we have the actual assassin described to the life, and had Miss Brown declared that this man was the prisoner, she would have been a formidable addition to the witnesses for prosecution. Miss Brown, however identified Oscar Slater (after the usual absurd fashion of such identifications) as the second man, whom she describes, as of “Dark glossy hair, navy blue overcoat with velvet collar, dark trousers, black boots, something in his hand which seemed clumsier than a walking stick.” One would imagine that this object in his hand would naturally be his hat, since she describes the man as bare-headed. All that can be said of this incident is that if the second man was Slater, then he certainly was not the actual murderer whose dress corresponds closely to the first, and in no particular to the second. To the Northern eye, all swarthy foreigners bear a resemblance, and that there was a swarthy man, whether foreign or not, concerned in this affair would seem to be beyond question. That there should have been two confederates, one of whom had planned the crime while the other carried it out, is a perfectly feasible supposition. Miss Brown’s story does not necessarily contradict that of Barrowman, as one would imagine that the second man would join the murderer at some little distance from the scene of the crime. However, as there was no cross-examination upon the story, it is difficult to know what weight to attach to it. Let me say in conclusion that I have had no desire in anything said in this argument, to hurt the feelings or usurp the functions of anyone, whether of the police or the criminal court, who had to do with the case. It is difficult to discuss matters from a detached point of view without giving offence. I am well aware that it is easier to theorise at a distance than to work a case out in practice whether as detective or as counsel. I leave the matter now with the hope that, even after many days, some sudden flash may be sent which will throw a light upon as brutal and callous a crime as has ever been recorded in those black annals in which the criminologist finds the materials for his study. Meanwhile it is on the conscience of the authorities, and in the last resort on that of the community that this verdict obtained under the circumstances which I have indicated, shall now be reconsidered. Arthur Conan Doyle. Windlesham, Crowborough. COPY OF MEMORIAL FOR REPRIEVE
Il caso del signor Oscar Slater
Indagine speciale di Sir A. Conan Doyle A causa del successo delle storie di Sherlock Holmes, nel corso degli anni molte persone scrissero a Conan Doyle chiedendogli aiuto per crimini reali. I due casi più noti furono quelli di George Edalji e Oliver Slater. L’impegno di Conan Doyle in entrambi questi casi portò alla creazione della Corte d’appello penale sia in Inghilterra che in Scozia. Nel 1908, Marion Gilchrist, una ricca donna di 82 anni, fu picchiata a morte nella sua casa a Glasgow. Il suo corpo fu scoperto da un vicino e da una domestica. Oscar Slater, un delinquente minore conosciuto dalla polizia come gestore di bische illegali, si era stabilito a Glasgow solo per 6 settimane, vicino alla residenza della Gilchrist, prima di imbarcarsi su una nave per New York. Quando scoprì di essere stato accusato dell’omicidio, Slater tornò a Glasgow per difendere la propria innocenza. Tuttavia, il processo, descritto da Conan Doyle come una grande ingiustizia, lo portò in prigione per quasi vent’anni, sulla base di prove poco solide. Conan Doyle riteneva che l’assassino fosse un membro della famiglia della vittima e conoscente delle autorità; tuttavia, a causa dei legami politici e sociali di quella persona, fu necessario insabbiare la verità, e Slater divenne il perfetto capro espiatorio per quel crimine.
Oscar Slater, 1908
Indice
Il caso di Oscar Slater
Al nobile e onorabile Lord Pentland, Segretario di Stato per la Scozia della Sua Maestà, in memoria di Oscar Slater
Il caso di Oscar Slater
È impossibile leggere e valutare i fatti relativi alla condanna di Oscar Slater avvenuta nel maggio 1909 presso la Corte Suprema di Edimburgo, senza provare un profondo dissenso riguardo al procedimento giudiziario e senza essere moralmente convinti che la giustizia non sia stata fatta. Data la legge scozzese in vigore, non sono certo di quali possibili rimedi esistano, ma a mio parere sarebbe un grave scandalo permettere a quest’uomo di trascorrere il resto della sua vita in prigione sulla base di prove del genere. La sentenza che lo condannò a morte fu emessa da una giuria composta da quindici membri: nove votarono “Colpevole”, cinque “Non provato” e uno “Innocente”. Secondo la legge inglese, una tale divisione di opinioni avrebbe naturalmente dovuto portare a un nuovo processo. In Scozia, invece, l’uomo fu condannato a morte; la pena fu commutata soltanto due giorni prima dell’esecuzione e ora sta scontando una condanna all’ergastolo nel carcere di Peterhead. Se la sentenza fosse stata giusta o meno, il lettore potrà giudicare da solo dopo aver letto la storia completa del caso. Nel 1908, a Glasgow, viveva una vecchia signorina di nome Miss Marion Gilchrist. Viveva da trent’anni nello stesso appartamento situato al primo piano di via Queen’s Terrace, numero 15. L’appartamento sopra il suo era vuoto; gli unici vicini immediati erano la famiglia Adams, che abitava al piano terra, con una porta separata situata proprio accanto all’ingresso dell’appartamento di Miss Gilchrist. La vecchia signorina aveva una domestica di nome Helen Lambie, una ragazza di ventun anni che lavorava per lei da tre o quattro anni. Secondo tutti, Miss Gilchrist era una persona molto stimabile, che conduceva una vita tranquilla e senza eventi particolari. Era abbastanza benestante e, considerando la sua età e il suo ambiente sociale, aveva la singolare caratteristica di possedere un’importante collezione di gioielli: broches, anelli, pendenti, ecc., acquistati nel corso di molti anni presso un gioielliere affidabile. Sottolineo questo aspetto perché all’epoca circolavano voci strane secondo cui la vecchia signorina potesse essere lei stessa una ricettatrice di beni rubati; un’idea del tutto infondata. Raramente indossava tutti i gioielli insieme e, dato il suo stile di vita ritirato, era difficile che qualcuno al di fuori di un ristretto cerchio di persone potesse essere a conoscenza della sua collezione. Il valore totale di questi gioielli ammontava a circa tremila sterline. Fu una grande gioia per lei quando riuscì a liberarsene, poiché più volte aveva espresso preoccupazione che potesse essere assalita e derubata. Per questo motivo fece installare due serrature sulla porta d’ingresso e concordò con la famiglia Adams di sotto che, in caso di pericolo, avrebbe potuto segnalare loro bussando sul pavimento.
Era prassi abituale nella casa che la cameriera Lambie uscisse ogni giorno verso le sette di sera per prendere il giornale serale per la sua padrona. Dopo averlo portato, di solito usciva di nuovo per fare le compere necessarie. Questa routine fu rispettata anche la notte del 21 dicembre: Lambie lasciò la sua padrona seduta accanto al camino in sala da pranzo mentre leggeva una rivista. Prese con sé le chiavi, chiuse la porta dell’appartamento e quella dell’ingresso al piano di sotto, poi se ne andò per circa dieci minuti a svolgere i suoi compiti. Fu proprio ciò che accadde in quei dieci minuti a generare la tragedia e il mistero che presto attirarono l’attenzione del pubblico. Secondo le dichiarazioni della ragazza, uscì poco prima delle sette. Intorno alle sette, il signor Arthur Adams e le sue due sorelle si trovavano nella sala da pranzo situata immediatamente sotto la stanza dove era stata lasciata la vecchia signora. All’improvviso sentirono “un rumore dal piano di sopra, poi un tonfo molto forte e infine tre colpi secchi”. Spaventati, il giovane Adams decise subito di andare a vedere cosa fosse successo. Uscì dall’ingresso del suo appartamento, attraversò l’ingresso dell’appartamento accanto, che era aperto, e salì al primo piano, dove trovò la porta della signorina Gilchrist chiusa. Suonò tre volte senza ricevere risposta; tuttavia, dall’interno sentì un rumore simile al frantumarsi di stecche. Immaginò quindi che la cameriera fosse dentro e che stesse svolgendo le sue faccende domestiche. Dopo aver aspettato per un minuto o due, si convinse che tutto fosse a posto e tornò dalle sue sorelle, le quali lo persuasero ad andare di nuovo nell’appartamento. Così fece e suonò per la quarta volta. Mentre stava ancora premendo il campanello, ascoltando attentamente senza sentire nulla, qualcuno si avvicinò dalle scale: era la giovane cameriera Helen Lambie, che tornava dai suoi compiti. I due discussero per un momento; il signor Adams descrisse il rumore che avevano sentito, mentre Lambie spiegò che probabilmente le corde delle stendibiancheria in cucina si erano rotte. Era una spiegazione strana, visto che la cucina non si trovava sopra la sala da pranzo degli Adams e non ci si sarebbe aspettati un rumore così forte per il crollo di una corda che sosteneva lenzuola o asciugamani. Tuttavia, in quel momento erano tutti agitati e forse la ragazza aveva semplicemente fornito la prima spiegazione che le venne in mente. Poi inserì le chiavi nelle due serrature di sicurezza e aprì la porta.
A questo punto sorge una curiosa discrepanza nelle testimonianze. Lambie è pronta a giurare di essere rimasta sul tappeto accanto al giovane Adams; Adams, altrettanto convinto, sostiene di averla vista camminare per alcuni passi lungo il corridoio. Quel corridoio interno era illuminato da un gasdotto la cui fiamma era regolata a metà intensità; la luce che ne risultava, filtrata attraverso una tenda colorata, era sufficiente, ma non abbastanza intensa. Adams racconta: “Stavo sulla soglia della porta, metà dentro e metà fuori; proprio nel momento in cui la ragazza stava passando davanti all’orologio per entrare in cucina, apparve un uomo ben vestito. Non sospettai nulla; lei non disse nulla, e lui si avvicinò a me in modo cordiale. In quel momento non pensai che ci fosse qualcosa di strano. Pensavo che volesse parlarmi, ma poi lui passò oltre, e allora cominciai a sospettare. Intanto la ragazza corse in cucina, accese il gas e disse che tutto era a posto. Intendevo dire le sue “pulegge”, ” Chiesi: “Dove è la tua padrona?”, e lei andò in sala da pranzo. Poi mi chiamò: “Oh! Vieni qui!” Entrai e vidi quella terribile scena.”
La scena a cui si riferiva era la povera vecchia signora distesa a terra, vicino alla sedia dove il servitore l’aveva vista l’ultima volta. I suoi piedi erano rivolti verso la porta, la testa verso il caminetto. Era sdraiata su un tappeto, ma una stuoia di pelle le era stata gettata sopra la testa. Le sue ferite erano terribili: quasi tutti i ossa del viso e del cranio erano frantumati. Nonostante le gravi lesioni, rimase in vita per alcuni minuti, ma morì senza riprendere conoscenza.
Il assassino era uscito da una delle due camere da letto poste nella parte posteriore del corridoio: quella più grande, non la stanza della vecchia signora. Passando accanto ad Adams sul tappeto, con estrema calma, si era subito precipitato giù per le scale. Era una serata buia e piovosa; sembra che abbia percorso uno o due vicoli tranquilli prima di scomparire nelle strade più affollate. Non aveva lasciato nessun oggetto né alcuna traccia nel appartamento della vecchia signora, tranne una scatola di fiammiferi con cui aveva acceso il gas nella camera da letto da cui era uscito. In quella stanza, su un comodino, c’erano diversi oggetti di valore, compresa un orologio. Ma nessuno di essi era stato toccato. Una scatola contenente documenti era stata forzata; quei documenti erano sparsi per tutto il pavimento. Se davvero stava cercando i gioielli, non ne sapeva nulla. Poiché questi si trovavano tra i vestiti nell’armadio della vecchia signora. In seguito, mancò un solo broccio a forma di mezzaluna, un oggetto del valore di circa quaranta o cinquanta sterline. Nient’altro fu rubato dall’appartamento. È strano che, nonostante i mobili intorno al corpo della vittima fossero macchiati di sangue, e si potesse immaginare che le mani dell’assassino fossero sporche di sangue, non ci fosse alcuna traccia sulla scatola di fiammiferi usata per accendere il gas, né sulla scatola dei documenti, né su nulla altro che avesse potuto toccare nella camera da letto.
Ora passiamo alla questione fondamentale riguardante la descrizione dell’uomo visto da Adams e Lambie a così breve distanza. Adams era miope e non aveva gli occhiali con sé; la sua testimonianza in tribunale fu la seguente:
“Era un uomo leggermente più alto e più robusto di me, non molto atletico ma ben proporzionato e con il viso rasato. Non riesco a ricordare con certezza se avesse la barba; se ce l’aveva, era molto sottile. Sembrava un viaggiatore d’affari o forse un impiegato; non sapevo esattamente quale fosse la sua professione, ma pensavo potesse essere uno dei suoi amici. Indossava pantaloni scuri e un cappotto chiaro; non ricordo se di colore castano o grigio. Non mi ricordo nemmeno che tipo di cappello avesse. Sembrava una persona gentile e ben vestita. Non aveva nulla in mano, per quanto potessi vedere. Non notai nulla di particolare nel suo modo di camminare.”
Helen Lambie, l’altra testimone, non poté fornire alcuna informazione riguardo al viso dell’uomo (il che sembra confermare la versione di Adams), e poté solo dire che indossava un cappello di stoffa rotondo e un cappotto grigio lungo fino alle ginocchia, oltre a presentare qualche particolarità nel modo in cui camminava. Poiché la distanza percorsa dall’assassino alla vista di Lambie poteva essere coperta in quattro passi, e questi passi furono fatti in circostanze di notevole agitazione, è difficile attribuire importanza a questa ultima descrizione.
È impossibile non commentare il comportamento di Helen Lambie durante gli eventi appena descritti; tale comportamento può essere spiegato soltanto supponendo che, dal momento in cui vide Adams aspettarla fuori dalla porta, tutta la sua capacità di ragionare le fosse venuta meno. Prima di tutto, spiegò il forte rumore sentito al piano di sotto: “Il soffitto stava per crollare”, disse Adams, a causa della caduta di una corda da bucato e delle sue molle di fissaggio. Una situazione che, in realtà, non avrebbe potuto causare un tale rumore. Poi dichiarò di essere rimasta sul tappeto, mentre Adams era convinto che fosse andata direttamente nel corridoio. Quando apparve lo sconosciuto, non esclamò “Chi è lei?”, né mostrò alcun segno di sorpresa; anzi, lasciò che Adams pensasse, dal suo silenzio, che quell’uomo potesse avere il diritto di essere lì. Infine, invece di correre subito a controllare se la sua padrona fosse al sicuro, andò in cucina, ancora apparentemente ossessionata da quelle molle. Informò Adams che tutto andava bene, come se questo avesse qualche importanza per qualcuno; poi entrò nella camera degli ospiti, dove sicuramente vide che era stata commessa una rapina, poiché c’era una scatola aperta sul pavimento. Tuttavia non diede l’allarme. Fu solo quando Adams chiese “Dov’è la sua padrona?”, che finalmente andò nella stanza dove era avvenuto il delitto. Bisogna ammettere che questo comportamento sembra davvero strano. E può essere spiegato, se mai è possibile, soltanto da una grave mancanza di intelligenza e comprensione della situazione.
Martedì 22 dicembre, il giorno dopo l’omicidio, la polizia di Glasgow diffuse una descrizione del colpevole, basata sulle impressioni condivise da Adams e Lambie. La descrizione recitava così:
“Un uomo tra i 25 e i 30 anni, alto circa un metro e settantacinque o settantasei centimetri, di corporatura snella, con capelli scuri e la barba rasata, vestito con un cappotto grigio chiaro e un berretto di stoffa scura.”
Quattro giorni dopo, però, nel giorno di Natale, la polizia riuscì a fornire una descrizione più dettagliata:
“L’uomo ricercato ha circa 28 o 30 anni, è alto e snello; il suo viso è completamente rasato. Una caratteristica distintiva è che il suo naso è leggermente storto da un lato; secondo i testimoni, verso destra. Indossava uno di quei cappelli in tweed molto popolari, chiamati “cappelli Donegal”, e un cappotto color castoro che probabilmente era impermeabile; inoltre, portava pantaloni scuri e stivali marroni.”
Le informazioni aggiuntive provenivano da una ragazza di quindici anni, di condizioni modeste, di nome Mary Barrow-Man. Secondo questa nuova testimonianza, la ragazza stava passando vicino al luogo dell’omicidio poco dopo le sette di quella notte fatale; vide un uomo correre giù per i gradini, passandole sotto un lampione: la luce lo illuminò chiaramente. L’uomo continuò a correre, urtando la ragazza nella sua fretta, e scomparve dietro l’angolo. Quando venne a sapere dell’omicidio, collegò quell’episodio al crimine. Le sue impressioni generali sull’uomo corrispondevano alla descrizione fornita in precedenza; inoltre, rispetto alle prime testimonianze che parlavano di un cappotto grigio e di un berretto di stoffa scura, la ragazza indicò il cappotto color castoro e il cappello Donegal. Poiché non aveva notato alcuna particolarità nel modo in cui l’uomo camminava, né nella forma del suo naso, le due descrizioni condividono soltanto i dettagli relativi alla corporatura snella, alla barba rasata e all’età approssimativa.
Fu nella sera di Natale che la polizia finalmente trovò una pista concreta. Venne loro notificato che un ebreo tedesco, che si faceva chiamare Oscar Slater, aveva cercato di disfarsi della ricevuta di pegno di un broccio a forma di mezzaluna, del valore approssimativamente uguale a quello scomparso. Inoltre, presentava in generale somiglianze con la descrizione pubblicata. Questa pista divenne ancora più promettente quando, durante una perquisizione nell’abitazione dove vivevano lui e la sua amante, si scoprì che avevano lasciato Glasgow quella stessa sera con il treno delle nove, con biglietti – su questo punto ci furono alcune discrepanze nelle testimonianze – diretti a Liverpool o a Londra. Tre giorni dopo, la polizia di Glasgow apprese che la coppia aveva effettivamente preso il piroscafo Lusitania il 26 dicembre per New York, sotto i nomi di signor e signora Otto Sando. Bisogna ammettere che la polizia di Glasgow agì con notevole cautela in tutta questa vicenda. Le informazioni iniziali erano state fornite all’Ufficio Centrale di Polizia poco dopo le sei, e un detective aveva già iniziato le indagini nell’appartamento di Slater alle sette e mezza; tuttavia non furono presi alcuni provvedimenti per monitorare i suoi spostamenti, e gli fu permesso di andarsene tra le otto e le nove, senza che nessuno lo seguisse o lo controllasse. Ancora più strano fu il modo in cui lasciò Liverpool: si sapeva che fosse partito con il treno diretto a sud venerdì sera; un grande transatlantico salpava da Liverpool sabato mattina. Si sarebbe potuto pensare che venissero presi immediatamente provvedimenti per impedirgli di fuggire. Invece non fu fatto, e questo si rivelò vantaggioso anche per la giustizia, poiché ciò comportò la necessità di due processi legali, uno americano e uno scozzese, il che permise di confrontare in modo interessante le testimonianze dei principali testimoni.
Oscar Slater fu immediatamente arrestato non appena arrivò a New York; i suoi sette bauli furono sequestrati e sigillati. A prima vista, c’erano prove schiaccianti contro di lui: senza dubbio aveva impegnato un broccio di diamante ed era poi fuggito in America usando un nome falso. La polizia di Glasgow riteneva di aver catturato il colpevole. Due agenti, accompagnati dai testimoni identificativi – Adams, Lambie e Barrowman – partirono immediatamente per avviare le procedure di estradizione e riportare il sospettato in Scozia per essere processato. In tribunale, i tre riconobbero subito l’imputato; ognuno di loro affermò che assomigliava molto alla persona vista a Glasgow. Tuttavia, la loro identificazione fu compromessa dal fatto che Adams e Barrowman avevano già visto le sue foto prima del processo, e inoltre l’imputato fu fatto passare davanti a loro mentre aspettavano nel corridoio. Nonostante ciò, è innegabile che tutti i testimoni notassero una forte somiglianza tra l’uomo davanti a loro e quello visto a Glasgow. A ogni stadio del processo, le prove contro Slater sembravano sempre più convincenti. Ma ogni dubbio riguardo all’estradizione fu rapidamente dissipato quando l’imputato dichiarò di essere disposto, senza alcuna coercizione, a tornare in Scozia per affrontare il processo. Si potrebbe obiettare che questa decisione fosse dovuta alla consapevolezza che le prove contro di lui erano schiaccianti. Ma resta il fatto che si sia consegnato volontariamente alla giustizia. Il 21 febbraio Oscar Slater tornò a Glasgow; il 3 maggio il suo processo ebbe luogo presso la Corte Suprema di Edimburgo.
Ma ormai, già all’inizio del processo, era emerso un grave errore nelle prove presentate. Il primo anello di quella che sembrava una catena ininterrotta si era improvvisamente spezzato. La prima sospetta nei confronti di Slater derivava dal fatto che aveva impegnato un broccio a forma di mezzaluna; il biglietto dell’impegno fu trovato addosso a lui, e il broccio stesso fu recuperato. Tuttavia, non si trattava del gioiello scomparso dalla stanza della donna assassinata, e quel broccio apparteneva da anni a Slater, che lo aveva più volte impegnato in passato. Questo fatto fu dimostrato senza alcun dubbio. A prima vista, la situazione per la polizia sembrava disperata. Se Slater fosse stato davvero colpevole, avrebbe significato che avevano inseguito la persona giusta per pura coincidenza. Una coincidenza che sembrava andare ben oltre i limiti della probabilità.
Oltre a questo fatto sconvolgente, anche diversi altri punti dell’accusa si erano rivelati privi di fondamento. Inizialmente sembrava che la partenza di Slater fosse stata improvvisa e senza premeditazione: la fuga di un uomo colpevole. Tuttavia, si dimostrò rapidamente che non era così. Nei club bohémien che frequentava – professione di commerciante di gioielli e abitudini disoneste, sebbene non criminali – già da settimane prima della data del crimine si sapeva che lui sosteneva di dover recarsi da alcuni soci d’affari in America. Una corrispondenza prodotta in tribunale mostrava gli accordi presi molto tempo prima per la sua emigrazione, anche se va aggiunto che la decisione definitiva sulla data e l’acquisto del biglietto avvennero dopo il crimine stesso.
Questa fretta nel preparare la partenza merita sicuramente un’attenta analisi. Secondo le testimonianze della sua amante e della domestica, Slater aveva ricevuto due lettere la mattina del 21 dicembre; nessuna delle due fu presentata in tribunale. Si diceva che una provenisse da un certo signor Rogers, amico di Slater a Londra, il quale gli scriveva che sua moglie lo stava pressando per chiedergli denaro. L’altra era firmata da Devoto, ex socio di Slater, che lo invitava a raggiungerlo a San Francisco. Anche se le lettere fossero state distrutte, si potrebbe immaginare che queste dichiarazioni riguardanti il loro contenuto potessero essere confutate o confermate sia dalla parte dell’accusa che da quella della difesa. Sono di notevole importanza, poiché forniscono le presunte ragioni per cui Slater accelerò la sua partenza, che inizialmente era stata programmata per gennaio. Tuttavia, non risulta che durante il processo sia stato stabilito nulla di certo al riguardo.
Un altro punto a favore dell’accusa era rappresentato dal fatto che i sette bauli contenenti tutti gli effetti personali del prigioniero non rivelarono nulla di veramente significativo. C’erano un cappello di feltro e due di stoffa, ma nessuno corrispondeva alla descrizione fornita riguardo al cappello di Donegal. Tra i vestiti c’era anche un impermeabile di colore chiaro. Se l’arma con cui era stato commesso il crimine fosse stata portata via nella tasca del cappotto dell’assassino – e è difficile immaginare in che altro modo avrebbe potuto essere trasportata – allora si sarebbe dovuto trovare del sangue sulla tasca, considerando la natura estremamente violenta del delitto. Tuttavia, nessuna traccia di sangue fu trovata, né la polizia riuscì a recuperare l’arma. È vero che nel baule fu trovato un martello, ma si dimostrò chiaramente che era stato acquistato in uno di quei set di attrezzi economici venduti insieme su cartoncino; si trattava di uno strumento estremamente leggero e fragile, assolutamente incapace, secondo il buon senso, di infliggere le ferite terribili che avevano frantumato il cranio della vecchia signora. L’accusa sosteneva che l’arma presentasse segni di graffi o pulizie, ma la difesa lo negò con forza; inoltre, la polizia non sembrò procedere con il test ovvio, ovvero rimuovere le parti metalliche dell’arma per verificare se vi fosse traccia di sangue sul legno. Un’occhiata a una copia di questo misero strumento avrebbe convinto chiunque di essere del tutto inadatto a compiere attività più complesse di quelle di fissare un chiodino o rompere un pezzetto di carbone. Si può dire con certezza che, prima ancora dell’inizio del processo, i tre elementi fondamentali per l’accusa – il gioiello impegnato, la presunta fuga del colpevole e le prove fornite dagli effetti personali e dall’arma – si erano o completamente dimostrati inutili o erano diventati estremamente deboli. Ora vediamo cosa aveva da offrire la difesa. Le prove a sostegno dell’accusa si riducevano in realtà a due gruppi di testimoni chiamati a identificare il colpevole. Il primo gruppo era composto da persone che avevano effettivamente visto l’assassino: Adams, Helen Lambie e la ragazza Barrowman. Il secondo gruppo comprendeva dodici persone che, in diverse date, avevano notato un uomo che frequentava la strada dove abitava Miss Gilchrist e si soffermava in modo sospetto davanti alla sua casa. Tutti questi testimoni erano disposti a identificare il prigioniero con quell’uomo sconosciuto, alcuni con sicurezza, altri con riluttanza. Tuttavia, ciò che la polizia non riuscì mai a ottenere fu l’elemento essenziale: il legame tra Slater e Miss Gilchrist, o una spiegazione su come un estraneo a Glasgow potesse essere a conoscenza dell’esistenza, per non parlare della ricchezza, di una vecchia signora che aveva pochi conoscenti e raramente lasciava il suo appartamento protetto.
È ben noto che nulla sia più complicato delle prove di identificazione. Nel caso Beck, se ricordo bene, c’erano circa dieci testimoni che avevano visto il vero colpevole in circostanze normali, eppure erano tutti pronti a giurare su un uomo sbagliato. Nel caso di Oscar Slater, i primi tre testimoni lo avevano visto in condizioni di eccitazione, mentre il secondo gruppo lo aveva notato per strada sotto diverse luci, in modo sempre piuttosto casuale. Pertanto, è giusto esaminare con attenzione queste prove prima di attribuir loro il dovuto peso. Cominceremo analizzando le testimonianze delle tre persone che hanno effettivamente visto l’assassino.
Sembra esserci stata una discrepanza tra le loro descrizioni fin dall’inizio: come già accennato, la descrizione pubblicata basandosi sulle informazioni di Adams e Lambie fu modificata dopo che Barrowman fornì i suoi dati. Adams e Lambie avevano descritto l’uomo come “un uomo tra i venticinque e i trent’anni, alto circa 1,75 o 1,80 metri, di corporatura snella, con capelli scuri e barba rasata, vestito con un cappotto grigio chiaro e un berretto di stoffa scura”. Dopo aver collaborato con Barrowman, la descrizione divenne: “Venticinque-trent’anni, alto e snello, barba rasata, il naso leggermente storto; indossava uno di quei cappelli di tweed rotondi molto in voga, chiamati ‘cappelli Donegal’, un cappotto color castoro probabilmente impermeabile, pantaloni scuri e stivali marroni”. Oltre alle aggiunte apportate nella seconda descrizione, ci sono anche due discrepanze riguardo alla forma del berretto e al colore del cappotto.
Per quanto riguarda il grado di corrispondenza tra queste descrizioni e le caratteristiche di Slater, si può affermare che l’imputato aveva trentasette anni, era di statura superiore alla media, il suo naso non era storto ma leggermente appiattito all’estremità, come se fosse stato rotto in passato; inoltre, otto testimoni furono chiamati a confermare che, al momento del delitto, l’imputato indossava una barba corta ma ben visibile.
Ho a disposizione un resoconto stenografico fedele delle udienze tenutesi a New York ed Edimburgo, fornito per gentile concessione dello studio legale Shaughnessy & Co. di Glasgow, che continua a difendere gli interessi del loro sfortunato cliente. Ora confronterò le descrizioni fornite dai testimoni nei due tribunali:
Helen Lambie, New York, 26 gennaio 1909:
Q.: “Riconosce l’uomo che ha visto lì?”
A.: “Uno di loro sembra molto sospetto, ”
Q.: “Descriviamolo.”
A.: “I vestiti che indossava quella notte non li porta più oggi. Ma il suo viso non lo ricordo con certezza; non l’ho mai visto in faccia.”
(Dopo aver descritto una particolare andatura, le fu chiesto): “Quell’uomo è nella stanza?”
A.: “Sì, signore.”
Q.: “Indicamelo.”
A.: “Non vorrei dirlo, ”
(Dopo alcune insistenze, indicò Slater; entrambe lei e Barrowman avevano esclamato: “Quello è l’uomo” o “Potrei giurare che sia lui”).
Q: “Non hai detto che non avevi visto il viso di quell’uomo?”
A: “Nemmeno io. Ho visto il suo modo di camminare.” Il lettore deve tenere presente che l’unica occasione per Lambie di vedere il modo in cui quell’uomo camminava fu durante quei pochi passi lungo il corridoio; non fu mai mostrato alcun tratto particolare nel modo in cui Slater camminava.
Ora consideriamo l’identificazione di Helen Lambie a Edimburgo, il 9 maggio 1909:
Q: “Come hai fatto ad identificarlo in America?”
A: “Per il suo modo di camminare e la sua statura, i suoi capelli scuri e il lato del suo viso.”
Q: “All’inizio in America non eri del tutto sicura che fosse lui?”
A: “Sì, non lo ero affatto.”
Q: “Perché hai detto di avere solo sospetti?”
A: “È stato un errore.”
Q: “Cosa intendevi quando in America hai detto di non aver mai visto il suo viso, se in realtà l’avevi visto abbastanza bene da poterlo riconoscere? Cosa volevi dire?”
A: “Niente.”
Durante un ulteriore controinterrogatorio, dichiarò che quando aveva detto di non aver mai visto il viso di quell’uomo, intendeva dire che non ne aveva visto la “parte frontale”, ma solo il lato.
Si può osservare che le testimonianze di Helen Lambie si sono notevolmente rafforzate nel corso dei tre mesi intercorrenti tra le indagini a New York e quelle in Scozia. Nella seconda occasione, il suo atteggiamento era estremamente positivo: quando le fu mostrato il cappotto di Slater e le fu chiesto se assomigliasse a quello dell’assassino, rispose due volte “Quello è il cappotto”, anche se esso non era ancora stato aperto e non aveva il colore grigio chiaro descritto inizialmente da lei. Nel valutare le testimonianze di Lambie e Adams va ricordato che sono completamente in disaccordo riguardo a un dettaglio così facilmente verificabile come il loro comportamento dopo l’apertura della porta del corridoio: Adams sostiene che Lambie sia andata quasi fino alla fine del corridoio, mentre lei afferma di essere rimasta sul tappetino davanti alla porta. Senza stabilire quale delle due versioni sia corretta, è evidente che questo episodio mette in dubbio la credibilità di uno dei due come testimone.
Nel caso di Adams, le sue testimonianze sono state fornite con moderazione e sono sostanzialmente uguali sia negli Stati Uniti che in Scozia.
“Non potrei dirlo con certezza. Quest’uomo (indicando Slater) non gli assomiglia affatto.” Q: “Ha notato un naso storto?” A: “No.”
Q. “C’è qualcosa di particolare nel suo modo di camminare?”
A. “No.”
Q. “Non giura che si tratti dell’uomo che ha visto?”
A. “No, signore. Assomiglia a quell’uomo, è tutto ciò che posso dire.”
In risposta alle stesse domande a Edimburgo, disse:
“Non vorrei giurare che sia proprio lui. Sono un po’ miopio. Assomiglia molto a quell’uomo, ma non posso esserne sicuro al cento percento.”
Barrowman, la ragazza di quindici anni, aveva incontrato l’uomo ritenuto essere il assassino in strada e lo aveva visto solo per un attimo, “sotto una lampada a gas in una fredda notte di dicembre. Circostanze difficili per un’identificazione precisa”. Queste sono le sue parole pronunciate a New York.
“Quell’uomo qui assomiglia molto a lui,” disse all’inizio, per poi correggersi: “molto molto simile a lui.” Ammise che le era stata mostrata una foto dell’uomo che doveva identificare prima di entrare in tribunale. L’unica caratteristica su cui sosteneva di riconoscerlo era il naso storto. Ma anche per gli altri, quel naso storto non era molto più evidente della particolare andatura dell’uomo, che aveva colpito profondamente Helen Lambie al punto che, dopo averla osservata per pochi passi, riuscì a identificarla con certezza. A Edimburgo, Barrowman era altrettanto sicura di sé quanto Lambie a New York. Più si allontanavano dall’evento in questione, più sembrava facile effettuare l’identificazione. “Sì, è quell’uomo che mi ha urtato quella notte,” disse. È straordinario che entrambe queste donne, Lambie e Barrowman, giurarono di non aver mai parlato dell’obiettivo della loro missione, né di aver scambiato informazioni sull’uomo che dovevano identificare, nonostante fossero state messe insieme in questo viaggio verso New York e condividessero lo stesso alloggio. Per ragazze di quindici e ventun anni rispettivamente, questo rappresenta certamente un esempio unico di autocontrollo.
Queste, dunque, sono le tre identificazioni fornite dalle uniche persone che hanno visto l’assassino. Se la pista offerta dal broccio di diamante fosse stata autentica, e queste identificazioni ne avessero ulteriormente confermato l’attendibilità, senza dubbio avrebbero rappresentato prove molto convincenti. Ma quando si è dimostrato che quel broccio era un errore totale, non riesco davvero a capire come qualcuno possa ritenere sufficienti tali identificazioni superficiali per stabilire l’identità e la colpevolezza del prigioniero.
Resta ancora quella cosiddetta identificazione fornita da dodici testimoni che avevano visto un uomo gironzolare per strada nelle settimane precedenti al crimine. Ho detto “cosiddetta” identificazione, perché le procedure seguite furono assurde e non rappresentavano affatto un vero test di riconoscimento. I testimoni avevano visto i ritratti dell’accusato; sapevano bene che era straniero, e poi venne loro chiesto di individuare il suo aspetto fisico scuro e tipicamente ebraico tra nove poliziotti di Glasgow e due funzionari ferroviari. Naturalmente lo fecero senza esitazione, poiché quell’uomo assomigliava molto di più all’individuo scuro che avevano visto e descritto rispetto agli altri candidati.
Leggete però le loro stesse descrizioni dell’uomo che avevano visto, con i dettagli del suo abbigliamento: in molti aspetti si differenziano tra loro, e in altri sono diversi da Slater. Ecco un riassunto delle loro impressioni:
Signora McHaffie: “Di pelle scura; baffi; cappotto chiaro (non impermeabile); pantaloni a quadri; stivali con suole chiodate; cappello a cilindro nero; naso normale.”
Miss M. McHaffie: “Lo ho visto nello stesso momento e secondo la stessa descrizione. All’inizio pensavo ci fosse solo una somiglianza, ma dopo averci riflettuto ho concluso che si trattasse dello stesso uomo.”
Miss A. M. McHaffie: “Uguale alle altre descrizioni. Ho sentito parlare quell’uomo e non ho notato nulla di particolare nel suo accento, (Il prigioniero ha un forte accento tedesco.)”
Madge McHaffie (appartiene alla stessa famiglia). — “Scuro di pelle, con la barba; il naso era normale. Indossava pantaloni scuri, un cappotto color castoro e degli stivali alti fino alle caviglie; portava anche un cappello a cilindro nero. ‘Il prigioniero assomigliava abbastanza a quell’uomo.’”
Per quanto riguarda l’identificazione di questi quattro testimoni, va osservato che né pantaloni scuri né stivali alti furono trovati nel bagaglio del prigioniero. Poiché il assassino era descritto come vestito con pantaloni scuri, non c’era alcun motivo per cui quegli indumenti, qualora appartenessero a Slater, dovessero essere stati distrutti.
Agente Brien: “Affermò di conoscere il prigioniero di vista; disse che era l’uomo che aveva visto gironzolare nei pressi della scena del crimine. Indossava un cappotto leggero e un cappello. Era una settimana prima del delitto, e lo aveva visto a circa ottanta metri dalla scena del crimine; riconobbe il prigioniero tra cinque agenti.”
Agente Walker: “Lo aveva visto dall’altra parte della strada, mai da vicino, e questo era successo dopo il tramonto, a dicembre. All’inizio pensò che fosse qualcun altro che conosceva; aveva sentito dire che l’uomo da identificare aveva un aspetto straniero; lo riconobbe tra diversi detective; l’uomo visto aveva la barba.”
Euphemia Cunningham: “Scuro di pelle, dal viso pallido e dai tratti marcati; era completamente rasato; il naso era normale. Indossava un cappotto di tweed scuro e un berretto verde con visiera.”
W. Campbell: “Era stato con il testimone precedente e confermò le sue dichiarazioni. ‘C’era una somiglianza generale tra il prigioniero e quell’uomo, ma non riuscì a identificarlo con certezza.’”
Alex Gillies: “Pallido di pelle, con i capelli scuri e completamente rasato; indossava un cappotto color castoro e un berretto. ‘Il prigioniero gli assomigliava, ma il testimone non poté affermare con certezza che fosse la stessa persona.’”
R. B. Bryson: “Indossava un cappotto nero e una giacca; un cappello a cilindro nero; nessun cappotto sopra. Aveva una barba nera e pendente; pallido di pelle, con un aspetto straniero. (Questo testimone aveva visto quell’uomo la notte prima del delitto; sembrava che stesse guardando le finestre della signorina Gilchrist.)”
A. Nairn: “Spalle larghe, collo lungo; capelli scuri; indossava un berretto da motociclista e un cappotto leggero fino alle ginocchia; non aveva mai visto il viso di quell’uomo. ‘Oh. Non oserei giurarlo, ma sono certo che sia la stessa persona che ho visto. Ma non oso giurare.’”
Signora Liddell: “Naso particolare; pelle chiara, non pallida; completamente rasato; indossava un berretto di tweed marrone e un cappotto di tweed marrone con bordi rifiniti. Un uomo dall’aspetto delicato, ‘un po’ curvo in avanti’. Credeva che il prigioniero fosse quell’uomo; lo aveva visto per strada immediatamente prima del delitto.”
Ecco i dodici testimoni riguardo all’identità di quel misterioso sconosciuto. In primo luogo, non esistono alcune prove che questo individuo che gironzolava per strada avesse davvero a che fare con l’omicidio. È altrettanto probabile che avesse una relazione amorosa e stesse aspettando che la sua ragazza gli corresse incontro. Cosa potrebbe sperare di ottenere un uomo che pianifica un omicidio, stando per notti intere a ottanta o cento metri di distanza dal luogo del crimine, al buio? Ma supponiamo di mettere da parte questo aspetto e di esaminare semplicemente la questione fondamentale: Slater era davvero lo stesso uomo che quel vagabondo? Ci troviamo di fronte a una serie di difficoltà e contraddizioni. Due dei testimoni più precisi sono stati Nairn e Bryson, che hanno visto lo sconosciuto nella sera di domenica precedente l’omicidio. Quella notte, Slater aveva un alibi inattaccabile: non solo confermato dalla ragazza con cui viveva, Antoine, e dal loro servitore Schmalz, ma anche da un conoscente, Samuel Reid, che era stato con lui dalle sei alle dieci e trenta. Queste prove concrete, che sono rimaste invariate anche durante gli interrogatori, dovrebbero confutare completamente le supposizioni riguardo a Slater. Poi ci sono i quattro testimoni della famiglia McHaffie, tutti concordi nell’identificare lo sconosciuto grazie a un particolare tipo di pantaloni e stivali, indumenti che non sono mai stati trovati addosso al prigioniero. Infine, oltre alle discrepanze riguardo alla barba, ci sono anche varie descrizioni di cappelli diversi: baschi, cappelli verdi, cappelli marroni, il tutto lascia un’impressione assai confusa e poco chiara. Questo tipo di prove potrebbe avere qualche valore se integrate da fatti concreti e certi, ma cercare di costruire un caso intero basandosi esclusivamente su tali indizi è come edificare qualcosa su sabbia mobile.
Il lettore possiede già una conoscenza dei fatti, ma durante il processo sono emerse alcune nuove dettagli che possono essere qui elencati. Questi vanno trattati in modo sommario nell’ambito di un argomento del genere; chi desidera una descrizione più completa può trovarla nel resoconto del processo pubblicato da Hodge di Edimburgo e curato con abilità da William Roughead, W.S. Sulla base di questo libro, nonché delle testimonianze dettagliate e degli appunti stenografici relativi alle procedure legali americane, ho condotto la mia analisi del caso. Innanzitutto, riguardo ai movimenti di Slater il giorno del crimine: secondo le sue stesse dichiarazioni e quelle delle donne, iniziò la giornata ricevendo le due lettere già menzionate, che lo spinsero ad accelerare il suo viaggio verso l’America. L’intera giornata sembra essere stata dedicata ai preparativi per la sua partenza imminente; comunicò al proprio servitore Schmalz che sarebbe partito dal sabato successivo. Prima delle cinque (come dimostrava il timbro postale sull’involucro), scrisse a un ufficio postale di Londra, dove aveva depositato del denaro. Alle 6:12 fu inviato un telegramma a suo nome, presumibilmente da lui stesso, dalla Stazione Centrale a Dent, Londra, per ritirare l’orologio che stava venendo riparato. Secondo le testimonianze di due testimoni, alle 6:20 lo videro in una sala da biliardo; il crimine, come si ricorderà, fu commesso alle sette. Rimase nella sala da biliardo per circa dieci minuti e se ne andò tra le 6:30 e le 6:40. Rathman, uno di questi testimoni, dichiarò che in quel momento Slater aveva un mustacchio lungo circa un quarto di pollice, così evidente da non farlo assomigliare affatto a una persona con il viso completamente rasato. Anche Antoine, la sua amante, e Schmalz, il servitore, confermarono che Slater aveva cenato a casa alle sette. La testimonianza della ragazza è senza dubbio dubbia, ma non esiste alcun motivo per cui Schmalz, il servitore licenziato, avrebbe dovuto mentire a favore del suo ex datore di lavoro. La distanza tra l’appartamento di Slater e quello di Miss Gilchrist è di circa un quarto di miglio; dalla sala da biliardo all’appartamento di Slater ci sono circa un miglio. Era necessario che andasse a prendere il martello e lo riportasse indietro, a meno che non lo avesse sempre con sé in tasca tutto il giorno. Ma a meno che le testimonianze delle due donne non vengano completamente ignorate, è sufficiente dimostrare che Slater non aveva il tempo necessario per commettere un crimine del genere e per nascondere le tracce che avrebbe lasciato. Quella sera alle 9:45, Slater era impegnato nella sua abituale attività di tentativo di vincere denaro in qualche piccolo club da gioco. Il proprietario del club non notò alcun segno di disordine nel suo abbigliamento (lo stesso che, secondo l’accusa, indossava al momento del crimine) e giurò che in quel momento Slater aveva un mustacchio corto, “come stoppia”, confermando così le dichiarazioni di Rathman. Si ricorderà che sia Lambie che Barrowman avevano giurato che l’assassino era completamente rasato.
Il 24 dicembre, tre giorni dopo l’omicidio, Slater fu portato nell’ufficio di Cook per negoziare un posto a bordo della “Lusitania” per sé e la sua cosiddetta moglie. Non nascose affatto che avrebbe viaggiato con quella nave, ma fornì il proprio vero nome e indirizzo, dichiarando infine che avrebbe preso il proprio posto a Liverpool, cosa che effettivamente fece. Tra gli altri confidenti a bordo c’era anche un barbiere, l’ultima persona a cui si sarebbe potuto pensare di confidare dei segreti. Certamente, se si fosse trattato di una fuga, è difficile immaginare un modo più evidente per partire. A Liverpool prenotò il proprio viaggio usando lo pseudonimo di Otto Sando; secondo le sue stesse parole, lo fece perché temeva di essere inseguito dalla sua vera moglie e voleva nascondere le proprie tracce. Questa potrebbe essere o meno la verità, ma è indubbiamente certo che Slater, un uomo disonorevole e instabile, aveva già utilizzato diversi pseudonimi nel corso della sua vita. È da notare inoltre che il suo viaggio da Glasgow non fu affatto segreto: portò con sé tutti i suoi bagagli in modo del tutto aperto.
Il lettore ora possiede tutte le informazioni principali, tranne quelle che risultano irrilevanti o ripetitive. Si noterà che, a parte le identificazioni, il cui valore può essere valutato, non esiste alcun legame concreto tra il crimine e l’imputato. Si potrebbe argomentare che la presenza del martello costituisca tale legame; ma quale casa in questo paese è priva di un martello? Bisogna ricordare che, se Slater avesse commesso l’omicidio con quel martello, avrebbe dovuto portarlo con sé per compiere il crimine, poiché non gli sarebbe stato utile per forzare l’ingresso. Ma quale uomo sano di mente, pianificando un omicidio deliberato, porterebbe con sé un’arma leggera, fragile e così lunga da sporgere da qualsiasi tasca? Un sasso qualsiasi lungo la strada sarebbe stato più efficace. Inoltre, quel martello, imbevuto di sangue, doveva essere ancora nella sua tasca al momento della fuga. La Procura non cercò mai di dimostrare l’esistenza di macchie di sangue sulla tasca né il fatto che i vestiti fossero stati bruciati. Se Slater avesse distrutto i vestiti, avrebbe naturalmente distrutto anche il martello. Anche uno dei due medici testimoni della Procura ammise che non si poteva aspettarsi che un’arma del genere causasse ferite del genere.
È possibile che in questa sintesi delle prove io abbia presentato la situazione esclusivamente dal punto di vista della difesa. In risposta, chiedo semplicemente al lettore di prendersi il tempo di leggere le prove complete (“Processo di Oscar Slater”, Hodge & Co., Edimburgo). Se lo farà, si renderà conto che, senza uno sforzo consapevole per presentare argomentazioni particolari, non esiste altra maniera per raccontare questa storia. Da un lato ci sono i fatti; dall’altro, le congetture, le identificazioni insoddisfacenti, gli errori dannosi e i pregiudizi molto forti.
Ora veniamo al processo stesso. Il caso fu presentato dalla Procura dal Lord-Advocate in un discorso che rifletteva fedelmente l’atmosfera di eccitazione del momento. Il discorso era appassionato, e il suo effetto sulla giuria si riflesse nella sentenza finale. Il Lord-Advocate parlò, a quanto ne so, senza appunti; una pratica che può aumentare l’eloquenza ma diminuire l’accuratezza dei fatti. È proprio a questa circostanza che si deve attribuire un errore gravissimo: un’affermazione falsa che, provenendo da una figura così autorevole in tali circostanze, non poteva non lasciare un profondo impatto sugli ascoltatori. Per qualche motivo, questo errore non fu corretto né dal giudice né dall’avvocato difensore. Si trattava dell’unica accusa davvero dannosa; così dannosa che, se fossi stato io nel ruolo dei giurati e l’avessi ritenuta vera, avrei espresso una sentenza sfavorevole al prigioniero. Eppure questa accusa era completamente infondata. Solo in questo caso, a mio parere, ci sono motivi sufficienti per richiedere la revisione della sentenza o per portare i fatti davanti a un tribunale d’appello. Ecco il passaggio dal discorso del Lord-Advocate di cui parlo:
“A quel tempo aveva fornito il proprio nome alla gente di Cook a Glasgow come Oscar Slater. Il 25 dicembre, giorno in cui avrebbe dovuto tornare all’ufficio di Cook, il suo nome, la sua descrizione e tutto il resto apparvero sui giornali di Glasgow; quindi, se voleva garantirsi la sicurezza, l’unica cosa da fare era evitare di tornare all’ufficio di Cook con quel nome. Così fece: preparò tutte le sue cose il 25 dicembre. Per quanto ne sappiamo, non lasciò mai casa da quando lesse quell’articolo fino a poco dopo le sei del pomeriggio, quando andò alla stazione centrale.”
In questo passaggio viene chiaramente fatta questa accusa, e in seguito si ripete che il nome di Oscar Slater fosse effettivamente pubblicato sui giornali, e che quindi egli fuggisse. Una fuga che, ovviamente, avrebbe potuto essere considerata un’ammissione di colpevolezza. Si tratta di un punto di enorme importanza. Eppure, esaminando le date, si scopre che non c’è assolutamente alcuna base per tale accusa. Fu solo la sera del 25 dicembre che anche la polizia venne a conoscenza dell’esistenza di Slater; quasi una settimana dopo il suo nome apparve sui giornali, mentre lui era già in mare, sulle coste atlantiche. Quello che apparve effettivamente il 25 dicembre fu la descrizione del colpevole: “con il viso completamente rasato”, mentre Slater aveva un baffo ben visibile. Perché avrebbe dovuto adottare quella descrizione? E perché avrebbe dovuto rinunciare a un viaggio che aveva già preparato? Questa accusa non regge affatto all’esame. Eppure, se le menti dei giurati fossero state confuse riguardo alle date, l’affermazione ripetuta dal Lord-Advocate che il nome di Slater fosse stato pubblicato prima della sua fuga avrebbe sicuramente avuto un effetto negativo e pregiudizioso.
Alcune delle altre affermazioni del Procuratore Distrettuale sono certamente sorprendenti. Ad esempio, dice: “Il prigioniero è irrimediabilmente incapace di fornire anche un solo testimone che confermi di averlo visto in qualche altro luogo diverso dalla scena dell’omicidio quella notte”. Proviamo a verificare questa affermazione. Ecco le testimonianze di Schmalz, il servitore, riportate per esteso. Posso ribadire che questa donna non aveva alcun obbligo nei confronti di Slater e aveva appena ricevuto una sua comunicazione. Le dichiarazioni della padrona di casa secondo cui Slater era a cena nell’appartamento alle sette della sera dell’omicidio le ignoro, ma non capisco perché la conferma fornita da Schmalz debba essere considerata inesistente dal Procuratore Distrettuale. Il prigioniero potrebbe davvero essere “irrimediabilmente incapace” di fornire prove se i suoi testimoni venissero trattati in questo modo. Ma esiste qualcosa di più concreto e attendibile di questo?
Q: “Di solito tornava a casa per cena?”
A: “Sì, sempre. Le sette erano l’ora abituale.”
Q: “A volte arrivava quasi alle otto?”
A: “È stata colpa mia. Il signor Slater era già dentro.”
Q: “Ma a causa tua la cena veniva servita solo verso le otto?”
A: “No. Il signor Slater era già lì dopo le sette e aspettava la cena.”
Queste testimonianze sembrano molto chiare: l’omicidio è avvenuto intorno alle sette. L’assassino potrebbe essere tornato in strada circa dieci minuti o venti minuti dopo le sette. Ma c’era una certa distanza tra la scena del crimine e l’appartamento di Slater. Se fosse stato lui ad assassinare, difficilmente avrebbe potuto raggiungerlo prima delle sette e mezza al massimo. Eppure Schmalz afferma che Slater era già dentro alle sette, così come Antoine. Le testimonianze di quella donna possono essere valide o meno, ma è difficile capire come si possa sostenere che il prigioniero sia “irrimediabilmente incapace” di fornire prove. Quali altre prove potrebbe avere, se non quelle di tutte le persone che vivevano con lui?
Per il resto, all’Avvocato del Re non fu difficile dimostrare che Slater era un individuo senza valore, che viveva con una donna di dubbia moralità e probabilmente anche a sue spese, che aveva cambiato più volte nome e che, in generale, era un bohémien poco affidabile. Non esistevano prove concrete contro di lui. All’inizio del suo discorso, l’Avvocato del Re dichiarò che avrebbe successivamente spiegato come Slater potesse essere venuto a conoscenza del fatto che la signorina Gilchrist possedeva quei gioielli. Tuttavia, non si fece più menzione dell’argomento e quindi la sua promessa non fu mai mantenuta, sebbene fosse di estrema importanza. In seguito, l’Avvocato del Re affermò che, a giudicare dall’aspetto delle ferite, queste dovevano essere state causate da un piccolo martello; in realtà, però, molte altre armi avrebbero potuto produrre lo stesso effetto. Sottolineò anche che il prigioniero si occupava di mercato di pietre preziose e quindi avrebbe potuto disporre dei proventi di un simile furto. Il criminale, aggiunse, era chiaramente una persona che non conosceva l’interno della casa e non sapeva dove fossero conservati i gioielli. “Questo spiega la presenza del prigioniero in quel luogo. Ma naturalmente, spiega anche quella di praticamente ogni uomo in Scozia.” L’Avvocato del Re riassunse poi le testimonianze riguardanti l’uomo visto da diversi testimoni in strada. “Signori, se quell’uomo fosse stato il colpevole, come potete spiegare la sua presenza lì?” Ovviamente, l’essenziale risiedeva nella frase evidenziata in grassetto: c’era, bisognava ammetterlo, un consenso generale tra i testimoni sul fatto che quell’uomo fosse il colpevole. Ma quale valore aveva tale consenso rispetto a quello che aveva portato all’ingiusta condanna di Beck alla reclusione? L’Avvocato del Re fece molto enfasi sul fatto che la signora Liddell (una delle famiglie Adams) avesse visto un uomo pochi minuti prima dell’omicidio, mentre gironzolava per strada, e lo aveva identificato come Slater. L’abbigliamento di quell’uomo era molto diverso da quello descritto come quello del colpevole: indossava un pesante cappotto in tessuto misto di tweed di colore marrone scuro e un berretto a punta marrone. La signora Liddell aveva inizialmente dichiarato, quando le era stato chiesto se qualcuno nel gruppo presente alla stazione di polizia assomigliasse all’uomo che aveva visto: “Uno, solo leggermente, ” In seguito, come tutte le altre testimoni femminili, divenne più sicura delle sue affermazioni; dichiarò di ricordare molto chiaramente il volto di quell’uomo, ma rifiutò di affermare con certezza se fosse rasato o avesse la barba.
Abbiamo quindi le testimonianze di Lambie, Adams e Barrowman, con i loro limiti e sviluppi, che sono già stati discussi. Poi arriva la questione del cosiddetto “fugio” e del cambio di nome a bordo della nave. Se il prigioniero fosse stato un uomo che non aveva mai cambiato nome prima, questo episodio sarebbe ancora più sorprendente. Tuttavia, le poche informazioni che abbiamo sulla sua vita precedente indicano diversi cambi di nome, e non si è mai suggerito che ciascuno di essi fosse il risultato di un crimine. Sembra che avesse dei debiti a Glasgow e che avesse motivi per allontanarsi dalla persecuzione di una moglie maltrattata. Il Lord-Advocate ha affermato che il cambio di nome “non poteva essere spiegato in modo coerente con l’innocenza”. Questo potrebbe essere vero, ma il cambiamento di nome può sicuramente essere spiegato da motivi meno gravi del crimine. Infine, dopo aver dimostrato chiaramente che Slater era un grande bugiardo e che nessuna delle sue parole andava creduta senza prove a sostegno, il Lord-Advocate concluse dicendo: “La mia conclusione è che questa colpevolezza gli sia stata chiaramente dimostrata; non esiste alcun dubbio, né ragionevoli dubbi, sul fatto che sia stato lui l’autore di questo orribile omicidio”. La sentenza mostrò che la giuria, sotto l’influenza dell’eloquenza del Lord-Advocate, condivideva questa opinione; tuttavia, se considerata con maggiore distacco, è difficile capire su quali basi abbia potuto fare una dichiarazione così sicura.
Il signor M’Clure, che ha condotto la difesa, ha detto il vero quando, all’inizio del suo discorso, ha dichiarato di “dover combattere una battaglia estremamente ingiusta contro i pregiudizi pubblici, suscitati da un’ira che non ricordo di aver mai visto in altri casi”. Eppure ha combattuto questa battaglia con coraggio e con scrupolosa moderazione. Le sue argomentazioni si basavano esclusivamente sulla ragione, mai sull’emozione. Ha dimostrato chiaramente come il prigioniero avesse espresso l’intenzione di andare in America settimane prima dell’omicidio e come tutte le preparative fossero state fatte; il giorno dopo l’omicidio aveva detto ai testimoni che sarebbe partito per l’America e aveva discusso i vantaggi delle varie rotte, fino a indicare con precisione la nave su cui alla fine è effettivamente salpato. Un comportamento davvero insolito per un fuggitivo dalla giustizia. Il signor M’Clure ha descritto in dettaglio le mosse del prigioniero nella notte dell’omicidio, dimostrando che indossava esattamente gli stessi abiti di cui la tesi dell’accusa sosteneva fossero stati utilizzati per commettere il crimine. Come se un simile atto potesse essere compiuto senza lasciare tracce. Ha inoltre evidenziato (è un dettaglio insignificante, ma umano) che l’ultima cosa che Slater fece a Glasgow fu prendersi la briga di procurarsi una banconota da cinque sterline per inviarla come regalo di Natale ai suoi genitori in Germania. Un uomo capace di fare una cosa del genere non poteva essere completamente cattivo. Infine, il signor M’Clure ha esposto con chiarezza le molte incongruenze presenti nelle prove relative all’identificazione dei colpevoli e ha avvertito seriamente la giuria sui pericoli che spesso si nascondono in questo tipo di prove. In definitiva, è stata una risposta completa e approfondita. Anche se, data la complessità dell’argomento, è naturale che alcuni aspetti siano stati trascurati. Ad esempio, l’avvocato non si sofferma a sufficienza su questioni come il fatto che l’accusa non abbia dimostrato in alcun modo come Slater potesse essere a conoscenza dell’esistenza di Miss Gilchrist e dei suoi gioielli, né come sia riuscito ad entrare nell’appartamento, né cosa ne sia stato del broccio che, secondo la loro tesi, avrebbe portato via con sé. Non sarebbe gentile suggerire ulteriori aggiunte a una difesa così appassionata; inoltre, chi si basa soltanto su resoconti scritti dell’evento potrebbe perdere di vista alcuni argomenti che effettivamente sono stati sollevati, ma non registrati ufficialmente.
Solo su un punto si può mettere in discussione il giudizio del signor M’Clure, e cioè sul punto più difficile che un avvocato difensore possa mai dover affrontare: non ha fatto sedere il suo cliente nella gabbia dei testimoni. Questo dovrebbe essere considerato senza dubbio un segno di debolezza da parte sua. Non ho alcun modo di sapere quali motivi abbiano portato il signor M’Clure a prendere questa decisione; certamente, essa è stata svantaggiosa per il suo cliente. Nel memorandum eccezionale presentato dall’avvocato di Slater, il defunto signor Spiers, si afferma, con la piena consapevolezza che quell’avvocato aveva, che Slater era sempre stato desideroso di fornire prove a proprio favore. “Il suo avvocato gli consigliò di non farlo, ma non per motivi legati alla sua colpevolezza. Slater aveva affrontato una durissima prova durante il processo, durato quattro giorni; parlava un inglese piuttosto stentato, sebbene comprensibile, con un accento straniero, e si trovava in stato di detenzione da gennaio.” Bisogna ammettere che questi motivi non sono affatto convincenti. È molto più probabile che l’avvocato abbia ritenuto che le prove puramente negative che il suo cliente avrebbe potuto fornire riguardo al crimine sarebbero state compensate dal lungo racconto di relazioni amorose squallide e comportamenti disonorevoli che sarebbero venuti alla luce durante l’interrogatorio, influenzando negativamente l’opinione di una giuria rispettabile di Edimburgo. Eppure, forse, l’avvocato non ha considerato a sufficienza il pregiudizio che deriva – e con ragione – da chi evita di comparire nella gabbia dei testimoni. Questo pregiudizio avrebbe potuto essere mitigato se fosse stato chiarito meglio che Slater era venuto volontariamente ad affrontare il processo, senza attendere il risultato delle procedure di estradizione. Resta poi la conclusione del giudice Lord Guthrie. Sua Signoria espose l’ipotesi che l’assassino potesse essere entrato nell’appartamento senza alcuna intenzione di commettere un omicidio; questa è certamente possibile, ma estremamente improbabile. Commentò con grande severità il carattere generale di Slater. Nella sua conclusione del processo, riassunse i fatti in modo imparziale, concludendo: “Suppongo che tutti voi riteniate che il prigioniero possa essere l’assassino. È molto probabile che lo pensiate davvero. Tuttavia, questo non vi dà il diritto di condannarlo. L’accusa ha il dovere di dimostrare che egli sia effettivamente l’assassino. Questo è ciò che dovete considerare. Se ritenete che non esistano dubbi ragionevoli al riguardo, lo condannerete; se invece ne esistono, lo assolverete.” In un’ora e dieci minuti, la giuria prese la sua decisione: con maggioranza dei voti, dichiarò il prigioniero colpevole. Dei quindici giurati, nove erano a favore della condanna, cinque ritenevano che le prove non fossero sufficienti e uno era per l’assoluzione. Secondo la legge inglese, sarebbe stato necessario un nuovo processo, che avrebbe potuto terminare, come nel caso di Gardiner, con l’assoluzione completa del prigioniero. Secondo la legge scozzese, invece, il verdetto della maggioranza era valido.
“Non so assolutamente nulla di questa faccenda,” gridò il prigioniero in un accesso di disperazione. “Non ho mai sentito quel nome. Non so nulla al riguardo. Non capisco come potrei essere collegato a questa storia. Sono venuto dall’America per conto mio. Non posso dire altro.”
La pena di morte fu quindi pronunciata. Si dice che il verdetto fosse una totale sorpresa per la maggior parte delle persone presenti in tribunale, e certamente lo è anche oggi, se si considera tutto ciò che è accaduto dopo. Non riesco a capire come un uomo ragionevole, esaminando attentamente le prove, possa negare che, quando il povero prigioniero gridò “Non so nulla di questa faccenda”, potesse benissimo dire la verità letterale.
Consideriamo quella mostruosa coincidenza che sembrava dimostrare la sua colpevolezza: per errore, a causa di un broccio, la polizia iniziò le indagini seguendo la pista giusta. Ma quale delle due ipotesi è più plausibile? Che una coincidenza del genere possa verificarsi davvero, oppure che la polizia, essendosi già convinta della sua colpevolezza, rifiutasse di ammettere i propri errori e continuasse a sperare che delle vaghe identificazioni di un straniero dall’aspetto insolito potessero giustificare le sue azioni iniziali? Oltre a queste identificazioni, non esiste alcuna prova che possa collegare Slater al delitto, né che dimostri che lui sapesse, o avesse modo di sapere, dell’esistenza di una persona come Miss Gilchrist.
Il memoriale straordinario presentato dagli avvocati della difesa per ottenere la sospensione della pena fu firmato da 20.000 cittadini e riuscì effettivamente a far commutare la condanna a morte in reclusione a vita. La sentenza fu emessa il 6 maggio; per venti giorni l’uomo rimase nella incertezza, mentre il provvedimento di sospensione arrivò soltanto il 26 maggio, appena ventiquattro ore prima dell’esecuzione. L’8 luglio Slater fu trasferito nel carcere di Peterhead, dove è rimasto fino ad oggi.
Non posso fare a meno di confrontare, nella mia mente, il caso di Oscar Slater con un altro che ho avuto l’occasione di esaminare: quello di George Edalji. Devo ammettere che non appartengono alla stessa categoria. George Edalji era un giovane dal carattere esemplare; Oscar Slater, invece, era un farabutto. George Edalji era fisicamente impossibilitato a commettere il crimine per cui ha subito tre anni di prigione (anni durante i quali, dopo essere stato dimostrato innocente, non ha ricevuto nemmeno una sterlina di risarcimento dallo Stato). Oscar Slater avrebbe potuto effettivamente commettere l’omicidio, ma il bilancio delle prove e delle probabilità sembra decisamente sfavorevole a questa ipotesi. Pertanto, non si può provare lo stesso profondo senso di ingiustizia in questo caso. Eppure, spero che, per amore della giustizia e anche dell’intelligenza, il verdetto possa essere riesaminato in qualche modo, permettendo a quest’uomo di espiare quelle irregolarità nella sua vita che hanno contribuito a rendere possibile la sua condanna.
Prima di concludere questo caso, è interessante vedere fino a che punto si possa ricostruire questa strana vicenda e se sia possibile gettare qualche luce su di essa. Utilizzando materiale di seconda mano, non si può sperare di fare altro che indicare alcune possibilità che forse sono già state prese in considerazione dalla polizia. Il problema, tuttavia, con tutte le azioni penali condotte dalla polizia è che, una volta individuato ciò che ritengono essere il colpevole, non sono disposti ad esaminare altre possibili piste di indagine. Tutto ciò che non si adatta alla teoria ufficiale rischia di essere escluso. Si potrebbero fare alcuni commenti isolati su questo caso che, almeno, potrebbero suscitare interessanti riflessioni.
Una domanda che bisogna porsi è se l’assassino fosse davvero interessato alle gioielli. Si potrebbe sostenere che il tipo di persona descritto dai testimoni non corrisponda affatto a quello di un comune ladro. Quando è entrato in camera da letto e ha acceso il gas, non ha immediatamente preso l’orologio e gli anelli che erano apertamente esposti sul comodino; non ha nemmeno raccolto una moneta d’oro che si trovava sul tavolo da pranzo. La sua attenzione era rivolta a una scatola di legno, la cui copertura ha strappato via con forza, (Questo, credo, sia stato il “rumore di stecche spezzate” sentito da Adams.) I documenti presenti nella scatola erano sparsi sul pavimento. Forse quei documenti erano l’obiettivo principale dell’assassino, mentre il rubare un solo braccialetto di diamanti era soltanto un atto casuale? Personalmente, posso soltanto indicare la possibilità di una tale spiegazione. D’altra parte, si potrebbe sostenere che, se le azioni del ladro sembrano prive di senso, forse Adams aveva già suonato il campanello e si trovava in una situazione disperata. Si potrebbe anche dire che, a meno di un testamento, sarebbe difficile immaginare quale documento possa giustificare un simile atto; mentre i gioielli, invece, rappresentavano un obiettivo ovvio per chiunque ne conoscesse l’esistenza.
Supponendo che l’assassino cercasse davvero le gioielli, è molto significativo notare la sua conoscenza della loro posizione, nonché i limiti di tale conoscenza. Perché è andato direttamente nella camera degli ospiti, dove in realtà erano conservate le gioielli? La stessa domanda si può porre anche nel caso in cui cercasse dei documenti: perché proprio quella stanza? Qualsiasi informazione ottenuta dall’esterno (ad esempio da qualcuno che osservava dal giardino) sarebbe stata sufficiente per individuare quale fosse la camera della vecchia signora; ci si aspetterebbe quindi che un ladro, avendo ottenuto tali informazioni, andasse direttamente lì. Invece, quell’uomo ha scelto una stanza improbabile, dove in realtà si trovavano sia le gioielli che i documenti. Non è forse questo molto significativo? Non suggerisce forse un precedente conoscenza dell’interno dell’appartamento e delle abitudini della sua proprietaria?
Ma osserviamo anche i limiti di questa conoscenza: se cercava davvero le gioielli, sapeva in quale stanza si trovavano, ma non esattamente dove. Una conoscenza più approfondita gli avrebbe rivelato che erano nascoste nell’armadio; invece ha cercato in una scatola. Se cercava i documenti, le sue informazioni erano complete; ma se cercava davvero le gioielli, allora possiamo dire che aveva una conoscenza superficiale delle abitudini domestiche della proprietaria dell’appartamento. Inoltre, sembra che ignorasse completamente le abitudini delle persone che vi vivevano: altrimenti avrebbe sicuramente scelto un momento in cui la ragazza sarebbe tornata a casa molto presto per tentare il furto. Chi aveva mai visitato quell’appartamento? Il numero di persone doveva essere molto limitato. Amici, artigiani, idraulici. Chi aveva riportato indietro le gioielli dopo che erano state depositate dal gioielliere, ogni anno quando la vecchia signora andava in campagna? Non si vuole lanciare accuse vaghe che possano causare dolore a persone innocenti; tuttavia è evidente che ci sono delle piste da seguire, anche se i risultati potrebbero rivelarsi negativi.
Come è riuscito l’assassino ad entrare, se Lambie ha ragione nel pensare di aver chiuso tutte le porte? Non posso fare a meno della conclusione che avesse delle chiavi duplicate. In quel caso tutto diventa comprensibile: la vecchia signora – la cui mente era del tutto normale – avrebbe sentito il rumore della porta che si apriva, ma non si sarebbe allarmata, pensando che Lambie fosse tornata prima del previsto. Quindi avrebbe scoperto di essere in pericolo solo quando l’assassino sarebbe entrato nella stanza, e probabilmente non avrebbe avuto il tempo di alzarsi, ricevere il primo colpo e cadere, come è stata trovata accanto alla sedia su cui stava seduta. Questo sembra plausibile. Ma se non avesse avuto le chiavi, quali difficoltà avrebbe incontrato? Se la vecchia signora avesse aperto la porta dell’appartamento, il suo corpo sarebbe stato trovato nel corridoio. Pertanto, la polizia è stata costretta ad ipotizzare che la donna abbia sentito il campanello, abbia aperto la porta del piano inferiore dall’alto (come si può fare in tutti gli appartamenti scozzesi), abbia aperto l’appartamento senza nemmeno guardare le scale illuminate per vedere chi stesse salendo, e sia poi tornata alla sua sedia e al suo giornale, lasciando la porta aperta. Il tutto è possibile, ma non è forse estremamente improbabile? La signorina Gilchrist, essendo preoccupata per un possibile furto, non avrebbe trascurato alcuna precauzione. Il campanello aveva suonato subito dopo la partenza della domestica. Era difficile che pensasse si trattasse del suo ritorno, soprattutto considerando che la ragazza aveva le chiavi e quindi non avrebbe avuto bisogno di suonare. Se fosse andata fino alla porta d’ingresso per aprirla, avrebbe avuto solo bisogno di fare un altro passo per vedere chi stesse salendo le scale. Non l’avrebbe fatto nemmeno solo per dire: “Ma che cosa, hai dimenticato le chiavi?” È davvero difficile credere che una vecchia signora nervosa apra entrambe le porte senza guardare chi la sta cercando, e poi torni nel suo salotto a leggere il suo giornale.
E consideriamo la situazione dal punto di vista dell’assassino. Aveva pianificato ogni dettaglio delle sue azioni. È noto che è estremamente facile aprire la porta inferiore di un appartamento dello stile scozzese: qualsiasi coltello a punta sottile può farlo. Se avesse dovuto contare sul suono del campanello per raggiungere la sua vittima, sarebbe stato senz’altro meglio che suonasse alla porta superiore, poiché in caso contrario c’era una grande probabilità che lei guardasse giù, lo vedesse salire le scale e si chiudesse dentro. D’altra parte, se fosse stato alla porta superiore e lei avesse risposto, gli sarebbe bastato spingersi dentro. Pertanto, questa seconda opzione sarebbe stata la più logica se avesse deciso di suonare il campanello. Eppure, secondo la teoria della polizia, lui avrebbe suonato dal basso. Ma questo non è certo ciò che avrebbe fatto; inoltre, anche se l’avesse fatto, sarebbe stato molto improbabile che riuscisse ad entrare. Come poteva pensare che la vecchia signora avrebbe fatto una cosa del genere, lasciare la porta aperta e tornare a leggere? Se avesse aspettato, avrebbe potuto anche chiuderla proprio nel momento in cui lui fosse arrivato. Se si considerano tutti questi fattori, è difficile non concludere che l’assassino avesse le chiavi, e che la vecchia signora non si sia alzata dalla sedia fino all’ultimo istante, poiché, sentendo le chiavi alla porta, ha pensato che fosse tornata la domestica. Ma se aveva davvero le chiavi, come ha fatto ad ottenere il modello necessario per fabbricarle? C’è qui un aspetto da indagare. Le uniche ipotesi plausibili sono che l’assassino fosse già nascosto nell’appartamento quando è arrivata Lambie, ma non esistono prove a sostegno di questa teoria, oppure che il visitatore fosse qualcuno che la vecchia signora conosceva, nel qual caso sarebbe stato naturalmente fatto entrare.
C’erano ancora uno o due aspetti particolari che richiedevano spiegazioni. Uno di questi, di cui ho già accennato casualmente, era il fatto che né la partita a dadi, né la scatola in cui venivano conservati, né la scatola aperta nella camera da letto presentavano tracce di sangue. Eppure il crimine era stato estremamente violento. Questo è certamente molto strano. Una spiegazione fornita dal dottor Adams, il primo medico ad esaminare il corpo della vittima, merita attenzione: egli riteneva che le ferite potessero essere state causate da oggetti appuntiti inseriti verso il basso dalla gamba di una sedia; in questo caso, il sedile della sedia avrebbe evitato che i vestiti e, in parte, anche le mani dell’assassino venissero macchiati di sangue. La condizione di una delle sedie sembrava confermare questa ipotesi. L’esplicazione è ingegnosa, ma devo ammettere di non riuscire a capire come tali ferite possano essere state inflitte con un simile strumento. In particolare, c’erano diverse ferite a forma di filo, separate da una striscia di pelle, il che era molto significativo. La mia prima ipotesi riguardo all’arma utilizzata sarebbe stata una leva da ladro, con una parte biforcuta; il colpo che aveva spinto l’occhio della donna nella sua testa avrebbe potuto essere stato inferto dall’altra estremità. In assenza di una leva, avrei scelto un martello, ma un martello molto diverso da quello giocattolo esibito in tribunale. Ogni buon senso direbbe che un simile strumento potrebbe rompere un occhio, ma certamente non spingerlo così profondamente nel cervello, dato che la parte corta dell’arma non sarebbe in grado di penetrare a tale distanza. Il martello che ricostruirei sulla base delle ferite sarebbe quello che si chiama, credo, un martello da muratore: con un manico corto e una testa lunga e robusta, dotata anche di una parte appuntita sul retro. Ma come possa essere stato utilizzato un simile strumento senza che l’assassino ne riportasse tracce, questo è qualcosa che non riesco a spiegare. Non si è mai capito perché fosse stata stesa una coperta di tappeto sopra la donna assassinata. L’assassino, come dimostrava il suo comportamento con Lambie e Adams, era una persona estremamente calma e controllata. È almeno possibile che abbia utilizzato il tappeto come scudo tra sé e la vittima mentre la colpiva con l’arma. In questo modo, i suoi vestiti, se non le sue mani, sarebbero rimasti intatti.
Ho detto che è di fondamentale importanza scoprire chi fosse a conoscenza dell’esistenza dei gioielli, poiché questo potrebbe aiutare molto nella risoluzione del caso. A questo proposito, c’è un passaggio nelle dichiarazioni di Lambie a New York che merita attenzione. Lo riporto qui, semplificandolo dove necessario:
Q.: “Conosce a Glasgow un uomo di nome, ”
R.: “Sì, signore.”
Q.: “Che lavoro fa?”
R.: “È un bookmaker.”
Q.: “Quando l’ha incontrato per la prima volta?”
R.: “In una festa.”
Q.: “Di che tipo di festa?”
R.: “Una festa di Capodanno.”
Q.: “Quando l’ha rivisto dopo quella volta?”
R:“All’inizio di giugno.”
Q.: “Dove?”
R.: “A Glasgow.”
Q.: “In un angolo di strada?”
R.: “No, è venuto direttamente a casa mia, in Prince’s Street.”
Q.: “Nella casa della signorina Gilchrist?”
R.: “Sì, signore.”
Q: “È stata la prima volta dopo il ballo?”
R: “Sì, signore.”
Q: “Neghi di aver avuto un incontro con lui tramite una lettera che hai ricevuto da lui in un angolo di strada a Glasgow?”
R: “Ho ricevuto una lettera.”
Q: “Per incontrarlo in un angolo di strada?”
R: “Sì.”
Q: “Il primo incontro dopo il ballo?”
R: “Sì.”
Q: “E vi siete incontrati lì?”
R: “Sì.”
Q: “E siete usciti insieme?”
R: “No, non sono uscito con lui.”
Q: “Ma siete andati da qualche parte insieme, vero?”
R: “Sì, avevamo appuntamento per domenica.”
Q: “Sapevi qualcosa di quell’uomo?”
R: “Sì, signore.”
Q: “Cosa sapevi di lui?”
R: “Non molto.”
Q: “Quante volte è venuto a trovarti a casa della signorina Gilchrist?”
R: “Una volta.”
Q: “Ne sei sicuro?”
R: “Sì, ne sono sicuro.”
Q: “Non è venuto anche a prendere il tè da lei nel suo appartamento?”
R: “Quello è stato sulla Costa.”
Q: “Allora è venuto a trovarti nella casa estiva della signorina Gilchrist?”
R: “Sì.”
Q: “Quante volte?”
R: “Una volta.”
Q: “Ha incontrato anche la signorina Gilchrist in quel momento?”
R: “Sì, signore.”
Q: “L’hai presentato tu?”
R: “Sì, signore.”
Q: “Indossava quel broccio di diamanti?”
R: “Non me lo ricordo.”
Q. “Quando l’hai visto per l’ultima volta?”
A. “La prima settimana di settembre.”
Q. “A Glasgow?”
A. “Sì, signore.”
Q. “Su appuntamento?”
A. “Sì.”
Q. “Quando, esattamente?”
A. “Da allora non l’ho più visto.”
Q. “E dici che ha chiamato solo una volta a quella casa di campagna?”
A. “Una sola volta, signore.”
Q. “Nella tua dichiarazione a Glasgow hai detto: ‘Mi ha visitato a Girvan e abbiamo bevuto il tè insieme sabato sera; domenica sera abbiamo cenato insieme a me e a Miss Gilchrist.’”
A. “Sì, signore.”
Q. “Quindi l’hai visto più di una volta in campagna, ”
A. “Una sola volta.”
L’avvocato rilesse l’estratto.
Q. “È vero?”
A. “Sì.”
Q. “Allora hai invitato quest’uomo a prendere il tè nella casa estiva di Miss Gilchrist, ”
A. “Sì.”
Q. “Sabato sera?”
A. “Sì.”
Q. “E anche domenica sera?”
A. “Non c’era.”
Q. “Domenica l’hai invitato a cena con te e Miss Gilchrist, giusto?”
A. “Sì, signore. Ma non sono stato io ad invitarlo.”
Q. “Allora chi l’ha invitato?”
A. “Miss Gilchrist.”
Q. “L’avevi presentata a lui?”
A. “Sì, signore.”
Q. “Era tuo amico, vero?”
A. “Sì, signore.”
Q. “Lei non sapeva nulla di lui?”
A. “No.”
Q. “L’ha portato lì su tua raccomandazione?”
A. “Sì.”
Q: “Ha indossato i suoi diamanti a questa cena?”
R: “Non me lo ricordo.”
Q: “Gli hai detto che era una donna ricca?”
R: “Sì.”
Q: “Gli hai detto che possedeva moltissimi gioielli?”
R: “Sì.”
Q: “Hai mai sospettato di questo uomo?”
R: “Mai.”
Q: “Conosci qualche altro uomo che conoscesse così bene quegli ambienti, la ricchezza della signora anziana, i suoi gioielli e il modo per entrare in quella casa?”
R: “No, signore.”
Q: “L’uomo che hai incontrato nel corridoio era lui?”
R: “No, signore.”
Questa è una sintesi di un’interessantissima e approfondita parte dell’interrogatorio incrociato che rivela diverse cose. Una riguarda le qualità di Lambie come testimone; un’altra mostra una scena molto curiosa: la vecchia signora, il bookmaker e la cameriera seduti insieme a cena. L’ultima e più importante scoperta è che informazioni sui gioielli erano trapelate. Non esistono accuse concrete contro l’uomo stesso; la polizia ha indagato e le sue conclusioni sono state definitive, condivise anche da coloro responsabili della difesa. Ma si può davvero credere che, nei mesi trascorsi tra il momento in cui quell’uomo acquisì queste informazioni e l’attuazione del crimine, non abbia mai raccontato a nessun amico quella strana storia della vecchia signora solitaria e dei suoi tesori? L’avrebbe fatto senza alcuna malizia: era una cosa del tutto naturale da fare. Tuttavia, per la prima volta in questo caso sembra emergere un legame tra causa ed effetto, una connessione tra la donna morta e persone esterne che avevano modo di conoscere la sua situazione particolare.
C’è ancora un passaggio dell’interrogatorio incrociato di Lambie, questa volta tratto dal processo di Edimburgo, che vorrei citare. Non è apparso negli Stati Uniti, proprio come l’estrazione americana già menzionata non è stata pubblicata a Edimburgo. Ora vengono presentate entrambe insieme:
Q.: “La signorina Gilchrist aveva un cane?”
R.: “Sì, un terrier irlandese.”
Q.: “Che ne è stato?”
R.: “È stato avvelenato.”
Q.: “Quando è successo?”
R.: “Credo il 7 o l’8 settembre.”
Q.: “Si pensava che fosse stato qualcuno a farlo?”
R.: “Non lo penso; forse aveva mangiato qualcosa di velenoso, ma la signorina Gilchrist riteneva che fosse stato avvelenato intenzionalmente.”
Q.: “L’obiettivo era uccidere il cane da guardia, ”
R.: “Non lo ha detto esplicitamente.”
Si ricordi che Slater non arrivò a Glasgow fino alla fine di ottobre di quell’anno; le sue precedenti residenze in città risalivano ai periodi 1901 e 1905. Se il cane era davvero stato avvelenato in previsione del crimine, lui, almeno, non poteva averci nulla a che fare.
C’è un altro elemento di prova che potrebbe essere importante, o forse no. Si tratta del testimone della signorina Brown, l’insegnante. Questa donna è stata chiamata in tribunale, ma nessuna delle parti l’ha citata, poiché le sue dichiarazioni non erano utili né all’accusa né alla difesa. Ha riferito che, nella notte dell’omicidio, verso le sette e dieci, aveva visto due uomini allontanarsi dalla scena del crimine. Uno di questi uomini corrispondeva perfettamente alla descrizione iniziale del colpevole, prima che venisse modificata da Barrowman: di statura media, con capelli scuri e barba rasata, indossava un cappotto grigio lungo fino alle ginocchia, un berretto di tweed scuro e aveva entrambe le mani nelle tasche. Qui abbiamo quindi una descrizione precisa dell’assassino; se la signorina Brown avesse affermato che quell’uomo era il prigioniero, sarebbe stata una testimonianza molto efficace a sostegno dell’accusa. Tuttavia, la signorina Brown ha identificato Oscar Slater come il secondo uomo, descrivendolo come “un individuo con capelli scuri e lucidi, un cappotto blu navy con colletto di velluto, pantaloni scuri e stivali neri; aveva qualcosa in mano che sembrava più simile a una mazza che a un bastone da passeggio”. Si potrebbe supporre che quell’oggetto fosse il suo cappello, visto che la descrizione indica che l’uomo era a capo scoperto. L’unica conclusione possibile è che, se il secondo uomo era davvero Slater, allora certamente non era l’assassino vero e proprio: i suoi abiti infatti corrispondevano più alla descrizione del primo uomo che a quella del secondo. Ai nostri occhi, tutti gli stranieri di pelle scura sembrano simili tra loro; quindi è plausibile che ci fosse davvero un individuo di pelle scura coinvolto in questo caso. L’ipotesi che ci fossero due complici – uno dei quali aveva pianificato il crimine e l’altro lo aveva compiuto – è del tutto ragionevole. La testimonianza della signorina Brown non contraddice necessariamente quella di Barrowman; anzi, sembra plausibile che il secondo uomo si sia unito all’assassino a una certa distanza dalla scena del crimine. Tuttavia, poiché non è stata effettuata alcuna controinterrogazione, è difficile valutare la credibilità di questa testimonianza.
Per concludere, devo dire che in nulla di ciò che è stato detto in questa discussione ho avuto l’intenzione di ferire i sentimenti o di usurpare le funzioni di alcuno, né della polizia né del tribunale penale che si sono occupati di questo caso. È difficile discutere di queste questioni da un punto di vista oggettivo senza offendere nessuno. So bene che è più facile teorizzare da lontano che affrontare concretamente un caso, sia come detective che come avvocato. Lascio la questione alla vostra considerazione nella speranza che, anche dopo molti giorni, possa emergere qualche elemento nuovo in grado di gettare luce su un crimine così brutale e spietato come mai è stato registrato in quegli annali oscuri nei quali i criminologi trovano materiale per le loro ricerche. Nel frattempo, spetta alle autorità – e, in ultima analisi, alla comunità – riesaminare questa sentenza, emessa nelle circostanze che ho descritto.
Arthur Conan Doyle
Windlesham, Crowborough. Copia della memoria per la revisione della sentenza
UNTO THE RIGHT HONOURABLE LORD PENTLAND, HIS MAJESTY’S SECRETARY OF STATE FOR SCOTLAND MEMORIAL ON BEHALF OF OSCAR SLATER THIS Memorial is humbly presented on behalf of Oscar Slater presently a Prisoner in the Prison of Glasgow, who was, in the High Court of Justiciary at Edinburgh, on Thursday, the sixth day of May, Nineteen hundred and nine, found guilty of the charge of murdering Miss Marion Gilchrist in her house in West Princes Street, Glasgow, and sentenced to death. The Prisoner is a Jew, and was born in Germany. He is 37 years of age. The Jury returned a verdict of “ Guilty “ by a majority of nine to six, and the legal advisers of the condemned man hold a very strong opinion that the verdict of the majority of the Jury was not in accordance with the evidence led, and that this evidence was quite insufficient to identify the Prisoner with the murderer, and so to establish the Prisoner’s guilt. This view, they believe, is shared by the general public of all classes in Scotland, and by the Glasgow press (vide leading article in The Glasgow Herald of 7th May, 1909, sent herewith). Your Memorialist has endeavoured in this paper to deal with the matter as briefly and with as little argument as possible; but in view of the fact that the trial of the Prisoner occupied four days, it is inevitable that the Memorial should extend to some length. It is common ground that the late Miss Gilchrist, a lady of about 82 years of age, resided alone with her domestic servant, Nellie Lambie, a girl of about 21 years of age. According to the evidence of Lambie, the latter left Miss Gilchrist alone in the house at seven o’clock on the evening of 21st December, 1908, and went to purchase an evening paper. Lambie deponed that she securely shut the house door behind her, and also the door at the close, or street entry; that she was only absent about ten minutes; that on returning about ten minutes past seven o’clock she found the close door open; that upon ascending the stair she found Mr. Adams, a gentleman who resides in the flat below, standing at Miss Gilchrist’s house door; that Adams informed her that he had gone up to Miss Gilchrist’s door because he had heard knocking on the floor of Miss Gilchrist’s house, and had rung the bell, but that he could obtain no admittance; that the lobby was lighted by one gas jet turned half up, but giving a good light; that Lambie thereupon opened the house door with her keys; that upon the door being opened a man came through the lobby or hall of Miss Gilchrist’s house, passed Lambie and Adams, went downstairs, and disappeared; and that, upon Lambie and Adams entering the house, they found Miss Gilchrist lying on the dining-room floor dead, her head having been smashed. Upon the Wednesday following the murder (23rd December, 1908), the Glasgow Police were informed by a message girl named Mary Barrowman (about 15 years of age), that she had seen a man wearing a Donegal hat and a light coat running out of the close which leads from the street to Miss Gilchrist’s house shortly after seven o’clock on the night of the murder; that the man passed her, running at top speed; that she noticed that he was dark, and clean shaven, and that his nose was twisted towards the right side. The servant Lambie had also informed the Police that a gold crescent brooch, set in diamonds, had disappeared from Miss Gilchrist’s house on the night of the murder, and that this was all of Miss Gilchrist’s property that she missed. These statements were published in the Glasgow newspapers on Friday, 25th December, 1908, and following upon this the witness Allan Maclean, a member of a club to which Slater be- longed, informed the Police that Slater’s appearance somewhat corresponded with the description advertised, and that he had been trying to sell a pawn ticket for a diamond brooch. Following up this clue, the Police went to Slater’s house at 69, St. George’s Road, Glasgow, on the night of Friday, 25th December, and learned that he and Miss Andree Antoine, with whom he had been cohabiting, had left Glasgow that night with their belongings. The Police thereafter ascertained that Slater had sailed on the “ Lusitania “ for New York from Liverpool on Saturday, 26th December, and cabled to the Authorities at New York to detain and search him on his arrival. This was done, and the pawn ticket, which he had been trying to sell, was found upon him, but turned out to be a pawn ticket for a brooch which belonged to Miss Antoine, had never belonged to Miss Gilchrist, and had been pawned a considerable time before the murder. Proceedings, however, were instituted for Slater’s extradition. The witnesses Lambie, Adams, and Barrowman gave evidence in America, purporting to identify him as the man seen leaving Miss Gilchrist’s house, and Slater was (he states of his own consent) extradited, and brought back to Scotland for trial. An advertisement was published by the Authorities in Glasgow offering a reward of £200 for information which would lead to the arrest of the murderer. The only evidence against Slater, which might be called direct evidence, was the evidence of the persons who saw a man walk out of the lobby or hall in Miss Gilchrist’s house on the night of the murder (Lambie and Adams), or leaving the close leading therefrom, or running along the street (Barrowman). At the trials Lambie professed to identify Slater, as the man whom she had seen leaving the house, by the side of his face. It was put to her, however, and clearly proved, that when she gave evidence in New York in the extradition proceedings she stated in Court there that she did not see the man’s face, and professed to identify him by his walk. When Slater’s own coat, the one found in his luggage, was shown to her at the trial, she at once remarked, even before it was unrolled, that it was not like the coat the man in the lobby wore — it was the coat. It was obviously impossible that she knew it to be the same coat. Lord Guthrie referred to this in his charge to the jury as a typical example of the nature of her evidence. With regard to the positive nature of her evidence generally, it is interesting to note that her first answer in America, when asked if she saw the man, was, “ One is very suspicious, if any thing,” She stated that, when she saw Slater in the Central Police Office at Glasgow, she recognised him in his “own coat” It was proved that he was not then wearing his own coat, but one with which he had been dressed for identification purposes. The witness only saw the man who was leaving the house for a moment or two. Adams and she contradicted each other as to where she was when the man walked across the lobby. Adams deponed that she was by the lobby clock and walking towards the kitchen. If so, she must practically have had her back to the man. She says she was on the threshold of the door. In any event, her view was momentary. The witness Adams, who deponed that he had a better view of the man in the house than Lambie, stated at the trial that he, standing at the threshold, saw the man’s face as he approached, that their eyes met, and that the man walked slowly towards him, face to face, but Adams would not go further than to say that Slater resembled the man very much. He is superior to Lambie and Barrowman in years, education and intelligence. Your Memorialist begs to emphasise the fact that this witness had a much better view of the man than any of the other witnesses. The witness Barrowman stated at the trial that the man ran out of the close and rushed past her at top speed, brushing against her, and that he had his hat pulled well down over his forehead. The witness is a message girl, about 15 years of age. She also stated that the man had on brown boots, a Donegal hat, and a fawn coat, and that he was dark and clean shaven, and that his nose had a twist to the right. She professed to have noticed all these things as he rushed past her at top speed. At the trial this witness stated in cross-examination (1) that she was proceeding in the opposite direction from the man, to deliver a parcel, but that she turned and went some distance after him; that she thought he was probably going to catch a tram- car; but she could not explain why she should go out of her way to turn and follow a man running for a car in a busy city like Glasgow; and (2) that, although the girl Lambie and she had occupied the same cabin on the voyage to America, which lasted about twelve days, she had not once discussed the appearance of the man, and that no one had warned her not to do so. These two statements do not impress your Memorialist as bearing the stamp of truth. This girl started the description of the twisted nose. She is the only witness who refers to it. Her view of the man’s face must necessarily have been momentary. Slater’s nose cannot properly be described as “twisted to the right.” It has a noticeable prominence in the centre. * All of these three witnesses had, as has been said, only a momentary view of the man, and it was proved that before Barrowman professed to identify Slater in New York she was shown his photograph, and that both she and Lambie, before attempting to identify him in New York, saw him being brought into Court by a Court official, wearing a badge. In her New York evidence she first said, “ He is something like the man I saw.” At the trial she stated that he was the man. These facts very much reduce, if they do not altogether vitiate, the value of the evidence of these identifying witnesses. Another witness, Mrs. Liddell, who is a married sister of the witness Adams, stated that, at five minutes to seven on the evening of the murder, she saw a dark, clean-shaven man leaning against a railing at the street entry to Miss Gilchrist’s house, but that this man wore a heavy brown tweed coat and a brown cap. It is to be observed that Constable Neil, who passed the house at ten minutes to seven, saw no one there; and Lambie, who left the house promptly at seven, or, as she said in America, “perhaps a few minutes before seven,” saw no one there. Further, Mrs. Liddell did not observe where the man went to; according to her he merely glided away; and although she was in Miss Gilchrist’s house that night and saw the body, and would naturally be greatly concerned over the murder, she did not recollect having seen this man until the Wednesday after the murder. Even taking her evidence as absolutely true and reliable, it provides an excellent object-lesson on the difficulty and responsibility of convicting on such evidence as this, because the man she saw was obviously dressed differently from the man seen by the other three witnesses. Her evidence does not, to any appreciable extent, further the case against Slater, as she stated that she thought this man was Slater, but admitted that she might be in error. The other witness is a girl named Annie Armour, a ticket clerk in the Subway Station at Kelvinbridge, who says that between 7.30 and 8 that evening a man, whom she identified as Slater, rushed past her office without waiting for a ticket, and seemed excited. Lord Guthrie in his charge to the jury did not refer to this witness, and your Memorialist thinks advisedly. The mere question of time is sufficient to render her evidence valueless. She is sure the incident did not happen before 7.30. According to the other witnesses, the murderer must have run from the house by at least 7.15. It was proved that it would only take a man five or six minutes to run from the scene of the tragedy to this station, either by the most direct route or by the route which Barrowman’s evidence suggests he took. Then it is impossible to suppose that she could get anything like a good view, even of the side face, of a man who rushed past her in the way she described. All the witnesses who saw the man on the night of the murder (Monday) say that he was clean shaven. It was proved that on the next day or two after the murder Slater had a short, black, stubbly moustache. These were the only witnesses called by the Crown to identify Slater with the murderer. Further circumstantial evidence, however, was led by the Crown to show that, on occasions before the day of the murder, Slater had been seen standing in or walking up and down West Princes Street — Mrs. M’Haffie, her daughters and niece, Campbell, Cunningham, Bryson, Nairn, and O’Brien and Walker (two policemen). It may be noted that Slater’s house was situated about three minutes’ walk from West Princes Street. These witnesses did not all agree in their evidence. Some said that Slater was the man they had seen; others, equally or perhaps better able to judge, only said that he was very like him. The Memorialist does not propose in this paper to deal at length with this part of the evidence, except to point out that two witnesses (Nairn and Bryson) say they saw Slater in West Princes Street on the Sunday evening previous to the murder. Against this there is the evidence that Slater on this day, as usual, spent all Sunday (day and evening) in his house. Three witnesses from Paris, London, and Dublin spoke to this. Coming from different places, they had no chance to concoct a story. At Slater’s trial it was suggested that there were various circumstances tending to create an atmosphere of suspicion around him; but it is submitted that all these were capable of explanation, and in no way pointing to Slater’s guilt as a murderer. Slater had written to Cameron that he could prove where he was on the evening of the murder “ by five people.” When this letter was written, he thought that the date of the murder was the Tuesday, the 22nd. The evidence of his witnesses was to the effect that on the evening of the murder he was in a billiard room until 6.30 p. m., after which he went home for dinner. It was shown that Slater dealt in diamonds. There was, however, no evidence of any dishonest dealing of any kind. The brooch said to have been missing from Miss Gilchrist’s house has not been traced. There was no evidence of any kind led to show that Slater ever knew, or even heard of, Miss Gilchrist or her house, and the Memorialist would emphasise the fact that it was the missing brooch that put the Police on the track of Slater. With reference to Slater’s departure for America on 25th December, 1908, it was proved that he had formed the intention, some weeks before the murder, of going to America. Cameron, Rattman, and Aumann proved this. Slater had, in fact, tried to get the last named to take over his flat. The letter from Jacobs, of 28th December, and the card bearing the words “ address till 30th December,” produced by the Crown, also corroborate the evidence of this intention of leaving, which is further corroborated by the evidence of Nichols, the barber, a Crown witness. On the morning of 21st December, 1908, Slater received two letters — one from London, stating that his wife was demanding his address, and the other from San Francisco, asking him to come over. These were spoken to by Schmalz, his servant girl, and Miss Antoine. Further corroboration of his intention to leave is (1) on the morning of 21st December he raised a further £30 from Mr. Liddell, pawnbroker, on his brooch, and on the same day tried to sell the ticket; (a) he wrote to the Post Office for payment of the money at his credit; (3) he wired to Dent, London, to send on his watch, which was being repaired, immediately; (4) on the Monday morning he gave notice to the servant girl that she would not be required after the following Saturday (these events all happened before the murder); (5) on the Tuesday morning he redeemed a pair of binoculars from another pawnbroker whose assistant, Kempton, proved this, and who stated that he was in no way excited; (6) on the 23rd and 24th December he made inquiries at Cook’s Shipping Offices regarding berths, and betrayed no signs of any excitement; on the 23rd he was, in the evening, in Johnston’s billiard room, which he used to frequent; and on the 24th he spent the afternoon about Glasgow with his friend Cameron, who gave evidence; (7) on Friday morning a Mrs. Freedman and her sister arrived from London to take over his flat, so that he and Miss Antoine left on Friday night. A rumour got abroad at the time to the effect that he booked to London and left the train at Liverpool. This rumour was published in the various newspapers, to Slater’s great prejudice, but nothing of the kind was proved at the trial. The Police were evidently misled by the fact that he went by a London train, but it was proved that there were two carriages in that train for Liverpool, and also that Slater’s luggage, consisting of nine boxes, was labelled to Liverpool. The Porter who labelled the luggage was called, and stated that Slater told him that he was going to Liverpool, and entered a Liverpool carriage. The point was also raised against Slater that he used various aliases. He had been staying apart from his wife for about four years, during which time he cohabited with Miss Antoine. She stated that Slater’s wife was a drunken woman, and caused him a deal of trouble. At one time he adopted the name of “George,” and when he came to Glasgow on the last occasion he took the name of “ Anderson.” On the voyage to America he took the name of Otto Sando, because his luggage was labelled O. S. At times he called himself a dentist. There was no evidence that he really was a dentist Miss Antoine explained that he adopted the title of dentist, as he required a designation of some sort, although he was a gambler. A great deal was published in the newspapers about a hammer that had been found in one of his boxes. This turned out to be an ordinary small domestic nail hammer, purchased on a card containing several other tools, the lot costing only 2s. 6d. He, of course, took the hammer to America with him with all the rest of his belongings. Nothing incriminating was found in any of his boxes. No evidence whatever was led to show how the murderer gained access to the house. It will be conceded that identification evidence, especially in a serious charge of this kind, must be examined very carefully, and should have little weight attached to it, unless it is very clear. To sum up, the only real evidence in the case is that of those who saw a man running away on the night of the murder; and, as has been pointed out, these witnesses had only a momentary glance at him. Adams does not positively identify the prisoner as the man. He says he closely resembles him. Lambie’s New York evidence has already been referred to, and her evidence at the trial cannot be reconciled with it. . Lambie and Barrowman both saw him in custody before trying to identify him in New York, and the latter, before identifying him, was shown his photograph. All the other identifying witnesses called to give evidence as to his having been seen in the vicinity on days previous to the murder were taken down to the General Police Office when Slater returned from America to identify him. They were shown into one room together, and then separately taken into a room in the Police Office, where Slater was amongst about a dozen men, none of whom were like him. (Cunningham says she could see that the other men were policemen in plain clothes.) All these witnesses knew that Slater had arrived from America, and was in the room. They had all read his description in the newspapers, or had seen his photograph. They all, therefore, looked for, and had no difficulty in pointing out, a dark, foreign- looking man, with a somewhat peculiarly shaped nose. It is submitted that this is not identification evidence in the proper sense at all. Had these people been able to pick out, as their man, from amongst several others, a man whose description they only knew from what they had previously seen of him, unassisted by description, and unassisted by a photograph, the value of their evidence would have been entirely different. Some Crown witnesses identified him as the man they had seen and talked to (Shipping Clerk, Porter, &c.), but they, of course, were able to do so. None of the identifying witnesses had ever spoken to him. Identification evidence is a class of evidence which the law distrusts. The most famous authority is the case of Adolf Beck. Beck was, in 1896, sentenced to seven years’ penal servitude, on the evidence of ten women, who swore positively that he was a man whom they had each met on two occasions, and spent some time with in their own houses, and who had defrauded them, and on the evidence of two policemen, who swore positively that Beck was the man who had been previously convicted of similar crimes, taken along with certain circumstantial evidence — that he was known to frequent a hotel on the notepaper of which one of the women had received a letter. Again, in 1904, Beck was convicted of similar crimes on similar evidence. It was subsequently demonstrated that Beck committed none of the crimes, but that a man bearing a general similarity to him was the criminal. In the report issued by the Commission appointed to investigate the matter, consisting of Lord Collins, Sir Spencer Walpole, and Sir John Edge, the following passage occurs:—”Evidence of identity, upon personal impression, however bona fide, is of all classes of evidence the least to be relied upon, and, unless supported by other evidence, an unsafe basis for the verdict of a Jury.” Now, the evidence in the Beck case was infinitely more overwhelming and consistent than in this case; and the report in the Beck case, and the report on which it followed, make it clear that on the evidence in this case the Jury had no right to bring in a verdict of “ Guilty.” A good deal was said by the learned Lord Advocate to the Jury about Slater’s immoral character. It was not disputed that he was a gambler. It was also admitted that he had cohabited for about four years with Madame Antoine, who was of doubtful virtue, and who gave evidence. Yet the learned Lord Advocate addressed the Jury to the effect that the prisoner “ had followed a life which descended to the very depth of human degradation, for, by the universal judgment of mankind, the man who lived upon the proceeds of prostitution has sunk to the lowest depth, and all moral sense in him had been destroyed.” This he cited as proof of the disappearance of an obstacle which had previously been in his way, viz: — Whether it was conceivable that such a man as Slater could commit such an inhumanly brutal crime. The only evidence on that point was that of Cameron, Slater’s friend, who, in cross-examination, said he had heard that Slater lived on the earnings of prostitution, but who did not say he knew. The Jury were distinctly told by the Lord Advocate, and by the prisoner’s Counsel, and by the Judge, to banish from their minds anything they had heard regarding the man’s character; but they had previously heard all about it, and the Memorialist feels strongly that they were evidently unable to do so. Public feeling is also very strong on the point that the question of Slater’s character should never have been brought before the Jury. The Memorialist thinks it is only fair to prisoner to point out that he was all along anxious to give evidence on his own behalf. He was advised by his Counsel not to do so, but not from any knowledge of guilt. He had undergone the strain of a four days’ trial. He speaks rather broken English — although quite intelligibly — with a foreign accent, and he had been in custody since January. Apart from what has been set forth above, your Memorialist begs to draw attention to the fact that on the Crown list of witnesses is the name of a witness, Miss Agnes Brown (No. 46). This lady is 30 years of age, and a very intelligent school teacher. Your Memorialist is informed that she told the Police and Procurator-Fiscal that on the night of the murder, about ten minutes past seven o’clock, two men in company rushed along West Princes Street from the direction of Miss Gilchrist’s house, and passed close to her at the corner of West Princes Street and West Cumberland Street; that one of them was dressed in a blue Melton coat with a dark velvet collar, black boots, and without a hat; that both men ran past the opening of West Cumberland Street, straight on along West Princes Street, crossed West Princes Street, and ran down Rupert Street, a street further west, and opening off the opposite side of West Princes Street Your Memorialist understands that, in the identification proceedings before referred to, this witness pointed out Slater as the man in the Melton coat, as she thought This witness’s evidence is thus in sharp contradiction on material points to that of the message girl Barrowman (who had only a momentary glance at the man), but upon whose evidence so much weight has evidently been laid, and who says that Slater was dressed in a light coat, a Donegal hat, and brown boots, was alone, and ran down West Cumberland Street Your Memorialist respectfully submits that this illustrates the danger of convicting a man upon the kind of evidence given in this case. Miss Brown was in attendance at the trial, but was not called as a witness. Even on the evidence led, the votes of two more jurymen in his favour would have liberated the prisoner. In England the probability is that a conviction would never have been obtained. Your Memorialist is authorised to state that Slater’s Counsel agree that the evidence did not justify the conviction. Your Memorialist, who has all along acted as Slater’s Solicitor since he was brought back from America after the Extradition Proceedings, and who has had very many interviews with Slater, begs respectfully to state his absolute belief in Slater’s innocence. May it therefore please the Right Honourable the Secretary of State for Scotland to take this Memorial into his most favourable consideration, and thereafter to advise his Most Gracious Majesty to exercise his royal prerogative to the effect of commuting the sentence passed upon the prisoner, or to do otherwise as in the circumstances may seem just. And your Memorialist will ever pray. EWING SPIERS, 190 West George Street, Glasgow, Oscar Slater’s Solicitor. Dated this seventeenth day of May, One thousand nine hundred and nine.
A Sua Eccellenza il Nobile Lord Pentland, Segretario di Stato per la Scozia presso Sua Maestà, in memoria di Oscar Slater. Questa memoria viene umilmente presentata a nome di Oscar Slater, attualmente detenuto nella prigione di Glasgow. Il 6 maggio 1909, il Tribunale Supremo di Edimburgo lo dichiarò colpevole dell’omicidio di Miss Marion Gilchrist, avvenuto nella sua abitazione in West Princes Street a Glasgow, e lo condannò a morte. Oscar Slater è ebreo e è nato in Germania; ha 37 anni. La giuria emise un verdetto di “colpevole” con una maggioranza di nove voti contro sei. Gli avvocati del condannato sono convinti che tale verdetto non corrisponda alle prove presentate e che queste siano state assolutamente insufficienti a identificare Oscar Slater come l’assassino. Ritengono inoltre che questa opinione sia condivisa dall’opinione pubblica di tutta la Scozia, così come dalla stampa di Glasgow (si veda l’articolo principale del “The Glasgow Herald” del 7 maggio 1909, allegato a questa memoria). Il redattore di questa memoria si è sforzato di trattare l’argomento in modo il più breve e conciso possibile; tuttavia, considerando che il processo è durato quattro giorni, non è possibile evitare che la memoria assuma una certa lunghezza. È noto che la defunta Miss Gilchrist, una donna di circa 82 anni, viveva da sola con la sua domestica, Nellie Lambie, una ragazza di circa 21 anni. Secondo le dichiarazioni di Lambie, quest’ultima lasciò Miss Gilchrist sola in casa alle sette di sera del 21 dicembre 1908 per andare a comprare un giornale serale. Lambie affermò di aver chiuso a chiave sia la porta d’ingresso che quella sul retro della casa; fu assente per circa dieci minuti e, al suo ritorno, trovò la porta sul retro aperta. Salendo le scale, vide il signor Adams, un vicino che abitava nell’appartamento sottostante, fermo davanti alla porta di Miss Gilchrist. Adams le spiegò di essere andato lì perché aveva sentito bussare e aveva suonato il campanello, ma nessuno gli aveva aperto. La sala d’ingresso era illuminata da una lampada a gas; Lambie aprì quindi la porta con le sue chiavi e vide un uomo passarle accanto, scendere le scale e scomparire. Quando lei e il signor Adams entrarono in casa, trovarono Miss Gilchrist morta sul pavimento della sala da pranzo, con la testa frantumata.
Nel mercoledì successivo all’omicidio (23 dicembre 1908), la polizia di Glasgow ricevette informazioni da una ragazza messaggera di nome Mary Barrowman (di circa 15 anni), secondo cui aveva visto un uomo con un cappello di Donegal e un cappotto leggero uscire dal vicolo che conduceva dalla strada alla casa della signorina Gilchrist poco dopo le sette di sera, nel momento dell’omicidio; l’uomo le era passato accanto correndo a tutta velocità; lei aveva notato che era di pelle scura, completamente rasato e che il suo naso era storto verso destra. Anche la domestica Lambie aveva informato la polizia che un broccio a forma di mezzaluna d’oro, incastonato di diamanti, era scomparso dalla casa della signorina Gilchrist nella notte dell’omicidio, e che si trattava dell’unica cosa che lei avesse perso. Queste dichiarazioni furono pubblicate sui giornali di Glasgow venerdì 25 dicembre 1908; successivamente il testimone Allan Maclean, membro dello stesso club a cui apparteneva Slater, riferì alla polizia che l’aspetto di Slater corrispondeva in parte alla descrizione fornita e che aveva cercato di vendere un pegno relativo a quel broccio. Seguendo questa pista, la polizia andò a casa di Slater, al numero 69 di St. George’s Road a Glasgow, venerdì 25 dicembre, e scoprì che lui e la signorina Andree Antoine, con cui conviveva, avevano lasciato Glasgow quella stessa notte portando con sé tutte le loro cose. La polizia verificò in seguito che Slater era partito dal porto di Liverpool a bordo della nave “Lusitania” per New York il sabato 26 dicembre; inviò quindi un cablogramma alle autorità di New York affinché lo trattenessero e lo perquisissero al suo arrivo. Ciò avvenne effettivamente, e il pegno che Slater aveva cercato di vendere fu trovato addosso a lui; tuttavia si scoprì che apparteneva alla signorina Antoine e non alla signorina Gilchrist, ed era stato messo in pegno molto tempo prima dell’omicidio. Nonostante ciò, furono avviate le procedure per l’estradizione di Slater. I testimoni Lambie, Adams e Barrowman fornirono testimonianze in America, affermando di averlo riconosciuto come l’uomo visto uscire dalla casa della signorina Gilchrist; Slater fu quindi (su sua stessa richiesta) estradato e riportato in Scozia per il processo. Le autorità di Glasgow pubblicarono un annuncio offrendo una ricompensa di 200 sterline per informazioni utili all’arresto dell’assassino. L’unica prova diretta contro Slater era rappresentata dalle testimonianze delle persone che avevano visto un uomo uscire dal vestibolo o dall’atrio della casa della signorina Gilchrist nella notte dell’omicidio (Lambie e Adams), oppure lasciare il vicolo adiacente, o correre lungo la strada (Barrowman).
Durante i processi, Lambie dichiarò di aver riconosciuto Slater in base al suo aspetto fisico, poiché era l’uomo che aveva visto uscire dalla casa. Tuttavia, venne chiaramente dimostrato che, durante le testimonianze a New York nel corso delle procedure di estradizione, lei aveva affermato di non aver visto il volto dell’uomo e di averlo riconosciuto invece dal suo modo di camminare. Quando, durante il processo, le fu mostrato il cappotto stesso di Slater, quello trovato nel suo bagaglio, lei osservò immediatamente, ancora prima che venisse aperto, che non era lo stesso cappotto che l’uomo nell’atrio indossava. Era evidente che fosse impossibile per lei sapere con certezza che si trattasse dello stesso capotto. Lord Guthrie menzionò questo fatto nel suo discorso alla giuria, definendolo un esempio tipico della natura delle sue testimonianze. Per quanto riguarda la credibilità generale delle sue dichiarazioni, è interessante notare che la sua prima risposta in America, quando le fu chiesto se avesse visto l’uomo, fu: “Si può essere molto sospettosi, ”. Affermò inoltre di aver riconosciuto Slater nel suo “proprio cappotto” quando lo vide all’Ufficio di Polizia Centrale di Glasgow. Tuttavia, venne dimostrato che in quel momento Slater non indossava il proprio cappotto, ma uno diverso utilizzato a scopi identificativi.
La testimone aveva visto l’uomo per soltanto un istante mentre usciva dalla casa. Adams e lei si contraddissero riguardo al luogo in cui si trovavano quando quell’uomo attraversò l’atrio: Adams dichiarò di essere vicino all’orologio dell’atrio e di stare dirigendosi verso la cucina; in tal caso, doveva essersi trovata di spalle all’uomo. Lei invece affermò di essere sulla soglia della porta. In ogni caso, la sua visione era stata molto fugace.
La testimone Adams, che aveva dichiarato di aver visto l’uomo all’interno della casa meglio di Lambie, precisò durante il processo che, stando sulla soglia, aveva visto il volto dell’uomo mentre si avvicinava; i loro sguardi si erano incrociati e l’uomo gli era passato davanti faccia a faccia. Tuttavia, Adams non andò oltre nel descrivere le somiglianze tra Slater e quell’uomo. Rispetto a Lambie e Barrowman, Adams aveva più anni, era più istruita e più intelligente. Il vostro memorialista insiste sul fatto che questa testimone avesse una visione molto più chiara dell’uomo rispetto alle altre.
La testimone Barrowman dichiarò in tribunale che l’uomo era uscito di corsa dal vicolo e le era passato accanto a tutta velocità, sfiorandola; aveva il cappello calato fino alla fronte. La testimone aveva circa 15 anni ed era una ragazza incaricata di consegnare messaggi. Aggiunse anche che l’uomo indossava stivali marroni, un cappello del Donegal e un cappotto color castano chiaro; era di pelle scura, con la barba rasata e il naso leggermente piegato a destra. Affermò di aver notato tutte queste caratteristiche mentre lui le correva accanto. Durante l’interrogatorio, dichiarò che stava andando nella direzione opposta rispetto all’uomo per consegnare un pacco, ma poi si era girata e lo aveva seguito per un po’; pensava che probabilmente stesse cercando di prendere un tram, ma non riusciva a spiegare perché avesse deciso di seguirlo in una città così affollata come Glasgow. Inoltre, sebbene lei e la ragazza Lambie avessero condiviso lo stesso cabina durante il viaggio verso l’America che era durato circa dodici giorni, non avevano mai discusso dell’aspetto di quell’uomo, e nessuno le aveva detto di evitarlo. Queste due dichiarazioni non sembrano particolarmente credibili. Solo questa testimone menzionò il naso piegato a destra dell’uomo; la sua visione del suo volto doveva essere stata molto fugace. Il naso di Slater non può essere definito correttamente “piegato a destra”; presenta piuttosto una sporgenza evidente al centro. Tutti e tre questi testimoni avevano avuto un’occhiata solo momentanea all’uomo; inoltre, prima che Barrowman lo riconoscesse a New York, le fu mostrata la sua fotografia, e sia lei che Lambie lo videro entrare in tribunale accompagnato da un funzionario con una targhetta identificativa. A New York, inizialmente dichiarò: “Assomiglia un po’ all’uomo che ho visto, ”, mentre in tribunale affermò con certezza che si trattasse dello stesso uomo. Questi fatti riducono notevolmente, se non addirittura annullano del tutto, il valore delle testimonianze di questi testimoni.
Un’altra testimone, la signora Liddell, sorella sposata della testimone Adams, dichiarò che alle 19:57 della sera dell’omicidio aveva visto un uomo di pelle scura e con il viso rasato appoggiato a una ringhiera all’ingresso della casa della signorina Gilchrist; quest’uomo indossava però un pesante cappotto di tweed marrone e un berretto dello stesso colore. È da notare che il poliziotto Neil, che passò davanti alla casa alle 19:70, non vide nessuno lì; anche Lambie, che lasciò la casa subito dopo le 19:00, non vide nessuno. Inoltre, la signora Liddell non ricordava dove fosse andato quell’uomo; secondo lei si era semplicemente allontanato silenziosamente. Nonostante quella sera si trovasse nella casa della signorina Gilchrist e avesse visto il corpo della vittima, e quindi dovesse essere molto preoccupata per l’omicidio, non ricordò di aver visto quell’uomo fino al mercoledì successivo all’omicidio. Anche ammettendo che le sue dichiarazioni siano assolutamente vere e affidabili, queste rappresentano un esempio evidente delle difficoltà e delle responsabilità legate alla condanna basata su prove del genere, poiché l’uomo che lei aveva visto era chiaramente vestito in modo diverso da quello osservato dalle altre tre testimoni. Le sue dichiarazioni, in realtà, non aiutano affatto a incriminare Slater, poiché lei stessa aveva pensato che quell’uomo fosse Slater, ma ammise di potersi sbagliare. L’altra testimone è una ragazza di nome Annie Armour, impiegata alla biglietteria della stazione della metropolitana di Kelvinbridge; secondo lei, tra le 19:30 e le 20:00 di quella sera un uomo che riconobbe come Slater era passato di corsa davanti al suo ufficio senza acquistare il biglietto, sembrando molto agitato. Il giudice Guthrie non menzionò questa testimone durante il suo discorso alla giuria, e il vostro memorialista ritiene che sia stata una decisione saggia. Il semplice fattore temporale rende le sue dichiarazioni del tutto inutili: lei è certa che l’episodio non sia avvenuto prima delle 19:30, mentre secondo le altre testimonianze l’assassino doveva essere già fuggito dalla casa entro le 19:15. Inoltre, si è dimostrato che un uomo avrebbe impiegato soltanto cinque o sei minuti per correre dal luogo del crimine fino a quella stazione, sia lungo la strada più diretta che lungo il percorso indicato dalle testimonianze di Barrowman. È quindi impossibile che lei abbia potuto vedere chiaramente, anche solo di profilo, l’uomo che le era passato davanti. Tutte le testimoni che avevano visto quell’uomo la sera dell’omicidio (lunedì) affermarono che fosse con il viso rasato. Si è inoltre verificato che nei giorni successivi all’omicidio Slater portava un corto mustacchio nero e ispido. Queste furono le uniche testimoni chiamate dalla parte dell’accusa per identificare Slater come l’assassino. Tuttavia, vennero presentate ulteriori prove circostanziali che dimostravano che, in occasioni precedenti al giorno dell’omicidio, Slater era stato visto mentre si trovava o camminava su e giù per West Princes Street: tra queste persone figuravano la signora M’Haffie, le sue figlie e nipote, Campbell, Cunningham, Bryson, Nairn, O’Brien e Walker (due poliziotti). È da notare che la casa di Slater si trovava a circa tre minuti a piedi da West Princes Street.
Questi testimoni non erano tutti d’accordo nelle loro testimonianze. Alcuni dissero che Slater era l’uomo che avevano visto; altri, altrettanto o forse meglio in grado di giudicare, affermarono soltanto che assomigliava molto a lui. Il “Memorialist” non intende approfondire questa parte delle testimonianze in questo articolo, se non per sottolineare che due testimoni (Nairn e Bryson) dichiararono di aver visto Slater in West Princes Street la domenica sera precedente l’omicidio. A ciò si contrapone la testimonianza secondo cui Slater, quel giorno, come al solito, trascorse l’intera domenica (giorno e sera) nella sua casa. Tre testimoni provenienti da Parigi, Londra e Dublino confermarono questo punto; essendo venuti da luoghi diversi, non avevano alcuna possibilità di inventare una storia congiunta.
Durante il processo a Slater si suggerì che ci fossero diverse circostanze che potevano suscitare sospetti nei suoi confronti; tuttavia si sostiene che tutte queste possano essere spiegate e in nessun modo indicino la colpevolezza di Slater come assassino. Slater aveva scritto a Cameron dicendo di poter dimostrare dove si trovava la sera dell’omicidio “attraverso cinque persone”. Al momento della stesura di questa lettera, pensava che la data dell’omicidio fosse il martedì 22.
Le testimonianze dei suoi testimoni indicavano che la sera dell’omicidio si era trovato in una sala da biliardo fino alle 18:30, dopodiché era tornato a casa per cena. Si sapeva anche che Slater si occupava di commercio con i diamanti; tuttavia non esistevano prove di alcun tipo di comportamento disonesto da parte sua. Il broccio che si diceva fosse scomparso dalla casa di Miss Gilchrist non è mai stato ritrovato. Non esistono prove che facciano pensare che Slater conoscesse, o anche solo avesse sentito parlare, di Miss Gilchrist o della sua casa; il “Memorialist” vuole sottolineare proprio il fatto che fu la scomparsa di quel broccio a far imboccare alla polizia la strada giusta per arrivare a Slater.
Per quanto riguarda la partenza di Slater per l’America il 25 dicembre 1908, si dimostrò che aveva già preso in considerazione l’idea di andarci alcune settimane prima dell’omicidio; Cameron, Rattman e Aumann ne fornirono prove. Infatti, Slater aveva cercato di convincere quest’ultimo ad assumersi l’appartamento che lui stesso possedeva. La lettera di Jacobs del 28 dicembre, nonché la cartolina con la scritta “indirizzo valido fino al 30 dicembre”, prodotte dalla parte della Procura, confermano ulteriormente questa intenzione di partire; anche le testimonianze di Nichols, il barbiere, testimone della Procura, ne danno sostegno.
La mattina del 21 dicembre 1908, Slater ricevette due lettere: una da Londra, nella quale sua moglie chiedeva il suo indirizzo, e l’altra da San Francisco, che lo invitava a recarsi lì. Di queste lettere ne furono a conoscenza Schmalz, la sua cameriera, e Miss Antoine. Altri elementi che confermano la sua intenzione di partire sono i seguenti: (1) la mattina del 21 dicembre ottenne altri 30 sterline da Mr. Liddell, il pegniere, impegnando il proprio broccio, e lo stesso giorno tentò di vendere il biglietto; (2) scrisse all’ufficio postale per richiedere il pagamento del denaro a suo credito; (3) inviò un telegramma a Dent, a Londra, affinché gli spedisse immediatamente l’orologio che stava per essere riparato; (4) lunedì mattina comunicò alla cameriera che non avrebbe più avuto bisogno dei suoi servizi dopo il sabato seguente (tutti questi eventi ebbero luogo prima dell’omicidio); (5) martedì mattina riscattò un paio di binocoli da un altro pegniere; l’aiutante di quest’ultimo, Kempton, confermò tale fatto e dichiarò che Slater non mostrava alcun segno di agitazione; (6) nei giorni 23 e 24 dicembre fece domande presso gli uffici navali Cook riguardo ai posti disponibili a bordo dei treni, senza dare alcun segno di eccitazione; il 23 sera si trovava nella sala da biliardo di Johnston, che frequentava abitualmente; il 24 pomeriggio trascorse il tempo a Glasgow con il suo amico Cameron, che fornì testimonianze a suo favore; (7) venerdì mattina arrivarono da Londra una certa Mrs. Freedman e sua sorella per prendere in affitto l’appartamento di Slater, così che lui e Miss Antoine partirono quella sera stessa.
All’epoca circolò la voce che Slater avesse prenotato un posto su un treno diretto a Londra ma fosse sceso a Liverpool; questa notizia fu pubblicata sui giornali, causando grandi danni alla sua reputazione, ma durante il processo non venne mai confermata. La polizia fu evidentemente ingannata dal fatto che Slater avesse viaggiato su un treno diretto a Londra, tuttavia si dimostrò che quel treno aveva due vagoni destinati a Liverpool e che i bagagli di Slater, composti da nove scatole, erano etichettati con destinazione Liverpool. Il portiere incaricato dell’etichettatura confermò che Slater gli aveva detto di essere diretto a Liverpool e che fosse salito su un vagone appartenente a quella destinazione.
Fu anche sollevato l’argomento contro Slater riguardo all’uso di diversi pseudonimi. Era da circa quattro anni separato dalla moglie, durante il quale periodo conviveva con la signorina Antoine. Questa ultima affermò che la moglie di Slater era una donna ubriaica e che gli causava molti problemi. A un certo punto Slater adottò il nome “George”; l’ultima volta che venne a Glasgow usò il nome “Anderson”. Durante il viaggio verso l’America prese il nome Otto Sando, poiché i suoi bagagli erano contrassegnati con la lettera O.S. A volte si presentava come dentista. Non esistevano prove che fosse davvero un dentista; la signorina Antoine spiegò che aveva adottato tale titolo perché aveva bisogno di un’identificazione, anche se in realtà era soltanto un giocatore d’azzardo. I giornali pubblicarono molte notizie riguardo a un martello trovato in uno dei suoi bagagli; si trattava in realtà di un comune martello da cucina acquistato insieme ad altri attrezzi per soli 2 sterline e 6 penny. Ovviamente, Slater portò con sé quel martello in America, insieme a tutti gli altri suoi effetti personali. Non fu trovata alcuna prova incriminante nei suoi bagagli, né alcun indizio che potesse spiegare come l’assassino fosse entrato in casa. Bisogna ammettere che le prove di identificazione, soprattutto in un caso così grave, devono essere esaminate con molta attenzione e non dovrebbero essere prese troppo sul serio, a meno che non siano assolutamente chiare. In sintesi, l’unica prova concreta in questo caso è quella fornita da coloro che videro un uomo fuggire la notte dell’omicidio; tuttavia, come già accennato, questi testimoni lo videro solo per un istante. Adams non identifica con certezza il prigioniero come l’assassino, ma afferma che gli assomigli molto. Le prove fornite da Lambie a New York sono state già menzionate in precedenza; le sue dichiarazioni durante il processo, tuttavia, non sono compatibili con quelle di Adams. Sia Lambie che Barrowman lo videro in custodia prima di cercare di identificarlo a New York; quest’ultimo, prima di farlo, vide la sua fotografia.
Tutti gli altri testimoni che avevano riconosciuto Slater come l’uomo visto nelle vicinanze nei giorni precedenti l’omicidio furono convocati presso l’Ufficio Generale di Polizia quando Slater tornò dall’America per essere identificato. Furono fatti entrare insieme in una stanza, e poi separatamente in un’altra stanza dell’ufficio, dove Slater si trovava insieme a circa una dozzina di uomini, nessuno dei quali assomigliava a lui. (Cunningham afferma di aver notato che gli altri uomini erano poliziotti in abiti civili.) Tutti questi testimoni sapevano che Slater era arrivato dall’America e si trovava nella stanza; avevano letto la sua descrizione sui giornali o visto la sua fotografia. Pertanto, non ebbero alcuna difficoltà a individuare un uomo di pelle scura, dall’aspetto straniero, con un naso dalla forma particolare. Si sostiene che questo tipo di testimonianza non costituisca affatto una prova idonea per l’identificazione. Se questi testimoni fossero riusciti a individuare, tra diversi altri uomini, colui che corrispondeva alla descrizione fornita loro, senza alcun aiuto né descrizioni scritte né fotografie, il valore delle loro testimonianze sarebbe stato completamente diverso.
Alcuni testimoni della parte pubblica lo identificarono come l’uomo che avevano visto e con cui avevano parlato (impiegati del porto, facchini, ecc.), ma ovviamente riuscirono a farlo poiché lo conoscevano personalmente. Nessuno dei testimoni che avevano fornito prove di identificazione aveva mai parlato con Slater prima dell’omicidio.
Le prove di identificazione sono considerate da legge una categoria di prove poco affidabili. Il caso più noto in questo senso è quello di Adolf Beck: nel 1896, Beck fu condannato a sette anni di reclusione sulla base delle testimonianze di dieci donne che giurarono con certezza che si trattasse dell’uomo che avevano incontrato due volte ciascuna e con cui avevano trascorso del tempo nelle loro case; inoltre, su tali testimonianze si basarono anche due poliziotti che affermarono con certezza che Beck fosse lo stesso uomo già condannato per crimini simili. In seguito si dimostrò che Beck non aveva commesso nessuno di questi crimini, ma che l’vero colpevole era un uomo che gli assomigliava in modo generale.
Nel rapporto redatto dalla commissione incaricata di indagare sul caso, composta da Lord Collins, Sir Spencer Walpole e Sir John Edge, si legge quanto segue: “Le prove basate sull’impressione personale, per quanto sincere, sono tra tutte le categorie di prove quelle meno affidabili; in assenza di altre prove a sostegno, non costituiscono una base sicura su cui basare un verdetto da parte della giuria.”
Ora, le prove nel caso Beck erano di gran lunga più schiaccianti e coerenti rispetto a quelle presenti in questo caso; inoltre, sia il rapporto relativo al caso Beck che quelli successivi chiariscono che, sulla base delle prove fornite in questo caso, la giuria non aveva alcun diritto di emettere un verdetto di “colpevole”.
Il rispettabile Lord Advocate disse molte cose alla giuria riguardo al carattere immorale di Slater. Non vi era dubbio che fosse un giocatore d’azzardo; si ammetteva anche che avesse convissuto per circa quattro anni con Madame Antoine, una donna di dubbia virtù che aveva fornito testimonianze in suo favore. Tuttavia, il Lord Advocate sottolineò alla giuria che il prigioniero “aveva condotto una vita che scendeva fino alle profondità della degradazione umana; infatti, secondo l’opinione universale dell’umanità, colui che vive dei proventi della prostituzione è precipitato nel livello più basso e in lui ogni senso morale è stato distrutto”. Questo fu presentato come prova del fatto che un ostacolo che prima gli impediva di essere giudicato correttamente fosse ormai scomparso, ovvero: se fosse possibile che una persona come Slater potesse commettere un crimine così brutale e disumano. L’unica testimonianza in merito proveniva da Cameron, amico di Slater, il quale, durante l’interrogatorio, affermò di aver sentito dire che Slater viveva dei proventi della prostituzione, ma non dichiarò di saperlo con certezza. Il Lord Advocate, l’avvocato del prigioniero e il giudice precisarono chiaramente alla giuria di mettere da parte qualsiasi informazione avessero potuto ricevere riguardo al carattere di Slater; tuttavia, la giuria aveva già sentito tutto in precedenza, e l’autore di questo resoconto ritiene con forza che non sia stata in grado di farlo.
L’opinione pubblica è altresì molto netta nel sostenere che la questione del carattere di Slater non avrebbe mai dovuto essere portata davanti alla giuria.
Ritengo giusto, per quanto riguarda il prigioniero, sottolineare che egli aveva sempre desiderato fornire testimonianze a proprio favore. Il suo avvocato gli aveva consigliato di non farlo, ma non perché riteneva che fosse colpevole; Slater aveva infatti sopportato la tensione di un processo durato quattro giorni. Parlava un inglese piuttosto incerto – sebbene comprensibile – con un accento straniero, e si trovava in custodia dal gennaio precedente.
Oltre a quanto sopra esposto, il vostro memorialista desidera attirare l’attenzione sul fatto che nell’elenco ufficiale dei testimoni figura il nome di una certa signorina Agnes Brown (numero 46). Questa donna ha 30 anni ed è un’insegnante molto intelligente. Il vostro memorialista ha appreso che ha riferito alla polizia e al procuratore distrettuale che, nella notte dell’omicidio, verso le sette e dieci, due uomini si affrettavano lungo West Princes Street provenienti dalla direzione della casa della signorina Gilchrist; uno di loro indossava un cappotto blu di lana con colletto di velluto scuro e stivali neri, senza cappello; entrambi corsero oltre l’incrocio tra West Princes Street e West Cumberland Street, proseguirono lungo West Princes Street, attraversarono la strada e continuarono lungo Rupert Street, una via ancora più a ovest. Il vostro memorialista ritiene che, durante le procedure di identificazione menzionate in precedenza, questa testimone abbia indicato Slater come l’uomo con il cappotto di lana, poiché così credeva. Tuttavia, le dichiarazioni di questa testimone sono in netto contrasto, sotto alcuni aspetti fondamentali, con quelle della ragazza che aveva visto l’uomo per un breve istante (Barrowman), la cui testimonianza è stata evidentemente considerata molto importante; quest’ultima ha infatti affermato che Slater indossava un cappotto chiaro, un cappello di Donegal e stivali marroni, ed era solo quando correva lungo West Cumberland Street. Il vostro memorialista ritiene che questo esempio illustri chiaramente i pericoli legati a una condanna basata su prove del genere. La signorina Brown è stata presente al processo, ma non è stata chiamata a testimoniare; anche sulla base delle prove presentate, l’opinione di altri due giurati a favore dell’accusato avrebbe potuto permettere la sua liberazione. In Inghilterra, molto probabilmente non si sarebbe mai ottenuta una condanna. Il vostro memorialista è autorizzato a dichiarare che anche l’avvocato di Slater concorda sul fatto che le prove presentate non giustificassero una condanna. Il vostro memorialista, che ha rappresentato legalmente Slater sin dal suo ritorno dall’America dopo le procedure di estradizione e ha avuto molte conversazioni con lui, esprime la sua totale convinzione nell’innocenza di Slater. Si prega quindi il Nobile Segretario di Stato per la Scozia di prendere in considerazione questo memorial con favore e di consigliare Sua Maestà Reale di esercitare il proprio potere sovrano al fine di commutare la pena inflitta al prigioniero, o di agire come riterrà più giusto nelle circostanze. Il vostro memorialista prega umilmente per questo.
EWING SPIERS, 190 West George Street, Glasgow, Avvocato di Oscar Slater.
Data: diciassettesimo giorno di maggio mille novecento e nove.
THE HOLOCAUST OF MANOR PLACE In the study of criminal psychology one is forced to the conclusion that the most dangerous of all types of mind is that of the inordinately selfish man. He is a man who has lost his sense of proportion. His own will and his own interest have blotted out for him the duty which he owes to the community. Impulsiveness, jealousy, vindictiveness are the fruitful parents of crime, but the insanity of selfishness is the most dangerous and also the most unlovely of them all. Sir Willoughby Patterne, the eternal type of all egoists, may be an amusing and harmless character as long as things go well with him, but let him be thwarted, let the thing which he desires be withheld from him, and the most monstrous results may follow. Huxley has said that a man in this life is for ever playing a game with an unseen opponent, who only makes his presence felt by exacting a penalty every time one makes a mistake in the game. The player who makes the mistake of selfishness may have a terrible forfeit to pay, but the unaccountable thing in the rules is that some, who are only spectators of his game, may have to help him in the paying. Read the Story of William Godfrey Youngman, and see how difficult it is to understand the rules under which these penalties are exacted. Learn also from it that selfishness is no harmless peccadillo, but that it is an evil root from which the most monstrous growths may spring. About forty miles to the south of London, and close to the rather passé watering-place of Tunbridge Wells, there lies the little townlet of Wadhurst. It is situated within the borders of Sussex at a point which is close to the confines of Kent. The country is a rich pastoral one and the farmers are a flourishing race, for they are near enough to the Metropolis to take advantage of its mighty appetite. Among these farmers there lived in the year 1860 one Streeter, the master of a small homestead and the father of a fair daughter, Mary Wells Streeter. Mary was a strong, robust girl, some twenty years of age, skilled in all country work, and with some knowledge also of the town, for she had friends up there, and above all she had one friend, a young man of twenty-five, whom she had met upon one of her occasional visits, and who had admired her so that he had actually come down to Wadhurst after her, and had spent a night under her father’s roof. The father had expressed no disapprobation of the suitor, a brisk, masterful young fellow, a little vague in his description of his own occupation and prospects, but an excellent fireside companion. And so it came about that the deep, town-bred William Godfrey Youngman became engaged to the simple, country-bred Mary Wells Streeter, William knowing all about Mary, but Mary very little about William. July the 29th of that year fell upon a Sunday, and Mary sat in the afternoon in the window of the farm-house parlour, with her bundle of love- letters upon her lap, reading them again and yet again. Outside was the little square of green lawn, fringed with the homely luxuriance of an English country garden, the high hollyhocks, the huge nodding sunflowers, the bushes of fuchsia, and the fragrant clumps of sweet William. Through the open lattice came the faint, delicate scent of the lilac and the long, low droning of the bees. The farmer had lain down to the plethoric sleep of the Sunday afternoon, and Mary had the room to herself. There were fifteen love-letters in all some shorter, some longer, some wholly delightful, some with scattered business allusions, which made her wrinkle her pretty brows. There was this matter of the insurance, for example, which had cost her lover so much anxiety until she had settled it. No doubt he knew more of the world than she, but still it was strange that she, so young and so hale, should be asked and again asked to prepare herself for death. Even in the flush of her love those scattered words struck a chill to her heart. ‘Dearest girl,’ he had written, ‘I have filled up the paper now, and took it to the life insurance office, and they will write to Mrs. James Boric today to get an answer on Saturday. So you can go to the office with me before two o’clock on Monday.’ And then again, only two days later, he had begun his letter: ‘You promised me faithfully over and over again, and I expect you to keep your promise, that you would be mine, and that your friends would not know it until we were married; but now, dearest Mary, if you will only let Mrs. James Bone write to the insurance office at once and go with me to have your life insured on Monday morning next!’ So ran the extracts from the letters, and they perplexed Mary as she read them. But it was all over now, and he should mingle business no longer with his love, for she had yielded to his whim, and the insurance for £100 had been duly effected. It had cost her a quarterly payment of 10s. 4d., but it had seemed to please him, and so she would think of it no more. There was a click of the garden-gate, and looking up she saw the porter from the station coming up the path with a note in his hand. Seeing her at the window he handed it in and departed, slyly smiling, a curious messenger of Cupid in his corduroys and clumping boots — a messenger of a grimmer god than Cupid, had he but known it. She had eagerly torn it open, and this was the message that she read: ‘16, Manor Place, Newington, S.E. Saturday night, July 28th. ‘My BELOVED POLLY, ‘I have posted one letter to you this afternoon, but I find that I shall not have to go to Brighton tomorrow as I have had a letter from there with what I wanted inside of it, so, my dear girl, I have quite settled my business now and I am quite ready to see you now, therefore I send this letter to you. I will send this to London Bridge Station tomorrow morning by 6:30 o’clock and get the guard to take it to Wadhurst Station, to give it to the porter there, who will take it to your place. I can only give the guard something, so you can give the man who brings this a small sum. I shall expect to see you, my dear girl, on Monday morning by the first train. I will await your coming at London Bridge Station. I know the time the train arrives — a quarter to ten o’clock. I have promised to go to my uncle’s tomorrow, so I cannot come down; but I will go with you home on Monday night or first thing Tuesday morning, and so return here again Tuesday night, to be ready to go anywhere on Wednesday; but you know all that I have told you, and I now expect that you will come up on Monday morning, when I shall be able to manage things as I expect to do. Excuse more now, my dearest Mary. I shall now go to bed to be up early tomorrow to take this letter. Bring or burn all your letters, my dear girl. Do not forget; and with kind love and respects to all I now sum up, awaiting to see you Monday morning a quarter to ten o’clock. Believe me, ever your loving, affectionate, WILLIAM GODFREY YOUNGMAN.’ A very pressing invitation this to a merry day in town; but there were certainly some curious phrases in it. What did he mean by saying that he would manage things as he expected to do? And why should she burn or bring her love-letters? There, at least, she was determined to disobey this masterful suitor who always ‘expected’ in so authoritative a fashion that she would do this or that. Her letters were much too precious to be disposed of in this off-hand fashion. She packed them back, sixteen of them now, into the little tin box in which she kept her simple treasures, and then ran to meet her father, whose step she heard upon the stairs, to tell him of her invitation and the treat which awaited her to-morrow. At a quarter to ten next morning William Godfrey Youngman was waiting upon the platform of London Bridge Station to meet the Wadhurst train which was bringing his sweetheart up to town. No observer glancing down the straggling line of loiterers would have picked him out as the man whose name and odious fame would before another day was passed be household words to all the three million dwellers in London. In person he was of a goodly height and build, but commonplace in his appearance, and with a character which was only saved from insignificance through the colossal selfishness, tainted with insanity, which made him conceive that all things should bend before his needs and will. So distorted was his outlook that it even seemed to him that if he wished people to be deceived they must be deceived, and that the weakest device or excuse, if it came from him, would pass unquestioned. He had been a journeyman tailor, as his father was before him, but aspiring beyond this, he had sought and obtained a situation as footman to Dr. Duncan, of Covent Garden. Here he had served with credit for some time, but had finally resigned his post and had returned to his father’s house, where for some time he had been living upon the hospitality of his hard-worked parents. He had talked vaguely of going into farming, and it was doubtless his short experience of Wadhurst with its sweet-smelling kine and Sussex breezes which had put the notion into his Cockney head. But now the train rolls in, and there at a third-class window is Mary Streeter with her pink country cheeks, the pinker at the sight of her waiting lover. He takes her bag and they walk down the platform together amongst the crinolined women and baggy-trousered men whose pictures make the London of this date more strange to us than that of last century. He lives at Walworth, in South London, and a straw-strewn omnibus outside the station conveys them almost to the door. It was eleven o’clock when they arrived at Manor Place, where Youngman’s family resided. The household arrangements at Manor Place were peculiar. The architect having not yet evolved the flat in England, the people had attained the same result in another fashion. The tenant of a two-storied house resided upon the ground-floor, and then sub-let his first and second floors to other families. Thus, in the present instance, Mr. James Bevan occupied the ground, Mr. and Mrs. Beard the first, and the Youngman family the second, of the various floors of No. 16. Manor Place. The ceilings were thin and the stairs were in common, so it may be imagined that each family took a lively interest in the doings of its neighbour. Thus Mr. and Mrs. Beard of the first floor were well aware that young Youngman had brought his sweetheart home, and were even able through half-closed doors to catch a glimpse of her, and to report that his manner towards her was affectionate. It was not a very large family to which he introduced her. The father departed to his tailoring at five o’clock every morning and returned at ten at night. There remained only the mother, a kindly, anxious, hard-working woman, and two younger sons aged eleven and seven. At eleven o’clock the boys were at school and the mother alone.She welcomed her country visitor, eyeing her meanwhile and summing her up as a mother would do when first she met the woman whom her son was likely to marry. They dined together, and then the two set forth to see something of the sights of London. No record has been left of what the amusements were to which this singular couple turned: he with a savage, unrelenting purpose in his heart; she wondering at his abstracted manner, and chattering country gossip with the shadow of death already gathering thickly over her. One little incident has survived. One Edward Spicer, a bluff, outspoken publican who kept the Green Dragon in Bermondsey Street, knew Mary Streeter and her father. The couple called together at the inn, and Mary presented her lover. We have no means of knowing what repellent look mine host may have observed in the young man’s face, or what malign trait he may have detected in his character, but he drew the girl aside and whispered that it was better for her to take a rope and hang herself in his skittle-alley than to marry such a man as that — a warning which seems to have met the same fate as most other warnings received by maidens of their lovers. In the evening they went to the theatre together to see one of Macready’s tragedies. How could she know as she sat in the crowded pit, with her silent lover at her side, that her own tragedy was far grimmer than any upon the stage? It was eleven o’clock before they were back once more at Manor Place. The hard-working tailor had now returned, and the household all supped together.Then they had to be divided for the night between the two bedrooms, which were all the family possessed. The mother, Mary, and the boy of seven occupied the front one. The father slept on his own board in the back one, and in a bed beside him lay the young man and the boy of eleven. So they settled down to sleep as commonplace a family as any in London, with little thought that within a day the attention of all the great city would be centred upon those two dingy rooms and upon the fates of their inmates. The father woke in the very early hours, and saw in the dim light of the dawn the tall figure of his son standing in white beside his bed. To some sleepy remark that he was stirring early the youth muttered an excuse and lay down once more. At five the tailor rose to his endless task, and at twenty minutes past he went down the stair and closed the hall door behind him. So passed away the only witness, and all that remains is conjecture and circumstantial evidence. No one will ever know the exact details of what occurred, and for the purpose of the chronicler it is as well, for such details will not bear to be too critically examined. The motives and mind of the murderer are of perennial interest to every student of human nature, but the vile record of his actual brutality may be allowed to pass away when the ends of justice have once been served by their recital. I have said that on the floor under the Youngman’s there lived a couple named Beard. At half-past five, a little after the time when the tailor had closed the hall door behind him, Mrs. Beard was disturbed by a sound which she took to be from children running up and down and playing. There was a light patter of feet on the floor above. But as she listened it struck her that there was something unusual in this romping at so early an hour, so she nudged her husband and asked him for his opinion. Then, as the two sat up in bed, straining their ears, there came from above them a gasping cry and the dull, soft thud of a falling body. Beard sprang out of bed and rushed upstairs until his head came upon the level of the Youngman’s landing. He saw enough to send him shrieking down to Mr. Bevan upon the ground-floor. ‘For God’s sake, come here! There is murder!’ he roared, fumbling with his shaking fingers at the handle of the landlord’s bedroom. His summons did not find the landlord entirely unprepared. That ill- boding thud had been loud enough to reach his ears. He sprang palpitating from his bed, and the two men in their nightdresses ascended the creaking staircase, their frightened faces lit up by the blaze of golden sunlight of a July morning. Again they do not seem to have got farther than the point from which they could see the landing. That confused huddle of white-clad figures littered over the passage, with those glaring smears and blotches, were more than their nerves could stand. They could count three lying there, stark dead upon the landing. And there was someone moving in the bedroom. It was coming towards them. With horror-dilated eyes they saw William Godfrey Youngman framed in the open doorway, his white nightdress brilliant with ghastly streaks and the sleeve hanging torn over his hand. ‘Mr. Beard,’ he cried, when he saw the two bloodless faces upon the stairs, ‘for God’s sake fetch a surgeon! I believe there is some alive yet!’ Then, as they turned and ran down stairs again, he called after them the singular explanation to which he ever afterwards adhered. ‘My mother has done all this,’ he cried; ‘she murdered my two brothers and my sweetheart, and I in self-defence believe that I have murdered her.’ The two men did not stop to discuss the question with him. They had both rushed to their rooms and huddled on some clothes. Then they ran out of the house in search of a surgeon and a policeman, leaving Youngman still standing on the stair repeating his strange explanation. How sweet the morning air must have seemed to them when they were once clear of the accursed house, and how the honest milkmen, with their swinging tins, must have stared at those two rushing and dishevelled figures. But they had not far to go. John Varney, of P Division, as solid and unimaginative as the law which he represents, was standing at the street corner, and he came clumping back with reassuring slowness and dignity. ‘Oh, policeman, here is a sight! What shall I do?’ cried Youngman, as he saw the glazed official hat coming up the stair. Constable Varney is not shaken by that horrid cluster of death. His advice is practical and to the point. ‘Go and dress yourself!’ said he. ‘I struck my mother; but it was in self defence,’ cried the other. ‘Would you not have done the same? It is the law.’ Constable Varney is not to be drawn into giving a legal opinion, but he is quite convinced that the best thing for Youngman to do is to put on some clothes. And now a crowd had begun to assemble in the street, and another policeman and an inspector had arrived. It was clear that, whether Youngman’s story was correct or not, he was a self-confessed homicide, and that the law must hold her grip of him. But when a dagger-shaped knife, splintered by the force of repeated blows, was found upon the floor, and Youngman had to confess that it belonged to him; when also it was observed that ferocious strength and energy were needed to produce the wounds inflicted, it became increasingly evident that, instead of being a mere victim of circumstances, this man was one of the criminals of a century. But all evidence must be circumstantial, for mother, sweetheart, brothers — the mouths of all were closed in the one indiscriminate butchery. The horror and the apparent purposelessness of the deed roused public excitement and indignation to the highest pitch. The miserable sum for which poor Mary was insured appeared to be the sole motive of the crime; the prisoner’s eagerness to have the business concluded, and his desire to have the letters destroyed in which he had urged it, forming the strongest evidence against him. At the same time, his calm assumption that things would be arranged as he wished them to be, and that the Argus Insurance Office would pay over the money to one who was neither husband nor relative of the deceased, pointed to an ignorance of the ways of business or a belief in his own powers of managing, which in either case resembled insanity. When in addition it came out at the trial that the family was sodden with lunacy upon both sides, that the wife’s mother and the husband’s brother were in asylums, and that the husband’s father had been in an asylum, but had become ‘tolerably sensible’ before his death, it is doubtful whether the case should not have been judged upon medical rather than upon criminal grounds. In these more scientific and more humanitarian days it is perhaps doubtful whether Youngman would have been hanged, but there was never any doubt as to his fate in 1860. The trial came off at the Central Criminal Court upon August 16th before Mr. Justice Williams. Few fresh details came out, save that the knife had been in prisoner’s possession for some time. He had exhibited it once in a bar, upon which a bystander, with the good British love of law and order, had remarked that that was not a fit knife for any man to carry. ‘Anybody,’ said Youngman, in reply, ‘has the right to carry such a knife if he thinks proper in his own defence.’ Perhaps the objector did not realize how near he may have been at that moment to getting its point between his ribs. Nothing serious against the prisoner’s previous character came out at the trial, and he adhered steadfastly to his own account of the tragedy. In summing up, however, Justice Williams pointed out that if the prisoner’s story were true it meant that he had disarmed his mother and got possession of the knife. What necessity was there, then, for him to kill her? and why should he deal her repeated wounds? This argument, and the fact that there were no stains upon the hands of the mother, prevailed with the jury, and sentence was duly passed upon the prisoner. Youngman had shown an unmoved demeanour in the dock, but he gave signs of an irritable, and occasionally of a violent, temper in prison. His father visited him, and the prisoner burst instantly into fierce reproaches against his treatment of his family — reproaches for which there seem to have been no justification. Another thing which appeared to have galled him to the quick was the remark of the publican, which first reached his ears at the trial, to the effect that Mary had better hang herself in the skittle-yard than marry such a man. His self-esteem, the strongest trait in his nature, was cruelly wounded by such a speech. ‘Only one thing I wish,’ he cried, furiously, ‘that I could get hold of this man Spicer, for I would strike his head off.’ The unnatural and bloodthirsty character of the threat is characteristic of the homicidal maniac. ‘Do you suppose,’ he added, with a fine touch of vanity, ‘that a man of my determination and spirit would have heard these words used in my presence without striking the man who used them to the ground?’ But in spite of exhortation and persuasion he carried his secret with him to the grave. He never varied from the story which he had probably concocted before the event. ‘Do not leave the world with a lie on your lips.’ said the chaplain, as they walked to the scaffold. ‘Well, if I wanted to tell a lie I would say that I did it.’ was his retort. He hoped to the end with his serene self-belief that the story which he had put forward could not fail eventually to be accepted. Even on the scaffold he was on the alert for a reprieve. It was on the 4th of September, a little more than a month after the commission of his crime, that he was led out in front of Horsemonger Gaol to suffer his punishment. A concourse of 30,000 people, many of whom had waited all night, raised a brutal howl at his appearance. It was remarked at the time that it was one of the very few instances of capital punishment in which no sympathizer or philanthropist of any sort could be found to raise a single voice against the death penalty. The man died quietly and coolly. ‘Thank you, Mr. Jessopp,’ said he to the chaplain, ‘for your great kindness. See my brother and take my love to him, and all at home.’ And so, with the snick of a bolt and the jar of a rope, ended one of the most sanguinary, and also one of the most unaccountable, incidents in English criminal annals. That the man was guilty seems to admit no doubt, and yet it must be confessed that circumstantial evidence can never be absolutely convincing, and that it is only the critical student of such cases who realizes how often a damning chain of evidence may, by some slight change, be made to bear an entirely different interpretation. TRANSCRIPT OF THE MANOR PLACE MURDER TRIAL Proceedings Of The Old Bailey, 13th August 1860 723. WILLIAM GODFREY YOUNGMAN (25), was indicted for the wilful murder of Mary Wells Streeter. He was also charged on the Coroner’s Inquisition with the like offence. MESSRS. CLERK and BEASLEY conducted the Prosecution. JAMES BEVAN. I am a carman, and reside at 16, Manor-place, Walworth — I am the landlord of the house — I occupy the ground floor — the house consists of a first and second floor — the first floor is immediately above my rooms — on 31st July last Mr. Beard occupied the first floor — that consists of a front and a back room — there was Mr. Beard, his wife, and one son — the floor above that was occupied by Mr. Youngman — I believe his name to be John — he is the father of the prisoner — his family consisted of his wife and two little boys — the second floor consisted of two rooms, a front and a back one — I had known at that time that the prisoner had been there for a few days; for a holiday, I understood — I had seen him backwards and forwards before 31st July — I believed him to be sleeping there — I remember the morning of 31st July — I was disturbed about ten minutes to 6, or something like that — I was then in bed, in the lower back room on the ground floor — I was disturbed by hearing a lumbering, as I supposed, on the top of the house; a lumbering, or heavy fell on the floor; a lumbering noise, as if something had fallen on the floor — the noise proceeded from the top of the house, as I supposed at the time, the second floor — as soon as I heard the noise I immediately jumped out of bed to hear and see what was amiss, and, before I could get to the door, Mr. Beard, who has the first floor, tapped at the door and said, “For God’s sake come up stairs, here is murder;” that was before I had got out of my room — I immediately proceeded up stairs to see what was amiss — I went on to the top landing, the landing of the seoond floor, and I turned my head and saw the little boy — there is a staircase that ends with a landing, and a door on each side of the landing — a door opens on to the landing from each room; the doors front each other on the landing — I saw the little boy lying dead on the top floor — I did not take very particular notice of him — I believe him to be the eldest boy — I did not see any one else about — I came down stairs and dressed as quickly as I could, to get assistance — as I was about to proceed for the officer the prisoner was standing on the first staircase — that was the first time I saw him that morning — it was directly I came down stairs and dressed; after I had dressed — I was then about to proceed for the officers — I should think not two minutes had been occupied by my dressing — on coming out of my room dressed I saw the prisoner standing three parts of the way on the first staircase; the staircase leading from the ground floor to the first floor — he was standing at that time looking downwards; looking down stairs — that staircase does not face the front door — the stairs, face the passage which leads to the door — at the bot-tom of the stairs there is a long passage, quite through the house, and the staircase is in the middle of the passage — he had got nothing on then, only his shirt — he told me his mother had done all this. COURT. Q. What were the words he used, as near as you can say? A. He said, “My mother has done all this; she has murdered my two brothers and my sweetheart, and I, in self-defence, believe I have murdered her.” MR. BEASLEY. Q. Was that all he said at the time? A. Yes — I then went for the police — I believe I heard the prisoner’s father go out that morning about half-past five. COURT. Q. You heard somebody go out? A. Yes; and believe it was he. Cross-examined by MR. BEST. Q. Had the Youngmans lived long in your house? A. On 24th March they came to lodge with me — I am not much at home in the day-time — I go out in the morning and come back in the evening, calling in sometimes in the course of the day — I do not know but what Youngman and his wife lived on pretty tolerable good terms — perhaps occasionally I heard them have a word or two, but not enough for me to interfere. COURT. Q. They had a word or two occasionally, but nothing particular? A. Nothing particular. MR. BEST. Q. Did they seem to be pretty well off in the money way? A. Well, the man always paid me his rent, and so far I had nothing more to do with him; he paid me regularly 4s. a week — I was awoke by a lumbering noise — the noise was like a heavy fall on the floor, as if something heavy had fallen — I do not know how far the distance is from the room where I was sleeping to the landing where I saw the body of the boy; I never measured it — I cannot tell you — the floor of the second floor was not so high as this Court — I lived on the ground floor — I never measured the distance between the ground floor and this third floor where these people were living — it is about three parts of the height of this Court, I should say — when I went up to the landing the first time I saw no live person there; I did not go up on to the top of the landing, as soon as I saw the boy’s body I turned down stairs — I saw the prisoner afterwards, not at that time, some portion of the way down stairs — I cannot say much as to his being collected and composed at the time — I should not think he was very collected at that time; I did not stop long enough to make any particular observation of the man. FREDERICK HENRY CAIGER. I am a surveyor — I made this plan of the premises. COURT. Q. Is it made to a scale? A. It is; I have not measured any heights, but I should say that from the floor of the ground floor to the floor of the second floor was about from twenty to twenty-one feet. MR. CLERK. Q. I see by the plan there is a door to each room opening on to the landing? A. Opening inwards to the rooms from the landing — I am speaking of the second floor — the doors are exactly opposite each other — the two doors, when closed, are 5ft. 10 1/2 in. from one another, across the landing — from that landing of 5ft. 10 1/2 in. there is a narrow landing 2ft. 6in. wide — that goes toward the head of the stairs — that goes from the landing that is between the two doors towards the head of the stairs — 2ft. 6in. is the width of each stair. SUSANNAH BEARD. I am the wife of Philip Beard — I live with my husband at 16 Manor-place — we occupy the first floor — I have one little boy about 11 years old — I occupy the back room as a sleeping-room — the little boy slept in the same room — on the morning of Tuesday, 31st July, I should think it was nearly 6 o’clock when I awoke — a noise above my head awoke me — it was a sort of scuffling on the boards — I thought it was the children playing when I first awoke — I awoke my husband, thinking it was late — I heard a sort of lumbering as if something fell on to the boards after that; that was not till after I awoke my husband — I could not say what it sounded like, falling — it appeared to be as if something heavy had fallen on the boards — I thought it was in the bed-room; it seemed over my head — I could not say whether what I heard fall fell on the landing or in the room — my husband went to the bed-room door and went up the stairs — he then called out the “Murder!” and came down — he afterwards went up again with Mr. Bevan, the landlord — after he came down the second time I went to the door of our room and saw the prisoner on the stairs between the first and second floors — he either said, “Mr. Beard” or, “Mrs. Beard, my mother has done all this, she has murdered my sweetheart and my two little brothers, and, in seltdefence, I believe I have murdered her” — while my husband was dressing the prisoner called out from the stairs, “Mr. Beard, for God’s sake fetch a surgeon, I believe there are some alive now” — when my husband was dressed he left the house — he and I went down stairs into the lower parlour — I locked my bed-room door, and locked my child in, and we went down below to the landlord’s room, and my husband directly went for a doctor — I did not see the body of the young woman at all — I had seen a young woman come to the house on the previous day, Monday, 30th July; I think it was pretty well 11 o’clock in the morning when she came — she came with the prisoner — I saw them again about 7 in the evening, going out, as I thought for a walk; they went as if they were going to the Walworth-road — I afterwards saw them return about 10 o’clock; they returned together, by themselves — I saw them come down stairs again about five minutes afterwards, that is I saw them outside the door as if they had come down stairs — I saw them come into the house again about a quarter of an hour afterwards; that would be about a quarter past 10. Cross-examined. Q. Had you seen this young man before that day? A. Oh, yes; he had been staying at the house for a short time previously — he and the young woman seemed very friendly when they were at the door together at 10 o’clock — they seemed on affectionate terms with each other — when the prisoner addressed me on the stairs, and said, “This is my mother’s doing,” he seemed very much excited — on other occasions he was generally calm and quiet in his manner. PHILIP WILLIAM BEARD. I am a carpenter and joiner — I and my wife occupy the first floor at 16 Manor-place — I remember the prisoner coming to the house, but I cannot say exactly what time he came — I had seen him there some days before 31st July — I had seen him in the house — I remember Sunday the 29th — I had some conversation with the prisoner that day in the yard — a little conversation passed on trivial affairs, and he told me that he had been a valet and footman, but that he had left that, and was going into the farming business — he did not say why he had left it — I did not see the young woman on the Monday night — on the Tuesday morning I was awoke by my wife early; it was about 5 minutes before 6, or something like that — after she had awoke me I heard a sort of rumbling noise on the stairs, it appeared to be on the landing over me, it was like children running about, or something like that, I had heard the noise frequently before — I was on my landing — it seemed to come from the top floor above me — when I came out of my room I heard a slight scream, when I got to the foot of the stain — I went up stairs — the first thing I saw was a spot of blood on the stairs, on the fourth stair from the top, I did not notice any on any other — I went a little higher, and the first thing I saw was the little boy lying on the landing — I thought he was dead, he had his throat cut, and was lying on his back with his head towards the stairs — I then went a little higher and there saw the female lying on the landing — I did not then know who she was — I found afterwards it was Mary Streeter — she was also lying dead, a little beyond the dead body of the boy — I did not observe any other body at that time — I was alarmed, and went down, and called up Mr. Bevan, the landlord — I then went up again with him, behind him; there was no one else with us; the inspector had not come at that time — when I had called the landlord I went up stairs and began to drees — I did not go up with him then, I went up to my own bed-room, I did not go up to the second floor then, not till the inspector came — he did not come till Mr. Bevan went for him — I did not go up any more till after the police had been — I went for a surgeon — I saw a policeman at the top of Manor-place, and I sent him down — I did not see anything more of the prisoner — he called me out of my bed-room after I had began to dress, he was then on the stain — he called me and said, “Mr. Beard, my mother has done it all, she has murdered my two little brothers and my sweetheart, and, in self-defence, I believe I have murdered her” — that was all he said then — I then went into my bed-room again, and finished dressing and he begged of me to go for a surgeon. Cross-examined. Q. Did he say to you, “For God’s sake go to a surgeon’s, I think there is some of them alive now?” A. Yes — I was about five minutes in my room dressing myself — I dressed as speedily as I possibly could — I do not know whether my wife was present at this conversation on the stain — she was present in one instance, I believe, I did not see her — I have not known the prisoner for any time — I only just saw him backwards and forwards in the house — I never had any particular conversation with him — I was not at home most of the day — I was always out at work from 6 in the morning till 8 or 9 at night — I had no opportunity of observing how Mr. Youngman and his wife lived towards each other. MR. CLERK. Q. Your wife used to be at home? A. Yes. JOHN YOUNGMAN. I am the father of the prisoner — I resided on the second-floor of the house, 16, Manor-place, Wai worth — I can’t say exactly how long I had been there — my wife, Elizabeth Youngman, also lived there, and my two sons, Thomas Neale Youngman, and Charles Youngman — Thomas was eleven years of age, and Charles seven — in the month of July the prisoner came to live with me — he had before that been at service at Dr. Duncan’s; that was the last place he had lived at — he was footman there — I do not recollect on what, day it was that he came to my lodgings, but I should suppose it was about a fortnight before the 31st July — he used to sleep in the back room, the same room that I slept in — Thomas, the eldest of the two boys, slept with him in the same bed — I slept on a bed made up on the shop-board — I am a tailor, but I work away from home along with a son who lives in the neighbourhood — my wife slept in the front room and the boy Charles with her — I am frequently away from home at my work, during the day; mostly all day — I go home to dinner very frequently; not at all times — I was away from morning till night, except sometimes when I went home to dinner — on Monday, 30th July, I came home about a quarter or twenty minutes after 10 at night, as near as I can bring it to mind — I did not see the young woman, Mary Streeter, at all that night — I saw my wife before I went to bed — the prisoner went, to bed that night as usual, in the room — I should think it wanted about twenty minutes to 11, at that time — I told him when he was ready I would put the light out, and he said he was all ready, and I put the light out and went to bed directly, and he at the same time — my boy, Thomas, was in bed when I got into bed; he was in the bed with the prisoner — I awoke in the morning, I consider, somewhere about 4 o’clock; I did not know the time because I had not a clock in my room; I imagine that was the time by the appearance of the morning — at that time I saw the prisoner at the foot of his bed — it was daylight; just the break of day — he was in the act of getting into bed — I supposed he had been to look at the clock — I believe the door of the room was not closed; it generally stood open, but I did not take that notice — I usually slept with the door about an inch open — I took no notice of it then — the door of the front room was always closed at night, to the best of my knowledge — I fell asleep again — I got up at 5 o’clock that morning — it was about twenty minutes after 5 when I left my room — I expected that the clock went 6, but in lien of that it was 5 I found when I got out — the prisoner and Thomas were in bed at that time — I went to my son John’s to work — I did not go into the front room before I left; the door of that room was closed — I was afterwards fetched from my son’s — I should think it was about twenty minutes after 6 — I came back to the house — I saw the body of the young woman, Mary Streeter — she was then dead — I had seen her before, three or four times, I believe — the first time I saw her I dare say might have been two years previous — she had not been in the habit of coming to our house then — I saw her two or three times since — I saw her once or twice in July; that was at Manor-place — I do not think I saw her more than once in Manor-place — I saw her once at my son John’s, along with William, and once at Manorplace with him — the prisoner had never said anything to me about his intended marriage — I understood it was to be the case, but he never acquainted me with it — a knife was shown to me on the morning of 31st July, by Lack the constable — this (produced) is it — I had seen that knife before that day — I saw it in my son John’s shop — it was in the prisoner’s possession — it was then quite whole, to the best of my knowledge; not broken as it is now — the prisoner was showing it to a man who was working at my son John’s, and the man said it was not a fit knife to carry — the prisoner said anybody had a right to carry such a knife, if they thought proper, for their own protection — I should think this was about nine days or a fortnight before 31st July — I never saw him use the knife for any purpose — I never saw him show it at home to my wife; not to my recollection — as soon as I got back to the house on the morning in question, I called out, “Where is William?” he was then brought down in to the passage by the police; he was in custody — he said, “This is all mother’s doings, father” — that was all he said — to the best of my knowledge the prisoner was not possessed of any property at this time; he had no money, except what he had from service — I believe he had been in Dr. Duncan’s service for half a year — he was out of employment for some time before he went there — I cannot say for how long — it was as long as a year — I learnt so from him. Q. Had he ever said anything to you about insuring the life of the young woman? A. I had heard it talked of; I don’t think he ever said anything about it to me — I am not certain he did not; I have heard it repeated and talked of at different times — I heard it talked about at my son John’s. COURT. Q. You say he never mentioned it to you; but did you hear him mention that he was about insuring the life? A. Oh, yes; at different times — I heard him mention it at my son John’s. MR. CLERK. Q. Do you know the prisoner’s handwriting? A. I think I should know it, but I am not sure; I am a very little writer myself — I saw the dead body of my wife and of my son Thomas, at the same time I saw the dead body of the young woman — I also saw the dead body of my youngest boy, Charles; I saw him last. Cross-examined. Q. You say this insurance was talked about at your son John’s; was that in the presence of several persons? A. Yes, openly — I should think that was something like nine days, or a fortnight, or a week before 31st July, and perhaps a day or two before, but I cannot bring it to mind — my wife’s maiden name was Golden — I knew her mother quite well — she was a lunatic at the latter part of her life — she died in Peckham Asylum — a brother of my own also died’a lunatic in Norwich Thorpe Asylum — none of my children have died in that way — my father, I believe, died tolerably sensible, but he had been in an asylum two or three times — I work for my son as a journeyman and receive journeyman’s wages — I receive a pound a week, on an average; I am sometimes short of work — I was not short at this time; I had plenty doing just then — my wife and I lived upon tolerably good terms; we used to have more words about the children than anything else; I thought that she talked to them a good deal more than there was any occasion for — we quarrelled occasionally about the children — I thought she interfered with them too much — she used to correct them more than I thought she had any occasion for — she did not correct them particularly severely, but she corrected Thomas more than I thought she ought, because I thought Charles was quite as much or more in fault than Thomas — my wife and I did not sleep together at all times — we had not slept together for the last week previous to William coming to the house — that was because I wished to get to bed always when I got home of a night; and not only that, my wife was troubled with an inward complaint — she had a cancer in the womb; that was the reason why we did not sleep together — I sometimes took my breakfast at my son John’s — I sometimes took my supper at home, not often — I supped at my son’s, and sometimes I had no supper at all — I always took my tea at my son’s when I was there — I did not go to any place of entertainment to spend my evenings, or to any public-house; and had not done so for a long time — I saw this knife when I was at my son John’s house — I do not remember the prisoner saying that it was a good sort of knife for eating meals with — I cannot say that I ever heard him say that — I have seen him take his meals in the house, but I never saw him use that knife at all — I did not sup in the house the night before 31st July — the front room was used for supper and meals; that was the room in which the family lived in the daytime — the point of this knife is broken off and the guard is also broken. MR. CLERK. Q. When was it that your wife’s mother died? A. 15 years ago, in October — I never visited her in the asylum but once — I can’t say whether she was there 12 mouths or 2 years — I think she was between sixty and seventy when she died — my wife had never been confined in any asylnm — I cannot say that I ever perceived any appearance of an unsound mind in her during our marriage — I never did — she was rather more kind to Charles than to Thomas — that has been a cause of difference, a cause of words between us — I have frequently told her that Charles was most in fault. JOHN VARNEY (Policeman, P 333). I remember Beard speaking to me on the morning of 31st July — I went by myself to 16, Manor-place, Walworth, about 6 o’clock — I went into the house and went up stairs on to the second floor landing — when I went up there I saw three dead bodies on the landing; the first was a boy about 10 or 11 years old; the next was a female lying on her face; and another female a little to the left of her — the prisoner came to the door; he said, “Oh! policeman, here is a sight; what shall I do?” — he made a step to come towards me on the landing — he was standing at the back room door when he said that — he was stepping out on to the landing, and I said,” Go back into the room and put on your clothes” — he was not dressed; he was in his night-shirt; I noticed the right sleeve of the shirt was torn, and the wristband was hanging on his hand — I noticed that when he was standing at the door — the wristband appeared to hang on the back of his hand — the inspector arrived just then — I then left the prisoner with him and went into the front room — the prisoner did not say anything to me before the inspector came, further than what I have stated; he said his mother had done all this — he said that at the time that he said “Here is a sight; what shall I do?” he said, “My mother has done all this;” and when in the back room he said, “I struck my mother, but it was in self-defence, and would not you have done the same? that is law.” Crosi-examined. Q. You told him to go into his room and dress himself? A. Yes — at that time he was only in his shirt — I am sure I saw the wristband hanging down — after my coming into the front room he took off his shirt to put another one on, and at that time I missed the wristband of it; I could not find it anywhere — I am quite sure it was on when I saw him first — I have the shirt here. JAMES DANN (Police Inspector, P). Shortly before 6 o’clock on the morning of 31st July I heard of what had taken place at Manor-place — I went to the house accompanied by a constable of the name of Lack — I went up the stall’s — I saw the prisoner standing on the landing on the second floor — we were both on the landing — he said, “This is my mother’s doing; she came to the bedside where my brother and I were sleeping; killed him, and made a stab at me, and I in my own defence wrenched the knife from her hand and killed her, if she is dead” — upon that, the constable Lack, pointing to the body of the young woman, said, “Was this young woman lying here when you killed your mother?” — the prisoner hesitated a little and then said, “I don’t know” — at that time there were three bodies on the landing — the boy, Thomas Neale Youngman, was lying on his back — his head was close to the edge of the top stair — his feet were in a direction away from the stairs; towards the wall of the house; the opposite wall — he was in his night-shirt — the right leg was a little drawn up — there was a great deal of blood where the body of the boy was lying — I then observed the position of the young woman, Mary Streeter — she was lying on the landing with her head inside the back room door — I should say that her head was about a foot or thirteen inches inside the doorway — her feet were towards the front room door — the body wag lying on the right side — she was in her night-dress — there was nothing on her feet; no slippers — there was a great deal of blood near where her head was lying — the blood had flowed from near her head under the door of the back room and under the foot of the bed in the back room; the Stream was about four feet six or seven inches in length — the breadth at the commencement was about fifteen inches, at the termination about six or seven — I then observed the body of the elder woman, Elizabeth Youngman — she was lying on the landing with her face downwards; on her stomach — her face was close to the thighs of the young woman; resting on the floor — the right shoulder of the elder woman rested on the legs of the young woman — the feet of Mrs. Youngman were inside the front room door — she was also in her night-dress; without slippers, or steckings, or anything on her feet — I observed a great deal of blood where she was lying — most of it was close to her head and throat; it had spread some distance; several inches away from her — there was a pool of blood where she was lying; where her bead was — I went into the front room and there saw the body of the youngest child — it was on a bed in the front room, outside the bed-clothes, quite dead — he was in his nightdress — he was lying move on the right side than any other position — the feet were towards the head of the bed; and the head towards the foot — there was a great deal of blood on the bed — it had soaked through the counterpane, blanket, and sheet; and into the bed — the blood was just underneath where the child was lying; underneath the child’s neck and shoulders — I observed the floor of that room — there was not any pool of blood anywhere on the floor in that room — I saw marks of blood in the room — some had been trodden into the room with a naked foot — the footmark was sufficiently distinct for me to be able to speak of its size — it appeared to be the foot of a grown-up person — I saw two footmarks of blood; both in the same direction — I mean that I saw two footsteps which had imprints of blood, which had left the marks of blood, both going in the same direction, from the door towards the bed where the child was lying — there was no smear of blood along the floor of that room — there was no other blood in the bed except that which I have mentioned as being underneath the head and shoulders of the child, and that which had soaked through the clothes — I examined the bed in the back room — there was an appearance of blood about that bed — there wen three or four drops of blood on the sheet, and some smears of blood on the sheet — it appeared to have been wiped off a person’s hands — there was no pool of blood about that bed — there was some blood that had run from the door under the foot of the bed, and there was some blood that bad been trampled about the floor of the room; but no pool of blood in any part — when I first came to the house the prisoner was not dressed; he was in his night-shirt — his bands and feet were bloody; his night-shirt was very much stained with blood also — I did not see any wound about any part of his person — I did not examine him particularly, but I stripped him, and I did not see any wound — I saw the weapon after it was found — the prisoner was taken into custody — I did not see any cut on him when he was taken into custody; he did not complain of any — on the evening of the same day I went down to Wadhurst, to the residence of Mr. Streeter the father of the deceased — I received from Mr. Streeter a number of letters, which I have here — I have fifteen in all — six of these letters were read before the Magistrate — these (produced) are the six given in evidence, and these (produced) are the nine — they are all here — on my return to town I saw a box at the police-station, in the possession of Superintendent Payne — I opened that box with a key which I found in the prisoner’s possession — I there found the paper which I now produce — it is a policy of assurance — I have a piece of the guard of the knife which has been produced — the prisoners brother John gave it to me. Cross-examined. Q. You have told us there were two footmarks leading into the front room? A. Two — the first I should say was about two feet inside the door; that is, as near as I can remember — the second was about two feet six inches further on; towards the bed — one was the right, and the other was the left foot — there were no more footsteps round the bed — there was too much blood just at the landing outside between the two doors, to trace any footmark there — when the prisoner had the conversation with Lack, myself, Lack, and Varney were present — when the question was put to him he was a little confused — he was not so all through — he was very little excited; not at all — he appeared confused when Lack put the question — he hesitated, as I have said — he was not confused during any other part of the time — he appeared to be quite collected. DAVID LACK (Policeman, P 132). On the morning of 31st July I went with Mr. Dann to 16, Manor-place, Walworth, a few minutes before 6 — I saw three bodies lying on the second landing — I found this knife — it was lying just between the two females; it was open as it is now, with the point and a piece of the guard broken off, and smeared with blood just the same as it is now — I picked it up — I saw the prisoner at this time — he spoke to me first — he pulled his right shirt-sleeve up and said, “Here is a job; my mother has done all this” — I said, “Where is your mother?” he pointed down to the elder female and said, “There she lies; I struck her in my own defence” — I said, “Was this young female lying here when you struck your mother?” — he hesitated for a moment and then said, “I do not know.” EDMUND PAYNE. I am superintendent of the P division of police — I obtained the box which was opened by inspector Dann at the house, 16, Manor- place — I found it in the back room on the top floor — I directed its removal to my office and went with it — when the prisoner was brought to the police-station on the morning of 31st July, I spoke to him about the knife which has been produced here — I said, “Do you know anything about that knife?” — Lack the constable had just shown the knife to me; I think that was in the presence of the prisoner — the prisoner’s reply was, “It is my knife; it is what I had to cut my bread and cheese with” — I think I asked how long he had had it, and he said, “A few days,” or “about a fortnight” — I did not expect at that time to be called as a witness, and I do not recollect distinctly whether it was in reply to me or of his own accord, but he said he had had it in his possession a few days or nearly a fortnight — I believe he used both expressions; first, “a few days,” and I believe he afterwards said, “Nearly a fortnight.” JOHN VARNEY (re-examined). When I saw the prisoner on that morning at the house in Manor-place, I asked him where the young woman slept the previous night, and he said, “In the front room” — he said she had slept with his mother and his little brother, and the elder boy slept with himself in the back room WILLIAM BARNARD BODDY. I am a surgeon, and practise at 3, Savillerow, Walworth — on the morning of Tuesday, 31st July, I was called to go to the house 16, Manor-place — that was, I should think, about 6 o’clock — Beard, the carpenter, the man who lives in the second floor, came to me — I went to the house immediately — I there found the bodies of four persons, who were dead — three were on the landing and the body of the little boy was on the bed in the front room — the bodies were all quite warm; as warm as if they had been alive; from animal heat — I examined the body of the young woman, Mary Wells Streeter, which was lying on the landing — I found a stab over her left breast which penetrated the cavity of the chest — there was also a wound on the throat; it was literally cut from ear to ear — that had been done with a very sharp and very strong instrument — the carotid artery and jugular vein on each side were divided; making a clean sweep through everything, down to the cervical vertebrae or bones of the neck — the wound had severed the windpipe and the gullet — such a wound would, I think, have caused instantaneous death; the cutting through the windpipe and the gullet would prevent a person from calling out; it would be quite impossible for a person to call out with such a wound — I think it must have required a strong arm to have inflicted that wound. COURT. Q. That must, of course, depend upon the instrument? A. It would depend upon the instrument. MR. CLERK. Q. What sort of person was the deceased? A. A young woman in good animal condition, I think — in no way emaciated, but healthy — she was anything but weak; I think she was healthy and strong — I then examined the body of the elder woman; she had three stabs altogether, two over the left shoulder-blade, one over the sternum or breast- bone, and a deep cut or stab behind the left side of the neck, which divided the carotid artery and jugular vein on the left side down to the cervical vertebra — that wound would have caused almost immediate death, perhaps not so instantaneous as with the other, who had her throat cut — I should not think it possible that the wounds either upon the young woman or the elder woman could have been inflicted by themselves, particularly upon the elder woman; it would be an impossibility — the elder woman seemed to be a person in tolerably good health, not particularly bulky or muscular, but tolerably healthy, I thought — she was not particularly strong certainly, rather inclined to be stout than thin — I did not discover any injury about the hands of either of the women — I then examined the body of the younger boy, Charles, who was lying on the bed in the front room — I discovered one wound over the chest-bone, and two small incised cuts on the left upper arm, and there was one deep plunging cut or stab through the back of the neck, which divided the bones of the neck and cut right through the spinal cord — that wpund would have caused immediate death — a part of the gullet and windpipe was likewise wounded in the sweep of the knife; that would have quite prevented the child from crying out — I then examined the body of the elder boy, which was lying on the stairs; he had two cuts, one on the right angle of the lower lip, and one cut all round the throat, merely dividing the cutis, not the skin positively, but the small enveloping membrane — there were six stabs altogether, one on the right side of the neck and half way between the ear and the right shoulder, one over the left breast, another over the left breast about an inch and a half below the former, and more to the left side, and three stabs on the left side over the ribs — the three first fingers of the right hand at the extremities were cut through to the bone; the third finger of the left hand was likewise cut at its extremity quite into the bone — those were all the wounds — the one that entered the chest was the cause of death — there wore two wounds on the chest; both were fatal wounds; one entered the pericardium, the enveloping membrane of the heart, that would be necessarily fatal, the other penetrated the lungs — both wounds entered the lungs, the top as well as the bottom plunge, and both would be fatal — if the child had grasped a sharp instrument, the hands would have presented exactly the appearance that I discovered, if the weapon had been drawn through the hands — I see the knife that has been produced; the marks I saw were just such as I should have expected to find from such an instrument — all the wounds upon all the four bodies were inflicted with a sharp instrument; it must have been a very sharp, powerful instrument — I have seen this knife before; the point of it is broken — I apprehend that it was originally a sharp pointed instrument; such an instrument as that, if the point had been sharp, might have inflicted all the wounds I saw upon all the bodies — there was no mark upon any of the bodies of a struggle having taken place during life, except upon that of the child that was lying near the stairs; his were the only hands that were wounded. Cross-examined, Q. If I understand you rightly the mother had one wound in the chest? A. Yes — if that wound had been inflicted first I think she would possibly have screamed; I think it is more than probable she would — she had four wounds — I think the mischief that was product on the boy’s hand was from an attempt in struggling to relieve himself from some injury that was being inflicted upon him; the cuts presented the appearance as if they were inflicted when struggling with some person, putting his hands up to prevent his throat being cut — if those wounds on the boy had been inflicted with great rapidity he would have died almost immediately — the two in the chest would have caused nearly instant death — I think he might have had time to scream out; death would not have followed so rapidly as that; there would have been some moments between the infliction of the wound and death — I have had very little experience in cases of cancer of the womb — I have never known it to create delirium; it produces a great deal of emaciation if it is of long continuance — it is an extremely painful disease — I should not think the pain would affect the brain; it might occasionally, but not as a general rule — it is not taken as a symptom or consequence of disease of the womb — supposing that Mrs. Youngman had been in a state of delirium I think she was strong enough to have inflicted these blows. MR. CLERK. Q. Had there been an attempt to cut the throat of the boy that was lying on the stairs? A. Yes. COURT. Q. That was the wound on the throat you have described? A. Yes, the superficial cut — that led me to suppose that there had been an attempt to cut the throat; the mark was very defined all round the throat — I did not distinguish much difference as to size and bulk between Mrs. Youngman and Mary Streeter; the elder woman was the fatter of the two I think — there was no appearance whatever of any struggle on the part of Mary Streeter. MARY ANN WOOTTON. I am in the service of Dr. Duncan, of Henriettastreet, Covent-garden — I know the prisoner; he was there a week before me — he left on 16th July last — he had been in Dr. Duncan’s service three months, I believe; during that time I have seen him writing frequently — he used to write letters and poetry — the date of the letter I am looking at is the 21st June; I believe it is the prisoner’s handwriting — this one of 18th Juue is his writing, and this of the 21st — I believe this letter of 13th July is in his handwriting; also these two on 16th, and this one of the 19th — to the best of my belief this one without a date is in his haudwriting — this letter of 21st is his, and also the one of the 28th. JAMES ANDREW DUNCAN. I am a physician, residing at Henrietta-street, Covent-garden — the prisoner was in my service as a footman; he came to me on 18th April last, and quitted on 16 th July — I was in the habit of seeing him frequently; it was the greater part of his duty to wait on me. Cross-examined. Q. Have you had any experience in cases of cancer? A. Yes: cancer in the womb is a most painful disease; it generally makes a patient very irritable — I should not set down delirium as one of its symptoms; it may come up as an accidental symptom — if there has been mania in a family and a disease is acting upon a person, it would be more likely to bring it on — I know a mania, described as homicidal mania, especially among women — one of the great features of that mania, is, that persons afflicted by it, most frequently attack those to whom they have the greatest affection — it generally occurs after confinement, where the mother, although she has the greatest affection for her child, cannot resist destroying it — I have read Dr. Taylor’s work on homicidal mania — I agree with him when he says that individuals are liable to be seized by a sudden impulse, when they will destroy persons to whom they are most strongly attached; but it is impossible to define what madness is; that is to say a person may have reason and know the wickedness of what he is going to commit, but yet be unable to resist the animal part of the functions, of the brain. MR. CLERE. Q. Does cancer in the womb, where it exists, produce emaciation of the body? A. Yes; that is how the patient dies, from being completely worn out. COURT. Q. Supposing a person not to be emaciated, does that indicate anything with respect to the state of the disease? A. That would show it was merely beginning, not advanced; that the disease had made but little progress — it might or it might not be attended with pain, then it would not necessarily follow the patient would be made more irritable — in my judgment if the disease had not got so far as to emaciate the patient, I don’t think the pain would be such as to bring on delirium — the patient might, possibly have taken opium as a remedy for it, which would perhaps cause it. EDWARD SPICE. I keep the Green Dragon public-house, Bermondsey-street, in the Borough — I knew the deceased Mary Streeter — on Monday, 23d July last, she came to my house on a visit; she came with the prisoner — she came in the afternoon and stayed there all night — on the next day, the 20th, the prisoner came, as near as I can recollect, about half-past 6 in the morning — Mary Streeter stayed four days at my house on a visit — she was an old friend of mine; I and her father Were brought up together — after partaking of breakfast on that morning, they went away together and returned again about 9 o’clock in the evening — he came down at half-past 5 the next morning — it rained on that day, and they stopped till 9 o’clock — on Thursday morning I called her out at 5 o’clock, and the prisoner came in about five minutes past 5 — I had some conversation with him about the girl — I spoke to her first in the tap-room — I saw what I did not like in the man, and said to her in his presence, “Mary, I would sooner see you take a rope and hang yourself in the skittle ground, than marry a man like that” — I said to the prisoner, “What means have you got to support my girl? “I called her my girl — he said, “I am independent” — I said, “What is your independency, was it left by a legacy? have you got anything to show me, any paper?” — his reply was, “In houses” — I then asked him if they were in the country or London? “Various places in London — he said — I said, “Well, you must be a rich man,” and said to deceased, “Now, Mary, take my advice, give him a total denial, have no more to do with him; go and seat yourself in my bar parlour, and I will take you home safe to your father” — the prisoner made no remark on that — he said he intended to take her either to Hastings or Brighton; I think it was Hastings he said. Cross-examined. Q. He did not say to reside there? A. He said he was going to take lodgings there to keep her independent — I said, You must have a good income to support a young woman like this” — he said, he was a retired tailor — I did not know anything about his being a valet. SAMUEL WELLS STREETER. I am a farmer in Essex — the deceased young woman was my daughter — the prisoner came to my house on Sunday, 8th July last, and stayed there one night; I had never seen him before — my daughter had never mentioned to me that he was paying his addresses to her — the prisoner had not mentioned it to me — when Inspector Dann came down to my house I gave him some letters that were locked up in my daughter’s writing-desk. Cross-examined. Q. I believe you had the misfortune to lose another of your daughters some time before? A. Yes; in May last — she was not married, she died of consumption — this girl had not been subject to any disease of the chest or anything of that kind. THOMAS TANNER. I am clerk in the office of the Argus Insurance Company — on 19th July last I saw the prisoner at that office (he had had a form previously) — he brought a form of application with him; I have it here (produced) — this is one of the forms issued by our office; the name of William Godfrey Youngman was signed in my presence by the prisoner — he wrote the answer to question No. 18, it is “William Godfrey Youngman, 16, Manor Place, Newington, London, retired from the business of a tailor” — that is written opposite the question “Name and place of residence” — before he signed it I asked him what he was — he said he was no trade — he came again on the following day, the 24th, accompanied by a young woman — she was examined by the medical officer, and a policy on her life was prepared — that is the policy (produced) — there is no attesting witness; that is the policy that was effected on that day — the premium was paid on 25th, 10s. 1d. for three months — the premiums are according to the wish of the parties; if they wish they can pay quarterly or half-yearly — in this case the prisoner expressed a wish to pay quarterly — I gave a receipt for the premium; I have it here, this is the first receipt — I believe the young woman paid the money. (The following letters from the prisoner to the deceased were read; the first was dated 18th June, from Henrietta-street, Covent-garden; it contained some allusions to his long silence, and expressed a desire to renew his former intimacy with the deceased; the second was dated 21st June, acknowledging a reply to his first letter, and expressing a wish to see her when she came to town. Editor’s note: Spelling errors in these letters are italicized.) “8, Henrietta Street, Covent Garden, July 13th, 1860. “My dearest Mary. — This comes with my kindest love to you, trusting you are well and happy; myself I am pretty well in health. Now, come to London, dear girl, on Monday next, the 23d, and stay till Mrs. Walker leaves her situation, then go back home again and come up again on Friday morning, 10th August, and I will come on 10th Augnst to meet you, and shall stay at the lodgings I shall take for you and myself. I shall engage furnished lodgings for a week only, when I shall be able to settle all things and go down to your father and stay with him a day or two. You can lodge somewhere on the Friday you come up, and I, at our lodgings, so be ready for Saturday morning, when we will be married at St. Martin’s, Charing Cross, on Saturday, August 11th next; I have published the banns of our marriage, last Wednesday, and it will be asked in church on Sunday next, and Sunday, 29th, for the third time. I gave warning to leave on Wednesday hist, 11th, can leave on 10th ef next mouth having a day’s wages less; now you will have quite money enough, my dear, till after we are married, when I shall have plenty, but not till then; but you need only wear your black clothes, my dear girl, at our wedding. I shall only wear black things and have no white gloves at all dearest; our coachman will stand as father for you, and I shall not require a bridesmaid unless you like, if so, our housemaid will come if she can, and we will go after we are married to Kew Gardens or somewhere, and breakfast before we are married, by ourselves. I think I want to assure your life when you come up on Monday week; it will be settled in the time you are here, two or three days; bring all your things when you come on 10th August; say to your mother you are going to stay with my Mends a fortnight and then look for a situation in the time. After we are married you can have all you wish for, so you will have enough money for the present time, as you do not want to boy anything; all the clothes you have will do for the present, till we are married, and on Wednesday, after we are man and wife for life, I shall take money enough to supply all your wants and wishes, so rest happy till then, my dearest girl. I will expect to see youthen in London on Monday week, to assure your life and buy you the wedding-ring to give you to keep till the day 1 put it on your finger; the 11th August next must be the day, I cannot wait another day longer than that my dearest girl Buy nothing except you want it very much indeed, as I will buy you all you want the Wednesday after we are married on a certainty, but at the same time remember all I have told you. I am now awaiting to hear from you again; say you will do as I write by return of post — I am, dearest Mary, your ever affectionate lover, W. G. YOUNGMAN. — Kind respects to all friends, remember, do not forget what I have said; be careful keep all your letters looked up, so your mother and no one can see them, and bring them when you come here.” “8, Henrietta Street, Covent Garden, July 16th, 1860. “My beloved Polly. — I received your kind and most welcome letter this morning, and was glad to hear you were enjoying good health, myself I am pretty well in health, bnt am anxious to see you again; indeed I long for the 23d, Monday, to come to see you. I suppose you will stay as you said before with Mrs. Walker, at Gloucester-terrace, till she leaves, which you said would be on 26th of this month, that would be on Thursday week, so you could stay three or four days there, and I shall be, of course, there with you once a day at least, I have made up my mind to get away from here this week, so I shall be with you next week when you come. Since I gave notice to leave here last Wednesday, our people have spoken to me in such a manner that has not suited me, and I am certain to give Mrs. Duncan a good talking to next time she goes on at me again, when I hope the Doctor will tell me to go at once, has then that is what I want, when I shall be paid my wages the same up to 11th August, when I shall go to my brother’s and be able to do many things I want to do before we are married, dearest girl. I know I shall have a job to get a holiday when I want it if I stay here longer than this week, so I am in hopes of getting off from here this week, to-day; tonight I want Mrs. Duncan or the Doctor to talk to me, then I shall he ready to talk to them, and so be sent off. You understand, I am a little sharp in this. Now, my dearest Polly, I have a form to be filled up to take to the Life Assurance Company’s office, that his, to answer all the written questions as asked on the printed forms, which is necessary should be done first. I know your name and address, but your occupation, I shall say you have (none) — you understand? But I want to know your place of birth, and date, and your certificate of birth is required to be taken to the office, just to let them see your right age; then, of course, I shall say single, and a spinster; then I want to know your father’s and mother’s ages, and also to know if you have ever been abroad; if so, where, and for what period of time; also, have you had the small-pox, or have you been vaccinated; have you ever had the gout, or spitting of blood, asthma, rupture, convulsions, fits of insanity, vertigo, habitual cough, disease of the lungs, complaint of the liver, or any other disease which tends to the shortening of life; let me know this, but I can say what I like, or you like, has any of these complaints, of corse, would be against your having your life assured. Then it’s asked, has any member of the family died of consumption; I think you said your sister died of that dreadful complaint; but I must say no to that answer. Then they want to know the name and residence of your medical attendant; you could say you had none, to that question; but the name and residence of an intimate friend is required to be referred to for general information, that is to say, they must have some one who knows you to write to, to ask they how long they have known you and your family, and are they healthy, and his your health been good, and his it so now, and to ask if any member of the family have died of any bad disorder, such as I have said; and you must tell the friend, whoever you get to do this for you, to make it out in the best manner he or she can, has you will also do; and let them say they are not a near relation, only a friend, if ever you are. You understand that, dearest girl, has all must be done in the best possible manner to have them assure your life, has they would not take you if they thought you were unhealthy, or any of your family had died of anything bad, or where any of them unhealthy, that would be, of corse, against it, so, when they write to your friend, let them give a good letter to them — he sure and manage that with them, and to answer the letter they send by return of post; so, when you come up on Monday next, all you will have to do will be to go with me to the Assurance Office, near the Bank of England, city, and see the, medical man there, then I can give you the money to pay the first premium upon your life, which will not be a large sum to assure 100l. in case you should die any death, which sum would be of use to your children or me, in that case, dearest girl; but it his a very good thing to do, and the duty of every mother, or wife, or father to assure their lives, if they can but spare a little to pay every quarter; see what distress often arises from friends not leaving any thing to their relations or dear friends when they die! You know the benefit of all this, therefore you will, of corse, just send me the information I require of you, that I may take and fill up the form to take to the office, so they can write to your friend has I tell you. Write has soon has you can, I am anxious to get on with it before you come next Monday to London. Now, I am, with love ever to you, your loving, affectiouate, WILLIAM GODFREY YOUNGMAN. — My kindest remembrance to your friends, and quick answer I hope to have, my most beloved girl; I am indeed anxious to get all these things settled, and look forward for the happy day when you will be mine for life. Adieu, dearest.” “16, Manor-place, Newington, London, S. “My most beloved Mary. — I received your affectionate note this morning, but I must say I am very much hurt to find you state in your note that you do not wish to have your life assured; why, my dearest girl, why do you alter your mind? I have been to the office, have told them to write to your friend, Mrs. James Bone, for the information they require, they did so yesterday, and expect her to send them answer by return of post; and I told them you would come with me on Monday for the policy, so let Mrs. James Bone write to them has they wish, and that you will go with me and assure your life on Monday next has you said you would before. Why can you go from your word? You will never lose anything by assuring your life; will not die any sooner, my dear girl And as regards your father and mother not liken you to do so, you can do has you like without them preventing. Now, say no more to them about it, but come and do has I wish you to do. I shall, indeed, never forgive you if you do not, has I, wish you to do so for a particular purpose, which I will tell you of. I will always pay for it, of corse, and you will never lose anything by it. I intend to get a house for you and myself near or in Brighton next week, as it will, of corse, be foolish for me to go there without you can go with me, even after you have assured your life; but if you will not do this, and will rather mind what your friends say to you about assuring your life, why I cannot think you would love me has I wish you would. You will never find any one to love you so again, and would you break my heart aud not do has I wish you in this little thing? Why do you not do has you said? Can you cease to love me? Will you now refuse to do this which is for the good of those you leave behind when you should DIE? Surely, my dearest girl, you will still love me and do this, or how can I think you do love me if you refuse? no, I cannot believe you love me. Now, my dearest girl, I have nearly settled the assurance, I have left my situation, I have look for a house for us to live in, and with your consent I have published the bans of our marriage, and you have consented to be mine next Monday week. Now, can you break my heart and act like-this? do has I tell you, dearest girl, and I will do anything you wish to be done, only do has you have agreed to do, let me assure your life on Monday next, and be mine own dear wife the following Monday has you promised me in your letter, and every thing you wish for shall be yours. I shall have money enough to supply more than our wants. Next Wednesday or Thursday come and be mine, and we will have all this settled, and we will go down and see all your friends in a few days after things are Bettled. I want you to go to Brighton to get a house, where I wish to live with you, my dearest Polly. Do you love me still 1 if so, do as I wish and keep your promise; be sure and bring the certificate of your birth with you on Monday, and let Mrs. James Bone answer the letter to the Assurance Company to-day, if she has not done so yesterday, so they will get answer on Monday morning before you and I go there. They will not keep you a moment, ray dear girl, only be mine and do this and be happy. You cannot do wrong in this, you will never have cause to regret; pray do has I wish, come and do this on Monday; come, come to me, and be mine, you will never want for a thing while you live, believe me. I cannot but be hurt, hurt, indeed, if you do not comply with my request; do make me happy, do this, it will be all for your good. Write again so I can have a letter on Monday before you come up. Oh, my dearest girl, I know you will not break my heart, I that love you more than life; be mine and never will you want for anything, I swear; but say not a word to your friends till we are married, then they shall be made glad, and we will have a jolly day near home; they will not be sorry for your having me, one that make a lady of you soon, and make you happy for life; one who loves you more thau his life, and can you not do has he wished you to do I say yes, dearest Mary. — I am,-with love to you, hoping you are well and happy, your ever affectionate lover, and ever more I am your best Friend, believe me; but I am hurt, pray heal me, say you will do has I wish, my dearest girl, I am your dearest W. G. YOUNGMAN.” “16, Manor Place, Newington, July 19, 1860. “My most beloved Mary. — I received your kind and most welcome letter this morning about 11 o’clock; I was expecting to get it by 8 o’clock, but you put Boro’ in the address too much, so it was sent to the Boro’ first, which caused it to be late; put the address only as above, dearest girl. I have filled up the paper now and took it to the Life Assurance Office, aud they will write to Mrs. James Bone to-day to get answer on Saturday, so you can go with me to the office before 2 o’clock on Monday; when you come up you will arrive in London about half-past 9 o’clock on Monday morning, that was the time I arrived last Monday week. Do not, my dearest girl, say anything to your mother about what you are going to do, only say you are coming to see me and stay with me and my friends till you get a situation here in London; and I think you had better not bring all your things, only the most particular ones, the best you has. You will not want many things till we are married, has you will have some made or bought for you by me before we are married, but bring a few of your best things only, and, above all things, bring all your letters and papers, leave nothing of importance behind, has all little things you have I want to see, And I shall, of corse, go to Brighton for a time after we are married, if not before; but I shall see you on Monday morning. You must bring the certificate of your birth with you, has it must be taken to the office on Monday next, before the quarter’s premium is paid, aud I wish it to be done nest Monday morning. I will take lodgings for you and me when you come up on Monday. You need not go to Mrs. Walker’s at all; keep with me and I will manage it all comfortable enough for you; don’t bring all your things, you understand, and only the best bring with you, and if you can borrow a little money of your father, do so for a few days when I can give it you to send him back, you understand, has money is short with me till about this day week, Thursday. But I want to see you, dearest, and get your life assured, and get many things settled before then; and we will both go down and see your father and mother and friends, and surprise them, in about a week or eight days after we are married; but I am now, even now, has much has husband to you, dear girl, do has I tell you, and I am, with love, ever and ever to you. Do not forget to bring your birth certificate, as you cannot assure your life without it. I hope you will let me have answer by return of post, my most beloved girl, and one on Monday as well, to meet you at the station, London Bridge on Monday. I am your dear and most affectionate, W. G. YOUNGMAN.” — Kind remembrance to your frieuds. You might bring a little of your home-made butter, and some things with you, only do not say I told you, you understand, it will be for your good, my dearest girl, I am now waiting to see you. “16, Manor Place, London, July 21, 1860. My dearest Mary. — I received your letter this morning. I am very much hurt to find you say you will not have your life assured, after I have troubled, and you had promised me faithfully to have it done, and to be my own dear wife on Monday next, but Tuesday will do has well has Monday, my dear girl, only your father, and mother, or any one must not know it. You promised me faithfully, over and over again, and I expect you will keep your promise that you would be mine, and that your frieuds would not know it till we were married. But now, dearest Mary, if you will only let Mrs. James Bone write to the Assurance Office at once, and go with me to have your life assured on Monday morning next, I will settle with you, and after that his done your friends may know that we are going to be married. I will arrange all things, so you and myself can go down to your house, if possible, the same day we are married, so you need not bring any of your things up with you. Keep to your promise, my dear girl, and your friends shall know we are married the same day that we are, next Tuesday week, but I must have you first assure your life, has I have a great wish for you to do so, and cannot believe you love me unless you do, so cannot certainly think you do love me now. I sent this in haste that Mrs. James Bone may have time to write to them to-day, so the letter will get in London on Monday morning, first post, if not, and you come, bring the letter with you, and the certificate of your birth. Now, I am in earnest; I am keeping my word; you have promised me, now if you love me do this. I am, your affectionate lover, ever till death, WILLIAM GODFREY YOUNGMAN — For your own sake, dearest girl, do has I say. Adieu.” “16, Manor Place, Newington, Saturday night, July 28th, 1860, My beloved Polly. — I have posted one letter to you this afternoon, but I find I shall not have to go to Brighton to-morrow, as X have had a letter from them with what I wanted inside of it; so, my dear girl, I have quite settled my business now, and I am quite ready to see you now, therefore I send this letter to you. I will take this to London Bridge station to-morrow morning, by a quarter past 6 o’clock, and get the guard to take it to Wadhurst station, to give it to the porter there, who will get a man to take it to your place. I can only give the guard something, so you can give the man who brings this a small sum. I shall expect to see you, my dearest girl, on Monday morning, by the first train. I will await your coming at London Bridge station. I know the time the train arrives, a quarter to ten o’clock. I have promised to go to my uncle’s to-morrow, so I cannot come down, but I will go back home with you on Monday night, or first thing Tuesday, so return here again Tuesday night to be ready to go anywhere on Wednesday; but you know all I have told you, and I now expect you will come up on Monday morning, when I shall be able to manage things has I wish to do, Excuse more, my dearest Mary. I shall now go to bed to be up early in the morning to take this letter. Bring or bum all your letters, my dear girl; do not forget, and, with kind love to you and respects to all, I now sum up, waiting to see you Monday morning, a quarter to 10 o’clock. Believe me ever your loving, affectionate, WILLIAM GODFREY YOUNGMAN. — You know all I have told you, therefore come, dearest girl; come, I am anxious now to see you. Adieu for the present.” The form of proposal was then put in, and the answer to question 13 “Has any member of your family died of consumption?” was “No” — The policy of assurance was also put in, it was for 100l. effected by William Godfrey Youngman, of 16, Manor-place, Newington, retired tailor, on the life of Mary Wells Streeter, of Hunter’s hall, Wadhurst, Sussex, commencing on 25th July, and renewable quarterly. The receipt for the first quarter’s premium 10s. 1d. was produced and read. GUILTY — DEATH THE END
Il “Olocausto di Manor Place”
Nello studio della psicologia criminale si arriva inevitabilmente alla conclusione che il tipo di mente più pericoloso sia quello dell’uomo estremamente egoista. Quest’uomo ha perso ogni senso delle proporzioni: la sua volontà e i suoi interessi personali sovrappongono completamente al dovere che ha verso la comunità. L’impulsività, la gelosia, la vendetta sono le cause principali del crimine, ma l’insanità dell’egoismo rappresenta senz’altro il pericolo più grande e anche il meno tollerabile di tutti. Sir Willoughby Patterne, l’esempio perfetto dell’egoista, può sembrare una figura divertente e innocua finché le cose gli vanno bene; ma se viene ostacolato, se ciò che desidera gli viene negato, possono derivarne conseguenze terribili. Huxley ha detto che nell’ vita umana si gioca continuamente un gioco con un avversario invisibile, il quale si fa sentire solo imponendo una punizione ogni volta che si commette un errore. Chi commette errori a causa dell’egoismo può dover pagare un prezzo terribile; ma ciò che è davvero incomprensibile nelle “regole” di questo gioco è che alcuni, che sono semplicemente spettatori, possono essere costretti ad aiutarlo a pagare il prezzo delle sue azioni. Leggete la storia di William Godfrey Youngman e capirete quanto sia difficile comprendere queste regole. Imparate anche da essa che l’egoismo non è un peccato insignificante, ma una radice malvagia dalla quale possono crescere i più orribili frutti. A circa quaranta miglia a sud di Londra, vicino alla località balneare ormai un po’ in declino di Tunbridge Wells, si trova la piccola città di Wadhurst. Situata nel Sussex, è quasi al confine con il Kent. La regione è ricca e pastorale; gli agricoltori sono persone prospere, poiché vivono abbastanza vicini alla metropoli da poter approfittare della sua grande domanda di prodotti agricoli. Tra questi agricoltori, nel 1860, viveva un certo Streeter: proprietario di una piccola tenuta e padre di una bella figlia di nome Mary Wells Streeter. Mary era una ragazza robusta e abile in tutti i lavori agricoli; aveva anche alcuni amici in città. E soprattutto aveva un giovane di ventiquattro anni che l’aveva conosciuta durante una delle sue visite occasionali e che si era molto interessato a lei. Questo giovane era venuto fino a Wadhurst per stare sotto il tetto di suo padre. Il padre non aveva espresso alcuna disapprovazione nei confronti di questo pretendente: un ragazzo vivace e competente, anche se un po’ vago riguardo alla propria occupazione e alle proprie prospettive future. Ma comunque un ottimo compagno di conversazione. Così, William Godfrey Youngman, colto e cittadino, si fidanzò con Mary Wells Streeter, semplice ragazza di campagna. William conosceva bene Mary. Ma Mary sapeva molto poco di lui.
Il 29 luglio di quell’anno era una domenica, e Mary passò il pomeriggio seduta alla finestra del salotto della casa colonica, con il suo mazzo di lettere d’amore in grembo, leggendole ancora e ancora. Fuori c’era quel piccolo spazio di prato verde, bordato dalla rigogliosità tipica di un giardino inglese: i grandi erbari, i giganteschi girasoli, i cespugli di fucsia e i profumati ciuffi di “sweet William”. Attraverso la grata aperta entrava il debole profumo dei lillà e il ronzio sommesso delle api. Il contadino si era addormentato profondamente nel pomeriggio domenicale, e Mary aveva tutta la stanza per sé. C’erano quindici lettere d’amore in totale: alcune più corte, altre più lunghe; alcune davvero deliziose, altre contenenti accenni a questioni pratiche che la facevano aggrottare la fronte. Ad esempio, quella questione dell’assicurazione, che aveva causato tanta preoccupazione al suo amante finché non era stata risolta. Senza dubbio lui conosceva il mondo meglio di lei, ma era comunque strano che a lei, così giovane e sana, venisse chiesto più volte di prepararsi alla morte. Anche nel calore del suo amore, quelle parole la facevano rabbrividire. “Mia adorata Mary”, aveva scritto, “ho compilato tutto il modulo e l’ho portato all’ufficio assicurativo; loro scriveranno a Mrs. James Boric oggi stesso per avere una risposta entro sabato. Quindi potrai venire con me all’ufficio lunedì prima delle due.” E poi, solo due giorni dopo, aveva ricominciato la lettera: “Mi hai promesso più e più volte che saresti stata mia, e che i tuoi amici non lo avrebbero saputo fino al nostro matrimonio. Ma ora, cara Mary, se solo permettessi a Mrs. James Bone di scrivere subito all’ufficio assicurativo e venissi con me lunedì mattina per far assicurare la tua vita, ” Così recitavano i passaggi delle lettere. E lei ne era confusa mentre le leggeva. Ma ormai tutto era deciso: lui non avrebbe più mescolato questioni pratiche con il suo amore. Lei aveva ceduto al suo desiderio, e l’assicurazione per 100 sterline era stata effettuata regolarmente. Le era costata una quota trimestrale di 10 scellini e 4 pence, ma sembrava che a lui piacesse. Quindi non ci avrebbe più pensato.
Si sentì il rumore della porta del giardino che si apriva. Alzando lo sguardo, vide il portiere della stazione che saliva lungo il sentiero, con una lettera in mano. Vedendola alla finestra, gliela consegnò e se ne andò, sorridendo in modo malizioso. Un curioso messaggero di Cupido, con i suoi pantaloni di velluto a coste e le sue scarpe pesanti. Un messaggero di un dio molto più cupo di Cupido, se solo lo avesse saputo. Lei aprì la lettera con impazienza. E questa era la scritta che lesse:
“16, Manor Place, Newington, S.E., sabato sera, 28 luglio.
‘Mia adorata Polly, ’”
‘Questo pomeriggio ti ho inviato una lettera, ma ora so che non dovrò andare a Brighton domani, perché ho ricevuto una lettera da lì con ciò di cui avevo bisogno; quindi, mia cara ragazza, ho risolto tutti i miei problemi e sono pronto ad incontrarti. Per questo ti mando questa lettera. Domani mattina alle 6:30 la porterò alla stazione di London Bridge e chiederò al guardiano di consegnarla alla stazione di Wadhurst, dove sarà data al portiere, che a sua volta la porterà a casa tua. Posso dare solo qualcosa al guardiano; quindi tu potresti dare una piccola somma all’uomo che la consegnerà. Ti aspetto lunedì mattina con il primo treno. Sarò ad attenderti alla stazione di London Bridge; so esattamente l’orario dell’arrivo del treno: alle 9:45. Ho promesso di andare da mio zio domani, quindi non potrò venire; ma lunedì sera o martedì mattina verrò con te a casa e poi tornerò qui martedì sera, pronto ad andare ovunque mercoledì. Ma tu conosci già tutto ciò che ti ho detto. Ora mi aspetto davvero che tu venga lunedì mattina, così potrò sistemare le cose come previsto. Scusami ancora, mia cara Mary. Ora vado a letto per alzarmi presto domani e inviare questa lettera. Porta via o brucia tutte le tue lettere, mia cara ragazza. Non dimenticarlo. Con affetto e saluti, ti aspetto lunedì mattina alle 9:45. Credimi, il tuo devoto e affettuoso,
WILLIAM GODFREY YOUNGMAN.’
Un invito davvero pressante per trascorrere una giornata divertente in città. Ma c’erano sicuramente alcune frasi strane in quella lettera. Cosa intendeva dire con “sistemare le cose come previsto”? E perché avrebbe dovuto bruciare o portare via le sue lettere d’amore? In questo caso, era decisa a non obbedire a quel corteggiatore autoritario che sempre si aspettava da lei che facesse una cosa o l’altra. Le sue lettere erano troppo preziose per essere distrutte in modo così avventato. Le ripose tutte, sedici in totale, nella scatolina di latta in cui teneva i suoi tesori più cari, e poi corse ad incontrare suo padre, sentendo già i suoi passi sulle scale, per raccontargli dell’invito e della sorpresa che l’aspettava il giorno dopo.
La mattina seguente, alle nove e quindici, William Godfrey Youngman aspettava sul marciapiede della stazione di London Bridge per incontrare il treno di Wadhurst che avrebbe portato la sua amata in città. Nessuno che lo avesse osservato tra quella folla di persone che gironzolavano avrebbe potuto riconoscere in lui l’uomo il cui nome e la cui odiosa fama sarebbero diventati noti a tutti i tre milioni di abitanti di Londra entro pochi giorni. Di aspetto era piuttosto alto e robusto, ma del tutto ordinario; il suo carattere, però, era salvato soltanto dalla sua enorme egoismo, contaminato da follia, che lo portava a credere che tutte le cose dovessero piegarsi ai suoi desideri. La sua visione delle cose era così distorta che gli sembrava persino inevitabile che le persone venissero ingannate se lui lo desiderava; qualsiasi scusa o stratagemma, provenisse da lui, sarebbe stato accettato senza dubbi. Era stato un sarto viaggiatore, proprio come suo padre prima di lui, ma aspirando a qualcosa di più aveva ottenuto il lavoro di valletto presso il dottor Duncan, a Covent Garden. Lì aveva servito con onore per un po’, ma alla fine aveva lasciato il posto e era tornato a casa dei suoi genitori, dove per qualche tempo aveva vissuto grazie alla loro generosità. Aveva parlato vagamente di dedicarsi all’agricoltura; probabilmente era stata quella breve esperienza a Wadhurst, tra i suoi animali dal profumo dolce e le brezze del Sussex, ad avergli messo in testa questa idea.
Ma ora il treno arrivava. Lì, alla finestra di terza classe, c’era Mary Streeter, con le sue guance rosee da contadina, ancora più rosse nel vedere il suo innamorato che l’aspettava. Lui prese la sua borsa e insieme scesero dal marciapiede, tra donne con crinoline e uomini in pantaloni larghi; un quadro che rendeva Londra di quei tempi ancora più strana per noi rispetto a quella del secolo scorso. Lui abitava a Walworth, nel sud di Londra; un omnibus coperto di paglia li portò quasi fino alla porta di casa. Arrivarono alle undici a Manor Place, dove viveva la famiglia di Youngman.
L’organizzazione domestica a Manor Place era piuttosto particolare: poiché l’architetto non aveva ancora ideato il concetto di appartamento in Inghilterra, le persone avevano trovato un altro modo per ottenere lo stesso risultato. Il proprietario di una casa a due piani viveva al piano terra e affittava i primi e i secondi piani ad altre famiglie. Così, nel caso specifico, il signor James Bevan abitava al piano terra, il signor e la signora Beard al primo piano, mentre la famiglia Youngman occupava il secondo piano del numero 16 di Manor Place. I soffitti erano sottili e le scale erano condivise; quindi si può immaginare che ogni famiglia fosse molto interessata alle attività delle vicine. Il signor e la signora Beard, dunque, sapevano bene che il giovane Youngman aveva portato a casa la sua amata, e riuscivano persino a intravederla attraverso porte semi-chiuse, notando che il suo comportamento verso di lei era affettuoso.
Non era una famiglia molto numerosa quella a cui la presentò. Il padre partiva ogni mattina alle cinque per andare al suo laboratorio di sartoria e tornava solo alle dieci di sera. Rimanevano soltanto la madre, una donna gentile, premurosa e lavoratrice instancabile, e due figli più giovani, di undici e sette anni. Alle undici i ragazzi andavano a scuola, e rimaneva solo la madre ad accogliere la sua ospite straniera, osservandola attentamente e valutandola come farebbe una madre quando incontra per la prima volta la donna che probabilmente sposerà suo figlio. Mangiarono insieme, poi uscirono per visitare alcuni dei luoghi caratteristici di Londra.
Non esiste alcuna traccia di quali divertimenti abbiano condiviso quella strana coppia: lui, con un intento selvaggio e implacabile nel cuore; lei, meravigliata dal suo comportamento distaccato e chiacchierando del più e del meno con la consapevolezza che l’ombra della morte si stava già addensando su di lei. Un piccolo episodio, tuttavia, è sopravvissuto. Un certo Edward Spicer, un oste franco e diretto che gestiva il pub “Green Dragon” in Bermondsey Street, conosceva Mary Streeter e suo padre. La coppia si recava spesso nel suo locale, e una volta Mary presentò al padre del proprio innamorato. Non sappiamo quale espressione di disgusto l’oste abbia potuto notare sul viso del giovane, né quale difetto caratteriale abbia rilevato in lui, ma tirò da parte la ragazza e le sussurrò che sarebbe stato meglio per lei impiccarsi nella sua stalla piuttosto che sposare un uomo del genere. Un avvertimento che, come la maggior parte degli altri ricevuti dalle ragazze dai loro amanti, sembra essere andato sprecato. La sera andarono insieme al teatro a vedere una tragedia di Macready.
Come poteva lei immaginare, seduta nella folla del palco con il suo silenzioso innamorato accanto a sé, che la sua stessa tragedia sarebbe stata molto più terribile di qualsiasi dramma rappresentato sul palco? Fu solo alle undici che tornarono finalmente a Manor Place.
Il laborioso sarto era ormai rientrato a casa, e tutta la famiglia cenò insieme. Poi dovettero dividersi per la notte nelle due sole camere che possedevano. La madre, Mary e il bambino di sette anni occupavano quella davanti; il padre dormiva nella stanza sul retro, mentre accanto a lui giacevano il giovane e il ragazzo di undici anni. Così si addormentarono, come qualsiasi altra famiglia ordinaria di Londra, senza immaginare che nel giro di un giorno l’attenzione di tutta la città sarebbe stata concentrata su quelle due stanze squallide e sulle sorti delle persone che vi abitavano.
Sul pavimento al di sotto della stanza del giovane viveva una coppia di nome Beard. Alle cinque e mezza, poco dopo che il sarto aveva chiuso la porta d’ingresso, la signora Beard fu disturbata da un rumore che le sembrò provenire da bambini che correvano su e giù giocando. Sentì dei passi leggeri sul pavimento sopra di lei, ma le parve insolito che qualcuno si divertisse a correre a quell’ora così mattutina, quindi scosse il marito per chiedergli cosa ne pensasse. Mentre entrambi si alzavano a sedere nel letto, tendendo l’orecchio, sentirono dal piano di sopra un grido soffocato e il rumore sordo di un corpo che cadeva. Beard balzò giù dal letto e corse su per le scale; quando arrivò al pianerottolo del giovane, vide abbastanza da gridare disperatamente a Mr. Bevan: “Per l’amor di Dio, venga qui! C’è stato un omicidio!” Mentre cercava a fatica di aprire la porta della camera da letto del proprietario, il suo richiamo non trovò quest’ultimo completamente impreparato: quel rumore inquietante era arrivato anche alle sue orecchie. Si alzò tremando dal letto e i due uomini, ancora in pigiama, salirono le scale scricchiolanti; i loro volti spaventati erano illuminati dalla luce dorata di una mattina di luglio. Non riuscirono però ad andare oltre il punto da cui potevano vedere il pianerottolo: quella confusa massa di figure vestite di bianco, con quelle macchie scure e evidenti, era qualcosa che i loro nervi non riuscivano a sopportare. Videro tre persone distese a terra, morte. E c’era qualcuno che si muoveva nella camera da letto. Si avvicinava verso di loro. Con gli occhi dilatati dal terrore, videro William Godfrey Youngman sulla soglia della porta: il suo pigiama bianco era macchiato di sangue, e una manica gli penzolava strappata sopra la mano.
“Signor Beard,” gridò non appena vide quei due volti senza vita sulle scale, “per l’amore di Dio, chiamate un chirurgo! Credo che qualcuno sia ancora vivo!” Poi, mentre loro si giravano e correvano giù per le scale, gli gridò dietro quella singolare spiegazione a cui avrebbe sempre creduto in seguito: “È stata mia madre. Ha ucciso i miei due fratelli e la mia ragazza. E io, in legittima difesa, credo di averla uccisa anch’io.”
I due uomini non si fermarono nemmeno per discutere con lui. Corsero subito nelle loro stanze, indossarono qualcosa e uscirono di casa alla ricerca di un chirurgo e di una polizia, lasciando Youngman ancora fermo sulle scale a ripetere quella sua strana spiegazione. Quanto dolce doveva essere l’aria mattutina per loro, una volta lontani da quella maledetta casa. E quanto devono averlo fissato quegli onesti lattai, con le loro ceste dondolanti, mentre correvano in giro in disordine. Ma non dovettero andare lontano: John Varney, dell’Ufficio di Polizia P, solido e poco fantasioso quanto la legge che rappresentava, stava già all’angolo della strada. E arrivò verso di loro con passi lenti ma decisi.
“Oh, poliziotto. Che situazione terribile! Cosa devo fare?” gridò Youngman vedendo avvicinarsi quel cappello ufficiale lucido.
Il agente Varney non sembrava affatto turbato da quella scena orribile. Il suo consiglio era pratico e diretto: “Vai a vestirti.”
“Ho colpito mia madre. Ma è stato in legittima difesa,” gridò Youngman. “Non avreste fatto lo stesso? È la legge, ”
L’agente Varney non aveva intenzione di dare un parere legale, ma era certo che la cosa migliore per Youngman fosse indossare qualcosa.
Intanto una folla iniziava ad radunarsi in strada; arrivavano anche un altro poliziotto e un ispettore. Era evidente che, indipendentemente dalla veridicità delle parole di Youngman, lui era un assassino confesso. E che la legge avrebbe dovuto fare il suo dovere. Ma quando sul pavimento fu trovato un coltello a forma di pugnale, frantumato dai numerosi colpi inferti, e Youngman dovette ammettere che apparteneva a lui. Quando inoltre si constatò che per infliggere quelle ferite era necessaria una forza e un’energia estremamente violente, divenne sempre più chiaro che quell’uomo non era affatto una vittima delle circostanze, ma uno dei criminali di quel secolo. Ma tutte le prove dovevano essere circostanziali. Perché madre, ragazza, fratelli, tutti tacevano davanti a quell’omicidio indiscriminato.
L’orrore e l’apparente assurdità di quel crimine suscitarono nell’opinione pubblica un’emozione e una indignazione estreme. La misera somma per cui la povera Mary era assicurata sembrava essere l’unica motivazione del delitto; l’urgenza con cui il prigioniero voleva portare a termine l’operazione, nonché il suo desiderio di far distruggere le lettere in cui aveva sollecitato tale azione, costituivano prove schiaccianti contro di lui. Allo stesso tempo, la sua calma convinzione che tutto si sarebbe sistemato secondo i suoi desideri, e il fatto che l’ufficio assicurativo Argus avrebbe pagato la somma a qualcuno che non era né marito né parente della defunta, indicavano o un’ignoranza delle pratiche commerciali o una fiducia eccessiva nelle proprie capacità di gestione, entrambi aspetti che potevano essere considerati sintomi di follia. Quando inoltre emerse durante il processo che tutta la famiglia era afflitta da problemi mentali – la suocera e il fratello del marito si trovavano in istituti psichiatrici, mentre il padre del marito aveva trascorso del tempo in un manicomio ma era diventato “abbastanza sano” prima di morire – sembrò davvero opportuno giudicare il caso su basi mediche piuttosto che penali. In questi tempi più scientifici e umanitari, forse Youngman non sarebbe stato giustiziato con la morte, ma nel 1860 la sua sorte era già segnata.
Il processo si tenne presso il Tribunale Penale Centrale il 16 agosto davanti al giudice Williams. Non emersero nuove informazioni significative, se non il fatto che il coltello fosse in possesso del prigioniero da qualche tempo; quest’ultimo lo aveva mostrato una volta in un bar, dove un passante, animato dal rispetto britannico per la legge e l’ordine, aveva commentato che quel tipo di coltello non era adatto a essere portato da nessuno.
“Chiunque”, rispose Youngman, “ha il diritto di portare un coltello del genere se ritiene che sia necessario per la propria difesa”. Forse l’obiettore non si rendeva conto di quanto fosse vicino in quel momento a ricevere quel coltello nel petto. Durante il processo non furono presentate prove concrete contro il passato del prigioniero, e quest’ultimo rimase fermamente fedele alla propria versione degli eventi. Tuttavia, al termine della requisitoria, il giudice Williams sottolineò che, se la storia del prigioniero fosse vera, ciò avrebbe significato che aveva disarmato sua madre e si era impossessato del coltello. Quale necessità quindi c’era per lui di ucciderla? E perché infliggerle tante ferite? Questi argomenti, uniti al fatto che le mani della madre non presentavano tracce di sangue, convinsero la giuria, e il prigioniero fu condannato.
Il giovane aveva mostrato un comportamento impassibile in aula, ma in prigione dava segni di un temperamento irascibile, e talvolta violento. Suo padre andò a visitarlo, e il prigioniero scoppiò immediatamente in feroci rimproveri per il modo in cui suo padre trattava la sua famiglia – rimproveri che sembravano del tutto ingiustificati. Un’altra cosa che pareva averlo profondamente offeso era la frase pronunciata dal taverniere, che gli era giunta alle orecchie durante il processo: secondo quel tizio, Mary avrebbe fatto meglio a impiccarsi nel cortile che a sposare un uomo del genere. Il suo orgoglio, il tratto più forte della sua natura, fu crudelmente ferito da queste parole.
“Un solo desiderio ho,” gridò furiosamente, “è riuscire ad afferrare quell’uomo, Spicer, e tagliargli la testa.” Il carattere innaturale e sanguinario di questa minaccia è tipico di un maniaco omicida. “Pensate davvero,” aggiunse, con un tocco di vanità, “che un uomo con la mia determinazione e il mio spirito possa ascoltare simili parole senza reagire immediatamente?”
Ma nonostante gli esortamenti e le persuasioni, portò il suo segreto con sé fino alla morte. Non cambiò mai la versione dei fatti che probabilmente aveva inventato prima che accadessero.
“Non lasciare questo mondo con una menzogna sulle labbra”, disse il cappellano mentre si dirigevano verso il patibolo.
“Beh, se volessi mentire, direi semplicemente di averlo fatto io stesso”, fu la sua risposta. Fino all’ultimo momento, confidò con serena convinzione che la storia che aveva raccontato sarebbe stata inevitabilmente accettata. Anche sul patibolo rimase attento a eventuali segnali di clemenza.
Il 4 settembre, poco più di un mese dopo aver commesso il crimine, fu portato davanti al carcere di Horsemonger per subire la punizione. Una folla di 30.000 persone, molte delle quali avevano atteso tutta la notte, scatenò un urlo selvaggio non appena lo vide apparire. Si disse all’epoca che si trattava di uno dei rari casi in cui nessun simpatizzante o filantropo intervenne per opporsi alla pena di morte. L’uomo morì in silenzio e con calma.
“Grazie, signor Jessopp”, disse al cappellano, “per la sua grande gentilezza. Saluti mio fratello e porti i miei saluti a tutta la famiglia”.
E così, con un rapido movimento e il suono di una corda che si spezza, terminò uno degli episodi più sanguinosi e anche dei più inspiegabili nella storia criminale inglese. Il fatto che quell’uomo fosse colpevole sembra non lasciare dubbi, eppure bisogna ammettere che le prove circostanziali non possono mai essere assolutamente convincenti; è solo lo studioso attento di questi casi che si rende conto di quanto spesso una catena di prove incriminanti possa, con un piccolo cambiamento, assumere un’interpretazione completamente diversa.
Trascrizione del processo per omicidio presso Manor Place
Atti della Corte dell’Old Bailey, 13 agosto 1860
723. WILLIAM GODFREY YOUNGMAN (25 anni) fu incriminato per l’omicidio volontario di Mary Wells Streeter. Fu anche accusato dello stesso reato nell’ambito dell’inchiesta del medico legale.
I signori CLERK e BEASLEY si occuparono della parte pubblica dell’accusa.
JAMES BEVAN. Sono un autista e risiedo al numero 16 di Manor-place, a Walworth; sono il proprietario di quella casa. Abito al piano terra; l’edificio è composto da un primo e un secondo piano. Il primo piano si trova direttamente sopra le mie stanze. Il 31 luglio scorso, il signor Beard occupava quel piano, che era composto da una stanza anteriore e una posteriore. Lì c’erano il signor Beard, sua moglie e un figlio. Il piano sopra di lui era occupato dal signor Youngman; credo che il suo nome sia John; è il padre del prigioniero. La sua famiglia era composta da sua moglie e due bambini piccoli. Il secondo piano era formato da due stanze, una anteriore e una posteriore. A quel tempo sapevo che il prigioniero si trovava lì da alcuni giorni; pensavo fosse per le vacanze. L’avevo visto andare avanti e indietro prima del 31 luglio; credevo stesse dormendo lì. Ricordo la mattina del 31 luglio: verso le sei, circa, fui disturbato da un rumore pesante che proveniva dal piano di sopra; sembrava qualcosa fosse caduto a terra. Il rumore proveniva sicuramente dal secondo piano. Non appena lo sentii, saltai immediatamente giù dal letto per andare a vedere cosa stesse succedendo. Ma prima ancora di raggiungere la porta.
Beard, che abitava al primo piano, bussò alla porta e disse: “Per l’amor di Dio, salite immediatamente; qui c’è un omicidio!” Prima ancora che uscissi dalla mia stanza, corsi subito su per le scale per vedere cosa fosse successo. Arrivato al secondo piano, voltai la testa e vidi il bambino. C’era una scala che terminava in un pianerottolo, con una porta su ciascun lato; tutte le stanze si affacciavano su quel pianerottolo. Vidi il bambino disteso morto sul secondo piano. Non gli prestai molta attenzione; credo fosse il figlio maggiore. Non vidi nessun altro intorno. Scesi di corsa per chiamare aiuto. Mentre stavo per andare dai poliziotti, il prigioniero si trovava già sulla prima rampa della scala. Fu la prima volta che lo vidi quella mattina. Dopo essermi vestito, stavo per recarmi dai funzionari. Credo che non ci siano voluti più di due minuti. Uscendo dalla mia stanza, vidi il prigioniero fermo a metà della prima rampa. La scala portava dal piano terra al primo piano; in quel momento stava guardando giù. Quella scala non si affacciava sulla porta d’ingresso. Le scale conducevano al corridoio che portava alla porta. In fondo alle scale c’era un lungo corridoio che attraversava tutta la casa; la scala si trovava proprio nel mezzo di quel corridoio. In quel momento non indossava nulla, solo la camicia. Mi disse che era stata sua madre a fare tutto questo.
CORTESIA. Q. Quali furono esattamente le parole che usò? R. Disse: “Mia madre ha fatto tutto questo; ha ucciso i miei due fratelli e la mia ragazza, e io, in legittima difesa, credo di averla uccisa anch’io.”
SIGNOR BEASLEY. Q. Fu tutto ciò che disse in quel momento? R. Sì; poi andai a chiamare la polizia. Credo di aver sentito il padre del prigioniero uscire quella mattina, verso le cinque e mezza.
CORTESIA. Q. Ha sentito qualcuno uscire? R. Sì; credo fosse lui.
Interrogato dal SIGNOR BEST: Q. I Youngman vivevano da molto tempo nella sua casa? R. Il 24 marzo sono venuti a stare da me. Di giorno non sono quasi mai in casa; esco al mattino e torno la sera, talvolta facendo una breve visita durante il giorno. Non so con certezza, ma credo che Youngman e sua moglie andassero d’accordo abbastanza bene. A volte li sentivo discutere, ma non abbastanza da intervenire.
CORTESIA. Q. A volte discutevano, ma nulla di particolare? R. Nulla di particolare.
SIGNOR BEST. Q. Sembravano avere delle risorse economiche sufficienti? R. Beh, l’uomo pagava regolarmente l’affitto. Non avevo altro da fare con lui; mi pagava 4 scellini a settimana. Fui svegliato da un rumore pesante. Sembrava il suono di qualcosa che cadeva a terra. Non so esattamente quanto distasse dalla stanza dove dormivo il luogo dove vidi il corpo del ragazzo. Non l’ho mai misurato. Non posso dirvi con precisione. Il pavimento del secondo piano non era altrettanto alto di questo tribunale. Vivevo al pianterreno. Non ho mai misurato la distanza tra il pianterreno e il terzo piano dove vivevano queste persone. Direi che fosse all’incirca tre volte l’altezza di questo tribunale. Quando salii per la prima volta, non vidi nessuno. Non andai fino in cima alle scale; appena vidi il corpo del ragazzo, scesi subito. Più tardi vidi il prigioniero. Ma non in quel momento. Non posso dire se fosse molto calmo o composto in quel momento. Non mi fermai abbastanza a lungo per osservarlo attentamente.
FREDERICK HENRY CAIGER: Sono un geometra; ho realizzato questo piano degli edifici.
CORTESIA. Q. È fatto su scala? R. Sì; non ho misurato le altezze, ma direi che la distanza dal pianterreno al secondo piano fosse di circa venti o ventuno piedi.
Signor Segretario: Domanda: Dal piano si vede che ogni stanza ha una porta che dà sul corridoio del secondo piano, giusto? Risposta: Sì, le porte si aprono verso l’interno delle stanze dal corridoio; parlo del secondo piano. Le due porte sono esattamente opposte l’una all’altra e, quando chiuse, distano tra loro 5 piedi e 10 1/2 pollici, lungo il corridoio stesso. Da quel corridoio, largo 5 piedi e 10 1/2 pollici, parte un altro corridoio più stretto, largo 2 piedi e 6 pollici, che conduce verso la cima delle scale. Ogni gradino di quella scala ha una larghezza di 2 piedi e 6 pollici.
SUSANNAH BEARD. Sono la moglie di Philip Beard; vivo con mio marito al numero 16 di Manor-place; occupiamo il primo piano. Ho un bambino piccolo di circa 11 anni; io uso la stanza sul retro come camera da letto, e anche il bambino dormiva nella stessa stanza. Martedì mattina, 31 luglio, verso le 6 del mattino, mi sono svegliata a causa di un rumore sopra la mia testa: sembrava qualcuno che si muovesse rumorosamente sulle assi del soffitto; all’inizio ho pensato fossero i bambini che giocavano. Ho svegliato mio marito, pensando fosse tardi. Poi ho sentito altri rumori, come se qualcosa fosse caduto sul soffitto; non sono riuscita a capire esattamente cosa fosse. Sembrava che qualcosa di pesante fosse caduto. Pensavo fosse nella camera da letto. Non ero sicura se il rumore provenisse dal corridoio o dalla stanza stessa. Mio marito è andato alla porta della camera da letto e poi è salito le scale; ha gridato “Assassinio!” ed è sceso subito dopo. Poi è tornato su insieme al proprietario di casa, il signor Bevan. Dopo che è sceso per la seconda volta, sono andata alla porta della nostra stanza e ho visto il prigioniero sulle scale, tra il primo e il secondo piano. Ha detto qualcosa del tipo: “Signor Beard. Signora Beard, mia madre ha fatto tutto questo. Ha ucciso la mia ragazza e i miei due fratellini. E, per difendermi, credo di averla uccisa anch’io, ” Mentre mio marito si vestiva, il prigioniero ha gridato dalle scale: “Signor Beard, per l’amor di Dio, chiami un medico. Credo che alcune persone siano ancora vive, ” Dopo che mio marito si è vestito, è uscito di casa. Io e lui siamo scesi nel salotto al piano di sotto. Ho chiuso a chiave la porta della mia stanza e ho rinchiuso anche il bambino dentro. Poi siamo andati nella stanza del proprietario di casa; mio marito è subito andato a chiamare un medico. Non ho visto affatto il corpo della giovane donna. Il giorno prima, lunedì 30 luglio, avevo visto una giovane donna arrivare a casa nostra. Penso fossero circa le 11 del mattino quando è arrivata. Era insieme al prigioniero. Li ho visti di nuovo verso le 7 di sera mentre uscivano, probabilmente per fare una passeggiata. Sembrava che stessero andando verso Walworth-road. Poi li ho visti tornare intorno alle 10 di sera. Tornavano insieme, da soli. Circa cinque minuti dopo li ho visti scendere le scale di nuovo. Li ho visti entrare in casa poco dopo. Circa quindici minuti dopo.
Interrogatorio successivo: Q. Aveva già visto questo giovane prima di quel giorno? A. Sì, era già stato a casa nostra per un po’ di tempo. Lui e la giovane donna sembravano molto affiatati quando erano insieme alla porta, alle 10 di sera. Sembravano avere una relazione molto stretta. Quando il prigioniero mi ha parlato sulle scale, dicendo “È stata colpa di mia madre, ”, sembrava molto agitato. Altre volte, invece, era generalmente calmo e tranquillo.
PHILIP WILLIAM BEARD. Sono un falegname e un intagliatore; io e mia moglie abitiamo al primo piano di casa numero 16 di Manor-place. Ricordo che il prigioniero è venuto in quella casa, ma non posso dire esattamente a che ora sia arrivato. L’avevo visto lì alcuni giorni prima del 31 luglio; l’avevo visto anche all’interno della casa. Ricordo la domenica del 29: quel giorno ho avuto una breve conversazione con il prigioniero nel cortile; abbiamo parlato di cose banali, e lui mi ha detto che in passato era stato valletto, ma che aveva lasciato quel lavoro per dedicarsi all’agricoltura. Non ha spiegato esattamente il motivo per cui lo aveva fatto. Lunedì sera non ho visto la giovane donna; martedì mattina mia moglie mi ha svegliato presto: erano circa le 5:50 del mattino. Dopo che mi aveva svegliato, ho sentito un rumore provenire dalle scale. Sembrava venisse dal piano di sopra. Era come se dei bambini corressero lì intorno. Avevo già sentito quel rumore in precedenza. Sono andato sul mio pianerottolo e ho notato che il rumore proveniva dal piano di sopra. Quando sono uscito dalla mia stanza, ho sentito un grido leggero; sono salito le scale e ho visto una macchia di sangue sulla quarta rampa. Non ne ho notate altre. Sono andato ancora più in alto e ho visto il bambino sdraiato sul pianerottolo. Pensavo fosse morto: aveva la gola tagliata ed era disteso a pancia in su, con la testa verso le scale. Poi ho visto anche la donna sdraiata sul pianerottolo. All’epoca non sapevo chi fosse. In seguito ho scoperto che si trattava di Mary Streeter. Anche lei era morta. Un po’ più in là rispetto al corpo del bambino. In quel momento non ho notato altri corpi. Sono rimasto spaventato e sono sceso a chiamare il proprietario della casa, il signor Bevan. Poi sono tornato su con lui; nessun altro era con noi. L’ispettore non era ancora arrivato. Dopo aver chiamato il proprietario, sono salito di nuovo le scale. Non sono andato subito con lui; sono andato nella mia stanza da letto. Non sono salito al secondo piano fino all’arrivo dell’ispettore. Lui è arrivato solo dopo che il signor Bevan lo aveva chiamato. Non sono più salito fino a quando la polizia non è arrivata. Sono andato a chiamare un chirurgo. Ho visto un poliziotto in cima a Manor-place e l’ho mandato giù. Non ho più visto il prigioniero. Dopo che avevo iniziato a vestirmi, mi ha chiamato dalla mia stanza; era sul pianerottolo. Mi ha detto: “Signor Beard, mia madre ha fatto tutto. Ha ucciso i miei due fratellini e la mia ragazza. E, per legittima difesa, credo di averla uccisa anch’io, ” Questo è tutto quello che ha detto. Poi sono tornato nella mia stanza e ho finito di vestirmi; lui mi ha supplicato di andare a chiamare un chirurgo.
Interrogatorio incrociato.
Q. Vi ha detto: “Per l’amor di Dio, andate da un chirurgo. Penso che adesso ne siano ancora alcuni vivi, ”
A. Sì. Ero nella mia stanza da circa cinque minuti, mi stavo vestendo il più in fretta possibile. Non so se mia moglie fosse presente durante quella conversazione. Credo che ci fosse, ma non l’ho vista. Non conosco quel prigioniero da molto tempo. L’ho visto solo andare avanti e indietro per la casa. Non ho mai avuto alcuna conversazione particolare con lui. La maggior parte della giornata non ero a casa. Ero sempre al lavoro, dalle 6 del mattino alle 8 o 9 di sera. Non ho avuto l’opportunità di osservare come il signor Youngman e sua moglie si comportassero l’uno con l’altro.
MR. CLERK: Vostra moglie abitava a casa?
A: Sì.
JOHN YOUNGMAN. Sono il padre di quel prigioniero; abitavo al secondo piano della casa numero 16 di Manor-place, a Wai Worth. Non posso dire con esattezza da quanto tempo vi risiedessi; mia moglie, Elizabeth Youngman, e i miei due figli, Thomas Neale Youngman e Charles Youngman – Thomas aveva undici anni e Charles sette – vivevano anch’essi lì. Nel mese di luglio quel prigioniero venne ad abitare con me; in precedenza aveva prestato servizio presso il dottore.
I ragazzi erano paralizzati dallo stupore; il giovane ribelle non provava alcuna paura.
Il servizio di Duncan durò per sei mesi; prima di andare lì era senza lavoro da un po’ di tempo. Non posso dire esattamente quanto, ma probabilmente circa un anno. È stato grazie a lui che ho imparato così tanto.
Q. Ti ha mai detto qualcosa riguardo all’assicurazione sulla vita di quella giovane donna?
A. Ne avevo sentito parlare; non credo che me ne abbia mai parlato esplicitamente. Non sono sicura che non l’abbia fatto; ne ho sentito discutere più volte in momenti diversi. Ne ho anche sentito parlare a casa di mio figlio John.
CORTESIA: Q. Dici che non te ne ha mai parlato; ma hai sentito dire che stava pensando di assicurare la sua vita?
A. Oh sì, in diverse occasioni. Ne ho sentito parlare anche a casa di mio figlio John.
MR. CLERK: Q. Conosci la calligrafia del prigioniero?
A. Penso di conoscerla, ma non ne sono sicura. Anch’io scrivo molto poco. Ho visto i corpi di mia moglie e di mio figlio Thomas, così come quello della giovane donna. E ho anche visto il corpo di mio figlio minore, Charles. L’ho visto l’ultima volta.
Interrogato ulteriormente:
Q. Dice che di questa assicurazione si è parlato a casa di suo figlio John. Era presente più gente?
A. Sì, apertamente. Penso che sia stato circa nove giorni, o due settimane, o una settimana prima del 31 luglio. Forse anche uno o due giorni prima, ma non riesco a ricordare con precisione. Il cognome da nubile di mia moglie era Golden; conoscevo bene sua madre. Lei era pazza negli ultimi anni della sua vita e morì nell’ospedale psichiatrico di Peckham. Anche un mio fratello morì in uno ospedale psichiatrico a Norwich Thorpe. Nessuno dei miei figli è morto in quel modo. Mio padre, credo, morì in condizioni relativamente sane, anche se era stato in un ospedale psichiatrico due o tre volte. Lavoro come artigiano per mio figlio e ricevo lo stipendio di un artigiano. In media guadagno una sterlina a settimana; a volte mi manca lavoro. In quel periodo, invece, ne avevo abbastanza. Mia moglie ed io andavamo d’accordo. Spesso discutevamo dei nostri figli. Pensavo che parlasse con loro più del dovuto. A volte litigavamo per loro. Credo che interferisse troppo nella loro educazione. Li correggeva più di quanto fosse necessario. Non lo faceva in modo particolarmente severo, ma correggeva Thomas più di quanto ritenevo giusto. Dopotutto, pensavo che Charles fosse altrettanto o addirittura più colpevole di Thomas. Mia moglie ed io non dormivamo sempre insieme. Nella settimana precedente l’arrivo di William in casa nostra, non dormivamo insieme. Volevo andare a letto subito dopo essere rientrato la sera. Inoltre, mia moglie soffriva di un problema interno. Aveva un cancro all’utero. Ecco il motivo per cui non dormivamo insieme. A volte pranzavo a casa di mio figlio John. A volte cenavo a casa, ma non molto spesso. Quella sera del 31 luglio non cenai a casa. La sala principale veniva utilizzata per i pasti; era la stanza in cui tutta la famiglia trascorreva le giornate. La lama di questo coltello è rotta, e anche il manico è danneggiato.
UOMO DELLA BANCA. Q: Quando è morta la madre di sua moglie? A: 15 anni fa, a ottobre. Non l’ho mai visitata in ospedale psichiatrico, solo una volta. Non posso dire se fosse lì da dodici mesi o due anni. Penso che avesse tra i sessanta e i settant’anni quando è morta. Mia moglie non è mai stata rinchiusa in nessun ospedale psichiatrico. Non posso dire di aver mai notato alcun segno di disturbo mentale in lei durante il nostro matrimonio. Non l’ho mai fatto. Era piuttosto più gentile con Charles che con Thomas. Questo è stato motivo di discussioni e litigi tra noi. Gli ho spesso detto che era Charles ad avere la maggior colpa.
JOHN VARNEY (Policista, P 333): Ricordo che Beard mi parlò la mattina del 31 luglio. Sono andato da solo al numero 16 di Manor-place, Walworth, verso le 6. Sono entrato in casa e sono salito al secondo piano. Lì ho visto tre corpi morti: il primo era un ragazzo di circa 10-11 anni; il secondo era una donna sdraiata a faccia in giù; l’altra donna si trovava poco più a sinistra. Il prigioniero è venuto alla porta e ha detto: “Oh, poliziotto. Che spettacolo. Cosa devo fare?” Si è avvicinato a me. Stava vicino alla porta della stanza sul retro quando ha detto quelle parole. Gli ho detto di tornare nella stanza e di vestirsi. Non era vestito; indossava solo la camicia da notte. Ho notato che la manica destra della camicia era strappata e il polsino penzolava dalla sua mano. Quando stava vicino alla porta, il polsino sembrava pendere sul dorso della sua mano. In quel momento è arrivato l’ispettore. Ho lasciato il prigioniero con lui ed sono entrato nella stanza principale. Prima dell’arrivo dell’ispettore, il prigioniero non mi ha detto nulla di diverso da ciò che ho raccontato. Ha detto che era stata sua madre a fare tutto questo. Quando ha detto “Che spettacolo. Cosa devo fare?”, ha aggiunto: “È stata mia madre a farlo, ” E nella stanza sul retro ha detto: “Ho colpito mia madre, ma è stato per legittima difesa. Voi non avreste fatto lo stesso?”, “Questo è la legge.”
Interrogato ulteriormente: Q. Gli ha detto di andare nella sua stanza e di vestirsi? A. Sì. In quel momento indossava solo la camicia. Sono sicuro che il polsino pendesse. Dopo essere entrato nella stanza principale, si è tolta la camicia per mettersene un’altra. In quel momento non ho più visto il polsino. Non riuscivo a trovarlo da nessuna parte. Sono sicuro che ci fosse quando l’ho visto per la prima volta. Ho ancora quella camicia con me.
JAMES DANN (Ispettore di Polizia, P). Poco prima delle 6 del mattino del 31 luglio venni a sapere ciò che era accaduto a Manor-place; andai alla casa accompagnato da un agente di polizia di nome Lack. Salii al piano di sopra e vidi il prigioniero in piedi sul ballatoio del secondo piano; entrambi eravamo lì quando lui disse: “È stata mia madre a farlo; è venuta accanto al letto dove io e mio fratello dormivamo, lo ha ucciso e ha cercato di pugnalarmi; per difendermi, le ho strappato il coltello di mano e l’ho uccisa. Se è davvero morta, ” Allora l’agente Lack, indicando il corpo della giovane donna, chiese: “Questa ragazza giaceva qui quando hai ucciso tua madre?” Il prigioniero esitò per un attimo e poi rispose: “Non lo so.” In quel momento c’erano tre corpi sul ballatoio: il ragazzo, Thomas Neale Youngman, giaceva a pancia in su; la sua testa era vicina al bordo della scala superiore, i piedi erano rivolti lontano dalle scale, verso il muro della casa. Indossava la camicia da notte e la gamba destra era leggermente sollevata; c’era molto sangue intorno al suo corpo. Poi osservai la posizione della giovane donna, Mary Streeter: giaceva sul ballatoio con la testa dentro la porta della stanza posteriore; la sua testa si trovava a circa un piede o tredici pollici all’interno della soglia, i piedi erano rivolti verso la porta della stanza anteriore. Il corpo era disteso sul lato destro; indossava la camicia da notte e non aveva nulla ai piedi, né pantofole; c’era molto sangue vicino alla sua testa; il sangue era colato dalla zona della testa sotto la porta della stanza posteriore e sotto il piede del letto nella stessa stanza. Il rivolo di sangue aveva una lunghezza di circa quattro piedi sei o sette pollici e una larghezza iniziale di circa quindici pollici, che diminuiva verso la fine a circa sei o sette pollici. Infine osservai il corpo della donna più anziana, Elizabeth Youngman: giaceva sul ballatoio con il viso rivolto verso il basso, sul ventre; il suo viso era vicino alle gambe della giovane donna; il suo braccio destro era appoggiato sulle gambe di quest’ultima.
Il giovane si trovava nella sala d’ingresso; anche lei indossava la camicia da notte; senza pantofole né calzini, con i piedi nudi. Notai molto sangue dove giaceva: la maggior parte era vicina alla sua testa e al suo collo; si era diffuso per qualche centimetro intorno a lei. C’era una pozza di sangue proprio dove lei era sdraiata. Entrai nella sala d’ingresso e vidi il corpo del bambino più piccolo: giaceva sul letto, senza coperte, completamente morto. Indossava anche lui la camicia da notte; era sdraiato sul lato destro. I piedi erano rivolti verso la testa del letto, e la testa verso i piedi. C’era molto sangue sul letto: aveva inzuppato le coperte, il plaid e le lenzuola. Il sangue si trovava proprio sotto il corpo del bambino, sotto il suo collo e le sue spalle. Esaminai il pavimento della stanza: non c’erano pozze di sangue da nessuna parte. Vidi tracce di sangue nella stanza; alcune erano state lasciate da piedi nudi. Le impronte erano abbastanza chiare da permettermi di determinarne la dimensione. Sembravano appartenere a un adulto. Vidi due impronte di sangue, entrambe nella stessa direzione: dalla porta verso il letto dove giaceva il bambino. Non c’erano tracce di sangue lungo il pavimento. Non c’era altro sangue sul letto, se non quello che si trovava sotto la testa e le spalle del bambino, e quello che aveva inzuppato i vestiti. Esaminai anche il letto nella stanza posteriore: c’erano alcune gocce di sangue sulla coperta, e delle tracce di sangue sparse su di essa. Sembrava fossero state cancellate con le mani di qualcuno. Non c’erano pozze di sangue nemmeno lì. C’era del sangue che era scorso dal pavimento verso il piede del letto, e altre tracce di sangue sparse sul pavimento della stanza. Ma nessuna pozza di sangue da nessuna parte. Quando sono arrivato per la prima volta in quella casa, il prigioniero non era vestito; indossava solo la camicia da notte. I suoi polsi e i suoi piedi erano insanguinati; anche la sua camicia da notte era molto macchiata di sangue. Non ho visto alcuna ferita sul suo corpo. Non l’ho esaminato in modo particolare, ma lo ho spogliato e non ho trovato nessuna ferita. Ho visto l’arma dopo che è stata ritrovata. Il prigioniero è stato portato in custodia. Non ho notato alcuna ferita su di lui quando è stato arrestato; non si è lamentato di nulla. Nella sera dello stesso giorno sono andato a Wadhurst, presso la residenza del signor Streeter, padre della vittima. Ho ricevuto da lui.
Streeter, un nome composto da diverse lettere – ne ho quindici in totale – sei di queste lettere sono state lette davanti al Magistrato; queste sei costituiscono le prove presentate, mentre queste altre nove sono anch’esse qui con me. Al mio ritorno in città, ho visto una scatola presso la stazione di polizia, in possesso del Sovrintendente Payne; l’ho aperta utilizzando una chiave che ho trovato in possesso del prigioniero, e all’interno ho trovato il documento che ora presento: si tratta di una polizza assicurativa. Possiedo anche un pezzo della lama del coltello che è stato prodotto come prova; me lo ha dato il fratello del prigioniero, John.
Interrogato. Q. Ci ha detto che c’erano due impronte di piedi che conducevano nella stanza principale? A. Sì, due: la prima si trovava a circa due piedi all’interno della porta; per quanto ricordi, era proprio lì; la seconda era situata a circa due piedi e sei pollici più avanti, verso il letto. Una era dell’impronta di un piede destro, l’altra di uno sinistro. Non c’erano altre impronte intorno al letto. C’era troppo sangue sul pianerottolo, tra le due porte, per riuscire a individuare altre tracce. Quando il prigioniero ha avuto quella conversazione con Lack, io, Lack e Varney eravamo presenti. Quando gli è stata posta la domanda, sembrava un po’ confuso. Non era del tutto lucido. Non mostrava alcuna emozione particolare. Sembrava solo confuso quando Lack gli ha fatto quella domanda. Ha esitato, come ho detto. Non era confuso in nessun altro momento. Sembrava piuttosto calmo e composto.
DAVID LACK (Poliziotto, P 132). La mattina del 31 luglio sono andato con il signor Dann al numero 16 di Manor-place, a Walworth, pochi minuti prima delle 6. Ho visto tre corpi distesi sul secondo pianerottolo. Ho trovato questo coltello. Era proprio lì, tra le due donne; era aperto, come lo è ora, con la punta e una parte della guardia spezzate. Era coperto di sangue, esattamente come lo è adesso. L’ho raccolto. In quel momento ho visto il prigioniero. Mi ha parlato per primo. Si è sollevato la manica destra della camicia e ha detto: “Ecco cosa è successo. Mia madre ha fatto tutto questo, ” Gli ho chiesto dove fosse sua madre; lui ha indicato la donna più anziana e ha detto: “È lì. L’ho colpita per difendermi, ” Gli ho chiesto se quella giovane donna fosse già lì quando aveva colpito sua madre. Ha esitato un attimo, poi ha risposto: “Non lo so.”
EDMUND PAYNE. Sono il responsabile della divisione P della polizia. Ho preso la scatola che l’ispettore Dann aveva aperto nella casa al numero 16 di Manor-place. L’ho trovata nella stanza sul piano di sopra. Ho ordinato che venisse portata nel mio ufficio e ci sono andato insieme. Quando il prigioniero è stato portato alla stazione di polizia la mattina del 31 luglio, gli ho parlato del coltello che è stato presentato qui. Gli ho chiesto: “Sa qualcosa riguardo a quel coltello?” Il poliziotto Lack mi aveva appena mostrato il coltello; credo che ci fosse anche il prigioniero presente. La risposta del prigioniero è stata: “È il mio coltello. È quello con cui tagliavo il pane e il formaggio, ” Penso di avergli chiesto da quanto tempo lo avesse, e lui ha detto: “Da alcuni giorni. O quasi due settimane, ” In quel momento non mi aspettavo che venissi chiamato a testimoniare. Non ricordo con precisione se l’abbia detto in risposta alla mia domanda o di sua iniziativa, ma ha detto di averlo avuto con sé da alcuni giorni o quasi due settimane. Credo abbia usato entrambe le espressioni: prima “da alcuni giorni”, e poi “quasi due settimane”.
JOHN VARNEY (riveduto). Quando vidi il prigioniero quella mattina nella casa di Manor-place, gli chiesi dove avesse dormito la giovane donna la notte precedente; lui rispose: “Nella stanza anteriore”. Disse che lei aveva dormito con sua madre e suo fratellino più piccolo, mentre il ragazzo più grande aveva dormito da solo nella stanza posteriore.
WILLIAM BARNARD BODDY. Sono un chirurgo e lavoro al numero 3 di Savillerow, Walworth. Martedì mattina, il 31 luglio, fui chiamato a casa numero 16 di Manor-place; credo fossero circa le 6 del mattino. Il carpentiere Beard, che abita al secondo piano, venne da me; andai immediatamente sul posto e trovai i corpi di quattro persone morte. Tre erano sulle scale, mentre il corpo del bambino si trovava nel letto della stanza anteriore. I corpi erano ancora caldi, come se fossero stati vivi fino a poco prima; la ferita era stata causata da un oggetto molto affilato e potente: l’arteria carotidea e la vena giugulare su entrambi i lati erano state completamente tagliate, attraversando tutto fino alle vertebre cervicali. La ferita aveva reciso sia la trachea che la gola; un simile trauma avrebbe causato la morte immediata. Il taglio alla trachea e alla gola avrebbe impedito alla vittima di gridare; con una tale ferita, sarebbe stato del tutto impossibile emettere alcun suono. Penso che per infliggere un simile colpo fosse necessaria una forza notevole.
CORTESIA DEL GIUDICE: Certo, ciò dipenderà dall’oggetto utilizzato per infliggere il colpo.
RISPOSTA: Sì, dipenderà sicuramente dall’oggetto utilizzato.
UOMO DELLA BANCA. D.: Che tipo di persona era la defunta? R.:
Una giovane donna in buone condizioni fisiche, credo, assolutamente non emaciata, ma sana; non era affatto debole. Penso fosse sia sana che forte. Poi esaminai il corpo della donna più anziana: aveva ricevuto tre colpi in totale: due sopra la scapola sinistra, uno sullo sterno e un taglio profondo dietro il lato sinistro del collo, che aveva reciso l’arteria carotidea e la vena giugulare. Quel ferimento avrebbe causato quasi immediatamente la morte. Non credo sia possibile che tali ferite siano state inflitte da sole, soprattutto a quella donna più anziana. Sembrava essere in buone condizioni fisiche, non particolarmente robusta o muscolosa, ma comunque sana. Di certo non era molto forte; piuttosto, tendeva ad essere corpulenta che magra. Non scoprii alcun segno di ferite sulle mani di nessuna delle due donne. Poi esaminai il corpo del ragazzo più giovane, Charles: aveva un taglio sullo sterno, due piccoli tagli sul braccio sinistro e un profondo taglio dietro il collo che aveva reciso le ossa del collo e attraversato la spina dorsale. Quel ferimento avrebbe causato immediatamente la morte; anche una parte della gola e della trachea erano state ferite dal colpo di coltello. Il ragazzo più anziano, invece, giaceva sulle scale: aveva due tagli, uno all’angolo destro del labbro inferiore e un altro intorno al collo, che però non aveva reciso la pelle in modo profondo. In totale, aveva ricevuto sei colpi: uno sul lato destro del collo, uno sopra il seno sinistro, un altro circa un pollice e mezzo più in basso, ancora uno sul lato sinistro delle costole. I primi tre dita della mano destra erano stati tagliati fino all’osso; anche il terzo dito della mano sinistra era stato tagliato fino all’osso. Tutti questi ferimenti erano stati inflitti con un oggetto affilato. Doveva trattarsi di un’arma molto affilata e potente. Avevo già visto quel coltello prima; la punta era rotta. Probabilmente in origine era un’arma molto affilata. Un’arma del genere, se la punta fosse stata effettivamente tagliente, avrebbe potuto causare tutti quei ferimenti. Non c’erano segni di lotta sui corpi delle due donne, tranne su quello del ragazzo che giaceva vicino alle scale. Le sue erano le uniche mani ferite.
Durante l’interrogatorio, Q: Se ho capito bene, la madre presentava una ferita al petto? A: Sì – se quella ferita fosse stata inflitta per prima, penso che lei avrebbe potuto urlare; è molto probabile che lo avesse fatto. Aveva quattro ferite in totale. Penso che le ferite sul ragazzo siano state causate dal tentativo di liberarsi da qualche lesione che gli veniva inferta. Le ferite sembravano essere il risultato di una lotta per proteggersi la gola. Se quelle ferite fossero state inflitte molto rapidamente, il ragazzo sarebbe morto quasi immediatamente. Le due ferite al petto avrebbero causato la morte in pochi istanti. Penso che potesse aver avuto il tempo di urlare. La morte non sarebbe sopravvenuta così velocemente. Ci sarebbero stati alcuni momenti tra l’inflizione delle ferite e la morte. Ho molto poca esperienza in casi di cancro all’utero. Non ho mai saputo che questo tipo di cancro causasse delirio. Se persistesse a lungo, provocherebbe una notevole magrezza. È una malattia estremamente dolorosa. Non credo che il dolore possa influenzare il cervello. A volte sì, ma non come regola generale. Non viene considerato un sintomo o una conseguenza del cancro all’utero. Supponendo che la signora Youngman fosse in stato di delirio, penso che avesse abbastanza forza per infliggere quelle ferite.
MR. CLERK: C’è stata un tentativo di tagliare la gola al ragazzo che giaceva sulle scale? A: Sì.
COURT: Quella era la ferita alla gola che avete descritto? A: Sì, quella ferita superficiale. Mi ha fatto pensare che ci fosse stato un tentativo di tagliargli la gola. La traccia della ferita era molto evidente intorno al collo. Non notavo molte differenze di statura o corporatura tra la signora Youngman e Mary Streeter; penso che la donna più anziana fosse più grassa delle due. Non c’era alcun segno di lotta da parte di Mary Streeter.
MARY ANN WOOTTON: Lavoro per il dottor Duncan, in Henrietta Street, Covent Garden. Conosco il prigioniero; è arrivato da me una settimana prima di lei ed è partito il 16 luglio scorso. Era al servizio del dottor Duncan da tre mesi circa. Durante quel periodo l’ho visto scrivere spesso. Scriveva lettere e poesie. La data della lettera che sto guardando è il 21 giugno; credo sia scritta dalla sua mano. Anche quella del 18 giugno è sua, così come quelle del 21. Penso anche che questa lettera del 13 luglio sia sua, così come queste due del 16 e questa del 19. Per quanto ne so, anche questa lettera senza data è scritta da lui. Questa del 21 giugno è sicuramente sua, così come quella del 28.
JAMES ANDREW DUNCAN: Sono un medico che risiede in Henrietta Street, Covent Garden. Il prigioniero lavorava per me come valletto; è arrivato da me l’18 aprile scorso ed è partito il 16 luglio. Avevo l’abitudine di vederlo spesso; la sua principale responsabilità era quella di assistermi.
Interrogatorio incrociato.
Q: Ha avuto qualche esperienza in casi di cancro?
A: Sì; il cancro all’utero è una malattia molto dolorosa; di solito rende il paziente molto irascibile. Non dovrei considerare il delirio uno dei suoi sintomi; potrebbe manifestarsi come un sintomo occasionale. Se in una famiglia c’è stata mania e la malattia colpisce una persona, è più probabile che si verifichi. Conosco casi di mania descritta come mania omicida, soprattutto tra le donne; uno dei tratti principali di questa forma di mania è che le persone affette da essa attaccano spesso proprio quelle a cui provano il maggior affetto. Di solito si manifesta dopo il parto: la madre, pur amando molto il proprio bambino, non riesce a resistere alla tentazione di distruggerlo. Ho letto i lavori del dottor Taylor sulla mania omicida. Sono d’accordo con lui quando afferma che alcune persone possono essere colpite da un impulso improvviso che le spinge a distruggere coloro a cui sono più legate; ma è impossibile definire esattamente cosa sia la follia. Una persona può avere ragione e conoscere la malvagità di ciò che sta per compiere, eppure non essere in grado di resistere alla parte “animale” delle funzioni cerebrali.
MR. CLERE: Il cancro all’utero, quando esiste, provoca sottopeso nel corpo?
A: Sì; è proprio questo che porta alla morte del paziente, a causa dell’esaurimento totale delle forze.
CORT: Supponendo che una persona non presenti segni di sottopeso, ciò indica qualcosa riguardo allo stadio della malattia?
A: Significherebbe che la malattia è appena iniziata, non avanzata; ha fatto pochi progressi. Potrebbe o meno essere accompagnata da dolore. In quel caso, non è necessariamente vero che il paziente diventi più irascibile. A mio parere, se la malattia non fosse arrivata a causare sottopeso, il dolore probabilmente non sarebbe così intenso da provocare delirio. Il paziente potrebbe aver assunto l’oppio come rimedio, il che potrebbe aver causato tali sintomi.
EDWARD SPICE. Gestisco il pub “Green Dragon” in Bermondsey-street; conoscevo la defunta Mary Streeter. Lunedì 23 luglio scorso, lei venne a trovarmi a casa; arrivò insieme al prigioniero. Entrò nel pomeriggio e rimase lì tutta la notte. Il giorno seguente, il 20 luglio, il prigioniero tornò, verso le sei e mezza del mattino. Mary Streeter rimase da me per quattro giorni. Era un’antica amica mia; io e suo padre eravamo cresciuti insieme. Dopo colazione, se ne andarono insieme e tornarono intorno alle nove di sera. Lui scese di nuovo il giorno dopo, alle cinque e mezza del mattino. Pioveva quel giorno, quindi rimasero fino alle nove. Giovedì mattina la chiamai alle cinque; il prigioniero arrivò circa cinque minuti dopo. Conversai con lui riguardo alla ragazza. Prima parlai con lei nel locale. Notai qualcosa che non mi piaceva in quell’uomo e le dissi, davanti a lui: “Mary, preferirei vederti prendere una corda e impiccarti piuttosto che sposare un uomo del genere, ” Dissi al prigioniero: “Quali mezzi hai per mantenere mia figlia? La chiamo ‘mia figlia’. Lui rispose: ‘Sono indipendente’. Gli chiesi: ‘In che modo sei indipendente? Hai ricevuto un lascito? Hai qualche documento che possa dimostrarlo?’ Lui rispose: ‘Ne ho alcuni in giro per Londra, ’ Gli dissi: ‘Beh, allora devi essere una persona ricca, ’ E dissi a Mary: ‘Ascolta il mio consiglio: rifiutalo completamente, non avere più nulla a che fare con lui. Vieni nel mio bar e ti accompagnerò a casa sana e salva da tuo padre, ’ Il prigioniero non fece alcun commento. Disse solo di voler portare Mary a Hastings o Brighton. Penso fosse Hastings.
Interrogato ulteriormente: Non disse che avrebbero vissuto lì? Rispose che aveva intenzione di prendere una stanza lì per permetterle di vivere in modo indipendente. Gli chiesi se avesse un reddito sufficiente per mantenere una giovane donna del genere; lui rispose di essere un sarto in pensione. Non sapevo nulla riguardo al fatto che fosse anche un valletto.
SAMUEL WELLS STREETER. Sono un agricoltore nell’Essex. La defunta ragazza era mia figlia. Il prigioniero venne a casa mia domenica 8 luglio scorso e rimase lì per una notte. Non lo avevo mai visto prima. Mia figlia non mi aveva mai detto che lui le scriveva. Il prigioniere non me ne aveva parlato nemmeno lui. Quando l’ispettore Dann venne a casa mia, gli diedi alcune lettere che erano chiuse nel cassetto della scrivania di mia figlia.
Interrogato ulteriormente: So che avete avuto la sfortuna di perdere un’altra vostra figlia poco tempo prima. Risposi di sì; era morta di tubercolosi a maggio scorso. Questa ragazza non aveva mai sofferto di malattie ai polmoni o simili.
THOMAS TANNER. Sono impiegato nell’ufficio della Argus Insurance Company; il 19 luglio dello scorso anno ho visto quel prigioniero in quell’ufficio (aveva già compilato un modulo in precedenza); ha portato con sé un modulo di domanda; l’ho qui con me (lo presento ora); si tratta di uno dei moduli emessi dal nostro ufficio; il nome “William Godfrey Youngman” è stato firmato dal prigioniero davanti a me; ha scritto la risposta alla domanda numero 18: “William Godfrey Youngman, 16 anni, Manor Place, Newington, Londra, si è ritirato dall’attività di sarto”; questa informazione è riportata accanto alla domanda “Nome e residenza”; prima di firmare gli ho chiesto quale fosse la sua professione; ha risposto che non aveva alcuna attività lavorativa; è tornato il giorno seguente, il 24, accompagnato da una giovane donna; questa è stata esaminata dal medico e le è stato emesso un polizza di assicurazione sulla vita; ecco quella polizza (la presento ora); non ci sono testimoni che ne attestino l’emissione; si tratta proprio della polizza stipulata in quel giorno; la quota assicurativa è stata pagata il 25, per un periodo di tre mesi; le quote possono essere pagate trimestralmente o semestralmente, a seconda delle preferenze delle parti; in questo caso il prigioniero ha espresso il desiderio di pagare trimestralmente; ho rilasciato una ricevuta per la quota versata; l’ho qui con me, questa è la prima ricevuta; credo che sia stata la giovane donna a effettuare il pagamento.
(Sono state lette le seguenti lettere del prigioniero alla defunta; la prima era datata 18 giugno e proveniva da Henrietta Street, Covent Garden; conteneva alcune allusioni al suo lungo silenzio e esprimeva il desiderio di ristabilire l’intimità precedente con la defunta; la seconda era datata 21 giugno e ringraziava per la risposta alla prima lettera, esprimendo il desiderio di incontrarla quando lei fosse tornata in città. Nota dell’editore: gli errori di ortografia presenti in queste lettere sono evidenziati in corsivo.)
“8, Henrietta Street, Covent Garden, 13 luglio 1860.”
“Mia cara Mary, questa lettera è scritta con tutto il mio affetto per te. Spero che tu stia bene e sia felice; anch’io sto abbastanza bene di salute. Ora vieni a Londra, tesoro, lunedì prossimo, il 23 agosto, e rimani lì finché la signora Walker non troverà una nuova sistemazione, poi torna a casa e ritorna qui venerdì mattina, l’10 agosto. Io verrò anch’io ad incontrarti in quel giorno e ci stabiliremo nell’appartamento che prenderò apposta per noi due. Affitterò l’appartamento per una settimana soltanto, finché non avrò sistemato tutte le cose necessarie; poi andrò da tuo padre e rimarrò con lui per un giorno o due. Tu potrai trovarti un alloggio il venerdì in cui arriverai, mentre io ci prepareremo per il matrimonio sabato mattina, l’11 agosto, presso la chiesa di St. Martin’s, Charing Cross. Ho già fatto pubblicare gli annuncio del nostro matrimonio mercoledì scorso; le domande di matrimonio saranno presentate in chiesa domenica prossima e poi ancora domenica 29 agosto. Ho avvisato tutti che potranno lasciare il loro alloggio il 10 agosto, anche se perderanno un giorno di stipendio; tu, però, avrai abbastanza denaro fino a quando non ci sposeremo, e dopo avrò tutto ciò di cui hai bisogno. Per il matrimonio puoi indossare i tuoi vestiti neri; anch’io porterò soltanto abiti neri e non userò guanti bianchi. Il nostro cocchiere farà da testimone per te, e non avrò bisogno di una damigella d’onore, a meno che tu non lo desideri. In quel caso, la nostra domestica potrà venire con noi. Dopo il matrimonio andremo nei Giardini di Kew o da qualche altra parte per colazione insieme. Vorrei assicurarmi che tu sia ben preparata quando arriverai lunedì; tutto verrà sistemato durante i due o tre giorni in cui sarai qui. Porta con te tutte le tue cose l’10 agosto; digli a tua madre che starai da me per due settimane e poi cercherai un nuovo alloggio. Dopo il matrimonio potrai avere tutto ciò che desideri. Per ora hai abbastanza denaro, visto che non vuoi acquistare nulla di nuovo; i vestiti che hai ti basteranno fino a quando non ci sposeremo. Mercoledì, dopo esserci uniti in matrimonio per tutta la vita, avrò abbastanza soldi per soddisfare tutti i tuoi bisogni. Quindi rimani serena fino ad allora, mia cara Mary. Ti aspetto a Londra lunedì prossimo per sistemare tutti i dettagli del nostro matrimonio e comprarti l’anello nuziale da indossare il 11 agosto. Non acquista nulla se non lo desideri davvero molto; dopo il matrimonio ti comprerò tutto ciò di cui avrai bisogno. Ma ricorda sempre tutto ciò che ti ho detto. Ora aspetto con impazienza la tua risposta. Dimmi che farai come ti dico, per favore. Sono, tua affettuosa amante, W. G. YOUNGMAN. Saluti a tutti i tuoi amici. Ricorda sempre ciò che ti ho detto. Fa attenzione a tenere tutte le tue lettere nascoste, in modo che tua madre e nessun altro possano vederle. Portale con te quando verrai qui.”
“8, Henrietta Street, Covent Garden, 16 luglio 1860. Mia adorata Polly. Questa mattina ho ricevuto la tua gentile e molto gradita lettera, e sono stata felice di sapere che stai bene. Anch’io sto abbastanza bene, ma non vedo l’ora di rivederti; anzi, aspetto con impazienza il lunedì 23 per venire da te. Immagino che rimarrai, come hai detto prima, da Mrs. Walker a Gloucester-Terrace, fino a quando lei non se ne andrà. Il 26 di questo mese, quindi giovedì. Potrai così trascorrere lì tre o quattro giorni, e io sarò con te almeno una volta al giorno. Ho deciso di lasciare questo posto questa settimana, quindi sarò con te la prossima quando verrai. Da quando ho annunciato che me ne andavo lo scorso mercoledì, le persone qui hanno parlato con me in modo che non mi è piaciuto affatto. La prossima volta che Mrs. Duncan continuerà a lamentarsi di me, le dirò chiaramente cosa penso. Spero che il dottore mi consigli di andarmene subito. È proprio quello che voglio. Mi verranno pagati gli stipendi fino all’11 agosto, e poi andrò da mio fratello e potrò fare molte cose che desidero prima del nostro matrimonio. Mia adorata ragazza. So che se rimanessi qui più a lungo di questa settimana, troverei il modo per prendermi una pausa. Quindi spero davvero di poter andarmene già oggi. Stasera voglio che Mrs. Duncan o il dottore parlino con me. Allora sarò pronta ad ascoltarli e permetterò loro di mandarmi via. Capisci, su queste cose sono un po’ rigida. Ora, mia adorata Polly, devo compilare un modulo da portare all’ufficio della compagnia di assicurazioni sulla vita. Devo rispondere a tutte le domande scritte presenti nel modulo. Conosco il tuo nome e l’indirizzo, ma per quanto riguarda la tua occupazione, dirò che non ne hai nessuna. Capisci? Voglio comunque sapere dove sei nata, la data del tuo compleanno. Mi servirà anche il certificato di nascita per dimostrare la tua età corretta. Poi devo indicare se sei single o zitella. Devo conoscere anche l’età dei tuoi genitori. Se sei mai stata all’estero, dove e per quanto tempo. Se hai avuto il vaiolo o sei stata vaccinata. Se hai mai sofferto di gotta, emorragie, asma, ictus, crisi di follia, vertigini, tosse cronica, malattie ai polmoni, problemi al fegato. O qualsiasi altra malattia che possa ridurre la tua vita. Dimmelo pure. Posso scrivere quello che voglio. O quello che vuoi tu. Ovviamente, se hai qualche di queste malattie, non potrai assicurarti la vita. Si chiede anche se qualcuno nella tua famiglia sia morto di tubercolosi. Penso tu abbia detto che tua sorella è morta a causa di quella terribile malattia. Ma devo rispondere di no, ”
Allora vogliono conoscere il nome e l’indirizzo del tuo assistente medico; potresti rispondere di non averne nessuno, a quella domanda; ma per ottenere informazioni generali è necessario fornire il nome e l’indirizzo di un amico intimo: devono cioè avere qualcuno che ti conosca per scrivere e chiedere quanto tempo conoscano te e la tua famiglia, se siano in salute tu e i tuoi cari, se anche loro lo siano attualmente, e se qualche membro della famiglia sia morto a causa di una malattia grave, come quelle che ho menzionato; devi dunque dire all’amico incaricato di farlo che scriva nel modo migliore possibile. E se mai dovesse risultare che non è un parente stretto, ma solo un amico, diglielo chiaramente. Capisci, cara ragazza, che tutto deve essere fatto con la massima cura affinché possano garantire la tua sicurezza: altrimenti non ti assumerebbero se pensassero che sei malata, o che qualcuno della tua famiglia sia morto a causa di una malattia grave. Quindi, quando scrivono a questo amico, facciano una lettera accurata; lui si occuperà sicuramente di gestire la cosa al meglio e risponderà alla loro missiva il prima possibile. Quando arriverai lunedì prossimo, dovrai semplicemente accompagnarmi all’Ufficio di Assicurazione, vicino alla Banca d’Inghilterra in città, dove incontrerai il medico incaricato; poi ti darò i soldi necessari per pagare la prima rata dell’assicurazione sulla tua vita. Non sarà una somma elevata, ma servirà a garantire 100 sterline in caso tu muoia. Questa somma potrebbe essere molto utile per i tuoi figli o per me, cara ragazza. Ma è davvero una cosa molto importante da fare. È il dovere di ogni madre, moglie o padre assicurare la propria vita, anche se questo significa risparmiare un po’ di denaro ogni trimestre. Pensa a quante difficoltà possano derivare dal fatto che gli amici non lascino nulla ai propri cari in caso di morte. Conosci bene i benefici di tutto ciò. Quindi, per favore, inviami subito le informazioni necessarie, così potrò compilare il modulo e portarlo all’ufficio. Loro scriveranno poi a questo amico, come ti ho detto. Scrivi il prima possibile. Sono ansioso di sistemare tutto prima del tuo arrivo a Londra lunedì prossimo. Ora, con tutto il mio affetto, tuo devoto e affettuoso William Godfrey Youngman. Saluti affettuosi ai tuoi amici. Aspetto una tua risposta rapida. Sono davvero ansioso di sistemare tutte queste cose e di attendere con gioia il giorno in cui sarai mia per sempre. Addio, cara.
“16, Manor-place, Newington, Londra, S.”
“Mia adorata Mary. Questa mattina ho ricevuto la tua affettuosa lettera, ma devo dire che sono molto addolorato nel leggere che non desideri assicurare la tua vita. Perché, mia cara ragazza, perché cambi idea? Sono andato all’ufficio e ho chiesto loro di scrivere alla tua amica, la signora James Bone, per ottenere le informazioni necessarie; l’hanno fatto ieri e aspettano una risposta entro domani. Ho anche detto loro che verrai con me lunedì per formalizzare tutto. Quindi, se la signora James Bone vuole scrivere loro, fallo pure: tu verrai comunque con me lunedì prossimo, come avevi promesso. Perché puoi cambiare idea così facilmente? Assicurare la tua vita non ti costerà nulla. Non morirai prima, mia cara ragazza. E riguardo ai tuoi genitori che non vogliono che tu lo faccia. Puoi farlo comunque, senza il loro permesso. Ora, non dire più nulla a loro al riguardo. Vieni e fai ciò che desidero io. Non ti perdonerò mai se non lo farai. C’è un motivo particolare per cui te lo chiedo. Te lo dirò. Pagherò tutto io, naturalmente. E non perderai nulla. Intendo comprare una casa per noi vicino a Brighton la prossima settimana. Sarebbe sciocco da parte mia andarci senza di te. Ma se non vuoi farlo, e preferisci ascoltare ciò che dicono i tuoi amici riguardo ad assicurare la tua vita. Allora non posso credere che mi ami davvero. Non troverai mai nessuno che ti ami così tanto. Perché non fai ciò che desidero io in questa piccola cosa? Puoi smettere di amarmi? Rifiuteresti davvero di fare qualcosa che è nel bene di coloro che lascerai indietro quando morirai? Sicuramente, mia adorata ragazza. Mi amerai ancora e lo farai. Altrimenti, come posso credere che mi ami se rifiuti? No. Non posso crederlo. Ora, mia cara ragazza. Ho quasi sistemato tutto. Ho lasciato la mia situazione attuale. Ho cercato una casa per noi. Con il tuo consenso ho anche pubblicato gli annunci del nostro matrimonio. E hai accettato di diventare mia moglie lunedì prossimo. Ora, puoi spezzarmi il cuore e comportarti così? Fai ciò che desidero io. Farò qualsiasi cosa tu voglia. Basta che tu acconsenta a assicurare la tua vita lunedì prossimo. E diventi mia moglie l’indomani. Hai promesso nel tuo biglietto. E avrai tutto ciò che desideri. Avrò abbastanza denaro per soddisfare tutte le nostre esigenze. Vieni da me mercoledì o giovedì prossimo. E sistemeremo tutto. Tra pochi giorni andremo a trovare tutti i tuoi amici. Voglio che tu vada a Brighton a cercare una casa. Dove vorrei vivere con te, mia adorata Polly. Mi ami ancora? Se sì, fai ciò che desidero io e mantieni la tua promessa. Porta sicuramente il certificato della tua nascita con te lunedì. E lascia che la signora, ”
James Bone ha risposto oggi alla lettera della Compagnia di Assicurazioni, nel caso non l’abbia fatto ieri; quindi riceveranno una risposta lunedì mattina, prima che tu e io andiamo lì. Non ti tratteranno a lungo, cara mia. Sii solo mia e fai ciò che ti chiedo: sarai felice. Non potrai sbagliare in questo. Non avrai mai motivo di pentirtene. Ti prego, vieni lunedì. Vieni da me, sii mia. Non mancherà mai nulla nella tua vita, credimi. Sarei davvero ferito se non accettassi la mia richiesta. Rendi me felice. Farai solo del bene a te stessa. Scrivimi di nuovo, così potrò ricevere una lettera lunedì prima che tu arrivi. Oh, mia cara ragazza. So che non mi spezzerai il cuore. Ti amo più della mia vita. Sii mia e non mancherà mai nulla. Giuro. Ma non dire niente ai tuoi amici fino a quando non ci sposeremo. Allora saranno felici. Trascorreremo una giornata gioiosa insieme. Non si pentiranno mai di avermi, io che ti renderò presto una vera signora e ti farò felice per tutta la vita. Io che ti amo più della mia vita. Non puoi rifiutare ciò che desidero tanto. Sì, cara Mary, — Ti scrivo con tutto il mio amore. Spero che tu stia bene e sia felice. Il tuo affezionatissimo amante. E sempre il tuo migliore amico. Ma sono ferito. Per favore, guariscimi. Dimmi che farai ciò che desidero. Mia cara ragazza. Sono il tuo più caro W. G. YOUNGMAN.
“16, Manor Place, Newington, 19 luglio 1860.
Mia adorata Mary, questa mattina intorno alle 11 ho ricevuto la tua gentile e molto gradita lettera; mi aspettavo di riceverla entro le 8, ma hai scritto il nome “Boro” nell’indirizzo più volte, quindi è stata inviata prima lì, per questo è arrivata in ritardo. Scrivi soltanto l’indirizzo sopra indicato, cara mia. Ora ho compilato tutto e l’ho portato all’Ufficio di Assicurazioni sulla Vita; loro scriveranno oggi alla signora James Bone per avere una risposta entro sabato, così potrai venire con me in ufficio lunedì prima delle 2. Quando arriverai a Londra, sarà circa alle 9 e mezza di lunedì mattina, lo stesso orario in cui sono arrivato io la scorsa settimana. Non dire nulla a tua madre riguardo al tuo viaggio; digli solo che verrai a trovarmi e che resterai con me e i miei amici finché non avrai trovato un lavoro qui a Londra. Penso che sia meglio non portare tutte le tue cose, ma soltanto quelle più importanti, le migliori che hai. Non avremo bisogno di molte cose fino al momento del nostro matrimonio; anzi, alcuni oggetti te li comprerò o li farò fare per te prima delle nozze. Porta con te solo alcune delle tue cose migliori, e soprattutto tutte le tue lettere e documenti: non lasciare indietro nulla di importante. Voglio vedere tutti i piccoli oggetti che possiedi. E naturalmente, andrò a Brighton per un po’ dopo il matrimonio, anche se forse prima; ma ci vedremo lunedì mattina. Devi portare con te il certificato di nascita: deve essere presentato in ufficio lunedì prossimo, prima che venga pagata la quota trimestrale dell’assicurazione. Vorrei che fosse fatto proprio lunedì mattina. Quando arriverai, troverò un alloggio per noi due; non c’è bisogno che tu vada da Mrs. Walker. Resta con me e ti assicurerò che tutto vada bene per te. Non portare tutte le tue cose. Porta soltanto quelle migliori. E se puoi prendere in prestito un po’ di denaro da tuo padre, fallo per qualche giorno. Te lo restituirò appena potrò. Capisci? Attualmente mi manca un po’ di soldi. Ma voglio vederti, cara. Voglio assicurare la tua vita e sistemare molte cose prima di allora. Poi andremo insieme a trovare tuo padre, tua madre e i tuoi amici. Per sorprenderli. Tra circa una settimana o otto giorni dopo il matrimonio. Ma ora, mia adorata, ho molto da fare. Ti amo tantissimo. Non dimenticare di portare il certificato di nascita. Senza di esso non puoi assicurare la tua vita. Spero che tu mi risponda entro domani. E anche lunedì. Per incontrarci alla stazione di London Bridge. Sono il tuo affezionatissimo W. G. YOUNGMAN.”
Un caro saluto anche ai tuoi amici. Potresti portare con te un po’ di burro fatto in casa e alcune altre cose. Ma non dire che te l’ho detto io. Capisci? Sarà per il tuo bene, mia adorata. Ora aspetto solo di vederti.
“16, Manor Place, Londra, 21 luglio 1860.”
Mia cara Mary, — Ho ricevuto la tua lettera stamattina. Sono molto addolorato nel leggere che non vuoi far garantire la tua vita, dopo che io mi sono preso tanta cura di te e tu mi avevi promesso fedelmente di farlo, e di diventare mia moglie il lunedì prossimo. Anche il martedì andrà bene, cara, ma tuo padre, tua madre o chiunque altro non deve saperlo. Mi hai promesso più volte con fermezza, e mi aspetto che tu mantenga la tua promessa: di essere mia, e che i tuoi amici non lo vengano a sapere fino al nostro matrimonio. Ma ora, cara Mary, se solo permettessi alla signora James Bone di scrivere immediatamente all’Ufficio per le Garanzie di Vita, e di venire con me il lunedì mattina prossimo per far garantire la tua vita, io mi occuperò di tutto il resto. Dopo che sarà fatto, i tuoi amici potranno sapere che ci sposeremo. Organizzerò tutto in modo che tu e io possiamo tornare a casa tua lo stesso giorno del matrimonio, così non dovrai portare con te nulla. Mantieni la tua promessa, cara. I tuoi amici sapranno che ci siamo sposati il martedì prossimo, ma prima devo assolutamente che tu faccia garantire la tua vita. Desidero molto che tu lo faccia, e non posso credere che mi ami se non lo fai. Quindi, sicuramente non puoi dire di amarmi davvero in questo momento. Ho inviato questa lettera in fretta, così che la signora James Bone abbia il tempo di scrivergli oggi stesso. In questo modo, la lettera arriverà a Londra lunedì mattina, con la prima posta. Se non dovesse arrivare in tempo, vieni qui con la lettera e il certificato della tua nascita. Ora parlo seriamente, sto mantenendo la mia promessa. Tu mi hai promesso. Quindi, se mi ami, fallo. Il tuo affezionatissimo amante, William Godfrey Youngman. Per il tuo stesso bene, cara. Addio.”
“16, Manor Place, Newington, sabato sera, 28 luglio 1860.”
Mia adorata Mary. Questo pomeriggio ti ho inviato una lettera, ma ora so che non dovrò recarmi a Brighton domani, poiché X ha ricevuto una lettera da loro contenente esattamente ciò di cui avevo bisogno; quindi, mia cara ragazza, ho risolto tutti i miei problemi e sono pronto ad incontrarti. Per questo ti mando questa lettera. Domani mattina alle 6:15 la porterò alla stazione di London Bridge e chiederò al guardiano di consegnarla alla stazione di Wadhurst, dove il portiere la passerà a qualcuno che la porterà fino a te. Poiché posso dare solo qualcosa al guardiano, tu potresti dare una piccola somma a colui che la consegnerà. Mi aspetto di vederti lunedì mattina con il primo treno; ti aspetterò alla stazione di London Bridge: so che il treno arriva alle 9:45. Ho promesso di andare da mio zio domani, quindi non potrò venire subito, ma tornerò a casa con te lunedì sera o martedì mattina, per poi tornare qui di nuovo martedì sera e essere pronto a partire mercoledì. Ma tu conosci già tutto ciò che ti ho detto; ora mi aspetto davvero che tu venga lunedì mattina, così potrò occuparmi di tutte le cose che desidero fare. Scusami se ti ho scritto troppo, mia adorata Mary. Ora andrò a letto per alzarmi presto domani mattina e consegnare questa lettera. Porta con te tutte le tue lettere, mia cara ragazza. Non dimenticarlo. Con tutto il mio affetto e i miei saluti, ti aspetto lunedì mattina alle 9:45. Credimi sempre, tuo affezionatissimo William Godfrey Youngman. Sai già tutto ciò che ti ho detto. Quindi vieni, mia cara ragazza. Non vedo l’ora di incontrarti. Addio per ora.