THE CRIME OF THE CONGO CONTENTS PREFACE INTRODUCTION CHAPTER I HOW THE CONGO FREE STATE CAME TO BE FOUNDED CHAPTER II THE DEVELOPMENT OF THE CONGO STATE CHAPTER III THE WORKING OF THE SYSTEM CHAPTER  IV FIRST FRUITS OF THE SYSTEM CHAPTER V FURTHER FRUITS OF THE SYSTEM CHAPTER  VII CONSUL ROGER CASEMENT’S REPORT CHAPTER VIII KING LEOPOLD’S COMMISSION AND ITS REPORT CHAPTER IX THE CONGO AFTER THE COMMISSION CHAPTER X SOME CATHOLIC TESTIMONY AS TO THE CONGO CHAPTER XI THE EVIDENCE UP TO DATE CHAPTER XII THE POLITICAL SITUATION CHAPTER XIII SOME CONGOLESE APOLOGIES

CAPITOLO XIV
Soluzioni
Appendice

Prefazione
In Inghilterra, molti ritengono che il crimine commesso nelle terre del Congo da Re Leopoldo del Belgio e dai suoi seguaci sia il più orribile mai conosciuto nella storia umana. Personalmente condivido pienamente questa opinione. Ci sono stati grandi espropriazioni, come quelle dei Normanni in Inghilterra o degli Inglesi in Irlanda; ci sono stati massacri di popolazioni, come quelli commessi dagli Spagnoli contro gli Sudamericani o dai Turchi contro le nazioni sottomesse. Ma mai prima d’ora si è verificata una combinazione così spietata di espropriazioni su larga scala e massacri sistematici, tutto sotto il pretesto odioso della filantropia e motivato da scopi puramente commerciali. È proprio questa natura spregevole del crimine e l’ipocrisia con cui è stato compiuto a renderlo senza precedenti per orrore. I testimoni di questi fatti provengono da tutte le nazioni, quindi non c’è alcuna possibilità di errore riguardo ai dettagli. Ci sono consoli britannici come Casement, Thesiger, Mitchell e Armstrong, che hanno scritto in qualità ufficiale, fornendo tutti i dettagli sui fatti e sulle date; ci sono francesi come Pierre Mille e Fdlicien Challaye, che hanno pubblicato libri sull’argomento; ci sono missionari di molte nazionalità – Harris, Weeks, Stannard (britannici); Morrison, Clarke, Shepherd (americani); Sjoblom (svedese) e il gesuita Padre Vermeersch. C’è anche l’intervento eloquente del governo italiano, che si è rifiutato di permettere ai propri ufficiali di partecipare a tali attività crudeli; inoltre, c’è il rapporto della commissione belga, le cui prove sono state nascoste perché troppo orribili da pubblicare. Infine, ci sono le immagini fornite dalle macchine fotografiche Kodak, prove irrefutabili di quanto accaduto. Qualsiasi cittadino americano che legga “Il monologo di Re Leopoldo” di Mark Twain potrà constatare questo. Una lettura attenta di tutte queste fonti dimostrerà che non esiste alcuna forma di tortura grottesca, oscena o brutale che l’ingegno umano possa inventare e che non sia stata utilizzata contro queste persone innocenti e indifese. A mio parere, questo giustificherebbe comunque il nostro intervento. La Turchia è stata più volte intervenuta in nome dell’umanità; in questo caso, però, ci sono motivi particolari per cui America ed Inghilterra non dovrebbero rimanere indifferenti di fronte alla morte di queste persone. In un certo senso, queste persone sono sotto la loro protezione. Fu proprio l’America ad riconoscere ufficialmente le attività di Re Leopoldo nel 1884, e quindi ha la responsabilità di averlo portato in quella posizione che poi ha abusato terribilmente. L’America è stata la causa indiretta e innocente di tutta questa tragedia; sicuramente merita qualche forma di riparazione. D’altra parte, l’Inghilterra, insieme alle altre potenze europee, ha firmato il trattato del 1885, secondo cui tutte sono responsabili della sorte delle popolazioni indigene. Le altre potenze, però, finora non hanno mostrato alcuna intenzione di mantenere questa promessa. Ma la coscienza dell’Inghilterra è inquieta, e lei sta lentamente prendendo atto della necessità di intervenire. Sarà l’America al suo fianco? In questo momento, due cittadini americani, Shepherd e quel nobile virginiano Morrison, stanno per essere processati a Boma per aver detto la verità su quei furfanti. Morrison, in piedi sul banco degli imputati, rappresenta una Statua della Libertà più bella di quella realizzata da Bartholdi nel porto di New York.
In America si cercherà di far credere che l’Inghilterra voglia scacciare il Belgio dalla sua colonia e prenderla per sé. Tali accuse sono assurde: gestire onestamente una colonia tropicale senza schiavizzare i nativi è un processo estremamente costoso. Ad esempio, la Nigeria, la colonia inglese più vicina, richiede sussidi annuali dell’ordine di 2.000.000 di dollari. Chiunque prenda il controllo del Congo dovrà affrontare spese considerevoli: considerando lo stato attuale della colonia, si calcolano circa 10.000.000 di dollari all’anno per vent’anni. Il Belgio non ha mai gestito davvero la colonia; l’ha semplicemente saccheggiata, costringendo gli abitanti a spedire gratuitamente tutto ciò che aveva valore ad Anversa. Nessuna potenza europea seria agirebbe in questo modo. Per molti anni a venire, il Congo rappresenterà un onere finanziario considerevole; pertanto, chi ne prenderà il controllo dovrà agire con spirito filantropico. Spero che non cada nelle mani dell’Inghilterra. Sono stati fatti anche tentativi (dall’altra parte ci sono ingegnosità notevoli e fondi illimitati) per far credere che si tratti di una questione legata alle missioni protestanti contro il cattolicesimo. Chi pensa così dovrebbe leggere il libro “La Question Kongolaise” del eloquente e santo gesuita Padre Vermeersch: egli visse nella regione e, come afferma, fu proprio la vista di una “sofferenza immensa” a spingerlo a scrivere questo libro.
Prefazione
Noi inglesi, che ci occupiamo con serietà di questa questione, guardiamo con ansia verso ovest, nella speranza di ricevere un segno di sostegno morale e materiale da parte delle due grandi nazioni anglofone. Sarebbe davvero un grande spettacolo vedere la bandiera dell’umanità e della civiltà portata avanti in questa causa dalle due principali nazioni di lingua inglese. ARTHUR CONAN DOYLE

INTRODUZIONE
Sono convinto che il motivo per cui l’opinione pubblica non abbia mostrato maggiore sensibilità sulla questione dello Stato Libero del Congo sia dovuto al fatto che questa terribile realtà non è stata pienamente compresa dalla gente. Il signor E. D. Morel ha svolto un lavoro equivalente a quello di dieci persone, e l’Associazione per la Riforma del Congo si è impegnata con grande determinazione, anche se disponendo di mezzi molto limitati; tuttavia, il loro tempo ed energie sono stati in gran parte dedicati ad affrontare le nuove situazioni che si presentavano man mano. Pertanto, mi sembrava opportuno redigere un resoconto completo che coprisse l’intera questione e la aggiornasse al momento attuale. Un tale resoconto dovrà necessariamente essere superficiale, se vuole essere diffuso su larga scala e a un costo accessibile al pubblico a cui è rivolto; tuttavia contiene i fatti essenziali e permetterà al lettore di formarsi una propria opinione sulla situazione. Se, dopo averlo letto, desidererà contribuire a far sì che questa questione venga portata all’attenzione del grande pubblico, potrà farlo in diversi modi: può unirsi all’Associazione per la Riforma del Congo (Granville House, Arundel Street, W. C.), scrivere al proprio deputato locale per promuovere incontri locali su questo argomento, oppure distribuire il libro e acquistare altre copie, poiché tutti i profitti ottenuti saranno utilizzati per far conoscere la verità al pubblico francese e tedesco. Si potrebbe obiettare che si tratti di storia antica, e che la maggior parte dei fatti riguardi un periodo precedente all’annessione dello Stato del Congo al Belgio, avvenuta l’10 agosto 1908; ma la responsabilità non può essere così facilmente scaricata. Lo Stato del Congo fu fondato dal re belga e sfruttato da capitali, soldati e concessionari belgi; fu difeso e mantenuto dai governi belgi successivi, i quali fecero di tutto per ostacolare gli sforzi dei riformatori. Nonostante le cavilli legali, è assurdo pensare che la responsabilità per il Congo non sia sempre ricaduta sul Belgio: il sistema belga era sempre pronto ad aiutare e difendere lo Stato, ma mai a controllarlo efficacemente e impedirgli di commettere crimini. Il Belgio aveva una possibilità: se subito dopo aver preso il controllo dello Stato avesse istituito una Commissione Giudiziaria incaricata di esaminare rigorosamente tutta la situazione, punendo tutti i reati commessi in passato e indagando su tutti gli scandali degli ultimi anni, avrebbe potuto tentare di chiarire il passato. Inoltre, se avesse liberato il territorio, abbandonato completamente il sistema del lavoro forzato e annullato i contratti di tutte le compagnie concessionarie – poiché queste avevano abusato dei loro poteri in modo evidente – il Belgio avrebbe potuto proseguire la sua attività coloniale nelle stesse condizioni degli altri Paesi, con i propri peccati almeno in parte espiati. Non ha fatto nessuna di queste cose. Da un anno ormai continua fedelmente nei cattivi comportamenti del suo predecessore. La sua colonia rappresenta uno scandalo per tutto il mondo. L’epoca degli omicidi e delle mutilazioni, speriamo, sia ormai passata, ma il paese è sprofondato in uno stato di schiavitù timorosa e disperata. Non si tratta di una storia nuova, ma soltanto di un altro capitolo della stessa storia. Quando il Belgio ha preso il controllo dello Stato del Congo, ne ha assunto anche la storia e le responsabilità. Quanto sia pesante questo fardello lo dimostrano queste pagine. La registrazione delle date rappresenta la misura della nostra pazienza. Qualcuno può forse dire che siamo troppo precipitosi se ora mettiamo da parte parole vane e affermiamo con certezza che la situazione deve essere risolta entro una data prestabilita, o se chiediamo a tutte le potenze di aiutarci a farlo, presentando loro le prove a disposizione? Se le potenze rifiutano di farlo, allora è nostro dovere onorare le promesse fatte riguardo alla sicurezza di queste povere persone e provvedere personalmente a risolvere la questione. Se le potenze ci sostengono o ci danno un mandato, tanto meglio. Ma abbiamo già un mandato proveniente da qualcosa di più alto delle stesse potenze, che ci obbliga ad agire. Sir Edward Grey ci ha detto nel suo discorso del 22 luglio 1909 che un pericolo per la pace europea deriva da questa questione. Diamo dunque uno sguardo diretto a questo pericolo. Da dove proviene? Viene dalla Germania, con le sue tradizioni di vita familiare gentile. È davvero questa la nazione che potrebbe aiutare i carnefici del Mongalla e del Domaine de la Couronne? È probabile che coloro che ammirano così giustamente l’esempio splendido, sia privato che pubblico, di Guglielmo II si schierino al fianco di Leopoldo? Sia in nome dei diritti commerciali che per motivi umanitari, la Germania ha molte questioni irrisolte nel Congo. Oppure sono gli Stati Uniti a poter ostacolare questo processo, visto che i loro cittadini hanno lottato al nostro fianco per contrastare e denunciare queste ingiustizie? O, infine, è la Francia il vero pericolo? Alcuni pensano che, poiché la Francia ha investimenti in queste imprese, poiché il Congo francese stesso si è degenerato sotto l’influenza del suo vicino, e poiché la Francia detiene un diritto di prelazione, il nostro problema risieda dall’altra parte della Manica. Personalmente, non ci credo. Conosco troppo bene gli istinti generosi e cavalieri dello spirito del popolo francese; so anche che la loro storia coloniale, nel corso dei secoli, è stata quasi paragonabile alla nostra. Tali tradizioni non vengono abbandonate facilmente. E tutto si sistemerà presto, quando un forte Ministro delle Colonie presterà attenzione ai concessionari del Congo francese. Ricorderanno sicuramente le ultime parole di de Brazza: “Il nostro Congo non deve trasformarsi in un Mongalla”. È impossibile che la Francia si allei con Re Leopoldo. E certamente, se ciò dovesse accadere, l’Entente Cordiale verrebbe messa a dura prova. Quindi, se queste tre potenze, le più direttamente coinvolte, hanno motivi così evidenti per aiutarci piuttosto che ostacolarci, possiamo procedere senza paura. Ma se non fosse così, se tutta Europa condannasse la nostra iniziativa, non saremmo degni dei nostri antenati se non proseguissimo lungo la retta strada del dovere nazionale.
ARTHUR CONAN DOYLE
Windlesham, Crowborough, settembre 1909
Il crimine del Congo

CAPITOLO I
Come nacque lo Stato Libero del Congo Nei primi anni del suo regno, il re Leopoldo del Belgio iniziò a mostrare un notevole interesse per l’Africa Centrale. Per molto tempo, tale interesse fu attribuito a motivi nobili e filantropici; tuttavia, ben presto si fece evidente il contrasto tra tali dichiarazioni e l’effettivo comportamento commerciale spregiudicato del re. Già nel 1876 convocò una conferenza di umanitari e viaggiatori a Bruxelles al fine di discutere diversi piani per lo sfruttamento dell’Africa Nera. Da questa conferenza nacque la cosiddetta Associazione Africana Internazionale, che, nonostante il nome, era in realtà un organismo prevalentemente belga, con il re Leopoldo come presidente. L’obiettivo dichiarato dell’associazione era l’esplorazione del territorio e la creazione di stazioni destinate a fungere da rifugi per i viaggiatori e centri di civiltà. Al ritorno di Stanley dal suo lungo viaggio nel 1878, fu accolto a Marsiglia da un rappresentante del re del Belgio, che lo assunse come agente dell’associazione. Il compito immediato assegnatogli fu quello di aprire il Congo al commercio e stabilire condizioni vantaggiose con i nativi per permettere la costruzione di stazioni e l’insediamento di coloni. Nel 1879 Stanley lavorò con grande energia. Le sue intenzioni erano davvero encomiabili: “Basterà un semplice contatto”, scrisse, “per convincere i nativi che le nostre intenzioni sono pure e onorevoli, finalizzate al loro bene materiale e sociale più che ai nostri interessi personali. Siamo qui per diffondere i benefici derivanti da rapporti amichevoli e giusti con popoli che prima erano per noi sconosciuti”. Stanley era un uomo rigido, ma non un ipocrita: ciò che diceva lo intendeva davvero. È interessante notare, considerando le affermazioni dei difensori di Leopoldo sulle presunte pigrizia o stupidità dei nativi africani, che Stanley aveva un’alta stima della loro laboriosità e delle loro capacità commerciali. I seguenti estratti dalle sue opere chiariscono ulteriormente questo punto: “Bolobo è un importante centro per il commercio di avorio e polvere di legno di camwood, soprattutto perché la sua popolazione è molto intraprendente.”
Di Irebu, definito “la Venezia del Congo”, scrive:
“Questi uomini conoscevano bene molte regioni e tribù dell’Alto Congo. Dalla laguna di Stanley fino a Upoto, per una distanza di 6.000 miglia, conoscevano ogni punto di sbarco lungo le rive del fiume. Tutti gli aspetti della vita selvaggia, i profitti e le perdite derivanti dal baratto, nonché le strategie diplomatiche utilizzate dai nativi, erano per loro altrettanto familiari quanto l’alfabeto romano per noi. Non c’è da meravigliarsi che tutta questa esperienza commerciale abbia lasciato tracce sul loro aspetto: è esattamente lo stesso che nelle vostre città europee. Non conoscete forse tra voi militari, avvocati, mercanti, banchieri, artisti o poeti? Lo stesso vale in Africa, soprattutto nel Congo, dove la gente dedica tutta se stessa al commercio.” “Nei pochi giorni della nostra reciproca frequentazione, ci hanno dato una buona idea delle loro qualità: l’impegno, espresso secondo il loro stile personale, non era affatto trascurabile.”
“Come un tempo, Umangi dalla riva destra e Mpa dalla riva sinistra inviavano i loro rappresentanti con zanne d’avorio, grandi e piccole, capre, pecore e cibo vegetale, insistendo rumorosamente affinché acquistassimo da loro. Tali sollecitazioni urgenti, accompagnate da lusinghe per convincerci ad acquistare le loro merci, erano difficili da rifiutare.”
“Ricordo che commercianti indigeni entusiasti ci seguivano per chilometri pur di ottenere anche il pezzo più piccolo di stoffa. Dopo aver viaggiato per molte miglia per procurarci stoffa in cambio di zanne d’avorio e polvere di legno rosso, gli indigeni disperati ci chiedevano: ‘Diteci cosa volete davvero; ve lo procureremo.’”
Parlando dello scetticismo degli inglesi riguardo alle intenzioni del Re Leopoldo II, egli afferma:
“Anche se comprendono il valore di un sentimento quando applicato all’Inghilterra, fanno fatica ad ammettere che possa essere stato proprio questo sentimento a spingere il Re Leopoldo II a fondare questa Associazione Internazionale. Lui è un sognatore, come molti dei suoi colleghi impegnati in quest’opera; quel sentimento, infatti, è rivolto ai milioni di persone trascurate del Continente Nero. Gli indigeni non riescono a comprendere appieno questo sentimento appassionato e generoso, che mira ad estendere le influenze civilizzatrici tra le razze oscure e a illuminare con i raggi della civiltà quelle zone buie dell’Africa.”
Non si può ignorare che Bolobo, la prima località menzionata da Stanley, abbia visto la sua popolazione diminuire drasticamente, passando da 40.000 a 7.000 abitanti; che Irebu, definita da Stanley la “Venezia del Congo”, contasse soltanto cinquanta abitanti nel 1903; che gli indigeni che un tempo seguivano Stanley supplicandolo di commerciare ora, secondo il Console Casement, fuggono nella giungla non appena si avvicina una nave a vapore; e che lo spirito altruistico del Re Leopoldo II abbia portato a rendimenti del 300% annuo. Ecco la differenza tra le aspettative di Stanley e la realtà effettiva. Immerso in tali trattati, il Re dei Belgi si avvicinò alle potenze con profonde motivazioni umanitarie, chiedendo che lo Stato da lui fondato ricevesse uno status riconosciuto tra le nazioni. Era forse ipocrita in quel momento? Prevedeva già quanto le sue future azioni sarebbero state diverse dalle dichiarazioni attuali? Questo è un problema che interesserà gli storici del futuro, i quali disporranno probabilmente di maggiori informazioni per formulare una giudizio. Da un lato, c’era una certa segretezza riguardo allo sviluppo dei suoi piani e all’invio delle sue spedizioni, qualcosa che non avrebbe dovuto esserci in un’impresa filantropica. Dall’altro lato, ci sono limiti alle capacità umane di inganno; è quasi inconcepibile che una persona che recita un ruolo possa ingannare completamente il mondo intero. È più probabile che la sua mente ambiziosa abbia visto nella partecipazione agli affari dell’Africa l’opportunità di ottenere uno spazio d’azione che il suo piccolo regno non poteva offrirgli. Scelse quindi la strada più ovvia: quella di una missione civilizzatrice e elevante, seguendo la via del minor ostacolo, senza alcuna idea precisa su dove ciò lo avrebbe portato. Di fronte ai fatti concreti, il suo intelligenza acuta percepì le enormi possibilità materiali di quel paese; i suoi sogni iniziali svanirono, sostituiti da una avidità senza scrupoli, e passo dopo passo fu trascinato verso il basso, fino a quando, l’uomo dalle nobili aspirazioni del 1885, si trovò nel 1909 sotto un peso di terribile responsabilità personale, come nessun altro nella storia europea moderna aveva mai dovuto sopportare. È davvero assurdo, considerando le nostre conoscenze sulle conseguenze future, leggere le dichiarazioni del Re e dei suoi rappresentanti di quel tempo. In realtà, essi stavano creando i monopoli commerciali più rigidi: un’organizzazione destinata a soffocare ogni forma di commercio privato in un paese grande come l’intera Europa, escludendo naturalmente la Russia. Questo era l’esito inevitabile delle loro azioni. Ora ascoltiamo il Primo Ministro belga M. Beernaert nel 1885:
“Lo Stato, di cui il nostro Re sarà il sovrano, diventerà una sorta di colonia internazionale. Non ci saranno monopoli, né privilegi. Al contrario: libertà assoluta di commercio, libertà di proprietà, libertà di navigazione.”
Anche le parole del barone Lambermont, plenipotenziario belga alla Conferenza di Berlino, sono significative:
“La tentazione di imporre tasse eccessive troverà il suo rimedio nella libertà di commercio. Non esistono dubbi sul significato letterale del termine ‘libertà di commercio’: significa il diritto illimitato di comprare e vendere.”
La questione umanitaria è così urgente da oscurare i problemi legati alle promesse infrante riguardo al commercio; tuttavia, basta considerare questo aspetto per constatare che tutte le condizioni su cui si fondava questo Stato sono state apertamente e clamorosamente violate.
Al momento in cui il Re fece queste dichiarazioni, tutti i paesi del mondo lo sostennero con entusiasmo; gli Stati Uniti furono i primi ad riconoscere ufficialmente questo nuovo Stato. Speriamo che siano anche i primi a rendersi conto della verità e a intraprendere azioni concrete per rettificare le loro decisioni passate. Le chiese e le camere di commercio del Regno Unito erano tutte dalla parte di Leopoldo: alcune erano interessate all’espansione delle proprie attività nel cuore dell’Africa, altre erano felici dell’offerta di un mercato aperto per i loro prodotti. Alla Conferenza di Berlino, le nazioni si affrettarono a sostenere i piani del Re dei Belgi e ad elogiare i suoi nobili obiettivi; lo Stato Libero del Congo fu creato tra generali acclamazioni. Anche il veterano Bismarck, come tutti gli altri, credette ciecamente in questo progetto, “Lo Stato Libero del Congo è chiamato a diventare uno dei principali promotori del lavoro di civiltà che abbiamo in mente”, disse; “Prego per il suo prospero sviluppo e per la realizzazione delle nobili aspirazioni del suo illustre fondatore”.
Ma se le nazioni presenti avessero potuto prevedere il futuro dello Stato Libero del Congo, la tradizione religiosa e civile che avrebbe tradito, gli enormi crimini che avrebbe commesso in tutta l’Africa centrale, il declino della reputazione di tutte le razze bianche, sicuramente avrebbero impedito la nascita di questo mostro. Non è necessario registrare in questa dichiarazione tutte le disposizioni del Congresso di Berlino; bastano soltanto due, poiché sono al contempo le più importanti e quelle più palesemente violate. La prima di queste (che costituisce l’articolo quinto dell’accordo) proclama che “nessuna Potenza che eserciti diritti sovrani in tali regioni può concedervi alcun tipo di monopolio o privilegio in materia commerciale”. Non ci potrebbero essere parole più chiare, ma i rappresentanti belgi, consapevoli del fatto che una tale clausola doveva disarmare ogni opposizione, si sforzarono di enfatizzarla ancora di più. “Non può essere creata alcuna situazione privilegiata in questo senso”, dissero. “Il cammino rimane aperto, senza alcuna restrizione alla libera concorrenza nel campo del commercio”. Sarebbe interessante ora inviare una spedizione commerciale britannica o tedesca lungo il Congo per verificare quanto sia effettivamente libera quella concorrenza che è stata così esplicitamente promessa, e vedere come si comporterebbe di fronte a un governo monopolista e a compagnie commerciali che hanno diviso la regione tra loro. Abbiamo fatto molti passi avanti da quando il principe Bismarck, nell’ultima sessione del Congresso, dichiarò che l’obiettivo era “garantire a tutti i popoli il libero accesso al centro del continente africano”.
Tuttavia ancora più importante è l’articolo VI, sia per le questioni in gioco sia perché i firmatari del trattato si impegnarono solennemente, “in nome di Dio Onnipotente”, a vigilare sul suo rispetto. Diceva: “Tutte le Potenze che esercitano diritti sovrani o influenza in queste regioni si impegnano a proteggere le popolazioni indigene e a migliorare le loro condizioni morali e materiali di vita, e a lavorare insieme per sopprimere la schiavitù e il commercio degli schiavi”. Quell’impegno rappresentava l’unione delle nazioni europee. È una vergogna per ognuna di esse, compresi noi stessi, il modo in cui hanno mantenuto tale promessa. Davanti ai loro occhi, come mostrerò in seguito, si è consumata una lunga e orribile tragedia: queste sfortunate persone, che erano sotto la loro tutela, sono state derubate di tutto ciò che possedevano, degradate, mutilate, torturate, assassinate, in proporzioni mai viste prima nella storia. E ora, dopo tutti questi anni, nonostante i fatti siano ormai noti a tutti, ci troviamo ancora a livelli di discussioni diplomatiche formali. Non è una risposta valida affermare che Francia e Germania abbiano mostrato ancora meno rispetto per l’impegno preso a Berlino: un individuo non può scusare il proprio mancato rispetto verso una promessa, sostenendo che anche il proprio vicino ha fatto lo stesso.

CAPITOLO II
Lo sviluppo dello Stato del Congo Dopo aver ricevuto il mandato dal mondo civile, Re Leopoldo iniziò ad organizzare il governo di questo nuovo Stato, che teoricamente avrebbe dovuto essere indipendente dal Belgio, sebbene fosse governato dalla stessa persona. In Europa, Re Leopoldo era un monarca costituzionale; nell’Africa, invece, un autocrate assoluto. Furono nominati tre ministri per il nuovo Stato: uno per gli affari esteri, uno per le finanze e uno per gli affari interni; tuttavia è fondamentale comprendere chiaramente che loro e i loro successori, fino al 1908, erano nominati dal Re, pagati dal Re e responsabili soltanto nei confronti del Re. In ogni aspetto, rappresentavano semplicemente funzionari di alto livello al suo servizio. L’attuazione di una politica unificata, frutto di un’unica mente – per quanto sinistra possa essere – si riscontra in ogni sviluppo successivo. Se mai i ministri avessero dovuto svolgere il ruolo di “schermi”, questi schermi erano assolutamente trasparenti: l’origine di tutto proveniva dal Re, sempre dal Re. Il signor van Ectvelde, uno dei tre principali responsabili, riassunse la situazione in una sola frase: “È a Vostra Maestà che appartiene il potere decisionale.” In realtà, quei ministri erano semplicemente amministratori che gestivano le risorse dello Stato sotto la supervisione di un padrone estremamente attento e osservante. Uno dei primi atti del nuovo governo fu sufficiente per suscitare riflessioni negli osservatori: si trattava dell’annuncio del diritto di emettere leggi tramite decreti arbitrari, senza pubblicarle in Europa. Avrebbero così esistito leggi segrete, che potevano essere modificate in qualsiasi momento. Il “Bulletin Officiel” annunciò: “Tutti gli atti del governo che sia necessario rendere pubblici verranno inseriti nel Bulletin Official”. Era già evidente che si stava preparando qualcosa che avrebbe potuto scioccare la coscienza piuttosto rigida dei paesi europei coinvolti nella gestione dell’Africa. Nel frattempo, l’organizzazione dello Stato proseguiva: fu eletto un Governatore Generale, il quale avrebbe dovuto risiedere a Boma, designata come capitale del nuovo Paese. Sotto di lui operavano quindici Commissari Distrettuali, incaricati di governare le varie regioni del paese. L’unica parte del Congo che fosse in quel momento sufficientemente sviluppata era la zona semicivile della Bassa Congo, alla foce del fiume; lì si concentrava la popolazione bianca. Le zone più interne del fiume e dei suoi grandi affluenti erano conosciute soltanto da pochi missionari devoti ed esploratori intraprendenti. Grenfell e Bentley, delle Missioni, insieme a Von Wissman (un tedesco) e allo sempre energico Stanley, furono i pionieri che, nei pochi anni successivi, aprirono la strada verso quelle vaste regioni interne che in seguito sarebbero state teatro di eventi atroci. Ma il lavoro dell’esploratore dovette ben presto essere integrato e ampliato dall’azione militare. Mentre i belgi entravano nel territorio del Congo da ovest, gli arabi trafficanti di schiavi si erano infiltrati da est, risalendo il fiume fino alle cascate di Stanley. Non poteva esserci alcun compromesso tra forze così opposte; tuttavia fu tentato un accordo eleggendo il leader arabo a governatore dello Stato Libero del Congo. Ne seguì una lunga e cruenta campagna, durata molti anni, tra i trafficanti di schiavi arabi da un lato e le forze congolese dall’altro – queste ultime composte in gran parte da tribù cannibali, uomini dell’Età della Pietra armati con armi del XIX secolo. La repressione del traffico di schiavi è senza dubbio una causa nobile, ma i metodi utilizzati, nonché l’impiego di barbari che la sera mangiavano coloro che avevano ucciso durante il giorno, erano altrettanto disumani quanto il male stesso. Tuttavia non si può negare l’energia e l’abilità dei leader congolezi, in particolare del barone Dhanis. Entro il 1894 le spedizioni belghe avevano raggiunto il lago Tanganyika; i bastioni arabi erano caduti e Dhanis poté comunicare a Bruxelles che la campagna era conclusa e che il traffico di schiavi non esisteva più. Il nuovo Stato poteva quindi affermare di aver salvato una parte dei nativi dalla schiavitù. Tuttavia, il modo in cui decisero di imporre loro un giogo ancora più oppressivo di quello precedente sarà mostrato in queste pagine. Dall’epoca della sconfitta degli arabi, lo Stato Libero del Congo fu chiamato a utilizzare la forza militare soltanto nel caso di ammutinamenti delle proprie truppe nere o di occasionali rivolte dei propri “cittadini” sofferenti. Essendo padrone della propria terra, poté finalmente dedicarsi allo sfruttamento del territorio conquistato. Nel frattempo, la politica interna dello Stato mostrava una tendenza ad assumere un corso insolito e sinistro. Ho già espresso il mio parere secondo cui Re Leopoldo, all’inizio, non era colpevole di ipocrisia consapevole; le sue intenzioni erano vagamente filantropiche, e fu solo gradualmente che scivolò verso quelle profondità che verranno mostrate in seguito. Questa visione è avvalorata da alcuni dei primi decreti dello Stato. Nel 1886, un lungo proclama riguardante le terre indigene terminava con queste parole: “Sono vietati tutti gli atti o accordi che tendano ad espellere gli indigeni dal territorio che occupano, o a privarli, direttamente o indirettamente, della loro libertà o dei mezzi di sussistenza.” Queste erano le parole del 1886. Prima della fine del 1887 fu pubblicato un decreto che, sebbene non entrasse immediatamente in vigore, aveva l’effetto esattamente opposto: con questo decreto tutte le terre che non erano effettivamente occupate dagli indigeni venivano dichiarate proprietà dello Stato. Pensate un attimo a cosa ciò significava! In un paese del genere, nessuna terra è effettivamente occupata dagli indigeni, se non i luoghi dove sorgono i loro villaggi e i pochi campi coltivati intorno ad essi. Ovunque, al di là di queste piccole aree, si estendono le pianure e le foreste che sono stati per secoli gli spazi di vita degli indigeni; in quelle zone si trovano il caucho, il legno camwood, il copalo, l’avorio e le pelli, che rappresentano l’unica risorsa commerciale di questi popoli. Con un semplice gesto a Bruxelles, tutto loro venne tolto: non solo la terra, ma anche i prodotti che essa produceva. Come avrebbero potuto fare commercio se lo Stato gli aveva sottratto tutto ciò che avevano da offrire? E come avrebbe potuto il mercante straniero condurre affari se lo Stato si era impossessato di tutto e poteva venderlo direttamente in Europa? Così, nel giro di due anni dalla costituzione dello Stato con il Trattato di Berlino, esso aveva da un lato confiscato l’intero patrimonio di quegli indigeni per i cui “beneficio morale e materiale” si era tanto preoccupato, e dall’altro aveva annullato quella clausola del trattato che vietava i monopoli e garantiva a tutti gli stessi diritti commerciali. Quanto erano ciechi le potenze internazionali nel non vedere quale tipo di creatura avevano creato. E quanto erano miope nel non prendere misure urgenti in quei primi giorni per far sì che quel “creato” tornasse sulla retta via della lealtà e della giustizia! Una parola decisa, un atto severo in quel momento, di fronte a una così evidente violazione degli accordi internazionali, avrebbe potuto salvare tutta l’Africa Centrale dal terrore che l’ha colpita, avrebbe evitato al Belgio una vergogna duratura e avrebbe risparmiato all’Europa un problema che, a mio parere, ha già abbassato lo status morale di tutte le nazioni, e il cui epilogo non è ancora arrivato. Dopo aver ottenuto il possesso della terra e dei suoi prodotti, il passo successivo consisteva nel reperire la manodopera necessaria per raccoglierli in modo sicuro. Il primo provvedimento concreto in questa direzione fu preso nel 1888: con quell’odiosa ipocrisia che caratterizza molte di queste transazioni, venne emanato un decreto presentato dal Bulletin Officiel come volto a “proteggere in modo speciale i neri”. In realtà, la vera protezione dei neri nel campo commerciale consisteva nel offrire loro uno stipendio sufficiente per indurli a lavorare una giornata e nel permettere loro di scegliere liberamente il proprio lavoro, come avviene con i Kaffir del Sud Africa o con qualsiasi altra popolazione indigena. Questo decreto aveva tuttavia uno scopo molto diverso: consentiva ai neri di essere assunti per sette anni di servizio presso i loro padroni, in condizioni praticamente identiche a quelle della schiavitù. Poiché le trattative venivano solitamente condotte con il capo della tribù, il sfortunato servo veniva trasferito al nuovo datore di lavoro con pochi benefici per sé e senza che questi conoscesse bene le condizioni del suo servizio. Lo stesso sistema veniva utilizzato anche dallo Stato per reclutare i propri dipendenti, compresi i soldati della sua piccola armata. Questa armata era integrata da una milizia selvaggia composta da varie tribù barbare, molte delle quali erano cannibali, e tutte capaci di ogni tipo di crudeltà e violenza. Un tedesco, August Boshart, nel suo “Zehn Jahre Afrikanischen Lebens”, ci ha fornito una descrizione chiara di come venivano reclutati questi individui e del vero significato della parola “Iib6r6” quando applicata a un funzionario statale. “Un Commissario distrettuale,” scrive, “riceve l’ordine di fornire un certo numero di uomini entro un determinato termine. Si mette in contatto con i capi delle tribù e li invita a una riunione presso la sua residenza. Questi capi, di solito, già sanno cosa li aspetta; se avveduti dall’esperienza, accettano l’offerta. In tal caso le trattative procedono senza difficoltà: ogni capo promette di fornire un certo numero di schiavi in cambio di doni. Tuttavia, può succedere che qualcuno ignori questa proposta amichevole; in tal caso viene dichiarata la guerra, i suoi villaggi vengono bruciati, alcuni dei suoi uomini uccisi e le sue risorse saccheggiate. In questo modo il capo tribù viene presto “domato” e chiede la pace, che naturalmente gli viene concessa a condizione che fornisca il doppio numero di schiavi richiesti. Questi uomini vengono registrati nei registri statali come ‘iibdr^s’. Per impedire loro di fuggire, vengono messi in catene e inviati immediatamente in un campo militare, dove le catene vengono rimosse e vengono arruolati nell’esercito. Al Commissario distrettuale viene pagato 2 sterline per ogni recluta idoneo.” Avendo conquistato il paese e assicuratosi la manodopera necessaria per sfruttarlo nel modo descritto, Re Leopoldo procedette ad intraprendere ulteriori misure per lo sviluppo della regione, tutte estremamente ben concepite al fine raggiunto. Il principale ostacolo alla navigazione sul Congo derivava dai continui rapide che rendevano il fiume intransitabile per trecento miglia, dal Lago Stanley fino a Boma, all’estremità meridionale. Fu quindi costituita una società al fine di reperire i fondi necessari per costruire una ferrovia tra questi due punti. I lavori iniziarono nel 1888 e furono completati nel 1898, dopo numerose difficoltà finanziarie; il risultato ottenuto rappresenta un esempio di ingegneria eccezionale e impegno costante. Furono inoltre create altre società commerciali, di cui si parlerà più avanti, al fine di sfruttare vaste aree del paese che lo Stato non era ancora in grado di gestire da solo. Con questo sistema, le società reperivano i fondi necessari per esplorazioni, costruzione di infrastrutture, ecc., mentre lo Stato – ovvero il Re – deteneva una certa percentuale delle azioni delle società, solitamente la metà. Il piano in sé non era necessariamente sbagliato; anzi, assomigliava molto a quello con cui la Compagnia della Rhodesia concedeva licenze per l’estrazione mineraria e altre attività. Lo scandalo scaturì dai metodi utilizzati da queste società per raggiungere i loro obiettivi, metodi identici a quelli dello Stato su cui si basavano tali organizzazioni.
Nel frattempo, Re Leopoldo, consapevole della debolezza della sua posizione personale di fronte all’imponente progetto in Africa, cercò sempre più di coinvolgere il Belgio come Stato nel processo. Il Congo era già in gran parte frutto del lavoro e dei finanziamenti belgi, ma teoricamente non esisteva alcun legame formale tra i due paesi. Fu così che il Parlamento belga acconsentì a fornire dieci milioni di franchi per lo sfruttamento del Congo, creando così un legame diretto che in seguito portò all’annessione della regione. Al momento di questo prestito, Re Leopoldo dichiarò di aver lasciato lo Stato Libero del Congo nel proprio testamento al Belgio; in quel documento si leggevano queste parole: “Un giovane e vasto Stato, guidato da Bruxelles, è emerso pacificamente alla luce del sole grazie al sostegno benevolo delle potenze che ne hanno accolto la nascita. Alcuni belgi lo amministrano, mentre altri, sempre più numerosi, vi aumentano la propria ricchezza.” Così mostrava il “oro” ai suoi sudditi europei. Ma se Re Leopoldo ingannò altre potenze, riservò le sue frodi più pericolose proprio al proprio paese. Il giorno in cui i belgi abbandonarono la propria strada di sviluppo onesto e sano per seguire la tentazione offerta dal Congo, e iniziarono ad amministrare una regione sessanta volte più grande della loro senza alcuna esperienza coloniale precedente, fu sicuramente un giorno oscuro nella storia del Belgio. La Conferenza di Berlino del 1885 segna la prima sessione internazionale dedicata alle questioni del Congo. La seconda fu la Conferenza di Bruxelles del 1889-90. È sorprendente constatare che, nonostante tanti anni di esperienza, le potenze fossero ancora disposte ad accettare le dichiarazioni re Leopoldo per quello che sembravano essere. È vero che nessuno degli sviluppi più sinistri era stato evidente, ma la legislazione dello Stato in materia di lavoro e commercio era già tale da suggerire la direzione che gli eventi avrebbero preso in futuro, se non fossero stati fermati da una mano ferma. Solo un’unica potenza, l’Olanda, ebbe la saggezza di comprendere la vera situazione e il coraggio di esprimere il proprio dissenso. L’esito delle riunioni fu rappresentato da varie risoluzioni filantropiche volte a rafforzare lo nuovo Stato nel suo sforzo per contrastare quel commercio di schiavi che era destinato a riprendere, nella sua forma più odiosa. Siamo troppo vicini a questi eventi e loro sono troppo dolorosamente reali perché possiamo considerarli divertenti; ma il futuro storico, quando leggerà che lo scopo del Concerto europeo era “proteggere efficacemente gli abitanti autoctoni dell’Africa”, potrebbe trovare difficile trattenersi dal sorridere. Questa fu l’ultima assemblea europea dedicata alle questioni del Congo. Possa la prossima avere lo scopo di intraprendere azioni concrete per realizzare quegli ideali elevati di cui si è sempre parlato, ma che mai sono stati messi in pratica.
L’esito pratico più importante della Conferenza di Bruxelles fu che le potenze si unirono per liberare lo nuovo Stato dalle promesse riguardanti i porti franchi fatte nel 1885 e gli permisero, in futuro, di applicare una tassa del dieci percento sulle importazioni. L’adozione di questa misura fu ritardata di due anni a causa dell’opposizione dell’Olanda, ma il fatto che le altre potenze l’accettassero e che al re Leopoldo venisse rinnovato il mandato rafforzò notevolmente la posizione dello nuovo Stato, tanto da permettergli di ottenere facilmente un ulteriore prestito dal Belgio di venticinque milioni di franchi, a condizione che, dopo dieci anni, il Belgio avesse l’opzione di assumersi il controllo delle terre del Congo come colonia. In quegli anni che seguirono immediatamente la Conferenza di Bruxelles – dal 1890 al 1894 – se si fosse potuti osservare dall’alto l’enorme fiume che, con i suoi affluenti, forma un grande ventaglio che si estende su tutto il centro dell’Africa, si sarebbero notati in tutte le direzioni segni di attività europea. Nel Basso Congo si vedevano folle di nativi, impiegati nel lavoro sulla ferrovia e sorvegliati da soldati neri; a Boma e a Leopoldsville, i due capolinea della linea prevista, stavano sorgendo città con stazioni, moli e edifici pubblici. Nell’estremo sud-est si osservavano spedizioni che esploravano e annettevano la vasta regione del Katanga, confinante con il Nord della Rhodesia; nel più lontano nord-est, lungo tutta la frontiera orientale, si vedevano piccole spedizioni militari impegnate a combattere contro ribelli neri o predoni arabi. Lungo tutti i corsi dei fiumi venivano istituiti posti di guardia e stazioni: alcuni da parte dello Stato, altri dalle varie compagnie concessionarie impegnate nello sviluppo del commercio. Nel frattempo lo Stato stringeva sempre di più la sua presa su quella terra e sui suoi prodotti, mettendo in atto un sistema destinato a produrre risultati drammatici nel prossimo futuro. I commercianti indipendenti venivano scoraggiati e soppressi, sia belgi che olandesi, inglesi e francesi. Alcune delle proteste più intense contro il nuovo ordine provenivano proprio da fonti belghe. Ovunque, in palese violazione del Trattato di Berlino, lo Stato si proclamava l’unico proprietario e l’unico commerciante di quella regione. In alcuni casi gestiva direttamente le sue cosiddette proprietà, in altri le affittava. Anche coloro che avevano cercato di aiutare Re Leopoldo nelle fasi iniziali del suo progetto venivano ora messi da parte. Il maggiore Parminter, che stesso si dedicava al commercio sul Congo, riassumeva la situazione nel 1902 così: “In sintesi, l’applicazione dei nuovi decreti governativi significa che lo Stato considera tutta la regione del bacino del Congo come sua proprietà privata, fatta eccezione per i luoghi dove si trovano le villaggi e i giardini dei nativi. Decreta che tutti i prodotti di questa vasta area siano di sua proprietà privata e monopolizza il commercio con essi. Per quanto riguarda i proprietari originali, cioè le tribù native, vengono spodestati con un semplice comunicato ufficiale: viene loro concesso il permesso di raccogliere tali prodotti, ma solo a condizione che li portino allo Stato per venderli al prezzo che quest’ultimo stabilirà. Per quanto riguarda i commercianti stranieri, è loro vietato commerciare con i nativi in tutta questa regione.” Dappertutto vigevano ordini severi: da un lato, ai nativi veniva negato il diritto di raccogliere i prodotti delle proprie foreste; dall’altro, ai commercianti indipendenti veniva minacciata la punizione qualora avessero acquistato qualcosa dai nativi. Nel gennaio 1892, il commissario distrettuale Baert scriveva: “Ai nativi del distretto di Ubangi-Welle non è permesso raccogliere la gomma.” Fu loro notificato che potevano ottenere il permesso di farlo soltanto a condizione che raccogliessero i prodotti esclusivamente a beneficio dello Stato. Il Capitano Le Marinel, poco dopo, fu ancora più esplicito: “Ho deciso”, disse, “di far rispettare rigorosamente i diritti dello Stato sul suo territorio e, di conseguenza, non posso permettere ai nativi di trasformare in profitto personale, o di vendere ad altri, alcuna parte della gomma o dell’avorio che costituiscono i prodotti di questo territorio. I commercianti che acquistano, o tentano di acquistare, tali prodotti dai nativi – prodotti che lo Stato autorizza loro a raccogliere soltanto a condizione che vengano consegnati allo stesso – si rendono, a mio parere, colpevoli di ricevere merci rubate e li denuncierò alle autorità giudiziarie affinché possano essere perseguiti legalmente.” Quest’ultimo editto fu emesso nel distretto di Bangala, ma subito dopo ne seguì un altro proveniente dal più stabile distretto dell’Equatore, il che dimostra che l’adozione rigorosa di questo sistema era universale. Nel maggio del 1892, il Tenente Lemaire proclamò: “Considerando che non è stata concessa alcuna autorizzazione per la raccolta della gomma nei territori dello Stato in questo distretto, (1) i nativi possono raccogliere la gomma soltanto a condizione di venderla allo Stato; (2) qualsiasi persona o nave che possieda, o abbia a bordo, più di un chilogrammo di gomma subirà l’emissione di un provvedimento ufficiale contro di essa; inoltre, la nave potrà essere confiscata senza pregiudicare ulteriori procedimenti legali.”
La vista di questi insignificanti tenenti e capitani, spesso ufficiali subalterni dell’esercito belga, che emettevano proclamazioni palesemente in contraddizione con la volontà espressa da tutte le grandi potenze del mondo poteva sembrare all’epoca ridicola; ma la storia dei successivi diciassette anni avrebbe dimostrato che una piccola forza malvagia, spinta dalla sete di profitto, può rivelarsi più potente di una generica filantropia, debole soltanto in buone intenzioni e parole vuote. Negli anni dal 1890 al 1895, per quanto i commercianti potessero provare indignazione per le restrizioni imposte loro, l’unica notizia che il pubblico riceveva dallo Stato Libero del Congo riguardava la fondazione di nuove stazioni e prevaleva l’idea che l’iniziativa del Re Leopoldo si stesse sviluppando effettivamente lungo le linee umanitarie inizialmente pianificate. Poi, per la prima volta, si verificarono incidenti che rivelarono una realtà di violenza e anarchia molto più profonda di quanto si potesse immaginare. Il primo di questi problemi, per quanto riguarda la Gran Bretagna, riguardava il trattamento riservato ai nativi provenienti da Sierra Leone, Lagos e altre colonie britanniche, i quali erano stati assunti dai belgi per lavorare in Congo alla costruzione di ferrovie e ad altri progetti. Provenendo da colonie ben organizzate come Sierra Leone o Lagos, questi nativi si lamentarono amaramente quando dovettero lavorare fianco a fianco con i congolezi, sotto la disciplina delle guardie armate della Force Publique. Erano insoddisfatti e tale insoddisfazione veniva repressa con punizioni corporali; il problema assunse le dimensioni di uno scandalo.
In risposta a una domanda posta alla Camera dei Comuni il 12 marzo 1896, il signor Chamberlain, Segretario di Stato per le Colonie, dichiarò che erano state ricevute lamentele riguardo al fatto che questi cittadini britannici fossero stati assunti senza il loro consenso come soldati e che venissero brutalmente frustati, e in alcuni casi anche uccisi; aggiunse inoltre: “Erano stati assunti con il consenso dei rappresentanti di Sua Maestà e furono prese tutte le precauzioni possibili per il loro benessere; tuttavia, a seguito delle lamentele ricevute, il reclutamento di lavoratori per il Congo è stato proibito.”
Questo rifiuto da parte della Gran Bretagna rappresentò il primo segno pubblico e nazionale di disapprovazione nei confronti dei metodi utilizzati in Congo. Pochi anni dopo ne seguì uno ancora più evidente, quando il Ministero della Guerra italiano rifiutò di permettere ai propri ufficiali di prestare servizio nelle forze congolesi.
All’inizio del 1895 si verificò l’incidente legato a Charles Henry Stokes, che scosse profondamente l’opinione pubblica sia in questo paese che in Germania. Di origine inglese, Stokes risiedeva nell’Africa Orientale Tedesca; aveva ricevuto una medaglia tedesca per i suoi servizi alla colonizzazione tedesca e organizzava le sue carovane commerciali partendo da una base tedesca, con nativi africani come portatori. Quando guidò una di queste carovane oltre il confine dello stato del Congo, fu arrestato dal capitano Lothaire, un ufficiale delle truppe congolese. Il sfortunato Stokes, probabilmente convinto di essere al sicuro in quanto suddito di una grande potenza e agente di un’altra, fu processato in modo sommario con l’accusa di vendere armi ai nativi; fu condannato e impiccato il giorno seguente. Quando il capitano Lothaire riferì i fatti ai suoi superiori, questi lo promossero al alto rango di Commissario Generale, dimostrando così la loro approvazione per le sue azioni. La notizia di questa tragedia suscitò la stessa indignazione a Berlino che a Londra. Di fronte ai fatti, i rappresentanti dello Stato Libero a Bruxelles – cioè gli agenti del Re – furono costretti ad ammettere l’assoluta illegalità di tutto l’episodio, e poterono soltanto ricorrere all’excuse che le azioni di Lothaire fossero sincere e prive di motivazioni personali. Questo, tuttavia, non è affatto certo; come il barone von Marschall fece notare all’allora ambasciatore britannico a Berlino, Stokes era conosciuto come un commerciante di avorio di successo, che lo esportava attraverso la rotta orientale, privando così gli ufficiali del governo congolese di una commissione del dieci per cento che avrebbero ricevuto se l’avorio fosse stato esportato via mare. “Era questa la ragione,” proseguiva il rapporto citando le parole dello statista tedesco, “per cui fu eliminato, e non a causa di un presunto commercio di armi con gli arabi; in realtà, la sua morte non fu un atto di giustizia, ma piuttosto di protezione commerciale.” Questa era una delle interpretazioni della situazione. Che fosse vera o meno, non c’era dubbio sulla illegalità delle procedure adottate. Sotto pressione da parte dell’Inghilterra, Lothaire fu processato a Boma e assolto; successivamente, sempre sotto la stessa pressione, fu processato di nuovo a Bruxelles, ma l’accusatore ritenne opportuno chiedere la sua assoluzione, con conseguente fallimento del processo. La questione rimase irrisolta. Un “Libro Blu” di 188 pagine rappresenta l’ultimo ricordo di Charles Henry Stokes; il suo assassino, invece, tornò a ricoprire un alto incarico nello Stato Libero del Congo, dove il suo nome ricomparve presto nelle cronache dei violenti e arbitrari procedimenti che hanno caratterizzato la storia di quel paese. Fu nominato direttore della Società per il Commercio del Congo ad Anversa – una nomina per cui il re Leopoldo dovette esserne responsabile – e gestì gli affari di quella società fino a quando non fu coinvolto nei massacri di Mongalla, di cui si parlerà in seguito. È stato necessario descrivere il caso di Stokes perché ha un significato storico; tuttavia, nulla è più lontano dalle mie intenzioni che offendere il senso nazionalistico in questa questione. Il fatto che Stokes fosse inglese fu soltanto un caso fortuito: l’oltraggio sarebbe stato lo stesso anche se fosse stato cittadino di qualsiasi altro paese. La causa che difendo è troppo ampia e nobile per essere sostenuta da argomentazioni ristrette; riguarda tutta l’umanità. Continuerò ora a descrivere un caso avvenuto pochi anni dopo, per dimostrare che anche persone di altre nazionalità subirono lo stesso trattamento degli inglesi. Stokes fu ucciso; alcuni difensori congolezi sostennero che la sua morte fosse dovuta al fatto che, dopo il processo sommario, non aveva annunciato l’intenzione di presentare ricorso presso la corte superiore di Boma. Rabinck, l’austriaco, vittima di procedure simili, fece effettivamente ricorso presso quella corte, e è interessante vedere quale vantaggio ne trasse. Rabinck era, come ho detto, un austriaco di Olmutz, una persona dal carattere gentile e amabile, molto apprezzata da tutti coloro che lo conoscevano; inoltre, come hanno testimoniato molti, si distingueva per il trattamento giusto e gentile riservato ai nativi. Da alcuni anni commerciava con la popolazione del Katanga, la parte sud-orientale dello Stato del Congo che confina con l’Africa Centrale Britannica. All’epoca i nativi erano in armi contro i belgi, ma Rabinck aveva acquisito tale influenza tra di loro da poter continuare il proprio commercio di avorio e gomma, per il quale possedeva un permesso rilasciato dalla Katanga Company. Poco dopo aver ricevuto questo permesso, per il quale aveva pagato una somma considerevole, vennero apportati alcuni cambiamenti nella società attraverso i quali lo Stato ottenne un controllo decisivo su di essa. Apparve un nuovo dirigente, il Maggiore Weyns, che rappresentava il nuovo regime e sostituì il signor L6veque, il quale aveva venduto i permessi a nome della società originale. Il Maggiore Weyns era determinato affinché tutto il commercio del paese appartenesse alla Società Concessionaria, che di fatto era lo Stato stesso, seguendo quella prassi comune ma internazionalmente illegale dello Stato in questione. Per assicurarsi questo controllo sul commercio, il primo passo consisteva ovviamente nel distruggere un commerciante privato così noto e di successo come il signor Rabinck. Nonostante i suoi permessi, quindi, gli fu inventata l’accusa di aver commerciato illegalmente con la gomma: un reato che, anche in assenza di permessi, sarebbe stato impossibile commettere, data la totale libertà di scambio garantita dal Trattato di Berlino. Il giovane austriaco non riusciva a credere che la situazione fosse seria; le sue lettere dimostrano quanto considerasse l’intera faccenda assurda e senza fondamento, quindi non provava alcuna paura. Presto sarebbe stato costretto a rendersi conto della realtà riguardo alle persone e all’organizzazione con cui stava trattando. Il Maggiore Weyns lo processò in un tribunale militare. L’accusa rivolta contro di lui, ovvero il commercio illegale con la gomma, prevedeva una pena massima di un mese di prigione; tuttavia questo non rispondeva agli scopi del Maggiore Weyns. Quest’ultimo concluse il processo in soli quaranta minuti, condannò il prigioniero a un anno di reclusione. In seguito si cercò di giustificare questa sentenza orribile sostenendo che il reato commesso fosse quello di vendere armi ai nativi; in realtà, come dimostrano gli atti del processo, all’epoca non fu mai menzionata alcuna cosa del genere. Rabinck presentò naturalmente appello contro una tale sentenza. Sarebbe stato più saggio se l’avesse accettata subito; in quel caso avrebbe forse potuto salvarsi la vita. Invece, era destinato alla morte. “Andrà,” disse il Maggiore Weyns, “in un viaggio così breve che non commetterà più simili errori. E gli altri ne trarranno esempio.” Il “viaggio” in questione era quello di duemila miglia che separavano Katanga dal Tribunale d’appello di Boma; il prigioniero avrebbe dovuto percorrere tutta questa distanza sotto la scorta esclusiva di soldati neri, i quali seguivano ordini specifici. Quell’infelice uomo era convinto di non poter raggiungere la sua destinazione vivo, “Si dice,” scriveva alle sue familiari, “che gli europei catturati vengano avvelenati. Quindi, se scomparirò senza lasciare notizie, potete immaginare cosa mi sia successo, ” Non si seppe più nulla di lui, tranne due lettere angosciose in cui supplicava le autorità di accelerare il suo viaggio. Morì, come aveva previsto, durante il tragitto lungo il Congo e fu sepolto in fretta in una stazione di passaggio. Se solo fossero trascorse altre due ore, il suo corpo sarebbe arrivato a Leopoldville. Se è possibile aggiungere un’ombra ancora più scura a questa vicenda, essa risiede nel fatto che gli apologiisti dello Stato si sforzarono di far credere al mondo che la morte della loro vittima fosse dovuta alla sua stessa abitudine di assumere morfina. Questo fatto viene negato da quattro testimoni attendibili, che lo conoscevano bene; ma soprattutto viene negato dall’attività e dall’energia che lo avevano reso uno dei principali commercianti dell’Africa Centrale: un commerciante troppo abile per essere lasciato a competere liberamente con il enorme monopolio commerciale del Re Leopoldo. Infine, e questo è forse l’aspetto più inverosimile di tutta la storia, tutte le carovane e le attrezzature appartenenti al defunto, per un valore complessivo di circa 15.000 sterline, furono sequestrate da coloro che lo avevano spinto verso la morte; secondo gli ultimi resoconti, né i suoi parenti né i suoi creditori hanno ricevuto alcuna parte di questa ingente somma. Considerate tutto ciò, e dite se non sia un’esagerazione affermare che Gustav Maria Rabinck fu derubato e assassinato dallo Stato Libero del Congo. Avendo mostrato in questi due esempi il modo in cui lo Stato Libero del Congo ha osato trattare i cittadini degli Stati europei che hanno commerciato entro i suoi confini, passerò ora a descrivere, in ordine cronologico, alcuni aspetti della tragica realtà delle relazioni di quel Stato con le popolazioni indigene, per il bene morale e materiale delle quali noi e altre potenze europee ci siamo assunti la responsabilità. Per ogni caso che riporto qui, ce ne sono centinaia altri noti, ma che non possono essere trattati in questa sede. Per ogni caso conosciuto, ne esistono diecimila di cui la storia non è mai arrivata in Europa. Pensate quanto vasto sia quel territorio, e quante siano pochi i missionari o i consoli che potrebbero riferire tali fatti. Considerate anche che ogni funzionario dello Stato del Congo giura, sia al momento dell’insediamento che in seguito, di non rivelare nulla di ciò che gli viene a conoscenza. Infine, considerate che i missionari e i consoli agiscono spesso come deterrenti, e che è proprio nell’enorme estensione di quel territorio dove nessuno di loro si trova che gli agenti del governo possono agire liberamente senza ostacoli. Con tutte queste considerazioni, non è forse evidente che tutti i terribili fatti di cui siamo a conoscenza rappresentano soltanto una piccola parte di quell’oceano di violenza e ingiustizia descritto dal gesuita Padre Vermeersch con le parole “Infinita Miseria”?

CAPITOLO III
Il funzionamento del sistema Dopo aver rivendicato, come ho dimostrato, l’intera terra e quindi tutti i suoi prodotti, lo Stato – cioè il Re – procedette a creare un sistema attraverso il quale questi prodotti potessero essere raccolti nel modo più rapido e con il minor costo possibile. L’essenza di questo sistema consisteva nel fatto che le persone che erano state private dei loro beni (ironicamente chiamate “cittadini”) venivano costrette a raccogliere, a beneficio dello Stato, proprio quei prodotti che gli erano stati sottratti. Ciò avveniva attraverso due mezzi: il primo era la tassazione, mediante la quale si richiedeva un importo arbitrario, in continua aumento fino a consumare quasi interamente la loro vita nel processo di raccolta, senza alcun compenso. Il secondo mezzo era quella che veniva chiamata “scambio”: ai nativi venivano pagati esattamente con ciò che lo Stato decideva di dare, e nella forma scelta dallo Stato stesso, senza alcuna concorrenza da parte di altri acquirenti. Questa remunerazione, di valore ridicolo, assumeva forme assurde: i nativi erano costretti ad accettarla, indipendentemente dall’importo e dal loro reale desiderio di riceverla. Il console Thesiger, nel 1908, descrivendo questo cosiddetto scambio, scriveva: “I beni vengono distribuiti in modo casuale: a uno si dà un cappello, a un altro una zappa di ferro, e così via. Alla fine del mese, ogni destinatario è tenuto responsabile della consegna di una determinata quantità di gomma. Non vi è alcuna possibilità di scegliere gli oggetti né di rifiutarli. Se qualcuno si oppone, i beni vengono gettati davanti alla sua porta; che li prenda o no, deve comunque consegnare la quantità richiesta entro la fine del mese. Le quantità totali vengono stabilite dagli agenti dello Stato, fissandole al massimo che gli abitanti siano in grado di produrre.” Ma non è evidente che nessun nativo, soprattutto le tribù che, come ha registrato Stanley, possedevano notevoli capacità commerciali, avrebbe accettato di fare affari su tali condizioni? Ed è proprio qui che entrava in gioco il sistema. Attraverso questo sistema, circa duemila agenti bianchi furono distribuiti in tutto lo Stato Libero per raccogliere i prodotti locali. Questi agenti. I duemila agenti, una volta messi in posizione e desiderosi di far rispettare l’obbligo di raccogliere la gomma da parte dei nativi molto riluttanti, come intendeva il sistema che procedessero? Il metodo era altrettanto efficace quanto assolutamente demoniaco. A ciascun agente veniva affidato il controllo su un certo numero di selvaggi provenienti dalle tribù primitive, ma armati di armi da fuoco. Uno o più di questi agenti venivano insediati in ogni villaggio per garantire che i nativi eseguissero gli ordini. Questi uomini erano chiamati “capitas” e, sebbene non ne fossero moralmente responsabili, erano in realtà gli autori di molti atti orribili. Immaginate quale incubo si abbattesse su ogni villaggio quando uno di questi barbari si insediava al suo interno: giorno e notte i nativi non potevano sfuggirgli. Chiedeva vino di palma, donne; le picchiava, le mutilava, le uccideva a piacimento; imponeva incesto pubblico per divertimento. A volte i nativi raccoglievano il coraggio e lo uccidevano. La Commissione belga registrò che in sette mesi, in un solo distretto, 142 di questi “capitas” furono uccisi. Poi arrivavano le spedizioni punitive e l’intero villaggio veniva distrutto. Più terrore suscitava il “capita”, più utile risultava essere; i nativi obbedivano con maggiore zelo, e la gomma raccolta generava maggiori profitti per l’agente. Quando invece i risultati erano scarsi, era il “capita” stesso a subire le conseguenze delle sue azioni. Spesso l’agente bianco superava in crudeltà lo stesso selvaggio incaricato di eseguire gli ordini; spesso, inoltre, l’uomo bianco sostituiva il nero nel ruolo di torturatore ed esecutore. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, le atrocità venivano realmente compiute dai “capitas”, ma con l’approvazione – e spesso anche in presenza – dei loro datori di lavoro bianchi. Sarebbe assurdo supporre che tutti gli agenti fossero ugualmente spietati, e che non ci fossero alcuni che si trovassero divisi tra il desiderio di ricchezza e promozione da un lato, e l’orrore per il loro compito quotidiano dall’altro. Ecco due estratti illustrativi dalle lettere del tenente Tilkens, citati dal signor Vandervelde durante il dibattito alla Camera belga: “La nave a vapore v. d. Kerkhove sta risalendo il Nilo. Sarà necessario l’enorme numero di millecinquecento portatori, poveri neri! Non riesco nemmeno a pensarci. Mi chiedo come riuscirò a trovarne così tanti. Se le strade fossero percorribili, ci sarebbe una qualche differenza, ma sono quasi completamente piene di fango; molti di loro moriranno lì. Fame e stanchezza uccideranno ancora molti durante i quattro giorni di marcia. Quanto sangue verrà versato in questo trasporto? Ho già dovuto combattere tre volte contro i capi tribù che rifiutano di partecipare a questo lavoro. La gente preferisce morire nella foresta piuttosto che svolgere queste mansioni. Se un capo si rifiuta, scoppia la guerra, una guerra orribile: armi da fuoco perfette contro lance e giavellotti. Un capo tribù mi ha appena detto: ‘Il mio villaggio è in rovina, le mie donne sono morte, ’ Ma cosa posso fare? Spesso sono costretto a incatenare questi sfortunati capi fino a quando non riescono a raccogliere uno o duecento portatori. Molte volte i miei soldati trovano i villaggi vuoti; allora prendono donne e bambini, ”
A sua madre scrive: “Il comandante Verstraeten ha visitato la mia stazione e mi ha fatto molti complimenti. Ha detto che il successo del mio lavoro dipendeva dalla quantità di gomma che avrei portato. La mia produzione è aumentata da 360 chili a settembre a 1.500 a ottobre, e da gennaio sarà di 4.000 chili al mese. Questo mi farà guadagnare 500 franchi in più rispetto allo stipendio. Non sono davvero fortunato? Se continuo così, in due anni avrò guadagnato altri 12.000 franchi, ”
Ma un anno dopo scrive al maggiore Leussens con tono diverso: “Aspetto con ansia una rivolta generale. Te l’avevo già detto nella mia ultima lettera, credo. Il motivo è sempre lo stesso: i nativi sono stanchi di questo sistema oppressivo, lavoro forzato, raccolta della gomma, preparazione dei viveri per neri e bianchi. Di nuovo devo combattere per tre mesi, con soltanto dieci giorni di riposo. Ho 152 prigionieri. Da due anni combatto in questa zona. Ma non posso dire di aver sottomesso la gente. Preferiscono morire. Cosa posso fare? Mi pagano per svolgere il mio lavoro. Sono solo uno strumento nelle mani dei miei superiori. Seguo gli ordini, perché è richiesto dalla disciplina, ” Consideriamo ora, per un istante, la catena di eventi che rendono una situazione del genere non solo possibile, ma inevitabile. Lo Stato viene gestito con l’unico scopo di generare entrate. A tale fine, tutta la terra e i suoi prodotti vengono confiscati. Ma come possono questi prodotti essere raccolti? Solo dai nativi. Tuttavia, se i nativi li raccolgono, deve loro essere pagato un compenso, il che ridurrà i profitti; altrimenti rifiuteranno di lavorare. Allora bisogna costringerli a lavorare. Ma gli agenti incaricati sono troppo pochi per farlo. Quindi è necessario assumere dei subagenti in grado di incutere terrore nel popolo. Ma se questi subagenti devono mantenere il controllo sulle persone in modo costante, devono risiedere direttamente nei villaggi. Pertanto, è necessario inviare qualcuno che rappresenti una minaccia continua per ogni villaggio. Non è evidente che questi passaggi non siano casuali, ma assolutamente essenziali per realizzare l’obiettivo iniziale? Data la confisca della terra, tutto il resto segue logicamente da ciò. È quindi del tutto inutile immaginare che qualche riforma possa risolvere la situazione: è semplicemente impossibile. Finché il commercio non verrà ripristinato senza restrizioni, come avviene attualmente in tutte le colonie tedesche e inglesi, non è affatto possibile modificare la realtà con promesse vuote o decreti scritti. D’altra parte, se il commercio dovesse basarsi su principi naturali, allora i attuali proprietari della terra del Congo dovrebbero pagare almeno un milione di sterline all’anno per amministrare il paese, proprio come l’Inghilterra paga mezzo milione di sterline all’anno per amministrare la vicina Nigeria. Comprendere questo aspetto significa capire alla radice il problema. E ancora un ultimo punto prima di passare al elenco dei fatti tragici. Di chi è la responsabilità di questi atti di violenza, di queste migliaia di omicidi freddamente commessi? È forse da attribuire a quegli agenti incaricati di mantenere il controllo sui villaggi? Era un cannibale e un individuo violento, ma se non incuteva terrore nel villaggio, era lui stesso a essere punito dall’agente incaricato di controllarlo. Allora, la colpa ricadeva sull’agente? Era un uomo degradato, eppure, come ho già detto, nessuno avrebbe potuto svolgere un compito del genere in un paese tropicale senza subire una sorta di degrado. Era spinto al crimine dal continuo pressione da parte di coloro che erano al di sopra di lui. Allora, la colpa ricadeva sul Commissario Distrettuale? Aveva raggiunto una posizione responsabile e ben retribuita; avrebbe perso tutto se il suo distretto fosse rimasto indietro nella produzione. Allora, la colpa ricadeva sul Governatore Generale a Boma? Era un uomo con una coscienza dura, ma anche per lui esistevano delle scuse: era lì per compiere un compito specifico, su ordine diretto del governo. Solo un uomo di carattere eccezionale avrebbe potuto rifiutarsi di attuare quel sistema malvagio, rinunciando così alla propria carriera. Ma dove risiedeva davvero la colpa? C’erano una mezza dozzina di funzionari a Bruxelles che, in realtà, non facevano altro che eseguire ordini precisi ricevuti dal governo. Seguendo questa catena di responsabilità – dal selvaggio violento all’agente spaventato, al Commissario pomposo, al Governatore Generale rispettabile, fino al diplomatico abile e astuto – si arriva, senza alcuna eccezione né scusa possibile, al cervello freddo e calcolatore che ha ideato e messo in atto tutto questo sistema. La colpa, dunque, ricade sempre sul Re. Lui l’ha pianificato, conoscendo perfettamente le conseguenze che ne sarebbero derivate. E quelle conseguenze si sono verificate. Ne era ben a conoscenza. Molte volte gli è stato fatto notare questo problema. Una sua parola avrebbe potuto cambiare tutto. Ma quella parola non è mai stata pronunciata. Non esiste alcun modo per deviare la responsabilità morale da colui che, in nome della libertà commerciale e del rinnovamento dei popoli indigeni, è andato in Africa.

CAPITOLO IV
I primi frutti del sistema Il primo testimone che citerò è il signor Glave, il cui resoconto copre gli anni dal 1893 fino alla sua morte nel 1895. Il signor Glave era un giovane inglese che aveva lavorato per sei anni al servizio dello Stato; il suo carattere e il suo lavoro furono molto lodati da Stanley. Quattro anni dopo la scadenza del suo incarico, viaggiò da solo attraverso l’intero paese, dalla Tanzania orientale fino a Matadi, vicino alla foce del fiume, per una distanza di 2.000 miglia. I sistemi legati all’estrazione della gomma erano ancora in fase iniziale, ma già allora egli osservò ovunque violenza e disprezzo per la vita umana, fenomeni che in seguito avrebbero assunto proporzioni ancora più gravi. Ricordiamo che lui stesso era un collaboratore di Stanley, un pioniere e un commerciante locale, quindi certamente non facile da scioccare. Ecco alcune delle sue osservazioni tratte dal suo diario: Per quanto riguarda la liberazione degli schiavi da parte dei belgi, per la quale si è attribuito tanto merito, egli scrive nel Century Magazine, Vol. 53:
“Si dice che vengano tirati fuori dalla schiavitù e liberati, ma non riesco a capire come ciò possa essere giustificato. Vengono portati via dalle loro villaggi e inviati verso sud, dove vengono utilizzati come soldati o lavoratori nelle stazioni statali; famiglie pacifiche vengono distrutte e i loro membri dispersi in varie parti. Per trasportarli è necessario tenerli sotto custodia, altrimenti scapperebbero tutti. Questo non sembra affatto corrispondere alla libertà promessa. I bambini così ‘liberati’ vengono affidati alle missioni francesi, dove ricevono cure molto gentili, ma nulla giustifica questa forma di schiavitù. Posso capire che lo Stato possa costringere i nativi a svolgere determinati lavori per un certo periodo; ma portare via le persone con la forza dalle loro case e disperderle in giro, distruggendo le famiglie, non è giusto. Ne saprò di più lungo il cammino e a Kabambare. Se queste condizioni persistono, non vedo come il movimento contro la schiavitù possa giovare ai nativi.” Per quanto riguarda l’uso di soldati barbari, egli aggiunge:
“Anche i soldati statali vengono impiegati senza ufficiali bianchi. Questo non dovrebbe essere permesso, perché i soldati neri non comprendono il motivo delle battaglie; invece di cercare la sottomissione dei nativi, spesso questi vengono massacrati o costretti a fuggire nelle montagne. I soldati neri sono determinati a combattere e a saccheggiare; non desiderano alcun accordo pacifico. Hanno fucili e munizioni efficaci, si rendono conto della loro superiorità rispetto ai nativi con le loro balestre e frecce. Vogliono uccidere, derubare. Per i neri è un piacere uccidere altri neri, indipendentemente dal fatto che siano uomini, donne o bambini, e senza alcuna difesa. Questo non è certo un modo ragionevole per pacificare la regione; è semplicemente persecuzione. I neri non possono essere utilizzati in questo scopo se non sotto la guida dei bianchi.” Incontrò anche il tenente Hambursin, che sembrava essere un ufficiale competente. “Ieri i nativi di un villaggio vicino sono venuti a lamentarsi che uno dei soldati di Hambursin avesse ucciso un abitante del villaggio; hanno portato con sé la pistola dell’assalitore. Oggi, durante il raduno, il soldato si è presentato senza la sua pistola; la sua colpevolezza è stata dimostrata e, senza ulteriori procedimenti, è stato impiccato a un albero. Hambursin ha già giustiziato diversi persone per questo crimine di omicidio.”
Se ci fossero stati più individui come Hambursin, forse ci sarebbero stati meno scandali. Glave prosegue poi commentando il trattamento riservato ai prigionieri:
“Nei luoghi di detenzione gestiti da ufficiali governativi, si vedono file di povere donne anziane, alcune delle quali non sono altro che scheletri; lavorano dalle sei del mattino a mezzogiorno e dalle due e mezza alle sei, trasportando secchi d’acqua fatta di fango, camminando in gruppi, con una corda intorno al collo e collegate tra loro da altre corde distanziate circa un metro e mezzo l’una dall’altra. Sono prigioniere di guerra. In tempo di guerra, le donne anziane vengono sempre catturate, ma dovrebbero essere trattate con un po’ più di umanità. Sono nude, tranne che per una misera striscia di stoffa tenuta ferma da una corda intorno alla vita. Non vengono mai lasciate libere dalla corda, nemmeno per un momento. Vivono nella caserma, sotto la sorveglianza di sentinelle indigene, che si divertono a schiaffeggiarle e maltrattarle. La pietà non esiste nel cuore degli indigeni. Alcune di queste donne hanno bambini, ma continuano comunque a lavorare. Costituiscono davvero uno spettacolo miserabile. Si chiede come mai queste donne anziane, pur essendo prigioniere di guerra, non ricevano un po’ più di considerazione. Almeno la loro nudità potrebbe essere nascosta. I prigionieri maschi, invece, vengono trattati in modo molto migliore.”
Descrivendo gli indigeni, aggiunge:
“Gli indigeni non sono persone pigre o inutili. Le loro capacità vengono sviluppate attraverso il duro lavoro, la sobrietà e una vita frugale, ”
Fornisce anche informazioni su cosa sia la “chicotte”, lo strumento di tortura preferito e universalmente utilizzato dagli agenti e dagli ufficiali dello Stato Libero. “Il ‘laccio’ fatto di pelle cruda di ippopotamo, soprattutto uno nuovo, tagliato a spirale e con bordi affilati come lame di coltello, ed altrettanto duro del legno, è un’arma terribile; pochi colpi bastano per far sgorgare il sangue; non dovrebbero essere dati più di venticinque colpi, a meno che l’offesa non sia molto grave. Anche se ci convincevamo che la pelle africana fosse molto resistente, serve una costituzione eccezionale per sopportare cento colpi così brutali; di solito la vittima è priva di sensi dopo ventiquattro o trenta colpi. Al primo colpo urla terribilmente; poi si calma e diventa solo un corpo che geme e tremola, fino a quando l’operazione non è terminata. Il colpevole se ne va barcollando, spesso con ferite che dureranno per tutta la vita. È già abbastanza brutale frustare gli uomini, ma molto peggio è questa punizione quando viene inflitta a donne e bambini. Bambini di dieci o dodici anni, sotto padroni irascibili e impulsivi, vengono spesso trattati con estrema crudeltà. A Kasnogo si manifesta molta crudeltà: ho visto due ragazzi feriti gravemente. Credo sinceramente che un uomo che riceve cento colpi sia quasi sempre ucciso e il suo spirito ne risulti distrutto per sempre.” Vede anche come vengono trattati i sudditi di altre nazioni: “Due giorni prima del mio arrivo a Wabundu, due sierra leonesi furono impiccati da Laschet. Erano sentinelle di guardia e, mentre dormivano, permisero a un capo nativo prigioniero e incatenato di fuggire. Il giorno dopo, in preda alla rabbia, Laschet li impiccò entrambi. Erano cittadini britannici assunti dallo Stato Libero del Congo come soldati; in tempo di guerra, presumo, potrebbero essere giustiziati dopo un processo militare. Ma impiccare un cittadino di un altro paese senza processo mi sembra oltraggioso.” Parlando della situazione generale di instabilità, afferma: “È il risultato naturale di una politica statale dura e crudele che sfrutta queste persone per ottenere la gomma senza pagarla. La rivoluzione si diffonderà, ” Aggiunge: “Il posto di posta di Isangi si trova vicino alla grande colonia di un importante uomo di mare, Kayamba, che ora lavora a favore dello Stato catturando schiavi e rubando avorio ai nativi dell’interno. Il filantropico Re dei Belgi ne è a conoscenza? Se no, dovrebbe saperlo.” Man mano che si allontana dalla zona di guerra e entra in quelle che dovrebbero rappresentare la pace, i suoi commenti diventano ancora più amari. Il nascente commercio della gomma inizia ad influenzare negativamente le pratiche locali. “In passato i nativi venivano trattati con gentilezza, ma ora sono state inviate spedizioni in tutte le direzioni per costringerli a produrre gomma e a portarla alle stazioni. Lungo il fiume Ikelemba, stiamo portando via cento schiavi, semplici bambini, tutti presi in guerre sacrileghe contro i nativi. Non era necessario nei tempi antichi, quando noi bianchi non avevamo alcun potere. Questo commercio forzato sta spopolando la regione. Sono partito da Equateur alle undici di questa mattina, dopo aver caricato cento bambini schiavi, per lo più ragazzi di sette o otto anni, insieme a qualche ragazza; tutti rubati ai nativi. Il commissario della zona è un uomo dal temperamento violento: mentre organizzavamo il carico, una donna incaricata dei bambini capì molto lentamente i suoi ordini, pronunciati in un pessimo dialetto Kabanji; lui le si avventò addosso, la schiaffeggiò in faccia e, mentre lei fuggiva, la calciò. Parlano di filantropia e civiltà. Ma dove sono, non lo so.”
E ancora:
“La maggior parte degli ufficiali bianchi presenti nel Congo è contraria alla politica statale legata alla produzione della gomma, ma le leggi la impongono. Per questo, in ogni stazione si vedono i nativi abbandonare le loro case e fuggire, se possibile, verso il lato francese del fiume.”
Man mano che prosegue nel suo viaggio, le sue convinzioni diventano sempre più ferme:
“Dappertutto,” dice, “si sentono le stesse notizie sui crimini commessi dallo Stato Libero del Congo: gomma, omicidi, schiavitù nella sua forma peggiore. Si dice che la metà dei bambini portati via muoia lungo la strada. In Europa si pensa che ‘liberi’ significhi schiavi salvati dai loro crudeli padroni. Niente affatto! La maggior parte di questi bambini è il risultato di guerre combattute contro i nativi per motivi legati all’avorio o alla gomma.”
Dovunque vada, trova prove evidenti di un totale disprezzo per l’umanità:
“Oggi ho visto il corpo di un portatore morto lungo la strada. Non c’era dubbio che fosse malato; era ridotto a pelle e ossa. Queste stazioni dovrebbero prendersi cura dei portatori. Il disprezzo per la vita umana è orribile. I belgi non considerano i nativi di alcun valore. Non c’è da meravigliarsi che lo Stato venga odiato.”
Infine, poco prima della sua morte, venne a conoscenza di quella pratica di mutilazione che rappresentava uno dei risultati più evidenti della politica volta a “promuovere il vantaggio morale e materiale delle razze native”, promessa alla Conferenza di Berlino. “Il signor Harvey ha ricevuto notizie da Clarke, che si trova presso il lago Mantumba, secondo cui i soldati dello Stato sono stati di recente nelle vicinanze della sua stazione, combattendo e catturando prigionieri; egli stesso aveva visto diversi uomini con dei mazzi di mani, utilizzati per indicare le loro rispettive abilità. Presumo che questi mazzi debbano essere presentati come prova del loro successo! Tra quelle mani c’erano quelle di uomini e donne, ma anche quelle di bambini piccoli! I missionari sono talmente in balia dello Stato che non riferiscono queste barbarie alle persone a casa loro. Avevo già sentito parlare di mazzi di mani, tra cui quelli di bambini, portati alle stazioni, ma non ero così convinto della veridicità di queste informazioni quanto lo sono delle notizie appena ricevute dal signor Harvey da Clarke. Molte di queste cose stanno accadendo presso la stazione dell’Equatore. I metodi utilizzati non sono necessari. Anni fa, quando ero di servizio all’Equatore senza soldati, non avevo mai alcuna difficoltà a trovare le persone di cui avevo bisogno, e nemmeno un’altra stazione, nei tempi antichi e umani, ne aveva. Allora, né le stazioni né le barche avevano problemi a reperire uomini o manodopera; lo stesso accadrà anche ai belgi, se introdurranno metodi più razionali.”
Una frase degna di nota è questa: “I missionari sono talmente in balia dello Stato che non riferiscono queste barbarie alle persone a casa loro”. Lontano dall’essere un problema alimentato dai missionari, come hanno sostenuto gli apologhi di Re Leopoldo, in realtà è stato proprio il loro silenzio ad ostacolarne la diffusione; è solo grazie al coraggio e alla veridicità di pochi inglesi e americani che questa situazione è finalmente venuta alla luce.
Ecco quanto riguarda il testimone Glave: era un viaggiatore inglese. Il signor Murphy, un missionario americano, lavorava in un’altra parte del paese, nella regione dove l’Ubangi si unisce al Congo, negli stessi anni. Vediamo fino a che punto il suo resoconto, scritto completamente in modo indipendente {Times, 18 novembre 1895}, concorda con quello di Glave: “Ho visto queste cose accadere,” disse, “e ho sollevato obiezioni allo Stato negli anni 1888, 1889 e 1894, ma non ho mai ottenuto alcuna risposta. Sono stato nell’entroterra e ho visto i danni causati dallo Stato nella sua ricerca di questo commercio ingiusto. Lasciate che vi racconti un episodio per dimostrare come questo commercio ingiusto influisca sulle persone. Un giorno, un soldato dello Stato incaricato della postazione di Solifa stava raccogliendo gomma in città. Incontrò una donna povera il cui marito era via a pescare e le chiese: ‘Dove è tuo marito?’ Lei indicò il fiume. Lui allora domandò: ‘Dov’è la sua gomma?’ Lei rispose: ‘È pronta per te.’ Allora lui disse: ‘Menti,’ alzò il fucile e le sparò. Poco dopo il marito tornò a casa e venne a sapere dell’omicidio di sua moglie. Andò subito dal soldato, portando con sé la gomma, e gli chiese perché avesse ucciso sua moglie. Quell’uomo malvagio alzò il fucile e uccise anche lui. I soldati fuggirono verso il quartier generale dello Stato e denunciarono l’accaduto; di conseguenza, il Commissario inviò un gran numero di truppe per rafforzare l’autorità dei soldati. La città fu saccheggiata, bruciata, e molte persone furono uccise o ferite.”
Ancora:
“Nel novembre dello scorso anno (1894) ci furono intensi combattimenti sul Bosira perché la gente rifiutava di consegnare la gomma; mi fu detto, su autorità di un funzionario dello Stato, che non meno di milleottocento persone furono uccise. In un’altra occasione dello stesso mese, alcuni soldati fuggirono da una nave dello Stato e si recarono nella città di Bombumba. Il funzionario inviò un messaggio ordinando al capo della città di consegnarli; lui rispose che non poteva farlo, poiché i fuggitivi non erano mai stati nella sua città. Il funzionario inviò un secondo messaggero con l’ordine: ‘Vieni da me immediatamente, altrimenti ci sarà guerra domani mattina.’ La mattina seguente il vecchio capo andò ad incontrare i belgi e fu attaccato senza alcuna provocazione. Lui stesso fu ferito, sua moglie fu uccisa davanti ai suoi occhi e le tagliarono la testa per prendere il braccialetto di rame che indossava. Ventiquattro dei suoi uomini furono anche uccisi, tutto per la ragione insignificante sopra menzionata. Ancora una volta, la gente del lago Mantumba fuggì a causa della crudeltà dello Stato; questi inviarono alcuni soldati guidati da un sottufficiale di colore per trattare con loro e convincerli a tornare. Lungo la strada, le truppe incontrarono una canoa contenente sette dei fuggitivi. Con qualche pretesto banale, costrinsero quelle persone a scendere dalla canoa, le uccisero, tagliarono loro le mani e le portarono dal Commissario. La gente di Mantumba si lamentò con il missionario ad Irebu, che andò a verificare se la storia fosse vera. Scoprì che era esatta e che uno dei sette fuggitivi era una bambina piccola che non era ancora morta. La bambina sopravvisse e vive ancora oggi; il moncherino del suo braccio senza mano testimonia contro questa pratica orribile. Questi sono solo alcuni degli innumerevoli episodi accaduti in una sola regione.” Non era solo per il caucciù che venivano commessi tali orrori. Gran parte del paese infatti non è adatta alla coltivazione del caucciù; in quelle zone esistevano altre tasse che venivano riscosse con la stessa brutalità. Un villaggio, ad esempio, era costretto a inviare cibo al governo, e un giorno si dimenticò di farlo:
“La gente dormiva tranquillamente nelle proprie case quando sentirono uno sparo; corsero fuori per scoprire cosa fosse successo. Trovarono i soldati che avevano circondato il villaggio, e l’unica loro idea fu fuggire. Mentre uscivano dalle case, uomini, donne e bambini furono spietatamente uccisi. Il loro villaggio fu completamente distrutto e oggi è ridotto in rovine. L’unico motivo di quella sparatoria era che la gente non aveva consegnato il cibo richiesto dal governo.”
Infine, il signor Murphy afferma: “Il problema del caucciù è responsabile della maggior parte degli orrori commessi nel Congo. Ha ridotto la popolazione in uno stato di totale disperazione. Ogni villaggio della regione è costretto ogni domenica a consegnare una certa quantità di caucciù al quartier generale del Commissario; il tutto avviene con la forza: i soldati costringono la gente ad andare nella giungla; se si rifiutano, vengono uccisi e loro le mani sinistre vengono tagliate e portate come trofei al Commissario. Ai soldati non importa chi uccidono; spesso colpiscono donne povere e indifese, così come bambini innocenti. Queste mani – di uomini, donne e bambini – vengono allineate davanti al Commissario, che le conta per assicurarsi che i soldati non abbiano sprecato munizioni. Al Commissario viene pagata una commissione di circa un penny a libbra su tutto il caucciù che raccoglie; quindi è nel suo interesse ottenere quanta più quantità possibile.”
Ecco ulteriori prove e dettagli a conferma di quanto affermato dal signor Glaves. Il sistema era appena stato introdotto, ma già dieci o dodici anni dopo mostrava i primi effetti negativi. Non si può dire che il regno del re Leopoldo abbia lasciato il paese immutato: ci sono prove evidenti che simili pratiche di violenza fossero sconosciute tra le popolazioni indigene. Sotto il dominio europeo, la conoscenza stava diffondendosi. Dopo aver ascoltato i racconti di un viaggiatore inglese e di un missionario americano, ascoltiamo ora quello di un clérigo svedese, il signor Sjoblom, pubblicato su “The Aborigines’ Friend” nel luglio 1897. Il suo resoconto riguarda più o meno lo stesso periodo degli altri due e si riferisce alla regione dell’Equatore. Ecco come funzionava il sistema in quel momento: “Il loro rifiuto di portare la gomma naturale scatena la dichiarazione di guerra. Gli soldati vengono inviati in direzioni diverse; le persone nelle città vengono attaccate e, quando cercano di fuggire nella foresta per nascondersi e salvare la vita, vengono scoperte dai soldati. I loro campi di riso vengono distrutti, i loro rifornimenti rubati; le loro piante di banano vengono tagliate mentre sono ancora giovani e non hanno frutti; spesso anche le loro capanne vengono bruciate, e naturalmente tutto ciò che ha valore viene portato via. Per quanto ne so, quarantacinque villaggi sono stati completamente distrutti. Dico ‘completamente’ perché molti altri sono stati solo parzialmente danneggiati. Ho attraversato ventotto villaggi abbandonati: i nativi avevano lasciato le loro case per spostarsi più all’interno del paese, nel tentativo di allontanarsi dai bianchi. A volte sono costretti a pagare ingenti indennità; i capi tribù devono talvolta consegnare filo di rame e schiavi in pagamento; se gli schiavi non bastano, le loro mogli vengono vendute per coprire la somma dovuta. Me lo ha detto un ufficiale belga. Vi racconterò,” continua il signor Sjoblom, “un esempio di ciò che ho visto con i miei occhi: durante uno dei miei viaggi nell’entroterra, sono arrivato in una città chiamata Ibera, una di quelle città cannibali dove nessun bianco era mai stato prima. Sono arrivato al tramonto, dopo che i nativi erano tornati dai vari luoghi in cui avevano cercato la gomma naturale. Si erano radunati in gran numero, curiosi di vedere un bianco; inoltre, avevano sentito dire che avevo buone notizie da comunicare loro. Quando quella folla si è radunata e stavo per iniziare a predicare, le sentinelle sono intervenute per arrestare un anziano. Lo hanno trascinato via dal gruppo e il soldato incaricato mi ha detto: ‘Voglio sparargli, perché oggi è andato a pescare nel fiume. Non è andato lì per raccogliere la gomma.’ Gli ho risposto: ‘Non ho il diritto di impedirtelo, ma le persone sono qui per ascoltare ciò che ho da dire. Non vorrei che lo facesse davanti ai miei occhi.’ Lui ha detto: ‘Va bene, lo terrò in custodia fino a domani mattina, quando te ne sarai andato. Poi lo ucciderò.’ Ma pochi minuti dopo è tornato furioso e lo ha sparato proprio davanti ai miei occhi. Poi ha ricaricato il fucile e l’ha puntato contro gli altri; tutti sono fuggiti via come paglia al vento. Ha ordinato a un bambino di otto o nove anni di tagliare la mano destra dell’uomo che era stato ucciso. L’uomo non era ancora morto del tutto; quando ha sentito il colpo della lama, ha cercato di allontanare la mano. Dopo alcuni tentativi, il bambino è riuscito a tagliargliela e l’ha lasciata accanto a un albero caduto.” “Poco dopo, questa mano venne messa sul fuoco per essere fumata prima di essere inviata al Commissario.” Qui il sistema raggiunge il suo apice. Penso che quell’immagine del bambino che, su ordine di un mostro che sicuramente lo avrebbe ucciso se avesse esitato ad obbedire, taglia la mano dell’uomo morente sia altrettanto demoniaca quanto quella che si possa trovare anche nel Congo. Un commento piuttosto eloquente sulla dottrina di Cristo che quel missionario era lì per predicare!
Il signor Sjoblom sembrava inizialmente incapace di credere che simili atti venissero compiuti con la conoscenza e il consenso dei bianchi. Osò rivolgersi al Commissario. “Si è arrabbiato con me”, aggiunge, “e davanti ai soldati ha detto che mi avrebbe espulso dalla città se avessi continuato a immischiarmi in simili faccende.”
Sarebbe stato davvero assurdo da parte del Commissario intervenire quando la mano mozzata era già stata portata lì apposta per essere presentata a lui. L’intera procedura viene spiegata nel seguente paragrafo:
“Se la quantità di gomma raccolta non raggiunge l’importo richiesto, le sentinelle attaccano i nativi. Ne uccidono alcuni e portano le loro mani al Commissario; altri vengono portati come prigionieri. All’inizio portavano con sé le mani fumate; le sentinelle, o i ragazzi incaricati di assisterle, le mettevano in un piccolo forno per farle affumicare, e poi le aggiungevano sopra i cesti contenenti la gomma. L’ho visto accadere molte volte.”
Nel più recente materiale ufficiale dei diplomatici belgi si legge che intendono proseguire il lavoro benefico e civilizzatore che hanno ereditato.
Un altro passaggio del signor Sjoblom dimostra la complicità delle autorità belghe, e mostra anche che la presenza dei missionari rappresentava in qualche modo un ostacolo alla brutalità aperta. Se quindi loro vedevano tutto ciò che vedevano, quale doveva essere lo stato di quelle vaste aree geografiche dove non esistevano missioni? “Alla fine del 1895, il Commissario – mentre tutte le persone stavano raccogliendo la gomma – disse di aver spesso ordinato alle sentinelle di non uccidere nessuno. Ma il 14 dicembre una sentinella passò vicino alla nostra stazione missionaria; con lei c’era una donna che portava un cesto pieno di mani. Il signor e la signora Banks, insieme a me, andammo da quella sentinella e le chiedemmo di mettere fuori quelle mani affinché potessimo contarle. Ne contammo diciotto; tutte erano mani fumate, e dal loro aspetto si poteva dedurre che appartenevano a uomini, donne e bambini. Non riuscivamo a capire perché quelle mani fossero state raccolte, visto che il Commissario aveva ordinato di non uccidere più nessuno per ottenere le loro mani. Nella mia ultima missione scoprii il segreto: una sera di lunedì, una sentinella appena tornata dal Commissario mi disse: ‘Cosa dobbiamo fare noi sentinelle? Quando tutte le persone si radunano, il Commissario ci ordina apertamente di non uccidere più nessuno; ma dopo che se ne sono andate, ci dice in privato che, se non portiamo abbastanza gomma, dobbiamo uccidere qualcuno, solo che non dobbiamo portargli le mani.’ Mi disse anche che alcune sentinelle erano state incatenate perché avevano ucciso alcuni nativi che si trovavano vicino a una stazione missionaria; ma era solo perché il Commissario temeva che la cosa venisse scoperta, quindi, per giustificarsi, aveva fatto incatenare quegli uomini. Gli dissi: ‘Dovresti obbedire sempre al primo ordine: non uccidere mai più nessuno.’ Lui rispose: ‘Le persone, a meno che non vengano spaventate, non portano la gomma, e allora il Commissario ci frusta con la pelle di ippopotamo, o ci incatena, o ci manda a Boma.’ Aggiunse anche che il Commissario lo aveva indotto ad nascondere queste crudeltà, permettendole comunque di continuare, e a farlo in modo da potersi giustificare, nel caso qualcosa venisse scoperto. In quel caso, il Commissario avrebbe potuto dire: “Ma gli ho detto apertamente di non uccidere più nessuno, ” E avrebbe potuto incolpare i soldati per giustificarsi, anche se la colpa e le punizioni dovrebbero essere ricadute su di lui stesso, dopo aver compiuto un atto così terribile soltanto per nascondere o ingannare la giustizia. Se anche noi sentinelle eravamo confusi riguardo a queste istruzioni, cosa direbbero allora i nativi?” Ho detto che coloro che commettevano atti di cannibalismo avevano delle scuse più valide rispetto a coloro che partecipavano attivamente a quel sistema crudele. Anche i responsabili adducevano le stesse scuse. “Non prendete queste cose troppo sul serio,” disse uno di loro al missionario. “Ci uccidono se non portiamo la gomma. Il Commissario ci ha promesso che, se porteremo abbastanza mani, ci ridurrà il periodo di servizio. Io ne ho già portate molte, e credo che presto mi verrà concesso il permesso di tornare a casa.” È evidente, da questi passaggi, che i commissari sono profondamente coinvolti in queste orribili attività. Ma il signor Sjoblom riuscì a spingersi ancora oltre, verso quel percorso che conduce al Palazzo di Bruxelles. Il governatore generale M. Wahis, un uomo che ha svolto un ruolo sinistro nel paese, risalì il fiume e cercò di far contraddire il franco svizzero o, in caso contrario, di intimidirlo. Sembrava che scoprire la verità o rimediare agli errori fosse l’ultima cosa a cui pensasse, poiché sapeva bene che quegli errori erano essenziali per quel sistema e che, senza di loro, tutto avrebbe funzionato più lentamente. E il principale responsabile europeo si sarebbe presto chiesto cosa non andasse nella sua “macchina per produrre gomma”. “Potreste aver visto tutte queste cose che avete descritto,” disse lui, “ma nulla è stato dimostrato.” Nel frattempo, il commissario teneva un fucile puntato alla testa dei testimoni per assicurarsi che nulla venisse provato. Nonostante ciò, il signor Sjoblom riuscì a raccogliere le prove necessarie e andò dal governatore chiedendogli quando potesse ascoltarle. “Non voglio sentire nessun testimone,” rispose lui; poi aggiunse: “Se continuerete a richiedere indagini su queste questioni, vi presenteremo accuse. Il che significa cinque anni di prigione.”
Ecco il resoconto del signor Sjoblom riguardo al governatore Wahis e alle sue malefatte. “Non è vero,” gridano gli apologeti congolezi. Strano come svizzeri, americani e britannici, sia laici che religiosi, si uniscano tutti nel diffamare questo innocente Stato. Senza dubbio, questi individui malvagi sono disposti a compiere qualsiasi cosa pur di macchiare l’immagine di “questo progetto benevolo e filantropico del Congo”. Tartuffe e Jack lo Squartatore. Esiste davvero una combinazione del genere nella storia del mondo?
Un’altra aneddota su M. Wahis: non capita spesso di poter mettere faccia a faccia un governatore del Congo con i risultati delle sue stesse azioni. Mentre il signor Sjoblom risaliva il fiume, riuscì a raccontargli un altro atto di violenza: “Il signor Banks disse al governatore di aver visto personalmente quanto era accaduto; allora M. Wahis chiamò il comandante responsabile dell’operazione – l’ufficiale che aveva ordinato l’attacco se n’era già andato altrove – e gli chiese in francese se quella storia fosse vera. L’ufficiale belga confermò di sì, ma M. Wahis, pensando che il signor Banks non parlasse francese, aggiunse: ‘Dopotutto, potreste aver visto tutto questo. Ma non avete testimoni.’ ‘Oh,’ disse il signor Banks, ‘posso chiamare il comandante stesso, che vi ha appena detto che è vero.’ Allora M. Wahis cercò di minimizzare la questione. Ma, con sua grande sorpresa, il signor Banks aggiunse: ‘In ogni caso, su sua stessa richiesta, ho fornito al console britannico che è passato di qui di recente una dichiarazione firmata a riguardo.’ M. Wahis si alzò dalla sedia e disse: ‘Oh. Allora sarà noto in tutta Europa!’ Solo allora ammise per la prima volta che il commissario responsabile doveva essere punito.”
Non c’è bisogno di aggiungere che quella punizione fu pura farsa. Questi rapporti successivi, ciascuno dei quali amplificava il precedente, uniti all’omicidio del signor Stokes e alle misure adottate dal Ministero Coloniale Britannico per vietare il reclutamento in Congo, ebbero l’effetto di attirare grande attenzione sulla situazione di quel paese. Le accuse ricevettero risposte in parte con negazioni, in parte con frasi generiche riguardanti la morale, e in parte con false riforme. Il signor van Eetvelde a Bruxelles e il signor Jules Houdret a Londra negarono cose che in seguito sono state completamente dimostrate vere. La cosiddetta “Commissione per la Protezione dei Nativi” divenne l’incarnazione di queste riforme; come tutte le riforme del genere, risultò totalmente inefficace e serviva soltanto a soddisfare le esigenze degli europei. Nessuno conosceva meglio di coloro che lavoravano a Bruxelles il fatto che nessuna riforma avrebbe potuto avere alcun effetto reale se non si abolisse completamente quel sistema, poiché esso generava ingiustizie in modo altrettanto logico e inevitabile quanto la gelata produce ghiaccio. I risultati delle attività della Commissione per la Protezione dei Nativi verranno mostrati nelle fasi successive.

CAPITOLO V
Altri risultati del sistema Per un momento devo interrompere la narrazione di questa lunga e tragica serie di atrocità per spiegare alcuni nuovi fattori che hanno influenzato la situazione. È già stato dimostrato che lo Stato del Congo, incapace di gestire l’intero proprio territorio, aveva concesso in affitto vaste aree a compagnie monopolistiche, in totale contraddizione con l’articolo V del Trattato di Berlino. Fino al 1897, queste compagnie erano registrate in Belgio e presentavano una sorta di carattere internazionale; lo Stato non esercitava su di esse alcun controllo diretto o aperto. Ora questa situazione era cambiata: lo Stato aveva rafforzato i legami che lo univano a queste imprese commerciali. La maggior parte di queste compagnie fu sciolta e successivamente rifondata secondo le leggi congolese; in molti casi, in cambio del monopolio, allo Stato veniva concesso il controllo totale, fino al punto di poter nominare tutti i dirigenti e gli agenti. La metà delle azioni o la metà dei profitti veniva solitamente ceduta allo Stato. Pertanto, in futuro bisognerà sempre tenere presente che, quando si parla della Compagnia Abir, della Kasai, della Katanga o di qualsiasi altra, in realtà si sta parlando dello Stato stesso – ovvero del Re Leopoldo. Lui possedeva queste compagnie, ma riceveva il cinquanta per cento dei loro profitti come compenso per tutto il lavoro svolto. Poiché i loro utili erano estremamente elevati (tra il cinquanta e il settecento per cento all’anno), tutte le parti coinvolte in questo accordo ne traevano vantaggio. Un altro nuovo fattore che influenzò la situazione fu la completamento, nel 1898, della Ferrovia del Basso Congo, che collegava Boma a Stanley Pool, aggirando così le cascate. L’iniziativa in sé era nobile e meritoria; tuttavia i metodi utilizzati per realizzarla erano spietati e disumani. Se la civiltà avesse avuto solo obiezioni alla costruzione di questa ferrovia, considerando il ricorso al lavoro forzato – una pratica completamente diversa dalle tradizioni delle altre colonie europee nelle regioni tropicali – ciò sarebbe già stato un grave rimprovero contro lo Stato del Congo. Ora, tuttavia, tutto ciò appare insignificante rispetto alla schiavitù di un intero popolo e ai vent’anni di massacri ininterrotti. Per avere un’idea della situazione nella zona interessata dalla ferrovia, ecco un breve resoconto scritto da M. Edouard Picard, senatore belga, che ne vide la costruzione in corso: “L’impressione tragica che suscitano queste foreste mutilate,” scriveva, “diventa ancora più intensa nei luoghi dove, fino a poco tempo fa, sorgevano villaggi indigeni nascosti e protetti da una fitta e alta vegetazione. Gli abitanti sono fuggiti. Nonostante promesse di pace e trattamenti umani, hanno bruciato le loro capanne; grandi mucchi di ceneri segnano ora i luoghi in cui vivevano, tra palme abbandonate e campi di banane calpestati. Il ricordo di frustate crudeli, massacri, stupri e rapimenti perseguita i loro poveri cervelli. E così, come fuggitivi, cercano rifugio nelle zone selvagge o, al di là dei confini, nel Congo francese o portoghese, ancora lontano da tali sofferenze e minacce. Lontano dalle strade percorse dagli uomini bianchi, quegli invasori dannosi con le loro abitudini strane e inquietanti.” Lo spettacolo era altrettanto cupo lungo il sentiero battuto dalle carovane che andavano verso il lago e ne tornavano: “Incontriamo continuamente questi portatori, sia singolarmente che in fila indiana. Neri, miserevoli neri, con vestiti sporchi e luridi come unica copertura; teste nude e arruffate che sostengono il loro carico: sacchi, zanne d’avorio, cesti di gomma o barili. Per lo più esausti, piegati sotto il peso del carico, con poche briciole di riso e pesce secco come unica razione. Bestie da soma dalle membra magre come quelle dei monaci, con volti contratti per lo sforzo di mantenere l’equilibrio. Migliaia di loro viaggiano così, in un sistema di trasporto umano organizzato dallo Stato, gestito dai capi che ne sfruttano i lavoratori e si appropriano dei loro salari. Camminano con le ginocchia piegate, il ventre sporgente, un braccio sollevato e l’altro appoggiato a un lungo bastone. Coperti di insetti mentre attraversano montagne e valli. Muoiono durante il viaggio. O, una volta arrivati a casa, muoiono per sfinimento.” Si ricorderà che il Capitano Lothaire, essendo stato assolto dall’accusa di omicidio del signor Stokes, fu inviato dal re Leopoldo a ricoprire la carica di direttore generale della Anversoise Trust. Nel 1898 arrivò nel distretto di Mongalla; da quel momento in poi in Europa iniziarono a circolare voci vaghe su attacchi dei nativi e rappresaglie sanguinose, nonché altri segni di violenza e instabilità che ci si potrebbe aspettare in un luogo dove una grande popolazione abituata alla libertà viene improvvisamente ridotta in schiavitù. Si può immaginare l’entità delle operazioni legate alla produzione della gomma svolte sotto il ferreo dominio del Capitano Lothaire, considerando che i profitti dell’azienda, che nel 1897 ammontavano a 120.000 franchi, aumentarono fino a raggiungere i 3.968.000 franchi nel 1899: una somma che rappresenta più del doppio del capitale totale dell’azienda. Il signor Mille racconta di un agente belga che mostrò 25.000 cartucce e commentò: “Posso trasformarle in 25.000 libbre di gomma”. Anche il Capitano Lothaire credeva nei medesimi metodi commerciali; infatti, sia la sua aggressività che la produzione aumentavano insieme. Vale davvero la pena sterminare un quarto della popolazione, se ciò permette di spingere gli altri a lavorare in modo frenetico e incessante. Nessun dettaglio preciso di questi fatti avrebbe mai potuto raggiungere l’Europa se Lothaire non avesse commesso l’errore fatale di litigare con i suoi subordinati. Uno di loro, di nome Lacroix, inviò una comunicazione al “Nieuw Gazet” di Anversa, che, insieme al “Petit Bleu”, svolgeva in quel periodo un ruolo onesto e indipendente nella diffusione delle informazioni. L’Ufficio Stampa del Congo, che in seguito soffocò la voce della parte più venale della stampa belga e parigina, non aveva ancora raggiunto l’efficienza che avrebbe poi acquisito. Questa lettera di Lacroix fu pubblicata il 10 aprile 1900 e gettò una luce cruda su ciò che stava accadendo nel distretto di Mongalla. Era una confessione, ma una confessione che coinvolgeva sia i suoi superiori che lui stesso: raccontava come fosse stato incaricato dal suo capo di massacrare tutti gli abitanti di un certo villaggio che si era rivelato lento nel fornire la gomma richiesta. Aveva eseguito l’ordine. In seguito, il suo capo aveva imprigionato sessanta donne e le aveva lasciate morire di fame, perché quel villaggio – Mummumbula – non aveva consegnato abbastanza gomma. “Verrò processato,” scrisse, “per aver ucciso centocinquanta uomini, per aver crocifisso donne e bambini, e per aver mutilato molti uomini e appeso i loro resti alla recinzione del villaggio.” Nello stesso momento in cui Lacroix fece questa confessione, il Le Petit Bleu pubblicò dichiarazioni giurate di soldati impiegati dal Trust, nelle quali raccontavano come avessero sterminato interi villaggi soltanto perché non avevano abbastanza gomma. Un altro agente, Moray, pubblicò anch’egli una confessione sul Le Petit Bleu; di questa ne è tratto questo estratto. “Ad Ambas eravamo un gruppo di trenta persone, sotto il comando di Van Eycken, che ci inviò in un villaggio per verificare se i nativi raccoglievano gomma; in caso contrario, dovevamo uccidere tutti, uomini, donne e bambini. Trovammo i nativi seduti tranquillamente; chiedemmo loro cosa stessero facendo, ma non riuscirono a rispondere. Allora li attaccammo tutti e li uccidemmo senza pietà. Un’ora dopo arrivò Van Eycken e gli raccontammo ciò che era accaduto. Lui rispose: ‘Bene, ma non avete fatto abbastanza!’ Ci ordinò quindi di tagliare le teste degli uomini e di appenderle alle palizzate del villaggio, insieme ai loro organi genitali; inoltre, dovevamo appendere donne e bambini alle palizzate a forma di croce.” Di fronte a queste nuove rivelazioni scoppiò un’ondata di indignazione in Belgio, dimostrando che è soltanto la loro ignoranza dei fatti veri a impedire ai cittadini di quel paese di mostrare lo stesso senso di umanità che qualsiasi altra nazione civile. Non hanno ancora realizzato le orribili cose che sono state compiute in loro nome. Sicuramente, quando se ne renderanno conto, ci sarà un terribile rimorso! Alcuni erano già molto consapevoli di questi fatti: MM. Vandervelde e Lorand lottarono coraggiosamente alla Camera; gli ufficiali, guidati da MM. Liebrichts e De Cuvelier, fecero le solite dichiarazioni vaghe e negazioni generali. “Ah, potete stare certi che la verità verrà a galla, completamente e chiaramente!”, gridò Vandervelde. La verità effettivamente venne a galla, anche se non del tutto come si sperava: alcuni dei colpevoli furono processati e condannati. In qualsiasi altra colonia europea sarebbero stati impiccati immediatamente, essendo dei criminali spietati. Ma in Congo non si impicca un uomo bianco, nemmeno se ha sulle mani il sangue di cento omicidi. L’unico bianco mai impiccato lì è stato lo scozzese Stokes, accusato di concorrenza sleale nel commercio. Tuttavia, è degno di nota che siano stati puniti soltanto subordinati: Van Eycken fu assolto; Lacroix ricevette una pena detentiva; Mattheys, un altro agente accusato di atti orribili, fu condannato a dodici anni. Una pena che all’epoca sembrava severa, ma in realtà fu ridotta a tre anni. Nel verdetto su di lui il giudice scrisse: “Visto che è giusto tenere conto dell’esempio dato dai suoi superiori nel non rispettare la vita o i diritti dei nativi, ” Parole coraggiose, ma quanto è impotente la giustizia quando si possono pronunciare simili parole senza che ciò porti a risultati concreti! Si riferiva, naturalmente, al capitano Lothaire, che nel frattempo era fuggito su una nave a Matadi e aveva raggiunto l’Europa. La sua fuga era di dominio pubblico, ma chi avrebbe osato toccare il favorito del Re? Da allora Lothaire ha avuto diverse occasioni per tornare in Congo, ma la giustizia, riguardo a lui, è davvero “cieca”! C’è un episodio che dovrebbe essere ricordato nella storia di questo processo. Moray, il cui testimone avrebbe avuto una grande importanza, fu trovato morto nel suo letto poco prima dell’inizio delle procedure legali. Ci sono stati diversi casi del genere nella storia del Congo. Il comandante Dooms, dopo aver minacciato di rivelare in Europa i misfatti del tenente Massard, fu poco dopo dichiarato misteriosamente annegato da un ippopotamo. Il dottor Barotti, tornato a casa furioso dopo un’ispezione nel Congo, affermò con forza di essere stato avvelenato. In questo Paese c’è molto di ciò che appartiene al XVI secolo, oltre alle concezioni riguardo ai propri doveri nei confronti dei nativi.
Prima di diffondere queste rivelazioni con la dovuta schiettezza nella stampa belga, potrebbe essere opportuno trascrivere il seguente commento tratto da un’intervista con un funzionario tornato dal Congo, pubblicata sull’Antwerp Nieuw Gazet l’10 aprile 1900. Dice:
“Quando fui incaricato di stabilire una fortezza, mi furono dati alcuni soldati nativi e una enorme quantità di munizioni. Il mio superiore mi diede queste istruzioni: ‘Distruggi ogni ostacolo!’ Obbedii e attraversai la mia zona con il fuoco e la spada. Ero partito da Anversa pensando che il mio compito fosse semplicemente raccogliere gomma. Ma quando finalmente capii la verità, rimasi estremamente sorpreso.”
Questo, insieme alla lettera del tenente Tilken citata in precedenza, fornisce alcune informazioni utili per comprendere la situazione di quegli agenti governativi. Infatti, c’è qualcosa da dire a favore di questi sfortunati uomini: è molto più terribile essere costretti a commettere crimini che doverli subire. Pensate solo alla sequenza degli eventi. L’uomo vede un annuncio che offre una opportunità lavorativa nei tropici, si presenta presso un ufficio di collocamento e viene informato che lo stipendio ammonta a circa settantacinque sterline all’anno, con un bonus in caso di successo. Non sa nulla riguardo al paese o alle condizioni locali, ma accetta comunque l’offerta. Gli chiedono poi se abbia del denaro: non ne ha. Gli vengono prestate cento sterline per le spese e l’equipaggiamento, con la promessa che dovrà restituirle lavorando. Una volta sul posto, scopre però l’orribile natura delle mansioni richieste: deve ricorrere a crimini per ottenere i risultati desiderati. Se decide di dimettersi? “Certamente,” dicono le autorità, “ma devi rimanere fino a quando non avrai ripagato il debito!” Non può comunque fuggire, poiché tutti i battelli fluviali sono sotto controllo governativo. Cosa può fare allora? Molte volte sceglie di suicidarsi. I tassi di suicidio in questo ambiente sono più alti che in qualsiasi altro settore lavorativo al mondo. Ma supponiamo che decida di denunciare questi abusi in Europa. Gli vengono rivolti accuse ufficiali per maltrattamenti ai danni dei nativi; poiché ogni tipo di “maltrattamento” può essere facilmente dimostrato con l’aiuto delle guardie, viene processato e condannato. Così accade che nella prigione di Boma possano coesistere sia le persone più umane che i criminali più spietati. Coloro il cui ideale è troppo umanitario per essere tollerato dalle autorità, e coloro i cui crimini non possono essere ignorati nemmeno da un’amministrazione congolese. State attenti voi che cercate lavoro in questo paese oscuro: il suicidio, la prigione di Boma, o azioni capaci di rovinarvi per sempre la memoria, sono le uniche opzioni che vi restano.
Ecco il tipo di circolare ufficiale che arriva in migliaia di copie agli agenti locali. Questa specifica comunicazione proveniva dal Commissario del distretto di Wille:
“Vi do totale libertà nell’ottenere 4.000 chili di gomma al mese. Avete due mesi per convincere la popolazione locale ad collaborare; iniziate con metodi gentili, e se continuano a resistere alle richieste dello Stato, utilizzate la forza.”
E questo Stato era stato creato esattamente per il “beneficio morale e materiale dei nativi”. Mentre affrontavo le questioni legate al caso Boma, fornirò una breve descrizione del caso Caudron, avvenuto nel 1904. Questo caso fu particolarmente significativo poiché dimostrò giudiziariamente ciò che era già abbastanza evidente: la complicità tra lo Stato e il criminale. Caudron era un uomo accusato di 120 omicidi a sangue freddo; in realtà, era un agente zelante ed efficiente della Società di Anversa, quella stessa compagnia la cui azione finanziaria registrò notevoli successi quando il direttore Lothaire insegnò ai nativi ciò che un ministro del Parlamento belga definì “la legge cristiana del lavoro”. Fece del suo meglio per la compagnia, e anche per sé stesso, poiché riceveva una commissione del tre percento sul caucciù. È difficile spiegare perché sia stato scelto tra tutti i suoi complici, ma così fu; si trovò a Boma con una condanna a vent’anni di prigione. Dopo l’appello, la pena fu ridotta a quindici anni, una pena che, nella pratica, equivaleva a due o tre anni soltanto. L’aspetto interessante del suo processo è che l’appello stesso, e la conseguente riduzione della pena, si basavano sull’accusa secondo cui il governo fosse a conoscenza di queste incursioni omicide e che i soldati governativi venissero utilizzati per compierle. I punti emersi dal processo furono i seguenti:

  1. L’esistenza di un sistema organizzato di oppressione, saccheggio e massacri, finalizzato ad aumentare la produzione di caucciù a beneficio di una “compagnia” che, in realtà, non era altro che uno pseudonimo dello Stato stesso.
  2. Le autorità locali governative erano a conoscenza di questo sistema e vi partecipavano attivamente.
  3. I funzionari governativi locali si impegnavano direttamente in queste incursioni, e le truppe governative venivano regolarmente impiegate per compierle.
  4. Il potere giudiziario era incapace di attribuire la vera responsabilità alle persone giuste.
  5. Di conseguenza, queste atrocità avrebbero continuato fino a quando il sistema stesso non fosse stato estirpato.
    L’avvocato di Caudron chiese la produzione di documenti ufficiali per dimostrare l’intera catena di responsabilità, ma il presidente della Corte d’appello rifiutò, sapendo perfettamente che ciò avrebbe portato direttamente al trono stesso.
    Si potrebbe chiedere come i dettagli di questo processo siano arrivati in Europa, dato che è molto raro che qualcosa trapeli dai tribunali di Boma. La ragione era che a Boma viveva un cittadino britannico di colore di nome Shanir, il quale si impegnava quotidianamente ad assistere alle udienze per conservare qualche traccia delle procedure legali. Successivamente inviò queste informazioni in Europa. La conseguenza fu interessante: il commercio di questo uomo, che era molto fiorente, venne boicottato; perse tutto ciò che aveva, rimase ossessionato dai propri mali e alla fine si tolse la vita, un altro martire per la causa del Congo.

CAPITOLO VI
VOCI DALL’OSCURITÀ Ora tornerò sui testimoni di quel trattamento shockante riservato ai nativi. Il reverendo Joseph Clark era un missionario americano che viveva a Ikoko, nel territorio della Corona, una riserva privata del re Leopoldo. Queste lettere coprono il periodo compreso tra il 1893 e il 1899. Ecco come appariva Ikoko nel 1893:
“L’Irebo conta circa 2.000 abitanti; Ikoko ne ha almeno 4.000, e ci sono altre città facilmente raggiungibili, alcune delle quali grandi quanto l’Irebo, e due probabilmente ancora più grandi. La gente è di bell’aspetto, coraggiosa e attiva.” Nel 1903, solo 600 persone erano sopravvissute.
Nel 1894, Ikoko iniziò a subire gli effetti di una “rigenerazione morale e materiale”. Il 30 maggio di quell’anno il signor Clark scriveva:
“A causa di problemi con lo Stato, la gente dell’Irebo fuggì lasciando le proprie case. Ieri, i soldati dello Stato uccisero un uomo malato che non aveva cercato di scappare; altri furono uccisi anch’essi dai soldati locali, i quali, in assenza di bianchi, fanno ciò che vogliono.” Nel novembre 1894:
“A Ikoko moltissime persone sono state uccise dai soldati; la maggior parte degli altri vive nelle foreste.”
Lo stesso mese, si lamentò formalmente con il commissario Fievez:
“Se non intervenite presto per fermare questi problemi, le città rimarranno deserte. Vi supplico di aiutarci a ripristinare la pace in questa regione. È insopportabile vedere i corpi nei ruscelli e sulla spiaggia, senza sapere il motivo delle loro morti. La gente vive nelle foreste come animali selvatici, senza riparo né cibo adeguato, e ha paura di accendere il fuoco. Molti sono morti in questo modo. Una donna fuggì con tre bambini; tutti morirono nella foresta, e lei stessa tornò distrutta, morendo poco dopo a causa dell’esposizione e della fame. La conoscevamo bene. Nel 1894 speravo di far conoscere questi fatti al re Leopoldo, convinto che lui non sapesse nulla delle terribili condizioni in cui veniva riscossa quella cosiddetta ‘tassa sulla gomma’.” Il 28 novembre scriveva:
“I soldati dello Stato portarono sette cadaveri e dichiararono di aver ucciso le persone mentre cercavano di fuggire verso il territorio francese, ecc.”
“Scoprimmo che tutto ciò che i soldati avevano riferito era falso; le dichiarazioni dei nativi erano vere. Vedemmo soltanto sei corpi; un settimo doveva essere caduto in acqua, e poco dopo trovammo un ottavo corpo che galleggiava vicino alla riva. Una donna che era stata gettata in acqua o vi era caduta dopo essere stata colpita.” Il 5 dicembre scriveva:
“Un anno fa abbiamo visitato i seguenti villaggi, situati tra qui e Ikoko:
Popolazione stimata:
Lobwaka                                                 250
Boboko                                                    250
Bosungu                                                 100
Kenzie                                                     150
Bokaka                                                    200
Mosenge                                                 150
Ituta                                                 80
Ngero                2.000” Totale: 3.180
“Una settimana fa sono andato lassù e solo a Ngero c’erano persone: abbiamo trovato dieci di loro. A Ikoko non c’erano più di dodici persone, oltre a quelle impiegate da Frank. Oltre Ikoko la situazione è la stessa.”
12 aprile 1895 scrive:
“Mi dispiace che continuino questi discorsi riguardanti il caucciù. Ogni settimana sentiamo parlare di scontri, e ci sono frequenti litigi, anche nel nostro villaggio, tra i soldati armati e indisciplinati. Negli ultimi dodici mesi questo ha causato più vittime di quante ne avrebbero potute causare le guerre tribali o le superstizioni in tre-cinque anni. La gente fa queste confronti tra sé stessa. È incredibile e orribile pensare a questi uomini selvaggi armati di fucili, lasciati liberi di cacciare e uccidere solo perché non riescono a vendere il caucciù allo Stato a un prezzo irrisorio; è davvero raccapricciante vederli tornare con le mani dei caduti, tra cui quelle di bambini piccoli, ”
Il seguente messaggio è stato scritto il 3 maggio 1895:
“La guerra per il caucciù. Lo Stato pretende che i nativi producano e vendano il caucciù ai suoi agenti a un prezzo molto basso. I nativi non sono d’accordo: è un lavoro duro e il compenso è misero; inoltre li costringe ad allontanarsi dalle loro case per andare nella foresta, dove si sentono molto insicuri, visto che ci sono sempre lotte tra di loro. Il caucciù proveniente da questa zona ha causato centinaia di vittime; le scene che ho assistito, senza poter aiutare i oppressi, sono state quasi sufficienti per farmi desiderare di essere morto. I soldati stessi sono selvaggi, alcuni persino cannibali; vengono addestrati a usare i fucili e spesso vengono mandati via senza alcun controllo, facendo ciò che vogliono. Quando arrivano in una città, nessuna proprietà né moglie è al sicuro; quando sono in guerra, sono come demoni. Immaginate loro tornare da uno scontro contro dei ribelli: sulla prua della canoa c’è un palo con un mucchio di cose sopra. Sono le mani di sedici guerrieri che hanno ucciso. Non vedete tra quelle mani anche quelle di bambini piccoli? Ho visto personalmente come venissero tagliate le mani delle vittime, mentre i loro cuori battevano ancora forte abbastanza da far sgorgare il sangue fino a una distanza di quattro piedi. Una volta è stato portato qui un bambino piccolo; sua madre era stata catturata prigioniera e davanti ai suoi occhi hanno gettato il neonato nell’acqua per annegarlo. I soldati ci hanno detto freddamente che i loro bianchi non volevano che portassero bambini con sé. Hanno trascinato via le donne e hanno lasciato il bambino accanto a noi, ma noi l’abbiamo restituito alla madre e abbiamo promesso di denunciare l’accaduto al capo della postazione. L’abbiamo fatto, ma quegli uomini non sono stati puniti. Al colpevole principale è stato detto che avrebbe ricevuto cinquanta frustate, ma ho sentito lo stesso uomo dire che non sarebbe stato fustigato, ” Confrontiamo questi testi con i seguenti estratti dal Bollettino Ufficiale del Re Leopoldo, che riguardano proprio questa zona:
“L’exploitazione delle piante da gomma di questa regione è iniziata soltanto tre anni fa da parte di M. Fievez. I risultati ottenuti sono stati senza precedenti: nel 1895 la zona ha prodotto oltre 650 tonnellate di gomma, acquistate a un prezzo europeo e vendute ad Anversa per 55 penny al chilo.”
Un bollettino successivo aggiunge:
“Con questo sviluppo di ordine generale si accompagna inevitabilmente un miglioramento delle condizioni di vita dei nativi ogni volta che entrano in contatto con l’elemento europeo. Questo rappresenta infatti uno degli obiettivi della politica statale, ovvero promuovere la rigenerazione della razza instillando in essa una maggiore consapevolezza della necessità del lavoro.”
Davvero, non conosco nulla nella storia che possa eguagliare documenti del genere: né pirati né banditi sono mai scesi a tali abissi di ipocrisia. Questo è un esempio unico, colossale sia per l’orrore che per la sfacciataggine.
Alcune altre aneddoti fornite dal degno signor Clark: ecco un estratto da una lettera indirizzata al capo della regione, Mueller:
“C’è una questione che desidero segnalarvi riguardo alle sentinelle Nkake. Ricorderete che qualche tempo fa hanno preso undici canoe e ucciso alcuni membri del popolo Ikoko; come prova hanno portato con sé alcune mani, tra cui quelle di tre bambini. Abbiamo appreso da uno dei loro rematori che un bambino non era morto quando gli è stata tagliata la mano, ma non abbiamo creduto a questa storia. Tre giorni dopo ci è stato detto che il bambino era ancora vivo nella giungla; ho inviato quattro uomini per verificare e sono tornati con una bambina il cui braccio destro era stato amputato; è morta a causa della ferita. Non aveva altre lesioni. Poiché dovevo recarmi dal dottor Reusens per la mia malattia, ho portato con me la bambina: lui le ha riparato il braccio e penso che sopravviverà. Ma ritengo che una tale crudeltà debba essere punita.”
Il signor Clark continuava a sperare che il Re Leopoldo non fosse a conoscenza dei risultati del proprio sistema. Il 25 marzo 1896 scriveva:
“Questo commercio della gomma è intriso di sangue; se i nativi si ribellassero e uccidessero tutti gli europei presenti nel Congo superiore, comunque rimarrebbe un risultato terribile a loro vantaggio. Non sarebbe possibile che qualche americano influente incontrasse il Re dei Belgi per fargli conoscere ciò che sta accadendo in suo nome? Il lago è riservato al Re, nessun commerciante è ammesso. E per raccogliere la gomma per lui, centinaia di uomini, donne e bambini sono stati uccisi.”
Finalmente, i nativi, spinti oltre il limite della sopportazione, si ribellarono contro i loro oppressori. Chi non può gioire nel vedere che sembrano aver avuto successo?
Estratti dal diario delle lettere a partire dal 29 gennaio 1897: Tali sono alcune delle prove, soltanto una piccolissima parte del racconto completo fornito dal signor Clark. Ricordiamo che queste testimonianze sono tratte da una lunga serie di lettere scritte nel corso di diversi anni a varie persone. Si potrebbe ipotizzare che una singola dichiarazione possa essere frutto di invenzione, ma nemmeno il più abile difensore delle pratiche utilizzate in Congo riuscirebbe a spiegare come un documento del genere possa non essere vero.
Ecco quindi le testimonianze del signor Clark, l’americano; seguiranno quelle del signor Scrivener, l’inglese, che riguardano più o meno lo stesso periodo e luogo. Ma affinché questa visione non appaia troppo anglo-sassone, lasciate che inserisca anche un passaggio dai viaggi di un francese, il signor Leon Berthier, i cui diari furono pubblicati dall’Istituto Coloniale di Marsiglia nel 1902:
“La postazione belga di Imesse è ben costruita. Il capo della postazione è assente; è andato a punire il villaggio di M’Batchi, colpevole di essere stato un po’ in ritardo nel pagare la tassa sul caucciù. Una canoa piena di soldati dello Stato del Congo ritorna dal saccheggio di M’Batchi: trenta morti, cinquanta feriti. Alle tre arriviamo a M’Batchi, teatro della spietata punizione inflitta dal capo della postazione. Povero villaggio. Resti di misere capanne. Si esce da queste scene di desolazione con sentimenti indescrivibili, ”
Per dimostrare la continuità degli orrori in Congo e l’estensione del loro durata – una durata che rappresenta una vergogna per le grandi potenze che hanno tollerato tali pratiche in silenzio – ho riportato le testimonianze dei testimoni nell’ordine in cui sono state fornite. I signori Glave, Murphy e Sjoblom hanno descritto il periodo dal 1894 al 1897; il signor Clark ha continuato il racconto fino al 1900; abbiamo poi le testimonianze relative ai fatti del 1901-1904, rese note dai tribunali di Boma. Ora presenterò l’esperienza del reverendo signor Scrivener, missionario inglese che, nel luglio, agosto e settembre 1903, attraversò una parte del territorio assegnato personalmente al re Leopoldo. La stessa regione in cui il signor Clark aveva trascorso anni di orrore. Vedremo fino a che punto le testimonianze indipendenti di quest’inglese e di questo americano – una tratta da un diario, l’altra da una serie di lettere – si confermano a vicenda. Alle sei del mattino mi svegliai e scoprii che stava ancora piovendo. La pioggia continuò fino alle nove, e riuscimmo a partire solo all’undici. Tutta la farina di manioca era finita il giorno prima, quindi cucinammo un po’ di riso, ma la gente che lasciò quel piccolo villaggio aveva molto fame. Cercai di sapere qualcosa di più su di loro: dissero di essere fuggiti da una zona poco lontana dove si raccoglieva la gomma. Ci raccontarono storie orribili di omicidi e fame, e ascoltandole ci chiedemmo come fosse possibile che persone trattate in modo così crudele potessero continuare a vivere senza reagire. I ragazzi e le ragazze erano nudi; io diedi loro ognuno un pezzo di cotone, il che li sorprese molto. Quattro ore e mezza dopo arrivammo in un posto chiamato Sa. Lungo la strada passammo due villaggi con più persone di quante ne avessimo viste da giorni; probabilmente c’erano circa 120 persone. Vicino alla stazione di polizia c’era un altro piccolo villaggio; decidemmo di fermarci lì per il resto della giornata. Tre capi tribù vennero a trovarci insieme a tutti gli adulti del loro popolo: in totale non erano nemmeno 300 persone. E questo mentre, meno di sei o sette anni prima, in quella zona vivevano almeno 3.000 persone! Ascoltare quelle storie di sangue e crudeltà era davvero angosciante. E tutto sembrava così assurdo: uccidere le persone in modo sistematico, solo perché non riuscivano a fornire una quantità sufficiente di gomma ai bianchi. E ora quella regione era deserta, e la produzione di gomma era notevolmente diminuita. Infine, il signor Scrivener arrivò in prossimità di una “grande stazione statale”. Fu accolto con ospitalità dal suo ospite, un uomo davvero perbene che faceva del suo meglio in circostanze molto difficili. Il precedente occupante della posta aveva causato enormi danni in quella regione; il nuovo incaricato cercava di svolgere i propri compiti nel modo più umano possibile. Ma ciò non gli evitò di avere problemi con il comandante della zona: questi gli inviò una lettera in cui lo rimproverava per non utilizzare metodi più drastici, gli diceva di parlare meno e sparare di più, e lo accusava di non aver ucciso abbastanza persone in quella zona. Durante il suo soggiorno in quella posta statale, sotto la guida di un uomo che cercava di comportarsi nel modo più umano possibile, il signor Scrivener ebbe l’opportunità di assistere direttamente al processo attraverso cui venivano ottenuti i proventi segreti del “Dominio della Corona”. Dice: “Tutto si svolgeva su base militare, ma, per quanto potessi vedere, l’unica ragione di tutto ciò era il caucho. Era l’argomento principale di ogni conversazione, ed era evidente che l’unico modo per compiacere i propri superiori fosse aumentare in qualche modo la produzione. Vidi entrare alcuni uomini; l’espressione spaventata sui loro volti racconta fin troppo eloquentemente delle terribili esperienze che avevano vissuto. Ogni uomo portava con sé un piccolo cestino contenente, diciamo, quattro o cinque libbre di caucho; questo veniva versato in un cesto più grande e pesato; se la quantità risultava sufficiente, a ogni uomo venivano dati una tazza di sale grezzo, e alcuni capisquadra anche un metro di cotone. Sentii raccontare storie molto orribili da parte dei bianchi e di alcuni soldati. Quel bianco (mi vergogno della mia pelle ogni volta che penso a lui) si metteva alla porta del negozio ad accettare il caucho da quei poveri esseri tremanti; in alcuni casi, dopo settimane di privazioni nella foresta, quelle persone osavano presentarsi con ciò che erano riuscite a raccogliere. Se qualcuno portava una quantità inferiore al dovuto, quel bianco impazziva di rabbia, afferrava un fucile da uno dei guardiani e lo uccideva sul posto. Molto raramente il caucho arrivava senza che qualcuno venisse ucciso alla porta del negozio, ‘Per far sì che quelli sopravvissuti ne portino di più la prossima volta.’ Gli uomini che cercavano di fuggire dalla zona e venivano catturati venivano fatti mettere in fila uno dietro l’altro, e una pallottola li uccideva tutti. ‘Peccato sprecare munizioni per simili miserabili, ’ Solo le strade che collegano le varie stazioni sono mantenute aperte; vaste aree del territorio sono abbandonate alle belve selvatiche. Lo stesso bianco mi disse che si potevano camminare per cinque giorni in una direzione senza vedere nemmeno un villaggio o un essere umano. E questo mentre un tempo lì c’era un intero popolo!, ” “Man mano che arrivavano uno dopo l’altro i parenti sopravvissuti dei miei uomini, si verificarono scene molto commoventi. Non ci furono abbracci o lacrime, ma si manifestò una gioia sincera; vennero versate lacrime mentre si raccontavano le perdite causate dalla morte. Come si stringevano la mano e facevano schioccare le dita! Che espressioni di sorpresa, bocche spalancate, mani aperte per evidenziare ancora di più lo stupore. Per quanto riguardava la postazione militare dello Stato, era in condizioni molto fatiscenti. Su tre lati del solito enorme cortile c’erano molte tracce di una popolazione precedente, ma trovammo solo tre villaggi: effettivamente più grandi di qualsiasi altro avessimo visto prima, ma purtroppo ridotti rispetto allo stato in cui quel luogo si trovava poco tempo prima. Presto iniziammo a parlare, e senza alcun incoraggiamento da parte mia, loro cominciarono a raccontare quelle storie a cui ormai ero così abituato. Vivevano in pace e tranquillità quando gli uomini bianchi arrivarono dal lago con ogni sorta di richieste. Pensarono che ciò significasse schiavitù, quindi cercarono di impedire agli uomini bianchi di entrare nel loro paese, ma senza successo: i fucili erano troppo potenti per loro. Così si arresero e decisero di fare del loro meglio nelle nuove circostanze. Prima di tutto, ricevettero l’ordine di costruire case per gli soldati, e lo fecero senza proteste. Poi dovettero nutrire gli soldati, insieme a tutti gli uomini e le donne che li accompagnavano. In seguito, venne loro chiesto di raccogliere la gomma. Era qualcosa di completamente nuovo per loro. C’era della gomma nella foresta, a diversi giorni di distanza dal loro villaggio, ma il fatto che avesse un qualche valore era una novità per loro. Fu offerta una piccola ricompensa, e tutti si precipitarono a raccogliere la gomma, “Che strani uomini bianchi, ci danno stoffa e perline in cambio della linfa di una pianta selvatica, ” Si rallegrarono pensando che fosse loro fortuna. Ma presto la ricompensa fu ridotta, fino a quando non venne loro detto di portare la gomma gratuitamente. Ci provarono a obiettare, ma con grande sorpresa alcuni furono uccisi dai soldati; agli altri fu detto, tra insulti e minacce, di andare subito altrimenti sarebbero stati uccisi tutti. Spaventati, iniziarono a prepararsi il cibo per la settimana che avrebbero trascorso lontani dal villaggio a causa della raccolta della gomma. I soldati li sorpresero mentre si preparavano, “Ehi, non siete ancora andati?” Bang! Bang! Bang! E uno dopo l’altro caddero morti, tra mogli e compagni. Si levò un terribile pianto, e cercarono di preparare i caduti per la sepoltura. Ma questo non fu permesso. Tutti dovevano andare immediatamente nella foresta. E quei poveretti dovettero partire senza nemmeno le scatole di esca necessarie per accendere il fuoco. Molti morirono nella foresta a causa del freddo e della fame, e ancora di più a causa dei fucili dei soldati spietati incaricati di quella postazione. Nonostante tutti i loro sforzi, la quantità di gomma raccolta diminuì sempre di più. E sempre più persone furono uccise, ” “Mi furono mostrate le varie parti di quel luogo, e mi furono indicati i siti dove un tempo sorgevano gli insediamenti dei grandi capi tribali. Secondo stime accurate, circa sette anni fa la popolazione in quella zona, entro un raggio di circa un quarto di miglio dal centro dell’insediamento, ammontava a 2.000 persone. Ora, però, il loro numero non supera probabilmente le 200, e l’atmosfera di tristezza e desolazione è tale che la popolazione continua ad diminuire rapidamente. Nelle vicinanze della casa in cui soggiornavo, a pochi metri dal terreno erboso, si trovavano numerosi ossa umane; in alcuni casi, interi scheletri. Ne contai trentasei, e vidi molte ossa di cui mancavano le teste. Chiesi spiegazioni a uno degli abitanti: ‘Quando sono iniziati gli scontri’, mi disse, ‘i soldati hanno ucciso così tante persone che ci siamo stancati di seppellirle. Spesso non ci veniva nemmeno permesso farlo, quindi lasciavamo semplicemente i corpi nei campi.’ Ci sono centinaia di questi resti in giro, se volete vederli, ’ Ma avevo già visto abbastanza; le storie raccontate da uomini e donne su quel periodo terribile mi avevano profondamente sconvolto. Gli atti di brutalità compiuti dai bulgari sembravano quasi misericordiosi, rispetto a ciò che è accaduto qui. Alla fine arrivammo a Ibali: non c’era praticamente nessuna costruzione in piedi. Perché tale decadenza? Il comandante era assente per un viaggio che avrebbe potuto durare tre mesi; il sottotenente era partito in un’altra direzione per una spedizione punitiva. In altre parole, l’insediamento veniva trascurato, e la raccolta della gomma proseguiva con ogni intensità. Rimasi lì per due giorni, e ciò che mi colpì di più fu la quantità enorme di gomma raccolta. Vidi lunghe file di uomini arrivare, come a Mbongo, con i loro cestini; venivano pagati con una scatola piena di sale e due metri di stoffa bianca. Vidi anche la loro timidezza tremante. Insomma, tutto ciò dimostrava lo stato di terrore in cui vivevano quelle persone, nonché la schiavitù praticamente totale a cui erano sottoposte. Ecco quanto riguarda il mio viaggio fino al lago. Ha ampliato le mie conoscenze su quella regione. Ma, ahimè, anche sulla misura di orrore che gli esseri umani sono capaci di compiere nella loro frenesia di arricchirsi. Per quanto ne so, sono il primo bianco ad entrare in quelle aree, fatta eccezione per i dipendenti dello Stato. Probabilmente susciterò l’ira di alcune persone. Ma non posso farci nulla, ”
Questo è quanto ha raccontato il signor Scrivener. Ma forse il lettore potrebbe pensare che ci fosse davvero un complotto missionario finalizzato a denunciare lo Stato Libero. Ebbene, ecco le testimonianze di alcuni altri viaggiatori. Qui c’è il signor Grogan, dal suo libro “Da Capo a Cairo”: “Il popolo era terrorizzato e viveva nelle paludi.” Questo accadeva al confine britannico. “I belgi avevano attraversato il confine, sceso nella valle, ucciso un gran numero di indigeni e sudditi britannici, portato via le giovani donne e il bestiame, e addirittura legato e bruciato le anziane donne. Non faccio queste affermazioni senza aver verificato personalmente la situazione. Ho notato l’assenza delle donne e mi è stato spiegato il motivo; approfondendo le indagini, gli stessi indigeni mi hanno riferito che c’erano uomini bianchi presenti quando le anziane venivano bruciate. Mi hanno persino descritto l’aspetto fisico degli ufficiali bianchi insieme alle truppe. Quel povero popolo è venuto da me chiedendomi perché i britannici lo avessero abbandonato.”
In seguito aggiunge:
“Ogni villaggio era stato raso al suolo; fuggendo dal paese, vedevo scheletri ovunque. E quelle posture. Che storie di orrore!”
Un’ultima testimonianza di un altro testimone, il signor Herbert Frost:
“Il potere di un soldato armato tra queste persone schiavizzate è assolutamente supremo. Che si tratti di un capo o di un bambino, ogni ordine, desiderio o capriccio del soldato deve essere obbedito o soddisfatto. Su suo comando, con il fucile pronto, una persona è disposta a, violentare sua stessa sorella, consegnare alla sua persecutore la moglie che ama di più, dire o fare qualsiasi cosa pur di salvare la propria vita. Le sofferenze e i dolori di questo popolo schiavizzato da Re Leopold non sono affatto diminuiti; i suoi ufficiali e agenti hanno introdotto e mantenuto un sistema di crudeltà mai immaginato dalle loro vittime.”
Tutto ciò sembra orribile. Ma non c’è qualcosa di ancora più terribile in una frase del genere? —
“Il nostro unico obiettivo, desidero ripetere, è il lavoro di rigenerazione morale e materiale; dobbiamo agire tra una popolazione la cui degenerazione, dovuta alle condizioni ereditarie, è difficile da misurare. Tutti quegli orrori e atti di crudeltà che disonorano l’umanità stanno gradualmente scomparendo grazie alla nostra intervento.”
Parla Re Leopold.

CAPITOLO VII
Rapporto del Console [L01|Roger Casement] Fino ad allora, i resoconti pubblicati riguardo alle attività illecite di Re Leopoldo e dei suoi uomini provenivano esclusivamente da privati individui, ad eccezione di un documento riservato del Console Pickersgill del 1898. Senza dubbio esistevano anche resoconti ufficiali, ma il governo li teneva nascosti. Nel 1904 questa politica di reticenza fu abbandonata, e il rapporto storico del Console [L02|Roger Casement] confermò, e in alcuni casi ampliò, quanto era già noto in Europa da altre fonti. Potrebbe essere utile fornire qualche informazione sulla personalità e sulle qualifiche del signor Casement, poiché entrambe queste aspetti furono oggetto di critiche da parte dei suoi detrattori belgi. Egli era un funzionario pubblico esperto e affidabile, che aveva avuto l’opportunità di conoscere a fondo l’[L03|Africa]** e i suoi abitanti. Entrò nel Servizio Consolare nel 1892, prestò servizio sul Niger fino al 1895, fu Console a Delagoa Bay dal 1898 fino al suo trasferimento in Congo. Personalmente, era una persona di altissimo carattere: onesto, altruista e profondamente rispettato da tutti coloro che lo conoscevano. Le sue esperienze, relative ai territori sotto la giurisdizione della Corona nel 1903, sono descritte in circa sessantadue pagine; il testo completo può essere letto nel “White Book, [L04|Africa], n. 1, 1904”. Non mi scuso per la lunghezza di questi estratti, poiché si trattava del primo resoconto ufficiale in merito a queste questioni, e la sua pubblicazione segnò il primo passo verso un cambiamento che avrebbe sicuramente portato lo Stato del Congo fuori dalle mani di persone così indegne, e verso condizioni che non avrebbero più rappresentato una vergogna per la civiltà europea. È degno di nota che in alcune di queste conversazioni con gli abitanti locali era presente anche il signor Scrivener, il quale ha confermato quanto descritto dal Console. All’inizio del suo rapporto, il signor Casement mostra chiaramente la sua disponibilità a lodare ciò che merita lode e a esaltare gli aspetti positivi dell’amministrazione in carica. Parla di “un’intervento europeo energico” e aggiunge: “Chiunque conoscesse il Alto Congo in passato non avrebbe potuto dubitare della necessità di tale intervento”. “Stazioni ben costruite e mantenute accolgono il viaggiatore in molti punti”; “Oggi i lavori ferroviari vengono svolti con grande efficienza”. attribuisce la malaria alla “causa principale della drastica diminuzione della popolazione che ho osservato in tutte le regioni rivedute; questa malattia merita sicuramente un’attenzione particolare. Gli abitanti locali attribuiscono certamente a essa una delle cause del loro rapido declino demografico, anche se ritengono che altre ragioni ne siano la causa principale”. Il laboratorio governativo “era caratterizzato da luce, ordine e attività; era impossibile non ammirare e lodare l’impegno profuso per creare e mantenere in funzione questo utile istituto”. Queste non sono le parole di un critico prevenuto o animato dal desiderio di dimostrare qualcosa. Nei tratti inferiori del fiume, sopra Stanley Pool, Casement non riscontrò alcun caso grave di abusi. I nativi erano disperati e apatici, poiché venivano privati del diritto di commerciare e soggetti a tasse esorbitanti su cibo, pesce e altre produzioni. Fu solo quando iniziò ad avvicinarsi alle zone colpite dalla produzione della gomma che iniziarono ad emergere cose terribili. Casement aveva viaggiato nel Congo nel 1887 ed era rimasto sorpreso dalla timidezza dei nativi; presto trovò una spiegazione:
“In uno di questi villaggi, dopo aver ristabilito la fiducia e convinto i fuggitivi a uscire dalla foresta dove si erano nascosti, vidi donne tornare a casa portando con sé i loro bambini, gli utensili domestici e persino il cibo che avevano raccolto in fretta. Incontrando alcune di queste donne nei campi, le chiesi perché fossero fuggite al mio arrivo; loro risposero sorridendo: ‘Pensavamo che foste Bula Matadi’, cioè ‘uomini del governo’. Un tempo questo tipo di paura era sconosciuto nel Alto Congo; in luoghi ancora più remoti, molti anni fa, la gente accorreva felice ad accogliere uno straniero bianco. Oggi, invece, l’apparizione di una nave a vapore bianca sembra essere il segnale per fuggire immediatamente.”
“Uomini che avevano avuto le mani mozzate dai soldati governativi in quei tempi terribili continuavano ancora a presentarsi a lui; nel paese circostante c’erano molte altre vittime di questo tipo di mutilazione. Durante il mio soggiorno nel lago, ho avuto notizia di due casi concreti: un giovane le cui mani erano state spezzate contro un albero con i calcio dei fucili, e un ragazzo di undici o dodici anni la cui mano destra era stata tagliata all’altezza del polso. Questo ragazzo descrisse in dettaglio come fosse avvenuta la mutilazione; rispose anche alla mia domanda su quanto avesse sofferto, dicendo che, nonostante fosse ferito, era perfettamente consapevole di ciò che gli stava accadendo, ma rimaneva fermo per paura di essere ucciso se si muovesse. In entrambi i casi, i soldati governativi erano accompagnati da ufficiali bianchi; mi furono forniti anche i loro nomi. Dei sei nativi (una ragazza, tre bambini, un giovane e una vecchia donna) che avevano subito questo tipo di mutilazione durante il periodo della produzione della gomma, tutti tranne uno erano morti al momento della mia visita; la vecchia donna era deceduta all’inizio di quest’anno, e sua nipote mi raccontò come fosse avvenuta la mutilazione in suo caso.”
Le multe inflitte ai villaggi per infrazioni insignificanti avevano esattamente gli effetti descritti qui. L’ufficiale impose quindi come ulteriore punizione una multa di 55.000 bastoncini di rame (2.750 franchi), somma che quei persone furono costrette a pagare. Non avendo altri mezzi per reperirla, molti di loro dovettero vendere i propri figli e le proprie mogli. A W non si vedeva alcun animale domestico, tranne poche galline; sembrava davvero probabile che quelle persone avessero grandi difficoltà a procurarsi il cibo necessario. Un padre e una madre dichiararono di essere stati costretti a vendere loro figlio, un bambino di nome F, per 1.000 bastoncini di rame al fine di pagare la propria parte della multa. Una vedova raccontò di aver dovuto vendere sua figlia G, una bambina di circa dieci anni, allo stesso prezzo per poter saldare la propria quota. Queste multe, va sottolineato, erano assolutamente illegali: era l’ufficiale, e non i poveri indigeni, ad aver violato la legge. Non venivano nemmeno registrate nei bilanci pubblici del Congo; venivano semplicemente utilizzate per le esigenze personali dell’ufficiale che le imponeva. Ecco un esempio illustrativo: una delle principali compagnie concessionarie del Congo, quando ero nell’Alto Fiume, chiese ai propri dirigenti in Europa di fornire ulteriori munizioni; i dirigenti risposero che le 72.000 cartucce inviate tre anni prima erano state utilizzate per la produzione di gomma. Non ho visto questa corrispondenza e non posso garantirne l’accuratezza, ma l’ufficiale che me ne parlò era una delle figure più autorevoli dell’intero territorio. Un altro testimone indicò esattamente la proporzione tra cartucce e gomma:
“Le truppe della S.A.B. di Bussira, dotate di 150 fucili, ottengono soltanto dieci tonnellate di gomma al mese; noi, lo Stato, a Momboyo, con 130 fucili, ne otteniamo tredici tonnellate al mese. Quindi si calcola in base ai fucili?” gli chiesi. “Dappertutto,” rispose M. P. “Ogni volta che il caporale esce per raccogliere la gomma, gli vengono dati dei cartucci; deve riportare indietro tutti quelli non utilizzati, e per ogni cartuccio consumato, deve portare indietro una mano umana.” M. P. mi spiegò che a volte sparavano un cartuccio contro un animale durante la caccia; in tal caso tagliavano via una mano a un uomo vivo. Per quanto riguarda l’entità di questo fenomeno, mi disse che in sei mesi lo Stato, sul fiume Momboyo, aveva utilizzato 6.000 cartucci, il che significava che 6.000 persone erano state uccise o mutilate. E questa cifra era probabilmente ancora più alta, poiché le persone mi avevano ripetutamente raccontato che i soldati uccidevano anche dei bambini con il calcio dei loro fucili.
Il fatto che l’informazione riguardante il taglio delle mani umane sia vera è ampiamente dimostrato dalle fotografie scattate dalla Kodak; possiedo personalmente almeno venti immagini di neri mutilati in questo modo.
Ecco una copia di un dispaccio ufficiale, citato per la sua schiettezza:
“Il capo Ngulu de Wangata è stato inviato nella Maringa per acquistare schiavi. Si prega i signori agenti dell’A.B.I.R. di segnalarmi eventuali atti illeciti che potrebbe compiere.
Capitano Comandante, (Sigla) ‘SARRAZZYN.’
Colquilhatville, 1° maggio 1896.”
Che bel risultato per uno Stato che si vanta di aver messo fine al commercio degli schiavi. C’è inoltre un passaggio che descrive il funzionamento del sistema di raccolta della gomma in modo così chiaro e autorevole da essere trascritto integralmente qui sotto: “Sono andato nelle case di questi uomini, che si trovano a qualche chilometro di distanza, e ho scoperto le loro condizioni. Per raccogliere la gomma, dovevano prima intraprendere un viaggio di due giorni interi, lasciando alle loro spalle le mogli, e rimanere assenti per cinque o sei giorni. Si vedeva che venivano scortati fino ai confini della foresta; se non tornavano entro il sesto giorno, era probabile che si verificassero problemi. Raccogliere la gomma nelle foreste, che in generale sono molto paludose, richiede molta fatica e spesso comporta ricerche infruttuose per trovare una pianta da cui ottenere la gomma in abbondanza. Inoltre, man mano che l’area di produzione diminuisce, la domanda di gomma aumenta costantemente. Qualche tempo fa ho appreso che la regione dei Bongandanga produceva sette tonnellate di gomma al mese; si sperava che in breve questo quantitativo potesse aumentare a dieci tonnellate. La quantità di gomma portata da questi tre uomini avrebbe rappresentato, probabilmente, per ciascuno di loro non meno di sette chilogrammi di gomma pura. Questa è un’ipotesi molto accurata; calcolando una media di 7 franchi al chilogrammo, si può dire che abbiano portato a casa della gomma del valore di 2 sterline.” In cambio di questo lavoro, o di questa “imposizione”, ricevevano merci il cui valore reale era sicuramente inferiore a 15 sterline, mentre la loro valutazione locale ammontava a 45 rod. Se questo processo si ripetesse ventisei volte all’anno, alla fine dell’anno avrebbero fornito alla fabbrica locale un valore equivalente a 52 sterline in beni, ricevendo in cambio merci del valore di circa 24 o 25 scellini, il cui valore di mercato sul posto era di 2 sterline e 7 scellini e 8 pence. Oltre a questi pagamenti formali, a volte venivano trattati in un altro modo: se il loro lavoro, che avrebbe potuto essere altrettanto faticoso, si fosse rivelato meno redditizio in termini di produzione di gomma, finivano nella prigione locale. Le persone dappertutto mi assicuravano che non erano felici sotto questo sistema, e a un occhio attento era evidente che dicevano la pura verità. Ancora una volta inserisco un passaggio per dimostrare che Casement non era affatto un critico malvagio:
“È giusto affermare che l’attuale rappresentante della Società A.B.I.R. che ho incontrato a Bongandan mi ha negato la possibilità di cercare, in circostanze molto difficili ed imbarazzanti, di ridurre al minimo possibile, entro i limiti dei suoi doveri, i mali del sistema che vi avevo osservato all’opera.”
Parlando dei massacri di Mongalla – quelli in cui era implicato Lothaire – cita il verdetto della Corte d’appello: “Bisogna semplicemente considerare che, attraverso le comunicazioni prodotte in questo caso, i dirigenti della Compagnia Concessoria hanno, se non con ordini formali, almeno con il loro esempio e la loro tolleranza, indotto i propri agenti a ignorare completamente i diritti, la proprietà e la vita dei nativi; ad utilizzare le armi e i soldati che avrebbero dovuto servire alla loro difesa e al mantenimento dell’ordine per costringere i nativi a fornire prodotti e a lavorare per la Compagnia, nonché per perseguire come ribelli e fuorilegge coloro che cercavano di sfuggire alle richieste imposte su di loro. Inoltre, il fatto stesso che l’arresto delle donne e la loro detenzione, al fine di costringere i villaggi a fornire sia prodotti che lavoratori, fossero tollerati e addirittura approvati da alcune delle autorità amministrative della regione. Un altro esempio del funzionamento di questo sistema: ‘La mattina, prima di partire per K, molte persone provenienti dai dintorni vennero a trovarmi. Portarono con loro tre individui gravemente feriti da colpi d’arma da fuoco: due uomini e un bambino di non più di sei anni, oltre a un altro ragazzo di sei o sette anni il cui braccio destro era stato amputato all’altezza del polso. Uno degli uomini, colpito al braccio, dichiarò di essere originario di L, un villaggio situato a qualche chilometro di distanza; raccontò che era stato ferito nelle seguenti circostanze: i soldati erano entrati nel suo villaggio per far rispettare l’obbligo di pagare la tassa sul caucciù. Gli uomini lo avevano legato e gli avevano detto che, se non pagava 1.000 barre di rame, lo avrebbero ucciso; non avendo nulla da dare, lo avevano ferito al braccio e se ne erano andati.’ Tra le mie fotografie ci sono alcune di persone con gli arti frantumati a causa di questo trattamento. Ecco come venivano trattati i nativi quando si lamentavano con gli uomini bianchi: ‘Inoltre, ogni mattina venivano richieste cinquanta donne per andare in fabbrica e lavorarvi tutto il giorno; si lamentavano che la retribuzione ricevuta fosse assolutamente insufficiente e che venissero costantemente picchiate. Quando chiesi al Capo W perché non fosse andato da D F a denunciare i soldati che picchiavano lui o il suo popolo, aprì la bocca e indicò uno dei denti che stava per cadere, dicendo: “Ecco ciò che mi è successo quattro giorni fa quando sono andato da D F a raccontargli quello che ora vi sto dicendo”. Aggiunse che veniva spesso picchiato, insieme ad altri membri del suo popolo, dagli uomini bianchi.’ Un soldato fu sorpreso quasi sul fatto dal signor Casement, ” “Dopo un breve ritardo, apparve un ragazzo di circa quindici anni il cui braccio sinistro era avvolto in un pezzo di stoffa sporco. Togliendolo, scoprii che la mano sinistra gli era stata mozzata al polso e che c’era un foro da proiettile nella parte carnosa del gomito. Il ragazzo, il cui nome risultò essere I I, dichiarò che un sentinella della Compagnia La Lulanga, presente in città in quel momento, gli aveva tagliato la mano. Iniziai a cercare quest’uomo, ma all’inizio non riuscii a trovarlo; mentre percorrevo la città, un numero considerevole di abitanti del posto si radunò intorno a me. Dopo qualche tempo, il sentinella comparve, armato di una pistola ad aria compressa. Il ragazzo lo accusò apertamente di averlo mutilato; gli abitanti della città, interrogati uno dopo l’altro, confermarono le sue dichiarazioni. Il sentinella, il cui nome risultò essere K K, non riuscì a fornire alcuna spiegazione. Rispose in modo vago, sostenendo che fosse stato un altro sentinella della Compagnia ad aver commesso l’atto; disse anche che il suo predecessore aveva mozzato molte mani e probabilmente questo ragazzo ne era una vittima. Gli abitanti del posto aggiunsero che in città c’erano altri due sentinelle, meno crudeli di K K, ma che lui fosse davvero un malvagio. Poiché le prove contro di lui erano inequivocabili e molte persone avevano testimoniato di aver visto l’atto commesso, informai lui e le persone presenti che avrei chiesto alle autorità locali di arrestarlo immediatamente e processarlo.” Il seguente estratto deve essere la mia ultima citazione dal rapporto del Console Casement: “Chiesi allora come venisse imposta questa tassa. Uno di loro, che poco prima aveva iniziato a forgiare un collare di ferro per me, parlò per primo. Disse:
‘Io sono NN. Questi due qui accanto a me sono O O e P P; tutti noi apparteniamo al gruppo Y. Nel nostro paese, ogni villaggio doveva consegnare venti carichi di gomma. Quei carichi erano molto grandi, grandi quanto questo cesto.’ (Mostrò un cesto vuoto che arrivava quasi fino alla maniglia del mio bastone da passeggio.) ‘Quella era la dimensione minima richiesta; dovevamo riempirlo, ma man mano che la gomma diventava più rara, l’uomo bianco riduceva la quantità. Dovevamo consegnare questi carichi quattro volte al mese.’
‘Q: Quanto guadagnavate in cambio?’
‘A: (Tutta l’assemblea rispose insieme:) ‘Non guadagnavamo nulla! Non ricevevamo nessuna retribuzione!’’
Poi N N, a cui chiesi di nuovo spiegazioni, aggiunse, ” “Il nostro villaggio ha ricevuto stoffa e un po’ di sale, ma non le persone che hanno svolto il lavoro. I nostri capi mangiano tutta la stoffa; i lavoratori non ottengono nulla. La paga consisteva in una lunghezza di stoffa e un po’ di sale per ogni cesto pieno di gomma, ma veniva data ai capi, mai alle persone comuni. Ci volevano dieci giorni per raccogliere venti cesti di gomma; eravamo sempre nella foresta, e se arrivavamo in ritardo venivamo uccisi. Dovevamo andare sempre più lontano nella foresta per trovare le piante di gomma, senza mangiare nulla, e le nostre donne dovevano smettere di coltivare i campi e i giardini. Così morivamo di fame. Le bestie selvatiche – i leopardi – uccidevano alcuni di noi mentre lavoravamo nella foresta; altri si perdevano o morivano a causa del freddo e della fame. Abbiamo supplicato gli uomini bianchi di lasciarci in pace, dicendo che non potevamo più raccogliere gomma, ma loro e i loro soldati rispondevano: “Andatevene! Voi siete solo bestie; siete nyama (carne).” Abbiamo continuato a cercare, andando sempre più lontano nella foresta, e quando fallivamo o ci mancava la gomma, i soldati venivano nelle nostre città e ci uccidevano. Molti venivano fucilati, ad alcuni venivano tagliate le orecchie; altri venivano legati con corde intorno al collo e al corpo e portati via. A volte gli uomini bianchi non sapevano delle cose brutte che i soldati ci facevano, ma erano proprio loro a mandarli per punirci perché non raccoglievamo abbastanza gomma.” “Poi P P continuò il racconto di N N: “Abbiamo detto agli uomini bianchi: “Ora non abbiamo abbastanza persone per fare ciò che volete da noi. Il nostro paese ha poche persone, e stiamo morendo velocemente. Veniamo uccisi dal lavoro che ci obbligate a svolgere, dalla distruzione delle nostre piantagioni e dalla rovina delle nostre case.” L’uomo bianco ci guardò e disse: “In Mputu ci sono molte persone, ” (Europa, il paese degli uomini bianchi). “Se in quel paese ci sono molte persone, allora deve esserci anche molta gente nel nostro paese.” Quell’uomo bianco era il capo a F F; si chiamava A B ed era una persona molto cattiva. Altri uomini bianchi di Bula Matadi che erano stati crudeli e malvagi erano B C, C D e D E. Questi ci avevano ucciso spesso, sia con le loro mani che con i loro soldati. Alcuni uomini bianchi, invece, erano buoni: questi erano E F, F G, G H, H I, I K, K L.” “Questi ultimi ci hanno detto di restare nelle nostre case e non di cacciare o inseguire più nessuno, come avevano fatto gli altri. Ma dopo tutto quello che avevamo sofferto, non fidavamo più della parola di nessuno. E così eravamo fuggiti dal nostro paese e ora volevamo restare qui, lontani dalle nostre case, in questo paese dove non c’era gomma.” “Q: ‘Da quanto tempo avete lasciato le vostre case, da quando è iniziato quel grande disastro di cui parlate?’ “A: ‘È durato tre stagioni intere. Ora sono passate quattro stagioni da quando siamo fuggiti e siamo arrivati nel paese di K.’ “Q: ‘Quanti giorni ci vogliono per raggiungere il vostro paese?’ “A: ‘Sei giorni di marcia veloce. Siamo fuggiti perché non potevamo più sopportare quello che ci veniva fatto. I nostri capi sono stati impiccati; noi siamo stati uccisi, moriti di fame e costretti a lavorare oltre ogni limite per raccogliere la gomma.’” “Q. ‘Come fai a sapere che sono stati proprio gli uomini bianchi ad ordinare che vi venissero fatte queste cose crudeli? Devono essere state compiute senza la loro conoscenza da parte dei soldati neri.’ “A. (PP): ‘Gli uomini bianchi dissero ai loro soldati: “Uccidete solo donne; non potete uccidere gli uomini. Dovete dimostrare di aver ucciso degli uomini.” Così i soldati, quando ci uccidevano, ” (qui si fermò e esitò, poi indicando le parti intime del mio bulldog – che dormiva ai miei piedi) disse: ‘Poi tagliavano quelle parti e le portavano agli uomini bianchi, i quali dicevano: “È vero, avete ucciso degli uomini.”’ “Q. ‘Vuoi dire che qualche uomo bianco ha ordinato che i vostri corpi venissero mutilati in quel modo, e che quelle parti venissero portate a lui?’ “PP, O O, e tutti (gridando): ‘Sì! Molti uomini bianchi. È stato DE a farlo.’ “Q. ‘Dici che è vero? Molti di voi sono stati trattati in questo modo dopo essere stati uccisi?’ “Tutti (gridando): ‘Nkoto! Nkoto!’ (Molto molti! Molto molti!) “Non c’era dubbio che queste persone non stessero inventando. La loro veemenza, i loro occhi lampeggianti, la loro eccitazione non erano simulati. Senz’altro esageravano nei numeri, ma stavano chiaramente raccontando ciò che sapevano e odiavano. Mi è stato detto che spesso diventavano così furiosi al ricordo di ciò che era stato loro fatto da perdere il controllo di sé. Uno degli uomini davanti a me stava ora entrando in questo stato.” Questa è la storia – o solo una piccolissima parte di essa – che il Console di Sua Maestà ha riferito al Governo di Sua Maestà riguardo alla condizione di quei nativi, i quali, “in nome di Dio Onnipotente”, avevamo promesso di difendere! Lo stesso dannoso “White Book” conteneva anche un breve resoconto dell’esperienza di Lord Cromer sul Nilo Superiore, nella regione di Lado. Egli osserva che per ottanta miglia il lato del fiume che appartiene al territorio britannico era pieno di villaggi nativi, i cui abitanti correvano lungo la riva chiamando la nave a vapore. L’altra sponda (territorio congolese) era un deserto disabitato. L’argomentazione dei seguaci di Re Leopold, che amano tanto avanzare, avrà difficoltà a spiegare questa differenza. Lord Cromer conclude il suo rapporto: “Mi sembra che i fatti che ho descritto sopra forniscano prove più che sufficienti dello spirito che anima l’Amministrazione belga, se davvero si può chiamarla Amministrazione. Il governo, per quanto ne posso giudicare, si è basato quasi esclusivamente su principi commerciali; e anche valutandoli con questo criterio, sembra che tali principi siano piuttosto miope.” Nello stesso Libro Bianco che contiene questi documenti è stampata anche la difesa del Congo redatta da M. de Cuvelier. Questa difesa consiste semplicemente nel ignorare completamente tutti i fatti concreti presentati al pubblico, e nel formulare affermazioni del tipo che siano stati proprio i britannici ad aver dichiarato guerra ai nativi, come se non esistesse alcuna distinzione tra guerra e massacro; inoltre, si sostiene che i britannici abbiano imposto ai nativi una tassa sul reddito, il che, anche se ragionevole in termini di importo, rappresenterebbe comunque un provvedimento perfettamente legittimo adottato da tutte le nazioni coloniali. Che coloro che possiedono lo Stato Libero utilizzino questo sistema, e allo stesso tempo ripristinino la libertà di commercio aprendo il paese a tutti e restituendo ai nativi quella terra e quei prodotti che sono stati loro sottratti. Quando avranno fatto ciò – e punito i colpevoli – l’agitazione anti-Congo finirà. Inoltre, una grande parte (quasi la metà) della “Risposta al Rapporto di Mr. Casement”, del dicembre 1903, è dedicata al tentativo di dimostrare che in un caso specifico di mutilazione le ferite fossero state in realtà causate da un cinghiale selvatico. Nel territorio congolese devono esserci molti cinghiali selvatici, e le loro abitudini sono davvero particolari. Ma non è certo nel Congo che questi animali vengono allevati.

CAPITOLO VIII
La commissione del re Leopoldo e il suo rapporto L’effetto immediato della pubblicazione, a livello ufficiale, del commento generale di Lord Cromer nonché delle accuse precise del console Casement fu la richiesta, sia in Belgio che in Inghilterra, di un’indagine ufficiale. Lord Landsdowne stabilì che tale indagine dovesse essere imparziale e approfondita. Il governo britannico suggerì anche che avesse carattere internazionale e fosse separata dall’amministrazione locale. Con riluttanza e sotto costante pressione, il re nominò una commissione, ma ne ridusse drasticamente i poteri al punto che le sue indagini risultarono del tutto inutili. Tali condizioni suscitarono proteste da parte di persone come M. A. J. Wauters, lo storico belga dello Stato Libero del Congo, il quale, sul giornale “Mouvement Géographique” (7 agosto 1904), sostenne che un simile organo non potesse servire a nulla di utile. Alla fine, le sue funzioni furono leggermente ampliate, ma essa non disponeva di poteri punitivi e veniva ostacolata in ogni modo dai termini del suo incarico. Il personale della commissione era degno dell’importanza dell’indagine. Il presidente era M. Janssens, noto giurista belga, che lasciava un’impressione positiva su chiunque lo incontrasse per la sua integrità e compassione. La nomina del barone Nisco fu oggetto di critiche, poiché egli stesso era un funzionario congolese; tuttavia, a parte questo aspetto, non vi furono lamentele nei suoi confronti. Il terzo commissario era il dottor Schumacher, rinomato avvocato svizzero. Il governo britannico chiese di avere un rappresentante nel tribunale; con la tipica astuzia congolese, questa richiesta fu accettata dopo che i tre giudici erano già arrivati in Congo. L’inglese, il signor Mackie, si affrettò a raggiungerli, ma riuscì ad assistere soltanto alle ultime tre sedute, tenutesi nella parte inferiore del fiume, lontano dagli agenti della industria della gomma. È degno di nota che al suo arrivo chiese di visionare gli atti delle riunioni precedenti, ma la sua richiesta venne rifiutata. In Belgio, le prove raccolte dalla commissione non sono mai state pubblicate, e è probabile che non lo saranno mai. Fortunatamente, i missionari congolesi presero appunti dettagliati delle sedute e dei testimoniamenti ascoltati; è da questi documenti che traggo le informazioni contenute in questo resoconto. Se le autorità congolesi contestano l’accuratezza di queste testimonianze, allora che le presentino gli atti originali per confutarle una volta per tutte e mettere in imbarazzo coloro che le hanno accusate. La prima seduta di qualsiasi durata di cui esistano registrazioni ebbe luogo a Bolobo e si estese dal 5 al 12 novembre 1904. Il veterano, il signor Grenfell, fornì testimonianze in questa seduta; è utile riassumere le sue opinioni, poiché fu uno degli uomini che resistettero più a lungo alla condanna del re Leopoldo, e perché le sue prime dichiarazioni sono state citate come se fosse un sostenitore di quel sistema. Esprimette ai commissari la sua delusione per il fallimento del governo del Congo nel mantenere le promesse con cui aveva iniziato la propria attività. Dichiarò di non poter più indossare le onorificenze ricevute dal sovrano dello Stato del Congo. Ritenne che i mali che il paese stava subendo fossero dovuti all’avidità di alcuni individui nel cercare di arricchirsi rapidamente, e alla mancanza di un serio sforzo per governare correttamente il paese a beneficio del popolo. Menzionò i pochi funzionari giudiziari presenti e la praticamente impossibilità per i nativi di ottenere giustizia, poiché i testimoni erano costretti a viaggiare lunghe distanze, sia verso Leopoldville che verso Boma. Il signor Grenfell si espresse con forza contro il regime amministrativo della regione superiore del fiume, per quanto ne fosse a conoscenza. Il signor Scrivener, un gentiluomo che aveva trascorso ventitré anni nel Congo, fu il testimone successivo. Le sue testimonianze erano in gran parte identiche a quelle riportate nel “Diario” da me già citato, riguardo alla situazione del territorio della Corona. Furono esaminati molti testimoni. A un ragazzo fu chiesto: “Come fai a conoscere i nomi degli uomini che sono stati uccisi?” La risposta fu drammatica: “Uno di loro era mio padre”. “Uomini di pietra”, scrisse il signor Scrivener, “si commuoverebbero davanti alle storie rivelate dalla Commissione nell’esaminare questa terribile storia della raccolta della gomma”. Il signor Gilchrist, un altro missionario, fu un testimone nuovo. La sua testimonianza riguardava il territorio dello Stato e l’area concessa in licenza, soprattutto lungo il fiume Lulanga. Disse: “Ho anche raccontato loro ciò che avevamo visto sull’Ikelemba: i segni di desolazione in tutte le zone, le storie strazianti che la gente ci ha raccontato, gli massacri commessi dai vari bianchi dello Stato e dalle compagnie che si erano stabilite lì; alcuni di questi individui avevano una cattiva reputazione. Ho sottolineato loro il fatto che anche il bacino dell’Ikelemba avrebbe dovuto essere considerato territorio di libero scambio, ma che in ogni zona la gente era costretta a lavorare per le compagnie locali, fornendo gomma, resina o cibo. In un luogo remoto sulla riva meridionale, poco prima che partissimo, arrivarono due uomini con i corpi coperti di segni lasciati dalle frustate ricevute dal commerciante di Bosci perché avevano consegnato una quantità inferiore al previsto. Ho detto al commissario che, in condizioni favorevoli, soprattutto se ci fosse stata libertà, in queste città interne, come Ngombe e Mongo, si sarebbe presto formata una grande popolazione”. In risposta alle domande, furono richiesti i seguenti fatti: “Lo stato di insicurezza della popolazione: gli anziani non sembrano mai avere la fiducia necessaria per costruire case solide. Se sospettano l’arrivo di una canoa o di una nave da guerra con soldati, fuggono immediatamente.
Malattie polmonari, pneumonia, ecc.: queste causano molte morti. La gente fugge sulle isole, vive all’aperto, si espone a ogni tipo di clima, contrae raffreddori che poi si trasformano in gravi problemi respiratori e portano alla morte. Per anni non è stata costruita nessuna nuova casa a causa della costante mobilità della popolazione. La gente ha un grande timore dei soldati: per molti questa assenza dalle villaggi è temporanea, mentre per alcuni diventa permanente, con insediamenti stabili sulla riva settentrionale del fiume.
Mancanza di una nutrizione adeguata: ho assistito alla raccolta delle tasse imposte dallo Stato; dopo che queste venivano prelevate, ai nativi non restavano altro da mangiare se non le foglie.
Inoltre, multe venivano continuamente applicate alla popolazione, e queste multe proseguivano anche dopo che l’incidente era stato segnalato al Governatore Generale. Nonostante tale dichiarazione di illegalità, nessuna misura venne presa per rimediare; anzi, il responsabile principale, M. de Bauw, continuava a ricoprire la carica di funzionario esecutivo della regione. Ovunque si guardi, nel Congo non esiste alcun rapporto tra le leggi e la prassi reale: ogni funzionario, dal Governatore Generale in giù, infrange abitualmente le leggi se ciò può aumentare i profitti dello Stato. L’unica applicazione rigorosa delle leggi riguarda gli stranieri – come l’austriaco Rubinck o l’inglese Stokes, che hanno la sfortuna di credere che un accordo internazionale abbia più valore degli editti di Boma. Questi uomini ci hanno creduto e sono morti a causa della loro convinzione, senza alcun rimedio. E nel caso dell’austriaco, nemmeno alcuna protesta pubblica.” La successiva sessione importante della Commissione si tenne a Baringa. Il signor Harris e il signor Stannard, i missionari di questa stazione, avevano svolto un ruolo nobile nel tentativo, entro i loro limitati poteri, di proteggere gli indigeni dai loro tormentatori. In entrambi i casi, così come in quello della signora Harris, questo era stato fatto a rischio costante della loro vita. I loro vicini bianchi delle fabbriche di gomma rendevano anche la loro vita miserabile, impedendo loro di ricevere cibo dagli indigeni e molestandoli in vari modi. In un’occasione, un capo e suo figlio furono uccisi su ordine dell’agente bianco perché avevano fornito alla famiglia Harris la parte anteriore di un’antilope. Prima di presentare le terribili testimonianze dei missionari – testimonianze riconosciute come vere dall’agente principale della compagnia A.B.I.R. sul posto – sarebbe opportuno chiarire la reale posizione di questa società e il suo rapporto con lo Stato. Questi rapporti sono così stretti da essere, in pratica, identici. Lo Stato possiede il cinquanta per cento delle azioni della compagnia; mette a disposizione dei soldati governativi le navi a vapore della compagnia; fornisce i permessi necessari per l’acquisto del gran numero di fucili e delle munizioni di cui la compagnia ha bisogno per il suo lavoro criminale. Qualunque crimine venga commesso dalla compagnia, lo Stato ne è un complice stretto. Infine, i direttori europei di questa società macchiata di sangue sono, o erano all’epoca, il senatore Van der Nest, che ricopriva la carica di presidente; e tra i membri del consiglio figuravano il conte John d’Oultremont, gran maresciallo della corte belga; il barone Dhanis, famoso per le sue attività in Congo, e M. van Eetevelde, creatura del re e autore di numerosi rapporti compiaciuti inviati al governo britannico riguardo alla “missione di civilizzazione” e agli “alti scopi dello Stato del Congo”. Ora ascoltiamo alcune delle testimonianze riassunte dal signor Harris:
“Prima di tutto, sono stati menzionati gli atti di atrocità specifici avvenuti nel 1904, che riguardavano uomini, donne e bambini; in seguito, omicidi e violenze, compreso il cannibalismo. Successivamente sono stati discussi i casi di imprigionamento di uomini, donne e bambini; poi la distruzione delle città di Baringa e la carestia che ne è derivata tra la popolazione; inoltre, le grandi bande di prigionieri – uomini, donne e bambini – impiegati per svolgere questi compiti; l’omicidio di due uomini durante tali operazioni. Infine sono stati evidenziati gli irregolarità verificatesi nel 1903: l’espedizione condotta da un agente della A.B.I.R. contro Samb’ekota, nonché il continuo armamento delle sentinelle della A.B.I.R. con fucili Albini. Inoltre sono stati menzionati gli errori commessi dall’amministrazione di Mons. Forcie, il cui regime fu terribile: l’omicidio di Isekifasu, il principale capo di Bolima; l’uccisione, la macellazione e il consumo delle sue mogli, figlio e figlie; inoltre, l’utilizzo degli intestini, del fegato e del cuore di alcune vittime per decorare le case dei capi, come riportato da ‘Veritas’ sul West African Mail.” “Ho confermato in generale la lettera pubblicata sul ‘West African Mail’ da ‘Veritas’. Successivamente sono passato a parlare del periodo di Monsignor Tagner, sottolineando che nessun villaggio in questa zona fosse sfuggito agli omicidi avvenuti durante il suo regime. Abbiamo poi discusso delle irregolarità comuni a tutti gli agenti, evidenziando e dimostrando con esempi concreti le pubbliche frustate inflitte praticamente a chiunque; ho raccontato, ad esempio, di aver visto con i miei occhi sei uomini Ngombe ricevere ciascuno cento colpi contemporaneamente da due sentinelle. Inoltre, la condizione normale era che uomini, donne e bambini venissero rinchiusi tutti insieme in un unico capanno, senza alcuna considerazione per le esigenze fisiologiche; molti, compresi alcuni capi, morivano in prigione o subito dopo essere stati rilasciati. È stato anche menzionato il caso della donna Boaji, che fu mutilata perché voleva rimanere fedele a suo marito e rifiutava di cedere alle voglie delle sentinelle; la sua gamba senza piede e l’ernia testimoniano la veridicità delle sue dichiarazioni. Si è inoltre parlato del fatto che i nativi vengono imprigionati solo per andare a visitare amici e parenti in altri villaggi, e del divieto di utilizzare canoe senza un permesso firmato dall’agente incaricato delle attività legate alla gomma; si è sottolineato che anche i missionari sono soggetti a queste restrizioni e vengono insultati pubblicamente in modi inqualificabili quando lo fanno. Un altro argomento trattato riguardava la responsabilità: si è affermato che essa non risiedesse tanto nell’individuo quanto nel sistema stesso; la sentinella incolpa l’agente, quest’ultimo il direttore, e così via. Ho poi evidenziato le difficoltà che i nativi incontrano nel denunciare irregolarità: il numero degli ufficiali civili è troppo esiguo; inoltre, è praticamente impossibile raggiungere coloro che sono effettivamente presenti, poiché i nativi devono prima chiedere il permesso all’agente incaricato. Le relazioni attualmente esistenti tra l’A.B.I.R. e lo Stato rendono estremamente improbabile che i nativi decidano mai di denunciare irregolarità; ho inoltre sottolineato che siamo convinti che, senza il nostro intervento, queste irregolarità non sarebbero mai venute alla luce.” “In seguito si sono discusse le difficoltà che i missionari devono affrontare, sottolineando come l’A.B.I.R. possa e effettivamente imponga a noi ogni sorta di restrizioni se osiamo parlare delle loro irregolarità. Ho poi citato alcuni degli innumerevoli casi in cui il culmine della repressione si è avuto con la signora Harris, quando abbiamo rischiato la vita per aver osato opporci ai massacri compiuti da Van Caelcken. È stato anche detto che non possiamo separare l’atteggiamento dello Stato nel rifiutarci di fornire nuovi terreni dal nostro impegno nel condannare tale amministrazione. Ho inoltre menzionato che le foreste sono ormai esaurite di gomma: durante un viaggio di cinque giorni attraverso queste zone, non ho visto nemmeno una singola pianta di gomma di alcuna dimensione. Ciò è dovuto al fatto che le piante sono state sfruttate in modo tale da richiedere molti anni di riposo per rigenerarsi, mentre i nativi sono costretti a scavare quelle stesse radici pur di ottenere la gomma necessaria. “Il prossimo argomento trattato è stata la chiara violazione, sia dello spirito che della lettera del Berlin Act. In primo luogo, non ci è permesso espandere le attività missionarie; inoltre, ci è vietato anche commerciare, persino per l’acquisto di cibo. “Si è poi affermato che, per quanto ne sappiamo, fino al 1904 nessun sentinella dello Stato era mai stato punito per i numerosi omicidi commessi in questa zona. “Ho infine sottolineato che uno dei motivi per cui i nativi si rifiutano di remare sulle canoe dell’A.B.I.R. è proprio a causa delle sentinelle che vi viaggiano, il cui unico compito è quello di frustare i rematori per costringerli ad andare avanti.” Dopo aver ascoltato il signor Stannard, sedici testimoni di Esanga furono interrogati uno per uno. Essi fornirono in modo chiaro i dettagli su come padre, madre, fratello, sorella, figlio o figlia fossero stati uccisi a sangue freddo per il caucciù. Questi sedici testimoni rappresentavano in totale oltre venti omicidi avvenuti soltanto a Esanga. Poi fu il turno del grande capo di tutta la regione di Bolima, che aveva succeduto a Isekifasu (ucciso dagli agenti dell’A.B.I.R.). Che spettacolo per coloro che parlano male dei missionari bugiardi. Quell’uomo si presentò coraggiosamente davanti a tutti, indicò i suoi venti testimoni e posò sul tavolo centodieci rametti; ogni rametto rappresentava una vita umana sacrificata per il caucciù. “Questi sono i rametti dei capi”, disse, “questi degli uomini, questi più corti delle donne, questi ancora più piccoli dei bambini”. Menzionò i nomi di molte persone, ma chiese il permesso di chiamare suo figlio come esempio concreto. La Commissione, tuttavia, era convinta che stesse dicendo la verità e ritenne inutile farlo. Quell’uomo raccontò anche come la sua barba, lunga da molti anni e quasi arrivata ai piedi, fosse stata tagliata da un agente dell’A.B.I.R., semplicemente perché aveva visitato un amico in un’altra città. Quando gli fu chiesto se non avesse ucciso le sentinelle dell’A.B.I.R., negò, ma ammise di aver pugnalato tre dei loro ragazzi. Descrisse inoltre come l’uomo bianco avesse combattuto contro di lui e, dopo lo scontro, gli avesse consegnato i cadaveri delle sentinelle dicendo: “Ora porterai il caucciù, vero?”. Lui rispose: “Sì”. I cadaveri furono tagliati a pezzi e mangiati dai combattenti di Monsieur Forcie. Quell’uomo raccontò anche di essere stato picchiato e imprigionato da un agente dell’A.B.I.R., il quale lo costrinse a svolgere i lavori più umili.
Poi intervenne Bonkoko, che raccontò di aver accompagnato le sentinelle dell’A.B.I.R. quando queste andarono ad uccidere Isekifasu e le sue mogli e i suoi bambini; descrisse come avessero trovato la famiglia seduta tranquillamente a cena, come avessero ucciso quante più persone possibile e poi tagliato a pezzi i corpi di Isekifasu e delle sue mogli; raccontò anche come avessero distrutto il cervello del bambino, tagliato il corpo a metà e infilzato le due parti. Disse inoltre che, al loro ritorno, Monsieur Forcie aveva punito le sentinelle perché non avevano ucciso abbastanza persone della tribù di Bolima.
Poi fu il turno di Bongwalanga, il quale confermò la versione di Bonkoko; quel giovane era andato semplicemente a “guardare” ciò che stava accadendo. Successivamente fu portata davanti alla Commissione la moglie mutilata di Lomboto e di Ekerongo: un capo le mostrò la sua gamba ferita e l’ernia. Questo era il prezzo che doveva pagare per essere rimasta fedele a suo marito. Il marito raccontò come fosse stato picchiato perché si era arrabbiato per la mutilazione di sua moglie. “Allora Longoi, di Lotoko, posò diciotto rametti sul tavolo, rappresentanti diciotto uomini, donne e bambini uccisi per il caucciù. Successivamente, Iriunga mise trentaquattro rametti sul tavolo e raccontò come trentaquattro dei suoi uomini, donne e bambini fossero stati assassinati a Ekerongo. Ammise che avevano pugnalato un sentinella di nome Iloko, ma che, come in tutti gli altri casi simili, ciò era avvenuto perché Iloko aveva prima ucciso le loro persone. Lomboto mostrò il suo polso mutilato e la sua mano inutilizzabile, causati dal sentinella stesso. Isekansu mostrò il moncone del suo avambraccio, raccontando la stessa triste storia. Ogni testimone parlò di frustate, stupri, mutilazioni, omicidi, prigionie di uomini, donne e bambini, nonché di multe illegali e tasse irregolari, eccetera. La Commissione cercò inutilmente di superare questo pantano di ingiustizia e questo fiume di sangue, ma ritenendolo impossibile, chiese per quanto tempo potesse continuare ancora. Io risposi che avrei continuato fino a quando non fossero stati convinti che centinaia di omicidi erano stati commessi dall’A.B.I.R. soltanto in questa zona: omicidi di capi, uomini, donne e bambini piccoli, e che molte migliaia di testimoni aspettavano solo il mio segnale per farsi avanti a migliaia.” “Sottolineo inoltre che abbiamo preso in considerazione soltanto circa duecento omicidi avvenuti nei villaggi di Bolima, Esanga, Ekerongo, Lotoko; la stragrande maggioranza degli altri casi rimane ancora irrisolta. I seguenti distretti non sono stati ancora esaminati: Bokri, Nson-go, Boru-ga, Ekala, Baringa, Linza, Lifindu, Nsongo-Mboyo, Livoku, Boendo, il fiume Lomako, la regione di Ngombe, e molti altri ancora; tutti questi hanno da raccontare storie simili. Ognuno di loro ha compreso l’impossibilità di indagare a fondo su questi casi. Per farlo, la Commissione dovrebbe rimanere qui per mesi interi.” Che commento si può aggiungere a prove del genere! Esse stanno lì, con il loro orrore evidente, e è inutile cercare di renderle ancora più drammatiche. Cosa possono dire quegli apologisti inglesi del Congo che hanno messo in dubbio i resoconti di queste atrocità soltanto perché, durante una visita rapida in questa vasta regione, non hanno avuto l’occasione di vederle con i propri occhi? Cosa possono dire Lord Mountmorris, Capitano Boyd Alexander o Mrs. French Sheldon di fronte a un mucchio di prove concrete, come arti mutilate e schiene martoriate? Possono forse dire qualcosa di più rispetto all’uomo effettivamente incriminato, il signor Le Jeune, l’agente principale sul posto? “Cosa ha da dire?” chiese il Presidente. Il signor Le Jeune alzò le spalle: non aveva nulla da dire. Il Presidente, che aveva ascoltato con lacrime agli occhi di fronte a alcune delle prove, esclamò in stupore e disgusto: “C’è un documento che vorrei presentare,” disse l’agente. “Serve a dimostrare che 142 dei miei sentinelle sono stati uccisi dai villaggi durante sette mesi.” “Ma questo rende la situazione ancora peggiore!” esclamò il giudice sagace. “Se questi uomini ben armati fossero stati uccisi dai villaggi indifesi, quali terribili ingiustizie devono esserci state per giustificare tali rappresaglie disperate!” Vi chiederete cosa sia stato fatto con questo agente criminale, un uomo i cui atti meritavano la punizione più severa che il diritto umano potesse infliggere. Non è stata fatta assolutamente nulla contro di lui. Gli è stato permesso di lasciare il paese esattamente come al Capitano Lothaire, in circostanze simili. A volte si può usare un agente insignificante come esempio per detergere gli altri, ma punire il responsabile locale di una grande azienda significherebbe ridurre la produzione di gomma. E cosa sono la morale e la giustizia rispetto a questo? Perché continuare a raccogliere le testimonianze fornite davanti alla Commissione? I loro viaggi avevano coperto solo una piccola parte del paese e si erano limitati al corso principale del fiume, ma ovunque raccontavano la stessa storia di schiavitù, mutilazioni e omicidi. Quello che Scrivener e Grenfell dissero a Bolobo fu lo stesso che Harris e Stannard dissero a Baringa, quello che Gilchrist disse a Lulanga, quello che Rushin e Gamman dissero a Bongadanga, quello che il signor e la signora Lower dissero a Ikan, quello che Padfield disse a Bonginda, quello che Weeks disse a Monscombe. Il luogo poteva cambiare, ma le conseguenze di quel sistema erano sempre le stesse. Qui e là si riscontravano episodi di orrore che spiccavano anche in quell’universale Golgotha; un ragazzo testimoniò di aver perso tutti i suoi parenti, uomini e donne, tutti assassinati per il caucciù. Mentre suo padre giaceva morente, gli aveva affidato la custodia dei due fratelli più piccoli, esortandolo a prendersene cura con tenerezza. Si era preso cura di loro fino a quando non fu costretto anche lui ad andare nella foresta per raccogliere il caucciù. Una settimana dopo, ne mancava una quantità considerevole. Quando tornò dal bosco, il villaggio era stato saccheggiato durante la sua assenza; trovò i suoi due fratellini distesi sul terreno, con gli addomi squarciati. Tuttavia, l’unità militare gli pagò il 200% del dovuto. Quattro indigeni furono torturati fino a quando non chiesero disperatamente che qualcuno portasse una pistola per ucciderli. I capi morirono perché il loro cuore era spezzato. Il signor Gamman conosceva nessun villaggio in cui ci volessero meno di dieci giorni su quindici per soddisfare le richieste dell’A.B.I.R.; di solito, la gente aveva solo quattro giorni al mese per sé stessa. Per legge, il massimo delle ore di lavoro forzato era di quaranta all’ora al mese. Ma, come ho detto, nel Congo non esiste alcuna relazione tra legge e prassi reale. Un testimone si presentò con un filo annodato in quarantadue punti e un pacchetto contenente cinquanta foglie: ogni nodo rappresentava un omicidio, e ogni foglia indicava una corda utilizzata nel suo villaggio natale. Il figlio di un capo assassinato portò il corpo di suo padre (con tutti i nomi, le date e il luogo specificati) dall’agente bianco nella speranza di ottenere giustizia. L’agente chiamò il proprio cane e lo fece attaccare il ragazzo mentre questi trasportava il cadavere del padre. Gli abitanti del villaggio portarono i propri uomini assassinati dal signor Spelier, direttore della La Lulanga Company. Lui li accusò di mentire e li mandò via. Un capo fu afferrato da due agenti bianchi: uno lo teneva fermo mentre l’altro lo picchiava. Una volta finito, gli diedero calci per farlo alzare, ma quell’uomo era già morto. La Commissione interrogò dieci testimoni nell’ambito delle indagini su questo caso. Il capo in questione si chiamava Jonghi; l’episodio avvenne nel villaggio di Bogeka, nell’ottobre del 1904.
Questo è solo un esempio parziale delle prove presentate alla Commissione, prove che venivano corroborate da ogni dettaglio riguardante nomi, luoghi e date in grado di portare a una condanna certa. Non c’è dubbio che tali prove abbiano contribuito a una condanna decisiva. I giudici, dopo aver viaggiato lungo il fiume, tornarono a Boma più saggi e tristi. Lì ebbero un incontro con il Governatore Generale Constermann; i dettagli di quell’incontro non sono mai stati resi noti al pubblico, ma il Governatore Generale ne uscì con la decisione di suicidarsi. Questo fatto potrebbe dare un’idea di ciò che provassero i giudici in quel momento, mentre le storie raccontate dai testimoni erano ancora fresche nella loro memoria e il terrore delle prove li colpiva profondamente.
Trascorse un intero anno tra l’inizio delle indagini della Commissione e la pubblicazione del suo rapporto, avvenuta il 31 ottobre 1905. Le prove che avrebbero potuto scuotere l’Europa non furono mai rese pubbliche, nonostante le promesse informali fatte a Lord Lansdowne riguardo al divulgamento completo dei documenti. Furono resi noti soltanto i risultati delle indagini, senza i documenti su cui si basavano.
Il contenuto di quel rapporto, se si eliminano le frasi formali e cerimoniose, costituisce una conferma assoluta di tutto ciò che tanti testimoni avevano dichiarato nel corso degli anni. È facile biasimare i membri della Commissione per non aver avuto il coraggio sufficiente a difendere le loro convinzioni, ma la loro posizione era davvero difficile. Il rapporto, in realtà, aveva un carattere personale: lo Stato, come tutti sapevano, non esisteva realmente; erano stati inviati dal Re e dovevano riferire a Lui stesso su una questione che riguardava profondamente sia la sua onorabilità personale che i suoi interessi materiali. Se fossero stati un organo internazionale, le cose sarebbero state semplici. Ma dei tre membri della Commissione, due erano persone che avrebbero dovuto rispondere delle loro dichiarazioni: il signor Janssens era una persona più o meno indipendente, ma comunque belga e suddito di un sovrano; il barone Nisco, invece, lavorava direttamente per il Re e la sua futura dipendeva da quelle decisioni. Nel complesso, penso che i membri della Commissione abbiano agito come uomini coraggiosi ed onesti. Naturalmente, ponevano tutto l’accento su ciò che poteva essere detto a favore del Re e della sua politica. Sarebbero stati ben più di semplici esseri umani se non lo avessero fatto. Descrivevano in dettaglio le dimensioni e il traffico delle città situate alla foce del Congo, come se tutto il bottino di una nazione potesse passare lungo un fiume senza influenzare in alcun modo il commercio e la ricchezza della regione. Fin dalle prime pagine del rapporto, indicavano che la questione dell’appropriazione statale delle terre era diventata oggetto delle loro riflessioni: “Se lo Stato desidera evitare abusi derivanti dall’appropriazione di terreni inutilizzati”, si legge nel rapporto, “dovrebbe far sì che i suoi agenti e funzionari stiano attenti a interpretazioni troppo restrittive e applicazioni troppo rigide”. Queste posizioni, per quanto deboli e caute, rappresentavano comunque la base di tutto ciò che il Re aveva costruito. Come avrebbero potuto distruggerle così brutalmente? Il loro atteggiamento non era certo eroico. Ma era naturale. Continuavano dicendo:
“Poiché la maggior parte delle terre del Congo non è coltivata, questa interpretazione conferisce allo Stato un DIRITTO DI PROPRIETÀ ASSOLUTA E ESCLUSIVA su quasi tutta la terra; di conseguenza, lo Stato può disporre – esclusivamente esso stesso – di tutti i prodotti derivanti da quel suolo; può considerare chiunque prenda anche solo una piccola parte di quei frutti un ladro, e chiunque li riceva come un ricettatore di merce rubata; può inoltre impedire a chiunque di stabilirsi nella maggior parte del territorio. Di conseguenza, l’attività dei nativi è limitata a aree molto ristrette, e le loro condizioni economiche vengono ostacolate. Se applicata in questo modo, una tale legge impedirebbe qualsiasi sviluppo della vita naturale delle popolazioni indigene. Non solo viene spesso vietato ai nativi di trasferirsi da un villaggio all’altro, ma anche di visitare temporaneamente villaggi vicini senza autorizzazione speciale; chiunque si muovesse senza tale autorizzazione rischierebbe di essere arrestato, ricondotto indietro e persino punito.”
Chi potrebbe negare, dopo aver letto queste parole, che i nativi del Congo siano stati ridotti da esseri liberi in condizioni simili alla schiavitù? Segue poi una frase curiosa:
“Rapidamente aggiungiamo”, dice il rapporto, “che in realtà non è stata applicata una tale rigore. In quasi tutti i luoghi, alcuni prodotti derivanti da quelle terre sono stati lasciati ai nativi, soprattutto i semi di palma, che rappresentano un’importante attività commerciale nella regione della foce del Congo.”
Questo commercio dei semi di palma esiste da tempo; riguarda soltanto la zona della foce del fiume e non potrebbe essere disturbato senza causare gravi complicazioni internazionali. Inoltre, non ha alcuna relazione con le popolazioni dell’Alto Congo, le cui condizioni disumane erano effettivamente il problema principale. Il rapporto prosegue poi sottolineando in modo molto chiaro il fatto di fondamentale importanza che deriva dall’espropriazione della terra ai nativi. “Ad eccezione delle poche piantagioni”, si legge, “che a malapena bastano per nutrire i nativi stessi e rifornire le stazioni, tutti i frutti del suolo sono considerati proprietà dello Stato o delle società concessionarie”. Essendo così, finisce per sempre il libero scambio, o addirittura qualsiasi forma di commercio, se non quello effettuato dallo stesso governo o da un ristretto gruppo di aziende che in realtà rappresentano lo Stato: tutto il patrimonio del paese viene esportato in Europa a beneficio di una cerchia di milionari. Dopo aver trattato della confisca della terra e dei suoi prodotti, la Commissione affronta con estrema delicatezza la terza questione fondamentale: l’obbligo imposto ai nativi, a titolo gratuito, sotto il nome di tasse o, per motivi futili, sotto il pretesto del commercio, di lavorare al servizio dei loro oppressori. Si spendono molte parole per dimostrare che i nativi non amano il lavoro e quindi che la coercizione è necessaria. È triste vedere persone oneste e colte costrette a difendere qualcosa che in realtà non merita di essere difeso. Ai neri delle miniere d’oro del Rand piace lavorare? Ai cacciatori di diamanti di Kimberley piace lavorare? Ai portatori delle carovane dell’Est Germania piace lavorare? Nemmeno ai congolesi. Allora perché lavorano? Perché vengono pagati un salario equo. Perché i soldi guadagnati con il loro lavoro possono procurare loro più piacere di quanto il lavoro stesso possa causare dolore. Questa è la legge del lavoro in tutto il mondo. E soprattutto nel Congo, dove i missionari, che pagano onestamente per il lavoro svolto dai nativi, non hanno alcuna difficoltà ad ottenerlo. Ovviamente, i congolesi, come gli inglesi o i belgi, non amano lavorare quando quel lavoro porta beneficio agli altri e a loro stesso nessun vantaggio. Ma nonostante questo preambolo, la Commissione non può ignorare i fatti reali. “Molti agenti avevano un solo obiettivo: ottenere il massimo nel minor tempo possibile; le loro richieste erano spesso eccessive. Questo, però, non sorprende affatto quando si tratta della raccolta dei prodotti del territorio. In altre parole, dei proventi destinati allo Stato; per gli stessi agenti che regolavano la riscossione delle tasse e ne traevano profitto, c’era un interesse diretto ad aumentarne l’entità, poiché ricevevano bonus proporzionali ai proventi raccolti”. Non era possibile formulare alcuna affermazione definitiva su quel sistema che era stato attaccato dai Riformatori e negato dalle autorità congolese per tanti anni. Il rapporto prosegue spiegando che quando lo Stato, nell’ambito di quelle cosiddette riforme destinate all’uso europeo e non a quello dei Congolezi, stabilì quaranta ore di lavoro forzato al mese come quantità che i nativi dovevano versare allo Stato, tale annunciamento fu accompagnato da un messaggio privato del Governatore Generale inviato ai Commissari Distrettuali il 23 febbraio 1904, nel quale si affermava che questa nuova legge avrebbe dovuto avere come effetto non ridurre, ma “portare a un aumento costante delle risorse del Tesoro”. Non poteva esserci modo più chiaro per dire loro di ignorarla. La terra viene presa, i prodotti vengono presi, il lavoro viene sottratto. In passato gli schiavi africani venivano esportati; oggi, con l’avanzare dei tempi, una maggiore intelligenza ha dimostrato quanto siano sciocchi i metodi tradizionali, quando è così facile ridurre in schiavitù le persone nelle loro stesse case.
Possiamo accettare il rapporto della Commissione per quanto riguarda la tassazione dei nativi, le tasse sul cibo, le tasse sui trasporti e altre imposizioni. Viene evidenziato chiaramente il flagello rappresentato da quell’esercito parassitario, con le loro famiglie, che devono essere mantenute dai nativi, nonché le difficoltà che questo comporta per i nativi stessi, con le loro limitate piantagioni, nel trovare i mezzi per sopravvivere. Persino il legno necessario ai vapori dello Stato non viene pagato, ma considerato una tassa. Tali richieste “costringono i nativi che vivono nelle vicinanze delle stazioni, in alcuni casi, a un lavoro quasi continuo”. Un nuovo esempio di condizioni simili a quelle della schiavitù. Il rapporto descrive gli effetti della tassa sul caucciù nel seguente modo:
“Questa situazione [l’esaurimento delle riserve di caucciù] spiega l’avversione dei nativi verso il lavoro legato alla raccolta del caucciù, che in sé non è particolarmente doloroso. Nella maggior parte dei casi, i nativi devono percorrere uno o due giorni di cammino ogni quattro settimane per raggiungere quella parte della foresta dove le piante di caucciù sono più abbondanti. Lì, i raccoglitori trascorrono diversi giorni in condizioni miserabili: devono costruirsi delle capanne improvvisate, che ovviamente non possono sostituire quelle tradizionali; non hanno il cibo a cui sono abituati; vengono privati delle loro mogli e sono esposti alle intemperie e agli attacchi di animali selvatici. Una volta raccolto il caucciù, devono portarlo alla stazione dello Stato o a quella della compagnia. Solo allora possono tornare al loro villaggio, dove possono trascorrere appena due o tre giorni, perché subito dopo arriva la prossima richiesta. Non è necessario aggiungere che questa situazione rappresenta una palese violazione delle norme stabilite riguardo alle quaranta ore di lavoro forzato al mese.” Il Rapporto affronta infine la questione delle punizioni inflitte dallo Stato. Queste vengono elencate come “la cattura di ostaggi, l’incarcerazione dei capi, l’istituzione di sentinelle o ‘capitas’, multe e spedizioni militari”; quest’ultima espressione è in realtà un eufemismo per massacri a sangue freddo. Il Rapporto prosegue:
“Qualunque cosa si possa pensare delle idee locali, atti come la cattura di donne come ostaggi offendono troppo le nostre concezioni della giustizia per essere tollerati. Lo Stato ha da tempo proibito questa pratica, ma non è riuscito a sopprimerla.”
Lo Stato la proibisce, ma non solo la tollera, bensì la ordina addirittura attraverso circolari ufficiali. Ancora una volta emerge il divario tra legge e realtà, soprattutto quando in gioco sono interessi materiali.
“Non si può negare”, continua il Rapporto, “che nei vari posti dell’A.B.I.R. che abbiamo visitato, l’incarcerazione di donne come ostaggi, la sottomissione dei capi al lavoro forzato, le umiliazioni inflitte loro, le frustate ai raccoglitori di gomma, la brutalità degli impiegati neri incaricati della sorveglianza delle prigioni fossero pratiche comuni.”
Segue poi un passaggio illuminante sulle cosiddette “sentinelle”, o “guardie forestali”. È sorprendente che non venissero chiamate “infermieri ospedalieri” nel tentativo di farle sembrare innocue. In realtà, come abbiamo visto, si trattava di circa ventimila cannibali armati di fucili. Il Rapporto afferma:
“Questo sistema di sorveglianti locali ha suscitato numerose critiche, anche da parte degli stessi funzionari statali. I missionari protestanti presenti a Bolobo, Ikoko (Lago Mantumba), Lulonga, Bonginda, Ikau, Baringa e Bongandanga hanno formulato gravi accuse contro queste figure intermediarie. Hanno portato davanti alla Commissione molteplici testimoni locali, i quali hanno rivelato numerosi crimini ed eccessi attribuiti alle sentinelle. Secondo questi testimoni, soprattutto quelle stanziate nei villaggi, abusavano dell’autorità conferita loro: si comportavano come dittatori, rivendicando donne e cibo non solo per sé, ma anche per un insieme di individui senza alcun valore, con i quali si circondavano come se fossero veri guardie del corpo; uccidevano senza pietà chiunque tentasse di resistere alle loro richieste o capricci. La Commissione, ovviamente, non è riuscita in tutti i casi a verificare l’accuratezza delle accuse presentate; inoltre, i fatti spesso risalivano a diversi anni prima. Tuttavia, la veridicità di queste accuse è confermata da un gran numero di prove e rapporti ufficiali.”
Si aggiunge:
“Quanti abusi siano stati commessi da queste sentinelle locali è impossibile dire, nemmeno approssimativamente. Diversi capi di Baringa ci hanno raccontato, ” Le usanze locali prevedevano l’uso di mazzi di bastoni, ciascuno dei quali rappresentava una delle vittime uccise dai capi tribali. Uno di questi mazzi indicava 120 omicidi commessi nel villaggio negli ultimi anni. Qualunque sia la valutazione che si possa dare della fiducia che questa forma tradizionale di registrazione possa ispirare, un documento consegnato alla Commissione dal Direttore dell’A.B.I.R. elimina qualsiasi dubbio riguardo al carattere sinistro di questo sistema. Il documento elencava 142 sentinelle della Società uccise o ferite dai nativi tra gennaio e agosto 1905, ovvero in soli sette mesi. Si può presumere che in molti casi queste sentinelle siano state attaccate per vendetta; da questo si può dedurre la frequenza degli scontri sanguinosi causati dalla loro presenza. D’altra parte, gli agenti interrogati dalla Commissione, o presenti alle audizioni, non tentarono nemmeno di negare le accuse rivolte contro le sentinelle. Quest’ultima frase rappresenta davvero il culmine di tutto ciò: se gli agenti sul posto non osarono negare davanti alla Commissione questi atti violenti, chi mai oserà farlo in loro nome? Il resto del Rapporto, sebbene pieno di frasi banali e di vaghe raccomandazioni di riforma assolutamente impraticabili finché le cause fondamentali di tutti i problemi rimarranno inalterate, contiene alcune parti positive che vale la pena conservare. Parlando della mancanza di istruzioni precise per le spedizioni militari, si legge:
“Le conseguenze sono spesso molto tragiche. E non bisogna meravigliarsene. Se, nel corso di queste operazioni delicate il cui scopo è catturare ostaggi e intimidire i nativi, non si può esercitare un controllo costante sugli istinti violenti dei soldati quando ordini di punizione vengono dati da autorità superiori, è facile che l’operazione degeneri in massacri, accompagnati da saccheggi e incendi.” “Tuttavia, la responsabilità di questi abusi non deve sempre essere attribuita ai comandanti delle spedizioni militari. Nel considerare questi fatti, è necessario tenere presente la deplorevole confusione ancora esistente nel Alto Congo tra lo stato di guerra e lo stato di pace; tra amministrazione e repressione; tra coloro che possono essere considerati nemici e coloro che hanno il diritto di essere trattati come cittadini dello Stato e di ricevere un trattamento conforme alle sue leggi. La Commissione è stata colpita dal tono generale dei rapporti relativi alle operazioni descritte sopra. Spesso, pur ammettendo che l’espedizione fosse stata inviata ESCLUSIVAMENTE a causa della carenza di entrate fiscali, e senza fare alcuna allusione ad attacchi o resistenze da parte dei nativi – elementi che soltanto in tal caso avrebbero giustificato l’uso delle navi da guerra – gli autori di questi rapporti parlano di ‘villaggi sorpresi’, ‘inseguimenti energici’, ‘numerosi nemici uccisi e feriti’, ‘rapine’, ‘prigionieri di guerra’, ” “Di pace.” Ovviamente questi ufficiali si consideravano in stato di guerra e agivano come se lo fossero davvero.
Ancora:
“Durante tali spedizioni sono avvenuti gravi abusi; uomini, donne e bambini sono stati uccisi proprio mentre cercavano sicurezza fuggendo. Altri sono stati imprigionati; donne sono state prese in ostaggio.”
C’è un passaggio interessante sui missionari:
“Spesso, nelle regioni dove sono stabilite le stazioni evangeliche, i nativi, invece di rivolgersi al magistrato, il loro protettore naturale, hanno l’abitudine, quando ritengono di avere dei diritti violati da un agente o da un funzionario governativo, di confidarsi anzi ai missionari. Questi li ascoltano, li aiutano secondo le loro possibilità e diventano così il portavoce di tutte le lamentele della zona. Da ciò deriva l’influenza straordinaria che i missionari esercitano in alcune parti del territorio; tale influenza si estende non solo tra i nativi, nell’ambito della loro propaganda religiosa, ma anche su tutti i villaggi di cui hanno ascoltato le difficoltà. Per il nativo di quella regione, il missionario diventa l’unico rappresentante dell’equità e della giustizia; aggiunge al prestigio derivante dal suo zelo religioso quello che, nell’interesse dello Stato stesso, dovrebbe spettare ai magistrati.”
Ora vorrei riflettere per un momento sull’intero documento.
Con la tipica politica delle autorità del Congo, questo rapporto è stato presentato al mondo come una vittoriosa difesa dell’amministrazione di Re Leopoldo, il che sarebbe certamente stata la più grande “cancellazione” dei fatti negativi mai avvenuta su questo pianeta. Guardandolo più da vicino, si scopre chiaramente che, dietro le frasi cortesi e le formule lusinghieri, ogni singola accusa avanzata dai riformatori è stata ampiamente confermata: la terra è stata sottratta ai nativi, i loro prodotti sono stati confiscati, la popolazione è stata ridotta in schiavitù e condotta alla miseria, mentre gli agenti bianchi hanno dato libero sfogo alle loro azioni oppressive. Sono state registrate detenzioni illegali di ostaggi, spedizioni predatorie, omicidi e mutilazioni. Tutti questi fatti sono stati ampiamente riconosciuti. Non so se ci sia mai stata un’altra accusa più grave; il rapporto sembra parlare con distacco di cose che, in realtà, dovrebbero essere trattate con estrema gravità. Inoltre, il documento dà l’impressione che tali atti siano isolati, mentre le prove presentate e la riduzione demografica della regione dimostrano chiaramente che si tratta di fenomeni diffusi e sistematici, che si estendono da Leopoldville ai Grandi Laghi, dalla frontiera francese fino a Katanga. Che si tratti di territorio privato, pubblico o concesso in concessione, la realtà è sempre la stessa: sangue versato e orrore ovunque. Il punto in cui la Commissione differisce dai Riformatori riguarda la loro valutazione della gravità di questa situazione e della necessità di riforme radicali e assolute. È importante ricordare che due dei tre giudici non avevano mai messo piede in Africa prima, mentre il terzo era un funzionario diretto dell’istituzione attaccata. Sembra che abbiano avuto una percezione vaga del fatto che questi fatti terribili rappresentassero semplicemente fasi necessarie dell’espansione coloniale. Se avessero viaggiato, come ho fatto io in Africa britannica, e se si fossero resi conto che colpire un uomo di colore, ad esempio in Sierra Leone, significava che quest’ultimo sarebbe stato arrestato da un poliziotto nero, processato da un giudice nero e poi affidato a un carceriere nero, avrebbero capito che esistono altri modi per amministrare. Se avessero mai letto della storia di quel governatore britannico della Giamaica che, di fronte a una rivolta pericolosa, giustiziò un negro senza rispettare le procedure legali, sarebbero stati consapevoli che esistono alternative. È proprio grazie a tensioni del genere che gli europei nei Tropici, indipendentemente dalla loro nazionalità, devono essere pronti a mantenere il proprio morale civile. La natura umana è debole e l’influenza dell’ambiente è forte; tedeschi ed inglesi potrebbero cedere alle pressioni del contesto, e in alcuni casi lo hanno fatto davvero. Nessuna nazione può vantare una superiorità individuale in materia. Tuttavia sia la Germania che l’Inghilterra (e aggiungerei anche la Francia, se non fosse per il Congo francese) possono affermare che i loro sistemi funzionano efficacemente sia nel contrastare gli abusi che nel promuovere il bene pubblico. Queste cose non sono, come sembrava pensare la Commissione, “mali necessari” tollerati altrove; un’opinione superficiale non può avere alcun peso di fronte alle parole di riformatori come Sir Harry Johnston o Lord Cromer. Il fatto è che la gestione di una colonia tropicale rappresenta il test più severo per lo sviluppo di una nazione; vedere persone indifese senza opprimerle, assistere a grandi ricchezze senza confiscarle, disporre di poteri assoluti senza abusarne, promuovere lo sviluppo dei nativi invece di danneggiarli, queste sono le prove più importanti del carattere di una nazione. Tutti noi abbiamo fallito in alcuni momenti; ma mai un fallimento è stato così disperato, così scioccante e con conseguenze così gravi per il mondo, così dannoso per la reputazione del cristianesimo e della civiltà come quello dei belgi nel Congo. E tutto ciò è accaduto e tutto ciò è stato tollerato in un’epoca di progresso. Il più grande, più profondo, più esteso crimine mai registrato nella storia è avvenuto negli ultimi anni. C’è forse una scusa per l’annientamento razziale quando, come nel caso dei Sassoni e dei Celti, due popoli si contendono la stessa terra che può essere occupata soltanto da uno. C’è anche una scusa per i massacri religiosi quando, come Maometto II a Costantinopoli o Alva nelle Fiandre, gli assassini bigotti credevano sinceramente di agire nell’interesse di Dio. Ma in questo caso i colpevoli hanno agito con freddezza, sapendo perfettamente ciò che facevano, e lo scopo unico era aumentare ancora di più una ricchezza già enorme. Considerate questa realtà, così come le dichiarazioni di filantropia con cui questo orribile massacro è stato avviato, la cortina di menzogne con cui è stato nascosto, le persecuzioni e le calunnie contro coloro che hanno cercato di smascherarlo, l’uso della religione contro la religione e delle nazioni una contro l’altra nel tentativo di perpetuarlo. Ditemi: dove mai nella storia si è verificata una cosa del genere? Che cos’è il progresso? È forse guidare più velocemente in auto, ascoltare il rumore dei grammofoni? Queste sono solo le “giochattole” della vita. Ma se il progresso è qualcosa di spirituale, allora non stiamo affatto facendo progressi. Un orrore come quello del Belgio e del Congo non sarebbe stato possibile cinquant’anni fa: nessuna nazione europea l’avrebbe commesso, e se qualcuna l’avesse fatto, tutte le altre avrebbero alzato la voce in protesta. In quei tempi più lenti, nella vita c’era più decoro e principi morali. Viviamo in un’epoca di fretta, ma non chiamatela progresso. La storia del Congo ha reso questa idea ancora più assurda.

CAPITOLO IX
Il Congo dopo la Commissione Le grandi speranze suscitate dall’arrivo della Commissione tra i nativi e pochi europei che si erano fatti loro sostenitori si trasformarono presto in amara delusione. L’inseparabile signor Harris inviò, dopo la partenza della Commissione, diversi nuovi casi che gli erano stati segnalati. In uno di questi, un capo dichiarò di essere stato trattenuto nel suo villaggio (Boendo) per impedirgli di raggiungere la Commissione. Riuscì a liberarsi dalle guardie, ma fu punito per il suo tentativo: sua moglie fu uccisa a colpi di bastone da un sentinella. Portò con sé, nella speranza di poterle presentare ai giudici, centottantadue lunghi rami e settantasei più corti, che rappresentavano gli adulti e i bambini assassinati dalla compagnia A.B.I.R. nel suo distretto negli ultimi anni. La descrizione dei metodi con cui queste persone sfortunate persero la vita è troppo orribile per essere pubblicata. Gli incubi più selvaggi dell’Inquisizione sembravano superati: donne venivano uccise conficcando loro pali dal basso. Quando il missionario, inorridito, chiese al capo se fosse a conoscenza di questi fatti personalmente, lui rispose: “Hanno ucciso mia figlia Nsinga in questo modo; ho trovato il palo dentro di lei.” E un rispettabile statista belga può scrivere, in quest’anno di grazia, che quelle pratiche malvagie continuano ancora oggi. In un comunicato successivo, il signor Harris elenca i nomi di uomini, donne e bambini uccisi dalle guardie di M. Pilaet:
“L’anno scorso, o quello prima, la giovane Imenega fu legata a un albero a forma di forcone e tagliata a metà con un’ascia, partendo dalla spalla sinistra, attraversando petto e addome fino a uscire sul lato destro.” Descrive in dettaglio ogni nome e luogo, sottolineando l’orrore di pratiche di incesto pubblico ordinate dalle guardie: fratelli con sorelle, padri con figlie, “Oh, Inghilterra,” esclamò il capo alla fine, “non allontanatevi troppo a lungo; se lo farete, loro arriveranno, e queste gambe deboli non mi permetteranno di fuggire. Sono agli sgoccioli, cercate di far sì che mi lascino morire in pace. Non allontanatevi.” “Sono stato così commosso dalla storia di queste persone che ho preso l’iniziativa di promettergli, a nome dello Stato Libero del Congo, che in futuro verranno uccisi soltanto per reati veri e propri. Ho detto loro che l’Ispettore Reale era probabilmente in viaggio verso di loro e che sicuramente avrebbe ascoltato la loro storia, dando loro il tempo di riprendersi.” È terribile pensare che una promessa del genere, senza alcuna colpa da parte del signor Harris, non sia stata mantenuta. I sogni dei commissari sono forse mai turbati dal pensiero di coloro che hanno riposto in loro tanta fiducia, ma i cui unici risultati sono stati la punizione per le prove fornite e una condizione ancora più miserabile di prima? Il risultato concreto della Commissione è stato che la punizione è caduta sui nativi, e non sui loro assassini.
Il signor Malfeyt, un alto commissario reale, era stato inviato sotto il pretesto di voler attuare riforme. Quanto fosse vuoto questo pretesto lo dimostra il fatto che nello stesso periodo il signor Wahis fu nominato governatore generale al posto di Constermann, che si era suicidato dopo l’incontro con i membri della Commissione. Wahis aveva già ricoperto due mandati come governatore, e proprio durante la sua amministrazione tutti gli abusi condannati dalla Commissione avevano preso piede. Poteva il re Leopoldo dimostrare in modo più chiaro quanto fosse lontana da lui qualsiasi vera intenzione di riformare?
La visita del signor Malfeyt era stata presentata come un passo verso il miglioramento. Il governo britannico era stato assicurato che avrebbe portato a necessarie riforme. Tuttavia, al suo arrivo nel paese, egli dichiarò di non avere alcun potere per intervenire e che il suo compito era soltanto quello di osservare e ascoltare. Così, trascorsero altri mesi prima che si potesse effettuare qualche cambiamento. L’unica consolazione che possiamo trarre da questa serie di ambasciatori impotenti e commissioni riformatrici, che non hanno mai avuto né intenzione di attuare alcuna riforma, è che questo “gioco” è stato ormai smascherato e sicuramente non può più ripetersi. Un governo che accettasse nuovamente le promesse dello stesso soggetto sarebbe meritatamente oggetto di derisione da parte del mondo intero.
Nel frattempo, qual era l’atteggiamento di quella compagnia A.B.I.R., la cui malvagità era stata completamente esposta davanti alla Commissione e il cui direttore, il signor Le Jeune, era fuggito in Europa? Si vergognava delle sue azioni crudeli? Era disposto in qualche modo a modificare la sua politica dopo le rivelazioni che i suoi rappresentanti avevano ammesso essere vere? Leggete l’intervista seguente tra il signor Stannard e il signor Delvaux, che aveva visitato le sedi del suo collega caduto in disgrazia: “Parlò della Commissione d’Inchiesta in modo sprezzante e mostrò notevole irritazione per le cose che avevamo detto alla Commissione. Dichiarò che l’A.B.I.H. aveva piena autorità e potere per inviare sentinelle armate, costringere la gente a consegnare la gomma e imprigionare coloro che non lo facevano. Poco tempo fa, i nativi di una città portarono della gomma all’agente qui presente, ma lui la rifiutò perché non era sufficiente; gli uomini furono picchiati dagli impiegati dell’A.B.I.R. e scacciati via. Il direttore giustificò il comportamento dell’agente sostenendo che la quantità di gomma era troppo scarsa. I commissari avevano dichiarato che l’A.B.I.R. non aveva il diritto di inviare sentinelle armate nelle città per frustare la gente e costringerla a cercare la gomma nella foresta; essi erano soltanto ‘guardiani della foresta’, e questo era il loro compito. Quando gli facemmo notare queste cose, M. Delvaux le liquidò come prive di importanza, sostenendo che quel nome non avesse alcun significato reale; alcuni chiamavano quelle sentinelle in un modo, altri in un altro. Gli ricordammo che la gente non era obbligata a pagare le tasse soltanto in gomma, ma poteva consegnare anche altre merci o persino denaro. Lui negò questa possibilità, affermando che l’alternativa consistesse semplicemente nel fatto che un agente potesse imporre qualsiasi tipo di tassa ritenesse opportuno; tale sistema non aveva alcuna relazione con i nativi stessi. L’A.B.I.R. preferiva comunque che le tasse venissero pagate in gomma. Questo è ciò che l’A.B.I.R. afferma, nonostante l’interpretazione del Barone Nisco, l’autorità giudiziaria più alta dello Stato, secondo cui i nativi avrebbero potuto pagare le tasse con ciò che avevano a disposizione. Tutte queste cose furono dette alla presenza del Royal High Commissioner, il quale, che le approvasse o meno, di certo non le contraddisse né si oppose ad esse.” Nel giro di una o due settimane dalla partenza della Commissione, la situazione del paese era peggiorata come sempre. Non si può ripetere abbastanza che il problema non aveva origine locale, ma si verificava lì, come altrove, a causa delle pressioni esercitate dagli ufficiali centrali. Se fosse necessaria un’ulteriore prova di ciò, essa si troverebbe nel processo contro Van Caelchen: questo agente, dopo essere stato arrestato, riuscì a dimostrare (così come avvenne nel caso Caudron) che la vera colpa ricadeva sui suoi superiori. Nella sua difesa fece riferimento a una lettera del Commissario Generale de Bauw (l’ufficiale esecutivo supremo della regione), nonché a un circolare inviatogli dal suo direttore e firmato da “Constermann” (Governatore Generale); lesse questi documenti in tribunale, deplorando la diminuzione della produzione di gomma e sostenendo che gli agenti dell’A.B.I.R. non dovessero dimenticare di disporre degli stessi poteri di “detenzione forzata” delegati all’agente della Socidtd Commerciale Anversoise au Congo per aumentare la produzione di gomma; aggiunse inoltre che, se il Governatore Generale o il suo Commissario Generale non conoscevano ciò che scrivevano e firmavano, lui stesso sapeva quali ordini doveva eseguire; non spettava a lui mettere in dubbio la legalità di tali ordini; i suoi superiori avrebbero dovuto essere consapevoli e valutare attentamente ciò che scrivevano prima di impartirgli degli ordini da eseguire; inoltre, la detenzione forzata dei nativi per motivi legati alla produzione di gomma non era affatto un segreto, poiché alla fine di ogni mese doveva essere presentato un resoconto dettagliato su tali detenzioni, firmato in duplice copia e una delle quali inviata al governo. Mentre questi atti di violenza organizzata continuavano nel Congo, il re Leopoldo, in Belgio, compì un ulteriore passo che, con la sua cinica indifferenza verso qualsiasi tentativo di coerenza, superava ogni precedente azione da lui intrapresa. Ritenendo necessario intervenire di fronte alle conclusioni raggiunte dai suoi stessi delegati, nominò una nuova commissione il cui compito era “studiare le conclusioni della Commissione d’inchiesta, formulare le proposte necessarie e cercare mezzi pratici per realizzarle”. Vale la pena elencare i nomi degli uomini scelti per questo incarico: se davanti a tale tribunale fossero stati convocati i principali responsabili di questi orribili crimini, tutti questi uomini, ad eccezione di due o tre, si sarebbero trovati sotto accusa. Eccoli i loro nomi: Van Maldeghem, presidente della commissione – un giurista che aveva scritto sull’ordinamento del Congo, ma che non era direttamente coinvolto nei crimini; Janssens, ex presidente della precedente commissione, una persona integra; M. Davignon, politico belga. Ma ascoltiamo gli altri: De Cuvelier, creatura del re e responsabile degli orrori nel Congo; Droogmans, anch’egli creatura del re, amministratore dei fondi derivanti dalle sue proprietà africane e presidente di un trust per l’industria della gomma; Arnold, sempre creatura del re; Liebrechts, lo stesso; Gohr, lo stesso; Chenot, commissario per il Congo; Tombeur, lo stesso; Fivès, ispettore del Congo; Nys, principale sostenitore legale del sistema instaurato dal re; De Hemptinne, presidente del trust per la gomma del Kasai; Mobs, amministratore dell’A.B.I.R. Non è evidente che, ad eccezione dei primi tre, tutti questi uomini fossero proprio quelli sotto processo? L’intera nomina rappresenta un esempio di quel cinismo che conferisce un tocco grottesco a questa storia inverosimile. Non c’è bisogno di aggiungere che da tale assemblea non derivò alcun risultato concreto verso riforme. Si può solo rallegrarsi che la presenza di quella piccola minoranza umanitaria abbia forse impedito agli altri di ideare nuovi metodi di oppressione. Tuttavia, non si può negare che siano avvenuti procedimenti giudiziari e condanne legate alle azioni della Commissione per il Congo. Ma chi avrebbe mai potuto indovinare chi fosse la persona portata davanti al tribunale? Sulla base delle testimonianze di nativi e missionari, l’intera gerarchia bianca, dal governatore generale ai “cannibali” sostenuti dal governo, risultò colpevole di crimini atroci. Ma chi di loro fu punito? Nessuno, tranne il signor Stannard, uno dei testimoni accusatori. Quest’ultimo aveva dimostrato che i soldati di un certo M. Hagstrom si erano comportati brutalmente nei confronti dei nativi. Ecco quanto riferì Lontulu, il capo della tribù: Lontulu, il capo supremo di Bolima, arrivò con venti testimoni, che era tutto lo spazio che la canoa poteva contenere. Portò con sé centodieci rametti, ciascuno dei quali rappresentava una vita sacrificata per il caucciù. I rametti avevano lunghezze diverse e rappresentavano capi, uomini, donne e bambini, a seconda della loro lunghezza. Fu una storia orribile di massacri, mutilazioni e cannibalismo quella che dovette raccontare, e era assolutamente chiaro che stesse dicendo la verità. Le sue dichiarazioni furono ulteriormente confermate da altri testimoni oculari. Questi crimini furono commessi da persone che agivano su istruzioni e con il consenso degli uomini bianchi. In un’occasione, le sentinelle furono frustate perché non avevano ucciso abbastanza persone; in un altro momento, dopo aver assassinato diverse persone, compresi Isekifasu, il capo supremo, le sue mogli e i suoi figli, i corpi, tranne quello di Isekifasu, furono tagliati a pezzi e la carne venne distribuita ai soldati dell’esercito A.B.I.R. Gli intestini, ecc., furono appesi in giro per la casa; inoltre, un bambino che era stato diviso a metà fu infilzato su una lancia. Dopo uno di questi attacchi, a Lontulu furono mostrati i corpi delle sue persone e l’agente incaricato del raccolto del caucciù gli chiese se ora avrebbe portato il caucciù richiesto. Lui rispose che lo avrebbe fatto. Nonostante fosse un capo di rilievo, fu frustato, imprigionato, legato al collo insieme ad altri considerati schiavi e costretto a svolgere i lavori più umili; inoltre, la sua barba, che era cresciuta per molti anni e arrivava quasi a terra, fu tagliata dall’agente incaricato del caucciù perché aveva visitato un’altra città.
Lontulu fu sottoposto a un controinterrogatorio dalla Commissione e le sue dichiarazioni non furono messe in dubbio. Ecco alcuni degli interrogativi e delle risposte:
“Presidente Janssens: ‘M. Hagstrom ha fatto la guerra contro di loro; ha ucciso molte persone con i suoi soldati.’
“A Lontulu: ‘Alle persone di Monji, ecc., sono stati dati i corpi da mangiare?’
“Lontulu: ‘Sì, li hanno tagliati a pezzi e li hanno mangiati.’
“Barone Nisco: ‘Vi hanno frustato?’
“Lontulu: ‘Molte volte.’
“Barone Nisco: ‘Chi vi ha tagliato la barba?’
“Lontulu: ‘M. Hannotte.’
“Presidente Janssens: ‘Avete visto le sentinelle uccidere le vostre persone? Ne hanno uccise molte?’
“Lontulu: ‘Sì, tutta la mia famiglia è morta.’
“Presidente: ‘Forniteci i nomi.’
“Lontulu: ‘I capi Bokomo, Isekifasu, Botamba, Longeva, Bos-angi, Booifa, Eongo, Lomboto, Loma, Bayolo.’
“Poi seguirono i nomi di donne, bambini e uomini comuni (non capi).
“Lontulu: ‘Posso chiamare mio figlio per non commettere errori?’
“Presidente: ‘Non è necessario; continuate.’
“Lontulu: ‘Bomposa, Beanda, Ekila.’
“Presidente: ‘Siete sicuro che ogni rametto rappresenti una persona uccisa?’
“Lontulu: ‘Sì.’
“Presidente: ‘Isekifasu è stato ucciso in questo periodo?’
“Risposta non registrata.
“Presidente: ‘Avete visto i suoi intestini appesi nella vostra casa?’
“Lontulu: ‘Sì.’
“Interrogatorio: ‘Anche le sentinelle e le persone che hanno aiutato a commettere questi crimini hanno ricevuto i corpi da mangiare?’” “Risposta: ‘Sì, li hanno mangiati. Quelli che hanno partecipato alla battaglia li hanno tagliati a pezzi e li hanno mangiati. È stato frustato e ha detto: “Perché fate questo? È giusto frustare un capo?” Ha fornito un resoconto molto dettagliato dei trattamenti crudeli e delle sofferenze subite.”
L’azione legale fu intentata da M. Hagstrom contro il signor Stannard per diffamazione, poiché quest’ultimo aveva affermato che tali prove fossero state presentate davanti alla Commissione. Ovviamente, l’unica maniera per verificare la veridicità delle accuse era consultare direttamente le prove stesse, conservate a Bruxelles. Tuttavia, poiché Hagstrom non era altro che un burattino del governo congolese (cioè dello stesso re), non era molto probabile che venissero prodotti documenti ufficiali solo al fine di servire la giustizia. Di conseguenza, le minute della Commissione non furono mai rese disponibili. Come poteva quindi il signor Stannard dimostrare la correttezza delle sue affermazioni? Ovviamente, presentando Lontulu in persona. Ma quel povero Lontulu, picchiato e torturato, con la barba strappata via e lo spirito spezzato, era stato imprigionato prima del processo e sapeva bene quale sarebbe stata la sua sorte se avesse testimoniato contro i suoi padroni. Ritirò quindi tutto ciò che aveva detto davanti alla Commissione. E chi può biasimarlo? Così M. Hagstrom ottenne il verdetto desiderato, e la stampa belga diffamatoria proclamò che il signor Stannard era stato dichiarato bugiardo. Fu condannato a tre mesi di prigione, con l’alternativa di una multa di 40 sterline. Anche mentre scrivo queste parole, altri due missionari americani, il signor Morrison e il signor Shepherd, sono sotto processo per simili accuse riguardanti il Congo. Questa volta la vittima innocente è la Compagnia Kasai. Tuttavia, l’Europa e l’America stanno seguendo attentamente questa situazione, e M. Vandervelde, il coraggioso difensore dei diritti umani belga, si è impegnato a difendere gli accusati. Proprio come M. Labori fu per Dreyfus, M. Vandervelde rappresenta oggi la speranza per il Congo, sebbene in questo caso si tratti di un intero popolo che cerca giustizia. Lui e il suo nobile collega, il signor Lorand, sono gli uomini che cercano di cancellare l’infamia che da tempo offusca la reputazione del Belgio.” Ora affronterò rapidamente i resoconti di atti malvagi avvenuti dopo il periodo che ho già trattato. Dico “rapidamente” non perché non ci sia molto materiale da selezionare, ma perché ritengo che il mio lettore debba essere altrettanto sazio di orrori quanto lo sono io che devo scriverli. Ecco alcune note relative a un viaggio intrapreso da W. Cassie Murdoch nel luglio e settembre del 1907. Questa volta ci occupiamo della Crown Domain, la tenuta privata del Re Leopold; abbiamo già resoconti al riguardo di Mr. Clark e Mr. Scrivener risalenti al 1894. Sono trascorsi tredici anni, e nulla è cambiato! Quanti atti di tortura e omicidio rappresentano questi tredici anni? Se tutti questi grida potessero essere uniti, quale immenso lamento raggiungerebbe i cieli. Nel Congo infernale, il bagliore più sinistro si trova proprio nella Crown Domain. E i soldi ottenuti da queste persone tormentate vengono utilizzati per corrompere giornali e pubblici figure, al fine di mantenere in funzione questo sistema malvagio. Così il cerchio del diavolo continua a girare. Ecco alcuni estratti dal rapporto di Mr. Murdoch:
“Ho osservato al vecchio capo della città più grande che ho incontrato che la sua gente sembrava numerosa. ‘Ah,’ mi ha detto, ‘tutta la mia gente è morta. Quelli che vedete ora sono solo pochi dei tanti che un tempo avevo.’ E infatti era evidente che quella città fosse stata un tempo molto grande e importante. Non c’è alcun dubbio che questa riduzione della popolazione sia dovuta direttamente allo Stato. Ovunque andassi, sentivo storie sui raid effettuati dai soldati dello Stato; il numero di persone uccise o torturate a morte doveva essere enorme. Forse molti di quelli che sono riusciti a sfuggire alle armi sono morti di fame e per le intemperie. Molti dei miei portatori mi hanno raccontato di come i loro villaggi fossero stati assaltati e di come loro stessi fossero riusciti a scappare per un soffio. Non sono gente bellicosa. Non ho sentito alcun tentativo di resistenza da parte loro. Sono proprio quel tipo di persone con cui i soldati dello Stato hanno maggior successo: preferirebbero fuggire piuttosto che combattere. E in realtà non hanno nulla con cui combattere, se non alcuni archi e frecce. Ho cercato di calcolare il numero approssimativo delle persone che ho incontrato. Direi che cinquemila sia senz’altro un numero esagerato. Qualche anno fa, la popolazione della zona che ho attraversato doveva essere quattro volte superiore a questa cifra. Durante il mio ritorno, desideravo visitare Mbelo, il luogo in cui era stato stazionato il tenente Massard e dove aveva commesso i suoi atroci crimini. Tuttavia, quando ho fatto domande, mi è stato detto che lì non c’era più nessuno, che le strade erano deserte. Arrivato su una di quelle strade, è risultato evidente che non veniva utilizzata da molto tempo. In seguito, ho potuto confermare che quella zona, un tempo piena di grandi città, era ora completamente vuota, ” “Ad eccezione di poche persone che vivono vicino alla singola postazione statale esistente su questo lato del lago e che forniscono allo Stato kwanga e grandi stuoie, tutte le persone che ho visto sono tassate con la gomma. La tassa sulla gomma rappresenta un onere insopportabile; sarebbe stato quasi impossibile crederci se non l’avessi visto con i miei occhi. È DIFFICILE descriverlo in modo pacato. Quello che ho scoperto è semplicemente questo: questa ‘tassa’ richiede venti a venticinque giorni di lavoro al mese. Nel territorio della Corona non è mai esistita una legge che prevedesse quaranta ore di lavoro al mese, e finché la tassa sarà calcolata in gomma, non esisterà mai – almeno nella zona che ho visitato. Se tale legge venisse applicata, non si produrrebbe né potrebbe essere prodotta alcuna gomma, semplicemente perché in questa zona del territorio non ne rimane più.” “Ci volle un po’ di tempo prima che scoprissi che nel Domaine de la Couronne, a ovest del lago Leopold, non c’è affatto gomma. Lungo il mio cammino incontravo continuamente molte persone che andavano a cercare la gomma e ascoltavo con stupore le lunghe distanze che dovevano percorrere. Sembrava così impossibile che inizialmente ero scettico riguardo alla veridicità di ciò che mi veniva detto. Ma ho sentito questa stessa storia così spesso e in così tanti posti diversi, che alla fine sono stato costretto ad accettarla. Al mio ritorno ho seguito quella strada e ho scoperto che tutto era vero. Ho anche capito che la gomma viene raccolta nel Domaine Privé, nelle foreste situate a dieci o quaranta miglia al di là dei confini del territorio della Corona.” “Una volta individuate le piante da cui si ricava la gomma, il lavoro stesso per raccoglierla rappresenta solo una piccola parte dell’impegno richiesto. Ho calcolato con attenzione le distanze che le persone che ho incontrato devono percorrere e ho scoperto che in media non possono essere inferiori a 300 miglia andata e ritorno. Tuttavia, il viaggio avanti e indietro nella foresta non richiede venti a venticinque giorni al mese: riescono a coprire le 300 miglia in dieci o dodici giorni. Il resto del tempo lo utilizzano per cercare le piante e per raccogliere la gomma una volta trovate. Ho incontrato un gruppo di persone che tornava con la loro gomma dopo sei notti trascorse nella foresta. Questo era il numero minimo; la maggior parte di loro deve trascorrere dieci, alcuni addirittura quindici notti nella foresta. Due giorni dopo la mia partenza dal territorio, ho visto alcune persone tornare a mani vuote: avevano cercato per oltre otto giorni senza trovare nulla. Non riesco nemmeno a immaginare cosa facciano quelle povere persone. Se non riescono a produrre la quantità di gomma richiesta entro il termine stabilito, vengono imprigionate.” I lavoratori del capo distretto di Mbongo descrissero una miscela che talvolta veniva somministrata ai capi villaggio quando le loro forniture di gomma erano insufficienti. L’uomo bianco tagliava le foglie di tabacco verde e le immergeva in acqua; vi aggiungeva peperoni rossi, e poi somministrava questa miscela ai capi villaggio inadempienti alle loro obbligazioni fiscali. Questo astuto funzionario riusciva così a raccogliere tredici “tasse” mensili all’anno. In un villaggio acquistai un oggetto con cui i nativi contavano il giorno in cui scadeva la tassa: pezzi di legno erano infilati su un bastone, e ogni giorno ne veniva spostato uno verso l’alto; contandoli, scoprii che ce n’erano soltanto ventotto. Chiesi il motivo e mi fu detto che inizialmente ce n’erano trenta, ma l’uomo bianco, ogni ventottesimo giorno, annunciava che il termine era scaduto, tanto che alla fine ne avevano rimossi due. Gli atti individuali di atrocità qui sono per lo più cessati; sembra che gli agenti dello Stato abbiano concluso che fosse uno spreco di munizioni sparare contro queste persone. MA L’INTERO SISTEMA È UNA VASTA ATROCITÀ CHE IMPEGNA LE PERSONE IN UN STATO DI INFELICITÀ INCONCEPIBILE. Un uomo mi disse: “Gli schiavi sono felici rispetto a noi. Gli schiavi sono protetti dai loro padroni, vengono nutriti e vestiti; mentre noi, i capi villaggio fanno di noi ciò che vogliono. Le nostre mogli devono coltivare le piantagioni di manioca e pescare nel fiume per nutrirci, mentre noi trascorriamo i giorni a lavorare per Bula Matadi. No, non siamo nemmeno schiavi.” E aveva ragione: questa non è la “schiavitù” come generalmente intesa. Non è nemmeno l’idea che gli africani possano avere della “schiavitù”. Non esiste mai stata una schiavitù più assoluta nel suo dispotismo, né più crudele nella sua tirannia. Si può vedere che, per quanto riguarda le persone stesse, il problema è in gran parte risolto. La sofferenza e la morte sono ormai alle spalle. Nessuna intervento europeo può salvarli. In molti luoghi sono stati completamente distrutti. Ma erano sotto la protezione dell’Europa. E sicuramente l’Europa, se non è del tutto perduta nella vergogna, avrà qualcosa da dire sul loro destino!

CAPITOLO X
Alcuni testimonianze cattoliche sul Congo È innegabile che la Chiesa Cattolica Romana, come ente organizzato, non abbia alzato la voce come avrebbe dovuto riguardo alla situazione del Congo. Non esisteva mai un contesto più adatto per un “Las Casas”. Il più grande orgoglio di quella Chiesa era stato il fatto che, nei momenti più bui della storia umana, fosse stata l’unica forza a opporsi con i suoi mezzi spirituali agli oppressori e alle vittime delle oppressioni. Questa nobile tradizione, purtroppo, è stata dimenticata nel Congo: le missioni cattoliche, per quanto hanno svolto un ottimo lavoro, non sono mai state utilizzate per contrastare le continue barbarie dello Stato. Si può forse addurre che le principali istituzioni cattoliche si trovino lontano dalle zone di produzione della gomma. Tuttavia è importante raccogliere tutti i testimonianze disponibili, poiché è stato fatto un tentativo ingiusto di presentare la questione come uno scontro tra credenze rivali, quando in realtà si tratta di uno scontro tra l’umanità e la civiltà da un lato, e una crudelissima avidità dall’altro. L’organizzazione della Chiesa Cattolica è più disciplinata rispetto ad altre organizzazioni religiose che hanno fornito coraggiosi difensori dei diritti umani nel Congo. I semplici sacerdoti, senza dubbio, erano altrettanto indignati degli altri, entro i limiti delle loro conoscenze. Ma a loro venivano negati i mezzi per esprimersi. Il signor Coifs, anch’egli cattolico, ha dichiarato alla Camera belga: “I nostri missionari hanno meno libertà rispetto ai missionari stranieri; si aspetta da loro il silenzio. C’è una censura. Una censura che viene imposta anche ai missionari belgi.” Il signor Santini, deputato cattolico e monarchico per Roma, è stato uno dei leader del movimento contro il Congo e ha svolto un ottimo lavoro in Italia. Basandosi su informazioni personali, conferma e amplia quanto affermato dagli inglesi e dagli americani. Il 4 febbraio 1907, parlando al Parlamento italiano, il signor Santini disse: “Sono orgoglioso di essere stato il primo a portare la questione del Congo davanti a questa Camera. Se oggi ci viene risparmiata l’umiliazione di vedere ancora ufficiali del nostro esercito, valorosi e integri, servire sotto gli ordini di associazioni di schiavisti e barbari, allora è legittimo che io dichiari di aver contribuito, anche se in modo modesto, al raggiungimento di questo risultato.” In un simile discorso non c’è alcun conflitto tra credenze. I giornali cattolici, occasionalmente, hanno espresso con coraggio le loro opinioni su questa questione. Il quotidiano “Le Patriote” di Bruxelles, di orientamento monarchico e cattolico, nel suo numero del 28 febbraio 1907 ha pubblicato un editoriale indignato. “La ribellione nel territorio dell’A.B.I.R. continua ad espandersi. Lo stesso Governo forza la raccolta della gomma e la consegna al molo di Anversa ai broker dell’A.B.I.R. Nel Congo nulla cambia: vengono adottate le stesse misure abominevoli, si verificano gli stessi atti di violenza. Il Governo applica le stesse strategie utilizzate in Mongalla, inviando soldati nel territorio dell’A.B.I.R. per distruggere completamente il popolo, convinto che così questi lavorerà di più e la produzione di gomma aumenterà. Il ricordo di queste azioni rimarrà impresso nella memoria degli uomini e nella volontà della vendetta divina. Prima o poi, gli esecutori di tali ordini dovranno rendere conto a Dio e alla storia.”
Esiste un ordine della Chiesa Cattolica che ha sempre dimostrato un comportamento estremamente nobile nei confronti delle popolazioni indigene: i Gesuiti. Chiunque abbia letto la “Storia del Paraguay” o studiato le attività missionarie nei territori dei Red Indians dell’ottavo secolo non può dimenticare l’esempio di dedizione altruistica offerto da questi religiosi. Padre Vermeersch, un degno successore di tali predecessori, ha pubblicato un libro intitolato “La Questione Congolaise” nel quale dimostra come la sua fede cattolica non sia in contraddizione con il suo impegno per denunciare gli abusi commessi nel Congo.
In tutti i punti, la posizione di Padre Vermeersch e degli riformatori inglesi sembra identica. Riguardo al diritto legittimo dei nativi sulla terra, scrive in termini che potrebbero essere tratti dal libro di Monsignor Morel:
“Nel Congo, la terra non può considerarsi vacante; si presuppone che sia occupata, e in modo completo. Ciò significa che non è sufficiente riconoscere ai nativi diritti di utilizzo sulla terra che coltivano effettivamente, o certi diritti legati all’uso della foresta, alla caccia, alla pesca; tali diritti, molto più importanti rispetto a quelli che abbiamo noi, sembrano implicare un pieno possesso della terra. Non è necessario, secondo il diritto naturale, esaurire completamente le risorse di una terra per poterla considerare propria; basta utilizzarle in modo consapevole e volontario, impedendo a chiunque altro di farlo senza il proprio permesso. Quindi, l’occupazione effettiva è accompagnata da intenzione, e sono presenti tutti gli elementi necessari per un titolo di proprietà valido. Supponiamo che un grande proprietario terriero belga voglia trasformare alcune parti delle sue terre in aree destinate allo sport: quelle terre rimarranno comunque interamente sotto il suo controllo. Tra i nativi del Congo, l’occupazione della terra avviene solitamente su base collettiva; ma tale occupazione merita lo stesso rispetto di qualsiasi forma individuale di appropriazione.”
Prosegue:
“A chi appartiene la gomma che cresce sulla terra occupata dai nativi del Congo? Appartiene ai nativi, e a nessun altro, senza il loro consenso e una giusta compensazione.” “In sintesi, riconosciamo con grande rammarico che l’appropriazione da parte dello Stato di cosiddette terre inutilizzate nel Congo ci trova di fronte a un’espropriazione immensa.”
Lui attacca apertamente quella che era la riserva personale del Re Leopoldo:
“L’umanità, per la cui causa ci battiamo, i diritti cristiani, i cui principi cerchiamo di diffondere, ci impongono di affrontare brevemente una questione curiosa e misteriosa tipica dello Stato del Congo: il Domaine de la Couronne.”
“Quali sono i ricavi di questa ‘entità civile’ misteriosa? Stime, più o meno congetturali, elaborate da M. Cattier indicano che solo l’estrazione della gomma genererebbe profitti annuali dell’ordine di otto-dieci milioni di franchi; M. le Comte de Smet de Naeyer riduce questa cifra a quattro-cinque milioni. In assenza di dati certi, possiamo solo fare congetture. Ma ci rammarichiamo ancora di più che un velo impenetrabile nasconda tutto ciò che avviene in quel territorio. Il Domaine de la Couronne ha dimensioni otto o dieci volte superiori a quelle del Belgio, e su tutta questa vasta area non vi sono né missionari né funzionari governativi.”
A quell’epoca, solo un missionario aveva messo piede in quella terra oscura; la sua esclamazione fu: “Gli orrori commessi dai bulgari sembrano giochi da bambini rispetto a ciò che è accaduto qui.”
Padre Vermeersch passa poi ad analizzare i bilanci finanziari del Congo. La sua critica è estremamente severa: dimostra in modo dettagliato e con grande chiarezza che non esiste alcuna correlazione tra le cosiddette stime e il budget reale dello Stato. Nel corso dello sviluppo economico del Congo si è verificato un eccesso di entrate per milioni di sterline, il cui origine non è mai stata spiegata. In questo Padre Vermeersch concorda con i calcoli altrettanto approfonditi del professor Cattier di Bruxelles.
Riassume la situazione in questi termini:
“X, commissario distrettuale, commette ogni giorno decine di violazioni delle libertà individuali. Che si può fare? Queste infrazioni sono necessarie per portare avanti un grande progetto che richiede lavoratori; l’intervento dei funzionari pubblici sarebbe una imprudenza disastrosa, capace solo di causare problemi nella regione.”
“Ma la legge?”
“Oh, in Congo la legge non ha alcun valore, ”
“E se si offrisse un compenso adeguato, non si otterrebbero lavoratori volontari?”
“È proprio ciò che lo Stato rifiuta di fare. Sostiene che il progetto debba essere realizzato a costo zero, ”
E ribadisce ancora una volta l’assurdità dell’idea delle “quaranta ore di lavoro al mese”:
“È impossibile per lo Stato ottenere la quantità di gomma che vende ogni anno limitando il lavoro dei lavoratori a quaranta ore al mese. Soprattutto considerando che molte di queste ore vengono utilizzate per altri compiti obbligatori. Quindi, o questa produzione in eccesso avviene volontariamente, e in tal caso non c’è alcun bisogno di coercizione, oppure si tratta di lavoro forzato, e in questo caso la legge delle quaranta ore al mese diventa semplicemente una frode.”
Indica infine le cause profonde di questi problemi. “Finché una volontà inflessibile non stabilisce in anticipo la quantità di gomma da ottenere; finché vengono date istruzioni del tipo: ‘Aumentate di cinque tonnellate la produzione di gomma al mese’ (esempio fornito da Padre Cus e van Hencxthoven nel loro rapporto), non possiamo aspettarci con fiducia un serio miglioramento, che è invece il desiderio di tutti. Il Governatore Generale nomina e destituisce i magistrati a suo piacimento, sospende l’esecuzione delle punizioni; addirittura, se necessario, rimanda in Europa quei funzionari. Chi non si rende conto dell’enorme inconveniente derivante da questa dipendenza? E non basta: nessuna azione legale può essere intrapresa contro un europeo senza l’autorizzazione del Governatore Generale.”
E, infine, le ragioni per cui ha scritto questo libro:
“La contemplazione di una miseria immensa ci ha spinti a pubblicare questo libro. La gravità di quel male, le sue cause profonde, ci erano sfuggite da tempo. Quando le abbiamo comprese, non siamo più riusciti a trattenere la compassione che provavamo, e abbiamo deciso di raccontarlo ai cittadini di un paese generoso, appellandoci alla loro religione, al loro patriottismo, ai loro sentimenti umani.”
Certamente, dopo prove così evidenti provenienti da una fonte autorevole come questa, dovrebbero esserci profonde riflessioni tra quegli alti membri della gerarchia cattolica, inclusi cardinali e vescovi, che hanno fatto di tutto per ostacolare gli sforzi dei riformatori. Informati male a causa della loro mancanza di impegno nel cercare la verità, sono apparsi davanti al mondo intero come difensori di ciò che sarà definito dall’ storico il più grande crimine nella storia.

CAPITOLO XI
Le prove disponibili fino ad oggi Ora allego alcuni estratti dai rapporti di diversi viceconsoli e consoli britannici inviati negli ultimi anni. Questi riguardano meno gli atti di violenza, che sono certamente diminuiti notevolmente, ma soprattutto la condizione generale della popolazione, caratterizzata da una povertà e miseria deplorevoli: una sorta di schiavitù priva di quella cura che il proprietario avrebbe dovuto dedicare alla salute e alla forza dello schiavo. Presento senza commenti alcuni estratti dai rapporti del viceconsole Mitchell, risalenti a luglio 1906: “La maggior parte dei ponti primitivi costruiti sui numerosi ruscelli e paludi si era deteriorata; per attraversarli era necessario utilizzare alberi caduti o pochi rami sottili. Questo valeva per l’intera strada fino a Banalya, e posso affermare che questa condizione delle strade, anche delle più frequentate, è universale in questa provincia. Il motivo è che le autorità locali non dispongono né di uomini, né di mezzi, né di tempo per costruire strade decenti. La parsimonia dello Stato in questo ambito è ancora più evidente nel ‘Domaine Privé’, da cui derivano ingenti entrate, mentre quasi nulla viene speso per il loro mantenimento. “Finché la politica del governo statale continuerà a consistere nel sfruttare al massimo le risorse del paese, utilizzando soltanto materiali locali e spendendo il minimo indispensabile per lo sviluppo e i miglioramenti, non si può aspettare alcun aumento del benessere generale. “In tutte le stazioni situate sulla riva nord, tra Yambuya e Basoko, gli agenti europei erano assenti nell’entroterra; a Basoko stesso rimaneva solo il dottore a gestire la situazione, mentre tutto il resto del personale era partito per spedizioni punitive. “Sono rimasto a Basoko per cinque giorni: in parte su richiesta del dottor Grossule, e in parte nel tentativo di conoscere meglio le operazioni che si svolgevano nell’entroterra. Sono arrivati tre canoe cariche di prigionieri, tutti legati con pesanti catene; tutto ciò che sono riuscito a sapere è che erano stati inviati dal tenente barone von Otter, incaricato di far rispettare gli Ordinanze sul Lavoro nella zona situata tra la foce dell’Aruwimi e il Congo. “In tutti i villaggi Basenji attraversati durante le mie due visite, i nativi affermano che impiegano tre settimane al mese per raccogliere la gomma e portarla alle stazioni statali, situate a quattro o sei giorni di distanza. “Questa regione viene tassata all’estremo; nemmeno un centesimo dei proventi derivanti da queste tasse viene utilizzato per la manutenzione delle strade. La condizione di questa importante arteria provinciale è davvero vergognosa, eppure è proprio su questa strada che le autorità sono particolarmente orgogliose.” “Pertanto, ad eccezione di un modesto pagamento per alcune cose, il Governo svolge le attività del paese senza alcun costo ulteriore oltre ai salari e alle razioni europee degli agenti bianchi, e il loro numero è estremamente ridotto. È vero che ci sono la Force Publique e alcuni lavoratori; questi vengono reclutati per via di coscrizione e ricevono stipendi e razioni, ma a tariffe estremamente basse, ” Per quanto riguarda i Basenji, le seguenti informazioni su un villaggio situato nella foresta illustrano chiaramente le loro responsabilità verso lo Stato. Questo villaggio conta quattordici uomini adulti; il villaggio vicino, che collabora con esso e i cui capi sono fratelli, ne ha nove. Ogni uomo deve consegnare allo Stato, una volta ogni mese e mezzo, un cesto contenente circa venticinque libbre di gomma. Tuttavia, per raccogliere questa gomma – che si trova a soli un giorno di distanza – impiegano trenta giorni; inoltre ne servono altri cinque per portarla allo Stato e tre per tornare indietro. In questo modo, trascorrono trentotto giorni su quarantacinque nell’esercizio obbligatorio dei loro doveri verso lo Stato. Per il cesto di gomma ricevono 1 chilo di sale, il cui valore nominale è di 1 franco; il capo del villaggio, invece, ne riceve 1 chilo per l’intero gruppo. Se la qualità o la quantità della gomma non sono adeguate, l’uomo rischia di essere frustato e imprigionato senza processo. Poiché si ritiene che questa gomma equivalga al lavoro mensile di quaranta ore, non capisco su quale base possa essere considerato responsabile della sua qualità, anche nel caso in cui la adulteri intenzionalmente con altre sostanze. “La gente è completamente scoraggiata e concorda unanimemente nel ritenere che le cose fossero migliori sotto il dominio arabo, il cui controllo era intermittente e da cui era possibile fuggire. Devo dire che, in oltre diciannove anni di esperienza nel Nord e nel Centro dell’Africa, non ho mai visto una condizione di povertà così estrema come quella dei Basenji in questo Stato. È evidente che, per quanto coscienziosi, laboriosi e fedeli possano essere gli ispettori, non è possibile eliminare le eccessive tasse imposte ai nativi con il sistema attuale. Concedere terra e semi ai nativi non serve assolutamente a nulla se non si dà loro il tempo di utilizzarli. Affermare che lo Stato non abbia i fondi necessari è assurdo: il Congo viene tassato in modo spietato, e non credo che alcun altro paese spenda meno denaro per esso. Il contribuente, in sostanza, non riceve nulla in cambio della vita di schiavitù a cui è costretto per sostenere il governo. Se il commercio e la navigazione fossero davvero liberi e protetti da una polizia adeguata, il commercio tedesco attraverso Ujiji, che già esiste in parte, potrebbe svilupparsi notevolmente, così come quello con le colonie britanniche e Zanzibar.” Le operazioni dei commercianti olandesi, che fino a pochi mesi fa disponevano di una flotta piuttosto considerevole di vapori sul Alto Congo e sui suoi affluenti, così come quelle dei francesi a Brazzaville e dei portoghesi, avrebbero anch’esse tratto grande beneficio. Tuttavia, tutte queste attività sono praticamente scomparse dall’Alto Congo. “Qui, come altrove, i nativi mi sono sembrati essere così gravemente tassati da essere depressi e considerarsi praticamente schiavi della ‘Bula Matadi’. La continua richiesta di gomma, cibo e manodopera non lascia loro alcun riposo né pace mentale.”
Ecco alcuni estratti dal rapporto del viceconsole Armstrong, datato ottobre 1906:
“Dopo il mio viaggio in questa regione, sono costretto a concludere che le condizioni della popolazione nel territorio dell’A.B.I.R. siano deplorevoli. Sebbene coloro che vivono nelle vicinanze delle stazioni missionarie siano, relativamente parlando, al sicuro dal maltrattamento da parte degli agenti incaricati della raccolta della gomma e delle loro guardie armate, le persone che si trovano in altre zone sono soggette ai più gravi abusi.
Non esiste lavoro libero: i nativi vengono costretti a lavorare per uno stipendio totalmente insufficiente. Visitando le varie città dove si svolge la raccolta della gomma, ci si aspetterebbe di vedere segni delle merci europee scambiate con i milioni di sterline di gomma estratta da loro, ma in realtà i residenti nativi non possiedono assolutamente nulla.
Le loro condizioni di vita sono deplorevoli; la sporcizia e lo squallore dei loro villaggi sono evidenti a tutti. La gente vive nella paura costante dell’arrivo di poliziotti e soldati, che inevitabilmente li scacciano dalle loro abitazioni e distruggono le loro capanne; per questo motivo è impossibile per loro migliorare le proprie condizioni di vita costruendo dimore adeguati.
Non si può sperare in alcun cambiamento del sistema attuale. Fino a quando non verrà adottato un metodo di tassazione più equo, gli agenti incaricati della raccolta della gomma potranno continuare a estrarre la massima quantità possibile di gomma dai nativi al minor costo possibile, utilizzando anche guardie armate per far rispettare questo sistema deplorevole.” In questi dispacci, il Vice Console Armstrong fornisce prove di un complotto contro il rispettabile signor Stannard da parte della famigerata compagnia A.B.I.R. Il loro scopo, senza dubbio, era quello di compromettere la sua salute e rendere la sua vita difficile attraverso continue cause legali. Nel maggio del 1906, i nativi di un villaggio chiamato Lokongi si ribellarono contro le sue guardie assassine e bruciarono le loro case. Fu immediatamente accusato di averli incitati a compiere questo atto naturale e lodevole. Alcuni nativi erano stati corrotti o terrorizzati per testimoniare contro di lui; se non fosse stato per l’immediata azione del Console, le cose avrebbero potuto prendere una brutta piega. Il Console si recò nel villaggio, accompagnato dal signor Stannard e dal direttore della compagnia A.B.I.R. I nativi furono convocati e chiesti di dire la verità; senza esitazione, dichiararono che il signor Stannard non aveva nulla a che fare con l’incidente, ma che i rappresentanti della compagnia avevano minacciato di torturarli se non avessero detto il contrario. Il direttore della A.B.I.R., di fronte a queste rivelazioni, non ebbe alcuna spiegazione da fornire. Il Console Armstrong fece quindi notare al Procuratore Distrettuale, in termini chiari e diretti – che i suoi superiori ufficiali avrebbero potuto ben imitare – che la situazione era ormai giunta a un limite, che la pazienza degli inglesi stava per esaurirsi e che il signor Stannard non doveva essere più tormentato. Il caso fu quindi archiviato. Ora passerò direttamente alle ultime notizie ricevute dal Congo, per dimostrare che, secondo quanto riferito da persone imparziali sul posto, la situazione generale non è affatto cambiata, se non per il fatto che i casi di omicidio e mutilazione sono diminuiti. Tuttavia, l’oppressione e la miseria della popolazione sembrano anzi aumentare. I seguenti estratti sono tratti dal rapporto del Console Thesiger sulle sue esperienze nella zona controllata dalla compagnia Kasai. Vale la pena notare che questa compagnia ha ottenuto un enorme dividendo del settanta percento. Il primo paragrafo potrebbe essere interessante per quei viaggiatori britannici o americani che, basandosi su una visita fugace, osano contraddire le esperienze di coloro che trascorrono la loro vita in quel paese: “Sebbene le prove fornite dagli ufficiali statali dimostrino che casi individuali di abusi non sono infrequenti nemmeno in queste zone, il viaggiatore occasionale certamente non ne sarà a conoscenza. Quando giudica la situazione del paese in base a ciò che vede effettivamente in queste stazioni, le sue opinioni possono essere sincere, ma sono assolutamente prive di valore. È come se una persona benintenzionata, venuta a sapere che una certa azienda sta facendo fortuna sfruttando il lavoro degli altri, osasse negare i fatti solo perché una visita superficiale al suo ufficio nel West End le ha mostrato che i venditori dietro al bancone sono ben vestiti e ben nutriti, ignorando completamente la miseria dei lavoratori sfruttati nei laboratori dove vengono prodotti tutti gli articoli venduti in quel negozio.” Dopo aver dimostrato che la Compagnia Kasai, nella sua fretta di arricchirsi (e forse anche per prevedere che la loro occupazione potesse finire), taglia le piante di gomma invece di raccoglierne il lattice (un’azione illegale, certo, ma cosa importa quando si tratta di concessionari belgi), l’articolo prosegue mostrando la pressione esercitata sulle popolazioni locali:
“Il lavoro è obbligatorio e incessante. Le piante di gomma devono essere cercate nella foresta, tagliate e distaccate dai rami alti, divise in pezzi e portate a casa. Questo processo deve essere ripetuto continuamente, poiché nessuno può trasportare una quantità tale di piante pesanti da occuparsi solo per due o tre giorni. Gli incidenti sono frequenti, soprattutto tra i Bakuba, uomini robusti per natura, cacciatori e agricoltori, ma non abituati all’arrampicata sugli alberi. Nonostante le grandi dimensioni dei villaggi bakuba, la popolazione sta diminuendo. Non esistono malattie che possano spiegare questa riduzione; negli ultimi anni non ci sono state epidemie: solo esposizione eccessiva, lavoro eccessivo e carenza di cibo adeguato ne sono le cause. Un tempo la regione dei Bakuba era una delle più fertili del paese, con mais, miglio, manioca e altre colture come principali prodotti agricoli. Tanto che la missione di Luebo vi inviava regolarmente per acquistare mais. Con il sistema attuale, ai villaggi non è permesso sprecare tempo in coltivazione, caccia o pesca: tutto questo tempo dovrebbe essere dedicato alla raccolta della gomma.
“In alcuni villaggi i residenti coltivavano di nascosto piccoli appezzamenti nella foresta, fingendo di raccogliere la gomma; ma ovunque accadeva lo stesso: i capi non permettevano loro di liberare nuovi terreni per la coltivazione, né di cacciare o pescare; se ci provavano, le loro reti e gli attrezzi venivano distrutti. La maggior parte dei capi ammetteva apertamente di ricevere ordini in questo senso. Questi villaggi vivono delle risorse rimaste nei vecchi campi di manioca e devono comprare il cibo dai Bakette. In queste condizioni, non sorprende che la popolazione diminuisca. Come ha detto una donna: ‘Gli uomini vanno nella foresta affamati; quando tornano, si ammalano e muoiono.’ Il villaggio di Ibunge, dove un tempo si teneva il più grande mercato della regione, ora è composto solo da capanne, otto delle quali sono abitabili, e il mercato è praticamente scomparso.”
Quindi i capi continuano a svolgere il loro vecchio ruolo, come sempre. L’idea del Congo di riformarli consiste semplicemente nel cambiare loro nome. Chiamare un ladro “poliziotto” equivale, in fondo, a considerare una grande riforma quel semplice cambio di denominazione.
Tuttavia, leggete il seguente passaggio: se i capi sono gli stessi di sempre, lo stesso vale per gli agenti che li assistono. La razza bianca è sicuramente superiore, perché quando il cuore di quei guardiani selvaggi si commuoveva, l’uomo bianco riusciva a costringerli a riprendere il loro compito disumano. “Una volta uscito dalla zona circostante Ibanj, dove nei villaggi non viene riscossa tassa sulla gomma, ho scoperto che i capi delle squadre, con poche eccezioni, erano tutti armati di fucili. Li incontravo spesso: scortavano le carovane di gomma fino alle sedi della compagnia o si recavano da un villaggio all’altro per raccogliere la gomma gestita dai loro subordinati e distribuire i beni commerciali necessari per il mese successivo. Notavo sempre che portavano con sé le armi; in effetti, raramente vedevo un capo uscire dalla sua casa senza fucile. Questi uomini erano stati nominati dagli agenti della Kasia Company per far rispettare la tassa sulla gomma. Scegliuti sempre da una razza diversa da quella dei nativi, non provavano alcuna simpatia per loro; avendo l’autorità degli agenti alle loro spalle, potevano fare ciò che volevano, purché garantissero che la gomma venisse consegnata nei tempi e in quantità sufficienti. Nei villaggi erano padroni assoluti: i nativi dovevano fornire loro gratuitamente casa, cibo, vino di palma e una donna. Potevano picchiare o imprigionare i villaggi per qualsiasi presunta infrazione o per qualsiasi mancato adempimento ai loro doveri; arrivavano persino a imporre multe in monete di rame a proprio piacimento, e confiscavano quelle pagate dalle famiglie delle parti coinvolte nei processi per avvelenamento. Nonostante recenti dichiarazioni contrarie fatte alla Camera belga, questo tipo di pratiche è ancora molto diffuso in questa regione. I nativi non potevano lamentarsi o ottenere alcuna giustizia, poiché i capi agivano a nome della compagnia, e gli agenti minacciavano sempre loro in nome della ‘Bula-Matadi’. Se le autorità volessero intervenire, potrebbero indagare utilmente sulle attività dei capi a Bungueh, Bolong, e su quelle del capo Zappo Zap, che sembra esercitare il controllo principale sui villaggi vicini a Ibunge, anche se non vi vive. A mio parere, questi sono tra i peggiori. Tuttavia, i capi stessi non possono essere davvero biasimati: se non estorcono abbastanza gomma, rischiano di subire conseguenze negative da parte degli agenti. Basta ricordare il caso di Sangela: si era detto che il capo fosse stato rimproverato dall’agente per non aver consegnato una quantità sufficiente di gomma. Potrebbero essere citati molti altri esempi, ma questi dovrebbero bastare a dimostrare i metodi utilizzati sotto la guida della Kasia Company. Eppure, in una lettera del 8 marzo 1908, il dottor Dreypondt scriveva con rimprovero: ‘Sapete che non abbiamo sentinelle armate, ma solo commercianti che, disarmati e accompagnati da merci di ogni tipo, viaggiano attraverso i villaggi per acquistare la gomma. Seguiamo un solo principio commerciale: offrire ciò che viene richiesto.’” Le leggi vengono completamente ignorate in ogni caso; “e molti di questi agenti non solo puniscono i nativi con questi metodi, ma concedono anche ai loro capi gli stessi privilegi. È solo attraverso questi mezzi che i nativi possono essere costretti a lavorare senza sosta.”
Il suicidio non è naturale per gli africani, come lo è per alcune razze orientali; ma è arrivato insieme ad altre “benedizioni” del Re Leopoldo.
“Ad esempio, a Ibanj, a soli un giorno di marcia da una stazione governativa, due uomini del villaggio di Baka-Tomba furono imprigionati poco tempo fa per mancanza di gomma; venivano portati fuori ogni giorno sotto la sorveglianza di un nativo armato per lavorare nei campi, con la corda intorno al collo. Uno di loro, stanco della prigionia, fingette un giorno di aver visto un animale su un albero e ottenne il permesso del guardiano di cercarlo; salì sull’albero, legò la corda intorno al collo a un ramo e si impiccò. Fu tagliato giù dal ramo e, dopo molto tempo, fu rianimato grazie all’esperienza medica di uno dei missionari. Riuscii personalmente a interrogarlo nel suo villaggio, e la storia fu confermata anche dal capo della stazione.”
La bandiera americana non offre rifugio alle persone perseguitate.
“Più o meno nello stesso periodo, quest’uomo ebbe l’audacia di portare sette nativi armati presso la stazione della missione americana, in assenza dei missionari, e chiese al nativo incaricato di sorveglianza di consegnargli un altro nativo che si era allontanato a causa di una disputa e che, secondo lui, si nascondeva nella missione. L’ufficiale di sorveglianza, un uomo della Sierra Leone, rispose correttamente che non poteva farlo e che doveva aspettare il ritorno dei missionari. Ne seguì una discussione, e l’agente lo colpì due volte in faccia. Poiché quell’uomo era cittadino britannico, gli dissi che, se desiderava intentare un processo, lo avrei sostenuto; altrimenti avrei insistito affinché l’agente gli pagasse un risarcimento in tessuti. Poiché un processo avrebbe significato dover viaggiare fino a Lusambo, per quindici giorni, con la probabilità di essere trattenuto lì per quattro o sei mesi mentre aspettava l’udienza del suo caso, scelse quest’ultima opzione. Gli furono pagati i tessuti richiesti.”
Prosegue: “Tutti questi casi possono essere verificati e rappresentano tipicamente una certa categoria di agenti che, pur non essendo la norma, sono purtroppo molto comuni. Mi sono stato fatto anche numerosi reclami in diversi villaggi contro un agente che non solo picchiava e imprigionava i nativi per mancanza di gomma, ma li costringeva anche a fornirgli alcol distillato dal vino di palma, e aveva l’abitudine di prendere qualsiasi donna del villaggio gli piacesse al mercato settimanale che si teneva presso la sua stazione. Credo che la Compagnia abbia promesso alla missione americana lo scorso maggio che quest’uomo sarebbe stato rimosso, ma quando sono passato di lì era ancora lì. Con persone del genere al potere, i nativi non osano lamentarsi con le autorità e sono completamente indifesi.” In apparenza, la Compagnia non intraprende spedizioni punitive. In realtà, ha assunto Lukenga, un capo bellicoso della zona, affinché le compia al posto suo. In teoria, ai soldati non vengono fornite armi; in pratica, tutti ne sono muniti, e queste vengono dichiarate loro proprietà personale. Ovunque si guardi, si incontrano ipocrisia e violazioni della legge.
Parlando dei Bakuba, il Console afferma:
“Sebbene non manchino di coraggio fisico o forza, sono una razza più agricola che bellicosa; un tempo i loro villaggi erano noti per le case ben costruite e decorate artisticamente, nonché per i campi ben coltivati.
“Tuttavia, la sfortuna li ha condotti in una regione ricca di piante da gomma, e quindi sono caduti sotto il dominio della Compagnia concessionaria, rappresentata dal Kasai Trust. Di conseguenza, le loro industrie tradizionali stanno scomparendo, le loro case e i loro campi vengono trascurati, e la popolazione non solo diminuisce, ma scende anche al livello delle razze meno avanzate e meno capaci.
“Non c’è dubbio che i Bakuba siano oggi la razza più oppressa nel Kasai. Perseguitati dal loro stesso re a vantaggio della Compagnia della Gomma, spinti dagli agenti e dai loro capi, privati persino dei diritti più elementari, se non si interviene per aiutarli, finiranno al livello delle razze più vili e degradate.
“Si può chiedersi invano quali benefici abbiano tratto queste persone dalla cosiddetta civiltà dello Stato Libero. Non si trova alcun tentativo di aiutarle o di compensarle per la enorme ricchezza che contribuiscono a versare nel tesoro dello Stato. Le loro industrie tradizionali vengono distrutte, la loro libertà viene loro tolta, e il loro numero diminuisce. “Gli unici sforzi fatti per civilizzarli sono stati compiuti dai missionari, i quali incontrano continue difficoltà.”
Il Console Thesiger conclude affermando che, poiché la Compagnia si è comportata illegalmente in ogni occasione, ha perso ogni diritto a essere considerata responsabile delle situazioni negative nel paese. Parole dure, ma quanto più vere sono quando si parla dello Stato del Congo, di cui queste compagnie rappresentano soltanto un aspetto. Finché esisterà, non ci sarà speranza per quel paese. Non si può eliminare il male finché la corruzione e l’ipocrisia persistono.
Il prossimo documento riguardante questa questione proviene dal Rev. H. M. Whiteside, della nota regione di A.B.I.R. Lo riporto integralmente, affinché il lettore possa giudicare personalmente in che misura il dominio diretto belga abbia modificato la situazione locale.
“Desidero attirare la vostra attenzione su alcuni fatti riguardanti lo stato di questa regione di A.B.I.R. Dopo questo lungo viaggio nella zona, soprattutto nel quartiere di Bompona, ho constatato che le persone lavorano nella raccolta della gomma in tutte le città visitate, ad eccezione di quelle soggette a tasse sulle provviste.” “È difficile capire quale di queste ‘tasse’, sul caucciù o su altre risorse, sia la più onerosa. I lavoratori del settore del caucciù ci hanno supplicato di liberarli da questa oppressione; in un villaggio, al momento della nostra partenza, ci hanno seguiti per una distanza considerevole, rendendo difficile allontanarsi da loro. La quantità di caucciù raccolta è ridotta rispetto a quanto veniva richiesto in passato, ma non ho dubbi che la raccolta richieda comunque un terzo del tempo totale a disposizione delle persone. Molte persone dei villaggi situati dietro Bompona erano assenti mentre raccoglievano caucciù. Nella foresta abbiamo incontrato molti abitanti della regione di Ionji, alcuni impegnati nel loro lavoro, altri alla ricerca di aree dove le piante di caucciù non fossero state raccolte da altri. Abbiamo anche incontrato altri villaggi in cerca di caucciù. Quasi tutti i residenti dei villaggi si spostano nella foresta – uomini, molte donne e bambini – quando c’è bisogno di raccogliere il caucciù. “Considerando questi fatti, quanto sono prive di fondamento le affermazioni secondo cui la ‘tassa’ sul caucciù sia stata abolita nel territorio dell’A.B.I.R.! “Per quanto riguarda la tassa sulle risorse, è stato difficile ottenere informazioni precise, ma è facile notare lo stato di oppressione delle persone quando si entra in contatto con loro. A causa della tassa sulle risorse, dei costi legati al trasporto e ad altri oneri, credo che le persone di Bompona abbiano molto poco tempo a disposizione per sé stesse. C’è una cosa che non si può ignorare: l’aspetto misero e degradato delle persone che vivono intorno alla stazione postale statale di Bompona. Le case o le capanne in cui vivono riflettono lo stato di povertà dei loro proprietari; un semplice pezzo di stoffa potrebbe rappresentare tutto ciò che indossano. In tutta la zona non ho mai visto una singola barra di rame, né animali domestici, se non alcune misere galline. La povertà estrema delle persone è davvero notevole. Non c’è dubbio sul loro desiderio di possedere beni europei, ma non hanno nulla con cui acquistarli, se non caucciù e avorio, che vengono espropriati dallo Stato. “Si potrebbe pensare che io stia descrivendo la loro situazione in termini troppo cupi, ma ritengo che siano necessarie parole forti per dare un’idea reale della disperazione assoluta e dello stato di povertà estrema delle persone di Bompona, di quelle dei villaggi situati a circa venticinque miglia di distanza dalla stazione postale statale, e in misura minore anche dei lavoratori del settore del caucciù che si trovano nei dintorni di Bompona. «JKAU             “H. M. WHITESIDE. “15 giugno 1909.” Infine, c’è il seguente rapporto proveniente dall’estremo opposto del paese; è datato 1° giugno 1909. Il nome dell’autore, sebbene non sia stato reso pubblico, è stato inviato al Ministero degli Esteri. Si tratta di un cittadino americano: “Mi dispiace dover dire che è necessario promuovere azioni per la riforma del territorio belga di Kwango lungo questa frontiera. Rapine e omicidi continuano ad avvenire sotto il dominio dell’ufficiale belga di Popocabacca. Lo scorso mese è arrivato con truppe armate nel distretto di Mpangala Nlele, a due giorni da qui, per conferire la medaglia del Congo a un nuovo capo al posto del nostro vecchio amico Nlekani. Nlekani aveva lasciato diversi figli, ma nessuno di loro era disposto ad assumersi le responsabilità legate a questa carica. Pertanto, hanno messo i loro villaggi sotto l’autorità di un potente capo che viveva a nord di loro. “L’ufficiale del governo congolese insisteva da un anno affinché uno dei figli minori dell’ex capo accettasse questa carica. Questo giovane, di nome Kingeleza, era una persona perbene e intelligente, ma ritenendo che, essendo il figlio minore, non avrebbe avuto l’autorità necessaria sul popolo e si sarebbe trovato in difficoltà con il governo se non fosse stato in grado di soddisfare le sue richieste, aveva rifiutato. Tuttavia, l’ufficiale belga era così insistente che Kingeleza alla fine aveva accettato per evitare conflitti con il governo. “Durante il viaggio verso la cerimonia di investitura, l’ufficiale belga ha rapinato alcuni villaggi e ucciso due persone. La gente di Kingeleza, radunatasi per assistere alla cerimonia, sentendo parlare di ciò che era accaduto ad altri villaggi, si è spaventata ed è fuggita dalle proprie case, che i belgi hanno trovato deserte al loro arrivo. Gli soldati hanno quindi iniziato a cercare i fuggitivi nelle foreste dove si nascondevano; ne sono stati catturati venti, tra cui una delle sorelle di Kingeleza, una ragazza giovane e attraente. Quattro abitanti del villaggio sono stati successivamente rilasciati, mentre gli altri sono stati portati via insieme ad altre prede a Popocabacca. Anche la casa dell’evangelista appartenente alla missione americana, che in quel momento si trovava nel Basso Congo, è stata saccheggiata; una tenda e dei materiali scolastici sono stati portati via. “Per quanto riguarda Kingeleza, alcuni soldati belgi lo hanno incontrato lungo la strada e lo hanno ucciso. Non sapevano che fosse Kingeleza, e il governo belga continua ancora a cercarlo. “Questo stesso ‘capo dei banditi’, come preferisco chiamarlo, ha appena intrapreso un’altra razzia; poche ore dopo aver scritto queste parole, è entrato persino nel territorio portoghese, distruggendo tutto ciò che non è riuscito a portare via. Fortunatamente, la gente era già fuggita prima del suo arrivo. I portoghesi stanno segnalando questo atto di violenza al governatore generale di Loanda.”

CAPITOLO XII
La situazione politica In questa esposizione non ho affrontato il lato finanziario dello Stato del Congo. Lì si nasconde uno scandalo enorme – così grande che i suoi confini non sono ancora stati definiti. Non intendo addentrarmi in quell’argomento. Se i belgi desiderano essere ingannati su questa questione e vedere il loro buon nome compromesso sia in ambito finanziario che morale, saranno loro ad affrontarne le conseguenze. Si possono comunque indicare alcuni punti fondamentali: durante l’esistenza indipendente dello Stato del Congo, tutte le contabilità sono state tenute segrete; non sono mai stati pubblicati bilanci relativi all’anno precedente, ma soltanto stime per quello successivo; lo Stato ha ottenuto enormi profitti, nonostante ciò abbia contratto prestiti; somme ingenti sono state investite in speculazioni in Cina e altrove; almeno 7.000.000 di sterline sono finite nelle mani del Re Leopoldo, e queste somme sono state utilizzate in parte per costruzioni in Belgio, in parte per acquistare terreni nello stesso paese, in parte per investimenti sulla Riviera, in parte per corrompere funzionari pubblici nonché la stampa europea e americana (temo che anche la nostra stampa non sia del tutto esente da colpe), e infine per mantenere un tenore di vita privato che ha reso il nome del Re Leopoldo tristemente noto in tutta Europa. Tra le società coinvolte, quelle più povere sembrano pagare una percentuale annua del 50%, mentre quelle più ricche fino al 700%. Lascio quindi da parte questo aspetto poco edificante della questione. Mi rivolgo all’umanità, che è interessata a cose più nobili. Prima di concludere il mio compito, vorrei fornire una breve descrizione dell’evoluzione della situazione politica, in relazione prima alla Gran Bretagna e allo Stato del Congo, e poi alla Gran Bretagna e al Belgio. In entrambi i casi, la Gran Bretagna è stata effettivamente il portavoce del mondo civile. Per quanto si possa risalire, il governo britannico non sollevò alcuna forte protesta quando lo Stato del Congo compì quel passo fatale, che fu la causa diretta di tutto ciò che è successo in seguito: abbandonare la strada onesta percorsa fino ad allora da tutte le colonie europee e appropriarsi delle terre del paese come proprie. Solo nel 1896 si registrarono proteste contro il maltrattamento dei sudditi di colore britannici, che portarono a una dichiarazione del signor Chamberlain in Parlamento secondo cui non sarebbe più permesso reclutare nuovi lavoratori. Per la prima volta ci dimostrammo nettamente in disaccordo con la politica dello Stato del Congo. Nel aprile 1897, Sir Charles Dilke sollevò una discussione sulle questioni del Congo, ma senza alcun risultato concreto. I nostri problemi in Sud Africa (problemi che scatenarono in Belgio un’ondata di indignazione per presunte aggressioni britanniche durante la guerra) ci lasciarono poco tempo per adempiere agli obblighi contratti con i nativi del Congo. Nel 1903 la questione tornò all’attenzione, e si tenne una lunga discussione alla Camera dei Comuni, che terminò con l’approvazione, quasi all’unanimità, di una risoluzione con il seguente contenuto: Il Governo dello Stato Libero del Congo, fin dalle sue origini, aveva garantito alle potenze che i suoi sudditi indigeni sarebbero stati governati con umanità e che nessun monopolio o privilegio commerciale sarebbe stato permesso nei suoi domini; pertanto, questa Camera chiede al Governo di Sua Maestà di consultarsi con le altre potenze firmatarie dell’Atto Generale di Berlino, su base del quale lo Stato Libero del Congo è stato istituito, al fine di adottare misure per ridurre i mali diffusi in quel Paese.
Nel luglio dello stesso anno ebbe luogo la famosa discussione durata tre giorni alla Camera Belga, innescata proprio dalla risoluzione britannica. In questa discussione i due coraggiosi riformatori, Vandervelde e Lorand, sebbene sopraffatti dal peso della maggioranza avversaria, si aggiudicarono tutti gli onori dovuti a chi lotta per la giustizia. Il Ministro degli Esteri, M. de Favereau, sostenne ripetutamente che non esistesse alcun legame tra il Belgio e lo Stato del Congo, e che attaccare quest’ultimo fosse un atto contrario al patriottismo belga. La politica dello Stato del Congo fu difesa con tali argomentazioni da parte del governo belga, tanto da far sì che esso venisse per sempre identificato con tutti i crimini di cui ho parlato. Nessun membro dell’amministrazione congolese avrebbe potuto esprimere in modo più conciso lo spirito reale della sua politica nei confronti degli indigeni di quanto fece M. de Smet de Naeyer, quando disse: “Non hanno diritto a nulla; ciò che viene loro concesso è semplicemente una gratitudine.” Esiste forse al mondo un’espressione più sprezzante da parte di uno statista responsabile?
Nel 1885 lo Stato del Congo fu creato con l’intento di “migliorare moralmente e materialmente le razze indigene”; nel 1903, invece, si affermava che gli indigeni “non avessero diritto a nulla”. Queste due dichiarazioni segnano rispettivamente l’inizio e la fine del percorso politico di Re Leopoldo.
Nel 1904 il governo britannico dimostrò ancora una volta la sua preoccupazione e disgusto per la situazione nel Congo, pubblicando il terribile rapporto del console Casement. Questo documento, diffuso ufficialmente in tutto il mondo, doveva certamente far aprire gli occhi alle nazioni, se ancora ce n’erano alcune che non vedessero chiaramente l’obiettivo reale e lo sviluppo delle attività di Re Leopoldo. Si sperava che questa iniziativa da parte della Gran Bretagna fosse il primo passo verso un intervento congiunto; infatti, Lord Lansdowne espresse chiaramente che la nostra mano era tesa e che, se qualche altra nazione avesse voluto collaborare, avremmo proceduto insieme verso una riforma obbligatoria. Non è certo un merito delle nazioni civili il fatto che nessuna di esse fosse disposta ad accettare questa proposta. Se alla fine dovremo agire da soli, non potranno dire che non abbiamo chiesto e desiderato la loro collaborazione. Da quella data, le proteste del governo britannico divennero frequenti, anche se esse rappresentavano in modo insufficiente la rabbia e l’impazienza di quei cittadini britannici che erano a conoscenza della vera situazione delle cose. Il governo britannico si astenne dal prendere misure estreme, poiché si era consapevole che presto avrebbe avuto luogo l’annessione del Belgio e si sperava che questo segnasse l’inizio di tempi migliori, senza la necessità della nostra intervento. Si susseguirono ritardi su ritardi, e nulla venne fatto. Un governo liberale fu altrettanto determinato in questa questione quanto il suo predecessore unionista, ma ancora una volta le formalità diplomatiche impedirono di giungere a una decisione definitiva. Arrivarono continue note ufficiali, mentre un gran numero di persone cadeva nella schiavitù e nel disperazione. Nel agosto del 1906, Sir Edward Grey dichiarò che “non potevamo aspettare per sempre”, ma evidentemente continuava ad aspettare ancora oggi. Nel 1908 finalmente avvenne l’annessione tanto attesa: lo Stato del Congo sostituì la bandiera blu con la stella d’oro con quella tricolore del Belgio. Furono promesse riforme immediate e radicali, ma come tutte le promesse precedenti, anche queste rimasero lettera morta. Nel 1909 il ministro coloniale belga, M. Renkin, si recò in Congo per ispezionare la situazione e, prima ancora di partire, ebbe l’onestà di ammettere che nulla sarebbe cambiato. Ripeté questa affermazione anche a Boma, sottolineando il ruolo del “monarca benevolo” che guidava il destino del Congo. Al momento della pubblicazione di questo pamphlet, M. Renkin sarà sicuramente già tornato, probabilmente con promesse di piccole riforme che richiederanno un altro anno per essere attuate e che, una volta messe in pratica, si riveleranno completamente inutili. Ma il mondo ha già visto troppe volte questo tipo di situazioni. Sicuramente non verrà più preso in giro. La pazienza europea ha i suoi limiti.
Nel frattempo, proprio in questo mese di agosto 1909, un anno dopo l’annessione da parte del Belgio (un’annessione che, va detto, non sarà ufficialmente riconosciuta dal Regno Unito fino a quando non verranno attuate le promesse di riforme), il principe Alberto, erede al trono, è tornato dal Congo. Ha dichiarato:
“Il Congo è un paese meraviglioso, che offre risorse infinite a chi è disposto ad intraprendere imprese. A mio parere, la nostra colonia diventerà un fattore importante per il benessere del nostro paese, qualunque sacrificio dobbiamo fare per il suo sviluppo. Quello che dobbiamo fare è lavorare per la rigenerazione morale dei nativi, migliorare le loro condizioni materiali, sconfiggere la piaga della malattia del sonno e costruire nuove ferrovie.”
“Rigenerazione morale dei nativi, ” In realtà, ciò che è davvero necessario è una rigenerazione morale della sua stessa famiglia e del suo stesso paese. Questo è ciò che la situazione richiede.

CAPITOLO XIII
ALGUNE SCUSE CONGOLESI Resta ora esaminare alcuni dei tentativi fatti dal Congo per rispondere a quelle domande che non ammettono risposta. È giusto ascoltare anche il punto di vista opposto, e trascriverò quanto verrà avanzato nel modo più chiaro possibile: 1. – Che lo Stato del Congo sia indipendente e che non spetti a nessun altro decidere ciò che avviene entro i suoi confini.
Ho dimostrato chiaramente che, secondo il Trattato di Berlino del 1885, lo Stato fu istituito su determinate condizioni; queste condizioni, riguardanti sia il commercio che la situazione dei nativi, non sono state rispettate. Pertanto abbiamo il diritto di intervenire. Anche senza il Trattato, questo diritto potrebbe essere giustificato da motivi umanitari, come è già avvenuto più volte per la Turchia. 2. – Che il Congo francese sia altrettanto negativo e che noi non intervengiamo.
Il sistema coloniale francese è solitamente eccellente; quindi ci sono tutte le ragioni per ritenere che anche in questo caso i problemi possano essere risolti a breve termine. Lì, almeno, non abbiamo obblighi contrattuali che ci impongano di intervenire. 3. – Che l’agitazione inglese sia dovuta alla gelosia per il successo belga.
Non la consideriamo certo un successo, ma piuttosto il più enorme fallimento nella storia. Cosa c’è da invidiare? La capacità di guadagnare denaro? Ma potremmo fare lo stesso in qualsiasi colonia tropicale, se solo decidessimo di adottare gli stessi metodi. 4. – Che si tratti di una cospirazione dei commercianti di Liverpool.
Questa leggenda ha origine dal fatto che il signor Morel, leader del movimento, lavorava a Liverpool e in seguito fu eletto membro della Camera di Commercio di quella città. C’è effettivamente un legame tra Liverpool e questo movimento: fu proprio durante la sua attività nel settore navale lì che il signor Morel entrò in contatto con le persone e i fatti che lo spinsero a una lotta così generosa e altruista. In realtà, tutti gli imprenditori inglesi hanno buone ragioni per opporsi a un sistema che ha escluso il loro commercio da un paese dichiarato aperto al commercio internazionale. Ma tra tutte le città, Liverpool è quella che ha meno motivi di lamentarsi: è infatti il centro della linea navale che trasporta la gomma del Congo da Boma ad Anversa. 5. – Che si tratti di un piano dei protestanti per ottenere un vantaggio sulle missioni cattoliche.
In tutte le colonie britanniche, le missioni cattoliche possono essere fondate e sviluppate senza alcun ostacolo. Se domani il Congo diventasse britannico, nessuna chiesa o scuola cattolica verrebbe disturbata. Quale vantaggio, quindi, potrebbero trarre i protestanti da eventuali cambiamenti? Queste accuse sono state avanzate sia dai cattolici che dai protestanti; anche il padre Vermeersch è altrettanto fervente di qualsiasi pastore inglese o americano. 6. – Che viaggiatori che hanno attraversato il paese, nonché persone che vi risiedono, non abbiano riscontrato alcun segno di atrocità. Un tale tipo di difesa ricorda le antiche battute scherzose di colui che, accusato sulla parola di tre uomini presenti e testimoni dell’atto criminoso, dichiarava che l’equilibrio delle prove era a suo favore, poiché era disposto a produrre i nomi di dieci uomini assenti e non testimoni dell’accaduto. La stragrande maggioranza dei bianchi che vivono in quella regione si trova nel Basso Congo, dove il traffico criminale legato alla produzione della gomma non ha alcun impatto; quindi le loro testimonianze sono del tutto irrilevanti. Quando un viaggiatore arriva lungo il fiume principale, la sua presenza viene subito nota e tutto viene preparato per accoglierlo. Il Capitano Boyd Alexander, per quanto ne so, ha attraversato quella zona di confine, dove ci si sarebbe aspettati le migliori condizioni, dato che una tribù insoddisfatta avrebbe potuto facilmente attraversare il confine. Per dimostrare l’errore di questo ragionamento, posso citare il caso del Reverendo John Howell: per molti anni ha viaggiato su uno dei battelli missionari lungo quel fiume e in tutto quel tempo non ha mai assistito a nessun atto violento; probabilmente aveva quindi concluso che i suoi confratelli esagerassero. Un giorno, però, sentì degli spari e dirizzò il suo piccolo battello verso il luogo del fatto. Ecco ciò che vide: “I soldati governativi bianchi stavano mutilando i corpi dei nativi appena uccisi; tre corpi giacevano vicino alla riva del fiume e arti umane erano sparse nelle immediate vicinanze del battello. Un soldato stava portando via gambe e altre parti di corpi umani, mentre un altro si trovava accanto a un cesto contenente gli organi interni di una persona. I missionari furono immediatamente allontanati dalla riva dai due ufficiali che supervisionavano quella scena orribile.” E tutto ciò avvenne sul fiume principale, vent’anni dopo l’occupazione europea. Quella terra è stata rivendicata dal governo in Uganda e in altre colonie britanniche; nei luoghi dove tale rivendicazione è stata effettuata, la terra è stata lavorata da manodopera libera a beneficio della comunità africana stessa, e non al fine di inviare i proventi in Europa. Questa è una distinzione fondamentale. È vero che nessun sistema coloniale è sempre esente da tali critiche. Ma l’obiettivo del normale sistema europeo è proprio quello di scoraggiare e punire tali abusi, soprattutto se avvengono in posizioni di potere. Ho già menzionato l’esempio di Eyre, governatore della Giamaica, che fu processato in Inghilterra per aver giustiziato un individuo di razza mista in un periodo in cui c’era una vera e propria rivolta tra la popolazione nera, di cui lui stesso era il leader. Anche la Germania non ha esitato a portare davanti alla giustizia i propri funzionari che avevano compromesso il prestigio del paese con il loro comportamento nei tropici. Ma nel Congo, dopo vent’anni di orrori e brutalità senza precedenti, nessun funzionario di rango superiore a quello di un semplice impiegato è mai stato condannato, o nemmeno processato, per comportamenti che, se avessero commesso britannici, gli sarebbero sicuramente costati la forca. Quale possibilità avrebbero avuto Lothaire o Le Jeune davanti a una giuria del Middlesex? Ecco la differenza tra i due sistemi.
9. — Le accuse britanniche sono iniziate soltanto quando il Congo è diventato uno Stato fiorente.
Poiché la ricchezza del Congo derivava da questo sistema barbaro, è naturale che entrambi abbiano attirato l’attenzione nello stesso momento: un aumento della ricchezza significava necessariamente un sistema più rigorosamente applicato. 10. — Che lo Stato del Congo meriti grande lode per aver proibito la vendita di alcol ai nativi. È vero che la vendita di alcol ai nativi dovrebbe essere vietata in tutte le parti dell’Africa; ciò è dovuto alla concorrenza commerciale: se un capo desidera gin per il proprio avorio, è evidente che la nazione che fornisce quel gin otterrà il mercato, mentre quella che rifiuta lo perderà. Questo serve solo a spiegare la situazione, non a giustificarla. Tuttavia, poiché nel Congo non esiste alcuna concorrenza commerciale, non c’è motivo di introdurre l’alcol, il quale semplicemente ridurrebbe la qualità e il valore della popolazione schiava. Rispetto all’assoluta immoralità delle altre pratiche del Congo, è chiaro che il divieto sull’alcol non deriva da motivi nobili, ma è puramente dettato dall’interesse egoistico.
n. — Che la riduzione della popolazione sia dovuta alla malattia del sonno. La malattia del sonno è una delle cause contributive, ma tutte le prove presenti in questo libro dimostrano che il grave consumo di risorse umane si è verificato proprio nelle zone dove il dominio congolese è stato particolarmente oppressivo.
Con ciò concludo il mio compito. Guardo la mia dichiarazione dei fatti e rabbrividisco di fronte alle sue numerose omissioni. Quanti esempi specifici ho tralasciato, quante deduzioni ho trascurato, quanti aspetti nuovi della questione ho ignorato. È un testo affrettato e frammentario, proprio come può essere il discorso di un uomo spinto da un senso di profonda ingiustizia e torto intollerabile. Ma è vero. E sfido chiunque a leggerlo senza convincersene della sua veridicità. Pensate alla schiera di testimoni, ai dettagli minuziosi presenti nelle prove, al sistema innegabile che, a prima vista, produce tali risultati. Pensate anche alle ammissioni della Commissione Belga: non può rimanere alcun dubbio nella mente del più scettico riguardo alla fondatezza delle accuse dei Riformatori. Non si tratta di un fatto del passato. Sta accadendo proprio in questo momento. L’annessione belga non ha cambiato nulla: gli strumenti e le persone che ne sono responsabili sono sempre gli stessi. È vero, ci sono meno atti di violenza. Lo spirito delle popolazioni sfortunate è così spezzato che distruggerle ulteriormente sarebbe inutile. Il fatto che le loro condizioni non siano migliorate lo dimostra il dato incontrovertibile: l’esportazione della gomma non è diminuita. Quell’esportazione rappresenta esattamente la misura del terrorismo praticato. Molti dei vecchi quartieri sono stati sfruttati, ma i nuovi devono essere sottoposti a un’esploitation ancora più intensa per “espiare” i crimini commessi in passato. Il problema, dunque, rimane immutato. Ma sicuramente esiste una soluzione. Sicuramente esiste un limite alla complicità silenziosa del mondo civile.

CAPITOLO XIV
Soluzioni Ma cosa si può fare? Quale strada dovremmo seguire? Esaminiamo alcune possibili soluzioni e i motivi che le sostengono. C’è un fatto fondamentale che domina ogni situazione: qualsiasi cambiamento deve portare a miglioramenti. Secondo quanto Stanley osservò, sotto il loro vecchio regime selvaggio quelle tribù erano infinitamente più felici, ricche e avanzate di oggi. Se dovessero tornare indietro a quella condizione, almeno si eviterebbe quel declino degli ideali della razza bianca che una occupazione belga comporterebbe. Possiamo quindi partire da buone intenzioni, poiché qualsiasi cosa accada dovrà portare a miglioramenti. È possibile trovare una soluzione attraverso il Belgio?
No, è impossibile, e questo deve essere riconosciuto fin dall’inizio. Ai Belgi è stata data la loro opportunità: hanno avuto quasi venticinque anni di controllo ininterrotto sul Congo, e l’hanno trasformato in un inferno sulla terra. Non possono dissociarsi da queste azioni né fingere che siano state compiute da uno Stato diverso; sono stati re belgi, soldati belgi, banchieri belgi, avvocati belgi e capitale belga a gestire il Congo, con il sostegno dei governi belgi. È assolutamente impossibile che il Belgio rimanga nel Congo. Nemmeno di fronte alle richieste di riforma il Belgio vorrebbe continuare a occuparlo: non potrebbe sopportare quel peso. Quando il Congo verrà restituito ai suoi abitanti insieme alla loro libertà, si troverà nella stessa situazione delle colonie tedesche e inglesi che richiedono costose spese annuali dal Paese madre. Il fatto che quasi tutte le colonie tropicali tedesche, come le nostre, presentino un deficit è una prova dell’onestà della politica coloniale tedesca e della capacità della Germania di essere una grande potenza proprietaria di territori. È facile ottenere profitti quando un Paese sfrutta altre terre, come la Spagna ha fatto con l’America Centrale o il Belgio con il Congo. Ma sarebbe sempre più vantaggioso saccheggiare un’impresa che gestirla correttamente. Ora, se le entrate forzate dello Stato del Congo scomparissero, ci vorrebbero almeno un milione di sterline all’anno per vent’anni affinché lo Stato, ormai degradato, potesse tornare alla condizione normale di una colonia tropicale. Il Belgio pagherebbe questi 20 milioni di sterline? Sicuramente no. Quindi, finché il Belgio detiene il Congo, qualsiasi riforma è assolutamente impossibile. Allora, cosa si dovrebbe fare? Spetta ai politici d’Europa e d’America decidere. Negli anni ’84 dell’Ottocento, l’America fu la prima nazione al mondo a riconoscere questo nuovo Stato, e tale riconoscimento spinse le altre nazioni ad imitarla. Tuttavia, da allora non ha fatto nulla per controllare ciò che aveva creato. I cittadini americani hanno sofferto tanto quanto quelli britannici, e il commercio americano si è trovato di fronte agli stessi ostacoli, nonostante i tentativi del re Leopoldo di corrompere gli Stati Uniti permettendo ad alcuni cittadini americani di fondare una compagnia concessionaria per partecipare ai profitti derivanti da quelle terre. Ma l’America possiede un alto senso morale, e quando verranno conosciuti i fatti veri, e quando comprenderà che i risultati ottenuti grazie al denaro del re Leopoldo non sono dovuti all’impegno di persone oneste, sicuramente sarà pronta ad intervenire. Fu proprio nella lotta contro i pirati che l’America fece la sua prima apparizione internazionale sulla scena mondiale. Possa questo costituire un precedente. Ma per portare la questione a una soluzione definitiva, il governo britannico dovrebbe agire senza ulteriori ritardi. L’approccio più logico sembrerebbe quello di preparare il terreno consultando tutte le grandi potenze, presentare loro tutte le prove disponibili e chiedere che si riunisca un congresso europeo per discutere della situazione. Un simile congresso porterebbe sicuramente alla divisione delle terre del Congo: una divisione nella quale la Gran Bretagna, il cui ruolo imperiale è già estremamente oneroso, potrebbe assumersi il compito più sacrificale. Se la Francia, essendo impegnata a governare le sue terre africane con lo stesso impegno e efficacia, estendesse i suoi confini fino alla riva settentrionale del fiume Congo lungo tutto il suo corso, si potrebbe sperare nell’instaurazione di un governo ordinato in quelle regioni. Anche la Germania potrebbe espandere il suo protettorato nell’Africa orientale, portandolo fino alla riva orientale del Congo. Una volta eliminate queste grandi aree, non sarebbe difficile creare una grande riserva indigena al centro, sotto qualche forma di garanzia internazionale che evitasse i fallimenti delle precedenti tentativi. Il tratto inferiore del fiume Congo e la ferrovia di Boma presenterebbero senza dubbio alcune difficoltà, ma sicuramente non sono insormontabili. E si può sempre ripetere che qualsiasi cambiamento rappresenta un passo verso il meglio. Una tale divisione costituirebbe una soluzione possibile. Un’altra soluzione, meno permanente e stabile – e quindi, a mio parere, meno efficace – è quella proposta da Mr. Morel e altri: un controllo internazionale del fiume Congo. A quanto ne so, già esistono alcune disposizioni in questo senso. Il problema è che ciò che appartiene a tutte le nazioni, di fatto non appartiene a nessuna; quindi, quando si verificheranno rivolte indigene e caos generale – come sicuramente accadrà dopo la scomparsa della pressione belga – sarà necessario qualcosa di più efficace di un semplice comitato internazionale per gestire la situazione. Sono convinto che solo una divisione delle terre del Congo possa offrire una vera e propria soluzione duratura e stabile. Supponiamo tuttavia che le Potenze rifiutino di convocare una riunione e che anche l’America ci abbandoni. Allora è nostro dovere, come è accaduto spesso nella storia del mondo, affrontare da soli ciò che dovrebbe essere un compito comune. L’abbiamo già fatto in passato, e se siamo degni dei nostri antenati, lo faremo di nuovo. È necessario fissare un avvertimento e una data, dopodiché decidere quale sarà la nostra linea d’azione. E qual sarà questa azione? Guerra contro il Belgio? La responsabilità di ciò dovrà ricadere su di loro. Le nostre misure dovranno essere dirette contro lo Stato del Congo, che non è ancora stato riconosciuto da noi come possedimento del Belgio. Se il Belgio decide di intraprendere questa contesa, allora sia. Esistono molti modi per far cadere lo Stato del Congo in ginocchio: un blocco navale sul Congo ne sarebbe uno, ma comporterebbe complicazioni internazionali. Un modo più semplice sarebbe dichiarare tale territorio uno Stato fuorilegge; una tale proclamazione significherebbe che la legge di quel paese non si applicherebbe a nessun cittadino britannico. Se i commercianti britannici vi entrassero, verrebbero fermati, e coloro che li ostacolano correrebbero dei rischi. Se i cittadini britannici venissero accusati, sarebbero processati nei nostri tribunali consolari. Se si verificassero complicazioni, come è probabile, allora Boma verrebbe occupata. Ciò porterebbe sicuramente a quella conferenza europea di cui supponiamo ci sia stata negata l’opportunità. Un’altra soluzione potrebbe essere che una grande carovana commerciale partisse dalla Rhodesia Settentrionale verso il Congo. Sosteniamo di avere il diritto al libero scambio secondo il Trattato di Berlino, e faremo valere tale diritto. Questo colpirebbe direttamente alle radici del sistema congolese. Se la carovana dovesse incontrare resistenza, allora ancora una volta Boma e una conferenza sarebbero inevitabili. Si potrebbero escogitare molte soluzioni, ma ce n’è una che potrebbe verificarsi da sola e portare a una fine improvvisa del dominio congolese. La Rhodesia Settentrionale si sta lentamente popolando; la linea ferroviaria si sta espandendo. La popolazione nomade sudafricana, metà boera e metà inglese, composta da avventurieri e cacciatori di leoni, si sta spostando verso il confine del Katanga. Non sono persone disposte ad accettare meno dei diritti al libero ingresso e al libero commercio che, in realtà, loro sono garantiti. Solo l’anno scorso dodici carri boeri sono apparsi al confine del Katanga ed è stato loro intimato di allontanarsi, in violazione di tutte le leggi internazionali. Sono i pionieri di molti altri gruppi simili. Nessuno ha il diritto, e nessuno, tranne il loro stesso governo, ha la forza per impedire loro l’ingresso. Che le Potenze europee si affrettino a regolare questa situazione, altrimenti un giorno potrebbero trovarsi di fronte a un fatto compiuto. È meglio una divisione ordinata, condotta da Parigi o Berlino, piuttosto che l’intrusione di individui come Piet Joubert e dei suoi seguaci, i quali non accetteranno alcuna restrizione nel rivendicare ciò che ritengono sia loro diritto. Ma qualunque soluzione venga adottata, la coscienza d’Europa non dovrebbe accontentarsi semplicemente della salvaguardia del futuro. Sicuramente deve esserci qualche punizione per coloro che, con la loro ingiustizia e violenza, hanno trascinato il Cristianesimo e la civiltà nel fango. Sicuramente deve esserci anche un risarcimento obbligatorio, proveniente dai ricchi portafogli dei concessionari che hanno ottenuto guadagni del 300%, a favore delle vedove, degli orfani, dei mutilati e dei disabili. La giustizia non può accontentarsi di meno. Una Commissione Internazionale con poteri punitivi potrebbe rappresentare una soluzione eccezionale, ma tutte le circostanze attuali sono eccezionali, e l’Europa deve affrontarle. Tuttavia, si teme che siano proprio quegli agenti miserabili sul posto, quei poveracci in cerca di guadagni facili, a essere offerti come vittime, mentre i veri criminali riusciranno a sfuggire alla punizione. La maledizione del sangue e lo disprezzo di ogni uomo onesto già pesano su di loro. Vorrei che fossero anche loro soggetti alla giustizia umana! Hanno commesso il crimine più grave di tutta la storia: hanno saccheggiato un paese, depredato una nazione. Speriamo che, in qualche modo e da qualche parte, ricevano la loro punizione.

Appendice – Note I: La chicotta
La chicotta viene menzionata negli annali del Congo come una punizione minore, spesso inflitta liberamente a donne e bambini. In realtà si tratta di una tortura terribile che lascia la vittima scorticata e svenuta. L’applicazione di questa punizione richiede una certa abilità: Felicien Challaye racconta di un ufficiale belga che, a proposito, divenne loquace. “È difficile da credere”, disse quell’uomo crudele, “quanto sia complicato infliggere correttamente la chicotta. Bisogna distribuire i colpi in modo che ciascuno provochi un dolore nuovo. Inoltre, esiste una legge che ci vieta di dare più di ventiquattro colpi al giorno e che ci impone di fermarci non appena il sangue inizia a scorrere. Quindi bisogna infliggere ventiquattro colpi energicamente, senza rischiare di interrompere l’esecuzione; al ventiquattresimo colpo, con un movimento abile, si fa sì che il sangue sgorgi fuori.” (“Le Congo Franjais”, Challaye.) La legge dei ventiquattro colpi, come tutte le altre leggi del Congo, non ha alcuna relazione con le pratiche realmente in uso nella regione. Monsieur Stanislas Lefranc, giudice nel Congo e uno degli pochi uomini il cui senso umano sembra essere sopravvissuto a un’esperienza del genere, dice:
“Ogni giorno, alle sei del mattino e alle due del pomeriggio, presso ogni posto di controllo si può assistere, oggi come cinque o dieci anni fa, a una scena macabra che cercherò di descrivere; i nuovi reclute vengono addirittura invitati appositamente ad assistervi. Il capo del posto indica le vittime; queste lasciano le file e si avvicinano. Qualsiasi tentativo di fuga viene immediatamente represso con violenza dai soldati, che colpiscono il viso delle vittime, facendo raddoppiare la punizione. Tremanti e terrorizzate, le vittime si stendono a terra davanti al capitano e ai suoi colleghi; due o quattro compagni le afferrano per mani e piedi e gli tolgono il perizoma. Poi, un soldato nero, armato di una frusta fatta di pelle di ippopotamo – simile a quella di bue ma più flessibile – infligge i colpi con violenza. Ogni volta che il carnefice ritira la frusta, sulla pelle delle vittime appare una striscia rossastra; nonostante siano di corporatura robusta, soffrono terribilmente.” “Spesso il sangue sgorga lentamente; più raramente segue svenimento. Con regolarità e senza sosta, la frusta si abbatte sulla carne di questi martiri dei tiranni più spietati e odiosi che abbiano mai disonorato l’umanità. Al primo colpo, le vittime infelici emettono terribili urla che presto si trasformano in deboli gemiti. Inoltre, quando l’ufficiale incaricato di infliggere la punizione è di cattivo umore, calpesta coloro che piangono o cercano di resistere. Alcuni – ne ho fatto personalmente testimonianza –, per una forma ancora più raffinata di brutalità, richiedono che, nel momento in cui i prigionieri si alzano ansimanti, eseguano cortesemente il saluto militare. Questa formalità, non prevista dalle regole, fa davvero parte dell’intento stesso di questa odiosa istituzione: umiliare i neri per poterli sfruttare e maltrattare senza alcun rimorso.” — “Le Regime Congolais”, Lidge, Lefranc.

Il caso del signor George Edalji
Indagine speciale di Sir A. Conan Doyle A causa del successo delle storie di Sherlock Holmes, nel corso degli anni molte persone scrissero a Conan Doyle chiedendogli aiuto per crimini reali. L’autore era anche membro di un’organizzazione chiamata Crimes Club, fondata nel 1904 e che si riuniva regolarmente per discutere famosi casi criminali; tra i suoi membri c’erano anche altri scrittori dell’epoca. Tutti i membri avevano accesso a prove relative a crimini reali irrisolti, e venivano tenute lezioni su metodi criminali da parte di autentici criminali. Nel 1901 Conan Doyle scrisse anche una serie per la rivista Strand Magazine sulla storia del crimine, intitolata Strange Studies from Life. Tuttavia, a volte si occupava direttamente di casi criminali. I due esempi più noti sono quelli di George Edalji e Oliver Slater, di cui parleremo ora. L’impegno di Conan Doyle in questi due casi portò alla creazione della Corte d’appello penale sia in Inghilterra che in Scozia. Nel 1903, nel corso di sei mesi nella zona di Great Wyrley, vicino a Birmingham, furono trovati 16 animali uccisi con tagli superficiali sul ventre. George Edalji fu condannato per l’omicidio di un pony ferito, scoperto a notte fonda in un campo non lontano dalla sua casa; si dedusse che fosse anche responsabile degli altri omicidi. La polizia dello Staffordshire lo accusò di mutilare animali e di scrivere lettere minatorie; stranamente, alcuni lo incolparono addirittura personalmente delle mutilazioni. Le autorità locali ignorarono il fatto che gli omicidi continuassero anche dopo l’arresto di George Edalji, ipotizzando invece che si trattasse dell’azione di una setta che proseguiva il lavoro iniziato da lui. Conan Doyle riteneva che si trattasse di un caso di razzismo deliberato da parte delle autorità locali e di altri responsabili sconosciuti, a causa dell’origine mista di Edalji: suo padre era indiano e sua madre inglese.

CHAPTER XIV SOLUTIONS APPENDIX

PREFACE THERE are many of us in England who consider the crime which has been wrought in the Congo lands by King Leopold of Belgium and his followers to be the greatest which has ever been known in human annals. Personally I am strongly of that opinion. There have been great expropriations like that of the Normans in England or of the English in Ireland. There have been massacres of populations like that of the South Americans by the Spaniards or of subject nations by the Turks. But never before has there been such a mixture of wholesale expropriation and wholesale massacre all done under an odious guise of philanthropy and with the lowest commercial motives as a reason. It is this sordid cause and the unctious hypocrisy which makes this crime unparalleled in its horror. The witnesses of the crime are of all nations, and there is no possibility of error concerning facts. There are British consuls like Casement, Thesiger, Mitchell and Armstrong, all writing in their official capacity with every detail of fact and date. There are Frenchmen like Pierre Mille and Fdlicien Challaye, both of whom have written books upon the subject. There are missionaries of many races — Harris, Weeks and Stannard (British); Morrison, Clarke and Shepherd (American); Sjoblom (Swedish) and Father Ver- meersch, the Jesuit. There is the eloquent action of the Italian Government, who refused to allow Italian officers to be employed any longer in such hangman’s work, and there is the report of the Belgian commission, the evidence before which was suppressed because it was too dreadful for publication; finally, there is the incorruptible evidence of the kodak. Any American citizen who will glance at Mark Twain’s “King Leopold’s Soliloquy” will see some samples of that. A perusal of all of these sources of information will show that there is not a grotesque, obscene or ferocious torture which human ingenuity could invent which has not been used against these harmless and helpless people. This would, to my mind, warrant our intervention in any case. Turkey has several times been interfered with simply on the general ground of humanity. There is in this instance a very special reason why America and England should not stand by and see these people done to death. They are, in a sense, their wards. America was the first to give official recognition to King Leopold’s enterprise in 1884, and so has the responsibility of having actually put him into that position which he has so dreadfully abused. She has been the indirect and innocent cause of the whole tragedy. Surely some reparation is due. On the other hand England has, with the other European Powers, signed the treaty of 1885, by which each and all of them make it responsible for the condition of the native races. The other Powers have so far shown no desire to live up to this pledge. But the conscience of England is uneasy and she is slowly rousing herself to act. Will America be behind? At this moment two American citizens, Shepherd and that noble Virginian, Morrison, are about to be tried at Boma for telling the truth about the scoundrels. Morrison in the dock makes a finer Statue of Liberty than Bartholdi’s in New York harbour. Attempts will be made in America (for the Congo has its paid apologists everywhere) to pretend that England wants to oust Belgium from her colony and take it herself. Such accusations are folly. To run a tropical colony honestly without enslaving the natives is an expensive process. For example Nigeria, the nearest English colony, has to be subsidized to the extent of 10,000,000 a year for twenty years. Belgium has not run the colony. It has simply sacked it, forcing the inhabitants without pay to ship everything of value to Antwerp. No decent European Power could do this. For many years to come the Congo will be a heavy expense and it will truly be a philanthropic call upon the next owner. I trust it will not fall to England. Attempts have been made too (for there is considerable ingenuity and unlimited money on the other side) to pretend that it is a question of Protestant missions against Catholic. Any one who thinks this should read the book, “La Question Kongolaise,” of the eloquent and holy Jesuit, Father Vermeersch. He lived in the country and, as he says, it was the sight of the “immeasurable misery,” which drove him to write. PREFACE We English who are earnest over this matter look eagerly to the westward to see some sign of moral support of material leading. It would be a grand sight to see the banner of humanity and civilization carried forward in such a cause by the two great English-speaking nations. ARTHUR CONAN DOYLE.

INTRODUCTION I am convinced that the reason why public opinion has not been more sensitive upon the question of the Congo Free State, is that the terrible story has not been brought thoroughly home to the people. Mr. E. D. Morel has done the work of ten men, and the Congo Reform Association has struggled hard with very scanty means; but their time and energies have, for the most part, been absorbed in dealing with each fresh phase of the situation as it arose. There is room, therefore, as it seemed to me, for a general account which would cover the whole field and bring the matter up to date. This account must necessarily be a superficial one, if it is to be produced at such a size and such a price, as will ensure its getting at that general public for which it has been prepared. Yet it contains the essential facts, and will enable the reader to form his own opinion upon the situation. Should he, after reading it, desire to help in the work of forcing this question to the front, he can do so in several ways. He can join the Congo Reform Association (Granville House, Arundel Street, W. C.). He can write to his local member and aid in getting up local meetings to ventilate the question. Finally, he can pass this book on and purchase other copies, for any profits will be used in setting the facts before the French and German public. It may be objected that this is ancient history, and that the greater part of it refers to a period before the Congo State was annexed to Belgium on August ioth, 1908. But responsibility cannot be so easily shaken off. The Congo State was founded by the Belgian King, and exploited by Belgian capital, Belgian soldiers and Belgian con- cessionnaires. It was defended and upheld by successive Belgian Governments, who did all they could to discourage the Reformers. In spite of legal quibbles, it is an insult to common sense to suppose that the responsibility for the Congo has not always rested with Belgium. The Belgian machinery was always ready to help and defend the State, but never to hold it in control and restrain it from crime. One chance Belgium had. If immediately upon taking over the State they had formed a Judicial Commission for the rigid inspection of the whole matter, with power to punish for all past offences, and to examine all the scandals of recent years, then they would have done something to clear the past. If on the top of that they had freed the land, given up the system of forced labour entirely, and cancelled the charters of all the concessionnaire companies, for the obvious reason that they have notoriously abused their powers, then Belgium could go forward in its colonizing enterprise on the same terms as other States, with her sins expiated so far as expiation is now possible. She did none of these things. For a year now she has herself persevered in the evil ways of her predecessor. Her colony is a scandal before the whole world. The era of murders and mutilations has, as we hope, passed by, but the country is sunk into a state of cowed and hopeless slavery. It is not a new story, but merely another stage of the same story. When Belgium took over the Congo State, she took over its history and its responsibilities also. What a load that was is indicated in these pages. The record of the dates is the measure of our patience. Can any one say that we are precipitate if we now brush aside vain words and say definitely that the matter has to be set right by a certain near date, or that we will appeal to each and all of the Powers, with the evidence before them, to assist us in setting it right? If the Powers refuse to do so, then it is our duty to honour the guarantees which we made as to the safety of these poor people, and to turn to the task of setting it right ourselves. If the Powers join in, or give us a mandate, all the better. But we have a mandate from something higher than the Powers which obliges us to act. Sir Edward Grey has told us in his speech of July 22nd, 1909, that a danger to European peace lies in the matter. Let us look this danger squarely in the face. Whence does it come? Is it from Germany, with her traditions of kindly home life — is this the power which would raise a hand to help the butchers of the Mongalla and of the Domaine de la Couronne? Is it likely that those who so justly admire the splendid private and public example of William II. would draw the sword for Leopold? Both in the name of trade rights and in that of humanity Germany has a long score to settle on the Congo. Or is it the United States which would stand in the way, when her citizens have vied wjth our own in withstanding and exposing these iniquities? Or, lastly, is France the danger? There are those who think that because France has capital invested in these enterprises, because the French Congo has itself degenerated under the influence and example of its neighbour, and because France holds a right of pre-emption, that therefore our trouble lies across the Channel. For my own part, I cannot believe it. I know too well the generous, chivalrous instincts of the French people. I know, also, that their colonial record during centuries has been hardly inferior to our own. Such traditions are not lightly set aside, and all will soon be right again when a strong Colonial Minister turns his attention to the concessionnaires in the French Congo. They will remember de Brazza’s dying words: “Our Congo must not be turned into a Mongalla.” It is an impossibility that France could ally herself with King Leopold, and certainly if such were, indeed, the case, the entente cordiale would be strained to breaking. Surely, then, if these three Powers, the ones most directly involved, have such obvious reasons for helping, rather than hindering, we may go forward without fear. But if it were not so, if all Europe frowned upon our enterprise, we would not be worthy to be the sons of our fathers if we did not go forward on the plain path of national duty. ARTHUR CONAN DOYLE. Windlesham, Crowborough, September, 1909. The Crime of the Congo

CAPITOLO XIV
Soluzioni
Appendice

Prefazione
In Inghilterra, molti ritengono che il crimine commesso nelle terre del Congo da Re Leopoldo del Belgio e dai suoi seguaci sia il più orribile mai conosciuto nella storia umana. Personalmente condivido pienamente questa opinione. Ci sono stati grandi espropriazioni, come quelle dei Normanni in Inghilterra o degli Inglesi in Irlanda; ci sono stati massacri di popolazioni, come quelli commessi dagli Spagnoli contro gli Sudamericani o dai Turchi contro le nazioni sottomesse. Ma mai prima d’ora si è verificata una combinazione così spietata di espropriazioni su larga scala e massacri sistematici, tutto sotto il pretesto odioso della filantropia e motivato da scopi puramente commerciali. È proprio questa natura spregevole del crimine e l’ipocrisia con cui è stato compiuto a renderlo senza precedenti per orrore. I testimoni di questi fatti provengono da tutte le nazioni, quindi non c’è alcuna possibilità di errore riguardo ai dettagli. Ci sono consoli britannici come Casement, Thesiger, Mitchell e Armstrong, che hanno scritto in qualità ufficiale, fornendo tutti i dettagli sui fatti e sulle date; ci sono francesi come Pierre Mille e Fdlicien Challaye, che hanno pubblicato libri sull’argomento; ci sono missionari di molte nazionalità – Harris, Weeks, Stannard (britannici); Morrison, Clarke, Shepherd (americani); Sjoblom (svedese) e il gesuita Padre Vermeersch. C’è anche l’intervento eloquente del governo italiano, che si è rifiutato di permettere ai propri ufficiali di partecipare a tali attività crudeli; inoltre, c’è il rapporto della commissione belga, le cui prove sono state nascoste perché troppo orribili da pubblicare. Infine, ci sono le immagini fornite dalle macchine fotografiche Kodak, prove irrefutabili di quanto accaduto. Qualsiasi cittadino americano che legga “Il monologo di Re Leopoldo” di Mark Twain potrà constatare questo. Una lettura attenta di tutte queste fonti dimostrerà che non esiste alcuna forma di tortura grottesca, oscena o brutale che l’ingegno umano possa inventare e che non sia stata utilizzata contro queste persone innocenti e indifese. A mio parere, questo giustificherebbe comunque il nostro intervento. La Turchia è stata più volte intervenuta in nome dell’umanità; in questo caso, però, ci sono motivi particolari per cui America ed Inghilterra non dovrebbero rimanere indifferenti di fronte alla morte di queste persone. In un certo senso, queste persone sono sotto la loro protezione. Fu proprio l’America ad riconoscere ufficialmente le attività di Re Leopoldo nel 1884, e quindi ha la responsabilità di averlo portato in quella posizione che poi ha abusato terribilmente. L’America è stata la causa indiretta e innocente di tutta questa tragedia; sicuramente merita qualche forma di riparazione. D’altra parte, l’Inghilterra, insieme alle altre potenze europee, ha firmato il trattato del 1885, secondo cui tutte sono responsabili della sorte delle popolazioni indigene. Le altre potenze, però, finora non hanno mostrato alcuna intenzione di mantenere questa promessa. Ma la coscienza dell’Inghilterra è inquieta, e lei sta lentamente prendendo atto della necessità di intervenire. Sarà l’America al suo fianco? In questo momento, due cittadini americani, Shepherd e quel nobile virginiano Morrison, stanno per essere processati a Boma per aver detto la verità su quei furfanti. Morrison, in piedi sul banco degli imputati, rappresenta una Statua della Libertà più bella di quella realizzata da Bartholdi nel porto di New York.
In America si cercherà di far credere che l’Inghilterra voglia scacciare il Belgio dalla sua colonia e prenderla per sé. Tali accuse sono assurde: gestire onestamente una colonia tropicale senza schiavizzare i nativi è un processo estremamente costoso. Ad esempio, la Nigeria, la colonia inglese più vicina, richiede sussidi annuali dell’ordine di 2.000.000 di dollari. Chiunque prenda il controllo del Congo dovrà affrontare spese considerevoli: considerando lo stato attuale della colonia, si calcolano circa 10.000.000 di dollari all’anno per vent’anni. Il Belgio non ha mai gestito davvero la colonia; l’ha semplicemente saccheggiata, costringendo gli abitanti a spedire gratuitamente tutto ciò che aveva valore ad Anversa. Nessuna potenza europea seria agirebbe in questo modo. Per molti anni a venire, il Congo rappresenterà un onere finanziario considerevole; pertanto, chi ne prenderà il controllo dovrà agire con spirito filantropico. Spero che non cada nelle mani dell’Inghilterra. Sono stati fatti anche tentativi (dall’altra parte ci sono ingegnosità notevoli e fondi illimitati) per far credere che si tratti di una questione legata alle missioni protestanti contro il cattolicesimo. Chi pensa così dovrebbe leggere il libro “La Question Kongolaise” del eloquente e santo gesuita Padre Vermeersch: egli visse nella regione e, come afferma, fu proprio la vista di una “sofferenza immensa” a spingerlo a scrivere questo libro.
Prefazione
Noi inglesi, che ci occupiamo con serietà di questa questione, guardiamo con ansia verso ovest, nella speranza di ricevere un segno di sostegno morale e materiale da parte delle due grandi nazioni anglofone. Sarebbe davvero un grande spettacolo vedere la bandiera dell’umanità e della civiltà portata avanti in questa causa dalle due principali nazioni di lingua inglese. ARTHUR CONAN DOYLE

INTRODUZIONE
Sono convinto che il motivo per cui l’opinione pubblica non abbia mostrato maggiore sensibilità sulla questione dello Stato Libero del Congo sia dovuto al fatto che questa terribile realtà non è stata pienamente compresa dalla gente. Il signor E. D. Morel ha svolto un lavoro equivalente a quello di dieci persone, e l’Associazione per la Riforma del Congo si è impegnata con grande determinazione, anche se disponendo di mezzi molto limitati; tuttavia, il loro tempo ed energie sono stati in gran parte dedicati ad affrontare le nuove situazioni che si presentavano man mano. Pertanto, mi sembrava opportuno redigere un resoconto completo che coprisse l’intera questione e la aggiornasse al momento attuale. Un tale resoconto dovrà necessariamente essere superficiale, se vuole essere diffuso su larga scala e a un costo accessibile al pubblico a cui è rivolto; tuttavia contiene i fatti essenziali e permetterà al lettore di formarsi una propria opinione sulla situazione. Se, dopo averlo letto, desidererà contribuire a far sì che questa questione venga portata all’attenzione del grande pubblico, potrà farlo in diversi modi: può unirsi all’Associazione per la Riforma del Congo (Granville House, Arundel Street, W. C.), scrivere al proprio deputato locale per promuovere incontri locali su questo argomento, oppure distribuire il libro e acquistare altre copie, poiché tutti i profitti ottenuti saranno utilizzati per far conoscere la verità al pubblico francese e tedesco. Si potrebbe obiettare che si tratti di storia antica, e che la maggior parte dei fatti riguardi un periodo precedente all’annessione dello Stato del Congo al Belgio, avvenuta l’10 agosto 1908; ma la responsabilità non può essere così facilmente scaricata. Lo Stato del Congo fu fondato dal re belga e sfruttato da capitali, soldati e concessionari belgi; fu difeso e mantenuto dai governi belgi successivi, i quali fecero di tutto per ostacolare gli sforzi dei riformatori. Nonostante le cavilli legali, è assurdo pensare che la responsabilità per il Congo non sia sempre ricaduta sul Belgio: il sistema belga era sempre pronto ad aiutare e difendere lo Stato, ma mai a controllarlo efficacemente e impedirgli di commettere crimini. Il Belgio aveva una possibilità: se subito dopo aver preso il controllo dello Stato avesse istituito una Commissione Giudiziaria incaricata di esaminare rigorosamente tutta la situazione, punendo tutti i reati commessi in passato e indagando su tutti gli scandali degli ultimi anni, avrebbe potuto tentare di chiarire il passato. Inoltre, se avesse liberato il territorio, abbandonato completamente il sistema del lavoro forzato e annullato i contratti di tutte le compagnie concessionarie – poiché queste avevano abusato dei loro poteri in modo evidente – il Belgio avrebbe potuto proseguire la sua attività coloniale nelle stesse condizioni degli altri Paesi, con i propri peccati almeno in parte espiati. Non ha fatto nessuna di queste cose. Da un anno ormai continua fedelmente nei cattivi comportamenti del suo predecessore. La sua colonia rappresenta uno scandalo per tutto il mondo. L’epoca degli omicidi e delle mutilazioni, speriamo, sia ormai passata, ma il paese è sprofondato in uno stato di schiavitù timorosa e disperata. Non si tratta di una storia nuova, ma soltanto di un altro capitolo della stessa storia. Quando il Belgio ha preso il controllo dello Stato del Congo, ne ha assunto anche la storia e le responsabilità. Quanto sia pesante questo fardello lo dimostrano queste pagine. La registrazione delle date rappresenta la misura della nostra pazienza. Qualcuno può forse dire che siamo troppo precipitosi se ora mettiamo da parte parole vane e affermiamo con certezza che la situazione deve essere risolta entro una data prestabilita, o se chiediamo a tutte le potenze di aiutarci a farlo, presentando loro le prove a disposizione? Se le potenze rifiutano di farlo, allora è nostro dovere onorare le promesse fatte riguardo alla sicurezza di queste povere persone e provvedere personalmente a risolvere la questione. Se le potenze ci sostengono o ci danno un mandato, tanto meglio. Ma abbiamo già un mandato proveniente da qualcosa di più alto delle stesse potenze, che ci obbliga ad agire. Sir Edward Grey ci ha detto nel suo discorso del 22 luglio 1909 che un pericolo per la pace europea deriva da questa questione. Diamo dunque uno sguardo diretto a questo pericolo. Da dove proviene? Viene dalla Germania, con le sue tradizioni di vita familiare gentile. È davvero questa la nazione che potrebbe aiutare i carnefici del Mongalla e del Domaine de la Couronne? È probabile che coloro che ammirano così giustamente l’esempio splendido, sia privato che pubblico, di Guglielmo II si schierino al fianco di Leopoldo? Sia in nome dei diritti commerciali che per motivi umanitari, la Germania ha molte questioni irrisolte nel Congo. Oppure sono gli Stati Uniti a poter ostacolare questo processo, visto che i loro cittadini hanno lottato al nostro fianco per contrastare e denunciare queste ingiustizie? O, infine, è la Francia il vero pericolo? Alcuni pensano che, poiché la Francia ha investimenti in queste imprese, poiché il Congo francese stesso si è degenerato sotto l’influenza del suo vicino, e poiché la Francia detiene un diritto di prelazione, il nostro problema risieda dall’altra parte della Manica. Personalmente, non ci credo. Conosco troppo bene gli istinti generosi e cavalieri dello spirito del popolo francese; so anche che la loro storia coloniale, nel corso dei secoli, è stata quasi paragonabile alla nostra. Tali tradizioni non vengono abbandonate facilmente. E tutto si sistemerà presto, quando un forte Ministro delle Colonie presterà attenzione ai concessionari del Congo francese. Ricorderanno sicuramente le ultime parole di de Brazza: “Il nostro Congo non deve trasformarsi in un Mongalla”. È impossibile che la Francia si allei con Re Leopoldo. E certamente, se ciò dovesse accadere, l’Entente Cordiale verrebbe messa a dura prova. Quindi, se queste tre potenze, le più direttamente coinvolte, hanno motivi così evidenti per aiutarci piuttosto che ostacolarci, possiamo procedere senza paura. Ma se non fosse così, se tutta Europa condannasse la nostra iniziativa, non saremmo degni dei nostri antenati se non proseguissimo lungo la retta strada del dovere nazionale.
ARTHUR CONAN DOYLE
Windlesham, Crowborough, settembre 1909
Il crimine del Congo

CHAPTER I HOW THE CONGO FREE STATE CAME TO BE FOUNDED IN THE earlier years of his reign King Leopold of Belgium began to display that interest in Central Africa which for a long time was ascribed to nobility and philanthropy, until the contrast between such motives, and the actual unscrupulous commercialism, became too glaring to be sustained. As far back as the year 1876 he called a conference of humanitarians and travellers, who met at Brussels for the purpose of debating various plans by which the Dark Continent might be opened up. From this conference sprang the so-called International African Association, which, in spite of its name, was almost entirely a Belgian body, with the Belgian King as President. Its professed object was the exploration of the country and the founding of stations which should be rest-houses for travellers and centres of civilization. On the return of Stanley from his great journey in 1878, he was met at Marseilles by a representative from the King of Belgium, who enrolled the famous traveller as an agent for his Association. The immediate task given to Stanley was to open up the Congo for trade, and to make such terms with the natives as would enable stations to be built and depdts established. In 1879 Stanley was at work with characteristic energy. His own intentions were admirable. “We shall require but mere contact,” he wrote, “ to satisfy the natives that our intentions are pure and honourable, seeking their own good, materially and socially, more than our own interests. We go to spread what blessings arise from amiable and just intercourse with people who have been strangers to them.” Stanley was a hard man, but he was no hypocrite. What he said he undoubtedly meant. It is worth remarking, in view of the accounts of the laziness or stupidity of the natives given by King Leopold’s apologists in order to justify their conduct toward them, that Stanley had the very highest opinion of their industry and commercial ability. The following extracts from his writings set this matter beyond all doubt: “Bolobo is a great centre for the ivory and camwood powder trade, principally because its people are so enterprising.” Of Irebu—”a Venice of the Congo” — he says: “ These people were really acquainted with many lands and tribes on the Upper Congo. From Stanley Pool to Upoto, a distance of 6,000 miles, they knew every landing-place on the river banks. All the ups and downs of savage life, all the profits and losses derived from barter, all the diplomatic arts used by tactful savages, were as well known to them as the Roman alphabet to us… . No wonder that all this commercial knowledge had left its traces on their faces; indeed, it is the same as in your own cities in Europe. Know you not the military man among you, the lawyer and the merchant, the banker, the artist, or the poet? It is the same in Africa, MORE ESPECIALLY ON THE CONGO, WHERE THE PEOPLE ARE SO DEVOTED TO TRADE.” “During the few days of our mutual intercourse they gave us a high idea of their qualities — industry, after their own style, not being the least conspicuous.” “ As in the old time, Umangi, from the right bank, and Mpa, from the left bank, despatched their representatives with ivory tusks, large and small, goats and sheep, and vegetable food, clamorously demanding that we should buy from them. Such urgent entreaties, accompanied with blandishments to purchase their stock, were difficult to resist.” “I speak of eager native traders following us for miles for the smallest piece of cloth. I mention that after travelling many miles to obtain cloth for ivory and redwood powder, the despairing natives asked: ‘Well, what is it you do want? Tell us, and we will get it for you.’ “ Speaking of English scepticism as to King Leopold’s intentions, he says: “Though they understand the satisfaction of a sentiment when applied to England, they are slow to understand that it may be a sentiment that induccd King Leopold II. to father this International Association. He is a dreamer, like his confreres in the work, because the sentiment is applied to the neglected millions of the Dark Continent. They cannot appreciate rightly, because there are no dividends attaching to it, this ardent, vivifying and expansive sentiment, which seeks to extend civilizing influences among the dark races, and to brighten up with the glow of civilization the dark places of sad-browed Africa.” One cannot let these extracts pass without noting that Bolobo, the first place named by Stanley, has sunk in population from 40,000 to 7,000; that Irebu, called by Stanley the populous Venice of the Congo, had in 1903 a population of fifty; that the natives who used to follow Stanley, beseeching him to trade, now, according to Consul Casement, fly into the bush at the approach of a steamer, and that the unselfish sentiment of King Leopold II. has developed into dividends of 300 per cent, per annum. Such is the difference between Stanley’s anticipation and the actual fulfilment. Untroubled, however, with any vision as to the destructive effects of his own work, Stanley laboured hard among the native chiefs, and returned to his employer with no less than 450 alleged treaties which transferred land to the Association. We have no record of the exact payment made in order to obtain these treaties, but we have the terms of a similar transaction carried out by a Belgian officer in 1883 at Palabala. In this case the payment made to the Chief consisted of “one coat of red cloth with gold facings, one red cap, one white tunic, one piece of white baft, one piece of red points, one box of liqueurs, four demijohns of rum, two boxes of gin, 128 bottles of gin, twenty red handkerchiefs, forty singlets and forty old cotton caps.” It is clear that in making such treaties the Chief thought that he was giving permission for the establishment of a station. The idea that he was actually bartering away the land was never even in his mind, for it was held by a communal tenure for the whole tribe, and it was not his to barter. And yet it is on the strength of such treaties as these that twenty millions of people have been expropriated, and the whole wealth and land of the country proclaimed to belong, not to the inhabitants, but to the State — that is, to King Leopold. With this sheaf of treaties in his portfolio the King of the Belgians now approached the Powers with high sentiments of humanitarianism, and with a definite request that the State which he was forming should receive some recognised status among the nations. Was he at that time consciously hypocritical? Did he already foresee how widely his future actions would differ from his present professions? It is a problem which will interest the historian of the future, who may have more materials than we upon which to form a judgment. On the one hand, there was a furtive secrecy about the evolution of his plans and the despatch of his expeditions which should have no place in a philanthropic enterprise. On the other hand, there arc limits to human powers of deception, and it is almost inconceivable that a man who was acting a part could so completely deceive the whole civilised world. It is more probable, as it seems to me, that his ambitious mind discerned that it was possible for him to acquire a field of action which his small kingdom could not give, in mixing himself with the affairs of Africa. He chose the obvious path, that of a civilizing and elevating mission, taking the line of least resistance without any definite idea whither it might lead him. Once faced with the facts, his astute brain perceived the great material possibilities of the country; his early dreams faded away to be replaced by unscrupulous cupidity, and step by step he was led downward until he, the man of holy aspirations in 1885, stands now in 1909 with such a cloud of terrible direct personal responsibility resting upon him as no man in modern European history has had to bear. It is, indeed, ludicrous, with our knowledge of the outcome, to read the declarations of the King and of his representatives at that time. They were actually forming the strictest of commercial monopolies — an organization which was destined to crush out all general private trade in a country as large as the whole of Europe with Russia omitted. That was the admitted outcome of their enterprise. Now listen to M. Beernaert, the Belgian Premier, speaking in the year 1885: “The State, of which our King will be the Sovereign, will be a sort of international Colony. There will be no monopolies, no privileges… . Quite the contrary: absolute freedom of commerce, freedom of property, freedom of navigation.” Here, too, are the words of Baron Lambermont, the Belgian Plenipotentiary at the Berlin Conference: “The temptation to impose abusive taxes will find its corrective, if need be, in the freedom of commerce. … No doubt exists as to the strict and literal meaning of the term ‘ in commercial matters.’ It means… . the unlimited right for every one to buy and to sell.” The question of humanity is so pressing that it obscures that of the broken pledges about trade, but on the latter alone there is ample reason to say that every condition upon which this State was founded has been openly and notoriously violated, and that, therefore, its title-deeds are vitiated from the beginning. At the time the professions of the King made the whole world his enthusiastic allies. The United States was the first to hasten to give formal recognition to the new State. May it be the first, also, to realise the truth and to take public steps to retract what it has done. The churches and the Chambers of Commerce of Great Britain were all for Leopold, the one attracted by the prospect of pushing their missions into the heart of Africa, the others delighted at the offer of an open market for their produce. At the Congress of Berlin, which was called to regulate the situation, the nations vied with each other in furthering the plans of the King of the Belgians and in extolling his high aims. The Congo Free State was created amid general rejoicings. The veteran Bismarck, as credulous as the others, pronounced its baptismal blessing. “The New Congo State is called upon,” said he, “to become one of the chief promoters of the work” (of civilization) “which we have in view, and I pray for its prosperous development and for the fulfilment of the noble aspirations of its illustrious founder.” Such was the birth of the Congo Free State. Had the nations gathered round been able to perceive its future, the betrayal of religion and civilization of which it would be guilty, the immense series of crimes which it would perpetrate throughout Central Africa, the lowering of the prestige of all the white races, they would surely have strangled the monster in its cradle. It is not necessary to record in this statement the whole of the provisions of the Berlin Congress. Two only will suffice, as they are at the same time the most important and the most flagrantly abused. The first of these (which forms the fifth article of the agreement) proclaims that “No Power which exercises sovereign rights in the said regions shall be allowed to grant therein either monopoly or privilege of any kind in commercial matters.” No words could be clearer than that, but the Belgian representatives, conscious that such a clause must disarm all opposition, went out of their way to accentuate it. “No privileged situation can be created in this respect,” they said. “The way remains open without any restriction to free competition in the sphere of commerce.” It would be interesting now to send a British or German trading expedition up the Congo in search of that free competition which has been so explicitly promised, and to see how it would fare between the monopolist Government and the monopolist companies who have divided the land between them. We have travelled some distance since Prince Bismarck at the last sitting of the Conference declared that the result was “to secure to the commerce of all nations free access to the centre of the African Continent.” More important, however, is Article VI., both on account of the issues at stake, and because the signatories of the treaty bound themselves solemnly, “in the name of Almighty God,” to watch over its enforcement. It ran: “All the Powers exercising sovereign rights or influence in these territories pledge themselves to watch over the preservation of the native populations and the improvement of their moral and material conditions of existence, and to work together for the suppression of slavery and of the slave trade.” That was the pledge of the united nations of Europe. It is a disgrace to each of them, including ourselves, the way in which they have fulfilled that oath. Before their eyes, as I shall show in the sequel, they have had enacted one long, horrible tragedy, vouched for by priests and missionaries, traders, travellers and consuls, all corroborated, but in no way reformed, by a Belgium commission of inquiry. They have seen these unhappy people, who were their wards, robbed of all they possessed, debauched, degraded, mutilated, tortured, murdered, all on such a scale as has never, to my knowledge, occurred before in the whole course of history, and now, after all these years, with all the facts notorious, we are still at the stage of polite diplomatic expostulations. It is no answer to say that France and Germany have shown even less regard for the pledge they took at Berlin. An individual does not condone the fact that he has broken his word by pointing out that his neighbour has done the same.

CAPITOLO I
Come nacque lo Stato Libero del Congo Nei primi anni del suo regno, il re Leopoldo del Belgio iniziò a mostrare un notevole interesse per l’Africa Centrale. Per molto tempo, tale interesse fu attribuito a motivi nobili e filantropici; tuttavia, ben presto si fece evidente il contrasto tra tali dichiarazioni e l’effettivo comportamento commerciale spregiudicato del re. Già nel 1876 convocò una conferenza di umanitari e viaggiatori a Bruxelles al fine di discutere diversi piani per lo sfruttamento dell’Africa Nera. Da questa conferenza nacque la cosiddetta Associazione Africana Internazionale, che, nonostante il nome, era in realtà un organismo prevalentemente belga, con il re Leopoldo come presidente. L’obiettivo dichiarato dell’associazione era l’esplorazione del territorio e la creazione di stazioni destinate a fungere da rifugi per i viaggiatori e centri di civiltà. Al ritorno di Stanley dal suo lungo viaggio nel 1878, fu accolto a Marsiglia da un rappresentante del re del Belgio, che lo assunse come agente dell’associazione. Il compito immediato assegnatogli fu quello di aprire il Congo al commercio e stabilire condizioni vantaggiose con i nativi per permettere la costruzione di stazioni e l’insediamento di coloni. Nel 1879 Stanley lavorò con grande energia. Le sue intenzioni erano davvero encomiabili: “Basterà un semplice contatto”, scrisse, “per convincere i nativi che le nostre intenzioni sono pure e onorevoli, finalizzate al loro bene materiale e sociale più che ai nostri interessi personali. Siamo qui per diffondere i benefici derivanti da rapporti amichevoli e giusti con popoli che prima erano per noi sconosciuti”. Stanley era un uomo rigido, ma non un ipocrita: ciò che diceva lo intendeva davvero. È interessante notare, considerando le affermazioni dei difensori di Leopoldo sulle presunte pigrizia o stupidità dei nativi africani, che Stanley aveva un’alta stima della loro laboriosità e delle loro capacità commerciali. I seguenti estratti dalle sue opere chiariscono ulteriormente questo punto: “Bolobo è un importante centro per il commercio di avorio e polvere di legno di camwood, soprattutto perché la sua popolazione è molto intraprendente.”
Di Irebu, definito “la Venezia del Congo”, scrive:
“Questi uomini conoscevano bene molte regioni e tribù dell’Alto Congo. Dalla laguna di Stanley fino a Upoto, per una distanza di 6.000 miglia, conoscevano ogni punto di sbarco lungo le rive del fiume. Tutti gli aspetti della vita selvaggia, i profitti e le perdite derivanti dal baratto, nonché le strategie diplomatiche utilizzate dai nativi, erano per loro altrettanto familiari quanto l’alfabeto romano per noi. Non c’è da meravigliarsi che tutta questa esperienza commerciale abbia lasciato tracce sul loro aspetto: è esattamente lo stesso che nelle vostre città europee. Non conoscete forse tra voi militari, avvocati, mercanti, banchieri, artisti o poeti? Lo stesso vale in Africa, soprattutto nel Congo, dove la gente dedica tutta se stessa al commercio.” “Nei pochi giorni della nostra reciproca frequentazione, ci hanno dato una buona idea delle loro qualità: l’impegno, espresso secondo il loro stile personale, non era affatto trascurabile.”
“Come un tempo, Umangi dalla riva destra e Mpa dalla riva sinistra inviavano i loro rappresentanti con zanne d’avorio, grandi e piccole, capre, pecore e cibo vegetale, insistendo rumorosamente affinché acquistassimo da loro. Tali sollecitazioni urgenti, accompagnate da lusinghe per convincerci ad acquistare le loro merci, erano difficili da rifiutare.”
“Ricordo che commercianti indigeni entusiasti ci seguivano per chilometri pur di ottenere anche il pezzo più piccolo di stoffa. Dopo aver viaggiato per molte miglia per procurarci stoffa in cambio di zanne d’avorio e polvere di legno rosso, gli indigeni disperati ci chiedevano: ‘Diteci cosa volete davvero; ve lo procureremo.’”
Parlando dello scetticismo degli inglesi riguardo alle intenzioni del Re Leopoldo II, egli afferma:
“Anche se comprendono il valore di un sentimento quando applicato all’Inghilterra, fanno fatica ad ammettere che possa essere stato proprio questo sentimento a spingere il Re Leopoldo II a fondare questa Associazione Internazionale. Lui è un sognatore, come molti dei suoi colleghi impegnati in quest’opera; quel sentimento, infatti, è rivolto ai milioni di persone trascurate del Continente Nero. Gli indigeni non riescono a comprendere appieno questo sentimento appassionato e generoso, che mira ad estendere le influenze civilizzatrici tra le razze oscure e a illuminare con i raggi della civiltà quelle zone buie dell’Africa.”
Non si può ignorare che Bolobo, la prima località menzionata da Stanley, abbia visto la sua popolazione diminuire drasticamente, passando da 40.000 a 7.000 abitanti; che Irebu, definita da Stanley la “Venezia del Congo”, contasse soltanto cinquanta abitanti nel 1903; che gli indigeni che un tempo seguivano Stanley supplicandolo di commerciare ora, secondo il Console Casement, fuggono nella giungla non appena si avvicina una nave a vapore; e che lo spirito altruistico del Re Leopoldo II abbia portato a rendimenti del 300% annuo. Ecco la differenza tra le aspettative di Stanley e la realtà effettiva. Immerso in tali trattati, il Re dei Belgi si avvicinò alle potenze con profonde motivazioni umanitarie, chiedendo che lo Stato da lui fondato ricevesse uno status riconosciuto tra le nazioni. Era forse ipocrita in quel momento? Prevedeva già quanto le sue future azioni sarebbero state diverse dalle dichiarazioni attuali? Questo è un problema che interesserà gli storici del futuro, i quali disporranno probabilmente di maggiori informazioni per formulare una giudizio. Da un lato, c’era una certa segretezza riguardo allo sviluppo dei suoi piani e all’invio delle sue spedizioni, qualcosa che non avrebbe dovuto esserci in un’impresa filantropica. Dall’altro lato, ci sono limiti alle capacità umane di inganno; è quasi inconcepibile che una persona che recita un ruolo possa ingannare completamente il mondo intero. È più probabile che la sua mente ambiziosa abbia visto nella partecipazione agli affari dell’Africa l’opportunità di ottenere uno spazio d’azione che il suo piccolo regno non poteva offrirgli. Scelse quindi la strada più ovvia: quella di una missione civilizzatrice e elevante, seguendo la via del minor ostacolo, senza alcuna idea precisa su dove ciò lo avrebbe portato. Di fronte ai fatti concreti, il suo intelligenza acuta percepì le enormi possibilità materiali di quel paese; i suoi sogni iniziali svanirono, sostituiti da una avidità senza scrupoli, e passo dopo passo fu trascinato verso il basso, fino a quando, l’uomo dalle nobili aspirazioni del 1885, si trovò nel 1909 sotto un peso di terribile responsabilità personale, come nessun altro nella storia europea moderna aveva mai dovuto sopportare. È davvero assurdo, considerando le nostre conoscenze sulle conseguenze future, leggere le dichiarazioni del Re e dei suoi rappresentanti di quel tempo. In realtà, essi stavano creando i monopoli commerciali più rigidi: un’organizzazione destinata a soffocare ogni forma di commercio privato in un paese grande come l’intera Europa, escludendo naturalmente la Russia. Questo era l’esito inevitabile delle loro azioni. Ora ascoltiamo il Primo Ministro belga M. Beernaert nel 1885:
“Lo Stato, di cui il nostro Re sarà il sovrano, diventerà una sorta di colonia internazionale. Non ci saranno monopoli, né privilegi. Al contrario: libertà assoluta di commercio, libertà di proprietà, libertà di navigazione.”
Anche le parole del barone Lambermont, plenipotenziario belga alla Conferenza di Berlino, sono significative:
“La tentazione di imporre tasse eccessive troverà il suo rimedio nella libertà di commercio. Non esistono dubbi sul significato letterale del termine ‘libertà di commercio’: significa il diritto illimitato di comprare e vendere.”
La questione umanitaria è così urgente da oscurare i problemi legati alle promesse infrante riguardo al commercio; tuttavia, basta considerare questo aspetto per constatare che tutte le condizioni su cui si fondava questo Stato sono state apertamente e clamorosamente violate.
Al momento in cui il Re fece queste dichiarazioni, tutti i paesi del mondo lo sostennero con entusiasmo; gli Stati Uniti furono i primi ad riconoscere ufficialmente questo nuovo Stato. Speriamo che siano anche i primi a rendersi conto della verità e a intraprendere azioni concrete per rettificare le loro decisioni passate. Le chiese e le camere di commercio del Regno Unito erano tutte dalla parte di Leopoldo: alcune erano interessate all’espansione delle proprie attività nel cuore dell’Africa, altre erano felici dell’offerta di un mercato aperto per i loro prodotti. Alla Conferenza di Berlino, le nazioni si affrettarono a sostenere i piani del Re dei Belgi e ad elogiare i suoi nobili obiettivi; lo Stato Libero del Congo fu creato tra generali acclamazioni. Anche il veterano Bismarck, come tutti gli altri, credette ciecamente in questo progetto, “Lo Stato Libero del Congo è chiamato a diventare uno dei principali promotori del lavoro di civiltà che abbiamo in mente”, disse; “Prego per il suo prospero sviluppo e per la realizzazione delle nobili aspirazioni del suo illustre fondatore”.
Ma se le nazioni presenti avessero potuto prevedere il futuro dello Stato Libero del Congo, la tradizione religiosa e civile che avrebbe tradito, gli enormi crimini che avrebbe commesso in tutta l’Africa centrale, il declino della reputazione di tutte le razze bianche, sicuramente avrebbero impedito la nascita di questo mostro. Non è necessario registrare in questa dichiarazione tutte le disposizioni del Congresso di Berlino; bastano soltanto due, poiché sono al contempo le più importanti e quelle più palesemente violate. La prima di queste (che costituisce l’articolo quinto dell’accordo) proclama che “nessuna Potenza che eserciti diritti sovrani in tali regioni può concedervi alcun tipo di monopolio o privilegio in materia commerciale”. Non ci potrebbero essere parole più chiare, ma i rappresentanti belgi, consapevoli del fatto che una tale clausola doveva disarmare ogni opposizione, si sforzarono di enfatizzarla ancora di più. “Non può essere creata alcuna situazione privilegiata in questo senso”, dissero. “Il cammino rimane aperto, senza alcuna restrizione alla libera concorrenza nel campo del commercio”. Sarebbe interessante ora inviare una spedizione commerciale britannica o tedesca lungo il Congo per verificare quanto sia effettivamente libera quella concorrenza che è stata così esplicitamente promessa, e vedere come si comporterebbe di fronte a un governo monopolista e a compagnie commerciali che hanno diviso la regione tra loro. Abbiamo fatto molti passi avanti da quando il principe Bismarck, nell’ultima sessione del Congresso, dichiarò che l’obiettivo era “garantire a tutti i popoli il libero accesso al centro del continente africano”.
Tuttavia ancora più importante è l’articolo VI, sia per le questioni in gioco sia perché i firmatari del trattato si impegnarono solennemente, “in nome di Dio Onnipotente”, a vigilare sul suo rispetto. Diceva: “Tutte le Potenze che esercitano diritti sovrani o influenza in queste regioni si impegnano a proteggere le popolazioni indigene e a migliorare le loro condizioni morali e materiali di vita, e a lavorare insieme per sopprimere la schiavitù e il commercio degli schiavi”. Quell’impegno rappresentava l’unione delle nazioni europee. È una vergogna per ognuna di esse, compresi noi stessi, il modo in cui hanno mantenuto tale promessa. Davanti ai loro occhi, come mostrerò in seguito, si è consumata una lunga e orribile tragedia: queste sfortunate persone, che erano sotto la loro tutela, sono state derubate di tutto ciò che possedevano, degradate, mutilate, torturate, assassinate, in proporzioni mai viste prima nella storia. E ora, dopo tutti questi anni, nonostante i fatti siano ormai noti a tutti, ci troviamo ancora a livelli di discussioni diplomatiche formali. Non è una risposta valida affermare che Francia e Germania abbiano mostrato ancora meno rispetto per l’impegno preso a Berlino: un individuo non può scusare il proprio mancato rispetto verso una promessa, sostenendo che anche il proprio vicino ha fatto lo stesso.

CHAPTER II THE DEVELOPMENT OF THE CONGO STATE HAVING received his mandate from the civilised world King Leopold proceeded to organize the Government of the new State, which was in theory to be independent of Belgium, although ruled by the same individual. In Europe, King Leopold was a constitutional monarch; in Africa, an absolute autocrat. There were chosen three ministers for the new State — for foreign affairs, for finances and for internal affairs; but it cannot be too clearly understood that they and their successors, up to 1908, were nominated by the King, paid by the King, answerable only to the King, and, in all ways, simply so many upper clerks in his employ. The workings of one policy and of one brain, as capable as it is sinister, are to be traced in every fresh development. If the ministers were ever meant to be a screen, it is a screen which is absolutely transparent. The origin of everything is the King — always the King. M. van Ectvelde, one of the three head agents, put the matter into a single sentence: “C’est h votre majeste qu’appartient l’fitat.” They were simply stewards, who managed the estate with a very alert and observant owner at their back. One of the early acts was enough to make observers a little thoughtful. It was the announcement of the right to issue laws by arbitrary decrees without publishing them in Europe. There should be secret laws, which could, at any instant, be altered. The Bulletin Officiel announced that “Tous les Actes du Gouvernement qu’il y a interet h rendre publics seront insdrds au Bulletin OfficielAlready it is clear that something was in the wind which might shock the rather leathery conscience of a European Concert. Meanwhile, the organization of the State went forward. A Governor-General was elected, who should live at Boma, which was made the capital. Under him were fifteen District Commissaries, who should govern so many districts into which the whole country was divided. The only portion which was at that time at all developed was the semi- civilised Lower Congo at the mouth of the river. There lay the white population. The upper reaches of the stream and of its great tributaries were known only to a few devoted missionaries and enterprising explorers. Grenfell and Bentley, of the Missions, with Von Wissman, the Geman, and the ever-energetic Stanley, were the pioneers who, during the few years which followed, opened up the great hinterland which was to be the scene of such atrocious events. But the work of the explorer had soon to be supplemented and extended by the soldier. Whilst the Belgians had been entering the Congo land from the west, the slave-dealing Arabs had penetrated from the east, passing down the river as far as Stanley Falls. There could be no compromise between such opposite forces, though some attempt was made to find one by electing the Arab leader as Free State Governor. There followed a long scrambling campaign, carried on for many years between the Arab slavers on the one side and the Congo forces upon the other — the latter consisting largely of cannibal tribes — men of the Stone Age, armed with the weapons of the nineteenth century. The suppression of the slave trade is a good cause, but the means by which it was effected, and the use of Barbarians who ate in the evening those whom they had slain during the day, are as bad as the evil itself. Yet there is no denying the energy and ability of the Congo leaders, especially of Baron Dhanis. By the year 1894 the Belgian expeditions had been pushed as far as Lake Tanganyika, the Arab strongholds had fallen, and Dhanis was able to report to Brussels that the campaign was at an end, and that slave-raiding was no more. The new State could claim that they had saved a part of the natives from slavery. How they proceeded to impose upon all of them a yoke, compared to which the old slavery was merciful, will be shown in these pages. From the time of the fall of the Arab power the Congo Free State was only called upon to use military force in the case of mutinies of its own black troops, and of occasional risings of its own tormented “citizens.” Master of its own house, it could settle down to exploit the country which it had won. In the meantime the internal policy of the State showed a tendency to take an unusual and sinister course. I have already expressed my opinion that King Leopold was not guilty of conscious hypocrisy in the beginning, that his intentions were vaguely philanthropic, and that it was only by degrees that he sank to the depths which will be shown. This view is borne out by some of the earlier edicts of the State. In 1886, a long pronouncement upon native lands ended by the words: “All acts or agreements are forbidden which tend to the expulsion of natives from the territory they occupy, or to deprive them, directly or indirectly, of their liberty or their means of existence.” Such are the words of 1886. Before the end of 1887, an Act had been published, though not immediately put into force, which had the exactly opposite effect. By this Act all lands which were not actually occupied by natives were proclaimed to be the property of the State. Consider for a moment what this meant! No land in such a country is actually occupied by natives save the actual site of their villages, and the scanty fields of grain or manioc which surround them. Everywhere beyond these tiny patches extend the plains and forests which have been the ancestral wandering places of the natives, and which contain the rubber, the camwood, the copal, the ivory, and the skins which are the sole objects of their commerce. At a single stroke of a pen in Brussels everything was taken from them, not only the country, but the produce of the country. How could they trade when the State had taken from them everything which they had to offer? How could the foreign merchant do business when the State had seized everything and could sell it for itself direct in Europe? Thus, within two years of the establishment of the State by the Treaty of Berlin, it had with one hand seized the whole patrimony of those natives for whose “moral and material advantage” it had been so solicitous, and with the other hand it had torn up that clause in the treaty by which monopolies were forbidden, and equal trade rights guaranteed to all. How blind were the Powers not to see what sort of a creature they had made, and how short-sighted not to take urgent steps in those early days to make it retrace its steps and find once more the path of loyalty and justice! A firm word, a stern act at that time in the presence of this flagrant breach of international agreement, would have saved all Central Africa from the horror which has come upon it, would have screened Belgium from a lasting disgrace, and would have spared Europe a question which has already, as it seems to me, lowered the moral standing of all the nations, and the end of which is not yet. Having obtained possession of the land and its products, the next step was to obtain labour by which these products could be safely garnered. The first definite move in this direction was taken in the year 1888, when, with that odious hypocrisy which has been the last touch in so many of these transactions, an Act was produced which was described in the Bulletin Officiel as being for the “Special protection of the black.” It is evident that the real protection of the black in matters of trade was to offer him such pay as would induce him to do a day’s work, and to let him choose his own employment, as is done with the Kaffirs of South Africa, or any other native population. This Act had a very different end. It allowed blacks to be bound over in terms of seven years’ service to their masters in a manner which was in truth indistinguishable from slavery. As the negotiations were usually carried on with the capita, or headman, the unfortunate servant was transferred with small profit to himself, and little knowledge of the conditions of his servitude. Under the same system the State also enlisted its employees, including the recruits for its small army. This army was supplemented by a wild militia, consisting of various barbarous tribes, many of them cannibals, and all of them capable of any excess of cruelty or outrage. A German, August Boshart, in his “Zehn Jahre Afrikanischen Lebens,” has given us a clear idea of how these tribes are recruited, and of the precise meaning of the attractive word “Iib6r6” when applied to a State servant. “Some District Commissary,” he says, “receives instructions to furnish a certain number of men in a given time. He puts himself in communication with the chiefs, and invites them to a palaver at his residence. These chiefs, as a rule, already have an inkling of what is coming, and, if made wise by experience, make a virtue of necessity and present themselves. In that case the negotiations run their course easily enough; each chief promises to supply a certain number of slaves, and receives presents in return. It may happen, however, that one or another pays no heed to the friendly invitation, in which case war is declared, his villages are burned down, perhaps some of his people are shot, and his stores or gardens are plundered. In this way the wild king is soon tamed, and he sues for peace, which, of course, is granted on condition of his supplying double the number of slaves. These men are entered in the State books as iibdr^s.’ To prevent their running away, they are put in irons and sent, on the first opportunity, to one of the military camps, where their irons are taken off and they are drafted into the army. The District Commissary is paid £2 sterling for every serviceable recruit.” Having taken the country and secured labour for exploiting it in the way described, King Leopold proceeded to take further steps for its development, all of them exceedingly well devised for the object in view. The great impediment to the navigation of the Congo had lain in the continuous rapids which made the river impassable from Stanley Pool for three hundred miles down to Boma at the mouth. A company was now formed to find the capital by which a railway should be built between these two points. The construction was begun in 1888, and was completed in 1898, after many financial vicissitudes, forming a work which deserves high credit as a piece of ingenious engineering and of sustained energy. Other commercial companies, of which more will be said hereafter, were formed in order to exploit large districts of the country which the State was not yet strong enough to handle. By this arrangement the companies found the capital for exploring, station building, etc., while the State — that is, the King — retained a certain portion, usually half, of the company’s shares. The plan itself is not necessarily a vicious one; indeed, it closely resembles that under which the Chartered Company of Rhodesia grants mining and other leases. The scandal arose from the methods by which these companies proceeded to carry out their ends — those methods being the same as were used by the State, on whose pattern these smaller organizations were moulded. In the meantime King Leopold, feeling the weakness of his personal position in face of the great enterprise which lay before him in Africa, endeavoured more and more to draw Belgium, as a State, into the matter. Already the Congo State was largely the outcome of Belgian work and of Belgian money, but, theoretically, there was no connection between the two countries. Now the Belgian Parliament was won over to advancing ten million francs for the use of the Congo, and thus a direct connection sprang up which has eventually led to annexation. At the time of this loan King Leopold let it be known that he had left the Congo Free State in his will to Belgium. In this document appear the words, “A young and spacious State, directed from Brussels, has pacifically appeared in the sunlight, thanks to the benevolent support of the Powers that have welcomed its appearance. Some Belgians administer it, while others, each day more numerous, there increase their wealth.” So he flashed the gold before the eyes of his European subjects. Verily, if King Leopold deceived other Powers, he reserved the most dangerous of all his deceits for his own country. The day on which they turned from their own honest, healthy development to follow the Congo lure, and to administer without any previous colonial experience a country more than sixty times their own size, will prove to have been a dark day in Belgian history. The Berlin Conference of 1885 marks the first International session upon the affairs of the Congo. The second was the Brussels Conference of 1889-90. It is amazing to find that after these years of experience the Powers were still ready to accept King Leopold’s professions at their face value. It is true that none of the more sinister developments had been conspicuous, but the legislation of the State with regard to labour and trade was already such as to suggest the turn which affairs would take in future if not curbed by a strong hand. One Power, and one only, Holland, had the sagacity to appreciate the true situation, and the independence to show its dissatisfaction. The outcome of the sittings was various philanthropic resolutions intended to strengthen the new State in dealing with that slave trade it was destined to re-introduce in its most odious form. We are too near to these events, and they are too painfully intimate, to permit us to see humour in them; but the historian of the future, when he reads that the object of the European Concert was “to protect effectually the aboriginal inhabitants of Africa,” may find it difficult to suppress a smile. This was the last European assembly to deal with the affairs of the Congo. May the next be for the purpose of taking steps to truly carry out those high ends which have been forever spoken of and never reduced to practice. The most important practical outcome of the Brussels Conference was that the Powers united to free the new State from those free port promises which it had made in 1885, and to permit it in future to levy ten per cent, upon imports. The Act was hung up for two years owing to the opposition of Holland, but the fact of its adoption by the other Powers, and the renewed mandate given to King Leopold, strengthened the position of the new State to such an extent that it found no difficulty in securing a further loan from Belgium of twenty-five millions of francs, upon condition that, after ten years, Belgium should have the option of taking over the Congo lands as a colony. If in the years which immediately succeeded the Brussels Conference — from 1890 to 1894 — a bird’s-eye view could be taken of the enormous river which, with its tributaries, forms a great twisted fan radiating over the whole centre of Africa, one would mark in all directions symptoms of European activity. At the Lower Congo one would see crowds of natives, impressed for the service and guarded by black soldiers, working at the railway. At Boma and at Leopoldsville, the two termini of the projected line, cities are rising, with stations, wharves and public buildings. In the extreme southeast one would see an expedition under Stairs exploring and annexing the great district of Katanga, which abuts upon Northern Rhodesia. In the furthest northeast and along the whole eastern border, small military expeditions would be disclosed, fighting against rebellious blacks or Arab raiders. Then, along all the lines of the rivers, posts were being formed and stations established — some by the State and some by the various concessionnaire companies for the development of their commerce. In the meantime, the State was tightening its grip upon the land with its products, and was working up the system which was destined to produce such grim results in the near future. The independent traders were discouraged and stamped out, Belgium, as well as Dutch, English and French. Some of the loudest protests against the new order may be taken from Belgian sources. Everywhere, in flagrant disregard of the Treaty of Berlin, the State proclaimed itself to be the sole landlord and the sole trader. In some cases it worked its own so-called property, in other cases it leased it. Even those who had striven to help King Leopold in the earlier stages of his enterprise were thrown overboard. Major Parminter, himself engaged in trade upon the Congo, sums up the situation in 1902 as follows: “To sum up, the application of the new decrees of the Government signifies this: that the State considers as its private property the whole of the Congo Basin, excepting the sites of the natives’ villages and gardens. It decrees that all the products of this immense region are its private property, and it monopolizes the trade in them. As regards the primitive proprietors, the native tribes, they are dispossessed by a simple circular; permission is graciously granted to them to collect such products, but only on condition that they bring them for sale to the State for whatever the latter may be pleased to give them. As regards alien traders, they are prohibited in all this territory from trading with the natives.” Everywhere there were stern orders — to the natives on the one hand, that they had no right to gather the products of their own forests; to independent traders on the other hand, that they were liable to punishment if they bought anything from the natives. In January, 1892, District Commissary Baert wrote: “The native of the district of Ubangi-Welle are not authorized to gather rubber. It has been notified to them that they can only receive permission to do so on condition that they gather the produce for the exclusive benefit of the State.” Captain Le Marinel, a little later, is even more explicit: “I have decided,” he says, “to enforce rigorously the rights of the State over its domain, and, in consequence, cannot allow the natives to convert to their own profit, or to sell to others, any part of the rubber or ivory forming the fruits of the domain. Traders who purchase, or attempt to purchase, such fruits of this domain from the natives — which fruits the State only authorizes the natives to gather subject to the condition that they are brought to it — render themselves, in my opinion, guilty of receiving stolen goods, and I shall denounce them to the judicial authorities, so that proceedings may be taken against them.” This last edict was in the Bangala district, but it was followed at once by another from the more settled Equateur district, which shows that the strict adoption of the system was universal. In May, 1892, Lieutenant Lemaire proclaims: “ Considering that no concession has been granted to gather rubber in the domains of the State within this district, (1) natives can only gather rubber on condition of selling the same to the State; (2) any person or persons or vessels having in his or their possession, or on board, more than one kilogramme of rubber will have a prods- verbal drawn up against him, or them, or it; and the ship can be confiscated without prejudice to any subsequent proceedings.” The sight of these insignificant lieutenants and captains, who are often non-commissioned officers of the Belgian army, issuing proclamations which were in distinct contradiction to the expressed will of all the great Powers of the world, might at the time have seemed ludicrous; but the history of the next seventeen years was to prove that a small malignant force, driven on by greed, may prove to be more powerful than a vague general philanthropy, strong only in good intentions and platitudes. During these years — from 1890 to 1895 — whatever indignation might be felt among traders over the restrictions placed upon them, the only news received by the general public from the Congo Free State concerned the founding of new stations, and the idea prevailed that King Leopold’s enterprise was indeed working out upon the humanitarian lines which had been originally planned. Then, for the first time, incidents occurred which gave some glimpse of the violence and anarchy which really prevailed. The first of these, so far as Great Britain is concerned, lay in the treatment of natii»es from Sierra Leone, Lagos, and other British Settlements, who had been engaged by the Belgians to come to Congoland and help in railway construction and other work. Coming from the settled order of such a colony as Sierra Leone or Lagos, these natives complained loudly when they found themselves working side by side with impressed Congolese, and under the discipline of the armed sentinels of the Force Publique. They were discontented and the discontent was met by corporal punishment. The matter grew to the dimensions of a scandal. In answer to a question asked in the House of Commons on March 12th, 1896, Mr. Chamberlain, as Secretary of State for the Colonies, stated that complaints had been received of these British subjects having been employed without their consent as soldiers, and of their having been cruelly flogged, and, in some cases, shot; and he added: “They were engaged with the knowledge of Her Majesty’s representatives, and every possible precaution was taken in their interests; but, in consequence of the complaints received, the recruitment of labourers for the Congo has been prohibited.” This refusal of the recruitment of labourers by Great Britain was the first public and national sign of disapproval of Congolese methods. A few years later, a more pointed one was given, when the Italian War Ministry refused to allow their officers to serve with the Congo forces. Early in 1895 occurred the Stokes affair, which moved public opinion deeply, both in this country and in Germany. Charles Henry Stokes was an Englishman by birth, but he resided in German East Africa, was the recipient of a German Decoration for his services on behalf of German colonization, and formed his trading caravans from a German base, with East African natives as his porters. He had led such a caravan over the Congo State border, when he was arrested by Captain Lothaire, an officer in command of some Congolese troops. The unfortunate Stokes may well have thought himself safe as the subject of one great Power and the agent of another, but he was tried instantly in a most informal manner upon a charge of selling guns to the natives, was condemned, and was hanged on the following morning. When Captain Lothaire reported his proceedings to his superiors they signified their approbation by promoting him to the high rank of Commissaire-G6n6ral. The news of this tragedy excited as much indignation in Berlin as in London. Faced with the facts, the representatives of the Free State in Brussels — that is, the agents of the King — were compelled to admit the complete illegality of the whole incident, and could only fall back upon the excuse that Lothaire’s action was bona-fide, and free from personal motive. This is by no means certain, for as Baron von Marschall pointed out to the acting British Ambassador at Berlin, Stokes was known to be a successful trader in ivory, exporting it by the east route, and so depriving the officers of the Congo Government of a ten per cent, commission, which would be received by them if it were exported by the west route. “This was the reason,” the report continued, quoting the German Statesman’s words, “that he had been done away with, and not on account of an alleged sale of arms to Arabs, his death being, in fact, not an act of justice, but one of commercial protection, neither more nor less.” This was one reading of the situation. Whether it was a true one or not, there could be no two opinions as to the illegality of the proceedings. Under pressure from England, Lothaire was tried at Boma and acquitted. He was again, under the same pressure, tried at Brussels, when theJProsecuting Counsel thought it consistent with his duty to plead for an acquittal and the proceedings became a fiasco. There the matter was allowed to remain. A Blue Book of 188 pages is the last monument to Charles Henry Stokes, and his executioner returned to high office in the Congo Free State, where his name soon recurred in the accounts of the violent and high-handed proceedings which make up the history of that country. He was appointed Director of the Antwerp Society for the Commerce of the Congo — an appointment for which King Leopold must have been responsible — and he managed the affairs of that company until he. was implicated in the Mongalla massacres, of which more will be said hereafter. It has been necessary to describe the case of Stokes, because it is historical, but nothing is further from my intention than to address national amour propre in the matter. It was a mere accident that Stokes was an Englishman, and the outrage remains the same had he been a citizen of any State. The cause I plead is too broad, and also too lofty, to be supported by any narrower appeals than those which may be addressed to all humanity. I will proceed to describe a case which occurred a few years later to show that men of other nationalities suffered as well as the English. Stokes, the Englishman, was killed, and his death, it was said by some Congolese apologists, was due to his not having, after his summary trial, announced that he would lodge an immediate appeal to the higher court at Boma. Rabinck, the Austrian, the victim of similar proceedings, did appeal to the higher court at Boma, and it is interesting to see what advantage he gained by doing so. Rabinck was, as I have said, an Austrian from Olmutz, a man of a gentle and lovable nature, popular with all who knew him, and remarkable, as several have testified, for his just and kindly treatment of the natives. He had, for some years, traded with the people of Katanga, which is the southeastern portion of the Congo State where it abuts upon British Central Africa. The natives were at the time in arms against the Belgians, but Rabinck had acquired such influence among them that he was still able to carry on his trade in ivory and rubber for which he held a permit from the Katanga Company. Shortly after receiving this permit, for which he had paid a considerable sum, certain changes were made in the company by which the State secured a controlling influence in it. A new manager, Major Weyns, appeared, who represented the new regime, superseding M. L6veque, who had sold the permits in the name of the original company. Major Weyns was zealous that the whole trade of the country should belong to the Concessionnaire Company, which was practically the Government, according to the usual, but internationally illegal, habit of the State. To secure this trade, the first step was evidently to destroy so well-known and successful a private trader as M. Rabinck. In spite of his permits, therefore, a charge was trumped up against him of having traded illegally in rubber — an offence which, even if he had no permit, was an impossibility in the face of that complete freedom of trade which was guaranteed by the Treaty of Berlin. The young Austrian could not bring himself to believe that the matter was serious. His letters are extant, showing that he regarded the matter as so preposterous that he could not feel any fears upon the subject. He was soon to be undeceived, and his eyes were opened too late to the character of the men and the organization with which he was dealing. Major Weyns sat in court- martial upon him. The offence with which he was charged, dealing illegally in rubber, was one which could only be punished by a maximum imprisonment of a month. This would not serve the purpose in view. Major Weyns within forty minutes tried the case, condemned the prisoner, and sentenced him to a year’s imprisonment. There was an attempt to excuse this monstrous sentence afterward by the assertion that the crime punished was that of selling guns to the natives, but as a matter of fact there was at the time no mention of anything of the sort, as is proved by the existing minutes of the trial. Rabinck naturally appealed against such a sentence. He would have been wiser had he submitted to it in the nearest guardhouse. In that case he might possibly have escaped with his life. In the other, he was doomed. “He will go,” said Major Weyns, “on such a nice little voyage that he will act like this no more, and others will take example from it.” The voyage in question was the two thousand miles which separated Katanga from the Appeal Court at Boma. He was to travel all this way under the sole escort of black soldiers, who had their own instructions. The unfortunate man felt that he could never reach his destination alive. “Rumours have it,” he wrote to his relatives, “that Europeans who have been taken are poisoned, so if I disappear without further news you may guess what has become of me.” Nothing more was heard from him save two agonized letters, begging officials to speed him on his way. He died, as he had foreseen, on the trip down the Congo, and was hurriedly buried in a wayside station when two hours more would have brought the body to Leopoldville. If it is possible to add a darker shadow to the black business it lies in the fact that the apologists of the State endeavoured to make the world believe that their victim’s death was due to his own habit of taking morphia. The fact is denied by four creditable witnesses, who knew him well, but most’ of all is it denied by the activity and energy which had made him one of the leading traders of Central Africa — too good a trader to be allowed open competition with King Leopold’s huge commercial monopoly. As a last and almost inconceivable touch, the whole of the dead man’s caravans and outfits, amounting to some £15,000, were seized by those who had driven him to his death, and by the last reports neither his relatives nor his creditors have received any portion of this large sum. Consider the whole story and say if it is exaggeration to state that Gustav Maria Rabinck was robbed and murdered by the Congo Free State. Having shown in these two examples the way in which the Congo Free State has dared to treat the citizens of European States who have traded within her borders, I will now proceed to detail, in chronological order, some account of the dark story of that State’s relations to the subject races, for whose moral and material advantage we and other European Powers have answered. For every case I chronicle there are a hundred which are known, but which cannot here be dealt with. For every one known, there are ten thousand, the story of which never came to Europe. Consider how vast is the country, and how few the missionaries or consuls who alone would report such matters. Consider also that every official of the Congo State is sworn neither at the time nor afterward to reveal any matter that may have come to his knowledge. Consider, lastly, that the missionary or consul acts as a deterrent, and that it is in the huge stretch of country where neither are to be found that the agent has his own unfettered way. With all these considerations, is it not clear that all the terrible facts which we know are but the mere margin of that welter of violence and injustice which the Jesuit, Father Vermeersch, has summed up in the two words, “Immeasurable Misery!”

CAPITOLO II
Lo sviluppo dello Stato del Congo Dopo aver ricevuto il mandato dal mondo civile, Re Leopoldo iniziò ad organizzare il governo di questo nuovo Stato, che teoricamente avrebbe dovuto essere indipendente dal Belgio, sebbene fosse governato dalla stessa persona. In Europa, Re Leopoldo era un monarca costituzionale; nell’Africa, invece, un autocrate assoluto. Furono nominati tre ministri per il nuovo Stato: uno per gli affari esteri, uno per le finanze e uno per gli affari interni; tuttavia è fondamentale comprendere chiaramente che loro e i loro successori, fino al 1908, erano nominati dal Re, pagati dal Re e responsabili soltanto nei confronti del Re. In ogni aspetto, rappresentavano semplicemente funzionari di alto livello al suo servizio. L’attuazione di una politica unificata, frutto di un’unica mente – per quanto sinistra possa essere – si riscontra in ogni sviluppo successivo. Se mai i ministri avessero dovuto svolgere il ruolo di “schermi”, questi schermi erano assolutamente trasparenti: l’origine di tutto proveniva dal Re, sempre dal Re. Il signor van Ectvelde, uno dei tre principali responsabili, riassunse la situazione in una sola frase: “È a Vostra Maestà che appartiene il potere decisionale.” In realtà, quei ministri erano semplicemente amministratori che gestivano le risorse dello Stato sotto la supervisione di un padrone estremamente attento e osservante. Uno dei primi atti del nuovo governo fu sufficiente per suscitare riflessioni negli osservatori: si trattava dell’annuncio del diritto di emettere leggi tramite decreti arbitrari, senza pubblicarle in Europa. Avrebbero così esistito leggi segrete, che potevano essere modificate in qualsiasi momento. Il “Bulletin Officiel” annunciò: “Tutti gli atti del governo che sia necessario rendere pubblici verranno inseriti nel Bulletin Official”. Era già evidente che si stava preparando qualcosa che avrebbe potuto scioccare la coscienza piuttosto rigida dei paesi europei coinvolti nella gestione dell’Africa. Nel frattempo, l’organizzazione dello Stato proseguiva: fu eletto un Governatore Generale, il quale avrebbe dovuto risiedere a Boma, designata come capitale del nuovo Paese. Sotto di lui operavano quindici Commissari Distrettuali, incaricati di governare le varie regioni del paese. L’unica parte del Congo che fosse in quel momento sufficientemente sviluppata era la zona semicivile della Bassa Congo, alla foce del fiume; lì si concentrava la popolazione bianca. Le zone più interne del fiume e dei suoi grandi affluenti erano conosciute soltanto da pochi missionari devoti ed esploratori intraprendenti. Grenfell e Bentley, delle Missioni, insieme a Von Wissman (un tedesco) e allo sempre energico Stanley, furono i pionieri che, nei pochi anni successivi, aprirono la strada verso quelle vaste regioni interne che in seguito sarebbero state teatro di eventi atroci. Ma il lavoro dell’esploratore dovette ben presto essere integrato e ampliato dall’azione militare. Mentre i belgi entravano nel territorio del Congo da ovest, gli arabi trafficanti di schiavi si erano infiltrati da est, risalendo il fiume fino alle cascate di Stanley. Non poteva esserci alcun compromesso tra forze così opposte; tuttavia fu tentato un accordo eleggendo il leader arabo a governatore dello Stato Libero del Congo. Ne seguì una lunga e cruenta campagna, durata molti anni, tra i trafficanti di schiavi arabi da un lato e le forze congolese dall’altro – queste ultime composte in gran parte da tribù cannibali, uomini dell’Età della Pietra armati con armi del XIX secolo. La repressione del traffico di schiavi è senza dubbio una causa nobile, ma i metodi utilizzati, nonché l’impiego di barbari che la sera mangiavano coloro che avevano ucciso durante il giorno, erano altrettanto disumani quanto il male stesso. Tuttavia non si può negare l’energia e l’abilità dei leader congolezi, in particolare del barone Dhanis. Entro il 1894 le spedizioni belghe avevano raggiunto il lago Tanganyika; i bastioni arabi erano caduti e Dhanis poté comunicare a Bruxelles che la campagna era conclusa e che il traffico di schiavi non esisteva più. Il nuovo Stato poteva quindi affermare di aver salvato una parte dei nativi dalla schiavitù. Tuttavia, il modo in cui decisero di imporre loro un giogo ancora più oppressivo di quello precedente sarà mostrato in queste pagine. Dall’epoca della sconfitta degli arabi, lo Stato Libero del Congo fu chiamato a utilizzare la forza militare soltanto nel caso di ammutinamenti delle proprie truppe nere o di occasionali rivolte dei propri “cittadini” sofferenti. Essendo padrone della propria terra, poté finalmente dedicarsi allo sfruttamento del territorio conquistato. Nel frattempo, la politica interna dello Stato mostrava una tendenza ad assumere un corso insolito e sinistro. Ho già espresso il mio parere secondo cui Re Leopoldo, all’inizio, non era colpevole di ipocrisia consapevole; le sue intenzioni erano vagamente filantropiche, e fu solo gradualmente che scivolò verso quelle profondità che verranno mostrate in seguito. Questa visione è avvalorata da alcuni dei primi decreti dello Stato. Nel 1886, un lungo proclama riguardante le terre indigene terminava con queste parole: “Sono vietati tutti gli atti o accordi che tendano ad espellere gli indigeni dal territorio che occupano, o a privarli, direttamente o indirettamente, della loro libertà o dei mezzi di sussistenza.” Queste erano le parole del 1886. Prima della fine del 1887 fu pubblicato un decreto che, sebbene non entrasse immediatamente in vigore, aveva l’effetto esattamente opposto: con questo decreto tutte le terre che non erano effettivamente occupate dagli indigeni venivano dichiarate proprietà dello Stato. Pensate un attimo a cosa ciò significava! In un paese del genere, nessuna terra è effettivamente occupata dagli indigeni, se non i luoghi dove sorgono i loro villaggi e i pochi campi coltivati intorno ad essi. Ovunque, al di là di queste piccole aree, si estendono le pianure e le foreste che sono stati per secoli gli spazi di vita degli indigeni; in quelle zone si trovano il caucho, il legno camwood, il copalo, l’avorio e le pelli, che rappresentano l’unica risorsa commerciale di questi popoli. Con un semplice gesto a Bruxelles, tutto loro venne tolto: non solo la terra, ma anche i prodotti che essa produceva. Come avrebbero potuto fare commercio se lo Stato gli aveva sottratto tutto ciò che avevano da offrire? E come avrebbe potuto il mercante straniero condurre affari se lo Stato si era impossessato di tutto e poteva venderlo direttamente in Europa? Così, nel giro di due anni dalla costituzione dello Stato con il Trattato di Berlino, esso aveva da un lato confiscato l’intero patrimonio di quegli indigeni per i cui “beneficio morale e materiale” si era tanto preoccupato, e dall’altro aveva annullato quella clausola del trattato che vietava i monopoli e garantiva a tutti gli stessi diritti commerciali. Quanto erano ciechi le potenze internazionali nel non vedere quale tipo di creatura avevano creato. E quanto erano miope nel non prendere misure urgenti in quei primi giorni per far sì che quel “creato” tornasse sulla retta via della lealtà e della giustizia! Una parola decisa, un atto severo in quel momento, di fronte a una così evidente violazione degli accordi internazionali, avrebbe potuto salvare tutta l’Africa Centrale dal terrore che l’ha colpita, avrebbe evitato al Belgio una vergogna duratura e avrebbe risparmiato all’Europa un problema che, a mio parere, ha già abbassato lo status morale di tutte le nazioni, e il cui epilogo non è ancora arrivato. Dopo aver ottenuto il possesso della terra e dei suoi prodotti, il passo successivo consisteva nel reperire la manodopera necessaria per raccoglierli in modo sicuro. Il primo provvedimento concreto in questa direzione fu preso nel 1888: con quell’odiosa ipocrisia che caratterizza molte di queste transazioni, venne emanato un decreto presentato dal Bulletin Officiel come volto a “proteggere in modo speciale i neri”. In realtà, la vera protezione dei neri nel campo commerciale consisteva nel offrire loro uno stipendio sufficiente per indurli a lavorare una giornata e nel permettere loro di scegliere liberamente il proprio lavoro, come avviene con i Kaffir del Sud Africa o con qualsiasi altra popolazione indigena. Questo decreto aveva tuttavia uno scopo molto diverso: consentiva ai neri di essere assunti per sette anni di servizio presso i loro padroni, in condizioni praticamente identiche a quelle della schiavitù. Poiché le trattative venivano solitamente condotte con il capo della tribù, il sfortunato servo veniva trasferito al nuovo datore di lavoro con pochi benefici per sé e senza che questi conoscesse bene le condizioni del suo servizio. Lo stesso sistema veniva utilizzato anche dallo Stato per reclutare i propri dipendenti, compresi i soldati della sua piccola armata. Questa armata era integrata da una milizia selvaggia composta da varie tribù barbare, molte delle quali erano cannibali, e tutte capaci di ogni tipo di crudeltà e violenza. Un tedesco, August Boshart, nel suo “Zehn Jahre Afrikanischen Lebens”, ci ha fornito una descrizione chiara di come venivano reclutati questi individui e del vero significato della parola “Iib6r6” quando applicata a un funzionario statale. “Un Commissario distrettuale,” scrive, “riceve l’ordine di fornire un certo numero di uomini entro un determinato termine. Si mette in contatto con i capi delle tribù e li invita a una riunione presso la sua residenza. Questi capi, di solito, già sanno cosa li aspetta; se avveduti dall’esperienza, accettano l’offerta. In tal caso le trattative procedono senza difficoltà: ogni capo promette di fornire un certo numero di schiavi in cambio di doni. Tuttavia, può succedere che qualcuno ignori questa proposta amichevole; in tal caso viene dichiarata la guerra, i suoi villaggi vengono bruciati, alcuni dei suoi uomini uccisi e le sue risorse saccheggiate. In questo modo il capo tribù viene presto “domato” e chiede la pace, che naturalmente gli viene concessa a condizione che fornisca il doppio numero di schiavi richiesti. Questi uomini vengono registrati nei registri statali come ‘iibdr^s’. Per impedire loro di fuggire, vengono messi in catene e inviati immediatamente in un campo militare, dove le catene vengono rimosse e vengono arruolati nell’esercito. Al Commissario distrettuale viene pagato 2 sterline per ogni recluta idoneo.” Avendo conquistato il paese e assicuratosi la manodopera necessaria per sfruttarlo nel modo descritto, Re Leopoldo procedette ad intraprendere ulteriori misure per lo sviluppo della regione, tutte estremamente ben concepite al fine raggiunto. Il principale ostacolo alla navigazione sul Congo derivava dai continui rapide che rendevano il fiume intransitabile per trecento miglia, dal Lago Stanley fino a Boma, all’estremità meridionale. Fu quindi costituita una società al fine di reperire i fondi necessari per costruire una ferrovia tra questi due punti. I lavori iniziarono nel 1888 e furono completati nel 1898, dopo numerose difficoltà finanziarie; il risultato ottenuto rappresenta un esempio di ingegneria eccezionale e impegno costante. Furono inoltre create altre società commerciali, di cui si parlerà più avanti, al fine di sfruttare vaste aree del paese che lo Stato non era ancora in grado di gestire da solo. Con questo sistema, le società reperivano i fondi necessari per esplorazioni, costruzione di infrastrutture, ecc., mentre lo Stato – ovvero il Re – deteneva una certa percentuale delle azioni delle società, solitamente la metà. Il piano in sé non era necessariamente sbagliato; anzi, assomigliava molto a quello con cui la Compagnia della Rhodesia concedeva licenze per l’estrazione mineraria e altre attività. Lo scandalo scaturì dai metodi utilizzati da queste società per raggiungere i loro obiettivi, metodi identici a quelli dello Stato su cui si basavano tali organizzazioni.
Nel frattempo, Re Leopoldo, consapevole della debolezza della sua posizione personale di fronte all’imponente progetto in Africa, cercò sempre più di coinvolgere il Belgio come Stato nel processo. Il Congo era già in gran parte frutto del lavoro e dei finanziamenti belgi, ma teoricamente non esisteva alcun legame formale tra i due paesi. Fu così che il Parlamento belga acconsentì a fornire dieci milioni di franchi per lo sfruttamento del Congo, creando così un legame diretto che in seguito portò all’annessione della regione. Al momento di questo prestito, Re Leopoldo dichiarò di aver lasciato lo Stato Libero del Congo nel proprio testamento al Belgio; in quel documento si leggevano queste parole: “Un giovane e vasto Stato, guidato da Bruxelles, è emerso pacificamente alla luce del sole grazie al sostegno benevolo delle potenze che ne hanno accolto la nascita. Alcuni belgi lo amministrano, mentre altri, sempre più numerosi, vi aumentano la propria ricchezza.” Così mostrava il “oro” ai suoi sudditi europei. Ma se Re Leopoldo ingannò altre potenze, riservò le sue frodi più pericolose proprio al proprio paese. Il giorno in cui i belgi abbandonarono la propria strada di sviluppo onesto e sano per seguire la tentazione offerta dal Congo, e iniziarono ad amministrare una regione sessanta volte più grande della loro senza alcuna esperienza coloniale precedente, fu sicuramente un giorno oscuro nella storia del Belgio. La Conferenza di Berlino del 1885 segna la prima sessione internazionale dedicata alle questioni del Congo. La seconda fu la Conferenza di Bruxelles del 1889-90. È sorprendente constatare che, nonostante tanti anni di esperienza, le potenze fossero ancora disposte ad accettare le dichiarazioni re Leopoldo per quello che sembravano essere. È vero che nessuno degli sviluppi più sinistri era stato evidente, ma la legislazione dello Stato in materia di lavoro e commercio era già tale da suggerire la direzione che gli eventi avrebbero preso in futuro, se non fossero stati fermati da una mano ferma. Solo un’unica potenza, l’Olanda, ebbe la saggezza di comprendere la vera situazione e il coraggio di esprimere il proprio dissenso. L’esito delle riunioni fu rappresentato da varie risoluzioni filantropiche volte a rafforzare lo nuovo Stato nel suo sforzo per contrastare quel commercio di schiavi che era destinato a riprendere, nella sua forma più odiosa. Siamo troppo vicini a questi eventi e loro sono troppo dolorosamente reali perché possiamo considerarli divertenti; ma il futuro storico, quando leggerà che lo scopo del Concerto europeo era “proteggere efficacemente gli abitanti autoctoni dell’Africa”, potrebbe trovare difficile trattenersi dal sorridere. Questa fu l’ultima assemblea europea dedicata alle questioni del Congo. Possa la prossima avere lo scopo di intraprendere azioni concrete per realizzare quegli ideali elevati di cui si è sempre parlato, ma che mai sono stati messi in pratica.
L’esito pratico più importante della Conferenza di Bruxelles fu che le potenze si unirono per liberare lo nuovo Stato dalle promesse riguardanti i porti franchi fatte nel 1885 e gli permisero, in futuro, di applicare una tassa del dieci percento sulle importazioni. L’adozione di questa misura fu ritardata di due anni a causa dell’opposizione dell’Olanda, ma il fatto che le altre potenze l’accettassero e che al re Leopoldo venisse rinnovato il mandato rafforzò notevolmente la posizione dello nuovo Stato, tanto da permettergli di ottenere facilmente un ulteriore prestito dal Belgio di venticinque milioni di franchi, a condizione che, dopo dieci anni, il Belgio avesse l’opzione di assumersi il controllo delle terre del Congo come colonia. In quegli anni che seguirono immediatamente la Conferenza di Bruxelles – dal 1890 al 1894 – se si fosse potuti osservare dall’alto l’enorme fiume che, con i suoi affluenti, forma un grande ventaglio che si estende su tutto il centro dell’Africa, si sarebbero notati in tutte le direzioni segni di attività europea. Nel Basso Congo si vedevano folle di nativi, impiegati nel lavoro sulla ferrovia e sorvegliati da soldati neri; a Boma e a Leopoldsville, i due capolinea della linea prevista, stavano sorgendo città con stazioni, moli e edifici pubblici. Nell’estremo sud-est si osservavano spedizioni che esploravano e annettevano la vasta regione del Katanga, confinante con il Nord della Rhodesia; nel più lontano nord-est, lungo tutta la frontiera orientale, si vedevano piccole spedizioni militari impegnate a combattere contro ribelli neri o predoni arabi. Lungo tutti i corsi dei fiumi venivano istituiti posti di guardia e stazioni: alcuni da parte dello Stato, altri dalle varie compagnie concessionarie impegnate nello sviluppo del commercio. Nel frattempo lo Stato stringeva sempre di più la sua presa su quella terra e sui suoi prodotti, mettendo in atto un sistema destinato a produrre risultati drammatici nel prossimo futuro. I commercianti indipendenti venivano scoraggiati e soppressi, sia belgi che olandesi, inglesi e francesi. Alcune delle proteste più intense contro il nuovo ordine provenivano proprio da fonti belghe. Ovunque, in palese violazione del Trattato di Berlino, lo Stato si proclamava l’unico proprietario e l’unico commerciante di quella regione. In alcuni casi gestiva direttamente le sue cosiddette proprietà, in altri le affittava. Anche coloro che avevano cercato di aiutare Re Leopoldo nelle fasi iniziali del suo progetto venivano ora messi da parte. Il maggiore Parminter, che stesso si dedicava al commercio sul Congo, riassumeva la situazione nel 1902 così: “In sintesi, l’applicazione dei nuovi decreti governativi significa che lo Stato considera tutta la regione del bacino del Congo come sua proprietà privata, fatta eccezione per i luoghi dove si trovano le villaggi e i giardini dei nativi. Decreta che tutti i prodotti di questa vasta area siano di sua proprietà privata e monopolizza il commercio con essi. Per quanto riguarda i proprietari originali, cioè le tribù native, vengono spodestati con un semplice comunicato ufficiale: viene loro concesso il permesso di raccogliere tali prodotti, ma solo a condizione che li portino allo Stato per venderli al prezzo che quest’ultimo stabilirà. Per quanto riguarda i commercianti stranieri, è loro vietato commerciare con i nativi in tutta questa regione.” Dappertutto vigevano ordini severi: da un lato, ai nativi veniva negato il diritto di raccogliere i prodotti delle proprie foreste; dall’altro, ai commercianti indipendenti veniva minacciata la punizione qualora avessero acquistato qualcosa dai nativi. Nel gennaio 1892, il commissario distrettuale Baert scriveva: “Ai nativi del distretto di Ubangi-Welle non è permesso raccogliere la gomma.” Fu loro notificato che potevano ottenere il permesso di farlo soltanto a condizione che raccogliessero i prodotti esclusivamente a beneficio dello Stato. Il Capitano Le Marinel, poco dopo, fu ancora più esplicito: “Ho deciso”, disse, “di far rispettare rigorosamente i diritti dello Stato sul suo territorio e, di conseguenza, non posso permettere ai nativi di trasformare in profitto personale, o di vendere ad altri, alcuna parte della gomma o dell’avorio che costituiscono i prodotti di questo territorio. I commercianti che acquistano, o tentano di acquistare, tali prodotti dai nativi – prodotti che lo Stato autorizza loro a raccogliere soltanto a condizione che vengano consegnati allo stesso – si rendono, a mio parere, colpevoli di ricevere merci rubate e li denuncierò alle autorità giudiziarie affinché possano essere perseguiti legalmente.” Quest’ultimo editto fu emesso nel distretto di Bangala, ma subito dopo ne seguì un altro proveniente dal più stabile distretto dell’Equatore, il che dimostra che l’adozione rigorosa di questo sistema era universale. Nel maggio del 1892, il Tenente Lemaire proclamò: “Considerando che non è stata concessa alcuna autorizzazione per la raccolta della gomma nei territori dello Stato in questo distretto, (1) i nativi possono raccogliere la gomma soltanto a condizione di venderla allo Stato; (2) qualsiasi persona o nave che possieda, o abbia a bordo, più di un chilogrammo di gomma subirà l’emissione di un provvedimento ufficiale contro di essa; inoltre, la nave potrà essere confiscata senza pregiudicare ulteriori procedimenti legali.”
La vista di questi insignificanti tenenti e capitani, spesso ufficiali subalterni dell’esercito belga, che emettevano proclamazioni palesemente in contraddizione con la volontà espressa da tutte le grandi potenze del mondo poteva sembrare all’epoca ridicola; ma la storia dei successivi diciassette anni avrebbe dimostrato che una piccola forza malvagia, spinta dalla sete di profitto, può rivelarsi più potente di una generica filantropia, debole soltanto in buone intenzioni e parole vuote. Negli anni dal 1890 al 1895, per quanto i commercianti potessero provare indignazione per le restrizioni imposte loro, l’unica notizia che il pubblico riceveva dallo Stato Libero del Congo riguardava la fondazione di nuove stazioni e prevaleva l’idea che l’iniziativa del Re Leopoldo si stesse sviluppando effettivamente lungo le linee umanitarie inizialmente pianificate. Poi, per la prima volta, si verificarono incidenti che rivelarono una realtà di violenza e anarchia molto più profonda di quanto si potesse immaginare. Il primo di questi problemi, per quanto riguarda la Gran Bretagna, riguardava il trattamento riservato ai nativi provenienti da Sierra Leone, Lagos e altre colonie britanniche, i quali erano stati assunti dai belgi per lavorare in Congo alla costruzione di ferrovie e ad altri progetti. Provenendo da colonie ben organizzate come Sierra Leone o Lagos, questi nativi si lamentarono amaramente quando dovettero lavorare fianco a fianco con i congolezi, sotto la disciplina delle guardie armate della Force Publique. Erano insoddisfatti e tale insoddisfazione veniva repressa con punizioni corporali; il problema assunse le dimensioni di uno scandalo.
In risposta a una domanda posta alla Camera dei Comuni il 12 marzo 1896, il signor Chamberlain, Segretario di Stato per le Colonie, dichiarò che erano state ricevute lamentele riguardo al fatto che questi cittadini britannici fossero stati assunti senza il loro consenso come soldati e che venissero brutalmente frustati, e in alcuni casi anche uccisi; aggiunse inoltre: “Erano stati assunti con il consenso dei rappresentanti di Sua Maestà e furono prese tutte le precauzioni possibili per il loro benessere; tuttavia, a seguito delle lamentele ricevute, il reclutamento di lavoratori per il Congo è stato proibito.”
Questo rifiuto da parte della Gran Bretagna rappresentò il primo segno pubblico e nazionale di disapprovazione nei confronti dei metodi utilizzati in Congo. Pochi anni dopo ne seguì uno ancora più evidente, quando il Ministero della Guerra italiano rifiutò di permettere ai propri ufficiali di prestare servizio nelle forze congolesi.
All’inizio del 1895 si verificò l’incidente legato a Charles Henry Stokes, che scosse profondamente l’opinione pubblica sia in questo paese che in Germania. Di origine inglese, Stokes risiedeva nell’Africa Orientale Tedesca; aveva ricevuto una medaglia tedesca per i suoi servizi alla colonizzazione tedesca e organizzava le sue carovane commerciali partendo da una base tedesca, con nativi africani come portatori. Quando guidò una di queste carovane oltre il confine dello stato del Congo, fu arrestato dal capitano Lothaire, un ufficiale delle truppe congolese. Il sfortunato Stokes, probabilmente convinto di essere al sicuro in quanto suddito di una grande potenza e agente di un’altra, fu processato in modo sommario con l’accusa di vendere armi ai nativi; fu condannato e impiccato il giorno seguente. Quando il capitano Lothaire riferì i fatti ai suoi superiori, questi lo promossero al alto rango di Commissario Generale, dimostrando così la loro approvazione per le sue azioni. La notizia di questa tragedia suscitò la stessa indignazione a Berlino che a Londra. Di fronte ai fatti, i rappresentanti dello Stato Libero a Bruxelles – cioè gli agenti del Re – furono costretti ad ammettere l’assoluta illegalità di tutto l’episodio, e poterono soltanto ricorrere all’excuse che le azioni di Lothaire fossero sincere e prive di motivazioni personali. Questo, tuttavia, non è affatto certo; come il barone von Marschall fece notare all’allora ambasciatore britannico a Berlino, Stokes era conosciuto come un commerciante di avorio di successo, che lo esportava attraverso la rotta orientale, privando così gli ufficiali del governo congolese di una commissione del dieci per cento che avrebbero ricevuto se l’avorio fosse stato esportato via mare. “Era questa la ragione,” proseguiva il rapporto citando le parole dello statista tedesco, “per cui fu eliminato, e non a causa di un presunto commercio di armi con gli arabi; in realtà, la sua morte non fu un atto di giustizia, ma piuttosto di protezione commerciale.” Questa era una delle interpretazioni della situazione. Che fosse vera o meno, non c’era dubbio sulla illegalità delle procedure adottate. Sotto pressione da parte dell’Inghilterra, Lothaire fu processato a Boma e assolto; successivamente, sempre sotto la stessa pressione, fu processato di nuovo a Bruxelles, ma l’accusatore ritenne opportuno chiedere la sua assoluzione, con conseguente fallimento del processo. La questione rimase irrisolta. Un “Libro Blu” di 188 pagine rappresenta l’ultimo ricordo di Charles Henry Stokes; il suo assassino, invece, tornò a ricoprire un alto incarico nello Stato Libero del Congo, dove il suo nome ricomparve presto nelle cronache dei violenti e arbitrari procedimenti che hanno caratterizzato la storia di quel paese. Fu nominato direttore della Società per il Commercio del Congo ad Anversa – una nomina per cui il re Leopoldo dovette esserne responsabile – e gestì gli affari di quella società fino a quando non fu coinvolto nei massacri di Mongalla, di cui si parlerà in seguito. È stato necessario descrivere il caso di Stokes perché ha un significato storico; tuttavia, nulla è più lontano dalle mie intenzioni che offendere il senso nazionalistico in questa questione. Il fatto che Stokes fosse inglese fu soltanto un caso fortuito: l’oltraggio sarebbe stato lo stesso anche se fosse stato cittadino di qualsiasi altro paese. La causa che difendo è troppo ampia e nobile per essere sostenuta da argomentazioni ristrette; riguarda tutta l’umanità. Continuerò ora a descrivere un caso avvenuto pochi anni dopo, per dimostrare che anche persone di altre nazionalità subirono lo stesso trattamento degli inglesi. Stokes fu ucciso; alcuni difensori congolezi sostennero che la sua morte fosse dovuta al fatto che, dopo il processo sommario, non aveva annunciato l’intenzione di presentare ricorso presso la corte superiore di Boma. Rabinck, l’austriaco, vittima di procedure simili, fece effettivamente ricorso presso quella corte, e è interessante vedere quale vantaggio ne trasse. Rabinck era, come ho detto, un austriaco di Olmutz, una persona dal carattere gentile e amabile, molto apprezzata da tutti coloro che lo conoscevano; inoltre, come hanno testimoniato molti, si distingueva per il trattamento giusto e gentile riservato ai nativi. Da alcuni anni commerciava con la popolazione del Katanga, la parte sud-orientale dello Stato del Congo che confina con l’Africa Centrale Britannica. All’epoca i nativi erano in armi contro i belgi, ma Rabinck aveva acquisito tale influenza tra di loro da poter continuare il proprio commercio di avorio e gomma, per il quale possedeva un permesso rilasciato dalla Katanga Company. Poco dopo aver ricevuto questo permesso, per il quale aveva pagato una somma considerevole, vennero apportati alcuni cambiamenti nella società attraverso i quali lo Stato ottenne un controllo decisivo su di essa. Apparve un nuovo dirigente, il Maggiore Weyns, che rappresentava il nuovo regime e sostituì il signor L6veque, il quale aveva venduto i permessi a nome della società originale. Il Maggiore Weyns era determinato affinché tutto il commercio del paese appartenesse alla Società Concessionaria, che di fatto era lo Stato stesso, seguendo quella prassi comune ma internazionalmente illegale dello Stato in questione. Per assicurarsi questo controllo sul commercio, il primo passo consisteva ovviamente nel distruggere un commerciante privato così noto e di successo come il signor Rabinck. Nonostante i suoi permessi, quindi, gli fu inventata l’accusa di aver commerciato illegalmente con la gomma: un reato che, anche in assenza di permessi, sarebbe stato impossibile commettere, data la totale libertà di scambio garantita dal Trattato di Berlino. Il giovane austriaco non riusciva a credere che la situazione fosse seria; le sue lettere dimostrano quanto considerasse l’intera faccenda assurda e senza fondamento, quindi non provava alcuna paura. Presto sarebbe stato costretto a rendersi conto della realtà riguardo alle persone e all’organizzazione con cui stava trattando. Il Maggiore Weyns lo processò in un tribunale militare. L’accusa rivolta contro di lui, ovvero il commercio illegale con la gomma, prevedeva una pena massima di un mese di prigione; tuttavia questo non rispondeva agli scopi del Maggiore Weyns. Quest’ultimo concluse il processo in soli quaranta minuti, condannò il prigioniero a un anno di reclusione. In seguito si cercò di giustificare questa sentenza orribile sostenendo che il reato commesso fosse quello di vendere armi ai nativi; in realtà, come dimostrano gli atti del processo, all’epoca non fu mai menzionata alcuna cosa del genere. Rabinck presentò naturalmente appello contro una tale sentenza. Sarebbe stato più saggio se l’avesse accettata subito; in quel caso avrebbe forse potuto salvarsi la vita. Invece, era destinato alla morte. “Andrà,” disse il Maggiore Weyns, “in un viaggio così breve che non commetterà più simili errori. E gli altri ne trarranno esempio.” Il “viaggio” in questione era quello di duemila miglia che separavano Katanga dal Tribunale d’appello di Boma; il prigioniero avrebbe dovuto percorrere tutta questa distanza sotto la scorta esclusiva di soldati neri, i quali seguivano ordini specifici. Quell’infelice uomo era convinto di non poter raggiungere la sua destinazione vivo, “Si dice,” scriveva alle sue familiari, “che gli europei catturati vengano avvelenati. Quindi, se scomparirò senza lasciare notizie, potete immaginare cosa mi sia successo, ” Non si seppe più nulla di lui, tranne due lettere angosciose in cui supplicava le autorità di accelerare il suo viaggio. Morì, come aveva previsto, durante il tragitto lungo il Congo e fu sepolto in fretta in una stazione di passaggio. Se solo fossero trascorse altre due ore, il suo corpo sarebbe arrivato a Leopoldville. Se è possibile aggiungere un’ombra ancora più scura a questa vicenda, essa risiede nel fatto che gli apologiisti dello Stato si sforzarono di far credere al mondo che la morte della loro vittima fosse dovuta alla sua stessa abitudine di assumere morfina. Questo fatto viene negato da quattro testimoni attendibili, che lo conoscevano bene; ma soprattutto viene negato dall’attività e dall’energia che lo avevano reso uno dei principali commercianti dell’Africa Centrale: un commerciante troppo abile per essere lasciato a competere liberamente con il enorme monopolio commerciale del Re Leopoldo. Infine, e questo è forse l’aspetto più inverosimile di tutta la storia, tutte le carovane e le attrezzature appartenenti al defunto, per un valore complessivo di circa 15.000 sterline, furono sequestrate da coloro che lo avevano spinto verso la morte; secondo gli ultimi resoconti, né i suoi parenti né i suoi creditori hanno ricevuto alcuna parte di questa ingente somma. Considerate tutto ciò, e dite se non sia un’esagerazione affermare che Gustav Maria Rabinck fu derubato e assassinato dallo Stato Libero del Congo. Avendo mostrato in questi due esempi il modo in cui lo Stato Libero del Congo ha osato trattare i cittadini degli Stati europei che hanno commerciato entro i suoi confini, passerò ora a descrivere, in ordine cronologico, alcuni aspetti della tragica realtà delle relazioni di quel Stato con le popolazioni indigene, per il bene morale e materiale delle quali noi e altre potenze europee ci siamo assunti la responsabilità. Per ogni caso che riporto qui, ce ne sono centinaia altri noti, ma che non possono essere trattati in questa sede. Per ogni caso conosciuto, ne esistono diecimila di cui la storia non è mai arrivata in Europa. Pensate quanto vasto sia quel territorio, e quante siano pochi i missionari o i consoli che potrebbero riferire tali fatti. Considerate anche che ogni funzionario dello Stato del Congo giura, sia al momento dell’insediamento che in seguito, di non rivelare nulla di ciò che gli viene a conoscenza. Infine, considerate che i missionari e i consoli agiscono spesso come deterrenti, e che è proprio nell’enorme estensione di quel territorio dove nessuno di loro si trova che gli agenti del governo possono agire liberamente senza ostacoli. Con tutte queste considerazioni, non è forse evidente che tutti i terribili fatti di cui siamo a conoscenza rappresentano soltanto una piccola parte di quell’oceano di violenza e ingiustizia descritto dal gesuita Padre Vermeersch con le parole “Infinita Miseria”?

CHAPTER III THE WORKING OF THE SYSTEM HAVING claimed, as I have shown, the whole of the land, and therefore the whole of its products, the State — that is, the King — proceeded to construct a system by which these products could be gathered most rapidly and at least cost. The essence of this system was that the people who had been dispossessed (ironically called “ citizens”) were to be forced to gather, for the profit of the State, those very products which had been taken from them. This was to be effected by two means; the one, taxation, by which an arbitrary amount, ever growing larger until it consumed almost their whole lives in the gathering, should be claimed for nothing. The other, so-called barter by which the natives were paid for the stuff exactly what the State chose to give, and in the form the State chose to give it, there being no competition allowed from any other purchaser. This remuneration, ridiculous in value, took the most absurd shape, the natives being compelled to take it, whatever the amount, and however little they might desire it. Consul Thesiger, in 1908, describing their so-called barter, says: “The goods he proceeds to distribute, giving a hat to one man, or an iron hoe-head to another, and so on. Each recipient is then at the end of a month responsible for so many balls of rubber. No choice of the objects is given, no refusal is allowed. If any one makes any objection, the stuff is thrown down at his door, and whether it is taken or left, the man is responsible for so many balls at the end of the month. The total amounts are fixed by the agents at the maximum which the inhabitants are capable of producing.” But is it not clear that no natives, especially tribes who, as Stanley has recorded, had remarkable aptitude for trade, would do business at ali upon such terms? That is just where the system came in. By this system some two thousand white agents were scattered over the Free State to collect the produce. These whites were placed in ones and twos in the more central points, and cach was given a tract of country containing a certain number of villages. By the help of the inmates he was to gather the rubber, which was the most valuable asset. These whites, many of whom were men of low morale before they left Europe, were wretchedly paid, the scale running from 150 to 300 francs a month. This pay they might supplement by a commission or bonus on the amount of rubber collected. If their returns were large it meant increased pay, official praise, a more speedy return to Europe, and a better chance of promotion. If, on the other hand, the returns were small, it meant poverty, harsh reproof and degradation. No system could be devised by which a body of men could be so driven to attain results at any cost. It is not to the absolute discredit of Belgians that such an existence should have demoralised them, and, indeed, there were other nationalities besides Belgians in the ranks of the agents. I doubt if Englishmen, Americans, or Germans could have escaped the same result had they been exposed in a tropical country to similar temptations. And now, the two thousand agents being in place, and eager to enforce the collection of rubber upon very unwilling natives, how did the system intend that they should set about it? The method was as efficient as it was absolutely diabolical. Each agent was given control over a certain number of savages, drawn from the wild tribes, but armed with firearms. One or more of these was placed in each village to ensure that the villagers should do their task. These are the men who are called “capitas,” or head-men in the accounts, and who are the actual, though not the moral, perpetrators of so many horrible deeds. Imagine the nightmare which lay upon each village while this barbarian squatted in the midst of it. Day or night they could never get away from him. He called for palm wine. He called for women. He beat them, mutilated them, and shot them down at his pleasure. He enforced public incest in order to amuse himself by the sight. Sometimes they plucked up spirit and killed him. The Belgian Commission records that 142 capitas had been killed in seven months in a single district. Then came the punitive expedition, and the destruction of the whole community. The more terror the capita inspired, the more useful he was, the more eagerly the villagers obeyed him, and the more rubber yielded its commission to the agent. When the amount fell off, then the capita was himself made to feel some of those physical pains which he had inflicted upon others. Often the white agent far exceeded in cruelty the barbarian who carried out his commissions. Often, too, the white man pushed the black aside, and acted himself as torturer and executioner. As a rule, however, the relationship was as I have stated, the outrages being actually committed by the capitas, but with the approval of, and often in the presence of, their white employers. It would be absurd to suppose that the agents were all equally merciless, and that there were not some who were torn in two by the desire for wealth and promotion on the one side and the horror of their daily task upon the other. Here are two illustrative extracts from the letters of Lieutenant Tilkens, as quoted by Mr. Vandervelde in the debate in the Belgian Chamber: “The steamer v. d. Kerkhove is coming up the Nile. It will require the colossal number of fifteen hundred porters — unhappy blacks! I cannot think of them. I ask myself how I shall find such a number. If the roads were passable it would make some difference, but they are hardly cleared of morasses where many will meet their death. Hunger and weariness will make an end of many more in the eight days’ march. How much blood will the transport make to flow? Already I have had to make war three times against the chieftains who will not take part in this work. The people prefer to die in the forest instead of doing this work. If a chieftain refuses, it is war, and this horrible war — perfect firearms against spear and lance. A chieftain has just left me with the complaint: ‘My village is in ruins, my women are killed.’ But what can I do? I am often compelled to put these unhappy chieftains into chains until they collect one or two hundred porters. Very often my soldiers find the villages empty, then they seize the women and children.” To his mother he writes: “Com. Verstraeten visited my station and highly congratulated me. He said the attitude of his report hung upon the quantity of rubber I would bring. My quantity rose from 360 kilos in September to 1,500 in October, and from January it will be 4,000 per month, which gives me 500 francs over my pay. Am I not a lucky fellow? And if I continue, in two years I shall have reached an additional 12,000 francs.” But a year later he writes in a different tone to Major Leussens: “I look forward to a general rising. I warned you before, I think, already in my last letter. The cause is always the same. The natives are weary of the hitherto rigime — transport labour, collection of rubber, preparation of food stores for blacks and whites. Again for three months I have had to fight with only ten days’ rest. I have 152 prisoners. For two years now I have been carrying on war in this neighbourhood. But I cannot say I have subjected the people. They prefer to die. What can I do? I am paid to do my work, I am a tool in the hands of my superiors, and I follow orders as discipline requires.” Let us consider now for an instant the chain of events which render such a situation not only possible, but inevitable. The State is run with the one object of producing revenue. For this end all land and its produce are appropriated. How, then, is this produce to be gathered? It can only be by the natives. But if the natives gather it they must be paid their price, which will diminish profits, or else they will refuse to work. Then they must be made to work. But the agents are too few to make them work. Then they must employ such sub-agents as will strike most terror into the people. But if these sub-agents are to make the people work all the time, then they must themselves reside in the villages. So a capita must be sent as a constant terror to each village. Is it not clear that these steps are not accidental, but are absolutely essential to the original idea? Given the confiscation of the land, all the rest must logically follow. It is utterly futile, therefore, to imagine that any reform can set matters right. Such a thing is impossible. Until unfettered trade is unconditionally restored, as it now exists in every German and English colony, it is absolutely out of the question that any specious promises or written decrees can modify the situation. But, on the other hand, if trade be put upon this natural basis, then for many years the present owners of the Congo land, instead of sharing dividends, must pay out at least a million a year to administer the country, exactly as England pays half a million a year to administer the neighbouring land of Nigeria. To grasp that fact is to understand the root of the whole question. And one more point before we proceed to the dark catalogue of the facts. Where did the responsibility for these deeds of blood, these thousands of cold-blooded murders lie? Was it with the capita? He was a cannibal and a ruffian, but if he did not inspire terror in the village he was himself punished by the agent. Was it, then, with the agent? He was a degraded man, and yet, as I have already said, no men could serve on such terms in a tropical country without degrada- tioi) He was goaded and driven to crime by the constant clamour from those above him. Was it, then, with the District Commissary? He had reached a responsible and well-paid post, which he would lose if his particular district fell behind in the race of production. Was it, then, with the Governor-General at Boma? He was a man of a hardened conscience, but for him also there was mitigation. He was there for a purpose with definite orders from home which it was his duty to carry through. It would take a man of exceptional character to throw up his high position, sacrifice his career, and refuse to carry out the evil system which had been planned before he was allotted a place in it. Where, then, was the guilt? There were half a dozen officials in Brussels who were, as shown already, so many bailiffs paid to manage a property upon lines laid down for them. Trace back the chain from the red-handed savage, through the worried, bilious agent, the pompous Commissary, the dignified Governor-General, the smooth diplomatist, and you come finally, without a break, and without a possibility of mitigation or excuse, up the cold, scheming brain which framed and drove the whole machine. It is upon the King, always the King, that the guilt must lie. He planned it, knowing the results which must follow. They did follow. He was well informed of it. Again and again, and yet again, his attention was drawn to it. A word from him would have altered the system. The word was never said. There is no possible subterfuge by which the moral guilt can be deflected from the head of the State, the man who went to Africa for the freedom of commerce and the regeneration of the native.

CAPITOLO III
Il funzionamento del sistema Dopo aver rivendicato, come ho dimostrato, l’intera terra e quindi tutti i suoi prodotti, lo Stato – cioè il Re – procedette a creare un sistema attraverso il quale questi prodotti potessero essere raccolti nel modo più rapido e con il minor costo possibile. L’essenza di questo sistema consisteva nel fatto che le persone che erano state private dei loro beni (ironicamente chiamate “cittadini”) venivano costrette a raccogliere, a beneficio dello Stato, proprio quei prodotti che gli erano stati sottratti. Ciò avveniva attraverso due mezzi: il primo era la tassazione, mediante la quale si richiedeva un importo arbitrario, in continua aumento fino a consumare quasi interamente la loro vita nel processo di raccolta, senza alcun compenso. Il secondo mezzo era quella che veniva chiamata “scambio”: ai nativi venivano pagati esattamente con ciò che lo Stato decideva di dare, e nella forma scelta dallo Stato stesso, senza alcuna concorrenza da parte di altri acquirenti. Questa remunerazione, di valore ridicolo, assumeva forme assurde: i nativi erano costretti ad accettarla, indipendentemente dall’importo e dal loro reale desiderio di riceverla. Il console Thesiger, nel 1908, descrivendo questo cosiddetto scambio, scriveva: “I beni vengono distribuiti in modo casuale: a uno si dà un cappello, a un altro una zappa di ferro, e così via. Alla fine del mese, ogni destinatario è tenuto responsabile della consegna di una determinata quantità di gomma. Non vi è alcuna possibilità di scegliere gli oggetti né di rifiutarli. Se qualcuno si oppone, i beni vengono gettati davanti alla sua porta; che li prenda o no, deve comunque consegnare la quantità richiesta entro la fine del mese. Le quantità totali vengono stabilite dagli agenti dello Stato, fissandole al massimo che gli abitanti siano in grado di produrre.” Ma non è evidente che nessun nativo, soprattutto le tribù che, come ha registrato Stanley, possedevano notevoli capacità commerciali, avrebbe accettato di fare affari su tali condizioni? Ed è proprio qui che entrava in gioco il sistema. Attraverso questo sistema, circa duemila agenti bianchi furono distribuiti in tutto lo Stato Libero per raccogliere i prodotti locali. Questi agenti. I duemila agenti, una volta messi in posizione e desiderosi di far rispettare l’obbligo di raccogliere la gomma da parte dei nativi molto riluttanti, come intendeva il sistema che procedessero? Il metodo era altrettanto efficace quanto assolutamente demoniaco. A ciascun agente veniva affidato il controllo su un certo numero di selvaggi provenienti dalle tribù primitive, ma armati di armi da fuoco. Uno o più di questi agenti venivano insediati in ogni villaggio per garantire che i nativi eseguissero gli ordini. Questi uomini erano chiamati “capitas” e, sebbene non ne fossero moralmente responsabili, erano in realtà gli autori di molti atti orribili. Immaginate quale incubo si abbattesse su ogni villaggio quando uno di questi barbari si insediava al suo interno: giorno e notte i nativi non potevano sfuggirgli. Chiedeva vino di palma, donne; le picchiava, le mutilava, le uccideva a piacimento; imponeva incesto pubblico per divertimento. A volte i nativi raccoglievano il coraggio e lo uccidevano. La Commissione belga registrò che in sette mesi, in un solo distretto, 142 di questi “capitas” furono uccisi. Poi arrivavano le spedizioni punitive e l’intero villaggio veniva distrutto. Più terrore suscitava il “capita”, più utile risultava essere; i nativi obbedivano con maggiore zelo, e la gomma raccolta generava maggiori profitti per l’agente. Quando invece i risultati erano scarsi, era il “capita” stesso a subire le conseguenze delle sue azioni. Spesso l’agente bianco superava in crudeltà lo stesso selvaggio incaricato di eseguire gli ordini; spesso, inoltre, l’uomo bianco sostituiva il nero nel ruolo di torturatore ed esecutore. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, le atrocità venivano realmente compiute dai “capitas”, ma con l’approvazione – e spesso anche in presenza – dei loro datori di lavoro bianchi. Sarebbe assurdo supporre che tutti gli agenti fossero ugualmente spietati, e che non ci fossero alcuni che si trovassero divisi tra il desiderio di ricchezza e promozione da un lato, e l’orrore per il loro compito quotidiano dall’altro. Ecco due estratti illustrativi dalle lettere del tenente Tilkens, citati dal signor Vandervelde durante il dibattito alla Camera belga: “La nave a vapore v. d. Kerkhove sta risalendo il Nilo. Sarà necessario l’enorme numero di millecinquecento portatori, poveri neri! Non riesco nemmeno a pensarci. Mi chiedo come riuscirò a trovarne così tanti. Se le strade fossero percorribili, ci sarebbe una qualche differenza, ma sono quasi completamente piene di fango; molti di loro moriranno lì. Fame e stanchezza uccideranno ancora molti durante i quattro giorni di marcia. Quanto sangue verrà versato in questo trasporto? Ho già dovuto combattere tre volte contro i capi tribù che rifiutano di partecipare a questo lavoro. La gente preferisce morire nella foresta piuttosto che svolgere queste mansioni. Se un capo si rifiuta, scoppia la guerra, una guerra orribile: armi da fuoco perfette contro lance e giavellotti. Un capo tribù mi ha appena detto: ‘Il mio villaggio è in rovina, le mie donne sono morte, ’ Ma cosa posso fare? Spesso sono costretto a incatenare questi sfortunati capi fino a quando non riescono a raccogliere uno o duecento portatori. Molte volte i miei soldati trovano i villaggi vuoti; allora prendono donne e bambini, ”
A sua madre scrive: “Il comandante Verstraeten ha visitato la mia stazione e mi ha fatto molti complimenti. Ha detto che il successo del mio lavoro dipendeva dalla quantità di gomma che avrei portato. La mia produzione è aumentata da 360 chili a settembre a 1.500 a ottobre, e da gennaio sarà di 4.000 chili al mese. Questo mi farà guadagnare 500 franchi in più rispetto allo stipendio. Non sono davvero fortunato? Se continuo così, in due anni avrò guadagnato altri 12.000 franchi, ”
Ma un anno dopo scrive al maggiore Leussens con tono diverso: “Aspetto con ansia una rivolta generale. Te l’avevo già detto nella mia ultima lettera, credo. Il motivo è sempre lo stesso: i nativi sono stanchi di questo sistema oppressivo, lavoro forzato, raccolta della gomma, preparazione dei viveri per neri e bianchi. Di nuovo devo combattere per tre mesi, con soltanto dieci giorni di riposo. Ho 152 prigionieri. Da due anni combatto in questa zona. Ma non posso dire di aver sottomesso la gente. Preferiscono morire. Cosa posso fare? Mi pagano per svolgere il mio lavoro. Sono solo uno strumento nelle mani dei miei superiori. Seguo gli ordini, perché è richiesto dalla disciplina, ” Consideriamo ora, per un istante, la catena di eventi che rendono una situazione del genere non solo possibile, ma inevitabile. Lo Stato viene gestito con l’unico scopo di generare entrate. A tale fine, tutta la terra e i suoi prodotti vengono confiscati. Ma come possono questi prodotti essere raccolti? Solo dai nativi. Tuttavia, se i nativi li raccolgono, deve loro essere pagato un compenso, il che ridurrà i profitti; altrimenti rifiuteranno di lavorare. Allora bisogna costringerli a lavorare. Ma gli agenti incaricati sono troppo pochi per farlo. Quindi è necessario assumere dei subagenti in grado di incutere terrore nel popolo. Ma se questi subagenti devono mantenere il controllo sulle persone in modo costante, devono risiedere direttamente nei villaggi. Pertanto, è necessario inviare qualcuno che rappresenti una minaccia continua per ogni villaggio. Non è evidente che questi passaggi non siano casuali, ma assolutamente essenziali per realizzare l’obiettivo iniziale? Data la confisca della terra, tutto il resto segue logicamente da ciò. È quindi del tutto inutile immaginare che qualche riforma possa risolvere la situazione: è semplicemente impossibile. Finché il commercio non verrà ripristinato senza restrizioni, come avviene attualmente in tutte le colonie tedesche e inglesi, non è affatto possibile modificare la realtà con promesse vuote o decreti scritti. D’altra parte, se il commercio dovesse basarsi su principi naturali, allora i attuali proprietari della terra del Congo dovrebbero pagare almeno un milione di sterline all’anno per amministrare il paese, proprio come l’Inghilterra paga mezzo milione di sterline all’anno per amministrare la vicina Nigeria. Comprendere questo aspetto significa capire alla radice il problema. E ancora un ultimo punto prima di passare al elenco dei fatti tragici. Di chi è la responsabilità di questi atti di violenza, di queste migliaia di omicidi freddamente commessi? È forse da attribuire a quegli agenti incaricati di mantenere il controllo sui villaggi? Era un cannibale e un individuo violento, ma se non incuteva terrore nel villaggio, era lui stesso a essere punito dall’agente incaricato di controllarlo. Allora, la colpa ricadeva sull’agente? Era un uomo degradato, eppure, come ho già detto, nessuno avrebbe potuto svolgere un compito del genere in un paese tropicale senza subire una sorta di degrado. Era spinto al crimine dal continuo pressione da parte di coloro che erano al di sopra di lui. Allora, la colpa ricadeva sul Commissario Distrettuale? Aveva raggiunto una posizione responsabile e ben retribuita; avrebbe perso tutto se il suo distretto fosse rimasto indietro nella produzione. Allora, la colpa ricadeva sul Governatore Generale a Boma? Era un uomo con una coscienza dura, ma anche per lui esistevano delle scuse: era lì per compiere un compito specifico, su ordine diretto del governo. Solo un uomo di carattere eccezionale avrebbe potuto rifiutarsi di attuare quel sistema malvagio, rinunciando così alla propria carriera. Ma dove risiedeva davvero la colpa? C’erano una mezza dozzina di funzionari a Bruxelles che, in realtà, non facevano altro che eseguire ordini precisi ricevuti dal governo. Seguendo questa catena di responsabilità – dal selvaggio violento all’agente spaventato, al Commissario pomposo, al Governatore Generale rispettabile, fino al diplomatico abile e astuto – si arriva, senza alcuna eccezione né scusa possibile, al cervello freddo e calcolatore che ha ideato e messo in atto tutto questo sistema. La colpa, dunque, ricade sempre sul Re. Lui l’ha pianificato, conoscendo perfettamente le conseguenze che ne sarebbero derivate. E quelle conseguenze si sono verificate. Ne era ben a conoscenza. Molte volte gli è stato fatto notare questo problema. Una sua parola avrebbe potuto cambiare tutto. Ma quella parola non è mai stata pronunciata. Non esiste alcun modo per deviare la responsabilità morale da colui che, in nome della libertà commerciale e del rinnovamento dei popoli indigeni, è andato in Africa.

CHAPTER  IV FIRST FRUITS OF THE SYSTEM THE first testimony which I shall cite is that of Mr. Glave, which covers the years 1893 up to his death in 1895. Mr. • Glave was a young Englishman, who had been for six years in the employ of the State, and whose character and work were highly commended by Stanley. Four years after the expiration of his engagement he travelled as an independent man right across the whole country, from Tanganyika in the east to Matadi near the mouth of the river, a distance of 2,000 miles. The agent and rubber systems were still in their infancy, but already he remarked on every side that violence and disregard of human life which were so soon to grow to such proportions. Remember that he was himself a Stanleyman, a pioneer and a native trader, by no means easy to shock. Here are some of his remarks as taken from his diary. Dealing with the release of slaves by the Belgians, for which so much credit has been claimed, he says {Cent. Mag., Vol. 53): “They are supposed to be taken out of slavery and freed, but I. fail to see how this can be argued out. They are taken from their villages and shipped south, to be soldiers, workers, etc., on the State stations, and what were peaceful families have been broken up, and the different members spread about the place. They have to be made fast and guarded for transportation, or they would all run away. This does not look as though the freedom promised had any seductive prospects. The young children thus ‘liberated’ are handed over to the French mission stations, where they receive the kindest care, but nothing justifies this form of serfdom. I can understand the State compelling natives to do a certain amount of work for a certain time; but to take people forcibly from their homes, and despatch them here and there, breaking up families, is not right. I shall learn more about this on the way and at Kabambare. If these conditions are to exist, I fail to see how the anti-slavery movement is to benefit the native.” With regard to the use of barbarous soldiers he says: “State soldiers are also employed without white officers. This should not be allowed, for the black soldiers do not understand the reason of the fighting, and instead of submission being sought, often the natives are massacred or driven away into the hill… . But the black soldiers are bent on fighting and raiding; they want no peaceful settlement. They have good rifles and ammunition, realise their superiority over the natives with their bows and arrows, and they want to shoot and kill and rob. Black delights to kill black, whether the victim be man, woman, or child, and no matter how defenceless. This is no reasonable way of settling the land; it is merely persecution. Blacks cannot be employed on such an errand unless under the leadership of whites.”             > « He met and describes one Lieutenant Hambursin, who seems to have been a capable officer: “Yesterday the natives in a neighbouring village came to complain that one of Hambursin’s soldiers had killed a villager; they brought in the offender’s gun. To-day at roll-call the soldier appeared without his gun; his guilt was proved, and without more to do, he was hanged on a tree. Hambursin has hanged several for the crime of murder.” Had there been more Hambursins there might have been fewer scandals. Glave proceeds to comment on treatment of prisoners: “In stations in charge of white men, Government officers, one sees strings of poor emaciated old women, some of them mere skeletons, working from six in the morning till noon, and from half-past two till six, carrying clay water-jars, tramping about in gangs, with a rope round the neck, and connected by a rope one and a half yards apart. They are prisoners of war. In war the old women are always caught, but should receive a little humanity. They are naked, except for a miserable patch of cloth of several parts, held in place by a string round the waist. They are not loosened from the rope for any purpose. They live in the guard-house under the charge of black native sentries, who delight in slapping and ill-using them, for pity is not in the heart of the native. Some of the women have babies, but they go to work just the same. They form, indeed, a miserable spectacle, and one wonders that old women, although prisoners of war, should not receive a little more consideration; at least, their nakedness might be hidden. The men prisoners are treated in a far better way.” Describing the natives he says: “The natives are not lazy, good-for-nothing fellows. Their fine powers are obtained by hard work, sobriety and frugal living.” He gives a glimpse of what the chicotte is like, the favourite and universal instrument of torture used by the agents and officers of the Free State: “The ‘chicotte’ of raw hippo hide, especially a new one, trimmed like a corkscrew, with edges like knife-blades, and as hard as wood, is a terrible weapon, and a few blows bring blood; not more than twenty-five blows should be given unless the offence is very serious. Though we persuaded ourselves that the African’s skin is very tough it needs an extraordinary constitution to withstand the terrible punishment of one hundred blows; generally the victim is in a state of insensibility after twenty-five or thirty blows. At the first blow he yells abominably; then he quiets down, and is a mere groaning, quivering body till the operation is over, when the culprit stumbles away, often with gashes which will endure a lifetime. It is bad enough the flogging of men, but far worse is this punishment when inflicted on women and children. Small boys of ten or twelve, with excitable, hot-tempered masters, often are most harshly treated. At Kasnogo there is a great deal of cruelty displayed. I saw two boys very badly cut. I conscientiously believe that a man who receives one hundred blows is often nearly killed, and has his spirit broken for life.” He has a glimpse of the treatment of the subjects of other nations: “Two days before my arrival (at Wabundu) two Sierra Leoneans were hanged by Laschet. They were sentries on guard, and while they were asleep allowed a native chief, who was a prisoner and in chains, to escape. Next morning Laschet, in a fit of rage, hanged the two men. They were British subjects, engaged by the Congo Free State as soldiers. In time of war, I suppose, they could be executed, after court-martial, by being shot; but to hang a subject of any other country without trial seems to me outrageous,” Talking of the general unrest he says: “It is the natural outcome of the harsh, cruel policy of the State in wringing rubber from these people without paying for it. The revolution will extend.” He adds: “The post (Isangi) is close to the large settlement of an important coast man, Kayamba, who now is devoted to the interests of the State, catching slaves for them, and stealing ivory from the natives of the interior. Does the philanthropic King of the Belgians know about this? If not, he ought to.” As he gets away from the zone of war, and into that which-should represent peace, his comments become more bitter. The nascent rubber trade began to intrude its methods upon his notice: “Formerly the natives were well treated, but now expeditions have been sent in every direction, forcing natives to make rubber and to bring it to the stations. Up the Ikelemba, we are taking down one hundred slaves, mere children, all taken in unholy wars against the natives. … It was not necessary in the olden times, when we white men had no force at all. This forced commerce is depopulating the country… . Left Equateur at eleven o’clock this morning, after taking on a cargo of one hundred small slaves, principally boys, seven or eight years old, with a few girls among the batch, all stolen from the natives. The Commissary of the district is a violent-tempered fellow. While arranging to take on the hundred small slaves a woman who had charge of the youngsters was rather slow in understanding his order, delivered in very poor Kabanji. He sprang at her, slapped her in the face, and as she ran away, kicked her. They talk of philanthropy and civilization! Where it is, I do not know.” And again: “Most white officers out on the Congo are averse to the india- rubber policy of the State, but the laws command it. Therefore, at each post one finds the natives deserting their homes, and escaping to the French side of the river when possible.” As he goes on his convictions grow stronger: “Everywhere,” he said, “I hear the same news of the doings of the Congo Free State — rubber and murder, slavery in its worst form. It is said that half the liberes sent down die on the road. … In Europe we understand from the word liberes slaves saved from their cruel masters. Not at all! Most of them result from wars made against the natives because of ivory or rubber.” On all sides he sees evidence of the utter disregard of humanity: 1’ To-day I saw the dead body of a carrier lying on the trail. There could have been no mistake about his being a sick man; he was nothing but skin and bones. These posts ought to give some care to the porters; the heartless disregard for life is abominable… . Native life is considered of no value by the Belgians. No wonder the State is hated.” Finally, a little before his death, he heard of that practice of mutilation which was one of the most marked fruits of the policy of “moral and material advantage of the native races” promised at the Berlin Conference: “Mr. Harvey heard from Clarke, who is at Lake Mantumba, that the State soldiers have been in the vicinity of his station recently fighting and taking prisoners; and he himself had seen several men with bunches of hands signifying their individual skill. These, I presume, they must produce to prove their success! Among the hands were those of men and women, and also those of little children! The missionaries are so much at the mercy of the State that they do not report these barbaric happenings to the people at home. I have previously heard of hands, among them children’s, being brought to the stations, but I was not so satisfied of the truth of the former information as of the reports received just now by Mr. Harvey from Clarke. Much of this sort of thing is going on at the Equateur Station. The methods employed are not necessary. Years ago, when I was on duty at the Equateur without soldiers, I never had any difficulty in getting what men I needed, nor did any other station in the old, humane days. The stations and the boats then had no difficulty in finding men or labour, nor will the Belgians, if they introduce more reasonable methods.” A sentence which is worth noting is that “The missionaries are so much at the mercy of the State that they do not report these barbaric happenings to the people at home.” Far from the question being one, which, as the apologists for King Leopold have contended, has been fomented by the missionaries, it has actually been held back by them, and it is only the courage and truthfulness of a handful of Englishmen and Americans which have finally brought it to the front. So much for Mr. Glave’s testimony. He was an English traveller. Mr. Murphy, an American missionary, was working in another part of the country, the region where the Ubangi joins the Congo, during the same years. Let us see how far his account, written entirely independently {Times, November 18, 1895), agrees with the other: “I have seen these things done,” he said, “and have remonstrated with the State in the years 1888, 1889, and 1894, but never got satisfaction. I have been in the interior and have seen the ravages made by the State in pursuit of this iniquitous trade. Let me give an incident to show how this unrighteous trade affects the people. One day a State corporal, who was in charge of the post of Solifa, was going round the town collecting rubber. Meeting a poor woman, whose husband was away fishing, he asked: ‘ Where is your husband?’ She answered by pointing to the river. He then asked: ‘Where is his rubber?’ She answered: ‘It is ready for you.’ Whereupon he said: ‘ You lie,’ and lifting up his gun, shot her dead. Shortly afterward the husband returned and was told of the murder of his wife. He went straight to the corporal, taking with him his rubber, and asked why he had shot his wife. The wretched man then raised his gun and killed the corporal. The soldiers ran away to the headquarters of the State, and made representations of the case, with the result that the Commissary sent a large force to support the authority of the soldiers; the town was looted, burned, and many people were killed and wounded.” Again: “In November last (1894) there was heavy fighting on the Bosira, because the people refused to give rubber, and I was told upon the authority of a State officer that no less than eighteen hundred people were killed. Upon another occasion in the same month some soldiers ran away from a State steamer, and, it was said, went to the town of Bombumba. The officer sent a message telling the chief of the town to give them up. He answered that he could not, as the fugitives had not been in his town. The officer sent the messenger a second time with the order: ‘Come to me at once, or war in the morning.’ The next morning the old chief went to meet the Belgians, and was attacked without provocation. He himself was wounded, his wife was killed before his eyes, and her head cut off in order that they might possess the brass necklet that she wore. Twenty-four of the chief’s people were also killed, and all for the paltry reason given above. Again the people of Lake Mantumba ran away on account of the cruelty of the State, and the latter sent some soldiers in charge of a coloured corporal to treat with them and induce them to return. On the way the troops met a canoe containing seven of the fugitives. Under some paltry pretext they made the people land, shot them, cut off their hands and took them to the Commissary. The Mantumba people complained to the missionary at Irebu, and he went down to see if the story was true. He ascertained the case to be just as they had narrated, and found that one of the seven was a little girl, who was not quite dead. The child recovered, and she lives to-day, the stump of the handless arm witnessing against this horrible practice. These are only a few things of many that have taken place in one district.” It was not merely for rubber that these horrors were done. Much of the country is unsuited to rubber, and in those parts there were other imposts which were collected with equal brutality. One village had to send food and was remiss one day in supplying it: “The people were quietly sleeping in their beds when they heard a shot fired, and ran out to see what was the matter. Finding the soldiers had surrounded the town, their only thought was escape. As they raced out of their homes, men, women and children, they were ruthlessly shot down. Their town was utterly destroyed, and is a ruin to this day. The only reason for this fight was that the people had failed to bring Kwanga (food) to the State upon that one day.” Finally Mr. Murphy says: “The rubber question is accountable for most of the horrors perpetrated in the Congo. It has reduced the people to a state of utter despair. Each town in the district is forced to bring a certain quantity to the headquarters of the Commissary every Sunday. It is collected by force; the soldiers drive the people into the bush; if they will not go they are shot down, their left hands being cut off and taken as trophies to the Commissary. The soldiers do not care whom they shoot down, and they most often shoot poor, helpless women and harmless children. These hands — the hands of men, womon and children — are placed in rows before the Commissary, who counts them to see the soldiers have not wasted the cartridges. The Commissary is paid a commission of about a penny per pound upon all the rubber he gets; it is, therefore, to his interest to get as much as he can.” Here is corroboration and amplification of all that Mr. Glaves had put forward. The system had not been long established, and was more efficient ten or twelve years later, but already it was bearing some notable first fruits of civilization. King Leopold^ rule cannot be said to have left the country unchanged. There is ample evidence that mutilations of this sort were unknown among the native savages. Knowledge was spreading under European rule. Having heard the testimony of an English traveller and of an American missionary, let us now hear that of a Swedish clergyman, Mr. Sjoblom, as detailed in The Aborigines’ Friend, July, 1897. It covers much the same time as the other two, and is drawn from the Equateur district. Here is the system in full swing: “They refuse to bring the rubber. Then war is declared. The soldiers are sent in different directions. The people in the towns are attacked, and when they are running away into the forest, and try to hide themselves, and save their lives, they are found out by the soldiers. Then their gardens of rice are destroyed, and their supplies taken. Their plantains are cut down while they are young and not in fruit, and often their huts are burned, and, of course, everything of value is taken. Within my own knowledge forty-five villages were altogether burned down. I say altogether, because there were many others partly burned down. I passed through twenty-eight abandoned villages. The natives had left their places to go further inland. In order to separate themselves from the white men they go part of the way down the river, or else they cross the river into French territory. Sometimes, the natives are obliged to pay a large indemnity. The chiefs often have to pay with brass wire and slaves, and if the slaves do not make up the amount their wives are sold to pay. I was told that by a Belgian officer. I will give you,” Mr. Sjoblom continues, “ an instance of a man I saw shot right before my eyes. In one of my inland journeys, when I had gone a little farther, perhaps, than the Commissary expected me to go, I saw something that perhaps he would not have liked me to see. It was at a town called Ibera, one of the cannibal towns to which no white man had ever been before. I reached it at sunset, after the natives had returned from the various places in which they had been looking for india- rubber. They gathered together in a great crowd, being curious to see a white man. Besides, they had heard I had some good news to tell them, which came through the Gospel. When that large crowd gathered, and I was just ready to preach, the sentinels rushed in among them to seize an old man. They dragged him aside a little from the crowd, and the sentinel in charge came to me and said,’ I want to shoot this man, because he has been in the river fishing to-day. He has not been on the river for india-rubber.’ I told him: ‘I have not authority to stop you, because I have nothing to do with these palavers, but the people are here to hear what I have to say to them, and I don’t want you to do it before my eyes.’ He said: ‘ All right, I will keep him in bonds, then, until to-morrow morning when you have gone. Then I will kill him.’ But a few minutes afterward the sentinel came in a rage to the man and shot him right before my eyes. Then he charged his rifle again and pointed it at the others, who all rushed away like chaff before the wind. He told a little boy, eight or nine years of age, to go and cut off the right hand of the man who had been shot. The man was not quite dead, and when he felt the knife he tried to drag his hand away. The boy, after some labour, cut the hand off and laid it by a fallen tree. A little later this hand was put on a fire to smoke before being sent to the Commissary.” Here we get the system at its highest. I think that picture of the child hacking off the hand of the dying man at the order of the monster who would have assuredly murdered him also had he hesitated to obey, is as diabolical a one as even the Congo could show. A pretty commentary upon the doctrine of Christ which the missionary was there to preach! Mr. Sjoblom seems to have been unable to believe at first that such deeds were done with the knowledge and approval of the whites. He ventured to appeal to the Commissary. “ He turned in anger on me,” he adds, “ and in the presence of the soldiers said that he would expel me from the town if I meddled with matters of that kind any more.” It would, indeed, have been rather absurd for the Commissary to interfere when the severed hand had actually been cut off in order to be presented to him. The whole procedure is explained in the following paragraph: “ If the rubber does not reach the full amount required, the sentinels attack the natives. They kill some and bring the hands to the Commissary. Others are brought to the Commissary as prisoners. At the beginning they came with their smoked hands. The sentinels, or else the boys in attendance on them, put these hands on a little kiln, and after they had been smoked, they by and by put them on the top of the rubber baskets. I have on many occasions seen this done.” Then we read in the latest State papers of the Belgian diplomatists that they propose to continue the beneficent and civilizing work which they have inherited. Yet another paragraph from Mr. Sjoblom showing the complicity of the Belgian authorities, and showing also that the presence of the missionaries was some deterrent against open brutality. If, then, they saw as much as they did, what must have been the condition of those huge tracts of country where no missions existed? “At the end of 1895, Commissary — all the people were gathering the rubber — said he had often told the sentinels not to kill the people. But on the 14th of December a sentinel passed our mission station and a woman accompanied him, carrying a basket of hands. Mr. and Mrs. Banks, besides myself,went down the road, and they told the sentinel to put the hands on the road that they might count them. We counted eighteen right hands smoked and from the size of the hands we could judge that they belonged to men, women and children. We could not understand why these hands had been collected, as the Commissary had given orders that no more natives were to be killed for their hands. On my last journey I discovered the secret. One Monday night, a sentinel who had just returned from the Commissary, said to me: ‘ What are the sentinels to do? When all the people are gathered together, the Commissary openly tells us not to kill any more people, but when the people have gone he tells us privately that if they do not bring plenty of india-rubber we must kill some, but not bring the hands to him.’ Some sentinels, he told me, had been put in chains because they killed some natives who happened to be near a mission station; but it was only because he thought it might become known that the Commissary, to justify himself, had put the men in chains. I said to the sentinel: ‘You should obey the first command, never to kill any more.’ ‘The people,’ he answered,’unless they are frightened, do not bring in the rubber, and then the Commissary flogs us with the hippopotamus hide, or else he puts us in chains, or sends us to Boma.’ The sent’nel added that the Commissary induced him to hide cruelty while letting it go on, and to do this in such a way that he might be justified, in case it should become known and an investigation should be made. In such a case the Commissary could say, ‘ Why, I told him openly not to kill any more’ and he might put the blame on the soldier to justify himself, though the blame and the punishment in all its force ought to have been put on himself, after he had done such a terrible act in order to disguise or mislead justice. If the sentinels were puzzled about this message, what would the natives be?” I have said that there was more to be said for the cannibal murderers than for those who worked the system. The capitas pleaded the same excuse. Don’t take this to heart so much,” said one of them to the missionary. “They kill us if we do not bring rubber. The Commissary has promised us if we bring plenty of hands he will shorten our service. I have brought plenty already, and I expect my time will soon be finished.” That the Commissaries are steeped to the lips in this horrible business has been amply shown in these paragraphs. But Mr. Sjoblom was able to go one stage further along the line which leads to the Palace at Brussels. M. Wahis, the Governor-General, a man who has played a sinister part in the country, came up the river and endeavoured to get the outspoken Swede to contradict himself, or, failing that, to intimidate him. To get at the truth or to right the wrong seems to have been the last thing in his mind, for he knew well that the wrong was essential to the system, and that without it the wheels would move more slowly and the head engineer in Europe would soon wish to know what was amiss with his rubber-producing machine. “You may have seen all these things that you have stated,” said he, “but nothing is proved.” The Commissary meanwhile had been holding a rifle to the head of witnesses so as to make sure that nothing would be proved. In spite of this Mr. Sjoblom managed to collect his evidence, and going to the Governor, asked him when he could listen to it. “I don’t want to hear any witnesses,” said he, and then: “If you continue to demand investigation in these matters we will make a charge against you… . That means five years’ imprisonment.” Such is Mr Sjoblom’s narrative involving Governor Wahis in the general infamy. “It is not true,” cries the Congolese apologist. Strange how Swedes, Americans, and British, laymen and clerg), all unite in defaming this innocent State! No doubt the wicked children lop off their own hands in order to cast a slur upon “the benevolent and philanthropic enterprise of the Congo.” Tartuffe and Jack the Ripper — was ever such a combination in the history of the world! One more anecdote of Mr. Wahis, for it is not often that we can get a Governor of the Congo in person face to face with the results of his own work. As he passed down the river, Mr. Sjoblom was able to report another outrage to him: “Mr. Banks told the Governor that he had seen it himself, whereupon M. Wahis summoned the commandant in charge — the officer who had ordered the raid had already gone elsewhere — and asked him in French if the story were true. The Belgian officer assured M. Wahis that it was, but the latter, thinking Mr. Banks did not understand French, said: ‘After all, you may have seen this; but you have no witnesses.’ ‘ Oh,’ said Mr. Banks,’ I can call the commandant, who has just told you that it is true.’ M. Wahis then tried to minimize the matter, when, to his great surprise, Mr. Banks added: ‘In any case I have, at his own request, furnished to the British Consul, who passed through here lately, a signed statement concerning it.’ M. Wahis rose from his chair, saying: ‘Oh, then, it is all over Europe!’ Then for the first time he said that the responsible Commissary must be punished.” It need not be added that the punishment was the merest farce. These successive reports, each amplifying the other, coming on the top of the killing of Mr. Stokes, and the action of the British Colonial Office in prohibiting recruiting for Congoland, had the effect of calling strong attention to the condition of that country. The charges were met partly by denial, partly by general phrases about morality, and partly by bogus reform. M. van Eetvelde, in Brussels, and M. Jules Houdret, in London, denied things which have since been proved up to the hilt. The reform took the shape of a so-called Natives’ Protection Commission. Like all these so-called reforms, it was utterly ineffectual, and was only meant for European consumption. No one knew so well as the men at Brussels that no possible reform could have any effect whatever unless the system was itself abolished, for that system produced outrages as logically and certainly as frost produces ice. The sequel will show the results of the Natives’ Protection Commission.

CAPITOLO IV
I primi frutti del sistema Il primo testimone che citerò è il signor Glave, il cui resoconto copre gli anni dal 1893 fino alla sua morte nel 1895. Il signor Glave era un giovane inglese che aveva lavorato per sei anni al servizio dello Stato; il suo carattere e il suo lavoro furono molto lodati da Stanley. Quattro anni dopo la scadenza del suo incarico, viaggiò da solo attraverso l’intero paese, dalla Tanzania orientale fino a Matadi, vicino alla foce del fiume, per una distanza di 2.000 miglia. I sistemi legati all’estrazione della gomma erano ancora in fase iniziale, ma già allora egli osservò ovunque violenza e disprezzo per la vita umana, fenomeni che in seguito avrebbero assunto proporzioni ancora più gravi. Ricordiamo che lui stesso era un collaboratore di Stanley, un pioniere e un commerciante locale, quindi certamente non facile da scioccare. Ecco alcune delle sue osservazioni tratte dal suo diario: Per quanto riguarda la liberazione degli schiavi da parte dei belgi, per la quale si è attribuito tanto merito, egli scrive nel Century Magazine, Vol. 53:
“Si dice che vengano tirati fuori dalla schiavitù e liberati, ma non riesco a capire come ciò possa essere giustificato. Vengono portati via dalle loro villaggi e inviati verso sud, dove vengono utilizzati come soldati o lavoratori nelle stazioni statali; famiglie pacifiche vengono distrutte e i loro membri dispersi in varie parti. Per trasportarli è necessario tenerli sotto custodia, altrimenti scapperebbero tutti. Questo non sembra affatto corrispondere alla libertà promessa. I bambini così ‘liberati’ vengono affidati alle missioni francesi, dove ricevono cure molto gentili, ma nulla giustifica questa forma di schiavitù. Posso capire che lo Stato possa costringere i nativi a svolgere determinati lavori per un certo periodo; ma portare via le persone con la forza dalle loro case e disperderle in giro, distruggendo le famiglie, non è giusto. Ne saprò di più lungo il cammino e a Kabambare. Se queste condizioni persistono, non vedo come il movimento contro la schiavitù possa giovare ai nativi.” Per quanto riguarda l’uso di soldati barbari, egli aggiunge:
“Anche i soldati statali vengono impiegati senza ufficiali bianchi. Questo non dovrebbe essere permesso, perché i soldati neri non comprendono il motivo delle battaglie; invece di cercare la sottomissione dei nativi, spesso questi vengono massacrati o costretti a fuggire nelle montagne. I soldati neri sono determinati a combattere e a saccheggiare; non desiderano alcun accordo pacifico. Hanno fucili e munizioni efficaci, si rendono conto della loro superiorità rispetto ai nativi con le loro balestre e frecce. Vogliono uccidere, derubare. Per i neri è un piacere uccidere altri neri, indipendentemente dal fatto che siano uomini, donne o bambini, e senza alcuna difesa. Questo non è certo un modo ragionevole per pacificare la regione; è semplicemente persecuzione. I neri non possono essere utilizzati in questo scopo se non sotto la guida dei bianchi.” Incontrò anche il tenente Hambursin, che sembrava essere un ufficiale competente. “Ieri i nativi di un villaggio vicino sono venuti a lamentarsi che uno dei soldati di Hambursin avesse ucciso un abitante del villaggio; hanno portato con sé la pistola dell’assalitore. Oggi, durante il raduno, il soldato si è presentato senza la sua pistola; la sua colpevolezza è stata dimostrata e, senza ulteriori procedimenti, è stato impiccato a un albero. Hambursin ha già giustiziato diversi persone per questo crimine di omicidio.”
Se ci fossero stati più individui come Hambursin, forse ci sarebbero stati meno scandali. Glave prosegue poi commentando il trattamento riservato ai prigionieri:
“Nei luoghi di detenzione gestiti da ufficiali governativi, si vedono file di povere donne anziane, alcune delle quali non sono altro che scheletri; lavorano dalle sei del mattino a mezzogiorno e dalle due e mezza alle sei, trasportando secchi d’acqua fatta di fango, camminando in gruppi, con una corda intorno al collo e collegate tra loro da altre corde distanziate circa un metro e mezzo l’una dall’altra. Sono prigioniere di guerra. In tempo di guerra, le donne anziane vengono sempre catturate, ma dovrebbero essere trattate con un po’ più di umanità. Sono nude, tranne che per una misera striscia di stoffa tenuta ferma da una corda intorno alla vita. Non vengono mai lasciate libere dalla corda, nemmeno per un momento. Vivono nella caserma, sotto la sorveglianza di sentinelle indigene, che si divertono a schiaffeggiarle e maltrattarle. La pietà non esiste nel cuore degli indigeni. Alcune di queste donne hanno bambini, ma continuano comunque a lavorare. Costituiscono davvero uno spettacolo miserabile. Si chiede come mai queste donne anziane, pur essendo prigioniere di guerra, non ricevano un po’ più di considerazione. Almeno la loro nudità potrebbe essere nascosta. I prigionieri maschi, invece, vengono trattati in modo molto migliore.”
Descrivendo gli indigeni, aggiunge:
“Gli indigeni non sono persone pigre o inutili. Le loro capacità vengono sviluppate attraverso il duro lavoro, la sobrietà e una vita frugale, ”
Fornisce anche informazioni su cosa sia la “chicotte”, lo strumento di tortura preferito e universalmente utilizzato dagli agenti e dagli ufficiali dello Stato Libero. “Il ‘laccio’ fatto di pelle cruda di ippopotamo, soprattutto uno nuovo, tagliato a spirale e con bordi affilati come lame di coltello, ed altrettanto duro del legno, è un’arma terribile; pochi colpi bastano per far sgorgare il sangue; non dovrebbero essere dati più di venticinque colpi, a meno che l’offesa non sia molto grave. Anche se ci convincevamo che la pelle africana fosse molto resistente, serve una costituzione eccezionale per sopportare cento colpi così brutali; di solito la vittima è priva di sensi dopo ventiquattro o trenta colpi. Al primo colpo urla terribilmente; poi si calma e diventa solo un corpo che geme e tremola, fino a quando l’operazione non è terminata. Il colpevole se ne va barcollando, spesso con ferite che dureranno per tutta la vita. È già abbastanza brutale frustare gli uomini, ma molto peggio è questa punizione quando viene inflitta a donne e bambini. Bambini di dieci o dodici anni, sotto padroni irascibili e impulsivi, vengono spesso trattati con estrema crudeltà. A Kasnogo si manifesta molta crudeltà: ho visto due ragazzi feriti gravemente. Credo sinceramente che un uomo che riceve cento colpi sia quasi sempre ucciso e il suo spirito ne risulti distrutto per sempre.” Vede anche come vengono trattati i sudditi di altre nazioni: “Due giorni prima del mio arrivo a Wabundu, due sierra leonesi furono impiccati da Laschet. Erano sentinelle di guardia e, mentre dormivano, permisero a un capo nativo prigioniero e incatenato di fuggire. Il giorno dopo, in preda alla rabbia, Laschet li impiccò entrambi. Erano cittadini britannici assunti dallo Stato Libero del Congo come soldati; in tempo di guerra, presumo, potrebbero essere giustiziati dopo un processo militare. Ma impiccare un cittadino di un altro paese senza processo mi sembra oltraggioso.” Parlando della situazione generale di instabilità, afferma: “È il risultato naturale di una politica statale dura e crudele che sfrutta queste persone per ottenere la gomma senza pagarla. La rivoluzione si diffonderà, ” Aggiunge: “Il posto di posta di Isangi si trova vicino alla grande colonia di un importante uomo di mare, Kayamba, che ora lavora a favore dello Stato catturando schiavi e rubando avorio ai nativi dell’interno. Il filantropico Re dei Belgi ne è a conoscenza? Se no, dovrebbe saperlo.” Man mano che si allontana dalla zona di guerra e entra in quelle che dovrebbero rappresentare la pace, i suoi commenti diventano ancora più amari. Il nascente commercio della gomma inizia ad influenzare negativamente le pratiche locali. “In passato i nativi venivano trattati con gentilezza, ma ora sono state inviate spedizioni in tutte le direzioni per costringerli a produrre gomma e a portarla alle stazioni. Lungo il fiume Ikelemba, stiamo portando via cento schiavi, semplici bambini, tutti presi in guerre sacrileghe contro i nativi. Non era necessario nei tempi antichi, quando noi bianchi non avevamo alcun potere. Questo commercio forzato sta spopolando la regione. Sono partito da Equateur alle undici di questa mattina, dopo aver caricato cento bambini schiavi, per lo più ragazzi di sette o otto anni, insieme a qualche ragazza; tutti rubati ai nativi. Il commissario della zona è un uomo dal temperamento violento: mentre organizzavamo il carico, una donna incaricata dei bambini capì molto lentamente i suoi ordini, pronunciati in un pessimo dialetto Kabanji; lui le si avventò addosso, la schiaffeggiò in faccia e, mentre lei fuggiva, la calciò. Parlano di filantropia e civiltà. Ma dove sono, non lo so.”
E ancora:
“La maggior parte degli ufficiali bianchi presenti nel Congo è contraria alla politica statale legata alla produzione della gomma, ma le leggi la impongono. Per questo, in ogni stazione si vedono i nativi abbandonare le loro case e fuggire, se possibile, verso il lato francese del fiume.”
Man mano che prosegue nel suo viaggio, le sue convinzioni diventano sempre più ferme:
“Dappertutto,” dice, “si sentono le stesse notizie sui crimini commessi dallo Stato Libero del Congo: gomma, omicidi, schiavitù nella sua forma peggiore. Si dice che la metà dei bambini portati via muoia lungo la strada. In Europa si pensa che ‘liberi’ significhi schiavi salvati dai loro crudeli padroni. Niente affatto! La maggior parte di questi bambini è il risultato di guerre combattute contro i nativi per motivi legati all’avorio o alla gomma.”
Dovunque vada, trova prove evidenti di un totale disprezzo per l’umanità:
“Oggi ho visto il corpo di un portatore morto lungo la strada. Non c’era dubbio che fosse malato; era ridotto a pelle e ossa. Queste stazioni dovrebbero prendersi cura dei portatori. Il disprezzo per la vita umana è orribile. I belgi non considerano i nativi di alcun valore. Non c’è da meravigliarsi che lo Stato venga odiato.”
Infine, poco prima della sua morte, venne a conoscenza di quella pratica di mutilazione che rappresentava uno dei risultati più evidenti della politica volta a “promuovere il vantaggio morale e materiale delle razze native”, promessa alla Conferenza di Berlino. “Il signor Harvey ha ricevuto notizie da Clarke, che si trova presso il lago Mantumba, secondo cui i soldati dello Stato sono stati di recente nelle vicinanze della sua stazione, combattendo e catturando prigionieri; egli stesso aveva visto diversi uomini con dei mazzi di mani, utilizzati per indicare le loro rispettive abilità. Presumo che questi mazzi debbano essere presentati come prova del loro successo! Tra quelle mani c’erano quelle di uomini e donne, ma anche quelle di bambini piccoli! I missionari sono talmente in balia dello Stato che non riferiscono queste barbarie alle persone a casa loro. Avevo già sentito parlare di mazzi di mani, tra cui quelli di bambini, portati alle stazioni, ma non ero così convinto della veridicità di queste informazioni quanto lo sono delle notizie appena ricevute dal signor Harvey da Clarke. Molte di queste cose stanno accadendo presso la stazione dell’Equatore. I metodi utilizzati non sono necessari. Anni fa, quando ero di servizio all’Equatore senza soldati, non avevo mai alcuna difficoltà a trovare le persone di cui avevo bisogno, e nemmeno un’altra stazione, nei tempi antichi e umani, ne aveva. Allora, né le stazioni né le barche avevano problemi a reperire uomini o manodopera; lo stesso accadrà anche ai belgi, se introdurranno metodi più razionali.”
Una frase degna di nota è questa: “I missionari sono talmente in balia dello Stato che non riferiscono queste barbarie alle persone a casa loro”. Lontano dall’essere un problema alimentato dai missionari, come hanno sostenuto gli apologhi di Re Leopoldo, in realtà è stato proprio il loro silenzio ad ostacolarne la diffusione; è solo grazie al coraggio e alla veridicità di pochi inglesi e americani che questa situazione è finalmente venuta alla luce.
Ecco quanto riguarda il testimone Glave: era un viaggiatore inglese. Il signor Murphy, un missionario americano, lavorava in un’altra parte del paese, nella regione dove l’Ubangi si unisce al Congo, negli stessi anni. Vediamo fino a che punto il suo resoconto, scritto completamente in modo indipendente {Times, 18 novembre 1895}, concorda con quello di Glave: “Ho visto queste cose accadere,” disse, “e ho sollevato obiezioni allo Stato negli anni 1888, 1889 e 1894, ma non ho mai ottenuto alcuna risposta. Sono stato nell’entroterra e ho visto i danni causati dallo Stato nella sua ricerca di questo commercio ingiusto. Lasciate che vi racconti un episodio per dimostrare come questo commercio ingiusto influisca sulle persone. Un giorno, un soldato dello Stato incaricato della postazione di Solifa stava raccogliendo gomma in città. Incontrò una donna povera il cui marito era via a pescare e le chiese: ‘Dove è tuo marito?’ Lei indicò il fiume. Lui allora domandò: ‘Dov’è la sua gomma?’ Lei rispose: ‘È pronta per te.’ Allora lui disse: ‘Menti,’ alzò il fucile e le sparò. Poco dopo il marito tornò a casa e venne a sapere dell’omicidio di sua moglie. Andò subito dal soldato, portando con sé la gomma, e gli chiese perché avesse ucciso sua moglie. Quell’uomo malvagio alzò il fucile e uccise anche lui. I soldati fuggirono verso il quartier generale dello Stato e denunciarono l’accaduto; di conseguenza, il Commissario inviò un gran numero di truppe per rafforzare l’autorità dei soldati. La città fu saccheggiata, bruciata, e molte persone furono uccise o ferite.”
Ancora:
“Nel novembre dello scorso anno (1894) ci furono intensi combattimenti sul Bosira perché la gente rifiutava di consegnare la gomma; mi fu detto, su autorità di un funzionario dello Stato, che non meno di milleottocento persone furono uccise. In un’altra occasione dello stesso mese, alcuni soldati fuggirono da una nave dello Stato e si recarono nella città di Bombumba. Il funzionario inviò un messaggio ordinando al capo della città di consegnarli; lui rispose che non poteva farlo, poiché i fuggitivi non erano mai stati nella sua città. Il funzionario inviò un secondo messaggero con l’ordine: ‘Vieni da me immediatamente, altrimenti ci sarà guerra domani mattina.’ La mattina seguente il vecchio capo andò ad incontrare i belgi e fu attaccato senza alcuna provocazione. Lui stesso fu ferito, sua moglie fu uccisa davanti ai suoi occhi e le tagliarono la testa per prendere il braccialetto di rame che indossava. Ventiquattro dei suoi uomini furono anche uccisi, tutto per la ragione insignificante sopra menzionata. Ancora una volta, la gente del lago Mantumba fuggì a causa della crudeltà dello Stato; questi inviarono alcuni soldati guidati da un sottufficiale di colore per trattare con loro e convincerli a tornare. Lungo la strada, le truppe incontrarono una canoa contenente sette dei fuggitivi. Con qualche pretesto banale, costrinsero quelle persone a scendere dalla canoa, le uccisero, tagliarono loro le mani e le portarono dal Commissario. La gente di Mantumba si lamentò con il missionario ad Irebu, che andò a verificare se la storia fosse vera. Scoprì che era esatta e che uno dei sette fuggitivi era una bambina piccola che non era ancora morta. La bambina sopravvisse e vive ancora oggi; il moncherino del suo braccio senza mano testimonia contro questa pratica orribile. Questi sono solo alcuni degli innumerevoli episodi accaduti in una sola regione.” Non era solo per il caucciù che venivano commessi tali orrori. Gran parte del paese infatti non è adatta alla coltivazione del caucciù; in quelle zone esistevano altre tasse che venivano riscosse con la stessa brutalità. Un villaggio, ad esempio, era costretto a inviare cibo al governo, e un giorno si dimenticò di farlo:
“La gente dormiva tranquillamente nelle proprie case quando sentirono uno sparo; corsero fuori per scoprire cosa fosse successo. Trovarono i soldati che avevano circondato il villaggio, e l’unica loro idea fu fuggire. Mentre uscivano dalle case, uomini, donne e bambini furono spietatamente uccisi. Il loro villaggio fu completamente distrutto e oggi è ridotto in rovine. L’unico motivo di quella sparatoria era che la gente non aveva consegnato il cibo richiesto dal governo.”
Infine, il signor Murphy afferma: “Il problema del caucciù è responsabile della maggior parte degli orrori commessi nel Congo. Ha ridotto la popolazione in uno stato di totale disperazione. Ogni villaggio della regione è costretto ogni domenica a consegnare una certa quantità di caucciù al quartier generale del Commissario; il tutto avviene con la forza: i soldati costringono la gente ad andare nella giungla; se si rifiutano, vengono uccisi e loro le mani sinistre vengono tagliate e portate come trofei al Commissario. Ai soldati non importa chi uccidono; spesso colpiscono donne povere e indifese, così come bambini innocenti. Queste mani – di uomini, donne e bambini – vengono allineate davanti al Commissario, che le conta per assicurarsi che i soldati non abbiano sprecato munizioni. Al Commissario viene pagata una commissione di circa un penny a libbra su tutto il caucciù che raccoglie; quindi è nel suo interesse ottenere quanta più quantità possibile.”
Ecco ulteriori prove e dettagli a conferma di quanto affermato dal signor Glaves. Il sistema era appena stato introdotto, ma già dieci o dodici anni dopo mostrava i primi effetti negativi. Non si può dire che il regno del re Leopoldo abbia lasciato il paese immutato: ci sono prove evidenti che simili pratiche di violenza fossero sconosciute tra le popolazioni indigene. Sotto il dominio europeo, la conoscenza stava diffondendosi. Dopo aver ascoltato i racconti di un viaggiatore inglese e di un missionario americano, ascoltiamo ora quello di un clérigo svedese, il signor Sjoblom, pubblicato su “The Aborigines’ Friend” nel luglio 1897. Il suo resoconto riguarda più o meno lo stesso periodo degli altri due e si riferisce alla regione dell’Equatore. Ecco come funzionava il sistema in quel momento: “Il loro rifiuto di portare la gomma naturale scatena la dichiarazione di guerra. Gli soldati vengono inviati in direzioni diverse; le persone nelle città vengono attaccate e, quando cercano di fuggire nella foresta per nascondersi e salvare la vita, vengono scoperte dai soldati. I loro campi di riso vengono distrutti, i loro rifornimenti rubati; le loro piante di banano vengono tagliate mentre sono ancora giovani e non hanno frutti; spesso anche le loro capanne vengono bruciate, e naturalmente tutto ciò che ha valore viene portato via. Per quanto ne so, quarantacinque villaggi sono stati completamente distrutti. Dico ‘completamente’ perché molti altri sono stati solo parzialmente danneggiati. Ho attraversato ventotto villaggi abbandonati: i nativi avevano lasciato le loro case per spostarsi più all’interno del paese, nel tentativo di allontanarsi dai bianchi. A volte sono costretti a pagare ingenti indennità; i capi tribù devono talvolta consegnare filo di rame e schiavi in pagamento; se gli schiavi non bastano, le loro mogli vengono vendute per coprire la somma dovuta. Me lo ha detto un ufficiale belga. Vi racconterò,” continua il signor Sjoblom, “un esempio di ciò che ho visto con i miei occhi: durante uno dei miei viaggi nell’entroterra, sono arrivato in una città chiamata Ibera, una di quelle città cannibali dove nessun bianco era mai stato prima. Sono arrivato al tramonto, dopo che i nativi erano tornati dai vari luoghi in cui avevano cercato la gomma naturale. Si erano radunati in gran numero, curiosi di vedere un bianco; inoltre, avevano sentito dire che avevo buone notizie da comunicare loro. Quando quella folla si è radunata e stavo per iniziare a predicare, le sentinelle sono intervenute per arrestare un anziano. Lo hanno trascinato via dal gruppo e il soldato incaricato mi ha detto: ‘Voglio sparargli, perché oggi è andato a pescare nel fiume. Non è andato lì per raccogliere la gomma.’ Gli ho risposto: ‘Non ho il diritto di impedirtelo, ma le persone sono qui per ascoltare ciò che ho da dire. Non vorrei che lo facesse davanti ai miei occhi.’ Lui ha detto: ‘Va bene, lo terrò in custodia fino a domani mattina, quando te ne sarai andato. Poi lo ucciderò.’ Ma pochi minuti dopo è tornato furioso e lo ha sparato proprio davanti ai miei occhi. Poi ha ricaricato il fucile e l’ha puntato contro gli altri; tutti sono fuggiti via come paglia al vento. Ha ordinato a un bambino di otto o nove anni di tagliare la mano destra dell’uomo che era stato ucciso. L’uomo non era ancora morto del tutto; quando ha sentito il colpo della lama, ha cercato di allontanare la mano. Dopo alcuni tentativi, il bambino è riuscito a tagliargliela e l’ha lasciata accanto a un albero caduto.” “Poco dopo, questa mano venne messa sul fuoco per essere fumata prima di essere inviata al Commissario.” Qui il sistema raggiunge il suo apice. Penso che quell’immagine del bambino che, su ordine di un mostro che sicuramente lo avrebbe ucciso se avesse esitato ad obbedire, taglia la mano dell’uomo morente sia altrettanto demoniaca quanto quella che si possa trovare anche nel Congo. Un commento piuttosto eloquente sulla dottrina di Cristo che quel missionario era lì per predicare!
Il signor Sjoblom sembrava inizialmente incapace di credere che simili atti venissero compiuti con la conoscenza e il consenso dei bianchi. Osò rivolgersi al Commissario. “Si è arrabbiato con me”, aggiunge, “e davanti ai soldati ha detto che mi avrebbe espulso dalla città se avessi continuato a immischiarmi in simili faccende.”
Sarebbe stato davvero assurdo da parte del Commissario intervenire quando la mano mozzata era già stata portata lì apposta per essere presentata a lui. L’intera procedura viene spiegata nel seguente paragrafo:
“Se la quantità di gomma raccolta non raggiunge l’importo richiesto, le sentinelle attaccano i nativi. Ne uccidono alcuni e portano le loro mani al Commissario; altri vengono portati come prigionieri. All’inizio portavano con sé le mani fumate; le sentinelle, o i ragazzi incaricati di assisterle, le mettevano in un piccolo forno per farle affumicare, e poi le aggiungevano sopra i cesti contenenti la gomma. L’ho visto accadere molte volte.”
Nel più recente materiale ufficiale dei diplomatici belgi si legge che intendono proseguire il lavoro benefico e civilizzatore che hanno ereditato.
Un altro passaggio del signor Sjoblom dimostra la complicità delle autorità belghe, e mostra anche che la presenza dei missionari rappresentava in qualche modo un ostacolo alla brutalità aperta. Se quindi loro vedevano tutto ciò che vedevano, quale doveva essere lo stato di quelle vaste aree geografiche dove non esistevano missioni? “Alla fine del 1895, il Commissario – mentre tutte le persone stavano raccogliendo la gomma – disse di aver spesso ordinato alle sentinelle di non uccidere nessuno. Ma il 14 dicembre una sentinella passò vicino alla nostra stazione missionaria; con lei c’era una donna che portava un cesto pieno di mani. Il signor e la signora Banks, insieme a me, andammo da quella sentinella e le chiedemmo di mettere fuori quelle mani affinché potessimo contarle. Ne contammo diciotto; tutte erano mani fumate, e dal loro aspetto si poteva dedurre che appartenevano a uomini, donne e bambini. Non riuscivamo a capire perché quelle mani fossero state raccolte, visto che il Commissario aveva ordinato di non uccidere più nessuno per ottenere le loro mani. Nella mia ultima missione scoprii il segreto: una sera di lunedì, una sentinella appena tornata dal Commissario mi disse: ‘Cosa dobbiamo fare noi sentinelle? Quando tutte le persone si radunano, il Commissario ci ordina apertamente di non uccidere più nessuno; ma dopo che se ne sono andate, ci dice in privato che, se non portiamo abbastanza gomma, dobbiamo uccidere qualcuno, solo che non dobbiamo portargli le mani.’ Mi disse anche che alcune sentinelle erano state incatenate perché avevano ucciso alcuni nativi che si trovavano vicino a una stazione missionaria; ma era solo perché il Commissario temeva che la cosa venisse scoperta, quindi, per giustificarsi, aveva fatto incatenare quegli uomini. Gli dissi: ‘Dovresti obbedire sempre al primo ordine: non uccidere mai più nessuno.’ Lui rispose: ‘Le persone, a meno che non vengano spaventate, non portano la gomma, e allora il Commissario ci frusta con la pelle di ippopotamo, o ci incatena, o ci manda a Boma.’ Aggiunse anche che il Commissario lo aveva indotto ad nascondere queste crudeltà, permettendole comunque di continuare, e a farlo in modo da potersi giustificare, nel caso qualcosa venisse scoperto. In quel caso, il Commissario avrebbe potuto dire: “Ma gli ho detto apertamente di non uccidere più nessuno, ” E avrebbe potuto incolpare i soldati per giustificarsi, anche se la colpa e le punizioni dovrebbero essere ricadute su di lui stesso, dopo aver compiuto un atto così terribile soltanto per nascondere o ingannare la giustizia. Se anche noi sentinelle eravamo confusi riguardo a queste istruzioni, cosa direbbero allora i nativi?” Ho detto che coloro che commettevano atti di cannibalismo avevano delle scuse più valide rispetto a coloro che partecipavano attivamente a quel sistema crudele. Anche i responsabili adducevano le stesse scuse. “Non prendete queste cose troppo sul serio,” disse uno di loro al missionario. “Ci uccidono se non portiamo la gomma. Il Commissario ci ha promesso che, se porteremo abbastanza mani, ci ridurrà il periodo di servizio. Io ne ho già portate molte, e credo che presto mi verrà concesso il permesso di tornare a casa.” È evidente, da questi passaggi, che i commissari sono profondamente coinvolti in queste orribili attività. Ma il signor Sjoblom riuscì a spingersi ancora oltre, verso quel percorso che conduce al Palazzo di Bruxelles. Il governatore generale M. Wahis, un uomo che ha svolto un ruolo sinistro nel paese, risalì il fiume e cercò di far contraddire il franco svizzero o, in caso contrario, di intimidirlo. Sembrava che scoprire la verità o rimediare agli errori fosse l’ultima cosa a cui pensasse, poiché sapeva bene che quegli errori erano essenziali per quel sistema e che, senza di loro, tutto avrebbe funzionato più lentamente. E il principale responsabile europeo si sarebbe presto chiesto cosa non andasse nella sua “macchina per produrre gomma”. “Potreste aver visto tutte queste cose che avete descritto,” disse lui, “ma nulla è stato dimostrato.” Nel frattempo, il commissario teneva un fucile puntato alla testa dei testimoni per assicurarsi che nulla venisse provato. Nonostante ciò, il signor Sjoblom riuscì a raccogliere le prove necessarie e andò dal governatore chiedendogli quando potesse ascoltarle. “Non voglio sentire nessun testimone,” rispose lui; poi aggiunse: “Se continuerete a richiedere indagini su queste questioni, vi presenteremo accuse. Il che significa cinque anni di prigione.”
Ecco il resoconto del signor Sjoblom riguardo al governatore Wahis e alle sue malefatte. “Non è vero,” gridano gli apologeti congolezi. Strano come svizzeri, americani e britannici, sia laici che religiosi, si uniscano tutti nel diffamare questo innocente Stato. Senza dubbio, questi individui malvagi sono disposti a compiere qualsiasi cosa pur di macchiare l’immagine di “questo progetto benevolo e filantropico del Congo”. Tartuffe e Jack lo Squartatore. Esiste davvero una combinazione del genere nella storia del mondo?
Un’altra aneddota su M. Wahis: non capita spesso di poter mettere faccia a faccia un governatore del Congo con i risultati delle sue stesse azioni. Mentre il signor Sjoblom risaliva il fiume, riuscì a raccontargli un altro atto di violenza: “Il signor Banks disse al governatore di aver visto personalmente quanto era accaduto; allora M. Wahis chiamò il comandante responsabile dell’operazione – l’ufficiale che aveva ordinato l’attacco se n’era già andato altrove – e gli chiese in francese se quella storia fosse vera. L’ufficiale belga confermò di sì, ma M. Wahis, pensando che il signor Banks non parlasse francese, aggiunse: ‘Dopotutto, potreste aver visto tutto questo. Ma non avete testimoni.’ ‘Oh,’ disse il signor Banks, ‘posso chiamare il comandante stesso, che vi ha appena detto che è vero.’ Allora M. Wahis cercò di minimizzare la questione. Ma, con sua grande sorpresa, il signor Banks aggiunse: ‘In ogni caso, su sua stessa richiesta, ho fornito al console britannico che è passato di qui di recente una dichiarazione firmata a riguardo.’ M. Wahis si alzò dalla sedia e disse: ‘Oh. Allora sarà noto in tutta Europa!’ Solo allora ammise per la prima volta che il commissario responsabile doveva essere punito.”
Non c’è bisogno di aggiungere che quella punizione fu pura farsa. Questi rapporti successivi, ciascuno dei quali amplificava il precedente, uniti all’omicidio del signor Stokes e alle misure adottate dal Ministero Coloniale Britannico per vietare il reclutamento in Congo, ebbero l’effetto di attirare grande attenzione sulla situazione di quel paese. Le accuse ricevettero risposte in parte con negazioni, in parte con frasi generiche riguardanti la morale, e in parte con false riforme. Il signor van Eetvelde a Bruxelles e il signor Jules Houdret a Londra negarono cose che in seguito sono state completamente dimostrate vere. La cosiddetta “Commissione per la Protezione dei Nativi” divenne l’incarnazione di queste riforme; come tutte le riforme del genere, risultò totalmente inefficace e serviva soltanto a soddisfare le esigenze degli europei. Nessuno conosceva meglio di coloro che lavoravano a Bruxelles il fatto che nessuna riforma avrebbe potuto avere alcun effetto reale se non si abolisse completamente quel sistema, poiché esso generava ingiustizie in modo altrettanto logico e inevitabile quanto la gelata produce ghiaccio. I risultati delle attività della Commissione per la Protezione dei Nativi verranno mostrati nelle fasi successive.

CHAPTER V FURTHER FRUITS OF THE SYSTEM FOR a moment I must interrupt the narrative of the long, dismal succession of atrocities in order to explain certain new factors in the situation. It has already been shown that the Congo State, unable to handle the whole of its vast domain, had sublet large tracts of it to monopolist companies, in absolute contradiction to Article V. of the Berlin Treaty. Up to the year 1897, these companies were registered in Belgium, and had some pretence to being international in scope. The State had no open or direct control over them. This was now altered. The State drew closer the bonds which united it to these commercial undertakings. They were, for the most part, dissolved, and then reconstructed under Congo law. In most cases, in return for the monopoly, the State was given control, sometimes to the extent of appointing all managers and agents. Half the shares of the company or half the profits were usually made over to the State. Thus one must bear in mind in future that whether one talks of the Abir Company, of the Kasai, the Katanga, the Anversoise, or any other, it is really with the State — that is, with King Leopold — that one has to do. He owned the companies, but paid them fifty per cent, commission for doing all the work. As their profits were such as might be expected where nothing was paid either for produce or for labour (varying from fifty to seven hundred per cent, per annum), all parties to the bargain were the gainers. Another new factor in the situation was the completion, in 1898, of the Lower Congo Railway, which connects Boma with Stanley Pool, and so outflanks the cataracts. The enterprise itself was beneficent and splendid. The means by which it was carried out were unscrupulous and inhuman. Had civilization no complaint against the Congo State save the history of its railway construction with its forced labour, so different to the tradition of the tropical procedure of other European colonies, it would be a heavy indictment. Now it sinks to insignificance when compared with the enslavement of a whole people and the twenty years of uninterrupted massacre. As a sketch of the condition of the railway district here is a little pen picture by M. Edouard Picard, of the Belgian Senate, who saw it in the building: “The cruel impression conveyed by the mutilated forests,” he wrote, “is heightened in the places where, till lately, native villages nestled, hidden and protected by thick and lofty foliage. The inhabitants have fled. They have fled in spite of encouraging palavers and promises of peace and kind treatment. They have burnt their huts, and great heaps of cinders mark the sites, amid deserted palm-groves and trampled-down banana fields. The terrors caused by the memory of inhuman floggings, of massacres, of rapes and abductions, haunt their poor brains,’ and they go as fugitives to seek shelter in the recesses of the hospitable bush, or, across the frontiers, to find it in French or Portuguese Congo, not yet afflicted with so many labours and alarms, far from the roads traversed by white men, those baneful intruders, and their train of strange and disquieting habits.” The outlook was as gloomy when he wandered along the path trodden by the caravans to the Pool and back again. “We are constantly meeting these carriers, either isolated or in Indian file; blacks, blacks, miserable blacks, with horribly filthy loin-clothes for their only garments; their bare and frizzled heads supporting their loads — chest, bale, ivory-tusk, hamper of rubber, or barrel; for the most part broken down, sinking under the burdens made heavier by their weariness and insufficiency of food, consisting of a handful of rice and tainted dried fish; pitiful walking caryatids; beasts of burden with the lank limbs of monkeys, pinched-up features, eyes fixed and round with the strain of keeping their balance and the dulness of exhaustion. Thus they come and go by thousands, organized in a system of human transport, requisitioned by the State armed with its irresistible force pub- lique, supplied by the chiefs whose slaves they are and who pounce on their wages; jogging on, with knees bent and stomach protruding, one arm raised up and the other resting on a long stick, dusty and malodorous; covered with insects as their huge procession passes over mountains and through valleys; dying on the tramp, or, when the tramp is over, going to their villages to die of exhaustion.” It will be remembered that Captain Lothaire, having been acquitted of the murder of Mr. Stokes, was sent out by King Leopold to act as managing-director of the Anversoise Trust. In 1898, he arrived in the Mongalla District, and from then onward there came to Europe vague rumours of native attacks and bloody reprisals, with those other symptoms of violence and unrest which might be expected where a large population accustomed to freedom is suddenly reduced to slavery. How huge were the rubber operations which were carried through under the ferocious rule of Captain Lothaire, may be guessed from the fact that the profits of the company, which had been 120,000 francs in 1897, rose to 3,968,000 in 1899 — a sum which is considerably more than twice the total capital. M. Mille tells of a Belgian agent who showed 25,000 cartridges and remarked, “I can turn those into 25,000 pounds of rubber.” Captain Lothaire believed in the same trade methods, for his fighting and his output increased together. It is worth while to slaughter one- fourth of the population if the effect is to drive the others to frenzied and unceasing work. No definite details might ever have reached Europe of those doings had not Lothaire made the capital mistake of quarrelling with his subordinates. One of these, named Lacroix, sent a communication to the Nieuw Gazet, of Antwerp, which, with the Petit Bleu, acted an honourable and independent part at this epoch. The Congo Press Bureau, which has stifled the voice of the more venal portion of the Belgian and Parisian Press, had not at that time attained the efficiency which it afterward reached. This letter from Lacroix was published on April 10th, 1900, and shed a lurid light upon what had been going on in the Mongalla District. It was a confession, but a confession which involved his superiors as well as himself. He told how he had been instructed by his chief to massacre all the natives of a certain village which had been slow in bringing its rubber. He had carried out the order. Later, his chief had put sixty women in irons, and allowed nearly all of them to die of hunger because the village — Mummumbula — had not brought enough rubber. “I am going to be tried,” he wrote, “for having murdered one hundred and fifty men, for having crucified women and children, and for having mutilated many men and hung the remains on the village fence.” At the same moment as this confession of Lacroix, Le Petit Bleu published sworn affidavits of soldiers employed by the Trust, telling how they had put to death whole villages for being short with their rubber. Moray, another agent, published a confession in Le Petit Bleu, from which this is an extract; “At Ambas we were a party of thirty, under Van Eycken, who sent us into a village to ascertain if the natives were collecting rubber, and in the contrary case to murder all, including men, women and children. We found the natives sitting peaceably. We asked them what they were doing. They were unable to reply, thereupon we fell upon them all, and killed them without mercy. An hour later we were joined by Van Eycken, and told him what had been done. He answered: 1 It is well, but you have not done enough!’ Thereupon he ordered us to cut off the heads of the men and hang them on the village palisades, also their sexual members, and to hang the women and children on the palisades in the form of a cross.” In the face of these fresh revelations there was an outburst of feeling in Belgium, showing that it is only their ignorance of the true facts which prevents the inhabitants of that country from showing the same humanity as any other civilised nation would do. They have not yet realised the foul things which have been done in their name. Surely when they do realise it there will be a terrible reckoning! Some were already very alive to the question. MM. Vandervelde and Lorand fought bravely in the Chamber. The officials, with MM. Liebrichts and De Cuvelier at their head, made the usual vague professions and general denials. “Ah, you can rest assured light will be forthcoming, complete, striking!’’ cried the former. Light was indeed forthcoming, though not so complete as might be wished, for some, at least, of the scoundrels implicated were tried and condemned. In any other European colony they would have been hanged offhand, as the villainous murderers that they were. But they do not hang white men in the Congoland, even with the blood of a hundred murders on their hands. The only white man ever hanged there was the Englishman Stokes for competing in trade. What is to be remarked, however, is that only subordinates were punished. Van Eycken was acquitted; Lacroix had imprisonment; Mattheys, another agent accused of horrible practices, got twelve years — which sounded well at the time, but he was liberated at the end of three. In the sentence upon this man the Judge used the words, “Seeing that it is just to take into account the example which his superiors gave him in showing no respect for the lives or rights of the natives.” Brave words, but how helpless is justice when such words can be said, and no result follow! They referred, of course, to Captain Lothaire, who had, in the meanwhile, fled aboard a steamer at Matadi, and made his escape to Europe. His flight was common knowledge, but who would dare to lay his hand upon the favourite of the King. Lothaire has had occasion several times since to visit the Congo, but Justice has indeed sat with bandaged eyes where that man was concerned! There is one incident which should be marked in the story of this trial. Moray, whose testimony would have been of great importance, was found dead in his bed just before the proceedings. There have been several such happenings in Congo history. Commandant Dooms, having threatened to expose the misdeeds of Lieutenant Massard before Europe, was shortly afterward declared to have been mysteriously drowned by a hippopotamus. Dr. Barotti, returning hot with anger after an inspection of the State, declares vehemently that he was poisoned. There is much that is of the sixteenth century in this State, besides its views of its duties to the natives. Before passing these revelations with the attendant burst of candour in the Belgian Press, it may be well to transcribe the following remark in an interview from a returned Congo official which appeared in the Antwerp Nieuw Gazet (April ioth, 1900). He says: “When first commissioned to establish a fort, I was given some native soldiers and a prodigious stock of ammunition. My chief gave me the following instructions: ‘Crush every obstacle!’ I obeyed, and cut through my district by fire and sword. I had left Antwerp thinking I was simply to gather rubber. Great was my stupefaction when the truth dawned on me.” This, with the letter of Lieutenant Tilken, as quoted before, gives some insight into the position of the agent. Indeed, there is something to be said for these unfortunate men, for it is a more awful thing to be driven to crime than to endure it. Consider the sequence of events! The man sees an advertisement offering a commercial situation in the tropics. He applies to a bureau. He is told that the salary is some seventy-five pounds a year, with a bonus on results. He knows nothing of the country or conditions. He accepts. He is then asked if he has any money. He has not. One hundred pounds is advanced to him for expenses and outfit, and he is pledged to work it off. He goes out and finds the terrible nature of the task before him. He must condone crime to get his results. Suppose he resigns? “Certainly,” say the authorities; “but you must remain there until you have worked off your debt!” He cannot possibly get down the river, for the steamers are all under Government control. What can he do then? There is one thing which he very frequently does, and that is to blow out his brains. The statistics of suicide are higher than in any service in the world. But suppose he takes the line: “Very well, I will stay if you make me do so, but I will expose these misdeeds to Europe.” What then? The routine is a simple one. An official charge is preferred against him of ill-treating the natives. Ill-treating of some sort is always going forward, and there is no difficulty with the help of the sentries in proving that something for which the agent is responsible does not tally with the written law, however much it might be the recognised custom. He is taken to Boma, tried and condemned. Thus it comes about that the prison of Boma may at the same time contain the best men and the worst — the men whose ideas were too humane for the authorities as well as those whose crimes could not be overlooked even by a Congolese administration. Take warning, you who seek service in this dark country, for suicide, the Boma prison, or such deeds as will poison your memory forever are the only choice which will lie before you. Here is the sort of official circular-which descends in its thousands upon the agent. This particular one was from the Commissioner in the Wille district: “I give you carte blanche to procure 4,000 kilos of rubber a month. You have two months in which to work your people. Employ gentleness at first, and if they persist in resisting the demands of the State, employ force of arms.” And this State was formed for the “moral and material advantage of the native.” While dealing with trials of Boma I will give some short account of the Caudron case, which occurred in 1904. This case was remarkable as establishing judicially what was always clear enough: the complicity between the State and the criminal. Caudron was a man against whom 120 cold-blooded murders were charged. He was, in fact, a zealous and efficient agent of the Anversoise Society, that same company whose red-edged securities rose to such a height when Manager Lothaire taught the natives what a minister in the Belgian House described as the Christian law of work. He did his best for the company, and he did his best forhimself, for he had a three per cent, commission upon the rubber. Why he should be chosen among all his fellow-murderers is hard to explain, but it was so, and he found himself at Boma with a sentence of twenty years. On appealing, this was reduced to fifteen years, which experience has shown to mean in practice two or three. The interesting point of his trial, however, is that his appeal, and the consequent decrease of sentence which justified that appeal, were based upon the claim that the Government was cognisant of the murderous raids, and that the Government soldiers were used to effect them. The points brought out by the trial were: 1.        The existence of a system of organized oppression, plunder* and massacre, in order to increase the output of india-rubber for the benefit of a “company,” which is only a covering name for the Government itself. 2.        That the local authorities of the Government are cognisant, and participatory in this system. 3.        That local officials of the Government engage in these rubber raids, and that Government troops are regularly employed there on. 4.        That the Judicature is powerless to place the real responsibility on the proper shoulders. 5.        That, consequently, these atrocities will continue until the system itself is extirpated. Caudron’s counsel called for the production of official documents to show how the chain of responsibility went, but the President of the Appeal Court refused it, knowing as clearly as we do, that it could only conduct to the Throne itself. One might ask how the details of this trial came to Europe when it is so seldom that anything leaks out from the Courts of Boma. The reason was that there lived in Boma a British coloured subject named Shanir, who was at the pains to attend the court day by day in order to preserve some record of the procedure. This he dispatched to Europe. The sequel is interesting. The man’s trade, which was a very large one, was boycotted, he lost his all, brooded over his misfortunes, and finally took his own life — another martyr in the cause of the Congo.

CAPITOLO V
Altri risultati del sistema Per un momento devo interrompere la narrazione di questa lunga e tragica serie di atrocità per spiegare alcuni nuovi fattori che hanno influenzato la situazione. È già stato dimostrato che lo Stato del Congo, incapace di gestire l’intero proprio territorio, aveva concesso in affitto vaste aree a compagnie monopolistiche, in totale contraddizione con l’articolo V del Trattato di Berlino. Fino al 1897, queste compagnie erano registrate in Belgio e presentavano una sorta di carattere internazionale; lo Stato non esercitava su di esse alcun controllo diretto o aperto. Ora questa situazione era cambiata: lo Stato aveva rafforzato i legami che lo univano a queste imprese commerciali. La maggior parte di queste compagnie fu sciolta e successivamente rifondata secondo le leggi congolese; in molti casi, in cambio del monopolio, allo Stato veniva concesso il controllo totale, fino al punto di poter nominare tutti i dirigenti e gli agenti. La metà delle azioni o la metà dei profitti veniva solitamente ceduta allo Stato. Pertanto, in futuro bisognerà sempre tenere presente che, quando si parla della Compagnia Abir, della Kasai, della Katanga o di qualsiasi altra, in realtà si sta parlando dello Stato stesso – ovvero del Re Leopoldo. Lui possedeva queste compagnie, ma riceveva il cinquanta per cento dei loro profitti come compenso per tutto il lavoro svolto. Poiché i loro utili erano estremamente elevati (tra il cinquanta e il settecento per cento all’anno), tutte le parti coinvolte in questo accordo ne traevano vantaggio. Un altro nuovo fattore che influenzò la situazione fu la completamento, nel 1898, della Ferrovia del Basso Congo, che collegava Boma a Stanley Pool, aggirando così le cascate. L’iniziativa in sé era nobile e meritoria; tuttavia i metodi utilizzati per realizzarla erano spietati e disumani. Se la civiltà avesse avuto solo obiezioni alla costruzione di questa ferrovia, considerando il ricorso al lavoro forzato – una pratica completamente diversa dalle tradizioni delle altre colonie europee nelle regioni tropicali – ciò sarebbe già stato un grave rimprovero contro lo Stato del Congo. Ora, tuttavia, tutto ciò appare insignificante rispetto alla schiavitù di un intero popolo e ai vent’anni di massacri ininterrotti. Per avere un’idea della situazione nella zona interessata dalla ferrovia, ecco un breve resoconto scritto da M. Edouard Picard, senatore belga, che ne vide la costruzione in corso: “L’impressione tragica che suscitano queste foreste mutilate,” scriveva, “diventa ancora più intensa nei luoghi dove, fino a poco tempo fa, sorgevano villaggi indigeni nascosti e protetti da una fitta e alta vegetazione. Gli abitanti sono fuggiti. Nonostante promesse di pace e trattamenti umani, hanno bruciato le loro capanne; grandi mucchi di ceneri segnano ora i luoghi in cui vivevano, tra palme abbandonate e campi di banane calpestati. Il ricordo di frustate crudeli, massacri, stupri e rapimenti perseguita i loro poveri cervelli. E così, come fuggitivi, cercano rifugio nelle zone selvagge o, al di là dei confini, nel Congo francese o portoghese, ancora lontano da tali sofferenze e minacce. Lontano dalle strade percorse dagli uomini bianchi, quegli invasori dannosi con le loro abitudini strane e inquietanti.” Lo spettacolo era altrettanto cupo lungo il sentiero battuto dalle carovane che andavano verso il lago e ne tornavano: “Incontriamo continuamente questi portatori, sia singolarmente che in fila indiana. Neri, miserevoli neri, con vestiti sporchi e luridi come unica copertura; teste nude e arruffate che sostengono il loro carico: sacchi, zanne d’avorio, cesti di gomma o barili. Per lo più esausti, piegati sotto il peso del carico, con poche briciole di riso e pesce secco come unica razione. Bestie da soma dalle membra magre come quelle dei monaci, con volti contratti per lo sforzo di mantenere l’equilibrio. Migliaia di loro viaggiano così, in un sistema di trasporto umano organizzato dallo Stato, gestito dai capi che ne sfruttano i lavoratori e si appropriano dei loro salari. Camminano con le ginocchia piegate, il ventre sporgente, un braccio sollevato e l’altro appoggiato a un lungo bastone. Coperti di insetti mentre attraversano montagne e valli. Muoiono durante il viaggio. O, una volta arrivati a casa, muoiono per sfinimento.” Si ricorderà che il Capitano Lothaire, essendo stato assolto dall’accusa di omicidio del signor Stokes, fu inviato dal re Leopoldo a ricoprire la carica di direttore generale della Anversoise Trust. Nel 1898 arrivò nel distretto di Mongalla; da quel momento in poi in Europa iniziarono a circolare voci vaghe su attacchi dei nativi e rappresaglie sanguinose, nonché altri segni di violenza e instabilità che ci si potrebbe aspettare in un luogo dove una grande popolazione abituata alla libertà viene improvvisamente ridotta in schiavitù. Si può immaginare l’entità delle operazioni legate alla produzione della gomma svolte sotto il ferreo dominio del Capitano Lothaire, considerando che i profitti dell’azienda, che nel 1897 ammontavano a 120.000 franchi, aumentarono fino a raggiungere i 3.968.000 franchi nel 1899: una somma che rappresenta più del doppio del capitale totale dell’azienda. Il signor Mille racconta di un agente belga che mostrò 25.000 cartucce e commentò: “Posso trasformarle in 25.000 libbre di gomma”. Anche il Capitano Lothaire credeva nei medesimi metodi commerciali; infatti, sia la sua aggressività che la produzione aumentavano insieme. Vale davvero la pena sterminare un quarto della popolazione, se ciò permette di spingere gli altri a lavorare in modo frenetico e incessante. Nessun dettaglio preciso di questi fatti avrebbe mai potuto raggiungere l’Europa se Lothaire non avesse commesso l’errore fatale di litigare con i suoi subordinati. Uno di loro, di nome Lacroix, inviò una comunicazione al “Nieuw Gazet” di Anversa, che, insieme al “Petit Bleu”, svolgeva in quel periodo un ruolo onesto e indipendente nella diffusione delle informazioni. L’Ufficio Stampa del Congo, che in seguito soffocò la voce della parte più venale della stampa belga e parigina, non aveva ancora raggiunto l’efficienza che avrebbe poi acquisito. Questa lettera di Lacroix fu pubblicata il 10 aprile 1900 e gettò una luce cruda su ciò che stava accadendo nel distretto di Mongalla. Era una confessione, ma una confessione che coinvolgeva sia i suoi superiori che lui stesso: raccontava come fosse stato incaricato dal suo capo di massacrare tutti gli abitanti di un certo villaggio che si era rivelato lento nel fornire la gomma richiesta. Aveva eseguito l’ordine. In seguito, il suo capo aveva imprigionato sessanta donne e le aveva lasciate morire di fame, perché quel villaggio – Mummumbula – non aveva consegnato abbastanza gomma. “Verrò processato,” scrisse, “per aver ucciso centocinquanta uomini, per aver crocifisso donne e bambini, e per aver mutilato molti uomini e appeso i loro resti alla recinzione del villaggio.” Nello stesso momento in cui Lacroix fece questa confessione, il Le Petit Bleu pubblicò dichiarazioni giurate di soldati impiegati dal Trust, nelle quali raccontavano come avessero sterminato interi villaggi soltanto perché non avevano abbastanza gomma. Un altro agente, Moray, pubblicò anch’egli una confessione sul Le Petit Bleu; di questa ne è tratto questo estratto. “Ad Ambas eravamo un gruppo di trenta persone, sotto il comando di Van Eycken, che ci inviò in un villaggio per verificare se i nativi raccoglievano gomma; in caso contrario, dovevamo uccidere tutti, uomini, donne e bambini. Trovammo i nativi seduti tranquillamente; chiedemmo loro cosa stessero facendo, ma non riuscirono a rispondere. Allora li attaccammo tutti e li uccidemmo senza pietà. Un’ora dopo arrivò Van Eycken e gli raccontammo ciò che era accaduto. Lui rispose: ‘Bene, ma non avete fatto abbastanza!’ Ci ordinò quindi di tagliare le teste degli uomini e di appenderle alle palizzate del villaggio, insieme ai loro organi genitali; inoltre, dovevamo appendere donne e bambini alle palizzate a forma di croce.” Di fronte a queste nuove rivelazioni scoppiò un’ondata di indignazione in Belgio, dimostrando che è soltanto la loro ignoranza dei fatti veri a impedire ai cittadini di quel paese di mostrare lo stesso senso di umanità che qualsiasi altra nazione civile. Non hanno ancora realizzato le orribili cose che sono state compiute in loro nome. Sicuramente, quando se ne renderanno conto, ci sarà un terribile rimorso! Alcuni erano già molto consapevoli di questi fatti: MM. Vandervelde e Lorand lottarono coraggiosamente alla Camera; gli ufficiali, guidati da MM. Liebrichts e De Cuvelier, fecero le solite dichiarazioni vaghe e negazioni generali. “Ah, potete stare certi che la verità verrà a galla, completamente e chiaramente!”, gridò Vandervelde. La verità effettivamente venne a galla, anche se non del tutto come si sperava: alcuni dei colpevoli furono processati e condannati. In qualsiasi altra colonia europea sarebbero stati impiccati immediatamente, essendo dei criminali spietati. Ma in Congo non si impicca un uomo bianco, nemmeno se ha sulle mani il sangue di cento omicidi. L’unico bianco mai impiccato lì è stato lo scozzese Stokes, accusato di concorrenza sleale nel commercio. Tuttavia, è degno di nota che siano stati puniti soltanto subordinati: Van Eycken fu assolto; Lacroix ricevette una pena detentiva; Mattheys, un altro agente accusato di atti orribili, fu condannato a dodici anni. Una pena che all’epoca sembrava severa, ma in realtà fu ridotta a tre anni. Nel verdetto su di lui il giudice scrisse: “Visto che è giusto tenere conto dell’esempio dato dai suoi superiori nel non rispettare la vita o i diritti dei nativi, ” Parole coraggiose, ma quanto è impotente la giustizia quando si possono pronunciare simili parole senza che ciò porti a risultati concreti! Si riferiva, naturalmente, al capitano Lothaire, che nel frattempo era fuggito su una nave a Matadi e aveva raggiunto l’Europa. La sua fuga era di dominio pubblico, ma chi avrebbe osato toccare il favorito del Re? Da allora Lothaire ha avuto diverse occasioni per tornare in Congo, ma la giustizia, riguardo a lui, è davvero “cieca”! C’è un episodio che dovrebbe essere ricordato nella storia di questo processo. Moray, il cui testimone avrebbe avuto una grande importanza, fu trovato morto nel suo letto poco prima dell’inizio delle procedure legali. Ci sono stati diversi casi del genere nella storia del Congo. Il comandante Dooms, dopo aver minacciato di rivelare in Europa i misfatti del tenente Massard, fu poco dopo dichiarato misteriosamente annegato da un ippopotamo. Il dottor Barotti, tornato a casa furioso dopo un’ispezione nel Congo, affermò con forza di essere stato avvelenato. In questo Paese c’è molto di ciò che appartiene al XVI secolo, oltre alle concezioni riguardo ai propri doveri nei confronti dei nativi.
Prima di diffondere queste rivelazioni con la dovuta schiettezza nella stampa belga, potrebbe essere opportuno trascrivere il seguente commento tratto da un’intervista con un funzionario tornato dal Congo, pubblicata sull’Antwerp Nieuw Gazet l’10 aprile 1900. Dice:
“Quando fui incaricato di stabilire una fortezza, mi furono dati alcuni soldati nativi e una enorme quantità di munizioni. Il mio superiore mi diede queste istruzioni: ‘Distruggi ogni ostacolo!’ Obbedii e attraversai la mia zona con il fuoco e la spada. Ero partito da Anversa pensando che il mio compito fosse semplicemente raccogliere gomma. Ma quando finalmente capii la verità, rimasi estremamente sorpreso.”
Questo, insieme alla lettera del tenente Tilken citata in precedenza, fornisce alcune informazioni utili per comprendere la situazione di quegli agenti governativi. Infatti, c’è qualcosa da dire a favore di questi sfortunati uomini: è molto più terribile essere costretti a commettere crimini che doverli subire. Pensate solo alla sequenza degli eventi. L’uomo vede un annuncio che offre una opportunità lavorativa nei tropici, si presenta presso un ufficio di collocamento e viene informato che lo stipendio ammonta a circa settantacinque sterline all’anno, con un bonus in caso di successo. Non sa nulla riguardo al paese o alle condizioni locali, ma accetta comunque l’offerta. Gli chiedono poi se abbia del denaro: non ne ha. Gli vengono prestate cento sterline per le spese e l’equipaggiamento, con la promessa che dovrà restituirle lavorando. Una volta sul posto, scopre però l’orribile natura delle mansioni richieste: deve ricorrere a crimini per ottenere i risultati desiderati. Se decide di dimettersi? “Certamente,” dicono le autorità, “ma devi rimanere fino a quando non avrai ripagato il debito!” Non può comunque fuggire, poiché tutti i battelli fluviali sono sotto controllo governativo. Cosa può fare allora? Molte volte sceglie di suicidarsi. I tassi di suicidio in questo ambiente sono più alti che in qualsiasi altro settore lavorativo al mondo. Ma supponiamo che decida di denunciare questi abusi in Europa. Gli vengono rivolti accuse ufficiali per maltrattamenti ai danni dei nativi; poiché ogni tipo di “maltrattamento” può essere facilmente dimostrato con l’aiuto delle guardie, viene processato e condannato. Così accade che nella prigione di Boma possano coesistere sia le persone più umane che i criminali più spietati. Coloro il cui ideale è troppo umanitario per essere tollerato dalle autorità, e coloro i cui crimini non possono essere ignorati nemmeno da un’amministrazione congolese. State attenti voi che cercate lavoro in questo paese oscuro: il suicidio, la prigione di Boma, o azioni capaci di rovinarvi per sempre la memoria, sono le uniche opzioni che vi restano.
Ecco il tipo di circolare ufficiale che arriva in migliaia di copie agli agenti locali. Questa specifica comunicazione proveniva dal Commissario del distretto di Wille:
“Vi do totale libertà nell’ottenere 4.000 chili di gomma al mese. Avete due mesi per convincere la popolazione locale ad collaborare; iniziate con metodi gentili, e se continuano a resistere alle richieste dello Stato, utilizzate la forza.”
E questo Stato era stato creato esattamente per il “beneficio morale e materiale dei nativi”. Mentre affrontavo le questioni legate al caso Boma, fornirò una breve descrizione del caso Caudron, avvenuto nel 1904. Questo caso fu particolarmente significativo poiché dimostrò giudiziariamente ciò che era già abbastanza evidente: la complicità tra lo Stato e il criminale. Caudron era un uomo accusato di 120 omicidi a sangue freddo; in realtà, era un agente zelante ed efficiente della Società di Anversa, quella stessa compagnia la cui azione finanziaria registrò notevoli successi quando il direttore Lothaire insegnò ai nativi ciò che un ministro del Parlamento belga definì “la legge cristiana del lavoro”. Fece del suo meglio per la compagnia, e anche per sé stesso, poiché riceveva una commissione del tre percento sul caucciù. È difficile spiegare perché sia stato scelto tra tutti i suoi complici, ma così fu; si trovò a Boma con una condanna a vent’anni di prigione. Dopo l’appello, la pena fu ridotta a quindici anni, una pena che, nella pratica, equivaleva a due o tre anni soltanto. L’aspetto interessante del suo processo è che l’appello stesso, e la conseguente riduzione della pena, si basavano sull’accusa secondo cui il governo fosse a conoscenza di queste incursioni omicide e che i soldati governativi venissero utilizzati per compierle. I punti emersi dal processo furono i seguenti:

  1. L’esistenza di un sistema organizzato di oppressione, saccheggio e massacri, finalizzato ad aumentare la produzione di caucciù a beneficio di una “compagnia” che, in realtà, non era altro che uno pseudonimo dello Stato stesso.
  2. Le autorità locali governative erano a conoscenza di questo sistema e vi partecipavano attivamente.
  3. I funzionari governativi locali si impegnavano direttamente in queste incursioni, e le truppe governative venivano regolarmente impiegate per compierle.
  4. Il potere giudiziario era incapace di attribuire la vera responsabilità alle persone giuste.
  5. Di conseguenza, queste atrocità avrebbero continuato fino a quando il sistema stesso non fosse stato estirpato.
    L’avvocato di Caudron chiese la produzione di documenti ufficiali per dimostrare l’intera catena di responsabilità, ma il presidente della Corte d’appello rifiutò, sapendo perfettamente che ciò avrebbe portato direttamente al trono stesso.
    Si potrebbe chiedere come i dettagli di questo processo siano arrivati in Europa, dato che è molto raro che qualcosa trapeli dai tribunali di Boma. La ragione era che a Boma viveva un cittadino britannico di colore di nome Shanir, il quale si impegnava quotidianamente ad assistere alle udienze per conservare qualche traccia delle procedure legali. Successivamente inviò queste informazioni in Europa. La conseguenza fu interessante: il commercio di questo uomo, che era molto fiorente, venne boicottato; perse tutto ciò che aveva, rimase ossessionato dai propri mali e alla fine si tolse la vita, un altro martire per la causa del Congo.

CHAPTER  VI VOICES FROM THE DARRKNESS I WILL now return to the witnesses of the shocking treatment of the natives. Rev. Joseph Clark was an American missionary living at Ikoko in the Crown Domain, which is King Leopold’s own special private preserve. These letters cover the space between 1893 and 1899. This is Ikoko as he found it in 1893: “Irebo contains say 2,000 people. Ikoko has at least 4,000 and there are other towns within easy reach, several as large as Irebo, and two probably as large as Ikoko. The people are fine-looking, bold and active.” In 1903 there were 600 people surviving. In 1894 Ikoko in the Crown Domain began to feel the effects of “moral and material regeneration.” On May 30th of that year Mr. Clark writes: “Owing to trouble with the State the Irebo people fled and left their homes. Yesterday the State soldiers shot a sick man who had not attempted to run away, and others have been killed by the State (native) soldiers, who, in the absence of a white man, do as they please.” In November, 1894: “At Ikoko quite a number of people have been killed by the soldiers, and most of the others are living in the bush.” In the same month he complained officially to Commissaire Fievez: “If you do not come soon and stop the present trouble the towns will be empty. … I entreat you to help us to have peace on the Lake. … It seems so hard to see the dead bodies in the creek and on the beach, and to know why they are killed… . People are living in the bush like wild beasts without shelter or proper food, and afraid to make fires. Many died in this way. One woman ran away with three children — they all died in the forest, and the woman herself came back a wreck and died before long — ruined by exposure and starvation. We knew her well. My hope in 1894 was to get the facts put before King Leopold, as I was sure he knew nothing of the awful conditions of the collection of the so- called ‘rubber tax.’ “ On November 28th he writes: “The State soldiers brought in seven hands, and reported having shot the people in the act of running away to the French side, etc.” “We found all that the soldiers had reported was untrue, and that the statements made by the natives to me were true. We saw only six bodies; a seventh had evidently fallen into the water, and we learned in a day or two that an eighth body had floated into the landing- place above us — a woman that had either been thrown or had fallen into the water after being shot.” On December 5th, he says: “A year ago we passed or visited between here and Ikoko the following villages: Probable population Lobwaka                                         250 Boboko                                            250 Bosungu                                          100 Kenzie                                             150 Bokaka                                            200 Mosenge                                          150 Ituta                                 80 Ngero                2,000 Total                  3,180 “ A week ago I went up, and only at Ngero were there any people: there we found ten. Ikoko did not contain over twelve people other than those employed by Frank. Beyond Ikoko the case is the same.” April 12th, 1895, he writes: “I am sorry that rubber palavers continue. Every week we hear of some fighting, and there are frequent ‘rows,’ even in our village, with the armed and unruly soldiers… . During the past twelve months it has cost more lives than native wars and superstition would have sacrificed in three to five years. The people make this comparison among themselves. … It seems incredible and awful to think of these savage men armed with rifles and let loose to hunt and kill people, because they do not get rubber to sell at a mere nothing to the State, and it is blood-curdling to see them returning with hands of the slain and to find the hands of young children, amongst bigger ones, evidencing their 1 bravery.’ The following was written on May 3rd, 1895: “The war on account of rubber. The State demands that the natives shall make rubber and sell same to its agents at a very low price. The natives do not like it. It is hard work and very poor pay, and takes them away from their homes into the forest, where they feel very unsafe, as there are always feuds among them… . The rubber from this district has cost hundreds of lives, and the scenes I have witnessed while unable to help the oppressed have been almost enough to make me wish I were dead. The soldiers, are themselves savages, some even cannibals, trained to use rifles and in many cases they are sent away without supervision, and they do as they please. When they come to any town no man’s property or wife is safe, and when they are at war they are like devils. “Imagine them returning from fighting some 1rebels’; see, on the bow of the canoe is a pole and a bundle of something on it… . These are the hands {right hands) of sixteen warriors they have slain. 1 Warriors/’ Don’t you see among them the hands of little children and girls {young girls or boys)? I have seen them. I have seen where even the trophy has been cut of while yet the poor heart beat strongly enough to shoot the blood from the cut arteries to a distance of fully four feet.” “A young baby was brought here one time; its mother was taken prisoner, and before her eyes they threw the infant in the water to drown it. The soldiers coolly told me and my wife that their white man did not want them to bring infants to their place. They dragged the women off and left the infant beside us, but we sent the child to its mother, and said we would report the matter to the chief of the post. We did so, but the men were not punished. The principal offender was told before me he would get fifty lashes, but I heard the same mouth send a message to say he would not be flogged.” Compare with this the following extracts from King Leopold’s Officiel Bulletin, referring to this very tract of country: “The exploitation of the rubber vines of this district was undertaken barely three years ago by M. Fievez. The results he obtained have been unequalled. The district produced in 1895 more than 650 tons of rubber, bought (sic) for 2(European price), and sold at Antwerp for 55. per kilo (2 lbs.).” A later bulletin adds: “With this development of general order is combined an inevitable amelioration in the native’s condition of existence wherever he conies into contact with the European element… . “ Such is, in fact, one of the ends of the general policy of the State, to promote the regeneration of the race by instilling into him a higher idea of the necessity of labour.” Truly, I know nothing in history to match’’such documents as these — pirates and bandits have never descended to that last odious abyss of hypocrisy. It stands alone, colossal in its horror, colossal, too, in its effrontery. A few more anecdotes from the worthy Mr. Clark. This is an extract from a letter to the Chief of the District, Mueller: “There is a matter I want to report to you regarding the Nkake sentries. You remember some time ago they took eleven canoes and shot some Ikoko people. As a proof they went to you with some hands, of which three were the hands of little children. We heard from one of their paddlers that one child was not dead when its hand was cut off, but did not believe the story. Three days after we were told the child was still alive in the bush. I sent four of my men to see, and they brought back a little girl whose right hand had been cut off, and she left to die from the wound. The child had no other wound. As I was going to see Dr. Reusens about my own sickness I took the child to him, and he has cut the arm and made it right and I think she will live. But I think such awful cruelty should be punished.” Mr. Clark still clung to the hope that King Leopold did not know of the results of his own system. On March 25th, 1896, he writes: “ This rubber traffic is steeped in blood, and if the natives were to rise and sweep every white person on the upper Congo into eternity there would still be left a fearful balance to their credit. Is it not possible for some American of influence to see the King of the Belgians, and let him know what is being done in his name? The Lake is reserved for the King — no traders allowed — and to collect rubber for him hundreds of men, women and children have been shot.” At last the natives, goaded beyond endurance, rose against their oppressors. Who can help rejoicing that they seem to have had some success? Extracts from letter-book commencing January 29th, 1897: “The native uprising. This was brought about at last by sentries robbing and badly treating an important chief. In my presence he laid his complaint before M. Mueller, reporting the seizure of his wives and goods and the personal violence he had suffered at the hands of M. Mueller’s soldiers stationed in his town. I saw M. Mueller kick him off his veranda. Within forty-eight hours there were no ‘sentries’ or their followers left in that chief’s town — they were killed and mutilated — and soon after M. Mueller, with another white officer and many soldiers, were killed, and the revolt began.” Such is some of the evidence, a very small portion of the whole narrative furnished by Mr. Clark. Remember that it is extracted from a long series of letters written to various people during a succession of years. One could conceive a single statement being a concoction, but the most ingenious apologist for the Congo methods could not explain how such a document as this could be other than true. So much for Mr. Clark, the American. The evidence of Mr. Scrivener, the Englishman, covering roughly the same place and date, will follow. But lest the view should seem too Anglo-Saxon, let me interpolate a paragraph from the travels of a Frenchman, M. Leon Berthier, whose diary was published by the Colonial Institute of Marseilles in 1902: “Belgian post of Imesse well constructed. The Chef de Poste is absent. He has gone to punish the village of M’Batchi, guilty of being a little late in paying the rubber tax. … A canoe full of Congo State soldiers returns from the pillage of M’Batchi… . Thirty killed, fifty wounded… . At three o’clock arrive at M’Batchi, the scene of the bloody punishment of the Chef de Poste at Imesse. Poor village! The debris of miserable huts… . One goes away humiliated and saddened from these scenes of desolation, filled with indescribable feelings.” In showing the continuity of the Congo horror and the extent of its duration (an extent which is the shame of the great Powers who acquiesced in it by their silence), I have marshalled witnesses in their successive order. Messrs. Glave, Murphy and Sjoblom have covered the time from 1894 to 1897; Mr. Clark has carried it on to 1900; we have had the deeds of 1901-4 as revealed in the Boma Law Courts. I shall now give the experience of Rev. Mr. Scrivener, and English missionary, who in July, August and September, 1903, traversed a section of the Crown Domain, that same region specially assigned to King Leopold in person, in which Mr. Clark had spent so many nightmare years. We shall see how far the independent testimony of the Englishman and the American, the one extracted from a diary, the other from a succession of letters, corroborate each other: “At six in the morning woke up to find it still raining. It kept on till nine, and we managed to get off by eleven. All the cassava bread was finished the day previous, so a little rice was cooked, but it was a hungry crowd that left the little village. I tried to find out something about them. They said they were runaways from a district a little distance away, where rubber was being collected. They told us some horrible tales of murder and starvation, and when we heard all we wondered that men so maltreated should be able to live without retaliation. The boys and girls were naked, and I gave them each a strip of calico, much to their wonderment… . “Four hours and a half brought us to a place called Sa… . On the way we passed two villages with more people than we had seen for days. There may have been 120. Close to the post was another small village. We decided to stay there the rest of the day. Three chiefs came in with all the adult members of their people, and altogether there were not 300. And this where, not more than six or seven years ago, there were at least 3,000! It made one’s heart heavy to listen to the tales of bloodshed and cruelty. And it all seemed so foolish. To kill the people off in the wholesale way in which it has been done in this Lake district, because they would not bring in a sufficient quantity of rubber to satisfy the white man — and now here is an empty country and a very much diminished output of rubber as the inevitable consequence. …” Finally Mr. Scrivcner emerged in the neighbourhood of a “big State station.” He was hospitably received, and had many chats with his host, who seems to have been a very decent sort of man, doing his best under very trying circumstances. His predecessor had worked incalculable havoc in the country, and the present occupant of the post was endeavouring to carry out the duties assigned to him (those duties consisting, as usual, of orders to get all the rubber possible out of the people) with as much humanity as the nature of the task permitted. In this he, no doubt, did what was possible as one whom the system had not yet degraded to its level — one of the rare few: and one cannot wonder that they should be rare, seeing the nature of the bonds, and the helplessness in which an official is placed who does not carry out the full desires of his superiors. But he had only succeeded in getting himself into trouble with the district commander in consequence. He showed Mr. Scrivener a letter from the latter upbraiding him for not using more vigorous means, telling him to talk less and shoot more, and reprimanding him for not killing more than one man in a district under his care where there was a little trouble. Mr. Scrivener had the opportunity while at this State post, under the regime of a man who was endeavouring to be as humane as his instructions allowed, to actually see the process whereby the secret revenues of the “Crown Domain” are obtained. He says: “Everything was on a military basis, but, so far as I could see, the one and only reason for it all was rubber. It was the theme of every conversation, and it was evident that the only way to please one’s superiors was to increase the output somehow. I saw a few men come in, and the frightened look even now on their faces tells only too eloquently of the awful time they have passed through. As I saw it brought in, each man had a little basket, containing, say, four or five pounds of rubber. This was emptied into a larger basket and weighed, and being found sufficient, each man was given a cupful of coarse salt, and to some of the head-men a fathom of calico… . I heard from the white men and some of the soldiers some most gruesome stories. The former white man (I feel ashamed of my colour every time I think of him) would stand at the door of the store to receive the rubber from the poor trembling wretches, who after, in some cases, weeks of privation in the forest, had ventured in with what they had been able to collect. A man bringing rather under the proper ainount, the white man flies into a rage, and seizing a rifle from one of the guards, shoots him dead on the spot. Very rarely did rubber come in but one or more were shot in that way at the door of the store—’to make the survivors bring more next time.’ Men who had tried to run from the country and had been caught, were brought to the station and made to stand one behind the other, and an Albini bullet sent through them. ‘A pity to waste cartridges on such wretches.’ Only the roads to and fro from the various posts are kept open, and large tracts of country are abandoned to the wild beasts. The white man himself told me that you could walk on for five days in one direction, and not see a single village or a single human being. And this where formerly there was a big tribe! … “As one by one the surviving relatives of my men arrived, some affecting scenes were enacted. There was no falling on necks and weeping, but very genuine joy was shown and tears were shed as the losses death had made were told. How they shook hands and snapped their fingers! What expressions of surprise — the wide- opened mouth covered with the open hand to make its evidence of wonder the more apparent. … So far as the State post was concerned, it was in a very dilapidated condition. … On three sides of the usual huge quadrangle there were abundant signs of a former population, but we only found three villages — bigger, indeed, than any we had seen before, but sadly diminished from what had been but recently the condition of the place… . Soon we began talking, and, without any encouragement on my part, they began the tales I had become so accustomed to. They were living in peace and quietness when the white men came in from the Lake with all sorts of requests to do this and to do that, and they thought it meant slavery. So they attempted to keep the white men out of their country, but without avail. The rifles were too much for them. So they submitted, and made up their minds to do the best they could under the altered circumstances. First came the command to build houses for the soldiers, and this was done without a murmur. Then they had to feed the soldiers, and all the men and women — hangers-on — who accompanied them. “Then they were told to bring in rubber. This was quite a new thing for them to do. There was rubber in the forest several days away from their home, but that it was worth anything was news to them. A small reward was offered, and a rush was made for the rubber; ‘What strange white men, to give us cloth and beads for the sap of a wild vine.’ They rejoiced in what they thought was their good fortune. But soon the reward was reduced until they were told to bring in the rubber for nothing. To this they tried to demur, but to their great surprise several were shot by the soldiers, and the rest were told, with many curses and blows, to go at once or more would be killed. Terrified, they began to prepare their food for the fortnight’s absence from the village, which the collection of the rubber entailed. The soldiers discovered them sitting about. ‘What, not gone yet?’ Bang! bang! bang! bang! And down fell one and another, dead, in the midst of wives and companions. There is a terrible wail, and an attempt made to prepare the dead for burial, but this is not allowed. All must go at once to the forest. And off the poor wretches had to go, without even their tinder- boxes to make fires. Many died in the forests from exposure and hunger, and still more from the rifles of the ferocious soldiers in charge of the post. In spite of all their efforts, the amount fell off, and more and more were killed… . “I was shown around the place, and the sites of former big chiefs’ settlements were pointed out. A careful estimate made the population, of say, seven years ago, to be 2,000 people in and about the post, within a radius of, say a quarter of a mile. All told, they would not muster 200 now, and there is so much sadness and gloom that they are fast decreasing… . Lying about in the grass, within a few yards of the house I was occupying, were numbers of human bones, in some cases complete skeletons. I counted thirty-six skulls, and saw many sets of bones from which the skulls were missing. I called one of the men, and asked the meaning of it. ‘When the rubber palaver began,’ said he, ‘ the soldiers shot so many we grew tired of burying, and very often we were not allowed to bury, and so just dragged the bodies out into the grass and left them. There are hundreds all round if you would like to see them.’ But I had seen more than enough, and was sickened by the stories that came from men and women alike of the awful time they had passed through. The Bulgarian atrocities might be considered as mildness itself when compared with what has been done here… . “In due course we reached Ibali. There was hardly a sound building in the place… . Why such dilapidation? The Commandant away for a trip likely to extend into three months, the sub-lieutenant away in another direction on a punitive expedition. In other words, the station must be neglected, and rubber-hunting carried out with all vigour. I stayed here two days, and the one thing that impressed itself upon me was the collection of rubber. I saw long files of men come, as at Mbongo, with their little baskets under their arms, saw them paid their milk-tin full of salt, and the two yards of calico flung to the head-men; saw their trembling timidity, and, in fact, a great deal more, to prove the state of terrorism that exists, and the virtual slavery in which the people are held… . “So much for the journey to the Lake. It has enlarged my knowledge of the country, and also, alas! my knowledge of the awful deeds enacted in the mad haste of men to get rich. So far as I know, I am the first white man to go into the Domaine Prive of the King, other than the employees of the State. I expect there will be wrath in some quarters, but that cannot be helped.” So far Mr. Scrivener. But perhaps the reader may think that there really was a missionary plot to decry the Free State. Let us have some travellers, then. Here is Mr. Grogan from his “ Cape to Cairo”: “The people were terrorized and were living in marshes.” This was on the British frontier. “ The Belgians have crossed the frontier, descended into the valley, shot down large numbers of natives, British subjects, driven off the young women and cattle, and actually tied up and burned the old women. I do not make these statements without having gone into the matter. I remarked on the absence of women and the reason was given. It was on further inquiry that I was assured by the natives that white men had been present when the old women had been burned… . They even described to me the personal appearance of the white officers with the troops… . The wretched people came to me and asked me why the British had deserted them.” Further on he says: “Every village had been burned to the ground, and as I fled from the country I saw skeletons, skeletons everywhere. And such postures! What tales of horror they told.” Just a word in conclusion from another witness, Mr. Herbert Frost: “The power of an armed soldier among these enslaved people is absolutely paramount. By chief or child, every command, wish, or whim of the soldier must be obeyed or gratified. At his command with rifle ready a man will … outrage his own sister, give to his persecutor the wife he loves most of all, say or do anything, indeed, to save his life. The woes and sorrows of the race whom King Leopold has enslaved have not decreased, for his Commissaire officers and agents have introduced and maintain a system of deviltry hitherto undreamed of by his victims.” Does this all seem horrible? But in the face of it is there not something more horrible in a sentence of this kind? — “Our only programme, I am anxious to repeat, is the work of moral and material regeneration, and we must do this among a population whose degeneration in its inherited conditions it is difficult to measure. The many horrors and atrocities which disgrace humanity give way little by little before our intervention.” It is King Leopold who speaks.

CAPITOLO VI
VOCI DALL’OSCURITÀ Ora tornerò sui testimoni di quel trattamento shockante riservato ai nativi. Il reverendo Joseph Clark era un missionario americano che viveva a Ikoko, nel territorio della Corona, una riserva privata del re Leopoldo. Queste lettere coprono il periodo compreso tra il 1893 e il 1899. Ecco come appariva Ikoko nel 1893:
“L’Irebo conta circa 2.000 abitanti; Ikoko ne ha almeno 4.000, e ci sono altre città facilmente raggiungibili, alcune delle quali grandi quanto l’Irebo, e due probabilmente ancora più grandi. La gente è di bell’aspetto, coraggiosa e attiva.” Nel 1903, solo 600 persone erano sopravvissute.
Nel 1894, Ikoko iniziò a subire gli effetti di una “rigenerazione morale e materiale”. Il 30 maggio di quell’anno il signor Clark scriveva:
“A causa di problemi con lo Stato, la gente dell’Irebo fuggì lasciando le proprie case. Ieri, i soldati dello Stato uccisero un uomo malato che non aveva cercato di scappare; altri furono uccisi anch’essi dai soldati locali, i quali, in assenza di bianchi, fanno ciò che vogliono.” Nel novembre 1894:
“A Ikoko moltissime persone sono state uccise dai soldati; la maggior parte degli altri vive nelle foreste.”
Lo stesso mese, si lamentò formalmente con il commissario Fievez:
“Se non intervenite presto per fermare questi problemi, le città rimarranno deserte. Vi supplico di aiutarci a ripristinare la pace in questa regione. È insopportabile vedere i corpi nei ruscelli e sulla spiaggia, senza sapere il motivo delle loro morti. La gente vive nelle foreste come animali selvatici, senza riparo né cibo adeguato, e ha paura di accendere il fuoco. Molti sono morti in questo modo. Una donna fuggì con tre bambini; tutti morirono nella foresta, e lei stessa tornò distrutta, morendo poco dopo a causa dell’esposizione e della fame. La conoscevamo bene. Nel 1894 speravo di far conoscere questi fatti al re Leopoldo, convinto che lui non sapesse nulla delle terribili condizioni in cui veniva riscossa quella cosiddetta ‘tassa sulla gomma’.” Il 28 novembre scriveva:
“I soldati dello Stato portarono sette cadaveri e dichiararono di aver ucciso le persone mentre cercavano di fuggire verso il territorio francese, ecc.”
“Scoprimmo che tutto ciò che i soldati avevano riferito era falso; le dichiarazioni dei nativi erano vere. Vedemmo soltanto sei corpi; un settimo doveva essere caduto in acqua, e poco dopo trovammo un ottavo corpo che galleggiava vicino alla riva. Una donna che era stata gettata in acqua o vi era caduta dopo essere stata colpita.” Il 5 dicembre scriveva:
“Un anno fa abbiamo visitato i seguenti villaggi, situati tra qui e Ikoko:
Popolazione stimata:
Lobwaka                                                 250
Boboko                                                    250
Bosungu                                                 100
Kenzie                                                     150
Bokaka                                                    200
Mosenge                                                 150
Ituta                                                 80
Ngero                2.000” Totale: 3.180
“Una settimana fa sono andato lassù e solo a Ngero c’erano persone: abbiamo trovato dieci di loro. A Ikoko non c’erano più di dodici persone, oltre a quelle impiegate da Frank. Oltre Ikoko la situazione è la stessa.”
12 aprile 1895 scrive:
“Mi dispiace che continuino questi discorsi riguardanti il caucciù. Ogni settimana sentiamo parlare di scontri, e ci sono frequenti litigi, anche nel nostro villaggio, tra i soldati armati e indisciplinati. Negli ultimi dodici mesi questo ha causato più vittime di quante ne avrebbero potute causare le guerre tribali o le superstizioni in tre-cinque anni. La gente fa queste confronti tra sé stessa. È incredibile e orribile pensare a questi uomini selvaggi armati di fucili, lasciati liberi di cacciare e uccidere solo perché non riescono a vendere il caucciù allo Stato a un prezzo irrisorio; è davvero raccapricciante vederli tornare con le mani dei caduti, tra cui quelle di bambini piccoli, ”
Il seguente messaggio è stato scritto il 3 maggio 1895:
“La guerra per il caucciù. Lo Stato pretende che i nativi producano e vendano il caucciù ai suoi agenti a un prezzo molto basso. I nativi non sono d’accordo: è un lavoro duro e il compenso è misero; inoltre li costringe ad allontanarsi dalle loro case per andare nella foresta, dove si sentono molto insicuri, visto che ci sono sempre lotte tra di loro. Il caucciù proveniente da questa zona ha causato centinaia di vittime; le scene che ho assistito, senza poter aiutare i oppressi, sono state quasi sufficienti per farmi desiderare di essere morto. I soldati stessi sono selvaggi, alcuni persino cannibali; vengono addestrati a usare i fucili e spesso vengono mandati via senza alcun controllo, facendo ciò che vogliono. Quando arrivano in una città, nessuna proprietà né moglie è al sicuro; quando sono in guerra, sono come demoni. Immaginate loro tornare da uno scontro contro dei ribelli: sulla prua della canoa c’è un palo con un mucchio di cose sopra. Sono le mani di sedici guerrieri che hanno ucciso. Non vedete tra quelle mani anche quelle di bambini piccoli? Ho visto personalmente come venissero tagliate le mani delle vittime, mentre i loro cuori battevano ancora forte abbastanza da far sgorgare il sangue fino a una distanza di quattro piedi. Una volta è stato portato qui un bambino piccolo; sua madre era stata catturata prigioniera e davanti ai suoi occhi hanno gettato il neonato nell’acqua per annegarlo. I soldati ci hanno detto freddamente che i loro bianchi non volevano che portassero bambini con sé. Hanno trascinato via le donne e hanno lasciato il bambino accanto a noi, ma noi l’abbiamo restituito alla madre e abbiamo promesso di denunciare l’accaduto al capo della postazione. L’abbiamo fatto, ma quegli uomini non sono stati puniti. Al colpevole principale è stato detto che avrebbe ricevuto cinquanta frustate, ma ho sentito lo stesso uomo dire che non sarebbe stato fustigato, ” Confrontiamo questi testi con i seguenti estratti dal Bollettino Ufficiale del Re Leopoldo, che riguardano proprio questa zona:
“L’exploitazione delle piante da gomma di questa regione è iniziata soltanto tre anni fa da parte di M. Fievez. I risultati ottenuti sono stati senza precedenti: nel 1895 la zona ha prodotto oltre 650 tonnellate di gomma, acquistate a un prezzo europeo e vendute ad Anversa per 55 penny al chilo.”
Un bollettino successivo aggiunge:
“Con questo sviluppo di ordine generale si accompagna inevitabilmente un miglioramento delle condizioni di vita dei nativi ogni volta che entrano in contatto con l’elemento europeo. Questo rappresenta infatti uno degli obiettivi della politica statale, ovvero promuovere la rigenerazione della razza instillando in essa una maggiore consapevolezza della necessità del lavoro.”
Davvero, non conosco nulla nella storia che possa eguagliare documenti del genere: né pirati né banditi sono mai scesi a tali abissi di ipocrisia. Questo è un esempio unico, colossale sia per l’orrore che per la sfacciataggine.
Alcune altre aneddoti fornite dal degno signor Clark: ecco un estratto da una lettera indirizzata al capo della regione, Mueller:
“C’è una questione che desidero segnalarvi riguardo alle sentinelle Nkake. Ricorderete che qualche tempo fa hanno preso undici canoe e ucciso alcuni membri del popolo Ikoko; come prova hanno portato con sé alcune mani, tra cui quelle di tre bambini. Abbiamo appreso da uno dei loro rematori che un bambino non era morto quando gli è stata tagliata la mano, ma non abbiamo creduto a questa storia. Tre giorni dopo ci è stato detto che il bambino era ancora vivo nella giungla; ho inviato quattro uomini per verificare e sono tornati con una bambina il cui braccio destro era stato amputato; è morta a causa della ferita. Non aveva altre lesioni. Poiché dovevo recarmi dal dottor Reusens per la mia malattia, ho portato con me la bambina: lui le ha riparato il braccio e penso che sopravviverà. Ma ritengo che una tale crudeltà debba essere punita.”
Il signor Clark continuava a sperare che il Re Leopoldo non fosse a conoscenza dei risultati del proprio sistema. Il 25 marzo 1896 scriveva:
“Questo commercio della gomma è intriso di sangue; se i nativi si ribellassero e uccidessero tutti gli europei presenti nel Congo superiore, comunque rimarrebbe un risultato terribile a loro vantaggio. Non sarebbe possibile che qualche americano influente incontrasse il Re dei Belgi per fargli conoscere ciò che sta accadendo in suo nome? Il lago è riservato al Re, nessun commerciante è ammesso. E per raccogliere la gomma per lui, centinaia di uomini, donne e bambini sono stati uccisi.”
Finalmente, i nativi, spinti oltre il limite della sopportazione, si ribellarono contro i loro oppressori. Chi non può gioire nel vedere che sembrano aver avuto successo?
Estratti dal diario delle lettere a partire dal 29 gennaio 1897: Tali sono alcune delle prove, soltanto una piccolissima parte del racconto completo fornito dal signor Clark. Ricordiamo che queste testimonianze sono tratte da una lunga serie di lettere scritte nel corso di diversi anni a varie persone. Si potrebbe ipotizzare che una singola dichiarazione possa essere frutto di invenzione, ma nemmeno il più abile difensore delle pratiche utilizzate in Congo riuscirebbe a spiegare come un documento del genere possa non essere vero.
Ecco quindi le testimonianze del signor Clark, l’americano; seguiranno quelle del signor Scrivener, l’inglese, che riguardano più o meno lo stesso periodo e luogo. Ma affinché questa visione non appaia troppo anglo-sassone, lasciate che inserisca anche un passaggio dai viaggi di un francese, il signor Leon Berthier, i cui diari furono pubblicati dall’Istituto Coloniale di Marsiglia nel 1902:
“La postazione belga di Imesse è ben costruita. Il capo della postazione è assente; è andato a punire il villaggio di M’Batchi, colpevole di essere stato un po’ in ritardo nel pagare la tassa sul caucciù. Una canoa piena di soldati dello Stato del Congo ritorna dal saccheggio di M’Batchi: trenta morti, cinquanta feriti. Alle tre arriviamo a M’Batchi, teatro della spietata punizione inflitta dal capo della postazione. Povero villaggio. Resti di misere capanne. Si esce da queste scene di desolazione con sentimenti indescrivibili, ”
Per dimostrare la continuità degli orrori in Congo e l’estensione del loro durata – una durata che rappresenta una vergogna per le grandi potenze che hanno tollerato tali pratiche in silenzio – ho riportato le testimonianze dei testimoni nell’ordine in cui sono state fornite. I signori Glave, Murphy e Sjoblom hanno descritto il periodo dal 1894 al 1897; il signor Clark ha continuato il racconto fino al 1900; abbiamo poi le testimonianze relative ai fatti del 1901-1904, rese note dai tribunali di Boma. Ora presenterò l’esperienza del reverendo signor Scrivener, missionario inglese che, nel luglio, agosto e settembre 1903, attraversò una parte del territorio assegnato personalmente al re Leopoldo. La stessa regione in cui il signor Clark aveva trascorso anni di orrore. Vedremo fino a che punto le testimonianze indipendenti di quest’inglese e di questo americano – una tratta da un diario, l’altra da una serie di lettere – si confermano a vicenda. Alle sei del mattino mi svegliai e scoprii che stava ancora piovendo. La pioggia continuò fino alle nove, e riuscimmo a partire solo all’undici. Tutta la farina di manioca era finita il giorno prima, quindi cucinammo un po’ di riso, ma la gente che lasciò quel piccolo villaggio aveva molto fame. Cercai di sapere qualcosa di più su di loro: dissero di essere fuggiti da una zona poco lontana dove si raccoglieva la gomma. Ci raccontarono storie orribili di omicidi e fame, e ascoltandole ci chiedemmo come fosse possibile che persone trattate in modo così crudele potessero continuare a vivere senza reagire. I ragazzi e le ragazze erano nudi; io diedi loro ognuno un pezzo di cotone, il che li sorprese molto. Quattro ore e mezza dopo arrivammo in un posto chiamato Sa. Lungo la strada passammo due villaggi con più persone di quante ne avessimo viste da giorni; probabilmente c’erano circa 120 persone. Vicino alla stazione di polizia c’era un altro piccolo villaggio; decidemmo di fermarci lì per il resto della giornata. Tre capi tribù vennero a trovarci insieme a tutti gli adulti del loro popolo: in totale non erano nemmeno 300 persone. E questo mentre, meno di sei o sette anni prima, in quella zona vivevano almeno 3.000 persone! Ascoltare quelle storie di sangue e crudeltà era davvero angosciante. E tutto sembrava così assurdo: uccidere le persone in modo sistematico, solo perché non riuscivano a fornire una quantità sufficiente di gomma ai bianchi. E ora quella regione era deserta, e la produzione di gomma era notevolmente diminuita. Infine, il signor Scrivener arrivò in prossimità di una “grande stazione statale”. Fu accolto con ospitalità dal suo ospite, un uomo davvero perbene che faceva del suo meglio in circostanze molto difficili. Il precedente occupante della posta aveva causato enormi danni in quella regione; il nuovo incaricato cercava di svolgere i propri compiti nel modo più umano possibile. Ma ciò non gli evitò di avere problemi con il comandante della zona: questi gli inviò una lettera in cui lo rimproverava per non utilizzare metodi più drastici, gli diceva di parlare meno e sparare di più, e lo accusava di non aver ucciso abbastanza persone in quella zona. Durante il suo soggiorno in quella posta statale, sotto la guida di un uomo che cercava di comportarsi nel modo più umano possibile, il signor Scrivener ebbe l’opportunità di assistere direttamente al processo attraverso cui venivano ottenuti i proventi segreti del “Dominio della Corona”. Dice: “Tutto si svolgeva su base militare, ma, per quanto potessi vedere, l’unica ragione di tutto ciò era il caucho. Era l’argomento principale di ogni conversazione, ed era evidente che l’unico modo per compiacere i propri superiori fosse aumentare in qualche modo la produzione. Vidi entrare alcuni uomini; l’espressione spaventata sui loro volti racconta fin troppo eloquentemente delle terribili esperienze che avevano vissuto. Ogni uomo portava con sé un piccolo cestino contenente, diciamo, quattro o cinque libbre di caucho; questo veniva versato in un cesto più grande e pesato; se la quantità risultava sufficiente, a ogni uomo venivano dati una tazza di sale grezzo, e alcuni capisquadra anche un metro di cotone. Sentii raccontare storie molto orribili da parte dei bianchi e di alcuni soldati. Quel bianco (mi vergogno della mia pelle ogni volta che penso a lui) si metteva alla porta del negozio ad accettare il caucho da quei poveri esseri tremanti; in alcuni casi, dopo settimane di privazioni nella foresta, quelle persone osavano presentarsi con ciò che erano riuscite a raccogliere. Se qualcuno portava una quantità inferiore al dovuto, quel bianco impazziva di rabbia, afferrava un fucile da uno dei guardiani e lo uccideva sul posto. Molto raramente il caucho arrivava senza che qualcuno venisse ucciso alla porta del negozio, ‘Per far sì che quelli sopravvissuti ne portino di più la prossima volta.’ Gli uomini che cercavano di fuggire dalla zona e venivano catturati venivano fatti mettere in fila uno dietro l’altro, e una pallottola li uccideva tutti. ‘Peccato sprecare munizioni per simili miserabili, ’ Solo le strade che collegano le varie stazioni sono mantenute aperte; vaste aree del territorio sono abbandonate alle belve selvatiche. Lo stesso bianco mi disse che si potevano camminare per cinque giorni in una direzione senza vedere nemmeno un villaggio o un essere umano. E questo mentre un tempo lì c’era un intero popolo!, ” “Man mano che arrivavano uno dopo l’altro i parenti sopravvissuti dei miei uomini, si verificarono scene molto commoventi. Non ci furono abbracci o lacrime, ma si manifestò una gioia sincera; vennero versate lacrime mentre si raccontavano le perdite causate dalla morte. Come si stringevano la mano e facevano schioccare le dita! Che espressioni di sorpresa, bocche spalancate, mani aperte per evidenziare ancora di più lo stupore. Per quanto riguardava la postazione militare dello Stato, era in condizioni molto fatiscenti. Su tre lati del solito enorme cortile c’erano molte tracce di una popolazione precedente, ma trovammo solo tre villaggi: effettivamente più grandi di qualsiasi altro avessimo visto prima, ma purtroppo ridotti rispetto allo stato in cui quel luogo si trovava poco tempo prima. Presto iniziammo a parlare, e senza alcun incoraggiamento da parte mia, loro cominciarono a raccontare quelle storie a cui ormai ero così abituato. Vivevano in pace e tranquillità quando gli uomini bianchi arrivarono dal lago con ogni sorta di richieste. Pensarono che ciò significasse schiavitù, quindi cercarono di impedire agli uomini bianchi di entrare nel loro paese, ma senza successo: i fucili erano troppo potenti per loro. Così si arresero e decisero di fare del loro meglio nelle nuove circostanze. Prima di tutto, ricevettero l’ordine di costruire case per gli soldati, e lo fecero senza proteste. Poi dovettero nutrire gli soldati, insieme a tutti gli uomini e le donne che li accompagnavano. In seguito, venne loro chiesto di raccogliere la gomma. Era qualcosa di completamente nuovo per loro. C’era della gomma nella foresta, a diversi giorni di distanza dal loro villaggio, ma il fatto che avesse un qualche valore era una novità per loro. Fu offerta una piccola ricompensa, e tutti si precipitarono a raccogliere la gomma, “Che strani uomini bianchi, ci danno stoffa e perline in cambio della linfa di una pianta selvatica, ” Si rallegrarono pensando che fosse loro fortuna. Ma presto la ricompensa fu ridotta, fino a quando non venne loro detto di portare la gomma gratuitamente. Ci provarono a obiettare, ma con grande sorpresa alcuni furono uccisi dai soldati; agli altri fu detto, tra insulti e minacce, di andare subito altrimenti sarebbero stati uccisi tutti. Spaventati, iniziarono a prepararsi il cibo per la settimana che avrebbero trascorso lontani dal villaggio a causa della raccolta della gomma. I soldati li sorpresero mentre si preparavano, “Ehi, non siete ancora andati?” Bang! Bang! Bang! E uno dopo l’altro caddero morti, tra mogli e compagni. Si levò un terribile pianto, e cercarono di preparare i caduti per la sepoltura. Ma questo non fu permesso. Tutti dovevano andare immediatamente nella foresta. E quei poveretti dovettero partire senza nemmeno le scatole di esca necessarie per accendere il fuoco. Molti morirono nella foresta a causa del freddo e della fame, e ancora di più a causa dei fucili dei soldati spietati incaricati di quella postazione. Nonostante tutti i loro sforzi, la quantità di gomma raccolta diminuì sempre di più. E sempre più persone furono uccise, ” “Mi furono mostrate le varie parti di quel luogo, e mi furono indicati i siti dove un tempo sorgevano gli insediamenti dei grandi capi tribali. Secondo stime accurate, circa sette anni fa la popolazione in quella zona, entro un raggio di circa un quarto di miglio dal centro dell’insediamento, ammontava a 2.000 persone. Ora, però, il loro numero non supera probabilmente le 200, e l’atmosfera di tristezza e desolazione è tale che la popolazione continua ad diminuire rapidamente. Nelle vicinanze della casa in cui soggiornavo, a pochi metri dal terreno erboso, si trovavano numerosi ossa umane; in alcuni casi, interi scheletri. Ne contai trentasei, e vidi molte ossa di cui mancavano le teste. Chiesi spiegazioni a uno degli abitanti: ‘Quando sono iniziati gli scontri’, mi disse, ‘i soldati hanno ucciso così tante persone che ci siamo stancati di seppellirle. Spesso non ci veniva nemmeno permesso farlo, quindi lasciavamo semplicemente i corpi nei campi.’ Ci sono centinaia di questi resti in giro, se volete vederli, ’ Ma avevo già visto abbastanza; le storie raccontate da uomini e donne su quel periodo terribile mi avevano profondamente sconvolto. Gli atti di brutalità compiuti dai bulgari sembravano quasi misericordiosi, rispetto a ciò che è accaduto qui. Alla fine arrivammo a Ibali: non c’era praticamente nessuna costruzione in piedi. Perché tale decadenza? Il comandante era assente per un viaggio che avrebbe potuto durare tre mesi; il sottotenente era partito in un’altra direzione per una spedizione punitiva. In altre parole, l’insediamento veniva trascurato, e la raccolta della gomma proseguiva con ogni intensità. Rimasi lì per due giorni, e ciò che mi colpì di più fu la quantità enorme di gomma raccolta. Vidi lunghe file di uomini arrivare, come a Mbongo, con i loro cestini; venivano pagati con una scatola piena di sale e due metri di stoffa bianca. Vidi anche la loro timidezza tremante. Insomma, tutto ciò dimostrava lo stato di terrore in cui vivevano quelle persone, nonché la schiavitù praticamente totale a cui erano sottoposte. Ecco quanto riguarda il mio viaggio fino al lago. Ha ampliato le mie conoscenze su quella regione. Ma, ahimè, anche sulla misura di orrore che gli esseri umani sono capaci di compiere nella loro frenesia di arricchirsi. Per quanto ne so, sono il primo bianco ad entrare in quelle aree, fatta eccezione per i dipendenti dello Stato. Probabilmente susciterò l’ira di alcune persone. Ma non posso farci nulla, ”
Questo è quanto ha raccontato il signor Scrivener. Ma forse il lettore potrebbe pensare che ci fosse davvero un complotto missionario finalizzato a denunciare lo Stato Libero. Ebbene, ecco le testimonianze di alcuni altri viaggiatori. Qui c’è il signor Grogan, dal suo libro “Da Capo a Cairo”: “Il popolo era terrorizzato e viveva nelle paludi.” Questo accadeva al confine britannico. “I belgi avevano attraversato il confine, sceso nella valle, ucciso un gran numero di indigeni e sudditi britannici, portato via le giovani donne e il bestiame, e addirittura legato e bruciato le anziane donne. Non faccio queste affermazioni senza aver verificato personalmente la situazione. Ho notato l’assenza delle donne e mi è stato spiegato il motivo; approfondendo le indagini, gli stessi indigeni mi hanno riferito che c’erano uomini bianchi presenti quando le anziane venivano bruciate. Mi hanno persino descritto l’aspetto fisico degli ufficiali bianchi insieme alle truppe. Quel povero popolo è venuto da me chiedendomi perché i britannici lo avessero abbandonato.”
In seguito aggiunge:
“Ogni villaggio era stato raso al suolo; fuggendo dal paese, vedevo scheletri ovunque. E quelle posture. Che storie di orrore!”
Un’ultima testimonianza di un altro testimone, il signor Herbert Frost:
“Il potere di un soldato armato tra queste persone schiavizzate è assolutamente supremo. Che si tratti di un capo o di un bambino, ogni ordine, desiderio o capriccio del soldato deve essere obbedito o soddisfatto. Su suo comando, con il fucile pronto, una persona è disposta a, violentare sua stessa sorella, consegnare alla sua persecutore la moglie che ama di più, dire o fare qualsiasi cosa pur di salvare la propria vita. Le sofferenze e i dolori di questo popolo schiavizzato da Re Leopold non sono affatto diminuiti; i suoi ufficiali e agenti hanno introdotto e mantenuto un sistema di crudeltà mai immaginato dalle loro vittime.”
Tutto ciò sembra orribile. Ma non c’è qualcosa di ancora più terribile in una frase del genere? —
“Il nostro unico obiettivo, desidero ripetere, è il lavoro di rigenerazione morale e materiale; dobbiamo agire tra una popolazione la cui degenerazione, dovuta alle condizioni ereditarie, è difficile da misurare. Tutti quegli orrori e atti di crudeltà che disonorano l’umanità stanno gradualmente scomparendo grazie alla nostra intervento.”
Parla Re Leopold.

CHAPTER  VII CONSUL ROGER CASEMENT’S REPORT UP TO this time the published reports as to the black doings of King Leopold and his men were, with the exception of a guarded document from Consul Pickersgill, in 1898, entirely from private individuals. No doubt there were official reports but the Government withheld them. In 1904, this policy of reticence was abandoned, and the historic report of Consul Roger Casement confirmed, and in some ways amplified, all that had reached Europe from other sources. A word or two as to Mr. Casement’s own personality and qualifications may not be amiss, since both were attacked by his Belgian detractors. He is a tried and experienced public servant, who has had exceptional opportunities of knowing Africa and the natives. He entered the Consular Service in 1892, served on the Niger till 1895, was Consul at Delagoa Bay to 1898, and was finally transferred to the Congo. Personally, he is a man of the highest character, truthful, unselfish — one who is deeply respected by all who know him. His experience, which deals with the Crown Domain districts in the year 1903, covers some sixty-two pages, to be read in full in “White Book, Africa, No. 1, 1904.” I will not apologize for the length of the extracts, as this, the first official exposure, was an historical document and from its publication we mark the first step in that train of events which is surely destined to remove the Congo State from hands which have proved so unworthy, and to place it in conditions which shall no longer be a disgrace to European civilization. It may be remarked before beginning that at some of these conversations with the natives Mr. Scrivener was present, and that he corroborates the account given by the Consul. The beginning of Mr. Casement’s report shows how willing he was to give praise where praise was possible, and to say all that could be said for the Administration. He talks of “energetic European intervention,” and adds, “that very much of this intervention has been called for no one who formerly knew the Upper Congo could doubt.” “Admirably built and admirably kept stations greet the traveller at many points.” “To-day the railway works most efficiently.” He attributes sleeping sickness as “one cause of the seemingly wholesale diminution of human life which I everywhere observed in the regions re-visited; a prominent place must be assigned to this malady. The natives certainly attribute their alarming death-rate to this as one of the inducing causes, although they attribute, and I think principally, their rapid decrease in numbers to other causes as well.” The Government work shop “was brightness, care, order, and activity, and it was impossible not to admire and commend the industry which had created and maintained in constant working order this useful establishment.” These are not the words of a critic who has started with a prejudiced mind or the desire to make out a case. In the lower reaches of the river above Stanley Pool Casement found no gross ill-usage. The natives were hopeless and listless, being debarred from trade and heavily taxed in food, fish and other produce. It was not until he began to approach the cursed rubber zones that terrible things began to dawn upon him. Casement had travelled in 1887 in the Congo, and was surprised to note the timidity of the natives. Soon he had his explanation: “At one of these village, S              , after confidence had been restored and the fugitives had been induced to come in from the surrounding forest, where they had hidden themselves, I saw women coming back, carrying their babies, their household utensils, and even the food they had hastily snatched up, up to a late hour of the evening. Meeting some of these returning women in one of the fields I asked them why they had run away at my approach, and they said, smiling, ‘We thought you were Bula Matadi’ (i. e., ‘men of the Government’). Fear of this kind was formerly unknown on the Upper Congo; and in much more out-of-the-way places visited many years ago the people flocked from all sides to greet a white stranger. But to-day the apparition of a white man’s steamer evidently gave the signal for instant flight.” “… Men, he said, still came to him whose hands had been cut off by the Government soldiers during those evil days, and he said there were still many victims of this species of mutilation in the surrounding country. Two cases of the kind came to my actual notice while I was in the lake. One, a young man, both of whose hands had been beaten off with the butt-ends of rifles against a tree, the other a young lad of eleven or twelve years of age, whose right hand was cut off at the wrist. This boy described the circumstances of his mutilation, and, in answer to my inquiry, said that although wounded at the time he was perfectly sensible of the severing of his wrist, but lay still fearing that if he moved he would be killed. In both these cases the Government soldiers had been accompanied by white officers whose names were given to me. Of six natives (one a girl, three little boys, one youth, and one old woman) who had been mutilated in this way during the rubber regime, all except one were dead at the date of my visit. The old woman had died at the beginning of this year, and her niece described to me how the act of mutilation in her case had been accomplished.” The fines inflicted upon villages for trifling offences were such as to produce the results here described: “The officer had then imposed as further punishment a fine of 55,000 brass rods (2,750 fr.) — ^110. This sum they had been forced to pay, and as they had no other means of raising so large a sum they had, many of them, been compelled to sell their children and their wives. I saw no live-stock of any kind in W  save a very few fowls — possibly under a dozen — and it seemed, indeed, not unlikely that, as these people asserted, they had great difficulty in always getting their supplies ready. A father and mother stepped out and said that they had been forced to sell their son, a little boy called F, for 1,000 rods to meet their share of the fine. A widow came and declared that she had been forced, in order to meet her share of the fine, to sell her daughter G, a little girl whom I judged from her description to be about ten years of age. She had been sold to a man in Y               , who was named, for 1,000 rods, which had then gone to make up the fine.” The natives were broken in spirit by the treatment: “One of them — a strong, indeed, a splendid-looking man — broke down and wept, saying that their lives were useless to them, and that they knew of no means of escape from the troubles which were gathering around them. I could only assure these people that their obvious course to obtain relief was by appeal to their own constituted authorities, and that if their circumstances were clearly understood by those responsible for these fines I trusted and believed some satisfaction would be forthcoming.” These fines, it may be added, were absolutely illegal. It was the officer, not the poor, harried natives, who had broken the law. “These fines, it should be borne in mind, are illegally imposed; they are not ‘fines of Court’; are not pronounced after any judicial hearing, or for any proved offence against the law, but are quite arbitrarily levied according to the whim or ill-will of the executive officers of the district, and their collection, as well as their imposition, involves continuous breaches of the Congolese laws. They do not, moreover, figure in the account of public revenues in the Congo ‘Budgets’; they are not paid into the public purse of the country, but are spent on the needs of the station or military camp of the officer imposing them, just as seems good to this official.” Here is an illustrative anecdote: “One of the largest Congo Concession Companies had, when I was on the Upper River, addressed a request to its Directors in Europe for a further supply of ball-cartridge. The Directors had met this demand by asking what had become of the 72,000 cartridges shipped some three years ago, to which a reply was sent to the effect that these had all been used in the production of india-rubber. I did not see this correspondence, and cannot vouch for the truth of the statement; but the officer who informed me that it had passed before his own eyes was one of the highest standing in the interior.” Another witness showed the exact ratio between cartridges and rubber: “ ‘The S. A. B. on the Bussira, with 150 guns, get only ten tons (rubber) a month; we, the State, at Momboyo, with 130 guns, get thirteen tons per month.’ ‘ So you count by guns?’ I asked him. ‘Partout,’ M. P. said. ‘Each time the corporal goes out to get rubber cartridges are given to him. He must bring back all not used; and for every one used, he must bring back a right hand.’ M. P. told me that sometimes they shot a cartridge at an animal in hunting; they then cut off a hand from a living man. As to the extent to which this is carried on, he informed me that in six months they, the State, on the Momboyo River, had used 6,000 cartridges, which means that 6,ooo people are killed or mutilated. It means more than 6,000 for the people have told me repeatedly that the soldiers kill children with the butt of their guns.” That the statement about the cutting off of living hands is correct is amply proved by the Kodak. I have photographs of at least twenty such mutilated Negroes in my own possession. Here is a copy of a dispatch from an official quoted in its naked frankness:             ‘ “Le Chef Ngulu de Wangata est envoys dans la Maringa, pour m’y acheter des esclaves. Priere a MM. les agents de l’A.B.I.R. de bien vouloir me signaler les mefaits que celui-ci pourrait com- mettre en route. “Le Capitaine-Commandant, (Signe) “SARRAZZYN.” “ Colquilhatville, le ier Mai, 1896.” Pretty good for the State which boasts that it has put down the slave trade. There is a passage showing the working of the rubber system which is so clear and authoritative that I transcribe it in full: “I went to the homes of these men some miles away and found out their circumstances. To get the rubber they had first to go fully a two days’ journey from their homes, leaving their wives, and being absent for from five to six days. They were seen to the forest limits under guard, and if not back by the sixth day trouble was likely to ensue. To get the rubber in the forests — which, generally speaking, are very swampy — involves much fatigue and often fruitless searching for a well-flowing vine. As the area of supply diminishes, moreover, the demand for rubber constantly increases. Some little time back I learned the Bongandanga district supplied seven tons of rubber a month, a quantity which it was hoped would shortly be increased to ten tons. The quantity of rubber brought by the three men in question would have represented, probably, for the three of them certainly not less than seven kilog. of pure rubber. That would be a very safe estimate, and at an average of 7fr. per kilog. they might be said to have brought in £2 worth of rubber. In return for this labour, or imposition, they had received goods which cost certainly under 15., and whose local valuation came to 45 rods (is. iod.). \s this process repeats itself twenty-six times a year, it will be seen that they would have yielded £52 in kind at the end of the year to the local factory, and would have received in return some 24s. or 25s. worth of goods, which Lua a market value on the spot of £2 7s. 8d. In addition to these formal payments they were liable at times to be dealt with in another manner, for should their work, which might have been just as hard, have proved less profitable in its yield of rubber, the local prison would have seen them. The people everywhere assured me that they were not happy under this system, and it was apparent to a callous eye that in this they spoke the strict truth.” Again I insert a passage to show that Casement’. «.s by no means an ill-natured critic: “It is only right to say that the present agent of the A.B.I.R. Society I met at Bongandan^a denied to me to try, in very difficult and embarrassing circumstances, to minimize as far as possible, and within the limits of his duties, the evils of the system I there observed at work.” Speaking of the Mongalla massacres — those in which Lothaire was implicated — he quotes from the judgment of the Court of Appeal: “That it is just to take into account that, by the correspondence produced in the case, the chiefs of the Concession Company have, if not by formal orders, at least by their example and their tolerance, induced their agents to take no account whatever of the rights, property, and lives of the natives; to use the arms and the soldiers which should have served for their defence and the maintenance of order to force the natives to furnish them with produce and to work for the Company, as also to pursue as rebels and outlaws those who sought to escape from the requisitions imposed upon them… . That, above all, the fact that the arrest of women and their detention, to compel the villages to furnish both produce and workmen, was tolerated and admitted even by certain of the administrative authorities of the region.” Yet another example of the workings of the system: “In the morning, when about to start for K   , many people from the surrounding country came in to see me. They brought with them three individuals who had been shockingly wounded by gun fire, two men and a very small boy, not more than six years of age, and a fourth — a boy child of six or seven — whose right hand was c’i* off at the wrist. One of the men, who had been shot through the arm, declared that he was Y of L            , a village situated some miles away. He declared that he had been shot as I saw under the following circumstances: the soldiers had entered his town, he alleged, to enforce the due fulfilment of the rubber tax due by the community. These men had tied him up and said that unless he paid 1,000 brass rods to them they would shoot him. Having no rods to give them they had shot him through the arm and had left him.” I may say that among my photographs are several with shattered arms who have been treated in this fashion. This is how the natives were treated when they complained to the white man: “In addition, fifty women are required each morning to go to the factory and work there all day. They complained that the remuneration given for these services was most inadequate, and that they were continually beaten. When I asked the Chief W why he had not gone to D F to complain if the sentries beat him or his people, opening his mouth he pointed to one of the teeth which was just dropping out, and said: ‘That is what I got from the D F four days ago when I went to tell him what I now say to you.’ He added that he was frequently beaten, along with others of his people, by the white man.” One sentry was taken almost red-handed by Mr. Casement: “ After some little delay a boy of about fifteen years of age appeared, whose left arm was wrapped up in a dirty rag. Removing this, I found the left hand had been hacked off by the wrist, and that a shot hole appeared in the fleshy part of the forearm. The boy, who gave his name as I I, in answer to my inquiry, said that a sentry of the La Lulanga Company now in the town had cut off his hand. I proceeded to look for this man, who at first could not be found, the natives to a considerable number gathering behind me as I walked through the town. After some delay the sentry appeared, carrying a cap-gun. The boy, whom I placed before him, then accused him to his face of having mutilated him. The men of the town, who were questioned in succession, corroborated the boy’s statement. The sentry, who gave his name as K K, could make no answer to the charge. He met it by vaguely saying some other sentry of the Company had mutilated I I; his predecessor, he said, had cut off several hands, and probably this was one of the victims. The natives around said that there were two other sentries at present in the town, who were not so bad as K K, but that he was a villain. As the evidence against him was perfectly clear, man after man standing out and declaring he had seen the act committed, I informed him and the people present that I should appeal to the local authorities for his immediate arrest and trial.” The following extract must be my final quotation from Consul Casement’s report: “I asked then how this tax was imposed. One of them, who had been hammering out an iron neck-collar on my arrival, spoke first. He said: “ ‘I am NN. These other two beside me are O O and P P, all of us Y         . From our country each village had to take twenty loads of rubber. These loads were big: they were as big as this… .’ (Producing an empty basket which came nearly up to the handle of my walking-stick.) ‘That was the first size. We had to fill that up, but as rubber got scarcer the white man reduced the amount. We had to take these loads in four times a month.’ “ Q. 1 How much pay did you get for this?’ “ A. (Entire audience.) ‘ We got no pay! We got nothing!’ “And then N N, whom I asked again, said: “ ‘ Our village got cloth and a little salt, but not the people who did the work. Our chiefs eat up the cloth; the workers got nothing. The pay was a fathom of cloth and a little salt for every big basketful, but it was given to the chief, never to the men. It used to take ten days to get the twenty baskets of rubber — we were always in the forest and then when we were late we were killed. We had to go further and further into the forest to find the rubber vines, to go without food, and our women had to give up cultivating the fields and gardens. Then we starved. Wild beasts — the leopards — killed some of us when we were working away in the forest, and others got lost or died from exposure and starvation, and we begged the white man to leave us alone, saying we could get no more rubber, but the white men and their soldiers said: “Go! You are only beasts yourselves; you are nyama (meat).” We tried, always going further into the forest, and when we failed and our rubber was short, the soldiers came to our towns and killed us. Many were shot, some had their ears cut off: others were tied up with ropes around their necks and bodies and taken away. The white men sometimes at the posts did not know of the bad things the soldiers did to us, but it was the white men who sent the soldiers to punish us for not bringing in enough rubber.’ “ Here P P took up the tale from N N: “ ‘We said to the white men, “We are not enough people now to do what you want us. Our country has not many people in it and we are dying fast. We are killed by the work you make us do, by the stoppage of our plantations, and the breaking up of our homes.” The white man looked at us and said: “There are lots of people in Mputu”’ (Europe, the white man’s country). ‘“If there are lots of people in the white man’s country there must be many people in the black man’s country.” The white man who said this was the chief white man at F F              ; his name was A B; he was a very bad man. Other white men of Bula Matadi who had been bad and wicked were B C, C D, and D E.’ ‘ These had killed us often, and killed us by their own hands as well as by their soldiers. Some white men were good. These were E F, F G, G H, H I, I K, K L.’ “These ones told them to stay in their homes and did not hunt and chase them as the others had done, but after what they had suffered they did not trust more any one’s word, and they had fled from their country and were now going to stay here, far from their homes, in this country where there was no rubber. “Q. ‘How long is it since you left your homes, since the big trouble you speak of?’ “A. ‘It lasted for three full seasons, and it is now four seasons since we fled and came into the K         country.’ “Q. ‘How many days is it from N   to your own country?’ “A. ‘Six days of quick marching. We fled because we could not endure the things done to us. Our ghiefs were hanged, and we were killed and starved and worked beyond endurance to get rubber.’ “Q. ‘How do you know it was the white men themselves who ordered these cruel things to be done to you? These things must have been done without the white man’s knowledge by the black soldiers.’ “A. (PP): ‘The whit- men told their soldiers: “You kill only women; you cannot kill men. You must prove that you kill men.” So then the soldiers when they killed us’ (here he stopped and hesitated, and then pointing to the private parts of my bulldog — it was lying asleep at my feet), he said: ‘then they cut off those things and took them to the white men, who said: “It is true, you have killed men.” ‘ “Q. ‘You mean to tell me that any white man ordered your bodies to be mutilated like that, and those parts of you carried to him?’ “PP, O O, and all (shouting): ‘Yes! many white men. DE did it.’ “Q. ‘You say this is true? Were many of you so treated after being shot?’ “All (shouting out): ‘Nkoto! Nkoto!’ (Very many! Very many!) “ There was no doubt that these people were not inventing. Their veh&nence, their flashing eyes, their excitement, was not simulated. Doubtless they exaggerated the numbers, but they were clearly telling what they knew and loathed. I was told that they often became so furious at the recollection of what had been done to them that they lost control over themselves. One of the men before me was getting into this state now.” Such is the story — or a very small portion of it — which His Majesty’s Consul conveyed to His Majesty’s Government as to the condition of those natives, who, “in the name of Almighty God,” we had pledged ourselves to defend! The same damning White Book contained a brief account of Lord Cromer’s experience upon the Upper Nile in the Lado district. He notes that for eighty miles the side of the river which is British territory was crowded with native villages, the inhabitants of which ran along the bank calling to the steamer. The other bank (Congolese territory), was a deserted wilderness. The “Tuquoque” argument which King Leopold’s henchmen are so fond of advancing will find it hard to reconcile the difference. Lord Cromer ends his report: “ It appears to me that the facts which I have stated above afford amply sufficient evidence of the spirit which animates the Belgian Administration, if, indeed, Administration it can be called. The Government, so far as I could judged conducted almost exclusively on commercial principles, and, even judged by that standard, it would appear that those principles are somewhat short-sighted.” In the same White Book which contains these documents there is printed the Congolese defence drawn up by M. de Cuvelier. The defence consists in simply ignoring all the definite facts laid before the public, and in making such statements as that the British have themselves made war upon natives, as if there were no distinction between war and massacre, and that the British have put a poll-tax upon natives, which, if it be reasonable in amount, is a perfectly just proceeding adopted by all Colonial nations. Let the possessors of the Free State use this system, and at the same time restore the freedom of trade by throwing open the country to all, and returning to the natives that land and produce which has been taken from them. When they have done this — and punished the guilty — there will be an end of anti-Congo agitation. Beyond this, a large part (nearly half) of the Congo Reply (notes sur le rapport de Mr. Casement, de Dec. n, 1903), is taken up by trying to show that in one case of mutilation the injuries were, in truth, inflicted by a wild boar. There must be many wild boars in Congo land, and their habits are of a singular nature. It is not in the Congo that these boars are bred.

CAPITOLO VII
Rapporto del Console [L01|Roger Casement] Fino ad allora, i resoconti pubblicati riguardo alle attività illecite di Re Leopoldo e dei suoi uomini provenivano esclusivamente da privati individui, ad eccezione di un documento riservato del Console Pickersgill del 1898. Senza dubbio esistevano anche resoconti ufficiali, ma il governo li teneva nascosti. Nel 1904 questa politica di reticenza fu abbandonata, e il rapporto storico del Console [L02|Roger Casement] confermò, e in alcuni casi ampliò, quanto era già noto in Europa da altre fonti. Potrebbe essere utile fornire qualche informazione sulla personalità e sulle qualifiche del signor Casement, poiché entrambe queste aspetti furono oggetto di critiche da parte dei suoi detrattori belgi. Egli era un funzionario pubblico esperto e affidabile, che aveva avuto l’opportunità di conoscere a fondo l’[L03|Africa]** e i suoi abitanti. Entrò nel Servizio Consolare nel 1892, prestò servizio sul Niger fino al 1895, fu Console a Delagoa Bay dal 1898 fino al suo trasferimento in Congo. Personalmente, era una persona di altissimo carattere: onesto, altruista e profondamente rispettato da tutti coloro che lo conoscevano. Le sue esperienze, relative ai territori sotto la giurisdizione della Corona nel 1903, sono descritte in circa sessantadue pagine; il testo completo può essere letto nel “White Book, [L04|Africa], n. 1, 1904”. Non mi scuso per la lunghezza di questi estratti, poiché si trattava del primo resoconto ufficiale in merito a queste questioni, e la sua pubblicazione segnò il primo passo verso un cambiamento che avrebbe sicuramente portato lo Stato del Congo fuori dalle mani di persone così indegne, e verso condizioni che non avrebbero più rappresentato una vergogna per la civiltà europea. È degno di nota che in alcune di queste conversazioni con gli abitanti locali era presente anche il signor Scrivener, il quale ha confermato quanto descritto dal Console. All’inizio del suo rapporto, il signor Casement mostra chiaramente la sua disponibilità a lodare ciò che merita lode e a esaltare gli aspetti positivi dell’amministrazione in carica. Parla di “un’intervento europeo energico” e aggiunge: “Chiunque conoscesse il Alto Congo in passato non avrebbe potuto dubitare della necessità di tale intervento”. “Stazioni ben costruite e mantenute accolgono il viaggiatore in molti punti”; “Oggi i lavori ferroviari vengono svolti con grande efficienza”. attribuisce la malaria alla “causa principale della drastica diminuzione della popolazione che ho osservato in tutte le regioni rivedute; questa malattia merita sicuramente un’attenzione particolare. Gli abitanti locali attribuiscono certamente a essa una delle cause del loro rapido declino demografico, anche se ritengono che altre ragioni ne siano la causa principale”. Il laboratorio governativo “era caratterizzato da luce, ordine e attività; era impossibile non ammirare e lodare l’impegno profuso per creare e mantenere in funzione questo utile istituto”. Queste non sono le parole di un critico prevenuto o animato dal desiderio di dimostrare qualcosa. Nei tratti inferiori del fiume, sopra Stanley Pool, Casement non riscontrò alcun caso grave di abusi. I nativi erano disperati e apatici, poiché venivano privati del diritto di commerciare e soggetti a tasse esorbitanti su cibo, pesce e altre produzioni. Fu solo quando iniziò ad avvicinarsi alle zone colpite dalla produzione della gomma che iniziarono ad emergere cose terribili. Casement aveva viaggiato nel Congo nel 1887 ed era rimasto sorpreso dalla timidezza dei nativi; presto trovò una spiegazione:
“In uno di questi villaggi, dopo aver ristabilito la fiducia e convinto i fuggitivi a uscire dalla foresta dove si erano nascosti, vidi donne tornare a casa portando con sé i loro bambini, gli utensili domestici e persino il cibo che avevano raccolto in fretta. Incontrando alcune di queste donne nei campi, le chiesi perché fossero fuggite al mio arrivo; loro risposero sorridendo: ‘Pensavamo che foste Bula Matadi’, cioè ‘uomini del governo’. Un tempo questo tipo di paura era sconosciuto nel Alto Congo; in luoghi ancora più remoti, molti anni fa, la gente accorreva felice ad accogliere uno straniero bianco. Oggi, invece, l’apparizione di una nave a vapore bianca sembra essere il segnale per fuggire immediatamente.”
“Uomini che avevano avuto le mani mozzate dai soldati governativi in quei tempi terribili continuavano ancora a presentarsi a lui; nel paese circostante c’erano molte altre vittime di questo tipo di mutilazione. Durante il mio soggiorno nel lago, ho avuto notizia di due casi concreti: un giovane le cui mani erano state spezzate contro un albero con i calcio dei fucili, e un ragazzo di undici o dodici anni la cui mano destra era stata tagliata all’altezza del polso. Questo ragazzo descrisse in dettaglio come fosse avvenuta la mutilazione; rispose anche alla mia domanda su quanto avesse sofferto, dicendo che, nonostante fosse ferito, era perfettamente consapevole di ciò che gli stava accadendo, ma rimaneva fermo per paura di essere ucciso se si muovesse. In entrambi i casi, i soldati governativi erano accompagnati da ufficiali bianchi; mi furono forniti anche i loro nomi. Dei sei nativi (una ragazza, tre bambini, un giovane e una vecchia donna) che avevano subito questo tipo di mutilazione durante il periodo della produzione della gomma, tutti tranne uno erano morti al momento della mia visita; la vecchia donna era deceduta all’inizio di quest’anno, e sua nipote mi raccontò come fosse avvenuta la mutilazione in suo caso.”
Le multe inflitte ai villaggi per infrazioni insignificanti avevano esattamente gli effetti descritti qui. L’ufficiale impose quindi come ulteriore punizione una multa di 55.000 bastoncini di rame (2.750 franchi), somma che quei persone furono costrette a pagare. Non avendo altri mezzi per reperirla, molti di loro dovettero vendere i propri figli e le proprie mogli. A W non si vedeva alcun animale domestico, tranne poche galline; sembrava davvero probabile che quelle persone avessero grandi difficoltà a procurarsi il cibo necessario. Un padre e una madre dichiararono di essere stati costretti a vendere loro figlio, un bambino di nome F, per 1.000 bastoncini di rame al fine di pagare la propria parte della multa. Una vedova raccontò di aver dovuto vendere sua figlia G, una bambina di circa dieci anni, allo stesso prezzo per poter saldare la propria quota. Queste multe, va sottolineato, erano assolutamente illegali: era l’ufficiale, e non i poveri indigeni, ad aver violato la legge. Non venivano nemmeno registrate nei bilanci pubblici del Congo; venivano semplicemente utilizzate per le esigenze personali dell’ufficiale che le imponeva. Ecco un esempio illustrativo: una delle principali compagnie concessionarie del Congo, quando ero nell’Alto Fiume, chiese ai propri dirigenti in Europa di fornire ulteriori munizioni; i dirigenti risposero che le 72.000 cartucce inviate tre anni prima erano state utilizzate per la produzione di gomma. Non ho visto questa corrispondenza e non posso garantirne l’accuratezza, ma l’ufficiale che me ne parlò era una delle figure più autorevoli dell’intero territorio. Un altro testimone indicò esattamente la proporzione tra cartucce e gomma:
“Le truppe della S.A.B. di Bussira, dotate di 150 fucili, ottengono soltanto dieci tonnellate di gomma al mese; noi, lo Stato, a Momboyo, con 130 fucili, ne otteniamo tredici tonnellate al mese. Quindi si calcola in base ai fucili?” gli chiesi. “Dappertutto,” rispose M. P. “Ogni volta che il caporale esce per raccogliere la gomma, gli vengono dati dei cartucci; deve riportare indietro tutti quelli non utilizzati, e per ogni cartuccio consumato, deve portare indietro una mano umana.” M. P. mi spiegò che a volte sparavano un cartuccio contro un animale durante la caccia; in tal caso tagliavano via una mano a un uomo vivo. Per quanto riguarda l’entità di questo fenomeno, mi disse che in sei mesi lo Stato, sul fiume Momboyo, aveva utilizzato 6.000 cartucci, il che significava che 6.000 persone erano state uccise o mutilate. E questa cifra era probabilmente ancora più alta, poiché le persone mi avevano ripetutamente raccontato che i soldati uccidevano anche dei bambini con il calcio dei loro fucili.
Il fatto che l’informazione riguardante il taglio delle mani umane sia vera è ampiamente dimostrato dalle fotografie scattate dalla Kodak; possiedo personalmente almeno venti immagini di neri mutilati in questo modo.
Ecco una copia di un dispaccio ufficiale, citato per la sua schiettezza:
“Il capo Ngulu de Wangata è stato inviato nella Maringa per acquistare schiavi. Si prega i signori agenti dell’A.B.I.R. di segnalarmi eventuali atti illeciti che potrebbe compiere.
Capitano Comandante, (Sigla) ‘SARRAZZYN.’
Colquilhatville, 1° maggio 1896.”
Che bel risultato per uno Stato che si vanta di aver messo fine al commercio degli schiavi. C’è inoltre un passaggio che descrive il funzionamento del sistema di raccolta della gomma in modo così chiaro e autorevole da essere trascritto integralmente qui sotto: “Sono andato nelle case di questi uomini, che si trovano a qualche chilometro di distanza, e ho scoperto le loro condizioni. Per raccogliere la gomma, dovevano prima intraprendere un viaggio di due giorni interi, lasciando alle loro spalle le mogli, e rimanere assenti per cinque o sei giorni. Si vedeva che venivano scortati fino ai confini della foresta; se non tornavano entro il sesto giorno, era probabile che si verificassero problemi. Raccogliere la gomma nelle foreste, che in generale sono molto paludose, richiede molta fatica e spesso comporta ricerche infruttuose per trovare una pianta da cui ottenere la gomma in abbondanza. Inoltre, man mano che l’area di produzione diminuisce, la domanda di gomma aumenta costantemente. Qualche tempo fa ho appreso che la regione dei Bongandanga produceva sette tonnellate di gomma al mese; si sperava che in breve questo quantitativo potesse aumentare a dieci tonnellate. La quantità di gomma portata da questi tre uomini avrebbe rappresentato, probabilmente, per ciascuno di loro non meno di sette chilogrammi di gomma pura. Questa è un’ipotesi molto accurata; calcolando una media di 7 franchi al chilogrammo, si può dire che abbiano portato a casa della gomma del valore di 2 sterline.” In cambio di questo lavoro, o di questa “imposizione”, ricevevano merci il cui valore reale era sicuramente inferiore a 15 sterline, mentre la loro valutazione locale ammontava a 45 rod. Se questo processo si ripetesse ventisei volte all’anno, alla fine dell’anno avrebbero fornito alla fabbrica locale un valore equivalente a 52 sterline in beni, ricevendo in cambio merci del valore di circa 24 o 25 scellini, il cui valore di mercato sul posto era di 2 sterline e 7 scellini e 8 pence. Oltre a questi pagamenti formali, a volte venivano trattati in un altro modo: se il loro lavoro, che avrebbe potuto essere altrettanto faticoso, si fosse rivelato meno redditizio in termini di produzione di gomma, finivano nella prigione locale. Le persone dappertutto mi assicuravano che non erano felici sotto questo sistema, e a un occhio attento era evidente che dicevano la pura verità. Ancora una volta inserisco un passaggio per dimostrare che Casement non era affatto un critico malvagio:
“È giusto affermare che l’attuale rappresentante della Società A.B.I.R. che ho incontrato a Bongandan mi ha negato la possibilità di cercare, in circostanze molto difficili ed imbarazzanti, di ridurre al minimo possibile, entro i limiti dei suoi doveri, i mali del sistema che vi avevo osservato all’opera.”
Parlando dei massacri di Mongalla – quelli in cui era implicato Lothaire – cita il verdetto della Corte d’appello: “Bisogna semplicemente considerare che, attraverso le comunicazioni prodotte in questo caso, i dirigenti della Compagnia Concessoria hanno, se non con ordini formali, almeno con il loro esempio e la loro tolleranza, indotto i propri agenti a ignorare completamente i diritti, la proprietà e la vita dei nativi; ad utilizzare le armi e i soldati che avrebbero dovuto servire alla loro difesa e al mantenimento dell’ordine per costringere i nativi a fornire prodotti e a lavorare per la Compagnia, nonché per perseguire come ribelli e fuorilegge coloro che cercavano di sfuggire alle richieste imposte su di loro. Inoltre, il fatto stesso che l’arresto delle donne e la loro detenzione, al fine di costringere i villaggi a fornire sia prodotti che lavoratori, fossero tollerati e addirittura approvati da alcune delle autorità amministrative della regione. Un altro esempio del funzionamento di questo sistema: ‘La mattina, prima di partire per K, molte persone provenienti dai dintorni vennero a trovarmi. Portarono con loro tre individui gravemente feriti da colpi d’arma da fuoco: due uomini e un bambino di non più di sei anni, oltre a un altro ragazzo di sei o sette anni il cui braccio destro era stato amputato all’altezza del polso. Uno degli uomini, colpito al braccio, dichiarò di essere originario di L, un villaggio situato a qualche chilometro di distanza; raccontò che era stato ferito nelle seguenti circostanze: i soldati erano entrati nel suo villaggio per far rispettare l’obbligo di pagare la tassa sul caucciù. Gli uomini lo avevano legato e gli avevano detto che, se non pagava 1.000 barre di rame, lo avrebbero ucciso; non avendo nulla da dare, lo avevano ferito al braccio e se ne erano andati.’ Tra le mie fotografie ci sono alcune di persone con gli arti frantumati a causa di questo trattamento. Ecco come venivano trattati i nativi quando si lamentavano con gli uomini bianchi: ‘Inoltre, ogni mattina venivano richieste cinquanta donne per andare in fabbrica e lavorarvi tutto il giorno; si lamentavano che la retribuzione ricevuta fosse assolutamente insufficiente e che venissero costantemente picchiate. Quando chiesi al Capo W perché non fosse andato da D F a denunciare i soldati che picchiavano lui o il suo popolo, aprì la bocca e indicò uno dei denti che stava per cadere, dicendo: “Ecco ciò che mi è successo quattro giorni fa quando sono andato da D F a raccontargli quello che ora vi sto dicendo”. Aggiunse che veniva spesso picchiato, insieme ad altri membri del suo popolo, dagli uomini bianchi.’ Un soldato fu sorpreso quasi sul fatto dal signor Casement, ” “Dopo un breve ritardo, apparve un ragazzo di circa quindici anni il cui braccio sinistro era avvolto in un pezzo di stoffa sporco. Togliendolo, scoprii che la mano sinistra gli era stata mozzata al polso e che c’era un foro da proiettile nella parte carnosa del gomito. Il ragazzo, il cui nome risultò essere I I, dichiarò che un sentinella della Compagnia La Lulanga, presente in città in quel momento, gli aveva tagliato la mano. Iniziai a cercare quest’uomo, ma all’inizio non riuscii a trovarlo; mentre percorrevo la città, un numero considerevole di abitanti del posto si radunò intorno a me. Dopo qualche tempo, il sentinella comparve, armato di una pistola ad aria compressa. Il ragazzo lo accusò apertamente di averlo mutilato; gli abitanti della città, interrogati uno dopo l’altro, confermarono le sue dichiarazioni. Il sentinella, il cui nome risultò essere K K, non riuscì a fornire alcuna spiegazione. Rispose in modo vago, sostenendo che fosse stato un altro sentinella della Compagnia ad aver commesso l’atto; disse anche che il suo predecessore aveva mozzato molte mani e probabilmente questo ragazzo ne era una vittima. Gli abitanti del posto aggiunsero che in città c’erano altri due sentinelle, meno crudeli di K K, ma che lui fosse davvero un malvagio. Poiché le prove contro di lui erano inequivocabili e molte persone avevano testimoniato di aver visto l’atto commesso, informai lui e le persone presenti che avrei chiesto alle autorità locali di arrestarlo immediatamente e processarlo.” Il seguente estratto deve essere la mia ultima citazione dal rapporto del Console Casement: “Chiesi allora come venisse imposta questa tassa. Uno di loro, che poco prima aveva iniziato a forgiare un collare di ferro per me, parlò per primo. Disse:
‘Io sono NN. Questi due qui accanto a me sono O O e P P; tutti noi apparteniamo al gruppo Y. Nel nostro paese, ogni villaggio doveva consegnare venti carichi di gomma. Quei carichi erano molto grandi, grandi quanto questo cesto.’ (Mostrò un cesto vuoto che arrivava quasi fino alla maniglia del mio bastone da passeggio.) ‘Quella era la dimensione minima richiesta; dovevamo riempirlo, ma man mano che la gomma diventava più rara, l’uomo bianco riduceva la quantità. Dovevamo consegnare questi carichi quattro volte al mese.’
‘Q: Quanto guadagnavate in cambio?’
‘A: (Tutta l’assemblea rispose insieme:) ‘Non guadagnavamo nulla! Non ricevevamo nessuna retribuzione!’’
Poi N N, a cui chiesi di nuovo spiegazioni, aggiunse, ” “Il nostro villaggio ha ricevuto stoffa e un po’ di sale, ma non le persone che hanno svolto il lavoro. I nostri capi mangiano tutta la stoffa; i lavoratori non ottengono nulla. La paga consisteva in una lunghezza di stoffa e un po’ di sale per ogni cesto pieno di gomma, ma veniva data ai capi, mai alle persone comuni. Ci volevano dieci giorni per raccogliere venti cesti di gomma; eravamo sempre nella foresta, e se arrivavamo in ritardo venivamo uccisi. Dovevamo andare sempre più lontano nella foresta per trovare le piante di gomma, senza mangiare nulla, e le nostre donne dovevano smettere di coltivare i campi e i giardini. Così morivamo di fame. Le bestie selvatiche – i leopardi – uccidevano alcuni di noi mentre lavoravamo nella foresta; altri si perdevano o morivano a causa del freddo e della fame. Abbiamo supplicato gli uomini bianchi di lasciarci in pace, dicendo che non potevamo più raccogliere gomma, ma loro e i loro soldati rispondevano: “Andatevene! Voi siete solo bestie; siete nyama (carne).” Abbiamo continuato a cercare, andando sempre più lontano nella foresta, e quando fallivamo o ci mancava la gomma, i soldati venivano nelle nostre città e ci uccidevano. Molti venivano fucilati, ad alcuni venivano tagliate le orecchie; altri venivano legati con corde intorno al collo e al corpo e portati via. A volte gli uomini bianchi non sapevano delle cose brutte che i soldati ci facevano, ma erano proprio loro a mandarli per punirci perché non raccoglievamo abbastanza gomma.” “Poi P P continuò il racconto di N N: “Abbiamo detto agli uomini bianchi: “Ora non abbiamo abbastanza persone per fare ciò che volete da noi. Il nostro paese ha poche persone, e stiamo morendo velocemente. Veniamo uccisi dal lavoro che ci obbligate a svolgere, dalla distruzione delle nostre piantagioni e dalla rovina delle nostre case.” L’uomo bianco ci guardò e disse: “In Mputu ci sono molte persone, ” (Europa, il paese degli uomini bianchi). “Se in quel paese ci sono molte persone, allora deve esserci anche molta gente nel nostro paese.” Quell’uomo bianco era il capo a F F; si chiamava A B ed era una persona molto cattiva. Altri uomini bianchi di Bula Matadi che erano stati crudeli e malvagi erano B C, C D e D E. Questi ci avevano ucciso spesso, sia con le loro mani che con i loro soldati. Alcuni uomini bianchi, invece, erano buoni: questi erano E F, F G, G H, H I, I K, K L.” “Questi ultimi ci hanno detto di restare nelle nostre case e non di cacciare o inseguire più nessuno, come avevano fatto gli altri. Ma dopo tutto quello che avevamo sofferto, non fidavamo più della parola di nessuno. E così eravamo fuggiti dal nostro paese e ora volevamo restare qui, lontani dalle nostre case, in questo paese dove non c’era gomma.” “Q: ‘Da quanto tempo avete lasciato le vostre case, da quando è iniziato quel grande disastro di cui parlate?’ “A: ‘È durato tre stagioni intere. Ora sono passate quattro stagioni da quando siamo fuggiti e siamo arrivati nel paese di K.’ “Q: ‘Quanti giorni ci vogliono per raggiungere il vostro paese?’ “A: ‘Sei giorni di marcia veloce. Siamo fuggiti perché non potevamo più sopportare quello che ci veniva fatto. I nostri capi sono stati impiccati; noi siamo stati uccisi, moriti di fame e costretti a lavorare oltre ogni limite per raccogliere la gomma.’” “Q. ‘Come fai a sapere che sono stati proprio gli uomini bianchi ad ordinare che vi venissero fatte queste cose crudeli? Devono essere state compiute senza la loro conoscenza da parte dei soldati neri.’ “A. (PP): ‘Gli uomini bianchi dissero ai loro soldati: “Uccidete solo donne; non potete uccidere gli uomini. Dovete dimostrare di aver ucciso degli uomini.” Così i soldati, quando ci uccidevano, ” (qui si fermò e esitò, poi indicando le parti intime del mio bulldog – che dormiva ai miei piedi) disse: ‘Poi tagliavano quelle parti e le portavano agli uomini bianchi, i quali dicevano: “È vero, avete ucciso degli uomini.”’ “Q. ‘Vuoi dire che qualche uomo bianco ha ordinato che i vostri corpi venissero mutilati in quel modo, e che quelle parti venissero portate a lui?’ “PP, O O, e tutti (gridando): ‘Sì! Molti uomini bianchi. È stato DE a farlo.’ “Q. ‘Dici che è vero? Molti di voi sono stati trattati in questo modo dopo essere stati uccisi?’ “Tutti (gridando): ‘Nkoto! Nkoto!’ (Molto molti! Molto molti!) “Non c’era dubbio che queste persone non stessero inventando. La loro veemenza, i loro occhi lampeggianti, la loro eccitazione non erano simulati. Senz’altro esageravano nei numeri, ma stavano chiaramente raccontando ciò che sapevano e odiavano. Mi è stato detto che spesso diventavano così furiosi al ricordo di ciò che era stato loro fatto da perdere il controllo di sé. Uno degli uomini davanti a me stava ora entrando in questo stato.” Questa è la storia – o solo una piccolissima parte di essa – che il Console di Sua Maestà ha riferito al Governo di Sua Maestà riguardo alla condizione di quei nativi, i quali, “in nome di Dio Onnipotente”, avevamo promesso di difendere! Lo stesso dannoso “White Book” conteneva anche un breve resoconto dell’esperienza di Lord Cromer sul Nilo Superiore, nella regione di Lado. Egli osserva che per ottanta miglia il lato del fiume che appartiene al territorio britannico era pieno di villaggi nativi, i cui abitanti correvano lungo la riva chiamando la nave a vapore. L’altra sponda (territorio congolese) era un deserto disabitato. L’argomentazione dei seguaci di Re Leopold, che amano tanto avanzare, avrà difficoltà a spiegare questa differenza. Lord Cromer conclude il suo rapporto: “Mi sembra che i fatti che ho descritto sopra forniscano prove più che sufficienti dello spirito che anima l’Amministrazione belga, se davvero si può chiamarla Amministrazione. Il governo, per quanto ne posso giudicare, si è basato quasi esclusivamente su principi commerciali; e anche valutandoli con questo criterio, sembra che tali principi siano piuttosto miope.” Nello stesso Libro Bianco che contiene questi documenti è stampata anche la difesa del Congo redatta da M. de Cuvelier. Questa difesa consiste semplicemente nel ignorare completamente tutti i fatti concreti presentati al pubblico, e nel formulare affermazioni del tipo che siano stati proprio i britannici ad aver dichiarato guerra ai nativi, come se non esistesse alcuna distinzione tra guerra e massacro; inoltre, si sostiene che i britannici abbiano imposto ai nativi una tassa sul reddito, il che, anche se ragionevole in termini di importo, rappresenterebbe comunque un provvedimento perfettamente legittimo adottato da tutte le nazioni coloniali. Che coloro che possiedono lo Stato Libero utilizzino questo sistema, e allo stesso tempo ripristinino la libertà di commercio aprendo il paese a tutti e restituendo ai nativi quella terra e quei prodotti che sono stati loro sottratti. Quando avranno fatto ciò – e punito i colpevoli – l’agitazione anti-Congo finirà. Inoltre, una grande parte (quasi la metà) della “Risposta al Rapporto di Mr. Casement”, del dicembre 1903, è dedicata al tentativo di dimostrare che in un caso specifico di mutilazione le ferite fossero state in realtà causate da un cinghiale selvatico. Nel territorio congolese devono esserci molti cinghiali selvatici, e le loro abitudini sono davvero particolari. Ma non è certo nel Congo che questi animali vengono allevati.

CHAPTER VIII KING LEOPOLD’S COMMISSION AND ITS REPORT THE immediate effect of the publication as a State paper of the general comment of Lord Cromer, and of the definite accusations of Consul Casement, was a demand both in Belgium and in England for an official inquiry. Lord Landsdowne stipulated that this inquiry should be impartial and thorough. It was also suggested by the British Government that it should be international in character, and separated from the local administration. Very grudgingly and under constant pressure the King appointed a Commission, but whittled down its powers to such a point that its proceedings must lose all utility. Such were the terms that they provoked remonstrance from men like M. A. J. Wauters, the Belgian historian of the Congo Free State, who protested in the Mouvement Geogra- phique (August 7 th, 1904) that such a body could serve no useful end. Finally, their functions were slightly increased, but they possessed no punitive powers and were hampered in every direction by the terms of their reference. The personnel of the Commission was worthy of the importance of the inquiry. M. Janssens, a well-known jurist of Belgium, was the president. He impressed all who came in contact with him as a man of upright and sympathetic character. Baron Nisco’s appointment was open to criticism, as he was himself a Congo functionary, but save for that fact there was no complaint to make against him. Dr. Schumacher, a distinguished Swiss lawyer, was the third Commissioner. The English Government applied to have a representative upon the tribunal, and with true Congo subtlety the request was granted after the three judges had reached the Congo. The Englishman, Mr. Mackie, hurried out, but was only in time to attend the last three sittings, which were held in the lower part of the river, far from the notorious rubber agents. It is worth noting that on his arrival he applied for the minutes of the previous meetings and that his application was refused. In Belgium the evidence of the Commis- sion has never been published, and it is safe to say that it never will be. Fortunately the Congo missionaries took copious notes of the proceedings and of the testimony which came immediately under their own notice. It is from their evidence that I draw these accounts. If the Congo authorities contest the accuracy of those accounts, then let them confute them forever and put their accusers to confusion by producing the actual minutes which they hold. The first sitting of any length of which there are records is that at Bolobo, and extended from November 5th to 12th, 1904. The veteran, Mr. Grenfell, gave evidence at this sitting, and it is useful to summarize his views as he was one of the men who held out longest against the condemnation of King Leopold, and because his early utterances have been quoted as if he were a supporter of the system. He expressed to the Commissioners his disappointment at the failure of the Congo Government to realise the promises with which it inaugurated its career. He declared he could no longer wear the decorations which he had received from the Sovereign of the Congo State. He gave it as his opinion that the ills the country was suffering from were due to the haste of a few men to get rich, and to the absence of anything like a serious attempt to properly police the country in the interests of the people. He instanced the few judicial officers, and the virtual impossibility of a native obtaining justice, owing to witnesses being compelled to travel long distances, either to Leopoldville or Boma. Mr. Grenfell spoke out emphatically against the administrative regime on the Upper River, so far as it had been brought under his notice. Mr. Scrivener, a gentleman who had been twenty-three years on the Congo, was the next witness. His evidence was largely the same as the “Diary” from which I have already quoted, concerning the condition of the Crown Domain. Many witnesses were examined. “ How do you know the names of the men murdered?” a lad was asked. “One of them was my father,” was the dramatic reply. “Men of stone,” wrote Mr.Scrivener, “ would be moved by the stories that are unfolded as the Commission probes this awful history of rubber collection.” Mr. Gilchrist, another missionary, was a new witness. His testimony was concerned with the State Domain and the Concessionnaire area, principally on the Lulanga River. He said: “ I also told them what we had seen on the Ikelemba, of the signs of desolation in all the districts, of the heartrending stories the people told us, of the butcheries wrought by the various white men of the State and companies who had, from time to time, been stationed there among whom a few names were notorious. I pointed out to them the fact that the basin of the Ikelemba was supposed to be free-trade territory also, but that everywhere the people of the various districts were compelled to serve the companies of these respective districts, in rubber, gum copal or food. At one out-of-the-way place where we were on the south bank, two men arrived just as we were leaving, with their bodies covered with marks of the chicotte, which they had just received from the trader of Bosci because their quantity had been short. I said to the Commissaire, given favourable conditions, particularly freedom, there would soon be a large population in these interior towns, the Ngombe and Mongo.” In answer to questions the following facts were solicited: “ Unsettled condition of the people. The older people never seem to have confidence to build their houses substantially. If they have any suspicion of the approach of a canoe or steamer with soldiers they flee. “Chest disease, pneumonia, etc. These carry off very many. The people flee to the islands, live in the open air, expose themselves to all kinds of weather, contract chills, which are followed by serious lung troubles, and die. For years we never saw a new house because of the drifting population. They have a great fear of soldiers. In the case of many the absence from the villages is temporary; in the case of a few they permanently settle on the north bank of the river. “ Want of proper nourishment. I have witnessed the collecting of the State imposition, and after this was set aside the natives had nothing but leaves to eat.” Also, that fines, which the Commission at once declared to be illegal, were constantly levied on the people, and that these fines had continued after the matter had been reported to the Governor- General. In spite of this declaration of illegality, no steps were taken in the matter, and M. de Bauw, the chief offender, was by last accounts the supreme executive official of the district. At every turn one finds that there is no relation at all between law and practice in the Congo. Law is habitually broken by every official from the Governor-General downward if the profits of the State can be increased thereby. The only stern enforcement of the laws is toward the foreigner, the Austrian Rubinck, or the Englishman Stokes, who is foolish enough to think that an international agreement is of more weight than the edicts of Boma. These men believed it, and met their death through their belief without redress, and even, in the case of the Austrian, without public remonstrance. The next considerable session of the Commission was at Baringa. Mr. Harris and Mr. Stannard, the missionaries at this station, had played a noble part throughout in endeavouring within their very limited powers to shield the natives from their tormentors. In both cases, and also in that of Mrs. Harris, this had been done at the repeated risk of their lives. Their white neighbours of the rubber factories made their lives miserable also by preventing their receipt of food from the natives, and harassing them in various ways. On one occasion a chief and his son were both murdered by the order of the white agent because they had supplied the Harris household with the fore-quarter of an antelope. Before giving the terrible testimony of the missionaries — a testimony which was admitted to be true by the chief agent of the A.B.I.R. Company on the spot, it would be well to show the exact standing of this Corporation and its relation to the State. These relations are so close that they become to all intents and purposes the same. The State holds fifty per cent, of the shares; it places the Government soldiers at the company’s disposal; it carries up in the Government steamers and supplies licenses for the great number of rifles and the quantity of cartridges which the company needs for its murderous work. Whatever crimes are done by the company, the State is a close accomplice. Finally, the European directors of this bloodstained company are, or were at the time, the Senator Van der Nest, who acted as President; and as Council: Count John d’Oultremont, Grand Marshal of the Belgian Court; Baron Dhanis, of Congo fame, and M. van Eetevelde, the creature of the King, and the writer of so many smug despatches to the British Government about the mission of civilization and the high purpose of the Congo State. Now listen to some of the testimony as condensed by Mr. Harris: “First, the specific atrocities during 1904 were dealt with, including men, women, and children; then murders and outrages, including cannibalism. From this I passed on to the imprisonment of men, women and children. Following this I called attention to the destruction of the Baringa towns and the partial famine among the people in consequence. Also the large gangs of prisoners — men, women and children — imprisoned to carry out this work; the murder of two men whilst it was being done. Next followed the irregularities during 1903. The expedition conducted by an A.B.I.R. agent against Samb’ekota, and the arming continually of A.B.I.R. sentries with Albini rifles. Following this I drew attention to the administration of Mons. Forcie, whose regime was a terrible one, including the murder of Isekifasu, the principal Chief of Bolima; the killing, cutting up and eating of his wives, son and children; the decorating of the chief houses with the intestines, liver and heart of some of the killed, as stated by ‘Veritas’ in the West African Mail. “I confirmed in general the letter published in the West African Mail by ‘Veritas.’ “Following this I came to Mons. Tagner’s time, and stated that no village in this district had escaped murders under this man’s regime. “Next we dealt with irregularities common to all agents, calling attention to and proving by specific instances the public floggings of practically any and every one; quoting, for instance, seeing with my own eyes six Ngombe men receive one hundred strokes each, delivered simultaneously by two sentries. “Next, the normal condition has always been the imprisoning of men, women and children, all herded together in one shed, with no arrangement for the demands of nature. Further, that very many, including even chiefs, had died either in prison or immediately on their release. “Next, the mutilation of the woman Boaji, because she wished to remain faithful to her husband, and refused to subject herself to the passions of the sentries. The woman’s footless leg and hernia testify to the truth of her statement. She appeared before the Commission and doctor. “Next, the fact that natives are imprisoned for visiting friends and relatives in other villages, and the refusal to allow native canoes to pass up and down river without carrying a permit signed by the rubber agent; pointing out that even missionaries are subject to these restrictions, and publicly insulted, in an unprintable manner, when they do so. “Next point dealt with was responsibility — maintaining that responsibility lay not so much in the individual as in the system. The sentry blames the agent, he in turn the director, and so on. “I next called attention to the difficulties to be faced by natives in reporting irregularities. The number of civil officials is too small; the practical impossibility of reaching those that do exist — the native having first to ask permission of the rubber agent. “The relations that are at present necessary between the A.B.I.R. and the State render it highly improbable that the natives will ever report irregularities. I then pointed out that we firmly believe that but for us these irregularities would never have come to light. “Following on this the difficulties to be faced by missionaries were dealt with, pointing out that the A.B.I.R. can and do impose on us all sorts of restrictions if we dare to speak a word about their irregularities. I then quoted a few of the many instances which found their climax in Mrs. Harris and I almost losing our lives for daring to oppose the massacres by Van Caelcken. It was also stated that we could not disconnect the attitude of the State in refusing us fresh sites with our action in condemning the administration. I then mentioned that the forests are exhausted of rubber, pointing out that during a five days’ tour through the forests I did not see a single vine of any size. This is solely because the vines have been worked in such a manner that all the rubber roots need many years’ rest, whereas the natives now are actually reduced to digging up those roots in order to get rubber. “The next subject dealt with was the clear violation both of the spirit and letter of the Berlin Act. In the first place we are not allowed to extend the Mission, and, further, we are forbidden to trade even for food. “Next the statement was made that, so far as we are aware, no single sentry had ever been punished by the State till 1904 for the many murders committed in this district. “I next pointed out that one reason why the natives object to paddle for the A.B.I.R. is because of the sentries who travel in the A.B.I.R. canoes, and whose only business is to flog the paddlers in order to keep them going. “After Mr. Stannard had been heard, sixteen Esanga witnesses were questioned one by one. They gave clearly the details of how father, mother, brother, sister, son or daughter were killed in cold blood for rubber. These sixteen represented over twenty murders in Esanga alone. Then followed the big chief of all Bolima, who succeeded Isekifasu (murdered by the A.B.I.R.). What a sight for those who prate about lying missionaries! He stood boldly before all, pointed to his twenty witnesses, placed on the table his one hundred and ten twigs, each twig representing a life for rubber. ‘These are chiefs’ twigs, these are men’s, these shorter are women’s, these smaller still are children’s.’ He gives the names of scores, but begs for permission to call his son as a reminder. The Commission, though, is satisfied with him, that he is telling the truth, and therefore say that it is unnecessary. He tells how his beard of many years’ growth, and which nearly reached his feet, was cut off by a rubber agent, merely because he visited a friend in another town. Asked if he had not killed A.B.I.R. sentries, he denied it, but owned to his people spearing three of the sentry’s boys. He tells how the white man fought him, and when the fight was over handed him his corpses, and said: ‘Now you will bring rubber, won’t you?’ To which he replied: ‘Yes.’ The corpses were cut up and eaten by Mons. Forcie’s fighters. He also told how he had been chicotted and imprisoned by the A.B.I.R. agent, and further put to the most menial labour by the agent. “Here Bonkoko came forward and told how he accompanied the A.B.I.R. sentries when they went to murder Isekifasu and his wives and little ones; of finding them peacefully sitting at their evening meal; of the killing as many as they could, also the cutting up and eating of the bodies of Isekifasu’s son and his father’s wives; of how they dashed the baby’s brains out, cut the body in half, and impaled the halves. “Again he tells how, on their return, Mons. Forcie had the sentries chicotted because they had not killed enough of the Bolima people. “Next came Bongwalanga, and confirmed Bonkoko’s story; this youth went to ‘look on.’ After this the mutilated wife of Lomboto, of Ekerongo, was carried by a chief, who showed her foodess leg and hernia. This was the price she had to pay for remaining faithful to her husband. The husband told how he was chicotted because he was angry about his wife’s mutilation. “Then Longoi, of Lotoko, placed eighteen twigs on the table, representing eighteen men, women and children murdered for rubber. Next, Iriunga laid thirty-four twigs on the table and told how thirty-four of his men, women and children had been murdered at Ekerongo. He admits that they had speared one sentry, Iloko, but that, as in every other such instance, was because Iloko had first killed their people. Lomboto shows his mutilated wrist and useless hand, done by the sentry. Isekansu shows his stump of a forearm, telling the same pitiful story. Every witness tells of floggings, rape, mutilations, murders, and of imprisonments of men, women and children, and of illegal fines and irregular taxes, etc., etc. The Commission endeavours to get through this slough of iniquity and river of blood, but finding it hopeless, asks how much longer I can go on. I tell them I can go on until they are satisfied that hundreds of murders have been committed by the A.B.I.R. in this district alone; murders of chiefs, men, women and little children, and that multitudes of witnesses only await my signal to appear by the thousand. “I further point out that we have only considered about two hundred murders from the villages of Bolima, Esanga, Ekerongo, Lotoko; that by far the greater majority still remain. The following districts are as yet untouched: Bokri, Nson-go, Boru-ga, Ekala, Baringa, Linza, Lifindu, Nsongo-Mboyo, Livoku, Boendo, the Lomako river, the Ngombe country, and many others, all of whom have the same tale to tell. Every one saw the hopelessness of trying to investigate things fully. To do so, the Commission would have to stay here for months.” What comment can be added to such evidence as this! It stands in its naked horror, and it is futile to try to make it more vivid. What can any of those English apologists of the Congo who have thrown a doubt upon the accounts of outrages because in passing through a section of this huge country upon a flying visit they had not happened to see them — what can Lord Mountmorris, Captain Boyd Alexander, or Mrs. French Sheldon say in the face of a mass of evidence with the actual mutilated limbs and excoriated backs to enforce it? Can they say more than the man actually incriminated, M. Le Jeune, the chief agent at the spot? “What have you to say?” asked the President. M. Le Jeune shrugged his shoulders. He had nothing to say. The President, who had listened, to his honour be it spoken, with tears running down his cheeks to some of the evidence, cried out in amazement and disgust. “There is one document I would put in,” said the agent. “It is to show that 142 of my sentinels were slain by the villagers in the course of seven months.” “Surely that makes the matter worse!” cried the sagacious judge. “If these well-armed men were slain by the defenceless villagers, how terrible must the wrongs have been which called for such desperate reprisals!” You will ask what was done with this criminal agent, a man whose deeds merited the heaviest punishment that human law could bestow. Nothing whatever was done to him. He was allowed to slip out of the country exactly as Captain Lothaire, in similar circumstances, was allowed to slip from the country. An insignificant agent may be occasionally made an example of, but to punish the local manager of a great company would be to lessen the output of rubber, and what are morality and justice compared to that? Why should one continue with the testimony given before the Commission? Their wanderings covered a little space of the country and were confined to the main river, but everywhere they elicited the same tale of slavery, mutilation, and murder. What Scrivener and Grenfell said at Bolobo was what Harris and Stannard said at Baringa, what Gilchrist said at Lulanga, what Rushin and Gamman said at Bongadanga, what Mr. and Mrs. Lower said at Ikan, what Padfield said at Bonginda, what Weeks said at Monscombe. The place varied, but the results of the system were ever the same. Here and there were human touches which lingered in the memory; here and there also episodes of horror which stood out even in that universal Golgotha. One lad testified that he had lost every relative in the world, male or female, all murdered for rubber. As his father lay dying he had given him the charge of two infant brothers and enjoined him to guard them tenderly. He had cared for them until he had been compelled at last to go himself into the forest to gather the rubber. One week their quantity had been short. When he returned from the wood the village had been raided in his absence, and he found his two little brothers lying disembowelled across a log. The company, however, paid 200 per cent. Four natives had been tortured until they cried out for some one to bring a gun and shoot them. The chiefs died because their hearts were broken. Mr. Gamman knew no village where it took them less than ten days out of fifteen to satisfy the demands of the A.B.I.R. As a rule, the people had four days in a month to themselves. By law the maximum of forced labour was forty hours in a month. But, as I have said, there is no relation at all between law and practice in the Congo. One witness appeared with a string knotted in forty-two places, and with a packet of fifty leaves. Each knot represented a murder and each leaf a rope in his native village. The son of a murdered chief took the bod) of his father (all names, dates and place specified) to show it to the white agent, in the hope of justice. The agent called his dog and set it on him, the dog biting the son on the leg as he carried the corpse of his father. The villagers brought their murdered men to M. Spelier, director of the La Lulanga Company. He accused them of lying and ordered them off. One chief was seized by two white agents, one of whom held him while the other beat him. When they had finished they kicked him to make him get up, but the man was dead. The Commission examined ten witnesses in their investigation of this story. The chief was Jonghi, the village Bogeka, the date October, 1904. Such is a fractional sample of the evidence which was laid before the Commission, corroborated by every detail of name, place and date which could enforce conviction. There is no doubt that it did enforce thorough conviction. The judges travelled down the river sadder and wiser men. When they reached Boma, they had an interview with Governor-General Constermann. What passed at that interview has not been published, but the Governor-General went forth from it and cut his own throat. The fact may, perhaps, give some indication of how the judges felt when the stories were still fresh in their minds, and their nerves wincing under the horror of the evidence. A whole year elapsed between the starting of the Commission and the presentation of their Report, which was published upon October 31st, 1905. The evidence which would have stirred Europe to its foundations was never published at all, in spite of an informal assurance to Lord Lansdowne that nothing would be held back. Only the conclusions saw the light, without the document upon which they were founded. The effect of that Report, when stripped of its courtly phrases, was an absolute confirmation of all that had been said by so many witnesses during so many years. It is easy to blame the Commissioners for not having the full courage of their convictions, but their position was full of difficulty. The Report was really a personal one. The State was, as no one knew better than themselves, a fiction. It was the King who had sent them, and it was to the King himself that they were reporting upon a matter which deeply affected his personal honour as well as his material interests. Had they been, as had been suggested, an international bod)-, the matter would have been simple. But of the three good care had been taken that two should be men who would have to answer for what was said. Mr. Janssens was a more or less independent man, but a Belgian, and a subject all the same. Baron Nisco was in the actual employ of the King, and his future was at stake. On the whole, I think that the Commissioners acted like brave and honest men. Naturally they laid all stress upon what could be said in favour of the King and his creation. They would have been more than human had they not done so. They enlarged upon the size and the traffic of the cities at the mouth of the Congo — as if the whole loot of a nation could pass down a river without causing commerce and riches at its mouth. Very early in the Report they indicated that the question of the State appropriation of the land had forced itself upon their notice. “If the State wishes to avoid the principle of the State appropriation of vacant lands resulting in abuse,” says the Report, “it should place its agents and officials on their guard against too restrictive interpretation and too rigorous applications.” Weak and trimming, it is true, but it was the cornerstone of all that the King had built, and how were they to knock it rudely out? Their attitude was not heroic. But it was natural. They go on: “As the greater portion of the land in the Congo is not under cultivation, this interpretation concedes to the State A RIGHT OF ABSOLUTE AND EXCLUSIVE OWNERSHIP OVER VIRTUALLY THE WHOLE OF THE LAND, WITH THIS CONSEQUENCE: THAT IT CAN DISPOSE — ITSELF AND SOLELY — OF ALL THE PRODUCTS OF THE SOIL; PROSECUTE AS A POACHER ANY ONE WHO TAKES FROM THAT LAND THE LEAST OF ITS FRUITS, OR AS A RECEIVER OF STOLEN GOODS ANY ONE WHO RECEIVES SUCH FRUIT: FORBID ANY ONE TO ESTABLISH HIMSELF ON THE GREATER PART OF THE TERRITORY. THE ACTIVITY OF THE NATIVES IS THUS LIMITED TO VERY RESTRICTED AREAS, AND THEIR ECONOMIC CONDITION IS IMMOBILIZED. THUS ABUSIVELY APPLIED, SUCH LEGISLATION WOULD PREVENT ANY DEVELOPMENT OF NATIVE LIFE. IN THIS MANNER, NOT ONLY HAS THE NATIVE BEEN OFTEN FORBIDDEN TO SHIFT HIS VILLAGE, BUT HE HAS EVEN BEEN FORBIDDEN TO VISIT, EVEN TEMPORARILY, A NEIGHBOURING VILLAGE WITHOUT SPECIAL PERMIT. A NATIVE DISPLACING HIMSELF WITHOUT BEING THE BEARER OF SUCH AN AUTHORIZATION, WOULD LEAVE HIMSELF OPEN TO ARREST, TO BE TAKEN BACK AND EVEN PUNISHED,” Who could possibly deny, after reading this passage, that the Congo’native has been reduced from freedom into slavery? There follows a curious sentence: “Let us hasten,” says the Report, “to say that in actual fact so great a rigour has not been shown. Almost everywhere certain PRODUCTS OF THE DOMAIN have been abandoned to the natives, notably palm kernels, which form the object of an important export trade in the Lower Congo.” This palm kernel trade is an old-established one, affecting only the mouth of the river, which could not be disturbed without obvious international complications, and which bears no relation to the great Upper Congo populations, whose inhuman treatment was the question at issue. The Report then proceeds to point out very clearly, the all-important fact which arises from the expropriation of the native from the land. “Apart from the rough plantations,” it says, “which barely suffice, to feed the natives themselves and to supply the stations, all the fruits of the soil are considered as the property of the State or of the Con- cessionnaire societies.” This being so, there is an end forever of free trade, or, indeed, of any trade, save an export by the Government itself, or by a handful of companies which really represent the Government, of the whole wealth of the country to Europe for the benefit of a ring of millionaires. Having dealt with the taking of the land and the taking of its products, the Commission handles with kid gloves the third great root proposition, the forcing of the natives, for nothing, under the name of taxes, for trifles under the absurd name of trade, to work for the sake of their oppressors. It expends many words in showing that natives do not like work, and that, therefore, compulsion is necessary. It is sad to see just and learned men driven to such straits in defending what is indefensible. Do the blacks of the Rand gold mines like work? Do the Kimberley diamond hunters like work? Do the carriers of an East German caravan like work? No more than the Congolese. Why, then, do they work? Because they are paid a fair wage to do so. Because the money earned by their work can bring them more pleasure than the work does pain. That is the law of work the whole world over. Notably it is the law on the Congo itself, where the missionaries, who pay honestly for work, have no difficulty in getting it. Of course, the Congolese, like the Englishman, or the Belgian, does not like work when it is work which brings a benefit to others and none to himself. But in spite of this preamble, the Commission cannot escape the actual facts. “Numbers of agents only thought of one thing: to obtain as MUCH AS POSSIBLE IN THE SHORTEST POSSIBLE TIME, and their demands were often excessive. This is NOT AT ALL ASTONISHING, AT ANY RATE AS REGARDS THE GATHERING OF THE PRODUCE OF THE DOMAIN… . that is to say, the revenues for Government; FOR THE AGENTS THEMSELVES WHO REGULATED THE TAX AND SAW TO ITS COLLECTION, HAD A DIRECT INTEREST IN INCREASING ITS AMOUNT, SINCE THEY RECEIVED PROPORTIONAL BONUSES ON THE PRODUCE THUS COLLECTED.” No more definite statement could be made of the system which had been attacked by the Reformers and denied by the Congo officials for so many years. The Report then goes on to tell that when the State, in one of those pretended reforms which were meant for European, not for Congolese, use, allotted forty hours of forced labour per month as the amount which the native owed the State, the announcement was accompanied by a private intimation from the Governor- General to the District Commissioners, dated February 23rd, 1904, that this new law must have the effect, not of lessening, but “of bringing about a constant increase in the resources of the Treasury.” Could they be told in plainer terms that they were to disregard it? The land is taken, the produce is taken, the labour is taken. In old days the African slave was exported, but we progress with the ages and now a higher intelligence has shown the folly of the old-fashioned methods when it is to easy to enslave him in his own home. We may pass the Report of the Commission in so far as it deals with the taxation of the natives, food taxes, porterage taxes and other imposts. It brings out very clearly the curse of the parasitic army, with their families, which have to be fed by the natives, and the difficulty which it causes them with their limited plantations to find the means for feeding themselves. Even the wood to the State steamers is not paid for, but is taken as a tax. Such demands “force the natives in the neighbourhood of the stations in certain cases to an almost continuous labour” — a fresh admission of slave conditions. The Report describes the result of the rubber tax in the following terms: “This circumstance [exhaustion of the rubber] explains the repugnance of the native for rubber work, which in itself is not particularly painful. In THE MAJORITY OF CASES the native must go one or two days’ march EVERY FORTNIGHT, until he arrives at that part of the forest where the rubber vines can be met with in a certain degree of abundance. There the collector passes a number of days IN A MISERABLE EXISTENCE. HE HAS TO BUILD HIMSELF AN IMPROVISED SHELTER, WHICH CANNOT, OBVIOUSLY, REPLACE HIS HUT. HE HAS NOT THE FOOD TO WHICH HE IS ACCUSTOMED. HE, IS DEPRIVED OF HIS WIFE, EXPOSED TO THE INCLEMENCIES OF THE WEATHER AND THE ATTACKS OF WILD BEASTS. WHEN ONCE HE HAS COLLECTED THE RUBBER HE MUST BRING IT TO THE STATE STATION OR TO THAT OF THE COMPANY, AND ONLY THEN CAN HE RETURN TO HIS VILLAGE, WHERE HE CAN SOJOURN FOR BARELY MORE THAN TWO OR THREE DAYS, BECAUSE THE NEXT DEMAND IS UPON HIM… . It is hardly necessary to add that this state of affairs is A FLAGRANT VIOLATION OF THE FORTY HOURS’ LAW.” The Report deals finally with the question of the punishments meted out by the State. These it enumerates as “the taking of hostages, the imprisonment of the chiefs, the institution of sentries or capitas, fines and military expeditions,” the latter being a euphemism for cold-blooded massacres. It continues: “Whatever one may think of native ideas, acts such as taking women as hostages outrage too much our ideas of justice to be tolerated. The State has prohibited this practice long ago, but without being able to suppress it.” The State prohibits, but the State not only condones, but actually commands it by private circular. Again the gap which lies betwixt law and fact where the interest of gain is concerned. “It was barely denied,” the Report continues, “that in the various posts of the A.B.I.R. which we visited, the imprisonment of women hostages, the subjection of the chiefs to servile labour, the humiliations meted out to them, the flogging of rubber collectors, the brutality of the black employes set over the prisoners, were the rule commonly followed.” Then follows an illuminative passage about the sentries, capitas or “forest guards,” or messengers, as they are alternatively called. It is a wonder that they were not called hospital orderlies in the efforts to make them seem inoffensive. What they actually were was, as we have seen, some twenty thousand cannibals armed with Albini repeating rifles. The Report says: “This system of native supervisors (surveillants) has given rise to numerous criticisms, even on the part of State officials. The Protestant missionaries heard at Bolobo, Ikoko (Lake Mantumba), Lulonga, Bonginda, Ikau, Baringa and Bongandanga, drew up formidable accusations against the acts of these intermediaries. They brought before the Commission a MULTITUDE OF NATIVE WITNESSES, WHO REVEALED A LARGE NUMBER OF CRIMES and excesses alleged to have been committed by the sentinels. According to the witnesses these auxiliaries, especially those stationed in the villages, abuse the authority conferred upon them, convert themselves into DESPOTS, CLAIMING THE WOMEN AND THE FOOD, NOT ONLY FOR THEMSELVES BUT FOR THE BODY OF PARASITES AND CREATURES WITHOUT ANY CALLING WHICH A LOVE OF RAPINE CAUSES TO BECOME ASSOCIATED WITH THEM, AND WITH WHOM THEY SURROUND THEMSELVES AS WITH A VERITABLE BODYGUARD; THEY KILL WITHOUT PITY ALL THOSE WHO ATTEMPT TO RESIST THEIR EXIGENCIES AND WHIMS. The Commission was obviously unable in all cases to verify the exactitude of the allegations made before it, the more so that the facts were often several years old. However, TRUTH OF THE CHARGES IS BORNE OUT BY A MASS OF EVIDENCE AND OFFICIAL REPORTS.” It adds: “OF HOW MANY ABUSES HAVE THESE NATIVE SENTINELS BEEN GUILTY IT WOULD BE IMPOSSIBLE TO SAY, EVEN APPROXIMATELY. SEVERAL CHIEFS OF BARINGA BROUGHT US, ACCORDING TO THE NATIVE CUSTOM, BUNDLES OF STICKS, EACH OF WHICH WAS MEANT TO SHOW ONE OF THEIR SUBJECTS KILLED BY THE CAPITAS. ONE OF THEM SHOWED 120 MURDERS IN HIS VILLAGE COMMITTED DURING THE LAST FEW YEARS. Whatever one may think of the confidence with which this native form of book-keeping may inspire one, a document handed to the Commission by the Director of the A.B.I.R. does not allow any doubt to remain as to the sinister character of the system. It consisted of a list showing that from ist January to ist August, 1905 — that is to say, within a space of seven months — 142 sentries of the Society had been killed or wounded by the natives. Now, it is to be assumed that in many cases these sentries had been attacked by the natives by way of revenge. One may judge by this of the number of bloody affrays to which their presence had given rise. ON THE OTHER HAND, THE AGENTS INTERROGATED BY THE COMMISSION, OR WHO WERE PRESENT AT THE AUDIENCES, DID NOT EVEN ATTEMPT TO DENY THE CHARGES BROUGHT AGAINST THE SENTINELS.” That last sentence seems the crown of the arch. If the agents on the spot did not attempt before the Commission to deny the outrages who shall venture to do it in their name? The remainder of the Report, though stuffed with courtly platitudes and with vague recommendations of reform which are absolutely unpractical, so long as the root causes of all the trouble remain undisturbed, contains a few positive passages which are worth preserving. Talking of the want of definite instructions to military expeditions, it says: “The consequences are often very murderous. And one must not be astonished. If in the course of THESE DELICATE OPERATIONS, WHOSE OBJECT IT IS TO SEIZE HOSTAGES AND TO INTIMIDATE THE NATIVES, constant watch cannot be exercised over the sanguinary instincts of the soldiers when orders to punish are given by superior authority, it is difficult that the expedition should not degenerate into massacres, accompanied by pillage and incendiarism.” Again: “The responsibility for these abuses must not, however, always be placed upon the commanders of military expeditions. In considering these facts one must bear in mind the deplorable confusion still existing in the Upper Congo between a state of war and a state of peace; between administration and repression; between those who may be regarded as enemies and those who have the right to be regarded as citizens of the State and treated in accordance with its laws. The Commission was struck with the general tone of the reports relating to operations described above. Often, while admitting that the expedition had been sent out SOLELY FOR SHORTAGE IN TAXATION, AND WITHOUT MAKING ALLUSION TO AN ATTACK OR RESISTANCE ON THE PART OF THE NATIVES, WHICH ALONE WOULD JUSTIFY THE USE OF \RMS, the authors of these reports speak of ‘SURPRISING VILLAGES,’ ‘ENERGETIC PURSUIT,’ ‘NUMEROUS ENEMIES KILLED AND WOUNDED,’ ‘LOOT,’ ‘PRISONERS OF WAR,’ ‘CONDITIONS OF PEACE.’ Evidently these officers thought themselves at war, acted as though at war.” Again: “The course of such expeditions grave abuses have occurred; men, women and children have BEEN KILLED EVEN AT THE VERY TIME THEY SOUGHT SAFETY IN FLIGHT. OTHERS HAVE BEEN IMPRISONED. WOMEN HAVE BEEN TAKEN AS HOSTAGES.” There is an interesting passage about the missionaries: “Often also, in the regions where evangelical stations are established, the native, instead of going to the magistrate, his natural protector, adopts the habit when he thinks he has a grievance against an agent or an Executive officer, to confide in the missionary. The latter listens to him, helps him according to his means, and makes himself the echo of all the complaints of a region. Hence the astounding influence which the missionaries possess in some parts of the territory. It exercises itself not only among the natives within the purview of their religious propaganda, but over all the villages whose troubles they have listened to. The missionary becomes, for the native of the region, the only representative of equity and justice; he adds to the ascendancy acquired from his religious zeal, the prestige which, in the interest of the State itself, should be invested in the magistrates.” I will now turn for a moment to contemplate the document as a whole. With the characteristic policy of the Congo authorities, it was originally given to the world as being a triumphant vindication of King Leopold’s administration, which would certainly have been the greatest whitewashing contract ever yet carried through upon this planet. Looked at more closely, it is clearly seen that behind the veil of courtly phrase and complimentary forms, every single thing that the Reformers have been claiming has been absolutely established. That the land has been taken. That the produce has been taken. That the people are enslaved. That they are reduced to misery. That the white agents have given the capitas a free hand against them. That there have been illegal holdings of hostages, predatory expeditions, murders and mutilations. All these things are absolutely admitted. I do not know that anything more has ever been claimed, save that the Commission talks coldly of what a private man must talk of hotly, and that the Commission might give the impression that they were isolated acts, whereas the evidence here given and the general depopulation of the country show that they are general, universal, and parts of a single system extending from Leopoldville to the Great Lakes, and from the French border to Katanga. Be it private domain, crown domain, or Concessionnaire territory, be it land of the Kasai, the Anversoise, the Abir, or the Katanga companies, the tale still tells of bloodshed and horror. Where the Commission differs from the Reformers is in their estimate of the gravity of this situation and of the need of absolute radical reforms. It is to be borne in mind that of the three judges two had never been in Africa before, while the third was a direct servant of the attacked institution. They seem to have vaguely felt that these terrible facts were necessary phases of Colonial expansion. Had they travelled, as I have done, in British West Africa, and had it been brought home to them that a blow to a black man, Sierra Leone, for example, would mean that one would be taken by a black policeman before a black judge to be handed over to a black gaoler, they would understand that there are other methods of administration. Had they ever read of that British Governor of Jamaica, who, having in the face of dangerous revolt, executed a Negro without due forms of law, was recalled to London, tried, and barely escaped with his life. It is by such tension as this that Europeans in the Tropics, whatever be their nation, must be braced up to maintain their civilised morale. Human nature is weak, the influence of environment is strong. Germans or English would yield and in isolated cases have yielded, to their surroundings. No nation can claim much individual superiority in such a matter. But for both Germany and England (I would add France, were it not for the French Congo) can claim that their system works as strongly against outrage as the Belgian one does in favour of it. These things are not, as the Commissioners seemed to think, necessary evils, which are tolerated elsewhere. How can their raw opinion weigh for a moment upon such a point when it is counterbalanced by the words of such Reformers as Sir Harry Johnston or Lord Cromer? The fact is that the running of a tropical colony is, of all tests, the most searching as to the development of the nation which attempts it; to see helpless people and not to oppress them, to see great wealth and not to confiscate it, to have absolute power and not to abuse it, to raise the native instead of sinking yourself — these are the supreme trials of a nation’s spirit. We have all failed at times. But never has there been failure so hopeless, so shocking, bearing such consequences to the world, such degradation to the good name of Christianity and civilization as the failure of the Belgians in the Congo. And all this has happened and all this has been tolerated in an age of progress. The greatest, deepest, most wide-reaching crime of which there is any record, has been reserved for these latter years. Some excuse there is for racial extermination where, as with Saxons and Celts, two peoples contend for the same land which will but hold one. Some excuse, too, for religious massacre when, like Mahomet the Second at Constantinople, or Alva in the Lowlands, the bigoted murderers honestly conceived that their brutal work was in the interest of God. But here the real doers have sat remote with cold blood in their veins, knowing well from day to day what they were doing, and with the sole object of adding more to wealth which was already enormous. Consider this circumstance and consider also the professions of philanthropy with which the huge massacre was inaugurated, the cloud of lies with which it has been screened, the persecution and calumny of the few honest men who uncovered it, the turning of religion against religion and of nation against nation in the attempt to perpetuate it, and having weighed all this, tell me where in the course of history there is any such story. What is progress? Is it to run a little faster in a motor-car, to listen to gabble in a gramophone? — these are the toys of life. But if progress is a spiritual thing, then we do not progress. Such a horror as this of Belgium and the Congo would not have been possible fifty years ago. No European nation would have done it, and if it had, no other one would have failed to raise its voice in protest. There was more decorum and principle in life in those slower days. We live in a time of rush, but do not call it progress. The story of the Congo has made the idea a little absurd.

CAPITOLO VIII
La commissione del re Leopoldo e il suo rapporto L’effetto immediato della pubblicazione, a livello ufficiale, del commento generale di Lord Cromer nonché delle accuse precise del console Casement fu la richiesta, sia in Belgio che in Inghilterra, di un’indagine ufficiale. Lord Landsdowne stabilì che tale indagine dovesse essere imparziale e approfondita. Il governo britannico suggerì anche che avesse carattere internazionale e fosse separata dall’amministrazione locale. Con riluttanza e sotto costante pressione, il re nominò una commissione, ma ne ridusse drasticamente i poteri al punto che le sue indagini risultarono del tutto inutili. Tali condizioni suscitarono proteste da parte di persone come M. A. J. Wauters, lo storico belga dello Stato Libero del Congo, il quale, sul giornale “Mouvement Géographique” (7 agosto 1904), sostenne che un simile organo non potesse servire a nulla di utile. Alla fine, le sue funzioni furono leggermente ampliate, ma essa non disponeva di poteri punitivi e veniva ostacolata in ogni modo dai termini del suo incarico. Il personale della commissione era degno dell’importanza dell’indagine. Il presidente era M. Janssens, noto giurista belga, che lasciava un’impressione positiva su chiunque lo incontrasse per la sua integrità e compassione. La nomina del barone Nisco fu oggetto di critiche, poiché egli stesso era un funzionario congolese; tuttavia, a parte questo aspetto, non vi furono lamentele nei suoi confronti. Il terzo commissario era il dottor Schumacher, rinomato avvocato svizzero. Il governo britannico chiese di avere un rappresentante nel tribunale; con la tipica astuzia congolese, questa richiesta fu accettata dopo che i tre giudici erano già arrivati in Congo. L’inglese, il signor Mackie, si affrettò a raggiungerli, ma riuscì ad assistere soltanto alle ultime tre sedute, tenutesi nella parte inferiore del fiume, lontano dagli agenti della industria della gomma. È degno di nota che al suo arrivo chiese di visionare gli atti delle riunioni precedenti, ma la sua richiesta venne rifiutata. In Belgio, le prove raccolte dalla commissione non sono mai state pubblicate, e è probabile che non lo saranno mai. Fortunatamente, i missionari congolesi presero appunti dettagliati delle sedute e dei testimoniamenti ascoltati; è da questi documenti che traggo le informazioni contenute in questo resoconto. Se le autorità congolesi contestano l’accuratezza di queste testimonianze, allora che le presentino gli atti originali per confutarle una volta per tutte e mettere in imbarazzo coloro che le hanno accusate. La prima seduta di qualsiasi durata di cui esistano registrazioni ebbe luogo a Bolobo e si estese dal 5 al 12 novembre 1904. Il veterano, il signor Grenfell, fornì testimonianze in questa seduta; è utile riassumere le sue opinioni, poiché fu uno degli uomini che resistettero più a lungo alla condanna del re Leopoldo, e perché le sue prime dichiarazioni sono state citate come se fosse un sostenitore di quel sistema. Esprimette ai commissari la sua delusione per il fallimento del governo del Congo nel mantenere le promesse con cui aveva iniziato la propria attività. Dichiarò di non poter più indossare le onorificenze ricevute dal sovrano dello Stato del Congo. Ritenne che i mali che il paese stava subendo fossero dovuti all’avidità di alcuni individui nel cercare di arricchirsi rapidamente, e alla mancanza di un serio sforzo per governare correttamente il paese a beneficio del popolo. Menzionò i pochi funzionari giudiziari presenti e la praticamente impossibilità per i nativi di ottenere giustizia, poiché i testimoni erano costretti a viaggiare lunghe distanze, sia verso Leopoldville che verso Boma. Il signor Grenfell si espresse con forza contro il regime amministrativo della regione superiore del fiume, per quanto ne fosse a conoscenza. Il signor Scrivener, un gentiluomo che aveva trascorso ventitré anni nel Congo, fu il testimone successivo. Le sue testimonianze erano in gran parte identiche a quelle riportate nel “Diario” da me già citato, riguardo alla situazione del territorio della Corona. Furono esaminati molti testimoni. A un ragazzo fu chiesto: “Come fai a conoscere i nomi degli uomini che sono stati uccisi?” La risposta fu drammatica: “Uno di loro era mio padre”. “Uomini di pietra”, scrisse il signor Scrivener, “si commuoverebbero davanti alle storie rivelate dalla Commissione nell’esaminare questa terribile storia della raccolta della gomma”. Il signor Gilchrist, un altro missionario, fu un testimone nuovo. La sua testimonianza riguardava il territorio dello Stato e l’area concessa in licenza, soprattutto lungo il fiume Lulanga. Disse: “Ho anche raccontato loro ciò che avevamo visto sull’Ikelemba: i segni di desolazione in tutte le zone, le storie strazianti che la gente ci ha raccontato, gli massacri commessi dai vari bianchi dello Stato e dalle compagnie che si erano stabilite lì; alcuni di questi individui avevano una cattiva reputazione. Ho sottolineato loro il fatto che anche il bacino dell’Ikelemba avrebbe dovuto essere considerato territorio di libero scambio, ma che in ogni zona la gente era costretta a lavorare per le compagnie locali, fornendo gomma, resina o cibo. In un luogo remoto sulla riva meridionale, poco prima che partissimo, arrivarono due uomini con i corpi coperti di segni lasciati dalle frustate ricevute dal commerciante di Bosci perché avevano consegnato una quantità inferiore al previsto. Ho detto al commissario che, in condizioni favorevoli, soprattutto se ci fosse stata libertà, in queste città interne, come Ngombe e Mongo, si sarebbe presto formata una grande popolazione”. In risposta alle domande, furono richiesti i seguenti fatti: “Lo stato di insicurezza della popolazione: gli anziani non sembrano mai avere la fiducia necessaria per costruire case solide. Se sospettano l’arrivo di una canoa o di una nave da guerra con soldati, fuggono immediatamente.
Malattie polmonari, pneumonia, ecc.: queste causano molte morti. La gente fugge sulle isole, vive all’aperto, si espone a ogni tipo di clima, contrae raffreddori che poi si trasformano in gravi problemi respiratori e portano alla morte. Per anni non è stata costruita nessuna nuova casa a causa della costante mobilità della popolazione. La gente ha un grande timore dei soldati: per molti questa assenza dalle villaggi è temporanea, mentre per alcuni diventa permanente, con insediamenti stabili sulla riva settentrionale del fiume.
Mancanza di una nutrizione adeguata: ho assistito alla raccolta delle tasse imposte dallo Stato; dopo che queste venivano prelevate, ai nativi non restavano altro da mangiare se non le foglie.
Inoltre, multe venivano continuamente applicate alla popolazione, e queste multe proseguivano anche dopo che l’incidente era stato segnalato al Governatore Generale. Nonostante tale dichiarazione di illegalità, nessuna misura venne presa per rimediare; anzi, il responsabile principale, M. de Bauw, continuava a ricoprire la carica di funzionario esecutivo della regione. Ovunque si guardi, nel Congo non esiste alcun rapporto tra le leggi e la prassi reale: ogni funzionario, dal Governatore Generale in giù, infrange abitualmente le leggi se ciò può aumentare i profitti dello Stato. L’unica applicazione rigorosa delle leggi riguarda gli stranieri – come l’austriaco Rubinck o l’inglese Stokes, che hanno la sfortuna di credere che un accordo internazionale abbia più valore degli editti di Boma. Questi uomini ci hanno creduto e sono morti a causa della loro convinzione, senza alcun rimedio. E nel caso dell’austriaco, nemmeno alcuna protesta pubblica.” La successiva sessione importante della Commissione si tenne a Baringa. Il signor Harris e il signor Stannard, i missionari di questa stazione, avevano svolto un ruolo nobile nel tentativo, entro i loro limitati poteri, di proteggere gli indigeni dai loro tormentatori. In entrambi i casi, così come in quello della signora Harris, questo era stato fatto a rischio costante della loro vita. I loro vicini bianchi delle fabbriche di gomma rendevano anche la loro vita miserabile, impedendo loro di ricevere cibo dagli indigeni e molestandoli in vari modi. In un’occasione, un capo e suo figlio furono uccisi su ordine dell’agente bianco perché avevano fornito alla famiglia Harris la parte anteriore di un’antilope. Prima di presentare le terribili testimonianze dei missionari – testimonianze riconosciute come vere dall’agente principale della compagnia A.B.I.R. sul posto – sarebbe opportuno chiarire la reale posizione di questa società e il suo rapporto con lo Stato. Questi rapporti sono così stretti da essere, in pratica, identici. Lo Stato possiede il cinquanta per cento delle azioni della compagnia; mette a disposizione dei soldati governativi le navi a vapore della compagnia; fornisce i permessi necessari per l’acquisto del gran numero di fucili e delle munizioni di cui la compagnia ha bisogno per il suo lavoro criminale. Qualunque crimine venga commesso dalla compagnia, lo Stato ne è un complice stretto. Infine, i direttori europei di questa società macchiata di sangue sono, o erano all’epoca, il senatore Van der Nest, che ricopriva la carica di presidente; e tra i membri del consiglio figuravano il conte John d’Oultremont, gran maresciallo della corte belga; il barone Dhanis, famoso per le sue attività in Congo, e M. van Eetevelde, creatura del re e autore di numerosi rapporti compiaciuti inviati al governo britannico riguardo alla “missione di civilizzazione” e agli “alti scopi dello Stato del Congo”. Ora ascoltiamo alcune delle testimonianze riassunte dal signor Harris:
“Prima di tutto, sono stati menzionati gli atti di atrocità specifici avvenuti nel 1904, che riguardavano uomini, donne e bambini; in seguito, omicidi e violenze, compreso il cannibalismo. Successivamente sono stati discussi i casi di imprigionamento di uomini, donne e bambini; poi la distruzione delle città di Baringa e la carestia che ne è derivata tra la popolazione; inoltre, le grandi bande di prigionieri – uomini, donne e bambini – impiegati per svolgere questi compiti; l’omicidio di due uomini durante tali operazioni. Infine sono stati evidenziati gli irregolarità verificatesi nel 1903: l’espedizione condotta da un agente della A.B.I.R. contro Samb’ekota, nonché il continuo armamento delle sentinelle della A.B.I.R. con fucili Albini. Inoltre sono stati menzionati gli errori commessi dall’amministrazione di Mons. Forcie, il cui regime fu terribile: l’omicidio di Isekifasu, il principale capo di Bolima; l’uccisione, la macellazione e il consumo delle sue mogli, figlio e figlie; inoltre, l’utilizzo degli intestini, del fegato e del cuore di alcune vittime per decorare le case dei capi, come riportato da ‘Veritas’ sul West African Mail.” “Ho confermato in generale la lettera pubblicata sul ‘West African Mail’ da ‘Veritas’. Successivamente sono passato a parlare del periodo di Monsignor Tagner, sottolineando che nessun villaggio in questa zona fosse sfuggito agli omicidi avvenuti durante il suo regime. Abbiamo poi discusso delle irregolarità comuni a tutti gli agenti, evidenziando e dimostrando con esempi concreti le pubbliche frustate inflitte praticamente a chiunque; ho raccontato, ad esempio, di aver visto con i miei occhi sei uomini Ngombe ricevere ciascuno cento colpi contemporaneamente da due sentinelle. Inoltre, la condizione normale era che uomini, donne e bambini venissero rinchiusi tutti insieme in un unico capanno, senza alcuna considerazione per le esigenze fisiologiche; molti, compresi alcuni capi, morivano in prigione o subito dopo essere stati rilasciati. È stato anche menzionato il caso della donna Boaji, che fu mutilata perché voleva rimanere fedele a suo marito e rifiutava di cedere alle voglie delle sentinelle; la sua gamba senza piede e l’ernia testimoniano la veridicità delle sue dichiarazioni. Si è inoltre parlato del fatto che i nativi vengono imprigionati solo per andare a visitare amici e parenti in altri villaggi, e del divieto di utilizzare canoe senza un permesso firmato dall’agente incaricato delle attività legate alla gomma; si è sottolineato che anche i missionari sono soggetti a queste restrizioni e vengono insultati pubblicamente in modi inqualificabili quando lo fanno. Un altro argomento trattato riguardava la responsabilità: si è affermato che essa non risiedesse tanto nell’individuo quanto nel sistema stesso; la sentinella incolpa l’agente, quest’ultimo il direttore, e così via. Ho poi evidenziato le difficoltà che i nativi incontrano nel denunciare irregolarità: il numero degli ufficiali civili è troppo esiguo; inoltre, è praticamente impossibile raggiungere coloro che sono effettivamente presenti, poiché i nativi devono prima chiedere il permesso all’agente incaricato. Le relazioni attualmente esistenti tra l’A.B.I.R. e lo Stato rendono estremamente improbabile che i nativi decidano mai di denunciare irregolarità; ho inoltre sottolineato che siamo convinti che, senza il nostro intervento, queste irregolarità non sarebbero mai venute alla luce.” “In seguito si sono discusse le difficoltà che i missionari devono affrontare, sottolineando come l’A.B.I.R. possa e effettivamente imponga a noi ogni sorta di restrizioni se osiamo parlare delle loro irregolarità. Ho poi citato alcuni degli innumerevoli casi in cui il culmine della repressione si è avuto con la signora Harris, quando abbiamo rischiato la vita per aver osato opporci ai massacri compiuti da Van Caelcken. È stato anche detto che non possiamo separare l’atteggiamento dello Stato nel rifiutarci di fornire nuovi terreni dal nostro impegno nel condannare tale amministrazione. Ho inoltre menzionato che le foreste sono ormai esaurite di gomma: durante un viaggio di cinque giorni attraverso queste zone, non ho visto nemmeno una singola pianta di gomma di alcuna dimensione. Ciò è dovuto al fatto che le piante sono state sfruttate in modo tale da richiedere molti anni di riposo per rigenerarsi, mentre i nativi sono costretti a scavare quelle stesse radici pur di ottenere la gomma necessaria. “Il prossimo argomento trattato è stata la chiara violazione, sia dello spirito che della lettera del Berlin Act. In primo luogo, non ci è permesso espandere le attività missionarie; inoltre, ci è vietato anche commerciare, persino per l’acquisto di cibo. “Si è poi affermato che, per quanto ne sappiamo, fino al 1904 nessun sentinella dello Stato era mai stato punito per i numerosi omicidi commessi in questa zona. “Ho infine sottolineato che uno dei motivi per cui i nativi si rifiutano di remare sulle canoe dell’A.B.I.R. è proprio a causa delle sentinelle che vi viaggiano, il cui unico compito è quello di frustare i rematori per costringerli ad andare avanti.” Dopo aver ascoltato il signor Stannard, sedici testimoni di Esanga furono interrogati uno per uno. Essi fornirono in modo chiaro i dettagli su come padre, madre, fratello, sorella, figlio o figlia fossero stati uccisi a sangue freddo per il caucciù. Questi sedici testimoni rappresentavano in totale oltre venti omicidi avvenuti soltanto a Esanga. Poi fu il turno del grande capo di tutta la regione di Bolima, che aveva succeduto a Isekifasu (ucciso dagli agenti dell’A.B.I.R.). Che spettacolo per coloro che parlano male dei missionari bugiardi. Quell’uomo si presentò coraggiosamente davanti a tutti, indicò i suoi venti testimoni e posò sul tavolo centodieci rametti; ogni rametto rappresentava una vita umana sacrificata per il caucciù. “Questi sono i rametti dei capi”, disse, “questi degli uomini, questi più corti delle donne, questi ancora più piccoli dei bambini”. Menzionò i nomi di molte persone, ma chiese il permesso di chiamare suo figlio come esempio concreto. La Commissione, tuttavia, era convinta che stesse dicendo la verità e ritenne inutile farlo. Quell’uomo raccontò anche come la sua barba, lunga da molti anni e quasi arrivata ai piedi, fosse stata tagliata da un agente dell’A.B.I.R., semplicemente perché aveva visitato un amico in un’altra città. Quando gli fu chiesto se non avesse ucciso le sentinelle dell’A.B.I.R., negò, ma ammise di aver pugnalato tre dei loro ragazzi. Descrisse inoltre come l’uomo bianco avesse combattuto contro di lui e, dopo lo scontro, gli avesse consegnato i cadaveri delle sentinelle dicendo: “Ora porterai il caucciù, vero?”. Lui rispose: “Sì”. I cadaveri furono tagliati a pezzi e mangiati dai combattenti di Monsieur Forcie. Quell’uomo raccontò anche di essere stato picchiato e imprigionato da un agente dell’A.B.I.R., il quale lo costrinse a svolgere i lavori più umili.
Poi intervenne Bonkoko, che raccontò di aver accompagnato le sentinelle dell’A.B.I.R. quando queste andarono ad uccidere Isekifasu e le sue mogli e i suoi bambini; descrisse come avessero trovato la famiglia seduta tranquillamente a cena, come avessero ucciso quante più persone possibile e poi tagliato a pezzi i corpi di Isekifasu e delle sue mogli; raccontò anche come avessero distrutto il cervello del bambino, tagliato il corpo a metà e infilzato le due parti. Disse inoltre che, al loro ritorno, Monsieur Forcie aveva punito le sentinelle perché non avevano ucciso abbastanza persone della tribù di Bolima.
Poi fu il turno di Bongwalanga, il quale confermò la versione di Bonkoko; quel giovane era andato semplicemente a “guardare” ciò che stava accadendo. Successivamente fu portata davanti alla Commissione la moglie mutilata di Lomboto e di Ekerongo: un capo le mostrò la sua gamba ferita e l’ernia. Questo era il prezzo che doveva pagare per essere rimasta fedele a suo marito. Il marito raccontò come fosse stato picchiato perché si era arrabbiato per la mutilazione di sua moglie. “Allora Longoi, di Lotoko, posò diciotto rametti sul tavolo, rappresentanti diciotto uomini, donne e bambini uccisi per il caucciù. Successivamente, Iriunga mise trentaquattro rametti sul tavolo e raccontò come trentaquattro dei suoi uomini, donne e bambini fossero stati assassinati a Ekerongo. Ammise che avevano pugnalato un sentinella di nome Iloko, ma che, come in tutti gli altri casi simili, ciò era avvenuto perché Iloko aveva prima ucciso le loro persone. Lomboto mostrò il suo polso mutilato e la sua mano inutilizzabile, causati dal sentinella stesso. Isekansu mostrò il moncone del suo avambraccio, raccontando la stessa triste storia. Ogni testimone parlò di frustate, stupri, mutilazioni, omicidi, prigionie di uomini, donne e bambini, nonché di multe illegali e tasse irregolari, eccetera. La Commissione cercò inutilmente di superare questo pantano di ingiustizia e questo fiume di sangue, ma ritenendolo impossibile, chiese per quanto tempo potesse continuare ancora. Io risposi che avrei continuato fino a quando non fossero stati convinti che centinaia di omicidi erano stati commessi dall’A.B.I.R. soltanto in questa zona: omicidi di capi, uomini, donne e bambini piccoli, e che molte migliaia di testimoni aspettavano solo il mio segnale per farsi avanti a migliaia.” “Sottolineo inoltre che abbiamo preso in considerazione soltanto circa duecento omicidi avvenuti nei villaggi di Bolima, Esanga, Ekerongo, Lotoko; la stragrande maggioranza degli altri casi rimane ancora irrisolta. I seguenti distretti non sono stati ancora esaminati: Bokri, Nson-go, Boru-ga, Ekala, Baringa, Linza, Lifindu, Nsongo-Mboyo, Livoku, Boendo, il fiume Lomako, la regione di Ngombe, e molti altri ancora; tutti questi hanno da raccontare storie simili. Ognuno di loro ha compreso l’impossibilità di indagare a fondo su questi casi. Per farlo, la Commissione dovrebbe rimanere qui per mesi interi.” Che commento si può aggiungere a prove del genere! Esse stanno lì, con il loro orrore evidente, e è inutile cercare di renderle ancora più drammatiche. Cosa possono dire quegli apologisti inglesi del Congo che hanno messo in dubbio i resoconti di queste atrocità soltanto perché, durante una visita rapida in questa vasta regione, non hanno avuto l’occasione di vederle con i propri occhi? Cosa possono dire Lord Mountmorris, Capitano Boyd Alexander o Mrs. French Sheldon di fronte a un mucchio di prove concrete, come arti mutilate e schiene martoriate? Possono forse dire qualcosa di più rispetto all’uomo effettivamente incriminato, il signor Le Jeune, l’agente principale sul posto? “Cosa ha da dire?” chiese il Presidente. Il signor Le Jeune alzò le spalle: non aveva nulla da dire. Il Presidente, che aveva ascoltato con lacrime agli occhi di fronte a alcune delle prove, esclamò in stupore e disgusto: “C’è un documento che vorrei presentare,” disse l’agente. “Serve a dimostrare che 142 dei miei sentinelle sono stati uccisi dai villaggi durante sette mesi.” “Ma questo rende la situazione ancora peggiore!” esclamò il giudice sagace. “Se questi uomini ben armati fossero stati uccisi dai villaggi indifesi, quali terribili ingiustizie devono esserci state per giustificare tali rappresaglie disperate!” Vi chiederete cosa sia stato fatto con questo agente criminale, un uomo i cui atti meritavano la punizione più severa che il diritto umano potesse infliggere. Non è stata fatta assolutamente nulla contro di lui. Gli è stato permesso di lasciare il paese esattamente come al Capitano Lothaire, in circostanze simili. A volte si può usare un agente insignificante come esempio per detergere gli altri, ma punire il responsabile locale di una grande azienda significherebbe ridurre la produzione di gomma. E cosa sono la morale e la giustizia rispetto a questo? Perché continuare a raccogliere le testimonianze fornite davanti alla Commissione? I loro viaggi avevano coperto solo una piccola parte del paese e si erano limitati al corso principale del fiume, ma ovunque raccontavano la stessa storia di schiavitù, mutilazioni e omicidi. Quello che Scrivener e Grenfell dissero a Bolobo fu lo stesso che Harris e Stannard dissero a Baringa, quello che Gilchrist disse a Lulanga, quello che Rushin e Gamman dissero a Bongadanga, quello che il signor e la signora Lower dissero a Ikan, quello che Padfield disse a Bonginda, quello che Weeks disse a Monscombe. Il luogo poteva cambiare, ma le conseguenze di quel sistema erano sempre le stesse. Qui e là si riscontravano episodi di orrore che spiccavano anche in quell’universale Golgotha; un ragazzo testimoniò di aver perso tutti i suoi parenti, uomini e donne, tutti assassinati per il caucciù. Mentre suo padre giaceva morente, gli aveva affidato la custodia dei due fratelli più piccoli, esortandolo a prendersene cura con tenerezza. Si era preso cura di loro fino a quando non fu costretto anche lui ad andare nella foresta per raccogliere il caucciù. Una settimana dopo, ne mancava una quantità considerevole. Quando tornò dal bosco, il villaggio era stato saccheggiato durante la sua assenza; trovò i suoi due fratellini distesi sul terreno, con gli addomi squarciati. Tuttavia, l’unità militare gli pagò il 200% del dovuto. Quattro indigeni furono torturati fino a quando non chiesero disperatamente che qualcuno portasse una pistola per ucciderli. I capi morirono perché il loro cuore era spezzato. Il signor Gamman conosceva nessun villaggio in cui ci volessero meno di dieci giorni su quindici per soddisfare le richieste dell’A.B.I.R.; di solito, la gente aveva solo quattro giorni al mese per sé stessa. Per legge, il massimo delle ore di lavoro forzato era di quaranta all’ora al mese. Ma, come ho detto, nel Congo non esiste alcuna relazione tra legge e prassi reale. Un testimone si presentò con un filo annodato in quarantadue punti e un pacchetto contenente cinquanta foglie: ogni nodo rappresentava un omicidio, e ogni foglia indicava una corda utilizzata nel suo villaggio natale. Il figlio di un capo assassinato portò il corpo di suo padre (con tutti i nomi, le date e il luogo specificati) dall’agente bianco nella speranza di ottenere giustizia. L’agente chiamò il proprio cane e lo fece attaccare il ragazzo mentre questi trasportava il cadavere del padre. Gli abitanti del villaggio portarono i propri uomini assassinati dal signor Spelier, direttore della La Lulanga Company. Lui li accusò di mentire e li mandò via. Un capo fu afferrato da due agenti bianchi: uno lo teneva fermo mentre l’altro lo picchiava. Una volta finito, gli diedero calci per farlo alzare, ma quell’uomo era già morto. La Commissione interrogò dieci testimoni nell’ambito delle indagini su questo caso. Il capo in questione si chiamava Jonghi; l’episodio avvenne nel villaggio di Bogeka, nell’ottobre del 1904.
Questo è solo un esempio parziale delle prove presentate alla Commissione, prove che venivano corroborate da ogni dettaglio riguardante nomi, luoghi e date in grado di portare a una condanna certa. Non c’è dubbio che tali prove abbiano contribuito a una condanna decisiva. I giudici, dopo aver viaggiato lungo il fiume, tornarono a Boma più saggi e tristi. Lì ebbero un incontro con il Governatore Generale Constermann; i dettagli di quell’incontro non sono mai stati resi noti al pubblico, ma il Governatore Generale ne uscì con la decisione di suicidarsi. Questo fatto potrebbe dare un’idea di ciò che provassero i giudici in quel momento, mentre le storie raccontate dai testimoni erano ancora fresche nella loro memoria e il terrore delle prove li colpiva profondamente.
Trascorse un intero anno tra l’inizio delle indagini della Commissione e la pubblicazione del suo rapporto, avvenuta il 31 ottobre 1905. Le prove che avrebbero potuto scuotere l’Europa non furono mai rese pubbliche, nonostante le promesse informali fatte a Lord Lansdowne riguardo al divulgamento completo dei documenti. Furono resi noti soltanto i risultati delle indagini, senza i documenti su cui si basavano.
Il contenuto di quel rapporto, se si eliminano le frasi formali e cerimoniose, costituisce una conferma assoluta di tutto ciò che tanti testimoni avevano dichiarato nel corso degli anni. È facile biasimare i membri della Commissione per non aver avuto il coraggio sufficiente a difendere le loro convinzioni, ma la loro posizione era davvero difficile. Il rapporto, in realtà, aveva un carattere personale: lo Stato, come tutti sapevano, non esisteva realmente; erano stati inviati dal Re e dovevano riferire a Lui stesso su una questione che riguardava profondamente sia la sua onorabilità personale che i suoi interessi materiali. Se fossero stati un organo internazionale, le cose sarebbero state semplici. Ma dei tre membri della Commissione, due erano persone che avrebbero dovuto rispondere delle loro dichiarazioni: il signor Janssens era una persona più o meno indipendente, ma comunque belga e suddito di un sovrano; il barone Nisco, invece, lavorava direttamente per il Re e la sua futura dipendeva da quelle decisioni. Nel complesso, penso che i membri della Commissione abbiano agito come uomini coraggiosi ed onesti. Naturalmente, ponevano tutto l’accento su ciò che poteva essere detto a favore del Re e della sua politica. Sarebbero stati ben più di semplici esseri umani se non lo avessero fatto. Descrivevano in dettaglio le dimensioni e il traffico delle città situate alla foce del Congo, come se tutto il bottino di una nazione potesse passare lungo un fiume senza influenzare in alcun modo il commercio e la ricchezza della regione. Fin dalle prime pagine del rapporto, indicavano che la questione dell’appropriazione statale delle terre era diventata oggetto delle loro riflessioni: “Se lo Stato desidera evitare abusi derivanti dall’appropriazione di terreni inutilizzati”, si legge nel rapporto, “dovrebbe far sì che i suoi agenti e funzionari stiano attenti a interpretazioni troppo restrittive e applicazioni troppo rigide”. Queste posizioni, per quanto deboli e caute, rappresentavano comunque la base di tutto ciò che il Re aveva costruito. Come avrebbero potuto distruggerle così brutalmente? Il loro atteggiamento non era certo eroico. Ma era naturale. Continuavano dicendo:
“Poiché la maggior parte delle terre del Congo non è coltivata, questa interpretazione conferisce allo Stato un DIRITTO DI PROPRIETÀ ASSOLUTA E ESCLUSIVA su quasi tutta la terra; di conseguenza, lo Stato può disporre – esclusivamente esso stesso – di tutti i prodotti derivanti da quel suolo; può considerare chiunque prenda anche solo una piccola parte di quei frutti un ladro, e chiunque li riceva come un ricettatore di merce rubata; può inoltre impedire a chiunque di stabilirsi nella maggior parte del territorio. Di conseguenza, l’attività dei nativi è limitata a aree molto ristrette, e le loro condizioni economiche vengono ostacolate. Se applicata in questo modo, una tale legge impedirebbe qualsiasi sviluppo della vita naturale delle popolazioni indigene. Non solo viene spesso vietato ai nativi di trasferirsi da un villaggio all’altro, ma anche di visitare temporaneamente villaggi vicini senza autorizzazione speciale; chiunque si muovesse senza tale autorizzazione rischierebbe di essere arrestato, ricondotto indietro e persino punito.”
Chi potrebbe negare, dopo aver letto queste parole, che i nativi del Congo siano stati ridotti da esseri liberi in condizioni simili alla schiavitù? Segue poi una frase curiosa:
“Rapidamente aggiungiamo”, dice il rapporto, “che in realtà non è stata applicata una tale rigore. In quasi tutti i luoghi, alcuni prodotti derivanti da quelle terre sono stati lasciati ai nativi, soprattutto i semi di palma, che rappresentano un’importante attività commerciale nella regione della foce del Congo.”
Questo commercio dei semi di palma esiste da tempo; riguarda soltanto la zona della foce del fiume e non potrebbe essere disturbato senza causare gravi complicazioni internazionali. Inoltre, non ha alcuna relazione con le popolazioni dell’Alto Congo, le cui condizioni disumane erano effettivamente il problema principale. Il rapporto prosegue poi sottolineando in modo molto chiaro il fatto di fondamentale importanza che deriva dall’espropriazione della terra ai nativi. “Ad eccezione delle poche piantagioni”, si legge, “che a malapena bastano per nutrire i nativi stessi e rifornire le stazioni, tutti i frutti del suolo sono considerati proprietà dello Stato o delle società concessionarie”. Essendo così, finisce per sempre il libero scambio, o addirittura qualsiasi forma di commercio, se non quello effettuato dallo stesso governo o da un ristretto gruppo di aziende che in realtà rappresentano lo Stato: tutto il patrimonio del paese viene esportato in Europa a beneficio di una cerchia di milionari. Dopo aver trattato della confisca della terra e dei suoi prodotti, la Commissione affronta con estrema delicatezza la terza questione fondamentale: l’obbligo imposto ai nativi, a titolo gratuito, sotto il nome di tasse o, per motivi futili, sotto il pretesto del commercio, di lavorare al servizio dei loro oppressori. Si spendono molte parole per dimostrare che i nativi non amano il lavoro e quindi che la coercizione è necessaria. È triste vedere persone oneste e colte costrette a difendere qualcosa che in realtà non merita di essere difeso. Ai neri delle miniere d’oro del Rand piace lavorare? Ai cacciatori di diamanti di Kimberley piace lavorare? Ai portatori delle carovane dell’Est Germania piace lavorare? Nemmeno ai congolesi. Allora perché lavorano? Perché vengono pagati un salario equo. Perché i soldi guadagnati con il loro lavoro possono procurare loro più piacere di quanto il lavoro stesso possa causare dolore. Questa è la legge del lavoro in tutto il mondo. E soprattutto nel Congo, dove i missionari, che pagano onestamente per il lavoro svolto dai nativi, non hanno alcuna difficoltà ad ottenerlo. Ovviamente, i congolesi, come gli inglesi o i belgi, non amano lavorare quando quel lavoro porta beneficio agli altri e a loro stesso nessun vantaggio. Ma nonostante questo preambolo, la Commissione non può ignorare i fatti reali. “Molti agenti avevano un solo obiettivo: ottenere il massimo nel minor tempo possibile; le loro richieste erano spesso eccessive. Questo, però, non sorprende affatto quando si tratta della raccolta dei prodotti del territorio. In altre parole, dei proventi destinati allo Stato; per gli stessi agenti che regolavano la riscossione delle tasse e ne traevano profitto, c’era un interesse diretto ad aumentarne l’entità, poiché ricevevano bonus proporzionali ai proventi raccolti”. Non era possibile formulare alcuna affermazione definitiva su quel sistema che era stato attaccato dai Riformatori e negato dalle autorità congolese per tanti anni. Il rapporto prosegue spiegando che quando lo Stato, nell’ambito di quelle cosiddette riforme destinate all’uso europeo e non a quello dei Congolezi, stabilì quaranta ore di lavoro forzato al mese come quantità che i nativi dovevano versare allo Stato, tale annunciamento fu accompagnato da un messaggio privato del Governatore Generale inviato ai Commissari Distrettuali il 23 febbraio 1904, nel quale si affermava che questa nuova legge avrebbe dovuto avere come effetto non ridurre, ma “portare a un aumento costante delle risorse del Tesoro”. Non poteva esserci modo più chiaro per dire loro di ignorarla. La terra viene presa, i prodotti vengono presi, il lavoro viene sottratto. In passato gli schiavi africani venivano esportati; oggi, con l’avanzare dei tempi, una maggiore intelligenza ha dimostrato quanto siano sciocchi i metodi tradizionali, quando è così facile ridurre in schiavitù le persone nelle loro stesse case.
Possiamo accettare il rapporto della Commissione per quanto riguarda la tassazione dei nativi, le tasse sul cibo, le tasse sui trasporti e altre imposizioni. Viene evidenziato chiaramente il flagello rappresentato da quell’esercito parassitario, con le loro famiglie, che devono essere mantenute dai nativi, nonché le difficoltà che questo comporta per i nativi stessi, con le loro limitate piantagioni, nel trovare i mezzi per sopravvivere. Persino il legno necessario ai vapori dello Stato non viene pagato, ma considerato una tassa. Tali richieste “costringono i nativi che vivono nelle vicinanze delle stazioni, in alcuni casi, a un lavoro quasi continuo”. Un nuovo esempio di condizioni simili a quelle della schiavitù. Il rapporto descrive gli effetti della tassa sul caucciù nel seguente modo:
“Questa situazione [l’esaurimento delle riserve di caucciù] spiega l’avversione dei nativi verso il lavoro legato alla raccolta del caucciù, che in sé non è particolarmente doloroso. Nella maggior parte dei casi, i nativi devono percorrere uno o due giorni di cammino ogni quattro settimane per raggiungere quella parte della foresta dove le piante di caucciù sono più abbondanti. Lì, i raccoglitori trascorrono diversi giorni in condizioni miserabili: devono costruirsi delle capanne improvvisate, che ovviamente non possono sostituire quelle tradizionali; non hanno il cibo a cui sono abituati; vengono privati delle loro mogli e sono esposti alle intemperie e agli attacchi di animali selvatici. Una volta raccolto il caucciù, devono portarlo alla stazione dello Stato o a quella della compagnia. Solo allora possono tornare al loro villaggio, dove possono trascorrere appena due o tre giorni, perché subito dopo arriva la prossima richiesta. Non è necessario aggiungere che questa situazione rappresenta una palese violazione delle norme stabilite riguardo alle quaranta ore di lavoro forzato al mese.” Il Rapporto affronta infine la questione delle punizioni inflitte dallo Stato. Queste vengono elencate come “la cattura di ostaggi, l’incarcerazione dei capi, l’istituzione di sentinelle o ‘capitas’, multe e spedizioni militari”; quest’ultima espressione è in realtà un eufemismo per massacri a sangue freddo. Il Rapporto prosegue:
“Qualunque cosa si possa pensare delle idee locali, atti come la cattura di donne come ostaggi offendono troppo le nostre concezioni della giustizia per essere tollerati. Lo Stato ha da tempo proibito questa pratica, ma non è riuscito a sopprimerla.”
Lo Stato la proibisce, ma non solo la tollera, bensì la ordina addirittura attraverso circolari ufficiali. Ancora una volta emerge il divario tra legge e realtà, soprattutto quando in gioco sono interessi materiali.
“Non si può negare”, continua il Rapporto, “che nei vari posti dell’A.B.I.R. che abbiamo visitato, l’incarcerazione di donne come ostaggi, la sottomissione dei capi al lavoro forzato, le umiliazioni inflitte loro, le frustate ai raccoglitori di gomma, la brutalità degli impiegati neri incaricati della sorveglianza delle prigioni fossero pratiche comuni.”
Segue poi un passaggio illuminante sulle cosiddette “sentinelle”, o “guardie forestali”. È sorprendente che non venissero chiamate “infermieri ospedalieri” nel tentativo di farle sembrare innocue. In realtà, come abbiamo visto, si trattava di circa ventimila cannibali armati di fucili. Il Rapporto afferma:
“Questo sistema di sorveglianti locali ha suscitato numerose critiche, anche da parte degli stessi funzionari statali. I missionari protestanti presenti a Bolobo, Ikoko (Lago Mantumba), Lulonga, Bonginda, Ikau, Baringa e Bongandanga hanno formulato gravi accuse contro queste figure intermediarie. Hanno portato davanti alla Commissione molteplici testimoni locali, i quali hanno rivelato numerosi crimini ed eccessi attribuiti alle sentinelle. Secondo questi testimoni, soprattutto quelle stanziate nei villaggi, abusavano dell’autorità conferita loro: si comportavano come dittatori, rivendicando donne e cibo non solo per sé, ma anche per un insieme di individui senza alcun valore, con i quali si circondavano come se fossero veri guardie del corpo; uccidevano senza pietà chiunque tentasse di resistere alle loro richieste o capricci. La Commissione, ovviamente, non è riuscita in tutti i casi a verificare l’accuratezza delle accuse presentate; inoltre, i fatti spesso risalivano a diversi anni prima. Tuttavia, la veridicità di queste accuse è confermata da un gran numero di prove e rapporti ufficiali.”
Si aggiunge:
“Quanti abusi siano stati commessi da queste sentinelle locali è impossibile dire, nemmeno approssimativamente. Diversi capi di Baringa ci hanno raccontato, ” Le usanze locali prevedevano l’uso di mazzi di bastoni, ciascuno dei quali rappresentava una delle vittime uccise dai capi tribali. Uno di questi mazzi indicava 120 omicidi commessi nel villaggio negli ultimi anni. Qualunque sia la valutazione che si possa dare della fiducia che questa forma tradizionale di registrazione possa ispirare, un documento consegnato alla Commissione dal Direttore dell’A.B.I.R. elimina qualsiasi dubbio riguardo al carattere sinistro di questo sistema. Il documento elencava 142 sentinelle della Società uccise o ferite dai nativi tra gennaio e agosto 1905, ovvero in soli sette mesi. Si può presumere che in molti casi queste sentinelle siano state attaccate per vendetta; da questo si può dedurre la frequenza degli scontri sanguinosi causati dalla loro presenza. D’altra parte, gli agenti interrogati dalla Commissione, o presenti alle audizioni, non tentarono nemmeno di negare le accuse rivolte contro le sentinelle. Quest’ultima frase rappresenta davvero il culmine di tutto ciò: se gli agenti sul posto non osarono negare davanti alla Commissione questi atti violenti, chi mai oserà farlo in loro nome? Il resto del Rapporto, sebbene pieno di frasi banali e di vaghe raccomandazioni di riforma assolutamente impraticabili finché le cause fondamentali di tutti i problemi rimarranno inalterate, contiene alcune parti positive che vale la pena conservare. Parlando della mancanza di istruzioni precise per le spedizioni militari, si legge:
“Le conseguenze sono spesso molto tragiche. E non bisogna meravigliarsene. Se, nel corso di queste operazioni delicate il cui scopo è catturare ostaggi e intimidire i nativi, non si può esercitare un controllo costante sugli istinti violenti dei soldati quando ordini di punizione vengono dati da autorità superiori, è facile che l’operazione degeneri in massacri, accompagnati da saccheggi e incendi.” “Tuttavia, la responsabilità di questi abusi non deve sempre essere attribuita ai comandanti delle spedizioni militari. Nel considerare questi fatti, è necessario tenere presente la deplorevole confusione ancora esistente nel Alto Congo tra lo stato di guerra e lo stato di pace; tra amministrazione e repressione; tra coloro che possono essere considerati nemici e coloro che hanno il diritto di essere trattati come cittadini dello Stato e di ricevere un trattamento conforme alle sue leggi. La Commissione è stata colpita dal tono generale dei rapporti relativi alle operazioni descritte sopra. Spesso, pur ammettendo che l’espedizione fosse stata inviata ESCLUSIVAMENTE a causa della carenza di entrate fiscali, e senza fare alcuna allusione ad attacchi o resistenze da parte dei nativi – elementi che soltanto in tal caso avrebbero giustificato l’uso delle navi da guerra – gli autori di questi rapporti parlano di ‘villaggi sorpresi’, ‘inseguimenti energici’, ‘numerosi nemici uccisi e feriti’, ‘rapine’, ‘prigionieri di guerra’, ” “Di pace.” Ovviamente questi ufficiali si consideravano in stato di guerra e agivano come se lo fossero davvero.
Ancora:
“Durante tali spedizioni sono avvenuti gravi abusi; uomini, donne e bambini sono stati uccisi proprio mentre cercavano sicurezza fuggendo. Altri sono stati imprigionati; donne sono state prese in ostaggio.”
C’è un passaggio interessante sui missionari:
“Spesso, nelle regioni dove sono stabilite le stazioni evangeliche, i nativi, invece di rivolgersi al magistrato, il loro protettore naturale, hanno l’abitudine, quando ritengono di avere dei diritti violati da un agente o da un funzionario governativo, di confidarsi anzi ai missionari. Questi li ascoltano, li aiutano secondo le loro possibilità e diventano così il portavoce di tutte le lamentele della zona. Da ciò deriva l’influenza straordinaria che i missionari esercitano in alcune parti del territorio; tale influenza si estende non solo tra i nativi, nell’ambito della loro propaganda religiosa, ma anche su tutti i villaggi di cui hanno ascoltato le difficoltà. Per il nativo di quella regione, il missionario diventa l’unico rappresentante dell’equità e della giustizia; aggiunge al prestigio derivante dal suo zelo religioso quello che, nell’interesse dello Stato stesso, dovrebbe spettare ai magistrati.”
Ora vorrei riflettere per un momento sull’intero documento.
Con la tipica politica delle autorità del Congo, questo rapporto è stato presentato al mondo come una vittoriosa difesa dell’amministrazione di Re Leopoldo, il che sarebbe certamente stata la più grande “cancellazione” dei fatti negativi mai avvenuta su questo pianeta. Guardandolo più da vicino, si scopre chiaramente che, dietro le frasi cortesi e le formule lusinghieri, ogni singola accusa avanzata dai riformatori è stata ampiamente confermata: la terra è stata sottratta ai nativi, i loro prodotti sono stati confiscati, la popolazione è stata ridotta in schiavitù e condotta alla miseria, mentre gli agenti bianchi hanno dato libero sfogo alle loro azioni oppressive. Sono state registrate detenzioni illegali di ostaggi, spedizioni predatorie, omicidi e mutilazioni. Tutti questi fatti sono stati ampiamente riconosciuti. Non so se ci sia mai stata un’altra accusa più grave; il rapporto sembra parlare con distacco di cose che, in realtà, dovrebbero essere trattate con estrema gravità. Inoltre, il documento dà l’impressione che tali atti siano isolati, mentre le prove presentate e la riduzione demografica della regione dimostrano chiaramente che si tratta di fenomeni diffusi e sistematici, che si estendono da Leopoldville ai Grandi Laghi, dalla frontiera francese fino a Katanga. Che si tratti di territorio privato, pubblico o concesso in concessione, la realtà è sempre la stessa: sangue versato e orrore ovunque. Il punto in cui la Commissione differisce dai Riformatori riguarda la loro valutazione della gravità di questa situazione e della necessità di riforme radicali e assolute. È importante ricordare che due dei tre giudici non avevano mai messo piede in Africa prima, mentre il terzo era un funzionario diretto dell’istituzione attaccata. Sembra che abbiano avuto una percezione vaga del fatto che questi fatti terribili rappresentassero semplicemente fasi necessarie dell’espansione coloniale. Se avessero viaggiato, come ho fatto io in Africa britannica, e se si fossero resi conto che colpire un uomo di colore, ad esempio in Sierra Leone, significava che quest’ultimo sarebbe stato arrestato da un poliziotto nero, processato da un giudice nero e poi affidato a un carceriere nero, avrebbero capito che esistono altri modi per amministrare. Se avessero mai letto della storia di quel governatore britannico della Giamaica che, di fronte a una rivolta pericolosa, giustiziò un negro senza rispettare le procedure legali, sarebbero stati consapevoli che esistono alternative. È proprio grazie a tensioni del genere che gli europei nei Tropici, indipendentemente dalla loro nazionalità, devono essere pronti a mantenere il proprio morale civile. La natura umana è debole e l’influenza dell’ambiente è forte; tedeschi ed inglesi potrebbero cedere alle pressioni del contesto, e in alcuni casi lo hanno fatto davvero. Nessuna nazione può vantare una superiorità individuale in materia. Tuttavia sia la Germania che l’Inghilterra (e aggiungerei anche la Francia, se non fosse per il Congo francese) possono affermare che i loro sistemi funzionano efficacemente sia nel contrastare gli abusi che nel promuovere il bene pubblico. Queste cose non sono, come sembrava pensare la Commissione, “mali necessari” tollerati altrove; un’opinione superficiale non può avere alcun peso di fronte alle parole di riformatori come Sir Harry Johnston o Lord Cromer. Il fatto è che la gestione di una colonia tropicale rappresenta il test più severo per lo sviluppo di una nazione; vedere persone indifese senza opprimerle, assistere a grandi ricchezze senza confiscarle, disporre di poteri assoluti senza abusarne, promuovere lo sviluppo dei nativi invece di danneggiarli, queste sono le prove più importanti del carattere di una nazione. Tutti noi abbiamo fallito in alcuni momenti; ma mai un fallimento è stato così disperato, così scioccante e con conseguenze così gravi per il mondo, così dannoso per la reputazione del cristianesimo e della civiltà come quello dei belgi nel Congo. E tutto ciò è accaduto e tutto ciò è stato tollerato in un’epoca di progresso. Il più grande, più profondo, più esteso crimine mai registrato nella storia è avvenuto negli ultimi anni. C’è forse una scusa per l’annientamento razziale quando, come nel caso dei Sassoni e dei Celti, due popoli si contendono la stessa terra che può essere occupata soltanto da uno. C’è anche una scusa per i massacri religiosi quando, come Maometto II a Costantinopoli o Alva nelle Fiandre, gli assassini bigotti credevano sinceramente di agire nell’interesse di Dio. Ma in questo caso i colpevoli hanno agito con freddezza, sapendo perfettamente ciò che facevano, e lo scopo unico era aumentare ancora di più una ricchezza già enorme. Considerate questa realtà, così come le dichiarazioni di filantropia con cui questo orribile massacro è stato avviato, la cortina di menzogne con cui è stato nascosto, le persecuzioni e le calunnie contro coloro che hanno cercato di smascherarlo, l’uso della religione contro la religione e delle nazioni una contro l’altra nel tentativo di perpetuarlo. Ditemi: dove mai nella storia si è verificata una cosa del genere? Che cos’è il progresso? È forse guidare più velocemente in auto, ascoltare il rumore dei grammofoni? Queste sono solo le “giochattole” della vita. Ma se il progresso è qualcosa di spirituale, allora non stiamo affatto facendo progressi. Un orrore come quello del Belgio e del Congo non sarebbe stato possibile cinquant’anni fa: nessuna nazione europea l’avrebbe commesso, e se qualcuna l’avesse fatto, tutte le altre avrebbero alzato la voce in protesta. In quei tempi più lenti, nella vita c’era più decoro e principi morali. Viviamo in un’epoca di fretta, ma non chiamatela progresso. La storia del Congo ha reso questa idea ancora più assurda.

CHAPTER IX THE CONGO AFTER THE COMMISSION THE high hopes which the advent of the Commission raised among the natives and the few Europeans who had acted as their champions, were soon turned to bitter disappointment. The indefatigable Mr. Harris had sent on after the Commission a number of fresh cases which had come to his notice. In one of these a chief deposed that he had been held back in his village (Boendo) in order to prevent him from reaching the Commission. He succeeded in breaking away from his guards, but was punished for his enterprise by having his wife clubbed to death by a sentry. He brought with him, in the hope that he might lay them before the judges, one hundred and eighty-two long twigs and seventy-six smaller ones, to represent so many adults and children who had been murdered by the A.B.I.R. Company in his district during the last few years. His account of the methods by which these unfortunate people met their deaths will not bear printing. The wildest dreams of the Inquisition were outdone. Women had been killed by thrusting stakes into them from below. When the horrified missionary asked the chief if this was personally known to him, his answer was, “They killed my daughter, Nsinga, in this manner; I found the stake in her.” And a reputable Belgian statesman can write in this year of grace that they are carrying on. the beneficent and philanthropic mission which has been handed down to them. In a later communication Mr. Harris gives the names of men, women and children killed by the sentries of a M. Pilaet. “Last year,” he says, “or the year before, the young woman, Imenega, was tied to a forked tree and chopped in half with a hatchet, beginning at the left shoulder, chopping down through the chest and abdomen and out at the side.” Again, with every detail of name and place, he dwelt upon the horrible fact that public incest had been enforced by the sentries — brother with sister, and father with daughter. “Oh, Inglcsia,” cried the chief in conclusion, “don’t stay away long; if you do, they will come, I am sure they will come, and then these enfeebled legs will not support me, I cannot run away. I am near my end; try and see to it that they let me die in peace; don’t stay away.” “I was so moved, your Excellency, at these people’s story that I took the liberty of promising them, in the name of the Congo Free State, that you will only kill them in future for crimes. I told them the Inspector Royal was, I hoped, on his way, and that I was sure he would listen to their story, and give them time to recover themselves.” It is terrible to think that such a promise, through no fault of Mr. Harris, has not been fulfilled. Are the dreams of the Commissioners never haunted by the thought of those who put such trust in them, but whose only reward has been that they have been punished for the evidence they gave and that their condition has been more miserable than ever. The final practical result of the Commission was that upon the natives, and not upon their murderers, came the punishment. M. Malfeyt, a Royal High Commissioner, had been sent out on pretence of reform. How hollow was this pretence may be seen from the fact that at the same time M. Wahis had been despatched as Governor-General in place of that Constermann who had committed suicide after his interview with the judges of the Commission. Wahis had already served two terms as Governor, and it was under his administration that all the abuses the Commission had condemned had actually grown up. Could King Leopold have shown more clearly how far any real reform was from his mind? M. Malfeyt’s visit had been held up as a step toward improvement. The British Government had been assured that his visit would be of a nature to effect all necessary reforms. On arriving in the country, however, he announced that he had no power to act, and only came to see and hear. Thus a few more months were gained before any change could be effected. The only small consolation which we can draw from all this succession of impotent ambassadors and reforming committees, which do not, and were never intended to, reform, is that the game has been played and exposed, and surely cannot be played again. A Government would deservedly be the laughing-stock of the world which again accepted assurances from the same source. What, in the meanwhile, was the attitude of that A.B.I.R. Company, whose iniquities had been thoroughly exposed before the Commission, and whose manager M. Le Jeune, had fled to Europe? Was it ashamed of its bloodthirsty deeds? Was it prepared in any way to modify its policy after the revelations which its representatives had admitted to be true? Read the following interview which Mr. Stannard had with M. Delvaux, who had visited the stations of his disgraced colleague: “He spoke of the Commission of Inquiry in a contemptuous manner, and showed considerable annoyance about the things we had said to the Commission. He declared the A.B.I.H. had full authority and power to send out armed sentries, and force the people to bring in rubber, and to imprison those who did not. A short time ago, the natives of a town brought in some rubber to the agent here, but he refused it because it was not enough, and the men were thrashed by the A.B.I.R. employees, and driven away. The director justified the agent in refusing the rubber because the quantity was too small. The Commissioners had declared that the A.B.I.R. had no power to send armed sentries into the towns in order to flog the people and drive them into the forests to seek rubber; they were ‘ guards of the forest,’ and that was their work. When we pointed this out to M. Delvaux, he pooh-poohed the idea, and said the name had no significance; some called the sentries by one name, some by another. We pointed out that the people were not compelled to pay their taxes in rubber only, but could bring in other things, or even currency. He denied this, and said that the alternative tax only meant that an agent could impose whatever tax he thought fit. It had no reference whatever to the natives. The A.B.I.R. preferred the taxes to be paid in rubber. This is what the A.B.I.R. says, in spite of the interpretation by Baron Nisco, the highest judicial authority in the State, that the natives could pay their taxes in what they were best able. All these things were said in the presence of the Royal High Commissioner, who, whether he approved or not, certainly did not contradict or protest against them.” Within a week or two of the departure of the Commission the state of the country was as bad as ever. It cannot be too often repeated that it was not local in its origin, but that it occurred there, as elsewhere, on account of pressure from the central officials. If further proof were needed of this it is to be found in the Van Caelchen trial. This agent, having been arrested, succeeded in showing (as was done in the Caudron case) that the real guilt lay with his superior officers. In his defence he “Bases his power on a letter of the Commissaire-Gdn^ral de Bauw (the Supreme Executive Officer in the District), and in a circular transmitted to him by his director, and signed ‘Constermann’ (Governor-General), which he read to the Court, deploring the diminished output in rubber, and saying that the agents of the A.B.I.R. should not forget that they had the same powers of ‘contrainte par corps’ (bodily detention) as were delegated to the agent of the Socidtd Commerciale Anversoise au Congo for the increase of rubber production; that if the Governor-General or his Commissaire-Gendral did not know what they were writing and what they signed, he knows what orders he had to obey; it was not for him to question the legality or illegality of these orders; his superiors ought to have known and have weighed what they wrote before giving him orders to execute; that bodily detention of natives for rubber was no secret, seeing that at the end of every month a statement of ‘ contrainte par corps’ (bodily detention) during the month has to be furnished in duplicate, the book signed, and one of the copies transmitted to the Government.” Whilst these organized outrages were continuing in the Congo, King Leopold, at Belgium, had taken a fresh step, which, in its cynical disregard for any attempt at consistency, surpassed any of his previous performances. Feeling that something must be done in the face of the finding of his own delegates, he appointed a fresh Commission, whose terms of reference were “ to study the conclusions of the Commission of Inquiry, to formulate the proposals they call for, and to seek for practical means for realising them.” It is worth while to enumerate the names of the men chosen for this work. Had a European Areopagus called before it the head criminals of this terrible business, all of these men, with the exception of two or three, would have been standing in the dock. Take their names in turn: Van Maldeghem, the President — a jurist, who had written on Congo law, but had no direct complicity in the crimes; Janssens, the President of the former Commission, a man of integrity; M. Davignon, a Belgian politician — so far the selection is a possible one — now listen to the others! De Cuvelier, creature of the King, and responsible for the Congo horrors; Droogmans, creature of the King, administrator of the secret funds derived from his African estates, and himself President of a Rubber Trust; Arnold, creature of the King; Liebrechts, the same; Gohr, the same; Chenot, a Congo Commissioner; Tombeur, the same; Fiv£, a Congo inspector; Nys, the chief legal upholder of the King’s system; De Hemptinne, President of the Kasai Rubber Trust; Mobs, an Administrator of the A.B.I.R. Is it not evident that, save the first three, these were the very men who were on their trial? The whole appointment is an example of that cynical humour which gives a grotesque touch to this inconceivable story. It need not be added that no result making for reform ever came from such an assembly. One can but rejoice that the presence of the small humane minority may have prevented the others from devising some fresh methods of oppression. It cannot be said, however, that no judicial proceedings and no condemnation arose from the actions of the Congo Commission. But who could ever guess who the man was who was dragged to the bar. On the evidence of natives and missionaries, the whole white hierarchy, from Governor-General to subsidized cannibal, had been shown to be blood-guilty. Which of them was punished? None of them, but Mr. Stannard, one of the accusing witnesses. He had shown that the soldiers of a certain M. Hagstrom had behaved brutally to the natives. This was the account of Lontulu the chief: “Lontulu, the senior chief of Bolima, came with twenty witnesses, which was all the canoe would hold. He brought with him one hundred and ten twigs, each of which represented a life sacrificed for rubber. The twigs were of different lengths, and represented chiefs, men, women and children, according to their length. It was a horrible story of massacre, mutilation and cannibalism that he had to tell, and it was perfectly clear that he was telling the truth. He was further supported by other eye-witnesses. These crimes were committed by those who were acting under the instructions and with the knowledge of white men. On one occasion the sentries were flogged because they had not killed enough people. At one time, after they had killed a number of people, including Isekifasu, the principal chief, his wives and children, the bodies, except that of Isekifasu, were cut up, and the cannibalistic fighters attached to the A.B.I.R. force were rationed on the meat thus supplied. The intestines, etc., were hung up in and about the house, and a little child who had been cut in halves was impaled. After one attack, Lontulu, the chief, was shown the dead bodies of his people, and asked by the rubber agent if he would bring in rubber now. He replied that he would. Although a chief of considerable standing, he has been flogged, imprisoned, tied by the neck with men who were regarded as slaves, made to do the most menial work, and his beard, which was of many years’ growth, and reached almost to the ground, was cut off by the rubber agent because he visited another town.” Lontulu was cross-examined by the Commission and his evidence was not shaken. Here are some of the questions and answers: “President Janssens: ‘M. Hagstrom leur a fait la guerre. II a tue beaucoup d’hommes avec ses soldats.’ “To Lontulu: ‘Were the people of Monji, etc., given the corpses to eat?’ “Lontulu: ‘Yes, they cut them up and ate them.’ “Baron Nisco: ‘Did they flog you?’ “ Lontulu: ‘ Repeatedly.’ “Baron Nisco: ‘Who cut your beard off?’ “Lontulu: ‘M. Hannotte.’ “President Janssens: ‘Did you see sentries kill your people? Did they kill many?’ “Lontulu: ‘Yes, all my family is finished.’ “President: ‘Give us names.’ “Lontulu: ‘Chiefs Bokomo, Isekifasu, Botamba, Longeva, Bos- angi, Booifa, Eongo, Lomboto, Loma, Bayolo.’ “Then followed names of women and children and ordinary men (not chiefs). “Lontulu: ‘ May I call my son lest I make a mistake?’ “President: ‘It is unnecessary; goon.’ “Lontulu: ‘Bomposa, Beanda, Ekila.’ “President: ‘Are you sure that each of your twigs (no) represents one person killed?’ “Lontulu: ‘Yes.’ “President: ‘Was Isekifasu killed at this time?’ “Reply not recorded. “President: ‘Did you see his entrails hanging on his house?’ “Lontulu: ‘Yes.’ “Question: ‘Were the sentries and people who helped given the dead bodies to eat?’ “Answer: ‘Yes, they ate them. Those who took part in the fight cut them up and ate them. … He was chicotted (flogged), and said, “ Why do you do this? Is it right to flog a chief? “ Gave a very full account of his harsh treatment and sufferings.” The action was taken for criminal libel by M. Hagstrom against Mr. Stannard, for saying that this evidence had been given before the Commission. Of course, the only way to establish the fact was a reference to the evidence itself which lay at Brussels. But as Hagstrom was only a puppet of the higher Government of the Congo (which means the King himself), in their attempt to revenge themselves upon the missionaries it was not very likely that official documents would be produced for the mere purpose of serving the end of Justice. The minutes then were not forthcoming. How, then, was Mr. Stannard to produce evidence that his account was correct? Obviously by producing Lontulu, the chief. But the wretched Lontulu, beaten and tortured, with his beard plucked off and his spirit broken, had been cast into gaol before the trial, and knew well what would be his fate if he testified against his masters. He withdrew all that he had said at the Commission — and who can blame him? So M. Hagstrom obtained his verdict and the Belgian reptile Press proclaimed that Mr. Stannard had been proved to be a liar. He was sentenced to three months’ imprisonment, with the alternative of a £40 fine. Even as I write, two more of these lion-hearted missionaries, Americans this time — Mr. Morrison and Mr. Shepherd — are undergoing a similar prosecution on the Congo. This time it is the Kasai Company which is the injured innocent. But the eyes of Europe and America are on the transaction, and M. Vandervelde, the fearless Belgian advocate of liberty, has set forth to act for the accused. What M. Labori was to Dreyfus, M. Vandervelde has been to the Congo, save that it is a whole nation who are his clients. He and his noble comrade, Mr. Lorand, are the two men who redeem the record of infamy which must long darken the good name of Belgium. I will now deal swiftly with the records of evil deeds which have occurred since the time which I have already treated. I say “swiftly “ not because there is not much material from which to choose, but because I feel that my reader must be as sated with horrors as I who have to write them. Here are some notes of a journey undertaken by W. Cassie Murdoch, as recently as July and September, 1907. This time we are concerned with the Crown Domain, King Leopold’s private estate, of which we have such accounts from Mr. Clark and Mr. Scrivener dating as far back as 1894. Thirteen years had elapsed and no change! What do these thirteen represent in torture and murder? Could all these screams be united, what a vast cry would have reached the heavens. In the Congo hell the most lurid glow is to be found in the Royal Domain. And the money dragged from these tortured people is used in turn to corrupt newspapers and public men — that it may be possible to continue the system. So the devil’s wheel goes round and round! Here are some extracts from Mr. Murdoch’s report: “I remarked to the old chief of the largest town I came across that his people seemed to be numerous. ‘Ah,’ said he, ‘my people are all dead. These you see are only a very few of what I once had.’ And, indeed, it was evident enough that his town had once been a place of great size and importance. There cannot be the least doubt that this depopulation is directly due to the State. Everywhere I went I heard stories of the raids made by the State soldiers. The number of people they shot, or otherwise tortured to death, must have been enormous. Perhaps as many more of those who escaped the rifle died from starvation and exposure. More than one of my carriers could tell of how their villages had been raided, and of their own narrow escapes. They are not a warlike people, and I could hear of no single attempt at resistance. They are the kind of people the State soldiers are most successful with. They would rather any day run away than fight. And in fact, they have nothing to fight with except a few bows and arrows. I have been trying to reckon the probable number of people I met with. I should say that five thousand is, if anything, beyond the mark. A few years ago the population of the district I passed through must have been four times that number. On my return march I was desirous of visiting Mbelo, the place where Lieutenant Massard had been stationed, and in which he committed his unspeakable outrages. On making inquiries, however, I was told that there were no people there now, and that the roads were all ‘dead.’ On reaching one of the roads that led there, it was evident enough that it had not been used for a long time. Later on, I was able to confirm the statement that what had once been a district with numerous large towns, was now completely empty… . “With the exception of a few people living near the^one State post now existing on this side of the Lake, who supply the State with kwanga and large mats, all the people I saw are taxed with rubber. The rubber tax is an intolerable burden — how intolerable I should have found it almost impossible to believe had I not seen it. It is DIFFICULT TO DESCRIBE IT CALMLY. What I found was simply this: The ‘ tax’ demands from twenty to twenty-five days’ labour every month. There never was a ‘forty hours per month labour law’ in the Crown Domain, and so long as the tax is demanded in rubber, there never will be — at least in the section of it I visited. If that law were applied, no rubber would, or could possibly, be produced, for the simple reason that there is no rubber left in this section of the Domain. “ It was some time before I made the discovery that in the Domaine de la Couronne west of Lake Leopold there is no rubber. On my way through I was continually meeting numbers of men going out on the hunt for rubber, and heard with amazement the distance they had to walk. It seemed so impossible that I was somewhat sceptical of the truth of what I was told. But I heard the same story so often, and in so many different places, that I was at last obliged to accept it. On my return I followed up this track, and found that it was all true. And I found also that the rubber is collected from the Domaine Priv6 in forests from ten to forty miles beyond the boundary of the Crown Domain. “Once the vines had been found the working of the rubber is a small part of the labour. I have made a careful calculation of the distance the people I met have to walk, and I find that the average cannot be less than 300 miles there and back. But walking to the forest and back does not occupy from twenty to twenty-five days per month. They will cover the 300 miles in ten or twelve days. The rest of the time is used in hunting for the vines, and in tapping them when found. I met a party returning with their rubber who had been six nights in the forest. This was the lowest number. Most of them have to spend ten, some as many as fifteen, nights in the forest. Two days after I left the Domain on my way back I saw some men returning empty- handed. They had been hunting for over eight days and had found nothing. What the poor wretches would do I cannot imagine. If they failed to produce the usual amount of rubber on the appointed day they would be put in ‘bloc’ (imprisoned). “The workmen of the chef de poste at Mbongo described a concoction which is sometimes administered to capitas when their tale of rubber is short. The white man chops up green tobacco leaves and soaks them in water. Red peppers are added, and a dose of the liquid is administered to defaulting capitas. This wily official manages to get thirteen monthly ‘taxes’ in the year. At one village I bought a contrivance by which the natives reckon when the tax falls due. Pieces of wood are strung on a piece of cane. One piece is moved up every day. On counting them I found there were only twenty-eight. I asked why, and was told that originally there were thirty pieces, but the white man had so often sent on the twenty-eighth day to say the time was up, that at last they took off two. “Individual acts of atrocity here have for the most part ceased. The State agents seem to have come to the conclusion that it is a waste of cartridges to shoot down these people. BUT THE WHOLE SYSTEM IS A VAST ATROCITY INVOLVING THE PEOPLE IN A STATE OF UNIMAGINABLE MISERY. One man said to me,’ Slaves are happy compared with us. Slaves are protected by their masters, they are fed and clothed. As for us — the capitas do with us what they like. Our wives have to plant the cassava gardens and fish in the stream to feed us while we spend our days working for Bula Matadi. No, we are not even slaves.’ And he is right. It is not slavery as slavery was generally understood: it is not even the uncivilised African’s idea of slavery. There never was a slavery more absolute in its despotism or more fiendish in its tyranny.” It will be seen that, so far as the people are concerned, the problem is largely solved, the bitterness of death is past. No European intervention can save them. In many places they have been utterly destroyed. But they were the wards of Europe, and surely Europe, if she is not utterly lost to shame, will have something to say to their fate!

CAPITOLO IX
Il Congo dopo la Commissione Le grandi speranze suscitate dall’arrivo della Commissione tra i nativi e pochi europei che si erano fatti loro sostenitori si trasformarono presto in amara delusione. L’inseparabile signor Harris inviò, dopo la partenza della Commissione, diversi nuovi casi che gli erano stati segnalati. In uno di questi, un capo dichiarò di essere stato trattenuto nel suo villaggio (Boendo) per impedirgli di raggiungere la Commissione. Riuscì a liberarsi dalle guardie, ma fu punito per il suo tentativo: sua moglie fu uccisa a colpi di bastone da un sentinella. Portò con sé, nella speranza di poterle presentare ai giudici, centottantadue lunghi rami e settantasei più corti, che rappresentavano gli adulti e i bambini assassinati dalla compagnia A.B.I.R. nel suo distretto negli ultimi anni. La descrizione dei metodi con cui queste persone sfortunate persero la vita è troppo orribile per essere pubblicata. Gli incubi più selvaggi dell’Inquisizione sembravano superati: donne venivano uccise conficcando loro pali dal basso. Quando il missionario, inorridito, chiese al capo se fosse a conoscenza di questi fatti personalmente, lui rispose: “Hanno ucciso mia figlia Nsinga in questo modo; ho trovato il palo dentro di lei.” E un rispettabile statista belga può scrivere, in quest’anno di grazia, che quelle pratiche malvagie continuano ancora oggi. In un comunicato successivo, il signor Harris elenca i nomi di uomini, donne e bambini uccisi dalle guardie di M. Pilaet:
“L’anno scorso, o quello prima, la giovane Imenega fu legata a un albero a forma di forcone e tagliata a metà con un’ascia, partendo dalla spalla sinistra, attraversando petto e addome fino a uscire sul lato destro.” Descrive in dettaglio ogni nome e luogo, sottolineando l’orrore di pratiche di incesto pubblico ordinate dalle guardie: fratelli con sorelle, padri con figlie, “Oh, Inghilterra,” esclamò il capo alla fine, “non allontanatevi troppo a lungo; se lo farete, loro arriveranno, e queste gambe deboli non mi permetteranno di fuggire. Sono agli sgoccioli, cercate di far sì che mi lascino morire in pace. Non allontanatevi.” “Sono stato così commosso dalla storia di queste persone che ho preso l’iniziativa di promettergli, a nome dello Stato Libero del Congo, che in futuro verranno uccisi soltanto per reati veri e propri. Ho detto loro che l’Ispettore Reale era probabilmente in viaggio verso di loro e che sicuramente avrebbe ascoltato la loro storia, dando loro il tempo di riprendersi.” È terribile pensare che una promessa del genere, senza alcuna colpa da parte del signor Harris, non sia stata mantenuta. I sogni dei commissari sono forse mai turbati dal pensiero di coloro che hanno riposto in loro tanta fiducia, ma i cui unici risultati sono stati la punizione per le prove fornite e una condizione ancora più miserabile di prima? Il risultato concreto della Commissione è stato che la punizione è caduta sui nativi, e non sui loro assassini.
Il signor Malfeyt, un alto commissario reale, era stato inviato sotto il pretesto di voler attuare riforme. Quanto fosse vuoto questo pretesto lo dimostra il fatto che nello stesso periodo il signor Wahis fu nominato governatore generale al posto di Constermann, che si era suicidato dopo l’incontro con i membri della Commissione. Wahis aveva già ricoperto due mandati come governatore, e proprio durante la sua amministrazione tutti gli abusi condannati dalla Commissione avevano preso piede. Poteva il re Leopoldo dimostrare in modo più chiaro quanto fosse lontana da lui qualsiasi vera intenzione di riformare?
La visita del signor Malfeyt era stata presentata come un passo verso il miglioramento. Il governo britannico era stato assicurato che avrebbe portato a necessarie riforme. Tuttavia, al suo arrivo nel paese, egli dichiarò di non avere alcun potere per intervenire e che il suo compito era soltanto quello di osservare e ascoltare. Così, trascorsero altri mesi prima che si potesse effettuare qualche cambiamento. L’unica consolazione che possiamo trarre da questa serie di ambasciatori impotenti e commissioni riformatrici, che non hanno mai avuto né intenzione di attuare alcuna riforma, è che questo “gioco” è stato ormai smascherato e sicuramente non può più ripetersi. Un governo che accettasse nuovamente le promesse dello stesso soggetto sarebbe meritatamente oggetto di derisione da parte del mondo intero.
Nel frattempo, qual era l’atteggiamento di quella compagnia A.B.I.R., la cui malvagità era stata completamente esposta davanti alla Commissione e il cui direttore, il signor Le Jeune, era fuggito in Europa? Si vergognava delle sue azioni crudeli? Era disposto in qualche modo a modificare la sua politica dopo le rivelazioni che i suoi rappresentanti avevano ammesso essere vere? Leggete l’intervista seguente tra il signor Stannard e il signor Delvaux, che aveva visitato le sedi del suo collega caduto in disgrazia: “Parlò della Commissione d’Inchiesta in modo sprezzante e mostrò notevole irritazione per le cose che avevamo detto alla Commissione. Dichiarò che l’A.B.I.H. aveva piena autorità e potere per inviare sentinelle armate, costringere la gente a consegnare la gomma e imprigionare coloro che non lo facevano. Poco tempo fa, i nativi di una città portarono della gomma all’agente qui presente, ma lui la rifiutò perché non era sufficiente; gli uomini furono picchiati dagli impiegati dell’A.B.I.R. e scacciati via. Il direttore giustificò il comportamento dell’agente sostenendo che la quantità di gomma era troppo scarsa. I commissari avevano dichiarato che l’A.B.I.R. non aveva il diritto di inviare sentinelle armate nelle città per frustare la gente e costringerla a cercare la gomma nella foresta; essi erano soltanto ‘guardiani della foresta’, e questo era il loro compito. Quando gli facemmo notare queste cose, M. Delvaux le liquidò come prive di importanza, sostenendo che quel nome non avesse alcun significato reale; alcuni chiamavano quelle sentinelle in un modo, altri in un altro. Gli ricordammo che la gente non era obbligata a pagare le tasse soltanto in gomma, ma poteva consegnare anche altre merci o persino denaro. Lui negò questa possibilità, affermando che l’alternativa consistesse semplicemente nel fatto che un agente potesse imporre qualsiasi tipo di tassa ritenesse opportuno; tale sistema non aveva alcuna relazione con i nativi stessi. L’A.B.I.R. preferiva comunque che le tasse venissero pagate in gomma. Questo è ciò che l’A.B.I.R. afferma, nonostante l’interpretazione del Barone Nisco, l’autorità giudiziaria più alta dello Stato, secondo cui i nativi avrebbero potuto pagare le tasse con ciò che avevano a disposizione. Tutte queste cose furono dette alla presenza del Royal High Commissioner, il quale, che le approvasse o meno, di certo non le contraddisse né si oppose ad esse.” Nel giro di una o due settimane dalla partenza della Commissione, la situazione del paese era peggiorata come sempre. Non si può ripetere abbastanza che il problema non aveva origine locale, ma si verificava lì, come altrove, a causa delle pressioni esercitate dagli ufficiali centrali. Se fosse necessaria un’ulteriore prova di ciò, essa si troverebbe nel processo contro Van Caelchen: questo agente, dopo essere stato arrestato, riuscì a dimostrare (così come avvenne nel caso Caudron) che la vera colpa ricadeva sui suoi superiori. Nella sua difesa fece riferimento a una lettera del Commissario Generale de Bauw (l’ufficiale esecutivo supremo della regione), nonché a un circolare inviatogli dal suo direttore e firmato da “Constermann” (Governatore Generale); lesse questi documenti in tribunale, deplorando la diminuzione della produzione di gomma e sostenendo che gli agenti dell’A.B.I.R. non dovessero dimenticare di disporre degli stessi poteri di “detenzione forzata” delegati all’agente della Socidtd Commerciale Anversoise au Congo per aumentare la produzione di gomma; aggiunse inoltre che, se il Governatore Generale o il suo Commissario Generale non conoscevano ciò che scrivevano e firmavano, lui stesso sapeva quali ordini doveva eseguire; non spettava a lui mettere in dubbio la legalità di tali ordini; i suoi superiori avrebbero dovuto essere consapevoli e valutare attentamente ciò che scrivevano prima di impartirgli degli ordini da eseguire; inoltre, la detenzione forzata dei nativi per motivi legati alla produzione di gomma non era affatto un segreto, poiché alla fine di ogni mese doveva essere presentato un resoconto dettagliato su tali detenzioni, firmato in duplice copia e una delle quali inviata al governo. Mentre questi atti di violenza organizzata continuavano nel Congo, il re Leopoldo, in Belgio, compì un ulteriore passo che, con la sua cinica indifferenza verso qualsiasi tentativo di coerenza, superava ogni precedente azione da lui intrapresa. Ritenendo necessario intervenire di fronte alle conclusioni raggiunte dai suoi stessi delegati, nominò una nuova commissione il cui compito era “studiare le conclusioni della Commissione d’inchiesta, formulare le proposte necessarie e cercare mezzi pratici per realizzarle”. Vale la pena elencare i nomi degli uomini scelti per questo incarico: se davanti a tale tribunale fossero stati convocati i principali responsabili di questi orribili crimini, tutti questi uomini, ad eccezione di due o tre, si sarebbero trovati sotto accusa. Eccoli i loro nomi: Van Maldeghem, presidente della commissione – un giurista che aveva scritto sull’ordinamento del Congo, ma che non era direttamente coinvolto nei crimini; Janssens, ex presidente della precedente commissione, una persona integra; M. Davignon, politico belga. Ma ascoltiamo gli altri: De Cuvelier, creatura del re e responsabile degli orrori nel Congo; Droogmans, anch’egli creatura del re, amministratore dei fondi derivanti dalle sue proprietà africane e presidente di un trust per l’industria della gomma; Arnold, sempre creatura del re; Liebrechts, lo stesso; Gohr, lo stesso; Chenot, commissario per il Congo; Tombeur, lo stesso; Fivès, ispettore del Congo; Nys, principale sostenitore legale del sistema instaurato dal re; De Hemptinne, presidente del trust per la gomma del Kasai; Mobs, amministratore dell’A.B.I.R. Non è evidente che, ad eccezione dei primi tre, tutti questi uomini fossero proprio quelli sotto processo? L’intera nomina rappresenta un esempio di quel cinismo che conferisce un tocco grottesco a questa storia inverosimile. Non c’è bisogno di aggiungere che da tale assemblea non derivò alcun risultato concreto verso riforme. Si può solo rallegrarsi che la presenza di quella piccola minoranza umanitaria abbia forse impedito agli altri di ideare nuovi metodi di oppressione. Tuttavia, non si può negare che siano avvenuti procedimenti giudiziari e condanne legate alle azioni della Commissione per il Congo. Ma chi avrebbe mai potuto indovinare chi fosse la persona portata davanti al tribunale? Sulla base delle testimonianze di nativi e missionari, l’intera gerarchia bianca, dal governatore generale ai “cannibali” sostenuti dal governo, risultò colpevole di crimini atroci. Ma chi di loro fu punito? Nessuno, tranne il signor Stannard, uno dei testimoni accusatori. Quest’ultimo aveva dimostrato che i soldati di un certo M. Hagstrom si erano comportati brutalmente nei confronti dei nativi. Ecco quanto riferì Lontulu, il capo della tribù: Lontulu, il capo supremo di Bolima, arrivò con venti testimoni, che era tutto lo spazio che la canoa poteva contenere. Portò con sé centodieci rametti, ciascuno dei quali rappresentava una vita sacrificata per il caucciù. I rametti avevano lunghezze diverse e rappresentavano capi, uomini, donne e bambini, a seconda della loro lunghezza. Fu una storia orribile di massacri, mutilazioni e cannibalismo quella che dovette raccontare, e era assolutamente chiaro che stesse dicendo la verità. Le sue dichiarazioni furono ulteriormente confermate da altri testimoni oculari. Questi crimini furono commessi da persone che agivano su istruzioni e con il consenso degli uomini bianchi. In un’occasione, le sentinelle furono frustate perché non avevano ucciso abbastanza persone; in un altro momento, dopo aver assassinato diverse persone, compresi Isekifasu, il capo supremo, le sue mogli e i suoi figli, i corpi, tranne quello di Isekifasu, furono tagliati a pezzi e la carne venne distribuita ai soldati dell’esercito A.B.I.R. Gli intestini, ecc., furono appesi in giro per la casa; inoltre, un bambino che era stato diviso a metà fu infilzato su una lancia. Dopo uno di questi attacchi, a Lontulu furono mostrati i corpi delle sue persone e l’agente incaricato del raccolto del caucciù gli chiese se ora avrebbe portato il caucciù richiesto. Lui rispose che lo avrebbe fatto. Nonostante fosse un capo di rilievo, fu frustato, imprigionato, legato al collo insieme ad altri considerati schiavi e costretto a svolgere i lavori più umili; inoltre, la sua barba, che era cresciuta per molti anni e arrivava quasi a terra, fu tagliata dall’agente incaricato del caucciù perché aveva visitato un’altra città.
Lontulu fu sottoposto a un controinterrogatorio dalla Commissione e le sue dichiarazioni non furono messe in dubbio. Ecco alcuni degli interrogativi e delle risposte:
“Presidente Janssens: ‘M. Hagstrom ha fatto la guerra contro di loro; ha ucciso molte persone con i suoi soldati.’
“A Lontulu: ‘Alle persone di Monji, ecc., sono stati dati i corpi da mangiare?’
“Lontulu: ‘Sì, li hanno tagliati a pezzi e li hanno mangiati.’
“Barone Nisco: ‘Vi hanno frustato?’
“Lontulu: ‘Molte volte.’
“Barone Nisco: ‘Chi vi ha tagliato la barba?’
“Lontulu: ‘M. Hannotte.’
“Presidente Janssens: ‘Avete visto le sentinelle uccidere le vostre persone? Ne hanno uccise molte?’
“Lontulu: ‘Sì, tutta la mia famiglia è morta.’
“Presidente: ‘Forniteci i nomi.’
“Lontulu: ‘I capi Bokomo, Isekifasu, Botamba, Longeva, Bos-angi, Booifa, Eongo, Lomboto, Loma, Bayolo.’
“Poi seguirono i nomi di donne, bambini e uomini comuni (non capi).
“Lontulu: ‘Posso chiamare mio figlio per non commettere errori?’
“Presidente: ‘Non è necessario; continuate.’
“Lontulu: ‘Bomposa, Beanda, Ekila.’
“Presidente: ‘Siete sicuro che ogni rametto rappresenti una persona uccisa?’
“Lontulu: ‘Sì.’
“Presidente: ‘Isekifasu è stato ucciso in questo periodo?’
“Risposta non registrata.
“Presidente: ‘Avete visto i suoi intestini appesi nella vostra casa?’
“Lontulu: ‘Sì.’
“Interrogatorio: ‘Anche le sentinelle e le persone che hanno aiutato a commettere questi crimini hanno ricevuto i corpi da mangiare?’” “Risposta: ‘Sì, li hanno mangiati. Quelli che hanno partecipato alla battaglia li hanno tagliati a pezzi e li hanno mangiati. È stato frustato e ha detto: “Perché fate questo? È giusto frustare un capo?” Ha fornito un resoconto molto dettagliato dei trattamenti crudeli e delle sofferenze subite.”
L’azione legale fu intentata da M. Hagstrom contro il signor Stannard per diffamazione, poiché quest’ultimo aveva affermato che tali prove fossero state presentate davanti alla Commissione. Ovviamente, l’unica maniera per verificare la veridicità delle accuse era consultare direttamente le prove stesse, conservate a Bruxelles. Tuttavia, poiché Hagstrom non era altro che un burattino del governo congolese (cioè dello stesso re), non era molto probabile che venissero prodotti documenti ufficiali solo al fine di servire la giustizia. Di conseguenza, le minute della Commissione non furono mai rese disponibili. Come poteva quindi il signor Stannard dimostrare la correttezza delle sue affermazioni? Ovviamente, presentando Lontulu in persona. Ma quel povero Lontulu, picchiato e torturato, con la barba strappata via e lo spirito spezzato, era stato imprigionato prima del processo e sapeva bene quale sarebbe stata la sua sorte se avesse testimoniato contro i suoi padroni. Ritirò quindi tutto ciò che aveva detto davanti alla Commissione. E chi può biasimarlo? Così M. Hagstrom ottenne il verdetto desiderato, e la stampa belga diffamatoria proclamò che il signor Stannard era stato dichiarato bugiardo. Fu condannato a tre mesi di prigione, con l’alternativa di una multa di 40 sterline. Anche mentre scrivo queste parole, altri due missionari americani, il signor Morrison e il signor Shepherd, sono sotto processo per simili accuse riguardanti il Congo. Questa volta la vittima innocente è la Compagnia Kasai. Tuttavia, l’Europa e l’America stanno seguendo attentamente questa situazione, e M. Vandervelde, il coraggioso difensore dei diritti umani belga, si è impegnato a difendere gli accusati. Proprio come M. Labori fu per Dreyfus, M. Vandervelde rappresenta oggi la speranza per il Congo, sebbene in questo caso si tratti di un intero popolo che cerca giustizia. Lui e il suo nobile collega, il signor Lorand, sono gli uomini che cercano di cancellare l’infamia che da tempo offusca la reputazione del Belgio.” Ora affronterò rapidamente i resoconti di atti malvagi avvenuti dopo il periodo che ho già trattato. Dico “rapidamente” non perché non ci sia molto materiale da selezionare, ma perché ritengo che il mio lettore debba essere altrettanto sazio di orrori quanto lo sono io che devo scriverli. Ecco alcune note relative a un viaggio intrapreso da W. Cassie Murdoch nel luglio e settembre del 1907. Questa volta ci occupiamo della Crown Domain, la tenuta privata del Re Leopold; abbiamo già resoconti al riguardo di Mr. Clark e Mr. Scrivener risalenti al 1894. Sono trascorsi tredici anni, e nulla è cambiato! Quanti atti di tortura e omicidio rappresentano questi tredici anni? Se tutti questi grida potessero essere uniti, quale immenso lamento raggiungerebbe i cieli. Nel Congo infernale, il bagliore più sinistro si trova proprio nella Crown Domain. E i soldi ottenuti da queste persone tormentate vengono utilizzati per corrompere giornali e pubblici figure, al fine di mantenere in funzione questo sistema malvagio. Così il cerchio del diavolo continua a girare. Ecco alcuni estratti dal rapporto di Mr. Murdoch:
“Ho osservato al vecchio capo della città più grande che ho incontrato che la sua gente sembrava numerosa. ‘Ah,’ mi ha detto, ‘tutta la mia gente è morta. Quelli che vedete ora sono solo pochi dei tanti che un tempo avevo.’ E infatti era evidente che quella città fosse stata un tempo molto grande e importante. Non c’è alcun dubbio che questa riduzione della popolazione sia dovuta direttamente allo Stato. Ovunque andassi, sentivo storie sui raid effettuati dai soldati dello Stato; il numero di persone uccise o torturate a morte doveva essere enorme. Forse molti di quelli che sono riusciti a sfuggire alle armi sono morti di fame e per le intemperie. Molti dei miei portatori mi hanno raccontato di come i loro villaggi fossero stati assaltati e di come loro stessi fossero riusciti a scappare per un soffio. Non sono gente bellicosa. Non ho sentito alcun tentativo di resistenza da parte loro. Sono proprio quel tipo di persone con cui i soldati dello Stato hanno maggior successo: preferirebbero fuggire piuttosto che combattere. E in realtà non hanno nulla con cui combattere, se non alcuni archi e frecce. Ho cercato di calcolare il numero approssimativo delle persone che ho incontrato. Direi che cinquemila sia senz’altro un numero esagerato. Qualche anno fa, la popolazione della zona che ho attraversato doveva essere quattro volte superiore a questa cifra. Durante il mio ritorno, desideravo visitare Mbelo, il luogo in cui era stato stazionato il tenente Massard e dove aveva commesso i suoi atroci crimini. Tuttavia, quando ho fatto domande, mi è stato detto che lì non c’era più nessuno, che le strade erano deserte. Arrivato su una di quelle strade, è risultato evidente che non veniva utilizzata da molto tempo. In seguito, ho potuto confermare che quella zona, un tempo piena di grandi città, era ora completamente vuota, ” “Ad eccezione di poche persone che vivono vicino alla singola postazione statale esistente su questo lato del lago e che forniscono allo Stato kwanga e grandi stuoie, tutte le persone che ho visto sono tassate con la gomma. La tassa sulla gomma rappresenta un onere insopportabile; sarebbe stato quasi impossibile crederci se non l’avessi visto con i miei occhi. È DIFFICILE descriverlo in modo pacato. Quello che ho scoperto è semplicemente questo: questa ‘tassa’ richiede venti a venticinque giorni di lavoro al mese. Nel territorio della Corona non è mai esistita una legge che prevedesse quaranta ore di lavoro al mese, e finché la tassa sarà calcolata in gomma, non esisterà mai – almeno nella zona che ho visitato. Se tale legge venisse applicata, non si produrrebbe né potrebbe essere prodotta alcuna gomma, semplicemente perché in questa zona del territorio non ne rimane più.” “Ci volle un po’ di tempo prima che scoprissi che nel Domaine de la Couronne, a ovest del lago Leopold, non c’è affatto gomma. Lungo il mio cammino incontravo continuamente molte persone che andavano a cercare la gomma e ascoltavo con stupore le lunghe distanze che dovevano percorrere. Sembrava così impossibile che inizialmente ero scettico riguardo alla veridicità di ciò che mi veniva detto. Ma ho sentito questa stessa storia così spesso e in così tanti posti diversi, che alla fine sono stato costretto ad accettarla. Al mio ritorno ho seguito quella strada e ho scoperto che tutto era vero. Ho anche capito che la gomma viene raccolta nel Domaine Privé, nelle foreste situate a dieci o quaranta miglia al di là dei confini del territorio della Corona.” “Una volta individuate le piante da cui si ricava la gomma, il lavoro stesso per raccoglierla rappresenta solo una piccola parte dell’impegno richiesto. Ho calcolato con attenzione le distanze che le persone che ho incontrato devono percorrere e ho scoperto che in media non possono essere inferiori a 300 miglia andata e ritorno. Tuttavia, il viaggio avanti e indietro nella foresta non richiede venti a venticinque giorni al mese: riescono a coprire le 300 miglia in dieci o dodici giorni. Il resto del tempo lo utilizzano per cercare le piante e per raccogliere la gomma una volta trovate. Ho incontrato un gruppo di persone che tornava con la loro gomma dopo sei notti trascorse nella foresta. Questo era il numero minimo; la maggior parte di loro deve trascorrere dieci, alcuni addirittura quindici notti nella foresta. Due giorni dopo la mia partenza dal territorio, ho visto alcune persone tornare a mani vuote: avevano cercato per oltre otto giorni senza trovare nulla. Non riesco nemmeno a immaginare cosa facciano quelle povere persone. Se non riescono a produrre la quantità di gomma richiesta entro il termine stabilito, vengono imprigionate.” I lavoratori del capo distretto di Mbongo descrissero una miscela che talvolta veniva somministrata ai capi villaggio quando le loro forniture di gomma erano insufficienti. L’uomo bianco tagliava le foglie di tabacco verde e le immergeva in acqua; vi aggiungeva peperoni rossi, e poi somministrava questa miscela ai capi villaggio inadempienti alle loro obbligazioni fiscali. Questo astuto funzionario riusciva così a raccogliere tredici “tasse” mensili all’anno. In un villaggio acquistai un oggetto con cui i nativi contavano il giorno in cui scadeva la tassa: pezzi di legno erano infilati su un bastone, e ogni giorno ne veniva spostato uno verso l’alto; contandoli, scoprii che ce n’erano soltanto ventotto. Chiesi il motivo e mi fu detto che inizialmente ce n’erano trenta, ma l’uomo bianco, ogni ventottesimo giorno, annunciava che il termine era scaduto, tanto che alla fine ne avevano rimossi due. Gli atti individuali di atrocità qui sono per lo più cessati; sembra che gli agenti dello Stato abbiano concluso che fosse uno spreco di munizioni sparare contro queste persone. MA L’INTERO SISTEMA È UNA VASTA ATROCITÀ CHE IMPEGNA LE PERSONE IN UN STATO DI INFELICITÀ INCONCEPIBILE. Un uomo mi disse: “Gli schiavi sono felici rispetto a noi. Gli schiavi sono protetti dai loro padroni, vengono nutriti e vestiti; mentre noi, i capi villaggio fanno di noi ciò che vogliono. Le nostre mogli devono coltivare le piantagioni di manioca e pescare nel fiume per nutrirci, mentre noi trascorriamo i giorni a lavorare per Bula Matadi. No, non siamo nemmeno schiavi.” E aveva ragione: questa non è la “schiavitù” come generalmente intesa. Non è nemmeno l’idea che gli africani possano avere della “schiavitù”. Non esiste mai stata una schiavitù più assoluta nel suo dispotismo, né più crudele nella sua tirannia. Si può vedere che, per quanto riguarda le persone stesse, il problema è in gran parte risolto. La sofferenza e la morte sono ormai alle spalle. Nessuna intervento europeo può salvarli. In molti luoghi sono stati completamente distrutti. Ma erano sotto la protezione dell’Europa. E sicuramente l’Europa, se non è del tutto perduta nella vergogna, avrà qualcosa da dire sul loro destino!

CHAPTER X SOME CATHOLIC TESTIMONY AS TO THE CONGO IT MUST be admitted that the Roman Catholic Church, as an organized body, has not raised her voice as she should in the matter of the Congo. Never was there such a field for a Las Casas. It was the proudest boast of that church that in the dark days of man’s history she was the one power which stood with her spiritual terrors between the oppressor and the oppressed. This noble tradition has been sadly forgotten in the Congo, where the missions have themselves, as I understand, done most excellent work, but where the power of the Church has never been invoked against the constant barbarities of the State. In extenuation, it may be stated that the chief Catholic establishments are down the river and far from the rubber zones. It is important, however, to collect under a separate heading such testimony as exists, for an unworthy attempt has been made to represent the matter as a contest between rival creeds, whereas it is really a contest between humanity and civilization on one side and cruel greed upon the other. The organization of the Catholic Church is more disciplined, and admits of less individualism than that of those religious bodies which supplied the valiant champions of right in the Congo. The simple priests were doubtless as horrified as others, within the limit of their knowledge, but the means of expression were denied them. M. Coifs, himself a Catholic, said in the Belgian Chamber: “Our missionaries have less liberty than foreign missionaries. They are expected to keep silence… . There is a gag. This gag is placed in the mouth of Belgian missionaries.” Signor Santini, the Catholic and Royalist Deputy for Rome, has been one of the leaders in the anti-Congo movement, and has done excellent work in Italy. From his own sources of information he confirms and amplifies all that the English and Americans have asserted. Speaking in the Italian Parliament on February 4th, 1907, Signor Santini said: “I am proud to have been the first to bring the question of the Congo before this House. If at the present day we are spared the shame of seeing again officers of our Army, valorous and perfectly stainless, serving under and at the orders of an association of sweaters, slave-holders and barbarians, it is legitimate for me to declare that I have, if only modestly, at least efficaciously, co-operated in this result.” There is no conflict of creeds in such an utterance as that. Catholic papers have occasionally spoken out bravely upon the subject. Le Patriote, of Brussels (Royalist and Catholic), in its issue of February 28th, 1907, has an indignant editorial: “The rebellion in the A.B.I.R. territory extends. The Government itself forces the rubber, and delivers it on the Antwerp quay to the brokers of the A.B.I.R. … Nothing is altered on the Congo. The same abominable measures are adopted; the same outrages take place… . The Government is adopting the same measures as in the Mongalla, flooding the A.B.I.R. territory with soldiers to utterly smash the people, whom it thinks will then work, and the rubber output be increased… . The memory of these deeds will remain graven in the memory of men, and in the memory of Divine vengeance. Sooner or later the executioners will have to render an account to God and to history.” There is one order of the Catholic Church which has always had a most noble record in its treatment of native races. These are the Jesuits. No one who has read the “History of Paraguay,” or studied the records of the Missions to the Red Indians of the eighteenth century, can forget the picture of unselfish devotion which they exhibit. Father Vermeersch, a worthy successor of such predecessors, has published a book, “La Question Congolaise,” in which he finds nothing incompatible between his position as a Catholic and his exposure of the abuses of the Congo. In all points the position of Father Vermeersch and of the English Reformers appears to be identical. On the rightful possession of the land by the natives he writes in terms which might be a paragraph from Mr. Morel: “On the Congo the land cannot be supposedly vacant. Presumption is in favour of occupation, of a full occupation. By this is meant that it is not sufficient to recognise to the natives rights of tenure over the land they actually cultivate, or certain rights of usage — wood-cutting, hunting, fishing — on the remainder of the territory; but these rights of usage, which are much more important than with us, appear to imply a full animus domini, and to signify a complete appropriation, which is carried out amongst us in different fashion. It is not, in effect, indispensable in natural law that I should exhaust the utility of an article or of land in order to be able to claim it as my own; it suffices that I should make use of it in a positive manner, but of my own will, personally, and that I should have the will to forbid any stranger to use it without my consent. Hence effective occupation is joined to intention, and all the constituent elements to a valid title of property exist. Let us suppose, moreover, that some great Belgian landowner wishes to convert portions of his property into sporting land — that land, nevertheless, remains in his entire possession. Amongst the Congo natives, no doubt, occupation is usually collective; but such occupation is as worthy of respect as no matter what individual appropriation.” He continues: “To whom does the rubber belong which grows upon the land occupied by the Congo natives? To the natives, and to no one else, without their consent and just compensation.” Again: “To sum up, we recognise it with much regret, the State’s appropriation of so-called vacant land on the Congo confronts us with AN IMMENSE EXPROPRIATION.” He makes a bold attack upon King Leopold’s own preserve: “Humanity, whose cause we plead, Christian rights, whose principles we endeavour to inculcate, compel us to touch briefly upon a curious and mysterious creation which is peculiar to the Congo State — the Domaine de la Couronne.” “What are the revenues of this mysterious civil personality? Estimates, more or less conjectural in nature, elaborated by M. Cattier appear to establish the profits from the exploitation of rubber alone, at eight to nine millions of francs per annum. M. le Comte de Smet de Naeyer reduces this figure to four or five millions. Short of positive data one can only deal in conjectures. But we regret still more that an impenetrable veil hides from sight all that takes place in the territory of this Domaine. IT IS EIGHT OR TEN TIMES THE SIZE OF BELGIUM, AND THROUGHOUT THIS VAST EXTENT OF TERRITORY THERE IS NEITHER MISSIONARY NOR MAGISTRATE.” Only one missionary at that date had entered this dark land, and his exclamation was: “The Bulgarian atrocities are child’s play to what has taken place here.” Father Vermeersch then proceeds to deal with the Congo balance- sheets. His criticism is most destructive. He shows at considerable length, and with a fine grasp of his subject, that there is really no connection at all between the so-called estimate and the actual budget. In the course of the State’s development there is an excess running to millions of pounds which has never been accounted for. In this Father Vermeersch is in agreement with the equally elaborate calculations of Professor Cattier, of Brussels. He puts the economical case in a nutshell thus: “X      , District Commissioner, commits every day dozens of offences against individual liberty. What can be done? These violations of the law are necessitated by a great enterprise which must have workmen. In such cases the intervention of the magistrate would be a ruinous imprudence, calculated to bring trouble into the region.” “But the law?” “Oh, law in the Congo is not applicable!” “But if you offered a decent remuneration, would you not get free labour?” “That is precisely what the State will not listen to. It maintains that the enterprise must be carried out for nothing!” And disposes once again of the “forty hours a month” fiction: “It is IMPOSSIBLE FOR THE STATE TO OBTAIN THE AMOUNT OF RUBBER IT SELLS ANNUALLY, BY LABOUR LIMITED TO FORTY HOURS A MONTH, especially when it is borne in mind that a number of these hours are absorbed in other corvees. Of two things one, therefore. Either the surplus is furnished freely; and if so, how can coercion be logically argued? Or this supplementary labour is forced; and if so, the law of forty hours is shown to be merely a fraud.” He shows the root causes of the evil: “ So long as an inflexible will fixes in advance the quantity of rubber to be obtained; so long as instructions are given in this form: ‘Increase by five tons your rubber output per month’ (instance given by Father Cus and van Hencxthoven in their report), we cannot await with confidence a serious improvement, which is the desire of aU… .” “The Governor-General dismisses and appoints magistrates at his will, suspends the execution of penalties; even sends back, if need be, gentlemen of the gown to Europe. Who does not realise the grave inconvenience of this dependence? That is not all. No proceedings can be attempted against a European without the authority of the Governor-General.” And, finally, his reasons for writing his book: “The contemplation of an immeasurable misery has caused us to publish this book. The gravity of the evil, its roots causes, had long escaped us. When we knew them we could not retain within ourselves the compassion with which we were imbued, and we resolved to tell the citizens of a generous country, appealing to their religion, to their patriotism, to their hearts.” P Surely after such evidence from such a source there must be some heart-searchings among those higher members of the Catholic hierarchy, including both Cardinals and Bishops, who have done what they could to cripple the efforts of the reformers. Misinformed through their own want of care in searching for the truth, they have stood before the whole world as the defenders of that which will be described by the historian as the greatest crime in history.

CAPITOLO X
Alcuni testimonianze cattoliche sul Congo È innegabile che la Chiesa Cattolica Romana, come ente organizzato, non abbia alzato la voce come avrebbe dovuto riguardo alla situazione del Congo. Non esisteva mai un contesto più adatto per un “Las Casas”. Il più grande orgoglio di quella Chiesa era stato il fatto che, nei momenti più bui della storia umana, fosse stata l’unica forza a opporsi con i suoi mezzi spirituali agli oppressori e alle vittime delle oppressioni. Questa nobile tradizione, purtroppo, è stata dimenticata nel Congo: le missioni cattoliche, per quanto hanno svolto un ottimo lavoro, non sono mai state utilizzate per contrastare le continue barbarie dello Stato. Si può forse addurre che le principali istituzioni cattoliche si trovino lontano dalle zone di produzione della gomma. Tuttavia è importante raccogliere tutti i testimonianze disponibili, poiché è stato fatto un tentativo ingiusto di presentare la questione come uno scontro tra credenze rivali, quando in realtà si tratta di uno scontro tra l’umanità e la civiltà da un lato, e una crudelissima avidità dall’altro. L’organizzazione della Chiesa Cattolica è più disciplinata rispetto ad altre organizzazioni religiose che hanno fornito coraggiosi difensori dei diritti umani nel Congo. I semplici sacerdoti, senza dubbio, erano altrettanto indignati degli altri, entro i limiti delle loro conoscenze. Ma a loro venivano negati i mezzi per esprimersi. Il signor Coifs, anch’egli cattolico, ha dichiarato alla Camera belga: “I nostri missionari hanno meno libertà rispetto ai missionari stranieri; si aspetta da loro il silenzio. C’è una censura. Una censura che viene imposta anche ai missionari belgi.” Il signor Santini, deputato cattolico e monarchico per Roma, è stato uno dei leader del movimento contro il Congo e ha svolto un ottimo lavoro in Italia. Basandosi su informazioni personali, conferma e amplia quanto affermato dagli inglesi e dagli americani. Il 4 febbraio 1907, parlando al Parlamento italiano, il signor Santini disse: “Sono orgoglioso di essere stato il primo a portare la questione del Congo davanti a questa Camera. Se oggi ci viene risparmiata l’umiliazione di vedere ancora ufficiali del nostro esercito, valorosi e integri, servire sotto gli ordini di associazioni di schiavisti e barbari, allora è legittimo che io dichiari di aver contribuito, anche se in modo modesto, al raggiungimento di questo risultato.” In un simile discorso non c’è alcun conflitto tra credenze. I giornali cattolici, occasionalmente, hanno espresso con coraggio le loro opinioni su questa questione. Il quotidiano “Le Patriote” di Bruxelles, di orientamento monarchico e cattolico, nel suo numero del 28 febbraio 1907 ha pubblicato un editoriale indignato. “La ribellione nel territorio dell’A.B.I.R. continua ad espandersi. Lo stesso Governo forza la raccolta della gomma e la consegna al molo di Anversa ai broker dell’A.B.I.R. Nel Congo nulla cambia: vengono adottate le stesse misure abominevoli, si verificano gli stessi atti di violenza. Il Governo applica le stesse strategie utilizzate in Mongalla, inviando soldati nel territorio dell’A.B.I.R. per distruggere completamente il popolo, convinto che così questi lavorerà di più e la produzione di gomma aumenterà. Il ricordo di queste azioni rimarrà impresso nella memoria degli uomini e nella volontà della vendetta divina. Prima o poi, gli esecutori di tali ordini dovranno rendere conto a Dio e alla storia.”
Esiste un ordine della Chiesa Cattolica che ha sempre dimostrato un comportamento estremamente nobile nei confronti delle popolazioni indigene: i Gesuiti. Chiunque abbia letto la “Storia del Paraguay” o studiato le attività missionarie nei territori dei Red Indians dell’ottavo secolo non può dimenticare l’esempio di dedizione altruistica offerto da questi religiosi. Padre Vermeersch, un degno successore di tali predecessori, ha pubblicato un libro intitolato “La Questione Congolaise” nel quale dimostra come la sua fede cattolica non sia in contraddizione con il suo impegno per denunciare gli abusi commessi nel Congo.
In tutti i punti, la posizione di Padre Vermeersch e degli riformatori inglesi sembra identica. Riguardo al diritto legittimo dei nativi sulla terra, scrive in termini che potrebbero essere tratti dal libro di Monsignor Morel:
“Nel Congo, la terra non può considerarsi vacante; si presuppone che sia occupata, e in modo completo. Ciò significa che non è sufficiente riconoscere ai nativi diritti di utilizzo sulla terra che coltivano effettivamente, o certi diritti legati all’uso della foresta, alla caccia, alla pesca; tali diritti, molto più importanti rispetto a quelli che abbiamo noi, sembrano implicare un pieno possesso della terra. Non è necessario, secondo il diritto naturale, esaurire completamente le risorse di una terra per poterla considerare propria; basta utilizzarle in modo consapevole e volontario, impedendo a chiunque altro di farlo senza il proprio permesso. Quindi, l’occupazione effettiva è accompagnata da intenzione, e sono presenti tutti gli elementi necessari per un titolo di proprietà valido. Supponiamo che un grande proprietario terriero belga voglia trasformare alcune parti delle sue terre in aree destinate allo sport: quelle terre rimarranno comunque interamente sotto il suo controllo. Tra i nativi del Congo, l’occupazione della terra avviene solitamente su base collettiva; ma tale occupazione merita lo stesso rispetto di qualsiasi forma individuale di appropriazione.”
Prosegue:
“A chi appartiene la gomma che cresce sulla terra occupata dai nativi del Congo? Appartiene ai nativi, e a nessun altro, senza il loro consenso e una giusta compensazione.” “In sintesi, riconosciamo con grande rammarico che l’appropriazione da parte dello Stato di cosiddette terre inutilizzate nel Congo ci trova di fronte a un’espropriazione immensa.”
Lui attacca apertamente quella che era la riserva personale del Re Leopoldo:
“L’umanità, per la cui causa ci battiamo, i diritti cristiani, i cui principi cerchiamo di diffondere, ci impongono di affrontare brevemente una questione curiosa e misteriosa tipica dello Stato del Congo: il Domaine de la Couronne.”
“Quali sono i ricavi di questa ‘entità civile’ misteriosa? Stime, più o meno congetturali, elaborate da M. Cattier indicano che solo l’estrazione della gomma genererebbe profitti annuali dell’ordine di otto-dieci milioni di franchi; M. le Comte de Smet de Naeyer riduce questa cifra a quattro-cinque milioni. In assenza di dati certi, possiamo solo fare congetture. Ma ci rammarichiamo ancora di più che un velo impenetrabile nasconda tutto ciò che avviene in quel territorio. Il Domaine de la Couronne ha dimensioni otto o dieci volte superiori a quelle del Belgio, e su tutta questa vasta area non vi sono né missionari né funzionari governativi.”
A quell’epoca, solo un missionario aveva messo piede in quella terra oscura; la sua esclamazione fu: “Gli orrori commessi dai bulgari sembrano giochi da bambini rispetto a ciò che è accaduto qui.”
Padre Vermeersch passa poi ad analizzare i bilanci finanziari del Congo. La sua critica è estremamente severa: dimostra in modo dettagliato e con grande chiarezza che non esiste alcuna correlazione tra le cosiddette stime e il budget reale dello Stato. Nel corso dello sviluppo economico del Congo si è verificato un eccesso di entrate per milioni di sterline, il cui origine non è mai stata spiegata. In questo Padre Vermeersch concorda con i calcoli altrettanto approfonditi del professor Cattier di Bruxelles.
Riassume la situazione in questi termini:
“X, commissario distrettuale, commette ogni giorno decine di violazioni delle libertà individuali. Che si può fare? Queste infrazioni sono necessarie per portare avanti un grande progetto che richiede lavoratori; l’intervento dei funzionari pubblici sarebbe una imprudenza disastrosa, capace solo di causare problemi nella regione.”
“Ma la legge?”
“Oh, in Congo la legge non ha alcun valore, ”
“E se si offrisse un compenso adeguato, non si otterrebbero lavoratori volontari?”
“È proprio ciò che lo Stato rifiuta di fare. Sostiene che il progetto debba essere realizzato a costo zero, ”
E ribadisce ancora una volta l’assurdità dell’idea delle “quaranta ore di lavoro al mese”:
“È impossibile per lo Stato ottenere la quantità di gomma che vende ogni anno limitando il lavoro dei lavoratori a quaranta ore al mese. Soprattutto considerando che molte di queste ore vengono utilizzate per altri compiti obbligatori. Quindi, o questa produzione in eccesso avviene volontariamente, e in tal caso non c’è alcun bisogno di coercizione, oppure si tratta di lavoro forzato, e in questo caso la legge delle quaranta ore al mese diventa semplicemente una frode.”
Indica infine le cause profonde di questi problemi. “Finché una volontà inflessibile non stabilisce in anticipo la quantità di gomma da ottenere; finché vengono date istruzioni del tipo: ‘Aumentate di cinque tonnellate la produzione di gomma al mese’ (esempio fornito da Padre Cus e van Hencxthoven nel loro rapporto), non possiamo aspettarci con fiducia un serio miglioramento, che è invece il desiderio di tutti. Il Governatore Generale nomina e destituisce i magistrati a suo piacimento, sospende l’esecuzione delle punizioni; addirittura, se necessario, rimanda in Europa quei funzionari. Chi non si rende conto dell’enorme inconveniente derivante da questa dipendenza? E non basta: nessuna azione legale può essere intrapresa contro un europeo senza l’autorizzazione del Governatore Generale.”
E, infine, le ragioni per cui ha scritto questo libro:
“La contemplazione di una miseria immensa ci ha spinti a pubblicare questo libro. La gravità di quel male, le sue cause profonde, ci erano sfuggite da tempo. Quando le abbiamo comprese, non siamo più riusciti a trattenere la compassione che provavamo, e abbiamo deciso di raccontarlo ai cittadini di un paese generoso, appellandoci alla loro religione, al loro patriottismo, ai loro sentimenti umani.”
Certamente, dopo prove così evidenti provenienti da una fonte autorevole come questa, dovrebbero esserci profonde riflessioni tra quegli alti membri della gerarchia cattolica, inclusi cardinali e vescovi, che hanno fatto di tutto per ostacolare gli sforzi dei riformatori. Informati male a causa della loro mancanza di impegno nel cercare la verità, sono apparsi davanti al mondo intero come difensori di ciò che sarà definito dall’ storico il più grande crimine nella storia.

CHAPTER XI THE EVIDENCE UP TO DATE I SHALL now append some extracts from the reports of several British Vice-Consuls and Consuls sent in during the last few years. These bear less upon outrages, which have admittedly greatly decreased, but mainly upon the general condition of the people, which is one of deplorable poverty and misery — a slavery without that care which the owner was bound to exercise over the health and strength of the slave. I shall give without comment some extracts from the reports of Vice-Consul Mitchell, which date from July, 1906: “Most of the primitive bridges over the numerous creeks and marshes had rotted away, and we had some difficulty in crossing on fallen trees or a few thin sticks. This was the case all the way to Banalya, and I may here state that this condition of the roads, even of the most frequented, is universal in this province. The reason is that the local authorities have neither men, means, nor time at their disposal for the making of decent roads. The parsimony 0} the State in this respect is the more remarkable in the i Domaine Privi,’ whence large amounts are derived, and where next to nothing is expended. “So long as the policy of the State Government is to extract all it can from the country, while using only local materials, and spending the least possible amount on development and improvements, no increase in the general well-being can be expected… . “… . At all the posts on the north (right) bank, between Yambuya and Basoko, I found the European agents absent in the interior, and at Basoko itself only the doctor was left in charge, all the rest of the staff being away len expeditionthat is, on punitive expeditions. “I stayed at Basoko for five days, partly at Dr. Grossule’s request, and partly in the endeavour to learn something of the operations going on in the interior. Three canoe-loads of prisoners arrived, all heavily loaded with chains. But all I could learn was that they were sent in by Lieutenant Baron von Otter, who had been sent to the promontory lying between the mouth of the Aruwimi and the Congo to enforce the Labour Ordinances. “In all the Basenji villages through which I have passed on my two journeys, the natives assert that it takes them three weeks every month to find and make their tale of rubber, besides taking it once every three months to the State post, from four to six days distant. “This country is taxed to the utmost, not one penny of the proceeds of which is spent on the roads. This condition of the most important highway in the province is nothing less than disgraceful, and yet this is the road of which the authorities are really proud. “Thus, with the exception of a trivial payment for some things, the Government carries on the work of the country at no expense beyond the wages and the European rations of the white agents, and these are excessively few in number. It is true there are the Force Publique and some travailleurs. These are recruited by conscription and receive pay and rations, but it is at the lowest possible rate… “Coming to the Basenji, the following particulars of a village in the forest will show their liabilities. This village has fourteen adult males; its neighbour, which works with it, the chiefs being brothers, has nine. Each man has to take to the State post a large basket, holding about twenty-five pounds of rubber, once every month and a half. To get this rubber, though they find it only one day’s journey distant, takes them thirty days. It then takes them five days to carry it to the State post, and three days to return. Thus they spend thirty-eight days out of forty-five in the compulsory service of the State. For the basket of rubber they receive 1 kilog. of salt, nominally worth 1 fr. The chief receives 1 kilog. of salt for the whole. If the rubber is deficient in quality or quantity, the man is liable to be whipped and imprisoned without trial. As it is supposed to be the equivalent of the forty hours’ monthly labour, I fail to see by what right the man can be held responsible for the quality, even if he wilfully adulterates it with other substances. “The people are all disheartened, and are unanimously of the opinion that they were better off under the Arabs, whose rule was intermittent, and from whom they could run away… . “I must say that during more than nineteen years’ experience in Northern and Central Africa, I have never seen such a miserably poor lot as the Basenji in this State… . “It is perfectly clear that the Inspectors, however conscientious, hard-working, and faithful they may be, cannot remedy the excessive impositions on the natives under the present system… . “The grant of land and seed to the natives is of absolutely no use to them till they are left time to use them… . “To say that the State cannot afford the expense is absurd. The Congo is taxed unmercifully, and I do not suppose any country has less money spent upon it. The taxpayer gets literally nothing in return for the life of practical slavery he has to spend in the support of the Government. “If trade and navigation were really free, and guarded by proper police, German trade through Ujiji, which already exists to some extent, might be greatly developed, as well as that with the British colonies and Zanzibar. “The operations of the Dutch traders, who up to a few months ago had quite a considerable fleet of steamers on the Upper Congo and its affluents, and of the French at Brazzaville, and of the Portuguese, would also benefit greatly. u All these have practically disappeared from the Upper Congo. “Here, as elsewhere, the natives appeared to me to be so heavily taxed as to be depressed and to regard themselves as practically enslaved by the ‘Bula Matadi.’ The incessant call for rubber, food and labour, leaves them no respite nor peace of mind.” The following are extracts from Vice-Consul Armstrong’s report, dated October, 1906: “As the result of my journey through this portion of the country, I am forced to the conclusion that the condition of the people in the A.B.I.R. territory is deplorable, and although those living in the vicinity of the mission stations are, comparatively speaking, safe from ill-treatment by the rubber agents and their armed sentries, those in other parts are subjected to the gravest abuses. “There is no free labour, the natives being forced to work at a totally inadequate wage. In visiting the various rubber-working towns, one would expect to see some signs of European commodities that had been given in exchange for the millions of pounds’ worth of rubber that has been extracted from them, but the native residents possess actually nothing at all. “ Their conditions 0} living are deplorabh, and the filth and squalor of their villages is only too apparent. The people live in a state 0} uncertainty as to the advent 0} police officers and soldiers, who invariably chase them from their abodes and destroy their huts, and for this reason it is impossible for them to better their condition of living by the construction of suitable dwellings. “No change of system to be looked for. “No change in the existing system can be looked for until a more reasonable method of taxation is adopted. The present system permits the rubber agents to extract the largest possible quantity of rubber from the native at the lowest possible wage, and allows the employment of armed sentries to enforce this deplorable system.” In these despatches Vice-Consul Armstrong gives evidence of a plot against the sturdy Mr. Stannard upon the part of the infamous A.B.I.R. Company. Their idea, no doubt, was to break down his health and embitter his existence by successive law-suits. In May of 1906, the natives of a village called Lokongi rose up against his murderous sentries and burned their houses. A charge was at once made against Mr. Stannard of having instigated them to this very natural and commendable action. Natives had been suborned or terrified into giving evidence against him, and it might have gone ill with him had it not been for the prompt action of the Consul. He set off for the village, accompanied by Mr. Stannard and the A.B.I.R. director. The natives were assembled and asked to speak the truth. They said, without hesitation, that Mr. Stannard had had nothing to do with the matter, but that the representatives of the company had threatened to torture them unless they said that he had. The A.B.I.R. director held his peace before these revelations and had no explanation to offer. Consul Armstrong then pointed out to the Public Prosecutor in good, straight terms, which his official superiors might well imitate, that the matter had gone far enough, that English patience was almost exhausted, and that Mr. Stannard should be baited no longer. The case was dropped. I shall pass straight on now to the most recent reports received from the Congo, to show that there is no difference at all in the general condition, so far as it is reported by the impartial men at the spot, save that the actual killings and maimings have decreased. The great oppression and misery of the people seem to grow rather than abate. The following extracts are from Consul Thesiger’s report of his experiences in the Kasai Company’s district. This company, it may be worth remarking, has paid the enormous dividend of seven hundred per cent. The first paragraph may be commended to the consideration of those British or American travellers who, on the strength of a flying visit, venture to contradict the experience of those white men who spend their lives in the country: “Although from the evidence of State officials it has been proved that individual cases of abuses are not infrequent even at these posts, the chance traveller will certainly see nothing of them, and when he judges of the condition of the country by what he actually sees at these stations, his opinions may be perfectly honest, but they are absolutely worthless. It is as though some well-meaning person, who had heard that a certain fashionable firm was making a fortune by sweated labour, were to venture to deny the facts because a cursory visit to the West End establishment showed that the salesmen behind the counter were well-dressed and well-nourished, ignoring altogether the festering misery of the sweaters’ dens in which every article sold over that counter was made up.” After showing that the Kasai Company, in their haste for wealth (and, perhaps, in their foresight, as knowing that their occupancy may be brought to an end), are cutting down the rubber vines instead of tapping them (illegal, of course, but what does that matter where Belgian Concessionnaires are in question), goes on to show the pressure on the people: “The work is compulsory; it is also incessant. The vines have to be sought out in the forest, cut down and disentangled from the high-growing branches, divided into lengths, and carried home. This operation has to be continually repeated, as no man can carry a larger quantity of the heavy vine lengths than will keep him occupied for two or three days. Accidents are frequent, especially among the Bakuba, who are large-built men, hunters and agriculturists by nature, and unaccustomed to tree climbing. Large as the Bakuba villages still are, the population is diminishing. Here there is no sleeping sickness to account for the decrease, there have been no epidemics of late years; exposure, overwork, and shortage of proper food alone are responsible for it. The Bakuba district was formerly one of the richest food-producing regions in the country, maize and millet being the staple crops, together with manioc and other plants. So much so was this the case that the mission at Luebo used to send there to buy maize. Under the present rigime the villagers are not allowed to waste in cultivating, hunting or fishing — time which should be occupied in making rubber. “In a few villages they were cultivating by stealth small patches in the forest, where they were supposed to be out cutting the rubber vines; but everywhere else it was the same story: the capitas would not allow them time to clear new ground for cultivation, or permit them to hunt or fish; if they tried to do so their nets and implements were destroyed. The majority of the capitas, when questioned, acknowledged quite frankly that they had orders to that effect. These villages are living on the produce of the old manioc fields, and are buying food from the Bakette. Under these circumstances it is not surprising that the population is diminishing. As one woman expressed it: ‘The men go out hungry into the forest; when they come back they get sick and die.’ The village of Ibunge, where formerly the largest market of the district was held weekly, now consists of a collection of hovels, eight of which are habitable, and the market is all but dead.” So the capitas are at their old work the same as ever. The Congo idea of reforming them has always been to change their name — so by calling a burglar a policeman a great reformation is effected. Read, however, the following passage, which shows that if the capita is the same, so also is the agent. The white race is certainly superior, for when the savage sentry’s heart relented the white man was able to scourge him back to his inhuman task: “Once I had got outside the zone surrounding Ibanj, where the villages are not taxed in rubber, I found the capitas, with very few exceptions, were all armed with cap-guns. I met them frequently, escorting the rubber caravans to the company post, or going from village to village collecting the rubber from the centres under their charge and distributing the trade goods for the coming month. I noticed that they invariably carried their guns, and, in fact, I have seldom seen a capita stir outside his own home without his gun. These are the men who are appointed by the Kasia Company agents to enforce the rubber tax. Chosen always from a different race, they have no sympathy with the natives placed under them, and having the authority of the agent behind them they can do as they please, so long as they insure the rubber being brought at the proper times and in sufficient quantities. In the villages they are absolute masters, and the villagers have to supply them gratis with a house, food, palm wine, and a woman. They exercise freely the right of beating or imprisoning the villagers for any imaginary offences or for neglecting their work in any way, and even go as far as imposing fines in cowries on their own account, and confiscating for their own use the cowries paid over by the plaintiff or defendant’s family in the case of trial by poison, which, in spite of statements to the contrary recently made in the Belgian Chamber, are of frequent occurrence in this country. The native cannot complain or obtain satisfaction in any way, as the capita acts in the name of the company, and the company’s agent is always threatening them in the name of ‘Bula- Matadi.’ If the authorities wish to act in the matter, they might profitably make inquiry into the doings of the capitas at Bungueh, Bolong, and into those of the Zappo Zap capita, who appears to exercise the chief control over the villages near Ibunge, though he does not live in the latter town. These appear to me to be among the worst where most are bad. The capitas, however, are scarcely to be blamed, as, if they do not extort enough rubber, they are liable in their turn to suffer at the hands of the agent. Witness a case at Sangela, when it was reported that the capita had some time back been chicotted in the village itself by the agent for not bringing in rubber sufficient. Endless cases could be quoted, but these will probably be sufficient to show the methods pursued under the auspices of the Kasai Company. Yet in a letter dated the eighth of March, 1908, we find Dr. Dreypondt writing reproachfully: “ ‘You know we have no armed sentries, but only tradesmen going, with goods of every kind, and unarmed, through the villages for the purchasing of rubber. We use only one trading principle — Voffre et la demanded” The laws at all points are completely ignored, “and many of the agents not only punish the natives in these ways themselves, but allow their capitas the same privileges. It is only by these means that the natives can be kept at their incessant work.” Suicide is not natural with African, as it is with some Oriental races. But it has come in with the other blessings of King Leopold. “At Ibanj, for instance, only a day’s march from a State post, two Bakette from the village of Baka-Tomba were not long ago imprisoned for shortage of rubber, and were daily taken out under the charge of an armed native to work in the fields with ropes round their necks. One of them, tired of captivity, pretended one day that he saw some animal in a tree and obtained leave from the guard to try and get it. He climbed the tree, tied the rope which was round his neck to a branch and hung himself. He was cut down, and, after a considerable time, was resuscitated, thanks to the medical experience of one of the missionaries. I was able to question the man myself at his village, and the story was also confirmed by the Capita.” The American flag presents no refuge for the persecuted. “About the same time this same man had the effrontery to take some seven armed natives on to the station of the American mission, during the absence of the missionaries, and demand from the native who was left in charge that he should hand over to him a native, not in his own employ, who had run away in consequence of some dispute, and who he declared was hiding at the mission. The overseer, a Sierra Leone man, very rightly declared his inability to do so, and said he must await the return of the missionaries. An altercation followed, and the agent struck him twice in the face. The man being a British subject, I told him if he chose to prosecute I would support him, or else I would insist on the agent paying him an indemnity in cloth. As a prosecution would have entailed his going to Lusambo, a fifteen days’ journey, with every prospect of being kept there some four to six months with all the witnesses while awaiting the hearing of his case, he chose the latter method. The cloth was paid.” He continues: “These cases can all be substantiated, and are typical of a certain class of agent which is unfortunately, although not general, far too common. Numerous complaints were also made to me in different villages against an agent, not only that he beat and imprisoned the natives for shortage of rubber, but also that he obliged them to supply him with alcohol distilled from palm wine, and was in the habit of taking any of the village women that struck his fancy at the weekly market held on or near his own post. The Company, I believe, promised the American mission last May that this man should be removed, but when I passed through he was still there. Placed in the power of men like these the natives dare not complain to the authorities, and are entirely helpless.” Nominally the Company makes no punitive expeditions. As a matter of fact they have engaged Lukenga, a warlike chief of the neighbourhood, to do it for them. Nominally the capitas are not supplied with guns. As a matter of fact they all carry guns, which are declared to be their personal property. At every corner one meets hypocrisy and evasion of law. Speaking of the Bakuba, the Consul says: “Although not wanting in physical courage or strength, they are rather an agricultural than a warlike race, and their villages were formerly noted for their well-built and artistically decorated houses and their well-cultivated fields. “It is, however, their misfortune to live in a forest country rich in rubber vines, and they have consequently come under the curse of the concessionary Company in the shape of the Kasai Trust. As a result their native industries are dying out, their houses and fields are neglected, and the population is not only decreasing, but also sinking to the dead-level of the less advanced and less capable races. “There is no doubt that the Bakuba are the most oppressed race to-day in the Kasai. Harassed by their own king in the interest of the Rubber Company, driven by the agents and their capitas, disarmed and deprived even of the most ordinary rights, they will, if nothing is done to help them, sink to the level of the vicious and degraded Bakette. “ One asks oneself in vain what benefits these people have gained from the boasted civilization of the Free State. One looks in vain for any attempt to benefit them or to recompense them in any way for the enormous wealth which they are helping to pour into the Treasury of the State. Their native industries are being destroyed, their freedom has been taken from them, and their numbers are decreasing. “The only efforts made to civilize them have been made by the missionaries, who are hampered at every turn.” Consul Thesiger winds up with the remark that as the Company has behaved illegally at every turn it has forfeited all claims to consideration and that there is no hope for the country so long as it exists. Straight words — but how much more forcibly do they apply to that Congo State of which these particular companies are merely an outcome. Until it is swept from the map there is no hope for the country. You cannot avoid the rank products while the putridity remains. The next document bearing upon the question is from the Rev. H. M. Whiteside, from the notorious A.B.I.R. district. I give it in full, that the reader may judge for himself how far the direct Belgian rule has altered the situation. “I should like to bring to your notice a few facts regarding the condition of this (A.B.I.R.) district. “After this extensive journey made through the district recently, and particularly the Bompona neighbourhood, I found the people working rubber in all the towns visited with the exception of those taxed in provisions. “It is difficult to know which ‘tax,’ rubber or provisions, is hardest. The rubber workers implored us to free them from rubber, and at one village upon our departure they followed us a considerable distance, and it was difficult to get away from them. The amount of rubber collected is small compared with what was formerly demanded, but I have no doubt it requires one-third of the time of the people to collect it. Many of the people of the villages behind Bompona were away collecting rubber. We met many of the Ionji people in the forest, either actually engaged in their work or hunting for a district where the vines might have escaped other collectors. We also met other villagers in the bush in quest of rubber. Almost all the village migrates to the forest — men, many women and children — when rubber is required. “ In the light of these facts, how worthless are the assertions that rubber ‘tax’ has been stopped in the A.B.I.R. territory. “With regard to the provision tax, it was difficult to get any data, but it is easy for one to see the oppressed condition of the people when one comes into contact with them. Between the provision tax, porterage and paddlers, I believe that the people of Bompona have got very little time to themselves. There is one thing that one cannot help seeing, viz., the mean, miserable appearance of the people residing around the State post of Bompona. The houses or huts are in keeping with the owners of them. A very small bale of cloth could take the place of all I saw worn. In all the district I never saw a single brass rod, nor any domestic animals except a few miserable chickens. The extreme poverty of the people is most remarkable. There is no doubt as to their desire to possess European goods, but they have nothing with which to buy except rubber and ivory, which is claimed by the State. “ It may be thought that I am painting their condition in too dark colours, but I feel it requires strong words to give a fair idea of the utter hopelessness and abject appearance of the people of Bompona, of the people of the villages behind the State post some twenty-five miles away, and in a lesser degree of the rubber workers opposite Bompona. «JKAU             “H. M. WHITESIDE. “June 15th, 1909.” Finally, there is the following report from the extreme other end of the country. It is dated June ist, 1909. The name of the sender, though not published, was sent to the Foreign Office. He is an American citizen: “I am sorry to say there is need for agitation for the reform of the Belgian Kwango territory along this frontier. Robbing and murder are still being carried on under the rule of the Belgian official from Popocabacca. Last month he came with an armed force to the district of Mpangala Nlele, two days west of here, to decorate with the Congo medal a new chief in the stead of our old friend Nlekani. Nlekani left a number of sons, but none of them were willing to take the responsibility of the Medal Chieftainship. They, therefore, placed their villages under the authority of a powerful chief living to the north of them. “The official of the Congo Government had been insisting for a year that a younger son of the old chief should consent to be the Medal Chief. This young man, named Kingeleza, was a fine, bright fellow, but thinking that, as a younger son, he would lack the necessary authority over the people and would get into trouble with the Government if he could not satisfy its requirements, he declined. The Belgian official was, however, so insistent that Kingeleza had finally agreed in order to avoid a clash with the Government. “ On his way to make the ‘ investiture,’ the Belgian official robbed some villages and killed two men. Kingeleza’s people, who had gathered together to witness the investiture, hearing of the treatment meted out to the other villages, took fright and fled from their own villages, which the Belgians, upon arriving, found deserted. Whereupon the soldiers proceeded to ferret the fugitives out of the woods, where they were hiding. Twenty were seized, among whom was one of Kingeleza’s sisters, a young and attractive looking girl. Four of the villagers were subsequently released, and the balance maiched off with other spoils to Popocabacca. The evangelist attached to the American mission, who was absent in the Lower Congo, had his house broken open and a tent and school materials carried off. “As for Kingeleza, some of the Belgian soldiers met him in the path and shot him. They did not know that he was Kingeleza, and Kingeleza is still being sought for by the Belgian official. “This same ‘Chief of Brigands,’ as I prefer to call him, has just been on another raid for which he even entered Portuguese territory within a few hours of where I am writing, wantonly destroying all that he could not carry off. The people had, happily, all escaped before he arrived. The Portuguese are reporting this outrage to the Governor-General at Loanda.”

CAPITOLO XI
Le prove disponibili fino ad oggi Ora allego alcuni estratti dai rapporti di diversi viceconsoli e consoli britannici inviati negli ultimi anni. Questi riguardano meno gli atti di violenza, che sono certamente diminuiti notevolmente, ma soprattutto la condizione generale della popolazione, caratterizzata da una povertà e miseria deplorevoli: una sorta di schiavitù priva di quella cura che il proprietario avrebbe dovuto dedicare alla salute e alla forza dello schiavo. Presento senza commenti alcuni estratti dai rapporti del viceconsole Mitchell, risalenti a luglio 1906: “La maggior parte dei ponti primitivi costruiti sui numerosi ruscelli e paludi si era deteriorata; per attraversarli era necessario utilizzare alberi caduti o pochi rami sottili. Questo valeva per l’intera strada fino a Banalya, e posso affermare che questa condizione delle strade, anche delle più frequentate, è universale in questa provincia. Il motivo è che le autorità locali non dispongono né di uomini, né di mezzi, né di tempo per costruire strade decenti. La parsimonia dello Stato in questo ambito è ancora più evidente nel ‘Domaine Privé’, da cui derivano ingenti entrate, mentre quasi nulla viene speso per il loro mantenimento. “Finché la politica del governo statale continuerà a consistere nel sfruttare al massimo le risorse del paese, utilizzando soltanto materiali locali e spendendo il minimo indispensabile per lo sviluppo e i miglioramenti, non si può aspettare alcun aumento del benessere generale. “In tutte le stazioni situate sulla riva nord, tra Yambuya e Basoko, gli agenti europei erano assenti nell’entroterra; a Basoko stesso rimaneva solo il dottore a gestire la situazione, mentre tutto il resto del personale era partito per spedizioni punitive. “Sono rimasto a Basoko per cinque giorni: in parte su richiesta del dottor Grossule, e in parte nel tentativo di conoscere meglio le operazioni che si svolgevano nell’entroterra. Sono arrivati tre canoe cariche di prigionieri, tutti legati con pesanti catene; tutto ciò che sono riuscito a sapere è che erano stati inviati dal tenente barone von Otter, incaricato di far rispettare gli Ordinanze sul Lavoro nella zona situata tra la foce dell’Aruwimi e il Congo. “In tutti i villaggi Basenji attraversati durante le mie due visite, i nativi affermano che impiegano tre settimane al mese per raccogliere la gomma e portarla alle stazioni statali, situate a quattro o sei giorni di distanza. “Questa regione viene tassata all’estremo; nemmeno un centesimo dei proventi derivanti da queste tasse viene utilizzato per la manutenzione delle strade. La condizione di questa importante arteria provinciale è davvero vergognosa, eppure è proprio su questa strada che le autorità sono particolarmente orgogliose.” “Pertanto, ad eccezione di un modesto pagamento per alcune cose, il Governo svolge le attività del paese senza alcun costo ulteriore oltre ai salari e alle razioni europee degli agenti bianchi, e il loro numero è estremamente ridotto. È vero che ci sono la Force Publique e alcuni lavoratori; questi vengono reclutati per via di coscrizione e ricevono stipendi e razioni, ma a tariffe estremamente basse, ” Per quanto riguarda i Basenji, le seguenti informazioni su un villaggio situato nella foresta illustrano chiaramente le loro responsabilità verso lo Stato. Questo villaggio conta quattordici uomini adulti; il villaggio vicino, che collabora con esso e i cui capi sono fratelli, ne ha nove. Ogni uomo deve consegnare allo Stato, una volta ogni mese e mezzo, un cesto contenente circa venticinque libbre di gomma. Tuttavia, per raccogliere questa gomma – che si trova a soli un giorno di distanza – impiegano trenta giorni; inoltre ne servono altri cinque per portarla allo Stato e tre per tornare indietro. In questo modo, trascorrono trentotto giorni su quarantacinque nell’esercizio obbligatorio dei loro doveri verso lo Stato. Per il cesto di gomma ricevono 1 chilo di sale, il cui valore nominale è di 1 franco; il capo del villaggio, invece, ne riceve 1 chilo per l’intero gruppo. Se la qualità o la quantità della gomma non sono adeguate, l’uomo rischia di essere frustato e imprigionato senza processo. Poiché si ritiene che questa gomma equivalga al lavoro mensile di quaranta ore, non capisco su quale base possa essere considerato responsabile della sua qualità, anche nel caso in cui la adulteri intenzionalmente con altre sostanze. “La gente è completamente scoraggiata e concorda unanimemente nel ritenere che le cose fossero migliori sotto il dominio arabo, il cui controllo era intermittente e da cui era possibile fuggire. Devo dire che, in oltre diciannove anni di esperienza nel Nord e nel Centro dell’Africa, non ho mai visto una condizione di povertà così estrema come quella dei Basenji in questo Stato. È evidente che, per quanto coscienziosi, laboriosi e fedeli possano essere gli ispettori, non è possibile eliminare le eccessive tasse imposte ai nativi con il sistema attuale. Concedere terra e semi ai nativi non serve assolutamente a nulla se non si dà loro il tempo di utilizzarli. Affermare che lo Stato non abbia i fondi necessari è assurdo: il Congo viene tassato in modo spietato, e non credo che alcun altro paese spenda meno denaro per esso. Il contribuente, in sostanza, non riceve nulla in cambio della vita di schiavitù a cui è costretto per sostenere il governo. Se il commercio e la navigazione fossero davvero liberi e protetti da una polizia adeguata, il commercio tedesco attraverso Ujiji, che già esiste in parte, potrebbe svilupparsi notevolmente, così come quello con le colonie britanniche e Zanzibar.” Le operazioni dei commercianti olandesi, che fino a pochi mesi fa disponevano di una flotta piuttosto considerevole di vapori sul Alto Congo e sui suoi affluenti, così come quelle dei francesi a Brazzaville e dei portoghesi, avrebbero anch’esse tratto grande beneficio. Tuttavia, tutte queste attività sono praticamente scomparse dall’Alto Congo. “Qui, come altrove, i nativi mi sono sembrati essere così gravemente tassati da essere depressi e considerarsi praticamente schiavi della ‘Bula Matadi’. La continua richiesta di gomma, cibo e manodopera non lascia loro alcun riposo né pace mentale.”
Ecco alcuni estratti dal rapporto del viceconsole Armstrong, datato ottobre 1906:
“Dopo il mio viaggio in questa regione, sono costretto a concludere che le condizioni della popolazione nel territorio dell’A.B.I.R. siano deplorevoli. Sebbene coloro che vivono nelle vicinanze delle stazioni missionarie siano, relativamente parlando, al sicuro dal maltrattamento da parte degli agenti incaricati della raccolta della gomma e delle loro guardie armate, le persone che si trovano in altre zone sono soggette ai più gravi abusi.
Non esiste lavoro libero: i nativi vengono costretti a lavorare per uno stipendio totalmente insufficiente. Visitando le varie città dove si svolge la raccolta della gomma, ci si aspetterebbe di vedere segni delle merci europee scambiate con i milioni di sterline di gomma estratta da loro, ma in realtà i residenti nativi non possiedono assolutamente nulla.
Le loro condizioni di vita sono deplorevoli; la sporcizia e lo squallore dei loro villaggi sono evidenti a tutti. La gente vive nella paura costante dell’arrivo di poliziotti e soldati, che inevitabilmente li scacciano dalle loro abitazioni e distruggono le loro capanne; per questo motivo è impossibile per loro migliorare le proprie condizioni di vita costruendo dimore adeguati.
Non si può sperare in alcun cambiamento del sistema attuale. Fino a quando non verrà adottato un metodo di tassazione più equo, gli agenti incaricati della raccolta della gomma potranno continuare a estrarre la massima quantità possibile di gomma dai nativi al minor costo possibile, utilizzando anche guardie armate per far rispettare questo sistema deplorevole.” In questi dispacci, il Vice Console Armstrong fornisce prove di un complotto contro il rispettabile signor Stannard da parte della famigerata compagnia A.B.I.R. Il loro scopo, senza dubbio, era quello di compromettere la sua salute e rendere la sua vita difficile attraverso continue cause legali. Nel maggio del 1906, i nativi di un villaggio chiamato Lokongi si ribellarono contro le sue guardie assassine e bruciarono le loro case. Fu immediatamente accusato di averli incitati a compiere questo atto naturale e lodevole. Alcuni nativi erano stati corrotti o terrorizzati per testimoniare contro di lui; se non fosse stato per l’immediata azione del Console, le cose avrebbero potuto prendere una brutta piega. Il Console si recò nel villaggio, accompagnato dal signor Stannard e dal direttore della compagnia A.B.I.R. I nativi furono convocati e chiesti di dire la verità; senza esitazione, dichiararono che il signor Stannard non aveva nulla a che fare con l’incidente, ma che i rappresentanti della compagnia avevano minacciato di torturarli se non avessero detto il contrario. Il direttore della A.B.I.R., di fronte a queste rivelazioni, non ebbe alcuna spiegazione da fornire. Il Console Armstrong fece quindi notare al Procuratore Distrettuale, in termini chiari e diretti – che i suoi superiori ufficiali avrebbero potuto ben imitare – che la situazione era ormai giunta a un limite, che la pazienza degli inglesi stava per esaurirsi e che il signor Stannard non doveva essere più tormentato. Il caso fu quindi archiviato. Ora passerò direttamente alle ultime notizie ricevute dal Congo, per dimostrare che, secondo quanto riferito da persone imparziali sul posto, la situazione generale non è affatto cambiata, se non per il fatto che i casi di omicidio e mutilazione sono diminuiti. Tuttavia, l’oppressione e la miseria della popolazione sembrano anzi aumentare. I seguenti estratti sono tratti dal rapporto del Console Thesiger sulle sue esperienze nella zona controllata dalla compagnia Kasai. Vale la pena notare che questa compagnia ha ottenuto un enorme dividendo del settanta percento. Il primo paragrafo potrebbe essere interessante per quei viaggiatori britannici o americani che, basandosi su una visita fugace, osano contraddire le esperienze di coloro che trascorrono la loro vita in quel paese: “Sebbene le prove fornite dagli ufficiali statali dimostrino che casi individuali di abusi non sono infrequenti nemmeno in queste zone, il viaggiatore occasionale certamente non ne sarà a conoscenza. Quando giudica la situazione del paese in base a ciò che vede effettivamente in queste stazioni, le sue opinioni possono essere sincere, ma sono assolutamente prive di valore. È come se una persona benintenzionata, venuta a sapere che una certa azienda sta facendo fortuna sfruttando il lavoro degli altri, osasse negare i fatti solo perché una visita superficiale al suo ufficio nel West End le ha mostrato che i venditori dietro al bancone sono ben vestiti e ben nutriti, ignorando completamente la miseria dei lavoratori sfruttati nei laboratori dove vengono prodotti tutti gli articoli venduti in quel negozio.” Dopo aver dimostrato che la Compagnia Kasai, nella sua fretta di arricchirsi (e forse anche per prevedere che la loro occupazione potesse finire), taglia le piante di gomma invece di raccoglierne il lattice (un’azione illegale, certo, ma cosa importa quando si tratta di concessionari belgi), l’articolo prosegue mostrando la pressione esercitata sulle popolazioni locali:
“Il lavoro è obbligatorio e incessante. Le piante di gomma devono essere cercate nella foresta, tagliate e distaccate dai rami alti, divise in pezzi e portate a casa. Questo processo deve essere ripetuto continuamente, poiché nessuno può trasportare una quantità tale di piante pesanti da occuparsi solo per due o tre giorni. Gli incidenti sono frequenti, soprattutto tra i Bakuba, uomini robusti per natura, cacciatori e agricoltori, ma non abituati all’arrampicata sugli alberi. Nonostante le grandi dimensioni dei villaggi bakuba, la popolazione sta diminuendo. Non esistono malattie che possano spiegare questa riduzione; negli ultimi anni non ci sono state epidemie: solo esposizione eccessiva, lavoro eccessivo e carenza di cibo adeguato ne sono le cause. Un tempo la regione dei Bakuba era una delle più fertili del paese, con mais, miglio, manioca e altre colture come principali prodotti agricoli. Tanto che la missione di Luebo vi inviava regolarmente per acquistare mais. Con il sistema attuale, ai villaggi non è permesso sprecare tempo in coltivazione, caccia o pesca: tutto questo tempo dovrebbe essere dedicato alla raccolta della gomma.
“In alcuni villaggi i residenti coltivavano di nascosto piccoli appezzamenti nella foresta, fingendo di raccogliere la gomma; ma ovunque accadeva lo stesso: i capi non permettevano loro di liberare nuovi terreni per la coltivazione, né di cacciare o pescare; se ci provavano, le loro reti e gli attrezzi venivano distrutti. La maggior parte dei capi ammetteva apertamente di ricevere ordini in questo senso. Questi villaggi vivono delle risorse rimaste nei vecchi campi di manioca e devono comprare il cibo dai Bakette. In queste condizioni, non sorprende che la popolazione diminuisca. Come ha detto una donna: ‘Gli uomini vanno nella foresta affamati; quando tornano, si ammalano e muoiono.’ Il villaggio di Ibunge, dove un tempo si teneva il più grande mercato della regione, ora è composto solo da capanne, otto delle quali sono abitabili, e il mercato è praticamente scomparso.”
Quindi i capi continuano a svolgere il loro vecchio ruolo, come sempre. L’idea del Congo di riformarli consiste semplicemente nel cambiare loro nome. Chiamare un ladro “poliziotto” equivale, in fondo, a considerare una grande riforma quel semplice cambio di denominazione.
Tuttavia, leggete il seguente passaggio: se i capi sono gli stessi di sempre, lo stesso vale per gli agenti che li assistono. La razza bianca è sicuramente superiore, perché quando il cuore di quei guardiani selvaggi si commuoveva, l’uomo bianco riusciva a costringerli a riprendere il loro compito disumano. “Una volta uscito dalla zona circostante Ibanj, dove nei villaggi non viene riscossa tassa sulla gomma, ho scoperto che i capi delle squadre, con poche eccezioni, erano tutti armati di fucili. Li incontravo spesso: scortavano le carovane di gomma fino alle sedi della compagnia o si recavano da un villaggio all’altro per raccogliere la gomma gestita dai loro subordinati e distribuire i beni commerciali necessari per il mese successivo. Notavo sempre che portavano con sé le armi; in effetti, raramente vedevo un capo uscire dalla sua casa senza fucile. Questi uomini erano stati nominati dagli agenti della Kasia Company per far rispettare la tassa sulla gomma. Scegliuti sempre da una razza diversa da quella dei nativi, non provavano alcuna simpatia per loro; avendo l’autorità degli agenti alle loro spalle, potevano fare ciò che volevano, purché garantissero che la gomma venisse consegnata nei tempi e in quantità sufficienti. Nei villaggi erano padroni assoluti: i nativi dovevano fornire loro gratuitamente casa, cibo, vino di palma e una donna. Potevano picchiare o imprigionare i villaggi per qualsiasi presunta infrazione o per qualsiasi mancato adempimento ai loro doveri; arrivavano persino a imporre multe in monete di rame a proprio piacimento, e confiscavano quelle pagate dalle famiglie delle parti coinvolte nei processi per avvelenamento. Nonostante recenti dichiarazioni contrarie fatte alla Camera belga, questo tipo di pratiche è ancora molto diffuso in questa regione. I nativi non potevano lamentarsi o ottenere alcuna giustizia, poiché i capi agivano a nome della compagnia, e gli agenti minacciavano sempre loro in nome della ‘Bula-Matadi’. Se le autorità volessero intervenire, potrebbero indagare utilmente sulle attività dei capi a Bungueh, Bolong, e su quelle del capo Zappo Zap, che sembra esercitare il controllo principale sui villaggi vicini a Ibunge, anche se non vi vive. A mio parere, questi sono tra i peggiori. Tuttavia, i capi stessi non possono essere davvero biasimati: se non estorcono abbastanza gomma, rischiano di subire conseguenze negative da parte degli agenti. Basta ricordare il caso di Sangela: si era detto che il capo fosse stato rimproverato dall’agente per non aver consegnato una quantità sufficiente di gomma. Potrebbero essere citati molti altri esempi, ma questi dovrebbero bastare a dimostrare i metodi utilizzati sotto la guida della Kasia Company. Eppure, in una lettera del 8 marzo 1908, il dottor Dreypondt scriveva con rimprovero: ‘Sapete che non abbiamo sentinelle armate, ma solo commercianti che, disarmati e accompagnati da merci di ogni tipo, viaggiano attraverso i villaggi per acquistare la gomma. Seguiamo un solo principio commerciale: offrire ciò che viene richiesto.’” Le leggi vengono completamente ignorate in ogni caso; “e molti di questi agenti non solo puniscono i nativi con questi metodi, ma concedono anche ai loro capi gli stessi privilegi. È solo attraverso questi mezzi che i nativi possono essere costretti a lavorare senza sosta.”
Il suicidio non è naturale per gli africani, come lo è per alcune razze orientali; ma è arrivato insieme ad altre “benedizioni” del Re Leopoldo.
“Ad esempio, a Ibanj, a soli un giorno di marcia da una stazione governativa, due uomini del villaggio di Baka-Tomba furono imprigionati poco tempo fa per mancanza di gomma; venivano portati fuori ogni giorno sotto la sorveglianza di un nativo armato per lavorare nei campi, con la corda intorno al collo. Uno di loro, stanco della prigionia, fingette un giorno di aver visto un animale su un albero e ottenne il permesso del guardiano di cercarlo; salì sull’albero, legò la corda intorno al collo a un ramo e si impiccò. Fu tagliato giù dal ramo e, dopo molto tempo, fu rianimato grazie all’esperienza medica di uno dei missionari. Riuscii personalmente a interrogarlo nel suo villaggio, e la storia fu confermata anche dal capo della stazione.”
La bandiera americana non offre rifugio alle persone perseguitate.
“Più o meno nello stesso periodo, quest’uomo ebbe l’audacia di portare sette nativi armati presso la stazione della missione americana, in assenza dei missionari, e chiese al nativo incaricato di sorveglianza di consegnargli un altro nativo che si era allontanato a causa di una disputa e che, secondo lui, si nascondeva nella missione. L’ufficiale di sorveglianza, un uomo della Sierra Leone, rispose correttamente che non poteva farlo e che doveva aspettare il ritorno dei missionari. Ne seguì una discussione, e l’agente lo colpì due volte in faccia. Poiché quell’uomo era cittadino britannico, gli dissi che, se desiderava intentare un processo, lo avrei sostenuto; altrimenti avrei insistito affinché l’agente gli pagasse un risarcimento in tessuti. Poiché un processo avrebbe significato dover viaggiare fino a Lusambo, per quindici giorni, con la probabilità di essere trattenuto lì per quattro o sei mesi mentre aspettava l’udienza del suo caso, scelse quest’ultima opzione. Gli furono pagati i tessuti richiesti.”
Prosegue: “Tutti questi casi possono essere verificati e rappresentano tipicamente una certa categoria di agenti che, pur non essendo la norma, sono purtroppo molto comuni. Mi sono stato fatto anche numerosi reclami in diversi villaggi contro un agente che non solo picchiava e imprigionava i nativi per mancanza di gomma, ma li costringeva anche a fornirgli alcol distillato dal vino di palma, e aveva l’abitudine di prendere qualsiasi donna del villaggio gli piacesse al mercato settimanale che si teneva presso la sua stazione. Credo che la Compagnia abbia promesso alla missione americana lo scorso maggio che quest’uomo sarebbe stato rimosso, ma quando sono passato di lì era ancora lì. Con persone del genere al potere, i nativi non osano lamentarsi con le autorità e sono completamente indifesi.” In apparenza, la Compagnia non intraprende spedizioni punitive. In realtà, ha assunto Lukenga, un capo bellicoso della zona, affinché le compia al posto suo. In teoria, ai soldati non vengono fornite armi; in pratica, tutti ne sono muniti, e queste vengono dichiarate loro proprietà personale. Ovunque si guardi, si incontrano ipocrisia e violazioni della legge.
Parlando dei Bakuba, il Console afferma:
“Sebbene non manchino di coraggio fisico o forza, sono una razza più agricola che bellicosa; un tempo i loro villaggi erano noti per le case ben costruite e decorate artisticamente, nonché per i campi ben coltivati.
“Tuttavia, la sfortuna li ha condotti in una regione ricca di piante da gomma, e quindi sono caduti sotto il dominio della Compagnia concessionaria, rappresentata dal Kasai Trust. Di conseguenza, le loro industrie tradizionali stanno scomparendo, le loro case e i loro campi vengono trascurati, e la popolazione non solo diminuisce, ma scende anche al livello delle razze meno avanzate e meno capaci.
“Non c’è dubbio che i Bakuba siano oggi la razza più oppressa nel Kasai. Perseguitati dal loro stesso re a vantaggio della Compagnia della Gomma, spinti dagli agenti e dai loro capi, privati persino dei diritti più elementari, se non si interviene per aiutarli, finiranno al livello delle razze più vili e degradate.
“Si può chiedersi invano quali benefici abbiano tratto queste persone dalla cosiddetta civiltà dello Stato Libero. Non si trova alcun tentativo di aiutarle o di compensarle per la enorme ricchezza che contribuiscono a versare nel tesoro dello Stato. Le loro industrie tradizionali vengono distrutte, la loro libertà viene loro tolta, e il loro numero diminuisce. “Gli unici sforzi fatti per civilizzarli sono stati compiuti dai missionari, i quali incontrano continue difficoltà.”
Il Console Thesiger conclude affermando che, poiché la Compagnia si è comportata illegalmente in ogni occasione, ha perso ogni diritto a essere considerata responsabile delle situazioni negative nel paese. Parole dure, ma quanto più vere sono quando si parla dello Stato del Congo, di cui queste compagnie rappresentano soltanto un aspetto. Finché esisterà, non ci sarà speranza per quel paese. Non si può eliminare il male finché la corruzione e l’ipocrisia persistono.
Il prossimo documento riguardante questa questione proviene dal Rev. H. M. Whiteside, della nota regione di A.B.I.R. Lo riporto integralmente, affinché il lettore possa giudicare personalmente in che misura il dominio diretto belga abbia modificato la situazione locale.
“Desidero attirare la vostra attenzione su alcuni fatti riguardanti lo stato di questa regione di A.B.I.R. Dopo questo lungo viaggio nella zona, soprattutto nel quartiere di Bompona, ho constatato che le persone lavorano nella raccolta della gomma in tutte le città visitate, ad eccezione di quelle soggette a tasse sulle provviste.” “È difficile capire quale di queste ‘tasse’, sul caucciù o su altre risorse, sia la più onerosa. I lavoratori del settore del caucciù ci hanno supplicato di liberarli da questa oppressione; in un villaggio, al momento della nostra partenza, ci hanno seguiti per una distanza considerevole, rendendo difficile allontanarsi da loro. La quantità di caucciù raccolta è ridotta rispetto a quanto veniva richiesto in passato, ma non ho dubbi che la raccolta richieda comunque un terzo del tempo totale a disposizione delle persone. Molte persone dei villaggi situati dietro Bompona erano assenti mentre raccoglievano caucciù. Nella foresta abbiamo incontrato molti abitanti della regione di Ionji, alcuni impegnati nel loro lavoro, altri alla ricerca di aree dove le piante di caucciù non fossero state raccolte da altri. Abbiamo anche incontrato altri villaggi in cerca di caucciù. Quasi tutti i residenti dei villaggi si spostano nella foresta – uomini, molte donne e bambini – quando c’è bisogno di raccogliere il caucciù. “Considerando questi fatti, quanto sono prive di fondamento le affermazioni secondo cui la ‘tassa’ sul caucciù sia stata abolita nel territorio dell’A.B.I.R.! “Per quanto riguarda la tassa sulle risorse, è stato difficile ottenere informazioni precise, ma è facile notare lo stato di oppressione delle persone quando si entra in contatto con loro. A causa della tassa sulle risorse, dei costi legati al trasporto e ad altri oneri, credo che le persone di Bompona abbiano molto poco tempo a disposizione per sé stesse. C’è una cosa che non si può ignorare: l’aspetto misero e degradato delle persone che vivono intorno alla stazione postale statale di Bompona. Le case o le capanne in cui vivono riflettono lo stato di povertà dei loro proprietari; un semplice pezzo di stoffa potrebbe rappresentare tutto ciò che indossano. In tutta la zona non ho mai visto una singola barra di rame, né animali domestici, se non alcune misere galline. La povertà estrema delle persone è davvero notevole. Non c’è dubbio sul loro desiderio di possedere beni europei, ma non hanno nulla con cui acquistarli, se non caucciù e avorio, che vengono espropriati dallo Stato. “Si potrebbe pensare che io stia descrivendo la loro situazione in termini troppo cupi, ma ritengo che siano necessarie parole forti per dare un’idea reale della disperazione assoluta e dello stato di povertà estrema delle persone di Bompona, di quelle dei villaggi situati a circa venticinque miglia di distanza dalla stazione postale statale, e in misura minore anche dei lavoratori del settore del caucciù che si trovano nei dintorni di Bompona. «JKAU             “H. M. WHITESIDE. “15 giugno 1909.” Infine, c’è il seguente rapporto proveniente dall’estremo opposto del paese; è datato 1° giugno 1909. Il nome dell’autore, sebbene non sia stato reso pubblico, è stato inviato al Ministero degli Esteri. Si tratta di un cittadino americano: “Mi dispiace dover dire che è necessario promuovere azioni per la riforma del territorio belga di Kwango lungo questa frontiera. Rapine e omicidi continuano ad avvenire sotto il dominio dell’ufficiale belga di Popocabacca. Lo scorso mese è arrivato con truppe armate nel distretto di Mpangala Nlele, a due giorni da qui, per conferire la medaglia del Congo a un nuovo capo al posto del nostro vecchio amico Nlekani. Nlekani aveva lasciato diversi figli, ma nessuno di loro era disposto ad assumersi le responsabilità legate a questa carica. Pertanto, hanno messo i loro villaggi sotto l’autorità di un potente capo che viveva a nord di loro. “L’ufficiale del governo congolese insisteva da un anno affinché uno dei figli minori dell’ex capo accettasse questa carica. Questo giovane, di nome Kingeleza, era una persona perbene e intelligente, ma ritenendo che, essendo il figlio minore, non avrebbe avuto l’autorità necessaria sul popolo e si sarebbe trovato in difficoltà con il governo se non fosse stato in grado di soddisfare le sue richieste, aveva rifiutato. Tuttavia, l’ufficiale belga era così insistente che Kingeleza alla fine aveva accettato per evitare conflitti con il governo. “Durante il viaggio verso la cerimonia di investitura, l’ufficiale belga ha rapinato alcuni villaggi e ucciso due persone. La gente di Kingeleza, radunatasi per assistere alla cerimonia, sentendo parlare di ciò che era accaduto ad altri villaggi, si è spaventata ed è fuggita dalle proprie case, che i belgi hanno trovato deserte al loro arrivo. Gli soldati hanno quindi iniziato a cercare i fuggitivi nelle foreste dove si nascondevano; ne sono stati catturati venti, tra cui una delle sorelle di Kingeleza, una ragazza giovane e attraente. Quattro abitanti del villaggio sono stati successivamente rilasciati, mentre gli altri sono stati portati via insieme ad altre prede a Popocabacca. Anche la casa dell’evangelista appartenente alla missione americana, che in quel momento si trovava nel Basso Congo, è stata saccheggiata; una tenda e dei materiali scolastici sono stati portati via. “Per quanto riguarda Kingeleza, alcuni soldati belgi lo hanno incontrato lungo la strada e lo hanno ucciso. Non sapevano che fosse Kingeleza, e il governo belga continua ancora a cercarlo. “Questo stesso ‘capo dei banditi’, come preferisco chiamarlo, ha appena intrapreso un’altra razzia; poche ore dopo aver scritto queste parole, è entrato persino nel territorio portoghese, distruggendo tutto ciò che non è riuscito a portare via. Fortunatamente, la gente era già fuggita prima del suo arrivo. I portoghesi stanno segnalando questo atto di violenza al governatore generale di Loanda.”

CHAPTER XII THE POLITICAL SITUATION IHAVE not in this statement touched upon the financial side of the Congo State. A huge scandal lies there — so huge that the limits of it have not yet been defined. I will not go into that morass. If Belgians wish to be hoodwinked in the matter, and to have their good name compromised in finance as well as in morality, it is they who in the end will suffer. One may merely indicate the main points, that during the independent life of the Congo State all accounts have been kept secret, that no budgets of the last year but only estimates of the coming one have ever been published, that the State has made huge gains, in spite of which it has borrowed money, and that the great sums resulting have been laid out in speculations in China and elsewhere, that sums amounting in the aggregate to at least £7,000,000 of money have been traced to the King, and that this money has been spent partly in buildings in Belgium, partly in land in the same country, partly in building on the Riviera, partly in the corruption of public men, and of the European and American Press (our own being not entirely untarnished, I fear), and, finally, in the expenses of such a private life as has made King Leopold’s name notorious throughout Europe. Of the guilty companies the poorest seem to pay fifty and the richest seven hundred per cent, per annum. There I will leave this unsavoury side of the ma-tter. It is to humanity that I appeal, and that is concerned with higher things. Before ending my task, however, I would give a short account of the evolution of the political situation as it affected, first, Great Britain and the Congo State; secondly, Great Britain and Belgium. In each case Great Britain was, indeed, the spokesman of the civilised world. So far as one can trace, no strong protest was raised by the British Government at the time when the Congo State took the fatal step, the direct cause of everything which has followed, of leaving the honest path, trodden up to that time by all European Colonies, and seizing the land of the country as their own. Only in 1896 do we find protests against the ill-usage of British coloured subjects, ending in a statement in Parliament from Mr. Chamberlain that no further recruiting would be allowed. For the first time we had shown ourselves in sharp disagreement with the policy of the Congo State. In April, 1897, a debate was raised on Congo affairs by Sir Charles Dilke without any definite result. Our own troubles in South Africa (troubles which called forth in Belgium a burst of indignation against wholly imaginary British outrages during the war) left us little time to fulfil our Treaty obligations toward the natives on the Congo. In 1903 the matter forced itself to the front again, and a considerable debate took place in the House of Commons, which ended by passing a resolution with almost complete unanimity to the following effect: “That the Government of the Congo Free State, having, at its inception, guaranteed to the Powers that its native subjects should be governed with humanity, and that no trading monopoly or privilege should be permitted within its dominions; this House requests His Majesty’s Government to confer with the other Powers, signatories of the Berlin General Act, by virtue of which the Congo Free State exists, in order that measures may be adopted to abate the evils prevalent in that State.” In July of the same year there occurred the famous three days’ debate in the Belgian House, which was really inaugurated by the British resolution. In this debate the two brave Reformers, Vandervelde and Lorand, though crushed by the voting power of their opponents, bore off all the honours of war. M. de Favereau, the Minister of Foreign Affairs, alternately explained that there was no connection at all between Belgium and the Congo State, and that it was a breach of Belgian patriotism to attack the latter. The policy of the Congo State was upheld and defended by the Belgian Government in a way which must forever identify them with all the crimes which I have recounted. No member of the Congo administration could ever have expressed the intimate spirit of Congo administration so concisely as M. de Smet de Naeyer, when he said, speaking of the natives: “They are not entitled to anything. What is given them is a pure gratuity.” Was there ever in the world such an utterance as that from a responsible statesman! In 1885 a State is formed for the “moral and material improvement of the native races.” In 1903 the native “is not entitled to anything.” The two phrases mark the beginning and the end of King Leopold’s journey. In 1904 the British Government showed its continued uneasiness and disgust at the state of affairs on the Congo by publishing the truly awful report of Consul Casement. This document, circulated officially all over the globe, must have opened the eyes of the nations, if any were still shut, to the true object and development of King Leopold’s enterprise. It was hoped that this action upon the part of Great Britain would be the first step toward intervention, and, indeed, Lord Lansdowne made it clear in so many words that our hand was outstretched, and that if any other nation chose to grasp it, we would proceed together to the task of compulsory reform. It is not to the credit of the civilised nations that not one was ready to answer the appeal. If, finally, we are forced to move alone, they cannot say that we did not ask and desire their co-operation. From this date remonstrances were frequent from the British Government, though they inadequately represented the anger and impatience of those British subjects who were aware of the true state of affairs. The British Government refrained from going to extremes because it was understood that there would shortly be a Belgian annexation, and it was hoped that this would mark the beginning of better things without the necessity for our intervention. Delay followed delay, and nothing was done. A Liberal Government was as earnest upon the matter as its Unionist predecessor, but still the diplomatic etiquette delayed them from coming to a definite conclusion. Note followed note, while a great population was sinking into slavery and despair. In August, 1906, Sir Edward Grey declared that we “could not wait forever,” and yet we see that he is waiting still. In 1908 the long looked-for annexation came at last, and the Congo State exchanged the blue flag with the golden star for the tricolour of Belgium. Immediate and radical reforms were promised, but the matter ended as all previous promises have done. In 1909 M. Renkin, the Belgian Colonial Minister, went out to inspect the Congo State, and had the frankness before going to say that nothing would be changed there. This assurance he repeated at Boma, with a flourish about the “genial monarch” who presided over their destinies. By the time this pamphlet is printed M. Renkin will be back, no doubt with the usual talk of minor reforms, which will take another year to produce, and will be utterly futile when reduced to practice. But the world has seen this game too often. Surely it will not be made a fool of again. There is some limit to European patience. Meanwhile, in this very month of August, 1909, a full year after the annexation by Belgium (an annexation, be it mentioned, which will not be officially recognised by Great Britain until she is satisfied in the matter of reforms), Prince Albert, the heir to the throne, has returned from the Congo. He says: “The Congo is a marvellous country, which offers unlimited resources to men of enterprise. In my opinion our colony will be an important factor in the welfare of our country, whatever sacrifices we will have to make for its development. What we must do is to work for the moral regeneration of the natives, ameliorate their material situation, suppress the scourge of sleeping sickness, and build new railways.” “Moral regeneration of the natives!” Moral regeneration of his own family and of his own country — that is what the situation demands.

CAPITOLO XII
La situazione politica In questa esposizione non ho affrontato il lato finanziario dello Stato del Congo. Lì si nasconde uno scandalo enorme – così grande che i suoi confini non sono ancora stati definiti. Non intendo addentrarmi in quell’argomento. Se i belgi desiderano essere ingannati su questa questione e vedere il loro buon nome compromesso sia in ambito finanziario che morale, saranno loro ad affrontarne le conseguenze. Si possono comunque indicare alcuni punti fondamentali: durante l’esistenza indipendente dello Stato del Congo, tutte le contabilità sono state tenute segrete; non sono mai stati pubblicati bilanci relativi all’anno precedente, ma soltanto stime per quello successivo; lo Stato ha ottenuto enormi profitti, nonostante ciò abbia contratto prestiti; somme ingenti sono state investite in speculazioni in Cina e altrove; almeno 7.000.000 di sterline sono finite nelle mani del Re Leopoldo, e queste somme sono state utilizzate in parte per costruzioni in Belgio, in parte per acquistare terreni nello stesso paese, in parte per investimenti sulla Riviera, in parte per corrompere funzionari pubblici nonché la stampa europea e americana (temo che anche la nostra stampa non sia del tutto esente da colpe), e infine per mantenere un tenore di vita privato che ha reso il nome del Re Leopoldo tristemente noto in tutta Europa. Tra le società coinvolte, quelle più povere sembrano pagare una percentuale annua del 50%, mentre quelle più ricche fino al 700%. Lascio quindi da parte questo aspetto poco edificante della questione. Mi rivolgo all’umanità, che è interessata a cose più nobili. Prima di concludere il mio compito, vorrei fornire una breve descrizione dell’evoluzione della situazione politica, in relazione prima alla Gran Bretagna e allo Stato del Congo, e poi alla Gran Bretagna e al Belgio. In entrambi i casi, la Gran Bretagna è stata effettivamente il portavoce del mondo civile. Per quanto si possa risalire, il governo britannico non sollevò alcuna forte protesta quando lo Stato del Congo compì quel passo fatale, che fu la causa diretta di tutto ciò che è successo in seguito: abbandonare la strada onesta percorsa fino ad allora da tutte le colonie europee e appropriarsi delle terre del paese come proprie. Solo nel 1896 si registrarono proteste contro il maltrattamento dei sudditi di colore britannici, che portarono a una dichiarazione del signor Chamberlain in Parlamento secondo cui non sarebbe più permesso reclutare nuovi lavoratori. Per la prima volta ci dimostrammo nettamente in disaccordo con la politica dello Stato del Congo. Nel aprile 1897, Sir Charles Dilke sollevò una discussione sulle questioni del Congo, ma senza alcun risultato concreto. I nostri problemi in Sud Africa (problemi che scatenarono in Belgio un’ondata di indignazione per presunte aggressioni britanniche durante la guerra) ci lasciarono poco tempo per adempiere agli obblighi contratti con i nativi del Congo. Nel 1903 la questione tornò all’attenzione, e si tenne una lunga discussione alla Camera dei Comuni, che terminò con l’approvazione, quasi all’unanimità, di una risoluzione con il seguente contenuto: Il Governo dello Stato Libero del Congo, fin dalle sue origini, aveva garantito alle potenze che i suoi sudditi indigeni sarebbero stati governati con umanità e che nessun monopolio o privilegio commerciale sarebbe stato permesso nei suoi domini; pertanto, questa Camera chiede al Governo di Sua Maestà di consultarsi con le altre potenze firmatarie dell’Atto Generale di Berlino, su base del quale lo Stato Libero del Congo è stato istituito, al fine di adottare misure per ridurre i mali diffusi in quel Paese.
Nel luglio dello stesso anno ebbe luogo la famosa discussione durata tre giorni alla Camera Belga, innescata proprio dalla risoluzione britannica. In questa discussione i due coraggiosi riformatori, Vandervelde e Lorand, sebbene sopraffatti dal peso della maggioranza avversaria, si aggiudicarono tutti gli onori dovuti a chi lotta per la giustizia. Il Ministro degli Esteri, M. de Favereau, sostenne ripetutamente che non esistesse alcun legame tra il Belgio e lo Stato del Congo, e che attaccare quest’ultimo fosse un atto contrario al patriottismo belga. La politica dello Stato del Congo fu difesa con tali argomentazioni da parte del governo belga, tanto da far sì che esso venisse per sempre identificato con tutti i crimini di cui ho parlato. Nessun membro dell’amministrazione congolese avrebbe potuto esprimere in modo più conciso lo spirito reale della sua politica nei confronti degli indigeni di quanto fece M. de Smet de Naeyer, quando disse: “Non hanno diritto a nulla; ciò che viene loro concesso è semplicemente una gratitudine.” Esiste forse al mondo un’espressione più sprezzante da parte di uno statista responsabile?
Nel 1885 lo Stato del Congo fu creato con l’intento di “migliorare moralmente e materialmente le razze indigene”; nel 1903, invece, si affermava che gli indigeni “non avessero diritto a nulla”. Queste due dichiarazioni segnano rispettivamente l’inizio e la fine del percorso politico di Re Leopoldo.
Nel 1904 il governo britannico dimostrò ancora una volta la sua preoccupazione e disgusto per la situazione nel Congo, pubblicando il terribile rapporto del console Casement. Questo documento, diffuso ufficialmente in tutto il mondo, doveva certamente far aprire gli occhi alle nazioni, se ancora ce n’erano alcune che non vedessero chiaramente l’obiettivo reale e lo sviluppo delle attività di Re Leopoldo. Si sperava che questa iniziativa da parte della Gran Bretagna fosse il primo passo verso un intervento congiunto; infatti, Lord Lansdowne espresse chiaramente che la nostra mano era tesa e che, se qualche altra nazione avesse voluto collaborare, avremmo proceduto insieme verso una riforma obbligatoria. Non è certo un merito delle nazioni civili il fatto che nessuna di esse fosse disposta ad accettare questa proposta. Se alla fine dovremo agire da soli, non potranno dire che non abbiamo chiesto e desiderato la loro collaborazione. Da quella data, le proteste del governo britannico divennero frequenti, anche se esse rappresentavano in modo insufficiente la rabbia e l’impazienza di quei cittadini britannici che erano a conoscenza della vera situazione delle cose. Il governo britannico si astenne dal prendere misure estreme, poiché si era consapevole che presto avrebbe avuto luogo l’annessione del Belgio e si sperava che questo segnasse l’inizio di tempi migliori, senza la necessità della nostra intervento. Si susseguirono ritardi su ritardi, e nulla venne fatto. Un governo liberale fu altrettanto determinato in questa questione quanto il suo predecessore unionista, ma ancora una volta le formalità diplomatiche impedirono di giungere a una decisione definitiva. Arrivarono continue note ufficiali, mentre un gran numero di persone cadeva nella schiavitù e nel disperazione. Nel agosto del 1906, Sir Edward Grey dichiarò che “non potevamo aspettare per sempre”, ma evidentemente continuava ad aspettare ancora oggi. Nel 1908 finalmente avvenne l’annessione tanto attesa: lo Stato del Congo sostituì la bandiera blu con la stella d’oro con quella tricolore del Belgio. Furono promesse riforme immediate e radicali, ma come tutte le promesse precedenti, anche queste rimasero lettera morta. Nel 1909 il ministro coloniale belga, M. Renkin, si recò in Congo per ispezionare la situazione e, prima ancora di partire, ebbe l’onestà di ammettere che nulla sarebbe cambiato. Ripeté questa affermazione anche a Boma, sottolineando il ruolo del “monarca benevolo” che guidava il destino del Congo. Al momento della pubblicazione di questo pamphlet, M. Renkin sarà sicuramente già tornato, probabilmente con promesse di piccole riforme che richiederanno un altro anno per essere attuate e che, una volta messe in pratica, si riveleranno completamente inutili. Ma il mondo ha già visto troppe volte questo tipo di situazioni. Sicuramente non verrà più preso in giro. La pazienza europea ha i suoi limiti.
Nel frattempo, proprio in questo mese di agosto 1909, un anno dopo l’annessione da parte del Belgio (un’annessione che, va detto, non sarà ufficialmente riconosciuta dal Regno Unito fino a quando non verranno attuate le promesse di riforme), il principe Alberto, erede al trono, è tornato dal Congo. Ha dichiarato:
“Il Congo è un paese meraviglioso, che offre risorse infinite a chi è disposto ad intraprendere imprese. A mio parere, la nostra colonia diventerà un fattore importante per il benessere del nostro paese, qualunque sacrificio dobbiamo fare per il suo sviluppo. Quello che dobbiamo fare è lavorare per la rigenerazione morale dei nativi, migliorare le loro condizioni materiali, sconfiggere la piaga della malattia del sonno e costruire nuove ferrovie.”
“Rigenerazione morale dei nativi, ” In realtà, ciò che è davvero necessario è una rigenerazione morale della sua stessa famiglia e del suo stesso paese. Questo è ciò che la situazione richiede.

CHAPTER XIII SOME CONGOLESE APOLOGIES IT ONLY remains to examine some of the Congolese attempts to answer the unanswerable. It is but fair to hear the other side, and I will set down such points as they advance as clearly as I can: 1.        — That the Congo State is independent and that it is no one else’s business what occurs within its borders. I have, I trust, clearly shown that by the Berlin Treaty of 1885 the State was formed on certain conditions, and that these conditions as affecting both trade and the natives have not been fulfilled. Therefore we have the right to interfere. Apart from the Treaty this right might be claimed on the general grounds of humanity, as has been done more than once with Turkey. 2.        — That the French Congo is as bad, and that we do not interfere. The French Colonial system has usually been excellent, and there is, therefore, every reason to believe that this one result of evil example will soon be amended. There, at least, we have no Treaty obligation to interfere. 3.        — That the English agitation is due to jealousy of Belgian success. We do not look upon it as success, but the most stupendous failure in history. What is there to be jealous of? Is it the making of money? But we could do the same at once in any tropical Colony if we stooped to the same methods. 4.        — That it is a plot of the Liverpool merchants. This legend had its origin in the fact that Mr. Morel, the leader and hero of the cause, was in business in Liverpool, and was afterward elected to be a member of the Liverpool Chamber of Com- merce. There is, indeed, a connection between Liverpool and the movement, because it was while engaged in the shipping trade there that Mr. Morel was brought into connection with the persons and the facts which moved him to generous indignation, and started him upon the long struggle which he has so splendidly and unselfishly maintained. As a matter of fact, all business men in England have very good reason to take action against a system which has kept their commerce out of a country which was declared to be open to international trade. But of ail towns Liverpool has the least reason to complain, as it is the centre of that shipping line which (alas! that any English line should do so) conveys the Congo rubber from Boma to Antwerp. 5.        — That it is a Protestant scheme in order to gain an advantage over the Catholic missions. In all British Colonies Catholic missions may be founded and developed without any hindrance. If the Congo were British to-morrow, no Catholic church, or school would be disturbed. What advantage, then, would the Protestants gain by any change? These charges are, as a matter of fact, borne out by Catholics as well as by Protestants. Father Vermeersch is as fervid as any English or American pastor. 6.        — That travellers who have passed through the country, and others who reside in the country, have seen no trace 0} outrages. Such a defence reminds one of the ancient pleasantry of the man who, being accused on the word of three men who were present and saw him do the crime, declared that the balance of evidence was in his favour, since he was prepared to produce ten men who were not present and did not see it. Of the white people who live in the country the great majority are in the Lower Congo, which is not affected by the murderous rubber traffic. Their evidence is beside the question. When a traveller passes up the main river his advent is known and all is ready for him. Captain Boyd Alexander passed, as I understand, along the frontier, where naturally one would expect the best conditions, since a discontented tribe has only to cross the line. To show the fallacy of such reasoning I would instance the case of the Reverend John Howell, who for many years travelled on one of the mission boats upon the main river and during that time never saw an outrage. No doubt he had formed the opinion that his brethren had been exaggerating. Then one day he heard an outburst of firing, and turned his little steamer to the spot. This is what he saw: “They1 were horrified to find the native soldiers of the Government under the eyes of their white officers engaged in mutilating the dead bodies of the natives who had just been killed. • Three native bodies were lying near the river’s edge and human limbs were lying within a few yards from the steamer. A State soldier was seen drawing away the legs and other portions of a human body. Another soldier was seen standing by a large basket in which were the viscera of a human body. The missionaries were promptly ordered off the beach by the two officers presiding over this human shambles.” And this was on the main river, twenty years after the European occupation. 7.        — That land has been claimed by Government in Uganda and other British Colonies. Where land has been so claimed, it has been worked by free labour for the benefit of the African community itself, and not for the purpose of sending the proceeds to Europe. This is a vital distinction. 8.        — That odious incidents occur in all Colonies. It is true that no Colonial system is always free from such reproach. But the object of the normal European system is to discourage and to punish such abuses, especially if they occur in high places. I have already given the instance of Eyre, Governor of Jamaica, who was tried for his life in England because he had executed a half-caste at a time when there was actual revolt among the black population, of which he was the leader. Germany also has not hesitated to bring to the bar of Justice any of her officers who have lowered her prestige by their conduct in the tropics. But in the Congo, after twenty years of unexampled horror and brutality, not one single officer above the rank of a simple clerk has ever been condemned, or even, so far as I can learn, tried for conduct which, had they been British, would assuredly have earned them the gallows. What chance would Lothaire or Le Jeune have before a Middlesex jury? There lies the difference between the systems. 9.        — That the British charges did not begin until the Congo became a flourishing State. Since the Congo’s wealth sprang from this barbarous system, it is natural that they both attracted attention at the same time. Rising wealth meant a more rigidly enforced system. 10. — That the Congo State deservea great credit for having prohibited the sale of alcohol to the natives. It is true that the sale of alcohol to natives should be forbidden in all parts of Africa. It is caused by the competition of trade. If a chief desires gin for his ivory, it is clear that the nation which supplies that gin will get the trade, and that which refuses will lose it. This by way of explanation, not of apology. But as there is no trade competition in the Congo, they have no reason to introduce alcohol, which would simply detract from the quality and value of their slave population. When compared with the absolute immorality of other Congo proceedings, it is clear that the prohibition of alcohol springs from no high motive, but is purely dictated by self-interest. n. — That the depopulation is due to sleeping sickness. Sleeping sickness is one of the contributory causes, but all the evidence in this book will tend to show that the great wastage of the people has occurred where the Congo rule has pressed heavily upon them. So I bring my task to an end. I look at my statement of the facts and I wince at its many faults of omission. How many specific examples have I left out, how many deductions have I missed, how many fresh sides to the matter have I neglected. It is hurried and broken, as a man’s speech may be hurried and broken when he is driven to it by a sense of burning injustice and intolerable wrong. But it is true — and I defy any man to read it without rising with the conviction of its truth. Consider the cloud of witnesses. Consider the minute and specific detail in the evidence. Consider the undenied system which must prima facie produces such results. Consider the admissions of the Belgian Commission. Not one shadow of doubt can remain in the most sceptical mind that the accusations of the Reformers have been absolutely proved. It is not a thing of the past. It is going on at this hour. The Belgian annexation has made no difference. The machinery and the men who work it are the same. There are fewer outrages it is true. The spirit of the unhappy people is so broken that it is a waste of labour to destroy them further. That their conditions have not improved is shown by the unanswerable fact that the export of rubber has not decreased. That export is the exact measure of the terrorism employed. Many of the old districts are worked out, but the new ones, must be exploited with greater energy to atone. The problem, I say, remains as ever. But surely the answer is at hand. Surely there is some limit to the silent complicity of the civilised world?

CAPITOLO XIII
ALGUNE SCUSE CONGOLESI Resta ora esaminare alcuni dei tentativi fatti dal Congo per rispondere a quelle domande che non ammettono risposta. È giusto ascoltare anche il punto di vista opposto, e trascriverò quanto verrà avanzato nel modo più chiaro possibile: 1. – Che lo Stato del Congo sia indipendente e che non spetti a nessun altro decidere ciò che avviene entro i suoi confini.
Ho dimostrato chiaramente che, secondo il Trattato di Berlino del 1885, lo Stato fu istituito su determinate condizioni; queste condizioni, riguardanti sia il commercio che la situazione dei nativi, non sono state rispettate. Pertanto abbiamo il diritto di intervenire. Anche senza il Trattato, questo diritto potrebbe essere giustificato da motivi umanitari, come è già avvenuto più volte per la Turchia. 2. – Che il Congo francese sia altrettanto negativo e che noi non intervengiamo.
Il sistema coloniale francese è solitamente eccellente; quindi ci sono tutte le ragioni per ritenere che anche in questo caso i problemi possano essere risolti a breve termine. Lì, almeno, non abbiamo obblighi contrattuali che ci impongano di intervenire. 3. – Che l’agitazione inglese sia dovuta alla gelosia per il successo belga.
Non la consideriamo certo un successo, ma piuttosto il più enorme fallimento nella storia. Cosa c’è da invidiare? La capacità di guadagnare denaro? Ma potremmo fare lo stesso in qualsiasi colonia tropicale, se solo decidessimo di adottare gli stessi metodi. 4. – Che si tratti di una cospirazione dei commercianti di Liverpool.
Questa leggenda ha origine dal fatto che il signor Morel, leader del movimento, lavorava a Liverpool e in seguito fu eletto membro della Camera di Commercio di quella città. C’è effettivamente un legame tra Liverpool e questo movimento: fu proprio durante la sua attività nel settore navale lì che il signor Morel entrò in contatto con le persone e i fatti che lo spinsero a una lotta così generosa e altruista. In realtà, tutti gli imprenditori inglesi hanno buone ragioni per opporsi a un sistema che ha escluso il loro commercio da un paese dichiarato aperto al commercio internazionale. Ma tra tutte le città, Liverpool è quella che ha meno motivi di lamentarsi: è infatti il centro della linea navale che trasporta la gomma del Congo da Boma ad Anversa. 5. – Che si tratti di un piano dei protestanti per ottenere un vantaggio sulle missioni cattoliche.
In tutte le colonie britanniche, le missioni cattoliche possono essere fondate e sviluppate senza alcun ostacolo. Se domani il Congo diventasse britannico, nessuna chiesa o scuola cattolica verrebbe disturbata. Quale vantaggio, quindi, potrebbero trarre i protestanti da eventuali cambiamenti? Queste accuse sono state avanzate sia dai cattolici che dai protestanti; anche il padre Vermeersch è altrettanto fervente di qualsiasi pastore inglese o americano. 6. – Che viaggiatori che hanno attraversato il paese, nonché persone che vi risiedono, non abbiano riscontrato alcun segno di atrocità. Un tale tipo di difesa ricorda le antiche battute scherzose di colui che, accusato sulla parola di tre uomini presenti e testimoni dell’atto criminoso, dichiarava che l’equilibrio delle prove era a suo favore, poiché era disposto a produrre i nomi di dieci uomini assenti e non testimoni dell’accaduto. La stragrande maggioranza dei bianchi che vivono in quella regione si trova nel Basso Congo, dove il traffico criminale legato alla produzione della gomma non ha alcun impatto; quindi le loro testimonianze sono del tutto irrilevanti. Quando un viaggiatore arriva lungo il fiume principale, la sua presenza viene subito nota e tutto viene preparato per accoglierlo. Il Capitano Boyd Alexander, per quanto ne so, ha attraversato quella zona di confine, dove ci si sarebbe aspettati le migliori condizioni, dato che una tribù insoddisfatta avrebbe potuto facilmente attraversare il confine. Per dimostrare l’errore di questo ragionamento, posso citare il caso del Reverendo John Howell: per molti anni ha viaggiato su uno dei battelli missionari lungo quel fiume e in tutto quel tempo non ha mai assistito a nessun atto violento; probabilmente aveva quindi concluso che i suoi confratelli esagerassero. Un giorno, però, sentì degli spari e dirizzò il suo piccolo battello verso il luogo del fatto. Ecco ciò che vide: “I soldati governativi bianchi stavano mutilando i corpi dei nativi appena uccisi; tre corpi giacevano vicino alla riva del fiume e arti umane erano sparse nelle immediate vicinanze del battello. Un soldato stava portando via gambe e altre parti di corpi umani, mentre un altro si trovava accanto a un cesto contenente gli organi interni di una persona. I missionari furono immediatamente allontanati dalla riva dai due ufficiali che supervisionavano quella scena orribile.” E tutto ciò avvenne sul fiume principale, vent’anni dopo l’occupazione europea. Quella terra è stata rivendicata dal governo in Uganda e in altre colonie britanniche; nei luoghi dove tale rivendicazione è stata effettuata, la terra è stata lavorata da manodopera libera a beneficio della comunità africana stessa, e non al fine di inviare i proventi in Europa. Questa è una distinzione fondamentale. È vero che nessun sistema coloniale è sempre esente da tali critiche. Ma l’obiettivo del normale sistema europeo è proprio quello di scoraggiare e punire tali abusi, soprattutto se avvengono in posizioni di potere. Ho già menzionato l’esempio di Eyre, governatore della Giamaica, che fu processato in Inghilterra per aver giustiziato un individuo di razza mista in un periodo in cui c’era una vera e propria rivolta tra la popolazione nera, di cui lui stesso era il leader. Anche la Germania non ha esitato a portare davanti alla giustizia i propri funzionari che avevano compromesso il prestigio del paese con il loro comportamento nei tropici. Ma nel Congo, dopo vent’anni di orrori e brutalità senza precedenti, nessun funzionario di rango superiore a quello di un semplice impiegato è mai stato condannato, o nemmeno processato, per comportamenti che, se avessero commesso britannici, gli sarebbero sicuramente costati la forca. Quale possibilità avrebbero avuto Lothaire o Le Jeune davanti a una giuria del Middlesex? Ecco la differenza tra i due sistemi.
9. — Le accuse britanniche sono iniziate soltanto quando il Congo è diventato uno Stato fiorente.
Poiché la ricchezza del Congo derivava da questo sistema barbaro, è naturale che entrambi abbiano attirato l’attenzione nello stesso momento: un aumento della ricchezza significava necessariamente un sistema più rigorosamente applicato. 10. — Che lo Stato del Congo meriti grande lode per aver proibito la vendita di alcol ai nativi. È vero che la vendita di alcol ai nativi dovrebbe essere vietata in tutte le parti dell’Africa; ciò è dovuto alla concorrenza commerciale: se un capo desidera gin per il proprio avorio, è evidente che la nazione che fornisce quel gin otterrà il mercato, mentre quella che rifiuta lo perderà. Questo serve solo a spiegare la situazione, non a giustificarla. Tuttavia, poiché nel Congo non esiste alcuna concorrenza commerciale, non c’è motivo di introdurre l’alcol, il quale semplicemente ridurrebbe la qualità e il valore della popolazione schiava. Rispetto all’assoluta immoralità delle altre pratiche del Congo, è chiaro che il divieto sull’alcol non deriva da motivi nobili, ma è puramente dettato dall’interesse egoistico.
n. — Che la riduzione della popolazione sia dovuta alla malattia del sonno. La malattia del sonno è una delle cause contributive, ma tutte le prove presenti in questo libro dimostrano che il grave consumo di risorse umane si è verificato proprio nelle zone dove il dominio congolese è stato particolarmente oppressivo.
Con ciò concludo il mio compito. Guardo la mia dichiarazione dei fatti e rabbrividisco di fronte alle sue numerose omissioni. Quanti esempi specifici ho tralasciato, quante deduzioni ho trascurato, quanti aspetti nuovi della questione ho ignorato. È un testo affrettato e frammentario, proprio come può essere il discorso di un uomo spinto da un senso di profonda ingiustizia e torto intollerabile. Ma è vero. E sfido chiunque a leggerlo senza convincersene della sua veridicità. Pensate alla schiera di testimoni, ai dettagli minuziosi presenti nelle prove, al sistema innegabile che, a prima vista, produce tali risultati. Pensate anche alle ammissioni della Commissione Belga: non può rimanere alcun dubbio nella mente del più scettico riguardo alla fondatezza delle accuse dei Riformatori. Non si tratta di un fatto del passato. Sta accadendo proprio in questo momento. L’annessione belga non ha cambiato nulla: gli strumenti e le persone che ne sono responsabili sono sempre gli stessi. È vero, ci sono meno atti di violenza. Lo spirito delle popolazioni sfortunate è così spezzato che distruggerle ulteriormente sarebbe inutile. Il fatto che le loro condizioni non siano migliorate lo dimostra il dato incontrovertibile: l’esportazione della gomma non è diminuita. Quell’esportazione rappresenta esattamente la misura del terrorismo praticato. Molti dei vecchi quartieri sono stati sfruttati, ma i nuovi devono essere sottoposti a un’esploitation ancora più intensa per “espiare” i crimini commessi in passato. Il problema, dunque, rimane immutato. Ma sicuramente esiste una soluzione. Sicuramente esiste un limite alla complicità silenziosa del mondo civile.

CHAPTER XIV SOLUTIONS BUT what can be done? What course should we pursue? Let us consider a few possible solutions and the reasons which bear upon them. There is one cardinal fact which dominates everything. It is that any change must be for the better. Under their old savage regime as Stanley found them the tribes were infinitely happier, richer and more advanced than they are to-day. If they should return undisturbed to such an existence, the situation would, at least, be free from all that lowering of the ideals of the white race which is implied by a Belgian occupation. We may start with a good heart, therefore, since whatever happens must be for the better. Can a solution be found through Belgium? No, it is impossible, and that should be recognised from the outset. The Belgians have been given their chance. They have had nearly twenty-five years of undisturbed possession, and they have made it a hell upon earth. They cannot disassociate themselves from this work or pretend that it was done by a separate State. It was done by a^elgian King, Belgian soldiers, Belgian financiers, Belgian lawyers, Belgian capital, and was endorsed and defended by Belgian governments. It is out of the question that Belgium should remain on the Congo. Nor, in face of reform, would Belgium wish to be there. She could not carry the burden. When the country is restored to its inhabitants together with their freedom, it will be in the same position as those German and English colonies which entail heavy annual expenditure from the mother country. It is a proof of the honesty of German colonial policy, and the fitness of Germany to be a great land-owning Power, that nearly all her tropical colonies, like our own, show, or have shown, a deficit. It is easy to show a profit if a land be exploited as Spain exploited Central America, or Belgium the Congo. It would always be more profitable to sack a business than to run it. 123 Now, if the forced revenue of the Congo State disappeared, it would, at a moderate estimate, take a minimum of a million a year for twenty years to bring the demoralised State back to the normal condition of a tropical colony. Would Belgium pay this £20,000,000? It is certain that she would not. Reform, then, is an absolute impossibility so long as Belgium holds the Congo. What, then, should be done? That is for the statesmen of Europe and America to determine. America hastened before all the rest of the world in 1884 to recognise this new State, and her recognition caused the rest of the world to follow suit. But since then she has done nothing to control what she created. American citizens have suffered as much as British, and American commerce has met with the same impediments, in spite of the shrewd attempt of King Leopold to bribe American complicity by allowing some of her citizens to form a Concessionnaire Company and so to share in the unholy spoils. But America has a high moral sense, and when the true facts are known to her, and when she learns to distinguish the outcome of King Leopold’s dollars from the work of honest publicists, she will surely be ready to move in the matter. It was in crushing pirates that America made her first international appearance upon the world’s stage. May it be a precedent. But to bring the matter to a head the British Government should surely act with no further delay. The obvious course would appear to be that having prepared the ground by sounding each of the Great Powers, they should then lay before each of them the whole evidence, and ask that a European Congress should meet to discuss the situation. Such a Congress would surely result in the partition of the Congo lands — a partition in which Great Britain, whose responsibilities of empire are already too vast, might well play the most self-denying part. If France, having given a pledge to rule her Congo lands in the same excellent fashion as she does the rest of her African Empire, were to extend her borders to the northern bank of the river along its whole course until it turns to the south, then an orderly government might be hoped for in those regions. Germany, too, might well extend her East African Protectorate, so as to bring it up to the eastern bank of the Congo, where it runs to the south. With these large sections removed it would not be difficult to arrange some great native reservation in the centre, which should be under some international guarantee which would be less of a fiasco than the last one. The Lower Congo and the Boma railway would, no doubt, present difficulties, but surely they arc not above solution. And always one may repeat that any change is a change for good. Such a partition would form one solution. Another, less permanent and stable — and to that extent, as it seems to me, less good — is that which is advanced by Mr. Morel and others. It is an international control of the river, some provision for which is, as I understand, already in existence. The trouble is that what belongs to all nations belongs to no nation, and that when the native risings and general turmoil come, which will surely succeed the withdrawal of Belgian pressure, something stronger and richer than an International Riverine Board will be needed to meet them. I am convinced that partition affords the only chance of solid, lasting amendment. Let us suppose, however, that the Powers refuse to convene a meeting, and that we are deserted even by America. Then it is our duty, as it has often been in the world’s history, to grapple single- handed with that which should be a common task. We have often done so before, and if we are worthy of our fathers, we will do it again. A warning and a date must be fixed, and then we must decide our course of action. And what shall that action be? War with Belgium? On them must rest the responsibility for that. Our measures must be directed against the Congo State, which has not yet been recognised by us as being a possession of Belgium. If Belgium take up the quarrel then so be it. There are many ways in which we can bring the Congo State to her knees. A blockade of the Congo is one, but it has the objection of the international complications which might ensue. An easier way would be to proclaim this guilty land as an outlaw State. Such a proclamation means that to no British subject does the law of that land apply. If British traders enter it, they shall be stopped at the peril of those who stop them. If British subjects are indicted, they shall be tried in our own Consular Courts. If complications ensue, as is likely, then Boma shall be occupied. This would surely lead to that European Conference which we are supposing to have been denied us. Yet another solution. Let a large trading caravan start into the Congoland from Northern Rhodesia. We claim that we have a right to free trade by the Berlin Treaty. We will enforce our claim. To do so would cut at the very roots of the Congo system. If the caravan be opposed, then again Boma and a conference. Many solutions could be devised, but there is one which will come of itself, and may bring about a very sudden end of the Congo Power. Northern Rhodesia is slowly filling up. The railhead is advancing. The nomad South African population, half Boers, half English, adventurers and lion hunters, are trekking toward the Katanga border. They are not men who will take less than those rights of free entry and free commerce which are, in fact, guaranteed them. Only last year twelve Boer wagons appeared upon the Katanga border and were, contrary to all international law, warned off. They are the pioneers of many more. No one has the right, and no one, save their own Government, has the force to keep them out. Let the Powers of Europe hasten to regulate the situation, or some day they may find themselves in the presence of a fait accompli. Better an orderly partition conducted from Paris or Berlin, than the intrusion of some Piet Joubert, with his swarthy followers, who will see no favour in taking that which they believe to be their right. But whichever solution is adopted, the conscience of Europe should not be content merely with the safeguarding of the future. Surely there should be some punishment for those who by their injustice and violence have dragged Christianity and civilization in the dirt. Surely, also, there should be compulsory compensation out of the swollen moneybags of the three hundred per cent, concessionnaires for the widows and the orphans, the maimed and the incapacitated. Justice cannot be satisfied with less. An International Commission, with punitive powers, may be exceptional, but the whole circumstances are exceptional, and Europe must rise to them. The fear is, however, that it is the wretched agents on the spot, the poor driven bonus- hunters who will be offered up as victims, whereas the real criminals will escape. The curse of blood and the scorn of every honest man rest upon them already. Would that they were within the reach of human justice also! They have been guilty of the sack of a country, the spoliation of a nation, the greatest crime in all history, the greater for having been carried out under an odious pretence of philanthropy. Surely somehow, somewhere, they will have their reward!

CAPITOLO XIV
Soluzioni Ma cosa si può fare? Quale strada dovremmo seguire? Esaminiamo alcune possibili soluzioni e i motivi che le sostengono. C’è un fatto fondamentale che domina ogni situazione: qualsiasi cambiamento deve portare a miglioramenti. Secondo quanto Stanley osservò, sotto il loro vecchio regime selvaggio quelle tribù erano infinitamente più felici, ricche e avanzate di oggi. Se dovessero tornare indietro a quella condizione, almeno si eviterebbe quel declino degli ideali della razza bianca che una occupazione belga comporterebbe. Possiamo quindi partire da buone intenzioni, poiché qualsiasi cosa accada dovrà portare a miglioramenti. È possibile trovare una soluzione attraverso il Belgio?
No, è impossibile, e questo deve essere riconosciuto fin dall’inizio. Ai Belgi è stata data la loro opportunità: hanno avuto quasi venticinque anni di controllo ininterrotto sul Congo, e l’hanno trasformato in un inferno sulla terra. Non possono dissociarsi da queste azioni né fingere che siano state compiute da uno Stato diverso; sono stati re belgi, soldati belgi, banchieri belgi, avvocati belgi e capitale belga a gestire il Congo, con il sostegno dei governi belgi. È assolutamente impossibile che il Belgio rimanga nel Congo. Nemmeno di fronte alle richieste di riforma il Belgio vorrebbe continuare a occuparlo: non potrebbe sopportare quel peso. Quando il Congo verrà restituito ai suoi abitanti insieme alla loro libertà, si troverà nella stessa situazione delle colonie tedesche e inglesi che richiedono costose spese annuali dal Paese madre. Il fatto che quasi tutte le colonie tropicali tedesche, come le nostre, presentino un deficit è una prova dell’onestà della politica coloniale tedesca e della capacità della Germania di essere una grande potenza proprietaria di territori. È facile ottenere profitti quando un Paese sfrutta altre terre, come la Spagna ha fatto con l’America Centrale o il Belgio con il Congo. Ma sarebbe sempre più vantaggioso saccheggiare un’impresa che gestirla correttamente. Ora, se le entrate forzate dello Stato del Congo scomparissero, ci vorrebbero almeno un milione di sterline all’anno per vent’anni affinché lo Stato, ormai degradato, potesse tornare alla condizione normale di una colonia tropicale. Il Belgio pagherebbe questi 20 milioni di sterline? Sicuramente no. Quindi, finché il Belgio detiene il Congo, qualsiasi riforma è assolutamente impossibile. Allora, cosa si dovrebbe fare? Spetta ai politici d’Europa e d’America decidere. Negli anni ’84 dell’Ottocento, l’America fu la prima nazione al mondo a riconoscere questo nuovo Stato, e tale riconoscimento spinse le altre nazioni ad imitarla. Tuttavia, da allora non ha fatto nulla per controllare ciò che aveva creato. I cittadini americani hanno sofferto tanto quanto quelli britannici, e il commercio americano si è trovato di fronte agli stessi ostacoli, nonostante i tentativi del re Leopoldo di corrompere gli Stati Uniti permettendo ad alcuni cittadini americani di fondare una compagnia concessionaria per partecipare ai profitti derivanti da quelle terre. Ma l’America possiede un alto senso morale, e quando verranno conosciuti i fatti veri, e quando comprenderà che i risultati ottenuti grazie al denaro del re Leopoldo non sono dovuti all’impegno di persone oneste, sicuramente sarà pronta ad intervenire. Fu proprio nella lotta contro i pirati che l’America fece la sua prima apparizione internazionale sulla scena mondiale. Possa questo costituire un precedente. Ma per portare la questione a una soluzione definitiva, il governo britannico dovrebbe agire senza ulteriori ritardi. L’approccio più logico sembrerebbe quello di preparare il terreno consultando tutte le grandi potenze, presentare loro tutte le prove disponibili e chiedere che si riunisca un congresso europeo per discutere della situazione. Un simile congresso porterebbe sicuramente alla divisione delle terre del Congo: una divisione nella quale la Gran Bretagna, il cui ruolo imperiale è già estremamente oneroso, potrebbe assumersi il compito più sacrificale. Se la Francia, essendo impegnata a governare le sue terre africane con lo stesso impegno e efficacia, estendesse i suoi confini fino alla riva settentrionale del fiume Congo lungo tutto il suo corso, si potrebbe sperare nell’instaurazione di un governo ordinato in quelle regioni. Anche la Germania potrebbe espandere il suo protettorato nell’Africa orientale, portandolo fino alla riva orientale del Congo. Una volta eliminate queste grandi aree, non sarebbe difficile creare una grande riserva indigena al centro, sotto qualche forma di garanzia internazionale che evitasse i fallimenti delle precedenti tentativi. Il tratto inferiore del fiume Congo e la ferrovia di Boma presenterebbero senza dubbio alcune difficoltà, ma sicuramente non sono insormontabili. E si può sempre ripetere che qualsiasi cambiamento rappresenta un passo verso il meglio. Una tale divisione costituirebbe una soluzione possibile. Un’altra soluzione, meno permanente e stabile – e quindi, a mio parere, meno efficace – è quella proposta da Mr. Morel e altri: un controllo internazionale del fiume Congo. A quanto ne so, già esistono alcune disposizioni in questo senso. Il problema è che ciò che appartiene a tutte le nazioni, di fatto non appartiene a nessuna; quindi, quando si verificheranno rivolte indigene e caos generale – come sicuramente accadrà dopo la scomparsa della pressione belga – sarà necessario qualcosa di più efficace di un semplice comitato internazionale per gestire la situazione. Sono convinto che solo una divisione delle terre del Congo possa offrire una vera e propria soluzione duratura e stabile. Supponiamo tuttavia che le Potenze rifiutino di convocare una riunione e che anche l’America ci abbandoni. Allora è nostro dovere, come è accaduto spesso nella storia del mondo, affrontare da soli ciò che dovrebbe essere un compito comune. L’abbiamo già fatto in passato, e se siamo degni dei nostri antenati, lo faremo di nuovo. È necessario fissare un avvertimento e una data, dopodiché decidere quale sarà la nostra linea d’azione. E qual sarà questa azione? Guerra contro il Belgio? La responsabilità di ciò dovrà ricadere su di loro. Le nostre misure dovranno essere dirette contro lo Stato del Congo, che non è ancora stato riconosciuto da noi come possedimento del Belgio. Se il Belgio decide di intraprendere questa contesa, allora sia. Esistono molti modi per far cadere lo Stato del Congo in ginocchio: un blocco navale sul Congo ne sarebbe uno, ma comporterebbe complicazioni internazionali. Un modo più semplice sarebbe dichiarare tale territorio uno Stato fuorilegge; una tale proclamazione significherebbe che la legge di quel paese non si applicherebbe a nessun cittadino britannico. Se i commercianti britannici vi entrassero, verrebbero fermati, e coloro che li ostacolano correrebbero dei rischi. Se i cittadini britannici venissero accusati, sarebbero processati nei nostri tribunali consolari. Se si verificassero complicazioni, come è probabile, allora Boma verrebbe occupata. Ciò porterebbe sicuramente a quella conferenza europea di cui supponiamo ci sia stata negata l’opportunità. Un’altra soluzione potrebbe essere che una grande carovana commerciale partisse dalla Rhodesia Settentrionale verso il Congo. Sosteniamo di avere il diritto al libero scambio secondo il Trattato di Berlino, e faremo valere tale diritto. Questo colpirebbe direttamente alle radici del sistema congolese. Se la carovana dovesse incontrare resistenza, allora ancora una volta Boma e una conferenza sarebbero inevitabili. Si potrebbero escogitare molte soluzioni, ma ce n’è una che potrebbe verificarsi da sola e portare a una fine improvvisa del dominio congolese. La Rhodesia Settentrionale si sta lentamente popolando; la linea ferroviaria si sta espandendo. La popolazione nomade sudafricana, metà boera e metà inglese, composta da avventurieri e cacciatori di leoni, si sta spostando verso il confine del Katanga. Non sono persone disposte ad accettare meno dei diritti al libero ingresso e al libero commercio che, in realtà, loro sono garantiti. Solo l’anno scorso dodici carri boeri sono apparsi al confine del Katanga ed è stato loro intimato di allontanarsi, in violazione di tutte le leggi internazionali. Sono i pionieri di molti altri gruppi simili. Nessuno ha il diritto, e nessuno, tranne il loro stesso governo, ha la forza per impedire loro l’ingresso. Che le Potenze europee si affrettino a regolare questa situazione, altrimenti un giorno potrebbero trovarsi di fronte a un fatto compiuto. È meglio una divisione ordinata, condotta da Parigi o Berlino, piuttosto che l’intrusione di individui come Piet Joubert e dei suoi seguaci, i quali non accetteranno alcuna restrizione nel rivendicare ciò che ritengono sia loro diritto. Ma qualunque soluzione venga adottata, la coscienza d’Europa non dovrebbe accontentarsi semplicemente della salvaguardia del futuro. Sicuramente deve esserci qualche punizione per coloro che, con la loro ingiustizia e violenza, hanno trascinato il Cristianesimo e la civiltà nel fango. Sicuramente deve esserci anche un risarcimento obbligatorio, proveniente dai ricchi portafogli dei concessionari che hanno ottenuto guadagni del 300%, a favore delle vedove, degli orfani, dei mutilati e dei disabili. La giustizia non può accontentarsi di meno. Una Commissione Internazionale con poteri punitivi potrebbe rappresentare una soluzione eccezionale, ma tutte le circostanze attuali sono eccezionali, e l’Europa deve affrontarle. Tuttavia, si teme che siano proprio quegli agenti miserabili sul posto, quei poveracci in cerca di guadagni facili, a essere offerti come vittime, mentre i veri criminali riusciranno a sfuggire alla punizione. La maledizione del sangue e lo disprezzo di ogni uomo onesto già pesano su di loro. Vorrei che fossero anche loro soggetti alla giustizia umana! Hanno commesso il crimine più grave di tutta la storia: hanno saccheggiato un paese, depredato una nazione. Speriamo che, in qualche modo e da qualche parte, ricevano la loro punizione.

APPENDIX NOTE I — THE CHICOTTE Chicotting is alluded to in Congo annals as a minor punishment, freely inflicted upon women and children. It is really a terrible torture, which leaves the victim flayed and fainting. There is a science in the administration of it. Felicien Challaye tells of a Belgian officer who became communicative upon the subject. “One can hardly believe,” said the brute, “how difficult it is to administer the chicotte properly. One should spread out the blows so that each shall give a fresh pang. Then we have a law which forbids us to give more than twenty-five blows in one day, and to stop when the blood flows. One should, therefore, give twenty- four of the blows vigorously, but without risking to stop; then at the twenty-fifth, with a dexterous twist, one should make the blood spurt.” (“Le Congo Franjais,” Challaye.) The twenty-five lash law, like all other laws, has no relation at all to the proceedings in the Upper Congo. Monsieur Stanislas Lefranc, Judge on the Congo, and one of the few men whose humanity seems to have survived such an experience, says: “Every day, at six in the morning and two in the afternoon, at each State post can be seen, to-day, as five or even ten years ago, the savoury sight which I am going to try to depict, and to which new recruits are specially invited. “The chief of the post points out the victims; they leave the ranks and come forward, for at the least attempt at flight they would be brutally seized by the soldiers, struck in the face by the representative of the Free State and the punishment would be doubled. Trembling and terrified, they stretch themselves face down before the captain and his colleagues; two of their companions, sometimes four, seize them by their hands and feet and take off their waistcloth. Then, armed with a lash of hippopotamus hide, similar to what we call a cow-hide, but more flexible, a black soldier, who is only required to be energetic and pitiless, flogs the victims. “Every time the executioner draws away the chicotte a reddish streak appears upon the skin of the wretched victims who, although strongly built, gasp in terrible contortions. “Often the blood trickles, more rarely fainting ensues. Regularly and without cessation the chicotte winds round the flesh of these martyrs of the most relentless and loathsome tyrants who have ever disgraced humanity. A.t the first blows the unhappy victims utter terrible shrieks which soon die down to low groans. In addition, when the officer who orders the punishment is in a bad humour, he kicks those who cry or struggle. Some (I have witnessed the thing), by a refinement of brutality, require that, at the moment when they get up gasping, the slaves should graciously give the military salute. This formality, not required by the regulations, is really a part of the design of the vile institution which aims at debasing the black in order to be able to use him and abuse him without fear.”—”Le Regime Congolais,” Lidge, Lefranc.

THE CASE OF MR. GEORGE EDALJI SPECIAL INVESTIGATION BY SIR A. CONAN DOYLE Due to the success of the Sherlock Holmes stories, many people wrote letters to Conan Doyle over the years, asking him for help with real life crimes. The author was also a member of an organisation called the Crimes Club which began in 1904 and which met regularly to debate famous criminal cases, and included other writers of his day. Evidence from real unsolved crimes was available for all members to study, and lectures on methods of crime were given by actual criminals. Conan Doyle also wrote for a series in the Strand Magazine on the history of crime in 1901, called Strange Studies from Life. Sometimes, however, he did get directly involved with criminal cases, themselves. The two most famous examples were George Edalji and Oliver Slater, which follows next in this works. Conan Doyle’s involvement in both these cases led to the establishment of the Court of Criminal Appeal in both England and Scotland. In 1903, over a period of six months in Great Wyrley, near Birmingham, 16 animals were found slashed to death with shallow slits along their stomach. George Edalji was convicted specifically for an injured pony mutilated in the middle of the night and discovered in a field not far from Edalji’s home. His trial inferred that he was also responsible for the other slayings. Staffordshire police charged him of mutilating animals and writing a threatening letters; some strangely enough accused Edalji himself of the mutilations. That the animal slayings continued after George Edalji’s imprisonment was discounted by the local authorities, who by now had come up with a theory that a cult was continuing the work Edalji had started. Conan Doyle believed this was a case of deliberate racism both on the part of the local authorities and other unknown culprits, due to Edalji’s mixed heritage — his father was Indian and his mother English.

Appendice – Note I: La chicotta
La chicotta viene menzionata negli annali del Congo come una punizione minore, spesso inflitta liberamente a donne e bambini. In realtà si tratta di una tortura terribile che lascia la vittima scorticata e svenuta. L’applicazione di questa punizione richiede una certa abilità: Felicien Challaye racconta di un ufficiale belga che, a proposito, divenne loquace. “È difficile da credere”, disse quell’uomo crudele, “quanto sia complicato infliggere correttamente la chicotta. Bisogna distribuire i colpi in modo che ciascuno provochi un dolore nuovo. Inoltre, esiste una legge che ci vieta di dare più di ventiquattro colpi al giorno e che ci impone di fermarci non appena il sangue inizia a scorrere. Quindi bisogna infliggere ventiquattro colpi energicamente, senza rischiare di interrompere l’esecuzione; al ventiquattresimo colpo, con un movimento abile, si fa sì che il sangue sgorgi fuori.” (“Le Congo Franjais”, Challaye.) La legge dei ventiquattro colpi, come tutte le altre leggi del Congo, non ha alcuna relazione con le pratiche realmente in uso nella regione. Monsieur Stanislas Lefranc, giudice nel Congo e uno degli pochi uomini il cui senso umano sembra essere sopravvissuto a un’esperienza del genere, dice:
“Ogni giorno, alle sei del mattino e alle due del pomeriggio, presso ogni posto di controllo si può assistere, oggi come cinque o dieci anni fa, a una scena macabra che cercherò di descrivere; i nuovi reclute vengono addirittura invitati appositamente ad assistervi. Il capo del posto indica le vittime; queste lasciano le file e si avvicinano. Qualsiasi tentativo di fuga viene immediatamente represso con violenza dai soldati, che colpiscono il viso delle vittime, facendo raddoppiare la punizione. Tremanti e terrorizzate, le vittime si stendono a terra davanti al capitano e ai suoi colleghi; due o quattro compagni le afferrano per mani e piedi e gli tolgono il perizoma. Poi, un soldato nero, armato di una frusta fatta di pelle di ippopotamo – simile a quella di bue ma più flessibile – infligge i colpi con violenza. Ogni volta che il carnefice ritira la frusta, sulla pelle delle vittime appare una striscia rossastra; nonostante siano di corporatura robusta, soffrono terribilmente.” “Spesso il sangue sgorga lentamente; più raramente segue svenimento. Con regolarità e senza sosta, la frusta si abbatte sulla carne di questi martiri dei tiranni più spietati e odiosi che abbiano mai disonorato l’umanità. Al primo colpo, le vittime infelici emettono terribili urla che presto si trasformano in deboli gemiti. Inoltre, quando l’ufficiale incaricato di infliggere la punizione è di cattivo umore, calpesta coloro che piangono o cercano di resistere. Alcuni – ne ho fatto personalmente testimonianza –, per una forma ancora più raffinata di brutalità, richiedono che, nel momento in cui i prigionieri si alzano ansimanti, eseguano cortesemente il saluto militare. Questa formalità, non prevista dalle regole, fa davvero parte dell’intento stesso di questa odiosa istituzione: umiliare i neri per poterli sfruttare e maltrattare senza alcun rimorso.” — “Le Regime Congolais”, Lidge, Lefranc.

Il caso del signor George Edalji
Indagine speciale di Sir A. Conan Doyle A causa del successo delle storie di Sherlock Holmes, nel corso degli anni molte persone scrissero a Conan Doyle chiedendogli aiuto per crimini reali. L’autore era anche membro di un’organizzazione chiamata Crimes Club, fondata nel 1904 e che si riuniva regolarmente per discutere famosi casi criminali; tra i suoi membri c’erano anche altri scrittori dell’epoca. Tutti i membri avevano accesso a prove relative a crimini reali irrisolti, e venivano tenute lezioni su metodi criminali da parte di autentici criminali. Nel 1901 Conan Doyle scrisse anche una serie per la rivista Strand Magazine sulla storia del crimine, intitolata Strange Studies from Life. Tuttavia, a volte si occupava direttamente di casi criminali. I due esempi più noti sono quelli di George Edalji e Oliver Slater, di cui parleremo ora. L’impegno di Conan Doyle in questi due casi portò alla creazione della Corte d’appello penale sia in Inghilterra che in Scozia. Nel 1903, nel corso di sei mesi nella zona di Great Wyrley, vicino a Birmingham, furono trovati 16 animali uccisi con tagli superficiali sul ventre. George Edalji fu condannato per l’omicidio di un pony ferito, scoperto a notte fonda in un campo non lontano dalla sua casa; si dedusse che fosse anche responsabile degli altri omicidi. La polizia dello Staffordshire lo accusò di mutilare animali e di scrivere lettere minatorie; stranamente, alcuni lo incolparono addirittura personalmente delle mutilazioni. Le autorità locali ignorarono il fatto che gli omicidi continuassero anche dopo l’arresto di George Edalji, ipotizzando invece che si trattasse dell’azione di una setta che proseguiva il lavoro iniziato da lui. Conan Doyle riteneva che si trattasse di un caso di razzismo deliberato da parte delle autorità locali e di altri responsabili sconosciuti, a causa dell’origine mista di Edalji: suo padre era indiano e sua madre inglese.