Il “Olocausto di Manor Place”
Nello studio della psicologia criminale si arriva inevitabilmente alla conclusione che il tipo di mente più pericoloso sia quello dell’uomo estremamente egoista. Quest’uomo ha perso ogni senso delle proporzioni: la sua volontà e i suoi interessi personali sovrappongono completamente al dovere che ha verso la comunità. L’impulsività, la gelosia, la vendetta sono le cause principali del crimine, ma l’insanità dell’egoismo rappresenta senz’altro il pericolo più grande e anche il meno tollerabile di tutti. Sir Willoughby Patterne, l’esempio perfetto dell’egoista, può sembrare una figura divertente e innocua finché le cose gli vanno bene; ma se viene ostacolato, se ciò che desidera gli viene negato, possono derivarne conseguenze terribili. Huxley ha detto che nell’ vita umana si gioca continuamente un gioco con un avversario invisibile, il quale si fa sentire solo imponendo una punizione ogni volta che si commette un errore. Chi commette errori a causa dell’egoismo può dover pagare un prezzo terribile; ma ciò che è davvero incomprensibile nelle “regole” di questo gioco è che alcuni, che sono semplicemente spettatori, possono essere costretti ad aiutarlo a pagare il prezzo delle sue azioni. Leggete la storia di William Godfrey Youngman e capirete quanto sia difficile comprendere queste regole. Imparate anche da essa che l’egoismo non è un peccato insignificante, ma una radice malvagia dalla quale possono crescere i più orribili frutti. A circa quaranta miglia a sud di Londra, vicino alla località balneare ormai un po’ in declino di Tunbridge Wells, si trova la piccola città di Wadhurst. Situata nel Sussex, è quasi al confine con il Kent. La regione è ricca e pastorale; gli agricoltori sono persone prospere, poiché vivono abbastanza vicini alla metropoli da poter approfittare della sua grande domanda di prodotti agricoli. Tra questi agricoltori, nel 1860, viveva un certo Streeter: proprietario di una piccola tenuta e padre di una bella figlia di nome Mary Wells Streeter. Mary era una ragazza robusta e abile in tutti i lavori agricoli; aveva anche alcuni amici in città. E soprattutto aveva un giovane di ventiquattro anni che l’aveva conosciuta durante una delle sue visite occasionali e che si era molto interessato a lei. Questo giovane era venuto fino a Wadhurst per stare sotto il tetto di suo padre. Il padre non aveva espresso alcuna disapprovazione nei confronti di questo pretendente: un ragazzo vivace e competente, anche se un po’ vago riguardo alla propria occupazione e alle proprie prospettive future. Ma comunque un ottimo compagno di conversazione. Così, William Godfrey Youngman, colto e cittadino, si fidanzò con Mary Wells Streeter, semplice ragazza di campagna. William conosceva bene Mary. Ma Mary sapeva molto poco di lui. Il 29 luglio di quell’anno era una domenica, e Mary passò il pomeriggio seduta alla finestra del salotto della casa colonica, con il suo mazzo di lettere d’amore in grembo, leggendole ancora e ancora. Fuori c’era quel piccolo spazio di prato verde, bordato dalla rigogliosità tipica di un giardino inglese: i grandi erbari, i giganteschi girasoli, i cespugli di fucsia e i profumati ciuffi di “sweet William”. Attraverso la grata aperta entrava il debole profumo dei lillà e il ronzio sommesso delle api. Il contadino si era addormentato profondamente nel pomeriggio domenicale, e Mary aveva tutta la stanza per sé. C’erano quindici lettere d’amore in totale: alcune più corte, altre più lunghe; alcune davvero deliziose, altre contenenti accenni a questioni pratiche che la facevano aggrottare la fronte. Ad esempio, quella questione dell’assicurazione, che aveva causato tanta preoccupazione al suo amante finché non era stata risolta. Senza dubbio lui conosceva il mondo meglio di lei, ma era comunque strano che a lei, così giovane e sana, venisse chiesto più volte di prepararsi alla morte. Anche nel calore del suo amore, quelle parole la facevano rabbrividire. “Mia adorata Mary”, aveva scritto, “ho compilato tutto il modulo e l’ho portato all’ufficio assicurativo; loro scriveranno a Mrs. James Boric oggi stesso per avere una risposta entro sabato. Quindi potrai venire con me all’ufficio lunedì prima delle due.” E poi, solo due giorni dopo, aveva ricominciato la lettera: “Mi hai promesso più e più volte che saresti stata mia, e che i tuoi amici non lo avrebbero saputo fino al nostro matrimonio. Ma ora, cara Mary, se solo permettessi a Mrs. James Bone di scrivere subito all’ufficio assicurativo e venissi con me lunedì mattina per far assicurare la tua vita, ” Così recitavano i passaggi delle lettere. E lei ne era confusa mentre le leggeva. Ma ormai tutto era deciso: lui non avrebbe più mescolato questioni pratiche con il suo amore. Lei aveva ceduto al suo desiderio, e l’assicurazione per 100 sterline era stata effettuata regolarmente. Le era costata una quota trimestrale di 10 scellini e 4 pence, ma sembrava che a lui piacesse. Quindi non ci avrebbe più pensato.
Si sentì il rumore della porta del giardino che si apriva. Alzando lo sguardo, vide il portiere della stazione che saliva lungo il sentiero, con una lettera in mano. Vedendola alla finestra, gliela consegnò e se ne andò, sorridendo in modo malizioso. Un curioso messaggero di Cupido, con i suoi pantaloni di velluto a coste e le sue scarpe pesanti. Un messaggero di un dio molto più cupo di Cupido, se solo lo avesse saputo. Lei aprì la lettera con impazienza. E questa era la scritta che lesse:
“16, Manor Place, Newington, S.E., sabato sera, 28 luglio.
‘Mia adorata Polly, ’” ‘Questo pomeriggio ti ho inviato una lettera, ma ora so che non dovrò andare a Brighton domani, perché ho ricevuto una lettera da lì con ciò di cui avevo bisogno; quindi, mia cara ragazza, ho risolto tutti i miei problemi e sono pronto ad incontrarti. Per questo ti mando questa lettera. Domani mattina alle 6:30 la porterò alla stazione di London Bridge e chiederò al guardiano di consegnarla alla stazione di Wadhurst, dove sarà data al portiere, che a sua volta la porterà a casa tua. Posso dare solo qualcosa al guardiano; quindi tu potresti dare una piccola somma all’uomo che la consegnerà. Ti aspetto lunedì mattina con il primo treno. Sarò ad attenderti alla stazione di London Bridge; so esattamente l’orario dell’arrivo del treno: alle 9:45. Ho promesso di andare da mio zio domani, quindi non potrò venire; ma lunedì sera o martedì mattina verrò con te a casa e poi tornerò qui martedì sera, pronto ad andare ovunque mercoledì. Ma tu conosci già tutto ciò che ti ho detto. Ora mi aspetto davvero che tu venga lunedì mattina, così potrò sistemare le cose come previsto. Scusami ancora, mia cara Mary. Ora vado a letto per alzarmi presto domani e inviare questa lettera. Porta via o brucia tutte le tue lettere, mia cara ragazza. Non dimenticarlo. Con affetto e saluti, ti aspetto lunedì mattina alle 9:45. Credimi, il tuo devoto e affettuoso, WILLIAM GODFREY YOUNGMAN.’
Un invito davvero pressante per trascorrere una giornata divertente in città. Ma c’erano sicuramente alcune frasi strane in quella lettera. Cosa intendeva dire con “sistemare le cose come previsto”? E perché avrebbe dovuto bruciare o portare via le sue lettere d’amore? In questo caso, era decisa a non obbedire a quel corteggiatore autoritario che sempre si aspettava da lei che facesse una cosa o l’altra. Le sue lettere erano troppo preziose per essere distrutte in modo così avventato. Le ripose tutte, sedici in totale, nella scatolina di latta in cui teneva i suoi tesori più cari, e poi corse ad incontrare suo padre, sentendo già i suoi passi sulle scale, per raccontargli dell’invito e della sorpresa che l’aspettava il giorno dopo. La mattina seguente, alle nove e quindici, William Godfrey Youngman aspettava sul marciapiede della stazione di London Bridge per incontrare il treno di Wadhurst che avrebbe portato la sua amata in città. Nessuno che lo avesse osservato tra quella folla di persone che gironzolavano avrebbe potuto riconoscere in lui l’uomo il cui nome e la cui odiosa fama sarebbero diventati noti a tutti i tre milioni di abitanti di Londra entro pochi giorni. Di aspetto era piuttosto alto e robusto, ma del tutto ordinario; il suo carattere, però, era salvato soltanto dalla sua enorme egoismo, contaminato da follia, che lo portava a credere che tutte le cose dovessero piegarsi ai suoi desideri. La sua visione delle cose era così distorta che gli sembrava persino inevitabile che le persone venissero ingannate se lui lo desiderava; qualsiasi scusa o stratagemma, provenisse da lui, sarebbe stato accettato senza dubbi. Era stato un sarto viaggiatore, proprio come suo padre prima di lui, ma aspirando a qualcosa di più aveva ottenuto il lavoro di valletto presso il dottor Duncan, a Covent Garden. Lì aveva servito con onore per un po’, ma alla fine aveva lasciato il posto e era tornato a casa dei suoi genitori, dove per qualche tempo aveva vissuto grazie alla loro generosità. Aveva parlato vagamente di dedicarsi all’agricoltura; probabilmente era stata quella breve esperienza a Wadhurst, tra i suoi animali dal profumo dolce e le brezze del Sussex, ad avergli messo in testa questa idea.
Ma ora il treno arrivava. Lì, alla finestra di terza classe, c’era Mary Streeter, con le sue guance rosee da contadina, ancora più rosse nel vedere il suo innamorato che l’aspettava. Lui prese la sua borsa e insieme scesero dal marciapiede, tra donne con crinoline e uomini in pantaloni larghi; un quadro che rendeva Londra di quei tempi ancora più strana per noi rispetto a quella del secolo scorso. Lui abitava a Walworth, nel sud di Londra; un omnibus coperto di paglia li portò quasi fino alla porta di casa. Arrivarono alle undici a Manor Place, dove viveva la famiglia di Youngman.
L’organizzazione domestica a Manor Place era piuttosto particolare: poiché l’architetto non aveva ancora ideato il concetto di appartamento in Inghilterra, le persone avevano trovato un altro modo per ottenere lo stesso risultato. Il proprietario di una casa a due piani viveva al piano terra e affittava i primi e i secondi piani ad altre famiglie. Così, nel caso specifico, il signor James Bevan abitava al piano terra, il signor e la signora Beard al primo piano, mentre la famiglia Youngman occupava il secondo piano del numero 16 di Manor Place. I soffitti erano sottili e le scale erano condivise; quindi si può immaginare che ogni famiglia fosse molto interessata alle attività delle vicine. Il signor e la signora Beard, dunque, sapevano bene che il giovane Youngman aveva portato a casa la sua amata, e riuscivano persino a intravederla attraverso porte semi-chiuse, notando che il suo comportamento verso di lei era affettuoso. Non era una famiglia molto numerosa quella a cui la presentò. Il padre partiva ogni mattina alle cinque per andare al suo laboratorio di sartoria e tornava solo alle dieci di sera. Rimanevano soltanto la madre, una donna gentile, premurosa e lavoratrice instancabile, e due figli più giovani, di undici e sette anni. Alle undici i ragazzi andavano a scuola, e rimaneva solo la madre ad accogliere la sua ospite straniera, osservandola attentamente e valutandola come farebbe una madre quando incontra per la prima volta la donna che probabilmente sposerà suo figlio. Mangiarono insieme, poi uscirono per visitare alcuni dei luoghi caratteristici di Londra.
Non esiste alcuna traccia di quali divertimenti abbiano condiviso quella strana coppia: lui, con un intento selvaggio e implacabile nel cuore; lei, meravigliata dal suo comportamento distaccato e chiacchierando del più e del meno con la consapevolezza che l’ombra della morte si stava già addensando su di lei. Un piccolo episodio, tuttavia, è sopravvissuto. Un certo Edward Spicer, un oste franco e diretto che gestiva il pub “Green Dragon” in Bermondsey Street, conosceva Mary Streeter e suo padre. La coppia si recava spesso nel suo locale, e una volta Mary presentò al padre del proprio innamorato. Non sappiamo quale espressione di disgusto l’oste abbia potuto notare sul viso del giovane, né quale difetto caratteriale abbia rilevato in lui, ma tirò da parte la ragazza e le sussurrò che sarebbe stato meglio per lei impiccarsi nella sua stalla piuttosto che sposare un uomo del genere. Un avvertimento che, come la maggior parte degli altri ricevuti dalle ragazze dai loro amanti, sembra essere andato sprecato. La sera andarono insieme al teatro a vedere una tragedia di Macready.
Come poteva lei immaginare, seduta nella folla del palco con il suo silenzioso innamorato accanto a sé, che la sua stessa tragedia sarebbe stata molto più terribile di qualsiasi dramma rappresentato sul palco? Fu solo alle undici che tornarono finalmente a Manor Place.
Il laborioso sarto era ormai rientrato a casa, e tutta la famiglia cenò insieme. Poi dovettero dividersi per la notte nelle due sole camere che possedevano. La madre, Mary e il bambino di sette anni occupavano quella davanti; il padre dormiva nella stanza sul retro, mentre accanto a lui giacevano il giovane e il ragazzo di undici anni. Così si addormentarono, come qualsiasi altra famiglia ordinaria di Londra, senza immaginare che nel giro di un giorno l’attenzione di tutta la città sarebbe stata concentrata su quelle due stanze squallide e sulle sorti delle persone che vi abitavano. Sul pavimento al di sotto della stanza del giovane viveva una coppia di nome Beard. Alle cinque e mezza, poco dopo che il sarto aveva chiuso la porta d’ingresso, la signora Beard fu disturbata da un rumore che le sembrò provenire da bambini che correvano su e giù giocando. Sentì dei passi leggeri sul pavimento sopra di lei, ma le parve insolito che qualcuno si divertisse a correre a quell’ora così mattutina, quindi scosse il marito per chiedergli cosa ne pensasse. Mentre entrambi si alzavano a sedere nel letto, tendendo l’orecchio, sentirono sopra di loro un grido soffocato e il rumore sordo di un corpo che cadeva. Beard balzò giù dal letto e corse su per le scale fino a quando non raggiunse il pianerottolo del giovane. Ciò che vide fu sufficiente per farlo urlare verso il signor Bevan al piano di sotto: “Per l’amor di Dio, venite qui! C’è stato un omicidio!” Mentre cercava a fatica di aprire la porta della camera da letto del proprietario, le sue dita tremavano. Il signor Bevan non era affatto impreparato: quel rumore inquietante gli era arrivato chiaramente alle orecchie. Balzò fuori dal letto, e i due uomini, ancora in pigiama, salirono la scala scricchiolante; i loro volti spaventati erano illuminati dalla luce dorata di una mattina di luglio. Non riuscirono però ad andare oltre il punto da cui potevano vedere il pianerottolo: quella confusa massa di figure vestite di bianco, con quelle macchie scure e evidenti, era qualcosa che i loro nervi non riuscivano a sopportare. Videro tre persone distese a terra, morte. E c’era qualcuno che si muoveva nella camera da letto. Si stava avvicinando a loro. Con gli occhi dilatati dal terrore, videro William Godfrey Youngman apparire sulla soglia: il suo pigiama bianco era macchiato di sangue, e una manica gli penzolava strappata sopra la mano. “Signor Beard,” gridò non appena vide quei due volti senza vita sulle scale, “per l’amore di Dio, chiamate un chirurgo! Credo che qualcuno sia ancora vivo!” Poi, mentre loro si giravano e correvano giù per le scale, gli gridò dietro quella singolare spiegazione a cui avrebbe sempre creduto in seguito: “È stata mia madre. Ha ucciso i miei due fratelli e la mia ragazza. E io, in legittima difesa, credo di averla uccisa anch’io.”
I due uomini non si fermarono nemmeno per discutere con lui. Corsero subito nelle loro stanze, indossarono qualcosa e uscirono di casa alla ricerca di un chirurgo e di una polizia, lasciando Youngman ancora fermo sulle scale a ripetere quella sua strana spiegazione. Quanto dolce doveva essere l’aria mattutina per loro, una volta lontani da quella maledetta casa. E quanto devono averlo fissato quegli onesti lattai, con le loro ceste dondolanti, mentre correvano in giro in disordine. Ma non dovettero andare lontano: John Varney, dell’Ufficio di Polizia P, solido e poco fantasioso quanto la legge che rappresentava, stava già all’angolo della strada. E arrivò verso di loro con passi lenti ma decisi.
“Oh, poliziotto. Che situazione terribile! Cosa devo fare?” gridò Youngman vedendo avvicinarsi quel cappello ufficiale lucido.
Il agente Varney non sembrava affatto turbato da quella scena orribile. Il suo consiglio era pratico e diretto: “Vai a vestirti.”
“Ho colpito mia madre. Ma è stato in legittima difesa,” gridò Youngman. “Non avreste fatto lo stesso? È la legge, ”
L’agente Varney non aveva intenzione di dare un parere legale, ma era certo che la cosa migliore per Youngman fosse indossare qualcosa. Intanto una folla iniziava ad radunarsi in strada; arrivavano anche un altro poliziotto e un ispettore. Era evidente che, indipendentemente dalla veridicità delle parole di Youngman, lui era un assassino confesso. E che la legge avrebbe dovuto fare il suo dovere. Ma quando sul pavimento fu trovato un coltello a forma di pugnale, frantumato dai numerosi colpi inferti, e Youngman dovette ammettere che apparteneva a lui. Quando inoltre si constatò che per infliggere quelle ferite era necessaria una forza e un’energia estremamente violente, divenne sempre più chiaro che quell’uomo non era affatto una vittima delle circostanze, ma uno dei criminali di quel secolo. Ma tutte le prove dovevano essere circostanziali. Perché madre, ragazza, fratelli, tutti tacevano davanti a quell’omicidio indiscriminato. L’orrore e l’apparente assurdità di quel crimine suscitarono nell’opinione pubblica un’emozione e una indignazione estreme. La misera somma per cui la povera Mary era assicurata sembrava essere l’unica motivazione del delitto; l’urgenza con cui il prigioniero voleva portare a termine l’operazione, nonché il suo desiderio di far distruggere le lettere in cui aveva sollecitato tale azione, costituivano prove schiaccianti contro di lui. Allo stesso tempo, la sua calma convinzione che tutto si sarebbe sistemato secondo i suoi desideri, e il fatto che l’ufficio assicurativo Argus avrebbe pagato la somma a qualcuno che non era né marito né parente della defunta, indicavano o un’ignoranza delle pratiche commerciali o una fiducia eccessiva nelle proprie capacità di gestione, entrambi aspetti che potevano essere considerati sintomi di follia. Quando inoltre emerse durante il processo che tutta la famiglia era afflitta da problemi mentali – la suocera e il fratello del marito si trovavano in istituti psichiatrici, mentre il padre del marito aveva trascorso del tempo in un manicomio ma era diventato “abbastanza sano” prima di morire – sembrò davvero opportuno giudicare il caso su basi mediche piuttosto che penali. In questi tempi più scientifici e umanitari, forse Youngman non sarebbe stato giustiziato con la morte, ma nel 1860 la sua sorte era già segnata.
Il processo si tenne presso il Tribunale Penale Centrale il 16 agosto davanti al giudice Williams. Non emersero nuove informazioni significative, se non il fatto che il coltello fosse in possesso del prigioniero da qualche tempo; quest’ultimo lo aveva mostrato una volta in un bar, dove un passante, animato dal rispetto britannico per la legge e l’ordine, aveva commentato che quel tipo di coltello non era adatto a essere portato da nessuno.
“Chiunque”, rispose Youngman, “ha il diritto di portare un coltello del genere se ritiene che sia necessario per la propria difesa”. Forse l’obiettore non si rendeva conto di quanto fosse vicino in quel momento a ricevere quel coltello nel petto. Durante il processo non furono presentate prove concrete contro il passato del prigioniero, e quest’ultimo rimase fermamente fedele alla propria versione degli eventi. Tuttavia, al termine della requisitoria, il giudice Williams sottolineò che, se la storia del prigioniero fosse vera, ciò avrebbe significato che aveva disarmato sua madre e si era impossessato del coltello. Quale necessità quindi c’era per lui di ucciderla? E perché infliggerle tante ferite? Questi argomenti, uniti al fatto che le mani della madre non presentavano tracce di sangue, convinsero la giuria, e il prigioniero fu condannato. Il giovane aveva mostrato un comportamento impassibile in aula, ma in prigione dava segni di un temperamento irascibile, e talvolta violento. Suo padre andò a visitarlo, e il prigioniero scoppiò immediatamente in feroci rimproveri per il modo in cui suo padre trattava la sua famiglia – rimproveri che sembravano del tutto ingiustificati. Un’altra cosa che pareva averlo profondamente offeso era la frase pronunciata dal taverniere, che gli era giunta alle orecchie durante il processo: secondo quel tizio, Mary avrebbe fatto meglio a impiccarsi nel cortile che a sposare un uomo del genere. Il suo orgoglio, il tratto più forte della sua natura, fu crudelmente ferito da queste parole.
“Un solo desiderio ho,” gridò furiosamente, “è riuscire ad afferrare quell’uomo, Spicer, e tagliargli la testa.” Il carattere innaturale e sanguinario di questa minaccia è tipico di un maniaco omicida. “Pensate davvero,” aggiunse, con un tocco di vanità, “che un uomo con la mia determinazione e il mio spirito possa ascoltare simili parole senza reagire immediatamente?” Ma nonostante gli esortamenti e le persuasioni, portò il suo segreto con sé fino alla morte. Non cambiò mai la versione dei fatti che probabilmente aveva inventato prima che accadessero.
“Non lasciare questo mondo con una menzogna sulle labbra”, disse il cappellano mentre si dirigevano verso il patibolo.
“Beh, se volessi mentire, direi semplicemente di averlo fatto io stesso”, fu la sua risposta. Fino all’ultimo momento, confidò con serena convinzione che la storia che aveva raccontato sarebbe stata inevitabilmente accettata. Anche sul patibolo rimase attento a eventuali segnali di clemenza.
Il 4 settembre, poco più di un mese dopo aver commesso il crimine, fu portato davanti al carcere di Horsemonger per subire la punizione. Una folla di 30.000 persone, molte delle quali avevano atteso tutta la notte, scatenò un urlo selvaggio non appena lo vide apparire. Si disse all’epoca che si trattava di uno dei rari casi in cui nessun simpatizzante o filantropo intervenne per opporsi alla pena di morte. L’uomo morì in silenzio e con calma.
“Grazie, signor Jessopp”, disse al cappellano, “per la sua grande gentilezza. Saluti mio fratello e porti i miei saluti a tutta la famiglia”. E così, con un rapido movimento e il suono di una corda che si spezza, terminò uno degli episodi più sanguinosi e anche dei più inspiegabili nella storia criminale inglese. Il fatto che quell’uomo fosse colpevole sembra non lasciare dubbi, eppure bisogna ammettere che le prove circostanziali non possono mai essere assolutamente convincenti; è solo lo studioso attento di questi casi che si rende conto di quanto spesso una catena di prove incriminanti possa, con un piccolo cambiamento, assumere un’interpretazione completamente diversa.
Trascrizione del processo per omicidio presso Manor Place
Atti della Corte dell’Old Bailey, 13 agosto 1860 723. WILLIAM GODFREY YOUNGMAN (25 anni) fu incriminato per l’omicidio volontario di Mary Wells Streeter. Fu anche accusato dello stesso reato nell’ambito dell’inchiesta del medico legale.
I signori CLERK e BEASLEY si occuparono della parte pubblica dell’accusa. JAMES BEVAN. Sono un autista e risiedo al numero 16 di Manor-place, a Walworth; sono il proprietario di quella casa. Abito al piano terra; l’edificio è composto da un primo e un secondo piano. Il primo piano si trova direttamente sopra le mie stanze. Il 31 luglio scorso, il signor Beard occupava quel piano, che era composto da una stanza anteriore e una posteriore. Lì c’erano il signor Beard, sua moglie e un figlio. Il piano sopra di lui era occupato dal signor Youngman; credo che il suo nome sia John; è il padre del prigioniero. La sua famiglia era composta da sua moglie e due bambini piccoli. Il secondo piano era formato da due stanze, una anteriore e una posteriore. A quel tempo sapevo che il prigioniero si trovava lì da alcuni giorni; pensavo fosse per le vacanze. L’avevo visto andare avanti e indietro prima del 31 luglio; credevo stesse dormendo lì. Ricordo la mattina del 31 luglio: verso le sei, circa, fui disturbato da un rumore pesante che proveniva dal piano di sopra; sembrava qualcosa fosse caduto a terra. Il rumore proveniva sicuramente dal secondo piano. Non appena lo sentii, saltai immediatamente giù dal letto per andare a vedere cosa stesse succedendo. Ma prima ancora di raggiungere la porta. Beard, che abitava al primo piano, bussò alla porta e disse: “Per l’amor di Dio, salite immediatamente; qui c’è un omicidio!” Prima ancora che uscissi dalla mia stanza, corsi subito su per le scale per vedere cosa fosse successo. Arrivato al secondo piano, voltai la testa e vidi il bambino. C’era una scala che terminava in un pianerottolo, con una porta su ciascun lato; tutte le stanze si affacciavano su quel pianerottolo. Vidi il bambino disteso morto sul secondo piano. Non gli prestai molta attenzione; credo fosse il figlio maggiore. Non vidi nessun altro intorno. Scesi di corsa per chiamare aiuto. Mentre stavo per andare dai poliziotti, il prigioniero si trovava già sulla prima rampa della scala. Fu la prima volta che lo vidi quella mattina. Dopo essermi vestito, stavo per recarmi dai funzionari. Credo che non ci siano voluti più di due minuti. Uscendo dalla mia stanza, vidi il prigioniero fermo a metà della prima rampa. La scala portava dal piano terra al primo piano; in quel momento stava guardando giù. Quella scala non si affacciava sulla porta d’ingresso. Le scale conducevano al corridoio che portava alla porta. In fondo alle scale c’era un lungo corridoio che attraversava tutta la casa; la scala si trovava proprio nel mezzo di quel corridoio. In quel momento non indossava nulla, solo la camicia. Mi disse che era stata sua madre a fare tutto questo. CORTESIA. Q. Quali furono esattamente le parole che usò? R. Disse: “Mia madre ha fatto tutto questo; ha ucciso i miei due fratelli e la mia ragazza, e io, in legittima difesa, credo di averla uccisa anch’io.”
SIGNOR BEASLEY. Q. Fu tutto ciò che disse in quel momento? R. Sì; poi andai a chiamare la polizia. Credo di aver sentito il padre del prigioniero uscire quella mattina, verso le cinque e mezza.
CORTESIA. Q. Ha sentito qualcuno uscire? R. Sì; credo fosse lui.
Interrogato dal SIGNOR BEST: Q. I Youngman vivevano da molto tempo nella sua casa? R. Il 24 marzo sono venuti a stare da me. Di giorno non sono quasi mai in casa; esco al mattino e torno la sera, talvolta facendo una breve visita durante il giorno. Non so con certezza, ma credo che Youngman e sua moglie andassero d’accordo abbastanza bene. A volte li sentivo discutere, ma non abbastanza da intervenire.
CORTESIA. Q. A volte discutevano, ma nulla di particolare? R. Nulla di particolare.
SIGNOR BEST. Q. Sembravano avere delle risorse economiche sufficienti? R. Beh, l’uomo pagava regolarmente l’affitto. Non avevo altro da fare con lui; mi pagava 4 scellini a settimana. Fui svegliato da un rumore pesante. Sembrava il suono di qualcosa che cadeva a terra. Non so esattamente quanto distasse dalla stanza dove dormivo il luogo dove vidi il corpo del ragazzo. Non l’ho mai misurato. Non posso dirvi con precisione. Il pavimento del secondo piano non era altrettanto alto di questo tribunale. Vivevo al pianterreno. Non ho mai misurato la distanza tra il pianterreno e il terzo piano dove vivevano queste persone. Direi che fosse all’incirca tre volte l’altezza di questo tribunale. Quando salii per la prima volta, non vidi nessuno. Non andai fino in cima alle scale; appena vidi il corpo del ragazzo, scesi subito. Più tardi vidi il prigioniero. Ma non in quel momento. Non posso dire se fosse molto calmo o composto in quel momento. Non mi fermai abbastanza a lungo per osservarlo attentamente.
FREDERICK HENRY CAIGER: Sono un geometra; ho realizzato questo piano degli edifici.
CORTESIA. Q. È fatto su scala? R. Sì; non ho misurato le altezze, ma direi che la distanza dal pianterreno al secondo piano fosse di circa venti o ventuno piedi. Signor Segretario: Domanda: Dal piano si vede che ogni stanza ha una porta che dà sul corridoio del secondo piano, giusto? Risposta: Sì, le porte si aprono verso l’interno delle stanze dal corridoio; parlo del secondo piano. Le due porte sono esattamente opposte l’una all’altra e, quando chiuse, distano tra loro 5 piedi e 10 1/2 pollici, lungo il corridoio stesso. Da quel corridoio, largo 5 piedi e 10 1/2 pollici, parte un altro corridoio più stretto, largo 2 piedi e 6 pollici, che conduce verso la cima delle scale. Ogni gradino di quella scala ha una larghezza di 2 piedi e 6 pollici. SUSANNAH BEARD. Sono la moglie di Philip Beard; vivo con mio marito al numero 16 di Manor-place; occupiamo il primo piano. Ho un bambino piccolo di circa 11 anni; io uso la stanza sul retro come camera da letto, e anche il bambino dormiva nella stessa stanza. Martedì mattina, 31 luglio, verso le 6 del mattino, mi sono svegliata a causa di un rumore sopra la mia testa: sembrava qualcuno che si muovesse rumorosamente sulle assi del soffitto; all’inizio ho pensato fossero i bambini che giocavano. Ho svegliato mio marito, pensando fosse tardi. Poi ho sentito altri rumori, come se qualcosa fosse caduto sul soffitto; non sono riuscita a capire esattamente cosa fosse. Sembrava che qualcosa di pesante fosse caduto. Pensavo fosse nella camera da letto. Non ero sicura se il rumore provenisse dal corridoio o dalla stanza stessa. Mio marito è andato alla porta della camera da letto e poi è salito le scale; ha gridato “Assassinio!” ed è sceso subito dopo. Poi è tornato su insieme al proprietario di casa, il signor Bevan. Dopo che è sceso per la seconda volta, sono andata alla porta della nostra stanza e ho visto il prigioniero sulle scale, tra il primo e il secondo piano. Ha detto qualcosa del tipo: “Signor Beard. Signora Beard, mia madre ha fatto tutto questo. Ha ucciso la mia ragazza e i miei due fratellini. E, per difendermi, credo di averla uccisa anch’io, ” Mentre mio marito si vestiva, il prigioniero ha gridato dalle scale: “Signor Beard, per l’amor di Dio, chiami un medico. Credo che alcune persone siano ancora vive, ” Dopo che mio marito si è vestito, è uscito di casa. Io e lui siamo scesi nel salotto al piano di sotto. Ho chiuso a chiave la porta della mia stanza e ho rinchiuso anche il bambino dentro. Poi siamo andati nella stanza del proprietario di casa; mio marito è subito andato a chiamare un medico. Non ho visto affatto il corpo della giovane donna. Il giorno prima, lunedì 30 luglio, avevo visto una giovane donna arrivare a casa nostra. Penso fossero circa le 11 del mattino quando è arrivata. Era insieme al prigioniero. Li ho visti di nuovo verso le 7 di sera mentre uscivano, probabilmente per fare una passeggiata. Sembrava che stessero andando verso Walworth-road. Poi li ho visti tornare intorno alle 10 di sera. Tornavano insieme, da soli. Circa cinque minuti dopo li ho visti scendere le scale di nuovo. Li ho visti entrare in casa poco dopo. Circa quindici minuti dopo. Interrogatorio successivo: Q. Aveva già visto questo giovane prima di quel giorno? A. Sì, era già stato a casa nostra per un po’ di tempo. Lui e la giovane donna sembravano molto affiatati quando erano insieme alla porta, alle 10 di sera. Sembravano avere una relazione molto stretta. Quando il prigioniero mi ha parlato sulle scale, dicendo “È stata colpa di mia madre, ”, sembrava molto agitato. Altre volte, invece, era generalmente calmo e tranquillo. PHILIP WILLIAM BEARD. Sono un falegname; io e mia moglie abitiamo al primo piano di casa numero 16 di Manor-place. Ricordo che il prigioniero venne in quella casa, ma non posso dire esattamente a che ora. L’avevo visto lì alcuni giorni prima del 31 luglio; lo avevo visto anche all’interno della casa. Ricordo la domenica del 29: quel giorno ho avuto una breve conversazione con il prigioniero nel cortile; abbiamo parlato di cose banali, e lui mi disse che in passato era stato valletto, ma che aveva lasciato quel lavoro per dedicarsi all’agricoltura. Non spiegò mai il motivo del suo cambiamento. Lunedì sera non vidi la giovane donna; martedì mattina mia moglie mi svegliò presto: erano circa le 5:50 del mattino. Dopo che mi ebbe svegliato, sentii un rumore provenire dalle scale. Sembrava venisse dal piano di sopra. Era come se dei bambini corressero lì intorno. Avevo già sentito quel rumore in precedenza. Uscii sul mio pianerottolo e sembrava provenire dal piano più alto. Quando uscii dalla mia stanza, sentii un grido leggero; salii le scale e vidi una macchia di sangue sulla quarta rampa. Non ne notai altre. Salii ancora un po’ in alto e vidi il bambino sdraiato sul pianerottolo. Pensai che fosse morto: aveva la gola tagliata e giaceva a faccia in su, con la testa verso le scale. Poi vidi anche la donna. All’inizio non sapevo chi fosse; in seguito scoprii che era Mary Streeter. Anche lei era morta. Non notai altri corpi in quel momento. Ero molto spaventato; scesi e chiamai il proprietario di casa, il signor Bevan. Poi tornai su con lui. Non c’era nessun altro con noi. L’ispettore non era ancora arrivato. Dopo aver chiamato il proprietario, salii le scale per vestirmi. In quel momento non andai con lui; tornai nella mia stanza. Non salii al secondo piano fino all’arrivo dell’ispettore. Lui arrivò solo dopo che il signor Bevan lo aveva chiamato. Non salii più fino a quando la polizia non fu presente. Andai a chiamare un chirurgo. Vidi un poliziotto in cima a Manor-place e gli dissi di scendere. Non vidi più nulla del prigioniero. Dopo che avevo iniziato a vestirmi, lui mi chiamò nella mia stanza; era sul pianerottolo. Mi disse: “Signor Beard, mia madre ha fatto tutto. Ha ucciso i miei due fratellini e la mia ragazza. Credo di averla uccisa per legittima difesa, ” Questo fu tutto ciò che disse. Poi tornai nella mia stanza e finii di vestirmi; lui mi pregò di andare a chiamare un chirurgo. Interrogatorio incrociato.
Q. Vi ha detto: “Per l’amor di Dio, andate da un chirurgo. Penso che adesso ne siano ancora alcuni vivi, ”
A. Sì. Ero nella mia stanza da circa cinque minuti, mi stavo vestendo il più in fretta possibile. Non so se mia moglie fosse presente durante quella conversazione. Credo che ci fosse, ma non l’ho vista. Non conosco quel prigioniero da molto tempo. L’ho visto solo andare avanti e indietro per la casa. Non ho mai avuto alcuna conversazione particolare con lui. La maggior parte della giornata non ero a casa. Ero sempre al lavoro, dalle 6 del mattino alle 8 o 9 di sera. Non ho avuto l’opportunità di osservare come il signor Youngman e sua moglie si comportassero l’uno con l’altro.
MR. CLERK: Vostra moglie abitava a casa?
A: Sì. JOHN YOUNGMAN. Sono il padre di quel prigioniero; abitavo al secondo piano della casa numero 16 di Manor-place, a Wai Worth. Non posso dire con esattezza da quanto tempo vi risiedessi; mia moglie, Elizabeth Youngman, e i miei due figli, Thomas Neale Youngman e Charles Youngman – Thomas aveva undici anni e Charles sette – vivevano anch’essi lì. Nel mese di luglio quel prigioniero venne ad abitare con me; in precedenza aveva prestato servizio presso il dottore. I ragazzi erano paralizzati dallo stupore; il giovane ribelle non provava alcuna paura. Il servizio di Duncan durò per sei mesi; prima di andare lì era senza lavoro da un po’ di tempo. Non posso dire esattamente quanto, ma probabilmente circa un anno. È stato grazie a lui che ho imparato così tanto. Q. Ti ha mai detto qualcosa riguardo all’assicurazione sulla vita di quella giovane donna?
A. Ne avevo sentito parlare; non credo che me ne abbia mai parlato esplicitamente. Non sono sicura che non l’abbia fatto; ne ho sentito discutere più volte in momenti diversi. Ne ho anche sentito parlare a casa di mio figlio John.
CORTESIA: Q. Dici che non te ne ha mai parlato; ma hai sentito dire che stava pensando di assicurare la sua vita?
A. Oh sì, in diverse occasioni. Ne ho sentito parlare anche a casa di mio figlio John.
MR. CLERK: Q. Conosci la calligrafia del prigioniero?
A. Penso di conoscerla, ma non ne sono sicura. Anch’io scrivo molto poco. Ho visto i corpi di mia moglie e di mio figlio Thomas, così come quello della giovane donna. E ho anche visto il corpo di mio figlio minore, Charles. L’ho visto l’ultima volta. Interrogato ulteriormente:
Q. Dice che di questa assicurazione si è parlato a casa di suo figlio John. Era presente più gente?
A. Sì, apertamente. Penso che sia stato circa nove giorni, o due settimane, o una settimana prima del 31 luglio. Forse anche uno o due giorni prima, ma non riesco a ricordare con precisione. Il cognome da nubile di mia moglie era Golden; conoscevo bene sua madre. Lei era pazza negli ultimi anni della sua vita e morì nell’ospedale psichiatrico di Peckham. Anche un mio fratello morì in uno ospedale psichiatrico a Norwich Thorpe. Nessuno dei miei figli è morto in quel modo. Mio padre, credo, morì in condizioni relativamente sane, anche se era stato ricoverato in ospedale due o tre volte. Lavoro come artigiano per mio figlio e ricevo lo stipendio di un artigiano. In media guadagno una sterlina a settimana; a volte mi manca lavoro. In quel periodo, invece, ne avevo abbastanza. Mia moglie ed io andavamo d’accordo. Spesso discutevamo dei nostri figli. Pensavo che parlasse con loro più del dovuto. A volte litigavamo per loro. Credo che interferisse troppo nella loro educazione. Li correggeva più di quanto fosse necessario. Non lo faceva in modo particolarmente severo, ma correggeva Thomas più di quanto ritenevo giusto. Dopotutto, pensavo che Charles fosse altrettanto o addirittura più colpevole di Thomas. Mia moglie ed io non dormivamo sempre insieme. Nella settimana precedente l’arrivo di William in casa nostra, non dormivamo insieme. Volevo andare a letto subito dopo essere rientrato la sera. Inoltre, mia moglie soffriva di un problema interno. Aveva un cancro all’utero. Ecco il motivo per cui non dormivamo insieme. A volte pranzavo a casa di mio figlio John. A volte cenavo a casa, ma non molto spesso. Quella sera del 31 luglio non cenai a casa. La sala principale veniva utilizzata per i pasti; era la stanza in cui tutta la famiglia trascorreva le giornate. La lama di questo coltello è rotta, e anche il manico è danneggiato. UOMO DELLA BANCA. Q: Quando è morta la madre di sua moglie? A: 15 anni fa, a ottobre. Non l’ho mai visitata in ospedale psichiatrico, solo una volta. Non posso dire se fosse lì da dodici mesi o due anni. Penso che avesse tra i sessanta e i settant’anni quando è morta. Mia moglie non è mai stata rinchiusa in nessun ospedale psichiatrico. Non posso dire di aver mai notato alcun segno di disturbo mentale in lei durante il nostro matrimonio. Non l’ho mai fatto. Era piuttosto più gentile con Charles che con Thomas. Questo è stato motivo di discussioni e litigi tra noi. Gli ho spesso detto che era Charles ad avere la maggior colpa.
JOHN VARNEY (Policista, P 333): Ricordo che Beard mi parlò la mattina del 31 luglio. Sono andato da solo al numero 16 di Manor-place, Walworth, verso le 6. Sono entrato in casa e sono salito al secondo piano. Lì ho visto tre corpi morti: il primo era un ragazzo di circa 10-11 anni; il secondo era una donna sdraiata a faccia in giù; l’altra donna si trovava poco più a sinistra. Il prigioniero è venuto alla porta e ha detto: “Oh, poliziotto. Che spettacolo. Cosa devo fare?” Si è avvicinato a me. Stava vicino alla porta della stanza sul retro quando ha detto quelle parole. Gli ho detto di tornare nella stanza e di vestirsi. Non era vestito; indossava solo la camicia da notte. Ho notato che la manica destra della camicia era strappata e il polsino penzolava dalla sua mano. Quando stava vicino alla porta, il polsino sembrava pendere sul dorso della sua mano. In quel momento è arrivato l’ispettore. Ho lasciato il prigioniero con lui ed sono entrato nella stanza principale. Prima dell’arrivo dell’ispettore, il prigioniero non mi ha detto nulla di diverso da ciò che ho raccontato. Ha detto che era stata sua madre a fare tutto questo. Quando ha detto “Che spettacolo. Cosa devo fare?”, ha aggiunto: “È stata mia madre a farlo, ” E nella stanza sul retro ha detto: “Ho colpito mia madre, ma è stato per legittima difesa. Voi non avreste fatto lo stesso?”, “Questo è la legge.”
Interrogato ulteriormente: Q. Gli ha detto di andare nella sua stanza e di vestirsi? A. Sì. In quel momento indossava solo la camicia. Sono sicuro che il polsino pendesse. Dopo essere entrato nella stanza principale, si è tolta la camicia per mettersene un’altra. In quel momento non ho più visto il polsino. Non riuscivo a trovarlo da nessuna parte. Sono sicuro che ci fosse quando l’ho visto per la prima volta. Ho ancora quella camicia con me. JAMES DANN (Ispettore di Polizia). Poco prima delle 6 del mattino del 31 luglio venni a sapere ciò che era accaduto a Manor-place; andai alla casa accompagnato da un agente di polizia di nome Lack. Salii al secondo piano e vidi il prigioniero in piedi sul ballatoio. Ci trovavamo entrambi lì; lui disse: “È stata mia madre a farlo. È venuta accanto al letto dove io e mio fratello dormivamo, lo ha ucciso e ha cercato di pugnalarmi; per difendermi, le ho strappato il coltello di mano e l’ho uccisa, ” Allora l’agente Lack, indicando il corpo della giovane donna, chiese: “Questa ragazza giaceva qui quando hai ucciso tua madre?” Il prigioniero esitò per un attimo e poi rispose: “Non lo so, ” In quel momento c’erano tre corpi sul ballatoio: il ragazzo, Thomas Neale Youngman, giaceva a pancia in su; la sua testa era vicina al bordo della scala superiore, i piedi rivolti verso il muro opposto. Indossava solo la camicia da notte; la gamba destra era leggermente sollevata. C’era molto sangue intorno al suo corpo. Poi osservai la posizione della giovane donna, Mary Streeter: giaceva sul ballatoio con la testa dentro la porta della stanza posteriore. La sua testa si trovava a circa un piede o tredici pollici dall’ingresso; i piedi erano rivolti verso l’ingresso della stanza anteriore. Il corpo era disteso sul lato destro; indossava la camicia da notte e non aveva nulla ai piedi. C’era molto sangue vicino alla sua testa. Il sangue era colato dalla zona della sua testa, sotto la porta della stanza posteriore e sotto il piede del letto. La traccia di sangue misurava circa quattro piedi sei o sette pollici di lunghezza; la larghezza iniziale era di circa quindici pollici, mentre alla fine si riduceva a circa sei o sette pollici. Infine osservai il corpo della donna più anziana, Elizabeth Youngman: giaceva sul ballatoio con il viso rivolto verso il basso, sul ventre. Il suo viso era vicino alle gambe della giovane donna. C’era molto sangue intorno al suo corpo. Il giovane si trovava nella sala d’ingresso; anche lei indossava la camicia da notte; senza pantofole né calzini, con i piedi nudi. Notai molto sangue dove giaceva: la maggior parte era vicina alla sua testa e al suo collo; si era diffuso per qualche centimetro intorno a lei. C’era una pozza di sangue proprio dove lei era sdraiata. Entrai nella sala d’ingresso e vidi il corpo del bambino più piccolo: giaceva sul letto, senza coperte, completamente morto. Indossava anche lui la camicia da notte; era sdraiato sul lato destro. I piedi erano rivolti verso la testa del letto, e la testa verso i piedi. C’era molto sangue sul letto: aveva inzuppato le coperte, il plaid e le lenzuola. Il sangue si trovava proprio sotto il corpo del bambino, sotto il suo collo e le sue spalle. Esaminai il pavimento della stanza: non c’erano pozze di sangue da nessuna parte. Vidi tracce di sangue nella stanza; alcune erano state lasciate da piedi nudi. Le impronte erano abbastanza chiare da permettermi di determinarne la dimensione. Sembravano appartenere a un adulto. Vidi due impronte di sangue, entrambe nella stessa direzione: dalla porta verso il letto dove giaceva il bambino. Non c’erano tracce di sangue lungo il pavimento. Non c’era altro sangue sul letto, se non quello che si trovava sotto la testa e le spalle del bambino, e quello che aveva inzuppato i vestiti. Esaminai anche il letto nella stanza posteriore: c’erano alcune gocce di sangue sulla coperta, e delle tracce di sangue sparse su di essa. Sembrava fossero state cancellate con le mani di qualcuno. Non c’erano pozze di sangue nemmeno lì. C’era del sangue che era scorso dal pavimento verso il piede del letto, e altre tracce di sangue sparse sul pavimento della stanza. Ma nessuna pozza di sangue da nessuna parte. Quando sono arrivato per la prima volta in quella casa, il prigioniero non era vestito; indossava solo la camicia da notte. I suoi polsi e i suoi piedi erano insanguinati; anche la sua camicia da notte era molto macchiata di sangue. Non ho visto alcuna ferita sul suo corpo. Non l’ho esaminato in modo particolare, ma lo ho spogliato e non ho trovato nessuna ferita. Ho visto l’arma dopo che è stata ritrovata. Il prigioniero è stato portato in custodia. Non ho notato alcuna ferita su di lui quando è stato arrestato; non si è lamentato di nulla. Nella sera dello stesso giorno sono andato a Wadhurst, presso la residenza del signor Streeter, padre della vittima. Ho ricevuto da lui. Streeter, un nome composto da diverse lettere – ne ho quindici in totale – sei di queste lettere sono state lette davanti al Magistrato; queste sei costituiscono le prove presentate, mentre queste altre nove sono anch’esse qui con me. Al mio ritorno in città, ho visto una scatola presso la stazione di polizia, in possesso del Sovrintendente Payne; l’ho aperta utilizzando una chiave che ho trovato in possesso del prigioniero, e all’interno ho trovato il documento che ora presento: si tratta di una polizza assicurativa. Possiedo anche un pezzo della lama del coltello che è stato prodotto come prova; me lo ha dato il fratello del prigioniero, John. Interrogato. Q. Ci ha detto che c’erano due impronte di piedi che conducevano nella stanza principale? A. Sì, due: la prima si trovava a circa due piedi all’interno della porta; per quanto ricordi, era proprio lì; la seconda era situata a circa due piedi e sei pollici più avanti, verso il letto. Una era dell’impronta di un piede destro, l’altra di uno sinistro. Non c’erano altre impronte intorno al letto. C’era troppo sangue sul pianerottolo, tra le due porte, per riuscire a individuare altre tracce. Quando il prigioniero ha avuto quella conversazione con Lack, io, Lack e Varney eravamo presenti. Quando gli è stata posta la domanda, sembrava un po’ confuso. Non era del tutto lucido. Non mostrava alcuna emozione particolare. Sembrava solo confuso quando Lack gli ha fatto quella domanda. Ha esitato, come ho detto. Non era confuso in nessun altro momento. Sembrava piuttosto calmo e composto.
DAVID LACK (Poliziotto, P 132). La mattina del 31 luglio sono andato con il signor Dann al numero 16 di Manor-place, a Walworth, pochi minuti prima delle 6. Ho visto tre corpi distesi sul secondo pianerottolo. Ho trovato questo coltello. Era proprio lì, tra le due donne; era aperto, come lo è ora, con la punta e una parte della guardia spezzate. Era coperto di sangue, esattamente come lo è adesso. L’ho raccolto. In quel momento ho visto il prigioniero. Mi ha parlato per primo. Si è sollevato la manica destra della camicia e ha detto: “Ecco cosa è successo. Mia madre ha fatto tutto questo, ” Gli ho chiesto dove fosse sua madre; lui ha indicato la donna più anziana e ha detto: “È lì. L’ho colpita per difendermi, ” Gli ho chiesto se quella giovane donna fosse già lì quando aveva colpito sua madre. Ha esitato un attimo, poi ha risposto: “Non lo so.”
EDMUND PAYNE. Sono il responsabile della divisione P della polizia. Ho preso la scatola che l’ispettore Dann aveva aperto nella casa al numero 16 di Manor-place. L’ho trovata nella stanza sul piano di sopra. Ho ordinato che venisse portata nel mio ufficio e ci sono andato insieme. Quando il prigioniero è stato portato alla stazione di polizia la mattina del 31 luglio, gli ho parlato del coltello che è stato presentato qui. Gli ho chiesto: “Sa qualcosa riguardo a quel coltello?” Il poliziotto Lack mi aveva appena mostrato il coltello; credo che ci fosse anche il prigioniero presente. La risposta del prigioniero è stata: “È il mio coltello. È quello con cui tagliavo il pane e il formaggio, ” Penso di avergli chiesto da quanto tempo lo avesse, e lui ha detto: “Da alcuni giorni. O quasi due settimane, ” In quel momento non mi aspettavo che venissi chiamato a testimoniare. Non ricordo con precisione se l’abbia detto in risposta alla mia domanda o di sua iniziativa, ma ha detto di averlo avuto con sé da alcuni giorni o quasi due settimane. Credo abbia usato entrambe le espressioni: prima “da alcuni giorni”, e poi “quasi due settimane”. JOHN VARNEY (riveduto). Quando vidi il prigioniero quella mattina nella casa di Manor-place, gli chiesi dove avesse dormito la giovane donna la notte precedente; lui rispose: “Nella stanza anteriore”. Disse che lei aveva dormito con sua madre e suo fratellino più piccolo, mentre il ragazzo più grande aveva dormito da solo nella stanza posteriore.
WILLIAM BARNARD BODDY. Sono un chirurgo e lavoro al numero 3 di Savillerow, Walworth. Martedì mattina, il 31 luglio, fui chiamato a casa numero 16 di Manor-place; credo fossero circa le 6 del mattino. Il carpentiere Beard, che abita al secondo piano, venne da me; andai immediatamente sul posto e trovai i corpi di quattro persone morte. Tre erano sulle scale, mentre il corpo del bambino si trovava nel letto della stanza anteriore. I corpi erano ancora caldi, come se fossero stati vivi fino a poco prima; la ferita era stata causata da un oggetto molto affilato e potente: l’arteria carotidea e la vena giugulare su entrambi i lati erano state completamente tagliate, attraversando tutto fino alle vertebre cervicali. La ferita aveva reciso sia la trachea che la gola; un simile trauma avrebbe causato la morte immediata. Il taglio alla trachea e alla gola avrebbe impedito alla vittima di gridare; con una tale ferita, sarebbe stato del tutto impossibile emettere alcun suono. Penso che per infliggere un simile colpo fosse necessaria una forza notevole.
CORTESIA DEL GIUDICE: Certo, ciò dipenderà dall’oggetto utilizzato per infliggere il colpo. RISPOSTA: Sì, dipenderà sicuramente dall’oggetto utilizzato. UOMO DELLA BANCA. D.: Che tipo di persona era la defunta? R.: Una giovane donna in buone condizioni fisiche, credo, assolutamente non emaciata, ma sana; non era affatto debole. Penso fosse sia sana che forte. Poi esaminai il corpo della donna più anziana: aveva ricevuto tre colpi in totale: due sopra la scapola sinistra, uno sullo sterno e un taglio profondo dietro il lato sinistro del collo, che aveva reciso l’arteria carotidea e la vena giugulare. Quel ferimento avrebbe causato quasi immediatamente la morte. Non credo sia possibile che tali ferite siano state inflitte da sole, soprattutto a quella donna più anziana. Sembrava essere in buone condizioni fisiche, non particolarmente robusta o muscolosa, ma comunque sana. Di certo non era molto forte; piuttosto, tendeva ad essere corpulenta che magra. Non scoprii alcun segno di ferite sulle mani di nessuna delle due donne. Poi esaminai il corpo del ragazzo più giovane, Charles: aveva un taglio sullo sterno, due piccoli tagli sul braccio sinistro e un profondo taglio dietro il collo che aveva reciso le ossa del collo e attraversato la spina dorsale. Quel ferimento avrebbe causato immediatamente la morte; anche una parte della gola e della trachea erano state ferite dal colpo di coltello. Il ragazzo più anziano, invece, giaceva sulle scale: aveva due tagli, uno all’angolo destro del labbro inferiore e un altro intorno al collo, che però non aveva reciso la pelle in modo profondo. In totale, aveva ricevuto sei colpi: uno sul lato destro del collo, uno sopra il seno sinistro, un altro circa un pollice e mezzo più in basso, ancora uno sul lato sinistro delle costole. I primi tre dita della mano destra erano stati tagliati fino all’osso; anche il terzo dito della mano sinistra era stato tagliato fino all’osso. Tutti questi ferimenti erano stati inflitti con un oggetto affilato. Doveva trattarsi di un’arma molto affilata e potente. Avevo già visto quel coltello prima; la punta era rotta. Probabilmente in origine era un’arma molto affilata. Un’arma del genere, se la punta fosse stata effettivamente tagliente, avrebbe potuto causare tutti quei ferimenti. Non c’erano segni di lotta sui corpi delle due donne, tranne su quello del ragazzo che giaceva vicino alle scale. Le sue erano le uniche mani ferite. Durante l’interrogatorio, Q: Se ho capito bene, la madre presentava una ferita al petto? A: Sì – se quella ferita fosse stata inflitta per prima, penso che lei avrebbe potuto urlare; è molto probabile che lo avesse fatto. Aveva quattro ferite in totale. Penso che le ferite sul ragazzo siano state causate dal tentativo di liberarsi da qualche lesione che gli veniva inferta. Le ferite sembravano essere il risultato di una lotta per proteggersi la gola. Se quelle ferite fossero state inflitte molto rapidamente, il ragazzo sarebbe morto quasi immediatamente. Le due ferite al petto avrebbero causato la morte in pochi istanti. Penso che potesse aver avuto il tempo di urlare. La morte non sarebbe sopravvenuta così velocemente. Ci sarebbero stati alcuni momenti tra l’inflizione delle ferite e la morte. Ho molto poca esperienza in casi di cancro all’utero. Non ho mai saputo che questo tipo di cancro causasse delirio. Se persistesse a lungo, provocherebbe una notevole magrezza. È una malattia estremamente dolorosa. Non credo che il dolore possa influenzare il cervello. A volte sì, ma non come regola generale. Non viene considerato un sintomo o una conseguenza del cancro all’utero. Supponendo che la signora Youngman fosse in stato di delirio, penso che avesse abbastanza forza per infliggere quelle ferite.
MR. CLERK: C’è stata un tentativo di tagliare la gola al ragazzo che giaceva sulle scale? A: Sì.
COURT: Quella era la ferita alla gola che avete descritto? A: Sì, quella ferita superficiale. Mi ha fatto pensare che ci fosse stato un tentativo di tagliargli la gola. La traccia della ferita era molto evidente intorno al collo. Non notavo molte differenze di statura o corporatura tra la signora Youngman e Mary Streeter; penso che la donna più anziana fosse più grassa delle due. Non c’era alcun segno di lotta da parte di Mary Streeter.
MARY ANN WOOTTON: Lavoro per il dottor Duncan, in Henrietta Street, Covent Garden. Conosco il prigioniero; è arrivato da me una settimana prima di lei ed è partito il 16 luglio scorso. Era al servizio del dottor Duncan da tre mesi circa. Durante quel periodo l’ho visto scrivere spesso. Scriveva lettere e poesie. La data della lettera che sto guardando è il 21 giugno; credo sia scritta dalla sua mano. Anche quella del 18 giugno è sua, così come quelle del 21. Penso anche che questa lettera del 13 luglio sia sua, così come queste due del 16 e questa del 19. Per quanto ne so, anche questa lettera senza data è scritta da lui. Questa del 21 giugno è sicuramente sua, così come quella del 28.
JAMES ANDREW DUNCAN: Sono un medico che risiede in Henrietta Street, Covent Garden. Il prigioniero lavorava per me come valletto; è arrivato da me l’18 aprile scorso ed è partito il 16 luglio. Avevo l’abitudine di vederlo spesso; la sua principale responsabilità era quella di assistermi. Interrogatorio incrociato.
Q: Ha avuto qualche esperienza in casi di cancro?
A: Sì; il cancro all’utero è una malattia molto dolorosa; di solito rende il paziente molto irascibile. Non dovrei considerare il delirio uno dei suoi sintomi; potrebbe manifestarsi come un sintomo occasionale. Se in una famiglia c’è stata mania e la malattia colpisce una persona, è più probabile che si verifichi. Conosco casi di mania descritta come mania omicida, soprattutto tra le donne; uno dei tratti principali di questa forma di mania è che le persone affette da essa attaccano spesso proprio quelle a cui provano il maggior affetto. Di solito si manifesta dopo il parto: la madre, pur amando molto il proprio bambino, non riesce a resistere alla tentazione di distruggerlo. Ho letto i lavori del dottor Taylor sulla mania omicida. Sono d’accordo con lui quando afferma che alcune persone possono essere colpite da un impulso improvviso che le spinge a distruggere coloro a cui sono più legate; ma è impossibile definire esattamente cosa sia la pazzia. Cioè, una persona può avere ragione e conoscere la malvagità di ciò che sta per compiere, ma non essere comunque in grado di resistere alla parte “animale” delle funzioni cerebrali.
MR. CLERE: Il cancro all’utero, quando esiste, provoca l’emaciazione del corpo?
A: Sì; è proprio questa emaciazione che porta alla morte del paziente, a causa dell’esaurimento totale delle sue forze.
CORT: Supponendo che una persona non sia emaciata, ciò indica qualcosa riguardo allo stato della malattia?
A: Significherebbe che la malattia è appena iniziata e non è ancora avanzata; ha fatto pochi progressi. Potrebbe o non essere accompagnata da dolore. In quel caso, non è necessariamente vero che il paziente diventi più irascibile. A mio parere, se la malattia non è arrivata al punto di provocare emaciazione, il dolore probabilmente non sarà tale da causare delirio. Il paziente potrebbe aver assunto l’oppio come rimedio, il che potrebbe aver contribuito allo sviluppo dei sintomi. EDWARD SPICE. Gestisco il pub “Green Dragon” in Bermondsey-street; conoscevo la defunta Mary Streeter. Lunedì 23 luglio scorso, lei venne a trovarmi a casa; arrivò insieme al prigioniero. Entrò nel pomeriggio e rimase lì tutta la notte. Il giorno seguente, il 20 luglio, il prigioniero tornò, verso le sei e mezza del mattino. Mary Streeter rimase da me per quattro giorni. Era un’antica amica mia; io e suo padre eravamo cresciuti insieme. Dopo colazione, se ne andarono insieme e tornarono intorno alle nove di sera. Lui scese di nuovo il giorno dopo, alle cinque e mezza del mattino. Pioveva quel giorno, quindi rimasero fino alle nove. Giovedì mattina la chiamai alle cinque; il prigioniero arrivò circa cinque minuti dopo. Conversai con lui riguardo alla ragazza. Prima parlai con lei nel locale. Notai qualcosa che non mi piaceva in quell’uomo e le dissi, davanti a lui: “Mary, preferirei vederti prendere una corda e impiccarti piuttosto che sposare un uomo del genere, ” Dissi al prigioniero: “Quali mezzi hai per mantenere mia figlia? La chiamo ‘mia figlia’. Lui rispose: ‘Sono indipendente’. Gli chiesi: ‘In che modo sei indipendente? Hai ricevuto un lascito? Hai qualche documento che possa dimostrarlo?’ Lui rispose: ‘Ne ho alcuni in giro per Londra, ’ Gli dissi: ‘Beh, allora devi essere una persona ricca, ’ E dissi a Mary: ‘Ascolta il mio consiglio: rifiutalo completamente, non avere più nulla a che fare con lui. Vieni nel mio bar e ti accompagnerò a casa sana e salva da tuo padre, ’ Il prigioniero non fece alcun commento. Disse solo di voler portare Mary a Hastings o Brighton. Penso fosse Hastings. Interrogato ulteriormente: Non disse che avrebbero vissuto lì? Rispose che aveva intenzione di prendere una stanza lì per permetterle di vivere in modo indipendente. Gli chiesi se avesse un reddito sufficiente per mantenere una giovane donna del genere; lui rispose di essere un sarto in pensione. Non sapevo nulla riguardo al fatto che fosse anche un valletto. SAMUEL WELLS STREETER. Sono un agricoltore nell’Essex. La defunta ragazza era mia figlia. Il prigioniero venne a casa mia domenica 8 luglio scorso e rimase lì per una notte. Non lo avevo mai visto prima. Mia figlia non mi aveva mai detto che lui le scriveva. Il prigioniere non me ne aveva parlato nemmeno lui. Quando l’ispettore Dann venne a casa mia, gli diedi alcune lettere che erano chiuse nel cassetto della scrivania di mia figlia. Interrogato ulteriormente: So che avete avuto la sfortuna di perdere un’altra vostra figlia poco tempo prima. Risposi di sì; era morta di tubercolosi a maggio scorso. Questa ragazza non aveva mai sofferto di malattie ai polmoni o simili. THOMAS TANNER. Sono impiegato nell’ufficio della Argus Insurance Company; il 19 luglio dello scorso anno ho visto quel prigioniero in quell’ufficio (aveva già compilato un modulo in precedenza); ha portato con sé un modulo di domanda; l’ho qui con me (lo presento ora); si tratta di uno dei moduli emessi dal nostro ufficio; il nome “William Godfrey Youngman” è stato firmato dal prigioniero davanti a me; ha scritto la risposta alla domanda numero 18: “William Godfrey Youngman, 16 anni, Manor Place, Newington, Londra, si è ritirato dall’attività di sarto”; questa informazione è riportata accanto alla domanda “Nome e residenza”; prima di firmare gli ho chiesto quale fosse la sua professione; ha risposto che non aveva alcuna attività lavorativa; è tornato il giorno seguente, il 24, accompagnato da una giovane donna; questa è stata esaminata dal medico e le è stato emesso un polizza di assicurazione sulla vita; ecco quella polizza (la presento ora); non ci sono testimoni che ne attestino l’emissione; si tratta proprio della polizza stipulata in quel giorno; la quota assicurativa è stata pagata il 25, per un periodo di tre mesi; le quote possono essere pagate trimestralmente o semestralmente, a seconda delle preferenze delle parti; in questo caso il prigioniero ha espresso il desiderio di pagare trimestralmente; ho rilasciato una ricevuta per la quota versata; l’ho qui con me, questa è la prima ricevuta; credo che sia stata la giovane donna a effettuare il pagamento.
(Sono state lette le seguenti lettere del prigioniero alla defunta; la prima era datata 18 giugno e proveniva da Henrietta Street, Covent Garden; conteneva alcune allusioni al suo lungo silenzio e esprimeva il desiderio di ristabilire l’intimità precedente con la defunta; la seconda era datata 21 giugno e ringraziava per la risposta alla prima lettera, esprimendo il desiderio di incontrarla quando lei fosse tornata in città. Nota dell’editore: gli errori di ortografia presenti in queste lettere sono evidenziati in corsivo.)
“8, Henrietta Street, Covent Garden, 13 luglio 1860.” “Mia cara Mary, questa lettera è scritta con tutto il mio affetto per te. Spero che tu stia bene e sia felice; anch’io sto abbastanza bene di salute. Ora vieni a Londra, tesoro, lunedì prossimo, il 23 agosto, e rimani lì finché la signora Walker non troverà una nuova sistemazione, poi torna a casa e ritorna qui venerdì mattina, l’10 agosto. Io verrò anch’io ad incontrarti in quel giorno e ci stabiliremo nell’appartamento che prenderò apposta per noi due. Affitterò l’appartamento per una settimana soltanto, finché non avrò sistemato tutte le cose necessarie; poi andrò da tuo padre e rimarrò con lui per un giorno o due. Tu potrai trovarti un alloggio il venerdì in cui arriverai, mentre io ci prepareremo per il matrimonio sabato mattina, l’11 agosto, presso la chiesa di St. Martin’s, Charing Cross. Ho già fatto pubblicare gli annuncio del nostro matrimonio mercoledì scorso; le domande di matrimonio saranno presentate in chiesa domenica prossima e poi ancora domenica 29 agosto. Ho avvisato tutti che potranno lasciare il loro alloggio il 10 agosto, anche se perderanno un giorno di stipendio; tu, però, avrai abbastanza denaro fino a quando non ci sposeremo, e dopo avrò tutto ciò di cui hai bisogno. Per il matrimonio puoi indossare i tuoi vestiti neri; anch’io porterò soltanto abiti neri e non userò guanti bianchi. Il nostro cocchiere farà da testimone per te, e non avrò bisogno di una damigella d’onore, a meno che tu non lo desideri. In quel caso, la nostra domestica potrà venire con noi. Dopo il matrimonio andremo nei Giardini di Kew o da qualche altra parte per colazione insieme. Vorrei assicurarmi che tu sia ben preparata quando arriverai lunedì; tutto verrà sistemato durante i due o tre giorni in cui sarai qui. Porta con te tutte le tue cose l’10 agosto; digli a tua madre che starai da me per due settimane e poi cercherai un nuovo alloggio. Dopo il matrimonio potrai avere tutto ciò che desideri. Per ora hai abbastanza denaro, visto che non vuoi acquistare nulla di nuovo; i vestiti che hai ti basteranno fino a quando non ci sposeremo. Mercoledì, dopo esserci uniti in matrimonio per tutta la vita, avrò abbastanza soldi per soddisfare tutti i tuoi bisogni. Quindi rimani serena fino ad allora, mia cara Mary. Ti aspetto a Londra lunedì prossimo per sistemare tutti i dettagli del nostro matrimonio e comprarti l’anello nuziale da indossare il 11 agosto. Non acquista nulla se non lo desideri davvero molto; dopo il matrimonio ti comprerò tutto ciò di cui avrai bisogno. Ma ricorda sempre tutto ciò che ti ho detto. Ora aspetto con impazienza la tua risposta. Dimmi che farai come ti dico, per favore. Sono, tua affettuosa amante, W. G. YOUNGMAN. Saluti a tutti i tuoi amici. Ricorda sempre ciò che ti ho detto. Fa attenzione a tenere tutte le tue lettere nascoste, in modo che tua madre e nessun altro possano vederle. Portale con te quando verrai qui.” “8, Henrietta Street, Covent Garden, 16 luglio 1860. Mia adorata Polly. Questa mattina ho ricevuto la tua gentile e molto gradita lettera, e sono stata felice di sapere che stai bene. Anch’io sto abbastanza bene, ma non vedo l’ora di rivederti; anzi, aspetto con impazienza il lunedì 23 per venire da te. Immagino che rimarrai, come hai detto prima, da Mrs. Walker a Gloucester-Terrace, fino a quando lei non se ne andrà. Il 26 di questo mese, quindi giovedì. Potrai così trascorrere lì tre o quattro giorni, e io sarò con te almeno una volta al giorno. Ho deciso di lasciare questo posto questa settimana, quindi sarò con te la prossima quando verrai. Da quando ho annunciato che me ne andavo lo scorso mercoledì, le persone qui hanno parlato con me in modo che non mi è piaciuto affatto. La prossima volta che Mrs. Duncan continuerà a lamentarsi di me, le dirò chiaramente cosa penso. Spero che il dottore mi consigli di andarmene subito. È proprio quello che voglio. Mi verranno pagati gli stipendi fino all’11 agosto, e poi andrò da mio fratello e potrò fare molte cose che desidero prima del nostro matrimonio. Mia adorata ragazza. So che se rimanessi qui più a lungo di questa settimana, troverei il modo per prendermi una pausa. Quindi spero davvero di poter andarmene già oggi. Stasera voglio che Mrs. Duncan o il dottore parlino con me. Allora sarò pronta ad ascoltarli e permetterò loro di mandarmi via. Capisci, su queste cose sono un po’ rigida. Ora, mia adorata Polly, devo compilare un modulo da portare all’ufficio della compagnia di assicurazioni sulla vita. Devo rispondere a tutte le domande scritte presenti nel modulo. Conosco il tuo nome e l’indirizzo, ma per quanto riguarda la tua occupazione, dirò che non ne hai nessuna. Capisci? Voglio comunque sapere dove sei nata, la data del tuo compleanno. Mi servirà anche il certificato di nascita per dimostrare la tua età corretta. Poi devo indicare se sei single o zitella. Devo conoscere anche l’età dei tuoi genitori. Se sei mai stata all’estero, dove e per quanto tempo. Se hai avuto il vaiolo o sei stata vaccinata. Se hai mai sofferto di gotta, emorragie, asma, ictus, crisi di follia, vertigini, tosse cronica, malattie ai polmoni, problemi al fegato. O qualsiasi altra malattia che possa ridurre la tua vita. Dimmelo pure. Posso scrivere quello che voglio. O quello che vuoi tu. Ovviamente, se hai qualche di queste malattie, non potrai assicurarti la vita. Si chiede anche se qualcuno nella tua famiglia sia morto di tubercolosi. Penso tu abbia detto che tua sorella è morta a causa di quella terribile malattia. Ma devo rispondere di no, ” Allora vogliono conoscere il nome e l’indirizzo del tuo assistente medico; potresti rispondere di non averne nessuno, a quella domanda; ma per ottenere informazioni generali è necessario fornire il nome e l’indirizzo di un amico intimo: devono cioè avere qualcuno che ti conosca per scrivere e chiedere quanto tempo conoscano te e la tua famiglia, se siano in salute tu e i tuoi cari, se anche loro lo siano attualmente, e se qualche membro della famiglia sia morto a causa di una malattia grave, come quelle che ho menzionato; devi dunque dire all’amico incaricato di farlo che scriva nel modo migliore possibile. E se mai dovesse risultare che non è un parente stretto, ma solo un amico, non importa. Capisci, cara ragazza, che tutto deve essere fatto con la massima cura affinché possano garantire la tua sicurezza: altrimenti non ti assumerebbero se pensassero che sei malata, o che qualcuno della tua famiglia sia morto a causa di una malattia grave. Quindi, quando scrivono a questo amico, devono inviare una lettera seria e dettagliata; lui si occuperà sicuramente di gestire la cosa al meglio e risponderà alla loro missiva il prima possibile. Quando arriverai lunedì prossimo, dovrai semplicemente accompagnarmi all’Ufficio di Assicurazione, vicino alla Banca d’Inghilterra in città, dove incontrerai il medico incaricato; poi ti darò i soldi necessari per pagare la prima rata dell’assicurazione della tua vita. Non sarà una somma alta, ma servirà a garantire 100 sterline in caso tu muoia. Questa somma potrebbe essere molto utile per i tuoi figli o per me, cara ragazza. Ma è davvero una cosa molto importante da fare. È il dovere di ogni madre, moglie o padre assicurare la propria vita, anche se questo significa risparmiare un po’ di denaro ogni trimestre. Pensa a quante difficoltà possano derivare dal fatto che gli amici non lascino nulla ai propri cari in caso di morte. Conosci bene i benefici di tutto ciò. Quindi, per favore, inviami subito le informazioni necessarie, così potrò compilare il modulo e portarlo all’ufficio. Loro scriveranno poi a questo amico, come ti ho detto. Scrivi il prima possibile. Sono ansioso di sistemare tutto prima del tuo arrivo a Londra lunedì prossimo. Ora, con tutto il mio affetto, tuo devoto e affettuoso William Godfrey Youngman. Saluti affettuosi ai tuoi amici. Aspetto una tua risposta rapida. Sono davvero ansioso di sistemare tutte queste cose e di attendere con gioia il giorno in cui sarai mia per sempre. Addio, cara. “16, Manor-place, Newington, Londra, S.” “Mia adorata Mary. Questa mattina ho ricevuto la tua affettuosa lettera, ma devo dire che sono molto addolorato nel leggere che non desideri assicurare la tua vita. Perché, mia cara ragazza, perché cambi idea? Sono andato all’ufficio e ho chiesto loro di scrivere alla tua amica, la signora James Bone, per ottenere le informazioni necessarie; l’hanno fatto ieri e aspettano una risposta entro domani. Ho anche detto loro che verrai con me lunedì per formalizzare tutto. Quindi, se la signora James Bone vuole scrivere loro, fallo pure: tu verrai comunque con me lunedì prossimo, come avevi promesso. Perché puoi cambiare idea così facilmente? Assicurare la tua vita non ti costerà nulla. Non morirai prima, mia cara ragazza. E riguardo ai tuoi genitori che non vogliono che tu lo faccia. Puoi farlo comunque, senza il loro permesso. Ora, non dire più nulla a loro al riguardo. Vieni e fai ciò che desidero io. Non ti perdonerò mai se non lo farai. C’è un motivo particolare per cui te lo chiedo. Te lo dirò. Pagherò tutto io, naturalmente. E non perderai nulla. Intendo comprare una casa per noi vicino a Brighton la prossima settimana. Sarebbe sciocco da parte mia andarci senza di te. Ma se non vuoi farlo, e preferisci ascoltare ciò che dicono i tuoi amici riguardo ad assicurare la tua vita. Allora non posso credere che mi ami davvero. Non troverai mai nessuno che ti ami così tanto. Perché non fai ciò che desidero io in questa piccola cosa? Puoi smettere di amarmi? Rifiuteresti davvero di fare qualcosa che è nel bene di coloro che lascerai indietro quando morirai? Sicuramente, mia adorata ragazza. Mi amerai ancora e lo farai. Altrimenti, come posso credere che mi ami se rifiuti? No. Non posso crederlo. Ora, mia cara ragazza. Ho quasi sistemato tutto. Ho lasciato la mia situazione attuale. Ho cercato una casa per noi. Con il tuo consenso ho anche pubblicato gli annunci del nostro matrimonio. E hai accettato di diventare mia moglie lunedì prossimo. Ora, puoi spezzarmi il cuore e comportarti così? Fai ciò che desidero io. Farò qualsiasi cosa tu voglia. Basta che tu acconsenta a assicurare la tua vita lunedì prossimo. E diventi mia moglie l’indomani. Hai promesso nel tuo biglietto. E avrai tutto ciò che desideri. Avrò abbastanza denaro per soddisfare tutte le nostre esigenze. Vieni da me mercoledì o giovedì prossimo. E sistemeremo tutto. Tra pochi giorni andremo a trovare tutti i tuoi amici. Voglio che tu vada a Brighton a cercare una casa. Dove vorrei vivere con te, mia adorata Polly. Mi ami ancora? Se sì, fai ciò che desidero io e mantieni la tua promessa. Porta sicuramente il certificato della tua nascita con te lunedì. E lascia che la signora, ” James Bone ha risposto oggi alla lettera della Compagnia di Assicurazioni, nel caso non l’abbia fatto ieri; quindi riceveranno una risposta lunedì mattina, prima che tu e io andiamo lì. Non ti tratteranno a lungo, cara mia. Sii solo mia e fai ciò che ti chiedo: sarai felice. Non potrai sbagliare in questo. Non avrai mai motivo di pentirtene. Ti prego, vieni lunedì. Vieni da me, sii mia. Non mancherà mai nulla nella tua vita, credimi. Sarei davvero ferito se non accettassi la mia richiesta. Rendi me felice. Farai solo del bene a te stessa. Scrivimi di nuovo, così potrò ricevere una lettera lunedì prima che tu arrivi. Oh, mia cara ragazza. So che non mi spezzerai il cuore. Ti amo più della mia vita. Sii mia e non mancherà mai nulla. Giuro. Ma non dire niente ai tuoi amici fino a quando non ci sposeremo. Allora saranno felici. Trascorreremo una giornata gioiosa insieme. Non si pentiranno mai di avermi, io che ti renderò presto una vera signora e ti farò felice per tutta la vita. Io che ti amo più della mia vita. Non puoi rifiutare ciò che desidero tanto. Sì, cara Mary, — Ti scrivo con tutto il mio amore. Spero che tu stia bene e sia felice. Il tuo affezionatissimo amante. E sempre il tuo migliore amico. Ma sono ferito. Per favore, guariscimi. Dimmi che farai ciò che desidero. Mia cara ragazza. Sono il tuo più caro W. G. YOUNGMAN. “16, Manor Place, Newington, 19 luglio 1860.
Mia adorata Mary, questa mattina intorno alle 11 ho ricevuto la tua gentile e molto gradita lettera; mi aspettavo di riceverla entro le 8, ma hai scritto il nome “Boro” nell’indirizzo più volte, quindi è stata inviata prima lì, per questo è arrivata in ritardo. Scrivi soltanto l’indirizzo sopra indicato, cara mia. Ora ho compilato tutto e l’ho portato all’Ufficio di Assicurazioni sulla Vita; loro scriveranno oggi alla signora James Bone per avere una risposta entro sabato, così potrai venire con me in ufficio lunedì prima delle 2. Quando arriverai a Londra, sarà circa alle 9 e mezza di lunedì mattina, lo stesso orario in cui sono arrivato io la scorsa settimana. Non dire nulla a tua madre riguardo al tuo viaggio; digli solo che verrai a trovarmi e che resterai con me e i miei amici finché non avrai trovato un lavoro qui a Londra. Penso che sia meglio non portare tutte le tue cose, ma soltanto quelle più importanti, le migliori che hai. Non avremo bisogno di molte cose fino al momento del nostro matrimonio; anzi, alcuni oggetti te li comprerò o li farò fare per te prima delle nozze. Porta con te solo alcune delle tue cose migliori, e soprattutto tutte le tue lettere e documenti: non lasciare indietro nulla di importante. Voglio vedere tutti i piccoli oggetti che possiedi. E naturalmente, andrò a Brighton per un po’ dopo il matrimonio, anche se forse prima; ma ci vedremo lunedì mattina. Devi portare con te il certificato di nascita: deve essere presentato in ufficio lunedì prossimo, prima che venga pagata la quota trimestrale dell’assicurazione. Vorrei che fosse fatto proprio lunedì mattina. Quando arriverai, troverò un alloggio per noi due; non c’è bisogno che tu vada da Mrs. Walker. Resta con me e ti assicurerò che tutto vada bene per te. Non portare tutte le tue cose. Porta soltanto quelle migliori. E se puoi prendere in prestito un po’ di denaro da tuo padre, fallo per qualche giorno. Te lo restituirò appena potrò. Capisci? Attualmente mi manca un po’ di soldi. Ma voglio vederti, cara. Voglio assicurare la tua vita e sistemare molte cose prima di allora. Poi andremo insieme a trovare tuo padre, tua madre e i tuoi amici. Per sorprenderli. Tra circa una settimana o otto giorni dopo il matrimonio. Ma ora, mia adorata, ho molto da fare. Ti amo tantissimo. Non dimenticare di portare il certificato di nascita. Senza di esso non puoi assicurare la tua vita. Spero che tu mi risponda entro domani. E anche lunedì. Per incontrarci alla stazione di London Bridge. Sono il tuo affezionatissimo W. G. YOUNGMAN.”
Un caro saluto anche ai tuoi amici. Potresti portare con te un po’ di burro fatto in casa e alcune altre cose. Ma non dire che te l’ho detto io. Capisci? Sarà per il tuo bene, mia adorata. Ora aspetto solo di vederti. “16, Manor Place, Londra, 21 luglio 1860.” Mia cara Mary, — Ho ricevuto la tua lettera stamattina. Sono molto addolorato nel leggere che non vuoi far garantire la tua vita, dopo che io mi sono preso tanta cura di te e tu mi avevi promesso fedelmente di farlo, e di diventare mia moglie il lunedì prossimo. Anche il martedì andrà bene, cara, ma tuo padre, tua madre o chiunque altro non deve saperlo. Mi hai promesso più volte con fermezza, e mi aspetto che tu mantenga la tua promessa: di essere mia, e che i tuoi amici non lo vengano a sapere fino al nostro matrimonio. Ma ora, cara Mary, se solo permettessi alla signora James Bone di scrivere immediatamente all’Ufficio per le Garanzie di Vita, e di venire con me il lunedì mattina prossimo per far garantire la tua vita, io mi occuperò di tutto il resto. Dopo che sarà fatto, i tuoi amici potranno sapere che ci sposeremo. Organizzerò tutto in modo che tu e io possiamo tornare a casa tua lo stesso giorno del matrimonio, così non dovrai portare con te nulla. Mantieni la tua promessa, cara. I tuoi amici sapranno che ci siamo sposati il martedì prossimo, ma prima devo assolutamente che tu faccia garantire la tua vita. Desidero molto che tu lo faccia, e non posso credere che mi ami se non lo fai. Quindi, sicuramente non puoi dire di amarmi davvero in questo momento. Ho inviato questa lettera in fretta, così che la signora James Bone abbia il tempo di scrivergli oggi stesso. In questo modo, la lettera arriverà a Londra lunedì mattina, con la prima posta. Se non dovesse arrivare in tempo, vieni qui con la lettera e il certificato della tua nascita. Ora parlo seriamente, sto mantenendo la mia promessa. Tu mi hai promesso. Quindi, se mi ami, fallo. Il tuo affezionatissimo amante, William Godfrey Youngman. Per il tuo stesso bene, cara. Addio.”
“16, Manor Place, Newington, sabato sera, 28 luglio 1860.” Mia adorata Mary. Questo pomeriggio ti ho inviato una lettera, ma ora so che non dovrò recarmi a Brighton domani, poiché X ha ricevuto una lettera da loro contenente esattamente ciò di cui avevo bisogno; quindi, mia cara ragazza, ho risolto tutti i miei problemi e sono pronto ad incontrarti. Per questo ti mando questa lettera. Domani mattina alle 6:15 la porterò alla stazione di London Bridge e chiederò al guardiano di consegnarla alla stazione di Wadhurst, dove il portiere la passerà a qualcuno che la porterà fino a te. Poiché posso dare solo qualcosa al guardiano, tu potresti dare una piccola somma a colui che la consegnerà. Mi aspetto di vederti lunedì mattina con il primo treno; ti aspetterò alla stazione di London Bridge: so che il treno arriva alle 9:45. Ho promesso di andare da mio zio domani, quindi non potrò venire subito, ma tornerò a casa con te lunedì sera o martedì mattina, per poi tornare qui di nuovo martedì sera e essere pronto a partire mercoledì. Ma tu conosci già tutto ciò che ti ho detto; ora mi aspetto davvero che tu venga lunedì mattina, così potrò occuparmi di tutte le cose che desidero fare. Scusami se ti ho scritto troppo, mia adorata Mary. Ora andrò a letto per alzarmi presto domani mattina e consegnare questa lettera. Porta con te tutte le tue lettere, mia cara ragazza. Non dimenticarlo. Con tutto il mio affetto e i miei saluti, ti aspetto lunedì mattina alle 9:45. Credimi sempre, tuo affezionatissimo William Godfrey Youngman. Sai già tutto ciò che ti ho detto. Quindi vieni, mia cara ragazza. Non vedo l’ora di incontrarti. Addio per ora.

I BRAVI DI MARKET-DRAYTON
A nord del Wrekin, tra le ondulate campagne pastorali che costituiscono i confini dei contee di Shropshire e Staffordshire, si trova una delle zone più incantevoli dell’Inghilterra rurale. A sud-est sorgono le grandi ceramiche di Staffordshire; ancora più a sud, una lunga striscia scura segna l’area dei giacimenti di carbone e ferro. Lungo le rive del fiume Torn, però, si trovano graziosi villaggi e tranquille città mercantili che sono cambiate poco negli ultimi cento anni: solo i muschi sono cresciuti di più e i mattoni rossi si sono sbiaditi, assumendo un tono più morbido. Il viaggiatore che, ai tempi dei nostri nonni, attraversava questa bellissima regione a bordo del treno Liverpool-Shrewsbury rimaneva profondamente colpito dalla semplicità arcaica dei contadini e si rallegrava che l’innocenza, da tempo spinta fuori dalle grandi città, potesse ancora trovare rifugio in queste scene pacifiche. Probabilmente avrebbe sorriso con incredulità se gli fosse stato detto che né nelle zone malfamate di Whitechapel né nei quartieri poveri di Birmingham la morale era così debole e la vita umana così poco preziosa rispetto a questa regione incantevole.
È difficile oggi capire come sia potuto verificarsi un simile stato di cose. Forse proprio la tranquillità e la bellezza di quel luogo hanno fatto sì che le misure preventive necessarie per combattere il crimine venissero trascurate. La nuova polizia istituita da Sir Robert Peel non era ancora stata attivata; anche a Londra regnava ancora l’inefficiente sistema di “Charley”, sostituito solo dopo che il crimine era già stato commesso dal più efficace servizio di polizia di Bow Street. Si può quindi immaginare che, tra gli orti di mele e i pascoli di Shropshire, la giustizia, per quanto potente nel punire i reati, avesse poche possibilità di proteggere la popolazione. Senza dubbio, piccoli reati non scoperti hanno portato a quelli più gravi, e questi ancora a altri peggiori, fino a quando, nel 1828, una grande parte della popolazione contadina si unì per sfidare la legge e proteggersi reciprocamente dalle conseguenze dei propri misfatti. Questa società segreta avrebbe potuto raggiungere il suo scopo se non fosse stato per l’inqualificabile malvagità di uno dei suoi membri, il cui comportamento assolutamente spietato e egoistico getta ombra persino sulla crudeltà fredda degli altri componenti del gruppo. Nel 1827, un giovane contadino di bell’aspetto di nome Thomas Ellson, nel pieno della sua virilità, fu arrestato a Market-Drayton con due accuse: il furto di patate e il furto di pecore, reati che all’epoca potevano comportare la pena di morte. Tuttavia, all’ultimo momento le prove presentate dall’accusa caddero a causa dell’assenza inspiegabile di un testimone importante, James Harrison. Dopo che il cancelliere del tribunale aveva chiamato più volte senza ottenere risposta, l’accusa fu archiviata e Thomas Ellson fu rilasciato con un avvertimento. Avrebbe servito un “cancelliere” ancora più insistente per svegliare James Harrison, poiché in quel momento era stato brutalmente assassinato in una fossa appena scavata, a meno di un miglio dal tribunale.
Sembra che la banda che infestava quella regione possedesse, tra i suoi innumerevoli vizi, una sorta di “virtù”: una fedeltà spietata reciproca tra i suoi membri. Nessun altro gruppo avrebbe mostrato un tale attaccamento disonesto e senza scrupoli nel tentativo di liberare uno dei propri compagni dalle mani degli invasori stranieri. Questo sentimento veniva ulteriormente rafforzato dal fatto che i membri della banda erano generalmente legati tra loro da vincoli di sangue o matrimonio. Quando divenne evidente che l’unica possibilità per salvare Thomas Ellson era eliminare James Harrison, non ci furono esitazioni riguardo al da farsi.
I principali responsabili dell’operazione furono Ann Harris, madre di Ellson dal suo precedente matrimonio, e John Cox, suocero di quest’ultimo. Quest’ultimo era un uomo violento e turbolento, con due figli adulti altrettanto selvaggi; mentre Ann Harris veniva descritta come una donna di campagna dall’aspetto cordiale, caratterizzata soltanto dagli occhi luminosi. I due decisero di avvelenare James Harrison utilizzando l’arsenico, ma dopo diversi tentativi falliti presso diverse farmacie, non riuscirono a procurarsi la sostanza necessaria. È significativo notare che, quando Ann Harris chiese dell’arsenico in una farmacia locale, rispose ingenuamente che voleva “avvelenare quel mascalzone, James Harrison”. La richiesta fu rifiutata, ma sembra che nessuno abbia ritenuto necessario informare le autorità o avvertire la vittima minacciata. Non riuscendo ad ottenere il loro scopo in questo modo, la madre e lo suocero decisero di ricorrere alla violenza. Essendo essi stessi anziani e deboli, decisero di assumere degli assassini per compiere l’atto; in quelle regioni, sembrava che ciò non fosse né difficile né costoso. Per cinque sterline, trovarono tre giovani robusti disposti a sacrificare la vita umana con la stessa facilità con cui qualsiasi “bravo” italiano avrebbe usato un pugnale. Due di loro erano i figli di Cox: John e Robert; il terzo si chiamava Pugh e soggiornava nella stessa casa della vittima designata. Il fatto che tre contadini inglesi, vestiti in abiti semplici, vendessero la propria vita per soli trentatré scellini e quattro pence a testa al fine di assassinare una persona verso cui non provavano alcun rancore personale è un episodio davvero unico nella storia del crimine.
Quegli uomini ottennero il loro “prezzo in sangue”. La sera seguente, Pugh propose all’ignaro Harrison di uscire insieme per rubare della pancetta; un’offerta che sembrò avere su di lui un effetto letale. Harrison lo accompagnò nella spedizione e, in un angolo deserto, trovarono i due Cox. Uno di loro stava scavando in una fossa. Harrison chiese curioso quale lavoro potesse svolgere a quell’ora di notte. Non immaginava affatto che si trattasse della propria tomba. Pugh gli strinse il collo, John Cox lo fece inciampare e insieme lo strangolarono. Gettarono il corpo nella fossa, la coprirono con cura e tornarono tranquillamente a letto. La mattina seguente, come già raccontato, il banditore del tribunale gridò invano. Thomas Ellson divenne di nuovo un uomo libero. Al suo rilascio, i suoi complici, naturalmente, gli spiegarono con grande entusiasmo i mezzi che avevano adottato per far tacere il testimone dell’accusa. I giovani Cox, Pugh e sua madre gli raccontarono tutti la stessa storia. La sfortunata signora Harris aveva già avuto modo di pentirsi delle azioni compiute, poiché Pugh, che sembrava essere un giovane scellerato davvero spietato, aveva già iniziato a estorcerle denaro sfruttando la sua conoscenza dei fatti. Anche Robert Cox le aveva detto, giurando: “Se non mi dai più soldi, verrò a prendere lui e lo farò apparire davanti alla tua porta”. Quei malviventi sembravano essere riusciti a ottenere birra in quantità illimitata approfittando dei sentimenti di quella semplice donna di campagna. Si sarebbe potuto pensare che le più basse profondità dell’infamia umana fossero state già raggiunte in questo caso; ma fu Thomas Ellson, l’uomo salvato, a completare tutte le ingiustizie commesse dai suoi compagni. Circa un anno dopo il suo rilascio, fu arrestato con l’accusa di furto di pollame e, per evitare la punizione insignificante prevista per quel reato, raccontò immediatamente tutta la verità su come James Harrison fosse stato eliminato. Se la sua confessione fosse nata dal terrore per il crimine commesso, avrebbe potuto essere considerata meritevole; ma tutte le circostanze del caso dimostravano che si trattava semplicemente di un tentativo calcolato di ottenere l’assoluzione da una pena minore, a scapito della vita di sua madre e dei suoi complici. Per quanto grave fosse la loro colpa, almeno era stata commessa nel tentativo di salvare quel crudele malvivente dal destino che meritava davvero.
Il processo che seguì suscitò grande interesse in tutta l’Inghilterra. Ann Harris, John Cox il giovane, Robert Cox e James Pugh furono tutti incriminati per l’omicidio di James Harrison. Il povero corpo della vittima fu riesumato dal fossato e poté essere riconosciuto soltanto grazie ai vestiti e al colore dei capelli. L’intera accusa contro gli imputati si basava su prove estremamente fragili, fatta eccezione per la testimonianza di Thomas Ellson, fornita con tale chiarezza e precisione da non poter essere messa in dubbio da alcuna contraddizione. Egli ricordò tutte le conversazioni nelle quali i diversi imputati, compresa sua madre, avevano ammesso la loro colpa, con estrema calma e tranquillità, come se nulla fosse in gioco. Dal momento in cui Pugh “lo aveva attirato fuori di casa del padre per rubare un po’ di pancetta”, fino alla tragica fine, quando Pugh lo aveva “afferrato per la gola”, ogni dettaglio venne rivelato nel dovuto ordine. Guardò fisso negli occhi sua madre mentre giurava che lei gli aveva confidato di aver contribuito con cinquanta scellini alla eliminazione del testimone. Non si è mai visto uno spettacolo più ripugnante in un tribunale inglese: quel crudele malvivente giurava tranquillamente sulla vita della donna che lo aveva dato alla luce, la cui colpa derivava dall’eccessivo affetto che provava per lui, tutto questo soltanto per evitarsi un piccolo inconveniente temporaneo. Il signor Phillips, l’avvocato della difesa, fece tutto il possibile per mettere in dubbio le testimonianze di Ellson; tuttavia, nonostante riuscisse a suscitare l’odio di tutta l’aula con la abilità con cui evidenziò i motivi e il carattere di quel farabutto, non fu in grado di confutare i fatti da lui raccontati. La giuria dichiarò tutti colpevoli e loro furono condannati a morte.
Il 4 luglio 1828 la terribile punizione fu effettivamente eseguita su Pugh e Cox il giovane, i due che avevano aggredito la vittima. Pugh dichiarò che la morte rappresentava per lui un sollievo, poiché Harrison era sempre stato al suo fianco, giorno e notte. Cox, invece, morì in modo cupo, senza alcun segno di pentimento per il terribile crimine per cui aveva perso la vita. Thomas Ellson fu costretto ad assistere all’esecuzione, come monito affinché desistesse dalle sue pratiche malvagie.
La signora Harris e Cox il vecchio furono portati oltre mare e trascorsero il resto della loro breve vita nelle tetre prigioni per detenuti situate nel luogo dove oggi sorge la bellissima città di Sydney. L’aria delle colline dello Shropshire divenne più pura, grazie alla scomparsa di quel gruppo pericoloso; e si registra che questo esempio positivo fece capire ai contadini che la legge era ancora un potere efficace in quel paese, e che considerarla semplicemente una transazione commerciale significava che il “mercato” dei criminali non poteva prosperare sul suolo inglese.

THE HOLOCAUST OF MANOR PLACE In the study of criminal psychology one is forced to the conclusion that the most dangerous of all types of mind is that of the inordinately selfish man. He is a man who has lost his sense of proportion. His own will and his own interest have blotted out for him the duty which he owes to the community. Impulsiveness, jealousy, vindictiveness are the fruitful parents of crime, but the insanity of selfishness is the most dangerous and also the most unlovely of them all. Sir Willoughby Patterne, the eternal type of all egoists, may be an amusing and harmless character as long as things go well with him, but let him be thwarted, let the thing which he desires be withheld from him, and the most monstrous results may follow. Huxley has said that a man in this life is for ever playing a game with an unseen opponent, who only makes his presence felt by exacting a penalty every time one makes a mistake in the game. The player who makes the mistake of selfishness may have a terrible forfeit to pay, but the unaccountable thing in the rules is that some, who are only spectators of his game, may have to help him in the paying. Read the Story of William Godfrey Youngman, and see how difficult it is to understand the rules under which these penalties are exacted. Learn also from it that selfishness is no harmless peccadillo, but that it is an evil root from which the most monstrous growths may spring. About forty miles to the south of London, and close to the rather passé watering-place of Tunbridge Wells, there lies the little townlet of Wadhurst. It is situated within the borders of Sussex at a point which is close to the confines of Kent. The country is a rich pastoral one and the farmers are a flourishing race, for they are near enough to the Metropolis to take advantage of its mighty appetite. Among these farmers there lived in the year 1860 one Streeter, the master of a small homestead and the father of a fair daughter, Mary Wells Streeter. Mary was a strong, robust girl, some twenty years of age, skilled in all country work, and with some knowledge also of the town, for she had friends up there, and above all she had one friend, a young man of twenty-five, whom she had met upon one of her occasional visits, and who had admired her so that he had actually come down to Wadhurst after her, and had spent a night under her father’s roof. The father had expressed no disapprobation of the suitor, a brisk, masterful young fellow, a little vague in his description of his own occupation and prospects, but an excellent fireside companion. And so it came about that the deep, town-bred William Godfrey Youngman became engaged to the simple, country-bred Mary Wells Streeter, William knowing all about Mary, but Mary very little about William. July the 29th of that year fell upon a Sunday, and Mary sat in the afternoon in the window of the farm-house parlour, with her bundle of love- letters upon her lap, reading them again and yet again. Outside was the little square of green lawn, fringed with the homely luxuriance of an English country garden, the high hollyhocks, the huge nodding sunflowers, the bushes of fuchsia, and the fragrant clumps of sweet William. Through the open lattice came the faint, delicate scent of the lilac and the long, low droning of the bees. The farmer had lain down to the plethoric sleep of the Sunday afternoon, and Mary had the room to herself. There were fifteen love-letters in all some shorter, some longer, some wholly delightful, some with scattered business allusions, which made her wrinkle her pretty brows. There was this matter of the insurance, for example, which had cost her lover so much anxiety until she had settled it. No doubt he knew more of the world than she, but still it was strange that she, so young and so hale, should be asked and again asked to prepare herself for death. Even in the flush of her love those scattered words struck a chill to her heart. ‘Dearest girl,’ he had written, ‘I have filled up the paper now, and took it to the life insurance office, and they will write to Mrs. James Boric today to get an answer on Saturday. So you can go to the office with me before two o’clock on Monday.’ And then again, only two days later, he had begun his letter: ‘You promised me faithfully over and over again, and I expect you to keep your promise, that you would be mine, and that your friends would not know it until we were married; but now, dearest Mary, if you will only let Mrs. James Bone write to the insurance office at once and go with me to have your life insured on Monday morning next!’ So ran the extracts from the letters, and they perplexed Mary as she read them. But it was all over now, and he should mingle business no longer with his love, for she had yielded to his whim, and the insurance for £100 had been duly effected. It had cost her a quarterly payment of 10s. 4d., but it had seemed to please him, and so she would think of it no more. There was a click of the garden-gate, and looking up she saw the porter from the station coming up the path with a note in his hand. Seeing her at the window he handed it in and departed, slyly smiling, a curious messenger of Cupid in his corduroys and clumping boots — a messenger of a grimmer god than Cupid, had he but known it. She had eagerly torn it open, and this was the message that she read: ‘16, Manor Place, Newington, S.E. Saturday night, July 28th. ‘My BELOVED POLLY, ‘I have posted one letter to you this afternoon, but I find that I shall not have to go to Brighton tomorrow as I have had a letter from there with what I wanted inside of it, so, my dear girl, I have quite settled my business now and I am quite ready to see you now, therefore I send this letter to you. I will send this to London Bridge Station tomorrow morning by 6:30 o’clock and get the guard to take it to Wadhurst Station, to give it to the porter there, who will take it to your place. I can only give the guard something, so you can give the man who brings this a small sum. I shall expect to see you, my dear girl, on Monday morning by the first train. I will await your coming at London Bridge Station. I know the time the train arrives — a quarter to ten o’clock. I have promised to go to my uncle’s tomorrow, so I cannot come down; but I will go with you home on Monday night or first thing Tuesday morning, and so return here again Tuesday night, to be ready to go anywhere on Wednesday; but you know all that I have told you, and I now expect that you will come up on Monday morning, when I shall be able to manage things as I expect to do. Excuse more now, my dearest Mary. I shall now go to bed to be up early tomorrow to take this letter. Bring or burn all your letters, my dear girl. Do not forget; and with kind love and respects to all I now sum up, awaiting to see you Monday morning a quarter to ten o’clock. Believe me, ever your loving, affectionate, WILLIAM GODFREY YOUNGMAN.’ A very pressing invitation this to a merry day in town; but there were certainly some curious phrases in it. What did he mean by saying that he would manage things as he expected to do? And why should she burn or bring her love-letters? There, at least, she was determined to disobey this masterful suitor who always ‘expected’ in so authoritative a fashion that she would do this or that. Her letters were much too precious to be disposed of in this off-hand fashion. She packed them back, sixteen of them now, into the little tin box in which she kept her simple treasures, and then ran to meet her father, whose step she heard upon the stairs, to tell him of her invitation and the treat which awaited her to-morrow. At a quarter to ten next morning William Godfrey Youngman was waiting upon the platform of London Bridge Station to meet the Wadhurst train which was bringing his sweetheart up to town. No observer glancing down the straggling line of loiterers would have picked him out as the man whose name and odious fame would before another day was passed be household words to all the three million dwellers in London. In person he was of a goodly height and build, but commonplace in his appearance, and with a character which was only saved from insignificance through the colossal selfishness, tainted with insanity, which made him conceive that all things should bend before his needs and will. So distorted was his outlook that it even seemed to him that if he wished people to be deceived they must be deceived, and that the weakest device or excuse, if it came from him, would pass unquestioned. He had been a journeyman tailor, as his father was before him, but aspiring beyond this, he had sought and obtained a situation as footman to Dr. Duncan, of Covent Garden. Here he had served with credit for some time, but had finally resigned his post and had returned to his father’s house, where for some time he had been living upon the hospitality of his hard-worked parents. He had talked vaguely of going into farming, and it was doubtless his short experience of Wadhurst with its sweet-smelling kine and Sussex breezes which had put the notion into his Cockney head. But now the train rolls in, and there at a third-class window is Mary Streeter with her pink country cheeks, the pinker at the sight of her waiting lover. He takes her bag and they walk down the platform together amongst the crinolined women and baggy-trousered men whose pictures make the London of this date more strange to us than that of last century. He lives at Walworth, in South London, and a straw-strewn omnibus outside the station conveys them almost to the door. It was eleven o’clock when they arrived at Manor Place, where Youngman’s family resided. The household arrangements at Manor Place were peculiar. The architect having not yet evolved the flat in England, the people had attained the same result in another fashion. The tenant of a two-storied house resided upon the ground-floor, and then sub-let his first and second floors to other families. Thus, in the present instance, Mr. James Bevan occupied the ground, Mr. and Mrs. Beard the first, and the Youngman family the second, of the various floors of No. 16. Manor Place. The ceilings were thin and the stairs were in common, so it may be imagined that each family took a lively interest in the doings of its neighbour. Thus Mr. and Mrs. Beard of the first floor were well aware that young Youngman had brought his sweetheart home, and were even able through half-closed doors to catch a glimpse of her, and to report that his manner towards her was affectionate. It was not a very large family to which he introduced her. The father departed to his tailoring at five o’clock every morning and returned at ten at night. There remained only the mother, a kindly, anxious, hard-working woman, and two younger sons aged eleven and seven. At eleven o’clock the boys were at school and the mother alone.She welcomed her country visitor, eyeing her meanwhile and summing her up as a mother would do when first she met the woman whom her son was likely to marry. They dined together, and then the two set forth to see something of the sights of London. No record has been left of what the amusements were to which this singular couple turned: he with a savage, unrelenting purpose in his heart; she wondering at his abstracted manner, and chattering country gossip with the shadow of death already gathering thickly over her. One little incident has survived. One Edward Spicer, a bluff, outspoken publican who kept the Green Dragon in Bermondsey Street, knew Mary Streeter and her father. The couple called together at the inn, and Mary presented her lover. We have no means of knowing what repellent look mine host may have observed in the young man’s face, or what malign trait he may have detected in his character, but he drew the girl aside and whispered that it was better for her to take a rope and hang herself in his skittle-alley than to marry such a man as that — a warning which seems to have met the same fate as most other warnings received by maidens of their lovers. In the evening they went to the theatre together to see one of Macready’s tragedies. How could she know as she sat in the crowded pit, with her silent lover at her side, that her own tragedy was far grimmer than any upon the stage? It was eleven o’clock before they were back once more at Manor Place. The hard-working tailor had now returned, and the household all supped together.Then they had to be divided for the night between the two bedrooms, which were all the family possessed. The mother, Mary, and the boy of seven occupied the front one. The father slept on his own board in the back one, and in a bed beside him lay the young man and the boy of eleven. So they settled down to sleep as commonplace a family as any in London, with little thought that within a day the attention of all the great city would be centred upon those two dingy rooms and upon the fates of their inmates. The father woke in the very early hours, and saw in the dim light of the dawn the tall figure of his son standing in white beside his bed. To some sleepy remark that he was stirring early the youth muttered an excuse and lay down once more. At five the tailor rose to his endless task, and at twenty minutes past he went down the stair and closed the hall door behind him. So passed away the only witness, and all that remains is conjecture and circumstantial evidence. No one will ever know the exact details of what occurred, and for the purpose of the chronicler it is as well, for such details will not bear to be too critically examined. The motives and mind of the murderer are of perennial interest to every student of human nature, but the vile record of his actual brutality may be allowed to pass away when the ends of justice have once been served by their recital. I have said that on the floor under the Youngman’s there lived a couple named Beard. At half-past five, a little after the time when the tailor had closed the hall door behind him, Mrs. Beard was disturbed by a sound which she took to be from children running up and down and playing. There was a light patter of feet on the floor above. But as she listened it struck her that there was something unusual in this romping at so early an hour, so she nudged her husband and asked him for his opinion. Then, as the two sat up in bed, straining their ears, there came from above them a gasping cry and the dull, soft thud of a falling body. Beard sprang out of bed and rushed upstairs until his head came upon the level of the Youngman’s landing. He saw enough to send him shrieking down to Mr. Bevan upon the ground-floor. ‘For God’s sake, come here! There is murder!’ he roared, fumbling with his shaking fingers at the handle of the landlord’s bedroom. His summons did not find the landlord entirely unprepared. That ill- boding thud had been loud enough to reach his ears. He sprang palpitating from his bed, and the two men in their nightdresses ascended the creaking staircase, their frightened faces lit up by the blaze of golden sunlight of a July morning. Again they do not seem to have got farther than the point from which they could see the landing. That confused huddle of white-clad figures littered over the passage, with those glaring smears and blotches, were more than their nerves could stand. They could count three lying there, stark dead upon the landing. And there was someone moving in the bedroom. It was coming towards them. With horror-dilated eyes they saw William Godfrey Youngman framed in the open doorway, his white nightdress brilliant with ghastly streaks and the sleeve hanging torn over his hand. ‘Mr. Beard,’ he cried, when he saw the two bloodless faces upon the stairs, ‘for God’s sake fetch a surgeon! I believe there is some alive yet!’ Then, as they turned and ran down stairs again, he called after them the singular explanation to which he ever afterwards adhered. ‘My mother has done all this,’ he cried; ‘she murdered my two brothers and my sweetheart, and I in self-defence believe that I have murdered her.’ The two men did not stop to discuss the question with him. They had both rushed to their rooms and huddled on some clothes. Then they ran out of the house in search of a surgeon and a policeman, leaving Youngman still standing on the stair repeating his strange explanation. How sweet the morning air must have seemed to them when they were once clear of the accursed house, and how the honest milkmen, with their swinging tins, must have stared at those two rushing and dishevelled figures. But they had not far to go. John Varney, of P Division, as solid and unimaginative as the law which he represents, was standing at the street corner, and he came clumping back with reassuring slowness and dignity. ‘Oh, policeman, here is a sight! What shall I do?’ cried Youngman, as he saw the glazed official hat coming up the stair. Constable Varney is not shaken by that horrid cluster of death. His advice is practical and to the point. ‘Go and dress yourself!’ said he. ‘I struck my mother; but it was in self defence,’ cried the other. ‘Would you not have done the same? It is the law.’ Constable Varney is not to be drawn into giving a legal opinion, but he is quite convinced that the best thing for Youngman to do is to put on some clothes. And now a crowd had begun to assemble in the street, and another policeman and an inspector had arrived. It was clear that, whether Youngman’s story was correct or not, he was a self-confessed homicide, and that the law must hold her grip of him. But when a dagger-shaped knife, splintered by the force of repeated blows, was found upon the floor, and Youngman had to confess that it belonged to him; when also it was observed that ferocious strength and energy were needed to produce the wounds inflicted, it became increasingly evident that, instead of being a mere victim of circumstances, this man was one of the criminals of a century. But all evidence must be circumstantial, for mother, sweetheart, brothers — the mouths of all were closed in the one indiscriminate butchery. The horror and the apparent purposelessness of the deed roused public excitement and indignation to the highest pitch. The miserable sum for which poor Mary was insured appeared to be the sole motive of the crime; the prisoner’s eagerness to have the business concluded, and his desire to have the letters destroyed in which he had urged it, forming the strongest evidence against him. At the same time, his calm assumption that things would be arranged as he wished them to be, and that the Argus Insurance Office would pay over the money to one who was neither husband nor relative of the deceased, pointed to an ignorance of the ways of business or a belief in his own powers of managing, which in either case resembled insanity. When in addition it came out at the trial that the family was sodden with lunacy upon both sides, that the wife’s mother and the husband’s brother were in asylums, and that the husband’s father had been in an asylum, but had become ‘tolerably sensible’ before his death, it is doubtful whether the case should not have been judged upon medical rather than upon criminal grounds. In these more scientific and more humanitarian days it is perhaps doubtful whether Youngman would have been hanged, but there was never any doubt as to his fate in 1860. The trial came off at the Central Criminal Court upon August 16th before Mr. Justice Williams. Few fresh details came out, save that the knife had been in prisoner’s possession for some time. He had exhibited it once in a bar, upon which a bystander, with the good British love of law and order, had remarked that that was not a fit knife for any man to carry. ‘Anybody,’ said Youngman, in reply, ‘has the right to carry such a knife if he thinks proper in his own defence.’ Perhaps the objector did not realize how near he may have been at that moment to getting its point between his ribs. Nothing serious against the prisoner’s previous character came out at the trial, and he adhered steadfastly to his own account of the tragedy. In summing up, however, Justice Williams pointed out that if the prisoner’s story were true it meant that he had disarmed his mother and got possession of the knife. What necessity was there, then, for him to kill her? and why should he deal her repeated wounds? This argument, and the fact that there were no stains upon the hands of the mother, prevailed with the jury, and sentence was duly passed upon the prisoner. Youngman had shown an unmoved demeanour in the dock, but he gave signs of an irritable, and occasionally of a violent, temper in prison. His father visited him, and the prisoner burst instantly into fierce reproaches against his treatment of his family — reproaches for which there seem to have been no justification. Another thing which appeared to have galled him to the quick was the remark of the publican, which first reached his ears at the trial, to the effect that Mary had better hang herself in the skittle-yard than marry such a man. His self-esteem, the strongest trait in his nature, was cruelly wounded by such a speech. ‘Only one thing I wish,’ he cried, furiously, ‘that I could get hold of this man Spicer, for I would strike his head off.’ The unnatural and bloodthirsty character of the threat is characteristic of the homicidal maniac. ‘Do you suppose,’ he added, with a fine touch of vanity, ‘that a man of my determination and spirit would have heard these words used in my presence without striking the man who used them to the ground?’ But in spite of exhortation and persuasion he carried his secret with him to the grave. He never varied from the story which he had probably concocted before the event. ‘Do not leave the world with a lie on your lips.’ said the chaplain, as they walked to the scaffold. ‘Well, if I wanted to tell a lie I would say that I did it.’ was his retort. He hoped to the end with his serene self-belief that the story which he had put forward could not fail eventually to be accepted. Even on the scaffold he was on the alert for a reprieve. It was on the 4th of September, a little more than a month after the commission of his crime, that he was led out in front of Horsemonger Gaol to suffer his punishment. A concourse of 30,000 people, many of whom had waited all night, raised a brutal howl at his appearance. It was remarked at the time that it was one of the very few instances of capital punishment in which no sympathizer or philanthropist of any sort could be found to raise a single voice against the death penalty. The man died quietly and coolly. ‘Thank you, Mr. Jessopp,’ said he to the chaplain, ‘for your great kindness. See my brother and take my love to him, and all at home.’ And so, with the snick of a bolt and the jar of a rope, ended one of the most sanguinary, and also one of the most unaccountable, incidents in English criminal annals. That the man was guilty seems to admit no doubt, and yet it must be confessed that circumstantial evidence can never be absolutely convincing, and that it is only the critical student of such cases who realizes how often a damning chain of evidence may, by some slight change, be made to bear an entirely different interpretation. TRANSCRIPT OF THE MANOR PLACE MURDER TRIAL Proceedings Of The Old Bailey, 13th August 1860 723. WILLIAM GODFREY YOUNGMAN (25), was indicted for the wilful murder of Mary Wells Streeter. He was also charged on the Coroner’s Inquisition with the like offence. MESSRS. CLERK and BEASLEY conducted the Prosecution. JAMES BEVAN. I am a carman, and reside at 16, Manor-place, Walworth — I am the landlord of the house — I occupy the ground floor — the house consists of a first and second floor — the first floor is immediately above my rooms — on 31st July last Mr. Beard occupied the first floor — that consists of a front and a back room — there was Mr. Beard, his wife, and one son — the floor above that was occupied by Mr. Youngman — I believe his name to be John — he is the father of the prisoner — his family consisted of his wife and two little boys — the second floor consisted of two rooms, a front and a back one — I had known at that time that the prisoner had been there for a few days; for a holiday, I understood — I had seen him backwards and forwards before 31st July — I believed him to be sleeping there — I remember the morning of 31st July — I was disturbed about ten minutes to 6, or something like that — I was then in bed, in the lower back room on the ground floor — I was disturbed by hearing a lumbering, as I supposed, on the top of the house; a lumbering, or heavy fell on the floor; a lumbering noise, as if something had fallen on the floor — the noise proceeded from the top of the house, as I supposed at the time, the second floor — as soon as I heard the noise I immediately jumped out of bed to hear and see what was amiss, and, before I could get to the door, Mr. Beard, who has the first floor, tapped at the door and said, “For God’s sake come up stairs, here is murder;” that was before I had got out of my room — I immediately proceeded up stairs to see what was amiss — I went on to the top landing, the landing of the seoond floor, and I turned my head and saw the little boy — there is a staircase that ends with a landing, and a door on each side of the landing — a door opens on to the landing from each room; the doors front each other on the landing — I saw the little boy lying dead on the top floor — I did not take very particular notice of him — I believe him to be the eldest boy — I did not see any one else about — I came down stairs and dressed as quickly as I could, to get assistance — as I was about to proceed for the officer the prisoner was standing on the first staircase — that was the first time I saw him that morning — it was directly I came down stairs and dressed; after I had dressed — I was then about to proceed for the officers — I should think not two minutes had been occupied by my dressing — on coming out of my room dressed I saw the prisoner standing three parts of the way on the first staircase; the staircase leading from the ground floor to the first floor — he was standing at that time looking downwards; looking down stairs — that staircase does not face the front door — the stairs, face the passage which leads to the door — at the bot-tom of the stairs there is a long passage, quite through the house, and the staircase is in the middle of the passage — he had got nothing on then, only his shirt — he told me his mother had done all this. COURT. Q. What were the words he used, as near as you can say? A. He said, “My mother has done all this; she has murdered my two brothers and my sweetheart, and I, in self-defence, believe I have murdered her.” MR. BEASLEY. Q. Was that all he said at the time? A. Yes — I then went for the police — I believe I heard the prisoner’s father go out that morning about half-past five. COURT. Q. You heard somebody go out? A. Yes; and believe it was he. Cross-examined by MR. BEST. Q. Had the Youngmans lived long in your house? A. On 24th March they came to lodge with me — I am not much at home in the day-time — I go out in the morning and come back in the evening, calling in sometimes in the course of the day — I do not know but what Youngman and his wife lived on pretty tolerable good terms — perhaps occasionally I heard them have a word or two, but not enough for me to interfere. COURT. Q. They had a word or two occasionally, but nothing particular? A. Nothing particular. MR. BEST. Q. Did they seem to be pretty well off in the money way? A. Well, the man always paid me his rent, and so far I had nothing more to do with him; he paid me regularly 4s. a week — I was awoke by a lumbering noise — the noise was like a heavy fall on the floor, as if something heavy had fallen — I do not know how far the distance is from the room where I was sleeping to the landing where I saw the body of the boy; I never measured it — I cannot tell you — the floor of the second floor was not so high as this Court — I lived on the ground floor — I never measured the distance between the ground floor and this third floor where these people were living — it is about three parts of the height of this Court, I should say — when I went up to the landing the first time I saw no live person there; I did not go up on to the top of the landing, as soon as I saw the boy’s body I turned down stairs — I saw the prisoner afterwards, not at that time, some portion of the way down stairs — I cannot say much as to his being collected and composed at the time — I should not think he was very collected at that time; I did not stop long enough to make any particular observation of the man. FREDERICK HENRY CAIGER. I am a surveyor — I made this plan of the premises. COURT. Q. Is it made to a scale? A. It is; I have not measured any heights, but I should say that from the floor of the ground floor to the floor of the second floor was about from twenty to twenty-one feet. MR. CLERK. Q. I see by the plan there is a door to each room opening on to the landing? A. Opening inwards to the rooms from the landing — I am speaking of the second floor — the doors are exactly opposite each other — the two doors, when closed, are 5ft. 10 1/2 in. from one another, across the landing — from that landing of 5ft. 10 1/2 in. there is a narrow landing 2ft. 6in. wide — that goes toward the head of the stairs — that goes from the landing that is between the two doors towards the head of the stairs — 2ft. 6in. is the width of each stair. SUSANNAH BEARD. I am the wife of Philip Beard — I live with my husband at 16 Manor-place — we occupy the first floor — I have one little boy about 11 years old — I occupy the back room as a sleeping-room — the little boy slept in the same room — on the morning of Tuesday, 31st July, I should think it was nearly 6 o’clock when I awoke — a noise above my head awoke me — it was a sort of scuffling on the boards — I thought it was the children playing when I first awoke — I awoke my husband, thinking it was late — I heard a sort of lumbering as if something fell on to the boards after that; that was not till after I awoke my husband — I could not say what it sounded like, falling — it appeared to be as if something heavy had fallen on the boards — I thought it was in the bed-room; it seemed over my head — I could not say whether what I heard fall fell on the landing or in the room — my husband went to the bed-room door and went up the stairs — he then called out the “Murder!” and came down — he afterwards went up again with Mr. Bevan, the landlord — after he came down the second time I went to the door of our room and saw the prisoner on the stairs between the first and second floors — he either said, “Mr. Beard” or, “Mrs. Beard, my mother has done all this, she has murdered my sweetheart and my two little brothers, and, in seltdefence, I believe I have murdered her” — while my husband was dressing the prisoner called out from the stairs, “Mr. Beard, for God’s sake fetch a surgeon, I believe there are some alive now” — when my husband was dressed he left the house — he and I went down stairs into the lower parlour — I locked my bed-room door, and locked my child in, and we went down below to the landlord’s room, and my husband directly went for a doctor — I did not see the body of the young woman at all — I had seen a young woman come to the house on the previous day, Monday, 30th July; I think it was pretty well 11 o’clock in the morning when she came — she came with the prisoner — I saw them again about 7 in the evening, going out, as I thought for a walk; they went as if they were going to the Walworth-road — I afterwards saw them return about 10 o’clock; they returned together, by themselves — I saw them come down stairs again about five minutes afterwards, that is I saw them outside the door as if they had come down stairs — I saw them come into the house again about a quarter of an hour afterwards; that would be about a quarter past 10. Cross-examined. Q. Had you seen this young man before that day? A. Oh, yes; he had been staying at the house for a short time previously — he and the young woman seemed very friendly when they were at the door together at 10 o’clock — they seemed on affectionate terms with each other — when the prisoner addressed me on the stairs, and said, “This is my mother’s doing,” he seemed very much excited — on other occasions he was generally calm and quiet in his manner. PHILIP WILLIAM BEARD. I am a carpenter and joiner — I and my wife occupy the first floor at 16 Manor-place — I remember the prisoner coming to the house, but I cannot say exactly what time he came — I had seen him there some days before 31st July — I had seen him in the house — I remember Sunday the 29th — I had some conversation with the prisoner that day in the yard — a little conversation passed on trivial affairs, and he told me that he had been a valet and footman, but that he had left that, and was going into the farming business — he did not say why he had left it — I did not see the young woman on the Monday night — on the Tuesday morning I was awoke by my wife early; it was about 5 minutes before 6, or something like that — after she had awoke me I heard a sort of rumbling noise on the stairs, it appeared to be on the landing over me, it was like children running about, or something like that, I had heard the noise frequently before — I was on my landing — it seemed to come from the top floor above me — when I came out of my room I heard a slight scream, when I got to the foot of the stain — I went up stairs — the first thing I saw was a spot of blood on the stairs, on the fourth stair from the top, I did not notice any on any other — I went a little higher, and the first thing I saw was the little boy lying on the landing — I thought he was dead, he had his throat cut, and was lying on his back with his head towards the stairs — I then went a little higher and there saw the female lying on the landing — I did not then know who she was — I found afterwards it was Mary Streeter — she was also lying dead, a little beyond the dead body of the boy — I did not observe any other body at that time — I was alarmed, and went down, and called up Mr. Bevan, the landlord — I then went up again with him, behind him; there was no one else with us; the inspector had not come at that time — when I had called the landlord I went up stairs and began to drees — I did not go up with him then, I went up to my own bed-room, I did not go up to the second floor then, not till the inspector came — he did not come till Mr. Bevan went for him — I did not go up any more till after the police had been — I went for a surgeon — I saw a policeman at the top of Manor-place, and I sent him down — I did not see anything more of the prisoner — he called me out of my bed-room after I had began to dress, he was then on the stain — he called me and said, “Mr. Beard, my mother has done it all, she has murdered my two little brothers and my sweetheart, and, in self-defence, I believe I have murdered her” — that was all he said then — I then went into my bed-room again, and finished dressing and he begged of me to go for a surgeon. Cross-examined. Q. Did he say to you, “For God’s sake go to a surgeon’s, I think there is some of them alive now?” A. Yes — I was about five minutes in my room dressing myself — I dressed as speedily as I possibly could — I do not know whether my wife was present at this conversation on the stain — she was present in one instance, I believe, I did not see her — I have not known the prisoner for any time — I only just saw him backwards and forwards in the house — I never had any particular conversation with him — I was not at home most of the day — I was always out at work from 6 in the morning till 8 or 9 at night — I had no opportunity of observing how Mr. Youngman and his wife lived towards each other. MR. CLERK. Q. Your wife used to be at home? A. Yes. JOHN YOUNGMAN. I am the father of the prisoner — I resided on the second-floor of the house, 16, Manor-place, Wai worth — I can’t say exactly how long I had been there — my wife, Elizabeth Youngman, also lived there, and my two sons, Thomas Neale Youngman, and Charles Youngman — Thomas was eleven years of age, and Charles seven — in the month of July the prisoner came to live with me — he had before that been at service at Dr. Duncan’s; that was the last place he had lived at — he was footman there — I do not recollect on what, day it was that he came to my lodgings, but I should suppose it was about a fortnight before the 31st July — he used to sleep in the back room, the same room that I slept in — Thomas, the eldest of the two boys, slept with him in the same bed — I slept on a bed made up on the shop-board — I am a tailor, but I work away from home along with a son who lives in the neighbourhood — my wife slept in the front room and the boy Charles with her — I am frequently away from home at my work, during the day; mostly all day — I go home to dinner very frequently; not at all times — I was away from morning till night, except sometimes when I went home to dinner — on Monday, 30th July, I came home about a quarter or twenty minutes after 10 at night, as near as I can bring it to mind — I did not see the young woman, Mary Streeter, at all that night — I saw my wife before I went to bed — the prisoner went, to bed that night as usual, in the room — I should think it wanted about twenty minutes to 11, at that time — I told him when he was ready I would put the light out, and he said he was all ready, and I put the light out and went to bed directly, and he at the same time — my boy, Thomas, was in bed when I got into bed; he was in the bed with the prisoner — I awoke in the morning, I consider, somewhere about 4 o’clock; I did not know the time because I had not a clock in my room; I imagine that was the time by the appearance of the morning — at that time I saw the prisoner at the foot of his bed — it was daylight; just the break of day — he was in the act of getting into bed — I supposed he had been to look at the clock — I believe the door of the room was not closed; it generally stood open, but I did not take that notice — I usually slept with the door about an inch open — I took no notice of it then — the door of the front room was always closed at night, to the best of my knowledge — I fell asleep again — I got up at 5 o’clock that morning — it was about twenty minutes after 5 when I left my room — I expected that the clock went 6, but in lien of that it was 5 I found when I got out — the prisoner and Thomas were in bed at that time — I went to my son John’s to work — I did not go into the front room before I left; the door of that room was closed — I was afterwards fetched from my son’s — I should think it was about twenty minutes after 6 — I came back to the house — I saw the body of the young woman, Mary Streeter — she was then dead — I had seen her before, three or four times, I believe — the first time I saw her I dare say might have been two years previous — she had not been in the habit of coming to our house then — I saw her two or three times since — I saw her once or twice in July; that was at Manor-place — I do not think I saw her more than once in Manor-place — I saw her once at my son John’s, along with William, and once at Manorplace with him — the prisoner had never said anything to me about his intended marriage — I understood it was to be the case, but he never acquainted me with it — a knife was shown to me on the morning of 31st July, by Lack the constable — this (produced) is it — I had seen that knife before that day — I saw it in my son John’s shop — it was in the prisoner’s possession — it was then quite whole, to the best of my knowledge; not broken as it is now — the prisoner was showing it to a man who was working at my son John’s, and the man said it was not a fit knife to carry — the prisoner said anybody had a right to carry such a knife, if they thought proper, for their own protection — I should think this was about nine days or a fortnight before 31st July — I never saw him use the knife for any purpose — I never saw him show it at home to my wife; not to my recollection — as soon as I got back to the house on the morning in question, I called out, “Where is William?” he was then brought down in to the passage by the police; he was in custody — he said, “This is all mother’s doings, father” — that was all he said — to the best of my knowledge the prisoner was not possessed of any property at this time; he had no money, except what he had from service — I believe he had been in Dr. Duncan’s service for half a year — he was out of employment for some time before he went there — I cannot say for how long — it was as long as a year — I learnt so from him. Q. Had he ever said anything to you about insuring the life of the young woman? A. I had heard it talked of; I don’t think he ever said anything about it to me — I am not certain he did not; I have heard it repeated and talked of at different times — I heard it talked about at my son John’s. COURT. Q. You say he never mentioned it to you; but did you hear him mention that he was about insuring the life? A. Oh, yes; at different times — I heard him mention it at my son John’s. MR. CLERK. Q. Do you know the prisoner’s handwriting? A. I think I should know it, but I am not sure; I am a very little writer myself — I saw the dead body of my wife and of my son Thomas, at the same time I saw the dead body of the young woman — I also saw the dead body of my youngest boy, Charles; I saw him last. Cross-examined. Q. You say this insurance was talked about at your son John’s; was that in the presence of several persons? A. Yes, openly — I should think that was something like nine days, or a fortnight, or a week before 31st July, and perhaps a day or two before, but I cannot bring it to mind — my wife’s maiden name was Golden — I knew her mother quite well — she was a lunatic at the latter part of her life — she died in Peckham Asylum — a brother of my own also died’a lunatic in Norwich Thorpe Asylum — none of my children have died in that way — my father, I believe, died tolerably sensible, but he had been in an asylum two or three times — I work for my son as a journeyman and receive journeyman’s wages — I receive a pound a week, on an average; I am sometimes short of work — I was not short at this time; I had plenty doing just then — my wife and I lived upon tolerably good terms; we used to have more words about the children than anything else; I thought that she talked to them a good deal more than there was any occasion for — we quarrelled occasionally about the children — I thought she interfered with them too much — she used to correct them more than I thought she had any occasion for — she did not correct them particularly severely, but she corrected Thomas more than I thought she ought, because I thought Charles was quite as much or more in fault than Thomas — my wife and I did not sleep together at all times — we had not slept together for the last week previous to William coming to the house — that was because I wished to get to bed always when I got home of a night; and not only that, my wife was troubled with an inward complaint — she had a cancer in the womb; that was the reason why we did not sleep together — I sometimes took my breakfast at my son John’s — I sometimes took my supper at home, not often — I supped at my son’s, and sometimes I had no supper at all — I always took my tea at my son’s when I was there — I did not go to any place of entertainment to spend my evenings, or to any public-house; and had not done so for a long time — I saw this knife when I was at my son John’s house — I do not remember the prisoner saying that it was a good sort of knife for eating meals with — I cannot say that I ever heard him say that — I have seen him take his meals in the house, but I never saw him use that knife at all — I did not sup in the house the night before 31st July — the front room was used for supper and meals; that was the room in which the family lived in the daytime — the point of this knife is broken off and the guard is also broken. MR. CLERK. Q. When was it that your wife’s mother died? A. 15 years ago, in October — I never visited her in the asylum but once — I can’t say whether she was there 12 mouths or 2 years — I think she was between sixty and seventy when she died — my wife had never been confined in any asylnm — I cannot say that I ever perceived any appearance of an unsound mind in her during our marriage — I never did — she was rather more kind to Charles than to Thomas — that has been a cause of difference, a cause of words between us — I have frequently told her that Charles was most in fault. JOHN VARNEY (Policeman, P 333). I remember Beard speaking to me on the morning of 31st July — I went by myself to 16, Manor-place, Walworth, about 6 o’clock — I went into the house and went up stairs on to the second floor landing — when I went up there I saw three dead bodies on the landing; the first was a boy about 10 or 11 years old; the next was a female lying on her face; and another female a little to the left of her — the prisoner came to the door; he said, “Oh! policeman, here is a sight; what shall I do?” — he made a step to come towards me on the landing — he was standing at the back room door when he said that — he was stepping out on to the landing, and I said,” Go back into the room and put on your clothes” — he was not dressed; he was in his night-shirt; I noticed the right sleeve of the shirt was torn, and the wristband was hanging on his hand — I noticed that when he was standing at the door — the wristband appeared to hang on the back of his hand — the inspector arrived just then — I then left the prisoner with him and went into the front room — the prisoner did not say anything to me before the inspector came, further than what I have stated; he said his mother had done all this — he said that at the time that he said “Here is a sight; what shall I do?” he said, “My mother has done all this;” and when in the back room he said, “I struck my mother, but it was in self-defence, and would not you have done the same? that is law.” Crosi-examined. Q. You told him to go into his room and dress himself? A. Yes — at that time he was only in his shirt — I am sure I saw the wristband hanging down — after my coming into the front room he took off his shirt to put another one on, and at that time I missed the wristband of it; I could not find it anywhere — I am quite sure it was on when I saw him first — I have the shirt here. JAMES DANN (Police Inspector, P). Shortly before 6 o’clock on the morning of 31st July I heard of what had taken place at Manor-place — I went to the house accompanied by a constable of the name of Lack — I went up the stall’s — I saw the prisoner standing on the landing on the second floor — we were both on the landing — he said, “This is my mother’s doing; she came to the bedside where my brother and I were sleeping; killed him, and made a stab at me, and I in my own defence wrenched the knife from her hand and killed her, if she is dead” — upon that, the constable Lack, pointing to the body of the young woman, said, “Was this young woman lying here when you killed your mother?” — the prisoner hesitated a little and then said, “I don’t know” — at that time there were three bodies on the landing — the boy, Thomas Neale Youngman, was lying on his back — his head was close to the edge of the top stair — his feet were in a direction away from the stairs; towards the wall of the house; the opposite wall — he was in his night-shirt — the right leg was a little drawn up — there was a great deal of blood where the body of the boy was lying — I then observed the position of the young woman, Mary Streeter — she was lying on the landing with her head inside the back room door — I should say that her head was about a foot or thirteen inches inside the doorway — her feet were towards the front room door — the body wag lying on the right side — she was in her night-dress — there was nothing on her feet; no slippers — there was a great deal of blood near where her head was lying — the blood had flowed from near her head under the door of the back room and under the foot of the bed in the back room; the Stream was about four feet six or seven inches in length — the breadth at the commencement was about fifteen inches, at the termination about six or seven — I then observed the body of the elder woman, Elizabeth Youngman — she was lying on the landing with her face downwards; on her stomach — her face was close to the thighs of the young woman; resting on the floor — the right shoulder of the elder woman rested on the legs of the young woman — the feet of Mrs. Youngman were inside the front room door — she was also in her night-dress; without slippers, or steckings, or anything on her feet — I observed a great deal of blood where she was lying — most of it was close to her head and throat; it had spread some distance; several inches away from her — there was a pool of blood where she was lying; where her bead was — I went into the front room and there saw the body of the youngest child — it was on a bed in the front room, outside the bed-clothes, quite dead — he was in his nightdress — he was lying move on the right side than any other position — the feet were towards the head of the bed; and the head towards the foot — there was a great deal of blood on the bed — it had soaked through the counterpane, blanket, and sheet; and into the bed — the blood was just underneath where the child was lying; underneath the child’s neck and shoulders — I observed the floor of that room — there was not any pool of blood anywhere on the floor in that room — I saw marks of blood in the room — some had been trodden into the room with a naked foot — the footmark was sufficiently distinct for me to be able to speak of its size — it appeared to be the foot of a grown-up person — I saw two footmarks of blood; both in the same direction — I mean that I saw two footsteps which had imprints of blood, which had left the marks of blood, both going in the same direction, from the door towards the bed where the child was lying — there was no smear of blood along the floor of that room — there was no other blood in the bed except that which I have mentioned as being underneath the head and shoulders of the child, and that which had soaked through the clothes — I examined the bed in the back room — there was an appearance of blood about that bed — there wen three or four drops of blood on the sheet, and some smears of blood on the sheet — it appeared to have been wiped off a person’s hands — there was no pool of blood about that bed — there was some blood that had run from the door under the foot of the bed, and there was some blood that bad been trampled about the floor of the room; but no pool of blood in any part — when I first came to the house the prisoner was not dressed; he was in his night-shirt — his bands and feet were bloody; his night-shirt was very much stained with blood also — I did not see any wound about any part of his person — I did not examine him particularly, but I stripped him, and I did not see any wound — I saw the weapon after it was found — the prisoner was taken into custody — I did not see any cut on him when he was taken into custody; he did not complain of any — on the evening of the same day I went down to Wadhurst, to the residence of Mr. Streeter the father of the deceased — I received from Mr. Streeter a number of letters, which I have here — I have fifteen in all — six of these letters were read before the Magistrate — these (produced) are the six given in evidence, and these (produced) are the nine — they are all here — on my return to town I saw a box at the police-station, in the possession of Superintendent Payne — I opened that box with a key which I found in the prisoner’s possession — I there found the paper which I now produce — it is a policy of assurance — I have a piece of the guard of the knife which has been produced — the prisoners brother John gave it to me. Cross-examined. Q. You have told us there were two footmarks leading into the front room? A. Two — the first I should say was about two feet inside the door; that is, as near as I can remember — the second was about two feet six inches further on; towards the bed — one was the right, and the other was the left foot — there were no more footsteps round the bed — there was too much blood just at the landing outside between the two doors, to trace any footmark there — when the prisoner had the conversation with Lack, myself, Lack, and Varney were present — when the question was put to him he was a little confused — he was not so all through — he was very little excited; not at all — he appeared confused when Lack put the question — he hesitated, as I have said — he was not confused during any other part of the time — he appeared to be quite collected. DAVID LACK (Policeman, P 132). On the morning of 31st July I went with Mr. Dann to 16, Manor-place, Walworth, a few minutes before 6 — I saw three bodies lying on the second landing — I found this knife — it was lying just between the two females; it was open as it is now, with the point and a piece of the guard broken off, and smeared with blood just the same as it is now — I picked it up — I saw the prisoner at this time — he spoke to me first — he pulled his right shirt-sleeve up and said, “Here is a job; my mother has done all this” — I said, “Where is your mother?” he pointed down to the elder female and said, “There she lies; I struck her in my own defence” — I said, “Was this young female lying here when you struck your mother?” — he hesitated for a moment and then said, “I do not know.” EDMUND PAYNE. I am superintendent of the P division of police — I obtained the box which was opened by inspector Dann at the house, 16, Manor- place — I found it in the back room on the top floor — I directed its removal to my office and went with it — when the prisoner was brought to the police-station on the morning of 31st July, I spoke to him about the knife which has been produced here — I said, “Do you know anything about that knife?” — Lack the constable had just shown the knife to me; I think that was in the presence of the prisoner — the prisoner’s reply was, “It is my knife; it is what I had to cut my bread and cheese with” — I think I asked how long he had had it, and he said, “A few days,” or “about a fortnight” — I did not expect at that time to be called as a witness, and I do not recollect distinctly whether it was in reply to me or of his own accord, but he said he had had it in his possession a few days or nearly a fortnight — I believe he used both expressions; first, “a few days,” and I believe he afterwards said, “Nearly a fortnight.” JOHN VARNEY (re-examined). When I saw the prisoner on that morning at the house in Manor-place, I asked him where the young woman slept the previous night, and he said, “In the front room” — he said she had slept with his mother and his little brother, and the elder boy slept with himself in the back room WILLIAM BARNARD BODDY. I am a surgeon, and practise at 3, Savillerow, Walworth — on the morning of Tuesday, 31st July, I was called to go to the house 16, Manor-place — that was, I should think, about 6 o’clock — Beard, the carpenter, the man who lives in the second floor, came to me — I went to the house immediately — I there found the bodies of four persons, who were dead — three were on the landing and the body of the little boy was on the bed in the front room — the bodies were all quite warm; as warm as if they had been alive; from animal heat — I examined the body of the young woman, Mary Wells Streeter, which was lying on the landing — I found a stab over her left breast which penetrated the cavity of the chest — there was also a wound on the throat; it was literally cut from ear to ear — that had been done with a very sharp and very strong instrument — the carotid artery and jugular vein on each side were divided; making a clean sweep through everything, down to the cervical vertebrae or bones of the neck — the wound had severed the windpipe and the gullet — such a wound would, I think, have caused instantaneous death; the cutting through the windpipe and the gullet would prevent a person from calling out; it would be quite impossible for a person to call out with such a wound — I think it must have required a strong arm to have inflicted that wound. COURT. Q. That must, of course, depend upon the instrument? A. It would depend upon the instrument. MR. CLERK. Q. What sort of person was the deceased? A. A young woman in good animal condition, I think — in no way emaciated, but healthy — she was anything but weak; I think she was healthy and strong — I then examined the body of the elder woman; she had three stabs altogether, two over the left shoulder-blade, one over the sternum or breast- bone, and a deep cut or stab behind the left side of the neck, which divided the carotid artery and jugular vein on the left side down to the cervical vertebra — that wound would have caused almost immediate death, perhaps not so instantaneous as with the other, who had her throat cut — I should not think it possible that the wounds either upon the young woman or the elder woman could have been inflicted by themselves, particularly upon the elder woman; it would be an impossibility — the elder woman seemed to be a person in tolerably good health, not particularly bulky or muscular, but tolerably healthy, I thought — she was not particularly strong certainly, rather inclined to be stout than thin — I did not discover any injury about the hands of either of the women — I then examined the body of the younger boy, Charles, who was lying on the bed in the front room — I discovered one wound over the chest-bone, and two small incised cuts on the left upper arm, and there was one deep plunging cut or stab through the back of the neck, which divided the bones of the neck and cut right through the spinal cord — that wpund would have caused immediate death — a part of the gullet and windpipe was likewise wounded in the sweep of the knife; that would have quite prevented the child from crying out — I then examined the body of the elder boy, which was lying on the stairs; he had two cuts, one on the right angle of the lower lip, and one cut all round the throat, merely dividing the cutis, not the skin positively, but the small enveloping membrane — there were six stabs altogether, one on the right side of the neck and half way between the ear and the right shoulder, one over the left breast, another over the left breast about an inch and a half below the former, and more to the left side, and three stabs on the left side over the ribs — the three first fingers of the right hand at the extremities were cut through to the bone; the third finger of the left hand was likewise cut at its extremity quite into the bone — those were all the wounds — the one that entered the chest was the cause of death — there wore two wounds on the chest; both were fatal wounds; one entered the pericardium, the enveloping membrane of the heart, that would be necessarily fatal, the other penetrated the lungs — both wounds entered the lungs, the top as well as the bottom plunge, and both would be fatal — if the child had grasped a sharp instrument, the hands would have presented exactly the appearance that I discovered, if the weapon had been drawn through the hands — I see the knife that has been produced; the marks I saw were just such as I should have expected to find from such an instrument — all the wounds upon all the four bodies were inflicted with a sharp instrument; it must have been a very sharp, powerful instrument — I have seen this knife before; the point of it is broken — I apprehend that it was originally a sharp pointed instrument; such an instrument as that, if the point had been sharp, might have inflicted all the wounds I saw upon all the bodies — there was no mark upon any of the bodies of a struggle having taken place during life, except upon that of the child that was lying near the stairs; his were the only hands that were wounded. Cross-examined, Q. If I understand you rightly the mother had one wound in the chest? A. Yes — if that wound had been inflicted first I think she would possibly have screamed; I think it is more than probable she would — she had four wounds — I think the mischief that was product on the boy’s hand was from an attempt in struggling to relieve himself from some injury that was being inflicted upon him; the cuts presented the appearance as if they were inflicted when struggling with some person, putting his hands up to prevent his throat being cut — if those wounds on the boy had been inflicted with great rapidity he would have died almost immediately — the two in the chest would have caused nearly instant death — I think he might have had time to scream out; death would not have followed so rapidly as that; there would have been some moments between the infliction of the wound and death — I have had very little experience in cases of cancer of the womb — I have never known it to create delirium; it produces a great deal of emaciation if it is of long continuance — it is an extremely painful disease — I should not think the pain would affect the brain; it might occasionally, but not as a general rule — it is not taken as a symptom or consequence of disease of the womb — supposing that Mrs. Youngman had been in a state of delirium I think she was strong enough to have inflicted these blows. MR. CLERK. Q. Had there been an attempt to cut the throat of the boy that was lying on the stairs? A. Yes. COURT. Q. That was the wound on the throat you have described? A. Yes, the superficial cut — that led me to suppose that there had been an attempt to cut the throat; the mark was very defined all round the throat — I did not distinguish much difference as to size and bulk between Mrs. Youngman and Mary Streeter; the elder woman was the fatter of the two I think — there was no appearance whatever of any struggle on the part of Mary Streeter. MARY ANN WOOTTON. I am in the service of Dr. Duncan, of Henriettastreet, Covent-garden — I know the prisoner; he was there a week before me — he left on 16th July last — he had been in Dr. Duncan’s service three months, I believe; during that time I have seen him writing frequently — he used to write letters and poetry — the date of the letter I am looking at is the 21st June; I believe it is the prisoner’s handwriting — this one of 18th Juue is his writing, and this of the 21st — I believe this letter of 13th July is in his handwriting; also these two on 16th, and this one of the 19th — to the best of my belief this one without a date is in his haudwriting — this letter of 21st is his, and also the one of the 28th. JAMES ANDREW DUNCAN. I am a physician, residing at Henrietta-street, Covent-garden — the prisoner was in my service as a footman; he came to me on 18th April last, and quitted on 16 th July — I was in the habit of seeing him frequently; it was the greater part of his duty to wait on me. Cross-examined. Q. Have you had any experience in cases of cancer? A. Yes: cancer in the womb is a most painful disease; it generally makes a patient very irritable — I should not set down delirium as one of its symptoms; it may come up as an accidental symptom — if there has been mania in a family and a disease is acting upon a person, it would be more likely to bring it on — I know a mania, described as homicidal mania, especially among women — one of the great features of that mania, is, that persons afflicted by it, most frequently attack those to whom they have the greatest affection — it generally occurs after confinement, where the mother, although she has the greatest affection for her child, cannot resist destroying it — I have read Dr. Taylor’s work on homicidal mania — I agree with him when he says that individuals are liable to be seized by a sudden impulse, when they will destroy persons to whom they are most strongly attached; but it is impossible to define what madness is; that is to say a person may have reason and know the wickedness of what he is going to commit, but yet be unable to resist the animal part of the functions, of the brain. MR. CLERE. Q. Does cancer in the womb, where it exists, produce emaciation of the body? A. Yes; that is how the patient dies, from being completely worn out. COURT. Q. Supposing a person not to be emaciated, does that indicate anything with respect to the state of the disease? A. That would show it was merely beginning, not advanced; that the disease had made but little progress — it might or it might not be attended with pain, then it would not necessarily follow the patient would be made more irritable — in my judgment if the disease had not got so far as to emaciate the patient, I don’t think the pain would be such as to bring on delirium — the patient might, possibly have taken opium as a remedy for it, which would perhaps cause it. EDWARD SPICE. I keep the Green Dragon public-house, Bermondsey-street, in the Borough — I knew the deceased Mary Streeter — on Monday, 23d July last, she came to my house on a visit; she came with the prisoner — she came in the afternoon and stayed there all night — on the next day, the 20th, the prisoner came, as near as I can recollect, about half-past 6 in the morning — Mary Streeter stayed four days at my house on a visit — she was an old friend of mine; I and her father Were brought up together — after partaking of breakfast on that morning, they went away together and returned again about 9 o’clock in the evening — he came down at half-past 5 the next morning — it rained on that day, and they stopped till 9 o’clock — on Thursday morning I called her out at 5 o’clock, and the prisoner came in about five minutes past 5 — I had some conversation with him about the girl — I spoke to her first in the tap-room — I saw what I did not like in the man, and said to her in his presence, “Mary, I would sooner see you take a rope and hang yourself in the skittle ground, than marry a man like that” — I said to the prisoner, “What means have you got to support my girl? “I called her my girl — he said, “I am independent” — I said, “What is your independency, was it left by a legacy? have you got anything to show me, any paper?” — his reply was, “In houses” — I then asked him if they were in the country or London? “Various places in London — he said — I said, “Well, you must be a rich man,” and said to deceased, “Now, Mary, take my advice, give him a total denial, have no more to do with him; go and seat yourself in my bar parlour, and I will take you home safe to your father” — the prisoner made no remark on that — he said he intended to take her either to Hastings or Brighton; I think it was Hastings he said. Cross-examined. Q. He did not say to reside there? A. He said he was going to take lodgings there to keep her independent — I said, You must have a good income to support a young woman like this” — he said, he was a retired tailor — I did not know anything about his being a valet. SAMUEL WELLS STREETER. I am a farmer in Essex — the deceased young woman was my daughter — the prisoner came to my house on Sunday, 8th July last, and stayed there one night; I had never seen him before — my daughter had never mentioned to me that he was paying his addresses to her — the prisoner had not mentioned it to me — when Inspector Dann came down to my house I gave him some letters that were locked up in my daughter’s writing-desk. Cross-examined. Q. I believe you had the misfortune to lose another of your daughters some time before? A. Yes; in May last — she was not married, she died of consumption — this girl had not been subject to any disease of the chest or anything of that kind. THOMAS TANNER. I am clerk in the office of the Argus Insurance Company — on 19th July last I saw the prisoner at that office (he had had a form previously) — he brought a form of application with him; I have it here (produced) — this is one of the forms issued by our office; the name of William Godfrey Youngman was signed in my presence by the prisoner — he wrote the answer to question No. 18, it is “William Godfrey Youngman, 16, Manor Place, Newington, London, retired from the business of a tailor” — that is written opposite the question “Name and place of residence” — before he signed it I asked him what he was — he said he was no trade — he came again on the following day, the 24th, accompanied by a young woman — she was examined by the medical officer, and a policy on her life was prepared — that is the policy (produced) — there is no attesting witness; that is the policy that was effected on that day — the premium was paid on 25th, 10s. 1d. for three months — the premiums are according to the wish of the parties; if they wish they can pay quarterly or half-yearly — in this case the prisoner expressed a wish to pay quarterly — I gave a receipt for the premium; I have it here, this is the first receipt — I believe the young woman paid the money. (The following letters from the prisoner to the deceased were read; the first was dated 18th June, from Henrietta-street, Covent-garden; it contained some allusions to his long silence, and expressed a desire to renew his former intimacy with the deceased; the second was dated 21st June, acknowledging a reply to his first letter, and expressing a wish to see her when she came to town. Editor’s note: Spelling errors in these letters are italicized.) “8, Henrietta Street, Covent Garden, July 13th, 1860. “My dearest Mary. — This comes with my kindest love to you, trusting you are well and happy; myself I am pretty well in health. Now, come to London, dear girl, on Monday next, the 23d, and stay till Mrs. Walker leaves her situation, then go back home again and come up again on Friday morning, 10th August, and I will come on 10th Augnst to meet you, and shall stay at the lodgings I shall take for you and myself. I shall engage furnished lodgings for a week only, when I shall be able to settle all things and go down to your father and stay with him a day or two. You can lodge somewhere on the Friday you come up, and I, at our lodgings, so be ready for Saturday morning, when we will be married at St. Martin’s, Charing Cross, on Saturday, August 11th next; I have published the banns of our marriage, last Wednesday, and it will be asked in church on Sunday next, and Sunday, 29th, for the third time. I gave warning to leave on Wednesday hist, 11th, can leave on 10th ef next mouth having a day’s wages less; now you will have quite money enough, my dear, till after we are married, when I shall have plenty, but not till then; but you need only wear your black clothes, my dear girl, at our wedding. I shall only wear black things and have no white gloves at all dearest; our coachman will stand as father for you, and I shall not require a bridesmaid unless you like, if so, our housemaid will come if she can, and we will go after we are married to Kew Gardens or somewhere, and breakfast before we are married, by ourselves. I think I want to assure your life when you come up on Monday week; it will be settled in the time you are here, two or three days; bring all your things when you come on 10th August; say to your mother you are going to stay with my Mends a fortnight and then look for a situation in the time. After we are married you can have all you wish for, so you will have enough money for the present time, as you do not want to boy anything; all the clothes you have will do for the present, till we are married, and on Wednesday, after we are man and wife for life, I shall take money enough to supply all your wants and wishes, so rest happy till then, my dearest girl. I will expect to see youthen in London on Monday week, to assure your life and buy you the wedding-ring to give you to keep till the day 1 put it on your finger; the 11th August next must be the day, I cannot wait another day longer than that my dearest girl Buy nothing except you want it very much indeed, as I will buy you all you want the Wednesday after we are married on a certainty, but at the same time remember all I have told you. I am now awaiting to hear from you again; say you will do as I write by return of post — I am, dearest Mary, your ever affectionate lover, W. G. YOUNGMAN. — Kind respects to all friends, remember, do not forget what I have said; be careful keep all your letters looked up, so your mother and no one can see them, and bring them when you come here.” “8, Henrietta Street, Covent Garden, July 16th, 1860. “My beloved Polly. — I received your kind and most welcome letter this morning, and was glad to hear you were enjoying good health, myself I am pretty well in health, bnt am anxious to see you again; indeed I long for the 23d, Monday, to come to see you. I suppose you will stay as you said before with Mrs. Walker, at Gloucester-terrace, till she leaves, which you said would be on 26th of this month, that would be on Thursday week, so you could stay three or four days there, and I shall be, of course, there with you once a day at least, I have made up my mind to get away from here this week, so I shall be with you next week when you come. Since I gave notice to leave here last Wednesday, our people have spoken to me in such a manner that has not suited me, and I am certain to give Mrs. Duncan a good talking to next time she goes on at me again, when I hope the Doctor will tell me to go at once, has then that is what I want, when I shall be paid my wages the same up to 11th August, when I shall go to my brother’s and be able to do many things I want to do before we are married, dearest girl. I know I shall have a job to get a holiday when I want it if I stay here longer than this week, so I am in hopes of getting off from here this week, to-day; tonight I want Mrs. Duncan or the Doctor to talk to me, then I shall he ready to talk to them, and so be sent off. You understand, I am a little sharp in this. Now, my dearest Polly, I have a form to be filled up to take to the Life Assurance Company’s office, that his, to answer all the written questions as asked on the printed forms, which is necessary should be done first. I know your name and address, but your occupation, I shall say you have (none) — you understand? But I want to know your place of birth, and date, and your certificate of birth is required to be taken to the office, just to let them see your right age; then, of course, I shall say single, and a spinster; then I want to know your father’s and mother’s ages, and also to know if you have ever been abroad; if so, where, and for what period of time; also, have you had the small-pox, or have you been vaccinated; have you ever had the gout, or spitting of blood, asthma, rupture, convulsions, fits of insanity, vertigo, habitual cough, disease of the lungs, complaint of the liver, or any other disease which tends to the shortening of life; let me know this, but I can say what I like, or you like, has any of these complaints, of corse, would be against your having your life assured. Then it’s asked, has any member of the family died of consumption; I think you said your sister died of that dreadful complaint; but I must say no to that answer. Then they want to know the name and residence of your medical attendant; you could say you had none, to that question; but the name and residence of an intimate friend is required to be referred to for general information, that is to say, they must have some one who knows you to write to, to ask they how long they have known you and your family, and are they healthy, and his your health been good, and his it so now, and to ask if any member of the family have died of any bad disorder, such as I have said; and you must tell the friend, whoever you get to do this for you, to make it out in the best manner he or she can, has you will also do; and let them say they are not a near relation, only a friend, if ever you are. You understand that, dearest girl, has all must be done in the best possible manner to have them assure your life, has they would not take you if they thought you were unhealthy, or any of your family had died of anything bad, or where any of them unhealthy, that would be, of corse, against it, so, when they write to your friend, let them give a good letter to them — he sure and manage that with them, and to answer the letter they send by return of post; so, when you come up on Monday next, all you will have to do will be to go with me to the Assurance Office, near the Bank of England, city, and see the, medical man there, then I can give you the money to pay the first premium upon your life, which will not be a large sum to assure 100l. in case you should die any death, which sum would be of use to your children or me, in that case, dearest girl; but it his a very good thing to do, and the duty of every mother, or wife, or father to assure their lives, if they can but spare a little to pay every quarter; see what distress often arises from friends not leaving any thing to their relations or dear friends when they die! You know the benefit of all this, therefore you will, of corse, just send me the information I require of you, that I may take and fill up the form to take to the office, so they can write to your friend has I tell you. Write has soon has you can, I am anxious to get on with it before you come next Monday to London. Now, I am, with love ever to you, your loving, affectiouate, WILLIAM GODFREY YOUNGMAN. — My kindest remembrance to your friends, and quick answer I hope to have, my most beloved girl; I am indeed anxious to get all these things settled, and look forward for the happy day when you will be mine for life. Adieu, dearest.” “16, Manor-place, Newington, London, S. “My most beloved Mary. — I received your affectionate note this morning, but I must say I am very much hurt to find you state in your note that you do not wish to have your life assured; why, my dearest girl, why do you alter your mind? I have been to the office, have told them to write to your friend, Mrs. James Bone, for the information they require, they did so yesterday, and expect her to send them answer by return of post; and I told them you would come with me on Monday for the policy, so let Mrs. James Bone write to them has they wish, and that you will go with me and assure your life on Monday next has you said you would before. Why can you go from your word? You will never lose anything by assuring your life; will not die any sooner, my dear girl And as regards your father and mother not liken you to do so, you can do has you like without them preventing. Now, say no more to them about it, but come and do has I wish you to do. I shall, indeed, never forgive you if you do not, has I, wish you to do so for a particular purpose, which I will tell you of. I will always pay for it, of corse, and you will never lose anything by it. I intend to get a house for you and myself near or in Brighton next week, as it will, of corse, be foolish for me to go there without you can go with me, even after you have assured your life; but if you will not do this, and will rather mind what your friends say to you about assuring your life, why I cannot think you would love me has I wish you would. You will never find any one to love you so again, and would you break my heart aud not do has I wish you in this little thing? Why do you not do has you said? Can you cease to love me? Will you now refuse to do this which is for the good of those you leave behind when you should DIE? Surely, my dearest girl, you will still love me and do this, or how can I think you do love me if you refuse? no, I cannot believe you love me. Now, my dearest girl, I have nearly settled the assurance, I have left my situation, I have look for a house for us to live in, and with your consent I have published the bans of our marriage, and you have consented to be mine next Monday week. Now, can you break my heart and act like-this? do has I tell you, dearest girl, and I will do anything you wish to be done, only do has you have agreed to do, let me assure your life on Monday next, and be mine own dear wife the following Monday has you promised me in your letter, and every thing you wish for shall be yours. I shall have money enough to supply more than our wants. Next Wednesday or Thursday come and be mine, and we will have all this settled, and we will go down and see all your friends in a few days after things are Bettled. I want you to go to Brighton to get a house, where I wish to live with you, my dearest Polly. Do you love me still 1 if so, do as I wish and keep your promise; be sure and bring the certificate of your birth with you on Monday, and let Mrs. James Bone answer the letter to the Assurance Company to-day, if she has not done so yesterday, so they will get answer on Monday morning before you and I go there. They will not keep you a moment, ray dear girl, only be mine and do this and be happy. You cannot do wrong in this, you will never have cause to regret; pray do has I wish, come and do this on Monday; come, come to me, and be mine, you will never want for a thing while you live, believe me. I cannot but be hurt, hurt, indeed, if you do not comply with my request; do make me happy, do this, it will be all for your good. Write again so I can have a letter on Monday before you come up. Oh, my dearest girl, I know you will not break my heart, I that love you more than life; be mine and never will you want for anything, I swear; but say not a word to your friends till we are married, then they shall be made glad, and we will have a jolly day near home; they will not be sorry for your having me, one that make a lady of you soon, and make you happy for life; one who loves you more thau his life, and can you not do has he wished you to do I say yes, dearest Mary. — I am,-with love to you, hoping you are well and happy, your ever affectionate lover, and ever more I am your best Friend, believe me; but I am hurt, pray heal me, say you will do has I wish, my dearest girl, I am your dearest W. G. YOUNGMAN.” “16, Manor Place, Newington, July 19, 1860. “My most beloved Mary. — I received your kind and most welcome letter this morning about 11 o’clock; I was expecting to get it by 8 o’clock, but you put Boro’ in the address too much, so it was sent to the Boro’ first, which caused it to be late; put the address only as above, dearest girl. I have filled up the paper now and took it to the Life Assurance Office, aud they will write to Mrs. James Bone to-day to get answer on Saturday, so you can go with me to the office before 2 o’clock on Monday; when you come up you will arrive in London about half-past 9 o’clock on Monday morning, that was the time I arrived last Monday week. Do not, my dearest girl, say anything to your mother about what you are going to do, only say you are coming to see me and stay with me and my friends till you get a situation here in London; and I think you had better not bring all your things, only the most particular ones, the best you has. You will not want many things till we are married, has you will have some made or bought for you by me before we are married, but bring a few of your best things only, and, above all things, bring all your letters and papers, leave nothing of importance behind, has all little things you have I want to see, And I shall, of corse, go to Brighton for a time after we are married, if not before; but I shall see you on Monday morning. You must bring the certificate of your birth with you, has it must be taken to the office on Monday next, before the quarter’s premium is paid, aud I wish it to be done nest Monday morning. I will take lodgings for you and me when you come up on Monday. You need not go to Mrs. Walker’s at all; keep with me and I will manage it all comfortable enough for you; don’t bring all your things, you understand, and only the best bring with you, and if you can borrow a little money of your father, do so for a few days when I can give it you to send him back, you understand, has money is short with me till about this day week, Thursday. But I want to see you, dearest, and get your life assured, and get many things settled before then; and we will both go down and see your father and mother and friends, and surprise them, in about a week or eight days after we are married; but I am now, even now, has much has husband to you, dear girl, do has I tell you, and I am, with love, ever and ever to you. Do not forget to bring your birth certificate, as you cannot assure your life without it. I hope you will let me have answer by return of post, my most beloved girl, and one on Monday as well, to meet you at the station, London Bridge on Monday. I am your dear and most affectionate, W. G. YOUNGMAN.” — Kind remembrance to your frieuds. You might bring a little of your home-made butter, and some things with you, only do not say I told you, you understand, it will be for your good, my dearest girl, I am now waiting to see you. “16, Manor Place, London, July 21, 1860. My dearest Mary. — I received your letter this morning. I am very much hurt to find you say you will not have your life assured, after I have troubled, and you had promised me faithfully to have it done, and to be my own dear wife on Monday next, but Tuesday will do has well has Monday, my dear girl, only your father, and mother, or any one must not know it. You promised me faithfully, over and over again, and I expect you will keep your promise that you would be mine, and that your frieuds would not know it till we were married. But now, dearest Mary, if you will only let Mrs. James Bone write to the Assurance Office at once, and go with me to have your life assured on Monday morning next, I will settle with you, and after that his done your friends may know that we are going to be married. I will arrange all things, so you and myself can go down to your house, if possible, the same day we are married, so you need not bring any of your things up with you. Keep to your promise, my dear girl, and your friends shall know we are married the same day that we are, next Tuesday week, but I must have you first assure your life, has I have a great wish for you to do so, and cannot believe you love me unless you do, so cannot certainly think you do love me now. I sent this in haste that Mrs. James Bone may have time to write to them to-day, so the letter will get in London on Monday morning, first post, if not, and you come, bring the letter with you, and the certificate of your birth. Now, I am in earnest; I am keeping my word; you have promised me, now if you love me do this. I am, your affectionate lover, ever till death, WILLIAM GODFREY YOUNGMAN — For your own sake, dearest girl, do has I say. Adieu.” “16, Manor Place, Newington, Saturday night, July 28th, 1860, My beloved Polly. — I have posted one letter to you this afternoon, but I find I shall not have to go to Brighton to-morrow, as X have had a letter from them with what I wanted inside of it; so, my dear girl, I have quite settled my business now, and I am quite ready to see you now, therefore I send this letter to you. I will take this to London Bridge station to-morrow morning, by a quarter past 6 o’clock, and get the guard to take it to Wadhurst station, to give it to the porter there, who will get a man to take it to your place. I can only give the guard something, so you can give the man who brings this a small sum. I shall expect to see you, my dearest girl, on Monday morning, by the first train. I will await your coming at London Bridge station. I know the time the train arrives, a quarter to ten o’clock. I have promised to go to my uncle’s to-morrow, so I cannot come down, but I will go back home with you on Monday night, or first thing Tuesday, so return here again Tuesday night to be ready to go anywhere on Wednesday; but you know all I have told you, and I now expect you will come up on Monday morning, when I shall be able to manage things has I wish to do, Excuse more, my dearest Mary. I shall now go to bed to be up early in the morning to take this letter. Bring or bum all your letters, my dear girl; do not forget, and, with kind love to you and respects to all, I now sum up, waiting to see you Monday morning, a quarter to 10 o’clock. Believe me ever your loving, affectionate, WILLIAM GODFREY YOUNGMAN. — You know all I have told you, therefore come, dearest girl; come, I am anxious now to see you. Adieu for the present.” The form of proposal was then put in, and the answer to question 13 “Has any member of your family died of consumption?” was “No” — The policy of assurance was also put in, it was for 100l. effected by William Godfrey Youngman, of 16, Manor-place, Newington, retired tailor, on the life of Mary Wells Streeter, of Hunter’s hall, Wadhurst, Sussex, commencing on 25th July, and renewable quarterly. The receipt for the first quarter’s premium 10s. 1d. was produced and read. GUILTY — DEATH THE END

Il “Olocausto di Manor Place”
Nello studio della psicologia criminale si arriva inevitabilmente alla conclusione che il tipo di mente più pericoloso sia quello dell’uomo estremamente egoista. Quest’uomo ha perso ogni senso delle proporzioni: la sua volontà e i suoi interessi personali sovrappongono completamente al dovere che ha verso la comunità. L’impulsività, la gelosia, la vendetta sono le cause principali del crimine, ma l’insanità dell’egoismo rappresenta senz’altro il pericolo più grande e anche il meno tollerabile di tutti. Sir Willoughby Patterne, l’esempio perfetto dell’egoista, può sembrare una figura divertente e innocua finché le cose gli vanno bene; ma se viene ostacolato, se ciò che desidera gli viene negato, possono derivarne conseguenze terribili. Huxley ha detto che nell’ vita umana si gioca continuamente un gioco con un avversario invisibile, il quale si fa sentire solo imponendo una punizione ogni volta che si commette un errore. Chi commette errori a causa dell’egoismo può dover pagare un prezzo terribile; ma ciò che è davvero incomprensibile nelle “regole” di questo gioco è che alcuni, che sono semplicemente spettatori, possono essere costretti ad aiutarlo a pagare il prezzo delle sue azioni. Leggete la storia di William Godfrey Youngman e capirete quanto sia difficile comprendere queste regole. Imparate anche da essa che l’egoismo non è un peccato insignificante, ma una radice malvagia dalla quale possono crescere i più orribili frutti. A circa quaranta miglia a sud di Londra, vicino alla località balneare ormai un po’ in declino di Tunbridge Wells, si trova la piccola città di Wadhurst. Situata nel Sussex, è quasi al confine con il Kent. La regione è ricca e pastorale; gli agricoltori sono persone prospere, poiché vivono abbastanza vicini alla metropoli da poter approfittare della sua grande domanda di prodotti agricoli. Tra questi agricoltori, nel 1860, viveva un certo Streeter: proprietario di una piccola tenuta e padre di una bella figlia di nome Mary Wells Streeter. Mary era una ragazza robusta e abile in tutti i lavori agricoli; aveva anche alcuni amici in città. E soprattutto aveva un giovane di ventiquattro anni che l’aveva conosciuta durante una delle sue visite occasionali e che si era molto interessato a lei. Questo giovane era venuto fino a Wadhurst per stare sotto il tetto di suo padre. Il padre non aveva espresso alcuna disapprovazione nei confronti di questo pretendente: un ragazzo vivace e competente, anche se un po’ vago riguardo alla propria occupazione e alle proprie prospettive future. Ma comunque un ottimo compagno di conversazione. Così, William Godfrey Youngman, colto e cittadino, si fidanzò con Mary Wells Streeter, semplice ragazza di campagna. William conosceva bene Mary. Ma Mary sapeva molto poco di lui. Il 29 luglio di quell’anno era una domenica, e Mary passò il pomeriggio seduta alla finestra del salotto della casa colonica, con il suo mazzo di lettere d’amore in grembo, leggendole ancora e ancora. Fuori c’era quel piccolo spazio di prato verde, bordato dalla rigogliosità tipica di un giardino inglese: i grandi erbari, i giganteschi girasoli, i cespugli di fucsia e i profumati ciuffi di “sweet William”. Attraverso la grata aperta entrava il debole profumo dei lillà e il ronzio sommesso delle api. Il contadino si era addormentato profondamente nel pomeriggio domenicale, e Mary aveva tutta la stanza per sé. C’erano quindici lettere d’amore in totale: alcune più corte, altre più lunghe; alcune davvero deliziose, altre contenenti accenni a questioni pratiche che la facevano aggrottare la fronte. Ad esempio, quella questione dell’assicurazione, che aveva causato tanta preoccupazione al suo amante finché non era stata risolta. Senza dubbio lui conosceva il mondo meglio di lei, ma era comunque strano che a lei, così giovane e sana, venisse chiesto più volte di prepararsi alla morte. Anche nel calore del suo amore, quelle parole la facevano rabbrividire. “Mia adorata Mary”, aveva scritto, “ho compilato tutto il modulo e l’ho portato all’ufficio assicurativo; loro scriveranno a Mrs. James Boric oggi stesso per avere una risposta entro sabato. Quindi potrai venire con me all’ufficio lunedì prima delle due.” E poi, solo due giorni dopo, aveva ricominciato la lettera: “Mi hai promesso più e più volte che saresti stata mia, e che i tuoi amici non lo avrebbero saputo fino al nostro matrimonio. Ma ora, cara Mary, se solo permettessi a Mrs. James Bone di scrivere subito all’ufficio assicurativo e venissi con me lunedì mattina per far assicurare la tua vita, ” Così recitavano i passaggi delle lettere. E lei ne era confusa mentre le leggeva. Ma ormai tutto era deciso: lui non avrebbe più mescolato questioni pratiche con il suo amore. Lei aveva ceduto al suo desiderio, e l’assicurazione per 100 sterline era stata effettuata regolarmente. Le era costata una quota trimestrale di 10 scellini e 4 pence, ma sembrava che a lui piacesse. Quindi non ci avrebbe più pensato.
Si sentì il rumore della porta del giardino che si apriva. Alzando lo sguardo, vide il portiere della stazione che saliva lungo il sentiero, con una lettera in mano. Vedendola alla finestra, gliela consegnò e se ne andò, sorridendo in modo malizioso. Un curioso messaggero di Cupido, con i suoi pantaloni di velluto a coste e le sue scarpe pesanti. Un messaggero di un dio molto più cupo di Cupido, se solo lo avesse saputo. Lei aprì la lettera con impazienza. E questa era la scritta che lesse:
“16, Manor Place, Newington, S.E., sabato sera, 28 luglio.
‘Mia adorata Polly, ’” ‘Questo pomeriggio ti ho inviato una lettera, ma ora so che non dovrò andare a Brighton domani, perché ho ricevuto una lettera da lì con ciò di cui avevo bisogno; quindi, mia cara ragazza, ho risolto tutti i miei problemi e sono pronto ad incontrarti. Per questo ti mando questa lettera. Domani mattina alle 6:30 la porterò alla stazione di London Bridge e chiederò al guardiano di consegnarla alla stazione di Wadhurst, dove sarà data al portiere, che a sua volta la porterà a casa tua. Posso dare solo qualcosa al guardiano; quindi tu potresti dare una piccola somma all’uomo che la consegnerà. Ti aspetto lunedì mattina con il primo treno. Sarò ad attenderti alla stazione di London Bridge; so esattamente l’orario dell’arrivo del treno: alle 9:45. Ho promesso di andare da mio zio domani, quindi non potrò venire; ma lunedì sera o martedì mattina verrò con te a casa e poi tornerò qui martedì sera, pronto ad andare ovunque mercoledì. Ma tu conosci già tutto ciò che ti ho detto. Ora mi aspetto davvero che tu venga lunedì mattina, così potrò sistemare le cose come previsto. Scusami ancora, mia cara Mary. Ora vado a letto per alzarmi presto domani e inviare questa lettera. Porta via o brucia tutte le tue lettere, mia cara ragazza. Non dimenticarlo. Con affetto e saluti, ti aspetto lunedì mattina alle 9:45. Credimi, il tuo devoto e affettuoso, WILLIAM GODFREY YOUNGMAN.’
Un invito davvero pressante per trascorrere una giornata divertente in città. Ma c’erano sicuramente alcune frasi strane in quella lettera. Cosa intendeva dire con “sistemare le cose come previsto”? E perché avrebbe dovuto bruciare o portare via le sue lettere d’amore? In questo caso, era decisa a non obbedire a quel corteggiatore autoritario che sempre si aspettava da lei che facesse una cosa o l’altra. Le sue lettere erano troppo preziose per essere distrutte in modo così avventato. Le ripose tutte, sedici in totale, nella scatolina di latta in cui teneva i suoi tesori più cari, e poi corse ad incontrare suo padre, sentendo già i suoi passi sulle scale, per raccontargli dell’invito e della sorpresa che l’aspettava il giorno dopo. La mattina seguente, alle nove e quindici, William Godfrey Youngman aspettava sul marciapiede della stazione di London Bridge per incontrare il treno di Wadhurst che avrebbe portato la sua amata in città. Nessuno che lo avesse osservato tra quella folla di persone che gironzolavano avrebbe potuto riconoscere in lui l’uomo il cui nome e la cui odiosa fama sarebbero diventati noti a tutti i tre milioni di abitanti di Londra entro pochi giorni. Di aspetto era piuttosto alto e robusto, ma del tutto ordinario; il suo carattere, però, era salvato soltanto dalla sua enorme egoismo, contaminato da follia, che lo portava a credere che tutte le cose dovessero piegarsi ai suoi desideri. La sua visione delle cose era così distorta che gli sembrava persino inevitabile che le persone venissero ingannate se lui lo desiderava; qualsiasi scusa o stratagemma, provenisse da lui, sarebbe stato accettato senza dubbi. Era stato un sarto viaggiatore, proprio come suo padre prima di lui, ma aspirando a qualcosa di più aveva ottenuto il lavoro di valletto presso il dottor Duncan, a Covent Garden. Lì aveva servito con onore per un po’, ma alla fine aveva lasciato il posto e era tornato a casa dei suoi genitori, dove per qualche tempo aveva vissuto grazie alla loro generosità. Aveva parlato vagamente di dedicarsi all’agricoltura; probabilmente era stata quella breve esperienza a Wadhurst, tra i suoi animali dal profumo dolce e le brezze del Sussex, ad avergli messo in testa questa idea.
Ma ora il treno arrivava. Lì, alla finestra di terza classe, c’era Mary Streeter, con le sue guance rosee da contadina, ancora più rosse nel vedere il suo innamorato che l’aspettava. Lui prese la sua borsa e insieme scesero dal marciapiede, tra donne con crinoline e uomini in pantaloni larghi; un quadro che rendeva Londra di quei tempi ancora più strana per noi rispetto a quella del secolo scorso. Lui abitava a Walworth, nel sud di Londra; un omnibus coperto di paglia li portò quasi fino alla porta di casa. Arrivarono alle undici a Manor Place, dove viveva la famiglia di Youngman.
L’organizzazione domestica a Manor Place era piuttosto particolare: poiché l’architetto non aveva ancora ideato il concetto di appartamento in Inghilterra, le persone avevano trovato un altro modo per ottenere lo stesso risultato. Il proprietario di una casa a due piani viveva al piano terra e affittava i primi e i secondi piani ad altre famiglie. Così, nel caso specifico, il signor James Bevan abitava al piano terra, il signor e la signora Beard al primo piano, mentre la famiglia Youngman occupava il secondo piano del numero 16 di Manor Place. I soffitti erano sottili e le scale erano condivise; quindi si può immaginare che ogni famiglia fosse molto interessata alle attività delle vicine. Il signor e la signora Beard, dunque, sapevano bene che il giovane Youngman aveva portato a casa la sua amata, e riuscivano persino a intravederla attraverso porte semi-chiuse, notando che il suo comportamento verso di lei era affettuoso. Non era una famiglia molto numerosa quella a cui la presentò. Il padre partiva ogni mattina alle cinque per andare al suo laboratorio di sartoria e tornava solo alle dieci di sera. Rimanevano soltanto la madre, una donna gentile, premurosa e lavoratrice instancabile, e due figli più giovani, di undici e sette anni. Alle undici i ragazzi andavano a scuola, e rimaneva solo la madre ad accogliere la sua ospite straniera, osservandola attentamente e valutandola come farebbe una madre quando incontra per la prima volta la donna che probabilmente sposerà suo figlio. Mangiarono insieme, poi uscirono per visitare alcuni dei luoghi caratteristici di Londra.
Non esiste alcuna traccia di quali divertimenti abbiano condiviso quella strana coppia: lui, con un intento selvaggio e implacabile nel cuore; lei, meravigliata dal suo comportamento distaccato e chiacchierando del più e del meno con la consapevolezza che l’ombra della morte si stava già addensando su di lei. Un piccolo episodio, tuttavia, è sopravvissuto. Un certo Edward Spicer, un oste franco e diretto che gestiva il pub “Green Dragon” in Bermondsey Street, conosceva Mary Streeter e suo padre. La coppia si recava spesso nel suo locale, e una volta Mary presentò al padre del proprio innamorato. Non sappiamo quale espressione di disgusto l’oste abbia potuto notare sul viso del giovane, né quale difetto caratteriale abbia rilevato in lui, ma tirò da parte la ragazza e le sussurrò che sarebbe stato meglio per lei impiccarsi nella sua stalla piuttosto che sposare un uomo del genere. Un avvertimento che, come la maggior parte degli altri ricevuti dalle ragazze dai loro amanti, sembra essere andato sprecato. La sera andarono insieme al teatro a vedere una tragedia di Macready.
Come poteva lei immaginare, seduta nella folla del palco con il suo silenzioso innamorato accanto a sé, che la sua stessa tragedia sarebbe stata molto più terribile di qualsiasi dramma rappresentato sul palco? Fu solo alle undici che tornarono finalmente a Manor Place.
Il laborioso sarto era ormai rientrato a casa, e tutta la famiglia cenò insieme. Poi dovettero dividersi per la notte nelle due sole camere che possedevano. La madre, Mary e il bambino di sette anni occupavano quella davanti; il padre dormiva nella stanza sul retro, mentre accanto a lui giacevano il giovane e il ragazzo di undici anni. Così si addormentarono, come qualsiasi altra famiglia ordinaria di Londra, senza immaginare che nel giro di un giorno l’attenzione di tutta la città sarebbe stata concentrata su quelle due stanze squallide e sulle sorti delle persone che vi abitavano. Sul pavimento al di sotto della stanza del giovane viveva una coppia di nome Beard. Alle cinque e mezza, poco dopo che il sarto aveva chiuso la porta d’ingresso, la signora Beard fu disturbata da un rumore che le sembrò provenire da bambini che correvano su e giù giocando. Sentì dei passi leggeri sul pavimento sopra di lei, ma le parve insolito che qualcuno si divertisse a correre a quell’ora così mattutina, quindi scosse il marito per chiedergli cosa ne pensasse. Mentre entrambi si alzavano a sedere nel letto, tendendo l’orecchio, sentirono sopra di loro un grido soffocato e il rumore sordo di un corpo che cadeva. Beard balzò giù dal letto e corse su per le scale fino a quando non raggiunse il pianerottolo del giovane. Ciò che vide fu sufficiente per farlo urlare verso il signor Bevan al piano di sotto: “Per l’amor di Dio, venite qui! C’è stato un omicidio!” Mentre cercava a fatica di aprire la porta della camera da letto del proprietario, le sue dita tremavano. Il signor Bevan non era affatto impreparato: quel rumore inquietante gli era arrivato chiaramente alle orecchie. Balzò fuori dal letto, e i due uomini, ancora in pigiama, salirono la scala scricchiolante; i loro volti spaventati erano illuminati dalla luce dorata di una mattina di luglio. Non riuscirono però ad andare oltre il punto da cui potevano vedere il pianerottolo: quella confusa massa di figure vestite di bianco, con quelle macchie scure e evidenti, era qualcosa che i loro nervi non riuscivano a sopportare. Videro tre persone distese a terra, morte. E c’era qualcuno che si muoveva nella camera da letto. Si stava avvicinando a loro. Con gli occhi dilatati dal terrore, videro William Godfrey Youngman apparire sulla soglia: il suo pigiama bianco era macchiato di sangue, e una manica gli penzolava strappata sopra la mano. “Signor Beard,” gridò non appena vide quei due volti senza vita sulle scale, “per l’amore di Dio, chiamate un chirurgo! Credo che qualcuno sia ancora vivo!” Poi, mentre loro si giravano e correvano giù per le scale, gli gridò dietro quella singolare spiegazione a cui avrebbe sempre creduto in seguito: “È stata mia madre. Ha ucciso i miei due fratelli e la mia ragazza. E io, in legittima difesa, credo di averla uccisa anch’io.”
I due uomini non si fermarono nemmeno per discutere con lui. Corsero subito nelle loro stanze, indossarono qualcosa e uscirono di casa alla ricerca di un chirurgo e di una polizia, lasciando Youngman ancora fermo sulle scale a ripetere quella sua strana spiegazione. Quanto dolce doveva essere l’aria mattutina per loro, una volta lontani da quella maledetta casa. E quanto devono averlo fissato quegli onesti lattai, con le loro ceste dondolanti, mentre correvano in giro in disordine. Ma non dovettero andare lontano: John Varney, dell’Ufficio di Polizia P, solido e poco fantasioso quanto la legge che rappresentava, stava già all’angolo della strada. E arrivò verso di loro con passi lenti ma decisi.
“Oh, poliziotto. Che situazione terribile! Cosa devo fare?” gridò Youngman vedendo avvicinarsi quel cappello ufficiale lucido.
Il agente Varney non sembrava affatto turbato da quella scena orribile. Il suo consiglio era pratico e diretto: “Vai a vestirti.”
“Ho colpito mia madre. Ma è stato in legittima difesa,” gridò Youngman. “Non avreste fatto lo stesso? È la legge, ”
L’agente Varney non aveva intenzione di dare un parere legale, ma era certo che la cosa migliore per Youngman fosse indossare qualcosa. Intanto una folla iniziava ad radunarsi in strada; arrivavano anche un altro poliziotto e un ispettore. Era evidente che, indipendentemente dalla veridicità delle parole di Youngman, lui era un assassino confesso. E che la legge avrebbe dovuto fare il suo dovere. Ma quando sul pavimento fu trovato un coltello a forma di pugnale, frantumato dai numerosi colpi inferti, e Youngman dovette ammettere che apparteneva a lui. Quando inoltre si constatò che per infliggere quelle ferite era necessaria una forza e un’energia estremamente violente, divenne sempre più chiaro che quell’uomo non era affatto una vittima delle circostanze, ma uno dei criminali di quel secolo. Ma tutte le prove dovevano essere circostanziali. Perché madre, ragazza, fratelli, tutti tacevano davanti a quell’omicidio indiscriminato. L’orrore e l’apparente assurdità di quel crimine suscitarono nell’opinione pubblica un’emozione e una indignazione estreme. La misera somma per cui la povera Mary era assicurata sembrava essere l’unica motivazione del delitto; l’urgenza con cui il prigioniero voleva portare a termine l’operazione, nonché il suo desiderio di far distruggere le lettere in cui aveva sollecitato tale azione, costituivano prove schiaccianti contro di lui. Allo stesso tempo, la sua calma convinzione che tutto si sarebbe sistemato secondo i suoi desideri, e il fatto che l’ufficio assicurativo Argus avrebbe pagato la somma a qualcuno che non era né marito né parente della defunta, indicavano o un’ignoranza delle pratiche commerciali o una fiducia eccessiva nelle proprie capacità di gestione, entrambi aspetti che potevano essere considerati sintomi di follia. Quando inoltre emerse durante il processo che tutta la famiglia era afflitta da problemi mentali – la suocera e il fratello del marito si trovavano in istituti psichiatrici, mentre il padre del marito aveva trascorso del tempo in un manicomio ma era diventato “abbastanza sano” prima di morire – sembrò davvero opportuno giudicare il caso su basi mediche piuttosto che penali. In questi tempi più scientifici e umanitari, forse Youngman non sarebbe stato giustiziato con la morte, ma nel 1860 la sua sorte era già segnata.
Il processo si tenne presso il Tribunale Penale Centrale il 16 agosto davanti al giudice Williams. Non emersero nuove informazioni significative, se non il fatto che il coltello fosse in possesso del prigioniero da qualche tempo; quest’ultimo lo aveva mostrato una volta in un bar, dove un passante, animato dal rispetto britannico per la legge e l’ordine, aveva commentato che quel tipo di coltello non era adatto a essere portato da nessuno.
“Chiunque”, rispose Youngman, “ha il diritto di portare un coltello del genere se ritiene che sia necessario per la propria difesa”. Forse l’obiettore non si rendeva conto di quanto fosse vicino in quel momento a ricevere quel coltello nel petto. Durante il processo non furono presentate prove concrete contro il passato del prigioniero, e quest’ultimo rimase fermamente fedele alla propria versione degli eventi. Tuttavia, al termine della requisitoria, il giudice Williams sottolineò che, se la storia del prigioniero fosse vera, ciò avrebbe significato che aveva disarmato sua madre e si era impossessato del coltello. Quale necessità quindi c’era per lui di ucciderla? E perché infliggerle tante ferite? Questi argomenti, uniti al fatto che le mani della madre non presentavano tracce di sangue, convinsero la giuria, e il prigioniero fu condannato. Il giovane aveva mostrato un comportamento impassibile in aula, ma in prigione dava segni di un temperamento irascibile, e talvolta violento. Suo padre andò a visitarlo, e il prigioniero scoppiò immediatamente in feroci rimproveri per il modo in cui suo padre trattava la sua famiglia – rimproveri che sembravano del tutto ingiustificati. Un’altra cosa che pareva averlo profondamente offeso era la frase pronunciata dal taverniere, che gli era giunta alle orecchie durante il processo: secondo quel tizio, Mary avrebbe fatto meglio a impiccarsi nel cortile che a sposare un uomo del genere. Il suo orgoglio, il tratto più forte della sua natura, fu crudelmente ferito da queste parole.
“Un solo desiderio ho,” gridò furiosamente, “è riuscire ad afferrare quell’uomo, Spicer, e tagliargli la testa.” Il carattere innaturale e sanguinario di questa minaccia è tipico di un maniaco omicida. “Pensate davvero,” aggiunse, con un tocco di vanità, “che un uomo con la mia determinazione e il mio spirito possa ascoltare simili parole senza reagire immediatamente?” Ma nonostante gli esortamenti e le persuasioni, portò il suo segreto con sé fino alla morte. Non cambiò mai la versione dei fatti che probabilmente aveva inventato prima che accadessero.
“Non lasciare questo mondo con una menzogna sulle labbra”, disse il cappellano mentre si dirigevano verso il patibolo.
“Beh, se volessi mentire, direi semplicemente di averlo fatto io stesso”, fu la sua risposta. Fino all’ultimo momento, confidò con serena convinzione che la storia che aveva raccontato sarebbe stata inevitabilmente accettata. Anche sul patibolo rimase attento a eventuali segnali di clemenza.
Il 4 settembre, poco più di un mese dopo aver commesso il crimine, fu portato davanti al carcere di Horsemonger per subire la punizione. Una folla di 30.000 persone, molte delle quali avevano atteso tutta la notte, scatenò un urlo selvaggio non appena lo vide apparire. Si disse all’epoca che si trattava di uno dei rari casi in cui nessun simpatizzante o filantropo intervenne per opporsi alla pena di morte. L’uomo morì in silenzio e con calma.
“Grazie, signor Jessopp”, disse al cappellano, “per la sua grande gentilezza. Saluti mio fratello e porti i miei saluti a tutta la famiglia”. E così, con un rapido movimento e il suono di una corda che si spezza, terminò uno degli episodi più sanguinosi e anche dei più inspiegabili nella storia criminale inglese. Il fatto che quell’uomo fosse colpevole sembra non lasciare dubbi, eppure bisogna ammettere che le prove circostanziali non possono mai essere assolutamente convincenti; è solo lo studioso attento di questi casi che si rende conto di quanto spesso una catena di prove incriminanti possa, con un piccolo cambiamento, assumere un’interpretazione completamente diversa.
Trascrizione del processo per omicidio presso Manor Place
Atti della Corte dell’Old Bailey, 13 agosto 1860 723. WILLIAM GODFREY YOUNGMAN (25 anni) fu incriminato per l’omicidio volontario di Mary Wells Streeter. Fu anche accusato dello stesso reato nell’ambito dell’inchiesta del medico legale.
I signori CLERK e BEASLEY si occuparono della parte pubblica dell’accusa. JAMES BEVAN. Sono un autista e risiedo al numero 16 di Manor-place, a Walworth; sono il proprietario di quella casa. Abito al piano terra; l’edificio è composto da un primo e un secondo piano. Il primo piano si trova direttamente sopra le mie stanze. Il 31 luglio scorso, il signor Beard occupava quel piano, che era composto da una stanza anteriore e una posteriore. Lì c’erano il signor Beard, sua moglie e un figlio. Il piano sopra di lui era occupato dal signor Youngman; credo che il suo nome sia John; è il padre del prigioniero. La sua famiglia era composta da sua moglie e due bambini piccoli. Il secondo piano era formato da due stanze, una anteriore e una posteriore. A quel tempo sapevo che il prigioniero si trovava lì da alcuni giorni; pensavo fosse per le vacanze. L’avevo visto andare avanti e indietro prima del 31 luglio; credevo stesse dormendo lì. Ricordo la mattina del 31 luglio: verso le sei, circa, fui disturbato da un rumore pesante che proveniva dal piano di sopra; sembrava qualcosa fosse caduto a terra. Il rumore proveniva sicuramente dal secondo piano. Non appena lo sentii, saltai immediatamente giù dal letto per andare a vedere cosa stesse succedendo. Ma prima ancora di raggiungere la porta. Beard, che abitava al primo piano, bussò alla porta e disse: “Per l’amor di Dio, salite immediatamente; qui c’è un omicidio!” Prima ancora che uscissi dalla mia stanza, corsi subito su per le scale per vedere cosa fosse successo. Arrivato al secondo piano, voltai la testa e vidi il bambino. C’era una scala che terminava in un pianerottolo, con una porta su ciascun lato; tutte le stanze si affacciavano su quel pianerottolo. Vidi il bambino disteso morto sul secondo piano. Non gli prestai molta attenzione; credo fosse il figlio maggiore. Non vidi nessun altro intorno. Scesi di corsa per chiamare aiuto. Mentre stavo per andare dai poliziotti, il prigioniero si trovava già sulla prima rampa della scala. Fu la prima volta che lo vidi quella mattina. Dopo essermi vestito, stavo per recarmi dai funzionari. Credo che non ci siano voluti più di due minuti. Uscendo dalla mia stanza, vidi il prigioniero fermo a metà della prima rampa. La scala portava dal piano terra al primo piano; in quel momento stava guardando giù. Quella scala non si affacciava sulla porta d’ingresso. Le scale conducevano al corridoio che portava alla porta. In fondo alle scale c’era un lungo corridoio che attraversava tutta la casa; la scala si trovava proprio nel mezzo di quel corridoio. In quel momento non indossava nulla, solo la camicia. Mi disse che era stata sua madre a fare tutto questo. CORTESIA. Q. Quali furono esattamente le parole che usò? R. Disse: “Mia madre ha fatto tutto questo; ha ucciso i miei due fratelli e la mia ragazza, e io, in legittima difesa, credo di averla uccisa anch’io.”
SIGNOR BEASLEY. Q. Fu tutto ciò che disse in quel momento? R. Sì; poi andai a chiamare la polizia. Credo di aver sentito il padre del prigioniero uscire quella mattina, verso le cinque e mezza.
CORTESIA. Q. Ha sentito qualcuno uscire? R. Sì; credo fosse lui.
Interrogato dal SIGNOR BEST: Q. I Youngman vivevano da molto tempo nella sua casa? R. Il 24 marzo sono venuti a stare da me. Di giorno non sono quasi mai in casa; esco al mattino e torno la sera, talvolta facendo una breve visita durante il giorno. Non so con certezza, ma credo che Youngman e sua moglie andassero d’accordo abbastanza bene. A volte li sentivo discutere, ma non abbastanza da intervenire.
CORTESIA. Q. A volte discutevano, ma nulla di particolare? R. Nulla di particolare.
SIGNOR BEST. Q. Sembravano avere delle risorse economiche sufficienti? R. Beh, l’uomo pagava regolarmente l’affitto. Non avevo altro da fare con lui; mi pagava 4 scellini a settimana. Fui svegliato da un rumore pesante. Sembrava il suono di qualcosa che cadeva a terra. Non so esattamente quanto distasse dalla stanza dove dormivo il luogo dove vidi il corpo del ragazzo. Non l’ho mai misurato. Non posso dirvi con precisione. Il pavimento del secondo piano non era altrettanto alto di questo tribunale. Vivevo al pianterreno. Non ho mai misurato la distanza tra il pianterreno e il terzo piano dove vivevano queste persone. Direi che fosse all’incirca tre volte l’altezza di questo tribunale. Quando salii per la prima volta, non vidi nessuno. Non andai fino in cima alle scale; appena vidi il corpo del ragazzo, scesi subito. Più tardi vidi il prigioniero. Ma non in quel momento. Non posso dire se fosse molto calmo o composto in quel momento. Non mi fermai abbastanza a lungo per osservarlo attentamente.
FREDERICK HENRY CAIGER: Sono un geometra; ho realizzato questo piano degli edifici.
CORTESIA. Q. È fatto su scala? R. Sì; non ho misurato le altezze, ma direi che la distanza dal pianterreno al secondo piano fosse di circa venti o ventuno piedi. Signor Segretario: Domanda: Dal piano si vede che ogni stanza ha una porta che dà sul corridoio del secondo piano, giusto? Risposta: Sì, le porte si aprono verso l’interno delle stanze dal corridoio; parlo del secondo piano. Le due porte sono esattamente opposte l’una all’altra e, quando chiuse, distano tra loro 5 piedi e 10 1/2 pollici, lungo il corridoio stesso. Da quel corridoio, largo 5 piedi e 10 1/2 pollici, parte un altro corridoio più stretto, largo 2 piedi e 6 pollici, che conduce verso la cima delle scale. Ogni gradino di quella scala ha una larghezza di 2 piedi e 6 pollici. SUSANNAH BEARD. Sono la moglie di Philip Beard; vivo con mio marito al numero 16 di Manor-place; occupiamo il primo piano. Ho un bambino piccolo di circa 11 anni; io uso la stanza sul retro come camera da letto, e anche il bambino dormiva nella stessa stanza. Martedì mattina, 31 luglio, verso le 6 del mattino, mi sono svegliata a causa di un rumore sopra la mia testa: sembrava qualcuno che si muovesse rumorosamente sulle assi del soffitto; all’inizio ho pensato fossero i bambini che giocavano. Ho svegliato mio marito, pensando fosse tardi. Poi ho sentito altri rumori, come se qualcosa fosse caduto sul soffitto; non sono riuscita a capire esattamente cosa fosse. Sembrava che qualcosa di pesante fosse caduto. Pensavo fosse nella camera da letto. Non ero sicura se il rumore provenisse dal corridoio o dalla stanza stessa. Mio marito è andato alla porta della camera da letto e poi è salito le scale; ha gridato “Assassinio!” ed è sceso subito dopo. Poi è tornato su insieme al proprietario di casa, il signor Bevan. Dopo che è sceso per la seconda volta, sono andata alla porta della nostra stanza e ho visto il prigioniero sulle scale, tra il primo e il secondo piano. Ha detto qualcosa del tipo: “Signor Beard. Signora Beard, mia madre ha fatto tutto questo. Ha ucciso la mia ragazza e i miei due fratellini. E, per difendermi, credo di averla uccisa anch’io, ” Mentre mio marito si vestiva, il prigioniero ha gridato dalle scale: “Signor Beard, per l’amor di Dio, chiami un medico. Credo che alcune persone siano ancora vive, ” Dopo che mio marito si è vestito, è uscito di casa. Io e lui siamo scesi nel salotto al piano di sotto. Ho chiuso a chiave la porta della mia stanza e ho rinchiuso anche il bambino dentro. Poi siamo andati nella stanza del proprietario di casa; mio marito è subito andato a chiamare un medico. Non ho visto affatto il corpo della giovane donna. Il giorno prima, lunedì 30 luglio, avevo visto una giovane donna arrivare a casa nostra. Penso fossero circa le 11 del mattino quando è arrivata. Era insieme al prigioniero. Li ho visti di nuovo verso le 7 di sera mentre uscivano, probabilmente per fare una passeggiata. Sembrava che stessero andando verso Walworth-road. Poi li ho visti tornare intorno alle 10 di sera. Tornavano insieme, da soli. Circa cinque minuti dopo li ho visti scendere le scale di nuovo. Li ho visti entrare in casa poco dopo. Circa quindici minuti dopo. Interrogatorio successivo: Q. Aveva già visto questo giovane prima di quel giorno? A. Sì, era già stato a casa nostra per un po’ di tempo. Lui e la giovane donna sembravano molto affiatati quando erano insieme alla porta, alle 10 di sera. Sembravano avere una relazione molto stretta. Quando il prigioniero mi ha parlato sulle scale, dicendo “È stata colpa di mia madre, ”, sembrava molto agitato. Altre volte, invece, era generalmente calmo e tranquillo. PHILIP WILLIAM BEARD. Sono un falegname; io e mia moglie abitiamo al primo piano di casa numero 16 di Manor-place. Ricordo che il prigioniero venne in quella casa, ma non posso dire esattamente a che ora. L’avevo visto lì alcuni giorni prima del 31 luglio; lo avevo visto anche all’interno della casa. Ricordo la domenica del 29: quel giorno ho avuto una breve conversazione con il prigioniero nel cortile; abbiamo parlato di cose banali, e lui mi disse che in passato era stato valletto, ma che aveva lasciato quel lavoro per dedicarsi all’agricoltura. Non spiegò mai il motivo del suo cambiamento. Lunedì sera non vidi la giovane donna; martedì mattina mia moglie mi svegliò presto: erano circa le 5:50 del mattino. Dopo che mi ebbe svegliato, sentii un rumore provenire dalle scale. Sembrava venisse dal piano di sopra. Era come se dei bambini corressero lì intorno. Avevo già sentito quel rumore in precedenza. Uscii sul mio pianerottolo e sembrava provenire dal piano più alto. Quando uscii dalla mia stanza, sentii un grido leggero; salii le scale e vidi una macchia di sangue sulla quarta rampa. Non ne notai altre. Salii ancora un po’ in alto e vidi il bambino sdraiato sul pianerottolo. Pensai che fosse morto: aveva la gola tagliata e giaceva a faccia in su, con la testa verso le scale. Poi vidi anche la donna. All’inizio non sapevo chi fosse; in seguito scoprii che era Mary Streeter. Anche lei era morta. Non notai altri corpi in quel momento. Ero molto spaventato; scesi e chiamai il proprietario di casa, il signor Bevan. Poi tornai su con lui. Non c’era nessun altro con noi. L’ispettore non era ancora arrivato. Dopo aver chiamato il proprietario, salii le scale per vestirmi. In quel momento non andai con lui; tornai nella mia stanza. Non salii al secondo piano fino all’arrivo dell’ispettore. Lui arrivò solo dopo che il signor Bevan lo aveva chiamato. Non salii più fino a quando la polizia non fu presente. Andai a chiamare un chirurgo. Vidi un poliziotto in cima a Manor-place e gli dissi di scendere. Non vidi più nulla del prigioniero. Dopo che avevo iniziato a vestirmi, lui mi chiamò nella mia stanza; era sul pianerottolo. Mi disse: “Signor Beard, mia madre ha fatto tutto. Ha ucciso i miei due fratellini e la mia ragazza. Credo di averla uccisa per legittima difesa, ” Questo fu tutto ciò che disse. Poi tornai nella mia stanza e finii di vestirmi; lui mi pregò di andare a chiamare un chirurgo. Interrogatorio incrociato.
Q. Vi ha detto: “Per l’amor di Dio, andate da un chirurgo. Penso che adesso ne siano ancora alcuni vivi, ”
A. Sì. Ero nella mia stanza da circa cinque minuti, mi stavo vestendo il più in fretta possibile. Non so se mia moglie fosse presente durante quella conversazione. Credo che ci fosse, ma non l’ho vista. Non conosco quel prigioniero da molto tempo. L’ho visto solo andare avanti e indietro per la casa. Non ho mai avuto alcuna conversazione particolare con lui. La maggior parte della giornata non ero a casa. Ero sempre al lavoro, dalle 6 del mattino alle 8 o 9 di sera. Non ho avuto l’opportunità di osservare come il signor Youngman e sua moglie si comportassero l’uno con l’altro.
MR. CLERK: Vostra moglie abitava a casa?
A: Sì. JOHN YOUNGMAN. Sono il padre di quel prigioniero; abitavo al secondo piano della casa numero 16 di Manor-place, a Wai Worth. Non posso dire con esattezza da quanto tempo vi risiedessi; mia moglie, Elizabeth Youngman, e i miei due figli, Thomas Neale Youngman e Charles Youngman – Thomas aveva undici anni e Charles sette – vivevano anch’essi lì. Nel mese di luglio quel prigioniero venne ad abitare con me; in precedenza aveva prestato servizio presso il dottore. I ragazzi erano paralizzati dallo stupore; il giovane ribelle non provava alcuna paura. Il servizio di Duncan durò per sei mesi; prima di andare lì era senza lavoro da un po’ di tempo. Non posso dire esattamente quanto, ma probabilmente circa un anno. È stato grazie a lui che ho imparato così tanto. Q. Ti ha mai detto qualcosa riguardo all’assicurazione sulla vita di quella giovane donna?
A. Ne avevo sentito parlare; non credo che me ne abbia mai parlato esplicitamente. Non sono sicura che non l’abbia fatto; ne ho sentito discutere più volte in momenti diversi. Ne ho anche sentito parlare a casa di mio figlio John.
CORTESIA: Q. Dici che non te ne ha mai parlato; ma hai sentito dire che stava pensando di assicurare la sua vita?
A. Oh sì, in diverse occasioni. Ne ho sentito parlare anche a casa di mio figlio John.
MR. CLERK: Q. Conosci la calligrafia del prigioniero?
A. Penso di conoscerla, ma non ne sono sicura. Anch’io scrivo molto poco. Ho visto i corpi di mia moglie e di mio figlio Thomas, così come quello della giovane donna. E ho anche visto il corpo di mio figlio minore, Charles. L’ho visto l’ultima volta. Interrogato ulteriormente:
Q. Dice che di questa assicurazione si è parlato a casa di suo figlio John. Era presente più gente?
A. Sì, apertamente. Penso che sia stato circa nove giorni, o due settimane, o una settimana prima del 31 luglio. Forse anche uno o due giorni prima, ma non riesco a ricordare con precisione. Il cognome da nubile di mia moglie era Golden; conoscevo bene sua madre. Lei era pazza negli ultimi anni della sua vita e morì nell’ospedale psichiatrico di Peckham. Anche un mio fratello morì in uno ospedale psichiatrico a Norwich Thorpe. Nessuno dei miei figli è morto in quel modo. Mio padre, credo, morì in condizioni relativamente sane, anche se era stato ricoverato in ospedale due o tre volte. Lavoro come artigiano per mio figlio e ricevo lo stipendio di un artigiano. In media guadagno una sterlina a settimana; a volte mi manca lavoro. In quel periodo, invece, ne avevo abbastanza. Mia moglie ed io andavamo d’accordo. Spesso discutevamo dei nostri figli. Pensavo che parlasse con loro più del dovuto. A volte litigavamo per loro. Credo che interferisse troppo nella loro educazione. Li correggeva più di quanto fosse necessario. Non lo faceva in modo particolarmente severo, ma correggeva Thomas più di quanto ritenevo giusto. Dopotutto, pensavo che Charles fosse altrettanto o addirittura più colpevole di Thomas. Mia moglie ed io non dormivamo sempre insieme. Nella settimana precedente l’arrivo di William in casa nostra, non dormivamo insieme. Volevo andare a letto subito dopo essere rientrato la sera. Inoltre, mia moglie soffriva di un problema interno. Aveva un cancro all’utero. Ecco il motivo per cui non dormivamo insieme. A volte pranzavo a casa di mio figlio John. A volte cenavo a casa, ma non molto spesso. Quella sera del 31 luglio non cenai a casa. La sala principale veniva utilizzata per i pasti; era la stanza in cui tutta la famiglia trascorreva le giornate. La lama di questo coltello è rotta, e anche il manico è danneggiato. UOMO DELLA BANCA. Q: Quando è morta la madre di sua moglie? A: 15 anni fa, a ottobre. Non l’ho mai visitata in ospedale psichiatrico, solo una volta. Non posso dire se fosse lì da dodici mesi o due anni. Penso che avesse tra i sessanta e i settant’anni quando è morta. Mia moglie non è mai stata rinchiusa in nessun ospedale psichiatrico. Non posso dire di aver mai notato alcun segno di disturbo mentale in lei durante il nostro matrimonio. Non l’ho mai fatto. Era piuttosto più gentile con Charles che con Thomas. Questo è stato motivo di discussioni e litigi tra noi. Gli ho spesso detto che era Charles ad avere la maggior colpa.
JOHN VARNEY (Policista, P 333): Ricordo che Beard mi parlò la mattina del 31 luglio. Sono andato da solo al numero 16 di Manor-place, Walworth, verso le 6. Sono entrato in casa e sono salito al secondo piano. Lì ho visto tre corpi morti: il primo era un ragazzo di circa 10-11 anni; il secondo era una donna sdraiata a faccia in giù; l’altra donna si trovava poco più a sinistra. Il prigioniero è venuto alla porta e ha detto: “Oh, poliziotto. Che spettacolo. Cosa devo fare?” Si è avvicinato a me. Stava vicino alla porta della stanza sul retro quando ha detto quelle parole. Gli ho detto di tornare nella stanza e di vestirsi. Non era vestito; indossava solo la camicia da notte. Ho notato che la manica destra della camicia era strappata e il polsino penzolava dalla sua mano. Quando stava vicino alla porta, il polsino sembrava pendere sul dorso della sua mano. In quel momento è arrivato l’ispettore. Ho lasciato il prigioniero con lui ed sono entrato nella stanza principale. Prima dell’arrivo dell’ispettore, il prigioniero non mi ha detto nulla di diverso da ciò che ho raccontato. Ha detto che era stata sua madre a fare tutto questo. Quando ha detto “Che spettacolo. Cosa devo fare?”, ha aggiunto: “È stata mia madre a farlo, ” E nella stanza sul retro ha detto: “Ho colpito mia madre, ma è stato per legittima difesa. Voi non avreste fatto lo stesso?”, “Questo è la legge.”
Interrogato ulteriormente: Q. Gli ha detto di andare nella sua stanza e di vestirsi? A. Sì. In quel momento indossava solo la camicia. Sono sicuro che il polsino pendesse. Dopo essere entrato nella stanza principale, si è tolta la camicia per mettersene un’altra. In quel momento non ho più visto il polsino. Non riuscivo a trovarlo da nessuna parte. Sono sicuro che ci fosse quando l’ho visto per la prima volta. Ho ancora quella camicia con me. JAMES DANN (Ispettore di Polizia). Poco prima delle 6 del mattino del 31 luglio venni a sapere ciò che era accaduto a Manor-place; andai alla casa accompagnato da un agente di polizia di nome Lack. Salii al secondo piano e vidi il prigioniero in piedi sul ballatoio. Ci trovavamo entrambi lì; lui disse: “È stata mia madre a farlo. È venuta accanto al letto dove io e mio fratello dormivamo, lo ha ucciso e ha cercato di pugnalarmi; per difendermi, le ho strappato il coltello di mano e l’ho uccisa, ” Allora l’agente Lack, indicando il corpo della giovane donna, chiese: “Questa ragazza giaceva qui quando hai ucciso tua madre?” Il prigioniero esitò per un attimo e poi rispose: “Non lo so, ” In quel momento c’erano tre corpi sul ballatoio: il ragazzo, Thomas Neale Youngman, giaceva a pancia in su; la sua testa era vicina al bordo della scala superiore, i piedi rivolti verso il muro opposto. Indossava solo la camicia da notte; la gamba destra era leggermente sollevata. C’era molto sangue intorno al suo corpo. Poi osservai la posizione della giovane donna, Mary Streeter: giaceva sul ballatoio con la testa dentro la porta della stanza posteriore. La sua testa si trovava a circa un piede o tredici pollici dall’ingresso; i piedi erano rivolti verso l’ingresso della stanza anteriore. Il corpo era disteso sul lato destro; indossava la camicia da notte e non aveva nulla ai piedi. C’era molto sangue vicino alla sua testa. Il sangue era colato dalla zona della sua testa, sotto la porta della stanza posteriore e sotto il piede del letto. La traccia di sangue misurava circa quattro piedi sei o sette pollici di lunghezza; la larghezza iniziale era di circa quindici pollici, mentre alla fine si riduceva a circa sei o sette pollici. Infine osservai il corpo della donna più anziana, Elizabeth Youngman: giaceva sul ballatoio con il viso rivolto verso il basso, sul ventre. Il suo viso era vicino alle gambe della giovane donna. C’era molto sangue intorno al suo corpo. Il giovane si trovava nella sala d’ingresso; anche lei indossava la camicia da notte; senza pantofole né calzini, con i piedi nudi. Notai molto sangue dove giaceva: la maggior parte era vicina alla sua testa e al suo collo; si era diffuso per qualche centimetro intorno a lei. C’era una pozza di sangue proprio dove lei era sdraiata. Entrai nella sala d’ingresso e vidi il corpo del bambino più piccolo: giaceva sul letto, senza coperte, completamente morto. Indossava anche lui la camicia da notte; era sdraiato sul lato destro. I piedi erano rivolti verso la testa del letto, e la testa verso i piedi. C’era molto sangue sul letto: aveva inzuppato le coperte, il plaid e le lenzuola. Il sangue si trovava proprio sotto il corpo del bambino, sotto il suo collo e le sue spalle. Esaminai il pavimento della stanza: non c’erano pozze di sangue da nessuna parte. Vidi tracce di sangue nella stanza; alcune erano state lasciate da piedi nudi. Le impronte erano abbastanza chiare da permettermi di determinarne la dimensione. Sembravano appartenere a un adulto. Vidi due impronte di sangue, entrambe nella stessa direzione: dalla porta verso il letto dove giaceva il bambino. Non c’erano tracce di sangue lungo il pavimento. Non c’era altro sangue sul letto, se non quello che si trovava sotto la testa e le spalle del bambino, e quello che aveva inzuppato i vestiti. Esaminai anche il letto nella stanza posteriore: c’erano alcune gocce di sangue sulla coperta, e delle tracce di sangue sparse su di essa. Sembrava fossero state cancellate con le mani di qualcuno. Non c’erano pozze di sangue nemmeno lì. C’era del sangue che era scorso dal pavimento verso il piede del letto, e altre tracce di sangue sparse sul pavimento della stanza. Ma nessuna pozza di sangue da nessuna parte. Quando sono arrivato per la prima volta in quella casa, il prigioniero non era vestito; indossava solo la camicia da notte. I suoi polsi e i suoi piedi erano insanguinati; anche la sua camicia da notte era molto macchiata di sangue. Non ho visto alcuna ferita sul suo corpo. Non l’ho esaminato in modo particolare, ma lo ho spogliato e non ho trovato nessuna ferita. Ho visto l’arma dopo che è stata ritrovata. Il prigioniero è stato portato in custodia. Non ho notato alcuna ferita su di lui quando è stato arrestato; non si è lamentato di nulla. Nella sera dello stesso giorno sono andato a Wadhurst, presso la residenza del signor Streeter, padre della vittima. Ho ricevuto da lui. Streeter, un nome composto da diverse lettere – ne ho quindici in totale – sei di queste lettere sono state lette davanti al Magistrato; queste sei costituiscono le prove presentate, mentre queste altre nove sono anch’esse qui con me. Al mio ritorno in città, ho visto una scatola presso la stazione di polizia, in possesso del Sovrintendente Payne; l’ho aperta utilizzando una chiave che ho trovato in possesso del prigioniero, e all’interno ho trovato il documento che ora presento: si tratta di una polizza assicurativa. Possiedo anche un pezzo della lama del coltello che è stato prodotto come prova; me lo ha dato il fratello del prigioniero, John. Interrogato. Q. Ci ha detto che c’erano due impronte di piedi che conducevano nella stanza principale? A. Sì, due: la prima si trovava a circa due piedi all’interno della porta; per quanto ricordi, era proprio lì; la seconda era situata a circa due piedi e sei pollici più avanti, verso il letto. Una era dell’impronta di un piede destro, l’altra di uno sinistro. Non c’erano altre impronte intorno al letto. C’era troppo sangue sul pianerottolo, tra le due porte, per riuscire a individuare altre tracce. Quando il prigioniero ha avuto quella conversazione con Lack, io, Lack e Varney eravamo presenti. Quando gli è stata posta la domanda, sembrava un po’ confuso. Non era del tutto lucido. Non mostrava alcuna emozione particolare. Sembrava solo confuso quando Lack gli ha fatto quella domanda. Ha esitato, come ho detto. Non era confuso in nessun altro momento. Sembrava piuttosto calmo e composto.
DAVID LACK (Poliziotto, P 132). La mattina del 31 luglio sono andato con il signor Dann al numero 16 di Manor-place, a Walworth, pochi minuti prima delle 6. Ho visto tre corpi distesi sul secondo pianerottolo. Ho trovato questo coltello. Era proprio lì, tra le due donne; era aperto, come lo è ora, con la punta e una parte della guardia spezzate. Era coperto di sangue, esattamente come lo è adesso. L’ho raccolto. In quel momento ho visto il prigioniero. Mi ha parlato per primo. Si è sollevato la manica destra della camicia e ha detto: “Ecco cosa è successo. Mia madre ha fatto tutto questo, ” Gli ho chiesto dove fosse sua madre; lui ha indicato la donna più anziana e ha detto: “È lì. L’ho colpita per difendermi, ” Gli ho chiesto se quella giovane donna fosse già lì quando aveva colpito sua madre. Ha esitato un attimo, poi ha risposto: “Non lo so.”
EDMUND PAYNE. Sono il responsabile della divisione P della polizia. Ho preso la scatola che l’ispettore Dann aveva aperto nella casa al numero 16 di Manor-place. L’ho trovata nella stanza sul piano di sopra. Ho ordinato che venisse portata nel mio ufficio e ci sono andato insieme. Quando il prigioniero è stato portato alla stazione di polizia la mattina del 31 luglio, gli ho parlato del coltello che è stato presentato qui. Gli ho chiesto: “Sa qualcosa riguardo a quel coltello?” Il poliziotto Lack mi aveva appena mostrato il coltello; credo che ci fosse anche il prigioniero presente. La risposta del prigioniero è stata: “È il mio coltello. È quello con cui tagliavo il pane e il formaggio, ” Penso di avergli chiesto da quanto tempo lo avesse, e lui ha detto: “Da alcuni giorni. O quasi due settimane, ” In quel momento non mi aspettavo che venissi chiamato a testimoniare. Non ricordo con precisione se l’abbia detto in risposta alla mia domanda o di sua iniziativa, ma ha detto di averlo avuto con sé da alcuni giorni o quasi due settimane. Credo abbia usato entrambe le espressioni: prima “da alcuni giorni”, e poi “quasi due settimane”. JOHN VARNEY (riveduto). Quando vidi il prigioniero quella mattina nella casa di Manor-place, gli chiesi dove avesse dormito la giovane donna la notte precedente; lui rispose: “Nella stanza anteriore”. Disse che lei aveva dormito con sua madre e suo fratellino più piccolo, mentre il ragazzo più grande aveva dormito da solo nella stanza posteriore.
WILLIAM BARNARD BODDY. Sono un chirurgo e lavoro al numero 3 di Savillerow, Walworth. Martedì mattina, il 31 luglio, fui chiamato a casa numero 16 di Manor-place; credo fossero circa le 6 del mattino. Il carpentiere Beard, che abita al secondo piano, venne da me; andai immediatamente sul posto e trovai i corpi di quattro persone morte. Tre erano sulle scale, mentre il corpo del bambino si trovava nel letto della stanza anteriore. I corpi erano ancora caldi, come se fossero stati vivi fino a poco prima; la ferita era stata causata da un oggetto molto affilato e potente: l’arteria carotidea e la vena giugulare su entrambi i lati erano state completamente tagliate, attraversando tutto fino alle vertebre cervicali. La ferita aveva reciso sia la trachea che la gola; un simile trauma avrebbe causato la morte immediata. Il taglio alla trachea e alla gola avrebbe impedito alla vittima di gridare; con una tale ferita, sarebbe stato del tutto impossibile emettere alcun suono. Penso che per infliggere un simile colpo fosse necessaria una forza notevole.
CORTESIA DEL GIUDICE: Certo, ciò dipenderà dall’oggetto utilizzato per infliggere il colpo. RISPOSTA: Sì, dipenderà sicuramente dall’oggetto utilizzato. UOMO DELLA BANCA. D.: Che tipo di persona era la defunta? R.: Una giovane donna in buone condizioni fisiche, credo, assolutamente non emaciata, ma sana; non era affatto debole. Penso fosse sia sana che forte. Poi esaminai il corpo della donna più anziana: aveva ricevuto tre colpi in totale: due sopra la scapola sinistra, uno sullo sterno e un taglio profondo dietro il lato sinistro del collo, che aveva reciso l’arteria carotidea e la vena giugulare. Quel ferimento avrebbe causato quasi immediatamente la morte. Non credo sia possibile che tali ferite siano state inflitte da sole, soprattutto a quella donna più anziana. Sembrava essere in buone condizioni fisiche, non particolarmente robusta o muscolosa, ma comunque sana. Di certo non era molto forte; piuttosto, tendeva ad essere corpulenta che magra. Non scoprii alcun segno di ferite sulle mani di nessuna delle due donne. Poi esaminai il corpo del ragazzo più giovane, Charles: aveva un taglio sullo sterno, due piccoli tagli sul braccio sinistro e un profondo taglio dietro il collo che aveva reciso le ossa del collo e attraversato la spina dorsale. Quel ferimento avrebbe causato immediatamente la morte; anche una parte della gola e della trachea erano state ferite dal colpo di coltello. Il ragazzo più anziano, invece, giaceva sulle scale: aveva due tagli, uno all’angolo destro del labbro inferiore e un altro intorno al collo, che però non aveva reciso la pelle in modo profondo. In totale, aveva ricevuto sei colpi: uno sul lato destro del collo, uno sopra il seno sinistro, un altro circa un pollice e mezzo più in basso, ancora uno sul lato sinistro delle costole. I primi tre dita della mano destra erano stati tagliati fino all’osso; anche il terzo dito della mano sinistra era stato tagliato fino all’osso. Tutti questi ferimenti erano stati inflitti con un oggetto affilato. Doveva trattarsi di un’arma molto affilata e potente. Avevo già visto quel coltello prima; la punta era rotta. Probabilmente in origine era un’arma molto affilata. Un’arma del genere, se la punta fosse stata effettivamente tagliente, avrebbe potuto causare tutti quei ferimenti. Non c’erano segni di lotta sui corpi delle due donne, tranne su quello del ragazzo che giaceva vicino alle scale. Le sue erano le uniche mani ferite. Durante l’interrogatorio, Q: Se ho capito bene, la madre presentava una ferita al petto? A: Sì – se quella ferita fosse stata inflitta per prima, penso che lei avrebbe potuto urlare; è molto probabile che lo avesse fatto. Aveva quattro ferite in totale. Penso che le ferite sul ragazzo siano state causate dal tentativo di liberarsi da qualche lesione che gli veniva inferta. Le ferite sembravano essere il risultato di una lotta per proteggersi la gola. Se quelle ferite fossero state inflitte molto rapidamente, il ragazzo sarebbe morto quasi immediatamente. Le due ferite al petto avrebbero causato la morte in pochi istanti. Penso che potesse aver avuto il tempo di urlare. La morte non sarebbe sopravvenuta così velocemente. Ci sarebbero stati alcuni momenti tra l’inflizione delle ferite e la morte. Ho molto poca esperienza in casi di cancro all’utero. Non ho mai saputo che questo tipo di cancro causasse delirio. Se persistesse a lungo, provocherebbe una notevole magrezza. È una malattia estremamente dolorosa. Non credo che il dolore possa influenzare il cervello. A volte sì, ma non come regola generale. Non viene considerato un sintomo o una conseguenza del cancro all’utero. Supponendo che la signora Youngman fosse in stato di delirio, penso che avesse abbastanza forza per infliggere quelle ferite.
MR. CLERK: C’è stata un tentativo di tagliare la gola al ragazzo che giaceva sulle scale? A: Sì.
COURT: Quella era la ferita alla gola che avete descritto? A: Sì, quella ferita superficiale. Mi ha fatto pensare che ci fosse stato un tentativo di tagliargli la gola. La traccia della ferita era molto evidente intorno al collo. Non notavo molte differenze di statura o corporatura tra la signora Youngman e Mary Streeter; penso che la donna più anziana fosse più grassa delle due. Non c’era alcun segno di lotta da parte di Mary Streeter.
MARY ANN WOOTTON: Lavoro per il dottor Duncan, in Henrietta Street, Covent Garden. Conosco il prigioniero; è arrivato da me una settimana prima di lei ed è partito il 16 luglio scorso. Era al servizio del dottor Duncan da tre mesi circa. Durante quel periodo l’ho visto scrivere spesso. Scriveva lettere e poesie. La data della lettera che sto guardando è il 21 giugno; credo sia scritta dalla sua mano. Anche quella del 18 giugno è sua, così come quelle del 21. Penso anche che questa lettera del 13 luglio sia sua, così come queste due del 16 e questa del 19. Per quanto ne so, anche questa lettera senza data è scritta da lui. Questa del 21 giugno è sicuramente sua, così come quella del 28.
JAMES ANDREW DUNCAN: Sono un medico che risiede in Henrietta Street, Covent Garden. Il prigioniero lavorava per me come valletto; è arrivato da me l’18 aprile scorso ed è partito il 16 luglio. Avevo l’abitudine di vederlo spesso; la sua principale responsabilità era quella di assistermi. Interrogatorio incrociato.
Q: Ha avuto qualche esperienza in casi di cancro?
A: Sì; il cancro all’utero è una malattia molto dolorosa; di solito rende il paziente molto irascibile. Non dovrei considerare il delirio uno dei suoi sintomi; potrebbe manifestarsi come un sintomo occasionale. Se in una famiglia c’è stata mania e la malattia colpisce una persona, è più probabile che si verifichi. Conosco casi di mania descritta come mania omicida, soprattutto tra le donne; uno dei tratti principali di questa forma di mania è che le persone affette da essa attaccano spesso proprio quelle a cui provano il maggior affetto. Di solito si manifesta dopo il parto: la madre, pur amando molto il proprio bambino, non riesce a resistere alla tentazione di distruggerlo. Ho letto i lavori del dottor Taylor sulla mania omicida. Sono d’accordo con lui quando afferma che alcune persone possono essere colpite da un impulso improvviso che le spinge a distruggere coloro a cui sono più legate; ma è impossibile definire esattamente cosa sia la pazzia. Cioè, una persona può avere ragione e conoscere la malvagità di ciò che sta per compiere, ma non essere comunque in grado di resistere alla parte “animale” delle funzioni cerebrali.
MR. CLERE: Il cancro all’utero, quando esiste, provoca l’emaciazione del corpo?
A: Sì; è proprio questa emaciazione che porta alla morte del paziente, a causa dell’esaurimento totale delle sue forze.
CORT: Supponendo che una persona non sia emaciata, ciò indica qualcosa riguardo allo stato della malattia?
A: Significherebbe che la malattia è appena iniziata e non è ancora avanzata; ha fatto pochi progressi. Potrebbe o non essere accompagnata da dolore. In quel caso, non è necessariamente vero che il paziente diventi più irascibile. A mio parere, se la malattia non è arrivata al punto di provocare emaciazione, il dolore probabilmente non sarà tale da causare delirio. Il paziente potrebbe aver assunto l’oppio come rimedio, il che potrebbe aver contribuito allo sviluppo dei sintomi. EDWARD SPICE. Gestisco il pub “Green Dragon” in Bermondsey-street; conoscevo la defunta Mary Streeter. Lunedì 23 luglio scorso, lei venne a trovarmi a casa; arrivò insieme al prigioniero. Entrò nel pomeriggio e rimase lì tutta la notte. Il giorno seguente, il 20 luglio, il prigioniero tornò, verso le sei e mezza del mattino. Mary Streeter rimase da me per quattro giorni. Era un’antica amica mia; io e suo padre eravamo cresciuti insieme. Dopo colazione, se ne andarono insieme e tornarono intorno alle nove di sera. Lui scese di nuovo il giorno dopo, alle cinque e mezza del mattino. Pioveva quel giorno, quindi rimasero fino alle nove. Giovedì mattina la chiamai alle cinque; il prigioniero arrivò circa cinque minuti dopo. Conversai con lui riguardo alla ragazza. Prima parlai con lei nel locale. Notai qualcosa che non mi piaceva in quell’uomo e le dissi, davanti a lui: “Mary, preferirei vederti prendere una corda e impiccarti piuttosto che sposare un uomo del genere, ” Dissi al prigioniero: “Quali mezzi hai per mantenere mia figlia? La chiamo ‘mia figlia’. Lui rispose: ‘Sono indipendente’. Gli chiesi: ‘In che modo sei indipendente? Hai ricevuto un lascito? Hai qualche documento che possa dimostrarlo?’ Lui rispose: ‘Ne ho alcuni in giro per Londra, ’ Gli dissi: ‘Beh, allora devi essere una persona ricca, ’ E dissi a Mary: ‘Ascolta il mio consiglio: rifiutalo completamente, non avere più nulla a che fare con lui. Vieni nel mio bar e ti accompagnerò a casa sana e salva da tuo padre, ’ Il prigioniero non fece alcun commento. Disse solo di voler portare Mary a Hastings o Brighton. Penso fosse Hastings. Interrogato ulteriormente: Non disse che avrebbero vissuto lì? Rispose che aveva intenzione di prendere una stanza lì per permetterle di vivere in modo indipendente. Gli chiesi se avesse un reddito sufficiente per mantenere una giovane donna del genere; lui rispose di essere un sarto in pensione. Non sapevo nulla riguardo al fatto che fosse anche un valletto. SAMUEL WELLS STREETER. Sono un agricoltore nell’Essex. La defunta ragazza era mia figlia. Il prigioniero venne a casa mia domenica 8 luglio scorso e rimase lì per una notte. Non lo avevo mai visto prima. Mia figlia non mi aveva mai detto che lui le scriveva. Il prigioniere non me ne aveva parlato nemmeno lui. Quando l’ispettore Dann venne a casa mia, gli diedi alcune lettere che erano chiuse nel cassetto della scrivania di mia figlia. Interrogato ulteriormente: So che avete avuto la sfortuna di perdere un’altra vostra figlia poco tempo prima. Risposi di sì; era morta di tubercolosi a maggio scorso. Questa ragazza non aveva mai sofferto di malattie ai polmoni o simili. THOMAS TANNER. Sono impiegato nell’ufficio della Argus Insurance Company; il 19 luglio dello scorso anno ho visto quel prigioniero in quell’ufficio (aveva già compilato un modulo in precedenza); ha portato con sé un modulo di domanda; l’ho qui con me (lo presento ora); si tratta di uno dei moduli emessi dal nostro ufficio; il nome “William Godfrey Youngman” è stato firmato dal prigioniero davanti a me; ha scritto la risposta alla domanda numero 18: “William Godfrey Youngman, 16 anni, Manor Place, Newington, Londra, si è ritirato dall’attività di sarto”; questa informazione è riportata accanto alla domanda “Nome e residenza”; prima di firmare gli ho chiesto quale fosse la sua professione; ha risposto che non aveva alcuna attività lavorativa; è tornato il giorno seguente, il 24, accompagnato da una giovane donna; questa è stata esaminata dal medico e le è stato emesso un polizza di assicurazione sulla vita; ecco quella polizza (la presento ora); non ci sono testimoni che ne attestino l’emissione; si tratta proprio della polizza stipulata in quel giorno; la quota assicurativa è stata pagata il 25, per un periodo di tre mesi; le quote possono essere pagate trimestralmente o semestralmente, a seconda delle preferenze delle parti; in questo caso il prigioniero ha espresso il desiderio di pagare trimestralmente; ho rilasciato una ricevuta per la quota versata; l’ho qui con me, questa è la prima ricevuta; credo che sia stata la giovane donna a effettuare il pagamento.
(Sono state lette le seguenti lettere del prigioniero alla defunta; la prima era datata 18 giugno e proveniva da Henrietta Street, Covent Garden; conteneva alcune allusioni al suo lungo silenzio e esprimeva il desiderio di ristabilire l’intimità precedente con la defunta; la seconda era datata 21 giugno e ringraziava per la risposta alla prima lettera, esprimendo il desiderio di incontrarla quando lei fosse tornata in città. Nota dell’editore: gli errori di ortografia presenti in queste lettere sono evidenziati in corsivo.)
“8, Henrietta Street, Covent Garden, 13 luglio 1860.” “Mia cara Mary, questa lettera è scritta con tutto il mio affetto per te. Spero che tu stia bene e sia felice; anch’io sto abbastanza bene di salute. Ora vieni a Londra, tesoro, lunedì prossimo, il 23 agosto, e rimani lì finché la signora Walker non troverà una nuova sistemazione, poi torna a casa e ritorna qui venerdì mattina, l’10 agosto. Io verrò anch’io ad incontrarti in quel giorno e ci stabiliremo nell’appartamento che prenderò apposta per noi due. Affitterò l’appartamento per una settimana soltanto, finché non avrò sistemato tutte le cose necessarie; poi andrò da tuo padre e rimarrò con lui per un giorno o due. Tu potrai trovarti un alloggio il venerdì in cui arriverai, mentre io ci prepareremo per il matrimonio sabato mattina, l’11 agosto, presso la chiesa di St. Martin’s, Charing Cross. Ho già fatto pubblicare gli annuncio del nostro matrimonio mercoledì scorso; le domande di matrimonio saranno presentate in chiesa domenica prossima e poi ancora domenica 29 agosto. Ho avvisato tutti che potranno lasciare il loro alloggio il 10 agosto, anche se perderanno un giorno di stipendio; tu, però, avrai abbastanza denaro fino a quando non ci sposeremo, e dopo avrò tutto ciò di cui hai bisogno. Per il matrimonio puoi indossare i tuoi vestiti neri; anch’io porterò soltanto abiti neri e non userò guanti bianchi. Il nostro cocchiere farà da testimone per te, e non avrò bisogno di una damigella d’onore, a meno che tu non lo desideri. In quel caso, la nostra domestica potrà venire con noi. Dopo il matrimonio andremo nei Giardini di Kew o da qualche altra parte per colazione insieme. Vorrei assicurarmi che tu sia ben preparata quando arriverai lunedì; tutto verrà sistemato durante i due o tre giorni in cui sarai qui. Porta con te tutte le tue cose l’10 agosto; digli a tua madre che starai da me per due settimane e poi cercherai un nuovo alloggio. Dopo il matrimonio potrai avere tutto ciò che desideri. Per ora hai abbastanza denaro, visto che non vuoi acquistare nulla di nuovo; i vestiti che hai ti basteranno fino a quando non ci sposeremo. Mercoledì, dopo esserci uniti in matrimonio per tutta la vita, avrò abbastanza soldi per soddisfare tutti i tuoi bisogni. Quindi rimani serena fino ad allora, mia cara Mary. Ti aspetto a Londra lunedì prossimo per sistemare tutti i dettagli del nostro matrimonio e comprarti l’anello nuziale da indossare il 11 agosto. Non acquista nulla se non lo desideri davvero molto; dopo il matrimonio ti comprerò tutto ciò di cui avrai bisogno. Ma ricorda sempre tutto ciò che ti ho detto. Ora aspetto con impazienza la tua risposta. Dimmi che farai come ti dico, per favore. Sono, tua affettuosa amante, W. G. YOUNGMAN. Saluti a tutti i tuoi amici. Ricorda sempre ciò che ti ho detto. Fa attenzione a tenere tutte le tue lettere nascoste, in modo che tua madre e nessun altro possano vederle. Portale con te quando verrai qui.” “8, Henrietta Street, Covent Garden, 16 luglio 1860. Mia adorata Polly. Questa mattina ho ricevuto la tua gentile e molto gradita lettera, e sono stata felice di sapere che stai bene. Anch’io sto abbastanza bene, ma non vedo l’ora di rivederti; anzi, aspetto con impazienza il lunedì 23 per venire da te. Immagino che rimarrai, come hai detto prima, da Mrs. Walker a Gloucester-Terrace, fino a quando lei non se ne andrà. Il 26 di questo mese, quindi giovedì. Potrai così trascorrere lì tre o quattro giorni, e io sarò con te almeno una volta al giorno. Ho deciso di lasciare questo posto questa settimana, quindi sarò con te la prossima quando verrai. Da quando ho annunciato che me ne andavo lo scorso mercoledì, le persone qui hanno parlato con me in modo che non mi è piaciuto affatto. La prossima volta che Mrs. Duncan continuerà a lamentarsi di me, le dirò chiaramente cosa penso. Spero che il dottore mi consigli di andarmene subito. È proprio quello che voglio. Mi verranno pagati gli stipendi fino all’11 agosto, e poi andrò da mio fratello e potrò fare molte cose che desidero prima del nostro matrimonio. Mia adorata ragazza. So che se rimanessi qui più a lungo di questa settimana, troverei il modo per prendermi una pausa. Quindi spero davvero di poter andarmene già oggi. Stasera voglio che Mrs. Duncan o il dottore parlino con me. Allora sarò pronta ad ascoltarli e permetterò loro di mandarmi via. Capisci, su queste cose sono un po’ rigida. Ora, mia adorata Polly, devo compilare un modulo da portare all’ufficio della compagnia di assicurazioni sulla vita. Devo rispondere a tutte le domande scritte presenti nel modulo. Conosco il tuo nome e l’indirizzo, ma per quanto riguarda la tua occupazione, dirò che non ne hai nessuna. Capisci? Voglio comunque sapere dove sei nata, la data del tuo compleanno. Mi servirà anche il certificato di nascita per dimostrare la tua età corretta. Poi devo indicare se sei single o zitella. Devo conoscere anche l’età dei tuoi genitori. Se sei mai stata all’estero, dove e per quanto tempo. Se hai avuto il vaiolo o sei stata vaccinata. Se hai mai sofferto di gotta, emorragie, asma, ictus, crisi di follia, vertigini, tosse cronica, malattie ai polmoni, problemi al fegato. O qualsiasi altra malattia che possa ridurre la tua vita. Dimmelo pure. Posso scrivere quello che voglio. O quello che vuoi tu. Ovviamente, se hai qualche di queste malattie, non potrai assicurarti la vita. Si chiede anche se qualcuno nella tua famiglia sia morto di tubercolosi. Penso tu abbia detto che tua sorella è morta a causa di quella terribile malattia. Ma devo rispondere di no, ” Allora vogliono conoscere il nome e l’indirizzo del tuo assistente medico; potresti rispondere di non averne nessuno, a quella domanda; ma per ottenere informazioni generali è necessario fornire il nome e l’indirizzo di un amico intimo: devono cioè avere qualcuno che ti conosca per scrivere e chiedere quanto tempo conoscano te e la tua famiglia, se siano in salute tu e i tuoi cari, se anche loro lo siano attualmente, e se qualche membro della famiglia sia morto a causa di una malattia grave, come quelle che ho menzionato; devi dunque dire all’amico incaricato di farlo che scriva nel modo migliore possibile. E se mai dovesse risultare che non è un parente stretto, ma solo un amico, non importa. Capisci, cara ragazza, che tutto deve essere fatto con la massima cura affinché possano garantire la tua sicurezza: altrimenti non ti assumerebbero se pensassero che sei malata, o che qualcuno della tua famiglia sia morto a causa di una malattia grave. Quindi, quando scrivono a questo amico, devono inviare una lettera seria e dettagliata; lui si occuperà sicuramente di gestire la cosa al meglio e risponderà alla loro missiva il prima possibile. Quando arriverai lunedì prossimo, dovrai semplicemente accompagnarmi all’Ufficio di Assicurazione, vicino alla Banca d’Inghilterra in città, dove incontrerai il medico incaricato; poi ti darò i soldi necessari per pagare la prima rata dell’assicurazione della tua vita. Non sarà una somma alta, ma servirà a garantire 100 sterline in caso tu muoia. Questa somma potrebbe essere molto utile per i tuoi figli o per me, cara ragazza. Ma è davvero una cosa molto importante da fare. È il dovere di ogni madre, moglie o padre assicurare la propria vita, anche se questo significa risparmiare un po’ di denaro ogni trimestre. Pensa a quante difficoltà possano derivare dal fatto che gli amici non lascino nulla ai propri cari in caso di morte. Conosci bene i benefici di tutto ciò. Quindi, per favore, inviami subito le informazioni necessarie, così potrò compilare il modulo e portarlo all’ufficio. Loro scriveranno poi a questo amico, come ti ho detto. Scrivi il prima possibile. Sono ansioso di sistemare tutto prima del tuo arrivo a Londra lunedì prossimo. Ora, con tutto il mio affetto, tuo devoto e affettuoso William Godfrey Youngman. Saluti affettuosi ai tuoi amici. Aspetto una tua risposta rapida. Sono davvero ansioso di sistemare tutte queste cose e di attendere con gioia il giorno in cui sarai mia per sempre. Addio, cara. “16, Manor-place, Newington, Londra, S.” “Mia adorata Mary. Questa mattina ho ricevuto la tua affettuosa lettera, ma devo dire che sono molto addolorato nel leggere che non desideri assicurare la tua vita. Perché, mia cara ragazza, perché cambi idea? Sono andato all’ufficio e ho chiesto loro di scrivere alla tua amica, la signora James Bone, per ottenere le informazioni necessarie; l’hanno fatto ieri e aspettano una risposta entro domani. Ho anche detto loro che verrai con me lunedì per formalizzare tutto. Quindi, se la signora James Bone vuole scrivere loro, fallo pure: tu verrai comunque con me lunedì prossimo, come avevi promesso. Perché puoi cambiare idea così facilmente? Assicurare la tua vita non ti costerà nulla. Non morirai prima, mia cara ragazza. E riguardo ai tuoi genitori che non vogliono che tu lo faccia. Puoi farlo comunque, senza il loro permesso. Ora, non dire più nulla a loro al riguardo. Vieni e fai ciò che desidero io. Non ti perdonerò mai se non lo farai. C’è un motivo particolare per cui te lo chiedo. Te lo dirò. Pagherò tutto io, naturalmente. E non perderai nulla. Intendo comprare una casa per noi vicino a Brighton la prossima settimana. Sarebbe sciocco da parte mia andarci senza di te. Ma se non vuoi farlo, e preferisci ascoltare ciò che dicono i tuoi amici riguardo ad assicurare la tua vita. Allora non posso credere che mi ami davvero. Non troverai mai nessuno che ti ami così tanto. Perché non fai ciò che desidero io in questa piccola cosa? Puoi smettere di amarmi? Rifiuteresti davvero di fare qualcosa che è nel bene di coloro che lascerai indietro quando morirai? Sicuramente, mia adorata ragazza. Mi amerai ancora e lo farai. Altrimenti, come posso credere che mi ami se rifiuti? No. Non posso crederlo. Ora, mia cara ragazza. Ho quasi sistemato tutto. Ho lasciato la mia situazione attuale. Ho cercato una casa per noi. Con il tuo consenso ho anche pubblicato gli annunci del nostro matrimonio. E hai accettato di diventare mia moglie lunedì prossimo. Ora, puoi spezzarmi il cuore e comportarti così? Fai ciò che desidero io. Farò qualsiasi cosa tu voglia. Basta che tu acconsenta a assicurare la tua vita lunedì prossimo. E diventi mia moglie l’indomani. Hai promesso nel tuo biglietto. E avrai tutto ciò che desideri. Avrò abbastanza denaro per soddisfare tutte le nostre esigenze. Vieni da me mercoledì o giovedì prossimo. E sistemeremo tutto. Tra pochi giorni andremo a trovare tutti i tuoi amici. Voglio che tu vada a Brighton a cercare una casa. Dove vorrei vivere con te, mia adorata Polly. Mi ami ancora? Se sì, fai ciò che desidero io e mantieni la tua promessa. Porta sicuramente il certificato della tua nascita con te lunedì. E lascia che la signora, ” James Bone ha risposto oggi alla lettera della Compagnia di Assicurazioni, nel caso non l’abbia fatto ieri; quindi riceveranno una risposta lunedì mattina, prima che tu e io andiamo lì. Non ti tratteranno a lungo, cara mia. Sii solo mia e fai ciò che ti chiedo: sarai felice. Non potrai sbagliare in questo. Non avrai mai motivo di pentirtene. Ti prego, vieni lunedì. Vieni da me, sii mia. Non mancherà mai nulla nella tua vita, credimi. Sarei davvero ferito se non accettassi la mia richiesta. Rendi me felice. Farai solo del bene a te stessa. Scrivimi di nuovo, così potrò ricevere una lettera lunedì prima che tu arrivi. Oh, mia cara ragazza. So che non mi spezzerai il cuore. Ti amo più della mia vita. Sii mia e non mancherà mai nulla. Giuro. Ma non dire niente ai tuoi amici fino a quando non ci sposeremo. Allora saranno felici. Trascorreremo una giornata gioiosa insieme. Non si pentiranno mai di avermi, io che ti renderò presto una vera signora e ti farò felice per tutta la vita. Io che ti amo più della mia vita. Non puoi rifiutare ciò che desidero tanto. Sì, cara Mary, — Ti scrivo con tutto il mio amore. Spero che tu stia bene e sia felice. Il tuo affezionatissimo amante. E sempre il tuo migliore amico. Ma sono ferito. Per favore, guariscimi. Dimmi che farai ciò che desidero. Mia cara ragazza. Sono il tuo più caro W. G. YOUNGMAN. “16, Manor Place, Newington, 19 luglio 1860.
Mia adorata Mary, questa mattina intorno alle 11 ho ricevuto la tua gentile e molto gradita lettera; mi aspettavo di riceverla entro le 8, ma hai scritto il nome “Boro” nell’indirizzo più volte, quindi è stata inviata prima lì, per questo è arrivata in ritardo. Scrivi soltanto l’indirizzo sopra indicato, cara mia. Ora ho compilato tutto e l’ho portato all’Ufficio di Assicurazioni sulla Vita; loro scriveranno oggi alla signora James Bone per avere una risposta entro sabato, così potrai venire con me in ufficio lunedì prima delle 2. Quando arriverai a Londra, sarà circa alle 9 e mezza di lunedì mattina, lo stesso orario in cui sono arrivato io la scorsa settimana. Non dire nulla a tua madre riguardo al tuo viaggio; digli solo che verrai a trovarmi e che resterai con me e i miei amici finché non avrai trovato un lavoro qui a Londra. Penso che sia meglio non portare tutte le tue cose, ma soltanto quelle più importanti, le migliori che hai. Non avremo bisogno di molte cose fino al momento del nostro matrimonio; anzi, alcuni oggetti te li comprerò o li farò fare per te prima delle nozze. Porta con te solo alcune delle tue cose migliori, e soprattutto tutte le tue lettere e documenti: non lasciare indietro nulla di importante. Voglio vedere tutti i piccoli oggetti che possiedi. E naturalmente, andrò a Brighton per un po’ dopo il matrimonio, anche se forse prima; ma ci vedremo lunedì mattina. Devi portare con te il certificato di nascita: deve essere presentato in ufficio lunedì prossimo, prima che venga pagata la quota trimestrale dell’assicurazione. Vorrei che fosse fatto proprio lunedì mattina. Quando arriverai, troverò un alloggio per noi due; non c’è bisogno che tu vada da Mrs. Walker. Resta con me e ti assicurerò che tutto vada bene per te. Non portare tutte le tue cose. Porta soltanto quelle migliori. E se puoi prendere in prestito un po’ di denaro da tuo padre, fallo per qualche giorno. Te lo restituirò appena potrò. Capisci? Attualmente mi manca un po’ di soldi. Ma voglio vederti, cara. Voglio assicurare la tua vita e sistemare molte cose prima di allora. Poi andremo insieme a trovare tuo padre, tua madre e i tuoi amici. Per sorprenderli. Tra circa una settimana o otto giorni dopo il matrimonio. Ma ora, mia adorata, ho molto da fare. Ti amo tantissimo. Non dimenticare di portare il certificato di nascita. Senza di esso non puoi assicurare la tua vita. Spero che tu mi risponda entro domani. E anche lunedì. Per incontrarci alla stazione di London Bridge. Sono il tuo affezionatissimo W. G. YOUNGMAN.”
Un caro saluto anche ai tuoi amici. Potresti portare con te un po’ di burro fatto in casa e alcune altre cose. Ma non dire che te l’ho detto io. Capisci? Sarà per il tuo bene, mia adorata. Ora aspetto solo di vederti. “16, Manor Place, Londra, 21 luglio 1860.” Mia cara Mary, — Ho ricevuto la tua lettera stamattina. Sono molto addolorato nel leggere che non vuoi far garantire la tua vita, dopo che io mi sono preso tanta cura di te e tu mi avevi promesso fedelmente di farlo, e di diventare mia moglie il lunedì prossimo. Anche il martedì andrà bene, cara, ma tuo padre, tua madre o chiunque altro non deve saperlo. Mi hai promesso più volte con fermezza, e mi aspetto che tu mantenga la tua promessa: di essere mia, e che i tuoi amici non lo vengano a sapere fino al nostro matrimonio. Ma ora, cara Mary, se solo permettessi alla signora James Bone di scrivere immediatamente all’Ufficio per le Garanzie di Vita, e di venire con me il lunedì mattina prossimo per far garantire la tua vita, io mi occuperò di tutto il resto. Dopo che sarà fatto, i tuoi amici potranno sapere che ci sposeremo. Organizzerò tutto in modo che tu e io possiamo tornare a casa tua lo stesso giorno del matrimonio, così non dovrai portare con te nulla. Mantieni la tua promessa, cara. I tuoi amici sapranno che ci siamo sposati il martedì prossimo, ma prima devo assolutamente che tu faccia garantire la tua vita. Desidero molto che tu lo faccia, e non posso credere che mi ami se non lo fai. Quindi, sicuramente non puoi dire di amarmi davvero in questo momento. Ho inviato questa lettera in fretta, così che la signora James Bone abbia il tempo di scrivergli oggi stesso. In questo modo, la lettera arriverà a Londra lunedì mattina, con la prima posta. Se non dovesse arrivare in tempo, vieni qui con la lettera e il certificato della tua nascita. Ora parlo seriamente, sto mantenendo la mia promessa. Tu mi hai promesso. Quindi, se mi ami, fallo. Il tuo affezionatissimo amante, William Godfrey Youngman. Per il tuo stesso bene, cara. Addio.”
“16, Manor Place, Newington, sabato sera, 28 luglio 1860.” Mia adorata Mary. Questo pomeriggio ti ho inviato una lettera, ma ora so che non dovrò recarmi a Brighton domani, poiché X ha ricevuto una lettera da loro contenente esattamente ciò di cui avevo bisogno; quindi, mia cara ragazza, ho risolto tutti i miei problemi e sono pronto ad incontrarti. Per questo ti mando questa lettera. Domani mattina alle 6:15 la porterò alla stazione di London Bridge e chiederò al guardiano di consegnarla alla stazione di Wadhurst, dove il portiere la passerà a qualcuno che la porterà fino a te. Poiché posso dare solo qualcosa al guardiano, tu potresti dare una piccola somma a colui che la consegnerà. Mi aspetto di vederti lunedì mattina con il primo treno; ti aspetterò alla stazione di London Bridge: so che il treno arriva alle 9:45. Ho promesso di andare da mio zio domani, quindi non potrò venire subito, ma tornerò a casa con te lunedì sera o martedì mattina, per poi tornare qui di nuovo martedì sera e essere pronto a partire mercoledì. Ma tu conosci già tutto ciò che ti ho detto; ora mi aspetto davvero che tu venga lunedì mattina, così potrò occuparmi di tutte le cose che desidero fare. Scusami se ti ho scritto troppo, mia adorata Mary. Ora andrò a letto per alzarmi presto domani mattina e consegnare questa lettera. Porta con te tutte le tue lettere, mia cara ragazza. Non dimenticarlo. Con tutto il mio affetto e i miei saluti, ti aspetto lunedì mattina alle 9:45. Credimi sempre, tuo affezionatissimo William Godfrey Youngman. Sai già tutto ciò che ti ho detto. Quindi vieni, mia cara ragazza. Non vedo l’ora di incontrarti. Addio per ora.

THE BRAVOES OF MARKET-DRAYTON To the north of the Wrekin, amid the rolling pastoral country which forms the borders of the counties of Shropshire and Staffordshire, there lies as fair a stretch of rustic England as could be found in the length and breadth of the land. Away to the south-east lie the great Staffordshire potteries; and farther south still, a long dusky pall marks the region of coal and of iron. On the banks of the Torn, however, there are sprinkled pretty country villages, and sleepy market towns which have altered little during the last hundred years, save that the mosses have grown longer, and the red bricks have faded into a more mellow tint. The traveller who in the days of our grandfathers was whirled through this beautiful region upon the box-seat of the Liverpool and Shrewsbury coach, was deeply impressed by the Arcadian simplicity of the peasants, and congratulated himself that innocence, long pushed out of the great cities, could still find a refuge amid these peaceful scenes. Most likely he would have smiled incredulously had he been informed that neither in the dens of Whitechapel nor in the slums of Birmingham was morality so lax or human life so cheap as in the fair region which he was admiring. How such a state of things came about is difficult now to determine. It may be that the very quiet and beauty of the place caused those precautions and safeguards to be relaxed which may nip crime in the bud. Sir Robert Peel’s new police had not yet been established. Even in London the inefficient “Charley” still reigned supreme, and was only replaced by the more efficient Bow Street “runner” after the crime had been committed. It may be imagined, therefore, that among the cider orchards and sheep-walks of Shropshire the arm of Justice, however powerful to revenge, could do little to protect. No doubt, small offenses undetected had led to larger ones, and those to larger still, until, in the year 1828, a large portion of the peasant population were banded together to defeat the law and to screen each other from the consequence of their misdeeds. This secret society might have succeeded in its object, had it not been for the unparalleled and most unnatural villainy of one of its members, whose absolutely callous and selfish conduct throws into the shade even the cold-blooded cruelty of his companions. In the year 1827 a fine-looking young peasant named Thomas Ellson, in the prime of his manhood, was arrested at Market-Drayton upon two charges — the one of stealing potatoes, and the other of sheep-lifting, which in those days was still a hanging matter. The case for the prosecution broke down at the last moment on account of the inexplicable absence of an important witness named James Harrison. The crier of the court having three times summoned the absentee without any response, the charge was dismissed, and Thomas Ellson discharged with a caution. A louder crier still would have been needed to arouse James Harrison, for he was lying at that moment foully murdered in a hastily scooped grave within a mile of the court-house. It appears that the gang which infested the country had, amidst their countless vices, one questionable virtue in their grim fidelity to each other. No red Macgregor attempting to free a clansman from the grasp of the Sassenach could have shown a more staunch and unscrupulous allegiance. The feeling was increased by the fact that the members of the league were generally connected with one another either by birth or marriage. When it became evident that Ellson’s deliverance could only be wrought by the silencing of James Harrison, there appears to have been no hesitation as to the course to be followed. The prime movers in the business were Ann Harris, who was the mother of Ellson by a former husband; and John Cox, his father-in-law. The latter was a fierce and turbulent old man, with two grown-up sons as savage as himself; while Mrs. Harris is described as being a ruddy-faced pleasant country woman, remarkable only for the brightness of her eyes. This pair of worthies having put their heads together, decided that James Harrison should be poisoned and that arsenic should be the drug. They applied, therefore, at several chemists’, but without success. It is a remarkable commentary upon the general morality of Market-Drayton at this period that on applying at the local shop and being asked why she wanted arsenic, Mrs. Harris ingenuously answered that it was simply “to poison that scoundrel, James Harrison.” The drug was refused; but the speech appears to have been passed by as a very ordinary one, for no steps were taken to inform the authorities or to warn the threatened man. Being unable to effect their purpose in this manner, the mother and the father-in-law determined to resort to violence. Being old and feeble themselves, they resolved to hire assassins for the job, which appears to have been neither a difficult nor an expensive matter in those regions. For five pounds, three stout young men were procured who were prepared to deal in human lives as readily as any Italian bravo who ever handled a stiletto. Two of these were the sons of old Cox, John and Robert. The third was a young fellow named Pugh, who lodged in the same house as the proposed victim. The spectacle of three smock-frocked English yokels selling themselves at thirty-three shillings and fourpence a head to murder a man against whom they had no personal grudge is one which is happily unique in the annals of crime. The men earned their blood-money. On the next evening, Pugh proposed to the unsuspecting Harrison that they should slip out together and steal bacon, an invitation which appears to have had a fatal seduction to the Draytonian of the period. Harrison accompanied him upon the expedition, and presently, in a lonely corner, they came upon the two Coxes. One of them was digging in a ditch. Harrison expressed some curiosity as to what work he could have on hand at that time of night. He little dreamed that it was his own grave upon which he was looking. Presently, Pugh seized him by the throat, John Cox tripped up his heels, and together they strangled him. They bundled the body into the hole, covered it carefully up, and calmly returned to their beds. Next morning, as already recorded, the court crier cried in vain, and Thomas Ellson became a free man once more. Upon his liberation, his associates naturally enough explained to him with some exultation the means which they had adopted to silence the witness for the prosecution. The young Coxes, Pugh, and his mother all told him the same story. The unfortunate Mrs. Harris had already found occasion to regret the steps which she had taken, for Pugh, who appears to have been a most hardened young scoundrel, had already begun to extort money out of her on the strength of his knowledge. Robert Cox, too, had remarked to her with an oath: “If thee doesn’t give me more money, I will fetch him and rear him up against thy door.” The rustic villains seem to have seen their way to unlimited beer by working upon the feelings of the old country woman. One would think that the lowest depths of human infamy had been already plumbed in this matter; but it remained for Thomas Ellson, the rescued man, to cap all the iniquities of his companions. About a year after his release, he was apprehended upon a charge of fowl-stealing, and in order to escape the trifling punishment allotted to that offense, he instantly told the whole story of the doing away with James Harrison. Had his confession come from horror at their crime, it might have been laudable; but the whole circumstances of the case showed that it was merely a cold-blooded bid for the remission of a small sentence at the cost of the lives of his own mother and his associates. Deep as their guilt was, it had at least been incurred in order to save this heartless villain from the fate which he had well deserved. The trial which ensued excited the utmost interest in all parts of England. Ann Harris, John Cox the younger, Robert Cox, and James Pugh were all arraigned for the murder of James Harrison. The wretched remnant of mortality had been dug up from the ditch, and could only be recognized by the clothes and by the colour of the hair. The whole case against the accused rested upon the very flimsiest evidence, save for Thomas Ellson’s statement, which was delivered with a clearness and precision which no cross-examination could shake. He recounted the various conversations in which the different prisoners, including his mother, had admitted their guilt, as calmly and as imperturbably as though there were nothing at stake upon it. From the time when Pugh “‘ticed un out o’ feyther’s house to steal some bacon,” to the final tragedy, when he “gripped un by the throat,” every detail came out in its due order. He met his mother’s gaze steadily as he swore that she had confided to him that she had contributed fifty shillings towards the removing of the witness. No more repulsive spectacle has ever been witnessed in an English court of justice than this cold-blooded villain calmly swearing away the life of the woman who bore him, whose crime had arisen from her extravagant affection for him, and all to save himself from a temporary inconvenience. Mr. Phillips, the counsel for the defense, did all that he could to shake Ellson’s evidence; but though he aroused the loathing of the whole court by the skillful way in which he brought out the scoundrel’s motives and character, he was unable to shake him as to his facts. A verdict of guilty was returned against the whole band, and sentence of death duly passed upon them. On the 4th of July 1828 the awful punishment was actually carried out upon Pugh and the younger Cox, the two who had laid hands upon the deceased. Pugh declared that death was a relief to him, as Harrison was always, night and day, by his side. Cox, on the other hand, died sullenly, without any sign of repentance for the terrible crime for which his life was forfeited. Thomas Ellson was compelled to be present at the execution, as a warning to him to discontinue his evil practices. Mrs. Harris and the elder Cox were carried across the seas, and passed the short remainder of their lives in the dreary convict barracks which stood upon the site of what is now the beautiful town of Sydney. The air of the Shropshire downs was the sweeter for the dispersal of the precious band; and it is on record that this salutary example brought it home to the rustics that the law was still a power in the land, and that, looking upon it as a mere commercial transaction, the trade of the bravo was not one which could flourish upon English soil.

I BRAVI DI MARKET-DRAYTON
A nord del Wrekin, tra le ondulate campagne pastorali che costituiscono i confini dei contee di Shropshire e Staffordshire, si trova una delle zone più incantevoli dell’Inghilterra rurale. A sud-est sorgono le grandi ceramiche di Staffordshire; ancora più a sud, una lunga striscia scura segna l’area dei giacimenti di carbone e ferro. Lungo le rive del fiume Torn, però, si trovano graziosi villaggi e tranquille città mercantili che sono cambiate poco negli ultimi cento anni: solo i muschi sono cresciuti di più e i mattoni rossi si sono sbiaditi, assumendo un tono più morbido. Il viaggiatore che, ai tempi dei nostri nonni, attraversava questa bellissima regione a bordo del treno Liverpool-Shrewsbury rimaneva profondamente colpito dalla semplicità arcaica dei contadini e si rallegrava che l’innocenza, da tempo spinta fuori dalle grandi città, potesse ancora trovare rifugio in queste scene pacifiche. Probabilmente avrebbe sorriso con incredulità se gli fosse stato detto che né nelle zone malfamate di Whitechapel né nei quartieri poveri di Birmingham la morale era così debole e la vita umana così poco preziosa rispetto a questa regione incantevole.
È difficile oggi capire come sia potuto verificarsi un simile stato di cose. Forse proprio la tranquillità e la bellezza di quel luogo hanno fatto sì che le misure preventive necessarie per combattere il crimine venissero trascurate. La nuova polizia istituita da Sir Robert Peel non era ancora stata attivata; anche a Londra regnava ancora l’inefficiente sistema di “Charley”, sostituito solo dopo che il crimine era già stato commesso dal più efficace servizio di polizia di Bow Street. Si può quindi immaginare che, tra gli orti di mele e i pascoli di Shropshire, la giustizia, per quanto potente nel punire i reati, avesse poche possibilità di proteggere la popolazione. Senza dubbio, piccoli reati non scoperti hanno portato a quelli più gravi, e questi ancora a altri peggiori, fino a quando, nel 1828, una grande parte della popolazione contadina si unì per sfidare la legge e proteggersi reciprocamente dalle conseguenze dei propri misfatti. Questa società segreta avrebbe potuto raggiungere il suo scopo se non fosse stato per l’inqualificabile malvagità di uno dei suoi membri, il cui comportamento assolutamente spietato e egoistico getta ombra persino sulla crudeltà fredda degli altri componenti del gruppo. Nel 1827, un giovane contadino di bell’aspetto di nome Thomas Ellson, nel pieno della sua virilità, fu arrestato a Market-Drayton con due accuse: il furto di patate e il furto di pecore, reati che all’epoca potevano comportare la pena di morte. Tuttavia, all’ultimo momento le prove presentate dall’accusa caddero a causa dell’assenza inspiegabile di un testimone importante, James Harrison. Dopo che il cancelliere del tribunale aveva chiamato più volte senza ottenere risposta, l’accusa fu archiviata e Thomas Ellson fu rilasciato con un avvertimento. Avrebbe servito un “cancelliere” ancora più insistente per svegliare James Harrison, poiché in quel momento era stato brutalmente assassinato in una fossa appena scavata, a meno di un miglio dal tribunale.
Sembra che la banda che infestava quella regione possedesse, tra i suoi innumerevoli vizi, una sorta di “virtù”: una fedeltà spietata reciproca tra i suoi membri. Nessun altro gruppo avrebbe mostrato un tale attaccamento disonesto e senza scrupoli nel tentativo di liberare uno dei propri compagni dalle mani degli invasori stranieri. Questo sentimento veniva ulteriormente rafforzato dal fatto che i membri della banda erano generalmente legati tra loro da vincoli di sangue o matrimonio. Quando divenne evidente che l’unica possibilità per salvare Thomas Ellson era eliminare James Harrison, non ci furono esitazioni riguardo al da farsi.
I principali responsabili dell’operazione furono Ann Harris, madre di Ellson dal suo precedente matrimonio, e John Cox, suocero di quest’ultimo. Quest’ultimo era un uomo violento e turbolento, con due figli adulti altrettanto selvaggi; mentre Ann Harris veniva descritta come una donna di campagna dall’aspetto cordiale, caratterizzata soltanto dagli occhi luminosi. I due decisero di avvelenare James Harrison utilizzando l’arsenico, ma dopo diversi tentativi falliti presso diverse farmacie, non riuscirono a procurarsi la sostanza necessaria. È significativo notare che, quando Ann Harris chiese dell’arsenico in una farmacia locale, rispose ingenuamente che voleva “avvelenare quel mascalzone, James Harrison”. La richiesta fu rifiutata, ma sembra che nessuno abbia ritenuto necessario informare le autorità o avvertire la vittima minacciata. Non riuscendo ad ottenere il loro scopo in questo modo, la madre e lo suocero decisero di ricorrere alla violenza. Essendo essi stessi anziani e deboli, decisero di assumere degli assassini per compiere l’atto; in quelle regioni, sembrava che ciò non fosse né difficile né costoso. Per cinque sterline, trovarono tre giovani robusti disposti a sacrificare la vita umana con la stessa facilità con cui qualsiasi “bravo” italiano avrebbe usato un pugnale. Due di loro erano i figli di Cox: John e Robert; il terzo si chiamava Pugh e soggiornava nella stessa casa della vittima designata. Il fatto che tre contadini inglesi, vestiti in abiti semplici, vendessero la propria vita per soli trentatré scellini e quattro pence a testa al fine di assassinare una persona verso cui non provavano alcun rancore personale è un episodio davvero unico nella storia del crimine.
Quegli uomini ottennero il loro “prezzo in sangue”. La sera seguente, Pugh propose all’ignaro Harrison di uscire insieme per rubare della pancetta; un’offerta che sembrò avere su di lui un effetto letale. Harrison lo accompagnò nella spedizione e, in un angolo deserto, trovarono i due Cox. Uno di loro stava scavando in una fossa. Harrison chiese curioso quale lavoro potesse svolgere a quell’ora di notte. Non immaginava affatto che si trattasse della propria tomba. Pugh gli strinse il collo, John Cox lo fece inciampare e insieme lo strangolarono. Gettarono il corpo nella fossa, la coprirono con cura e tornarono tranquillamente a letto. La mattina seguente, come già raccontato, il banditore del tribunale gridò invano. Thomas Ellson divenne di nuovo un uomo libero. Al suo rilascio, i suoi complici, naturalmente, gli spiegarono con grande entusiasmo i mezzi che avevano adottato per far tacere il testimone dell’accusa. I giovani Cox, Pugh e sua madre gli raccontarono tutti la stessa storia. La sfortunata signora Harris aveva già avuto modo di pentirsi delle azioni compiute, poiché Pugh, che sembrava essere un giovane scellerato davvero spietato, aveva già iniziato a estorcerle denaro sfruttando la sua conoscenza dei fatti. Anche Robert Cox le aveva detto, giurando: “Se non mi dai più soldi, verrò a prendere lui e lo farò apparire davanti alla tua porta”. Quei malviventi sembravano essere riusciti a ottenere birra in quantità illimitata approfittando dei sentimenti di quella semplice donna di campagna. Si sarebbe potuto pensare che le più basse profondità dell’infamia umana fossero state già raggiunte in questo caso; ma fu Thomas Ellson, l’uomo salvato, a completare tutte le ingiustizie commesse dai suoi compagni. Circa un anno dopo il suo rilascio, fu arrestato con l’accusa di furto di pollame e, per evitare la punizione insignificante prevista per quel reato, raccontò immediatamente tutta la verità su come James Harrison fosse stato eliminato. Se la sua confessione fosse nata dal terrore per il crimine commesso, avrebbe potuto essere considerata meritevole; ma tutte le circostanze del caso dimostravano che si trattava semplicemente di un tentativo calcolato di ottenere l’assoluzione da una pena minore, a scapito della vita di sua madre e dei suoi complici. Per quanto grave fosse la loro colpa, almeno era stata commessa nel tentativo di salvare quel crudele malvivente dal destino che meritava davvero.
Il processo che seguì suscitò grande interesse in tutta l’Inghilterra. Ann Harris, John Cox il giovane, Robert Cox e James Pugh furono tutti incriminati per l’omicidio di James Harrison. Il povero corpo della vittima fu riesumato dal fossato e poté essere riconosciuto soltanto grazie ai vestiti e al colore dei capelli. L’intera accusa contro gli imputati si basava su prove estremamente fragili, fatta eccezione per la testimonianza di Thomas Ellson, fornita con tale chiarezza e precisione da non poter essere messa in dubbio da alcuna contraddizione. Egli ricordò tutte le conversazioni nelle quali i diversi imputati, compresa sua madre, avevano ammesso la loro colpa, con estrema calma e tranquillità, come se nulla fosse in gioco. Dal momento in cui Pugh “lo aveva attirato fuori di casa del padre per rubare un po’ di pancetta”, fino alla tragica fine, quando Pugh lo aveva “afferrato per la gola”, ogni dettaglio venne rivelato nel dovuto ordine. Guardò fisso negli occhi sua madre mentre giurava che lei gli aveva confidato di aver contribuito con cinquanta scellini alla eliminazione del testimone. Non si è mai visto uno spettacolo più ripugnante in un tribunale inglese: quel crudele malvivente giurava tranquillamente sulla vita della donna che lo aveva dato alla luce, la cui colpa derivava dall’eccessivo affetto che provava per lui, tutto questo soltanto per evitarsi un piccolo inconveniente temporaneo. Il signor Phillips, l’avvocato della difesa, fece tutto il possibile per mettere in dubbio le testimonianze di Ellson; tuttavia, nonostante riuscisse a suscitare l’odio di tutta l’aula con la abilità con cui evidenziò i motivi e il carattere di quel farabutto, non fu in grado di confutare i fatti da lui raccontati. La giuria dichiarò tutti colpevoli e loro furono condannati a morte.
Il 4 luglio 1828 la terribile punizione fu effettivamente eseguita su Pugh e Cox il giovane, i due che avevano aggredito la vittima. Pugh dichiarò che la morte rappresentava per lui un sollievo, poiché Harrison era sempre stato al suo fianco, giorno e notte. Cox, invece, morì in modo cupo, senza alcun segno di pentimento per il terribile crimine per cui aveva perso la vita. Thomas Ellson fu costretto ad assistere all’esecuzione, come monito affinché desistesse dalle sue pratiche malvagie.
La signora Harris e Cox il vecchio furono portati oltre mare e trascorsero il resto della loro breve vita nelle tetre prigioni per detenuti situate nel luogo dove oggi sorge la bellissima città di Sydney. L’aria delle colline dello Shropshire divenne più pura, grazie alla scomparsa di quel gruppo pericoloso; e si registra che questo esempio positivo fece capire ai contadini che la legge era ancora un potere efficace in quel paese, e che considerarla semplicemente una transazione commerciale significava che il “mercato” dei criminali non poteva prosperare sul suolo inglese.