Le lettere di Stark Munro
Di J. Stark Munro
Una serie di dodici lettere scritte da J. Stark Munro, M.B.,
al suo amico e ex compagno di studi, Herbert Swanborough,
di Lowell, Massachusetts, negli anni 1881-1884
Indice
I. A CASA. 30 marzo 1881.
II. A CASA. 10 aprile 1881.
III. A CASA. 15 ottobre 1881.
IV. A CASA. 1° dicembre 1881.
V. MERTON NEI BOSCHI. 5 marzo 1882.
VI. LA PARATA, BRADFIELD. 7 marzo 1882.
VII. LA PARATA, BRADFIELD. 9 marzo 1882.
VIII. LA PARATA, BRADFIELD. 6 aprile 1882.
IX. LA PARATA, BRADFIELD. 23 aprile 1882.
X. CADOGAN TERRACE, BIRCHESPOOL. 21 maggio 1882.
XI. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL. 29 maggio 1882.
XII. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL. 5 giugno 1882.
XIII. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL. 12 giugno 1882.
XIV. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL. 15 gennaio 1883.
XV. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL. 3 agosto 1883.
XVI. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL. 4 novembre 1884.
Edito e organizzato da A. Conan Doyle
Le lettere di mio amico il signor Stark Munro mi sembrano formare un tutto coerente e forniscono una spiegazione chiara di alcune delle difficoltà che un giovane può dover affrontare all’inizio della sua carriera. Per questo le ho affidate al gentiluomo incaricato della loro pubblicazione. Ne esistono due, la quinta e la nona, dalle quali sono necessarie alcune cancellazioni; tuttavia, nel complesso, spero che possano essere riprodotte così come sono state scritte. Sono certo che nessun privilegio mio amico apprezzerebbe di più del pensiero che un altro giovane, oppresso dalle difficoltà di questo mondo e dai dubbi riguardo al prossimo, possa trarre forza leggendo di come un suo predecessore abbia superato le prove della vita.
HERBERT SWANBOROUGH
LOWELL, MASSACHUSETTS
Le lettere di Stark Munro
I. A casa. 30 marzo 1881 Mi sei mancato molto da quando sei tornato in America, caro Bertie. Perché tu sei l’unico uomo al mondo con cui abbia mai potuto aprire completamente il mio cuore senza riserve. Non so perché; anzi, ora che ci penso, non ho mai ricevuto molto in cambio della tua fiducia. Ma forse è colpa mia. Forse non mi trovi particolarmente empatico, anche se desidero davvero esserlo. Posso solo dire di trovarti estremamente interessante. Anche se forse sto presumendo troppo. Ma no: ogni istinto in me mi dice che le mie confidenze non ti annoiano affatto. Ricordi Cullingworth all’università? Non facevi mai parte del gruppo sportivo. Quindi è possibile che tu non lo ricordi. Comunque, supporrò che non lo ricordi e inizierò dall’inizio a spiegarti tutto. Sono sicuro che riconosceresti la sua fotografia: era l’uomo più brutto e strano del nostro anno.
Fisicamente, era un ottimo atleta: uno dei giocatori di rugby più veloci e determinati che abbia mai conosciuto. Anche se giocava in modo così aggressivo da non essere mai stato convocato nella nazionale. Era alto circa un metro e novanta, con spalle quadrate, petto prominente e un modo di camminare rapido e scattante. Aveva una testa rotonda e forte, coperta da capelli neri corti e rigidi. Il suo viso era davvero orribile. Ma quell’orrore derivava dal suo carattere. Un carattere altrettanto affascinante quanto la bellezza. La sua mascella e le sue sopracciglia erano ruvide e scarse; il suo naso era aggressivo e rosso; i suoi occhi piccoli e ravvicinati, di colore azzurro chiaro. Potevano assumere espressioni sia molto gentili che estremamente vendicative. Una leggera barba rigida gli copriva il labbro superiore; i suoi denti erano gialli, forti e sovrapposti. Inoltre, raramente indossava colletto o cravatta. La sua gola aveva il colore e la consistenza della corteccia di un abete scozzese. E la sua voce, soprattutto il suo riso, assomigliavano al ruggito di un toro. Allora, forse puoi farti un’idea di James Cullingworth.
Ma l’uomo interiore, dopotutto, era ciò che meritava davvero di essere notato. Non pretendo di sapere cosa sia il genio; per me, la definizione di Carlyle rappresenta sempre stata una spiegazione molto chiara e precisa di ciò che esso NON è. Lontano dall’essere una capacità infinita di impegnarsi con sforzo, la sua caratteristica principale, da quanto ho potuto osservare, consiste nel permettere a colui che ne è dotato di ottenere risultati grazie a un’intuizione che gli altri uomini possono raggiungere solo attraverso un duro lavoro. In questo senso, Cullingworth fu il più grande genio che abbia mai conosciuto: sembrava non lavorare affatto, eppure vinse il premio di anatomia davanti a tutti coloro che dedicavano dieci ore al giorno al loro lavoro. Questo potrebbe non significare molto, visto che era perfettamente in grado di passare tutto il giorno a oziare in modo ostentato per poi leggere disperatamente tutta la notte; ma se gli si proponeva un argomento su cui lavorare, allora emergevano la sua originalità e la sua forza creativa. Parlate di torpedini, e lui avrebbe preso in mano una matita per disegnare su un vecchio foglio di carta qualche nuova invenzione per perforare le reti delle navi e attaccarle dal lato; queste idee potevano anche contenere elementi tecnicamente impossibili, ma erano comunque plausibili e innovative. Mentre disegnava, le sue sopracciglia si contraevano, i suoi occhi brillavano di eccitazione, le labbra si serravano, e alla fine batteva il foglio con la mano aperta, esultando felice. Si sarebbe detto che la sua unica missione nella vita fosse inventare torpedini; ma subito dopo, se gli aveste chiesto come facessero i lavoratori egiziani a sollevare le pietre fino in cima alle piramidi, lui avrebbe di nuovo tirato fuori matita e foglio per proporvi un metodo altrettanto efficace. Questa ingegnosità era unita a una natura estremamente ottimista: dopo queste folli sessioni creative, camminava su e giù con passi rapidi e incerti, registrava i suoi brevetti, vi considerava suoi soci in questo progetto, immaginava che venissero adottati in tutti i paesi civili, vedeva tutte le possibili applicazioni di queste invenzioni, calcolava i probabili introiti, e infine si ritirava con la più enorme fortuna mai accumulata. E voi vi lasciavate trasportare dalle sue parole, credendo davvero in tutto ciò che diceva, fino a quando, all’improvviso, non tornavate alla realtà: vi trovavate di nuovo per strada, poveri studenti con il libro di fisiologia sotto il braccio e appena abbastanza soldi per pranzare.
Ho riletto quanto ho scritto, ma mi rendo conto di non aver fornito informazioni sufficienti sulla straordinaria astuzia di Cullingworth. Le sue idee in campo medico erano davvero rivoluzionarie, e oserei dire che, se tutto andrà come previsto, avrò molto da dire al riguardo nel seguito della storia. Con i suoi talenti eccezionali, il suo notevole record atletico, il suo strano modo di vestirsi (con il cappello indossato all’indietro e la gola scoperta), la sua voce tonante e il suo volto brutale ma imponente, possedeva davvero una personalità molto marcata tra tutte le persone che abbia mai conosciuto.
Ora, potreste pensare che io sia un po’ troppo prolisso riguardo a quest’uomo; ma dato che sembra che la sua vita possa intrecciarsi con la mia, questo argomento mi interessa molto, e scrivo tutto ciò al fine di rinfrescare le mie stesse impressioni ormai sbiadite, oltre ad augurarmi di divertirvi e interessarvi. Quindi vi dirò ancora un paio di cose che potrebbero aiutarvi a comprendere meglio il suo carattere.
Aveva in sé una certa dose di eroismo: in un’occasione si trovò in una situazione in cui doveva scegliere tra compromettere una signora o gettarsi giù da una finestra al terzo piano. Senza esitare un attimo, si lanciò fuori dalla finestra. E per fortuna atterrò su un cespuglio di alloro, in un giardino bagnato dalla pioggia, quindi uscì illeso, sebbene un po’ scosso e ammaccato. Se devo dire qualcosa che possa dare una cattiva impressione di lui, beh, mettetelo pure da parte.
Gli piacevano i giochi brutali; ma era meglio evitarli con lui, perché non si poteva mai prevedere cosa potesse succedere. Il suo temperamento era davvero infernale: l’ho visto nelle aule di dissezione iniziare a scherzare con qualcuno, per poi trasformarsi all’improvviso in una furia cieca; i due iniziarono a rotolarsi e a litigare come cani sotto il tavolo. Lo trascinavano via ansimante e senza parole dalla rabbia, con i suoi capelli ispidi che si ergevano dritti come quelli di un terrier da combattimento.
Questo lato combattivo del suo carattere potrebbe essere utilizzato, a volte, con grande efficacia. Ricordo che un discorso tenuto da un eminente specialista di Londra fu spesso interrotto da un uomo seduto in prima fila, il quale si divertiva ad intervenire con commenti irrilevanti. Alla fine, l’oratore si rivolse direttamente al pubblico: “Queste interruzioni sono insopportabili, signori. Non c’è nessuno che possa liberarmi da questo fastidio?” “Taci tu, signore, tu che sei seduto in prima fila!” gridò Cullingworth con voce tonante. “Forse sarai tu a farlo,” rispose l’uomo, girando il viso con disprezzo. Cullingworth chiuse il suo taccuino e iniziò a camminare sopra i banchi, per grande divertimento dei trecento spettatori presenti. Era davvero interessante osservare il modo deliberato con cui si muoveva tra le bottiglie d’inchiostro. Quando saltò giù dall’ultimo banco, il suo avversario lo colpì violentemente in faccia. Tuttavia, Cullingworth riuscì ad afferrarlo e lo trascinò fuori dall’aula.
Non so cosa abbia fatto con lui, ma ci fu un rumore simile a quello prodotto dal trasporto di una tonnellata di carbone; e il campione della legge e dell’ordine tornò, con l’aria tranquilla di chi aveva svolto il proprio compito. Uno dei suoi occhi sembrava una ciliegia troppo matura, ma lo acclamammo tre volte mentre tornava al suo posto. Poi continuammo a parlare dei pericoli legati alla placenta previa.
Non era un uomo che bevesse eccessivamente, ma anche una piccola quantità di alcol aveva su di lui un effetto molto forte. Era allora che le idee gli affluivano nella mente, una dopo l’altra, sempre più fantastiche e ingegnose. E se mai riusciva a superare quel limite, compieva cose davvero sorprendenti. A volte prendeva il sopravvento l’istinto combattivo, altre volte l’impulso di predicare, o ancora elementi comici; spesso questi stati si susseguivano rapidamente, confondendo i suoi compagni. L’ebbrezza scatenava in lui ogni sorta di stranezze: ad esempio, era in grado di camminare o correre perfettamente dritto, ma arrivava sempre un momento in cui, senza rendersene conto, tornava indietro e ripercorreva i suoi passi. A volte questo comportamento aveva effetti strani, proprio come nel caso che sto per raccontarvi.
Apparentemente molto sobrio, ma in realtà nel delirio, una notte si recò alla stazione e, chinandosi verso la fessura per i biglietti, chiese con voce estremamente gentile al funzionario se potesse dirgli a quale distanza fosse Londra. Mentre l’ufficiale si avvicinava per rispondere, Cullingworth gli sferrò un pugno con la forza di un pistone; il funzionario fu sbalzato dallo sgabello e il suo grido di dolore attirò l’attenzione della polizia e del personale ferroviario. Essi iniziarono a inseguire Cullingworth, ma lui, agile come un levriero, riuscì a sfuggire tutti e scomparve nell’oscurità lungo la strada lunga e dritta. Gli inseguitori si fermarono per discutere dell’accaduto quando, alzando lo sguardo, videro con sorpresa l’uomo che stavano cercando correre verso di loro a tutta velocità. La sua strana abitudine aveva fatto sì che tornasse indietro senza rendersene conto. Gli inseguitori lo catturarono e, dopo una lunga e disperata lotta, lo portarono alla stazione di polizia. Il giorno seguente fu processato davanti al magistrato, ma tenne un discorso così convincente in sua difesa che riuscì a far assolverlo con una multa simbolica. Su suo invito, i testimoni e la polizia lo accompagnarono all’hotel più vicino. E l’intera faccenda finì con una serie di bevute di whisky e soda.
Bene, ora, se dopo tutte queste descrizioni non sono riuscito a darvi un’idea di quell’uomo – capace, affascinante, spregiudicato, dalle molteplici facce – allora devo arrendermi alla sconfitta. Tuttavia, suppongo di non aver fallito. E continuerò a raccontarvi, caro mio paziente confidente, qualcosa delle mie relazioni personali con Cullingworth.
Quando lo conobbi per la prima volta, era ancora scapolo. Alla fine di una lunga vacanza, però, mi incontrò in strada e mi disse, con il suo modo caratteristico di parlare ad alta voce e di darsi pacche sulle spalle, che aveva appena sposato qualcuno. Su sua invitazione, andai subito a conoscere sua moglie; mentre camminavamo, mi raccontò la storia del suo matrimonio, che era altrettanto straordinaria quanto tutto ciò che faceva. Non vi la racconterò qui, caro Bertie, perché ormai ho già “infilato” troppi vicoli laterali nel mio racconto. Ma si trattava di un’operazione davvero movimentata: tra le altre cose, fu necessario chiudere una governante nella sua stanza e tingere i capelli di Cullingworth. Per quanto riguarda quest’ultimo, non riuscì mai del tutto a eliminare le tracce di quel colore dai suoi capelli; da allora, alle sue altre stranezze si aggiunse anche il fatto che, quando la luce del sole colpiva i suoi capelli in certi angoli, questi diventavano iridescenti e scintillanti.
Beh, andai con lui nel suo alloggio e fui presentato a signora Cullingworth. Era una donna timida, piccola, dal viso dolce e occhi grigi; parlava a voce bassa e aveva modi gentili. Bastava guardare il modo in cui lo guardava per capire che era completamente sotto il suo controllo, e che qualunque cosa lui facesse o dicesse, per lei sarebbe sempre stata la cosa migliore. A volte poteva essere anche testarda, ma in modo dolce e gentile; tuttavia, la sua testardia consisteva sempre nel sostenere le sue parole e i suoi gesti. Questo, però, lo scoprii solo in seguito; durante quella mia prima visita, mi sembrò davvero una delle donne più dolci che avessi mai conosciuto.
Vivevano in modo molto particolare: in un insieme di quattro piccole stanze, sopra un negozio di alimentari. C’erano una cucina, una camera da letto, un salotto e una quarta stanza che Cullingworth insisteva nel considerare estremamente malsana e fonte di malattie, anche se sono convinto che fosse solo a causa dell’odore dei formaggi proveniente dal negozio sottostante. Comunque, con la sua solita energia, non solo aveva chiuso a chiave quella stanza, ma aveva anche incollato della carta verniciata su tutte le fessure della porta per impedire che quel presunto “contagio” si diffondesse. Il mobilio era estremamente semplice: nel salotto c’erano solo due sedie; quindi, quando arrivava un ospite (e credo che io fossi l’unico), Cullingworth si sedeva su una pila di volumi annuali della “British Medical Journal”. Ricordo ancora come si alzasse da quel posto umile e camminasse avanti e indietro nella stanza, gridando e gesticolando con le mani, mentre sua moglie se ne stava in silenzio nell’angolo, ascoltandolo con occhi pieni di amore e ammirazione. A noi tre, che importanza aveva dove sedevamo o come vivevamo, quando la gioventù pulsava calda nelle nostre vene e le nostre anime erano piene delle possibilità offerte dalla vita? Ancora oggi considero quelle serate bohémien, in quella stanza spoglia e piena di odore di formaggi, tra le più felici che abbia mai vissuto.
In quel periodo, frequentavo spesso la famiglia Cullingworth; il piacere che provavo era reso ancora più dolce dal fatto che speravo di trasmetterne altrettanto a loro. Loro non conoscevano nessuno e non desideravano conoscere nessuno; quindi, socialmente parlando, sembravo essere l’unico legame che li collegava al mondo esterno. Arrivai persino ad intervenire nei dettagli della loro vita quotidiana. A quel tempo, Cullingworth era convinto che tutte le malattie derivanti dalla civiltà fossero causate dall’abbandono dello stile di vita all’aperto dei nostri antenati; per questo teneva le finestre aperte giorno e notte. Poiché sua moglie era chiaramente fragile, ma avrebbe preferito morire piuttosto che lamentarsi, decisi io stesso di fargli notare che il suo continuo raffreddore non sarebbe mai guarito se avesse continuato a vivere in un ambiente freddo. Lui mi guardò con aria furiosa per la mia intromissione; temetti che scoppiasse una lite, ma alla fine le cose si sistemarono e divenne più attento riguardo alle questioni legate all’areazione della casa. In quel periodo, le nostre attività serali avevano un carattere davvero insolito. Come sapete, esiste una sostanza chiamata materia cerosa che si deposita nei tessuti del corpo durante alcune malattie; il suo vero significato e il modo in cui si forma sono oggetto di molte discussioni tra i patologi. Cullingworth aveva delle opinioni molto precise al riguardo, convinto che quella sostanza fosse in realtà lo stesso glicogeno secreto normalmente dal fegato. Ma avere un’ipotesi e riuscire a provarla sono due cose completamente diverse, soprattutto perché avevamo bisogno di una quantità adeguata di quella materia cerosa per poter condurre esperimenti. Fortunatamente, la fortuna ci aiutò in modo davvero incredibile: il Professore di Patologia aveva ottenuto un esemplare eccezionale di questa sostanza. Con orgoglio ce lo mostrò in aula, prima di ordinare al suo assistente di metterlo nel frigorifero in preparazione all’uso microscopico durante la lezione pratica. Cullingworth colse l’occasione al volo: uscì furtivamente dall’aula, aprì il frigorifero, avvolse quella massa lucida e scintillante nel proprio cappotto, richiuse il frigorifero e se ne andò tranquillamente. Non ho dubbi che la scomparsa di quel fegato ricoperto di materia cerosa rimanga ancora oggi uno dei misteri più inspiegabili nella carriera del nostro Professore.
Quella sera, e per molte sere a venire, lavorammo sul nostro fegato. Per i nostri esperimenti era necessario sottoporlo a grandi temperature al fine di separare la sostanza cellulare azotata dalla materia cerosa non azotata. Con gli strumenti limitati a nostra disposizione, l’unico modo che ci venne in mente fu tagliarlo a pezzetti piccoli e cuocerlo in una padella. Così, notte dopo notte, si poteva assistere a uno spettacolo curioso: una bella giovane donna e due giovani uomini molto diligenti impegnati nella preparazione di questi “cibi” poco appetitosi. Tuttavia, tutti i nostri sforzi risultarono vani; perché sebbene Cullingworth ritenesse di aver dimostrato con certezza la sua tesi e scrivesse lunghi articoli su questo argomento per le riviste mediche, non era mai bravo a esprimere chiaramente le sue idee, e sicuramente lasciò i suoi lettori con una comprensione molto confusa di ciò che intendeva. Inoltre, essendo solo uno studente senza alcuna qualifica professionale, ricevette pochissima attenzione; non ho mai sentito dire che avesse ottenuto nemmeno un solo sostenitore. Alla fine dell’anno entrambi superammo gli esami e diventammo medici qualificati. I Cullingworth scomparvero dalla nostra vita, e non se ne seppe più nulla di loro, perché lui era un uomo che si vantava di non scrivere mai una lettera. Suo padre aveva avuto in passato una pratica molto ampia e redditizia nell’ovest della Scozia, ma era morto alcuni anni prima. Avevo l’impressione, basata su qualche sua osservazione casuale, che Cullingworth fosse andato a vedere se il nome della famiglia potesse ancora essergli d’aiuto laggiù. Per quanto mi riguarda, iniziai a lavorare come assistente nella pratica di mio padre, come avrete ricordato di aver letto nel mio ultimo messaggio. Tuttavia, quella pratica, al massimo, non fruttava più di settecento sterline all’anno, e non offriva alcuna possibilità di crescita professionale. Non era certo abbastanza per mantenere entrambi. Inoltre, a volte mi rendevo conto che le mie opinioni religiose infastidivano mio padre. Nel complesso, per ogni motivo possibile, pensavo che fosse meglio lasciare quella situazione. Presentai domanda presso diverse compagnie di navigazione e almeno una dozzina di ospedali per un posto di chirurgo; ma la concorrenza per un lavoro così misero, con uno stipendio di cento sterline all’anno, era altrettanta intensa quanto quella per il ruolo di Viceré dell’India. Di solito ricevevo semplicemente le mie referenze restituite senza alcun commento. Il che, in fondo, è un modo per imparare umiltà. Certo, vivere con mia madre è molto piacevole, e mio fratello Paul è davvero fantastico: gli sto insegnando il pugilato. Dovreste vederlo mentre alza i suoi piccoli pugni e contrattacca con la destra. Stasera mi ha colpito sotto il mento; ho dovuto chiedere delle uova strapazzate per cena.
E tutto questo mi porta al presente e alle ultime notizie. Questa mattina ho ricevuto un telegramma da Cullingworth, dopo nove mesi di silenzio. Era datato da Avonmouth, la città in cui sospettavo che si fosse stabilito, e diceva semplicemente: “Vieni subito. Ho bisogno urgente di te. CULLINGWORTH.” Naturalmente, prenderò il primo treno di domani. Potrebbe significare qualcosa, o niente. Nel profondo del mio cuore spero e credo che quel vecchio Cullingworth abbia trovato un modo per me, sia come suo socio che in qualche altro modo. Ho sempre creduto che avrebbe trovato una soluzione per farci entrambi fortunati. Lui sa che, anche se non sono molto veloce o brillante, sono comunque affidabile e stabile. Ecco perché ho lavorato sodo tutto questo tempo. Bertie: domani andrò da Cullingworth, e sembra proprio che finalmente ci sia una possibilità per me. Ti ho descritto lui e il suo modo di fare, così che possa interessarti allo sviluppo della mia fortuna, qualcosa che non avresti potuto fare se non conoscessi l’uomo che mi sta tendendo la mano.
Ieri è stato il mio compleanno: ho ventidue anni. Per ventidue anni sono vissuta. E, seriamente, senza alcuna leggerezza, e dal profondo del mio cuore, ti assicuro che al momento non ho la minima idea di dove venga, dove sto andando o perché sono qui. Non è per mancanza di curiosità, né per indifferenza. Ho studiato i principi di diverse religioni. Ma tutte mi hanno sconvolta: per accettare i loro dogmi, sarebbe necessario distruggere completamente la propria ragione. Le loro etiche sono solitamente eccellenti, lo stesso vale per l’etica del diritto comune inglese. Ma il concetto di creazione su cui si basano quelle etiche, beh, è davvero la cosa più sorprendente che abbia mai visto nel mio breve viaggio terreno: come possano così tante persone capaci, filosofi profondi, avvocati astuti e uomini saggi accettare una spiegazione del mondo basata su simili principi. Di fronte a questa apparente concordanza, la mia modesta opinione non oserebbe nemmeno emergere, se non fosse per il fatto che, riflettendoci bene, anche gli avvocati e i filosofi più illustri di Roma e Grecia erano tutti d’accordo sul fatto che Giove avesse molte mogli e amasse un buon bicchiere di vino.
Ascolta, caro Bertie: non desidero affatto mettere in discussione il tuo punto di vista o quello di chiunque altro. Noi che chiediamo tolleranza dovremmo essere i primi a praticarla verso gli altri. Sto semplicemente esprimendo la mia opinione, come ho fatto molte volte in passato. E conosco bene la tua risposta: riesco quasi a sentire la tua voce grave che dice “Hai fede!”. La tua coscienza te lo permette. Ma la mia no. Vedo chiaramente che la fede non è una virtù, ma un vizio. È come una capra che viene mandata insieme alle pecore. Se una persona chiudesse deliberatamente gli occhi e rifiutasse di usarli, tutti concorderebbero sul fatto che sia immorale e traditore della natura. Eppure tu consiglieresti a qualcuno di chiudere quel dono ancora più prezioso: la ragione, e di rifiutarne l’uso nelle questioni più importanti della vita.
“La ragione non può aiutare in una situazione del genere”, rispondi tu. Io dico invece che affermarlo significa arrendersi prima ancora di combattere. La mia ragione MI aiuterà. E se non potrà più farlo, allora me la caverò senza di essa.
È tardi, Bertie. Il fuoco si è spento e sto tremando. E sono sicura che tu sia stanco delle mie chiacchiere e delle mie “eresie”. Quindi addio, fino alla prossima volta.
II. CASA, 10 aprile 1881.
Beh, caro Bertie, eccomi di nuovo nella tua casella postale. Non sono passati nemmeno quindici giorni da quando ti ho scritto quella lunga lettera; eppure ho abbastanza notizie da poter preparare un altro “budget”, diciamo così, interessante. Dicono che l’arte di scrivere le lettere sia ormai perduta; ma se la quantità può compensare la qualità, devi ammettere che tu hai un amico che l’ha conservata, per i tuoi “peccati”, s’intende. Quando ti ho scritto l’ultima volta, ero sul punto di recarmi ad Avonmouth da Cullingworth, con la speranza che avesse trovato qualche opportunità per me. Devo raccontarti in dettaglio i particolari di quel viaggio.
Ho viaggiato per parte del tragitto insieme a giovane Leslie Duncan, che penso tu conosca. È stato così gentile da preferire una carrozza di terza classe e la mia compagnia alla solitudine di una carrozza di prima classe. Sai che ha ereditato il patrimonio di suo zio poco tempo fa; dopo un inizio di euforia, è ora ricaduto in quel profondo stato di disperazione causato dall’avere tutto ciò che si può desiderare. Quanto sono assurde le ambizioni della vita. Io, che sono abbastanza felice e pieno di entusiasmo, devo lottare per qualcosa che, a quanto vedo, non gli ha portato né profitto né felicità. Eppure, se riesco a comprendere la mia vera natura, il mio vero obiettivo non è accumulare denaro, ma avere abbastanza da liberarmi dalle preoccupazioni materiali e permettermi di sviluppare i miei talenti in pace. I miei gusti sono così semplici che non riesco a immaginare alcun vantaggio che la ricchezza possa offrire, tranne, forse, il piacere di aiutare una buona persona o una causa nobile. Perché mai le persone dovrebbero prendersi meriti per la carità, quando sanno benissimo che non possono trarre lo stesso piacere dai loro soldi in altri modi? L’altro giorno ho dato il mio orologio a un maestro di scuola bisognoso (non avevo spiccioli addosso); la madre del ragazzo non riusciva proprio a capire se fosse un segno di follia o di nobiltà. Avrei potuto dirle con certezza che né l’uno né l’altro: era semplicemente una sorta di egoismo, forse accompagnato da un pizzico di presunzione. Cosa ho mai ottenuto dal mio orologio, se non la soddisfazione silenziosa quando quel ragazzo mi portava il biglietto del pegno e mi diceva che quei trenta scellini erano stati utili?
Leslie Duncan scese alla stazione di Carstairs, e io rimasi da solo con un anziano sacerdote cattolico romano, dai capelli bianchi e in buona salute, che aveva passato il tempo seduto in un angolo a leggere i suoi documenti. Iniziammo a conversare molto intimamente, e quella conversazione continuò per tutto il tragitto fino ad Avonmouth; anzi, ero così interessato che quasi passai di lì senza nemmeno accorgermene. Padre Logan (così si chiamava) mi sembrava rappresentare perfettamente ciò che un sacerdote dovrebbe essere: altruista e dal cuore puro, dotato di una sorta di semplice astuzia e di un senso dell’umorismo innocente. Aveva però anche i difetti tipici della sua classe: le sue opinioni erano assolutamente reazionarie. Discutevamo di religione con grande fervore; la sua teologia risaliva più o meno al periodo del Pliocene inferiore. Avrebbe potuto discutere dello stesso argomento con un sacerdote alla corte di Carlo Magno, e probabilmente avrebbero stretto la mano dopo ogni frase. Lui lo ammetteva e lo considerava addirittura un merito: per lui, quella era coerenza. Se anche gli astronomi, gli inventori e i legislatori moderni fossero stati altrettanto coerenti. Dove sarebbe finita oggi la civiltà? Forse la religione è l’unico ambito del pensiero che non sia progressista, e che debba continuare a riferirsi a standard stabiliti duemila anni fa?
Non riescono forse a capire che, man mano che il cervello umano evolve, deve acquisire una visione più ampia del mondo? Un cervello ancora incompleto genera una concezione di Dio altrettanto imperfetta; e chi può dire che i nostri cervelli siano già completamente sviluppati? Il vero prete ispirato è colui che possiede un cervello potente. Non si tratta della barba rasata in superficie, ma delle capacità intellettuali racchiuse al suo interno: sono queste le vere qualità che distinguono una persona eletta.
Bertie, sai benissimo che stai facendo la finta di ignorarmi. Lo vedo chiaramente. Ma ora smetterò di tergiversare e ti dirò solo la verità. Temo che non potrei mai fare lo stesso con un narratore: il primo personaggio che appare improvvisamente mi “trascina via”, lasciando la mia storia a metà strada, senza conclusione.
Beh, quella notte arrivammo ad Avonmouth. Appena sporsi la testa fuori dal finestrino del treno, la prima cosa che vidi fu il vecchio Cullingworth, fermo nel cerchio di luce di un lampione a gas. Il suo abito era aperto, la giacca sbottonata in alto, il cappello (questa volta un cilindro) calato all’indietro sulla testa, con i suoi capelli ispidi che spuntavano davanti. In ogni modo, tranne per il colletto, era sempre lo stesso Cullingworth di sempre. Quando mi vide, esclamò sorpreso, mi aiutò a scendere dal treno, afferrò la mia borsa da viaggio e poco dopo camminavamo già insieme per le strade.
Ero, come potete immaginare, estremamente curioso di sapere cosa volesse da me. Tuttavia, poiché non fece alcuna allusione in merito, non volli chiederglielo e, durante il nostro lungo cammino, parlammo di argomenti banali. Prima di tutto del calcio: se il Richmond avesse avuto possibilità contro il Blackheath, e di come il nuovo stile di gioco basato sul passaggio distruggesse i vecchi metodi di combattimento. Poi iniziò a parlare di invenzioni, eccitandosi così tanto che dovette restituirmi la borsa per poter esprimere con forza tutte le sue idee. Ora riesco a immaginarlo mentre si ferma, il viso inclinato in avanti, i suoi denti gialli che brillano alla luce della lampada.
“Mio caro Munro”, disse, “perché è stata abbandonata l’armatura? Aspetta. Te lo spiego. Il peso del metallo necessario per proteggere un uomo in piedi era troppo grande da portare. Ma oggi le battaglie non si combattono più in piedi: i soldati dell’esercito giacciono a pancia in giù, quindi basta poco per proteggerli. Inoltre, l’acciaio è migliorato molto. Acciaio temprato! Il brevetto di Cullingworth. Un scudo portatile antiproiettile! Peso? Oh, circa sedici libbre. Ogni compagnia potrebbe trasportarlo su carriole e distribuirlo prima dell’azione. Datemi ventimila colpi validi. E entrerò a Calais per uscire a Pechino! Pensaci, ragazzo. L’effetto morale sarebbe enorme: un esercito tornerebbe sempre vincitore, mentre l’avversario vedrebbe i suoi proiettili rimbalzare contro le piastre d’acciaio. Nessuna truppa potrebbe resistere. La nazione che lo avrà per prima si impadronirà dell’Europa intera. Tutti ne vorranno possedere uno. Ci pensiamo un attimo: ci sono circa otto milioni di persone pronte a combattere. Supponiamo che solo la metà di loro ne abbia uno. Quattro milioni, quindi. E io potrei chiedere una royalty di quattro scellini per ogni ordine all’ingrosso. Che significa? Circa settecentomila sterline. Che ne dici, ragazzo?”
In realtà, il suo modo di parlare non è molto diverso da quello descritto qui. Solo che mancano quei suoi strani interruzioni, quei sussurri confidenziali, quel tono trionfale con cui si rispondeva alle proprie domande. E naturalmente, nessuna menzione su ciò che lo aveva spinto a inviarmi quell’urgente telegramma che mi ha portato ad Avonmouth.
Naturalmente, mi chiedevo se fosse riuscito o meno nel suo intento, ma dal suo aspetto allegro e dal tono vivace, era abbastanza evidente che tutto andasse bene per lui. Tuttavia fui sorpreso quando, mentre camminavamo lungo una tranquilla via alberata, con grandi case situate nei loro giardini su entrambi i lati, si fermò e entrò attraverso il cancello di ferro che conduceva a una di quelle case più belle. La luna era sorta e illuminava il tetto a punta alta e le grondaie agli angoli. Quando bussò, fu un domestico in calzoni rossi di velluto ad aprirgli la porta. Cominciai a capire che il successo del mio amico doveva essere stato davvero enorme. Quando scendemmo in sala da pranzo per la cena, la signora Cullingworth era lì ad accogliermi. Mi dispiacque vedere che sembrava pallida e stanca. Tuttavia, mangiammo allegramente nel vecchio stile, e l’allegria di suo marito si rifletteva sul suo viso; alla fine, ci ritrovammo nella piccola stanza dove i giornali medici fungevano da sedie, invece che nella grande sala arredata in quercia e decorata con quadri. Tuttavia, nessuno menzionò mai lo scopo della mia visita. Dopo cena, Cullingworth mi portò in una piccola sala da soggiorno dove entrambi accendemmo le nostre pipe, mentre la signora Cullingworth si accese una sigaretta. Rimase seduto in silenzio per un po’, poi improvvisamente balzò in piedi e aprì la porta di scatto. È sempre stata una delle sue strane abitudini pensare che le persone lo spiano o complottino contro di lui; nonostante la sua apparente bruschezza e franchezza, c’era in lui un fondo di sospetto. Dopo essersi assicurato che non ci fossero spie né ascoltatori, si lasciò cadere nella poltrona. “Munro,” disse, pungendomi con la pipa, “quello che volevo dirti è che sono completamente, irrimediabilmente rovinato.” Mentre parlava, la mia sedia si inclinò all’indietro. E devo ammettere che per poco non cadde. Tutti i miei sogni riguardo ai grandi risultati che avrei ottenuto con questo viaggio ad Avonmouth svanirono in un attimo. Sì, Bertie, devo confessarlo: la prima cosa a cui pensai fu alla mia delusione, e poi al disastro dei miei amici. Lui aveva davvero straordinarie intuizioni, o forse il mio viso tradiva i miei pensieri, perché subito aggiunse: “Mi dispiace deluderti, ragazzo. Non è certo quello che ti aspettavi di sentire, lo capisco.” “Beh,” balbettai, “è davvero una sorpresa. Pensavo, beh, pensavo a tutto ciò che, ” “A quella casa, al domestico, all’arredamento, ” disse lui. “Beh, tutti questi elementi mi hanno distrutto. Mi hanno ridotto in rovina. A meno che, ” – vidi un interrogativo nei suoi occhi – “a meno che qualche amico non fosse disposto a prestarmi il proprio nome su un pezzo di carta ufficiale.” “Non posso farlo, Cullingworth,” dissi. “È davvero triste dover rifiutare un amico. E se solo avessi soldi, ”
“Aspetta che ti chiedano, Munro,” lo interruppe lui, con l’espressione più orribile possibile. “Inoltre, dato che non hai nulla e nessuna prospettiva futura, a cosa potrebbe servirti il tuo nome su un documento?”
“È proprio quello che voglio sapere,” dissi io, sentendomi comunque un po’ umiliato.
“Ascolta bene, ragazzo,” continuò lui; “vedi quella pila di lettere sul lato sinistro del tavolo?”
“Sì.”
“Sono sollecitazioni finanziarie. E vedi quei documenti sul lato destro? Sono citazioni del Tribunale della Contea. Ora, guarda questo, ” Prese un piccolo registro e mi mostrò tre o quattro nomi scritti sulla prima pagina.
“Ecco il tipo di attività che svolgeva,” esclamò ridendo fino a quando le vene sul suo fronte non iniziarono a gonfiarsi; anche sua moglie rideva di cuore, proprio come avrebbe pianto se lui fosse stato di umore diverso.
“Ecco come stanno le cose, Munro,” disse dopo essersi calmato. “Probabilmente hai sentito dire – anzi, te l’ho detto io stesso – che mio padre aveva la migliore attività legale della Scozia. Secondo me non era certo un uomo molto capace, ma comunque ce l’aveva fatta.”
Annuii e continuai a fumare.
“Beh, è morto da sette anni. E ora ho pensato che il modo migliore fosse tornare in quel posto per vedere se riuscivo a riprendere in mano le cose. Il nome doveva pur valere qualcosa, no? Ma non aveva senso provare a farlo con mezzi insufficienti. Assolutamente nessun senso, Munro. Le persone che andavano da lui erano ricche; volevano vedere una casa elegante e un uomo dall’aspetto rispettabile. Quale possibilità c’era di attirarle in una casa modesta, con una domestica dall’aspetto trasandato alla porta? Così ho fatto. Ho preso la vecchia casa del governatore, quella che non veniva affittata. Proprio quella che lui manteneva spendendo cinquemila sterline all’anno. Ho iniziato con grande sfarzo, ma ho speso fino all’ultimo centesimo in mobili. Ma è inutile. Non riesco più a reggere. Ho avuto due incidenti e ho anche un problema epilettico. Venti due sterline, otto pence. Ecco tutto ciò che mi resta!”
“E ora cosa farai?”
“È proprio per questo che volevo il tuo consiglio. È per questo che ti ho scritto. Ho sempre rispettato il tuo parere, ragazzo. E pensavo che adesso fosse il momento giusto per chiederlo.”
Mi resi conto che se me lo avesse chiesto nove mesi prima, forse avrebbe avuto più senso. Cosa potevo fare, di fronte a una situazione così complicata? Tuttavia, non potei fare a meno di sentirmi lusingato dal fatto che un uomo indipendente come Cullingworth si fosse rivolto a me in quel modo.
“Pensi davvero,” dissi, “che non abbia senso continuare qui?”
Lui balzò in piedi e iniziò a camminare avanti e indietro nella stanza, con i suoi passi rapidi e scattanti.
“Prendi atto di questo consiglio, Munro,” disse lui. “Devi cominciare subito. Segui il mio suggerimento: vai in un posto dove nessuno ti conosca. La gente è disposta a fidarsi facilmente di uno sconosciuto; ma se si ricorda di te come di un ragazzino che correva in giro in pantaloncini corti e veniva punito con una spazzola per aver rubato prugne, non metterà mai la sua vita nelle tue mani. Parlare di amicizia e legami familiari è tutto bello; ma quando un uomo ha problemi seri, a quelle cose non ci pensa nemmeno. Io lo scriverei in oro, affiggerei cartelli in ogni aula universitaria, lo scolpirei persino sul cancello dell’università: se uno vuole avere amici, deve cercarli tra gli sconosciuti. È tutto qui, Munro, quindi non ha senso che tu mi consigli di resistere.”
Gli chiesi quanto doveva. La somma ammontava a circa settecento sterline; solo l’affitto costava duecento. Aveva già raccolto del denaro per il mobilio, ma i suoi beni in totale valevano meno di dieci sterline. Ovviamente, c’era un solo consiglio che potessi dargli.
“Dovete riunire i vostri creditori,” dissi; “possono vedere da soli che siete giovani ed energici, sicuramente riuscirete prima o poi. Se ora vi mettono alle strette, non otterranno nulla. Fatelo capire chiaramente a loro. Ma se inizierete da capo altrove e avrete successo, potrete pagare tutti i vostri debiti in un colpo solo. Non vedo alcun altro modo per uscire da questa situazione.”
“Sapevo che avreste detto questo, ed è esattamente ciò che pensavo anch’io. Non è vero, Hetty? Bene, allora la questione è risolta. Vi sono molto grato per il vostro consiglio, e non ne parleremo più stasera. Ho provato, e ho fallito. La prossima volta ci riuscirò, e non passerà molto tempo.”
Il suo fallimento non sembrava pesargli troppo sulla coscienza; pochi minuti dopo stava già gridando allegramente come al solito. Fu portato del whiskey e dell’acqua calda, per brindare insieme alla nostra prossima impresa.
E questo whisky ci portò a qualcosa che avrebbe potuto rivelarsi una situazione complicata. Cullingworth, dopo aver bevuto un paio di bicchieri, aspettò che sua moglie lasciasse la stanza e poi iniziò a parlare delle difficoltà legate all’attività fisica, visto che doveva passare tutto il giorno ad aspettare i pazienti. Questo ci portò a discutere dei modi in cui un uomo potesse fare esercizio in casa, e così arrivammo al pugilato. Cullingworth tirò fuori un paio di guanti da un armadio e propose di combattere una o due riprese lì stesso.
Se non fossi stato uno sciocco, Bertie, non avrei mai accettato. È una delle mie molte debolezze: che si tratti di una donna o di un uomo, qualsiasi sfida mi spinge ad agire. Ma conoscevo bene i comportamenti di Cullingworth, e ti avevo già detto quanto fosse mite di carattere. Comunque sia, spostammo il tavolo da parte, posizionammo la lampada su un supporto alto e ci mettemmo uno di fronte all’altro per combattere.
Non appena lo guardai in faccia, capii che aveva intenzioni poco lecite. Nei suoi occhi c’era un luccichio di malizia. Credo che fosse il mio rifiuto di sostenere il suo articolo a tormentarlo. Comunque, sembrava davvero pericoloso: con il viso corrucciato, le mani vicino ai fianchi (dato che il pugilato, come tutto in lui, non seguiva regole convenzionali), e la mascella contratta.
Iniziai io l’attacco, ma lui rispose colpendo con entrambe le mani e grugnendo a ogni pugno. Da quello che vedevo, non era affatto un pugile professionista, ma solo un combattente robusto e aggressivo. Mi difesi per mezzo minuto, poi fui spinto contro la porta; quasi mi rompevo la testa contro uno dei pannelli. Non si fermò nemmeno allora. Continuò a colpire finché non capì che non avevo più spazio per difendermi. Allora sferrò un destro che avrebbe potuto mandarmi a terra, se solo non fossi riuscito a schivare.
“Senti un po’, Cullingworth,” dissi, “questo non è certo pugilato, ”
“Sì, ho colpito forte, vero?”
“Se continui ad attaccarmi così, ti colpirò di nuovo. Voglio combattere in modo più leggero, se me lo permetti, ”
Non avevo ancora finito di parlare che mi attaccò di nuovo. Lo schivai di nuovo. Ma la stanza era troppo piccola, e lui troppo agile. Non riuscivo a sfuggirgli. Mi colpì di nuovo con un movimento veloce come quello di una ruota a vento. Persi l’equilibrio. Prima che potessi reagire, mi colpì ancora all’orecchio. Inciampai in un piedistallo. E prima che riuscissi a riprendermi, mi colpì di nuovo all’orecchio. La mia testa iniziò a pulsare dolorosamente. Era molto soddisfatto di sé stesso. Si gonfiò il petto e se lo schiaffeggiò con le mani, poi si mise al centro della stanza.
“Dimmi quando ne hai abbastanza, Munro, ” disse.
Era davvero una situazione difficile. Considerando che ero più alto di lui di due pollici, pesavo di più, e inoltre ero un miglior pugile. La sua energia e le dimensioni della stanza mi avevano messo in svantaggio fino ad ora. Ma nel prossimo round non avrebbe avuto tutta la meglio.
Attaccò di nuovo con uno dei suoi movimenti veloci. Questa volta però ero attento. Lo colpii al naso con il mio sinistro, poi, schivando il suo destro, gli sferrai un pugno alla mascella che lo fece cadere a terra. Si rialzò subito, con il viso stravolto dalla rabbia.
“Maiale!” gridò. “Togli quei guanti e alza le mani!” cercava di toglierseli da solo.
“Vai pure, idiota, ” dissi. “Di cosa dovremmo litigare ancora?”
Era furioso. Gettò via i guanti sotto il tavolo.
“Per Dio, Munro, ” gridò, “se non ti togli quei guanti, ti attaccherò comunque, che li indossi o no, ”
“Bevi un bicchiere d’acqua gassata, ” dissi.
Provò ad attaccarmi. “Hai paura di me, Munro. Ecco il problema,” ringhiò.
Stava diventando troppo pericoloso, Bertie. Vedevo tutta l’assurdità della situazione: credevo di poterlo battere, ma allo stesso tempo sapevo che eravamo alla pari, e che entrambi ne saremmo usciti gravemente feriti senza alcun vero motivo. Comunque, mi tolsi i guanti. Forse era davvero la decisione più saggia. Se Cullingworth avesse pensato di avere il sopravvento su di te, probabilmente se ne sarebbe pentito in seguito.
Ma, come destino volle, tutto finì prima ancora che potesse iniziare. In quel momento entrò nella stanza la signora Cullingworth e gridò vedendo suo marito: il suo naso sanguinava e il mento era coperto di sangue. Non mi sorprende che fosse sconvolta.
“James!” gridò; poi si rivolse a me: “Che significa tutto questo, signor Munro?”
Avreste dovuto vedere l’odio nei suoi occhi. Provai un impulso folle di prenderla in braccio e baciarla.
“Stavamo solo facendo un po’ di esercizio, signora Cullingworth,” dissi. “Vostro marito si lamentava di non fare mai abbastanza movimento, ”
“Va tutto bene, Hetty,” disse lui, infilandosi di nuovo il cappotto. “Non essere sciocca. I domestici sono andati a letto? Bene, porta un po’ d’acqua dalla cucina. Siediti, Munro, e accendi di nuovo la tua pipa. Ho molte cose da dirti, ”
E così finì tutto. Il resto della serata trascorse senza problemi. Ma quella piccola moglie mi considererà sempre un bruto e un prepotente. Quanto a Cullingworth, beh, è difficile dire cosa pensi davvero.
La mattina dopo, quando mi svegliai, lui era nella mia stanza. Sembrava davvero buffo: il suo pigiama giaceva su una sedia, e lui stava sollevando un peso di cinquantasei libbre, senza nemmeno un pezzo di stoffa addosso per coprirsi. La natura non gli aveva dato un viso particolarmente simmetrico, né un’espressione dolce. Ma aveva una corporatura da statua greca. Mi divertì notare che entrambi i suoi occhi presentavano delle ombre. Fu lui a sorridere quando mi alzai e vidi che il mio orecchio assomigliava molto a un fungo velenoso. Comunque, quella mattina era di buon umore e chiacchierò con me in modo molto amichevole.
Quel giorno avrei dovuto tornare da mio padre, ma prima di andarmene passai un paio d’ore nell’ufficio di consulenza di Cullingworth. Era nel suo miglior stato e aveva mille idee fantastiche per cui voleva che lo aiutassi. Il suo obiettivo principale era far apparire il proprio nome sui giornali: secondo lui, questo era l’unico modo per avere successo. A me sembrava che confondesse causa ed effetto, ma non discutevo con lui. Ridevo fino a quando non mi facevano male i fianchi per le sue proposte assurde. Dovevo fingere di svenire in mezzo alla strada e essere portato da una folla comprensiva dal dottor Cullingworth, mentre il suo servitore correva a consegnare l’articolo ai giornali. Ma c’era sempre la possibilità che quella stessa folla mi portasse invece dal suo rivale. Dovevo anche fingere di avere attacchi di malattia davanti alla sua porta, per fornire nuovi argomenti ai giornali locali. Poi dovevo morire, e tutta la Scozia avrebbe parlato del modo in cui il dottor Cullingworth di Avonmouth mi aveva resuscitato. La sua mente geniale elaborava mille varianti di questi piani. Ma ciò che gli rovinava completamente l’umore era vedere i pazienti andare dal suo rivale, Scarsdale. Scarsdale aveva un ambulatorio piuttosto affollato e riceveva le persone a casa sua dalle dieci alle dodici. Così mi ero abituato a veder uscire Cullingworth di corsa dalla sua sedia, dirigendosi furiosamente verso la finestra. Diagnosava i casi e stimava il loro valore economico, fino a quando quasi non riusciva più a parlare chiaramente, “Eccolo lì!” urlava all’improvviso. “Vede quell’uomo zoppicante? Ogni mattina va da Scarsdale. Cartilagine semilunare danneggiata. Ci vorranno tre mesi per curarlo. Quell’uomo guadagna soltanto trentacinque scellini a settimana. E quella donna con l’artrite reumatica, è di nuovo nella sua sedia da bagno. È tutta pelle di foca e acido lattico. È disgustoso vedere come la gente si affoli intorno a quel tizio. E poi, che tipo di persona è. Non l’ha mai visto, vero? Meglio per lei. Non capisco proprio dove stia il divertimento in tutto questo, ”
Beh, è stata un’esperienza breve quella visita ad Avonmouth, ma penso che me ne ricorderò per tutta la vita. Chissà, probabilmente siete stanchi di sentire parlare di questo argomento, ma quando ho iniziato a descriverlo con tanti dettagli, non sono riuscito a trattenermi. Alla fine sono tornato l’aprile, e Cullingworth mi ha assicurato che avrebbe convocato i suoi creditori come avevo suggerito io e che mi avrebbe informato dei risultati entro pochi giorni. Quando mi sono congedato, la signora C. quasi non mi ha stretto la mano, ma per questo motivo la apprezzo ancora di più. Deve avere molte qualità positive dentro di sé, altrimenti non sarebbe riuscito a conquistare completamente il suo affetto e la sua fiducia. Forse c’è un altro lato di Cullingworth, uno più gentile, più tenero, capace di amare e di essere amato. Se così fosse, probabilmente non ho mai avuto modo di conoscerlo davvero. Ma chissà? Forse nemmeno lui ha mai conosciuto il vero “Johnnie Munro”. Tu invece sì, Bertie. E penso che questa volta ne abbia parlato un po’ troppo, anche se sono proprio le tue risposte comprensive a incoraggiarmi a continuare. Beh, ho fatto del mio meglio. Quindi concludo semplicemente dicendo che sono passati quindici giorni e non ho ricevuto alcuna notizia da Avonmouth, il che, in realtà, non mi sorprende affatto. Se mai dovesse arrivare qualche novità – il che è molto improbabile – potete essere certi che metterò fine a questa lunga storia.
III. CASA, 15 ottobre 1881.
Senza alcuna figura retorica, devo ammettere di provare grande imbarazzo quando penso a te, Bertie. Ti invio lettere lunghissime, piene di dettagli inutili. Eppure, nonostante le tue risposte gentili e la tua simpatia – che merito così poco – ti ignoro completamente per più di sei mesi. Giuro su questa penna che non accadrà più; questa lettera potrà servire a colmare il divario e a farti conoscere le mie miserie. Tra tutte le persone al mondo, solo tu tieni davvero interesse alle mie vicende. Per cominciare con ciò che è più importante: puoi essere certo che ho prestato la massima attenzione a quanto hai detto nella tua ultima lettera riguardo alla religione. Mi dispiace di non averla con me per riferirmici (l’ho prestata a Charlie), ma credo di ricordarne il contenuto. È vero, come dici tu, che un ateo può essere altrettanto bigotto quanto un ortodosso. E che una persona può essere molto dogmatica nel suo opposizione ai dogmi. Tali persone sono i veri nemici del libero pensiero. Se qualcosa potesse convincermi a tradire la mia ragione, sarebbero certamente quelle immagini blasfeme e stupide pubblicate in alcuni giornali agnostici.
Ma ogni movimento ha i suoi seguaci. Siamo come una cometa: luminosa nella parte anteriore, ma con una coda che si disperde nel nulla. Tuttavia, ognuno può esprimersi liberamente. E non credo che le tue accuse mi riguardino. Io sono semplicemente contrario alla bigottia. La considero altrettanto ingiusta quanto la violenza verso i violenti. Quando si pensa all’effetto devastante che la distorsione dell’istinto religioso ha avuto nella storia del mondo, alle guerre crudeli, ai persecuzioni, agli odi familiari, non si può fare a meno di meravigliarsi che la voce comune dell’umanità non abbia mai considerato la bigottia tra i peccati più gravi. È certo vero che né il vaiolo né la peste hanno causato tanta sofferenza all’umanità.
Non posso essere bigotto, caro mio. Dico sinceramente di rispettare ogni buon cattolico e ogni buon protestante. E riconosco che ognuna di queste fedi sia stata uno strumento potente nelle mani di quella Provvidenza misteriosa che governa tutto. Proprio come nella storia si possono trovare effetti positivi derivanti da crimini, anche in religione, sebbene una credenza si basi su concezioni errate del Creatore e dei suoi modi di agire, può comunque essere la scelta migliore per le persone e l’epoca che l’hanno adottata. Ma se è giusto che coloro a cui tale credenza risulta intellettualmente soddisfacente la seguano, allo stesso modo è giusto che coloro a cui non lo è la protestino. Finché, attraverso questo processo, l’intera umanità possa progredire un po’ di più nel suo lento cammino verso il progresso.
Il cattolicesimo è più completo; il protestantesimo, invece, più razionale. Il protestantesimo si adatta alla civiltà moderna, mentre il cattolicesimo pretende che sia la civiltà ad adattarsi a esso. Le persone passano da un “grande ramo” all’altro, credendo di aver compiuto grandi cambiamenti, quando in realtà l’albero principale è marcio sotto di loro, e entrambi i rami, nella loro forma attuale, finiranno inevitabilmente per distruggersi insieme. Il movimento del pensiero umano, sebbene lento, va comunque verso la verità; le varie religioni che l’uomo abbandona lungo il suo cammino (ognuna ammirevole nel proprio tempo) servono, come boe gettate da una nave in viaggio, a indicare la direzione e la velocità del suo progresso. Ma come posso sapere cosa sia la verità? Non lo so. Tuttavia so molto bene cosa non è. E sicuramente questo rappresenta già un grande traguardo. Non è vero che quella Grande Mente che ha pianificato tutto possa provare gelosia, vendetta, crudeltà o ingiustizia: queste sono qualità umane; quindi il libro che le attribuisce all’Infinito deve anch’esso essere di origine umana. Non è vero che le leggi della Natura siano state capricciosamente alterate, che i serpenti parlino, che le donne si trasformino in sale, che bastoni possano estrarre acqua dalle rocce. Onestamente, se queste cose ci venissero raccontate per la prima volta da adulti, le considereremmo ridicole. Non è vero che la Fonte di tutto il buon senso debba punire un intero popolo per un peccato veniale commesso da una persona morta da tempo, aggiungendo poi ulteriore ingiustizia caricando tutta la colpa su un innocente capro espiatorio. Non vedete forse tutta questa mancanza di giustizia e logica, per non parlare di misericordia, in una concezione del genere? Bertie, come puoi ignorarlo? Allontana per un momento i tuoi occhi dai dettagli e guarda questa idea fondamentale della fede dominante. È davvero coerente con saggezza e misericordia infinite? Se no, cosa ne diventano i dogmi, i sacramenti, l’intero sistema basato su queste premesse errate? Coraggio, amico mio: al momento giusto tutto verrà abbandonato, proprio come una persona che diventa più forte smette di usare il bastone che in passato le è stato di grande aiuto. Ma i suoi cambiamenti non finiranno lì: ciò che oggi sembra impossibile diventerà inevitabile. Non esiste nulla di definitivo. Non può esserci, visto che si tratta dell’Infinito. Tutto ciò che oggi vi sembra troppo avanzato, tra mille anni potrebbe apparire retrattista e conservatore.
Poiché sto parlando di questo argomento, posso aggiungere ancora qualcosa senza annoiarvi? Dite che critiche come la mia siano soltanto distruttive e che non abbia nulla da offrire al posto di ciò che distruggo. Ma questo non è del tutto vero. Credo che esistano alcune verità fondamentali a nostra disposizione, che non richiedono alcuna fede per essere accettate e che siano sufficienti a fornirci una religione pratica, così razionale da attirare gli uomini pensanti verso di sé, anziché allontanarli.
Quando torneremo tutti a queste verità fondamentali e dimostrabili, ci sarà speranza di porre fine alle meschine dispute tra le varie fedi e di includere l’intera umanità in un unico sistema di pensiero.
Quando per la prima volta abbandonai la fede nella quale ero stato educato, provai davvero come se il “cinturone della mia vita” si fosse spezzato. Non esagero dicendo che fossi miserabile e immerso in una totale oscurità spirituale. La giovinezza è troppo piena di energia per permetterlo. Ma ero consapevole di un senso di insoddisfazione, di una costante mancanza di pace interiore, di un vuoto e di una durezza che prima non avevo mai notato nella mia vita. Avevo identificato così strettamente la religione con la Bibbia da non riuscire a concepirle separate. Quando quella base si rivelò falsa, l’intera struttura crollò davanti ai miei occhi. Fu allora che il caro Carlyle venne in mio aiuto; e, in parte grazie a lui, in parte attraverso le mie riflessioni personali, costruii una “piccola capanna” spirituale che da allora mi ha protetto. E che ha anche offerto riparo ad alcuni amici.
La prima cosa importante era comprendere chiaramente che l’esistenza di un Creatore e le indicazioni delle Sue qualità non dipendono affatto dai poeti ebrei, né dalla carta o dall’inchiostro umano. Al contrario, tutti questi tentativi di rappresentarlo in modo distorto finiscono soltanto per umiliarlo, riducendo l’Infinito ai limiti ristretti del pensiero umano. In un’epoca in cui quel pensiero era molto meno spirituale di oggi. Anche le menti più materialistiche dei tempi moderni si ritrarrebbero all’idea di rappresentare la Divinità come qualcuno che ordina esecuzioni di massa o taglia i re a pezzi sugli altari.
Una volta preparato il proprio spirito ad accettare un’idea più elevata (sebbene forse meno concreta) della Divinità, si può procedere a studiarla attraverso le Sue opere, che non possono essere falsificate o manipolate. La natura è la vera rivelazione della Divinità all’uomo. Il campo più vicino a noi è proprio quella pagina ispirata dalla quale possiamo leggere tutto ciò che abbiamo bisogno di sapere.
La saggezza, il potere e i mezzi direzionati verso un fine sono presenti in tutto il disegno della Natura. Quale altra prova vogliamo dunque da un libro? Se l’uomo che osserva le innumerevoli stelle e vede come queste e i loro satelliti si muovano con dignità attraverso il cielo, ognuno seguendo la propria orbita senza interferire con gli altri – se quest’uomo non riesce a comprendere gli attributi del Creatore senza l’aiuto di un libro come quello di Giobbe, allora la sua visione delle cose va al di là della mia comprensione. E non è solo nelle grandi cose che possiamo osservare questa costante cura da parte di una forza intelligente: nulla è troppo piccolo per essere oggetto di tale attenzione. Vediamo il minuscolo proboscide dell’insetto adattato con precisione al calice del fiore, ogni singola peluria e ghiandola con la loro funzione specifica. Che queste strutture siano il risultato di una creazione speciale o di un processo evolutivo non ha importanza: sappiamo che sono nate attraverso l’evoluzione, ma questo ci dice soltanto quale sia la legge alla base di tale fenomeno, non ne spiega il motivo.
Ma se questa forza ha curato con tanta attenzione l’ape, fornendole il sacco del miele e gli strumenti necessari per raccogliere il nettare, e il semplice seme, dotandolo di migliaia di meccanismi che lo aiutano a raggiungere un terreno adatto, allora come possiamo pensare che noi, il prodotto più elevato di tutta questa evoluzione, veniamo trascurati? È assolutamente impossibile. Quest’idea è incompatibile con il disegno della creazione così come lo vediamo. Ripeto: non c’è bisogno di alcuna fede per essere certi dell’esistenza di una Provvidenza attenta e misericordiosa.
E con questa certezza, abbiamo sicuramente tutto ciò che è necessario per una vera religione. Qualunque cosa accada dopo la morte, i nostri doveri sono chiaramente definiti in questa vita; lo standard etico di tutte le credenze concorda al punto che non dovrebbero esserci differenze su questo tema. L’ultima riforma ha semplificato il Cattolicesimo; quella futura semplificherà il Protestantesimo. E quando il mondo sarà pronto, ne arriverà un’altra per semplificare ancora di più le credenze umane. Il cervello umano, in continua evoluzione, ci fornirà sempre nuove e più ampie concezioni della realtà. Non è forse glorioso pensare che l’evoluzione sia ancora attiva oggi? Se abbiamo un antenato nell’ape antropoide, forse i nostri discendenti avranno angeli come antenati.
Beh, onestamente non intendevo affatto causarti tutti questi problemi, Bertie. Pensavo di riuscire a spiegare chiaramente la mia situazione in poche righe. Ma vedi come un argomento possa portare a un altro. Anche ora lascio molte cose inespresse; so con certezza cosa dirai tu: “Se si può attribuire una provvidenza divina alle cose positive della natura, che ne pensi delle cose negative?” È proprio quello che dirai. Basta dire che io tendo a negare l’esistenza del male. Non dirò più nulla sull’argomento; ma se tu ne parlerai di nuovo, sarà solo a tua responsabilità. Ricorderai che quando ho scritto l’ultima volta ero appena tornato da una visita ai Cullingworth ad Avonmouth, e lui aveva promesso di informarmi sui passi che avrebbe intrapreso per placare i suoi creditori. Come previsto, da allora non ho ricevuto alcuna notizia da lui. Ma in modo indiretto ho appreso cosa era successo. Secondo quanto mi è stato raccontato, e che potrebbe essere stato esagerato, Cullingworth ha fatto esattamente ciò che gli avevo consigliato: ha radunato tutti i suoi creditori e li ha informati dettagliatamente sulla sua situazione. Le persone buone sono state così commosse dal racconto di un uomo onesto che lotta contro le avversità, che alcune di loro hanno pianto. Non solo c’è stata piena unanimità nel decidere di rinviare il pagamento dei debiti, ma alcuni hanno persino proposto di contribuire immediatamente per aiutarlo. So che ha lasciato Avonmouth, ma nessuno sa cosa ne sia stato. Si suppone generalmente che sia andato in Inghilterra. È un tipo strano. Ma gli auguro buona fortuna ovunque vada. Tornato a casa, ho ripreso la routine dello studio legale di mio padre, aspettando che succedesse qualcosa. E per sei mesi ho dovuto attendere. Sessi mesi interminabili. Non posso chiedere soldi a mio padre. O, almeno, non riesco a convincermi a prendere anche solo un penny in più dei suoi. So quanto sia difficile per lui mantenere il tetto sopra la nostra testa e pagare il cavallo e la carrozza necessari al suo lavoro. Che spregevole è quel funzionario fiscale che ci estorce qualche sterlina sostenendo che si tratti di un lusso! Possiamo solo continuare ad andare avanti. E non vorrei che per colpa mia lui diventasse anche solo di una sterlina più povero. Ma capisci, Bertie, quanto sia umiliante per un uomo della mia età dover vivere senza un soldo in tasca. Mi influisce in tanti modi insignificanti. Un poveruomo potrebbe farmi un favore, e io devo sembrare scortese ai suoi occhi. Potrei voler regalare un fiore a una ragazza, ma devo accontentarmi di apparire poco galante. Non so perché dovrei vergognarmene. Poiché non è colpa mia. E spero di non farlo vedere a nessun altro. Ma a te, caro Bertie, non mi dispiace ammettere che questo mi danneggia terribilmente l’autostima.
Ho spesso pensato perché alcuni di quegli scrittori non provino a descrivere l’interno mondo di un giovane, dall’età della pubertà fino al momento in cui inizia a trovare il proprio equilibrio. Gli uomini amano molto analizzare i sentimenti delle loro eroine, di cui non possono certo conoscere nulla, mentre hanno poco da dire sullo sviluppo interiore dei loro eroi, un’esperienza che invece hanno vissuta personalmente. Vorrei provare anch’io, ma ci vorrebbe mescolare la fantasia, e io non ho mai avuto nemmeno una scintilla di immaginazione. Tuttavia ricordo vividamente ciò che ho vissuto io stesso. All’epoca pensavo (come tutti) che fosse un’esperienza unica; ma da quando ho ascoltato le confidenze dei pazienti di mio padre, sono convinto che sia una situazione molto comune. Quel timore insopportabile, quelle strane crisi di audacia che ne rappresentano la reazione opposta, quel desiderio di un’amicizia profonda, quelle angosie per offese immaginarie, quei dubbi sessuali esagerati, quegli terribili timori causati da malattie inesistenti, tutte queste emozioni le ho provate anch’io, Bertie, proprio come te. E probabilmente anche il primo ragazzo di diciotto anni che vedi dalla tua finestra ne soffre in questo momento.
Ma questa è una digressione. Il fatto è che sono a casa da sei mesi ormai e ne sono stanco; sono invece felice per le nuove opportunità che mi attendono e delle quali dovrò parlarti. L’attività qui, sebbene poco remunerativa, è molto impegnativa: visite di pochi penny e cure costose, quindi sia io che il governatore abbiamo avuto molto da fare. Sai quanto lo ammiiri, ma temo che tra noi non ci sia molta affinità intellettuale. Lui sembra pensare che le mie opinioni su religione e politica, che vengono direttamente dal profondo del mio cuore, siano frutto di indifferenza o di presunzione. Così ho smesso di parlare con lui di argomenti importanti. E anche se fingiamo di ignorarlo, entrambi sappiamo che c’è un muro tra noi. Ora, per quanto riguarda mia madre, ah, ma di lei parlerò in un paragrafo a parte.
Hai conosciuto lei, Bertie! Devi ricordarti del suo viso dolce, della sua bocca sensibile, dei suoi occhi piccoli e miope. Sembrava proprio una graziosa gallina paffuta, sempre all’erta per proteggere le sue “uova”. Ma non puoi nemmeno immaginare quanto significhi per me nella nostra vita domestica: quelle mani così utili, quel cervello così comprensivo. Da quando la conosco, è sempre stata un’unica e straordinaria combinazione di casalinga e donna di lettere, con le caratteristiche tipiche di una signora di alto rango come base per entrambi i ruoli. Sempre una signora, sia che negoziasse con il macellaio, che aiutasse una domestica impacciata o che mescolasse la pappa. Riesco ancora a vederla mentre lo fa, con il mestolo in una mano e il “Revue des Deux Mondes” a pochi centimetri dal suo naso. Quello era sempre il suo libro preferito. Non riesco mai a pensare a lei senza associarla a quella copertina di colore giallo-brunastro. È davvero una donna molto colta; segue attentamente la letteratura francese e inglese, ed è in grado di parlare per ore dei Goncourt, di Flaubert, di Gautier. Eppure lavora sempre sodo. Come faccia a assorbire tutta quella conoscenza rimane un mistero. Legge mentre lavora a maglia, mentre pulisce. Anche mentre allatta i suoi bambini! Abbiamo persino scherzato su questo: una volta, mentre leggeva un passaggio interessante, ha messo un cucchiaio di pane raffermo e latte nella bocca della mia sorella minore, proprio nel momento in cui lei aveva girato la testa! Le sue mani sono consumate dal lavoro. Eppure, dove mai si troverebbe quella donna pigra che abbia letto tanto quanto lei? E poi c’è il suo orgoglio familiare. Un aspetto fondamentale della sua personalità. Sai quanto poco io tenga in considerazione queste cose. Se il nome “Esquire” venisse mai rimosso dalla mia famiglia, non me ne accorgerei nemmeno. Ma, per l’amor del cielo, non potrei mai dirlo a lei! Nel ramo Packenham della nostra famiglia ci sono stati uomini davvero importanti. Ma anche nei rami collaterali, nessun monarca al mondo può vantare un lignaggio più illustre del nostro. I Plantageneti si sono sposati con noi più volte; i Duchi di Bretagna hanno cercato la nostra alleanza. E i Percies di Northumberland si sono intrecciati nella nostra storia gloriosa. Da bambino, lei mi spiegava tutto questo, mentre teneva in una mano lo spazzolino da camino e nell’altra un pugno di cenere. Io ascoltavo, gonfio d’orgoglio. Fino a quando non mi sentivo così compreso nel nostro lignaggio nobile. Ancora oggi, se faccio qualcosa che le piace molto, lei dice semplicemente che sono davvero un vero Packenham. Ma se devio dal percorso giusto, sospira e dice che in alcuni aspetti assomiglio ai Munros.
Era una ragazza di mente aperta e estremamente pratica nei suoi comportamenti quotidiani, anche se spesso lasciava spazio a momenti di romanticismo. Ricordo che un giorno venne a trovarmi in una stazione, proprio mentre il mio treno stava passando; tra quel momento e il nostro incontro successivo trascorsero sei mesi. Parlammo per cinque minuti, con la mia testa fuori dal finestrino del vagone. “Indossa della flanella direttamente sulla pelle, caro ragazzo. E non credere mai nella punizione eterna,” furono le sue ultime parole prima che il treno lasciasse la stazione. Per completare il ritratto di questa donna – che voi sicuramente avete già conosciuto – devo dire che sembra molto giovane e attraente, nonostante sia madre di un bambino piuttosto grande. Un giorno era sul treno e io sulla banchina; il controllore ci disse: “È meglio che vostro marito salga a bordo, altrimenti partiremo senza di lui.” Mentre il treno si muoveva, lei frugava disperatamente nella sua borsa. So per certo che stava cercando una sterlina.
Ah! Che chiacchierona sono stata. E tutto questo solo per arrivare alla frase fondamentale: in questi sei mesi non sarei mai rimasta a casa, se non fosse stato per la compagnia e il sostegno di mia madre. Ora voglio raccontarvi di quello che mi è successo. Immagino che dovrei fare una faccia seria, ma non riesco proprio a trattenere le risate. Ormai vi ho aggiornato quasi completamente sulla mia storia. Quello che sto per dirvi è accaduto soltanto la scorsa settimana. Devo evitare di menzionare i nomi delle persone coinvolte. Per l’amor di Ernulphus, che include ottantaquattro maledizioni minori. Che il nome di chi parla senza rispetto venga maledetto per sempre.
Dovete sapere che in questa città ci sono due signore: una madre e sua figlia. Le chiamerò semplicemente signora Laura Andrews e signorina Laura Andrews. Sono pazienti del governatore e, in un certo senso, sono diventate amiche della famiglia. La madre è gallese, molto attraente nell’aspetto, dignitosa nei modi. E profondamente devota alla Chiesa Anglicana. La figlia è più alta della madre, ma per il resto le somigliano moltissimo. La madre ha trentasei anni, la figlia diciotto. Entrambe sono estremamente affascinanti. Se dovessi scegliere tra loro, beh, tra noi, direi che la madre mi attirerebbe di più. Perché condivido completamente l’opinione di Balzac sulle donne di trent’anni. Tuttavia, il destino ha deciso altrimenti.
Fu il ritorno a casa dopo una festa che per la prima volta ci fece incontrare, Laura ed io. Sai quanto facilmente e improvvisamente possono accadere queste cose: iniziano con scherzi giocosi e finiscono per diventare qualcosa di un po’ più profondo della semplice amicizia. Stringi il braccio sottile che è intrecciato al tuo, osi prendere quella piccola mano guantata, dici addio con lunghi saluti nell’ombra della porta. È tutto innocente e molto interessante: è come vedere un uccellino che prova per la prima volta a spiegare le ali. Più tardi continuerà il suo volo, e tanto meglio sarà stato l’esercizio. Tra di noi non ci furono mai discussioni su eventuali impegni futuri, né alcun sospetto di malintenzioni. Lei sapeva che ero un poveraccio senza mezzi né prospettive, e io sapevo che la volontà di sua madre era legge per lei. Tuttavia ci scambiavamo piccole confidenze, ci incontravamo di tanto in tanto, cercando di rendere le nostre vite più felici, senza rovinare quelle degli altri. Immagino tu stia scuotendo la testa e borbottando, come quel comodo uomo sposato che sei. Che queste relazioni siano molto pericolose. Lo sono, amico mio. Ma a nessuno dei due importava: lei per innocenza, io per imprudenza. Perché fin dall’inizio tutta la colpa era mia.
Beh, le cose erano in questo stato quando una settimana fa arrivò un biglietto per il padre: la serva della signora Andrews era malata e lo chiedeva di venire subito. Il vecchio soffriva un po’ di gotta, quindi indossai il mio abito da lavoro e uscii. Pensavo che forse avrei potuto combinare piacere e lavoro, e parlare un po’ con Laura. Infatti, mentre passavo lungo il vialetto di ghiaia che si snoda verso la porta, guardai attraverso la finestra del salotto. La vidi seduta a dipingere, con le spalle alla luce. Era evidente che non mi aveva sentito. La porta d’ingresso era semiaperta. Quando la spinsi completamente dentro, non c’era nessuno. All’improvviso mi venne voglia di scherzare. Aprii lentamente la porta del salotto, entrai in punta di piedi, mi avvicinai silenziosamente e, baciai Laura sulla nuca. Lei si girò urlando. E era sua madre!
Non so se tu sia mai stato in una situazione così imbarazzante, Bertie. Per me lo fu davvero. Ricordo di aver sorriso mentre mi muovevo silenziosamente sul tappeto. Quella sera non sorrisi più. Ora, ripensandoci, mi viene la pelle d’oca.
Beh, ho fatto davvero la figura del più grande sciocco. All’inizio, quella gentile signora – che, come credo di avervi detto, è molto dignitosa e piuttosto riservata – non riusciva a credere ai propri occhi. Poi, quando ha compreso tutta la gravità della mia azione, si è comportata in modo tale da sembrare la donna più altezzosa e fredda che avessi mai visto. Era davvero come incontrare un frigorifero! Mi ha chiesto cosa avessi notato nel suo comportamento per giustificare una simile offesa. Ovviamente, se avessi cercato di fornire scuse, avrei solo confermato i suoi sospetti e tradito povera Laura; quindi sono rimasto lì, con i capelli dritti in piedi e il cappello in mano, presentando davvero una figura straordinaria. Anzi, anche lei sembrava piuttosto buffa, con la paletta da pittura in una mano e il pennello nell’altra, e un’espressione di totale stupore sul viso. Ho balbettato qualcosa del tipo “spero non le dispiaccia”, il che l’ha fatta arrabbiare ancora di più. “L’unica spiegazione possibile per il suo comportamento, signore, è che sia sotto l’influenza dell’alcol,” ha detto. “Non c’è bisogno di dire che in quelle condizioni non abbiamo bisogno dei servizi di un medico, ” Non ho cercato di farle cambiare idea, perché davvero non ne vedevo altre. Così me ne sono andato, profondamente demoralizzato. Quella sera lei ha scritto una lettera a mio padre al riguardo, e l’uomo è stato molto arrabbiato. Per quanto riguarda mia madre, è ancora più ferma di prima, pronta a dimostrare che povera signora A. era una persona molto astuta, che aveva preparato una trappola per l’innocente Johnnie. Così c’è stata un’enorme lite. E nessuno al mondo ha la minima idea di cosa tutto questo significhi, tranne voi che state leggendo questa lettera. Potete immaginare che questo non abbia certo reso la vita qui più piacevole. Mio padre semplicemente non riesce a perdonarmi. Certo, non mi meraviglio della sua rabbia. Anche io reagirei allo stesso modo. Sembra davvero una grave violazione dell’onore professionale, e un palese disprezzo nei suoi confronti. Se sapesse la verità, capirebbe che si tratta solo di uno stupido scherzo infantile. Ma lui non saprà mai la verità. E ora c’è la possibilità che io ottenga qualcosa da fare. Stasera abbiamo ricevuto una lettera da Christie & Howden, gli editori della Signet, che desiderano incontrarmi per valutare la possibilità di assumermi. Non possiamo immaginare cosa significhi, ma sono pieno di speranze. Domani mattina andrò a trovarli e vi farò sapere il risultato. Addio, mio caro Bertie. La vostra vita scorre tranquillamente, mentre la mia è un vero caos. Eppure vorrei conoscere ogni dettaglio di ciò che vi succede.
IV. CASA, 1° dicembre 1881.
Forse ti sto facendo un torto, Bertie, ma dalle tue ultime parole mi è sembrato che l’espressione libera delle mie opinioni religiose non ti fosse gradita. Sono preparato ad accettare il fatto che tu possa dissentire da me; ma che tu possa opporarti a una discussione libera e onesta su argomenti di cui, più di ogni altra cosa, gli uomini dovrebbero parlare apertamente, beh, devo ammettere che sarebbe deludente. Nel mondo comune, chi ha opinioni non convenzionali si trova in svantaggio: mentre a lui verrebbe considerato molto maleducato imporre le proprie idee, coloro con cui dissente non sono soggetti a tali restrizioni. C’è stato un tempo in cui essere cristiani richiedeva coraggio; oggi, invece, richiede coraggio non esserlo. Ma se dobbiamo metterci una morsa sulla bocca e nascondere i nostri pensieri quando scriviamo confidenzialmente alle persone più care, no, non ci credo. Tu ed io abbiamo condiviso così tante idee insieme, Bertie; quindi scrivimi semplicemente come un buon amico e dimmi che sono uno sciocco. Finché non avrò questa rassicurazione, eviterò di scriverti qualsiasi cosa potrebbe offenderti.
Non ti sembra strano, Bertie, che la follia sia qualcosa di davvero inquietante? È una malattia dell’anima. Pensare che un uomo di nobile animo, pieno di nobili aspirazioni, possa trasformarsi, a causa di un semplice fattore fisico – come la caduta di un frammento osseo dal cranio sulla membrana che ricopre il cervello – in una creatura oscena, dotata di tutti gli attributi più bestiali. Non è forse straordinario che l’individualità di una persona possa cambiare radicalmente, e che una singola vita possa contenere due personalità così contraddittorie?
Mi chiedo: dove si trova l’uomo, l’essenza più profonda e vera dell’uomo? Vedete quante cose si possono togliere da lui senza che ciò influisca sulla sua essenza stessa. Non risiede nelle membra che gli servono come strumenti, né nell’apparato digestivo, né in quello respiratorio. Tutti questi sono soltanto accessori, schiavi di quella forza interiore che governa il suo essere. Allora, dove si trova? Non risiede nemmeno nei tratti del viso che servono a esprimere le sue emozioni, né negli occhi e nelle orecchie che i ciechi e i sordi possono benissimo fare a meno. Né tantomeno nel guscio osseo che costituisce il “scheletro” su cui la natura appoggia il proprio velo di carne. In nessuna di queste cose risiede l’essenza vera dell’uomo. E allora, cosa rimane? Una massa bianca e molliccia, pesante circa cinquanta once, con alcuni filamenti bianchi che ne pendono; assomiglia un po’ alle meduse che galleggiano nei nostri mari estivi. Ma questi filamenti servono soltanto a trasmettere le impulsi nervosi ai muscoli e agli organi che svolgono funzioni secondarie. Quindi possono anche essere ignorati. E non possiamo fermarci qui nella nostra analisi: questa massa centrale di tessuto nervoso può essere ulteriormente ridotta su tutti i lati, prima ancora di arrivare davvero al cuore dell’anima stessa.
I suicidi hanno distrutto le parti anteriori del cervello, e coloro che li hanno compiuti hanno poi vissuto per pentirsene. I chirurghi hanno intervenuto per rimuovere alcune di queste strutture. Gran parte di esse serve semplicemente a garantire i movimenti del corpo e ad assorbire le informazioni sensoriali. Tutto ciò, tuttavia, può essere messo da parte se cerchiamo il luogo fisico in cui risiede quella che chiamiamo anima, la parte spirituale dell’uomo. E allora cosa rimane? Una piccola massa di materia, un insieme di tessuti nervosi. Ma là, da qualche parte, si nasconde quel seme intangibile; il resto del nostro corpo non è altro che il guscio che lo racchiude. Gli antichi filosofi che ritenevano l’anima situata nella ghiandola pineale non avevano ragione, ma in fondo erano molto vicini alla verità.
Troverai che la mia fisiologia è ancora peggiore della mia teologia, Bertie. Ho l’abitudine di raccontare le storie al contrario; il che è del tutto naturale, se si considera che mi siedo sempre a scrivere sotto l’influenza delle ultime impressioni che ho ricevuto. Tutte queste discussioni sulla coscienza e sul cervello derivano semplicemente dal fatto che ho trascorso le ultime settimane con un pazzo. E come sia successo, te lo racconterò il più chiaramente possibile.
Ricorderai che nella mia ultima lettera ti avevo detto quanto fossi diventato irrequieto a casa, e come il mio errore idiota avesse infastidito mio padre, rendendo la mia situazione qui molto scomoda. Poi ho menzionato di aver ricevuto una lettera dagli avvocati Christie & Howden. Beh, mi sono messo il cappello della domenica e mia madre, salita su una sedia, mi ha schiaffeggiato due volte all’orecchio con un pettine, convinta che così avrebbe reso il colletto del mio cappotto più presentabile. Con questo “saluto” sono uscito nel mondo. Mentre lei stava ancora sulle scale, a guardarmi e a augurarmi successo.
Beh, ero piuttosto nervoso quando sono arrivato in ufficio, perché sono una persona molto più ansiosa di quanto qualsiasi mio amico sia disposto ad ammettere. Tuttavia, mi hanno subito fatto entrare da Mr. James Christie: un uomo magro, deciso, con le labbra sottili e un modo di fare brusco; parlava con quella precisione tipica degli scozzesi che dà l’impressione di una mente chiara e lucida.
“Ho saputo dal Professor Maxwell che state cercando un lavoro, Mr. Munro,” disse.
Maxwell aveva detto che mi avrebbe aiutato se possibile; ma ricorderete sicuramente che era noto per fare promesse con troppa facilità. Parlo di una persona così com’è realmente: per me è stato un ottimo amico.
“Sarei molto felice di conoscere eventuali opportunità,” risposi.
“Per quanto riguarda le vostre qualifiche mediche, non c’è bisogno di dirlo. Il vostro diploma di laurea in medicina è più che sufficiente. Ma il Professor Maxwell ritiene che siate particolarmente adatti a questa posizione, per motivi fisici. Posso chiedervi quanto pesate?”
“Quattordici stone.”
“E altezza, circa sei piedi, giusto?”
“Esatto.”
“Inoltre, sembra che pratichiate regolarmente ogni tipo di esercizio fisico. Bene, non c’è dubbio che siate proprio la persona adatta per questo incarico. Sarò molto felice di raccomandarvi a Lord Saltire.”
“Dimenticate una cosa, ” dissi. “Non so ancora quali siano le mansioni o le condizioni offerte.”
Lui rise. “È stato un po’ prematuro da parte mia. Ma non credo che ci saranno problemi riguardo a posizione e retribuzione. Avrete sicuramente sentito parlare della tragica sfortuna del nostro cliente, Lord Saltire. No? Per farla breve: suo figlio, l’Hon. James Derwent, erede di tutte le proprietà e unico figlio, è morto per un colpo di sole mentre pescava senza cappello lo scorso luglio. Da allora non si è più ripreso; soffre di una depressione cronica che ogni tanto si trasforma in crisi violente di follia. Suo padre non vuole che venga portato via dal castello di Lochtully, e desidera che un medico rimanga lì a prendersi cura di lui costantemente. La vostra forza fisica sarebbe sicuramente molto utile per controllare quelle crisi. La retribuzione sarà di dodici sterline al mese; dovreste iniziare domani stesso.”
Tornai a casa con il cuore pieno di gioia; sembrava che il marciapiede fosse fatto di cotone sotto i miei piedi. Avevo in tasca soltanto otto penny, e li spendetti tutti per un ottimo sigaro, da festeggiare quell’occasione. Il vecchio Cullingworth aveva sempre avuto una grande stima dei “pazzi”, “Prenditi un pazzo, ragazzo mio! Prenditi un pazzo!” diceva spesso. Quella situazione non solo rappresentava un’opportunità, ma apriva anche nuove possibilità: sembrava che potessi prevedere esattamente ciò che sarebbe accaduto. Ci sarebbero stati problemi di salute nella famiglia, forse il lord stesso o sua moglie. Non ci sarebbe stato tempo per chiedere consigli. Mi avrebbero consultato. Avrei guadagnato la loro fiducia e diventato il loro assistente personale. Mi avrebbero raccomandato ai loro amici ricchi. Tutto sembrava così chiaro. Prima di arrivare a casa, riflettei se valesse la pena rinunciare a una redditizia pratica medica in campagna per accettare quella cattedra che mi veniva offerta.
Mio padre accolse la notizia con filosofia, facendo anche qualche commento sarcastico sul fatto che io e il mio paziente fossimo “perfettamente adatti a farci compagnia a vicenda”. Ma per mia madre fu un momento di gioia, seguito subito dopo da un attacco di panico. Avevo soltanto tre magliette intime; i miei migliori indumenti erano stati mandati a Belfast per essere rinfrescati e riparati; le camicie da notte non erano ancora state confezionate. C’erano una dozzina di quelle difficoltà domestiche di cui gli uomini nemmeno pensano. L’idea che Lady Saltire controllasse i miei vestiti e scoprisse che uno dei miei calzini aveva la suola staccata la tormentava terribilmente. Andammo insieme a fare le compere, e prima della sera lei si rasserenò, ma io avevo già ipotecato il mio primo stipendio. Mentre tornavamo a casa, lei parlava con grande ammirazione delle persone importanti alle cui dipendenze sarei entrato, “In realtà,” disse, “in un certo senso sono anche tuoi parenti. Sei strettamente legato alla famiglia Percy, e anche i Saltire hanno sangue Percy nelle vene. Sono solo una branca minore della famiglia, ma non possiamo negare questo legame, ” Quel pensiero mi fece sudare freddo. Lei addirittura suggerì di scrivere a Lord Saltire per spiegargli la situazione. Durante la serata, più volte sentii lei mormorare compiaciuta che loro fossero soltanto una branca minore della famiglia.
Non sono forse il narratore più lento di tutti? Ma voi mi incoraggiate a continuare, dimostrando un interesse sincero per i dettagli. Comunque, ora procederò un po’ più velocemente. La mattina seguente partii per Lochtully, che, come sapete, si trova nel nord del Perthshire. Dista tre miglia dalla stazione: è una grande casa grigia con guglie, con due torri che sporgono sopra i boschi di abeti, simili alle orecchie di un coniglio che spuntano da un ciuffo d’erba. Mentre ci avvicinavamo alla porta, mi sentii piuttosto solenne. Niente affatto come si dovrebbe sentirsi quando una linea ferroviaria principale “si degrada” a visitare una filiale minore. Appena entrai nell’atrio, comparve un uomo dall’aspetto serio e colto; per via della mia nervosità, stavo per stringergli calorosamente la mano. Fortunatamente lui mi precedette, spiegando di essere il maggiordomo. Mi portò in uno studio piccolo, dove tutto puzzava di vernice e cuoio di marocchino. L’uomo che arrivò poco dopo si rivelò molto meno imponente del suo maggiordomo; anzi, mi sentii subito a mio agio con lui non appena iniziò a parlare. Era un uomo dai capelli grigi, con il viso rosso e tratti marcati; aveva uno sguardo curioso, ma al contempo benevolo. Molto umano, ma anche un po’ volgare. Sua moglie, invece. Era una persona davvero deprimente: pallida, fredda, con il viso squadrato e le palpebre pendule; inoltre, le vene blu delle tempie erano molto evidenti. Mi fece sentire di nuovo a disagio. Tuttavia, ciò che mi interessava di più era vedere il mio paziente. Lord Saltire mi portò nella sua stanza dopo aver bevuto una tazza di tè. La stanza era grande e spoglia, situata alla fine di un lungo corridoio; vicino alla porta c’era un valletto. Sembrava molto sollevato dal mio arrivo. Accanto alla finestra (che era protetta da una griglia di legno, come quelle delle nursery) sedeva un giovane alto, con i capelli e la barba gialli; alzò gli occhi blu, sorpresi, quando entrammo. Stava sfogliando un numero dell’Illustrated London News. “James,” disse Lord Saltire, “questo è il dottor Stark Munro. È venuto a prendersi cura di te.” Il mio paziente mormorò qualcosa tra la barba. A me sembrò che dicesse: “Maledetto dottor Stark Munro, ” Anche il lord sembrava pensarla allo stesso modo, perché mi portò da parte e disse: “Non so se vi abbiano detto che James al momento è un po’ brusco nel suo comportamento. La sua natura è peggiorata molto dopo quell’incidente. Non dovete offendervi per nulla di ciò che potrebbe dire o fare, ” “Assolutamente no,” risposi. “C’è qualcosa del genere anche nella mia moglie. I sintomi di suo zio erano identici. Il dottor Peterson dice che l’insolazione è stata solo la causa scatenante. La predisposizione c’era già, ” “Il valletto sarà sempre nella stanza accanto. Potete chiamarlo se avete bisogno di aiuto,” aggiunse il lord.
Beh, alla fine il signore e il suo servitore se ne andarono, lasciandomi da solo con il mio paziente. Pensai che non dovesse perdere tempo a stabilire un rapporto cordiale con lui, così mi avvicinai al suo divano con una sedia e iniziai a fargli alcune domande sulla sua salute e sulle sue abitudini. Ma non riuscii a ottenere nemmeno una parola in risposta. Se ne stava lì, cupo come un mulo, con un certo sorriso beffardo sul viso attraente, il che mi fece capire chiaramente che aveva sentito tutto ciò che avevo detto. Provai di tutto, ma senza successo; alla fine smisi di cercare di comunicare con lui e iniziai a guardare alcuni giornali illustrati sul tavolo. A quanto pare non sapeva leggere e si accontentava di guardare le immagini. Mentre ero così seduto, con la schiena rivolta verso di lui, fui sorpreso quando sentii qualcosa che mi tirava dolcemente, e vidi una grande mano marrone cercare di infilarsi nella mia tasca del cappotto. Afferrai il polso e mi girai rapidamente, ma ormai era troppo tardi: il mio fazzoletto era già stato preso e nascosto dietro il signor James Derwent, che se ne stava lì a ridere come una scimmia dispettosa.
“Ehi, forse mi serve quel fazzoletto,” dissi, cercando di prendere la cosa alla leggera.
Lui usò parole piuttosto volgari, e fu chiaro che non aveva intenzione di restituirmelo. Decisi quindi di non lasciargli prendere il sopravvento su di me; afferrai di nuovo il fazzoletto, ma lui, con un ringhio, mi prese entrambe le mani. Aveva una presa molto forte, ma riuscii comunque a girargli il polso e a farlo mollare il fazzoletto.
“Che divertimento, ” dissi, fingendo di ridere. “Proviamo ancora. Ora tu prendilo, e vediamo se riesco a riprenderlo.”
Ma lui non aveva più voglia di giocare a quel gioco. Tuttavia sembrava essere di umore migliore rispetto a prima, e rispose brevemente alle mie domande.
Ed è qui che entra in scena il racconto che mi ha spinto a parlare della follia all’inizio di questa lettera. Che cosa meravigliosa! Quest’uomo, da quanto ho potuto capire, è passato improvvisamente da un estremo all’altro: tutto ciò che prima era positivo è diventato negativo. È un altro uomo, ma nella stessa situazione. Mi hanno detto che pochi mesi fa era molto attento nel modo in cui si vestiva e parlava; ora invece è una persona volgare e scortese. Prima aveva un buon gusto letterario, ora, se parli di Shakespeare, ti guarda con disprezzo. La cosa più strana è che prima era un conservatore convinto, ora invece esprime opinioni democratiche in modo offensivo e superfluo. Quando finalmente riuscii a stabilire un rapporto con lui, scoprii che l’unico argomento su cui era disposto a parlare era la politica. In sostanza, devo dire che penso che le sue nuove opinioni siano probabilmente più sensate delle vecchie, ma la follia sta nel suo cambiamento improvviso e irrazionale, e nelle sue espressioni violente e incontrollate.
Trascorsero alcune settimane prima che riuscissi ad ottenere la sua fiducia al punto di poter avere con lui vere e proprie conversazioni. Per molto tempo fu molto cupo e sospettoso, risentito della costante sorveglianza a cui ero sottoposto. Non era possibile allentare questa sorveglianza, poiché era pieno di trucchi davvero dispettosi. Un giorno prese il mio sacchetto del tabacco e ci infilò due once di tabacco dentro la canna lunga di un fucile orientale appeso al muro; poi lo chiuse a fondo con il calcio, e io non riuscii mai più a riaprirlo. Un’altra volta gettò fuori dalla finestra uno spazzolino di terracotta; se non l’avessi fermato, avrebbe anche mandato via l’orologio. Ogni giorno lo portavo a fare una passeggiata di due ore, tranne quando pioveva; in quei casi camminavamo avanti e indietro nella stanza per lo stesso periodo di tempo. Eh, ma era davvero una vita noiosa e monotona!
Avrei dovuto tenerlo d’occhio tutto il giorno, con un intervallo di due ore ogni pomeriggio e la sera libera solo di venerdì. Ma a che serviva avere la sera libera se non c’era nessuna città nelle vicinanze e non avevo amici da visitare? Leggevo molto, poiché Lord Saltire mi permetteva di usare la sua biblioteca; Gibbon mi fece trascorrere alcune settimane davvero incantevoli. Sai l’effetto che ha. Ti sembra di fluttuare serenamente su una nuvola, guardando giù tutte quelle “armate e flotte di pigmei”, con un saggio mentore al tuo fianco che ti sussurra il significato nascosto di tutto quel panorama maestoso.
Di tanto in tanto, il giovane Derwent portava un po’ di eccitazione nella mia noiosa vita. Una volta, mentre camminavamo nel giardino, afferrò improvvisamente una pala da un angolo erboso e si scagliò contro un innocuo giardiniere; l’uomo fuggì urlando per salvarsi la vita, mentre io lo inseguivo imprecando. Alla fine riuscii ad afferrarlo per il colletto; lui gettò via l’arma e scoppiò a ridere. Era solo uno scherzo, niente di serio. Ma quando quel giardiniere ci vide arrivare, scappò via con la faccia bianca come il formaggio cremoso. Di notte, l’assistente dormiva in una brandina ai piedi del letto del paziente; la mia stanza era accanto, quindi potevo essere chiamato se necessario. No, davvero non era una vita molto emozionante!
Noi avevamo l’abitudine di partecipare ai pasti familiari quando non c’erano ospiti; e lì formavamo un curioso quartetto: Jimmy (così lui voleva che lo chiamassi) era cupo e silenzioso; io, con la coda dell’occhio, lo osservavo costantemente; Lady Saltire, con i suoi occhi sprezzanti e le vene bluastre; e il gentile nobiluomo, esigente ma affabile, che tuttavia si comportava sempre in modo piuttosto deferente di fronte a sua moglie. Lei sembrava pensare che un bicchiere di buon vino le farebbe bene, mentre lui pareva trarre vantaggio dall’astinenza; e così, secondo la solita asimmetria della vita, lui beveva liberamente, mentre lei si limitava a bere succo di lime e acqua. Non si può immaginare una donna più ignorante, intollerante e bigotta di lei. Se solo fosse stata contenta di tenere quel suo piccolo cervello in silenzio. Ma non smetteva mai di parlare in modo amaro e esasperante. Che cos’era, in fondo, se non un semplice canale attraverso cui la malattia veniva trasmessa da una generazione all’altra? Era circondata dalla follia su entrambi i lati. Decisi fermamente di evitare qualsiasi discussione con lei; ma lei, con l’intuito tipico delle donne, capì che eravamo completamente diversi e si divertiva a provocarmi. Un giorno iniziò a parlare con grande veemenza del crimine commesso da un ministro di una chiesa episcopale nel celebrare un rito in una cappella presbiteriana. A quanto pare, un ministro vicino aveva fatto lo stesso; e se fosse stato punito severamente, lei non avrebbe potuto esprimere maggiore disprezzo. Immagino che i miei occhi fossero meno sotto controllo della mia lingua, perché all’improvviso mi disse: “Vedo che non sono d’accordo con me, Dottor Munro.” Risposi tranquillamente di no e cercai di cambiare argomento; ma lei non voleva lasciar perdere. “Perché no, potrei chiedervi?” Spiegai che, a mio parere, la tendenza dell’epoca era quella di eliminare quei punti dottrinali ridicoli e inutili che da tanto tempo ostacolavano il progresso delle persone. Aggiunsi che speravo che presto arrivasse il momento in cui uomini buoni di tutte le fedi avrebbero abbandonato queste superstizioni e unito le loro forze. Lei si alzò quasi indignata, senza riuscire a parlare, “Presumo,” disse, “che voi siate uno di quei persone che vogliono separare la Chiesa dallo Stato, ” “Certamente sì,” risposi. Si erse in piedi, con un’aria di fredda furia, e uscì dalla stanza. Jimmy iniziò a ridacchiare, mentre suo padre sembrava perplesso. “Mi dispiace che le mie opinioni possano offendere Lady Saltire,” dissi. “Sì, sì, è un peccato, davvero un peccato,” disse lui, “Beh, dobbiamo dire ciò che pensiamo, ma è davvero un peccato che la pensiate così, ”
Mi aspettavo davvero di essere licenziato a causa di questa faccenda, e in effetti, in un certo senso, ciò è accaduto. Da quel giorno in poi, Lady Saltire fu estremamente scortese con me, non perdendo mai l’occasione per attaccare ciò che riteneva fossero le mie opinioni. Non ho mai dato la minima importanza a queste critiche; ma alla fine, in un giorno particolarmente difficile, lei affrontò l’argomento direttamente, senza lasciarmi scampo. Era appena finito il pranzo, quando il servitore se n’era andato. Lei stava parlando del fatto che Lord Saltire fosse andato a Londra per votare su una questione alla Camera dei Lord.
“Forse,” disse lei, rivolgendosi a me con tono acido, “anche questa è un’instituzione che non ha avuto la fortuna di guadagnarsi il vostro favore.”
“Si tratta di una questione su cui preferirei non discutere affatto, Lady Saltire,” risposi.
“Oh, allora dovreste avere almeno il coraggio delle vostre convinzioni,” disse lei. “Poiché desiderate distruggere la Chiesa Nazionale, è del tutto naturale che vogliate anche sovvertire la Costituzione. Ho sentito dire che un ateo sia sempre un repubblicano radicale.”
Lord Saltire raccolse le rose, desiderando, senza dubbio, porre fine a quella conversazione. Anche io e Jimmy ci alzammo; all’improvviso notai che, invece di dirigersi verso la porta, stava andando da sua madre. Conoscendo i suoi piccoli trucchi, gli passai un braccio sotto il suo e cercai di deviarlo. Tuttavia lei se ne accorse e intervenne.
“Volevi parlarmi, James?”
“Voglio sussurrarti qualcosa all’orecchio, madre.”
“Per favore, non agitarti troppo, signore,” dissi, cercando di trattenerlo ancora una volta. Lady Saltire sollevò le sue aristocratiche sopracciglia.
“Credo, dottor Munro, che stiate esagerando con la vostra autorità, interferendo tra una madre e suo figlio,” disse. “Di cosa si tratta, mio povero caro ragazzo?”
Jimmy si chinò e le sussurrò qualcosa all’orecchio. Il sangue le affluì al viso pallido, e lei si allontanò da lui come se l’avesse offesa gravemente. Jimmy iniziò a ridacchiare.
“È tutta colpa tua, dottor Munro,” gridò furiosamente. “Hai corrotto la mente di mio figlio e lo hai incoraggiato ad insultare sua madre.”
“Mia cara, mia cara, ” disse suo marito in tono rassicurante; io, intanto, portai via Jimmy al piano di sopra. Gli chiesi cosa avesse detto a sua madre, ma ricevetti solo risate in risposta.
Avevo la sensazione che avrei sentito parlare ancora di questa faccenda; e non mi sbagliavo. La sera, Lord Saltire mi chiamò nel suo studio.
“La verità è,” disse, “che Lady Saltire è stata estremamente infastidita e addolorata per quanto è accaduto a pranzo oggi. Ovviamente, potete immaginare che un simile commento proveniente dal proprio figlio l’abbia scioccata molto di più di quanto possa esprimere.”
“Vi assicuro, Lord Saltire,” risposi, “che non ho la minima idea di ciò che sia accaduto tra Lady Saltire e il mio paziente.”
“Beh,” disse lui, “senza entrare nei dettagli, posso dire che ciò che ha sussurrato era un desiderio blasfemo, espresso in modo estremamente volgare, riguardo al futuro di quella Camera Alta a cui ho l’onore di appartenere.”
“Mi dispiace molto,” dissi, “e vi assicuro che non ho mai incoraggiato le sue estreme opinioni politiche, che a mio parere sono solo sintomi della sua malattia.”
“Sono completamente convinto che ciò che dite sia vero,” rispose; “ma Lady Saltire ritiene, purtroppo, che siate stato voi ad instillargli queste idee. Sapete bene quanto possa essere difficile ragionare con una signora. Tuttavia, non ho dubbi che tutto possa essere risolto se vi incontraste con Lady Saltire e le spiegateetevi che ha frainteso le vostre posizioni su questo argomento, e che personalmente siete a favore di un Parlamento Ereditario.”
Mi trovavo in una situazione difficile, Bertie. Ma decisi immediatamente. Fin dalla prima frase che avevo letto, avevo intuito che la mia destituzione fosse inevitabile, da ogni suo sguardo ansioso e preoccupato.
“Temo,” dissi, “che questo vada oltre ciò che sono disposto a fare. Ritenendo che da alcune settimane esista una certa tensione tra Lady Saltire e me, forse sarebbe meglio che mi dimettessi dal ruolo che ricopro nella vostra casa. Tuttavia, sarò felice di rimanere qui finché non avrete trovato qualcuno per sostituirmi.”
“Beh, mi dispiace che sia arrivato a questo punto, ma forse hai ragione,” disse lui, con un’espressione di sollievo; “per quanto riguarda James, non ci dovrebbero essere problemi, perché il dottor Patterson potrebbe venire domani mattina.”
“Allora facciamolo domani mattina,” risposi.
“Molto bene, dottor Munro; mi assicurerò che tu riceva il tuo assegno prima di partire.”
E così finirono tutti i miei bei sogni riguardanti le pratiche aristocratiche e le meravigliose presentazioni. Credo che l’unica persona in tutta la casa a cui dispiacesse per me fosse Jimmy, che sembrava davvero molto triste alla notizia. Tuttavia, il suo dolore non gli impedì di sistemarmi male il nuovo cappello quella mattina, quando partii. Me ne accorsi solo arrivato alla stazione. E devo dire che dovevo avere un aspetto davvero poco dignitoso in quel momento.
Ecco come finisce la storia di un fallimento. Come sapete, sono incline al fatalismo e non credo che esista qualcosa come il caso; quindi devo pensare che questa esperienza mi sia stata data per qualche motivo preciso. Forse era solo una sorta di preparazione per una “grande gara” futura. Mia madre è rimasta delusa, ma ha cercato di non farlo vedere. Mio padre, invece, si è mostrato un po’ sarcastico al riguardo. Temo che il divario tra noi stia aumentando. A proposito, durante la mia assenza è arrivata una lettera straordinaria da Cullingworth: “Tu sei il mio uomo”, diceva; “ricorda che ti avrò quando ne avrò bisogno”. Non c’era data né indirizzo, ma il timbro postale indicava Bradfield, nel nord dell’Inghilterra. Significa nulla? O forse significa tutto? Dobbiamo aspettare e vedere. Addio, vecchio mio. Raccontami anche tu in dettaglio cosa ti è successo. Com’è andata a finire quella faccenda con Rattray?
V. MERTON NEI BOSCHI, 5 marzo 1882.
Caro mio, sono stato davvero molto felice di ricevere la tua assicurazione che nulla di ciò che ho detto o potrei dire sull’argomento della religione possa offenderti. È difficile esprimere quanto fossi contento e sollevato dalla tua lettera cordiale. Non ho nessuno con cui parlare di queste cose; tutto mi spinge verso l’interno, e i pensieri diventano amari quando si lasciano stagnare in questo modo. È meraviglioso poter condividere tutto ciò con un ascoltatore comprensivo. E ancora più bello se quest’ultimo considera le cose da un altro punto di vista: ciò aiuta a mantenere la lucidità e la sobrietà.
Coloro che amo di più sono proprio quelli che hanno meno comprensione per le mie difficoltà. Parlano di fede, come se si potesse semplicemente decidere di averla con un atto di volontà. Potrebbero benissimo dirmi di avere i capelli neri invece di rossi. Forse potrei fingere di averla rifiutando completamente di usare la ragione in questioni religiose. Ma non tradirò mai ciò che Dio mi ha dato di più prezioso: userò sempre la mia ragione. È più morale usarla anche se si sbaglia, piuttosto che rinunciarvi e avere ragione. È solo un piccolo strumento, ma devo usarlo per misurare l’Everest. Ed è tutto ciò che ho; non lo abbandonerò mai, finché avrò respiro.
Con tutto il mio rispetto, Bertie. È molto facile essere ortodossi. Un uomo che desideri pace mentale e successo materiale in questo mondo sicuramente sceglierebbe di esserlo. Come dice Smiles: “Un pesce morto può galleggiare con la corrente, ma un uomo deve nuotare contro di essa, ” C’è qualcosa di più nobile del messaggio fondamentale del Cristianesimo? Quanto è bello il progresso di un’idea, come un fiore dolce che sboccia tra rovine e ceneri. Ma ahimè, dire che questa idea sia l’unica vera risposta, che questo modo di pensare sia superiore alla ragione stessa, che questo “filosofo gentile” sia quell’intelligenza suprema a cui non possiamo nemmeno pensare senza sentirci irrispettosi. Tutto ciò finirà per essere considerato una delle più strane illusioni dell’umanità. E poi, quanto è offuscata ormai quella splendida alba del Cristianesimo! I suoi rappresentanti sono passati dal letame alla regalità, dalla barca da pesca al Parlamento. Anche quel vecchio potente nel Vaticano, con i suoi tesori d’arte, le sue guardie e i suoi vini pregiati, non è certo in una posizione più logica. Sono tutti uomini buoni e talentuosi. E sul mercato del cervello, forse valgono davvero quanto guadagnano. Ma come possono permettersi di fingere di rappresentare una fede che, secondo le loro stesse spiegazioni, si basa sull’umiltà, sulla povertà e sulla rinuncia? Nessuno di loro esiterebbe a citare con approvazione la parabola del “Giovane Invitato”. Ma provate solo a togliere uno di loro dalla sua posizione privilegiata in una cerimonia ufficiale. È successo poco tempo fa con un Cardinale. L’Inghilterra intera si è riempita delle sue proteste. Come possiamo essere così ciechi da non vedere che, se solo decidessero di accettare apertamente la posizione più umile come simbolo del loro maestro, salirebbero immediatamente al primo posto vero e proprio?
Vedrai dall’indirizzo di questa lettera, Bertie, che ho lasciato la Scozia e mi trovo ora nel Yorkshire. Sono qui da tre mesi e ora sto per partire in circostanze molto strane e con prospettive piuttosto incerte. Il buon vecchio Cullingworth si è rivelato davvero utile, come sapevo che avrebbe fatto. Ma, come al solito, inizio dal punto sbagliato; comunque, ecco un riassunto di ciò che è accaduto. Ti avevo raccontato della mia folle avventura e del mio ignominioso ritorno dal castello di Lochtully. Dopo aver accettato i gilet di flanella ordinati generosamente da mia madre, mi erano rimasti soltanto cinque sterline del mio stipendio. Con queste, poiché era il primo denaro che guadagnavo in vita mia, le comprai un braccialetto d’oro. Ma subito dopo tornai nella mia solita condizione di povertà. Almeno però sapevo di aver guadagnato qualcosa. Questo mi dava la speranza di poterlo fare di nuovo. Non ero ancora a casa da molti giorni quando, una mattina dopo colazione, mio padre mi chiamò nello studio e parlò molto seriamente della nostra situazione finanziaria. Iniziò slacciandosi il gilet e chiedendomi di ascoltare nella sua zona intercostale, a due pollici dalla linea sternale sinistra. Sentii un forte rumore, segno evidente di una malattia cardiaca. “È una condizione cronica,” disse lui, “ma ultimamente ho notato gonfiore ai piedi e alcuni sintomi renali che indicano che sta peggiorando.” Cercai di esprimere il mio dolore e la mia solidarietà, ma mi interruppe con asprezza. “Il punto è,” disse, “che nessuna compagnia assicurativa accetterebbe la mia polizza. E a causa della concorrenza e degli aumentati costi, non sono riuscito a risparmiare nulla. Se dovesse morire presto (il che, tra noi, non è affatto improbabile), tua madre e i bambini rimarrebbero affidati a te. La mia attività professionale è così strettamente legata a me stesso che non posso sperare di lasciarti abbastanza denaro per garantirne il sostentamento.” Pensai al consiglio di Cullingworth: “Credo che, lontano da qui, le mie possibilità siano maggiori, ”
“Allora non devi perdere tempo ad affermarti,” disse lui. “La tua posizione sarebbe di grande responsabilità se mi fosse successo qualcosa proprio ora. Speravo che avessi trovato un’ottima opportunità con i Saltires; ma temo che non sia facile farsi strada nel mondo, ragazzo mio, se offendi le opinioni religiose e politiche del tuo datore di lavoro proprio a tavola sua.”
Non era il momento per discutere, quindi non dissi nulla. Mio padre prese un esemplare della “Lancet” dal suo scrivanoio e mostrò un annuncio che aveva segnato con la matita blu. “Leggi questo!” disse.
Lo ho ancora davanti a me mentre scrivo: “Assistente qualificato. Richiesto immediatamente in una grande clinica medica e in una miniera. Conoscenze approfondite in ostetricia e farmacia indispensabili. Bisogna saper guidare. 70 sterline all’anno. Presentarsi al dottor Horton Merton nelle Moors, Yorkshire.”
“Potrebbe esserci un’opportunità lì,” disse lui. “Conosco Horton e sono convinto di poterti far ottenere il posto. Almeno ti darebbe l’occasione di vedere se c’è qualche vacanza disponibile. Che ne pensi?”
Ovviamente potevo solo rispondere che ero disposto a provare qualsiasi cosa. Ma quell’incontro mi ha lasciato un segno profondo: una cupa tristezza costante nel profondo della mia anima, di cui sono consapevole anche quando il motivo originale è per un momento uscito dai miei pensieri.
Avevo già avuto abbastanza motivi per preoccuparmi in passato, quando dovevo affrontare il mondo senza soldi né appoggi. Ma ora, pensare a mia madre, alle mie sorelle e al piccolo Paul che dipendono da me, è un incubo. C’è qualcosa di più terribile nella vita di dover assistere le persone che ami mentre non siamo in grado di aiutarle? Forse non arriverà mai a quel punto. Forse mio padre riuscirà a resistere per molti anni. Comunque sia, devo credere che tutto avvenga per il meglio; anche se il bene sembra lontano migliaia di chilometri e noi possiamo vedere solo una piccola parte della realtà, serve comunque fidarsi dei principi fondamentali della vita per superare le difficoltà.
Beh, tutto fu sistemato; e così scesi in Yorkshire. Non ero nel miglior umore quando iniziai il viaggio, Bertie. Ma man mano che mi avvicinavo alla mia destinazione, il mio spirito si rallegrò sempre di più. Come possano le persone vivere in posti del genere. Non riesco proprio a capirlo. Cosa può offrire la vita per compensare queste distruzioni del volto della Natura? Nessun bosco, pochissima erba, camini fumanti, ruscelli di colore grigio scuro, cumuli di carbone e scorie. In cima a tutto, le grandi ruote e le pompe delle miniere. Sentieri pieni di cenere, neri come se fossero macchiati dai minatori stanchi che vi camminano sopra. Percorsi che portano attraverso campi anneriti fino alle file di casette impregnate di fumo. Come può un giovane scapolo accettare una vita del genere, quando esistono opportunità nella marina o a bordo delle navi mercantili? Quanti soldi a settimana vale il respiro dell’oceano? Mi sembra che, se fossi povero, beh, giuro su Dio, quel “se” è davvero buffo. Pensando che molti degli abitanti di quelle casette fumose guadagnano il doppio del mio stipendio con la metà delle mie spese.
Beh, come ho detto, il mio umore continuava ad abbassarsi. Fino a quando, attraverso l’oscurità che si addensava, vidi scritto “Merton” sulle luci di una stazione desolata. Scesi dal treno e aspettavo un facchino vicino al mio bagaglio. Quando arrivò un uomo dall’aspetto allegro, mi chiese se fossi il dottor Stark Munro. “Sono Horton,” dissi, stringendogli la mano cordialmente.
In quel luogo malinconico, la sua presenza fu come un fuoco in una notte gelida. Era vestito con eleganza: pantaloni a quadri, gilet bianco, un fiore all’occhiello. Ma il suo aspetto mi colpì profondamente. Aveva il viso rosso, occhi scuri, una corporatura robusta e un sorriso sincero e cordiale. Quando ci stringemmo la mano in quella stazione fumosa e sporca, sentii di aver incontrato un vero amico.
Il suo carrociolo lo aspettava; andammo subito a casa sua, The Myrtles. Fui immediatamente presentato alla sua famiglia e al suo studio medico. La sua famiglia è piccola. Ma il suo studio medico è enorme. Sua moglie è morta; ma sua madre, la signora White, si occupa della casa per lui. Ci sono anche due adorabili bambine, di circa cinque e sette anni. Inoltre, c’è un assistente giovane, uno studente irlandese. Insieme alle tre cameriere, al cocchiere e al ragazzo di stalla, formano tutto lo staff della casa. Quando vi dico che usiamo quattro cavalli soltanto perché sono sufficienti per il nostro lavoro, potrete immaginare quanto sia vasto il nostro giro d’affari.
La casa è grande, fatta di mattoni quadrati, situata in un terreno privato, su una piccola collina, in mezzo a campi verdi. Ma oltre quel limite, da tutte le parti, il velo di fumo avvolge la regione. Le pompe delle miniere e i camini fumanti si ergono ovunque. Sarebbe un posto terribile per una persona pigra. Ma noi siamo tutti così impegnati che quasi non abbiamo il tempo di pensare se ci sia o meno una vista piacevole intorno a noi.
Lavoriamo giorno e notte. Eppure questi tre mesi sono stati davvero piacevoli da ricordare.
Vi darò un’idea di come sia una giornata di lavoro. Facciamo colazione verso le nove, e subito dopo iniziano ad arrivare i pazienti del mattino. Molti di loro sono persone molto povere, appartenenti a questi club dei minatori: il principio di tali club è che i membri paghino poco più di mezzo penny a settimana, tutto l’anno, sia che stiano bene o male, in cambio di medicine e cure gratuite. “Non sembra un gran guadagno per i medici”, direste voi, ma è sorprendente la concorrenza tra di loro per ottenere questi appuntamenti. Dopotutto, si tratta di un lavoro sicuro, e inoltre porta a piccoli guadagni aggiuntivi. Non ho dubbi che Horton guadagni cinque o seicento sterline all’anno solo da questi club. D’altra parte, i pazienti dei club, poiché comunque pagano lo stesso importo, non aspettano che la loro malattia peggiori prima di recarsi in ambulatorio. Verso le nove e mezza siamo già al lavoro pienamente. Horton visita i pazienti più gravi nell’ambulatorio, io interrogo quelli più poveri nell’atrio d’attesa, mentre McCarthy, l’irlandese, prepara le prescrizioni con tutte le sue forze. Secondo le regole del club, i pazienti devono procurarsi da soli le loro bottiglie e i tappi. Di solito ricordano la bottiglia, ma mai il tappo. “Dovete pagare qualcosa, altrimenti dovete infilare il dito nel collo della bottiglia”, dice McCarthy. Pensano che se la bottiglia è aperta, tutta la potenza del medicinale vada persa, quindi se ne vanno con il dito infilato nel collo della bottiglia. Hanno idee davvero strane riguardo ai medicinali. “È così potente che una cucchiaiata può rimanere ferma al suo interno!”, dice uno di loro. Inoltre, amano avere due bottiglie: una con una soluzione di acido citrico e l’altra con bicarbonato di sodio. Quando il miscuglio inizia a fare schiuma, capiscono che la medicina, ha davvero delle proprietà scientifiche! Questo tipo di lavoro, insieme alle vaccinazioni, ai bendaggi e alle piccole operazioni chirurgiche, ci porta quasi fino all’ora di pranzo. A quel punto ci riuniamo nella stanza di Horton per stabilire l’elenco dei pazienti da visitare. Tutti i nomi dei pazienti in cura sono appuntati su un grande cartello. Ci sediamo intorno con i nostri quaderni aperti e distribuiamo i compiti tra di noi. Quando tutto questo è finito, sono già le undici e mezza. E poi ognuno parte per svolgere il proprio lavoro: Horton in carrozza per visitare gli datori di lavoro; io in una carretta per visitare i dipendenti; McCarthy, con le sue buone gambe irlandesi, per occuparsi di quei casi cronici per cui nemmeno un medico qualificato può fare molto, e per cui nessun medico non qualificato può fare del male.
Beh, tutti noi riprendiamo il lavoro intorno alle due del pomeriggio, quando troviamo la cena pronta per noi. Potremmo aver finito o meno le nostre mansioni; se non abbiamo terminato, ricominciamo subito. Se invece abbiamo finito, Horton detta le sue prescrizioni e si dirige verso il letto, con la sua pipa di argilla nera in bocca. È il fumatore più assiduo che abbia mai incontrato: raccoglie i resti della sua pipa la sera e li fuma il giorno dopo, prima di colazione nel cortile dello stallo. Quando se ne va a riposare, McCarthy ed io continuiamo a preparare le medicine. Ci sono forse cinquanta bottiglie da etichettare, con pillole, unguenti e altro ancora. Solo alle quattro e mezza riusciamo ad averle tutte sistemate sugli scaffali, destinate ai rispettivi malati. Poi abbiamo un’ora di tranquillità: fumiamo, leggiamo o giociamo a carte con il cocchiere nella stanza degli attrezzi. Dopo il tè inizia il lavoro serale: dalle sei alle nove arrivano le persone per prendere le loro medicine, oppure nuovi pazienti che chiedono consigli. Una volta sistemati questi casi, dobbiamo ancora occuparci di quelli più gravi. Intorno alle dieci possiamo finalmente riposare un po’, fumare o giocare a carte. Poi raramente una notte trascorre senza che uno di noi debba recarsi da qualche paziente, per cui potrebbero essere necessarie due ore o anche dieci. Lavoro duro, insomma; ma Horton è davvero un bravo ragazzo e lavora sodo lui stesso, quindi non ci dispiace affatto quello che dobbiamo fare. In casa siamo tutti come fratelli: parliamo solo di cose banali, e i pazienti sono così simili a noi che il lavoro diventa davvero piacevole per tutti.
Sì, Horton è davvero una brava persona: ha un cuore grande, gentile e generoso. Non c’è nulla di meschino in lui. Adora vedere chi lo circonda felice, e la sua figura robusta e il suo viso sorridente contribuiscono molto a rendere tutti felici intorno a lui. La natura lo ha destinato a essere un guaritore: illumina una stanza malata proprio come illuminò la stazione di Merton quando lo vidi per la prima volta. Ma non pensate che sia in qualche modo debole o indulgente: nessuno potrebbe chiedergli qualcosa con maggiore facilità. Ha un temperamento che si infiamma facilmente, ma anche altrettanto facilmente si placa. Un errore nella preparazione delle medicine può scatenare una sua reazione violenta: entra in ambulatorio come una raffica di vento gelido, con il viso rosso, le sopracciglia irrequiete e lo sguardo minaccioso. Batte il registro, fa rumore con le bottiglie, colpisce il bancone. Poi se ne va, lasciando alle sue spalle cinque porte chiuse con forza. Possiamo seguire l’evoluzione del suo umore da quei colpi sempre più deboli. Forse McCarthy ha etichettato sbagliatamente la miscela per la tosse come detergente per gli occhi, o ha inviato una scatola vuota di pillole con l’indicazione di prenderne una ogni quattro ore. Comunque sia, il “ciclone” passa. E al pasto successivo tutto torna alla calma.
I pazienti erano davvero molto cordiali e ospitalieri. Chiunque si sentisse troppo rigido o formalizzato avrebbe potuto venire qui per rilassarsi un po’. Confesso che all’inizio non mi ci abituai subito. Una mattina, uno dei pazienti con una bottiglia sotto il braccio mi chiese se fossi l’aiutante del dottore; gli dissi di andare dal groom nella stalla. Ma presto ci si abitua a questo modo di fare. Non c’è alcuna offesa intenzionale, e perché dovrebbe esserci? Sono persone gentili e generose; se non rispettano la tua professione in senso astratto e addirittura possono ferire la tua dignità, diventeranno comunque molto leali e fedeli a te, se riesci a guadagnarti il loro rispetto. Mi piace persino il tocco delle loro mani unte e annerite.
Un’altra caratteristica di questa zona è che molti dei produttori e proprietari di miniere provengono dai lavoratori e, in alcuni casi, hanno mantenuto i loro vecchi modi di comportarsi e persino il loro vecchio abbigliamento. Un giorno, la suocera di Horton, la signora White, ebbe un terribile mal di testa; poiché tutti noi le volevamo molto bene, cercammo di mantenere il più possibile il silenzio al piano di sotto. Improvvisamente si sentirono dei colpi violenti alla porta; poi una serie continua di battiti, come se un asino legato stesse cercando di rompere la porta. Nonostante i nostri sforzi per mantenere il silenzio, era davvero esasperante. Corsi alla porta e vidi una persona dall’aspetto trasandato che stava proprio per iniziare a bussare di nuovo. “Che cosa sta succedendo?” chiesi. Forse con un po’ troppa enfasi. “Mal di mascella,” rispose lui. “Non c’è bisogno di fare tutto questo rumore,” dissi; “ci sono anche altre persone malate, oltre a lei.” “Se pago il mio denaro, giovanotto, faccio rumore quanto voglio,” replicò. E infatti continuò imperterrito a bussare alla porta. Se non lo avessi accompagnato fuori dall’edificio, avrebbe continuato tutto il mattino. Un’ora dopo, Horton entrò nello studio, seguito da una serie di porte sbattute, “Che cosa è successo con il signor Usher, Munro?” chiese. “Dice che lei si è comportato in modo aggressivo con lui, ” “C’era un paziente qui che continuava a bussare alla porta,” risposi; “temevo che disturbasse la signora White, quindi gli ho fatto smettere, ” Gli occhi di Horton iniziarono a brillare, “Mio ragazzo,” disse, “quel ‘paziente’ di cui parli è l’uomo più ricco di Merton. E rappresenta un ottimo cliente per me, ” Non dubito che abbia placato la sua irritazione raccontandogli qualche storia riguardante la mia umiliazione. Ma da allora non ho più sentito parlare di quell’episodio.
È stato molto positivo per me trovarmi qui, Bertie. Mi ha permesso di entrare in stretto contatto con le classi lavoratrici e di rendermi conto di quanto siano persone meravigliose. Perché solo a causa di un ubriaco che urla tornando a casa una sera di sabato, tendiamo troppo facilmente a trascurare i novantanove bravi uomini e donne che vivono tranquillamente nelle loro case. Non commetterò più quell’errore. La gentilezza dei poveri verso i propri simili ci fa riflettere su noi stessi. E la loro dolce pazienza! State certi: se mai dovesse verificarsi una rivolta popolare, le ingiustizie che l’hanno scatenata devono essere davvero orribili e insostenibili. Penso che gli eccessi della Rivoluzione Francese siano già abbastanza terribili di per sé, ma rappresentino anche un indicatore dei secoli di miseria contro cui quella rivolta fu una protesta disperata. E poi, la saggezza dei poveri! È divertente leggere i giornalisti che parlano dell’ignoranza delle masse: non conoscono nemmeno la data della Magna Charta o chi sposò Giovanni di Gaunt; ma mettete loro davanti un problema concreto e vedrete come, senza mai sbagliare, scelgano sempre la strada giusta. Non sono stati forse loro a far approvare il Reform Bill nonostante l’opposizione della maggior parte delle cosiddette classi colte? Non hanno forse sostenuto il Nord contro il Sud quando quasi tutti i nostri leader si sbagliavano? Quando arriveranno l’arbitrato universale e la repressione del commercio alcolico, non sarà certo grazie alla pressione di queste persone umili che tutto ciò avverrà? Guardano la vita con occhi più chiari e più altruisti. Credo sia un principio fondamentale: per aumentare la saggezza di una nazione, bisogna ridurre i suoi diritti politici. Spesso mi chiedo se esista davvero il male. Se potessimo convincerci sinceramente che non esiste, ci aiuterebbe molto a formulare una religione razionale. Ma non dobbiamo forzare la verità nemmeno per uno scopo del genere. Devo ammettere che alcune forme di vizio, come la crudeltà ad esempio, sono difficili da spiegare. A meno che non si consideri che si tratti di una sopravvivenza degenerata di quella ferocia bellicosa che un tempo poteva essere utile per proteggere la comunità. No, onestamente, non riesco a far quadrare la crudeltà nel mio schema logico. Ma quando scopri che altri mali, che a prima vista sembrano terribili, in realtà portano nel lungo periodo al bene dell’umanità, si può sperare che anche quelli che continuano a lasciarci perplessi possano alla fine rivelarsi utili in qualche modo ancora inspiegabile.
Mi sembra che lo studio della vita da parte del medico confermi i principi morali di ciò che è giusto e sbagliato. Ma se si guarda più attentamente, sorge il dubbio: ciò che può essere considerato un errore per la comunità attuale potrebbe rivelarsi invece vantaggioso per gli interessi delle generazioni future. Questo può sembrare un po’ oscuro; ma chiarirò meglio il mio pensiero dicendo che ritengo che giusto e sbagliato siano entrambi strumenti utilizzati da quelle forze misteriose che plasmano il destino dell’universo, e che entrambi contribuiscano al miglioramento delle cose; tuttavia l’azione di uno è immediata, mentre quella dell’altro più lenta, ma comunque certa. La nostra distinzione tra giusto e sbagliato si basa troppo spesso sulle convenienze immediate della comunità, senza indagare a sufficienza sugli effetti finali. Ho le mie opinioni sui metodi della Natura, anche se mi sembra che sia un po’ come se un coleottero cercasse di dare il suo parere sulla Via Lattea. Comunque, queste opinioni hanno il merito di essere consolanti: se potessimo davvero riconoscere che il peccato serve a uno scopo, e anzi a uno scopo positivo, ciò ridurrebbe in qualche misura la negatività della vita. Mi sembra quindi che la Natura, continuando nel suo percorso di evoluzione, rafforzi la razza in due modi: da un lato migliorando coloro che sono moralmente forti, attraverso una maggiore conoscenza e un’ampia visione religiosa; dall’altro, e non meno importante, eliminando coloro che sono moralmente deboli, attraverso alcolismo e immoralità. Questi fattori rappresentano davvero due delle forze più importanti che contribuiscono al perfezionamento finale della razza. Immagino queste forze come due grandi mani invisibili che si muovono sopra il “giardino della vita” eliminando le erbacce. Viste nel momento presente, queste azioni sembrano solo causare degrado e sofferenza; ma dopo tre generazioni, cosa è successo? La linea di discendenza dei bevitori e degli immorali, sia fisicamente che moralmente indeboliti, è scomparsa o sta comunque per scomparire. Malattie come la tubercolosi e le malattie nervose hanno contribuito ad eliminare quei membri dannosi della razza, migliorandone così la media complessiva. Credo, sulla base di ciò che ho visto della vita, che esista una legge che agisce con sorprendente rapidità: la maggior parte dei bevitori non riesce affatto a riprodursi; e quando questa condizione diventa ereditaria, anche la seconda generazione ne subisce le conseguenze. Non fraintendetemi: non sto dicendo che sia una cosa positiva che in una nazione ci siano molti bevitori. Quello che intendo è che, se in una nazione ci sono molte persone moralmente deboli, allora è necessario che esistano mezzi per controllare queste tendenze negative. La Natura ha i suoi metodi, e l’alcolismo ne è uno. Quando non ci sono più bevitori e individui disonesti, significa che la razza è abbastanza avanzata da non aver più bisogno di tali “mezzi drastici”. Allora, quel Grande Ingegnere che guida il corso dell’universo troverà altri modi per aiutarci a progredire.
Ultimamente ho riflettuto molto su questa questione riguardante l’uso del male e su quanto possente sia questo strumento nelle mani del Creatore. Ieri sera tutto ciò si è improvvisamente concretizzato in un piccolo gruppo di versi. Saltateli pure se vi annoiano. **Con entrambe le mani, ** 1.
Il volere migliore di Dio resisterà alla prova,
e il suo volere peggiore cadrà;
ma sia il migliore che il peggiore,
tutto è ordinato da Lui. 2.
Tutto è buono, se compreso.
(Ah, se solo potessimo capirlo!)
Il bene e il male sono strumenti nelle Sue mani. 3.
La prostituta e l’eremita,
il martire e il libertino.
Lui li plasma con abilità,
secondo il loro ruolo essenziale. 4.
La saggezza guida lo sviluppo delle cose,
perché fioriscano al meglio;
la lussuria distrugge ciò che è debole,
il vino aiuta a mantenere l’equilibrio. 5.
La santità rende il tronco solido nel cuore;
la peste e la febbre fanno sì che tutto cambi continuamente. 6.
Lui diffonde i microbi nei polmoni,
i coaguli di sangue nel cervello.
Con innumerevoli prove seleziona il meglio,
e poi le mette ancora alla prova. 7.
Prova il corpo e la mente,
le sottopone a continue prove.
Se si rompono, le getta via
e le plasma di nuovo. 8.
Soffoca il bambino con il muco.
Lui libera il fermento;
costruisce quel piccolo tubo di calce
che blocca l’arteria.
9.
Lascia che il giovane sognatore immagini
grandi progetti nella sua mente,
fino a quando non sparge lo sporco del fungo
e li distrugge nuovamente.
10.
Conserva il latte che nutre il bambino,
attenua i nervi tormentati;
dona centinaia di gioie sensoriali
laddove poche o nessuna ne sarebbero possibili.
11.
Eppure continua a coltivare la “ramifica del bene”,
dove fioriscono i frutti più belli,
e impugna ancora le “ferrite del male”
per potare e curare il suo albero.
12.
Così leggo queste parole. E mentre cerco
di riscriverle chiaramente,
sento un dito sopra il mio sulla penna.
13.
I miei occhi sono deboli; ciò che ho visto è oscuro.
Ma se sbaglio, il errore è tuo. Altrimenti non sarebbe mai accaduto.
Mi vergogno davvero di essere stato così didattico. Ma è bel pensare che il peccato possa avere uno scopo e contribuire al bene. Mio padre dice che sembro considerare l’universo come mia proprietà, e che non potrò essere felice finché non saprò che tutto va per il meglio. Beh, quando riesco a intravedere la luce dietro le nuvole, provo davvero una grande gioia.
E ora la notizia più importante di tutte, quella che cambierà completamente la mia vita. Secondo voi da chi ho ricevuto una lettera lo scorso martedì? Da Cullingworth, nientemeno. Non aveva né inizio né fine, l’indirizzo era sbagliato e era stata scritta con una penna d’oca molto spessa sul retro di una prescrizione medica. È un vero mistero come sia arrivata fino a me. Ecco cosa c’era scritto:
“Ho iniziato qui a Bradfield lo scorso giugno. Successo straordinario. Il mio metodo potrebbe rivoluzionare la pratica medica. Sto facendo rapidamente fortuna. Ho un’invenzione che vale milioni. A meno che il nostro Ministero della Marina non se ne interessi, il Brasile diventerà la principale potenza navale. Vieni con il prossimo treno non appena riceverai questa lettera. Avrai molto da fare, ”
Ecco tutto il contenuto di questa straordinaria lettera; non aveva alcun nome, il che era certamente logico, visto che nessun altro avrebbe potuto scriverla. Conoscendo Cullingworth così bene come lo conoscevo io, la presi con riserve e dubbi: come poteva aver ottenuto un successo così rapido e completo in una città dove sicuramente era uno sconosciuto? Era incredibile. Eppure doveva esserci della verità in tutto ciò, altrimenti non mi avrebbe invitato ad andare da lui per verificare di persona. Nel complesso, pensai che fosse meglio procedere con estrema cautela; dopotutto ero felice e a mio agio dove mi trovavo, e continuavo a risparmiare un po’ di denaro, nella speranza che in futuro potesse costituire una base per iniziare la mia attività professionale. Al momento avevo solo qualche sterlina da parte, ma forse in un anno o due avrebbe potuto aumentare. Scrissi quindi a Cullingworth, ringraziandolo per essersi ricordato di me e spiegandogli la situazione. Avevo avuto grandi difficoltà a trovare un lavoro, dissi, e ora che ne avevo uno non volevo rinunciarvi. Trascorsero dieci giorni senza alcuna notizia da parte sua. Poi arrivò un telegramma: “Ho ricevuto la tua lettera. Perché non mi definisci subito bugiardo? Ti assicuro che nell’ultimo anno ho curato trentamila pazienti; il mio guadagno reale è stato di oltre quattromila sterline. Tutti vengono da me. Non esiterebbero nemmeno a attraversare la strada per vedere la Regina Vittoria. Puoi avere tutte le visite, tutte le operazioni chirurgiche, tutti i servizi ostetrici che desideri. Garantisco trecento sterline nel primo anno, ” Beh, questa proposta iniziava ad assomigliare davvero a un’opportunità di affari. Così decisi di accettarla e domani mattina partirò per Bradfield con grandi speranze. So quanto tu sia interessato alla personalità di Cullingworth. Come tutti coloro che, anche indirettamente, sono influenzati da lui. Quindi puoi stare certo che ti racconterò tutto nei dettagli su ciò che accadrà tra noi. Non vedo l’ora di rivederlo. E spero che non avremo alcun disaccordo. Addio, vecchio amico. Il mio piede è ormai sul gradino della fortuna. Congratulami!
VI. LA PARATA, BRADFIELD, 7 marzo 1882.
Sono passati soltanto due giorni da quando ti ho scritto, mio caro vecchio amico, eppure mi ritrovo di nuovo pronto a partire. Sono arrivato a Bradfield; ho rivisto il vecchio Cullingworth e ho constatato che tutto ciò che mi aveva raccontato era vero. Sì, per quanto incredibile possa sembrare, quest’uomo straordinario è riuscito davvero a costruire una grande pratica professionale in poco più di un anno. È davvero un uomo notevole, nonostante le sue eccentricità. Bertie, in questa civiltà matura, sembra che non abbia molte possibilità di dimostrare il suo vero potenziale: la legge e le usanze lo ostacolano. È il tipo di persona che, in una rivoluzione francese, emergerebbe sicuramente tra i primi. O se gli si desse il ruolo di imperatore in uno di quei piccoli stati sudamericani, credo che entro dieci anni sarebbe o morto o avrebbe conquistato l’intero continente. Sì. Cullingworth è davvero adatto a lottare per qualcosa di più importante di una semplice pratica medica, e su un palcoscenico molto più ampio di una piccola città provinciale inglese. Quando leggo di Aaron Burr nella tua storia, immagino sempre che sia un uomo simile a Cullingworth.
Ho ricevuto le più affettuose parole di addio da parte di Horton: se fosse stato mio fratello, non avrebbe potuto essere più premuroso. Non avrei mai pensato di potermi affezionare così rapidamente a una persona. Si interessa molto alla mia impresa, e gli scriverò un resoconto dettagliato. Prima di separarci, mi ha regalato una vecchia pipa di schiuma nera che aveva colorato personalmente. L’ultimo possibile segno d’affetto da parte di uno fumatore. È stato piacevole pensare che, se le cose andassero male a Bradfield, avrei sempre Merton dove rifugiarmi. Tuttavia, per quanto la vita lì fosse piacevole e istruttiva, non potevo ignorare il fatto che ci sarebbe voluto un tempo terribilmente lungo prima di riuscire a risparmiare abbastanza denaro per acquistare una quota in una pratica medica. Un tempo probabilmente più lungo di quanto la salute di mio povero padre potesse sopportare. Quel telegramma di Cullingworth, nel quale mi garantiva trecento sterline nel primo anno, mi ha dato speranze di una carriera molto più rapida. Sono sicuro che sarai d’accordo con me: è stato saggio da parte mia andare da lui.
Durante il viaggio verso Bradfield ebbi un’avventura. Nel carro in cui viaggiavo c’era un gruppo di tre persone; diedi loro solo uno sguardo superficiale prima di concentrarmi sul giornale del giorno. C’era una signora anziana, con il viso rossastro, occhiali da vista dorati e un tocco di velluto rosso nel cappello. Con lei c’erano due persone più giovani che supposi fossero suo figlio e sua figlia: la prima era una ragazza tranquilla e gentile, di circa vent’anni, vestita di nero; l’altro un ragazzo basso e robusto, di uno o due anni più grande. Le due donne sedevano una accanto all’altra nell’angolo opposto del carro, mentre il figlio (così supposi) era seduto di fronte a me. Forse avevamo viaggiato per un’ora senza che io prestassi attenzione a questa piccola famiglia, se non per aver sentito qualche loro conversazione. La più giovane, chiamata Winnie, aveva una voce molto dolce e rassicurante; chiamava la madre “mamma”, il che confermava la mia supposizione riguardo al loro rapporto. Mentre continuavo a leggere il mio giornale, fui sorpreso quando il ragazzo di fronte a me mi diede un calcio alle gambe. Spostai le gambe, pensando che fosse stato un incidente, ma subito dopo ne ricevetti un altro, ancora più forte. Lasciai cadere il giornale e, guardandolo, capii immediatamente cosa stava succedendo: il ragazzo aveva iniziato a muovere la gamba spasmodicamente, le mani strette e battute contro il petto, gli occhi rivolti verso l’alto fino a mostrare solo il bordo dell’iride. Mi gettai su di lui, gli aprii il colletto, slacciai il gilet e lo costrinsi a sedersi di nuovo. Uno dei suoi tacchi finì fuori dalla finestra del carro, ma riuscii a sedermi sulle sue ginocchia tenendogli ferme le mani. “Non allarmatevi!”, gridai. “È epilessia, passerà presto!” Alzando lo sguardo, vidi che la ragazza sedeva nell’angolo, pallida e silenziosa. La madre aveva tirato fuori una bottiglia dalla borsa e si stava occupando di lui con calma e competenza. “Spesso gli succede”, disse. “Questo è bromuro.” “Sta riprendendosi”, risposi. “Voi badate a Winnie.” Lo dissi d’impulso, perché la ragazza sembrava sul punto di svenire; ma subito dopo ci rendemmo conto dell’assurdità della situazione e la madre scoppiò a ridere, seguita dalla figlia e da me. Il ragazzo aveva aperto gli occhi e smesso di lottare. “Devo davvero scusarmi”, dissi mentre lo aiutavo ad alzarsi. “Non conoscevo il vostro nome e ero così di fretta che non ho avuto il tempo di pensare a quello che stavo dicendo.”
Era quasi le sei di sera quando arrivammo alla stazione di Bradfield. La prima cosa che vidi guardando fuori dalla finestra fu Cullingworth, esattamente come sempre: camminava con passi scattanti lungo il marciapiede, il cappotto aperto, il mento spinto in avanti (è l’uomo con il collo più corto che abbia mai visto), e i suoi grandi denti brillavano tutti, come quelli di un bonario cane da caccia. Urlò di gioia quando mi vide, strinse la mia mano e mi diede una calorosa pacca sulla spalla.
“Mio caro ragazzo!” disse. “Raderemo al suolo questa città. Te lo dico io, Munro: non lasceremo nemmeno un medico qui dentro. Adesso hanno già abbastanza difficoltà a procurarsi il cibo; e quando inizieremo a lavorare insieme, dovranno mangiare solo pane secco. Ascoltami bene: in questa città ci sono centoventimila persone che chiedono consigli medici, ma non c’è un solo dottore che sappia distinguere una pillola di rabarbaro da un calcolo renale. Basta raccoglierle tutte. Prenderò i loro soldi finché non mi farà male il braccio, ”
“Ma come mai ci sono così pochi medici?” chiesi, mentre ci facemmo strada tra la folla.
“Pochi!” esclamò Cullingworth. “Per Dio. Le strade sono piene di medici. Non potresti nemmeno cadere da una finestra in questa città senza ucciderne uno. Ma, eccoli lì, li vedrai con i tuoi occhi. Sei venuto a casa mia ad Avonmouth, Munro. A Bradfield, invece, non permetto ai miei amici di venire a casa mia a piedi, ”
All’ingresso della stazione c’era una carrozza ben attrezzata, con due bei cavalli neri. Il cocchiere si tolse il cappello quando Cullingworth aprì la porta.
“Quale casa, signore?” chiese.
Gli occhi di Cullingworth si rivolsero verso di me, aspettando di vedere cosa ne pensassi di una domanda del genere. Tra noi due non c’era il minimo dubbio che fosse stato lui ad incaricare quell’uomo di farla. Aveva sempre un ottimo senso dell’effetto, ma di solito sbagliava sottovalutando l’intelligenza delle persone intorno a lui.
“Ah!” disse, strofinandosi il mento come se fosse incerto. “Beh, immagino che la cena sia quasi pronta. Andiamo nella residenza in città.”
“Mio Dio, Cullingworth!” esclamai mentre partivamo. “Quante case possiedi? Sembra quasi che tu abbia comprato l’intera città, ”
“Beh, beh,” rispose ridendo, “stiamo andando nella casa dove di solito vivo. Ci va molto bene, anche se non ho ancora avuto il tempo di arredare tutte le stanze. Inoltre, ho una piccola fattoria di qualche centinaio di acri appena fuori città. È un posto piacevole per trascorrere i fine settimana; mandiamo l’infermiera e il bambino lì, ”
“Mio caro amico, non sapevo che avessi già una famiglia!”
“Sì, è davvero un fastidio terribile. Ma ormai è così. Prendiamo il burro e le altre cose dalla fattoria. E naturalmente ho anche lo studio nel centro della città.”
“Lo studio di consultazione, immagino, ”
Mi guardò con un’espressione a metà esasperata, a metà divertita. “Non riesci proprio ad afferrare la realtà delle cose, Munro. Non ho mai incontrato una persona con un’immaginazione così limitata. Ti affiderei a descrivere qualcosa solo dopo averla vista. Ma mai prima, ”
“Qual è il problema ora?” chiesi.
“Beh, ti ho scritto riguardo al mio studio, e anche inviato un telegramma. E tu mi chiedi se lo gestisco in due stanze soltanto. Dovrò affittare un’intera piazza del mercato prima di finire. E poi non avrò nemmeno abbastanza spazio per muovermi. Riesci davvero a immaginare una grande casa, con persone che aspettano in ogni stanza, stipate l’una accanto all’altra, e due piani interi pieni di clienti nel seminterrato? Beh, quella è la mia situazione quotidiana. Le persone vengono da distanze di cinquanta miglia, mangiano pane e miele davanti alla porta, solo per essere i primi quando arriva la domestica. Il funzionario sanitario si è persino lamentato ufficialmente dell’eccessivo affollamento nelle mie stanze di consultazione. Loro aspettano nei stalli, seduti lungo le rastrelliere o sotto il ventre dei cavalli. Ti manderò alcuni di loro da te. E allora capirai un po’ meglio, ”
Beh, tutto questo mi lasciò davvero perplesso, come puoi immaginare, Bertie. Perché, anche tenendo conto del modo esagerato in cui Cullingworth parlava, doveva esserci sicuramente qualcosa di vero in quello che diceva. Stavo pensando che avrei dovuto mantenere la calma e vedere tutto con i miei occhi. Quando arrivammo alla destinazione, scendemmo dalla carrozza.
“Questa è la mia piccola casa,” disse Cullingworth.
Era l’ultima casa di una serie di edifici eleganti; a mio parere assomigliava molto di più a un hotel di buone dimensioni che a una residenza privata. C’erano gradini ampi che conducevano alla porta; l’edificio si elevava per cinque o sei piani, con guglie e una bandiera sulla cima. In realtà, scoprii che prima che Cullingworth se ne impossessasse, era stato uno dei principali club della città, ma il comitato lo aveva abbandonato a causa dell’alto affitto. Una cameriera elegante aprì la porta; poco dopo stringevo la mano di Mrs. Cullingworth, una donna piena di gentilezza e cordialità. Penso che abbia ormai dimenticato quella piccola questione a Avonmouth, quando mio marito ed io ci scontrammo.
L’interno della casa era ancora più imponente di quanto avessi immaginato dall’esterno. Cullingworth mi spiegò che c’erano oltre trenta camere da letto; l’atrio e il primo piano erano arredati e coperti di tappeti in modo eccellente, ma tutto diventava molto più semplice man mano che ci si inoltrava nelle stanze successive. La mia camera da letto aveva un piccolo letto di ferro e una bacinella posizionata su un baule. Cullingworth prese un martello dal caminetto e iniziò a fissare dei chiodi dietro la porta.
“Questi andranno bene per appendere i tuoi vestiti,” disse; “non ti dispiace se le cose sono un po’ in disordine finché non sistemiamo tutto, vero?”
“Per niente.”
“Vedi,” spiegò, “non ha senso mettere un letto da quaranta libbre in una camera da letto solo per poi doverlo buttare via tutto per far posto a uno da cento libbre. Non ha alcun senso, Munro! Ehi, aspetta. Arrederò questa casa in modo che nessuna altra sia mai stata arredata prima d’ora. Farò venire gente da centinaia di miglia solo per poterla ammirare. Ma devo farlo stanza per stanza. Vieni con me a vedere la sala da pranzo. Devi essere affamato dopo il viaggio, ”
La sala da pranzo era davvero arredata in modo meraviglioso: niente di eccessivamente lussuoso, ma tutto di estrema eleganza. Il tappeto era così morbido che i miei piedi sembravano affondarvi come nel muschio. La zuppa era già pronta sul tavolo, e Mrs. Cullingworth stava per sedersi, ma lui continuava a portarmi in giro per mostrarmi altre cose.
“Vai avanti, Hetty,” gridò voltandosi indietro; “voglio solo far vedere a Munro questo. Ora, queste semplici sedie della sala da pranzo. Quanto credi che costino ciascuna? Eh?”
“Cinque libbre,” risposi a caso.
“Esatto!” esclamò felicissimo; “trenta libbre per sei sedie. Hai sentito, Hetty? Munro ha indovinato subito il prezzo. Ora, ragazzo mio. E quelle tende?”
Erano due bellissime tende di velluto rosso scuro, con una cornice dorata alta due piedi sopra di loro. Decisi che non fosse il caso di rischiare la mia nuova reputazione tentando di indovinare il prezzo.
“Ottanta libbre!” esclamò battendole con il palmo della mano; “Ottanta libbre, Munro! Che ne pensi? Tutto ciò che ho in questa casa sarà il meglio. Guarda questa cameriera. Hai mai visto qualcuna più ordinata?”
Mi fece girare la ragazza verso di me, tenendola per il braccio.
“Non essere sciocco, Jimmy,” disse gentilmente la signora Cullingworth, mentre lui rideva a crepapelle, con tutti i suoi denti che lampeggiavano sotto la folta barba. La ragazza si avvicinò timidamente alla sua padrona, sembrando sia spaventata che arrabbiata.
“Va bene, Mary, non c’è niente di male!” gridò lui. “Siediti, Munro, vecchio mio. Prendi una bottiglia di champagne, Mary, e brinderemo a più fortuna.”
Beh, abbiamo avuto una cena molto piacevole. Quando c’è Cullingworth, non mai nulla va storto. È uno di quegli uomini che creano un’atmosfera particolare, in cui ti senti eccitato e stimolato dalla loro presenza. La sua mente è così agile e i suoi pensieri così fantasiosi che anche i tuoi pensieri ne vengono influenzati. Ti senti orgoglioso della tua inventiva e originalità, proprio come il pettirosso che si arrampica sulle spalle dell’aquila. Il vecchio Peterson, ricorderai, aveva lo stesso effetto su di te ai tempi di Linlithgow.
A metà cena se ne andò e tornò con un sacchetto rotondo, grande più o meno come una melograna.
“Cosa pensi che sia questo, Munro?” chiese.
“Non ne ho idea, ”
“Il guadagno di oggi. Eh, Hetty?” Aprì il sacchetto e subito un mucchio di monete d’oro e d’argento rotolò sul tavolo, tintinnando tra i piatti. Una moneta cadde fuori dal tavolo e la cameriera la raccolse da qualche angolo lontano.
“Cos’è, Mary? Mezzo sovrano? Mettilo in tasca. Quanto abbiamo guadagnato oggi, Hetty?”
“Trentuno sterline e otto pence, ”
“Vedi, Munro? Un giorno di lavoro, ” Si infilò la mano nella tasca dei pantaloni e ne tirò fuori un mucchio di sovrani, tenendoli in equilibrio nel palmo della mano. “Guarda. Molto diverso dal denaro che guadagno ad Avonmouth, eh?”
“Sarà una buona notizia per loro, ” suggerii.
All’istante mi fissò con uno sguardo furioso. Non puoi immaginare niente di più spaventoso di Cullingworth quando si arrabbia. I suoi occhi azzurri diventano davvero demoniaci, e i suoi capelli si rizzano come quelli di un cobra minaccioso. Non è certo bello da vedere quando è arrabbiato. Ma nel peggiore dei casi, beh, è davvero spaventoso. Appena vide i primi segni di pericolo, sua moglie ordinò alla cameriera di uscire dalla stanza.
“Cosa stai dicendo, Munro?” gridò. “Pensi che voglia rovinarmi la vita permettendo che questi debiti mi seguano per anni?”
“Avevo capito che avevi promesso di pagarli, ” dissi. “Comunque, non è affar mio, ”
“Spero proprio di no, ” rispose lui. “Un commerciante può vincere o perdere. Lascia sempre un margine per i debiti impossibili da recuperare. Avrei pagato, se avessi potuto. Ma non ho potuto. Quindi ho deciso di cancellare tutti i debiti. Nessuno con un po’ di buon senso penserebbe di spendere tutto il denaro che guadagno a Bradfield per i commercianti di Avonmouth, ”
“E se venissero a cercarti?”
“Beh, vedremo cosa succederà quando arriveranno. Intanto io pago in contanti per ogni singola cosa che entra da questa porta. Qui la gente pensa così bene di me che avrei potuto far arredare tutto questo posto come un palazzo, dalle tubature fognarie fino alla bandiera. Ma ho deciso di arredare una stanza alla volta, quando ne fossi stato pronto. Sotto questo soffitto ci sono quasi quattrocento sterline, ”
Bussarono alla porta e entrò un ragazzo con i bottoni della giacca sbottonati.
“Per favore, signore, il signor Duncan desidera vederla.”
“Riferite i miei saluti al signor Duncan, e ditegli di andare al diavolo!”
“Mio caro Jimmy!” esclamò la signora Cullingworth.
“Ditegli che sono a cena. E anche se tutti i re d’Europa stessero aspettando nell’atrio con le corone in mano, non varrebbe la pena attraversare quella soglia per vederli, ”
Il ragazzo scomparve, ma tornò subito dopo.
“Per favore, signore, lui insiste.”
“Insiste? Cosa significa?” Cullingworth rimase a bocca aperta, con forchetta e coltello ancora in mano. “Cosa diavolo stai dicendo, ragazzo? Di cosa si tratta?”
“È il suo conto, signore, ” rispose il ragazzo, spaventato.
Il viso di Cullingworth divenne scuro; le vene sul suo fronte iniziarono a gonfiarsi.
“La sua fattura, eh! Guardate qui!” Tirò fuori l’orologio e lo posò sul tavolo. “Sono due minuti alle otto. Alle otto esco, e se lo trovo lì, lo spazzerò per strada. Ditegli che lo farò a pezzi in tutto il quartiere. Ha ancora due minuti per salvare la pelle, e uno di quei minuti è quasi finito.”
Il ragazzo fuggì dalla stanza; un attimo dopo sentimmo il rumore della porta d’ingresso che si apriva e i passi che scendevano le scale. Cullingworth si appoggiò allo schienale della sedia e scoppiò in lacrime, mentre sua moglie rideva comprensiva.
“Lo farò impazzire,” singhiozzò infine Cullingworth. “È un uomo nervoso, debole di carattere. Quando lo guardo, diventa pallido come la creta. Se passo davanti al suo negozio, entro e resto lì a fissarlo. Non parlo mai, mi limito a guardarlo. Lo paralizza completamente. A volte il negozio è pieno di gente, ma non fa differenza.”
“E allora, chi è?” chiesi.
“È il mio commerciante di mais. Stavo dicendo che pago i miei fornitori man mano che ho bisogno dei loro servizi, ma lui è l’unica eccezione. Mi ha fatto questo favore una o due volte. E così cerco di ripagarlo in qualche modo. A proposito, potresti mandargli venti sterline domani, Hetty. È arrivato il momento del primo pagamento.”
Che pettegola penserai che io sia, Bertie. Ma quando inizio a raccontare, i ricordi tornano così chiaramente alla mente, e continuo a scrivere quasi senza rendermene conto. Inoltre, quest’uomo è davvero un insieme di qualità contrastanti. Non riuscirei mai a descriverlo completamente da sola; quindi cerco semplicemente di ripeterti ciò che dice e ciò che fa, affinché tu possa farti una tua idea su di lui. So che ti ha sempre interessato. E ora ancora di più, da quando i nostri destini ci hanno riuniti di nuovo.
Dopo cena, entrammo nella stanza sul retro, che formava un contrasto stridente con quella davanti: c’era solo un semplice tavolo da lavoro e mezza dozzina di sedie da cucina sparse su un pavimento in linoleum. Alla fine della stanza c’erano una batteria elettrica e un grosso magnete; dall’altra parte, una scatola contenente diverse pistole e un mucchio di cartucce. Un fucile a canna liscia era appoggiato contro la scatola, e guardandomi intorno notai che le pareti erano piene di fori lasciati dai proiettili.
“Che cos’è tutto questo?” chiesi, girando gli occhi intorno.
“Hetty, che cos’è?” domandò lui, con la pipa in mano e la testa inclinata di lato.
“La supremazia navale e il dominio dei mari,” rispose lei, come una bambina che ripete una lezione a memoria.
“Ecco!” esclamò lui, puntandomi addosso l’indice. “La supremazia navale e il dominio dei mari. Tutto questo è proprio sotto il tuo naso! Munro, potrei andare in Svizzera domani e dire loro: ‘Ehi, voi non avete una costa né un porto. Ma trovatemi una nave, issate la vostra bandiera su di essa, e vi darò tutti gli oceani del mondo.’ Svuoterei i mari fino a quando non rimarrebbe nemmeno una scatola di fiammiferi galleggiante. Oppure potrei farne una società per azioni e entrare nel consiglio di amministrazione dopo l’assegnazione delle quote. Ho tutto ciò che serve in questa mia mano, ”
Sua moglie gli posò le mani sulle spalle, con ammirazione negli occhi. Io mi alzai per spegnere la pipa e sorrisi attraverso la griglia del focolare.
“Oh, puoi anche ridere,” disse lui. Era davvero incredibilmente veloce nel notare ciò che facevo. “Riderai ancora di più quando vedrai arrivare i dividendi. Quanto vale quel magnete?”
“Una sterlina?”
“Un milione di sterline. Nemmeno un penny in meno. E per la nazione che lo acquisterà sarà davvero a buon mercato. Lo venderò a quel prezzo, anche se potrei guadagnare dieci volte di più se lo tenessi. Tra una settimana o due lo porterò dal Segretario della Marina; se si dimostra una persona ragionevole, farò affari con lui. Non capita tutti i giorni che qualcuno entri nel suo ufficio con l’Atlantico sotto un braccio e il Pacifico sotto l’altro. Eh, che ne dici?”
Sapevo che questo lo avrebbe fatto impazzire di rabbia. Ma mi appoggiai allo schienale della sedia e risi fino a quando non fui stanco. Sua moglie mi guardò con rimprovero; ma lui, dopo un attimo di silenzio, scoppiò anche lui a ridere, camminando avanti e indietro per la stanza e gesticolando con le braccia.
“Certo che ti sembra assurdo, ” gridò. “Beh, probabilmente lo sarebbe anche per me se fosse stato un altro ad ideare tutto questo. Ma puoi credermi: funziona davvero! Hetty può garantirtelo. Vero, Hetty?”
“È fantastico, caro, ”
“Ora ti dimostrerò quanto tu sia scettico, Munro. Cerchi di fingere interesse, ma ridi sotto i baffi! Prima di tutto, ho scoperto un metodo, che non ti dirò, per aumentare di cento volte il potere attrattivo di un magnete. Hai capito?”
“Sì, ”
“I very good. Immagino che sappiate anche voi che i proiettili moderni sono fatti di acciaio o hanno la punta in acciaio. Avrete sicuramente sentito dire che i magneti attirano l’acciaio. Lasciate che vi mostri ora un piccolo esperimento.” Si chinò sul suo apparecchio, e improvvisamente si udì lo scatto dell’elettricità. “Questo,” continuò avvicinandosi al baule, “è una pistola da salone; sarà esposta nei musei del prossimo secolo come l’arma con cui è stata inaugurata la nuova era. Nella canna inserisco un proiettile speciale, dotato di una pallottola d’acciaio per scopi sperimentali. Punto direttamente sulla macchia di cera rossa sul muro, che si trova a quattro pollici sopra il magnete. Sono un tiratore infallibile. Sparo. Ora potrete venire a vedere voi stessi che la pallottola si appiattisce contro l’estremità del magnete. E poi vi scuserete per quel sorriso, ”
Guardai, e effettivamente era proprio come aveva detto.
“Vi dirò cosa farei io,” esclamò. “Sarei disposto a mettere quel magnete nel cappello di Hetty e lasciarvi sparare sei colpi direttamente sul suo viso. Che ne dite? Non vi dispiacerebbe, vero, Hetty? Eh,?”
“Non credo che le dispiacerebbe. Ma ho preferito rifiutarmi di partecipare a un simile esperimento.”
“Naturalmente. Vedete bene che tutto questo è in scala reale. La nave da guerra del futuro avrà dei magneti molto più grandi di questi, proprio come i proiettili saranno molto più potenti di questa piccola pallottola d’acciaio. O forse potrei utilizzare anche una zattera separata per trasportare il mio apparecchio. Quando la nave entra in azione. Cosa succede allora, Munro? Eh. Ogni colpo sparato contro di essa finisce direttamente sul magnete. Ci sono dei serbatoi sotto i quali i proiettili vengono raccolti quando il circuito elettrico si interrompe. Dopo ogni battaglia, vengono venduti all’asta come metallo vecchio. E il ricavato viene diviso tra l’equipaggio come premio. Ma pensateci. È assolutamente impossibile che un proiettile colpisca una nave dotata del mio sistema. E poi. Pensate a quanto sia economico. Non avete bisogno di armature. Nessun equipaggiamento speciale. Qualsiasi nave che galleggi diventa invincibile con uno di questi sistemi. La nave da guerra del futuro costerà al massimo sette sterline e dieci penny. State sorridendo di nuovo. Ma se mi date un magnete e una barca da pesca con un cannone da sette libbre, vi dimostrerò che questo sistema è superiore a qualsiasi nave da guerra esistente, ”
“Beh. Deve esserci qualche difetto in tutto ciò, ” osservai. “Se il vostro magnete fosse davvero così potente, i proiettili sparati contro di esso tornerebbero indietro verso chi li ha sparati, ”
“Assolutamente no! C’è una grande differenza tra un proiettile che si allontana da voi con tutta la sua velocità iniziale e uno che vi viene incontro. Basta una leggera deviazione perché colpisca il magnete. Inoltre, interrompendo il circuito elettrico, posso eliminare l’effetto del magnete quando sparo. E poi, riattivando il circuito, divento immediatamente invincibile, ”
“E i vostri chiodi e viti?”
“La nave da guerra del futuro sarà assemblata interamente in legno, ”
Beh, per tutta la sera non parlava d’altro che di questa sua meravigliosa invenzione. Forse non c’è nulla di vero in tutto ciò, probabilmente no; eppure questo dimostra la versatilità di quell’uomo: non dice una parola del suo straordinario successo, di cui naturalmente sono molto curioso di sapere qualcosa; non menziona nemmeno l’importante argomento della nostra partnership, pensa e parla soltanto di questa idea navale eccezionale. Probabilmente tra una settimana la getterà da parte per dedicarsi a qualche altro progetto, come quello di riunire gli Ebrei e stabilirli in Madagascar. Tuttavia, da tutto ciò che ha detto e da quanto ho visto, non c’è dubbio che abbia ottenuto un risultato straordinario, domani vi dirò tutto nei dettagli. Qualunque cosa accada, sono felice di essere venuto: le cose promettono di essere molto interessanti. Non considerate questa lettera come la fine della comunicazione, ci sarà una conclusione domani, o al massimo giovedì. Addio, e salutatemi cordialmente da Lawrence se lo incontrate. Come sta il vostro amico di Yale?
VII. La parata, Bradfield, 9 marzo 1882.
Beh, vedi che mantengo sempre le mie promesse, Bertie; ecco qui un resoconto completo di questa strana storia tratta dalla vita reale, una storia che, credo, nessun altro occhio vedrà mai, se non il tuo. Ho anche scritto a Horton e, naturalmente, a mia madre; ma non entro nei dettagli con loro, proprio come faccio con te. Continui a dirmi che ti piace, quindi, a tua discrezione, se ritieni che le mie esperienze possano diventare noiose col tempo.
Quando mi sono svegliato la mattina e ho guardato intorno alle pareti spoglie e al lavandino posizionato su una scatola, quasi non riconoscevo il posto in cui mi trovavo. Tuttavia, Cullingworth è entrato di corsa nella stanza in pigiama e mi ha svegliato del tutto mettendo le mani sulla sbarra del letto e facendo un salto che gli ha fatto atterrare i tacchi sul mio cuscino con un tonfo. Era di ottimo umore; si è seduto sul letto e ha iniziato a parlarmi dei suoi piani mentre mi vestivo.
“Ti dico subito cosa farò per primo, Munro,” ha detto. “Voglio creare un mio giornale. Inizieremo una pubblicazione settimanale qui, tu ed io, e faremo in modo che tutti ne parlino. Avremo anche un nostro “organo di informazione”, proprio come fanno tutti i politici francesi. Se qualcuno ci contraddice, gli farò desiderare di non essere mai nato. Eh, che ne dici? Non credi che possiamo riuscirci?”
“Politica?”, ho chiesto.
“Oh, al diavolo la politica! Un giornale pieno di critiche severe, chiamiamolo “Lo Scorpione”. Metteremo in ridicolo il sindaco e il consiglio fino a farli convocare una riunione, e poi, beh, vedremo. Io scriverò i pezzi più incisivi, e tu le storie e la poesia. Ci ho pensato tutta la notte, e Hetty ha già scritto a Murdoch per chiedere un preventivo sulla stampa. Potremmo pubblicare il primo numero entro questa settimana.”
“Mio caro amico, ” ho esclamato, sbalordito.
“Voglio che tu inizi subito a scrivere un romanzo. All’inizio non avrai molti pazienti, quindi avrai molto tempo a disposizione.”
“Ma io non ho mai scritto una riga in vita mia, ”
“Un uomo equilibrato può fare qualsiasi cosa decida di fare. Ha tutte le qualità necessarie dentro di sé, manca solo la volontà di svilupparle.”
“Potresti scrivere tu stesso un romanzo?” ho chiesto.
“Certo che potrei. Un romanzo tale che, dopo aver letto il primo capitolo, la gente aspetterebbe con ansia il seguito. Si metterebbero in fila fuori dalla mia porta sperando di scoprire cosa succederà dopo. Per Crums, comincio subito a scriverlo!” E, facendo un altro salto oltre il bordo del letto, è uscito dalla stanza, con le frange della sua vestaglia che svolazzavano dietro di lui.
Oserei dire che ormai siate giunti alla conclusione che Cullingworth non sia altro che un interessante caso patologico: un uomo nella prima fase della follia o di una paralisi generale. Forse non ne sareste così sicuri se foste in stretto contatto con lui. Lui giustifica le sue azioni più stravaganti con ciò che fa. Suonano grottesche quando descritte in termini concreti; ma lo stesso avrebbe suonato altrettanto grottesco un anno fa, se avesse detto di voler creare un’immensa attività commerciale in dodici mesi. Ora vediamo che ci è riuscito. Le sue possibilità sono infinite: possiede una forza enorme e una grande capacità inventiva. Temo, però, che riflettendo su tutto ciò che vi ho scritto, possa avervi dato un’impressione errata di lui, concentrandomi troppo sugli episodi in cui ha mostrato il lato strano e violento del suo carattere, trascurando invece i momenti in cui la sua saggezza e il suo giudizio hanno avuto la meglio. Quando non si allontana troppo dal tema principale, le sue conversazioni sono piene di arguzia e intuizioni profonde, “Il più grande monumento mai eretto a Napoleone Bonaparte è stato il debito pubblico britannico”, ha detto ieri.
Di nuovo: “Non dobbiamo mai dimenticare che l’importazione principale della Gran Bretagna negli Stati Uniti Sono gli Stati Uniti stessi.” Ancora, parlando del cristianesimo: “Ciò che è intellettualmente errato non può essere moralmente corretto.” In una sola serata, scrive un intero articolo pieno di aforismi. Vorrei che accanto a lui ci fosse sempre qualcuno con un taccuino per raccogliere tutte queste idee. No; non dovete lasciare che vi dia una falsa impressione delle sue capacità. D’altra parte, sarebbe disonesto negare che lo ritengo completamente senza scrupoli e pieno di tratti molto sinistri. Tuttavia, mi sbaglio di grosso se nella sua natura non ci sono anche aspetti positivi: è capace sia di raggiungere grandi altezze che di cadere in abissi profondi.
Beh, dopo aver fatto colazione salimmo nella carrozza e partimmo per il luogo di lavoro.
“Immagino che vi sorprenda che Hetty venga con noi,” disse Cullingworth dandomi una pacca sulla gamba. “Hetty. Munro si chiede a cosa diavolo tu sia venuta qui, ma è troppo educato per domandarlo.”
In effetti, mi era sembrato piuttosto strano che lei ci accompagnasse così naturalmente in ufficio.
“Lo scoprirete quando arriveremo,” disse ridendo. “Gestiamo questa attività secondo le nostre regole.”
Non era molto lontano, e presto ci trovammo davanti a un edificio bianco, con una grande targa di bronzo su cui c’era scritto “Dottor Cullingworth”. Sotto era indicato che si poteva ricevere gratuitamente dalle dieci alle quattro. La porta era aperta, e intravidi un gruppo di persone in attesa nell’atrio.
“Quanti ci sono qui?” chiese Cullingworth al ragazzo.
“Centoquaranta, signore.”
“Tutte le sale d’attesa piene?”
“Sì, signore.”
“Anche il cortile?”
“Sì, signore.”
“I magazzini?”
“Sì, signore.”
“E la stalla?”
“C’è ancora spazio nella stalla, signore.”
“Ah, mi dispiace che oggi non ci sia stata molta gente da curare per te, Munro,” disse lui. “Certo, non possiamo comandare queste cose e dobbiamo accettarle così come vengono. Ora, fai pure spazio, per favore, ” Questo diceva ai suoi pazienti. “Vieni a vedere questa sala d’attesa. Puf! Che atmosfera orribile! Perché diavolo non potete aprire le finestre da soli? Non ho mai visto gente del genere. Ci sono trenta persone in questa stanza, Munro, e nessuno abbastanza sensato da aprire una finestra per evitare di soffocare, ”
“Ho provato, signore, ma c’è un viti nel telaio della finestra,” rispose uno dei pazienti.
“Ah, ragazzo mio. Se non riesci nemmeno ad aprire una finestra senza sollevare il telaio, non avrai mai successo nella vita,” disse Cullingworth, dandogli una pacca sulla spalla. Prese l’ombrello del paziente e lo infilò tra due dei pannelli di vetro. “Ecco fatto! Ora, Munro, andiamo a lavorare.”
Salimmo una scala di legno, senza tappeti; ogni stanza sotto di noi era piena di pazienti. In cima c’era un corridoio deserto; all’estremità opposta c’erano due stanze una di fronte all’altra, e una sola dall’altra parte del corridoio.
“Questa è la mia sala di consultazione,” disse lui, guidandomi in una di queste stanze. Era una stanza quadrata, abbastanza grande; dentro non c’era nulla se non due sedie di legno semplici e un tavolo senza vernice, su cui erano posati due libri e uno stetoscopio. “Non sembra certo che mi guadagni quattro o cinquemila sterline all’anno, vero? Ora, c’è una stanza esattamente uguale dall’altra parte. Puoi usarla tu. Ti manderò tutti i casi chirurgici che si presentano. Per oggi, però, è meglio che resti con me e veda come lavoro.”
“Mi piacerebbe molto,” dissi.
“Ci sono una o due regole fondamentali da seguire nel trattamento dei pazienti,” osservò lui, sedendosi sul tavolo e dondolando le gambe. “La più importante è che non devi mai far loro capire che li desideri. Dovrebbe essere un vero atto di gentilezza da parte tua il fatto stesso di riceverli. E più crei difficoltà, più loro ne saranno consapevoli. Abituati i tuoi pazienti fin dall’inizio a obbedire alle tue istruzioni. E non commettere mai l’errore fatale di essere gentile con loro. Molti giovani sciocchi hanno questa abitudine e ne pagano le conseguenze. Ora, ecco il mio metodo, ” Si alzò di scatto, andò alla porta e gridò: “Basta con quel chiacchiericcio assurdo laggiù! È come se vivessi sopra un mercato di pollame. Vedi?” aggiunse rivolto a me. “Per loro, questo significa che mi stimano ancora di più, ”
“Ma non si offendono per questo?” chiesi.
“Temo di no. Ora ho un nome preciso per questo genere di cose, e la gente si aspetta proprio che lo usi. Ma un paziente offeso, intendo, uno veramente insultato, è la pubblicità migliore del mondo. Se si tratta di una donna, inizia a parlarne con tutte le sue amiche finché il mio nome non diventa noto in tutta la zona; tutte fingono di simpatizzare per lei e concordano tra loro che io debba essere un uomo davvero eccezionale. Una volta ho avuto una discussione con un uomo riguardo allo stato del suo dotto biliare, e alla fine l’ho spinto giù dalle scale. E cosa è successo? Ne ha parlato così tanto che tutta la gente del villaggio, malati o sani che fossero, è venuta a trovarmi. Quel piccolo medico di campagna che per un quarto di secolo li aveva lusingati, beh, ha capito che era meglio chiudere lo studio. È la natura umana, ragazzo mio, e non si può cambiarla. Eh? Se ti abbassi troppo, diventi davvero poco prezioso; se ti metti un prezzo alto, loro ti valutano proprio in base a quel prezzo. Immagina che domani mi stabilissi in Harley Street e facessi tutto sembrare facile, dalle dieci alle tre del pomeriggio, pensi che avrei pazienti? Probabilmente morirei di fame prima ancora di iniziare. Come farei, allora? Direi che vedo i pazienti solo tra mezzanotte e le due di notte, e che le persone calve devono pagare il doppio. Questo susciterebbe molta curiosità, e in quattro mesi tutta la strada sarebbe bloccata tutta la notte. Eh? Ragazzo mio, tu stesso lo faresti. Questa è la mia regola: spesso arrivo al mattino e li mando tutti via, dicendo che vado in campagna per un giorno. In questo modo guadagno quaranta sterline, ma rappresentano quattrocento sterline in termini di pubblicità!”
“Ma ho letto sul cartello che le consultazioni sono gratuite, ”
“Lo sono, ma i medicinali devono essere pagati. E se un paziente vuole venire fuori dall’ordine normale, deve pagare mezza ghinea per questo privilegio. Di solito ci sono una ventina di persone al giorno che preferiscono pagare così piuttosto che aspettare ore. Ma stai attento, Munro, non commettere errori in questo! Tutto questo non significherebbe nulla se non avessi qualcosa di concreto da offrire, io li curo. Questo è il punto fondamentale: prendo casi che altri hanno già abbandonato, e li guarisco subito. Tutto il resto serve solo per attirarli qui. Una volta qui, li trattengo in base ai miei meriti. Senza questo, tutto sarebbe solo un effimero successo. Ora, vieni con me a vedere il reparto di Hetty.”
Camminammo lungo il corridoio fino all’altra stanza: era arredata con cura come una farmacia, e lì, con un grazioso grembiule addosso, la signora Cullingworth era impegnata a preparare le pillole. Con le maniche rimboccate e circondata da bicchieri e bottiglie, rideva felice come una bambina tra i suoi giocattoli.
“Il miglior distributore al mondo!” esclamò Cullingworth, dandole una pacca sulla spalla. “Vedi come faccio io, Munro: scrivo sulle etichette la prescrizione e preparo un cartello che indica quanto va addebitato. L’uomo arriva, infila l’etichetta nella fessura appropriata, Hetty prepara la medicina, gli dà la bottiglia e prende i soldi. Ora, vieni a mandare via queste persone dalla casa.”
È impossibile descrivervi quella lunga fila di pazienti che, ora dopo ora, entravano nella stanza spoglia per poi uscire, alcuni divertiti, altri spaventati, con le loro etichette in mano. Le buffonate di Cullingworth erano davvero incredibili. Ridevo così tanto che temevo che la sedia di legno su cui ero seduta potesse rompersi. Lui urlava, delirava, imprecava, spingeva le persone avanti e indietro, dava loro schiaffi sul dorso, li sbatteva contro il muro. E a volte correva fino in cima alle scale per parlare con tutti insieme. Ma, dietro tutta questa follia, osservando le sue prescrizioni, si poteva notare una rapidità nel diagnosticare, un’intuizione scientifica e un uso audace e non convenzionale dei farmaci. Il che mi convinceva che, sotto tutto quel comportamento stravagante, ci fossero davvero motivi solidi per il suo successo. In effetti, “stravaganza” è una parola impropria in questo contesto: descriverebbe piuttosto un medico che si comporta in modo artificiale e convenzionale con i suoi pazienti, anziché uno che sia assolutamente sincero e fedele alla propria natura straordinaria.
Con alcuni dei suoi pazienti non diceva una parola e nemmeno li permetteva di parlare. Con un forte “zitto!” si avvicinava a loro, batteva loro sul petto, ascoltava il battito del cuore, scriveva l’etichetta e poi li spingeva fuori dalla stanza per le spalle. Una povera vecchietta fu accolta da lui con un urlo: “Hai bevuto troppo tè! Stai soffrendo di intossicazione da tè!” Senza darle il tempo di dire una parola, la afferrò per il mantello nero, la trascinò verso il tavolo e le mostrò un libro intitolato “Taylor’s Medical Jurisprudence”. “Metti la mano sul libro,” gridò, “e giura che per quattordici giorni non berrai altro che cioccolata!” Lei giurò con gli occhi al cielo. E subito dopo fu portata via con l’etichetta in mano verso il dispensario. Immagino che fino all’ultimo giorno della sua vita, quella vecchietta parlasse sempre di quell’incontro con Cullingworth. E capisco benissimo perché il villaggio da cui proveniva inviasse continuamente nuovi pazienti per riempire le sue sale d’attesa.
Un altro uomo corpulento fu afferrato per le due aperture del gilet proprio nel momento in cui stava per aprire bocca per spiegare i suoi sintomi; venne quindi trascinato indietro lungo il corridoio, giù per le scale e infine fuori in strada, con grande divertimento di tutti i pazienti presenti. “Mangi troppo, bevi troppo e dormi troppo,” gridò Cullingworth alle sue spalle. “Se abbatti un poliziotto, torna quando ti lasceranno uscire.” Un altro paziente si lamentava di una sensazione di “affondamento”. “Caro mio,” gli disse Cullingworth, “prendi la tua medicina; e se non funziona, ingoia il tappo della bottiglia. Non c’è niente di meglio quando ti senti affondare.”
Per quel che potevo giudicare, la maggior parte dei pazienti considerava le visite mattutine da Cullingworth un vero spettacolo pubblico, mitigato soltanto dal timore che potesse essere il loro turno di diventare oggetto di derisione.
Con mezz’ora a disposizione per pranzo, questa strana attività proseguì fino alle quattro e un quarto del pomeriggio. Quando l’ultimo paziente se ne fu andato, Cullingworth ci guidò nella farmacia, dove tutte le tariffe erano state disposte sul bancone in ordine di valore: diciassette mezzo sovrani, settantatré scellini e quarantasei fiorini. In totale, trentadue sterline otto pence. Cullingworth li contò, poi mescolò oro e argento in un unico mucchio, passandoci sopra le dita con aria pensierosa. Infine li mise nella borsa di canapa che avevo visto la sera prima e la legò con una corda da stivale.
Tornammo a casa a piedi. Quel tragitto mi sembrò la parte più straordinaria di tutta quella giornata incredibile. Cullingworth camminava lentamente per le strade principali, con la borsa piena di denaro distesa lungo tutto il braccio; sua moglie ed io lo seguivamo ai lati, come due accoliti che accompagnano un prete. Così ci dirigemmo solennemente verso casa, mentre la gente si fermava per guardarci passare.
“Mi piace sempre passeggiare nel quartiere dei medici,” disse Cullingworth. “Stiamo proprio attraversandolo adesso. Tutti vengono alle finestre, digrignano i denti e ballano finché non sono fuori dalla loro vista.”
“Perché dovresti litigare con loro? Che problema hanno?” chiesi.
“Puf! A che serve essere troppo gentili al riguardo?” rispose lui. “Tutti cercano di distruggersi a vicenda. Perché dovrei fingere di essere diverso? Nessuno di loro ha mai detto una parola buona su di me. Quindi mi piace prendermela con loro.”
“Devo dire che non vedo alcun senso in questo comportamento. Sono tutti tuoi colleghi, con la stessa formazione e le stesse conoscenze. Perché dovresti avere un atteggiamento ostile nei loro confronti?”
“Ecco cosa dico io, Dottor Munro,” intervenne sua moglie. “È davvero spiacevole sentirsi circondati da nemici su tutti i lati, ”
“Hetty è arrabbiata perché le loro mogli non vengono a trovarla,” gridò. “Guarda un po’, cara mia,” disse, facendo tintinnare la sua borsa. “È meglio così che avere tante donne stupide che bevono tè e ridacchiano in salotto. Ho fatto stampare un grande cartello, Munro: diciamo chiaramente che non vogliamo aumentare il numero delle nostre conoscenze. La cameriera ha l’ordine di mostrarlo a chiunque presenti dubbi.”
“Perché non dovresti guadagnare denaro con la tua professione e allo stesso tempo mantenere buoni rapporti con i tuoi colleghi?” dissi. “Parli come se queste due cose fossero incompatibili, ”
“Lo sono, infatti. Perché girarci intorno? I miei metodi non sono affatto professionali. E infrango tutte le regole dell’etichetta medica ogni volta che ne ho l’occasione. Sai bene che la British Medical Association si scandalizzerebbe se vedesse ciò che hai visto oggi, ”
“Ma perché non seguire semplicemente le regole professionali?”
“Perché so cosa è meglio. Sono figlio di un medico, e ne ho viste troppe cose. I miei metodi sono “antiprofessionali”, ma funzionano. L’etichetta medica serve soltanto a mantenere il controllo degli anziani sulla professione. A impedire ai giovani di avanzare. Mio padre me lo ripeteva sempre: aveva la più grande clinica della Scozia, eppure non aveva alcuna intelligenza. È arrivato lì grazie alla sua anzianità e al rispetto che gli altri gli dimostravano. Nessun sforzo per farsi strada. Solo il rispetto delle regole. Ma cosa succede quando si è appena agli inizi? Quando sono in cima, dirò loro: ‘Ora, voi giovani, dovremo seguire regole molto rigide. Venite qui in silenzio, e non disturbatemi nella mia comoda posizione, ’ Ma se fanno ciò che dico, li considererò soltanto degli stupidi idioti. Eh, Munro, che ne pensi?”
Non potei fare altro che dire che ritenevo che avesse un’opinione molto negativa sulla professione medica. E che non ero d’accordo con nulla di ciò che aveva detto.
“Beh, puoi dissentire quanto vuoi. Ma se vuoi lavorare con me, devi mettere da parte queste regole!”
“Non posso farlo, ”
“Allora, se sei troppo delicato per questo lavoro, puoi andartene. Non possiamo tenerti qui contro la tua volontà, ”
Non dissi nulla. Ma quando tornammo giù, presi il mio bagaglio e decisi di partire con il treno notturno per lo Yorkshire. Lui venne nella mia stanza e, vedendo ciò che stavo facendo, iniziò a scusarsi in modo così sincero da soddisfare anche una persona più esigente di me.
“Fai pure ciò che vuoi, caro amico. Se non ti piace il mio modo di fare, prova tu stesso, ”
“È giusto. Ma è un po’ difficile per l’autostima di una persona quando le viene chiesto di andarsene ogni volta che c’è disaccordo, ”
“Beh, non volevo offenderti. E non accadrà più. Non posso dire di più. Vieni giù, ora. Bevi una tazza di tè con me, ”
Quella sera accadde un episodio così caratteristico che devo raccontarvelo. Cullingworth possiede una pistola ad aria compressa che spara piccole frecce di acciaio; con quell’arma si esercita con grande precisione a una distanza di circa venti piedi, che corrisponde alla lunghezza della stanza sul retro. Dopo cena stavamo sparando contro un bersaglio quando lui mi chiese se fossi disposto a tenere tra il dito indice e il pollice una moneta da mezzo penny per permettergli di colpirla. Poiché non avevo quella moneta, prese una medaglia di bronzo dal taschino del gilet; io utilizzai quel bordo come bersaglio. “Cling!” fece la pistola ad aria compressa, e la medaglia rotolò a terra.
“Colpita perfettamente al centro,” disse lui.
“Al contrario,” risposi, “non l’hai affatto colpita.”
“Non l’ho colpita? Deve esserci stato un errore, ”
“Allora dove è finita la freccia?”
“Ecco qui,” dissi, mostrando il dito indice sanguinante: dalla ferita spuntava l’estremità della piuma che aveva servito da ali alla freccia.
Nella mia vita non ho mai visto un uomo così pentito di qualcosa. Usò espressioni di autocondanna tali da sembrare eccessive, se solo avesse davvero ferito una delle mie membra. Le nostre posizioni erano completamente invertite: lui era seduto sul divano, sconvolto, mentre io, con la freccia ancora nel dito, ridevo di tutta la situazione. La signora Cullingworth corse a prendere dell’acqua calda; poco dopo riuscimmo a estrarre quella “freccia” con delle pinzette. Il dolore fu minimo, ma se mai doveste identificare il mio corpo, potrete cercare una stella all’estremità del mio dito indice destro.
Quando l’intervento chirurgico finì (Cullingworth si contorceva e gemeva tutto il tempo), i miei occhi notarono la medaglia che avevo fatto cadere sul tappeto. La raccolsi e la osservai, cercando disperatamente un argomento di conversazione più piacevole. Sopra c’era scritto: “Concesso a James Cullingworth per il suo coraggio nell’aver salvato una vita. Gennaio 1879.”
“Ehi, Cullingworth,” dissi, “non mi avevi mai parlato di questa medaglia!”
Immediatamente iniziò a raccontare con i suoi modi più esagerati.
“Che cosa? La medaglia? Non ce l’hai anche tu? Pensavo che tutti la avessero. Immagino preferisca essere selezionato, eh. Si trattava di un bambino. Non hai idea di quanto sia stato difficile trovarlo, ”
“Volevi dire, farlo uscire.”
Ero seduto con il dito nell’acqua calda, ascoltando queste stronzate. Quando finì, corse a prendere la sua scatola da tabacco, e potemmo sentire il suo riso echeggiare su per le scale. Continuavo a fissare la medaglia, che, a giudicare dalle incisioni presenti su di essa, doveva essere stata spesso usata come bersaglio, quando sentii una leggera toccata sulla mia manica: era la signora Cullingworth, che mi guardava con un’espressione molto preoccupata sul viso.
“Credete troppo a quello che dice James,” disse. “Non lo conoscete affatto, signor Munro. Non considerate mai le cose dal suo punto di vista, e non lo capirete mai fino a quando non lo farete. Certo, non intende dire nulla di falso; ma la sua fantasia si eccita facilmente, e viene completamente travolto dall’umorismo di qualsiasi idea, anche se questa lo mette in cattiva luce. Mi addolora molto vedere che l’unica persona al mondo verso cui lui prova un vero sentimento di amicizia lo comprenda così male. Molto spesso, quando non dite nulla, il vostro viso mostra chiaramente ciò che pensate.”
Riuscii solo a rispondere in modo imbarazzato che mi dispiaceva molto se avevo giudicato male suo marito in qualche modo, e che nessuno apprezzava meglio alcune delle sue qualità di me.
“Ho visto quanto foste seri quando vi ha raccontato quella storia assurda su come avesse spinto un bambino nell’acqua,” continuò; poi, tirando fuori da qualche parte del davanti del suo abito un foglietto di carta molto piegato, aggiunse: “Per favore, date un’occhiata a questo, dottor Munro.”
Era un ritaglio di giornale che riportava la vera storia dell’incidente. Basta dire che si trattava di un incidente causato dal ghiaccio, e che Cullingworth aveva davvero agito in modo eroico: era stato lui stesso ad essere tratto fuori privo di sensi, con il bambino ancora stretto tra le sue braccia; solo quando aveva ripreso i sensi riuscirono a separarli. Non avevo ancora finito di leggerlo che sentimmo i suoi passi sulle scale; lei, infilando di nuovo il ritaglio nel petto, tornò immediatamente ad essere quella donna silenziosa e attenta di sempre.
Non è davvero enigmatico? Se ti interessa da lontano (e suppongo che ciò che scrivi nelle tue lettere non sia solo un complimento convenzionale), puoi immaginare quanto sia affascinante nella vita reale. Devo però ammettere che non riesco mai a scacciare la sensazione di vivere con una creatura capricciosa, che spesso ringhia e potrebbe anche mordere. Beh, non passerà molto prima che scriva di nuovo. E forse allora saprò se riuscirò a trovare un posto stabile qui o meno. Mi dispiace molto sentire parlare del malessere della signora Swanborough. Sai quanto mi interessi tutto ciò che ti riguarda. Qui dicono che sembro in ottima forma, anche se penso che dovrebbero scrivere “forma” con una “a”.
VIII. La parata, Bradfield, 6 aprile 1882.
Sto scrivendo queste parole, mio caro Bertie, davanti a un piccolo tavolo sistemato vicino alla finestra della mia camera da letto. Tutti in casa dormono tranne me; il rumore della città è completamente silenziato. Eppure la mia mente è stranamente attiva. Mi sembra che scriverti sia un modo migliore per occupare il tempo, piuttosto che stare a rigirarmi nel letto. Spesso mi accusano di essere sonnolento durante il giorno, ma ogni tanto la natura compensa facendomi diventare insolitamente sveglio di notte. Percepisci anche tu l’influenza tranquillizzante delle stelle? Per me rappresentano le cose più rassicuranti dell’universo. Sono orgoglioso di ammettere che non conosco nemmeno il nome di una singola stella. La loro bellezza e il loro fascino perderebbero tutto valore se venissero classificate e “etichettate” nella mente umana. Ma quando un uomo è agitato, pieno di piccole preoccupazioni e insignificanti sfortune, allora guardare le stelle è davvero il modo migliore per rilassarsi. Sono così grandi, così serene. Mi dicono che gli spazi interplanetari siano pieni di detriti di asteroidi distrutti. Forse anche tra loro esistono cose come la malattia e la morte. Eppure, solo guardarle basta per farci rendere conto di quanto siamo piccoli e insignificanti. L’intera umanità, come una polvere impalpabile sulla superficie di uno dei componenti più insignificanti di un macchinario gigantesco. Ma c’è ordine in tutto questo, Bertie. C’è ordine! E dove c’è ordine, deve esserci intelligenza. E dove c’è intelligenza, deve esserci senso della giustizia. Non permetto che esistano dubbi sull’esistenza di quell’intelligenza centrale, né sul fatto che essa possieda determinati attributi. Le stelle mi aiutano a comprenderlo. È strano pensare, guardandole, che le chiese continuino ancora oggi a discutere su questioni del genere: se il Creatore sia più soddisfatto quando versiamo un cucchiaino d’acqua sulla testa dei nostri bambini, o quando aspettiamo qualche anno per poi gettarli in una vasca piena d’acqua. Sarebbe ridicolo, se non fosse così tragico.
Questo filo di pensieri è il risultato di una discussione avuta stasera con Cullingworth. Lui sostiene che la razza umana stia degenerando sia mentalmente che moralmente, e si indigna per l’abominio che confonde il Creatore con un giovane filosofo ebreo. Ho cercato di fargli capire che questo non costituisce una prova di degenerazione: quel filosofo ebreo, almeno, rappresentava un ideale morale, quindi si trovava su un piano infinitamente più elevato rispetto alle divinità sensuali degli antichi. Secondo me, le sue stesse opinioni sul Creatore rappresentano una forma ancora più evidente di degenerazione. Afferma che, osservando la natura, non si vede altro che crudeltà e brutalità; quindi, o il Creatore non è onnipotente, oppure non è del tutto buono: o potrebbe fermare queste atrocità ma non lo fa, il che lo renderebbe malvagio; oppure potrebbe fermarle ma non ne ha la capacità, il che lo renderebbe impotente. È davvero un dilemma difficile da risolvere per una persona che si proclama fedele alla ragione. Naturalmente, se si ricorre alla fede, si può sempre trovare una scappatoia. Sono stato costretto a difendermi con gli stessi argomenti che lui ha spesso usato contro di me.
Ho detto che il dilemma sorge dal fatto che diamo per scontato che ciò che sembra male sia davvero MALE. “Spetta a voi dimostrare che non lo è”, disse lui. “Possiamo sperare che non lo sia”, risposi io. “Aspettate fino a quando qualcuno vi dirà che avete il cancro dell’estremità pilorica dello stomaco”, ribatté lui; e lo ripeteva ogni volta che cercavo di riprendere la discussione.
Ma con tutta onestà, credo davvero, Bertie, che molte delle cose che sembrano le più tristi nella vita potrebbero essere molto diverse se riuscissimo a considerarle nel modo giusto. Ho cercato di esprimerti le mie opinioni al riguardo nel caso dell’alcol e dell’immoralità; ma credo che questo valga ancora di più in ambito fisico, piuttosto che morale. Tutti i mali fisici della vita sembrano culminare nella morte; eppure, come ho visto io stesso, la morte non è necessariamente un processo doloroso o terribile. In molti casi, una persona muore senza aver sofferto quasi quanto potrebbe soffrire a causa di un ascesso o di un’altra malattia grave. Spesso sono proprio quelle morti che sembrano le più terribili agli spettatori, mentre per chi le subisce non lo sono affatto. Quando una persona viene investita da un treno e viene distrutta in mille pezzi, o quando cade da una finestra del quarto piano e si schianta a terra, gli spettatori rimangono sconvolti dall’orrore e ne traggono conclusioni pessimistiche sulla Provvidenza che permette che accadano simili cose. Ma è molto dubbia l’idea che la persona deceduta, se potesse parlare, ricorderebbe qualcosa di tutto ciò.
Noi, come studenti di medicina, sappiamo che sebbene il dolore sia solitamente associato ai tumori e alle patologie addominali; tuttavia, nelle varie forme di febbre, nell’apoplessia, nei avvelenamenti del sangue, nelle malattie polmonari e, in breve, nella maggior parte delle gravi affezioni, il dolore è spesso assente o molto limitato.
Ricordo quanto fossi rimasto colpito la prima volta che vidi applicare realmente questo metodo di cauterizzazione in un caso di malattia della colonna vertebrale. Il ferro incandescente veniva premuto con forza sulla schiena del paziente, senza l’uso di alcun anestetico; davanti a quella scena e al nauseabondo odore della carne bruciata, mi sentii stordito e malato. Eppure, con mia sorpresa, il paziente non ebbe alcuna reazione né mosse un muscolo del viso; in seguito, quando gli chiesi, mi assicurò che l’intervento era completamente indolore, una affermazione confermata anche dal chirurgo. “I nervi vengono distrutti così completamente e immediatamente”, spiegò, “che non hanno nemmeno il tempo di trasmettere sensazioni di dolore”. Ma allora, se è davvero così, che fine fanno tutti quei martiri arsi sul rogo, le vittime degli indiani rossi e tante altre persone innocenti la cui sofferenza e perseveranza ci hanno sempre colpito? Forse la Provvidenza non solo non è crudele di per sé, ma nemmeno permette all’uomo di esserlo. Fai pure del tuo peggio, e lei interverrà con un “No, non permetterò che questo mio povero figlio venga ferito”; poi arriveranno la perdita della sensibilità dei nervi e lo stato di torpore che allontanano la vittima dalle torture del tormentatore. David Livingstone, sotto le fauci del leone, deve essere stato un esempio concreto dell’aspetto negativo delle cose, eppure ha scritto che le sue sensazioni erano piacevoli, anziché dolorose. Sono convinto che, se un neonato appena nato e un uomo appena morto potessero confrontare le loro esperienze, il primo si rivelerebbe sicuramente la vittima. Non è certo per caso che la prima cosa che fa un essere umano al suo arrivo su questo pianeta è aprire la bocca senza denti e protestare con forza contro il destino.
Cullingworth ha scritto una parabola che si adatta perfettamente al nostro meraviglioso nuovo giornale settimanale: “I piccoli acari del formaggio discutevano su chi avesse creato quel formaggio”, dice, “alcuni pensavano di non avere informazioni sufficienti; altri ritenevano che fosse nato dalla solidificazione dei vapori o dall’attrazione centrifuga degli atomi. Alcuni ipotizzavano che il piatto in cui era contenuto avesse qualcosa a che fare con la sua formazione. Ma nemmeno i più saggi riuscirono a dedurre l’esistenza di una mucca”.
Io e lui siamo d’accordo nel ritenere che l’infinito sia al di là della nostra comprensione. Ci differenziamo soltanto nel fatto che lui vede il male, mentre io vedo il bene nell’operare dell’universo. Ah, quanto tutto questo sia misterioso. Sia onesti e umili, pensiamo con gentilezza gli uni agli altri. Lassù, oltre il tetto di fronte a me, c’è una fila di stelle che mi fanno l’occhiolino, l’occhiolino malizioso di quelle piccole “persone sciocche” armate di penna e carta, così serie riguardo a cose che non potranno mai comprendere.
Bene, ora tornerò a qualcosa di pratico. È passato quasi un mese da quando vi ho scritto l’ultima volta. Quella data mi è rimasta impressa nella memoria perché era il giorno dopo che Cullingworth aveva sparato con la sua pistola ad aria compressa contro il mio dito. Il taglio si è infettato e per un paio di settimane non ho potuto scrivere a nessuno, ma ora tutto è tornato a posto. Ho molte cose diverse da raccontarvi, ma in realtà, quando ci penso bene, non significano poi molto.
Per prima cosa, riguardo alla pratica professionale. Vi avevo detto che avrei avuto una stanza proprio di fronte a quella di Cullingworth e che tutti i casi chirurgici mi sarebbero stati affidati. Per alcuni giorni non ho avuto nulla da fare, se non ascoltare lui mentre si comportava in modo brusco con i suoi pazienti o li rimproverava dall’alto delle scale. Tuttavia, sul lato della porta di sotto, di fronte alla targhetta di Cullingworth, è stato attaccato un grande cartello che lo presentava come “Dottor Stark Munro, Chirurgo”; sono stato molto orgoglioso quando l’ho visto per la prima volta. Ma il quarto giorno è arrivato il primo paziente che ho avuto completamente a mia disposizione. Forse non sarebbe stato così felice se lo avesse saputo. Povero uomo: aveva ben poco di cui essere felice. Era un vecchio soldato che aveva perso molti denti, ma riusciva comunque a fumare una corta pipa di argilla nera. Di recente gli era apparso un piccolo foruncolo sul naso che si era diffuso e formato una crosta; tastandolo, ho scoperto che era duro come della colla, e i dolori continuavano ad intensificarsi. Ovviamente non c’era dubbio sulla diagnosi: si trattava di un cancro epitelioide causato dall’irritazione dovuta al fumo caldo della pipa. L’ho rimandato nel suo villaggio, e due giorni dopo sono andato da lui con la carrozza di Cullingworth per rimuovere quella massa tumorale. Ho guadagnato solo una sterlina per questo intervento. Ma forse questo caso potrà essere utile in futuro. Il vecchio si è comportato molto bene; è appena venuto da me, con un’aria davvero aristocratica, per dirmi che aveva comprato una scatola piena di “ufficiali parrocchiali”. È stato il mio primo intervento chirurgico. E devo ammettere che ero più nervoso io di lui. Ma il risultato mi ha dato fiducia. Ho deciso con fermezza di non lasciarmi sfuggire nessuna opportunità. Qualunque cosa accada, sono pronto a provarci. Perché mai un uomo dovrebbe aspettare? Certo, so che molti lo fanno. Ma sicuramente ora i propri nervi sono più saldi e le proprie conoscenze più fresche rispetto a vent’anni fa.
I casi continuavano ad arrivare giorno dopo giorno: tutte persone molto povere, in grado di pagare tariffe molto basse, ma comunque tutti benvenuti per me. Nella prima settimana ho guadagnato (inclusa la tariffa dell’intervento) un pound e diciassette shilling e sei pence; nella seconda, esattamente due pounds; nella terza, due pounds e cinque. E ora scopro che anche la scorsa settimana ho guadagnato due pounds e diciotto: quindi sto andando nella direzione giusta. Certo, questo è un confronto assurdo rispetto ai venti pounds al giorno di Cullingworth. E il mio piccolo ambiente tranquillo sembra un contrasto strano con quel flusso incessante che attraversa la sua stanza. Comunque, sono molto soddisfatto, e non ho alcun dubbio che la stima iniziale di trecento pounds per il primo anno si rivelerà più che giustificata. Sarebbe bello pensare che, se mai dovesse succedere qualcosa a casa, potrei essere d’aiuto. Se le cose continuano come finora, presto mi stabilirò definitivamente qui.
A proposito, sono stato costretto ad abbandonare un’opportunità che, qualche mese fa, sarebbe stata il culmine delle mie ambizioni. Dovete sapere che, subito dopo essere arrivato qui, ho messo il mio nome tra i candidati per una posizione di chirurgo presso diverse grandi compagnie di navigazione a vapore. L’ho fatto con scarse speranze, perché di solito ci vogliono diversi anni prima che arrivi il proprio turno. Beh, appena una settimana dopo essere iniziato qui, una sera ho ricevuto un telegramma da Liverpool: “Unisciti al Decia domani stesso come chirurgo, entro le otto di sera.” Era della famosa compagnia sudamericana Staunton & Merivale. Il Decia è una bella nave passeggeri da 6000 tonnellate che fa il viaggio di andata e ritorno passando per Bahia, Buenos Aires, Rio e Valparaiso. Ho trascorso un quarto d’ora molto difficile. Non credo di essere mai stato così indeciso in vita mia. Cullingworth era assolutamente contrario al mio partire, e la sua influenza ha avuto la meglio.
“Caro ragazzo,” mi disse, “se parti, finirai per causare problemi seri. Ti legheranno i pollici alle corde dell’albero di navigazione, ti daranno da mangiare acqua puzzolente e biscotti marci. Ho letto un romanzo sul servizio mercantile. Lo so bene.”
Quando ho riso delle sue idee sulla vita in mare moderno, ha provato un altro approccio:
“Se parti, sei ancora più stupido di quanto pensassi. A cosa porterà tutto questo? Tutto il denaro che guadagnerai servirà solo per comprarti un abito blu e decorarlo con pizzo. Pensi di andare a Valparaiso, ma finirai in un ospizio. Hai un’ottima opportunità qui. Tutto è pronto per te. Non ne avrai mai un’altra simile, ”
E così ho deciso di rinunciare all’offerta. È strano quando si arriva a un bivio nella propria vita e si sceglie una direzione o l’altra, dopo aver cercato invano di essere sicuri. Penso che alla fine abbia fatto la scelta giusta. Un chirurgo di nave rimane sempre un chirurgo di nave. Mentre qui, le mie possibilità non hanno limiti.
Per quanto riguarda il vecchio Cullingworth, va avanti felicemente come sempre. Nella tua ultima lettera dici che non riesci a capire come sia riuscito ad attirare l’attenzione del pubblico in così poco tempo. Ed è proprio questo il punto che ho trovato difficile spiegare. Mi ha detto che, dopo il suo primo arrivo, per un mese non ebbe nemmeno un paziente e che era così scoraggiato da pensare seriamente di lasciare quella città. Alla fine, però, gli capitò qualche caso. E riuscì a curarli in modo straordinario, oppure li colpì così tanto con la sua eccentricità che tutti iniziarono a parlare di lui. Alcuni dei suoi risultati straordinari finirono persino sulla stampa locale. Anche se, dopo quanto ho visto ad Avonmouth, non potrei garantire che non sia stato lui stesso a farli arrivare lì. Mi mostrò un almanacco che aveva una grande diffusione nella zona; conteneva questa voce:
“15 agosto 1867: Approvazione del Reform Bill.
16 agosto: Nascita di Giulio Cesare.
17 agosto 1881: Cura straordinaria da parte del dottor Cullingworth di un caso di idropisia a Bradfield.
18 agosto 1870: Battaglia di Gravelotte.”
Sembrava davvero uno dei momenti più importanti della seconda metà del secolo. Gli chiesi come fosse possibile che quelle informazioni finissero lì dentro; ma scoprii solo che quella donna aveva una circonferenza alla vita di cinquantasei pollici e che lui l’aveva curata con il “elaterium”.
Questo mi porta a un altro argomento. Mi chiedi se le sue cure siano davvero straordinarie, e in tal caso quale sia il suo metodo. Rispondo senza esitazione: le sue cure sono davvero notevoli, e lo considero una sorta di “Napoleone della medicina”. Secondo lui, le dosi prescritte dalle farmacopee sono quasi sempre troppo basse. L’eccessiva prudenza dei medici ha ridotto queste dosi al punto che non producono più alcun effetto reale sulle malattie.
Secondo lui, i medici hanno sempre avuto paura di causare effetti tossici con le loro medicine. Mentre per lui l’intera arte della medicina consiste nel somministrare dosi “giuste”, anche se potenzialmente pericolose. Nei casi più gravi, i suoi rimedi sono davvero estremi. Dove io avrei prescritto trenta grani di bromuro o cloralo ogni quattro ore, lui ne avrebbe somministrati due dracme ogni tre. Certo, a voi potrebbe sembrare un approccio troppo rischioso. E temo che una serie di inchieste mediche possa ostacolare la sua carriera. Ma finora non ha mai avuto scandali pubblici, e i casi in cui è riuscito a salvare vite sono stati numerosi. È davvero un uomo senza paura. L’ho visto versare oppio in un paziente affetto da dissenteria, fino al punto che mi sono venuti i brividi. Ma sia la sua conoscenza che la sua fortuna lo aiutano sempre a ottenere risultati positivi.”
Ci sono altre cure che, credo, dipendano dal suo stesso carisma personale. È così robusto, ha una voce così forte e un’aria così sana che un paziente con problemi nervosi se ne va da lui rinvigorito. Ha tale fiducia nelle proprie capacità di guarire che riesce anche a far credere ai pazienti stessi che possano essere curati; e si sa bene come, in casi legati al sistema nervoso, la mente influisca sul corpo. Se decidesse di utilizzare stampelle e altri strumenti, come fanno nelle chiese medievali, sono sicuro che potrebbe riempire tutta la sua sala di consultazione con essi. Un trucco che usa spesso con i pazienti più impressionabili è quello di indicare l’ora esatta in cui saranno guariti: “Mia cara,” dice, tenendo una ragazza per le spalle e avvicinando il proprio naso al suo, “domani alle nove e quindici ti sentirai meglio, e alle venti sarai come non sei mai stata in vita tua. Ora guarda l’orologio e vedi se ho ragione.” Il giorno dopo, molto probabilmente, la madre della ragazza sarà lì, in lacrime di gioia. E un altro “miracolo” verrà aggiunto al curriculum di Cullingworth. Forse sembra una pratica poco seria, ma è estremamente utile per i pazienti.
Devo comunque ammettere che ciò che mi infastidisce di più in Cullingworth è la sua bassa considerazione della nostra professione. Non riesco mai ad accordarmi con le sue idee, e allo stesso tempo non riesco a convincerlo delle mie; quindi esisterà sempre un divario tra noi, che prima o poi potrebbe separarci completamente. Lui non riconosce alcun aspetto filantropico nella nostra professione: secondo lui, una professione serve soltanto a guadagnarsi da vivere, e fare del bene agli altri è secondario.
“Perché diavolo dovremmo dedicarci solo al bene, Munro?” esclama. “Eh. Un macellaio potrebbe ‘fare del bene alla razza’ se servisse le sue carne gratis dalla finestra, vero? Sarebbe davvero un benefattore. Ma invece le vende a uno scellino la libbra. Prendiamo il caso di un medico che si dedica alle questioni sanitarie: pulisce i canali fognari e previene le infezioni. Lo chiami filantropo? Io lo chiamo traditore. Sì, Munro, un traditore e un renegato! Hai mai sentito parlare di congressi di avvocati volti a semplificare la legge e a ridurre i processi legali? A cosa servono l’Associazione Medica e tutti questi organismi? A promuovere gli interessi della professione. Pensi che lo facciano rendendo la popolazione più sana? È arrivato il momento che scoppia una rivolta tra i medici di base. Se avessi a disposizione metà dei fondi dell’Associazione, ne userei parte per pulire i canali fognari e l’altra metà per coltivare germi patogeni e contaminare l’acqua potabile, ”
Certo, gli ho detto che le sue opinioni erano diaboliche; ma soprattutto dopo l’avvertimento ricevuto da sua moglie, non do più credito a nulla di ciò che dice. Inizia con serietà, ma man mano che prosegue, l’eccesso nell’esagerazione prende il sopravvento e finisce per dire cose che mai approverebbe a sangue freddo. Tuttavia, il fatto rimane: le nostre opinioni sulla vita professionale sono molto diverse, e temo che possiamo finire per avere dei problemi a causa di questo.
Cosa pensi che abbiamo fatto ultimamente? Abbiamo costruito una stalla, anzi, addirittura due! Cullingworth voleva ne costruire un’altra nel luogo dove svolge la sua attività, sia per i suoi pazienti che per i cavalli; e, con la sua audacia tipica, ha deciso di farla da solo. Così ci siamo messi all’opera: lui, io, il cocchiere, la signora Cullingworth e la moglie del cocchiere. Abbiamo scavato le fondamenta, portato mattoni a carriole, preparato il malta noi stessi. E credo che alla fine riusciremo a completare un lavoro davvero soddisfacente. Non è esattamente perfetta come avremmo voluto; penso che se fossi un cavallo al suo interno, dovrei fare attenzione a non sbattere contro le pareti. Ma comunque, quando sarà finita, terrà fuori vento e pioggia. Cullingworth parla di costruirci una nuova casa, ma visto che ne abbiamo già tre grandi, non sembra esserci alcuna vera necessità.
Parlando di cavalli, l’altro giorno qui c’è stata un’enorme confusione. A Cullingworth è venuta in mente l’idea di acquistare un cavallo da corsa di prima qualità; poiché nessuno dei cavalli utilizzati per i carri gli andava bene, ha incaricato un commerciante di cavalli di trovarne uno per lui. Quest’ultimo ci parlò di un castrone che uno degli ufficiali della guarnigione cercava di vendere. Non nascose il fatto che desiderasse venderlo perché lo riteneva pericoloso; tuttavia aggiunse che il Capitano Lucas aveva offerto 150 sterline per acquistarlo e era disposto a venderlo a settanta sterline. Questo ha eccitato Cullingworth, che ha ordinato di sellare il cavallo e portarlo da lui. Era un animale bellissimo: nero come il carbone, con un collo e delle spalle maestose; tuttavia le sue orecchie erano piegate all’indietro in modo sgradevole, e aveva uno sguardo davvero inquietante. Il commerciante ha detto che il nostro cortile era troppo piccolo per provare il cavallo; ma Cullingworth è salito sul suo dorso e ha ufficialmente preso possesso di esso battendolo tra le orecchie con il manico osseo del suo frustino. Quello che è seguito sono stati i dieci minuti più frenetici che ricordi. Il cavallo si è dimostrato all’altezza della sua reputazione; ma Cullingworth, sebbene non fosse un cavaliere esperto, è rimasto attaccato a lui come una lumaca. Avanti e indietro, di lato, sulle zampe anteriori, su quelle posteriori, il cavallo provava di tutto per liberarsi; Cullingworth, invece, sedeva alternativamente sulla criniera e alla base della coda del cavallo – mai una volta nella sella: aveva perso entrambi i staffili, le ginocchia erano sollevate e i talloni affondavano nelle costole dell’animale, mentre le sue mani cercavano disperatamente di afferrare criniera, sella o orecchie. Teneva comunque il frustino in mano; ogni volta che il cavallo si calmava un attimo, Cullingworth lo colpiva di nuovo con il manico osseo. Probabilmente voleva spezzargli lo spirito, ma aveva preso su di sé una responsabilità superiore alle sue capacità. L’animale ha raccolto tutte e quattro le zampe insieme, abbassato la testa, inarcato la schiena come un gatto pronto ad attaccare, e si è lanciato in aria tre volte. La prima volta, le ginocchia di Cullingworth sono finite sopra i bordi della sella; la seconda volta, gli ankle erano ancora stretti intorno al dorso del cavallo; la terza volta, è volato in avanti come una pietra lanciata da una fionda, ha mancato per un soffio il bordo del muro, si è schiantato contro la barra di ferro che teneva insieme una rete metallica, e è caduto a terra con un tonfo. Si è rialzato subito, con il sangue che gli scorreva sul viso; è corso nei nostri stabili ancora in costruzione, ha afferrato un’ascia e, urlando di rabbia, si è scagliato contro il cavallo. L’ho afferrato per il mantello e l’ho trattenuto con forza, mentre il commerciante di cavalli (che era bianco come formaggio) è fuggito via con il suo cavallo per la strada. Cullingworth si è liberato dalla mia presa, imprecando in modo incoerente, con il viso coperto di sangue e l’ascia sguainata. È uscito dal cortile, l’aspetto più demoniaco che si possa immaginare.
Tuttavia, fortunatamente per il commerciante, aveva avuto un buon inizio; Cullingworth fu convinto a tornare e lavarsi il viso. Gli fasciammo la ferita e notammo che stava poco peggio, tranne per il suo umore. Se non fosse stato per me, sicuramente avrebbe pagato settanta sterline per quella sua folle esplosione di rabbia contro l’animale.
Oserei dire che vi sembri strano che io scriva così tanto di questo individuo e così poco di chiunque altro; ma la verità è che non conosco nessun altro, e tutto il mio mondo si limita ai miei pazienti: Cullingworth e sua moglie. Loro non visitano nessuno, e nessuno li visita. Vivere con loro mi ha comportato lo stesso tabù da parte dei miei colleghi medici, anche se io personalmente non ho mai fatto nulla di inappropriato. Un giorno, per strada, ho incontrato proprio i McFarlane. Li ricorderete sicuramente di Linlithgow. Sono stato così sciocco da chiedere a Maimie McFarlane di sposarmi, e lei è stata abbastanza saggia da rifiutarmi. Non riesco nemmeno a immaginare cosa avrei fatto se mi avesse accettato. Perché sono passati tre anni, e ora ho ancora meno possibilità di sposarmi rispetto a allora. Beh, non ha senso desiderare ciò che non si può avere. E comunque, non esiste nessun altro uomo con cui potrei parlare di questa cosa. Ma la vita è davvero terribilmente solitaria quando una persona non ha nessuno al proprio fianco se non sé stessa. Perché sto seduto qui, sotto la luce della luna, a scrivervi? Solo perché desidero compassione e compagnia. Ve le ricevo da voi. Quanto ne può ricevere un amico dall’altro. Eppure ci sono aspetti della mia natura che né una moglie, né un amico, né nessun altro possono condividere. Se decidi di percorrere la tua strada da solo, devi essere preparato ad affrontarla da solo.
Ehi! Sta quasi sorgendo il giorno. E sono ancora più sveglio del solito. Fa freddo. Mi sono avvolto in una coperta. Ho sentito dire che questa è l’ora preferita dai suicidi. E vedo che anch’io sto tendendo verso la malinconia. Lasciate che concluda con qualcosa di più leggero. Citando l’ultimo articolo di Cullingworth. Devo dirvi che è ancora molto entusiasta dell’idea del suo giornale. Il suo cervello è in piena attività. Continua a produrre paragrafi diffamatori, poesie ridicole, sketch sociali, parodie e articoli. Me li porta tutti. E il mio tavolo è già pieno di loro. Ecco l’ultimo che mi ha portato dopo essersi spogliato. È il risultato di alcune osservazioni che avevo fatto riguardo alla difficoltà che i nostri discendenti potrebbero avere nel comprendere il significato di alcuni degli oggetti più comuni della nostra civiltà. E, di conseguenza, su quanto dovremmo essere cauti prima di diventare dogmatici riguardo agli antichi Romani o agli Egizi.
“Al terzo incontro annuale della New Guinea Archaeological Society fu letta una relazione su recenti ricerche riguardanti il presunto sito di Londra, nonché alcune osservazioni sui cilindri cavi utilizzati dagli antichi abitanti di Londra. Alcuni esempi di questi cilindri metallici erano in mostra nella sala e vennero fatti passare tra il pubblico per essere esaminati. Il relatore, con grande erudizione, introdusse i suoi argomenti sottolineando che, data l’enorme distanza temporale che li separava dagli anni in cui Londra era una città fiorente, era necessario essere molto cauti nel trarre conclusioni riguardo alle abitudini dei suoi antichi abitanti. Le ricerche recenti sembravano aver dimostrato con certezza che la data della caduta definitiva di Londra era successiva a quella della costruzione delle piramidi egizie. Di recente era stata scoperta una grande struttura vicino al letto prosciugato del fiume Tamigi; e, secondo i documenti esistenti, si trattava senza dubbio del luogo in cui si riuniva il consiglio legislativo degli antichi Britanni – o Anglicani, come venivano talvolta chiamati. Il relatore proseguì spiegando che il letto del Tamigi era stato scavato sotto da un monarca di nome Brunel, considerato da alcune autorità successore di Alfredo il Grande. Gli spazi aperti di Londra, osservò, dovevano essere stati piuttosto insicuri, poiché nel Regent’s Park erano state trovate le ossa di leoni, tigri e altre specie carnivore estinte. Dopo aver brevemente menzionato le misteriose strutture chiamate ‘cassette telefoniche’, sparse in tutta la città e probabilmente di origine religiosa o utilizzate come tombe di capi anglicani, il relatore passò ai cilindri cavi. La scuola patagoniana aveva interpretato questi oggetti come un sistema universale di conduttori per i fulmini; tuttavia lui non concordava con questa teoria. Attraverso una serie di osservazioni effettuate nel corso di diversi mesi, aveva scoperto che queste tubature conducevano inevitabilmente a grandi serbatoi metallici cavi collegati a forni. Chiunque sapesse quanto gli antichi Britanni fossero abituati all’uso del tabacco non poteva dubitare del significato di tutto ciò: evidentemente, grandi quantità di questa sostanza venivano bruciate nelle stanze centrali, e i vapori aromatici e narcotici venivano trasportati attraverso le tubature fino alle case di ogni cittadino, permettendogli di inalarli a piacimento. Dopo aver illustrato i suoi argomenti con una serie di diagrammi, il relatore concluse dicendo che, sebbene la vera scienza fosse sempre cauta e non dogmatica, era innegabile che molte informazioni su Londra antica fossero state ormai rese note, al punto di conoscere ogni aspetto della vita quotidiana dei suoi abitanti, dalla colazione del mattino fino al momento in cui, dopo aver bevuto un po’ di birra, si andava a dormire.”
Dopotutto, oserei dire che questa spiegazione dei tubi del gas di Londra non sia più assurda di alcune delle nostre ipotesi sulle Piramidi, o delle idee che abbiamo riguardo alla vita degli antichi Babilonesi.
Bene, addio, vecchio mio. È una lettera stupida e insignificante, ma ultimamente la mia vita è diventata più tranquilla e meno interessante. Forse per la prossima volta avrò qualcosa di un po’ più commovente da raccontare.
IX. La parata, Bradfield, 23 aprile 1882.
Cara Bertie, ricordo che quando ti ho scritto quella lettera un po’ disordinata, circa tre settimane fa, ho detto che forse la prossima volta avrei qualcosa di più interessante da raccontarti. E infatti è proprio così! Tutto è cambiato; ora sono su una nuova strada. Cullingworth andrà in un senso, io nell’altro. Eppure sono felice di dire che non c’è stata alcuna discussione tra noi. Come al solito, ho iniziato la lettera dalla fine, ma questa volta cercherò di spiegare tutto più chiaramente e di farti capire esattamente come sono andate le cose.
Prima di tutto, mille ringraziamenti per quelle due lunghe lettere che ho davanti a me mentre scrivo. Contengono poche notizie personali, ma capisco perfettamente che la tua tranquilla e felice routine quotidiana scorra senza intoppi da una settimana all’altra. D’altro canto, mi fornisci molte informazioni su quella vita interiore che per me è molto più interessante. Dopotutto, è normale che le persone possano avere opinioni diverse: tu ritieni che alcune cose siano vere, io no; tu le consideri edificanti, io no. So comunque che sei assolutamente onesta nelle tue convinzioni, e sono sicuro che lo stesso valga per me. Il futuro dirà chi avrà ragione. La sopravvivenza di ciò che è più vero è una legge costante, anche se il suo processo è molto lento.
Tuttavia, commetti un errore nel pensare che coloro che la pensano come me siano una minoranza così esigua. L’essenza stessa del nostro modo di pensare è l’indipendenza e il giudizio individuale; non siamo quindi “fusi” in un unico corpo come fanno le chiese, e abbiamo l’opportunità di mettere alla prova la nostra forza. Senz’altro, tra di noi ci sono opinioni molto diverse; ma se includiamo soltanto coloro che nel loro intimo non credono nelle dottrine comunemente accettate e ritengono che le chiese settarie portino al male piuttosto che al bene, probabilmente i numeri sarebbero sorprendenti. Quando ho letto la tua lettera, ho fatto un elenco di tutte quelle persone con cui avevo discusso in modo approfondito su questi argomenti: ne sono venuti fuori diciassette, quattro dei quali erano ortodossi; Cullingworth ne ha trovati dodici, uno dei quali era ortodosso. Da tutti i lati si sente dire che nelle chiese mancano uomini. Le donne sono in maggioranza, tre a uno. Forse le donne sono più sincere degli uomini. Penso invece che sia esattamente il contrario. Ma gli uomini seguono la ragione, le donne l’emozione. Sono soltanto le donne a mantenere viva l’ortodossia.
No, non dovresti essere troppo sicuro di quella maggioranza a cui appartieni. Considerando le classi scientifiche, mediche e professionali, mi chiedo se esista davvero. Il clero, impegnato nei propri circoli ristretti e in contatto soltanto con coloro che la pensano come loro, non si è reso conto di quanto la nuova generazione sia ormai cresciuta al di là delle sue concezioni. E (ad eccezione di persone come te) non sono i giovani più indulgenti, ma quelli migliori: quelli con un’intelligenza e un cuore più grandi, quelli che hanno liberato se stessi dal dominio della vecchia teologia. Non possono sopportare la sua mancanza di carità, le sue limitazioni riguardo ai favori di Dio, le sue pretese su una Provvidenza speciale, il suo dogmatismo nei confronti di ciò che appare falso, e il suo conflitto con ciò che sappiamo essere vero. Sappiamo che l’uomo è salito, non sceso; quindi quale valore ha un sistema di pensiero basato sull’ipotesi della sua caduta? Sappiamo che il mondo non è stato creato in sei giorni, che il sole non può mai essere fermato poiché non si muove affatto, e che nessuno è mai vissuto per tre giorni dentro un pesce; quindi quale credibilità ha l’ispirazione di un libro che contiene tali affermazioni? “La verità, anche se mi schiaccia, ” Ecco, ora vedete quali conseguenze comporta agitare lo straccio rosso! Lasciate che faccia una concessione per placarvi: credo davvero che il cristianesimo, nelle sue diverse forme, sia stato la cosa migliore per il mondo durante tutta questa lunga epoca barbarica. Naturalmente è stata la cosa migliore, altrimenti la Provvidenza non l’avrebbe permesso. L’ingegnere sa meglio quali strumenti utilizzare per rafforzare la propria macchina. Ma quando dite che questo è lo strumento migliore e ultimo che verrà usato, state forse stabilendo una legge un po’ troppo assoluta. Prima di tutto, voglio raccontarvi come si sono svolti i fatti. La settimana dopo aver scritto l’ultima volta, ci è stata una leggera ricaduta: ho perso soltanto due libbre. Ma la settimana successiva il peso è aumentato improvvisamente di tre libbre e sette scellini, e questa ultima settimana sono arrivate addirittura tre libbre e dieci. Quindi il peso continuava ad aumentare costantemente; pensavo davvero di aver aperto davanti a me la strada verso il successo, quando improvvisamente tutto è andato storto. Tuttavia, c’erano delle ragioni che mi hanno impedito di essere troppo deluso quando ciò è accaduto. E devo spiegarvele chiaramente.
Credo di aver già menzionato, quando vi ho descritto brevemente mia cara vecchia madre, che lei ha un concetto molto alto dell’onore familiare. Si sforza davvero di essere all’altezza della tradizione dei Percy-Plantageneti che, si dice, scorra nelle nostre vene; e sono soltanto le nostre tasche vuote a impedirle di vivere come una vera signora d’alto rango, distribuendo generosità ovunque, con la testa alta e l’anima tra le nuvole. Ho spesso sentito lei dire (e ne sono assolutamente convinto) che preferirebbe vedere qualcuno di noi sepolto piuttosto che sapere che abbiamo compiuto un atto disonorevole. Sì; nonostante tutta la sua dolcezza e femminilità, potrebbe diventare dura come il ferro alla sola idea di bassezza; e ho visto il suo viso impallidire, dalla cuffia bianca fino al colletto di pizzo, quando veniva a sapere di qualche atto meschino da parte nostra.
Beh, aveva sentito alcuni dettagli sui Cullingworth che le erano dispiaciuti quando li ho conosciuti per la prima volta. Poi è successo l’incidente ad Avonmouth, e mia madre ha iniziato a non gradirli sempre di più. Era contraria al fatto che io andassi a vivere con loro a Bradfield, e solo grazie alla mia improvvisa decisione all’ultimo momento sono riuscito a evitare un divieto definitivo. Quando sono arrivato lì, la prima domanda che mi ha fatto (quando le ho parlato della loro prosperità) è stata se avessero pagato i loro creditori ad Avonmouth. Sono stato costretto a rispondere di no. In risposta, lei mi ha scritto supplicandomi di tornare a casa, dicendo che, per povera che fosse la nostra famiglia, nessuno di noi aveva mai raggiunto un livello così basso da entrare in affari con una persona di carattere senza scrupoli e con un passato dubbioso. Ho risposto che Cullingworth a volte parlava di pagare i suoi creditori, che anche la signora Cullingworth era d’accordo, e che non mi sembrava giusto sacrificare un’ottima opportunità per motivi che non avevano nulla a che fare con me. Le ho assicurato che, se in futuro Cullingworth avesse fatto qualcosa che ritenevo disonorevole, mi sarei allontanato da lui, e le ho anche detto di aver già rifiutato di adottare alcuni dei suoi metodi professionali. In risposta a questo, mia madre ha scritto una lettera piuttosto violenta riguardo a ciò che pensava di Cullingworth; io ne ho scritta un’altra in sua difesa, sottolineando che nel suo carattere c’erano alcuni tratti profondi e nobili. Questo ha portato a una lettera ancora più aperta da parte sua. E così la corrispondenza è andata avanti: lei attaccava e io difendevo, fino a quando non sembrò che stesse per nascere un serio conflitto tra di noi. Alla fine ho smesso di scrivere, non per cattivo umore, ma perché pensavo che, se le avessi dato tempo, si sarebbe calmata e forse avrebbe preso una posizione più ragionevole sulla situazione. Mio padre, dalla breve nota che mi aveva inviato, sembrava ritenere l’intera faccenda assolutamente irregolare, e si rifiutava di credere alle mie descrizioni delle pratiche e dei conti di Cullingworth. Questo doppio ostacolo, da parte delle persone le cui interessi erano davvero i più importanti per me in tutta questa vicenda, mi ha fatto sentire meno deluso quando tutto è finito. Anzi, ero quasi disposto a concludere la cosa da solo, quando il destino l’ha fatto al mio posto.
Ora parliamo dei Cullingworth: la signora è sempre così affabile come prima; eppure, a meno che non mi stia ingannando, ultimamente i suoi sentimenti verso di me sono cambiati in qualche modo. Più volte l’ho colta mentre mi lanciava sguardi quasi ostili; in un paio di occasioni ho anche notato in lei una durezza che prima non c’era mai stata. Forse ho invaso troppo la loro vita familiare. Forse sono intervenuta tra marito e moglie? Dio sa quanto abbia cercato, con tutto il mio scarso tatto, di evitare questo. Eppure spesso mi è sembrato che la mia posizione fosse davvero insostenibile. Forse un giovane dà troppa importanza agli sguardi e ai gesti di una donna. Vorrebbe attribuire loro sempre un significato preciso, quando in realtà potrebbero essere soltanto capricci momentanei. Ah, beh. Non ho nulla di cui rimproverarmi; comunque, tutto finirà presto.
Ho notato lo stesso comportamento anche in Cullingworth. Ma lui è un uomo così strano che non do mai troppo peso ai suoi cambiamenti d’umore: a volte mi guarda con occhi furiosi; quando gli chiedo cosa c’è, borbotta soltanto “Oh, niente!” e se ne va. Altre volte, invece, è così cordiale e amichevole da sembrare quasi eccessivo. E allora mi chiedo se non stia fingendo. Deve sembrarvi scortese parlare in questo modo di un uomo che mi ha aiutato. Anche a me sembra così. Ma è proprio questa l’impressione che a volte mi lascia. È un’idea assurda, naturalmente. Qual quale scopo potrebbero avere lui e sua moglie nel fingere di essere affettuosi, se non lo fossero davvero? Eppure, sapete bene quella sensazione che si ha quando un uomo sorride con le labbra ma non con gli occhi.
Quel giorno, alla sera, siamo andati nella sala da biliardo dell’Hotel Central per giocare una partita. Il nostro livello era più o meno lo stesso, e avremmo dovuto avere un incontro divertente se non fosse stato per il suo strano umore. Era stato cupo tutto il giorno: fingeva di non sentire quello che gli dicevo, rispondeva in modo brusco e sembrava davvero una nuvola temporalesca. Ero deciso a non litigare, quindi ignoravo completamente le sue continue provocazioni, che, invece di calmarlo, sembravano incoraggiarlo ad essere ancora più offensivo. Alla fine della partita, poiché dovevamo vincere in due, ho messo la palla bianca nella buca. Lui ha detto che era una mossa scorretta. Ho ribattuto che sarebbe stato stupido non farlo quando si è solo a due punti di distanza dalla vittoria; e poiché continuava a lamentarsi, ho chiesto al giudice, il quale la pensava come me. Questa opposizione ha aumentato ancora di più la sua rabbia, e all’improvviso ha iniziato a insultarmi in modo violento. Gli ho detto: “Se hai qualcosa da dirmi, Cullingworth, vieni fuori in strada e parlamene lì. È vergognoso parlare in quel modo davanti al giudice.” Ha alzato la mazza del biliardo, pensavo che mi avrebbe colpito; invece l’ha gettata a terra con un tonfo e ha dato mezzo scellino al giudice. Quando siamo usciti in strada, ha subito ripreso con lo stesso tono offensivo di sempre.
“Basta così, Cullingworth,” gli ho detto. “Ho già sopportato abbastanza.” In quel momento eravamo sotto la luce intensa di un negozio. Lui mi ha guardato, poi ancora una volta, incerto su cosa fare. In qualsiasi momento avrei potuto finire in una rissa per strada con un uomo che era anche il mio collega medico. Non ho dato alcuna provocazione, ma sono rimasto molto attento. All’improvviso, per mia sorpresa, è scoppiato a ridere (una risata così forte da far fermare le persone dall’altra parte della strada) e, mettendomi un braccio intorno al collo, mi ha trascinato via rapidamente.
“Hai davvero un temperamento terribile, Munro,” ha detto. “Per la miseria. Non è affatto sicuro uscire con te. Non so mai cosa farai dopo. Ehi, aspetta. Non devi essere sarcastico con me, però. Voglio solo il tuo bene, vedrai, ”
Ti ho raccontato questa piccola scena, Bertie, per farti capire come Cullingworth inizi sempre le discussioni con me: all’improvviso, senza alcuna provocazione, assume un tono offensivo; e poi, quando si rende conto di avermi messo alla prova fino al limite della mia sopportazione, cambia completamente atteggiamento. Questo è successo più volte negli ultimi tempi. E, considerando anche il cambiamento nel comportamento di sua moglie, sembra proprio che qualcosa abbia modificato le nostre relazioni. Ma cosa sia esattamente, te lo giuro, non ne ho la minima idea. Tra il loro atteggiamento freddo e le mie spiacevoli discussioni con mia madre, spesso mi sono pentito di non essere partito con la nave per l’America del Sud.
Cullingworth si sta preparando per la pubblicazione del nostro nuovo giornale. Ha portato avanti il progetto con la solita energia, ma non conosce abbastanza bene gli affari locali per poterne scrivere; inoltre, è ancora da vedere se riesca a interessare le persone qui presenti su altri argomenti. Al momento siamo pronti a gestire il giornale da soli: lavoriamo sette ore al giorno nella nostra attività professionale, costruiamo un fienile e, nei momenti liberi, continuiamo a perfezionare il nostro sistema protettivo navale magnetico, che Cullingworth è ancora molto soddisfatto di, anche se desidera renderlo ancora più efficace prima di presentarlo all’Ammiragliato.
Al momento i suoi pensieri ruotano soprattutto intorno all’architettura navale; ha ideato un metodo ingegnoso per evitare che le navi con fianchi in legno vengano danneggiate dal fuoco d’artiglieria. Non ho dato molto peso al suo sistema magnetico, perché mi sembrava che, anche se avesse ottenuto tutto il successo che lui affermava, avrebbe semplicemente sostituito l’acciaio con un altro metallo nella produzione delle munizioni. Tuttavia, questo nuovo progetto presenta aspetti più promettenti. Ecco come lo descrive lui stesso: “Se hai addosso l’armatura, ragazzo, verrà perforata”, dice. “Metti quaranta piedi di acciaio spesso, e io costruirò un cannone in grado di ridurla in polvere. Un solo colpo sarebbe sufficiente. Ma un’armatura che si rompe soltanto dopo che il proiettile l’ha attraversata non serve a nulla. Il vero scopo è impedire all’acqua di entrare. Ed è proprio questo il punto principale. Lo chiamo ‘sistema protettivo a persiane magnetiche di Cullingworth’. Eh, Munro? Non prenderei nemmeno un quarto di milione per questa idea. Vedi come funziona: le persiane magnetiche vengono posizionate lungo tutta la parte superiore delle fiancate. Sono divise in sezioni larghe tre piedi ciascuna e, quando si abbassano, raggiungono il fondo della nave. Se l’ nemico spara contro una certa sezione, questa viene immediatamente abbassata, formando così un ostacolo temporaneo. Se l’attacco continua, altre sezioni vengono abbassate a loro volta. Ecco fatto: la nave è protetta senza bisogno di danni strutturali. Lo stesso vale per le corazzate: spesso un colpo basta solo per far entrare acqua nelle loro piastre senza romperle. Basta abbassare le persiane magnetiche e tutto è a posto, ”
Questa è la sua idea. E sta lavorando attualmente su un modello realizzato con gli acciai utilizzati per i corsetti di sua moglie. Sembra plausibile. Ma lui ha davvero il dono di rendere qualsiasi cosa plausibile, quando può muovere le mani e gridare a squarciagola.
Entrambi stiamo scrivendo romanzi, ma temo che i risultati non confermino la sua teoria secondo cui un uomo possa fare qualsiasi cosa decida di fare con la propria volontà. Pensavo che il mio lavoro non fosse così male (avevo già scritto nove capitoli), ma Cullingworth dice che l’ha già letto tutto e che è troppo convenzionale. Secondo lui, dobbiamo catturare l’attenzione del pubblico fin dall’inizio. Certo, il suo lavoro sembra proprio essere stato concepito per farlo, anche se a me sembra solo una serie di sciocchezze. L’unica parte tollerabile del suo primo capitolo è la storia di un vecchio barone fraudolento che fa correre cavalli da corsa. Il figlio, appena maggiorenne, è un giovane innocente; proprio in quel momento arrivano le notizie della grande gara dell’anno.
“Sir Robert entrò nella stanza con le labbra secche e un viso terribile, ‘Mio povero ragazzo!’ gridò. ‘Preparati al peggio!’ ‘Il nostro cavallo ha perso!’ esclamò il giovane erede, saltando in piedi dalla sedia. Il vecchio si gettò a terra, urlando: ‘No, no! Ha vinto!’”
Però la maggior parte del racconto è davvero scadente. E entrambi concordiamo sul fatto che l’opera dell’altro non fosse mai destinata a diventare un romanzo.
Ecco quindi le nostre “vicende domestiche”, e tutti questi piccoli dettagli di cui dici che ti piace sentir parlare. Ora devo raccontarti il grande cambiamento nelle mie cose, e come è successo.
Ti ho già parlato del comportamento strano e cupo di Cullingworth, che peggiorava giorno dopo giorno. Questa mattina sembrava aver raggiunto l’apice: durante il tragitto verso le stanze, a malapena riuscivo a farlo parlare. C’erano molti pazienti nel posto, ma il mio carico di lavoro era piuttosto inferiore alla media. Dopo aver finito di lavorare, aggiunsi un altro capitolo al mio romanzo e aspettai che lui e sua moglie fossero pronti per tornare a casa.
Fu solo dopo le tre e mezza che finì. Lo sentii uscire nel corridoio; poco dopo entrò nella mia stanza di corsa. Capii immediatamente che era successo qualcosa di grave.
“Munro,” gridò, “questa pratica sta andando verso il disastro, ”
“Ah, ” dissi. “E come mai?”
“Sta andando in pezzi, Munro. Ho fatto i calcoli. Un mese fa guadagnavo seicento sterline a settimana; poi sono sceso a cinquecentottanta. Poi a cinquecentosettantacinque. E ora a cinquecentosessanta. Cosa ne pensi?”
“Onestamente, non penso molto, ” risposi. “Sta arrivando l’estate. Gli affari legati ai raffreddori e alle malattie respiratorie diminuiscono sempre in questa stagione, ”
“Può darsi, ” disse lui, camminando avanti e indietro nella stanza, con le mani in tasca e le sopracciglia folte aggrottate, “Ma io la penso diversamente, ”
“Allora, secondo te, qual è la causa?”
“Sei tu, ”
“Dovrei sentirmi molto dispiaciuto se pensassi che ci fosse una relazione di causa-effetto,” risposi. “Come potrebbe la mia presenza avervi fatto del male?”
“Te lo dirò francamente, vecchio mio,” disse lui, assumendo all’improvviso quel tipo di sorriso forzato che a me sembra sempre contenere un pizzico di derisione. “Vedi, molti dei miei pazienti sono semplici contadini, per lo più semi-idioti. Ma anche un semi-idiota vale quanto qualsiasi altro. Vengono da me, vedono i due nomi sulla porta e iniziano a borbottare tra loro: ‘Ci sono due dottori. Vogliamo vedere il Dottor Cullingworth, ma probabilmente ci manderanno dal Dottor Munro’. E così, in alcuni casi, non vengono affatto. Poi ci sono le donne. A loro non importa nulla se sei un grande uomo o se sei appena uscito da un manicomio. Per loro conta solo il rapporto personale con te. Puoi chiamarle o non chiamarle. So come trattarle, ma non verranno se pensano che le manderai da qualcun altro. Ecco a cosa attribuisco questo calo di clientela.”
“Beh,” dissi, “questo si può facilmente risolvere.” Uscii dalla stanza e scesi al piano di sotto; Cullingworth e sua moglie mi seguirono. Entrai nel cortile, presi un grosso martello e mi diressi verso l’ingresso principale. Quel paio era ancora alle mie calcagna. Inserii l’estremità a forchetta del martello sotto il piatto e, con un movimento deciso, lo feci cadere rumorosamente sul marciapiede.
“Ora non vi disturberà più,” dissi.
“Cosa intendi fare ora?” chiese lui.
“Oh, troverò sicuramente qualcosa da fare. Non preoccuparti,” risposi.
“Oh, ma tutto questo è assurdo, ” disse lui, raccogliendo il piatto. “Andiamo di sopra e vediamo cosa possiamo fare.”
Ripartimmo: lui davanti, con quel enorme cartello d’ottone che recitava “Dottor Munro” sotto il braccio; poi la moglie, e infine quel giovane piuttosto confuso e turbato. Lui e sua moglie si sedettero sul tavolo dell’ambulatorio, come un falco e una tortora sulla stessa grondaia. Io mi appoggiai al caminetto, con le mani in tasca. Niente poteva essere più banale e informale. Ma sapevo bene che stavo vivendo una crisi decisiva nella mia vita. Prima c’era solo la scelta tra due strade. Ora la mia strada principale era improvvisamente scomparsa. Dovevo tornare indietro o trovare un altro percorso.
“Da questa parte, Cullingworth,” dissi. “Sono davvero grato a voi e a vostra moglie per tutta la vostra gentilezza. Ma non sono venuto qui per rovinarvi la pratica. E, dopo quello che mi avete detto, è assolutamente impossibile che continui a lavorare con voi.”
“Beh, ragazzo mio,” disse lui, “anch’io penso che sia meglio separarci. Anche Hetty la pensa così. Solo che lei è troppo educata per dirlo apertamente.”
“È il momento di parlare chiaro,” risposi. “Dovremmo capirci completamente a vicenda. Se ho fatto del male alla vostra pratica, vi assicuro che mi dispiace molto. Farò tutto il possibile per rimediare. Non posso dire di più.”
“Allora, cosa hai intenzione di fare?” chiese Cullingworth.
“O andrò in mare o aprirò una mia pratica.”
“Ma non hai soldi.”
“Nemmeno tu ne avevi quando hai iniziato.”
“Ah, ma allora era diverso. Comunque, forse hai ragione. All’inizio sarà difficile, ”
“Oh, sono ben preparato a questo.”
“Beh, Munro, sento di avere una certa responsabilità verso di te, visto che l’altro giorno ti ho convinto a non prendere quella nave.”
“È stato un peccato, ma non si poteva fare altrimenti, ”
“Dobbiamo fare del nostro meglio per rimediare. Ora, ascolta: stamattina ne ho parlato con Hetty, e lei la pensa come me. Se ti dessimo una sterlina a settimana finché non ti sarai sistemato, questo ti incoraggerebbe ad iniziare da solo. E potresti ripagarcela non appena avrai le possibilità.”
“È molto gentile da parte tua,” dissi. “Se permetti che ci pensi un attimo da solo, ”
Così, quel giorno i Cullingworth se ne andarono soltanto loro nel quartiere dei medici, mentre io mi diressi al parco. Mi sedetti su una panchina, accesi un sigaro e riflettei attentamente sulla situazione. All’inizio mi sentivo sfortunato. Ma l’aria fresca primaverile, il profumo dei fiori in boccio mi rincuorarono subito. Iniziai a scrivere la mia ultima lettera tra le stelle. E ora ho intenzione di concludere anche questa tra i fiori: quando il cuore è turbato, loro sono compagni davvero preziosi. La maggior parte delle cose su questa terra – dalla bellezza di una donna al sapore di una nettarina – sembrano essere esche con cui la Natura attira gli esseri umani. Li induce a mangiare, a riprodursi. E, per il semplice piacere di sé stessi, li spinge lungo il cammino che è stato preparato per loro. Ma nel profumo e nella bellezza dei fiori non c’è alcun inganno. Il loro fascino non nasconde secondi fini.
Rimasi lì a riflettere. Nel mio cuore non credevo che Cullingworth si fosse preoccupato per una ragione così banale. Quella non poteva essere la vera motivazione per cui voleva allontanarmi dalla sua pratica. Senza dubbio, rappresentavo un ostacolo nella sua vita familiare. E aveva inventato quell’scusa per liberarsi di me. Qualunque fosse la ragione, era evidente che tutte le mie speranze di avviare una mia pratica chirurgica, parallela a quella di lui, erano ormai distrutte. Del resto, considerando l’opposizione di mia madre e i continui conflitti delle ultime settimane, non ero affatto dispiaciuto. Anzi, un improvviso senso di felicità mi invase. Mentre uno stormo di corvi volava sopra di me gracchiando, anch’io iniziai a gridare, lasciando che le mie emozioni si sfogassero liberamente.
E poi, mentre tornavo indietro, riflettevo su quanto potessi realmente trarre vantaggio da quei soldi che Cullingworth mi aveva dato. Non era molto, ma sarebbe stato folle iniziare senza di essi, visto che avevo già mandato a casa tutto ciò che avevo risparmiato a Horton’s. Non possedevo più di sei sterline al mondo intero. Pensai che quei soldi non avrebbero rappresentato nulla per Cullingworth, con i suoi ingenti introiti, mentre per me significavano molto. Avrei dovuto restituirglili entro un anno o due al massimo. Forse sarei riuscito addirittura a liberarmene quasi subito. Non c’era dubbio che fosse stato proprio il parere di Cullingworth riguardo alle mie prospettive future a Bradfield ad avermi fatto rifiutare quell’ottima opportunità a Decia. Quindi non dovevo certo sentirmi in colpa nell’accettare un aiuto temporaneo da lui. Al mio ritorno, gli dissi che avevo deciso di farlo e lo ringraziai per la sua generosità.
“Va bene così,” disse lui. “Hetty, cara, prendi una bottiglia di vino. Brinderemo al successo della nuova impresa di Munro.”
Sembrava fosse stato solo pochi giorni fa che avevamo brindato al mio ingresso in società. E ora eravamo lì, noi tre, a brindare al mio possibile addio ad essa! Temo che la nostra seconda cerimonia sia stata, da entrambe le parti, molto più sentita della prima.
“Devo decidere ora dove iniziare,” dissi. “Ciò che desidero è una piccola città, dove tutti siano ricchi, ma anche un po’ noiosi.”
“Forse non ti andrebbe bene stabilirti qui a Bradfield?” chiese Cullingworth.
“Beh. Non vedo molto senso in questo. Se dovessi danneggiarti come socio, probabilmente lo farei ancora di più se fossimo rivali. E se avessi successo, potrebbe essere a tuo scapito.”
“Allora,” disse lui, “scegli la città che preferisci. La mia offerta è sempre valida.”
Prendemmo un atlante e stendemmo la mappa d’Inghilterra sul tavolo. Città e villaggi erano così numerosi da sembrare quasi una massa indistinta. Eppure non riuscivo a decidere quale scegliere.
“Dovrebbe essere un posto abbastanza grande da offrirti spazio per crescere,” disse lui.
“Niente troppo vicino a Londra, ” aggiunse la signora Cullingworth.
“E soprattutto, un posto dove nessuno mi conosca,” dissi io. “Posso cavarmela da solo, ma non posso mantenere le apparenze di fronte ai visitatori, ”
“Che ne dici di Stockwell?” propose Cullingworth, indicando una città situata a meno di trenta miglia da Bradfield.
Non avevo mai sentito parlare di quel posto. Ma alzai il bicchiere e dissi: “Bene. Brindiamo a Stockwell! Domani mattina andrò a visitarlo.” Tutti brindammo insieme. E così fu deciso. Potete stare certi che vi racconterò tutto nei dettagli sul risultato.
X. CADOGAN TERRACE, BIRCHESPOOL, 21 maggio 1882.
Mio caro vecchio amico, sono successe molte cose e devo raccontartele tutte. La simpatia è una cosa strana: anche se non ti vedo mai, il semplice fatto che tu, laggiù nel New England, sia così interessato a ciò che faccio e penso, rende la mia vita in vecchia Inghilterra molto più interessante per me. Il pensiero di te è come un buon bastone nella mia mano destra. Negli ultimi tempi, le cose inaspettate sono successe così spesso nella mia vita che ormai non meritano nemmeno più questo nome. Ricordi che nell’ultima lettera ti avevo detto di essere stato licenziato e che stavo per partire per la piccola città di Stockwell per vedere se ci fossero possibilità di aprire una pratica lì. Beh, quella mattina, prima di scendere a colazione, stavo mettendo alcune cose in una borsa quando qualcuno bussò timidamente alla mia porta. Era la signora Cullingworth, con il suo pigiama addosso e i capelli sciolti sulle spalle. “Le dispiacerebbe scendere a vedere James, dottor Munro?”, mi chiese. “Sta comportandosi in modo molto strano tutta la notte. Temo che sia malato.” Scesi e trovai Cullingworth con il viso un po’ arrossato e lo sguardo un po’ folle. Era seduto sul letto, con il colletto della camicia da notte aperto e una parte del petto peloso esposta. Davanti a lui c’era un foglio di carta, una penna e un termometro clinico. “Una cosa davvero interessante, Munro. Venga a vedere questa tabella delle temperature. La sto prendendo ogni quarto d’ora da quando non riesco a dormire. Le cifre salgono e scendono in modo incredibile. Con qualche medicina, cambieremo completamente le loro idee sulle febbri. Scriverò un pamphlet basato su esperienze personali che renderà tutti i loro libri obsoleti. Dovranno buttarli via e usarli per avvolgere i panini, ” Parlava con quel tono affrettato e confuso tipico di chi ha difficoltà a parlare chiaramente. Guardai la tabella delle temperature: le cifre superavano i 102 gradi. Il suo polso batteva velocemente sotto le mie dita, e la sua pelle emanava un calore intenso.
“Qualche sintomo particolare?”, chiesi, sedendomi accanto al letto.
“La lingua sembra una grattugia per noce moscata. Mal di testa frontale, dolori ai reni, nessun appetito. E qualcosa che mi “mordicchia” il gomito sinistro, ” “Ti dico cosa è, Cullingworth. Hai un po’ di febbre reumatica. Dovrai riposare per un po’, ”
“Riposare? Ma ho centinaia di pazienti da vedere oggi. Non ho costruito una pratica per farla distruggere da qualche grammo di acido lattico, ”
“James, caro. Puoi facilmente costruirne un’altra. Devi fare ciò che il dottor Munro ti dice, ” disse sua moglie con voce dolce.
“Beh,” dissi, “ci vorrà cura di te, e ci vorrà anche cura della tua pratica medica. E sono più che disposto a farlo entrambi. Ma non prenderò questa responsabilità a meno che tu non mi dia la tua parola che farai ciò che ti viene detto.”
“Se devo essere curato, deve essere da te, ragazzo,” rispose lui; “perché se decidessi di fare storie in pubblico, nessuno qui oserebbe firmare il mio certificato medico. Per Crums, potrebbero anche mescolare sbagliati sali o acido oxalico se provassero a curarmi. Non c’è affetto tra noi, capisci? Ma voglio comunque andare in quella pratica.”
“È assolutamente impossibile,” dissi. “Conosci bene le conseguenze di questa tua insistenza: endocardite, embolia, trombosi, ascessi metastatici. Conosci il pericolo tanto quanto me.”
Lui si appoggiò di nuovo al cuscino ridendo.
“Prendo in considerazione una malattia alla volta, grazie,” disse. “Non sarei così avido da voler avere tutte queste complicazioni. Eh, Munro, cosa? Mentre tanti altri poveretti non hanno nemmeno un dolore alla schiena, ” I quattro piedi del suo letto tremavano per le sue risate. “Fai pure ciò che vuoi, ragazzo. Ma stai attento: se dovesse succedere qualcosa, niente sciocchezze sulla mia tomba. Se metti anche solo una pietra lì, per Crums, Munro, tornerò a notte fonda e la posizionerò proprio sul tuo stomaco, ”
Passarono quasi tre settimane prima che potesse di nuovo alzarsi in piedi. In fondo, non era un paziente così cattivo. Ma complicava molto il mio lavoro, prendendo in mano ogni sorta di flaconcini e polveri, e provando da solo a curare i suoi sintomi. Era impossibile farlo stare fermo. L’unico modo per tenerlo a letto era permettergli di svolgere tutto il lavoro che poteva lì dentro. Scriveva molto, costruiva modelli della sua invenzione e sparava con le pistole contro il bersaglio magnetico che aveva sistemato sul caminetto. La natura gli aveva dato una costituzione davvero robusta: si riprese dalla malattia molto più velocemente di quanto ci si potesse aspettare da un paziente così testardo.
Nel frattempo, io e la signora Cullingworth gestivamo insieme la pratica medica. Ma come suo sostituto, ero un vero disastro. Non mi credevano affatto. Mi sentivo completamente inadeguato rispetto a ciò a cui erano abituati. Non riuscivo nemmeno a parlare con loro dalle scale, né a “spingerli” ad agire in qualche modo. E non potevo certo fare previsioni per le donne anemiche. Ero troppo serio e rispettabile, rispetto alle loro abitudini. Comunque, feci del mio meglio. E non credo che la pratica medica sia peggiorata quando lui poté riprendere il controllo di tutto. Non avrei mai osato comportarmi in modo poco professionale. Ma ho fatto del mio meglio per far funzionare le cose.
Beh, so io so di essere un pessimo narratore di storie. Ma cerco semplicemente di avvicinarmi il più possibile alla verità. Se solo sapessi come rendere tutto questo più interessante da leggere. Riesco a gestire una storia lineare, ma quando devo introdurre altri eventi, capisco perfettamente cosa intendeva C. quando diceva che con i guadagni che ottengo nella letteratura non sarei mai riuscito a mantenermi. La seconda parte della storia è questa: quella stessa notte in cui ho scritto a te, ho anche scritto a mia madre, dicendole che non doveva più esserci alcun disaccordo tra noi, perché tutto era stato sistemato e che avrei lasciato immediatamente Cullingworth. Poi, pochi giorni dopo, ho dovuto scrivere di nuovo per annunciare che la mia partenza veniva rinviata a tempo indeterminato. E in realtà stavo facendo tutto il lavoro che spettava a lui. Mia madre è stata molto arrabbiata. Immagino non abbia capito quanto fosse temporanea questa situazione, né quanto sarebbe stato impossibile lasciare Cullingworth nei guai. È rimasta in silenzio per quasi tre settimane, poi mi ha scritto una lettera molto dura. Ha detto che Cullingworth era un “truffatore fallito” e che avevo gettato disonore sulla famiglia a causa della mia lunga associazione con lui. Questa lettera è arrivata la mattina dell’ultimo giorno in cui il mio paziente è rimasto confinato in casa. Tornando dal lavoro, l’ho trovato seduto in vestaglia al piano di sotto; sua moglie era accanto a lui. Con mia sorpresa, quando gli ho fatto i complimenti per essere di nuovo in grado di lavorare, il suo comportamento è stato altrettanto scortese di prima. Anche sua moglie sembrava evitarmi di guardarmi, “Sì, me ne occuperò domani,” ha detto. “Quanto mi debbo per le cure che hai prestato?” “Oh, era solo parte del mio lavoro quotidiano, ” “Grazie. Preferirei comunque un accordo chiaro e formale,” ha risposto. “Allora, quanto vorresti che ti pagassi?” “Non ci avevo mai pensato in questo modo, ” “Beh, ora puoi farlo. Un sostituto mi sarebbe costato quattro sterline a settimana. Quattordici in totale. Facciamo venti. Avevo promesso di darti una sterlina a settimana, e tu avresti dovuto restituirmela. Metterò quindi venti sterline sul tuo conto, e le riceverai ogni settimana, ” “Grazie,” ho detto. “Se vuoi davvero trattare la cosa in modo formale, puoi organizzarla così, ” Non riesco a capire cosa sia successo per farli comportare in quel modo. Ma immagino che abbiano discusso della questione e abbiano concluso che mi stavo attaccando troppo alle vecchie abitudini. E che dovessero ricordarmi che avevo l’ordine di lasciare Cullingworth. Avrebbero potuto farlo in modo più delicato.
Per farla breve, proprio il giorno in cui Cullingworth riuscì a riprendere il suo lavoro, io partii per Stockwell portando con me solo una borsa, poiché si trattava soltanto di un’escursione esplorativa e intendevo tornare a prendere i miei bagagli se avessi visto motivo di speranza. Ahimè, non c’era la minima possibilità! Quel luogo avrebbe scoraggiato anche l’uomo più ottimista che esistesse al mondo. Era uno di quei piccoli paesini inglesi pittoreschi, con una storia, ma poco altro. Una trincea romana e un castello normanno erano i suoi “prodotti principali”. Ma ciò che mi colpì di più fu la folla di medici che vi si era radunata. Due file di targhe di bronzo costeggiavano la strada principale. Non riuscivo a immaginare da dove provenissero i loro pazienti, a meno che non praticassero tra di loro. Il proprietario dell’ostello in cui avevo pranzato spiegò in parte il mistero dicendo che, essendoci solo campagna aperta per quasi dodici miglia in tutte le direzioni, erano proprio in quelle case rurali sparse che i medici di Stockwell trovavano i loro pazienti. Mentre chiacchieravo con lui, un uomo di mezza età, con gli stivali polverosi, si avvicinò: “Ecco il dottor Adam. È appena arrivato, ma dicono che presto avrà anche una carrozza”. “Cosa intendete per ‘appena arrivato’?”, chiesi. “Oh, è qui da poco più di dieci anni”, rispose l’oste. “Grazie. Potete dirmi quando parte il prossimo treno per Bradfield?” Così tornai indietro, con il cuore pesante e spendendo dieci o dodici scellini che non potevo permettermi di perdere. Tuttavia, il mio viaggio infruttuoso sembrava niente in confronto a quella situazione del dottor Adam. Sono disposto ad affrontare qualsiasi difficoltà, purché porti a qualcosa. Ma che il destino mi tenga lontano da tutti i vicoli ciechi!
Al mio ritorno, i Cullingworth non mi accolsero con calore. I loro volti avevano un’espressione strana. Sembrava che fossero delusi per questo ritardo nel “liberarsi” di me. Ripensando alla loro gentilezza di pochi giorni prima e al loro comportamento ora molto riservato, non riuscivo a capirne il motivo. Chiesi direttamente a Cullingworth cosa significasse tutto ciò, ma lui si limitò a ridere in modo forzato e a dire qualche sciocchezza riguardo alla mia “pelle sottile”. Penso di essere l’ultima persona al mondo che si offende quando non c’è alcuna intenzione offensiva. Comunque, decisi di concludere la questione lasciando immediatamente Bradfield. Durante il viaggio di ritorno, mi era venuta in mente l’idea che Birchespool potesse essere un buon posto. Così, il giorno dopo partii portando con me i miei bagagli e salutai per l’ultima volta Cullingworth e sua moglie.
“Vi affidate a me, ragazzi,” disse C., con un po’ della sua vecchia gentilezza, mentre ci stringevamo la mano per salutarci. “Avrete una bella casa in una posizione centrale; mettete su casa vostra e tenetevi forte. Non chiedete quasi nulla fino a quando non trovate un lavoro. Altrimenti sarete rovinati. Farò in modo che non vi manchi mai il carbone.”
Con queste parole rassicuranti li lasciai sulla banchina della stazione di Bradfield. Sembrano gentili, vero? Eppure prendere questi soldi mi fa tremare tutta la persona. Quando scoprirò di poter vivere senza di essi, non ne vorrò più sapere nulla. Ma adesso rinunciarvi significherebbe per me quanto per un uomo che non sa nuotare gettarsi via il salvagente.
Avevo molto tempo durante il viaggio verso Birchespool per riflettere sulle mie prospettive e sulla mia situazione attuale. Il mio bagaglio consisteva in una grande placca di bronzo, un piccolo baule di pelle e una scatola da cappelli. La placca con il mio nome inciso sopra era appesa al rack sopra la mia testa. Nella mia scatola c’erano uno stetoscopio, diversi libri medici, un secondo paio di stivali, due abiti, i miei indumenti da letto e le mie cose personali. Con questo, e i cinque sterline e diciotto scellini che mi rimanevano in tasca, mi avventuravo nel mondo per guadagnarmi lo spazio necessario per vivere e il diritto di esistere tra gli altri esseri umani. Almeno c’era la possibilità di una stabilità; e se c’erano promesse di povertà e difficoltà, c’era anche quella della libertà. Non avrei più una Lady Saltire che alzava il mento con disprezzo perché avevo le mie idee personali, né un Cullingworth che mi attaccava senza motivo. Sarei stato me stesso, completamente me stesso. Pensandoci, saltellavo su e giù nel vagone. Dopotutto, avevo tutto da guadagnare e nulla al mondo da perdere. E avevo la giovinezza, la forza, l’energia, e tutta la scienza medica racchiusa tra le mie orecchie.
Mi sentivo così eccitato come se stessi per assumere il controllo di una pratica che era già pronta per me.
Era circa le quattro del pomeriggio quando arrivai a Birchespool, che dista cinquantatré miglia in treno da Bradfield. Per voi potrebbe essere soltanto un nome; infatti, fino a quando non vi misi piede, anch’io non ne sapevo nulla. Ma ora posso dirvi che ha una popolazione di centotrentamila abitanti (più o meno quanto Bradfield), che svolge attività industriali di modesta entità, che si trova a un’ora di distanza dal mare, che possiede un sobborgo occidentale aristocratico con una sorgente minerale, e che i dintorni sono estremamente belli. È abbastanza piccola da avere un carattere proprio, e abbastanza grande per offrire la solitudine che rappresenta sempre il grande fascino di una città, rispetto alla rumorosità tipica delle aree rurali.
Quando uscii sulla banchina di Birchespool con la mia targhetta di rame, il mio baule e la mia scatola da cappelli, mi sedetti e riflettei su quale dovesse essere il mio primo passo. Ogni penny avrebbe avuto una importanza vitale per me, quindi dovevo pianificare tutto entro i limiti di quella piccolissima borsa. Mentre ero lì a pensare, notai qualcosa di interessante: sentii un coro di acclamazioni e il suono di una banda dall’altra parte della stazione; poi arrivarono i pionieri e le prime file di un reggimento. Indossavano cappelli da sole bianchi e stavano partendo per Malta, in previsione di una guerra in Egitto. Erano giovani soldati – inglesi a giudicare dai loro tratti facciali – tra cui un colonnello il cui mustacchio arrivava alle spalle, e diversi ufficiali giovani e snelli. Ricordo soprattutto uno dei sergenti: un uomo di enorme stazza e dall’aspetto minaccioso, che si appoggiava al suo fucile Martini; da entrambe le spalle delle sue borse da viaggio spuntavano due piccoli gattini bianchi. Ero così commosso dal vedere questi giovani andare a sacrificarsi per la loro amata patria, che mi alzai in piedi sulla mia scatola, tolsi il cappello e li acclamai tre volte.
All’inizio la gente dalla mia parte mi guardava con quel loro modo ottuso e indifferente, come un branco di mucche dietro un muro. Poi molti altri si unirono a loro, e alla fine la mia stessa voce venne completamente soffocata dal rumore. Così me ne andai per la mia strada, e anche quei ragazzi soldati per la loro; mi chiesi quale di noi avrebbe dovuto affrontare la battaglia più dura e lunga.
Ho lasciato i miei bagagli all’ufficio e sono salito su un tram che passava dalla stazione, con l’intenzione di cercare un alloggio, poiché ritenevo che fosse più economico rispetto a un hotel. Il conducente si è interessato alle mie esigenze in quel modo particolare che mi fa pensare che le classi povere d’Inghilterra siano tra le persone più gentili del mondo. Poliziotti, postini, guardie ferroviarie, autisti di autobus, che bravi e disponibili individui! Questo conducente ha valutato attentamente la situazione: questa strada era centrale ma costosa, mentre un’altra era più isolata ma economica; alla fine mi ha lasciato in una via di media qualità, chiamata Cadogan Terrace, dicendomi di andare a vedere se mi piaceva.
Non potevo lamentarmi della scarsa scelta: in ogni secondo finestra si intravedevano annunci di “affitti” o “appartamenti”. Entrai nella prima casa attraente che vidi e intervistai la signora anziana, piuttosto ottusa e avida. Un soggiorno con letto era disponibile per tredici scellini a settimana. Poiché non avevo mai affittato una stanza in precedenza, non sapevo se fosse un prezzo basso o alto; ma dedussi che fosse piuttosto alto, perché quando alzai le sopracciglia come per fare domanda, lei immediatamente abbassò il prezzo a dieci scellini e sei pence. Guardai di nuovo e esclamai stupito; ma poiché lei rimase ferma sulla sua decisione, capii che non c’era più nulla da negoziare.
“Le sue stanze sono davvero pulite?” chiesi, notando alcuni rivestimenti in legno che potevano nascondere problemi di igiene.
“Assolutamente pulite, signore.”
“Nessun insetto?”
Gli ufficiali della guarnigione venivano a volte. Ci volle un po’ per capire cosa intendesse dire: il termine suonava un po’ spiacevole, ma intuivo che volesse dire che non c’era alcun dubbio sulla pulizia del posto, visto che quei signori ne erano soddisfatti. Così fu raggiunto l’accordo e ordinai che il tè fosse pronto entro un’ora; intanto tornai alla stazione a prendere i miei bagagli. Un facchino me li portò per otto penny (risparmiando quattro penny rispetto a una cabina, ragazzo mio!), e così mi ritrovai nel cuore di Birchespool con una base operativa sicura. Guardai fuori dalla piccola finestra della mia stanza: pentole puzzolenti, tetti grigi in pendenza, e qua e là una o due guglie che spuntavano tra di esse. Scossi la mia cucchiainiera con aria di sfida verso di loro: “Dovete conquistarmi”, dissi, “altrimenti sono abbastanza uomo da conquistare voi”.
Chi avrebbe mai pensato che un ragazzo potesse avere un’avventura proprio nella sua prima notte in una città sconosciuta. Ma è successo davvero; forse una cosa banale, ma abbastanza emozionante per quanto sia durata. Certo, sembra più il genere di cose che possono accadere a un personaggio in un libro. Ma vi assicuro che è andato esattamente come l’ho descritto qui.
Dopo aver finito il tè, scrissi alcune lettere: una a Cullingworth e una a Horton. Poi, poiché era una bella serata, decisi di uscire a vedere com’era quel posto in cui la sorte mi aveva portato. “Meglio iniziare come si intende proseguire”, pensai; così indossai il mio abito da sera, misi il cappello ben lucidato e uscii, con il mio rispettabile bastone da passeggio in mano.
Camminai verso il Parco, che è il centro principale della città, e mi piacque tutto ciò che vidi. Era una bella serata: l’aria era fresca e profumata. Mi sedetti ad ascoltare l’orchestra per un’ora, osservando tutte le famiglie riunite, ma provavo una certa solitudine. La musica mi mette quasi sempre di cattivo umore. Così, dopo un po’, non ne potei più e decisi di tornare al mio alloggio. Nel complesso, pensai che Birchespool fosse davvero un posto in cui si potesse trascorrere una vita felice.
Alla fine di Cadogan Terrace, dove mi trovavo, c’era uno spazio aperto dove si incrociavano diverse strade. Al centro di questo spazio c’era un grande lampione su un piedistallo di pietra, alto circa un piede e largo dieci o dodici piedi. Mentre camminavo, vidi che intorno a quel lampione stava succedendo qualcosa: una folla si era radunata, con un movimento frenetico al centro. Naturalmente, non avevo alcuna intenzione di immischiarmi in qualche lite; ma non riuscii a fare a meno di spingermi tra la folla per vedere cosa stesse succedendo.
Non era certo uno spettacolo piacevole. Una donna, magra e disperata, con un bambino in braccio, veniva maltrattata da un uomo robusto che, a giudicare dal modo in cui la trattava, doveva essere suo marito. Era uno di quegli uomini dalla faccia rossastra e dagli occhi scuri che possono sembrare particolarmente minacciosi quando lo desiderano. Era evidente che fosse ubriaco fradicio, e lei cercava in qualche modo di allontanarlo da quel luogo. Sono arrivato giusto in tempo per vederlo sferrarle un calcio, mentre la folla gridava “Che vergogna!”. Poi lui ha fatto un altro passo avanti, con l’intenzione chiara di colpirla di nuovo. La folla continuava a esultare confusamente.
Se fossero stati i vecchi tempi dell’università, sarei intervenuto subito, come avreste fatto tu o chiunque altro. Provavo un disgusto profondo per quell’uomo. Ma dovevo anche pensare a chi ero, dove mi trovavo e perché ero lì. Tuttavia ci sono cose che un uomo semplicemente non può tollerare. Così ho fatto qualche passo avanti, ho messo una mano sulla spalla di quell’uomo e ho detto con voce il più pacata possibile: “Su, calmati, ”
Invece di calmarsi, quasi mi ha spezzato in due. Si è girato verso di me all’improvviso e mi ha colpito alla gola, proprio sotto il mento. La mia testa era leggermente piegata all’indietro in quel momento. Mi ha fatto ingoiare più volte. Nonostante il colpo fosse improvviso, ho reagito istintivamente, come avrebbe fatto chi conosce un po’ di pugilato. Gli ho dato un pugno al gomito. Senza alcun sostegno alle spalle. Ma questo gli ha permesso di allontanarsi per un momento. Intanto cercavo di controllare se la mia trachea fosse intatta. Poi lui è tornato all’attacco. E la folla, esultante, ci ha spinti l’uno contro l’altro. Siamo finiti quasi avvinghiati su quel grande piedistallo di cui avevo parlato, “Forza, piccolo!” gridavano, “Dagli una lezione!” urlava la folla, che ormai non capiva più cosa stesse succedendo. Vedeva solo che il mio avversario era più basso di me di due pollici. E così, caro Bertie, poche ore dopo essere arrivato in questa città, con il cappello calato sugli orecchi, il mio abito da gentiluomo e i guanti, mi trovavo a combattere contro un brutto ceffo su un piedistallo, nel mezzo di una folla urlante e ostile. Vi chiedo: è stata davvero sfortuna?
Cullingworth mi aveva detto prima che iniziassi che Birchespool era un posto molto vivace. Per i minuti successivi, mi sembrò il luogo più animato che avessi mai visto. Quell’uomo colpiva con un movimento circolare, ma era così forte che bisognava stare attenti. Un colpo circolare, come sapete, è più pericoloso di uno dritto se colpisce il bersaglio: la mandibola, l’orecchio e la tempia sono infatti i tre punti più deboli del corpo umano. Tuttavia, feci di tutto per evitare che riuscisse a colpire il bersaglio; d’altra parte, temo anche di non avergli causato troppo danno. Lui continuava a colpire con la testa bassa, e io, come un idiota, mi rompevo le nocche contro il suo cranio impenetrabile. Naturalmente, teoricamente avrei dovuto fare un passo indietro e provare un colpo dall’alto, oppure attaccarlo da un altro angolo; ma devo ammettere di essere stato turbato dal colpo che avevo ricevuto, così come dalla rapidità con cui tutto era accaduto. Comunque, stavo riprendendomi quando l’incontro finì improvvisamente e in modo inaspettato. Fu a causa dell’impazienza e dell’eccitazione della folla: le persone dietro, desiderose di vedere cosa stesse succedendo, spingevano quelle davanti, fino a quando una mezza dozzina di persone (tra cui, credo, anche una donna) furono sbattute contro di noi. Uno di loro, un tipo robusto dall’aspetto da marinaio, si trovò stretto tra noi; e il mio avversario, nella sua rabbia cieca, colpì quest’uomo all’orecchio con uno dei suoi colpi violenti. “Cosa,?!”, gridò il marinaio; in un istante prese il controllo della situazione e iniziò a combattere contro di me con tutte le sue forze. Presi il mio bastone, che era caduto tra la folla, e mi ritirai, piuttosto scompigliato, ma molto sollevato di essere riuscito a uscirne indenne. Dai rumori che sentii dopo essere arrivato alla porta del mio alloggio, capii che la battaglia continuava ancora. Beh, fu davvero una fortuna incredibile che la mia prima apparizione a Birchespool non avvenisse nel cortile della stazione di polizia: se fossi stato arrestato, nessuno avrebbe potuto difendermi, e sarei finito nei guai proprio come il mio avversario. Forse penserete che mi sia comportato da stupido, ma non so davvero come avrei potuto agire altrimenti. L’unica cosa che provo ora è la solitudine. Che fortuna avere una moglie e un figlio!
Dopotutto, vedo sempre più chiaramente che sia gli uomini che le donne sono esseri incompleti, frammentari, mutilati, finché rimangono single. Per quanto possano sforzarsi di convincersi che il loro stato sia il più felice, sono comunque pieni di inquietudini vaghe, di insoddisfazioni indefinite, di tendenze verso comportamenti egoistici e pensieri meschini. Da soli, ognuno di noi è un essere incompleto, con tutti gli istinti e i sentimenti che anelano alla loro metà mancante; insieme, invece, formiamo un tutto completo e armonioso: le idee di uno rafforzano quelle dell’altro. Spesso penso che, se le nostre anime sopravvivono alla morte (e credo che sia così, anche se i miei motivi sono molto diversi dai tuoi), ogni anima maschile avrà accanto a sé un’anima femminile, per completarla e darle armonia. Così pensava quel vecchio mormone, che utilizzò questa idea come argomento a sostegno delle sue credenze: “Non potrai portare con te le tue azioni finanziarie nell’aldilà”, diceva, “ma con tutte le nostre mogli e i nostri figli possiamo iniziare bene nella vita futura”. Scommetto che stai sorridendo mentre leggi queste parole, avendo alle spalle due anni di matrimonio. Per me, invece, sarà ancora molto tempo prima di poter mettere in pratica le mie idee. Bene, addio, mio caro vecchio amico! Come ho detto all’inizio della mia lettera, il solo pensiero di te mi fa bene, soprattutto in questo momento, quando sono solo in una città straniera, con prospettive incerte e un futuro indefinito. Siamo molto diversi l’uno dall’altro; tu sei fedele alle tue credenze religiose, io ai miei principi razionali. Tu alla tua famiglia, io alle mie idee personali. Ma la nostra amicizia dimostra che ciò che davvero conta in una persona, e il suo legame con gli altri, dipende da qualcosa di molto diverso dalle opinioni su questioni astratte. Comunque, posso dire con tutto il cuore che mi piacerebbe tantissimo rivederti, seduto nella tua vecchia poltrona di pelle americana, con quel pezzo di paglia tra i denti. È bello da parte tua mostrare tanto interesse per le mie “avventure ordinarie”. Anche se, se non avessi saputo che lo facevi, probabilmente non mi sarei mai azzardato a raccontartele. Il mio futuro è ancora incerto, ma la prima cosa da fare è trovare una casa adatta. E poi convincere il proprietario ad affittarmela senza alcun pagamento anticipato. Ci proverò domani mattina. Ti farò sapere com’è andata. Chi altro ho sentito di recente, se non Archie McLagan? Ovviamente era solo una lettera di supplica. Puoi immaginare in che condizioni finanziarie mi trovo. Ma, in un impulso, gli ho mandato dieci scellini. Ora, però, ne pento amaramente. Ti auguro tutto il meglio, a te e alla tua famiglia. Come sempre.
XI. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 29 maggio 1882.
Birchespool è davvero un posto delizioso, caro Bertie; dovrei conoscerlo bene, visto che negli ultimi sette giorni ne ho percorso le strade per ben cento miglia. Le sue sorgenti minerali erano molto in voga un secolo fa; conserva ancora molti segni del suo passato aristocratico, e lo porta con una certa grazia, proprio come una contessa emigrata potrebbe indossare l’abito sbiadito che un tempo frusciava a Versailles. Dimentico i nuovi sobborghi rumorosi, con le loro industrie e la loro ricchezza; io vivo nella strana, antica città piena di salute del passato. L’onda della moda è da tempo passata oltre di essa, ma è rimasta una sorta di noiosa rispettabilità. Nella High Street si possono ancora vedere quegli lunghi estintori di ferro sui parapetti: un tempo i servitori spegnevano le torce lì, invece di calpestarle o schiacciarle sul marciapiede, come avveniva in quartieri meno raffinati. Ci sono anche quei bordi dei marciapiedi alti, così che Lady Teazle o Mrs. Sneerwell potessero scendere da carrozza o portantina senza sporcare le loro delicate scarpe di seta. Questo mi fa riflettere su quanto l’uomo sia un composto chimico instabile. Qui ci sono ancora gli accessori teatrali di una volta, mentre gli attori si sono tutti trasformati in idrogeno, ossigeno, azoto, carbonio, con tracce di ferro, silice e fosforo. Un vassoio pieno di sostanze chimiche e tre secchi d’acqua: ecco la materia prima della mia “dama” nella portantina. È un curioso doppio ritratto. Da un lato, i nobili signori, le dame eleganti, i cortigiani astuti, che si spingono e pianificano, cercando ciascuno di raggiungere i propri piccoli obiettivi. E poi, dopo cento anni. Che cos’è in quell’angolo del vecchio edificio? Margarina, colesterolo, carbonati, solfati, e ptomaini! Ci allontaniamo da tutto ciò con disgusto, ma portiamo con noi proprio quelle cose dalle quali cerchiamo di fuggire.
Ma, stai attento, Bertie: ho un grande rispetto per il corpo umano, e ritengo che sia stato ingiustamente trascurato e diffamato da divini e teologi. Frasi come “i nostri corpi grossolani” o “la nostra misera carne mortale” a mio parere contengono più blasfemia che devozione. Non è certo un complimento per il Creatore denigrare la Sua opera. Qualunque sia la teoria o la credenza che abbiamo sull’anima, non c’è dubbio che il corpo sia immortale: la materia può essere trasformata, ma non distrutta. Anche se una cometa colpisse il nostro pianeta e lo frantumasse in miliardi di pezzi sparsi per tutto il sistema solare, anche dopo cento milioni di anni ogni singola particella del nostro corpo esisterebbe ancora – forse sotto altre forme e combinazioni, ma sempre quelle stesse molecole che ora compongono il dito con cui scrivo queste parole. Così come un bambino può usare gli stessi mattoni per costruire prima un muro, poi una torre.
Ma cosa ne sarà della nostra individualità? Mi chiedo spesso se qualcosa di essa possa sopravvivere nelle nostre molecole: forse la “polvere” di Johnnie Munro continuerà a portare tracce di lui, e potrà essere distinta da quella di Bertie Swanborough. Penso che sia possibile che noi stessi lasciamo un’impronta sulle unità della nostra struttura fisica. Ci sono prove che ogni cellula organica umana contenga, in miniatura, tutte le caratteristiche dell’individuo di cui fa parte. L’ovulo da cui proveniamo tutti è così piccolo che non può nemmeno essere fissato sulla punta di un ago; eppure in quel minuscolo guscio si nasconde la potenzialità di riprodurre non solo i tratti fisici, ma anche le abitudini e i pensieri delle persone. Forse una singola molecola o atomo possiede ancora più di quanto crediamo.
Hai mai avuto esperienze personali con i cisti dermoidi? Ne abbiamo avuti uno nel studio di Cullingworth poco prima della sua malattia, e ne eravamo entrambi molto interessati. A mio parere, questi casi rappresentano piccoli spiragli attraverso cui possiamo intravedere il funzionamento profondo della Natura. In questo caso, un impiegato postale si presentò con un rigonfiamento sopra l’occhio; lo esaminammo pensando fosse un ascesso, e trovammo all’interno del tessuto del pelo e una mascella rudimentale con dei denti. Questi casi sono abbastanza comuni in chirurgia, e ogni museo di patologia ne possiede esempi.
Ma cosa dobbiamo intendere con questo? Un fenomeno così sorprendente deve avere un significato profondo. Penso che possa significare soltanto una cosa: ogni cellula del corpo possiede la capacità latente di riprodurre l’intero individuo; e occasionalmente, in alcune circostanze particolari – a causa di qualche stimolo nervoso o vascolare – una di queste unità microscopiche tenta davvero di farlo.
Ma, mio Dio, dove sono arrivato? Tutto questo deriva soltanto dalle lampade stradali e dai marciapiedi di Birchespool. Eppure mi sono seduto a scrivere una lettera così pratica! Comunque, vi autorizzo a essere quanto volete dogmatici e didattici in risposta. Cullingworth dice che la mia mente è come una capsula sul punto di esplodere, con tutti i semi che ne fuoriescono. Poveri semi. Ma forse alcuni di essi troveranno il loro posto, o no, a piacimento del Fato.
Vi ho scritto l’ultima volta la sera in cui sono arrivato qui. La mattina seguente mi sono messo all’opera. Sareste sorpresi (almeno lo ero io) di vedere quanto possa essere pratico e metodico. Prima di tutto sono andato all’ufficio postale e ho comprato una mappa della città al prezzo di un grosso scellino; poi sono tornato e l’ho stesa sul tavolo della locanda. Dopo averla studiata attentamente, ho pianificato il percorso che avrei dovuto seguire per attraversare ogni strada della città. Non potete immaginare quanto sia difficile farlo. Pranzavo in modo semplice, uscivo intorno alle dieci, camminavo fino all’una, pranzavo di nuovo (con tre penny mi bastava), continuavo a camminare fino alle quattro, tornavo indietro e annotavo i risultati. Sulla mappa segnavo con una croce ogni casa vuota e con un cerchio ogni medico. Alla fine avevo ottenuto una mappa completa della città; potevo vedere immediatamente dove ci fossero possibilità, e quali ostacoli si presentassero in ogni zona.
Nel frattempo avevo trovato un alleato inaspettato. La seconda sera, la figlia della padrona di casa mi portò un biglietto dal locatore che abitava al piano di sotto. C’era scritto “Capitano Whitehall”; e poi, tra parentesi, “Trasporto Armato”. Sul retro del biglietto c’era scritto: “Il Capitano Whitehall (Trasporto Armato) invita il Dottor Munro a cena alle 20:30. Il Dottor Munro accetta con piacere questa gentile invitazione.” Non avevo idea di cosa significasse “Trasporto Armato”, ma ho pensato fosse meglio includerlo, visto che lui sembrava darvi molta importanza.
Scendendo al piano di sotto, ho trovato un uomo dall’aspetto curioso: indossava una vestaglia grigia con una corda viola. Era un anziano. I suoi capelli non erano ancora completamente bianchi, ma sicuramente non più biondi. La barba e i baffi erano di colore marrone giallastro; il suo viso era pieno di rughe. Sotto quegli occhi di un blu chiaro c’erano delle borse pendule.
“Per Dio, dottor Munro, signore,” disse lui stringendomi la mano. “Ritengo davvero molto gentile da parte sua accettare un invito informale. Sì, per Dio!”
Questa frase era, come si sarebbe poi dimostrato, molto tipica di lui: quasi sempre iniziava e finiva con una parola d’ordine, mentre il corpo del discorso era solitamente caratterizzato da una certa cortesia affabile. La sua formula era così regolare che potevo ometterla ogni volta che apriva bocca. Solo qualche riferimento occasionale mi avrebbe ricordato di essa.
“È sempre stata mia abitudine, dottor Munro, fare amicizia con i miei vicini. E ho avuto davvero dei vicini strani. Per Dio, signore: anche se sono umile come potete vedere, ho avuto un generale a destra e un ammiraglio a sinistra. E una volta, comandavo la nave da trasporto armato ‘Hegira’ nel Mar Nero. Ma durante una tempesta terribile nella baia di Balaclava, non rimase nulla, ”
C’era un forte odore di whisky nella stanza; sul caminetto c’era una bottiglia aperta. Il capitano stesso parlava con un leggero balbettio. All’inizio pensai fosse solo un difetto naturale, ma il modo in cui barcollava mentre tornava alla sua poltrona mi fece capire che aveva bevuto più del dovuto.
“Non ho molto da offrirvi, dottor Munro. Solo la zampa posteriore di una anatra. E un benvenuto da marinaio. Non appartengo alla Royal Navy, ma ho modi migliori di molti. No, non nascondo nulla. Sono al servizio della Regina. Ma non faccio parte della marina mercantile! Bevete pure. È vero whisky. Ne ho bevuto abbastanza per riconoscerne la qualità, ”
Con il proseguire della cena, mi scaldai con il liquore e il cibo. Raccontai al mio nuovo conoscente tutti i miei piani e le mie intenzioni. Solo allora mi resi conto di quanto fossi stato solo. Gli raccontai tutto con grande entusiasmo; lui ascoltò con simpatia. E, per mia sorpresa, versò un intero bicchiere di whisky in onore del mio successo. Era così entusiasta che riuscii a malapena a impedirgli di bere anche un secondo bicchiere.
“Ce la farete, dottor Munro!” esclamò. “So riconoscere una persona capace quando la vedo. Ce la farete! Ecco la mia mano. Sono con voi! Non dovete vergognarvi di prenderla. Per Dio. Anche se lo dico io stesso, questa mano è sempre stata aperta ai poveri e chiusa agli aggressori. Sì, signore. Sarà un ottimo compagno di viaggio. E sono davvero felice che siate con me, ”
Per il resto della serata, la sua convinzione fissa era che fossi venuto ad lavorare sotto di lui; mi tenne quindi lunghe e noiose lezioni sulla disciplina a bordo delle navi, chiamandomi sempre “Dottor Munro, signore”. Alla fine, però, la sua conversazione divenne insopportabile. Un giovane malvagio è già odioso, ma un vecchio malvagio è davvero la cosa più disgustosa al mondo. Si ha l’impressione che i capelli bianchi, come quelli delle montagne, dovrebbero simboleggiare una sorta di “altezza” raggiunta. Mi alzai e gli augurai la buonanotte; l’ultima immagine che ho di lui è quella di un uomo appoggiato allo schienale del letto, con la punta di un sigaro umido all’angolo della bocca, la barba bagnata di whisky, e gli occhi semichiusi che mi fissavano con lo sguardo lascivo di un satiro. Dovetti uscire in strada e camminare avanti e indietro per mezz’ora prima di sentirmi abbastanza pulito da andare a letto.
Beh, non volevo più avere nulla a che fare con il mio vicino. Ma entrò proprio mentre stavo facendo colazione, puzzando di bar, con l’odore del whisky stantio che emanava da ogni poro del suo corpo.
“Buongiorno, Dottor Munro, signore,” disse, porgendomi una mano tremante. “Devo complimentarla: sembra davvero in forma. Mentre io ho la testa come quella di un negozio di giocattoli. Abbiamo trascorso una serata piacevole e tranquilla. Non ho bevuto nulla di alcolico. È proprio l’atmosfera rilassante di questo posto che mi fa stare bene. Non riesco a resistervi. L’anno scorso mi ha causato molti problemi. Immagino che succederà di nuovo. Sta cercando una casa, vero?”
“Partirò subito dopo colazione, ”
“Mi interessa davvero molto tutta questa faccenda. Può sembrare un’impertinenza, ma è così che sono fatto. Finché posso essere d’aiuto, farò del mio meglio per chiunque ne abbia bisogno. Le dirò cosa farò, Dottor Munro. Se lei seguirà le mie indicazioni, le farò sapere se trovo qualcosa di adatto, ”
Non sembrava esserci altra scelta se non portarlo con me. Così gli ringraziai e gli diedi carta bianca. Ogni sera arrivava, di solito ubriaco fradicio. Credo che camminasse per dieci o quindici miglia ogni giorno, con la stessa determinazione con cui lo facevo io. Mi proponeva idee davvero grottesche.
Una volta entrato effettivamente in negoziati con il proprietario di un enorme negozio – un luogo che in passato era stato utilizzato da un rapinatore, con un bancone lungo circa sessanta piedi – il suo scopo era quello di conoscere un locandiere che aveva avuto molto successo poco più avanti, dall’altra parte della città. Povero vecchio “trasporto armato”: lavorava così sodo che non potevo fare a meno di provare compassione e gratitudine per lui; tuttavia, nel profondo del mio cuore speravo che smettesse di occuparsi di queste faccende, perché era davvero un individuo poco affidabile. Non sapevo mai quali strane iniziative potesse prendere a mio nome. Mi presentò altri due uomini: uno di loro era una figura dal aspetto insolito di nome Turpey, che viveva grazie a una pensione per invalidità; aveva perso un occhio e l’uso di un braccio durante le ferite riportate in qualche luogo incomprensibile della guerra contro i Maori, quando era ancora un giovane ufficiale navale. L’altro era un uomo dall’espressione triste e dall’aspetto poetico; a quanto capii, proveniva da una famiglia nobile, ma era stato ripudiato dalla sua famiglia dopo essersi innamorato della cuoca. Si chiamava Carr. La sua caratteristica principale era che le sue “irregolarità” erano così sistematiche che si poteva sempre conoscere l’ora del giorno osservando lo stato di confusione in cui si trovava.
Inclinava la testa, rifletteva sui propri sintomi e poi ti indicava l’ora con notevole precisione. Tuttavia, un drink insolito lo scombussolava completamente; e se cercavi di accelerare il ritmo al mattino, si spogliava e andava a letto verso l’ora del tè, convinto al cento per cento che tutti gli orologi fossero impazziti. Questi due strani vagabondi facevano parte di quella categoria di persone a cui, con le sue stesse parole, il vecchio Whitehall aveva “teso una corda” per guidarle. E anche molto dopo essermi addormentato, riuscivo ancora a sentire il tintinnio dei loro bicchieri e il suono delle loro pipe che battevano contro le ringhiere nella stanza sottostante.
Beh, quando ebbi completato la mia lista delle case disponibili, scoprii che c’era una villa in affitto che, senza dubbio, era la più adatta alle mie esigenze. Prima di tutto, il prezzo era abbastanza conveniente: quaranta sterline, o cinquanta con le tasse. L’esterno della casa aveva un aspetto decente; però non c’era giardino. Si trovava in una zona residenziale benestante da un lato e più povera dall’altro. Inoltre, era situata quasi all’incrocio di quattro strade, una delle quali era una via principale della città. Insomma, se avessi cercato appositamente una casa per le mie esigenze, difficilmente avrei trovato qualcosa di meglio. Ero così ansioso che qualcun altro non mi precedesse presso l’agente immobiliare! Corsi subito nell’ufficio, con tale fretta da sorprendere il gentile impiegato all’interno.
Le sue risposte, tuttavia, furono rassicuranti: la casa era ancora disponibile in affitto. Non si trovava esattamente nella zona ideale, ma potevo subentrare immediatamente nell’uso della proprietà. Dovevo firmare un contratto di affitto per un anno e, di solito, era richiesto il pagamento di un quarto dell’affitto in anticipo.
Non so se arrossii leggermente.
“In anticipo!” dissi, con noncuranza.
“È la prassi abituale.”
“E le referenze?”
“Beh, queste dipendono, naturalmente, dalle referenze fornite, ”
“Il fatto che sia importante o meno, ”, dissi io. (Che il cielo mi perdoni!) “Comunque, se per l’azienda non fa differenza, posso benissimo pagare a trimestri, come farò comunque in seguito.”
“Quali nomi hai proposto di usare?”, chiese lui.
Il mio cuore ebbe un balzo: sapevo che tutto sarebbe andato bene. Mio zio, come sapete, aveva ottenuto il titolo di cavaliere nell’artiglieria; anche se non l’avevo mai più visto, ero sicura che fosse l’uomo giusto per aiutarmi in quella situazione difficile.
“Mio zio è Sir Alexander Munro, di Lismore House a Dublino”, dissi. “Sarebbe felice di rispondere a qualsiasi domanda; lo stesso vale per il mio amico Dr. Cullingworth di Bradfield.”
Gli rivelai tutto d’un fiato. Ne vedevo l’espressione sul viso e la curva della sua schiena mentre ascoltava.
“Non ho dubbi che sia più che soddisfacente”, disse lui. “Forse potresti gentilmente firmare l’accordo.”
Lo feci, e così superai il punto di non ritorno. Ora 1 Oakley Villas era mio per dodici mesi.
“Vuoi prendere la chiave subito?”
La afferrai quasi dalle sue mani e corsi a occuparmi della mia proprietà. Non dimenticherò mai quella sensazione, caro Bertie. Quando la chiave girò nella serratura e la porta si aprì. Era casa mia, tutta mia! Richiusi la porta, il rumore della strada svanì. In quell’atrio vuoto e pieno di polvere, provai una sensazione di privacy e tranquillità come non ne avevo mai sperimentata prima. Per la prima volta nella mia vita, mi trovavo in un posto che non apparteneva a nessun altro.
Poi visitai una stanza dopo l’altra, con vero piacere. Al piano terra c’erano due stanze, di circa sedici piedi quadrati ciascuna; i rivestimenti murali erano in buone condizioni. Una poteva diventare un ufficio, l’altra una sala d’attesa. Anche se non mi importava affatto chi potesse usarla. Ero di ottimo umore e feci persino la danza dei passi in ogni stanza, come segno ufficiale di inaugurazione.
Poi scesi per le scale di legno che conducevano al seminterrato: c’erano la cucina e la lavanderia, piene di ombre e con il pavimento in asfalto. Entrando nella lavanderia, rimasi sbalordita. In ogni angolo c’erano mucchi di denti umani che mi fissavano. Quel posto sembrava un vero Golgota. Ma avvicinandomi e prendendo uno di quei “denti”, scoprii che erano fatti di gesso. Erano evidentemente i resti del dentista che aveva abitato lì prima. Una vista molto più gradita fu poi un enorme armadio di legno con cassetti, e un comò nell’angolo. Mancavano solo un tavolo e una sedia per trasformarli in stanze arredate.
Poi risalii al piano di sopra. C’erano altre due stanze abbastanza grandi. Una poteva diventare la mia camera da letto, l’altra una stanza degli ospiti. E ancora altre due stanze. Una per il servitore, se ne avessi uno. L’altra per gli ospiti.
Dai finestri potevo vedere la superficie ondulata e grigia della città, con il movimento frenetico delle cime degli alberi verdi. Era una giornata ventosa; le nuvole si spostavano rapidamente nel cielo, lasciando intravedere sprazzi di azzurro tra di esse. Non so come sia successo, ma mentre stavo lì, guardando attraverso i vetri sporchi delle stanze vuote, mi è improvvisamente sorta una forte consapevolezza della mia individualità e della mia responsabilità verso qualche forza superiore; tutto questo con una vividezza travolgente. Stava per iniziare un nuovo capitolo della mia vita. Ma quale ne sarebbe stato il finale? Avevo forza, avevo doni. Cosa avrei fatto di loro? Tutto il mondo – le strade, gli taxi, le case – sembrava svanire; per un istante, io, una piccolissima creatura, mi trovai faccia a faccia con l’Indescrivibile Guida dell’Universo. Ero in ginocchio, gettata lì contro la mia volontà, per così dire. Eppure non riuscivo a trovare parole. Solo vaghi desideri, emozioni profonde, e il sincero desiderio di contribuire al grande scopo del bene. Cosa avrei potuto dire? Ogni preghiera sembrava basarsi sull’idea che Dio fosse un uomo ingrandito, che avesse bisogno di essere pregato, lodato, ringraziato. Ma dovrebbe forse il “ingranaggio” della ruota del bene emettere suoni di lode verso il suo creatore? Meglio che giri più velocemente, senza fare rumore. Eppure, confesso, ho cercato davvero di esprimere con le parole l’agitazione della mia anima. Intendevo farne una preghiera. Ma ripensandoci dopo, con tutti quei “se” e “in caso che, ” che la accompagnavano, probabilmente assomigliava più a un documento legale. Eppure mi sentivo sollevato e più felice mentre scendevo di nuovo le scale.
Te lo racconto tutto questo, Bertie, perché se mettessi la ragione al di sopra delle emozioni, non vorrei che pensassi che io sia chiuso anche agli attacchi delle emozioni stesse. Credo che ciò che dico sulla religione sia troppo freddo e accademico. Penso che dovrebbe esserci qualcosa di più caldo, dolce, confortante. Ma se mi chiedi di crederci a tutti i costi, di convincermi che è vero, quando tutto ciò che in me è più vicino al divino si ribella contro questa idea, allora stai offrendomi qualcosa di troppo prezioso. Sono disposto ad “afferrarmi alla speranza perduta di Dio”, e continuerò a lottare, finché penserò di vedere la bandiera della verità sventolare davanti a me.
Bene, le mie prossime preoccupazioni erano procurarmi medicine e mobili. Di queste ultime ero sicuro di poter ottenere un credito lungo termine; per quanto riguarda le prime, invece, ero assolutamente deciso a non indebitarmi. Ho scritto alla Compagnia Farmaceutica, indicando i nomi di Cullingworth e di mio padre, e ho ordinato dodici libbre di tinture, infusi, pillole, polveri, unguenti e bottiglie. Immagino che Cullingworth fosse uno dei loro clienti più importanti, quindi sapevo bene che il mio ordine sarebbe stato trattato con la massima attenzione.
Restava la questione più seria dei mobili. Calcolai che, una volta pagati gli affitti, avrei potuto spendere quattro sterline in mobili senza svuotare del tutto il mio portafoglio. Ma non era certo una somma sufficiente per una villa di dimensioni decenti. Mi sarebbero rimasti ancora alcuni scellini, e prima che finissero, sarebbe arrivata la sterlina promessa da Cullingworth. Tuttavia, quei soldi erano necessari per pagare l’affitto, quindi non potevo contare su di loro per le mie esigenze immediate. Scoprii sul giornale che quella sera ci sarebbe stata una vendita di mobili, così andai nelle sale dell’asta, accompagnato, contro la mia volontà, dal Capitano Whitehall, che era molto ubriaco e piuttosto insistente.
“Per Dio, Dottor Munro, io sarò al suo fianco in tutto questo! Sono solo un vecchio marinaio, forse con più alcol che buon senso. Ma sono un servitore della Regina e ricevo la mia pensione ogni quarto di mese. Non pretendo di essere un ufficiale della Marina Reale, ma non faccio nemmeno parte del servizio mercantile. Eppure mi ritrovo a vivere in condizioni misere. Ma per Dio, Dottor Munro, ho portato settemila turchi puzzolenti da Varna alla baia di Balaclava! Sono con lei, Dottor Munro, e insieme ce la faremo.”
Arrivammo nelle sale dell’asta e ci mettemmo in fila ad aspettare il nostro turno. Poco dopo fu messo all’asta un piccolo tavolo molto ordinato; lo acquistai per nove scellini. Poi tre sedie dall’aspetto piuttosto elegante, in legno nero con fondo di canna. Le comprai tutte per quattro scellini ciascuna. Successivamente acquistai un portarossetto di metallo per quattro e sei pence. Era davvero un lusso, ma ormai mi stavo appassionando all’idea di ristrutturare la mia casa. Fu poi messo all’asta un mucchio di tende legate insieme; qualcuno offrì cinque scellini. L’astaio si voltò verso di me e io accettai l’offerta. Ancora per cinque e sei pence. Comprai anche un pezzo di stoffa rossa per mezza corona, un piccolo letto di ferro per nove scellini, tre dipinti a olio raffiguranti “La Primavera”, “Il Suonatore di Banjo” e “Castello di Windsor” per cinque scellini. Un piccolo paravento per mezza corona. Un set da bagno per cinque scellini. Un altro tavolino quadrato, molto piccolo, per tre e sei pence. Ogni volta che facevo un’offerta, Whitehall alzava il suo bastone nero in aria. E presto scoprii che lo faceva anche quando non avevo alcuna intenzione di acquistare nulla. Per poco non dovetti spendere quattordici e sei pence per un pappagallo impagliato in una vetrina.
“Potrebbe andare bene ad adornare il suo salone, Dottor Munro, ” disse lui quando gli feci notare quanto fossi stato sciocco.
“Se continuo a spendere soldi in questo modo, presto dovrò impiccarmi nel mio stesso salone. Ormai ho già speso tutto ciò che posso permettermi. Devo fermarmi.”
Quando l’asta finì, pagai il mio conto e feci caricare le mie merci su un carrello; il portiere si offrì di consegnarle per due scellini. Mi resi conto di aver sopravvalutato i costi per arredare la casa, perché la spesa totale non superava le tre sterline. Andammo insieme a Oakley Villa e io, con orgoglio, sistemai tutte le mie cose nell’atrio. E qui arrivò un altro esempio straordinario della gentilezza delle classi più povere: dopo che gli avevo pagato, il portiere tornò con un enorme tappeto di juta, brutto da non credersi. Lo posizionò davanti alla mia porta e poi, senza dire una parola, se ne andò con il suo carrello nella notte.
La mattina dopo tornai a casa mia. Mia casa, finalmente! Dopo aver pagato l’affittuaria, tutto era mio. Il conto risultò più alto del previsto, visto che mangiavo solo colazione e tè, “pranzando fuori”, come dicevo io con aria maestosa. Comunque, una volta sistemata la questione, portai le mie cose a Oakley Villa. La sera prima, un ferramenta aveva fissato il mio piatto alla ringhiera per mezzo scellino; lì era, brillante al sole. Mi vergognavo quasi di guardarlo. Entrando in casa, mi resi conto che tutte le finestre del vicinato sembravano “guardarmi”.
Ma una volta dentro, c’era così tanto da fare che non sapevo da dove cominciare. Comprai una scopa da un penny e nove centesimi e iniziai a lavorare. Vi accorgerete che sono molto preciso riguardo ai piccoli costi. Proprio lì sta la chiave di tutto. Nel cortile trovai un secchio di zinco con un foro: fu molto utile, perché con suo aiuto riuscii a portare via tutte le immondizie accumulate in cucina. Poi, con la mia nuova scopa, pulii gli ambienti inferiori e l’atrio, spazzando via i rifiuti nel cortile. Successivamente feci lo stesso al piano di sopra. Ma finii per riportare giù diversi metri quadrati di polvere nell’atrio, annullando così i miei sforzi precedenti. Fu deludente. Ma almeno imparai a iniziare sempre dal punto più lontano. Quando ebbi finito, ero così sudato e sporco che sembrava fosse metà partita di calcio. Pensai alla nostra ordinata donna delle pulizie a casa. E mi resi conto di quanto dovesse essere ben addestrata.
Poi venne il momento di sistemare i mobili. L’atrio era abbastanza facile da arredare, visto che le assi erano di colore scuro e si vedevano bene da sole. Il mio tappeto di juta e lo stendibagagli erano gli unici oggetti presenti nell’atrio. Ma comprai tre ganci per sei penny e li fissai ai muri, appendendo anche i miei due cappelli. Infine, poiché l’ampia superficie di pavimento nudo risultava deprimente, appesi una delle tende a metà altezza, lasciandola pendere all’indietro. Il risultato fu davvero bello. E ne fui estremamente orgoglioso.
Da lì passai al punto più importante di tutti: l’arredamento del mio studio medico. L’esperienza con Cullingworth mi aveva insegnato almeno una cosa: ai pazienti non importa nulla della tua casa, purché pensino che tu sia in grado di curarli. Una volta che questa idea si insedia nella loro mente, puoi anche vivere in uno stallo vuoto in un fienile e scrivere le tue prescrizioni sul mangiatore d’avena. Comunque, poiché per molti giorni a venire quella sarebbe stata l’unica stanza arredata della mia casa, valeva la pena pianificare con cura per rendere tutto il più accogliente possibile. Stesi il mio tappeto rosso al centro della stanza e lo fissai con chiodi di rame. Sembrava molto più piccolo di quanto avessi sperato: una piccola isola rossa in mezzo a un oceano di legno grezzo, o una cartolina postale nel mezzo di una busta. Al centro posizionai il mio tavolo; su un lato ci misi tre libri medici, sull’altro lo stetoscopio e la custodia dei miei strumenti. Ovviamente, accanto al tavolo c’era anche una sedia. Poi passai dieci minuti a decidere se le altre due sedie fossero meglio disposte insieme, formando un blocco compatto, o sparse in modo che il visitatore potesse percepire immediatamente la loro presenza. Alla fine ne posizionai una a destra e l’altra davanti al tavolo. Poi appesi ai muri tre quadri: “Spring”, “The Banjo Players” e “Windsor Castle”; promisi a me stesso che con il primo soldo che avrei guadagnato avrei comprato un altro quadro per il quarto muro. Alla finestra misi il mio piccolo tavolino quadrato, su cui posizionai una fotografia incorniciata in pelle d’avorio e con un bel rivestimento di velluto, che avevo portato con me nel baule. Infine trovai due tende marrone scuro tra gli oggetti acquistati all’asta e le appesi vicino l’una all’altra; in questo modo la stanza veniva illuminata da una luce soffusa che rendeva tutto più armonioso e dava alle zone più oscure un aspetto “arredato”. Quando ebbi finito, non credo proprio che nessuno avrebbe potuto indovinare che il totale degli oggetti presenti nella stanza ammontasse a circa trenta scellini.
Poi portai su il letto di ferro che avevo comprato e lo sistemai nella stanza che avevo già scelto come camera da letto. Trovai anche un vecchio baule nel cortile, rimasto dai precedenti inquilini; lo utilizzai come comodino per il mio lavandino e la mia brocca. Quando tutto fu pronto, camminai orgoglioso per le mie stanze, sistemando ogni dettaglio fino a renderle perfette. Vorrei tanto che mia madre potesse vederle. Ma poi pensai che forse non sarebbe stato affatto positivo: sapevo bene che la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata preparare litri e litri d’acqua calda e pulire tutto, dal tetto al seminterrato. E conoscevo bene quali conseguenze ciò avrebbe comportato.
Beh, per ora è tutto ciò che ho da dire. Roba così banale, interessante forse solo per tre persone al mondo! Tuttavia mi piace scrivere, purché tu mi assicuri che ti piace leggere ciò che scrivo. Per favore, saluta cordialmente mia moglie e anche Camelford, nel caso dovesse passare da te. L’ultima volta che ne ho sentito parlare, si trovava sul Mississippi.
XII. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 5 giugno 1882.
Dopo aver preso tutte le disposizioni di cui ho parlato con tale noiosa prolissità nella mia ultima lettera, caro Bertie, mi sedetti alla mia scrivania e dispiegai tutto il mio patrimonio davanti a me sul tavolo. Rimasi sorpreso quando lo vidi: tre mezze corone, un fiorino e quattro sei pence, in totale undici e sei pence. Mi aspettavo di ricevere notizie da Cullingworth prima di allora; ma almeno lui era sempre lì, un amico fidato su cui poter contare. Appena affittata la casa, gli avevo scritto una lettera molto dettagliata, spiegandogli che mi ero impegnato a tenerla per un anno, ma assicurandogli che ero convinto di riuscire a farcela facilmente con il suo aiuto. Gli descrissi la posizione vantaggiosa della casa e gli fornii tutti i dettagli riguardo all’affitto e al quartiere circostante. Ero certo che quella lettera avrebbe portato una risposta da parte sua, nella quale sarebbe stata indicata l’importo del mio versamento settimanale. Una cosa avevo deciso con fermezza: qualunque difficoltà mi si presentasse, avrei affrontato da solo senza chiedere aiuto a casa. Certo, sapevo che mia madre avrebbe venduto tutto, anche i suoi occhiali d’oro, per aiutarmi, e che nessun pensiero riguardo al nostro recente disaccordo l’avrebbe mai fermata; ma dopotutto, un uomo ha le sue emozioni. E non intendevo certo andare contro la sua volontà per poi chiedere aiuto.
Passai tutto il giorno in casa, godendo di quella sensazione di privacy e novità che mi aveva colpito quando avevo chiuso la porta dietro di me per la prima volta. Alla sera uscii e comprai un pane, mezzo chilo di tè (“spazzatura”, così lo chiamano, e costava otto pence), una pentola di latta (cinque pence), un chilo di zucchero, una scatola di latte svizzero in polvere e una scatola di carne in scatola americana. Spesso avevo sentito mia madre lamentarsi delle spese per la casa. Ora cominciavo a capire cosa intendesse. Due sterline e nove pence se ne andarono in un attimo, ma almeno avevo abbastanza cibo per sopravvivere per qualche giorno.
Nella stanza sul retro c’era un comodo supporto per il gas. Incollai un pezzo di legno al muro sopra di esso e creai così un braccio su cui appendere la pentola, in modo da poterla scaldare direttamente sulla fiamma del gas. L’idea aveva il vantaggio di non comportare alcuna spesa immediata. E probabilmente sarebbero passati molti giorni prima che dovessi pagare il conto del gas. Così, la stanza sul retro divenne sia cucina che sala da pranzo. L’unica mobilia era la mia valigia, che fungeva da armadio, tavolo e sedia. Tutti i miei cibi erano conservati lì dentro. E quando volevo mangiare, bastava prenderli e disporli sopra il coperchio della valigia, lasciando spazio per sedermici accanto.
Fu solo quando entrai in camera da letto che mi resi conto degli errori commessi nell’arredarla: non c’era né materasso né cuscino, né lenzuola. La mia mente era stata completamente concentrata sulle cose essenziali per il mio lavoro, al punto di non aver mai pensato alle mie esigenze personali. Quella notte dormii sui piedi del letto, e mi svegliai come San Lorenzo dalle fiamme. Il mio secondo abito, insieme ai “Principi di Medicina” di Bristowe, funse ottimamente da cuscino; in una calda notte di giugno, poi, un uomo può anche arrangiarsi avvolto nel proprio cappotto. Non avevo alcun interesse per le lenzuola usate, e decisi che, finché non ne avessi comprate di nuove, avrei fatto da me stesso un cuscino di paglia, indossando entrambi i miei abiti nelle notti più fredde. Tuttavia, due giorni dopo il problema fu risolto in modo molto più lussuoso: mia madre mi inviò una grande scatola marrone, che per me fu un vero tesoro, paragonabile al relitto spagnolo per Robinson Crusoe. Conteneva troppi piumoni spessi, due lenzuola, una coperta, un cuscino, uno sgabello da campeggio, due zampe di orso imbottite, insomma, tutto ciò di cui avrei potuto aver bisogno! Inoltre, c’erano anche vasi di terracotta, un plaid da tè, due quadri incorniciati, diversi libri, un calamaio decorativo e numerosi tovaglioli colorati. Solo possedendo un tavolo con piano in legno laccato e gambe di mogano si può davvero comprendere il vero significato di un tessuto decorativo. In cima a tutto questo tesoro, c’era anche un enorme cesto contenente i medicinali che avevo ordinato. Quando li disposi in fila, le bottiglie occupavano un intero lato del soggiorno. Camminando per la casa e osservando tutte quelle cose, iniziai a pensare che forse ci fosse davvero qualcosa di valido nei diritti di proprietà. E aggiunsi ancora alcune cose alle mie possedenze. Realizzai un ottimo materasso usando del sacco e la paglia con cui erano state imballate le bottiglie. Inoltre, utilizzando tre persiane della stanza, costruii un comodino molto pratico per il mio studio; coperto con un panno rosso e decorato con quelle zampe di orso, avrebbe potuto costare ben venti ghinee. Tutto questo l’avevo fatto con leggerezza e buon umore, prima che mi colpisse quell’evento paralizzante di cui dovrò raccontarvi.
Chi avrebbe potuto venire il secondo giorno, se non il vecchio Capitano Whitehall? Ero nella stanza sul retro, cercando di capire quante fette potessi ottenere da una libbra di carne in scatola, quando suonò alla porta; riuscii appena a chiudermi la bocca in tempo per evitare che il mio cuore mi schizzasse fuori dal petto.
Quel campanello risuonò nell’intera casa deserta. Vidi comunque chi era quando entrai nel corridoio: i pannelli centrali della mia porta sono fatti di vetro trasparente, quindi posso sempre osservare la silhouette dei miei visitatori prima di avvicinarmi.
Non ero ancora del tutto sicura se odiassi quell’uomo o se mi piacesse. Era l’incrocio più strano di bontà e ubriachezza, lussuria e auto sacrificio che avessi mai incontrato. Ma portava con sé un senso di allegria e speranza per cui non potevo fare a meno di essere grata. Aveva sotto il braccio un grande pacchetto avvolto in carta marrone; lo aprì sul mio tavolo, rivelando una grande giara marrone. La posò al centro del camino.
“Le permetterà, dottor Munro, di mettere questo piccolo regalo nella sua stanza. È lava, proveniente dal Vesuvio e prodotta a Napoli. Potrebbe sembrare vuota, dottor Munro, ma è piena dei miei migliori auguri. E quando avrà raggiunto la massima abilità in questa città, potrà indicare quella giara e raccontare come sia arrivata. Da un capitano di una nave da trasporto armato che l’ha sostenuta fin dall’inizio, ”
Le lacrime mi salirono agli occhi. Che miscela straordinaria di qualità in un’unica persona! Non erano le azioni o le parole, ma lo sguardo quasi femminile negli occhi di quel vecchio bohémien distrutto dall’alcol. Quella compassione, quella ricerca disperata di comprensione che vi leggevo. Ma solo per un istante. Poi tornò subito al suo solito atteggiamento sconsiderato e quasi provocatorio.
“C’è un’altra cosa. Da tempo penso di farmi esaminare da lei. Mi piacerebbe mettermi sotto le sue cure, se fosse disposta a valutarmi, ”
“Che c’è che non va?” chiesi.
“Dottor Munro, signore,” rispose lui, “io sono un vero e proprio museo vivente. Tutto ciò che NON è ‘normale’ in me potrebbe stare tranquillamente sul retro di una cartolina da visita. Se avete qualche lamento particolare su cui desiderate approfondire delle ricerche, venite pure da me: vedrò cosa posso fare per voi. Non tutti possono vantarsi di aver avuto il colera tre volte e di essersi guariti mangiando peperoncini rossi e brandy. Se solo quei piccoli germi decidessero di ‘starnutire’, vi lascerebbero in pace subito. Questa è la mia teoria sul colera, e dovreste prenderla seriamente in considerazione, Dottor Munro. Quando comandavo il trasporto armato Hegira nel Mar Nero, ero compagno di cinquanta uomini morti. So bene di cosa parlo.”
Lascio vuoti nei giuramenti di Whitehall: è davvero impossibile riprodurre tutta la loro energia e varietà. Rimasi sorpreso quando si spogliò: il suo corpo era completamente coperto da tatuaggi; proprio sopra il cuore c’era una grande Venere blu.
“Potete bussare pure,” disse, mentre iniziavo a esaminargli il petto, “ma sono sicuro che non ci sia nessuno in casa. Sono tutti andati a fare visite. Qualche anno fa Sir John Hutton ha provato ad esaminarmi, ‘Ma dove diavolo è la tua milza?’ ha detto. ‘Sembra che qualcuno ti abbia mescolato il cibo con un bastone per il porridge. Niente è al suo posto. Tranne il mio cuore, Sir John,’ ho risposto, ‘Ah sì. Quello non perderà mai la sua ‘ancora’ finché avrà anche solo una piccola parte rimasta, ”
Lo esaminai attentamente: le sue condizioni non erano molto migliori di quanto aveva descritto. Aveva regurgitazione mitrale, cirrosi epatica, morbo di Bright, milza ingrossata e un inizio di edema. Gli parlai della necessità di moderazione, se non addirittura di astinenza totale. Ma temo che le mie parole non abbiano avuto alcun effetto. Continuava a ridacchiare e a emettere suoni strani dalla gola mentre parlavo. Non so se fosse per accordo o per dissentire.
Alla fine tirò fuori il portafoglio, ma gli chiesi di considerare la mia piccola assistenza semplicemente un gesto di amicizia. Tuttavia, lui insistette così tanto che fui costretto ad accettare.
“Allora, la mia tariffa è di cinque scellini, visto che insistete a trattarla come una questione d’affari, ”
“Dottor Munro, signore,” esclamò lui, “sono stato esaminato da persone di cui non mi fiderei nemmeno per gettare loro addosso un secchio d’acqua se stessero bruciando. Eppure non ho mai pagato meno di una ghinea. Ora che sono venuto da un gentiluomo e amico. Fatemi pure diventare viola, se pago anche solo un penny in meno, ”
Dopo molte discussioni, alla fine quell’uomo gentile lasciò su il bordo del mio tavolo una sovrana e un scellino. Quel denaro mi bruciò le dita, perché sapevo che la sua pensione non era molto alta; eppure, poiché non potevo rifiutarlo, non si poteva negare che fosse estremamente utile. Così ne spesi sedici scellini per comprare un nuovo materasso di paglia da mettere sotto il mio letto. Ormai, vedete, avevo iniziato a concedermi certi lussi nella gestione della mia casa. E potevo solo tranquillizzare la mia coscienza ricordandomi che quando Paul sarebbe venuto a trovarmi, avrebbe dovuto dormire con me.
Tuttavia, la visita di Whitehall non era ancora finita. Quando tornai indietro, presi quel bellissimo vaso di lava. E al suo interno trovai il suo biglietto. Sul retro c’era scritto: “Avete iniziato ad agire, signore. Potrebbe essere la vostra sorte cadere o riuscire. Ma non potrà mai esserci nulla di disonorevole nel colpire. Morite sull’ultima tavola di salvataggio e andate all’inferno. Oppure raggiungete il porto con la vostra bandiera alta in cima al pennone.”
Non era meraviglioso? Quelle parole mi infusero energia. Risuonavano nella mia testa come un grido di battaglia. Mi rafforzarono. E quel momento stava per arrivare. Un momento in cui ogni forma di forza sarebbe stata benvenuta. Ne feci una copia e la appesi su uno dei lati del mio camino; sull’altro lato attaccai un frammento delle opere di Carlyle. Che, credo, sia altrettanto familiare a voi quanto a me. “In un modo o nell’altro, tutta la luce, l’energia e la virtù che possediamo vengono da noi stessi. E finiscono inevitabilmente nel tesoro di Dio, dove continuano a vivere e agire per l’eternità. Non siamo perduti. Nemmeno un singolo atomo di noi, ” Questa è una frase religiosa che risulta intellettualmente soddisfacente. E quindi moralmente corretta.
Questa ultima citazione mi porta al mio secondo visitatore. Che discussione abbiamo avuto! Commetto un errore a raccontarvelo. So che la vostra simpatia sarà dalla mia parte opposta. Ma almeno questo mi farà scrivere una lettera di rimprovero e argomentazione. Di cui non potrei essere più felice.
Beh, la seconda persona che ricevetti alla mia porta fu il curato della chiesa anglicana del distretto – almeno, dedussi che fosse di quella fede dal colletto e dalla croce che pendeva dalla sua catena dell’orologio. Sembrava un uomo onesto e perbene; anzi, devo ammettere onestamente che non avevo mai incontrato prima un curato del genere al di fuori delle pagine del “Punch”. In generale, penso che in termini di virilità (non certo di intelligenza) possano competere bene con molti giovani avvocati o medici. Tuttavia, non ho alcuna simpatia per quel tipo di persone. Proprio come il cotone, che di per sé è la sostanza più inoffensiva al mondo, diventa pericoloso se immerso nell’acido nitrico, anche il più mite degli esseri umani può diventare temibile se immerso nella religione settaria. Se dentro di lui c’è rancore o durezza, queste qualità vengono fuori. Quindi non fui affatto felice di ricevere quel visitatore, anche se credo di averlo accolto con la dovuta cortesia. Lo sguardo sorpreso che lanciò intorno alla mia stanza quando entrò mi fece capire che non era esattamente ciò che si aspettava.
“Vede,” spiegò, “il vicario è assente da due anni e dobbiamo occuparci delle faccende della parrocchia in sua assenza. La sua salute è cagionevole e non può sopportare l’aria di Birchespool. Abito proprio di fronte e, vedendo che era stata servita la cena, ho pensato di venire a darle il benvenuto nella nostra parrocchia.”
Gli ringraziai per la sua attenzione. Se si fosse fermato lì, tutto sarebbe andato bene e avremmo potuto avere una piacevole chiacchierata. Ma immagino che fosse il senso del dovere a impedirgli di farlo.
“Spero,” disse, “di rivederla a St. Joseph’s.”
Fui costretto ad ammettere che era improbabile.
“Un cattolico romano?” chiese, con voce non del tutto ostile.
Scossi la testa, ma nulla sembrava scoraggiarlo.
“Non un dissidente!” esclamò, con un improvviso cambiamento nel suo tono cordiale.
Scossi di nuovo la testa.
“Ah, solo un po’ negligente, un po’ trascurato, ” disse scherzando, con un’espressione di sollievo. “Gli uomini di professione a volte diventano così. Hanno molte cose a cui pensare. Almeno lei, senza dubbio, si attiene fermamente alle verità fondamentali del cristianesimo, ”
“Credo profondamente,” dissi, “che il Fondatore di questa religione sia stata la persona più nobile e gentile che abbiamo mai conosciuto nella storia di questo pianeta.”
Ma invece di tranquillizzarlo, la mia risposta sembrò essere interpretata come una sfida. “Spero,” disse severamente, “che la sua fede vada oltre. Sicuramente ammetterà che Egli fu un’incarnazione della divinità, ”
Cominciai a sentirmi come quel vecchio tasso nel suo buco, desideroso di graffiare quella bocca nera pronta ad attaccarlo.
“Non vi sembra,” dissi, “che se Lui fosse soltanto un fragile mortale come noi, la Sua vita assumerebbe un significato molto più profondo? Diventerebbe allora un modello su cui potremmo ispirarci. Se invece fosse di natura diversa da noi, la Sua esistenza perderebbe ogni senso, poiché partiremmo da basi completamente diverse. A mio parere, un’ipotesi del genere priverebbe la Sua vita della sua bellezza e del suo valore morale. Se fosse divino, allora NON POTREBBE peccare. E basta. Noi, che non siamo divini e possiamo peccare, abbiamo ben poco da imparare da una vita del genere.”
“Lui ha vinto sulla tentazione,” disse il mio visitatore, come se quelle parole costituissero un argomento convincente.
“Una vittoria meschina!” risposi. “Ricordate quell’imperatore romano che scendeva nell’arena armato fino ai denti e si sfidava con qualche poveraccio che aveva soltanto una semplice armatura di piombo. Secondo la vostra interpretazione della vita del vostro Maestro, Lui avrebbe affrontato le tentazioni di questo mondo con un vantaggio tale da renderle inoffensive. Quando penso alle Sue debolezze, provo però lo stesso interesse che per la Sua saggezza e la Sua virtù. Forse perché anch’io sono debole, ”
“Forse potreste dirmi quali sono, secondo voi, le sue debolezze nel comportamento?” chiese il mio visitatore in tono rigido.
“Beh. Le Sue caratteristiche umane, ‘Debole’ non è certo la parola giusta per descriverle. Il Suo rimprovero ai sabatari, la Sua violenza nei confronti dei mercanti ambulanti, le Sue reazioni eccessive contro i farisei, il Suo malumore per via del fico che non produceva frutti nel momento sbagliato. Queste cose mi fanno comprendere meglio l’uomo che era.”
“Allora siete un unitariano, o forse soltanto un deista?” chiese il curato, con un tono aggressivo.
“Potete chiamarmi come volete,” risposi (e ormai temo di aver esaurito completamente le mie argomentazioni); “non pretendo di sapere cosa sia la verità, poiché essa è infinita e io sono finito; ma so molto bene ciò che NON è. Non è vero che la religione abbia raggiunto il suo apice mille novecento anni fa, e che dobbiamo limitarci a ciò che fu scritto e detto in quei tempi. No, signori: la religione è una realtà viva e dinamica, in continua crescita e sviluppo, capace di un’estensione e di uno sviluppo infiniti, come tutti gli altri campi del pensiero. Ci sono molte verità eterne che furono pronunciate in passato e tramandate a noi attraverso i libri; alcune parti di questi testi possono certamente essere considerate sacre. Ma ce ne sono altre ancora da scoprire; e se le rifiutassimo soltanto perché non sono menzionate in quei libri, agiremmo con la stessa stupidità dello scienziato che ignorerebbe l’analisi spettrale di Kirchhoff solo perché non vi è alcuna menzione al riguardo in Albertus Magnus. Un profeta moderno può indossare un abito semplice e scrivere per le riviste; ma questo non impedisce affatto che sia colui che trasmette, anche se in modo modesto, messaggi provenienti dalle fonti della verità. Guardate!” gridai, alzandomi e leggendo il testo di Carlyle.
“Quello non proviene da alcun profeta ebreo, ma da un contribuente di Chelsea. Lui ed Emerson fanno anch’essi parte di questi ‘profeti’. Il Creatore non ha ancora detto la sua ultima parola all’umanità; può parlare attraverso uno scozzese o un abitante del New England con la stessa facilità con cui lo fa attraverso un ebreo. La Bibbia, signore, è un libro che viene pubblicato a puntate. E alla fine c’è scritto ‘A seguire’, non ‘Fine’.”
Il mio visitatore aveva mostrato tutti i segni di un evidente disagio durante questo lungo discorso mio. Alla fine, si alzò in piedi e prese il cappello dal tavolo.
“Le sue opinioni sono estremamente pericolose, signore,” disse. “È mio dovere avvertirla di ciò. Lei non crede in nulla.”
“Non credo in nulla che possa limitare il potere o la bontà dell’Onnipotente,” risposi.
“Tutto questo l’ha dedotto dal proprio orgoglio spirituale e dalla propria autosufficienza,” disse lui, con fervore. “Perché non si rivolge a quella Divinità di cui parla? Perché non si umilia davanti a Lui?”
“Come fa a saperlo se non lo so io stesso?”
“Ha detto lei stesso di non andare mai in chiesa.”
“La mia ‘chiesa’ è dentro il mio cappello,” risposi. “Mattoni e cemento non possono costruire una scala verso il cielo. Come il suo Maestro, credo che il cuore umano sia il miglior tempio. Mi dispiace vedere che lei sia in disaccordo con Lui su questo punto.”
Forse è stato troppo sbagliato da parte mia dirlo. Avrei potuto limitarmi a difendermi senza contrattaccare. Comunque sia, il risultato è stato quello di porre fine a un’intervista che stava diventando opprimente. Il mio visitatore era troppo indignato per rispondere e se ne andò dalla stanza senza dire una parola. Dal mio finestrino potevo vederlo correre giù per la strada, una piccola figura nera e arrabbiata, molto turbata perché non riesce a misurare l’intero universo con il suo fazzoletto da tasca e i suoi compassi. Pensateci: lui è solo un atomo tra miliardi di atomi, situato nel punto di incontro di due eternità! Ma che cosa sono io, allora? Un altro atomo. Perché dovrei giudicarlo?
Beh, in definitiva, caro Bertie, la conclusione è che ho iniziato la mia pratica professionale facendomi un nemico dell’uomo che, di tutta la parrocchia, ha il potere maggiore di danneggiarmi. So cosa ne penserebbe mio padre se lo sapesse.
E ora arrivo al grande evento di questa mattina, dal quale sono ancora sotto shock: quel furfante di Cullingworth ha assassinato il pittore e mi ha lasciato a cavarmela da solo. Il mio lavoro inizia alle otto del mattino; di solito prendo le lettere e le leggo a letto. Questa mattina ce n’era solo una, scritta con la sua calligrafia caratteristica. Ho subito controllato che si trattasse della mia promessa remunerazione e l’ho aperta con un senso di aspettativa. Ecco il contenuto:
“Quando la cameriera sistemava la tua stanza dopo la tua partenza, ha trovato alcuni pezzi di carta strappata sotto la griglia del camino. Vedendo il mio nome sopra, li ha portati, come era suo dovere, alla sua padrona, che li ha messi insieme e ha scoperto che formavano una lettera scritta da tua madre a te. In essa vengo menzionato con termini spregevoli: ‘un truffatore fallito’, ‘il senza scrupoli Cullingworth’. Posso solo dire che siamo stupiti che tu abbia potuto partecipare a una simile corrispondenza mentre eri nostro ospite. E rifiutiamo di avere qualsiasi rapporto con te, in qualsiasi forma.”
Che gentile saluto mattutino, non è vero? Dopo aver, sulla base della sua promessa, iniziato a praticare e aver affittato una casa per un anno con pochi penny in tasca. Ho smesso di fumare per motivi economici; ma ho pensato che la situazione meritasse davvero una pipa, quindi sono sceso dal letto, ho raccolto un po’ di tabacco dai bordi delle mie tasche e l’ho fumato tutto. Quel “giubbotto salvavita” di cui avevo parlato con tanta fiducia si era rotto, lasciandomi in una situazione molto difficile. Ho riletto quella nota più e più volte; nonostante la mia difficoltà, non ho potuto fare a meno di ridere della meschinità e stupidità di tutto ciò. L’immagine del padrone di casa e della moglie che cercavano di incollare insieme le lettere strappate del loro ospite partito mi è sembrata una delle cose più divertenti che ricordi. E c’era anche la stupidità di quella situazione: sicuramente un bambino avrebbe capito che l’attacco di mia madre era in risposta alla mia difesa. Perché dovremmo scrivere due messaggi identici? Beh, sono ancora molto confuso riguardo a tutto questo. Non so affatto cosa farò. È più probabile che muoia, piuttosto che raggiungere la meta con la mia bandiera issata in alto. Devo pensarci bene e poi dirti il risultato. Che cosa succeda, una cosa è certa: sia nel bene che nel male, rimarrò sempre il tuo affezionato e chiacchierone amico.
XIII. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 12 giugno 1882.
Quando ho scritto la mia ultima lettera, caro Bertie, ero ancora sconvolta, come un pesce sulla riva sabbiosa dopo essere stata definitivamente respinta da Cullingworth. Il semplice fatto di mettere tutto per iscritto sembrava chiarire la situazione, e quando ho finito di scrivere mi sentivo molto più serena. Stavo appunto indirizzando l’indirizzo sull’involucro (notate quanto sia coerente il racconto dei miei avvenimenti, ) quando il suono della campanella mi ha fatto sobbalzare. Attraverso lo sportello di vetro ho visto che si trattava di un uomo con la barba e un cappello a cilindro, dall’aspetto rispettabile. Era un paziente. DEVEVA essere un paziente! Allora ho capito quanto fosse diverso occuparsi del paziente di un altro uomo (come avevo fatto con Horton) o lavorare nell’ambito della pratica medica di qualcun altro (come avevo fatto con Cullingworth), rispetto al dover affrontare una situazione completamente nuova e gestirla da sola. Prima, l’idea di avere un paziente mi entusiasmava; ora che era arrivato, per un momento ho pensato di non aprire nemmeno la porta. Ma naturalmente si trattava solo di un attimo di debolezza. Ho risposto al suo bussare con un tono apparentemente indifferente, come se fossi semplicemente passata per caso nell’ingresso e non volessi disturbare la cameriera che doveva salire le scale.
“Dottor Stark Munro?” chiese.
“Prego, entri,” risposi, invitandolo nel mio studio. Era un uomo pomposo, con passi pesanti e una voce profonda. Ma per me era come un angelo sceso dal cielo. Ero nervosa, e allo stesso tempo avevo paura che lui notasse la mia ansia e perdesse fiducia in me. Così ho finito per comportarmi in modo eccessivamente cordiale. Si sedette su mio invito e tossì rumorosamente.
“Ah,” dissi. Mi vantavo sempre di essere brava a formulare diagnosi rapide, “Bronchite, immagino. Questi raffreddori estivi possono essere davvero fastidiosi, ”
“Sì,” rispose lui. “Ce l’ho da un po’.”
“Con un po’ di cura e trattamento, ” suggerii.
Non sembrava molto ottimista; si lamentò e scosse la testa. “Non è per questo che sono venuto,” disse.
“No?” Il mio cuore si strinse.
“No, dottore.” Estrasse un taccuino rigonfio. “Si tratta di una piccola somma dovuta per il gas, ”
Riderai, Bertie. Ma per me non era affatto una questione da prendere alla leggera. Voleva otto scellini per qualcosa che l’ultimo inquilino aveva fatto, o forse non aveva fatto affatto. Altrimenti la compagnia avrebbe rimosso il contatore del gas. Che cosa poteva immaginare, lui, che l’unica alternativa che mi offriva era pagare più della metà del mio capitale, oppure rinunciare a cucinare! Alla fine sono riuscita a calmarlo promettendogli di occuparmi della questione. E così me ne sono andata, ancora scossa, ma almeno in grado di mantenere le mie responsabilità finanziarie. Prima di andarsene, mi ha fornito molte informazioni sullo stato dei suoi tubi. Ma ormai non m’interessava più l’argomento, visto che sapevo che veniva curato dal medico del suo club.
Quello fu il primo degli incidenti della mia mattina. Il secondo seguì subito dopo. Suonò di nuovo il campanello, e dal mio punto d’osservazione vidi che davanti alla porta era parcheggiata la roulotte di una zingara, piena di cesti e sedie di vimini. Due o tre persone sembravano trovarsi all’esterno. Capii che volevano che comprassi alcuni dei loro prodotti, così aprii appena la porta di qualche centimetro, dissi “No, grazie” e la richiusi. Sembrava che non mi avessero sentito, perché suonarono di nuovo il campanello; allora aprii la porta ancora di più e parlai in modo più deciso. Immaginate la mia sorpresa quando suonarono ancora una volta. Spalancai la porta e stavo per chiedere loro che cosa intendessero con quella sfrontatezza, quando uno del gruppo davanti alla mia porta disse: “Per favore, signore, è il bambino.” Non c’è stata mai una trasformazione così improvvisa. Da un padrone di casa indignato a un vero professionista. “Prego, entri pure, signora,” dissi con tutto il mio garbo; e loro entrarono tutti: il marito, il fratello, la moglie, e il bambino, che era alle prime fasi dell’epidemia di morbillo.
Erano persone povere e emarginate; sembrava che non avessero nemmeno sei penny tra loro. Così, le mie richieste di un compenso alla fine della visita finirono per significare che davo la medicina gratuitamente. Alla fine aggiunsi comunque cinque penny in monete di rame, che era tutto il denaro che avevo con me. Se avessi altri pazienti del genere, sarei rovinato.
Tuttavia, quei due episodi insieme ebbero l’effetto di attirare la mia attenzione e di alleviare il dispiacere causato dalla lettera di Cullingworth. Mi fece ridere il pensiero che ciò che sembrava un estraneo si rivelasse in realtà una persona paziente, e viceversa. Così ripresi a leggere quel prezioso documento con uno spirito molto più analitico, deciso a capire cosa dovesse fare. Fu allora che ottenni la mia prima vera comprensione delle profondità del carattere di Cullingworth. Iniziai cercando di ricordare come avessi potuto distruggere le lettere di mia madre, poiché non è nel mio carattere gettare via i documenti in questo modo. Spesso mi prendono in giro per il fatto che li lascio accumularsi fino a quando le mie tasche diventano insopportabili. Più ci pensavo, più ero convinto di non aver potuto fare nulla del genere; alla fine presi la giacca che indossavo solitamente a Bradfield e esaminai i mazzi di lettere che conteneva. Eccola lì. Quasi la prima lettera che aprii era proprio quella da cui Cullingworth aveva tratto le sue citazioni, nella quale mia madre lo descriveva in termini piuttosto duri.
Beh, questo mi ha fatto sedermi e rimanere senza fiato. Penso di essere una delle persone meno sospettose al mondo; a causa della mia indolenza naturale, non mi viene mai in mente che le persone con cui entro in contatto possano cercare di ingannarmi. Ma se solo inizio a pensarci, se ricevo prove che ci sia motivo di sospetto, allora tutta la mia fiducia svanisce completamente. Ora riesco a spiegare molte cose che mi avevano confuso a Bradfield: quegli improvvisi scatti d’ira, quell’ostilità a volte mal nascosta da Cullingworth, non indicavano forse l’arrivo di una lettera di mia madre? Ne ero convinto. Lui le leggeva, le leggeva dalle tasche del cappotto che lasciavo spesso nell’ingresso quando indossavo quello professionale per uscire. Ricordo, ad esempio, come il suo comportamento cambiò improvvisamente proprio il giorno in cui arrivò l’ultima lettera di mia madre. Sì, era certo che le avesse lette fin dall’inizio.
Ma c’era una frode ancora più profonda. Se le aveva lette, e se era abbastanza pazzo da pensare che lo stessi tradendo, perché non me lo disse allora? Perché si accontentò di scoccarmi occhiatacce e litigare per questioni insignificanti, e perché sorrideva forzatamente quando gli chiedevo direttamente cosa fosse successo? Una ragione ovvia era che non poteva confessare il suo risentimento senza rivelare anche da dove avesse ottenuto quelle informazioni. Ma conoscevo abbastanza bene Cullingworth per sapere che avrebbe potuto facilmente superare un ostacolo del genere. Anzi, in quell’ultima lettera ci era riuscito, con la sua storia sulla grata e sulla cameriera. Doveva esserci una ragione ancora più forte che lo costringeva a trattenersi. Ripensando al nostro rapporto, ero convinto che il suo piano fosse quello di attirarmi con promesse finché non mi fossi impegnato completamente, per poi abbandonarmi, in modo che io non avessi altra scelta se non quella di accordarmi con i miei creditori, diventando, in altre parole, esattamente ciò che mia madre aveva definito lui.
Ma in quel caso doveva aver pianificato tutto quasi fin dall’inizio del mio soggiorno con lui, perché le lettere di mia madre che denunciavano il suo comportamento erano arrivate molto presto. Per un po’ non era stato sicuro di come procedere; poi aveva inventato quella scusa (che a me all’epoca sembrava piuttosto inadeguata), riguardante il leggero calo settimanale delle entrate, per convincermi ad andarmene. Il suo passo successivo fu persuadermi a partire da sola; e poiché questo era impossibile senza soldi, mi incoraggiò promettendomi un piccolo prestito settimanale. Ricordo come mi aveva detto di non preoccuparmi nel comprare mobili e altre cose, perché i commercianti concedevano credito ai principianti e che potevo sempre rivolgermi a lui se necessario. Sapeva anche, dalla propria esperienza, che il proprietario dell’appartamento avrebbe richiesto almeno un anno di affitto anticipato. Poi aspettò fino a quando non gli scrissi per dirgli che avevo finalmente deciso di partire; e in risposta ricevetti la sua lettera con cui interrompeva ogni contatto con me. Era una serie così lunga e complessa di inganni, che per la prima volta provai paura al pensiero di Cullingworth.
Era come se, sotto l’aspetto e i vestiti di un uomo, avessi intravisto qualcosa di subumano. Qualcosa che andava ben al di là del mio orizzonte mentale, al punto da rendermi completamente impotente di fronte ad esso.
Beh, gli ho scritto una breve nota, solo breve, ma spero che contenesse un pizzico di ironia. Gli ho detto che la sua lettera mi aveva reso molto felice, poiché aveva eliminato l’unica causa di dissidio tra mia madre e me. Lei lo aveva sempre considerato un farabutto, mentre io lo difendevo sempre; ma ora ero costretta ad ammettere che lei aveva ragione fin dall’inizio. Gli ho detto abbastanza per fargli capire che avevo scoperto tutta la sua trama; e ho concluso assicurandogli che, se pensava di avermi fatto del male, si sbagliava di grosso, perché avevo tutte le ragioni per credere che, senza volerlo, mi avesse proprio portata esattamente dove desideravo ardentemente arrivare.
Dopo questo sfogo di coraggio mi sentii meglio e riflettei sulla situazione. Ero solo in una città sconosciuta, senza contatti, senza conoscenze, con meno di un paio di sterline in tasca e senza alcuna possibilità di liberarmi dalle mie responsabilità. Non avevo nessuno a cui chiedere aiuto, poiché tutte le lettere ricevute da casa descrivevano una situazione molto difficile. La salute di mio povero padre andava peggiorando e anche i suoi introiti diminuivano. D’altra parte, riflettei che c’erano alcuni aspetti a mio favore: ero giovane, energico, avevo ricevuto una dura educazione ed ero ben preparato ad affrontare le difficoltà. Ero abbastanza competente nel mio lavoro e credevo di potermela cavare con i pazienti. La mia casa era perfetta per i miei scopi e avevo già sistemato al suo interno gli oggetti essenziali. Il gioco non era ancora finito. Mi alzai in piedi, strinsi i pugni e giurai davanti alla lampada che quel gioco non sarebbe mai terminato fino a quando non avessi dovuto chiedere aiuto, dalla finestra.
Per i successivi tre giorni, non suonò nemmeno un campanello di alcun tipo. Un uomo non poteva essere più isolato dal proprio genere umano. Mi divertiva sedermi al piano di sopra e contare quante persone che passavano si fermassero a guardare il mio piatto. Una volta (una domenica mattina), in un’ora ne furono più di cento; spesso, dal modo in cui gettavano uno sguardo alle mie cose mentre proseguivano per la loro strada, capivo che stavano pensando o parlando del nuovo dottore. Questo mi rallegrava e mi faceva sentire che qualcosa stesse accadendo.
Ogni sera, tra le nove e le dieci, uscivo di nascosto per fare la mia modesta spesa, dopo aver già preparato il menu del giorno seguente. Di solito tornavo con un pane, un pacchetto di pesce fritto o un mazzo di salsicce. Quando pensavo che tutto fosse abbastanza tranquillo, uscivo ancora una volta per spazzare davanti alla porta; appoggiavo la scopa al muro e, ogni volta che qualcuno passava, alzavo lo sguardo verso le stelle. Più tardi, prendevo la pasta lucidante, il panno e la pelle di camoscio. E vi assicuro che, se si valutassero i risultati in base alla brillantezza dei piatti puliti, io pulirei tutta la città.
Chi pensate sia stato il primo ad interrompere questo silenzio? Quel teppista con cui avevo litigato sotto il lampione. A quanto pare lavora come affilatore di forbici; è venuto a chiedermi se avessi bisogno dei suoi servizi. Non ho potuto fare a meno di sorridere quando ho aperto la porta e l’ho visto. Lui, però, non ha mostrato alcun segno di riconoscermi. Il che non mi sorprende affatto.
Il successivo visitatore è stata una vera paziente. Anche se molto modesta. Era una vecchia zitella un po’ anemica, probabilmente ipocondriaca cronica; aveva probabilmente già provato tutti i medici della città e voleva ora sperimentare anche questo nuovo dottore. Non so se l’abbia soddisfatta. Ha detto che sarebbe tornata mercoledì. Ma i suoi occhi si sono spostati in modo strano mentre lo diceva. Un penny e sei centesimi era tutto ciò che poteva permettersi di pagare. Ma è stato comunque molto gradito. Con un penny e sei centesimi posso vivere per tre giorni.
Penso di aver ridotto le spese al minimo indispensabile. Senza dubbio, per un breve periodo avrei potuto cavarmela con pochi penny al giorno; ma ciò che faccio ora non è solo una temporanea soluzione, bensì il mio modo di vivere abituale per molti mesi a venire. Il mio tè, lo zucchero e il latte svizzero costano in totale un penny al giorno; il pane costa due pence e tre quarti, e ne consumo uno al giorno. La mia cena consiste alternativamente in un terzo di libbra di pancetta cotta a gas (due pence e mezzo), due salsicce (due pence), due pezzi di pesce fritto (due pence), o un quarto di lattina di manzo di Chicago (due pence). Ognuno di questi alimenti, abbinato al pane e all’acqua, costituisce una cena sostanziosa. Per il momento ho rinunciato al burro; quindi le mie spese quotidiane ammontano a meno di sei pence. Tuttavia, spendo mezzo penny al giorno in giornali serali: con gli eventi che si susseguono ad Alessandria, non posso permettermi di rimanere all’oscuro delle notizie. Spesso mi rimprovero per quei mezzo penny. Se uscissi la sera e leggessi i manifesti, potrei risparmiarli e comunque avere un’idea di ciò che sta accadendo. Certo, mezzo penny a notte sembra poco, ma pensateci: cinque pence al mese! Forse immaginate che io sia pallido e debilitato da questa dieta. È vero che sono magro, ma non mi sono mai sentito meglio in vita mia. Sono così pieno di energia che a volte inizio a camminare alle dieci di sera e continuo fino alle due o tre di notte. Non oso uscire di giorno, per paura di perdere un paziente. Ho chiesto anche a mia madre di non mandare giù il piccolo Paul finché non mi sarò sistemato meglio. L’altro giorno è venuto da me Old Whitehall: voleva invitarmi a cena, e quella cena doveva segnare l’inizio della mia attività professionale. Se fossi stato il figlio di quel gentile vecchio, non avrebbe potuto interessarsi di più a me e alle mie prospettive. “Per Dio, dottor Munro,” mi disse, “ho chiesto a tutti gli uomini di Birchespool che hanno qualche problema di salute. Avrai un sacco di pazienti entro una settimana: c’è Fraser, che soffre di una forma leggera della malattia di Martell; verrà sicuramente. C’è anche Saunders, che parla solo della sua milza. Ne ho abbastanza delle sue lamentele! Ma l’ho comunque invitato. E poi c’è la ferita di Turpey: questo tempo umido la fa prudere, e nemmeno il suo stesso chirurgo sa come curarla. Sarà anche lui. E c’è Carr, che si sta uccidendo a forza di bere. Non ha molto da offrire ai medici, ma ciò che ha potresti comunque utilizzarlo, ”
Il giorno dopo continuava a venire da me per farmi domande riguardo alla cena: “Dovremmo preparare zuppa chiara o coda di bue? Non pensavo che il vino rosso fosse migliore del porto e dello sherry?” Il giorno seguente era la giornata della celebrazione, e subito dopo colazione mi portò un comunicato: i preparativi culinari avrebbero avuto luogo in una pasticceria vicina; il figlio della padrona di casa sarebbe venuto ad aiutare. Mi dispiacque vedere che Whitehall aveva già iniziato a balbettare, evidentemente aveva bevuto molto. Nel pomeriggio tornò da me per dirmi quanto ci saremmo divertiti: questo e quell’altro sapevano parlare bene, l’altro ancora sapeva cantare. Ormai era completamente ubriaco, così osai parlargli in qualità di consulente medico.
“Non è il liquore, dottor Munro,” disse seriamente. “È l’atmosfera rilassata di questa città. Ma tornerò a casa, mi sdraierò e sarò fresco come una rosa per accogliere i miei ospiti.”
Ma l’eccitazione per l’evento imminente doveva essere stata troppa per lui. Quando arrivai alle sette meno cinque, Turpey, il tenente ferito, mi incontrò nell’atrio con un’espressione preoccupante.
“Tutto è andato storto con Whitehall,” disse. “Che cos’è successo?”
“Cieco, muto e paralizzato. Venite a vedere.”
Il tavolo nella sua stanza era stato preparato con cura per la cena; sul comò c’erano diversi decanter contenenti del vino freddo. Sul divano giaceva il nostro sfortunato ospite: la testa reclinata all’indietro, la barba biforcuta puntata verso l’architrave del soffitto, e accanto a lui una tazza di whisky a metà bevuta. Tutti i nostri tentativi di svegliarlo fallirono. Quell’ubriachezza serena sembrava insormontabile.
“Cosa dobbiamo fare?” esclamò Turpey, ansimante.
“Non dobbiamo permettergli di fare una scenata. È meglio portarlo via prima che arrivi qualcun altro.”
Così lo portammo via, avvolto in strati di vestiti, come un serpente morto, e lo adagiammo sul letto. Quando tornammo, altri tre ospiti erano già arrivati.
“Sarà una delusione sapere che Whitehall non sta molto bene. Il dottor Munro ha ritenuto meglio che non scendesse,” disse Turpey.
“In effetti, l’ho fatto mettere a letto io stesso,” risposi.
“Allora propongo che il signor Turpey assuma il ruolo di anfitrione, ” suggerì uno degli altri ospiti; e così fu deciso all’istante.
Poco dopo arrivarono anche gli altri uomini. Ma della cena non c’era traccia. Aspettammo per un quarto d’ora, ma nulla arrivò. Chiamammo la padrona di casa, ma lei non sapeva nulla.
“Il Capitano Whitehall l’ha ordinata da una pasticceria, signore,” rispose lei alle domande incalzanti del tenente. “Non mi ha detto quale pasticceria. Poteva essere una qualsiasi delle quattro o cinque disponibili. Mi ha solo detto che tutto sarebbe andato bene e che dovevo preparare una torta di mele.”
Un altro quarto d’ora trascorse, e tutti noi eravamo affamati. Era evidente che Whitehall aveva commesso un errore. Iniziammo a fissare con desiderio quella torta di mele, proprio come fa l’equipaggio di una nave nei racconti di naufragi quando vede il ragazzo che potrebbe salvarli. Un uomo robusto, con la mano tatuata con un’ancora, si alzò e posizionò la torta davanti a Turpey.
“Che ne dite, signori, dovrei servirlo subito?”
Tutti ci avvicinammo al tavolo con una decisione che rendeva superflue le parole. In cinque minuti la pirofila era pulita come quando il cuoco l’aveva vista per la prima volta. E sfortuna nostra svanì insieme a quella torta. Un minuto dopo entrò il figlio della padrona di casa con la zuppa; seguirono poi testa di merluzzo, manzo arrosto, selvaggina e budino al gelato. Tutto ciò derivava da un semplice malinteso riguardo all’orario. Ma abbiamo apprezzato davvero quel pasto, nonostante l’inizio un po’ strano. Raramente ho avuto una cena più piacevole o una serata più divertente.
“Mi dispiace di essere stato così sopraffatto, dottor Munro,” disse Whitehall la mattina seguente. “Ho bisogno di aria fresca e di paesaggi montuosi. Non di un prato da croquet come questo. Beh, sono contento che vi siate divertiti. Spero che tutto sia stato a vostro agio.”
Gli assicurai che sì; ma non avevo il cuore di raccontargli della torta di mele.
Vi racconto queste cose banali, caro Bertie, solo per mostrarvi che la mia fortuna non è del tutto finita. E che la mia vita non è sempre così cupa, nonostante le mie strane situazioni. Ma tornando a cose più serie. Sono stato davvero felice di ricevere la vostra lettera e di leggere tutte quelle critiche alla scienza dogmatica. Non pensate che ciò che dite mi abbia turbato: sono d’accordo con quasi ogni parola.
Secondo me, colui che sostiene che non possiamo sapere nulla è altrettanto irragionevole di chi insiste sul fatto che tutto ci sia stato rivelato divinamente. Non c’è niente di più insopportabile del tipo di scienziato compiaciuto che sa esattamente tutto ciò che sa. Ma non ha abbastanza immaginazione per rendersi conto di quanto sia insignificante la sua conoscenza, rispetto all’enormità della nostra ignoranza. È proprio quest’uomo che pensa che l’universo possa essere spiegato da leggi. Come se una legge non richiedesse anch’essa un “costruttore”, proprio come il mondo stesso! Il movimento di un motore può essere spiegato dalle leggi della fisica. Ma questo non rende meno evidente la presenza dell’ingegnere che lo ha creato. In questo mondo, però, parte del bell’equilibrio delle cose deriva dal fatto che, ogni volta che appare un fanatico estremista di qualche tipo, subito ne emerge uno completamente opposto per neutralizzarlo. Se c’è un mamelucco, compare immediatamente un crociato; se c’è un feniano, appare un orangeman. Ogni forza ha il suo contrappeso. E così questi scienziati rigidi devono essere contrastati da coloro che ancora credono che il mondo sia stato creato nel 4004 a.C.
Dopotutto, la vera scienza deve essere sinonimo di religione, poiché la scienza consiste nell’acquisizione dei fatti; e i fatti sono tutto ciò che abbiamo per dedurre chi siamo e perché siamo qui. Ma certamente, più indaghiamo sui metodi con cui vengono ottenuti questi risultati, più diventa meravigliosa e stupefacente quella grande forza invisibile che sta dietro di essi: la forza che fa muovere il sistema solare nello spazio in modo sicuro, e che regola anche la lunghezza del rostro degli insetti in base alla profondità dei fiori che producono miele. Che cos’è questa intelligenza centrale? Potete fornire al vostro scienziato dogmatico un microscopio con un diametro di 300 millimetri, e un telescopio con uno specchio lungo sei piedi, ma né da vicino né da lontano riuscirà a individuare traccia di quella grande forza motrice.
Che cosa dovremmo dire di una persona che riceve un dipinto bellissimo e, dopo essersi convinta che la spiegazione data riguardo alla sua creazione sia errata, conclude immediatamente che nessuno lo abbia mai dipinto, o almeno afferma di non avere alcun modo per sapere se un artista l’abbia realmente realizzato? A mio parere, questa rappresenta fedelmente la posizione di alcuni agnostici estremisti. “Non è forse la semplice esistenza del dipinto di per sé una prova che un abile artista si sia dedicato alla sua creazione?” si potrebbe chiedere. “No,” risponde l’obiettore. “È possibile che il dipinto sia stato creato seguendo determinate regole. Inoltre, quando mi è stato mostrato per la prima volta, mi è stato detto che fosse stato realizzato in una settimana; ma esaminandolo attentamente, posso affermare con certezza che ne è servita molto più tempo. Pertanto, ritengo che sia discutibile se qualcuno lo abbia davvero dipinto.”
Lasciando da parte questa eccessiva cautela scientifica, così come la fede, entrambe ugualmente insostenibili, rimane una logica chiara e evidente: un universo implica l’esistenza di un suo creatore, e da questo possiamo dedurre alcuni dei suoi attributi – il suo potere, la sua saggezza, la sua premura verso i piccoli bisogni delle sue creature, nonché il fatto che abbia fornito loro lussi. D’altra parte, non dobbiamo essere ingenui al punto di ignorare il mistero che si nasconde nel dolore, nella crudeltà, in tutto ciò che sembra offensivo nei confronti del suo operato. Il meglio che possiamo fare è sperare che queste cose non siano così terribili come appaiono, e che forse portino a uno scopo più elevato. Le voci di un bambino maltrattato o di un animale tormentato sono quelle più difficili da spiegare per il filosofo.
Addio, vecchio amico! È davvero piacevole pensare che, su almeno questo punto, siamo d’accordo.
XIV. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 15 gennaio 1883.
Mia cara Bertie, scrivi in tono di rimprovero, dicendo che la mia assenza deve aver indebolito la nostra stretta amicizia, visto che non ti ho scritto per questi lunghi sette mesi. La verità è che non avevo il cuore di farlo finché non avessi potuto darti notizie positive. Ma queste notizie positive sono arrivate molto lentamente. Al momento, posso solo dire che forse le difficoltà stanno iniziando a diminuire un po’. Come vedi dall’indirizzo di questa lettera, sono ancora qui. Ma abbiamo attraversato momenti terribili: c’è stato un periodo in cui sembrava che anche l’ultimo “salvagente” su cui contavo per superare le difficoltà stesse per sfuggirmi dalle mani. A volte avevo un po’ di denaro, altre volte nulla. Nei momenti migliori riuscivo a cavarmela abbastanza bene; nei peggiori, ero quasi al limite della fame. Una volta sono sopravvissuto per un intero giorno mangiando solo la crosta di un pane, mentre avevo dieci sterline d’argento nel cassetto del tavolo. Ma quelle dieci sterline erano state raccolte con grande fatica per pagare l’affitto, le tasse, il gas e l’acqua. Avrei preferito morire piuttosto che spenderle. Per due giorni non sono riuscito nemmeno a comprare una busta da lettere. Ho riso quando leggevo nei giornali delle privazioni dei nostri compagni in Egitto. I loro cibi scarsi sarebbero stati per me un banchetto. Comunque, qualunque sia il modo in cui si ottengano i fondi necessari, l’importante è riuscirci. La situazione a Oakley Villa sta migliorando. Non c’è alcun pensiero di arrendersi. Non è che non abbia avuto pazienti. Ne sono arrivati, come ci si poteva aspettare. Alcuni, come quella vecchia signorina che è stata la prima a venire da me, non sono mai più tornati. Penso che un medico che apre la propria clinica perda automaticamente la fiducia dei pazienti. Altri, invece, sono diventati miei fedeli sostenitori. Ma quasi tutti erano persone molto povere. E se pensi a quante monete di poco valore servono per pagare l’affitto, le tasse, il gas e l’acqua, capirai che, nonostante alcuni successi, mi è ancora molto difficile riuscire a mantenere un minimo di risorse. Comunque, ragazzo mio, due trimestri di affitto sono già stati pagati. E entro nel terzo con coraggio inesauribile. Ho perso circa una ventina di chili, ma non il mio spirito.
Ho un ricordo piuttosto vago del momento esatto in cui scrissi l’ultima lettera. Immagino che sia stato circa quindici giorni dopo aver iniziato il mio lavoro, subito dopo la mia rottura con Cullingworth. È davvero difficile sapere da dove cominciare quando ci sono così tanti eventi da raccontare: eventi sconnessi tra loro e, in sé, banali; tuttavia, ognuno di essi sembrava avere un’importanza enorme al momento in cui li ho vissuti, anche se ora, a distanza di tempo, appaiono molto più insignificanti. Poiché ho menzionato Cullingworth, tanto vale che parli prima di lui. Ho risposto alla sua lettera nel modo che, credo, abbia già descritto. Non mi aspettavo affatto di ricevere altre notizie da lui; ma il mio messaggio deve averlo offeso, perché poco dopo ricevetti una sua comunicazione brusca in cui diceva che, se volevo fargli credere nella mia “onestà” (che cosa intendesse esattamente con questo termine, ), avrei dovuto restituire i soldi che avevo ricevuto durante il mio soggiorno a Bradfield con lui. Risposi che la somma in questione era di circa dodici sterline; che conservavo ancora la sua promessa di darmi trecento sterline se fossi andata a Bradfield; che quindi il saldo a mio favore ammontava a duecentottantotto sterline; e che, se entro breve non avessi ricevuto un assegno, avrei affidato la questione al mio avvocato. Con questo, la nostra corrispondenza terminò definitivamente. C’è stato però un altro episodio. Circa due mesi dopo aver iniziato a lavorare come medico, notai una persona con la barba, dall’aspetto ordinario, che gironzolava dall’altra parte della strada. Nel pomeriggio lo vidi di nuovo dalla finestra del mio studio. La mattina seguente, quando lo rividi ancora lì, i miei sospetti si trasformarono in certezze: circa un giorno dopo, uscendo da casa di un paziente in una strada povera, lo vidi guardare all’interno di un negozio di verdure dall’altra parte della strada. Camminai fino alla fine della strada, aspettai dietro l’angolo, e lo incontrai mentre correva verso di me. “Puoi tornare dal dottor Cullingworth e dirgli che ho abbastanza da fare,” dissi. “Se continuerai a seguirmi, sarà a tuo rischio.” Lui si agitò e arrossì, ma io proseguii per la mia strada senza più vederlo. Non esisteva nessuno al mondo che potesse avere motivo di voler sapere esattamente cosa facevo, tranne Cullingworth; e il silenzio di quell’uomo era già una prova sufficiente del fatto che avevo ragione. Da allora, non ho più sentito parlare di Cullingworth.
Ho ricevuto una lettera dal mio zio, il colonnello Alexander Munro dell’Artiglieria, poco dopo l’inizio della mia attività professionale. Mi scriveva che aveva saputo delle mie attività tramite mia madre e sperava di venire a conoscenza dei miei successi. Come probabilmente sai anche tu, lui è un fervente seguace del movimento metodista, proprio come tutti i parenti di mio padre; mi disse inoltre che il principale pastore metodista della città era un suo vecchio amico e che da lui aveva appreso che non esisteva alcun medico metodista nella zona. Poiché anch’io provenivo da una famiglia metodista, se avessi presentato la lettera di presentazione allegata al pastore, ne avrei sicuramente tratto grande vantaggio. Ho riflettuto a lungo su questa proposta, Bertie. Ma mi è sembrato un po’ meschino utilizzare un’organizzazione religiosa a proprio vantaggio, soprattutto considerando che in teoria la condannavo. È stata una tentazione forte, ma alla fine ho distrutto quella lettera. Ho avuto anche uno o due colpi di fortuna grazie a casi fortuiti. Uno di questi è stato particolarmente importante per me: un negoziante di nome Haywood è caduto improvvisamente fuori dal suo negozio. Io stavo proprio passando da lì mentre andavo a visitare un povero lavoratore affetto da tifo. Ho colto subito l’occasione, mi sono occupato del malato, ho cercato di tranquillizzare sua moglie e il bambino, e in poco tempo ho guadagnato la fiducia dell’intera famiglia. Haywood soffriva di questi episodi periodicamente; abbiamo quindi stabilito un accordo secondo cui io mi sarei occupato delle sue cure e avremmo regolato i conti tra noi. Era un accordo, particolare: quando a lui succedeva qualcosa, io ne beneficiavo in termini di cibo; quando invece stava bene, io rimanevo senza nulla da mangiare. Tuttavia, questo sistema mi ha permesso di risparmiare abbastanza soldi per pagare l’affitto. Alla fine, però, il povero Haywood è morto e abbiamo fatto i conti definitivi. Inoltre, sono successi due piccoli incidenti vicino alla mia casa (era un incrocio molto trafficato); anche se non ho guadagnato molto da nessuno di questi casi, ogni volta sono corso subito all’ufficio del giornale e con piacere leggevo nel numero serale che “il conducente, sebbene molto scosso, è stato dichiarato dal dottor Stark Munro di Oakley Villa non aver riportato ferite gravi”. Come diceva sempre Cullingworth. È già abbastanza difficile per un giovane medico farsi notare; quindi deve approfittare di ogni piccola opportunità che gli si presenta. Forse i colleghi professionisti scuoterebbero la testa di fronte a comportamenti del genere in un giornale provinciale. Ma io non ho mai visto nessuno di loro opporsi all’idea che il proprio nome apparisse accanto a quello di qualche importante politico nel “The Times”.
E poi accadde un altro incidente, ancora più grave. Ciò avvenne circa due mesi dopo l’inizio degli eventi, anche se ormai trovo difficile ricordare tutto nell’ordine giusto. Un avvocato della città di nome Dickson stava passando davanti alla mia finestra quando il cavallo si impennò e lo colpì. In quel momento io ero nella stanza sul retro a mangiare salsicce, ma sentii il rumore e corsi subito alla porta giusto in tempo per vedere la folla che lo portava dentro casa mia. Entrarono tutti in massa: affollarono il corridoio, sporcarono la mia sala di consultazione e persino invasero la stanza sul retro, che era arredata con un borsone da viaggio, un pezzo di pane e una salsiccia fredda.
Tuttavia, non pensavo ad altro che al mio paziente, che gemeva terribilmente. Controllai che le sue costole fossero intatte, esaminai i suoi arti e conclusi che non ci fossero fratture né lussazioni. Tuttavia, si era stirato in modo tale che gli risultava molto doloroso sedersi o camminare. Così chiamai una carrozza aperta e lo portai a casa sua; io sedevo con aria professionale, mentre lui stava dritto tra le mie mani. La carrozza procedeva ad andatura lenta, e la folla ci seguiva. Tutti guardavano fuori dalle finestre: non si poteva immaginare un’ pubblicità più efficace. Sembrava davvero l’avanguardia di un circo. Una volta arrivati a casa sua, però, l’etichetta professionale richiedeva che lasciassi il caso all’infermiere di famiglia; lo feci con la massima cortesia, anche se in cuor mio speravo ancora che quel medico esperto dicesse: “Avete curato così bene il mio paziente, dottor Munro, che non mi passerebbe mai per la mente allontanarlo dalle vostre mani”. Al contrario, lui mi strappò il caso di mano con avidità. E io me ne andai con un po’ di orgoglio, una ottima pubblicità, e una ghinea.
Questi sono uno o due degli elementi di interesse che, al di sopra della monotonia mortale della mia vita, riescono a darle un po’ di colore. Elementi piccoli, come potete vedere, ma anche una semplice duna di sabbia, in Olanda, appare enorme. In sostanza, la mia vita è un racconto triste e squallido di sterline guadagnate e spese, di lotte continue per ottenere questo o quello. Sempre con quei nuovi biglietti blu che il funzionario delle tasse mi lascia cadere con noncuranza, ma che rappresentano per me un peso insopportabile. L’ironia del fatto che io stesso pagassi una tassa più alta di quella dovuta mi divertiva. Avrei dovuto essere io a riscuoterla! Tre volte, in momenti di crisi, ho messo in pegno l’orologio, ma tre volte sono riuscito a riprenderlo. Ma come potrei interessarvi ai dettagli di una vita del genere? Se solo una bella contessa fosse stata così gentile da lasciare un pezzo di buccia d’arancia davanti alla mia porta, o se il principale commerciante della città fosse stato salvato grazie a qualche mio intervento straordinario, o se fossi stato chiamato a mezzanotte in una casa desolata per assistere qualcuno di sconosciuto, ricevendo in cambio una somma enorme in denaro, allora avrei qualcosa che merita davvero la vostra attenzione. Ma quei lunghi mesi trascorsi ad ascoltare il battito del cuore della donna delle pulizie o il rumore dei polmoni del venditore di verdure, non hanno portato con sé nulla di interessante o piacevole. Nessun angelo buono è mai apparso nella mia vita.
Aspettate un attimo! Uno c’è stato, invece. Una mattina alle sei fui svegliato dal suono della campanella. Mi avvicinai alla finestra e vidi fuori un signore robusto con un cappello alto. Molto eccitato, con mille ipotesi che mi passavano per la testa, tornai di corsa in camera, mi vestii in fretta, scesi le scale e aprii la porta. Mi trovai di fronte a Horton. Il buon uomo era arrivato da Merton su un treno turistico e aveva viaggiato tutta la notte. Aveva un ombrello sotto il braccio e due grandi cesti di paglia in mano; dentro c’erano una coscia di montone fredda, mezza dozzina di birre, una bottiglia di vino porto, e ogni sorta di dolci e prelibatezze. Trascorremmo una giornata meravigliosa insieme. E quando lui ripartì la sera, era diventato molto più felice di quando era arrivato.
Parlando di felicità, vi state sbagliando, Bertie, se pensate che io abbia un punto di vista cupo sulle cose. È vero che rifiuto alcune consolazioni che voi possedete, perché non riesco a convincermi che siano genuine. Ma in questo mondo, almeno, vedo molte ragioni per sperare. E per quanto riguarda l’aldilà, sono certo che tutto andrà per il meglio. Dall’annientamento alla beatificazione, sono pronto ad adattarmi a qualsiasi piano segreto abbia il Grande Creatore.
Ma ci sono molte cose nelle prospettive di questo mondo che fanno cantare il cuore di un uomo. Il bene sta crescendo e il male sta scomparendo, come olio e acqua in una bottiglia. L’umanità sta migliorando: ci sono molte meno condanne penali, c’è più istruzione. Le persone peccano meno e pensano di più. Quando incontro qualcuno dall’aspetto brutale, spesso penso che lui e i suoi simili possano presto estinguersi, proprio come l’aquila moana. Non sono sicuro che, nell’interesse delle varie “ologie”, non dovremmo conservare alcuni esempi di persone del genere di Bill Sykes, per mostrare ai nostri pronipoti che tipo di individuo fossero.
E poi, più progrediamo, più tendiamo a migliorare ulteriormente. Il nostro progresso avviene non in modo aritmetico, ma geometrico: traiamo interessi composti su tutto il capitale di conoscenza e virtù accumulato sin dai tempi antichi. Si stima che siano passati circa ottantamila anni tra l’uomo paleolitico e quello neolitico; tuttavia, in tutto quel tempo, l’umanità ha imparato soltanto a levigare meglio le pietre anziché limitarsi a scheggarle. Ma nella nostra vita, quante trasformazioni non sono avvenute? Le ferrovie e il telegrafo, il cloroformio e l’elettricità. Oggi dieci anni portano più lontano di mille anni in passato; non tanto grazie al nostro intelletto più sviluppato, quanto perché la conoscenza che possediamo ci indica la strada verso nuovi traguardi. L’uomo primitivo procedeva a tentoni, con occhi socchiusi e passi lenti e incerti; oggi camminiamo spediti verso un obiettivo ancora sconosciuto.
E mi chiedo quale sia realmente quell’obiettivo. Voglio dire, ovviamente, nel contesto di questo mondo. Fin da quando l’uomo iniziò a incidere geroglifici su ostraca o scrivere con inchiostro di seppia su papiro, deve essersi posto questa domanda, proprio come lo facciamo noi oggi. Immagino che noi sappiamo un po’ di più rispetto a loro. Disponiamo infatti di un arco temporale di circa tremila anni per calcolare la strada che i nostri discendenti dovranno percorrere; ma questo arco è così minuscolo rispetto alle immense epoche che il Destino impiega per realizzare i suoi disegni, che le nostre deduzioni, a mio parere, devono necessariamente risultare incerte. La civiltà verrà sommersa dal barbarismo? È già successo una volta, perché gli esseri civilizzati erano soltanto piccole scintille di luce nel buio. Ma cosa potrebbe, ad esempio, distruggere la grande nazione in cui vivete voi? No, la nostra civiltà sopravviverà e diventerà ancora più complessa. L’uomo vivrà nell’aria e sott’acqua; la medicina preventiva si svilupperà al punto che l’invecchiamento diventerà l’unica causa di morte. L’educazione e un sistema sociale più socialista elimineranno il crimine. Le razze di lingua inglese si uniranno, con il loro centro negli Stati Uniti; gradualmente anche gli stati europei seguiranno il loro esempio. La guerra diventerà rara, ma più terribile. Le forme religiose verranno abbandonate, ma la loro essenza sarà mantenuta; così un credo universale avvolgerà tutta la terra civilizzata, predicando fiducia in quella forza centrale che, allora come ora, rimarrà sconosciuta. Questo è il mio “oroscopo”. E dopo, chissà se il sistema solare sarà finalmente pronto per essere “raccolto”. Ma Bertie Swanborough e Stark Munro continueranno a vagare nel vento occidentale, sporcando le finestre delle casalinghe premurose, molto prima che metà di queste previsioni si avveri. E poi, l’uomo stesso cambierà, naturalmente. I denti stanno scomparendo rapidamente. Basta contare le targhe di rame dei dentisti a Birchespool per esserne certi. Lo stesso vale per i capelli e la vista. Istintivamente, quando pensiamo al tipo di giovane più avanzato, ce lo immaginiamo calvo e con occhiali doppi. Anch’io sono un essere “animale”. L’unica mia “evoluzione” è che due dei miei denti posteriori stanno scomparendo. D’altra parte, ci sono alcune indicazioni a favore dello sviluppo di un sesto senso, quello della percezione. Se lo avessi ora, saprei che siete profondamente stanchi di tutte le mie generalizzazioni e dei miei dogmi.
E certamente deve esserci un pizzico di dogmatismo quando iniziamo a stabilire leggi sul futuro; perché come possiamo sapere che non ci saranno fasi della natura che non abbiamo ancora concepito? Dopotutto, pochi secondi rappresentano una frazione più lunga di un giorno rispetto al periodo nel quale sappiamo che il mondo esiste. Ma se un uomo vivesse solo per pochi secondi di luce solare, suo figlio allo stesso modo, e anche il loro nipote, cosa potrebbero raccontare le loro esperienze accumulate dopo cento generazioni riguardo al fenomeno che chiamiamo notte? Quindi tutta la nostra storia e conoscenza non costituiscono alcuna garanzia che la nostra Terra non sia destinata ad esperienze di cui non possiamo nemmeno immaginare l’esistenza.
Ma tornando alla mia piccolissima esistenza, credo di avervi raccontato tutto ciò che potrebbe interessarvi riguardo ai primi sei mesi della mia avventura. Verso la fine di quel periodo, mio fratello minore Paul è arrivato, ed è davvero il compagno ideale! Condivide con me le difficoltà della nostra piccola vita quotidiana con grande allegria, mi aiuta ad uscire dai miei momenti di malumore, fa lunghe passeggiate con me, si interessa a tutto ciò che mi interessa (parlo sempre con lui come se avesse la mia stessa età) e è sempre pronto ad aiutarmi in qualsiasi cosa, dal lucidare le scarpe al portare le medicine. Il suo unico vizio è quello di ritagliare figure di soldatini dal cartone o comprare piombo (quando riusciamo a trovarne in eccesso) per costruire eserciti di piccoli soldati. Una volta ho portato un paziente nel mio studio e, sono stato assalito da una vera e propria armata composta da cavalleria, fanteria e artiglieria! Mentre scrivevo in silenzio, ho visto file di soldati avanzare verso di me: tiratori scelti sulle ali, colonne di fanteria in riserva, truppe di cavalleria sul mio fianco, mentre un’intera batteria di cannoni era pronta a bombardarmi, con il sorriso gentile del generale alle loro spalle. Non so quante reggimenti abbia in tempo di pace, ma se dovesse scoppiare qualche grave problema, sono convinto che ogni singolo foglio di carta in questa casa si trasformerebbe immediatamente in arma!
Una mattina ho avuto un’idea geniale che ha rivoluzionato la nostra economia domestica. Era il momento in cui le difficoltà più acute erano passate, e avevamo ripreso a disporre di burro e, occasionalmente, di tabacco, con un lattivendolo che veniva ogni giorno, il che ci dava una sensazione di superiorità, visto che non eravamo abituati a queste cose.
“Paul,” dissi, “ho trovato un modo per avere tutta una servitù in casa senza spendere un centesimo.”
Lui sembrò contento, ma non sorpreso. Aveva una fiducia assoluta nelle mie capacità; quindi, anche se avessi detto che potevo rovesciare la regina Vittoria dal trono e sedermici al suo posto, lui sarebbe venuto subito ad aiutarmi senza fare domande.
Presi un foglio di carta e scrissi: “Da affittare. Un seminterrato, in cambio dei servizi resi. Si rivolga a 1 Oakley Villas.”
“Ecco, Paul,” dissi, “vai subito in ufficio al ‘Evening News’ e paghi uno scellino per tre inserzioni pubblicitarie.”
In realtà non c’era bisogno di tre inserzioni: una sarebbe stata più che sufficiente. Meno di mezz’ora dopo la pubblicazione della prima edizione, già avevo ricevuto i primi candidati; per il resto della serata, Paul li fece entrare uno dopo l’altro e io li intervistai senza sosta. Avrei dovuto essere preparato fin dall’inizio ad accettare qualsiasi tipo di candidata, ma man mano che la richiesta aumentava, anche le nostre condizioni diventavano sempre più esigenti: grembiuli bianchi, abbigliamento appropriato per rispondere alla porta, fare i letti e lucidare le scarpe, cucinare, diventammo sempre più rigorosi. Alla fine scegliemmo una certa Miss Wotton, che chiese il permesso di portare con sé sua sorella. Era una donna dal viso duro e dai modi bruschi; la sua presenza in una casa da scapolo difficilmente avrebbe potuto causare uno scandalo. Il suo naso, in qualche modo, sembrava una “certificazione di virtù”. Avrebbe dovuto portare i suoi mobili nel seminterrato, e io le avrei concesso una delle due stanze superiori come camera da letto.
Si trasferirono pochi giorni dopo. Io non c’ero in quel momento; la prima cosa che notai al mio ritorno fu l’arrivo di tre cuccioli nel corridoio. Chiamai Miss Wotton e le spiegai che questo rappresentava una violazione dell’accordo, e che non avevo alcuna intenzione di gestire un “giardino zoologico” in casa mia. Lei supplicò molto per i suoi cuccioli, sembravano essere madre e figlie di una razza rara; alla fine cedetti su questo punto. L’altra sorella, invece, conduceva una vita piuttosto “nascosta”: anche se la vedevo di tanto in tanto girare l’angolo, ci volle quasi un mese prima che potessi riconoscerla in tribunale.
Per un po’ le cose andarono bene, poi iniziarono i problemi. Una mattina, scendendo più presto del solito, vidi un uomo barbuto che stava cercando di aprire la porta dall’interno. Lo afferrai prima che riuscisse a farlo. “Allora,” dissi, “che cosa sta facendo?”
“Per favore, signore,” rispose lui, “sono il marito di Miss Wotton.”
Mille dubbi riguardo alla mia “donna di servizio” mi attraversarono la mente, ma pensai al suo naso e mi rassicurai. Dopo un’ispezione, scoprii tutto: era una donna sposata. Il marito era un marinaio; lei si era finta una signorina, perché pensava che fossi più disposto ad assumere una “donna di servizio” senza complicazioni. Il marito era tornato a casa inaspettatamente dopo un lungo viaggio. E poi, c’era ancora un’altra sorpresa: l’altra donna non era sua sorella, ma un’amica di nome Miss Williams. Pensava che fossi più disposto ad assumere due “sorelle” piuttosto che due amiche. Alla fine scoprimmo tutti chi fosse la vera identità dell’altra donna. E io, dopo aver permesso a Jack di restare, assegnai la seconda stanza superiore a Miss Williams. Dalla solitudine assoluta, sembravo essere passato rapidamente al ruolo di “custode” di un gruppo di persone piuttosto vario.
Vedere la processione passare di notte verso le loro stanze era per noi una fonte inesauribile di gioia. Prima veniva un cane; poi Miss Williams, con una candela; poi Jack; poi un altro cane; e infine, Mrs. Wotton, con la sua candela in una mano e un altro cane sotto il braccio. Jack rimase con noi per tre settimane; e poiché lo facevo pulire tutto il posto due volte a settimana, fino a quando le assi non diventarono lucide come quelle di un ponte di coperta, riuscimmo a ottenere qualcosa in cambio del suo alloggio.
In quel periodo, avendo qualche scellino in più e nessuna spesa imminente, costruii un seminterrato, a forma di una botte da quattro galloni e mezzo di birra, con la ferma intenzione di non toccarlo se non nei giorni festivi o quando dovevamo ospitare qualcuno.
Poco dopo Jack partì di nuovo per il mare; e dopo la sua partenza scoppiarono diverse furiose litigate tra le donne al piano di sotto, che riempirono tutta la casa di rimproveri e battibecchi. Alla fine, una sera Miss Williams – quella tranquilla – venne da me e, con i singhiozzi, annunciò che doveva andarsene. Disse che Mrs. Wotton le rendeva la vita insopportabile; era decisa a essere indipendente e aveva aperto un piccolo negozio in una zona povera della città. Se ne sarebbe andata subito per prendere possesso del negozio.
Mi dispiacque molto, perché mi piaceva Miss Williams, e le dissi qualcosa al riguardo. Riuscì ad arrivare fino alla porta d’ingresso, poi tornò di corsa nella stanza dove ci incontravamo. “Bevi un sorso della tua stessa birra!”, gridò, e scomparve.
Sembrava una sorta di imprecazione in gergo. Se avesse detto “Oh, tira su i calzini!”, non sarei stato così sorpreso. Ma poi, all’improvviso, quelle parole assunsero un significato terribile nella mia mente; corsi subito nel seminterrato. La botte era inclinata in avanti sui supporti. La colpii e risuonò come un tamburo; aprii il rubinetto. Ma non uscì nemmeno una goccia. Lasciamo che questo doloroso episodio rimanga un mistero. Basta dire che Mrs. Wotton ricevette immediatamente l’ordine di andarsene. E il giorno dopo, Paul ed io ci ritrovammo di nuovo soli in quella casa vuota.
Ma la vita di lusso ci aveva demoralizzato. Non riuscivamo più a cavarcela senza un aiutante. Soprattutto in inverno, quando bisognava accendere i fuochi. Il compito più difficile che un uomo possa affrontare. Pensai a Miss Williams, tranquilla e gentile. La cercai nel suo negozio. Fu molto disposta ad aiutarci. Ma il problema era il suo stock. All’inizio sembrava insormontabile. Ma quando scoprii che tutto era costato soltanto undici scellini, non sembrò più impossibile. In mezz’ora, la mia orologio fu impegnato. E l’affare fu risolto. Tornai a casa con una ottima domestica. E anche con un cesto pieno di fiammiferi svedesi di scarsa qualità, lacci da scarpe, pasticche di piombo nero, e piccole figure di zucchero. Più di quanto avessi mai pensato fosse possibile ottenere per quei soldi. Ora ci siamo sistemati. E spero che davanti a noi ci sia un periodo di pace.
Addio, vecchio amico. Non pensare mai che ti abbia dimenticato. Le tue lettere vengono lette e rilette con grande attenzione; credo di possedere ogni riga che tu mi abbia mai scritto. Ogni volta che leggo le tue parole, rimango davvero colpito. Sono così felice che tu sia riuscito a uscire da quella situazione difficile nel settore delle birrerie. Per un po’ ho temuto davvero che perdessi i tuoi soldi o che rischiassi ancora di più investendo in azioni. Non posso che ringraziarti per l’offerta gentile dei assegni bianchi che mi hai fatto.
È meraviglioso che tu sia riuscito a tornare così facilmente nella tua vita americana, dopo questa breve pausa in Inghilterra. Come dici tu, però, non si tratta di un cambiamento vero e proprio, ma solo di una modifica. L’idea fondamentale rimane sempre la stessa. È strano come questi due grandi fratelli finiscano per fraintendersi a vicenda. Un uomo viene punito per diffamazione privata (almeno qui), anche se le conseguenze possono essere lievi; invece, un uomo può commettere diffamazione internazionale, un reato molto grave e dalle conseguenze estreme. Eppure non esiste alcuna legge al mondo che possa punirlo. Pensate a quei giornalisti e satirici spregevoli che continuano a rappresentare gli inglesi come persone arroganti e volgari, o gli americani come individui rozzi e scortesi. Se qualche milionario li offrisse un giro intorno al mondo, finalmente potremmo riposarci in pace. E se quel “tappo” che ci impedisce di respirare venisse rimosso a metà strada, sarebbe ancora più tranquillo! E poi, quei politici che cercano disperatamente voti con le loro campagne manipolatorie, e i nostri editori dei settimanali presuntuosi con il loro tono di superiorità insopportabile, se tutti quanti sparissero dalla scena, la vita diventerebbe molto più chiara! Addio ancora una volta, e buona fortuna!
XV. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 3 agosto 1883.
Pensi davvero che esista qualcosa come la casualità? È un’affermazione piuttosto drastica per iniziare una lettera. Ma ti prego, ripensa alla tua vita e dimmi se credi davvero che siamo semplicemente vittime del caso. Sai quanto spesso una scelta casuale – prendere questa strada invece di un’altra, accettare o rifiutare un invito – possa cambiare completamente il corso della nostra vita. Siamo forse solo foglie sospinte dal vento, o siamo piuttosto esseri liberi e guidati verso uno scopo preciso e predestinato? Confesso che, man mano che avanzo nella vita, mi convinco sempre di più di questo fatalismo a cui ho sempre inclinazione. Pensa in questo modo: sappiamo che molti aspetti permanenti dell’universo NON sono frutto del caso. Non è certo casuale il fatto che i corpi celesti si muovano in modo ordinato, che il seme sia dotato delle caratteristiche necessarie per atterrare nel terreno adatto, o che le creature siano adattate al proprio ambiente. Mostrami una balena con quel suo strato di grasso. Non ho bisogno di altre prove del disegno divino. Ma logicamente, tutto deve essere frutto di un disegno preciso, oppure tutto è pura casualità. Non riesco a immaginare che si possa tracciare una linea netta nell’universo e dire che tutto ciò che si trova a destra di essa sia casuale, mentre tutto ciò che si trova a sinistra sia predestinato. In tal caso, dovremmo ammettere che cose apparentemente simili sono in realtà divise da un abisso insormontabile: quelle “inferiori” sarebbero regolate dal destino, mentre quelle “superiori” no. Ad esempio, dovremmo credere che il numero delle articolazioni nella zampa posteriore di una pulce sia stato deciso direttamente dal Creatore, mentre la morte di migliaia di persone in un teatro sia stata causata semplicemente dalla caduta di un vestito di cera sul pavimento. Il che mi sembra assolutamente inimmaginabile. È un argomento molto superficiale affermare che chi segue una visione fatalista smetta di lottare e si arrenda passivamente al destino. Chi obietta dimentica che, tra le cose predestinate, c’è anche il fatto che noi, persone del nord, DOVEMMO lottare, e non sederci con le mani incrociate. Ma quando una persona ha fatto del suo meglio, anche se alla fine qualcosa va storto, lasciatele aspettare dieci anni prima di definirlo un “sfortunio”. Forse è proprio parte del corso predestinato della sua vita, e sta contribuendo a realizzare uno scopo preciso. Un uomo perde la propria fortuna, ma guadagna maggiore determinazione. Perde la vista, ma questo lo conduce verso una spiritualità più profonda. Una ragazza perde la propria bellezza, ma diventa più empatica e compassionevole. Pensiamo di essere noi a guidare il nostro destino con coraggio, ma in realtà c’è sempre una “grande mano” che guida le nostre azioni.
Vi chiederete sicuramente cosa mi abbia spinto a intraprendere questa attività. La verità è che sembra che tutto ciò si stia realmente verificando nella mia vita quotidiana. Ma, come al solito, ho iniziato con un’appendice. Quindi tornerò indietro e riprenderò il mio resoconto esattamente dal punto in cui l’ho interrotto l’ultima volta. Prima di tutto, posso dire che in quel periodo le nuvole iniziarono a diradarsi e poco dopo scomparvero del tutto; negli ultimi mesi non abbiamo mai perso di vista il sole nemmeno per un istante.
Ricorderete che io e Paul avevamo assunto una certa signorina Williams per prendersi cura della casa. Sentivo che, seguendo quel sistema basato sul “principio del inquilino al piano interrato”, non avevo abbastanza controllo sulla situazione; quindi abbiamo optato per un accordo più formale, secondo cui le veniva pagata una somma di denaro per i suoi servizi. Anche se, ahimè, una somma assurdamente piccola. Avrei preferito che fosse dieci volte maggiore: non avremmo mai trovato un domestico migliore e più fedele. Le nostre fortune sembrarono cambiare nel momento stesso in cui lei tornò a vivere con noi.
Piano piano, settimana dopo settimana, mese dopo mese, questa pratica iniziò a diffondersi e a rafforzarsi. C’erano periodi in cui non arrivava nemmeno una singola richiesta; sembrava che tutto il nostro lavoro fosse stato vano. Ma poi arrivavano altri giorni in cui otto o dieci nomi comparivano nel mio registro. Da dove provenivano tutte queste richieste? Alcune provenivano da vecchi conoscenti di Whitehall e del loro ambiente bohémien; altre da casi legati ad incidenti. Alcune ancora da persone appena arrivate in città che si rivolgevano a me. E alcune da individui che avevo incontrato in precedenza in altri contesti. Un ispettore assicurativo mi fornì alcuni casi da esaminare, il che fu di grande aiuto. Ma soprattutto imparai una cosa che vorrei sussurrare all’orecchio di chiunque inizi a intraprendere questa attività: non pensate che le opportunità vi arriveranno da sole. Dovete andarle a cercare voi stessi. Potreste sedervi per ore nella vostra stanza d’ufficio, ma senza impegni concreti o partnership significative, probabilmente non farete alcun progresso. Il modo giusto per procedere è uscire, mescolarsi con le persone, farvi conoscere. Molte volte tornerete a casa e una domestica vi dirà che qualcuno è venuto a cercarvi durante la vostra assenza. Non importa! Uscite di nuovo. Un incontro rumoroso e pieno di fumo, in cui incontrerete ottanta persone, vi sarà più utile di uno o due clienti che potreste aver visto a casa. Mi ci è voluto del tempo per capirlo. Ma ora parlo come qualcuno che ne sa davvero il fatto suo.
Ma, c’è un grande “ma” in questa situazione. Devi sempre comportarti con dignità e decoro. A meno che non sia assolutamente certo di riuscirci, è molto meglio restare a casa. Non devi mai dimenticare chi sei e quale sia lo scopo della tua presenza lì. Devi ispirare rispetto: sii amichevole, generoso, socievole, ma mantieni sempre l’atteggiamento e il comportamento di un gentiluomo. Se riesci a farti rispettare e apprezzare, scoprirai che ogni club o società in cui entri rappresenta una nuova opportunità per mettere in pratica ciò che hai imparato. Ma stai attento all’alcol, soprattutto all’alcol! Anche se le persone intorno a te potrebbero tollerarlo, chi desidera che affidino la propria vita alle sue cure non deve mai farlo. Un errore è fatale; anche un piccolo errore può essere pericoloso. Fai di questa regola la tua guida nella vita, nonostante le provocazioni o i tentativi di persuasione altrui, il giorno dopo verrà ricordato a tuo favore. E naturalmente, non mi riferisco solo alle società festive, quelle letterarie, dibattitive, politiche, sociali, sportive, ognuna di esse può essere uno strumento utile nelle tue mani. Ma devi dimostrare loro quanto tu sia una brava persona: devi impegnarti con energia e convinzione in ogni attività che intraprendi. Presto ti troverai nei comitati, forse come segretario, o addirittura come presidente. Non risentirti del lavoro duro, anche se i risultati potrebbero essere lenti o indiretti, sono proprio questi gradini quelli su cui si sale verso il successo. Ecco come ho fatto io: una volta ottenuto un certo spazio per iniziare, ho cominciato a lavorare sodo per ampliarlo. Mi sono iscritto a questo club, a quello, ho cercato di espandere le mie attività in ogni direzione. Ho ripreso ad praticare sport, il che è stato molto benefico per la mia salute, e ho scoperto che anche io ne traevo vantaggio. La mia forma nel cricket durante questa stagione è stata discreta: una media di circa 20 punti battendo con la mazza e 9 punti lanciando la palla. Tuttavia, devo ammettere che questo sistema di occuparmi dei miei pazienti lasciando il mio studio vuoto potrebbe non essere così efficace, se non fosse per la mia meravigliosa governante. È davvero un esempio di discrezione: si impegna tantissimo per aiutare la mia attività professionale, anche a scapito delle sue convinzioni personali. È una donna alta e snella, con un viso serio e un modo di comportarsi molto impressionante. La sua versione ufficiale, più un’affermazione implicita che esplicita (con l’aria di qualcosa di così ovvio da non aver bisogno di essere detto), è che sono talmente sommerso dalle richieste dei miei pazienti che chiunque voglia consultarmi deve prenotare con molto anticipo. “Dio mio, ”, dice lei a qualche candidato, “è già stato chiamato via di nuovo. Se fossi arrivata mezz’ora fa, forse avrebbe potuto dedicarti un po’ del suo tempo. Non ho mai visto niente del genere, ” (in confidenza). “Tra noi due, non credo che possa durare a lungo, prima o poi crollerà. Ma entra pure, farò del mio meglio per aiutarti.” Poi, dopo aver sistemato con cura il paziente nello studio, va da piccolo Paul.
“Vada subito al campo da bowling, signor Paul,” dice lei. “Penso che troverà il dottore lì. Dica semplicemente che c’è un paziente che lo aspetta.”
In queste interviste, sembra ispirarli con una sorta di reverenza silenziosa, come se fossero entrati in luoghi sacri. La mia vera apparenza, dopo l’introduzione fatta dalla signorina Williams, è piuttosto deludente.
Un altro suo trucco consiste nel fissare gli appuntamenti con estrema precisione riguardo all’orario; in quel momento, per esempio, ero impegnato fino allo sfinimento a seguire una partita di cricket.
“Diamo un’occhiata!” dice lei, guardando la lavagna. “Arriverà alle otto e sette di stasera. Sì, riuscirà proprio in tempo. Dalle otto e sette alle otto e quindici non ha nessun appuntamento, ” E così, all’ora stabilita, il mio paziente irrompe nella mia stanza con l’aria di chi corre a prendere la sua ciotola di zuppa calda alla stazione ferroviaria. Se sapesse che probabilmente è l’unico paziente ad aver bussato alla mia porta quella sera, non sarebbe così affrettato, né darebbe tanta importanza ai miei consigli.
Mi è capitato di curare una paziente molto particolare che mi è stata di grande aiuto. Si tratta di una vedova dall’aspetto imponente, di nome Turner; rappresenta l’esempio più deprimentemente rispettabile di persona, come la sorella maggiore e meno frivola della signora Grundy. Vive in una casetta minuscola, con un solo servitore a sua disposizione. Ogni due mesi circa, all’improvviso inizia a bere in modo compulsivo, per circa una settimana; tutto finisce altrettanto bruscamente come è iniziato, ma durante quel periodo i vicini se ne accorgono. Urla, grida, canta, rimprovera il servitore e getta piatti fuori dalla finestra verso i passanti. Certo, non è affatto divertente, ma piuttosto patetico e deplorabile; tuttavia, è difficile non ridere di fronte al contrasto assurdo tra le sue azioni e il suo aspetto esteriore. All’inizio sono stato chiamato per caso; in seguito ho riuscito a prendere un certo controllo su di lei, tanto che ora i vicini mi chiamano non appena inizia a gettare stoviglie fuori dalla finestra. Ha una certa abilità nel fare queste cose, quindi le sue “piccole eccentricità” mi aiutano persino a guadagnare di più con l’affitto.
Anche lei possiede numerosi vasi curiosi, statue e quadri; ne seleziona alcuni da mostrarmi durante ogni una delle sue “attacchi”, insistendo affinché li porti via subito; così esco di casa barcollando, come uno dei generali di Napoleone che tornano dall’Italia. Tuttavia, nella vecchia signora c’è anche molto metodo: non appena si riprende, manda sempre un domestico con una nota gentile, dicendo di essere molto felice se le fossero restituiti i suoi quadri.
E ora sono arrivato al punto di potervi spiegare cosa intendo quando parlo di destino. Il medico che vive accanto a me – si chiama Porter – è un uomo gentile; sapendo che ho dovuto affrontare molte difficoltà, più volte mi ha aiutato in vari modi. Un giorno, circa tre settimane fa, entrò nel mio studio dopo colazione e mi chiese: “Potrebbe venire con me in una visita medica?” “Con piacere,” risposi.
“Il mio carrozza è fuori.”
Mentre ci recavamo lì, mi raccontò qualcosa riguardo al caso. Si trattava di un giovane, figlio unico, che da tempo soffriva di sintomi nervosi e ultimamente anche di forti dolori alla testa. “La sua famiglia vive con uno dei miei pazienti, il generale Wainwright,” disse Porter. “A lui non piacevano questi sintomi, quindi ha voluto consultare un altro medico.”
Arrivammo a casa, una grande residenza situata in un terreno privato, e parlammo preliminarmente con il soldato indiano dai tratti scuri e i capelli bianchi che la possedeva. Stava spiegando quanto si sentisse responsabile, dato che il paziente era suo nipote, quando una signora entrò nella stanza. “Questa è mia sorella, la signora La Force,” disse lui, “la madre del gentiluomo che state per incontrare.”
La riconobbi immediatamente: l’avevo già vista in circostanze piuttosto strane. (Il dottor Stark Munro prosegue raccontando di nuovo come aveva conosciuto le La Force, evidentemente dimenticando di averlo già fatto nella Lettera VI.) Quando fu presentata, notai che non mi aveva associato al giovane medico sul treno. Non c’è da meravigliarsi: mi ero lasciato crescere la barba, nel tentativo di sembrare un po’ più anziano. Era naturalmente molto preoccupata per suo figlio, e noi andammo con lei a vederlo (io e Porter). Povero ragazzo. Sembrava ancora più pallido e malaticcio rispetto all’ultima volta che lo avevo visto. Dopo aver discusso della sua condizione, concordammo sul fatto che si trattasse di una malattia cronica e infine ce ne andammo senza ricordare alla signora La Force del nostro precedente incontro.
Beh. Forse la cosa sarebbe finita lì; ma circa tre giorni dopo, chi entrò nel mio studio se non la signora La Force e sua figlia? Mi sembrò che la ragazza mi guardasse due volte, quando sua madre la presentò. Come se avesse qualche ricordo del mio viso. Ma evidentemente non riuscì a ricordare dove l’avesse visto, e io non dissi nulla per aiutarla. Entrambe sembravano molto angosciate. Anzi, le lacrime iniziavano a scorrere dagli occhi della ragazza, e le sue labbra tremavano.
“Siamo venute da voi, dottor Munro, nel più grande disperato,” disse la signora La Force. “Saremmo molto grate se poteste darci il vostro parere.”
“Mi trovo in una situazione piuttosto difficile, signora La Force. In realtà, considero voi pazienti del dottor Porter, e sarebbe scorretto da parte mia comunicare direttamente con voi senza il suo intervento.”
“È stato lui a mandarci qui,” disse lei.
“Oh. Allora la situazione cambia completamente.”
“Ha detto che non poteva aiutarci in alcun modo, e che forse voi sì, ”
“Per favore, ditemi cosa desiderate che faccia.”
Cercò coraggiosamente di spiegare. Ma il tentativo di esprimere i suoi problemi a parole sembrò solo rafforzarne la gravità. All’improvviso iniziò a balbettare e a diventare incoerente. Sua figlia si chinò verso di lei e le diede un bacio, pieno di amore e compassione.
“I vi racconterò tutto, dottore,” disse lei. “Povera mamma è quasi allo stremo. Fred, cioè mio fratello, è ancora peggio: diventa irrequieto e non vuole stare fermo.”
“E mio fratello, il generale,” continuò la signora La Force, “naturalmente non si aspettava una cosa del genere quando ci ha gentilmente offerto casa. Essendo una persona nervosa, questa situazione lo sta davvero tormentando. In realtà, non può andare avanti così. Lui stesso lo dice.”
“Ma che cosa può fare mamma?” esclamò la ragazza. “Nessun hotel o pensione ci accetterebbe, con Fred in quello stato. E non abbiamo il cuore di mandarlo in un manicomio. Zio non vuole più tenerci con sé, e non abbiamo dove andare, ” I suoi occhi grigi cercavano di sembrare coraggiosi, ma le sue labbra si piegavano verso il basso.
Mi alzai e cominciai a camminare avanti e indietro nella stanza, cercando di trovare una soluzione.
“Quello che volevo chiedervi,” disse la signora La Force, “è se conoscete qualche dottore o qualche istituto privato che possa prendersi cura di casi del genere. Così potremmo vedere Fred almeno ogni giorno. L’unica cosa è che bisogna intervenire subito: mio fratello ha davvero esaurito la sua pazienza.”
Suonai il campanello per chiamare la mia domestica.
“Miss Williams,” dissi, “pensa che possiamo preparare una stanza entro stasera, per accogliere un signore malato?”
Non ho mai ammirato così tanto il self-control di quella meravigliosa donna.
“Certo, signore. Se solo i pazienti mi lasciassero in pace. Ma con quel campanello che suona trenta volte all’ora, è difficile sapere cosa fare, ”
Il suo modo scherzoso fece ridere tutte le donne, e la situazione sembrò diventare meno complicata. Promisi di avere pronta la stanza entro le otto. La signora La Force decise di portare suo figlio lì a quell’ora, e entrambe le donne mi ringraziarono molto più di quanto meritassi. Dopotutto si trattava di una questione professionale, e avere un paziente residente era proprio ciò di cui avevo bisogno. Riuscii a rassicurare la signora La Force dicendole che avevo già avuto a che fare con casi simili in passato. Intendevo, naturalmente, povero “Jimmy”, il figlio di Lord Saltire. Miss Williams le accompagnò alla porta e le sussurrò che era davvero incredibile come fossi riuscita a gestire tutto. E che ormai ero quasi arrivata alla mia carrozza.
La notizia fu data all’ultimo momento, ma riuscimmo comunque a preparare tutto entro l’orario previsto: tappeti, letto, tende. Tutto fu sistemato grazie al contributo congiunto di Miss Williams, Paul e me. Alle otto in punto arrivò una carrozza, e io accompagnai Fred nella sua stanza. Appena lo vidi capii che le sue condizioni erano molto peggiorate rispetto all’ultima volta che l’avevo visto dal dottor Porter. Il problema cronico al cervello aveva preso una piega improvvisamente acuta. I suoi occhi erano selvaggi, le guance arrossite, le labbra leggermente ritirate dai denti. La febbre raggiungeva i 102 gradi Fahrenheit, e continuava a mormorare tra sé senza prestare attenzione alle mie domande. Era evidente che la responsabilità che avevo assunto non sarebbe stata affatto facile da gestire.
Tuttavia, potevamo solo fare del nostro meglio. Lo spogliai e lo misi al sicuro a letto, mentre la signorina Williams preparò dell’arrowroot per la sua cena. Lui, però, non voleva mangiare nulla; sembrava più propenso ad assumere qualche medicinale. Dopo averlo visto sistemarsi, lo lasciammo da solo. La sua stanza era quella accanto alla mia, e poiché il muro era sottile, riuscivo a sentire ogni minimo movimento che faceva. Due o tre volte mormorò e gemette, ma alla fine si calmò, e anch’io riuscii ad addormentarmi.
Alle tre di notte fui svegliata da un terribile rumore. Saltai giù dal letto e corsi nella stanza accanto. Povero Fred, stava in piedi nel suo lungo abito da notte, una piccola figura patetica nella luce grigia dell’alba. Aveva spostato il lavandino verso di sé (con quale scopo, solo la sua mente confusa poteva saperlo), e tutta la stanza era diventata un disastro: acqua dappertutto, con pezzi di stoviglie rotte sparse ovunque. Lo presi in braccio e lo riportai a letto, il suo corpo brillava attraverso la camicia da notte, gli occhi fissavano intorno a lui in modo frenetico. Era evidente che non potevo lasciarlo solo, quindi passai il resto della notte seduta nell’armadio a dondolare e tremare. No, di certo non si trattava di un compito facile da svolgere.
La mattina sono andato da Mrs. La Force e le ho portato delle notizie: suo fratello aveva ripreso la sua serenità ora che il paziente se n’era andato. A quanto pare possedeva la Victoria Cross ed era stato uno di quei soldati disperati che avevano difeso Lucknow durante quella terribile rivolta. E ora, il semplice aprirsi di una porta lo fa tremare, e l’aver fatto cadere un paio di pinze gli provoca palpitazioni. Non siamo forse la specie più strana di esseri umani?
Fred stava un po’ meglio durante il giorno; anzi, sembrava persino riconoscere sua sorella, che gli portò dei fiori nel pomeriggio. Verso sera la sua febbre scese a 101,5 gradi e cadde in uno stato di torpore. Per coincidenza, il dottor Porter arrivò verso l’ora di cena; gli chiesi se potesse dare un’occhiata al mio paziente. Lo fece, e lo trovammo che dormiva serenamente. Chi avrebbe mai pensato che quel piccolo episodio potesse rivelarsi uno dei momenti più importanti della mia vita? Era davvero una pura coincidenza che Porter fosse passato da lì proprio in quel momento.
In quel momento Fred stava assumendo un farmaco che conteneva un po’ di cloralo. Gli avevo dato la dose abituale la sera prima; e poi, visto che sembrava dormire serenamente, sono andata nella mia stanza per riposare, cosa di cui avevo davvero bisogno. Non mi sono svegliata fino alle otto del mattino, quando il tintinnio di una cucchiaiata in un piattino e i passi della signorina Williams che passavano davanti alla mia porta mi hanno destato. Stava portandogli l’arrowroot che le avevo chiesto di preparare la notte prima. Ho sentito aprire la porta, e subito dopo il mio cuore si è fermato nel petto: lei ha emesso un urlo stridulo, e il suo bicchiere e il piattino sono caduti a terra. Un attimo dopo è entrata nella mia stanza, con il viso contorto dal terrore.
“Mio Dio!” ha gridato, “è morto!”
Ho afferrato la vestaglia e sono corsa nella stanza accanto.
Povero piccolo Fred, giaceva disteso sul letto, completamente morto. Sembrava quasi che si fosse alzato e poi fosse caduto all’indietro. Il suo viso aveva un’espressione così serena e sorridente che a malapena riconoscevo i tratti preoccupati e segnati dalla febbre di ieri. Penso che nei volti dei morti ci sia davvero molto. Si dice che si tratti soltanto del rilassamento muscolare dopo la morte, ma è proprio su questo punto che vorrei vedere la scienza sbagliarsi.
Miss Williams ed io rimanemmo in silenzio per cinque minuti, sopraffatti dalla presenza di quel fatto supremo. Poi lo sistemammo correttamente e gli coprimmo il corpo con le lenzuola. Lei si inginocchiò, pregò e pianse; io invece mi sedetti sul letto, tenendo nella mia la sua mano fredda. A quel punto, il mio cuore si riempì di tristezza: toccava a me comunicare la notizia alla madre.
Tuttavia, lei affrontò la situazione in modo davvero ammirevole. Quando arrivai, loro tre erano già a colazione: il generale, la signora La Force e la figlia. Sembrava che avessero già capito tutto ciò che avevo da dire non appena mi videro; con la loro femminile altruismo, la loro solidarietà fu interamente rivolta verso di me, verso lo shock che avevo subito e il disordine causato nella mia vita familiare. Mi ritrovai quindi nel ruolo di chi viene consolato, invece di chi consola gli altri. Per un’ora o più ne parlammo; spiegai ciò che, spero, non avesse bisogno di alcuna spiegazione: poiché il povero ragazzo non era in grado di descrivermi i suoi sintomi, era difficile per me capire quanto fosse grave il suo pericolo. Non c’è dubbio che la diminuzione della febbre e la calma che sia io che Porter avevamo considerato un segno positivo, in realtà rappresentassero l’inizio della fine.
La signora La Force mi chiese di occuparmi di tutte le formalità legate al funerale: l’iscrizione nel registro dei defunti e i preparativi per la cerimonia. Era mercoledì, quindi decidemmo che il funerale avesse luogo venerdì. Tornai dunque di corsa, senza sapere da dove iniziare; trovai il vecchio Whitehall ad aspettarmi nel mio studio, con un camelia all’occhiello e l’aspetto molto allegro. Nessun organo sistemato al suo posto, e una camelia all’occhiello!
A dire il vero, mi dispiaceva vederlo, perché non avevo affatto voglia di stare in sua compagnia; ma lui aveva saputo tutto da Miss Williams e era venuto a trovarmi. Solo allora mi resi pienamente conto di quanto di quel gentiluomo premuroso e sensibile rimanesse dietro quella maschera di volgarità e oscenità che spesso ostentava.
“Vi accompagnerò, dottor Munro. In momenti del genere, avere qualcuno al proprio fianco non fa mai male. Non aprirò bocca se voi non lo desiderate, ma sono un uomo ozioso. Vi sarei grato se mi permetteste di venire con voi.”
Si avvicinò e si dimostrò molto utile. Sembrava sapere tutto riguardo alla procedura: “Ho sepolto due mogli, dottor Munro, signore!” Firmai personalmente il certificato, lo consegnai all’ufficiale di registro, ottenni l’ordine di sepoltura, lo portai dal segretario parrocchiale, fissammo un orario, poi andai dall’impresario funebre e tornai al mio studio. Ripensandoci, fu una mattina davvero infernale. Solo la figura del mio vecchio bohémien, con il suo giubbotto di velluto a coste, il suo bastone nero, il suo viso gonfio e rugoso, e la sua camelia, riuscì a darmi un po’ di conforto.
Per farla breve, il funerale si svolse come previsto; l’unici presenti eravamo io e il generale Wainwright. Il capitano non aveva mai visto Fred in carne e ossa, ma “voleva essere presente alla fine”, quindi mi accompagnò. Erano le otto del mattino quando partimmo, e solo alle dieci arrivammo a Oakley Villa. Un uomo robusto con una folta barba ci aspettava alla porta.
“Lei è il dottor Munro, signore?” chiese.
“Sì.”
“Sono un detective dell’ufficio locale. Mi è stato ordinato di indagare sulla morte del giovane che è avvenuta recentemente nella sua casa.”
Fu come una scossa elettrica! Se l’aspetto preoccupato è segno di colpa, allora dovevo sembrare davvero un criminale. Era tutto così inaspettato. Spero comunque di essere riuscito a mantenere la calma immediatamente.
“Prego, entri pure!” dissi. Qualsiasi informazione possa fornirvi è a vostra disposizione. Ha obiezioni se il mio amico, il capitano Whitehall, fosse presente?
“Assolutamente no.” Entrammo insieme, accompagnati da quel individuo sospetto.
Tuttavia, era un uomo cortese e gentile.
“Certo, dottor Munro,” disse, “lei è troppo conosciuto in città perché qualcuno possa prendere questa faccenda sul serio. Ma stamattina abbiamo ricevuto una lettera anonima che afferma che il giovane sia morto ieri e verrà sepolto oggi alle otto di mattina, in un orario insolito. E che le circostanze siano sospette.”
“È morto il giorno prima. È stato sepolto alle otto di oggi,” spiegai, poi raccontai tutta la storia dall’inizio. Lui ascoltò attentamente e prese qualche appunto.
“Chi ha firmato il certificato?” chiese.
“Lo ho fatto io,” risposi.
Alzò leggermente le sopracciglia. “Quindi non c’è nessuno che possa verificare la sua dichiarazione, ” disse.
“Oh sì. Il dottor Porter lo ha visto la sera prima della sua morte; conosceva tutti i dettagli del caso.”
Il detective chiuse il taccuino con un colpo secco. “Bene, dottor Munro,” disse. “Certo devo parlare anche con il dottor Porter. Ma se la sua opinione coincide con la sua, le chiedo scusa per questa intrusione.”
“C’è ancora una cosa, signore detective, ” intervenne Whitehall. “Non sono un uomo ricco. Sono solo il capitano di una nave da trasporto armato. Ma giuro che le darei tutti i soldi che ho in questo cappello per conoscere il nome di quel mascalzone che ha scritto quella lettera anonima. Allora avrebbe davvero un caso su cui indagare, ” E agitò minacciosamente il suo bastone nero.
Quindi quella terribile faccenda è finita, Bertie. Ma su quali insignificanti circostanze dipendono le nostre fortune! Se Porter non lo avesse visto quella notte, è molto probabile che ci sarebbe stata un’escavazione del cadavere. E allora, beh, nel corpo ci sarebbe stato cloroformio; alcuni interessi finanziari dipendevano davvero dalla morte di quel ragazzo. Un avvocato abile avrebbe potuto sfruttare al massimo la situazione. Comunque, anche il minimo sospetto avrebbe distrutto la mia giovane e promettente carriera legale. Quante cose orribili si nascondono agli angoli delle strade della vita, pronte ad attaccarci non appena le attraversiamo.
E quindi davvero parti per un viaggio! Beh, non scriverò più fino a quando non saprò che sei tornato dalle isole. E allora spero di poter parlare di qualcosa di un po’ più allegro.
XVI. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 4 novembre 1884.
Mentre scrivo, ho il viso rivolto verso la finestra del mio studio, Bertie. Nuvole di colore scuro, con bordi irregolari, si muovono lentamente sopra di me; tra di esse si intravedono nuvole più alte, di un grigio più chiaro. Si sente il lieve fruscio della pioggia che batte sui ciottoli del vialetto, con suoni diversi a seconda che colpisca le foglie o i ciottoli. A volte la pioggia cade intensamente, riempiendo l’aria di quel delicato colore grigio; per mezzo piede sopra il terreno si forma una nebbiolina causata dai miliardi di goccioline che rimbalzano. Poi, senza alcun cambiamento nelle nuvole, la pioggia smette di colpire. Pozzanghere si formano lungo il mio cammino e coprono densamente la strada; la loro superficie è segnata dalle gocce cadute. Seduto lì, posso sentire il forte profumo della terra umida, e i cespugli di alloro brillano quando la luce li illumina di sbieco. Il cancello fuori sembra appena verniciato; lungo il bordo inferiore del cancello pendono grandi gocce d’acqua limpide.
Questo è ciò che novembre può offrirci, in questo nostro piccolo angolo umido. Tu, immagino, seduto tra le glorie ormai appassite dell’autunno americano, penserai che tutto questo debba essere deprimente. Ma non fraintendere, mio caro ragazzo: puoi attraversare gli Stati, da Detroit al Golfo, e non troverai mai un uomo più felice di me. Cosa credi che ci sia nel mio studio in questo momento? Un bureau? Una libreria? No. So già che hai indovinato il segreto: lei è seduta nella mia grande poltrona. Ed è la donna migliore, più gentile e più dolce d’Inghilterra.
Sì, sono sposato da sei mesi ormai. L’almanacco parla di “mesi”, anche se avrei dovuto dire “settimane”. Avrei dovuto inviarti torte e biglietti di auguri, ma pensavo che tu non fossi ancora tornato dalle Isole. È passato un anno da quando ti ho scritto. Ma quando si fornisce un indirizzo così vago, cosa ci si può aspettare? Penso spesso a te, e ne parlo molto.
Ebbene, oserei dire che, con l’acume di un vecchio uomo sposato, anche voi avrete già indovinato chi sia quella signora. Sappiamo certamente, per qualche istinto senza nome, molto di più sul nostro futuro di quanto crediamo. Ricordo, ad esempio, che anni fa il nome Bradfield mi suonava familiare in modo inspiegabile; e da allora, come sapete, la mia vita ha preso una direzione legata a quel nome. Così, quando vidi per la prima volta Winnie La Force nel vagone ferroviario, prima ancora di parlarle o conoscere il suo nome, provai un’inspiegabile simpatia e interesse per lei. Non avete mai avuto esperienze del genere nella vostra vita? O forse era semplicemente perché lei sembrava gentile e riservata, e quindi suscitava in me tutto ciò che è nobile e virile. Comunque sia, ne ero consapevole, e ogni volta che la incontravo provavo lo stesso sentimento. Quella frase di uno scrittore russo è davvero vera: chi ama una donna conosce meglio l’intero sesso rispetto a chi ha avuto relazioni fugaci con mille donne! Pensavo di sapere qualcosa sulle donne. Immagino che ogni studente di medicina lo pensi. Ma ora capisco che in realtà non sapevo nulla: la mia conoscenza era solo superficiale. Non conoscevo l’anima di una donna, quel dono supremo della Provvidenza all’uomo, che, se non lo degradiamo noi stessi, può rendere migliore tutto ciò che è buono in noi. Non sapevo come l’amore di una donna possa rendere un uomo più generoso e altruista in ogni sua azione. Non sapevo quanto fosse facile essere nobili quando qualcun altro dà per scontato che lo si sia. E non sapevo quanto la vita diventi più ricca e interessante quando viene vissuta con gli occhi di due persone invece che di una sola. Avevo molto da imparare. Ma credo di averlo fatto.
Era naturale che la morte del povero Fred La Force mi avvicinasse a quella famiglia. Fu proprio quella mano fredda che afferrai quella mattina, mentre ero seduto accanto al suo letto, ad attirarmi verso la mia felicità. Li visitavo spesso, e facevamo anche piccole gite insieme. Poi mia madre venne a stare da me per un po’. E iniziò a cercare polvere in angoli improbabili, o ad avvicinarsi con silenzio, con una scopa in una mano e una pala nell’altra, per eliminare le ragnatele nel seminterrato. La sua presenza mi permise di ricambiare la gentilezza che avevo ricevuto dalla famiglia La Force, e ci avvicinò ancora di più.
Non avevo mai menzionato il nostro incontro precedente. Ma una sera, durante una conversazione sulle capacità di prevedere il futuro, la signora La Force esprimeva il suo totale scetticismo al riguardo. Presi il suo anello, lo posai sulla mia fronte e fingetti di “scrutare” il suo passato.
“Vedo che siete in un vagone ferroviario,” dissi. “Indossate un cappello con una piuma rossa. La signorina La Force è vestita di scuro. C’è un giovane con voi. È così sfacciato da chiamare vostra figlia Winnie, senza nemmeno averla mai incontrata, ”
“Oh, mamma,” esclamò lei, “è proprio lui! Quel viso mi perseguitava. Non riuscivo a ricordare dove l’avessi visto, ”
Beh, ci sono alcune cose di cui non parliamo con un altro uomo, anche quando ci conosciamo bene come io ti conosco. Perché dovremmo farlo, quando ciò che ci interessa di più consiste in quei graduali passaggi dalla amicizia all’intimità, e dall’intimità a qualcosa di ancora più sacro. Qualcosa che difficilmente si può nemmeno esprimere a parole, figuriamoci renderlo interessante per un altro? Alla fine arrivò il momento in cui dovevano lasciare Birchespool; mia madre ed io andammo lì la sera prima per dire addio. Winnie ed io ci trovammo insieme per un attimo.
“Quando tornerai a Birchespool?” le chiesi.
“Mamma non lo sa.”
“Tornerai presto, per diventare mia moglie?”
Per tutta la sera avevo pensato a come avrei potuto introdurre l’argomento in modo appropriato e delicato. E invece. Il risultato fu piuttosto malinconico. Beh, forse i miei sentimenti riuscirono comunque a trasparire attraverso quelle parole semplici. C’era solo una persona che poteva giudicare. E lei la pensava allo stesso modo.
Ero così immerso nei miei pensieri che camminai fino a Oakley Villa prima di parlare. “Mamma,” dissi finalmente, “ho chiesto a Winnie La Force di sposarmi e lei ha accettato.”
“Mio caro,” rispose lei, “sei davvero un vero Packenham.” E così capii che l’approvazione di mia madre era davvero entusiasta. Solo dopo diversi giorni – quando espressi preferenza per la polvere sotto lo scaffale dei libri, piuttosto che per la pulizia e il disordine – quella cara vecchia signora iniziò a intuire qualcosa riguardo ai Munros.
La data del matrimonio era stata fissata a sei mesi dopo; ma gradualmente la riducemmo a cinque, poi a quattro. A quel tempo il mio reddito ammontava a circa duecentosettanta sterline; e Winnie, con un sorriso enigmatico, aveva detto che con quella cifra avremmo potuto cavarcela benissimo. Soprattutto perché il matrimonio aumenta anche il reddito di un medico. Il motivo di quel suo sorriso divenne ancora più chiaro poche settimane prima della data prevista: ricevetti un documento ufficiale in cui si dichiarava che “Noi, Brown & Woodhouse, avvocati di Winifred La Force, ” specificavano una serie di informazioni, e utilizzavano un inglese davvero pessimo. In sostanza, Winnie possedeva circa cento sterline all’anno. Questo non fece che rendermi ancora più innamorato di lei. Ma allo stesso tempo, non sarei mai così sciocco da dire di non essere felice. O da negare che tutto ciò rendesse il nostro matrimonio molto più facile di quanto altrimenti sarebbe stato.
Povero Whitehall arrivò la mattina della cerimonia. Barcollava sotto il peso di un bellissimo mobile giapponese che aveva portato con sé dal suo alloggio. Gli avevo chiesto di venire in chiesa, e quell’anziano signore era davvero elegante nel suo gilet bianco e nella sua cravatta di seta. A dire il vero, ero un po’ preoccupato che l’eccitazione potesse turbarlo, come era successo durante la cena; ma il suo comportamento e il suo aspetto furono esemplari. Gli avevo presentato Winnie alcuni giorni prima.
“Perdonatemi se vi dico, dottor Munro, che siete davvero un uomo fortunato,” disse. “Avete avuto successo fin dal primo tentativo, come può vedere chiunque abbia anche solo mezzo occhio per osservare le cose. Io, invece, dopo tre tentativi, ho ottenuto soltanto risultati negativi. Se solo avessi una buona donna al mio fianco, dottor Munro, forse oggi non sarei questo capitano senza stipendio di una nave da trasporto armato.”
“Pensavo che foste stato sposato due volte, capitano, ”
“Tre volte, signore. Ho sepolto due mogli. L’altra vive a Bruxelles. Beh, sarò in chiesa, dottor Munro; e posso garantirvi che nessuno lì desidera il vostro bene più di me.”
Eppure c’erano molte persone lì che desideravano davvero il mio bene. Tutti i miei pazienti avevano saputo della cerimonia; si erano radunati intorno alle panche, sembrando tutti incredibilmente sani. Il mio vicino, il dottor Porter, era lì per sostenermi, e anche il vecchio generale Wainwright assistette alla cerimonia. Mia madre, la signora La Force, e Miss Williams erano tutte presenti nelle prime file della chiesa; in fondo, intravedetti la barba biforcuta e il viso rugoso di Whitehall. Accanto a lui c’era anche il tenente ferito, l’uomo che era fuggito con la cuoca, e tutta una serie di quei strani bohémien che seguivano le sue sorti. Quando le parole rituali furono pronunciate e l’uomo cercò di rendere sacro ciò che già era divino, camminammo tra gli accordi della “Marcia nuziale” verso la sagrestia. Lì, mia cara madre riuscì a distendere l’atmosfera tesa firmando il registro nel posto sbagliato. Così, a prima vista, sembrava proprio che fosse stata lei ad sposare il prete. E poi, tra congratulazioni e volti gentili, ci trovammo insieme, con la sua mano sul mio braccio, ai piedi della chiesa. Vedemmo davanti a noi la strada familiare. Ma non era quella strada che avevo davanti agli occhi. Era piuttosto il percorso delle nostre vite. Quel sentiero più ampio su cui ora camminavamo, così piacevole da percorrere. Eppure il suo corso era avvolto nella nebbia. Era lungo, o era breve? Era in salita, o in discesa? Per lei, almeno, doveva essere liscio. Se solo l’amore di un uomo potesse renderlo così.
Siamo stati via per diverse settimane sull’Isola di Man, e poi siamo tornati a Oakley Villa, dove la signorina Williams ci aspettava in una casa nella quale anche mia madre non avrebbe trovato nemmeno un granello di polvere. Ci sono state anche molte storie entusiasmanti riguardo alle folle di pazienti che, durante la nostra assenza, avevano bloccato le strade. La mia attività professionale era davvero aumentata notevolmente; negli ultimi sei mesi circa, anche se non ero particolarmente impegnato, ho sempre avuto abbastanza da fare. La mia gente è povera, quindi devo lavorare sodo per guadagnare poco. Ma continuo a studiare e ad assistere all’ospedale locale, mantenendo le mie conoscenze aggiornate, così da essere pronto quando arriverà il momento giusto per iniziare la mia attività professionale. A volte mi chiedo se non potrei svolgere un ruolo più importante su un palcoscenico più ampio. Ma la mia felicità è completa; e se il destino non avrà altri progetti per me, sono davvero contento di vivere e morire qui dove sono. Forse vi chiederete come io e mia moglie gestiamo le questioni religiose. Beh, ognuno di noi segue la propria strada. Perché dovrei cercare di convertirla? Non lo farei nemmeno per la verità in sé: non vorrei toglierle quella fede infantile che rende la sua vita più semplice e felice. In queste lettere, se avete letto qualche accenno di amarezza nei confronti delle credenze ortodosse, probabilmente mi sono fatto capire male. Lontano dall’affermare che siano tutte false, direi piuttosto che sono tutte vere. Se la Provvidenza le ha utilizzate, significa che sono gli strumenti migliori disponibili. E in questo senso, sono “divine”. Tuttavia, nego che siano definitive: quando la mente umana sarà pronta, ne emergerà una credenza più semplice e universale, basata su verità assolute e dimostrabili. Ma le vecchie credenze sono ancora adatte a certe menti e a certe epoche. Se sono sufficientemente buone perché la Provvidenza le utilizzi, allora sono anche sufficientemente buone per noi da essere accettate. Dobbiamo semplicemente aspettare che sopravvivano quelle più vere. Se ho dato l’impressione di attaccarle, è stato solo nei confronti di coloro che cercano di limitare la grazia del Creatore al proprio piccolo gruppo, o che vogliono costruire barriere intorno alla religione, impedendo l’assimilazione di nuove verità e impedendo qualsiasi sviluppo futuro. Con questi individui, i pionieri del progresso non possono certo fare compromessi. Per quanto riguarda mia moglie. Non penserei mai di interferire con le sue preghiere innocenti, così come lei non prenderebbe mai i miei libri di filosofia dal mio studio. Le sue idee non sono ristrette; ma se si potesse raggiungere la vetta della tolleranza, si capirebbe sicuramente che anche le persone più rigide hanno il loro ruolo da svolgere nella vita.
Circa un anno fa ricevetti notizie di Cullingworth da Smeaton, che all’università faceva parte della stessa squadra di football e mi aveva chiamato mentre passava per Bradfield. Il resoconto che mi diede non fu molto incoraggiante: la sua attività professionale era in netto declino. La gente, senza dubbio, si era abituata alle sue eccentricità, che ormai non la colpivano più. Inoltre, erano avvenuti uno o due inchieste mediche che avevano creato l’impressione che Cullingworth utilizzasse droghe potenti in modo sconsiderato. Se solo il medico legale avesse conosciuto le centinaia di casi in cui Cullingworth era riuscito a curare grazie proprio a quel comportamento “sconsiderato”, probabilmente non sarebbe stato così severo nelle sue critiche. Ma, come potete immaginare, i suoi rivali medici non erano certo disposti a difenderlo in alcun modo; lui stesso non aveva mai mostrato grande considerazione per loro. Oltre a questo declino professionale, mi dispiacque molto sapere che Cullingworth aveva ripreso a manifestare quella strana tendenza alla sospettosità che, secondo me, era la sua caratteristica più assurda. Il suo atteggiamento nei miei confronti ne era un esempio evidente; fin da quando vivevano in quelle quattro piccole stanze sopra un negozio di alimentari, ricordo che insisteva nel sigillare ogni fessura delle stanze per paura di qualche infezione immaginaria. Era anche ossessionato dal timore di essere ascoltato di nascosto; spesso si precipitava alla porta e la apriva di scatto durante una conversazione, convinto di sorprendere qualcuno sul fatto. Una volta, ricordo, colse proprio la cameriera con il vassoio del tè; posso ancora immaginare il suo viso stupito, circondato da tazze e zollette di zucchero sparse ovunque. Smeaton mi ha detto che ora Cullingworth è convinto che qualcuno stia complottando per avvelenarlo con il rame, e quindi prende le più stravaganti precauzioni al riguardo. Secondo lui, è davvero uno spettacolo bizzarro vederlo mangiare: si siede con attrezzature chimiche complesse, numerosi recipienti e bottiglie, e utilizza tutti questi strumenti per analizzare i campioni dei cibi che consuma. Non potei fare a meno di ridere alla descrizione di Smeaton, ma era una risata piena di tristezza. Di tutte le rovine, quella di un uomo nobile è davvero la più dolorosa. Non avrei mai pensato di rivedere Cullingworth, ma il destino ci ha riuniti. Ho sempre provato per lui un sentimento di simpatia, anche se so che mi ha trattato in modo terribile. Spesso mi chiedo se, se fossi di fronte a lui adesso, lo afferrerei per la gola o per la mano. Sarà interessante sapere cosa è realmente successo. Un giorno, circa una settimana fa, stavo iniziando il mio giro quando un ragazzo mi portò una lettera. Quando vidi quella scrittura familiare, rimasi senza fiato: Cullingworth si trovava a Birchespool. Chiamai Winnie e leggemmo la lettera insieme.
“Caro Munro,” diceva la lettera, “James è ospite qui per qualche giorno. Stiamo per lasciare l’Inghilterra. Gli farebbe piacere, per via dei vecchi tempi, parlare con te prima di partire.
“Con affetto,
“HETTY CULLINGWORTH.”” La scrittura era sua e lo stile di indirizzo indicavano chiaramente che si trattava di uno di quei suoi stratagemmi subdoli e caratteristici: far sembrare che la lettera provenisse da sua moglie, così da evitare un rifiuto diretto. Curiosamente, l’indirizzo era proprio quello stesso di Cadogan Terrace dove avevo soggiornato io, ma due piani più in alto. Ebbene, ero riluttante ad andarci personalmente, ma Winnie era favorevole a una riconciliazione. Le donne che non chiedono nulla spesso ottengono tutto. Così la mia dolce moglie riuscì sempre nel suo intento. Mezz’ora dopo mi trovavo a Cadogan Terrace, con sentimenti contrastanti, ma soprattutto di natura positiva. Cercai di convincermi che il comportamento di Cullingworth nei miei confronti fosse dovuto a una condizione mentale patologica; se un uomo in delirio mi avesse aggredito, non gliene sarei stato certo arrabbiato. Questo era il modo in cui volevo interpretare la situazione. Se Cullingworth provava ancora rancore, lo nascondeva in modo davvero notevole. Ma sapevo per esperienza che quel suo atteggiamento cordiale e aperto poteva mascherare molte cose. Sua moglie, invece, era più esplicita: dai suoi labbra stretti e dai suoi occhi grigi freddi si capiva chiaramente che continuava a mantenere il vecchio rancore. Cullingworth non era cambiato affatto; sembrava ancora altrettanto ottimista e pieno di energia come sempre. “Sto benissimo, ragazzo!” esclamò, battendosi il petto con le mani. “Ho giocato per la London Scottish nella partita d’esordio della scorsa settimana. Sono stato davvero in forma, da un capo all’altro del campo. Forse non sono così veloce nei sprint. Lo sai anche tu, Munro, vero?. Ma sono comunque un ottimo giocatore, instancabile e affidabile. L’ultima partita che giocherò sarà tra molti giorni, perché la prossima settimana parto per il Sud America.” “Hai quindi abbandonato completamente Bradfield?”
“Troppo provinciale. Che senso ha una pratica medica in un villaggio, con appena tremila sterline all’anno per uno che vuole avere opportunità di crescita? A Bradfield non c’era spazio nemmeno per Hetty, figuriamoci per me! Ho scelto la medicina oculistica. Ci sono fortune da guadagnare in questo campo. Le persone sono disposte a spendere qualsiasi somma per curare i propri occhi. Mentre per le malattie respiratorie sono molto più riluttanti, ” “Cosa? In Sud America?”
“Esattamente in Sud America,” esclamò, camminando avanti e indietro nella stanza squallida con i suoi passi rapidi e piccoli. “Guarda qui, ragazzo! C’è un grande continente che si estende dall’equatore fino ai ghiacciai, e non c’è nemmeno un uomo lì che possa correggere uno astigmatismo. Che cosa sanno loro di moderne operazioni oculari e di rifrazione? Accidenti, nemmeno nelle province d’Inghilterra ne sanno molto, figuriamoci in Brasile. Se solo potessi vederlo con i miei occhi: ci sarebbero milionari che strabuzzano gli occhi seduti in file intere su tutto il continente, con i loro soldi in mano, in attesa di un oculista. Eh, Munro. Che ne dici? Per Crums, tornerò e comprerò Bradfield per poi regalarlo a un cameriere come mancia!”
“Quindi intendi stabilirti in una grande città?”
“Città! A me che utilità potrebbe avere una città? Io sono lì per sfruttare appieno quel continente. Lavoro su una città alla volta: mando un agente nella successiva e gli dico che sto arrivando. Lui dice: ‘Questa è un’opportunità unica nella vita. Non c’è bisogno di tornare in Europa: l’Europa viene da voi!’ Strabuzzi, cataratte, irite, rifrazioni, tutto ciò che volete. Ecco il grande Signor Cullingworth, sempre aggiornato e pronto ad aiutare chiunque! Naturalmente, arrivano a frotte. Io prendo i soldi e torno a casa. A meno che non decida di comprare uno dei loro piccoli Stati e gestirlo io stesso, ”
Certo, sembrava assurdo mentre lo diceva; ma presto capii che aveva già pianificato tutto nei dettagli, e che le sue idee avevano una parte molto concreta.
“Lavorerò a Bahia,” disse. “Il mio agente si occuperà di Pernambuco. Quando Bahia sarà stata sfruttata fino all’osso, passerò a Pernambuco, e l’agente invierà qualcuno a Monte Video. Così continueremo il nostro lavoro, lasciando dietro di noi una scia di occhiali. Andrà tutto come un orologio, ”
“Avrai bisogno di parlare spagnolo,” osservai.
“Ah, non serve certo conoscere lo spagnolo per pugnalare qualcuno negli occhi. Tutto ciò che devo sapere è: ‘Soldi in anticipo. Nessun credito.’ Questo basta e avanza, ”
Parlammo a lungo di tutto ciò che ci era accaduto, senza mai menzionare la nostra vecchia disputa. Lui non ammise mai di aver lasciato Bradfield a causa di un calo delle sue attività professionali. O, almeno, non fornì alcuna spiegazione concreta. Disse soltanto che quel posto gli sembrava troppo piccolo. La sua invenzione per le schermature protettive, aggiunse, aveva ricevuto recensioni positive da una delle prime aziende di costruzione navale del Clyde. E c’era molta probabilità che la adottassero.
“Per quanto riguarda il magnete,” disse, “mi dispiace molto per il mio paese, ma non avrà più il controllo dei mari. Dovrò lasciarlo andare ai tedeschi. Non è colpa mia. Non dovrebbero incolparmi quando arriverà la sconfitta. Ho presentato la proposta all’Ammiragliato, e avrei potuto farla capire anche a una commissione di semplici funzionari in metà del tempo. Lettere del genere, Munro. Scritte su carta blu. Quando scoppiará la guerra e mostrerò quelle lettere, qualcuno verrà impiccato. Domande su questo, domande su quello. Alla fine mi chiesero su cosa potessi fissare il mio magnete. Risposi che poteva essere fissato a qualsiasi oggetto solido e impenetrabile. Tipo la testa di un funzionario dell’Ammiragliato. Beh, questo rovinò tutto. Scrissero ringraziandomi e decisero di restituirmi il mio apparecchio. Io risposi allo stesso modo. E che andassero pure all’inferno. E così finisce un grande evento storico, Munro. Eh, che ne dici?”
Ci separammo come buoni amici, ma immagino che entrambi avessimo delle riserve. Il suo ultimo consiglio per me fu di lasciare Birchespool, “Puoi fare di meglio. Puoi davvero fare di meglio, ragazzo!” disse. “Guarda in giro per il mondo. E quando vedi un piccolo buco rotondo, saltaci dentro a piedi in avanti. Ne ci sono molti, se uno è sempre pronto, ”
Quelle furono le ultime parole di Cullingworth. E probabilmente anche l’ultima volta che lo vidi, perché partì subito per la sua strana avventura. Deve riuscire. È un uomo che nulla può fermare. Gli auguro buona fortuna. Provo simpatia per lui. Ma allo stesso tempo non ho fiducia in lui. E sarei felice se sapessi che l’Atlantico ci separa.
Beh, caro Bertie. Una vita felice e tranquilla, anche se non molto ambiziosa, ci aspetta davanti. Entrambi abbiamo venticinque anni. E suppongo che possiamo considerare altri trentacinque anni davanti a noi. Posso immaginare una routine lavorativa sempre più regolare, un cerchio di amici sempre più largo. Forse un posto nel tribunale, o almeno nel consiglio comunale negli anni futuri. Non è certo un programma straordinario, vero? Ma è l’unica possibilità che ho. Vorrei davvero che il mondo fosse anche solo un po’ migliore grazie alla mia presenza. Anche su questo piccolo palcoscenico abbiamo due lati della vita. E forse possiamo fare qualcosa mettendo tutto il nostro impegno per la tolleranza, la carità, la moderazione, la pace e la gentilezza verso gli uomini e gli animali. Non tutti possiamo compiere imprese grandi. Ma anche quelle piccole contano qualcosa.
Quindi addio, caro ragazzo. Ricorda che quando tornerai in Inghilterra, la nostra casa sarà ancora più felice con la tua presenza. Comunque, ora che ho il tuo indirizzo, ti scriverò di nuovo tra poche settimane. Saluti affettuosi a Mrs. Swanborough.
Tuo affezionatamente,
J. Stark Munro
Questa è l’ultima lettera che ero destinato a ricevere dal mio povero amico. Quell’anno (1884), durante le feste natalizie, iniziò a trascorrere il tempo con la sua famiglia; durante il viaggio fu coinvolto nell’incidente ferroviario fatale avvenuto a Sittingfleet, dove un treno espresso si scontrò con un treno merci fermo nel deposito. Il dottor e la signora Munro erano gli unici passeggeri presenti nella vettura vicina alla locomotiva; morirono immediatamente, così come il macchinista dei freni e un altro passeggero. Fu una fine proprio quella che entrambi avrebbero scelto; nessuno che li conoscesse avrebbe potuto rimpiangere che nessuno di loro fosse sopravvissuto all’altro. La sua polizza assicurativa, del valore di millecento sterline, fu sufficiente a provvedere alle esigenze della sua famiglia; dato che suo padre era malato, questa era l’unica questione materiale che avrebbe potuto preoccuparlo. — H. S.
La tragedia del Korosko
Pubblicato a puntate sulla rivista The Strand tra maggio e dicembre 1897, questo romanzo racconta la storia di un gruppo di turisti europei che si godono il loro viaggio in Egitto nel 1895. Viaggiano lungo il Nilo a bordo del “Korosko”, una nave a vapore con fondo piatto e prua arrotondata. Il loro obiettivo è raggiungere Abousir, alla frontiera meridionale dell’Egitto, da dove inizia la regione dei Dervisci. Vengono però attaccati e rapiti da una banda di guerrieri dervisci. Il romanzo rappresenta una forte difesa dell’Imperialismo britannico, in particolare del progetto imperiale in Nord Africa, e rivela anche la grande diffidenza che molti europei nutrivano all’epoca verso l’Islam.
THE STARK MUNRO LETTERS By J. Stark Munro BEING A SERIES OF TWELVE LETTERS WRITTEN BY J. STARK MUNRO, M.B., TO HIS FRIEND AND FORMER FELLOW-STUDENT, HERBERT SWANBOROUGH, OF LOWELL, MASSACHUSETTS, DURING THE YEARS 1881-1884
CONTENTS I. HOME. 30th March, 1881. II. HOME, 10th April, 1881. III. HOME, 15th October, 1881. IV. HOME, 1st December, 1881. V. MERTON ON THE MOORS, 5th March, 1882. VI. THE PARADE, BRADFIELD, 7th March, 1882. VII. THE PARADE, BRADFIELD, 9th March, 1882. VIII. THE PARADE, BRADFIELD, 6th April, 1882. IX. THE PARADE, BRADFIELD, 23rd April, 1882. X. CADOGAN TERRACE, BIRCHESPOOL, 21st May, 1882. XI. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 29th May, 1882. XII. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 5th June, 1882. XIII. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 12th June, 1882. XIV. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 15th January, 1883. XV. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 3rd August, 1883. XVI. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 4th November, 1884.
Edited And Arranged By A. Conan Doyle The letters of my friend Mr. Stark Munro appear to me to form so connected a whole, and to give so plain an account of some of the troubles which a young man may be called upon to face right away at the outset of his career, that I have handed them over to the gentleman who is about to edit them. There are two of them, the fifth and the ninth, from which some excisions are necessary; but in the main I hope that they may be reproduced as they stand. I am sure that there is no privilege which my friend would value more highly than the thought that some other young man, harassed by the needs of this world and doubts of the next, should have gotten strength by reading how a brother had passed down the valley of shadow before him. HERBERT SWANBOROUGH. LOWELL, MASS.
THE STARK MUNRO LETTERS. I. HOME. 30th March, 1881. I have missed you very much since your return to America, my dear Bertie, for you are the one man upon this earth to whom I have ever been able to unreservedly open my whole mind. I don’t know why it is; for, now that I come to think of it, I have never enjoyed very much of your confidence in return. But that may be my fault. Perhaps you don’t find me sympathetic, even though I have every wish to be. I can only say that I find you intensely so, and perhaps I presume too much upon the fact. But no, every instinct in my nature tells me that I don’t bore you by my confidences. Can you remember Cullingworth at the University? You never were in the athletic set, and so it is possible that you don’t. Anyway, I’ll take it for granted that you don’t, and explain it all from the beginning. I’m sure that you would know his photograph, however, for the reason that he was the ugliest and queerest-looking man of our year. Physically he was a fine athlete — one of the fastest and most determined Rugby forwards that I have ever known, though he played so savage a game that he was never given his international cap. He was well-grown, five foot nine perhaps, with square shoulders, an arching chest, and a quick jerky way of walking. He had a round strong head, bristling with short wiry black hair. His face was wonderfully ugly, but it was the ugliness of character, which is as attractive as beauty. His jaw and eyebrows were scraggy and rough-hewn, his nose aggressive and red-shot, his eyes small and near set, light blue in colour, and capable of assuming a very genial and also an exceedingly vindictive expression. A slight wiry moustache covered his upper lip, and his teeth were yellow, strong, and overlapping. Add to this that he seldom wore collar or necktie, that his throat was the colour and texture of the bark of a Scotch fir, and that he had a voice and especially a laugh like a bull’s bellow. Then you have some idea (if you can piece all these items in your mind) of the outward James Cullingworth. But the inner man, after all, was what was most worth noting. I don’t pretend to know what genius is. Carlyle’s definition always seemed to me to be a very crisp and clear statement of what it is NOT. Far from its being an infinite capacity for taking pains, its leading characteristic, as far as I have ever been able to observe it, has been that it allows the possessor of it to attain results by a sort of instinct which other men could only reach by hard work. In this sense Cullingworth was the greatest genius that I have ever known. He never seemed to work, and yet he took the anatomy prize over the heads of all the ten-hour-a-day men. That might not count for much, for he was quite capable of idling ostentatiously all day and then reading desperately all night; but start a subject of your own for him, and then see his originality and strength. Talk about torpedoes, and he would catch up a pencil, and on the back of an old envelope from his pocket he would sketch out some novel contrivance for piercing a ship’s netting and getting at her side, which might no doubt involve some technical impossibility, but which would at least be quite plausible and new. Then as he drew, his bristling eyebrows would contract, his small eyes would gleam with excitement, his lips would be pressed together, and he would end by banging on the paper with his open hand, and shouting in his exultation. You would think that his one mission in life was to invent torpedoes. But next instant, if you were to express surprise as to how it was that the Egyptian workmen elevated the stones to the top of the pyramids, out would come the pencil and envelope, and he would propound a scheme for doing that with equal energy and conviction. This ingenuity was joined to an extremely sanguine nature. As he paced up and down in his jerky quick-stepping fashion after one of these flights of invention, he would take out patents for it, receive you as his partner in the enterprise, have it adopted in every civilised country, see all conceivable applications of it, count up his probable royalties, sketch out the novel methods in which he would invest his gains, and finally retire with the most gigantic fortune that has ever been amassed. And you would be swept along by his words, and would be carried every foot of the way with him, so that it would come as quite a shock to you when you suddenly fell back to earth again, and found yourself trudging the city street a poor student, with Kirk’s Physiology under your arm, and hardly the price of your luncheon in your pocket. I read over what I have written, but I can see that I give you no real insight into the demoniac cleverness of Cullingworth. His views upon medicine were most revolutionary, but I daresay that if things fulfil their promise I may have a good deal to say about them in the sequel. With his brilliant and unusual gifts, his fine athletic record, his strange way of dressing (his hat on the back of his head and his throat bare), his thundering voice, and his ugly, powerful face, he had quite the most marked individuality of any man that I have ever known. Now, you will think me rather prolix about this man; but, as it looks as if his life might become entwined with mine, it is a subject of immediate interest to me, and I am writing all this for the purpose of reviving my own half-faded impressions, as well as in the hope of amusing and interesting you. So I must just give you one or two other points which may make his character more clear to you. He had a dash of the heroic in him. On one occasion he was placed in such a position that he must choose between compromising a lady, or springing out of a third-floor window. Without a moment’s hesitation he hurled himself out of the window. As luck would have it, he fell through a large laurel bush on to a garden plot, which was soft with rain, and so escaped with a shaking and a bruising. If I have to say anything that gives a bad impression of the man, put that upon the other side. He was fond of rough horse-play; but it was better to avoid it with him, for you could never tell what it might lead to. His temper was nothing less than infernal. I have seen him in the dissecting-rooms begin to skylark with a fellow, and then in an instant the fun would go out of his face, his little eyes would gleam with fury, and the two would be rolling, worrying each other like dogs, below the table. He would be dragged off, panting and speechless with fury, with his wiry hair bristling straight up like a fighting terrier’s. This pugnacious side of his character would be worthily used sometimes. I remember that an address which was being given to us by an eminent London specialist was much interrupted by a man in the front row, who amused himself by interjecting remarks. The lecturer appealed to his audience at last. “These interruptions are insufferable, gentlemen,” said he; “will no one free me from this annoyance?” “Hold your tongue — you, sir, on the front bench,” cried Cullingworth, in his bull’s bellow. “Perhaps you’ll make me,” said the fellow, turning a contemptuous face over his shoulder. Cullingworth closed his note-book, and began to walk down on the tops of the desks to the delight of the three hundred spectators. It was fine to see the deliberate way in which he picked his way among the ink bottles. As he sprang down from the last bench on to the floor, his opponent struck him a smashing blow full in the face. Cullingworth got his bulldog grip on him, however, and rushed him backwards out of the class-room. What he did with him I don’t know, but there was a noise like the delivery of a ton of coals; and the champion of law and order returned, with the sedate air of a man who had done his work. One of his eyes looked like an over-ripe damson, but we gave him three cheers as he made his way back to his seat. Then we went on with the dangers of Placenta Praevia. He was not a man who drank hard, but a little drink would have a very great effect upon him. Then it was that the ideas would surge from his brain, each more fantastic and ingenious than the last. And if ever he did get beyond the borderland he would do the most amazing things. Sometimes it was the fighting instinct that would possess him, sometimes the preaching, and sometimes the comic, or they might come in succession, replacing each other so rapidly as to bewilder his companions. Intoxication brought all kinds of queer little peculiarities with it. One of them was that he could walk or run perfectly straight, but that there always came a time when he unconsciously returned upon his tracks and retraced his steps again. This had a strange effect sometimes, as in the instance which I am about to tell you. Very sober to outward seeming, but in a frenzy within, he went down to the station one night, and, stooping to the pigeon-hole, he asked the ticket-clerk, in the suavest voice, whether he could tell him how far it was to London. The official put forward his face to reply when Cullingworth drove his fist through the little hole with the force of a piston. The clerk flew backwards off his stool, and his yell of pain and indignation brought some police and railway men to his assistance. They pursued Cullingworth; but he, as active and as fit as a greyhound, outraced them all, and vanished into the darkness, down the long, straight street. The pursuers had stopped, and were gathered in a knot talking the matter over, when, looking up, they saw, to their amazement, the man whom they were after, running at the top of his speed in their direction. His little peculiarity had asserted itself, you see, and he had unconsciously turned in his flight. They tripped him up, flung themselves upon him, and after a long and desperate struggle dragged him to the police station. He was charged before the magistrate next morning, but made such a brilliant speech from the dock in his own defence that he carried the Court with him, and escaped with a nominal fine. At his invitation, the witnesses and the police trooped after him to the nearest hotel, and the affair ended in universal whisky-and-sodas. Well, now, if, after all these illustrations, I have failed to give you some notion of the man, able, magnetic, unscrupulous, interesting, many-sided, I must despair of ever doing so. I’ll suppose, however, that I have not failed; and I will proceed to tell you, my most patient of confidants, something of my personal relations with Cullingworth. When I first made a casual acquaintance with him he was a bachelor. At the end of a long vacation, however, he met me in the street, and told me, in his loud-voiced volcanic shoulder-slapping way, that he had just been married. At his invitation, I went up with him then and there to see his wife; and as we walked he told me the history of his wedding, which was as extraordinary as everything else he did. I won’t tell it to you here, my dear Bertie, for I feel that I have dived down too many side streets already; but it was a most bustling business, in which the locking of a governess into her room and the dyeing of Cullingworth’s hair played prominent parts. Apropos of the latter he was never quite able to get rid of its traces; and from this time forward there was added to his other peculiarities the fact that when the sunlight struck upon his hair at certain angles, it turned it all iridescent and shimmering. Well, I went up to his lodgings with him, and was introduced to Mrs. Cullingworth. She was a timid, little, sweet-faced, grey-eyed woman, quiet-voiced and gentle-mannered. You had only to see the way in which she looked at him to understand that she was absolutely under his control, and that do what he might, or say what he might, it would always be the best thing to her. She could be obstinate, too, in a gentle, dove-like sort of way; but her obstinacy lay always in the direction of backing up his sayings and doings. This, however, I was only to find out afterwards; and at that, my first visit, she impressed me as being one of the sweetest little women that I had ever known. They were living in the most singular style, in a suite of four small rooms, over a grocer’s shop. There was a kitchen, a bedroom, a sitting-room, and a fourth room, which Cullingworth insisted upon regarding as a most unhealthy apartment and a focus of disease, though I am convinced that it was nothing more than the smell of cheeses from below which had given him the idea. At any rate, with his usual energy he had not only locked the room up, but had gummed varnished paper over all the cracks of the door, to prevent the imaginary contagion from spreading. The furniture was the sparest possible. There were, I remember, only two chairs in the sitting-room; so that when a guest came (and I think I was the only one) Cullingworth used to squat upon a pile of yearly volumes of the British Medical Journal in the corner. I can see him now levering himself up from his lowly seat, and striding about the room roaring and striking with his hands, while his little wife sat mum in the corner, listening to him with love and admiration in her eyes. What did we care, any one of the three of us, where we sat or how we lived, when youth throbbed hot in our veins, and our souls were all aflame with the possibilities of life? I still look upon those Bohemian evenings, in the bare room amid the smell of the cheese, as being among the happiest that I have known. I was a frequent visitor to the Cullingworths, for the pleasure that I got was made the sweeter by the pleasure which I hoped that I gave. They knew no one, and desired to know no one; so that socially I seemed to be the only link that bound them to the world. I even ventured to interfere in the details of their little menage. Cullingworth had a fad at the time, that all the diseases of civilisation were due to the abandonment of the open-air life of our ancestors, and as a corollary he kept his windows open day and night. As his wife was obviously fragile, and yet would have died before she would have uttered a word of complaint, I took it upon myself to point out to him that the cough from which she suffered was hardly to be cured so long as she spent her life in a draught. He scowled savagely at me for my interference; and I thought we were on the verge of a quarrel, but it blew over, and he became more considerate in the matter of ventilation. Our evening occupations just about that time were of a most extraordinary character. You are aware that there is a substance, called waxy matter, which is deposited in the tissues of the body during the course of certain diseases. What this may be and how it is formed has been a cause for much bickering among pathologists. Cullingworth had strong views upon the subject, holding that the waxy matter was really the same thing as the glycogen which is normally secreted by the liver. But it is one thing to have an idea, and another to be able to prove it. Above all, we wanted some waxy matter with which to experiment. But fortune favoured us in the most magical way. The Professor of Pathology had come into possession of a magnificent specimen of the condition. With pride he exhibited the organ to us in the class-room before ordering his assistant to remove it to the ice-chest, preparatory to its being used for microscopical work in the practical class. Cullingworth saw his chance, and acted on the instant. Slipping out of the classroom, he threw open the ice-chest, rolled his ulster round the dreadful glistening mass, closed the chest again, and walked quietly away. I have no doubt that to this day the disappearance of that waxy liver is one of the most inexplicable mysteries in the career of our Professor. That evening, and for many evenings to come, we worked upon our liver. For our experiments it was necessary to subject it all to great heat in an endeavour to separate the nitrogenous cellular substance from the non-nitrogenous waxy matter. With our limited appliances the only way we could think of was to cut it into fine pieces and cook it in a frying pan. So night after night the curious spectacle might have been seen of a beautiful young woman and two very earnest young men busily engaged in making these grim fricassees. Nothing came of all our work; for though Cullingworth considered that he had absolutely established his case, and wrote long screeds to the medical papers upon the subject, he was never apt at stating his views with his pen, and he left, I am sure, a very confused idea on the minds of his readers as to what it was that he was driving at. Again, as he was a mere student without any letters after his name, he got scant attention, and I never heard that he gained over a single supporter. At the end of the year we both passed our examinations and became duly qualified medical men. The Cullingworths vanished away, and I never heard any more of them, for he was a man who prided himself upon never writing a letter. His father had formerly a very large and lucrative practice in the West of Scotland, but he died some years ago. I had a vague idea, founded upon some chance remark of his, that Cullingworth had gone to see whether the family name might still stand him in good stead there. As for me I began, as you will remember that I explained in my last, by acting as assistant in my father’s practice. You know, however, that at its best it is not worth more than L700 a year, with no room for expansion. This is not large enough to keep two of us at work. Then, again, there are times when I can see that my religious opinions annoy the dear old man. On the whole, and for every reason, I think that it would be better if I were out of this. I applied for several steamship lines, and for at least a dozen house surgeonships; but there is as much competition for a miserable post with a hundred a year as if it were the Viceroyship of India. As a rule, I simply get my testimonials returned without any comment, which is the sort of thing that teaches a man humility. Of course, it is very pleasant to live with the mater, and my little brother Paul is a regular trump. I am teaching him boxing; and you should see him put his tiny fists up, and counter with his right. He got me under the jaw this evening, and I had to ask for poached eggs for supper. And all this brings me up to the present time and the latest news. It is that I had a telegram from Cullingworth this morning — after nine months’ silence. It was dated from Avonmouth, the town where I had suspected that he had settled, and it said simply, “Come at once. I have urgent need of you. CULLINGWORTH.” Of course, I shall go by the first train to-morrow. It may mean anything or nothing. In my heart of hearts I hope and believe that old Cullingworth sees an opening for me either as his partner or in some other way. I always believed that he would turn up trumps, and make my fortune as well as his own. He knows that if I am not very quick or brilliant I am fairly steady and reliable. So that’s what I’ve been working up to all along, Bertie, that to-morrow I go to join Cullingworth, and that it looks as if there was to be an opening for me at last. I gave you a sketch of him and his ways, so that you may take an interest in the development of my fortune, which you could not do if you did not know something of the man who is holding out his hand to me. Yesterday was my birthday, and I was two and twenty years of age. For two and twenty years have I swung around the sun. And in all seriousness, without a touch of levity, and from the bottom of my soul, I assure you that I have at the present moment the very vaguest idea as to whence I have come from, whither I am going, or what I am here for. It is not for want of inquiry, or from indifference. I have mastered the principles of several religions. They have all shocked me by the violence which I should have to do to my reason to accept the dogmas of any one of them. Their ethics are usually excellent. So are the ethics of the common law of England. But the scheme of creation upon which those ethics are built! Well, it really is to me the most astonishing thing that I have seen in my short earthly pilgrimage, that so many able men, deep philosophers, astute lawyers, and clear-headed men of the world should accept such an explanation of the facts of life. In the face of their apparent concurrence my own poor little opinion would not dare to do more than lurk at the back of my soul, were it not that I take courage when I reflect that the equally eminent lawyers and philosophers of Rome and Greece were all agreed that Jupiter had numerous wives and was fond of a glass of good wine. Mind, my dear Bertie, I do not wish to run down your view or that of any other man. We who claim toleration should be the first to extend it to others. I am only indicating my own position, as I have often done before. And I know your reply so well. Can’t I hear your grave voice saying “Have faith!” Your conscience allows you to. Well, mine won’t allow me. I see so clearly that faith is not a virtue, but a vice. It is a goat which has been herded with the sheep. If a man deliberately shut his physical eyes and refused to use them, you would be as quick as any one in seeing that it was immoral and a treason to Nature. And yet you would counsel a man to shut that far more precious gift, the reason, and to refuse to use it in the most intimate question of life. “The reason cannot help in such a matter,” you reply. I answer that to say so is to give up a battle before it is fought. My reason SHALL help me, and when it can help no longer I shall do without help. It’s late, Bertie, and the fire’s out, and I’m shivering; and you, I’m very sure, are heartily weary of my gossip and my heresies, so adieu until my next.
Le lettere di Stark Munro
Di J. Stark Munro
Una serie di dodici lettere scritte da J. Stark Munro, M.B.,
al suo amico e ex compagno di studi, Herbert Swanborough,
di Lowell, Massachusetts, negli anni 1881-1884
Indice
I. A CASA. 30 marzo 1881.
II. A CASA. 10 aprile 1881.
III. A CASA. 15 ottobre 1881.
IV. A CASA. 1° dicembre 1881.
V. MERTON NEI BOSCHI. 5 marzo 1882.
VI. LA PARATA, BRADFIELD. 7 marzo 1882.
VII. LA PARATA, BRADFIELD. 9 marzo 1882.
VIII. LA PARATA, BRADFIELD. 6 aprile 1882.
IX. LA PARATA, BRADFIELD. 23 aprile 1882.
X. CADOGAN TERRACE, BIRCHESPOOL. 21 maggio 1882.
XI. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL. 29 maggio 1882.
XII. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL. 5 giugno 1882.
XIII. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL. 12 giugno 1882.
XIV. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL. 15 gennaio 1883.
XV. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL. 3 agosto 1883.
XVI. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL. 4 novembre 1884.
Edito e organizzato da A. Conan Doyle
Le lettere di mio amico il signor Stark Munro mi sembrano formare un tutto coerente e forniscono una spiegazione chiara di alcune delle difficoltà che un giovane può dover affrontare all’inizio della sua carriera. Per questo le ho affidate al gentiluomo incaricato della loro pubblicazione. Ne esistono due, la quinta e la nona, dalle quali sono necessarie alcune cancellazioni; tuttavia, nel complesso, spero che possano essere riprodotte così come sono state scritte. Sono certo che nessun privilegio mio amico apprezzerebbe di più del pensiero che un altro giovane, oppresso dalle difficoltà di questo mondo e dai dubbi riguardo al prossimo, possa trarre forza leggendo di come un suo predecessore abbia superato le prove della vita.
HERBERT SWANBOROUGH
LOWELL, MASSACHUSETTS
Le lettere di Stark Munro
I. A casa. 30 marzo 1881 Mi sei mancato molto da quando sei tornato in America, caro Bertie. Perché tu sei l’unico uomo al mondo con cui abbia mai potuto aprire completamente il mio cuore senza riserve. Non so perché; anzi, ora che ci penso, non ho mai ricevuto molto in cambio della tua fiducia. Ma forse è colpa mia. Forse non mi trovi particolarmente empatico, anche se desidero davvero esserlo. Posso solo dire di trovarti estremamente interessante. Anche se forse sto presumendo troppo. Ma no: ogni istinto in me mi dice che le mie confidenze non ti annoiano affatto. Ricordi Cullingworth all’università? Non facevi mai parte del gruppo sportivo. Quindi è possibile che tu non lo ricordi. Comunque, supporrò che non lo ricordi e inizierò dall’inizio a spiegarti tutto. Sono sicuro che riconosceresti la sua fotografia: era l’uomo più brutto e strano del nostro anno.
Fisicamente, era un ottimo atleta: uno dei giocatori di rugby più veloci e determinati che abbia mai conosciuto. Anche se giocava in modo così aggressivo da non essere mai stato convocato nella nazionale. Era alto circa un metro e novanta, con spalle quadrate, petto prominente e un modo di camminare rapido e scattante. Aveva una testa rotonda e forte, coperta da capelli neri corti e rigidi. Il suo viso era davvero orribile. Ma quell’orrore derivava dal suo carattere. Un carattere altrettanto affascinante quanto la bellezza. La sua mascella e le sue sopracciglia erano ruvide e scarse; il suo naso era aggressivo e rosso; i suoi occhi piccoli e ravvicinati, di colore azzurro chiaro. Potevano assumere espressioni sia molto gentili che estremamente vendicative. Una leggera barba rigida gli copriva il labbro superiore; i suoi denti erano gialli, forti e sovrapposti. Inoltre, raramente indossava colletto o cravatta. La sua gola aveva il colore e la consistenza della corteccia di un abete scozzese. E la sua voce, soprattutto il suo riso, assomigliavano al ruggito di un toro. Allora, forse puoi farti un’idea di James Cullingworth.
Ma l’uomo interiore, dopotutto, era ciò che meritava davvero di essere notato. Non pretendo di sapere cosa sia il genio; per me, la definizione di Carlyle rappresenta sempre stata una spiegazione molto chiara e precisa di ciò che esso NON è. Lontano dall’essere una capacità infinita di impegnarsi con sforzo, la sua caratteristica principale, da quanto ho potuto osservare, consiste nel permettere a colui che ne è dotato di ottenere risultati grazie a un’intuizione che gli altri uomini possono raggiungere solo attraverso un duro lavoro. In questo senso, Cullingworth fu il più grande genio che abbia mai conosciuto: sembrava non lavorare affatto, eppure vinse il premio di anatomia davanti a tutti coloro che dedicavano dieci ore al giorno al loro lavoro. Questo potrebbe non significare molto, visto che era perfettamente in grado di passare tutto il giorno a oziare in modo ostentato per poi leggere disperatamente tutta la notte; ma se gli si proponeva un argomento su cui lavorare, allora emergevano la sua originalità e la sua forza creativa. Parlate di torpedini, e lui avrebbe preso in mano una matita per disegnare su un vecchio foglio di carta qualche nuova invenzione per perforare le reti delle navi e attaccarle dal lato; queste idee potevano anche contenere elementi tecnicamente impossibili, ma erano comunque plausibili e innovative. Mentre disegnava, le sue sopracciglia si contraevano, i suoi occhi brillavano di eccitazione, le labbra si serravano, e alla fine batteva il foglio con la mano aperta, esultando felice. Si sarebbe detto che la sua unica missione nella vita fosse inventare torpedini; ma subito dopo, se gli aveste chiesto come facessero i lavoratori egiziani a sollevare le pietre fino in cima alle piramidi, lui avrebbe di nuovo tirato fuori matita e foglio per proporvi un metodo altrettanto efficace. Questa ingegnosità era unita a una natura estremamente ottimista: dopo queste folli sessioni creative, camminava su e giù con passi rapidi e incerti, registrava i suoi brevetti, vi considerava suoi soci in questo progetto, immaginava che venissero adottati in tutti i paesi civili, vedeva tutte le possibili applicazioni di queste invenzioni, calcolava i probabili introiti, e infine si ritirava con la più enorme fortuna mai accumulata. E voi vi lasciavate trasportare dalle sue parole, credendo davvero in tutto ciò che diceva, fino a quando, all’improvviso, non tornavate alla realtà: vi trovavate di nuovo per strada, poveri studenti con il libro di fisiologia sotto il braccio e appena abbastanza soldi per pranzare.
Ho riletto quanto ho scritto, ma mi rendo conto di non aver fornito informazioni sufficienti sulla straordinaria astuzia di Cullingworth. Le sue idee in campo medico erano davvero rivoluzionarie, e oserei dire che, se tutto andrà come previsto, avrò molto da dire al riguardo nel seguito della storia. Con i suoi talenti eccezionali, il suo notevole record atletico, il suo strano modo di vestirsi (con il cappello indossato all’indietro e la gola scoperta), la sua voce tonante e il suo volto brutale ma imponente, possedeva davvero una personalità molto marcata tra tutte le persone che abbia mai conosciuto.
Ora, potreste pensare che io sia un po’ troppo prolisso riguardo a quest’uomo; ma dato che sembra che la sua vita possa intrecciarsi con la mia, questo argomento mi interessa molto, e scrivo tutto ciò al fine di rinfrescare le mie stesse impressioni ormai sbiadite, oltre ad augurarmi di divertirvi e interessarvi. Quindi vi dirò ancora un paio di cose che potrebbero aiutarvi a comprendere meglio il suo carattere.
Aveva in sé una certa dose di eroismo: in un’occasione si trovò in una situazione in cui doveva scegliere tra compromettere una signora o gettarsi giù da una finestra al terzo piano. Senza esitare un attimo, si lanciò fuori dalla finestra. E per fortuna atterrò su un cespuglio di alloro, in un giardino bagnato dalla pioggia, quindi uscì illeso, sebbene un po’ scosso e ammaccato. Se devo dire qualcosa che possa dare una cattiva impressione di lui, beh, mettetelo pure da parte.
Gli piacevano i giochi brutali; ma era meglio evitarli con lui, perché non si poteva mai prevedere cosa potesse succedere. Il suo temperamento era davvero infernale: l’ho visto nelle aule di dissezione iniziare a scherzare con qualcuno, per poi trasformarsi all’improvviso in una furia cieca; i due iniziarono a rotolarsi e a litigare come cani sotto il tavolo. Lo trascinavano via ansimante e senza parole dalla rabbia, con i suoi capelli ispidi che si ergevano dritti come quelli di un terrier da combattimento.
Questo lato combattivo del suo carattere potrebbe essere utilizzato, a volte, con grande efficacia. Ricordo che un discorso tenuto da un eminente specialista di Londra fu spesso interrotto da un uomo seduto in prima fila, il quale si divertiva ad intervenire con commenti irrilevanti. Alla fine, l’oratore si rivolse direttamente al pubblico: “Queste interruzioni sono insopportabili, signori. Non c’è nessuno che possa liberarmi da questo fastidio?” “Taci tu, signore, tu che sei seduto in prima fila!” gridò Cullingworth con voce tonante. “Forse sarai tu a farlo,” rispose l’uomo, girando il viso con disprezzo. Cullingworth chiuse il suo taccuino e iniziò a camminare sopra i banchi, per grande divertimento dei trecento spettatori presenti. Era davvero interessante osservare il modo deliberato con cui si muoveva tra le bottiglie d’inchiostro. Quando saltò giù dall’ultimo banco, il suo avversario lo colpì violentemente in faccia. Tuttavia, Cullingworth riuscì ad afferrarlo e lo trascinò fuori dall’aula.
Non so cosa abbia fatto con lui, ma ci fu un rumore simile a quello prodotto dal trasporto di una tonnellata di carbone; e il campione della legge e dell’ordine tornò, con l’aria tranquilla di chi aveva svolto il proprio compito. Uno dei suoi occhi sembrava una ciliegia troppo matura, ma lo acclamammo tre volte mentre tornava al suo posto. Poi continuammo a parlare dei pericoli legati alla placenta previa.
Non era un uomo che bevesse eccessivamente, ma anche una piccola quantità di alcol aveva su di lui un effetto molto forte. Era allora che le idee gli affluivano nella mente, una dopo l’altra, sempre più fantastiche e ingegnose. E se mai riusciva a superare quel limite, compieva cose davvero sorprendenti. A volte prendeva il sopravvento l’istinto combattivo, altre volte l’impulso di predicare, o ancora elementi comici; spesso questi stati si susseguivano rapidamente, confondendo i suoi compagni. L’ebbrezza scatenava in lui ogni sorta di stranezze: ad esempio, era in grado di camminare o correre perfettamente dritto, ma arrivava sempre un momento in cui, senza rendersene conto, tornava indietro e ripercorreva i suoi passi. A volte questo comportamento aveva effetti strani, proprio come nel caso che sto per raccontarvi.
Apparentemente molto sobrio, ma in realtà nel delirio, una notte si recò alla stazione e, chinandosi verso la fessura per i biglietti, chiese con voce estremamente gentile al funzionario se potesse dirgli a quale distanza fosse Londra. Mentre l’ufficiale si avvicinava per rispondere, Cullingworth gli sferrò un pugno con la forza di un pistone; il funzionario fu sbalzato dallo sgabello e il suo grido di dolore attirò l’attenzione della polizia e del personale ferroviario. Essi iniziarono a inseguire Cullingworth, ma lui, agile come un levriero, riuscì a sfuggire tutti e scomparve nell’oscurità lungo la strada lunga e dritta. Gli inseguitori si fermarono per discutere dell’accaduto quando, alzando lo sguardo, videro con sorpresa l’uomo che stavano cercando correre verso di loro a tutta velocità. La sua strana abitudine aveva fatto sì che tornasse indietro senza rendersene conto. Gli inseguitori lo catturarono e, dopo una lunga e disperata lotta, lo portarono alla stazione di polizia. Il giorno seguente fu processato davanti al magistrato, ma tenne un discorso così convincente in sua difesa che riuscì a far assolverlo con una multa simbolica. Su suo invito, i testimoni e la polizia lo accompagnarono all’hotel più vicino. E l’intera faccenda finì con una serie di bevute di whisky e soda.
Bene, ora, se dopo tutte queste descrizioni non sono riuscito a darvi un’idea di quell’uomo – capace, affascinante, spregiudicato, dalle molteplici facce – allora devo arrendermi alla sconfitta. Tuttavia, suppongo di non aver fallito. E continuerò a raccontarvi, caro mio paziente confidente, qualcosa delle mie relazioni personali con Cullingworth.
Quando lo conobbi per la prima volta, era ancora scapolo. Alla fine di una lunga vacanza, però, mi incontrò in strada e mi disse, con il suo modo caratteristico di parlare ad alta voce e di darsi pacche sulle spalle, che aveva appena sposato qualcuno. Su sua invitazione, andai subito a conoscere sua moglie; mentre camminavamo, mi raccontò la storia del suo matrimonio, che era altrettanto straordinaria quanto tutto ciò che faceva. Non vi la racconterò qui, caro Bertie, perché ormai ho già “infilato” troppi vicoli laterali nel mio racconto. Ma si trattava di un’operazione davvero movimentata: tra le altre cose, fu necessario chiudere una governante nella sua stanza e tingere i capelli di Cullingworth. Per quanto riguarda quest’ultimo, non riuscì mai del tutto a eliminare le tracce di quel colore dai suoi capelli; da allora, alle sue altre stranezze si aggiunse anche il fatto che, quando la luce del sole colpiva i suoi capelli in certi angoli, questi diventavano iridescenti e scintillanti.
Beh, andai con lui nel suo alloggio e fui presentato a signora Cullingworth. Era una donna timida, piccola, dal viso dolce e occhi grigi; parlava a voce bassa e aveva modi gentili. Bastava guardare il modo in cui lo guardava per capire che era completamente sotto il suo controllo, e che qualunque cosa lui facesse o dicesse, per lei sarebbe sempre stata la cosa migliore. A volte poteva essere anche testarda, ma in modo dolce e gentile; tuttavia, la sua testardia consisteva sempre nel sostenere le sue parole e i suoi gesti. Questo, però, lo scoprii solo in seguito; durante quella mia prima visita, mi sembrò davvero una delle donne più dolci che avessi mai conosciuto.
Vivevano in modo molto particolare: in un insieme di quattro piccole stanze, sopra un negozio di alimentari. C’erano una cucina, una camera da letto, un salotto e una quarta stanza che Cullingworth insisteva nel considerare estremamente malsana e fonte di malattie, anche se sono convinto che fosse solo a causa dell’odore dei formaggi proveniente dal negozio sottostante. Comunque, con la sua solita energia, non solo aveva chiuso a chiave quella stanza, ma aveva anche incollato della carta verniciata su tutte le fessure della porta per impedire che quel presunto “contagio” si diffondesse. Il mobilio era estremamente semplice: nel salotto c’erano solo due sedie; quindi, quando arrivava un ospite (e credo che io fossi l’unico), Cullingworth si sedeva su una pila di volumi annuali della “British Medical Journal”. Ricordo ancora come si alzasse da quel posto umile e camminasse avanti e indietro nella stanza, gridando e gesticolando con le mani, mentre sua moglie se ne stava in silenzio nell’angolo, ascoltandolo con occhi pieni di amore e ammirazione. A noi tre, che importanza aveva dove sedevamo o come vivevamo, quando la gioventù pulsava calda nelle nostre vene e le nostre anime erano piene delle possibilità offerte dalla vita? Ancora oggi considero quelle serate bohémien, in quella stanza spoglia e piena di odore di formaggi, tra le più felici che abbia mai vissuto.
In quel periodo, frequentavo spesso la famiglia Cullingworth; il piacere che provavo era reso ancora più dolce dal fatto che speravo di trasmetterne altrettanto a loro. Loro non conoscevano nessuno e non desideravano conoscere nessuno; quindi, socialmente parlando, sembravo essere l’unico legame che li collegava al mondo esterno. Arrivai persino ad intervenire nei dettagli della loro vita quotidiana. A quel tempo, Cullingworth era convinto che tutte le malattie derivanti dalla civiltà fossero causate dall’abbandono dello stile di vita all’aperto dei nostri antenati; per questo teneva le finestre aperte giorno e notte. Poiché sua moglie era chiaramente fragile, ma avrebbe preferito morire piuttosto che lamentarsi, decisi io stesso di fargli notare che il suo continuo raffreddore non sarebbe mai guarito se avesse continuato a vivere in un ambiente freddo. Lui mi guardò con aria furiosa per la mia intromissione; temetti che scoppiasse una lite, ma alla fine le cose si sistemarono e divenne più attento riguardo alle questioni legate all’areazione della casa. In quel periodo, le nostre attività serali avevano un carattere davvero insolito. Come sapete, esiste una sostanza chiamata materia cerosa che si deposita nei tessuti del corpo durante alcune malattie; il suo vero significato e il modo in cui si forma sono oggetto di molte discussioni tra i patologi. Cullingworth aveva delle opinioni molto precise al riguardo, convinto che quella sostanza fosse in realtà lo stesso glicogeno secreto normalmente dal fegato. Ma avere un’ipotesi e riuscire a provarla sono due cose completamente diverse, soprattutto perché avevamo bisogno di una quantità adeguata di quella materia cerosa per poter condurre esperimenti. Fortunatamente, la fortuna ci aiutò in modo davvero incredibile: il Professore di Patologia aveva ottenuto un esemplare eccezionale di questa sostanza. Con orgoglio ce lo mostrò in aula, prima di ordinare al suo assistente di metterlo nel frigorifero in preparazione all’uso microscopico durante la lezione pratica. Cullingworth colse l’occasione al volo: uscì furtivamente dall’aula, aprì il frigorifero, avvolse quella massa lucida e scintillante nel proprio cappotto, richiuse il frigorifero e se ne andò tranquillamente. Non ho dubbi che la scomparsa di quel fegato ricoperto di materia cerosa rimanga ancora oggi uno dei misteri più inspiegabili nella carriera del nostro Professore.
Quella sera, e per molte sere a venire, lavorammo sul nostro fegato. Per i nostri esperimenti era necessario sottoporlo a grandi temperature al fine di separare la sostanza cellulare azotata dalla materia cerosa non azotata. Con gli strumenti limitati a nostra disposizione, l’unico modo che ci venne in mente fu tagliarlo a pezzetti piccoli e cuocerlo in una padella. Così, notte dopo notte, si poteva assistere a uno spettacolo curioso: una bella giovane donna e due giovani uomini molto diligenti impegnati nella preparazione di questi “cibi” poco appetitosi. Tuttavia, tutti i nostri sforzi risultarono vani; perché sebbene Cullingworth ritenesse di aver dimostrato con certezza la sua tesi e scrivesse lunghi articoli su questo argomento per le riviste mediche, non era mai bravo a esprimere chiaramente le sue idee, e sicuramente lasciò i suoi lettori con una comprensione molto confusa di ciò che intendeva. Inoltre, essendo solo uno studente senza alcuna qualifica professionale, ricevette pochissima attenzione; non ho mai sentito dire che avesse ottenuto nemmeno un solo sostenitore. Alla fine dell’anno entrambi superammo gli esami e diventammo medici qualificati. I Cullingworth scomparvero dalla nostra vita, e non se ne seppe più nulla di loro, perché lui era un uomo che si vantava di non scrivere mai una lettera. Suo padre aveva avuto in passato una pratica molto ampia e redditizia nell’ovest della Scozia, ma era morto alcuni anni prima. Avevo l’impressione, basata su qualche sua osservazione casuale, che Cullingworth fosse andato a vedere se il nome della famiglia potesse ancora essergli d’aiuto laggiù. Per quanto mi riguarda, iniziai a lavorare come assistente nella pratica di mio padre, come avrete ricordato di aver letto nel mio ultimo messaggio. Tuttavia, quella pratica, al massimo, non fruttava più di settecento sterline all’anno, e non offriva alcuna possibilità di crescita professionale. Non era certo abbastanza per mantenere entrambi. Inoltre, a volte mi rendevo conto che le mie opinioni religiose infastidivano mio padre. Nel complesso, per ogni motivo possibile, pensavo che fosse meglio lasciare quella situazione. Presentai domanda presso diverse compagnie di navigazione e almeno una dozzina di ospedali per un posto di chirurgo; ma la concorrenza per un lavoro così misero, con uno stipendio di cento sterline all’anno, era altrettanta intensa quanto quella per il ruolo di Viceré dell’India. Di solito ricevevo semplicemente le mie referenze restituite senza alcun commento. Il che, in fondo, è un modo per imparare umiltà. Certo, vivere con mia madre è molto piacevole, e mio fratello Paul è davvero fantastico: gli sto insegnando il pugilato. Dovreste vederlo mentre alza i suoi piccoli pugni e contrattacca con la destra. Stasera mi ha colpito sotto il mento; ho dovuto chiedere delle uova strapazzate per cena.
E tutto questo mi porta al presente e alle ultime notizie. Questa mattina ho ricevuto un telegramma da Cullingworth, dopo nove mesi di silenzio. Era datato da Avonmouth, la città in cui sospettavo che si fosse stabilito, e diceva semplicemente: “Vieni subito. Ho bisogno urgente di te. CULLINGWORTH.” Naturalmente, prenderò il primo treno di domani. Potrebbe significare qualcosa, o niente. Nel profondo del mio cuore spero e credo che quel vecchio Cullingworth abbia trovato un modo per me, sia come suo socio che in qualche altro modo. Ho sempre creduto che avrebbe trovato una soluzione per farci entrambi fortunati. Lui sa che, anche se non sono molto veloce o brillante, sono comunque affidabile e stabile. Ecco perché ho lavorato sodo tutto questo tempo. Bertie: domani andrò da Cullingworth, e sembra proprio che finalmente ci sia una possibilità per me. Ti ho descritto lui e il suo modo di fare, così che possa interessarti allo sviluppo della mia fortuna, qualcosa che non avresti potuto fare se non conoscessi l’uomo che mi sta tendendo la mano.
Ieri è stato il mio compleanno: ho ventidue anni. Per ventidue anni sono vissuta. E, seriamente, senza alcuna leggerezza, e dal profondo del mio cuore, ti assicuro che al momento non ho la minima idea di dove venga, dove sto andando o perché sono qui. Non è per mancanza di curiosità, né per indifferenza. Ho studiato i principi di diverse religioni. Ma tutte mi hanno sconvolta: per accettare i loro dogmi, sarebbe necessario distruggere completamente la propria ragione. Le loro etiche sono solitamente eccellenti, lo stesso vale per l’etica del diritto comune inglese. Ma il concetto di creazione su cui si basano quelle etiche, beh, è davvero la cosa più sorprendente che abbia mai visto nel mio breve viaggio terreno: come possano così tante persone capaci, filosofi profondi, avvocati astuti e uomini saggi accettare una spiegazione del mondo basata su simili principi. Di fronte a questa apparente concordanza, la mia modesta opinione non oserebbe nemmeno emergere, se non fosse per il fatto che, riflettendoci bene, anche gli avvocati e i filosofi più illustri di Roma e Grecia erano tutti d’accordo sul fatto che Giove avesse molte mogli e amasse un buon bicchiere di vino.
Ascolta, caro Bertie: non desidero affatto mettere in discussione il tuo punto di vista o quello di chiunque altro. Noi che chiediamo tolleranza dovremmo essere i primi a praticarla verso gli altri. Sto semplicemente esprimendo la mia opinione, come ho fatto molte volte in passato. E conosco bene la tua risposta: riesco quasi a sentire la tua voce grave che dice “Hai fede!”. La tua coscienza te lo permette. Ma la mia no. Vedo chiaramente che la fede non è una virtù, ma un vizio. È come una capra che viene mandata insieme alle pecore. Se una persona chiudesse deliberatamente gli occhi e rifiutasse di usarli, tutti concorderebbero sul fatto che sia immorale e traditore della natura. Eppure tu consiglieresti a qualcuno di chiudere quel dono ancora più prezioso: la ragione, e di rifiutarne l’uso nelle questioni più importanti della vita.
“La ragione non può aiutare in una situazione del genere”, rispondi tu. Io dico invece che affermarlo significa arrendersi prima ancora di combattere. La mia ragione MI aiuterà. E se non potrà più farlo, allora me la caverò senza di essa.
È tardi, Bertie. Il fuoco si è spento e sto tremando. E sono sicura che tu sia stanco delle mie chiacchiere e delle mie “eresie”. Quindi addio, fino alla prossima volta.
II. HOME, 10th April, 1881. Well, my dear Bertie, here I am again in your postbox. It’s not a fortnight since I wrote you that great long letter, and yet you see I have news enough to make another formidable budget. They say that the art of letter-writing has been lost; but if quantity may atone for quality, you must confess that (for your sins) you have a friend who has retained it. When I wrote to you last I was on the eve of going down to join the Cullingworths at Avonmouth, with every hope that he had found some opening for me. I must tell you at some length the particulars of that expedition. I travelled down part of the way with young Leslie Duncan, whom I think you know. He was gracious enough to consider that a third-class carriage and my company were to be preferred to a first class with solitude. You know that he came into his uncle’s money a little time ago, and after a first delirious outbreak, he has now relapsed into that dead heavy state of despair which is caused by having everything which one can wish for. How absurd are the ambitions of life when I think that I, who am fairly happy and as keen as a razor edge, should be struggling for that which I can see has brought neither profit nor happiness to him! And yet, if I can read my own nature, it is not the accumulation of money which is my real aim, but only that I may acquire so much as will relieve my mind of sordid cares and enable me to develop any gifts which I may have, undisturbed. My tastes are so simple that I cannot imagine any advantage which wealth can give — save indeed the exquisite pleasure of helping a good man or a good cause. Why should people ever take credit for charity when they must know that they cannot gain as much pleasure out of their guineas in any other fashion? I gave my watch to a broken schoolmaster the other day (having no change in my pocket), and the mater could not quite determine whether it was a trait of madness or of nobility. I could have told her with absolute confidence that it was neither the one nor the other, but a sort of epicurean selfishness with perhaps a little dash of swagger away down at the bottom of it. What had I ever had from my chronometer like the quiet thrill of satisfaction when the fellow brought me the pawn ticket and told me that the thirty shillings had been useful? Leslie Duncan got out at Carstairs, and I was left alone with a hale, white-haired, old Roman Catholic priest, who had sat quietly reading his office in the corner. We fell into the most intimate talk, which lasted all the way to Avonmouth — indeed, so interested was I that I very nearly passed through the place without knowing it. Father Logan (for that was his name) seemed to me to be a beautiful type of what a priest should be — self-sacrificing and pure-minded, with a kind of simple cunning about him, and a deal of innocent fun. He had the defects as well as the virtues of his class, for he was absolutely reactionary in his views. We discussed religion with fervour, and his theology was somewhere about the Early Pliocene. He might have chattered the matter over with a priest of Charlemagne’s Court, and they would have shaken hands after every sentence. He would acknowledge this and claim it as a merit. It was consistency in his eyes. If our astronomers and inventors and law-givers had been equally consistent where would modern civilisation be? Is religion the only domain of thought which is non-progressive, and to be referred for ever to a standard set two thousand years ago? Can they not see that as the human brain evolves it must take a wider outlook? A half-formed brain makes a half-formed God, and who shall say that our brains are even half-formed yet? The truly inspired priest is the man or woman with the big brain. It is not the shaven patch on the outside, but it is the sixty ounces within which is the real mark of election. You know that you are turning up your nose at me, Bertie. I can see you do it. But I’ll come off the thin ice, and you shall have nothing but facts now. I’m afraid that I should never do for a story-teller, for the first stray character that comes along puts his arm in mine and walks me off, with my poor story straggling away to nothing behind me. Well, then, it was night when we reached Avonmouth, and as I popped my head out of the carriage window, the first thing that my eyes rested upon was old Cullingworth, standing in, the circle of light under a gas-lamp. His frock coat was flying open, his waistcoat unbuttoned at the top, and his hat (a top hat this time) jammed on the back of his head, with his bristling hair spurting out in front of it. In every way, save that he wore a collar, he was the same Cullingworth as ever. He gave a roar of recognition when he saw me, bustled me out of my carriage, seized my carpet bag, or grip-sack as you used to call it, and a minute later we were striding along together through the streets. I was, as you may imagine, all in a tingle to know what it was that he wanted with me. However, as he made no allusion to it, I did not care to ask, and, during our longish walk, we talked about indifferent matters. It was football first, I remember, whether Richmond had a chance against Blackheath, and the way in which the new passing game was shredding the old scrimmages. Then he got on to inventions, and became so excited that he had to give me back my bag in order that he might be able to slap all his points home with his fist upon his palm. I can see him now stopping, with his face leaning forward and his yellow tusks gleaming in the lamplight. “My dear Munro” (this was the style of the thing), “why was armour abandoned, eh? What! I’ll tell you why. It was because the weight of metal that would protect a man who was standing up was more than he could carry. But battles are not fought now-a-days by men who are standing up. Your infantry are all lying on their stomachs, and it would take very little to protect them. And steel has improved, Munro! Chilled steel! Bessemer! Bessemer! Very good. How much to cover a man? Fourteen inches by twelve, meeting at an angle so that the bullet will glance. A notch at one side for the rifle. There you have it, laddie — the Cullingworth patent portable bullet-proof shield! Weight? Oh, the weight would be sixteen pounds. I worked it out. Each company carries its shields in go-carts, and they are served out on going into action. Give me twenty thousand good shots, and I’ll go in at Calais and come out at Pekin. Think of it, my boy! the moral effect. One side gets home every time and the other plasters its bullets up against steel plates. No troops would stand it. The nation that gets it first will pitchfork the rest of Europe over the edge. They’re bound to have it — all of them. Let’s reckon it out. There’s about eight million of them on a war footing. Let us suppose that only half of them have it. I say only half, because I don’t want to be too sanguine. That’s four million, and I should take a royalty of four shillings on wholesale orders. What’s that, Munro? About three-quarters of a million sterling, eh? How’s that, laddie, eh? What?” Really, that is not unlike his style of talk, now that I come to read it over, only you miss the queer stops, the sudden confidential whispers, the roar with which he triumphantly answered his own questions, the shrugs and slaps, and gesticulations. But not a word all the time as to what it was that made him send me that urgent wire which brought me to Avonmouth. I had, of course, been puzzling in my mind as to whether he had succeeded or not, though from his cheerful appearance and buoyant talk, it was tolerably clear to me that all was well with him. I was, however, surprised when, as we walked along a quiet, curving avenue, with great houses standing in their own grounds upon either side, he stopped and turned in through the iron gate which led up to one of the finest of them. The moon had broken out and shone upon the high-peaked roof, and upon the gables at each corner. When he knocked it was opened by a footman with red plush knee-breeches. I began to perceive that my friend’s success must have been something colossal. When we came down to the dining-room for supper, Mrs. Cullingworth was waiting there to greet me. I was sorry to see that she was pale and weary-looking. However, we had a merry meal in the old style, and her husband’s animation reflected itself upon her face, until at last we might have been back in the little room, where the Medical Journals served as a chair, instead of in the great oak-furnished, picture-hung chamber to which we had been promoted. All the time, however, not one word as to the object of my journey. When the supper was finished, Cullingworth led the way into a small sitting-room, where we both lit our pipes, and Mrs. Cullingworth her cigarette. He sat for some little time in silence, and then bounding up rushed to the door and flung it open. It is always one of his strange peculiarities to think that people are eavesdropping or conspiring against him; for, in spite of his superficial brusqueness and frankness, a strange vein of suspicion runs through his singular and complex nature. Having satisfied himself now that there were no spies or listeners he threw himself down into his armchair. “Munro,” said he, prodding at me with his pipe, “what I wanted to tell you is, that I am utterly, hopelessly, and irretrievably ruined.” My chair was tilted on its back legs as he spoke, and I assure you that I was within an ace of going over. Down like a pack of cards came all my dreams as to the grand results which were to spring from my journey to Avonmouth. Yes, Bertie, I am bound to confess it: my first thought was of my own disappointment, and my second of the misfortune of my friends. He had the most diabolical intuitions, or I a very tell-tale face, for he added at once — “Sorry to disappoint you, my boy. That’s not what you expected to hear, I can see.” “Well,” I stammered, “it IS rather a surprise, old chap. I thought from the… from the…” “From the house, and the footman, and the furniture,” said he. “Well, they’ve eaten me up among them… licked me clean, bones and gravy. I’m done for, my boy, unless…” — here I saw a question in his eyes—”unless some friend were to lend me his name on a bit of stamped paper.” “I can’t do it, Cullingworth,” said I. “It’s a wretched thing to have to refuse a friend; and if I had money…” “Wait till you’re asked, Munro,” he interrupted, with his ugliest of expressions. “Besides, as you have nothing and no prospects, what earthly use would YOUR name on a paper be?” “That’s what I want to know,” said I, feeling a little mortified, none the less. “Look here, laddie,” he went on; “d’you see that pile of letters on the left of the table?” “Yes.” “Those are duns. And d’you see those documents on the right? Well, those are County Court summonses. And, now, d’you see that;” he picked up a little ledger, and showed me three or, four names scribbled on the first page. “That’s the practice,” he roared, and laughed until the great veins jumped out on his forehead. His wife laughed heartily also, just as she would have wept, had he been so disposed. “It’s this way, Munro,” said he, when he had got over his paroxysm. “You have probably heard — in fact, I have told you myself — that my father had the finest practice in Scotland. As far as I could judge he was a man of no capacity, but still there you are — he had it.” I nodded and smoked. “Well, he’s been dead seven years, and fifty nets dipping into his little fish-pond. However, when I passed I thought my best move was to come down to the old place, and see whether I couldn’t piece the thing together again. The name ought to be worth something, I thought. But it was no use doing the thing in a half hearted way. Not a bit of use in that, Munro. The kind of people who came to him were wealthy, and must see a fine house and a man in livery. What chance was there of gathering them into a bow-windowed forty pound-a-year house with a grubby-faced maid at the door? What do you suppose I did? My boy, I took the governor’s old house, that was unlet — the very house that he kept up at five thousand a year. Off I started in rare style, and sank my last cent in furniture. But it’s no use, laddie. I can’t hold on any longer. I got two accidents and an epileptic — twenty-two pounds, eight and sixpence — that’s the lot! “What will you do, then?” “That’s what I wanted your advice about. That’s why I wired for you. I always respected your opinion, my boy, and I thought that now was the time to have it.” It struck me that if he had asked for it nine months before there would have been more sense in it. What on earth could I do when affairs were in such a tangle? However, I could not help feeling complimented when so independent a fellow as Cullingworth turned to me in this way. “You really think,” said I, “that it is no use holding on here?” He jumped up, and began pacing the room in his swift jerky way. “You take warning from it, Munro,” said he. “You’ve got to start yet. Take my tip, and go where no one knows you. People will trust a stranger quick enough; but if they can remember you as a little chap who ran about in knickerbockers, and got spanked with a hair brush for stealing plums, they are not going to put their lives in your keeping. It’s all very well to talk about friendship and family connections; but when a man has a pain in the stomach he doesn’t care a toss about all that. I’d stick it up in gold, letters in every medical class-room — have it carved across the gate of the University — that if a man wants friends be must go among strangers. It’s all up here, Munro; so there’s no use in advising me to hold on.” I asked him how much he owed. It came to about seven hundred pounds. The rent alone was two hundred. He had already raised money on the furniture, and his whole assets came to less than a tenner. Of course, there was only one possible thing that I could advise. “You must call your creditors together,” said I; “they can see for themselves that you are young and energetic — sure to succeed sooner or later. If they push you into a corner now, they can get nothing. Make that clear to them. But if you make a fresh start elsewhere and succeed, you may pay them all in full. I see no other possible way out of it.” “I knew that you’d say that, and it’s just what I thought myself. Isn’t it, Hetty? Well, then, that settles it; and I am much obliged to you for your advice, and that’s all we’ll say about the matter to-night. I’ve made my shot and missed. Next time I shall hit, and it won’t be long either.” His failure did not seem to weigh very heavily on his mind, for in a few minutes he was shouting away as lustily as ever. Whiskey and hot water were brought in, that we might all drink luck to the second venture. And this whiskey led us to what might have been a troublesome affair. Cullingworth, who had drunk off a couple of glasses, waited until his wife had left the room, and then began to talk of the difficulty of getting any exercise now that he had to wait in all day in the hope of patients. This led us round to the ways in which a man might take his exercise indoors, and that to boxing. Cullingworth took a couple of pairs of gloves out of a cupboard, and proposed that we should fight a round or two then and there. If I hadn’t been a fool, Bertie, I should never have consented. It’s one of my many weaknesses, that, whether it’s a woman or a man, anything like a challenge sets me off. But I knew Cullingworth’s ways, and I told you in my last what a lamb of a temper he has. None the less, we pushed back the table, put the lamp on a high bracket, and stood up to one another. The moment I looked him in the face I smelled mischief. He had a gleam of settled malice in his eye. I believe it was my refusal to back his paper which was running in his head. Anyway he looked as dangerous as he could look, with his scowling face sunk forward a little, his hands down near his hips (for his boxing, like everything else about him, is unconventional), and his jaw set like a rat-trap. I led off, and then in he came hitting with both hands, and grunting like a pig at every blow. From what I could see of him he was no boxer at all, but just a formidable rough and tumble fighter. I was guarding with both hands for half a minute, and then was rushed clean off my legs and banged up against the door, with my head nearly through one of the panels. He wouldn’t stop then, though he saw that I had no space to get my elbows back; and he let fly a right-hander which would have put me into the hall, if I hadn’t slipped it and got back to the middle of the room. “Look here, Cullingworth,” said I; “there’s not much boxing about this game.” “Yes, I hit pretty hard, don’t I?” “If you come boring into me like that, I’m bound to hit you out again,” I said. “I want to play light if you’ll let me.” The words were not out of my mouth before he was on me like a flash. I slipped him again; but the room was so small, and he as active as a cat, that there was no getting away from him. He was on me once more with a regular football rush that knocked me off my balance. Before I knew where I was he got his left on the mark and his right on my ear. I tripped over a footstool, and then before I could get my balance he had me on the same ear again, and my head was singing like a tea-kettle. He was as pleased as possible with himself, blowing out his chest and slapping it with his palms as he took his place in the middle of the room. “Say when you’ve had enough, Munro,” said he. This was pretty stiff, considering that I had two inches the better of him in height, and as many stone in weight, besides being the better boxer. His energy and the size of the room had been against me so far, but he wasn’t to have all the slogging to himself in the next round if I could help it. In he came with one of his windmill rushes. But I was on the look-out for him this time. I landed him with my left a regular nose-ender as he came, and then, ducking under his left, I got him a cross-counter on the jaw that laid him flat across his own hearthrug. He was up in an instant, with a face like a madman. “You swine!” he shouted. “Take those gloves off, and put your hands up!” He was tugging at his own to get them off. “Go on, you silly ass!” said I. “What is there to fight about?” He was mad with passion, and chucked his gloves down under the table. “By God, Munro,” he cried, “if you don’t take those gloves off, I’ll go for you, whether you have them on or not.” “Have a glass of soda water,” said I. He made a crack at me. “You’re afraid of me, Munro. That’s what’s the matter with you,” he snarled. This was getting too hot, Bertie. I saw all the folly of the thing. I believed that I might whip him; but at the same time I knew that we were so much of a match that we would both get pretty badly cut up without any possible object to serve. For all that, I took my gloves off, and I think perhaps it was the wisest course after all. If Cullingworth once thought he had the whiphand of you, you might be sorry for it afterwards. But, as fate would have it, our little barney was nipped in the bud. Mrs. Cullingworth came into the room at that instant, and screamed out when she saw her husband. His nose was bleeding and his chin was all slobbered with blood, so that I don’t wonder that it gave her a turn. “James!” she screamed; and then to me: “What is the meaning of this, Mr. Munro?” You should have seen the hatred in her dove’s eyes. I felt an insane impulse to pick her up and kiss her. “We’ve only been having a little spar, Mrs. Cullingworth,” said I. “Your husband was complaining that he never got any exercise.” “It’s all right, Hetty,” said he, pulling his coat on again. “Don’t be a little stupid. Are the servants gone to bed? Well, you might bring some water in a basin from the kitchen. Sit down, Munro, and light your pipe again. I have a hundred things that I want to talk to you about.” So that was the end of it, and all went smoothly for the rest of the evening. But, for all that, the little wife will always look upon me as a brute and a bully; while as to Cullingworth —— well, it’s rather difficult to say what Cullingworth thinks about the matter. When I woke next morning he was in my room, and a funny-looking object he was. His dressing-gown lay on a chair, and he was putting up a fifty-six pound dumb-bell, without a rag to cover him. Nature didn’t give him a very symmetrical face, nor the sweetest of expressions; but he has a figure like a Greek statue. I was amused to see that both his eyes had a touch of shadow to them. It was his turn to grin when I sat up and found that my ear was about the shape and consistence of a toadstool. However, he was all for peace that morning, and chatted away in the most amiable manner possible. I was to go back to my father’s that day, but I had a couple of hours with Cullingworth in his consulting room before I left. He was in his best form, and full of a hundred fantastic schemes, by which I was to help him. His great object was to get his name into the newspapers. That was the basis of all success, according to his views. It seemed to me that he was confounding cause with effect; but I did not argue the point. I laughed until my sides ached over the grotesque suggestions which poured from him. I was to lie senseless in the roadway, and to be carried into him by a sympathising crowd, while the footman ran with a paragraph to the newspapers. But there was the likelihood that the crowd might carry me in to the rival practitioner opposite. In various disguises I was to feign fits at his very door, and so furnish fresh copy for the local press. Then I was to die — absolutely to expire — and all Scotland was to resound with how Dr. Cullingworth, of Avonmouth, had resuscitated me. His ingenious brain rang a thousand changes out of the idea, and his own impending bankruptcy was crowded right out of his thoughts by the flood of half-serious devices. But the thing that took the fun out of him, and made him gnash his teeth, and stride cursing about the room, was to see a patient walking up the steps which led to the door of Scarsdale, his opposite neighbour. Scarsdale had a fairly busy practice, and received his people at home from ten to twelve, so that I got quite used to seeing Cullingworth fly out of his chair, and rush raving to the window. He would diagnose the cases, too, and estimate their money value until he was hardly articulate. “There you are!” he would suddenly yell; “see that man with a limp! Every morning he goes. Displaced semilunar cartilage, and a three months’ job. The man’s worth thirty-five shillings a week. And there! I’m hanged if the woman with the rheumatic arthritis isn’t round in her bath-chair again. She’s all sealskin and lactic acid. It’s simply sickening to see how they crowd to that man. And such a man! You haven’t seen him. All the better for you. I don’t know what the devil you are laughing at, Munro. I can’t see where the fun comes in myself.” Well, it was a short experience that visit to Avonmouth, but I think that I shall remember it all my life. Goodness knows, you must be sick enough of the subject, but when I started with so much detail I was tempted to go. It ended by my going back again in the afternoon, Cullingworth assuring me that he would call his creditors together as I had advised, and that he would let me know the result in a few days. Mrs. C. would hardly shake hands with me when I said goodbye; but I like her the better for that. He must have a great deal of good in him, or he could not have won her love and confidence so completely. Perhaps there is another Cullingworth behind the scenes — a softer, tenderer man, who can love and invite love. If there is, I have never got near him. And yet I may only have been tapping at the shell. Who knows? For that matter, it is likely enough that he has never got at the real Johnnie Munro. But you have, Bertie; and I think that you’ve had a little too much of him this time, only you encourage me to this sort of excess by your sympathetic replies. Well, I’ve done as much as the General Post Office will carry for fivepence, so I’ll conclude by merely remarking that a fortnight has passed, and that I have had no news from Avonmouth, which does not in the very slightest degree surprise me. If I ever do hear anything, which is exceedingly doubtful, you may be sure that I will put a finish to this long story.
II. CASA, 10 aprile 1881.
Beh, caro Bertie, eccomi di nuovo nella tua casella postale. Non sono passati nemmeno quindici giorni da quando ti ho scritto quella lunga lettera; eppure ho abbastanza notizie da poter preparare un altro “budget”, diciamo così, interessante. Dicono che l’arte di scrivere le lettere sia ormai perduta; ma se la quantità può compensare la qualità, devi ammettere che tu hai un amico che l’ha conservata, per i tuoi “peccati”, s’intende. Quando ti ho scritto l’ultima volta, ero sul punto di recarmi ad Avonmouth da Cullingworth, con la speranza che avesse trovato qualche opportunità per me. Devo raccontarti in dettaglio i particolari di quel viaggio.
Ho viaggiato per parte del tragitto insieme a giovane Leslie Duncan, che penso tu conosca. È stato così gentile da preferire una carrozza di terza classe e la mia compagnia alla solitudine di una carrozza di prima classe. Sai che ha ereditato il patrimonio di suo zio poco tempo fa; dopo un inizio di euforia, è ora ricaduto in quel profondo stato di disperazione causato dall’avere tutto ciò che si può desiderare. Quanto sono assurde le ambizioni della vita. Io, che sono abbastanza felice e pieno di entusiasmo, devo lottare per qualcosa che, a quanto vedo, non gli ha portato né profitto né felicità. Eppure, se riesco a comprendere la mia vera natura, il mio vero obiettivo non è accumulare denaro, ma avere abbastanza da liberarmi dalle preoccupazioni materiali e permettermi di sviluppare i miei talenti in pace. I miei gusti sono così semplici che non riesco a immaginare alcun vantaggio che la ricchezza possa offrire, tranne, forse, il piacere di aiutare una buona persona o una causa nobile. Perché mai le persone dovrebbero prendersi meriti per la carità, quando sanno benissimo che non possono trarre lo stesso piacere dai loro soldi in altri modi? L’altro giorno ho dato il mio orologio a un maestro di scuola bisognoso (non avevo spiccioli addosso); la madre del ragazzo non riusciva proprio a capire se fosse un segno di follia o di nobiltà. Avrei potuto dirle con certezza che né l’uno né l’altro: era semplicemente una sorta di egoismo, forse accompagnato da un pizzico di presunzione. Cosa ho mai ottenuto dal mio orologio, se non la soddisfazione silenziosa quando quel ragazzo mi portava il biglietto del pegno e mi diceva che quei trenta scellini erano stati utili?
Leslie Duncan scese alla stazione di Carstairs, e io rimasi da solo con un anziano sacerdote cattolico romano, dai capelli bianchi e in buona salute, che aveva passato il tempo seduto in un angolo a leggere i suoi documenti. Iniziammo a conversare molto intimamente, e quella conversazione continuò per tutto il tragitto fino ad Avonmouth; anzi, ero così interessato che quasi passai di lì senza nemmeno accorgermene. Padre Logan (così si chiamava) mi sembrava rappresentare perfettamente ciò che un sacerdote dovrebbe essere: altruista e dal cuore puro, dotato di una sorta di semplice astuzia e di un senso dell’umorismo innocente. Aveva però anche i difetti tipici della sua classe: le sue opinioni erano assolutamente reazionarie. Discutevamo di religione con grande fervore; la sua teologia risaliva più o meno al periodo del Pliocene inferiore. Avrebbe potuto discutere dello stesso argomento con un sacerdote alla corte di Carlo Magno, e probabilmente avrebbero stretto la mano dopo ogni frase. Lui lo ammetteva e lo considerava addirittura un merito: per lui, quella era coerenza. Se anche gli astronomi, gli inventori e i legislatori moderni fossero stati altrettanto coerenti. Dove sarebbe finita oggi la civiltà? Forse la religione è l’unico ambito del pensiero che non sia progressista, e che debba continuare a riferirsi a standard stabiliti duemila anni fa?
Non riescono forse a capire che, man mano che il cervello umano evolve, deve acquisire una visione più ampia del mondo? Un cervello ancora incompleto genera una concezione di Dio altrettanto imperfetta; e chi può dire che i nostri cervelli siano già completamente sviluppati? Il vero prete ispirato è colui che possiede un cervello potente. Non si tratta della barba rasata in superficie, ma delle capacità intellettuali racchiuse al suo interno: sono queste le vere qualità che distinguono una persona eletta.
Bertie, sai benissimo che stai facendo la finta di ignorarmi. Lo vedo chiaramente. Ma ora smetterò di tergiversare e ti dirò solo la verità. Temo che non potrei mai fare lo stesso con un narratore: il primo personaggio che appare improvvisamente mi “trascina via”, lasciando la mia storia a metà strada, senza conclusione.
Beh, quella notte arrivammo ad Avonmouth. Appena sporsi la testa fuori dal finestrino del treno, la prima cosa che vidi fu il vecchio Cullingworth, fermo nel cerchio di luce di un lampione a gas. Il suo abito era aperto, la giacca sbottonata in alto, il cappello (questa volta un cilindro) calato all’indietro sulla testa, con i suoi capelli ispidi che spuntavano davanti. In ogni modo, tranne per il colletto, era sempre lo stesso Cullingworth di sempre. Quando mi vide, esclamò sorpreso, mi aiutò a scendere dal treno, afferrò la mia borsa da viaggio e poco dopo camminavamo già insieme per le strade.
Ero, come potete immaginare, estremamente curioso di sapere cosa volesse da me. Tuttavia, poiché non fece alcuna allusione in merito, non volli chiederglielo e, durante il nostro lungo cammino, parlammo di argomenti banali. Prima di tutto del calcio: se il Richmond avesse avuto possibilità contro il Blackheath, e di come il nuovo stile di gioco basato sul passaggio distruggesse i vecchi metodi di combattimento. Poi iniziò a parlare di invenzioni, eccitandosi così tanto che dovette restituirmi la borsa per poter esprimere con forza tutte le sue idee. Ora riesco a immaginarlo mentre si ferma, il viso inclinato in avanti, i suoi denti gialli che brillano alla luce della lampada.
“Mio caro Munro”, disse, “perché è stata abbandonata l’armatura? Aspetta. Te lo spiego. Il peso del metallo necessario per proteggere un uomo in piedi era troppo grande da portare. Ma oggi le battaglie non si combattono più in piedi: i soldati dell’esercito giacciono a pancia in giù, quindi basta poco per proteggerli. Inoltre, l’acciaio è migliorato molto. Acciaio temprato! Il brevetto di Cullingworth. Un scudo portatile antiproiettile! Peso? Oh, circa sedici libbre. Ogni compagnia potrebbe trasportarlo su carriole e distribuirlo prima dell’azione. Datemi ventimila colpi validi. E entrerò a Calais per uscire a Pechino! Pensaci, ragazzo. L’effetto morale sarebbe enorme: un esercito tornerebbe sempre vincitore, mentre l’avversario vedrebbe i suoi proiettili rimbalzare contro le piastre d’acciaio. Nessuna truppa potrebbe resistere. La nazione che lo avrà per prima si impadronirà dell’Europa intera. Tutti ne vorranno possedere uno. Ci pensiamo un attimo: ci sono circa otto milioni di persone pronte a combattere. Supponiamo che solo la metà di loro ne abbia uno. Quattro milioni, quindi. E io potrei chiedere una royalty di quattro scellini per ogni ordine all’ingrosso. Che significa? Circa settecentomila sterline. Che ne dici, ragazzo?”
In realtà, il suo modo di parlare non è molto diverso da quello descritto qui. Solo che mancano quei suoi strani interruzioni, quei sussurri confidenziali, quel tono trionfale con cui si rispondeva alle proprie domande. E naturalmente, nessuna menzione su ciò che lo aveva spinto a inviarmi quell’urgente telegramma che mi ha portato ad Avonmouth.
Naturalmente, mi chiedevo se fosse riuscito o meno nel suo intento, ma dal suo aspetto allegro e dal tono vivace, era abbastanza evidente che tutto andasse bene per lui. Tuttavia fui sorpreso quando, mentre camminavamo lungo una tranquilla via alberata, con grandi case situate nei loro giardini su entrambi i lati, si fermò e entrò attraverso il cancello di ferro che conduceva a una di quelle case più belle. La luna era sorta e illuminava il tetto a punta alta e le grondaie agli angoli. Quando bussò, fu un domestico in calzoni rossi di velluto ad aprirgli la porta. Cominciai a capire che il successo del mio amico doveva essere stato davvero enorme. Quando scendemmo in sala da pranzo per la cena, la signora Cullingworth era lì ad accogliermi. Mi dispiacque vedere che sembrava pallida e stanca. Tuttavia, mangiammo allegramente nel vecchio stile, e l’allegria di suo marito si rifletteva sul suo viso; alla fine, ci ritrovammo nella piccola stanza dove i giornali medici fungevano da sedie, invece che nella grande sala arredata in quercia e decorata con quadri. Tuttavia, nessuno menzionò mai lo scopo della mia visita. Dopo cena, Cullingworth mi portò in una piccola sala da soggiorno dove entrambi accendemmo le nostre pipe, mentre la signora Cullingworth si accese una sigaretta. Rimase seduto in silenzio per un po’, poi improvvisamente balzò in piedi e aprì la porta di scatto. È sempre stata una delle sue strane abitudini pensare che le persone lo spiano o complottino contro di lui; nonostante la sua apparente bruschezza e franchezza, c’era in lui un fondo di sospetto. Dopo essersi assicurato che non ci fossero spie né ascoltatori, si lasciò cadere nella poltrona. “Munro,” disse, pungendomi con la pipa, “quello che volevo dirti è che sono completamente, irrimediabilmente rovinato.” Mentre parlava, la mia sedia si inclinò all’indietro. E devo ammettere che per poco non cadde. Tutti i miei sogni riguardo ai grandi risultati che avrei ottenuto con questo viaggio ad Avonmouth svanirono in un attimo. Sì, Bertie, devo confessarlo: la prima cosa a cui pensai fu alla mia delusione, e poi al disastro dei miei amici. Lui aveva davvero straordinarie intuizioni, o forse il mio viso tradiva i miei pensieri, perché subito aggiunse: “Mi dispiace deluderti, ragazzo. Non è certo quello che ti aspettavi di sentire, lo capisco.” “Beh,” balbettai, “è davvero una sorpresa. Pensavo, beh, pensavo a tutto ciò che, ” “A quella casa, al domestico, all’arredamento, ” disse lui. “Beh, tutti questi elementi mi hanno distrutto. Mi hanno ridotto in rovina. A meno che, ” – vidi un interrogativo nei suoi occhi – “a meno che qualche amico non fosse disposto a prestarmi il proprio nome su un pezzo di carta ufficiale.” “Non posso farlo, Cullingworth,” dissi. “È davvero triste dover rifiutare un amico. E se solo avessi soldi, ”
“Aspetta che ti chiedano, Munro,” lo interruppe lui, con l’espressione più orribile possibile. “Inoltre, dato che non hai nulla e nessuna prospettiva futura, a cosa potrebbe servirti il tuo nome su un documento?”
“È proprio quello che voglio sapere,” dissi io, sentendomi comunque un po’ umiliato.
“Ascolta bene, ragazzo,” continuò lui; “vedi quella pila di lettere sul lato sinistro del tavolo?”
“Sì.”
“Sono sollecitazioni finanziarie. E vedi quei documenti sul lato destro? Sono citazioni del Tribunale della Contea. Ora, guarda questo, ” Prese un piccolo registro e mi mostrò tre o quattro nomi scritti sulla prima pagina.
“Ecco il tipo di attività che svolgeva,” esclamò ridendo fino a quando le vene sul suo fronte non iniziarono a gonfiarsi; anche sua moglie rideva di cuore, proprio come avrebbe pianto se lui fosse stato di umore diverso.
“Ecco come stanno le cose, Munro,” disse dopo essersi calmato. “Probabilmente hai sentito dire – anzi, te l’ho detto io stesso – che mio padre aveva la migliore attività legale della Scozia. Secondo me non era certo un uomo molto capace, ma comunque ce l’aveva fatta.”
Annuii e continuai a fumare.
“Beh, è morto da sette anni. E ora ho pensato che il modo migliore fosse tornare in quel posto per vedere se riuscivo a riprendere in mano le cose. Il nome doveva pur valere qualcosa, no? Ma non aveva senso provare a farlo con mezzi insufficienti. Assolutamente nessun senso, Munro. Le persone che andavano da lui erano ricche; volevano vedere una casa elegante e un uomo dall’aspetto rispettabile. Quale possibilità c’era di attirarle in una casa modesta, con una domestica dall’aspetto trasandato alla porta? Così ho fatto. Ho preso la vecchia casa del governatore, quella che non veniva affittata. Proprio quella che lui manteneva spendendo cinquemila sterline all’anno. Ho iniziato con grande sfarzo, ma ho speso fino all’ultimo centesimo in mobili. Ma è inutile. Non riesco più a reggere. Ho avuto due incidenti e ho anche un problema epilettico. Venti due sterline, otto pence. Ecco tutto ciò che mi resta!”
“E ora cosa farai?”
“È proprio per questo che volevo il tuo consiglio. È per questo che ti ho scritto. Ho sempre rispettato il tuo parere, ragazzo. E pensavo che adesso fosse il momento giusto per chiederlo.”
Mi resi conto che se me lo avesse chiesto nove mesi prima, forse avrebbe avuto più senso. Cosa potevo fare, di fronte a una situazione così complicata? Tuttavia, non potei fare a meno di sentirmi lusingato dal fatto che un uomo indipendente come Cullingworth si fosse rivolto a me in quel modo.
“Pensi davvero,” dissi, “che non abbia senso continuare qui?”
Lui balzò in piedi e iniziò a camminare avanti e indietro nella stanza, con i suoi passi rapidi e scattanti.
“Prendi atto di questo consiglio, Munro,” disse lui. “Devi cominciare subito. Segui il mio suggerimento: vai in un posto dove nessuno ti conosca. La gente è disposta a fidarsi facilmente di uno sconosciuto; ma se si ricorda di te come di un ragazzino che correva in giro in pantaloncini corti e veniva punito con una spazzola per aver rubato prugne, non metterà mai la sua vita nelle tue mani. Parlare di amicizia e legami familiari è tutto bello; ma quando un uomo ha problemi seri, a quelle cose non ci pensa nemmeno. Io lo scriverei in oro, affiggerei cartelli in ogni aula universitaria, lo scolpirei persino sul cancello dell’università: se uno vuole avere amici, deve cercarli tra gli sconosciuti. È tutto qui, Munro, quindi non ha senso che tu mi consigli di resistere.”
Gli chiesi quanto doveva. La somma ammontava a circa settecento sterline; solo l’affitto costava duecento. Aveva già raccolto del denaro per il mobilio, ma i suoi beni in totale valevano meno di dieci sterline. Ovviamente, c’era un solo consiglio che potessi dargli.
“Dovete riunire i vostri creditori,” dissi; “possono vedere da soli che siete giovani ed energici, sicuramente riuscirete prima o poi. Se ora vi mettono alle strette, non otterranno nulla. Fatelo capire chiaramente a loro. Ma se inizierete da capo altrove e avrete successo, potrete pagare tutti i vostri debiti in un colpo solo. Non vedo alcun altro modo per uscire da questa situazione.”
“Sapevo che avreste detto questo, ed è esattamente ciò che pensavo anch’io. Non è vero, Hetty? Bene, allora la questione è risolta. Vi sono molto grato per il vostro consiglio, e non ne parleremo più stasera. Ho provato, e ho fallito. La prossima volta ci riuscirò, e non passerà molto tempo.”
Il suo fallimento non sembrava pesargli troppo sulla coscienza; pochi minuti dopo stava già gridando allegramente come al solito. Fu portato del whiskey e dell’acqua calda, per brindare insieme alla nostra prossima impresa.
E questo whisky ci portò a qualcosa che avrebbe potuto rivelarsi una situazione complicata. Cullingworth, dopo aver bevuto un paio di bicchieri, aspettò che sua moglie lasciasse la stanza e poi iniziò a parlare delle difficoltà legate all’attività fisica, visto che doveva passare tutto il giorno ad aspettare i pazienti. Questo ci portò a discutere dei modi in cui un uomo potesse fare esercizio in casa, e così arrivammo al pugilato. Cullingworth tirò fuori un paio di guanti da un armadio e propose di combattere una o due riprese lì stesso.
Se non fossi stato uno sciocco, Bertie, non avrei mai accettato. È una delle mie molte debolezze: che si tratti di una donna o di un uomo, qualsiasi sfida mi spinge ad agire. Ma conoscevo bene i comportamenti di Cullingworth, e ti avevo già detto quanto fosse mite di carattere. Comunque sia, spostammo il tavolo da parte, posizionammo la lampada su un supporto alto e ci mettemmo uno di fronte all’altro per combattere.
Non appena lo guardai in faccia, capii che aveva intenzioni poco lecite. Nei suoi occhi c’era un luccichio di malizia. Credo che fosse il mio rifiuto di sostenere il suo articolo a tormentarlo. Comunque, sembrava davvero pericoloso: con il viso corrucciato, le mani vicino ai fianchi (dato che il pugilato, come tutto in lui, non seguiva regole convenzionali), e la mascella contratta.
Iniziai io l’attacco, ma lui rispose colpendo con entrambe le mani e grugnendo a ogni pugno. Da quello che vedevo, non era affatto un pugile professionista, ma solo un combattente robusto e aggressivo. Mi difesi per mezzo minuto, poi fui spinto contro la porta; quasi mi rompevo la testa contro uno dei pannelli. Non si fermò nemmeno allora. Continuò a colpire finché non capì che non avevo più spazio per difendermi. Allora sferrò un destro che avrebbe potuto mandarmi a terra, se solo non fossi riuscito a schivare.
“Senti un po’, Cullingworth,” dissi, “questo non è certo pugilato, ”
“Sì, ho colpito forte, vero?”
“Se continui ad attaccarmi così, ti colpirò di nuovo. Voglio combattere in modo più leggero, se me lo permetti, ”
Non avevo ancora finito di parlare che mi attaccò di nuovo. Lo schivai di nuovo. Ma la stanza era troppo piccola, e lui troppo agile. Non riuscivo a sfuggirgli. Mi colpì di nuovo con un movimento veloce come quello di una ruota a vento. Persi l’equilibrio. Prima che potessi reagire, mi colpì ancora all’orecchio. Inciampai in un piedistallo. E prima che riuscissi a riprendermi, mi colpì di nuovo all’orecchio. La mia testa iniziò a pulsare dolorosamente. Era molto soddisfatto di sé stesso. Si gonfiò il petto e se lo schiaffeggiò con le mani, poi si mise al centro della stanza.
“Dimmi quando ne hai abbastanza, Munro, ” disse.
Era davvero una situazione difficile. Considerando che ero più alto di lui di due pollici, pesavo di più, e inoltre ero un miglior pugile. La sua energia e le dimensioni della stanza mi avevano messo in svantaggio fino ad ora. Ma nel prossimo round non avrebbe avuto tutta la meglio.
Attaccò di nuovo con uno dei suoi movimenti veloci. Questa volta però ero attento. Lo colpii al naso con il mio sinistro, poi, schivando il suo destro, gli sferrai un pugno alla mascella che lo fece cadere a terra. Si rialzò subito, con il viso stravolto dalla rabbia.
“Maiale!” gridò. “Togli quei guanti e alza le mani!” cercava di toglierseli da solo.
“Vai pure, idiota, ” dissi. “Di cosa dovremmo litigare ancora?”
Era furioso. Gettò via i guanti sotto il tavolo.
“Per Dio, Munro, ” gridò, “se non ti togli quei guanti, ti attaccherò comunque, che li indossi o no, ”
“Bevi un bicchiere d’acqua gassata, ” dissi.
Provò ad attaccarmi. “Hai paura di me, Munro. Ecco il problema,” ringhiò.
Stava diventando troppo pericoloso, Bertie. Vedevo tutta l’assurdità della situazione: credevo di poterlo battere, ma allo stesso tempo sapevo che eravamo alla pari, e che entrambi ne saremmo usciti gravemente feriti senza alcun vero motivo. Comunque, mi tolsi i guanti. Forse era davvero la decisione più saggia. Se Cullingworth avesse pensato di avere il sopravvento su di te, probabilmente se ne sarebbe pentito in seguito.
Ma, come destino volle, tutto finì prima ancora che potesse iniziare. In quel momento entrò nella stanza la signora Cullingworth e gridò vedendo suo marito: il suo naso sanguinava e il mento era coperto di sangue. Non mi sorprende che fosse sconvolta.
“James!” gridò; poi si rivolse a me: “Che significa tutto questo, signor Munro?”
Avreste dovuto vedere l’odio nei suoi occhi. Provai un impulso folle di prenderla in braccio e baciarla.
“Stavamo solo facendo un po’ di esercizio, signora Cullingworth,” dissi. “Vostro marito si lamentava di non fare mai abbastanza movimento, ”
“Va tutto bene, Hetty,” disse lui, infilandosi di nuovo il cappotto. “Non essere sciocca. I domestici sono andati a letto? Bene, porta un po’ d’acqua dalla cucina. Siediti, Munro, e accendi di nuovo la tua pipa. Ho molte cose da dirti, ”
E così finì tutto. Il resto della serata trascorse senza problemi. Ma quella piccola moglie mi considererà sempre un bruto e un prepotente. Quanto a Cullingworth, beh, è difficile dire cosa pensi davvero.
La mattina dopo, quando mi svegliai, lui era nella mia stanza. Sembrava davvero buffo: il suo pigiama giaceva su una sedia, e lui stava sollevando un peso di cinquantasei libbre, senza nemmeno un pezzo di stoffa addosso per coprirsi. La natura non gli aveva dato un viso particolarmente simmetrico, né un’espressione dolce. Ma aveva una corporatura da statua greca. Mi divertì notare che entrambi i suoi occhi presentavano delle ombre. Fu lui a sorridere quando mi alzai e vidi che il mio orecchio assomigliava molto a un fungo velenoso. Comunque, quella mattina era di buon umore e chiacchierò con me in modo molto amichevole.
Quel giorno avrei dovuto tornare da mio padre, ma prima di andarmene passai un paio d’ore nell’ufficio di consulenza di Cullingworth. Era nel suo miglior stato e aveva mille idee fantastiche per cui voleva che lo aiutassi. Il suo obiettivo principale era far apparire il proprio nome sui giornali: secondo lui, questo era l’unico modo per avere successo. A me sembrava che confondesse causa ed effetto, ma non discutevo con lui. Ridevo fino a quando non mi facevano male i fianchi per le sue proposte assurde. Dovevo fingere di svenire in mezzo alla strada e essere portato da una folla comprensiva dal dottor Cullingworth, mentre il suo servitore correva a consegnare l’articolo ai giornali. Ma c’era sempre la possibilità che quella stessa folla mi portasse invece dal suo rivale. Dovevo anche fingere di avere attacchi di malattia davanti alla sua porta, per fornire nuovi argomenti ai giornali locali. Poi dovevo morire, e tutta la Scozia avrebbe parlato del modo in cui il dottor Cullingworth di Avonmouth mi aveva resuscitato. La sua mente geniale elaborava mille varianti di questi piani. Ma ciò che gli rovinava completamente l’umore era vedere i pazienti andare dal suo rivale, Scarsdale. Scarsdale aveva un ambulatorio piuttosto affollato e riceveva le persone a casa sua dalle dieci alle dodici. Così mi ero abituato a veder uscire Cullingworth di corsa dalla sua sedia, dirigendosi furiosamente verso la finestra. Diagnosava i casi e stimava il loro valore economico, fino a quando quasi non riusciva più a parlare chiaramente, “Eccolo lì!” urlava all’improvviso. “Vede quell’uomo zoppicante? Ogni mattina va da Scarsdale. Cartilagine semilunare danneggiata. Ci vorranno tre mesi per curarlo. Quell’uomo guadagna soltanto trentacinque scellini a settimana. E quella donna con l’artrite reumatica, è di nuovo nella sua sedia da bagno. È tutta pelle di foca e acido lattico. È disgustoso vedere come la gente si affoli intorno a quel tizio. E poi, che tipo di persona è. Non l’ha mai visto, vero? Meglio per lei. Non capisco proprio dove stia il divertimento in tutto questo, ”
Beh, è stata un’esperienza breve quella visita ad Avonmouth, ma penso che me ne ricorderò per tutta la vita. Chissà, probabilmente siete stanchi di sentire parlare di questo argomento, ma quando ho iniziato a descriverlo con tanti dettagli, non sono riuscito a trattenermi. Alla fine sono tornato l’aprile, e Cullingworth mi ha assicurato che avrebbe convocato i suoi creditori come avevo suggerito io e che mi avrebbe informato dei risultati entro pochi giorni. Quando mi sono congedato, la signora C. quasi non mi ha stretto la mano, ma per questo motivo la apprezzo ancora di più. Deve avere molte qualità positive dentro di sé, altrimenti non sarebbe riuscito a conquistare completamente il suo affetto e la sua fiducia. Forse c’è un altro lato di Cullingworth, uno più gentile, più tenero, capace di amare e di essere amato. Se così fosse, probabilmente non ho mai avuto modo di conoscerlo davvero. Ma chissà? Forse nemmeno lui ha mai conosciuto il vero “Johnnie Munro”. Tu invece sì, Bertie. E penso che questa volta ne abbia parlato un po’ troppo, anche se sono proprio le tue risposte comprensive a incoraggiarmi a continuare. Beh, ho fatto del mio meglio. Quindi concludo semplicemente dicendo che sono passati quindici giorni e non ho ricevuto alcuna notizia da Avonmouth, il che, in realtà, non mi sorprende affatto. Se mai dovesse arrivare qualche novità – il che è molto improbabile – potete essere certi che metterò fine a questa lunga storia.
III. HOME, 15th October, 1881. Without any figure of speech I feel quite ashamed when I think of you, Bertie. I send you one or two enormously long letters, burdened, as far as I can remember them, with all sorts of useless detail. Then, in spite of your kindly answers and your sympathy, which I have done so little to deserve, I drop you completely for more than six months. By this J pen I swear that it shall not happen again; and this letter may serve to bridge the gap and to bring you up to date in my poor affairs, in which, of all outer mankind, you alone take an interest. To commence with what is of most moment, you may rest assured that what you said in your last letter about religion has had my most earnest attention. I am sorry that I have not got it by me to refer to (I lent it to Charlie), but I think I have the contents in my head. It is notorious, as you say, that an unbeliever may be as bigoted as any of the orthodox, and that a man may be very dogmatic in his opposition to dogma. Such men are the real enemies of free thought. If anything could persuade me to turn traitor to my reason, it would, for example, be the blasphemous and foolish pictures displayed in some of the agnostic journals. But every movement has its crowd of camp followers, who straggle and scatter. We are like a comet, bright at the head but tailing away into mere gas behind. However, every man may speak for himself, and I do not feel that your charge comes home to me. I am only bigoted against bigotry, and that I hold to be as legitimate as violence to the violent. When one considers what effect the perversion of the religious instinct has had during the history of the world; the bitter wars, Christian and Mahomedan, Catholic and Protestant; the persecutions, the torturings, the domestic hatreds, the petty spites, with ALL creeds equally blood-guilty, one cannot but be amazed that the concurrent voice of mankind has not placed bigotry at the very head of the deadly sins. It is surely a truism to say that neither smallpox nor the plague have brought the same misery upon mankind. I cannot be bigoted, my dear boy, when I say from the bottom of my heart that I respect every good Catholic and every good Protestant, and that I recognise that each of these forms of faith has been a powerful instrument in the hands of that inscrutable Providence which rules all things. Just as in the course of history one finds that the most far-reaching and admirable effects may proceed from a crime; so in religion, although a creed be founded upon an entirely inadequate conception of the Creator and His ways, it may none the less be the very best practical thing for the people and age which have adopted it. But if it is right for those to whom it is intellectually satisfying to adopt it, it is equally so for those to whom it is not, to protest against it, until by this process the whole mass of mankind gets gradually leavened, and pushed a little further upon their slow upward journey. Catholicism is the more thorough. Protestantism is the more reasonable. Protestantism adapts itself to modern civilisation. Catholicism expects civilisation to adapt itself to it. Folk climb from the one big branch to the other big branch, and think they have made a prodigious change, when the main trunk is rotten beneath them, and both must in their present forms be involved sooner or later in a common ruin. The movement of human thought, though slow, is still in the direction of truth, and the various religions which man sheds as he advances (each admirable in its day) will serve, like buoys dropped down from a sailing vessel, to give the rate and direction of his progress. But how do I know what is truth, you ask? I don’t. But I know particularly well what isn’t. And surely that is something to have gained. It isn’t true that the great central Mind that planned all things is capable of jealousy or of revenge, or of cruelty or of injustice. These are human attributes; and the book which ascribes them to the Infinite must be human also. It isn’t true that the laws of Nature have been capriciously disturbed, that snakes have talked, that women have been turned to salt, that rods have brought water out of rocks. You must in honesty confess that if these things were presented to us when we were, adults for the first time, we should smile at them. It isn’t true that the Fountain of all common sense should punish a race for a venial offence committed by a person long since dead, and then should add to the crass injustice by heaping the whole retribution upon a single innocent scapegoat. Can you not see all the want of justice and logic, to say nothing of the want of mercy, involved in such a conception? Can you not see it, Bertie? How can you blind yourself to it! Take your eyes away from the details for a moment, and look at this root idea of the predominant Faith. Is the general conception of it consistent with infinite wisdom and mercy? If not, what becomes of the dogmas, the sacraments, the whole scheme which is founded upon this sand-bank? Courage, my friend! At the right moment all will be laid aside, as the man whose strength increases lays down the crutch which has been a good friend to him in his weakness. But his changes won’t be over then. His hobble will become a walk, and his walk a run. There is no finality — CAN be none since the question concerns the infinite. All this, which appears too advanced to you to-day, will seem reactionary and conservative a thousand years hence. Since I am upon this topic, may I say just a little more without boring you? You say that criticism such as mine is merely destructive, and that I have nothing to offer in place of what I pull down. This is not quite correct. I think that there are certain elemental truths within our grasp which ask for no faith for their acceptance, and which are sufficient to furnish us with a practical religion, having so much of reason in it that it would draw thinking men into its fold, not drive them forth from it. When we all get back to these elemental and provable facts there will be some hopes of ending the petty bickerings of creeds, and of including the whole human family in one comprehensive system of thought. When first I came out of the faith in which I had been reared, I certainly did feel for a time as if my life-belt had burst. I won’t exaggerate and say that I was miserable and plunged in utter spiritual darkness. Youth is too full of action for that. But I was conscious of a vague unrest, of a constant want of repose, of an emptiness and hardness which I had not noticed in life before. I had so identified religion with the Bible that I could not conceive them apart. When the foundation proved false, the whole structure came rattling about my ears. And then good old Carlyle came to the rescue; and partly from him, and partly from my own broodings, I made a little hut of my own, which has kept me snug ever since, and has even served to shelter a friend or two besides. The first and main thing was to get it thoroughly soaked into one that the existence of a Creator and an indication of His attributes does in no way depend upon Jewish poets, nor upon human paper or printing ink. On the contrary, all such efforts to realise Him must only belittle Him, bringing the Infinite down to the narrow terms of human thought, at a time when that thought was in the main less spiritual than it is at present. Even the most material of modern minds would flinch at depicting the Deity as ordering wholesale executions, and hacking kings to pieces upon the horns of altars. Then having prepared your mind for a higher (if perhaps a vaguer) idea of the Deity, proceed to study Him in His works, which cannot be counterfeited or manipulated. Nature is the true revelation of the Deity to man. The nearest green field is the inspired page from which you may read all that it is needful for you to know. I confess that I have never been able to understand the position of the atheist. In fact, I have come to disbelieve in his existence, and to look upon the word as a mere term of theological reproach. It may represent a temporary condition, a passing mental phase, a defiant reaction against an anthropomorphic ideal; but I cannot conceive that any man can continue to survey Nature and to deny that there are laws at work which display intelligence and power. The very existence of a world carries with it the proof of a world-maker, as the table guarantees the pre-existence of the carpenter. Granting this, one may form what conception one will of that Maker, but one cannot be an atheist. Wisdom and power and means directed to an end run all through the scheme of Nature. What proof do we want, then, from a book? If the man who observes the myriad stars, and considers that they and their innumerable satellites move in their serene dignity through the heavens, each swinging clear of the other’s orbit — if, I say, the man who sees this cannot realise the Creator’s attributes without the help of the book of Job, then his view of things is beyond my understanding. Nor is it only in the large things that we see the ever present solicitude of some intelligent force. Nothing is too tiny for that fostering care. We see the minute proboscis of the insect carefully adjusted to fit into the calyx of the flower, the most microscopic hair and gland each with its definite purposeful function to perform. What matter whether these came by special creation or by evolution? We know as a matter of fact that they came by evolution, but that only defines the law. It does not explain it. But if this power has cared for the bee so as to furnish it with its honey bag and its collecting forceps, and for the lowly seed so as to have a thousand devices by which it reaches a congenial soil, then is it conceivable that we, the highest product of all, are overlooked? It is NOT conceivable. The idea is inconsistent with the scheme of creation as we see it. I say again that no faith is needed to attain the certainty of a most watchful Providence. And with this certainty surely we have all that is necessary for an elemental religion. Come what may after death, our duties lie clearly defined before us in this life; and the ethical standard of all creeds agrees so far that there is not likely to be any difference of opinion as to that. The last reformation simplified Catholicism. The coming one will simplify Protestantism. And when the world is ripe for it another will come and simplify that. The ever improving brain will give us an ever broadening creed. Is it not glorious to think that evolution is still living and acting — that if we have an anthropoid ape as an ancestor, we may have archangels for our posterity? Well, I really never intended to inflict all this upon you, Bertie. I thought I could have made my position clear in a page or so. But you can see how one point has brought up another. Even now I am leaving so much unsaid. I can see with such certainty exactly what you will say. “If you deduce a good Providence from the good things in nature, what do you make of the evil?” That’s what you will say. Suffice it that I am inclined to deny the existence of evil. Not another word will I say upon the subject; but if you come back to it yourself, then be it on your own head. You remember that when I wrote last I had just returned from visiting the Cullingworths at Avonmouth, and that he had promised to let me know what steps he took in appeasing his creditors. As I expected, I have not had one word from him since. But in a roundabout way I did get some news as to what happened. From this account, which was second-hand, and may have been exaggerated, Cullingworth did exactly what I had recommended, and calling all his creditors together he made them a long statement as to his position. The good people were so touched by the picture that he drew of a worthy man fighting against adversity that several of them wept, and there was not only complete unanimity as to letting their bills stand over, but even some talk of a collection then and there to help Cullingworth on his way. He has, I understand, left Avonmouth, but no one has any idea what has become of him. It is generally supposed that he has gone to England. He is a strange fellow, but I wish him luck wherever he goes. When I came back I settled down once more to the routine of my father’s practice, holding on there until something may turn up. And for six months I have had to wait; a weary six months they have been. You see I cannot ask my father for money — or, at least, I cannot bring myself to take an unnecessary penny of his money — for I know how hard a fight it is with him to keep the roof over our heads and pay for the modest little horse and trap which are as necessary to his trade as a goose is to a tailor. Foul fare the grasping taxman who wrings a couple of guineas from us on the plea that it is a luxury! We can just hold on, and I would not have him a pound the poorer for me. But you can understand, Bertie, that it is humiliating for a man of my age to have to go about without any money in my pocket. It affects me in so many petty ways. A poor man may do me a kindness, and I have to seem mean in his eyes. I may want a flower for a girl, and must be content to appear ungallant. I don’t know why I should be ashamed of this, since it is no fault of mine, and I hope that I don’t show it to any one else that I AM ashamed of it; but to you, my dear Bertie, I don’t mind confessing that it hurts my self-respect terribly. I have often wondered why some of those writing fellows don’t try their hands at drawing the inner life of a young man from about the age of puberty until he begins to find his feet a little. Men are very fond of analysing the feelings of their heroines, which they cannot possibly know anything about, while they have little to say of the inner development of their heroes, which is an experience which they have themselves undergone. I should like to try it myself, but it would need blending with fiction, and I never had a spark of imagination. But I have a vivid recollection of what I went through myself. At the time I thought (as everybody thinks) that it was a unique experience; but since I have heard the confidences of my father’s patients I am convinced that it is the common lot. The shrinking, horrible shyness, alternating with occasional absurd fits of audacity which represent the reaction against it, the longing for close friendship, the agonies over imaginary slights, the extraordinary sexual doubts, the deadly fears caused by non-existent diseases, the vague emotion produced by all women, and the half-frightened thrill by particular ones, the aggressiveness caused by fear of being afraid, the sudden blacknesses, the profound self-distrust — I dare bet that you have felt every one of them, Bertie, just as I have, and that the first lad of eighteen whom you see out of your window is suffering from them now. This is all a digression, however, from the fact that I have been six months at home and am weary of it, and pleased at the new development of which I shall have to tell you. The practice here, although unremunerative, is very busy with its three-and-sixpenny visits and guinea confinements, so that both the governor and I have had plenty to do. You know how I admire him, and yet I fear there is little intellectual sympathy between us. He appears to think that those opinions of mine upon religion and politics which come hot from my inmost soul have been assumed either out of indifference or bravado. So I have ceased to talk on vital subjects with him, and, though we affect to ignore it, we both know that there is a barrier there. Now, with my mother — ah, but my mother must have a paragraph to herself. You met her, Bertie! You must remember her sweet face, her sensitive mouth, her peering, short-sighted eyes, her general suggestion of a plump little hen, who is still on the alert about her chickens. But you cannot realise all that she is to me in our domestic life. Those helpful fingers! That sympathetic brain! Ever since I can remember her she has been the quaintest mixture of the housewife and the woman of letters, with the highbred spirited lady as a basis for either character. Always a lady, whether she was bargaining with the butcher, or breaking in a skittish charwoman, or stirring the porridge, which I can see her doing with the porridge-stick in one hand, and the other holding her Revue des deux Mondes within two inches of her dear nose. That was always her favourite reading, and I can never think of her without the association of its browny-yellow cover. She is a very well-read woman is the mother; she keeps up to date in French literature as well as in English, and can talk by the hour about the Goncourts, and Flaubert, and Gautier. Yet she is always hard at work; and how she imbibes all her knowledge is a mystery. She reads when she knits, she reads when she scrubs, she even reads when she feeds her babies. We have a little joke against her, that at an interesting passage she deposited a spoonful of rusk and milk into my little sister’s car-hole, the child having turned her head at the critical instant. Her hands are worn with work, and yet where is the idle woman who has read as much? Then, there is her family pride. That is a very vital portion of the mother. You know how little I think of such things. If the Esquire were to be snipped once and for ever from the tail of my name I should be the lighter for it. But, ma foi! — to use her own favourite expletive — it would not do to say this to her. On the Packenham side (she is a Packenham) the family can boast of some fairly good men — I mean on the direct line — but when we get on the side branches there is not a monarch upon earth who does not roost on that huge family tree. Not once, nor twice, but thrice did the Plantagenets intermarry with us, the Dukes of Brittany courted our alliance, and the Percies of Northumberland intertwined themselves with our whole illustrious record. So in my boyhood she would expound the matter, with hearthbrush in one hand and a glove full of cinders in the other, while I would sit swinging my knickerbockered legs, swelling with pride until my waistcoat was as tight as a sausage skin, as I contemplated the gulf which separated me from all other little boys who swang their legs upon tables. To this day if I chance to do anything of which she strongly approves, the dear heart can say no more than that I am a thorough Packenham; while if I fall away from the straight path, she says with a sigh that there are points in which I take after the Munros. She is broad-minded and intensely practical in her ordinary moods, though open to attacks of romance. I can recollect her coming to see me at a junction through which my train passed, with a six months’ absence on either side of the incident. We had five minutes’ conversation, my head out of the carriage window. “Wear flannel next your skin, my dear boy, and never believe in eternal punishment,” was her last item of advice as we rolled out of the station. Then to finish her portrait I need not tell you, who have seen her, that she is young-looking and comely to be the mother of about thirty-five feet of humanity. She was in the railway carriage and I on the platform the other day. “Your husband had better get in or we’ll go without him,” said the guard. As we went off, the mother was fumbling furiously in her pocket, and I know that she was looking for a shilling. Ah! what a gossip I have been! And all to lead up to the one sentence that I could not have stayed at home this six months if it had not been for the company and the sympathy of my mother. Well, now I want to tell you about the scrape that I got myself into. I suppose that I ought to pull a long face over it, but for the life of me I can’t help laughing. I have you almost up to date in my history now, for what I am going to tell you happened only last week. I must mention no names here even to you; for the curse of Ernulphus, which includes eight and forty minor imprecations, be upon the head of the man who kisses and tells. You must know, then, that within the boundaries of this city there are two ladies, a mother and a daughter, whom I shall call Mrs. and Miss Laura Andrews. They are patients of the governor’s, and have become to some extent friends of the family. Madame is Welsh, charming in appearance, dignified in her manners, and High Church in her convictions. The daughter is rather taller than the mother, but otherwise they are strikingly alike. The mother is thirty-six and the daughter eighteen. Both are exceedingly charming. Had I to choose between them, I think, entre nous, that the mother would have attracted me most, for I am thoroughly of Balzac’s opinion as to the woman of thirty. However, fate was to will it otherwise. It was the coming home from a dance which first brought Laura and me together. You know how easily and suddenly these things happen, beginning in playful teasing and ending in something a little warmer than friendship. You squeeze the slender arm which is passed through yours, you venture to take the little gloved hand, you say good night at absurd length in the shadow of the door. It is innocent and very interesting, love trying his wings in a first little flutter. He will keep his sustained flight later on, the better for the practice. There was never any question of engagements between us, nor any suggestion of harm. She knew that I was a poor devil with neither means nor prospects, and I knew that her mother’s will was her law, and that her course was already marked out for her. However, we exchanged our little confidences, and met occasionally by appointment, and tried to make our lives brighter without darkening those of any one else. I can see you shake your head here and growl, like the comfortable married man that you are, that such relations are very dangerous. So they are, my boy: but neither of us cared, she out of innocence and I out of recklessness, for from the beginning all the fault in the matter was mine. Well, matters were in this state when one day last week a note came up to the Dad saying that Mrs. Andrews’ servant was ill, and would he come at once. The old man had a touch of gout, so I donned my professional coat and sallied forth, thinking that perhaps I might combine pleasure with business, and have a few words with Laura. Sure enough, as I passed up the gravel drive which curves round to the door, I glanced through the drawing-room window, and saw her sitting painting, with her back to the light. It was clear that she had not heard me. The hall door was ajar, and when I pushed it open, no one was in the hall. A sudden fit of roguishness came over me. I pushed the drawing-room door very slowly wider, crept in on tiptoe, stole quietly across, and bending down, I kissed the artist upon the nape of her neck. She turned round with a squeal, and it was the mother! I don’t know whether you have ever been in a tighter corner than that, Bertie. It was quite tight enough for me. I remember that I smiled as I stole across the carpet on that insane venture. I did not smile again that evening. It makes me hot now when I think of it. Well, I made the most dreadful fool of myself. At first, the good lady who (as I think I told you) is very dignified and rather reserved, could not believe her senses. Then, as the full force of my enormity came upon her she reared herself up until she seemed the tallest and the coldest woman I had ever seen. It was an interview with a refrigerator. She asked me what I had ever observed in her conduct which had encouraged me to subject her to such an outrage. I saw, of course, that any excuses upon my part would put her on the right track and give poor Laura away; so I stood with my hair bristling and my top hat in my hand, presenting, I am sure, a most extraordinary figure. Indeed, she looked rather funny herself, with her palette in one hand, her brush in the other, and the blank astonishment on her face. I stammered out something about hoping that she did not mind, which made her more angry than ever. “The only possible excuse for your conduct, sir, is that you are under the influence of drink,” said she. “I need not say that we do not require the services of a medical man in that condition.” I did not try to disabuse her of the idea, for really I could see no better explanation; so I beat a retreat in a very demoralised condition. She wrote a letter to my father about it in the evening, and the old man was very angry indeed. As to the mother, she is as staunch as steel, and quite prepared to prove that poor Mrs. A. was a very deep designing person, who had laid a trap for innocent Johnnie. So there has been a grand row; and not a soul upon earth has the least idea of what it all means, except only yourself as you read this letter. You can imagine that this has not contributed to make life here more pleasant, for my father cannot bring himself to forgive me. Of course, I don’t wonder at his anger. I should be just the same myself. It does look like a shocking breach of professional honour, and a sad disregard of his interests. If he knew the truth he would see that it was nothing worse than a silly ill-timed boyish joke. However, he never shall know the truth. And now there is some chance of my getting something to do. We had a letter to-night from Christie & Howden, the writers to the Signet, saying that they desire an interview with me, in view of a possible appointment. We can’t imagine what it means, but I am full of hopes. I go to-morrow morning to see them, and I shall let you know the result. Good-bye, my dear Bertie! Your life flows in a steady stream, and mine in a broken torrent. Yet I would have every detail of what happens to you.
III. CASA, 15 ottobre 1881.
Senza alcuna figura retorica, devo ammettere di provare grande imbarazzo quando penso a te, Bertie. Ti invio lettere lunghissime, piene di dettagli inutili. Eppure, nonostante le tue risposte gentili e la tua simpatia – che merito così poco – ti ignoro completamente per più di sei mesi. Giuro su questa penna che non accadrà più; questa lettera potrà servire a colmare il divario e a farti conoscere le mie miserie. Tra tutte le persone al mondo, solo tu tieni davvero interesse alle mie vicende. Per cominciare con ciò che è più importante: puoi essere certo che ho prestato la massima attenzione a quanto hai detto nella tua ultima lettera riguardo alla religione. Mi dispiace di non averla con me per riferirmici (l’ho prestata a Charlie), ma credo di ricordarne il contenuto. È vero, come dici tu, che un ateo può essere altrettanto bigotto quanto un ortodosso. E che una persona può essere molto dogmatica nel suo opposizione ai dogmi. Tali persone sono i veri nemici del libero pensiero. Se qualcosa potesse convincermi a tradire la mia ragione, sarebbero certamente quelle immagini blasfeme e stupide pubblicate in alcuni giornali agnostici.
Ma ogni movimento ha i suoi seguaci. Siamo come una cometa: luminosa nella parte anteriore, ma con una coda che si disperde nel nulla. Tuttavia, ognuno può esprimersi liberamente. E non credo che le tue accuse mi riguardino. Io sono semplicemente contrario alla bigottia. La considero altrettanto ingiusta quanto la violenza verso i violenti. Quando si pensa all’effetto devastante che la distorsione dell’istinto religioso ha avuto nella storia del mondo, alle guerre crudeli, ai persecuzioni, agli odi familiari, non si può fare a meno di meravigliarsi che la voce comune dell’umanità non abbia mai considerato la bigottia tra i peccati più gravi. È certo vero che né il vaiolo né la peste hanno causato tanta sofferenza all’umanità.
Non posso essere bigotto, caro mio. Dico sinceramente di rispettare ogni buon cattolico e ogni buon protestante. E riconosco che ognuna di queste fedi sia stata uno strumento potente nelle mani di quella Provvidenza misteriosa che governa tutto. Proprio come nella storia si possono trovare effetti positivi derivanti da crimini, anche in religione, sebbene una credenza si basi su concezioni errate del Creatore e dei suoi modi di agire, può comunque essere la scelta migliore per le persone e l’epoca che l’hanno adottata. Ma se è giusto che coloro a cui tale credenza risulta intellettualmente soddisfacente la seguano, allo stesso modo è giusto che coloro a cui non lo è la protestino. Finché, attraverso questo processo, l’intera umanità possa progredire un po’ di più nel suo lento cammino verso il progresso.
Il cattolicesimo è più completo; il protestantesimo, invece, più razionale. Il protestantesimo si adatta alla civiltà moderna, mentre il cattolicesimo pretende che sia la civiltà ad adattarsi a esso. Le persone passano da un “grande ramo” all’altro, credendo di aver compiuto grandi cambiamenti, quando in realtà l’albero principale è marcio sotto di loro, e entrambi i rami, nella loro forma attuale, finiranno inevitabilmente per distruggersi insieme. Il movimento del pensiero umano, sebbene lento, va comunque verso la verità; le varie religioni che l’uomo abbandona lungo il suo cammino (ognuna ammirevole nel proprio tempo) servono, come boe gettate da una nave in viaggio, a indicare la direzione e la velocità del suo progresso. Ma come posso sapere cosa sia la verità? Non lo so. Tuttavia so molto bene cosa non è. E sicuramente questo rappresenta già un grande traguardo. Non è vero che quella Grande Mente che ha pianificato tutto possa provare gelosia, vendetta, crudeltà o ingiustizia: queste sono qualità umane; quindi il libro che le attribuisce all’Infinito deve anch’esso essere di origine umana. Non è vero che le leggi della Natura siano state capricciosamente alterate, che i serpenti parlino, che le donne si trasformino in sale, che bastoni possano estrarre acqua dalle rocce. Onestamente, se queste cose ci venissero raccontate per la prima volta da adulti, le considereremmo ridicole. Non è vero che la Fonte di tutto il buon senso debba punire un intero popolo per un peccato veniale commesso da una persona morta da tempo, aggiungendo poi ulteriore ingiustizia caricando tutta la colpa su un innocente capro espiatorio. Non vedete forse tutta questa mancanza di giustizia e logica, per non parlare di misericordia, in una concezione del genere? Bertie, come puoi ignorarlo? Allontana per un momento i tuoi occhi dai dettagli e guarda questa idea fondamentale della fede dominante. È davvero coerente con saggezza e misericordia infinite? Se no, cosa ne diventano i dogmi, i sacramenti, l’intero sistema basato su queste premesse errate? Coraggio, amico mio: al momento giusto tutto verrà abbandonato, proprio come una persona che diventa più forte smette di usare il bastone che in passato le è stato di grande aiuto. Ma i suoi cambiamenti non finiranno lì: ciò che oggi sembra impossibile diventerà inevitabile. Non esiste nulla di definitivo. Non può esserci, visto che si tratta dell’Infinito. Tutto ciò che oggi vi sembra troppo avanzato, tra mille anni potrebbe apparire retrattista e conservatore.
Poiché sto parlando di questo argomento, posso aggiungere ancora qualcosa senza annoiarvi? Dite che critiche come la mia siano soltanto distruttive e che non abbia nulla da offrire al posto di ciò che distruggo. Ma questo non è del tutto vero. Credo che esistano alcune verità fondamentali a nostra disposizione, che non richiedono alcuna fede per essere accettate e che siano sufficienti a fornirci una religione pratica, così razionale da attirare gli uomini pensanti verso di sé, anziché allontanarli.
Quando torneremo tutti a queste verità fondamentali e dimostrabili, ci sarà speranza di porre fine alle meschine dispute tra le varie fedi e di includere l’intera umanità in un unico sistema di pensiero.
Quando per la prima volta abbandonai la fede nella quale ero stato educato, provai davvero come se il “cinturone della mia vita” si fosse spezzato. Non esagero dicendo che fossi miserabile e immerso in una totale oscurità spirituale. La giovinezza è troppo piena di energia per permetterlo. Ma ero consapevole di un senso di insoddisfazione, di una costante mancanza di pace interiore, di un vuoto e di una durezza che prima non avevo mai notato nella mia vita. Avevo identificato così strettamente la religione con la Bibbia da non riuscire a concepirle separate. Quando quella base si rivelò falsa, l’intera struttura crollò davanti ai miei occhi. Fu allora che il caro Carlyle venne in mio aiuto; e, in parte grazie a lui, in parte attraverso le mie riflessioni personali, costruii una “piccola capanna” spirituale che da allora mi ha protetto. E che ha anche offerto riparo ad alcuni amici.
La prima cosa importante era comprendere chiaramente che l’esistenza di un Creatore e le indicazioni delle Sue qualità non dipendono affatto dai poeti ebrei, né dalla carta o dall’inchiostro umano. Al contrario, tutti questi tentativi di rappresentarlo in modo distorto finiscono soltanto per umiliarlo, riducendo l’Infinito ai limiti ristretti del pensiero umano. In un’epoca in cui quel pensiero era molto meno spirituale di oggi. Anche le menti più materialistiche dei tempi moderni si ritrarrebbero all’idea di rappresentare la Divinità come qualcuno che ordina esecuzioni di massa o taglia i re a pezzi sugli altari.
Una volta preparato il proprio spirito ad accettare un’idea più elevata (sebbene forse meno concreta) della Divinità, si può procedere a studiarla attraverso le Sue opere, che non possono essere falsificate o manipolate. La natura è la vera rivelazione della Divinità all’uomo. Il campo più vicino a noi è proprio quella pagina ispirata dalla quale possiamo leggere tutto ciò che abbiamo bisogno di sapere.
La saggezza, il potere e i mezzi direzionati verso un fine sono presenti in tutto il disegno della Natura. Quale altra prova vogliamo dunque da un libro? Se l’uomo che osserva le innumerevoli stelle e vede come queste e i loro satelliti si muovano con dignità attraverso il cielo, ognuno seguendo la propria orbita senza interferire con gli altri – se quest’uomo non riesce a comprendere gli attributi del Creatore senza l’aiuto di un libro come quello di Giobbe, allora la sua visione delle cose va al di là della mia comprensione. E non è solo nelle grandi cose che possiamo osservare questa costante cura da parte di una forza intelligente: nulla è troppo piccolo per essere oggetto di tale attenzione. Vediamo il minuscolo proboscide dell’insetto adattato con precisione al calice del fiore, ogni singola peluria e ghiandola con la loro funzione specifica. Che queste strutture siano il risultato di una creazione speciale o di un processo evolutivo non ha importanza: sappiamo che sono nate attraverso l’evoluzione, ma questo ci dice soltanto quale sia la legge alla base di tale fenomeno, non ne spiega il motivo.
Ma se questa forza ha curato con tanta attenzione l’ape, fornendole il sacco del miele e gli strumenti necessari per raccogliere il nettare, e il semplice seme, dotandolo di migliaia di meccanismi che lo aiutano a raggiungere un terreno adatto, allora come possiamo pensare che noi, il prodotto più elevato di tutta questa evoluzione, veniamo trascurati? È assolutamente impossibile. Quest’idea è incompatibile con il disegno della creazione così come lo vediamo. Ripeto: non c’è bisogno di alcuna fede per essere certi dell’esistenza di una Provvidenza attenta e misericordiosa.
E con questa certezza, abbiamo sicuramente tutto ciò che è necessario per una vera religione. Qualunque cosa accada dopo la morte, i nostri doveri sono chiaramente definiti in questa vita; lo standard etico di tutte le credenze concorda al punto che non dovrebbero esserci differenze su questo tema. L’ultima riforma ha semplificato il Cattolicesimo; quella futura semplificherà il Protestantesimo. E quando il mondo sarà pronto, ne arriverà un’altra per semplificare ancora di più le credenze umane. Il cervello umano, in continua evoluzione, ci fornirà sempre nuove e più ampie concezioni della realtà. Non è forse glorioso pensare che l’evoluzione sia ancora attiva oggi? Se abbiamo un antenato nell’ape antropoide, forse i nostri discendenti avranno angeli come antenati.
Beh, onestamente non intendevo affatto causarti tutti questi problemi, Bertie. Pensavo di riuscire a spiegare chiaramente la mia situazione in poche righe. Ma vedi come un argomento possa portare a un altro. Anche ora lascio molte cose inespresse; so con certezza cosa dirai tu: “Se si può attribuire una provvidenza divina alle cose positive della natura, che ne pensi delle cose negative?” È proprio quello che dirai. Basta dire che io tendo a negare l’esistenza del male. Non dirò più nulla sull’argomento; ma se tu ne parlerai di nuovo, sarà solo a tua responsabilità. Ricorderai che quando ho scritto l’ultima volta ero appena tornato da una visita ai Cullingworth ad Avonmouth, e lui aveva promesso di informarmi sui passi che avrebbe intrapreso per placare i suoi creditori. Come previsto, da allora non ho ricevuto alcuna notizia da lui. Ma in modo indiretto ho appreso cosa era successo. Secondo quanto mi è stato raccontato, e che potrebbe essere stato esagerato, Cullingworth ha fatto esattamente ciò che gli avevo consigliato: ha radunato tutti i suoi creditori e li ha informati dettagliatamente sulla sua situazione. Le persone buone sono state così commosse dal racconto di un uomo onesto che lotta contro le avversità, che alcune di loro hanno pianto. Non solo c’è stata piena unanimità nel decidere di rinviare il pagamento dei debiti, ma alcuni hanno persino proposto di contribuire immediatamente per aiutarlo. So che ha lasciato Avonmouth, ma nessuno sa cosa ne sia stato. Si suppone generalmente che sia andato in Inghilterra. È un tipo strano. Ma gli auguro buona fortuna ovunque vada. Tornato a casa, ho ripreso la routine dello studio legale di mio padre, aspettando che succedesse qualcosa. E per sei mesi ho dovuto attendere. Sessi mesi interminabili. Non posso chiedere soldi a mio padre. O, almeno, non riesco a convincermi a prendere anche solo un penny in più dei suoi. So quanto sia difficile per lui mantenere il tetto sopra la nostra testa e pagare il cavallo e la carrozza necessari al suo lavoro. Che spregevole è quel funzionario fiscale che ci estorce qualche sterlina sostenendo che si tratti di un lusso! Possiamo solo continuare ad andare avanti. E non vorrei che per colpa mia lui diventasse anche solo di una sterlina più povero. Ma capisci, Bertie, quanto sia umiliante per un uomo della mia età dover vivere senza un soldo in tasca. Mi influisce in tanti modi insignificanti. Un poveruomo potrebbe farmi un favore, e io devo sembrare scortese ai suoi occhi. Potrei voler regalare un fiore a una ragazza, ma devo accontentarmi di apparire poco galante. Non so perché dovrei vergognarmene. Poiché non è colpa mia. E spero di non farlo vedere a nessun altro. Ma a te, caro Bertie, non mi dispiace ammettere che questo mi danneggia terribilmente l’autostima.
Ho spesso pensato perché alcuni di quegli scrittori non provino a descrivere l’interno mondo di un giovane, dall’età della pubertà fino al momento in cui inizia a trovare il proprio equilibrio. Gli uomini amano molto analizzare i sentimenti delle loro eroine, di cui non possono certo conoscere nulla, mentre hanno poco da dire sullo sviluppo interiore dei loro eroi, un’esperienza che invece hanno vissuta personalmente. Vorrei provare anch’io, ma ci vorrebbe mescolare la fantasia, e io non ho mai avuto nemmeno una scintilla di immaginazione. Tuttavia ricordo vividamente ciò che ho vissuto io stesso. All’epoca pensavo (come tutti) che fosse un’esperienza unica; ma da quando ho ascoltato le confidenze dei pazienti di mio padre, sono convinto che sia una situazione molto comune. Quel timore insopportabile, quelle strane crisi di audacia che ne rappresentano la reazione opposta, quel desiderio di un’amicizia profonda, quelle angosie per offese immaginarie, quei dubbi sessuali esagerati, quegli terribili timori causati da malattie inesistenti, tutte queste emozioni le ho provate anch’io, Bertie, proprio come te. E probabilmente anche il primo ragazzo di diciotto anni che vedi dalla tua finestra ne soffre in questo momento.
Ma questa è una digressione. Il fatto è che sono a casa da sei mesi ormai e ne sono stanco; sono invece felice per le nuove opportunità che mi attendono e delle quali dovrò parlarti. L’attività qui, sebbene poco remunerativa, è molto impegnativa: visite di pochi penny e cure costose, quindi sia io che il governatore abbiamo avuto molto da fare. Sai quanto lo ammiiri, ma temo che tra noi non ci sia molta affinità intellettuale. Lui sembra pensare che le mie opinioni su religione e politica, che vengono direttamente dal profondo del mio cuore, siano frutto di indifferenza o di presunzione. Così ho smesso di parlare con lui di argomenti importanti. E anche se fingiamo di ignorarlo, entrambi sappiamo che c’è un muro tra noi. Ora, per quanto riguarda mia madre, ah, ma di lei parlerò in un paragrafo a parte.
Hai conosciuto lei, Bertie! Devi ricordarti del suo viso dolce, della sua bocca sensibile, dei suoi occhi piccoli e miope. Sembrava proprio una graziosa gallina paffuta, sempre all’erta per proteggere le sue “uova”. Ma non puoi nemmeno immaginare quanto significhi per me nella nostra vita domestica: quelle mani così utili, quel cervello così comprensivo. Da quando la conosco, è sempre stata un’unica e straordinaria combinazione di casalinga e donna di lettere, con le caratteristiche tipiche di una signora di alto rango come base per entrambi i ruoli. Sempre una signora, sia che negoziasse con il macellaio, che aiutasse una domestica impacciata o che mescolasse la pappa. Riesco ancora a vederla mentre lo fa, con il mestolo in una mano e il “Revue des Deux Mondes” a pochi centimetri dal suo naso. Quello era sempre il suo libro preferito. Non riesco mai a pensare a lei senza associarla a quella copertina di colore giallo-brunastro. È davvero una donna molto colta; segue attentamente la letteratura francese e inglese, ed è in grado di parlare per ore dei Goncourt, di Flaubert, di Gautier. Eppure lavora sempre sodo. Come faccia a assorbire tutta quella conoscenza rimane un mistero. Legge mentre lavora a maglia, mentre pulisce. Anche mentre allatta i suoi bambini! Abbiamo persino scherzato su questo: una volta, mentre leggeva un passaggio interessante, ha messo un cucchiaio di pane raffermo e latte nella bocca della mia sorella minore, proprio nel momento in cui lei aveva girato la testa! Le sue mani sono consumate dal lavoro. Eppure, dove mai si troverebbe quella donna pigra che abbia letto tanto quanto lei? E poi c’è il suo orgoglio familiare. Un aspetto fondamentale della sua personalità. Sai quanto poco io tenga in considerazione queste cose. Se il nome “Esquire” venisse mai rimosso dalla mia famiglia, non me ne accorgerei nemmeno. Ma, per l’amor del cielo, non potrei mai dirlo a lei! Nel ramo Packenham della nostra famiglia ci sono stati uomini davvero importanti. Ma anche nei rami collaterali, nessun monarca al mondo può vantare un lignaggio più illustre del nostro. I Plantageneti si sono sposati con noi più volte; i Duchi di Bretagna hanno cercato la nostra alleanza. E i Percies di Northumberland si sono intrecciati nella nostra storia gloriosa. Da bambino, lei mi spiegava tutto questo, mentre teneva in una mano lo spazzolino da camino e nell’altra un pugno di cenere. Io ascoltavo, gonfio d’orgoglio. Fino a quando non mi sentivo così compreso nel nostro lignaggio nobile. Ancora oggi, se faccio qualcosa che le piace molto, lei dice semplicemente che sono davvero un vero Packenham. Ma se devio dal percorso giusto, sospira e dice che in alcuni aspetti assomiglio ai Munros.
Era una ragazza di mente aperta e estremamente pratica nei suoi comportamenti quotidiani, anche se spesso lasciava spazio a momenti di romanticismo. Ricordo che un giorno venne a trovarmi in una stazione, proprio mentre il mio treno stava passando; tra quel momento e il nostro incontro successivo trascorsero sei mesi. Parlammo per cinque minuti, con la mia testa fuori dal finestrino del vagone. “Indossa della flanella direttamente sulla pelle, caro ragazzo. E non credere mai nella punizione eterna,” furono le sue ultime parole prima che il treno lasciasse la stazione. Per completare il ritratto di questa donna – che voi sicuramente avete già conosciuto – devo dire che sembra molto giovane e attraente, nonostante sia madre di un bambino piuttosto grande. Un giorno era sul treno e io sulla banchina; il controllore ci disse: “È meglio che vostro marito salga a bordo, altrimenti partiremo senza di lui.” Mentre il treno si muoveva, lei frugava disperatamente nella sua borsa. So per certo che stava cercando una sterlina.
Ah! Che chiacchierona sono stata. E tutto questo solo per arrivare alla frase fondamentale: in questi sei mesi non sarei mai rimasta a casa, se non fosse stato per la compagnia e il sostegno di mia madre. Ora voglio raccontarvi di quello che mi è successo. Immagino che dovrei fare una faccia seria, ma non riesco proprio a trattenere le risate. Ormai vi ho aggiornato quasi completamente sulla mia storia. Quello che sto per dirvi è accaduto soltanto la scorsa settimana. Devo evitare di menzionare i nomi delle persone coinvolte. Per l’amor di Ernulphus, che include ottantaquattro maledizioni minori. Che il nome di chi parla senza rispetto venga maledetto per sempre.
Dovete sapere che in questa città ci sono due signore: una madre e sua figlia. Le chiamerò semplicemente signora Laura Andrews e signorina Laura Andrews. Sono pazienti del governatore e, in un certo senso, sono diventate amiche della famiglia. La madre è gallese, molto attraente nell’aspetto, dignitosa nei modi. E profondamente devota alla Chiesa Anglicana. La figlia è più alta della madre, ma per il resto le somigliano moltissimo. La madre ha trentasei anni, la figlia diciotto. Entrambe sono estremamente affascinanti. Se dovessi scegliere tra loro, beh, tra noi, direi che la madre mi attirerebbe di più. Perché condivido completamente l’opinione di Balzac sulle donne di trent’anni. Tuttavia, il destino ha deciso altrimenti.
Fu il ritorno a casa dopo una festa che per la prima volta ci fece incontrare, Laura ed io. Sai quanto facilmente e improvvisamente possono accadere queste cose: iniziano con scherzi giocosi e finiscono per diventare qualcosa di un po’ più profondo della semplice amicizia. Stringi il braccio sottile che è intrecciato al tuo, osi prendere quella piccola mano guantata, dici addio con lunghi saluti nell’ombra della porta. È tutto innocente e molto interessante: è come vedere un uccellino che prova per la prima volta a spiegare le ali. Più tardi continuerà il suo volo, e tanto meglio sarà stato l’esercizio. Tra di noi non ci furono mai discussioni su eventuali impegni futuri, né alcun sospetto di malintenzioni. Lei sapeva che ero un poveraccio senza mezzi né prospettive, e io sapevo che la volontà di sua madre era legge per lei. Tuttavia ci scambiavamo piccole confidenze, ci incontravamo di tanto in tanto, cercando di rendere le nostre vite più felici, senza rovinare quelle degli altri. Immagino tu stia scuotendo la testa e borbottando, come quel comodo uomo sposato che sei. Che queste relazioni siano molto pericolose. Lo sono, amico mio. Ma a nessuno dei due importava: lei per innocenza, io per imprudenza. Perché fin dall’inizio tutta la colpa era mia.
Beh, le cose erano in questo stato quando una settimana fa arrivò un biglietto per il padre: la serva della signora Andrews era malata e lo chiedeva di venire subito. Il vecchio soffriva un po’ di gotta, quindi indossai il mio abito da lavoro e uscii. Pensavo che forse avrei potuto combinare piacere e lavoro, e parlare un po’ con Laura. Infatti, mentre passavo lungo il vialetto di ghiaia che si snoda verso la porta, guardai attraverso la finestra del salotto. La vidi seduta a dipingere, con le spalle alla luce. Era evidente che non mi aveva sentito. La porta d’ingresso era semiaperta. Quando la spinsi completamente dentro, non c’era nessuno. All’improvviso mi venne voglia di scherzare. Aprii lentamente la porta del salotto, entrai in punta di piedi, mi avvicinai silenziosamente e, baciai Laura sulla nuca. Lei si girò urlando. E era sua madre!
Non so se tu sia mai stato in una situazione così imbarazzante, Bertie. Per me lo fu davvero. Ricordo di aver sorriso mentre mi muovevo silenziosamente sul tappeto. Quella sera non sorrisi più. Ora, ripensandoci, mi viene la pelle d’oca.
Beh, ho fatto davvero la figura del più grande sciocco. All’inizio, quella gentile signora – che, come credo di avervi detto, è molto dignitosa e piuttosto riservata – non riusciva a credere ai propri occhi. Poi, quando ha compreso tutta la gravità della mia azione, si è comportata in modo tale da sembrare la donna più altezzosa e fredda che avessi mai visto. Era davvero come incontrare un frigorifero! Mi ha chiesto cosa avessi notato nel suo comportamento per giustificare una simile offesa. Ovviamente, se avessi cercato di fornire scuse, avrei solo confermato i suoi sospetti e tradito povera Laura; quindi sono rimasto lì, con i capelli dritti in piedi e il cappello in mano, presentando davvero una figura straordinaria. Anzi, anche lei sembrava piuttosto buffa, con la paletta da pittura in una mano e il pennello nell’altra, e un’espressione di totale stupore sul viso. Ho balbettato qualcosa del tipo “spero non le dispiaccia”, il che l’ha fatta arrabbiare ancora di più. “L’unica spiegazione possibile per il suo comportamento, signore, è che sia sotto l’influenza dell’alcol,” ha detto. “Non c’è bisogno di dire che in quelle condizioni non abbiamo bisogno dei servizi di un medico, ” Non ho cercato di farle cambiare idea, perché davvero non ne vedevo altre. Così me ne sono andato, profondamente demoralizzato. Quella sera lei ha scritto una lettera a mio padre al riguardo, e l’uomo è stato molto arrabbiato. Per quanto riguarda mia madre, è ancora più ferma di prima, pronta a dimostrare che povera signora A. era una persona molto astuta, che aveva preparato una trappola per l’innocente Johnnie. Così c’è stata un’enorme lite. E nessuno al mondo ha la minima idea di cosa tutto questo significhi, tranne voi che state leggendo questa lettera. Potete immaginare che questo non abbia certo reso la vita qui più piacevole. Mio padre semplicemente non riesce a perdonarmi. Certo, non mi meraviglio della sua rabbia. Anche io reagirei allo stesso modo. Sembra davvero una grave violazione dell’onore professionale, e un palese disprezzo nei suoi confronti. Se sapesse la verità, capirebbe che si tratta solo di uno stupido scherzo infantile. Ma lui non saprà mai la verità. E ora c’è la possibilità che io ottenga qualcosa da fare. Stasera abbiamo ricevuto una lettera da Christie & Howden, gli editori della Signet, che desiderano incontrarmi per valutare la possibilità di assumermi. Non possiamo immaginare cosa significhi, ma sono pieno di speranze. Domani mattina andrò a trovarli e vi farò sapere il risultato. Addio, mio caro Bertie. La vostra vita scorre tranquillamente, mentre la mia è un vero caos. Eppure vorrei conoscere ogni dettaglio di ciò che vi succede.
IV. HOME, 1st December, 1881. I may be doing you an injustice, Bertie, but it seemed to me in your last that there were indications that the free expression of my religious views had been distasteful to you. That you should disagree with me I am prepared for; but that you should object to free and honest discussion of those subjects which above all others men should be honest over, would, I confess, be a disappointment. The Freethinker is placed at this disadvantage in ordinary society, that whereas it would be considered very bad taste upon his part to obtrude his unorthodox opinion, no such consideration hampers those with whom he disagrees. There was a time when it took a brave man to be a Christian. Now it takes a brave man not to be. But if we are to wear a gag, and hide our thoughts when writing in confidence to our most intimate —— no, but I won’t believe it. You and I have put up too many thoughts together and chased them where-ever{sic} they would double, Bertie; so just write to me like a good fellow, and tell me that I am an ass. Until I have that comforting assurance, I shall place a quarantine upon everything which could conceivably be offensive to you. Does not lunacy strike you, Bertie, as being a very eerie thing? It is a disease of the soul. To think that you may have a man of noble mind, full of every lofty aspiration, and that a gross physical cause, such as the fall of a spicule of bone from the inner table of his skull on to the surface of the membrane which covers his brain, may have the ultimate effect of turning him into an obscene creature with every bestial attribute! That a man’s individuality should swing round from pole to pole, and yet that one life should contain these two contradictory personalities — is it not a wondrous thing? I ask myself, where is the man, the very, very inmost essence of the man? See how much you may subtract from him without touching it. It does not lie in the limbs which serve him as tools, nor in the apparatus by which he is to digest, nor in that by which he is to inhale oxygen. All these are mere accessories, the slaves of the lord within. Where, then, is he? He does not lie in the features which are to express his emotions, nor in the eyes and ears which can be dispensed with by the blind and deaf. Nor is he in the bony framework which is the rack over which nature hangs her veil of flesh. In none of these things lies the essence of the man. And now what is left? An arched whitish putty-like mass, some fifty odd ounces in weight, with a number of white filaments hanging down from it, looking not unlike the medusae which float in our summer seas. But these filaments only serve to conduct nerve force to muscles and to organs which serve secondary purposes. They may themselves therefore be disregarded. Nor can we stop here in our elimination. This central mass of nervous matter may be pared down on all sides before we seem to get at the very seat of the soul. Suicides have shot away the front lobes of the brain, and have lived to repent it. Surgeons have cut down upon it and have removed sections. Much of it is merely for the purpose of furnishing the springs of motion, and much for the reception of impressions. All this may be put aside as we search for the physical seat of what we call the soul — the spiritual part of the man. And what is left then? A little blob of matter, a handful of nervous dough, a few ounces of tissue, but there — somewhere there — lurks that impalpable seed, to which the rest of our frame is but the pod. The old philosophers who put the soul in the pineal gland were not right, but after all they were uncommonly near the mark. You’ll find my physiology even worse than my theology, Bertie. I have a way of telling stories backwards to you, which is natural enough when you consider that I always sit down to write under the influence of the last impressions which have come upon me. All this talk about the soul and the brain arises simply from the fact that I have been spending the last few weeks with a lunatic. And how it came about I will tell you as clearly as I can. You remember that in my last I explained to you how restive I had been getting at home, and how my idiotic mistake had annoyed my father and had made my position here very uncomfortable. Then I mentioned, I think, that I had received a letter from Christie & Howden, the lawyers. Well, I brushed up my Sunday hat, and my mother stood on a chair and landed me twice on the ear with a clothes brush, under the impression that she was making the collar of my overcoat look more presentable. With which accolade out I sallied into the world, the dear soul standing on the steps, peering after me and waving me success. Well, I was in considerable trepidation when I reached the office, for I am a much more nervous person than any of my friends will ever credit me with being. However, I was shown in at once to Mr. James Christie, a wiry, sharp, thin-lipped kind of man, with an abrupt manner, and that sort of Scotch precision of speech which gives the impression of clearness of thought behind it. “I understand from Professor Maxwell that you have been looking about for an opening, Mr. Munro,” said he. Maxwell had said that he would give me a hand if he could; but you remember that he had a reputation for giving such promises rather easily. I speak of a man as I find him, and to me he has been an excellent friend. “I should be very happy to hear of any opening,” said I. “Of your medical qualifications there is no need to speak,” he went on, running his eyes all over me in the most questioning way. “Your Bachelorship of Medicine will answer for that. But Professor Maxwell thought you peculiarly fitted for this vacancy for physical reasons. May I ask you what your weight is?” “Fourteen stone.” “And you stand, I should judge, about six feet high?” “Precisely.” “Accustomed too, as I gather, to muscular exercise of every kind. Well, there can be no question that you are the very man for the post, and I shall be very happy to recommend you to Lord Saltire.” “You forget,” said I, “that I have not yet heard what the position is, or the terms which you offer.” He began to laugh at that. “It was a little precipitate on my part,” said he; “but I do not think that we are likely to quarrel as to position or terms. You may have heard perhaps of the sad misfortune of our client, Lord Saltire? Not? To put it briefly then, his son, the Hon. James Derwent, the heir to the estates and the only child, was struck down by the sun while fishing without his hat last July. His mind has never recovered from the shock, and he has been ever since in a chronic state of moody sullenness which breaks out every now and then into violent mania. His father will not allow him to be removed from Lochtully Castle, and it is his desire that a medical man should stay there in constant attendance upon his son. Your physical strength would of course be very useful in restraining those violent attacks of which I have spoken. The remuneration will be twelve pounds a month, and you would be required to take over your duties to-morrow.” I walked home, my dear Bertie, with a bounding heart, and the pavement like cotton wool under my feet. I found just eightpence in my pocket, and I spent the whole of it on a really good cigar with which to celebrate the occasion. Old Cullingworth has always had a very high opinion of lunatics for beginners. “Get a lunatic, my boy! Get a lunatic!” he used to say. Then it was not only the situation, but the fine connection that it opened up. I seemed to see exactly what would happen. There would be illness in the family, — Lord Saltire himself perhaps, or his wife. There would be no time to send for advice. I would be consulted. I would gain their confidence and become their family attendant. They would recommend me to their wealthy friends. It was all as clear as possible. I was debating before I reached home whether it would be worth my while to give up a lucrative country practice in order to take the Professorship which might be offered me. My father took the news philosophically enough, with some rather sardonic remark about my patient and me being well qualified to keep each other company. But to my mother it was a flash of joy, followed by a thunderclap of consternation. I had only three under-shirts, the best of my linen had gone to Belfast to be refronted and recuffed, the night-gowns were not marked yet — there were a dozen of those domestic difficulties of which the mere male never thinks. A dreadful vision of Lady Saltire looking over my things and finding the heel out of one of my socks obsessed my mother. Out we trudged together, and before evening her soul was at rest, and I had mortgaged in advance my first month’s salary. She was great, as we walked home, upon the grand people into whose service I was to enter. “As a matter of fact, my dear,” said she, “they are in a sense relations of yours. You are very closely allied to the Percies, and the Saltires have Percy blood in them also. They are only a cadet branch, and you are close upon the main line; but still it is not for us to deny the connection.” She brought a cold sweat out upon me by suggesting that she should make things easy by writing to Lord Saltire and explaining our respective positions. Several times during the evening I heard her murmur complacently that they were only the cadet branch. Am I not the slowest of story-tellers? But you encourage me to it by your sympathetic interest in details. However, I shall move along a little faster now. Next morning I was off to Lochtully, which, as you know, is in the north of Perthshire. It stands three miles from the station, a great gray pinnacled house, with two towers cocking out above the fir woods, like a hare’s ears from a tussock of grass. As we drove up to the door I felt pretty solemn — not at all as the main line should do when it condescends to visit the cadet branch. Into the hall as I entered came a grave learned-looking man, with whom in my nervousness I was about to shake hands cordially. Fortunately he forestalled the impending embrace by explaining that he was the butler. He showed me into a small study, where everything stank of varnish and morocco leather, there to await the great man. He proved when he came to be a much less formidable figure than his retainer — indeed, I felt thoroughly at my ease with him from the moment he opened his mouth. He is grizzled, red-faced, sharp-featured, with a prying and yet benevolent expression, very human and just a trifle vulgar. His wife, however, to whom I was afterwards introduced, is a most depressing person, — pale, cold, hatchet-faced, with drooping eyelids and very prominent blue veins at her temples. She froze me up again just as I was budding out under the influence of her husband. However, the thing that interested me most of all was to see my patient, to whose room I was taken by Lord Saltire after we had had a cup of tea. The room was a large bare one, at the end of a long corridor. Near the door was seated a footman, placed there to fill up the gap between two doctors, and looking considerably relieved at my advent. Over by the window (which was furnished with a wooden guard, like that of a nursery) sat a tall, yellow-haired, yellow-bearded, young man, who raised a pair of startled blue eyes as we entered. He was turning over the pages of a bound copy of the Illustrated London News. “James,” said Lord Saltire, “this is Dr. Stark Munro, who has come to look after you.” My patient mumbled something in his beard, which seemed to me suspiciously like “Damn Dr. Stark Munro!” The peer evidently thought the same, for he led me aside by the elbow. “I don’t know whether you have been told that James is a little rough in his ways at present,” said he; “his whole nature has deteriorated very much since this calamity came upon him. You must not be offended by anything he may say or do.” “Not in the least,” said I. “There is a taint of this sort upon my wife’s side,” I whispered the little lord; “her uncle’s symptoms were identical. Dr. Peterson says that the sunstroke was only the determining cause. The predisposition was already there. I may tell you that the footman will always be in the next room, so that you can call him if you need his assistance.” Well, it ended by lord and lacquey moving off, and leaving me with my patient. I thought that I should lose no time in establishing a kindly relation with him, so I drew a chair over to his sofa and began to ask him a few questions about his health and habits. Not a word could I get out of him in reply. He sat as sullen as a mule, with a kind of sneer about his handsome face, which showed me very well that he had heard everything. I tried this and tried that, but not a syllable could I get from him; so at last I turned from him and began to look over some illustrated papers on the table. He doesn’t read, it seems, and will do nothing but look at pictures. Well, I was sitting like this with my back half turned, when you can imagine my surprise to feel something plucking gently at me, and to see a great brown hand trying to slip its way into my coat pocket. I caught at the wrist and turned swiftly round, but too late to prevent my handkerchief being whisked out and concealed behind the Hon. James Derwent, who sat grinning at me like a mischievous monkey. “Come, I may want that,” said I, trying to treat the matter as a joke. He used some language which was more scriptural than religious. I saw that he did not mean giving it up, but I was determined not to let him get the upper hand over me. I grabbed for the handkerchief; and he, with a snarl, caught my hand in both of his. He had a powerful grip, but I managed to get his wrist and to give it a wrench round, until, with a howl, he dropped my property. “What fun,” said I, pretending to laugh. “Let us try again. Now, you take it up, and see if I can get it again.” But he had had enough of that game. Yet he appeared to be better humoured than before the incident, and I got a few short answers to the questions which I put to him. And here comes in the text which started me preaching about lunacy at the beginning of this letter. WHAT a marvellous thing it is! This man, from all I can learn of him, has suddenly swung clean over from one extreme of character to the other. Every plus has in an instant become a minus. He’s another man, but in the same case. I am told that he used to be (only a few months ago, mind you) most fastidious in dress and speech. Now he is a foul-tongued rough! He had a nice taste in literature. Now he stares at you if you speak of Shakespeare. Queerest of all, he used to be a very high-and-dry Tory in his opinions. He is fond now of airing the most democratic views, and in a needlessly offensive way. When I did get on terms with him at last, I found that there was nothing on which he could be drawn on to talk so soon as on politics. In substance, I am bound to say that I think his new views are probably saner than his old ones, but the insanity lies in his sudden reasonless change and in his violent blurts of speech. It was some weeks, however, before I gained his confidence, so far as to be able to hold a real conversation with him. For a long time he was very sullen and suspicious, resenting the constant watch which I kept upon him. This could not be relaxed, for he was full of the most apish tricks. One day he got hold of my tobacco pouch, and stuffed two ounces of my tobacco into the long barrel of an Eastern gun which hangs on the wall. He jammed it all down with the ramrod, and I was never able to get it up again. Another time he threw an earthenware spittoon through the window, and would have sent the clock after it had I not prevented him. Every day I took him for a two hours’ constitutional, save when it rained, and then we walked religiously for the same space up and down the room. Heh! but it was a deadly, dreary, kind of life. I was supposed to have my eye upon him all day, with a two-hour interval every afternoon and an evening to myself upon Fridays. But then what was the use of an evening to myself when there was no town near, and I had no friends whom I could visit? I did a fair amount of reading, for Lord Saltire let me have the run of his library. Gibbon gave me a couple of enchanting weeks. You know the effect that he produces. You seem to be serenely floating upon a cloud, and looking down on all these pigmy armies and navies, with a wise Mentor ever at your side to whisper to you the inner meaning of all that majestic panorama. Now and again young Derwent introduced some excitement into my dull life. On one occasion when we were walking in the grounds, he suddenly snatched up a spade from a grass-plot, and rushed at an inoffensive under-gardener. The man ran screaming for his life, with my patient cursing at his very heels, and me within a few paces of him. When I at last laid my hand on his collar, he threw down his weapon and burst into shrieks of laughter. It was only mischief and not ferocity; but when that under-gardener saw us coming after that he was off with a face like a cream cheese. At night the attendant slept in a camp-bed at the foot of the patient’s, and my room was next door, so that I could be called if necessary. No, it was not a very exhilarating life! We used to go down to family meals when there were no visitors; and there we made a curious quartette: Jimmy (as he wished me to call him) glum and silent; I with the tail of my eye always twisted round to him; Lady Saltire with her condescending eyelids and her blue veins; and the good-natured peer, fussy and genial, but always rather subdued in the presence of his wife. She looked as if a glass of good wine would do her good, and he as if he would be the better for abstinence; and so, in accordance with the usual lopsidedness of life, he drank freely, and she took nothing but lime-juice and water. You cannot imagine a more ignorant, intolerant, narrow-minded woman than she. If she had only been content to be silent and hidden that small brain of hers, it would not have mattered; but there was no end to her bitter and exasperating clacking. What was she after all but a thin pipe for conveying disease from one generation to another? She was bounded by insanity upon the north and upon the south. I resolutely set myself to avoid all argument with her; but she knew, with her woman’s instinct, that we were as far apart as the poles, and took a pleasure in waving the red flag before me. One day she was waxing eloquent as to the crime of a minister of an Episcopal church performing any service in a Presbyterian chapel. Some neighbouring minister had done it, it seems; and if he had been marked down in a pot house she could not have spoken with greater loathing. I suppose that my eyes were less under control than my tongue, for she suddenly turned upon me with: “I see that you don’t agree with me, Dr. Munro.” I replied quietly that I did not, and tried to change the conversation; but she was not to be shaken off. “Why not, may I ask?” I explained that in my opinion the tendency of the age was to break down those ridiculous doctrinal points which are so useless, and which have for so long set people by the ears. I added that I hoped the time was soon coming when good men of all creeds would throw this lumber overboard and join hands together. She half rose, almost speechless with indignation. “I presume,” said she, “that you are one of those people who would separate the Church from the State?” “Most certainly,” I answered. She stood erect in a kind of cold fury, and swept out of the room. Jimmy began to chuckle, and his father looked perplexed. “I am sorry that my opinions are offensive to Lady Saltire,” I remarked. “Yes, yes; it’s a pity; a pity,” said he “well, well, we must say what we think; but it’s a pity you think it — a very great pity.” I quite expected to get my dismissal over this business, and indeed, indirectly I may say that I did so. From that day Lady Saltire was as rude to me as she could be, and never lost an opportunity of making attacks upon what she imagined to be my opinions. Of these I never took the slightest notice; but at last on an evil day she went for me point-blank, so that there was no getting away from her. It was just at the end of lunch, when the footman had left the room. She had been talking about Lord Saltire’s going up to London to vote upon some question in the House of Lords. “Perhaps, Dr. Munro,” said she, turning acidly upon me, “that is also an institution which has not been fortunate enough to win your approval.” “It is a question, Lady Saltire, which I should much prefer not to discuss,” I answered. “Oh, you might just as well have the courage of your convictions,” said she. “Since you desire to despoil the National Church, it is natural enough that you should wish also to break up the Constitution. I have heard that an atheist is always a red republican.” Lord Saltire rose, wishing, I have no doubt, to put an end to the conversation. Jimmy and I rose also; and suddenly I saw that instead of moving towards the door he was going to his mother. Knowing his little tricks, I passed my hand under his arm, and tried to steer him away. She noticed it, however, and interfered. “Did you wish to speak to me, James?” “I want to whisper in your ear, mother.” “Pray don’t excite yourself, sir,” said I, again attempting to detain him. Lady Saltire arched her aristocratic eyebrows. “I think, Dr. Munro, that you push your authority rather far when you venture to interfere between a mother and her son,” said she. “What was it, my poor dear boy?” Jimmy bent down and whispered something in her ear. The blood rushed into her pale face, and she sprang from him as if he had struck her. Jimmy began to snigger. “This is your doing, Dr. Munro,” she cried furiously. “You have corrupted my son’s mind, and encouraged him to insult his mother.” “My dear! My dear!” said her husband soothingly, and I quietly led the recalcitrant Jimmy upstairs. I asked him what it was that he had said to his mother, but got only chuckles in reply. I had a presentiment that I should hear more of the matter; and I was not wrong. Lord Saltire called me into his study in the evening. “The fact is, doctor,” said he, “that Lady Saltire has been extremely annoyed and grieved about what occurred at lunch to-day. Of course, you can imagine that such an expression coming from her own son, shocked her more than I can tell.” “I assure you, Lord Saltire,” said I, “that I have no idea at all what passed between Lady Saltire and my patient.” “Well,” said he, “without going into details, I may say that what he whispered was a blasphemous wish, most coarsely expressed, as to the future of that Upper House to which I have the honor to belong.” “I am very sorry,” said I, “and I assure you that I have never encouraged him in his extreme political views, which seem to me to be symptoms of his disease.” “I am quite convinced that what you say is true,” he answered; “but Lady Saltire is unhappily of the opinion that you have instilled these ideas into him. You know that it is a little difficult sometimes to reason with a lady. However, I have no doubt that all may be smoothed over if you would see Lady Saltire and assure her that she has misunderstood your views upon this point, and that you are personally a supporter of a Hereditary Chamber.” It put me in a tight corner, Bertie; but my mind was instantly made up. From the first word I had read my dismissal in every uneasy glance of his little eyes. “I am afraid,” said I, “that that is rather further than I am prepared to go. I think that since there has been for some weeks a certain friction between Lady Saltire and myself, it would perhaps be as well that I should resign the post which I hold in your household. I shall be happy, however, to remain here until you have found some one to take over my duties.” “Well, I am sorry it has come to this, and yet it may be that you are right,” said he, with an expression of relief; “as to James, there need be no difficulty about that, for Dr. Patterson could come in tomorrow morning.” “Then to-morrow morning let it be,” I answered. “Very good, Dr. Munro; I will see that you have your cheque before you go.” So there was the end of all my fine dreams about aristocratic practices and wonderful introductions! I believe the only person in the whole house who regretted me was Jimmy, who was quite downcast at the news. His grief, however, did not prevent him from brushing my new top-hat the wrong way on the morning that I left. I did not notice it until I reached the station, and a most undignified object I must have looked when I took my departure. So ends the history of a failure. I am, as you know, inclined to fatalism, and do not believe that such a thing as chance exists; so I am bound to think that this experience was given to me for some end. It was a preliminary canter for the big race, perhaps. My mother was disappointed, but tried to show it as little as possible. My father was a little sardonic over the matter. I fear that the gap between us widens. By the way, an extraordinary card arrived from Cullingworth during my absence. “You are my man,” said he; “mind that I am to have you when I want you.” There was no date and no address, but the postmark was Bradfield in the north of England. Does it mean nothing? Or may it mean everything? We must wait and see. Good-bye, old man. Let me hear equally fully about your own affairs. How did the Rattray business go off?
IV. CASA, 1° dicembre 1881.
Forse ti sto facendo un torto, Bertie, ma dalle tue ultime parole mi è sembrato che l’espressione libera delle mie opinioni religiose non ti fosse gradita. Sono preparato ad accettare il fatto che tu possa dissentire da me; ma che tu possa opporarti a una discussione libera e onesta su argomenti di cui, più di ogni altra cosa, gli uomini dovrebbero parlare apertamente, beh, devo ammettere che sarebbe deludente. Nel mondo comune, chi ha opinioni non convenzionali si trova in svantaggio: mentre a lui verrebbe considerato molto maleducato imporre le proprie idee, coloro con cui dissente non sono soggetti a tali restrizioni. C’è stato un tempo in cui essere cristiani richiedeva coraggio; oggi, invece, richiede coraggio non esserlo. Ma se dobbiamo metterci una morsa sulla bocca e nascondere i nostri pensieri quando scriviamo confidenzialmente alle persone più care, no, non ci credo. Tu ed io abbiamo condiviso così tante idee insieme, Bertie; quindi scrivimi semplicemente come un buon amico e dimmi che sono uno sciocco. Finché non avrò questa rassicurazione, eviterò di scriverti qualsiasi cosa potrebbe offenderti.
Non ti sembra strano, Bertie, che la follia sia qualcosa di davvero inquietante? È una malattia dell’anima. Pensare che un uomo di nobile animo, pieno di nobili aspirazioni, possa trasformarsi, a causa di un semplice fattore fisico – come la caduta di un frammento osseo dal cranio sulla membrana che ricopre il cervello – in una creatura oscena, dotata di tutti gli attributi più bestiali. Non è forse straordinario che l’individualità di una persona possa cambiare radicalmente, e che una singola vita possa contenere due personalità così contraddittorie?
Mi chiedo: dove si trova l’uomo, l’essenza più profonda e vera dell’uomo? Vedete quante cose si possono togliere da lui senza che ciò influisca sulla sua essenza stessa. Non risiede nelle membra che gli servono come strumenti, né nell’apparato digestivo, né in quello respiratorio. Tutti questi sono soltanto accessori, schiavi di quella forza interiore che governa il suo essere. Allora, dove si trova? Non risiede nemmeno nei tratti del viso che servono a esprimere le sue emozioni, né negli occhi e nelle orecchie che i ciechi e i sordi possono benissimo fare a meno. Né tantomeno nel guscio osseo che costituisce il “scheletro” su cui la natura appoggia il proprio velo di carne. In nessuna di queste cose risiede l’essenza vera dell’uomo. E allora, cosa rimane? Una massa bianca e molliccia, pesante circa cinquanta once, con alcuni filamenti bianchi che ne pendono; assomiglia un po’ alle meduse che galleggiano nei nostri mari estivi. Ma questi filamenti servono soltanto a trasmettere le impulsi nervosi ai muscoli e agli organi che svolgono funzioni secondarie. Quindi possono anche essere ignorati. E non possiamo fermarci qui nella nostra analisi: questa massa centrale di tessuto nervoso può essere ulteriormente ridotta su tutti i lati, prima ancora di arrivare davvero al cuore dell’anima stessa.
I suicidi hanno distrutto le parti anteriori del cervello, e coloro che li hanno compiuti hanno poi vissuto per pentirsene. I chirurghi hanno intervenuto per rimuovere alcune di queste strutture. Gran parte di esse serve semplicemente a garantire i movimenti del corpo e ad assorbire le informazioni sensoriali. Tutto ciò, tuttavia, può essere messo da parte se cerchiamo il luogo fisico in cui risiede quella che chiamiamo anima, la parte spirituale dell’uomo. E allora cosa rimane? Una piccola massa di materia, un insieme di tessuti nervosi. Ma là, da qualche parte, si nasconde quel seme intangibile; il resto del nostro corpo non è altro che il guscio che lo racchiude. Gli antichi filosofi che ritenevano l’anima situata nella ghiandola pineale non avevano ragione, ma in fondo erano molto vicini alla verità.
Troverai che la mia fisiologia è ancora peggiore della mia teologia, Bertie. Ho l’abitudine di raccontare le storie al contrario; il che è del tutto naturale, se si considera che mi siedo sempre a scrivere sotto l’influenza delle ultime impressioni che ho ricevuto. Tutte queste discussioni sulla coscienza e sul cervello derivano semplicemente dal fatto che ho trascorso le ultime settimane con un pazzo. E come sia successo, te lo racconterò il più chiaramente possibile.
Ricorderai che nella mia ultima lettera ti avevo detto quanto fossi diventato irrequieto a casa, e come il mio errore idiota avesse infastidito mio padre, rendendo la mia situazione qui molto scomoda. Poi ho menzionato di aver ricevuto una lettera dagli avvocati Christie & Howden. Beh, mi sono messo il cappello della domenica e mia madre, salita su una sedia, mi ha schiaffeggiato due volte all’orecchio con un pettine, convinta che così avrebbe reso il colletto del mio cappotto più presentabile. Con questo “saluto” sono uscito nel mondo. Mentre lei stava ancora sulle scale, a guardarmi e a augurarmi successo.
Beh, ero piuttosto nervoso quando sono arrivato in ufficio, perché sono una persona molto più ansiosa di quanto qualsiasi mio amico sia disposto ad ammettere. Tuttavia, mi hanno subito fatto entrare da Mr. James Christie: un uomo magro, deciso, con le labbra sottili e un modo di fare brusco; parlava con quella precisione tipica degli scozzesi che dà l’impressione di una mente chiara e lucida.
“Ho saputo dal Professor Maxwell che state cercando un lavoro, Mr. Munro,” disse.
Maxwell aveva detto che mi avrebbe aiutato se possibile; ma ricorderete sicuramente che era noto per fare promesse con troppa facilità. Parlo di una persona così com’è realmente: per me è stato un ottimo amico.
“Sarei molto felice di conoscere eventuali opportunità,” risposi.
“Per quanto riguarda le vostre qualifiche mediche, non c’è bisogno di dirlo. Il vostro diploma di laurea in medicina è più che sufficiente. Ma il Professor Maxwell ritiene che siate particolarmente adatti a questa posizione, per motivi fisici. Posso chiedervi quanto pesate?”
“Quattordici stone.”
“E altezza, circa sei piedi, giusto?”
“Esatto.”
“Inoltre, sembra che pratichiate regolarmente ogni tipo di esercizio fisico. Bene, non c’è dubbio che siate proprio la persona adatta per questo incarico. Sarò molto felice di raccomandarvi a Lord Saltire.”
“Dimenticate una cosa, ” dissi. “Non so ancora quali siano le mansioni o le condizioni offerte.”
Lui rise. “È stato un po’ prematuro da parte mia. Ma non credo che ci saranno problemi riguardo a posizione e retribuzione. Avrete sicuramente sentito parlare della tragica sfortuna del nostro cliente, Lord Saltire. No? Per farla breve: suo figlio, l’Hon. James Derwent, erede di tutte le proprietà e unico figlio, è morto per un colpo di sole mentre pescava senza cappello lo scorso luglio. Da allora non si è più ripreso; soffre di una depressione cronica che ogni tanto si trasforma in crisi violente di follia. Suo padre non vuole che venga portato via dal castello di Lochtully, e desidera che un medico rimanga lì a prendersi cura di lui costantemente. La vostra forza fisica sarebbe sicuramente molto utile per controllare quelle crisi. La retribuzione sarà di dodici sterline al mese; dovreste iniziare domani stesso.”
Tornai a casa con il cuore pieno di gioia; sembrava che il marciapiede fosse fatto di cotone sotto i miei piedi. Avevo in tasca soltanto otto penny, e li spendetti tutti per un ottimo sigaro, da festeggiare quell’occasione. Il vecchio Cullingworth aveva sempre avuto una grande stima dei “pazzi”, “Prenditi un pazzo, ragazzo mio! Prenditi un pazzo!” diceva spesso. Quella situazione non solo rappresentava un’opportunità, ma apriva anche nuove possibilità: sembrava che potessi prevedere esattamente ciò che sarebbe accaduto. Ci sarebbero stati problemi di salute nella famiglia, forse il lord stesso o sua moglie. Non ci sarebbe stato tempo per chiedere consigli. Mi avrebbero consultato. Avrei guadagnato la loro fiducia e diventato il loro assistente personale. Mi avrebbero raccomandato ai loro amici ricchi. Tutto sembrava così chiaro. Prima di arrivare a casa, riflettei se valesse la pena rinunciare a una redditizia pratica medica in campagna per accettare quella cattedra che mi veniva offerta.
Mio padre accolse la notizia con filosofia, facendo anche qualche commento sarcastico sul fatto che io e il mio paziente fossimo “perfettamente adatti a farci compagnia a vicenda”. Ma per mia madre fu un momento di gioia, seguito subito dopo da un attacco di panico. Avevo soltanto tre magliette intime; i miei migliori indumenti erano stati mandati a Belfast per essere rinfrescati e riparati; le camicie da notte non erano ancora state confezionate. C’erano una dozzina di quelle difficoltà domestiche di cui gli uomini nemmeno pensano. L’idea che Lady Saltire controllasse i miei vestiti e scoprisse che uno dei miei calzini aveva la suola staccata la tormentava terribilmente. Andammo insieme a fare le compere, e prima della sera lei si rasserenò, ma io avevo già ipotecato il mio primo stipendio. Mentre tornavamo a casa, lei parlava con grande ammirazione delle persone importanti alle cui dipendenze sarei entrato, “In realtà,” disse, “in un certo senso sono anche tuoi parenti. Sei strettamente legato alla famiglia Percy, e anche i Saltire hanno sangue Percy nelle vene. Sono solo una branca minore della famiglia, ma non possiamo negare questo legame, ” Quel pensiero mi fece sudare freddo. Lei addirittura suggerì di scrivere a Lord Saltire per spiegargli la situazione. Durante la serata, più volte sentii lei mormorare compiaciuta che loro fossero soltanto una branca minore della famiglia.
Non sono forse il narratore più lento di tutti? Ma voi mi incoraggiate a continuare, dimostrando un interesse sincero per i dettagli. Comunque, ora procederò un po’ più velocemente. La mattina seguente partii per Lochtully, che, come sapete, si trova nel nord del Perthshire. Dista tre miglia dalla stazione: è una grande casa grigia con guglie, con due torri che sporgono sopra i boschi di abeti, simili alle orecchie di un coniglio che spuntano da un ciuffo d’erba. Mentre ci avvicinavamo alla porta, mi sentii piuttosto solenne. Niente affatto come si dovrebbe sentirsi quando una linea ferroviaria principale “si degrada” a visitare una filiale minore. Appena entrai nell’atrio, comparve un uomo dall’aspetto serio e colto; per via della mia nervosità, stavo per stringergli calorosamente la mano. Fortunatamente lui mi precedette, spiegando di essere il maggiordomo. Mi portò in uno studio piccolo, dove tutto puzzava di vernice e cuoio di marocchino. L’uomo che arrivò poco dopo si rivelò molto meno imponente del suo maggiordomo; anzi, mi sentii subito a mio agio con lui non appena iniziò a parlare. Era un uomo dai capelli grigi, con il viso rosso e tratti marcati; aveva uno sguardo curioso, ma al contempo benevolo. Molto umano, ma anche un po’ volgare. Sua moglie, invece. Era una persona davvero deprimente: pallida, fredda, con il viso squadrato e le palpebre pendule; inoltre, le vene blu delle tempie erano molto evidenti. Mi fece sentire di nuovo a disagio. Tuttavia, ciò che mi interessava di più era vedere il mio paziente. Lord Saltire mi portò nella sua stanza dopo aver bevuto una tazza di tè. La stanza era grande e spoglia, situata alla fine di un lungo corridoio; vicino alla porta c’era un valletto. Sembrava molto sollevato dal mio arrivo. Accanto alla finestra (che era protetta da una griglia di legno, come quelle delle nursery) sedeva un giovane alto, con i capelli e la barba gialli; alzò gli occhi blu, sorpresi, quando entrammo. Stava sfogliando un numero dell’Illustrated London News. “James,” disse Lord Saltire, “questo è il dottor Stark Munro. È venuto a prendersi cura di te.” Il mio paziente mormorò qualcosa tra la barba. A me sembrò che dicesse: “Maledetto dottor Stark Munro, ” Anche il lord sembrava pensarla allo stesso modo, perché mi portò da parte e disse: “Non so se vi abbiano detto che James al momento è un po’ brusco nel suo comportamento. La sua natura è peggiorata molto dopo quell’incidente. Non dovete offendervi per nulla di ciò che potrebbe dire o fare, ” “Assolutamente no,” risposi. “C’è qualcosa del genere anche nella mia moglie. I sintomi di suo zio erano identici. Il dottor Peterson dice che l’insolazione è stata solo la causa scatenante. La predisposizione c’era già, ” “Il valletto sarà sempre nella stanza accanto. Potete chiamarlo se avete bisogno di aiuto,” aggiunse il lord.
Beh, alla fine il signore e il suo servitore se ne andarono, lasciandomi da solo con il mio paziente. Pensai che non dovesse perdere tempo a stabilire un rapporto cordiale con lui, così mi avvicinai al suo divano con una sedia e iniziai a fargli alcune domande sulla sua salute e sulle sue abitudini. Ma non riuscii a ottenere nemmeno una parola in risposta. Se ne stava lì, cupo come un mulo, con un certo sorriso beffardo sul viso attraente, il che mi fece capire chiaramente che aveva sentito tutto ciò che avevo detto. Provai di tutto, ma senza successo; alla fine smisi di cercare di comunicare con lui e iniziai a guardare alcuni giornali illustrati sul tavolo. A quanto pare non sapeva leggere e si accontentava di guardare le immagini. Mentre ero così seduto, con la schiena rivolta verso di lui, fui sorpreso quando sentii qualcosa che mi tirava dolcemente, e vidi una grande mano marrone cercare di infilarsi nella mia tasca del cappotto. Afferrai il polso e mi girai rapidamente, ma ormai era troppo tardi: il mio fazzoletto era già stato preso e nascosto dietro il signor James Derwent, che se ne stava lì a ridere come una scimmia dispettosa.
“Ehi, forse mi serve quel fazzoletto,” dissi, cercando di prendere la cosa alla leggera.
Lui usò parole piuttosto volgari, e fu chiaro che non aveva intenzione di restituirmelo. Decisi quindi di non lasciargli prendere il sopravvento su di me; afferrai di nuovo il fazzoletto, ma lui, con un ringhio, mi prese entrambe le mani. Aveva una presa molto forte, ma riuscii comunque a girargli il polso e a farlo mollare il fazzoletto.
“Che divertimento, ” dissi, fingendo di ridere. “Proviamo ancora. Ora tu prendilo, e vediamo se riesco a riprenderlo.”
Ma lui non aveva più voglia di giocare a quel gioco. Tuttavia sembrava essere di umore migliore rispetto a prima, e rispose brevemente alle mie domande.
Ed è qui che entra in scena il racconto che mi ha spinto a parlare della follia all’inizio di questa lettera. Che cosa meravigliosa! Quest’uomo, da quanto ho potuto capire, è passato improvvisamente da un estremo all’altro: tutto ciò che prima era positivo è diventato negativo. È un altro uomo, ma nella stessa situazione. Mi hanno detto che pochi mesi fa era molto attento nel modo in cui si vestiva e parlava; ora invece è una persona volgare e scortese. Prima aveva un buon gusto letterario, ora, se parli di Shakespeare, ti guarda con disprezzo. La cosa più strana è che prima era un conservatore convinto, ora invece esprime opinioni democratiche in modo offensivo e superfluo. Quando finalmente riuscii a stabilire un rapporto con lui, scoprii che l’unico argomento su cui era disposto a parlare era la politica. In sostanza, devo dire che penso che le sue nuove opinioni siano probabilmente più sensate delle vecchie, ma la follia sta nel suo cambiamento improvviso e irrazionale, e nelle sue espressioni violente e incontrollate.
Trascorsero alcune settimane prima che riuscissi ad ottenere la sua fiducia al punto di poter avere con lui vere e proprie conversazioni. Per molto tempo fu molto cupo e sospettoso, risentito della costante sorveglianza a cui ero sottoposto. Non era possibile allentare questa sorveglianza, poiché era pieno di trucchi davvero dispettosi. Un giorno prese il mio sacchetto del tabacco e ci infilò due once di tabacco dentro la canna lunga di un fucile orientale appeso al muro; poi lo chiuse a fondo con il calcio, e io non riuscii mai più a riaprirlo. Un’altra volta gettò fuori dalla finestra uno spazzolino di terracotta; se non l’avessi fermato, avrebbe anche mandato via l’orologio. Ogni giorno lo portavo a fare una passeggiata di due ore, tranne quando pioveva; in quei casi camminavamo avanti e indietro nella stanza per lo stesso periodo di tempo. Eh, ma era davvero una vita noiosa e monotona!
Avrei dovuto tenerlo d’occhio tutto il giorno, con un intervallo di due ore ogni pomeriggio e la sera libera solo di venerdì. Ma a che serviva avere la sera libera se non c’era nessuna città nelle vicinanze e non avevo amici da visitare? Leggevo molto, poiché Lord Saltire mi permetteva di usare la sua biblioteca; Gibbon mi fece trascorrere alcune settimane davvero incantevoli. Sai l’effetto che ha. Ti sembra di fluttuare serenamente su una nuvola, guardando giù tutte quelle “armate e flotte di pigmei”, con un saggio mentore al tuo fianco che ti sussurra il significato nascosto di tutto quel panorama maestoso.
Di tanto in tanto, il giovane Derwent portava un po’ di eccitazione nella mia noiosa vita. Una volta, mentre camminavamo nel giardino, afferrò improvvisamente una pala da un angolo erboso e si scagliò contro un innocuo giardiniere; l’uomo fuggì urlando per salvarsi la vita, mentre io lo inseguivo imprecando. Alla fine riuscii ad afferrarlo per il colletto; lui gettò via l’arma e scoppiò a ridere. Era solo uno scherzo, niente di serio. Ma quando quel giardiniere ci vide arrivare, scappò via con la faccia bianca come il formaggio cremoso. Di notte, l’assistente dormiva in una brandina ai piedi del letto del paziente; la mia stanza era accanto, quindi potevo essere chiamato se necessario. No, davvero non era una vita molto emozionante!
Noi avevamo l’abitudine di partecipare ai pasti familiari quando non c’erano ospiti; e lì formavamo un curioso quartetto: Jimmy (così lui voleva che lo chiamassi) era cupo e silenzioso; io, con la coda dell’occhio, lo osservavo costantemente; Lady Saltire, con i suoi occhi sprezzanti e le vene bluastre; e il gentile nobiluomo, esigente ma affabile, che tuttavia si comportava sempre in modo piuttosto deferente di fronte a sua moglie. Lei sembrava pensare che un bicchiere di buon vino le farebbe bene, mentre lui pareva trarre vantaggio dall’astinenza; e così, secondo la solita asimmetria della vita, lui beveva liberamente, mentre lei si limitava a bere succo di lime e acqua. Non si può immaginare una donna più ignorante, intollerante e bigotta di lei. Se solo fosse stata contenta di tenere quel suo piccolo cervello in silenzio. Ma non smetteva mai di parlare in modo amaro e esasperante. Che cos’era, in fondo, se non un semplice canale attraverso cui la malattia veniva trasmessa da una generazione all’altra? Era circondata dalla follia su entrambi i lati. Decisi fermamente di evitare qualsiasi discussione con lei; ma lei, con l’intuito tipico delle donne, capì che eravamo completamente diversi e si divertiva a provocarmi. Un giorno iniziò a parlare con grande veemenza del crimine commesso da un ministro di una chiesa episcopale nel celebrare un rito in una cappella presbiteriana. A quanto pare, un ministro vicino aveva fatto lo stesso; e se fosse stato punito severamente, lei non avrebbe potuto esprimere maggiore disprezzo. Immagino che i miei occhi fossero meno sotto controllo della mia lingua, perché all’improvviso mi disse: “Vedo che non sono d’accordo con me, Dottor Munro.” Risposi tranquillamente di no e cercai di cambiare argomento; ma lei non voleva lasciar perdere. “Perché no, potrei chiedervi?” Spiegai che, a mio parere, la tendenza dell’epoca era quella di eliminare quei punti dottrinali ridicoli e inutili che da tanto tempo ostacolavano il progresso delle persone. Aggiunsi che speravo che presto arrivasse il momento in cui uomini buoni di tutte le fedi avrebbero abbandonato queste superstizioni e unito le loro forze. Lei si alzò quasi indignata, senza riuscire a parlare, “Presumo,” disse, “che voi siate uno di quei persone che vogliono separare la Chiesa dallo Stato, ” “Certamente sì,” risposi. Si erse in piedi, con un’aria di fredda furia, e uscì dalla stanza. Jimmy iniziò a ridacchiare, mentre suo padre sembrava perplesso. “Mi dispiace che le mie opinioni possano offendere Lady Saltire,” dissi. “Sì, sì, è un peccato, davvero un peccato,” disse lui, “Beh, dobbiamo dire ciò che pensiamo, ma è davvero un peccato che la pensiate così, ”
Mi aspettavo davvero di essere licenziato a causa di questa faccenda, e in effetti, in un certo senso, ciò è accaduto. Da quel giorno in poi, Lady Saltire fu estremamente scortese con me, non perdendo mai l’occasione per attaccare ciò che riteneva fossero le mie opinioni. Non ho mai dato la minima importanza a queste critiche; ma alla fine, in un giorno particolarmente difficile, lei affrontò l’argomento direttamente, senza lasciarmi scampo. Era appena finito il pranzo, quando il servitore se n’era andato. Lei stava parlando del fatto che Lord Saltire fosse andato a Londra per votare su una questione alla Camera dei Lord.
“Forse,” disse lei, rivolgendosi a me con tono acido, “anche questa è un’instituzione che non ha avuto la fortuna di guadagnarsi il vostro favore.”
“Si tratta di una questione su cui preferirei non discutere affatto, Lady Saltire,” risposi.
“Oh, allora dovreste avere almeno il coraggio delle vostre convinzioni,” disse lei. “Poiché desiderate distruggere la Chiesa Nazionale, è del tutto naturale che vogliate anche sovvertire la Costituzione. Ho sentito dire che un ateo sia sempre un repubblicano radicale.”
Lord Saltire raccolse le rose, desiderando, senza dubbio, porre fine a quella conversazione. Anche io e Jimmy ci alzammo; all’improvviso notai che, invece di dirigersi verso la porta, stava andando da sua madre. Conoscendo i suoi piccoli trucchi, gli passai un braccio sotto il suo e cercai di deviarlo. Tuttavia lei se ne accorse e intervenne.
“Volevi parlarmi, James?”
“Voglio sussurrarti qualcosa all’orecchio, madre.”
“Per favore, non agitarti troppo, signore,” dissi, cercando di trattenerlo ancora una volta. Lady Saltire sollevò le sue aristocratiche sopracciglia.
“Credo, dottor Munro, che stiate esagerando con la vostra autorità, interferendo tra una madre e suo figlio,” disse. “Di cosa si tratta, mio povero caro ragazzo?”
Jimmy si chinò e le sussurrò qualcosa all’orecchio. Il sangue le affluì al viso pallido, e lei si allontanò da lui come se l’avesse offesa gravemente. Jimmy iniziò a ridacchiare.
“È tutta colpa tua, dottor Munro,” gridò furiosamente. “Hai corrotto la mente di mio figlio e lo hai incoraggiato ad insultare sua madre.”
“Mia cara, mia cara, ” disse suo marito in tono rassicurante; io, intanto, portai via Jimmy al piano di sopra. Gli chiesi cosa avesse detto a sua madre, ma ricevetti solo risate in risposta.
Avevo la sensazione che avrei sentito parlare ancora di questa faccenda; e non mi sbagliavo. La sera, Lord Saltire mi chiamò nel suo studio.
“La verità è,” disse, “che Lady Saltire è stata estremamente infastidita e addolorata per quanto è accaduto a pranzo oggi. Ovviamente, potete immaginare che un simile commento proveniente dal proprio figlio l’abbia scioccata molto di più di quanto possa esprimere.”
“Vi assicuro, Lord Saltire,” risposi, “che non ho la minima idea di ciò che sia accaduto tra Lady Saltire e il mio paziente.”
“Beh,” disse lui, “senza entrare nei dettagli, posso dire che ciò che ha sussurrato era un desiderio blasfemo, espresso in modo estremamente volgare, riguardo al futuro di quella Camera Alta a cui ho l’onore di appartenere.”
“Mi dispiace molto,” dissi, “e vi assicuro che non ho mai incoraggiato le sue estreme opinioni politiche, che a mio parere sono solo sintomi della sua malattia.”
“Sono completamente convinto che ciò che dite sia vero,” rispose; “ma Lady Saltire ritiene, purtroppo, che siate stato voi ad instillargli queste idee. Sapete bene quanto possa essere difficile ragionare con una signora. Tuttavia, non ho dubbi che tutto possa essere risolto se vi incontraste con Lady Saltire e le spiegateetevi che ha frainteso le vostre posizioni su questo argomento, e che personalmente siete a favore di un Parlamento Ereditario.”
Mi trovavo in una situazione difficile, Bertie. Ma decisi immediatamente. Fin dalla prima frase che avevo letto, avevo intuito che la mia destituzione fosse inevitabile, da ogni suo sguardo ansioso e preoccupato.
“Temo,” dissi, “che questo vada oltre ciò che sono disposto a fare. Ritenendo che da alcune settimane esista una certa tensione tra Lady Saltire e me, forse sarebbe meglio che mi dimettessi dal ruolo che ricopro nella vostra casa. Tuttavia, sarò felice di rimanere qui finché non avrete trovato qualcuno per sostituirmi.”
“Beh, mi dispiace che sia arrivato a questo punto, ma forse hai ragione,” disse lui, con un’espressione di sollievo; “per quanto riguarda James, non ci dovrebbero essere problemi, perché il dottor Patterson potrebbe venire domani mattina.”
“Allora facciamolo domani mattina,” risposi.
“Molto bene, dottor Munro; mi assicurerò che tu riceva il tuo assegno prima di partire.”
E così finirono tutti i miei bei sogni riguardanti le pratiche aristocratiche e le meravigliose presentazioni. Credo che l’unica persona in tutta la casa a cui dispiacesse per me fosse Jimmy, che sembrava davvero molto triste alla notizia. Tuttavia, il suo dolore non gli impedì di sistemarmi male il nuovo cappello quella mattina, quando partii. Me ne accorsi solo arrivato alla stazione. E devo dire che dovevo avere un aspetto davvero poco dignitoso in quel momento.
Ecco come finisce la storia di un fallimento. Come sapete, sono incline al fatalismo e non credo che esista qualcosa come il caso; quindi devo pensare che questa esperienza mi sia stata data per qualche motivo preciso. Forse era solo una sorta di preparazione per una “grande gara” futura. Mia madre è rimasta delusa, ma ha cercato di non farlo vedere. Mio padre, invece, si è mostrato un po’ sarcastico al riguardo. Temo che il divario tra noi stia aumentando. A proposito, durante la mia assenza è arrivata una lettera straordinaria da Cullingworth: “Tu sei il mio uomo”, diceva; “ricorda che ti avrò quando ne avrò bisogno”. Non c’era data né indirizzo, ma il timbro postale indicava Bradfield, nel nord dell’Inghilterra. Significa nulla? O forse significa tutto? Dobbiamo aspettare e vedere. Addio, vecchio mio. Raccontami anche tu in dettaglio cosa ti è successo. Com’è andata a finire quella faccenda con Rattray?
V. MERTON ON THE MOORS, 5th March, 1882. I was so delighted, my dear chap, to have your assurance that nothing that I have said or could say upon the subject of religion could offend you. It is difficult to tell you how pleased and relieved I was at your cordial letter. I have no one to whom I can talk upon such matters. I am all driven inwards, and thought turns sour when one lets it stagnate like that. It is a grand thing to be able to tell it all to a sympathetic listener — and the more so perhaps when he looks at it all from another standpoint. It steadies and sobers one. Those whom I love best are those who have least sympathy with my struggles. They talk about having faith, as if it could be done by an act of volition. They might as well tell me to have black hair instead of red. I might simulate it perhaps by refusing to use my reason at all in religious matters. But I will never be traitor to the highest thing that God has given me. I WILL use it. It is more moral to use it and go wrong, than to forego it and be right. It is only a little foot-rule, and I have to measure Mount Everest with it; but it’s all I have, and I’ll never give it up while there’s breath between my lips. With all respect to you, Bertie, it is very easy to be orthodox. A man who wanted mental peace and material advancement in this world would certainly choose to be so. As Smiles says—”A dead fish can float with the stream, but it takes a man to swim against it.” What could be more noble than the start and the starter of Christianity? How beautiful the upward struggle of an idea, like some sweet flower blossoming out amongst rubble and cinders! But, alas! to say that this idea was a final idea! That this scheme of thought was above the reason! That this gentle philosopher was that supreme intelligence to which we cannot even imagine a personality without irreverence! — all this will come to rank with the strangest delusions of mankind. And then how clouded has become that fine daybreak of Christianity! Its representatives have risen from the manger to the palace, from the fishing smack to the House of Lords. Nor is that other old potentate in the Vatican, with his art treasures, his guards, and his cellars of wine in a more logical position. They are all good and talented men, and in the market of brains are worth perhaps as much as they get. But how can they bring themselves to pose as the representatives of a creed, which, as they themselves expound it, is based upon humility, poverty, and self-denial? Not one of them who would not quote with approval the parable of the Wedding Guest. But try putting one of them out of their due precedence at the next Court reception. It happened some little time ago with a Cardinal, and England rang with his protests. How blind not to see how they would spring at one leap into the real first place if they would but resolutely claim the last as the special badge of their master! What can we know? What are we all? Poor silly half-brained things peering out at the infinite, with the aspirations of angels and the instincts of beasts. But surely all will be well with us. If not, then He who made us is evil, which is not to be thought. Surely, then, all must go very well with us! I feel ashamed when I read this over. My mind fills in all the trains of thought of which you have the rude ends peeping out from this tangle. Make what you can of it, dear Bertie, and believe that it all comes from my innermost heart. Above all may I be kept from becoming a partisan, and tempering with truth in order to sustain a case. Let me but get a hand on her skirt, and she may drag me where she will, if she will but turn her face from time to time that I may know her. You’ll see from the address of this letter, Bertie, that I have left Scotland and am in Yorkshire. I have been here three months, and am now on the eve of leaving under the strangest circumstances and with the queerest prospects. Good old Cullingworth has turned out a trump, as I always knew he would. But, as usual, I am beginning at the wrong end, so here goes to give you an idea of what has been happening. I told you in my last about my lunacy adventure and my ignominious return from Lochtully Castle. When I had settled for the flannel vests which my mother had ordered so lavishly I had only five pounds left out of my pay. With this, as it was the first money that I had ever earned im{sic} my life, I bought her a gold bangle, so behold me reduced at once to my usual empty pocketed condition. Well, it was something just to feel that I HAD earned money. It gave me an assurance that I might again. I had not been at home more than a few days when my father called me into the study after breakfast one morning and spoke very seriously as to our financial position. He began the interview by unbuttoning his waistcoat and asking me to listen at his fifth intercostal space, two inches from the left sternal line. I did so, and was shocked to hear a well-marked mitral regurgitant murmur. “It is of old standing,” said he, “but of late I have had a puffiness about the ankles and some renal symptoms which show me that it is beginning to tell.” I tried to express my grief and sympathy, but he cut me short with some asperity. “The point is,” said he, “that no insurance office would accept my life, and that I have been unable, owing to competition and increased expenses, to lay anything by. If I die soon (which, between ourselves, is by no means improbable), I must leave to your care your mother and the children. My practice is so entirely a personal one that I cannot hope to be able to hand over to you enough to afford a living.” I thought of Cullingworth’s advice about going where you are least known. “I think,” said I, “that, my chances would be better away from here.” “Then you must lose no time in establishing yourself,” said he. “Your position would be one of great responsibility if anything were to happen to me just now. I had hoped that you had found an excellent opening with the Saltires; but I fear that you can hardly expect to get on in the world, my boy, if you insult your employer’s religious and political view at his own table.” It wasn’t a time to argue, so I said nothing. My father took a copy of the Lancet out of his desk, and turned up an advertisement which he had marked with a blue pencil. “Read this!” said he. I’ve got it before me as I write. It runs thus: Qualified Assistant. Wanted at once in a large country and colliery practice. Thorough knowledge of obstetrics and dispensing indispensable. Ride and drive. L70 a year. Apply Dr. Horton Merton on the Moors, Yorkshire.” “There might be an opening there,” said he. “I know Horton, and I am convinced that I can get you the appointment. It would at least give you the opportunity of looking round and seeing whether there was any vacancy there. How do you think it would suit you?” Of course I could only answer that I was willing to turn my hand to anything. But that interview has left a mark upon me — a heavy ever-present gloom away at the back of my soul, which I am conscious of even when the cause of it has for a moment gone out of my thoughts. I had enough to make a man serious before, when I had to face the world without money or interest. But now to think of the mother and my sisters and little Paul all leaning upon me when I cannot stand myself — it is a nightmare. Could there be anything more dreadful in life than to have those whom you love looking to you for help and to be unable to give it? But perhaps it won’t come to that. Perhaps my father may hold his own for years. Come what may, I am bound to think that all things are ordered for the best; though when the good is a furlong off, and we with our beetle eyes can only see three inches, it takes some confidence in general principles to pull us through. Well, it was all fixed up; and down I came to Yorkshire. I wasn’t in the best of spirits when I started, Bertie, but they went down and down as I neared my destination. How people can dwell in such places passes my comprehension. What can life offer them to make up for these mutilations of the face of Nature? No woods, little grass, spouting chimneys, slate-coloured streams, sloping mounds of coke and slag, topped by the great wheels and pumps of the mines. Cinder-strewn paths, black as though stained by the weary miners who toil along them, lead through the tarnished fields to the rows of smoke-stained cottages. How can any young unmarried man accept such a lot while there’s an empty hammock in the navy, or a berth in a merchant forecastle? How many shillings a week is the breath of the ocean worth? It seems to me that if I were a poor man — well, upon my word, that “if” is rather funny when I think that many of the dwellers in those smoky cottages have twice my salary with half my expenses. Well, as I said, my spirits sank lower and lower until they got down into the bulb, when on looking through the gathering gloom I saw “Merton” printed on the lamps of a dreary dismal station. I got out, and was standing beside my trunk and my hat-box, waiting for a porter, when up came a cheery-looking fellow and asked me whether I was Dr. Stark Munro. “I’m Horton,” said he; and shook hands cordially. In that melancholy place the sight of him was like a fire on a frosty night. He was gaily dressed in the first place, check trousers, white waistcoat, a flower in his button hole. But the look of the man was very much to my heart. He was ruddy checked and black eyed, with a jolly stout figure and an honest genial smile. I felt as we clinched hands in the foggy grimy station that I had met a man and a friend. His carriage was waiting, and we drove out to his residence, The Myrtles, where I was speedily introduced both to his family and his practice. The former is small, and the latter enormous. The wife is dead; but her mother, Mrs. White, keeps house for him; and there are two dear little girls, about five and seven. Then there is an unqualified assistant, a young Irish student, who, with the three maids, the coachman, and the stable boy, make up the whole establishment. When I tell you that we give four horses quite as much as they can do, you will have an idea of the ground we cover. The house, a large square brick one, standing in its own grounds, is built on a small hill in an oasis of green fields. Beyond this, however, on every side the veil of smoke hangs over the country, with the mine pumps and the chimneys bristling out of it. It would be a dreadful place for an idle man: but we are all so busy that we have hardly time to think whether there’s a view or not. Day and night we are at work; and yet the three months have been very pleasant ones to look back upon. I’ll give you an idea of what a day’s work is like. We breakfast about nine o’clock, and immediately afterwards the morning patients begin to drop in. Many of them are very poor people, belonging to the colliery clubs, the principle of which is, that the members pay a little over a halfpenny a week all the year round, well or ill, in return for which they get medicine and attendance free. “Not much of a catch for the doctors,” you would say, but it is astonishing what competition there is among them to get the appointment. You see it is a certainty for one thing, and it leads indirectly to other little extras. Besides, it amounts up surprisingly. I have no doubt that Horton has five or six hundred a year from his clubs alone. On the other hand, you can imagine that club patients, since they pay the same in any case, don’t let their ailments go very far before they are round in the consulting room. Well, then, by half-past nine we are in full blast. Horton is seeing the better patients in the consulting room, I am interviewing the poorer ones in the waiting room, and McCarthy, the Irishman, making up prescriptions as hard as he can tear. By the club rules, patients are bound to find their own bottles and corks. They generally remember the bottle, but always forget the cork. “Ye must pay a pinny or ilse put your forefinger in,” says McCarthy. They have an idea that all the strength of the medicine goes if the bottle is open, so they trot off with their fingers stuck in the necks. They have the most singular notions about medicines. “It’s that strong that a spoon will stand oop in’t!” is one man’s description. Above all, they love to have two bottles, one with a solution of citric acid, and the other with carbonate of soda. When the mixture begins to fizz, they realise that there is indeed a science of medicine. This sort of work, with vaccinations, bandagings, and minor surgery, takes us to nearly eleven o’clock, when we assemble in Horton’s room to make out the list. All the names of patients under treatment are pinned upon a big board. We sit round with note books open, and distribute those who must be seen between us. By the time this is done and the horses in, it is half-past eleven. Then away we all FLY upon our several tasks: Horton in a carriage and pair to see the employers; I in a dog cart to see the employed; and McCarthy on his good Irish legs to see those chronic cases to which a qualified man can do no good, and an unqualified no harm. Well, we all work back again by two o’clock, when we find dinner waiting for us. We may or may not have finished our rounds. If not away we go again. If we have, Horton dictates his prescriptions, and strides off to bed with his black clay pipe in his mouth. He is the most abandoned smoker I have ever met with, collecting the dottles of his pipes in the evening, and smoking them the next morning before breakfast in the stable yard. When he has departed for his nap, McCarthy and I get to work on the medicine. There are, perhaps, fifty bottles to put up, with pills, ointment, etc. It is quite half-past four before we have them all laid out on the shelf addressed to the respective invalids. Then we have an hour or so of quiet, when we smoke or read, or box with the coachman in the harness room. After tea the evening’s work commences. From six to nine people are coming in for their medicine, or fresh patients wishing advice. When these are settled we have to see again any very grave cases which may be on the list; and so, about ten o’clock, we may hope to have another smoke, and perhaps a game of cards. Then it is a rare thing for a night to pass without one or other of us having to trudge off to a case which may take us two hours, or may take us ten. Hard work, as you see; but Horton is such a good chap, and works so hard himself, that one does not mind what one does. And then we are all like brothers in the house; our talk is just a rattle of chaff, and the patients are as homely as ourselves, so that the work becomes quite a pleasure to all of us. Yes, Horton is a real right-down good fellow. His heart is broad and kind and generous. There is nothing petty in the man. He loves to see those around him happy; and the sight of his sturdy figure and jolly red face goes far to make them so. Nature meant him to be a healer; for he brightens up a sick room as he did the Merton station when first I set eyes upon him. Don’t imagine from my description that he is in any way soft, however. There is no one on whom one could be less likely to impose. He has a temper which is easily aflame and as easily appeased. A mistake in the dispensing may wake it up and then he bursts into the surgery like a whiff of cast wind, his checks red, his whiskers bristling, and his eyes malignant. The daybook is banged, the bottles rattled, the counter thumped, and then he is off again with five doors slamming behind him. We can trace his progress when the black mood is on him by those dwindling slams. Perhaps it is that McCarthy has labelled the cough mixture as the eye-wash, or sent an empty pillbox with an exhortation to take one every four hours. In any case the cyclone comes and goes, and by the next meal all is peace once more. I said that the patients were very homely. Any one who is over-starched might well come here to be unstiffened. I confess that I did not quite fall in with it at once. When on one of my first mornings a club patient with his bottle under his arm came up to me and asked me if I were the doctor’s man, I sent him on to see the groom in the stable. But soon one falls into the humour of it. There is no offence meant; and why should any be taken? They are kindly, generous folk; and if they pay no respect to your profession in the abstract, and so rather hurt your dignity, they will be as leal and true as possible to yourself if you can win their respect. I like the grip of their greasy and blackened hands. Another peculiarity of the district is that many of the manufacturers and colliery owners have risen from the workmen, and have (in some cases at least) retained their old manners and even their old dress. The other day Mrs. White, Horton’s mother-in-law, had a violent sick headache, and, as we are all very fond of the kind old lady, we were trying to keep things as quiet as possible down-stairs. Suddenly there came a bang! bang! bang! at the knocker; and then in an instant another rattling series of knocks, as if a tethered donkey were trying to kick in the panel. After all our efforts for silence it was exasperating. I rushed to the door to find a seedy looking person just raising his hand to commence a fresh bombardment. “What on earth’s the matter?” I asked, only I may have been a little more emphatic. “Pain in the jaw,” said he. “You needn’t make such a noise,” said I; “other people are ill besides you.” “If I pay my money, young man, I’ll make such noise as I like.” And actually in cold blood he commenced a fresh assault upon the door. He would have gone on with his devil’s tattoo all morning if I had not led him down the path and seen him off the premises. An hour afterwards Horton whirled into the surgery, with a trail of banged doors behind him. “What’s this about Mr. Usher, Munro?” he asked. “He says that you were violent towards him.” “There was a club patient here who kept on banging the knocker,” said I; “I was afraid that he would disturb Mrs. White, and so I made him stop.” Horton’s eyes began to twinkle. “My boy,” said he, “that club patient, as you call him, is the richest man in Merton, and worth a hundred a year to me.” I have no doubt that he appeased him by some tale of my disgrace and degradation; but I have not heard anything of the matter since. It has been good for me to be here, Bertie. It has brought me in close contact with the working classes, and made me realise what fine people they are. Because one drunkard goes home howling on a Saturday night, we are too apt to overlook the ninety-nine decent folk by their own firesides. I shall not make that mistake any more. The kindliness of the poor to the poor makes a man sick of himself. And their sweet patience! Depend upon it, if ever there is a popular rising, the wrongs which lead to it must be monstrous and indefensible. I think the excesses of the French Revolution are dreadful enough in themselves, but much more so as an index to the slow centuries of misery against which they were a mad protest. And then the wisdom of the poor! It is amusing to read the glib newspaper man writing about the ignorance of the masses. They don’t know the date of Magna Charta, or whom John of Gaunt married; but put a practical up-to-date problem before them, and see how unerringly they take the right side. Didn’t they put the Reform Bill through in the teeth of the opposition of the majority of the so-called educated classes? Didn’t they back the North against the South when nearly all our leaders went wrong? When universal arbitration and the suppression of the liquor traffic comes, is it not sure to be from the pressure of these humble folks? They look at life with clearer and more unselfish eyes. It’s an axiom, I think, that to heighten a nation’s wisdom you must lower its franchise. I often have my doubts, Bertie, if there is such a thing as the existence of evil? If we could honestly convince ourselves that there was not, it would help us so much in formulating a rational religion. But don’t let us strain truth even for such an object as that. I must confess that there are some forms of vice, cruelty for example, for which it is hard to find any explanation, save indeed that it is a degenerate survival of that war-like ferocity which may once have been of service in helping to protect the community. No; let me be frank, and say that I can’t make cruelty fit into my scheme. But when you find that other evils, which seem at first sight black enough, really tend in the long run to the good of mankind, it may be hoped that those which continue to puzzle us may at last be found to serve the same end in some fashion which is now inexplicable. It seems to me that the study of life by the physician vindicates the moral principles of right and wrong. But when you look closely it is a question whether that which is a wrong to the present community may not prove to have been a right to the interests of posterity. That sounds a little foggy; but I will make my meaning more clear when I say that I think right and wrong are both tools which are being wielded by those great hands which are shaping the destinies of the universe, that both are making for improvement; but that the action of the one is immediate, and that of the other more slow, but none the less certain. Our own distinction of right and wrong is founded too much upon the immediate convenience of the community, and does not inquire sufficiently deeply into the ultimate effect. I have my own views about Nature’s methods, though I feel that it is rather like a beetle giving his opinions upon the milky way. However, they have the merit of being consoling; for if we could conscientiously see that sin served a purpose, and a good one, it would take some of the blackness out of life. It seems to me, then, that Nature, still working on the lines of evolution, strengthens the race in two ways. The one is by improving those who are morally strong, which is done by increased knowledge and broadening religious views; the other, and hardly less important, is by the killing off and extinction of those who are morally weak. This is accomplished by drink and immorality. These are really two of the most important forces which work for the ultimate perfection of the race. I picture them as two great invisible hands hovering over the garden of life and plucking up the weeds. Looked at in one’s own day, one can only see that they produce degradation and misery. But at the end of a third generation from then, what has happened? The line of the drunkard and of the debauchee, physically as well as morally weakened, is either extinct or on the way towards it. Struma, tubercle, nervous disease, have all lent a hand towards the pruning off of that rotten branch, and the average of the race is thereby improved. I believe from the little that I have seen of life, that it is a law which acts with startling swiftness, that a majority of drunkards never perpetuate their species at all, and that when the curse is hereditary, the second generation generally sees the end of it. Don’t misunderstand me, and quote me as saying that it is a good thing for a nation that it should have many drunkards. Nothing of the kind. What I say is, that if a nation has many morally weak people, then it is good that there should be a means for checking those weaker strains. Nature has her devices, and drink is among them. When there are no more drunkards and reprobates, it means that the race is so advanced that it no longer needs such rough treatment. Then the all-wise Engineer will speed us along in some other fashion. I’ve been thinking a good deal lately about this question of the uses of evil, and of how powerful a tool it is in the hands of the Creator. Last night the whole thing crystallised out quite suddenly into a small set of verses. Please jump them if they bore you. WITH EITHER HAND. 1. God’s own best will bide the test, And God’s own worst will fall; But, best or worst or last or first, He ordereth it all. 2. For ALL is good, if understood, (Ah, could we understand!) And right and ill are tools of skill Held in His either hand. 3. The harlot and the anchorite, The martyr and the rake, Deftly He fashions each aright, Its vital part to take. 4. Wisdom He makes to guide the sap Where the high blossoms be; And Lust to kill the weaker branch, And Drink to trim the tree. 5. And Holiness that so the bole Be solid at the core; And Plague and Fever, that the whole Be changing evermore. 6. He strews the microbes in the lung, The blood-clot in the brain; With test and test He picks the best, Then tests them once again. 7. He tests the body and the mind, He rings them o’er and o’er; And if they crack, He throws them back, And fashions them once more. 8. He chokes the infant throat with slime, He sets the ferment free; He builds the tiny tube of lime That blocks the artery. 9. He lets the youthful dreamer store Great projects in his brain, Until he drops the fungus spore That smears them out again. 10. He stores the milk that feeds the babe, He dulls the tortured nerve; He gives a hundred joys of sense Where few or none might serve. 11. And still he trains the branch of good Where the high blossoms be, And wieldeth still the shears of ill To prune and prune His tree. 12. So read I this — and as I try To write it clear again, I feel a second finger lie Above mine on the pen. 13. Dim are these peering eyes of mine, And dark what I have seen. But be I wrong, the wrong is Thine, Else had it never been. I am quite ashamed of having been so didactic. But it is fine to think that sin may have an object and work towards good. My father says that I seem to look upon the universe as if it were my property, and can’t be happy until I know that all is right with it. Well, it does send a glow through me when I seem to catch a glimpse of the light behind the clouds. And now for my big bit of news which is going to change my whole life. Whom do you think I had a letter from last Tuesday week? From Cullingworth, no less. It had no beginning, no end, was addressed all wrong, and written with a very thick quill pen upon the back of a prescription. How it ever reached me is a wonder. This is what he had to say: — “Started here in Bradfield last June. Colossal success. My example must revolutionise medical practice. Rapidly making fortune. Have invention which is worth millions. Unless our Admiralty take it up shall make Brazil the leading naval power. Come down by next train on receiving this. Have plenty for you to do.” That was the whole of this extraordinary letter; it had no name to it, which was certainly reasonable enough, since no one else could have written it. Knowing Cullingworth as well as I did, I took it with reservations and deductions. How could he have made so rapid and complete a success in a town in which he must have been a complete stranger? It was incredible. And yet there must be some truth in it, or he would not invite me to come down and test it. On the whole, I thought that I had better move very cautiously in the matter; for I was happy and snug where I was, and kept on putting a little by, which I hoped would form a nucleus to start me in practice. It is only a few pounds up to date, but in a year or so it might mount to something. I wrote to Cullingworth, therefore, thanking him for having remembered me, and explaining how matters stood. I had had great difficulty in finding an opening, I said, and now that I had one I was loth to give it up save for a permanency. Ten days passed, during which Cullingworth was silent. Then came a huge telegram. “Your letter to hand. Why not call me a liar at once? I tell you that I have seen thirty thousand patients in the last year. My actual takings have been over four thousand pounds. All patients come to me. Would not cross the street to see Queen Victoria. You can have all visiting, all surgery, all midwifery. Make what you like of it. Will guarantee three hundred pounds the first year.” Well, this began to look more like business — especially that last sentence. I took it to Horton, and asked his advice. His opinion was that I had nothing to lose and everything to gain. So it ended by my wiring back accepting the partnership — if it is a partnership — and to-morrow morning I am off to Bradfield with great hopes and a small portmanteau. I know how interested you are in the personality of Cullingworth — as every one is who comes, even at second hand, within range of his influence; and so you may rely upon it that I shall give you a very full and particular account of all that passes between us. I am looking forward immensely to seeing him again, and I trust we won’t have any rows. Goodbye, old chap. My foot is upon the threshold of fortune. Congratulate me.
V. MERTON NEI BOSCHI, 5 marzo 1882.
Caro mio, sono stato davvero molto felice di ricevere la tua assicurazione che nulla di ciò che ho detto o potrei dire sull’argomento della religione possa offenderti. È difficile esprimere quanto fossi contento e sollevato dalla tua lettera cordiale. Non ho nessuno con cui parlare di queste cose; tutto mi spinge verso l’interno, e i pensieri diventano amari quando si lasciano stagnare in questo modo. È meraviglioso poter condividere tutto ciò con un ascoltatore comprensivo. E ancora più bello se quest’ultimo considera le cose da un altro punto di vista: ciò aiuta a mantenere la lucidità e la sobrietà.
Coloro che amo di più sono proprio quelli che hanno meno comprensione per le mie difficoltà. Parlano di fede, come se si potesse semplicemente decidere di averla con un atto di volontà. Potrebbero benissimo dirmi di avere i capelli neri invece di rossi. Forse potrei fingere di averla rifiutando completamente di usare la ragione in questioni religiose. Ma non tradirò mai ciò che Dio mi ha dato di più prezioso: userò sempre la mia ragione. È più morale usarla anche se si sbaglia, piuttosto che rinunciarvi e avere ragione. È solo un piccolo strumento, ma devo usarlo per misurare l’Everest. Ed è tutto ciò che ho; non lo abbandonerò mai, finché avrò respiro.
Con tutto il mio rispetto, Bertie. È molto facile essere ortodossi. Un uomo che desideri pace mentale e successo materiale in questo mondo sicuramente sceglierebbe di esserlo. Come dice Smiles: “Un pesce morto può galleggiare con la corrente, ma un uomo deve nuotare contro di essa, ” C’è qualcosa di più nobile del messaggio fondamentale del Cristianesimo? Quanto è bello il progresso di un’idea, come un fiore dolce che sboccia tra rovine e ceneri. Ma ahimè, dire che questa idea sia l’unica vera risposta, che questo modo di pensare sia superiore alla ragione stessa, che questo “filosofo gentile” sia quell’intelligenza suprema a cui non possiamo nemmeno pensare senza sentirci irrispettosi. Tutto ciò finirà per essere considerato una delle più strane illusioni dell’umanità. E poi, quanto è offuscata ormai quella splendida alba del Cristianesimo! I suoi rappresentanti sono passati dal letame alla regalità, dalla barca da pesca al Parlamento. Anche quel vecchio potente nel Vaticano, con i suoi tesori d’arte, le sue guardie e i suoi vini pregiati, non è certo in una posizione più logica. Sono tutti uomini buoni e talentuosi. E sul mercato del cervello, forse valgono davvero quanto guadagnano. Ma come possono permettersi di fingere di rappresentare una fede che, secondo le loro stesse spiegazioni, si basa sull’umiltà, sulla povertà e sulla rinuncia? Nessuno di loro esiterebbe a citare con approvazione la parabola del “Giovane Invitato”. Ma provate solo a togliere uno di loro dalla sua posizione privilegiata in una cerimonia ufficiale. È successo poco tempo fa con un Cardinale. L’Inghilterra intera si è riempita delle sue proteste. Come possiamo essere così ciechi da non vedere che, se solo decidessero di accettare apertamente la posizione più umile come simbolo del loro maestro, salirebbero immediatamente al primo posto vero e proprio?
Vedrai dall’indirizzo di questa lettera, Bertie, che ho lasciato la Scozia e mi trovo ora nel Yorkshire. Sono qui da tre mesi e ora sto per partire in circostanze molto strane e con prospettive piuttosto incerte. Il buon vecchio Cullingworth si è rivelato davvero utile, come sapevo che avrebbe fatto. Ma, come al solito, inizio dal punto sbagliato; comunque, ecco un riassunto di ciò che è accaduto. Ti avevo raccontato della mia folle avventura e del mio ignominioso ritorno dal castello di Lochtully. Dopo aver accettato i gilet di flanella ordinati generosamente da mia madre, mi erano rimasti soltanto cinque sterline del mio stipendio. Con queste, poiché era il primo denaro che guadagnavo in vita mia, le comprai un braccialetto d’oro. Ma subito dopo tornai nella mia solita condizione di povertà. Almeno però sapevo di aver guadagnato qualcosa. Questo mi dava la speranza di poterlo fare di nuovo. Non ero ancora a casa da molti giorni quando, una mattina dopo colazione, mio padre mi chiamò nello studio e parlò molto seriamente della nostra situazione finanziaria. Iniziò slacciandosi il gilet e chiedendomi di ascoltare nella sua zona intercostale, a due pollici dalla linea sternale sinistra. Sentii un forte rumore, segno evidente di una malattia cardiaca. “È una condizione cronica,” disse lui, “ma ultimamente ho notato gonfiore ai piedi e alcuni sintomi renali che indicano che sta peggiorando.” Cercai di esprimere il mio dolore e la mia solidarietà, ma mi interruppe con asprezza. “Il punto è,” disse, “che nessuna compagnia assicurativa accetterebbe la mia polizza. E a causa della concorrenza e degli aumentati costi, non sono riuscito a risparmiare nulla. Se dovesse morire presto (il che, tra noi, non è affatto improbabile), tua madre e i bambini rimarrebbero affidati a te. La mia attività professionale è così strettamente legata a me stesso che non posso sperare di lasciarti abbastanza denaro per garantirne il sostentamento.” Pensai al consiglio di Cullingworth: “Credo che, lontano da qui, le mie possibilità siano maggiori, ”
“Allora non devi perdere tempo ad affermarti,” disse lui. “La tua posizione sarebbe di grande responsabilità se mi fosse successo qualcosa proprio ora. Speravo che avessi trovato un’ottima opportunità con i Saltires; ma temo che non sia facile farsi strada nel mondo, ragazzo mio, se offendi le opinioni religiose e politiche del tuo datore di lavoro proprio a tavola sua.”
Non era il momento per discutere, quindi non dissi nulla. Mio padre prese un esemplare della “Lancet” dal suo scrivanoio e mostrò un annuncio che aveva segnato con la matita blu. “Leggi questo!” disse.
Lo ho ancora davanti a me mentre scrivo: “Assistente qualificato. Richiesto immediatamente in una grande clinica medica e in una miniera. Conoscenze approfondite in ostetricia e farmacia indispensabili. Bisogna saper guidare. 70 sterline all’anno. Presentarsi al dottor Horton Merton nelle Moors, Yorkshire.”
“Potrebbe esserci un’opportunità lì,” disse lui. “Conosco Horton e sono convinto di poterti far ottenere il posto. Almeno ti darebbe l’occasione di vedere se c’è qualche vacanza disponibile. Che ne pensi?”
Ovviamente potevo solo rispondere che ero disposto a provare qualsiasi cosa. Ma quell’incontro mi ha lasciato un segno profondo: una cupa tristezza costante nel profondo della mia anima, di cui sono consapevole anche quando il motivo originale è per un momento uscito dai miei pensieri.
Avevo già avuto abbastanza motivi per preoccuparmi in passato, quando dovevo affrontare il mondo senza soldi né appoggi. Ma ora, pensare a mia madre, alle mie sorelle e al piccolo Paul che dipendono da me, è un incubo. C’è qualcosa di più terribile nella vita di dover assistere le persone che ami mentre non siamo in grado di aiutarle? Forse non arriverà mai a quel punto. Forse mio padre riuscirà a resistere per molti anni. Comunque sia, devo credere che tutto avvenga per il meglio; anche se il bene sembra lontano migliaia di chilometri e noi possiamo vedere solo una piccola parte della realtà, serve comunque fidarsi dei principi fondamentali della vita per superare le difficoltà.
Beh, tutto fu sistemato; e così scesi in Yorkshire. Non ero nel miglior umore quando iniziai il viaggio, Bertie. Ma man mano che mi avvicinavo alla mia destinazione, il mio spirito si rallegrò sempre di più. Come possano le persone vivere in posti del genere. Non riesco proprio a capirlo. Cosa può offrire la vita per compensare queste distruzioni del volto della Natura? Nessun bosco, pochissima erba, camini fumanti, ruscelli di colore grigio scuro, cumuli di carbone e scorie. In cima a tutto, le grandi ruote e le pompe delle miniere. Sentieri pieni di cenere, neri come se fossero macchiati dai minatori stanchi che vi camminano sopra. Percorsi che portano attraverso campi anneriti fino alle file di casette impregnate di fumo. Come può un giovane scapolo accettare una vita del genere, quando esistono opportunità nella marina o a bordo delle navi mercantili? Quanti soldi a settimana vale il respiro dell’oceano? Mi sembra che, se fossi povero, beh, giuro su Dio, quel “se” è davvero buffo. Pensando che molti degli abitanti di quelle casette fumose guadagnano il doppio del mio stipendio con la metà delle mie spese.
Beh, come ho detto, il mio umore continuava ad abbassarsi. Fino a quando, attraverso l’oscurità che si addensava, vidi scritto “Merton” sulle luci di una stazione desolata. Scesi dal treno e aspettavo un facchino vicino al mio bagaglio. Quando arrivò un uomo dall’aspetto allegro, mi chiese se fossi il dottor Stark Munro. “Sono Horton,” dissi, stringendogli la mano cordialmente.
In quel luogo malinconico, la sua presenza fu come un fuoco in una notte gelida. Era vestito con eleganza: pantaloni a quadri, gilet bianco, un fiore all’occhiello. Ma il suo aspetto mi colpì profondamente. Aveva il viso rosso, occhi scuri, una corporatura robusta e un sorriso sincero e cordiale. Quando ci stringemmo la mano in quella stazione fumosa e sporca, sentii di aver incontrato un vero amico.
Il suo carrociolo lo aspettava; andammo subito a casa sua, The Myrtles. Fui immediatamente presentato alla sua famiglia e al suo studio medico. La sua famiglia è piccola. Ma il suo studio medico è enorme. Sua moglie è morta; ma sua madre, la signora White, si occupa della casa per lui. Ci sono anche due adorabili bambine, di circa cinque e sette anni. Inoltre, c’è un assistente giovane, uno studente irlandese. Insieme alle tre cameriere, al cocchiere e al ragazzo di stalla, formano tutto lo staff della casa. Quando vi dico che usiamo quattro cavalli soltanto perché sono sufficienti per il nostro lavoro, potrete immaginare quanto sia vasto il nostro giro d’affari.
La casa è grande, fatta di mattoni quadrati, situata in un terreno privato, su una piccola collina, in mezzo a campi verdi. Ma oltre quel limite, da tutte le parti, il velo di fumo avvolge la regione. Le pompe delle miniere e i camini fumanti si ergono ovunque. Sarebbe un posto terribile per una persona pigra. Ma noi siamo tutti così impegnati che quasi non abbiamo il tempo di pensare se ci sia o meno una vista piacevole intorno a noi.
Lavoriamo giorno e notte. Eppure questi tre mesi sono stati davvero piacevoli da ricordare.
Vi darò un’idea di come sia una giornata di lavoro. Facciamo colazione verso le nove, e subito dopo iniziano ad arrivare i pazienti del mattino. Molti di loro sono persone molto povere, appartenenti a questi club dei minatori: il principio di tali club è che i membri paghino poco più di mezzo penny a settimana, tutto l’anno, sia che stiano bene o male, in cambio di medicine e cure gratuite. “Non sembra un gran guadagno per i medici”, direste voi, ma è sorprendente la concorrenza tra di loro per ottenere questi appuntamenti. Dopotutto, si tratta di un lavoro sicuro, e inoltre porta a piccoli guadagni aggiuntivi. Non ho dubbi che Horton guadagni cinque o seicento sterline all’anno solo da questi club. D’altra parte, i pazienti dei club, poiché comunque pagano lo stesso importo, non aspettano che la loro malattia peggiori prima di recarsi in ambulatorio. Verso le nove e mezza siamo già al lavoro pienamente. Horton visita i pazienti più gravi nell’ambulatorio, io interrogo quelli più poveri nell’atrio d’attesa, mentre McCarthy, l’irlandese, prepara le prescrizioni con tutte le sue forze. Secondo le regole del club, i pazienti devono procurarsi da soli le loro bottiglie e i tappi. Di solito ricordano la bottiglia, ma mai il tappo. “Dovete pagare qualcosa, altrimenti dovete infilare il dito nel collo della bottiglia”, dice McCarthy. Pensano che se la bottiglia è aperta, tutta la potenza del medicinale vada persa, quindi se ne vanno con il dito infilato nel collo della bottiglia. Hanno idee davvero strane riguardo ai medicinali. “È così potente che una cucchiaiata può rimanere ferma al suo interno!”, dice uno di loro. Inoltre, amano avere due bottiglie: una con una soluzione di acido citrico e l’altra con bicarbonato di sodio. Quando il miscuglio inizia a fare schiuma, capiscono che la medicina, ha davvero delle proprietà scientifiche! Questo tipo di lavoro, insieme alle vaccinazioni, ai bendaggi e alle piccole operazioni chirurgiche, ci porta quasi fino all’ora di pranzo. A quel punto ci riuniamo nella stanza di Horton per stabilire l’elenco dei pazienti da visitare. Tutti i nomi dei pazienti in cura sono appuntati su un grande cartello. Ci sediamo intorno con i nostri quaderni aperti e distribuiamo i compiti tra di noi. Quando tutto questo è finito, sono già le undici e mezza. E poi ognuno parte per svolgere il proprio lavoro: Horton in carrozza per visitare gli datori di lavoro; io in una carretta per visitare i dipendenti; McCarthy, con le sue buone gambe irlandesi, per occuparsi di quei casi cronici per cui nemmeno un medico qualificato può fare molto, e per cui nessun medico non qualificato può fare del male.
Beh, tutti noi riprendiamo il lavoro intorno alle due del pomeriggio, quando troviamo la cena pronta per noi. Potremmo aver finito o meno le nostre mansioni; se non abbiamo terminato, ricominciamo subito. Se invece abbiamo finito, Horton detta le sue prescrizioni e si dirige verso il letto, con la sua pipa di argilla nera in bocca. È il fumatore più assiduo che abbia mai incontrato: raccoglie i resti della sua pipa la sera e li fuma il giorno dopo, prima di colazione nel cortile dello stallo. Quando se ne va a riposare, McCarthy ed io continuiamo a preparare le medicine. Ci sono forse cinquanta bottiglie da etichettare, con pillole, unguenti e altro ancora. Solo alle quattro e mezza riusciamo ad averle tutte sistemate sugli scaffali, destinate ai rispettivi malati. Poi abbiamo un’ora di tranquillità: fumiamo, leggiamo o giociamo a carte con il cocchiere nella stanza degli attrezzi. Dopo il tè inizia il lavoro serale: dalle sei alle nove arrivano le persone per prendere le loro medicine, oppure nuovi pazienti che chiedono consigli. Una volta sistemati questi casi, dobbiamo ancora occuparci di quelli più gravi. Intorno alle dieci possiamo finalmente riposare un po’, fumare o giocare a carte. Poi raramente una notte trascorre senza che uno di noi debba recarsi da qualche paziente, per cui potrebbero essere necessarie due ore o anche dieci. Lavoro duro, insomma; ma Horton è davvero un bravo ragazzo e lavora sodo lui stesso, quindi non ci dispiace affatto quello che dobbiamo fare. In casa siamo tutti come fratelli: parliamo solo di cose banali, e i pazienti sono così simili a noi che il lavoro diventa davvero piacevole per tutti.
Sì, Horton è davvero una brava persona: ha un cuore grande, gentile e generoso. Non c’è nulla di meschino in lui. Adora vedere chi lo circonda felice, e la sua figura robusta e il suo viso sorridente contribuiscono molto a rendere tutti felici intorno a lui. La natura lo ha destinato a essere un guaritore: illumina una stanza malata proprio come illuminò la stazione di Merton quando lo vidi per la prima volta. Ma non pensate che sia in qualche modo debole o indulgente: nessuno potrebbe chiedergli qualcosa con maggiore facilità. Ha un temperamento che si infiamma facilmente, ma anche altrettanto facilmente si placa. Un errore nella preparazione delle medicine può scatenare una sua reazione violenta: entra in ambulatorio come una raffica di vento gelido, con il viso rosso, le sopracciglia irrequiete e lo sguardo minaccioso. Batte il registro, fa rumore con le bottiglie, colpisce il bancone. Poi se ne va, lasciando alle sue spalle cinque porte chiuse con forza. Possiamo seguire l’evoluzione del suo umore da quei colpi sempre più deboli. Forse McCarthy ha etichettato sbagliatamente la miscela per la tosse come detergente per gli occhi, o ha inviato una scatola vuota di pillole con l’indicazione di prenderne una ogni quattro ore. Comunque sia, il “ciclone” passa. E al pasto successivo tutto torna alla calma.
I pazienti erano davvero molto cordiali e ospitalieri. Chiunque si sentisse troppo rigido o formalizzato avrebbe potuto venire qui per rilassarsi un po’. Confesso che all’inizio non mi ci abituai subito. Una mattina, uno dei pazienti con una bottiglia sotto il braccio mi chiese se fossi l’aiutante del dottore; gli dissi di andare dal groom nella stalla. Ma presto ci si abitua a questo modo di fare. Non c’è alcuna offesa intenzionale, e perché dovrebbe esserci? Sono persone gentili e generose; se non rispettano la tua professione in senso astratto e addirittura possono ferire la tua dignità, diventeranno comunque molto leali e fedeli a te, se riesci a guadagnarti il loro rispetto. Mi piace persino il tocco delle loro mani unte e annerite.
Un’altra caratteristica di questa zona è che molti dei produttori e proprietari di miniere provengono dai lavoratori e, in alcuni casi, hanno mantenuto i loro vecchi modi di comportarsi e persino il loro vecchio abbigliamento. Un giorno, la suocera di Horton, la signora White, ebbe un terribile mal di testa; poiché tutti noi le volevamo molto bene, cercammo di mantenere il più possibile il silenzio al piano di sotto. Improvvisamente si sentirono dei colpi violenti alla porta; poi una serie continua di battiti, come se un asino legato stesse cercando di rompere la porta. Nonostante i nostri sforzi per mantenere il silenzio, era davvero esasperante. Corsi alla porta e vidi una persona dall’aspetto trasandato che stava proprio per iniziare a bussare di nuovo. “Che cosa sta succedendo?” chiesi. Forse con un po’ troppa enfasi. “Mal di mascella,” rispose lui. “Non c’è bisogno di fare tutto questo rumore,” dissi; “ci sono anche altre persone malate, oltre a lei.” “Se pago il mio denaro, giovanotto, faccio rumore quanto voglio,” replicò. E infatti continuò imperterrito a bussare alla porta. Se non lo avessi accompagnato fuori dall’edificio, avrebbe continuato tutto il mattino. Un’ora dopo, Horton entrò nello studio, seguito da una serie di porte sbattute, “Che cosa è successo con il signor Usher, Munro?” chiese. “Dice che lei si è comportato in modo aggressivo con lui, ” “C’era un paziente qui che continuava a bussare alla porta,” risposi; “temevo che disturbasse la signora White, quindi gli ho fatto smettere, ” Gli occhi di Horton iniziarono a brillare, “Mio ragazzo,” disse, “quel ‘paziente’ di cui parli è l’uomo più ricco di Merton. E rappresenta un ottimo cliente per me, ” Non dubito che abbia placato la sua irritazione raccontandogli qualche storia riguardante la mia umiliazione. Ma da allora non ho più sentito parlare di quell’episodio.
È stato molto positivo per me trovarmi qui, Bertie. Mi ha permesso di entrare in stretto contatto con le classi lavoratrici e di rendermi conto di quanto siano persone meravigliose. Perché solo a causa di un ubriaco che urla tornando a casa una sera di sabato, tendiamo troppo facilmente a trascurare i novantanove bravi uomini e donne che vivono tranquillamente nelle loro case. Non commetterò più quell’errore. La gentilezza dei poveri verso i propri simili ci fa riflettere su noi stessi. E la loro dolce pazienza! State certi: se mai dovesse verificarsi una rivolta popolare, le ingiustizie che l’hanno scatenata devono essere davvero orribili e insostenibili. Penso che gli eccessi della Rivoluzione Francese siano già abbastanza terribili di per sé, ma rappresentino anche un indicatore dei secoli di miseria contro cui quella rivolta fu una protesta disperata. E poi, la saggezza dei poveri! È divertente leggere i giornalisti che parlano dell’ignoranza delle masse: non conoscono nemmeno la data della Magna Charta o chi sposò Giovanni di Gaunt; ma mettete loro davanti un problema concreto e vedrete come, senza mai sbagliare, scelgano sempre la strada giusta. Non sono stati forse loro a far approvare il Reform Bill nonostante l’opposizione della maggior parte delle cosiddette classi colte? Non hanno forse sostenuto il Nord contro il Sud quando quasi tutti i nostri leader si sbagliavano? Quando arriveranno l’arbitrato universale e la repressione del commercio alcolico, non sarà certo grazie alla pressione di queste persone umili che tutto ciò avverrà? Guardano la vita con occhi più chiari e più altruisti. Credo sia un principio fondamentale: per aumentare la saggezza di una nazione, bisogna ridurre i suoi diritti politici. Spesso mi chiedo se esista davvero il male. Se potessimo convincerci sinceramente che non esiste, ci aiuterebbe molto a formulare una religione razionale. Ma non dobbiamo forzare la verità nemmeno per uno scopo del genere. Devo ammettere che alcune forme di vizio, come la crudeltà ad esempio, sono difficili da spiegare. A meno che non si consideri che si tratti di una sopravvivenza degenerata di quella ferocia bellicosa che un tempo poteva essere utile per proteggere la comunità. No, onestamente, non riesco a far quadrare la crudeltà nel mio schema logico. Ma quando scopri che altri mali, che a prima vista sembrano terribili, in realtà portano nel lungo periodo al bene dell’umanità, si può sperare che anche quelli che continuano a lasciarci perplessi possano alla fine rivelarsi utili in qualche modo ancora inspiegabile.
Mi sembra che lo studio della vita da parte del medico confermi i principi morali di ciò che è giusto e sbagliato. Ma se si guarda più attentamente, sorge il dubbio: ciò che può essere considerato un errore per la comunità attuale potrebbe rivelarsi invece vantaggioso per gli interessi delle generazioni future. Questo può sembrare un po’ oscuro; ma chiarirò meglio il mio pensiero dicendo che ritengo che giusto e sbagliato siano entrambi strumenti utilizzati da quelle forze misteriose che plasmano il destino dell’universo, e che entrambi contribuiscano al miglioramento delle cose; tuttavia l’azione di uno è immediata, mentre quella dell’altro più lenta, ma comunque certa. La nostra distinzione tra giusto e sbagliato si basa troppo spesso sulle convenienze immediate della comunità, senza indagare a sufficienza sugli effetti finali. Ho le mie opinioni sui metodi della Natura, anche se mi sembra che sia un po’ come se un coleottero cercasse di dare il suo parere sulla Via Lattea. Comunque, queste opinioni hanno il merito di essere consolanti: se potessimo davvero riconoscere che il peccato serve a uno scopo, e anzi a uno scopo positivo, ciò ridurrebbe in qualche misura la negatività della vita. Mi sembra quindi che la Natura, continuando nel suo percorso di evoluzione, rafforzi la razza in due modi: da un lato migliorando coloro che sono moralmente forti, attraverso una maggiore conoscenza e un’ampia visione religiosa; dall’altro, e non meno importante, eliminando coloro che sono moralmente deboli, attraverso alcolismo e immoralità. Questi fattori rappresentano davvero due delle forze più importanti che contribuiscono al perfezionamento finale della razza. Immagino queste forze come due grandi mani invisibili che si muovono sopra il “giardino della vita” eliminando le erbacce. Viste nel momento presente, queste azioni sembrano solo causare degrado e sofferenza; ma dopo tre generazioni, cosa è successo? La linea di discendenza dei bevitori e degli immorali, sia fisicamente che moralmente indeboliti, è scomparsa o sta comunque per scomparire. Malattie come la tubercolosi e le malattie nervose hanno contribuito ad eliminare quei membri dannosi della razza, migliorandone così la media complessiva. Credo, sulla base di ciò che ho visto della vita, che esista una legge che agisce con sorprendente rapidità: la maggior parte dei bevitori non riesce affatto a riprodursi; e quando questa condizione diventa ereditaria, anche la seconda generazione ne subisce le conseguenze. Non fraintendetemi: non sto dicendo che sia una cosa positiva che in una nazione ci siano molti bevitori. Quello che intendo è che, se in una nazione ci sono molte persone moralmente deboli, allora è necessario che esistano mezzi per controllare queste tendenze negative. La Natura ha i suoi metodi, e l’alcolismo ne è uno. Quando non ci sono più bevitori e individui disonesti, significa che la razza è abbastanza avanzata da non aver più bisogno di tali “mezzi drastici”. Allora, quel Grande Ingegnere che guida il corso dell’universo troverà altri modi per aiutarci a progredire.
Ultimamente ho riflettuto molto su questa questione riguardante l’uso del male e su quanto possente sia questo strumento nelle mani del Creatore. Ieri sera tutto ciò si è improvvisamente concretizzato in un piccolo gruppo di versi. Saltateli pure se vi annoiano. **Con entrambe le mani, ** 1.
Il volere migliore di Dio resisterà alla prova,
e il suo volere peggiore cadrà;
ma sia il migliore che il peggiore,
tutto è ordinato da Lui. 2.
Tutto è buono, se compreso.
(Ah, se solo potessimo capirlo!)
Il bene e il male sono strumenti nelle Sue mani. 3.
La prostituta e l’eremita,
il martire e il libertino.
Lui li plasma con abilità,
secondo il loro ruolo essenziale. 4.
La saggezza guida lo sviluppo delle cose,
perché fioriscano al meglio;
la lussuria distrugge ciò che è debole,
il vino aiuta a mantenere l’equilibrio. 5.
La santità rende il tronco solido nel cuore;
la peste e la febbre fanno sì che tutto cambi continuamente. 6.
Lui diffonde i microbi nei polmoni,
i coaguli di sangue nel cervello.
Con innumerevoli prove seleziona il meglio,
e poi le mette ancora alla prova. 7.
Prova il corpo e la mente,
le sottopone a continue prove.
Se si rompono, le getta via
e le plasma di nuovo. 8.
Soffoca il bambino con il muco.
Lui libera il fermento;
costruisce quel piccolo tubo di calce
che blocca l’arteria.
9.
Lascia che il giovane sognatore immagini
grandi progetti nella sua mente,
fino a quando non sparge lo sporco del fungo
e li distrugge nuovamente.
10.
Conserva il latte che nutre il bambino,
attenua i nervi tormentati;
dona centinaia di gioie sensoriali
laddove poche o nessuna ne sarebbero possibili.
11.
Eppure continua a coltivare la “ramifica del bene”,
dove fioriscono i frutti più belli,
e impugna ancora le “ferrite del male”
per potare e curare il suo albero.
12.
Così leggo queste parole. E mentre cerco
di riscriverle chiaramente,
sento un dito sopra il mio sulla penna.
13.
I miei occhi sono deboli; ciò che ho visto è oscuro.
Ma se sbaglio, il errore è tuo. Altrimenti non sarebbe mai accaduto.
Mi vergogno davvero di essere stato così didattico. Ma è bel pensare che il peccato possa avere uno scopo e contribuire al bene. Mio padre dice che sembro considerare l’universo come mia proprietà, e che non potrò essere felice finché non saprò che tutto va per il meglio. Beh, quando riesco a intravedere la luce dietro le nuvole, provo davvero una grande gioia.
E ora la notizia più importante di tutte, quella che cambierà completamente la mia vita. Secondo voi da chi ho ricevuto una lettera lo scorso martedì? Da Cullingworth, nientemeno. Non aveva né inizio né fine, l’indirizzo era sbagliato e era stata scritta con una penna d’oca molto spessa sul retro di una prescrizione medica. È un vero mistero come sia arrivata fino a me. Ecco cosa c’era scritto:
“Ho iniziato qui a Bradfield lo scorso giugno. Successo straordinario. Il mio metodo potrebbe rivoluzionare la pratica medica. Sto facendo rapidamente fortuna. Ho un’invenzione che vale milioni. A meno che il nostro Ministero della Marina non se ne interessi, il Brasile diventerà la principale potenza navale. Vieni con il prossimo treno non appena riceverai questa lettera. Avrai molto da fare, ”
Ecco tutto il contenuto di questa straordinaria lettera; non aveva alcun nome, il che era certamente logico, visto che nessun altro avrebbe potuto scriverla. Conoscendo Cullingworth così bene come lo conoscevo io, la presi con riserve e dubbi: come poteva aver ottenuto un successo così rapido e completo in una città dove sicuramente era uno sconosciuto? Era incredibile. Eppure doveva esserci della verità in tutto ciò, altrimenti non mi avrebbe invitato ad andare da lui per verificare di persona. Nel complesso, pensai che fosse meglio procedere con estrema cautela; dopotutto ero felice e a mio agio dove mi trovavo, e continuavo a risparmiare un po’ di denaro, nella speranza che in futuro potesse costituire una base per iniziare la mia attività professionale. Al momento avevo solo qualche sterlina da parte, ma forse in un anno o due avrebbe potuto aumentare. Scrissi quindi a Cullingworth, ringraziandolo per essersi ricordato di me e spiegandogli la situazione. Avevo avuto grandi difficoltà a trovare un lavoro, dissi, e ora che ne avevo uno non volevo rinunciarvi. Trascorsero dieci giorni senza alcuna notizia da parte sua. Poi arrivò un telegramma: “Ho ricevuto la tua lettera. Perché non mi definisci subito bugiardo? Ti assicuro che nell’ultimo anno ho curato trentamila pazienti; il mio guadagno reale è stato di oltre quattromila sterline. Tutti vengono da me. Non esiterebbero nemmeno a attraversare la strada per vedere la Regina Vittoria. Puoi avere tutte le visite, tutte le operazioni chirurgiche, tutti i servizi ostetrici che desideri. Garantisco trecento sterline nel primo anno, ” Beh, questa proposta iniziava ad assomigliare davvero a un’opportunità di affari. Così decisi di accettarla e domani mattina partirò per Bradfield con grandi speranze. So quanto tu sia interessato alla personalità di Cullingworth. Come tutti coloro che, anche indirettamente, sono influenzati da lui. Quindi puoi stare certo che ti racconterò tutto nei dettagli su ciò che accadrà tra noi. Non vedo l’ora di rivederlo. E spero che non avremo alcun disaccordo. Addio, vecchio amico. Il mio piede è ormai sul gradino della fortuna. Congratulami!
VI. THE PARADE, BRADFIELD, 7th March, 1882. It is only two days since I wrote to you, my dear old chap, and yet I find myself loaded to the muzzle and at full cock again. I have come to Bradfield. I have seen old Cullingworth once more, and I have found that all he has told me is true. Yes; incredible as it sounded, this wonderful fellow seems to have actually built up a great practice in little more than a year. He really is, with all his eccentricities, a very remarkable man, Bertie. He doesn’t seem to have a chance of showing his true powers in this matured civilisation. The law and custom hamper him. He is the sort of fellow who would come right to the front in a French Revolution. Or if you put him as Emperor over some of these little South American States, I believe that in ten years he would either be in his grave, or would have the Continent. Yes; Cullingworth is fit to fight for a higher stake than a medical practice, and on a bigger stage than an English provincial town. When I read of Aaron Burr in your history I always picture him as a man like C. I had the kindest of leave takings from Horton. If he had been my brother he could not have been more affectionate. I could not have thought that I should grow so fond of a man in so short a time. He takes the keenest interest in my venture, and I am to write him a full account. He gave me as we parted a black old meerschaum which he had coloured himself — the last possible pledge of affection from a smoker. It was pleasant for me to feel that if all went wrong at Bradfield, I had a little harbour at Merton for which I could make. Still, of course, pleasant and instructive as the life there was, I could not shut my eyes to the fact that it would take a terribly long time before I could save enough to buy a share in a practice — a longer time probably than my poor father’s strength would last. That telegram of Cullingworth’s in which, as you may remember, he guaranteed me three hundred pounds in the first year, gave me hopes of a much more rapid career. You will agree with me, I am sure, that I did wisely to go to him. I had an adventure upon the way to Bradfield. The carriage in which I was travelling contained a party of three, at whom I took the most casual of glances before settling down to the daily paper. There was an elderly lady, with a bright rosy face, gold spectacles, and a dash of red velvet in her bonnet. With her were two younger people, who I took to be her son and her daughter — the one a quiet, gentle-looking girl of twenty or so, dressed in black, and the other a short, thick-set young fellow, a year or two older. The two ladies sat by each other in the far corner, and the son (as I presume him to be) sat opposite me. We may have travelled an hour or more without my paying any attention to this little family party, save that I could not help hearing some talk between the two ladies. The younger, who was addressed as Winnie, had, as I noticed, a very sweet and soothing voice. She called the elder “mother,” which showed that I was right as to the relationship. I was sitting, then, still reading my paper, when I was surprised to get a kick on the shins from the young fellow opposite. I moved my legs, thinking that it was an accident, but an instant afterwards I received another and a harder one. I dropped my paper with a growl, but the moment that I glanced at him I saw how the matter stood. His foot was jerking spasmodically, his two hands clenched, and drumming against his breast, while his eyes were rolling upwards until only the rim of his iris was to be seen. I sprang upon him, tore open his collar, unbuttoned his waistcoat, and pulled his head down upon the seat. Crash went one of his heels through the carriage window, but I contrived to sit upon his knees while I kept hold of his two wrists. “Don’t be alarmed!” I cried, “it’s epilepsy, and will soon pass!” Glancing up, I saw that the little girl was sitting very pale and quiet in the corner. The mother had pulled a bottle out of her bag and was quite cool and helpful. “He often has them,” said she, “this is bromide.” “He is coming out,” I answered; “you look after Winnie.” I blurted it out because her head seemed to rock as if she were going off; but the absurdity of the thing struck us all next moment, and the mother burst into a laugh in which the daughter and I joined. The son had opened his eyes and had ceased to struggle. “I must really beg your pardon,” said I, as I helped him up again. “I had not the advantage of knowing your other name, and I was in such a hurry that I had no time to think what I was saying.” They laughed again in the most good-humoured way, and, as soon as the young fellow had recovered, we all joined in quite a confidential conversation. It is wonderful how the intrusion of any of the realities of life brushes away the cobwebs of etiquette. In half an hour we knew all about each other, or at any rate I knew all about them. Mrs. La Force was the mother’s name, a widow with these two children. They had given up housekeeping, and found it more pleasant to live in apartments, travelling from one watering place to another. Their one trouble was the nervous weakness of the son Fred. They were now on their way to Birchespool, where they hoped that he might get some good from the bracing air. I was able to recommend vegetarianism, which I have found to act like a charm in such cases. We had quite a spirited conversation, and I think that we were sorry on both sides when we came to the junction where they had to change. Mrs. La Force gave me her card, and I promised to call if ever I should be in Birchespool. However, all this must be stupid enough to you. You know my little ways by this time, and you don’t expect me to keep on the main line of my story. However, I am back on the rails now, and I shall try to remain there. Well, it was nearly six o’clock, and evening was just creeping in when we drew up in Bradfield Station. The first thing I saw when I looked out of the window was Cullingworth, exactly the same as ever, striding in his jerky way down the platform, his coat flying open, his chin thrust forward (he is the most under-hung man I have ever seen), and his great teeth all gleaming, like a good-natured blood-hound. He roared with delight when he saw me, wrung my hand, and slapped me enthusiastically upon the shoulder. “My dear chap!” said he. “We’ll clear this town out. I tell you, Munro, we won’t leave a doctor in it. It’s all they can do now to get butter to their bread; and when we get to work together they’ll have to eat it dry. Listen to me, my boy! There are a hundred and twenty thousand folk in this town, all shrieking for advice, and there isn’t a doctor who knows a rhubarb pill from a calculus. Man, we only have to gather them in. I stand and take the money until my arm aches.” “But how is it?” I asked, as we pushed our way through the crowd, “are there so few other doctors?” “Few!” he roared. “By Crums, the streets are blocked with them. You couldn’t fall out of a window in this town without killing a doctor. But of all the —— well, there, you’ll see them for yourself. You walked to my house at Avonmouth, Munro. I don’t let my friends walk to my house at Bradfield — eh, what?” A well-appointed carriage with two fine black horses was drawn up at the station entrance. The smart coachman touched his hat as Cullingworth opened the door. “Which of the houses, sir?” he asked. Cullingworth’s eyes shot round to me to see what I thought of such a query. Between ourselves I have not the slightest doubt that he had instructed the man to ask it. He always had a fine eye for effect, but he usually erred by underrating the intelligence of those around him. “Ah!” said he, rubbing his chin like a man in doubt. “Well, I daresay dinner will be nearly ready. Drive to the town residential.” “Good gracious, Cullingworth!” said I as we started. “How many houses do you inhabit? It sounds as if you had bought the town.” “Well, well,” said he, laughing, “we are driving to the house where I usually live. It suits us very well, though I have not been able to get all the rooms furnished yet. Then I have a little farm of a few hundred acres just outside the city. It is a pleasant place for the week ends, and we send the nurse and the child — —” “My dear chap, I did not know that you had started a family!” “Yes, it’s an infernal nuisance; but still the fact remains. We get our butter and things from the farm. Then, of course, I have my house of business in the heart of the city.” “Consulting and waiting room, I suppose?” He looked at me with a sort of half vexed, half amused expression. “You cannot rise to a situation, Munro,” said he. “I never met a fellow with such a stodgy imagination. I’d trust you to describe a thing when you have seen it, but never to build up an idea of it beforehand.” “What’s the trouble now?” I asked. “Well, I have written to you about my practice, and I’ve wired to you about it, and here you sit asking me if I work it in two rooms. I’ll have to hire the market square before I’ve finished, and then I won’t have space to wag my elbows. Can your imagination rise to a great house with people waiting in every room, jammed in as tight as they’ll fit, and two layers of them squatting in the cellar? Well, that’s my house of business on an average day. The folk come in from the county fifty miles off, and eat bread and treacle on the doorstep, so as to be first in when the housekeeper comes down. The medical officer of health made an official complaint of the over-crowding of my waiting-rooms. They wait in the stables, and sit along the racks and under the horses’ bellies. I’ll turn some of ‘em on to you, my boy, and then you’ll know a little more about it.” Well, all this puzzled me a good deal, as you can imagine, Bertie; for, making every allowance for Cullingworth’s inflated way of talking, there must be something at the back of it. I was thinking to myself that I must keep my head cool, and have a look at everything with my own eyes, when the carriage pulled up and we got out. “This is my little place,” said Cullingworth. It was the corner house of a line of fine buildings, and looked to me much more like a good-sized hotel than a private mansion. It had a broad sweep of steps leading to the door, and towered away up to five or six stories, with pinnacles and a flagstaff on the top. As a matter of fact, I learned that before Cullingworth took it, it had been one of the chief clubs in the town, but the committee had abandoned it on account of the heavy rent. A smart maid opened the door; and a moment later I was shaking hands with Mrs. Cullingworth, who was all kindliness and cordiality. She has, I think, forgotten the little Avonmouth business, when her husband and I fell out. The inside of the house was even huger than I had thought from the look of the exterior. There were over thirty bedrooms, Cullingworth informed me, as he helped me to carry my portmanteau upstairs. The hall and first stair were most excellently furnished and carpetted, but it all run to nothing at the landing. My own bedroom had a little iron bed, and a small basin standing on a packing case. Cullingworth took a hammer from the mantelpiece, and began to knock in nails behind the door. “These will do to hang your clothes on,” said he; “you don’t mind roughing it a little until we get things in order?” “Not in the least.” “You see,” he explained, “there’s no good my putting a forty pound suite into a bed-room, and then having to chuck it all out of the window in order to make room for a hundred-pound one. No sense in that, Munro! Eh, what! I’m going to furnish this house as no house has ever been furnished. By Crums! I’ll bring the folk from a hundred miles round just to have leave to look at it. But I must do it room by room. Come down with me and look at the dining-room. You must be hungry after your journey.” It really was furnished in a marvellous way — nothing flash, and everything magnificent. The carpet was so rich that my feet seemed to sink into it as into deep moss. The soup was on the table, and Mrs. Cullingworth sitting down, but he kept hauling me round to look at something else. “Go on, Hetty,” he cried over his shoulder. “I just want to show Munro this. Now, these plain dining-room chairs, what d’you think they cost each? Eh, what?” “Five pounds,” said I at a venture. “Exactly!” he cried, in great delight; “thirty pounds for the six. You hear, Hetty! Munro guessed the price first shot. Now, my boy, what for the pair of curtains?” They were a magnificent pair of stamped crimson velvet, with a two-foot gilt cornice above them. I thought that I had better not imperil my newly gained reputation by guessing. “Eighty pounds!” he roared, slapping them with the back of his hand. “Eighty pounds, Munro! What d’ye think of that? Everything that I have in this house is going to be of the best. Why, look at this waiting-maid! Did you ever see a neater one?” He swung the girl, towards me by the arm. “Don’t be silly, Jimmy,” said Mrs. Cullingworth mildly, while he roared with laughter, with all his fangs flashing under his bristling moustache. The girl edged closer to her mistress, looking half-frightened and half-angry. “All right, Mary, no harm!” he cried. “Sit down, Munro, old chap. Get a bottle of champagne, Mary, and we’ll drink to more luck.” Well, we had a very pleasant little dinner. It is never slow if Cullingworth is about. He is one of those men who make a kind of magnetic atmosphere, so that you feel exhilarated and stimulated in their presence. His mind is so nimble and his thoughts so extravagant, that your own break away from their usual grooves, and surprise you by their activity. You feel pleased at your own inventiveness and originality, when you are really like the wren when it took a lift on the eagle’s shoulder. Old Peterson, you remember, used to have a similar effect upon you in the Linlithgow days. In the middle of dinner he plunged off, and came back with a round bag about the size of a pomegranate in his hand. “What d’ye think this is, Munro? Eh?” “I have no idea.” “Our day’s take. Eh, Hetty?” He undid a string, and in an instant a pile of gold and silver rattled down upon the cloth, the coins whirling and clinking among the dishes. One rolled off the table and was retrieved by the maid from some distant corner. “What is it, Mary? A half sovereign? Put it in your pocket. What did the lot come to, Hetty?” “Thirty-one pound eight.” “You see, Munro! One day’s work.” He plunged his hand into his trouser pocket and brought out a pile of sovereigns, which he balanced in his palm. “Look at that, laddie. Rather different from my Avonmouth form, eh? What?” “It will be good news for them,” I suggested. He was scowling at me in an instant with all his old ferocity. You cannot imagine a more savage-looking creature than Cullingworth is when his temper goes wrong. He gets a perfectly fiendish expression in his light blue eyes, and all his hair bristles up like a striking cobra. He isn’t a beauty at his best, but at his worst he’s really phenomenal. At the first danger signal his wife had ordered the maid from the room. “What rot you do talk, Munro!” he cried. “Do you suppose I am going to cripple myself for years by letting those debts hang on to me?” “I understood that you had promised,” said I. “Still, of course, it is no business of mine.” “I should hope not,” he cried. “A tradesman stands to win or to lose. He allows a margin for bad debts. I would have paid it if I could. I couldn’t, and so I wiped the slate clean. No one in his senses would dream of spending all the money that I make in Bradfield upon the tradesmen of Avonmouth.” “Suppose they come down upon you?” “Well, we’ll see about that when they do. Meanwhile I am paying ready money for every mortal thing that comes up the door steps. They think so well of me here that I could have had the whole place furnished like a palace from the drain pipes to the flagstaff, only I determined to take each room in turn when I was ready for it. There’s nearly four hundred pounds under this one ceiling.” There came a tap at the door, and in walked a boy in buttons. “If you please, sir, Mr. Duncan wishes to see you.” “Give my compliments to Mr. Duncan, and tell him he may go to the devil!” “My dear Jimmy!” cried Mrs. Cullingworth. “Tell him I am at dinner; and if all the kings in Europe were waiting in the hall with their crowns in their hands I wouldn’t cross that door mat to see them.” The boy vanished, but was back in an instant. “Please, sir, he won’t go.” “Won’t go! What d’you mean?” Cullingworth sat with his mouth open and his knife and fork sticking up. “What d’you mean, you brat? What are you boggling about?” “It’s his bill, sir,” said the frightened boy. Cullingworth’s face grew dusky, and the veins began to swell on his forehead. “His bill, eh! Look here!” He took his watch out and laid it on the table. “It’s two minutes to eight. At eight I’m coming out, and if I find him there I’ll strew the street with him. Tell him I’ll shred him over the parish. He has two minutes to save his life in, and one of them is nearly gone.” The boy bolted from the room, and in an instant afterwards we heard the bang of the front door, with a clatter of steps down the stairs. Cullingworth lay back in his chair and roared until the tears shone on his eyelashes, while his wife quivered all over with sympathetic merriment. “I’ll drive him mad,” Cullingworth sobbed at last. “He’s a nervous, chicken-livered kind of man; and when I look at him he turns the colour of putty. If I pass his shop I usually just drop in and stand and look at him. I never speak, but just look. It paralyses him. Sometimes the shop is full of people; but it is just the same.” “Who is he, then?” I asked. “He’s my corn merchant. I was saying that I paid my tradesmen as I go, but he is the only exception. He has done me once or twice, you see; and so I try to take it out of him. By the way, you might send him down twenty pounds to-morrow, Hetty. It’s time for an instalment.” What a gossip you will think me, Bertie? But when I begin, my memory brings everything back so clearly, and I write on and on almost unconsciously. Besides, this fellow is such a mixture of qualities, that I could never give you any idea of him by myself; and so I just try to repeat to you what he says, and what he does, so that you may build up your own picture of the man. I know that he has always interested you, and that he does so more now than ever since our fates have drawn us together again. After dinner, we went into the back room, which was the most extraordinary contrast to the front one, having only a plain deal table, and half-a-dozen kitchen chairs scattered about on a linoleum floor. At one end was an electric battery and a big magnet. At the other, a packing case with several pistols and a litter of cartridges upon it. A rook rifle was leaning tip against it, and looking round I saw that the walls were all pocked with bullet marks. “What’s this, then?” I asked, rolling my eyes round. “Hetty, what’s this?” he asked, with his pipe in his hand and his head cocked sideways. “Naval supremacy and the command of the seas,” said she, like a child repeating a lesson. “That’s it,” he shouted, stabbing at me with the amber. “Naval supremacy and command of the seas. It’s all here right under your nose. I tell you, Munro, I could go to Switzerland to-morrow, and I could say to them—’Look here, you haven’t got a seaboard and you haven’t got a port; but just find me a ship, and hoist your flag on it, and I’ll give you every ocean under heaven.’ I’d sweep the seas until there wasn’t a match-box floating on them. Or I could make them over to a limited company, and join the board after allotment. I hold the salt water in the cup of this hand, every drop of it.” His wife put her hands on his shoulder with admiration in her eyes. I turned to knock out my pipe, and grinned over the grate. “Oh, you may grin,” said he. (He was wonderfully quick at spotting what you were doing.) “You’ll grin a little wider when you see the dividends coming in. What’s the value of that magnet?” “A pound?” “A million pounds. Not a penny under. And dirt cheap to the nation that buys it. I shall let it go at that, though I could make ten times as much if I held on. I shall take it up to the Secretary of the Navy in a week or two; and if he seems to be a civil deserving sort of person I shall do business with him. It’s not every day, Munro, that a man comes into his office with the Atlantic under one arm and the Pacific under the other. Eh, what?” I knew it would make him savage, but I lay back in my chair and laughed until I was tired. His wife looked at me reproachfully; but he, after a moment of blackness, burst out laughing also, stamping up and down the room and waving his arms. “Of course it seems absurd to you,” he cried. “Well, I daresay it would to me if any other fellow had worked it out. But you may take my word for it that it’s all right. Hetty here will answer for it. Won’t you, Hetty?” “It’s splendid, my dear.” “Now I’ll show you, Munro; what an unbelieving Jew you are, trying to look interested, and giggling at the back of your throat! In the first place, I have discovered a method — which I won’t tell you — of increasing the attractive power of a magnet a hundred-fold. Have you grasped that?” “Yes.” “Very good. You are also aware, I presume, that modern projectiles are either made of or tipped with steel. It may possibly have come to your ears that magnets attract steel. Permit me now to show you a small experiment.” He bent over his apparatus, and I suddenly heard the snapping of electricity. “This,” he continued going across to the packing case, “is a saloon pistol, and will be exhibited in the museums of the next century as being the weapon with which the new era was inaugurated. Into the breech I place a Boxer cartridge, specialty provided for experimental purposes with a steel bullet. I aim point blank at the dab of red sealing wax upon the wall, which is four inches above the magnet. I am an absolutely dead shot. I fire. You will now advance, and satisfy yourself that the bullet is flattened upon the end of the magnet, after which you will apologise to me for that grin.” I looked, and it certainly was as he had said. “I’ll tell you what I would do,” he cried. “I am prepared to put that magnet in Hetty’s bonnet, and to let you fire six shots straight at her face. How’s that for a test? You wouldn’t mind, Hetty? Eh, what!” “I don’t think she would have objected, but I hastened to disclaim any share in such an experiment. “Of course, you see that the whole thing is to scale. My warship of the future carries at her prow and stern a magnet which shall be as much larger than that as the big shell will be larger than this tiny bullet. Or I might have a separate raft, possibly, to carry my apparatus. My ship goes into action. What happens then, Munro? Eh, what! Every shot fired at her goes smack on to the magnet. There’s a reservoir below into which they drop when the electric circuit is broken. After every action they are sold by auction for old metal, and the result divided as prize money among the crew. But think of it, man! I tell you it is an absolute impossibility for a shot to strike any ship which is provided with my apparatus. And then look at the cheapness. You don’t want armour. You want nothing. Any ship that floats becomes invulnerable with one of these. The war ship of the future will cost anything from seven pound ten. You’re grinning again; but if you give me a magnet and a Brixton trawler with a seven-pounder gun I’ll show sport to the finest battle-ship afloat.” “Well, there must be some flaw about this,” I suggested. “If your magnet is so strong as all that, you would have your own broadside boomeranging back upon you.” “Not a bit of it! There’s a big difference between a shot flying away from you with all its muzzle velocity, and another one which is coming towards you and only needs a slight deflection to strike the magnet. Besides, by breaking the circuit I can take off the influence when I am firing my own broadside. Then I connect, and instantly become invulnerable.” “And your nails and screws?” “The warship of the future will be bolted together by wood.” Well, he would talk of nothing else the whole evening but of this wonderful invention of his. Perhaps there is nothing in it — probably there is not; and yet it illustrates the many-sided nature of the man, that he should not say one word about his phenomenal success here — of which I am naturally most anxious to hear — not a word either upon the important subject of our partnership, but will think and talk of nothing but this extraordinary naval idea. In a week he will have tossed it aside in all probability, and be immersed in some plan for reuniting the Jews and settling them in Madagascar. Yet from all he has said, and all I have seen, there can be no doubt that he has in some inexplicable way made a tremendous hit, and to-morrow I shall let you know all about it. Come what may, I am delighted that I came, for things promise to be interesting. Regard this not as the end of a letter, but of a paragraph. You shall have the conclusion to-morrow, or on Thursday at the latest. Goodbye, and my remembrance to Lawrence if you see him. How’s your friend from Yale?
VI. LA PARATA, BRADFIELD, 7 marzo 1882.
Sono passati soltanto due giorni da quando ti ho scritto, mio caro vecchio amico, eppure mi ritrovo di nuovo pronto a partire. Sono arrivato a Bradfield; ho rivisto il vecchio Cullingworth e ho constatato che tutto ciò che mi aveva raccontato era vero. Sì, per quanto incredibile possa sembrare, quest’uomo straordinario è riuscito davvero a costruire una grande pratica professionale in poco più di un anno. È davvero un uomo notevole, nonostante le sue eccentricità. Bertie, in questa civiltà matura, sembra che non abbia molte possibilità di dimostrare il suo vero potenziale: la legge e le usanze lo ostacolano. È il tipo di persona che, in una rivoluzione francese, emergerebbe sicuramente tra i primi. O se gli si desse il ruolo di imperatore in uno di quei piccoli stati sudamericani, credo che entro dieci anni sarebbe o morto o avrebbe conquistato l’intero continente. Sì. Cullingworth è davvero adatto a lottare per qualcosa di più importante di una semplice pratica medica, e su un palcoscenico molto più ampio di una piccola città provinciale inglese. Quando leggo di Aaron Burr nella tua storia, immagino sempre che sia un uomo simile a Cullingworth.
Ho ricevuto le più affettuose parole di addio da parte di Horton: se fosse stato mio fratello, non avrebbe potuto essere più premuroso. Non avrei mai pensato di potermi affezionare così rapidamente a una persona. Si interessa molto alla mia impresa, e gli scriverò un resoconto dettagliato. Prima di separarci, mi ha regalato una vecchia pipa di schiuma nera che aveva colorato personalmente. L’ultimo possibile segno d’affetto da parte di uno fumatore. È stato piacevole pensare che, se le cose andassero male a Bradfield, avrei sempre Merton dove rifugiarmi. Tuttavia, per quanto la vita lì fosse piacevole e istruttiva, non potevo ignorare il fatto che ci sarebbe voluto un tempo terribilmente lungo prima di riuscire a risparmiare abbastanza denaro per acquistare una quota in una pratica medica. Un tempo probabilmente più lungo di quanto la salute di mio povero padre potesse sopportare. Quel telegramma di Cullingworth, nel quale mi garantiva trecento sterline nel primo anno, mi ha dato speranze di una carriera molto più rapida. Sono sicuro che sarai d’accordo con me: è stato saggio da parte mia andare da lui.
Durante il viaggio verso Bradfield ebbi un’avventura. Nel carro in cui viaggiavo c’era un gruppo di tre persone; diedi loro solo uno sguardo superficiale prima di concentrarmi sul giornale del giorno. C’era una signora anziana, con il viso rossastro, occhiali da vista dorati e un tocco di velluto rosso nel cappello. Con lei c’erano due persone più giovani che supposi fossero suo figlio e sua figlia: la prima era una ragazza tranquilla e gentile, di circa vent’anni, vestita di nero; l’altro un ragazzo basso e robusto, di uno o due anni più grande. Le due donne sedevano una accanto all’altra nell’angolo opposto del carro, mentre il figlio (così supposi) era seduto di fronte a me. Forse avevamo viaggiato per un’ora senza che io prestassi attenzione a questa piccola famiglia, se non per aver sentito qualche loro conversazione. La più giovane, chiamata Winnie, aveva una voce molto dolce e rassicurante; chiamava la madre “mamma”, il che confermava la mia supposizione riguardo al loro rapporto. Mentre continuavo a leggere il mio giornale, fui sorpreso quando il ragazzo di fronte a me mi diede un calcio alle gambe. Spostai le gambe, pensando che fosse stato un incidente, ma subito dopo ne ricevetti un altro, ancora più forte. Lasciai cadere il giornale e, guardandolo, capii immediatamente cosa stava succedendo: il ragazzo aveva iniziato a muovere la gamba spasmodicamente, le mani strette e battute contro il petto, gli occhi rivolti verso l’alto fino a mostrare solo il bordo dell’iride. Mi gettai su di lui, gli aprii il colletto, slacciai il gilet e lo costrinsi a sedersi di nuovo. Uno dei suoi tacchi finì fuori dalla finestra del carro, ma riuscii a sedermi sulle sue ginocchia tenendogli ferme le mani. “Non allarmatevi!”, gridai. “È epilessia, passerà presto!” Alzando lo sguardo, vidi che la ragazza sedeva nell’angolo, pallida e silenziosa. La madre aveva tirato fuori una bottiglia dalla borsa e si stava occupando di lui con calma e competenza. “Spesso gli succede”, disse. “Questo è bromuro.” “Sta riprendendosi”, risposi. “Voi badate a Winnie.” Lo dissi d’impulso, perché la ragazza sembrava sul punto di svenire; ma subito dopo ci rendemmo conto dell’assurdità della situazione e la madre scoppiò a ridere, seguita dalla figlia e da me. Il ragazzo aveva aperto gli occhi e smesso di lottare. “Devo davvero scusarmi”, dissi mentre lo aiutavo ad alzarsi. “Non conoscevo il vostro nome e ero così di fretta che non ho avuto il tempo di pensare a quello che stavo dicendo.”
Era quasi le sei di sera quando arrivammo alla stazione di Bradfield. La prima cosa che vidi guardando fuori dalla finestra fu Cullingworth, esattamente come sempre: camminava con passi scattanti lungo il marciapiede, il cappotto aperto, il mento spinto in avanti (è l’uomo con il collo più corto che abbia mai visto), e i suoi grandi denti brillavano tutti, come quelli di un bonario cane da caccia. Urlò di gioia quando mi vide, strinse la mia mano e mi diede una calorosa pacca sulla spalla.
“Mio caro ragazzo!” disse. “Raderemo al suolo questa città. Te lo dico io, Munro: non lasceremo nemmeno un medico qui dentro. Adesso hanno già abbastanza difficoltà a procurarsi il cibo; e quando inizieremo a lavorare insieme, dovranno mangiare solo pane secco. Ascoltami bene: in questa città ci sono centoventimila persone che chiedono consigli medici, ma non c’è un solo dottore che sappia distinguere una pillola di rabarbaro da un calcolo renale. Basta raccoglierle tutte. Prenderò i loro soldi finché non mi farà male il braccio, ”
“Ma come mai ci sono così pochi medici?” chiesi, mentre ci facemmo strada tra la folla.
“Pochi!” esclamò Cullingworth. “Per Dio. Le strade sono piene di medici. Non potresti nemmeno cadere da una finestra in questa città senza ucciderne uno. Ma, eccoli lì, li vedrai con i tuoi occhi. Sei venuto a casa mia ad Avonmouth, Munro. A Bradfield, invece, non permetto ai miei amici di venire a casa mia a piedi, ”
All’ingresso della stazione c’era una carrozza ben attrezzata, con due bei cavalli neri. Il cocchiere si tolse il cappello quando Cullingworth aprì la porta.
“Quale casa, signore?” chiese.
Gli occhi di Cullingworth si rivolsero verso di me, aspettando di vedere cosa ne pensassi di una domanda del genere. Tra noi due non c’era il minimo dubbio che fosse stato lui ad incaricare quell’uomo di farla. Aveva sempre un ottimo senso dell’effetto, ma di solito sbagliava sottovalutando l’intelligenza delle persone intorno a lui.
“Ah!” disse, strofinandosi il mento come se fosse incerto. “Beh, immagino che la cena sia quasi pronta. Andiamo nella residenza in città.”
“Mio Dio, Cullingworth!” esclamai mentre partivamo. “Quante case possiedi? Sembra quasi che tu abbia comprato l’intera città, ”
“Beh, beh,” rispose ridendo, “stiamo andando nella casa dove di solito vivo. Ci va molto bene, anche se non ho ancora avuto il tempo di arredare tutte le stanze. Inoltre, ho una piccola fattoria di qualche centinaio di acri appena fuori città. È un posto piacevole per trascorrere i fine settimana; mandiamo l’infermiera e il bambino lì, ”
“Mio caro amico, non sapevo che avessi già una famiglia!”
“Sì, è davvero un fastidio terribile. Ma ormai è così. Prendiamo il burro e le altre cose dalla fattoria. E naturalmente ho anche lo studio nel centro della città.”
“Lo studio di consultazione, immagino, ”
Mi guardò con un’espressione a metà esasperata, a metà divertita. “Non riesci proprio ad afferrare la realtà delle cose, Munro. Non ho mai incontrato una persona con un’immaginazione così limitata. Ti affiderei a descrivere qualcosa solo dopo averla vista. Ma mai prima, ”
“Qual è il problema ora?” chiesi.
“Beh, ti ho scritto riguardo al mio studio, e anche inviato un telegramma. E tu mi chiedi se lo gestisco in due stanze soltanto. Dovrò affittare un’intera piazza del mercato prima di finire. E poi non avrò nemmeno abbastanza spazio per muovermi. Riesci davvero a immaginare una grande casa, con persone che aspettano in ogni stanza, stipate l’una accanto all’altra, e due piani interi pieni di clienti nel seminterrato? Beh, quella è la mia situazione quotidiana. Le persone vengono da distanze di cinquanta miglia, mangiano pane e miele davanti alla porta, solo per essere i primi quando arriva la domestica. Il funzionario sanitario si è persino lamentato ufficialmente dell’eccessivo affollamento nelle mie stanze di consultazione. Loro aspettano nei stalli, seduti lungo le rastrelliere o sotto il ventre dei cavalli. Ti manderò alcuni di loro da te. E allora capirai un po’ meglio, ”
Beh, tutto questo mi lasciò davvero perplesso, come puoi immaginare, Bertie. Perché, anche tenendo conto del modo esagerato in cui Cullingworth parlava, doveva esserci sicuramente qualcosa di vero in quello che diceva. Stavo pensando che avrei dovuto mantenere la calma e vedere tutto con i miei occhi. Quando arrivammo alla destinazione, scendemmo dalla carrozza.
“Questa è la mia piccola casa,” disse Cullingworth.
Era l’ultima casa di una serie di edifici eleganti; a mio parere assomigliava molto di più a un hotel di buone dimensioni che a una residenza privata. C’erano gradini ampi che conducevano alla porta; l’edificio si elevava per cinque o sei piani, con guglie e una bandiera sulla cima. In realtà, scoprii che prima che Cullingworth se ne impossessasse, era stato uno dei principali club della città, ma il comitato lo aveva abbandonato a causa dell’alto affitto. Una cameriera elegante aprì la porta; poco dopo stringevo la mano di Mrs. Cullingworth, una donna piena di gentilezza e cordialità. Penso che abbia ormai dimenticato quella piccola questione a Avonmouth, quando mio marito ed io ci scontrammo.
L’interno della casa era ancora più imponente di quanto avessi immaginato dall’esterno. Cullingworth mi spiegò che c’erano oltre trenta camere da letto; l’atrio e il primo piano erano arredati e coperti di tappeti in modo eccellente, ma tutto diventava molto più semplice man mano che ci si inoltrava nelle stanze successive. La mia camera da letto aveva un piccolo letto di ferro e una bacinella posizionata su un baule. Cullingworth prese un martello dal caminetto e iniziò a fissare dei chiodi dietro la porta.
“Questi andranno bene per appendere i tuoi vestiti,” disse; “non ti dispiace se le cose sono un po’ in disordine finché non sistemiamo tutto, vero?”
“Per niente.”
“Vedi,” spiegò, “non ha senso mettere un letto da quaranta libbre in una camera da letto solo per poi doverlo buttare via tutto per far posto a uno da cento libbre. Non ha alcun senso, Munro! Ehi, aspetta. Arrederò questa casa in modo che nessuna altra sia mai stata arredata prima d’ora. Farò venire gente da centinaia di miglia solo per poterla ammirare. Ma devo farlo stanza per stanza. Vieni con me a vedere la sala da pranzo. Devi essere affamato dopo il viaggio, ”
La sala da pranzo era davvero arredata in modo meraviglioso: niente di eccessivamente lussuoso, ma tutto di estrema eleganza. Il tappeto era così morbido che i miei piedi sembravano affondarvi come nel muschio. La zuppa era già pronta sul tavolo, e Mrs. Cullingworth stava per sedersi, ma lui continuava a portarmi in giro per mostrarmi altre cose.
“Vai avanti, Hetty,” gridò voltandosi indietro; “voglio solo far vedere a Munro questo. Ora, queste semplici sedie della sala da pranzo. Quanto credi che costino ciascuna? Eh?”
“Cinque libbre,” risposi a caso.
“Esatto!” esclamò felicissimo; “trenta libbre per sei sedie. Hai sentito, Hetty? Munro ha indovinato subito il prezzo. Ora, ragazzo mio. E quelle tende?”
Erano due bellissime tende di velluto rosso scuro, con una cornice dorata alta due piedi sopra di loro. Decisi che non fosse il caso di rischiare la mia nuova reputazione tentando di indovinare il prezzo.
“Ottanta libbre!” esclamò battendole con il palmo della mano; “Ottanta libbre, Munro! Che ne pensi? Tutto ciò che ho in questa casa sarà il meglio. Guarda questa cameriera. Hai mai visto qualcuna più ordinata?”
Mi fece girare la ragazza verso di me, tenendola per il braccio.
“Non essere sciocco, Jimmy,” disse gentilmente la signora Cullingworth, mentre lui rideva a crepapelle, con tutti i suoi denti che lampeggiavano sotto la folta barba. La ragazza si avvicinò timidamente alla sua padrona, sembrando sia spaventata che arrabbiata.
“Va bene, Mary, non c’è niente di male!” gridò lui. “Siediti, Munro, vecchio mio. Prendi una bottiglia di champagne, Mary, e brinderemo a più fortuna.”
Beh, abbiamo avuto una cena molto piacevole. Quando c’è Cullingworth, non mai nulla va storto. È uno di quegli uomini che creano un’atmosfera particolare, in cui ti senti eccitato e stimolato dalla loro presenza. La sua mente è così agile e i suoi pensieri così fantasiosi che anche i tuoi pensieri ne vengono influenzati. Ti senti orgoglioso della tua inventiva e originalità, proprio come il pettirosso che si arrampica sulle spalle dell’aquila. Il vecchio Peterson, ricorderai, aveva lo stesso effetto su di te ai tempi di Linlithgow.
A metà cena se ne andò e tornò con un sacchetto rotondo, grande più o meno come una melograna.
“Cosa pensi che sia questo, Munro?” chiese.
“Non ne ho idea, ”
“Il guadagno di oggi. Eh, Hetty?” Aprì il sacchetto e subito un mucchio di monete d’oro e d’argento rotolò sul tavolo, tintinnando tra i piatti. Una moneta cadde fuori dal tavolo e la cameriera la raccolse da qualche angolo lontano.
“Cos’è, Mary? Mezzo sovrano? Mettilo in tasca. Quanto abbiamo guadagnato oggi, Hetty?”
“Trentuno sterline e otto pence, ”
“Vedi, Munro? Un giorno di lavoro, ” Si infilò la mano nella tasca dei pantaloni e ne tirò fuori un mucchio di sovrani, tenendoli in equilibrio nel palmo della mano. “Guarda. Molto diverso dal denaro che guadagno ad Avonmouth, eh?”
“Sarà una buona notizia per loro, ” suggerii.
All’istante mi fissò con uno sguardo furioso. Non puoi immaginare niente di più spaventoso di Cullingworth quando si arrabbia. I suoi occhi azzurri diventano davvero demoniaci, e i suoi capelli si rizzano come quelli di un cobra minaccioso. Non è certo bello da vedere quando è arrabbiato. Ma nel peggiore dei casi, beh, è davvero spaventoso. Appena vide i primi segni di pericolo, sua moglie ordinò alla cameriera di uscire dalla stanza.
“Cosa stai dicendo, Munro?” gridò. “Pensi che voglia rovinarmi la vita permettendo che questi debiti mi seguano per anni?”
“Avevo capito che avevi promesso di pagarli, ” dissi. “Comunque, non è affar mio, ”
“Spero proprio di no, ” rispose lui. “Un commerciante può vincere o perdere. Lascia sempre un margine per i debiti impossibili da recuperare. Avrei pagato, se avessi potuto. Ma non ho potuto. Quindi ho deciso di cancellare tutti i debiti. Nessuno con un po’ di buon senso penserebbe di spendere tutto il denaro che guadagno a Bradfield per i commercianti di Avonmouth, ”
“E se venissero a cercarti?”
“Beh, vedremo cosa succederà quando arriveranno. Intanto io pago in contanti per ogni singola cosa che entra da questa porta. Qui la gente pensa così bene di me che avrei potuto far arredare tutto questo posto come un palazzo, dalle tubature fognarie fino alla bandiera. Ma ho deciso di arredare una stanza alla volta, quando ne fossi stato pronto. Sotto questo soffitto ci sono quasi quattrocento sterline, ”
Bussarono alla porta e entrò un ragazzo con i bottoni della giacca sbottonati.
“Per favore, signore, il signor Duncan desidera vederla.”
“Riferite i miei saluti al signor Duncan, e ditegli di andare al diavolo!”
“Mio caro Jimmy!” esclamò la signora Cullingworth.
“Ditegli che sono a cena. E anche se tutti i re d’Europa stessero aspettando nell’atrio con le corone in mano, non varrebbe la pena attraversare quella soglia per vederli, ”
Il ragazzo scomparve, ma tornò subito dopo.
“Per favore, signore, lui insiste.”
“Insiste? Cosa significa?” Cullingworth rimase a bocca aperta, con forchetta e coltello ancora in mano. “Cosa diavolo stai dicendo, ragazzo? Di cosa si tratta?”
“È il suo conto, signore, ” rispose il ragazzo, spaventato.
Il viso di Cullingworth divenne scuro; le vene sul suo fronte iniziarono a gonfiarsi.
“La sua fattura, eh! Guardate qui!” Tirò fuori l’orologio e lo posò sul tavolo. “Sono due minuti alle otto. Alle otto esco, e se lo trovo lì, lo spazzerò per strada. Ditegli che lo farò a pezzi in tutto il quartiere. Ha ancora due minuti per salvare la pelle, e uno di quei minuti è quasi finito.”
Il ragazzo fuggì dalla stanza; un attimo dopo sentimmo il rumore della porta d’ingresso che si apriva e i passi che scendevano le scale. Cullingworth si appoggiò allo schienale della sedia e scoppiò in lacrime, mentre sua moglie rideva comprensiva.
“Lo farò impazzire,” singhiozzò infine Cullingworth. “È un uomo nervoso, debole di carattere. Quando lo guardo, diventa pallido come la creta. Se passo davanti al suo negozio, entro e resto lì a fissarlo. Non parlo mai, mi limito a guardarlo. Lo paralizza completamente. A volte il negozio è pieno di gente, ma non fa differenza.”
“E allora, chi è?” chiesi.
“È il mio commerciante di mais. Stavo dicendo che pago i miei fornitori man mano che ho bisogno dei loro servizi, ma lui è l’unica eccezione. Mi ha fatto questo favore una o due volte. E così cerco di ripagarlo in qualche modo. A proposito, potresti mandargli venti sterline domani, Hetty. È arrivato il momento del primo pagamento.”
Che pettegola penserai che io sia, Bertie. Ma quando inizio a raccontare, i ricordi tornano così chiaramente alla mente, e continuo a scrivere quasi senza rendermene conto. Inoltre, quest’uomo è davvero un insieme di qualità contrastanti. Non riuscirei mai a descriverlo completamente da sola; quindi cerco semplicemente di ripeterti ciò che dice e ciò che fa, affinché tu possa farti una tua idea su di lui. So che ti ha sempre interessato. E ora ancora di più, da quando i nostri destini ci hanno riuniti di nuovo.
Dopo cena, entrammo nella stanza sul retro, che formava un contrasto stridente con quella davanti: c’era solo un semplice tavolo da lavoro e mezza dozzina di sedie da cucina sparse su un pavimento in linoleum. Alla fine della stanza c’erano una batteria elettrica e un grosso magnete; dall’altra parte, una scatola contenente diverse pistole e un mucchio di cartucce. Un fucile a canna liscia era appoggiato contro la scatola, e guardandomi intorno notai che le pareti erano piene di fori lasciati dai proiettili.
“Che cos’è tutto questo?” chiesi, girando gli occhi intorno.
“Hetty, che cos’è?” domandò lui, con la pipa in mano e la testa inclinata di lato.
“La supremazia navale e il dominio dei mari,” rispose lei, come una bambina che ripete una lezione a memoria.
“Ecco!” esclamò lui, puntandomi addosso l’indice. “La supremazia navale e il dominio dei mari. Tutto questo è proprio sotto il tuo naso! Munro, potrei andare in Svizzera domani e dire loro: ‘Ehi, voi non avete una costa né un porto. Ma trovatemi una nave, issate la vostra bandiera su di essa, e vi darò tutti gli oceani del mondo.’ Svuoterei i mari fino a quando non rimarrebbe nemmeno una scatola di fiammiferi galleggiante. Oppure potrei farne una società per azioni e entrare nel consiglio di amministrazione dopo l’assegnazione delle quote. Ho tutto ciò che serve in questa mia mano, ”
Sua moglie gli posò le mani sulle spalle, con ammirazione negli occhi. Io mi alzai per spegnere la pipa e sorrisi attraverso la griglia del focolare.
“Oh, puoi anche ridere,” disse lui. Era davvero incredibilmente veloce nel notare ciò che facevo. “Riderai ancora di più quando vedrai arrivare i dividendi. Quanto vale quel magnete?”
“Una sterlina?”
“Un milione di sterline. Nemmeno un penny in meno. E per la nazione che lo acquisterà sarà davvero a buon mercato. Lo venderò a quel prezzo, anche se potrei guadagnare dieci volte di più se lo tenessi. Tra una settimana o due lo porterò dal Segretario della Marina; se si dimostra una persona ragionevole, farò affari con lui. Non capita tutti i giorni che qualcuno entri nel suo ufficio con l’Atlantico sotto un braccio e il Pacifico sotto l’altro. Eh, che ne dici?”
Sapevo che questo lo avrebbe fatto impazzire di rabbia. Ma mi appoggiai allo schienale della sedia e risi fino a quando non fui stanco. Sua moglie mi guardò con rimprovero; ma lui, dopo un attimo di silenzio, scoppiò anche lui a ridere, camminando avanti e indietro per la stanza e gesticolando con le braccia.
“Certo che ti sembra assurdo, ” gridò. “Beh, probabilmente lo sarebbe anche per me se fosse stato un altro ad ideare tutto questo. Ma puoi credermi: funziona davvero! Hetty può garantirtelo. Vero, Hetty?”
“È fantastico, caro, ”
“Ora ti dimostrerò quanto tu sia scettico, Munro. Cerchi di fingere interesse, ma ridi sotto i baffi! Prima di tutto, ho scoperto un metodo, che non ti dirò, per aumentare di cento volte il potere attrattivo di un magnete. Hai capito?”
“Sì, ”
“I very good. Immagino che sappiate anche voi che i proiettili moderni sono fatti di acciaio o hanno la punta in acciaio. Avrete sicuramente sentito dire che i magneti attirano l’acciaio. Lasciate che vi mostri ora un piccolo esperimento.” Si chinò sul suo apparecchio, e improvvisamente si udì lo scatto dell’elettricità. “Questo,” continuò avvicinandosi al baule, “è una pistola da salone; sarà esposta nei musei del prossimo secolo come l’arma con cui è stata inaugurata la nuova era. Nella canna inserisco un proiettile speciale, dotato di una pallottola d’acciaio per scopi sperimentali. Punto direttamente sulla macchia di cera rossa sul muro, che si trova a quattro pollici sopra il magnete. Sono un tiratore infallibile. Sparo. Ora potrete venire a vedere voi stessi che la pallottola si appiattisce contro l’estremità del magnete. E poi vi scuserete per quel sorriso, ”
Guardai, e effettivamente era proprio come aveva detto.
“Vi dirò cosa farei io,” esclamò. “Sarei disposto a mettere quel magnete nel cappello di Hetty e lasciarvi sparare sei colpi direttamente sul suo viso. Che ne dite? Non vi dispiacerebbe, vero, Hetty? Eh,?”
“Non credo che le dispiacerebbe. Ma ho preferito rifiutarmi di partecipare a un simile esperimento.”
“Naturalmente. Vedete bene che tutto questo è in scala reale. La nave da guerra del futuro avrà dei magneti molto più grandi di questi, proprio come i proiettili saranno molto più potenti di questa piccola pallottola d’acciaio. O forse potrei utilizzare anche una zattera separata per trasportare il mio apparecchio. Quando la nave entra in azione. Cosa succede allora, Munro? Eh. Ogni colpo sparato contro di essa finisce direttamente sul magnete. Ci sono dei serbatoi sotto i quali i proiettili vengono raccolti quando il circuito elettrico si interrompe. Dopo ogni battaglia, vengono venduti all’asta come metallo vecchio. E il ricavato viene diviso tra l’equipaggio come premio. Ma pensateci. È assolutamente impossibile che un proiettile colpisca una nave dotata del mio sistema. E poi. Pensate a quanto sia economico. Non avete bisogno di armature. Nessun equipaggiamento speciale. Qualsiasi nave che galleggi diventa invincibile con uno di questi sistemi. La nave da guerra del futuro costerà al massimo sette sterline e dieci penny. State sorridendo di nuovo. Ma se mi date un magnete e una barca da pesca con un cannone da sette libbre, vi dimostrerò che questo sistema è superiore a qualsiasi nave da guerra esistente, ”
“Beh. Deve esserci qualche difetto in tutto ciò, ” osservai. “Se il vostro magnete fosse davvero così potente, i proiettili sparati contro di esso tornerebbero indietro verso chi li ha sparati, ”
“Assolutamente no! C’è una grande differenza tra un proiettile che si allontana da voi con tutta la sua velocità iniziale e uno che vi viene incontro. Basta una leggera deviazione perché colpisca il magnete. Inoltre, interrompendo il circuito elettrico, posso eliminare l’effetto del magnete quando sparo. E poi, riattivando il circuito, divento immediatamente invincibile, ”
“E i vostri chiodi e viti?”
“La nave da guerra del futuro sarà assemblata interamente in legno, ”
Beh, per tutta la sera non parlava d’altro che di questa sua meravigliosa invenzione. Forse non c’è nulla di vero in tutto ciò, probabilmente no; eppure questo dimostra la versatilità di quell’uomo: non dice una parola del suo straordinario successo, di cui naturalmente sono molto curioso di sapere qualcosa; non menziona nemmeno l’importante argomento della nostra partnership, pensa e parla soltanto di questa idea navale eccezionale. Probabilmente tra una settimana la getterà da parte per dedicarsi a qualche altro progetto, come quello di riunire gli Ebrei e stabilirli in Madagascar. Tuttavia, da tutto ciò che ha detto e da quanto ho visto, non c’è dubbio che abbia ottenuto un risultato straordinario, domani vi dirò tutto nei dettagli. Qualunque cosa accada, sono felice di essere venuto: le cose promettono di essere molto interessanti. Non considerate questa lettera come la fine della comunicazione, ci sarà una conclusione domani, o al massimo giovedì. Addio, e salutatemi cordialmente da Lawrence se lo incontrate. Come sta il vostro amico di Yale?
VII. THE PARADE, BRADFIELD, 9th March, 1882. Well, you see I am as good as my word, Bertie; and here is a full account of this queer little sample gouged out of real life, never to be seen, I should fancy, by any eye save your own. I have written to Horton also, and of course to my mother; but I don’t go into detail with them, as I have got into the way of doing with you. You keep on assuring me that you like it; so on your own head be it if you find my experiences gradually developing into a weariness. When I woke in the morning, and looked round at the bare walls and the basin on the packing case, I hardly knew where I was. Cullingworth came charging into the room in his dressing gown, however, and roused me effectually by putting his hands on the rail at the end of the bed, and throwing a somersault over it which brought his heels on to my pillow with a thud. He was in great spirits, and, squatting on the bed, he held forth about his plans while I dressed. “I tell you one of the first things I mean to do, Munro,” said he. “I mean to have a paper of my own. We’ll start a weekly paper here, you and I, and we’ll make them sit up all round. We’ll have an organ of our own, just like every French politician. If any one crosses us, we’ll make them wish they had never been born. Eh, what, laddie? what d’you think? So clever, Munro, that everybody’s bound to read it, and so scathing that it will just fetch out blisters every time. Don’t you think we could?” “What politics?” I asked. “Oh, curse the politics! Red pepper well rubbed in, that’s my idea of a paper. Call it the Scorpion. Chaff the Mayor and the Council until they call a meeting and hang themselves. I’d do the snappy paragraphs, and you would do the fiction and poetry. I thought about it during the night, and Hetty has written to Murdoch’s to get an estimate for the printing. We might get our first number out this day week.” “My dear chap!” I gasped. “I want you to start a novel this morning. You won’t get many patients at first, and you’ll have lots of time.” “But I never wrote a line in my life.” “A properly balanced man can do anything he sets his hand to. He’s got every possible quality inside him, and all he wants is the will to develop it.” “Could you write a novel yourself?” I asked. “Of course I could. Such a novel, Munro, that when they’d read the first chapter the folk would just sit groaning until the second came out. They’d wait in rows outside my door in the hope of hearing what was coming next. By Crums, I’ll go and begin it now!” And, with another somersault over the end of the bed, he rushed from the room, with the tassels of his dressing gown flying behind him. I daresay you’ve quite come to the conclusion by this time that Cullingworth is simply an interesting pathological study — a man in the first stage of lunacy or general paralysis. You might not be so sure about it if you were in close contact with him. He justifies his wildest flights by what he does. It sounds grotesque when put down in black and white; but then it would have sounded equally grotesque a year ago if he had said that he would build up a huge practice in a twelvemonth. Now we see that he has done it. His possibilities are immense. He has such huge energy at the back of his fertility of invention. I am afraid, on thinking over all that I have written to you, that I may have given you a false impression of the man by dwelling too much on those incidents in which he has shown the strange and violent side of his character, and omitting the stretches between where his wisdom and judgment have had a chance. His conversation when he does not fly off at a tangent is full of pith and idea. “The greatest monument ever erected to Napoleon Buonaparte was the British National debt,” said he yesterday. Again, “We must never forget that the principal export of Great Britain to the United States IS the United States.” Again, speaking of Christianity, “What is intellectually unsound cannot be morally sound.” He shoots off a whole column of aphorisms in a single evening. I should like to have a man with a note book always beside him to gather up his waste. No; you must not let me give you a false impression of the man’s capacity. On the other hand, it would be dishonest to deny that I think him thoroughly unscrupulous, and full of very sinister traits. I am much mistaken, however, if he has not fine strata in his nature. He is capable of rising to heights as well as of sinking to depths. Well, when we had breakfasted we got into the carriage and drove off to the place of business. “I suppose you are surprised at Hetty coming with us, said Cullingworth, slapping me on the knee. Hetty, Munro is wondering what the devil you are here for, only he is too polite to ask.” In fact, it HAD struck me as rather strange that she should, as a matter of course, accompany us to business. “You’ll see when we get there,” he cried chuckling. “We run this affair on lines of our own.” It was not very far, and we soon found ourselves outside a square whitewashed building, which had a huge “Dr. Cullingworth” on a great brass plate at the side of the door. Underneath was printed “May be consulted gratis from ten to four.” The door was open, and I caught a glimpse of a crowd of people waiting in the hall. “How many here?” asked Cullingworth of the page boy. “A hundred and forty, sir.” “All the waiting rooms full?” “Yes, sir.” “Courtyard full? “Yes, sir.” “Stable full?” “Yes, sir.” “Coach-house full?” “There’s still room in the coach-house, sir.” “Ah, I’m sorry we haven’t got a crowded day for you, Munro,” said he. “Of course, we can’t command these things, and must take them as they come. Now then, now then, make a gangway, can’t you?” — this to his patients. “Come here and see the waiting-room. Pooh! what an atmosphere! Why on earth can’t you open the windows for yourselves? I never saw such folk! There are thirty people in this room, Munro, and not one with sense enough to open a window to save himself from suffocation.” “I tried, sir, but there’s a screw through the sash,” cried one fellow. “Ah, my boy, you’ll never get on in the world if you can’t open a window without raising a sash,” said Cullingworth, slapping him on the shoulder. He took the man’s umbrella and stuck it through two of the panes of glass. “That’s the way!” he said. “Boy, see that the screw is taken out. Now then, Munro, come along, and we’ll get to work.” We went up a wooden stair, uncarpeted, leaving every room beneath us, as far as I could see, crowded with patients. At the top was a bare passage, which had two rooms opposite to each other at one end, and a single one at the other. “This is my consulting room,” said he, leading the way into one of these. It was a good-sized square chamber, perfectly empty save for two plain wooden chairs and an unpainted table with two books and a stethoscope upon it. “It doesn’t look like four or five thousand a year, does it? Now, there is an exactly similar one opposite which you can have for yourself. I’ll send across any surgical cases which may turn up. To-day, however, I think you had better stay with me, and see how I work things.” “I should very much like to,” said I. “There are one or two elementary rules to be observed in the way of handling patients,” he remarked, seating himself on the table and swinging his legs. “The most obvious is that you must never let them see that you want them. It should be pure condescension on your part seeing them at all; and the more difficulties you throw in the way of it, the more they think of it. Break your patients in early, and keep them well to heel. Never make the fatal mistake of being polite to them. Many foolish young men fall into this habit, and are ruined in consequence. Now, this is my form” — he sprang to the door, and putting his two hands to his mouth he bellowed: “Stop your confounded jabbering down there! I might as well be living above a poultry show! There, you see,” he added to me, “they will think ever so much more of me for that.” “But don’t they get offended?” I asked. “I’m afraid not. I have a name for this sort of thing now, and they have come to expect it. But an offended patient — I mean a thoroughly insulted one — is the finest advertisement in the world. If it is a woman, she runs clacking about among her friends until your name becomes a household word, and they all pretend to sympathise with her, and agree among themselves that you must be a remarkably discerning man. I quarrelled with one man about the state of his gall duct, and it ended by my throwing him down the stairs. What was the result? He talked so much about it that the whole village from which he came, sick and well, trooped to see me. The little country practitioner who had been buttering them up for a quarter of a century found that he might as well put up his shutters. It’s human nature, my boy, and you can’t alter it. Eh, what? You make yourself cheap and you become cheap. You put a high price on yourself and they rate you at that price. Suppose I set up in Harley Street to-morrow, and made it all nice and easy, with hours from ten to three, do you think I should get a patient? I might starve first. How would I work it? I should let it be known that I only saw patients from midnight until two in the morning, and that bald-headed people must pay double. That would set people talking, their curiosity would be stimulated, and in four months the street would be blocked all night. Eh, what? laddie, you’d go yourself. That’s my principle here. I often come in of a morning and send them all about their business, tell them I’m going off to the country for a day. I turn away forty pounds, and it’s worth four hundred as an advertisement!” “But I understood from the plate that the consultations were gratis.” “So they are, but they have to pay for the medicine. And if a patient wishes to come out of turn he has to pay half-a-guinea for the privilege. There are generally about twenty every day who would rather pay that than wait several hours. But, mind you, Munro, don’t you make any mistake about this! All this would go for nothing if you had not something, slid behind — I cure them. That’s the point. I take cases that others have despaired of, and I cure them right off. All the rest is only to bring them here. But once here I keep them on my merits. It would all be a flash in the pan but for that. Now, come along and see Hetty’s department.” We walked down the passage to the other room. It was elaborately fitted up as a dispensary, and there with a chic little apron Mrs. Cullingworth was busy making up pills. With her sleeves turned up and a litter of glasses and bottles all round her, she was laughing away like a little child among its toys. “The best dispenser in the world!” cried Cullingworth, patting her on the shoulder. “You see how I do it, Munro. I write on a label what the prescription is, and make a sign which shows how much is to be charged. The man comes along the passage and passes the label through the pigeon hole. Hetty makes it up, passes out the bottle, and takes the money. Now, come on and clear some of these folk out of the house.” It is impossible for me to give you any idea of that long line of patients, filing hour after hour through the unfurnished room, and departing, some amused, and some frightened, with their labels in their hands. Cullingworth’s antics are beyond belief. I laughed until I thought the wooden chair under me would have come to pieces. He roared, he raved, he swore, he pushed them about, slapped them on the back, shoved them against the wall, and occasionally rushed out to the head of the stair to address them en masse. At the same time, behind all this tomfoolery, I, watching his prescriptions, could see a quickness of diagnosis, a scientific insight, and a daring and unconventional use of drugs, which satisfied me that he was right in saying that, under all this charlatanism, there lay solid reasons for his success. Indeed, “charlatanism” is a misapplied word in this connection; for it would describe the doctor who puts on an artificial and conventional manner with his patients, rather than one who is absolutely frank and true to his own extraordinary nature. To some of his patients he neither said one word nor did he allow them to say one. With a loud “hush” he would rush at them, thump them on the chests, listen to their hearts, write their labels, and then run them out of the room by their shoulders. One poor old lady he greeted with a perfect scream. “You’ve been drinking too much tea!” he cried. “You are suffering from tea poisoning!” Then, without allowing her to get a word in, he clutched her by her crackling black mantle, dragged her up to the table, and held out a copy of “Taylor’s Medical Jurisprudence” which was lying there. “Put your hand on the book,” he thundered, “and swear that for fourteen days you will drink nothing but cocoa.” She swore with upturned eyes, and was instantly whirled off with her label in her hand, to the dispensary. I could imagine that to the last day of her life, the old lady would talk of her interview with Cullingworth; and I could well understand how the village from which she came would send fresh recruits to block up his waiting rooms. Another portly person was seized by the two armholes of his waistcoat, just as he was opening his mouth to explain his symptoms, and was rushed backward down the passage, down the stairs, and finally into the street, to the immense delight of the assembled patients, “You eat too much, drink too much, and sleep too much,” Cullingworth roared after him. “Knock down a policeman, and come again when they let you out.” Another patient complained of a “sinking feeling.” “My dear,” said he, “take your medicine; and if that does no good, swallow the cork, for there is nothing better when you are sinking.” As far as I could judge, the bulk of the patients looked upon a morning at Cullingworth’s as a most enthralling public entertainment, tempered only by a thrill lest it should be their turn next to be made an exhibition of. Well, with half-an-hour for lunch, this extraordinary business went on till a quarter to four in the afternoon. When the last patient had departed, Cullingworth led the way into the dispensary, where all the fees had been arranged upon the counter in the order of their value. There were seventeen half-sovereigns, seventy-three shillings, and forty-six florins; or thirty-two pounds eight and sixpence in all. Cullingworth counted it up, and then mixing the gold and silver into one heap, he sat running his fingers through it and playing with it. Finally, he raked it into the canvas bag which I had seen the night before, and lashed the neck up with a boot-lace. We walked home, and that walk struck me as the most extraordinary part of all that extraordinary day. Cullingworth paraded slowly through the principal streets with his canvas bag, full of money, outstretched at the full length of his arm. His wife and I walked on either side, like two acolytes supporting a priest, and so we made our way solemnly homewards the people stopping to see us pass. “I always make a point of walking through the doctor’s quarter,” said Cullingworth. “We are passing through it now. They all come to their windows and gnash their teeth and dance until I am out of sight.” “Why should you quarrel with them? What is the matter with them?” I asked. “Pooh! what’s the use of being mealy-mouthed about it?” said he. “We are all trying to cut each other’s throats, and why should we be hypocritical over it? They haven’t got a good word for me, any one of them; so I like to take a rise out of them.” “I must say that I can see no sense in that. They are your brothers in the profession, with the same education and the same knowledge. Why should you take an offensive attitude towards them?” “That’s what I say, Dr. Munro,” cried his wife. “It is so very unpleasant to feel that one is surrounded by enemies on every side.” “Hetty’s riled because their wives wouldn’t call upon her,” he cried. “Look at that, my dear,” jingling his bag. “That is better than having a lot of brainless women drinking tea and cackling in our drawing-room. I’ve had a big card printed, Munro, saying that we don’t desire to increase the circle of our acquaintance. The maid has orders to show it to every suspicious person who calls.” “Why should you not make money at your practice, and yet remain on good terms with your professional brethren?” said I. “You speak as if the two things were incompatible.” “So they are. What’s the good of beating about the bush, laddie? My methods are all unprofessional, and I break every law of medical etiquette as often as I can think of it. You know very well that the British Medical Association would hold up their hands in horror if it could see what you have seen to-day.” “But why not conform to professional etiquette?” “Because I know better. My boy, I’m a doctor’s son, and I’ve seen too much of it. I was born inside the machine, and I’ve seen all the wires. All this etiquette is a dodge for keeping the business in the hands of the older men. It’s to hold the young men back, and to stop the holes by which they might slip through to the front. I’ve heard my father say so a score of times. He had the largest practice in Scotland, and yet he was absolutely devoid of brains. He slipped into it through seniority and decorum. No pushing, but take your turn. Very well, laddie, when you’re at the top of the line, but how about it when you’ve just taken your place at the tail? When I’m on the top rung I shall look down and say, ‘Now, you youngsters, we are going to have very strict etiquette, and I beg that you will come up very quietly and not disarrange me from my comfortable position.’ At the same time, if they do what I tell them, I shall look upon them as a lot of infernal blockheads. Eh, Munro, what?” I could only say again that I thought he took a very low view of the profession, and that I disagreed with every word he said. “Well, my boy, you may disagree as much as you like, but if you are going to work with me you must throw etiquette to the devil!” “I can’t do that.” “Well, if you are too clean handed for the job you can clear out. We can’t keep you here against your will.” I said nothing; but when we got back, I went upstairs and packed up my trunk, with every intention of going back to Yorkshire by the night train. He came up to my room, and finding what I was at, he burst into apologies which would have satisfied a more exacting man than I am. “You shall do just exactly what you like, my dear chap. If you don’t like my way, you may try some way of your own.” “That’s fair enough,” said I. “But it’s a little trying to a man’s self-respect if he is told to clear out every time there is a difference of opinion.” “Well, well, there was no harm meant, and it shan’t occur again. I can’t possibly say more than that; so come along down and have a cup of tea.” And so the matter blew over; but I very much fear, Bertie, that this is the first row of a series. I have a presentiment that sooner or later my position here will become untenable. Still, I shall give it a fair trial as long as he will let me. Cullingworth is a fellow who likes to have nothing but inferiors and dependants round him. Now, I like to stand on my own legs, and think with my own mind. If he’ll let me do this we’ll get along very well; but if I know the man he will claim submission, which is more than I am inclined to give. He has a right to my gratitude, which I freely admit. He has found an opening for me when I badly needed one and had no immediate prospects. But still, one may pay too high a price even for that, and I should feel that I was doing so if I had to give up my individuality and my manhood. We had an incident that evening which was so characteristic that I must tell you of it. Cullingworth has an air gun which fires little steel darts. With this he makes excellent practice at about twenty feet, the length of the back room. We were shooting at a mark after dinner, when he asked me whether I would hold a halfpenny between my finger and thumb, and allow him to shoot it out. A halfpenny not being forthcoming, he took a bronze medal out of his waistcoat pocket, and I held that tip as a mark. “Kling!” went the air gun, and the medal rolled upon the floor. “Plumb in the centre,” said he. “On the contrary,” I answered, “you never hit it at all!” “Never hit it! I must have hit it!” “I am confident you didn’t.” “Where’s the dart, then?” “Here,” said I, holding up a bleeding forefinger, from which the tail end of the fluff with which the dart was winged was protruding. I never saw a man so abjectly sorry for anything in my life. He used language of self-reproach which would have been extravagant if he had shot off one of my limbs. Our positions were absurdly reversed; and it was he who sat collapsed in a chair, while it was I, with the dart still in my finger, who leaned over him and laughed the matter off. Mrs. Cullingworth had run for hot water, and presently with a tweezers we got the intruder out. There was very little pain (more to-day than yesterday), but if ever you are called upon to identify my body you may look for a star at the end of my right forefinger. When the surgery was completed (Cullingworth writhing and groaning all the time) my eyes happened to catch the medal which I had dropped, lying upon the carpet. I lifted it up and looked at it, eager to find some topic which would be more agreeable. Printed upon it was—”Presented to James Cullingworth for gallantry in saving life. Jan. 1879.” “Hullo, Cullingworth,” said I. “You never told me about this!” He was off in an instant in his most extravagant style. “What! the medal? Haven’t you got one? I thought every one had. You prefer to be select, I suppose. It was a little boy. You’ve no idea the trouble I had to get him in.” “Get him out, you mean.” “My dear chap, you don’t understand! Any one could get a child out. It’s getting one in that’s the bother. One deserves a medal for it. Then there are the witnesses, four shillings a day I had to pay them, and a quart of beer in the evenings. You see you can’t pick up a child and carry it to the edge of a pier and throw it in. You’d have all sorts of complications with the parents. You must be patient and wait until you get a legitimate chance. I caught a quinsy walking up and down Avonmouth pier before I saw my opportunity. He was rather a stolid fat boy, and he was sitting on the very edge, fishing. I got the sole of my foot on to the small of his back, and shot him an incredible distance. I had some little difficulty in getting him out, for his fishing line got twice round my legs, but it all ended well, and the witnesses were as staunch as possible. The boy came up to thank me next day, and said that he was quite uninjured save for a bruise on the back. His parents always send me a brace of fowls every Christmas.” I was sitting with my finger in the hot water listening to this rigmarole. When he had finished he ran off to get his tobacco box, and we could hear the bellowing of his laughter dwindling up the stair. I was still looking at the medal, which, from the dents all over it, had evidently been often used as a target, when I felt a timid touch upon my sleeve; it was Mrs. Cullingworth, who was looking earnestly at me with a very distressed expression upon her face. “You believe far too much what James says,” said she. “You don’t know him in the least, Mr. Munro. You don’t look at a thing from his point of view, and you will never understand him until you do. It is not, of course, that he means to say anything that is untrue; but his fancy is excited, and he is quite carried away by the humour of any idea, whether it tells against himself or not. It hurts me, Mr. Munro, to see the only man in the world towards whom he has any feeling of friendship, misunderstanding him so completely, for very often when you say nothing your face shows very clearly what you think.” I could only answer lamely that I was very sorry if I had misjudged her husband in any way, and that no one had a keener appreciation of some of his qualities than I had. “I saw how gravely you looked when he told you that absurd story about pushing a little boy into the water,” she continued; and, as she spoke, she drew from somewhere in the front of her dress a much creased slip of paper. “Just glance at that, please, Dr. Munro.” It was a newspaper cutting, which gave the true account of the incident. Suffice it that it was an ice accident, and that Cullingworth had really behaved in a heroic way and had been drawn out himself insensible, with the child so clasped in his arms that it was not until he had recovered his senses that they were able to separate them. I had hardly finished reading it when we heard his step on the stairs; and she, thrusting the paper back into her bosom, became in an instant the same silently watchful woman as ever. Is he not a conundrum? If he interests you at a distance (and I take for granted that what you say in your letters is not merely conventional compliment) you can think how piquant he is in actual life. I must confess, however, that I can never shake off the feeling that I am living with some capricious creature who frequently growls and may possibly bite. Well, it won’t be very long before I write again, and by that time I shall probably know whether I am likely to find any permanent billet here or not. I am so sorry to hear about Mrs. Swanborough’s indisposition. You know that I take the deepest interest in everything that affects you. They tell me here that I am looking very fit, though I think they ought to spell it with an “a.”
VII. La parata, Bradfield, 9 marzo 1882.
Beh, vedi che mantengo sempre le mie promesse, Bertie; ecco qui un resoconto completo di questa strana storia tratta dalla vita reale, una storia che, credo, nessun altro occhio vedrà mai, se non il tuo. Ho anche scritto a Horton e, naturalmente, a mia madre; ma non entro nei dettagli con loro, proprio come faccio con te. Continui a dirmi che ti piace, quindi, a tua discrezione, se ritieni che le mie esperienze possano diventare noiose col tempo.
Quando mi sono svegliato la mattina e ho guardato intorno alle pareti spoglie e al lavandino posizionato su una scatola, quasi non riconoscevo il posto in cui mi trovavo. Tuttavia, Cullingworth è entrato di corsa nella stanza in pigiama e mi ha svegliato del tutto mettendo le mani sulla sbarra del letto e facendo un salto che gli ha fatto atterrare i tacchi sul mio cuscino con un tonfo. Era di ottimo umore; si è seduto sul letto e ha iniziato a parlarmi dei suoi piani mentre mi vestivo.
“Ti dico subito cosa farò per primo, Munro,” ha detto. “Voglio creare un mio giornale. Inizieremo una pubblicazione settimanale qui, tu ed io, e faremo in modo che tutti ne parlino. Avremo anche un nostro “organo di informazione”, proprio come fanno tutti i politici francesi. Se qualcuno ci contraddice, gli farò desiderare di non essere mai nato. Eh, che ne dici? Non credi che possiamo riuscirci?”
“Politica?”, ho chiesto.
“Oh, al diavolo la politica! Un giornale pieno di critiche severe, chiamiamolo “Lo Scorpione”. Metteremo in ridicolo il sindaco e il consiglio fino a farli convocare una riunione, e poi, beh, vedremo. Io scriverò i pezzi più incisivi, e tu le storie e la poesia. Ci ho pensato tutta la notte, e Hetty ha già scritto a Murdoch per chiedere un preventivo sulla stampa. Potremmo pubblicare il primo numero entro questa settimana.”
“Mio caro amico, ” ho esclamato, sbalordito.
“Voglio che tu inizi subito a scrivere un romanzo. All’inizio non avrai molti pazienti, quindi avrai molto tempo a disposizione.”
“Ma io non ho mai scritto una riga in vita mia, ”
“Un uomo equilibrato può fare qualsiasi cosa decida di fare. Ha tutte le qualità necessarie dentro di sé, manca solo la volontà di svilupparle.”
“Potresti scrivere tu stesso un romanzo?” ho chiesto.
“Certo che potrei. Un romanzo tale che, dopo aver letto il primo capitolo, la gente aspetterebbe con ansia il seguito. Si metterebbero in fila fuori dalla mia porta sperando di scoprire cosa succederà dopo. Per Crums, comincio subito a scriverlo!” E, facendo un altro salto oltre il bordo del letto, è uscito dalla stanza, con le frange della sua vestaglia che svolazzavano dietro di lui.
Oserei dire che ormai siate giunti alla conclusione che Cullingworth non sia altro che un interessante caso patologico: un uomo nella prima fase della follia o di una paralisi generale. Forse non ne sareste così sicuri se foste in stretto contatto con lui. Lui giustifica le sue azioni più stravaganti con ciò che fa. Suonano grottesche quando descritte in termini concreti; ma lo stesso avrebbe suonato altrettanto grottesco un anno fa, se avesse detto di voler creare un’immensa attività commerciale in dodici mesi. Ora vediamo che ci è riuscito. Le sue possibilità sono infinite: possiede una forza enorme e una grande capacità inventiva. Temo, però, che riflettendo su tutto ciò che vi ho scritto, possa avervi dato un’impressione errata di lui, concentrandomi troppo sugli episodi in cui ha mostrato il lato strano e violento del suo carattere, trascurando invece i momenti in cui la sua saggezza e il suo giudizio hanno avuto la meglio. Quando non si allontana troppo dal tema principale, le sue conversazioni sono piene di arguzia e intuizioni profonde, “Il più grande monumento mai eretto a Napoleone Bonaparte è stato il debito pubblico britannico”, ha detto ieri.
Di nuovo: “Non dobbiamo mai dimenticare che l’importazione principale della Gran Bretagna negli Stati Uniti Sono gli Stati Uniti stessi.” Ancora, parlando del cristianesimo: “Ciò che è intellettualmente errato non può essere moralmente corretto.” In una sola serata, scrive un intero articolo pieno di aforismi. Vorrei che accanto a lui ci fosse sempre qualcuno con un taccuino per raccogliere tutte queste idee. No; non dovete lasciare che vi dia una falsa impressione delle sue capacità. D’altra parte, sarebbe disonesto negare che lo ritengo completamente senza scrupoli e pieno di tratti molto sinistri. Tuttavia, mi sbaglio di grosso se nella sua natura non ci sono anche aspetti positivi: è capace sia di raggiungere grandi altezze che di cadere in abissi profondi.
Beh, dopo aver fatto colazione salimmo nella carrozza e partimmo per il luogo di lavoro.
“Immagino che vi sorprenda che Hetty venga con noi,” disse Cullingworth dandomi una pacca sulla gamba. “Hetty. Munro si chiede a cosa diavolo tu sia venuta qui, ma è troppo educato per domandarlo.”
In effetti, mi era sembrato piuttosto strano che lei ci accompagnasse così naturalmente in ufficio.
“Lo scoprirete quando arriveremo,” disse ridendo. “Gestiamo questa attività secondo le nostre regole.”
Non era molto lontano, e presto ci trovammo davanti a un edificio bianco, con una grande targa di bronzo su cui c’era scritto “Dottor Cullingworth”. Sotto era indicato che si poteva ricevere gratuitamente dalle dieci alle quattro. La porta era aperta, e intravidi un gruppo di persone in attesa nell’atrio.
“Quanti ci sono qui?” chiese Cullingworth al ragazzo.
“Centoquaranta, signore.”
“Tutte le sale d’attesa piene?”
“Sì, signore.”
“Anche il cortile?”
“Sì, signore.”
“I magazzini?”
“Sì, signore.”
“E la stalla?”
“C’è ancora spazio nella stalla, signore.”
“Ah, mi dispiace che oggi non ci sia stata molta gente da curare per te, Munro,” disse lui. “Certo, non possiamo comandare queste cose e dobbiamo accettarle così come vengono. Ora, fai pure spazio, per favore, ” Questo diceva ai suoi pazienti. “Vieni a vedere questa sala d’attesa. Puf! Che atmosfera orribile! Perché diavolo non potete aprire le finestre da soli? Non ho mai visto gente del genere. Ci sono trenta persone in questa stanza, Munro, e nessuno abbastanza sensato da aprire una finestra per evitare di soffocare, ”
“Ho provato, signore, ma c’è un viti nel telaio della finestra,” rispose uno dei pazienti.
“Ah, ragazzo mio. Se non riesci nemmeno ad aprire una finestra senza sollevare il telaio, non avrai mai successo nella vita,” disse Cullingworth, dandogli una pacca sulla spalla. Prese l’ombrello del paziente e lo infilò tra due dei pannelli di vetro. “Ecco fatto! Ora, Munro, andiamo a lavorare.”
Salimmo una scala di legno, senza tappeti; ogni stanza sotto di noi era piena di pazienti. In cima c’era un corridoio deserto; all’estremità opposta c’erano due stanze una di fronte all’altra, e una sola dall’altra parte del corridoio.
“Questa è la mia sala di consultazione,” disse lui, guidandomi in una di queste stanze. Era una stanza quadrata, abbastanza grande; dentro non c’era nulla se non due sedie di legno semplici e un tavolo senza vernice, su cui erano posati due libri e uno stetoscopio. “Non sembra certo che mi guadagni quattro o cinquemila sterline all’anno, vero? Ora, c’è una stanza esattamente uguale dall’altra parte. Puoi usarla tu. Ti manderò tutti i casi chirurgici che si presentano. Per oggi, però, è meglio che resti con me e veda come lavoro.”
“Mi piacerebbe molto,” dissi.
“Ci sono una o due regole fondamentali da seguire nel trattamento dei pazienti,” osservò lui, sedendosi sul tavolo e dondolando le gambe. “La più importante è che non devi mai far loro capire che li desideri. Dovrebbe essere un vero atto di gentilezza da parte tua il fatto stesso di riceverli. E più crei difficoltà, più loro ne saranno consapevoli. Abituati i tuoi pazienti fin dall’inizio a obbedire alle tue istruzioni. E non commettere mai l’errore fatale di essere gentile con loro. Molti giovani sciocchi hanno questa abitudine e ne pagano le conseguenze. Ora, ecco il mio metodo, ” Si alzò di scatto, andò alla porta e gridò: “Basta con quel chiacchiericcio assurdo laggiù! È come se vivessi sopra un mercato di pollame. Vedi?” aggiunse rivolto a me. “Per loro, questo significa che mi stimano ancora di più, ”
“Ma non si offendono per questo?” chiesi.
“Temo di no. Ora ho un nome preciso per questo genere di cose, e la gente si aspetta proprio che lo usi. Ma un paziente offeso, intendo, uno veramente insultato, è la pubblicità migliore del mondo. Se si tratta di una donna, inizia a parlarne con tutte le sue amiche finché il mio nome non diventa noto in tutta la zona; tutte fingono di simpatizzare per lei e concordano tra loro che io debba essere un uomo davvero eccezionale. Una volta ho avuto una discussione con un uomo riguardo allo stato del suo dotto biliare, e alla fine l’ho spinto giù dalle scale. E cosa è successo? Ne ha parlato così tanto che tutta la gente del villaggio, malati o sani che fossero, è venuta a trovarmi. Quel piccolo medico di campagna che per un quarto di secolo li aveva lusingati, beh, ha capito che era meglio chiudere lo studio. È la natura umana, ragazzo mio, e non si può cambiarla. Eh? Se ti abbassi troppo, diventi davvero poco prezioso; se ti metti un prezzo alto, loro ti valutano proprio in base a quel prezzo. Immagina che domani mi stabilissi in Harley Street e facessi tutto sembrare facile, dalle dieci alle tre del pomeriggio, pensi che avrei pazienti? Probabilmente morirei di fame prima ancora di iniziare. Come farei, allora? Direi che vedo i pazienti solo tra mezzanotte e le due di notte, e che le persone calve devono pagare il doppio. Questo susciterebbe molta curiosità, e in quattro mesi tutta la strada sarebbe bloccata tutta la notte. Eh? Ragazzo mio, tu stesso lo faresti. Questa è la mia regola: spesso arrivo al mattino e li mando tutti via, dicendo che vado in campagna per un giorno. In questo modo guadagno quaranta sterline, ma rappresentano quattrocento sterline in termini di pubblicità!”
“Ma ho letto sul cartello che le consultazioni sono gratuite, ”
“Lo sono, ma i medicinali devono essere pagati. E se un paziente vuole venire fuori dall’ordine normale, deve pagare mezza ghinea per questo privilegio. Di solito ci sono una ventina di persone al giorno che preferiscono pagare così piuttosto che aspettare ore. Ma stai attento, Munro, non commettere errori in questo! Tutto questo non significherebbe nulla se non avessi qualcosa di concreto da offrire, io li curo. Questo è il punto fondamentale: prendo casi che altri hanno già abbandonato, e li guarisco subito. Tutto il resto serve solo per attirarli qui. Una volta qui, li trattengo in base ai miei meriti. Senza questo, tutto sarebbe solo un effimero successo. Ora, vieni con me a vedere il reparto di Hetty.”
Camminammo lungo il corridoio fino all’altra stanza: era arredata con cura come una farmacia, e lì, con un grazioso grembiule addosso, la signora Cullingworth era impegnata a preparare le pillole. Con le maniche rimboccate e circondata da bicchieri e bottiglie, rideva felice come una bambina tra i suoi giocattoli.
“Il miglior distributore al mondo!” esclamò Cullingworth, dandole una pacca sulla spalla. “Vedi come faccio io, Munro: scrivo sulle etichette la prescrizione e preparo un cartello che indica quanto va addebitato. L’uomo arriva, infila l’etichetta nella fessura appropriata, Hetty prepara la medicina, gli dà la bottiglia e prende i soldi. Ora, vieni a mandare via queste persone dalla casa.”
È impossibile descrivervi quella lunga fila di pazienti che, ora dopo ora, entravano nella stanza spoglia per poi uscire, alcuni divertiti, altri spaventati, con le loro etichette in mano. Le buffonate di Cullingworth erano davvero incredibili. Ridevo così tanto che temevo che la sedia di legno su cui ero seduta potesse rompersi. Lui urlava, delirava, imprecava, spingeva le persone avanti e indietro, dava loro schiaffi sul dorso, li sbatteva contro il muro. E a volte correva fino in cima alle scale per parlare con tutti insieme. Ma, dietro tutta questa follia, osservando le sue prescrizioni, si poteva notare una rapidità nel diagnosticare, un’intuizione scientifica e un uso audace e non convenzionale dei farmaci. Il che mi convinceva che, sotto tutto quel comportamento stravagante, ci fossero davvero motivi solidi per il suo successo. In effetti, “stravaganza” è una parola impropria in questo contesto: descriverebbe piuttosto un medico che si comporta in modo artificiale e convenzionale con i suoi pazienti, anziché uno che sia assolutamente sincero e fedele alla propria natura straordinaria.
Con alcuni dei suoi pazienti non diceva una parola e nemmeno li permetteva di parlare. Con un forte “zitto!” si avvicinava a loro, batteva loro sul petto, ascoltava il battito del cuore, scriveva l’etichetta e poi li spingeva fuori dalla stanza per le spalle. Una povera vecchietta fu accolta da lui con un urlo: “Hai bevuto troppo tè! Stai soffrendo di intossicazione da tè!” Senza darle il tempo di dire una parola, la afferrò per il mantello nero, la trascinò verso il tavolo e le mostrò un libro intitolato “Taylor’s Medical Jurisprudence”. “Metti la mano sul libro,” gridò, “e giura che per quattordici giorni non berrai altro che cioccolata!” Lei giurò con gli occhi al cielo. E subito dopo fu portata via con l’etichetta in mano verso il dispensario. Immagino che fino all’ultimo giorno della sua vita, quella vecchietta parlasse sempre di quell’incontro con Cullingworth. E capisco benissimo perché il villaggio da cui proveniva inviasse continuamente nuovi pazienti per riempire le sue sale d’attesa.
Un altro uomo corpulento fu afferrato per le due aperture del gilet proprio nel momento in cui stava per aprire bocca per spiegare i suoi sintomi; venne quindi trascinato indietro lungo il corridoio, giù per le scale e infine fuori in strada, con grande divertimento di tutti i pazienti presenti. “Mangi troppo, bevi troppo e dormi troppo,” gridò Cullingworth alle sue spalle. “Se abbatti un poliziotto, torna quando ti lasceranno uscire.” Un altro paziente si lamentava di una sensazione di “affondamento”. “Caro mio,” gli disse Cullingworth, “prendi la tua medicina; e se non funziona, ingoia il tappo della bottiglia. Non c’è niente di meglio quando ti senti affondare.”
Per quel che potevo giudicare, la maggior parte dei pazienti considerava le visite mattutine da Cullingworth un vero spettacolo pubblico, mitigato soltanto dal timore che potesse essere il loro turno di diventare oggetto di derisione.
Con mezz’ora a disposizione per pranzo, questa strana attività proseguì fino alle quattro e un quarto del pomeriggio. Quando l’ultimo paziente se ne fu andato, Cullingworth ci guidò nella farmacia, dove tutte le tariffe erano state disposte sul bancone in ordine di valore: diciassette mezzo sovrani, settantatré scellini e quarantasei fiorini. In totale, trentadue sterline otto pence. Cullingworth li contò, poi mescolò oro e argento in un unico mucchio, passandoci sopra le dita con aria pensierosa. Infine li mise nella borsa di canapa che avevo visto la sera prima e la legò con una corda da stivale.
Tornammo a casa a piedi. Quel tragitto mi sembrò la parte più straordinaria di tutta quella giornata incredibile. Cullingworth camminava lentamente per le strade principali, con la borsa piena di denaro distesa lungo tutto il braccio; sua moglie ed io lo seguivamo ai lati, come due accoliti che accompagnano un prete. Così ci dirigemmo solennemente verso casa, mentre la gente si fermava per guardarci passare.
“Mi piace sempre passeggiare nel quartiere dei medici,” disse Cullingworth. “Stiamo proprio attraversandolo adesso. Tutti vengono alle finestre, digrignano i denti e ballano finché non sono fuori dalla loro vista.”
“Perché dovresti litigare con loro? Che problema hanno?” chiesi.
“Puf! A che serve essere troppo gentili al riguardo?” rispose lui. “Tutti cercano di distruggersi a vicenda. Perché dovrei fingere di essere diverso? Nessuno di loro ha mai detto una parola buona su di me. Quindi mi piace prendermela con loro.”
“Devo dire che non vedo alcun senso in questo comportamento. Sono tutti tuoi colleghi, con la stessa formazione e le stesse conoscenze. Perché dovresti avere un atteggiamento ostile nei loro confronti?”
“Ecco cosa dico io, Dottor Munro,” intervenne sua moglie. “È davvero spiacevole sentirsi circondati da nemici su tutti i lati, ”
“Hetty è arrabbiata perché le loro mogli non vengono a trovarla,” gridò. “Guarda un po’, cara mia,” disse, facendo tintinnare la sua borsa. “È meglio così che avere tante donne stupide che bevono tè e ridacchiano in salotto. Ho fatto stampare un grande cartello, Munro: diciamo chiaramente che non vogliamo aumentare il numero delle nostre conoscenze. La cameriera ha l’ordine di mostrarlo a chiunque presenti dubbi.”
“Perché non dovresti guadagnare denaro con la tua professione e allo stesso tempo mantenere buoni rapporti con i tuoi colleghi?” dissi. “Parli come se queste due cose fossero incompatibili, ”
“Lo sono, infatti. Perché girarci intorno? I miei metodi non sono affatto professionali. E infrango tutte le regole dell’etichetta medica ogni volta che ne ho l’occasione. Sai bene che la British Medical Association si scandalizzerebbe se vedesse ciò che hai visto oggi, ”
“Ma perché non seguire semplicemente le regole professionali?”
“Perché so cosa è meglio. Sono figlio di un medico, e ne ho viste troppe cose. I miei metodi sono “antiprofessionali”, ma funzionano. L’etichetta medica serve soltanto a mantenere il controllo degli anziani sulla professione. A impedire ai giovani di avanzare. Mio padre me lo ripeteva sempre: aveva la più grande clinica della Scozia, eppure non aveva alcuna intelligenza. È arrivato lì grazie alla sua anzianità e al rispetto che gli altri gli dimostravano. Nessun sforzo per farsi strada. Solo il rispetto delle regole. Ma cosa succede quando si è appena agli inizi? Quando sono in cima, dirò loro: ‘Ora, voi giovani, dovremo seguire regole molto rigide. Venite qui in silenzio, e non disturbatemi nella mia comoda posizione, ’ Ma se fanno ciò che dico, li considererò soltanto degli stupidi idioti. Eh, Munro, che ne pensi?”
Non potei fare altro che dire che ritenevo che avesse un’opinione molto negativa sulla professione medica. E che non ero d’accordo con nulla di ciò che aveva detto.
“Beh, puoi dissentire quanto vuoi. Ma se vuoi lavorare con me, devi mettere da parte queste regole!”
“Non posso farlo, ”
“Allora, se sei troppo delicato per questo lavoro, puoi andartene. Non possiamo tenerti qui contro la tua volontà, ”
Non dissi nulla. Ma quando tornammo giù, presi il mio bagaglio e decisi di partire con il treno notturno per lo Yorkshire. Lui venne nella mia stanza e, vedendo ciò che stavo facendo, iniziò a scusarsi in modo così sincero da soddisfare anche una persona più esigente di me.
“Fai pure ciò che vuoi, caro amico. Se non ti piace il mio modo di fare, prova tu stesso, ”
“È giusto. Ma è un po’ difficile per l’autostima di una persona quando le viene chiesto di andarsene ogni volta che c’è disaccordo, ”
“Beh, non volevo offenderti. E non accadrà più. Non posso dire di più. Vieni giù, ora. Bevi una tazza di tè con me, ”
Quella sera accadde un episodio così caratteristico che devo raccontarvelo. Cullingworth possiede una pistola ad aria compressa che spara piccole frecce di acciaio; con quell’arma si esercita con grande precisione a una distanza di circa venti piedi, che corrisponde alla lunghezza della stanza sul retro. Dopo cena stavamo sparando contro un bersaglio quando lui mi chiese se fossi disposto a tenere tra il dito indice e il pollice una moneta da mezzo penny per permettergli di colpirla. Poiché non avevo quella moneta, prese una medaglia di bronzo dal taschino del gilet; io utilizzai quel bordo come bersaglio. “Cling!” fece la pistola ad aria compressa, e la medaglia rotolò a terra.
“Colpita perfettamente al centro,” disse lui.
“Al contrario,” risposi, “non l’hai affatto colpita.”
“Non l’ho colpita? Deve esserci stato un errore, ”
“Allora dove è finita la freccia?”
“Ecco qui,” dissi, mostrando il dito indice sanguinante: dalla ferita spuntava l’estremità della piuma che aveva servito da ali alla freccia.
Nella mia vita non ho mai visto un uomo così pentito di qualcosa. Usò espressioni di autocondanna tali da sembrare eccessive, se solo avesse davvero ferito una delle mie membra. Le nostre posizioni erano completamente invertite: lui era seduto sul divano, sconvolto, mentre io, con la freccia ancora nel dito, ridevo di tutta la situazione. La signora Cullingworth corse a prendere dell’acqua calda; poco dopo riuscimmo a estrarre quella “freccia” con delle pinzette. Il dolore fu minimo, ma se mai doveste identificare il mio corpo, potrete cercare una stella all’estremità del mio dito indice destro.
Quando l’intervento chirurgico finì (Cullingworth si contorceva e gemeva tutto il tempo), i miei occhi notarono la medaglia che avevo fatto cadere sul tappeto. La raccolsi e la osservai, cercando disperatamente un argomento di conversazione più piacevole. Sopra c’era scritto: “Concesso a James Cullingworth per il suo coraggio nell’aver salvato una vita. Gennaio 1879.”
“Ehi, Cullingworth,” dissi, “non mi avevi mai parlato di questa medaglia!”
Immediatamente iniziò a raccontare con i suoi modi più esagerati.
“Che cosa? La medaglia? Non ce l’hai anche tu? Pensavo che tutti la avessero. Immagino preferisca essere selezionato, eh. Si trattava di un bambino. Non hai idea di quanto sia stato difficile trovarlo, ”
“Volevi dire, farlo uscire.”
Ero seduto con il dito nell’acqua calda, ascoltando queste stronzate. Quando finì, corse a prendere la sua scatola da tabacco, e potemmo sentire il suo riso echeggiare su per le scale. Continuavo a fissare la medaglia, che, a giudicare dalle incisioni presenti su di essa, doveva essere stata spesso usata come bersaglio, quando sentii una leggera toccata sulla mia manica: era la signora Cullingworth, che mi guardava con un’espressione molto preoccupata sul viso.
“Credete troppo a quello che dice James,” disse. “Non lo conoscete affatto, signor Munro. Non considerate mai le cose dal suo punto di vista, e non lo capirete mai fino a quando non lo farete. Certo, non intende dire nulla di falso; ma la sua fantasia si eccita facilmente, e viene completamente travolto dall’umorismo di qualsiasi idea, anche se questa lo mette in cattiva luce. Mi addolora molto vedere che l’unica persona al mondo verso cui lui prova un vero sentimento di amicizia lo comprenda così male. Molto spesso, quando non dite nulla, il vostro viso mostra chiaramente ciò che pensate.”
Riuscii solo a rispondere in modo imbarazzato che mi dispiaceva molto se avevo giudicato male suo marito in qualche modo, e che nessuno apprezzava meglio alcune delle sue qualità di me.
“Ho visto quanto foste seri quando vi ha raccontato quella storia assurda su come avesse spinto un bambino nell’acqua,” continuò; poi, tirando fuori da qualche parte del davanti del suo abito un foglietto di carta molto piegato, aggiunse: “Per favore, date un’occhiata a questo, dottor Munro.”
Era un ritaglio di giornale che riportava la vera storia dell’incidente. Basta dire che si trattava di un incidente causato dal ghiaccio, e che Cullingworth aveva davvero agito in modo eroico: era stato lui stesso ad essere tratto fuori privo di sensi, con il bambino ancora stretto tra le sue braccia; solo quando aveva ripreso i sensi riuscirono a separarli. Non avevo ancora finito di leggerlo che sentimmo i suoi passi sulle scale; lei, infilando di nuovo il ritaglio nel petto, tornò immediatamente ad essere quella donna silenziosa e attenta di sempre.
Non è davvero enigmatico? Se ti interessa da lontano (e suppongo che ciò che scrivi nelle tue lettere non sia solo un complimento convenzionale), puoi immaginare quanto sia affascinante nella vita reale. Devo però ammettere che non riesco mai a scacciare la sensazione di vivere con una creatura capricciosa, che spesso ringhia e potrebbe anche mordere. Beh, non passerà molto prima che scriva di nuovo. E forse allora saprò se riuscirò a trovare un posto stabile qui o meno. Mi dispiace molto sentire parlare del malessere della signora Swanborough. Sai quanto mi interessi tutto ciò che ti riguarda. Qui dicono che sembro in ottima forma, anche se penso che dovrebbero scrivere “forma” con una “a”.
VIII. THE PARADE, BRADFIELD, 6th April, 1882. I am writing this, my dear Bertie, at a little table which has been fitted up in the window of my bedroom. Every one in the house is asleep except myself; and all the noise of the city is hushed. Yet my own brain is singularly active, and I feel that I am better employed in sitting up and writing to you, than in tossing about upon my bed. I am often accused of being sleepy in the daytime, but every now and then Nature gets level by making me abnormally wakeful at night. Are you conscious of the restful influence which the stars exert? To me they are the most soothing things in Nature. I am proud to say that I don’t know the name of one of them. The glamour and romance would pass away from them if they were all classified and ticketed in one’s brain. But when a man is hot and flurried, and full of his own little ruffled dignities and infinitesimal misfortunes, then a star bath is the finest thing in the world. They are so big, and so serene and so lovely. They tell me that the interplanetary spaces are full of the debris of shattered asteroids; so, perhaps, even among them there are such things as disease and death. Yet just to look at them must remind a man of what a bacillus of a thing he is — the whole human race like some sprinkling of impalpable powder upon the surface of one of the most insignificant fly-wheels of a monstrous machine. But there’s order in it, Bertie, there’s order! And where there is order there must be mind, and where there is mind there must be sense of Justice. I don’t allow that there can be any doubt as to the existence of that central Mind, or as to the possession by it of certain attributes. The stars help me to realise these. It is strange, when one looks upon them, to think that the Churches are still squabbling down here over such questions as whether the Almighty is most gratified by our emptying a tea-spoonful of water over our babies’ heads, or by our waiting a few years and then plunging them bodily into a tank. It would be comic if it were not so tragic. This train of thought is the after-swell from an argument with Cullingworth this evening. He holds that the human race is deteriorating mentally and morally. He calls out at the grossness which confounds the Creator with a young Jewish Philosopher. I tried to show him that this is no proof of degeneration, since the Jewish Philosopher at least represented a moral idea, and was therefore on an infinitely higher plane than the sensual divinities of the ancients. His own views of the Creator seem to me to be a more evident degeneration. He declares that looking round at Nature he can see nothing but ruthlessness and brutality. “Either the Creator is not all-powerful, or else He is not all-good,” says he. “Either He can stop these atrocities and won’t, in which case He is not all-good; or else He would stop them but can’t, in which case He is not all-powerful.” It was a difficult dilemma for a man who professes to stick to reason to get out of. Of course, if you plead faith, you can always slip out of anything. I was forced to get behind a corner of that buckler with which you have so often turned my own thrusts. I said that the dilemma arose from our taking it for granted that that which seemed evil really was EVIL. “It lies with you to prove that it isn’t,” said he. “We may hope that it isn’t,” said I. “Wait until some one tells you that you have cancer of the pyloric end of the stomach,” said he; and he shouted it out again every time I tried to renew the argument. But in all soberness, I really do think, Bertie, that very much which seems to be saddest in life might be very different if we could focus it properly. I tried to give you my views about this in the case of drink and immorality. But physically, I fancy that it applies more obviously than it does morally. All the physical evils of life seem to culminate in death; and yet death, as I have seen it, has not been a painful or terrible process. In many cases, a man dies without having incurred nearly as much pain, during the whole of his fatal illness, as would have arisen from a whitlow or an abscess of the jaw. And it is often those deaths which seem most terrible to the onlooker, which are least so to the sufferer. When a man is overtaken by an express and shivered into fragments, or when he drops from a fourth-floor window and is smashed into a bag of splinters, the unfortunate spectators are convulsed with horror, and find a text for pessimistic views about the Providence which allows such things to be. And yet, it is very doubtful whether the deceased, could his tongue be loosened, would remember anything at all about the matter. We know, as students of medicine, that though pain is usually associated with cancers and with abdominal complaints; still, in the various fevers, in apoplexy, in blood poisonings, in lung diseases, and, in short, in the greater proportion of serious maladies, there is little suffering. I remember how struck I was when first I saw the actual cautery applied in a case of spinal disease. The white hot iron was pressed firmly into the patient’s back, without the use of any anaesthetic, and what with the sight and the nauseating smell of burned flesh I felt faint and ill. Yet, to my astonishment, the patient never flinched nor moved a muscle of his face, and on my inquiring afterwards, he assured me that the proceeding was absolutely painless, a remark which was corroborated by the surgeon. “The nerves are so completely and instantaneously destroyed,” he explained, “that they have no time to convey a painful impression.” But then if this be so, what becomes of all the martyrs at the stake, and the victims of Red Indians, and other poor folk over whose sufferings and constancy we have wondered? It may be that Providence is not only not cruel itself, but will not allow man to be cruel either. Do your worst, and it will step in with a “No, I won’t allow this poor child of mine to be hurt”; and then comes the dulling of the nerve and the lethargy which takes the victim out of the reach of the tormentor. David Livingstone under the claws of the lion must have looked like an object lesson of the evil side of things, and yet he has left it upon record that his own sensations were pleasurable rather than otherwise. I am well convinced that if the newly-born infant and the man who had just died could compare their experiences, the former would have proved to be the sufferer. It is not for nothing that the first thing the newcomer into this planet does is to open its toothless mouth and protest energetically against fate. Cullingworth has written a parable which makes a paragraph for our wonderful new weekly paper. “The little cheese mites held debate,” he says, “as to who made the cheese. Some thought that they had no data to go upon, and some that it had come together by a solidification of vapour, or by the centrifugal attraction of atoms. A few surmised that the platter might have something to do with it; but the wisest of them could not deduce the existence of a cow.” We are at one, he and I, in thinking that the infinite is beyond our perception. We differ only in that he sees evil and I see good in the working of the universe. Ah, what a mystery it all is! Let us be honest and humble and think kindly of each other. There’s a line of stars all winking at me over the opposite roof — winking slyly at the silly little person with the pen and paper who is so earnest about what he can never understand. Well, now, I’ll come back to something practical. It is nearly a month since I wrote to you last. The date is impressed upon my memory because it was the day after Cullingworth shot the air-dart into my finger. The place festered and prevented my writing to any one for a week or two, but it is all right again now. I have ever so much of different sorts to tell you, but really when I come to think of it, it does not amount to very much after all. First of all, about the practice. I told you that I was to have a room immediately opposite to Cullingworth’s, and that all the surgical cases were to be turned over to me. For a few days I had nothing to do, except to listen to him romping and scuffling with his patients, or making speeches to them from the top of the stairs. However, a great “Dr. Stark Munro, Surgeon,” has been affixed to the side of the door downstairs, opposite Cullingworth’s plate; and a proud man was I when first my eyes lit upon it. On the fourth day, however, in came a case. He little knew that he was the first that I had ever had all to myself in my life. Perhaps he would not have looked quite so cheerful if he had realised it. Poor chap, he had little enough to be cheery over either. He was an old soldier who had lost a good many teeth, but who had continued to find room between his nose and chin for a short black clay pipe. Lately there appeared a small sore on his nose which had spread, and become crusted. On feeling it I found it as hard as a streak of glue, with constant darting pains passing through it. Of course, there could be no question as to diagnosis. It was epitheliomatous cancer, caused by the irritation of the hot tobacco smoke. I sent him back to his village, and two days after I drove over in Cullingworth’s dog-cart, and removed the growth. I only got a sovereign for it. But it may be a nucleus for cases. The old fellow did most admirably, and he has just been in (with a most aristocratic curl to his nostrils) to tell me that he has bought a box full of churchwardens. It was my first operation, and I daresay I was more nervous about it than my patient, but the result has given me confidence. I have fully made up my mind to let nothing pass me. Come what may, I am prepared to do it. Why should a man wait? Of course, I know that many men do; but surely one’s nerve is more likely to be strong and one’s knowledge fresh now than in twenty years. Cases came dribbling in from day to day — all very poor people, and able to pay very poor fees — but still most welcome to me. The first week I took (including that operation fee) one pound seventeen and sixpence. The second, I got two pounds exactly. The third, I had two pounds five, and now I find that this last week has brought in two pounds eighteen; so I am moving in the right direction. Of course, it compares absurdly enough with Cullingworth’s twenty pound a day, and my little quiet back-water seems a strange contrast to the noisy stream which pours for ever through his room. Still, I am quite satisfied, and I have no doubt at all that his original estimate of three hundred pounds for the first year will be amply justified. It would be a pleasant thing to think that if anything were really to happen at home, I should be able to be of some use to them. If things go on as they have begun, I shall soon have my feet firmly planted. I was compelled, by the way, to forego an opening which a few months ago would have been the very summit of my ambition. You must know (possibly I told you), that immediately after I passed, I put my name down as a candidate for a surgeonship on the books of several of the big steamship lines. It was done as a forlorn hope, for a man has usually to wait several years before his turn comes round. Well, just a week after I started here, I got a telegram one night from Liverpool: “Join the Decia to-morrow as surgeon, not later than eight in the evening.” It was from Staunton & Merivale, the famous South American firm, and the Decia is a fine 6000-ton passenger boat, doing the round journey by Bahia and Buenos Ayres to Rio and Valparaiso. I had a bad quarter of an hour, I can tell you. I don’t think I was ever so undecided about anything in my life. Cullingworth was dead against my going, and his influence carried the day. “My dear chap,” said he, “you’d knock down the chief mate, and he’d spread you out with a handspike. You’d get tied by your thumbs to the rigging. You’d be fed on stinking water and putrid biscuits. I’ve been reading a novel about the merchant service, and I know.” When I laughed at his ideas of modern sea-going he tried another line. “You’re a bigger fool than I take you for if you go,” said he. “Why, what can it lead to? All the money you earn goes to buy a blue coat, and daub it with lace. You think you’re bound for Valparaiso, and you find yourself at the poor-house. You’ve got a rare opening here, and everything ready to your hand. You’ll never get such another again.” And so it ended by my letting them have a wire to say that I could not come. It is strange when you come to a point where the road of your life obviously divides, and you take one turning or the other after vainly trying to be sure about the finger-post. I think after all I chose rightly. A ship’s surgeon must remain a ship’s surgeon, while here there is no horizon to my possibilities. As to old Cullingworth, he is booming along as merrily as ever. You say in your last, that what you cannot understand is how he got his hold of the public in so short a time. That is just the point which I have found it hard to get light upon. He told me that after his first coming he had not a patient for a month, and that he was so disheartened that he very nearly made a moonlight exodus. At last, however, a few cases came his way — and he made such extraordinary cures of them, or else impressed them so by his eccentricity, that they would do nothing but talk of him. Some of his wonderful results got into the local press, though, after my Avonmouth experience, I should not like to guarantee that he did not himself convey them there. He showed me an almanac, which had a great circulation in the district. It had an entry sandwiched in this way: Aug. 15. Reform Bill passed 1867. Aug. 16. Birth of Julius Caesar. Aug. 17. Extraordinary cure by Dr. Cullingworth of a case of dropsy in Bradfield, 1881. Aug. 18. Battle of Gravelotte, 1870. It reads as if it were one of the landmarks of the latter half of the century. I asked him how on earth it got there; but I could only learn that the woman was fifty-six inches round the waist, and that he had treated her with elaterium. That leads me to another point. You ask me whether his cures are really remarkable, and, if so, what his system is. I answer unhesitatingly, that his cures are very remarkable, indeed, and that I look upon him as a sort of Napoleon of medicine. His view is that the pharmacopaeal doses are in nearly every instance much too low. Excessive timidity has cut down the dose until it has ceased to produce a real effect upon the disease. Medical men, according to his view, have been afraid of producing a poisonous effect with their drugs. With him, on the contrary, the whole art of medicine lies in judicious poisoning, and when the case is serious, his remedies are heroic. Where, in epilepsy, I should have given thirty-grain doses of bromide or chloral every four hours, he would give two drachms every three. No doubt it will seem to you very kill-or-cure, and I am myself afraid that a succession of coroners’ inquests may check Cullingworth’s career; but hitherto he has had no public scandal, while the cases which he has brought back to life have been numerous. He is the most fearless fellow. I have seen him pour opium into a dysenteric patient until my hair bristled. But either his knowledge or his luck always brings him out right. Then there are other cures which depend, I think, upon his own personal magnetism. He is so robust and loud-voiced and hearty that a weak nervous patient goes away from him recharged with vitality. He is so perfectly confident that he can cure them, that he makes them perfectly confident that they can be cured; and you know how in nervous cases the mind reacts upon the body. If he chose to preserve crutches and sticks, as they do in the mediaeval churches, he might, I am sure, paper his consulting room with them. A favourite device of his with an impressionable patient is to name the exact hour of their cure. “My dear,” he will say, swaying some girl about by the shoulders, with his nose about three inches from hers, “you’ll feel better to-morrow at a quarter to ten, and at twenty past you’ll be as well as ever you were in your life. Now, keep your eye on the clock, and see if I am not right.” Next day, as likely as not, her mother will be in, weeping tears of joy; and another miracle has been added to Cullingworth’s record. It may smell of quackery, but it is exceedingly useful to the patient. Still I must confess that there is nothing about Cullingworth which jars me so much as the low view which he takes of our profession. I can never reconcile myself to his ideas, and yet I can never convert him to mine; so there will be a chasm there which sooner or later may open to divide us altogether. He will not acknowledge any philanthropic side to the question. A profession, in his view, is a means of earning a livelihood, and the doing good to our fellow mortals, is quite a secondary one. “Why the devil should we do all the good, Munro?” he shouts. “Eh, what? A butcher would do good to the race, would he not, if he served his chops out gratis through the window? He’d be a real benefactor; but he goes on selling them at a shilling the pound for all that. Take the case of a doctor who devotes himself to sanitary science. He flushes out drains, and keeps down infection. You call him a philanthropist! Well, I call him a traitor. That’s it, Munro, a traitor and a renegade! Did you ever hear of a congress of lawyers for simplifying the law and discouraging litigation? What are the Medical Association and the General Council, and all these bodies for? Eh, laddie? For encouraging the best interests of the profession. Do you suppose they do that by making the population healthy? It’s about time we had a mutiny among the general practitioners. If I had the use of half the funds which the Association has, I should spend part of them in drain-blocking, and the rest in the cultivation of disease germs, and the contamination of drinking water.” Of course, I told him that his views were diabolical; but, especially since that warning which I had from his wife, I discount everything that he says. He begins in earnest; but as he goes on the humour of exaggeration gets hold of him, and he winds up with things which he would never uphold in cold blood. However, the fact remains that we differ widely in our views of professional life, and I fear that we may come to grief over the question. What do you think we have been doing lately? Building a stable — no less. Cullingworth wanted to have another one at the business place, as much, I think, for his patients as his horses; and, in his audacious way, he determined that he would build it himself. So at it we went, he, I, the coachman, Mrs. Cullingworth, and the coachman’s wife. We dug foundations, got bricks in by the cartload, made our own mortar, and I think that we shall end by making a very fair job of it. It’s not quite as flat-chested as we could wish; and I think that if I were a horse inside it, I should be careful about brushing against the walls; but still it will keep the wind and rain out when it is finished. Cullingworth talks of our building a new house for ourselves; but as we have three large ones already there does not seem to be any pressing need. Talking about horses, we had no end of a fuss here the other day. Cullingworth got it into his head that he wanted a first-class riding horse; and as neither of the carriage ones would satisfy him, he commissioned a horse dealer to get him one. The man told us of a charger which one of the officers in the garrison was trying to get rid of. He did not conceal the fact that the reason why he wished to sell it was because he considered it to be dangerous; but, he added, that Captain Lucas had given L150 for it, and was prepared to sell it at seventy. This excited Cullingworth, and he ordered the creature to be saddled and brought round. It was a beautiful animal, coal black, with a magnificent neck and shoulders, but with a nasty backward tilt to its ears, and an unpleasant way of looking at you. The horse dealer said that our yard was too small to try the creature in; but Cullingworth clambered up upon its back and formally took possession of it by lamming it between the ears with the bone handle of his whip. Then ensued one of the most lively ten minutes that I can remember. The beast justified his reputation; but Cullingworth, although he was no horseman, stuck to him like a limpet. Backwards, forwards, sideways, on his fore feet, on his hind feet, with his back curved, with his back sunk, bucking and kicking, there was nothing the creature did not try. Cullingworth was sitting alternately on his mane and on the root of his tail — never by any chance in the saddle — he had lost both stirrups, and his knees were drawn up and his heels dug into the creature’s ribs, while his hands clawed at mane, saddle, or ears, whichever he saw in front of him. He kept his whip, however; and whenever the brute eased down, Cullingworth lammed him once more with the bone handle. His idea, I suppose, was to break its spirit, but he had taken a larger contract than he could carry through. The animal bunched his four feet together, ducked down his head, arched his back like a yawning cat, and gave three convulsive springs into the air. At the first, Cullingworth’s knees were above the saddle flaps, at the second his ankles were retaining a convulsive grip, at the third he flew forward like a stone out of a sling, narrowly missed the coping of the wall, broke with his head the iron bar which held some wire netting, and toppled back with a thud into the yard. Up he bounded with the blood streaming down his face, and running into our half-finished stables he seized a hatchet, and with a bellow of rage rushed at the horse. I caught him by the coat and put on a fourteen-stone drag, while the horse dealer (who was as white as a cheese) ran off with his horse into the street. Cullingworth broke away from my grip, and cursing incoherently, his face slobbered with blood, and his hatchet waving over his head, he rushed out of the yard — the most diabolical looking ruffian you can imagine. However, luckily for the dealer, he had got a good start, and Cullingworth was persuaded to come back and wash his face. We bound up his cut, and found him little the worse, except in his temper. But for me he would most certainly have paid seventy pounds for his insane outburst of rage against the animal. I daresay you think it strange that I should write so much about this fellow and so little about anybody else; but the fact is, that I know nobody else, and that my whole circle is bounded by my patients, Cullingworth and his wife. They visit nobody, and nobody visits them. My living with them brings the same taboo from my brother doctors upon my head, although I have never done anything unprofessional myself. Who should I see in the street the other day but the McFarlanes, whom you will remember at Linlithgow? I was foolish enough to propose to Maimie McFarlane once, and she was sensible enough to refuse me. What I should have done had she accepted me, I can’t imagine; for that was three years ago, and I have more ties and less prospect of marriage now than then. Well, there’s no use yearning for what you can’t have, and there’s no other man living to whom I would speak about the matter at all; but life is a deadly, lonely thing when a man has no one on his side but himself. Why is it that I am sitting here in the moonlight writing to you, except that I am craving for sympathy and fellowship? I get it from you, too — as much as one friend ever got from another — and yet there are some sides to my nature with which neither wife nor friend nor any one else can share. If you cut your own path, you must expect to find yourself alone upon it. Heigh ho! it’s nearly dawn, and I as wakeful as ever. It is chilly, and I have draped a blanket round me. I’ve heard that this is the favourite hour of the suicide, and I see that I’ve been tailing off in the direction of melancholy myself. Let me wind up on a lighter chord by quoting Cullingworth’s latest article. I must tell you that he is still inflamed by the idea of his own paper, and his brain is in full eruption, sending out a perpetual stream of libellous paragraphs, doggerel poems, social skits, parodies, and articles. He brings them all to me, and my table is already piled with them. Here is his latest, brought up to my room after he had undressed. It was the outcome of some remarks I had made about the difficulty which our far-off descendants may have in determining what the meaning is of some of the commonest objects of our civilisation, and as a corollary how careful we should be before we become dogmatic about the old Romans or Egyptians. “At the third annual meeting of the New Guinea Archaeological Society a paper was read upon recent researches on the supposed site of London, together with some observations upon hollow cylinders in use among the ancient Londoners. Several examples of these metallic cylinders or tubings were on exhibition in the hall, and were passed round for inspection among the audience. The learned lecturer prefaced his remarks by observing that on account of the enormous interval of time which separated them from the days when London was a flourishing city, it behoved them to be very guarded in any conclusions to which they might come as to the habits of the inhabitants. Recent research appeared to have satisfactorily established the fact that the date of the final fall of London was somewhat later than that of the erection of the Egyptian Pyramids. A large building had recently been unearthed near the dried-up bed of the river Thames; and there could be no question from existing records that this was the seat of the law-making council among the ancient Britons — or Anglicans, as they were sometimes called. The lecturer proceeded to point out that the bed of the Thames had been tunnelled under by a monarch named Brunel, who is supposed by some authorities to have succeeded Alfred the Great. The open spaces of London, he went on to remark, must have been far from safe, as the bones of lions, tigers, and other extinct forms of carnivora had been discovered in the Regent’s Park. Having briefly referred to the mysterious structures known as ‘pillar-boxes,’ which are scattered thickly over the city, and which are either religious in their origin, or else may be taken as marking the tombs of Anglican chiefs, the lecturer passed on to the cylindrical piping. This had been explained by the Patagonian school as being a universal system of lightning-conductors. He (the lecturer) could not assent to this theory. In a series of observations, extending over several months, he had discovered the important fact that these lines of tubing, if followed out, invariably led to large hollow metallic reservoirs which were connected with furnaces. No one who knew how addicted the ancient Britons were to the use of tobacco could doubt what this meant. Evidently large quantities of the herb were burned in the central chamber, and the aromatic and narcotic vapour was carried through the tubes to the house of every citizen, so that he might inhale it at will. Having illustrated his remarks by a series of diagrams, the lecturer concluded by saying that, although true science was invariably cautious and undogmatic, it was none the less an incontestable fact that so much light had been thrown upon old London, that every action of the citizens’ daily life was known, from the taking of a tub in the morning, until after a draught of porter he painted himself blue before retiring to rest.” After all, I daresay this explanation of the London gas pipes is not more absurd than some of our shots about the Pyramids, or ideas of life among the Babylonians. Well, good-bye, old chap; this is a stupid inconsequential letter, but life has been more quiet and less interesting just of late. I may have something a little more moving for my next.
VIII. La parata, Bradfield, 6 aprile 1882.
Sto scrivendo queste parole, mio caro Bertie, davanti a un piccolo tavolo sistemato vicino alla finestra della mia camera da letto. Tutti in casa dormono tranne me; il rumore della città è completamente silenziato. Eppure la mia mente è stranamente attiva. Mi sembra che scriverti sia un modo migliore per occupare il tempo, piuttosto che stare a rigirarmi nel letto. Spesso mi accusano di essere sonnolento durante il giorno, ma ogni tanto la natura compensa facendomi diventare insolitamente sveglio di notte. Percepisci anche tu l’influenza tranquillizzante delle stelle? Per me rappresentano le cose più rassicuranti dell’universo. Sono orgoglioso di ammettere che non conosco nemmeno il nome di una singola stella. La loro bellezza e il loro fascino perderebbero tutto valore se venissero classificate e “etichettate” nella mente umana. Ma quando un uomo è agitato, pieno di piccole preoccupazioni e insignificanti sfortune, allora guardare le stelle è davvero il modo migliore per rilassarsi. Sono così grandi, così serene. Mi dicono che gli spazi interplanetari siano pieni di detriti di asteroidi distrutti. Forse anche tra loro esistono cose come la malattia e la morte. Eppure, solo guardarle basta per farci rendere conto di quanto siamo piccoli e insignificanti. L’intera umanità, come una polvere impalpabile sulla superficie di uno dei componenti più insignificanti di un macchinario gigantesco. Ma c’è ordine in tutto questo, Bertie. C’è ordine! E dove c’è ordine, deve esserci intelligenza. E dove c’è intelligenza, deve esserci senso della giustizia. Non permetto che esistano dubbi sull’esistenza di quell’intelligenza centrale, né sul fatto che essa possieda determinati attributi. Le stelle mi aiutano a comprenderlo. È strano pensare, guardandole, che le chiese continuino ancora oggi a discutere su questioni del genere: se il Creatore sia più soddisfatto quando versiamo un cucchiaino d’acqua sulla testa dei nostri bambini, o quando aspettiamo qualche anno per poi gettarli in una vasca piena d’acqua. Sarebbe ridicolo, se non fosse così tragico.
Questo filo di pensieri è il risultato di una discussione avuta stasera con Cullingworth. Lui sostiene che la razza umana stia degenerando sia mentalmente che moralmente, e si indigna per l’abominio che confonde il Creatore con un giovane filosofo ebreo. Ho cercato di fargli capire che questo non costituisce una prova di degenerazione: quel filosofo ebreo, almeno, rappresentava un ideale morale, quindi si trovava su un piano infinitamente più elevato rispetto alle divinità sensuali degli antichi. Secondo me, le sue stesse opinioni sul Creatore rappresentano una forma ancora più evidente di degenerazione. Afferma che, osservando la natura, non si vede altro che crudeltà e brutalità; quindi, o il Creatore non è onnipotente, oppure non è del tutto buono: o potrebbe fermare queste atrocità ma non lo fa, il che lo renderebbe malvagio; oppure potrebbe fermarle ma non ne ha la capacità, il che lo renderebbe impotente. È davvero un dilemma difficile da risolvere per una persona che si proclama fedele alla ragione. Naturalmente, se si ricorre alla fede, si può sempre trovare una scappatoia. Sono stato costretto a difendermi con gli stessi argomenti che lui ha spesso usato contro di me.
Ho detto che il dilemma sorge dal fatto che diamo per scontato che ciò che sembra male sia davvero MALE. “Spetta a voi dimostrare che non lo è”, disse lui. “Possiamo sperare che non lo sia”, risposi io. “Aspettate fino a quando qualcuno vi dirà che avete il cancro dell’estremità pilorica dello stomaco”, ribatté lui; e lo ripeteva ogni volta che cercavo di riprendere la discussione.
Ma con tutta onestà, credo davvero, Bertie, che molte delle cose che sembrano le più tristi nella vita potrebbero essere molto diverse se riuscissimo a considerarle nel modo giusto. Ho cercato di esprimerti le mie opinioni al riguardo nel caso dell’alcol e dell’immoralità; ma credo che questo valga ancora di più in ambito fisico, piuttosto che morale. Tutti i mali fisici della vita sembrano culminare nella morte; eppure, come ho visto io stesso, la morte non è necessariamente un processo doloroso o terribile. In molti casi, una persona muore senza aver sofferto quasi quanto potrebbe soffrire a causa di un ascesso o di un’altra malattia grave. Spesso sono proprio quelle morti che sembrano le più terribili agli spettatori, mentre per chi le subisce non lo sono affatto. Quando una persona viene investita da un treno e viene distrutta in mille pezzi, o quando cade da una finestra del quarto piano e si schianta a terra, gli spettatori rimangono sconvolti dall’orrore e ne traggono conclusioni pessimistiche sulla Provvidenza che permette che accadano simili cose. Ma è molto dubbia l’idea che la persona deceduta, se potesse parlare, ricorderebbe qualcosa di tutto ciò.
Noi, come studenti di medicina, sappiamo che sebbene il dolore sia solitamente associato ai tumori e alle patologie addominali; tuttavia, nelle varie forme di febbre, nell’apoplessia, nei avvelenamenti del sangue, nelle malattie polmonari e, in breve, nella maggior parte delle gravi affezioni, il dolore è spesso assente o molto limitato.
Ricordo quanto fossi rimasto colpito la prima volta che vidi applicare realmente questo metodo di cauterizzazione in un caso di malattia della colonna vertebrale. Il ferro incandescente veniva premuto con forza sulla schiena del paziente, senza l’uso di alcun anestetico; davanti a quella scena e al nauseabondo odore della carne bruciata, mi sentii stordito e malato. Eppure, con mia sorpresa, il paziente non ebbe alcuna reazione né mosse un muscolo del viso; in seguito, quando gli chiesi, mi assicurò che l’intervento era completamente indolore, una affermazione confermata anche dal chirurgo. “I nervi vengono distrutti così completamente e immediatamente”, spiegò, “che non hanno nemmeno il tempo di trasmettere sensazioni di dolore”. Ma allora, se è davvero così, che fine fanno tutti quei martiri arsi sul rogo, le vittime degli indiani rossi e tante altre persone innocenti la cui sofferenza e perseveranza ci hanno sempre colpito? Forse la Provvidenza non solo non è crudele di per sé, ma nemmeno permette all’uomo di esserlo. Fai pure del tuo peggio, e lei interverrà con un “No, non permetterò che questo mio povero figlio venga ferito”; poi arriveranno la perdita della sensibilità dei nervi e lo stato di torpore che allontanano la vittima dalle torture del tormentatore. David Livingstone, sotto le fauci del leone, deve essere stato un esempio concreto dell’aspetto negativo delle cose, eppure ha scritto che le sue sensazioni erano piacevoli, anziché dolorose. Sono convinto che, se un neonato appena nato e un uomo appena morto potessero confrontare le loro esperienze, il primo si rivelerebbe sicuramente la vittima. Non è certo per caso che la prima cosa che fa un essere umano al suo arrivo su questo pianeta è aprire la bocca senza denti e protestare con forza contro il destino.
Cullingworth ha scritto una parabola che si adatta perfettamente al nostro meraviglioso nuovo giornale settimanale: “I piccoli acari del formaggio discutevano su chi avesse creato quel formaggio”, dice, “alcuni pensavano di non avere informazioni sufficienti; altri ritenevano che fosse nato dalla solidificazione dei vapori o dall’attrazione centrifuga degli atomi. Alcuni ipotizzavano che il piatto in cui era contenuto avesse qualcosa a che fare con la sua formazione. Ma nemmeno i più saggi riuscirono a dedurre l’esistenza di una mucca”.
Io e lui siamo d’accordo nel ritenere che l’infinito sia al di là della nostra comprensione. Ci differenziamo soltanto nel fatto che lui vede il male, mentre io vedo il bene nell’operare dell’universo. Ah, quanto tutto questo sia misterioso. Sia onesti e umili, pensiamo con gentilezza gli uni agli altri. Lassù, oltre il tetto di fronte a me, c’è una fila di stelle che mi fanno l’occhiolino, l’occhiolino malizioso di quelle piccole “persone sciocche” armate di penna e carta, così serie riguardo a cose che non potranno mai comprendere.
Bene, ora tornerò a qualcosa di pratico. È passato quasi un mese da quando vi ho scritto l’ultima volta. Quella data mi è rimasta impressa nella memoria perché era il giorno dopo che Cullingworth aveva sparato con la sua pistola ad aria compressa contro il mio dito. Il taglio si è infettato e per un paio di settimane non ho potuto scrivere a nessuno, ma ora tutto è tornato a posto. Ho molte cose diverse da raccontarvi, ma in realtà, quando ci penso bene, non significano poi molto.
Per prima cosa, riguardo alla pratica professionale. Vi avevo detto che avrei avuto una stanza proprio di fronte a quella di Cullingworth e che tutti i casi chirurgici mi sarebbero stati affidati. Per alcuni giorni non ho avuto nulla da fare, se non ascoltare lui mentre si comportava in modo brusco con i suoi pazienti o li rimproverava dall’alto delle scale. Tuttavia, sul lato della porta di sotto, di fronte alla targhetta di Cullingworth, è stato attaccato un grande cartello che lo presentava come “Dottor Stark Munro, Chirurgo”; sono stato molto orgoglioso quando l’ho visto per la prima volta. Ma il quarto giorno è arrivato il primo paziente che ho avuto completamente a mia disposizione. Forse non sarebbe stato così felice se lo avesse saputo. Povero uomo: aveva ben poco di cui essere felice. Era un vecchio soldato che aveva perso molti denti, ma riusciva comunque a fumare una corta pipa di argilla nera. Di recente gli era apparso un piccolo foruncolo sul naso che si era diffuso e formato una crosta; tastandolo, ho scoperto che era duro come della colla, e i dolori continuavano ad intensificarsi. Ovviamente non c’era dubbio sulla diagnosi: si trattava di un cancro epitelioide causato dall’irritazione dovuta al fumo caldo della pipa. L’ho rimandato nel suo villaggio, e due giorni dopo sono andato da lui con la carrozza di Cullingworth per rimuovere quella massa tumorale. Ho guadagnato solo una sterlina per questo intervento. Ma forse questo caso potrà essere utile in futuro. Il vecchio si è comportato molto bene; è appena venuto da me, con un’aria davvero aristocratica, per dirmi che aveva comprato una scatola piena di “ufficiali parrocchiali”. È stato il mio primo intervento chirurgico. E devo ammettere che ero più nervoso io di lui. Ma il risultato mi ha dato fiducia. Ho deciso con fermezza di non lasciarmi sfuggire nessuna opportunità. Qualunque cosa accada, sono pronto a provarci. Perché mai un uomo dovrebbe aspettare? Certo, so che molti lo fanno. Ma sicuramente ora i propri nervi sono più saldi e le proprie conoscenze più fresche rispetto a vent’anni fa.
I casi continuavano ad arrivare giorno dopo giorno: tutte persone molto povere, in grado di pagare tariffe molto basse, ma comunque tutti benvenuti per me. Nella prima settimana ho guadagnato (inclusa la tariffa dell’intervento) un pound e diciassette shilling e sei pence; nella seconda, esattamente due pounds; nella terza, due pounds e cinque. E ora scopro che anche la scorsa settimana ho guadagnato due pounds e diciotto: quindi sto andando nella direzione giusta. Certo, questo è un confronto assurdo rispetto ai venti pounds al giorno di Cullingworth. E il mio piccolo ambiente tranquillo sembra un contrasto strano con quel flusso incessante che attraversa la sua stanza. Comunque, sono molto soddisfatto, e non ho alcun dubbio che la stima iniziale di trecento pounds per il primo anno si rivelerà più che giustificata. Sarebbe bello pensare che, se mai dovesse succedere qualcosa a casa, potrei essere d’aiuto. Se le cose continuano come finora, presto mi stabilirò definitivamente qui.
A proposito, sono stato costretto ad abbandonare un’opportunità che, qualche mese fa, sarebbe stata il culmine delle mie ambizioni. Dovete sapere che, subito dopo essere arrivato qui, ho messo il mio nome tra i candidati per una posizione di chirurgo presso diverse grandi compagnie di navigazione a vapore. L’ho fatto con scarse speranze, perché di solito ci vogliono diversi anni prima che arrivi il proprio turno. Beh, appena una settimana dopo essere iniziato qui, una sera ho ricevuto un telegramma da Liverpool: “Unisciti al Decia domani stesso come chirurgo, entro le otto di sera.” Era della famosa compagnia sudamericana Staunton & Merivale. Il Decia è una bella nave passeggeri da 6000 tonnellate che fa il viaggio di andata e ritorno passando per Bahia, Buenos Aires, Rio e Valparaiso. Ho trascorso un quarto d’ora molto difficile. Non credo di essere mai stato così indeciso in vita mia. Cullingworth era assolutamente contrario al mio partire, e la sua influenza ha avuto la meglio.
“Caro ragazzo,” mi disse, “se parti, finirai per causare problemi seri. Ti legheranno i pollici alle corde dell’albero di navigazione, ti daranno da mangiare acqua puzzolente e biscotti marci. Ho letto un romanzo sul servizio mercantile. Lo so bene.”
Quando ho riso delle sue idee sulla vita in mare moderno, ha provato un altro approccio:
“Se parti, sei ancora più stupido di quanto pensassi. A cosa porterà tutto questo? Tutto il denaro che guadagnerai servirà solo per comprarti un abito blu e decorarlo con pizzo. Pensi di andare a Valparaiso, ma finirai in un ospizio. Hai un’ottima opportunità qui. Tutto è pronto per te. Non ne avrai mai un’altra simile, ”
E così ho deciso di rinunciare all’offerta. È strano quando si arriva a un bivio nella propria vita e si sceglie una direzione o l’altra, dopo aver cercato invano di essere sicuri. Penso che alla fine abbia fatto la scelta giusta. Un chirurgo di nave rimane sempre un chirurgo di nave. Mentre qui, le mie possibilità non hanno limiti.
Per quanto riguarda il vecchio Cullingworth, va avanti felicemente come sempre. Nella tua ultima lettera dici che non riesci a capire come sia riuscito ad attirare l’attenzione del pubblico in così poco tempo. Ed è proprio questo il punto che ho trovato difficile spiegare. Mi ha detto che, dopo il suo primo arrivo, per un mese non ebbe nemmeno un paziente e che era così scoraggiato da pensare seriamente di lasciare quella città. Alla fine, però, gli capitò qualche caso. E riuscì a curarli in modo straordinario, oppure li colpì così tanto con la sua eccentricità che tutti iniziarono a parlare di lui. Alcuni dei suoi risultati straordinari finirono persino sulla stampa locale. Anche se, dopo quanto ho visto ad Avonmouth, non potrei garantire che non sia stato lui stesso a farli arrivare lì. Mi mostrò un almanacco che aveva una grande diffusione nella zona; conteneva questa voce:
“15 agosto 1867: Approvazione del Reform Bill.
16 agosto: Nascita di Giulio Cesare.
17 agosto 1881: Cura straordinaria da parte del dottor Cullingworth di un caso di idropisia a Bradfield.
18 agosto 1870: Battaglia di Gravelotte.”
Sembrava davvero uno dei momenti più importanti della seconda metà del secolo. Gli chiesi come fosse possibile che quelle informazioni finissero lì dentro; ma scoprii solo che quella donna aveva una circonferenza alla vita di cinquantasei pollici e che lui l’aveva curata con il “elaterium”.
Questo mi porta a un altro argomento. Mi chiedi se le sue cure siano davvero straordinarie, e in tal caso quale sia il suo metodo. Rispondo senza esitazione: le sue cure sono davvero notevoli, e lo considero una sorta di “Napoleone della medicina”. Secondo lui, le dosi prescritte dalle farmacopee sono quasi sempre troppo basse. L’eccessiva prudenza dei medici ha ridotto queste dosi al punto che non producono più alcun effetto reale sulle malattie.
Secondo lui, i medici hanno sempre avuto paura di causare effetti tossici con le loro medicine. Mentre per lui l’intera arte della medicina consiste nel somministrare dosi “giuste”, anche se potenzialmente pericolose. Nei casi più gravi, i suoi rimedi sono davvero estremi. Dove io avrei prescritto trenta grani di bromuro o cloralo ogni quattro ore, lui ne avrebbe somministrati due dracme ogni tre. Certo, a voi potrebbe sembrare un approccio troppo rischioso. E temo che una serie di inchieste mediche possa ostacolare la sua carriera. Ma finora non ha mai avuto scandali pubblici, e i casi in cui è riuscito a salvare vite sono stati numerosi. È davvero un uomo senza paura. L’ho visto versare oppio in un paziente affetto da dissenteria, fino al punto che mi sono venuti i brividi. Ma sia la sua conoscenza che la sua fortuna lo aiutano sempre a ottenere risultati positivi.”
Ci sono altre cure che, credo, dipendano dal suo stesso carisma personale. È così robusto, ha una voce così forte e un’aria così sana che un paziente con problemi nervosi se ne va da lui rinvigorito. Ha tale fiducia nelle proprie capacità di guarire che riesce anche a far credere ai pazienti stessi che possano essere curati; e si sa bene come, in casi legati al sistema nervoso, la mente influisca sul corpo. Se decidesse di utilizzare stampelle e altri strumenti, come fanno nelle chiese medievali, sono sicuro che potrebbe riempire tutta la sua sala di consultazione con essi. Un trucco che usa spesso con i pazienti più impressionabili è quello di indicare l’ora esatta in cui saranno guariti: “Mia cara,” dice, tenendo una ragazza per le spalle e avvicinando il proprio naso al suo, “domani alle nove e quindici ti sentirai meglio, e alle venti sarai come non sei mai stata in vita tua. Ora guarda l’orologio e vedi se ho ragione.” Il giorno dopo, molto probabilmente, la madre della ragazza sarà lì, in lacrime di gioia. E un altro “miracolo” verrà aggiunto al curriculum di Cullingworth. Forse sembra una pratica poco seria, ma è estremamente utile per i pazienti.
Devo comunque ammettere che ciò che mi infastidisce di più in Cullingworth è la sua bassa considerazione della nostra professione. Non riesco mai ad accordarmi con le sue idee, e allo stesso tempo non riesco a convincerlo delle mie; quindi esisterà sempre un divario tra noi, che prima o poi potrebbe separarci completamente. Lui non riconosce alcun aspetto filantropico nella nostra professione: secondo lui, una professione serve soltanto a guadagnarsi da vivere, e fare del bene agli altri è secondario.
“Perché diavolo dovremmo dedicarci solo al bene, Munro?” esclama. “Eh. Un macellaio potrebbe ‘fare del bene alla razza’ se servisse le sue carne gratis dalla finestra, vero? Sarebbe davvero un benefattore. Ma invece le vende a uno scellino la libbra. Prendiamo il caso di un medico che si dedica alle questioni sanitarie: pulisce i canali fognari e previene le infezioni. Lo chiami filantropo? Io lo chiamo traditore. Sì, Munro, un traditore e un renegato! Hai mai sentito parlare di congressi di avvocati volti a semplificare la legge e a ridurre i processi legali? A cosa servono l’Associazione Medica e tutti questi organismi? A promuovere gli interessi della professione. Pensi che lo facciano rendendo la popolazione più sana? È arrivato il momento che scoppia una rivolta tra i medici di base. Se avessi a disposizione metà dei fondi dell’Associazione, ne userei parte per pulire i canali fognari e l’altra metà per coltivare germi patogeni e contaminare l’acqua potabile, ”
Certo, gli ho detto che le sue opinioni erano diaboliche; ma soprattutto dopo l’avvertimento ricevuto da sua moglie, non do più credito a nulla di ciò che dice. Inizia con serietà, ma man mano che prosegue, l’eccesso nell’esagerazione prende il sopravvento e finisce per dire cose che mai approverebbe a sangue freddo. Tuttavia, il fatto rimane: le nostre opinioni sulla vita professionale sono molto diverse, e temo che possiamo finire per avere dei problemi a causa di questo.
Cosa pensi che abbiamo fatto ultimamente? Abbiamo costruito una stalla, anzi, addirittura due! Cullingworth voleva ne costruire un’altra nel luogo dove svolge la sua attività, sia per i suoi pazienti che per i cavalli; e, con la sua audacia tipica, ha deciso di farla da solo. Così ci siamo messi all’opera: lui, io, il cocchiere, la signora Cullingworth e la moglie del cocchiere. Abbiamo scavato le fondamenta, portato mattoni a carriole, preparato il malta noi stessi. E credo che alla fine riusciremo a completare un lavoro davvero soddisfacente. Non è esattamente perfetta come avremmo voluto; penso che se fossi un cavallo al suo interno, dovrei fare attenzione a non sbattere contro le pareti. Ma comunque, quando sarà finita, terrà fuori vento e pioggia. Cullingworth parla di costruirci una nuova casa, ma visto che ne abbiamo già tre grandi, non sembra esserci alcuna vera necessità.
Parlando di cavalli, l’altro giorno qui c’è stata un’enorme confusione. A Cullingworth è venuta in mente l’idea di acquistare un cavallo da corsa di prima qualità; poiché nessuno dei cavalli utilizzati per i carri gli andava bene, ha incaricato un commerciante di cavalli di trovarne uno per lui. Quest’ultimo ci parlò di un castrone che uno degli ufficiali della guarnigione cercava di vendere. Non nascose il fatto che desiderasse venderlo perché lo riteneva pericoloso; tuttavia aggiunse che il Capitano Lucas aveva offerto 150 sterline per acquistarlo e era disposto a venderlo a settanta sterline. Questo ha eccitato Cullingworth, che ha ordinato di sellare il cavallo e portarlo da lui. Era un animale bellissimo: nero come il carbone, con un collo e delle spalle maestose; tuttavia le sue orecchie erano piegate all’indietro in modo sgradevole, e aveva uno sguardo davvero inquietante. Il commerciante ha detto che il nostro cortile era troppo piccolo per provare il cavallo; ma Cullingworth è salito sul suo dorso e ha ufficialmente preso possesso di esso battendolo tra le orecchie con il manico osseo del suo frustino. Quello che è seguito sono stati i dieci minuti più frenetici che ricordi. Il cavallo si è dimostrato all’altezza della sua reputazione; ma Cullingworth, sebbene non fosse un cavaliere esperto, è rimasto attaccato a lui come una lumaca. Avanti e indietro, di lato, sulle zampe anteriori, su quelle posteriori, il cavallo provava di tutto per liberarsi; Cullingworth, invece, sedeva alternativamente sulla criniera e alla base della coda del cavallo – mai una volta nella sella: aveva perso entrambi i staffili, le ginocchia erano sollevate e i talloni affondavano nelle costole dell’animale, mentre le sue mani cercavano disperatamente di afferrare criniera, sella o orecchie. Teneva comunque il frustino in mano; ogni volta che il cavallo si calmava un attimo, Cullingworth lo colpiva di nuovo con il manico osseo. Probabilmente voleva spezzargli lo spirito, ma aveva preso su di sé una responsabilità superiore alle sue capacità. L’animale ha raccolto tutte e quattro le zampe insieme, abbassato la testa, inarcato la schiena come un gatto pronto ad attaccare, e si è lanciato in aria tre volte. La prima volta, le ginocchia di Cullingworth sono finite sopra i bordi della sella; la seconda volta, gli ankle erano ancora stretti intorno al dorso del cavallo; la terza volta, è volato in avanti come una pietra lanciata da una fionda, ha mancato per un soffio il bordo del muro, si è schiantato contro la barra di ferro che teneva insieme una rete metallica, e è caduto a terra con un tonfo. Si è rialzato subito, con il sangue che gli scorreva sul viso; è corso nei nostri stabili ancora in costruzione, ha afferrato un’ascia e, urlando di rabbia, si è scagliato contro il cavallo. L’ho afferrato per il mantello e l’ho trattenuto con forza, mentre il commerciante di cavalli (che era bianco come formaggio) è fuggito via con il suo cavallo per la strada. Cullingworth si è liberato dalla mia presa, imprecando in modo incoerente, con il viso coperto di sangue e l’ascia sguainata. È uscito dal cortile, l’aspetto più demoniaco che si possa immaginare.
Tuttavia, fortunatamente per il commerciante, aveva avuto un buon inizio; Cullingworth fu convinto a tornare e lavarsi il viso. Gli fasciammo la ferita e notammo che stava poco peggio, tranne per il suo umore. Se non fosse stato per me, sicuramente avrebbe pagato settanta sterline per quella sua folle esplosione di rabbia contro l’animale.
Oserei dire che vi sembri strano che io scriva così tanto di questo individuo e così poco di chiunque altro; ma la verità è che non conosco nessun altro, e tutto il mio mondo si limita ai miei pazienti: Cullingworth e sua moglie. Loro non visitano nessuno, e nessuno li visita. Vivere con loro mi ha comportato lo stesso tabù da parte dei miei colleghi medici, anche se io personalmente non ho mai fatto nulla di inappropriato. Un giorno, per strada, ho incontrato proprio i McFarlane. Li ricorderete sicuramente di Linlithgow. Sono stato così sciocco da chiedere a Maimie McFarlane di sposarmi, e lei è stata abbastanza saggia da rifiutarmi. Non riesco nemmeno a immaginare cosa avrei fatto se mi avesse accettato. Perché sono passati tre anni, e ora ho ancora meno possibilità di sposarmi rispetto a allora. Beh, non ha senso desiderare ciò che non si può avere. E comunque, non esiste nessun altro uomo con cui potrei parlare di questa cosa. Ma la vita è davvero terribilmente solitaria quando una persona non ha nessuno al proprio fianco se non sé stessa. Perché sto seduto qui, sotto la luce della luna, a scrivervi? Solo perché desidero compassione e compagnia. Ve le ricevo da voi. Quanto ne può ricevere un amico dall’altro. Eppure ci sono aspetti della mia natura che né una moglie, né un amico, né nessun altro possono condividere. Se decidi di percorrere la tua strada da solo, devi essere preparato ad affrontarla da solo.
Ehi! Sta quasi sorgendo il giorno. E sono ancora più sveglio del solito. Fa freddo. Mi sono avvolto in una coperta. Ho sentito dire che questa è l’ora preferita dai suicidi. E vedo che anch’io sto tendendo verso la malinconia. Lasciate che concluda con qualcosa di più leggero. Citando l’ultimo articolo di Cullingworth. Devo dirvi che è ancora molto entusiasta dell’idea del suo giornale. Il suo cervello è in piena attività. Continua a produrre paragrafi diffamatori, poesie ridicole, sketch sociali, parodie e articoli. Me li porta tutti. E il mio tavolo è già pieno di loro. Ecco l’ultimo che mi ha portato dopo essersi spogliato. È il risultato di alcune osservazioni che avevo fatto riguardo alla difficoltà che i nostri discendenti potrebbero avere nel comprendere il significato di alcuni degli oggetti più comuni della nostra civiltà. E, di conseguenza, su quanto dovremmo essere cauti prima di diventare dogmatici riguardo agli antichi Romani o agli Egizi.
“Al terzo incontro annuale della New Guinea Archaeological Society fu letta una relazione su recenti ricerche riguardanti il presunto sito di Londra, nonché alcune osservazioni sui cilindri cavi utilizzati dagli antichi abitanti di Londra. Alcuni esempi di questi cilindri metallici erano in mostra nella sala e vennero fatti passare tra il pubblico per essere esaminati. Il relatore, con grande erudizione, introdusse i suoi argomenti sottolineando che, data l’enorme distanza temporale che li separava dagli anni in cui Londra era una città fiorente, era necessario essere molto cauti nel trarre conclusioni riguardo alle abitudini dei suoi antichi abitanti. Le ricerche recenti sembravano aver dimostrato con certezza che la data della caduta definitiva di Londra era successiva a quella della costruzione delle piramidi egizie. Di recente era stata scoperta una grande struttura vicino al letto prosciugato del fiume Tamigi; e, secondo i documenti esistenti, si trattava senza dubbio del luogo in cui si riuniva il consiglio legislativo degli antichi Britanni – o Anglicani, come venivano talvolta chiamati. Il relatore proseguì spiegando che il letto del Tamigi era stato scavato sotto da un monarca di nome Brunel, considerato da alcune autorità successore di Alfredo il Grande. Gli spazi aperti di Londra, osservò, dovevano essere stati piuttosto insicuri, poiché nel Regent’s Park erano state trovate le ossa di leoni, tigri e altre specie carnivore estinte. Dopo aver brevemente menzionato le misteriose strutture chiamate ‘cassette telefoniche’, sparse in tutta la città e probabilmente di origine religiosa o utilizzate come tombe di capi anglicani, il relatore passò ai cilindri cavi. La scuola patagoniana aveva interpretato questi oggetti come un sistema universale di conduttori per i fulmini; tuttavia lui non concordava con questa teoria. Attraverso una serie di osservazioni effettuate nel corso di diversi mesi, aveva scoperto che queste tubature conducevano inevitabilmente a grandi serbatoi metallici cavi collegati a forni. Chiunque sapesse quanto gli antichi Britanni fossero abituati all’uso del tabacco non poteva dubitare del significato di tutto ciò: evidentemente, grandi quantità di questa sostanza venivano bruciate nelle stanze centrali, e i vapori aromatici e narcotici venivano trasportati attraverso le tubature fino alle case di ogni cittadino, permettendogli di inalarli a piacimento. Dopo aver illustrato i suoi argomenti con una serie di diagrammi, il relatore concluse dicendo che, sebbene la vera scienza fosse sempre cauta e non dogmatica, era innegabile che molte informazioni su Londra antica fossero state ormai rese note, al punto di conoscere ogni aspetto della vita quotidiana dei suoi abitanti, dalla colazione del mattino fino al momento in cui, dopo aver bevuto un po’ di birra, si andava a dormire.”
Dopotutto, oserei dire che questa spiegazione dei tubi del gas di Londra non sia più assurda di alcune delle nostre ipotesi sulle Piramidi, o delle idee che abbiamo riguardo alla vita degli antichi Babilonesi.
Bene, addio, vecchio mio. È una lettera stupida e insignificante, ma ultimamente la mia vita è diventata più tranquilla e meno interessante. Forse per la prossima volta avrò qualcosa di un po’ più commovente da raccontare.
IX. THE PARADE, BRADFIELD, 23rd April, 1882. I have some recollection, my dear Bertie, that when I wrote you a rambling disconnected sort of letter about three weeks ago, I wound up by saying that I might have something more interesting to tell you next time. Well, so it has turned out! The whole game is up here, and I am off upon a fresh line of rails altogether. Cullingworth is to go one way and I another; and yet I am glad to say that there has not been any quarrel between us. As usual, I have begun my letter at the end, but I’ll work up to it more deliberately now, and let you know exactly how it came about. And first of all, a thousand thanks for your two long letters, which lie before me as I write. There is little enough personal news in them, but I can quite understand that the quiet happy routine of your life reels off very smoothly from week to week. On the other hand, you give me plenty of proof of that inner life which is to me so very much more interesting. After all, we may very well agree to differ. You think some things are proved which I don’t believe in. You think some things edifying which do not appear to me to be so. Well, I know that you are perfectly honest in your belief. I am sure you give me credit for being the same. The future wilt decide which of us is right. The survival of the truest is a constant law, I fancy, though it must be acknowledged that it is very slow in action. You make a mistake, however, in assuming that those who think as I do are such a miserable minority. The whole essence of our thought is independence and individual judgment; so that we don’t get welded into single bodies as the churches do, and have no opportunity of testing our own strength. There are, no doubt, all shades of opinion among us; but if you merely include those who in their private hearts disbelieve the doctrines usually accepted, and think that sectarian churches tend to evil rather than good, I fancy that the figures would be rather surprising. When I read your letter, I made a list of all those men with whom I ever had intimate talk upon such matters. I got seventeen names, with four orthodox. Cullingworth tried and got twelve names, with one orthodox. From all sides, one hears that every church complains of the absence of men in the congregations. The women predominate three to one. Is it that women are more earnest than men? I think it is quite the other way. But the men are following their reason, and the women their emotion. It is the women only who keep orthodoxy alive. No, you mustn’t be too sure of that majority of yours. Taking the scientific, the medical, the professional classes, I question whether it exists at all. The clergy, busy in their own limited circles, and coming in contact only with those who agree with them, have not realised how largely the rising generation has outgrown them. And (with exceptions like yourself) it is not the most lax, but the BEST of the younger men, the larger-brained and the larger-hearted, who have shaken themselves most clear of the old theology. They cannot abide its want of charity, it’s limitations of God’s favours, its claims for a special Providence, its dogmatism about what seems to be false, its conflict with what we know to be true. We KNOW that man has ascended, not descended; so what is the value of a scheme of thought which depends upon the supposition of his fall? We KNOW that the world was not made in six days, that the sun could never be stopped since it was never moving, and that no man ever lived three days in a fish; so what becomes of the inspiration of a book which contains such statements? “Truth, though it crush me!” There, now, you see what comes of waving the red rag! Let me make a concession to appease you. I do believe that Christianity in its different forms has been the very best thing for the world during all this long barbarous epoch. Of course, it has been the best thing, else Providence would not have permitted it. The engineer knows best what tools to use in strengthening his own machine. But when you say that this is the best and last tool which will be used, you are laying down the law a little too much. Now, first of all, I want to tell you about how the practice has been going on. The week after I wrote last showed a slight relapse. I only took two pounds. But on the next I took a sudden jump up to three pounds seven shillings, and this last week I took three pounds ten. So it was steadily creeping up; and I really thought that I saw my road clear in front of me, when the bolt suddenly fell from the blue. There were reasons, however, which prevented my being very disappointed when it did come down; and these I must make clear to you. I think that I mentioned, when I gave you a short sketch of my dear old mother, that she has a very high standard of family honour. She really tries to live up to the Percy-Plantagenet blend which is said to flow in our veins; and it is only our empty pockets which prevent her from sailing through life, like the grande dame that she is, throwing largesse to right and left, with her head in the air and her soul in the clouds. I have often heard her say (and I am quite convinced that she meant it) that she would far rather see any one of us in our graves than know that we had committed a dishonourable action. Yes; for all her softness and femininity, she could freeze iron-hard at the suspicion of baseness; and I have seen the blood flush from her white cap to her lace collar when she has heard of an act of meanness. Well, she had heard some details about the Cullingworths which displeased her when I first knew them. Then came the smash-up at Avonmouth, and my mother liked them less and less. She was averse to my joining them in Bradfield, and it was only by my sudden movement at the end that I escaped a regular prohibition. When I got there, the very first question she asked (when I told her of their prosperity) was whether they had paid their Avonmouth creditors. I was compelled to answer that they had not. In reply she wrote imploring me to come away, and saying that, poor as our family was, none of them had ever fallen so low as to enter into a business partnership with a man of unscrupulous character and doubtful antecedents. I answered that Cullingworth spoke sometimes of paying his creditors, that Mrs. Cullingworth was in favour of it also, and that it seemed to me to be unreasonable to expect that I should sacrifice a good opening on account of things with which I had no connection. I assured her that if Cullingworth did anything from then onwards which seemed to me dishonourable, I would disassociate myself from him, and I mentioned that I had already refused to adopt some of his professional methods. Well, in reply to this, my mother wrote a pretty violent letter about what she thought of Cullingworth, which led to another from me defending him, and showing that there were some deep and noble traits in his character. That produced another still more outspoken letter from her; and so the correspondence went on, she attacking and I defending, until a serious breach seemed to be opening between us. I refrained from writing at last, not out of ill temper, but because I thought that if she were given time she would cool down, and take, perhaps, a more reasonable view of the situation. My father, from the short note which he sent me, seemed to think the whole business absolutely irregular, and to refuse to believe my accounts of Cullingworth’s practice and receipts. This double opposition, from the very people whose interests had really been nearest my heart in the whole affair, caused me to be less disappointed than I should otherwise have been when it all came to an end. In fact, I was quite in the humour to finish it myself when Fate did it for me. Now about the Cullingworths. Madam is as amiable as ever; and yet somehow, unless I am deceiving myself, she has changed somewhat of late in her feelings towards me. I have turned upon her suddenly more than once, and caught the skirt of a glance which was little less than malignant. In one or two small matters I have also detected a hardness in her which I had never observed before. Is it that I have intruded too much into their family life? Have I come between the husband and the wife? Goodness knows I have striven with all my little stock of tact to avoid doing so. And yet I have often felt that my position was a false one. Perhaps a young man attaches too much importance to a woman’s glances and gestures. He wishes to assign a definite meaning to each, when they may be only the passing caprice of the moment. Ah, well, I have nothing to blame myself with; and in any case it will soon be all over now. And then I have seen something of the same sort in Cullingworth; but he is so strange a being that I never attach much importance to his variations. He glares at me like an angry bull occasionally; and then when I ask him what is the matter, he growls out, “Oh, nothing!” and turns on his heel. Then at other times he is so cordial and friendly that he almost overdoes it, and I find myself wondering whether he is not acting. It must seem ungracious to you that I should speak so of a man who has been my benefactor; and it seems so to me also, but still that IS the impression which he leaves upon me sometimes. It’s an absurd idea, too; for what possible object could his wife and he have in pretending to be amiable, if they did not really feel so? And yet you know the feeling that you get when a man smiles with his lips and not with his eyes. One day we went to the Central Hotel billiard-room in the evening to play a match. Our form is just about the same, and we should have bad an enjoyable game if it had not been for that queer temper of his. He had been in a sullen humour the whole day, pretending not to hear what I said to him, or else giving snappy answers, and looking like a thunder-cloud. I was determined not to have a row, so I took no notice at all of his continual provocations, which, instead of pacifying him, seemed to encourage him to become more offensive. At the end of the match, wanting two to win, I put down the white which was in the jaws of the pocket. He cried out that this was bad form. I contended that it was folly to refrain from doing it when one was only two off game, and, on his continuing to make remarks, I appealed to the marker, who took the same view as I did. This opposition only increased his anger, and he suddenly broke out into most violent language, abusing me in unmeasured terms. I said to him, “If you have anything to say to me, Cullingworth, come out into the street and say it there. It’s a caddish thing to speak like that before the marker.” He lifted his cue, and I thought he was going to strike me with it; but he flung it clattering on the floor, and chucked half a crown to the man. When we got out in the street, he began at once in as offensive a tone as ever. “That’s enough, Cullingworth,” I said. “I’ve stood already rather more than I can carry.” We were in the bright light of a shop window at that moment. He looked at me, and looked a second time, uncertain what to do. At any moment I might have found myself in a desperate street row with a man who was my medical partner. I gave no provocation, but kept myself keenly on the alert. Suddenly, to my relief, he burst out laughing (such a roar as made the people stop on the other side of the road), and passing his arm through mine, he hurried me down the street. “Devil of a temper you’ve got, Munro,” said he. “By Crums, it’s hardly safe to go out with you. I never know what you’re going to do next. Eh, what? You mustn’t be peppery with me, though; for I mean well towards you, as you’ll see before you get finished with me.” I have told you this trivial little scene, Bertie, to show the strange way in which Cullingworth springs quarrels upon me; suddenly, without the slightest possible provocation, taking a most offensive tone, and then when he sees he has goaded me to the edge of my endurance, turning the whole thing to chaff. This has occurred again and again recently; and, when coupled with the change in Mrs. Cullingworth’s demeanour, makes one feel that something has happened to change one’s relations. What that something may be, I give you my word that I have no more idea than you have. Between their coldness, however, and my unpleasant correspondence with my mother, I was often very sorry that I had not taken the South American liner. Cullingworth is preparing for the issue of our new paper. He has carried the matter through with his usual energy, but he doesn’t know enough about local affairs to be able to write about them, and it is a question whether he can interest the people here in anything else. At present we are prepared to run the paper single-handed; we are working seven hours a day at the practice; we are building a stable; and in our odd hours we are practising at our magnetic ship-protector, with which Cullingworth is still well pleased, though he wants to get it more perfect before submitting it to the Admiralty. His mind runs rather on naval architecture at present, and he has been devising an ingenious method of preventing wooden-sided vessels from being crippled by artillery fire. I did not think much of his magnetic attractor, because it seemed to me that even if it had all the success that he claimed for it, it would merely have the effect of substituting some other metal for steel in the manufacture of shells. This new project has, however, more to recommend it. This is the idea, as put in his own words; and, as he has been speaking of little else for the last two days, I ought to remember them. “If you’ve got your armour there, laddie, it will be pierced,” says he. “Put up forty feet thick of steel; and I’ll build a gun that will knock it into tooth-powder. It would blow away, and set the folk coughing after I had one shot at it. But you can’t pierce armour which only drops after the shot has passed through. What’s the good of it? Why it keeps out the water. That’s the main thing, after all. I call it the Cullingworth spring-shutter screen. Eh, what, Munro? I wouldn’t take a quarter of a million for the idea. You see how it would work. Spring shutters are furled all along the top of the bulwarks where the hammocks used to be. They are in sections, three feet broad, we will say, and capable when let down of reaching the keel. Very well! Enemy sends a shot through Section A of the side. Section A shutter is lowered. Only a thin film, you see, but enough to form a temporary plug. Enemy’s ram knocks in sections B, C, D of the side. What do you do? Founder? Not a bit; you lower sections B, C, and D of Cullingworth’s spring-shutter screen. Or you knock a hole on a rock. The same thing again. It’s a ludicrous sight to see a big ship founder when so simple a precaution would absolutely save her. And it’s equally good for ironclads also. A shot often starts their plates and admits water without breaking them. Down go your shutters, and all is well.” That’s his idea, and he is busy on a model made out of the steels of his wife’s stays. It sounds plausible, but he has the knack of making anything plausible when he is allowed to slap his hands and bellow. We are both writing novels, but I fear that the results don’t bear out his theory that a man may do anything which he sets his will to. I thought mine was not so bad (I have done nine chapters), but Cullingworth says he has read it all before, and that it is much too conventional. We must rivet the attention of the public from the start, he says. Certainly, his own is calculated to do so, for it seems to me to be wild rubbish. The end of his first chapter is the only tolerable point that he has made. A fraudulent old baronet is running race-horses on the cross. His son, who is just coming of age, is an innocent youth. The news of the great race of the year has just been received. “Sir Robert tottered into the room with dry lips and a ghastly face. “‘My poor boy!’ he cried. ‘Prepare for the worst!’ “‘Our horse has lost!’ cried the young heir, springing from his chair. “The old man threw himself in agony upon the rug. ‘No, no!’ he screamed. ‘IT HAS WON!’” Most of it, however, is poor stuff, and we are each agreed that the other was never meant for a novelist. So much for our domestic proceedings, and all these little details which you say you like to hear of. Now I must tell you of the great big change in my affairs, and how it came about. I have told you about the strange, sulky behaviour of Cullingworth, which has been deepening from day to day. Well, it seemed to reach a climax this morning, and on our way to the rooms I could hardly get a word out of him. The place was fairly crowded with patients, but my own share was rather below the average. When I had finished I added a chapter to my novel, and waited until he and his wife were ready for the daily bag-carrying homewards. It was half-past three before he had done. I heard him stamp out into the passage, and a moment later he came banging into my room. I saw in an instant that some sort of a crisis had come. “Munro,” he cried, “this practice is going to the devil!” “Ah!” said I. “How’s that? “It’s going to little pieces, Munro. I’ve been taking figures, and I know what I am talking about. A month ago I was seeing six hundred a week. Then I dropped to five hundred and eighty; then to five-seventy-five; and now to five-sixty. What do you think of that?” “To be honest, I don’t think much of it,” I answered. “The summer is coming on. You are losing all your coughs and colds and sore throats. Every practice must dwindle at this time of year.” “That’s all very well,” said he, pacing up and down the room, with his hands thrust into his pockets, and his great shaggy eyebrows knotted together. “You may put it down to that, but I think quite differently about it.” “What do you put it down to, then?” “To you.” “How’s that?” I asked. “Well,” said he, “you must allow that it is a very queer coincidence — if it is a coincidence — that from the day when your plate was put up my practice has taken a turn for the worse.” “I should be very sorry to think it was cause and effect,” I answered. “How do you think that my presence could have hurt you?” “I’ll tell you frankly, old chap,” said he, putting on suddenly that sort of forced smile which always seems to me to have a touch of a sneer in it. “You see, many of my patients are simple country folk, half imbecile for the most part, but then the half-crown of an imbecile is as good as any other half-crown. They come to my door, and they see two names, and their silly jaws begin to drop, and they say to each other, ‘There’s two of ‘em here. It’s Dr. Cullingworth we want to see, but if we go in we’ll be shown as likely as not to Dr. Munro.’ So it ends in some cases in their not coming at all. Then there are the women. Women don’t care a toss whether you are a Solomon, or whether you are hot from an asylum. It’s all personal with them. You fetch them, or you don’t fetch them. I know how to work them, but they won’t come if they think they are going to be turned over to anybody else. That’s what I put the falling away down to.” “Well,” said I, “that’s easily set right.” I marched out of the room and downstairs, with both Cullingworth and his wife behind me. Into the yard I went, and, picking up a big hammer, I started for the front door, with the pair still at my heels. I got the forked end of the hammer under my plate, and with a good wrench I brought the whole thing clattering on to the pavement. “That won’t interfere with you any more,” said I. “What do you intend to do now?” he asked. “Oh, I shall find plenty to do. Don’t you worry about that,” I answered. “Oh, but this is all rot,” said he, picking up the plate. “Come along upstairs and let us see where we stand.” We filed off once more, he leading with the huge brass “Dr. Munro” under his arm; then the little woman, and then this rather perturbed and bemuddled young man. He and his wife sat on the deal table in the consulting room, like a hawk and a turtle-dove on the same perch, while I leaned against the mantelpiece with my hands in my pockets. Nothing could be more prosaic and informal; but I knew very well that I was at a crisis of my life. Before, it was only a choosing between two roads. Now my main track had run suddenly to nothing, and I must go back or find a bye-path. “It’s this way, Cullingworth,” said I. “I am very much obliged to you, and to you, Mrs. Cullingworth, for all your kindness and good wishes, but I did not come here to spoil your practice; and, after what you have told me, it is quite impossible for me to work with you any more.” “Well, my boy,” said he, “I am inclined myself to think that we should do better apart; and that’s Hetty’s idea also, only she is too polite to say so.” “It is a time for plain speaking,” I answered, “and we may as well thoroughly understand each other. If I have done your practice any harm, I assure you that I am heartily sorry, and I shall do all I can to repair it. I cannot say more.” “What are you going to do, then?” asked Cullingworth. “I shall either go to sea or else start a practice on my own account.” “But you have no money.” “Neither had you when you started.” “Ah, that was different. Still, it may be that you are right. You’ll find it a stiff pull at first.” “Oh, I am quite prepared for that.” “Well, you know, Munro, I feel that I am responsible to you to some extent, since I persuaded you not to take that ship the other day.” “It was a pity, but it can’t be helped.” “We must do what we can to make up. Now, I tell you what I am prepared to do. I was talking about it with Hetty this morning, and she thought as I did. If we were to allow you one pound a week until you got your legs under you, it would encourage you to start for yourself, and you could pay it back as soon as you were able.” “It is very kind of you,” said I. “If you would let the matter stand just now, I should like just to take a short walk by myself, and to think it all over.” So the Cullingworths did their bag-procession through the doctors’ quarter alone to-day, and I walked to the park, where I sat down on one of the seats, lit a cigar, and thought the whole matter over. I was down on my luck at first; but the balmy air and the smell of spring and the budding flowers soon set me right again. I began my last letter among the stars, and I am inclined to finish this one among the flowers, for they are rare companions when one’s mind is troubled. Most things on this earth, from a woman’s beauty to the taste of a nectarine, seem to be the various baits with which Nature lures her silly gudgeons. They shall eat, they shall propagate, and for the sake of pleasing themselves they shall hurry down the road which has been laid out for them. But there lurks no bribe in the smell and beauty of the flower. It’s charm has no ulterior motive. Well, I sat down there and brooded. In my heart I did not believe that Cullingworth had taken alarm at so trifling a decrease. That could not have been his real reason for driving me from the practice. He had found me in the way in his domestic life, no doubt, and he had devised this excuse for getting rid of me. Whatever the reason was, it was sufficiently plain that all my hopes of building up a surgical practice, which should keep parallel with his medical one, were for ever at an end. On the whole, bearing in mind my mother’s opposition, and the continual janglings which we had had during the last few weeks, I was not very sorry. On the contrary, a sudden curious little thrill of happiness took me somewhere about the back of the midriff, and, as a drift of rooks passed cawing over my head, I began cawing also in the overflow of my spirits. And then as I walked back I considered how far I could avail myself of this money from Cullingworth. It was not much, but it would be madness to start without it, for I had sent home the little which I had saved at Horton’s. I had not more than six pounds in the whole world. I reflected that the money could make no difference to Cullingworth, with his large income, while it made a vast one to me. I should repay him in a year or two at the latest. Perhaps I might get on so well as to be able to dispense with it almost at once. There could be no doubt that it was the representations of Cullingworth as to my future prospects in Bradfield which had made me refuse the excellent appointment in the Decia. I need not therefore have any scruples at accepting some temporary assistance from his hands. On my return, I told him that I had decided to do so, and thanked him at the same time for his generosity. “That’s all right,” said he. “Hetty, my dear, get a bottle of fez in, and we shall drink success to Munro’s new venture.” It seemed only the other day that he had been drinking my entrance into partnership; and here we were, the same three, sipping good luck to my exit from it! I’m afraid our second ceremony was on both sides the heartier of the two. “I must decide now where I am to start,” I remarked. “What I want is some nice little town where all the people are rich and ill.” “I suppose you wouldn’t care to settle here in Bradfield?” asked Cullingworth. “Well, I cannot see much point in that. If I harmed you as a partner, I might do so more as a rival. If I succeeded it might be at your expense.” “Well,” said he, “choose your town, and my offer still holds good.” We hunted out an atlas, and laid the map of England before us on the table. Cities and villages lay beneath me as thick as freckles, and yet there was nothing to lead me to choose one rather than another. “I think it should be some place large enough to give you plenty of room for expansion,” said he. “Not too near London,” added Mrs. Cullingworth. “And, above all, a place where I know nobody,” said I. “I can rough it by myself, but I can’t keep up appearances before visitors.” “What do you say to Stockwell?” said Cullingworth, putting the amber of his pipe upon a town within thirty miles of Bradfield. I had hardly heard of the place, but I raised my glass. “Well, here’s to Stockwell!” I cried; “I shall go there to-morrow morning and prospect.” We all drank the toast (as you will do at Lowell when you read this); and so it is arranged, and you may rely upon it that I shall give you a full and particular account of the result.
IX. La parata, Bradfield, 23 aprile 1882.
Cara Bertie, ricordo che quando ti ho scritto quella lettera un po’ disordinata, circa tre settimane fa, ho detto che forse la prossima volta avrei qualcosa di più interessante da raccontarti. E infatti è proprio così! Tutto è cambiato; ora sono su una nuova strada. Cullingworth andrà in un senso, io nell’altro. Eppure sono felice di dire che non c’è stata alcuna discussione tra noi. Come al solito, ho iniziato la lettera dalla fine, ma questa volta cercherò di spiegare tutto più chiaramente e di farti capire esattamente come sono andate le cose.
Prima di tutto, mille ringraziamenti per quelle due lunghe lettere che ho davanti a me mentre scrivo. Contengono poche notizie personali, ma capisco perfettamente che la tua tranquilla e felice routine quotidiana scorra senza intoppi da una settimana all’altra. D’altro canto, mi fornisci molte informazioni su quella vita interiore che per me è molto più interessante. Dopotutto, è normale che le persone possano avere opinioni diverse: tu ritieni che alcune cose siano vere, io no; tu le consideri edificanti, io no. So comunque che sei assolutamente onesta nelle tue convinzioni, e sono sicuro che lo stesso valga per me. Il futuro dirà chi avrà ragione. La sopravvivenza di ciò che è più vero è una legge costante, anche se il suo processo è molto lento.
Tuttavia, commetti un errore nel pensare che coloro che la pensano come me siano una minoranza così esigua. L’essenza stessa del nostro modo di pensare è l’indipendenza e il giudizio individuale; non siamo quindi “fusi” in un unico corpo come fanno le chiese, e abbiamo l’opportunità di mettere alla prova la nostra forza. Senz’altro, tra di noi ci sono opinioni molto diverse; ma se includiamo soltanto coloro che nel loro intimo non credono nelle dottrine comunemente accettate e ritengono che le chiese settarie portino al male piuttosto che al bene, probabilmente i numeri sarebbero sorprendenti. Quando ho letto la tua lettera, ho fatto un elenco di tutte quelle persone con cui avevo discusso in modo approfondito su questi argomenti: ne sono venuti fuori diciassette, quattro dei quali erano ortodossi; Cullingworth ne ha trovati dodici, uno dei quali era ortodosso. Da tutti i lati si sente dire che nelle chiese mancano uomini. Le donne sono in maggioranza, tre a uno. Forse le donne sono più sincere degli uomini. Penso invece che sia esattamente il contrario. Ma gli uomini seguono la ragione, le donne l’emozione. Sono soltanto le donne a mantenere viva l’ortodossia.
No, non dovresti essere troppo sicuro di quella maggioranza a cui appartieni. Considerando le classi scientifiche, mediche e professionali, mi chiedo se esista davvero. Il clero, impegnato nei propri circoli ristretti e in contatto soltanto con coloro che la pensano come loro, non si è reso conto di quanto la nuova generazione sia ormai cresciuta al di là delle sue concezioni. E (ad eccezione di persone come te) non sono i giovani più indulgenti, ma quelli migliori: quelli con un’intelligenza e un cuore più grandi, quelli che hanno liberato se stessi dal dominio della vecchia teologia. Non possono sopportare la sua mancanza di carità, le sue limitazioni riguardo ai favori di Dio, le sue pretese su una Provvidenza speciale, il suo dogmatismo nei confronti di ciò che appare falso, e il suo conflitto con ciò che sappiamo essere vero. Sappiamo che l’uomo è salito, non sceso; quindi quale valore ha un sistema di pensiero basato sull’ipotesi della sua caduta? Sappiamo che il mondo non è stato creato in sei giorni, che il sole non può mai essere fermato poiché non si muove affatto, e che nessuno è mai vissuto per tre giorni dentro un pesce; quindi quale credibilità ha l’ispirazione di un libro che contiene tali affermazioni? “La verità, anche se mi schiaccia, ” Ecco, ora vedete quali conseguenze comporta agitare lo straccio rosso! Lasciate che faccia una concessione per placarvi: credo davvero che il cristianesimo, nelle sue diverse forme, sia stato la cosa migliore per il mondo durante tutta questa lunga epoca barbarica. Naturalmente è stata la cosa migliore, altrimenti la Provvidenza non l’avrebbe permesso. L’ingegnere sa meglio quali strumenti utilizzare per rafforzare la propria macchina. Ma quando dite che questo è lo strumento migliore e ultimo che verrà usato, state forse stabilendo una legge un po’ troppo assoluta. Prima di tutto, voglio raccontarvi come si sono svolti i fatti. La settimana dopo aver scritto l’ultima volta, ci è stata una leggera ricaduta: ho perso soltanto due libbre. Ma la settimana successiva il peso è aumentato improvvisamente di tre libbre e sette scellini, e questa ultima settimana sono arrivate addirittura tre libbre e dieci. Quindi il peso continuava ad aumentare costantemente; pensavo davvero di aver aperto davanti a me la strada verso il successo, quando improvvisamente tutto è andato storto. Tuttavia, c’erano delle ragioni che mi hanno impedito di essere troppo deluso quando ciò è accaduto. E devo spiegarvele chiaramente.
Credo di aver già menzionato, quando vi ho descritto brevemente mia cara vecchia madre, che lei ha un concetto molto alto dell’onore familiare. Si sforza davvero di essere all’altezza della tradizione dei Percy-Plantageneti che, si dice, scorra nelle nostre vene; e sono soltanto le nostre tasche vuote a impedirle di vivere come una vera signora d’alto rango, distribuendo generosità ovunque, con la testa alta e l’anima tra le nuvole. Ho spesso sentito lei dire (e ne sono assolutamente convinto) che preferirebbe vedere qualcuno di noi sepolto piuttosto che sapere che abbiamo compiuto un atto disonorevole. Sì; nonostante tutta la sua dolcezza e femminilità, potrebbe diventare dura come il ferro alla sola idea di bassezza; e ho visto il suo viso impallidire, dalla cuffia bianca fino al colletto di pizzo, quando veniva a sapere di qualche atto meschino da parte nostra.
Beh, aveva sentito alcuni dettagli sui Cullingworth che le erano dispiaciuti quando li ho conosciuti per la prima volta. Poi è successo l’incidente ad Avonmouth, e mia madre ha iniziato a non gradirli sempre di più. Era contraria al fatto che io andassi a vivere con loro a Bradfield, e solo grazie alla mia improvvisa decisione all’ultimo momento sono riuscito a evitare un divieto definitivo. Quando sono arrivato lì, la prima domanda che mi ha fatto (quando le ho parlato della loro prosperità) è stata se avessero pagato i loro creditori ad Avonmouth. Sono stato costretto a rispondere di no. In risposta, lei mi ha scritto supplicandomi di tornare a casa, dicendo che, per povera che fosse la nostra famiglia, nessuno di noi aveva mai raggiunto un livello così basso da entrare in affari con una persona di carattere senza scrupoli e con un passato dubbioso. Ho risposto che Cullingworth a volte parlava di pagare i suoi creditori, che anche la signora Cullingworth era d’accordo, e che non mi sembrava giusto sacrificare un’ottima opportunità per motivi che non avevano nulla a che fare con me. Le ho assicurato che, se in futuro Cullingworth avesse fatto qualcosa che ritenevo disonorevole, mi sarei allontanato da lui, e le ho anche detto di aver già rifiutato di adottare alcuni dei suoi metodi professionali. In risposta a questo, mia madre ha scritto una lettera piuttosto violenta riguardo a ciò che pensava di Cullingworth; io ne ho scritta un’altra in sua difesa, sottolineando che nel suo carattere c’erano alcuni tratti profondi e nobili. Questo ha portato a una lettera ancora più aperta da parte sua. E così la corrispondenza è andata avanti: lei attaccava e io difendevo, fino a quando non sembrò che stesse per nascere un serio conflitto tra di noi. Alla fine ho smesso di scrivere, non per cattivo umore, ma perché pensavo che, se le avessi dato tempo, si sarebbe calmata e forse avrebbe preso una posizione più ragionevole sulla situazione. Mio padre, dalla breve nota che mi aveva inviato, sembrava ritenere l’intera faccenda assolutamente irregolare, e si rifiutava di credere alle mie descrizioni delle pratiche e dei conti di Cullingworth. Questo doppio ostacolo, da parte delle persone le cui interessi erano davvero i più importanti per me in tutta questa vicenda, mi ha fatto sentire meno deluso quando tutto è finito. Anzi, ero quasi disposto a concludere la cosa da solo, quando il destino l’ha fatto al mio posto.
Ora parliamo dei Cullingworth: la signora è sempre così affabile come prima; eppure, a meno che non mi stia ingannando, ultimamente i suoi sentimenti verso di me sono cambiati in qualche modo. Più volte l’ho colta mentre mi lanciava sguardi quasi ostili; in un paio di occasioni ho anche notato in lei una durezza che prima non c’era mai stata. Forse ho invaso troppo la loro vita familiare. Forse sono intervenuta tra marito e moglie? Dio sa quanto abbia cercato, con tutto il mio scarso tatto, di evitare questo. Eppure spesso mi è sembrato che la mia posizione fosse davvero insostenibile. Forse un giovane dà troppa importanza agli sguardi e ai gesti di una donna. Vorrebbe attribuire loro sempre un significato preciso, quando in realtà potrebbero essere soltanto capricci momentanei. Ah, beh. Non ho nulla di cui rimproverarmi; comunque, tutto finirà presto.
Ho notato lo stesso comportamento anche in Cullingworth. Ma lui è un uomo così strano che non do mai troppo peso ai suoi cambiamenti d’umore: a volte mi guarda con occhi furiosi; quando gli chiedo cosa c’è, borbotta soltanto “Oh, niente!” e se ne va. Altre volte, invece, è così cordiale e amichevole da sembrare quasi eccessivo. E allora mi chiedo se non stia fingendo. Deve sembrarvi scortese parlare in questo modo di un uomo che mi ha aiutato. Anche a me sembra così. Ma è proprio questa l’impressione che a volte mi lascia. È un’idea assurda, naturalmente. Qual quale scopo potrebbero avere lui e sua moglie nel fingere di essere affettuosi, se non lo fossero davvero? Eppure, sapete bene quella sensazione che si ha quando un uomo sorride con le labbra ma non con gli occhi.
Quel giorno, alla sera, siamo andati nella sala da biliardo dell’Hotel Central per giocare una partita. Il nostro livello era più o meno lo stesso, e avremmo dovuto avere un incontro divertente se non fosse stato per il suo strano umore. Era stato cupo tutto il giorno: fingeva di non sentire quello che gli dicevo, rispondeva in modo brusco e sembrava davvero una nuvola temporalesca. Ero deciso a non litigare, quindi ignoravo completamente le sue continue provocazioni, che, invece di calmarlo, sembravano incoraggiarlo ad essere ancora più offensivo. Alla fine della partita, poiché dovevamo vincere in due, ho messo la palla bianca nella buca. Lui ha detto che era una mossa scorretta. Ho ribattuto che sarebbe stato stupido non farlo quando si è solo a due punti di distanza dalla vittoria; e poiché continuava a lamentarsi, ho chiesto al giudice, il quale la pensava come me. Questa opposizione ha aumentato ancora di più la sua rabbia, e all’improvviso ha iniziato a insultarmi in modo violento. Gli ho detto: “Se hai qualcosa da dirmi, Cullingworth, vieni fuori in strada e parlamene lì. È vergognoso parlare in quel modo davanti al giudice.” Ha alzato la mazza del biliardo, pensavo che mi avrebbe colpito; invece l’ha gettata a terra con un tonfo e ha dato mezzo scellino al giudice. Quando siamo usciti in strada, ha subito ripreso con lo stesso tono offensivo di sempre.
“Basta così, Cullingworth,” gli ho detto. “Ho già sopportato abbastanza.” In quel momento eravamo sotto la luce intensa di un negozio. Lui mi ha guardato, poi ancora una volta, incerto su cosa fare. In qualsiasi momento avrei potuto finire in una rissa per strada con un uomo che era anche il mio collega medico. Non ho dato alcuna provocazione, ma sono rimasto molto attento. All’improvviso, per mia sorpresa, è scoppiato a ridere (una risata così forte da far fermare le persone dall’altra parte della strada) e, mettendomi un braccio intorno al collo, mi ha trascinato via rapidamente.
“Hai davvero un temperamento terribile, Munro,” ha detto. “Per la miseria. Non è affatto sicuro uscire con te. Non so mai cosa farai dopo. Ehi, aspetta. Non devi essere sarcastico con me, però. Voglio solo il tuo bene, vedrai, ”
Ti ho raccontato questa piccola scena, Bertie, per farti capire come Cullingworth inizi sempre le discussioni con me: all’improvviso, senza alcuna provocazione, assume un tono offensivo; e poi, quando si rende conto di avermi messo alla prova fino al limite della mia sopportazione, cambia completamente atteggiamento. Questo è successo più volte negli ultimi tempi. E, considerando anche il cambiamento nel comportamento di sua moglie, sembra proprio che qualcosa abbia modificato le nostre relazioni. Ma cosa sia esattamente, te lo giuro, non ne ho la minima idea. Tra il loro atteggiamento freddo e le mie spiacevoli discussioni con mia madre, spesso mi sono pentito di non essere partito con la nave per l’America del Sud.
Cullingworth si sta preparando per la pubblicazione del nostro nuovo giornale. Ha portato avanti il progetto con la solita energia, ma non conosce abbastanza bene gli affari locali per poterne scrivere; inoltre, è ancora da vedere se riesca a interessare le persone qui presenti su altri argomenti. Al momento siamo pronti a gestire il giornale da soli: lavoriamo sette ore al giorno nella nostra attività professionale, costruiamo un fienile e, nei momenti liberi, continuiamo a perfezionare il nostro sistema protettivo navale magnetico, che Cullingworth è ancora molto soddisfatto di, anche se desidera renderlo ancora più efficace prima di presentarlo all’Ammiragliato.
Al momento i suoi pensieri ruotano soprattutto intorno all’architettura navale; ha ideato un metodo ingegnoso per evitare che le navi con fianchi in legno vengano danneggiate dal fuoco d’artiglieria. Non ho dato molto peso al suo sistema magnetico, perché mi sembrava che, anche se avesse ottenuto tutto il successo che lui affermava, avrebbe semplicemente sostituito l’acciaio con un altro metallo nella produzione delle munizioni. Tuttavia, questo nuovo progetto presenta aspetti più promettenti. Ecco come lo descrive lui stesso: “Se hai addosso l’armatura, ragazzo, verrà perforata”, dice. “Metti quaranta piedi di acciaio spesso, e io costruirò un cannone in grado di ridurla in polvere. Un solo colpo sarebbe sufficiente. Ma un’armatura che si rompe soltanto dopo che il proiettile l’ha attraversata non serve a nulla. Il vero scopo è impedire all’acqua di entrare. Ed è proprio questo il punto principale. Lo chiamo ‘sistema protettivo a persiane magnetiche di Cullingworth’. Eh, Munro? Non prenderei nemmeno un quarto di milione per questa idea. Vedi come funziona: le persiane magnetiche vengono posizionate lungo tutta la parte superiore delle fiancate. Sono divise in sezioni larghe tre piedi ciascuna e, quando si abbassano, raggiungono il fondo della nave. Se l’ nemico spara contro una certa sezione, questa viene immediatamente abbassata, formando così un ostacolo temporaneo. Se l’attacco continua, altre sezioni vengono abbassate a loro volta. Ecco fatto: la nave è protetta senza bisogno di danni strutturali. Lo stesso vale per le corazzate: spesso un colpo basta solo per far entrare acqua nelle loro piastre senza romperle. Basta abbassare le persiane magnetiche e tutto è a posto, ”
Questa è la sua idea. E sta lavorando attualmente su un modello realizzato con gli acciai utilizzati per i corsetti di sua moglie. Sembra plausibile. Ma lui ha davvero il dono di rendere qualsiasi cosa plausibile, quando può muovere le mani e gridare a squarciagola.
Entrambi stiamo scrivendo romanzi, ma temo che i risultati non confermino la sua teoria secondo cui un uomo possa fare qualsiasi cosa decida di fare con la propria volontà. Pensavo che il mio lavoro non fosse così male (avevo già scritto nove capitoli), ma Cullingworth dice che l’ha già letto tutto e che è troppo convenzionale. Secondo lui, dobbiamo catturare l’attenzione del pubblico fin dall’inizio. Certo, il suo lavoro sembra proprio essere stato concepito per farlo, anche se a me sembra solo una serie di sciocchezze. L’unica parte tollerabile del suo primo capitolo è la storia di un vecchio barone fraudolento che fa correre cavalli da corsa. Il figlio, appena maggiorenne, è un giovane innocente; proprio in quel momento arrivano le notizie della grande gara dell’anno.
“Sir Robert entrò nella stanza con le labbra secche e un viso terribile, ‘Mio povero ragazzo!’ gridò. ‘Preparati al peggio!’ ‘Il nostro cavallo ha perso!’ esclamò il giovane erede, saltando in piedi dalla sedia. Il vecchio si gettò a terra, urlando: ‘No, no! Ha vinto!’”
Però la maggior parte del racconto è davvero scadente. E entrambi concordiamo sul fatto che l’opera dell’altro non fosse mai destinata a diventare un romanzo.
Ecco quindi le nostre “vicende domestiche”, e tutti questi piccoli dettagli di cui dici che ti piace sentir parlare. Ora devo raccontarti il grande cambiamento nelle mie cose, e come è successo.
Ti ho già parlato del comportamento strano e cupo di Cullingworth, che peggiorava giorno dopo giorno. Questa mattina sembrava aver raggiunto l’apice: durante il tragitto verso le stanze, a malapena riuscivo a farlo parlare. C’erano molti pazienti nel posto, ma il mio carico di lavoro era piuttosto inferiore alla media. Dopo aver finito di lavorare, aggiunsi un altro capitolo al mio romanzo e aspettai che lui e sua moglie fossero pronti per tornare a casa.
Fu solo dopo le tre e mezza che finì. Lo sentii uscire nel corridoio; poco dopo entrò nella mia stanza di corsa. Capii immediatamente che era successo qualcosa di grave.
“Munro,” gridò, “questa pratica sta andando verso il disastro, ”
“Ah, ” dissi. “E come mai?”
“Sta andando in pezzi, Munro. Ho fatto i calcoli. Un mese fa guadagnavo seicento sterline a settimana; poi sono sceso a cinquecentottanta. Poi a cinquecentosettantacinque. E ora a cinquecentosessanta. Cosa ne pensi?”
“Onestamente, non penso molto, ” risposi. “Sta arrivando l’estate. Gli affari legati ai raffreddori e alle malattie respiratorie diminuiscono sempre in questa stagione, ”
“Può darsi, ” disse lui, camminando avanti e indietro nella stanza, con le mani in tasca e le sopracciglia folte aggrottate, “Ma io la penso diversamente, ”
“Allora, secondo te, qual è la causa?”
“Sei tu, ”
“Dovrei sentirmi molto dispiaciuto se pensassi che ci fosse una relazione di causa-effetto,” risposi. “Come potrebbe la mia presenza avervi fatto del male?”
“Te lo dirò francamente, vecchio mio,” disse lui, assumendo all’improvviso quel tipo di sorriso forzato che a me sembra sempre contenere un pizzico di derisione. “Vedi, molti dei miei pazienti sono semplici contadini, per lo più semi-idioti. Ma anche un semi-idiota vale quanto qualsiasi altro. Vengono da me, vedono i due nomi sulla porta e iniziano a borbottare tra loro: ‘Ci sono due dottori. Vogliamo vedere il Dottor Cullingworth, ma probabilmente ci manderanno dal Dottor Munro’. E così, in alcuni casi, non vengono affatto. Poi ci sono le donne. A loro non importa nulla se sei un grande uomo o se sei appena uscito da un manicomio. Per loro conta solo il rapporto personale con te. Puoi chiamarle o non chiamarle. So come trattarle, ma non verranno se pensano che le manderai da qualcun altro. Ecco a cosa attribuisco questo calo di clientela.”
“Beh,” dissi, “questo si può facilmente risolvere.” Uscii dalla stanza e scesi al piano di sotto; Cullingworth e sua moglie mi seguirono. Entrai nel cortile, presi un grosso martello e mi diressi verso l’ingresso principale. Quel paio era ancora alle mie calcagna. Inserii l’estremità a forchetta del martello sotto il piatto e, con un movimento deciso, lo feci cadere rumorosamente sul marciapiede.
“Ora non vi disturberà più,” dissi.
“Cosa intendi fare ora?” chiese lui.
“Oh, troverò sicuramente qualcosa da fare. Non preoccuparti,” risposi.
“Oh, ma tutto questo è assurdo, ” disse lui, raccogliendo il piatto. “Andiamo di sopra e vediamo cosa possiamo fare.”
Ripartimmo: lui davanti, con quel enorme cartello d’ottone che recitava “Dottor Munro” sotto il braccio; poi la moglie, e infine quel giovane piuttosto confuso e turbato. Lui e sua moglie si sedettero sul tavolo dell’ambulatorio, come un falco e una tortora sulla stessa grondaia. Io mi appoggiai al caminetto, con le mani in tasca. Niente poteva essere più banale e informale. Ma sapevo bene che stavo vivendo una crisi decisiva nella mia vita. Prima c’era solo la scelta tra due strade. Ora la mia strada principale era improvvisamente scomparsa. Dovevo tornare indietro o trovare un altro percorso.
“Da questa parte, Cullingworth,” dissi. “Sono davvero grato a voi e a vostra moglie per tutta la vostra gentilezza. Ma non sono venuto qui per rovinarvi la pratica. E, dopo quello che mi avete detto, è assolutamente impossibile che continui a lavorare con voi.”
“Beh, ragazzo mio,” disse lui, “anch’io penso che sia meglio separarci. Anche Hetty la pensa così. Solo che lei è troppo educata per dirlo apertamente.”
“È il momento di parlare chiaro,” risposi. “Dovremmo capirci completamente a vicenda. Se ho fatto del male alla vostra pratica, vi assicuro che mi dispiace molto. Farò tutto il possibile per rimediare. Non posso dire di più.”
“Allora, cosa hai intenzione di fare?” chiese Cullingworth.
“O andrò in mare o aprirò una mia pratica.”
“Ma non hai soldi.”
“Nemmeno tu ne avevi quando hai iniziato.”
“Ah, ma allora era diverso. Comunque, forse hai ragione. All’inizio sarà difficile, ”
“Oh, sono ben preparato a questo.”
“Beh, Munro, sento di avere una certa responsabilità verso di te, visto che l’altro giorno ti ho convinto a non prendere quella nave.”
“È stato un peccato, ma non si poteva fare altrimenti, ”
“Dobbiamo fare del nostro meglio per rimediare. Ora, ascolta: stamattina ne ho parlato con Hetty, e lei la pensa come me. Se ti dessimo una sterlina a settimana finché non ti sarai sistemato, questo ti incoraggerebbe ad iniziare da solo. E potresti ripagarcela non appena avrai le possibilità.”
“È molto gentile da parte tua,” dissi. “Se permetti che ci pensi un attimo da solo, ”
Così, quel giorno i Cullingworth se ne andarono soltanto loro nel quartiere dei medici, mentre io mi diressi al parco. Mi sedetti su una panchina, accesi un sigaro e riflettei attentamente sulla situazione. All’inizio mi sentivo sfortunato. Ma l’aria fresca primaverile, il profumo dei fiori in boccio mi rincuorarono subito. Iniziai a scrivere la mia ultima lettera tra le stelle. E ora ho intenzione di concludere anche questa tra i fiori: quando il cuore è turbato, loro sono compagni davvero preziosi. La maggior parte delle cose su questa terra – dalla bellezza di una donna al sapore di una nettarina – sembrano essere esche con cui la Natura attira gli esseri umani. Li induce a mangiare, a riprodursi. E, per il semplice piacere di sé stessi, li spinge lungo il cammino che è stato preparato per loro. Ma nel profumo e nella bellezza dei fiori non c’è alcun inganno. Il loro fascino non nasconde secondi fini.
Rimasi lì a riflettere. Nel mio cuore non credevo che Cullingworth si fosse preoccupato per una ragione così banale. Quella non poteva essere la vera motivazione per cui voleva allontanarmi dalla sua pratica. Senza dubbio, rappresentavo un ostacolo nella sua vita familiare. E aveva inventato quell’scusa per liberarsi di me. Qualunque fosse la ragione, era evidente che tutte le mie speranze di avviare una mia pratica chirurgica, parallela a quella di lui, erano ormai distrutte. Del resto, considerando l’opposizione di mia madre e i continui conflitti delle ultime settimane, non ero affatto dispiaciuto. Anzi, un improvviso senso di felicità mi invase. Mentre uno stormo di corvi volava sopra di me gracchiando, anch’io iniziai a gridare, lasciando che le mie emozioni si sfogassero liberamente.
E poi, mentre tornavo indietro, riflettevo su quanto potessi realmente trarre vantaggio da quei soldi che Cullingworth mi aveva dato. Non era molto, ma sarebbe stato folle iniziare senza di essi, visto che avevo già mandato a casa tutto ciò che avevo risparmiato a Horton’s. Non possedevo più di sei sterline al mondo intero. Pensai che quei soldi non avrebbero rappresentato nulla per Cullingworth, con i suoi ingenti introiti, mentre per me significavano molto. Avrei dovuto restituirglili entro un anno o due al massimo. Forse sarei riuscito addirittura a liberarmene quasi subito. Non c’era dubbio che fosse stato proprio il parere di Cullingworth riguardo alle mie prospettive future a Bradfield ad avermi fatto rifiutare quell’ottima opportunità a Decia. Quindi non dovevo certo sentirmi in colpa nell’accettare un aiuto temporaneo da lui. Al mio ritorno, gli dissi che avevo deciso di farlo e lo ringraziai per la sua generosità.
“Va bene così,” disse lui. “Hetty, cara, prendi una bottiglia di vino. Brinderemo al successo della nuova impresa di Munro.”
Sembrava fosse stato solo pochi giorni fa che avevamo brindato al mio ingresso in società. E ora eravamo lì, noi tre, a brindare al mio possibile addio ad essa! Temo che la nostra seconda cerimonia sia stata, da entrambe le parti, molto più sentita della prima.
“Devo decidere ora dove iniziare,” dissi. “Ciò che desidero è una piccola città, dove tutti siano ricchi, ma anche un po’ noiosi.”
“Forse non ti andrebbe bene stabilirti qui a Bradfield?” chiese Cullingworth.
“Beh. Non vedo molto senso in questo. Se dovessi danneggiarti come socio, probabilmente lo farei ancora di più se fossimo rivali. E se avessi successo, potrebbe essere a tuo scapito.”
“Allora,” disse lui, “scegli la città che preferisci. La mia offerta è sempre valida.”
Prendemmo un atlante e stendemmo la mappa d’Inghilterra sul tavolo. Città e villaggi erano così numerosi da sembrare quasi una massa indistinta. Eppure non riuscivo a decidere quale scegliere.
“Dovrebbe essere un posto abbastanza grande da offrirti spazio per crescere,” disse lui.
“Niente troppo vicino a Londra, ” aggiunse la signora Cullingworth.
“E soprattutto, un posto dove nessuno mi conosca,” dissi io. “Posso cavarmela da solo, ma non posso mantenere le apparenze di fronte ai visitatori, ”
“Che ne dici di Stockwell?” propose Cullingworth, indicando una città situata a meno di trenta miglia da Bradfield.
Non avevo mai sentito parlare di quel posto. Ma alzai il bicchiere e dissi: “Bene. Brindiamo a Stockwell! Domani mattina andrò a visitarlo.” Tutti brindammo insieme. E così fu deciso. Potete stare certi che vi racconterò tutto nei dettagli sul risultato.
X. CADOGAN TERRACE, BIRCHESPOOL, 21st May, 1882. My dear old chap, things have been happening, and I must tell you all about it. Sympathy is a strange thing; for though I never see you, the mere fact that you over there in New England are keenly interested in what I am doing and thinking, makes my own life in old England very much more interesting to me. The thought of you is like a good staff in my right hand. The unexpected has happened so continually in my life that it has ceased to deserve the name. You remember that in my last I had received my dismissal, and was on the eve of starting for the little country town of Stockwell to see if there were any sign of a possible practice there. Well, in the morning, before I came down to breakfast, I was putting one or two things into a bag, when there came a timid knock at my door, and there was Mrs. Cullingworth in her dressing-jacket, with her hair down her back. “Would you mind coming down and seeing James, Dr. Munro?” said she. “He has been very strange all night, and I am afraid that he is ill.” Down I went, and found Cullingworth looking rather red in the face, and a trifle wild about the eyes. He was sitting up in bed, with the neck of his nightgown open, and an acute angle of hairy chest exposed. He had a sheet of paper, a pencil, and a clinical thermometer upon the coverlet in front of him. “Deuced interesting thing, Munro,” said he. “Come and look at this temperature chart. I’ve been taking it every quarter of an hour since I couldn’t sleep, and it’s up and down till it looks like the mountains in the geography books. We’ll have some drugs in — eh, what, Munro? — and by Crums, we’ll revolutionise all their ideas about fevers. I’ll write a pamphlet from personal experiment that will make all their books clean out of date, and they’ll have to tear them up and wrap sandwiches in them.” He was talking in the rapid slurring way of a man who has trouble coming. I looked at his chart, and saw that he was over 102 degrees. His pulse rub-a-dubbed under my fingers, and his skin sent a glow into my hand. “Any symptoms?” I asked, sitting down on the side of his bed. “Tongue like a nutmeg-grater,” said he, thrusting it out. “Frontal headache, renal pains, no appetite, and a mouse nibbling inside my left elbow. That’s as far as we’ve got at present.” “I’ll tell you what it is, Cullingworth,” said I. “You have a touch of rheumatic fever, and you will have to lie by for a bit.” “Lie by be hanged!” he cried. “I’ve got a hundred people to see to-day. My boy, I must be down there if I have the rattle in my throat. I didn’t build up a practice to have it ruined by a few ounces of lactic acid.” “James dear, you can easily build up another one,” said his wife, in her cooing voice. “You must do what Dr. Munro tells you.” “Well,” said I, “you’ll want looking after, and your practice will want looking after, and I am quite ready to do both. But I won’t take the responsibility unless you give me your word that you will do what you are told.” “If I’m to have any doctoring it must come from you, laddie,” he said; “for if I was to turn my toes up in the public square, there’s not a man here who would do more than sign my certificate. By Crums, they might get the salts and oxalic acid mixed up if they came to treat me, for there’s no love lost between us. But I want to go down to the practice all the same.” “It’s out of the question. You know the sequel of this complaint. You’ll have endocarditis, embolism, thrombosis, metastatic abscesses — you know the danger as well as I do.” He sank back into his bed laughing. “I take my complaints one at a time, thank you,” said he. “I wouldn’t be so greedy as to have all those — eh, Munro, what? — when many another poor devil hasn’t got an ache to his back.” The four posts of his bed quivered with his laughter. “Do what you like, laddie — but I say, mind, if anything should happen, no tomfoolery over my grave. If you put so much as a stone there, by Crums, Munro, I’ll come back in the dead of the night and plant it on the pit of your stomach.” Nearly three weeks passed before he could set his foot to the ground again. He wasn’t such a bad patient, after all; but he rather complicated my treatment by getting in all sorts of phials and powders, and trying experiments upon his own symptoms. It was impossible to keep him quiet, and our only means of retaining him in bed was to allow him all the work that he could do there. He wrote copiously, built up models of his patent screen, and banged off pistols at his magnetic target, which he had rigged tip on the mantelpiece. Nature has given him a constitution of steel, however, and he shook off his malady more quickly and more thoroughly than the most docile of sufferers. In the meantime, Mrs. Cullingworth and I ran the practice together. As a substitute for him I was a dreadful failure. They would not believe in me in the least. I felt that I was as flat as water after champagne. I could not address them from the stairs, nor push them about, nor prophesy to the anaeemic women. I was much too solemn and demure after what they had been accustomed to. However, I held the thing together as best I could, and I don’t think that he found the practice much the worse when he was able to take it over. I could not descend to what I thought was unprofessional, but I did my very best to keep the wheels turning. Well, I know that I am a shocking bad story-teller, but I just try to get things as near the truth as I can manage it. If I only knew how to colour it up, I could make some of this better reading. I can get along when I am on one line, but it is when I have to bring in a second line of events that I understand what C. means when he says that I will never be able to keep myself in nibs by what I earn in literature. The second line is this, that I had written to my mother on the same night that I wrote to you last, telling her that there need no longer be a shadow of a disagreement between us, because everything was arranged, and I was going to leave Cullingworth at once. Then within a couple of posts I had to write again and announce that my departure was indefinitely postponed, and that I was actually doing his whole practice. Well, the dear old lady was very angry. I don’t suppose she quite understood how temporary the necessity was, and how impossible it would have been to leave Cullingworth in the lurch. She was silent for nearly three weeks, and then she wrote a very stinging letter (and she handles her adjectives most deftly when she likes). She went so far as to say that Cullingworth was a “bankrupt swindler,” and that I had dragged the family honour in the dirt by my prolonged association with him. This letter came on the morning of the very last day that my patient was confined to the house. When I returned from work I found him sitting in his dressing-gown downstairs. His wife, who had driven home, was beside him. To my surprise, when I congratulated him on being fit for work again, his manner (which had been most genial during his illness) was as ungracious as before our last explanation. His wife, too, seemed to avoid my eye, and cocked her chin at me when she spoke. “Yes, I’ll take it over to-morrow,” said he. “What do I owe you for looking after it?” “Oh, it was all in the day’s work,” said I. “Thank you, I had rather have strict business,” he answered. “You know where you are then, but a favour is a thing with no end to it. What d’you put it at?” “I never thought about it in that light.” “Well, think about it now. A locum would have cost me four guineas a week. Four fours sixteen. Make it twenty. Well, I promised to allow you a pound a week, and you were to pay it back. I’ll put twenty pounds to your credit account, and you’ll have it every week as sure as Saturday.” “Thank you,” said I. “If you are so anxious to make a business matter of it, you can arrange it so.” I could not make out, and cannot make out now, what had happened to freeze them up so; but I supposed that they had been talking it over, and came to the conclusion that I was settling down too much upon the old lines, and that they must remind me that I was under orders to quit. They might have done it with more tact. To cut a long story short, on the very day that Cullingworth was able to resume his work I started off for Stockwell, taking with me only a bag, for it was merely a prospecting expedition, and I intended to return for my luggage if I saw reason for hope. Alas! there was not the faintest. The sight of the place would have damped the most sanguine man that ever lived. It is one of those picturesque little English towns with a history and little else. A Roman trench and a Norman keep are its principal products. But to me the most amazing thing about it was the cloud of doctors which had settled upon it. A double row of brass plates flanked the principal street. Where their patients came from I could not imagine, unless they practised upon each other. The host of the “Bull” where I had my modest lunch explained the mystery to some extent by saying that, as there was pure country with hardly a hamlet for nearly twelve miles in every direction, it was in these scattered farm-houses that the Stockwell doctors found their patients. As I chatted with him a middle-aged, dusty-booted man trudged up the street. “There’s Dr. Adam,” said he. “He’s only a new-comer, but they say that some o’ these days he’ll be starting his carriage.” “What do you mean by a new-comer?” I asked. “Oh, he’s scarcely been here ten years,” said the landlord. “Thank you,” said I. “Can you tell me when the next train leaves for Bradfield?” So back I came, rather heavy at heart, and having spent ten or twelve shillings which I could ill afford. My fruitless journey seemed a small thing, however, when I thought of the rising Stockwellite with his ten years and his dusty boots. I can trudge along a path, however rough, if it will but lead to something; but may kindly Fate keep me out of all cul-de-sacs! The Cullingworths did not receive me cordially upon my return. There was a singular look upon both their faces which seemed to ME to mean that they were disappointed at this hitch in getting rid of me. When I think of their absolute geniality a few days ago, and their markedly reserved manner now, I can make no sense out of it. I asked Cullingworth point blank what it meant, but he only turned it off with a forced laugh, and some nonsense about my thin skin. I think that I am the last man in the world to take offence where none is meant; but at any rate I determined to end the matter by leaving Bradfield at once. It had struck me, during my journey back from Stockwell, that Birchespool would be a good place; so on the very next day I started off, taking my luggage with me, and bidding a final good-bye to Cullingworth and his wife. “You rely upon me, laddie,” said C. with something of his old geniality, as we shook hands on parting. “You get a good house in a central position, put up your plate and hold on by your toe-nails. Charge little or nothing until you get a connection, and none of your professional haw-dammy or you are a broken man. I’ll see that you don’t stop steaming for want of coal.” So with that comforting assurance I left them on the platform of the Bradfield station. The words seem kind, do they not? and yet taking this money jars every nerve in my body. When I find that I can live on bread and water without it, I will have no more of it. But to do without it now would be for the man who cannot swim to throw off his life-belt. I had plenty of time on my way to Birchespool to reflect upon my prospects and present situation. My baggage consisted of a large brassplate, a small leather trunk, and a hat-box. The plate with my name engraved upon it was balanced upon the rack above my head. In my box were a stethoscope, several medical books, a second pair of boots, two suits of clothes, my linen and my toilet things. With this, and the five pounds eighteen shillings which remain in my purse, I was sallying out to clear standing-room, and win the right to live from my fellow-men. But at least there was some chance of permanency about this; and if there was the promise of poverty and hardship, there was also that of freedom. I should have no Lady Saltire to toss up her chin because I had my own view of things, no Cullingworth to fly out at me about nothing. I would be my own — my very own. I capered up and down the carriage at the thought. After all, I had everything to gain and nothing in the whole wide world to lose. And I had youth and strength and energy, and the whole science of medicine packed in between my two ears. I felt as exultant as though I were going to take over some practice which lay ready for me. It was about four in the afternoon when I reached Birchespool, which is fifty-three miles by rail from Bradfield. It may be merely a name to you, and, indeed, until I set foot in it I knew nothing of it myself; but I can tell you now that it has a population of a hundred and thirty thousand souls (about the same as Bradfield), that it is mildly manufacturing, that it is within an hour’s journey of the sea, that it has an aristocratic western suburb with a mineral well, and that the country round is exceedingly beautiful. It is small enough to have a character of its own, and large enough for solitude, which is always the great charm of a city, after the offensive publicity of the country. When I turned out with my brass plate, my trunk, and my hat-box upon the Birchespool platform, I sat down and wondered what my first move should be. Every penny was going to be of the most vital importance to me, and I must plan things within the compass of that tiny purse. As I sat pondering, there came a sight of interest, for I heard a burst of cheering with the blare of a band upon the other side of the station, and then the pioneers and leading files of a regiment came swinging on to the platform. They wore white sun-hats, and were leaving for Malta, in anticipation of war in Egypt. They were young soldiers — English by the white facings — with a colonel whose moustache reached his shoulders, and a number of fresh-faced long-legged subalterns. I chiefly remember one of the colour-sergeants, a man of immense size and ferocious face, who leaned upon his Martini, with two little white kittens peeping over either shoulder from the flaps of his knapsack. I was so moved at the sight of these youngsters going out to do their best for the dear old country, that I sprang up on my box, took off my hat, and gave them three cheers. At first the folk on my side looked at me in their bovine fashion — like a row of cows over a wall. At the second a good many joined, and at the third my own voice was entirely lost. So I turned to go my way, and the soldier laddies to go theirs; and I wondered which of us had the stiffest and longest fight before us. I left my baggage at the office, and jumped into a tramcar which was passing the station, with the intention of looking for lodgings, as I judged that they would be cheaper than an hotel. The conductor interested himself in my wants in that personal way which makes me think that the poorer classes in England are one of the kindliest races on earth. Policemen, postmen, railway guards, busmen, what good helpful fellows they all are! This one reckoned the whole thing out, how this street was central but dear, and the other was out-of-the-way but cheap, and finally dropped me at a medium shabby-genteel kind of thoroughfare called Cadogan Terrace, with instructions that I was to go down there and see how I liked it. I could not complain of a limited selection, for a “to let” or “apartments” was peeping out of every second window. I went into the first attractive house that I saw, and interviewed the rather obtuse and grasping old lady who owned it. A sitting-bed-room was to be had for thirteen shillings a week. As I had never hired rooms before, I had no idea whether this was cheap or dear; but I conclude it was the latter, since on my raising my eyebrows as an experiment she instantly came down to ten shillings and sixpence. I tried another look and an exclamation of astonishment; but as she stood firm, I gathered that I had touched the bottom. “Your rooms are quite clean?” I asked, for there was a wooden panelling which suggested possibilities. “Quite clean, Sir.” “No vermin?” “The officers of the garrison come sometimes.” This took some thinking out. It had an ugly sound, but I gathered that she meant that there could be no question about the cleanliness since these gentlemen were satisfied. So the bargain was struck, and I ordered tea to be ready in an hour, while I went back to the station to fetch up my luggage. A porter brought it up for eightpence (saving fourpence on a cab, my boy!) and so I found myself in the heart of Birchespool with a base of operations secured. I looked out of the little window of my lodgings at the reeking pots and grey sloping roofs, with a spire or two spurting up among them, and I shook my teaspoon defiantly at them. “You’ve got to conquer me,” said I, “or else I’m man enough to conquer you.” Now, you would hardly expect that a fellow would have an adventure on his very first night in a strange town; but I had — a trivial one, it is true, but fairly exciting while it lasted. Certainly it reads more like what might happen to a man in a book, but you may take it from me that it worked out just as I set it down here. When I had finished my tea, I wrote a few letters — one to Cullingworth, and one to Horton. Then, as it was a lovely evening, I determined to stroll out and see what sort of a place it was upon which Fate had washed me up. “Best begin as you mean to go on,” thought I; so I donned my frock-coat, put on my carefully-brushed top-hat, and sallied forth with my very respectable metal-headed walking stick in my hand. I walked down to the Park, which is the chief centre of the place, and I found that I liked everything I saw of it. It was a lovely evening, and the air was fresh and sweet. I sat down and listened to the band for an hour, watching all the family parties, and feeling particularly lonely. Music nearly always puts me into the minor key; so there came a time when I could stand it no longer, and I set off to find my way back to my lodgings. On the whole, I felt that Birchespool was a place in which a man might very well spend a happy life. At one end of Cadogan Terrace (where I am lodging) there is a wide open space where several streets meet. In the centre of this stands a large lamp in the middle of a broad stone pedestal, a foot or so high, and ten or twelve across. Well, as I strolled along I saw there was something going on round this lamppost. A crowd of people had gathered, with a swirl in the centre. I was, of course, absolutely determined not to get mixed up in any row; but I could not help pushing my way through the crowd to see what was the matter. It wasn’t a pretty sight. A woman, pinched and bedraggled, with a baby on her arm, was being knocked about by a burly brute of a fellow whom I judged to be her husband from the way in which he cherished her. He was one of those red-faced, dark-eyed men who can look peculiarly malignant when they choose. It was clear that he was half mad with drink, and that she had been trying to lure him away from some den. I was just in time to see him take a flying kick at her, amid cries of “Shame!” from the crowd, and then lurch forward again, with the evident intention of having another, the mob still expostulating vaguely. If, Bertie, it had been old student days, I should have sailed straight in, as you or any other fellow would have done. My flesh crept with my loathing for the brute. But I had also to think of what I was and where I was, and what I had come there to do. However, there are some things which a man cannot stand, so I took a couple of steps forward, put my hand on the fellow’s shoulder, and said in as conciliatory and genial a voice as I could muster: “Come, come, my lad! Pull yourself together.” Instead of “pulling himself together,” he very nearly knocked me asunder. I was all abroad for an instant. He had turned on me like a flash, and had struck me on the throat just under the chin, my head being a little back at the moment. It made me swallow once or twice, I can tell you. Sudden as the blow was, I had countered, in the automatic sort of way that a man who knows anything of boxing does. It was only from the elbow, with no body behind it, but it served to stave him off for the moment, while I was making inquiries about my windpipe. Then in he came with a rush; and the crowd swarming round with shrieks of delight, we were pushed, almost locked in each other’s arms on to that big pedestal of which I have spoken. “Go it, little ‘un!” “Give him beans!” yelled the mob, who had lost all sight of the origin of the fray, and could only see that my opponent was two inches the shorter man. So there, my dear Bertie, was I, within a few hours of my entrance into this town, with my top-hat down to my ears, my highly professional frock-coat, and my kid gloves, fighting some low bruiser on a pedestal in one of the most public places, in the heart of a yelling and hostile mob! I ask you whether that was cruel luck or not? Cullingworth told me before I started that Birchespool was a lively place. For the next few minutes it struck me as the liveliest I had ever seen. The fellow was a round hand hitter, but so strong that he needed watching. A round blow is, as you know, more dangerous than a straight one if it gets home; for the angle of the jaw, the ear, and the temple, are the three weakest points which you present. However, I took particular care that my man did not get home; but, on the other hand, I fear that I did not do him much harm either. He bored in with his head down; and I, like a fool, broke my knuckles over the top of his impenetrable skull. Of course, theoretically I should either have stepped back and tried an undercut, or else taken him into chancery; but I must confess to feeling flurried and rattled from the blow I had had, as well as from the suddenness of the whole affair. However, I was cooling down, and I daresay should in time have done something rational, when the affray came to a sudden and unexpected end. This was from the impatience and excitement of the crowd. The folk behind, wishing to see all that was going on, pushed against those in front, until half-a-dozen of the foremost (with, I think, a woman among them) were flung right up against us. One of these, a rough, sailor-like fellow in a jersey, got wedged between us; and my antagonist, in his blind rage, got one of his swinging blows home upon this new-comer’s ear. “What, you —— !” yelled the sailor; and in an instant he had taken over the whole contract, and was at it hammer and tongs with my beauty. I grabbed my stick, which had fallen among the crowd, and backed my way out, rather dishevelled, but very glad to get off so cheaply. From the shouting which I could hear some time after I reached the door of my lodgings, I gathered that a good battle was still raging. You see, it was the merest piece of luck in the world that my first appearance in Birchespool was not in the dock of the police-court. I should have had no one to answer for me, if I had been arrested, and should have been put quite on a level with my adversary. I daresay you think I made a great fool of myself, but I should like to know how I could have acted otherwise. The only thing that I feel now is my loneliness. What a lucky fellow you are with your wife and child! After all, I see more and more clearly that both men and women are incomplete, fragmentary, mutilated creatures, as long as they are single. Do what they may to persuade themselves that their state is the happiest, they are still full of vague unrests, of dim, ill-defined dissatisfactions, of a tendency to narrow ways and selfish thoughts. Alone each is a half-made being, with every instinct and feeling yearning for its missing moiety. Together they form a complete and symmetrical whole, the minds of each strongest where that of the other needs reinforcing. I often think that if our souls survive death (and I believe they do, though I base my believe on very different grounds from yours), every male soul will have a female one attached to or combined with it, to round it off and give it symmetry. So thought the old Mormon, you remember, who used it as an argument for his creed. “You cannot take your railway stocks into the next world with you,” he said. “But with all our wives and children we should make a good start in the world to come.” I daresay you are smiling at me, as you read this, from the vantage ground of your two years of matrimony. It will be long before I shall be able to put my views into practice. Well, good-bye, my dear old chap! As I said at the beginning of my letter, the very thought of you is good for me, and never more so than at this moment, when I am alone in a strange city, with very dubious prospects, and an uncertain future. We differ as widely as the poles, you and I, and have done ever since I have known you. You are true to your faith, I to my reason — you to your family belief, I to my own ideas; but our friendship shows that the real essentials of a man, and his affinity for others, depends upon quite other things than views on abstract questions. Anyway, I can say with all my heart that I wish I saw you with that old corncob of yours between your teeth, sitting in that ricketty American-leather armchair, with the villanous lodging-house antimacassar over the back of it. It is good of you to tell me how interested you are in my commonplace adventures; though if I had not KNOWN that you were so, you may be sure that I should never have ventured to inflict any of them upon you. My future is now all involved in obscurity, but it is obvious that the first thing I must do is to find a fitting house, and my second to cajole the landlord into letting me enter into possession of it without any prepayment. To that I will turn myself to-morrow morning, and you shall know the result. Whom should I hear from the other day but Archie McLagan? Of course it was a begging letter. You can judge how far I am in a state to lose money; but in a hot fit I sent him ten shillings, which now, in my cold, I bitterly regret. With every good wish to you and yours, including your town, your State, and your great country, yours as ever.
X. CADOGAN TERRACE, BIRCHESPOOL, 21 maggio 1882.
Mio caro vecchio amico, sono successe molte cose e devo raccontartele tutte. La simpatia è una cosa strana: anche se non ti vedo mai, il semplice fatto che tu, laggiù nel New England, sia così interessato a ciò che faccio e penso, rende la mia vita in vecchia Inghilterra molto più interessante per me. Il pensiero di te è come un buon bastone nella mia mano destra. Negli ultimi tempi, le cose inaspettate sono successe così spesso nella mia vita che ormai non meritano nemmeno più questo nome. Ricordi che nell’ultima lettera ti avevo detto di essere stato licenziato e che stavo per partire per la piccola città di Stockwell per vedere se ci fossero possibilità di aprire una pratica lì. Beh, quella mattina, prima di scendere a colazione, stavo mettendo alcune cose in una borsa quando qualcuno bussò timidamente alla mia porta. Era la signora Cullingworth, con il suo pigiama addosso e i capelli sciolti sulle spalle. “Le dispiacerebbe scendere a vedere James, dottor Munro?”, mi chiese. “Sta comportandosi in modo molto strano tutta la notte. Temo che sia malato.” Scesi e trovai Cullingworth con il viso un po’ arrossato e lo sguardo un po’ folle. Era seduto sul letto, con il colletto della camicia da notte aperto e una parte del petto peloso esposta. Davanti a lui c’era un foglio di carta, una penna e un termometro clinico. “Una cosa davvero interessante, Munro. Venga a vedere questa tabella delle temperature. La sto prendendo ogni quarto d’ora da quando non riesco a dormire. Le cifre salgono e scendono in modo incredibile. Con qualche medicina, cambieremo completamente le loro idee sulle febbri. Scriverò un pamphlet basato su esperienze personali che renderà tutti i loro libri obsoleti. Dovranno buttarli via e usarli per avvolgere i panini, ” Parlava con quel tono affrettato e confuso tipico di chi ha difficoltà a parlare chiaramente. Guardai la tabella delle temperature: le cifre superavano i 102 gradi. Il suo polso batteva velocemente sotto le mie dita, e la sua pelle emanava un calore intenso.
“Qualche sintomo particolare?”, chiesi, sedendomi accanto al letto.
“La lingua sembra una grattugia per noce moscata. Mal di testa frontale, dolori ai reni, nessun appetito. E qualcosa che mi “mordicchia” il gomito sinistro, ” “Ti dico cosa è, Cullingworth. Hai un po’ di febbre reumatica. Dovrai riposare per un po’, ”
“Riposare? Ma ho centinaia di pazienti da vedere oggi. Non ho costruito una pratica per farla distruggere da qualche grammo di acido lattico, ”
“James, caro. Puoi facilmente costruirne un’altra. Devi fare ciò che il dottor Munro ti dice, ” disse sua moglie con voce dolce.
“Beh,” dissi, “ci vorrà cura di te, e ci vorrà anche cura della tua pratica medica. E sono più che disposto a farlo entrambi. Ma non prenderò questa responsabilità a meno che tu non mi dia la tua parola che farai ciò che ti viene detto.”
“Se devo essere curato, deve essere da te, ragazzo,” rispose lui; “perché se decidessi di fare storie in pubblico, nessuno qui oserebbe firmare il mio certificato medico. Per Crums, potrebbero anche mescolare sbagliati sali o acido oxalico se provassero a curarmi. Non c’è affetto tra noi, capisci? Ma voglio comunque andare in quella pratica.”
“È assolutamente impossibile,” dissi. “Conosci bene le conseguenze di questa tua insistenza: endocardite, embolia, trombosi, ascessi metastatici. Conosci il pericolo tanto quanto me.”
Lui si appoggiò di nuovo al cuscino ridendo.
“Prendo in considerazione una malattia alla volta, grazie,” disse. “Non sarei così avido da voler avere tutte queste complicazioni. Eh, Munro, cosa? Mentre tanti altri poveretti non hanno nemmeno un dolore alla schiena, ” I quattro piedi del suo letto tremavano per le sue risate. “Fai pure ciò che vuoi, ragazzo. Ma stai attento: se dovesse succedere qualcosa, niente sciocchezze sulla mia tomba. Se metti anche solo una pietra lì, per Crums, Munro, tornerò a notte fonda e la posizionerò proprio sul tuo stomaco, ”
Passarono quasi tre settimane prima che potesse di nuovo alzarsi in piedi. In fondo, non era un paziente così cattivo. Ma complicava molto il mio lavoro, prendendo in mano ogni sorta di flaconcini e polveri, e provando da solo a curare i suoi sintomi. Era impossibile farlo stare fermo. L’unico modo per tenerlo a letto era permettergli di svolgere tutto il lavoro che poteva lì dentro. Scriveva molto, costruiva modelli della sua invenzione e sparava con le pistole contro il bersaglio magnetico che aveva sistemato sul caminetto. La natura gli aveva dato una costituzione davvero robusta: si riprese dalla malattia molto più velocemente di quanto ci si potesse aspettare da un paziente così testardo.
Nel frattempo, io e la signora Cullingworth gestivamo insieme la pratica medica. Ma come suo sostituto, ero un vero disastro. Non mi credevano affatto. Mi sentivo completamente inadeguato rispetto a ciò a cui erano abituati. Non riuscivo nemmeno a parlare con loro dalle scale, né a “spingerli” ad agire in qualche modo. E non potevo certo fare previsioni per le donne anemiche. Ero troppo serio e rispettabile, rispetto alle loro abitudini. Comunque, feci del mio meglio. E non credo che la pratica medica sia peggiorata quando lui poté riprendere il controllo di tutto. Non avrei mai osato comportarmi in modo poco professionale. Ma ho fatto del mio meglio per far funzionare le cose.
Beh, so io so di essere un pessimo narratore di storie. Ma cerco semplicemente di avvicinarmi il più possibile alla verità. Se solo sapessi come rendere tutto questo più interessante da leggere. Riesco a gestire una storia lineare, ma quando devo introdurre altri eventi, capisco perfettamente cosa intendeva C. quando diceva che con i guadagni che ottengo nella letteratura non sarei mai riuscito a mantenermi. La seconda parte della storia è questa: quella stessa notte in cui ho scritto a te, ho anche scritto a mia madre, dicendole che non doveva più esserci alcun disaccordo tra noi, perché tutto era stato sistemato e che avrei lasciato immediatamente Cullingworth. Poi, pochi giorni dopo, ho dovuto scrivere di nuovo per annunciare che la mia partenza veniva rinviata a tempo indeterminato. E in realtà stavo facendo tutto il lavoro che spettava a lui. Mia madre è stata molto arrabbiata. Immagino non abbia capito quanto fosse temporanea questa situazione, né quanto sarebbe stato impossibile lasciare Cullingworth nei guai. È rimasta in silenzio per quasi tre settimane, poi mi ha scritto una lettera molto dura. Ha detto che Cullingworth era un “truffatore fallito” e che avevo gettato disonore sulla famiglia a causa della mia lunga associazione con lui. Questa lettera è arrivata la mattina dell’ultimo giorno in cui il mio paziente è rimasto confinato in casa. Tornando dal lavoro, l’ho trovato seduto in vestaglia al piano di sotto; sua moglie era accanto a lui. Con mia sorpresa, quando gli ho fatto i complimenti per essere di nuovo in grado di lavorare, il suo comportamento è stato altrettanto scortese di prima. Anche sua moglie sembrava evitarmi di guardarmi, “Sì, me ne occuperò domani,” ha detto. “Quanto mi debbo per le cure che hai prestato?” “Oh, era solo parte del mio lavoro quotidiano, ” “Grazie. Preferirei comunque un accordo chiaro e formale,” ha risposto. “Allora, quanto vorresti che ti pagassi?” “Non ci avevo mai pensato in questo modo, ” “Beh, ora puoi farlo. Un sostituto mi sarebbe costato quattro sterline a settimana. Quattordici in totale. Facciamo venti. Avevo promesso di darti una sterlina a settimana, e tu avresti dovuto restituirmela. Metterò quindi venti sterline sul tuo conto, e le riceverai ogni settimana, ” “Grazie,” ho detto. “Se vuoi davvero trattare la cosa in modo formale, puoi organizzarla così, ” Non riesco a capire cosa sia successo per farli comportare in quel modo. Ma immagino che abbiano discusso della questione e abbiano concluso che mi stavo attaccando troppo alle vecchie abitudini. E che dovessero ricordarmi che avevo l’ordine di lasciare Cullingworth. Avrebbero potuto farlo in modo più delicato.
Per farla breve, proprio il giorno in cui Cullingworth riuscì a riprendere il suo lavoro, io partii per Stockwell portando con me solo una borsa, poiché si trattava soltanto di un’escursione esplorativa e intendevo tornare a prendere i miei bagagli se avessi visto motivo di speranza. Ahimè, non c’era la minima possibilità! Quel luogo avrebbe scoraggiato anche l’uomo più ottimista che esistesse al mondo. Era uno di quei piccoli paesini inglesi pittoreschi, con una storia, ma poco altro. Una trincea romana e un castello normanno erano i suoi “prodotti principali”. Ma ciò che mi colpì di più fu la folla di medici che vi si era radunata. Due file di targhe di bronzo costeggiavano la strada principale. Non riuscivo a immaginare da dove provenissero i loro pazienti, a meno che non praticassero tra di loro. Il proprietario dell’ostello in cui avevo pranzato spiegò in parte il mistero dicendo che, essendoci solo campagna aperta per quasi dodici miglia in tutte le direzioni, erano proprio in quelle case rurali sparse che i medici di Stockwell trovavano i loro pazienti. Mentre chiacchieravo con lui, un uomo di mezza età, con gli stivali polverosi, si avvicinò: “Ecco il dottor Adam. È appena arrivato, ma dicono che presto avrà anche una carrozza”. “Cosa intendete per ‘appena arrivato’?”, chiesi. “Oh, è qui da poco più di dieci anni”, rispose l’oste. “Grazie. Potete dirmi quando parte il prossimo treno per Bradfield?” Così tornai indietro, con il cuore pesante e spendendo dieci o dodici scellini che non potevo permettermi di perdere. Tuttavia, il mio viaggio infruttuoso sembrava niente in confronto a quella situazione del dottor Adam. Sono disposto ad affrontare qualsiasi difficoltà, purché porti a qualcosa. Ma che il destino mi tenga lontano da tutti i vicoli ciechi!
Al mio ritorno, i Cullingworth non mi accolsero con calore. I loro volti avevano un’espressione strana. Sembrava che fossero delusi per questo ritardo nel “liberarsi” di me. Ripensando alla loro gentilezza di pochi giorni prima e al loro comportamento ora molto riservato, non riuscivo a capirne il motivo. Chiesi direttamente a Cullingworth cosa significasse tutto ciò, ma lui si limitò a ridere in modo forzato e a dire qualche sciocchezza riguardo alla mia “pelle sottile”. Penso di essere l’ultima persona al mondo che si offende quando non c’è alcuna intenzione offensiva. Comunque, decisi di concludere la questione lasciando immediatamente Bradfield. Durante il viaggio di ritorno, mi era venuta in mente l’idea che Birchespool potesse essere un buon posto. Così, il giorno dopo partii portando con me i miei bagagli e salutai per l’ultima volta Cullingworth e sua moglie.
“Vi affidate a me, ragazzi,” disse C., con un po’ della sua vecchia gentilezza, mentre ci stringevamo la mano per salutarci. “Avrete una bella casa in una posizione centrale; mettete su casa vostra e tenetevi forte. Non chiedete quasi nulla fino a quando non trovate un lavoro. Altrimenti sarete rovinati. Farò in modo che non vi manchi mai il carbone.”
Con queste parole rassicuranti li lasciai sulla banchina della stazione di Bradfield. Sembrano gentili, vero? Eppure prendere questi soldi mi fa tremare tutta la persona. Quando scoprirò di poter vivere senza di essi, non ne vorrò più sapere nulla. Ma adesso rinunciarvi significherebbe per me quanto per un uomo che non sa nuotare gettarsi via il salvagente.
Avevo molto tempo durante il viaggio verso Birchespool per riflettere sulle mie prospettive e sulla mia situazione attuale. Il mio bagaglio consisteva in una grande placca di bronzo, un piccolo baule di pelle e una scatola da cappelli. La placca con il mio nome inciso sopra era appesa al rack sopra la mia testa. Nella mia scatola c’erano uno stetoscopio, diversi libri medici, un secondo paio di stivali, due abiti, i miei indumenti da letto e le mie cose personali. Con questo, e i cinque sterline e diciotto scellini che mi rimanevano in tasca, mi avventuravo nel mondo per guadagnarmi lo spazio necessario per vivere e il diritto di esistere tra gli altri esseri umani. Almeno c’era la possibilità di una stabilità; e se c’erano promesse di povertà e difficoltà, c’era anche quella della libertà. Non avrei più una Lady Saltire che alzava il mento con disprezzo perché avevo le mie idee personali, né un Cullingworth che mi attaccava senza motivo. Sarei stato me stesso, completamente me stesso. Pensandoci, saltellavo su e giù nel vagone. Dopotutto, avevo tutto da guadagnare e nulla al mondo da perdere. E avevo la giovinezza, la forza, l’energia, e tutta la scienza medica racchiusa tra le mie orecchie.
Mi sentivo così eccitato come se stessi per assumere il controllo di una pratica che era già pronta per me.
Era circa le quattro del pomeriggio quando arrivai a Birchespool, che dista cinquantatré miglia in treno da Bradfield. Per voi potrebbe essere soltanto un nome; infatti, fino a quando non vi misi piede, anch’io non ne sapevo nulla. Ma ora posso dirvi che ha una popolazione di centotrentamila abitanti (più o meno quanto Bradfield), che svolge attività industriali di modesta entità, che si trova a un’ora di distanza dal mare, che possiede un sobborgo occidentale aristocratico con una sorgente minerale, e che i dintorni sono estremamente belli. È abbastanza piccola da avere un carattere proprio, e abbastanza grande per offrire la solitudine che rappresenta sempre il grande fascino di una città, rispetto alla rumorosità tipica delle aree rurali.
Quando uscii sulla banchina di Birchespool con la mia targhetta di rame, il mio baule e la mia scatola da cappelli, mi sedetti e riflettei su quale dovesse essere il mio primo passo. Ogni penny avrebbe avuto una importanza vitale per me, quindi dovevo pianificare tutto entro i limiti di quella piccolissima borsa. Mentre ero lì a pensare, notai qualcosa di interessante: sentii un coro di acclamazioni e il suono di una banda dall’altra parte della stazione; poi arrivarono i pionieri e le prime file di un reggimento. Indossavano cappelli da sole bianchi e stavano partendo per Malta, in previsione di una guerra in Egitto. Erano giovani soldati – inglesi a giudicare dai loro tratti facciali – tra cui un colonnello il cui mustacchio arrivava alle spalle, e diversi ufficiali giovani e snelli. Ricordo soprattutto uno dei sergenti: un uomo di enorme stazza e dall’aspetto minaccioso, che si appoggiava al suo fucile Martini; da entrambe le spalle delle sue borse da viaggio spuntavano due piccoli gattini bianchi. Ero così commosso dal vedere questi giovani andare a sacrificarsi per la loro amata patria, che mi alzai in piedi sulla mia scatola, tolsi il cappello e li acclamai tre volte.
All’inizio la gente dalla mia parte mi guardava con quel loro modo ottuso e indifferente, come un branco di mucche dietro un muro. Poi molti altri si unirono a loro, e alla fine la mia stessa voce venne completamente soffocata dal rumore. Così me ne andai per la mia strada, e anche quei ragazzi soldati per la loro; mi chiesi quale di noi avrebbe dovuto affrontare la battaglia più dura e lunga.
Ho lasciato i miei bagagli all’ufficio e sono salito su un tram che passava dalla stazione, con l’intenzione di cercare un alloggio, poiché ritenevo che fosse più economico rispetto a un hotel. Il conducente si è interessato alle mie esigenze in quel modo particolare che mi fa pensare che le classi povere d’Inghilterra siano tra le persone più gentili del mondo. Poliziotti, postini, guardie ferroviarie, autisti di autobus, che bravi e disponibili individui! Questo conducente ha valutato attentamente la situazione: questa strada era centrale ma costosa, mentre un’altra era più isolata ma economica; alla fine mi ha lasciato in una via di media qualità, chiamata Cadogan Terrace, dicendomi di andare a vedere se mi piaceva.
Non potevo lamentarmi della scarsa scelta: in ogni secondo finestra si intravedevano annunci di “affitti” o “appartamenti”. Entrai nella prima casa attraente che vidi e intervistai la signora anziana, piuttosto ottusa e avida. Un soggiorno con letto era disponibile per tredici scellini a settimana. Poiché non avevo mai affittato una stanza in precedenza, non sapevo se fosse un prezzo basso o alto; ma dedussi che fosse piuttosto alto, perché quando alzai le sopracciglia come per fare domanda, lei immediatamente abbassò il prezzo a dieci scellini e sei pence. Guardai di nuovo e esclamai stupito; ma poiché lei rimase ferma sulla sua decisione, capii che non c’era più nulla da negoziare.
“Le sue stanze sono davvero pulite?” chiesi, notando alcuni rivestimenti in legno che potevano nascondere problemi di igiene.
“Assolutamente pulite, signore.”
“Nessun insetto?”
Gli ufficiali della guarnigione venivano a volte. Ci volle un po’ per capire cosa intendesse dire: il termine suonava un po’ spiacevole, ma intuivo che volesse dire che non c’era alcun dubbio sulla pulizia del posto, visto che quei signori ne erano soddisfatti. Così fu raggiunto l’accordo e ordinai che il tè fosse pronto entro un’ora; intanto tornai alla stazione a prendere i miei bagagli. Un facchino me li portò per otto penny (risparmiando quattro penny rispetto a una cabina, ragazzo mio!), e così mi ritrovai nel cuore di Birchespool con una base operativa sicura. Guardai fuori dalla piccola finestra della mia stanza: pentole puzzolenti, tetti grigi in pendenza, e qua e là una o due guglie che spuntavano tra di esse. Scossi la mia cucchiainiera con aria di sfida verso di loro: “Dovete conquistarmi”, dissi, “altrimenti sono abbastanza uomo da conquistare voi”.
Chi avrebbe mai pensato che un ragazzo potesse avere un’avventura proprio nella sua prima notte in una città sconosciuta. Ma è successo davvero; forse una cosa banale, ma abbastanza emozionante per quanto sia durata. Certo, sembra più il genere di cose che possono accadere a un personaggio in un libro. Ma vi assicuro che è andato esattamente come l’ho descritto qui.
Dopo aver finito il tè, scrissi alcune lettere: una a Cullingworth e una a Horton. Poi, poiché era una bella serata, decisi di uscire a vedere com’era quel posto in cui la sorte mi aveva portato. “Meglio iniziare come si intende proseguire”, pensai; così indossai il mio abito da sera, misi il cappello ben lucidato e uscii, con il mio rispettabile bastone da passeggio in mano.
Camminai verso il Parco, che è il centro principale della città, e mi piacque tutto ciò che vidi. Era una bella serata: l’aria era fresca e profumata. Mi sedetti ad ascoltare l’orchestra per un’ora, osservando tutte le famiglie riunite, ma provavo una certa solitudine. La musica mi mette quasi sempre di cattivo umore. Così, dopo un po’, non ne potei più e decisi di tornare al mio alloggio. Nel complesso, pensai che Birchespool fosse davvero un posto in cui si potesse trascorrere una vita felice.
Alla fine di Cadogan Terrace, dove mi trovavo, c’era uno spazio aperto dove si incrociavano diverse strade. Al centro di questo spazio c’era un grande lampione su un piedistallo di pietra, alto circa un piede e largo dieci o dodici piedi. Mentre camminavo, vidi che intorno a quel lampione stava succedendo qualcosa: una folla si era radunata, con un movimento frenetico al centro. Naturalmente, non avevo alcuna intenzione di immischiarmi in qualche lite; ma non riuscii a fare a meno di spingermi tra la folla per vedere cosa stesse succedendo.
Non era certo uno spettacolo piacevole. Una donna, magra e disperata, con un bambino in braccio, veniva maltrattata da un uomo robusto che, a giudicare dal modo in cui la trattava, doveva essere suo marito. Era uno di quegli uomini dalla faccia rossastra e dagli occhi scuri che possono sembrare particolarmente minacciosi quando lo desiderano. Era evidente che fosse ubriaco fradicio, e lei cercava in qualche modo di allontanarlo da quel luogo. Sono arrivato giusto in tempo per vederlo sferrarle un calcio, mentre la folla gridava “Che vergogna!”. Poi lui ha fatto un altro passo avanti, con l’intenzione chiara di colpirla di nuovo. La folla continuava a esultare confusamente.
Se fossero stati i vecchi tempi dell’università, sarei intervenuto subito, come avreste fatto tu o chiunque altro. Provavo un disgusto profondo per quell’uomo. Ma dovevo anche pensare a chi ero, dove mi trovavo e perché ero lì. Tuttavia ci sono cose che un uomo semplicemente non può tollerare. Così ho fatto qualche passo avanti, ho messo una mano sulla spalla di quell’uomo e ho detto con voce il più pacata possibile: “Su, calmati, ”
Invece di calmarsi, quasi mi ha spezzato in due. Si è girato verso di me all’improvviso e mi ha colpito alla gola, proprio sotto il mento. La mia testa era leggermente piegata all’indietro in quel momento. Mi ha fatto ingoiare più volte. Nonostante il colpo fosse improvviso, ho reagito istintivamente, come avrebbe fatto chi conosce un po’ di pugilato. Gli ho dato un pugno al gomito. Senza alcun sostegno alle spalle. Ma questo gli ha permesso di allontanarsi per un momento. Intanto cercavo di controllare se la mia trachea fosse intatta. Poi lui è tornato all’attacco. E la folla, esultante, ci ha spinti l’uno contro l’altro. Siamo finiti quasi avvinghiati su quel grande piedistallo di cui avevo parlato, “Forza, piccolo!” gridavano, “Dagli una lezione!” urlava la folla, che ormai non capiva più cosa stesse succedendo. Vedeva solo che il mio avversario era più basso di me di due pollici. E così, caro Bertie, poche ore dopo essere arrivato in questa città, con il cappello calato sugli orecchi, il mio abito da gentiluomo e i guanti, mi trovavo a combattere contro un brutto ceffo su un piedistallo, nel mezzo di una folla urlante e ostile. Vi chiedo: è stata davvero sfortuna?
Cullingworth mi aveva detto prima che iniziassi che Birchespool era un posto molto vivace. Per i minuti successivi, mi sembrò il luogo più animato che avessi mai visto. Quell’uomo colpiva con un movimento circolare, ma era così forte che bisognava stare attenti. Un colpo circolare, come sapete, è più pericoloso di uno dritto se colpisce il bersaglio: la mandibola, l’orecchio e la tempia sono infatti i tre punti più deboli del corpo umano. Tuttavia, feci di tutto per evitare che riuscisse a colpire il bersaglio; d’altra parte, temo anche di non avergli causato troppo danno. Lui continuava a colpire con la testa bassa, e io, come un idiota, mi rompevo le nocche contro il suo cranio impenetrabile. Naturalmente, teoricamente avrei dovuto fare un passo indietro e provare un colpo dall’alto, oppure attaccarlo da un altro angolo; ma devo ammettere di essere stato turbato dal colpo che avevo ricevuto, così come dalla rapidità con cui tutto era accaduto. Comunque, stavo riprendendomi quando l’incontro finì improvvisamente e in modo inaspettato. Fu a causa dell’impazienza e dell’eccitazione della folla: le persone dietro, desiderose di vedere cosa stesse succedendo, spingevano quelle davanti, fino a quando una mezza dozzina di persone (tra cui, credo, anche una donna) furono sbattute contro di noi. Uno di loro, un tipo robusto dall’aspetto da marinaio, si trovò stretto tra noi; e il mio avversario, nella sua rabbia cieca, colpì quest’uomo all’orecchio con uno dei suoi colpi violenti. “Cosa,?!”, gridò il marinaio; in un istante prese il controllo della situazione e iniziò a combattere contro di me con tutte le sue forze. Presi il mio bastone, che era caduto tra la folla, e mi ritirai, piuttosto scompigliato, ma molto sollevato di essere riuscito a uscirne indenne. Dai rumori che sentii dopo essere arrivato alla porta del mio alloggio, capii che la battaglia continuava ancora. Beh, fu davvero una fortuna incredibile che la mia prima apparizione a Birchespool non avvenisse nel cortile della stazione di polizia: se fossi stato arrestato, nessuno avrebbe potuto difendermi, e sarei finito nei guai proprio come il mio avversario. Forse penserete che mi sia comportato da stupido, ma non so davvero come avrei potuto agire altrimenti. L’unica cosa che provo ora è la solitudine. Che fortuna avere una moglie e un figlio!
Dopotutto, vedo sempre più chiaramente che sia gli uomini che le donne sono esseri incompleti, frammentari, mutilati, finché rimangono single. Per quanto possano sforzarsi di convincersi che il loro stato sia il più felice, sono comunque pieni di inquietudini vaghe, di insoddisfazioni indefinite, di tendenze verso comportamenti egoistici e pensieri meschini. Da soli, ognuno di noi è un essere incompleto, con tutti gli istinti e i sentimenti che anelano alla loro metà mancante; insieme, invece, formiamo un tutto completo e armonioso: le idee di uno rafforzano quelle dell’altro. Spesso penso che, se le nostre anime sopravvivono alla morte (e credo che sia così, anche se i miei motivi sono molto diversi dai tuoi), ogni anima maschile avrà accanto a sé un’anima femminile, per completarla e darle armonia. Così pensava quel vecchio mormone, che utilizzò questa idea come argomento a sostegno delle sue credenze: “Non potrai portare con te le tue azioni finanziarie nell’aldilà”, diceva, “ma con tutte le nostre mogli e i nostri figli possiamo iniziare bene nella vita futura”. Scommetto che stai sorridendo mentre leggi queste parole, avendo alle spalle due anni di matrimonio. Per me, invece, sarà ancora molto tempo prima di poter mettere in pratica le mie idee. Bene, addio, mio caro vecchio amico! Come ho detto all’inizio della mia lettera, il solo pensiero di te mi fa bene, soprattutto in questo momento, quando sono solo in una città straniera, con prospettive incerte e un futuro indefinito. Siamo molto diversi l’uno dall’altro; tu sei fedele alle tue credenze religiose, io ai miei principi razionali. Tu alla tua famiglia, io alle mie idee personali. Ma la nostra amicizia dimostra che ciò che davvero conta in una persona, e il suo legame con gli altri, dipende da qualcosa di molto diverso dalle opinioni su questioni astratte. Comunque, posso dire con tutto il cuore che mi piacerebbe tantissimo rivederti, seduto nella tua vecchia poltrona di pelle americana, con quel pezzo di paglia tra i denti. È bello da parte tua mostrare tanto interesse per le mie “avventure ordinarie”. Anche se, se non avessi saputo che lo facevi, probabilmente non mi sarei mai azzardato a raccontartele. Il mio futuro è ancora incerto, ma la prima cosa da fare è trovare una casa adatta. E poi convincere il proprietario ad affittarmela senza alcun pagamento anticipato. Ci proverò domani mattina. Ti farò sapere com’è andata. Chi altro ho sentito di recente, se non Archie McLagan? Ovviamente era solo una lettera di supplica. Puoi immaginare in che condizioni finanziarie mi trovo. Ma, in un impulso, gli ho mandato dieci scellini. Ora, però, ne pento amaramente. Ti auguro tutto il meglio, a te e alla tua famiglia. Come sempre.
XI. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 29th May, 1882. Birchespool is really a delightful place, dear Bertie; and I ought to know something about it, seeing that I have padded a good hundred miles through its streets during the last seven days. Its mineral springs used to be quite the mode a century or more ago; and it retains many traces of its aristocratic past, carrying it with a certain grace, too, as an emigre countess might wear the faded dress which had once rustled in Versailles. I forget the new roaring suburbs with their out-going manufactures and their incoming wealth, and I live in the queer health-giving old city of the past. The wave of fashion has long passed over it, but a deposit of dreary respectability has been left behind. In the High Street you can see the long iron extinguishers upon the railings where the link-boys used to put out their torches, instead of stamping upon them or slapping them on the pavement, as was the custom in less high-toned quarters. There are the very high curbstones too, so that Lady Teazle or Mrs. Sneerwell could step out of coach or sedan chair without soiling her dainty satin shoes. It brings home to me what an unstable chemical compound man is. Here are the stage accessories as good as ever, while the players have all split up into hydrogen and oxygen and nitrogen and carbon, with traces of iron and silica and phosphorus. A tray full of chemicals and three buckets of water, — there is the raw material of my lady in the sedan chair! It’s a curious double picture, if one could but conjure it up. On the one side, the high-born bucks, the mincing ladies, the scheming courtiers, pushing and planning, and striving every one of them to attain his own petty object. Then for a jump of a hundred years. What is this in the corner of the old vault? Margarine and chlesterine, carbonates, sulphates, and ptomaines! We turn from it in loathing, and as we go we carry with us that from which we fly. But, mind you, Bertie, I have a very high respect for the human body, and I hold that it has been unduly snubbed and maligned by divines and theologians: “our gross frames” and “our miserable mortal clay” are phrases which to my mind partake more of blasphemy than of piety. It is no compliment to the Creator to depreciate His handiwork. Whatever theory or belief we may hold about the soul, there can, I suppose, be no doubt that the body is immortal. Matter may be transformed (in which case it may be re-transformed), but it can never be destroyed. If a comet were to strike this globule of ours, and to knock it into a billion fragments, which were splashed all over the solar system — if its fiery breath were to lick up the earth’s surface until it was peeled like an orange, still at the end of a hundred millions of years every tiniest particle of our bodies would exist — in other forms and combinations, it is true, but still those very atoms which now form the forefinger which traces these words. So the child with the same wooden bricks will build a wall, then strew them on the table; then a tower, then strew once more, and so ever with the same bricks. But then our individuality? I often wonder whether something of that wilt cling to our atoms — whether the dust of Johnnie Munro will ever have something of him about it, and be separable from that of Bertie Swanborough. I think it is possible that we DO impress ourselves upon the units of our own structure. There are facts which tend to show that every tiny organic cell of which a man is composed, contains in its microcosm a complete miniature of the individual of which it forms a part. The ovum itself from which we are all produced is, as you know, too small to be transfixed upon the point of a fine needle; and yet within that narrow globe lies the potentiality, not only for reproducing the features of two individuals, but even their smallest tricks of habit and of thought. Well, if a single cell contains so much, perhaps a single molecule and atom has more than we think. Have you ever had any personal experience of dermoid cysts? We had one in Cullingworth’s practice just before his illness, and we were both much excited about it. They seem to me to be one of those wee little chinks through which one may see deep into Nature’s workings. In this case the fellow, who was a clerk in the post office, came to us with a swelling over his eyebrow. We opened it under the impression that it was an abscess, and found inside some hair and a rudimentary jaw with teeth in it. You know that such cases are common enough in surgery, and that no pathological museum is without an example. But what are we to understand by it? So startling a phenomenon must have a deep meaning. That can only be, I think, that EVERY cell in the body has the power latent in it by which it may reproduce the whole individual — and that occasionally under some special circumstances — some obscure nervous or vascular excitement — one of these microscopic units of structure actually does make a clumsy attempt in that direction. But, my goodness, where have I got to? All this comes from the Birchespool lamp-posts and curb-stones. And I sat down to write such a practical letter too! However, I give you leave to be as dogmatic and didactic as you like in return. Cullingworth says my head is like a bursting capsule, with all the seeds getting loose. Poor seed, too, I fear, but some of it may lodge somewhere — or not, as Fate pleases. I wrote to you last on the night that I reached here. Next morning I set to work upon my task. You would be surprised (at least I was) to see how practical and methodical I can be. First of all I walked down to the post-office and I bought a large shilling map of the town. Then back I came and pinned this out upon the lodging-house table. This done, I set to work to study it, and to arrange a series of walks by which I should pass through every street of the place. You have no idea what that means until you try to do it. I used to have breakfast, get out about ten, walk till one, have a cheap luncheon (I can do well on three-pence), walk till four, get back and note results. On my map I put a cross for every empty house and a circle for every doctor. So at the end of that time I had a complete chart of the whole place, and could see at a glance where there was a possible opening, and what opposition there was at each point. In the meantime I had enlisted a most unexpected ally. On the second evening a card was solemnly brought up by the landlady’s daughter from the lodger who occupied the room below. On it was inscribed “Captain Whitehall”; and then underneath, in brackets, “Armed Transport.” On the back of the card was written, “Captain Whitehall (Armed Transport) presents his compliments to Dr. Munro, and would be glad of his company to supper at 8.30.” To this I answered, “Dr. Munro presents his compliments to Captain Whitehall (Armed Transport), and will be most happy to accept his kind invitation.” What “Armed Transport” might mean I had not an idea, but I thought it well to include it, as he seemed so particular about it himself. On descending I found a curious-looking figure in a gray dressing-gown with a purple cord. He was an elderly man — his hair not quite white yet, but well past mouse colour. His beard and moustache, however, were of a yellowish brown, and his face all puckered and shot with wrinkles, spare and yet puffy, with hanging bags under his singular light blue eyes. “By God, Dr. Munro, sir,” said he, as he shook my hand. “I take it as very kind of you that you should accept an informal invitation. I do, sir, by God!” This sentence was, as it proved, a very typical one, for he nearly always began and ended each with an oath, while the centre was, as a rule, remarkable for a certain suave courtesy. So regular was his formula that I may omit it and you suppose it, every time that he opened his mouth. A dash here and there will remind you. “It’s been my practice, Dr. Munro, sir, to make friends with my neighbours through life; and some strange neighbours I have had. By —— , sir, humble as you see me, I have sat with a general on my right, and an admiral on my left, and my toes up against a British ambassador. That was when I commanded the armed transport Hegira in the Black Sea in ‘55. Burst up in the great gale in Balaclava Bay, sir, and not as much left as you could pick your teeth with.” There was a strong smell of whisky in the room, and an uncorked bottle upon the mantelpiece. The captain himself spoke with a curious stutter, which I put down at first to a natural defect; but his lurch as he, turned back to his armchair showed me that he had had as much as he could carry. “Not much to offer you, Dr. Munro, sir. The hind leg of a —— duck, and a sailor’s welcome. Not Royal Navy, sir, though I have a —— sight better manners than many that are. No, sir, I fly no false colours, and put no R. N. after my name; but I’m the Queen’s servant, by —— ! No mercantile marine about me! Have a wet, sir! It’s the right stuff, and I have drunk enough to know the difference.” Well, as the supper progressed I warmed with the liquor and the food, and I told my new acquaintance all about my plans and intentions. I didn’t realise how lonely I had been until I found the pleasure of talking. He listened to it all with much sympathy, and to my horror tossed off a whole tumbler-full of neat whisky to my success. So enthusiastic was he that it was all I could do to prevent him from draining a second one. “You’ll do it, Dr. Munro, sir!” he cried. “I know a man when I see one, and you’ll do it. There’s my hand, sir! I’m with you! You needn’t be ashamed to grasp it, for by —— , though I say it myself, it’s been open to the poor and shut to a bully ever since I could suck milk. Yes, sir, you’ll make a good ship-mate, and I’m —— glad to have you on my poop.” For the remainder of the evening his fixed delusion was that I had come to serve under him; and he read me long rambling lectures about ship’s discipline, still always addressing me as “Dr. Munro, sir.” At last, however, his conversation became unbearable — a foul young man is odious, but a foul old one is surely the most sickening thing on earth. One feels that the white upon the hair, like that upon the mountain, should signify a height attained. I rose and bade him good-night, with a last impression of him leaning back in his dressing-gown, a sodden cigar-end in the corner of his mouth, his beard all slopped with whisky, and his half-glazed eyes looking sideways after me with the leer of a satyr. I had to go into the street and walk up and down for half-an-hour before I felt clean enough to go to bed. Well, I wanted to see no more of my neighbour, but in he came as I was sitting at breakfast, smelling like a bar-parlour, with stale whisky oozing at every pore. “Good morning, Dr. Munro, sir,” said he, holding out a twitching hand. “I compliment you, sir! You look fresh, —— fresh, and me with a head like a toy-shop. We had a pleasant, quiet evening, and I took nothing to hurt, but it is the —— relaxing air of this place that settles me. I can’t bear up against it. Last year it gave me the horrors, and I expect it will again. You’re off house-hunting, I suppose?” “I start immediately after breakfast.” “I take a cursed interest in the whole thing. You may think it a —— impertinence, but that’s the way I’m made. As long as I can steam I’ll throw a rope to whoever wants a tow. I’ll tell you what I’ll do, Dr. Munro, sir. I’ll stand on one tack if you’ll stand on the other, and I’ll let you know if I come across anything that will do.” There seemed to be no alternative between taking him with me, or letting him go alone; so I could only thank him and let him have carte blanche. Every night he would turn up, half-drunk as a rule, having, I believe, walked his ten or fifteen miles as conscientiously as I had done. He came with the most grotesque suggestions. Once he had actually entered into negotiations with the owner of a huge shop, a place that had been a raper’s, with a counter about sixty feet long. His reason was that he knew an innkeeper who had done very well a little further down on the other side. Poor old “armed transport” worked so hard that I could not help being touched and grateful; yet I longed from my heart that he would stop for he was a most unsavoury agent, and I never knew what extraordinary step he might take in my name. He introduced me to two other men, one of them a singular-looking creature named Turpey, who was struggling along upon a wound-pension, having, when only a senior midshipman, lost the sight of one eye and the use of one arm through the injuries he received at some unpronounceable Pah in the Maori war. The other was a sad-faced poetical-looking man, of good birth as I understood, who had been disowned by his family on the occasion of his eloping with the cook. His name was Carr, and his chief peculiarity, that he was so regular in his irregularities that he could always tell the time of day by the state of befuddlement that he was in. He would cock his head, think over his own symptoms, and then give you the hour fairly correctly. An unusual drink would disarrange him, however; and if you forced the pace in the morning, he would undress and go to bed about tea-time, with a full conviction that all the clocks had gone mad. These two strange waifs were among the craft to whom old Whitehall had in his own words, “thrown a rope”; and long after I had gone to bed I could hear the clink of their glasses, and the tapping of their pipes against the fender in the room below. Well, when I had finished my empty-house-and-doctor chart, I found that there was one villa to let, which undoubtedly was far the most suitable for my purpose. In the first place it was fairly cheap-forty pounds, or fifty with taxes. The front looked well. It had no garden. It stood with the well-to-do quarter upon the one side, and the poorer upon the other. Finally, it was almost at the intersection of four roads, one of which was a main artery of the town. Altogether, if I had ordered a house for my purpose I could hardly have got anything better, and I was thrilled with apprehension lest some one should get before me to the agent. I hurried round and burst into the office with a precipitancy which rather startled the demure clerk inside. His replies, however, were reassuring. The house was still to let. It was not quite the quarter yet, but I could enter into possession. I must sign an agreement to take it for one year, and it was usual to pay a quarter’s rent in advance. I don’t know whether I turned colour a little. “In advance!” I said, as carelessly as I could. “It is usual.” “Or references?” “Well, that depends, of couse{sic}, upon the references.” “Not that it matters much,” said I. (Heaven forgive me!) “Still, if it is the same to the firm, I may as well pay by the quarter, as I shall do afterwards.” “What names did you propose to give?” he asked. My heart gave a bound, for I knew that all was right. My uncle, as you know, won his knighthood in the Artillery, and though I have seen nothing of him, I knew that he was the man to pull me out of this tight corner. “There’s my uncle, Sir Alexander Munro, Lismore House, Dublin,” said I. “He would be happy to answer any inquiry, and so would my friend Dr. Cullingworth of Bradfield.” I brought him down with both barrels. I could see it by his eyes and the curve of his back. “I have no doubt that that will be quite satisfactory,” said he. “Perhaps you would kindly sign the agreement.” I did so, and drew my hind foot across the Rubicon. The die was cast. Come what might, 1 Oakley Villas was on my hand for a twelve-month. “Would you like the key now?” I nearly snatched it out of his hands. Then away I ran to take possession of my property. Never shall I forget my feelings, my dear Bertie, when the key clicked in the lock, and the door flew open. It was my own house — all my very own! I shut the door again, the noise of the street died down, and I had, in that empty, dust-strewn hall, such a sense of soothing privacy as had never come to me before. In all my life it was the first time that I had ever stood upon boards which were not paid for by another. Then I proceeded to go from room to room with a delicious sense of exploration. There were two upon the ground floor, sixteen feet square each, and I saw with satisfaction that the wall papers were in fair condition. The front one would make a consulting room, the other a waiting room, though I did not care to reflect who was most likely to do the waiting. I was in the highest spirits, and did a step dance in each room as an official inauguration. Then down a winding wooden stair to the basement, where were kitchen and scullery, dimly lit, and asphalt-floored. As I entered the latter I stood staring. In every corner piles of human jaws were grinning at me. The place was a Golgotha! In that half light the effect was sepulchral. But as I approached and picked up one of them the mystery vanished. They were of plaster-of-Paris, and were the leavings evidently of the dentist, who had been the last tenant. A more welcome sight was a huge wooden dresser with drawers and a fine cupboard in the corner. It only wanted a table and a chair to be a furnished room. Then I ascended again and went up the first flight of stairs. There were two other good sized apartments there. One should be my bedroom, and the other a spare room. And then another flight with two more. One for the servant, when I had one, and the other for a guest. From the windows I had a view of the undulating gray back of the city, with the bustle of green tree tops. It was a windy day, and the clouds were drifting swiftly across the heavens, with glimpses of blue between. I don’t know how it was, but as I stood looking through the grimy panes in the empty rooms a sudden sense of my own individuality and of my responsibility to some higher power came upon me, with a vividness which was overpowering. Here was a new chapter of my life about to be opened. What was to be the end of it? I had strength, I had gifts. What was I going to do with them? All the world, the street, the cabs, the houses, seemed to fall away, and the mite of a figure and the unspeakable Guide of the Universe were for an instant face to face. I was on my knees — hurled down all against my own will, as it were. And even then I could find no words to say. Only vague yearnings and emotions and a heartfelt wish to put my shoulder to the great wheel of good. What could I say? Every prayer seemed based on the idea that God was a magnified man — that He needed asking and praising and thanking. Should the cog of the wheel creak praise to the Engineer? Let it rather cog harder, and creak less. Yet I did, I confess, try to put the agitation of my soul into words. I meant it for a prayer; but when I considered afterwards the “supposing thats” and “in case ofs” with which it was sprinkled, it must have been more like a legal document. And yet I felt soothed and happier as I went downstairs again. I tell you this, Bertie, because if I put reason above emotion I would not have you think that I am not open to attacks of the latter also. I feel that what I say about religion is too cold and academic. I feel that there should be something warmer and sweeter and more comforting. But if you ask me to buy this at the price of making myself believe a thing to be true, which all that is nearest the divine in me cries out against, then you are selling your opiates too high. I’m a volunteer for “God’s own forlorn hope,” and I’ll clamber up the breech as long as I think I can see the flag of truth waving in front of me. Well, my next two cares were to get drugs and furniture. The former I was sure that I could obtain on long credit; while the latter I was absolutely determined not to get into debt over. I wrote to the Apothecaries’ Company, giving the names of Cullingworth and of my father, and ordering twelve pounds’ worth of tinctures, infusions, pills, powders, ointments, and bottles. Cullingworth must, I should think, have been one of their very largest customers, so I knew very well that my order would meet with prompt attention. There remained the more serious matter of the furniture. I calculated that when my lodgings were paid for I might, without quite emptying my purse, expend four pounds upon furniture — not a large allowance for a good sized villa. That would leave me a few shillings to go on with, and before they were exhausted Cullingworth’s pound would come in. Those pounds, however, would be needed for the rent, so I could hardly reckon upon them at all, as far as my immediate wants went. I found in the columns of the Birchespool Post that there was to be a sale of furniture that evening, and I went down to the auctioneer’s rooms, accompanied, much against my will, by Captain Whitehall, who was very drunk and affectionate. “By God, Dr. Munro, sir, I’m the man that’s going to stick to you. I’m only an old sailor-man, sir, with perhaps more liquor than sense; but I’m the Queen’s servant, and touch my pension every quarter day. I don’t claim to be R. N., but I’m not merchant service either. Here I am, rotting in lodgings, but by —— , Dr. Munro, sir, I carried seven thousand stinking Turks from Varna to Balaclava Bay. I’m with you, Dr. Munro, and we put this thing through together.” We came to the auction rooms and we stood on the fringe of the crowd waiting for our chance. Presently up went a very neat little table. I gave a nod and got it for nine shillings. Then three rather striking looking chairs, black wood and cane bottoms. Four shillings each I gave for those. Then a metal umbrella-stand, four and sixpence. That was a mere luxury, but I was warming to the work. A job lot of curtains all tied together in a bundle went up. Somebody bid five shillings. The auctioneer’s eye came round to me, and I nodded. Mine again for five and sixpence. Then I bought a square of red drugget for half-a-crown, a small iron bed for nine shillings, three watercolour paintings, “Spring,” “The Banjo Player,” and “Windsor Castle,” for five shillings; a tiny fender, half-a-crown; a toilet set, five shillings; another very small square-topped table, three and sixpence. Whenever I bid for anything, Whitehall thrust his black-thorn up into the air, and presently I found him doing so on my behalf when I had no intention of buying. I narrowly escaped having to give fourteen and sixpence for a stuffed macaw in a glass case. “It would do to hang in your hall, Dr. Munro, sir,” said he when I remonstrated with him. “I should have to hang myself in my hall soon if I spent my money like that,” said I. “I’ve got as much as I can afford now, and I must stop.” When the auction was over, I paid my bill and had my goods hoisted on to a trolly, the porter undertaking to deliver them for two shillings. I found that I had over-estimated the cost of furnishing, for the total expense was little more than three pounds. We walked round to Oakley Villa, and I proudly deposited all my goods in the hall. And here came another extraordinary example of the kindness of the poorer classes. The porter when I had paid him went out to his trolly and returned with a huge mat of oakum, as ugly a thing as I have ever set eyes upon. This he laid down inside my door, and then without a word, brushing aside every remonstrance or attempt at thanks, he vanished away with his trolly into the night. Next morning I came round to my house — MY house, my boy! — for good and all, after paying off my landlady. Her bill came to more than I expected, for I only had breakfast and tea, always “dining out” as I majestically expressed it. However, it was a relief to me to get it settled, and to go round with my box to Oakley Villas. An ironmonger had fixed my plate on to the railings for half-a-crown the evening before, and there it was, glittering in the sun, when I came round. It made me quite shy to look at it, and I slunk into the house with a feeling that every window in the street had a face in it. But once inside, there was so much to be done that I did not know what I should turn to first. I bought a one-and-ninepenny broom and set to work. You notice that I am precise about small sums, because just there lies the whole key of the situation. In the yard I found a zinc pail with a hole in it, which was most useful, for by its aid I managed to carry up all the jaws with which my kitchen was heaped. Then with my new broom, my coat hung on a gas-bracket and my shirt sleeves turned to the elbow, I cleaned out the lower rooms and the hall, brushing the refuse into the yard. After that I did as much for the upper floor, with the result that I brought several square yards of dust down into the hall again, and undid my previous cleaning. This was disheartening, but at least it taught me to begin at the furthest point in future. When I had finished, I was as hot and dirty as if it were half-time at a football match. I thought of our tidy charwoman at home, and realised what splendid training she must be in. Then came the arranging of the furniture. The hall was easily managed, for the planks were of a dark colour, which looked well of themselves. My oakum mat and my umbrella stand were the only things in it; but I bought three pegs for sixpence, and fastened them up at the side, completing the effect by hanging my two hats upon them. Finally, as the expanse of bare floor was depressing, I fixed one of my curtains about halfway down it, draping it back, so that it had a kind of oriental look, and excited a vague idea of suites of apartments beyond. It was a fine effect, and I was exceedingly proud of it. From that I turned to the most important point of all — the arrangement of my consulting room. My experience with Cullingworth had taught me one thing at least, — that patients care nothing about your house if they only think that you can cure them. Once get that idea into their heads, and you may live in a vacant stall in a stable and write your prescriptions on the manger. Still, as this was, for many a day to come, to be the only furnished room in my house, it was worth a little planning to get it set out to the best advantage. My red drugget I laid out in the centre, and fastened it down with brass-headed nails. It looked much smaller than I had hoped, — a little red island on an ocean of deal board, or a postage stamp in the middle of an envelope. In the centre of it I placed my table, with three medical works on one side of it, and my stethoscope and dresser’s case upon the other. One chair went with the table, of course; and then I spent the next ten minutes in trying to determine whether the other two looked better together — a dense block of chairs, as it were — or scattered so that the casual glance would get the idea of numerous chairs. I placed them finally one on the right, and one in front of the table. Then I put down my fender, and nailed “Spring,” “The Banjo Players,” and “Windsor Castle” on to three of the walls, with the mental promise that my first spare half-crown should buy a picture for the fourth. In the window I placed my little square table, and balanced upon it a photograph with an ivory mounting and a nice plush frame which I had brought in my trunk. Finally, I found a pair of dark brown curtains among the job lot which I had bought at the sale, and these I put up and drew pretty close together, so that a subdued light came into the room, which toned everything down, and made the dark corners look furnished. When I had finished I really do not believe that any one could have guessed that the total contents of that room came to about thirty shillings. Then I pulled my iron bed upstairs and fixed it in the room which I had from the first determined upon as my bedchamber. I found an old packing case in the yard — a relic of my predecessor’s removal — and this made a very good wash-hand stand for my basin and jug. When it was all fixed up I walked, swelling with pride, through my own chambers, giving a touch here and a touch there until I had it perfect. I wish my mother could see it — or, on second thoughts, I don’t; for I know that her first act would be to prepare gallons of hot water, and to holystone the whole place down, from garret to cellar — and I know by my own small experience what that means. Well, that’s as far as I’ve got as yet. What trivial, trivial stuff, interesting to hardly a soul under heaven, save only about three! Yet it pleases me to write as long as I have your assurance that it pleases you to read. Pray, give my kindest remembrances to your wife, and to Camelford also, if he should happen to come your way. He was on the Mississippi when last I heard.
XI. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 29 maggio 1882.
Birchespool è davvero un posto delizioso, caro Bertie; dovrei conoscerlo bene, visto che negli ultimi sette giorni ne ho percorso le strade per ben cento miglia. Le sue sorgenti minerali erano molto in voga un secolo fa; conserva ancora molti segni del suo passato aristocratico, e lo porta con una certa grazia, proprio come una contessa emigrata potrebbe indossare l’abito sbiadito che un tempo frusciava a Versailles. Dimentico i nuovi sobborghi rumorosi, con le loro industrie e la loro ricchezza; io vivo nella strana, antica città piena di salute del passato. L’onda della moda è da tempo passata oltre di essa, ma è rimasta una sorta di noiosa rispettabilità. Nella High Street si possono ancora vedere quegli lunghi estintori di ferro sui parapetti: un tempo i servitori spegnevano le torce lì, invece di calpestarle o schiacciarle sul marciapiede, come avveniva in quartieri meno raffinati. Ci sono anche quei bordi dei marciapiedi alti, così che Lady Teazle o Mrs. Sneerwell potessero scendere da carrozza o portantina senza sporcare le loro delicate scarpe di seta. Questo mi fa riflettere su quanto l’uomo sia un composto chimico instabile. Qui ci sono ancora gli accessori teatrali di una volta, mentre gli attori si sono tutti trasformati in idrogeno, ossigeno, azoto, carbonio, con tracce di ferro, silice e fosforo. Un vassoio pieno di sostanze chimiche e tre secchi d’acqua: ecco la materia prima della mia “dama” nella portantina. È un curioso doppio ritratto. Da un lato, i nobili signori, le dame eleganti, i cortigiani astuti, che si spingono e pianificano, cercando ciascuno di raggiungere i propri piccoli obiettivi. E poi, dopo cento anni. Che cos’è in quell’angolo del vecchio edificio? Margarina, colesterolo, carbonati, solfati, e ptomaini! Ci allontaniamo da tutto ciò con disgusto, ma portiamo con noi proprio quelle cose dalle quali cerchiamo di fuggire.
Ma, stai attento, Bertie: ho un grande rispetto per il corpo umano, e ritengo che sia stato ingiustamente trascurato e diffamato da divini e teologi. Frasi come “i nostri corpi grossolani” o “la nostra misera carne mortale” a mio parere contengono più blasfemia che devozione. Non è certo un complimento per il Creatore denigrare la Sua opera. Qualunque sia la teoria o la credenza che abbiamo sull’anima, non c’è dubbio che il corpo sia immortale: la materia può essere trasformata, ma non distrutta. Anche se una cometa colpisse il nostro pianeta e lo frantumasse in miliardi di pezzi sparsi per tutto il sistema solare, anche dopo cento milioni di anni ogni singola particella del nostro corpo esisterebbe ancora – forse sotto altre forme e combinazioni, ma sempre quelle stesse molecole che ora compongono il dito con cui scrivo queste parole. Così come un bambino può usare gli stessi mattoni per costruire prima un muro, poi una torre.
Ma cosa ne sarà della nostra individualità? Mi chiedo spesso se qualcosa di essa possa sopravvivere nelle nostre molecole: forse la “polvere” di Johnnie Munro continuerà a portare tracce di lui, e potrà essere distinta da quella di Bertie Swanborough. Penso che sia possibile che noi stessi lasciamo un’impronta sulle unità della nostra struttura fisica. Ci sono prove che ogni cellula organica umana contenga, in miniatura, tutte le caratteristiche dell’individuo di cui fa parte. L’ovulo da cui proveniamo tutti è così piccolo che non può nemmeno essere fissato sulla punta di un ago; eppure in quel minuscolo guscio si nasconde la potenzialità di riprodurre non solo i tratti fisici, ma anche le abitudini e i pensieri delle persone. Forse una singola molecola o atomo possiede ancora più di quanto crediamo.
Hai mai avuto esperienze personali con i cisti dermoidi? Ne abbiamo avuti uno nel studio di Cullingworth poco prima della sua malattia, e ne eravamo entrambi molto interessati. A mio parere, questi casi rappresentano piccoli spiragli attraverso cui possiamo intravedere il funzionamento profondo della Natura. In questo caso, un impiegato postale si presentò con un rigonfiamento sopra l’occhio; lo esaminammo pensando fosse un ascesso, e trovammo all’interno del tessuto del pelo e una mascella rudimentale con dei denti. Questi casi sono abbastanza comuni in chirurgia, e ogni museo di patologia ne possiede esempi.
Ma cosa dobbiamo intendere con questo? Un fenomeno così sorprendente deve avere un significato profondo. Penso che possa significare soltanto una cosa: ogni cellula del corpo possiede la capacità latente di riprodurre l’intero individuo; e occasionalmente, in alcune circostanze particolari – a causa di qualche stimolo nervoso o vascolare – una di queste unità microscopiche tenta davvero di farlo.
Ma, mio Dio, dove sono arrivato? Tutto questo deriva soltanto dalle lampade stradali e dai marciapiedi di Birchespool. Eppure mi sono seduto a scrivere una lettera così pratica! Comunque, vi autorizzo a essere quanto volete dogmatici e didattici in risposta. Cullingworth dice che la mia mente è come una capsula sul punto di esplodere, con tutti i semi che ne fuoriescono. Poveri semi. Ma forse alcuni di essi troveranno il loro posto, o no, a piacimento del Fato.
Vi ho scritto l’ultima volta la sera in cui sono arrivato qui. La mattina seguente mi sono messo all’opera. Sareste sorpresi (almeno lo ero io) di vedere quanto possa essere pratico e metodico. Prima di tutto sono andato all’ufficio postale e ho comprato una mappa della città al prezzo di un grosso scellino; poi sono tornato e l’ho stesa sul tavolo della locanda. Dopo averla studiata attentamente, ho pianificato il percorso che avrei dovuto seguire per attraversare ogni strada della città. Non potete immaginare quanto sia difficile farlo. Pranzavo in modo semplice, uscivo intorno alle dieci, camminavo fino all’una, pranzavo di nuovo (con tre penny mi bastava), continuavo a camminare fino alle quattro, tornavo indietro e annotavo i risultati. Sulla mappa segnavo con una croce ogni casa vuota e con un cerchio ogni medico. Alla fine avevo ottenuto una mappa completa della città; potevo vedere immediatamente dove ci fossero possibilità, e quali ostacoli si presentassero in ogni zona.
Nel frattempo avevo trovato un alleato inaspettato. La seconda sera, la figlia della padrona di casa mi portò un biglietto dal locatore che abitava al piano di sotto. C’era scritto “Capitano Whitehall”; e poi, tra parentesi, “Trasporto Armato”. Sul retro del biglietto c’era scritto: “Il Capitano Whitehall (Trasporto Armato) invita il Dottor Munro a cena alle 20:30. Il Dottor Munro accetta con piacere questa gentile invitazione.” Non avevo idea di cosa significasse “Trasporto Armato”, ma ho pensato fosse meglio includerlo, visto che lui sembrava darvi molta importanza.
Scendendo al piano di sotto, ho trovato un uomo dall’aspetto curioso: indossava una vestaglia grigia con una corda viola. Era un anziano. I suoi capelli non erano ancora completamente bianchi, ma sicuramente non più biondi. La barba e i baffi erano di colore marrone giallastro; il suo viso era pieno di rughe. Sotto quegli occhi di un blu chiaro c’erano delle borse pendule.
“Per Dio, dottor Munro, signore,” disse lui stringendomi la mano. “Ritengo davvero molto gentile da parte sua accettare un invito informale. Sì, per Dio!”
Questa frase era, come si sarebbe poi dimostrato, molto tipica di lui: quasi sempre iniziava e finiva con una parola d’ordine, mentre il corpo del discorso era solitamente caratterizzato da una certa cortesia affabile. La sua formula era così regolare che potevo ometterla ogni volta che apriva bocca. Solo qualche riferimento occasionale mi avrebbe ricordato di essa.
“È sempre stata mia abitudine, dottor Munro, fare amicizia con i miei vicini. E ho avuto davvero dei vicini strani. Per Dio, signore: anche se sono umile come potete vedere, ho avuto un generale a destra e un ammiraglio a sinistra. E una volta, comandavo la nave da trasporto armato ‘Hegira’ nel Mar Nero. Ma durante una tempesta terribile nella baia di Balaclava, non rimase nulla, ”
C’era un forte odore di whisky nella stanza; sul caminetto c’era una bottiglia aperta. Il capitano stesso parlava con un leggero balbettio. All’inizio pensai fosse solo un difetto naturale, ma il modo in cui barcollava mentre tornava alla sua poltrona mi fece capire che aveva bevuto più del dovuto.
“Non ho molto da offrirvi, dottor Munro. Solo la zampa posteriore di una anatra. E un benvenuto da marinaio. Non appartengo alla Royal Navy, ma ho modi migliori di molti. No, non nascondo nulla. Sono al servizio della Regina. Ma non faccio parte della marina mercantile! Bevete pure. È vero whisky. Ne ho bevuto abbastanza per riconoscerne la qualità, ”
Con il proseguire della cena, mi scaldai con il liquore e il cibo. Raccontai al mio nuovo conoscente tutti i miei piani e le mie intenzioni. Solo allora mi resi conto di quanto fossi stato solo. Gli raccontai tutto con grande entusiasmo; lui ascoltò con simpatia. E, per mia sorpresa, versò un intero bicchiere di whisky in onore del mio successo. Era così entusiasta che riuscii a malapena a impedirgli di bere anche un secondo bicchiere.
“Ce la farete, dottor Munro!” esclamò. “So riconoscere una persona capace quando la vedo. Ce la farete! Ecco la mia mano. Sono con voi! Non dovete vergognarvi di prenderla. Per Dio. Anche se lo dico io stesso, questa mano è sempre stata aperta ai poveri e chiusa agli aggressori. Sì, signore. Sarà un ottimo compagno di viaggio. E sono davvero felice che siate con me, ”
Per il resto della serata, la sua convinzione fissa era che fossi venuto ad lavorare sotto di lui; mi tenne quindi lunghe e noiose lezioni sulla disciplina a bordo delle navi, chiamandomi sempre “Dottor Munro, signore”. Alla fine, però, la sua conversazione divenne insopportabile. Un giovane malvagio è già odioso, ma un vecchio malvagio è davvero la cosa più disgustosa al mondo. Si ha l’impressione che i capelli bianchi, come quelli delle montagne, dovrebbero simboleggiare una sorta di “altezza” raggiunta. Mi alzai e gli augurai la buonanotte; l’ultima immagine che ho di lui è quella di un uomo appoggiato allo schienale del letto, con la punta di un sigaro umido all’angolo della bocca, la barba bagnata di whisky, e gli occhi semichiusi che mi fissavano con lo sguardo lascivo di un satiro. Dovetti uscire in strada e camminare avanti e indietro per mezz’ora prima di sentirmi abbastanza pulito da andare a letto.
Beh, non volevo più avere nulla a che fare con il mio vicino. Ma entrò proprio mentre stavo facendo colazione, puzzando di bar, con l’odore del whisky stantio che emanava da ogni poro del suo corpo.
“Buongiorno, Dottor Munro, signore,” disse, porgendomi una mano tremante. “Devo complimentarla: sembra davvero in forma. Mentre io ho la testa come quella di un negozio di giocattoli. Abbiamo trascorso una serata piacevole e tranquilla. Non ho bevuto nulla di alcolico. È proprio l’atmosfera rilassante di questo posto che mi fa stare bene. Non riesco a resistervi. L’anno scorso mi ha causato molti problemi. Immagino che succederà di nuovo. Sta cercando una casa, vero?”
“Partirò subito dopo colazione, ”
“Mi interessa davvero molto tutta questa faccenda. Può sembrare un’impertinenza, ma è così che sono fatto. Finché posso essere d’aiuto, farò del mio meglio per chiunque ne abbia bisogno. Le dirò cosa farò, Dottor Munro. Se lei seguirà le mie indicazioni, le farò sapere se trovo qualcosa di adatto, ”
Non sembrava esserci altra scelta se non portarlo con me. Così gli ringraziai e gli diedi carta bianca. Ogni sera arrivava, di solito ubriaco fradicio. Credo che camminasse per dieci o quindici miglia ogni giorno, con la stessa determinazione con cui lo facevo io. Mi proponeva idee davvero grottesche.
Una volta entrato effettivamente in negoziati con il proprietario di un enorme negozio – un luogo che in passato era stato utilizzato da un rapinatore, con un bancone lungo circa sessanta piedi – il suo scopo era quello di conoscere un locandiere che aveva avuto molto successo poco più avanti, dall’altra parte della città. Povero vecchio “trasporto armato”: lavorava così sodo che non potevo fare a meno di provare compassione e gratitudine per lui; tuttavia, nel profondo del mio cuore speravo che smettesse di occuparsi di queste faccende, perché era davvero un individuo poco affidabile. Non sapevo mai quali strane iniziative potesse prendere a mio nome. Mi presentò altri due uomini: uno di loro era una figura dal aspetto insolito di nome Turpey, che viveva grazie a una pensione per invalidità; aveva perso un occhio e l’uso di un braccio durante le ferite riportate in qualche luogo incomprensibile della guerra contro i Maori, quando era ancora un giovane ufficiale navale. L’altro era un uomo dall’espressione triste e dall’aspetto poetico; a quanto capii, proveniva da una famiglia nobile, ma era stato ripudiato dalla sua famiglia dopo essersi innamorato della cuoca. Si chiamava Carr. La sua caratteristica principale era che le sue “irregolarità” erano così sistematiche che si poteva sempre conoscere l’ora del giorno osservando lo stato di confusione in cui si trovava.
Inclinava la testa, rifletteva sui propri sintomi e poi ti indicava l’ora con notevole precisione. Tuttavia, un drink insolito lo scombussolava completamente; e se cercavi di accelerare il ritmo al mattino, si spogliava e andava a letto verso l’ora del tè, convinto al cento per cento che tutti gli orologi fossero impazziti. Questi due strani vagabondi facevano parte di quella categoria di persone a cui, con le sue stesse parole, il vecchio Whitehall aveva “teso una corda” per guidarle. E anche molto dopo essermi addormentato, riuscivo ancora a sentire il tintinnio dei loro bicchieri e il suono delle loro pipe che battevano contro le ringhiere nella stanza sottostante.
Beh, quando ebbi completato la mia lista delle case disponibili, scoprii che c’era una villa in affitto che, senza dubbio, era la più adatta alle mie esigenze. Prima di tutto, il prezzo era abbastanza conveniente: quaranta sterline, o cinquanta con le tasse. L’esterno della casa aveva un aspetto decente; però non c’era giardino. Si trovava in una zona residenziale benestante da un lato e più povera dall’altro. Inoltre, era situata quasi all’incrocio di quattro strade, una delle quali era una via principale della città. Insomma, se avessi cercato appositamente una casa per le mie esigenze, difficilmente avrei trovato qualcosa di meglio. Ero così ansioso che qualcun altro non mi precedesse presso l’agente immobiliare! Corsi subito nell’ufficio, con tale fretta da sorprendere il gentile impiegato all’interno.
Le sue risposte, tuttavia, furono rassicuranti: la casa era ancora disponibile in affitto. Non si trovava esattamente nella zona ideale, ma potevo subentrare immediatamente nell’uso della proprietà. Dovevo firmare un contratto di affitto per un anno e, di solito, era richiesto il pagamento di un quarto dell’affitto in anticipo.
Non so se arrossii leggermente.
“In anticipo!” dissi, con noncuranza.
“È la prassi abituale.”
“E le referenze?”
“Beh, queste dipendono, naturalmente, dalle referenze fornite, ”
“Il fatto che sia importante o meno, ”, dissi io. (Che il cielo mi perdoni!) “Comunque, se per l’azienda non fa differenza, posso benissimo pagare a trimestri, come farò comunque in seguito.”
“Quali nomi hai proposto di usare?”, chiese lui.
Il mio cuore ebbe un balzo: sapevo che tutto sarebbe andato bene. Mio zio, come sapete, aveva ottenuto il titolo di cavaliere nell’artiglieria; anche se non l’avevo mai più visto, ero sicura che fosse l’uomo giusto per aiutarmi in quella situazione difficile.
“Mio zio è Sir Alexander Munro, di Lismore House a Dublino”, dissi. “Sarebbe felice di rispondere a qualsiasi domanda; lo stesso vale per il mio amico Dr. Cullingworth di Bradfield.”
Gli rivelai tutto d’un fiato. Ne vedevo l’espressione sul viso e la curva della sua schiena mentre ascoltava.
“Non ho dubbi che sia più che soddisfacente”, disse lui. “Forse potresti gentilmente firmare l’accordo.”
Lo feci, e così superai il punto di non ritorno. Ora 1 Oakley Villas era mio per dodici mesi.
“Vuoi prendere la chiave subito?”
La afferrai quasi dalle sue mani e corsi a occuparmi della mia proprietà. Non dimenticherò mai quella sensazione, caro Bertie. Quando la chiave girò nella serratura e la porta si aprì. Era casa mia, tutta mia! Richiusi la porta, il rumore della strada svanì. In quell’atrio vuoto e pieno di polvere, provai una sensazione di privacy e tranquillità come non ne avevo mai sperimentata prima. Per la prima volta nella mia vita, mi trovavo in un posto che non apparteneva a nessun altro.
Poi visitai una stanza dopo l’altra, con vero piacere. Al piano terra c’erano due stanze, di circa sedici piedi quadrati ciascuna; i rivestimenti murali erano in buone condizioni. Una poteva diventare un ufficio, l’altra una sala d’attesa. Anche se non mi importava affatto chi potesse usarla. Ero di ottimo umore e feci persino la danza dei passi in ogni stanza, come segno ufficiale di inaugurazione.
Poi scesi per le scale di legno che conducevano al seminterrato: c’erano la cucina e la lavanderia, piene di ombre e con il pavimento in asfalto. Entrando nella lavanderia, rimasi sbalordita. In ogni angolo c’erano mucchi di denti umani che mi fissavano. Quel posto sembrava un vero Golgota. Ma avvicinandomi e prendendo uno di quei “denti”, scoprii che erano fatti di gesso. Erano evidentemente i resti del dentista che aveva abitato lì prima. Una vista molto più gradita fu poi un enorme armadio di legno con cassetti, e un comò nell’angolo. Mancavano solo un tavolo e una sedia per trasformarli in stanze arredate.
Poi risalii al piano di sopra. C’erano altre due stanze abbastanza grandi. Una poteva diventare la mia camera da letto, l’altra una stanza degli ospiti. E ancora altre due stanze. Una per il servitore, se ne avessi uno. L’altra per gli ospiti.
Dai finestri potevo vedere la superficie ondulata e grigia della città, con il movimento frenetico delle cime degli alberi verdi. Era una giornata ventosa; le nuvole si spostavano rapidamente nel cielo, lasciando intravedere sprazzi di azzurro tra di esse. Non so come sia successo, ma mentre stavo lì, guardando attraverso i vetri sporchi delle stanze vuote, mi è improvvisamente sorta una forte consapevolezza della mia individualità e della mia responsabilità verso qualche forza superiore; tutto questo con una vividezza travolgente. Stava per iniziare un nuovo capitolo della mia vita. Ma quale ne sarebbe stato il finale? Avevo forza, avevo doni. Cosa avrei fatto di loro? Tutto il mondo – le strade, gli taxi, le case – sembrava svanire; per un istante, io, una piccolissima creatura, mi trovai faccia a faccia con l’Indescrivibile Guida dell’Universo. Ero in ginocchio, gettata lì contro la mia volontà, per così dire. Eppure non riuscivo a trovare parole. Solo vaghi desideri, emozioni profonde, e il sincero desiderio di contribuire al grande scopo del bene. Cosa avrei potuto dire? Ogni preghiera sembrava basarsi sull’idea che Dio fosse un uomo ingrandito, che avesse bisogno di essere pregato, lodato, ringraziato. Ma dovrebbe forse il “ingranaggio” della ruota del bene emettere suoni di lode verso il suo creatore? Meglio che giri più velocemente, senza fare rumore. Eppure, confesso, ho cercato davvero di esprimere con le parole l’agitazione della mia anima. Intendevo farne una preghiera. Ma ripensandoci dopo, con tutti quei “se” e “in caso che, ” che la accompagnavano, probabilmente assomigliava più a un documento legale. Eppure mi sentivo sollevato e più felice mentre scendevo di nuovo le scale.
Te lo racconto tutto questo, Bertie, perché se mettessi la ragione al di sopra delle emozioni, non vorrei che pensassi che io sia chiuso anche agli attacchi delle emozioni stesse. Credo che ciò che dico sulla religione sia troppo freddo e accademico. Penso che dovrebbe esserci qualcosa di più caldo, dolce, confortante. Ma se mi chiedi di crederci a tutti i costi, di convincermi che è vero, quando tutto ciò che in me è più vicino al divino si ribella contro questa idea, allora stai offrendomi qualcosa di troppo prezioso. Sono disposto ad “afferrarmi alla speranza perduta di Dio”, e continuerò a lottare, finché penserò di vedere la bandiera della verità sventolare davanti a me.
Bene, le mie prossime preoccupazioni erano procurarmi medicine e mobili. Di queste ultime ero sicuro di poter ottenere un credito lungo termine; per quanto riguarda le prime, invece, ero assolutamente deciso a non indebitarmi. Ho scritto alla Compagnia Farmaceutica, indicando i nomi di Cullingworth e di mio padre, e ho ordinato dodici libbre di tinture, infusi, pillole, polveri, unguenti e bottiglie. Immagino che Cullingworth fosse uno dei loro clienti più importanti, quindi sapevo bene che il mio ordine sarebbe stato trattato con la massima attenzione.
Restava la questione più seria dei mobili. Calcolai che, una volta pagati gli affitti, avrei potuto spendere quattro sterline in mobili senza svuotare del tutto il mio portafoglio. Ma non era certo una somma sufficiente per una villa di dimensioni decenti. Mi sarebbero rimasti ancora alcuni scellini, e prima che finissero, sarebbe arrivata la sterlina promessa da Cullingworth. Tuttavia, quei soldi erano necessari per pagare l’affitto, quindi non potevo contare su di loro per le mie esigenze immediate. Scoprii sul giornale che quella sera ci sarebbe stata una vendita di mobili, così andai nelle sale dell’asta, accompagnato, contro la mia volontà, dal Capitano Whitehall, che era molto ubriaco e piuttosto insistente.
“Per Dio, Dottor Munro, io sarò al suo fianco in tutto questo! Sono solo un vecchio marinaio, forse con più alcol che buon senso. Ma sono un servitore della Regina e ricevo la mia pensione ogni quarto di mese. Non pretendo di essere un ufficiale della Marina Reale, ma non faccio nemmeno parte del servizio mercantile. Eppure mi ritrovo a vivere in condizioni misere. Ma per Dio, Dottor Munro, ho portato settemila turchi puzzolenti da Varna alla baia di Balaclava! Sono con lei, Dottor Munro, e insieme ce la faremo.”
Arrivammo nelle sale dell’asta e ci mettemmo in fila ad aspettare il nostro turno. Poco dopo fu messo all’asta un piccolo tavolo molto ordinato; lo acquistai per nove scellini. Poi tre sedie dall’aspetto piuttosto elegante, in legno nero con fondo di canna. Le comprai tutte per quattro scellini ciascuna. Successivamente acquistai un portarossetto di metallo per quattro e sei pence. Era davvero un lusso, ma ormai mi stavo appassionando all’idea di ristrutturare la mia casa. Fu poi messo all’asta un mucchio di tende legate insieme; qualcuno offrì cinque scellini. L’astaio si voltò verso di me e io accettai l’offerta. Ancora per cinque e sei pence. Comprai anche un pezzo di stoffa rossa per mezza corona, un piccolo letto di ferro per nove scellini, tre dipinti a olio raffiguranti “La Primavera”, “Il Suonatore di Banjo” e “Castello di Windsor” per cinque scellini. Un piccolo paravento per mezza corona. Un set da bagno per cinque scellini. Un altro tavolino quadrato, molto piccolo, per tre e sei pence. Ogni volta che facevo un’offerta, Whitehall alzava il suo bastone nero in aria. E presto scoprii che lo faceva anche quando non avevo alcuna intenzione di acquistare nulla. Per poco non dovetti spendere quattordici e sei pence per un pappagallo impagliato in una vetrina.
“Potrebbe andare bene ad adornare il suo salone, Dottor Munro, ” disse lui quando gli feci notare quanto fossi stato sciocco.
“Se continuo a spendere soldi in questo modo, presto dovrò impiccarmi nel mio stesso salone. Ormai ho già speso tutto ciò che posso permettermi. Devo fermarmi.”
Quando l’asta finì, pagai il mio conto e feci caricare le mie merci su un carrello; il portiere si offrì di consegnarle per due scellini. Mi resi conto di aver sopravvalutato i costi per arredare la casa, perché la spesa totale non superava le tre sterline. Andammo insieme a Oakley Villa e io, con orgoglio, sistemai tutte le mie cose nell’atrio. E qui arrivò un altro esempio straordinario della gentilezza delle classi più povere: dopo che gli avevo pagato, il portiere tornò con un enorme tappeto di juta, brutto da non credersi. Lo posizionò davanti alla mia porta e poi, senza dire una parola, se ne andò con il suo carrello nella notte.
La mattina dopo tornai a casa mia. Mia casa, finalmente! Dopo aver pagato l’affittuaria, tutto era mio. Il conto risultò più alto del previsto, visto che mangiavo solo colazione e tè, “pranzando fuori”, come dicevo io con aria maestosa. Comunque, una volta sistemata la questione, portai le mie cose a Oakley Villa. La sera prima, un ferramenta aveva fissato il mio piatto alla ringhiera per mezzo scellino; lì era, brillante al sole. Mi vergognavo quasi di guardarlo. Entrando in casa, mi resi conto che tutte le finestre del vicinato sembravano “guardarmi”.
Ma una volta dentro, c’era così tanto da fare che non sapevo da dove cominciare. Comprai una scopa da un penny e nove centesimi e iniziai a lavorare. Vi accorgerete che sono molto preciso riguardo ai piccoli costi. Proprio lì sta la chiave di tutto. Nel cortile trovai un secchio di zinco con un foro: fu molto utile, perché con suo aiuto riuscii a portare via tutte le immondizie accumulate in cucina. Poi, con la mia nuova scopa, pulii gli ambienti inferiori e l’atrio, spazzando via i rifiuti nel cortile. Successivamente feci lo stesso al piano di sopra. Ma finii per riportare giù diversi metri quadrati di polvere nell’atrio, annullando così i miei sforzi precedenti. Fu deludente. Ma almeno imparai a iniziare sempre dal punto più lontano. Quando ebbi finito, ero così sudato e sporco che sembrava fosse metà partita di calcio. Pensai alla nostra ordinata donna delle pulizie a casa. E mi resi conto di quanto dovesse essere ben addestrata.
Poi venne il momento di sistemare i mobili. L’atrio era abbastanza facile da arredare, visto che le assi erano di colore scuro e si vedevano bene da sole. Il mio tappeto di juta e lo stendibagagli erano gli unici oggetti presenti nell’atrio. Ma comprai tre ganci per sei penny e li fissai ai muri, appendendo anche i miei due cappelli. Infine, poiché l’ampia superficie di pavimento nudo risultava deprimente, appesi una delle tende a metà altezza, lasciandola pendere all’indietro. Il risultato fu davvero bello. E ne fui estremamente orgoglioso.
Da lì passai al punto più importante di tutti: l’arredamento del mio studio medico. L’esperienza con Cullingworth mi aveva insegnato almeno una cosa: ai pazienti non importa nulla della tua casa, purché pensino che tu sia in grado di curarli. Una volta che questa idea si insedia nella loro mente, puoi anche vivere in uno stallo vuoto in un fienile e scrivere le tue prescrizioni sul mangiatore d’avena. Comunque, poiché per molti giorni a venire quella sarebbe stata l’unica stanza arredata della mia casa, valeva la pena pianificare con cura per rendere tutto il più accogliente possibile. Stesi il mio tappeto rosso al centro della stanza e lo fissai con chiodi di rame. Sembrava molto più piccolo di quanto avessi sperato: una piccola isola rossa in mezzo a un oceano di legno grezzo, o una cartolina postale nel mezzo di una busta. Al centro posizionai il mio tavolo; su un lato ci misi tre libri medici, sull’altro lo stetoscopio e la custodia dei miei strumenti. Ovviamente, accanto al tavolo c’era anche una sedia. Poi passai dieci minuti a decidere se le altre due sedie fossero meglio disposte insieme, formando un blocco compatto, o sparse in modo che il visitatore potesse percepire immediatamente la loro presenza. Alla fine ne posizionai una a destra e l’altra davanti al tavolo. Poi appesi ai muri tre quadri: “Spring”, “The Banjo Players” e “Windsor Castle”; promisi a me stesso che con il primo soldo che avrei guadagnato avrei comprato un altro quadro per il quarto muro. Alla finestra misi il mio piccolo tavolino quadrato, su cui posizionai una fotografia incorniciata in pelle d’avorio e con un bel rivestimento di velluto, che avevo portato con me nel baule. Infine trovai due tende marrone scuro tra gli oggetti acquistati all’asta e le appesi vicino l’una all’altra; in questo modo la stanza veniva illuminata da una luce soffusa che rendeva tutto più armonioso e dava alle zone più oscure un aspetto “arredato”. Quando ebbi finito, non credo proprio che nessuno avrebbe potuto indovinare che il totale degli oggetti presenti nella stanza ammontasse a circa trenta scellini.
Poi portai su il letto di ferro che avevo comprato e lo sistemai nella stanza che avevo già scelto come camera da letto. Trovai anche un vecchio baule nel cortile, rimasto dai precedenti inquilini; lo utilizzai come comodino per il mio lavandino e la mia brocca. Quando tutto fu pronto, camminai orgoglioso per le mie stanze, sistemando ogni dettaglio fino a renderle perfette. Vorrei tanto che mia madre potesse vederle. Ma poi pensai che forse non sarebbe stato affatto positivo: sapevo bene che la prima cosa che avrebbe fatto sarebbe stata preparare litri e litri d’acqua calda e pulire tutto, dal tetto al seminterrato. E conoscevo bene quali conseguenze ciò avrebbe comportato.
Beh, per ora è tutto ciò che ho da dire. Roba così banale, interessante forse solo per tre persone al mondo! Tuttavia mi piace scrivere, purché tu mi assicuri che ti piace leggere ciò che scrivo. Per favore, saluta cordialmente mia moglie e anche Camelford, nel caso dovesse passare da te. L’ultima volta che ne ho sentito parlare, si trovava sul Mississippi.
XII. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 5th June, 1882. When I had made all those dispositions which I described with such painful prolixity in my last letter, my dear Bertie, I sat down on my study chair, and I laid out the whole of my worldly wealth upon the table in front of me. I was startled when I looked at it, — three half-crowns, a florin, and four sixpences, or eleven and sixpence in all. I had expected to hear from Cullingworth before this; but at least he was always there, a trusty friend, at my back. Immediately upon engaging the house I had written him a very full letter, telling him that I had committed myself to keeping it for one year, but assuring him that I was quite convinced that with the help which he had promised me I should be able to hold my own easily. I described the favourable position of the house, and gave him every detail of the rent and neighbourhood. That letter would, I was sure, bring a reply from him which would contain my weekly remittance. One thing I had, above all, determined upon. That was that, whatever hardships might lie before me, I would fight through them without help from home. I knew, of course, that my mother would have sold everything down to her gold eye-glasses to help me, and that no thought of our recent disagreement would have weighed with her for an instant; but still a man has his feelings, you know, and I did not propose to act against her judgment and then run howling for help. I sat in my house all day, with that ever-present sense of privacy and novelty which had thrilled me when I first shut the street door behind me. At evening I sallied out and bought a loaf of bread, half a pound of tea (“sweepings,” they call it, and it cost eightpence), a tin kettle (fivepence), a pound of sugar, a tin of Swiss milk, and a tin of American potted meat. I had often heard my mother groan over the expenses of housekeeping, and now I began to understand what she meant. Two and ninepence went like a flash, but at least I had enough to keep myself going for some days. There was a convenient gas bracket in the back room. I hammered a splinter of wood into the wall above it, and so made an arm upon which I could hang my little kettle and boil it over the flame. The attraction of the idea was that there was no immediate expense, and many things would have happened before I was called upon to pay the gas bill. The back room was converted then into both kitchen and dining room. The sole furniture consisted of my box, which served both as cupboard, as table, and as chair. My eatables were all kept inside, and when I wished for a meal I had only to pick them out and lay them on the lid, leaving room for myself to sit beside them. It was only when I went to my bedroom that I realised the oversights which I had made in my furnishing. There was no mattress and no pillow or bed-clothes. My mind had been so centred upon the essentials for the practice, that I had never given a thought to my own private wants. I slept that night upon the irons of my bed, and rose up like St. Lawrence from the gridiron. My second suit of clothes with Bristowe’s “Principles of Medicine” made an excellent pillow, while on a warm June night a man can do well wrapped in his overcoat. I had no fancy for second-hand bed-clothes, and determined until I could buy some new ones, to make myself a straw pillow, and to put on both my suits of clothes on the colder nights. Two days later, however, the problem was solved in more luxurious style by the arrival of a big brown tin box from my mother, which was as welcome to me, and as much of a windfall, as the Spanish wreck to Robinson Crusoe. There were too pairs of thick blankets, two sheets, a counterpane, a pillow, a camp-stool, two stuffed bears’ paws (of all things in this world!), two terra-cotta vases, a tea-cosy, two pictures in frames, several books, an ornamental ink-pot, and a number of antimacassars and coloured tablecloths. It is not until you own a table with a deal top and mahogany legs, that you understand what the true inner meaning of an ornamental cloth is. Right on the top of this treasure came a huge hamper from the Apothecaries’ Society with the drugs which I had ordered. When they were laid out in line, the bottles extended right down one side of the dining-room and half down the other. As I walked through my house and viewed my varied possessions, I felt less radical in my views, and begun to think that there might be something in the rights of property after all. And I added to my effects in a marvellous way. I made myself an excellent mattress out of some sacking and the straw in which the medicine bottles had been packed. Again, out of three shutters which belonged to the room, I rigged up a very effective side-table for my own den, which when covered with a red cloth, and ornamented with the bears’ paws, might have cost twenty guineas for all that the patient could say to the contrary. I had done all this with a light heart and a good spirit before the paralysing blow which I shall have to tell you about, came upon me. Of course it was obvious from the first that a servant was out of the question. I could not feed one, far less pay one, and I had no kitchen furniture. I must open my door to my own patients — let them think what they would of it. I must clean my own plate and brush down my own front; and these duties must be thoroughly done, come what might, for I must show a presentable outside to the public. Well, there was no great hardship in that, for I could do it under the cover of night. But I had had a suggestion from my mother which simplified matters immensely. She had written to say that if I wished she would send my little brother Paul to keep me company. I wrote back eagerly to agree. He was a hardy cheery little fellow of nine, who would, I knew, gladly share hard times with me; while, if they became unduly so, I could always have him taken home again. Some weeks must pass before he could come, but it cheered me to think of him. Apart from his company, there were a thousand ways in which he might be useful. Who should come in on the second day but old Captain Whitehall? I was in the back room, trying how many slices I could make out of a pound of potted beef, when he rang my bell, and I only just shut my mouth in time to prevent my heart jumping out. How that bell clanged through the empty house! I saw who it was, however, when I went into the hall; for the middle panels of my door are of glazed glass, so that I can always study a silhouette of my visitors before coming to closer quarters. I was not quite sure yet whether I loathed the man or liked him. He was the most extraordinary mixture of charity and drunkenness, lechery and self-sacrifice that I had ever come across. But he brought into the house with him a whiff of cheeriness and hope for which I could not but be grateful. He had a large brown paper parcel under his arm, which he unwrapped upon my table, displaying a great brown jar. This he carried over and deposited on the centre of my mantel-piece. “You will permit me, Dr. Munro, sir, to place this trifle in your room. It’s lava, sir; lava from Vesuvius, and made in Naples. By —— , you may think its empty, Dr. Munro, sir, but it is full of my best wishes; and when you’ve got the best practice in this town you may point to that vase and tell how it came from a skipper of an armed transport, who backed you from the start.” I tell you, Bertie, the tears started to my eyes, and I could hardly gulp out a word or two of thanks. What a crisscross of qualities in one human soul! It was not the deed or the words; but it was the almost womanly look in the eyes of this broken, drink-sodden old Bohemian — the sympathy and the craving for sympathy which I read there. Only for an instant though, for he hardened again into his usual reckless and half defiant manner. “There’s another thing, sir. I’ve been thinking for some time back of having a medical opinion on myself. I’d be glad to put myself under your hands, if you would take a survey of me.” “What’s the matter?” I asked. “Dr. Munro, sir,” said he, “I am a walking museum. You could fit what ISN’T the matter with me on to the back of a —— visiting card. If there’s any complaint you want to make a special study of, just you come to me, sir, and see what I can do for you. It’s not every one that can say that he has had cholera three times, and cured himself by living on red pepper and brandy. If you can only set the —— little germs sneezing they’ll soon leave you alone. That’s my theory about cholera, and you should make a note of it, Dr. Munro, sir, for I was shipmates with fifty dead men when I was commanding the armed transport Hegira in the Black Sea, and I know —— well what I am talking about.” I fill in Whitehall’s oaths with blanks because I feel how hopeless it is to reproduce their energy and variety. I was amazed when he stripped, for his whole body was covered with a perfect panorama of tattooings, with a big blue Venus right over his heart. “You may knock,” said he, when I began to percuss his chest, “but I am —— sure there’s no one at home. They’ve all gone visiting one another. Sir John Hutton had a try some years ago. ‘Why, dammy, man, where’s your liver?’ said he. ‘Seems to me that some one has stirred you up with a porridge stick,’ said he. ‘Nothing is in its right place.’ ‘Except my heart, Sir John,’ said I. ‘Aye, by —— , that will never lose its moorings while it has a flap left.’” Well, I examined him, and I found his own account not very far from the truth. I went over him carefully from head to foot, and there was not much left as Nature made it. He had mitral regurgitation, cirrhosis of the liver, Bright’s disease, an enlarged spleen, and incipient dropsy. I gave him a lecture about the necessity of temperance, if not of total abstinence; but I fear that my words made no impression. He chuckled, and made a kind of clucking noise in his throat all the time that I was speaking, but whether in assent or remonstrance I cannot say. He pulled out his purse when I had finished, but I begged him to look on my small service as a mere little act of friendship. This would not do at all, however, and he seemed so determined about it that I was forced to give way. “My fee is five shillings, then, since you insist upon making it a business matter.” “Dr. Munro, sir,” he broke out, “I have been examined by men whom I wouldn’t throw a bucket of water over if they were burning, and I never paid them less than a guinea. Now that I have come to a gentleman and a friend, stiffen me purple if I pay one farthing less.” So, after much argument, it ended in the kind fellow going off and leaving a sovereign and a shilling on the edge of my table. The money burned my fingers, for I knew that his pension was not a very large one; and yet, since I could not avoid taking it, there was no denying that it was exceedingly useful. Out I sallied and spent sixteen shillings of it upon a new palliasse which should go under the straw mattress upon my bed. Already, you see, I was getting to a state of enervating luxury in my household arrangements, and I could only lull my conscience by reminding myself that little Paul would have to sleep with me when he came. However, I had not quite got to the end of Whitehall’s visit yet. When I went back I took down the beautiful lava jug, and inside I found his card. On the back was written, “You have gone into action, sir. It may be your fate to sink or to swim, but it can never be your degradation to strike. Die on the last plank and be damned to you, or come into port with your ensign flying mast-high.” Was it not fine? It stirred my blood, and the words rang like a bugle call in my head. It braced me, and the time was coming when all the bracing I could get would not be too much. I copied it out, and pinned it on one side of my mantel-piece. On the other I stuck up a chip from Carlyle, which I daresay is as familiar to you as to me. “One way or another all the light, energy, and available virtue which we have does come out of us, and goes very infallibly into God’s treasury, living and working through eternities there. We are not lost — not a single atom of us — of one of us.” Now, there is a religious sentence which is intellectually satisfying, and therefore morally sound. This last quotation leads to my second visitor. Such a row we had! I make a mistake in telling you about it, for I know your sympathies will be against me; but at least it will have the good effect of making you boil over into a letter of remonstrance and argument than which nothing could please me better. Well, the second person whom I admitted through my door was the High Church curate of the parish — at least, I deduced High Church from his collar and the cross which dangled from his watch chain. He seemed to be a fine upstanding manly fellow — in fact, I am bound in honesty to admit that I have never met the washy tea-party curate outside the pages of Punch. As a body, I think they would compare very well in manliness (I do not say in brains) with as many young lawyers or doctors. Still, I have no love for the cloth. Just as cotton, which is in itself the most harmless substance in the world, becomes dangerous on being dipped into nitric acid, so the mildest of mortals is to be feared if he is once soaked in sectarian religion. If he has any rancour or hardness in him it will bring it out. I was therefore by no means overjoyed to see my visitor, though I trust that I received him with fitting courtesy. The quick little glance of surprise which he shot round him as he entered my consulting-room, told me that it was not quite what he had expected. “You see, the Vicar has been away for two years,” he explained, “and we have to look after things in his absence. His chest is weak, and he can’t stand Birchespool. I live just opposite, and, seeing your plate go up, I thought I would call and welcome you into our parish.” I told him that I was very much obliged for the attention. If he had stopped there all would have been well, and we should have had a pleasant little chat. But I suppose it was his sense of duty which would not permit it. “I trust,” said he, “that we shall see you at St. Joseph’s.” I was compelled to explain that it was not probable. “A Roman Catholic?” he asked, in a not unfriendly voice. I shook my head, but nothing would discourage him. “Not a dissenter!” he exclaimed, with a sudden hardening of his genial face. I shook my head again. “Ah, a little lax — a little remiss!” he said playfully, and with an expression of relief. “Professional men get into these ways. They have much to distract them. At least, you cling fast, no doubt, to the fundamental truths of Christianity?” “I believe from the bottom of my heart,” said I, “that the Founder of it was the best and sweetest character of whom we have any record in the history of this planet.” But instead of soothing him, my conciliatory answer seemed to be taken as a challenge. “I trust,” said he severely, “that your belief goes further than that. You, are surely prepared to admit that He was an incarnation of the God-head.” I began to feel like the old badger in his hole who longs to have a scratch at the black muzzle which is so eager to draw him. “Does it not strike you,” I said, “that if He were but a frail mortal like ourselves, His life assumes a much deeper significance? It then becomes a standard towards which we might work. If, on the other hand, He was intrinsically of a different nature to ourselves, then His existence loses its point, since we and He start upon a different basis. To my mind it is obvious that such a supposition takes away the beauty and the moral of His life. If He was divine then He COULD not sin, and there was an end of the matter. We who are not divine and can sin, have little to learn from a life like that.” “He triumphed over sin,” said my visitor, as if a text or a phrase were an argument. “A cheap triumph!” I said. “You remember that Roman emperor who used to descend into the arena fully armed, and pit himself against some poor wretch who had only a leaden foil which would double up at a thrust. According to your theory of your Master’s life, you would have it that He faced the temptations of this world at such an advantage that they were only harmless leaden things, and not the sharp assailants which we find them. I confess, in my own case, that my sympathy is as strong when I think of His weaknesses as of His wisdom and His virtue. They come more home to me, I suppose, since I am weak myself.” “Perhaps you would be good enough to tell me what has impressed you as weak in His conduct?” asked my visitor stiffly. “Well, the more human traits—’weak’ is hardly the word I should have used. His rebuke of the Sabbatarians, His personal violence to the hucksters, His outbursts against the Pharisees, His rather unreasoning petulance against the fig-tree because it bore no fruit at the wrong season of the year, His very human feeling towards the housewife who bustled about when He was talking, his gratification that the ointment should have been used for Him instead of being devoted to the poor, His self-distrust before the crisis — these make me realise and love the man.” “You are a Unitarian, then, or rather, perhaps, a mere Deist?” said the curate, with a combative flush. “You may label me as you like,” I answered (and by this time I fear that I had got my preaching stop fairly out); “I don’t pretend to know what truth is, for it is infinite, and I finite; but I know particularly well what it is NOT. It is not true that religion reached its acme nineteen hundred years ago, and that we are for ever to refer back to what was written and said in those days. No, sir; religion is a vital living thing, still growing and working, capable of endless extension and development, like all other fields of thought. There were many eternal truths spoken of old and handed down to us in a book, some parts of which may indeed be called holy. But there are others yet to be revealed; and if we are to reject them because they are not in those pages, we should act as wisely as the scientist who would take no notice of Kirschoff’s spectral analysis because there is no mention of it in Albertus Magnus. A modern prophet may wear a broadcloth coat and write to the magazines; but none the less he may be the little pipe which conveys a tiny squirt from the reservoirs of truth. Look at this!” I cried, rising and reading my Carlyle text. “That comes from no Hebrew prophet, but from a ratepayer in Chelsea. He and Emerson are also among the prophets. The Almighty has not said His last say to the human race, and He can speak through a Scotchman or a New Englander as easily as through a Jew. The Bible, sir, is a book which comes out in instalments, and ‘To be continued,’ not ‘Finis,’ is written at the end of it.” My visitor had been showing every sign of acute uneasiness during this long speech of mine. Finally, he sprang to his feet, and took his hat from the table. “Your opinions are highly dangerous, sir,” said he. “It is my duty to tell you so. You believe in nothing.” “Nothing which limits the power or the goodness of the Almighty,” I answered. “You have evolved all this from your own spiritual pride and self-sufficiency,” said he, hotly. “Why do you not turn to that Deity whose name you use. Why do you not humble yourself before Him?” “How do you know I don’t?” “You said yourself that you never went to church.” “I carry my own church about under my own hat,” said I. “Bricks and mortar won’t make a staircase to heaven. I believe with your Master that the human heart is the best temple. I am sorry to see that you differ from Him upon the point.” Perhaps it was too bad of me to say that. I might have guarded without countering. Anyhow; it had the effect of ending an interview which was becoming oppressive. My visitor was too indignant to answer, and swept out of the room without a word. From my window I could see him hurry down the street, a little black angry thing, very hot and troubled because he cannot measure the whole universe with his pocket square and compasses. Think of it, and think of what he is, an atom among atoms, standing at the meeting point of two eternities! But what am I, a brother atom, that I should judge him? After all, I own to you, that it might have been better had I listened to what he had to say, and refused to give my own views. On the other hand, truth MUST be as broad as the universe which it is to explain, and therefore far broader than anything which the mind of man can conceive. A protest against sectarian thought must always be an aspiration towards truth. Who shall dare to claim a monopoly of the Almighty? It would be an insolence on the part of a solar system, and yet it is done every day by a hundred little cliques of mystery mongers. There lies the real impiety. Well, the upshot of it all is, my dear Bertie, that I have begun my practice by making an enemy of the man who, of the whole parish, has the most power to injure me. I know what my father would think about it, if he knew. And now I come to the great event of this morning, from which I am still gasping. That villain Cullingworth has cut the painter, and left me to drift as best I may. My post comes at eight o’clock in the morning, and I usually get my letters and take them into bed to read them. There was only one this morning, addressed in his strange, unmistakable hand. I made sure, of course, that it was my promised remittance, and I opened it with a pleasurable feeling of expectation. This is a copy of what I read: — “When the maid was arranging your room after your departure, she cleared some pieces of torn paper from under the grate. Seeing my name upon them, she brought them, as in duty bound, to her mistress, who pasted them together and found that they formed a letter from your mother to you, in which I am referred to in the vilest terms, such as ‘a bankrupt swindler’ and ‘the unscrupulous Cullingworth.’ I can only say that we are astonished that you could have been a party to such a correspondence while you were a guest under our roof, and we refuse to have anything more to do with you in any shape or form.” That was a nice little morning greeting was it not, after I had, on the strength of his promise, started in practice, and engaged a house for a year with a few shillings in my pocket? I have given up smoking for reasons of economy; but I felt that the situation was worthy of a pipe, so I climbed out of bed, gathered a little heap of tobacco-dust from the linings of my pocket, and smoked the whole thing over. That life-belt of which I had spoken so confidingly had burst, and left me to kick as best I might in very deep water. I read the note over and over again; and for all my dilemma, I could not help laughing at the mingled meanness and stupidity of the thing. The picture of the host and hostess busying themselves in gumming together the torn letters of their departed guest struck me as one of the funniest things I could remember. And there was the stupidity of it, because surely a child could have seen that my mother’s attack was in answer to my defence. Why should we write a duet each saying the same thing? Well, I’m still very confused about it all, and I don’t in the least know what I am going to do — more likely to die on the last plank, than to get into port with my ensign mast-high. I must think it out and let you know the result. Come what may, one thing only is sure, and that is that, in weal or woe, I remain, ever, your affectionate and garrulous friend.
XII. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 5 giugno 1882.
Dopo aver preso tutte le disposizioni di cui ho parlato con tale noiosa prolissità nella mia ultima lettera, caro Bertie, mi sedetti alla mia scrivania e dispiegai tutto il mio patrimonio davanti a me sul tavolo. Rimasi sorpreso quando lo vidi: tre mezze corone, un fiorino e quattro sei pence, in totale undici e sei pence. Mi aspettavo di ricevere notizie da Cullingworth prima di allora; ma almeno lui era sempre lì, un amico fidato su cui poter contare. Appena affittata la casa, gli avevo scritto una lettera molto dettagliata, spiegandogli che mi ero impegnato a tenerla per un anno, ma assicurandogli che ero convinto di riuscire a farcela facilmente con il suo aiuto. Gli descrissi la posizione vantaggiosa della casa e gli fornii tutti i dettagli riguardo all’affitto e al quartiere circostante. Ero certo che quella lettera avrebbe portato una risposta da parte sua, nella quale sarebbe stata indicata l’importo del mio versamento settimanale. Una cosa avevo deciso con fermezza: qualunque difficoltà mi si presentasse, avrei affrontato da solo senza chiedere aiuto a casa. Certo, sapevo che mia madre avrebbe venduto tutto, anche i suoi occhiali d’oro, per aiutarmi, e che nessun pensiero riguardo al nostro recente disaccordo l’avrebbe mai fermata; ma dopotutto, un uomo ha le sue emozioni. E non intendevo certo andare contro la sua volontà per poi chiedere aiuto.
Passai tutto il giorno in casa, godendo di quella sensazione di privacy e novità che mi aveva colpito quando avevo chiuso la porta dietro di me per la prima volta. Alla sera uscii e comprai un pane, mezzo chilo di tè (“spazzatura”, così lo chiamano, e costava otto pence), una pentola di latta (cinque pence), un chilo di zucchero, una scatola di latte svizzero in polvere e una scatola di carne in scatola americana. Spesso avevo sentito mia madre lamentarsi delle spese per la casa. Ora cominciavo a capire cosa intendesse. Due sterline e nove pence se ne andarono in un attimo, ma almeno avevo abbastanza cibo per sopravvivere per qualche giorno.
Nella stanza sul retro c’era un comodo supporto per il gas. Incollai un pezzo di legno al muro sopra di esso e creai così un braccio su cui appendere la pentola, in modo da poterla scaldare direttamente sulla fiamma del gas. L’idea aveva il vantaggio di non comportare alcuna spesa immediata. E probabilmente sarebbero passati molti giorni prima che dovessi pagare il conto del gas. Così, la stanza sul retro divenne sia cucina che sala da pranzo. L’unica mobilia era la mia valigia, che fungeva da armadio, tavolo e sedia. Tutti i miei cibi erano conservati lì dentro. E quando volevo mangiare, bastava prenderli e disporli sopra il coperchio della valigia, lasciando spazio per sedermici accanto.
Fu solo quando entrai in camera da letto che mi resi conto degli errori commessi nell’arredarla: non c’era né materasso né cuscino, né lenzuola. La mia mente era stata completamente concentrata sulle cose essenziali per il mio lavoro, al punto di non aver mai pensato alle mie esigenze personali. Quella notte dormii sui piedi del letto, e mi svegliai come San Lorenzo dalle fiamme. Il mio secondo abito, insieme ai “Principi di Medicina” di Bristowe, funse ottimamente da cuscino; in una calda notte di giugno, poi, un uomo può anche arrangiarsi avvolto nel proprio cappotto. Non avevo alcun interesse per le lenzuola usate, e decisi che, finché non ne avessi comprate di nuove, avrei fatto da me stesso un cuscino di paglia, indossando entrambi i miei abiti nelle notti più fredde. Tuttavia, due giorni dopo il problema fu risolto in modo molto più lussuoso: mia madre mi inviò una grande scatola marrone, che per me fu un vero tesoro, paragonabile al relitto spagnolo per Robinson Crusoe. Conteneva troppi piumoni spessi, due lenzuola, una coperta, un cuscino, uno sgabello da campeggio, due zampe di orso imbottite, insomma, tutto ciò di cui avrei potuto aver bisogno! Inoltre, c’erano anche vasi di terracotta, un plaid da tè, due quadri incorniciati, diversi libri, un calamaio decorativo e numerosi tovaglioli colorati. Solo possedendo un tavolo con piano in legno laccato e gambe di mogano si può davvero comprendere il vero significato di un tessuto decorativo. In cima a tutto questo tesoro, c’era anche un enorme cesto contenente i medicinali che avevo ordinato. Quando li disposi in fila, le bottiglie occupavano un intero lato del soggiorno. Camminando per la casa e osservando tutte quelle cose, iniziai a pensare che forse ci fosse davvero qualcosa di valido nei diritti di proprietà. E aggiunsi ancora alcune cose alle mie possedenze. Realizzai un ottimo materasso usando del sacco e la paglia con cui erano state imballate le bottiglie. Inoltre, utilizzando tre persiane della stanza, costruii un comodino molto pratico per il mio studio; coperto con un panno rosso e decorato con quelle zampe di orso, avrebbe potuto costare ben venti ghinee. Tutto questo l’avevo fatto con leggerezza e buon umore, prima che mi colpisse quell’evento paralizzante di cui dovrò raccontarvi.
Chi avrebbe potuto venire il secondo giorno, se non il vecchio Capitano Whitehall? Ero nella stanza sul retro, cercando di capire quante fette potessi ottenere da una libbra di carne in scatola, quando suonò alla porta; riuscii appena a chiudermi la bocca in tempo per evitare che il mio cuore mi schizzasse fuori dal petto.
Quel campanello risuonò nell’intera casa deserta. Vidi comunque chi era quando entrai nel corridoio: i pannelli centrali della mia porta sono fatti di vetro trasparente, quindi posso sempre osservare la silhouette dei miei visitatori prima di avvicinarmi.
Non ero ancora del tutto sicura se odiassi quell’uomo o se mi piacesse. Era l’incrocio più strano di bontà e ubriachezza, lussuria e auto sacrificio che avessi mai incontrato. Ma portava con sé un senso di allegria e speranza per cui non potevo fare a meno di essere grata. Aveva sotto il braccio un grande pacchetto avvolto in carta marrone; lo aprì sul mio tavolo, rivelando una grande giara marrone. La posò al centro del camino.
“Le permetterà, dottor Munro, di mettere questo piccolo regalo nella sua stanza. È lava, proveniente dal Vesuvio e prodotta a Napoli. Potrebbe sembrare vuota, dottor Munro, ma è piena dei miei migliori auguri. E quando avrà raggiunto la massima abilità in questa città, potrà indicare quella giara e raccontare come sia arrivata. Da un capitano di una nave da trasporto armato che l’ha sostenuta fin dall’inizio, ”
Le lacrime mi salirono agli occhi. Che miscela straordinaria di qualità in un’unica persona! Non erano le azioni o le parole, ma lo sguardo quasi femminile negli occhi di quel vecchio bohémien distrutto dall’alcol. Quella compassione, quella ricerca disperata di comprensione che vi leggevo. Ma solo per un istante. Poi tornò subito al suo solito atteggiamento sconsiderato e quasi provocatorio.
“C’è un’altra cosa. Da tempo penso di farmi esaminare da lei. Mi piacerebbe mettermi sotto le sue cure, se fosse disposta a valutarmi, ”
“Che c’è che non va?” chiesi.
“Dottor Munro, signore,” rispose lui, “io sono un vero e proprio museo vivente. Tutto ciò che NON è ‘normale’ in me potrebbe stare tranquillamente sul retro di una cartolina da visita. Se avete qualche lamento particolare su cui desiderate approfondire delle ricerche, venite pure da me: vedrò cosa posso fare per voi. Non tutti possono vantarsi di aver avuto il colera tre volte e di essersi guariti mangiando peperoncini rossi e brandy. Se solo quei piccoli germi decidessero di ‘starnutire’, vi lascerebbero in pace subito. Questa è la mia teoria sul colera, e dovreste prenderla seriamente in considerazione, Dottor Munro. Quando comandavo il trasporto armato Hegira nel Mar Nero, ero compagno di cinquanta uomini morti. So bene di cosa parlo.”
Lascio vuoti nei giuramenti di Whitehall: è davvero impossibile riprodurre tutta la loro energia e varietà. Rimasi sorpreso quando si spogliò: il suo corpo era completamente coperto da tatuaggi; proprio sopra il cuore c’era una grande Venere blu.
“Potete bussare pure,” disse, mentre iniziavo a esaminargli il petto, “ma sono sicuro che non ci sia nessuno in casa. Sono tutti andati a fare visite. Qualche anno fa Sir John Hutton ha provato ad esaminarmi, ‘Ma dove diavolo è la tua milza?’ ha detto. ‘Sembra che qualcuno ti abbia mescolato il cibo con un bastone per il porridge. Niente è al suo posto. Tranne il mio cuore, Sir John,’ ho risposto, ‘Ah sì. Quello non perderà mai la sua ‘ancora’ finché avrà anche solo una piccola parte rimasta, ”
Lo esaminai attentamente: le sue condizioni non erano molto migliori di quanto aveva descritto. Aveva regurgitazione mitrale, cirrosi epatica, morbo di Bright, milza ingrossata e un inizio di edema. Gli parlai della necessità di moderazione, se non addirittura di astinenza totale. Ma temo che le mie parole non abbiano avuto alcun effetto. Continuava a ridacchiare e a emettere suoni strani dalla gola mentre parlavo. Non so se fosse per accordo o per dissentire.
Alla fine tirò fuori il portafoglio, ma gli chiesi di considerare la mia piccola assistenza semplicemente un gesto di amicizia. Tuttavia, lui insistette così tanto che fui costretto ad accettare.
“Allora, la mia tariffa è di cinque scellini, visto che insistete a trattarla come una questione d’affari, ”
“Dottor Munro, signore,” esclamò lui, “sono stato esaminato da persone di cui non mi fiderei nemmeno per gettare loro addosso un secchio d’acqua se stessero bruciando. Eppure non ho mai pagato meno di una ghinea. Ora che sono venuto da un gentiluomo e amico. Fatemi pure diventare viola, se pago anche solo un penny in meno, ”
Dopo molte discussioni, alla fine quell’uomo gentile lasciò su il bordo del mio tavolo una sovrana e un scellino. Quel denaro mi bruciò le dita, perché sapevo che la sua pensione non era molto alta; eppure, poiché non potevo rifiutarlo, non si poteva negare che fosse estremamente utile. Così ne spesi sedici scellini per comprare un nuovo materasso di paglia da mettere sotto il mio letto. Ormai, vedete, avevo iniziato a concedermi certi lussi nella gestione della mia casa. E potevo solo tranquillizzare la mia coscienza ricordandomi che quando Paul sarebbe venuto a trovarmi, avrebbe dovuto dormire con me.
Tuttavia, la visita di Whitehall non era ancora finita. Quando tornai indietro, presi quel bellissimo vaso di lava. E al suo interno trovai il suo biglietto. Sul retro c’era scritto: “Avete iniziato ad agire, signore. Potrebbe essere la vostra sorte cadere o riuscire. Ma non potrà mai esserci nulla di disonorevole nel colpire. Morite sull’ultima tavola di salvataggio e andate all’inferno. Oppure raggiungete il porto con la vostra bandiera alta in cima al pennone.”
Non era meraviglioso? Quelle parole mi infusero energia. Risuonavano nella mia testa come un grido di battaglia. Mi rafforzarono. E quel momento stava per arrivare. Un momento in cui ogni forma di forza sarebbe stata benvenuta. Ne feci una copia e la appesi su uno dei lati del mio camino; sull’altro lato attaccai un frammento delle opere di Carlyle. Che, credo, sia altrettanto familiare a voi quanto a me. “In un modo o nell’altro, tutta la luce, l’energia e la virtù che possediamo vengono da noi stessi. E finiscono inevitabilmente nel tesoro di Dio, dove continuano a vivere e agire per l’eternità. Non siamo perduti. Nemmeno un singolo atomo di noi, ” Questa è una frase religiosa che risulta intellettualmente soddisfacente. E quindi moralmente corretta.
Questa ultima citazione mi porta al mio secondo visitatore. Che discussione abbiamo avuto! Commetto un errore a raccontarvelo. So che la vostra simpatia sarà dalla mia parte opposta. Ma almeno questo mi farà scrivere una lettera di rimprovero e argomentazione. Di cui non potrei essere più felice.
Beh, la seconda persona che ricevetti alla mia porta fu il curato della chiesa anglicana del distretto – almeno, dedussi che fosse di quella fede dal colletto e dalla croce che pendeva dalla sua catena dell’orologio. Sembrava un uomo onesto e perbene; anzi, devo ammettere onestamente che non avevo mai incontrato prima un curato del genere al di fuori delle pagine del “Punch”. In generale, penso che in termini di virilità (non certo di intelligenza) possano competere bene con molti giovani avvocati o medici. Tuttavia, non ho alcuna simpatia per quel tipo di persone. Proprio come il cotone, che di per sé è la sostanza più inoffensiva al mondo, diventa pericoloso se immerso nell’acido nitrico, anche il più mite degli esseri umani può diventare temibile se immerso nella religione settaria. Se dentro di lui c’è rancore o durezza, queste qualità vengono fuori. Quindi non fui affatto felice di ricevere quel visitatore, anche se credo di averlo accolto con la dovuta cortesia. Lo sguardo sorpreso che lanciò intorno alla mia stanza quando entrò mi fece capire che non era esattamente ciò che si aspettava.
“Vede,” spiegò, “il vicario è assente da due anni e dobbiamo occuparci delle faccende della parrocchia in sua assenza. La sua salute è cagionevole e non può sopportare l’aria di Birchespool. Abito proprio di fronte e, vedendo che era stata servita la cena, ho pensato di venire a darle il benvenuto nella nostra parrocchia.”
Gli ringraziai per la sua attenzione. Se si fosse fermato lì, tutto sarebbe andato bene e avremmo potuto avere una piacevole chiacchierata. Ma immagino che fosse il senso del dovere a impedirgli di farlo.
“Spero,” disse, “di rivederla a St. Joseph’s.”
Fui costretto ad ammettere che era improbabile.
“Un cattolico romano?” chiese, con voce non del tutto ostile.
Scossi la testa, ma nulla sembrava scoraggiarlo.
“Non un dissidente!” esclamò, con un improvviso cambiamento nel suo tono cordiale.
Scossi di nuovo la testa.
“Ah, solo un po’ negligente, un po’ trascurato, ” disse scherzando, con un’espressione di sollievo. “Gli uomini di professione a volte diventano così. Hanno molte cose a cui pensare. Almeno lei, senza dubbio, si attiene fermamente alle verità fondamentali del cristianesimo, ”
“Credo profondamente,” dissi, “che il Fondatore di questa religione sia stata la persona più nobile e gentile che abbiamo mai conosciuto nella storia di questo pianeta.”
Ma invece di tranquillizzarlo, la mia risposta sembrò essere interpretata come una sfida. “Spero,” disse severamente, “che la sua fede vada oltre. Sicuramente ammetterà che Egli fu un’incarnazione della divinità, ”
Cominciai a sentirmi come quel vecchio tasso nel suo buco, desideroso di graffiare quella bocca nera pronta ad attaccarlo.
“Non vi sembra,” dissi, “che se Lui fosse soltanto un fragile mortale come noi, la Sua vita assumerebbe un significato molto più profondo? Diventerebbe allora un modello su cui potremmo ispirarci. Se invece fosse di natura diversa da noi, la Sua esistenza perderebbe ogni senso, poiché partiremmo da basi completamente diverse. A mio parere, un’ipotesi del genere priverebbe la Sua vita della sua bellezza e del suo valore morale. Se fosse divino, allora NON POTREBBE peccare. E basta. Noi, che non siamo divini e possiamo peccare, abbiamo ben poco da imparare da una vita del genere.”
“Lui ha vinto sulla tentazione,” disse il mio visitatore, come se quelle parole costituissero un argomento convincente.
“Una vittoria meschina!” risposi. “Ricordate quell’imperatore romano che scendeva nell’arena armato fino ai denti e si sfidava con qualche poveraccio che aveva soltanto una semplice armatura di piombo. Secondo la vostra interpretazione della vita del vostro Maestro, Lui avrebbe affrontato le tentazioni di questo mondo con un vantaggio tale da renderle inoffensive. Quando penso alle Sue debolezze, provo però lo stesso interesse che per la Sua saggezza e la Sua virtù. Forse perché anch’io sono debole, ”
“Forse potreste dirmi quali sono, secondo voi, le sue debolezze nel comportamento?” chiese il mio visitatore in tono rigido.
“Beh. Le Sue caratteristiche umane, ‘Debole’ non è certo la parola giusta per descriverle. Il Suo rimprovero ai sabatari, la Sua violenza nei confronti dei mercanti ambulanti, le Sue reazioni eccessive contro i farisei, il Suo malumore per via del fico che non produceva frutti nel momento sbagliato. Queste cose mi fanno comprendere meglio l’uomo che era.”
“Allora siete un unitariano, o forse soltanto un deista?” chiese il curato, con un tono aggressivo.
“Potete chiamarmi come volete,” risposi (e ormai temo di aver esaurito completamente le mie argomentazioni); “non pretendo di sapere cosa sia la verità, poiché essa è infinita e io sono finito; ma so molto bene ciò che NON è. Non è vero che la religione abbia raggiunto il suo apice mille novecento anni fa, e che dobbiamo limitarci a ciò che fu scritto e detto in quei tempi. No, signori: la religione è una realtà viva e dinamica, in continua crescita e sviluppo, capace di un’estensione e di uno sviluppo infiniti, come tutti gli altri campi del pensiero. Ci sono molte verità eterne che furono pronunciate in passato e tramandate a noi attraverso i libri; alcune parti di questi testi possono certamente essere considerate sacre. Ma ce ne sono altre ancora da scoprire; e se le rifiutassimo soltanto perché non sono menzionate in quei libri, agiremmo con la stessa stupidità dello scienziato che ignorerebbe l’analisi spettrale di Kirchhoff solo perché non vi è alcuna menzione al riguardo in Albertus Magnus. Un profeta moderno può indossare un abito semplice e scrivere per le riviste; ma questo non impedisce affatto che sia colui che trasmette, anche se in modo modesto, messaggi provenienti dalle fonti della verità. Guardate!” gridai, alzandomi e leggendo il testo di Carlyle.
“Quello non proviene da alcun profeta ebreo, ma da un contribuente di Chelsea. Lui ed Emerson fanno anch’essi parte di questi ‘profeti’. Il Creatore non ha ancora detto la sua ultima parola all’umanità; può parlare attraverso uno scozzese o un abitante del New England con la stessa facilità con cui lo fa attraverso un ebreo. La Bibbia, signore, è un libro che viene pubblicato a puntate. E alla fine c’è scritto ‘A seguire’, non ‘Fine’.”
Il mio visitatore aveva mostrato tutti i segni di un evidente disagio durante questo lungo discorso mio. Alla fine, si alzò in piedi e prese il cappello dal tavolo.
“Le sue opinioni sono estremamente pericolose, signore,” disse. “È mio dovere avvertirla di ciò. Lei non crede in nulla.”
“Non credo in nulla che possa limitare il potere o la bontà dell’Onnipotente,” risposi.
“Tutto questo l’ha dedotto dal proprio orgoglio spirituale e dalla propria autosufficienza,” disse lui, con fervore. “Perché non si rivolge a quella Divinità di cui parla? Perché non si umilia davanti a Lui?”
“Come fa a saperlo se non lo so io stesso?”
“Ha detto lei stesso di non andare mai in chiesa.”
“La mia ‘chiesa’ è dentro il mio cappello,” risposi. “Mattoni e cemento non possono costruire una scala verso il cielo. Come il suo Maestro, credo che il cuore umano sia il miglior tempio. Mi dispiace vedere che lei sia in disaccordo con Lui su questo punto.”
Forse è stato troppo sbagliato da parte mia dirlo. Avrei potuto limitarmi a difendermi senza contrattaccare. Comunque sia, il risultato è stato quello di porre fine a un’intervista che stava diventando opprimente. Il mio visitatore era troppo indignato per rispondere e se ne andò dalla stanza senza dire una parola. Dal mio finestrino potevo vederlo correre giù per la strada, una piccola figura nera e arrabbiata, molto turbata perché non riesce a misurare l’intero universo con il suo fazzoletto da tasca e i suoi compassi. Pensateci: lui è solo un atomo tra miliardi di atomi, situato nel punto di incontro di due eternità! Ma che cosa sono io, allora? Un altro atomo. Perché dovrei giudicarlo?
Beh, in definitiva, caro Bertie, la conclusione è che ho iniziato la mia pratica professionale facendomi un nemico dell’uomo che, di tutta la parrocchia, ha il potere maggiore di danneggiarmi. So cosa ne penserebbe mio padre se lo sapesse.
E ora arrivo al grande evento di questa mattina, dal quale sono ancora sotto shock: quel furfante di Cullingworth ha assassinato il pittore e mi ha lasciato a cavarmela da solo. Il mio lavoro inizia alle otto del mattino; di solito prendo le lettere e le leggo a letto. Questa mattina ce n’era solo una, scritta con la sua calligrafia caratteristica. Ho subito controllato che si trattasse della mia promessa remunerazione e l’ho aperta con un senso di aspettativa. Ecco il contenuto:
“Quando la cameriera sistemava la tua stanza dopo la tua partenza, ha trovato alcuni pezzi di carta strappata sotto la griglia del camino. Vedendo il mio nome sopra, li ha portati, come era suo dovere, alla sua padrona, che li ha messi insieme e ha scoperto che formavano una lettera scritta da tua madre a te. In essa vengo menzionato con termini spregevoli: ‘un truffatore fallito’, ‘il senza scrupoli Cullingworth’. Posso solo dire che siamo stupiti che tu abbia potuto partecipare a una simile corrispondenza mentre eri nostro ospite. E rifiutiamo di avere qualsiasi rapporto con te, in qualsiasi forma.”
Che gentile saluto mattutino, non è vero? Dopo aver, sulla base della sua promessa, iniziato a praticare e aver affittato una casa per un anno con pochi penny in tasca. Ho smesso di fumare per motivi economici; ma ho pensato che la situazione meritasse davvero una pipa, quindi sono sceso dal letto, ho raccolto un po’ di tabacco dai bordi delle mie tasche e l’ho fumato tutto. Quel “giubbotto salvavita” di cui avevo parlato con tanta fiducia si era rotto, lasciandomi in una situazione molto difficile. Ho riletto quella nota più e più volte; nonostante la mia difficoltà, non ho potuto fare a meno di ridere della meschinità e stupidità di tutto ciò. L’immagine del padrone di casa e della moglie che cercavano di incollare insieme le lettere strappate del loro ospite partito mi è sembrata una delle cose più divertenti che ricordi. E c’era anche la stupidità di quella situazione: sicuramente un bambino avrebbe capito che l’attacco di mia madre era in risposta alla mia difesa. Perché dovremmo scrivere due messaggi identici? Beh, sono ancora molto confuso riguardo a tutto questo. Non so affatto cosa farò. È più probabile che muoia, piuttosto che raggiungere la meta con la mia bandiera issata in alto. Devo pensarci bene e poi dirti il risultato. Che cosa succeda, una cosa è certa: sia nel bene che nel male, rimarrò sempre il tuo affezionato e chiacchierone amico.
XIII. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 12th June, 1882. When I wrote my last letter, my dear Bertie, I was still gasping, like a cod on a sand-bank, after my final dismissal by Cullingworth. The mere setting of it all down in black and white seemed to clear the matter up, and I felt much more cheery by the time I had finished my letter. I was just addressing the envelope (observe what a continuous narrative you get of my proceedings!) when I was set jumping out of my carpet slippers by a ring at the bell. Through the glass panel I observed that it was a respectable-looking bearded individual with a top-hat. It was a patient. It MUST be a patient! Then first I realised what an entirely different thing it is to treat the patient of another man (as I had done with Horton) or to work a branch of another man’s practice (as I had done with Cullingworth), and to have to do with a complete stranger on your own account. I had been thrilling to have one. Now that he had come I felt for an instant as if I would not open the door. But of course that was only a momentary weakness. I answered his ring with, I fear, rather a hypocritical air of insouciance, as though I had happened to find myself in the hall, and did not care to trouble the maid to ascend the stairs. “Dr. Stark Munro?” he asked. “Pray step in,” I answered, and waved him into the consulting-room. He was a pompous, heavy-stepping, thick-voiced sort of person, but to me he was an angel from on high. I was nervous, and at the same time so afraid that he should detect my nervousness and lose confidence in me, that I found myself drifting into an extravagant geniality. He seated himself at my invitation and gave a husky cough. “Ah,” said I — I always prided myself on being quick at diagnosis—”bronchial, I perceive. These summer colds are a little trying.” “Yes,” said he. “I’ve had it some time.” “With a little care and treatment — —” I suggested. He did not seem sanguine, but groaned and shook his head. “It’s not about that I’ve come,” said he. “No?” My heart turned to lead. “No, doctor.” He took out a bulging notebook. “It’s about a small sum that’s due on the meter.” You’ll laugh, Bertie, but it was no laughing matter to me. He wanted eight and sixpence on account of something that the last tenant either had or had not done. Otherwise the company would remove the gas-meter. How little he could have guessed that the alternative he was presenting to me was either to pay away more than half my capital, or to give up cooking my food! I at last appeased him by a promise that I should look into the matter, and so escaped for the moment, badly shaken but still solvent. He gave me a good deal of information about the state of his tubes (his own, not the gas company’s) before he departed; but I had rather lost interest in the subject since I had learned that he was being treated by his club doctor. That was the first of my morning incidents. My second followed hard upon the heels of it. Another ring came, and from my post of observation I saw that a gipsy’s van, hung with baskets and wickerwork chairs, had drawn up at the door. Two or three people appeared to be standing outside. I understood that they wished me to purchase some of their wares, so I merely opened the door about three inches, said “No, thank you,” and closed it. They seemed not to have heard me for they rang again, upon which I opened the door wider and spoke more decidedly. Imagine my surprise when they rang again. I flung the door open, and was about to ask them what they meant by their impudence, when one of the little group upon my doorstep said, “If you please, sir, it’s the baby.” Never was there such a change — from the outraged householder to the professional man. “Pray step in, madam,” said I, in quite my most courtly style; and in they all came — the husband, the brother, the wife and the baby. The latter was in the early stage of measles. They were poor outcast sort of people, and seemed not to have sixpence among them; so my demands for a fee at the end of the consultation ended first in my giving the medicine for nothing, and finally adding fivepence in coppers, which was all the small change I had. A few more such patients and I am a broken man. However, the two incidents together had the effect of taking up my attention and breaking the blow which I had had in the Cullingworth letter. It made me laugh to think that the apparent outsider should prove to be a patient, and the apparent patient an outsider. So back I went, in a much more judicial frame of mind, to read that precious document over again, and to make up my mind what it was that I should do. And now I came to my first real insight into the depths which lie in the character of Cullingworth. I began by trying to recall how I could have torn up my mother’s letters, for it is not usual for me to destroy papers in this manner. I have often been chaffed about the way in which I allow them to accumulate until my pockets become unbearable. The more I thought about it the more convinced I was that I could not have done anything of the sort; so finally I got out the little house jacket which I had usually worn at Bradfield, and I examined the sheaves of letters which it contained. It was there, Bertie! Almost the very first one that I opened was the identical one from which Cullingworth was quoting in which my mother had described him in those rather forcible terms. Well, this made me sit down and gasp. I am, I think, one of the most unsuspicious men upon earth, and through a certain easy-going indolence of disposition I never even think of the possibility of those with whom I am brought in contact trying to deceive me. It does not occur to me. But let me once get on that line of thought — let me have proof that there is reason for suspicion — and then all faith slips completely away from me. Now I could see an explanation for much which had puzzled me at Bradfield. Those sudden fits of ill temper, the occasional ill-concealed animosity of Cullingworth — did they not mark the arrival of each of my mother’s letters? I was convinced that they did. He had read them then — read them from the pockets of the little house coat which I used to leave carelessly in the hall when I put on my professional one to go out. I could remember, for example, how at the end of his illness his manner had suddenly changed on the very day when that final letter of my mother’s had arrived. Yes, it was certain that he had read them from the beginning. But a blacker depth of treachery lay beyond. If he had read them, and if he had been insane enough to think that I was acting disloyally towards him, why had he not said so at the time? Why had he contented himself with sidelong scowls and quarrelling over trivialities — breaking, too, into forced smiles when I had asked him point blank what was the matter? One obvious reason was that he could not tell his grievance without telling also how he had acquired his information. But I knew enough of Cullingworth’s resource to feel that he could easily have got over such a difficulty as that. In fact, in this last letter he HAD got over it by his tale about the grate and the maid. He must have had some stronger reason for restraint. As I thought over the course of our relations I was convinced that his scheme was to lure me on by promises until I had committed myself, and then to abandon me, so that I should myself have no resource but to compound with my creditors-to be, in fact, that which my mother had called him. But in that case he must have been planning it out almost from the beginning of my stay with him, for my mother’s letters stigmatising his conduct had begun very early. For some time he had been uncertain how to proceed. Then he had invented the excuse (which seemed to me at the time, if you remember, to be quite inadequate) about the slight weekly decline in the practice in order to get me out of it. His next move was to persuade me to start for myself; and as this would be impossible without money, he had encouraged me to it by the promise of a small weekly loan. I remembered how he had told me not to be afraid about ordering furniture and other things, because tradesmen gave long credit to beginners, and I could always fall back upon him if necessary. He knew too from his own experience that the landlord would require at least a year’s tenancy. Then he waited to spring his mine until I had written to say that I had finally committed myself, on which by return of post came his letter breaking the connection. It was so long and so elaborate a course of deceit, that I for the first time felt something like fear as I thought of Cullingworth. It was as though in the guise and dress of a man I had caught a sudden glimpse of something sub-human — of something so outside my own range of thought that I was powerless against it. Well, I wrote him a little note — only a short one, but with, I hope, a bit of a barb to it. I said that his letter had been a source of gratification to me, as it removed the only cause for disagreement between my mother and myself. She had always thought him a blackguard, and I had always defended him; but I was forced now to confess that she had been right from the beginning. I said enough to show him that I saw through his whole plot; and I wound up by assuring him that if he thought he had done me any harm he had made a great mistake; for I had every reason to believe that he had unintentionally forced me into the very opening which I had most desired myself. After this bit of bravado I felt better, and I thought over the situation. I was alone in a strange town, without connections, without introductions, with less than a pound in my pocket, and with no possibility of freeing myself from my responsibilities. I had no one at all to look to for help, for all my recent letters from home had given a dreary account of the state of things there. My poor father’s health and his income were dwindling together. On the other hand, I reflected that there were some points in my favour. I was young. I was energetic. I had been brought up hard, and was quite prepared to rough it. I was well up in my work, and believed I could get on with patients. My house was an excellent one for my purpose, and I had already put the essentials of furniture into it. The game was not played out yet. I jumped to my feet and clenched my hand, and swore to the chandelier that it never should be played out until I had to beckon for help from the window. For the next three days I had not a single ring at the bell of any sort whatever. A man could not be more isolated from his kind. It used to amuse me to sit upstairs and count how many of the passers-by stopped to look at my plate. Once (on a Sunday morning) there were over a hundred in an hour, and often I could see from their glancing over their shoulders as they walked on, that they were thinking or talking of the new doctor. This used to cheer me up, and make me feel that something was going on. Every night between nine and ten I slip out and do my modest shopping, having already made my MENU for the coming day. I come back usually with a loaf of bread, a paper of fried fish, or a bundle of saveloys. Then when I think things are sufficiently quiet, I go out and brush down the front with my broom, leaning it against the wall and looking up meditatively at the stars whenever anyone passes. Then, later still, I bring out my polishing paste, my rag, and my chamois leather; and I assure you that if practice went by the brilliancy of one’s plate, I should sweep the town. Who do you think was the first person who broke this spell of silence? The ruffian whom I had fought under the lamp-post. He is a scissors-grinder it seems, and rang to know if I had a job for him. I could not help grinning at him when I opened the door and saw who it was. He showed no sign of recognising me, however, which is hardly to be wondered at. The next comer was a real bona fide patient, albeit a very modest one. She was a little anaemic old maid, a chronic hypochondriac I should judge, who had probably worked her way round every doctor in the town, and was anxious to sample this novelty. I don’t know whether I gave her satisfaction. She said that she would come again on Wednesday, but her eyes shifted as she said it. One and sixpence was as much as she could pay, but it was very welcome. I can live three days on one and sixpence. I think that I have brought economy down to its finest point. No doubt, for a short spell I could manage to live on a couple of pence a day; but what I am doing now is not to be a mere spurt, but my regular mode of life for many a month to come. My tea and sugar and milk (Swiss) come collectively to one penny a day. The loaf is at twopence three-farthings, and I consume one a day. My dinner consists in rotation of one third of a pound of bacon, cooked over the gas (twopence halfpenny), or two saveloys (twopence), or two pieces of fried fish (twopence), or a quarter of an eightpenny tin of Chicago beef (twopence). Any one of these, with a due allowance of bread and water, makes a most substantial meal. Butter I have discarded for the present. My actual board therefore comes well under sixpence a day, but I am a patron of literature to the extent of a halfpenny a day, which I expend upon an evening paper; for with events hurrying on like this in Alexandria, I cannot bear to be without the news. Still I often reproach myself with that halfpenny, for if I went out in the evening and looked at the placards I might save it, and yet have a general idea of what is going on. Of course, a halfpenny a night sounds nothing, but think of a shilling a month! Perhaps you picture me as bloodless and pulled down on this diet! I am thin, it is true, but I never felt more fit in my life. So full of energy am I that I start off sometimes at ten at night and walk hard until two or three in the morning. I dare not go out during the day, you see, for fear that I should miss a patient. I have asked my mother not to send little Paul down yet until I see my way more clearly. Old Whitehall came in to see me the other day. The object of his visit was to invite me to dinner, and the object of the dinner to inaugurate my starting in practice. If I were the kind old fellow’s son he could not take a deeper interest in me and my prospects. “By —— , Dr. Munro, sir,” said he, “I’ve asked every —— man in Birchespool that’s got anything the matter with him. You’ll have the lot as patients within a week. There’s Fraser, who’s got a touch of Martell’s three star. He’s coming. And there’s Saunders, who talks about nothing but his spleen. I’m sick of his —— spleen! But I asked him. And there’s Turpey’s wound! This wet weather sets it tingling, and his own surgeon can do nothing but dab it with vaseline. He’ll be there. And there’s Carr, who is drinking himself to death. He has not much for the doctors, but what there is you may as well have.” All next day he kept popping in to ask me questions about the dinner. Should we have clear soup or ox-tail? Didn’t I think that burgundy was better than port and sherry? The day after was the celebration itself, and he was in with a bulletin immediately after breakfast. The cooking was to be done at a neighbouring confectioner’s. The landlady’s son was coming in to wait. I was sorry to see that Whitehall was already slurring his words together, and had evidently been priming himself heavily. He looked in again in the afternoon to tell me what a good time we should have. So-and-so could talk well, and the other man could sing a song. He was so far gone by now, that I ventured (in the capacity of medical adviser) to speak to him about it. It’s not the liquor, Dr. Munro, sir,” said he earnestly. It’s the —— relaxing air of this town. But I’ll go home and lie I’ll down, and be as fresh as paint to welcome my guests.” But the excitement of the impending event must have been too much for him. When I arrived at five minutes to seven, Turpey, the wounded lieutenant, met me in the hall with a face of ill omen. “It’s all up with Whitehall,” said he. “What’s the matter?” “Blind, speechless and paralytic. Come and look.” The table in his room was nicely laid for dinner, and several decanters with a large cold tart lay upon the sideboard. On the sofa was stretched our unfortunate host, his head back, his forked beard pointing to the cornice, and a half finished tumbler of whisky upon the chair beside him. All our shakes and shouts could not break in upon that serene drunkenness. “What are we to do?” gasped Turpey. “We must not let him make an exhibition of himself. We had better get him away before any one else arrives.” So we bore him off, all in coils and curves like a dead python, and deposited him upon his bed. When we returned three other guests had arrived. “You’ll be sorry to hear that Whitehall is not very well,” said Turpey. “Dr. Munro thought it would be better that he should not come down.” “In fact, I have ordered him to bed,” said I. “Then I move that Mr. Turpey be called upon to act as host,” said one of the new comers; and so it was at once agreed. Presently the other men arrived; but there was no sign of the dinner. We waited for a quarter of an hour, but nothing appeared. The landlady was summoned, but could give no information. “Captain Whitehall ordered it from a confectioner’s, sir,” said she, in reply to the lieutenant’s cross-examination. “He did not tell me which confectioner’s. It might have been any one of four or five. He only said that it would all come right, and that I should bake an apple tart.” Another quarter of an hour passed, and we were all ravenous. It was evident that Whitehall had made some mistake. We began to roll our eyes towards the apple pie, as the boat’s crew does towards the boy in the stories of shipwreck. A large hairy man, with an anchor tattooed upon his hand, rose and set the pie in front of Turpey. “What d’you say, gentlemen, — shall I serve it out?” We all drew up at the table with a decision which made words superfluous. In five minutes the pie dish was as clean as when the cook first saw it. And our ill-luck vanished with the pie. A minute later the landlady’s son entered with the soup; and cod’s head, roast beef, game and ice pudding followed in due succession. It all came from some misunderstanding about time. But we did them justice, in spite of the curious hors d’oeuvre with which we had started; and a pleasanter dinner or a more enjoyable evening I have seldom had. “Sorry I was so bowled over, Dr. Munro, sir,” said Whitehall next morning. “I need hilly country and a bracing air, not a —— croquet lawn like this. Well, I’m —— glad to hear that you gentlemen enjoyed yourselves, and I hope you found everything to your satisfaction.” I assured him that we did; but I had not the heart to tell him about the apple pie. I tell you these trivial matters, my dear Bertie, just to show you that I am not down on my luck, and that my life is not pitched in the minor key altogether, in spite of my queer situation. But, to turn to graver things: I was right glad to get your letter, and to read all your denunciations about dogmatic science. Don’t imagine that my withers are wrung by what you say, for I agree with almost every word of it. The man who claims that we can know nothing is, to my mind, as unreasonable as he who insists that everything has been divinely revealed to us. I know nothing more unbearable than the complacent type of scientist who knows very exactly all that he does know, but has not imagination enough to understand what a speck his little accumulation of doubtful erudition is when compared with the immensity of our ignorance. He is the person who thinks that the universe can be explained by laws, as if a law did not require construction as well as a world! The motion of the engine can be explained by the laws of physics, but that has not made the foregoing presence of an engineer less obvious. In this world, however, part of the beautiful poise of things depends upon the fact that whenever you have an exaggerated fanatic of any sort, his exact opposite at once springs up to neutralise him. You have a Mameluke: up jumps a Crusader. You have a Fenian: up jumps an Orangeman. Every force has its recoil. And so these more hide-bound scientists must be set against those gentlemen who still believe that the world was created in the year 4004 B. C. After all, true science must be synonymous with religion, since science is the acquirement of fact; and facts are all that we have from which to deduce what we are and why we are here. But surely the more we pry into the methods by which results are brougt{sic} about, the more stupendous and wonderful becomes the great unseen power which lies behind, the power which drifts the solar system in safety through space, and yet adjusts the length of the insects proboscis to the depth of the honey-bearing flower. What is that central intelligence? You may fit up your dogmatic scientist with a 300-diameter microscope, and with a telescope with a six-foot speculum, but neither near nor far can he get a trace of that great driving power. What should we say of a man who has a great and beautiful picture submitted to him, and who, having satisfied himself that the account given of the painting of the picture is incorrect, at once concludes that no one ever painted it, or at least asserts that he has no possible means of knowing whether an artist has produced it or not? That is, as it seems to me, a fair statement of the position of some of the more extreme agnostics. “Is not the mere existence of the picture in itself a proof that a skilful artist has been busied upon it? one might ask.” “Why, no,” says the objector. “It is possible that the picture produced itself by the aid of certain rules. Besides, when the picture was first submitted to me I was assured that it had all been produced within a week, but by examining it I am able to say with certainty that it has taken a considerable time to put together. I am therefore of opinion that it is questionable whether any one ever painted it at all.” Leaving this exaggerated scientific caution on the one side, and faith on the other, as being equally indefensible, there remains the clear line of reasoning that a universe implies the existence of a universe maker, and that we may deduce from it some of His attributes, His power, His wisdom, His forethought for small wants, His providing of luxuries for His creatures. On the other hand, do not let us be disingenuous enough to shirk the mystery which lies in pain, in cruelty, in all which seems to be a slur upon His work. The best that we can say for them is to hope that they are not as bad as they seem, and possibly lead to some higher end. The voices of the ill-used child and of the tortured animal are the hardest of all for the philosopher to answer. Good-bye, old chap! It is quite delightful to think that on one point at least we are in agreement.
XIII. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 12 giugno 1882.
Quando ho scritto la mia ultima lettera, caro Bertie, ero ancora sconvolta, come un pesce sulla riva sabbiosa dopo essere stata definitivamente respinta da Cullingworth. Il semplice fatto di mettere tutto per iscritto sembrava chiarire la situazione, e quando ho finito di scrivere mi sentivo molto più serena. Stavo appunto indirizzando l’indirizzo sull’involucro (notate quanto sia coerente il racconto dei miei avvenimenti, ) quando il suono della campanella mi ha fatto sobbalzare. Attraverso lo sportello di vetro ho visto che si trattava di un uomo con la barba e un cappello a cilindro, dall’aspetto rispettabile. Era un paziente. DEVEVA essere un paziente! Allora ho capito quanto fosse diverso occuparsi del paziente di un altro uomo (come avevo fatto con Horton) o lavorare nell’ambito della pratica medica di qualcun altro (come avevo fatto con Cullingworth), rispetto al dover affrontare una situazione completamente nuova e gestirla da sola. Prima, l’idea di avere un paziente mi entusiasmava; ora che era arrivato, per un momento ho pensato di non aprire nemmeno la porta. Ma naturalmente si trattava solo di un attimo di debolezza. Ho risposto al suo bussare con un tono apparentemente indifferente, come se fossi semplicemente passata per caso nell’ingresso e non volessi disturbare la cameriera che doveva salire le scale.
“Dottor Stark Munro?” chiese.
“Prego, entri,” risposi, invitandolo nel mio studio. Era un uomo pomposo, con passi pesanti e una voce profonda. Ma per me era come un angelo sceso dal cielo. Ero nervosa, e allo stesso tempo avevo paura che lui notasse la mia ansia e perdesse fiducia in me. Così ho finito per comportarmi in modo eccessivamente cordiale. Si sedette su mio invito e tossì rumorosamente.
“Ah,” dissi. Mi vantavo sempre di essere brava a formulare diagnosi rapide, “Bronchite, immagino. Questi raffreddori estivi possono essere davvero fastidiosi, ”
“Sì,” rispose lui. “Ce l’ho da un po’.”
“Con un po’ di cura e trattamento, ” suggerii.
Non sembrava molto ottimista; si lamentò e scosse la testa. “Non è per questo che sono venuto,” disse.
“No?” Il mio cuore si strinse.
“No, dottore.” Estrasse un taccuino rigonfio. “Si tratta di una piccola somma dovuta per il gas, ”
Riderai, Bertie. Ma per me non era affatto una questione da prendere alla leggera. Voleva otto scellini per qualcosa che l’ultimo inquilino aveva fatto, o forse non aveva fatto affatto. Altrimenti la compagnia avrebbe rimosso il contatore del gas. Che cosa poteva immaginare, lui, che l’unica alternativa che mi offriva era pagare più della metà del mio capitale, oppure rinunciare a cucinare! Alla fine sono riuscita a calmarlo promettendogli di occuparmi della questione. E così me ne sono andata, ancora scossa, ma almeno in grado di mantenere le mie responsabilità finanziarie. Prima di andarsene, mi ha fornito molte informazioni sullo stato dei suoi tubi. Ma ormai non m’interessava più l’argomento, visto che sapevo che veniva curato dal medico del suo club.
Quello fu il primo degli incidenti della mia mattina. Il secondo seguì subito dopo. Suonò di nuovo il campanello, e dal mio punto d’osservazione vidi che davanti alla porta era parcheggiata la roulotte di una zingara, piena di cesti e sedie di vimini. Due o tre persone sembravano trovarsi all’esterno. Capii che volevano che comprassi alcuni dei loro prodotti, così aprii appena la porta di qualche centimetro, dissi “No, grazie” e la richiusi. Sembrava che non mi avessero sentito, perché suonarono di nuovo il campanello; allora aprii la porta ancora di più e parlai in modo più deciso. Immaginate la mia sorpresa quando suonarono ancora una volta. Spalancai la porta e stavo per chiedere loro che cosa intendessero con quella sfrontatezza, quando uno del gruppo davanti alla mia porta disse: “Per favore, signore, è il bambino.” Non c’è stata mai una trasformazione così improvvisa. Da un padrone di casa indignato a un vero professionista. “Prego, entri pure, signora,” dissi con tutto il mio garbo; e loro entrarono tutti: il marito, il fratello, la moglie, e il bambino, che era alle prime fasi dell’epidemia di morbillo.
Erano persone povere e emarginate; sembrava che non avessero nemmeno sei penny tra loro. Così, le mie richieste di un compenso alla fine della visita finirono per significare che davo la medicina gratuitamente. Alla fine aggiunsi comunque cinque penny in monete di rame, che era tutto il denaro che avevo con me. Se avessi altri pazienti del genere, sarei rovinato.
Tuttavia, quei due episodi insieme ebbero l’effetto di attirare la mia attenzione e di alleviare il dispiacere causato dalla lettera di Cullingworth. Mi fece ridere il pensiero che ciò che sembrava un estraneo si rivelasse in realtà una persona paziente, e viceversa. Così ripresi a leggere quel prezioso documento con uno spirito molto più analitico, deciso a capire cosa dovesse fare. Fu allora che ottenni la mia prima vera comprensione delle profondità del carattere di Cullingworth. Iniziai cercando di ricordare come avessi potuto distruggere le lettere di mia madre, poiché non è nel mio carattere gettare via i documenti in questo modo. Spesso mi prendono in giro per il fatto che li lascio accumularsi fino a quando le mie tasche diventano insopportabili. Più ci pensavo, più ero convinto di non aver potuto fare nulla del genere; alla fine presi la giacca che indossavo solitamente a Bradfield e esaminai i mazzi di lettere che conteneva. Eccola lì. Quasi la prima lettera che aprii era proprio quella da cui Cullingworth aveva tratto le sue citazioni, nella quale mia madre lo descriveva in termini piuttosto duri.
Beh, questo mi ha fatto sedermi e rimanere senza fiato. Penso di essere una delle persone meno sospettose al mondo; a causa della mia indolenza naturale, non mi viene mai in mente che le persone con cui entro in contatto possano cercare di ingannarmi. Ma se solo inizio a pensarci, se ricevo prove che ci sia motivo di sospetto, allora tutta la mia fiducia svanisce completamente. Ora riesco a spiegare molte cose che mi avevano confuso a Bradfield: quegli improvvisi scatti d’ira, quell’ostilità a volte mal nascosta da Cullingworth, non indicavano forse l’arrivo di una lettera di mia madre? Ne ero convinto. Lui le leggeva, le leggeva dalle tasche del cappotto che lasciavo spesso nell’ingresso quando indossavo quello professionale per uscire. Ricordo, ad esempio, come il suo comportamento cambiò improvvisamente proprio il giorno in cui arrivò l’ultima lettera di mia madre. Sì, era certo che le avesse lette fin dall’inizio.
Ma c’era una frode ancora più profonda. Se le aveva lette, e se era abbastanza pazzo da pensare che lo stessi tradendo, perché non me lo disse allora? Perché si accontentò di scoccarmi occhiatacce e litigare per questioni insignificanti, e perché sorrideva forzatamente quando gli chiedevo direttamente cosa fosse successo? Una ragione ovvia era che non poteva confessare il suo risentimento senza rivelare anche da dove avesse ottenuto quelle informazioni. Ma conoscevo abbastanza bene Cullingworth per sapere che avrebbe potuto facilmente superare un ostacolo del genere. Anzi, in quell’ultima lettera ci era riuscito, con la sua storia sulla grata e sulla cameriera. Doveva esserci una ragione ancora più forte che lo costringeva a trattenersi. Ripensando al nostro rapporto, ero convinto che il suo piano fosse quello di attirarmi con promesse finché non mi fossi impegnato completamente, per poi abbandonarmi, in modo che io non avessi altra scelta se non quella di accordarmi con i miei creditori, diventando, in altre parole, esattamente ciò che mia madre aveva definito lui.
Ma in quel caso doveva aver pianificato tutto quasi fin dall’inizio del mio soggiorno con lui, perché le lettere di mia madre che denunciavano il suo comportamento erano arrivate molto presto. Per un po’ non era stato sicuro di come procedere; poi aveva inventato quella scusa (che a me all’epoca sembrava piuttosto inadeguata), riguardante il leggero calo settimanale delle entrate, per convincermi ad andarmene. Il suo passo successivo fu persuadermi a partire da sola; e poiché questo era impossibile senza soldi, mi incoraggiò promettendomi un piccolo prestito settimanale. Ricordo come mi aveva detto di non preoccuparmi nel comprare mobili e altre cose, perché i commercianti concedevano credito ai principianti e che potevo sempre rivolgermi a lui se necessario. Sapeva anche, dalla propria esperienza, che il proprietario dell’appartamento avrebbe richiesto almeno un anno di affitto anticipato. Poi aspettò fino a quando non gli scrissi per dirgli che avevo finalmente deciso di partire; e in risposta ricevetti la sua lettera con cui interrompeva ogni contatto con me. Era una serie così lunga e complessa di inganni, che per la prima volta provai paura al pensiero di Cullingworth.
Era come se, sotto l’aspetto e i vestiti di un uomo, avessi intravisto qualcosa di subumano. Qualcosa che andava ben al di là del mio orizzonte mentale, al punto da rendermi completamente impotente di fronte ad esso.
Beh, gli ho scritto una breve nota, solo breve, ma spero che contenesse un pizzico di ironia. Gli ho detto che la sua lettera mi aveva reso molto felice, poiché aveva eliminato l’unica causa di dissidio tra mia madre e me. Lei lo aveva sempre considerato un farabutto, mentre io lo difendevo sempre; ma ora ero costretta ad ammettere che lei aveva ragione fin dall’inizio. Gli ho detto abbastanza per fargli capire che avevo scoperto tutta la sua trama; e ho concluso assicurandogli che, se pensava di avermi fatto del male, si sbagliava di grosso, perché avevo tutte le ragioni per credere che, senza volerlo, mi avesse proprio portata esattamente dove desideravo ardentemente arrivare.
Dopo questo sfogo di coraggio mi sentii meglio e riflettei sulla situazione. Ero solo in una città sconosciuta, senza contatti, senza conoscenze, con meno di un paio di sterline in tasca e senza alcuna possibilità di liberarmi dalle mie responsabilità. Non avevo nessuno a cui chiedere aiuto, poiché tutte le lettere ricevute da casa descrivevano una situazione molto difficile. La salute di mio povero padre andava peggiorando e anche i suoi introiti diminuivano. D’altra parte, riflettei che c’erano alcuni aspetti a mio favore: ero giovane, energico, avevo ricevuto una dura educazione ed ero ben preparato ad affrontare le difficoltà. Ero abbastanza competente nel mio lavoro e credevo di potermela cavare con i pazienti. La mia casa era perfetta per i miei scopi e avevo già sistemato al suo interno gli oggetti essenziali. Il gioco non era ancora finito. Mi alzai in piedi, strinsi i pugni e giurai davanti alla lampada che quel gioco non sarebbe mai terminato fino a quando non avessi dovuto chiedere aiuto, dalla finestra.
Per i successivi tre giorni, non suonò nemmeno un campanello di alcun tipo. Un uomo non poteva essere più isolato dal proprio genere umano. Mi divertiva sedermi al piano di sopra e contare quante persone che passavano si fermassero a guardare il mio piatto. Una volta (una domenica mattina), in un’ora ne furono più di cento; spesso, dal modo in cui gettavano uno sguardo alle mie cose mentre proseguivano per la loro strada, capivo che stavano pensando o parlando del nuovo dottore. Questo mi rallegrava e mi faceva sentire che qualcosa stesse accadendo.
Ogni sera, tra le nove e le dieci, uscivo di nascosto per fare la mia modesta spesa, dopo aver già preparato il menu del giorno seguente. Di solito tornavo con un pane, un pacchetto di pesce fritto o un mazzo di salsicce. Quando pensavo che tutto fosse abbastanza tranquillo, uscivo ancora una volta per spazzare davanti alla porta; appoggiavo la scopa al muro e, ogni volta che qualcuno passava, alzavo lo sguardo verso le stelle. Più tardi, prendevo la pasta lucidante, il panno e la pelle di camoscio. E vi assicuro che, se si valutassero i risultati in base alla brillantezza dei piatti puliti, io pulirei tutta la città.
Chi pensate sia stato il primo ad interrompere questo silenzio? Quel teppista con cui avevo litigato sotto il lampione. A quanto pare lavora come affilatore di forbici; è venuto a chiedermi se avessi bisogno dei suoi servizi. Non ho potuto fare a meno di sorridere quando ho aperto la porta e l’ho visto. Lui, però, non ha mostrato alcun segno di riconoscermi. Il che non mi sorprende affatto.
Il successivo visitatore è stata una vera paziente. Anche se molto modesta. Era una vecchia zitella un po’ anemica, probabilmente ipocondriaca cronica; aveva probabilmente già provato tutti i medici della città e voleva ora sperimentare anche questo nuovo dottore. Non so se l’abbia soddisfatta. Ha detto che sarebbe tornata mercoledì. Ma i suoi occhi si sono spostati in modo strano mentre lo diceva. Un penny e sei centesimi era tutto ciò che poteva permettersi di pagare. Ma è stato comunque molto gradito. Con un penny e sei centesimi posso vivere per tre giorni.
Penso di aver ridotto le spese al minimo indispensabile. Senza dubbio, per un breve periodo avrei potuto cavarmela con pochi penny al giorno; ma ciò che faccio ora non è solo una temporanea soluzione, bensì il mio modo di vivere abituale per molti mesi a venire. Il mio tè, lo zucchero e il latte svizzero costano in totale un penny al giorno; il pane costa due pence e tre quarti, e ne consumo uno al giorno. La mia cena consiste alternativamente in un terzo di libbra di pancetta cotta a gas (due pence e mezzo), due salsicce (due pence), due pezzi di pesce fritto (due pence), o un quarto di lattina di manzo di Chicago (due pence). Ognuno di questi alimenti, abbinato al pane e all’acqua, costituisce una cena sostanziosa. Per il momento ho rinunciato al burro; quindi le mie spese quotidiane ammontano a meno di sei pence. Tuttavia, spendo mezzo penny al giorno in giornali serali: con gli eventi che si susseguono ad Alessandria, non posso permettermi di rimanere all’oscuro delle notizie. Spesso mi rimprovero per quei mezzo penny. Se uscissi la sera e leggessi i manifesti, potrei risparmiarli e comunque avere un’idea di ciò che sta accadendo. Certo, mezzo penny a notte sembra poco, ma pensateci: cinque pence al mese! Forse immaginate che io sia pallido e debilitato da questa dieta. È vero che sono magro, ma non mi sono mai sentito meglio in vita mia. Sono così pieno di energia che a volte inizio a camminare alle dieci di sera e continuo fino alle due o tre di notte. Non oso uscire di giorno, per paura di perdere un paziente. Ho chiesto anche a mia madre di non mandare giù il piccolo Paul finché non mi sarò sistemato meglio. L’altro giorno è venuto da me Old Whitehall: voleva invitarmi a cena, e quella cena doveva segnare l’inizio della mia attività professionale. Se fossi stato il figlio di quel gentile vecchio, non avrebbe potuto interessarsi di più a me e alle mie prospettive. “Per Dio, dottor Munro,” mi disse, “ho chiesto a tutti gli uomini di Birchespool che hanno qualche problema di salute. Avrai un sacco di pazienti entro una settimana: c’è Fraser, che soffre di una forma leggera della malattia di Martell; verrà sicuramente. C’è anche Saunders, che parla solo della sua milza. Ne ho abbastanza delle sue lamentele! Ma l’ho comunque invitato. E poi c’è la ferita di Turpey: questo tempo umido la fa prudere, e nemmeno il suo stesso chirurgo sa come curarla. Sarà anche lui. E c’è Carr, che si sta uccidendo a forza di bere. Non ha molto da offrire ai medici, ma ciò che ha potresti comunque utilizzarlo, ”
Il giorno dopo continuava a venire da me per farmi domande riguardo alla cena: “Dovremmo preparare zuppa chiara o coda di bue? Non pensavo che il vino rosso fosse migliore del porto e dello sherry?” Il giorno seguente era la giornata della celebrazione, e subito dopo colazione mi portò un comunicato: i preparativi culinari avrebbero avuto luogo in una pasticceria vicina; il figlio della padrona di casa sarebbe venuto ad aiutare. Mi dispiacque vedere che Whitehall aveva già iniziato a balbettare, evidentemente aveva bevuto molto. Nel pomeriggio tornò da me per dirmi quanto ci saremmo divertiti: questo e quell’altro sapevano parlare bene, l’altro ancora sapeva cantare. Ormai era completamente ubriaco, così osai parlargli in qualità di consulente medico.
“Non è il liquore, dottor Munro,” disse seriamente. “È l’atmosfera rilassata di questa città. Ma tornerò a casa, mi sdraierò e sarò fresco come una rosa per accogliere i miei ospiti.”
Ma l’eccitazione per l’evento imminente doveva essere stata troppa per lui. Quando arrivai alle sette meno cinque, Turpey, il tenente ferito, mi incontrò nell’atrio con un’espressione preoccupante.
“Tutto è andato storto con Whitehall,” disse. “Che cos’è successo?”
“Cieco, muto e paralizzato. Venite a vedere.”
Il tavolo nella sua stanza era stato preparato con cura per la cena; sul comò c’erano diversi decanter contenenti del vino freddo. Sul divano giaceva il nostro sfortunato ospite: la testa reclinata all’indietro, la barba biforcuta puntata verso l’architrave del soffitto, e accanto a lui una tazza di whisky a metà bevuta. Tutti i nostri tentativi di svegliarlo fallirono. Quell’ubriachezza serena sembrava insormontabile.
“Cosa dobbiamo fare?” esclamò Turpey, ansimante.
“Non dobbiamo permettergli di fare una scenata. È meglio portarlo via prima che arrivi qualcun altro.”
Così lo portammo via, avvolto in strati di vestiti, come un serpente morto, e lo adagiammo sul letto. Quando tornammo, altri tre ospiti erano già arrivati.
“Sarà una delusione sapere che Whitehall non sta molto bene. Il dottor Munro ha ritenuto meglio che non scendesse,” disse Turpey.
“In effetti, l’ho fatto mettere a letto io stesso,” risposi.
“Allora propongo che il signor Turpey assuma il ruolo di anfitrione, ” suggerì uno degli altri ospiti; e così fu deciso all’istante.
Poco dopo arrivarono anche gli altri uomini. Ma della cena non c’era traccia. Aspettammo per un quarto d’ora, ma nulla arrivò. Chiamammo la padrona di casa, ma lei non sapeva nulla.
“Il Capitano Whitehall l’ha ordinata da una pasticceria, signore,” rispose lei alle domande incalzanti del tenente. “Non mi ha detto quale pasticceria. Poteva essere una qualsiasi delle quattro o cinque disponibili. Mi ha solo detto che tutto sarebbe andato bene e che dovevo preparare una torta di mele.”
Un altro quarto d’ora trascorse, e tutti noi eravamo affamati. Era evidente che Whitehall aveva commesso un errore. Iniziammo a fissare con desiderio quella torta di mele, proprio come fa l’equipaggio di una nave nei racconti di naufragi quando vede il ragazzo che potrebbe salvarli. Un uomo robusto, con la mano tatuata con un’ancora, si alzò e posizionò la torta davanti a Turpey.
“Che ne dite, signori, dovrei servirlo subito?”
Tutti ci avvicinammo al tavolo con una decisione che rendeva superflue le parole. In cinque minuti la pirofila era pulita come quando il cuoco l’aveva vista per la prima volta. E sfortuna nostra svanì insieme a quella torta. Un minuto dopo entrò il figlio della padrona di casa con la zuppa; seguirono poi testa di merluzzo, manzo arrosto, selvaggina e budino al gelato. Tutto ciò derivava da un semplice malinteso riguardo all’orario. Ma abbiamo apprezzato davvero quel pasto, nonostante l’inizio un po’ strano. Raramente ho avuto una cena più piacevole o una serata più divertente.
“Mi dispiace di essere stato così sopraffatto, dottor Munro,” disse Whitehall la mattina seguente. “Ho bisogno di aria fresca e di paesaggi montuosi. Non di un prato da croquet come questo. Beh, sono contento che vi siate divertiti. Spero che tutto sia stato a vostro agio.”
Gli assicurai che sì; ma non avevo il cuore di raccontargli della torta di mele.
Vi racconto queste cose banali, caro Bertie, solo per mostrarvi che la mia fortuna non è del tutto finita. E che la mia vita non è sempre così cupa, nonostante le mie strane situazioni. Ma tornando a cose più serie. Sono stato davvero felice di ricevere la vostra lettera e di leggere tutte quelle critiche alla scienza dogmatica. Non pensate che ciò che dite mi abbia turbato: sono d’accordo con quasi ogni parola.
Secondo me, colui che sostiene che non possiamo sapere nulla è altrettanto irragionevole di chi insiste sul fatto che tutto ci sia stato rivelato divinamente. Non c’è niente di più insopportabile del tipo di scienziato compiaciuto che sa esattamente tutto ciò che sa. Ma non ha abbastanza immaginazione per rendersi conto di quanto sia insignificante la sua conoscenza, rispetto all’enormità della nostra ignoranza. È proprio quest’uomo che pensa che l’universo possa essere spiegato da leggi. Come se una legge non richiedesse anch’essa un “costruttore”, proprio come il mondo stesso! Il movimento di un motore può essere spiegato dalle leggi della fisica. Ma questo non rende meno evidente la presenza dell’ingegnere che lo ha creato. In questo mondo, però, parte del bell’equilibrio delle cose deriva dal fatto che, ogni volta che appare un fanatico estremista di qualche tipo, subito ne emerge uno completamente opposto per neutralizzarlo. Se c’è un mamelucco, compare immediatamente un crociato; se c’è un feniano, appare un orangeman. Ogni forza ha il suo contrappeso. E così questi scienziati rigidi devono essere contrastati da coloro che ancora credono che il mondo sia stato creato nel 4004 a.C.
Dopotutto, la vera scienza deve essere sinonimo di religione, poiché la scienza consiste nell’acquisizione dei fatti; e i fatti sono tutto ciò che abbiamo per dedurre chi siamo e perché siamo qui. Ma certamente, più indaghiamo sui metodi con cui vengono ottenuti questi risultati, più diventa meravigliosa e stupefacente quella grande forza invisibile che sta dietro di essi: la forza che fa muovere il sistema solare nello spazio in modo sicuro, e che regola anche la lunghezza del rostro degli insetti in base alla profondità dei fiori che producono miele. Che cos’è questa intelligenza centrale? Potete fornire al vostro scienziato dogmatico un microscopio con un diametro di 300 millimetri, e un telescopio con uno specchio lungo sei piedi, ma né da vicino né da lontano riuscirà a individuare traccia di quella grande forza motrice.
Che cosa dovremmo dire di una persona che riceve un dipinto bellissimo e, dopo essersi convinta che la spiegazione data riguardo alla sua creazione sia errata, conclude immediatamente che nessuno lo abbia mai dipinto, o almeno afferma di non avere alcun modo per sapere se un artista l’abbia realmente realizzato? A mio parere, questa rappresenta fedelmente la posizione di alcuni agnostici estremisti. “Non è forse la semplice esistenza del dipinto di per sé una prova che un abile artista si sia dedicato alla sua creazione?” si potrebbe chiedere. “No,” risponde l’obiettore. “È possibile che il dipinto sia stato creato seguendo determinate regole. Inoltre, quando mi è stato mostrato per la prima volta, mi è stato detto che fosse stato realizzato in una settimana; ma esaminandolo attentamente, posso affermare con certezza che ne è servita molto più tempo. Pertanto, ritengo che sia discutibile se qualcuno lo abbia davvero dipinto.”
Lasciando da parte questa eccessiva cautela scientifica, così come la fede, entrambe ugualmente insostenibili, rimane una logica chiara e evidente: un universo implica l’esistenza di un suo creatore, e da questo possiamo dedurre alcuni dei suoi attributi – il suo potere, la sua saggezza, la sua premura verso i piccoli bisogni delle sue creature, nonché il fatto che abbia fornito loro lussi. D’altra parte, non dobbiamo essere ingenui al punto di ignorare il mistero che si nasconde nel dolore, nella crudeltà, in tutto ciò che sembra offensivo nei confronti del suo operato. Il meglio che possiamo fare è sperare che queste cose non siano così terribili come appaiono, e che forse portino a uno scopo più elevato. Le voci di un bambino maltrattato o di un animale tormentato sono quelle più difficili da spiegare per il filosofo.
Addio, vecchio amico! È davvero piacevole pensare che, su almeno questo punto, siamo d’accordo.
XIV. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 15th January, 1883. You write reproachfully, my dear Bertie, and you say that absence must have weakened our close friendship, since I have not sent you a line during this long seven months. The real truth of the matter is that I had not the heart to write to you until I could tell you something cheery; and something cheery has been terribly long in coming. At present I can only claim that the cloud has perhaps thinned a little at the edges. You see by the address of this letter that I still hold my ground, but between ourselves it has been a terrible fight, and there have been times when that last plank of which old Whitehall wrote seemed to be slipping out of my clutch. I have ebbed and flowed, sometimes with a little money, sometimes without. At my best I was living hard, at my worst I was very close upon starvation. I have lived for a whole day upon the crust of a loaf, when I had ten pounds in silver in the drawer of my table. But those ten pounds had been most painfully scraped together for my quarter’s rent, and I would have tried twenty-four hours with a tight leather belt before I would have broken in upon it. For two days I could not raise a stamp to send a letter. I have smiled when I have read in my evening paper of the privations of our fellows in Egypt. Their broken victuals would have been a banquet to me. However, what odds how you take your carbon and nitrogen and oxygen, as long as you DO get it? The garrison of Oakley Villa has passed the worst, and there is no talk of surrender. It was not that I have had no patients. They have come in as well as could be expected. Some, like the little old maid, who was the first, never returned. I fancy that a doctor who opened his own door forfeited their confidence. Others have become warm partisans. But they have nearly all been very poor people; and when you consider how many one and sixpences are necessary in order to make up the fifteen pounds which I must find every quarter for rent, taxes, gas and water, you will understand that even with some success, I have still found it a hard matter to keep anything in the portmanteau which serves me as larder. However, my boy, two quarters are paid up, and I enter upon a third one with my courage unabated. I have lost about a stone, but not my heart. I have rather a vague recollection of when it was exactly that my last was written. I fancy that it must have been a fortnight after my start, immediately after my breach with Cullingworth. It’s rather hard to know where to begin when one has so many events to narrate, disconnected from each other, and trivial in themselves, yet which have each loomed large as I came upon them, though they look small enough now that they are so far astern. As I have mentioned Cullingworth, I may as well say first the little that is to be said about him. I answered his letter in the way which I have, I think, already described. I hardly expected to hear from him again; but my note had evidently stung him, and I had a brusque message in which he said that if I wished him to believe in my “bona-fides” (whatever he may have meant by that), I would return the money which I had had during the time that I was with him at Bradfield. To this I replied that the sum was about twelve pounds; that I still retained the message in which he had guaranteed me three hundred pounds if I came to Bradfield, that the balance in my favour was two hundred and eighty-eight pounds; and that unless I had a cheque by return, I should put the matter into the hands of my solicitor. This put a final end to our correspondence. There was one other incident, however. One day after I had been in practice about two months, I observed a bearded commonplace-looking person lounging about on the other side of the road. In the afternoon he was again visible from my consulting-room window. When I saw him there once more next morning, my suspicions were aroused, and they became certainties when, a day or so afterwards, I came out of a patient’s house in a poor street, and saw the same fellow looking into a greengrocer’s shop upon the other side. I walked to the end of the street, waited round the corner, and met him as he came hurrying after. “You can go back to Dr. Cullingworth, and tell him that I have as much to do as I care for,” said I. “If you spy upon me after this it will be at your own risk.” He shuffled and coloured, but I walked on and saw him no more. There was no one on earth who could have had a motive for wanting to know exactly what I was doing except Cullingworth; and the man’s silence was enough in itself to prove that I was right. I have heard nothing of Cullingworth since. I had a letter from my uncle in the Artillery, Sir Alexander Munro, shortly after my start, telling me that he had heard of my proceedings from my mother, and that he hoped to learn of my success. He is, as I think you know, an ardent Wesleyan, like all my father’s people, and he told me that the chief Wesleyan minister in the town was an old friend of his own, that he had learned from him that there was no Wesleyan doctor, and that, being of a Wesleyan stock myself, if I would present the enclosed letter of introduction to the minister, I should certainly find it very much to my advantage. I thought it over, Bertie, and it seemed to me that it would be playing it rather low down to use a religious organisation to my own advantage, when I condemned them in the abstract. It was a sore temptation, but I destroyed the letter. I had one or two pieces of luck in the way of accidental cases. One (which was of immense importance to me) was that of a grocer named Haywood, who fell down in a fit outside the floor of his shop. I was passing on my way to see a poor labourer with typhoid. You may believe that I saw my chance, bustled in, treated the man, conciliated the wife, tickled the child, and gained over the whole household. He had these attacks periodically, and made an arrangement with me by which I was to deal with him, and we were to balance bills against each other. It was a ghoulish compact, by which a fit to him meant butter and bacon to me, while a spell of health for Haywood sent me back to dry bread and saveloys. However, it enabled me to put by for the rent many a shilling which must otherwise have gone in food. At last, however, the poor fellow died, and there was our final settlement. Two small accidents occurred near my door (it was a busy crossing), and though I got little enough from either of them, I ran down to the newspaper office on each occasion, and had the gratification of seeing in the evening edition that “the driver, though much shaken, is pronounced by Dr. Stark Munro, of Oakley Villa, to have suffered no serious injury.” As Cullingworth used to say, it is hard enough for the young doctor to push his name into any publicity, and he must take what little chances he has. Perhaps the fathers of the profession would shake their heads over such a proceeding in a little provincial journal; but I was never able to see that any of them were very averse from seeing their own names appended to the bulletin of some sick statesman in The Times. And then there came another and a more serious accident. This would be about two months after the beginning, though already I find it hard to put things in their due order. A lawyer in the town named Dickson was riding past my windows when the horse reared up and fell upon him. I was eating saveloys in the back room at the time, but I heard the noise and rushed to the door in time to meet the crowd who were carrying him in. They flooded into my house, thronged my hall, dirtied my consulting room, and even pushed their way into my back room, which they found elegantly furnished with a portmanteau, a lump of bread, and a cold sausage. However, I had no thought for any one but my patient, who was groaning most dreadfully. I saw that his ribs were right, tested his joints, ran my hand down his limbs, and concluded that there was no break or dislocation. He had strained himself in such a way, however, that it was very painful to him to sit or to walk. I sent for an open carriage, therefore, and conveyed him to his home, I sitting with my most professional air, and he standing straight up between my hands. The carriage went at a walk, and the crowd trailed behind, with all the folk looking out of the windows, so that a more glorious advertisement could not be conceived. It looked like the advance guard of a circus. Once at his house, however, professional etiquette demanded that I should hand the case over to the family attendant, which I did with as good a grace as possible — not without some lingering hope that the old established practitioner might say, “You have taken such very good care of my patient, Dr. Munro, that I should not dream of removing him from your hands.” On the contrary, he snatched it away from me with avidity, and I retired with some credit, an excellent advertisement, and a guinea. These are one or two of the points of interest which show above the dead monotony of my life — small enough, as you see, but even a sandhill looms large in Holland. In the main, it is a dreary sordid record of shillings gained and shillings spent — of scraping for this and scraping for that, with ever some fresh slip of blue paper fluttering down upon me, left so jauntily by the tax-collector, and meaning such a dead-weight pull to me. The irony of my paying a poor-rate used to amuse me. I should have been collecting it. Thrice at a crisis I pawned my watch, and thrice I rallied and rescued it. But how am I to interest you in the details of such a career? Now, if a fair countess had been so good as to slip on a piece of orange peel before my door, or if the chief merchant in the town had been saved by some tour-de-force upon my part, or if I had been summoned out at midnight to attend some nameless person in a lonely house with a princely fee for silence — then I should have something worthy of your attention. But the long months and months during which I listened to the throb of the charwoman’s heart and the rustle of the greengrocer’s lungs, present little which is not dull and dreary. No good angels came my way. Wait a bit, though! One did. I was awakened at six in the morning one day by a ringing at my bell, and creeping to the angle of the stair I saw through the glass a stout gentleman in a top-hat outside. Much excited, with a thousand guesses capping one another in my head, I ran back, pulled on some clothes, rushed down, opened the door, and found myself in the grey morning light face to face with Horton. The good fellow had come down from Merton in an excursion train, and had been travelling all night. He had an umbrella under his arm, and two great straw baskets in each hand, which contained, when unpacked, a cold leg of mutton, half-a-dozen of beer, a bottle of port, and all sorts of pasties and luxuries. We had a great day together, and when he rejoined his excursion in the evening he left a very much cheerier man than he had found. Talking of cheeriness, you misunderstand me, Bertie, if you think (as you seem to imply) that I take a dark view of things. It is true that I discard some consolations which you possess, because I cannot convince myself that they are genuine; but in this world, at least, I see immense reason for hope, and as to the next I am confident that all will be for the best. From annihilation to beatification I am ready to adapt myself to whatever the great Designer’s secret plan my be. But there is much in the prospects of this world to set a man’s heart singing. Good is rising and evil sinking like oil and water in a bottle. The race is improving. There are far fewer criminal convictions. There is far more education. People sin less and think more. When I meet a brutal looking fellow I often think that he and his type may soon be as extinct as the great auk. I am not sure that in the interest of the ‘ologies we ought not to pickle a few specimens of Bill Sykes, to show our children’s children what sort of a person he was. And then the more we progress the more we tend to progress. We advance not in arithmetical but in geometrical progression. We draw compound interest on the whole capital of knowledge and virtue which has been accumulated since the dawning of time. Some eighty thousand years are supposed to have existed between paleolithic and neolithic man. Yet in all that time he only learned to grind his flint stones instead of chipping them. But within our father’s lives what changes have there not been? The railway and the telegraph, chloroform and applied electricity. Ten years now go further than a thousand then, not so much on account of our finer intellects as because the light we have shows us the way to more. Primeval man stumbled along with peering eyes, and slow, uncertain footsteps. Now we walk briskly towards our unknown goal. And I wonder what that goal is to be! I mean, of course, as far as this world is concerned. Ever since man first scratched hieroglyphics upon an ostracon, or scribbled with sepia upon papyrus, he must have wondered, as we wonder to-day. I suppose that we DO know a little more than they. We have an arc of about three thousand years given us, from which to calculate out the course to be described by our descendants; but that arc is so tiny when compared to the vast ages which Providence uses in working out its designs that our deductions from it must, I think, be uncertain. Will civilisation be swamped by barbarism? It happened once before, because the civilised were tiny specks of light in the midst of darkness. But what, for example, could break down the great country in which you dwell? No, our civilisation will endure and grow more complex. Man will live in the air and below the water. Preventive medicine will develop until old age shall become the sole cause of death. Education and a more socialistic scheme of society will do away with crime. The English-speaking races will unite, with their centre in the United States. Gradually the European States will follow their example. War will become rare, but more terrible. The forms of religion will be abandoned, but the essence will be maintained; so that one universal creed will embrace the whole civilised earth, which will preach trust in that central power, which will be as unknown then as now. That’s my horoscope, and after that the solar system may be ripe for picking. But Bertie Swanborough and Stark Munro will be blowing about on the west wind, and dirtying the panes of careful housewives long before the half of it has come to pass. And then man himself will change, of course. The teeth are going rapidly. You’ve only to count the dentists’ brass plates in Birchespool to be sure of that. And the hair also. And the sight. Instinctively, when we think of the more advanced type of young man, we picture him as bald, and with double eye-glasses. I am an absolute animal myself, and my only sign of advance is that two of my back teeth are going. On the other hand, there is some evidence in favour of the development of a sixth sense-that of perception. If I had it now I should know that you are heartily weary of all my generalisations and dogmatism. And certainly there must be a spice of dogmatism in it when we begin laying down laws about the future; for how do we know that there are not phases of nature coming upon us of which we have formed no conception? After all, a few seconds are a longer fraction of a day than an average life is of the period during which we know that the world has been in existence. But if a man lived only for a few seconds of daylight, his son the same, and his son the same, what would their united experiences after a hundred generations tell them of the phenomenon which we call night? So all our history and knowledge is no guarantee that our earth is not destined for experiences of which we can form no conception. But to drop down from the universe to my own gnat’s buzz of an existence, I think I have told you everything that might interest you of the first six months of my venture. Towards the end of that time my little brother Paul came down — and the best of companions he is! He shares the discomforts of my little menage in the cheeriest spirit, takes me out of my blacker humours, goes long walks with me, is interested in all that interests me (I always talk to him exactly as if he were of my own age), and is quite ready to turn his hand to anything, from boot-blacking to medicine-carrying. His one dissipation is cutting out of paper, or buying in lead (on the rare occasion when we find a surplus), an army of little soldiers. I have brought a patient into the consulting room, and found a torrent of cavalry, infantry, and artillery pouring across the table. I have been myself attacked as I sat silently writing, and have looked up to find fringes of sharp-shooters pushing up towards me, columns of infantry in reserve, a troop of cavalry on my flank, while a battery of pea muzzle-loaders on the ridge of my medical dictionary has raked my whole position — with the round, smiling face of the general behind it all. I don’t know how many regiments he has on a peace footing; but if serious trouble were to break out, I am convinced that every sheet of paper in the house would spring to arms. One morning I had a great idea which has had the effect of revolutionising our domestic economy. It was at the time when the worst pinch was over, and when we had got back as far as butter and occasional tobacco, with a milkman calling daily; which gives you a great sense of swagger when you have not been used to it. “Paul, my boy,” said I, “I see my way to fitting up this house with a whole staff of servants for nothing.” He looked pleased, but not surprised. He had a wholly unwarranted confidence in my powers; so that if I had suddenly declared that I saw my way to tilting Queen Victoria from her throne and seating myself upon it, he would have come without a question to aid and abet. I took a piece of paper and wrote, “To Let. A basement floor, in exchange for services. Apply 1 Oakley Villas.” “There, Paul,” said I, “run down to the Evening News office, and pay a shilling for three insertions.” There was no need of three insertions. One would have been ample. Within half an hour of the appearance of the first edition, I had an applicant at the end of my bell-wire, and for the remainder of the evening Paul was ushering them in and I interviewing them with hardly a break. I should have been prepared at the outset to take anything in a petticoat; but as we saw the demand increase, our conditions went up and up; white aprons, proper dress for answering door, doing beds and boots, cooking, — we became more and more exacting. So at last we made our selection; a Miss Wotton, who asked leave to bring her sister with her. She was a hard-faced brusque-mannered person, whose appearance in a bachelor’s household was not likely to cause a scandal. Her nose was in itself a certificate of virtue. She was to bring her furniture into the basement, and I was to give her and her sister one of the two upper rooms for a bedroom. They moved in a few days later. I was out at the time, and the first intimation I had was finding three little dogs in my hall when I returned. I had her up, and explained that this was a breach of contract, and that I had no thoughts of running a menagerie. She pleaded very hard for her little dogs, which it seems are a mother and two daughters of some rare breed; so I at last gave in on the point. The other sister appeared to lead a subterranean troglodytic sort of existence; for, though I caught a glimpse of her whisking round the corner at times, it was a good month before I could have sworn to her in a police court. For a time the arrangement worked well, and then there came complications. One morning, coming down earlier than usual, I saw a small bearded man undoing the inside chain of my door. I captured him before he could get it open. “Well,” said I, “what’s this?” “If you please, sir,” said he, “I’m Miss Wotton’s husband.” Dreadful doubts of my housekeeper flashed across my mind, but I thought of her nose and was reassured. An examination revealed everything. She was a married woman. The lines were solemnly produced. Her husband was a seaman. She had passed as a miss, because she thought I was more likely to take a housekeeper without encumbrances. Her husband had come home unexpectedly from a long voyage, and had returned last night. And then — plot within plot — the other woman was not her sister, but a friend, whose name was Miss Williams. She thought I was more likely to take two sisters than two friends. So we all came to know who the other was; and I, having given Jack permission to remain, assigned the other top room to Miss Williams. From absolute solitude I seemed to be rapidly developing into the keeper of a casual ward. It was a never-failing source of joy to us to see the procession pass on the way to their rooms at night. First came a dog; then Miss Williams, with a candle; then Jack; then another dog; and finally, Mrs. Wotton, with her candle in one hand and another dog under her arm. Jack was with us for three weeks; and as I made him holystone the whole place down twice a week until the boards were like a quarter deck, we got something out of him in return for his lodging. About this time, finding a few shillings over and no expense imminent, I laid down a cellar, in the shape of a four and a half gallon cask of beer, with a firm resolution that it should never be touched save on high days and holidays, or when guests had to be entertained. Shortly afterwards Jack went away to sea again; and after his departure there were several furious quarrels between the women down below, which filled the whole house with treble reproaches and repartees. At last one evening Miss Williams — the quiet one — came to me and announced with sobs that she must go. Mrs. Wotton made her life unbearable, she said. She was determined to be independent, and had fitted up a small shop in a poor quarter of the town. She was going now, at once, to take possession of it. I was sorry, because I liked Miss Williams, and I said a few words to that effect. She got as far as the hall door, and then came rustling back again into the consulting room. “Take a drink of your own beer!” she cried, and vanished. It sounded like some sort of slang imprecation. If she had said “Oh, pull up your socks!” I should have been less surprised. And then suddenly the words took a dreadful meaning in my mind, and I rushed to the cellar. The cask was tilted forward on the trestles. I struck it and it boomed like a drum. I turned the tap, and not one drop appeared. Let us draw a veil over the painful scene. Suffice it that Mrs. Wotton got her marching orders then and there — and that next day Paul and I found ourselves alone in the empty house once more. But we were demoralised by luxury. We could no longer manage without a helper — especially now in the winter time, when fires had to be lit — the most heart-breaking task that a man can undertake. I bethought me of the quiet Miss Williams, and hunted her up in her shop. She was quite willing to come, and saw how she could get out of the rent; but the difficulty lay with her stock. This sounded formidable at first, but when I came to learn that the whole thing had cost eleven shillings, it did not appear insurmountable. In half an hour my watch was pawned, and the affair concluded. I returned with an excellent housekeeper, and with a larger basketful of inferior Swedish matches, bootlaces, cakes of black lead, and little figures made of sugar than I should have thought it possible to get for the money. So now we have settled down, and I hope that a period of comparative peace lies before us. Good-bye, old chap, and never think that I forget you. Your letters are read and re-read with avidity. I think I have every line you ever wrote me. You simply knock Paley out every time. I am so glad that you got out of that brewery business all right. For a time I was really afraid that you must either lose your money or else risk more upon the shares. I can only thank you for your kind offer of blank cheques. It is wonderful that you should have slipped back into your American life so easily after your English hiatus. As you say, however, it is not a change but only a modification, since the root idea is the same in each. Is it not strange how the two great brothers are led to misunderstand each other? A man is punished for private libel (over here at any rate), although the consequences can only be slight. But a man may perpetrate international libel, which is a very heinous and far-reaching offence, and there is no law in the world which can punish him. Think of the contemptible crew of journalists and satirists who for ever picture the Englishman as haughty and h-dropping, or the American as vulgar and expectorating. If some millionaire would give them all a trip round the world we should have some rest — and if the plug came out of the boat midway it would be more restful still. And your vote-hunting politicians with their tail-twisting campaigns, and our editors of the supercilious weeklies with their inane tone of superiority, if they were all aboard how much clearer we should be! Once more adieu, and good luck!
XIV. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 15 gennaio 1883.
Mia cara Bertie, scrivi in tono di rimprovero, dicendo che la mia assenza deve aver indebolito la nostra stretta amicizia, visto che non ti ho scritto per questi lunghi sette mesi. La verità è che non avevo il cuore di farlo finché non avessi potuto darti notizie positive. Ma queste notizie positive sono arrivate molto lentamente. Al momento, posso solo dire che forse le difficoltà stanno iniziando a diminuire un po’. Come vedi dall’indirizzo di questa lettera, sono ancora qui. Ma abbiamo attraversato momenti terribili: c’è stato un periodo in cui sembrava che anche l’ultimo “salvagente” su cui contavo per superare le difficoltà stesse per sfuggirmi dalle mani. A volte avevo un po’ di denaro, altre volte nulla. Nei momenti migliori riuscivo a cavarmela abbastanza bene; nei peggiori, ero quasi al limite della fame. Una volta sono sopravvissuto per un intero giorno mangiando solo la crosta di un pane, mentre avevo dieci sterline d’argento nel cassetto del tavolo. Ma quelle dieci sterline erano state raccolte con grande fatica per pagare l’affitto, le tasse, il gas e l’acqua. Avrei preferito morire piuttosto che spenderle. Per due giorni non sono riuscito nemmeno a comprare una busta da lettere. Ho riso quando leggevo nei giornali delle privazioni dei nostri compagni in Egitto. I loro cibi scarsi sarebbero stati per me un banchetto. Comunque, qualunque sia il modo in cui si ottengano i fondi necessari, l’importante è riuscirci. La situazione a Oakley Villa sta migliorando. Non c’è alcun pensiero di arrendersi. Non è che non abbia avuto pazienti. Ne sono arrivati, come ci si poteva aspettare. Alcuni, come quella vecchia signorina che è stata la prima a venire da me, non sono mai più tornati. Penso che un medico che apre la propria clinica perda automaticamente la fiducia dei pazienti. Altri, invece, sono diventati miei fedeli sostenitori. Ma quasi tutti erano persone molto povere. E se pensi a quante monete di poco valore servono per pagare l’affitto, le tasse, il gas e l’acqua, capirai che, nonostante alcuni successi, mi è ancora molto difficile riuscire a mantenere un minimo di risorse. Comunque, ragazzo mio, due trimestri di affitto sono già stati pagati. E entro nel terzo con coraggio inesauribile. Ho perso circa una ventina di chili, ma non il mio spirito.
Ho un ricordo piuttosto vago del momento esatto in cui scrissi l’ultima lettera. Immagino che sia stato circa quindici giorni dopo aver iniziato il mio lavoro, subito dopo la mia rottura con Cullingworth. È davvero difficile sapere da dove cominciare quando ci sono così tanti eventi da raccontare: eventi sconnessi tra loro e, in sé, banali; tuttavia, ognuno di essi sembrava avere un’importanza enorme al momento in cui li ho vissuti, anche se ora, a distanza di tempo, appaiono molto più insignificanti. Poiché ho menzionato Cullingworth, tanto vale che parli prima di lui. Ho risposto alla sua lettera nel modo che, credo, abbia già descritto. Non mi aspettavo affatto di ricevere altre notizie da lui; ma il mio messaggio deve averlo offeso, perché poco dopo ricevetti una sua comunicazione brusca in cui diceva che, se volevo fargli credere nella mia “onestà” (che cosa intendesse esattamente con questo termine, ), avrei dovuto restituire i soldi che avevo ricevuto durante il mio soggiorno a Bradfield con lui. Risposi che la somma in questione era di circa dodici sterline; che conservavo ancora la sua promessa di darmi trecento sterline se fossi andata a Bradfield; che quindi il saldo a mio favore ammontava a duecentottantotto sterline; e che, se entro breve non avessi ricevuto un assegno, avrei affidato la questione al mio avvocato. Con questo, la nostra corrispondenza terminò definitivamente. C’è stato però un altro episodio. Circa due mesi dopo aver iniziato a lavorare come medico, notai una persona con la barba, dall’aspetto ordinario, che gironzolava dall’altra parte della strada. Nel pomeriggio lo vidi di nuovo dalla finestra del mio studio. La mattina seguente, quando lo rividi ancora lì, i miei sospetti si trasformarono in certezze: circa un giorno dopo, uscendo da casa di un paziente in una strada povera, lo vidi guardare all’interno di un negozio di verdure dall’altra parte della strada. Camminai fino alla fine della strada, aspettai dietro l’angolo, e lo incontrai mentre correva verso di me. “Puoi tornare dal dottor Cullingworth e dirgli che ho abbastanza da fare,” dissi. “Se continuerai a seguirmi, sarà a tuo rischio.” Lui si agitò e arrossì, ma io proseguii per la mia strada senza più vederlo. Non esisteva nessuno al mondo che potesse avere motivo di voler sapere esattamente cosa facevo, tranne Cullingworth; e il silenzio di quell’uomo era già una prova sufficiente del fatto che avevo ragione. Da allora, non ho più sentito parlare di Cullingworth.
Ho ricevuto una lettera dal mio zio, il colonnello Alexander Munro dell’Artiglieria, poco dopo l’inizio della mia attività professionale. Mi scriveva che aveva saputo delle mie attività tramite mia madre e sperava di venire a conoscenza dei miei successi. Come probabilmente sai anche tu, lui è un fervente seguace del movimento metodista, proprio come tutti i parenti di mio padre; mi disse inoltre che il principale pastore metodista della città era un suo vecchio amico e che da lui aveva appreso che non esisteva alcun medico metodista nella zona. Poiché anch’io provenivo da una famiglia metodista, se avessi presentato la lettera di presentazione allegata al pastore, ne avrei sicuramente tratto grande vantaggio. Ho riflettuto a lungo su questa proposta, Bertie. Ma mi è sembrato un po’ meschino utilizzare un’organizzazione religiosa a proprio vantaggio, soprattutto considerando che in teoria la condannavo. È stata una tentazione forte, ma alla fine ho distrutto quella lettera. Ho avuto anche uno o due colpi di fortuna grazie a casi fortuiti. Uno di questi è stato particolarmente importante per me: un negoziante di nome Haywood è caduto improvvisamente fuori dal suo negozio. Io stavo proprio passando da lì mentre andavo a visitare un povero lavoratore affetto da tifo. Ho colto subito l’occasione, mi sono occupato del malato, ho cercato di tranquillizzare sua moglie e il bambino, e in poco tempo ho guadagnato la fiducia dell’intera famiglia. Haywood soffriva di questi episodi periodicamente; abbiamo quindi stabilito un accordo secondo cui io mi sarei occupato delle sue cure e avremmo regolato i conti tra noi. Era un accordo, particolare: quando a lui succedeva qualcosa, io ne beneficiavo in termini di cibo; quando invece stava bene, io rimanevo senza nulla da mangiare. Tuttavia, questo sistema mi ha permesso di risparmiare abbastanza soldi per pagare l’affitto. Alla fine, però, il povero Haywood è morto e abbiamo fatto i conti definitivi. Inoltre, sono successi due piccoli incidenti vicino alla mia casa (era un incrocio molto trafficato); anche se non ho guadagnato molto da nessuno di questi casi, ogni volta sono corso subito all’ufficio del giornale e con piacere leggevo nel numero serale che “il conducente, sebbene molto scosso, è stato dichiarato dal dottor Stark Munro di Oakley Villa non aver riportato ferite gravi”. Come diceva sempre Cullingworth. È già abbastanza difficile per un giovane medico farsi notare; quindi deve approfittare di ogni piccola opportunità che gli si presenta. Forse i colleghi professionisti scuoterebbero la testa di fronte a comportamenti del genere in un giornale provinciale. Ma io non ho mai visto nessuno di loro opporsi all’idea che il proprio nome apparisse accanto a quello di qualche importante politico nel “The Times”.
E poi accadde un altro incidente, ancora più grave. Ciò avvenne circa due mesi dopo l’inizio degli eventi, anche se ormai trovo difficile ricordare tutto nell’ordine giusto. Un avvocato della città di nome Dickson stava passando davanti alla mia finestra quando il cavallo si impennò e lo colpì. In quel momento io ero nella stanza sul retro a mangiare salsicce, ma sentii il rumore e corsi subito alla porta giusto in tempo per vedere la folla che lo portava dentro casa mia. Entrarono tutti in massa: affollarono il corridoio, sporcarono la mia sala di consultazione e persino invasero la stanza sul retro, che era arredata con un borsone da viaggio, un pezzo di pane e una salsiccia fredda.
Tuttavia, non pensavo ad altro che al mio paziente, che gemeva terribilmente. Controllai che le sue costole fossero intatte, esaminai i suoi arti e conclusi che non ci fossero fratture né lussazioni. Tuttavia, si era stirato in modo tale che gli risultava molto doloroso sedersi o camminare. Così chiamai una carrozza aperta e lo portai a casa sua; io sedevo con aria professionale, mentre lui stava dritto tra le mie mani. La carrozza procedeva ad andatura lenta, e la folla ci seguiva. Tutti guardavano fuori dalle finestre: non si poteva immaginare un’ pubblicità più efficace. Sembrava davvero l’avanguardia di un circo. Una volta arrivati a casa sua, però, l’etichetta professionale richiedeva che lasciassi il caso all’infermiere di famiglia; lo feci con la massima cortesia, anche se in cuor mio speravo ancora che quel medico esperto dicesse: “Avete curato così bene il mio paziente, dottor Munro, che non mi passerebbe mai per la mente allontanarlo dalle vostre mani”. Al contrario, lui mi strappò il caso di mano con avidità. E io me ne andai con un po’ di orgoglio, una ottima pubblicità, e una ghinea.
Questi sono uno o due degli elementi di interesse che, al di sopra della monotonia mortale della mia vita, riescono a darle un po’ di colore. Elementi piccoli, come potete vedere, ma anche una semplice duna di sabbia, in Olanda, appare enorme. In sostanza, la mia vita è un racconto triste e squallido di sterline guadagnate e spese, di lotte continue per ottenere questo o quello. Sempre con quei nuovi biglietti blu che il funzionario delle tasse mi lascia cadere con noncuranza, ma che rappresentano per me un peso insopportabile. L’ironia del fatto che io stesso pagassi una tassa più alta di quella dovuta mi divertiva. Avrei dovuto essere io a riscuoterla! Tre volte, in momenti di crisi, ho messo in pegno l’orologio, ma tre volte sono riuscito a riprenderlo. Ma come potrei interessarvi ai dettagli di una vita del genere? Se solo una bella contessa fosse stata così gentile da lasciare un pezzo di buccia d’arancia davanti alla mia porta, o se il principale commerciante della città fosse stato salvato grazie a qualche mio intervento straordinario, o se fossi stato chiamato a mezzanotte in una casa desolata per assistere qualcuno di sconosciuto, ricevendo in cambio una somma enorme in denaro, allora avrei qualcosa che merita davvero la vostra attenzione. Ma quei lunghi mesi trascorsi ad ascoltare il battito del cuore della donna delle pulizie o il rumore dei polmoni del venditore di verdure, non hanno portato con sé nulla di interessante o piacevole. Nessun angelo buono è mai apparso nella mia vita.
Aspettate un attimo! Uno c’è stato, invece. Una mattina alle sei fui svegliato dal suono della campanella. Mi avvicinai alla finestra e vidi fuori un signore robusto con un cappello alto. Molto eccitato, con mille ipotesi che mi passavano per la testa, tornai di corsa in camera, mi vestii in fretta, scesi le scale e aprii la porta. Mi trovai di fronte a Horton. Il buon uomo era arrivato da Merton su un treno turistico e aveva viaggiato tutta la notte. Aveva un ombrello sotto il braccio e due grandi cesti di paglia in mano; dentro c’erano una coscia di montone fredda, mezza dozzina di birre, una bottiglia di vino porto, e ogni sorta di dolci e prelibatezze. Trascorremmo una giornata meravigliosa insieme. E quando lui ripartì la sera, era diventato molto più felice di quando era arrivato.
Parlando di felicità, vi state sbagliando, Bertie, se pensate che io abbia un punto di vista cupo sulle cose. È vero che rifiuto alcune consolazioni che voi possedete, perché non riesco a convincermi che siano genuine. Ma in questo mondo, almeno, vedo molte ragioni per sperare. E per quanto riguarda l’aldilà, sono certo che tutto andrà per il meglio. Dall’annientamento alla beatificazione, sono pronto ad adattarmi a qualsiasi piano segreto abbia il Grande Creatore.
Ma ci sono molte cose nelle prospettive di questo mondo che fanno cantare il cuore di un uomo. Il bene sta crescendo e il male sta scomparendo, come olio e acqua in una bottiglia. L’umanità sta migliorando: ci sono molte meno condanne penali, c’è più istruzione. Le persone peccano meno e pensano di più. Quando incontro qualcuno dall’aspetto brutale, spesso penso che lui e i suoi simili possano presto estinguersi, proprio come l’aquila moana. Non sono sicuro che, nell’interesse delle varie “ologie”, non dovremmo conservare alcuni esempi di persone del genere di Bill Sykes, per mostrare ai nostri pronipoti che tipo di individuo fossero.
E poi, più progrediamo, più tendiamo a migliorare ulteriormente. Il nostro progresso avviene non in modo aritmetico, ma geometrico: traiamo interessi composti su tutto il capitale di conoscenza e virtù accumulato sin dai tempi antichi. Si stima che siano passati circa ottantamila anni tra l’uomo paleolitico e quello neolitico; tuttavia, in tutto quel tempo, l’umanità ha imparato soltanto a levigare meglio le pietre anziché limitarsi a scheggarle. Ma nella nostra vita, quante trasformazioni non sono avvenute? Le ferrovie e il telegrafo, il cloroformio e l’elettricità. Oggi dieci anni portano più lontano di mille anni in passato; non tanto grazie al nostro intelletto più sviluppato, quanto perché la conoscenza che possediamo ci indica la strada verso nuovi traguardi. L’uomo primitivo procedeva a tentoni, con occhi socchiusi e passi lenti e incerti; oggi camminiamo spediti verso un obiettivo ancora sconosciuto.
E mi chiedo quale sia realmente quell’obiettivo. Voglio dire, ovviamente, nel contesto di questo mondo. Fin da quando l’uomo iniziò a incidere geroglifici su ostraca o scrivere con inchiostro di seppia su papiro, deve essersi posto questa domanda, proprio come lo facciamo noi oggi. Immagino che noi sappiamo un po’ di più rispetto a loro. Disponiamo infatti di un arco temporale di circa tremila anni per calcolare la strada che i nostri discendenti dovranno percorrere; ma questo arco è così minuscolo rispetto alle immense epoche che il Destino impiega per realizzare i suoi disegni, che le nostre deduzioni, a mio parere, devono necessariamente risultare incerte. La civiltà verrà sommersa dal barbarismo? È già successo una volta, perché gli esseri civilizzati erano soltanto piccole scintille di luce nel buio. Ma cosa potrebbe, ad esempio, distruggere la grande nazione in cui vivete voi? No, la nostra civiltà sopravviverà e diventerà ancora più complessa. L’uomo vivrà nell’aria e sott’acqua; la medicina preventiva si svilupperà al punto che l’invecchiamento diventerà l’unica causa di morte. L’educazione e un sistema sociale più socialista elimineranno il crimine. Le razze di lingua inglese si uniranno, con il loro centro negli Stati Uniti; gradualmente anche gli stati europei seguiranno il loro esempio. La guerra diventerà rara, ma più terribile. Le forme religiose verranno abbandonate, ma la loro essenza sarà mantenuta; così un credo universale avvolgerà tutta la terra civilizzata, predicando fiducia in quella forza centrale che, allora come ora, rimarrà sconosciuta. Questo è il mio “oroscopo”. E dopo, chissà se il sistema solare sarà finalmente pronto per essere “raccolto”. Ma Bertie Swanborough e Stark Munro continueranno a vagare nel vento occidentale, sporcando le finestre delle casalinghe premurose, molto prima che metà di queste previsioni si avveri. E poi, l’uomo stesso cambierà, naturalmente. I denti stanno scomparendo rapidamente. Basta contare le targhe di rame dei dentisti a Birchespool per esserne certi. Lo stesso vale per i capelli e la vista. Istintivamente, quando pensiamo al tipo di giovane più avanzato, ce lo immaginiamo calvo e con occhiali doppi. Anch’io sono un essere “animale”. L’unica mia “evoluzione” è che due dei miei denti posteriori stanno scomparendo. D’altra parte, ci sono alcune indicazioni a favore dello sviluppo di un sesto senso, quello della percezione. Se lo avessi ora, saprei che siete profondamente stanchi di tutte le mie generalizzazioni e dei miei dogmi.
E certamente deve esserci un pizzico di dogmatismo quando iniziamo a stabilire leggi sul futuro; perché come possiamo sapere che non ci saranno fasi della natura che non abbiamo ancora concepito? Dopotutto, pochi secondi rappresentano una frazione più lunga di un giorno rispetto al periodo nel quale sappiamo che il mondo esiste. Ma se un uomo vivesse solo per pochi secondi di luce solare, suo figlio allo stesso modo, e anche il loro nipote, cosa potrebbero raccontare le loro esperienze accumulate dopo cento generazioni riguardo al fenomeno che chiamiamo notte? Quindi tutta la nostra storia e conoscenza non costituiscono alcuna garanzia che la nostra Terra non sia destinata ad esperienze di cui non possiamo nemmeno immaginare l’esistenza.
Ma tornando alla mia piccolissima esistenza, credo di avervi raccontato tutto ciò che potrebbe interessarvi riguardo ai primi sei mesi della mia avventura. Verso la fine di quel periodo, mio fratello minore Paul è arrivato, ed è davvero il compagno ideale! Condivide con me le difficoltà della nostra piccola vita quotidiana con grande allegria, mi aiuta ad uscire dai miei momenti di malumore, fa lunghe passeggiate con me, si interessa a tutto ciò che mi interessa (parlo sempre con lui come se avesse la mia stessa età) e è sempre pronto ad aiutarmi in qualsiasi cosa, dal lucidare le scarpe al portare le medicine. Il suo unico vizio è quello di ritagliare figure di soldatini dal cartone o comprare piombo (quando riusciamo a trovarne in eccesso) per costruire eserciti di piccoli soldati. Una volta ho portato un paziente nel mio studio e, sono stato assalito da una vera e propria armata composta da cavalleria, fanteria e artiglieria! Mentre scrivevo in silenzio, ho visto file di soldati avanzare verso di me: tiratori scelti sulle ali, colonne di fanteria in riserva, truppe di cavalleria sul mio fianco, mentre un’intera batteria di cannoni era pronta a bombardarmi, con il sorriso gentile del generale alle loro spalle. Non so quante reggimenti abbia in tempo di pace, ma se dovesse scoppiare qualche grave problema, sono convinto che ogni singolo foglio di carta in questa casa si trasformerebbe immediatamente in arma!
Una mattina ho avuto un’idea geniale che ha rivoluzionato la nostra economia domestica. Era il momento in cui le difficoltà più acute erano passate, e avevamo ripreso a disporre di burro e, occasionalmente, di tabacco, con un lattivendolo che veniva ogni giorno, il che ci dava una sensazione di superiorità, visto che non eravamo abituati a queste cose.
“Paul,” dissi, “ho trovato un modo per avere tutta una servitù in casa senza spendere un centesimo.”
Lui sembrò contento, ma non sorpreso. Aveva una fiducia assoluta nelle mie capacità; quindi, anche se avessi detto che potevo rovesciare la regina Vittoria dal trono e sedermici al suo posto, lui sarebbe venuto subito ad aiutarmi senza fare domande.
Presi un foglio di carta e scrissi: “Da affittare. Un seminterrato, in cambio dei servizi resi. Si rivolga a 1 Oakley Villas.”
“Ecco, Paul,” dissi, “vai subito in ufficio al ‘Evening News’ e paghi uno scellino per tre inserzioni pubblicitarie.”
In realtà non c’era bisogno di tre inserzioni: una sarebbe stata più che sufficiente. Meno di mezz’ora dopo la pubblicazione della prima edizione, già avevo ricevuto i primi candidati; per il resto della serata, Paul li fece entrare uno dopo l’altro e io li intervistai senza sosta. Avrei dovuto essere preparato fin dall’inizio ad accettare qualsiasi tipo di candidata, ma man mano che la richiesta aumentava, anche le nostre condizioni diventavano sempre più esigenti: grembiuli bianchi, abbigliamento appropriato per rispondere alla porta, fare i letti e lucidare le scarpe, cucinare, diventammo sempre più rigorosi. Alla fine scegliemmo una certa Miss Wotton, che chiese il permesso di portare con sé sua sorella. Era una donna dal viso duro e dai modi bruschi; la sua presenza in una casa da scapolo difficilmente avrebbe potuto causare uno scandalo. Il suo naso, in qualche modo, sembrava una “certificazione di virtù”. Avrebbe dovuto portare i suoi mobili nel seminterrato, e io le avrei concesso una delle due stanze superiori come camera da letto.
Si trasferirono pochi giorni dopo. Io non c’ero in quel momento; la prima cosa che notai al mio ritorno fu l’arrivo di tre cuccioli nel corridoio. Chiamai Miss Wotton e le spiegai che questo rappresentava una violazione dell’accordo, e che non avevo alcuna intenzione di gestire un “giardino zoologico” in casa mia. Lei supplicò molto per i suoi cuccioli, sembravano essere madre e figlie di una razza rara; alla fine cedetti su questo punto. L’altra sorella, invece, conduceva una vita piuttosto “nascosta”: anche se la vedevo di tanto in tanto girare l’angolo, ci volle quasi un mese prima che potessi riconoscerla in tribunale.
Per un po’ le cose andarono bene, poi iniziarono i problemi. Una mattina, scendendo più presto del solito, vidi un uomo barbuto che stava cercando di aprire la porta dall’interno. Lo afferrai prima che riuscisse a farlo. “Allora,” dissi, “che cosa sta facendo?”
“Per favore, signore,” rispose lui, “sono il marito di Miss Wotton.”
Mille dubbi riguardo alla mia “donna di servizio” mi attraversarono la mente, ma pensai al suo naso e mi rassicurai. Dopo un’ispezione, scoprii tutto: era una donna sposata. Il marito era un marinaio; lei si era finta una signorina, perché pensava che fossi più disposto ad assumere una “donna di servizio” senza complicazioni. Il marito era tornato a casa inaspettatamente dopo un lungo viaggio. E poi, c’era ancora un’altra sorpresa: l’altra donna non era sua sorella, ma un’amica di nome Miss Williams. Pensava che fossi più disposto ad assumere due “sorelle” piuttosto che due amiche. Alla fine scoprimmo tutti chi fosse la vera identità dell’altra donna. E io, dopo aver permesso a Jack di restare, assegnai la seconda stanza superiore a Miss Williams. Dalla solitudine assoluta, sembravo essere passato rapidamente al ruolo di “custode” di un gruppo di persone piuttosto vario.
Vedere la processione passare di notte verso le loro stanze era per noi una fonte inesauribile di gioia. Prima veniva un cane; poi Miss Williams, con una candela; poi Jack; poi un altro cane; e infine, Mrs. Wotton, con la sua candela in una mano e un altro cane sotto il braccio. Jack rimase con noi per tre settimane; e poiché lo facevo pulire tutto il posto due volte a settimana, fino a quando le assi non diventarono lucide come quelle di un ponte di coperta, riuscimmo a ottenere qualcosa in cambio del suo alloggio.
In quel periodo, avendo qualche scellino in più e nessuna spesa imminente, costruii un seminterrato, a forma di una botte da quattro galloni e mezzo di birra, con la ferma intenzione di non toccarlo se non nei giorni festivi o quando dovevamo ospitare qualcuno.
Poco dopo Jack partì di nuovo per il mare; e dopo la sua partenza scoppiarono diverse furiose litigate tra le donne al piano di sotto, che riempirono tutta la casa di rimproveri e battibecchi. Alla fine, una sera Miss Williams – quella tranquilla – venne da me e, con i singhiozzi, annunciò che doveva andarsene. Disse che Mrs. Wotton le rendeva la vita insopportabile; era decisa a essere indipendente e aveva aperto un piccolo negozio in una zona povera della città. Se ne sarebbe andata subito per prendere possesso del negozio.
Mi dispiacque molto, perché mi piaceva Miss Williams, e le dissi qualcosa al riguardo. Riuscì ad arrivare fino alla porta d’ingresso, poi tornò di corsa nella stanza dove ci incontravamo. “Bevi un sorso della tua stessa birra!”, gridò, e scomparve.
Sembrava una sorta di imprecazione in gergo. Se avesse detto “Oh, tira su i calzini!”, non sarei stato così sorpreso. Ma poi, all’improvviso, quelle parole assunsero un significato terribile nella mia mente; corsi subito nel seminterrato. La botte era inclinata in avanti sui supporti. La colpii e risuonò come un tamburo; aprii il rubinetto. Ma non uscì nemmeno una goccia. Lasciamo che questo doloroso episodio rimanga un mistero. Basta dire che Mrs. Wotton ricevette immediatamente l’ordine di andarsene. E il giorno dopo, Paul ed io ci ritrovammo di nuovo soli in quella casa vuota.
Ma la vita di lusso ci aveva demoralizzato. Non riuscivamo più a cavarcela senza un aiutante. Soprattutto in inverno, quando bisognava accendere i fuochi. Il compito più difficile che un uomo possa affrontare. Pensai a Miss Williams, tranquilla e gentile. La cercai nel suo negozio. Fu molto disposta ad aiutarci. Ma il problema era il suo stock. All’inizio sembrava insormontabile. Ma quando scoprii che tutto era costato soltanto undici scellini, non sembrò più impossibile. In mezz’ora, la mia orologio fu impegnato. E l’affare fu risolto. Tornai a casa con una ottima domestica. E anche con un cesto pieno di fiammiferi svedesi di scarsa qualità, lacci da scarpe, pasticche di piombo nero, e piccole figure di zucchero. Più di quanto avessi mai pensato fosse possibile ottenere per quei soldi. Ora ci siamo sistemati. E spero che davanti a noi ci sia un periodo di pace.
Addio, vecchio amico. Non pensare mai che ti abbia dimenticato. Le tue lettere vengono lette e rilette con grande attenzione; credo di possedere ogni riga che tu mi abbia mai scritto. Ogni volta che leggo le tue parole, rimango davvero colpito. Sono così felice che tu sia riuscito a uscire da quella situazione difficile nel settore delle birrerie. Per un po’ ho temuto davvero che perdessi i tuoi soldi o che rischiassi ancora di più investendo in azioni. Non posso che ringraziarti per l’offerta gentile dei assegni bianchi che mi hai fatto.
È meraviglioso che tu sia riuscito a tornare così facilmente nella tua vita americana, dopo questa breve pausa in Inghilterra. Come dici tu, però, non si tratta di un cambiamento vero e proprio, ma solo di una modifica. L’idea fondamentale rimane sempre la stessa. È strano come questi due grandi fratelli finiscano per fraintendersi a vicenda. Un uomo viene punito per diffamazione privata (almeno qui), anche se le conseguenze possono essere lievi; invece, un uomo può commettere diffamazione internazionale, un reato molto grave e dalle conseguenze estreme. Eppure non esiste alcuna legge al mondo che possa punirlo. Pensate a quei giornalisti e satirici spregevoli che continuano a rappresentare gli inglesi come persone arroganti e volgari, o gli americani come individui rozzi e scortesi. Se qualche milionario li offrisse un giro intorno al mondo, finalmente potremmo riposarci in pace. E se quel “tappo” che ci impedisce di respirare venisse rimosso a metà strada, sarebbe ancora più tranquillo! E poi, quei politici che cercano disperatamente voti con le loro campagne manipolatorie, e i nostri editori dei settimanali presuntuosi con il loro tono di superiorità insopportabile, se tutti quanti sparissero dalla scena, la vita diventerebbe molto più chiara! Addio ancora una volta, e buona fortuna!
XV. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 3rd August, 1883. Do you think that such a thing as chance exists? Rather an explosive sentence to start a letter with; but pray cast your mind back over your own life, and tell me if you think that we really are the sports of chance. You know how often the turning down this street or that, the accepting or rejecting of an invitation, may deflect the whole current of our lives into some other channel. Are we mere leaves, fluttered hither and thither by the wind, or are we rather, with every conviction that we are free agents, carried steadily along to a definite and pre-determined end? I confess that as I advance through life, I become more and more confirmed in that fatalism to which I have always had an inclination. Look at it in this way. We know that many of the permanent facts of the universe are NOT chance. It is not chance that the heavenly bodies swing clear of each other, that the seed is furnished with the apparatus which will drift it to a congenial soil, that the creature is adapted to its environment. Show me a whale with its great-coat of fat, and I want no further proof of design. But logically, as it seems to me, ALL must be design, or all must be chance. I do not see how one can slash a line right across the universe, and say that all to the right of that is chance, and all to the left is pre-ordained. You would then have to contend that things which on the face of them are of the same class, are really divided by an impassable gulf, and that the lower are regulated, while the higher are not. You would, for example, be forced to contend that the number of articulations in a flea’s hind leg has engaged the direct superintendence of the Creator, while the mischance which killed a thousand people in a theatre depended upon the dropping of a wax vesta upon the floor, and was an unforeseen flaw in the chain of life. This seems to me to be unthinkable. It is a very superficial argument to say that if a man holds the views of a fatalist he will therefore cease to strive, and will wait resignedly for what fate may send him. The objector forgets that among the other things fated is that we of northern blood SHOULD strive and should NOT sit down with folded hands. But when a man has striven, when he has done all he knows, and when, in spite of it, a thing comes to pass, let him wait ten years before he says that it is a misfortune. It is part of the main line of his destiny then, and is working to an end. A man loses his fortune; he gains earnestness. His eyesight goes; it leads him to a spirituality. The girl loses her beauty; she becomes more sympathetic. We think we are pushing our own way bravely, but there is a great Hand in ours all the time. You’ll wonder what has taken me off on this line. Only that I seem to see it all in action in my own life. But, as usual, I have started merrily off with an appendix, so I shall go back and begin my report as nearly as possible where I ended the last. First of all, I may say generally that the clouds were thinning then, and that they broke shortly afterwards. During the last few months we have never once quite lost sight of the sun. You remember that we (Paul and I) had just engaged a certain Miss Williams to come and keep house for us. I felt that on the basement-lodger principle I had not control enough; so we now entered upon a more business-like arrangement, by which a sum (though, alas! an absurdly small one) was to be paid her for her services. I would it had been ten times as much, for a better and a more loyal servant man never had. Our fortunes seemed to turn from the hour that she re-entered the house. Slowly, week by week, and month by month, the practice began to spread and to strengthen. There were spells when never a ring came to the bell, and it seemed as though all our labour had gone for nothing — but then would come other days when eight and ten names would appear in my ledger. Where did it come from you will ask. Some from old Whitehall and his circle of Bohemians. Some from accident cases. Some from new comers to the town who drifted to me. Some from people whom I met first in other capacities. An insurance superintendent gave me a few cases to examine, and that was a very great help. Above all, I learned a fact which I would whisper in the ear of every other man who starts, as I have done, a stranger among strangers. Do not think that practice will come to you. You must go to it. You may sit upon your consulting room chair until it breaks under you, but without purchase or partnership you will make little or no progress. The way to do it is to go out, to mix everywhere with men, to let them know you. You will come back many a time and be told by a reproachful housekeeper that some one has been for you in your absence. Never mind! Go out again. A noisy smoking concert where you will meet eighty men is better for you than the patient or two whom you might have seen at home. It took me some time to realise, but I speak now as one who knows. But — there is a great big “but” in the case. You must ride yourself on the curb the whole time. Unless you are sure — absolutely sure — that you can do this, you are far best at home. You must never for one instant forget yourself. You must remember what your object is in being there. You must inspire respect. Be friendly, genial, convivial — what you will — but preserve the tone and bearing of a gentleman. If you can make yourself respected and liked you will find every club and society that you join a fresh introduction to practice. But beware of drink! Above everything, beware of drink! The company that you are in may condone it in each other, but never in the man who wishes them to commit their lives to his safe keeping. A slip is fatal — a half slip perilous. Make your rule of life and go by it, in spite of challenge or coaxers. It will be remembered in your favour next morning. And of course I do not mean merely festive societies. Literary, debating, political, social, athletic, every one of them is a tool to your hands. But you must show them what a good man you are. You must throw yourself into each with energy and conviction. You will soon find yourself on the committee — possibly the secretary, or even in the presidential chair. Do not grudge labour where the return may be remote and indirect. Those are the rungs up which one climbs. That was how, when I had gained some sort of opening, I set to work to enlarge it. I joined this. I joined that. I pushed in every direction. I took up athletics again much to the advantage of my health, and found that the practice benefited as well as I. My cricket form for the season has been fair, with an average of about 20 with the bat and 9 with the ball. It must be allowed, however, that this system of sallying out for my patients and leaving my consulting room empty might be less successful if it were not for my treasure of a housekeeper. She is a marvel of discretion, and the way in which she perjures her soul for the sake of the practice is a constant weight upon my conscience. She is a tall, thin woman, with a grave face and an impressive manner. Her standard fiction, implied rather than said (with an air as if it were so universally known that it would be absurd to put it into words) is, that I am so pressed by the needs of my enormous practice, that any one wishing to consult me must make their appointment very exactly and a long time in advance. “Dear me, now!” she says to some applicant. “He’s been hurried off again. If you’d been here half-an-hour ago he might have given you a minute. I never saw such a thing” (confidentially). “Between you and me I don’t think he can last at it long. He’s bound to break down. But come in, and I’ll do all I can for you.” Then, having carefully fastened the patient up in the consulting room, she goes to little Paul. “Run round to the bowling green, Master Paul,” says she. “You’ll find the doctor there, I think. Just tell him that a patient is waiting for him.” She seems in these interviews to inspire them with a kind of hushed feeling of awe, as if they had found their way into some holy of holies. My own actual appearance is quite an anti-climax after the introduction by Miss Williams. Another of her devices is to make appointments with an extreme precision as to time, I being at the moment worked to death (at a cricket match). “Let us see!” says she, looking at the slate. “He will be clear at seven minutes past eight this evening. Yes, he could just manage it then. He has no one at all from seven past to the quarter past” — and so at the appointed hour I have my patient precipitating himself into my room with the demeanour of the man who charges in for his bowl of hot soup at a railway station. If he knew that he is probably the only patient who has opened my door that evening he would not be in such a hurry — or think so much of my advice. One curious patient has come my way who has been of great service to me. She is a stately looking widow, Turner by name, the most depressingly respectable figure, as of Mrs. Grundy’s older and less frivolous sister. She lives in a tiny house, with one small servant to scale. Well, every two months or so she quite suddenly goes on a mad drink, which lasts for about a week. It ends as abruptly as it begins, but while it is on the neighbours know it. She shrieks, yells, sings, chivies the servant, and skims plates out of the window at the passers-by. Of course, it is really not funny, but pathetic and deplorable — all the same, it is hard to keep from laughing at the absurd contrast between her actions and her appearance. I was called in by accident in the first instance; but I speedily acquired some control over her, so that now the neighbours send for me the moment the crockery begins to come through the window. She has a fair competence, so that her little vagaries are a help to me with my rent. She has, too, a number of curious jugs, statues, and pictures, a selection of which she presents to me in the course of each of her attacks, insisting upon my carrying them away then and there; so that I stagger out of the house like one of Napoleon’s generals coming out of Italy. There is a good deal of method in the old lady, however, and on her recovery she invariably sends round a porter, with a polite note to say that she would be very glad to have her pictures back again. And now I have worked my way to the point where I can show you what I mean when I talk about fate. The medical practitioner who lives next me — Porter is his name — is a kindly sort of man, and knowing that I have had a long uphill fight, he has several times put things in my way. One day about three weeks ago he came into my consulting room after breakfast. “Could you come with me to a consultation?” he asked. “With pleasure.” “I have my carriage outside.” He told me something of the case as we went. It was a young fellow, an only son, who had been suffering from nervous symptoms for some time, and lately from considerable pain in his head. “His people are living with a patient of mine, General Wainwright,” said Porter. “He didn’t like the symptoms, and thought he would have a second opinion.” We came to the house, a great big one, in its own grounds, and had a preliminary talk with the dark-faced, white-haired Indian soldier who owns it. He was explaining the responsibility that he felt, the patient being his nephew, when a lady entered the room. “This is my sister, Mrs. La Force,” said he, “the mother of the gentleman whom you are going to see.” I recognised her instantly. I had met her before and under curious circumstances. (Dr. Stark Munro here proceeds to narrate again how he had met the La Forces, having evidently forgotten that he had already done so in Letter VI.) When she was introduced I could see that she had not associated me with the young doctor in the train. I don’t wonder, for I have started a beard, in the hope of making myself look a little older. She was naturally all anxiety about her son, and we went up with her (Porter and I) to have a look at him. Poor fellow! he seemed peakier and more sallow than when I had seen him last. We held our consultation, came to an agreement about the chronic nature of his complaint, and finally departed without my reminding Mrs. La Force of our previous meeting. Well, there the matter might have ended; but about three days afterwards who should be shown into my consulting room but Mrs. La Force and her daughter. I thought the latter looked twice at me, when her mother introduced her, as if she had some recollection of my face; but she evidently could not recall where she had seen it, and I said nothing to help her. They both seemed to be much distressed in mind — indeed, the tears were brimming over from the girl’s eyes, and her lip was quivering. “We have come to you, Doctor Munro, in the greatest distress,” said Mrs. La Force; “we should be very glad of your advice.” “You place me in rather a difficult position, Mrs. La Force,” said I. “The fact is, that I look upon you as Dr. Porter’s patients, and it is a breach of etiquette upon my part to hold any communication with you except through him.” “It was he who sent us here,” said she. “Oh, that alters the matter entirely.” “He said he could do nothing to help us, and that perhaps you could.” “Pray let me know what you wish done.” She set out valorously to explain; but the effort of putting her troubles into words seemed to bring them more home to her, and she suddenly blurred over and became inarticulate. Her daughter bent towards her, and kissed her with the prettiest little spasm of love and pity. “I will tell you about it, doctor,” said she. “Poor mother is almost worn out. Fred — my brother, that is to say, is worse. He has become noisy, and will not be quiet.” “And my brother, the general,” continued Mrs. La Force, “naturally did not expect this when he kindly offered us a home, and, being a nervous man, it is very trying to him. In fact, it cannot go on. He says so himself.” “But what is mother to do?” cried the girl, taking up the tale again. “No hotel or lodging-house would take us in while poor Fred is like that. And we have not the heart to send him to an asylum. Uncle will not have us any longer, and we have nowhere to go to.” Her grey eyes tried to look brave, but her mouth would go down at the corners. I rose and walked up and down the room, trying to think it all out. “What I wanted to ask you,” said Mrs. La Force, “was whether perhaps you knew some doctor or some private establishment which took in such cases — so that we could see Fred every day or so. The only thing is that he must be taken at once, for really my brother has reached the end of his patience.” I rang the bell for my housekeeper. “Miss Williams,” said I, “do you think we can furnish a bedroom by to-night, so as to take in a gentleman who is ill?” Never have I so admired that wonderful woman’s self-command. “Why, easily, sir, if the patients will only let me alone. But with that bell going thirty times an hour, it’s hard to say what you are going to do.” This with her funny manner set the ladies laughing, and the whole business seemed lighter and easier. I promised to have the room ready by eight o’clock. Mrs. La Force arranged to bring her son round at that hour, and both ladies thanked me a very great deal more than I deserved; for after all it was a business matter, and a resident patient was the very thing that I needed. I was able to assure Mrs. La Force that I had had a similar case under my charge before — meaning, of course, poor “Jimmy,” the son of Lord Saltire. Miss Williams escorted them to the door, and took occasion to whisper to them that it was wonderful how I got through with it, and that I was within sight of my carriage. It was a short notice, but we got everything ready by the hour. Carpet, bed, suite, curtains — all came together, and were fixed in their places by the united efforts of Miss Williams, Paul, and myself. Sharp at eight a cab arrived, and Fred was conducted by me into his bedroom. The moment I looked at him I could see that he was much worse than when I saw him with Dr. Porter. The chronic brain trouble had taken a sudden acute turn. His eyes were wild, his cheeks flushed, his lips drawn slightly away from his teeth. His temperature was 102 deg., and he muttered to himself continually, and paid no attention to my questions. It was evident to me at a glance that the responsibility which I had taken upon myself was to be no light one. However, we could but do our best. I undressed him and got him safely to bed, while Miss Williams prepared some arrowroot for his supper. He would eat nothing, however, but seemed more disposed to dose, so having seen him settle down we left him. His room was the one next to mine, and as the wall was thin, I could hear the least movement. Two or three times he muttered and groaned, but finally he became quiet, and I was able to drop to sleep. At three in the morning, I was awakened by a dreadful crash. Bounding out of bed I rushed into the other room. Poor Fred was standing in his long gown, a pathetic little figure in the grey light of the dawning day. He had pulled over his washing-stand (with what object only his bemuddled mind could say), and the whole place was a morass of water with islands of broken crockery. I picked him up and put him back into his bed again — his body glowing through his night-dress, and his eyes staring wildly about him. It was evidently impossible to leave him, and so I spent the rest of the night nodding and shivering in the armchair. No, it was certainly not a sinecure that I had undertaken. In the morning I went round to Mrs. La Force and gave her a bulletin. Her brother had recovered his serenity now that the patient had left. He had the Victoria Cross it seems, and was one of the desperate little garrison who held Lucknow in that hell-whirl of a mutiny. And now the sudden opening of a door sets him shaking, and a dropped tongs gives him palpitations. Are we not the strangest kind of beings? Fred was a little better during the day, and even seemed in a dull sort of way to recognise his sister, who brought him flowers in the afternoon. Towards evening his temperature sank to 101.5@, and he fell into a kind of stupor. As it happened, Dr. Porter came in about supper-time, and I asked him if he would step up and have a look at my patient. He did so, and we found him dozing peacefully. You would hardly think that that small incident may have been one of the most momentous in my life. It was the merest chance in the world that Porter went up at all. Fred was taking medicine with a little chloral in it at this time. I gave him his usual dose last thing at night; and then, as he seemed to be sleeping peacefully, I went to my own room for the rest which I badly needed. I did not wake until eight in the morning, when I was roused by the jingling of a spoon in a saucer, and the step of Miss Williams passing my door. She was taking him the arrowroot which I had ordered over-night. I heard her open the door, and the next moment my heart sprang into my mouth as she gave a hoarse scream, and her cup and saucer crashed upon the floor. An instant later she had burst into my room, with her face convulsed with terror. “My God!” she cried, “he’s gone!” I caught up my dressing-gown and rushed into the next room. Poor little Fred was stretched sideways across his bed, quite dead. He looked as if he had been rising and had fallen backwards. His face was so peaceful and smiling that I could hardly have recognised the worried, fever-worn features of yesterday. There is great promise, I think, on the faces of the dead. They say it is but the post-mortem relaxation of the muscles, but it is one of the points on which I should like to see science wrong. Miss Williams and I stood for five minutes without a word, hushed by the presence of that supreme fact. Then we laid him straight, and drew the sheet over him. She knelt down and prayed and sobbed, while I sat on the bed, with the cold hand in mine. Then my heart turned to lead as I remembered that it lay for me to break the news to the mother. However, she took it most admirably. They were all three at breakfast when I came round, the general, Mrs. La Force, and the daughter. Somehow they seemed to know all that I had to say at the very sight of me; and in their womanly unselfishness their sympathy was all for me, for the shock I had suffered, and the disturbance of my household. I found myself turned from the consoler into the consoled. For an hour or more we talked it over, I explaining what I hope needed no explanation, that as the poor boy could not tell me his symptoms it was hard for me to know how immediate was his danger. There can be no doubt that the fall of temperature and the quietness which both Porter and I had looked upon as a hopeful sign, were really the beginning to the end. Mrs. La Force asked me to see to everything, the formalities, register, and funeral. It was on a Wednesday, and we thought it best that the burial should be on the Friday. Back I hurried, therefore, not knowing what to do first, and found old Whitehall waiting for me in my consulting room, looking very jaunty with a camelia in his button-hole. Not an organ in its right place, and a camelia in his button-hole! Between ourselves, I was sorry to see him, for I was in no humour for his company; but he had heard all about it from Miss Williams, and had come to stop. Only then did I fully realise how much of the kindly, delicate-minded gentleman remained behind that veil of profanity and obscenity which he so often held before him. “I’ll trot along with you, Dr. Munro, sir. A man’s none the worse for a companion at such times. I’ll not open my mouth unless you wish it, sir; but I am an idle man, and would take it as a kindness if you would let me come round with you.” Round he came, and very helpful he was. He seemed to know all about the procedure—”Buried two wives, Dr. Munro, sir!” I signed the certificate myself, conveyed it to the registrar, got the order for burial, took it round to the parish clerk, arranged an hour, then off to the undertaker’s, and back to my practice. It was a kind of nightmare morning to look back upon, relieved only by the figure of my old Bohemian, with his pea jacket, his black thorn, his puffy, crinkly face, and his camelia. To make a long story short, then, the funeral came off as arranged, General Wainwright, Whitehall, and I being the sole mourners. The captain had never seen poor Fred in the flesh, but he “liked to be in at the finish, sir,” and so he gave me his company. It was at eight in the morning, and it was ten before we found ourselves at Oakley Villa. A burly man with bushy whiskers was waiting for us at the door. “Are you Dr. Munro, sir?” he asked. “I am.” “I am a detective from the local office. I was ordered to inquire into the death of the young man in your house lately.” Here was a thunderbolt! If looking upset is a sign of guilt, I must have stood confessed as a villain. It was so absolutely unexpected. I hope, however, that I had command of myself instantly. “Pray step in!” said I. Any information I can give you is entirely at your service. Have you any objection to my friend Captain Whitehall being present? “Not in the least.” So in we both went, taking this bird of ill-omen. He was, however, a man of tact and with a pleasant manner. “Of course, Dr. Munro,” said he, “you are much too well known in the town for any one to take this matter seriously. But the fact is that we had an anonymous letter this morning saying that the young man had died yesterday and was to be buried at an unusual hour to-day, and that the circumstances were suspicious.” “He died the day before yesterday. He was buried at eight to-day,” I explained; and then I told him the whole story from the beginning. He listened attentively and took a note or two. “Who signed the certificate?” he asked. “I did,” said I. He raised his eyebrows slightly. “There is really no one to check your statement then?” said he. “Oh yes, Dr. Porter saw him the night before he died. He knew all about the case.” The detective shut his note-book with a snap. “That is final, Dr. Munro,” said he. “Of course I must see Dr. Porter as a matter of form, but if his opinion agrees with yours I can only apologise to you for this intrusion.” “And there is one more thing, Mr. Detective, sir,” said Whitehall explosively. “I’m not a rich man, sir, only the —— half-pay skipper of an armed transport; but by —— , sir, I’d give you this hat full of dollars to know the name of the —— rascal who wrote that anonymous letter, sir. By —— sir, you’d have a real case to look after then.” And he waved his black thorn ferociously. So the wretched business ended, Bertie. But on what trifling chances do our fortunes depend! If Porter had not seen him that night, it is more than likely that there would have been an exhumation. And then, — well, there would be chloral in the body; some money interests DID depend upon the death of the lad — a sharp lawyer might have made much of the case. Anyway, the first breath of suspicion would have blown my little rising practice to wind. What awful things lurk at the corners of Life’s highway, ready to pounce upon us as we pass! And so you really are going a-voyaging! Well, I won’t write again until I hear that you are back from the Islands, and then I hope to have something a little more cheery to talk about.
XV. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 3 agosto 1883.
Pensi davvero che esista qualcosa come la casualità? È un’affermazione piuttosto drastica per iniziare una lettera. Ma ti prego, ripensa alla tua vita e dimmi se credi davvero che siamo semplicemente vittime del caso. Sai quanto spesso una scelta casuale – prendere questa strada invece di un’altra, accettare o rifiutare un invito – possa cambiare completamente il corso della nostra vita. Siamo forse solo foglie sospinte dal vento, o siamo piuttosto esseri liberi e guidati verso uno scopo preciso e predestinato? Confesso che, man mano che avanzo nella vita, mi convinco sempre di più di questo fatalismo a cui ho sempre inclinazione. Pensa in questo modo: sappiamo che molti aspetti permanenti dell’universo NON sono frutto del caso. Non è certo casuale il fatto che i corpi celesti si muovano in modo ordinato, che il seme sia dotato delle caratteristiche necessarie per atterrare nel terreno adatto, o che le creature siano adattate al proprio ambiente. Mostrami una balena con quel suo strato di grasso. Non ho bisogno di altre prove del disegno divino. Ma logicamente, tutto deve essere frutto di un disegno preciso, oppure tutto è pura casualità. Non riesco a immaginare che si possa tracciare una linea netta nell’universo e dire che tutto ciò che si trova a destra di essa sia casuale, mentre tutto ciò che si trova a sinistra sia predestinato. In tal caso, dovremmo ammettere che cose apparentemente simili sono in realtà divise da un abisso insormontabile: quelle “inferiori” sarebbero regolate dal destino, mentre quelle “superiori” no. Ad esempio, dovremmo credere che il numero delle articolazioni nella zampa posteriore di una pulce sia stato deciso direttamente dal Creatore, mentre la morte di migliaia di persone in un teatro sia stata causata semplicemente dalla caduta di un vestito di cera sul pavimento. Il che mi sembra assolutamente inimmaginabile. È un argomento molto superficiale affermare che chi segue una visione fatalista smetta di lottare e si arrenda passivamente al destino. Chi obietta dimentica che, tra le cose predestinate, c’è anche il fatto che noi, persone del nord, DOVEMMO lottare, e non sederci con le mani incrociate. Ma quando una persona ha fatto del suo meglio, anche se alla fine qualcosa va storto, lasciatele aspettare dieci anni prima di definirlo un “sfortunio”. Forse è proprio parte del corso predestinato della sua vita, e sta contribuendo a realizzare uno scopo preciso. Un uomo perde la propria fortuna, ma guadagna maggiore determinazione. Perde la vista, ma questo lo conduce verso una spiritualità più profonda. Una ragazza perde la propria bellezza, ma diventa più empatica e compassionevole. Pensiamo di essere noi a guidare il nostro destino con coraggio, ma in realtà c’è sempre una “grande mano” che guida le nostre azioni.
Vi chiederete sicuramente cosa mi abbia spinto a intraprendere questa attività. La verità è che sembra che tutto ciò si stia realmente verificando nella mia vita quotidiana. Ma, come al solito, ho iniziato con un’appendice. Quindi tornerò indietro e riprenderò il mio resoconto esattamente dal punto in cui l’ho interrotto l’ultima volta. Prima di tutto, posso dire che in quel periodo le nuvole iniziarono a diradarsi e poco dopo scomparvero del tutto; negli ultimi mesi non abbiamo mai perso di vista il sole nemmeno per un istante.
Ricorderete che io e Paul avevamo assunto una certa signorina Williams per prendersi cura della casa. Sentivo che, seguendo quel sistema basato sul “principio del inquilino al piano interrato”, non avevo abbastanza controllo sulla situazione; quindi abbiamo optato per un accordo più formale, secondo cui le veniva pagata una somma di denaro per i suoi servizi. Anche se, ahimè, una somma assurdamente piccola. Avrei preferito che fosse dieci volte maggiore: non avremmo mai trovato un domestico migliore e più fedele. Le nostre fortune sembrarono cambiare nel momento stesso in cui lei tornò a vivere con noi.
Piano piano, settimana dopo settimana, mese dopo mese, questa pratica iniziò a diffondersi e a rafforzarsi. C’erano periodi in cui non arrivava nemmeno una singola richiesta; sembrava che tutto il nostro lavoro fosse stato vano. Ma poi arrivavano altri giorni in cui otto o dieci nomi comparivano nel mio registro. Da dove provenivano tutte queste richieste? Alcune provenivano da vecchi conoscenti di Whitehall e del loro ambiente bohémien; altre da casi legati ad incidenti. Alcune ancora da persone appena arrivate in città che si rivolgevano a me. E alcune da individui che avevo incontrato in precedenza in altri contesti. Un ispettore assicurativo mi fornì alcuni casi da esaminare, il che fu di grande aiuto. Ma soprattutto imparai una cosa che vorrei sussurrare all’orecchio di chiunque inizi a intraprendere questa attività: non pensate che le opportunità vi arriveranno da sole. Dovete andarle a cercare voi stessi. Potreste sedervi per ore nella vostra stanza d’ufficio, ma senza impegni concreti o partnership significative, probabilmente non farete alcun progresso. Il modo giusto per procedere è uscire, mescolarsi con le persone, farvi conoscere. Molte volte tornerete a casa e una domestica vi dirà che qualcuno è venuto a cercarvi durante la vostra assenza. Non importa! Uscite di nuovo. Un incontro rumoroso e pieno di fumo, in cui incontrerete ottanta persone, vi sarà più utile di uno o due clienti che potreste aver visto a casa. Mi ci è voluto del tempo per capirlo. Ma ora parlo come qualcuno che ne sa davvero il fatto suo.
Ma, c’è un grande “ma” in questa situazione. Devi sempre comportarti con dignità e decoro. A meno che non sia assolutamente certo di riuscirci, è molto meglio restare a casa. Non devi mai dimenticare chi sei e quale sia lo scopo della tua presenza lì. Devi ispirare rispetto: sii amichevole, generoso, socievole, ma mantieni sempre l’atteggiamento e il comportamento di un gentiluomo. Se riesci a farti rispettare e apprezzare, scoprirai che ogni club o società in cui entri rappresenta una nuova opportunità per mettere in pratica ciò che hai imparato. Ma stai attento all’alcol, soprattutto all’alcol! Anche se le persone intorno a te potrebbero tollerarlo, chi desidera che affidino la propria vita alle sue cure non deve mai farlo. Un errore è fatale; anche un piccolo errore può essere pericoloso. Fai di questa regola la tua guida nella vita, nonostante le provocazioni o i tentativi di persuasione altrui, il giorno dopo verrà ricordato a tuo favore. E naturalmente, non mi riferisco solo alle società festive, quelle letterarie, dibattitive, politiche, sociali, sportive, ognuna di esse può essere uno strumento utile nelle tue mani. Ma devi dimostrare loro quanto tu sia una brava persona: devi impegnarti con energia e convinzione in ogni attività che intraprendi. Presto ti troverai nei comitati, forse come segretario, o addirittura come presidente. Non risentirti del lavoro duro, anche se i risultati potrebbero essere lenti o indiretti, sono proprio questi gradini quelli su cui si sale verso il successo. Ecco come ho fatto io: una volta ottenuto un certo spazio per iniziare, ho cominciato a lavorare sodo per ampliarlo. Mi sono iscritto a questo club, a quello, ho cercato di espandere le mie attività in ogni direzione. Ho ripreso ad praticare sport, il che è stato molto benefico per la mia salute, e ho scoperto che anche io ne traevo vantaggio. La mia forma nel cricket durante questa stagione è stata discreta: una media di circa 20 punti battendo con la mazza e 9 punti lanciando la palla. Tuttavia, devo ammettere che questo sistema di occuparmi dei miei pazienti lasciando il mio studio vuoto potrebbe non essere così efficace, se non fosse per la mia meravigliosa governante. È davvero un esempio di discrezione: si impegna tantissimo per aiutare la mia attività professionale, anche a scapito delle sue convinzioni personali. È una donna alta e snella, con un viso serio e un modo di comportarsi molto impressionante. La sua versione ufficiale, più un’affermazione implicita che esplicita (con l’aria di qualcosa di così ovvio da non aver bisogno di essere detto), è che sono talmente sommerso dalle richieste dei miei pazienti che chiunque voglia consultarmi deve prenotare con molto anticipo. “Dio mio, ”, dice lei a qualche candidato, “è già stato chiamato via di nuovo. Se fossi arrivata mezz’ora fa, forse avrebbe potuto dedicarti un po’ del suo tempo. Non ho mai visto niente del genere, ” (in confidenza). “Tra noi due, non credo che possa durare a lungo, prima o poi crollerà. Ma entra pure, farò del mio meglio per aiutarti.” Poi, dopo aver sistemato con cura il paziente nello studio, va da piccolo Paul.
“Vada subito al campo da bowling, signor Paul,” dice lei. “Penso che troverà il dottore lì. Dica semplicemente che c’è un paziente che lo aspetta.”
In queste interviste, sembra ispirarli con una sorta di reverenza silenziosa, come se fossero entrati in luoghi sacri. La mia vera apparenza, dopo l’introduzione fatta dalla signorina Williams, è piuttosto deludente.
Un altro suo trucco consiste nel fissare gli appuntamenti con estrema precisione riguardo all’orario; in quel momento, per esempio, ero impegnato fino allo sfinimento a seguire una partita di cricket.
“Diamo un’occhiata!” dice lei, guardando la lavagna. “Arriverà alle otto e sette di stasera. Sì, riuscirà proprio in tempo. Dalle otto e sette alle otto e quindici non ha nessun appuntamento, ” E così, all’ora stabilita, il mio paziente irrompe nella mia stanza con l’aria di chi corre a prendere la sua ciotola di zuppa calda alla stazione ferroviaria. Se sapesse che probabilmente è l’unico paziente ad aver bussato alla mia porta quella sera, non sarebbe così affrettato, né darebbe tanta importanza ai miei consigli.
Mi è capitato di curare una paziente molto particolare che mi è stata di grande aiuto. Si tratta di una vedova dall’aspetto imponente, di nome Turner; rappresenta l’esempio più deprimentemente rispettabile di persona, come la sorella maggiore e meno frivola della signora Grundy. Vive in una casetta minuscola, con un solo servitore a sua disposizione. Ogni due mesi circa, all’improvviso inizia a bere in modo compulsivo, per circa una settimana; tutto finisce altrettanto bruscamente come è iniziato, ma durante quel periodo i vicini se ne accorgono. Urla, grida, canta, rimprovera il servitore e getta piatti fuori dalla finestra verso i passanti. Certo, non è affatto divertente, ma piuttosto patetico e deplorabile; tuttavia, è difficile non ridere di fronte al contrasto assurdo tra le sue azioni e il suo aspetto esteriore. All’inizio sono stato chiamato per caso; in seguito ho riuscito a prendere un certo controllo su di lei, tanto che ora i vicini mi chiamano non appena inizia a gettare stoviglie fuori dalla finestra. Ha una certa abilità nel fare queste cose, quindi le sue “piccole eccentricità” mi aiutano persino a guadagnare di più con l’affitto.
Anche lei possiede numerosi vasi curiosi, statue e quadri; ne seleziona alcuni da mostrarmi durante ogni una delle sue “attacchi”, insistendo affinché li porti via subito; così esco di casa barcollando, come uno dei generali di Napoleone che tornano dall’Italia. Tuttavia, nella vecchia signora c’è anche molto metodo: non appena si riprende, manda sempre un domestico con una nota gentile, dicendo di essere molto felice se le fossero restituiti i suoi quadri.
E ora sono arrivato al punto di potervi spiegare cosa intendo quando parlo di destino. Il medico che vive accanto a me – si chiama Porter – è un uomo gentile; sapendo che ho dovuto affrontare molte difficoltà, più volte mi ha aiutato in vari modi. Un giorno, circa tre settimane fa, entrò nel mio studio dopo colazione e mi chiese: “Potrebbe venire con me in una visita medica?” “Con piacere,” risposi.
“Il mio carrozza è fuori.”
Mentre ci recavamo lì, mi raccontò qualcosa riguardo al caso. Si trattava di un giovane, figlio unico, che da tempo soffriva di sintomi nervosi e ultimamente anche di forti dolori alla testa. “La sua famiglia vive con uno dei miei pazienti, il generale Wainwright,” disse Porter. “A lui non piacevano questi sintomi, quindi ha voluto consultare un altro medico.”
Arrivammo a casa, una grande residenza situata in un terreno privato, e parlammo preliminarmente con il soldato indiano dai tratti scuri e i capelli bianchi che la possedeva. Stava spiegando quanto si sentisse responsabile, dato che il paziente era suo nipote, quando una signora entrò nella stanza. “Questa è mia sorella, la signora La Force,” disse lui, “la madre del gentiluomo che state per incontrare.”
La riconobbi immediatamente: l’avevo già vista in circostanze piuttosto strane. (Il dottor Stark Munro prosegue raccontando di nuovo come aveva conosciuto le La Force, evidentemente dimenticando di averlo già fatto nella Lettera VI.) Quando fu presentata, notai che non mi aveva associato al giovane medico sul treno. Non c’è da meravigliarsi: mi ero lasciato crescere la barba, nel tentativo di sembrare un po’ più anziano. Era naturalmente molto preoccupata per suo figlio, e noi andammo con lei a vederlo (io e Porter). Povero ragazzo. Sembrava ancora più pallido e malaticcio rispetto all’ultima volta che lo avevo visto. Dopo aver discusso della sua condizione, concordammo sul fatto che si trattasse di una malattia cronica e infine ce ne andammo senza ricordare alla signora La Force del nostro precedente incontro.
Beh. Forse la cosa sarebbe finita lì; ma circa tre giorni dopo, chi entrò nel mio studio se non la signora La Force e sua figlia? Mi sembrò che la ragazza mi guardasse due volte, quando sua madre la presentò. Come se avesse qualche ricordo del mio viso. Ma evidentemente non riuscì a ricordare dove l’avesse visto, e io non dissi nulla per aiutarla. Entrambe sembravano molto angosciate. Anzi, le lacrime iniziavano a scorrere dagli occhi della ragazza, e le sue labbra tremavano.
“Siamo venute da voi, dottor Munro, nel più grande disperato,” disse la signora La Force. “Saremmo molto grate se poteste darci il vostro parere.”
“Mi trovo in una situazione piuttosto difficile, signora La Force. In realtà, considero voi pazienti del dottor Porter, e sarebbe scorretto da parte mia comunicare direttamente con voi senza il suo intervento.”
“È stato lui a mandarci qui,” disse lei.
“Oh. Allora la situazione cambia completamente.”
“Ha detto che non poteva aiutarci in alcun modo, e che forse voi sì, ”
“Per favore, ditemi cosa desiderate che faccia.”
Cercò coraggiosamente di spiegare. Ma il tentativo di esprimere i suoi problemi a parole sembrò solo rafforzarne la gravità. All’improvviso iniziò a balbettare e a diventare incoerente. Sua figlia si chinò verso di lei e le diede un bacio, pieno di amore e compassione.
“I vi racconterò tutto, dottore,” disse lei. “Povera mamma è quasi allo stremo. Fred, cioè mio fratello, è ancora peggio: diventa irrequieto e non vuole stare fermo.”
“E mio fratello, il generale,” continuò la signora La Force, “naturalmente non si aspettava una cosa del genere quando ci ha gentilmente offerto casa. Essendo una persona nervosa, questa situazione lo sta davvero tormentando. In realtà, non può andare avanti così. Lui stesso lo dice.”
“Ma che cosa può fare mamma?” esclamò la ragazza. “Nessun hotel o pensione ci accetterebbe, con Fred in quello stato. E non abbiamo il cuore di mandarlo in un manicomio. Zio non vuole più tenerci con sé, e non abbiamo dove andare, ” I suoi occhi grigi cercavano di sembrare coraggiosi, ma le sue labbra si piegavano verso il basso.
Mi alzai e cominciai a camminare avanti e indietro nella stanza, cercando di trovare una soluzione.
“Quello che volevo chiedervi,” disse la signora La Force, “è se conoscete qualche dottore o qualche istituto privato che possa prendersi cura di casi del genere. Così potremmo vedere Fred almeno ogni giorno. L’unica cosa è che bisogna intervenire subito: mio fratello ha davvero esaurito la sua pazienza.”
Suonai il campanello per chiamare la mia domestica.
“Miss Williams,” dissi, “pensa che possiamo preparare una stanza entro stasera, per accogliere un signore malato?”
Non ho mai ammirato così tanto il self-control di quella meravigliosa donna.
“Certo, signore. Se solo i pazienti mi lasciassero in pace. Ma con quel campanello che suona trenta volte all’ora, è difficile sapere cosa fare, ”
Il suo modo scherzoso fece ridere tutte le donne, e la situazione sembrò diventare meno complicata. Promisi di avere pronta la stanza entro le otto. La signora La Force decise di portare suo figlio lì a quell’ora, e entrambe le donne mi ringraziarono molto più di quanto meritassi. Dopotutto si trattava di una questione professionale, e avere un paziente residente era proprio ciò di cui avevo bisogno. Riuscii a rassicurare la signora La Force dicendole che avevo già avuto a che fare con casi simili in passato. Intendevo, naturalmente, povero “Jimmy”, il figlio di Lord Saltire. Miss Williams le accompagnò alla porta e le sussurrò che era davvero incredibile come fossi riuscita a gestire tutto. E che ormai ero quasi arrivata alla mia carrozza.
La notizia fu data all’ultimo momento, ma riuscimmo comunque a preparare tutto entro l’orario previsto: tappeti, letto, tende. Tutto fu sistemato grazie al contributo congiunto di Miss Williams, Paul e me. Alle otto in punto arrivò una carrozza, e io accompagnai Fred nella sua stanza. Appena lo vidi capii che le sue condizioni erano molto peggiorate rispetto all’ultima volta che l’avevo visto dal dottor Porter. Il problema cronico al cervello aveva preso una piega improvvisamente acuta. I suoi occhi erano selvaggi, le guance arrossite, le labbra leggermente ritirate dai denti. La febbre raggiungeva i 102 gradi Fahrenheit, e continuava a mormorare tra sé senza prestare attenzione alle mie domande. Era evidente che la responsabilità che avevo assunto non sarebbe stata affatto facile da gestire.
Tuttavia, potevamo solo fare del nostro meglio. Lo spogliai e lo misi al sicuro a letto, mentre la signorina Williams preparò dell’arrowroot per la sua cena. Lui, però, non voleva mangiare nulla; sembrava più propenso ad assumere qualche medicinale. Dopo averlo visto sistemarsi, lo lasciammo da solo. La sua stanza era quella accanto alla mia, e poiché il muro era sottile, riuscivo a sentire ogni minimo movimento che faceva. Due o tre volte mormorò e gemette, ma alla fine si calmò, e anch’io riuscii ad addormentarmi.
Alle tre di notte fui svegliata da un terribile rumore. Saltai giù dal letto e corsi nella stanza accanto. Povero Fred, stava in piedi nel suo lungo abito da notte, una piccola figura patetica nella luce grigia dell’alba. Aveva spostato il lavandino verso di sé (con quale scopo, solo la sua mente confusa poteva saperlo), e tutta la stanza era diventata un disastro: acqua dappertutto, con pezzi di stoviglie rotte sparse ovunque. Lo presi in braccio e lo riportai a letto, il suo corpo brillava attraverso la camicia da notte, gli occhi fissavano intorno a lui in modo frenetico. Era evidente che non potevo lasciarlo solo, quindi passai il resto della notte seduta nell’armadio a dondolare e tremare. No, di certo non si trattava di un compito facile da svolgere.
La mattina sono andato da Mrs. La Force e le ho portato delle notizie: suo fratello aveva ripreso la sua serenità ora che il paziente se n’era andato. A quanto pare possedeva la Victoria Cross ed era stato uno di quei soldati disperati che avevano difeso Lucknow durante quella terribile rivolta. E ora, il semplice aprirsi di una porta lo fa tremare, e l’aver fatto cadere un paio di pinze gli provoca palpitazioni. Non siamo forse la specie più strana di esseri umani?
Fred stava un po’ meglio durante il giorno; anzi, sembrava persino riconoscere sua sorella, che gli portò dei fiori nel pomeriggio. Verso sera la sua febbre scese a 101,5 gradi e cadde in uno stato di torpore. Per coincidenza, il dottor Porter arrivò verso l’ora di cena; gli chiesi se potesse dare un’occhiata al mio paziente. Lo fece, e lo trovammo che dormiva serenamente. Chi avrebbe mai pensato che quel piccolo episodio potesse rivelarsi uno dei momenti più importanti della mia vita? Era davvero una pura coincidenza che Porter fosse passato da lì proprio in quel momento.
In quel momento Fred stava assumendo un farmaco che conteneva un po’ di cloralo. Gli avevo dato la dose abituale la sera prima; e poi, visto che sembrava dormire serenamente, sono andata nella mia stanza per riposare, cosa di cui avevo davvero bisogno. Non mi sono svegliata fino alle otto del mattino, quando il tintinnio di una cucchiaiata in un piattino e i passi della signorina Williams che passavano davanti alla mia porta mi hanno destato. Stava portandogli l’arrowroot che le avevo chiesto di preparare la notte prima. Ho sentito aprire la porta, e subito dopo il mio cuore si è fermato nel petto: lei ha emesso un urlo stridulo, e il suo bicchiere e il piattino sono caduti a terra. Un attimo dopo è entrata nella mia stanza, con il viso contorto dal terrore.
“Mio Dio!” ha gridato, “è morto!”
Ho afferrato la vestaglia e sono corsa nella stanza accanto.
Povero piccolo Fred, giaceva disteso sul letto, completamente morto. Sembrava quasi che si fosse alzato e poi fosse caduto all’indietro. Il suo viso aveva un’espressione così serena e sorridente che a malapena riconoscevo i tratti preoccupati e segnati dalla febbre di ieri. Penso che nei volti dei morti ci sia davvero molto. Si dice che si tratti soltanto del rilassamento muscolare dopo la morte, ma è proprio su questo punto che vorrei vedere la scienza sbagliarsi.
Miss Williams ed io rimanemmo in silenzio per cinque minuti, sopraffatti dalla presenza di quel fatto supremo. Poi lo sistemammo correttamente e gli coprimmo il corpo con le lenzuola. Lei si inginocchiò, pregò e pianse; io invece mi sedetti sul letto, tenendo nella mia la sua mano fredda. A quel punto, il mio cuore si riempì di tristezza: toccava a me comunicare la notizia alla madre.
Tuttavia, lei affrontò la situazione in modo davvero ammirevole. Quando arrivai, loro tre erano già a colazione: il generale, la signora La Force e la figlia. Sembrava che avessero già capito tutto ciò che avevo da dire non appena mi videro; con la loro femminile altruismo, la loro solidarietà fu interamente rivolta verso di me, verso lo shock che avevo subito e il disordine causato nella mia vita familiare. Mi ritrovai quindi nel ruolo di chi viene consolato, invece di chi consola gli altri. Per un’ora o più ne parlammo; spiegai ciò che, spero, non avesse bisogno di alcuna spiegazione: poiché il povero ragazzo non era in grado di descrivermi i suoi sintomi, era difficile per me capire quanto fosse grave il suo pericolo. Non c’è dubbio che la diminuzione della febbre e la calma che sia io che Porter avevamo considerato un segno positivo, in realtà rappresentassero l’inizio della fine.
La signora La Force mi chiese di occuparmi di tutte le formalità legate al funerale: l’iscrizione nel registro dei defunti e i preparativi per la cerimonia. Era mercoledì, quindi decidemmo che il funerale avesse luogo venerdì. Tornai dunque di corsa, senza sapere da dove iniziare; trovai il vecchio Whitehall ad aspettarmi nel mio studio, con un camelia all’occhiello e l’aspetto molto allegro. Nessun organo sistemato al suo posto, e una camelia all’occhiello!
A dire il vero, mi dispiaceva vederlo, perché non avevo affatto voglia di stare in sua compagnia; ma lui aveva saputo tutto da Miss Williams e era venuto a trovarmi. Solo allora mi resi pienamente conto di quanto di quel gentiluomo premuroso e sensibile rimanesse dietro quella maschera di volgarità e oscenità che spesso ostentava.
“Vi accompagnerò, dottor Munro. In momenti del genere, avere qualcuno al proprio fianco non fa mai male. Non aprirò bocca se voi non lo desiderate, ma sono un uomo ozioso. Vi sarei grato se mi permetteste di venire con voi.”
Si avvicinò e si dimostrò molto utile. Sembrava sapere tutto riguardo alla procedura: “Ho sepolto due mogli, dottor Munro, signore!” Firmai personalmente il certificato, lo consegnai all’ufficiale di registro, ottenni l’ordine di sepoltura, lo portai dal segretario parrocchiale, fissammo un orario, poi andai dall’impresario funebre e tornai al mio studio. Ripensandoci, fu una mattina davvero infernale. Solo la figura del mio vecchio bohémien, con il suo giubbotto di velluto a coste, il suo bastone nero, il suo viso gonfio e rugoso, e la sua camelia, riuscì a darmi un po’ di conforto.
Per farla breve, il funerale si svolse come previsto; l’unici presenti eravamo io e il generale Wainwright. Il capitano non aveva mai visto Fred in carne e ossa, ma “voleva essere presente alla fine”, quindi mi accompagnò. Erano le otto del mattino quando partimmo, e solo alle dieci arrivammo a Oakley Villa. Un uomo robusto con una folta barba ci aspettava alla porta.
“Lei è il dottor Munro, signore?” chiese.
“Sì.”
“Sono un detective dell’ufficio locale. Mi è stato ordinato di indagare sulla morte del giovane che è avvenuta recentemente nella sua casa.”
Fu come una scossa elettrica! Se l’aspetto preoccupato è segno di colpa, allora dovevo sembrare davvero un criminale. Era tutto così inaspettato. Spero comunque di essere riuscito a mantenere la calma immediatamente.
“Prego, entri pure!” dissi. Qualsiasi informazione possa fornirvi è a vostra disposizione. Ha obiezioni se il mio amico, il capitano Whitehall, fosse presente?
“Assolutamente no.” Entrammo insieme, accompagnati da quel individuo sospetto.
Tuttavia, era un uomo cortese e gentile.
“Certo, dottor Munro,” disse, “lei è troppo conosciuto in città perché qualcuno possa prendere questa faccenda sul serio. Ma stamattina abbiamo ricevuto una lettera anonima che afferma che il giovane sia morto ieri e verrà sepolto oggi alle otto di mattina, in un orario insolito. E che le circostanze siano sospette.”
“È morto il giorno prima. È stato sepolto alle otto di oggi,” spiegai, poi raccontai tutta la storia dall’inizio. Lui ascoltò attentamente e prese qualche appunto.
“Chi ha firmato il certificato?” chiese.
“Lo ho fatto io,” risposi.
Alzò leggermente le sopracciglia. “Quindi non c’è nessuno che possa verificare la sua dichiarazione, ” disse.
“Oh sì. Il dottor Porter lo ha visto la sera prima della sua morte; conosceva tutti i dettagli del caso.”
Il detective chiuse il taccuino con un colpo secco. “Bene, dottor Munro,” disse. “Certo devo parlare anche con il dottor Porter. Ma se la sua opinione coincide con la sua, le chiedo scusa per questa intrusione.”
“C’è ancora una cosa, signore detective, ” intervenne Whitehall. “Non sono un uomo ricco. Sono solo il capitano di una nave da trasporto armato. Ma giuro che le darei tutti i soldi che ho in questo cappello per conoscere il nome di quel mascalzone che ha scritto quella lettera anonima. Allora avrebbe davvero un caso su cui indagare, ” E agitò minacciosamente il suo bastone nero.
Quindi quella terribile faccenda è finita, Bertie. Ma su quali insignificanti circostanze dipendono le nostre fortune! Se Porter non lo avesse visto quella notte, è molto probabile che ci sarebbe stata un’escavazione del cadavere. E allora, beh, nel corpo ci sarebbe stato cloroformio; alcuni interessi finanziari dipendevano davvero dalla morte di quel ragazzo. Un avvocato abile avrebbe potuto sfruttare al massimo la situazione. Comunque, anche il minimo sospetto avrebbe distrutto la mia giovane e promettente carriera legale. Quante cose orribili si nascondono agli angoli delle strade della vita, pronte ad attaccarci non appena le attraversiamo.
E quindi davvero parti per un viaggio! Beh, non scriverò più fino a quando non saprò che sei tornato dalle isole. E allora spero di poter parlare di qualcosa di un po’ più allegro.
XVI. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 4th November, 1884. I face my study window as I write, Bertie. Slate-coloured clouds with ragged fringes are drifting slowly overhead. Between them one has a glimpse of higher clouds of a lighter gray. I can hear the gentle swish of the rain striking a clearer note on the gravel path and a duller among the leaves. Sometimes it falls straight and heavy, till the air is full of the delicate gray shading, and for half a foot above the ground there is a haze from the rebound of a million tiny globules. Then without any change in the clouds it cases off again. Pools line my walk, and lie thick upon the roadway, their surface pocked by the falling drops. As I sit I can smell the heavy perfume of the wet earth, and the laurel bushes gleam where the light strikes sideways upon them. The gate outside shines above as though it were new varnished, and along the lower edge of the upper bar there hangs a fringe of great clear drops. That is the best that November can do for us in our dripping little island. You, I suppose, sitting among the dying glories of an American fall, think that this must needs be depressing. Don’t make any mistake about that, my dear boy. You may take the States, from Detroit to the Gulf, and you won’t find a happier man than this one. What do you suppose I’ve got att his{sic — at this} moment in my consulting room? A bureau? A bookcase? No, I know you’ve guessed my secret already. She is sitting in my big armchair; and she is the best, the kindest, the sweetest little woman in England. Yes, I’ve been married six months now — the almanack says months, though I should have thought weeks. I should, of course, have sent cake and cards, but had an idea that you were not home from the Islands yet. It is a good year since I wrote to you; but when you give an amorphous address of that sort, what can you expect? I’ve thought of you, and talked of you often enough. Well, I daresay, with the acumen of an old married man, you have guessed who the lady is as well. We surely know by some nameless instinct more about our futures than we think we know. I can remember, for example, that years ago the name of Bradfield used to strike with a causeless familiarity upon my ear; and since then, as you know, the course of my life has flowed through it. And so when I first saw Winnie La Force in the railway carriage, before I had spoken to her or knew her name, I felt an inexplicable sympathy for and interest in her. Have you had no experience of the sort in your life? Or was it merely that she was obviously gentle and retiring, and so made a silent claim upon all that was helpful and manly in me? At any rate, I was conscious of it; and again and again every time that I met her. How good is that saying of some Russian writer that he who loves one woman knows more of the whole sex than he who has had passing relations with a thousand! I thought I knew something of women. I suppose every medical student does. But now I can see that I really knew nothing. My knowledge was all external. I did not know the woman soul, that crowning gift of Providence to man, which, if we do not ourselves degrade it, will set an edge to all that is good in us. I did not know how the love of a woman will tinge a man’s whole life and every action with unselfishness. I did not know how easy it is to be noble when some one else takes it for granted that one will be so; or how wide and interesting life becomes when viewed by four eyes instead of two. I had much to learn, you see; but I think I have learned it. It was natural that the death of poor Fred La Force should make me intimate with the family. It was really that cold hand which I grasped that morning as I sat by his bed which drew me towards my happiness. I visited them frequently, and we often went little excursions together. Then my dear mother came down to stay with me for a spell, and turned Miss Williams gray by looking for dust in all sorts of improbable corners; or advancing with a terrible silence, a broom in one hand and a shovel in the other, to the attack of a spider’s web which she had marked down in the beer cellar. Her presence enabled me to return some of the hospitality which I had received from the La Forces, and brought us still nearer together. I had never yet reminded them of our previous meeting. One evening, however, the talk turned upon clairvoyance, and Mrs. La Force was expressing the utmost disbelief in it. I borrowed her ring, and holding it to my forehead, I pretended to be peering into her past. “I see you in a railway carriage,” said I. “You are wearing a red feather in your bonnet. Miss La Force is dressed in something dark. There is a young man there. He is rude enough to address your daughter as Winnie before he has ever been — —” “Oh, mother,” she cried, “of course it is he! The face haunted me, and I could not think where we had met it.” Well, there are some things that we don’t talk about to another man, even when we know each other as well as I know you. Why should we, when that which is most engrossing to us consists in those gradual shades of advance from friendship to intimacy, and from intimacy to something more sacred still, which can scarcely be written at all, far less made interesting to another? The time came at last when they were to leave Birchespool, and my mother and I went round the night before to say goodbye. Winnie and I were thrown together for an instant. “When will you come back to Birchespool?” I asked. “Mother does not know.” “Will you come soon, and be my wife?” I had been turning over in my head all the evening how prettily I could lead up to it, and how neatly I could say it — and behold the melancholy result! Well, perhaps the feeling of my heart managed to make itself clear even through those bald words. There was but one to judge, and she was of that opinion. I was so lost in my own thoughts that I walked as far as Oakley Villa with my mother before I opened my mouth. “Mam,” said I at last, “I have proposed to Winnie La Force, and she has accepted me.” “My boy,” said she, “you are a true Packenham.” And so I knew that my mother’s approval had reached the point of enthusiasm. It was not for days — not until I expressed a preference for dust under the bookcase with quiet, against purity and ructions — that the dear old lady perceived traces of the Munros. The time originally fixed for the wedding was six months after this; but we gradually whittled it down to five and to four. My income had risen to about two hundred and seventy pounds at the time; and Winnie had agreed, with a somewhat enigmatical smile, that we could manage very well on that — the more so as marriage sends a doctor’s income up. The reason of her smile became more apparent when a few weeks before that date I received a most portentous blue document in which “We, Brown & Woodhouse, the solicitors for the herein and hereafter mentioned Winifred La Force, do hereby” — state a surprising number of things, and use some remarkably bad English. The meaning of it, when all the “whereas’s and aforesaids” were picked out, was, that Winnie had about a hundred a year of her own. It could not make me love her a shade better than I did; but at the same time I won’t be so absurd as to say that I was not glad, or to deny that it made our marriage much easier than it would otherwise have been. Poor Whitehall came in on the morning of the ceremony. He was staggering under the weight of a fine Japanese cabinet which he had carried round from his lodgings. I had asked him to come to the church, and the old gentleman was resplendent in a white waistcoat and a silk tie. Between ourselves, I had been just a little uneasy lest his excitement should upset him, as in the case of the dinner; but nothing could be more exemplary than his conduct and appearance. I had introduced him to Winnie some days before. “You’ll forgive me for saying, Dr. Munro, sir, that you are a —— lucky fellow,” said he. “You’ve put your hand in the bag, sir, and taken out the eel first time, as any one with half an eye can see. Now, I’ve had three dips, and landed a snake every dip. If I’d had a good woman at my side, Dr. Munro, sir, I might not be the broken half-pay skipper of an armed transport to-day.” “I thought you had been twice married, captain.” “Three times, sir. I buried two. The other lives at Brussels. Well, I’ll be at the church, Dr. Munro, sir; and you may lay that there is no one there who wishes you better than I do.” And yet there were many there who wished me well. My patients had all got wind of it; and they assembled by the pew-full, looking distressingly healthy. My neighbour, Dr. Porter, was there also to lend me his support, and old General Wainwright gave Winnie away. My mother, Mrs. La Force, and Miss Williams were all in the front pew; and away at the back of the church I caught a glimpse of the forked beard and crinkly face of Whitehall, and beside him the wounded lieutenant, the man who ran away with the cook, and quite a line of the strange Bohemians who followed his fortunes. Then when the words were said, and man’s form had tried to sanctify that which was already divine, we walked amid the pealings of the “Wedding March” into the vestry, where my dear mother relieved the tension of the situation by signing the register in the wrong place, so that to all appearance it was she who had just married the clergyman. And then amid congratulations and kindly faces, we were together, her hand on my forearm, upon the steps of the church, and saw the familiar road stretching before us. But it was not that road which lay before my eyes, but rather the path of our lives; — that broader path on which our feet were now planted, so pleasant to tread, and yet with its course so shrouded in the mist. Was it long, or was it short? Was it uphill, or was it down? For her, at least, it should be smooth, if a man’s love could make it so. We were away for several weeks in the Isle of Man, and then came back to Oakley Villa, where Miss Williams was awaiting us in a house in which even my mother could have found no dust, and with a series of cheering legends as to the crowds of patients who had blocked the street in my absence. There really was a marked increase in my practice; and for the last six months or so, without being actually busy, I have always had enough to occupy me. My people are poor, and I have to work hard for a small fee; but I still study and attend the local hospital, and keep my knowledge up-to-date, so as to be ready for my opening when it comes. There are times when I chafe that I may not play a part upon some larger stage than this; but my happiness is complete, and if fate has no further use for me, I am content now from my heart to live and to die where I am. You will wonder, perhaps, how we get on — my wife and I — in the matter of religion. Well, we both go our own ways. Why should I proselytise? I would not for the sake of abstract truth take away her child-like faith which serves to make life easier and brighter to her. I have made myself ill-understood by you in these discursive letters if you have read in them any bitterness against the orthodox creeds. Far from saying that they are all false, it would express my position better to say that they are all true. Providence would not have used them were they not the best available tools, and in that sense divine. That they are final I deny. A simpler and more universal creed will take their place, when the mind of man is ready for it; and I believe it will be a creed founded upon those lines of absolute and provable truth which I have indicated. But the old creeds are still the best suited to certain minds, and to certain ages. If they are good enough for Providence to use, they are good enough for us to endure. We have but to wait upon the survival of the truest. If I have seemed to say anything aggressive against them, it was directed at those who wish to limit the Almighty’s favour to their own little clique, or who wish to build a Chinese wall round religion, with no assimilation of fresh truths, and no hope of expansion in the future. It is with these that the pioneers of progress can hold no truce. As for my wife, I would as soon think of breaking in upon her innocent prayers, as she would of carrying off the works of philosophy from my study table. She is not narrow in her views; but if one could stand upon the very topmost pinnacle of broad-mindedness, one would doubtless see from it that even the narrow have their mission. About a year ago I had news of Cullingworth from Smeaton, who was in the same football team at college, and who had called when he was passing through Bradfield. His report was not a very favourable one. The practice had declined considerably. People had no doubt accustomed themselves to his eccentricities, and these had ceased to impress them. Again, there had been one or two coroner’s inquests, which had spread the impression that he had been rash in the use of powerful drugs. If the coroner could have seen the hundreds of cures which Cullingworth had effected by that same rashness he would have been less confident with his censures. But, as you can understand, C.’s rival medical men were not disposed to cover him in any way. He had never had much consideration for them. Besides this decline in his practice, I was sorry to hear that Cullingworth had shown renewed signs of that curious vein of suspicion which had always seemed to me to be the most insane of all his traits. His whole frame of mind towards me had been an example of it, but as far back as I can remember it had been a characteristic. Even in those early days when they lived in four little rooms above a grocer’s shop, I recollect that he insisted upon gumming up every chink of one bedroom for fear of some imaginary infection. He was haunted, too, with a perpetual dread of eavesdroppers, which used to make him fly at the door and fling it open in the middle of his conversation, pouncing out into the passage with the idea of catching somebody in the act. Once it was the maid with the tea tray that he caught, I remember; and I can see her astonished face now, with an aureole of flying cups and lumps of sugar. Smeaton tells me that this has now taken the form of imagining that some one is conspiring to poison him with copper, against which he takes the most extravagant precautions. It is the strangest sight, he says, to see Cullingworth at his meals; for he sits with an elaborate chemical apparatus and numerous retorts and bottles at his elbow, with which he tests samples of every course. I could not help laughing at Smeaton’s description, and yet it was a laugh with a groan underlying it. Of all ruins, that of a fine man is the saddest. I never thought I should have seen Cullingworth again, but fate has brought us together. I have always had a kindly feeling for him, though I feel that he used me atrociously. Often I have wondered whether, if I were placed before him, I should take him by the throat or by the hand. You will be interested to hear what actually occurred. One day, just a week or so back, I was starting on my round, when a boy arrived with a note. It fairly took my breath away when I saw the familiar writing, and realised that Cullingworth was in Birchespool. I called Winnie, and we read it together. “Dear Munro,” it said, “James is in lodgings here for a few days. We are on the point of leaving England. He would be glad, for the sake of old times, to have a chat with you before he goes. “Yours faithfully, “HETTY CULLINGWORTH.” The writing was his and the style of address, so that it was evidently one of those queer little bits of transparent cunning which were characteristic of him, to make it come from his wife, that he might not lay himself open to a direct rebuff. The address, curiously enough, was that very Cadogan Terrace at which I had lodged, but two doors higher up. Well, I was averse from going myself, but Winnie was all for peace and forgiveness. Women who claim nothing invariably get everything, and so my gentle little wife always carries her point. Half an hour later I was in Cadogan Terrace with very mixed feelings, but the kindlier ones at the top. I tried to think that Cullingworth’s treatment of me had been pathological — the result of a diseased brain. If a delirious man had struck me, I should not have been angry with him. That must be my way of looking at it. If Cullingworth still bore any resentment, he concealed it most admirably. But then I knew by experience that that genial loud-voiced John-Bull manner of his COULD conceal many things. His wife was more open; and I could read in her tightened lips and cold grey eyes, that she at least stood fast to the old quarrel. Cullingworth was little changed, and seemed to be as sanguine and as full of spirits as ever. “Sound as a trout, my boy!” he cried, drumming on his chest with his hands. “Played for the London Scottish in their opening match last week, and was on the ball from whistle to whistle. Not so quick on a sprint — you find that yourself, Munro, eh what? — but a good hard-working bullocky forward. Last match I shall have for many a day, for I am off to South America next week.” “You have given up Bradfield altogether then?” “Too provincial, my boy! What’s the good of a village practice with a miserable three thousand or so a year for a man that wants room to spread? My head was sticking out at one end of Bradfield and my feet at the other. Why, there wasn’t room for Hetty in the place, let alone me! I’ve taken to the eye, my boy. There’s a fortune in the eye. A man grudges a half-crown to cure his chest or his throat, but he’d spend his last dollar over his eye. There’s money in ears, but the eye is a gold mine.” “What!” said I, “in South America?” “Just exactly in South America,” he cried, pacing with his quick little steps up and down the dingy room. “Look here, laddie! There’s a great continent from the equator to the icebergs, and not a man in it who could correct an astigmatism. What do they know of modern eye-surgery and refraction? Why, dammy, they don’t know much about it in the provinces of England yet, let alone Brazil. Man, if you could only see it, there’s a fringe of squinting millionaires sitting ten deep round the whole continent with their money in their hands waiting for an oculist. Eh, Munro, what? By Crums, I’ll come back and I’ll buy Bradfield, and I’ll give it away as a tip to a waiter.” “You propose to settle in some large city, then?” “City! What use would a city be to me? I’m there to squeeze the continent. I work a town at a time. I send on an agent to the next to say that I am coming. I ‘Here’s the chance of a lifetime,’ says he, ‘no need to go back to Europe. Here’s Europe come to you. Squints, cataracts, iritis, refractions, what you like; here’s the great Signor Cullingworth, right up to date and ready for anything!’ In they come of course, droves of them, and then I arrive and take the money. Here’s my luggage!” he pointed to two great hampers in the corner of the room. “Those are glasses, my boy, concave and convex, hundreds of them. I test an eye, fit him on the spot, and send him away shouting. Then I load up a steamer and come home, unless I elect to buy one of their little States and run it.” Of course it sounded absurd as he put it; but I could soon see that he had worked out his details, and that there was a very practical side to his visions. “I work Bahia,” said he. “My agent prepares Pernambuco. When Bahia is squeezed dry I move on to Pernambuco, and the agent ships to Monte Video. So we work our way round with a trail of spectacles behind us. It’ll go like clock-work.” “You will need to speak Spanish,” said I. “Tut, it does not take any Spanish to stick a knife into a man’s eye. All I shall want to know is, ‘Money down — no credit.’ That’s Spanish enough for me.” We had a long and interesting talk about all that had happened to both of us, without, however, any allusion to our past quarrel. He would not admit that he had left Bradfield on account of a falling-off in his practice, or for any reason except that he found the place too small. His spring-screen invention had, he said, been favourably reported upon by one of the first private shipbuilding firms on the Clyde, and there was every probability of their adopting it. “As to the magnet,” said he, “I’m very sorry for my country, but there is no more command of the seas for her. I’ll have to let the thing go to the Germans. It’s not my fault. They must not blame me when the smash comes. I put the thing before the Admiralty, and I could have made a board school understand it in half the time. Such letters, Munro! Colney Hatch on blue paper. When the war comes, and I show those letters, somebody will be hanged. Questions about this — questions about that. At last they asked me what I proposed to fasten my magnet to. I answered to any solid impenetrable object, such as the head of an Admiralty official. Well, that broke the whole thing up. They wrote with their compliments, and they were returning my apparatus. I wrote with my compliments, and they might go to the devil. And so ends a great historical incident, Munro — eh, what?” We parted very good friends, but with reservations, I fancy, on both sides. His last advice to me was to clear out of Birchespool. “You can do better — you can do better, laddie!” said he. “Look round the whole world, and when you see a little round hole, jump in feet foremost. There’s a lot of ‘em about if a man keeps himself ready.” So those were the last words of Cullingworth, and the last that I may ever see of him also, for he starts almost immediately upon his strange venture. He must succeed. He is a man whom nothing could hold down. I wish him luck, and have a kindly feeling towards him, and yet I distrust him from the bottom of my heart, and shall be just as pleased to know that the Atlantic rolls between us. Well, my dear Bertie, a happy and tranquil, if not very ambitious existence stretches before us. We are both in our twenty-fifth year, and I suppose that without presumption we can reckon that thirty-five more years lie in front of us. I can foresee the gradually increasing routine of work, the wider circle of friends, the indentification with this or that local movement, with perhaps a seat on the Bench, or at least in the Municipal Council in my later years. It’s not a very startling programme, is it? But it lies to my hand, and I see no other. I should dearly love that the world should be ever so little better for my presence. Even on this small stage we have our two sides, and something might be done by throwing all one’s weight on the scale of breadth, tolerance, charity, temperance, peace, and kindliness to man and beast. We can’t all strike very big blows, and even the little ones count for something. So good-bye, my dear boy, and remember that when you come to England our home would be the brighter for your presence. In any case, now that I have your address, I shall write again in a very few weeks. My kindest regards to Mrs. Swanborough. Yours ever, J. STARK MUNRO. [This is the last letter which I was destined to receive from my poor friend. He started to spend the Christmas of that year (1884) with his people, and on the journey was involved in the fatal railroad accident at Sittingfleet, where the express ran into a freight train which was standing in the depot. Dr. and Mrs. Munro were the only occupants of the car next the locomotive, and were killed instantly, as were the brakesman and one other passenger. It was such an end as both he and his wife would have chosen; and no one who knew them would regret that neither was left to mourn the other. His insurance policy of eleven hundred pounds was sufficient to provide for the wants of his own family, which, as his father was sick, was the one worldly matter which could have caused him concern. — H. S.]
THE TRAGEDY OF THE KOROSKO Serialised in The Strand Magazine between May and December 1897, this novel features a group of European tourists are enjoying their trip to Egypt in the year 1895. They are sailing up the River Nile in a “a turtle-bottomed, round-bowed stern-wheeler”, the Korosko. They intend to travel to Abousir at the southern frontier of Egypt, after which the Dervish country starts. They are attacked and abducted by a marauding band of Dervish warriors. The novel contains a strong defence of British Imperialism and in particular the Imperial project in North Africa. It also reveals the very great suspicion of Islam felt by many Europeans at the time.
XVI. OAKLEY VILLAS, BIRCHESPOOL, 4 novembre 1884.
Mentre scrivo, ho il viso rivolto verso la finestra del mio studio, Bertie. Nuvole di colore scuro, con bordi irregolari, si muovono lentamente sopra di me; tra di esse si intravedono nuvole più alte, di un grigio più chiaro. Si sente il lieve fruscio della pioggia che batte sui ciottoli del vialetto, con suoni diversi a seconda che colpisca le foglie o i ciottoli. A volte la pioggia cade intensamente, riempiendo l’aria di quel delicato colore grigio; per mezzo piede sopra il terreno si forma una nebbiolina causata dai miliardi di goccioline che rimbalzano. Poi, senza alcun cambiamento nelle nuvole, la pioggia smette di colpire. Pozzanghere si formano lungo il mio cammino e coprono densamente la strada; la loro superficie è segnata dalle gocce cadute. Seduto lì, posso sentire il forte profumo della terra umida, e i cespugli di alloro brillano quando la luce li illumina di sbieco. Il cancello fuori sembra appena verniciato; lungo il bordo inferiore del cancello pendono grandi gocce d’acqua limpide.
Questo è ciò che novembre può offrirci, in questo nostro piccolo angolo umido. Tu, immagino, seduto tra le glorie ormai appassite dell’autunno americano, penserai che tutto questo debba essere deprimente. Ma non fraintendere, mio caro ragazzo: puoi attraversare gli Stati, da Detroit al Golfo, e non troverai mai un uomo più felice di me. Cosa credi che ci sia nel mio studio in questo momento? Un bureau? Una libreria? No. So già che hai indovinato il segreto: lei è seduta nella mia grande poltrona. Ed è la donna migliore, più gentile e più dolce d’Inghilterra.
Sì, sono sposato da sei mesi ormai. L’almanacco parla di “mesi”, anche se avrei dovuto dire “settimane”. Avrei dovuto inviarti torte e biglietti di auguri, ma pensavo che tu non fossi ancora tornato dalle Isole. È passato un anno da quando ti ho scritto. Ma quando si fornisce un indirizzo così vago, cosa ci si può aspettare? Penso spesso a te, e ne parlo molto.
Ebbene, oserei dire che, con l’acume di un vecchio uomo sposato, anche voi avrete già indovinato chi sia quella signora. Sappiamo certamente, per qualche istinto senza nome, molto di più sul nostro futuro di quanto crediamo. Ricordo, ad esempio, che anni fa il nome Bradfield mi suonava familiare in modo inspiegabile; e da allora, come sapete, la mia vita ha preso una direzione legata a quel nome. Così, quando vidi per la prima volta Winnie La Force nel vagone ferroviario, prima ancora di parlarle o conoscere il suo nome, provai un’inspiegabile simpatia e interesse per lei. Non avete mai avuto esperienze del genere nella vostra vita? O forse era semplicemente perché lei sembrava gentile e riservata, e quindi suscitava in me tutto ciò che è nobile e virile. Comunque sia, ne ero consapevole, e ogni volta che la incontravo provavo lo stesso sentimento. Quella frase di uno scrittore russo è davvero vera: chi ama una donna conosce meglio l’intero sesso rispetto a chi ha avuto relazioni fugaci con mille donne! Pensavo di sapere qualcosa sulle donne. Immagino che ogni studente di medicina lo pensi. Ma ora capisco che in realtà non sapevo nulla: la mia conoscenza era solo superficiale. Non conoscevo l’anima di una donna, quel dono supremo della Provvidenza all’uomo, che, se non lo degradiamo noi stessi, può rendere migliore tutto ciò che è buono in noi. Non sapevo come l’amore di una donna possa rendere un uomo più generoso e altruista in ogni sua azione. Non sapevo quanto fosse facile essere nobili quando qualcun altro dà per scontato che lo si sia. E non sapevo quanto la vita diventi più ricca e interessante quando viene vissuta con gli occhi di due persone invece che di una sola. Avevo molto da imparare. Ma credo di averlo fatto.
Era naturale che la morte del povero Fred La Force mi avvicinasse a quella famiglia. Fu proprio quella mano fredda che afferrai quella mattina, mentre ero seduto accanto al suo letto, ad attirarmi verso la mia felicità. Li visitavo spesso, e facevamo anche piccole gite insieme. Poi mia madre venne a stare da me per un po’. E iniziò a cercare polvere in angoli improbabili, o ad avvicinarsi con silenzio, con una scopa in una mano e una pala nell’altra, per eliminare le ragnatele nel seminterrato. La sua presenza mi permise di ricambiare la gentilezza che avevo ricevuto dalla famiglia La Force, e ci avvicinò ancora di più.
Non avevo mai menzionato il nostro incontro precedente. Ma una sera, durante una conversazione sulle capacità di prevedere il futuro, la signora La Force esprimeva il suo totale scetticismo al riguardo. Presi il suo anello, lo posai sulla mia fronte e fingetti di “scrutare” il suo passato.
“Vedo che siete in un vagone ferroviario,” dissi. “Indossate un cappello con una piuma rossa. La signorina La Force è vestita di scuro. C’è un giovane con voi. È così sfacciato da chiamare vostra figlia Winnie, senza nemmeno averla mai incontrata, ”
“Oh, mamma,” esclamò lei, “è proprio lui! Quel viso mi perseguitava. Non riuscivo a ricordare dove l’avessi visto, ”
Beh, ci sono alcune cose di cui non parliamo con un altro uomo, anche quando ci conosciamo bene come io ti conosco. Perché dovremmo farlo, quando ciò che ci interessa di più consiste in quei graduali passaggi dalla amicizia all’intimità, e dall’intimità a qualcosa di ancora più sacro. Qualcosa che difficilmente si può nemmeno esprimere a parole, figuriamoci renderlo interessante per un altro? Alla fine arrivò il momento in cui dovevano lasciare Birchespool; mia madre ed io andammo lì la sera prima per dire addio. Winnie ed io ci trovammo insieme per un attimo.
“Quando tornerai a Birchespool?” le chiesi.
“Mamma non lo sa.”
“Tornerai presto, per diventare mia moglie?”
Per tutta la sera avevo pensato a come avrei potuto introdurre l’argomento in modo appropriato e delicato. E invece. Il risultato fu piuttosto malinconico. Beh, forse i miei sentimenti riuscirono comunque a trasparire attraverso quelle parole semplici. C’era solo una persona che poteva giudicare. E lei la pensava allo stesso modo.
Ero così immerso nei miei pensieri che camminai fino a Oakley Villa prima di parlare. “Mamma,” dissi finalmente, “ho chiesto a Winnie La Force di sposarmi e lei ha accettato.”
“Mio caro,” rispose lei, “sei davvero un vero Packenham.” E così capii che l’approvazione di mia madre era davvero entusiasta. Solo dopo diversi giorni – quando espressi preferenza per la polvere sotto lo scaffale dei libri, piuttosto che per la pulizia e il disordine – quella cara vecchia signora iniziò a intuire qualcosa riguardo ai Munros.
La data del matrimonio era stata fissata a sei mesi dopo; ma gradualmente la riducemmo a cinque, poi a quattro. A quel tempo il mio reddito ammontava a circa duecentosettanta sterline; e Winnie, con un sorriso enigmatico, aveva detto che con quella cifra avremmo potuto cavarcela benissimo. Soprattutto perché il matrimonio aumenta anche il reddito di un medico. Il motivo di quel suo sorriso divenne ancora più chiaro poche settimane prima della data prevista: ricevetti un documento ufficiale in cui si dichiarava che “Noi, Brown & Woodhouse, avvocati di Winifred La Force, ” specificavano una serie di informazioni, e utilizzavano un inglese davvero pessimo. In sostanza, Winnie possedeva circa cento sterline all’anno. Questo non fece che rendermi ancora più innamorato di lei. Ma allo stesso tempo, non sarei mai così sciocco da dire di non essere felice. O da negare che tutto ciò rendesse il nostro matrimonio molto più facile di quanto altrimenti sarebbe stato.
Povero Whitehall arrivò la mattina della cerimonia. Barcollava sotto il peso di un bellissimo mobile giapponese che aveva portato con sé dal suo alloggio. Gli avevo chiesto di venire in chiesa, e quell’anziano signore era davvero elegante nel suo gilet bianco e nella sua cravatta di seta. A dire il vero, ero un po’ preoccupato che l’eccitazione potesse turbarlo, come era successo durante la cena; ma il suo comportamento e il suo aspetto furono esemplari. Gli avevo presentato Winnie alcuni giorni prima.
“Perdonatemi se vi dico, dottor Munro, che siete davvero un uomo fortunato,” disse. “Avete avuto successo fin dal primo tentativo, come può vedere chiunque abbia anche solo mezzo occhio per osservare le cose. Io, invece, dopo tre tentativi, ho ottenuto soltanto risultati negativi. Se solo avessi una buona donna al mio fianco, dottor Munro, forse oggi non sarei questo capitano senza stipendio di una nave da trasporto armato.”
“Pensavo che foste stato sposato due volte, capitano, ”
“Tre volte, signore. Ho sepolto due mogli. L’altra vive a Bruxelles. Beh, sarò in chiesa, dottor Munro; e posso garantirvi che nessuno lì desidera il vostro bene più di me.”
Eppure c’erano molte persone lì che desideravano davvero il mio bene. Tutti i miei pazienti avevano saputo della cerimonia; si erano radunati intorno alle panche, sembrando tutti incredibilmente sani. Il mio vicino, il dottor Porter, era lì per sostenermi, e anche il vecchio generale Wainwright assistette alla cerimonia. Mia madre, la signora La Force, e Miss Williams erano tutte presenti nelle prime file della chiesa; in fondo, intravedetti la barba biforcuta e il viso rugoso di Whitehall. Accanto a lui c’era anche il tenente ferito, l’uomo che era fuggito con la cuoca, e tutta una serie di quei strani bohémien che seguivano le sue sorti. Quando le parole rituali furono pronunciate e l’uomo cercò di rendere sacro ciò che già era divino, camminammo tra gli accordi della “Marcia nuziale” verso la sagrestia. Lì, mia cara madre riuscì a distendere l’atmosfera tesa firmando il registro nel posto sbagliato. Così, a prima vista, sembrava proprio che fosse stata lei ad sposare il prete. E poi, tra congratulazioni e volti gentili, ci trovammo insieme, con la sua mano sul mio braccio, ai piedi della chiesa. Vedemmo davanti a noi la strada familiare. Ma non era quella strada che avevo davanti agli occhi. Era piuttosto il percorso delle nostre vite. Quel sentiero più ampio su cui ora camminavamo, così piacevole da percorrere. Eppure il suo corso era avvolto nella nebbia. Era lungo, o era breve? Era in salita, o in discesa? Per lei, almeno, doveva essere liscio. Se solo l’amore di un uomo potesse renderlo così.
Siamo stati via per diverse settimane sull’Isola di Man, e poi siamo tornati a Oakley Villa, dove la signorina Williams ci aspettava in una casa nella quale anche mia madre non avrebbe trovato nemmeno un granello di polvere. Ci sono state anche molte storie entusiasmanti riguardo alle folle di pazienti che, durante la nostra assenza, avevano bloccato le strade. La mia attività professionale era davvero aumentata notevolmente; negli ultimi sei mesi circa, anche se non ero particolarmente impegnato, ho sempre avuto abbastanza da fare. La mia gente è povera, quindi devo lavorare sodo per guadagnare poco. Ma continuo a studiare e ad assistere all’ospedale locale, mantenendo le mie conoscenze aggiornate, così da essere pronto quando arriverà il momento giusto per iniziare la mia attività professionale. A volte mi chiedo se non potrei svolgere un ruolo più importante su un palcoscenico più ampio. Ma la mia felicità è completa; e se il destino non avrà altri progetti per me, sono davvero contento di vivere e morire qui dove sono. Forse vi chiederete come io e mia moglie gestiamo le questioni religiose. Beh, ognuno di noi segue la propria strada. Perché dovrei cercare di convertirla? Non lo farei nemmeno per la verità in sé: non vorrei toglierle quella fede infantile che rende la sua vita più semplice e felice. In queste lettere, se avete letto qualche accenno di amarezza nei confronti delle credenze ortodosse, probabilmente mi sono fatto capire male. Lontano dall’affermare che siano tutte false, direi piuttosto che sono tutte vere. Se la Provvidenza le ha utilizzate, significa che sono gli strumenti migliori disponibili. E in questo senso, sono “divine”. Tuttavia, nego che siano definitive: quando la mente umana sarà pronta, ne emergerà una credenza più semplice e universale, basata su verità assolute e dimostrabili. Ma le vecchie credenze sono ancora adatte a certe menti e a certe epoche. Se sono sufficientemente buone perché la Provvidenza le utilizzi, allora sono anche sufficientemente buone per noi da essere accettate. Dobbiamo semplicemente aspettare che sopravvivano quelle più vere. Se ho dato l’impressione di attaccarle, è stato solo nei confronti di coloro che cercano di limitare la grazia del Creatore al proprio piccolo gruppo, o che vogliono costruire barriere intorno alla religione, impedendo l’assimilazione di nuove verità e impedendo qualsiasi sviluppo futuro. Con questi individui, i pionieri del progresso non possono certo fare compromessi. Per quanto riguarda mia moglie. Non penserei mai di interferire con le sue preghiere innocenti, così come lei non prenderebbe mai i miei libri di filosofia dal mio studio. Le sue idee non sono ristrette; ma se si potesse raggiungere la vetta della tolleranza, si capirebbe sicuramente che anche le persone più rigide hanno il loro ruolo da svolgere nella vita.
Circa un anno fa ricevetti notizie di Cullingworth da Smeaton, che all’università faceva parte della stessa squadra di football e mi aveva chiamato mentre passava per Bradfield. Il resoconto che mi diede non fu molto incoraggiante: la sua attività professionale era in netto declino. La gente, senza dubbio, si era abituata alle sue eccentricità, che ormai non la colpivano più. Inoltre, erano avvenuti uno o due inchieste mediche che avevano creato l’impressione che Cullingworth utilizzasse droghe potenti in modo sconsiderato. Se solo il medico legale avesse conosciuto le centinaia di casi in cui Cullingworth era riuscito a curare grazie proprio a quel comportamento “sconsiderato”, probabilmente non sarebbe stato così severo nelle sue critiche. Ma, come potete immaginare, i suoi rivali medici non erano certo disposti a difenderlo in alcun modo; lui stesso non aveva mai mostrato grande considerazione per loro. Oltre a questo declino professionale, mi dispiacque molto sapere che Cullingworth aveva ripreso a manifestare quella strana tendenza alla sospettosità che, secondo me, era la sua caratteristica più assurda. Il suo atteggiamento nei miei confronti ne era un esempio evidente; fin da quando vivevano in quelle quattro piccole stanze sopra un negozio di alimentari, ricordo che insisteva nel sigillare ogni fessura delle stanze per paura di qualche infezione immaginaria. Era anche ossessionato dal timore di essere ascoltato di nascosto; spesso si precipitava alla porta e la apriva di scatto durante una conversazione, convinto di sorprendere qualcuno sul fatto. Una volta, ricordo, colse proprio la cameriera con il vassoio del tè; posso ancora immaginare il suo viso stupito, circondato da tazze e zollette di zucchero sparse ovunque. Smeaton mi ha detto che ora Cullingworth è convinto che qualcuno stia complottando per avvelenarlo con il rame, e quindi prende le più stravaganti precauzioni al riguardo. Secondo lui, è davvero uno spettacolo bizzarro vederlo mangiare: si siede con attrezzature chimiche complesse, numerosi recipienti e bottiglie, e utilizza tutti questi strumenti per analizzare i campioni dei cibi che consuma. Non potei fare a meno di ridere alla descrizione di Smeaton, ma era una risata piena di tristezza. Di tutte le rovine, quella di un uomo nobile è davvero la più dolorosa. Non avrei mai pensato di rivedere Cullingworth, ma il destino ci ha riuniti. Ho sempre provato per lui un sentimento di simpatia, anche se so che mi ha trattato in modo terribile. Spesso mi chiedo se, se fossi di fronte a lui adesso, lo afferrerei per la gola o per la mano. Sarà interessante sapere cosa è realmente successo. Un giorno, circa una settimana fa, stavo iniziando il mio giro quando un ragazzo mi portò una lettera. Quando vidi quella scrittura familiare, rimasi senza fiato: Cullingworth si trovava a Birchespool. Chiamai Winnie e leggemmo la lettera insieme.
“Caro Munro,” diceva la lettera, “James è ospite qui per qualche giorno. Stiamo per lasciare l’Inghilterra. Gli farebbe piacere, per via dei vecchi tempi, parlare con te prima di partire.
“Con affetto,
“HETTY CULLINGWORTH.”” La scrittura era sua e lo stile di indirizzo indicavano chiaramente che si trattava di uno di quei suoi stratagemmi subdoli e caratteristici: far sembrare che la lettera provenisse da sua moglie, così da evitare un rifiuto diretto. Curiosamente, l’indirizzo era proprio quello stesso di Cadogan Terrace dove avevo soggiornato io, ma due piani più in alto. Ebbene, ero riluttante ad andarci personalmente, ma Winnie era favorevole a una riconciliazione. Le donne che non chiedono nulla spesso ottengono tutto. Così la mia dolce moglie riuscì sempre nel suo intento. Mezz’ora dopo mi trovavo a Cadogan Terrace, con sentimenti contrastanti, ma soprattutto di natura positiva. Cercai di convincermi che il comportamento di Cullingworth nei miei confronti fosse dovuto a una condizione mentale patologica; se un uomo in delirio mi avesse aggredito, non gliene sarei stato certo arrabbiato. Questo era il modo in cui volevo interpretare la situazione. Se Cullingworth provava ancora rancore, lo nascondeva in modo davvero notevole. Ma sapevo per esperienza che quel suo atteggiamento cordiale e aperto poteva mascherare molte cose. Sua moglie, invece, era più esplicita: dai suoi labbra stretti e dai suoi occhi grigi freddi si capiva chiaramente che continuava a mantenere il vecchio rancore. Cullingworth non era cambiato affatto; sembrava ancora altrettanto ottimista e pieno di energia come sempre. “Sto benissimo, ragazzo!” esclamò, battendosi il petto con le mani. “Ho giocato per la London Scottish nella partita d’esordio della scorsa settimana. Sono stato davvero in forma, da un capo all’altro del campo. Forse non sono così veloce nei sprint. Lo sai anche tu, Munro, vero?. Ma sono comunque un ottimo giocatore, instancabile e affidabile. L’ultima partita che giocherò sarà tra molti giorni, perché la prossima settimana parto per il Sud America.” “Hai quindi abbandonato completamente Bradfield?”
“Troppo provinciale. Che senso ha una pratica medica in un villaggio, con appena tremila sterline all’anno per uno che vuole avere opportunità di crescita? A Bradfield non c’era spazio nemmeno per Hetty, figuriamoci per me! Ho scelto la medicina oculistica. Ci sono fortune da guadagnare in questo campo. Le persone sono disposte a spendere qualsiasi somma per curare i propri occhi. Mentre per le malattie respiratorie sono molto più riluttanti, ” “Cosa? In Sud America?”
“Esattamente in Sud America,” esclamò, camminando avanti e indietro nella stanza squallida con i suoi passi rapidi e piccoli. “Guarda qui, ragazzo! C’è un grande continente che si estende dall’equatore fino ai ghiacciai, e non c’è nemmeno un uomo lì che possa correggere uno astigmatismo. Che cosa sanno loro di moderne operazioni oculari e di rifrazione? Accidenti, nemmeno nelle province d’Inghilterra ne sanno molto, figuriamoci in Brasile. Se solo potessi vederlo con i miei occhi: ci sarebbero milionari che strabuzzano gli occhi seduti in file intere su tutto il continente, con i loro soldi in mano, in attesa di un oculista. Eh, Munro. Che ne dici? Per Crums, tornerò e comprerò Bradfield per poi regalarlo a un cameriere come mancia!”
“Quindi intendi stabilirti in una grande città?”
“Città! A me che utilità potrebbe avere una città? Io sono lì per sfruttare appieno quel continente. Lavoro su una città alla volta: mando un agente nella successiva e gli dico che sto arrivando. Lui dice: ‘Questa è un’opportunità unica nella vita. Non c’è bisogno di tornare in Europa: l’Europa viene da voi!’ Strabuzzi, cataratte, irite, rifrazioni, tutto ciò che volete. Ecco il grande Signor Cullingworth, sempre aggiornato e pronto ad aiutare chiunque! Naturalmente, arrivano a frotte. Io prendo i soldi e torno a casa. A meno che non decida di comprare uno dei loro piccoli Stati e gestirlo io stesso, ”
Certo, sembrava assurdo mentre lo diceva; ma presto capii che aveva già pianificato tutto nei dettagli, e che le sue idee avevano una parte molto concreta.
“Lavorerò a Bahia,” disse. “Il mio agente si occuperà di Pernambuco. Quando Bahia sarà stata sfruttata fino all’osso, passerò a Pernambuco, e l’agente invierà qualcuno a Monte Video. Così continueremo il nostro lavoro, lasciando dietro di noi una scia di occhiali. Andrà tutto come un orologio, ”
“Avrai bisogno di parlare spagnolo,” osservai.
“Ah, non serve certo conoscere lo spagnolo per pugnalare qualcuno negli occhi. Tutto ciò che devo sapere è: ‘Soldi in anticipo. Nessun credito.’ Questo basta e avanza, ”
Parlammo a lungo di tutto ciò che ci era accaduto, senza mai menzionare la nostra vecchia disputa. Lui non ammise mai di aver lasciato Bradfield a causa di un calo delle sue attività professionali. O, almeno, non fornì alcuna spiegazione concreta. Disse soltanto che quel posto gli sembrava troppo piccolo. La sua invenzione per le schermature protettive, aggiunse, aveva ricevuto recensioni positive da una delle prime aziende di costruzione navale del Clyde. E c’era molta probabilità che la adottassero.
“Per quanto riguarda il magnete,” disse, “mi dispiace molto per il mio paese, ma non avrà più il controllo dei mari. Dovrò lasciarlo andare ai tedeschi. Non è colpa mia. Non dovrebbero incolparmi quando arriverà la sconfitta. Ho presentato la proposta all’Ammiragliato, e avrei potuto farla capire anche a una commissione di semplici funzionari in metà del tempo. Lettere del genere, Munro. Scritte su carta blu. Quando scoppiará la guerra e mostrerò quelle lettere, qualcuno verrà impiccato. Domande su questo, domande su quello. Alla fine mi chiesero su cosa potessi fissare il mio magnete. Risposi che poteva essere fissato a qualsiasi oggetto solido e impenetrabile. Tipo la testa di un funzionario dell’Ammiragliato. Beh, questo rovinò tutto. Scrissero ringraziandomi e decisero di restituirmi il mio apparecchio. Io risposi allo stesso modo. E che andassero pure all’inferno. E così finisce un grande evento storico, Munro. Eh, che ne dici?”
Ci separammo come buoni amici, ma immagino che entrambi avessimo delle riserve. Il suo ultimo consiglio per me fu di lasciare Birchespool, “Puoi fare di meglio. Puoi davvero fare di meglio, ragazzo!” disse. “Guarda in giro per il mondo. E quando vedi un piccolo buco rotondo, saltaci dentro a piedi in avanti. Ne ci sono molti, se uno è sempre pronto, ”
Quelle furono le ultime parole di Cullingworth. E probabilmente anche l’ultima volta che lo vidi, perché partì subito per la sua strana avventura. Deve riuscire. È un uomo che nulla può fermare. Gli auguro buona fortuna. Provo simpatia per lui. Ma allo stesso tempo non ho fiducia in lui. E sarei felice se sapessi che l’Atlantico ci separa.
Beh, caro Bertie. Una vita felice e tranquilla, anche se non molto ambiziosa, ci aspetta davanti. Entrambi abbiamo venticinque anni. E suppongo che possiamo considerare altri trentacinque anni davanti a noi. Posso immaginare una routine lavorativa sempre più regolare, un cerchio di amici sempre più largo. Forse un posto nel tribunale, o almeno nel consiglio comunale negli anni futuri. Non è certo un programma straordinario, vero? Ma è l’unica possibilità che ho. Vorrei davvero che il mondo fosse anche solo un po’ migliore grazie alla mia presenza. Anche su questo piccolo palcoscenico abbiamo due lati della vita. E forse possiamo fare qualcosa mettendo tutto il nostro impegno per la tolleranza, la carità, la moderazione, la pace e la gentilezza verso gli uomini e gli animali. Non tutti possiamo compiere imprese grandi. Ma anche quelle piccole contano qualcosa.
Quindi addio, caro ragazzo. Ricorda che quando tornerai in Inghilterra, la nostra casa sarà ancora più felice con la tua presenza. Comunque, ora che ho il tuo indirizzo, ti scriverò di nuovo tra poche settimane. Saluti affettuosi a Mrs. Swanborough.
Tuo affezionatamente,
J. Stark Munro
Questa è l’ultima lettera che ero destinato a ricevere dal mio povero amico. Quell’anno (1884), durante le feste natalizie, iniziò a trascorrere il tempo con la sua famiglia; durante il viaggio fu coinvolto nell’incidente ferroviario fatale avvenuto a Sittingfleet, dove un treno espresso si scontrò con un treno merci fermo nel deposito. Il dottor e la signora Munro erano gli unici passeggeri presenti nella vettura vicina alla locomotiva; morirono immediatamente, così come il macchinista dei freni e un altro passeggero. Fu una fine proprio quella che entrambi avrebbero scelto; nessuno che li conoscesse avrebbe potuto rimpiangere che nessuno di loro fosse sopravvissuto all’altro. La sua polizza assicurativa, del valore di millecento sterline, fu sufficiente a provvedere alle esigenze della sua famiglia; dato che suo padre era malato, questa era l’unica questione materiale che avrebbe potuto preoccuparlo. — H. S.
La tragedia del Korosko
Pubblicato a puntate sulla rivista The Strand tra maggio e dicembre 1897, questo romanzo racconta la storia di un gruppo di turisti europei che si godono il loro viaggio in Egitto nel 1895. Viaggiano lungo il Nilo a bordo del “Korosko”, una nave a vapore con fondo piatto e prua arrotondata. Il loro obiettivo è raggiungere Abousir, alla frontiera meridionale dell’Egitto, da dove inizia la regione dei Dervisci. Vengono però attaccati e rapiti da una banda di guerrieri dervisci. Il romanzo rappresenta una forte difesa dell’Imperialismo britannico, in particolare del progetto imperiale in Nord Africa, e rivela anche la grande diffidenza che molti europei nutrivano all’epoca verso l’Islam.