East Coker 1940
I
Nel mio principio è la mia fine. In successione
Le case sorgono e cadono, crollano, sono ampliate,
Sono rimosse, distrutte, restaurate, o al loro posto
C’è un campo aperto, o una fabbrica, o una circonvallazione.
Vecchia pietra a nuovo edificio, vecchio legname a nuovi fuochi,
Vecchi fuochi a cenere, e cenere alla terra
Che è già carne, pelo ed escrementi,
Osso d’uomo e di bestia, stelo di grano e foglia.
Le case vivono e muoiono: c’è un tempo per costruire
E un tempo per vivere e per generare
E un tempo perché il vento rompa il vetro allentato
E scuota il rivestimento dove trotta il topo campagnolo
E scuota l’arazzo lacero tessuto con un motto silenzioso.
Nel mio principio è la mia fine. Ora la luce cade
Attraverso il campo aperto, lasciando la strada incassata
Serrata di rami, buia nel pomeriggio,
Dove t’appoggi a una scarpata mentre passa un furgone,
E la strada incassata insiste nella direzione
Verso il villaggio, nel calore elettrico
Ipnotizzata. In una calda foschia la luce afosa
È assorbita, non rifratta, dalla pietra grigia.
Le dalie dormono nel vuoto silenzio.
Aspetta il gufo precoce.
In quel campo aperto
Se non t’avvicini troppo, se non t’avvicini troppo,
In una mezzanotte d’estate, puoi udire la musica
Del debole flauto e del piccolo tamburo
E vederli danzare intorno al falò
L’unione d’uomo e di donna
In daunsinge, significante matrimonio —
Un sacramento dignitoso e commodo.
A due a due, necessarye coniunctione,
Tenendosi l’un l’altro per la mano o per il braccio
Il che significa concordia. Intorno e intorno al fuoco
Saltando fra le fiamme, o uniti in cerchi,
Rusticamente solenni o in rustico riso
Alzando piedi pesanti in scarpe goffe,
Piedi di terra, piedi d’argilla, alzati in allegria campestre
Allegria di quelli da tempo sotto terra
Che nutrono il grano. Tenendo il tempo,
Tenendo il ritmo nella loro danza
Come nel loro vivere nelle vive stagioni
Il tempo delle stagioni e delle costellazioni
Il tempo della mungitura e il tempo della mietitura
Il tempo dell’accoppiarsi d’uomo e di donna
E quello delle bestie. Piedi che si levano e ricadono.
Mangiare e bere. Sterco e morte.
L’alba indica, e un altro giorno
Si prepara al calore e al silenzio. Al largo, all’alba, il vento
Increspa e scivola. Io sono qui
O là, o altrove. Nel mio principio.
II
Che fa il tardo novembre
Con lo scompiglio della primavera
E le creature del caldo dell’estate,
E i bucaneve contorti sotto i piedi
E le malvarose che mirano troppo in alto
Dal rosso al grigio e rovinano a terra
Rose tardive colme di neve precoce?
Il tuono rotolato dalle rotanti stelle
Simula carri trionfali
Schierati in guerre costellate
Lo Scorpione lotta contro il Sole
Finché il Sole e la Luna tramontano
Piangono le comete e volano le Leonidi
Cacciano i cieli e le pianure
Turbinati in un vortice che porterà
Il mondo a quel fuoco distruttore
Che arde prima che regni la calotta di ghiaccio.
Era un modo di dirlo — non molto soddisfacente:
Uno studio perifrastico in una foggia poetica logora,
Che ti lascia ancora con l’intollerabile lotta
Con le parole e i significati. La poesia non conta.
Non era (per ricominciare) ciò che ci si aspettava.
Quale doveva essere il valore della a lungo attesa,
A lungo sperata calma, la serenità autunnale
E la saggezza dell’età? Ci avevano ingannati,
O ingannato se stessi, gli anziani dalla voce quieta,
Lasciandoci in eredità solo una ricetta per l’inganno?
La serenità solo una deliberata ebetudine,
La saggezza solo la conoscenza di segreti morti
Inutili nel buio in cui scrutavano
O da cui distoglievano gli occhi. C’è, ci sembra,
Al massimo, solo un valore limitato
Nella conoscenza derivata dall’esperienza.
La conoscenza impone uno schema, e falsifica,
Perché lo schema è nuovo in ogni istante
E ogni istante è una nuova e sconvolgente
Valutazione di tutto ciò che siamo stati. Siamo disingannati solo
Di ciò che, ingannando, non poteva più nuocere.
Nel mezzo, non solo nel mezzo del cammino
Ma per tutto il cammino, in una selva oscura, in un rovo,
Sull’orlo di un grimpen, dove non c’è appiglio sicuro,
E minacciati da mostri, luci fatue,
Rischiando l’incantesimo. Non fatemi sentire
Della saggezza dei vecchi, ma piuttosto della loro follia,
La loro paura della paura e della frenesia, la loro paura del possesso,
Dell’appartenere a un altro, o ad altri, o a Dio.
L’unica saggezza che possiamo sperare di acquisire
È la saggezza dell’umiltà: l’umiltà è senza fine.
Le case se ne sono andate tutte sotto il mare.
I danzatori se ne sono andati tutti sotto la collina.
III
Oh buio buio buio. Vanno tutti nel buio,
Gli spazi interstellari vuoti, il vuoto dentro il vuoto,
I capitani, i banchieri d’affari, gli eminenti uomini di lettere.
I generosi mecenati dell’arte, gli statisti e i governanti,
Illustri funzionari pubblici, presidenti di molti comitati,
Signori dell’industria e piccoli appaltatori, vanno tutti nel buio,
E buio il Sole e la Luna, e l’Almanach de Gotha
E la Stock Exchange Gazette, il Directory of Directors,
E freddo il senso e perduto il movente dell’azione.
E tutti andiamo con loro, nel funerale silenzioso,
Il funerale di nessuno, ché non c’è nessuno da seppellire.
Dissi all’anima mia, sta’ ferma, e lascia che il buio ti scenda addosso
Che sarà il buio di Dio. Come, in un teatro,
Le luci si spengono, perché la scena sia cambiata
Con un cupo rimbombo di quinte, con un moto di buio sul buio,
E sappiamo che le colline e gli alberi, il panorama lontano
E l’ardita imponente facciata vengono tutti portati via —
O come, quando un treno sotterraneo, nel tube, si ferma troppo a lungo tra due stazioni
E la conversazione si alza e lentamente sfuma nel silenzio
E vedi dietro ogni volto approfondirsi il vuoto mentale
Lasciando solo il crescente terrore di non avere nulla a cui pensare;
O quando, sotto etere, la mente è cosciente ma cosciente di nulla—
Dissi all’anima mia, sta’ ferma, e attendi senza speranza
Ché la speranza sarebbe speranza della cosa sbagliata; attendi senza amore
Ché l’amore sarebbe amore della cosa sbagliata; c’è ancora la fede
Ma la fede e l’amore e la speranza sono tutti nell’attesa.
Attendi senza pensiero, ché non sei pronto per il pensiero:
Così il buio sarà la luce, e l’immobilità la danza.
Sussurro di ruscelli correnti, e il invernale lampo.
Il timo selvatico non visto e la fragola selvatica,
Il riso nel giardino, estasi riecheggiata
Non perduta, ma esigente, che addita l’agonia
Della morte e della nascita.
Dici che sto ripetendo
Qualcosa che ho già detto. Lo dirò di nuovo.
Devo dirlo di nuovo? Per arrivare là,
Per arrivare dove sei, per venire da dove non sei,
Devi andare per una via in cui non c’è estasi.
Per arrivare a ciò che non sai
Devi andare per una via che è la via dell’ignoranza.
Per possedere ciò che non possiedi
Devi andare per la via della spossessione.
Per arrivare a ciò che non sei
Devi passare per la via in cui non sei.
E ciò che non sai è l’unica cosa che sai
E ciò che possiedi è ciò che non possiedi
E dove sei è dove non sei.
IV
Il chirurgo ferito adopra l’acciaio
Che interroga la parte malata;
Sotto le mani sanguinanti sentiamo
L’acuta compassione dell’arte del guaritore
Che scioglie l’enigma della curva della febbre.
La nostra sola salute è la malattia
Se obbediamo all’infermiera morente
La cui cura costante non è di piacere
Ma di ricordare la nostra maledizione, e quella di Adamo,
E che, per essere guariti, il nostro male deve peggiorare.
L’intera terra è il nostro ospedale
Dotato dal milionario rovinato,
Dove, se facciamo bene, dovremo
Morire dell’assoluta cura paterna
Che non ci lascerà, ma ovunque ci previene.
Il gelo sale dai piedi alle ginocchia,
La febbre canta nei fili della mente.
Se voglio scaldarmi, allora devo gelare
E tremare in gelidi fuochi purgatoriali
La cui fiamma è rose, e il cui fumo è rovi.
Il sangue stillante la nostra sola bevanda,
La carne sanguinosa il nostro solo cibo:
Malgrado ciò ci piace pensare
Che siamo sana, sostanziale carne e sangue —
E ancora, malgrado ciò, chiamiamo buono questo Venerdì.
V
Eccomi dunque, a metà del cammino, avendo avuto vent’anni —
Vent’anni in gran parte sprecati, gli anni de l’entre deux guerres —
Cercando di imparare a usare le parole, e ogni tentativo
È un inizio del tutto nuovo, e un diverso genere di fallimento
Perché si è solo imparato ad aver ragione delle parole
Per la cosa che non si ha più da dire, o il modo in cui
Non si è più disposti a dirla. E così ogni impresa
È un nuovo inizio, un’incursione nell’inarticolato
Con un equipaggiamento logoro che sempre più si guasta
Nel disordine generale dell’imprecisione del sentire,
Squadre indisciplinate d’emozione. E ciò che c’è da conquistare
Con la forza e la sottomissione, è già stato scoperto
Una o due volte, o più volte, da uomini che non si può sperare
Di emulare — ma non c’è competizione —
C’è solo la lotta per recuperare ciò che è stato perduto
E trovato e perduto ancora e ancora: e ora, in condizioni
Che paiono non propizie. Ma forse né guadagno né perdita.
Per noi, c’è solo il tentare. Il resto non è affar nostro.
La casa è il luogo da cui si parte. Man mano che invecchiamo
Il mondo si fa più strano, lo schema più complicato
Di morti e vivi. Non l’istante intenso
Isolato, senza prima né dopo,
Ma una vita intera che arde in ogni istante
E non la vita di un uomo soltanto
Ma di antiche pietre che non si possono decifrare.
C’è un tempo per la sera sotto la luce delle stelle,
Un tempo per la sera sotto la luce della lampada
(La sera con l’album delle fotografie).
L’amore è più che mai se stesso
Quando il qui e l’ora cessano di contare.
I vecchi dovrebbero essere esploratori
Qui e là non ha importanza
Dobbiamo essere immobili e pur sempre in moto
Verso un’altra intensità
Per un’ulteriore unione, una comunione più profonda
Attraverso il freddo buio e la vuota desolazione,
Il grido dell’onda, il grido del vento, le acque vaste
Della procellaria e della focena. Nella mia fine è il mio principio.
I
In my beginning is my end. In succession
Houses rise and fall, crumble, are extended,
Are removed, destroyed, restored, or in their place
Is an open field, or a factory, or a by-pass.
Old stone to new building, old timber to new fires,
Old fires to ashes, and ashes to the earth
Which is already flesh, fur and faeces,
Bone of man and beast, cornstalk and leaf.
Houses live and die: there is a time for building
And a time for living and for generation
And a time for the wind to break the loosened pane
And to shake the wainscot where the field-mouse trots
And to shake the tattered arras woven with a silent motto.
In my beginning is my end. Now the light falls
Across the open field, leaving the deep lane
Shuttered with branches, dark in the afternoon,
Where you lean against a bank while a van passes,
And the deep lane insists on the direction
Into the village, in the electric heat
Hypnotised. In a warm haze the sultry light
Is absorbed, not refracted, by grey stone.
The dahlias sleep in the empty silence.
Wait for the early owl.
In that open field
If you do not come too close, if you do not come too close,
On a summer midnight, you can hear the music
Of the weak pipe and the little drum
And see them dancing around the bonfire
The association of man and woman
In daunsinge, signifying matrimonie —
A dignified and commodious sacrament.
Two and two, necessarye coniunction,
Holding eche other by the hand or the arm
Whiche betokeneth concorde. Round and round the fire
Leaping through the flames, or joined in circles,
Rustically solemn or in rustic laughter
Lifting heavy feet in clumsy shoes,
Earth feet, loam feet, lifted in country mirth
Mirth of those long since under earth
Nourishing the corn. Keeping time,
Keeping the rhythm in their dancing
As in their living in the living seasons
The time of the seasons and the constellations
The time of milking and the time of harvest
The time of the coupling of man and woman
And that of beasts. Feet rising and falling.
Eating and drinking. Dung and death.
Dawn points, and another day
Prepares for heat and silence. Out at sea the dawn wind
Wrinkles and slides. I am here
Or there, or elsewhere. In my beginning.
I
Nel mio principio è la mia fine. In successione
Le case sorgono e cadono, crollano, sono ampliate,
Sono rimosse, distrutte, restaurate, o al loro posto
C’è un campo aperto, o una fabbrica, o una circonvallazione.
Vecchia pietra a nuovo edificio, vecchio legname a nuovi fuochi,
Vecchi fuochi a cenere, e cenere alla terra
Che è già carne, pelo ed escrementi,
Osso d’uomo e di bestia, stelo di grano e foglia.
Le case vivono e muoiono: c’è un tempo per costruire
E un tempo per vivere e per generare
E un tempo perché il vento rompa il vetro allentato
E scuota il rivestimento dove trotta il topo campagnolo
E scuota l’arazzo lacero tessuto con un motto silenzioso.
Nel mio principio è la mia fine. Ora la luce cade
Attraverso il campo aperto, lasciando la strada incassata
Serrata di rami, buia nel pomeriggio,
Dove t’appoggi a una scarpata mentre passa un furgone,
E la strada incassata insiste nella direzione
Verso il villaggio, nel calore elettrico
Ipnotizzata. In una calda foschia la luce afosa
È assorbita, non rifratta, dalla pietra grigia.
Le dalie dormono nel vuoto silenzio.
Aspetta il gufo precoce.
In quel campo aperto
Se non t’avvicini troppo, se non t’avvicini troppo,
In una mezzanotte d’estate, puoi udire la musica
Del debole flauto e del piccolo tamburo
E vederli danzare intorno al falò
L’unione d’uomo e di donna
In daunsinge, significante matrimonio —
Un sacramento dignitoso e commodo.
A due a due, necessarye coniunctione,
Tenendosi l’un l’altro per la mano o per il braccio
Il che significa concordia. Intorno e intorno al fuoco
Saltando fra le fiamme, o uniti in cerchi,
Rusticamente solenni o in rustico riso
Alzando piedi pesanti in scarpe goffe,
Piedi di terra, piedi d’argilla, alzati in allegria campestre
Allegria di quelli da tempo sotto terra
Che nutrono il grano. Tenendo il tempo,
Tenendo il ritmo nella loro danza
Come nel loro vivere nelle vive stagioni
Il tempo delle stagioni e delle costellazioni
Il tempo della mungitura e il tempo della mietitura
Il tempo dell’accoppiarsi d’uomo e di donna
E quello delle bestie. Piedi che si levano e ricadono.
Mangiare e bere. Sterco e morte.
L’alba indica, e un altro giorno
Si prepara al calore e al silenzio. Al largo, all’alba, il vento
Increspa e scivola. Io sono qui
O là, o altrove. Nel mio principio.
II
What is the late November doing
With the disturbance of the spring
And creatures of the summer heat,
And snowdrops writhing under feet
And hollyhocks that aim too high
Red into grey and tumble down
Late roses filled with early snow?
Thunder rolled by the rolling stars
Simulates triumphal cars
Deployed in constellated wars
Scorpion fights against the Sun
Until the Sun and Moon go down
Comets weep and Leonids fly
Hunt the heavens and the plains
Whirled in a vortex that shall bring
The world to that destructive fire
Which burns before the ice-cap reigns.
That was a way of putting it — not very satisfactory:
A periphrastic study in a worn-out poetical fashion,
Leaving one still with the intolerable wrestle
With words and meanings. The poetry does not matter.
It was not (to start again) what one had expected.
What was to be the value of the long looked forward to,
Long hoped for calm, the autumnal serenity
And the wisdom of age? Had they deceived us,
Or deceived themselves, the quiet-voiced elders,
Bequeathing us merely a receipt for deceit?
The serenity only a deliberate hebetude,
The wisdom only the knowledge of dead secrets
Useless in the darkness into which they peered
Or from which they turned their eyes. There is, it seems to us,
At best, only a limited value
In the knowledge derived from experience.
The knowledge imposes a pattern, and falsifies,
For the pattern is new in every moment
And every moment is a new and shocking
Valuation of all we have been. We are only undeceived
Of that which, deceiving, could no longer harm.
In the middle, not only in the middle of the way
But all the way, in a dark wood, in a bramble,
On the edge of a grimpen, where is no secure foothold,
And menaced by monsters, fancy lights,
Risking enchantment. Do not let me hear
Of the wisdom of old men, but rather of their folly,
Their fear of fear and frenzy, their fear of possession,
Of belonging to another, or to others, or to God.
The only wisdom we can hope to acquire
Is the wisdom of humility: humility is endless.
The houses are all gone under the sea.
The dancers are all gone under the hill.
II
Che fa il tardo novembre
Con lo scompiglio della primavera
E le creature del caldo dell’estate,
E i bucaneve contorti sotto i piedi
E le malvarose che mirano troppo in alto
Dal rosso al grigio e rovinano a terra
Rose tardive colme di neve precoce?
Il tuono rotolato dalle rotanti stelle
Simula carri trionfali
Schierati in guerre costellate
Lo Scorpione lotta contro il Sole
Finché il Sole e la Luna tramontano
Piangono le comete e volano le Leonidi
Cacciano i cieli e le pianure
Turbinati in un vortice che porterà
Il mondo a quel fuoco distruttore
Che arde prima che regni la calotta di ghiaccio.
Era un modo di dirlo — non molto soddisfacente:
Uno studio perifrastico in una foggia poetica logora,
Che ti lascia ancora con l’intollerabile lotta
Con le parole e i significati. La poesia non conta.
Non era (per ricominciare) ciò che ci si aspettava.
Quale doveva essere il valore della a lungo attesa,
A lungo sperata calma, la serenità autunnale
E la saggezza dell’età? Ci avevano ingannati,
O ingannato se stessi, gli anziani dalla voce quieta,
Lasciandoci in eredità solo una ricetta per l’inganno?
La serenità solo una deliberata ebetudine,
La saggezza solo la conoscenza di segreti morti
Inutili nel buio in cui scrutavano
O da cui distoglievano gli occhi. C’è, ci sembra,
Al massimo, solo un valore limitato
Nella conoscenza derivata dall’esperienza.
La conoscenza impone uno schema, e falsifica,
Perché lo schema è nuovo in ogni istante
E ogni istante è una nuova e sconvolgente
Valutazione di tutto ciò che siamo stati. Siamo disingannati solo
Di ciò che, ingannando, non poteva più nuocere.
Nel mezzo, non solo nel mezzo del cammino
Ma per tutto il cammino, in una selva oscura, in un rovo,
Sull’orlo di un grimpen, dove non c’è appiglio sicuro,
E minacciati da mostri, luci fatue,
Rischiando l’incantesimo. Non fatemi sentire
Della saggezza dei vecchi, ma piuttosto della loro follia,
La loro paura della paura e della frenesia, la loro paura del possesso,
Dell’appartenere a un altro, o ad altri, o a Dio.
L’unica saggezza che possiamo sperare di acquisire
È la saggezza dell’umiltà: l’umiltà è senza fine.
Le case se ne sono andate tutte sotto il mare.
I danzatori se ne sono andati tutti sotto la collina.
III O dark dark dark. They all go into the dark, The vacant interstellar spaces, the vacant into the vacant, The captains, merchant bankers, eminent men of letters. The generous patrons of art, the statesmen and the rulers, Distinguished civil servants, chairmen of many committees, Industrial lords and petty contractors, all go into the dark, And dark the Sun and Moon, and the Almanach de Gotha And the Stock Exchange Gazette, the Directory of Directors, And cold the sense and lost the motive of action. And we all go with them, into the silent funeral, Nobody’s funeral, for there is no one to bury. I said to my soul, be still, and let the dark come upon you Which shall be the darkness of God. As, in a theatre, The lights are extinguished, for the scene to be changed With a hollow rumble of wings, with a movement of darkness on darkness, And we know that the hills and the trees, the distant panorama And the bold imposing façade are all being rolled away — Or as, when an underground train, in the tube, stops too long between stations And the conversation rises and slowly fades into silence And you see behind every face the mental emptiness deepen Leaving only the growing terror of nothing to think about; Or when, under ether, the mind is conscious but conscious of nothing— I said to my soul, be still, and wait without hope For hope would be hope for the wrong thing; wait without love For love would be love of the wrong thing; there is yet faith But the faith and the love and the hope are all in the waiting. Wait without thought, for you are not ready for thought: So the darkness shall be the light, and the stillness the dancing. Whisper of running streams, and winter lightning. The wild thyme unseen and the wild strawberry, The laughter in the garden, echoed ecstasy Not lost, but requiring, pointing to the agony Of death and birth. You say I am repeating Something I have said before. I shall say it again. Shall I say it again? In order to arrive there, To arrive where you are, to get from where you are not, You must go by a way wherein there is no ecstasy. In order to arrive at what you do not know You must go by a way which is the way of ignorance. In order to possess what you do not possess You must go by the way of dispossession. In order to arrive at what you are not You must go through the way in which you are not. And what you do not know is the only thing you know And what you own is what you do not own And where you are is where you are not.
III
Oh buio buio buio. Vanno tutti nel buio,
Gli spazi interstellari vuoti, il vuoto dentro il vuoto,
I capitani, i banchieri d’affari, gli eminenti uomini di lettere.
I generosi mecenati dell’arte, gli statisti e i governanti,
Illustri funzionari pubblici, presidenti di molti comitati,
Signori dell’industria e piccoli appaltatori, vanno tutti nel buio,
E buio il Sole e la Luna, e l’Almanach de Gotha
E la Stock Exchange Gazette, il Directory of Directors,
E freddo il senso e perduto il movente dell’azione.
E tutti andiamo con loro, nel funerale silenzioso,
Il funerale di nessuno, ché non c’è nessuno da seppellire.
Dissi all’anima mia, sta’ ferma, e lascia che il buio ti scenda addosso
Che sarà il buio di Dio. Come, in un teatro,
Le luci si spengono, perché la scena sia cambiata
Con un cupo rimbombo di quinte, con un moto di buio sul buio,
E sappiamo che le colline e gli alberi, il panorama lontano
E l’ardita imponente facciata vengono tutti portati via —
O come, quando un treno sotterraneo, nel tube, si ferma troppo a lungo tra due stazioni
E la conversazione si alza e lentamente sfuma nel silenzio
E vedi dietro ogni volto approfondirsi il vuoto mentale
Lasciando solo il crescente terrore di non avere nulla a cui pensare;
O quando, sotto etere, la mente è cosciente ma cosciente di nulla—
Dissi all’anima mia, sta’ ferma, e attendi senza speranza
Ché la speranza sarebbe speranza della cosa sbagliata; attendi senza amore
Ché l’amore sarebbe amore della cosa sbagliata; c’è ancora la fede
Ma la fede e l’amore e la speranza sono tutti nell’attesa.
Attendi senza pensiero, ché non sei pronto per il pensiero:
Così il buio sarà la luce, e l’immobilità la danza.
Sussurro di ruscelli correnti, e il invernale lampo.
Il timo selvatico non visto e la fragola selvatica,
Il riso nel giardino, estasi riecheggiata
Non perduta, ma esigente, che addita l’agonia
Della morte e della nascita.
Dici che sto ripetendo
Qualcosa che ho già detto. Lo dirò di nuovo.
Devo dirlo di nuovo? Per arrivare là,
Per arrivare dove sei, per venire da dove non sei,
Devi andare per una via in cui non c’è estasi.
Per arrivare a ciò che non sai
Devi andare per una via che è la via dell’ignoranza.
Per possedere ciò che non possiedi
Devi andare per la via della spossessione.
Per arrivare a ciò che non sei
Devi passare per la via in cui non sei.
E ciò che non sai è l’unica cosa che sai
E ciò che possiedi è ciò che non possiedi
E dove sei è dove non sei.
IV
The wounded surgeon plies the steel
That questions the distempered part;
Beneath the bleeding hands we feel
The sharp compassion of the healer’s art
Resolving the enigma of the fever chart.
Our only health is the disease
If we obey the dying nurse
Whose constant care is not to please
But to remind of our, and Adam’s curse,
And that, to be restored, our sickness must grow worse.
The whole earth is our hospital
Endowed by the ruined millionaire,
Wherein, if we do well, we shall
Die of the absolute paternal care
That will not leave us, but prevents us everywhere.
The chill ascends from feet to knees,
The fever sings in mental wires.
If to be warmed, then I must freeze
And quake in frigid purgatorial fires
Of which the flame is roses, and the smoke is briars.
The dripping blood our only drink,
The bloody flesh our only food:
In spite of which we like to think
That we are sound, substantial flesh and blood —
Again, in spite of that, we call this Friday good.
IV
Il chirurgo ferito adopra l’acciaio
Che interroga la parte malata;
Sotto le mani sanguinanti sentiamo
L’acuta compassione dell’arte del guaritore
Che scioglie l’enigma della curva della febbre.
La nostra sola salute è la malattia
Se obbediamo all’infermiera morente
La cui cura costante non è di piacere
Ma di ricordare la nostra maledizione, e quella di Adamo,
E che, per essere guariti, il nostro male deve peggiorare.
L’intera terra è il nostro ospedale
Dotato dal milionario rovinato,
Dove, se facciamo bene, dovremo
Morire dell’assoluta cura paterna
Che non ci lascerà, ma ovunque ci previene.
Il gelo sale dai piedi alle ginocchia,
La febbre canta nei fili della mente.
Se voglio scaldarmi, allora devo gelare
E tremare in gelidi fuochi purgatoriali
La cui fiamma è rose, e il cui fumo è rovi.
Il sangue stillante la nostra sola bevanda,
La carne sanguinosa il nostro solo cibo:
Malgrado ciò ci piace pensare
Che siamo sana, sostanziale carne e sangue —
E ancora, malgrado ciò, chiamiamo buono questo Venerdì.
V So here I am, in the middle way, having had twenty years — Twenty years largely wasted, the years of l’entre deux guerres —
Trying to learn to use words, and every attempt Is a wholly new start, and a different kind of failure Because one has only learnt to get the better of words For the thing one no longer has to say, or the way in which One is no longer disposed to say it. And so each venture Is a new beginning, a raid on the inarticulate With shabby equipment always deteriorating In the general mess of imprecision of feeling, Undisciplined squads of emotion. And what there is to conquer By strength and submission, has already been discovered Once or twice, or several times, by men whom one cannot hope To emulate — but there is no competition — There is only the fight to recover what has been lost And found and lost again and again: and now, under conditions That seem unpropitious. But perhaps neither gain nor loss. For us, there is only the trying. The rest is not our business. Home is where one starts from. As we grow older The world becomes stranger, the pattern more complicated Of dead and living. Not the intense moment Isolated, with no before and after, But a lifetime burning in every moment And not the lifetime of one man only But of old stones that cannot be deciphered. There is a time for the evening under starlight, A time for the evening under lamplight (The evening with the photograph album). Love is most nearly itself When here and now cease to matter. Old men ought to be explorers Here and there does not matter We must be still and still moving Into another intensity For a further union, a deeper communion Through the dark cold and the empty desolation, The wave cry, the wind cry, the vast waters Of the petrel and the porpoise. In my end is my beginning.
V
Eccomi dunque, a metà del cammino, avendo avuto vent’anni —
Vent’anni in gran parte sprecati, gli anni de l’entre deux guerres —
Cercando di imparare a usare le parole, e ogni tentativo
È un inizio del tutto nuovo, e un diverso genere di fallimento
Perché si è solo imparato ad aver ragione delle parole
Per la cosa che non si ha più da dire, o il modo in cui
Non si è più disposti a dirla. E così ogni impresa
È un nuovo inizio, un’incursione nell’inarticolato
Con un equipaggiamento logoro che sempre più si guasta
Nel disordine generale dell’imprecisione del sentire,
Squadre indisciplinate d’emozione. E ciò che c’è da conquistare
Con la forza e la sottomissione, è già stato scoperto
Una o due volte, o più volte, da uomini che non si può sperare
Di emulare — ma non c’è competizione —
C’è solo la lotta per recuperare ciò che è stato perduto
E trovato e perduto ancora e ancora: e ora, in condizioni
Che paiono non propizie. Ma forse né guadagno né perdita.
Per noi, c’è solo il tentare. Il resto non è affar nostro.
La casa è il luogo da cui si parte. Man mano che invecchiamo
Il mondo si fa più strano, lo schema più complicato
Di morti e vivi. Non l’istante intenso
Isolato, senza prima né dopo,
Ma una vita intera che arde in ogni istante
E non la vita di un uomo soltanto
Ma di antiche pietre che non si possono decifrare.
C’è un tempo per la sera sotto la luce delle stelle,
Un tempo per la sera sotto la luce della lampada
(La sera con l’album delle fotografie).
L’amore è più che mai se stesso
Quando il qui e l’ora cessano di contare.
I vecchi dovrebbero essere esploratori
Qui e là non ha importanza
Dobbiamo essere immobili e pur sempre in moto
Verso un’altra intensità
Per un’ulteriore unione, una comunione più profonda
Attraverso il freddo buio e la vuota desolazione,
Il grido dell’onda, il grido del vento, le acque vaste
Della procellaria e della focena. Nella mia fine è il mio principio.