The Dry Salvages 1941
(The Dry Salvages — presumably les trois sauvages — is a small group of rocks, with a beacon, off the N.E. coast of Cape Ann, Massachusetts. Salvages is pronounced to rhyme with assuages. Groaner: a whistling buoy.)

I
    Non so molto degli dèi; ma penso che il fiume
Sia un forte dio bruno — cupo, indomito e intrattabile,
Paziente fino a un certo punto, dapprima riconosciuto come frontiera;
Utile, infido, come vettore di commerci;
Poi solo un problema che sta davanti al costruttore di ponti.
Risolto il problema, il dio bruno è quasi dimenticato
Dagli abitanti delle città — sempre, tuttavia, implacabile,
Che serba le sue stagioni e le sue ire, distruttore, memoria
Di ciò che gli uomini scelgono di dimenticare. Non onorato, non propiziato
Dagli adoratori della macchina, ma in attesa, vigile e in attesa.
Il suo ritmo era presente nella stanza dei bambini,
Nell’ailanto rigoglioso del cortile d’aprile,
Nell’odore dell’uva sulla tavola d’autunno,
E nel cerchio serale sotto il gas d’inverno.
    Il fiume è dentro di noi, il mare è tutt’intorno a noi;
Il mare è anche il margine della terra, il granito
In cui si spinge, le spiagge dove getta
I suoi indizi di una creazione anteriore e altra:
La stella marina, il limulo, la spina dorsale della balena;
Le pozze dove offre alla nostra curiosità
Le alghe più delicate e l’anemone di mare.
Ributta a riva le nostre perdite, la sciabica strappata,
La nassa sfondata, il remo spezzato
E gli attrezzi di morti stranieri. Il mare ha molte voci,
Molti dèi e molte voci.
                                               Il sale è sulla rosa di macchia,
La nebbia è tra gli abeti.
                                            L’ululo del mare
E il guaito del mare, sono voci diverse
Spesso udite insieme: il gemito nel sartiame,
La minaccia e la carezza dell’onda che si rompe sull’acqua,
Il rombo lontano tra i denti di granito,
E il lamentoso avvertimento dal promontorio che s’avvicina
Sono tutte voci del mare, e la boa gemente sull’onda
Doppiata verso casa, e il gabbiano:
E sotto l’oppressione della nebbia silenziosa
La campana che rintocca
Misura un tempo che non è il nostro tempo, suonata dalla non frettolosa
Onda lunga di fondo, un tempo
Più antico del tempo dei cronometri, più antico
Del tempo contato da donne ansiose e preoccupate
Sveglie a letto, che calcolano il futuro,
Cercando di disfare, svolgere, districare
E ricomporre il passato e il futuro,
Tra la mezzanotte e l’alba, quando il passato è tutto inganno,
Il futuro senza futuro, prima della guardia del mattino
Quando il tempo si ferma e il tempo non ha mai fine;
E l’onda lunga di fondo, che è ed era dal principio,
Fa risuonare
La campana.

II
    Dov’è la fine di tutto questo, il lamento senza suono,
Il silenzioso appassire degli autunnali fiori
Che lasciano cadere i petali e restano immobili;
Dov’è la fine dei relitti alla deriva,
La preghiera dell’osso sulla spiaggia, l’impregabile
Preghiera alla calamitosa annunciazione?
    Non c’è fine, ma addizione: lo strascico
Conseguente di altri giorni e altre ore,
Mentre l’emozione fa propri gli inemotivi
Anni di vita in mezzo ai rottami
Di ciò in cui si credeva come nel più affidabile —
E perciò il più adatto alla rinuncia.
    C’è l’addizione finale, il declinante
Orgoglio o il rancore per le forze che declinano,
La devozione senza oggetto che potrebbe passare per assenza di devozione,
In una barca alla deriva con una lenta falla,
L’ascolto silenzioso dell’innegabile
Clamore della campana dell’ultima annunciazione.
    Dov’è la loro fine, i pescatori che navigano
Nella coda del vento, dove la nebbia si rannicchia?
Non possiamo pensare a un tempo senza oceano
O a un oceano non disseminato di rifiuti
O a un futuro che non sia esposto
Come il passato, a non avere destinazione.
    Dobbiamo pensarli mentre per sempre aggottano,
Calano e salpano le reti, mentre il Nord Est incombe
Su banchi bassi immutabili e senza erosione
O riscuotono il loro denaro, asciugando le vele all’ormeggio;
Non mentre compiono un viaggio che non sarà pagabile
Per una pesca che non reggerà all’esame.
    Non c’è fine, il lamento senza voce,
Non c’è fine all’appassire di fiori appassiti,
Al movimento del dolore che è indolore e immobile,
Alla deriva del mare e ai relitti alla deriva,
La preghiera dell’osso alla Morte suo Dio. Solo la a stento, appena pregabile
Preghiera dell’unica Annunciazione.
    Sembra, col farsi più vecchi,
Che il passato abbia un altro schema, e cessi di essere una mera sequenza —
O anche uno sviluppo: quest’ultimo una fallacia parziale
Incoraggiata da nozioni superficiali di evoluzione,
Che diventa, nella mente popolare, un mezzo per rinnegare il passato.
I momenti di felicità — non il senso del benessere,
Del godimento, dell’appagamento, della sicurezza o dell’affetto,
O anche di un’ottima cena, ma l’improvvisa illuminazione —
Avemmo l’esperienza ma perdemmo il significato,
E l’accostarsi al significato restituisce l’esperienza
In una forma diversa, al di là di ogni significato
Che possiamo assegnare alla felicità. Ho già detto
Che l’esperienza passata ravvivata nel significato
Non è l’esperienza di una vita soltanto
Ma di molte generazioni — senza dimenticare
Qualcosa che è probabilmente del tutto ineffabile:
Lo sguardo all’indietro oltre la sicurezza
Della storia registrata, il mezzo sguardo all’indietro
Da sopra la spalla, verso il terrore primitivo.
Ora, veniamo a scoprire che i momenti d’agonia
(Se siano o no dovuti a un fraintendimento,
All’aver sperato le cose sbagliate o temuto le cose sbagliate,
Non è la questione) sono ugualmente permanenti
Di quella permanenza che il tempo ha. Lo intendiamo meglio
Nell’agonia degli altri, quasi vissuta,
Che ci coinvolge, che nella nostra.
Ché il nostro passato è coperto dalle correnti dell’azione,
Ma il tormento degli altri resta un’esperienza
Senza attenuazioni, non logorata dal successivo attrito.
La gente cambia, e sorride: ma l’agonia permane.
Il tempo distruttore è il tempo che conserva,
Come il fiume col suo carico di negri morti, vacche e stie di polli,
La mela amara e il morso nella mela.
E la roccia frastagliata nelle acque inquiete,
Le onde la lavano, le nebbie la nascondono;
In un giorno alcionio è soltanto un monumento,
Col tempo navigabile è sempre un punto di riferimento
Su cui tracciare una rotta: ma nella stagione cupa
O nella furia improvvisa, è ciò che sempre è stato.
III
A volte mi domando se sia questo che Krishna intendeva —
Tra le altre cose — o un modo di dire la stessa cosa:
Che il futuro è una canzone sbiadita, una Rosa Regale o un rametto di lavanda
Di malinconico rimpianto per quelli che non sono ancora qui a rimpiangere,
Pressato tra le gialle foglie di un libro che non è mai stato aperto.
E la via in su è la via in giù, la via avanti è la via indietro.
Non puoi guardarlo fisso, ma questo è certo,
Che il tempo non guarisce: il paziente non è più qui.
Quando il treno parte, e i passeggeri si sono sistemati
Con la frutta, i periodici e le lettere d’affari
(E quelli che li hanno accompagnati hanno lasciato il binario)
I loro volti si distendono dal dolore al sollievo,
Al ritmo sonnolento di cento ore.
Andate avanti, viaggiatori! non sfuggendo al passato
Verso vite diverse, o verso un qualsiasi futuro;
Non siete le stesse persone che lasciarono quella stazione
O che arriveranno a un qualsiasi capolinea,
Mentre le rotaie che si restringono scorrono a unirsi dietro di voi;
E sul ponte del transatlantico rombante
Guardando la scia che si allarga dietro di voi,
Non penserete ‘il passato è finito’
O ‘il futuro ci sta davanti’.
Al calar della notte, nel sartiame e nell’antenna,
C’è una voce che canta (ma non all’orecchio,
La conchiglia mormorante del tempo, e in nessuna lingua)
‘Andate avanti, voi che credete di viaggiare;
Non siete quelli che videro il porto
Allontanarsi, né quelli che sbarcheranno.
Qui fra la riva di qua e la riva di là
Mentre il tempo è ritirato, considerate il futuro
E il passato con animo uguale.
Nel momento che non è d’azione né d’inazione
Potete ricevere questo: “su qualunque sfera dell’essere
La mente di un uomo sia intenta
Al momento della morte” — quella è l’unica azione
(E il momento della morte è ogni istante)
Che fruttificherà nelle vite degli altri:
E non pensate al frutto dell’azione.
Andate avanti.
                        O viaggiatori, o marinai,
Voi che giungete in porto, e voi i cui corpi
Subiranno la prova e il giudizio del mare,
O qualunque evento, questa è la vostra vera destinazione.‘
Così Krishna, come quando ammonì Arjuna
Sul campo di battaglia.
                                    Non un andar bene,
Ma un andare avanti, viaggiatori.
IV
    Signora, il cui santuario sta sul promontorio,
Prega per tutti coloro che sono sulle navi, quelli
Il cui mestiere ha a che fare col pesce, e
Quelli che attendono a ogni lecito traffico
E quelli che li conducono.
    Ripeti una preghiera anche in favore
Delle donne che hanno visto i figli o i mariti
Partire, e non tornare:
Figlia del tuo figlio,
Regina del Cielo.
    Prega anche per quelli che erano sulle navi, e
Finirono il loro viaggio sulla sabbia, nelle labbra del mare
O nella gola oscura che non li respingerà
O dovunque non li possa raggiungere il suono del perpetuo angelus
Della campana del mare.
V
Comunicare con Marte, conversare con gli spiriti,
Riferire il comportamento del mostro marino,
Descrivere l’oroscopo, fare l’aruspice o scrutare nella sfera,
Osservare la malattia nelle segnature, evocare
La biografia dalle rughe del palmo
E la tragedia dalle dita; sciogliere presagi
Per sortilegio, o foglie di tè, indovinare l’inevitabile
Con le carte da gioco, trastullarsi coi pentagrammi
O con gli acidi barbiturici, o sezionare
L’immagine ricorrente in terrori preconsci —
Esplorare il grembo, o la tomba, o i sogni; tutti questi sono soliti
Passatempi e droghe, e rubriche della stampa:
E sempre lo saranno, alcuni di essi specialmente
Quando c’è angoscia di nazioni e perplessità
Sia sulle coste dell’Asia, sia nella Edgware Road.
La curiosità degli uomini fruga il passato e il futuro
E si aggrappa a quella dimensione. Ma cogliere
Il punto d’intersezione dell’atemporale
Col tempo, è occupazione da santo —
E nemmeno un’occupazione, ma qualcosa di dato
E ricevuto, in una morte d’una vita intera nell’amore,
Ardore e abnegazione e resa di .
Per la maggior parte di noi, c’è solo il momento inatteso,
Il momento dentro e fuori dal tempo,
L’accesso di distrazione, perso in un raggio di sole,
Il timo selvatico non visto, o il invernale lampo
O la cascata, o la musica udita così profondamente
Che non è udita affatto, ma tu sei la musica
Finché la musica dura. Questi sono solo accenni e congetture,
Accenni seguiti da congetture; e il resto
È preghiera, osservanza, disciplina, pensiero e azione.
L’accenno mezzo indovinato, il dono mezzo compreso, è l’Incarnazione.
Qui l’impossibile unione
Di sfere dell’esistenza è attuale,
Qui il passato e il futuro
Sono vinti, e riconciliati,
Dove l’azione sarebbe altrimenti movimento
Di ciò che è soltanto mosso
E non ha in sé sorgente di movimento —
Spinto da demoniache, ctonie
Potenze. E l’azione giusta è libertà
Dal passato e anche dal futuro.
Per la maggior parte di noi, questo è il fine
Mai qui da realizzare;
Noi che siamo invitti solamente
Perché abbiamo continuato a tentare;
Noi, alla fine paghi
Se il nostro ritorno temporale nutre
(Non troppo lontano dal tasso)
La vita del suolo significativo.

I
    I do not know much about gods; but I think that the river
Is a strong brown god — sullen, untamed and intractable,
Patient to some degree, at first recognised as a frontier;
Useful, untrustworthy, as a conveyor of commerce;
Then only a problem confronting the builder of bridges.
The problem once solved, the brown god is almost forgotten
By the dwellers in cities — ever, however, implacable,
Keeping his seasons and rages, destroyer, reminder
Of what men choose to forget. Unhonoured, unpropitiated
By worshippers of the machine, but waiting, watching and waiting.
His rhythm was present in the nursery bedroom,
In the rank ailanthus of the April dooryard,
In the smell of grapes on the autumn table,
And the evening circle in the winter gaslight.
    The river is within us, the sea is all about us;
The sea is the land’s edge also, the granite
Into which it reaches, the beaches where it tosses
Its hints of earlier and other creation:
The starfish, the horseshoe crab, the whale’s backbone;
The pools where it offers to our curiosity
The more delicate algae and the sea anemone.
It tosses up our losses, the torn seine,
The shattered lobsterpot, the broken oar
And the gear of foreign dead men. The sea has many voices,
Many gods and many voices.
                                               The salt is on the briar rose,
The fog is in the fir trees.
                                            The sea howl
And the sea yelp, are different voices
Often together heard: the whine in the rigging,
The menace and caress of wave that breaks on water,
The distant rote in the granite teeth,
And the wailing warning from the approaching headland
Are all sea voices, and the heaving groaner
Rounded homewards, and the seagull:
And under the oppression of the silent fog
The tolling bell
Measures time not our time, rung by the unhurried
Ground swell, a time
Older than the time of chronometers, older
Than time counted by anxious worried women
Lying awake, calculating the future,
Trying to unweave, unwind, unravel
And piece together the past and the future,
Between midnight and dawn, when the past is all deception,
The future futureless, before the morning watch
When time stops and time is never ending;
And the ground swell, that is and was from the beginning,
Clangs
The bell.

I
    Non so molto degli dèi; ma penso che il fiume
Sia un forte dio bruno — cupo, indomito e intrattabile,
Paziente fino a un certo punto, dapprima riconosciuto come frontiera;
Utile, infido, come vettore di commerci;
Poi solo un problema che sta davanti al costruttore di ponti.
Risolto il problema, il dio bruno è quasi dimenticato
Dagli abitanti delle città — sempre, tuttavia, implacabile,
Che serba le sue stagioni e le sue ire, distruttore, memoria
Di ciò che gli uomini scelgono di dimenticare. Non onorato, non propiziato
Dagli adoratori della macchina, ma in attesa, vigile e in attesa.
Il suo ritmo era presente nella stanza dei bambini,
Nell’ailanto rigoglioso del cortile d’aprile,
Nell’odore dell’uva sulla tavola d’autunno,
E nel cerchio serale sotto il gas d’inverno.
    Il fiume è dentro di noi, il mare è tutt’intorno a noi;
Il mare è anche il margine della terra, il granito
In cui si spinge, le spiagge dove getta
I suoi indizi di una creazione anteriore e altra:
La stella marina, il limulo, la spina dorsale della balena;
Le pozze dove offre alla nostra curiosità
Le alghe più delicate e l’anemone di mare.
Ributta a riva le nostre perdite, la sciabica strappata,
La nassa sfondata, il remo spezzato
E gli attrezzi di morti stranieri. Il mare ha molte voci,
Molti dèi e molte voci.
                                               Il sale è sulla rosa di macchia,
La nebbia è tra gli abeti.
                                            L’ululo del mare
E il guaito del mare, sono voci diverse
Spesso udite insieme: il gemito nel sartiame,
La minaccia e la carezza dell’onda che si rompe sull’acqua,
Il rombo lontano tra i denti di granito,
E il lamentoso avvertimento dal promontorio che s’avvicina
Sono tutte voci del mare, e la boa gemente sull’onda
Doppiata verso casa, e il gabbiano:
E sotto l’oppressione della nebbia silenziosa
La campana che rintocca
Misura un tempo che non è il nostro tempo, suonata dalla non frettolosa
Onda lunga di fondo, un tempo
Più antico del tempo dei cronometri, più antico
Del tempo contato da donne ansiose e preoccupate
Sveglie a letto, che calcolano il futuro,
Cercando di disfare, svolgere, districare
E ricomporre il passato e il futuro,
Tra la mezzanotte e l’alba, quando il passato è tutto inganno,
Il futuro senza futuro, prima della guardia del mattino
Quando il tempo si ferma e il tempo non ha mai fine;
E l’onda lunga di fondo, che è ed era dal principio,
Fa risuonare
La campana.

II
    Where is there an end of it, the soundless wailing,
The silent withering of autumn flowers
Dropping their petals and remaining motionless;
Where is there an end to the drifting wreckage,
The prayer of the bone on the beach, the unprayable
Prayer at the calamitous annunciation?
    There is no end, but addition: the trailing
Consequence of further days and hours,
While emotion takes to itself the emotionless
Years of living among the breakage
Of what was believed in as the most reliable —
And therefore the fittest for renunciation.
    There is the final addition, the failing
Pride or resentment at failing powers,
The unattached devotion which might pass for devotionless,
In a drifting boat with a slow leakage,
The silent listening to the undeniable
Clamour of the bell of the last annunciation.
    Where is the end of them, the fishermen sailing
Into the wind’s tail, where the fog cowers?
We cannot think of a time that is oceanless
Or of an ocean not littered with wastage
Or of a future that is not liable
Like the past, to have no destination.
    We have to think of them as forever bailing,
Setting and hauling, while the North East lowers
Over shallow banks unchanging and erosionless
Or drawing their money, drying sails at dockage;
Not as making a trip that will be unpayable
For a haul that will not bear examination.
    There is no end of it, the voiceless wailing,
No end to the withering of withered flowers,
To the movement of pain that is painless and motionless,
To the drift of the sea and the drifting wreckage,
The bone’s prayer to Death its God. Only the hardly, barely prayable
Prayer of the one Annunciation.
    It seems, as one becomes older,
That the past has another pattern, and ceases to be a mere sequence —
Or even development: the latter a partial fallacy
Encouraged by superficial notions of evolution‚
Which becomes, in the popular mind, a means of disowning the past.
The moments of happiness — not the sense of well-being,
Fruition, fulfilment, security or affection,
Or even a very good dinner, but the sudden illumination —
We had the experience but missed the meaning,
And approach to the meaning restores the experience
In a different form, beyond any meaning
We can assign to happiness. I have said before
That the past experience revived in the meaning
Is not the experience of one life only
But of many generations — not forgetting
Something that is probably quite ineffable:
The backward look behind the assurance
Of recorded history, the backward half-look
Over the shoulder, towards the primitive terror.
Now, we come to discover that the moments of agony
(Whether, or not, due to misunderstanding,
Having hoped for the wrong things or dreaded the wrong things,
Is not the question) are likewise permanent
With such permanence as time has. We appreciate this better
In the agony of others, nearly experienced,
Involving ourselves, than in our own.
For our own past is covered by the currents of action,
But the torment of others remains an experience
Unqualified, unworn by subsequent attrition.
People change, and smile: but the agony abides.
Time the destroyer is time the preserver,
Like the river with its cargo of dead negroes, cows and chicken coops,
The bitter apple and the bite in the apple.
And the ragged rock in the restless waters,
Waves wash over it, fogs conceal it;
On a halcyon day it is merely a monument,
In navigable weather it is always a seamark
To lay a course by: but in the sombre season
Or the sudden fury, is what it always was.

II
    Dov’è la fine di tutto questo, il lamento senza suono,
Il silenzioso appassire degli autunnali fiori
Che lasciano cadere i petali e restano immobili;
Dov’è la fine dei relitti alla deriva,
La preghiera dell’osso sulla spiaggia, l’impregabile
Preghiera alla calamitosa annunciazione?
    Non c’è fine, ma addizione: lo strascico
Conseguente di altri giorni e altre ore,
Mentre l’emozione fa propri gli inemotivi
Anni di vita in mezzo ai rottami
Di ciò in cui si credeva come nel più affidabile —
E perciò il più adatto alla rinuncia.
    C’è l’addizione finale, il declinante
Orgoglio o il rancore per le forze che declinano,
La devozione senza oggetto che potrebbe passare per assenza di devozione,
In una barca alla deriva con una lenta falla,
L’ascolto silenzioso dell’innegabile
Clamore della campana dell’ultima annunciazione.
    Dov’è la loro fine, i pescatori che navigano
Nella coda del vento, dove la nebbia si rannicchia?
Non possiamo pensare a un tempo senza oceano
O a un oceano non disseminato di rifiuti
O a un futuro che non sia esposto
Come il passato, a non avere destinazione.
    Dobbiamo pensarli mentre per sempre aggottano,
Calano e salpano le reti, mentre il Nord Est incombe
Su banchi bassi immutabili e senza erosione
O riscuotono il loro denaro, asciugando le vele all’ormeggio;
Non mentre compiono un viaggio che non sarà pagabile
Per una pesca che non reggerà all’esame.
    Non c’è fine, il lamento senza voce,
Non c’è fine all’appassire di fiori appassiti,
Al movimento del dolore che è indolore e immobile,
Alla deriva del mare e ai relitti alla deriva,
La preghiera dell’osso alla Morte suo Dio. Solo la a stento, appena pregabile
Preghiera dell’unica Annunciazione.
    Sembra, col farsi più vecchi,
Che il passato abbia un altro schema, e cessi di essere una mera sequenza —
O anche uno sviluppo: quest’ultimo una fallacia parziale
Incoraggiata da nozioni superficiali di evoluzione,
Che diventa, nella mente popolare, un mezzo per rinnegare il passato.
I momenti di felicità — non il senso del benessere,
Del godimento, dell’appagamento, della sicurezza o dell’affetto,
O anche di un’ottima cena, ma l’improvvisa illuminazione —
Avemmo l’esperienza ma perdemmo il significato,
E l’accostarsi al significato restituisce l’esperienza
In una forma diversa, al di là di ogni significato
Che possiamo assegnare alla felicità. Ho già detto
Che l’esperienza passata ravvivata nel significato
Non è l’esperienza di una vita soltanto
Ma di molte generazioni — senza dimenticare
Qualcosa che è probabilmente del tutto ineffabile:
Lo sguardo all’indietro oltre la sicurezza
Della storia registrata, il mezzo sguardo all’indietro
Da sopra la spalla, verso il terrore primitivo.
Ora, veniamo a scoprire che i momenti d’agonia
(Se siano o no dovuti a un fraintendimento,
All’aver sperato le cose sbagliate o temuto le cose sbagliate,
Non è la questione) sono ugualmente permanenti
Di quella permanenza che il tempo ha. Lo intendiamo meglio
Nell’agonia degli altri, quasi vissuta,
Che ci coinvolge, che nella nostra.
Ché il nostro passato è coperto dalle correnti dell’azione,
Ma il tormento degli altri resta un’esperienza
Senza attenuazioni, non logorata dal successivo attrito.
La gente cambia, e sorride: ma l’agonia permane.
Il tempo distruttore è il tempo che conserva,
Come il fiume col suo carico di negri morti, vacche e stie di polli,
La mela amara e il morso nella mela.
E la roccia frastagliata nelle acque inquiete,
Le onde la lavano, le nebbie la nascondono;
In un giorno alcionio è soltanto un monumento,
Col tempo navigabile è sempre un punto di riferimento
Su cui tracciare una rotta: ma nella stagione cupa
O nella furia improvvisa, è ciò che sempre è stato.

III
I sometimes wonder if that is what Krishna meant —
Among other things — or one way of putting the same thing:
That the future is a faded song, a Royal Rose or a lavender spray
Of wistful regret for those who are not yet here to regret,
Pressed between yellow leaves of a book that has never been opened.
And the way up is the way down, the way forward is the way back.
You cannot face it steadily, but this thing is sure,
That time is no healer: the patient is no longer here.
When the train starts, and the passengers are settled
To fruit, periodicals and business letters
(And those who saw them off have left the platform)
Their faces relax from grief into relief,
To the sleepy rhythm of a hundred hours.
Fare forward, travellers! not escaping from the past
Into different lives, or into any future;
You are not the same people who left that station
Or who will arrive at any terminus,
While the narrowing rails slide together behind you;
And on the deck of the drumming liner
Watching the furrow that widens behind you,
You shall not think ‘the past is finished’
Or ‘the future is before us’.
At nightfall, in the rigging and the aerial,
Is a voice descanting (though not to the ear,
The murmuring shell of time, and not in any language)
‘Fare forward, you who think that you are voyaging;
You are not those who saw the harbour
Receding, or those who will disembark.
Here between the hither and the farther shore
While time is withdrawn, consider the future
And the past with an equal mind.
At the moment which is not of action or inaction
You can receive this: “on whatever sphere of being
The mind of a man may be intent
At the time of death” — that is the one action
(And the time of death is every moment)
Which shall fructify in the lives of others:
And do not think of the fruit of action.
Fare forward.
                        O voyagers, O seamen,
You who come to port, and you whose bodies
Will suffer the trial and judgement of the sea,
Or whatever event, this is your real destination.’
So Krishna, as when he admonished Arjuna
On the field of battle.
                                    Not fare well,
But fare forward, voyagers.

III
A volte mi domando se sia questo che Krishna intendeva —
Tra le altre cose — o un modo di dire la stessa cosa:
Che il futuro è una canzone sbiadita, una Rosa Regale o un rametto di lavanda
Di malinconico rimpianto per quelli che non sono ancora qui a rimpiangere,
Pressato tra le gialle foglie di un libro che non è mai stato aperto.
E la via in su è la via in giù, la via avanti è la via indietro.
Non puoi guardarlo fisso, ma questo è certo,
Che il tempo non guarisce: il paziente non è più qui.
Quando il treno parte, e i passeggeri si sono sistemati
Con la frutta, i periodici e le lettere d’affari
(E quelli che li hanno accompagnati hanno lasciato il binario)
I loro volti si distendono dal dolore al sollievo,
Al ritmo sonnolento di cento ore.
Andate avanti, viaggiatori! non sfuggendo al passato
Verso vite diverse, o verso un qualsiasi futuro;
Non siete le stesse persone che lasciarono quella stazione
O che arriveranno a un qualsiasi capolinea,
Mentre le rotaie che si restringono scorrono a unirsi dietro di voi;
E sul ponte del transatlantico rombante
Guardando la scia che si allarga dietro di voi,
Non penserete ‘il passato è finito’
O ‘il futuro ci sta davanti’.
Al calar della notte, nel sartiame e nell’antenna,
C’è una voce che canta (ma non all’orecchio,
La conchiglia mormorante del tempo, e in nessuna lingua)
‘Andate avanti, voi che credete di viaggiare;
Non siete quelli che videro il porto
Allontanarsi, né quelli che sbarcheranno.
Qui fra la riva di qua e la riva di là
Mentre il tempo è ritirato, considerate il futuro
E il passato con animo uguale.
Nel momento che non è d’azione né d’inazione
Potete ricevere questo: “su qualunque sfera dell’essere
La mente di un uomo sia intenta
Al momento della morte” — quella è l’unica azione
(E il momento della morte è ogni istante)
Che fruttificherà nelle vite degli altri:
E non pensate al frutto dell’azione.
Andate avanti.
                        O viaggiatori, o marinai,
Voi che giungete in porto, e voi i cui corpi
Subiranno la prova e il giudizio del mare,
O qualunque evento, questa è la vostra vera destinazione.‘
Così Krishna, come quando ammonì Arjuna
Sul campo di battaglia.
                                    Non un andar bene,
Ma un andare avanti, viaggiatori.

IV
    Lady, whose shrine stands on the promontory,
Pray for all those who are in ships, those
Whose business has to do with fish, and
Those concerned with every lawful traffic
And those who conduct them.
    Repeat a prayer also on behalf of
Women who have seen their sons or husbands
Setting forth, and not returning:
Figlia del tuo figlio,
Queen of Heaven.
    Also pray for those who were in ships, and
Ended their voyage on the sand, in the sea’s lips
Or in the dark throat which will not reject them
Or wherever cannot reach them the sound of the sea bell’s
Perpetual angelus.

IV
    Signora, il cui santuario sta sul promontorio,
Prega per tutti coloro che sono sulle navi, quelli
Il cui mestiere ha a che fare col pesce, e
Quelli che attendono a ogni lecito traffico
E quelli che li conducono.
    Ripeti una preghiera anche in favore
Delle donne che hanno visto i figli o i mariti
Partire, e non tornare:
Figlia del tuo figlio,
Regina del Cielo.
    Prega anche per quelli che erano sulle navi, e
Finirono il loro viaggio sulla sabbia, nelle labbra del mare
O nella gola oscura che non li respingerà
O dovunque non li possa raggiungere il suono del perpetuo angelus
Della campana del mare.

V
To communicate with Mars, converse with spirits,
To report the behaviour of the sea monster,
Describe the horoscope, haruspicate or scry,
Observe disease in signatures, evoke
Biography from the wrinkles of the palm
And tragedy from fingers; release omens
By sortilege, or tea leaves, riddle the inevitable
With playing cards, fiddle with pentagrams
Or barbituric acids, or dissect
The recurrent image into pre-conscious terrors —
To explore the womb, or tomb, or dreams; all these are usual
Pastimes and drugs, and features of the press:
And always will be, some of them especially
When there is distress of nations and perplexity
Whether on the shores of Asia, or in the Edgware Road.
Men’s curiosity searches past and future
And clings to that dimension. But to apprehend
The point of intersection of the timeless
With time, is an occupation for the saint —
No occupation either, but something given
And taken, in a lifetime’s death in love,
Ardour and selflessness and self-surrender.
For most of us, there is only the unattended
Moment, the moment in and out of time,
The distraction fit, lost in a shaft of sunlight,
The wild thyme unseen, or the winter lightning
Or the waterfall, or music heard so deeply
That it is not heard at all, but you are the music
While the music lasts. These are only hints and guesses,
Hints followed by guesses; and the rest
Is prayer, observance, discipline, thought and action.
The hint half guessed, the gift half understood, is Incarnation.
Here the impossible union
Of spheres of existence is actual,
Here the past and future
Are conquered, and reconciled,
Where action were otherwise movement
Of that which is only moved
And has in it no source of movement —
Driven by dæmonic, chthonic
Powers. And right action is freedom
From past and future also.
For most of us, this is the aim
Never here to be realised;
Who are only undefeated
Because we have gone on trying;
We, content at the last
If our temporal reversion nourish
(Not too far from the yew-tree)
The life of significant soil.

V
Comunicare con Marte, conversare con gli spiriti,
Riferire il comportamento del mostro marino,
Descrivere l’oroscopo, fare l’aruspice o scrutare nella sfera,
Osservare la malattia nelle segnature, evocare
La biografia dalle rughe del palmo
E la tragedia dalle dita; sciogliere presagi
Per sortilegio, o foglie di tè, indovinare l’inevitabile
Con le carte da gioco, trastullarsi coi pentagrammi
O con gli acidi barbiturici, o sezionare
L’immagine ricorrente in terrori preconsci —
Esplorare il grembo, o la tomba, o i sogni; tutti questi sono soliti
Passatempi e droghe, e rubriche della stampa:
E sempre lo saranno, alcuni di essi specialmente
Quando c’è angoscia di nazioni e perplessità
Sia sulle coste dell’Asia, sia nella Edgware Road.
La curiosità degli uomini fruga il passato e il futuro
E si aggrappa a quella dimensione. Ma cogliere
Il punto d’intersezione dell’atemporale
Col tempo, è occupazione da santo —
E nemmeno un’occupazione, ma qualcosa di dato
E ricevuto, in una morte d’una vita intera nell’amore,
Ardore e abnegazione e resa di .
Per la maggior parte di noi, c’è solo il momento inatteso,
Il momento dentro e fuori dal tempo,
L’accesso di distrazione, perso in un raggio di sole,
Il timo selvatico non visto, o il invernale lampo
O la cascata, o la musica udita così profondamente
Che non è udita affatto, ma tu sei la musica
Finché la musica dura. Questi sono solo accenni e congetture,
Accenni seguiti da congetture; e il resto
È preghiera, osservanza, disciplina, pensiero e azione.
L’accenno mezzo indovinato, il dono mezzo compreso, è l’Incarnazione.
Qui l’impossibile unione
Di sfere dell’esistenza è attuale,
Qui il passato e il futuro
Sono vinti, e riconciliati,
Dove l’azione sarebbe altrimenti movimento
Di ciò che è soltanto mosso
E non ha in sé sorgente di movimento —
Spinto da demoniache, ctonie
Potenze. E l’azione giusta è libertà
Dal passato e anche dal futuro.
Per la maggior parte di noi, questo è il fine
Mai qui da realizzare;
Noi che siamo invitti solamente
Perché abbiamo continuato a tentare;
Noi, alla fine paghi
Se il nostro ritorno temporale nutre
(Non troppo lontano dal tasso)
La vita del suolo significativo.