Una storia con una morale.
“A patto che le abitudini di un autore,” dice Don Thomas de las Torres nella prefazione ai suoi “Poesie d’amore”, “siano pure e caste, non ha molta importanza che le sue opere non siano altrettanto rigorose” – il che, in parole povere, significa che, purché la morale personale di un autore sia pura, non ha alcuna rilevanza quella delle sue opere. Presumiamo che Don Thomas si trovi ora nel Purgatorio per aver espresso tale opinione. Sarebbe anche una forma di giustizia poetica tenerlo lì finché le sue “Poesie d’amore” non diventino obsolete o vengano completamente dimenticate dai lettori. Ogni opera di fantasia dovrebbe contenere un messaggio morale; inoltre, i critici hanno dimostrato che effettivamente ne contiene uno. Philip Melanchthon, tempo fa, scrisse un commento sul poema “La battaglia dei ranocchi” e dimostrò che lo scopo del poeta era quello di suscitare avversione per la sedizione; Pierre la Seine andò ancora oltre, sostenendo che l’intento fosse quello di incoraggiare i giovani alla moderazione nel mangiare e nel bere. Allo stesso modo, Jacobus Hugo concluse che Omero, con il personaggio di Euenis, intendesse alludere a Giovanni Calvino; con Antinous, a Martin Lutero; con i Lotofagi, ai protestanti in generale; e con le Arpie, ai olandesi. Anche i nostri studiosi moderni sono altrettanto acuti: individuano significati nascosti in opere come “La parabola dei figli di Noè”, “Cock Robin” e il pensiero trascendentale. In breve, si è dimostrato che nessuno può scrivere senza un intento molto profondo. Il che, in definitiva, risolve molti problemi per gli autori: un romanziere, ad esempio, non deve preoccuparsi della morale della sua opera; essa esiste comunque – e sia i critici che i lettori possono occuparsene. Quando arriverà il momento giusto, tutto ciò che l’autore intendeva, e anche ciò che non intendeva, verrà rivelato, così che alla fine tutto si chiarirà perfettamente.
Non esiste quindi alcun fondamento valido per le accuse mosse contro di me da alcuni ignoranti: che io non abbia mai scritto una storia morale, o, per essere più precisi, una storia che contenga un messaggio morale. Non sono certo quei critici destinati a scoprire e sviluppare i miei valori morali. Questo è il segreto. Col tempo, la “North American Quarterly Humdrum” farà loro vergognare della loro stupidità. Nel frattempo, al fine di evitare l’esecuzione delle accuse contro di me, offro questa triste storia allegata. Una storia la cui morale è ovvia e inequivoca; chiunque possa leggerla facilmente, poiché il titolo stesso della storia è scritto in caratteri grandi. Io dovrei essere riconosciuto per questo approccio: molto più saggio di quello di La Fontaine e degli altri, che riservano l’impatto emotivo fino all’ultimo momento, inserendolo così alla fine delle loro favole.
“Defuncti injuriâ ne afficiantur” era una legge delle Dodici Tavole; “De mortuis nil nisi bonum” è un ottimo precetto, anche se la persona deceduta in questione non sia altro che qualcuno di insignificante. Non intendo quindi denigrare il mio defunto amico, Toby Dammit. È vero, era un povero diavolo, e è morto come tale; ma lui stesso non era colpevole dei suoi vizi. Questi derivavano da un difetto congenito di sua madre. Lei faceva del suo meglio per “punirlo” quando era ancora un bambino, poiché, per la sua mente rigida e moralista, picchiare i neonati rappresentava una sorta di piacere; inoltre, i bambini, proprio come le bistecche cotte al punto giusto o gli ulivi greci moderni, diventano inevitabilmente migliori dopo essere stati picchiati. Ma povera donna! Aveva la sfortuna di essere mancina, e un bambino picchiato con la mano sinistra sarebbe stato meglio lasciarlo in pace. Il mondo gira da destra a sinistra. Non si può certo frustare un bambino nella direzione opposta. Se ogni colpo assestato nella direzione giusta allontana una cattiva tendenza, allora ogni colpo dato nella direzione opposta ne introduce un’altra. Spesso assistevo alle punizioni inflitte a Toby. E, anche dal modo in cui si dimenava dopo essere stato picchiato, si poteva capire che stava peggiorando di giorno in giorno. Alla fine, attraverso le lacrime negli occhi, compresi che non c’era alcuna speranza per lui. Un giorno, dopo essere stato ammanettato fino a diventare così scuro in faccia da poter essere scambiato per un piccolo africano, e senza che ci fosse il minimo effetto positivo di quelle punizioni, non ce la feci più. Mi gettai in ginocchio e, alzando la voce, predissi la sua rovina.
Il fatto è che la sua precocità nel commettere vizi era terribile. A cinque mesi di età si infervoriva a tal punto da non riuscire nemmeno a parlare chiaramente. A sei mesi lo sorpresi mentre masticava un mazzo di carte. A sette mesi aveva l’abitudine costante di afferrare e baciare i bambini di sesso femminile. A otto mesi rifiutò categoricamente di firmare il patto per la temperanza. Così continuò ad aumentare nella sua malvagità, mese dopo mese, fino a quando, alla fine del primo anno, non solo insistette nel farsi crescere i mustacchi, ma sviluppò anche l’abitudine di imprecare e di scommettere per avvalorare le sue affermazioni.
Attraverso questa ultima pratica assolutamente disonesta, la rovina che avevo predetto a Toby Dammit lo colpì infine. Quella abitudine “era cresciuta insieme a lui e si era rafforzata con la sua forza”; così, quando divenne adulto, raramente riusciva a pronunciare una frase senza inserirvi proposte legate al gioco d’azzardo. Non che effettivamente scommettesse davvero. No. Devo rendere giustizia al mio amico: preferirebbe persino deporre uova piuttosto che scommettere. Per lui, quelle frasi erano soltanto formule vuote, prive di qualsiasi significato reale; erano semplicemente espressioni retoriche utilizzate per completare le frasi. Quando diceva “Scommetto cento contro uno, ”, nessuno aveva mai l’intenzione di accettare la scommessa; tuttavia, sentivo comunque il dovere di dissuaderlo da quella abitudine. Era un’abitudine immorale, e glielo dissi. Era volgare. E gli chiesi di crederci. Era condannata dalla società. E in questo non mentii affatto. Era proibita anche dal Congresso. E qui non avevo alcuna intenzione di mentire. Gli feci delle rammaricate. Ma invano. Gli dimostrai i pericoli legati a quella pratica. Inutilmente. Lo supplicai. Lui sorrise. Lo implorai. Lui rise. Cercai di convincerlo con argomentazioni razionali. Lui si mise a deridere. Lo minacciai. Lui imprecò. Gli diedi calci. Chiamò la polizia. Gli tirai il naso. Lui se lo soffiò e mi sfidò, scommettendo con il Diavolo che non avrei mai più osato riprovare quell’esperimento.
Povertà era un altro vizio che la particolare deficienza fisica della madre di Dammit aveva comportato per suo figlio. Era terribilmente povero, e questo era senza dubbio il motivo per cui le sue espressioni relative alle scommesse raramente riguardavano questioni finanziarie. Non posso dire di averlo mai sentire usare frasi del tipo “Scommetto un dollaro su di te”. Di solito diceva “Scommetto qualsiasi cosa tu voglia”, o “Scommetto tutto ciò che osi”, oppure ancora “Scommetto una piccola somma”, o, cosa ancora più significativa, “Scommetto la mia testa contro il Diavolo”.
Questa ultima forma sembrava piacergli di più; forse perché comportava il minor rischio: infatti, Dammit era diventato estremamente parsimonioso. Se qualcuno lo avesse scommesso, la sua testa era piccola, quindi anche la perdita sarebbe stata modesta. Ma queste sono solo le mie riflessioni; non sono affatto certo di avere ragione nel attribuirgliele. Comunque sia, questa espressione divenne sempre più popolare, nonostante l’assoluta inappropriatità di un uomo che scommette la propria vita come se fossero semplici banconote. Ma questo era un aspetto che la perversità di carattere del mio amico gli impediva di comprendere. Alla fine, abbandonò tutte le altre forme di scommessa e si dedicò esclusivamente all’espressione “Scommetto la mia testa contro il Diavolo”, con una tenacia e un’adesione così assolute da sorprendermi non meno che infastidirmi. Sono sempre infastidito dalle circostanze di cui non riesco a comprendere il motivo. I misteri costringono un uomo a pensare, e questo danneggia la sua salute. La verità è che c’era qualcosa nel modo in cui Mr. Dammit pronunciava quelle parole offensive. Qualcosa che all’inizio destava interesse, ma poi mi metteva molto a disagio. Qualcosa che, per mancanza di un termine più preciso al momento, devo definire “strano”; ma che Mr. Coleridge avrebbe definito mistico, Mr. Kant panteista, Mr. Carlyle contorto, e Mr. Emerson ipercritico. Iniziò a non piacermi affatto. L’anima di Mr. Dammit era in pericolo. Decisi di utilizzare tutta la mia eloquenza per salvarla. Giurai di servirlo come San Patrizio, che nelle cronache irlandesi si dice abbia servito il rospo. Cioè, di “risvegliarlo alla consapevolezza della sua situazione”. Mi misi immediatamente all’opera. Una volta ancora ricorsi alle mie argomentazioni. Ancora una volta raccolsi tutte le mie energie per un ultimo tentativo di persuasione.
Quando ebbi terminato la mia lezione, il signor Dammit si abbandonò a comportamenti piuttosto ambigui. Per alcuni momenti rimase in silenzio, limitandosi a guardarmi con aria interrogativa. Poi scosse la testa da un lato e alzò notevolmente le sopracciglia; quindi aprì le mani e alzò le spalle, fece l’occhiolino con l’occhio destro, ripeté la stessa operazione con il sinistro, poi chiuse entrambi gli occhi molto stretti, e infine li aprì così tanto che iniziai seriamente a preoccuparmi per le conseguenze. Infine, appoggiando il pollice sul naso, fece un movimento indescrivibile con il resto delle dita. Alla fine, incrociando le braccia, si degnò di rispondere.
Riesco a ricordare soltanto i contenuti del suo discorso. Sarebbe in debito con me se taccessi; non desiderava alcun mio consiglio, disprezzava tutte le mie allusioni. Era abbastanza adulto da prendersi cura di sé stesso. Pensavo davvero che fosse ancora un bambino? Volevo forse dire qualcosa contro il suo carattere? Intendevo insultarlo? Ero forse uno stupido? Sapeva mia madre, in qualche modo, della mia assenza dalla residenza familiare? Mi avrebbe posto questa domanda come a un uomo onesto, e si sarebbe impegnato ad attenersi alla mia risposta. Ancora una volta mi avrebbe chiesto esplicitamente se mia madre sapesse che ero fuori. La mia confusione, diceva, mi tradiva. E avrebbe scommesso la sua testa sul fatto che lei non lo sapesse.
Il signor Dammit non si fermò nemmeno ad aspettare la mia risposta. Girandosi sui tacchi, se ne andò in modo piuttosto scortese. Fu davvero meglio per lui che facesse così. I miei sentimenti erano stati feriti; persino la mia rabbia era stata suscitata. Per una volta, avrei accettato la sua offesa e avrei vinto. Avrei preso quella piccola testa del nemico principale, il signor Dammit. In realtà, mia madre sapeva molto bene che la mia assenza da casa era solo temporanea.
Ma Khoda shefa midêhed – Il cielo dona sollievo – come dicono i musulmani quando si calpesta il loro piede. Ero stato insultato nell’adempimento dei miei doveri, e ho sopportato quell’insulto da uomo. Ora, tuttavia, mi sembrava di aver fatto tutto ciò che era richiesto da me in questo caso; quindi decisi di non disturbarlo più con i miei consigli, lasciandolo alla sua coscienza e a se stesso. Ma sebbene evitassi di interferire con i suoi comportamenti, non riuscivo a smettere del tutto di frequentarlo. Anzi, arrivai persino ad accontentare alcune delle sue tendenze meno riprovevoli; c’erano momenti in cui lodavo le sue battute malvagie, proprio come gli epicure lodano il senape, con lacrime agli occhi: mi addolorava profondamente ascoltare le sue parole cattive.
Un bel giorno, dopo essere usciti insieme a braccetto, il nostro percorso ci portò nella direzione di un fiume. C’era un ponte, e decidemmo di attraversarlo. Il ponte era coperto per proteggerci dal maltempo, e l’arco, con poche finestre, era piuttosto buio. Mentre entravamo nel passaggio, il contrasto tra la luce esterna abbagliante e l’oscurità interna mi colpì profondamente; non così per quel povero Toby Dammit, che si offrì di scommettere la sua testa con il Diavolo sul fatto che fossi impazzito. Sembrava essere di ottimo umore, eccessivamente vivace, al punto che iniziai a nutrire dei sospetti. Non era impossibile che fosse sotto l’effetto di qualche sostanza allucinogena; tuttavia, non ero abbastanza esperto per formulare una diagnosi certa, e purtroppo non c’erano presenti i miei amici del “Dial”. Comunque, notai in lui un comportamento strano, simile a quello di un folle, si muoveva in modo frenetico, gridava, balbettava parole strane, mantenendo però un’espressione estremamente seria. Non sapevo se prenderlo a calci o provare compassione per lui. Alla fine, quasi arrivati dall’altra parte del ponte, il nostro cammino fu ostacolato da una cancellata piuttosto alta; io la superai tranquillamente come al solito, ma Toby Dammit insistette nel volerla saltare, affermando di poterci riuscire facilmente. Onestamente, non credevo fosse possibile. L’unico che avrebbe potuto farlo era il mio amico Carlyle, quindi non credevo nemmeno che Toby Dammit ci riuscisse. Gli dissi chiaramente che stava solo vantandosi senza motivo, ma in seguito mi pentii di averlo fatto, perché lui immediatamente si offrì di scommettere la sua testa con il Diavolo sul fatto che ci sarebbe riuscito davvero.
Stavo per rispondere, nonostante le mie precedenti risoluzioni, con alcune remonstranze contro la sua impietà, quando sentii, proprio accanto a me, un leggero colpo di tosse che assomigliava molto all’esclamazione “ahem!”. Mi irrigidii e guardai intorno, sorpreso. Alla fine il mio sguardo si posò in un angolo della struttura del ponte, dove vidi la figura di un piccolo vecchio signore zoppo, dall’aspetto molto rispettabile. Non c’era nulla di più venerabile nel suo aspetto: non solo indossava un completo nero, ma anche la sua camicia era perfettamente pulita e il colletto era ben piegato sopra una cravatta bianca; i suoi capelli erano divisi sulla fronte come quelli di una ragazza. Le sue mani erano giunte pensosamente davanti al ventre, e i suoi occhi erano stati attentamente sollevati verso l’alto della testa.
Osservandolo più da vicino, notai che indossava un grembiule di seta nera sopra i suoi vestiti intimi; e questa cosa mi sembrò molto strana. Prima però che avessi il tempo di fare alcun commento su una circostanza così insolita, lui mi interruppe con un secondo “ahem!”.
Di fronte a questa osservazione, non ero immediatamente pronto a rispondere. Il fatto è che i commenti di questo tipo, così laconici e concisi, sono quasi impossibili da replicare. Conosco un esempio: una rivista trimestrale non si è minimamente turbata davanti alla parola “Fudge!”. Pertanto, non mi vergogno ad ammettere che ho chiesto aiuto al signor Dammit.
“Maledizione,” dissi, “che cosa stai facendo? Non senti? Il signore sta dicendo ‘ahem!’” Lo guardai con severità mentre gli parlavo in questo modo; perché, a dire la verità, ero particolarmente perplesso, e quando uno è particolarmente perplesso deve aggrottare la fronte e sembrare arrabbiato, altrimenti di sicuro sembrerà un idiota.
“Maledizione,” osservai – anche se questo suonava molto come un’imprecazione, e in realtà nulla del genere avevo in mente – “Maledizione, il signore dice ‘ahem!’”.
Non intendo affatto difendere la profondità del mio commento; anzi, io stesso non lo ritenevo profondo. Tuttavia ho notato che l’effetto delle nostre parole non è sempre proporzionale alla loro importanza ai nostri occhi. E se avessi colpito il signor D. con una bomba Paixhan o gli avessi dato un colpo in testa con “Poeti e Poesia dell’America”, probabilmente non sarebbe stato più imbarazzato di quando gli ho detto semplicemente: “Per l’amor del cielo, cosa sta facendo? Non sente? Il signore sta dicendo ‘ahem!’”.
“Davvero?” esclamò finalmente, dopo essere diventato sempre più pallido, come un pirata che viene inseguito da una nave da guerra, “Sei sicuro che abbia detto davvero così? Beh, ormai non posso più tirarmi indietro. Meglio affrontare la situazione con coraggio. Allora, ecco fatto, ahem!”
A questo punto, il piccolo vecchio signore sembrò felice. Solo Dio sa il perché. Lasciò la sua postazione all’angolo del ponte, zoppicò avanti con un’aria dignitosa, prese Dammit per mano e gli strinse cordialmente la mano, guardandolo dritto negli occhi con un’espressione di pura benevolenza, come solo la mente umana possa immaginare.
“Sono abbastanza sicuro che la vincerai, maledizione,” disse lui, con il sorriso più sincero di tutti, “ma dobbiamo comunque fare un tentativo, capisci, solo per rispettare le formalità.”
“Ahem!” rispose il mio amico, togliendosi il cappotto, con un profondo sospiro; si legò un fazzoletto intorno alla vita e, torcendo gli occhi e abbassando le angole della bocca, produsse un cambiamento inspiegabile nel suo volto, “Ahem!” disse di nuovo dopo una pausa; e non pronunciò mai più altre parole se non “ahem”. “Ahah!” pensai tra me, senza esprimerlo ad alta voce, “Che strano silenzio da parte di Toby Dammit. Senza dubbio è il risultato della sua precedente loquacità. Un’estremità induce un’altra. Mi chiedo se abbia dimenticato tutte quelle domande senza risposta che mi ha posto con tanta insistenza il giorno in cui gli ho tenuto l’ultima lezione. Comunque sia, ora è davvero “curato” delle sue tendenze speculative, ”
“Ahem!”, rispose Toby, come se avesse letto nei miei pensieri, e sembrava davvero una vecchia pecora immersa in meditazione.
Il vecchio gentiluomo lo prese ora per il braccio e lo guidò più nell’ombra del ponte, a qualche passo di distanza dal tornello. “Mio buon amico,” disse, “ritengo sia mio dovere permetterti di fare questa piccola corsa. Aspetta qui, finché non mi sarò posizionato accanto al tornello, così potrò vedere se riuscirai a superarlo con eleganza e maestosità. E senza dimenticare alcun movimento particolare, capisci? Sarà solo una questione di forma. Dirò ‘uno, due, tre, via!’, quindi ricorda di partire proprio al momento del ‘via’.” Si posizionò accanto al tornello, rimase fermo per un attimo come se fosse immerso in profonde riflessioni, poi alzò lo sguardo e, credo, sorrise leggermente. Dopo aver sistemato le stringhe del suo grembiule, osservò attentamente Dammit per un po’, e infine diede il segnale concordato.
Uno… due… tre… e via!
Puntuale, non appena fu pronunciata la parola “via”, il mio povero amico partì al galoppo. Lo stile di quel salto non era certo elevato, come quello del signor Lord, né troppo basso, come quello dei suoi recensori. Ma in generale ero sicuro che ce l’avrebbe fatta. E se invece non ci fosse riuscito? Ah, ecco la vera domanda. Se non ci fosse riuscito, che cosa sarebbe successo? “Che diritto ha quell’anziano signore di costringere un altro gentiluomo a saltare? Chi è lui, in fondo? Se mi chiede di farlo, io non lo farò, punto e basta. Non mi interessa chi diavolo sia.” Il ponte, come ho detto, era arcuato e coperto in modo davvero ridicolo; inoltre, produceva un’eco molto sgradevole. Un’eco che non avevo mai notato così chiaramente prima di pronunciare quelle ultime parole.
Ma ciò che dissi, o pensai, o udii, durò soltanto un istante. In meno di cinque secondi dal suo balzo iniziale, il povero Toby aveva già compiuto l’impresa. Lo vidi correre agilmente e poi saltare con grande eleganza dal fondo del ponte, eseguendo movimenti fluidi e maestosi con le gambe mentre saliva verso l’alto. Lo vidi raggiungere una notevole altezza nell’aria, volteggiando ammirabilmente sopra la sommità del parapetto; naturalmente pensai che fosse straordinario il fatto che non continuasse a volare oltre. Ma tutto ciò accadde in un attimo, e prima ancora che avessi il tempo di riflettere seriamente, Dammit atterrò a pancia in giù, proprio sul lato del parapetto da cui aveva iniziato il suo salto. Nello stesso istante vidi il vecchio signore allontanarsi zoppicando, tenendo tra le mani qualcosa che era caduto pesantemente dall’oscurità dell’arco sopra l’ingresso del ponte. Fui molto sorpreso da tutto ciò; ma non ebbi il tempo di riflettere, perché Dammit rimaneva immobile, quindi dedussi che fosse ferito gravemente e avesse bisogno del mio aiuto. Corsi subito da lui e scoprii che aveva riportato una ferita piuttosto grave. La verità era che gli era stata mozzata la testa; dopo averla cercata attentamente, non riuscii a trovarla da nessuna parte. Così decisi di portarlo a casa e chiamare i medici omeopati. In quel momento mi venne in mente un’idea: aprii una finestra vicina sul ponte, e allora la triste verità mi balenò davanti agli occhi. A circa cinque piedi sopra la sommità dell’ingresso del ponte, attraverso l’arco del sentiero pedonale, si estendeva una barra di ferro piatta, posizionata orizzontalmente e parte di una serie di strutture utilizzate per rafforzare l’integrità dell’intera costruzione. Era evidente che il collo del mio sfortunato amico fosse entrato in contatto con quel bordo tagliente.
Non sopravvisse a lungo alla sua terribile perdita. Gli omeopati gli prescrissero una quantità eccessiva di medicine, e quelle poche che gli diedero lui esitò ad assumerle. Alla fine la sua condizione peggiorò e morì, diventando un monito per tutti coloro che vivono in modo dissoluto. Versai le mie lacrime sulla sua tomba, causai grande dolore alla sua famiglia, e per coprire le spese del suo funerale inviai loro il mio conto, piuttosto moderato. Quei furfanti rifiutarono di pagarlo. Così feci seppellire immediatamente il signor “Dammit” e lo vendetti per farne carne da cane.
A Tale With a Moral.
“Con tal que las costumbres de un autor,” says Don Thomas de las Torres, in the preface to his “Amatory Poems” “sean puras y castas, importo muy poco que no sean igualmente severas sus obras”—meaning, in plain English, that, provided the morals of an author are pure personally, it signifies nothing what are the morals of his books. We presume that Don Thomas is now in Purgatory for the assertion. It would be a clever thing, too, in the way of poetical justice, to keep him there until his “Amatory Poems” get out of print, or are laid definitely upon the shelf through lack of readers. Every fiction should have a moral; and, what is more to the purpose, the critics have discovered that every fiction has. Philip Melanchthon, some time ago, wrote a commentary upon the “Batrachomyomachia,” and proved that the poet’s object was to excite a distaste for sedition. Pierre la Seine, going a step farther, shows that the intention was to recommend to young men temperance in eating and drinking. Just so, too, Jacobus Hugo has satisfied himself that, by Euenis, Homer meant to insinuate John Calvin; by Antinous, Martin Luther; by the Lotophagi, Protestants in general; and, by the Harpies, the Dutch. Our more modern Scholiasts are equally acute. These fellows demonstrate a hidden meaning in “The Antediluvians,” a parable in Powhatan, “new views in Cock Robin,” and transcendentalism in “Hop O’ My Thumb.” In short, it has been shown that no man can sit down to write without a very profound design. Thus to authors in general much trouble is spared. A novelist, for example, need have no care of his moral. It is there—that is to say, it is somewhere—and the moral and the critics can take care of themselves. When the proper time arrives, all that the gentleman intended, and all that he did not intend, will be brought to light, in the “Dial,” or the “Down-Easter,” together with all that he ought to have intended, and the rest that he clearly meant to intend:—so that it will all come very straight in the end.
There is no just ground, therefore, for the charge brought against me by certain ignoramuses—that I have never written a moral tale, or, in more precise words, a tale with a moral. They are not the critics predestined to bring me out, and develop my morals:—that is the secret. By and by the “North American Quarterly Humdrum” will make them ashamed of their stupidity. In the meantime, by way of staying execution—by way of mitigating the accusations against me—I offer the sad history appended,—a history about whose obvious moral there can be no question whatever, since he who runs may read it in the large capitals which form the title of the tale. I should have credit for this arrangement—a far wiser one than that of La Fontaine and others, who reserve the impression to be conveyed until the last moment, and thus sneak it in at the fag end of their fables.
Defuncti injuriâ ne afficiantur was a law of the twelve tables, and De mortuis nil nisi bonum is an excellent injunction—even if the dead in question be nothing but dead small beer. It is not my design, therefore, to vituperate my deceased friend, Toby Dammit. He was a sad dog, it is true, and a dog’s death it was that he died; but he himself was not to blame for his vices. They grew out of a personal defect in his mother. She did her best in the way of flogging him while an infant—for duties to her well-regulated mind were always pleasures, and babies, like tough steaks, or the modern Greek olive trees, are invariably the better for beating—but, poor woman! she had the misfortune to be left-handed, and a child flogged left-handedly had better be left unflogged. The world revolves from right to left. It will not do to whip a baby from left to right. If each blow in the proper direction drives an evil propensity out, it follows that every thump in an opposite one knocks its quota of wickedness in. I was often present at Toby’s chastisements, and, even by the way in which he kicked, I could perceive that he was getting worse and worse every day. At last I saw, through the tears in my eyes, that there was no hope of the villain at all, and one day when he had been cuffed until he grew so black in the face that one might have mistaken him for a little African, and no effect had been produced beyond that of making him wriggle himself into a fit, I could stand it no longer, but went down upon my knees forthwith, and, uplifting my voice, made prophecy of his ruin.
The fact is that his precocity in vice was awful. At five months of age he used to get into such passions that he was unable to articulate. At six months, I caught him gnawing a pack of cards. At seven months he was in the constant habit of catching and kissing the female babies. At eight months he peremptorily refused to put his signature to the Temperance pledge. Thus he went on increasing in iniquity, month after month, until, at the close of the first year, he not only insisted upon wearing moustaches, but had contracted a propensity for cursing and swearing, and for backing his assertions by bets.
Through this latter most ungentlemanly practice, the ruin which I had predicted to Toby Dammit overtook him at last. The fashion had “grown with his growth and strengthened with his strength,” so that, when he came to be a man, he could scarcely utter a sentence without interlarding it with a proposition to gamble. Not that he actually laid wagers—no. I will do my friend the justice to say that he would as soon have laid eggs. With him the thing was a mere formula—nothing more. His expressions on this head had no meaning attached to them whatever. They were simple if not altogether innocent expletives—imaginative phrases wherewith to round off a sentence. When he said “I’ll bet you so and so,” nobody ever thought of taking him up; but still I could not help thinking it my duty to put him down. The habit was an immoral one, and so I told him. It was a vulgar one—this I begged him to believe. It was discountenanced by society—here I said nothing but the truth. It was forbidden by act of Congress—here I had not the slightest intention of telling a lie. I remonstrated—but to no purpose. I demonstrated—in vain. I entreated—he smiled. I implored—he laughed. I preached—he sneered. I threatened—he swore. I kicked him—he called for the police. I pulled his nose—he blew it, and offered to bet the Devil his head that I would not venture to try that experiment again.
Una storia con una morale.
“A patto che le abitudini di un autore,” dice Don Thomas de las Torres nella prefazione ai suoi “Poesie d’amore”, “siano pure e caste, non ha molta importanza che le sue opere non siano altrettanto rigorose” – il che, in parole povere, significa che, purché la morale personale di un autore sia pura, non ha alcuna rilevanza quella delle sue opere. Presumiamo che Don Thomas si trovi ora nel Purgatorio per aver espresso tale opinione. Sarebbe anche una forma di giustizia poetica tenerlo lì finché le sue “Poesie d’amore” non diventino obsolete o vengano completamente dimenticate dai lettori. Ogni opera di fantasia dovrebbe contenere un messaggio morale; inoltre, i critici hanno dimostrato che effettivamente ne contiene uno. Philip Melanchthon, tempo fa, scrisse un commento sul poema “La battaglia dei ranocchi” e dimostrò che lo scopo del poeta era quello di suscitare avversione per la sedizione; Pierre la Seine andò ancora oltre, sostenendo che l’intento fosse quello di incoraggiare i giovani alla moderazione nel mangiare e nel bere. Allo stesso modo, Jacobus Hugo concluse che Omero, con il personaggio di Euenis, intendesse alludere a Giovanni Calvino; con Antinous, a Martin Lutero; con i Lotofagi, ai protestanti in generale; e con le Arpie, ai olandesi. Anche i nostri studiosi moderni sono altrettanto acuti: individuano significati nascosti in opere come “La parabola dei figli di Noè”, “Cock Robin” e il pensiero trascendentale. In breve, si è dimostrato che nessuno può scrivere senza un intento molto profondo. Il che, in definitiva, risolve molti problemi per gli autori: un romanziere, ad esempio, non deve preoccuparsi della morale della sua opera; essa esiste comunque – e sia i critici che i lettori possono occuparsene. Quando arriverà il momento giusto, tutto ciò che l’autore intendeva, e anche ciò che non intendeva, verrà rivelato, così che alla fine tutto si chiarirà perfettamente.
Non esiste quindi alcun fondamento valido per le accuse mosse contro di me da alcuni ignoranti: che io non abbia mai scritto una storia morale, o, per essere più precisi, una storia che contenga un messaggio morale. Non sono certo quei critici destinati a scoprire e sviluppare i miei valori morali. Questo è il segreto. Col tempo, la “North American Quarterly Humdrum” farà loro vergognare della loro stupidità. Nel frattempo, al fine di evitare l’esecuzione delle accuse contro di me, offro questa triste storia allegata. Una storia la cui morale è ovvia e inequivoca; chiunque possa leggerla facilmente, poiché il titolo stesso della storia è scritto in caratteri grandi. Io dovrei essere riconosciuto per questo approccio: molto più saggio di quello di La Fontaine e degli altri, che riservano l’impatto emotivo fino all’ultimo momento, inserendolo così alla fine delle loro favole.
“Defuncti injuriâ ne afficiantur” era una legge delle Dodici Tavole; “De mortuis nil nisi bonum” è un ottimo precetto, anche se la persona deceduta in questione non sia altro che qualcuno di insignificante. Non intendo quindi denigrare il mio defunto amico, Toby Dammit. È vero, era un povero diavolo, e è morto come tale; ma lui stesso non era colpevole dei suoi vizi. Questi derivavano da un difetto congenito di sua madre. Lei faceva del suo meglio per “punirlo” quando era ancora un bambino, poiché, per la sua mente rigida e moralista, picchiare i neonati rappresentava una sorta di piacere; inoltre, i bambini, proprio come le bistecche cotte al punto giusto o gli ulivi greci moderni, diventano inevitabilmente migliori dopo essere stati picchiati. Ma povera donna! Aveva la sfortuna di essere mancina, e un bambino picchiato con la mano sinistra sarebbe stato meglio lasciarlo in pace. Il mondo gira da destra a sinistra. Non si può certo frustare un bambino nella direzione opposta. Se ogni colpo assestato nella direzione giusta allontana una cattiva tendenza, allora ogni colpo dato nella direzione opposta ne introduce un’altra. Spesso assistevo alle punizioni inflitte a Toby. E, anche dal modo in cui si dimenava dopo essere stato picchiato, si poteva capire che stava peggiorando di giorno in giorno. Alla fine, attraverso le lacrime negli occhi, compresi che non c’era alcuna speranza per lui. Un giorno, dopo essere stato ammanettato fino a diventare così scuro in faccia da poter essere scambiato per un piccolo africano, e senza che ci fosse il minimo effetto positivo di quelle punizioni, non ce la feci più. Mi gettai in ginocchio e, alzando la voce, predissi la sua rovina.
Il fatto è che la sua precocità nel commettere vizi era terribile. A cinque mesi di età si infervoriva a tal punto da non riuscire nemmeno a parlare chiaramente. A sei mesi lo sorpresi mentre masticava un mazzo di carte. A sette mesi aveva l’abitudine costante di afferrare e baciare i bambini di sesso femminile. A otto mesi rifiutò categoricamente di firmare il patto per la temperanza. Così continuò ad aumentare nella sua malvagità, mese dopo mese, fino a quando, alla fine del primo anno, non solo insistette nel farsi crescere i mustacchi, ma sviluppò anche l’abitudine di imprecare e di scommettere per avvalorare le sue affermazioni.
Attraverso questa ultima pratica assolutamente disonesta, la rovina che avevo predetto a Toby Dammit lo colpì infine. Quella abitudine “era cresciuta insieme a lui e si era rafforzata con la sua forza”; così, quando divenne adulto, raramente riusciva a pronunciare una frase senza inserirvi proposte legate al gioco d’azzardo. Non che effettivamente scommettesse davvero. No. Devo rendere giustizia al mio amico: preferirebbe persino deporre uova piuttosto che scommettere. Per lui, quelle frasi erano soltanto formule vuote, prive di qualsiasi significato reale; erano semplicemente espressioni retoriche utilizzate per completare le frasi. Quando diceva “Scommetto cento contro uno, ”, nessuno aveva mai l’intenzione di accettare la scommessa; tuttavia, sentivo comunque il dovere di dissuaderlo da quella abitudine. Era un’abitudine immorale, e glielo dissi. Era volgare. E gli chiesi di crederci. Era condannata dalla società. E in questo non mentii affatto. Era proibita anche dal Congresso. E qui non avevo alcuna intenzione di mentire. Gli feci delle rammaricate. Ma invano. Gli dimostrai i pericoli legati a quella pratica. Inutilmente. Lo supplicai. Lui sorrise. Lo implorai. Lui rise. Cercai di convincerlo con argomentazioni razionali. Lui si mise a deridere. Lo minacciai. Lui imprecò. Gli diedi calci. Chiamò la polizia. Gli tirai il naso. Lui se lo soffiò e mi sfidò, scommettendo con il Diavolo che non avrei mai più osato riprovare quell’esperimento.
Poverty was another vice which the peculiar physical deficiency of Dammit’s mother had entailed upon her son. He was detestably poor, and this was the reason, no doubt, that his expletive expressions about betting, seldom took a pecuniary turn. I will not be bound to say that I ever heard him make use of such a figure of speech as “I’ll bet you a dollar.” It was usually “I’ll bet you what you please,” or “I’ll bet you what you dare,” or “I’ll bet you a trifle,” or else, more significantly still, “I’ll bet the Devil my head.”
This latter form seemed to please him best;—perhaps because it involved the least risk; for Dammit had become excessively parsimonious. Had any one taken him up, his head was small, and thus his loss would have been small too. But these are my own reflections and I am by no means sure that I am right in attributing them to him. At all events the phrase in question grew daily in favor, notwithstanding the gross impropriety of a man betting his brains like bank-notes—but this was a point which my friend’s perversity of disposition would not permit him to comprehend. In the end, he abandoned all other forms of wager, and gave himself up to “I’ll bet the Devil my head,” with a pertinacity and exclusiveness of devotion that displeased not less than it surprised me. I am always displeased by circumstances for which I cannot account. Mysteries force a man to think, and so injure his health. The truth is, there was something in the air with which Mr. Dammit was wont to give utterance to his offensive expression—something in his manner of enunciation—which at first interested, and afterwards made me very uneasy—something which, for want of a more definite term at present, I must be permitted to call queer; but which Mr. Coleridge would have called mystical, Mr. Kant pantheistical, Mr. Carlyle twistical, and Mr. Emerson hyperquizzitistical. I began not to like it at all. Mr. Dammits soul was in a perilous state. I resolved to bring all my eloquence into play to save it. I vowed to serve him as St. Patrick, in the Irish chronicle, is said to have served the toad,—that is to say, “awaken him to a sense of his situation.” I addressed myself to the task forthwith. Once more I betook myself to remonstrance. Again I collected my energies for a final attempt at expostulation.
When I had made an end of my lecture, Mr. Dammit indulged himself in some very equivocal behavior. For some moments he remained silent, merely looking me inquisitively in the face. But presently he threw his head to one side, and elevated his eyebrows to a great extent. Then he spread out the palms of his hands and shrugged up his shoulders. Then he winked with the right eye. Then he repeated the operation with the left. Then he shut them both up very tight. Then he opened them both so very wide that I became seriously alarmed for the consequences. Then, applying his thumb to his nose, he thought proper to make an indescribable movement with the rest of his fingers. Finally, setting his arms a-kimbo, he condescended to reply.
I can call to mind only the heads of his discourse. He would be obliged to me if I would hold my tongue. He wished none of my advice. He despised all my insinuations. He was old enough to take care of himself. Did I still think him baby Dammit? Did I mean to say any thing against his character? Did I intend to insult him? Was I a fool? Was my maternal parent aware, in a word, of my absence from the domiciliary residence? He would put this latter question to me as to a man of veracity, and he would bind himself to abide by my reply. Once more he would demand explicitly if my mother knew that I was out. My confusion, he said, betrayed me, and he would be willing to bet the Devil his head that she did not.
Mr. Dammit did not pause for my rejoinder. Turning upon his heel, he left my presence with undignified precipitation. It was well for him that he did so. My feelings had been wounded. Even my anger had been aroused. For once I would have taken him up upon his insulting wager. I would have won for the Arch-Enemy Mr. Dammit’s little head—for the fact is, my mamma was very well aware of my merely temporary absence from home.
But Khoda shefa midêhed—Heaven gives relief—as the Mussulmans say when you tread upon their toes. It was in pursuance of my duty that I had been insulted, and I bore the insult like a man. It now seemed to me, however, that I had done all that could be required of me, in the case of this miserable individual, and I resolved to trouble him no longer with my counsel, but to leave him to his conscience and himself. But although I forebore to intrude with my advice, I could not bring myself to give up his society altogether. I even went so far as to humor some of his less reprehensible propensities; and there were times when I found myself lauding his wicked jokes, as epicures do mustard, with tears in my eyes:—so profoundly did it grieve me to hear his evil talk.
One fine day, having strolled out together, arm in arm, our route led us in the direction of a river. There was a bridge, and we resolved to cross it. It was roofed over, by way of protection from the weather, and the archway, having but few windows, was thus very uncomfortably dark. As we entered the passage, the contrast between the external glare and the interior gloom struck heavily upon my spirits. Not so upon those of the unhappy Dammit, who offered to bet the Devil his head that I was hipped. He seemed to be in an unusual good humor. He was excessively lively—so much so that I entertained I know not what of uneasy suspicion. It is not impossible that he was affected with the transcendentals. I am not well enough versed, however, in the diagnosis of this disease to speak with decision upon the point; and unhappily there were none of my friends of the “Dial” present. I suggest the idea, nevertheless, because of a certain species of austere Merry-Andrewism which seemed to beset my poor friend, and caused him to make quite a Tom-Fool of himself. Nothing would serve him but wriggling and skipping about under and over every thing that came in his way; now shouting out, and now lisping out, all manner of odd little and big words, yet preserving the gravest face in the world all the time. I really could not make up my mind whether to kick or to pity him. At length, having passed nearly across the bridge, we approached the termination of the footway, when our progress was impeded by a turnstile of some height. Through this I made my way quietly, pushing it around as usual. But this turn would not serve the turn of Mr. Dammit. He insisted upon leaping the stile, and said he could cut a pigeon-wing over it in the air. Now this, conscientiously speaking, I did not think he could do. The best pigeon-winger over all kinds of style was my friend Mr. Carlyle, and as I knew he could not do it, I would not believe that it could be done by Toby Dammit. I therefore told him, in so many words, that he was a braggadocio, and could not do what he said. For this I had reason to be sorry afterward;—for he straightway offered to bet the Devil his head that he could.
Povertà era un altro vizio che la particolare deficienza fisica della madre di Dammit aveva comportato per suo figlio. Era terribilmente povero, e questo era senza dubbio il motivo per cui le sue espressioni relative alle scommesse raramente riguardavano questioni finanziarie. Non posso dire di averlo mai sentire usare frasi del tipo “Scommetto un dollaro su di te”. Di solito diceva “Scommetto qualsiasi cosa tu voglia”, o “Scommetto tutto ciò che osi”, oppure ancora “Scommetto una piccola somma”, o, cosa ancora più significativa, “Scommetto la mia testa contro il Diavolo”.
Questa ultima forma sembrava piacergli di più; forse perché comportava il minor rischio: infatti, Dammit era diventato estremamente parsimonioso. Se qualcuno lo avesse scommesso, la sua testa era piccola, quindi anche la perdita sarebbe stata modesta. Ma queste sono solo le mie riflessioni; non sono affatto certo di avere ragione nel attribuirgliele. Comunque sia, questa espressione divenne sempre più popolare, nonostante l’assoluta inappropriatità di un uomo che scommette la propria vita come se fossero semplici banconote. Ma questo era un aspetto che la perversità di carattere del mio amico gli impediva di comprendere. Alla fine, abbandonò tutte le altre forme di scommessa e si dedicò esclusivamente all’espressione “Scommetto la mia testa contro il Diavolo”, con una tenacia e un’adesione così assolute da sorprendermi non meno che infastidirmi. Sono sempre infastidito dalle circostanze di cui non riesco a comprendere il motivo. I misteri costringono un uomo a pensare, e questo danneggia la sua salute. La verità è che c’era qualcosa nel modo in cui Mr. Dammit pronunciava quelle parole offensive. Qualcosa che all’inizio destava interesse, ma poi mi metteva molto a disagio. Qualcosa che, per mancanza di un termine più preciso al momento, devo definire “strano”; ma che Mr. Coleridge avrebbe definito mistico, Mr. Kant panteista, Mr. Carlyle contorto, e Mr. Emerson ipercritico. Iniziò a non piacermi affatto. L’anima di Mr. Dammit era in pericolo. Decisi di utilizzare tutta la mia eloquenza per salvarla. Giurai di servirlo come San Patrizio, che nelle cronache irlandesi si dice abbia servito il rospo. Cioè, di “risvegliarlo alla consapevolezza della sua situazione”. Mi misi immediatamente all’opera. Una volta ancora ricorsi alle mie argomentazioni. Ancora una volta raccolsi tutte le mie energie per un ultimo tentativo di persuasione.
Quando ebbi terminato la mia lezione, il signor Dammit si abbandonò a comportamenti piuttosto ambigui. Per alcuni momenti rimase in silenzio, limitandosi a guardarmi con aria interrogativa. Poi scosse la testa da un lato e alzò notevolmente le sopracciglia; quindi aprì le mani e alzò le spalle, fece l’occhiolino con l’occhio destro, ripeté la stessa operazione con il sinistro, poi chiuse entrambi gli occhi molto stretti, e infine li aprì così tanto che iniziai seriamente a preoccuparmi per le conseguenze. Infine, appoggiando il pollice sul naso, fece un movimento indescrivibile con il resto delle dita. Alla fine, incrociando le braccia, si degnò di rispondere.
Riesco a ricordare soltanto i contenuti del suo discorso. Sarebbe in debito con me se taccessi; non desiderava alcun mio consiglio, disprezzava tutte le mie allusioni. Era abbastanza adulto da prendersi cura di sé stesso. Pensavo davvero che fosse ancora un bambino? Volevo forse dire qualcosa contro il suo carattere? Intendevo insultarlo? Ero forse uno stupido? Sapeva mia madre, in qualche modo, della mia assenza dalla residenza familiare? Mi avrebbe posto questa domanda come a un uomo onesto, e si sarebbe impegnato ad attenersi alla mia risposta. Ancora una volta mi avrebbe chiesto esplicitamente se mia madre sapesse che ero fuori. La mia confusione, diceva, mi tradiva. E avrebbe scommesso la sua testa sul fatto che lei non lo sapesse.
Il signor Dammit non si fermò nemmeno ad aspettare la mia risposta. Girandosi sui tacchi, se ne andò in modo piuttosto scortese. Fu davvero meglio per lui che facesse così. I miei sentimenti erano stati feriti; persino la mia rabbia era stata suscitata. Per una volta, avrei accettato la sua offesa e avrei vinto. Avrei preso quella piccola testa del nemico principale, il signor Dammit. In realtà, mia madre sapeva molto bene che la mia assenza da casa era solo temporanea.
Ma Khoda shefa midêhed – Il cielo dona sollievo – come dicono i musulmani quando si calpesta il loro piede. Ero stato insultato nell’adempimento dei miei doveri, e ho sopportato quell’insulto da uomo. Ora, tuttavia, mi sembrava di aver fatto tutto ciò che era richiesto da me in questo caso; quindi decisi di non disturbarlo più con i miei consigli, lasciandolo alla sua coscienza e a se stesso. Ma sebbene evitassi di interferire con i suoi comportamenti, non riuscivo a smettere del tutto di frequentarlo. Anzi, arrivai persino ad accontentare alcune delle sue tendenze meno riprovevoli; c’erano momenti in cui lodavo le sue battute malvagie, proprio come gli epicure lodano il senape, con lacrime agli occhi: mi addolorava profondamente ascoltare le sue parole cattive.
Un bel giorno, dopo essere usciti insieme a braccetto, il nostro percorso ci portò nella direzione di un fiume. C’era un ponte, e decidemmo di attraversarlo. Il ponte era coperto per proteggerci dal maltempo, e l’arco, con poche finestre, era piuttosto buio. Mentre entravamo nel passaggio, il contrasto tra la luce esterna abbagliante e l’oscurità interna mi colpì profondamente; non così per quel povero Toby Dammit, che si offrì di scommettere la sua testa con il Diavolo sul fatto che fossi impazzito. Sembrava essere di ottimo umore, eccessivamente vivace, al punto che iniziai a nutrire dei sospetti. Non era impossibile che fosse sotto l’effetto di qualche sostanza allucinogena; tuttavia, non ero abbastanza esperto per formulare una diagnosi certa, e purtroppo non c’erano presenti i miei amici del “Dial”. Comunque, notai in lui un comportamento strano, simile a quello di un folle, si muoveva in modo frenetico, gridava, balbettava parole strane, mantenendo però un’espressione estremamente seria. Non sapevo se prenderlo a calci o provare compassione per lui. Alla fine, quasi arrivati dall’altra parte del ponte, il nostro cammino fu ostacolato da una cancellata piuttosto alta; io la superai tranquillamente come al solito, ma Toby Dammit insistette nel volerla saltare, affermando di poterci riuscire facilmente. Onestamente, non credevo fosse possibile. L’unico che avrebbe potuto farlo era il mio amico Carlyle, quindi non credevo nemmeno che Toby Dammit ci riuscisse. Gli dissi chiaramente che stava solo vantandosi senza motivo, ma in seguito mi pentii di averlo fatto, perché lui immediatamente si offrì di scommettere la sua testa con il Diavolo sul fatto che ci sarebbe riuscito davvero.
I was about to reply, notwithstanding my previous resolutions, with some remonstrance against his impiety, when I heard, close at my elbow, a slight cough, which sounded very much like the ejaculation “ahem!” I started, and looked about me in surprise. My glance at length fell into a nook of the frame—work of the bridge, and upon the figure of a little lame old gentleman of venerable aspect. Nothing could be more reverend than his whole appearance; for he not only had on a full suit of black, but his shirt was perfectly clean and the collar turned very neatly down over a white cravat, while his hair was parted in front like a girl’s. His hands were clasped pensively together over his stomach, and his two eyes were carefully rolled up into the top of his head.
Upon observing him more closely, I perceived that he wore a black silk apron over his small-clothes; and this was a thing which I thought very odd. Before I had time to make any remark, however, upon so singular a circumstance, he interrupted me with a second “ahem!”
To this observation I was not immediately prepared to reply. The fact is, remarks of this laconic nature are nearly unanswerable. I have known a Quarterly Review non-plussed by the word “Fudge!” I am not ashamed to say, therefore, that I turned to Mr. Dammit for assistance.
“Dammit,” said I, “what are you about? don’t you hear?—the gentleman says ‘ahem!’” I looked sternly at my friend while I thus addressed him; for, to say the truth, I felt particularly puzzled, and when a man is particularly puzzled he must knit his brows and look savage, or else he is pretty sure to look like a fool.
“Dammit,” observed I—although this sounded very much like an oath, than which nothing was further from my thoughts—“Dammit,” I suggested—“the gentleman says ‘ahem!’”
I do not attempt to defend my remark on the score of profundity; I did not think it profound myself; but I have noticed that the effect of our speeches is not always proportionate with their importance in our own eyes; and if I had shot Mr. D. through and through with a Paixhan bomb, or knocked him in the head with the “Poets and Poetry of America,” he could hardly have been more discomfited than when I addressed him with those simple words: “Dammit, what are you about?—don’t you hear?—the gentleman says ‘ahem!’”
“You don’t say so?” gasped he at length, after turning more colors than a pirate runs up, one after the other, when chased by a man-of-war. “Are you quite sure he said that? Well, at all events I am in for it now, and may as well put a bold face upon the matter. Here goes, then—ahem!”
At this the little old gentleman seemed pleased—God only knows why. He left his station at the nook of the bridge, limped forward with a gracious air, took Dammit by the hand and shook it cordially, looking all the while straight up in his face with an air of the most unadulterated benignity which it is possible for the mind of man to imagine.
“I am quite sure you will win it, Dammit,” said he, with the frankest of all smiles, “but we are obliged to have a trial, you know, for the sake of mere form.”
“Ahem!” replied my friend, taking off his coat, with a deep sigh, tying a pocket-handkerchief around his waist, and producing an unaccountable alteration in his countenance by twisting up his eyes and bringing down the corners of his mouth—“ahem!” And “ahem!” said he again, after a pause; and not another word more than “ahem!” did I ever know him to say after that. “Aha!” thought I, without expressing myself aloud—“this is quite a remarkable silence on the part of Toby Dammit, and is no doubt a consequence of his verbosity upon a previous occasion. One extreme induces another. I wonder if he has forgotten the many unanswerable questions which he propounded to me so fluently on the day when I gave him my last lecture? At all events, he is cured of the transcendentals.”
“Ahem!” here replied Toby, just as if he had been reading my thoughts, and looking like a very old sheep in a revery.
The old gentleman now took him by the arm, and led him more into the shade of the bridge—a few paces back from the turnstile. “My good fellow,” said he, “I make it a point of conscience to allow you this much run. Wait here, till I take my place by the stile, so that I may see whether you go over it handsomely, and transcendentally, and don’t omit any flourishes of the pigeon-wing. A mere form, you know. I will say ‘one, two, three, and away.’ Mind you, start at the word ‘away.’” Here he took his position by the stile, paused a moment as if in profound reflection, then looked up and, I thought, smiled very slightly, then tightened the strings of his apron, then took a long look at Dammit, and finally gave the word as agreed upon—
One—two—three—and—away!
Punctually at the word “away,” my poor friend set off in a strong gallop. The stile was not very high, like Mr. Lord’s—nor yet very low, like that of Mr. Lord’s reviewers, but upon the whole I made sure that he would clear it. And then what if he did not?—ah, that was the question—what if he did not? “What right,” said I, “had the old gentleman to make any other gentleman jump? The little old dot-and-carry-one! who is he? If he asks me to jump, I won’t do it, that’s flat, and I don’t care who the devil he is.” The bridge, as I say, was arched and covered in, in a very ridiculous manner, and there was a most uncomfortable echo about it at all times—an echo which I never before so particularly observed as when I uttered the four last words of my remark.
Stavo per rispondere, nonostante le mie precedenti risoluzioni, con alcune remonstranze contro la sua impietà, quando sentii, proprio accanto a me, un leggero colpo di tosse che assomigliava molto all’esclamazione “ahem!”. Mi irrigidii e guardai intorno, sorpreso. Alla fine il mio sguardo si posò in un angolo della struttura del ponte, dove vidi la figura di un piccolo vecchio signore zoppo, dall’aspetto molto rispettabile. Non c’era nulla di più venerabile nel suo aspetto: non solo indossava un completo nero, ma anche la sua camicia era perfettamente pulita e il colletto era ben piegato sopra una cravatta bianca; i suoi capelli erano divisi sulla fronte come quelli di una ragazza. Le sue mani erano giunte pensosamente davanti al ventre, e i suoi occhi erano stati attentamente sollevati verso l’alto della testa.
Osservandolo più da vicino, notai che indossava un grembiule di seta nera sopra i suoi vestiti intimi; e questa cosa mi sembrò molto strana. Prima però che avessi il tempo di fare alcun commento su una circostanza così insolita, lui mi interruppe con un secondo “ahem!”.
Di fronte a questa osservazione, non ero immediatamente pronto a rispondere. Il fatto è che i commenti di questo tipo, così laconici e concisi, sono quasi impossibili da replicare. Conosco un esempio: una rivista trimestrale non si è minimamente turbata davanti alla parola “Fudge!”. Pertanto, non mi vergogno ad ammettere che ho chiesto aiuto al signor Dammit.
“Maledizione,” dissi, “che cosa stai facendo? Non senti? Il signore sta dicendo ‘ahem!’” Lo guardai con severità mentre gli parlavo in questo modo; perché, a dire la verità, ero particolarmente perplesso, e quando uno è particolarmente perplesso deve aggrottare la fronte e sembrare arrabbiato, altrimenti di sicuro sembrerà un idiota.
“Maledizione,” osservai – anche se questo suonava molto come un’imprecazione, e in realtà nulla del genere avevo in mente – “Maledizione, il signore dice ‘ahem!’”.
Non intendo affatto difendere la profondità del mio commento; anzi, io stesso non lo ritenevo profondo. Tuttavia ho notato che l’effetto delle nostre parole non è sempre proporzionale alla loro importanza ai nostri occhi. E se avessi colpito il signor D. con una bomba Paixhan o gli avessi dato un colpo in testa con “Poeti e Poesia dell’America”, probabilmente non sarebbe stato più imbarazzato di quando gli ho detto semplicemente: “Per l’amor del cielo, cosa sta facendo? Non sente? Il signore sta dicendo ‘ahem!’”.
“Davvero?” esclamò finalmente, dopo essere diventato sempre più pallido, come un pirata che viene inseguito da una nave da guerra, “Sei sicuro che abbia detto davvero così? Beh, ormai non posso più tirarmi indietro. Meglio affrontare la situazione con coraggio. Allora, ecco fatto, ahem!”
A questo punto, il piccolo vecchio signore sembrò felice. Solo Dio sa il perché. Lasciò la sua postazione all’angolo del ponte, zoppicò avanti con un’aria dignitosa, prese Dammit per mano e gli strinse cordialmente la mano, guardandolo dritto negli occhi con un’espressione di pura benevolenza, come solo la mente umana possa immaginare.
“Sono abbastanza sicuro che la vincerai, maledizione,” disse lui, con il sorriso più sincero di tutti, “ma dobbiamo comunque fare un tentativo, capisci, solo per rispettare le formalità.”
“Ahem!” rispose il mio amico, togliendosi il cappotto, con un profondo sospiro; si legò un fazzoletto intorno alla vita e, torcendo gli occhi e abbassando le angole della bocca, produsse un cambiamento inspiegabile nel suo volto, “Ahem!” disse di nuovo dopo una pausa; e non pronunciò mai più altre parole se non “ahem”. “Ahah!” pensai tra me, senza esprimerlo ad alta voce, “Che strano silenzio da parte di Toby Dammit. Senza dubbio è il risultato della sua precedente loquacità. Un’estremità induce un’altra. Mi chiedo se abbia dimenticato tutte quelle domande senza risposta che mi ha posto con tanta insistenza il giorno in cui gli ho tenuto l’ultima lezione. Comunque sia, ora è davvero “curato” delle sue tendenze speculative, ”
“Ahem!”, rispose Toby, come se avesse letto nei miei pensieri, e sembrava davvero una vecchia pecora immersa in meditazione.
Il vecchio gentiluomo lo prese ora per il braccio e lo guidò più nell’ombra del ponte, a qualche passo di distanza dal tornello. “Mio buon amico,” disse, “ritengo sia mio dovere permetterti di fare questa piccola corsa. Aspetta qui, finché non mi sarò posizionato accanto al tornello, così potrò vedere se riuscirai a superarlo con eleganza e maestosità. E senza dimenticare alcun movimento particolare, capisci? Sarà solo una questione di forma. Dirò ‘uno, due, tre, via!’, quindi ricorda di partire proprio al momento del ‘via’.” Si posizionò accanto al tornello, rimase fermo per un attimo come se fosse immerso in profonde riflessioni, poi alzò lo sguardo e, credo, sorrise leggermente. Dopo aver sistemato le stringhe del suo grembiule, osservò attentamente Dammit per un po’, e infine diede il segnale concordato.
Uno… due… tre… e via!
Puntuale, non appena fu pronunciata la parola “via”, il mio povero amico partì al galoppo. Lo stile di quel salto non era certo elevato, come quello del signor Lord, né troppo basso, come quello dei suoi recensori. Ma in generale ero sicuro che ce l’avrebbe fatta. E se invece non ci fosse riuscito? Ah, ecco la vera domanda. Se non ci fosse riuscito, che cosa sarebbe successo? “Che diritto ha quell’anziano signore di costringere un altro gentiluomo a saltare? Chi è lui, in fondo? Se mi chiede di farlo, io non lo farò, punto e basta. Non mi interessa chi diavolo sia.” Il ponte, come ho detto, era arcuato e coperto in modo davvero ridicolo; inoltre, produceva un’eco molto sgradevole. Un’eco che non avevo mai notato così chiaramente prima di pronunciare quelle ultime parole.
But what I said, or what I thought, or what I heard, occupied only an instant. In less than five seconds from his starting, my poor Toby had taken the leap. I saw him run nimbly, and spring grandly from the floor of the bridge, cutting the most awful flourishes with his legs as he went up. I saw him high in the air, pigeon-winging it to admiration just over the top of the stile; and of course I thought it an unusually singular thing that he did not continue to go over. But the whole leap was the affair of a moment, and, before I had a chance to make any profound reflections, down came Mr. Dammit on the flat of his back, on the same side of the stile from which he had started. At the same instant I saw the old gentleman limping off at the top of his speed, having caught and wrapt up in his apron something that fell heavily into it from the darkness of the arch just over the turnstile. At all this I was much astonished; but I had no leisure to think, for Dammit lay particularly still, and I concluded that his feelings had been hurt, and that he stood in need of my assistance. I hurried up to him and found that he had received what might be termed a serious injury. The truth is, he had been deprived of his head, which after a close search I could not find anywhere; so I determined to take him home and send for the homœopathists. In the meantime a thought struck me, and I threw open an adjacent window of the bridge, when the sad truth flashed upon me at once. About five feet just above the top of the turnstile, and crossing the arch of the foot-path so as to constitute a brace, there extended a flat iron bar, lying with its breadth horizontally, and forming one of a series that served to strengthen the structure throughout its extent. With the edge of this brace it appeared evident that the neck of my unfortunate friend had come precisely in contact.
He did not long survive his terrible loss. The homœopathists did not give him little enough physic, and what little they did give him he hesitated to take. So in the end he grew worse, and at length died, a lesson to all riotous livers. I bedewed his grave with my tears, worked a bar sinister on his family escutcheon, and, for the general expenses of his funeral, sent in my very moderate bill to the transcendentalists. The scoundrels refused to pay it, so I had Mr. Dammit dug up at once, and sold him for dog’s meat.
Ma ciò che dissi, o pensai, o udii, durò soltanto un istante. In meno di cinque secondi dal suo balzo iniziale, il povero Toby aveva già compiuto l’impresa. Lo vidi correre agilmente e poi saltare con grande eleganza dal fondo del ponte, eseguendo movimenti fluidi e maestosi con le gambe mentre saliva verso l’alto. Lo vidi raggiungere una notevole altezza nell’aria, volteggiando ammirabilmente sopra la sommità del parapetto; naturalmente pensai che fosse straordinario il fatto che non continuasse a volare oltre. Ma tutto ciò accadde in un attimo, e prima ancora che avessi il tempo di riflettere seriamente, Dammit atterrò a pancia in giù, proprio sul lato del parapetto da cui aveva iniziato il suo salto. Nello stesso istante vidi il vecchio signore allontanarsi zoppicando, tenendo tra le mani qualcosa che era caduto pesantemente dall’oscurità dell’arco sopra l’ingresso del ponte. Fui molto sorpreso da tutto ciò; ma non ebbi il tempo di riflettere, perché Dammit rimaneva immobile, quindi dedussi che fosse ferito gravemente e avesse bisogno del mio aiuto. Corsi subito da lui e scoprii che aveva riportato una ferita piuttosto grave. La verità era che gli era stata mozzata la testa; dopo averla cercata attentamente, non riuscii a trovarla da nessuna parte. Così decisi di portarlo a casa e chiamare i medici omeopati. In quel momento mi venne in mente un’idea: aprii una finestra vicina sul ponte, e allora la triste verità mi balenò davanti agli occhi. A circa cinque piedi sopra la sommità dell’ingresso del ponte, attraverso l’arco del sentiero pedonale, si estendeva una barra di ferro piatta, posizionata orizzontalmente e parte di una serie di strutture utilizzate per rafforzare l’integrità dell’intera costruzione. Era evidente che il collo del mio sfortunato amico fosse entrato in contatto con quel bordo tagliente.
Non sopravvisse a lungo alla sua terribile perdita. Gli omeopati gli prescrissero una quantità eccessiva di medicine, e quelle poche che gli diedero lui esitò ad assumerle. Alla fine la sua condizione peggiorò e morì, diventando un monito per tutti coloro che vivono in modo dissoluto. Versai le mie lacrime sulla sua tomba, causai grande dolore alla sua famiglia, e per coprire le spese del suo funerale inviai loro il mio conto, piuttosto moderato. Quei furfanti rifiutarono di pagarlo. Così feci seppellire immediatamente il signor “Dammit” e lo vendetti per farne carne da cane.