Per la narrazione più selvaggia e al tempo stesso più semplice che sto per scrivere, non mi aspetto né cerco alcuna credibilità da parte del lettore. Sarei davvero pazzo se lo aspettassi, in un caso in cui i miei stessi sensi rifiutano di accettare le prove che offrono. Eppure, non sono pazzo, e certamente non sogno. Ma domani morirò, e oggi desidero liberarmi del peso del mio ‘anima. Il mio scopo immediato è presentare al mondo, in modo chiaro, conciso e senza commenti, una serie di eventi banali e quotidiani. Nelle loro conseguenze, questi eventi mi hanno terrorizzato, tormentato, distrutto. Tuttavia non cercherò di spiegarli. Per me rappresentano soltanto orrore; per molti, invece, potrebbero sembrare meno terribili di cose banali e “barocche”. Forse in futuro troverà qualcuno che riuscirà a ridurre il mio racconto a semplici concatenazioni di cause ed effetti naturali. Qualcuno più calmo, più logico, molto meno suscettibile di emozioni violente di me stesso.

Fin dall’infanzia fui noto per la dolcezza e l’umanità del mio carattere. La mia sensibilità era così evidente da farmi diventare oggetto di scherzi da parte dei miei compagni. Avevo una particolare affinità con gli animali e i miei genitori mi permettevano di tenerne molti come animali domestici. Trascorrevo la maggior parte del mio tempo con loro, e non ero mai più felice che quando li nutrivo e li accarezzavo. Questa caratteristica crebbe con me, e da adulto ne traevo una delle principali fonti di gioia nella mia vita. Per coloro che hanno sempre avuto un debole per un cane fedele e sagace, non è necessario spiegare la natura o l’intensità della soddisfazione che si può trarre da tale rapporto. C’è qualcosa nell’amore altruista e sacrificale di un animale, che raggiunge direttamente il cuore di chi ha avuto molte occasioni per confrontarlo con la meschina amicizia e la fragile fedeltà degli esseri umani.

Sono sposato da giovane e sono stato felice di trovare in mia moglie un temperamento che non era affatto incompatibile con il mio. Notando la mia predilezione per gli animali domestici, lei non ha mai perso l’occasione per procurarci quelli dei tipi più adatti a noi. Avevamo uccelli, pesci rossi, un bellissimo cane, conigli, un piccolo scimmione, e una gatta.

Quest’ultimo era un animale di dimensioni notevolmente grandi e bellissimo, completamente nero, e dotato di una saggezza sorprendente. Parlando della sua intelligenza, mia moglie, che in fondo non era del tutto priva di superstizioni, faceva spesso riferimento all’antica credenza popolare secondo cui tutti i gatti neri fossero streghe sotto mentite spoglie. Non che lei prendesse mai questa idea sul serio. E menziono questo fatto soltanto perché mi è appena venuto in mente.

Pluto – questo era il nome del gatto – era il mio animale domestico e compagno di gioco preferito. Gli davo da mangiare da solo, e mi seguiva ovunque andassi in casa. Era quasi impossibile impedirgli di accompagnarmi per le strade.

La nostra amicizia durò, in questo modo, per diversi anni; durante quel periodo, il mio temperamento generale e il mio carattere – a causa dell’influenza del Vizio dell’Intemperanza – subirono (mi vergogno ad ammetterlo) un cambiamento radicale e negativo. Diventai giorno dopo giorno più malinconico, più irascibile, sempre meno attento ai sentimenti altrui. Mi permettevo di usare parole offensive verso mia moglie; alla fine, le riservai persino violenza fisica. Naturalmente anche i miei animali domestici subirono gli effetti del mio cambiamento d’umore: non solo li trascuravo, ma li maltrattavo. Per quanto riguarda Pluto, tuttavia, conservavo ancora abbastanza rispetto da impedirmi di trattarlo male; al contrario, non esitavo a maltrattare i conigli, la scimmia, o persino il cane, ogni volta che si mettevano sul mio cammino, per caso o per affetto. Ma la mia “malattia” continuava ad aggravarsi, perché quale malattia potrebbe essere paragonabile all’Alcolismo? Alla fine, anche Pluto, ormai invecchiato e quindi un po’ irascibile, iniziò a subire le conseguenze del mio cattivo umore.

Una notte, tornando a casa in uno stato di ebbrezza profonda, da uno dei miei soliti locali in città, mi sembrò che il gatto evitasse la mia presenza. Lo afferrai; spaventato dalla mia violenza, mi morse leggermente la mano con i denti. All’improvviso, una furia demoniaca si impadronì di me. Non riconoscevo più me stesso. La mia vera anima sembrava essersi allontanata dal mio corpo; un’avidità malvagia, alimentata dall’alcol, scuoteva ogni fibra del mio essere. Presi un coltello da tasca, lo aprii e, afferrando il povero animale per la gola, gli tagliai deliberatamente un occhio! Arrossisco, brucio di vergogna, mentre scrivo quest’atroce crimine.

Quando la ragione tornò con l’alba – quando ebbi superato gli effetti degli eccessi della notte – provai un sentimento misto di orrore e rimorso per il crimine che avevo commesso; ma si trattava, al massimo, di un sentimento debole ed equivoco, e la mia ‘anima rimase intatta. Ripresi a indulgere negli eccessi, e presto l’alcol sommerse completamente ogni ricordo di quel gesto.

Nel frattempo, il gatto si riprese lentamente. La cavità dell’occhio perso presentava, è vero, un aspetto terribile, ma non sembrava più provare alcun dolore. Si muoveva per la casa come al solito, ma, come ci si poteva aspettare, fuggiva in preda all’orrore non appena mi avvicinavo. Avevo ancora tanto del mio vecchio cuore, e all’inizio ne fui addolorato per questa evidente antipatia da parte di una creatura che un tempo mi aveva amato così tanto. Ma questo sentimento presto lasciò il posto all’irritazione. E poi arrivò, come se fosse la mia rovina definitiva e irreversibile, lo spirito della perversità. Questa “filosofia” della perversità non viene affatto presa in considerazione. Eppure non sono meno certo che la mia anima esista, di quanto sia convinto che la perversità sia uno degli impulsi primordiali del cuore umano: una delle facoltà o dei sentimenti fondamentali che danno direzione al carattere dell’uomo. Chi non si è mai trovato, centinaia di volte, a compiere un atto vile o stupido soltanto perché sapeva che non avrebbe dovuto farlo? Non abbiamo forse sempre la tendenza, nonostante il nostro miglior giudizio, a violare ciò che è “Legge”, semplicemente perché sappiamo che lo è? Questo spirito della perversità, fu ciò che causò la mia rovina definitiva. Fu questa insopprimibile desiderio dell’anima di “tormentarsi”, di opporsi alla propria stessa natura, di compiere il male soltanto per il gusto di farlo, che mi spinse a continuare, e infine a completare l’offesa che avevo inflitto a quella creatura innocente. Una mattina, con il cuore freddo come il ghiaccio, gli misi un cappio al collo e lo appesi a un albero. Lo appesi mentre le lacrime scorrevano dai miei occhi e il rimorso più amaro mi straziava il cuore. Lo appesi perché sapevo che mi aveva amato, e perché sentivo che non mi aveva dato alcun motivo di offenderlo. Lo appesi perché sapevo che così facendo stavo commettendo un peccato, un peccato mortale che avrebbe messo in pericolo la mia immortalità, e che, se mai fosse stato possibile, avrebbe escluso persino l’infinita misericordia del Dio Misericordioso e Terribile.

Nella notte in cui fu compiuto questo atto crudele, fui svegliato dal grido dell’incendio. Le tende del mio letto erano avvolte dalle fiamme; l’intera casa stava bruciando. Con grande difficoltà mia moglie, un servitore e io riuscimmo a fuggire dall’incendio. La distruzione fu totale: tutta la mia ricchezza terrena andò perduta, e da quel momento mi arresi alla -disperazione.

Sono al di sopra della debolezza di cercare di stabilire una sequenza di causa-effetto tra il disastro e l’atrocità. Ma sto descrivendo in dettaglio una catena di fatti, e non desidero lasciare imperfetta nemmeno la più piccola connessione possibile. Il giorno successivo all’incendio, visitai le rovine. Le pareti, ad eccezione di una, erano crollate. Questa eccezione si trovava in un muro interno, non molto spesso, situato a metà dell’casa; contro di esso era appoggiata la testiera del mio letto. In questa zona, lo stucco aveva resistito in gran parte all’azione dell’fuoco, un fatto che attribuii al fatto che fosse stato applicato di recente. Intorno a quel muro si era radunata una folla densa; molte persone sembravano esaminare con grande attenzione una particolare parte del muro. Espressioni come “strano!”, “singolare!” ecc., suscitarono la mia curiosità. Mi avvicinai e vidi, come se fossero incise in rilievo sulla superficie bianca, le sembianze di un enorme gatto. L’effetto visivo era davvero straordinario per la sua precisione. Intorno al collo dell’animale c’era una corda.

Quando vidi per la prima volta questa apparizione – poiché a stento potevo considerarla diversa da ciò che era – il mio stupore e il mio terrore furono estremi. Ma alla fine, la riflessione venne in mio aiuto. Ricordai che quel gatto era stato impiccato in un giardino adiacente alla casa. All’annuncio dell’incendio, quella gente si era immediatamente riversata nel giardino; qualcuno di loro doveva aver tagliato l’animale dall’albero e gettato il suo corpo, attraverso una finestra aperta, nella mia stanza. Probabilmente lo avevano fatto con l’intento di svegliarmi dal sonno. Il crollo delle altre pareti aveva schiacciato la vittima della mia crudeltà contro il materiale appena steso per intonacare; la calce, insieme alle fiamme e all’ammoniaca proveniente dal cadavere, avevano così creato l’immagine che vedevo davanti ai miei occhi.

Anche se così riuscivo facilmente a giustificare, se non del tutto, di fronte alla mia ragione – o almeno alla mia coscienza – il fatto straordinario che avevo appena descritto, ciò non bastava comunque a cancellare l’impressione profonda che aveva lasciato nella mia mente. Per mesi non riuscii a liberarmi dall’immagine di quel gatto; e in quel periodo ritornò nel mio spirito un sentimento ambiguo, che sembrava rimorso ma in realtà non lo era. Arrivai persino a rammaricarmi della perdita di quell’animale, e cominciai a cercare intorno a me, tra quegli ambienti squallidi che ormai frequentavo abitualmente, un altro animale domestico della stessa specie e dall’aspetto simile, con cui poter sostituire quello perso.

Una notte, mentre sedevo lì, semi-stupito, in un luogo di estrema infamia, la mia attenzione fu improvvisamente attratta da un oggetto nero posato sulla sommità di uno di quei enormi barili di gin o rum che costituivano l’unico arredamento della stanza. Stavo fissando quella superficie da alcuni minuti, e ciò che ora mi sorprese fu il fatto che non me ne fossi accorto prima. Mi avvicinai e lo toccai con la mano: era un gatto nero, molto grande, grande quanto Pluto, e assomigliava a lui in ogni modo tranne uno. Pluto non aveva un singolo pelo bianco su tutto il corpo; invece quel gatto presentava una grande macchia bianca che copriva quasi tutta la zona del petto. Non appena lo toccai, si alzò immediatamente, miagolò ad alta voce, si strofinò contro la mia mano e sembrò molto felice di essere stato notato. Quindi, quello era proprio l’animale che stavo cercando! Offrii subito di comprarlo al proprietario della casa; ma quest’uomo non ne rivendicava la proprietà, non ne sapeva nulla e non l’aveva mai visto prima.

Continuai le mie carezze, e quando mi preparai ad andare a casa, l’animale mostrò il desiderio di accompagnarmi. Glielo permisi; di tanto in tanto mi chinavo e lo accarezzavo mentre camminavo. Quando arrivò alla casa, si abituò immediatamente al nuovo ambiente e divenne subito molto amato da mia moglie.

Per quanto mi riguarda, presto in me iniziò ad emergere un profondo disgusto per quella creatura. Era esattamente il contrario di ciò che avevo previsto; ma non so come né perché. Il suo evidente affetto verso di me mi disgustava e infastidiva profondamente. Gradualmente, questi sentimenti di disgusto si trasformarono in amarezza e odio. Evitavo quella creatura; un certo senso di vergogna, oltre al ricordo del mio precedente atto di crudeltà, mi impedivano di maltrattarla fisicamente. Per alcune settimane non la colpii né la trattai in modo violento; ma gradualmente, molto gradualmente, iniziai a guardarla con un orrore indescrivibile e fuggivo silenziosamente dalla sua odiosa presenza, come se fosse il respiro di una pestilenza.

Quello che, senza alcun dubbio, aumentò il mio odio per quella bestia fu la scoperta, la mattina dopo averla portata a casa, che, proprio come Plutone, anche lei aveva perso uno degli occhi. Tuttavia, questa circostanza fece sì che mia moglie la amasse ancora di più; lei, come ho già detto, possedeva in alto grado quella umanità di sentimenti che un tempo era stata la mia caratteristica distintiva e la fonte di molti dei miei piaceri più semplici e puri.

Nonostante il mio disgusto per questo gatto, la sua preferenza per me sembrava aumentare. Mi seguiva passo dopo passo con una tenacia difficile da comprendere per il lettore. Ogni volta che mi sedevo, si accovacciava sotto la mia sedia o salta sulle mie ginocchia, coprendomi di quelle sue carezze disgustose. Se mi alzavo per camminare, si metteva tra i miei piedi rischiando quasi di farmi cadere; oppure, afferrando con le sue lunghe e affilate unghie il mio vestito, cercava di arrampicarsi fino al mio petto. In quei momenti, anche se desideravo distruggerlo con un colpo, non osavo farlo: in parte a causa del ricordo del mio precedente crimine, ma soprattutto, lasciate che lo ammetta subito, per una paura assoluta di quella bestia.

Questo terrore non era esattamente il timore di un male fisico. Eppure non saprei come altro definirlo. Sono quasi imbarazzato ad ammetterlo. Sì, anche in questa cella di prigione, sono quasi imbarazzato ad ammettere che il terrore e orrore che quell’animale suscitava in me fossero stati intensificati da una delle più banali fantasie che si possano immaginare. Mia moglie aveva più volte attirato la mia attenzione sul carattere di quella macchia di capelli bianchi, l’unica differenza visibile tra quell’animale strano e quello che avevo distrutto. Il lettore ricorderà che questa macchia, sebbene grande, inizialmente era molto vaga; ma gradualmente – in modo quasi impercettibile, e per un lungo periodo il mio ragionamento cercò di rifiutarla come frutto dell’immaginazione – assunse una forma sempre più definita. Ora rappresentava qualcosa che mi fa rabbrividire al solo pensarci. Ed è proprio per questo che lo odiavo, ne avevo paura. E avrei voluto liberarmi di quel mostro, se solo avessi osato. Ora era l’immagine di qualcosa di orribile, di qualcosa di spaventoso, delle GALLOWS! Oh, macchina triste e terribile di orrore, crimine, agonia, e Morte!

E ora io ero davvero miserabile, al di là della miseria stessa dell’umanità. Un semplice animale brutale – che avevo distrutto con disprezzo – un essere privo di ragione costretto a lavorare per me. Io, un uomo creato a immagine del Grande Dio. Che insopportabile dolore! Ahimè, né di giorno né di notte conoscevo più la benedizione del riposo! Di giorno quell’essere non mi lasciava mai solo un momento; di notte, ogni ora mi svegliavo da sogni pieni di terrore per trovare il suo respiro ardente sul mio viso e il suo peso opprimente. Un incubo incarnato, dal quale non avevo alcun potere di liberarmi. Per sempre schiacciato sul mio cuore!

Sotto la pressione di tormenti del genere, il debole residuo di bontà che era in me cedette. Pensieri malvagi divennero i miei unici compagni: i più oscuri e malvagi tra tutti. L’irascibilità del mio carattere aumentò fino a trasformarsi in odio per tutte le cose e per tutta l’umanità; mentre, a causa delle improvvisi, frequenti e incontrollabili crisi di furia alle quali ormai mi abbandonavo ciecamente, mia moglie, poverina, fu la vittima più frequente e paziente di tutte.

Un giorno mi accompagnò, per un compito domestico, nel seminterrato dell’edificio vecchio in cui la nostra povertà ci costringeva ad abitare. Il gatto mi seguì giù per le scale ripide; quasi facendomi cadere a capofitto, mi infastidì a tal punto da rendermi folle. Sollevando un’ascia, e dimenticando, nella mia rabbia, la paura infantile che fino ad allora mi aveva trattenuto dal colpire, mirai all’animale. Un colpo che, ovviamente, sarebbe stato immediatamente fatale se l’animale fosse sceso come desideravo. Ma quel colpo fu fermato dalla mano di mia moglie. Spinto da quell’intervento a una rabbia quasi demoniaca, estrassi il braccio dalla sua presa e conficcai l’ascia nel suo cervello. Lei cadde morta sul posto, senza emettere un lamento.

Dopo aver compiuto questo orribile omicidio, mi misi immediatamente all’opera, con estrema attenzione, per nascondere il corpo. Sapevo che non avrei potuto portarlo via dalla casa, né di giorno né di notte, senza rischiare di essere visto dai vicini. Molti piani mi passarono per la mente: a un certo punto pensai di tagliare il cadavere in piccoli pezzi e di distruggerli con il fuoco; in un altro momento decisi di scavare una tomba nel pavimento del seminterrato; ancora una volta considerai l’idea di gettarlo nella pozza nel cortile, oppure di imballarlo in una scatola, come se fosse merci, e farlo portare via da un facchino. Alla fine trovai quello che ritenni un metodo molto migliore di tutti questi: decisi di murarlo dentro il seminterrato, proprio come i monaci del Medioevo facevano con le loro vittime.

Per uno scopo del genere, il seminterrato era davvero ben adatto. Le sue pareti erano costruite in modo approssimativo e di recente erano state intonacate con un intonaco ruvido; tuttavia, l’umidità dell’ambiente aveva impedito che si indurisse completamente. Inoltre, su una delle pareti c’era una sporgenza causata da un finto camino o caminetto, che era stata riempita e resa simile al colore rosso del seminterrato stesso. Non dubitavo affatto di poter facilmente rimuovere quei mattoni in quel punto, inserire il cadavere e ricostruire tutto come prima, in modo che nessuno potesse notare nulla di sospetto. E in questo calcolo non mi sbagliavo. Con l’ausilio di una leva riuscii facilmente a rimuovere i mattoni; dopo aver posizionato con cura il corpo contro la parete interna, lo fissai nella quella posizione e, senza alcuna difficoltà, ricostruii l’intera struttura come prima. Preparai quindi del malta, della sabbia e dei capelli, e con ogni precauzione possibile realizzai un intonaco indistinguibile dall’originale; con esso riparai attentamente le nuove parti costruite. Una volta terminato il lavoro, fui certo che tutto fosse a posto: la parete non presentava alcun segno di alterazioni, e i rifiuti sul pavimento erano stati raccolti con estrema cura. Guardandomi intorno con soddisfazione, pensai: “Almeno in questo caso, il mio lavoro non è stato vano.”

Il mio prossimo passo fu cercare quella bestia che era stata la causa di tanta sofferenza; poiché avevo finalmente deciso con fermezza di porre fine alla sua vita. Se fossi riuscito a incontrarla in quel momento, non ci sarebbe stato alcun dubbio sul suo destino. Ma sembrava che quell’animale astuto fosse stato spaventato dall’intensità della mia rabbia precedente e preferisse non farsi vedere in quello stato d’animo. È impossibile descrivere, o anche solo immaginare, il profondo senso di sollievo che la scomparsa di quella creatura odiosa provocò nel mio cuore. Non si fece più vedere durante quella notte; e così, per almeno una notte, da quando era entrata in quella casa, dormii serenamente e tranquillamente. Sì, dormii persino con il peso del crimine sulla mia anima!

Passarono il secondo e il terzo giorno, e ancora il mio tormentatore non arrivò. Una volta di più respirai liberamente. Quel mostro, spaventato a morte, se n’era andato per sempre! Non l’avrei mai più visto. La mia felicità era assoluta. Il senso di colpa per il mio atto oscuro mi turbava appena. Alcune indagini erano state fatte, ma vennero facilmente risolte. Anche una ricerca era stata avviata. Ma ovviamente non si trovò nulla. Consideravo la mia futura felicità ormai assicurata.

Al quarto giorno dell’assassinio, un gruppo di poliziotti arrivò, in modo del tutto inaspettato, nella casa e procedette nuovamente a effettuare un’attenta ispezione dei locali. Tuttavia, essendo al sicuro nel luogo nascosto che avevo scelto, non provai alcun imbarazzo. Gli agenti mi chiesero di accompagnarli nelle loro ricerche; non lasciarono inesplorato nessun angolo della casa. Alla fine, per la terza o quarta volta, scesero nel seminterrato. Ma io non tremai nemmeno un muscolo; il mio cuore batteva tranquillamente, come quello di una persona innocente. Camminai avanti e indietro per tutto il seminterrato, con le braccia incrociate sul petto. La polizia fu completamente soddisfatta e si preparò ad andarsene. La gioia che provavo era troppo intensa per poterla reprimere. Avrei voluto dire una parola, solo una, per dimostrare loro ancora una volta la mia innocenza.

“Signori,” dissi finalmente mentre il gruppo saliva i gradini, “mi fa piacere aver dissipato tutte le vostre sospetti. Vi auguro salute e un po’ più di cortesia. A proposito, signori, questa è davvero una casa molto ben costruita.” (Nella frenetica voglia di dire qualcosa di appropriato, quasi non sapevo cosa stessi dicendo, ) “Posso dire che si tratta di una casa eccellentemente costruita. Queste mura, state andando via, signori?, queste mura sono davvero solide, ” E qui, spinto solo dalla follia della vanteria, cominciai a battere con forza, con il bastone che avevo in mano, proprio su quella parte del murato dietro cui si trovava il cadavere della moglie del mio cuore.

Ma che Dio mi protegga e mi salvi dai denti del Grande Demone! Non appena il rumore dei miei colpi si era spento nel silenzio, una voce risuonò all’interno della tomba, un grido, inizialmente soffocato e spezzettato, come il pianto di un bambino, per poi trasformarsi rapidamente in un urlo lungo, forte e continuo, qualcosa di assolutamente anomalo e inumano: un ululato, un grido straziante, metà orrore e metà trionfo, uno squillo che poteva provenire soltanto dall’inferno, emesso contemporaneamente dalle gole dei dannati nella loro agonia e da quelle dei demoni che esultano nella loro distruzione.

Parlare dei propri pensieri è pura follia. Barcollando, mi diressi verso il muro opposto. Per un istante, la gente sulle scale rimase immobile, sopraffatta dal terrore e dall’orrore. Poi, una dozzina di forti braccia iniziarono a colpire il muro; esso crollò immediatamente. Il cadavere, ormai profondamente decomposto e coperto di sangue coagulato, si ergeva davanti agli occhi degli spettatori. Sulla sua testa, con la bocca aperta e un solo occhio rovente, sedeva quella mostruosa creatura che aveva indotto me ad commettere omicidio e che aveva consegnato me al boia. Avevo rinchiuso quel mostro all’interno della tomba!

For the most wild, yet most homely narrative which I am about to pen, I neither expect nor solicit belief. Mad indeed would I be to expect it, in a case where my very senses reject their own evidence. Yet, mad am I not—and very surely do I not dream. But to-morrow I die, and to-day I would unburthen my soul. My immediate purpose is to place before the world, plainly, succinctly, and without comment, a series of mere household events. In their consequences, these events have terrified—have tortured—have destroyed me. Yet I will not attempt to expound them. To me, they have presented little but horror—to many they will seem less terrible than barroques. Hereafter, perhaps, some intellect may be found which will reduce my phantasm to the common-place—some intellect more calm, more logical, and far less excitable than my own, which will perceive, in the circumstances I detail with awe, nothing more than an ordinary succession of very natural causes and effects.

From my infancy I was noted for the docility and humanity of my disposition. My tenderness of heart was even so conspicuous as to make me the jest of my companions. I was especially fond of animals, and was indulged by my parents with a great variety of pets. With these I spent most of my time, and never was so happy as when feeding and caressing them. This peculiarity of character grew with my growth, and in my manhood, I derived from it one of my principal sources of pleasure. To those who have cherished an affection for a faithful and sagacious dog, I need hardly be at the trouble of explaining the nature or the intensity of the gratification thus derivable. There is something in the unselfish and self-sacrificing love of a brute, which goes directly to the heart of him who has had frequent occasion to test the paltry friendship and gossamer fidelity of mere Man.

I married early, and was happy to find in my wife a disposition not uncongenial with my own. Observing my partiality for domestic pets, she lost no opportunity of procuring those of the most agreeable kind. We had birds, gold-fish, a fine dog, rabbits, a small monkey, and a cat.

This latter was a remarkably large and beautiful animal, entirely black, and sagacious to an astonishing degree. In speaking of his intelligence, my wife, who at heart was not a little tinctured with superstition, made frequent allusion to the ancient popular notion, which regarded all black cats as witches in disguise. Not that she was ever serious upon this point—and I mention the matter at all for no better reason than that it happens, just now, to be remembered.

Pluto—this was the cat’s name—was my favorite pet and playmate. I alone fed him, and he attended me wherever I went about the house. It was even with difficulty that I could prevent him from following me through the streets.

Our friendship lasted, in this manner, for several years, during which my general temperament and character—through the instrumentality of the Fiend Intemperance—had (I blush to confess it) experienced a radical alteration for the worse. I grew, day by day, more moody, more irritable, more regardless of the feelings of others. I suffered myself to use intemperate language to my wife. At length, I even offered her personal violence. My pets, of course, were made to feel the change in my disposition. I not only neglected, but ill-used them. For Pluto, however, I still retained sufficient regard to restrain me from maltreating him, as I made no scruple of maltreating the rabbits, the monkey, or even the dog, when by accident, or through affection, they came in my way. But my disease grew upon me—for what disease is like Alcohol!—and at length even Pluto, who was now becoming old, and consequently somewhat peevish—even Pluto began to experience the effects of my ill temper.

One night, returning home, much intoxicated, from one of my haunts about town, I fancied that the cat avoided my presence. I seized him; when, in his fright at my violence, he inflicted a slight wound upon my hand with his teeth. The fury of a demon instantly possessed me. I knew myself no longer. My original soul seemed, at once, to take its flight from my body and a more than fiendish malevolence, gin-nurtured, thrilled every fibre of my frame. I took from my waistcoat-pocket a pen-knife, opened it, grasped the poor beast by the throat, and deliberately cut one of its eyes from the socket! I blush, I burn, I shudder, while I pen the damnable atrocity.

When reason returned with the morning—when I had slept off the fumes of the night’s debauch—I experienced a sentiment half of horror, half of remorse, for the crime of which I had been guilty; but it was, at best, a feeble and equivocal feeling, and the soul remained untouched. I again plunged into excess, and soon drowned in wine all memory of the deed.

In the meantime the cat slowly recovered. The socket of the lost eye presented, it is true, a frightful appearance, but he no longer appeared to suffer any pain. He went about the house as usual, but, as might be expected, fled in extreme terror at my approach. I had so much of my old heart left, as to be at first grieved by this evident dislike on the part of a creature which had once so loved me. But this feeling soon gave place to irritation. And then came, as if to my final and irrevocable overthrow, the spirit of PERVERSENESS. Of this spirit philosophy takes no account. Yet I am not more sure that my soul lives, than I am that perverseness is one of the primitive impulses of the human heart—one of the indivisible primary faculties, or sentiments, which give direction to the character of Man. Who has not, a hundred times, found himself committing a vile or a silly action, for no other reason than because he knows he should not? Have we not a perpetual inclination, in the teeth of our best judgment, to violate that which is Law, merely because we understand it to be such? This spirit of perverseness, I say, came to my final overthrow. It was this unfathomable longing of the soul to vex itself—to offer violence to its own nature—to do wrong for the wrong’s sake only—that urged me to continue and finally to consummate the injury I had inflicted upon the unoffending brute. One morning, in cool blood, I slipped a noose about its neck and hung it to the limb of a tree;—hung it with the tears streaming from my eyes, and with the bitterest remorse at my heart;—hung it because I knew that it had loved me, and because I felt it had given me no reason of offence;—hung it because I knew that in so doing I was committing a sin—a deadly sin that would so jeopardize my immortal soul as to place it—if such a thing were possible—even beyond the reach of the infinite mercy of the Most Merciful and Most Terrible God.

Per la narrazione più selvaggia e al tempo stesso più semplice che sto per scrivere, non mi aspetto né cerco alcuna credibilità da parte del lettore. Sarei davvero pazzo se lo aspettassi, in un caso in cui i miei stessi sensi rifiutano di accettare le prove che offrono. Eppure, non sono pazzo, e certamente non sogno. Ma domani morirò, e oggi desidero liberarmi del peso del mio ‘anima. Il mio scopo immediato è presentare al mondo, in modo chiaro, conciso e senza commenti, una serie di eventi banali e quotidiani. Nelle loro conseguenze, questi eventi mi hanno terrorizzato, tormentato, distrutto. Tuttavia non cercherò di spiegarli. Per me rappresentano soltanto orrore; per molti, invece, potrebbero sembrare meno terribili di cose banali e “barocche”. Forse in futuro troverà qualcuno che riuscirà a ridurre il mio racconto a semplici concatenazioni di cause ed effetti naturali. Qualcuno più calmo, più logico, molto meno suscettibile di emozioni violente di me stesso.

Fin dall’infanzia fui noto per la dolcezza e l’umanità del mio carattere. La mia sensibilità era così evidente da farmi diventare oggetto di scherzi da parte dei miei compagni. Avevo una particolare affinità con gli animali e i miei genitori mi permettevano di tenerne molti come animali domestici. Trascorrevo la maggior parte del mio tempo con loro, e non ero mai più felice che quando li nutrivo e li accarezzavo. Questa caratteristica crebbe con me, e da adulto ne traevo una delle principali fonti di gioia nella mia vita. Per coloro che hanno sempre avuto un debole per un cane fedele e sagace, non è necessario spiegare la natura o l’intensità della soddisfazione che si può trarre da tale rapporto. C’è qualcosa nell’amore altruista e sacrificale di un animale, che raggiunge direttamente il cuore di chi ha avuto molte occasioni per confrontarlo con la meschina amicizia e la fragile fedeltà degli esseri umani.

Sono sposato da giovane e sono stato felice di trovare in mia moglie un temperamento che non era affatto incompatibile con il mio. Notando la mia predilezione per gli animali domestici, lei non ha mai perso l’occasione per procurarci quelli dei tipi più adatti a noi. Avevamo uccelli, pesci rossi, un bellissimo cane, conigli, un piccolo scimmione, e una gatta.

Quest’ultimo era un animale di dimensioni notevolmente grandi e bellissimo, completamente nero, e dotato di una saggezza sorprendente. Parlando della sua intelligenza, mia moglie, che in fondo non era del tutto priva di superstizioni, faceva spesso riferimento all’antica credenza popolare secondo cui tutti i gatti neri fossero streghe sotto mentite spoglie. Non che lei prendesse mai questa idea sul serio. E menziono questo fatto soltanto perché mi è appena venuto in mente.

Pluto – questo era il nome del gatto – era il mio animale domestico e compagno di gioco preferito. Gli davo da mangiare da solo, e mi seguiva ovunque andassi in casa. Era quasi impossibile impedirgli di accompagnarmi per le strade.

La nostra amicizia durò, in questo modo, per diversi anni; durante quel periodo, il mio temperamento generale e il mio carattere – a causa dell’influenza del Vizio dell’Intemperanza – subirono (mi vergogno ad ammetterlo) un cambiamento radicale e negativo. Diventai giorno dopo giorno più malinconico, più irascibile, sempre meno attento ai sentimenti altrui. Mi permettevo di usare parole offensive verso mia moglie; alla fine, le riservai persino violenza fisica. Naturalmente anche i miei animali domestici subirono gli effetti del mio cambiamento d’umore: non solo li trascuravo, ma li maltrattavo. Per quanto riguarda Pluto, tuttavia, conservavo ancora abbastanza rispetto da impedirmi di trattarlo male; al contrario, non esitavo a maltrattare i conigli, la scimmia, o persino il cane, ogni volta che si mettevano sul mio cammino, per caso o per affetto. Ma la mia “malattia” continuava ad aggravarsi, perché quale malattia potrebbe essere paragonabile all’Alcolismo? Alla fine, anche Pluto, ormai invecchiato e quindi un po’ irascibile, iniziò a subire le conseguenze del mio cattivo umore.

Una notte, tornando a casa in uno stato di ebbrezza profonda, da uno dei miei soliti locali in città, mi sembrò che il gatto evitasse la mia presenza. Lo afferrai; spaventato dalla mia violenza, mi morse leggermente la mano con i denti. All’improvviso, una furia demoniaca si impadronì di me. Non riconoscevo più me stesso. La mia vera anima sembrava essersi allontanata dal mio corpo; un’avidità malvagia, alimentata dall’alcol, scuoteva ogni fibra del mio essere. Presi un coltello da tasca, lo aprii e, afferrando il povero animale per la gola, gli tagliai deliberatamente un occhio! Arrossisco, brucio di vergogna, mentre scrivo quest’atroce crimine.

Quando la ragione tornò con l’alba – quando ebbi superato gli effetti degli eccessi della notte – provai un sentimento misto di orrore e rimorso per il crimine che avevo commesso; ma si trattava, al massimo, di un sentimento debole ed equivoco, e la mia ‘anima rimase intatta. Ripresi a indulgere negli eccessi, e presto l’alcol sommerse completamente ogni ricordo di quel gesto.

Nel frattempo, il gatto si riprese lentamente. La cavità dell’occhio perso presentava, è vero, un aspetto terribile, ma non sembrava più provare alcun dolore. Si muoveva per la casa come al solito, ma, come ci si poteva aspettare, fuggiva in preda all’orrore non appena mi avvicinavo. Avevo ancora tanto del mio vecchio cuore, e all’inizio ne fui addolorato per questa evidente antipatia da parte di una creatura che un tempo mi aveva amato così tanto. Ma questo sentimento presto lasciò il posto all’irritazione. E poi arrivò, come se fosse la mia rovina definitiva e irreversibile, lo spirito della perversità. Questa “filosofia” della perversità non viene affatto presa in considerazione. Eppure non sono meno certo che la mia anima esista, di quanto sia convinto che la perversità sia uno degli impulsi primordiali del cuore umano: una delle facoltà o dei sentimenti fondamentali che danno direzione al carattere dell’uomo. Chi non si è mai trovato, centinaia di volte, a compiere un atto vile o stupido soltanto perché sapeva che non avrebbe dovuto farlo? Non abbiamo forse sempre la tendenza, nonostante il nostro miglior giudizio, a violare ciò che è “Legge”, semplicemente perché sappiamo che lo è? Questo spirito della perversità, fu ciò che causò la mia rovina definitiva. Fu questa insopprimibile desiderio dell’anima di “tormentarsi”, di opporsi alla propria stessa natura, di compiere il male soltanto per il gusto di farlo, che mi spinse a continuare, e infine a completare l’offesa che avevo inflitto a quella creatura innocente. Una mattina, con il cuore freddo come il ghiaccio, gli misi un cappio al collo e lo appesi a un albero. Lo appesi mentre le lacrime scorrevano dai miei occhi e il rimorso più amaro mi straziava il cuore. Lo appesi perché sapevo che mi aveva amato, e perché sentivo che non mi aveva dato alcun motivo di offenderlo. Lo appesi perché sapevo che così facendo stavo commettendo un peccato, un peccato mortale che avrebbe messo in pericolo la mia immortalità, e che, se mai fosse stato possibile, avrebbe escluso persino l’infinita misericordia del Dio Misericordioso e Terribile.

On the night of the day on which this cruel deed was done, I was aroused from sleep by the cry of fire. The curtains of my bed were in flames. The whole house was blazing. It was with great difficulty that my wife, a servant, and myself, made our escape from the conflagration. The destruction was complete. My entire worldly wealth was swallowed up, and I resigned myself thenceforward to despair.

I am above the weakness of seeking to establish a sequence of cause and effect, between the disaster and the atrocity. But I am detailing a chain of facts—and wish not to leave even a possible link imperfect. On the day succeeding the fire, I visited the ruins. The walls, with one exception, had fallen in. This exception was found in a compartment wall, not very thick, which stood about the middle of the house, and against which had rested the head of my bed. The plastering had here, in great measure, resisted the action of the fire—a fact which I attributed to its having been recently spread. About this wall a dense crowd were collected, and many persons seemed to be examining a particular portion of it with very minute and eager attention. The words “strange!” “singular!” and other similar expressions, excited my curiosity. I approached and saw, as if graven in bas relief upon the white surface, the figure of a gigantic cat. The impression was given with an accuracy truly marvellous. There was a rope about the animal’s neck.

When I first beheld this apparition—for I could scarcely regard it as less—my wonder and my terror were extreme. But at length reflection came to my aid. The cat, I remembered, had been hung in a garden adjacent to the house. Upon the alarm of fire, this garden had been immediately filled by the crowd—by some one of whom the animal must have been cut from the tree and thrown, through an open window, into my chamber. This had probably been done with the view of arousing me from sleep. The falling of other walls had compressed the victim of my cruelty into the substance of the freshly-spread plaster; the lime of which, with the flames, and the ammonia from the carcass, had then accomplished the portraiture as I saw it.

Although I thus readily accounted to my reason, if not altogether to my conscience, for the startling fact just detailed, it did not the less fail to make a deep impression upon my fancy. For months I could not rid myself of the phantasm of the cat; and, during this period, there came back into my spirit a half-sentiment that seemed, but was not, remorse. I went so far as to regret the loss of the animal, and to look about me, among the vile haunts which I now habitually frequented, for another pet of the same species, and of somewhat similar appearance, with which to supply its place.

One night as I sat, half stupefied, in a den of more than infamy, my attention was suddenly drawn to some black object, reposing upon the head of one of the immense hogsheads of gin, or of rum, which constituted the chief furniture of the apartment. I had been looking steadily at the top of this hogshead for some minutes, and what now caused me surprise was the fact that I had not sooner perceived the object thereupon. I approached it, and touched it with my hand. It was a black cat—a very large one—fully as large as Pluto, and closely resembling him in every respect but one. Pluto had not a white hair upon any portion of his body; but this cat had a large, although indefinite splotch of white, covering nearly the whole region of the breast. Upon my touching him, he immediately arose, purred loudly, rubbed against my hand, and appeared delighted with my notice. This, then, was the very creature of which I was in search. I at once offered to purchase it of the landlord; but this person made no claim to it—knew nothing of it—had never seen it before.

I continued my caresses, and, when I prepared to go home, the animal evinced a disposition to accompany me. I permitted it to do so; occasionally stooping and patting it as I proceeded. When it reached the house it domesticated itself at once, and became immediately a great favorite with my wife.

For my own part, I soon found a dislike to it arising within me. This was just the reverse of what I had anticipated; but—I know not how or why it was—its evident fondness for myself rather disgusted and annoyed. By slow degrees, these feelings of disgust and annoyance rose into the bitterness of hatred. I avoided the creature; a certain sense of shame, and the remembrance of my former deed of cruelty, preventing me from physically abusing it. I did not, for some weeks, strike, or otherwise violently ill use it; but gradually—very gradually—I came to look upon it with unutterable loathing, and to flee silently from its odious presence, as from the breath of a pestilence.

What added, no doubt, to my hatred of the beast, was the discovery, on the morning after I brought it home, that, like Pluto, it also had been deprived of one of its eyes. This circumstance, however, only endeared it to my wife, who, as I have already said, possessed, in a high degree, that humanity of feeling which had once been my distinguishing trait, and the source of many of my simplest and purest pleasures.

With my aversion to this cat, however, its partiality for myself seemed to increase. It followed my footsteps with a pertinacity which it would be difficult to make the reader comprehend. Whenever I sat, it would crouch beneath my chair, or spring upon my knees, covering me with its loathsome caresses. If I arose to walk it would get between my feet and thus nearly throw me down, or, fastening its long and sharp claws in my dress, clamber, in this manner, to my breast. At such times, although I longed to destroy it with a blow, I was yet withheld from so doing, partly by a memory of my former crime, but chiefly—let me confess it at once—by absolute dread of the beast.

Nella notte in cui fu compiuto questo atto crudele, fui svegliato dal grido dell’incendio. Le tende del mio letto erano avvolte dalle fiamme; l’intera casa stava bruciando. Con grande difficoltà mia moglie, un servitore e io riuscimmo a fuggire dall’incendio. La distruzione fu totale: tutta la mia ricchezza terrena andò perduta, e da quel momento mi arresi alla -disperazione.

Sono al di sopra della debolezza di cercare di stabilire una sequenza di causa-effetto tra il disastro e l’atrocità. Ma sto descrivendo in dettaglio una catena di fatti, e non desidero lasciare imperfetta nemmeno la più piccola connessione possibile. Il giorno successivo all’incendio, visitai le rovine. Le pareti, ad eccezione di una, erano crollate. Questa eccezione si trovava in un muro interno, non molto spesso, situato a metà dell’casa; contro di esso era appoggiata la testiera del mio letto. In questa zona, lo stucco aveva resistito in gran parte all’azione dell’fuoco, un fatto che attribuii al fatto che fosse stato applicato di recente. Intorno a quel muro si era radunata una folla densa; molte persone sembravano esaminare con grande attenzione una particolare parte del muro. Espressioni come “strano!”, “singolare!” ecc., suscitarono la mia curiosità. Mi avvicinai e vidi, come se fossero incise in rilievo sulla superficie bianca, le sembianze di un enorme gatto. L’effetto visivo era davvero straordinario per la sua precisione. Intorno al collo dell’animale c’era una corda.

Quando vidi per la prima volta questa apparizione – poiché a stento potevo considerarla diversa da ciò che era – il mio stupore e il mio terrore furono estremi. Ma alla fine, la riflessione venne in mio aiuto. Ricordai che quel gatto era stato impiccato in un giardino adiacente alla casa. All’annuncio dell’incendio, quella gente si era immediatamente riversata nel giardino; qualcuno di loro doveva aver tagliato l’animale dall’albero e gettato il suo corpo, attraverso una finestra aperta, nella mia stanza. Probabilmente lo avevano fatto con l’intento di svegliarmi dal sonno. Il crollo delle altre pareti aveva schiacciato la vittima della mia crudeltà contro il materiale appena steso per intonacare; la calce, insieme alle fiamme e all’ammoniaca proveniente dal cadavere, avevano così creato l’immagine che vedevo davanti ai miei occhi.

Anche se così riuscivo facilmente a giustificare, se non del tutto, di fronte alla mia ragione – o almeno alla mia coscienza – il fatto straordinario che avevo appena descritto, ciò non bastava comunque a cancellare l’impressione profonda che aveva lasciato nella mia mente. Per mesi non riuscii a liberarmi dall’immagine di quel gatto; e in quel periodo ritornò nel mio spirito un sentimento ambiguo, che sembrava rimorso ma in realtà non lo era. Arrivai persino a rammaricarmi della perdita di quell’animale, e cominciai a cercare intorno a me, tra quegli ambienti squallidi che ormai frequentavo abitualmente, un altro animale domestico della stessa specie e dall’aspetto simile, con cui poter sostituire quello perso.

Una notte, mentre sedevo lì, semi-stupito, in un luogo di estrema infamia, la mia attenzione fu improvvisamente attratta da un oggetto nero posato sulla sommità di uno di quei enormi barili di gin o rum che costituivano l’unico arredamento della stanza. Stavo fissando quella superficie da alcuni minuti, e ciò che ora mi sorprese fu il fatto che non me ne fossi accorto prima. Mi avvicinai e lo toccai con la mano: era un gatto nero, molto grande, grande quanto Pluto, e assomigliava a lui in ogni modo tranne uno. Pluto non aveva un singolo pelo bianco su tutto il corpo; invece quel gatto presentava una grande macchia bianca che copriva quasi tutta la zona del petto. Non appena lo toccai, si alzò immediatamente, miagolò ad alta voce, si strofinò contro la mia mano e sembrò molto felice di essere stato notato. Quindi, quello era proprio l’animale che stavo cercando! Offrii subito di comprarlo al proprietario della casa; ma quest’uomo non ne rivendicava la proprietà, non ne sapeva nulla e non l’aveva mai visto prima.

Continuai le mie carezze, e quando mi preparai ad andare a casa, l’animale mostrò il desiderio di accompagnarmi. Glielo permisi; di tanto in tanto mi chinavo e lo accarezzavo mentre camminavo. Quando arrivò alla casa, si abituò immediatamente al nuovo ambiente e divenne subito molto amato da mia moglie.

Per quanto mi riguarda, presto in me iniziò ad emergere un profondo disgusto per quella creatura. Era esattamente il contrario di ciò che avevo previsto; ma non so come né perché. Il suo evidente affetto verso di me mi disgustava e infastidiva profondamente. Gradualmente, questi sentimenti di disgusto si trasformarono in amarezza e odio. Evitavo quella creatura; un certo senso di vergogna, oltre al ricordo del mio precedente atto di crudeltà, mi impedivano di maltrattarla fisicamente. Per alcune settimane non la colpii né la trattai in modo violento; ma gradualmente, molto gradualmente, iniziai a guardarla con un orrore indescrivibile e fuggivo silenziosamente dalla sua odiosa presenza, come se fosse il respiro di una pestilenza.

Quello che, senza alcun dubbio, aumentò il mio odio per quella bestia fu la scoperta, la mattina dopo averla portata a casa, che, proprio come Plutone, anche lei aveva perso uno degli occhi. Tuttavia, questa circostanza fece sì che mia moglie la amasse ancora di più; lei, come ho già detto, possedeva in alto grado quella umanità di sentimenti che un tempo era stata la mia caratteristica distintiva e la fonte di molti dei miei piaceri più semplici e puri.

Nonostante il mio disgusto per questo gatto, la sua preferenza per me sembrava aumentare. Mi seguiva passo dopo passo con una tenacia difficile da comprendere per il lettore. Ogni volta che mi sedevo, si accovacciava sotto la mia sedia o salta sulle mie ginocchia, coprendomi di quelle sue carezze disgustose. Se mi alzavo per camminare, si metteva tra i miei piedi rischiando quasi di farmi cadere; oppure, afferrando con le sue lunghe e affilate unghie il mio vestito, cercava di arrampicarsi fino al mio petto. In quei momenti, anche se desideravo distruggerlo con un colpo, non osavo farlo: in parte a causa del ricordo del mio precedente crimine, ma soprattutto, lasciate che lo ammetta subito, per una paura assoluta di quella bestia.

This dread was not exactly a dread of physical evil—and yet I should be at a loss how otherwise to define it. I am almost ashamed to own—yes, even in this felon’s cell, I am almost ashamed to own—that the terror and horror with which the animal inspired me, had been heightened by one of the merest chimaeras it would be possible to conceive. My wife had called my attention, more than once, to the character of the mark of white hair, of which I have spoken, and which constituted the sole visible difference between the strange beast and the one I had destroyed. The reader will remember that this mark, although large, had been originally very indefinite; but, by slow degrees—degrees nearly imperceptible, and which for a long time my reason struggled to reject as fanciful—it had, at length, assumed a rigorous distinctness of outline. It was now the representation of an object that I shudder to name—and for this, above all, I loathed, and dreaded, and would have rid myself of the monster had I dared—it was now, I say, the image of a hideous—of a ghastly thing—of the GALLOWS!—oh, mournful and terrible engine of Horror and of Crime—of Agony and of Death!

And now was I indeed wretched beyond the wretchedness of mere Humanity. And _a brute beast _—whose fellow I had contemptuously destroyed—a brute beast to work out for me—for me a man, fashioned in the image of the High God—so much of insufferable woe! Alas! neither by day nor by night knew I the blessing of rest any more! During the former the creature left me no moment alone, and in the latter I started hourly from dreams of unutterable fear to find the hot breath of the thing upon my face, and its vast weight—an incarnate nightmare that I had no power to shake off—incumbent eternally upon my heart!

Beneath the pressure of torments such as these, the feeble remnant of the good within me succumbed. Evil thoughts became my sole intimates—the darkest and most evil of thoughts. The moodiness of my usual temper increased to hatred of all things and of all mankind; while, from the sudden, frequent, and ungovernable outbursts of a fury to which I now blindly abandoned myself, my uncomplaining wife, alas, was the most usual and the most patient of sufferers.

One day she accompanied me, upon some household errand, into the cellar of the old building which our poverty compelled us to inhabit. The cat followed me down the steep stairs, and, nearly throwing me headlong, exasperated me to madness. Uplifting an axe, and forgetting, in my wrath, the childish dread which had hitherto stayed my hand, I aimed a blow at the animal which, of course, would have proved instantly fatal had it descended as I wished. But this blow was arrested by the hand of my wife. Goaded, by the interference, into a rage more than demoniacal, I withdrew my arm from her grasp and buried the axe in her brain. She fell dead upon the spot, without a groan.

This hideous murder accomplished, I set myself forthwith, and with entire deliberation, to the task of concealing the body. I knew that I could not remove it from the house, either by day or by night, without the risk of being observed by the neighbors. Many projects entered my mind. At one period I thought of cutting the corpse into minute fragments, and destroying them by fire. At another, I resolved to dig a grave for it in the floor of the cellar. Again, I deliberated about casting it in the well in the yard—about packing it in a box, as if merchandise, with the usual arrangements, and so getting a porter to take it from the house. Finally I hit upon what I considered a far better expedient than either of these. I determined to wall it up in the cellar—as the monks of the middle ages are recorded to have walled up their victims.

For a purpose such as this the cellar was well adapted. Its walls were loosely constructed, and had lately been plastered throughout with a rough plaster, which the dampness of the atmosphere had prevented from hardening. Moreover, in one of the walls was a projection, caused by a false chimney, or fireplace, that had been filled up, and made to resemble the red of the cellar. I made no doubt that I could readily displace the bricks at this point, insert the corpse, and wall the whole up as before, so that no eye could detect any thing suspicious. And in this calculation I was not deceived. By means of a crow-bar I easily dislodged the bricks, and, having carefully deposited the body against the inner wall, I propped it in that position, while, with little trouble, I re-laid the whole structure as it originally stood. Having procured mortar, sand, and hair, with every possible precaution, I prepared a plaster which could not be distinguished from the old, and with this I very carefully went over the new brickwork. When I had finished, I felt satisfied that all was right. The wall did not present the slightest appearance of having been disturbed. The rubbish on the floor was picked up with the minutest care. I looked around triumphantly, and said to myself: “Here at least, then, my labor has not been in vain.”

My next step was to look for the beast which had been the cause of so much wretchedness; for I had, at length, firmly resolved to put it to death. Had I been able to meet with it, at the moment, there could have been no doubt of its fate; but it appeared that the crafty animal had been alarmed at the violence of my previous anger, and forebore to present itself in my present mood. It is impossible to describe, or to imagine, the deep, the blissful sense of relief which the absence of the detested creature occasioned in my bosom. It did not make its appearance during the night; and thus for one night at least, since its introduction into the house, I soundly and tranquilly slept; aye, slept even with the burden of murder upon my soul!

Questo terrore non era esattamente il timore di un male fisico. Eppure non saprei come altro definirlo. Sono quasi imbarazzato ad ammetterlo. Sì, anche in questa cella di prigione, sono quasi imbarazzato ad ammettere che il terrore e orrore che quell’animale suscitava in me fossero stati intensificati da una delle più banali fantasie che si possano immaginare. Mia moglie aveva più volte attirato la mia attenzione sul carattere di quella macchia di capelli bianchi, l’unica differenza visibile tra quell’animale strano e quello che avevo distrutto. Il lettore ricorderà che questa macchia, sebbene grande, inizialmente era molto vaga; ma gradualmente – in modo quasi impercettibile, e per un lungo periodo il mio ragionamento cercò di rifiutarla come frutto dell’immaginazione – assunse una forma sempre più definita. Ora rappresentava qualcosa che mi fa rabbrividire al solo pensarci. Ed è proprio per questo che lo odiavo, ne avevo paura. E avrei voluto liberarmi di quel mostro, se solo avessi osato. Ora era l’immagine di qualcosa di orribile, di qualcosa di spaventoso, delle GALLOWS! Oh, macchina triste e terribile di orrore, crimine, agonia, e Morte!

E ora io ero davvero miserabile, al di là della miseria stessa dell’umanità. Un semplice animale brutale – che avevo distrutto con disprezzo – un essere privo di ragione costretto a lavorare per me. Io, un uomo creato a immagine del Grande Dio. Che insopportabile dolore! Ahimè, né di giorno né di notte conoscevo più la benedizione del riposo! Di giorno quell’essere non mi lasciava mai solo un momento; di notte, ogni ora mi svegliavo da sogni pieni di terrore per trovare il suo respiro ardente sul mio viso e il suo peso opprimente. Un incubo incarnato, dal quale non avevo alcun potere di liberarmi. Per sempre schiacciato sul mio cuore!

Sotto la pressione di tormenti del genere, il debole residuo di bontà che era in me cedette. Pensieri malvagi divennero i miei unici compagni: i più oscuri e malvagi tra tutti. L’irascibilità del mio carattere aumentò fino a trasformarsi in odio per tutte le cose e per tutta l’umanità; mentre, a causa delle improvvisi, frequenti e incontrollabili crisi di furia alle quali ormai mi abbandonavo ciecamente, mia moglie, poverina, fu la vittima più frequente e paziente di tutte.

Un giorno mi accompagnò, per un compito domestico, nel seminterrato dell’edificio vecchio in cui la nostra povertà ci costringeva ad abitare. Il gatto mi seguì giù per le scale ripide; quasi facendomi cadere a capofitto, mi infastidì a tal punto da rendermi folle. Sollevando un’ascia, e dimenticando, nella mia rabbia, la paura infantile che fino ad allora mi aveva trattenuto dal colpire, mirai all’animale. Un colpo che, ovviamente, sarebbe stato immediatamente fatale se l’animale fosse sceso come desideravo. Ma quel colpo fu fermato dalla mano di mia moglie. Spinto da quell’intervento a una rabbia quasi demoniaca, estrassi il braccio dalla sua presa e conficcai l’ascia nel suo cervello. Lei cadde morta sul posto, senza emettere un lamento.

Dopo aver compiuto questo orribile omicidio, mi misi immediatamente all’opera, con estrema attenzione, per nascondere il corpo. Sapevo che non avrei potuto portarlo via dalla casa, né di giorno né di notte, senza rischiare di essere visto dai vicini. Molti piani mi passarono per la mente: a un certo punto pensai di tagliare il cadavere in piccoli pezzi e di distruggerli con il fuoco; in un altro momento decisi di scavare una tomba nel pavimento del seminterrato; ancora una volta considerai l’idea di gettarlo nella pozza nel cortile, oppure di imballarlo in una scatola, come se fosse merci, e farlo portare via da un facchino. Alla fine trovai quello che ritenni un metodo molto migliore di tutti questi: decisi di murarlo dentro il seminterrato, proprio come i monaci del Medioevo facevano con le loro vittime.

Per uno scopo del genere, il seminterrato era davvero ben adatto. Le sue pareti erano costruite in modo approssimativo e di recente erano state intonacate con un intonaco ruvido; tuttavia, l’umidità dell’ambiente aveva impedito che si indurisse completamente. Inoltre, su una delle pareti c’era una sporgenza causata da un finto camino o caminetto, che era stata riempita e resa simile al colore rosso del seminterrato stesso. Non dubitavo affatto di poter facilmente rimuovere quei mattoni in quel punto, inserire il cadavere e ricostruire tutto come prima, in modo che nessuno potesse notare nulla di sospetto. E in questo calcolo non mi sbagliavo. Con l’ausilio di una leva riuscii facilmente a rimuovere i mattoni; dopo aver posizionato con cura il corpo contro la parete interna, lo fissai nella quella posizione e, senza alcuna difficoltà, ricostruii l’intera struttura come prima. Preparai quindi del malta, della sabbia e dei capelli, e con ogni precauzione possibile realizzai un intonaco indistinguibile dall’originale; con esso riparai attentamente le nuove parti costruite. Una volta terminato il lavoro, fui certo che tutto fosse a posto: la parete non presentava alcun segno di alterazioni, e i rifiuti sul pavimento erano stati raccolti con estrema cura. Guardandomi intorno con soddisfazione, pensai: “Almeno in questo caso, il mio lavoro non è stato vano.”

Il mio prossimo passo fu cercare quella bestia che era stata la causa di tanta sofferenza; poiché avevo finalmente deciso con fermezza di porre fine alla sua vita. Se fossi riuscito a incontrarla in quel momento, non ci sarebbe stato alcun dubbio sul suo destino. Ma sembrava che quell’animale astuto fosse stato spaventato dall’intensità della mia rabbia precedente e preferisse non farsi vedere in quello stato d’animo. È impossibile descrivere, o anche solo immaginare, il profondo senso di sollievo che la scomparsa di quella creatura odiosa provocò nel mio cuore. Non si fece più vedere durante quella notte; e così, per almeno una notte, da quando era entrata in quella casa, dormii serenamente e tranquillamente. Sì, dormii persino con il peso del crimine sulla mia anima!

The second and the third day passed, and still my tormentor came not. Once again I breathed as a freeman. The monster, in terror, had fled the premises forever! I should behold it no more! My happiness was supreme! The guilt of my dark deed disturbed me but little. Some few inquiries had been made, but these had been readily answered. Even a search had been instituted—but of course nothing was to be discovered. I looked upon my future felicity as secured.

Upon the fourth day of the assassination, a party of the police came, very unexpectedly, into the house, and proceeded again to make rigorous investigation of the premises. Secure, however, in the inscrutability of my place of concealment, I felt no embarrassment whatever. The officers bade me accompany them in their search. They left no nook or corner unexplored. At length, for the third or fourth time, they descended into the cellar. I quivered not in a muscle. My heart beat calmly as that of one who slumbers in innocence. I walked the cellar from end to end. I folded my arms upon my bosom, and roamed easily to and fro. The police were thoroughly satisfied and prepared to depart. The glee at my heart was too strong to be restrained. I burned to say if but one word, by way of triumph, and to render doubly sure their assurance of my guiltlessness.

“Gentlemen,” I said at last, as the party ascended the steps, “I delight to have allayed your suspicions. I wish you all health, and a little more courtesy. By the bye, gentlemen, this—this is a very well-constructed house.” (In the rabid desire to say something easily, I scarcely knew what I uttered at all.)—“I may say an excellently well-constructed house. These walls—are you going, gentlemen?—these walls are solidly put together;” and here, through the mere phrenzy of bravado, I rapped heavily, with a cane which I held in my hand, upon that very portion of the brick-work behind which stood the corpse of the wife of my bosom.

But may God shield and deliver me from the fangs of the Arch-Fiend! No sooner had the reverberation of my blows sunk into silence, than I was answered by a voice from within the tomb!—by a cry, at first muffled and broken, like the sobbing of a child, and then quickly swelling into one long, loud, and continuous scream, utterly anomalous and inhuman—a howl—a wailing shriek, half of horror and half of triumph, such as might have arisen only out of hell, conjointly from the throats of the damned in their agony and of the demons that exult in the damnation.

Of my own thoughts it is folly to speak. Swooning, I staggered to the opposite wall. For one instant the party upon the stairs remained motionless, through extremity of terror and of awe. In the next, a dozen stout arms were toiling at the wall. It fell bodily. The corpse, already greatly decayed and clotted with gore, stood erect before the eyes of the spectators. Upon its head, with red extended mouth and solitary eye of fire, sat the hideous beast whose craft had seduced me into murder, and whose informing voice had consigned me to the hangman. I had walled the monster up within the tomb!

Passarono il secondo e il terzo giorno, e ancora il mio tormentatore non arrivò. Una volta di più respirai liberamente. Quel mostro, spaventato a morte, se n’era andato per sempre! Non l’avrei mai più visto. La mia felicità era assoluta. Il senso di colpa per il mio atto oscuro mi turbava appena. Alcune indagini erano state fatte, ma vennero facilmente risolte. Anche una ricerca era stata avviata. Ma ovviamente non si trovò nulla. Consideravo la mia futura felicità ormai assicurata.

Al quarto giorno dell’assassinio, un gruppo di poliziotti arrivò, in modo del tutto inaspettato, nella casa e procedette nuovamente a effettuare un’attenta ispezione dei locali. Tuttavia, essendo al sicuro nel luogo nascosto che avevo scelto, non provai alcun imbarazzo. Gli agenti mi chiesero di accompagnarli nelle loro ricerche; non lasciarono inesplorato nessun angolo della casa. Alla fine, per la terza o quarta volta, scesero nel seminterrato. Ma io non tremai nemmeno un muscolo; il mio cuore batteva tranquillamente, come quello di una persona innocente. Camminai avanti e indietro per tutto il seminterrato, con le braccia incrociate sul petto. La polizia fu completamente soddisfatta e si preparò ad andarsene. La gioia che provavo era troppo intensa per poterla reprimere. Avrei voluto dire una parola, solo una, per dimostrare loro ancora una volta la mia innocenza.

“Signori,” dissi finalmente mentre il gruppo saliva i gradini, “mi fa piacere aver dissipato tutte le vostre sospetti. Vi auguro salute e un po’ più di cortesia. A proposito, signori, questa è davvero una casa molto ben costruita.” (Nella frenetica voglia di dire qualcosa di appropriato, quasi non sapevo cosa stessi dicendo, ) “Posso dire che si tratta di una casa eccellentemente costruita. Queste mura, state andando via, signori?, queste mura sono davvero solide, ” E qui, spinto solo dalla follia della vanteria, cominciai a battere con forza, con il bastone che avevo in mano, proprio su quella parte del murato dietro cui si trovava il cadavere della moglie del mio cuore.

Ma che Dio mi protegga e mi salvi dai denti del Grande Demone! Non appena il rumore dei miei colpi si era spento nel silenzio, una voce risuonò all’interno della tomba, un grido, inizialmente soffocato e spezzettato, come il pianto di un bambino, per poi trasformarsi rapidamente in un urlo lungo, forte e continuo, qualcosa di assolutamente anomalo e inumano: un ululato, un grido straziante, metà orrore e metà trionfo, uno squillo che poteva provenire soltanto dall’inferno, emesso contemporaneamente dalle gole dei dannati nella loro agonia e da quelle dei demoni che esultano nella loro distruzione.

Parlare dei propri pensieri è pura follia. Barcollando, mi diressi verso il muro opposto. Per un istante, la gente sulle scale rimase immobile, sopraffatta dal terrore e dall’orrore. Poi, una dozzina di forti braccia iniziarono a colpire il muro; esso crollò immediatamente. Il cadavere, ormai profondamente decomposto e coperto di sangue coagulato, si ergeva davanti agli occhi degli spettatori. Sulla sua testa, con la bocca aperta e un solo occhio rovente, sedeva quella mostruosa creatura che aveva indotto me ad commettere omicidio e che aveva consegnato me al boia. Avevo rinchiuso quel mostro all’interno della tomba!