Indice

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

TO

L’eros di Keir

I

Nella parrocchia di Marlden, e nelle zone adiacenti al villaggio, in una maestosa dimora conosciuta come The Towers, la cui vasta aiuola si estende dolcemente fino alle limpide acque del Fiume Avon, risiedeva un gentiluomo molto rispettato in tutto il Contea di Wiltshire: Sir Robert Montgomery; infatti, tale era il suo nome.

Il barone (poiché tale era il suo rango) godeva dell’ammirazione dei suoi pari, dell’affetto rispettoso dei suoi subordinati, e della devozione di sua unica figlia, l’unica discendente che avesse; sua madre, ormai da tempo defunta, le aveva dato il nome incantevole di Belinda.

Quel tipo di devozione fu ricambiato dal padre vedovo con un’attenzione particolare e meticolosa; tale attenzione, però, a malapena riusciva a nascondere il suo profondo affetto e la sua tenerezza verso Belinda. Non furono risparmiati alcuni sforzi per fornire a Belinda, nei suoi primi anni di vita, una solida base nelle nozioni fondamentali dell’educazione raffinata. Man mano che la sua fanciullezza si trasformava in una bellezza più matura, furono selezionati ulteriori insegnanti, sia uomini che donne, per perfezionarla nell’italiano, nel francese, nell’arte della pittura ad acquerello, in tutte le discipline relative al comportamento sociale e nel pianoforte.

E così, all’età di diciotto anni, Belinda Montgomery unì in sé tutte le raffinatezze della cultura con la bellezza di una figura incantevole: una mente naturalmente dotata e generosa, allenata al massimo delle sue possibilità, incastonata in un corpo di grazia straordinaria; l’insieme era ispirato da un’anima nella quale erano profondamente radicati i principi della nostra nobile religione.

Su questa ultima e terribile questione, il buon vicario della parrocchia, il Reverendo John Atkins, si era impegnato con costante zelo. Il suo stipendio (di cui Sir Robert era patrono) non gli occupava completamente il tempo, permettendogli quindi di dedicare le ore necessarie all’educazione spirituale della giovane signorina; inoltre, i compensi derivanti da tale incarico non erano certo scarsi per una persona la cui umile esistenza veniva appena soddisfatta dai proventi delle decime e delle altre entrate della parrocchia.

Sotto tale guida, Belinda comprese a poco a poco la natura e gli attributi del suo Creatore, il disegno dell’Espiazione, la promessa di un Cielo beato, la minaccia di un Inferno terribile, l’istituzione originale dell’Episcopato; nonché gli errori di Roma da un lato e quelli dei dissidenti dall’altro. Il Libro delle Preghiere Comuni fu il suo compagno costante, e sul tavolino intarsiato del suo boudoir giaceva sempre aperta la Sacra Bibbia, a sua disposizione quotidiana per le riflessioni.

Possiamo meravigliarci che, sotto tali auspici, quella ragazza radiosa attirasse verso di sé tutti i giovani che i suoi genitori permettevano di avvicinarla? I giovani nobili della contea giurarono con entusiasmo fedeltà alla “Regina della Grazia”; i loro anziani sospirarono, dicendo che la loro generazione non aveva mai visto nulla del genere. Tutti erano abbagliati, tutti cedevano al suo fascino. I buoni scoprirono immediatamente la propria suprema felicità nell’influenza di tanta pietà in un ambiente così nobile; i malvagi, invece, si pentirono in parte e si sentirono completamente umiliati di fronte a tanta virtù unita a una bellezza così elevata.

Infatti, Belinda, al momento del suo ingresso nella vita, possedeva una bellezza senza pari. I suoi capelli lucidi, di un delicato colore marrone, erano divisi ordinatamente sul viso pallido come l’avorio. La perfezione dell’ovale del suo volto richiedeva l’opera di un Raffaello per essere ritratto, o quella di un Petrarca per essere descritto. I suoi occhi, modesti ma coraggiosi, brillavano di quel blu luminoso tipico dei cieli settentrionali; le sue labbra, dal contorno così raffinato eppure piene di salute, sembravano sempre sul punto di sorridere, ma un sorriso serio, tranne quando qualche motivo fresco e innocente scatenava la sua risata. Il suo portamento era forse la qualità più distintiva: sembrava muoversi con grazia, fluttuare nell’aria, avanzare con autorità, eppure anche cedere con eleganza. Che entrasse in una stanza o ne uscisse, la sua dignità rimaneva immutata; sia che si sdraiasse sul morbido divano per riposare, sia che si alzasse per cantare un brano musicale, il mondo intero si fermava ad ammirarla, in entrambe le situazioni.

Contiguo alla tenuta di Montgomery si estendevano i terreni di una famiglia anch’essa legata a Wiltshire e famosa da molte generazioni tra l’aristocrazia di quella contea.

Horatio Maltravers, il giovane proprietario di queste venerate terre, era l’ultimo discendente di una lunga linea di gentiluomini di campagna: uno di loro aveva servito come paggio della Regina Vergine, un altro come scudiero del Terzo Re Guglielmo, mentre ancora un altro aveva prestato servizio sotto il comando del generale Whitelock nel ruolo di ufficiale subalterno.

La Casa Halston (così si chiamava quella residenza) si ergeva, un edificio nobile ma purtroppo trascurato, circondato da alti olmi e querce; la sua antichità suggeriva in qualche modo il suo declino. Anche i corvi, che gracchiavano al tramonto intorno alle sue mura in rovina, sembravano piangere le glorie passate di una famiglia ormai in decadenza; l’erba selvatica che cresceva disordinatamente sul prato abbandonato testimoniava ulteriormente il generale declino della struttura.

Le torri dei Montgomery e quelle degli Halston dei Maltravers sorgevano entrambe sulle rive dello stesso fiume Avon; i parchi erano disposti in modo tale che una strada provinciale li divideva. Ma su entrambi i lati di quella strada c’era un vero contrasto! I recinti di Sir Robert Montgomery, ben curati e fitti, testimoniavano della cura e del senso civico del loro padrone. Nella stagione giusta, si poteva vedere una fila di contadini robusti che utilizzavano falci e rastrelli per regolare la crescita eccessiva della natura, mantenendo tutto in perfetto ordine. Dall’altra parte, i recinti degli Halston erano disordinati e sparsi; grandi vuoti alteravano la loro disposizione regolare. Cespugli cresciuti selvaggiamente, alcuni addirittura trasformatisi in alberelli stentati, si estendevano senza alcuna cura; inoltre, una serie di pali, recinzioni e rovi completava quell’aspetto disordinato.

Il passante, lungo il suo cammino verso Bath, non poté fare a meno di esclamare (guardando a sinistra): “Che decenza! Che precisione!” E nemmeno (voltandosi a destra) riuscì a trattenersi dal pronunciare espressioni del tipo “Sciatto!” o persino “Disgustoso!”

I campi raccontavano la stessa storia: da un lato, su terreni puliti e fertili, non si vedevano né il cardo invasore né altre piante infestanti; dall’altro, solo desolazione e miseria. La torre settentrionale di The Towers, piccola ma imponente in stile gotico, era costruita con pietra appena scolpita, aveva un tetto realizzato con lastre di ardesia attentamente posizionate e era circondata da una recinzione ornamentale; la torre meridionale di Halston, invece, a malapena meritava il nome di capanna, grazie a qualche debole traccia della sua un tempo solida struttura. Anche le casette situate su entrambi i lati della strada presentavano lo stesso contrasto: da quelle di Sir Robert si vedevano volti sorridenti sotto nuovi tetti di paglia, circondati da splendidi fiori; mentre da quelle di Horatio si osservavano volti anziani e ansiosi di contadini diffidenti e cupi. I tetti, in condizioni pessime, si abbinavano alle pareti umide e macchiate delle loro dimore miserevoli.

Eppure, il giovane proprietario di questo “patrimonio” così prezioso non era da biasimare per il suo stato deplorevole. Lo stesso Sir Robert, sebbene fosse il suo vicino più prossimo, fu il primo ad ammettere che Horatio era vittima delle circostanze piuttosto che di qualche difetto personale. Suo padre, già impoverito a causa di un’impresa sfortunata nel settore della ceramica, aveva sposato, in età avanzata, una signora irlandese dal certo fascino, ma senza dote significativa. Lei era morta durante il parto del loro unico figlio, e il vedovo aveva trascorso circa vent’anni da recluso, immerso nello studio approfondito dei Padri della Chiesa e persino della lingua ebraica.

Il suo avvocato — e chi potrebbe biasimarlo? — aveva sfruttato appieno la natura impratica del proprio cliente. Un mutuo dopo l’altro, gli interessi composti avevano eroso profondamente il reddito di Halston. Quando lo studioso anziano, non del tutto consapevole della propria situazione disastrosa, morì (circa diciotto mesi prima dell’inizio di questa storia), Horatio, allora ventitreenne e appena rientrato dall’Università di Oxford, si trovò a dipendere da un reddito che, una volta coperte tutte le spese per i suoi familiari e ridotta la dimensione della casa, a malapena superava i 500 sterline all’anno.

In questo modo, mantenne con estrema parsimonia la vita per cui era nato. Solo i lavori di riparazione assolutamente necessari venivano eseguiti dai suoi consiglieri legali, che erano anche i suoi creditori e i gestori del suo patrimonio. Erano loro a pagarlo ogni tre mesi con quella misera somma in sterline; e con questo denaro, grazie a molte astuzie e stratagemmi, riusciva comunque a mantenere un ruolo molto modesto tra i suoi simili, senza alcuna possibilità di recarsi in città o di svolgere attività pubbliche. Aveva il suo cavallo, la sua pistola; alcuni amici che venivano a trovarlo nella sua solitudine; e l’ammirazione comprensiva, piuttosto che un vero affetto, da parte dei suoi vicini più ricchi e delle loro mogli.

Eppure, in quel momento, Horatio Maltravers era perfettamente adatto a svolgere un ruolo importante nella società del Wiltshire, se solo la fortuna non fosse stata così spietata con lui. Era di statura media superiore, ben proporzionato e vigoroso, anche se un po’ troppo snello di corporatura. I suoi capelli neri ondulati incorniciavano un viso pallido e dall’espressione malinconica, ma nobile; i suoi occhi scuri e profondi brillavano di intensità. La sua voce era bassa e piena di sentimento. E le sue indiscutibili attrattive non lasciavano spazio a alcun sospetto di effemminilità: nonostante le sue maniere cortesi e raffinate, e i suoi gesti lenti e misurati, il suo stile di vita era davvero da uomo.

Era veloce e pronto in ogni esercizio tipico del suo rango; la sua forza era pari alla sua agilità. Era un eccellente cavaliere e instancabile in qualsiasi sport: che si trattasse di inseguire una volpe a cavallo o di correre a piedi all’inseguimento di una lepre insieme a cani chiamati levrieri. Sparava con precisione con il fucile da caccia, e – cosa molto vantaggiosa per ogni giovane – era infallibile anche con la pistola a venti passi di distanza. Merito anche di suo padre è che, nonostante il suo strano stile di vita eremita, abbia fatto allenare il ragazzo nell’arte della scherma con la spada; un rifugiato francese, stabilitosi in modo precario a St. Peter’s Magna e costretto ad andare avanti e indietro due volte alla settimana su un carretto agricolo, lo aveva istruito in cambio di una piccola somma di denaro. Lo stesso Monsieur de Chabrol lo aveva anche perfezionato nella lingua francese; Horatio, sebbene nascondesse questo talento con un certo imbarazzo, riusciva a parlarla con un ottimo accento e un vasto vocabolario.

Come si può immaginare, da ragazzo Horatio aveva spesso incontrato, come compagna di giochi, la giovane ereditiera di The Towers. I due bambini, ignari l’uno dell’esistenza dell’altro, avevano sviluppato un’amicizia così profonda che solo in seguito ne sarebbero stati consapevoli. Ora, come matricola al Christchurch College di Oxford, Horatio ricordava la sua giovane compagna di quattordici anni che lo accoglieva sempre con calore durante le sue prime vacanze. Ma scoprì con sorpresa che i suoi ritorni non venivano più accolti con lo stesso entusiasmo, e che le sue visite a The Towers diventavano sempre più rare. Belinda, ormai quindicenne e sedicenne, non riusciva a dimenticare quella compagna di giochi. Immaginava Horatio nella sua vita universitaria come un vero eroe, che conosceva e faceva cose in un mondo molto più grande del suo. Ora che era diventato adulto, Horatio continuava a ricordare la voce di Belinda come parte integrante della sua memoria.

Quando Horatio entrò in possesso della sua eredità, Belinda si trovava ancora nella sala di studio. Al suo ritorno da Londra, dopo la presentazione alla Corte, si incontrarono nella vita mondana della contea, ma solo in occasioni distanziate nel tempo e tra folle; salvo quando, per cortesia, Sir Robert invitava occasionalmente il figlio della sua vecchia vicina a pranzo. Tuttavia, faceva sempre in modo che al tavolo ci fossero molti altri ospiti, e a Horatio non era permesso avvicinarsi troppo ai posti d’onore. Se poteva chiederle di ballare in una casa o nell’altra o scambiare qualche parola in compagnia della sua parente e compagna (Miss Hackman), questo era l’unico contatto che aveva con qualcuno che, in quegli anni infantili, poteva essere considerato quasi un membro della sua stessa famiglia.

Sempre più raramente i giovani si incontravano. Le loro conversazioni, nelle poche occasioni in cui avvenivano, diventavano sempre più formali. Tuttavia, ognuno di loro conservava alcuni ricordi legati a quei momenti di gioco. E proprio quei ricordi, in un certo momento, le “Forze Inesorabili” avrebbero rivissuto, trasformato e illuminato con il fuoco tutto ciò che era accaduto.

II

L’inverno era passato; gli alberi erano pieni di nuove foglie, contro i tramonti estivi di giugno. Fu allora che Sir Robert Montgomery organizzò un ballo nella sua casa, affinché Belinda potesse comparire sotto il tetto di suo padre come la regina della società del Wiltshire. In questa decisione fu sostenuto da una parente femminile, una cugina dal portamento austero e risoluto; spesso le aveva fornito aiuti finanziari, stimava molto il suo giudizio pratico e le chiedeva di accompagnare sua figlia e di dargli consigli nelle sue faccende.

La signorina Hackman (come abbiamo appreso essere il nome di questa donna) preparò ogni dettaglio di questa nobile cerimonia, e trovò ancora il tempo per suggerire, progettare e coordinare l’abito incantevole che avrebbe permesso alla debuttante di conquistare l’ammirazione di tutti i presenti. L’abito era di colore bianco e trasparente, decorato con grandi fiori blu artificiali; i suoi contorni ampi ma sottili esaltavano ancora di più (se ciò fosse stato possibile) la grazia del suo corpo incantevole, mentre il suo colore e il taglio ne evidenziavano l’innocenza affascinante.

Il movimento della stanza affollata, il mormorio delle conversazioni educate, si fermarono nel silenzio non appena apparve la giovane padrona di casa. Quel silenzio fu poi sostituito da parole più fervide; infine, al segnale dell’orchestra diretta dallo stesso signor Melchior, iniziò la musica della danza “Martagnaise”. Nella terza figura di questo passo elegante ma straniero, gli uomini avanzano a turno, toccando con le mani sollevate le dita delle donne opposte; per un momento camminano uno dopo l’altro in fila con ciascuna signora, fino a quando l’intera sequenza è completata. È un’occasione in cui coloro che non partecipano direttamente alla danza possono salutare le dame per un istante, e in cui ogni ammiratore può rivolgere loro i propri complimenti (sebbene senza poterle trattenere).

Sir Hugh Portly, un uomo dal portamento imponente, di nobile origine, distinto e appena entrato nella trentina, era stato scelto come compagno di Belinda. Era consapevole dell’onore che gli veniva conferito. Il suo viso pieno e attraente, arricchito da piccoli baffi quadrati, esprimeva un’emozione contenuta; non era certo solo orgoglio a far sì che il suo corpo snello mantenesse una postura eretta mentre eseguiva con maestria le complesse movenze della prima parte del ritornello. La presenza di lei rappresentava per lui un stimolo sufficiente a dare il meglio di sé; mentre si muoveva avanti e indietro, rispondeva con passi agili ai gesti eleganti e sinuosi della bella donna davanti a lui.

Solo allo scopo di una reciproca coordinazione durante la danza, questi due erano ben abbinati e si contrapponevano a vicenda; ma esistono anche altri contrasti, altre combinazioni possibili. Fu raggiunta la terza figura della “Martagnaise”: il movimento leggero di una mano passava, uno dopo l’altro, dal partner precedente a quello successivo lungo tutta la fila. Charles Hawtry, Lord Henry Coat e il gentile signor Allen si erano a loro volta inchinati e avevano toccato le mani alzate dei rispettivi partner; poi, al quarto turno, Horatio Maltravers passò davanti a lei in quel labirinto di movimenti: le sue dita, alzate con delicatezza, si sfiorarono con le sue; i loro volti si incontrarono, senza che nessuno lo avesse previsto. Lei, appoggiandosi all’indietro nella posizione richiesta dalla moda del momento, vide per un istante quel viso scuro e malinconico, ma nello stesso istante, nel corso del movimento successivo, la sua mano si incontrò con un’altra mano.

La notte avanzava; la musica, con il suo fascino costante e incessante, riempiva il cuore degli ascoltatori; e una danza dopo l’altra, nell’aria calda e profumata di fiori, trasformava quella scena nella mente dei giovani in un vero e proprio sogno. Con l’arrivo delle prime luci dell’alba, il nuovo giorno, nel quale si dispersero nel silenzio dell’aurora, sembrava appartenere a un altro mondo.

Quella notte, nel lungo sonno che l’intensa attività della giovinezza sia si guadagna che si gode, questo stato d’animo, diverso da tutto ciò che fino ad allora era stato concepito, continuava a pervadere l’anima addormentata di Belinda. Quella notte, un richiamo vago ma potente verso avventure senza nome ma divine, verso una soddisfazione completa e al contempo elevata, risuonava nei sogni attraverso lo spirito di Horatio. Né l’uno né l’altro sapevano, in quel momento, cosa fosse a chiamarli o cosa li stesse benedicendo. L’influenza che si esercitava era generale; nei loro sogni non appariva alcun oggetto, nessuna persona. Piuttosto, l’intera creazione era pervasa da un’atmosfera di attesa gioiosa, da un’aria beata.

Quando, verso mezzogiorno, la tenda del divano di Belinda fu sollevata da uno dei suoi numerosi attendenti incaricati di questa incombenza, lei si svegliò effettivamente nel luogo e nella giornata in cui si trovava, ma tutto sembrava essere cambiato, come se fosse stato avvolto in un’atmosfera di meraviglia. Nello stesso istante, nella povera stanza buia dalle vecchie assi di legno dove Horatio Maltravers si alzò nuovamente per affrontare la sua eredità in declino, il suo giovane spirito entrò in un ambiente del tutto nuovo; tuttavia ogni traccia sulle assi danneggiate, ogni contorno degli alberi all’esterno, gli erano familiari fin dall’infanzia.

Sognando completamente sveglia, la ragazza, spinta da ciò che riteneva fosse un capriccio casuale e senza motivo, vagò sotto il sole cocente attraverso il prato, tra i cespugli e il cancello di ferro, lungo il vasto campo del parco e oltre gli olmi, fino a raggiungere una fitta foresta di pini. Lì decise di riposare un po’ all’ombra, in compagnia di un piccolo ruscello che scorreva limpido sotto un tronco gettato attraverso le sue acque, mormorando felicemente mentre si univa al fiume Avon poco lontano. Quel ruscello costituiva infatti il confine tra i terreni dei Maltravers e quelli dei Montgomery; sebbene fosse stata pura casualità a guidarla in quel luogo, c’era però un vago legame tra i nomi delle due famiglie.

Sulla riva opposta, nel parco adiacente dal quale il ruscello si separava, una pendenza sabbiosa ricoperta di felci alte conduceva, lungo un sentiero stretto tra alti cespugli di bracken, fino a un grande boschetto che nascondeva, al di là, la vecchia e in rovina casa di Halston. Proprio in quell’ora, dopo mezzogiorno, quando il sole più intenso eccessivo estraeva da erba, foglie e terra ogni loro sapore, Horatio si incamminò senza meta, avvolto dal potere dell’estate che sembrava raccogliere tutto intorno a sé; era ancora pervaso da quella strana atmosfera di incanto e cambiamento. Il boschetto lo invitava nei suoi recessi; egli percepiva l’influenza delle grandi querce e della loro ombra, come se quella semioscurità fosse viva. Poi uscì nuovamente nella luce abbagliante del sole, e il suono del ruscello che scorreva sotto di lui lo attirò, in modo impercettibile, lungo il sentiero verso l’acqua, tra i rigogliosi cespugli di felci.

Lo vide mentre attraversava il roveto, con passo deciso e volto sollevato. Le sembrò che in lui ci fosse qualcosa di ispiratore; la sua immaginazione attribuì coraggio e avventura al suo cammino, come se stesse intraprendendo una ricerca importante. Svoltò un angolo del sentiero per attraversare il ponte rustico, e all’improvviso notò qualcuno che conosceva appena, ma che in realtà conosceva profondamente. La sua figura elegante, tra i solenni pini, catturò completamente la sua attenzione. Quando si avvicinò e vide il suo volto, non riconobbe i tratti familiari di un’amica. Era Radiance in persona. Per lei, lui rappresentava una divinità.

Quel momento fu magico. Era come se della musica avesse trasformato il mondo intero.

Immersi fino al petto tra le felci, quei piccoli e ridanciosi fauni, che amano il risveglio della vita, si nascondevano in punta di piedi, sbirciando con benevolenza; ma nel cuore della fitta foresta, una Presenza, splendente in un raggio di luce, scoccò trionfante la freccia dal suo arco.


Avevano attraversato la fitta foresta, uno accanto all’altro, parlando molto poco, senza osare toccarsi le mani; quando, camminando lentamente, videro davanti a sé la figura di una donna.

Stava in piedi accanto alla recinzione di quel campo aperto del parco, con gli olmi al di là; sembrava stesse aspettando qualcuno. Mentre si avvicinavano, notarono nel suo atteggiamento una strana maestosità, che diventava ancora più affascinante considerando la semplicità dei suoi abiti. Infatti, dal suo vestito si intuiva un legame ritardato con le mode un tempo in voga alla Corte di Bonaparte: il suo abito era composto da un unico pezzo di stoffa color zafferano, fermato sulla spalla da un broccio di bronzo e lasciato aperto sul petto. Non indossava nemmeno un copricapo; i suoi capelli, di un colore dorato rossastro, incorniciavano la sua fronte bassa e le sue sopracciglia dritte. I suoi tratti avevano un’aria regale e serena, ma i suoi occhi fissavano loro con uno sguardo che sembrava esprimere una sorta di richiesta, o addirittura affetto.

“L’avete visto?” disse loro, rivolgendosi per prima cosa con una voce profonda e melodiosa, e un accento che non sembrava affatto straniero. “Per favore, l’avete visto mentre passavate attraverso il bosco? Si è allontanato lì con arco e frecce per divertirsi. Aspetto il suo ritorno.”

“Non abbiamo visto nessuno, signora,” rispose Horatio con il rispetto che il suo tono richiedeva.

“Dovremmo cercarlo per te?”

“No,” disse la Signora, rivolgendo a Belinda uno sguardo gentile, quasi un sorriso; “tornerà presto, e io stessa andrò ad incontrarlo lì.”

Con quel gesto si inchinò leggermente e li superò. Dopo aver camminato per un po’, girarono discretamente la testa per vedere in quale direzione fosse andata; ma lei era scomparsa, e pensarono che gli alberi vicini della fitta foresta l’avessero nascosta alla loro vista.

“Deve essere stata una straniera, venuta in vacanza nel villaggio,” disse Belinda. “E poi è uscita a fare una passeggiata da queste parti. Che modo così piacevole e affascinante di comportarsi. Spero di poterla conoscere.”

“Probabilmente era francese o italiana,” riprese Horatio. “O forse una donna inglese che ha vissuto all’estero; perché mi è sembrato di percepire nel suo modo di parlare alcune caratteristiche diverse.”

“Può darsi,” rispose Belinda, “e sono felice che l’abbiamo trovata. Mio padre permette gentilmente al pubblico di godersi il parco, a condizione che non danneggi i cespugli e le recinzioni, e che si assicuri di chiudere bene le porte attraverso cui entrano.”

“È davvero in armonia con la sua nobile e generosa natura,” esclamò Horatio. “Se avessi la fortuna di avere con lui un rapporto stretto, mi considererei fortunato ad ammirare e rispettare ancora di più una persona così caritatevole e saggia.”

“Hai ragione,” rispose Belinda con uno sguardo grato. “Fin da quando mi ricordo, lui mi ha sempre dimostrato un affetto costante e devoto, una cura per ogni mio desiderio. Il che mi ha spinta a ricambiare con la stessa passione e rispetto.”

“Siamo stati messi in luoghi davvero felici,” disse Horatio a voce bassa. “Queste scene in cui entrambi siamo cresciuti fin dall’infanzia, questi valli fertili, questi ruscelli chiari, queste migliaia di acri di foresta, queste colline rocciose e ripide ma maestose, fanno parte integrante di quella comunità che le abita; nel mio cuore, esse sono ormai indissolubilmente legate a essa.”

“Le tue parole,” rispose lei con un tono ancora più sommesso, ma vibrante di tutta la profondità dei suoi sentimenti, “esprimono i pensieri più intimi del mio essere, ”

Mentre parlava, si udirono dalla cupola di rame verde sopra gli stabili i suoni chiari di una campana. Belinda, come svegliata da un sogno profondo e piacevole, disse in fretta: “Ah! Devo affrettarmi a tornare! Quella campana segna l’ora in cui mio padre ha l’abitudine di bere un bicchiere di sherry con il suo amministratore (che viene chiamato apposta), per dare ordini riguardo alla sua tenuta e ricevere i rapporti quotidiani. Dopo aver sbrigato queste faccende, gli piace che io sia con lui, da sola. Discutiamo insieme dell’organizzazione della casa, degli intrattenimenti del giorno seguente, dei nomi e dei luoghi degli ospiti; una volta tutto sistemato, suono per lui uno dei brani che preferisce. Quell’ora è per me davvero sacra.”

“Vi accompagnerò,” rispose Horatio, “ma non oltre il cancello di ferro all’ingresso del roveto. Permettetemi di rimanere al vostro fianco fino ad allora.”

La distanza da percorrere era soltanto un quarto di miglio. Camminava con facilità al fianco dei suoi passi un po’ più veloci. Entrambi sapevano che il giorno dopo, a mezzogiorno, si sarebbero ritrovati di nuovo vicino al ruscello. Nessuno dei due guardò l’altro; nessuno parlò. Così siamo nella giovinezza, che è il paradiso dei nostri giorni. Ma quando arrivarono alla porta di ferro e dovettero separarsi, lei si fermò, si girò e sollevò, o almeno tentò di sollevare, la sua mano destra. Lui osò toccarla per un istante. Si guardarono negli occhi, e il mondo cambiò. Lui girò sui tacchi e se ne andò. Nell’ombra fresca della vegetazione rigogliosa, mentre lei si affrettava verso l’erba illuminata dal sole e la grande casa che si trovava oltre, l’aria, la sua anima, erano musica; tutta la sua esistenza era pervasa da beatitudine.

III

Belinda corse subito nello studio di suo padre, dove lo trovò in piedi davanti al tavolo centrale, con un bicchiere di sherry marrone e tre biscotti davanti a sé: era sua abitudine consumare quel rinfrescante proprio a quell’ora del giorno. Accanto a lui c’era il signor Carter, il maggiordomo, con cui stava discutendo delle questioni relative alla tenuta. Non appena entrò la figlia, il padre congedò il maggiordomo, ricordandogli con un sorriso affascinante che era giunto il momento di esaminare i registri domestici e occuparsi dell’organizzazione della cena e dell’accoglienza degli ospiti.

Ora che erano soli, Sir Robert, guardandola con un certo dolore e solennità, le fece segno di sedersi su una poltrona; lei vi si adagiò con grazia, ma interiormente era turbata: lo sguardo di suo padre, mentre stava lì sopra di lei, aveva qualcosa di così grave, affettuoso e malinconico da farle presagire che ci sarebbe stata una comunicazione importante.

Rimase in quella posizione per un po’, continuando a fissarla con uno sguardo profondo e pensieroso; lei, intanto, abbassò lo sguardo, aspettando timidamente le sue prime parole. Solo dopo aver finito il suo modesto pasto, sospirò profondamente, si sedette accanto a lei e prese la sua mano con affetto, ma anche con una certa esitazione, che la commosse profondamente.

“Mia cara,” disse lui, “(quanto tu sia cara non lo saprai mai, perché non è nelle intenzioni della Provvidenza rivelare ai bambini la devozione dei loro genitori), oggi devo parlarti di una questione che deciderà tutta la tua vita.”

Già Belinda tremava, perché un istinto profondo, nonostante fosse giovane, le faceva capire che suo padre stava per affrontare l’argomento del matrimonio.

Il baronetto continuò:

“Sei mio unico figlio. Erediterai questo posto, la mia considerevole fortuna e il mio nome – poiché intendo che quest’ultimo venga, con alcune disposizioni appropriate, preservato. Tutto è a mia completa disposizione, e tutto (devo forse dirlo?) sarà tuo, e solo tuo. Devo dirti di più. Intanto che tu, ” (qui la trepidazione di Belinda divenne quasi palese) “, tu lascierai questa casa per andare a vivere con un altro, una parte molto sostanziosa della mia fortuna ti accompagnerà come dote. Inoltre,” proseguì con toni più decisi, “ho preso accordi, su consiglio legale, affinché questi soldi vengano conservati per te o per qualsiasi discendente che il cielo possa concederti. Nessuno,” aggiunse alzando la voce, “avrà l’onore e i benefici di un matrimonio con i Montgomery di Marlden; ma nessuno dovrà pensare che la loro eredità venga unita, attraverso il matrimonio, a quella della propria famiglia.”

Infatti, al pensiero di una tale umiliazione, la voce virile dello scudiero si incrinò; egli fece una pausa, mentre Belinda, che per il momento aveva riacquistato il pieno controllo su se stessa, attendeva le sue parole decisive.

“Ho fatto di questo un principio,” continuò, lasciandole andare la mano e alzandosi per camminare lentamente avanti e indietro davanti a lei, “ho fatto di questo un principio: non costringere mai i giovani in questioni d’amore. Non immaginare,” si fermò qui per sottolineare meglio le sue parole, “che io possa anche solo per un istante imporre le mie volontà sui tuoi sentimenti più profondi e sacri, o tentare di deviare la tua scelta, anche solo di poco. Ma la mia esperienza nel mondo, e, ” si schiarì la voce, “la mia posizione di padre, mi impongono di offrire almeno il mio consiglio a qualcuno su cui ripongo tutte le mie speranze e il cui benessere futuro è l’unica cosa che mi preoccupa. Mia cara,” si sedette di nuovo accanto a lei e le prese di nuovo la mano, “tra le molte persone che naturalmente desiderano ottenere il tuo affetto, devi aver notato alcune più attente delle altre, forse qualcuna più devota, più perseverante. La sua lodevole ambizione non mi è sfuggita; è nostro vicino, ha, come noi, un ruolo onorevole nella contea; suo padre era mio amico. Spero di essere ancora oggi il suo vecchio amico. La sua posizione sociale potrebbe non essere esattamente paragonabile alla mia, ma cose del genere per me valgono meno della nobiltà d’animo, dell’equilibrio e della sincera devozione verso i propri obiettivi.”

L’immagine di Horatio apparve nella mente di Belinda. Alzò lo sguardo al cielo con un sospiro felice che non riuscì nemmeno a pronunciare completamente, quando la sua gioia iniziale fu distrutta da queste terribili parole:

“Mi riferisco a Sir Henry Portly.”

All’udire quel nome, la giovane signora alzò lo sguardo all’improvviso, con espressione di spavento, incertezza, come se fosse stata svegliata dal sonno da un incendio, e gridò ad alta voce:

“Oh! Mio padre. Oh, papà! Non costringermi ad accettare un uomo che tutto il mio essere rifiuta con un orrore indescrivibile. Un uomo la cui sola presenza è repellente. La cui persona, ” Guardò intorno disperatamente, poi nascose immediatamente il viso tra le mani.

Sir Robert si fermò di colpo. Il suo volto passò dall’espressione di perplessità a quella di stupore, e infine a uno sguardo severo di rimprovero.

“Le tue parole sono stranamente scelte,” disse infine, con toni freddi. “Sembrano assurde alle mie orecchie, Belinda.” (Raramente suo padre devoto le usava il nome completo; il suono stesso di quelle parole la spaventava.) “Parli di questo giovane nobile e eccellente in termini del tutto inadeguati alle tue labbra, alla nostra posizione comune e al suo carattere. Termini assolutamente indegni della semplice menzione che ho fatto delle sue qualità. Fortunatamente, solo io conosco questa tua esagerata reazione. Ma,” continuò più dolcemente, “mia cara figlia, se davvero, per qualche motivo straordinario, provi queste sensazioni riguardo a un giovane e nobile vicino di casa, sarò l’ultimo ad insistere. Lascierò che il tempo aiuti a comprendere veramente il suo carattere e a farti tornare in te la ragione. Desidero davvero che tu consideri seriamente questa possibilità di alleanza.”

Sì, certamente soddisferebbe i miei desideri; ma se qualcun altro tra coloro che sono così orgoglioso di chiamare vostri ammiratori vi ha colpito di più, non vorrei interferire con la vostra decisione finale. Non mancate certo di scelte; e quando, tra queste, mi direte quale preferite, considererò la cosa con grande delicatezza, credetemi!

“Queste parole incoraggiarono così tanto la povera ragazza che lei finì per balbettare…”

“Non è che… Non è proprio così! Il mio cuore appartiene a qualcun altro…”

“Il tuo cuore è già promesso a qualcuno?” esclamò il baronetto, sbalordito. “Si tratta davvero dei termini con cui una donna rispettabile dovrebbe,?”

Si fermò, senza riuscire a pronunciare una parola.

“Belinda… la sfortunata Belinda… poteva solo sussurrare, mentre il suo viso si nascose tra le mani…”

“È Horatio!”

Calò il silenzio; in quel momento Sir Robert rimase fermo come una statua, con il piede destro in avanti e il sinistro indietro; le labbra serrate in un’espressione decisa, lo sguardo fisso davanti a sé. Alla fine, il silenzio fu rotto.

“Horatio!” esclamò con voce tuonante. “Horatio Maltravers? Un moccioso di mendicanti, cresciuto in modo disonorevole da un eremita? Un poveraccio? Un giovane dissipato? Un individuo senza scrupoli, un mucchio di stracci e rifiuti, un presuntuoso studente di Oxford pieno di debiti. Una miserabile nullità, ”

Ma la sua indignazione fu interrotta da un grido lamentevole. Belinda era scivolata dal suo sedile e giaceva svenuta sul tappeto Aubusson; le sue braccia giacevano inermi accanto a lei; il suo bellissimo viso – pallido come la morte e con gli occhi chiusi – riposava sul cerchio di gonne gonfie che avvolgevano il suo corpo, coprendo decentemente i suoi piccoli piedi, delicatamente modellati.

Di fronte a tale spettacolo, il povero padre indietreggiò di scatto, paralizzato dal terrore. Si colpì la fronte con il palmo della mano, rimase per un momento senza parole; poi, lanciandosi in avanti, strappò via entrambe le campane posizionate ai lati del camino di marmo con violenza frenetica, e correndo verso la porta, la spalancò gridando:

‘Dodgson! Carter! Signora Hales! Joseph! Dorothy! Jane! Mary! Jackson! Henry! Emily! Il ragazzo! Tutti voi! Venite subito! Tutti quanti! Signorina Belinda,!’

Il suono di passi affrettati riempì le profondità della residenza; un gruppo di domestici si radunò intorno a Belinda. La sua cameriera, Harrison, e Caroline, la sua assistente personale, si occuparono di adagiarla sul divano, mentre la governante suggerì di allentare i suoi abiti, di bruciare delle piume sotto il suo naso e persino di spruzzarle acqua fredda sul viso, un rimedio estremo che, fortunatamente, non fu necessario applicare.

Per Belinda, con aria languida, aprì i suoi bellissimi occhi e, per il profondo sollievo dei suoi genitori distratti, mormorò qualche parola incomprensibile proprio nel momento in cui la signorina Hackman, arrivata dopo gli altri e rimasta a distanza dal trambusto con dignitosa riservatezza, si preparava ad intervenire.

Sir Robert si inginocchiò accanto al divano, accarezzando le mani di sua figlia e chiamandola con i nomi più dolci dell’infanzia; lei aprì nuovamente gli occhi, sorrise debolmente e sussurrò: “Caro papà!”. A quelle parole, le lacrime riempirono gli occhi del baronetto e un singhiozzo soffocato confuse le sue parole.

Ma qui la signorina Hackman diede l’ordine che i servitori prendessero il divano così com’era, con il suo “divino carico”, e lo portassero di persona nella stanza di Belinda; lei stessa supervisionò questa difficile operazione, tornando solo quando tutto fu completato e sua cugina ebbe preso in carico la cameriera. Trovò Sir Robert seduto alla scrivania, con la testa tra le mani, sopraffatto da un profondo dolore.

“Ti prego, Robert,” disse quella signora, non senza asprezza, “di non esagerare affatto su questo insignificante episodio. Il bambino sta bene; si è trattato soltanto di un capriccio passeggero.”

“Temo, ” cominciò a rispondere suo cugino; stava per aggiungere “che io sia la causa di, ”, ma cambiò idea e preferì rimanere in silenzio.

“Questi piccoli episodi sono abbastanza comuni nelle ragazze dell’età di Belinda,” continuò la signora. “Io stessa non ne ho mai sofferto, come sapete: la nostra famiglia, grazie al cielo, è eccezionalmente robusta. Ma li ho visti troppo spesso in altre persone per darci peso. Credetemi, entro domani lei sarà di nuovo se stessa, e entro una settimana avrà dimenticato tutto.”

“Hai ragione, mia cara Claudia,” rispose Sir Robert con un’affettata allegria. “La verità è che nulla mi disturba, tranne il fatto che tu e io dobbiamo recarci a Londra entro domani al più tardi per questioni legate all’eredità di Lady Gordooly, che non può subire ritardi. Non potremo tornare prima di due settimane al massimo. Una assenza così lunga mi preoccupa un po’. Non vorrei lasciare il bambino in una condizione di salute incerta, da solo con i domestici.”

“Non temete,” rispose tranquillamente la signorina Hackman. “Avete spesso sentito parlare della mia amicizia e del mio affetto per una eccellente signora (attualmente in condizioni difficili) che vive a Bath e di nome Curll; per lei ho spesso fatto piccoli favori. Sono certa che sarà felice di venire qui gratuitamente, più che contenta di poter godere di un cambiamento d’aria, di pasti abbondanti e di tutte le comodità di questa casa: per non parlare della gratitudine che sicuramente prova verso di me. Può essere chiamata immediatamente. Vi garantisco la sua competenza e devozione. Si occuperà a dovere di Belinda fino al nostro ritorno, e ordinerò persino ai domestici di obbedire alle sue istruzioni, in modo che la nostra cara bambina possa essere liberata da preoccupazioni come le faccende domestiche e i pasti.”

“Sono davvero in debito con te,” rispose sua cugina, con sincera gratitudine. “Ammiro la tua decisione rapida e utile, e ti ringrazio per questo. Sarà avvertita stasera, se vuoi avere la gentilezza di redigere la lettera. Una carrozza verrà a prenderla all’alba, e sarà sistemata prima della nostra partenza.”

La signorina Hackman, piena dei suoi piani, si recò nel suo boudoir situato nell’ala nord per scrivere la lettera alla sua dipendente. Mentre lei era assente, suo cugino approfittò dell’occasione per recarsi immediatamente nella stanza di sua figlia, dove fu accolto con grande affetto dalla giovane malata.

Belinda aveva appena rinnovato le sue forze con una ciotola di zuppa e un bicchiere di vino porto, portatele con grande rispetto dal suo attendente personale. Congedò quest’ultimo, desiderando una conversazione privata; poi prese nuovamente Belinda per mano con affetto, mentre si sedeva su una sedia accanto a lei.

“Mia cara,” disse dopo una breve pausa, “mia adorata bambina, le parole che ho usato hanno causato in te un turbamento che non intendevo affatto e del quale, credimi, mi dispiace molto. La tua fiducia in me è stata inaspettata. Il suo significato mi ha colto di sorpresa.” Esitò per qualche secondo, scegliendo con cura le parole da dire.

“Non dovete pensare che io sia insensibile ai primi segni di affetto” (e in quel momento le accarezzò i capelli) “né immaginare che il passare di tanti anni mi abbia fatto dimenticare completamente gli effetti naturali della giovinezza. Il mio unico scopo è la vostra felicità, ” Fece una pausa, desiderando soprattutto non disturbare il suo umore ormai più sereno. Poi, in modo piuttosto brusco, aggiunse:

“Tuo cugino ed io – come probabilmente ricorderai – dobbiamo partire per Londra domani pomeriggio in carrozza. L’affare, di natura finanziaria e riguardante la nostra famiglia, è assolutamente urgente; nessuno dei due può essere scusato.”

“Non temere nulla, caro papà,” rispose Belinda con una voce più forte di quanto lui si aspettasse. “La mia circolazione sanguigna è già tornata normale. Sarò di nuovo me stessa prima del tuo ritorno.”

“Sì, sì,” disse il baronetto. “Ne sono sicuro. Tuttavia, durante questi quindici giorni della nostra assenza, sarei davvero preoccupato se non sapessi che vi prendete cura a dovere. Un’amica di nostra cugina, una signora di cui avrete sicuramente sentito parlare e forse anche incontrato: la signorina Curll di Bath, in lei la nostra cugina ha piena fiducia, verrà qui per farvi compagnia e aiutarvi a gestire le piccole faccende domestiche nei prossimi giorni. Non vi interferirà in alcun modo, mia cara bambina. La sua presenza mi rassicurerà molto.”

“Sono sicura,” rispose sua figlia, “che mi piacerà molto, e la tua gentilezza, ahimè! è più di quanto meriti.” Sospirò, e l’impazienza di suo padre di rassicurarla e consolarla aumentò ancora di fronte a quel lieve segno della sua preoccupazione.

“Ve l’ho detto,” disse, “che conosco, che capisco i sentimenti della gioventù. Sono sposato tardi: vostro padre ha un’età troppo avanzata per la vostra vita appena iniziata. Vostra madre, che ora è una santa in cielo, non l’avete mai conosciuta. Ma io stesso, molto prima della vostra età, avevo tra i miei compagni qualcuno verso il quale i sentimenti più profondi dell’umanità non erano affatto sconosciuti.”

Non disse più nulla, ma dopo un po’ continuò con un tono diverso:

“Se – e posso dubitarne? – questo sentimento è, al momento, così forte in te, non lo impedirò del tutto, ” Lei si alzò a metà, pronta a parlare con fervore, ma lui sollevò la mano: “Non impedirò completamente che si esprima. Non sono un tiranno. Dio lo sa! Ma devo farlo per te, che sei innocente di fronte al mondo e alle influenze del tempo. Devo stabilire alcune condizioni. Queste condizioni, in linea di massima, le ho già espresse. Devi essere d’accordo con me: il futuro ne darà prova. Sono sagge e mirano esclusivamente al tuo bene. Devo provare. Stasera stessa manderò un messaggio al giovane Maltravers, dicendogli che, se dopo un certo lasso di tempo il vostro progetto rimarrà valido, gli chiederò, come condizione del mio consenso, che intraprenda una professione, anche solo quella di soldato; potrei agevolargli l’acquisto di una commissione militare. Preferirei che scegliesse una carriera che gli permettesse di raggiungere un’onorevole indipendenza. Con la mia influenza, potrei assicurargli un incarico minorile nella banca del signor Aldwin, dove le sue capacità lavorative potrebbero essere messe alla prova e le sue prospettive, se si dimostrasse diligente, garantite. Quando il periodo stabilito sarà trascorso, se le sue intenzioni rimarranno ferme sotto questa prova, dovrò – lo ammetto con riluttanza – accettare l’idea di un tale matrimonio.”

“Oh, papà!” esclamò la ragazza incantata, il viso arrossito dalla gioia, “Sei troppo buono. Desideravo tanto, ”

La interruppe.

“Mia cara,” continuò, “gli effetti del tempo sono più forti di quanto il tuo giovane cuore possa immaginare. La prova che dovrete affrontare potrebbe essere troppo dura; la tua valutazione su di lui potrebbe rivelarsi errata; la mia, invece, è più giusta. Ma se lui dimostrerà la determinazione che una simile prova richiede, e se entrambi, dopo aver sperimentato a sufficienza e prestato attenzione, persevererete nel vostro impegno reciproco, allora dirò che avrete raggiunto una decisione matura, e che Horatio, con il suo impegno e i suoi crescenti successi, meriterà la mia stima.”

“Nel frattempo, c’è ancora un’altra condizione essenziale, e su questa non dovrete convincermi a cambiare idea. Potete scrivervi, ma non dovete incontrarvi, per il momento.”

‘Ahimè! Ahimè!’ gridò Belinda, scoppiando in lacrime (a scapito dell’allarme di suo padre). ‘Avrei dovuto dirtelo! Sono una bambina cattiva, ingrata. Non più tardi di domani a mezzogiorno, vicino al ruscello, sotto i pini, Horatio e io ci saremmo incontrati, e io, ’

“Non lasciatevi disturbare,” rispose prontamente suo padre. “Anche se non avessi preso questa decisione, la vostra salute lo vieta. Stasera stesso manderò un biglietto a quel ragazzo e gli spiegherò chiaramente quale sia la mia posizione in questa questione; per quanto riguarda domani, dirò che il vostro malessere vi impedisce di lasciare casa. Più tardi, quando saremo via, potrete scrivergli se lo desiderate, e lui potrà rispondervi. Ma ho piena fiducia in voi: non mi deluderete, e non lo incontrerete durante la mia breve assenza.”

La abbracciò con affetto; lei ricambiò quell’abbraccio con sentimenti di gratitudine e intensità. La sua felicità era tornata. Poiché un amore come il loro, tra lei e Horatio, non poteva forse essere eterno?

IV

Il baronetto tornò nel suo studio in uno stato d’animo misto e disse alla cameriera, che lo aveva aspettato senza entrare nell’atrio, di tornare dalla sua padrona.

Seduto alla sua scrivania, Sir Robert Montgomery prese penna, carta assorbente, sabbia e foglio di carta, emise un profondo sospiro e iniziò a scrivere quanto segue:

“Signore,”

Pensò a lungo a questa parola, considerando tutto ciò che si nascondeva dietro un simile inizio così severo; poi, lentamente, strappò il foglio di carta, lo gettò nel cestino e ricominciò da capo.

“Mio caro Horatio…”

Qui appoggiò il mento sulla mano e alzò lo sguardo verso il soffitto, rimanendo in quella posizione mentre rifletteva su tutto ciò che era contenuto in quel messaggio così affettuoso, o almeno così familiare. Ancora più lentamente, la sua mano destra cercò il foglio di carta che ancora una volta strinse a palla e gettò nel cestino accanto a lui.

“Allora, senza ulteriori indugi, scrisse rapidamente e con determinazione.”

‘Signor Maltravers, mia figlia mi ha comunicato informazioni di fronte alle quali avrei preferito essere meglio preparata. Confesso di essere sorpresa dal fatto che non si sia rivolto a me prima di darle gli indirizzi di cui ora vengo a conoscenza per la prima volta: proprio alla vigilia di una partenza necessaria per Londra, dove sarò impegnata in affari per due settimane o più. Al mio ritorno esaminerò le sue richieste. Non posso, e non intendo, essere indifferente ai sentimenti di mia figlia da un lato, né alla mia stessa opinione – maturata dopo una lunga vita – riguardo all’imprudenza degli impegni affrettati dall’altro. Le chiedo di informarmi sulle sue prospettive, soprattutto in termini di reddito professionale: non sarò insensibile a questo aspetto, ma in assenza di esso, le avverto, la possibilità di un legame come quello che desidera diventere molto remota. Vi conoscete fin da bambini; una corrispondenza occasionale è naturale per entrambi. Esito a proibirvela durante la mia assenza, poiché la sua interruzione potrebbe sembrare sia a voi che a me improvvisa e sgradita. Tuttavia le ordino severamente di non avvicinarsi mai alla mia casa né di fissare alcun appuntamento durante quel periodo. Mia figlia mi ha dato la sua parola in questo senso, e in effetti, il suo stato di salute attuale richiede assoluto riposo secondo i consigli del suo medico. Non risponda a quest’ordine: sarebbe inutile, poiché sarò già partita prima che possa ricevere la sua risposta. Al mio ritorno, vi aspetto a Marlden Towers affinché possiamo discutere approfonditamente di tutte le questioni che le ho sollevato.’

“La penna veloce si fermò qui; aggiunse – ahimè! – queste parole fatali…”

Se il suo attuale umore durerà o meno, solo il tempo lo dirà: sono abbastanza vecchio per sapere che ciò che sembra eterno alla sua età e alla tua potrebbe durare soltanto poche settimane, giorni, o addirittura ore.

Con queste parole si interruppe bruscamente e firmò:

“Vostro umile e obbediente servitore, all’ordine.”

“Robert Montgomery.”

Questo messaggio lo piegò con cura, come al solito, in tre pieghe. E, non accontentandosi di quel semplice foglietto informale, vi appose il proprio sigillo, raffigurante gli stemmi della famiglia Marlden Montgomery – o Mumries, come venivano chiamati all’epoca – concesso su patente di Re Guglielmo e Maria: tre delfini rossi, che nuotano in uno sfondo argento, sotto un timbro decorato con una cresta a rami di fagiano e la scritta “Habet”.

Suonò il campanello; ordinò che l’involucro venisse consegnato immediatamente a mano, con la raccomandazione che il messaggero non aspettasse alcuna risposta. Poi si dedicò a un’altra attività, ancora più complessa.

Senza alcuna esitazione riguardo al modo in cui si rivolgeva, ma con molta più attenzione nella formulazione delle frasi, scrisse una lettera che il lettore leggerà ora:

‘Mio caro signor Henry, dopo la conversazione che avete avuto la gentilezza di avere con me, martedì scorso, riguardo alla proposta che desideravate mi permettessi di presentare a mia figlia, sarebbe davvero scortese da parte mia nascondervi una circostanza che, a mio parere, ha modificato quella semplice procedura che, come sapete, avevo accolto con favore e approvato. Per essere chiara e breve, alla vigilia della mia partenza per Londra, ho scoperto che un altro uomo – non ho paura di nominarlo – il figlio del mio defunto vicino, “Ermit” Maltravers, un compagno di giochi dei primi anni di Belinda, ha suscitato in lei un certo interesse. Erano bambini insieme; non sospettavo nulla di più di una vecchia e profonda amicizia tra loro. Al momento, però, sembra che provino, o si illudano di provare, un legame più forte.

“È mio dovere aggiungere che, se la sua decisione dovesse rivelarsi ferma e irreversibile, considererei contrario a un giudizio sano opporsi a un rifiuto che si protraesse troppo a lungo.”

“Sono angosciato. Sono un po’ perso. Vi scrivo sapendo che, durante la mia assenza (la sua salute le impedisce di uscire di casa), un uomo della vostra onorabilità rispetterà la sua indecisione. L’ho affidata alle cure di una certa Miss Curll di Bath, una donna anziana e gentile di cui ho piena fiducia; lei rimarrà temporaneamente nella mia casa. Tra quindici giorni tornerò e vi esporrò tutta la situazione.”

È possibile, anzi molto probabile, che questa infatuazione passi, e che un’alleanza – che voi sapete essere quella che avrei preferito – possa realizzare quei desideri di cui mi avete onorato solo pochi giorni fa.

‘I am,

“Il tuo vecchio e fedele amico…”

“Robert Montgomery.”

Questa ultima lettera il Baronetto la inviò, proprio come la prima, immediatamente e di persona; allo stesso tempo comunicò che nessuna risposta avrebbe potuto raggiungerlo fino al suo ritorno da Londra. Il messaggero, un giovane cavaliere ben equipaggiato, attraversò l’oscurità ormai calata, dirigendosi verso quella maestosa dimora situata a circa sette miglia di distanza, la residenza ancestrale dei Portly.

V

La scena è cambiata.

Ora ci troviamo di fronte a quelle porte cupe ma imponenti, i portali fortificati della famiglia Portly. Per quasi tre generazioni, quella famiglia ha abitato in quell’imponente edificio che il signor Portly di Cheapside, nonno dell’attuale proprietario terriero, aveva fatto costruire; suo padre lo aveva ampliato e lui stesso l’aveva ereditato all’età di ventitré anni, circa otto anni prima della data in cui si svolge questa narrazione.

La residenza – conosciuta come Molcombe Abbey, a causa di un muro in rovina situato all’estremità del giardino della cucina, e ritenuta un relitto monastico – seguiva lo stile architettonico palladiano. Aveva però almeno quattro piani ed era sormontata da una torre di notevoli dimensioni; quando il suo proprietario vi risiedeva, dalla torre sventolava una bandiera con gli stemmi della sua famiglia.

Il messaggero a cavallo, avvicinandosi al crepuscolo, non riusciva a vedere altro che la vasta sagoma di quella imponente struttura. Il lettore, invece, ha maggiori privilegi: può addentrarsi tra le sue massicce mura e osservare chi vi abita. Appoggiato comodamente su un antico podio realizzato in stile Tudor, il padrone di casa contemplava il vasto fuoco di tronchi d’quercia che illuminava le pareti intarsiate, rivelando di tanto in tanto l’alto soffitto della sua sala.

Lui e la sua enorme eredità sembravano, in quel contesto, mancare soltanto della presenza di una giovane padrona di casa degna di tali magnifici ambienti. Numerose armature, insiemi di antiche armi, molti dipinti realizzati da grandi maestri adornavano le pareti. Rari porcellani e bronzi erano disposti in abbondanza, mentre un candelabro, salvato dalla saccheggio di Chantilly, pendeva sopra un camino scolpito di estrema eleganza.

Da questo splendido appartamento si potevano intravedere, attraverso le porte semi-aperte, una serie di stanze non meno magnifiche: la prima era arredata nello stile Luigi Quinze, la seguente seguiva lo stile introdotto poco tempo prima dal Reggente stesso al Pavilion; ancora oltre c’era una biblioteca, le cui mensole contenevano opere di genio, dai classici Cicerone e Virgilio ai capolavori di Scott e Alison. Tutto ciò insieme creava un effetto di ricchezza e splendore che avrebbe potuto suscitare invidia persino tra le persone più nobili del paese.

Ma questa residenza principesca non era altro che un inganno per il visitatore, una beffa per colui che aveva perso tutto ciò che essa rappresentava di glorioso. Il presunto padrone di tali tesori non era in realtà altro che un dipendente; tutto era stato abbandonato a causa di persone le cui stesse identità il rovinato Henry Portly non conosceva nemmeno, ma che agivano attraverso l’avvocato Fox di Bath, anch’egli socio nell’impresa di prestiti. E, secondo gli unici documenti scoperti da Sir Henry, Fox era l’unico ipotecario di quelle vaste proprietà e di quella residenza palatina, insieme a tutto ciò che contenevano.

Un sussidio personale, non generoso, ma fastidioso e precario, veniva segretamente concesso a Sir Henry Portly, a condizione che risiedesse permanentemente nella proprietà; infatti, i prestatori erano convinti che il mantenimento di una certa pompa aumentasse il valore della loro garanzia. Anche le spese per un’intera famiglia venivano coperte in modo altrettanto segreto attraverso pagamenti mensili effettuati regolarmente da questo intermediario, l’avvocato Fox, dopo un’attenta revisione dei conti: ogni singolo penny veniva esaminato e controllato con cura. I servitori ossequiosi e gli inquilini dell’Abbazia di Molcombe non avrebbero mai immaginato che, quando l’umile avvocato effettuava la sua visita mensile puntuale, i ruoli si invertivano: il nobile signore tremava interiormente all’idea di sentire una decisione fatale che potesse in qualsiasi momento costringerlo ad abbandonare quella casa, mentre l’avvocato, ormai privo di prestigio, esultava per il potere illimitato che aveva su tutti quanti intorno a lui.

Questa situazione deplorevole era scaturita da un’azione fin troppo comune tra la nostra nobiltà. Il padre di Sir Henry aveva commesso l’imprudenza fatale di speculare in borsa.

Fu in quel momento in cui il destino dell’Europa era in bilico, quando l’avventuriero corso si era liberato da Elba, e tutta l’Inghilterra attendeva con ansia di conoscere l’esito dell’azione decisiva che avrebbe avuto luogo nelle pianure delle Fiandre.

La voce diffusa da Herr Amschel – che in seguito divenne meglio conosciuto come il Barone de Rothschild – secondo cui la gloria della Gran Bretagna era stata conquistata sul campo di Waterloo, spinse Sir Orlando (così si chiamava) a vendere titoli al tre per cento, in conto corrente, nella speranza di ottenere un enorme profitto non appena tutti avessero conosciuto la verità. Non aveva tenuto conto dell’acume commerciale di quel grande banchiere: Amschel-Rothschild, infatti, aveva già ottenuto segretamente la notizia della vittoria prima di chiunque altro e aveva avuto l’intelligenza di diffondere informazioni sulla sconfitta al fine di preparare meglio il mercato.

Era su queste basi che Sir Orlando aveva fatto delle speculazioni a Londra, convinto della rovina della nostra causa. Ma entro quarantotto ore si seppe che il Duca di Ferro, nonostante gli errori di Blucher e la codardia dei miseri stranieri sotto il suo comando, aveva costretto l’arrogante usurpatore a fuggire disperatamente dal campo di Waterloo. I titoli finanziari che offrivano un rendimento del tre per cento registrarono immediatamente un aumento straordinario di valore, e coloro che avevano sperato troppo in un futuro prospero rimasero delusi.

Sir Orlando si trovava in una situazione imbarazzante da non poter essere più recuperata. Un debito dopo l’altro, il povero gentiluomo finì per morire prematuramente a causa dei suoi mali fortunati; suo giovane erede, Henry, gli succedette nella posizione che ho descritto.

Con ogni anno che passava, le difficoltà di Sir Henry nel pagare gli interessi aumentavano sempre di più; alla fine, non rimase più nulla tra lui e la perdita della proprietà della Molcombe Abbey, se non il ritardo nell’ottenere un’offerta di acquisto sufficiente da parte dei detentori dell’ipoteca. A questo punto, secondo la valutazione stessa di Sir Henry Portly (e forse anche quella degli altri), la sua situazione venne ristabilita grazie al suo imminente fidanzamento con Belinda.

Il pieno consenso di suo padre e i suoi stessi sentimenti (che lui si illudeva affettuosamente che fossero favorevoli alla sua proposta!) gli sembravano segni concreti dell’imminente realizzazione di un certo legame. Aveva descritto le prospettive di un tale matrimonio al signor Fox in termini molto lusinghieri; nemmeno l’avvocato, dopo aver indagato personalmente, aveva cambiato opinione sulla questione.

Dopo un certo lasso di tempo (sufficiente perché la sua giovane sposa comprendesse i loro interessi comuni), la cospicua dote di Belinda, di cui suo padre era stato aperto e generoso, avrebbe ridotto il debito a proporzioni gestibili; inoltre, l’eredità che le spettava (su cui si poteva anche negoziare un prestito) sarebbe stata più che sufficiente per risolvere tutti i problemi. E alla morte di Sir Robert – si diceva che soffrisse di gotta e suo padre era morto a mezza età – tutto sarebbe tornato stabile e in ordine, grazie alle proprietà congiunte di Molcombe Abbey e Marlden Towers.

Ecco su quale argomento si concentravano i pensieri di Sir Henry Portly quella sera, mentre fissava il fuoco e immaginava un futuro di prosperità. Quando un servitore, vestito con gli sfarzosi colori verde e viola della livrea dei Portly, si avvicinò reggendo un vassoio d’argento massiccio contenente una lettera sigillata; con un profondo inchino, la consegnò al padrone dell’abbazia. Era la lettera di Sir Robert.

Sir Henry l’aprì, divorò il suo contenuto, comprese immediatamente il pericolo che lo minacciava e, con una rapidità degna di un Cesare o di un Duca di York, prese subito una decisione.

Con terribili minacce legate al ritardo, ordinò che il suo cavallo più veloce, Corsair, venisse sellato in fretta e furia; dieci minuti dopo aver ricevuto la notizia fatale, stava già galoppando lungo la Bath Road. Ahimè! Che tali qualità di intelligenza e volontà possano essere associate a una morale così senza scrupoli. Eppure, spesso è proprio così che accade!

Saltando giù dal suo cavallo schiumante per le strade di Bath, davanti all’ingresso dello studio dell’avvocato, gettò le redini a un passante che lo implorava, bussò alla porta con il manico del frustino e fu subito ammesso.

Lo trovò seduto alla sua scrivania, intento a esaminare, alla luce di due candele, documenti polverosi legati con nastri rossi; ognuno di essi, senza dubbio, rappresentava la rovina della vedova e dell’orfano.

Senza un attimo di esitazione, il baronetto iniziò a raccontare la sua storia all’avvocato; i tratti del suo viso – pallidi, aquilini, occhi scuri e luminosi, labbra serrate e mento appuntito – evidenziavano la sua attenzione assoluta.

“Non c’è un attimo da perdere,” esclamò infine Sir Henry. “Conosci questa donna, Curll?”

“Sì,” rispose l’avvocato con voce ferma ma tranquilla. Si alzò dalla sedia, avvolto nella sua veste nera, aprì un cassetto alto contrassegnato dalla lettera “C” e ne estrasse una cartella contenente informazioni sull’occupazione, l’età, il carattere e le circostanze di quella zitella. Infatti, in tutta Bath e nelle zone circostanti, c’erano poche persone di cui il signor Fox non potesse fornire tali dettagli.

“Cercatela immediatamente!”, continuò bruscamente il baronetto. “È nell’interesse sia vostro che mio.”

“Anzi di più,” intervenne seccamente il suo creditore.

“Assicurati che diventi la nostra agente!”

“Mie,” mormorò il signor Fox.

‘E che questo maledetto incidente non abbia alcun seguito. Presto! Ripeto: non c’è un minuto da perdere! Nessuno sa come agire meglio di te! Lascio tutto nelle tue mani.’

L’avvocato sorrise in modo sinistro a quel complimento; poi, indossando un ampio mantello scuro che era sua abitudine usare quando si occupava di missioni molto segrete, e un cappello morbido e largo dello stesso colore cupo che quasi nascondeva i suoi tratti, accompagnò il suo cliente dalla stanza in strada.

Ridacchiò tra sé con una ironia senza gioia quando l’uomo più giovane gettò una ghinea al povero diavolo che aveva tenuto fermo il suo cavallo, per poi partire verso Molcombe. L’avvocato ascoltò per un momento il suono sempre più lontano degli zoccoli del cavallo che si allontanava nella notte; poi, la sua mente potente ma malvagia concepì un piano di terribile crudeltà, e si affrettò verso il Crescent, dove Miss Curll conduceva la sua misera esistenza.

Per il momento, quella gentildonna aveva ricevuto e riflettuto a lungo sulla lettera della sua benefattrice. I suoi abiti semplici ma poveri, l’espressione amara sul suo viso magro, i suoi capelli radi e grigi ai lati del volto emaciato rivelavano chiaramente le sue emozioni. Non osava trascurare ciò che, in realtà, era un ordine; tuttavia, aveva notato con un sorriso sarcastico l’assenza di qualsiasi menzione di compenso e stava pensando che le brevi ore del mattino, prima dell’arrivo della carrozza da The Towers, non le avrebbero nemmeno permesso di trovare qualcuno che affittasse le sue due stanze scarsamente arredate durante la sua assenza. Come spesso accade per i gesti di benevolenza, quelli di Miss Hackman non avevano suscitato alcuna gratitudine nel cuore ristretto della sua dipendente; e sebbene l’anno prima di Natale avesse ricevuto in dono selvaggina e una bottiglia di Madeira dalla sua superiore e amica, sembrava considerare tale generosità come qualcosa che le spettasse di diritto.

Aveva già concluso che fosse necessario lavorare sulla natura giovane e impulsiva di Belinda, al fine di ottenere una generosa ricompensa al momento della loro separazione, quando, con un forte bussare alla porta, fu fatto entrare da quella ragazza caritatevole che era l’unica assistente di Miss Curll: apparve il signor Fox, avvolto in un mantello scuro che gli copriva la bocca e il braccio teso, una figura misteriosa e inquietante.

Si inchinò all’ingresso, prese la sedia che gli venne offerta, infilò il suo sombrero nelle pieghe del suo abito nero e fissò con i suoi occhi brillanti quella gentildonna; l’intensità di quello sguardo la mise a disagio, costringendola a distogliere lo sguardo verso il pavimento.

“Signora,” disse infine, “sarò breve e andrò dritto al punto. Siete stata incaricata di fare da compagna alla signorina Montgomery a Marlden Towers per un certo periodo di tempo.”

La sfortunata signora fece un gesto come per rispondere, ma lui la interruppe e continuò: “So tutto. Mi avvicino a voi solo per il vostro bene, e, in realtà, anche per quello dei vostri datori di lavoro.”

Alla parola “datori di lavoro”, un leggero rossore, che non sfuggì al suo visitatore, apparve sulle guance di questa sfortunata signora. Lei trattenne una protesta e lo ascoltò fino in fondo.

“Questa giovane signora – forse l’avete già sentito, o forse no – è perseguitata da attenzioni indesiderate, ”

“Che siano benvenuti o meno,” disse la signorina Curll, prendendo coraggio per interrompere, “non spetta a me giudicarlo. Sono a conoscenza della situazione. Conosco il nome di quel gentiluomo. Io, ”

“Signora… non devono incontrarsi.”

“Signore!” rispose la signorina Curll con un certo tono di superiorità, “Non accetto ordini da voi! Vi state dimenticando di chi siete. Inoltre” (aggiunse, notando un certo espressione sulle sue labbra), “posso dirvi che una tale evenienza non si verificherà mai. I giovani hanno già promesso di comportarsi secondo i vostri consigli. Anzi, la mia protetta, la signorina Montgomery, ha promesso a suo padre che, durante la sua assenza, non ci saranno alcun incontro tra lei e il giovane signor Maltravers.”

“Va bene,” rispose brevemente il signor Fox; poi si sporse in avanti in modo imponente e abbassò la voce. “Ma c’è dell’altro. Non devono scriversi.”

“Davvero, signore, ” iniziò Miss Curll, alzando il tono di voce, quando notò che la mano dell’avvocato era posata fermamente sul tavolo, nascondendo o seminascogliendo una banconota di taglio sconosciuto. Il suo viso cambiava colore continuamente; si strinse le mani guantate e intrecciò nervosamente le dita.

“È loro permesso scriversi,” sussurrò quasi, “almeno, se ho capito bene…”

“Signora,” intervenne l’avvocato, “avete letto male. È nell’interesse di tutti – e soprattutto di quella giovane signorina – che nessuna lettera venga inviata.”

Con quel gesto, permise che gran parte del contenuto della nota venisse visibile, rivelando così l’enorme somma di venticinque sterline.

“Vorreste corrompermi, signore?”, gridò la signorina Curll con toni arroganti e più forti.

“Era proprio questa la mia intenzione,” rispose l’avvocato in tono cinico; “se davvero,” aggiunse in fretta, “esistesse anche solo una possibilità di corruzione. Ma insomma, ho parlato scherzando,” continuò con un’espressione fredda e distaccata. “Non c’è assolutamente nulla del genere. Piuttosto, ci occupiamo di interessi comuni a tutti, soprattutto a Sir Robert stesso e a sua cugina, la signorina Hackman. Saranno sicuramente grati. Lo so per certo.”

“Mi confondi…”, disse Miss Curll, esitante. “Di chi stai parlando?”

“Per coloro che desiderano davvero il bene della signorina Montgomery. Non potete fare di più per il bene di questa povera giovane ereditiera, se non impedire che si compia un destino fatale che tutti deplorano. Alla fine, nessuno vi ringrazierà più sinceramente di suo genitore.”

“Lo so,” balbettò la signorina Curll, “che tu conosci i segreti della gente beneestante del nostro quartiere, mentre io no, e, che probabilmente parli – ne sono sicura – con una conoscenza più approfondita di quella famiglia e dei suoi affari.”

“Sì,” rispose con decisione l’avvocato Fox. “Infatti, la questione è ritenuta così urgente che, non appena la missione sarà compiuta, ulteriori settantacinque sterline saranno immediatamente messe a tua disposizione tramite la mia mediazione.”

La signorina Curll rimase in silenzio. L’avvocato si alzò, lasciando sul tavolo la banconota da venticinque sterline. Anche la signorina Curll si alzò, ma non disse una parola.

“Madam,” disse il tentatore avvicinandosi alla porta, “lascio che sia a vostra onore e al vostro buon senso – maturato, per così dire, da alcune esperienze di vita – decidere quali siano gli veri interessi della giovane donna ricca ma infatuata affidata alle vostre cure.”

Con queste parole se ne andò.

VI

Sir Robert, mentre si recava in città, fu molto felice di notare l’affetto con cui sua figlia accolse la sua compagna: infatti, lei l’incontrava spesso a Bath quando accompagnava sua cugina, Miss Hackman, in varie commissioni. Quel calore nell’accoglienza dimostrava che i suoi piani stavano andando per il meglio. E dopo teneri abbracci e benedizioni, si congedò con fiducia, certo che sua figlia sarebbe stata al sicuro fino al suo ritorno.

E infatti, la signorina Curll era molto attenta alle sue responsabilità: prese immediatamente in carico tutti i compiti domestici e sorprese il personale per la sua sicurezza nell’organizzare le faccende di casa. Belinda accettò con gratitudine i suoi consigli riguardo alla salute e agli orari, e dopo tante emozioni, provò una sorta di sollievo nel lasciare che fosse lei a gestire tutto, liberandosi completamente dalle preoccupazioni domestiche.

Ma più il suo spirito si liberava dalle quotidiane incombenze, più l’oggetto principale dei suoi pensieri tornava ad assillarla, mescolato di desiderio e gioia. Presto, rifletteva, la sua sofferenza avrebbe fine. Il suo caro papà avrebbe apprezzato la sua fedeltà. E intanto.

Quel pomeriggio stesso, poco prima di cena, verso le quattro, la signorina Curll (che stava in piedi vicino alla finestra mentre Belinda leggeva un libro, appoggiata comodamente a una tenda) notò una figura, che non apparteneva alla famiglia, avvicinarsi da lontano, lungo i campi, proveniente dalla direzione di Halston.

Si girò senza fretta verso la sua responsabilità.

“Mio carissimo,” disse lei (già si rivolgeva a lui in quel modo), “mi scuserai, vero? Andrò a prendere un po’ d’aria. Ne ho bisogno. Manca solo un attimo prima di doverci vestire per la cena, che ho rinviato alle cinque.”

Baciò quel volto affascinante e, scendendo, si incamminò verso le porte di ferro del giardino, proseguendo poi lungo il sentiero che attraversava il parco, come se non prestasse attenzione ai propri passi.

Il giovane, che lei incontrò a metà del campo del parco, lungo il cammino verso il bosco, la salutò in modo goffo e stava per andarsene. Lei lo fermò con un sorriso e gli chiese dove stesse andando.

Le disse che aveva un biglietto del suo padrone, il signor Horatio Maltravers, per la signorina Montgomery, e che non gli era stato chiesto di attendere una risposta.

“Va bene,” rispose Miss Curll con gentilezza. “Sono felice di avervi incontrato; poiché in questo momento Miss Montgomery sta riposando, potrò consegnarle questa lettera al momento giusto, quando scenderà dal suo boudoir.” Detto ciò, con un gesto elegante che testimoniava la sua educazione raffinata, prese il foglio piegato dalle mani del giovane e, sorridendo di nuovo con cortesia, lo mise nel proprio petto. Il ragazzo, molto sollevato di essere liberato da qualsiasi ulteriore incombenza, si toccò la fronte in modo rustico e tornò indietro per il cammino da cui era venuto. Miss Curll riprese lentamente il suo percorso verso la residenza, canticchiando a bassa voce una di quelle melodie che il signor Moore, l’irlandese, aveva reso familiari alla nobiltà e alla gente benevolente; quella canzone è oggi conosciuta in tutto il mondo come “The Minstrel Boy”.

Riprese la sua stanza. Aprì una piccola scatola di legno di cedro, nella quale teneva i suoi miseri gingilli. Stava per metterci dentro quella lettera, ancora chiusa, quando si fermò, sopraffatta da un desiderio che le vergognava persino ammettere con se stessa, ma abbastanza forte da essere soddisfatto.

Gli osservatori attenti della specie umana hanno notato che le donne sono più propense al vizio della curiosità rispetto agli uomini. Questa gentile donna, nella sua solitudine, nel suo vago contatto con i ricchi e nei suoi ricordi amari di tempi più felici, forse anche per qualche fantasma sbiadito di romanticismo, fu tentata da queste circostanze.

Se, come pretendono mostruosamente i Papisti, per ognuno di noi venisse designato un angelo come guardiano per difenderci dai mali contro cui la nostra volontà risoluta sarebbe sufficiente a lottare, un essere del genere avrebbe pianto nel vedere la lotta che avveniva nell’anima della signorina Curll e la sua tragica conseguenza.

Con estrema cautela, aprì delicatamente quel foglio sigillato e ripiegato; tuttavia, presentava qualche piccolo strappo. Di fronte a questo incidente, scrollò impercettibilmente le spalle sotto il suo scialle castigliano; sapeva che ormai non c’era più modo di tornare indietro o di trovare una scusa in seguito. Aprì coraggiosamente il foglio e lesse con divertimento, interesse e attenzione quelle righe, scritte a mano decisa e frettolosa da un appassionato amante.

“È una parola proveniente dal vostro più onorato padre che mi permette di osare pronunciare queste parole. Non so come iniziare, nel mio turbamento. Temo che, una volta intrapreso questo percorso, non riesca a portarlo a termine. Lo stesso favore che mi ha concesso la suprema felicità di rivolgermi a voi mi ha anche detto che forse non ci incontreremo mai più. Al massimo, solo al ritorno di Sir Robert dalla Metropoli. Il mio dolore aumenta ancora di più quando so la causa della sua assenza. Come! Voi soffrite, e io non posso essere al vostro fianco? Vi sentite male, e io non posso correre da voi. Questa mattina sono andato tra i felci, i pini, il ruscello, anche se sapevo che non vi avrei trovata lì, ”

Credimi, i boschi erano profumati dalla tua presenza, e tutto il mondo illuminato dal sole era pieno di te. Non oso dire di più. Ma oh! se quel momento sacro che ha cambiato la mia vita non fosse una truffa o un’illusione, concedimi almeno una parola scritta che mi sostenga nella mia attesa fervente di quel momento beato in cui sentirò di nuovo la tua voce viva. E con il suo primo suono, entrerò nel Paradiso. Non oso scrivere altro: quanto desidero quella breve frase scritta dalla penna che hai tenuto nelle tue mani. Forse tu non ne sai nulla. Sarà l’unica cosa che possa sostentare Horatio. È la vita per lui, che ora, e per sempre, deve offrire la sua anima alla tua custodia.

La lettera fu ripiegata, nascosta nel suo contenitore e poi chiusa a chiave. Un’ombra di lacrima fredda apparve negli occhi della donna sfortunata che aveva così tradito la fiducia ricevuta. Presto riuscì a superare quel momento di debolezza. Si alzò e si diresse verso la stanza di Belinda.

La sua compagna dormiva quando lei entrò silenziosamente nell’appartamento. Si sedette vicino alla finestra e, prendendo il filo di lana e gli aghi da maglia dal tavolo dove li aveva lasciati, iniziò a lavorare in silenzio fino a quando un delicato sospiro rivelò che la sua giovane compagna si era svegliata.

“Miss Curll,” disse Belinda con voce assonnata, “siete voi?” Poi, completamente sveglia, aggiunse: “Spero che vi sia piaciuto il vostro giro.”

“È stato delizioso, mio caro,” rispose la zitella con uno sguardo piacevole. “La comunione silenziosa con la Natura è la mia principale gioia; e sono stata felice di scoprire che a quell’ora il parco era tutto per me. Nessuno si muoveva. Sono tornata come ero venuta, da sola. Anche le foglie erano in quiete.” Ancora una volta (ma questa volta più profondamente, e con piena consapevolezza), Belinda sospirò. Si alzò dal divano, nonostante le remore di Miss Curll, e si avvicinò alla finestra: lì rimase a riflettere, osservando la luce dorata all’orizzonte; i suoi occhi si posarono inconsciamente sugli alberi lontani che nascondevano le antiche mura e le torri in rovina della dimora dei Maltravers.

Anche se quel primo giorno di separazione stava passando, lei aveva sperato, aveva osato sperare che, in tutte quelle lunghe ore, fosse già arrivato qualche segno da quella casa. Si girò e rimase in silenzio.

“Sei stanco, mio amore”, disse la signorina Curll, depositando un bacio sulla sua pallida fronte. “Mangerai nella tua stanza e poi andrai a riposarti presto.”

“Lo farò,” disse Belinda con rassegnazione. “Domani sarò completamente guarita, credetemi. Stasera devo riposare.”


Il giorno seguente, un sole splendente illuminava i vecchi boschi e rischiarava gli antichi dintorni di Marlden Towers. Belinda, che si alzava tardi, si rese conto, per la prima volta, di non essere affatto colpita da quella magnifica vista del cielo. Trascorreva le sue ore in un crescente malessere di cui non riusciva a dare una spiegazione; il desiderio di nasconderlo al suo compagno lo rendeva ancora più opprimente. Non era certo sua abitudine lasciare che i suoi pensieri si soffermassero su certe cose, eppure, inevitabilmente, continuavano a tornare su, sul perché, sul se.

Si disse che due giorni non rappresentassero un ritardo eccessivo in una situazione del genere; che una lettera o un messaggio da parte di Horatio sarebbero sicuramente arrivati, e quindi bisognava aspettare con pazienza. Poi, un pensiero affrettato e appassionato interruppe la sua malinconia, ma fu subito scacciato via. Con l’arrivo della sera, la sua mente febbrile le suggerì l’idea assurda che suo padre potesse aver esagerato riguardo alle sue concessioni, nel racconto fatto su quella lettera inviata a Horatio; che qualche parola dura da parte di Sir Robert avesse potuto imbarazzare il giovane e farlo tacere. Anzi, che Sir Robert potesse persino aver insinuato l’idea che non fosse permesso scambiarsi corrispondenza, nonostante le sue stesse parole le avessero assicurato il contrario.

Scacciò quel pensiero dalla mente. Subentrò poi un terrore miserabile e ingiustificato, il timore che anche una separazione così breve potesse aver cambiato le intenzioni di Horatio. Questo terrore, a sua volta, si trasformò in qualcosa che, in una persona meno fortunata, avrebbe potuto essere considerato irritabilità. A un certo punto le riusciva difficile trattenere le lacrime; in altri momenti, invece, era la rabbia a prendere il sopravvento.

L’oscurità avvolse il suo umore instabile e febbrile. Un’altra notte trascorse tra sonni intermittenti.

Il terzo giorno era decisa a scoprire la causa di quel silenzio che l’aveva fatta soffrire così tanto: assenza, negligenza, malattia, o forse nobiltà d’animo?

Si sedette alla sua scrivania verso mezzogiorno e, dopo molte esitazioni e riflessioni interiori, osò scrivere quanto segue:

“Prendo la mia penna – con quale esitazione lo farò, lo saprete meglio voi; con quanta fretta (Sì, lasciate che lo scriva!) lo farete, lo capirete ancora meglio. Tuttavia, il motivo per cui vi scrivo è solo per chiedervi notizie su di voi, quelle stesse che mi avete spesso dato negli anni in cui siamo stati vicini, negli anni della nostra conoscenza. Mio padre vi ha scritto; me lo ha detto lui stesso. Vi ha informato della mia indisposizione, che mi impedisce di uscire di casa o di ricevere visite. Presto passerà, anzi, con il suo ritorno tra due settimane sarò libero come sempre. Ma nel frattempo, non vorrebbe (me lo ha assicurato) che trascurassi di tenermi in contatto con voi. Temevo un po’ che qualche malattia improvvisa potesse aver ritardato la vostra risposta. Se è così, fatemelo sapere, così potrò scrivervi di nuovo. Ma ora, ora non posso più scrivere. Voi sapete quale spirito guidi la mia penna mentre scrivo il vostro nome.”

“Belinda.”

Dopo aver letto e riletto questa semplice lettera – a volte temendo la propria audacia, altre volte trovando coraggio in quella fiamma interiore – decise di agire: sigillò la lettera con il proprio anello e chiamò la sua cameriera.

Poi, dopo un secondo pensiero, decise di evitare qualsiasi cosa che potesse essere interpretata in modo errato come qualcosa di segreto, e andò coraggiosamente da Miss Curll – poiché era lei a gestire la casa – pregandola di far sì che un messaggero portasse immediatamente quella lettera a Horatio.

“Me ne occuperò senza indugio, cara mia,” le assicurò quella signora. “Ma non devi lasciare la tua stanza senza prendere alcune precauzioni, e così presto! Ricorda,” aggiunse con un sorriso malizioso, “che io sono la tua carceriera e che la tua salute è di estrema importanza per me! Vieni, ti accompagno indietro. Tornerò tra un momento e pranzeremo insieme nelle tue stanze.”

Povera Belinda, le fu ricompensata con un dolce sorriso; dopo un’ora così faticosa, si sdraiò per riposare, convinta che la risposta alla sua lettera non avrebbe tardato ad arrivare.

Ahimè! Il mio lettore sa troppo bene quale dovrà essere l’azione successiva di quella donna anziana. Si affrettò nella sua stanza, chiuse a chiave la porta e, con dita ansiose e senza esitazioni, ruppe il sigillo e lesse quelle parole destinate a un’altra persona, e soltanto a lei. Una volta fatto ciò, ripose frettolosamente la lettera nella scatola, la chiuse a chiave e tornò nella sua stanza. È davvero vero che un male conduce a un altro, e ciò che inizialmente la nostra coscienza ci impedirebbe di fare, presto lo ripeteremmo con spudorata facilità.


Nel frattempo, nelle assi di legno infestate dalle ragnatele e in decomposizione del suo antico salone, Horatio Maltravers camminava avanti e indietro con frenesia, chiedendosi come mai nessuna notizia fosse arrivata fino a lui dalle Torri. A volte era assalito dal dubbio che quella cara persona potesse soffrire per la febbre, altre volte pensava che forse una lettera si fosse persa durante la spedizione; infine, dopo aver verificato con attenzione che la malattia della sua amata era lieve e in via di guarigione, e che nessuna lettera era arrivata dalla casa vicina, si decise a scrivere ancora una volta. Aveva un buon pretesto: erano passati cinque giorni dal suo primo messaggio, cinque giorni senza alcuna notizia.

Scrisse con un’anima turbata; scrisse in modo disordinato, esitando nella ricerca delle parole giuste, distruggendo uno dopo l’altro i suoi bozzi, fino a quando finalmente riuscì a comporre queste righe, queste righe febbrili.

‘Belinda, se in qualche modo ti ho offesa, rivelamelo e farò ammenda per tutta la vita! Se qualche cattiva voce è giunta fino a te e ha macchiato la mia reputazione ai tuoi occhi, spiegamela brevemente e mi difenderò. Se per qualsiasi motivo non riesci a comunicare con me, a permettermi di ricevere e venerare anche solo i segni della tua presenza, oh! fammelo sapere, per placare questo cuore tormentato! Ma se proprio devi rimanere ostinatamente in silenzio, allora credimi: il mio paradiso non è stato altro che un’illusione, il tuo amore (oh, mia amata) non ha mai risposto al mio. Eppure, rispondi lo stesso! Non posso vivere, non esisto più, se non so anche la cosa peggiore, ma oh, rispondi almeno!’

Questo messaggio, sigillato e (con quanto affetto!) indirizzato, egli lo affidò allo stesso messaggero; poi, un po’ sollevato da tale esplosione di sentimenti, si ritirò a riposare nella sua stanza ancestrale. Nei sogni vide la sua supplica toccata dalle mani divine e la compassione entrare in quegli occhi puri, nei quali si nascondeva anche la fiamma celeste. Ma era solo un sogno; quella lettera, come le altre, fu intercettata; un’altra missiva finì sepolta nella scatola ormai piena di crimini della signorina Curll.

Oltre quegli olmi vicini, tra i tranquilli angoli di Marlden Towers, nelle sue lussuose stanze, Belinda arrossiva e piangeva, tormentandosi sempre di più man mano che i giorni passavano.

Era forse per questo che aveva infranto tutte le regole imposte dalla sua condizione e dal suo sesso, offeso la tradizione della famiglia Montgomery e umiliato se stessa scrivendo a quel gentiluomo? Doveva quindi essere disprezzata, anzi derisa? Ma poi (con l’alba seguente e dopo una notte inquieta), altri pensieri le vennero in mente: era stato un errore, un incidente! Lui non c’era, forse era malato. E mentre questa idea prendeva forma nella sua mente, sentì il proprio essere tendersi verso di lui, nel tentativo di consolarlo.

O ancora. O?. O quale terribile spiegazione per il suo silenzio?

Non poteva più sopportarlo! Prese di nuovo in mano quella lunga penna d’oca dai toni rosa, quell’instrumento prezioso della sua anima, e proprio nei momenti in cui Horatio Maltravers stava scrivendo il suo appello straziante, Belinda Montgomery, tra lacrime copiose, redigeva questo messaggio commovente, indimenticabile.

“Horatio, mio caro Horatio. Ho abbandonato tutto per te. Ho messo tutta la mia anima in queste parole. Ah! Perché non mi hai dato alcun segno? Perché continuo a scrivere? Non so nemmeno cosa sto scrivendo o come lo sto facendo. Se non vuoi ascoltarmi, se continui a rifiutarmi con tanta ostinazione, allora non scriverò più, e in realtà non esisterò più. Dimentica, perdonami, povera Belinda.”

Tali furono gli effetti della passione e del disappunto su quella sfortunata ragazza. Ahimè. Che parole così strazianti (eppure così profondamente commoventi!) dovessero a loro volta andare perdute. Entro un’ora, vennero chiuse a chiave, affidate alle cure di quel traditore compagno.

Nei venerabili saloni di Halston, Horatio Maltravers si svegliò da un sonno febbrile per affrontare un altro giorno infelice e solitario. I minuti sembravano trascorrere come settimane; la mattina pareva durare mezzo anno. Non riusciva a sopportare il silenzio: camminava fino ai confini del suo dominio, aspettando, contro ogni previsione, l’arrivo di un messaggero. Tornò poi, cupo, al proprio tavolo. Dopo aver mangiato senza assaporare nulla e bevuto appena del vino, si sedette di nuovo in silenzio nella sua sedia, solo, riflettendo su una decisione importante. Alla fine si alzò, andò alla scrivania, prese penna, inchiostro, carta, sabbia, candela, cera e sigillo, e scrisse questa terribile lettera d’addio:

“Belinda. Ti chiamo per nome: è come se ti parlassi direttamente, anima mia; infatti, anche scrivere il tuo nome è una benedizione. Belinda, rimani sorda alle mie suppliche, muta alla mia povera richiesta di una sola parola sussurrata. Hai preferito un momento di follia. E in effetti, quale diritto avevo io di sperare nell’ascesa al cielo?”

“Perdona e dimentica, povero Horatio.”

Sigillò il foglio piegato e, chiamando un servitore, gli ordinò di consegnarlo immediatamente a Marlden Towers. “Mettimi in sella, Crusader!”, gridò (indicando il cavallo più robusto del suo povero stallone). “Portami le borse da viaggio: le riempirò io stesso. Parto stasera.”

I domestici di quella famiglia ridotta si scambiavano commenti, con voci timide e sommerse, riguardo al comportamento strano del loro padrone. Lui stesso cambiò soltanto la biancheria da letto, utilizzando un rotolo di cento ghinee – l’unica riserva che possedesse – e lasciò alla sua governante poche parole per annunciare la propria assenza di durata indefinita; poi, in questo modo frenetico, uscì nella notte.

Ecco cos’è la gioventù: irresponsabile verso se stessa e gli altri, fonte di costante preoccupazione per gli anziani, ma animata da passioni primordiali.

VII

Il giorno seguente la sua partenza, nella fresca mattina dopo un riposo in una locanda lungo la strada, Horatio fermò il suo cavallo sulla cima di un prato erboso, da dove poteva ammirare i distretti di Wiltshire e Somerset stendersi a ovest, lontano sotto di lui. Si girò nella sella per osservare, da quella distanza tra le colline nebbiose, i luoghi della sua infanzia. Quanto familiari gli sembravano quei boschi lontani, quelle cime che avevano rappresentato la sua casa. Eppure quanto erano cambiati! Il sole appena sorto illuminava quella vista con un tenue velo di luce fresca e uniforme. Ma invano! Per un’ora, quelle colline, quei valli, quei boschi avevano brillato illuminati dal nome sacro di Belinda. Ora la loro gloria era svanita; non erano più nulla. La fiamma della lanterna si era spenta; i campi, gli alberi, erano tutti estranei e vuoti.

Con la testa bassa e le redini allentate, Horatio riprese il suo cammino verso est attraverso l’erba alta e rigogliosa.

Giorno dopo giorno, procedeva lungo quei pascoli di ghiaia, con le pianure d’Inghilterra ai suoi piedi su entrambi i lati; il suo avanzare faticoso veniva ostacolato soltanto dal timore per l’amico silenzioso che lo portava sul dorso. A ogni tappa lungo quelle terre desolate, la febbre nella sua mente aumentava sempre di più. I pochi pastori che incrociava si allontanavano spaventati (insieme alle loro greggi) da quegli occhi troppo luminosi, da quella fronte ardente; il suo aspetto era così folle che persino i gitani, accanto ai rari boschetti, rabbrividivano al vederlo passare e mormoravano incantesimi contro la sfortuna mentre quel cavaliere oscuro sfrecciava accanto alle loro misere tende.

So che per due settimane e più continuò instancabilmente nella sua ricerca, attraverso le proprietà di Hampshire e i villaggi di Sussex nascosti nelle loro valli, lungo i canali che attraversavano le paludi disabitate di Romney, passando per i giardini del Kent. Fino a quando, dalle altezze della scogliera dove visse Shakespeare, in una mattina tempestosa, vide sotto di sé il porto affollato e la spiaggia di Dover.

Lontano, al largo del mare, le onde si inseguivano verso la riva in un tumulto schiumoso; il cielo sopra era coperto da nuvole basse e veloci. Horatio non prestava attenzione a tutto questo. Che significato avevano per lui i turbamenti della Natura, nel cui cuore infuriava una tempesta ancora più selvaggia? Sembrava piuttosto che lo stato generale di conflitto fosse in sintonia con le sue stesse emozioni tumultuose, e la furia del cielo non fosse altro che un eco della sua anima turbolenta.

In piedi dritto sul suo cavallo vicino al molo, si avvicinò a un umile marinaio che si trovava sul ponte della nave postale diretta a Boulogne (dalla cui ciminiera già si levava il fumo nero del carbone); chiese allora a che ora la nave sarebbe partita.

“Signore,” rispose rispettosamente il marinaio, notando l’atteggiamento arrogante del giovane cavaliere, al quale il dolore aveva conferito una dignità ancora maggiore, “se davvero la tempesta, con la sua intensificazione, ci permetterà di tentare il passaggio, leveremo l’ancora tra circa due ore, perché sarà allora che la marea sarà favorevole. Tuttavia,” aggiunse, guardando verso l’alto con occhio esperto, “temo che le condizioni meteorologiche siano molto difficili a metà canale, è il momento della fase calante della luna.”

“Benissimo,” rispose Horatio con decisione cupa; e gettando una moneta d’oro al marinaio riconoscente, fece voltare il cavallo verso un ostello vicino, le cui decorazioni e proporzioni promettevano qualcosa di superiore rispetto alle solite locande di una città portuale; in effetti, Horatio ricordava che Dover era un luogo di transito frequentato da molte nobili e persone di rango nel loro viaggio verso o dal Continente, e che anche gli inviati delle potenze straniere non di rado lo onoravano della loro presenza.

Il proprietario, fermo alla porta ad accogliere un ospite il cui distinto portamento aveva appena notato avvicinarsi, si inchinò profondamente per riceverlo e chiese in cosa potesse essergli d’aiuto.

“Lasciate che il mio cavallo venga portato nella stalla,” rispose il gentiluomo scendendo da cavallo. “Andrò con lo stalliere per assicurarmi che tutto sia in ordine: la sella e le sue borse ben riposte da parte, il mantello del cavallo pulito a dovere, un tappeto pronto e una abbondante razione di buoni avena. Poiché il primo dovere di un uomo è verso il proprio animale. Dopo, vi chiederò un semplice pasto accompagnato da una bottiglia del vostro miglior vino; una volta fatto questo, vorrei parlarvi.” Dopo aver consumato in silenzio il suo pasto, Horatio chiamò lo stalliere (che attendeva diligentemente a pochi passi di distanza) e gli disse quanto segue:

“Sarò breve. Avete visto me accompagnare al suo banchetto il mio ultimo amico, ” (Il suo ospite avrebbe protestato; Horatio lo fermò alzando la mano.) “Ho notato l’attenzione che dedicate ai vostri cavalli da viaggio, ai loro mantelli lucidi, alla gentilezza del vostro cocchiere. Prendete, vi prego, questo cavallo mio: l’ultimo oggetto dei miei affetti domestici. Poiché lascio l’Inghilterra, per sempre! È degno della vostra accettazione: è stato allevato nelle mie terre da un padre di nome Bayard, appartenente alla scuderia del Lord Garling; sua madre è Rosamonda. Non sono ancora passati cinque estati. Non ha alcun difetto, tranne forse una tendenza a preferire il lato sinistro al destro quando gira. È di indole mite, molto resistente, ha un passo facile ma elastico. E è già abituato al morso.”

A queste parole, lo stupito locandiere non poté fare a meno di arretrare, confuso.

“Con quale diritto, signore, posso…”, balbettò. “Solo un’ora di conoscenza…!”

“Gli darai la casa che desidero,” interruppe imperiosamente il suo ospite sconosciuto. “Con te sarà al sicuro dalla pigrizia, dall’stupidità, dalla crudeltà di cattivi addestratori di cavalli. Un esercizio moderato lo manterrà in buona salute, senza mai sovraccaricarlo. Lo lascio in ottime mani. Non chiedo altro. Perché devo abbandonarlo. Parto all’estero per molto tempo, davvero molto tempo. Se vorrai ospitare il mio nobile e fedele Crociato, è a me che viene reso questo favore.”

Era in silenzio.

“Signore,” rispose l’oste, con toni profondi e pieni di emozioni a stento trattenute. “Lo terrò non come un regalo, ma come una responsabilità, fino al momento in cui avrò l’onore e il piacere di rivedervi di nuovo. Ma poiché siete deciso ad andarvene, potreste almeno dirmi dove si trova il vostro bagaglio in città, così che possa mandare i miei ragazzi a prenderlo?”

Horatio Maltravers lo fissò con il suo sguardo triste ma deciso.

“Non accetto alcun documento,” rispose lui con tono cupo. “Intendo proseguire il mio cammino nella povertà, abbandonato e solo; non cerchiate di farmi cambiare idea.”

“Resta! Resta almeno,” lo implorò il suo angosciato ospite, “fino a quando quella temibile tempesta non sarà passata e una brezza più mite non soffierà sulle acque dell’oceano!” Ma Horatio si alzò in piedi: “Non cercare di trattenermi!” gridò. “In questa stessa ora attraverserò le acque che circondano la nostra terra inviolata. Cerco un luogo lontano, dove nessuno conoscerà il mio nome. Un luogo dove verrò dimenticato, fino a quando la Morte non porrà fine alle mie sofferenze, nell’oblio più totale.”

Con queste parole, uscì con passo deciso dal cordiale portone di quell’ostello inglese e si imbarcò risolutamente sulla nave che lo avrebbe portato per sempre lontano dalle sue coste natali.

Anche all’interno della protezione del porto, non appena venivano lanciate le vele, la nave si sollevava leggermente a causa delle onde provenienti dall’esterno; tuttavia, non appena superò i moli, iniziò a dondolarsi e a vacillare in modo estremamente preoccupante. In pochi istanti, i venti la colpirono con tutta la loro forza, e per i primi trenta minuti gli allarmi dei pochi passeggeri raggiunsero livelli estremi; anche gli esperti marinai faticavano a nascondere la propria ansia di fronte alle furie degli elementi.

Il clangore dei potenti motori, i grida rauche degli ordini, il tuono delle enormi onde che si schiantavano contro le strutture del veliero. E più di una volta, spruzzi d’acqua volavano sul ponte, mescolandosi con gli strilli causati dalle raffiche di vento che squarciavano le vele, aumentando ancora di più l’orrore della scena.

Le onde si alzavano alte come montagne man mano che la riva scompariva nell’oscurità; non mancavano nemmeno occasioni in cui una delle pale lasciava effettivamente l’acqua, mentre quella opposta affondava profondamente nella schiuma ribollente.

Il Capitano (il cui nome era Beaver) affermò, con forti imprecazioni, che in tutti i suoi 317 attraversamenti della Manica non aveva mai incontrato un uragano così terribile; nel mezzo di quella tempesta infernale, le bianche scogliere dell’Inghilterra sembravano distanti chilometri, come se fossero solo ombre.

Durante tutto questo caos selvaggio, Horatio rimase immobile e indifferente. Con la destra stringeva un lenzuolo per proteggersi dal vento violento, mentre con la sinistra faceva un gesto appassionato verso le mura ormai in rovina del suo paese, che per secoli avevano disprezzato gli sforzi insignificanti dei suoi nemici.

“Addio!”, esclamò. “Addio, alte scogliere di Albione! Anche se il destino implacabile mi costringe all’esilio e mi vieta di rivedervi, sappiate che la mia anima rimane sotto la vostra protezione. Scomparite. O coste della mia patria! Il suo figlio manterrà la sua eredità in vostro nome, finché Britannia possiederà il Tridente e l’immortale ombra di Nelson riposerà gloriosamente sotto la cupola di San Paolo!”

Le difficoltà continuarono senza sosta. I mari in tumulto lottavano contro il “English Oak” e i progressi della scienza per il dominio; ma tale è il potere del vapore che, in soli tre brevi ore, nonostante la marea contraria e la tempesta, la nave riuscì coraggiosamente a superare lo stretto passaggio del porto di Boulogne.

Horatio atterrò. La sua conoscenza della lingua francese gli fu di grande aiuto con quei grotteschi doganieri e gendarmi, che lo interrogarono, sorpresi dal fatto che non avesse bagagli. Gettò uno sguardo sprezzante alle misere monete straniere che ricevette in cambio del suo solido oro inglese, e ancora maggiore disprezzo provò per quei deboli soldati che si aggiravano con una negligenza vergognosa davanti all’osteria dove cenò, accompagnato da vino piuttosto scadente.

“Che cosa!” pensò Horatio vedendolo. “Possibile che siano stati eserciti interi d’Europa a tremare di fronte a queste orribili statuette? Avevo sentito dire che il generale Bonaparte non fosse molto alto, ma non avrei mai immaginato che lo seguissero reggimenti interi di nani, ”

Senza indugiare ulteriormente con simili esseri indegni, il giovane inglese saldò il suo debito, prese coraggiosamente la prima strada principale che gli si presentò e si incamminò verso sud nella serata estiva. Non gli importava in quale direzione lo avrebbe portato il caso, né quale luogo di sosta avrebbe potuto raggiungere. Non desiderava alcun obiettivo, se non quello di perdersi lui stesso e la sua disperazione nei vuoti di questo vasto mondo.

Man mano che calava la notte, un cartello indicatore gli fece sapere che si trovava sulla strada per Montrool.

Horatio aveva percorso soltanto poche miglia; l’ultimo crepuscolo di una notte estiva stava svanendo nell’oscurità; gli alberi alti lungo il ciglio della strada erano quasi indistinguibili dal cielo quando Horatio sentì avvicinarsi una carrozza proveniente da un incrocio. Il luogo era desolato, e nel silenzio di quella serata calda e tranquilla, lo scalpitio dei cavalli e il rumore delle ruote risuonarono vicinissimi. Girò la testa: la carrozza era ormai così vicina all’incrocio con la strada principale che riusciva a distinguere i postiglioni sui loro cavalli, illuminati dai due fanali della vettura. Stava appunto per fare un passo indietro per lasciarla passare quando, improvvisamente, grida feroci lacerarono il silenzio e figure oscure emersero dalle loro nascondigli lungo la strada. Uno di loro afferrò le redini del cavallo che guidava la carrozza e lo spinse indietro; un altro scosse la maniglia della porta; da una terza mano partì il lampo abbagliante di un’arma da fuoco, il cui fragore potente risuonò nei campi desolati. Altri aggressori si unirono all’assalto; imprecazioni orribili, lo scalpitio dei cavalli sui ciottoli, le grida spaventate dei postiglioni, tutto creava un caos indescrivibile, dal quale si potevano chiaramente udire le disperate richieste di aiuto di una donna in pericolo.

“Oh cielo! Orrore! Aiuto! Ladri!” Questi erano gli appelli appassionati che risuonavano sopra il frastuono; e anche in un momento così confuso, Horatio riuscì a distinguere che le voci più alte appartenevano a una ricca contralto, con un tocco di maturità nelle sue note.

Il nostro eroe si gettò immediatamente nella mischia. Anche se gli assalitori erano una mezza dozzina o più, li attaccò con un vigore invincibile. Risuonò un secondo sparo, accompagnato dai gridi di terrore della donna spaventata all’interno del veicolo. Il proiettile che gli sfiorò il braccio lo rese ancora più determinato a combattere. Colpì i suoi avversari con tale forza che quegli infelici stranieri finirono per terra, distesi ovunque. In meno tempo di quanto ci voglia per scrivere queste righe, quei codardi fuggirono a gambe levate, e Horatio uscì vittorioso dal campo di battaglia.

Il suo primo atto fu richiamare i tremanti cocchieri alle loro mansioni, utilizzando la loro stessa lingua, mescolata a dure espressioni pronunciate da lui stesso; il successivo fu presentarsi davanti alla porta della carrozza con un profondo inchino e salutare la mano bianca e adornata di gioielli che gli veniva tesa attraverso la finestra. La voce, melodiosa e vibrante, lo parlò (a sua grande sorpresa) in inglese, con naturalezza madrelingua, sebbene vi fossero leggere tracce dell’uso del francese.

“Il mio salvatore!”, mormorò.

“Signora,” rispose Horatio con modestia, “ho semplicemente fatto il mio dovere!”

“Ah! Mio nobile connazionale, ” cominciò la Marchesa (poiché tale era il suo titolo), mentre posava dolcemente quella mano sul suo braccio. “Ma, oh mio Dio!” esclamò all’improvviso, “siete ferito!” Infatti, aveva notato il sangue che gocciolava dal suo polso.

“Georges!” continuò ad alta voce in francese verso la sua domestica, “Liberate immediatamente una lanterna! Sbrigatevi! Portatemela e dirigetela da questa parte!”

Con quel movimento la porta si aprì e, sotto la luce che ora la illuminava, il giovane gentiluomo vide una figura alta, dal portamento regale e da un’aura di autorità indiscutibile; nulla sembrava diminuire il suo fascino nonostante avesse superato i cinquant’anni. I suoi tratti, tipici della nobiltà borbonica, con quelle labbra piene tipiche di quella stirpe, erano ancora attraenti nonostante la loro dolcezza e riflettevano chiaramente l’abitudine al comando. Sopra la sua testa si innalzava una nobile corona di capelli, ormai bianchi ma ancora folti come da giovane; dal suo collo pendeva un pesante gioiello di diamanti, ornamento naturale del suo rango, che, con la sua magnificenza, esaltava ancora di più quella nobiltà che solo poteva permettersi simili gemme.

Mentre la serva si affrettava a scendere le scale, lei lo faceva con maggiore calma; Horatio vide davanti a sé quegli occhi marroni, così belli e pieni di dolcezza, che un tempo avevano commosso profondamente gli ultimi corti di quel sfortunato Luigi, e in seguito avevano turbato i guerrieri di Austerlitz nei loro brevi momenti di pausa dal combattimento. In quel momento quegli occhi erano pieni di premura affettuosa e ammirazione ansiosa; questo fece arrossire le guance ingenui di Valour. Lei, con impazienza, estrasse un fazzoletto prezioso proveniente dall’antico regno di Alençon e, nonostante le sue proteste, lo avvolse attorno al braccio ferito; poi insistette affinché lui entrasse nella sua carrozza, in modo da poterlo accompagnare fino a destinazione: non voleva assolutamente che continuasse il suo viaggio a piedi in quelle condizioni.

“Destinazione, ”, rispose a voce bassa, dopo una lunga pausa. “Non ne ho alcuna. Sono un viandante, esiliato da casa mia d’infanzia. Cerco soltanto la prossima locanda, per poi continuare il mio cammino solitario e senza meta attraverso il mondo.”

“No,” disse lei con decisione, con quella voce chiara alla quale anche solo un leggero accento francese aggiungeva un fascino sottile, “allora la nostra strada è chiara. Dovete accompagnarmi al mio castello, che si trova vicino qui, e rimanere lì finché non vi sarete guariti dalla vostra ferita. Non accetterò rifiuti. Il fatto che siate un gentiluomo me lo assicurano il vostro modo di parlare, il vostro passo, il vostro abbigliamento. Che siate il più coraggioso tra i coraggiosi, ” concluse lei, lanciandogli uno sguardo fiducioso.

Lei comandò, lui obbedì e ne fu grato; infatti già provava una certa debolezza a causa dell’avventura e delle sue conseguenze. Non trascorse molto tempo prima che attraversassero la notte fino a quando abbandonarono la strada principale per seguire un lungo viale fiancheggiato da alberi antichi; in lontananza si potevano scorgere le luci di una grande dimora. Entrarono attraverso un imponente cortile, delimitato da pilastri risalenti a tempi precedenti; poi entrarono insieme in stanze alte dove erano appese tappezzerie provenienti dalle città confinanti e dalla Fiandra, raffiguranti scene come il rapimento di Persefone, la vittoria di Costantino il Grande e le sventure di Actaeon.

Allo ospite fu dedicata ogni attenzione possibile. In una camera da letto arredata con legno di quercia intagliato, tipico di uno stile ormai passato da un secolo, la sua ferita fu curata con abilità da una anziana domestica di nome Fanchette, che utilizzò semplici rimedi capaci di raffreddare il sangue e alleviare la febbre. Gli furono forniti lenzuola eleganti, scarpe con i lacci, nonché tutti gli accessori necessari per un bagno lussuoso; così, quando scese nel salone, al Viaggiatore sembrò di aver trovato una vera casa.

La cena fu ordinata immediatamente e, durante il pasto, la sua ospite, evitando con grande delicatezza di porre domande troppo personali in un momento così precoce della loro conoscenza, si informò sul suo viaggio, sulla sua esperienza in mare durante la tempesta, e più volte chiese conferme sul fatto che il suo braccio fasciato stesse migliorando grazie alle cure ricevute. Preparò anche dei piani per il suo rifornimento di equipaggiamento, senza mai sorridere della fantasia tipica della gioventù, che spesso porta le persone a iniziare la vita senza nulla; la vita stessa le aveva insegnato infatti con quanta generosità queste follie possano essere accompagnate.

Di sé parlava con maggiore libertà, rassicurandolo che potesse stare tranquillo, indipendentemente dal tempo necessario per la sua guarigione. Gli disse il suo nome: de la Ferronnière; gli spiegò la sua condizione di vedova del defunto Marchese, con cui si era sposata nello stesso anno della caduta della Bastiglia; gli raccontò anche che era nata in Inghilterra. Mentre parlava, quando lui distoglieva lo sguardo, osservava i suoi capelli neri e ondulati, il suo corpo robusto ma agile, e pensava tra sé come una persona del genere avrebbe potuto essere suo figlio, a farle compagnia nella sua età, se solo il destino le avesse concesso di avere un erede e se la grande guerra lo avesse risparmiato.

Era già tardi; le fatiche di quella giornata erano state estremamente intense; lei non volle più stancarlo con chiacchiere, ma gli augurò buon sonno e lo lasciò in uno stato crescente di sicurezza e tranquillità.


Al suo lento risveglio la mattina seguente, i primi sentimenti di Horatio furono lo stupore. In quale stanza si trovava? Quale letto, quali tende erano queste? Chi lo aveva portato in una terra straniera? Con piena coscienza, i ricordi del giorno precedente gli tornarono in mente; ma insieme ad essi, un dolore pulsante al braccio gli ricordò la sua ferita, il cui dolore aveva dimenticato nell’oblio del sonno. Il dolore aumentò, così come una certa debolezza che cercò di controllare, ma invano.

Allarmato, avrebbe voluto chiamare aiuto; ma la voce gli mancava. Fortunatamente, in quel momento qualcuno bussò alla porta: Fanchette apparve con del cioccolato, stava per tirare le tende del suo divano e augurargli “buon risveglio” quando, vedendone il viso cambiato, quasi lasciò cadere il vassoio che teneva in mano. Con un sussurro rotto, lui le spiegò la sua situazione. Lei corse dalla sua padrona, che attendeva con ansia notizie sue, e in un attimo la marchesa fu al suo fianco. I suoi nobili tratti esprimevano l’angoscia profonda di una nuova amica; i suoi occhi, il profondo affetto di una madre; tutto il suo comportamento dimostrava la gratitudine di una donna salvata da un atto di coraggio cavalleresco dal pericolo più grave. Non esitò nemmeno a inginocchiarsi accanto al letto; sistemò il cuscino, si chinò su di lui per ascoltare quelle parole deboli e faticose che riusciva a pronunciare. Erano parole di ringraziamento per la sua ospitalità e di rammarico per non potersi alzare, per dover rappresentare, almeno per il momento, un peso sulla sua bontà.

“Ahimè!” esclamò la Chatelaine alzandosi in piedi. “Quanto vorrei che potessimo chiamare un famoso medico per assistervi! Tutto ciò che abbiamo a disposizione è un bravo chirurgo locale; ma almeno ha l’età giusta per aver appreso il suo mestiere negli anni migliori, e il suo giudizio sarà sicuramente affidabile.”

Il dottore arrivò. Le sue conclusioni furono favorevoli: la pallottola aveva soltanto abraso l’epifisi e causato lesioni superficiali dei piccoli canali capillari, senza interferire con il sistema linfatico né provocare gravi danni al processo camboloidale; inoltre, il thapsus major non era stato colpito e le sue strutture erano completamente intatte.

La marchesa provò un profondo sollievo nell’udire queste parole; anche il coraggio di Horatio gli permise di abbozzare un debole sorriso di soddisfazione. Perché, sebbene la vita ormai non avesse più alcun significato per lui, egli non voleva essere un peso per gli altri e, nella sua debolezza, attendeva ancora il momento in cui avrebbe potuto riprendere il cammino con le forze rinnovate e seppellire il proprio spirito spezzato nella natura selvaggia.

La sua guarigione fu lenta. Passarono dei giorni: la ferita si rimarginò; tuttavia comparvero intorpidimento e rigidità nel membro interessato, e per ripristinarne la flessibilità originale fu necessario un trattamento continuo.

Raramente, durante questo periodo di relax e di graduale recupero della salute, la Marchesa mancava al fianco di Horatio. Lo vegliava con una tenerezza e un’attenzione che i suoi anni precedenti non avevano mai conosciuto. Attingendo dalla ricchezza della propria esperienza, gli raccontava storie dei tempi gloriosi del passato; la sua immaginazione si arricchiva ascoltando descrizioni di fasti reali, di simboli imperiali, di eserciti trionfanti che tornavano da tutti i campi di battaglia d’Europa, della Restaurazione e della magnifica Corte delle Tuileries. Donna di mondo, grande signora, lei lo arricchiva con quell’arte che la conoscenza della società ispira, e che una vita vissuta con saggezza libera dalle tentazioni del male.

Quando per la prima volta al suo ospite fu permesso di uscire all’aperto, lei gli prese il braccio e camminarono lentamente lungo i viali del suo parco; ora Horatio poteva ammirare l’eleganza del castello, il suo fossato, le sculture classiche presenti sul ponte, la torre rimasta dai tempi del Medioevo, il tetto a mansarda aggiunto in un’epoca successiva, e tutta quell’architettura maestosa realizzata per ordine di Luigi XIV, arricchita da oltre cento anni di storia. Ora poteva notare come tutto ciò si armonizzasse con gli imponenti alberi che circondavano il vasto prato davanti a lui, creando l’atmosfera misteriosa di una foresta primordiale. In mezzo all’erba, una graziosa fontana gettava in alto i suoi getti cristallini; questi, cadendo con un suono continuo e ondulato sulla superficie dell’acqua, contribuivano a creare un’atmosfera di tranquillità. I delfini in bronzo posizionati sul basamento di marmo, macchiati dalle alghe, evocavano immagini di antichità e durata nel tempo. Su quel giovane si diffondeva una sensazione di conforto e familiarità.

Eppure il suo cuore non era ancora guarito. Un dolore profondo, una fiamma viva nelle profondità della sua essenza, l’angoscia di una perdita irrimediabile lo consumava. Come ha scritto il poeta:

“Giuro che questo sonno durerà per tutta la durata della giornata! Nessun rumore, nessuna casualità potranno scacciare questo sogno! Né il tempo, né la memoria, né la fortuna. No, nemmeno tutto il peso di tutte le preoccupazioni del mondo potranno farlo svanire.”

Un giorno, la sua protettrice lo portò su, lungo una scala tortuosa, fino alle merlature della torre; da lì si aprì davanti a lui tutto il panorama delle foreste di Picard e dei loro campi aperti, oltre i quali si estendeva la vasta distesa del mare.

L’aria era stranamente limpida a causa delle piogge recenti. Lontano, lungo la linea costiera settentrionale, si potevano distinguere alcune tracce di terra, di un blu molto tenue. Erano le colline d’Inghilterra. Lui le fissava incantato, e gli occhi gli si riempirono di lacrime. Lei lo osservava in silenzio mentre era immerso nel suo passato, completamente ignaro della sua presenza. “Torneresti?” mormorò lei. Lui si riscosse al suono della sua voce. “Mai!” rispose con fermezza.

“Non commetterò l’eresia di porre una domanda”, disse con voce calda; “lascia che il tempo sia d’aiuto per te, e non tormentarti con le mie preoccupazioni, anche se profonde, per la tua felicità, o per alleviare il tuo dolore segreto.”

Horatio esitò per un intero momento prima di riuscire a rispondere.

“Madam,” disse finalmente, con toni bassi e solenni, ma ancora vibranti di passione, “la vostra bontà esige la mia obbedienza; la mia gratitudine mi spinge a rispondere. Ma per favore, oh, per favore, risparmiate questo cuore! Una Dea, no, una donna, e una donna infedele, ” A queste parole, la sua voce si spezzò e rimase in silenzio.

“Capisco,” rispose quella voce musicale con infinita tenerezza; e mentre le sue note placavano il suo cuore, sentì la leggera carezza della sua mano sulla spalla. “Non dire altro, accetta semplicemente la mia profonda comprensione, ” Non volle continuare.

“Eppure,” mormorò tra sé (in modo inudibile, secondo quanto credeva; immerso nuovamente nei suoi ricordi), “qual è stato il movente? La mia povertà?” (strinse i pugni). “Ma la Casa di Halston non era forse degna di un’alleanza con l’ereditiera dei Montgomery, ”

Ma alle sue parole la sua compagna reagì in modo improvviso. Trasalì con un suono leggero, quasi impercettibile, ma improvviso e angosciato. Si portò una mano al cuore. Horatio alzò lo sguardo, allarmato. “Niente,” disse lei, con il respiro affannoso, “niente. Mi sono ripresa. Andiamo, torniamo.” E lo guidò giù per le sale sottostanti.

Ma mentre camminava, l’Inesorabile aveva già distrutto la corda della vita che era in lei. Era lontana e molto giovane; il suo primo periodo di primavera era tornato: aveva diciotto anni. Erano i tempi antichi, prima che la Rivoluzione rovinasse la dignità del mondo. Si trovava nel giardino di sua madre, nella sua casa inglese, mentre il limpido fiume Tamigi scorreva accanto a lei. L’unione nobile che le era stata destinata era stata annunciata: quel nobile straniero, così evidente nel servizio del re francese, aveva chiesto la sua mano ai suoi genitori, e questi avevano accolto con favore un tale matrimonio. Accanto a lei c’era un giovane soldato del suo stesso popolo che la guardava in silenzio, implorante. Ma lei aveva capito troppo tardi che il suo volto le sarebbe rimasto per sempre.

VIII

Sir Robert, durante le sue attività legali nella capitale, era sempre più preoccupato, così come sua cugina Miss Hackman, a causa delle lettere occasionalmente ricevute da casa. Non vedeva l’ora di tornare. Infatti, Miss Curll, che si dedicava con impegno sia alle attività di corrispondenza che ad altre mansioni, non riusciva a nascondergli quanto fosse lenta la guarigione di Belinda. Anzi, da alcune frasi caute e circostanziate, Sir Robert aveva capito che sua figlia, invece di migliorare, stava peggiorando sempre di più nella malattia che lo aveva così profondamente preoccupato.

Al suo ritorno, i suoi peggiori timori si rivelarono fondati. Trovò la sua amata figlia in uno stato di declino così grave che sembrava fosse colpita da qualche malattia maligna. In ginocchio accanto al divano su cui giaceva il suo corpo una volta bello ma ora fragile, le tenne le mani con tutta la dolcezza possibile, maledicendosi per la propria assenza, nonostante essa fosse stata necessaria, e le chiese in che modo potesse alleviare il suo dolore. Propose centinaia di soluzioni, ma lei, nonostante la sua obbedienza, rispondeva solo con un dolce sorriso disperato. Inutilmente Miss Curll gli assicurò che la malattia non aveva preso una piega fatale; inutilmente anche Miss Hackman, convinta della propria salute di oltre quarant’anni, sostenne che tali paure fossero infondate e denunciò le capricciose abitudini dei giovani moderni. Il cuore del padre, però, gli diceva chiaramente che c’era una causa profonda alla base di quel malessere, e che essa doveva essere eliminata se volevano evitare una tragedia.

Solo il terzo giorno, in un impeto di pianto appassionato che allarmò ma confermò la sua intuizione, lei gli rivelò, tra singhiozzi, quella che si potrebbe definire una confidenza: la vera ragione della sua infedeltà. Aveva pronunciato il nome “Horatio” e aveva aggiunto, in un sussurro appena percettibile, “Il mio Horatio!”

Allora seppe tutto: che nessuna notizia era arrivata da Halston, come – con quale esitazione, con quale angoscia – lei stessa aveva scritto quella lettera e come fosse stata accolta dal silenzio.

La fronte del baronetto era cupa quando tornò dalla presenza di sua figlia e poté rilassarsi nella privacy dello studio. L’indignazione sostituì il disprezzo, la furia l’indignazione, mentre ripensava all’offesa arrecata al nome dei Montgomery, al comportamento indegno di colui a cui aveva mostrato forse un’eccessiva indulgenza. Alla fine prese una decisione: si mise il cappello, afferrò l’erba secca che portava sempre con sé e chiamò il fedele cane, suo inseparabile compagno; poi uscì di corsa verso la casa dei Maltravers. Ma mentre attraversava il bosco e si avvicinava a quella dimora maestosa, sebbene malinconica, notò diversi segni che lo lasciarono perplesso: la bandiera mancava dal suo solito palo, le tende erano chiuse nelle finestre principali, non c’erano tracce recenti di ruote sulla strada; e quando bussò con il bastone alla grande porta (perché nella sua rabbia, ormai mescolata alla confusione, aveva dimenticato completamente le buone maniere), nessuno rispose. Inutilmente continuò a bussare: solo echi vuoti gli risuonarono all’interno.

La sua rabbia aumentava sempre di più; Sir Robert si diresse verso gli uffici sul retro e, trovando nel cortile un giovane pallido e tremante, senza nessun altro presente, lo investì chiedendogli perché la sua convocazione fosse stata trascurata, e domandò quali giorni fossero questi in cui ai gentiluomini si poteva trattare in quel modo! Arrivò persino al punto di afferrare il giovane per le spalle e di chiedergli con forza dove si trovasse il suo padrone, minacciando che se non lo avesse trovato immediatamente ne sarebbero derivati gravi conseguenze.

“Mio padrone?” balbettò il giovane sfortunato, con i denti che gli tremavano, “Il signor Horatio? È andato via, signore, se n’è andato da molto tempo.”

“E dove vai, ragazzo?”, gridò il furioso scudiero.

“Oh, signore, non lo sappiamo,” rispose il servitore. “Non ha lasciato nessun messaggio; se n’è andato quella stessa sera, dopo che avevo portato la sua ultima lettera a casa vostra.”

“Una lettera per la mia casa… Una lettera del signor Maltravers per la mia casa?”

“Sì, signore. Ne avevo già presi alcuni; questo era l’ultimo.”

“A chi, si può sapere, erano indirizzate?”

Non ne ho ricevuti nessuno. Non ce n’era nessuno ad aspettarmi al mio ritorno.

“No, signore,” confessò il povero ragazzo, troppo spaventato per nasconderlo, “l’iscrizione all’esterno era indirizzata a sua signorina, cioè a vostra figlia, alla stessa signorina Montgomery.”

“Che ne dici?” gridò Sir Robert. “A Miss Montgomery! Hai il coraggio di dirmi che hai consegnato queste lettere nelle mani di mia figlia?”

“No, signore,” balbettò l’uomo distratto. “Le ho date a quella signora che ho incontrato nel parco”; e dalla sua descrizione il baronetto riconobbe immediatamente il ritratto di quella donna. Curll, e rimase per un momento senza parole.

“Va bene,” disse finalmente con toni misurati; il timbro più basso della sua voce alleviò notevolmente le paure della sua vittima. “So abbastanza.”

Rimpiangendo profondamente tutta quella violenza, ora che aveva ottenuto ciò che voleva, Sir Robert fu disposto ad offrire al giovane una considerevole somma di denaro, la quale fu accettata con gratitudine. Poi, dirigendosi verso casa, riprese il cammino a passi più lenti rispetto a quando era arrivato, ma con determinazione, lungo la strada che lo riportava al suo turbato focolare.

Se avesse preso un’altra decisione, si sarebbe di nuovo avvicinato a Belinda, con infinita cura e delicatezza. Ma la sua confessione aveva già sollevato quel povero ragazzo; il suo cuore si riempì di gioia per l’affetto che lei gli dimostrava nuovamente e per la libertà che ora le era concessa di esprimersi. Scoprì, infatti, ancora una volta quanto fosse all’oscuro delle lettere affascinanti di Horatio; decise di non informarla al riguardo per il momento. Ma scoprì anche, per la prima volta, come, con la sua nobile e sincera onestà, lei avesse affidato a Miss Curll quelle povere lettere che arrossiva ad ammettere di aver scritto a Halston.

Suo padre, prima di lasciarla, le posò un lungo bacio sulla pallida fronte, assicurandola, con un sorriso quanto più sincero potesse esprimere, che tutto sarebbe andato bene, nonostante le sue perplessità. Dopo aver cercato la signorina Hackman e comunicato i risultati delle sue indagini, si recò insieme a lei ad interrogare il colpevole su cui aveva accumulato tutta la sua indignazione.

Il baronetto e suo cugino, dopo aver bussato educatamente alla porta del suo boudoir e ottenuto il permesso di entrare, avanzarono insieme nella dimora di Miss Curll, o meglio, in quell’appartamento piccolo ma elegantemente arredato che la gentilezza del suo protettore le aveva messo a disposizione. Sir Robert tossì; Miss Hackman si schiarì la voce, nel limite consentito dalle buone maniere. Con questo preambolo, il capofamiglia iniziò l’impresa non facile che lo aspettava.

“Signorina Curll,” disse lui, con voce lenta e ferma, “ho alcune domande da farle.”

“Di me,” gridò quella signora, alzandosi a metà.

“Di voi,” ripeté con fermezza il suo datore di lavoro. “Non perderò tempo – né il mio né il vostro – in lunghe spiegazioni sull’argomento. L’innocenza si può facilmente dimostrare. La colpevolezza, invece, ” E a questo punto la signorina Curll non poté trattenersi dal fare un movimento improvviso: “si tradisce dalle leggi naturali che il Cielo ha imposto sul sistema nervoso del nostro corpo mortale.” Alla parola “corpo”, la persona a cui si rivolgeva girò il viso, forse per modestia o perché non riusciva a sostenere lo sguardo del suo giudice. “Coloro che, sotto false accuse o anche solo sotto il sospetto di esse, dimostrano con indignazione e con una sincerità sincera quanto sia ingiusta la loro accusa. Ma coloro,” continuò lui, alzando la voce e usando toni più cupi, “che si trovano di fronte all’accusa della propria stessa coscienza, sono in un caso diverso. Signorina Curll, mi è stato detto, anzi, mi è stato affermato con certezza, che avete intercettato la corrispondenza tra il signor Maltravers e mia figlia, tra mia figlia e il signor Maltravers. Parlate! È vero o falso?”

Per un momento, quella sventurata donna esitò tra confessare la verità o mentire, consapevole che in tal caso avrebbe perso ogni considerazione in questo mondo e la sua anima immortale nell’altro. Poi, con l’intuizione rapida tipica delle donne, comprese che negare non sarebbe servito a nulla, mentre confessare avrebbe potuto alleviare le conseguenze del suo crimine. Allora si strinse le mani, abbassò la testa e rispose in toni chiari e angosciosi:

“È vero! Dio mi aiuti! È vero!” Con un gesto leggero ma rapido, gli spinse verso di lui la scatola che conteneva le lettere dei due innamorati; il baronetto le esaminò per qualche istante prima di infilarle nella propria giacca.

Per alcuni momenti non osò fidarsi di se stesso per parlare. Quando lo fece, le sue parole furono terribili.

“Mostro!”, gridò, come se volesse distruggere con un solo attacco di vendetta la mostruosa tradizione del suo subordinato.

“Infatti, sei tu la principale responsabile,” aggiunse la signorina Hackman con toni controllati, mentre fissava con freddezza la figura sempre più piccola della sua protetta.

“Mia sfortuna!” singhiozzava la sventurata signora, dondolando sulle ginocchia e stringendosi le mani in un misto frenetico di pentimento, allarme e vergogna. “Che ricompensa ho ricevuto per tutta questa bontà. Che riconoscimento per tanta carità. Ma oh! Signore!” verso Sir Robert, “Oh, signora!” verso Miss Hackman, “È stata la mia povertà, la mia disperazione a spingermi a commettere questo crimine. La enorme somma di venticinque sterline in un assegno della Banca d’Inghilterra offertami dall’avvocato Fox, ”

“Del avvocato Fox?”, interruppe il baronetto, stupito.

“…spinto, credo, da Sir Henry Portly…”

“Di Sir Henry Portly?”, ripeté Sir Robert, con gli occhi scintillanti e la fronte accesa d’ira.

“…questo,” concluse la sfortunata signora, “è stato l’inganno che mi ha portato alla rovina!”

A quel punto, quella povera creatura nascose il viso tra le mani e pianse senza ritegno. Sir Robert rifletté per un momento, poi pronunciò la sua sentenza.

“Non siete ignari,” disse lui con solennità, controllando con la mano il gesto del suo cugino, “che sono un Giudice di Pace e che potrei punire severamente questo vostro atto indegno. In parte lo faccio per rispetto alla vostra vittima, in parte perché riconosco il lignaggio che avete disonorato. Questo mi spinge a trattenere la mano dalla vendetta. Andatevene!” indicò la porta. “Andate a piedi, lungo la strada principale, verso la vostra locanda a Bath, una dimora la cui ospitalità avete così traditoriamente abusato. I vostri effetti vi seguiranno entro stanotte nel mio cabriolet.”

Con la testa china e le mani penzolanti ai lati del corpo, quella peccatrice colpita dall’infelicità attraversò per sempre quei portali.


Al suo ritiro, il baronetto emise un profondo sospiro e, con un gesto che impedì ai suoi cugini di fare commenti, si diresse immediatamente verso la sua scrivania nella stanza privata. Lì, dopo aver riflettuto a lungo, scrisse le seguenti lettere.

Scrisse al avvocato Fox la sua prima lettera severa:

“Signore…”

“Ho saputo dalla signorina Curll che avete cercato di corromperla con una tangente esorbitante per intercettare le lettere di mia figlia. Non condannerò nessuno senza ascoltare prima la sua versione. Tuttavia richiedo una spiegazione immediata o una smentita di tale comportamento; in caso contrario, prenderò le misure necessarie.”

“Sono io, signore…”

Il vostro umile servitore all’ordine.

“Robert Montgomery (Bart.), J.P.”

Verso Sir Henry Portly adottò un tono diverso, formulando la sua lettera con frasi meno perentorie, ma altrettanto decise. Ricordò che questo corrispondente, in un certo senso, era suo pari, e espose la sua richiesta nel seguente modo:

“Sir Henry”

“Sono stata informata dalla stessa colpevole che il signor Fox, l’avvocato di Bath, ha corrotto la tutrice di mia figlia, la signorina Curll, affinché intercettasse le sue lettere. Che abbia fatto ciò è indubbiabile; lei stessa lo ha ammesso, i documenti scomparsi sono stati trovati e ora si trovano davanti a me. Tuttavia, aggiunge di credere che il crimine sia stato commesso su vostra istigazione. Non condannerò nessuno senza ascoltarlo, ma desidero una spiegazione immediata o una smentita di tale comportamento; in caso contrario, prenderò le misure necessarie.”

“I am, Sir Henry…”

Il tuo vicino al comando

“Robert Montgomery.”

Queste lettere, debitamente sigillate con lo stemma dei Montgomery, le inviò: una tramite il suo valletto, John, a bordo di Beauty, l’altra tramite il suo cacciatore, Charles, a bordo di Diamond. Ordinò che una venisse consegnata all’ufficio dell’avvocato Fox e l’altra all’abbazia di Molcombe.

Aspettava le risposte. Ma non le ricevette mai!


L’avvocato Fox, sempre cauto, sentendo il rumore degli zoccoli al galoppo per strada e poi il repentino fermarsi del cavallo, intuì immediatamente l’arrivo di una comunicazione importante. Importante. Quella parola, nella mente profonda e riservata di un uomo del genere, significava anche “sospetta”. Solo lui poteva riceverla. Pertanto, contrariamente al suo solito comportamento, attraversò rapidamente l’ufficio del suo segretario ed era già alla porta quando il servitore di Sir Robert bussò. Prese personalmente in mano il foglio sigillato e piegato.

Solo quando si trovò al sicuro nel proprio ufficio (la cui porta aveva chiuso a chiave in silenzio), solo dopo essersi assicurato che nessuno potesse vedere ciò che conteneva, ruppe il sigillo. Una rapida lettura fu sufficiente. Le sue guance, già pallide per natura, assunsero un colore ancora più grigiostra. Per un momento il suo cuore smise di battere. Poi, tra i denti stretti, mormorò: “Quel furfante! È stato Portly a farlo!”

Pensando di precedermi e tentato dall’oro di Montgomery, ha tradito la nostra causa comune! Devo partire immediatamente per affrontare questa situazione! Si mise il grande cappello a tesa bassa e il mantello scuro e misterioso adatti a un’occasione del genere, poi andò subito da Mr. Groper, l’affittuatore di cavalli, per prendere il primo cavallo disponibile. Nonostante non fosse un abile cavaliere, spronò il suo animale a tutta velocità verso il monastero di Molcombe.

In quei maestosi saloni, Sir Henry Portly, il loro ex proprietario ormai in rovina, sedeva immerso nella lettura delle lettere minatorie di Sir Robert. Queste gli erano arrivate – data la notevole distanza tra le due residenze – ben mezz’ora dopo la partenza dell’avvocato Fox da Bath.

Con la fronte corrugata e le forti spalle piegate in avanti mentre rifletteva sul proprio obiettivo, il principale responsabile di queste catastrofi ponderava se vendicarsi o fuggire.

“È stato Fox a farlo!” sibilò, con le labbra semiaperte. “Alla fine avrebbe avuto la meglio su di me, come ha sempre fatto anno dopo anno, fino a ridurmi in rovina, come ora faccio. Per quale motivo? Forse per compiacere Montgomery, o forse – chissà – per denaro! Ora resta solo da decidere, ” Ma proprio mentre si alzava per affrontare la situazione, decidendo se agire con malvagità o fuggire in modo ignominioso, l’avvocato Fox entrò nella stanza: le braccia incrociate sotto il largo mantello nero gettato sulle spalle, gli occhi che brillavano di una luce demoniaca mentre fissava i tratti odiati della sua vittima.

“Lo so, Portly! Ti ho trovato!” furono le parole che pronunciò, cariche del veleno freddo di un odio calcolato. Portly indietreggiò per un momento, con le mani tremanti e contratte in segno di sfida. Poi, con un balzo, si scagliò alla gola del suo oppressore.

Il contrasto tra i due uomini avrebbe certamente fatto sì che un esperto nell’arte della difesa personale considerasse la vittoria del gentiluomo come una conseguenza inevitabile. Ma l’avvocato, sebbene di corporatura minuta, possedeva muscoli d’acciaio e una ferocia ben al di là di quella umana. Mentre le forti dita di Sir Henry stringevano la gola di Fox, le mani dell’avvocato si erano già serrate attorno a quelle del suo nemico.

Nessuno dei due riusciva a gridare; entrambi soffocavano, emettendo suoni gutturali appena percettibili, sotto la pressione di un giudice implacabile. Poiché ciascuno di loro era spinto da una forza superumana, e ciascuno rappresentava l’orribile strumento della Vendetta Divina. I due oscillavano, intrappolati in quell’abbraccio mortale, per un lasso di tempo che a un osservatore sarebbe potuto sembrare eterno; ma per i protagonisti, man mano che il cervello si intorpidiva per la mancanza d’aria, quel tempo perse ogni misura. Oscillavano. Infine caddero a terra con un tonfo, le dita ancora strette attorno al collo dell’altro. Solo alcuni movimenti convulsivi rivelavano ancora tracce di vita residua; anch questi, però, presto cessarono del tutto. Lì giacevano, per ore, nel corso del pomeriggio che declinava e della sera che avanzava. I cadaveri ancora avvinghiati nel loro comune destino finale.

Il maggiordomo, mentre portava dentro le candele, fece un balzo indietro per lo spavento di ciò che vide. Tutta la servitù fu chiamata; dopo una breve e concitata discussione, si decise di chiamare Sir Robert, il quale, in qualità di magistrato, avrebbe dovuto prendere atto di quella terribile scena.

In piedi, con la testa china, quell’uomo buono rimase per un momento davanti al cadavere; poi, chiamando qualcuno, prese appunti su tutto ciò che gli veniva detto, inviò immediatamente un messaggio tramite il più veloce dei cavalli dello stallo Molcombe al medico legale, e per ben mezz’ora rimase a riflettere su quella Giustizia Finale che tutti noi dovremmo temere, e che quegli sfortunati uomini avevano sfidato.

“In quali tempi vivo!” mormorò tra sé mentre tornava a casa da quella scena orribile. Ci voleva molto per scuotere un cuore così forte, che in una lunga vita trascorsa a cacciare le volpi e a uccidere ogni sorta di selvaggina non aveva mai conosciuto la paura. Ma quella sera, mentre alzava il bicchiere di vino a cena, la sua mano tremò, e raccontò al suo cugino gli eventi terribili di quel giorno.

Al piano di sopra, Belinda dormiva più serenamente e con un’espressione più soddisfatta di quanto non facesse da molti giorni. Era semplicemente l’esaurimento causato da un’esperienza così terribile. Il baronetto e suo cugino discutevano a tavola del loro prossimo compito.

“Robert,” disse la signorina Hackman, con toni più gentili ma non meno decisi del solito, “vorrei proporgli due cose. Prima di tutto, che per un po’ di tempo queste tragiche notizie vengano tenute nascoste alla nostra amatissima Belinda: sì, anche l’affetto del suo innamorato e le loro lettere dovrebbero essere tenute segrete. Solo la sua partenza dovrebbe essere comunicata. Perché se le venisse detto tutto ora, il dolore improvviso potrebbe distruggerla completamente. In secondo luogo, non appena sarà possibile – anzi, prima ancora che abbia la possibilità di saperlo – il giorno dopo, o addirittura domani, se possibile, dovremmo portarla via da questi luoghi che hanno così profondamente influenzato il suo spirito, per un viaggio rigeneratore tra le strane usanze e i paesaggi maestosi del Continente europeo. Credetemi: poche settimane, due o al massimo tre mesi di questo cambiamento benefico le restituiranno tutta la freschezza della sua giovinezza. Allora avrà la forza di ascoltare ciò che è accaduto, e potremo fingere di averlo appreso solo di recente. Inoltre, con il passare del tempo, l’immagine di questo giovane – che probabilmente non rivedremo mai più – si affievolirà nel suo ricordo.”

Nonostante il grande dolore che questo comportava per il suo cuore di padre, Sir Robert non poté fare altro che seguire un consiglio così saggio.

La sua unica preoccupazione era che la figlia di quella famiglia non fosse in grado di affrontare un viaggio. Sua cugina, con l’esperienza maggiore tipica del suo sesso, lo rassicurò dicendo che, percorrendo tratti brevi e facili da percorrere, la distanza fino a Dover poteva essere coperta senza problemi, soprattutto considerando che la novità dell’aria e dei luoghi avrebbe rapidamente aiutato la malata a riprendersi.

Quando, il giorno dopo, Sir Robert comunicò questa proposta a sua figlia, con quanta gioia vide che lei accettò quasi con entusiasmo il cambiamento. Anzi, parlò con interesse delle città che avrebbero potuto visitare, delle avventure che avrebbero potuto vivere; e l’alta stima che suo padre già provava per suo cugino aumentò ancora di più a seguito del successo del suo piano.

Fu lei ad occuparsi di tutte le preparazioni, incitando i servitori a impegnarsi ancora di più; fu lei a scegliere e organizzare i mezzi di trasporto, a segnare sulla mappa le tappe del loro viaggio verso Dover, a informarsi presso l’Ufficio Postale degli orari delle partenze delle navi, a compilare un elenco degli ostelli presenti lungo il percorso e persino a scoprire i prezzi richiesti.

Fu proprio lei, con un’ammirevole previdenza, a provvedere affinché il Reverendo John Atkins accompagnasse il gruppo come consigliere e conforto spirituale: una disposizione che fu di grande aiuto per il benessere e la tranquillità spirituale della loro amata protetta.

A Locum Tenens – il reverendo signor Caley di St. Edmund’s Hall, Oxford – fu fornito un sostentamento per sei mesi a spese moderate; e sebbene questo giovane prete avesse assorbito troppe delle nuove concezioni sacerdotali allora diffuse nella sua università, si osservò che gli inconvenienti derivanti da rituali eccessivamente complessi non sarebbero ricaduti sulla famiglia del Squire in sua assenza, ma soltanto sui contadini e sulle classi inferiori della parrocchia, a cui spetta accettare quei servizi religiosi che i loro superiori ritengono opportuni fornire.

IX

La mattina stabilita, si poteva vedere una considerevole colonna di veicoli avanzare verso est lungo la strada che conduceva alla prima tappa a Warminster; da lì si prevedeva di proseguire senza fretta attraverso Salisbury, Winchester, Petworth e Hastings, fino al Porto di Dover. Una carrozza, seguita da veicoli più semplici, guidava la processione tra nuvole di polvere. Al suo interno vi erano Sir Robert, sua figlia, la sua ancella personale e Miss Hackman, la cui energia e previdenza avevano organizzato tutto ciò. Poiché il viaggio doveva proseguire attraverso cambi di cavalli presso le stazioni di posta, questa comitiva era scortata da postiglioni appena rivestiti con l’uniforme dei Montgomery, offrendo uno spettacolo davvero imponente agli sguardi ammirati della gente nelle città attraverso cui passavano.

In un secondo veicolo seguivano il valletto di Sir Robert, la seconda cameriera di Belinda, Miss Hackman e il clérigo. Nel terzo veicolo, più robusto e che produceva un rumore assordante, c’era un enorme mucchio di bagagli alto e largo (così grande da sembrare quasi una “casetta su ruote”); si trattava dell’equipaggiamento necessario per chi intendeva trascorrere un lungo periodo all’estero. Tutto il carico era coperto da una sorta di stoffa impermeabile, il che faceva capire a tutti che i viaggiatori avevano intenzione di attraversare il Mare del Nord.

Ecco dunque l’inizio di quel viaggio per il quale Sir Robert – o meglio, Miss Hackman – aveva preparato un itinerario che includeva i luoghi di interesse di Parigi, le acque dell’Auvergne, i laghi italiani, e tutta quella varietà che una visita attenta del Continente avrebbe potuto offrire. Così attraversarono le bellezze estive dell’Inghilterra meridionale per dirigersi verso Dover.

Con il passare dei giorni, la salute della cara figlia migliorava sempre di più. Le scene piacevoli, le numerose piccole avventure che accadevano ogni giorno, l’aria delle terre più alte e la varietà degli ambienti in cui vivevano contribuivano a distrarre la sua mente dal riflettere su se stessa, e questo era il motivo di tale miglioramento. Con il riacquistare della forza fisica, tornava anche la resistenza mentale. Ora la giovane donna sorrideva con maggiore felicità al padre il cui pensiero era interamente rivolto al suo benessere; e prima ancora che finisse la settimana, un incidente divertente durante una fiera a Midhurst fece sì che lei scoprisse per la prima volta una vera risata, da quando quel giorno indimenticabile.

Sir Robert accolse con entusiasmo le opportunità offerte per intrattenere i suoi figli. Indicava loro tutti gli oggetti di interesse lungo la strada: i sedili della nobiltà con i loro nomi, le guglie delle chiese, nonché luoghi di grande importanza storica che il loro itinerario li portava a incontrare. A Hastings trascorsero un paio di giorni esplorando le interessanti rovine del castello e visitando la battaglia dove Guglielmo il Conquistatore sconfisse in modo decisivo l’eroico ma sfortunato Harold. A Rye osservarono con curiosità il luogo dove un tempo sorgeva un porto trafficato; a Romney notarono le vaste distese di terra su cui, ai tempi della grande Elisabetta, si muovevano le acque del mare profondo, ma che ora il tempo e l’uomo avevano trasformato in rigogliosi pascoli. A Dover stesso Sir Robert decise di concedere alcuni giorni di riposo, affinché potessero scegliere il miglior tempo per attraversare il canale, il flusso di marea più favorevole, e permettere alla sua cara figlia malata di riposarsi completamente dopo il lungo viaggio. Infine, in una mattina soleggiata, con le acque che ondeggiavano dolcemente e la brezza fresca che lasciava le superfici del mare immobili, salparono verso la costa francese.

Strana e oscura coincidenza! Proprio su quella strada acquatica che ora Belinda stava percorrendo, Horatio aveva trascorso quei pochi giorni. I suoi occhi vedevano proprio quelle stesse scogliere verso cui aveva rivolto i suoi addii; e, per qualche motivo, il suo cuore si sentiva più turbato di prima – sebbene in modo confuso e vago – da quando l’emozione del viaggio aveva iniziato a lenirlo. Ma con ogni battito dell’elica, la sua terra natale, teatro di quei ricordi disperati, si allontanava sempre di più nella nebbia. Capo Grinny apparve in lontananza; diventò sempre più nitido; si avvicinarono alla riva. Infine, con un movimento maestoso, entrarono nel porto di Boulogne. E gli occhi di Belinda si illuminarono alla prospettiva di una nuova terra.

Sir Robert condusse immediatamente le signore in una cabriolet noleggiata verso la zona alta della città, dove, all’Hotel de Bourgogne, il suo proprietario (che aveva ricevuto tempestive avvisi da parte di Miss Hackman) accolse con grande ospitalità i suoi illustri ospiti. I veicoli furono parcheggiati in un hangar situato sul molo; il baronetto propose di tornarvi quando tutto fosse pronto, e il giorno seguente suo cugino e sua figlia si riposarono a lungo prima della partenza. Il piano prevedeva di compiere la prima tappa all’Hotel de France a Montrool, poi proseguire fino alla Tête de Bœuf ad Abbeville, e successivamente (in un giorno più lungo) raggiungere Amiens per ammirare l’aspetto caratteristico della sua cattedrale; infine, dopo una settimana di viaggio tranquillo, arrivare nella capitale.

Quella sera, padre e figlia osservarono la luce che svaniva sotto l’antica ala delle mura; la loro serenità e il loro silenzio promettevano una notte di profondo riposo. Molto prima dell’ora in cui la “Moda” impone ai suoi seguaci di ritirarsi, Belinda era già addormentata, un sonno che avrebbe dovuto durare fino all’alba.

Ma il male intervenne. Nel cuore della notte, quando (si sussurra) il flusso della vita è al suo punto più basso e le forze umane sono meno capaci di resistere agli invisibili nemici dell’anima, un sogno turbò la sua mente. La sua influenza aumentò sempre di più. Un’atmosfera di terrore e abbandono invase quel luogo oscuro e immaginario in cui vagavano le sue paure. Lei camminava su una riva cupa, dove a malapena si potevano distinguere le forme del mare e della terra tra le nebbie grigie; le acque si frangevano silenziosamente sulla sabbia, in lunghe e lente onde. Lì, un fantasma che la lasciava alle spalle. Horatio! Inutilmente lei tese le mani in un appello disperato; inutilmente cercò di chiamarlo, affinché si voltasse verso di lei. La sua voce non emise alcun suono: in quel regno delle ombre, solo un tentativo impotente riuscì a esprimere il suo dolore. Non poteva vedere il suo volto; la sua presenza, mentre la abbandonava, le trasmetteva l’impressione di qualcosa che svaniva per sempre. E nel profondo del suo essere, in silenzio, echeggiò quella terribile parola: “Perduta! Perduta! Perduta, ” La spada le aveva trafitto il cuore.

Si svegliò di colpo, con violenza, e fissò l’oscurità, tenendosi su con una mano sul materasso. Non c’era la luna. La piccola finestra proiettava solo un quadrato di luce grigiastra nell’oscurità circostante. Non lui, tutta la Natura, tutto il disegno delle cose, era scomparso, ed era arrivata l’assoluta solitudine.

Allora quella potenza benefica che non abbandona la gioventù nei suoi dolori, quella intensità di sentimenti che l’età adulta non conosce mai, scatenò in lei un fiume di lacrime. Con il viso nascosto nel braccio, appoggiata al cuscino rigato dalle lacrime, riversò dolore indescrivibile; i suoi splendidi capelli si diffusero intorno a lei come una nuvola, scossi da singhiozzi convulsi. Pian piano il pianto diminuì; tutta la sua essenza sembrava dissolversi nel dolore, e per ore cadde in un sonno profondo e senza sogni.


Solo dopo il pranzo del giorno seguente il viaggio fu ripreso. Sir Robert trascorse la mattina occupandosi delle formalità doganali relative al bagaglio, procurando cavalli, cocchieri e postiglioni per la prima tappa fino a Montrool (una distanza di soli quattro ore), e facendo gli acquisti necessari in città.

Quando tornò dalle signore, notò davvero gli occhi stanchi di sua figlia e si preoccupò che le sue fatiche fossero ricomparse; ma attribuì tutto allo sforzo di un viaggio insolito, nonché alle vibrazioni della nave a vapore e alle noie delle procedure di sbarco. Miss Hackman confermò questa sua ipotesi. Quando chiese con grande delicatezza a Belinda se non avrebbe tratto beneficio da un ulteriore giorno di ritardo, lei rispose con entusiasmo che preferiva partire immediatamente; anzi, rabbrividiva al solo pensiero di quella notte e desiderava ardentemente il sollievo di giorni diversi e nuovi.

Nella sua giovinezza, prima dei vent’anni, il baronetto aveva intrapreso il Grand Tour in compagnia di un tutore assunto per lui da un padre premuroso: un gentiluomo di antica discendenza che aveva attraversato tempi difficili, sebbene in passato fosse stato ufficiale nell’esercito francese. Grazie a ciò conosceva non solo la lingua, ma anche le usanze del paese che ora rivedeva, dopo tanti anni di turbolenze civili e guerre straniere. Sebbene provasse un giustificato disprezzo per quelle “nazioni misere del Continente”, descritte con precisione dal grande Duca di Wellington, non mancava in lui un certo interesse culturale per le loro antichità e persino per alcuni aspetti positivi della loro vita sociale. In particolare, era rimasto profondamente colpito dalle imponenti residenze nobiliari francesi – ormai purtroppo ridotte a rovine! – e ammetteva senza esitazione la raffinatezza e la nobile natura dei loro abitanti.

Era quindi con un appetito che ricordava gli anni passati che attendeva con impazienza di rivedere quei luoghi familiari ai tempi in cui era più impressionabile. Indicò alle signore, dalle finestre della carrozza, l’altezza su cui Bonaparte aveva radunato il suo esercito per minacciare un’invasione vana e insolente; quel pericolo, però, grazie al grande genio di Pitt e con l’aiuto della città di Londra, fu deviato verso gli sfortunati battaglioni austriaci. Ricordò inoltre che Boulogne era stato l’ultimo luogo di riposo di Godfrey de Bouillon, il valoroso condottiero delle Crociate, così come di numerosi gentiluomini inglesi costretti a vivere all’estero a causa di difficoltà finanziarie. Passando per Pont de Briques, indicò la pianura (all’epoca una laguna) su cui avevano galleggiato le galee di Cesare; così, con conversazioni e commenti istruttivi, migliorava ogni momento del loro viaggio.

Tutto procedeva bene per il gruppo di viaggiatori fino a quando, essendo ormai distanti alcuni chilometri dalla città e trovandosi in una zona particolarmente desolata, dove non si vedeva alcuna casa né granaio nei campi vuoti, un terribile incidente colpì i viaggiatori. La carrozza sobbalzò violentemente e quasi si capovolse quando si fermò bruscamente. Anche la carrozza che seguiva riuscì a fermarsi appena in tempo per evitare una collisione; il pesante carico venne anch’esso bloccato. Sir Robert saltò a terra e, con orrore, vide il cavallo davanti a loro lottare disperatamente sul selciato, dopo essere stato gettato lì dal conducente incauto; quel servitore, fortunatamente immune alle ferite che avrebbero dovuto toccare lui stesso, cercò di aiutare il cavallo, mentre quest’ultimo, preso dal panico per la sorte del suo compagno, si dibatteva furiosamente. Con grande sforzo riuscirono a far alzare in piedi l’animale tremante; ma quando finalmente ci riuscirono, divenne evidente l’entità della catastrofe: non solo il cavallo era ormai incapace di proseguire il viaggio – il sangue macchiava le sue ginocchia spezzate e era irrimediabilmente zoppo – ma anche i componenti della carrozza erano danneggiati, e a causa dello shock i supporti dell’asse anteriore si erano rovinati.

Il Squire, mentre tagliava i legami e liberava il cavallo sofferente, riversò su quel goffo sciocco davanti a sé una serie di insulti tratti dal vocabolario del campo militare, che aveva imparato da suo rispettato insegnante durante l’adolescenza; la vittima gallica, nonostante il terrore, rimase stupita nel constatare quanto un inglese potesse conoscere così bene il gergo della vecchia guardia. Poi, ricordandosi delle necessità del momento, diede ordini: fece sciolgere i cavalli rimanenti dalla carrozza; fece fermare le ultime due vetture sul ciglio della strada e, con attenzione, scrutò tutta la campagna alla ricerca di aiuto.

Avevo detto che non si vedeva alcuna abitazione in vista. Ma dopo un esame più attento, riuscì a distinguere, oltre un fitto gruppo di alberi all’estremità di una strada incrociata, alcune linee che sembravano appartenere al tetto di una dimora nobiliare. La sua decisione fu immediata: anche se violare la privacy di un suo pari andava contro le sue principi morali, doveva recarsi personalmente e fare del suo meglio per ottenere in prestito da parte dei proprietari della tenuta il cavallo necessario per completare il viaggio fino a Montrool. Ordinò al proprio valletto di sorvegliare le signore e minacciò severamente i postiglioni affinché mantenessero la loro posizione, poi si avviò a piedi per coprire i mezzo miglio che lo separava dal castello.

Arrivato, fu accolto con solenne cortesia da un maestro di casa imponente, il cui abbigliamento lussuoso testimoniava della grandezza della famiglia a cui serviva; quest’ultimo, con occhio attento, riconobbe immediatamente il rango del visitatore. Il baronetto, rispettoso delle usanze francesi, chiese in quale dimora avesse l’onore di entrare, presentò la sua carta da visita e pregò che venisse portata al padrone di casa, spiegando di essere un gentiluomo inglese il cui carro si era schiantato lungo la strada e che cercava aiuto.

“Informerò immediatamente Madame,” rispose l’altro con un inchino. “Per quanto riguarda la nostra residenza, è conosciuta come il Château de Rosny, e il nome di mia signora è Marchesa de la Ferronnière.” Fece un gesto con la mano indicando un appartamento vicino dove l’illustre ospite poteva attendere la sua padrona. Ma con sorpresa vide che l’inglese non si muoveva; Sir Robert, infatti, appoggiava la sinistra su un pilastro, come se avesse ricevuto un colpo violento e stesse cercando di riprendere fiato. Con uno sforzo si riebbe, entrò nell’appartamento accanto e si lasciò cadere su una sedia vicino a un tavolo, appoggiando la testa sulla mano. Stava per ricordare di consegnare la sua carta da visita, ma il maggiordomo se n’era già andato.

Coloro che pretendono che gli anni, anche se possano offuscare, possano eliminare una passione primordiale, si sbagliano. L’anima è immortale. Se una volta subisce l’impronta di quell’unica emozione che lega il tempo all’eternità, quella traccia indelebile rimane. La “follia” tornerà con tutta la sua forza inarrestabile, scatenata da un suono, un profumo, uno sguardo, un nome. Quest’uomo, ormai avanti nella vita e consapevole della morte, aveva vissuto una vera e propria resurrezione. Aveva sentito il nome di Ferronnière.

Tutto ciò che lo riguardava era irreale. Il passaggio era stato troppo improvviso, l’onda di energia vitale troppo intensa. Sentì una voce, si alzò e tremò; le grandi porte si aprirono in modo solenne, e la donna apparve.

Le signore non dovettero aspettare a lungo. Si vide il baronet avanzare attraverso i campi, accompagnato da due servitori; uno di questi conduceva un magnifico cavallo della razza Berrichon. L’occhio attento di Miss Hackman e l’affetto filiale di Belinda notarono entrambe nel passo di Sir Robert una nuova esitazione, e la sua testa era china.

“Mia cara,” cominciò con voce diversa, “cugina, perdonami. Avrei dovuto aiutarti a scendere. Sono distratto. Mia cara, vieni con me.” La fissò a lungo. “Dobbiamo andare al castello. Lì potrai riposarti e recuperare dalle emozioni di questa avventura. Cugina, vieni con noi. La signora che vi abita, ” Si interruppe; gli risultava difficile continuare. Si fece forza e proseguì: “La padrona di casa, con grande generosità – essendo di origine inglese – insiste nel offrirci rifugio sotto il suo tetto, finché i nostri mezzi di trasporto non saranno riparati. Signor Atkins, la prego, segua gli altri. Questi bravi uomini si occuperanno di tutto. Tutto sarà sistemato, ”

Così tornarono alla grande casa. La signorina Hackman si chiese cosa stesse succedendo, ma rimase saggiamente in silenzio di fronte alle strane emozioni del suo parente. Belinda, con semplice fiducia, sorrise amorevolmente a suo padre e gli prese il braccio. “Grazie, caro papà,” sussurrò solo per lui. “Sarò grata di poter riposare. Temo che quell’incidente mi abbia colpita più di quanto pensassi.”

Le mise la mano sulla sua e rallentò il passo per non affaticarla. La casa era completamente aperta all’aria estiva per accoglierli, e i tre entrarono insieme attraverso le sue antiche porte.

X

Le presentazioni erano terminate; il baronetto, con la riservatezza tipica di un mondo ormai dimenticato, aveva formalmente comunicato il nome della loro generosa ospite a sua figlia, la quale, come richiedeva l’occasione, aveva espresso profondo rispetto verso quella figura autorevole ma gentile. Successivamente, Miss Hackman fu accolta con le parole più affettuose; anche il reverendo signor Atkins ricevette un trattamento così cortese e rispettoso del suo rango che un osservatore esterno avrebbe potuto scambiare quella conversazione per uno scambio tra persone uguali.

Il calore di quella tarda estate aveva reso immobili persino le foglie degli alberi di pioppo; tutto era avvolto nella nebbia sonnolenta dell’estate. Lassù, nella sua stanza, Miss Hackman si concesse (cosa raro per lei) un po’ di relax in abiti informali. Qui sotto, in un boudoir dove i più pregiati dipinti di Boucher mettevano alla prova l’elegante sensibilità di Greuze, Sir Robert e la Marchesa si raccontavano tutto. Lei venne a sapere quella storia della sua lunga fedeltà, del suo matrimonio tardivo, della sua vedovanza, del suo unico figlio. Lui le parlò della sua vita alla Corte e nella diplomazia (delle cui notizie aveva avuto sentore durante i periodi di pace), nonché del lungo ritiro a Rosny, da quando quel nobile signore che le aveva dato il suo nome aveva lasciato la Corte di Luigi XVIII per raggiungere il regno dei cieli.

Gli raccontò nei dettagli della sua famiglia, pregandolo di concedere loro un piccolo spazio dove poter vivere, menzionando anche che aveva recentemente accolto un coraggioso giovane inglese ferito mentre la difendeva; in quel momento si trovava nella foresta, ma sarebbe tornato per cena. Aveva deliberatamente rifiutato di chiedergli il nome, ma era certa che provenisse da una nobile famiglia, e non dubitava affatto che la sua compagnia li avrebbe resi felici. La sua ferita era completamente guarita; in pochi giorni anche lui (sospirò) se ne sarebbe andato.

Nel piccolo salotto al piano terra, nell’ala ovest della casa, Belinda, sdraiata su una chaise-longue restaurata, ritrovava la sua serenità dopo le emozioni di quella giornata.

Nel cortile del maneggio, vicino agli uffici situati accanto alla scuderia, il giovane cavaliere smontò, gettò le redini a un groom e si avviò con passi tranquilli verso la casa. Notò con sorpresa i veicoli appena arrivati, il numero di cavalli nelle stalle, i servitori strani che si mescolavano a quelli della famiglia. Si preparò ad accogliere gli ospiti e, per questo scopo, si diresse verso il Salon d’honneur. I suoi divani dorati erano vuoti: la stanza era deserta, la grande casa silenziosa.

Suonò il campanello e, all’appello, comparve un domestico. Chiese chi fosse arrivato. Il servitore non conosceva i loro nomi; si trattava di un lord inglese e del suo seguito che avevano avuto un incidente, e la marchesa era stata così gentile da offrir loro ospitalità in attesa del riparo dei loro mezzi di trasporto. Lui, sua figlia e un’altra signora, qualche parente sua, sarebbero stati presenti a cena, almeno per quella sera. Con tono chiaro, Horatio continuò ad interrogare riguardo all’incidente, mentre l’uomo rispondeva con rispetto.

Quei toni furono uditi! Dal divano su cui era sdraiata, Belinda iniziò con un’ipotesi folle. Si alzò di scatto, ascoltò. Ne fu certa: era la voce amata!

Oh! Mio Dio! Incredibile! Qui? Qui, in una terra straniera? Con quale miracolo,? Ma dei passi si avvicinavano. Tra un momento sarebbe arrivato alla porta. L’enormità del suo comportamento, la violenza della sua passione pura e innocente, tutto ciò era coinvolto in un conflitto mortale.

Un tremito colpì Belinda. Riuscì a controllarlo. Il suo corpo era scosso da un tale tumulto di orgoglio ferito (e, ahimè, da tanta tenerezza!) che le risultava quasi impossibile calmarsi per compiere ciò che ogni regola del comportamento femminile richiedeva da lei.

Entrò. Si controllò. Rimase fermo come una pietra. Quegli occhi la fissarono di nuovo, ma con un disprezzoso orgoglio. Quella figura si ergeva ancora davanti a lei, viva, reale, ma con un portamento rigido, segno di un’ira interna che, sebbene trattenuta dalla forza della sua nascita, traspariva in ogni suo movimento.

“Signore!” disse lei per prima volta, con un tono gelido e intenso, “Ci incontriamo di nuovo.”

“Signora!” rispose lui con tono grave e solenne, “ci incontriamo di nuovo.”

“Chiedo,” disse Belinda con tono misurato, “nessuna spiegazione per il vostro comportamento. L’ho dimenticato. Ma sono davvero grata che la vostra totale mancanza di sentimenti cavallereschi mi abbia salvata da un destino sgradevole.”

“Né cercherò una spiegazione per le tue parole,” rispose a sua volta, inclinando la testa con calma. “Non rimprovero mai una donna. Quando ho capito che le mie povere lettere non meritavano risposta, ” Si allontanò; ogni battito del suo cuore chiedeva di rivedere l’amata, ma l’orgoglio aveva più forza.

“Le tue lettere!” esclama Belinda. “Sono stata io, ah, mio Dio! Come ho potuto umiliarmi a tal punto! Sono stata io a scrivere invano quei due biglietti per te, e in cambio della mia follia ho ricevuto il tuo silenzio, il tuo disprezzo, la tua partenza!”

Un’occhiata selvaggia di confusione e di inizio di comprensione illuminò gli occhi scuri di Horatio. Un dubbio ansioso, mescolato sempre di più alla gioia, risplendette nel blu celeste dei luminosi occhi di Belinda. Entrambi esitarono, poi esclamarono contemporaneamente:

“Cosa! Hai scritto tu? Hai davvero scritto, e io non lo sapevo?”

“Cosa? Non hai sentito? Non sei riuscito a indovinare?”

“Ah,” gridò lui, improvvisamente travolto dall’emozione e con le braccia tese, “mia Belinda, no, userò proprio quella parola, perdonami, misero che dubitava, che osava dubitare della tua divina lealtà, del tuo cuore fedele! Ah, se solo fossi morto per mia mano prima di abbassarmi a confessare un simile tradimento nel mio petto!” Poi si gettò in ginocchio, con la testa china; e la sua adorabile compagna. Lettore, non attribuire questo gesto a una mancanza di modestia da parte di una tenera vergine, posò dolcemente la mano sui suoi capelli e mormorò: “Horatio, ”

In questo preciso momento, Sir Robert e la Marchesa entrarono in cerca: lui della sua figlia, lei del suo ospite.

“Mio Dio!”, esclamò il baronetto, immobilizzato dallo spettacolo che aveva davanti agli occhi.

“Tieni!” mormorò la Marchesa, osservando divertita la coppia attraverso un lungo monocolo d’oro puro che teneva davanti agli occhi, con la testa gettata all’indietro con tutta l’indifferenza tipica di una donna ben nata.


Le settimane sono trascorse: il giorno del matrimonio si avvicina. La data fissata per questa unione è ormai imminente. Sir Robert e la sua ospite, durante una conversazione, stanno discutendo tutti i piani e i dettagli, condividendo tra loro i ruoli che ognuno avrà in questa occasione.

“Ero esitante,” confessò il baronetto, “ad approvare questo matrimonio dei giovani quando mia figlia mi confidò per la prima volta i segreti del suo cuore. Sono io il responsabile di tutto ciò che è successo dopo. Il mio modo di pensare, orientato verso le cose terrene, aveva scelto per lei un compagno, ora sfortunatamente deceduto, che si sarebbe rivelato assolutamente inadatto a lei, ma che (così credevo) le avrebbe garantito una posizione più elevata nella nostra società. Infatti, quel figlio del mio vecchio amico Maltravers proveniva da una famiglia povera; anzi, i suoi mezzi finanziari erano insufficienti persino a mantenere la sua casa in rovina. Avrei dovuto ricordare della mia grande fortuna e della natura del cuore di una donna. Ma ero troppo preso da considerazioni materiali, e così ho peccato. Ho pagato un prezzo molto alto per questo.”

“Non temere nulla, Robert,” rispose la sua compagna. “La mia decisione, maturata gradualmente, è ormai ferma da molti giorni. Avevo da tempo deciso di prendere come mio erede quel giovane che il destino aveva mandato sotto il mio tetto solitario. Non ho agito affrettatamente. Durante i giorni della sua convalescenza ho notato il suo comportamento nobile, la sua sincera gentilezza, l’attenzione con cui si prendeva cura sia dei subordinati che dei superiori. Ecco qui, dunque, un’occasione offerta dal provvidenziale intervento del Creatore! Da anni vivo in solitudine, privata della compagnia dei miei connazionali. Davanti a Dio!” esclamò con fervore.

“Da quando sono stati restituiti i vostri prigionieri nel ‘14, non ho più visto un vero gentiluomo. E a chi dovrei nominare mio erede? Non ho figli!” (la sua voce tremava). “Il defunto Marchese, ”

Il suo compagno non poté trattenersi dal fare un gesto impercettibile di simpatia, ma la donna appassionata continuò: “Gli anni passano. Forse ho esitato, forse il capriccio ha influenzato la mia decisione, forse l’età avanzata l’ha corrotta. Ho scelto l’erede del mio enorme patrimonio. L’ho scelto”, ripeté con enfasi e orgoglio, “e ho scelto bene”.

“Lo credo senza dubbio, Esmeralda.”

Con tutto il cuore, quel baronetto ringraziò il Cielo (quella notte, in ginocchio nella sua stanza) per la straordinaria misericordia che il suo Creatore aveva dimostrato verso l’oggetto dei devoti affetti di sua figlia. Mentre pregava, si rimproverò amaramente per il disprezzo che aveva provato in passato per la povertà di Horatio. Ora non poteva nemmeno menzionare il suo nome davanti al Trono dell’Onnipotente senza rispetto, considerando l’enorme miglioramento della posizione sociale di quel giovane tra i gentiluomini della contea.

Ma questi erano gli ultimi impegni legati alla sua ritirata. Ora, prima che calasse la sera, c’era un’altra questione che lo riguardava: doveva occuparsene. Si trattava della regolamentazione dei loro affari, quando la sposa sarebbe dovuta tornare dal suo breve viaggio con il marito e tutti insieme avrebbero dovuto partire per l’Inghilterra. Con grande soddisfazione scoprì che Madame de la Ferronnière li avrebbe accompagnati; lei stessa aveva proposto di trascorrere la maggior parte dell’anno nelle loro vicinanze. Chiese inoltre se non fosse possibile acquistare una casa per la dote sulla sua proprietà. Montgomery non poté più trattenersi.

“Esmeralda!”, esclamò, “non possiamo forse finalmente sigillare quei voti d’amore che abbiamo fatto tanto tempo fa, subito e per sempre? Fu a te – solo a te – che la mia giovinezza fu dedicata in un incenso di adorazione; oggi, lo stesso sentimento ardente rimane immutato. Sì, ora, davanti a me, anche il semplice movimento della tua mano che mi rifiuta ricorda esattamente quel gesto che hai fatto quando avevo vent’anni.”

Così parlò, con quel fervore perdonabile di un uomo che, in quel momento, si trovava in un altro mondo.

Come succede spesso con le donne, lei preferì dare una risposta astuta.

“Ricordi, Robert, oh! ricordi davvero,” cominciò lei, “quella notte di maggio in cui vagavamo nei giardini, tra un ballo e l’altro, nella villa di mia madre sul Tamigi a Putney? Fu allora che per la prima volta intuimmo ciò che ora sappiamo troppo bene.”

“Me ne ricordo,” rispose con lo sguardo abbassato.

“Ricordi,” continuò lei, “quel prato che scendeva verso il maestoso ruscello, le luci sulle acque scure. E come, mentre le guardavi, mi dicesti con un certo malinconico rimpianto che quel fiume scorre per sempre e non tornerà mai indietro? Fu proprio quella stessa notte che per la prima volta mi chiamasti per nome.”

“Per il tuo nome, Esmeralda? Quel nome risuona ancora nella mia povera anima come le campane di una magia. Il mio essere ti prega, te lo chiede con insistenza, ” Con impazienza si alzò e tese le mani verso di lei. Anche lei si alzò e le strinse nelle sue.

“Non aggiungiamo nulla a queste parole, mio caro, mio amatissimo,” rispose quella voce gentile e anziana, “né tentiamo quella Forza la cui Onnipotenza racchiude sia i nostri dolori che i nostri amori. Per un breve momento di ricordi, abbiamo rivissuto la giovinezza ormai perduta. Ma ora il nostro destino è segnato dall’età. La sua monotonia, quel suo guardare indietro al passato possono essere condivisi nell’amicizia. Ma la sacralità di tale amicizia sarà meglio preservata se non parleremo più di ciò che un tempo ci commosse profondamente; se non percorreremo più quella strada che, molto tempo fa, la Provvidenza ci ha chiuso davanti. Possiamo essere compagni senza pericolo: le nostre vite si affiancano, ma senza vincoli. Poiché quel rapporto apparentemente distaccato e rispettabile può ben sostenerci, senza danneggiare il futuro dei viventi, né offendere i morti, né imitare quei giorni irrecuperabili che non torneranno mai più.”

“Hai ragione,” disse.

Liberò dolcemente le sue mani. Lui le offrì il braccio. Insieme percorsero la lunga via alberata con la dignità degli anni; e mentre camminavano, sembrava che una dolcezza autunnale avesse mitigato la luce estiva.

Dalla finestra aperta del castello, i giovani osservavano i loro anziani avanzare formalmente lungo il vialetto, apparentemente impegnati in una conversazione che li divertiva molto, e trovando un piacere reciproco nella compagnia l’uno dell’altro.

“Oh, guarda! Horatio!” gridò Belinda. “Papà ormai è diventato molto amico della Marchesa!”

“Sì, davvero,” rispose il suo amante, mentre smetteva di gettare loro uno sguardo distratto per fissare con intensità l’oggetto davanti a sé.

“Devo chiamarli dentro,” disse. “Stanno parlando così a lungo che dimenticheranno l’ora in cui sarà pronto il tavolo.”

“Aspetterò il tuo ritorno,” rispose. Le prese la mano per un momento mentre lei si girava per andarsene. La tenne tra le sue in silenzio, desiderando con tutta l’anima il domani, e l’ora in cui il legame nuziale gli avrebbe permesso di posare le sue labbra sulle sue.

Quella sera, davanti a uno spinetto che, con la sua forma antica, adornava elegantemente la stanza dove si riunivano Giovinezza e Vecchiaia, Belinda cantò, su richiesta della sua ospite, una semplice canzone d’antico cortile; Horatio, intanto, con mano amorevole sfogliava le pagine del libro musicale.

Madame la Marquise

Il vostro piede è davvero ben fatto

“La tua taglia è perfetta.”

E il vostro braccio perfetto.

Ma pensa ancora, mia bella…

Titolo:
Forse in questo stesso istante…

La nostra grande Isabella

Tornerà dal convento!

Addio… ai successi alla Corte

Ognuno deve avere la sua opportunità.

Addio… ai successi alla Corte

Ognuno deve avere la sua opportunità!

La canzone continuava. Le risposte della signora rendevano omaggio allo Marchese in egual misura, ma gli ricordavano anche di.

Titolo:
Forse in questo stesso istante…

Titolo:
Il nostro grande Alessandro

Torna dal reggimento.

E nel finale, il messaggio morale emerge attraverso la riconciliazione.

La tua figura mi sembra familiare…

Marchese, a diciotto anni!

Je crois voir ton allure

Marchese, nella tua primavera!

Addio! Buona fortuna in tribunale.

Quindi la canzone finì, e la notte calò su quel corteggiamento pieno di alti e bassi che ora stava raggiungendo il suo compimento.


L’alba dell’inizio dell’estate sorse, si diffuse splendida oltre i confini del mondo e divenne ancora più abbagliante nell’arco luminoso del cielo. Belinda si svegliò. Dalle sue finestre aperte, che si affacciavano a est, osservò con incanto l’allargarsi della luce.

Tutto era silenzio. Le creature viventi di quel fertile suolo giacevano in quiete, pronte e attente: gli antichi alberi, i prati, il grano che maturava per la raccolta, e più lontano, le foreste. Una leggera nebbia, quasi una benedizione, copriva quelle zone; un senso di crescita e di rinascita aleggiava su tutto. La terra generativa attendeva con impazienza il suo signore, il sole.

Belinda tese le sue braccia purissime, come se stesse pregando in modo antico, e alzò verso il cielo ormai radioso un volto trasformato da quella potente forza che infonde vita in tutto l’universo. Era la mattina del suo matrimonio.

Mentre stava lì immobile, il primo forte raggio di luce si levò verso l’alto, raggiunse la sommità della torre, attraversò il cielo notturno e fu giorno. Lasciò cadere le mani, abbassò la testa e tornò a dormire. Mentre si girava, vide – o forse solo pensò di vedere? – tra gli alberi, per un istante fugace, un abito giallo zafferano. Li aveva davvero visti? O erano già scomparsi? I tratti di quella signora venuta dall’altro capo del mondo che le aveva sorriso con occhi quasi materni nei campi della sua terra natale. Per tutte quelle lunghe ore, fino a quando le sue ancelle non vennero ad abbigliarla per il matrimonio di Belinda, lei dormì in pace.


Nella stanza riservata alla cappella per la cerimonia, e recentemente arredata con cura da parte della padrona di casa per tale scopo, tutta la famiglia si era radunata; il reverendo signor Atkins era già vestito e pronto per iniziare. Aveva richiesto, aveva insistito, ed era riuscito ad ottenere un bicchiere di vino porto e un biscotto: era sua abitudine invariabile consumarli prima di ogni celebrazione, in segno di protesta contro le novità romane praticate da alcuni suoi colleghi. Mentre recitava con tono solenne le formule sacre del rito nuziale, la marchesa, che da tanto tempo non partecipava più alla bella liturgia della sua giovinezza, ne fu profondamente commossa; anche l’anziana Fanchette, unica domestica francese non papista e quindi autorizzata ad assistere, fu toccata dalla scena sacra, sebbene, essendo ignorante della lingua inglese (una ugonotta del Vaud), potesse soltanto seguire con reverenza i ritmi della cerimonia.

Sebbene fosse contrario all’uso improvvisato della Comunione Caledoniana, il signor Atkins non si trattenne dal pronunciare alla fine della sua funzione una breve ma sincera preghiera personale per i giovani che, in futuro, avrebbero unito sotto la loro protezione congiunta le due comunità di Halston e Marlden. Gli occhi del buon vecchio si riempirono di lacrime mentre, con una delicatezza tipica della sua natura, alludeva alla possibilità che nascessero dei figli. Essendo lui stesso celibe, e quindi (come dobbiamo credere) privo di figli (poiché gli emolimenti del suo incarico non erano sufficienti per intraprendere un matrimonio), con ancora maggiore commozione stese entrambe le mani in segno di benedizione sulle teste chinate della coppia inginocchiata, mentre i suoi occhi alzati si rivolgevano al cielo nella preghiera per la loro felicità e fertilità.


Ecco, gentile lettore, quali furono gli amori di Belinda e Horatio: provati come dal fuoco, separati e poi riuniti, raggiunsero infine la felicità coniugale sotto lo stesso tetto ancestrale, fino a quando, dopo le brevi avversità della nostra mortalità, furono uniti per sempre in Paradiso.

H. Belloc.

Fine.

CONTENTS

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

TO

THE EROS OF KEIR

I

WITHIN THE PARISH, and adjoining the village, of Marlden, in a stately mansion known as The Towers, whose ample lawn sweeps down in smooth luxuriance to the pellucid waters of the River Avon, resided a gentleman respected throughout the County of Wiltshire as Sir Robert Montgomery; for such was, indeed, his name.

The baronet (for such was his rank) enjoyed the esteem of his equals, the respectful affection of his inferiors, and the devotion of an only daughter, an only child, upon whom her mother (long dead) had bestowed the pleasing name of Belinda.

That devotion the widowed father repaid with a particular and careful attention, the dignity of which could hardly veil his deep, his doting fondness. No expense was spared in providing Belinda’s earliest years with a solid grounding in the rudiments of polite learning, while, as her girlhood blossomed into riper charms, a further selection of instructors drawn from both sexes perfected her in Italian, French, the art of painting in water-colours, every department of deportment, and the pianoforte.

Thus did Belinda Montgomery, as she entered her eighteenth year, unite every refinement of culture to beauty of an entrancing mould; a mind naturally apt and generous, trained to its fullest powers, informed a frame of surpassing grace, and the whole was inspired by a soul wherein had been firmly planted the precepts of our sublime religion.

To this last and awful matter the good vicar of the parish, the Reverend John Atkins, had applied himself with constant zeal. His living (of which Sir Robert was patron) did not so completely engross his time as to forbid him the hours required for the young lady’s spiritual education: nor were the emoluments of such a task ungrateful to one whose humble needs were but narrowly met by the tithe and glebe of the parish.

Under such guidance Belinda grasped in turn the nature and attributes of her Creator, the scheme of the Atonement, the promise of a blessed Heaven, the menace of a dreadful Hell, the original institution of Episcopacy; and the errors of Rome upon the one hand, of Dissent upon the other. The Book of Common Prayer was her constant companion, and on the richly inlaid table of her private boudoir lay open, for daily consultation, the Holy Bible.

Can we marvel that under such auspices the radiant girl subjected to her sway whatever youths her careful parent permitted to approach her presence? The younger gentry of the county pledged with enthusiasm the Queen of Grace; their elders sighed that their own generation had known no sight like this. All were dazzled, all succumbed. The good discovered at once their supreme felicity in the influence of so much piety in such a setting, while the wicked were half converted and wholly abashed before so much virtue united to such ennobling beauty.

For, indeed, Belinda, at this her entry into life, was of a peerless loveliness. Her lustrous hair, of a delicate brown in hue, lay smoothly parted over a front of ivory. The perfect oval of her face ’twould need a Raphael to limn, a Petrarch to record. Her eyes, modest yet fearless, shone with the sunlit blue of our northern heavens; her lips, so refined in contour, albeit instinct with health, seemed ever at the point of smiling, but of smiling gravely: save when some fresh and innocent cause of laughter unbound her spirit. Her carriage was, perhaps, her final quality; for she seemed at once to glide, to float, to advance, to command — and yet to yield. Whether entering a room or leaving it, an equal measure of dignity would attend her action; and whether she sank to repose upon the soft divan or rose to sing some morceau of music, the world stood still to admire a presence as signal in the one posture as in the other.

Adjoining the Montgomery estate, lay the lands of a family also connected with Wiltshire, and famous for many generations among the gentry of that county.

Horatio Maltravers, the youthful occupant of these venerable acres, was the last descendant from a long line of squires, one of whom had acted as page to the Virgin Queen, another as equerry to the Third William, while yet another had served under the orders of General Whitelock in the capacity of ensign.

Halston House (for such was the name of the mansion) stood, a noble but sadly neglected pile, framed in tall elms and spreading oaks, whose antiquity in some way hinted at ruin. The very rooks, as they cawed at evening about its crumbling battlements, seemed to mourn the past glories of a family decayed, and the wild grass growing at random on the abandoned sward bore witness to the general decline.

The Towers of the Montgomerys, Halston of the Maltravers, lay each on the banks of this same river Avon, and the parks were so situate that a county road divided them; but on either side of that highway what a contrast! Sir Robert Montgomery’s hedges, well trimmed and dense, proclaimed the careful wealth, the public sense, of their lord. Upon these, at the proper season of the year, a line of stout yeomen might be seen chastising with chopper and bill-hook the overluxuriance of Nature, and reducing all to an exact design. Opposite, the hedges of Halston ran straggling and thin. Great gaps disfigured their alignment. Rank growths of bush, some already grown to stunted trees, sprang here and there untended; while an unsightly patching of stake, hurdle, and furze completed the disorder.

The passer-by upon his way to Bath, could not but exclaim (as he looked to the left), ‘What decency! What exactitude!’ Nor again (on turning to the right), could he restrain such expletives as ‘Slipshod!’ and even ‘Disgusting!’

The fields told the same story; on the one hand sat plenitude upon a clean soil, where the tenacious dock, the invading thistle, and the insistent charlock were unknown; on the other was nothing but a starved and weedy misery. The north lodge of The Towers, a small but striking erection in the Gothic manner, was of newly-carven stone, roofed with careful slate and flanked by an ornamental paling; the south lodge of Halston could only be saved the title of hovel by some poor vestige of a former solidity. The cottages on either side of the turnpike proclaimed a similar opposition. From those of Sir Robert smiling faces looked out beneath new and deep thatch over charming groups of brilliant flowers, but from those of Horatio the wizened and anxious features of an uncertain peasantry watched with a sullen suspicion, while the roofs above them, gravely out of repair, matched the damp and blotchy walls of their unhappy tenements.

Indice

I

II

III

IV

V

VI

VII

VIII

IX

X

TO

L’eros di Keir

I

Nella parrocchia di Marlden, e nelle zone adiacenti al villaggio, in una maestosa dimora conosciuta come The Towers, la cui vasta aiuola si estende dolcemente fino alle limpide acque del Fiume Avon, risiedeva un gentiluomo molto rispettato in tutto il Contea di Wiltshire: Sir Robert Montgomery; infatti, tale era il suo nome.

Il barone (poiché tale era il suo rango) godeva dell’ammirazione dei suoi pari, dell’affetto rispettoso dei suoi subordinati, e della devozione di sua unica figlia, l’unica discendente che avesse; sua madre, ormai da tempo defunta, le aveva dato il nome incantevole di Belinda.

Quel tipo di devozione fu ricambiato dal padre vedovo con un’attenzione particolare e meticolosa; tale attenzione, però, a malapena riusciva a nascondere il suo profondo affetto e la sua tenerezza verso Belinda. Non furono risparmiati alcuni sforzi per fornire a Belinda, nei suoi primi anni di vita, una solida base nelle nozioni fondamentali dell’educazione raffinata. Man mano che la sua fanciullezza si trasformava in una bellezza più matura, furono selezionati ulteriori insegnanti, sia uomini che donne, per perfezionarla nell’italiano, nel francese, nell’arte della pittura ad acquerello, in tutte le discipline relative al comportamento sociale e nel pianoforte.

E così, all’età di diciotto anni, Belinda Montgomery unì in sé tutte le raffinatezze della cultura con la bellezza di una figura incantevole: una mente naturalmente dotata e generosa, allenata al massimo delle sue possibilità, incastonata in un corpo di grazia straordinaria; l’insieme era ispirato da un’anima nella quale erano profondamente radicati i principi della nostra nobile religione.

Su questa ultima e terribile questione, il buon vicario della parrocchia, il Reverendo John Atkins, si era impegnato con costante zelo. Il suo stipendio (di cui Sir Robert era patrono) non gli occupava completamente il tempo, permettendogli quindi di dedicare le ore necessarie all’educazione spirituale della giovane signorina; inoltre, i compensi derivanti da tale incarico non erano certo scarsi per una persona la cui umile esistenza veniva appena soddisfatta dai proventi delle decime e delle altre entrate della parrocchia.

Sotto tale guida, Belinda comprese a poco a poco la natura e gli attributi del suo Creatore, il disegno dell’Espiazione, la promessa di un Cielo beato, la minaccia di un Inferno terribile, l’istituzione originale dell’Episcopato; nonché gli errori di Roma da un lato e quelli dei dissidenti dall’altro. Il Libro delle Preghiere Comuni fu il suo compagno costante, e sul tavolino intarsiato del suo boudoir giaceva sempre aperta la Sacra Bibbia, a sua disposizione quotidiana per le riflessioni.

Possiamo meravigliarci che, sotto tali auspici, quella ragazza radiosa attirasse verso di sé tutti i giovani che i suoi genitori permettevano di avvicinarla? I giovani nobili della contea giurarono con entusiasmo fedeltà alla “Regina della Grazia”; i loro anziani sospirarono, dicendo che la loro generazione non aveva mai visto nulla del genere. Tutti erano abbagliati, tutti cedevano al suo fascino. I buoni scoprirono immediatamente la propria suprema felicità nell’influenza di tanta pietà in un ambiente così nobile; i malvagi, invece, si pentirono in parte e si sentirono completamente umiliati di fronte a tanta virtù unita a una bellezza così elevata.

Infatti, Belinda, al momento del suo ingresso nella vita, possedeva una bellezza senza pari. I suoi capelli lucidi, di un delicato colore marrone, erano divisi ordinatamente sul viso pallido come l’avorio. La perfezione dell’ovale del suo volto richiedeva l’opera di un Raffaello per essere ritratto, o quella di un Petrarca per essere descritto. I suoi occhi, modesti ma coraggiosi, brillavano di quel blu luminoso tipico dei cieli settentrionali; le sue labbra, dal contorno così raffinato eppure piene di salute, sembravano sempre sul punto di sorridere, ma un sorriso serio, tranne quando qualche motivo fresco e innocente scatenava la sua risata. Il suo portamento era forse la qualità più distintiva: sembrava muoversi con grazia, fluttuare nell’aria, avanzare con autorità, eppure anche cedere con eleganza. Che entrasse in una stanza o ne uscisse, la sua dignità rimaneva immutata; sia che si sdraiasse sul morbido divano per riposare, sia che si alzasse per cantare un brano musicale, il mondo intero si fermava ad ammirarla, in entrambe le situazioni.

Contiguo alla tenuta di Montgomery si estendevano i terreni di una famiglia anch’essa legata a Wiltshire e famosa da molte generazioni tra l’aristocrazia di quella contea.

Horatio Maltravers, il giovane proprietario di queste venerate terre, era l’ultimo discendente di una lunga linea di gentiluomini di campagna: uno di loro aveva servito come paggio della Regina Vergine, un altro come scudiero del Terzo Re Guglielmo, mentre ancora un altro aveva prestato servizio sotto il comando del generale Whitelock nel ruolo di ufficiale subalterno.

La Casa Halston (così si chiamava quella residenza) si ergeva, un edificio nobile ma purtroppo trascurato, circondato da alti olmi e querce; la sua antichità suggeriva in qualche modo il suo declino. Anche i corvi, che gracchiavano al tramonto intorno alle sue mura in rovina, sembravano piangere le glorie passate di una famiglia ormai in decadenza; l’erba selvatica che cresceva disordinatamente sul prato abbandonato testimoniava ulteriormente il generale declino della struttura.

Le torri dei Montgomery e quelle degli Halston dei Maltravers sorgevano entrambe sulle rive dello stesso fiume Avon; i parchi erano disposti in modo tale che una strada provinciale li divideva. Ma su entrambi i lati di quella strada c’era un vero contrasto! I recinti di Sir Robert Montgomery, ben curati e fitti, testimoniavano della cura e del senso civico del loro padrone. Nella stagione giusta, si poteva vedere una fila di contadini robusti che utilizzavano falci e rastrelli per regolare la crescita eccessiva della natura, mantenendo tutto in perfetto ordine. Dall’altra parte, i recinti degli Halston erano disordinati e sparsi; grandi vuoti alteravano la loro disposizione regolare. Cespugli cresciuti selvaggiamente, alcuni addirittura trasformatisi in alberelli stentati, si estendevano senza alcuna cura; inoltre, una serie di pali, recinzioni e rovi completava quell’aspetto disordinato.

Il passante, lungo il suo cammino verso Bath, non poté fare a meno di esclamare (guardando a sinistra): “Che decenza! Che precisione!” E nemmeno (voltandosi a destra) riuscì a trattenersi dal pronunciare espressioni del tipo “Sciatto!” o persino “Disgustoso!”

I campi raccontavano la stessa storia: da un lato, su terreni puliti e fertili, non si vedevano né il cardo invasore né altre piante infestanti; dall’altro, solo desolazione e miseria. La torre settentrionale di The Towers, piccola ma imponente in stile gotico, era costruita con pietra appena scolpita, aveva un tetto realizzato con lastre di ardesia attentamente posizionate e era circondata da una recinzione ornamentale; la torre meridionale di Halston, invece, a malapena meritava il nome di capanna, grazie a qualche debole traccia della sua un tempo solida struttura. Anche le casette situate su entrambi i lati della strada presentavano lo stesso contrasto: da quelle di Sir Robert si vedevano volti sorridenti sotto nuovi tetti di paglia, circondati da splendidi fiori; mentre da quelle di Horatio si osservavano volti anziani e ansiosi di contadini diffidenti e cupi. I tetti, in condizioni pessime, si abbinavano alle pareti umide e macchiate delle loro dimore miserevoli.

Yet was not the young owner of this anxious patrimony to blame for its deplorable appearance. Sir Robert himself, though his nearest neighbour, was the first to admit that Horatio was the victim of circumstances rather than of defect. His father, already impoverished by an unfortunate adventure in china clay, had married, late in life, an Irish lady of some charm but no appreciable dowry. She had died in giving birth to their only son, and the widower had passed some twenty years as a recluse, burying himself in a barren study of the Christian Fathers, and even of the Hebrew language.

His lawyer — and who shall blame him? — had taken full advantage of his client’s unpractical disposition. Mortgage had followed mortgage, and compound interest had eaten deeply into the rent roll of Halston. When the aged scholar, not wholly conscious of his disaster, had died (some eighteen months before the opening of this tale), Horatio, then but twenty-three years of age and just returned from the University of Oxford, found himself dependent upon an income which, when all the charges of his dependants and reduced household were met, hardly exceeded £500 a year.

Upon this he maintained most narrowly the life to which he had been born. Only the most necessary repairs were undertaken by his legal advisers, who were also his creditors and the controllers of the estate. It was they who paid him quarterly his pittance of guineas, and with this he still contrived, by many a shift and device, and without hope of visiting town or of being active in any public service, to play a very modest part with his equals. He had his horse, his gun; some few friends who would visit his loneliness; and the pitying esteem, rather than the cordial regard of his wealthier neighbours and their wives.

Yet was Horatio Maltravers at this moment well fitted to take up an ample rôle in the society of Wiltshire, had fortune proved less hard. He was above the middle height, well formed and vigorous, if somewhat too lithe in figure. His curled black hair sat admirably upon features pale and touched with melancholy, but noble and illumined by deep eyes of a dark intensity. His voice was low and full of feeling. Nor could his undeniable attractions be impeached of effeminacy — courteous and elaborate as was his ceremony, and easy and slow as was his gesture — for his mode of life was indeed manly.

He was quick and ready at every exercise native to his rank. His strength was equal to his agility. He was an excellent horseman, and untiring at every sport, whether to follow the fox, mounted, or to run on foot after the hare with a kind of dogs called beagles. He shot with accuracy from a fowling-piece, and (what is to every young man’s advantage) was unerring with the pistolet at twenty paces. It is also to the credit of his father that, in spite of his strange, hermit way of life, he had had the boy trained in the art of fencing with the rapier, in which a French refugee, precariously settled in St. Peter’s Magna, and driven to Halston and back twice a week in a farmyard cart, had instructed him for a small fee. This same, a Monsieur de Chabrol, had also perfected him in the French language, which Horatio (though he concealed the talent with some shame) could speak with an excellent accent and an extensive vocabulary.

As may be imagined, Horatio in boyhood had constantly met, as playmate, the young heiress of The Towers. The children, each ignorant of sister or of brother, had formed, unknown to their elders, so warm a friendship as strikes root in later years. Horatio, a freshman at Christchurch College, Oxford, remembered his little companion of fourteen who would welcome him on his return for his first vacation, and was confused to discover that his visits were less warmly welcomed, his invitations to The Towers more rare. Belinda, in her fifteenth and sixteenth years, could not dismiss from her mind the permanent memory of her companion. She pictured him in his University life as something of a hero, knowing and doing things in a world greater than her own. Horatio, now come to manhood, kept the recollection of Belinda’s voice as a furniture of his mind.

Upon Horatio’s entering into his estate, Belinda was still in the schoolroom. Upon her return from London, after her presentation at Court, they met in the genteel life of the county, but upon dates far apart, and in the midst of crowds; save when, as courtesy demanded, Sir Robert would upon occasion ask his old neighbour’s son to a meal. But he was then careful to seat at the table numerous other guests, nor was Horatio permitted too near an approach to the chief places of the board. If he might beg a dance of her in one house or another and exchange a word in the company of her relative and companion (Miss Hackman), it was his sole intercourse with one who had been, as it were, of his own blood in their childish years.

Less and less frequently did the young people meet. More and more formal grew their exchanges upon the rare occasions. Yet each retained certain playmate memories, and these, in one moment, the Inexorable Powers were to revive, to transfigure and to inform with flame.

II

WINTER HAD PASSED; the full trees were heavy with new leaves against the lingering sunsets of June, when Sir Robert Montgomery gave a Ball at his house, in order that Belinda might appear beneath her father’s roof as the Queen of Wiltshire society. He was supported in this by a near female relative, a cousin, of austere and resolute presence, whose private means he had often supplemented, for whose worldly judgement he had a high regard, and whom he retained to accompany his daughter and advise him in his affairs.

Miss Hackman (as we have seen to be the lady’s name) prepared the noble function in its every detail, and yet found time to suggest, to design, to command the ravishing toilette in which the débutante should conquer the admiration of all beholders. It was of a white and gauzy kind, relieved with large blue flowers of artificial construction; and while its ample but tenuous contours enhanced (if that were possible) the lure of her delightful carriage, its hue and cut proclaimed her charming innocence.

Eppure, il giovane proprietario di questo “patrimonio” così prezioso non era da biasimare per il suo stato deplorevole. Lo stesso Sir Robert, sebbene fosse il suo vicino più prossimo, fu il primo ad ammettere che Horatio era vittima delle circostanze piuttosto che di qualche difetto personale. Suo padre, già impoverito a causa di un’impresa sfortunata nel settore della ceramica, aveva sposato, in età avanzata, una signora irlandese dal certo fascino, ma senza dote significativa. Lei era morta durante il parto del loro unico figlio, e il vedovo aveva trascorso circa vent’anni da recluso, immerso nello studio approfondito dei Padri della Chiesa e persino della lingua ebraica.

Il suo avvocato — e chi potrebbe biasimarlo? — aveva sfruttato appieno la natura impratica del proprio cliente. Un mutuo dopo l’altro, gli interessi composti avevano eroso profondamente il reddito di Halston. Quando lo studioso anziano, non del tutto consapevole della propria situazione disastrosa, morì (circa diciotto mesi prima dell’inizio di questa storia), Horatio, allora ventitreenne e appena rientrato dall’Università di Oxford, si trovò a dipendere da un reddito che, una volta coperte tutte le spese per i suoi familiari e ridotta la dimensione della casa, a malapena superava i 500 sterline all’anno.

In questo modo, mantenne con estrema parsimonia la vita per cui era nato. Solo i lavori di riparazione assolutamente necessari venivano eseguiti dai suoi consiglieri legali, che erano anche i suoi creditori e i gestori del suo patrimonio. Erano loro a pagarlo ogni tre mesi con quella misera somma in sterline; e con questo denaro, grazie a molte astuzie e stratagemmi, riusciva comunque a mantenere un ruolo molto modesto tra i suoi simili, senza alcuna possibilità di recarsi in città o di svolgere attività pubbliche. Aveva il suo cavallo, la sua pistola; alcuni amici che venivano a trovarlo nella sua solitudine; e l’ammirazione comprensiva, piuttosto che un vero affetto, da parte dei suoi vicini più ricchi e delle loro mogli.

Eppure, in quel momento, Horatio Maltravers era perfettamente adatto a svolgere un ruolo importante nella società del Wiltshire, se solo la fortuna non fosse stata così spietata con lui. Era di statura media superiore, ben proporzionato e vigoroso, anche se un po’ troppo snello di corporatura. I suoi capelli neri ondulati incorniciavano un viso pallido e dall’espressione malinconica, ma nobile; i suoi occhi scuri e profondi brillavano di intensità. La sua voce era bassa e piena di sentimento. E le sue indiscutibili attrattive non lasciavano spazio a alcun sospetto di effemminilità: nonostante le sue maniere cortesi e raffinate, e i suoi gesti lenti e misurati, il suo stile di vita era davvero da uomo.

Era veloce e pronto in ogni esercizio tipico del suo rango; la sua forza era pari alla sua agilità. Era un eccellente cavaliere e instancabile in qualsiasi sport: che si trattasse di inseguire una volpe a cavallo o di correre a piedi all’inseguimento di una lepre insieme a cani chiamati levrieri. Sparava con precisione con il fucile da caccia, e – cosa molto vantaggiosa per ogni giovane – era infallibile anche con la pistola a venti passi di distanza. Merito anche di suo padre è che, nonostante il suo strano stile di vita eremita, abbia fatto allenare il ragazzo nell’arte della scherma con la spada; un rifugiato francese, stabilitosi in modo precario a St. Peter’s Magna e costretto ad andare avanti e indietro due volte alla settimana su un carretto agricolo, lo aveva istruito in cambio di una piccola somma di denaro. Lo stesso Monsieur de Chabrol lo aveva anche perfezionato nella lingua francese; Horatio, sebbene nascondesse questo talento con un certo imbarazzo, riusciva a parlarla con un ottimo accento e un vasto vocabolario.

Come si può immaginare, da ragazzo Horatio aveva spesso incontrato, come compagna di giochi, la giovane ereditiera di The Towers. I due bambini, ignari l’uno dell’esistenza dell’altro, avevano sviluppato un’amicizia così profonda che solo in seguito ne sarebbero stati consapevoli. Ora, come matricola al Christchurch College di Oxford, Horatio ricordava la sua giovane compagna di quattordici anni che lo accoglieva sempre con calore durante le sue prime vacanze. Ma scoprì con sorpresa che i suoi ritorni non venivano più accolti con lo stesso entusiasmo, e che le sue visite a The Towers diventavano sempre più rare. Belinda, ormai quindicenne e sedicenne, non riusciva a dimenticare quella compagna di giochi. Immaginava Horatio nella sua vita universitaria come un vero eroe, che conosceva e faceva cose in un mondo molto più grande del suo. Ora che era diventato adulto, Horatio continuava a ricordare la voce di Belinda come parte integrante della sua memoria.

Quando Horatio entrò in possesso della sua eredità, Belinda si trovava ancora nella sala di studio. Al suo ritorno da Londra, dopo la presentazione alla Corte, si incontrarono nella vita mondana della contea, ma solo in occasioni distanziate nel tempo e tra folle; salvo quando, per cortesia, Sir Robert invitava occasionalmente il figlio della sua vecchia vicina a pranzo. Tuttavia, faceva sempre in modo che al tavolo ci fossero molti altri ospiti, e a Horatio non era permesso avvicinarsi troppo ai posti d’onore. Se poteva chiederle di ballare in una casa o nell’altra o scambiare qualche parola in compagnia della sua parente e compagna (Miss Hackman), questo era l’unico contatto che aveva con qualcuno che, in quegli anni infantili, poteva essere considerato quasi un membro della sua stessa famiglia.

Sempre più raramente i giovani si incontravano. Le loro conversazioni, nelle poche occasioni in cui avvenivano, diventavano sempre più formali. Tuttavia, ognuno di loro conservava alcuni ricordi legati a quei momenti di gioco. E proprio quei ricordi, in un certo momento, le “Forze Inesorabili” avrebbero rivissuto, trasformato e illuminato con il fuoco tutto ciò che era accaduto.

II

L’inverno era passato; gli alberi erano pieni di nuove foglie, contro i tramonti estivi di giugno. Fu allora che Sir Robert Montgomery organizzò un ballo nella sua casa, affinché Belinda potesse comparire sotto il tetto di suo padre come la regina della società del Wiltshire. In questa decisione fu sostenuto da una parente femminile, una cugina dal portamento austero e risoluto; spesso le aveva fornito aiuti finanziari, stimava molto il suo giudizio pratico e le chiedeva di accompagnare sua figlia e di dargli consigli nelle sue faccende.

La signorina Hackman (come abbiamo appreso essere il nome di questa donna) preparò ogni dettaglio di questa nobile cerimonia, e trovò ancora il tempo per suggerire, progettare e coordinare l’abito incantevole che avrebbe permesso alla debuttante di conquistare l’ammirazione di tutti i presenti. L’abito era di colore bianco e trasparente, decorato con grandi fiori blu artificiali; i suoi contorni ampi ma sottili esaltavano ancora di più (se ciò fosse stato possibile) la grazia del suo corpo incantevole, mentre il suo colore e il taglio ne evidenziavano l’innocenza affascinante.

The movement of the crowded room, the hum of polite conversation, were halted to silence as the young Hostess appeared. That silence was succeeded by more eager words, till, at a signal from the band (which was conducted by M. Melchior himself), the music of the dance arose in sensuous grandeur and the partners were set for the ‘Martagnaise.’ In the third figure of this graceful though foreign measure, the gentlemen, as is well known, advance in rotation, and next, just touching with uplifted hands the fingers of an opposing number, step for a moment with each lady in order, until the file is exhausted and the manœuvre at an end. It is an occasion when those not partners in the dance yet greet for a moment, and when Beauty may be saluted (though not detained) by each admirer in turn.

Sir Hugh Portly, a man of commanding contours, of excellent lineage, distingué, and but lately past his thirtieth year, had been selected for Belinda’s partner. He was sensible of the honour conferred. His full but handsome face, dignified by small square whiskers, admitted a restrained emotion; nor was it mere pride in the envy of others that gave his somewhat ample frame a high bearing as he trod with long acquaintance the complicated postures of the first ritornelle. His vis-à-vis was a sufficient incitement to excellence, and as he chasséed, from left to right, from right to left, he replied with springing step to the more swan-like gestures of the lovely creature before him.

For the mere purpose of mutual configuration in the dance these two were well matched and contrasted; but there are other contrasts, other matchings. The third figure of the ‘Martagnaise’ was reached, with its light passing, one by one, of partner to new partner down the line. Charles Hawtry, Lord Henry Coat, gentle Mr. Allen, in turn had made their bow and touched the uplifted hand, when, fourth, Horatio Maltravers passed before her in that maze of movement; the fingers of his hand upraised touched hers so delicately upraised in unison; his face met hers without design. She, leaning far back in just that posture which the latest mode demanded of this evolution, saw for one moment fully that dark, melancholy face — but in that same moment her hand, in the turn of the figure, had met some other hand.

The night advanced; the music, with its sedulous, its ceaseless charm, filled and overfilled the heart; and dance succeeding dance through the warm air, charged with swooning flowers, turned, in the minds of the young, that scene to a sort of dreaming. With the advent of the first grey light, the new day into which they dispersed under the silence of the dawn was of another world.

That night, in the long slumber which the eager exercise of youth both earns and enjoys, this mood of something other than all hitherto conceived still flooded the sleeping soul of Belinda. That night a vague but puissant call to nameless but divine adventures, to complete yet exalted satisfaction, echoed in dreams through the answering spirit of Horatio. Nor did the one, nor did the other know in either mood what summoned or what blessed. The influence so shed was general. No object, no person, appeared to either in their dreams. Rather was the whole creation filled with an ambient expectation of delight, with beatific air.

When, close on noon, the curtain of Belinda’s couch was withdrawn by that one of her numerous attendants deputed for this task, she woke, indeed, to the day and place, yet these were changed as though now infused with wonder. At that same hour, in the poor dark-room of ancient panelling where Horatio Maltravers arose once more to his decayed inheritance, it was into a novel scene that his young spirit entered, though every mark on the ruined woodwork, every outline of the trees without, had been his familiars from infancy.

So dreaming in full wakefulness, the girl, moved by what she thought a random, purposeless caprice, wandered under the high sun across the lawn, through the shrubbery and the iron gate, down the long park field and past the elms towards a dense wood of pines; there she proposed to rest awhile in the shade, and commune with a little brook which eddied clear under a plank thrown across its waters, and ran with a happy murmur to join the Avon near at hand. The stream formed part of the boundary which divided the Maltravers’ from the Montgomerys’ land, and though mere chance and whim had turned her feet towards that spot, some faint connexion of name and person mixed with it.

Upon the farther bank, in the neighbouring park from which the stream divided her, a sandy slope covered with high fern, led up by a narrow path between tall growths of bracken to a great grove which hid the old and ruinous house of Halston beyond. Thence, at that same hour, with high noon past and the more powerful sun distilling every savour from grass and leaf and earth, Horatio sauntered out, bound no whither, filled with the power of summer which grew to harvest all around, and still possessed by that strange mood of glamour and of change. The grove summoned him to its recesses; he received the influence of the great beeches and their shade as though the half darkness were alive. He came out into the further blinding light, and the sound of the stream below beckoned him insensibly down the path to the water between the wealths of fern.

She saw him as he came through the bracken, with active carriage, with uplifted face. It seemed to her that there was something there inspired; and her imagination put courage and adventure into his advance, as though he were setting out upon a quest. He turned a corner of the path to cross the rustic bridge, and was aware of one scarcely known yet deeply known, whose airy figure among the solemn pines arrested all his being. When he had approached and discovered her face, it was not the familiar feature of a friend, but Radiance personate. In him, for her, approached a god.

The moment was magical. It was as though some music had transformed the world.

Il movimento della stanza affollata, il mormorio delle conversazioni educate, si fermarono nel silenzio non appena apparve la giovane padrona di casa. Quel silenzio fu poi sostituito da parole più fervide; infine, al segnale dell’orchestra diretta dallo stesso signor Melchior, iniziò la musica della danza “Martagnaise”. Nella terza figura di questo passo elegante ma straniero, gli uomini avanzano a turno, toccando con le mani sollevate le dita delle donne opposte; per un momento camminano uno dopo l’altro in fila con ciascuna signora, fino a quando l’intera sequenza è completata. È un’occasione in cui coloro che non partecipano direttamente alla danza possono salutare le dame per un istante, e in cui ogni ammiratore può rivolgere loro i propri complimenti (sebbene senza poterle trattenere).

Sir Hugh Portly, un uomo dal portamento imponente, di nobile origine, distinto e appena entrato nella trentina, era stato scelto come compagno di Belinda. Era consapevole dell’onore che gli veniva conferito. Il suo viso pieno e attraente, arricchito da piccoli baffi quadrati, esprimeva un’emozione contenuta; non era certo solo orgoglio a far sì che il suo corpo snello mantenesse una postura eretta mentre eseguiva con maestria le complesse movenze della prima parte del ritornello. La presenza di lei rappresentava per lui un stimolo sufficiente a dare il meglio di sé; mentre si muoveva avanti e indietro, rispondeva con passi agili ai gesti eleganti e sinuosi della bella donna davanti a lui.

Solo allo scopo di una reciproca coordinazione durante la danza, questi due erano ben abbinati e si contrapponevano a vicenda; ma esistono anche altri contrasti, altre combinazioni possibili. Fu raggiunta la terza figura della “Martagnaise”: il movimento leggero di una mano passava, uno dopo l’altro, dal partner precedente a quello successivo lungo tutta la fila. Charles Hawtry, Lord Henry Coat e il gentile signor Allen si erano a loro volta inchinati e avevano toccato le mani alzate dei rispettivi partner; poi, al quarto turno, Horatio Maltravers passò davanti a lei in quel labirinto di movimenti: le sue dita, alzate con delicatezza, si sfiorarono con le sue; i loro volti si incontrarono, senza che nessuno lo avesse previsto. Lei, appoggiandosi all’indietro nella posizione richiesta dalla moda del momento, vide per un istante quel viso scuro e malinconico, ma nello stesso istante, nel corso del movimento successivo, la sua mano si incontrò con un’altra mano.

La notte avanzava; la musica, con il suo fascino costante e incessante, riempiva il cuore degli ascoltatori; e una danza dopo l’altra, nell’aria calda e profumata di fiori, trasformava quella scena nella mente dei giovani in un vero e proprio sogno. Con l’arrivo delle prime luci dell’alba, il nuovo giorno, nel quale si dispersero nel silenzio dell’aurora, sembrava appartenere a un altro mondo.

Quella notte, nel lungo sonno che l’intensa attività della giovinezza sia si guadagna che si gode, questo stato d’animo, diverso da tutto ciò che fino ad allora era stato concepito, continuava a pervadere l’anima addormentata di Belinda. Quella notte, un richiamo vago ma potente verso avventure senza nome ma divine, verso una soddisfazione completa e al contempo elevata, risuonava nei sogni attraverso lo spirito di Horatio. Né l’uno né l’altro sapevano, in quel momento, cosa fosse a chiamarli o cosa li stesse benedicendo. L’influenza che si esercitava era generale; nei loro sogni non appariva alcun oggetto, nessuna persona. Piuttosto, l’intera creazione era pervasa da un’atmosfera di attesa gioiosa, da un’aria beata.

Quando, verso mezzogiorno, la tenda del divano di Belinda fu sollevata da uno dei suoi numerosi attendenti incaricati di questa incombenza, lei si svegliò effettivamente nel luogo e nella giornata in cui si trovava, ma tutto sembrava essere cambiato, come se fosse stato avvolto in un’atmosfera di meraviglia. Nello stesso istante, nella povera stanza buia dalle vecchie assi di legno dove Horatio Maltravers si alzò nuovamente per affrontare la sua eredità in declino, il suo giovane spirito entrò in un ambiente del tutto nuovo; tuttavia ogni traccia sulle assi danneggiate, ogni contorno degli alberi all’esterno, gli erano familiari fin dall’infanzia.

Sognando completamente sveglia, la ragazza, spinta da ciò che riteneva fosse un capriccio casuale e senza motivo, vagò sotto il sole cocente attraverso il prato, tra i cespugli e il cancello di ferro, lungo il vasto campo del parco e oltre gli olmi, fino a raggiungere una fitta foresta di pini. Lì decise di riposare un po’ all’ombra, in compagnia di un piccolo ruscello che scorreva limpido sotto un tronco gettato attraverso le sue acque, mormorando felicemente mentre si univa al fiume Avon poco lontano. Quel ruscello costituiva infatti il confine tra i terreni dei Maltravers e quelli dei Montgomery; sebbene fosse stata pura casualità a guidarla in quel luogo, c’era però un vago legame tra i nomi delle due famiglie.

Sulla riva opposta, nel parco adiacente dal quale il ruscello si separava, una pendenza sabbiosa ricoperta di felci alte conduceva, lungo un sentiero stretto tra alti cespugli di bracken, fino a un grande boschetto che nascondeva, al di là, la vecchia e in rovina casa di Halston. Proprio in quell’ora, dopo mezzogiorno, quando il sole più intenso eccessivo estraeva da erba, foglie e terra ogni loro sapore, Horatio si incamminò senza meta, avvolto dal potere dell’estate che sembrava raccogliere tutto intorno a sé; era ancora pervaso da quella strana atmosfera di incanto e cambiamento. Il boschetto lo invitava nei suoi recessi; egli percepiva l’influenza delle grandi querce e della loro ombra, come se quella semioscurità fosse viva. Poi uscì nuovamente nella luce abbagliante del sole, e il suono del ruscello che scorreva sotto di lui lo attirò, in modo impercettibile, lungo il sentiero verso l’acqua, tra i rigogliosi cespugli di felci.

Lo vide mentre attraversava il roveto, con passo deciso e volto sollevato. Le sembrò che in lui ci fosse qualcosa di ispiratore; la sua immaginazione attribuì coraggio e avventura al suo cammino, come se stesse intraprendendo una ricerca importante. Svoltò un angolo del sentiero per attraversare il ponte rustico, e all’improvviso notò qualcuno che conosceva appena, ma che in realtà conosceva profondamente. La sua figura elegante, tra i solenni pini, catturò completamente la sua attenzione. Quando si avvicinò e vide il suo volto, non riconobbe i tratti familiari di un’amica. Era Radiance in persona. Per lei, lui rappresentava una divinità.

Quel momento fu magico. Era come se della musica avesse trasformato il mondo intero.

Breast deep in fern, the small and laughing fauns, who love the awakening of life, hid tiptoe, sidling, peeping, benevolent; but in the heart of the high wood a Presence, shining in a shaft of light, triumphantly let fly the arrow from the bow.


They had passed through the high wood, side by side, saying but very little, not daring to touch each other’s hands, when they saw before them, as they slowly paced, the figure of a woman.

She was standing by the fence of the open park field with the elms beyond, as though awaiting some one; as they approached her they discovered in her a strange majesty of mien which was the more intriguing from the simplicity of her garments. Indeed, by her dress she seemed to betray a belated attachment to the modes once fashionable at the Court of Bonaparte. For her gown was of one saffron piece, caught at the shoulder with one brooch of bronze, and zoned loosely at the breast. Nor was her head covered, but a noble diadem of hair, a tawny gold, crowned her low forehead and her level brows: her features had a repose at once regal and serene, but her eyes shone upon the pair with a sort of claim and (it might almost appear) of affection.

‘ Have you seen,’ she said, addressing them first in a deep melodious voice and an accent hardly foreign, ‘Pray, have you seen my Boy as you came through the wood? He wandered there with a bow and arrows for his sport, and I expect his return.’

‘We saw no one, Ma’am,’ answered Horatio, with a respect which her carriage demanded.

‘Shall we seek him for you?’

‘Nay,’ said the Lady, now turning upon Belinda a glance which was benignant and which nearly smiled; ‘he will soon return, and I myself will saunter on to meet him there.’

With that she bowed very slightly and passed them. After a little advance they turned their heads discreetly to observe what way she took; but she had disappeared, and they thought that the neighbouring trees of the high wood must have hidden her from their sight.

‘She must have been some stranger, lodging for a holiday in the village,’ said Belinda. ‘And come out a-strolling from near by. How pleasing, how arresting, was her demeanour I shall hope to know her.’

‘She may have been French or Italian, I think,’ rejoined Horatio. ‘Or an Englishwoman who has lived abroad; for I thought I perceived some touch of another manner in her speech.’

‘It may be so,’ answered Belinda, ‘and I am glad we found her. My father indulgently permits the public to take their pleasure in the park, so long as they abstain from damaging the shrubs and fences, and are careful to shut after them the gates through which they pass.’

‘It is consonant, indeed,’ exclaimed Horatio, ‘with his noble and generous nature, and had I the fortune to stand to him in any intimate relation, I should think myself fortunate to admire and revere more closely a character of such charity and wisdom.’

‘You are right,’ replied Belinda, with a grateful look. ‘He has ever shown me from my first recollection a constant and devoted affection, a care for my every wish, which has inspired me with the most ardent and respectful devotion in return.’

‘We have been set — you have been set — in happy places indeed,’ said Horatio in a lowered voice. ‘These scenes in which we have both grown up from childhood, these fertile vales, these clear brooks, these miles of forest, these rocky and abrupt but majestic hills, are one with that society which inhabits them, and with which they are now inextricably mingled in my heart.’

‘Your words,’ she answered in tones still more subdued, and thrilling with the fullness of her mood, ‘express the inmost thoughts of my being…’

Even as she spoke there was heard from a cupola of green copper above the stables the clear tones of a bell. Belinda, startled as from a profound and pleasant dream, said hurriedly: ‘Ah! I must hasten my return! Yonder bell marks that hour when my father is accustomed to drink a glass of sherry wine with his steward (who is thus summoned), to give orders for his estate and to receive reports upon it daily. This business done, he is pleased to have me with him, alone. We arrange the order of the house, the entertainment of the morrow, the names and places of our guests; all which concluded, I play for him some favourite morceau. It is for me a sacred hour.’

‘I will accompany you,’ returned Horatio, ‘no farther than the iron gate at the entrance of the shrubbery. Permit me to remain, till then, at your side.’

The distance to be traversed was but a quarter of a mile. He strode with ease beside her somewhat accelerated steps. Each knew that on the morrow in the high noon the one and the other would be by the stream again. Neither looked at the other. Neither spoke. For such we are in youth — which is the heaven of our days. But when they came to the iron gate, and must part, she halted, turned, and lifted, or half lifted, her right hand from her side. He dared for one moment to touch it. They looked into each other’s eyes, and the world was changed. He wheeled round, and was gone. In the cool shade of the arching greenery as she hurried towards the sunlit grass and the great house beyond, the air, her soul, was music, and all her being had entered beatitude.

III

BELINDA HASTILY SOUGHT her father’s study, where she found the Baronet standing at the central table, having before him a glass of brown sherry and three biscuits, of which refreshment it was his custom to partake at this hour of the day. Beside him stood Mr. Carter, the steward, with whom he had been conferring upon the affairs of his estate. The latter he dismissed upon the entry of his daughter, who reminded him with a charming smile that it was time for the daily perusal of the household books and for taking his pleasure upon the ordering of dinner and the arrangement of guests.

Now that they were alone Sir Robert, looking upon her with some sadness and solemnity, motioned her to a fauteuil, into which the graceful creature sank with outward ease, but disturbed by an inward trepidation; for her father’s gaze, as he stood there above her, had in it something at once so grave, so affectionate, and so mournful, as to warn her of a momentous communication.

Immersi fino al petto tra le felci, quei piccoli e ridanciosi fauni, che amano il risveglio della vita, si nascondevano in punta di piedi, sbirciando con benevolenza; ma nel cuore della fitta foresta, una Presenza, splendente in un raggio di luce, scoccò trionfante la freccia dal suo arco.


Avevano attraversato la fitta foresta, uno accanto all’altro, parlando molto poco, senza osare toccarsi le mani; quando, camminando lentamente, videro davanti a sé la figura di una donna.

Stava in piedi accanto alla recinzione di quel campo aperto del parco, con gli olmi al di là; sembrava stesse aspettando qualcuno. Mentre si avvicinavano, notarono nel suo atteggiamento una strana maestosità, che diventava ancora più affascinante considerando la semplicità dei suoi abiti. Infatti, dal suo vestito si intuiva un legame ritardato con le mode un tempo in voga alla Corte di Bonaparte: il suo abito era composto da un unico pezzo di stoffa color zafferano, fermato sulla spalla da un broccio di bronzo e lasciato aperto sul petto. Non indossava nemmeno un copricapo; i suoi capelli, di un colore dorato rossastro, incorniciavano la sua fronte bassa e le sue sopracciglia dritte. I suoi tratti avevano un’aria regale e serena, ma i suoi occhi fissavano loro con uno sguardo che sembrava esprimere una sorta di richiesta, o addirittura affetto.

“L’avete visto?” disse loro, rivolgendosi per prima cosa con una voce profonda e melodiosa, e un accento che non sembrava affatto straniero. “Per favore, l’avete visto mentre passavate attraverso il bosco? Si è allontanato lì con arco e frecce per divertirsi. Aspetto il suo ritorno.”

“Non abbiamo visto nessuno, signora,” rispose Horatio con il rispetto che il suo tono richiedeva.

“Dovremmo cercarlo per te?”

“No,” disse la Signora, rivolgendo a Belinda uno sguardo gentile, quasi un sorriso; “tornerà presto, e io stessa andrò ad incontrarlo lì.”

Con quel gesto si inchinò leggermente e li superò. Dopo aver camminato per un po’, girarono discretamente la testa per vedere in quale direzione fosse andata; ma lei era scomparsa, e pensarono che gli alberi vicini della fitta foresta l’avessero nascosta alla loro vista.

“Deve essere stata una straniera, venuta in vacanza nel villaggio,” disse Belinda. “E poi è uscita a fare una passeggiata da queste parti. Che modo così piacevole e affascinante di comportarsi. Spero di poterla conoscere.”

“Probabilmente era francese o italiana,” riprese Horatio. “O forse una donna inglese che ha vissuto all’estero; perché mi è sembrato di percepire nel suo modo di parlare alcune caratteristiche diverse.”

“Può darsi,” rispose Belinda, “e sono felice che l’abbiamo trovata. Mio padre permette gentilmente al pubblico di godersi il parco, a condizione che non danneggi i cespugli e le recinzioni, e che si assicuri di chiudere bene le porte attraverso cui entrano.”

“È davvero in armonia con la sua nobile e generosa natura,” esclamò Horatio. “Se avessi la fortuna di avere con lui un rapporto stretto, mi considererei fortunato ad ammirare e rispettare ancora di più una persona così caritatevole e saggia.”

“Hai ragione,” rispose Belinda con uno sguardo grato. “Fin da quando mi ricordo, lui mi ha sempre dimostrato un affetto costante e devoto, una cura per ogni mio desiderio. Il che mi ha spinta a ricambiare con la stessa passione e rispetto.”

“Siamo stati messi in luoghi davvero felici,” disse Horatio a voce bassa. “Queste scene in cui entrambi siamo cresciuti fin dall’infanzia, questi valli fertili, questi ruscelli chiari, queste migliaia di acri di foresta, queste colline rocciose e ripide ma maestose, fanno parte integrante di quella comunità che le abita; nel mio cuore, esse sono ormai indissolubilmente legate a essa.”

“Le tue parole,” rispose lei con un tono ancora più sommesso, ma vibrante di tutta la profondità dei suoi sentimenti, “esprimono i pensieri più intimi del mio essere, ”

Mentre parlava, si udirono dalla cupola di rame verde sopra gli stabili i suoni chiari di una campana. Belinda, come svegliata da un sogno profondo e piacevole, disse in fretta: “Ah! Devo affrettarmi a tornare! Quella campana segna l’ora in cui mio padre ha l’abitudine di bere un bicchiere di sherry con il suo amministratore (che viene chiamato apposta), per dare ordini riguardo alla sua tenuta e ricevere i rapporti quotidiani. Dopo aver sbrigato queste faccende, gli piace che io sia con lui, da sola. Discutiamo insieme dell’organizzazione della casa, degli intrattenimenti del giorno seguente, dei nomi e dei luoghi degli ospiti; una volta tutto sistemato, suono per lui uno dei brani che preferisce. Quell’ora è per me davvero sacra.”

“Vi accompagnerò,” rispose Horatio, “ma non oltre il cancello di ferro all’ingresso del roveto. Permettetemi di rimanere al vostro fianco fino ad allora.”

La distanza da percorrere era soltanto un quarto di miglio. Camminava con facilità al fianco dei suoi passi un po’ più veloci. Entrambi sapevano che il giorno dopo, a mezzogiorno, si sarebbero ritrovati di nuovo vicino al ruscello. Nessuno dei due guardò l’altro; nessuno parlò. Così siamo nella giovinezza, che è il paradiso dei nostri giorni. Ma quando arrivarono alla porta di ferro e dovettero separarsi, lei si fermò, si girò e sollevò, o almeno tentò di sollevare, la sua mano destra. Lui osò toccarla per un istante. Si guardarono negli occhi, e il mondo cambiò. Lui girò sui tacchi e se ne andò. Nell’ombra fresca della vegetazione rigogliosa, mentre lei si affrettava verso l’erba illuminata dal sole e la grande casa che si trovava oltre, l’aria, la sua anima, erano musica; tutta la sua esistenza era pervasa da beatitudine.

III

Belinda corse subito nello studio di suo padre, dove lo trovò in piedi davanti al tavolo centrale, con un bicchiere di sherry marrone e tre biscotti davanti a sé: era sua abitudine consumare quel rinfrescante proprio a quell’ora del giorno. Accanto a lui c’era il signor Carter, il maggiordomo, con cui stava discutendo delle questioni relative alla tenuta. Non appena entrò la figlia, il padre congedò il maggiordomo, ricordandogli con un sorriso affascinante che era giunto il momento di esaminare i registri domestici e occuparsi dell’organizzazione della cena e dell’accoglienza degli ospiti.

Ora che erano soli, Sir Robert, guardandola con un certo dolore e solennità, le fece segno di sedersi su una poltrona; lei vi si adagiò con grazia, ma interiormente era turbata: lo sguardo di suo padre, mentre stava lì sopra di lei, aveva qualcosa di così grave, affettuoso e malinconico da farle presagire che ci sarebbe stata una comunicazione importante.

He maintained this posture for a short while, still keeping fixed upon her his profound reflection, before which she cast her own eyes downwards, timorously awaiting his first words. Not until he had consumed his slight repast did he sigh heavily, and, sitting down beside her, take her hand with an affection and a sort of hesitation which deeply moved her.

‘My dear,’ he said, ‘(how dear you will never know, for it is not in the designs of Providence to communicate to children the devotion of their parents), I have to speak to you to-day upon a matter which will decide your whole life.’

Already Belinda trembled, for a deep instinct, young as she was, informed her that her father was approaching the subject of marriage.

The Baronet continued:

‘You are my only child. You will inherit this place, my considerable fortune, and my name — for I propose that this shall, by some arrangement, be preserved. All is at my undisputed disposal, and all (need I say it?) will be yours, and yours alone. I must tell you more… I design that upon your’ (here was Belinda’s trepidation almost openly apparent) ‘… your… your departure from beneath my roof for the house of another, a very substantial part of all my realizable wealth shall accompany you as your dower. Moreover,’ he pursued in firmer tones, ‘I have made, upon legal advice, such arrangements as shall preserve these moneys for yourself or whatever posterity’ (Belinda blushed) ‘it may please Heaven to grant you. No one,’ he added, with a rising voice, ‘but shall feel the honour and emolument of an alliance with the Montgomerys of Marlden; but no one shall imagine that its independent heritage is merged by marriage with his own.’

Indeed, at the thought of such an indignity, the Squire’s manly voice was affected, and he paused, while Belinda, who had recovered for the moment a full control of herself, awaited his fateful words.

‘I have made it a principle,’ he continued, as he released her hand, and rising, slowly paced the floor before her, ‘I have made it a principle never to coerce the young in matters of the heart. Do not imagine,’ and here he halted, the better to emphasize his words, ‘that I could for one instant dictate to your inmost and most sacred feelings or even attempt to deflect your choice by so much as a hairsbreadth. But my knowledge of the world, and,’ here he cleared his throat, ‘my paternal position, make it incumbent upon me that I should at least tender advice to one upon whom centre all my hopes, and whose future welfare is my only concern. My dear,’ and here he sat down beside her again, and again took her hand, ‘among the multitude who naturally aspire to your alliance, you must have noticed some few more attentive than the rest — perhaps some one more devoted, more assiduous. His laudable ambition has not escaped me; he is our neighbour: he has, like ourselves, an honourable place in the county: his father was my friend. I am his own elder friend, I hope, to this day. His worldly position may not be quite equal to my own, but I value such things as dust when I compare them with a chivalric temper, a manly poise and a manifest devotion to his intended course.’

The image of Horatio rose before Belinda’s mind. She lifted her eyes to Heaven with a happy sigh half formed, when her incipient ecstasy was shattered by these awful words:

‘I refer to Sir Henry Portly.’

At that name the young lady looked suddenly up in a startled, dread, uncertain fashion — like one wakened from sleep by fire — and cried aloud:

‘Oh! My father! Oh! papa! Do not force upon me a man whom my whole being rejects with an unspeakable loathing! One whose very presence is repulsive. Whose person…’ she looked wildly about her, and immediately buried her head in her hands.

Sir Robert halted in his stride. His features passed from an expression of bewilderment to one of amazement, and at last to stern reproof.

‘Your words are strangely chosen,’ he said at last, in cold tones. ‘They have an insane sound in my ears, Belinda.’ (So rarely did her devoted parent use her full name that its sound appalled her.) ‘You talk of this worthy, this excellent young man in terms unfit for your lips, for our common position, and for his own character; terms wholly unworthy of my simple reference to his claims. Happily your extravagant outburst is known to none save myself… But,’ he continued more softly, ‘my dear child, if, indeed, for some extraordinary reason you feel thus about a young and gallant neighbour of unexceptionable position, I shall be the last to press you. I will leave time to paint his character in its proper light, and the return of sober sense to aid your judgement. I certainly desire you to consider the alliance — to consider it seriously.

It would, indeed, fulfil my wishes; but if another among those whom I am so proud to call your admirers has moved you more nearly, I would not disturb your ultimate decision. You have no lack of choice; and when, of several, you shall tell me that you prefer the prospect of this alliance or that, I will consider it most tenderly — believe me!’

These words so encouraged the poor girl that she was moved to stammer:

‘It is not that… It is not that!… My heart is plighted!’

‘Your heart is plighted?’ gasped the Baronet. ‘Are these terms in which a respectable female…’

He halted, choked in utterance.

Belinda, the unfortunate Belinda, could only whisper, as her face sank into her hands:

‘It is Horatio!’

There was a silence, during which Sir Robert stood like a statue, with right foot advanced, left refused; his lips pressed into a grim decision, his eyes staring. At last it broke.

‘Horatio!’ he thundered. ‘Horatio Maltravers? A beggar’s brat, disreputably dragged up by a hermit? A pauper? A young wastrel? An out-at-elbows fellow, a scrap and rag-bag, a rotten Oxford coxcomb all curls and debts, a miserable futility whose…’

But his indignation was interrupted by a lamentable scream. Belinda had slipped from her seat and lay in a swoon upon the Aubusson carpet; her arms sank impotent beside her; her lovely face — as pale as death and with closed eyes — reclining upon the circle of ballooning skirts which enfolded her frame and decently covered her small and exquisitely modelled feet.

Rimase in quella posizione per un po’, continuando a fissarla con uno sguardo profondo e pensieroso; lei, intanto, abbassò lo sguardo, aspettando timidamente le sue prime parole. Solo dopo aver finito il suo modesto pasto, sospirò profondamente, si sedette accanto a lei e prese la sua mano con affetto, ma anche con una certa esitazione, che la commosse profondamente.

“Mia cara,” disse lui, “(quanto tu sia cara non lo saprai mai, perché non è nelle intenzioni della Provvidenza rivelare ai bambini la devozione dei loro genitori), oggi devo parlarti di una questione che deciderà tutta la tua vita.”

Già Belinda tremava, perché un istinto profondo, nonostante fosse giovane, le faceva capire che suo padre stava per affrontare l’argomento del matrimonio.

Il baronetto continuò:

“Sei mio unico figlio. Erediterai questo posto, la mia considerevole fortuna e il mio nome – poiché intendo che quest’ultimo venga, con alcune disposizioni appropriate, preservato. Tutto è a mia completa disposizione, e tutto (devo forse dirlo?) sarà tuo, e solo tuo. Devo dirti di più. Intanto che tu, ” (qui la trepidazione di Belinda divenne quasi palese) “, tu lascierai questa casa per andare a vivere con un altro, una parte molto sostanziosa della mia fortuna ti accompagnerà come dote. Inoltre,” proseguì con toni più decisi, “ho preso accordi, su consiglio legale, affinché questi soldi vengano conservati per te o per qualsiasi discendente che il cielo possa concederti. Nessuno,” aggiunse alzando la voce, “avrà l’onore e i benefici di un matrimonio con i Montgomery di Marlden; ma nessuno dovrà pensare che la loro eredità venga unita, attraverso il matrimonio, a quella della propria famiglia.”

Infatti, al pensiero di una tale umiliazione, la voce virile dello scudiero si incrinò; egli fece una pausa, mentre Belinda, che per il momento aveva riacquistato il pieno controllo su se stessa, attendeva le sue parole decisive.

“Ho fatto di questo un principio,” continuò, lasciandole andare la mano e alzandosi per camminare lentamente avanti e indietro davanti a lei, “ho fatto di questo un principio: non costringere mai i giovani in questioni d’amore. Non immaginare,” si fermò qui per sottolineare meglio le sue parole, “che io possa anche solo per un istante imporre le mie volontà sui tuoi sentimenti più profondi e sacri, o tentare di deviare la tua scelta, anche solo di poco. Ma la mia esperienza nel mondo, e, ” si schiarì la voce, “la mia posizione di padre, mi impongono di offrire almeno il mio consiglio a qualcuno su cui ripongo tutte le mie speranze e il cui benessere futuro è l’unica cosa che mi preoccupa. Mia cara,” si sedette di nuovo accanto a lei e le prese di nuovo la mano, “tra le molte persone che naturalmente desiderano ottenere il tuo affetto, devi aver notato alcune più attente delle altre, forse qualcuna più devota, più perseverante. La sua lodevole ambizione non mi è sfuggita; è nostro vicino, ha, come noi, un ruolo onorevole nella contea; suo padre era mio amico. Spero di essere ancora oggi il suo vecchio amico. La sua posizione sociale potrebbe non essere esattamente paragonabile alla mia, ma cose del genere per me valgono meno della nobiltà d’animo, dell’equilibrio e della sincera devozione verso i propri obiettivi.”

L’immagine di Horatio apparve nella mente di Belinda. Alzò lo sguardo al cielo con un sospiro felice che non riuscì nemmeno a pronunciare completamente, quando la sua gioia iniziale fu distrutta da queste terribili parole:

“Mi riferisco a Sir Henry Portly.”

All’udire quel nome, la giovane signora alzò lo sguardo all’improvviso, con espressione di spavento, incertezza, come se fosse stata svegliata dal sonno da un incendio, e gridò ad alta voce:

“Oh! Mio padre. Oh, papà! Non costringermi ad accettare un uomo che tutto il mio essere rifiuta con un orrore indescrivibile. Un uomo la cui sola presenza è repellente. La cui persona, ” Guardò intorno disperatamente, poi nascose immediatamente il viso tra le mani.

Sir Robert si fermò di colpo. Il suo volto passò dall’espressione di perplessità a quella di stupore, e infine a uno sguardo severo di rimprovero.

“Le tue parole sono stranamente scelte,” disse infine, con toni freddi. “Sembrano assurde alle mie orecchie, Belinda.” (Raramente suo padre devoto le usava il nome completo; il suono stesso di quelle parole la spaventava.) “Parli di questo giovane nobile e eccellente in termini del tutto inadeguati alle tue labbra, alla nostra posizione comune e al suo carattere. Termini assolutamente indegni della semplice menzione che ho fatto delle sue qualità. Fortunatamente, solo io conosco questa tua esagerata reazione. Ma,” continuò più dolcemente, “mia cara figlia, se davvero, per qualche motivo straordinario, provi queste sensazioni riguardo a un giovane e nobile vicino di casa, sarò l’ultimo ad insistere. Lascierò che il tempo aiuti a comprendere veramente il suo carattere e a farti tornare in te la ragione. Desidero davvero che tu consideri seriamente questa possibilità di alleanza.”

Sì, certamente soddisferebbe i miei desideri; ma se qualcun altro tra coloro che sono così orgoglioso di chiamare vostri ammiratori vi ha colpito di più, non vorrei interferire con la vostra decisione finale. Non mancate certo di scelte; e quando, tra queste, mi direte quale preferite, considererò la cosa con grande delicatezza, credetemi!

“Queste parole incoraggiarono così tanto la povera ragazza che lei finì per balbettare…”

“Non è che… Non è proprio così! Il mio cuore appartiene a qualcun altro…”

“Il tuo cuore è già promesso a qualcuno?” esclamò il baronetto, sbalordito. “Si tratta davvero dei termini con cui una donna rispettabile dovrebbe,?”

Si fermò, senza riuscire a pronunciare una parola.

“Belinda… la sfortunata Belinda… poteva solo sussurrare, mentre il suo viso si nascose tra le mani…”

“È Horatio!”

Calò il silenzio; in quel momento Sir Robert rimase fermo come una statua, con il piede destro in avanti e il sinistro indietro; le labbra serrate in un’espressione decisa, lo sguardo fisso davanti a sé. Alla fine, il silenzio fu rotto.

“Horatio!” esclamò con voce tuonante. “Horatio Maltravers? Un moccioso di mendicanti, cresciuto in modo disonorevole da un eremita? Un poveraccio? Un giovane dissipato? Un individuo senza scrupoli, un mucchio di stracci e rifiuti, un presuntuoso studente di Oxford pieno di debiti. Una miserabile nullità, ”

Ma la sua indignazione fu interrotta da un grido lamentevole. Belinda era scivolata dal suo sedile e giaceva svenuta sul tappeto Aubusson; le sue braccia giacevano inermi accanto a lei; il suo bellissimo viso – pallido come la morte e con gli occhi chiusi – riposava sul cerchio di gonne gonfie che avvolgevano il suo corpo, coprendo decentemente i suoi piccoli piedi, delicatamente modellati.

At such a sight the wretched father sprang back, transfixed with horror. He struck his forehead with his palm, stood for a moment speechless; then, leaping forward, pulled both bells on either side of the marble fireplace with frenzied violence, and rushing to the door, which he tore open, shouted:

‘Dodgson! Carter! Mrs. Hales! Joseph! Dorothy! Jane! Mary! Jackson! Henry! Emily! the boy! All the rest of you! Come quick! All of you! Miss Belinda…!’

The sound of hurrying feet filled the recesses of the mansion, a crowd of domestics gathered, Belinda’s maid, Harrison, and Caroline, her private attendant, had the office of lifting the tender form towards the sofa, while the housekeeper advised the loosening of the young lady’s garments, the burning of feathers under her nose, and even the respectful dashing of cold water over her face, an extreme remedy which happily needed not to be applied.

For Belinda languidly opened her beautiful eyes, and, to the unspeakable relief of her distracted parent, murmured some half-caught word just at the moment when Miss Hackman, who had entered later than the rest, and with dignified reserve had kept somewhat apart from the hubbub, prepared to take charge.

Sir Robert knelt at the sofa, fondling his daughter’s hands and calling her by her tenderest names of childhood; once more she opened her eyes and wanly smiling at him, whispered, ‘Dear papa!’ whereat tears filled the Baronet’s eyes and a suppressed sob confused his utterance.

But here Miss Hackman gave orders that the menservants should take up the sofa as it was, bearing its divine burden, and carry it up bodily to Belinda’s room, herself superintending the difficult task, and only returning when it was accomplished and her cousin left in charge of the maid, to find Sir Robert seated at his desk with his head in his hands, consumed by a grievous emotion.

‘I beg you, Robert,’ said that lady, not without sécheresse, ‘to exaggerate in no way this trifling incident. All is well with the child. It was but a passing humour.’

‘I fear…’ began her cousin in reply — he was about to add ‘that I was the cause of…’ but he reconsidered his intention and was wisely silent.

‘Such little passages are common enough in girls of Belinda’s age,’ continued the lady. ‘I myself was never subject to them, as you know: our family is, I thank Heaven, exceptionally robust. But I have seen all this too often in others to make any affair of it. Believe me, by to-morrow she will be herself again, and within a week she will have forgotten all about it.’

‘You are right, my dear Claudia,’ answered Sir Robert, with affected cheerfulness. ‘The truth is that nothing disturbs me save the fact that you and I must go to London by to-morrow’s coach at the latest on the business of Lady Gordooly’s legacy, which will not brook delay. We cannot be returned for a fortnight at the earliest. So long an absence gives me some slight anxiety. I am loath to leave the child in doubtful health, and alone with domestics.’

‘Rest assured,’ replied Miss Hackman, calmly. ‘You have often heard me speak of my friendship and regard for an excellent gentlewoman (now in decayed circumstances) residing in Bath and by name Curll, for whom I have often done some small favour. She, I am sure, will be delighted to come here at no charge, sufficiently pleased to enjoy a change of air, an abundant board and all the amenities of this ample establishment: not to speak of the gratitude she rightly feels towards myself. She can be summoned upon the instant. I will answer for her competence and devotion. She will take every care of Belinda till our return, and I shall even command the domestics to take her orders, so that our dear child may be relieved of such cares as household books and meals.’

‘I am indeed obliged to you,’ replied her cousin, with sincere good feeling. ‘I admire your prompt and useful decision, and I thank you for it. She shall be warned this evening, if you will be good enough to couch the missive. A carriage shall fetch her early in the morning, and she shall be installed before our departure.’

Miss Hackman, full of her scheme, departed to her own boudoir in the north wing to compose the letter to her dependant. Her cousin took the opportunity of her absence to mount immediately to his daughter’s room, where he was received with all the eagerness of affectionate regard by the reclining invalid.

Belinda had just refreshed her strength with a bowl of soup and a glass of port wine, brought with respectful deference by her particular attendant. The latter he dismissed, desiring a private conversation; the former he again took lovingly by the hand, as he seated himself on a chair at her side.

‘My dear,’ he said, after something of a pause. ‘My darling child, the words I used caused in you a perturbation which I did not for a moment intend and which, believe me, I deplore. Your confidence was unexpected. Its purport took me by surprise.’ Here he hesitated for some seconds, choosing his words.

‘You must not think I am insensible to early affection’ (and here he touched her hair) ‘nor imagine that the passage of so many years has made me quite forget the natural effects of youth… My whole, my only object, is your welfare…’ He paused again, desirous above all things, not to arouse her from her now calmer mood. Then, somewhat abruptly, he added:

‘Your cousin and I — as you perhaps remember — must leave for London to-morrow afternoon by the coach. The business, which is of a financial nature and concerns our family, is peremptory. We can neither of us be excused.’

‘Fear nothing, dearest papa,’ answered Belinda, in a voice stronger than he had expected. ‘My circulation is already restored. I shall be myself again before your return.’

‘Yes, yes,’ said the Baronet. ‘I am sure of that… Meanwhile, however, during the fortnight of our absence, I should, indeed, be anxious if I did not know that you were well cared for… A friend of our cousin, a lady whose name you have heard and whom, perhaps, you have met, a Miss Curll of Bath, in whom she has complete confidence, shall be here to afford you companionship, and to relieve you from the petty affairs of the household during the next few days. She will in no way interfere with you, my dearest child, and her presence will greatly relieve me.’

Di fronte a tale spettacolo, il povero padre indietreggiò di scatto, paralizzato dal terrore. Si colpì la fronte con il palmo della mano, rimase per un momento senza parole; poi, lanciandosi in avanti, strappò via entrambe le campane posizionate ai lati del camino di marmo con violenza frenetica, e correndo verso la porta, la spalancò gridando:

‘Dodgson! Carter! Signora Hales! Joseph! Dorothy! Jane! Mary! Jackson! Henry! Emily! Il ragazzo! Tutti voi! Venite subito! Tutti quanti! Signorina Belinda,!’

Il suono di passi affrettati riempì le profondità della residenza; un gruppo di domestici si radunò intorno a Belinda. La sua cameriera, Harrison, e Caroline, la sua assistente personale, si occuparono di adagiarla sul divano, mentre la governante suggerì di allentare i suoi abiti, di bruciare delle piume sotto il suo naso e persino di spruzzarle acqua fredda sul viso, un rimedio estremo che, fortunatamente, non fu necessario applicare.

Per Belinda, con aria languida, aprì i suoi bellissimi occhi e, per il profondo sollievo dei suoi genitori distratti, mormorò qualche parola incomprensibile proprio nel momento in cui la signorina Hackman, arrivata dopo gli altri e rimasta a distanza dal trambusto con dignitosa riservatezza, si preparava ad intervenire.

Sir Robert si inginocchiò accanto al divano, accarezzando le mani di sua figlia e chiamandola con i nomi più dolci dell’infanzia; lei aprì nuovamente gli occhi, sorrise debolmente e sussurrò: “Caro papà!”. A quelle parole, le lacrime riempirono gli occhi del baronetto e un singhiozzo soffocato confuse le sue parole.

Ma qui la signorina Hackman diede l’ordine che i servitori prendessero il divano così com’era, con il suo “divino carico”, e lo portassero di persona nella stanza di Belinda; lei stessa supervisionò questa difficile operazione, tornando solo quando tutto fu completato e sua cugina ebbe preso in carico la cameriera. Trovò Sir Robert seduto alla scrivania, con la testa tra le mani, sopraffatto da un profondo dolore.

“Ti prego, Robert,” disse quella signora, non senza asprezza, “di non esagerare affatto su questo insignificante episodio. Il bambino sta bene; si è trattato soltanto di un capriccio passeggero.”

“Temo, ” cominciò a rispondere suo cugino; stava per aggiungere “che io sia la causa di, ”, ma cambiò idea e preferì rimanere in silenzio.

“Questi piccoli episodi sono abbastanza comuni nelle ragazze dell’età di Belinda,” continuò la signora. “Io stessa non ne ho mai sofferto, come sapete: la nostra famiglia, grazie al cielo, è eccezionalmente robusta. Ma li ho visti troppo spesso in altre persone per darci peso. Credetemi, entro domani lei sarà di nuovo se stessa, e entro una settimana avrà dimenticato tutto.”

“Hai ragione, mia cara Claudia,” rispose Sir Robert con un’affettata allegria. “La verità è che nulla mi disturba, tranne il fatto che tu e io dobbiamo recarci a Londra entro domani al più tardi per questioni legate all’eredità di Lady Gordooly, che non può subire ritardi. Non potremo tornare prima di due settimane al massimo. Una assenza così lunga mi preoccupa un po’. Non vorrei lasciare il bambino in una condizione di salute incerta, da solo con i domestici.”

“Non temete,” rispose tranquillamente la signorina Hackman. “Avete spesso sentito parlare della mia amicizia e del mio affetto per una eccellente signora (attualmente in condizioni difficili) che vive a Bath e di nome Curll; per lei ho spesso fatto piccoli favori. Sono certa che sarà felice di venire qui gratuitamente, più che contenta di poter godere di un cambiamento d’aria, di pasti abbondanti e di tutte le comodità di questa casa: per non parlare della gratitudine che sicuramente prova verso di me. Può essere chiamata immediatamente. Vi garantisco la sua competenza e devozione. Si occuperà a dovere di Belinda fino al nostro ritorno, e ordinerò persino ai domestici di obbedire alle sue istruzioni, in modo che la nostra cara bambina possa essere liberata da preoccupazioni come le faccende domestiche e i pasti.”

“Sono davvero in debito con te,” rispose sua cugina, con sincera gratitudine. “Ammiro la tua decisione rapida e utile, e ti ringrazio per questo. Sarà avvertita stasera, se vuoi avere la gentilezza di redigere la lettera. Una carrozza verrà a prenderla all’alba, e sarà sistemata prima della nostra partenza.”

La signorina Hackman, piena dei suoi piani, si recò nel suo boudoir situato nell’ala nord per scrivere la lettera alla sua dipendente. Mentre lei era assente, suo cugino approfittò dell’occasione per recarsi immediatamente nella stanza di sua figlia, dove fu accolto con grande affetto dalla giovane malata.

Belinda aveva appena rinnovato le sue forze con una ciotola di zuppa e un bicchiere di vino porto, portatele con grande rispetto dal suo attendente personale. Congedò quest’ultimo, desiderando una conversazione privata; poi prese nuovamente Belinda per mano con affetto, mentre si sedeva su una sedia accanto a lei.

“Mia cara,” disse dopo una breve pausa, “mia adorata bambina, le parole che ho usato hanno causato in te un turbamento che non intendevo affatto e del quale, credimi, mi dispiace molto. La tua fiducia in me è stata inaspettata. Il suo significato mi ha colto di sorpresa.” Esitò per qualche secondo, scegliendo con cura le parole da dire.

“Non dovete pensare che io sia insensibile ai primi segni di affetto” (e in quel momento le accarezzò i capelli) “né immaginare che il passare di tanti anni mi abbia fatto dimenticare completamente gli effetti naturali della giovinezza. Il mio unico scopo è la vostra felicità, ” Fece una pausa, desiderando soprattutto non disturbare il suo umore ormai più sereno. Poi, in modo piuttosto brusco, aggiunse:

“Tuo cugino ed io – come probabilmente ricorderai – dobbiamo partire per Londra domani pomeriggio in carrozza. L’affare, di natura finanziaria e riguardante la nostra famiglia, è assolutamente urgente; nessuno dei due può essere scusato.”

“Non temere nulla, caro papà,” rispose Belinda con una voce più forte di quanto lui si aspettasse. “La mia circolazione sanguigna è già tornata normale. Sarò di nuovo me stessa prima del tuo ritorno.”

“Sì, sì,” disse il baronetto. “Ne sono sicuro. Tuttavia, durante questi quindici giorni della nostra assenza, sarei davvero preoccupato se non sapessi che vi prendete cura a dovere. Un’amica di nostra cugina, una signora di cui avrete sicuramente sentito parlare e forse anche incontrato: la signorina Curll di Bath, in lei la nostra cugina ha piena fiducia, verrà qui per farvi compagnia e aiutarvi a gestire le piccole faccende domestiche nei prossimi giorni. Non vi interferirà in alcun modo, mia cara bambina. La sua presenza mi rassicurerà molto.”

‘I am sure,’ replied his daughter, ‘that I shall like her very much, and your kindness is more, alas! than I deserve.’ She sighed, and her father’s eagerness to reassure and comfort her rose at that slight expression of her care.

‘I have told you,’ he said, ‘that I know — I understand — the affections of youth… I married late: you have a father too much advanced in years for your opening life. Your mother, who is now a saint in Heaven, you never knew. But I myself, long before your age, had among my companions one to whom the deepest of human feelings was far, far from unknown.’

He said no more, but in a little while, continued in a different voice:

‘If — and can I doubt it? — this attachment is, for the moment, so strong in you, I will not—’ she half rose, and would have spoken, eagerly, but he lifted his hand, ‘I will not wholly forbid its expression. I am no tyrant… God knows! But I owe it to you who are innocent of the world and the effect of time, to make conditions. These conditions I have, in the main, delivered. You must agree with me — the future will show it — that they are wise and wholly for your good. I must make trial. I shall myself — this very night — send word to young Maltravers, telling him that if in a certain delay your mutual purpose still stands, I shall require of him, as a condition of my consent that he enter a profession, though it be but that of a soldier; the purchase of a commission I could facilitate. I should prefer a career in which he may gain an honourable independence. I can by my influence secure him a minor post in Mr. Aldwin’s bank, where his capacity for regular work could be tested and his prospects, if he prove industrious, secured. When the required delay is exhausted, if his intentions prove firm under the ordeal, I must — I will — reluctantly, I confess — admit the prospect of such a union.’

‘Oh, papa!’ cried the enraptured girl, her face flushed with joy, ‘You are too good. I long…’

He interrupted her.

‘My dear,’ he continued, ‘the effects of time are stronger than your young heart can gauge. The trial may be too rude; your judgement of him fallible: my own more just. But if he show the manly purpose such an ordeal demands, and if you both, after a sufficient experience and attention, persist in your mutual purpose — why, I shall say that you have reached a well-considered conclusion, and that Horatio, by his industry, will merit my esteem, by his increasing income my respect.

‘Meanwhile there is yet one more condition which is essential, and on which you shall not move me. You may correspond: you must not meet… as yet.’

‘Alas! Alas!’ cried Belinda, dissolving (to her father’s alarm) into tears. ‘I should have told you! I am a wicked, ungrateful child!… No later than to-morrow noon, by the stream again, under the pine trees, Horatio and I were to find each other, and I…’

‘Do not be disturbed,’ answered her father promptly. ‘Even had I not decided as I have, your health forbids. I shall send a note to the boy myself to-night. I will tell him precisely how my decision in this matter stands: as for to-morrow, I will say that your indisposition forbids your leaving the house. Later, when we are gone, you are free to write to him, if you will, and he to reply. But I repose my confidence in you that you will not disappoint me, and that you will not meet him during my brief absence.

He embraced her fondly; she returned that embrace with grateful and intense feeling. Her happiness had returned — for was not such love as hers and Horatio’s eternal?

IV

THE BARONET WENT back to his study in a mixed mood, and told the maid, who had waited upon the landing without, to return to her mistress.

Seated at his desk, Sir Robert Montgomery took pen, wafer, sand, and paper, heaved a deep sigh, and began to write as follows:

‘SIR,’

Long did he ponder this word, considering all that lay beneath so stern an opening; then, slowly, he crumpled the paper, threw it into the basket, and began once more:

‘MY DEAR HORATIO—’

Here he rested his chin upon his hand and raised his eyes to the ceiling, in which attitude he remained, considering all that lay beneath so affectionate, or at least, so familiar an address. Still more slowly his right hand sought the sheet which once again he crumpled into a ball, and hurled into the receptacle at his side.

Then, abandoning further delay, he wrote rapidly and with a fixed determination:

‘MR. MALTRAVERS, ‘My daughter has communicated to me information which I should have preferred to have been better prepared for. I confess my surprise that you did not approach me before paying her the addresses of which I now learn for the first time: upon the very eve of a necessary departure for London, where business will detain me for a fortnight or more. Upon my return, I will consider your claims: I shall not, I cannot, be indifferent to my daughter’s feelings upon the one hand, nor, on the other, to my own opinion (after the experience of a long life) upon the imprudence of rash engagements. I shall beg of you to inform me upon your prospects — especially of a professional income — your approach to which shall not find me unsympathetic, but in the absence of which, I warn you, the prospect of such an alliance as you aspire to would be remote indeed. You have known each other from childhood; occasional correspondence is native to you both; I hesitate to forbid it in my absence, for its interruption would seem to both of you at once harsh and unfamiliar. But I strictly charge you that on no account are you, during that absence, to approach my house or make any appointment for meeting. My daughter has dutifully pledged me her word to the same effect, and, indeed, the state of her health is, for the moment, such that her medical adviser enjoins complete repose. Send no reply to this injunction. It would be useless, for I shall be gone before your answer could arrive. On my return, with which I will immediately acquaint you, I hope you will honour me with your presence at Marlden Towers, that we may discuss in full the matters I have put before you.’

“Sono sicura,” rispose sua figlia, “che mi piacerà molto, e la tua gentilezza, ahimè! è più di quanto meriti.” Sospirò, e l’impazienza di suo padre di rassicurarla e consolarla aumentò ancora di fronte a quel lieve segno della sua preoccupazione.

“Ve l’ho detto,” disse, “che conosco, che capisco i sentimenti della gioventù. Sono sposato tardi: vostro padre ha un’età troppo avanzata per la vostra vita appena iniziata. Vostra madre, che ora è una santa in cielo, non l’avete mai conosciuta. Ma io stesso, molto prima della vostra età, avevo tra i miei compagni qualcuno verso il quale i sentimenti più profondi dell’umanità non erano affatto sconosciuti.”

Non disse più nulla, ma dopo un po’ continuò con un tono diverso:

“Se – e posso dubitarne? – questo sentimento è, al momento, così forte in te, non lo impedirò del tutto, ” Lei si alzò a metà, pronta a parlare con fervore, ma lui sollevò la mano: “Non impedirò completamente che si esprima. Non sono un tiranno. Dio lo sa! Ma devo farlo per te, che sei innocente di fronte al mondo e alle influenze del tempo. Devo stabilire alcune condizioni. Queste condizioni, in linea di massima, le ho già espresse. Devi essere d’accordo con me: il futuro ne darà prova. Sono sagge e mirano esclusivamente al tuo bene. Devo provare. Stasera stessa manderò un messaggio al giovane Maltravers, dicendogli che, se dopo un certo lasso di tempo il vostro progetto rimarrà valido, gli chiederò, come condizione del mio consenso, che intraprenda una professione, anche solo quella di soldato; potrei agevolargli l’acquisto di una commissione militare. Preferirei che scegliesse una carriera che gli permettesse di raggiungere un’onorevole indipendenza. Con la mia influenza, potrei assicurargli un incarico minorile nella banca del signor Aldwin, dove le sue capacità lavorative potrebbero essere messe alla prova e le sue prospettive, se si dimostrasse diligente, garantite. Quando il periodo stabilito sarà trascorso, se le sue intenzioni rimarranno ferme sotto questa prova, dovrò – lo ammetto con riluttanza – accettare l’idea di un tale matrimonio.”

“Oh, papà!” esclamò la ragazza incantata, il viso arrossito dalla gioia, “Sei troppo buono. Desideravo tanto, ”

La interruppe.

“Mia cara,” continuò, “gli effetti del tempo sono più forti di quanto il tuo giovane cuore possa immaginare. La prova che dovrete affrontare potrebbe essere troppo dura; la tua valutazione su di lui potrebbe rivelarsi errata; la mia, invece, è più giusta. Ma se lui dimostrerà la determinazione che una simile prova richiede, e se entrambi, dopo aver sperimentato a sufficienza e prestato attenzione, persevererete nel vostro impegno reciproco, allora dirò che avrete raggiunto una decisione matura, e che Horatio, con il suo impegno e i suoi crescenti successi, meriterà la mia stima.”

“Nel frattempo, c’è ancora un’altra condizione essenziale, e su questa non dovrete convincermi a cambiare idea. Potete scrivervi, ma non dovete incontrarvi, per il momento.”

‘Ahimè! Ahimè!’ gridò Belinda, scoppiando in lacrime (a scapito dell’allarme di suo padre). ‘Avrei dovuto dirtelo! Sono una bambina cattiva, ingrata. Non più tardi di domani a mezzogiorno, vicino al ruscello, sotto i pini, Horatio e io ci saremmo incontrati, e io, ’

“Non lasciatevi disturbare,” rispose prontamente suo padre. “Anche se non avessi preso questa decisione, la vostra salute lo vieta. Stasera stesso manderò un biglietto a quel ragazzo e gli spiegherò chiaramente quale sia la mia posizione in questa questione; per quanto riguarda domani, dirò che il vostro malessere vi impedisce di lasciare casa. Più tardi, quando saremo via, potrete scrivergli se lo desiderate, e lui potrà rispondervi. Ma ho piena fiducia in voi: non mi deluderete, e non lo incontrerete durante la mia breve assenza.”

La abbracciò con affetto; lei ricambiò quell’abbraccio con sentimenti di gratitudine e intensità. La sua felicità era tornata. Poiché un amore come il loro, tra lei e Horatio, non poteva forse essere eterno?

IV

Il baronetto tornò nel suo studio in uno stato d’animo misto e disse alla cameriera, che lo aveva aspettato senza entrare nell’atrio, di tornare dalla sua padrona.

Seduto alla sua scrivania, Sir Robert Montgomery prese penna, carta assorbente, sabbia e foglio di carta, emise un profondo sospiro e iniziò a scrivere quanto segue:

“Signore,”

Pensò a lungo a questa parola, considerando tutto ciò che si nascondeva dietro un simile inizio così severo; poi, lentamente, strappò il foglio di carta, lo gettò nel cestino e ricominciò da capo.

“Mio caro Horatio…”

Qui appoggiò il mento sulla mano e alzò lo sguardo verso il soffitto, rimanendo in quella posizione mentre rifletteva su tutto ciò che era contenuto in quel messaggio così affettuoso, o almeno così familiare. Ancora più lentamente, la sua mano destra cercò il foglio di carta che ancora una volta strinse a palla e gettò nel cestino accanto a lui.

“Allora, senza ulteriori indugi, scrisse rapidamente e con determinazione.”

‘Signor Maltravers, mia figlia mi ha comunicato informazioni di fronte alle quali avrei preferito essere meglio preparata. Confesso di essere sorpresa dal fatto che non si sia rivolto a me prima di darle gli indirizzi di cui ora vengo a conoscenza per la prima volta: proprio alla vigilia di una partenza necessaria per Londra, dove sarò impegnata in affari per due settimane o più. Al mio ritorno esaminerò le sue richieste. Non posso, e non intendo, essere indifferente ai sentimenti di mia figlia da un lato, né alla mia stessa opinione – maturata dopo una lunga vita – riguardo all’imprudenza degli impegni affrettati dall’altro. Le chiedo di informarmi sulle sue prospettive, soprattutto in termini di reddito professionale: non sarò insensibile a questo aspetto, ma in assenza di esso, le avverto, la possibilità di un legame come quello che desidera diventere molto remota. Vi conoscete fin da bambini; una corrispondenza occasionale è naturale per entrambi. Esito a proibirvela durante la mia assenza, poiché la sua interruzione potrebbe sembrare sia a voi che a me improvvisa e sgradita. Tuttavia le ordino severamente di non avvicinarsi mai alla mia casa né di fissare alcun appuntamento durante quel periodo. Mia figlia mi ha dato la sua parola in questo senso, e in effetti, il suo stato di salute attuale richiede assoluto riposo secondo i consigli del suo medico. Non risponda a quest’ordine: sarebbe inutile, poiché sarò già partita prima che possa ricevere la sua risposta. Al mio ritorno, vi aspetto a Marlden Towers affinché possiamo discutere approfonditamente di tutte le questioni che le ho sollevato.’

The rapid pen here paused; he added — alas! he added — these fateful words:

‘Whether her present mood shall endure is a matter for time to test: I am old enough to know that things which seem eternal at her age and yours may be a matter of weeks, or days, or even hours.’

With that he abruptly ceased, and signed:

‘Your very obedient Servant to command,

‘ROBERT MONTGOMERY.’

This message he folded with care, after his usual fashion, in three creases. And, not content with the informal wafer, he imposed upon red wax his seal, with the arms of the Marlden Montgomerys — or Mumries, as they were then called — granted under a patent of William and Mary: three dolphins gules, natant upon argent under a pale proper with the crest a pheasant branchee and the device: Habet.

He rang; he ordered the enclosure to be delivered at once by hand, with the message that the bearer did not await an answer. He turned to another and yet more difficult task.

With no hesitation on his form of address, but with far more deliberation in the construction of his phrases, he composed a letter which the reader shall now peruse:

‘MY DEAR SIR HENRY, ‘After the conversation you were good enough to accord me, but Tuesday last, upon the suit which you desired me to permit you to present to my daughter, I should be treating you ill indeed, if I were to conceal from you a circumstance which has — in my view — modified that simple course which, as you know, I welcomed and approved. To be plain — and brief — I find upon the eve of my departure for London, that another — I need not fear to name him — the son of my late neighbour, “Hermit” Maltravers, a playmate of her earliest childhood, has made some impression upon Belinda’s inclination. She and he were children together. I suspected nothing more than an old and warm friendship. For the moment they feel — or fancy they feel — a stronger tie.

‘ It is my duty to add that if her decision prove fixed and permanent, I should deem it a fatal lack of judgement to oppose a too prolonged refusal.

‘I am distressed. I am somewhat at a loss. I write to you in the knowledge that, during my absence (her health confines her to the house), a man of your honour will respect her indecision. I leave her under the care of a Miss Curll of Bath, an elderly gentlewoman in whom I have full confidence, and who will reside temporarily in my house. In a fortnight I shall be returned, and the whole matter shall be laid before you.

‘It is possible, it is even probable, that this infatuation will pass, and that an alliance, which you know I should have preferred, may crown those wishes with the expression of which you honoured me but a few days since.

‘I am,

‘Your old and devoted friend,

‘ROBERT MONTGOMERY.’

This last letter the Baronet dispatched as he had the first, immediately, and by hand; sending word at the same time that no answer could reach him until his return from London. The messenger, a well-mounted groom, rode through the darkness which had already fallen, towards that stately mansion, some seven miles distant, the ancestral home of the Portlys.

V

THE SCENE HAS changed.

We are now before those gloomy but impressive gates which are the castellated portals of the Portlys. For near three generations that family had inhabited the towering pile which Mr. Portly of Cheapside, the grandfather of the reigning squire, had erected, his father amplified, and himself inherited at the early age of twenty-three; some eight years before the date of this narrative.

The mansion — known as Molcombe Abbey, from a ruined wall at the end of the kitchen garden, reputed to be a monastic relic — was in the Palladian order of architecture, but rising to no less than four stories and crowned by a tower of formidable dimensions, from which floated, when its owner was in residence, a flag bearing the Emblems of his Race.

The mounted messenger, approaching it through the evening, saw no more than the vast outline of this noble pile. The reader is more privileged. He may penetrate its massive walls and observe its occupant. Reclining at his ease upon an ancient canopied Dais of Tudor workmanship, the Master of the House mused over a vast fire of oaken logs, which illumined the panelled walls and fitfully revealed the soaring roof of his Hall.

He and his great inheritance seemed, in that setting, to lack nothing but the presence of some young Chatelaine worthy of the magnificent surroundings. Numerous suits of armour, panoplies of ancient weapons, many a dark canvas from the brush of more than one great master, adorned the walls. Rare porcelains and bronzes were dispersed in profusion, while a chandelier, saved from the sack of Chantilly, swung before a carved mantelpiece of the most elegant design.

From this splendid apartment a suite of not less gorgeous rooms could be perceived through the half-opened doors, the first in the manner of Louis Quinze, the next after the style put into fashion not so long ago by the Regent himself at the Pavilion; and beyond, again, a library, on the shelves of which were ranged the flights of genius, from the classic pages of Cicero and Virgil to the masterpieces of Scott and Alison. The whole combined to produce an effect of wealth and splendour which might have been envied by the highest in the land.

But this princely habitation was a deception to the visitor, a mockery to the embittered tenant of its glories. The apparent master of such treasures was in verity no more than a dependant; all was now abandoned as security to men of whose very names the ruined Henry Portly was uncertain, but who acted through Lawyer Fox, of Bath, himself a partner in the money-lending venture, and (so far as the only documents discovered to Sir Henry could show) the sole mortgagee of those vast estates and of that palatial residence, with all that it contained.

A personal allowance, not ungenerous, but galling and precarious, was secretly advanced to Sir Henry Portly, on condition that he should permanently reside upon the premises; for it was the conviction of the lenders that the maintenance of a certain pomp enhanced the value of their security. The wages of a considerable household were provided with equal secrecy by a monthly payment which this agent (or principal), Lawyer Fox, regularly made to the Baronet, after a full inspection of books, every farthing in which was closely examined and controlled. Little did the obsequious servants and tenants of Molcombe Abbey imagine, when the humble attorney paid his punctual monthly visit, that the rôles were reversed: that the great gentleman inwardly trembled lest he should hear the fatal decision which might at any moment drive him from his roof, while the rusty solicitor exulted in an unlimited power over all around.

“La penna veloce si fermò qui; aggiunse – ahimè! – queste parole fatali…”

Se il suo attuale umore durerà o meno, solo il tempo lo dirà: sono abbastanza vecchio per sapere che ciò che sembra eterno alla sua età e alla tua potrebbe durare soltanto poche settimane, giorni, o addirittura ore.

Con queste parole si interruppe bruscamente e firmò:

“Vostro umile e obbediente servitore, all’ordine.”

“Robert Montgomery.”

Questo messaggio lo piegò con cura, come al solito, in tre pieghe. E, non accontentandosi di quel semplice foglietto informale, vi appose il proprio sigillo, raffigurante gli stemmi della famiglia Marlden Montgomery – o Mumries, come venivano chiamati all’epoca – concesso su patente di Re Guglielmo e Maria: tre delfini rossi, che nuotano in uno sfondo argento, sotto un timbro decorato con una cresta a rami di fagiano e la scritta “Habet”.

Suonò il campanello; ordinò che l’involucro venisse consegnato immediatamente a mano, con la raccomandazione che il messaggero non aspettasse alcuna risposta. Poi si dedicò a un’altra attività, ancora più complessa.

Senza alcuna esitazione riguardo al modo in cui si rivolgeva, ma con molta più attenzione nella formulazione delle frasi, scrisse una lettera che il lettore leggerà ora:

‘Mio caro signor Henry, dopo la conversazione che avete avuto la gentilezza di avere con me, martedì scorso, riguardo alla proposta che desideravate mi permettessi di presentare a mia figlia, sarebbe davvero scortese da parte mia nascondervi una circostanza che, a mio parere, ha modificato quella semplice procedura che, come sapete, avevo accolto con favore e approvato. Per essere chiara e breve, alla vigilia della mia partenza per Londra, ho scoperto che un altro uomo – non ho paura di nominarlo – il figlio del mio defunto vicino, “Ermit” Maltravers, un compagno di giochi dei primi anni di Belinda, ha suscitato in lei un certo interesse. Erano bambini insieme; non sospettavo nulla di più di una vecchia e profonda amicizia tra loro. Al momento, però, sembra che provino, o si illudano di provare, un legame più forte.

“È mio dovere aggiungere che, se la sua decisione dovesse rivelarsi ferma e irreversibile, considererei contrario a un giudizio sano opporsi a un rifiuto che si protraesse troppo a lungo.”

“Sono angosciato. Sono un po’ perso. Vi scrivo sapendo che, durante la mia assenza (la sua salute le impedisce di uscire di casa), un uomo della vostra onorabilità rispetterà la sua indecisione. L’ho affidata alle cure di una certa Miss Curll di Bath, una donna anziana e gentile di cui ho piena fiducia; lei rimarrà temporaneamente nella mia casa. Tra quindici giorni tornerò e vi esporrò tutta la situazione.”

È possibile, anzi molto probabile, che questa infatuazione passi, e che un’alleanza – che voi sapete essere quella che avrei preferito – possa realizzare quei desideri di cui mi avete onorato solo pochi giorni fa.

‘I am,

“Il tuo vecchio e fedele amico…”

“Robert Montgomery.”

Questa ultima lettera il Baronetto la inviò, proprio come la prima, immediatamente e di persona; allo stesso tempo comunicò che nessuna risposta avrebbe potuto raggiungerlo fino al suo ritorno da Londra. Il messaggero, un giovane cavaliere ben equipaggiato, attraversò l’oscurità ormai calata, dirigendosi verso quella maestosa dimora situata a circa sette miglia di distanza, la residenza ancestrale dei Portly.

V

La scena è cambiata.

Ora ci troviamo di fronte a quelle porte cupe ma imponenti, i portali fortificati della famiglia Portly. Per quasi tre generazioni, quella famiglia ha abitato in quell’imponente edificio che il signor Portly di Cheapside, nonno dell’attuale proprietario terriero, aveva fatto costruire; suo padre lo aveva ampliato e lui stesso l’aveva ereditato all’età di ventitré anni, circa otto anni prima della data in cui si svolge questa narrazione.

La residenza – conosciuta come Molcombe Abbey, a causa di un muro in rovina situato all’estremità del giardino della cucina, e ritenuta un relitto monastico – seguiva lo stile architettonico palladiano. Aveva però almeno quattro piani ed era sormontata da una torre di notevoli dimensioni; quando il suo proprietario vi risiedeva, dalla torre sventolava una bandiera con gli stemmi della sua famiglia.

Il messaggero a cavallo, avvicinandosi al crepuscolo, non riusciva a vedere altro che la vasta sagoma di quella imponente struttura. Il lettore, invece, ha maggiori privilegi: può addentrarsi tra le sue massicce mura e osservare chi vi abita. Appoggiato comodamente su un antico podio realizzato in stile Tudor, il padrone di casa contemplava il vasto fuoco di tronchi d’quercia che illuminava le pareti intarsiate, rivelando di tanto in tanto l’alto soffitto della sua sala.

Lui e la sua enorme eredità sembravano, in quel contesto, mancare soltanto della presenza di una giovane padrona di casa degna di tali magnifici ambienti. Numerose armature, insiemi di antiche armi, molti dipinti realizzati da grandi maestri adornavano le pareti. Rari porcellani e bronzi erano disposti in abbondanza, mentre un candelabro, salvato dalla saccheggio di Chantilly, pendeva sopra un camino scolpito di estrema eleganza.

Da questo splendido appartamento si potevano intravedere, attraverso le porte semi-aperte, una serie di stanze non meno magnifiche: la prima era arredata nello stile Luigi Quinze, la seguente seguiva lo stile introdotto poco tempo prima dal Reggente stesso al Pavilion; ancora oltre c’era una biblioteca, le cui mensole contenevano opere di genio, dai classici Cicerone e Virgilio ai capolavori di Scott e Alison. Tutto ciò insieme creava un effetto di ricchezza e splendore che avrebbe potuto suscitare invidia persino tra le persone più nobili del paese.

Ma questa residenza principesca non era altro che un inganno per il visitatore, una beffa per colui che aveva perso tutto ciò che essa rappresentava di glorioso. Il presunto padrone di tali tesori non era in realtà altro che un dipendente; tutto era stato abbandonato a causa di persone le cui stesse identità il rovinato Henry Portly non conosceva nemmeno, ma che agivano attraverso l’avvocato Fox di Bath, anch’egli socio nell’impresa di prestiti. E, secondo gli unici documenti scoperti da Sir Henry, Fox era l’unico ipotecario di quelle vaste proprietà e di quella residenza palatina, insieme a tutto ciò che contenevano.

Un sussidio personale, non generoso, ma fastidioso e precario, veniva segretamente concesso a Sir Henry Portly, a condizione che risiedesse permanentemente nella proprietà; infatti, i prestatori erano convinti che il mantenimento di una certa pompa aumentasse il valore della loro garanzia. Anche le spese per un’intera famiglia venivano coperte in modo altrettanto segreto attraverso pagamenti mensili effettuati regolarmente da questo intermediario, l’avvocato Fox, dopo un’attenta revisione dei conti: ogni singolo penny veniva esaminato e controllato con cura. I servitori ossequiosi e gli inquilini dell’Abbazia di Molcombe non avrebbero mai immaginato che, quando l’umile avvocato effettuava la sua visita mensile puntuale, i ruoli si invertivano: il nobile signore tremava interiormente all’idea di sentire una decisione fatale che potesse in qualsiasi momento costringerlo ad abbandonare quella casa, mentre l’avvocato, ormai privo di prestigio, esultava per il potere illimitato che aveva su tutti quanti intorno a lui.

This lamentable situation had arisen from an action only too common upon the part of our gentry. Sir Henry’s father had had the fatal imprudence to speculate on ’Change.

It was at the moment when the fate of Europe hung in the balance, when the Corsican adventurer had broken loose from Elba, and all England was in an agony of expectation to learn the event of the decisive action to be determined on the plains of Flanders.

The rumour spread by Herr Amschel — later and better known as the Baron de Rothschild — that the glory of Britain had set on the field of Waterloo, had led Sir Orlando (for such was his name) to sell three per cents, upon account, in the hope of reaping an immense profit when all should be acquainted with the fatal truth. He had not allowed for the business acumen of the great banker. For Amschel-Rothschild had secretly procured the news of victory in advance of all, and had had the admirable foresight to spread accounts of defeat for the better preparation of the market.

It was upon these accounts that Sir Orlando had speculated in London, confident in the ruin of our cause. But within forty-eight hours it was known that the Iron Duke, despite the blunders of Blucher and the cowardice of the wretched foreigners under his command, had driven in headlong flight the insolent usurper from the field of Waterloo. The three per cents, enjoyed an immediate and extraordinary rise in value, and the too sanguine expectant of future fortune was broken.

Sir Orlando was embarrassed beyond repair. Loan succeeded loan. The unfortunate gentleman sank into a premature grave under the burden of his misfortune, and his young heir, Henry, succeeded to the position I have described.

With each succeeding year Sir Henry’s difficulty in meeting the interest grew greater, until at last nothing remained between him and foreclosure upon Molcombe Abbey save the delay in finding a sufficient offer of purchase by the mortgage holders. At this stage Sir Henry Portly’s situation was — in his own judgement (and perhaps in theirs) — re-established by his approaching engagement to Belinda.

Her father’s most hearty consent, her own feelings (which he fondly imagined would favour his suit!), he regarded as earnest of a certain alliance. The prospects of such a marriage he had described to Mr. Fox in glowing colours: nor did the lawyer, upon making private inquiry, differ in his judgement upon the case.

After some interval (sufficient to render his young bride sensible of their common interests), Belinda’s ample dowry, upon which her father had been both open and generous, would reduce the debt to manageable proportions; her inheritance (on which, moreover, an advance could be negotiated) would more than do the rest: and upon Sir Robert’s demise — he was reputed to be of a gouty disposition, and his father had died in middle age — all would once more be stable and at ease in the combined estates of Molcombe Abbey and Marlden Towers.

Such was the line on which Sir Henry Portly’s musings ran as he gazed that evening into the fire and erected dreams of an opulent future, when a manservant, clothed in the sumptuous green and mauve of the Portly livery, approached with a salver of massive silver in his hand, bearing a sealed pli, which he presented, with a low bow, to the master of the Abbey. It was Sir Robert’s letter.

Sir Henry opened it — devoured its contents, grasped his peril in a flash, and immediately, with a rapidity worthy of a Cæsar or a Duke of York, he had come to a decision.

With dreadful menaces against delay, he ordered his fleetest steed, Corsair, to be saddled in burning haste, and was galloping furiously down the Bath Road within ten minutes of receiving the fateful news. Alas! that such qualities of intelligence and will should be allied to so unscrupulous a morale: yet such is, indeed, too often the case!

Leaping from his foaming steed in the streets of Bath, at the door of the solicitor’s office, he flung the bridle to a passing suppliant, hammered upon the door with his whip-handle, and was at once admitted.

He found Lawyer Fox seated at his desk, perusing, by the light of two candles, dusty documents tied in red tape, each of which doubtless stood for the ruin of the widow and the orphan.

With not a moment’s delay the Baronet poured his tale into the ear of the attorney, whose sallow aquiline features, brilliant dark eye, compressed lip and pointed chin, all marked his concentrated attention.

‘There is not a moment to be lost,’ cried Sir Henry, in conclusion. ‘You know this woman Curll?’

‘I do,’ answered the Lawyer, in firm but quiet tones. He lifted his spare, black-clad figure from the chair, pulled open a high drawer marked with the letter ‘C,’ and drew from its recesses an endorsed file wherein were noted the occupation, age, character, and circumstances of that spinster. There were few, indeed, in all Bath and the surrounding district whom Mr. Fox could not thus refer to and determine.

‘Seek her at once!’ the Baronet continued abruptly. ‘It is your interest as much as mine.’

‘More so,’ interjected his creditor drily.

‘See to it that she shall be our agent!’

‘Mine,’ murmured Mr. Fox.

‘And that this wretched accident shall come to nothing. Quick! I repeat — there is not an hour to be lost! No one knows better how to act than you! I leave it in your hands.’

The attorney smiled in sinister fashion at the compliment, and taking an ample dark cloak which it was his custom to wrap about his form when engaged on his most secret errands, and a soft broad hat of the same sombre hue, which almost hid his features, he accompanied his client from the room to the street.

He chuckled to himself in mirthless irony as the younger man tossed a guinea to the poor wretch who had held his mount, and set off on his return to Molcombe. The lawyer hearkened a moment to the diminishing sound of the horse’s hoofs as they receded in the distance, then, his powerful but evil mind charged with a plan of appalling wickedness, he hurried through the night towards the Crescent, where Miss Curll maintained her meagre ménage.

Questa situazione deplorevole era scaturita da un’azione fin troppo comune tra la nostra nobiltà. Il padre di Sir Henry aveva commesso l’imprudenza fatale di speculare in borsa.

Fu in quel momento in cui il destino dell’Europa era in bilico, quando l’avventuriero corso si era liberato da Elba, e tutta l’Inghilterra attendeva con ansia di conoscere l’esito dell’azione decisiva che avrebbe avuto luogo nelle pianure delle Fiandre.

La voce diffusa da Herr Amschel – che in seguito divenne meglio conosciuto come il Barone de Rothschild – secondo cui la gloria della Gran Bretagna era stata conquistata sul campo di Waterloo, spinse Sir Orlando (così si chiamava) a vendere titoli al tre per cento, in conto corrente, nella speranza di ottenere un enorme profitto non appena tutti avessero conosciuto la verità. Non aveva tenuto conto dell’acume commerciale di quel grande banchiere: Amschel-Rothschild, infatti, aveva già ottenuto segretamente la notizia della vittoria prima di chiunque altro e aveva avuto l’intelligenza di diffondere informazioni sulla sconfitta al fine di preparare meglio il mercato.

Era su queste basi che Sir Orlando aveva fatto delle speculazioni a Londra, convinto della rovina della nostra causa. Ma entro quarantotto ore si seppe che il Duca di Ferro, nonostante gli errori di Blucher e la codardia dei miseri stranieri sotto il suo comando, aveva costretto l’arrogante usurpatore a fuggire disperatamente dal campo di Waterloo. I titoli finanziari che offrivano un rendimento del tre per cento registrarono immediatamente un aumento straordinario di valore, e coloro che avevano sperato troppo in un futuro prospero rimasero delusi.

Sir Orlando si trovava in una situazione imbarazzante da non poter essere più recuperata. Un debito dopo l’altro, il povero gentiluomo finì per morire prematuramente a causa dei suoi mali fortunati; suo giovane erede, Henry, gli succedette nella posizione che ho descritto.

Con ogni anno che passava, le difficoltà di Sir Henry nel pagare gli interessi aumentavano sempre di più; alla fine, non rimase più nulla tra lui e la perdita della proprietà della Molcombe Abbey, se non il ritardo nell’ottenere un’offerta di acquisto sufficiente da parte dei detentori dell’ipoteca. A questo punto, secondo la valutazione stessa di Sir Henry Portly (e forse anche quella degli altri), la sua situazione venne ristabilita grazie al suo imminente fidanzamento con Belinda.

Il pieno consenso di suo padre e i suoi stessi sentimenti (che lui si illudeva affettuosamente che fossero favorevoli alla sua proposta!) gli sembravano segni concreti dell’imminente realizzazione di un certo legame. Aveva descritto le prospettive di un tale matrimonio al signor Fox in termini molto lusinghieri; nemmeno l’avvocato, dopo aver indagato personalmente, aveva cambiato opinione sulla questione.

Dopo un certo lasso di tempo (sufficiente perché la sua giovane sposa comprendesse i loro interessi comuni), la cospicua dote di Belinda, di cui suo padre era stato aperto e generoso, avrebbe ridotto il debito a proporzioni gestibili; inoltre, l’eredità che le spettava (su cui si poteva anche negoziare un prestito) sarebbe stata più che sufficiente per risolvere tutti i problemi. E alla morte di Sir Robert – si diceva che soffrisse di gotta e suo padre era morto a mezza età – tutto sarebbe tornato stabile e in ordine, grazie alle proprietà congiunte di Molcombe Abbey e Marlden Towers.

Ecco su quale argomento si concentravano i pensieri di Sir Henry Portly quella sera, mentre fissava il fuoco e immaginava un futuro di prosperità. Quando un servitore, vestito con gli sfarzosi colori verde e viola della livrea dei Portly, si avvicinò reggendo un vassoio d’argento massiccio contenente una lettera sigillata; con un profondo inchino, la consegnò al padrone dell’abbazia. Era la lettera di Sir Robert.

Sir Henry l’aprì, divorò il suo contenuto, comprese immediatamente il pericolo che lo minacciava e, con una rapidità degna di un Cesare o di un Duca di York, prese subito una decisione.

Con terribili minacce legate al ritardo, ordinò che il suo cavallo più veloce, Corsair, venisse sellato in fretta e furia; dieci minuti dopo aver ricevuto la notizia fatale, stava già galoppando lungo la Bath Road. Ahimè! Che tali qualità di intelligenza e volontà possano essere associate a una morale così senza scrupoli. Eppure, spesso è proprio così che accade!

Saltando giù dal suo cavallo schiumante per le strade di Bath, davanti all’ingresso dello studio dell’avvocato, gettò le redini a un passante che lo implorava, bussò alla porta con il manico del frustino e fu subito ammesso.

Lo trovò seduto alla sua scrivania, intento a esaminare, alla luce di due candele, documenti polverosi legati con nastri rossi; ognuno di essi, senza dubbio, rappresentava la rovina della vedova e dell’orfano.

Senza un attimo di esitazione, il baronetto iniziò a raccontare la sua storia all’avvocato; i tratti del suo viso – pallidi, aquilini, occhi scuri e luminosi, labbra serrate e mento appuntito – evidenziavano la sua attenzione assoluta.

“Non c’è un attimo da perdere,” esclamò infine Sir Henry. “Conosci questa donna, Curll?”

“Sì,” rispose l’avvocato con voce ferma ma tranquilla. Si alzò dalla sedia, avvolto nella sua veste nera, aprì un cassetto alto contrassegnato dalla lettera “C” e ne estrasse una cartella contenente informazioni sull’occupazione, l’età, il carattere e le circostanze di quella zitella. Infatti, in tutta Bath e nelle zone circostanti, c’erano poche persone di cui il signor Fox non potesse fornire tali dettagli.

“Cercatela immediatamente!”, continuò bruscamente il baronetto. “È nell’interesse sia vostro che mio.”

“Anzi di più,” intervenne seccamente il suo creditore.

“Assicurati che diventi la nostra agente!”

“Mie,” mormorò il signor Fox.

‘E che questo maledetto incidente non abbia alcun seguito. Presto! Ripeto: non c’è un minuto da perdere! Nessuno sa come agire meglio di te! Lascio tutto nelle tue mani.’

L’avvocato sorrise in modo sinistro a quel complimento; poi, indossando un ampio mantello scuro che era sua abitudine usare quando si occupava di missioni molto segrete, e un cappello morbido e largo dello stesso colore cupo che quasi nascondeva i suoi tratti, accompagnò il suo cliente dalla stanza in strada.

Ridacchiò tra sé con una ironia senza gioia quando l’uomo più giovane gettò una ghinea al povero diavolo che aveva tenuto fermo il suo cavallo, per poi partire verso Molcombe. L’avvocato ascoltò per un momento il suono sempre più lontano degli zoccoli del cavallo che si allontanava nella notte; poi, la sua mente potente ma malvagia concepì un piano di terribile crudeltà, e si affrettò verso il Crescent, dove Miss Curll conduceva la sua misera esistenza.

For now some hours that gentlewoman had received and ruminated upon the missive of her benefactress. Her neat but impoverished raiment, the embittered expression upon her pinched features, her very ringlets hanging scarce and grey upon either side of her gaunt face, betrayed her intimate emotion. She dared not neglect what was, indeed, a command, but she had noted with a sarcastic smile the absence of any mention of emolument, and she was considering that the brief morning hours before the arrival of the chaise from The Towers would not even give her the opportunity to find a tenant for her two poorly-furnished rooms during her absence. As is too frequently the case with deeds of benevolence, those of Miss Hackman had awakened no gratitude in the restricted breast of her dependant; and although but last Christmas she had received a gift of game and a bottle of Madeira from her superior and friend, she seemed to regard such munificence as less than her due.

She had already arrived at the conclusion to work upon Belinda’s young and more impulsive nature, in order to obtain a handsome gratuity at their parting, when, with a sharp rap at the door, ushered in by the charity girl who was Miss Curll’s sole attendant, Mr. Fox appeared — presenting, in his dark cloak muffled about his mouth and caught over his extended arm, a figure mysterious and alarming.

He bowed upon his entry, took the chair presented him, thrust his sombrero into the folds of his black garment, and fixed his brilliant eyes upon the gentlewoman with a gaze the intensity of which disconcerted her and compelled her to cast her glance to the floor.

‘Madam,’ he said at length, ‘I will be brief — and to the purpose. You are engaged to act as companion for some little time to Miss Montgomery at Marlden Towers.’

The unfortunate lady made a gesture as though to reply, when he interrupted her and continued: ‘All is known to me. I approach you only for your own advantage — and, indeed, that of your employers.’

At the word ‘employers’ a faint flush, which did not escape her visitor, rose to this unfortunate lady’s cheekbones. She repressed a protest and heard him out.

‘This young lady — you may have heard it — or you may not — is pursued by the unwelcome attentions…’

‘Whether they are unwelcome or not,’ Miss Curll took courage to interrupt, ‘it is not mine to judge. I am informed of the situation. I know the gentleman’s name… I…’

‘Madam — they must not meet.’

‘Sir!’ answered Miss Curll with some hauteur, ‘I do not take orders from you! You forget yourself… Moreover’ (she added, as she noted a certain expression upon his lips), ‘I may tell you that such a contingency does not arise. The young people are already pledged to such conduct as you advise. Indeed, my charge, Miss Montgomery, has promised her father that during his absence, there shall be no meeting between herself and young Mr. Mal travers.’

‘It is well,’ answered Mr. Fox briefly — and here he leant forward in an impressive manner and lowered his voice. ‘But there is more. They are not to correspond.’

‘Really, sir—’ began Miss Curll, with rising tones, when she noticed that the hand of the lawyer had laid firmly upon the table, concealed or half-concealed, a banknote of an unknown denomination. Her colour came and went, she clasped her mittened hands, and nervously intertwined her fingers.

‘They are permitted to correspond,’ she almost whispered, ‘at least, if I understand…’

‘Madam,’ broke in the Attorney, ‘you have read wrong. It is to the interest of all — and of none more than of the young lady herself — that no letters should pass.’

With that he permitted so much of the note to be seen as disclosed the enormous sum of twenty-five pounds.

‘Would you bribe me, sir?’ cried Miss Curll, in haughty and louder tones.

‘Such was my intention,’ answered the lawyer cynically; ‘if indeed,’ he added hastily, ‘any possibility of bribery were in question… Come — I spoke in jest,’ he continued, with a fixed and passionless expression. ‘There is no idea of any such thing. Rather are we concerned to further interests which no one has more at heart than Sir Robert himself, and his cousin Miss Hackman. They will be grateful, believe me. I know all.’

‘You bewilder me…’ said Miss Curll, with hesitation. ‘For whom do you speak?’

‘For those who most desire Miss Montgomery’s welfare. You cannot,’ he added earnestly, ‘act more for this poor young heiress’s good, than by preventing a fatal course which all deplore. No one, in the end, will thank you more sincerely than her parent.’

‘I know,’ faltered Miss Curll, ‘that you are in the secrets of the gentry in our neighbourhood as I am not… and… that you may well be speaking — I am sure you are speaking — with superior knowledge of the family and its affairs.’

‘ I am,’ answered Lawyer Fox decidedly. ‘Indeed, the matter is felt to be so urgent, that, on finding the mission fulfilled, a further seventy-five pounds will immediately be placed at your disposal, through my agency.’

Miss Curll was silent. The lawyer rose, leaving the twenty-five pound note upon the table. Miss Curll rose also, but added not a word.

‘Madam,’ said the tempter, as he moved to the door, ‘I leave it to your honour and to your solid sense — matured, if I may say so, by some experience of life — to discern and to effect the true interests of the young, wealthy, but infatuated female entrusted to your charge.’

With these words he was gone.

VI

SIR ROBERT, AS he left for town, was delighted to observe the warmth with which his daughter received her companion, whom, indeed, she had not infrequently met in Bath when accompanying her cousin, Miss Hackman, upon errands of mercy. Her welcome argued success for his plans, and when, after warm embraces and benedictions, he fondly took his leave, he felt secure of her comfort until his return.

And, indeed, Miss Curll was assiduous in her attentions to her charge, immediately took over all household duties and surprised the domestics by her lack of hesitation in ordering of the household. Belinda accepted her solicitous advice on health and hours, and felt — after so many emotions — a sort of luxury in transferring the reins and relaxing into a complete vacuity from domestic cares.

Per il momento, quella gentildonna aveva ricevuto e riflettuto a lungo sulla lettera della sua benefattrice. I suoi abiti semplici ma poveri, l’espressione amara sul suo viso magro, i suoi capelli radi e grigi ai lati del volto emaciato rivelavano chiaramente le sue emozioni. Non osava trascurare ciò che, in realtà, era un ordine; tuttavia, aveva notato con un sorriso sarcastico l’assenza di qualsiasi menzione di compenso e stava pensando che le brevi ore del mattino, prima dell’arrivo della carrozza da The Towers, non le avrebbero nemmeno permesso di trovare qualcuno che affittasse le sue due stanze scarsamente arredate durante la sua assenza. Come spesso accade per i gesti di benevolenza, quelli di Miss Hackman non avevano suscitato alcuna gratitudine nel cuore ristretto della sua dipendente; e sebbene l’anno prima di Natale avesse ricevuto in dono selvaggina e una bottiglia di Madeira dalla sua superiore e amica, sembrava considerare tale generosità come qualcosa che le spettasse di diritto.

Aveva già concluso che fosse necessario lavorare sulla natura giovane e impulsiva di Belinda, al fine di ottenere una generosa ricompensa al momento della loro separazione, quando, con un forte bussare alla porta, fu fatto entrare da quella ragazza caritatevole che era l’unica assistente di Miss Curll: apparve il signor Fox, avvolto in un mantello scuro che gli copriva la bocca e il braccio teso, una figura misteriosa e inquietante.

Si inchinò all’ingresso, prese la sedia che gli venne offerta, infilò il suo sombrero nelle pieghe del suo abito nero e fissò con i suoi occhi brillanti quella gentildonna; l’intensità di quello sguardo la mise a disagio, costringendola a distogliere lo sguardo verso il pavimento.

“Signora,” disse infine, “sarò breve e andrò dritto al punto. Siete stata incaricata di fare da compagna alla signorina Montgomery a Marlden Towers per un certo periodo di tempo.”

La sfortunata signora fece un gesto come per rispondere, ma lui la interruppe e continuò: “So tutto. Mi avvicino a voi solo per il vostro bene, e, in realtà, anche per quello dei vostri datori di lavoro.”

Alla parola “datori di lavoro”, un leggero rossore, che non sfuggì al suo visitatore, apparve sulle guance di questa sfortunata signora. Lei trattenne una protesta e lo ascoltò fino in fondo.

“Questa giovane signora – forse l’avete già sentito, o forse no – è perseguitata da attenzioni indesiderate, ”

“Che siano benvenuti o meno,” disse la signorina Curll, prendendo coraggio per interrompere, “non spetta a me giudicarlo. Sono a conoscenza della situazione. Conosco il nome di quel gentiluomo. Io, ”

“Signora… non devono incontrarsi.”

“Signore!” rispose la signorina Curll con un certo tono di superiorità, “Non accetto ordini da voi! Vi state dimenticando di chi siete. Inoltre” (aggiunse, notando un certo espressione sulle sue labbra), “posso dirvi che una tale evenienza non si verificherà mai. I giovani hanno già promesso di comportarsi secondo i vostri consigli. Anzi, la mia protetta, la signorina Montgomery, ha promesso a suo padre che, durante la sua assenza, non ci saranno alcun incontro tra lei e il giovane signor Maltravers.”

“Va bene,” rispose brevemente il signor Fox; poi si sporse in avanti in modo imponente e abbassò la voce. “Ma c’è dell’altro. Non devono scriversi.”

“Davvero, signore, ” iniziò Miss Curll, alzando il tono di voce, quando notò che la mano dell’avvocato era posata fermamente sul tavolo, nascondendo o seminascogliendo una banconota di taglio sconosciuto. Il suo viso cambiava colore continuamente; si strinse le mani guantate e intrecciò nervosamente le dita.

“È loro permesso scriversi,” sussurrò quasi, “almeno, se ho capito bene…”

“Signora,” intervenne l’avvocato, “avete letto male. È nell’interesse di tutti – e soprattutto di quella giovane signorina – che nessuna lettera venga inviata.”

Con quel gesto, permise che gran parte del contenuto della nota venisse visibile, rivelando così l’enorme somma di venticinque sterline.

“Vorreste corrompermi, signore?”, gridò la signorina Curll con toni arroganti e più forti.

“Era proprio questa la mia intenzione,” rispose l’avvocato in tono cinico; “se davvero,” aggiunse in fretta, “esistesse anche solo una possibilità di corruzione. Ma insomma, ho parlato scherzando,” continuò con un’espressione fredda e distaccata. “Non c’è assolutamente nulla del genere. Piuttosto, ci occupiamo di interessi comuni a tutti, soprattutto a Sir Robert stesso e a sua cugina, la signorina Hackman. Saranno sicuramente grati. Lo so per certo.”

“Mi confondi…”, disse Miss Curll, esitante. “Di chi stai parlando?”

“Per coloro che desiderano davvero il bene della signorina Montgomery. Non potete fare di più per il bene di questa povera giovane ereditiera, se non impedire che si compia un destino fatale che tutti deplorano. Alla fine, nessuno vi ringrazierà più sinceramente di suo genitore.”

“Lo so,” balbettò la signorina Curll, “che tu conosci i segreti della gente beneestante del nostro quartiere, mentre io no, e, che probabilmente parli – ne sono sicura – con una conoscenza più approfondita di quella famiglia e dei suoi affari.”

“Sì,” rispose con decisione l’avvocato Fox. “Infatti, la questione è ritenuta così urgente che, non appena la missione sarà compiuta, ulteriori settantacinque sterline saranno immediatamente messe a tua disposizione tramite la mia mediazione.”

La signorina Curll rimase in silenzio. L’avvocato si alzò, lasciando sul tavolo la banconota da venticinque sterline. Anche la signorina Curll si alzò, ma non disse una parola.

“Madam,” disse il tentatore avvicinandosi alla porta, “lascio che sia a vostra onore e al vostro buon senso – maturato, per così dire, da alcune esperienze di vita – decidere quali siano gli veri interessi della giovane donna ricca ma infatuata affidata alle vostre cure.”

Con queste parole se ne andò.

VI

Sir Robert, mentre si recava in città, fu molto felice di notare l’affetto con cui sua figlia accolse la sua compagna: infatti, lei l’incontrava spesso a Bath quando accompagnava sua cugina, Miss Hackman, in varie commissioni. Quel calore nell’accoglienza dimostrava che i suoi piani stavano andando per il meglio. E dopo teneri abbracci e benedizioni, si congedò con fiducia, certo che sua figlia sarebbe stata al sicuro fino al suo ritorno.

E infatti, la signorina Curll era molto attenta alle sue responsabilità: prese immediatamente in carico tutti i compiti domestici e sorprese il personale per la sua sicurezza nell’organizzare le faccende di casa. Belinda accettò con gratitudine i suoi consigli riguardo alla salute e agli orari, e dopo tante emozioni, provò una sorta di sollievo nel lasciare che fosse lei a gestire tutto, liberandosi completamente dalle preoccupazioni domestiche.

But the more free was her mind from daily rounds, the more did the chief object of her thoughts return to her in a mixture of longing and delight. Soon (she mused) her ordeal would be at an end. Her dear papa would applaud her constancy — and meanwhile…

That same afternoon, a little before dinner, at about four o’clock, Miss Curll (who was standing at the window while Belinda read a book, reclining at ease upon a canopy) observed a figure, not of the household, approaching at some distance down the fields from the direction of Halston.

She turned without haste to her charge.

‘My dearest,’ she said (she was already on such terms), ‘You will excuse me, will you not? I shall take the air. I need it, and there is but a moment before we must dress for dinner, which I have postponed to the hour of five.’

She kissed the charming face, and, descending, strolled out towards the iron gates of the garden and on to the path through the park, as though careless of her steps.

The youth, whom she met half-way across the park field on the way to the wood saluted her awkwardly and would have passed. She stopped him with a smile, and asked him whither he was bound.

He told her that he bore a note from his master, Mr. Horatio Maltravers, for Miss Montgomery, and that he had not been desired to await a reply.

‘It is well,’ answered Miss Curll graciously. ‘I am glad to have met you; for Miss Montgomery is at this moment reposing, and I can convey this letter to her in due time, when she shall descend from her boudoir.’ With that, in a genteel gesture which marked her early training, she withdrew the folded paper from the youth’s hand, and smiling again with courteous confidence, placed it in her bosom. The lad, well pleased to be relieved of further duty, touched his forehead in rustic fashion and turned back the way he had come. Miss Curll slowly retraced her steps towards the mansion, humming in a somewhat worn but subdued voice one of those airs which Mr. Moore, the Irishman, had rendered familiar to the nobility and gentry, and which is now widely known as ‘The Minstrel Boy.’

She regained her room. She opened a small casket of cedar wood, wherein her poor trinkets were kept. She was on the point of depositing therein the letter, unopened, when she paused, possessed by a desire which she was ashamed to admit even to her inmost soul, but weak enough to gratify.

It has been remarked by cute observers of the human species that the female is more prone to the vice of curiosity than the male. This impoverished gentlewoman was no exception to her sex. Her loneliness, her distant acquaintance with the wealthy, her soured memories of happier days, perhaps some faded phantasm of romance, conspired to tempt her.

If, as the Papists monstrously pretend, an angel were deputed guardian for each of us, to defend us from evils which our own resolute wills should suffice to contest, such an imaginary being would have wept to observe the struggle in the soul of Miss Curll and its lamentable catastrophe.

She gently forced open the sealed and folded sheet with every imaginable precaution; none the less was it slightly torn. At this accident she shrugged her shoulders imperceptibly under her Castilian shawl; she knew that it prevented any retreat or later subterfuge. She boldly opened the paper and was amused, interested, absorbed, to read these lines, penned in the bold and hasty hand of an impassioned lover:

‘It is a word from your most honoured father which permits me to dare — to adventure — these words. I know not, in my perturbation, how to begin. I fear lest — once entered upon such a path — I cannot bring myself to end. The same indulgence which has granted me the supreme felicity of addressing you has informed me that we may not meet — for an eternity of days: at the earliest upon Sir Robert’s return from the Metropolis. My agony is enhanced by his communication of its cause. What! You are suffering, and I may not be near you? You languish, and I may not fly to your side? I went this morning to the ferns, to the pines, to the streamlet — although I knew I should not find you there.

Believe me, the woods were fragrant with your presence, and all the sun-lit world was filled with you. I say no more: I dare not. But oh! if the sacred moment which has transformed my life be not a cheat and an illusion, grant me one written word to support me in my fixed attention for the blessed, the distant moment in which I shall hear your living voice again, and, with its first accent, enter Paradise. I dare not write more: with what a thirst I long for but the briefest phrase from the quill your hand has held you may not know. It will be the sole sustenance of Horatio: it is life to him who now, and for ever more, must offer his soul to your keeping.’

The letter was refolded: hidden in its receptacle, and locked away. Some trace of a cold tear rose to the eye of the unhappy woman who had thus betrayed her trust. She soon mastered that passing sentiment. She rose and moved towards Belinda’s room.

Her charge was asleep as she noiselessly entered the apartment. She sat herself down at the window and, taking her wool and knitting-needles from the table where she had left them, occupied herself in the silent task until a delicate harmonious sigh revealed the awakening of her young companion.

‘Miss Curll,’ said Belinda, in a drowsy voice, ’is that you?’ Then, fully awake, she added, ‘I trust you enjoyed your stroll?’

‘It was delightful, my dear,’ replied the spinster with a pleasing glance. ‘Silent communion with Nature is my chief joy; and I was pleased to discover that at such an hour I had the park to myself. No one stirred. I returned as I came, alone. The very leaves were at rest.’ Once more (but this time more deeply, and fully conscious) Belinda sighed. She rose from her couch, in spite of Miss Curll’s remonstrance, and moved towards the window: there she stood pensive, watching the golden light in the west, her eyes unconsciously turning to the distant trees that hid the aged walls and crumbling turrets of the Maltravers’.

Ma più il suo spirito si liberava dalle quotidiane incombenze, più l’oggetto principale dei suoi pensieri tornava ad assillarla, mescolato di desiderio e gioia. Presto, rifletteva, la sua sofferenza avrebbe fine. Il suo caro papà avrebbe apprezzato la sua fedeltà. E intanto.

Quel pomeriggio stesso, poco prima di cena, verso le quattro, la signorina Curll (che stava in piedi vicino alla finestra mentre Belinda leggeva un libro, appoggiata comodamente a una tenda) notò una figura, che non apparteneva alla famiglia, avvicinarsi da lontano, lungo i campi, proveniente dalla direzione di Halston.

Si girò senza fretta verso la sua responsabilità.

“Mio carissimo,” disse lei (già si rivolgeva a lui in quel modo), “mi scuserai, vero? Andrò a prendere un po’ d’aria. Ne ho bisogno. Manca solo un attimo prima di doverci vestire per la cena, che ho rinviato alle cinque.”

Baciò quel volto affascinante e, scendendo, si incamminò verso le porte di ferro del giardino, proseguendo poi lungo il sentiero che attraversava il parco, come se non prestasse attenzione ai propri passi.

Il giovane, che lei incontrò a metà del campo del parco, lungo il cammino verso il bosco, la salutò in modo goffo e stava per andarsene. Lei lo fermò con un sorriso e gli chiese dove stesse andando.

Le disse che aveva un biglietto del suo padrone, il signor Horatio Maltravers, per la signorina Montgomery, e che non gli era stato chiesto di attendere una risposta.

“Va bene,” rispose Miss Curll con gentilezza. “Sono felice di avervi incontrato; poiché in questo momento Miss Montgomery sta riposando, potrò consegnarle questa lettera al momento giusto, quando scenderà dal suo boudoir.” Detto ciò, con un gesto elegante che testimoniava la sua educazione raffinata, prese il foglio piegato dalle mani del giovane e, sorridendo di nuovo con cortesia, lo mise nel proprio petto. Il ragazzo, molto sollevato di essere liberato da qualsiasi ulteriore incombenza, si toccò la fronte in modo rustico e tornò indietro per il cammino da cui era venuto. Miss Curll riprese lentamente il suo percorso verso la residenza, canticchiando a bassa voce una di quelle melodie che il signor Moore, l’irlandese, aveva reso familiari alla nobiltà e alla gente benevolente; quella canzone è oggi conosciuta in tutto il mondo come “The Minstrel Boy”.

Riprese la sua stanza. Aprì una piccola scatola di legno di cedro, nella quale teneva i suoi miseri gingilli. Stava per metterci dentro quella lettera, ancora chiusa, quando si fermò, sopraffatta da un desiderio che le vergognava persino ammettere con se stessa, ma abbastanza forte da essere soddisfatto.

Gli osservatori attenti della specie umana hanno notato che le donne sono più propense al vizio della curiosità rispetto agli uomini. Questa gentile donna, nella sua solitudine, nel suo vago contatto con i ricchi e nei suoi ricordi amari di tempi più felici, forse anche per qualche fantasma sbiadito di romanticismo, fu tentata da queste circostanze.

Se, come pretendono mostruosamente i Papisti, per ognuno di noi venisse designato un angelo come guardiano per difenderci dai mali contro cui la nostra volontà risoluta sarebbe sufficiente a lottare, un essere del genere avrebbe pianto nel vedere la lotta che avveniva nell’anima della signorina Curll e la sua tragica conseguenza.

Con estrema cautela, aprì delicatamente quel foglio sigillato e ripiegato; tuttavia, presentava qualche piccolo strappo. Di fronte a questo incidente, scrollò impercettibilmente le spalle sotto il suo scialle castigliano; sapeva che ormai non c’era più modo di tornare indietro o di trovare una scusa in seguito. Aprì coraggiosamente il foglio e lesse con divertimento, interesse e attenzione quelle righe, scritte a mano decisa e frettolosa da un appassionato amante.

“È una parola proveniente dal vostro più onorato padre che mi permette di osare pronunciare queste parole. Non so come iniziare, nel mio turbamento. Temo che, una volta intrapreso questo percorso, non riesca a portarlo a termine. Lo stesso favore che mi ha concesso la suprema felicità di rivolgermi a voi mi ha anche detto che forse non ci incontreremo mai più. Al massimo, solo al ritorno di Sir Robert dalla Metropoli. Il mio dolore aumenta ancora di più quando so la causa della sua assenza. Come! Voi soffrite, e io non posso essere al vostro fianco? Vi sentite male, e io non posso correre da voi. Questa mattina sono andato tra i felci, i pini, il ruscello, anche se sapevo che non vi avrei trovata lì, ”

Credimi, i boschi erano profumati dalla tua presenza, e tutto il mondo illuminato dal sole era pieno di te. Non oso dire di più. Ma oh! se quel momento sacro che ha cambiato la mia vita non fosse una truffa o un’illusione, concedimi almeno una parola scritta che mi sostenga nella mia attesa fervente di quel momento beato in cui sentirò di nuovo la tua voce viva. E con il suo primo suono, entrerò nel Paradiso. Non oso scrivere altro: quanto desidero quella breve frase scritta dalla penna che hai tenuto nelle tue mani. Forse tu non ne sai nulla. Sarà l’unica cosa che possa sostentare Horatio. È la vita per lui, che ora, e per sempre, deve offrire la sua anima alla tua custodia.

La lettera fu ripiegata, nascosta nel suo contenitore e poi chiusa a chiave. Un’ombra di lacrima fredda apparve negli occhi della donna sfortunata che aveva così tradito la fiducia ricevuta. Presto riuscì a superare quel momento di debolezza. Si alzò e si diresse verso la stanza di Belinda.

La sua compagna dormiva quando lei entrò silenziosamente nell’appartamento. Si sedette vicino alla finestra e, prendendo il filo di lana e gli aghi da maglia dal tavolo dove li aveva lasciati, iniziò a lavorare in silenzio fino a quando un delicato sospiro rivelò che la sua giovane compagna si era svegliata.

“Miss Curll,” disse Belinda con voce assonnata, “siete voi?” Poi, completamente sveglia, aggiunse: “Spero che vi sia piaciuto il vostro giro.”

“È stato delizioso, mio caro,” rispose la zitella con uno sguardo piacevole. “La comunione silenziosa con la Natura è la mia principale gioia; e sono stata felice di scoprire che a quell’ora il parco era tutto per me. Nessuno si muoveva. Sono tornata come ero venuta, da sola. Anche le foglie erano in quiete.” Ancora una volta (ma questa volta più profondamente, e con piena consapevolezza), Belinda sospirò. Si alzò dal divano, nonostante le remore di Miss Curll, e si avvicinò alla finestra: lì rimase a riflettere, osservando la luce dorata all’orizzonte; i suoi occhi si posarono inconsciamente sugli alberi lontani che nascondevano le antiche mura e le torri in rovina della dimora dei Maltravers.

Though but this one first day of separation was passing, she had hoped — she had dared to hope — that some sign would have come already from that house in all these long hours. She turned away and was silent.

‘You are fatigued, my love,’ said Miss Curll, implanting a kiss upon the pale brow. ‘You shall dine in your room and then early seek repose.’

‘I will do so,’ said Belinda resignedly. ‘Tomorrow I shall be completely recovered, believe me. To-night I must rest.’


With the next day an undimmed sun displayed the ancient groves and illumined the venerable precincts of Marlden Towers. Belinda, rising late, found herself, for the first time, unresponsive to the glorious sky. Her hours were passed in an increasing ill-ease to which she could give no name, while her desire to conceal it from her companion rendered it the more burdensome. It was not hers to let her thoughts dwell… yet dwell they would… on why… on whether…

She told herself that two days were not a long delay upon such an occasion. That a letter or message from Horatio would come, must be patiently awaited. Next a hasty, passionate thought interrupted her melancholy — no sooner entertained than banished. With the fall of evening her feverish mind suggested to her the folly that her father might have overstated his indulgence in the account he had given her of his note to Horatio: that some harsh word of Sir Robert’s might have abashed the younger man and rendered him silent: nay, that Sir Robert might even have hinted against any correspondence, though he had himself assured her they were free to write.

She crushed the thought. It was followed by a miserable, unworthy dread lest even so short a separation should have changed Horatio’s mind. This dread in turn yielded to what might in one less gifted, have verged on peevishness. At one moment it was with difficulty that she restrained her tears: at another her anger.

Darkness fell upon her unstable and feverish mood. A second night was passed in broken slumber.

The third day she was resolved to discover the cause — absence, neglect, illness… or chivalry? — the cause of that silence which had made her so to mourn.

She seated herself at her desk about midday, and, after making many a halt, many an inner consultation, she made bold to write as follows:

‘I take my pen — with what hesitation you best will know; with what eagerness (Yes, let me write it!) you best will understand. Yet it is only to ask you, Horatio, for such news of yourself as you have so often given me during the many years of our neighbourhood — of our acquaintance. My father has written to you — he has told me so. He has informed you of my indisposition, which forbids me to walk abroad or to receive. It will soon be gone — indeed, with his return a fortnight hence I shall be free as ever. But, in the interval, he would not (he assured me) have me neglect to hear from you. I have feared a little lest some passing illness may have postponed your writing: if that be so, then send me word, that I may write again… but now… but now… I can write no more. You know what spirit moves my pen, as it signs my name for you,

‘BELINDA.’

When she had read and re-read this simple letter — now dreading her daring, then emboldened by that inward flame — she took the step; she sealed it with her own ring; she summoned her maid.

Then, at a second thought, she determined to avoid anything that might by any misinterpretation seem clandestine, and boldly taking it to Miss Curll — for it was she who administered the household — begged her to see that a groom should at once bear the missive to Horatio.

‘I will see to it without delay, my dear,’ that lady assured her. ‘But you must not leave your room without precautions — and so early! Remember,’ she added archly, ‘that I am your jailor and that your health is my great concern! Come, let me lead you back. I will return in a moment, and we will take our refection together in your apartments.’

Poor Belinda rewarded her with a sweet smile, and, after so trying an hour, lay down to rest, assured that a reply to her billet could not be long delayed.

Alas! My reader knows too well what the next action of the elderly companion could not fail to be! She hastened to her own room, locked the door, and with now eager, unhesitating fingers broke the seal, and perused those words which were meant for another, and for that other alone. This done, she put the letter hastily away in the casket, locked it, and returned to her ward. So true is it that one evil deed leads to another, and that what first our conscience will hardly permit we soon repeat with shameless ease!


Meanwhile, in the cobwebbed and decaying woodwork of his ancient hall, Horatio Maltravers feverishly paced, marvelling, as the hours dragged on and day succeeded day, how it was that no word had reached him from The Towers. Now he was in an agony of doubt lest that dear frame should be tortured by fever, now in wonder whether a letter might not have miscarried; at last, when full inquiry had assured him that the illness of his adored was slight and mending, that no letter had come to him from the neighbouring house, he nerved himself to write once more. His excuse was ample: five days had passed since his first message: five days without a word.

He wrote with a soul disturbed; he wrote unevenly, hesitating for expression, destroying brouillon after brouillon until at last he had composed these lines — these feverish lines:

‘Belinda, if I have offended you in aught reveal it to me and I will make amends for life! If some ill rumour has reached you, which stains my honour in your eyes, briefly detail it to me and I will clear myself. If for any reason whatsoever you are prevented from sending notice of yourself, from letting me receive and worship the traces of your hand — oh! let me know it, and set at rest this tortured heart! But if you must still be obstinately silent, then believe, be sure, that I conclude my heaven to have been a brief illusion — your love (oh! my beloved) never to have answered mine. Yet, even so, respond! respond! I cannot be, I do not live, till I know even the worst: but oh! at least reply!’

Anche se quel primo giorno di separazione stava passando, lei aveva sperato, aveva osato sperare che, in tutte quelle lunghe ore, fosse già arrivato qualche segno da quella casa. Si girò e rimase in silenzio.

“Sei stanco, mio amore”, disse la signorina Curll, depositando un bacio sulla sua pallida fronte. “Mangerai nella tua stanza e poi andrai a riposarti presto.”

“Lo farò,” disse Belinda con rassegnazione. “Domani sarò completamente guarita, credetemi. Stasera devo riposare.”


Il giorno seguente, un sole splendente illuminava i vecchi boschi e rischiarava gli antichi dintorni di Marlden Towers. Belinda, che si alzava tardi, si rese conto, per la prima volta, di non essere affatto colpita da quella magnifica vista del cielo. Trascorreva le sue ore in un crescente malessere di cui non riusciva a dare una spiegazione; il desiderio di nasconderlo al suo compagno lo rendeva ancora più opprimente. Non era certo sua abitudine lasciare che i suoi pensieri si soffermassero su certe cose, eppure, inevitabilmente, continuavano a tornare su, sul perché, sul se.

Si disse che due giorni non rappresentassero un ritardo eccessivo in una situazione del genere; che una lettera o un messaggio da parte di Horatio sarebbero sicuramente arrivati, e quindi bisognava aspettare con pazienza. Poi, un pensiero affrettato e appassionato interruppe la sua malinconia, ma fu subito scacciato via. Con l’arrivo della sera, la sua mente febbrile le suggerì l’idea assurda che suo padre potesse aver esagerato riguardo alle sue concessioni, nel racconto fatto su quella lettera inviata a Horatio; che qualche parola dura da parte di Sir Robert avesse potuto imbarazzare il giovane e farlo tacere. Anzi, che Sir Robert potesse persino aver insinuato l’idea che non fosse permesso scambiarsi corrispondenza, nonostante le sue stesse parole le avessero assicurato il contrario.

Scacciò quel pensiero dalla mente. Subentrò poi un terrore miserabile e ingiustificato, il timore che anche una separazione così breve potesse aver cambiato le intenzioni di Horatio. Questo terrore, a sua volta, si trasformò in qualcosa che, in una persona meno fortunata, avrebbe potuto essere considerato irritabilità. A un certo punto le riusciva difficile trattenere le lacrime; in altri momenti, invece, era la rabbia a prendere il sopravvento.

L’oscurità avvolse il suo umore instabile e febbrile. Un’altra notte trascorse tra sonni intermittenti.

Il terzo giorno era decisa a scoprire la causa di quel silenzio che l’aveva fatta soffrire così tanto: assenza, negligenza, malattia, o forse nobiltà d’animo?

Si sedette alla sua scrivania verso mezzogiorno e, dopo molte esitazioni e riflessioni interiori, osò scrivere quanto segue:

“Prendo la mia penna – con quale esitazione lo farò, lo saprete meglio voi; con quanta fretta (Sì, lasciate che lo scriva!) lo farete, lo capirete ancora meglio. Tuttavia, il motivo per cui vi scrivo è solo per chiedervi notizie su di voi, quelle stesse che mi avete spesso dato negli anni in cui siamo stati vicini, negli anni della nostra conoscenza. Mio padre vi ha scritto; me lo ha detto lui stesso. Vi ha informato della mia indisposizione, che mi impedisce di uscire di casa o di ricevere visite. Presto passerà, anzi, con il suo ritorno tra due settimane sarò libero come sempre. Ma nel frattempo, non vorrebbe (me lo ha assicurato) che trascurassi di tenermi in contatto con voi. Temevo un po’ che qualche malattia improvvisa potesse aver ritardato la vostra risposta. Se è così, fatemelo sapere, così potrò scrivervi di nuovo. Ma ora, ora non posso più scrivere. Voi sapete quale spirito guidi la mia penna mentre scrivo il vostro nome.”

“Belinda.”

Dopo aver letto e riletto questa semplice lettera – a volte temendo la propria audacia, altre volte trovando coraggio in quella fiamma interiore – decise di agire: sigillò la lettera con il proprio anello e chiamò la sua cameriera.

Poi, dopo un secondo pensiero, decise di evitare qualsiasi cosa che potesse essere interpretata in modo errato come qualcosa di segreto, e andò coraggiosamente da Miss Curll – poiché era lei a gestire la casa – pregandola di far sì che un messaggero portasse immediatamente quella lettera a Horatio.

“Me ne occuperò senza indugio, cara mia,” le assicurò quella signora. “Ma non devi lasciare la tua stanza senza prendere alcune precauzioni, e così presto! Ricorda,” aggiunse con un sorriso malizioso, “che io sono la tua carceriera e che la tua salute è di estrema importanza per me! Vieni, ti accompagno indietro. Tornerò tra un momento e pranzeremo insieme nelle tue stanze.”

Povera Belinda, le fu ricompensata con un dolce sorriso; dopo un’ora così faticosa, si sdraiò per riposare, convinta che la risposta alla sua lettera non avrebbe tardato ad arrivare.

Ahimè! Il mio lettore sa troppo bene quale dovrà essere l’azione successiva di quella donna anziana. Si affrettò nella sua stanza, chiuse a chiave la porta e, con dita ansiose e senza esitazioni, ruppe il sigillo e lesse quelle parole destinate a un’altra persona, e soltanto a lei. Una volta fatto ciò, ripose frettolosamente la lettera nella scatola, la chiuse a chiave e tornò nella sua stanza. È davvero vero che un male conduce a un altro, e ciò che inizialmente la nostra coscienza ci impedirebbe di fare, presto lo ripeteremmo con spudorata facilità.


Nel frattempo, nelle assi di legno infestate dalle ragnatele e in decomposizione del suo antico salone, Horatio Maltravers camminava avanti e indietro con frenesia, chiedendosi come mai nessuna notizia fosse arrivata fino a lui dalle Torri. A volte era assalito dal dubbio che quella cara persona potesse soffrire per la febbre, altre volte pensava che forse una lettera si fosse persa durante la spedizione; infine, dopo aver verificato con attenzione che la malattia della sua amata era lieve e in via di guarigione, e che nessuna lettera era arrivata dalla casa vicina, si decise a scrivere ancora una volta. Aveva un buon pretesto: erano passati cinque giorni dal suo primo messaggio, cinque giorni senza alcuna notizia.

Scrisse con un’anima turbata; scrisse in modo disordinato, esitando nella ricerca delle parole giuste, distruggendo uno dopo l’altro i suoi bozzi, fino a quando finalmente riuscì a comporre queste righe, queste righe febbrili.

‘Belinda, se in qualche modo ti ho offesa, rivelamelo e farò ammenda per tutta la vita! Se qualche cattiva voce è giunta fino a te e ha macchiato la mia reputazione ai tuoi occhi, spiegamela brevemente e mi difenderò. Se per qualsiasi motivo non riesci a comunicare con me, a permettermi di ricevere e venerare anche solo i segni della tua presenza, oh! fammelo sapere, per placare questo cuore tormentato! Ma se proprio devi rimanere ostinatamente in silenzio, allora credimi: il mio paradiso non è stato altro che un’illusione, il tuo amore (oh, mia amata) non ha mai risposto al mio. Eppure, rispondi lo stesso! Non posso vivere, non esisto più, se non so anche la cosa peggiore, ma oh, rispondi almeno!’

This message, sealed and (how tenderly!) directed, he entrusted to the same messenger, then, relieved in some measure by such a paroxysm of the soul, he retired to rest in his ancestral chamber. In dreams he saw his appeal touched by divine hands, and compassion entering those pure eyes which had in them also the hidden flame of Heaven. It was but a dream; that letter, like its fellows, was intercepted; one more missive lay buried in the now crime-laden casket of Miss Curll.

Beyond those neighbouring elms, amid the well-appointed recesses of Marlden Towers, in her own luxurious apartments Belinda blushed and wept, self-tortured, as the days drew on.

Was it for this she had broken every rule of her condition and sex, outraged the tradition of the Montgomerys, and lowered herself to originate a correspondence with a gentleman? Was she thus to be disdained, nay, ridiculed? Then (with the next morn and after a troubled sleep) other counsels returned. It was an error; an accident! He was absent! Ill perhaps! And as this idea rose in her mind, her being stretched forth through airy space to seek to console him.

Or again… Or?… Or what dread explanation of his silence?

It was no longer to be borne! She took once more in hand that long goose quill of rosy tint, her soul’s good instrument, and, in the very moments when Horatio Maltravers was penning her his piercing cry, Belinda Montgomery was inditing, through blinding tears, this touching, this memorable appeal:

‘Horatio, My Horatio, — I have abandoned all for you. I put my very soul into these words… Ah! Why have you given me no sign? Why do I write? I know not what I write or how I write it. If you will not heed me, if you remain thus obstinately turned away — why then I write no more nor, indeed, exist. Forget, forgive the unfortunate Belinda.

Such were the effects of passion and disappointment upon the unhappy maid. Alas! That words so distraught (yet so profoundly moving! ) should have been lost in their turn. Within an hour they were locked away in the keeping of that treasonable companion.

In Halston’s venerable halls Horatio Maltravers woke from a fevered sleep to one more unhappy, uncompanioned day. The moments dragged like weeks; the morning half a year. He could not endure the silence: he walked to the very edges of his domain, still expecting against expectation some messenger at last. He returned morose to his table. After a meal untasted, wine barely sipped, he sat back silent in his chair and alone, considering a great resolution. At last he rose, approached his desk, took pen, ink, paper, sand, taper, wax, and seal, and composed this terrible adieu:

‘Belinda — I call you by your name: it is as though I spoke to you, soul of my soul; for even to write your name is a benediction. Belinda, you remain deaf to my entreaty, dumb to my poor request for one whispered word. You have thought better of a foolish moment, and, indeed, what right had I to envisage the escalade of heaven.

‘Forgive, forget, the unfortunate Horatio.’

He sealed the folded sheet and, summoning a menial, bade it be at once delivered at Marlden Towers. ‘Saddle me Crusader!’ he cried (naming the stoutest in his poor stable). ‘Bring me saddle-bags: I will fill them myself. I ride to-night.’

The domestics of the shrunken household discussed in awed and lowered voices their master’s strange demeanour. As for him, he put up but a small change of linen with a rouleau of one hundred guineas (his sole reserve), left with his housekeeper a short word announcing an absence of indefinite duration, and in this feverish fashion, rode out into the night.

For such is youth! Irresponsible to itself and others, a cause of ceaseless concern to age; but stirred with primeval fires.

VII

UPON THE MORROW of his departure, in the balmy morning following repose in a wayside inn, Horatio halted his mount a moment on the summit of a grassy down, whence could be surveyed the counties of Wiltshire and Somerset spread out to the westward far below. He turned in the saddle to scan from so far off among the hazy hills the scenes of his childhood. How familiar were those distant woods, those farewell heights of home — and yet how changed! The newly-risen sun illumined the prospect with a tender veil of cool and level light: it illumined that prospect in vain! For one seraphic hour, those slopes and vales, those forests and those meads, had shone transfigured with the hallowed name of Belinda. Their glory had now departed, and they were nothingness. The flame in the lanthorn was extinguished; the fields, the trees, were empty strangers all.

With drooping head and slackened rein Horatio resumed his eastward way across the high greensward.

So day after day he proceeded by the chalk pastures, with the plains of England below him upon either side, his straining progress only checked by regard for the dumb friend that bore him on. With each succeeding stage along the lonely uplands, the fever of his mind increased. The few shepherds whom he passed in his career shrank back affrighted (with their flocks) from those eyes, too bright, that heated brow; such was his demented aspect that the very gipsies by the rare woodsides shuddered at the spectacle, and muttered charms against ill-omen as the dark horseman swept past their miserable encampments.

So for two weeks and more he ceaselessly pursued his purpose, by Hampshire holdings and Sussex hamlets hidden in their combes, by causeways over the unpeopled marshes of Romney, by the Kentish gardens, until, from the heights of Shakespeare’s cliff, he beheld beneath him upon a stormy morning, the crowded haven and sounding strand of Dover.

From far out to sea the billows chased one another to the shore in foaming tumult; the skies above raced in low scudding clouds. Horatio recked nothing of it all. What to him were the commotions of Nature, in whose heart a wilder tempest raged? Rather did the universal mood of conflict seem attuned to his inward fevers, and the fury of the heavens but an echo of his own tumultuous soul.

Questo messaggio, sigillato e (con quanto affetto!) indirizzato, egli lo affidò allo stesso messaggero; poi, un po’ sollevato da tale esplosione di sentimenti, si ritirò a riposare nella sua stanza ancestrale. Nei sogni vide la sua supplica toccata dalle mani divine e la compassione entrare in quegli occhi puri, nei quali si nascondeva anche la fiamma celeste. Ma era solo un sogno; quella lettera, come le altre, fu intercettata; un’altra missiva finì sepolta nella scatola ormai piena di crimini della signorina Curll.

Oltre quegli olmi vicini, tra i tranquilli angoli di Marlden Towers, nelle sue lussuose stanze, Belinda arrossiva e piangeva, tormentandosi sempre di più man mano che i giorni passavano.

Era forse per questo che aveva infranto tutte le regole imposte dalla sua condizione e dal suo sesso, offeso la tradizione della famiglia Montgomery e umiliato se stessa scrivendo a quel gentiluomo? Doveva quindi essere disprezzata, anzi derisa? Ma poi (con l’alba seguente e dopo una notte inquieta), altri pensieri le vennero in mente: era stato un errore, un incidente! Lui non c’era, forse era malato. E mentre questa idea prendeva forma nella sua mente, sentì il proprio essere tendersi verso di lui, nel tentativo di consolarlo.

O ancora. O?. O quale terribile spiegazione per il suo silenzio?

Non poteva più sopportarlo! Prese di nuovo in mano quella lunga penna d’oca dai toni rosa, quell’instrumento prezioso della sua anima, e proprio nei momenti in cui Horatio Maltravers stava scrivendo il suo appello straziante, Belinda Montgomery, tra lacrime copiose, redigeva questo messaggio commovente, indimenticabile.

“Horatio, mio caro Horatio. Ho abbandonato tutto per te. Ho messo tutta la mia anima in queste parole. Ah! Perché non mi hai dato alcun segno? Perché continuo a scrivere? Non so nemmeno cosa sto scrivendo o come lo sto facendo. Se non vuoi ascoltarmi, se continui a rifiutarmi con tanta ostinazione, allora non scriverò più, e in realtà non esisterò più. Dimentica, perdonami, povera Belinda.”

Tali furono gli effetti della passione e del disappunto su quella sfortunata ragazza. Ahimè. Che parole così strazianti (eppure così profondamente commoventi!) dovessero a loro volta andare perdute. Entro un’ora, vennero chiuse a chiave, affidate alle cure di quel traditore compagno.

Nei venerabili saloni di Halston, Horatio Maltravers si svegliò da un sonno febbrile per affrontare un altro giorno infelice e solitario. I minuti sembravano trascorrere come settimane; la mattina pareva durare mezzo anno. Non riusciva a sopportare il silenzio: camminava fino ai confini del suo dominio, aspettando, contro ogni previsione, l’arrivo di un messaggero. Tornò poi, cupo, al proprio tavolo. Dopo aver mangiato senza assaporare nulla e bevuto appena del vino, si sedette di nuovo in silenzio nella sua sedia, solo, riflettendo su una decisione importante. Alla fine si alzò, andò alla scrivania, prese penna, inchiostro, carta, sabbia, candela, cera e sigillo, e scrisse questa terribile lettera d’addio:

“Belinda. Ti chiamo per nome: è come se ti parlassi direttamente, anima mia; infatti, anche scrivere il tuo nome è una benedizione. Belinda, rimani sorda alle mie suppliche, muta alla mia povera richiesta di una sola parola sussurrata. Hai preferito un momento di follia. E in effetti, quale diritto avevo io di sperare nell’ascesa al cielo?”

“Perdona e dimentica, povero Horatio.”

Sigillò il foglio piegato e, chiamando un servitore, gli ordinò di consegnarlo immediatamente a Marlden Towers. “Mettimi in sella, Crusader!”, gridò (indicando il cavallo più robusto del suo povero stallone). “Portami le borse da viaggio: le riempirò io stesso. Parto stasera.”

I domestici di quella famiglia ridotta si scambiavano commenti, con voci timide e sommerse, riguardo al comportamento strano del loro padrone. Lui stesso cambiò soltanto la biancheria da letto, utilizzando un rotolo di cento ghinee – l’unica riserva che possedesse – e lasciò alla sua governante poche parole per annunciare la propria assenza di durata indefinita; poi, in questo modo frenetico, uscì nella notte.

Ecco cos’è la gioventù: irresponsabile verso se stessa e gli altri, fonte di costante preoccupazione per gli anziani, ma animata da passioni primordiali.

VII

Il giorno seguente la sua partenza, nella fresca mattina dopo un riposo in una locanda lungo la strada, Horatio fermò il suo cavallo sulla cima di un prato erboso, da dove poteva ammirare i distretti di Wiltshire e Somerset stendersi a ovest, lontano sotto di lui. Si girò nella sella per osservare, da quella distanza tra le colline nebbiose, i luoghi della sua infanzia. Quanto familiari gli sembravano quei boschi lontani, quelle cime che avevano rappresentato la sua casa. Eppure quanto erano cambiati! Il sole appena sorto illuminava quella vista con un tenue velo di luce fresca e uniforme. Ma invano! Per un’ora, quelle colline, quei valli, quei boschi avevano brillato illuminati dal nome sacro di Belinda. Ora la loro gloria era svanita; non erano più nulla. La fiamma della lanterna si era spenta; i campi, gli alberi, erano tutti estranei e vuoti.

Con la testa bassa e le redini allentate, Horatio riprese il suo cammino verso est attraverso l’erba alta e rigogliosa.

Giorno dopo giorno, procedeva lungo quei pascoli di ghiaia, con le pianure d’Inghilterra ai suoi piedi su entrambi i lati; il suo avanzare faticoso veniva ostacolato soltanto dal timore per l’amico silenzioso che lo portava sul dorso. A ogni tappa lungo quelle terre desolate, la febbre nella sua mente aumentava sempre di più. I pochi pastori che incrociava si allontanavano spaventati (insieme alle loro greggi) da quegli occhi troppo luminosi, da quella fronte ardente; il suo aspetto era così folle che persino i gitani, accanto ai rari boschetti, rabbrividivano al vederlo passare e mormoravano incantesimi contro la sfortuna mentre quel cavaliere oscuro sfrecciava accanto alle loro misere tende.

So che per due settimane e più continuò instancabilmente nella sua ricerca, attraverso le proprietà di Hampshire e i villaggi di Sussex nascosti nelle loro valli, lungo i canali che attraversavano le paludi disabitate di Romney, passando per i giardini del Kent. Fino a quando, dalle altezze della scogliera dove visse Shakespeare, in una mattina tempestosa, vide sotto di sé il porto affollato e la spiaggia di Dover.

Lontano, al largo del mare, le onde si inseguivano verso la riva in un tumulto schiumoso; il cielo sopra era coperto da nuvole basse e veloci. Horatio non prestava attenzione a tutto questo. Che significato avevano per lui i turbamenti della Natura, nel cui cuore infuriava una tempesta ancora più selvaggia? Sembrava piuttosto che lo stato generale di conflitto fosse in sintonia con le sue stesse emozioni tumultuose, e la furia del cielo non fosse altro che un eco della sua anima turbolenta.

Sitting erect upon his horse at the quay-side, he accosted a humble mariner upon the decks of the packet for Boulogne (from the serrated coronet of whose chimney coal smoke already rose), and asked at what hour she would sail.

‘Sir,’ replied the sailor respectfully, as he noted the haughty demeanour of the young cavalier, to whom grief had lent an added dignity, ‘if, indeed, the gale, in its increasing violence, permit us to attempt the passage, we should heave anchor in some two hours, for ’tis then the tide will serve. Yet I doubt me,’ he added, as he turned a practised eye upward to the forbidding skies, ‘but ‘twill go hard with us in mid-channel, for it is the turn o’ the moon.’

“Tis well,’ replied Horatio, with gloomy decision; and flinging a gold piece to the grateful seaman, he turned his horse’s head towards a neighbouring hostelry, the ornaments and proportions of which promised something superior to the common run of a seaport town; and, indeed, Horatio remembered that Dover was a place of passage familiar with many of the nobility and gentry in their progress to and from the Continent, and that the Envoys of Foreign Powers not infrequently graced it with their presence.

The landlord, standing at the door to welcome a guest whose distinguished bearing he had justly appreciated at his approach, bowed low to receive him, and asked what service he might render.

‘Let my horse,’ answered the gentleman, dismounting, ‘be led to his stable, whither I will accompany the groom to see that all is in order: the saddle and its bags carefully lodged aside, the creature’s coat well rubbed down, a rug provided, and an ample feed of good oats — for a man’s first duty is to his mount. Next I will ask you for a simple meal with a bottle of your best, and that disposed, I will beg a word with you.’ His collation consumed in silence, Horatio beckoned the inn-keeper (dutifully attendant a few paces aside) and addressed him as follows:

‘I would be brief. You have seen me accompany to his stall my last friend.’ (His host would have protested. Horatio checked him with uplifted hand.) ‘I noted the care you have bestowed on your own chaise-horses, their glossy coats, the kindly nature of your groom. Take, take, I pray you, this steed of mine — the final object of my domestic affections — for I depart from England, and for ever! He is worthy of your acceptance: bred on my own land by a sire, Bayard, of Lord Garling’s stud, out of my mare Rosamonda. Five summers have barely passed over his proud head, nor has he a vice unless it be some tendency to prefer the left-over the right-hand turning. He is gentle of disposition, of great endurance, of an easy yet elastic gait withal, and broken to harness.’

At these words the astonished innkeeper could not but fall back in confusion:

‘By what right, Sir, can I…’ he stammered. ‘An hour’s acquaintance…!’

‘You will give him the home I desire,’ imperiously interrupted his stranger guest. ‘With you he will be secure from the sloth, the folly, the cruelty of bad horse-masters. Reasonable exercise will preserve him in good health, yet shall his powers be never overstrained. I leave him in good hands. I ask no more… For I must abandon him… I go abroad for long, for long indeed. If you will harbour my gallant, my faithful Crusader, it is upon me that the boon is conferred.’

He was silent.

‘Sir,’ replied the host, in deep tones of ill-concealed emotion. ‘I shall keep him not as a gift, but as a trust, until I have the honour and pleasure of seeing your face again. But, since you are determined thus to depart, will you not tell me where your baggage lies in the town, that I may send my lads to bring it hither?’

Horatio Maltravers fixed him with his mournful but determined eye.

‘I take no scrip,’ he answered darkly. ‘I propose to pursue my way in poverty, abandoned and alone: nor seek to turn me from my purpose.’

‘Stay! Stay at least,’ his anguished host implored, ‘till yon threatening storm be past and a milder zephyr play upon the face of ocean!’ But Horatio sprang to his feet: ‘Detain me not!’ he cried. ‘I cross this very hour the waters that begird our inviolate land. I seek a foreign clime where none shall know my name, therein to he forgotten till Death shall resolve my sufferings in his august oblivion.’

With these words he strode from the kindly threshold of that English inn, and resolutely embarked upon the vessel which was to bear him for ever from his native shores.

Even within the shelter of the haven the packet, as warps were cast of, heaved somewhat to the roll entering from without, but as she passed the pierheads the vessel began to pitch and stagger in the most alarming manner. Within a few moments the winds embraced her in full violence, and for the first half-hour the alarms of the few passengers rose to an extreme, while the experienced seamen themselves could ill conceal their anxieties amid the unbridled charges of the elements.

The clanking of the mighty engines, the hoarse cries of command, the thunder of huge breakers against the timbers, nay, more than once, spray whirled across the decks, mingled with the shrieks of the blast through the rigging to add horror to the scene.

The waves rose mountains high as the shore receded into the murk, nor were occasions lacking when one paddle-wheel would actually leave the water, its opposing confère plunging deeply into the seething foam.

The Captain (whose name was Beaver) affirmed, with rough sea-oaths, that in all his 317 crossings of the Channel he had never known so fearful a hurricane, and in the thickness of the flying scud the white sea-walls of England turned ghostly as though leagues away.

Throughout this wild commotion Horatio stood gloomy and unappalled. Grasping with his right hand a shroud to hold firm against the blast, his left he extended in an impassioned gesture towards the fading ramparts of his country which have looked with scorn for so many centuries upon the puny efforts of her foes.

In piedi dritto sul suo cavallo vicino al molo, si avvicinò a un umile marinaio che si trovava sul ponte della nave postale diretta a Boulogne (dalla cui ciminiera già si levava il fumo nero del carbone); chiese allora a che ora la nave sarebbe partita.

“Signore,” rispose rispettosamente il marinaio, notando l’atteggiamento arrogante del giovane cavaliere, al quale il dolore aveva conferito una dignità ancora maggiore, “se davvero la tempesta, con la sua intensificazione, ci permetterà di tentare il passaggio, leveremo l’ancora tra circa due ore, perché sarà allora che la marea sarà favorevole. Tuttavia,” aggiunse, guardando verso l’alto con occhio esperto, “temo che le condizioni meteorologiche siano molto difficili a metà canale, è il momento della fase calante della luna.”

“Benissimo,” rispose Horatio con decisione cupa; e gettando una moneta d’oro al marinaio riconoscente, fece voltare il cavallo verso un ostello vicino, le cui decorazioni e proporzioni promettevano qualcosa di superiore rispetto alle solite locande di una città portuale; in effetti, Horatio ricordava che Dover era un luogo di transito frequentato da molte nobili e persone di rango nel loro viaggio verso o dal Continente, e che anche gli inviati delle potenze straniere non di rado lo onoravano della loro presenza.

Il proprietario, fermo alla porta ad accogliere un ospite il cui distinto portamento aveva appena notato avvicinarsi, si inchinò profondamente per riceverlo e chiese in cosa potesse essergli d’aiuto.

“Lasciate che il mio cavallo venga portato nella stalla,” rispose il gentiluomo scendendo da cavallo. “Andrò con lo stalliere per assicurarmi che tutto sia in ordine: la sella e le sue borse ben riposte da parte, il mantello del cavallo pulito a dovere, un tappeto pronto e una abbondante razione di buoni avena. Poiché il primo dovere di un uomo è verso il proprio animale. Dopo, vi chiederò un semplice pasto accompagnato da una bottiglia del vostro miglior vino; una volta fatto questo, vorrei parlarvi.” Dopo aver consumato in silenzio il suo pasto, Horatio chiamò lo stalliere (che attendeva diligentemente a pochi passi di distanza) e gli disse quanto segue:

“Sarò breve. Avete visto me accompagnare al suo banchetto il mio ultimo amico, ” (Il suo ospite avrebbe protestato; Horatio lo fermò alzando la mano.) “Ho notato l’attenzione che dedicate ai vostri cavalli da viaggio, ai loro mantelli lucidi, alla gentilezza del vostro cocchiere. Prendete, vi prego, questo cavallo mio: l’ultimo oggetto dei miei affetti domestici. Poiché lascio l’Inghilterra, per sempre! È degno della vostra accettazione: è stato allevato nelle mie terre da un padre di nome Bayard, appartenente alla scuderia del Lord Garling; sua madre è Rosamonda. Non sono ancora passati cinque estati. Non ha alcun difetto, tranne forse una tendenza a preferire il lato sinistro al destro quando gira. È di indole mite, molto resistente, ha un passo facile ma elastico. E è già abituato al morso.”

A queste parole, lo stupito locandiere non poté fare a meno di arretrare, confuso.

“Con quale diritto, signore, posso…”, balbettò. “Solo un’ora di conoscenza…!”

“Gli darai la casa che desidero,” interruppe imperiosamente il suo ospite sconosciuto. “Con te sarà al sicuro dalla pigrizia, dall’stupidità, dalla crudeltà di cattivi addestratori di cavalli. Un esercizio moderato lo manterrà in buona salute, senza mai sovraccaricarlo. Lo lascio in ottime mani. Non chiedo altro. Perché devo abbandonarlo. Parto all’estero per molto tempo, davvero molto tempo. Se vorrai ospitare il mio nobile e fedele Crociato, è a me che viene reso questo favore.”

Era in silenzio.

“Signore,” rispose l’oste, con toni profondi e pieni di emozioni a stento trattenute. “Lo terrò non come un regalo, ma come una responsabilità, fino al momento in cui avrò l’onore e il piacere di rivedervi di nuovo. Ma poiché siete deciso ad andarvene, potreste almeno dirmi dove si trova il vostro bagaglio in città, così che possa mandare i miei ragazzi a prenderlo?”

Horatio Maltravers lo fissò con il suo sguardo triste ma deciso.

“Non accetto alcun documento,” rispose lui con tono cupo. “Intendo proseguire il mio cammino nella povertà, abbandonato e solo; non cerchiate di farmi cambiare idea.”

“Resta! Resta almeno,” lo implorò il suo angosciato ospite, “fino a quando quella temibile tempesta non sarà passata e una brezza più mite non soffierà sulle acque dell’oceano!” Ma Horatio si alzò in piedi: “Non cercare di trattenermi!” gridò. “In questa stessa ora attraverserò le acque che circondano la nostra terra inviolata. Cerco un luogo lontano, dove nessuno conoscerà il mio nome. Un luogo dove verrò dimenticato, fino a quando la Morte non porrà fine alle mie sofferenze, nell’oblio più totale.”

Con queste parole, uscì con passo deciso dal cordiale portone di quell’ostello inglese e si imbarcò risolutamente sulla nave che lo avrebbe portato per sempre lontano dalle sue coste natali.

Anche all’interno della protezione del porto, non appena venivano lanciate le vele, la nave si sollevava leggermente a causa delle onde provenienti dall’esterno; tuttavia, non appena superò i moli, iniziò a dondolarsi e a vacillare in modo estremamente preoccupante. In pochi istanti, i venti la colpirono con tutta la loro forza, e per i primi trenta minuti gli allarmi dei pochi passeggeri raggiunsero livelli estremi; anche gli esperti marinai faticavano a nascondere la propria ansia di fronte alle furie degli elementi.

Il clangore dei potenti motori, i grida rauche degli ordini, il tuono delle enormi onde che si schiantavano contro le strutture del veliero. E più di una volta, spruzzi d’acqua volavano sul ponte, mescolandosi con gli strilli causati dalle raffiche di vento che squarciavano le vele, aumentando ancora di più l’orrore della scena.

Le onde si alzavano alte come montagne man mano che la riva scompariva nell’oscurità; non mancavano nemmeno occasioni in cui una delle pale lasciava effettivamente l’acqua, mentre quella opposta affondava profondamente nella schiuma ribollente.

Il Capitano (il cui nome era Beaver) affermò, con forti imprecazioni, che in tutti i suoi 317 attraversamenti della Manica non aveva mai incontrato un uragano così terribile; nel mezzo di quella tempesta infernale, le bianche scogliere dell’Inghilterra sembravano distanti chilometri, come se fossero solo ombre.

Durante tutto questo caos selvaggio, Horatio rimase immobile e indifferente. Con la destra stringeva un lenzuolo per proteggersi dal vento violento, mentre con la sinistra faceva un gesto appassionato verso le mura ormai in rovina del suo paese, che per secoli avevano disprezzato gli sforzi insignificanti dei suoi nemici.

‘Adieu!’ he exclaimed. ‘Adieu! Tall Cliffs of Albion! Though Fates implacable demand my exile and forbid me to see ye more, yet be assured that my soul remains within your keeping. Fade! Fade! O Shores of My Country! Her son will retain his heritage in your name so long as Britannia grasps the Trident and the immortal shade of Nelson sleeps in glory beneath the cupola of St. Paul’s!’

The ordeal continued unabated. The embattled seas wrestled with English Oak and the Progress of Science for the mastery; but such is the power of Steam that in a short three hours against tide and storm, the packet gallantly threaded the narrow passage of Boulogne Harbour.

Horatio landed. His knowledge of the French language stood him in good stead with the grotesque Douaniers and Gendarmes, who questioned him in their surprise at his lack of luggage. He glanced with contempt at the paltry foreign coins which he received in exchange for his sturdy English gold, and with yet greater disdain upon the puny troopers who lounged in disgraceful negligence before the doors of the estaminet where he ate an evening meal to the accompaniment of most indifferent wine.

‘What!’ thought Horatio at the sight. ‘Can it be before such grimacing mannikins as these that the armies of Europe trembled? I have heard, indeed, that General Bonaparte was of insufficient stature, but I had yet to learn that he was followed by regiments of dwarfs!’

Delaying no more upon such unworthy beings, the young Englishman paid his score, manfully took the first main road apparent, and strode off southward through the summer evening. No matter to him which direction chance might assign, what halting-place he might attain. He desired no goal but to lose himself and his inhabiting despair in the voids of this vast world.

As darkness gathered, a signpost informed him that he was upon the chaussée for Montrool.

Horatio had covered but few miles; the last dusk of a summer night was fading into darkness, the tall trees along the chaussée side stood hardly distinguishable against the sky, when Horatio heard the approach of a carriage arriving by a cross-road. The place was lonely, and in the silence of the still, warm evening, the clatter of the horses’ hoofs, the rumble of the wheels, resounded close at hand. He turned his head. The coach was now so close to its junction with the highway that he could distinguish the postillions on their mounts under the glare of the twin lamps, and that he was in the act of stepping back to let the equipage pass him, when, suddenly, harsh cries rent the solitary air and dark forms sprang from their hiding in the fosse beside the curb. One could be distinguished grasping the near leader’s rein and throwing him back upon his haunches, another shook the handle of the door, from the hand of a third darted the blinding flash of a firearm, whose formidable report reverberated over the deserted fields. Further ruffians were joining in the assault; the horrid oaths, the stamp of hoofs on the sparking stones, the shouts of the terrified postillions, all raised an uproar inexpressible, through which could clearly be heard the agonized appeals of a female in distress.

‘O Ciel! Horreur! Au secours! brigands!’ such were the passionate appeals which rang above the din; and even in so confused a moment Horatio could distinguish that the high notes were those of a rich contralto voice, touched with an edge of age.

Our hero sprang at once into the fray. Though the assailants were half a dozen or more, he attacked them with invincible vigour. A second shot rang out, to the shrieks of the affrighted lady within the vehicle. The bullet grazing his arm did but rouse him to greater prowess. He laid about him with such right good will that the miserable foreigners fell sprawling upon every side. In less time than it takes to write these lines, the cowardly dogs had taken to their heels, and Horatio stood victor over the stricken field.

His first act was to recall the trembling postillions to their duty in their own language not unmixed with stern epithets of his own; his next to present himself with a low bow at the door of the carriage, and to salute the white, bejewelled hand extended to him through the window, while the musical, if vibrant, voice addressed him (to his astonishment) in the English tongue, spoken with native ease, though touched, however, faintly with French usage.

‘My deliverer!’ it murmured.

‘Madam,’ replied Horatio, modestly, ‘I did but do my duty!’

‘Ah! My heroic Fellow-Countryman…’ began the Marquise (for such was her title), as she gently laid that hand upon his arm. ‘But, oh! Heaven!’ she abruptly cried, ‘you are wounded!’ Indeed, she had discovered in this gesture the blood that trickled to his wrist.

‘Georges!’ she continued loudly in the French language to her domestic, ‘Unloose a lantern at once! Show dispatch! Bring it, and turn it hither!’

With that the door opened, and under the light now streaming upon it, the young gentleman beheld a tall figure, regal in deportment and of a full commanding presence, in no way diminished by the burden of over fifty years. Her features, of a Bourbon haughtiness, and with the full lips of this kind, were not the less handsome for their benignity and were instinct with the habit of command. They were crowned with a noble diadem of hair, now white, but as abundant as in youth, and a heavy pendant of diamonds, the natural ornament of her rank, which hung from her neck, enhanced with its magnificence a nobility which alone could support such gems.

As the servant hastened to lower the steps, and she more leisurely to descend, Horatio discovered turned upon him such fine brown eyes of a deep and tender humour as had, in days long past, profoundly moved the last courts of the ill-fated Louis, and had later disturbed in their brief interludes from battle the warriors of Austerlitz. At this moment they were filled with a tender solicitude, an anxious admiration, which brought a blush to the ingenuous cheeks of Valour. Putting eagerly forth a priceless handkerchief of old Alençon, she bound it, despite his protests, over the wounded arm, and next insisted that he must enter at her side, that she might drive him to his destination: for she would not hear of his continuing his way afoot in such a condition.

“Addio!”, esclamò. “Addio, alte scogliere di Albione! Anche se il destino implacabile mi costringe all’esilio e mi vieta di rivedervi, sappiate che la mia anima rimane sotto la vostra protezione. Scomparite. O coste della mia patria! Il suo figlio manterrà la sua eredità in vostro nome, finché Britannia possiederà il Tridente e l’immortale ombra di Nelson riposerà gloriosamente sotto la cupola di San Paolo!”

Le difficoltà continuarono senza sosta. I mari in tumulto lottavano contro il “English Oak” e i progressi della scienza per il dominio; ma tale è il potere del vapore che, in soli tre brevi ore, nonostante la marea contraria e la tempesta, la nave riuscì coraggiosamente a superare lo stretto passaggio del porto di Boulogne.

Horatio atterrò. La sua conoscenza della lingua francese gli fu di grande aiuto con quei grotteschi doganieri e gendarmi, che lo interrogarono, sorpresi dal fatto che non avesse bagagli. Gettò uno sguardo sprezzante alle misere monete straniere che ricevette in cambio del suo solido oro inglese, e ancora maggiore disprezzo provò per quei deboli soldati che si aggiravano con una negligenza vergognosa davanti all’osteria dove cenò, accompagnato da vino piuttosto scadente.

“Che cosa!” pensò Horatio vedendolo. “Possibile che siano stati eserciti interi d’Europa a tremare di fronte a queste orribili statuette? Avevo sentito dire che il generale Bonaparte non fosse molto alto, ma non avrei mai immaginato che lo seguissero reggimenti interi di nani, ”

Senza indugiare ulteriormente con simili esseri indegni, il giovane inglese saldò il suo debito, prese coraggiosamente la prima strada principale che gli si presentò e si incamminò verso sud nella serata estiva. Non gli importava in quale direzione lo avrebbe portato il caso, né quale luogo di sosta avrebbe potuto raggiungere. Non desiderava alcun obiettivo, se non quello di perdersi lui stesso e la sua disperazione nei vuoti di questo vasto mondo.

Man mano che calava la notte, un cartello indicatore gli fece sapere che si trovava sulla strada per Montrool.

Horatio aveva percorso soltanto poche miglia; l’ultimo crepuscolo di una notte estiva stava svanendo nell’oscurità; gli alberi alti lungo il ciglio della strada erano quasi indistinguibili dal cielo quando Horatio sentì avvicinarsi una carrozza proveniente da un incrocio. Il luogo era desolato, e nel silenzio di quella serata calda e tranquilla, lo scalpitio dei cavalli e il rumore delle ruote risuonarono vicinissimi. Girò la testa: la carrozza era ormai così vicina all’incrocio con la strada principale che riusciva a distinguere i postiglioni sui loro cavalli, illuminati dai due fanali della vettura. Stava appunto per fare un passo indietro per lasciarla passare quando, improvvisamente, grida feroci lacerarono il silenzio e figure oscure emersero dalle loro nascondigli lungo la strada. Uno di loro afferrò le redini del cavallo che guidava la carrozza e lo spinse indietro; un altro scosse la maniglia della porta; da una terza mano partì il lampo abbagliante di un’arma da fuoco, il cui fragore potente risuonò nei campi desolati. Altri aggressori si unirono all’assalto; imprecazioni orribili, lo scalpitio dei cavalli sui ciottoli, le grida spaventate dei postiglioni, tutto creava un caos indescrivibile, dal quale si potevano chiaramente udire le disperate richieste di aiuto di una donna in pericolo.

“Oh cielo! Orrore! Aiuto! Ladri!” Questi erano gli appelli appassionati che risuonavano sopra il frastuono; e anche in un momento così confuso, Horatio riuscì a distinguere che le voci più alte appartenevano a una ricca contralto, con un tocco di maturità nelle sue note.

Il nostro eroe si gettò immediatamente nella mischia. Anche se gli assalitori erano una mezza dozzina o più, li attaccò con un vigore invincibile. Risuonò un secondo sparo, accompagnato dai gridi di terrore della donna spaventata all’interno del veicolo. Il proiettile che gli sfiorò il braccio lo rese ancora più determinato a combattere. Colpì i suoi avversari con tale forza che quegli infelici stranieri finirono per terra, distesi ovunque. In meno tempo di quanto ci voglia per scrivere queste righe, quei codardi fuggirono a gambe levate, e Horatio uscì vittorioso dal campo di battaglia.

Il suo primo atto fu richiamare i tremanti cocchieri alle loro mansioni, utilizzando la loro stessa lingua, mescolata a dure espressioni pronunciate da lui stesso; il successivo fu presentarsi davanti alla porta della carrozza con un profondo inchino e salutare la mano bianca e adornata di gioielli che gli veniva tesa attraverso la finestra. La voce, melodiosa e vibrante, lo parlò (a sua grande sorpresa) in inglese, con naturalezza madrelingua, sebbene vi fossero leggere tracce dell’uso del francese.

“Il mio salvatore!”, mormorò.

“Signora,” rispose Horatio con modestia, “ho semplicemente fatto il mio dovere!”

“Ah! Mio nobile connazionale, ” cominciò la Marchesa (poiché tale era il suo titolo), mentre posava dolcemente quella mano sul suo braccio. “Ma, oh mio Dio!” esclamò all’improvviso, “siete ferito!” Infatti, aveva notato il sangue che gocciolava dal suo polso.

“Georges!” continuò ad alta voce in francese verso la sua domestica, “Liberate immediatamente una lanterna! Sbrigatevi! Portatemela e dirigetela da questa parte!”

Con quel movimento la porta si aprì e, sotto la luce che ora la illuminava, il giovane gentiluomo vide una figura alta, dal portamento regale e da un’aura di autorità indiscutibile; nulla sembrava diminuire il suo fascino nonostante avesse superato i cinquant’anni. I suoi tratti, tipici della nobiltà borbonica, con quelle labbra piene tipiche di quella stirpe, erano ancora attraenti nonostante la loro dolcezza e riflettevano chiaramente l’abitudine al comando. Sopra la sua testa si innalzava una nobile corona di capelli, ormai bianchi ma ancora folti come da giovane; dal suo collo pendeva un pesante gioiello di diamanti, ornamento naturale del suo rango, che, con la sua magnificenza, esaltava ancora di più quella nobiltà che solo poteva permettersi simili gemme.

Mentre la serva si affrettava a scendere le scale, lei lo faceva con maggiore calma; Horatio vide davanti a sé quegli occhi marroni, così belli e pieni di dolcezza, che un tempo avevano commosso profondamente gli ultimi corti di quel sfortunato Luigi, e in seguito avevano turbato i guerrieri di Austerlitz nei loro brevi momenti di pausa dal combattimento. In quel momento quegli occhi erano pieni di premura affettuosa e ammirazione ansiosa; questo fece arrossire le guance ingenui di Valour. Lei, con impazienza, estrasse un fazzoletto prezioso proveniente dall’antico regno di Alençon e, nonostante le sue proteste, lo avvolse attorno al braccio ferito; poi insistette affinché lui entrasse nella sua carrozza, in modo da poterlo accompagnare fino a destinazione: non voleva assolutamente che continuasse il suo viaggio a piedi in quelle condizioni.

‘Destination,’ he answered low, after a long pause. ‘I have none. I am a wanderer, self-exiled from the home of my childhood. I seek but the next hostelry, thence to continue through the world my trackless and lonely way.’

‘Nay,’ said she decidedly, in that clear voice to which its mere hint of a French habit added a subtle charm, ‘then our course is plain. You must accompany me to my Château, which is near at hand, and there remain till you are healed of your wound. I will take no denial. That you are a gentleman your idiom, your gait, your accoutrement assure me. That you are the bravest of the brave’ (she concluded, with an assuring glance) ‘you have yourself proved.’

She commanded, he yielded and was grateful; for he already felt some weakness from his adventure and its consequence. For no long space they drove through the night till they turned off the chaussée to follow a long avenue of ancient trees, at the distant end of which could be discerned the lights of a great mansion. They entered by a mighty courtyard, flanked with pilasters of an earlier age, they passed together into high rooms wherein hung tapestries from the border towns and Flanders, representing the tape of Persephone, the triumph of Constantine the Great, and the misfortunes of Actæon.

To the guest every attention was shown. In a bedroom filled with the carven oak of a fashion now a century past, his wound was skilfully dressed by an aged serving-woman, Fanchette by name, with simples that cooled and allayed the fever of the blood. He found fine linen provided for him, buckled shoes for his feet, and all the appurtenances of a luxurious toilet, so that, upon descending to the hall, it seemed to the Wanderer as though he had found a home.

Supper was immediately ordered, and at the meal his hostess, while avoiding with careful tact too close an inquiry so early in their acquaintance, asked after his journey, his fortune at sea in the gale, and more than once demanded an assurance that his bandaged arm was eased by the cares which had been devoted to it. She made plans for his re-equipment, careful not to smile at the fantasy of youth, which can thus start out into the world unfurnished; for life had taught her with what generous moods such follies are entwined.

Of herself she spoke more freely, holding that he should be at ease for whatever stay his recovery might require. She told him her name — de la Ferronnière; her state, the widow of the late Marquis, whom she had wed in the very year of the Bastille; her English birth. As she spoke, she dwelt, when his eyes were averted, upon his dark curling hair, his strong but easy frame, and thought within herself how such a one might have sat there as her son to companion her age, had Heaven willed that she should have borne an heir and had the great war spared him.

The hour was late; the fatigues of his day had been extraordinary; she would not weary him further with converse, but bade him sleep well, and left him in a deepening mood of security and repose.


At his tardy waking upon the morrow, Horatio’s first feelings were of wonder. In what apartment did he lie? What bed, what curtains were these? Who had transported him to a foreign land? With full consciousness the memories of yesterday returned to him, but with these a throbbing in his arm recalled to him his wound, the pain of which he had lost in the oblivion of sleep. It increased, and with it a certain faintness, which he attempted to master — but in vain.

Alarmed, he would have cried for aid; but his voice failed him. Happily, at this moment, there came a knock at the door and Fanchette, appearing with chocolate, was in the act of drawing the curtains of his couch, and bidding him the ‘bon réveil,’ when she started so strongly at his changed appearance as almost to drop the tray she bore. In a broken whisper he informed her of his condition. She flew to her mistress, who had eagerly awaited news, and in a moment the Marquise was at his side. Her noble features indicated the poignant anxiety of a new friend, her eyes the profound affection of a mother, and her whole bearing the gratitude of the Female rescued by Chivalric Daring from the direst peril. She did not disdain to kneel at the bedside; she smoothed his pillow; she bent over him to catch such tenuous words as he could utter in his failing powers: they were those of thankfulness for her hospitality and of regret that he could not rise, but must, for the time, be a burden upon her goodness.

‘Ah me!’ exclaimed the Chatelaine, rising to her feet. ‘Would that we could summon the services of some famous medical man to attend your necessity! We have but a worthy country surgeon at our call; but at least he is of an age to have learned his trade in the older and better days, and his judgement will be sound.’

The doctor arrived. His conclusions were favourable. The bullet had but abrased the emphobely and caused superficial lesion of the lesser capillary ducts, without organic disturbance of the lymphatics, or serious reduction of the camboloid process; while the thapsus major had not been touched, and its integuments were wholly immune.

Profound was the relief of the Marquise on hearing these words, and even Horatio’s courage permitted him a wan smile of satisfaction. For, though life was now nothing to him, yet he was loth to be an encumbrance, and still, in his weakness, expected the moment when he should take the road with strength renewed and bury his broken spirit in the wild.

His convalescence was tardy. Days passed. The wound mended; but a numbness and rigor of the limb succeeded, and, to restore its pristine suppleness, continued treatment was demanded.

Rarely during this period of relaxation and gradually returning health was the Marquise absent from Horatio’s side. She watched over him with a tender solicitude which his earlier years had never known. From the rich store of her experience she unrolled for him the tales of the great years, and his imagination was enriched by recitals of royal pomp, of imperial blazonry, of triumphant armies returning from all the battlefields of Europe; of the Restoration, and the splendid Court in the Tuileries. A woman of the world, a great lady, renewed and enlarged him with that art which a knowledge of Society inspires, which a life well lived deprives of evil.

“Destinazione, ”, rispose a voce bassa, dopo una lunga pausa. “Non ne ho alcuna. Sono un viandante, esiliato da casa mia d’infanzia. Cerco soltanto la prossima locanda, per poi continuare il mio cammino solitario e senza meta attraverso il mondo.”

“No,” disse lei con decisione, con quella voce chiara alla quale anche solo un leggero accento francese aggiungeva un fascino sottile, “allora la nostra strada è chiara. Dovete accompagnarmi al mio castello, che si trova vicino qui, e rimanere lì finché non vi sarete guariti dalla vostra ferita. Non accetterò rifiuti. Il fatto che siate un gentiluomo me lo assicurano il vostro modo di parlare, il vostro passo, il vostro abbigliamento. Che siate il più coraggioso tra i coraggiosi, ” concluse lei, lanciandogli uno sguardo fiducioso.

Lei comandò, lui obbedì e ne fu grato; infatti già provava una certa debolezza a causa dell’avventura e delle sue conseguenze. Non trascorse molto tempo prima che attraversassero la notte fino a quando abbandonarono la strada principale per seguire un lungo viale fiancheggiato da alberi antichi; in lontananza si potevano scorgere le luci di una grande dimora. Entrarono attraverso un imponente cortile, delimitato da pilastri risalenti a tempi precedenti; poi entrarono insieme in stanze alte dove erano appese tappezzerie provenienti dalle città confinanti e dalla Fiandra, raffiguranti scene come il rapimento di Persefone, la vittoria di Costantino il Grande e le sventure di Actaeon.

Allo ospite fu dedicata ogni attenzione possibile. In una camera da letto arredata con legno di quercia intagliato, tipico di uno stile ormai passato da un secolo, la sua ferita fu curata con abilità da una anziana domestica di nome Fanchette, che utilizzò semplici rimedi capaci di raffreddare il sangue e alleviare la febbre. Gli furono forniti lenzuola eleganti, scarpe con i lacci, nonché tutti gli accessori necessari per un bagno lussuoso; così, quando scese nel salone, al Viaggiatore sembrò di aver trovato una vera casa.

La cena fu ordinata immediatamente e, durante il pasto, la sua ospite, evitando con grande delicatezza di porre domande troppo personali in un momento così precoce della loro conoscenza, si informò sul suo viaggio, sulla sua esperienza in mare durante la tempesta, e più volte chiese conferme sul fatto che il suo braccio fasciato stesse migliorando grazie alle cure ricevute. Preparò anche dei piani per il suo rifornimento di equipaggiamento, senza mai sorridere della fantasia tipica della gioventù, che spesso porta le persone a iniziare la vita senza nulla; la vita stessa le aveva insegnato infatti con quanta generosità queste follie possano essere accompagnate.

Di sé parlava con maggiore libertà, rassicurandolo che potesse stare tranquillo, indipendentemente dal tempo necessario per la sua guarigione. Gli disse il suo nome: de la Ferronnière; gli spiegò la sua condizione di vedova del defunto Marchese, con cui si era sposata nello stesso anno della caduta della Bastiglia; gli raccontò anche che era nata in Inghilterra. Mentre parlava, quando lui distoglieva lo sguardo, osservava i suoi capelli neri e ondulati, il suo corpo robusto ma agile, e pensava tra sé come una persona del genere avrebbe potuto essere suo figlio, a farle compagnia nella sua età, se solo il destino le avesse concesso di avere un erede e se la grande guerra lo avesse risparmiato.

Era già tardi; le fatiche di quella giornata erano state estremamente intense; lei non volle più stancarlo con chiacchiere, ma gli augurò buon sonno e lo lasciò in uno stato crescente di sicurezza e tranquillità.


Al suo lento risveglio la mattina seguente, i primi sentimenti di Horatio furono lo stupore. In quale stanza si trovava? Quale letto, quali tende erano queste? Chi lo aveva portato in una terra straniera? Con piena coscienza, i ricordi del giorno precedente gli tornarono in mente; ma insieme ad essi, un dolore pulsante al braccio gli ricordò la sua ferita, il cui dolore aveva dimenticato nell’oblio del sonno. Il dolore aumentò, così come una certa debolezza che cercò di controllare, ma invano.

Allarmato, avrebbe voluto chiamare aiuto; ma la voce gli mancava. Fortunatamente, in quel momento qualcuno bussò alla porta: Fanchette apparve con del cioccolato, stava per tirare le tende del suo divano e augurargli “buon risveglio” quando, vedendone il viso cambiato, quasi lasciò cadere il vassoio che teneva in mano. Con un sussurro rotto, lui le spiegò la sua situazione. Lei corse dalla sua padrona, che attendeva con ansia notizie sue, e in un attimo la marchesa fu al suo fianco. I suoi nobili tratti esprimevano l’angoscia profonda di una nuova amica; i suoi occhi, il profondo affetto di una madre; tutto il suo comportamento dimostrava la gratitudine di una donna salvata da un atto di coraggio cavalleresco dal pericolo più grave. Non esitò nemmeno a inginocchiarsi accanto al letto; sistemò il cuscino, si chinò su di lui per ascoltare quelle parole deboli e faticose che riusciva a pronunciare. Erano parole di ringraziamento per la sua ospitalità e di rammarico per non potersi alzare, per dover rappresentare, almeno per il momento, un peso sulla sua bontà.

“Ahimè!” esclamò la Chatelaine alzandosi in piedi. “Quanto vorrei che potessimo chiamare un famoso medico per assistervi! Tutto ciò che abbiamo a disposizione è un bravo chirurgo locale; ma almeno ha l’età giusta per aver appreso il suo mestiere negli anni migliori, e il suo giudizio sarà sicuramente affidabile.”

Il dottore arrivò. Le sue conclusioni furono favorevoli: la pallottola aveva soltanto abraso l’epifisi e causato lesioni superficiali dei piccoli canali capillari, senza interferire con il sistema linfatico né provocare gravi danni al processo camboloidale; inoltre, il thapsus major non era stato colpito e le sue strutture erano completamente intatte.

La marchesa provò un profondo sollievo nell’udire queste parole; anche il coraggio di Horatio gli permise di abbozzare un debole sorriso di soddisfazione. Perché, sebbene la vita ormai non avesse più alcun significato per lui, egli non voleva essere un peso per gli altri e, nella sua debolezza, attendeva ancora il momento in cui avrebbe potuto riprendere il cammino con le forze rinnovate e seppellire il proprio spirito spezzato nella natura selvaggia.

La sua guarigione fu lenta. Passarono dei giorni: la ferita si rimarginò; tuttavia comparvero intorpidimento e rigidità nel membro interessato, e per ripristinarne la flessibilità originale fu necessario un trattamento continuo.

Raramente, durante questo periodo di relax e di graduale recupero della salute, la Marchesa mancava al fianco di Horatio. Lo vegliava con una tenerezza e un’attenzione che i suoi anni precedenti non avevano mai conosciuto. Attingendo dalla ricchezza della propria esperienza, gli raccontava storie dei tempi gloriosi del passato; la sua immaginazione si arricchiva ascoltando descrizioni di fasti reali, di simboli imperiali, di eserciti trionfanti che tornavano da tutti i campi di battaglia d’Europa, della Restaurazione e della magnifica Corte delle Tuileries. Donna di mondo, grande signora, lei lo arricchiva con quell’arte che la conoscenza della società ispira, e che una vita vissuta con saggezza libera dalle tentazioni del male.

When first her guest was permitted to take the air, she accepted his arm in slow pacings through the alleys of her park; and now could Horatio admire the elevation of the Château, its moat, the classic statuary upon the bridge thereof, its remaining turret of the Dark Ages, its later Mansard roof, and all the majestic architecture of the XIVth Louis, mellowed by more than a hundred years. Now could he mark its consonance with the solemn towering trees which ringed about the wide lawn before him, as though with the mystery of some primeval forest. Here, also, in the midst of the sward, a graceful fountain tossed high its crystal fronds in the air, which, falling with ceaseless undulatory splash upon the trembling pool below, attuned the mind to repose. The bronze dolphins upon its marble round, streaked with water weeds, recalled both antiquity and endurance. Over the young man there spread the sense of home.

Yet was his heart not healed. Profound, a living flame in the depths of his being, the anguish of irreparable loss consumed him. For, as the poet has written:

‘This sleep I swear shall last the length of day! Not noise, not chance, shall drive this dream away! Not time, not memory, not good fortune, no, Not all the weight of all the wears of the world.’

One day his sheltering conductress led him upwards by a winding stair to the battlements of the turret, whence all the prospect of the Picard woods and their champaign lay stretched before him, and beyond them the broad belt of sea.

The air was strangely clear from recent showers. Far off upon the northern ocean-line could be discerned (how faintly blue!) some traces of land. They were the hills of England. He gazed on them enrapt, and his eyes filled with tears. She watched him fixedly as he thus stood plunged in his past, and all unconscious of her regard. ‘Would you return?’ she murmured. He awoke at her voice. ‘Never!’ he firmly answered.

‘I will not commit the sacrilege of a question,’ came her warm tones; ‘let time be good to you, nor vex yourself with my concern — deep though it be — for your felicity: for an alleviation of your secret sorrow.’

Horatio paused a full moment ere he could bring himself to reply.

‘Madam,’ he said, at last, in tones of low solemnity, which yet were thrilled with passion, ‘your goodness commands my obedience; my gratitude urges a reply… But spare, oh, spare this heart! A Goddess — nay, a woman, and a woman faithless… With that his utterance choked, and he was silent.

‘I understand,’ the musical voice replied with infinite tenderness, and even as its tones fell in balm upon his heart he felt the light touch of her hand upon his shoulder. ‘Say no more, but rather accept my profound, my comprehending…’ She would not continue.

‘And yet,’ he murmured to himself (inaudibly, as he believed; steeped once more in his own memories), ‘what motive intervened? My poverty?’ (he clenched his hands). ‘Yet was the House of Halston not unworthy of alliance with an heiress of the Montgomerys!’

But at that word his companion moved most suddenly. She gasped with a slight, an almost imperceptible yet an abrupt and stricken sound. She laid a hand upon her heart. Horatio looked up sharply in alarm. ‘It is naught,’ she said, with a catch in her breath, ‘… it is naught. I am recovered. Come, let us return.’ And she led him down to the halls below.

But as she went the Inexorable had swept the chord of life within her… She was far off and very young. Her earliest springtime had returned: her eighteenth year. It was in the old days ere ever Revolution had marred the dignity of the world. She was in her mother’s garden, in her English home, and the clear Thames slid by. The stately union designed for her had been announced, the highborn foreigner who stood so conspicuous in the service of the French king had honoured her parents with a demand for her hand, and they had welcomed so great an alliance. By her side a young soldier of her own people stood silently imploring, and she had begun to know too late that his face would remain with her for ever.

VIII

SIR ROBERT, DURING his legal transactions in the metropolis, had been increasingly disturbed, as had his cousin Miss Hackman, by the occasional letters from home. He was impatient to return. For Miss Curll, who was assiduous in the duty of correspondence as in every other, could not conceal from him the tardiness of Belinda’s return to health. Indeed, from certain guarded phrases, he had gathered that his child, far from advancing, was sinking farther into the distemper which had so gravely alarmed him.

On his return his worst fears were confirmed. He found the beloved daughter so far extenuated with a mysterious decline that it would seem as though some malign consumption had marked her for its prey. Kneeling in anguish beside the sofa upon which the fair but now frail form so pathetically lay, he held her hands with such gentleness as his own rough grasp could assume, blamed himself for his absence, necessary though it had been, implored her to tell him in what way he might alleviate her distress, and suggested with all the incapacity of his sex a hundred distractions, to which for all her dutifulness she could reply with nothing but a sweet despairing smile. In vain did Miss Curll assure him that the indisposition had made no fatal progress. In vain did Miss Hackman, secure in over forty years of robust health, protest that such fantasies were negligible, and even declaim against the vagaries of modern youth. The father’s heart too truly informed him that a deep-seated cause was at work, which must be exorcised if tragedy were not to follow.

It was not till the third day that, in a passionate fit of weeping, which alarmed but confirmed his judgement, she confided to him in one sobbing word, if confidence it could be called, the true source of her defection. She had pronounced the word ‘Horatio,’ and had added, in a breath that he could hardly hear, ‘My Horatio!’

Quando per la prima volta al suo ospite fu permesso di uscire all’aperto, lei gli prese il braccio e camminarono lentamente lungo i viali del suo parco; ora Horatio poteva ammirare l’eleganza del castello, il suo fossato, le sculture classiche presenti sul ponte, la torre rimasta dai tempi del Medioevo, il tetto a mansarda aggiunto in un’epoca successiva, e tutta quell’architettura maestosa realizzata per ordine di Luigi XIV, arricchita da oltre cento anni di storia. Ora poteva notare come tutto ciò si armonizzasse con gli imponenti alberi che circondavano il vasto prato davanti a lui, creando l’atmosfera misteriosa di una foresta primordiale. In mezzo all’erba, una graziosa fontana gettava in alto i suoi getti cristallini; questi, cadendo con un suono continuo e ondulato sulla superficie dell’acqua, contribuivano a creare un’atmosfera di tranquillità. I delfini in bronzo posizionati sul basamento di marmo, macchiati dalle alghe, evocavano immagini di antichità e durata nel tempo. Su quel giovane si diffondeva una sensazione di conforto e familiarità.

Eppure il suo cuore non era ancora guarito. Un dolore profondo, una fiamma viva nelle profondità della sua essenza, l’angoscia di una perdita irrimediabile lo consumava. Come ha scritto il poeta:

“Giuro che questo sonno durerà per tutta la durata della giornata! Nessun rumore, nessuna casualità potranno scacciare questo sogno! Né il tempo, né la memoria, né la fortuna. No, nemmeno tutto il peso di tutte le preoccupazioni del mondo potranno farlo svanire.”

Un giorno, la sua protettrice lo portò su, lungo una scala tortuosa, fino alle merlature della torre; da lì si aprì davanti a lui tutto il panorama delle foreste di Picard e dei loro campi aperti, oltre i quali si estendeva la vasta distesa del mare.

L’aria era stranamente limpida a causa delle piogge recenti. Lontano, lungo la linea costiera settentrionale, si potevano distinguere alcune tracce di terra, di un blu molto tenue. Erano le colline d’Inghilterra. Lui le fissava incantato, e gli occhi gli si riempirono di lacrime. Lei lo osservava in silenzio mentre era immerso nel suo passato, completamente ignaro della sua presenza. “Torneresti?” mormorò lei. Lui si riscosse al suono della sua voce. “Mai!” rispose con fermezza.

“Non commetterò l’eresia di porre una domanda”, disse con voce calda; “lascia che il tempo sia d’aiuto per te, e non tormentarti con le mie preoccupazioni, anche se profonde, per la tua felicità, o per alleviare il tuo dolore segreto.”

Horatio esitò per un intero momento prima di riuscire a rispondere.

“Madam,” disse finalmente, con toni bassi e solenni, ma ancora vibranti di passione, “la vostra bontà esige la mia obbedienza; la mia gratitudine mi spinge a rispondere. Ma per favore, oh, per favore, risparmiate questo cuore! Una Dea, no, una donna, e una donna infedele, ” A queste parole, la sua voce si spezzò e rimase in silenzio.

“Capisco,” rispose quella voce musicale con infinita tenerezza; e mentre le sue note placavano il suo cuore, sentì la leggera carezza della sua mano sulla spalla. “Non dire altro, accetta semplicemente la mia profonda comprensione, ” Non volle continuare.

“Eppure,” mormorò tra sé (in modo inudibile, secondo quanto credeva; immerso nuovamente nei suoi ricordi), “qual è stato il movente? La mia povertà?” (strinse i pugni). “Ma la Casa di Halston non era forse degna di un’alleanza con l’ereditiera dei Montgomery, ”

Ma alle sue parole la sua compagna reagì in modo improvviso. Trasalì con un suono leggero, quasi impercettibile, ma improvviso e angosciato. Si portò una mano al cuore. Horatio alzò lo sguardo, allarmato. “Niente,” disse lei, con il respiro affannoso, “niente. Mi sono ripresa. Andiamo, torniamo.” E lo guidò giù per le sale sottostanti.

Ma mentre camminava, l’Inesorabile aveva già distrutto la corda della vita che era in lei. Era lontana e molto giovane; il suo primo periodo di primavera era tornato: aveva diciotto anni. Erano i tempi antichi, prima che la Rivoluzione rovinasse la dignità del mondo. Si trovava nel giardino di sua madre, nella sua casa inglese, mentre il limpido fiume Tamigi scorreva accanto a lei. L’unione nobile che le era stata destinata era stata annunciata: quel nobile straniero, così evidente nel servizio del re francese, aveva chiesto la sua mano ai suoi genitori, e questi avevano accolto con favore un tale matrimonio. Accanto a lei c’era un giovane soldato del suo stesso popolo che la guardava in silenzio, implorante. Ma lei aveva capito troppo tardi che il suo volto le sarebbe rimasto per sempre.

VIII

Sir Robert, durante le sue attività legali nella capitale, era sempre più preoccupato, così come sua cugina Miss Hackman, a causa delle lettere occasionalmente ricevute da casa. Non vedeva l’ora di tornare. Infatti, Miss Curll, che si dedicava con impegno sia alle attività di corrispondenza che ad altre mansioni, non riusciva a nascondergli quanto fosse lenta la guarigione di Belinda. Anzi, da alcune frasi caute e circostanziate, Sir Robert aveva capito che sua figlia, invece di migliorare, stava peggiorando sempre di più nella malattia che lo aveva così profondamente preoccupato.

Al suo ritorno, i suoi peggiori timori si rivelarono fondati. Trovò la sua amata figlia in uno stato di declino così grave che sembrava fosse colpita da qualche malattia maligna. In ginocchio accanto al divano su cui giaceva il suo corpo una volta bello ma ora fragile, le tenne le mani con tutta la dolcezza possibile, maledicendosi per la propria assenza, nonostante essa fosse stata necessaria, e le chiese in che modo potesse alleviare il suo dolore. Propose centinaia di soluzioni, ma lei, nonostante la sua obbedienza, rispondeva solo con un dolce sorriso disperato. Inutilmente Miss Curll gli assicurò che la malattia non aveva preso una piega fatale; inutilmente anche Miss Hackman, convinta della propria salute di oltre quarant’anni, sostenne che tali paure fossero infondate e denunciò le capricciose abitudini dei giovani moderni. Il cuore del padre, però, gli diceva chiaramente che c’era una causa profonda alla base di quel malessere, e che essa doveva essere eliminata se volevano evitare una tragedia.

Solo il terzo giorno, in un impeto di pianto appassionato che allarmò ma confermò la sua intuizione, lei gli rivelò, tra singhiozzi, quella che si potrebbe definire una confidenza: la vera ragione della sua infedeltà. Aveva pronunciato il nome “Horatio” e aveva aggiunto, in un sussurro appena percettibile, “Il mio Horatio!”

Then he learnt all: how no word had come from Halston, how — with what hesitation, with what anguish did she confess it — she herself had written, and had been met with silence.

Dark was the Baronet’s brow when he returned from his daughter’s presence, and could unbend in the privacy of his study. Anger succeeded to disdain, fury to anger, as he turned in his mind the indignity offered to the name of Montgomery, the nameless conduct of one to whom he had shown a perhaps culpable indulgence. At last his resolution was taken. Putting his hat upon his head, grasping the ashen plant which he invariably carried, and summoning the faithful hound who was his inseparable companion, he strode forth in a fever upon the path to the house of the Maltravers’. But as he came through the belt of trees and approached the venerable if melancholy pile, not a few indications perplexed him. The flag was absent from its customary staff. He could see that in the main windows blinds were drawn. There was no recent trace of wheels upon the approach; and when he thundered with his cudgel upon the great door (for in his wrath, now mixed with bewilderment, he had so far forgotten his breeding as to use this form of summons) none answered. In vain did he strike again; hollow echoes only answered him from within.

His anger rising still higher, Sir Robert strode to the offices at the back, and finding there in the courtyard a dull, gaping youth, with no other domestic about, he stormed at him to inquire why his summons had been neglected, and asked what days were these in which gentlemen could be so treated! He even went so far as to seize the trembling youth by both shoulders, and to demand with vigorous bousculade where his master was, bidding him find the young gentleman that instant or it would be the worse for him.

‘My master?’ stammered the unhappy youth, between his rattling teeth, ‘Mr. Horatio? He has gone, Sir, gone this great while.’

‘And whither, lad?’ shouted the infuriated Squire.

‘Oh, sir, we know not,’ replied the menial. ‘He left no word, but rode away on that very evening, after I had taken his last letter to your house.’

‘A letter to my house? A letter from Mr. Maltravers to my house?’

‘Yes, sir. I had already taken such. This was the last.’

‘And to whom, pray, were they addressed?

I have received none. I found none awaiting me on my return.’

‘Nay, sir,’ confessed the unfortunate lad, too terrified for concealment, ‘the writing outside was to her young ladyship your daughter, to Miss Montgomery herself.’

‘What say you?’ cried Sir Robert. ‘To Miss Montgomery! Have you the face to tell me that you delivered these missives into my daughter’s hand?’

‘Nay, sir,’ gasped the distracted fellow. ‘I gave them to that lady whom I met in the park’; and by his description the Baronet was thunderstruck to recognize the portrait of the woman Curll, and stood for a moment dumb.

‘It is well,’ he at last enounced in measured tones, the lowered timbre of which very greatly relieved his victim’s terrors. ‘I know enough.’

Inwardly repenting of so much violence, now that he had attained his ends, Sir Robert was fain to offer the youth a considerable largesse, which was gratefully accepted, and turning his steps homeward he marched with less speed than he had come, but full of purpose, along the path which led him back to his distracted home.

Ere he would take a further decision, he once more approached Belinda, with infinite care and delicacy. But her confession had relieved the poor child, and his heart filled at her renewed affection and freedom of discovery. He learnt, indeed, once more her ignorance of Horatio’s appealing letters: he did not as yet inform her of them; but he also learnt for the first time how, with her high and candid honour, she had herself entrusted to Miss Curll the poor lines which she blushed to admit having written to Halston.

Her father, in leaving her, imprinted a long kiss upon her pale brow, assuring her, with as hearty a smile as he could call up, that all would be well — little as his judgement agreed; and, first seeking Miss Hackman and telling her the results of his inquiries, he proceeded with that lady to the interrogation of the culprit upon whom all the vials of his indignation were ready to be poured.

The Baronet and his cousin, not omitting a well-bred tap upon the door of her boudoir and her permission to enter, advanced abreast into Miss Curll’s retreat, or rather, into that small but exquisitely furnished apartment which her patron’s goodness had put at her disposal. Sir Robert coughed: Miss Hackman cleared her throat, so much as gentility permitted. With this introduction the head of the household engaged the difficult task.

‘Miss Curll,’ he said, in a slow and steady voice, ‘I have certain questions to ask of you.’

‘Of me,’ cried that lady, half rising.

‘Of you,’ solidly repeated her employer. ‘I will waste no time — neither my time nor yours — in any lengthy approach to the subject. Innocence is easily maintained. Guilt.’ and here Miss Curll could not refrain from a sudden movement, ‘betrays itself by the just dispositions of Heaven upon the nervous system of this our mortal frame.’ At the word frame the person thus addressed turned away her features, whether from modesty or inability to meet the eye of her judge. ‘They that he under a false accusation or even under but the supposition thereof will easily manifest by their indignation and by the ingenuous heat of their denial how wrongly they are suspected. But they.’ he continued, in louder and deeper tones, ‘who find opposed to them the accusing finger of their own conscience are in a different case… Miss Curll, it has been suggested to me, nay, it has been affirmed, that you have intercepted correspondence between Mr. Maltravers and your tender charge my daughter: between my daughter, your tender charge, and Mr. Maltravers… Speak! Is it false or true?’

For a moment the wretched woman hesitated between avowal and a falsehood whereby she would have lost all consideration in this world, her immortal soul in that to come. Then, appreciating, with the rapid intuition of women, that denial would be of no service, that confession might mitigate to her the consequences of her crime, she clasped her hands, she bowed her head, and answered in clear, excruciating tones:

Allora seppe tutto: che nessuna notizia era arrivata da Halston, come – con quale esitazione, con quale angoscia – lei stessa aveva scritto quella lettera e come fosse stata accolta dal silenzio.

La fronte del baronetto era cupa quando tornò dalla presenza di sua figlia e poté rilassarsi nella privacy dello studio. L’indignazione sostituì il disprezzo, la furia l’indignazione, mentre ripensava all’offesa arrecata al nome dei Montgomery, al comportamento indegno di colui a cui aveva mostrato forse un’eccessiva indulgenza. Alla fine prese una decisione: si mise il cappello, afferrò l’erba secca che portava sempre con sé e chiamò il fedele cane, suo inseparabile compagno; poi uscì di corsa verso la casa dei Maltravers. Ma mentre attraversava il bosco e si avvicinava a quella dimora maestosa, sebbene malinconica, notò diversi segni che lo lasciarono perplesso: la bandiera mancava dal suo solito palo, le tende erano chiuse nelle finestre principali, non c’erano tracce recenti di ruote sulla strada; e quando bussò con il bastone alla grande porta (perché nella sua rabbia, ormai mescolata alla confusione, aveva dimenticato completamente le buone maniere), nessuno rispose. Inutilmente continuò a bussare: solo echi vuoti gli risuonarono all’interno.

La sua rabbia aumentava sempre di più; Sir Robert si diresse verso gli uffici sul retro e, trovando nel cortile un giovane pallido e tremante, senza nessun altro presente, lo investì chiedendogli perché la sua convocazione fosse stata trascurata, e domandò quali giorni fossero questi in cui ai gentiluomini si poteva trattare in quel modo! Arrivò persino al punto di afferrare il giovane per le spalle e di chiedergli con forza dove si trovasse il suo padrone, minacciando che se non lo avesse trovato immediatamente ne sarebbero derivati gravi conseguenze.

“Mio padrone?” balbettò il giovane sfortunato, con i denti che gli tremavano, “Il signor Horatio? È andato via, signore, se n’è andato da molto tempo.”

“E dove vai, ragazzo?”, gridò il furioso scudiero.

“Oh, signore, non lo sappiamo,” rispose il servitore. “Non ha lasciato nessun messaggio; se n’è andato quella stessa sera, dopo che avevo portato la sua ultima lettera a casa vostra.”

“Una lettera per la mia casa… Una lettera del signor Maltravers per la mia casa?”

“Sì, signore. Ne avevo già presi alcuni; questo era l’ultimo.”

“A chi, si può sapere, erano indirizzate?”

Non ne ho ricevuti nessuno. Non ce n’era nessuno ad aspettarmi al mio ritorno.

“No, signore,” confessò il povero ragazzo, troppo spaventato per nasconderlo, “l’iscrizione all’esterno era indirizzata a sua signorina, cioè a vostra figlia, alla stessa signorina Montgomery.”

“Che ne dici?” gridò Sir Robert. “A Miss Montgomery! Hai il coraggio di dirmi che hai consegnato queste lettere nelle mani di mia figlia?”

“No, signore,” balbettò l’uomo distratto. “Le ho date a quella signora che ho incontrato nel parco”; e dalla sua descrizione il baronetto riconobbe immediatamente il ritratto di quella donna. Curll, e rimase per un momento senza parole.

“Va bene,” disse finalmente con toni misurati; il timbro più basso della sua voce alleviò notevolmente le paure della sua vittima. “So abbastanza.”

Rimpiangendo profondamente tutta quella violenza, ora che aveva ottenuto ciò che voleva, Sir Robert fu disposto ad offrire al giovane una considerevole somma di denaro, la quale fu accettata con gratitudine. Poi, dirigendosi verso casa, riprese il cammino a passi più lenti rispetto a quando era arrivato, ma con determinazione, lungo la strada che lo riportava al suo turbato focolare.

Se avesse preso un’altra decisione, si sarebbe di nuovo avvicinato a Belinda, con infinita cura e delicatezza. Ma la sua confessione aveva già sollevato quel povero ragazzo; il suo cuore si riempì di gioia per l’affetto che lei gli dimostrava nuovamente e per la libertà che ora le era concessa di esprimersi. Scoprì, infatti, ancora una volta quanto fosse all’oscuro delle lettere affascinanti di Horatio; decise di non informarla al riguardo per il momento. Ma scoprì anche, per la prima volta, come, con la sua nobile e sincera onestà, lei avesse affidato a Miss Curll quelle povere lettere che arrossiva ad ammettere di aver scritto a Halston.

Suo padre, prima di lasciarla, le posò un lungo bacio sulla pallida fronte, assicurandola, con un sorriso quanto più sincero potesse esprimere, che tutto sarebbe andato bene, nonostante le sue perplessità. Dopo aver cercato la signorina Hackman e comunicato i risultati delle sue indagini, si recò insieme a lei ad interrogare il colpevole su cui aveva accumulato tutta la sua indignazione.

Il baronetto e suo cugino, dopo aver bussato educatamente alla porta del suo boudoir e ottenuto il permesso di entrare, avanzarono insieme nella dimora di Miss Curll, o meglio, in quell’appartamento piccolo ma elegantemente arredato che la gentilezza del suo protettore le aveva messo a disposizione. Sir Robert tossì; Miss Hackman si schiarì la voce, nel limite consentito dalle buone maniere. Con questo preambolo, il capofamiglia iniziò l’impresa non facile che lo aspettava.

“Signorina Curll,” disse lui, con voce lenta e ferma, “ho alcune domande da farle.”

“Di me,” gridò quella signora, alzandosi a metà.

“Di voi,” ripeté con fermezza il suo datore di lavoro. “Non perderò tempo – né il mio né il vostro – in lunghe spiegazioni sull’argomento. L’innocenza si può facilmente dimostrare. La colpevolezza, invece, ” E a questo punto la signorina Curll non poté trattenersi dal fare un movimento improvviso: “si tradisce dalle leggi naturali che il Cielo ha imposto sul sistema nervoso del nostro corpo mortale.” Alla parola “corpo”, la persona a cui si rivolgeva girò il viso, forse per modestia o perché non riusciva a sostenere lo sguardo del suo giudice. “Coloro che, sotto false accuse o anche solo sotto il sospetto di esse, dimostrano con indignazione e con una sincerità sincera quanto sia ingiusta la loro accusa. Ma coloro,” continuò lui, alzando la voce e usando toni più cupi, “che si trovano di fronte all’accusa della propria stessa coscienza, sono in un caso diverso. Signorina Curll, mi è stato detto, anzi, mi è stato affermato con certezza, che avete intercettato la corrispondenza tra il signor Maltravers e mia figlia, tra mia figlia e il signor Maltravers. Parlate! È vero o falso?”

Per un momento, quella sventurata donna esitò tra confessare la verità o mentire, consapevole che in tal caso avrebbe perso ogni considerazione in questo mondo e la sua anima immortale nell’altro. Poi, con l’intuizione rapida tipica delle donne, comprese che negare non sarebbe servito a nulla, mentre confessare avrebbe potuto alleviare le conseguenze del suo crimine. Allora si strinse le mani, abbassò la testa e rispose in toni chiari e angosciosi:

‘It is true! God help me! It is true!’ With a slight but rapid gesture she pushed towards him the casket containing the letters of the two lovers, the contents of which the Baronet perused for some interval before thrusting them into his coat.

For a few moments he dared not trust himself to speak. When he did, his words were terrible.

‘Monster!’ he cried, as though he would blast in one bolt of vengeance the abominable treason of his dependant.

‘Indeed, you are greatly to blame.’ added Miss Hackman, in restrained tones, as she coldly eyed the shrinking form of her protégée.

‘Woe is me!’ sobbed the unfortunate gentlewoman, rocking upon her knees and wringing her hands in a frenzied mixture of penitence, alarm, and shame. ‘What a return have I made for so much goodness! What a recognition of such abundant charity! But oh! Sir!’ to Sir Robert, ‘Oh, Madam!’ to Miss Hackman, ‘’twas my poverty, my desperation, drove me to this crime! The enormous sum of twenty-five pounds in a Bank of England note offered me by Lawyer Fox…’

‘By Lawyer Fox?’ interrupted the astonished Baronet.

‘… urged on, as I believe, by Sir Henry Portly…’

‘By Sir Henry Portly?’ repeated Sir Robert, with flashing eye and flaming brow.

‘… this.’ concluded the unfortunate gentlewoman, ‘was the lure that drew me to my ruin!’

With that the wretched being buried her face in her hands and wept unrestrainedly. Sir Robert considered for a brief moment, and then delivered his sentence.

‘You are not unaware,’ said he, solemnly, checking with his hand a motion of his cousin’s, ‘that I am a Justice of the Peace, and might severely visit your unspeakable misdemeanour. It is in part consideration for your victim, in part some recognition of the birth which you have disgraced, which bids me hold my hand. Begone!’ he pointed to the door. ‘Leave on foot, by the highway, for your lodgings in Bath, a roof the hospitality of which you have so treasonably abused. Your effects shall follow before nightfall in my cabriolet.’

With bowed head and hands deplorably pendant at her side, the stricken sinner passed through those portals for ever.


At her departure the Baronet fetched a deep sigh, and preventing the comments of his cousin by an inhibiting gesture, made at once for his desk in his private room, where, after no little communion with himself, he indited the following letters.

He penned to Lawyer Fox the first stern missive:

‘SIR,

‘I have heard from Miss Curll that you have attempted her with an extravagant bribe to intercept my daughter’s letters. I will condemn no man unheard. But I desire an immediate explanation or disproof of such conduct; failing which, I shall take whatever action the situation demands.

‘I am, Sir,

Your obedient Servant to command,

‘ROBERT MONTGOMERY (Bart.), J.P.’

To Sir Henry Portly he adopted a different strain, and worded his letter in phrases less peremptory, but equally decisive. He recollected that this correspondent was after a fashion his equal, and couched his demand as follows:

‘SIR HENRY,

‘I am informed by the unhappy culprit herself that Mr. Fox, the Lawyer of Bath, has bribed my daughter’s governess, Miss Curll, to intercept her letters. That she has done so there can be no doubt; she has confessed, the missing documents have been discovered and now lie before me. But she adds her belief that the crime was committed at your instigation. I will condemn no man unheard, but I desire an immediate explanation or disproof of such conduct, failing which, I shall take whatever action the situation demands.

‘I am, Sir Henry,

Your neighbour to command,

‘ROBERT MONTGOMERY.’

These letters, duly sealed with the crest of the Montgomerys, he dispatched, the one by his groom, John, on Beauty, the other by his huntsman, Charles, on Diamond, bidding the one post to the office of Lawyer Fox, the other to Molcombe Abbey.

He awaited the replies. Never was he to receive them!


Lawyer Fox, ever cautious, upon hearing the clatter of galloping hoofs in the street without, and the sudden reining up of the steed by its rider, astutely divined the arrival of some important communication. Important? That word, for the deep and secretive mind of such a man, spelt also ‘Suspected.’ None but himself must receive it. Contrary, therefore, to his usual custom, he passed swiftly through his clerk’s room and was already at the door by the time Sir Robert’s servant had knocked. He personally accepted the sealed and folded sheet.

Not till he was safe within his own office (the door of which he had silently bolted), not till he had glanced over each shoulder to make sure that no witness could observe the contents, did he break the seal. A moment’s rapid perusal was enough. His naturally pallid cheeks took on a ghastlier shade of grey. For a moment his heart stopped beating. Then, through clenched teeth, he muttered: ‘The villain! Portly has done this!

Thinking to steal a march upon me, tempted by Montgomery’s gold, he has betrayed our common cause! I must away to deal with this at once!’ He donned the large and low-brimmed hat, the dark, mysterious cape, which were proper to such an occasion, sent immediately to Mr. Groper’s, the liveryman, for the first mount available, and, indifferent horseman though he was, he spurred at breakneck speed for Molcombe Abbey.

Within those princely halls Sir Henry Portly, their ruined owner, sat poring over Sir Robert’s minatory lines, which had reached him (such was the distance between the two houses) a full half-hour after Lawyer Fox’s departure from Bath.

Pursing his dark brow, his strong shoulders bent forward in the contemplation of his purpose, the prime mover in these catastrophes pondered his revenge or flight.

‘Fox has done this!’ he hissed, between half-parted lips. ‘He would have the better of me at the last, as he has had the better of me year after year, until I lie with broken fortunes, as I now do. For what motive? For the toadying of Montgomery, or — who knows? — in his pay! It now remains…’ but even as he rose at these words to determine between a fell purpose and ignominious flight, Lawyer Fox strode into the room, his arms folded beneath the ample sweep of the dark cape flung across his shoulder, his eyes glaring with a diabolical light upon the hated features of his prey.

“È vero! Dio mi aiuti! È vero!” Con un gesto leggero ma rapido, gli spinse verso di lui la scatola che conteneva le lettere dei due innamorati; il baronetto le esaminò per qualche istante prima di infilarle nella propria giacca.

Per alcuni momenti non osò fidarsi di se stesso per parlare. Quando lo fece, le sue parole furono terribili.

“Mostro!”, gridò, come se volesse distruggere con un solo attacco di vendetta la mostruosa tradizione del suo subordinato.

“Infatti, sei tu la principale responsabile,” aggiunse la signorina Hackman con toni controllati, mentre fissava con freddezza la figura sempre più piccola della sua protetta.

“Mia sfortuna!” singhiozzava la sventurata signora, dondolando sulle ginocchia e stringendosi le mani in un misto frenetico di pentimento, allarme e vergogna. “Che ricompensa ho ricevuto per tutta questa bontà. Che riconoscimento per tanta carità. Ma oh! Signore!” verso Sir Robert, “Oh, signora!” verso Miss Hackman, “È stata la mia povertà, la mia disperazione a spingermi a commettere questo crimine. La enorme somma di venticinque sterline in un assegno della Banca d’Inghilterra offertami dall’avvocato Fox, ”

“Del avvocato Fox?”, interruppe il baronetto, stupito.

“…spinto, credo, da Sir Henry Portly…”

“Di Sir Henry Portly?”, ripeté Sir Robert, con gli occhi scintillanti e la fronte accesa d’ira.

“…questo,” concluse la sfortunata signora, “è stato l’inganno che mi ha portato alla rovina!”

A quel punto, quella povera creatura nascose il viso tra le mani e pianse senza ritegno. Sir Robert rifletté per un momento, poi pronunciò la sua sentenza.

“Non siete ignari,” disse lui con solennità, controllando con la mano il gesto del suo cugino, “che sono un Giudice di Pace e che potrei punire severamente questo vostro atto indegno. In parte lo faccio per rispetto alla vostra vittima, in parte perché riconosco il lignaggio che avete disonorato. Questo mi spinge a trattenere la mano dalla vendetta. Andatevene!” indicò la porta. “Andate a piedi, lungo la strada principale, verso la vostra locanda a Bath, una dimora la cui ospitalità avete così traditoriamente abusato. I vostri effetti vi seguiranno entro stanotte nel mio cabriolet.”

Con la testa china e le mani penzolanti ai lati del corpo, quella peccatrice colpita dall’infelicità attraversò per sempre quei portali.


Al suo ritiro, il baronetto emise un profondo sospiro e, con un gesto che impedì ai suoi cugini di fare commenti, si diresse immediatamente verso la sua scrivania nella stanza privata. Lì, dopo aver riflettuto a lungo, scrisse le seguenti lettere.

Scrisse al avvocato Fox la sua prima lettera severa:

“Signore…”

“Ho saputo dalla signorina Curll che avete cercato di corromperla con una tangente esorbitante per intercettare le lettere di mia figlia. Non condannerò nessuno senza ascoltare prima la sua versione. Tuttavia richiedo una spiegazione immediata o una smentita di tale comportamento; in caso contrario, prenderò le misure necessarie.”

“Sono io, signore…”

Il vostro umile servitore all’ordine.

“Robert Montgomery (Bart.), J.P.”

Verso Sir Henry Portly adottò un tono diverso, formulando la sua lettera con frasi meno perentorie, ma altrettanto decise. Ricordò che questo corrispondente, in un certo senso, era suo pari, e espose la sua richiesta nel seguente modo:

“Sir Henry”

“Sono stata informata dalla stessa colpevole che il signor Fox, l’avvocato di Bath, ha corrotto la tutrice di mia figlia, la signorina Curll, affinché intercettasse le sue lettere. Che abbia fatto ciò è indubbiabile; lei stessa lo ha ammesso, i documenti scomparsi sono stati trovati e ora si trovano davanti a me. Tuttavia, aggiunge di credere che il crimine sia stato commesso su vostra istigazione. Non condannerò nessuno senza ascoltarlo, ma desidero una spiegazione immediata o una smentita di tale comportamento; in caso contrario, prenderò le misure necessarie.”

“I am, Sir Henry…”

Il tuo vicino al comando

“Robert Montgomery.”

Queste lettere, debitamente sigillate con lo stemma dei Montgomery, le inviò: una tramite il suo valletto, John, a bordo di Beauty, l’altra tramite il suo cacciatore, Charles, a bordo di Diamond. Ordinò che una venisse consegnata all’ufficio dell’avvocato Fox e l’altra all’abbazia di Molcombe.

Aspettava le risposte. Ma non le ricevette mai!


L’avvocato Fox, sempre cauto, sentendo il rumore degli zoccoli al galoppo per strada e poi il repentino fermarsi del cavallo, intuì immediatamente l’arrivo di una comunicazione importante. Importante. Quella parola, nella mente profonda e riservata di un uomo del genere, significava anche “sospetta”. Solo lui poteva riceverla. Pertanto, contrariamente al suo solito comportamento, attraversò rapidamente l’ufficio del suo segretario ed era già alla porta quando il servitore di Sir Robert bussò. Prese personalmente in mano il foglio sigillato e piegato.

Solo quando si trovò al sicuro nel proprio ufficio (la cui porta aveva chiuso a chiave in silenzio), solo dopo essersi assicurato che nessuno potesse vedere ciò che conteneva, ruppe il sigillo. Una rapida lettura fu sufficiente. Le sue guance, già pallide per natura, assunsero un colore ancora più grigiostra. Per un momento il suo cuore smise di battere. Poi, tra i denti stretti, mormorò: “Quel furfante! È stato Portly a farlo!”

Pensando di precedermi e tentato dall’oro di Montgomery, ha tradito la nostra causa comune! Devo partire immediatamente per affrontare questa situazione! Si mise il grande cappello a tesa bassa e il mantello scuro e misterioso adatti a un’occasione del genere, poi andò subito da Mr. Groper, l’affittuatore di cavalli, per prendere il primo cavallo disponibile. Nonostante non fosse un abile cavaliere, spronò il suo animale a tutta velocità verso il monastero di Molcombe.

In quei maestosi saloni, Sir Henry Portly, il loro ex proprietario ormai in rovina, sedeva immerso nella lettura delle lettere minatorie di Sir Robert. Queste gli erano arrivate – data la notevole distanza tra le due residenze – ben mezz’ora dopo la partenza dell’avvocato Fox da Bath.

Con la fronte corrugata e le forti spalle piegate in avanti mentre rifletteva sul proprio obiettivo, il principale responsabile di queste catastrofi ponderava se vendicarsi o fuggire.

“È stato Fox a farlo!” sibilò, con le labbra semiaperte. “Alla fine avrebbe avuto la meglio su di me, come ha sempre fatto anno dopo anno, fino a ridurmi in rovina, come ora faccio. Per quale motivo? Forse per compiacere Montgomery, o forse – chissà – per denaro! Ora resta solo da decidere, ” Ma proprio mentre si alzava per affrontare la situazione, decidendo se agire con malvagità o fuggire in modo ignominioso, l’avvocato Fox entrò nella stanza: le braccia incrociate sotto il largo mantello nero gettato sulle spalle, gli occhi che brillavano di una luce demoniaca mentre fissava i tratti odiati della sua vittima.

‘So, Portly! I have found you!’ were the words he launched, with the cold venom of a calculated hate. Portly stood back a moment with crisped hands clawing in challenge. Then, with one bound, he sprang at his oppressor’s throat.

The contrast between the two men might well have caused an expert in the art of self-defence to determine victory for the gentleman as a foregone conclusion. But the solicitor, though slight in build, was of an iron sinew, and of a ferocity more than human. Even as Sir Henry’s powerful fingers grasped Fox’s throat, the lawyer’s own two hands had met upon that of his enemy.

Neither could cry out; each stifled, with half-heard guttural gasps, under the pressure of an implacable justiciar — for each was impelled by a more than human power, and each was the dreadful instrument of Divine Vengeance. The couple swayed, thus locked, in horrid mutual strangulation, for a space of time which might have seemed to an onlooker eternal, which to the protagonists, as the choked brain grew dull, lost measure. They swayed, I say, they staggered; at last they fell with a crash to the floor, the fingers of each still straining at the other’s neck. Only a few convulsive movements still betrayed some lingering, instinctive dregs of life. These, in their turn, twitched and grew still. There for hours, through the declining afternoon, through the advancing evening, the corpses lay clutched in their act of common doom.

The butler bringing in the candles sprang back in horror at the sight which met his eyes. The household was summoned, and after a brief, whispered, terrified debate, it was determined to send for Sir Robert, who, in his capacity of Magistrate, should take cognizance of the fearful scene.

Standing with his bare head bowed, that good man paused a moment over the dead; then, calling for a paper, he took details of all that could be told him, sent word at once by the fleetest of the Molcombe stable to the Coroner, and for a full half-hour sat meditating upon that Final Justice which it behoves us all to dread, and which these unhappy men had defied.

‘In what times do I live!’ he murmured to himself, as he rode homewards from the appalling scene. Much was needed to shake so stout a heart, which in a long life of pursuing the fox and bringing down wild-fowl of every kind, had not known fear. But that evening his hand trembled as he lifted his wine-glass at dinner, and recited to his cousin the dreadful business of the day.

Upstairs Belinda slept more easily and with a more contented brow than for many days she had known. It was but exhaustion after so fierce an ordeal. The Baronet and his cousin conferred at table upon their next duty.

‘Robert.’ said Miss Hackman, in tones more kindly but not less decisive than her wont, ‘two things would I propose to you. First, that for some little time these tragic happenings shall be withheld from our dearest charge — yes, even the faithfulness of her lover, and the interception of his and her effusions. Only this — his departure — should be communicated. For if she is now told all, sudden grief may wholly dissolve her. Next, that as soon as may be — nay, before there is chance of her hearing — the very next day, even to-morrow if it may be, we shall take her away out of these scenes which have so affected her spirit, to distant renovating travel amid the quaint peoples and the sublime scenery of the Continent of Europe. Believe me, a few weeks, two months, or three at the most, of such invigorating change, will restore to us our beloved Belinda in all the freshness of her youth. Then shall she have the strength to hear what has passed (which we may feign to have but recently heard). Then also, with the lapse of time, there shall be dimmed the image of this — this young man whom, presumably, we shall never see again.’

Heavily as it bore upon his paternal heart, Sir Robert could but accede to so wise an advice.

His only fear was lest the daughter of the house were not fit to undertake a voyage. He was assured by his cousin, with the superior experience of her sex, that in easy stages the distance to Dover could be covered with impunity, especially as the novelty of air and scene would rapidly restore the strength of the invalid.

When, the next day, Sir Robert broke this proposal to his child, with what pleasure did he not see her almost eager acceptation of the change. She even spoke with something of interest upon the towns they might visit, the adventures they might enjoy; and the high opinion already held of his cousin by her father rose to increased respect at the operation of her plan.

She it was who superintended all preparations, pressing the servants to renewed efforts; she who chose and arranged the means of transport, marked on the map the stages of their way to Dover, procured from the Office of the Mail the hours of sailing, made a list of the hostelries at each halt, and even discovered the prices to be demanded.

She it was also who, with admirable forethought, had provided that the Reverend John Atkins should accompany the party as ghostly adviser and comforter — an arrangement vastly to the comfort and spiritual ease of their beloved charge.

A Locum Tenens — the Reverend Mr. Caley of St. Edmund’s Hall, Oxford — was provided for six months at a moderate expenditure; and though this young priest had imbibed too many of the new sacerdotal notions unfortunately prevalent in his University, it was remarked that the inconvenience of an over-elaborate ritual would not fall in the Squire’s absence upon his household, but only upon the farmers and lower orders of the parish, whose place it is to accept such ministrations as their betters may see fit to provide.

IX

ON THE APPOINTED morning a considerable column might have been seen rolling eastward down the road which led to the first stage at Warminster, whence it was proposed to advance without haste through Salisbury, Winchester, Petworth, and Hastings, to the Port of Dover. A chaise followed by humbler vehicles led the van of the procession in clouds of dust. It contained Sir Robert, his daughter, her confidential maid, and Miss Hackman, whose energy and foresight were responsible for all these arrangements. As they must proceed abroad by relays of horses at the maisons de poste, this conveyance was conducted, so far as the harbour of departure, by postillions newly clad in the uniform of the Montgomerys, and presenting a most impressive sight to the awed stare of the populace in the towns through which they rode.

“Lo so, Portly! Ti ho trovato!” furono le parole che pronunciò, cariche del veleno freddo di un odio calcolato. Portly indietreggiò per un momento, con le mani tremanti e contratte in segno di sfida. Poi, con un balzo, si scagliò alla gola del suo oppressore.

Il contrasto tra i due uomini avrebbe certamente fatto sì che un esperto nell’arte della difesa personale considerasse la vittoria del gentiluomo come una conseguenza inevitabile. Ma l’avvocato, sebbene di corporatura minuta, possedeva muscoli d’acciaio e una ferocia ben al di là di quella umana. Mentre le forti dita di Sir Henry stringevano la gola di Fox, le mani dell’avvocato si erano già serrate attorno a quelle del suo nemico.

Nessuno dei due riusciva a gridare; entrambi soffocavano, emettendo suoni gutturali appena percettibili, sotto la pressione di un giudice implacabile. Poiché ciascuno di loro era spinto da una forza superumana, e ciascuno rappresentava l’orribile strumento della Vendetta Divina. I due oscillavano, intrappolati in quell’abbraccio mortale, per un lasso di tempo che a un osservatore sarebbe potuto sembrare eterno; ma per i protagonisti, man mano che il cervello si intorpidiva per la mancanza d’aria, quel tempo perse ogni misura. Oscillavano. Infine caddero a terra con un tonfo, le dita ancora strette attorno al collo dell’altro. Solo alcuni movimenti convulsivi rivelavano ancora tracce di vita residua; anch questi, però, presto cessarono del tutto. Lì giacevano, per ore, nel corso del pomeriggio che declinava e della sera che avanzava. I cadaveri ancora avvinghiati nel loro comune destino finale.

Il maggiordomo, mentre portava dentro le candele, fece un balzo indietro per lo spavento di ciò che vide. Tutta la servitù fu chiamata; dopo una breve e concitata discussione, si decise di chiamare Sir Robert, il quale, in qualità di magistrato, avrebbe dovuto prendere atto di quella terribile scena.

In piedi, con la testa china, quell’uomo buono rimase per un momento davanti al cadavere; poi, chiamando qualcuno, prese appunti su tutto ciò che gli veniva detto, inviò immediatamente un messaggio tramite il più veloce dei cavalli dello stallo Molcombe al medico legale, e per ben mezz’ora rimase a riflettere su quella Giustizia Finale che tutti noi dovremmo temere, e che quegli sfortunati uomini avevano sfidato.

“In quali tempi vivo!” mormorò tra sé mentre tornava a casa da quella scena orribile. Ci voleva molto per scuotere un cuore così forte, che in una lunga vita trascorsa a cacciare le volpi e a uccidere ogni sorta di selvaggina non aveva mai conosciuto la paura. Ma quella sera, mentre alzava il bicchiere di vino a cena, la sua mano tremò, e raccontò al suo cugino gli eventi terribili di quel giorno.

Al piano di sopra, Belinda dormiva più serenamente e con un’espressione più soddisfatta di quanto non facesse da molti giorni. Era semplicemente l’esaurimento causato da un’esperienza così terribile. Il baronetto e suo cugino discutevano a tavola del loro prossimo compito.

“Robert,” disse la signorina Hackman, con toni più gentili ma non meno decisi del solito, “vorrei proporgli due cose. Prima di tutto, che per un po’ di tempo queste tragiche notizie vengano tenute nascoste alla nostra amatissima Belinda: sì, anche l’affetto del suo innamorato e le loro lettere dovrebbero essere tenute segrete. Solo la sua partenza dovrebbe essere comunicata. Perché se le venisse detto tutto ora, il dolore improvviso potrebbe distruggerla completamente. In secondo luogo, non appena sarà possibile – anzi, prima ancora che abbia la possibilità di saperlo – il giorno dopo, o addirittura domani, se possibile, dovremmo portarla via da questi luoghi che hanno così profondamente influenzato il suo spirito, per un viaggio rigeneratore tra le strane usanze e i paesaggi maestosi del Continente europeo. Credetemi: poche settimane, due o al massimo tre mesi di questo cambiamento benefico le restituiranno tutta la freschezza della sua giovinezza. Allora avrà la forza di ascoltare ciò che è accaduto, e potremo fingere di averlo appreso solo di recente. Inoltre, con il passare del tempo, l’immagine di questo giovane – che probabilmente non rivedremo mai più – si affievolirà nel suo ricordo.”

Nonostante il grande dolore che questo comportava per il suo cuore di padre, Sir Robert non poté fare altro che seguire un consiglio così saggio.

La sua unica preoccupazione era che la figlia di quella famiglia non fosse in grado di affrontare un viaggio. Sua cugina, con l’esperienza maggiore tipica del suo sesso, lo rassicurò dicendo che, percorrendo tratti brevi e facili da percorrere, la distanza fino a Dover poteva essere coperta senza problemi, soprattutto considerando che la novità dell’aria e dei luoghi avrebbe rapidamente aiutato la malata a riprendersi.

Quando, il giorno dopo, Sir Robert comunicò questa proposta a sua figlia, con quanta gioia vide che lei accettò quasi con entusiasmo il cambiamento. Anzi, parlò con interesse delle città che avrebbero potuto visitare, delle avventure che avrebbero potuto vivere; e l’alta stima che suo padre già provava per suo cugino aumentò ancora di più a seguito del successo del suo piano.

Fu lei ad occuparsi di tutte le preparazioni, incitando i servitori a impegnarsi ancora di più; fu lei a scegliere e organizzare i mezzi di trasporto, a segnare sulla mappa le tappe del loro viaggio verso Dover, a informarsi presso l’Ufficio Postale degli orari delle partenze delle navi, a compilare un elenco degli ostelli presenti lungo il percorso e persino a scoprire i prezzi richiesti.

Fu proprio lei, con un’ammirevole previdenza, a provvedere affinché il Reverendo John Atkins accompagnasse il gruppo come consigliere e conforto spirituale: una disposizione che fu di grande aiuto per il benessere e la tranquillità spirituale della loro amata protetta.

A Locum Tenens – il reverendo signor Caley di St. Edmund’s Hall, Oxford – fu fornito un sostentamento per sei mesi a spese moderate; e sebbene questo giovane prete avesse assorbito troppe delle nuove concezioni sacerdotali allora diffuse nella sua università, si osservò che gli inconvenienti derivanti da rituali eccessivamente complessi non sarebbero ricaduti sulla famiglia del Squire in sua assenza, ma soltanto sui contadini e sulle classi inferiori della parrocchia, a cui spetta accettare quei servizi religiosi che i loro superiori ritengono opportuni fornire.

IX

La mattina stabilita, si poteva vedere una considerevole colonna di veicoli avanzare verso est lungo la strada che conduceva alla prima tappa a Warminster; da lì si prevedeva di proseguire senza fretta attraverso Salisbury, Winchester, Petworth e Hastings, fino al Porto di Dover. Una carrozza, seguita da veicoli più semplici, guidava la processione tra nuvole di polvere. Al suo interno vi erano Sir Robert, sua figlia, la sua ancella personale e Miss Hackman, la cui energia e previdenza avevano organizzato tutto ciò. Poiché il viaggio doveva proseguire attraverso cambi di cavalli presso le stazioni di posta, questa comitiva era scortata da postiglioni appena rivestiti con l’uniforme dei Montgomery, offrendo uno spettacolo davvero imponente agli sguardi ammirati della gente nelle città attraverso cui passavano.

In a second vehicle followed Sir Robert’s valet, Belinda’s second maid, Miss Hackman’s and the clergyman. In the third, which was of stouter build and moved with a prodigious clatter, a vast pile of luggage rose high and broad (so large, indeed, as to suggest a cottage on wheels), the necessary equipment for those of Family proposing a long absence in foreign parts. The whole was covered by a sort of sea-cloth which made clear to all observers that it was the purpose of the travellers to traverse the Main.

Such was the outset of the journey for which Sir Robert — or rather, Miss Hackman — had laid out an itinerary which should include the sights of Paris, the waters of Auvergne, the Italian Lakes, and all that variety which an intelligent exploration of the Continent should afford. Thus did they make for Dover across the summer beauties of South England.

With each day’s progress the health of the beloved daughter improved. The novel scenes, the numerous slight adventures of each changeful day, the air of the higher lands, and the very diversity of lodgings, distracting the mind from a contemplation of itself, were the causes of the grateful phenomenon. With bodily vigour mental resilience returned. The young lady would now smile with happier lips upon the parent whose every thought was wrapped up in her welfare, and, ere the week was ended, a droll incident at a fair which they visited in Midhurst provoked the charming girl to the first true laughter to be heard from her lips since the unforgettable day.

Sir Robert eagerly embraced the opportunities thus offered for the entertainment of his offspring. He pointed out all objects of interest upon the road, the seats of the gentry, with their names, the spires of the churches, and such sites of historic moment as their path might approach. At Hastings they delayed a couple of days to explore the interesting ruins of the Castle, and to be conducted for a morning over the battlefield where the Norman William so fatally defeated the gallant but unfortunate Harold. At Rye they curiously noted the field where once rose the shipping of a crowded haven; at Romney the expanses over which, in the days of the great Elizabeth, the waters of the deep had rolled, but which Time and art have transformed to rich pastures maintaining their hundred flocks. At Dover itself Sir Robert ordered several days’ repose, that the best weather might be chosen for crossing, the most convenient tide, and that the dear invalid might be fully rested after her journey. At last, upon a sunlit morning, with the waters dancing in tiny wavelets, the wind but a balmy breeze which left the level of the seas unmoved, they embarked for the Gallic shore.

Strange, dark coincidence! Upon that watery track which Belinda now followed, Horatio had passed those few short days before! Her eyes beheld those very cliffs to which he had addressed his long farewells; and by some influence her heart was more profoundly — though confusedly and vaguely — troubled than it had yet been since the stimulus of travel had begun to relieve it. But with every beat of the engine her country, the scene of those despairing memories, receded farther into the haze. Cape Grinny could be discovered far off; it grew clearer; they approached the strand; at last, with a majestic glide, they passed into the harbour of Boulogne, and the eyes of Beauty were enlivened by the prospect of a new land.

Sir Robert conducted the ladies immediately in a hired cabriolet to the upper town, where, at the Hotel de Bourgogne, its master (who had had ample warning by foreign post from Miss Hackman) obsequiously received his distinguished guests. The equipages were dealt with in a hangar upon the quay, to which the Baronet proposed to return when all was ready, and his cousin and daughter refreshed by a long rest, upon the morrow. The plan was laid to make the first stage to the Hotel de France at Montrool, thence to the Tete de Bœuf at Abbeville, thence (in a longer day) to Amiens, where they might enjoy the quaint but striking form of the Cathedral; and so, in a week’s unhasting advance, to the Metropolis.

That evening the father and daughter watched the fading light under the venerable avenue of the ramparts; their peace and silence promised a night of deep repose, and long before the hour which Fashion dictates to her votaries as the moment for retiring, Belinda was sunk in a slumber which should have lasted to the freshness of the morning.

But evil intervened. In the dead of night, when (it is whispered) the flood of life is at lowest ebb and mortal powers are at their least to resist the unseen enemies of the mind, a dream disturbed her spirit. Its influence increased. A nameless air of dread and piercing dereliction filled the obscure, imaginary place wherein her awful fancy wandered. She trod a gloomy shore, where barely could be discerned the shapes of sea and land under grey shadowing mists, and where the waters broke noiselessly in long and sluggish lines upon the sand. There, there, too far, turned from her, a departing ghost, moved Horatio. In vain did she stretch forth her hands in piteous appeal. In vain would she have called, so that he could not but have turned to her. Her voice gave no sound: in that land of shades an impotent effort alone replaced it. His face she might not see; his presence as it abandoned her was instinct with the sense of passing, and a mighty somewhat in the core of her being uttered in silence the dreadful sentence: ‘Lost! Lost! Lost!’ The sword was through her heart.

She woke with violence, and stared at darkness, half-raised with one hand upon her pallet. There was no moon. The small casement made but a square of doubtful greyness upon the black night around. Not he, not he, but all Nature, all the scheme of things, was gone and utter isolation had arrived.

Then that beneficent power which will not abandon youth in its agonies, the keenness of which age never knows, let loose in her a flood of weeping. With her face buried in her arm upon the troubled pillow, she poured out unutterable griefs, her glorious hair a cloud about her, shaken in a storm of sobs. It lessened. Her very self was dissolved, the source of suffering exhausted, and she passed for hours into a dead and dreamless sleep.

In un secondo veicolo seguivano il valletto di Sir Robert, la seconda cameriera di Belinda, Miss Hackman e il clérigo. Nel terzo veicolo, più robusto e che produceva un rumore assordante, c’era un enorme mucchio di bagagli alto e largo (così grande da sembrare quasi una “casetta su ruote”); si trattava dell’equipaggiamento necessario per chi intendeva trascorrere un lungo periodo all’estero. Tutto il carico era coperto da una sorta di stoffa impermeabile, il che faceva capire a tutti che i viaggiatori avevano intenzione di attraversare il Mare del Nord.

Ecco dunque l’inizio di quel viaggio per il quale Sir Robert – o meglio, Miss Hackman – aveva preparato un itinerario che includeva i luoghi di interesse di Parigi, le acque dell’Auvergne, i laghi italiani, e tutta quella varietà che una visita attenta del Continente avrebbe potuto offrire. Così attraversarono le bellezze estive dell’Inghilterra meridionale per dirigersi verso Dover.

Con il passare dei giorni, la salute della cara figlia migliorava sempre di più. Le scene piacevoli, le numerose piccole avventure che accadevano ogni giorno, l’aria delle terre più alte e la varietà degli ambienti in cui vivevano contribuivano a distrarre la sua mente dal riflettere su se stessa, e questo era il motivo di tale miglioramento. Con il riacquistare della forza fisica, tornava anche la resistenza mentale. Ora la giovane donna sorrideva con maggiore felicità al padre il cui pensiero era interamente rivolto al suo benessere; e prima ancora che finisse la settimana, un incidente divertente durante una fiera a Midhurst fece sì che lei scoprisse per la prima volta una vera risata, da quando quel giorno indimenticabile.

Sir Robert accolse con entusiasmo le opportunità offerte per intrattenere i suoi figli. Indicava loro tutti gli oggetti di interesse lungo la strada: i sedili della nobiltà con i loro nomi, le guglie delle chiese, nonché luoghi di grande importanza storica che il loro itinerario li portava a incontrare. A Hastings trascorsero un paio di giorni esplorando le interessanti rovine del castello e visitando la battaglia dove Guglielmo il Conquistatore sconfisse in modo decisivo l’eroico ma sfortunato Harold. A Rye osservarono con curiosità il luogo dove un tempo sorgeva un porto trafficato; a Romney notarono le vaste distese di terra su cui, ai tempi della grande Elisabetta, si muovevano le acque del mare profondo, ma che ora il tempo e l’uomo avevano trasformato in rigogliosi pascoli. A Dover stesso Sir Robert decise di concedere alcuni giorni di riposo, affinché potessero scegliere il miglior tempo per attraversare il canale, il flusso di marea più favorevole, e permettere alla sua cara figlia malata di riposarsi completamente dopo il lungo viaggio. Infine, in una mattina soleggiata, con le acque che ondeggiavano dolcemente e la brezza fresca che lasciava le superfici del mare immobili, salparono verso la costa francese.

Strana e oscura coincidenza! Proprio su quella strada acquatica che ora Belinda stava percorrendo, Horatio aveva trascorso quei pochi giorni. I suoi occhi vedevano proprio quelle stesse scogliere verso cui aveva rivolto i suoi addii; e, per qualche motivo, il suo cuore si sentiva più turbato di prima – sebbene in modo confuso e vago – da quando l’emozione del viaggio aveva iniziato a lenirlo. Ma con ogni battito dell’elica, la sua terra natale, teatro di quei ricordi disperati, si allontanava sempre di più nella nebbia. Capo Grinny apparve in lontananza; diventò sempre più nitido; si avvicinarono alla riva. Infine, con un movimento maestoso, entrarono nel porto di Boulogne. E gli occhi di Belinda si illuminarono alla prospettiva di una nuova terra.

Sir Robert condusse immediatamente le signore in una cabriolet noleggiata verso la zona alta della città, dove, all’Hotel de Bourgogne, il suo proprietario (che aveva ricevuto tempestive avvisi da parte di Miss Hackman) accolse con grande ospitalità i suoi illustri ospiti. I veicoli furono parcheggiati in un hangar situato sul molo; il baronetto propose di tornarvi quando tutto fosse pronto, e il giorno seguente suo cugino e sua figlia si riposarono a lungo prima della partenza. Il piano prevedeva di compiere la prima tappa all’Hotel de France a Montrool, poi proseguire fino alla Tête de Bœuf ad Abbeville, e successivamente (in un giorno più lungo) raggiungere Amiens per ammirare l’aspetto caratteristico della sua cattedrale; infine, dopo una settimana di viaggio tranquillo, arrivare nella capitale.

Quella sera, padre e figlia osservarono la luce che svaniva sotto l’antica ala delle mura; la loro serenità e il loro silenzio promettevano una notte di profondo riposo. Molto prima dell’ora in cui la “Moda” impone ai suoi seguaci di ritirarsi, Belinda era già addormentata, un sonno che avrebbe dovuto durare fino all’alba.

Ma il male intervenne. Nel cuore della notte, quando (si sussurra) il flusso della vita è al suo punto più basso e le forze umane sono meno capaci di resistere agli invisibili nemici dell’anima, un sogno turbò la sua mente. La sua influenza aumentò sempre di più. Un’atmosfera di terrore e abbandono invase quel luogo oscuro e immaginario in cui vagavano le sue paure. Lei camminava su una riva cupa, dove a malapena si potevano distinguere le forme del mare e della terra tra le nebbie grigie; le acque si frangevano silenziosamente sulla sabbia, in lunghe e lente onde. Lì, un fantasma che la lasciava alle spalle. Horatio! Inutilmente lei tese le mani in un appello disperato; inutilmente cercò di chiamarlo, affinché si voltasse verso di lei. La sua voce non emise alcun suono: in quel regno delle ombre, solo un tentativo impotente riuscì a esprimere il suo dolore. Non poteva vedere il suo volto; la sua presenza, mentre la abbandonava, le trasmetteva l’impressione di qualcosa che svaniva per sempre. E nel profondo del suo essere, in silenzio, echeggiò quella terribile parola: “Perduta! Perduta! Perduta, ” La spada le aveva trafitto il cuore.

Si svegliò di colpo, con violenza, e fissò l’oscurità, tenendosi su con una mano sul materasso. Non c’era la luna. La piccola finestra proiettava solo un quadrato di luce grigiastra nell’oscurità circostante. Non lui, tutta la Natura, tutto il disegno delle cose, era scomparso, ed era arrivata l’assoluta solitudine.

Allora quella potenza benefica che non abbandona la gioventù nei suoi dolori, quella intensità di sentimenti che l’età adulta non conosce mai, scatenò in lei un fiume di lacrime. Con il viso nascosto nel braccio, appoggiata al cuscino rigato dalle lacrime, riversò dolore indescrivibile; i suoi splendidi capelli si diffusero intorno a lei come una nuvola, scossi da singhiozzi convulsi. Pian piano il pianto diminuì; tutta la sua essenza sembrava dissolversi nel dolore, e per ore cadde in un sonno profondo e senza sogni.


It was not till after the midday meal of the morrow that the journey was resumed. Sir Robert employed the morning in seeing to the douane with the luggage, in bespeaking horses, drivers and postillions for the first stage to Montrool (a matter of four hours only), and making the necessary purchases in the town.

When he rejoined the ladies he noted, indeed, the wearied eyes of his daughter, and was concerned to mark some return of her fatigues; but he set all down to the strain of an unaccustomed voyage, and, calm as had been the sea, to the vibration of the steamship and the wearing formalities of landing. Miss Hackman confirmed him in this, and upon his asking Belinda with careful tenderness whether she would not benefit by another day’s delay, she eagerly assured him that she far preferred an immediate departure; and indeed she shuddered to recall the night, and longed for the relief of unfamiliar and varied days.

In early youth, before his twentieth year, the Baronet had made the Grand Tour in company with a tutor hired for him by a provident sire, a gentleman of long lineage fallen upon evil days, though formerly an officer in the French service. He was thus familiar not only with the language, but the customs of the country he now revisited, after so many years filled with civil turmoil and foreign war. Hearty as was his justified contempt for what the great Duke of Wellington well styles ‘the beggarly nations of the Continent.’ he was not without a cultured interest in their antiquities, and even some approved features of their social life. Especially had he been impressed by the great country houses of the French nobility — now sadly decimated! — and he readily admitted the refinement and grandeur d’âme of their occupants.

It was, therefore, with an appetite recalling earlier years that he looked forward to revisiting scenes familiar to him at a more impressionable age. He pointed out to the ladies from the windows of the chaise the height on which Bonaparte had gathered his army in a futile and insolent menace of invasion, which the mighty genius of Pitt, aided by the City of London, had deflected on to the unfortunate battalions of Austria. He recalled the fact that Boulogne was the last resting-place of Godfrey de Bouillon, the valiant leader of the Crusade, as also of numerous English gentlemen compelled to foreign residence through financial misfortune. In passing Pont de Briques he pointed out the plain (then a lagoon) whereon had floated the galleys of Caesar, and so improved every moment of their progress with instructive conversation and comment.

All thus went well with the party until, when they were already some miles from the town and in a district peculiarly deserted, with no house or barn apparent upon the empty fields, a fearful shock appalled the travellers. The chaise rocked violently, and almost upset as it came to an abrupt halt. The carriage following was pulled up barely in time to avoid a collision, the heavy baggage train was checked in its turn. Sir Robert leapt to the ground, and was alarmed to observe the near leader struggling furious upon the pavé, to which the blundering postillion had thrown him, while that varlet, unhappily immune from the broken limbs that were his due, struggled to his feet and attempted to hold the plunging off-leader, who stamped and pulled in mad terror at the fate of his companion. With difficulty was the fallen animal brought trembling to his feet, and when at last this was accomplished, the fullness of the disaster was apparent. Not only was it clear that the poor beast’s power to continue his functions was at an end — blood stained his broken knees, and he was hopelessly lame — but the traverse of the vehicle was broken and, in the shock, had wrecked the supports of the front axle.

The Squire, as he cut the traces and released the suffering steed, showered upon the clumsy fool before him such epithets of abuse drawn from the vocabulary of the camp, and caught from his revered tutor in his teens, that the Gallic victim marvelled, even in his terror, where an Englishman could have acquired so intimately the vocabulary of the Old Guard. Then, recalling the necessities of the moment, he gave orders. He had the remaining horses unharnessed from the chaise; the last two carriages drawn up by the roadside, and with careful eye scanned all the countryside for succour.

I have said that no habitation was apparent. But upon a more careful scrutiny, he could discern, beyond a dense group of trees at the end of a cross road, some lines of a high roof, which he rightly judged to be those of a noble mansion. His decision was instantly taken. Much though it jarred upon his high breeding to violate the privacy of an equal, he must appeal in person as best he might to the owners of the Demesne, and trust to their sympathy with a Gentleman for the necessary loan of a horse that might complete the stage to Montrool. Bidding his valet mount guard over the ladies, and conjuring the postillions with the most dreadful menaces to maintain their post, he strode off to cover the half-mile which separated him from the Château.

Arrived, he was received with solemn courtesy by a stately major-domo, whose sumptuous livery witnessed to the greatness of the family he served, and who had grasped at once, with trained eye, the rank of the visitor. The Baronet, careful of French custom, asked what house he had the honour of entering, presented his carte de visite, and begged that it might be taken to the master of the house as from an English Gentleman whose family and train had met with an accident upon the highway and who craved assistance.

‘I will at once acquaint Madame,’ replied the other, with an obeisance. ‘As for our house, it is known as the Château de Rosny, and my mistress’s name is the Marquise de la Ferronnière.’ He motioned with a sweep of the hand to a neighbouring apartment where the distinguished guest might await his hostess, when he saw with surprise that the Englishman did not, for the moment, move; for Sir Robert was leaning, with his left hand pressed open upon a pillar, as one that had received a heavy blow and would recover breath. He collected himself with an effort, advanced into the neighbouring apartment, and sank into a chair beside a table, with his head supported on his hand. Almost would he have recalled his card, but the major-domo had already gone.


Solo dopo il pranzo del giorno seguente il viaggio fu ripreso. Sir Robert trascorse la mattina occupandosi delle formalità doganali relative al bagaglio, procurando cavalli, cocchieri e postiglioni per la prima tappa fino a Montrool (una distanza di soli quattro ore), e facendo gli acquisti necessari in città.

Quando tornò dalle signore, notò davvero gli occhi stanchi di sua figlia e si preoccupò che le sue fatiche fossero ricomparse; ma attribuì tutto allo sforzo di un viaggio insolito, nonché alle vibrazioni della nave a vapore e alle noie delle procedure di sbarco. Miss Hackman confermò questa sua ipotesi. Quando chiese con grande delicatezza a Belinda se non avrebbe tratto beneficio da un ulteriore giorno di ritardo, lei rispose con entusiasmo che preferiva partire immediatamente; anzi, rabbrividiva al solo pensiero di quella notte e desiderava ardentemente il sollievo di giorni diversi e nuovi.

Nella sua giovinezza, prima dei vent’anni, il baronetto aveva intrapreso il Grand Tour in compagnia di un tutore assunto per lui da un padre premuroso: un gentiluomo di antica discendenza che aveva attraversato tempi difficili, sebbene in passato fosse stato ufficiale nell’esercito francese. Grazie a ciò conosceva non solo la lingua, ma anche le usanze del paese che ora rivedeva, dopo tanti anni di turbolenze civili e guerre straniere. Sebbene provasse un giustificato disprezzo per quelle “nazioni misere del Continente”, descritte con precisione dal grande Duca di Wellington, non mancava in lui un certo interesse culturale per le loro antichità e persino per alcuni aspetti positivi della loro vita sociale. In particolare, era rimasto profondamente colpito dalle imponenti residenze nobiliari francesi – ormai purtroppo ridotte a rovine! – e ammetteva senza esitazione la raffinatezza e la nobile natura dei loro abitanti.

Era quindi con un appetito che ricordava gli anni passati che attendeva con impazienza di rivedere quei luoghi familiari ai tempi in cui era più impressionabile. Indicò alle signore, dalle finestre della carrozza, l’altezza su cui Bonaparte aveva radunato il suo esercito per minacciare un’invasione vana e insolente; quel pericolo, però, grazie al grande genio di Pitt e con l’aiuto della città di Londra, fu deviato verso gli sfortunati battaglioni austriaci. Ricordò inoltre che Boulogne era stato l’ultimo luogo di riposo di Godfrey de Bouillon, il valoroso condottiero delle Crociate, così come di numerosi gentiluomini inglesi costretti a vivere all’estero a causa di difficoltà finanziarie. Passando per Pont de Briques, indicò la pianura (all’epoca una laguna) su cui avevano galleggiato le galee di Cesare; così, con conversazioni e commenti istruttivi, migliorava ogni momento del loro viaggio.

Tutto procedeva bene per il gruppo di viaggiatori fino a quando, essendo ormai distanti alcuni chilometri dalla città e trovandosi in una zona particolarmente desolata, dove non si vedeva alcuna casa né granaio nei campi vuoti, un terribile incidente colpì i viaggiatori. La carrozza sobbalzò violentemente e quasi si capovolse quando si fermò bruscamente. Anche la carrozza che seguiva riuscì a fermarsi appena in tempo per evitare una collisione; il pesante carico venne anch’esso bloccato. Sir Robert saltò a terra e, con orrore, vide il cavallo davanti a loro lottare disperatamente sul selciato, dopo essere stato gettato lì dal conducente incauto; quel servitore, fortunatamente immune alle ferite che avrebbero dovuto toccare lui stesso, cercò di aiutare il cavallo, mentre quest’ultimo, preso dal panico per la sorte del suo compagno, si dibatteva furiosamente. Con grande sforzo riuscirono a far alzare in piedi l’animale tremante; ma quando finalmente ci riuscirono, divenne evidente l’entità della catastrofe: non solo il cavallo era ormai incapace di proseguire il viaggio – il sangue macchiava le sue ginocchia spezzate e era irrimediabilmente zoppo – ma anche i componenti della carrozza erano danneggiati, e a causa dello shock i supporti dell’asse anteriore si erano rovinati.

Il Squire, mentre tagliava i legami e liberava il cavallo sofferente, riversò su quel goffo sciocco davanti a sé una serie di insulti tratti dal vocabolario del campo militare, che aveva imparato da suo rispettato insegnante durante l’adolescenza; la vittima gallica, nonostante il terrore, rimase stupita nel constatare quanto un inglese potesse conoscere così bene il gergo della vecchia guardia. Poi, ricordandosi delle necessità del momento, diede ordini: fece sciolgere i cavalli rimanenti dalla carrozza; fece fermare le ultime due vetture sul ciglio della strada e, con attenzione, scrutò tutta la campagna alla ricerca di aiuto.

Avevo detto che non si vedeva alcuna abitazione in vista. Ma dopo un esame più attento, riuscì a distinguere, oltre un fitto gruppo di alberi all’estremità di una strada incrociata, alcune linee che sembravano appartenere al tetto di una dimora nobiliare. La sua decisione fu immediata: anche se violare la privacy di un suo pari andava contro le sue principi morali, doveva recarsi personalmente e fare del suo meglio per ottenere in prestito da parte dei proprietari della tenuta il cavallo necessario per completare il viaggio fino a Montrool. Ordinò al proprio valletto di sorvegliare le signore e minacciò severamente i postiglioni affinché mantenessero la loro posizione, poi si avviò a piedi per coprire i mezzo miglio che lo separava dal castello.

Arrivato, fu accolto con solenne cortesia da un maestro di casa imponente, il cui abbigliamento lussuoso testimoniava della grandezza della famiglia a cui serviva; quest’ultimo, con occhio attento, riconobbe immediatamente il rango del visitatore. Il baronetto, rispettoso delle usanze francesi, chiese in quale dimora avesse l’onore di entrare, presentò la sua carta da visita e pregò che venisse portata al padrone di casa, spiegando di essere un gentiluomo inglese il cui carro si era schiantato lungo la strada e che cercava aiuto.

“Informerò immediatamente Madame,” rispose l’altro con un inchino. “Per quanto riguarda la nostra residenza, è conosciuta come il Château de Rosny, e il nome di mia signora è Marchesa de la Ferronnière.” Fece un gesto con la mano indicando un appartamento vicino dove l’illustre ospite poteva attendere la sua padrona. Ma con sorpresa vide che l’inglese non si muoveva; Sir Robert, infatti, appoggiava la sinistra su un pilastro, come se avesse ricevuto un colpo violento e stesse cercando di riprendere fiato. Con uno sforzo si riebbe, entrò nell’appartamento accanto e si lasciò cadere su una sedia vicino a un tavolo, appoggiando la testa sulla mano. Stava per ricordare di consegnare la sua carta da visita, ma il maggiordomo se n’era già andato.

They err who pretend that the years, though they may obscure, can eliminate a primal passion. The soul is immortal. If once it suffer the imprint of that one emotion which links time with eternity, the imperishable mark remains. The flood will return in full, unconquerable might, provoked by a tone, a scent, a glance, a name. This man, so far advanced in the business of living, already conscious of the grave, had suffered a resurrection from the dead. He had heard the name of Ferronnière.

All was unreal about him. The transition was too sudden, the surge of life too high. He heard a voice, he rose and trembled, the great doors were ceremoniously opened, and the woman appeared.

The ladies had not waited long. The Baronet was seen advancing across the fields, and at his side two lackeys, one of whom led a grand horse of the Berrichon breed. The keen eye of Miss Hackman, the filial affection of Belinda, each noted in Sir Robert’s gait a new deliberation, and his head was bowed.

‘My darling,’ he began in an altered voice ‘(Cousin, forgive me, I should have helped you to alight… I am distracted). My darling, come with me.’ He turned upon her a long regard. ‘We must come to the Château… There you shall be refreshed and recover from the trepidations of this adventure. Cousin, come with us. The Lady who there presides…’ he paused. He had difficulty in continuing. He conquered himself and proceeded, ‘The Chatelaine insists, with high generosity (she is of English birth), in offering us the shelter of her roof till our means of transport shall be repaired. Mr. Atkins, pray follow with the others. These honest fellows will harness, and all is to be driven to… to our hostess’s manege — all shall be entertained.’

So went they back to the great house. Miss Hackman wondered, but was wisely silent in the presence of her relative’s strange emotion. Belinda, with simple trust, smiled lovingly upon her father and took his arm. ‘Thank you, dear papa,’ she whispered for his ear alone. ‘I shall be grateful for rest. I fear the accident has moved me more than I knew.’

He put his hand on hers and slackened his pace to spare her steps. The house stood wide open to the summer air for their reception, and the three entered together by its ancient gates.

X

THE PRESENTATIONS HAD been made, the Baronet, with the restraint of a forgotten world, had formally pronounced the name of their generous hostess to his daughter, who had dropped, as the occasion demanded, a deep reverence in honour of that commanding but gracious presence. Next Miss Hackman had been greeted with the kindest words, and even the Reverend Mr. Atkins had been accosted with so much savoir faire, such due respect for his cloth, as might have deceived an onlooker with the illusion of a conversation between equals.

The heat of that deep afternoon had stilled the very leaves upon the poplar trees; all was steeped in the drowsy summer haze. Above, Miss Hackman, in her room, permitted herself (what was rare with her) some relaxation in déshabille. Below, in a boudoir where the finest canvasses of Boucher challenged the exquisite sensibility of Greuze, Sir Robert and the Marquise told each other all. She learnt that story of his long fidelity, his late marriage, his widowhood, his only child. He her life at Court and in diplomacy (of which echoes had reached him in the intervals of the wars), and of the long retirement here at Rosny, since the great gentleman who had given her his name had left the Court of Louis XVIII for that of Heaven.

She gave him details of her household, wherein she begged that for some little space they might reside, even mentioning her recent reception of a brave young Englishman who had been wounded in her defence, who for the moment was riding out in the forest, but would for dinner be returned. His name she had deliberately refused to require, but that he was of high birth she could be sure, and that his company would please them she made no doubt. His wound was wholly healed; in a few days he also (she sighed) would be gone.

In the petit salon upon the ground floor in the western wing of the house, Belinda, reposing on a chaise-longue restored her serenity from the agitations of the day.

Into the court of the manège, by the offices near the basse-cour, the young rider dismounted, threw the reins to a groom, and advanced with leisured steps towards the house. He noted with surprise the newly arrived vehicles, the number of horses in the stables, the strange servants mixing with those of the household. He prepared to meet visitors, and for that purpose strode to the Salon d’honneur. Its gilded fauteuils were unoccupied: the room was deserted, the great house silent.

He rang, and at his summons a domestic appeared. He asked who might have arrived. The footman did not know their names; it was an English Milord and his suite who had met with a misadventure, and whom the Marquise was good enough to entertain while awaiting the repair of his equipage. He, his daughter, and another lady, some relative of his, would be present at dinner, and at least for that night. In his clear tones Horatio continued to inquire on the mishap, the man respectfully to reply.

Those tones were heard! From the chaise-longue whereon she reclined, Belinda started with a wild surmise. She sprang to her feet, she listened, she was assured… It was, it was the beloved voice!

Oh! Heavens! Incredible! Here? Here in a foreign land? By what miracle…? But steps approached. He would in a moment be at the door. The enormity of his conduct, the violence of her pristine passion, engaged in mortal conflict.

A trembling seized Belinda. She mastered it. Her frame was in such a tumult of wounded pride (and of, alas! what tenderness!) that she could barely compose herself for that which every rule of female deportment demanded she should perform.

He entered. He checked himself. He stood still as a stone. Those eyes looked on her again. But they looked on her with disdainful pride. That form stood once more before her, living, real, but with an erect carriage of inward anger which, though restrained by the strength of lineage, informed his whole frame.

Coloro che pretendono che gli anni, anche se possano offuscare, possano eliminare una passione primordiale, si sbagliano. L’anima è immortale. Se una volta subisce l’impronta di quell’unica emozione che lega il tempo all’eternità, quella traccia indelebile rimane. La “follia” tornerà con tutta la sua forza inarrestabile, scatenata da un suono, un profumo, uno sguardo, un nome. Quest’uomo, ormai avanti nella vita e consapevole della morte, aveva vissuto una vera e propria resurrezione. Aveva sentito il nome di Ferronnière.

Tutto ciò che lo riguardava era irreale. Il passaggio era stato troppo improvviso, l’onda di energia vitale troppo intensa. Sentì una voce, si alzò e tremò; le grandi porte si aprirono in modo solenne, e la donna apparve.

Le signore non dovettero aspettare a lungo. Si vide il baronet avanzare attraverso i campi, accompagnato da due servitori; uno di questi conduceva un magnifico cavallo della razza Berrichon. L’occhio attento di Miss Hackman e l’affetto filiale di Belinda notarono entrambe nel passo di Sir Robert una nuova esitazione, e la sua testa era china.

“Mia cara,” cominciò con voce diversa, “cugina, perdonami. Avrei dovuto aiutarti a scendere. Sono distratto. Mia cara, vieni con me.” La fissò a lungo. “Dobbiamo andare al castello. Lì potrai riposarti e recuperare dalle emozioni di questa avventura. Cugina, vieni con noi. La signora che vi abita, ” Si interruppe; gli risultava difficile continuare. Si fece forza e proseguì: “La padrona di casa, con grande generosità – essendo di origine inglese – insiste nel offrirci rifugio sotto il suo tetto, finché i nostri mezzi di trasporto non saranno riparati. Signor Atkins, la prego, segua gli altri. Questi bravi uomini si occuperanno di tutto. Tutto sarà sistemato, ”

Così tornarono alla grande casa. La signorina Hackman si chiese cosa stesse succedendo, ma rimase saggiamente in silenzio di fronte alle strane emozioni del suo parente. Belinda, con semplice fiducia, sorrise amorevolmente a suo padre e gli prese il braccio. “Grazie, caro papà,” sussurrò solo per lui. “Sarò grata di poter riposare. Temo che quell’incidente mi abbia colpita più di quanto pensassi.”

Le mise la mano sulla sua e rallentò il passo per non affaticarla. La casa era completamente aperta all’aria estiva per accoglierli, e i tre entrarono insieme attraverso le sue antiche porte.

X

Le presentazioni erano terminate; il baronetto, con la riservatezza tipica di un mondo ormai dimenticato, aveva formalmente comunicato il nome della loro generosa ospite a sua figlia, la quale, come richiedeva l’occasione, aveva espresso profondo rispetto verso quella figura autorevole ma gentile. Successivamente, Miss Hackman fu accolta con le parole più affettuose; anche il reverendo signor Atkins ricevette un trattamento così cortese e rispettoso del suo rango che un osservatore esterno avrebbe potuto scambiare quella conversazione per uno scambio tra persone uguali.

Il calore di quella tarda estate aveva reso immobili persino le foglie degli alberi di pioppo; tutto era avvolto nella nebbia sonnolenta dell’estate. Lassù, nella sua stanza, Miss Hackman si concesse (cosa raro per lei) un po’ di relax in abiti informali. Qui sotto, in un boudoir dove i più pregiati dipinti di Boucher mettevano alla prova l’elegante sensibilità di Greuze, Sir Robert e la Marchesa si raccontavano tutto. Lei venne a sapere quella storia della sua lunga fedeltà, del suo matrimonio tardivo, della sua vedovanza, del suo unico figlio. Lui le parlò della sua vita alla Corte e nella diplomazia (delle cui notizie aveva avuto sentore durante i periodi di pace), nonché del lungo ritiro a Rosny, da quando quel nobile signore che le aveva dato il suo nome aveva lasciato la Corte di Luigi XVIII per raggiungere il regno dei cieli.

Gli raccontò nei dettagli della sua famiglia, pregandolo di concedere loro un piccolo spazio dove poter vivere, menzionando anche che aveva recentemente accolto un coraggioso giovane inglese ferito mentre la difendeva; in quel momento si trovava nella foresta, ma sarebbe tornato per cena. Aveva deliberatamente rifiutato di chiedergli il nome, ma era certa che provenisse da una nobile famiglia, e non dubitava affatto che la sua compagnia li avrebbe resi felici. La sua ferita era completamente guarita; in pochi giorni anche lui (sospirò) se ne sarebbe andato.

Nel piccolo salotto al piano terra, nell’ala ovest della casa, Belinda, sdraiata su una chaise-longue restaurata, ritrovava la sua serenità dopo le emozioni di quella giornata.

Nel cortile del maneggio, vicino agli uffici situati accanto alla scuderia, il giovane cavaliere smontò, gettò le redini a un groom e si avviò con passi tranquilli verso la casa. Notò con sorpresa i veicoli appena arrivati, il numero di cavalli nelle stalle, i servitori strani che si mescolavano a quelli della famiglia. Si preparò ad accogliere gli ospiti e, per questo scopo, si diresse verso il Salon d’honneur. I suoi divani dorati erano vuoti: la stanza era deserta, la grande casa silenziosa.

Suonò il campanello e, all’appello, comparve un domestico. Chiese chi fosse arrivato. Il servitore non conosceva i loro nomi; si trattava di un lord inglese e del suo seguito che avevano avuto un incidente, e la marchesa era stata così gentile da offrir loro ospitalità in attesa del riparo dei loro mezzi di trasporto. Lui, sua figlia e un’altra signora, qualche parente sua, sarebbero stati presenti a cena, almeno per quella sera. Con tono chiaro, Horatio continuò ad interrogare riguardo all’incidente, mentre l’uomo rispondeva con rispetto.

Quei toni furono uditi! Dal divano su cui era sdraiata, Belinda iniziò con un’ipotesi folle. Si alzò di scatto, ascoltò. Ne fu certa: era la voce amata!

Oh! Mio Dio! Incredibile! Qui? Qui, in una terra straniera? Con quale miracolo,? Ma dei passi si avvicinavano. Tra un momento sarebbe arrivato alla porta. L’enormità del suo comportamento, la violenza della sua passione pura e innocente, tutto ciò era coinvolto in un conflitto mortale.

Un tremito colpì Belinda. Riuscì a controllarlo. Il suo corpo era scosso da un tale tumulto di orgoglio ferito (e, ahimè, da tanta tenerezza!) che le risultava quasi impossibile calmarsi per compiere ciò che ogni regola del comportamento femminile richiedeva da lei.

Entrò. Si controllò. Rimase fermo come una pietra. Quegli occhi la fissarono di nuovo, ma con un disprezzoso orgoglio. Quella figura si ergeva ancora davanti a lei, viva, reale, ma con un portamento rigido, segno di un’ira interna che, sebbene trattenuta dalla forza della sua nascita, traspariva in ogni suo movimento.

‘Sir!’ (she first spoke — and with an icy intensity), ‘We meet again.’

‘Madam! ‘ he answered, on a grave and solemn note, ‘we meet again.’

‘I ask,’ ran Belinda’s measured tones, ‘no explanation of your conduct. I have forgotten it. But I am grateful indeed that your lack of all chivalric feeling has saved me from an uncongenial fate.’

‘Nor will I seek an explanation of your words,’ he replied in his turn, inclining his head sedately. ‘I make no reproaches to a woman. When I found my poor letters unworthy of reply…’ He stood back, every pulse of his beating heart demanded the beloved, but pride had the greater power.

‘Your letters!’ cries Belinda. ‘I — it was I — ah, Heaven! that I should have thus demeaned myself! — It was I that penned in vain those two successive billets to your direction, and was rewarded for my folly by your silence, your contempt, your departure!’

A wild glance of confusion and dawning discovery lighted the dark eyes of Horatio. An eager doubt mixed more and more with joy illumined the heavenly blue of Belinda’s shining orbs. Each hesitated, each simultaneously exclaimed:

‘What! You wrote? You wrote, and I never knew?’

‘What! You did not hear? You could not guess?’

‘Ah,’ cried he in sudden passion with arms outstretched, ‘my Belinda — nay, I will use that phrase — forgive the wretch who doubted — who dared to doubt — your divine loyalty, your unfailing heart! Would that I had perished by my own hand ere I stooped to admit such treason to my breast!’ Thereat he fell upon one knee, with bowed head, and his lovely partner — Reader! Impute it not to immodesty in a tender Virgin — gently laid her hand upon his hair and murmured: ‘Horatio…’

At this very moment Sir Robert and the Marquise entered in search, the one of his daughter, the other of her guest.

‘Zounds!’ cried the Baronet, rooted to the spot by the spectacle before him.

‘Tiens!’ murmured the Marquise, as she surveyed the couple amusedly through a long lorgnon of the purest gold which she held to her eyes with head thrown back in all the nonchalance of the bien née.


The weeks are past: the bridal day approaches. The date which has been fixed for the union is near at hand. Sir Robert and his hostess, in conference, are discussing all plans and details, opening the one to the other their rôles in this affair.

‘I had hesitated,’ confessed the Baronet, ‘to sanction these young people’s alliance when first my daughter confided to me the secret of her heart. ’Tis I that am to blame for all that followed. My worldly mind designed for her a partner — now happily deceased — who would have proved most criminally unworthy, but who (so I imagined) would give her a greater place in our society. For this son of my old friend Maltravers is of narrow means: indeed, of a substance insufficient even to maintain his ruined house. I should have remembered my own ample fortune and the nature of a woman’s heart; but I was engrossed with terrestrial considerations, and so I sinned. Heavily have I been punished.’

‘Fear nothing, Robert,’ replied his companion. ‘My decision, gradually formed, has now for many days been fixed. I had long determined to adopt, if I could so persuade him, and to make my heir the youth whom Providence had sent beneath my lonely roof. The movement was not precipitate. During the days of his convalescence I marked his manly step, his ingenuous regard. I dwelt upon his air of true gentility, the fire of his generous impulse, the restraint of his converse in a woman’s presence, the assiduous care with which he would attend inferiors and superiors alike. Here (said I) is an occasion advanced by the all-seeing Providence of the Creator! For years I have remained secluded, denied the conversation of my countrymen. Before God!’ (she exclaimed vehemently)

‘I have seen no true gentleman since the return of your prisoners in ‘14! And whom should I make my heir? I have no child!’ (her voice trembled). ‘The late Marquis…’

Her companion could not refrain from an imperceptible gesture of sympathy, but the ardent woman continued: ‘The years pass. Did I delay, caprice might divert my judgement, old age corrupt it. I have chosen the inheritor of my vast wealth — I have chosen,’ she repeated, emphatically, with pride, ‘and I have chosen well.’.

‘I doubt it not, Esmeralda.’

Heartily did the Baronet thank Heaven in his heart (that night in his chamber upon his knees) for the singular mercy his Creator had shown to the devoted object of his daughter’s affections. Bitterly did he reproach himself, as he prayed, for the disdain he had felt for Horatio’s former poverty. Nor could he now murmur his name at the Throne of the Almighty without the respect due to so considerable an increase in the young man’s station among the gentry of the county.

But these were the later exercises of his retirement. Now, ere the fall of the day, another matter concerned him. He would approach it. It was the settlement of their affairs when the bride should have returned from her brief absence with her husband, and all should depart together for England. He learned, to his profound satisfaction, that Madame de la Ferronnière would accompany them. She proposed to pass the greater part of the year in their neighbourhood. She inquired whether a Dower House were not to be obtained on his estate. Montgomery could refrain no longer.

‘Esmeralda!’ he exclaimed, ‘may we not seal those early vows of ours now at last, at once, and for ever? To you it was — to you and to none other — that my youth burnt in an incense of adoration, and to-day the same consuming worship stands unalterably true. Yes, now, before me, the very turn of your rejecting hand recalls your gesture in my twentieth year.’

So spake he with the pardonable fervour of a man who for the moment was in another world.

As is the way with women, she preferred a devious reply.

‘Do you remember, Robert, oh! do you remember,’ she began, ‘that night in May when we wandered in the gardens during intervals of the dance at my mother’s villa upon the Thames at Putney? Then did we first know dimly what we now know too well.’

“Signore!” disse lei per prima volta, con un tono gelido e intenso, “Ci incontriamo di nuovo.”

“Signora!” rispose lui con tono grave e solenne, “ci incontriamo di nuovo.”

“Chiedo,” disse Belinda con tono misurato, “nessuna spiegazione per il vostro comportamento. L’ho dimenticato. Ma sono davvero grata che la vostra totale mancanza di sentimenti cavallereschi mi abbia salvata da un destino sgradevole.”

“Né cercherò una spiegazione per le tue parole,” rispose a sua volta, inclinando la testa con calma. “Non rimprovero mai una donna. Quando ho capito che le mie povere lettere non meritavano risposta, ” Si allontanò; ogni battito del suo cuore chiedeva di rivedere l’amata, ma l’orgoglio aveva più forza.

“Le tue lettere!” esclama Belinda. “Sono stata io, ah, mio Dio! Come ho potuto umiliarmi a tal punto! Sono stata io a scrivere invano quei due biglietti per te, e in cambio della mia follia ho ricevuto il tuo silenzio, il tuo disprezzo, la tua partenza!”

Un’occhiata selvaggia di confusione e di inizio di comprensione illuminò gli occhi scuri di Horatio. Un dubbio ansioso, mescolato sempre di più alla gioia, risplendette nel blu celeste dei luminosi occhi di Belinda. Entrambi esitarono, poi esclamarono contemporaneamente:

“Cosa! Hai scritto tu? Hai davvero scritto, e io non lo sapevo?”

“Cosa? Non hai sentito? Non sei riuscito a indovinare?”

“Ah,” gridò lui, improvvisamente travolto dall’emozione e con le braccia tese, “mia Belinda, no, userò proprio quella parola, perdonami, misero che dubitava, che osava dubitare della tua divina lealtà, del tuo cuore fedele! Ah, se solo fossi morto per mia mano prima di abbassarmi a confessare un simile tradimento nel mio petto!” Poi si gettò in ginocchio, con la testa china; e la sua adorabile compagna. Lettore, non attribuire questo gesto a una mancanza di modestia da parte di una tenera vergine, posò dolcemente la mano sui suoi capelli e mormorò: “Horatio, ”

In questo preciso momento, Sir Robert e la Marchesa entrarono in cerca: lui della sua figlia, lei del suo ospite.

“Mio Dio!”, esclamò il baronetto, immobilizzato dallo spettacolo che aveva davanti agli occhi.

“Tieni!” mormorò la Marchesa, osservando divertita la coppia attraverso un lungo monocolo d’oro puro che teneva davanti agli occhi, con la testa gettata all’indietro con tutta l’indifferenza tipica di una donna ben nata.


Le settimane sono trascorse: il giorno del matrimonio si avvicina. La data fissata per questa unione è ormai imminente. Sir Robert e la sua ospite, durante una conversazione, stanno discutendo tutti i piani e i dettagli, condividendo tra loro i ruoli che ognuno avrà in questa occasione.

“Ero esitante,” confessò il baronetto, “ad approvare questo matrimonio dei giovani quando mia figlia mi confidò per la prima volta i segreti del suo cuore. Sono io il responsabile di tutto ciò che è successo dopo. Il mio modo di pensare, orientato verso le cose terrene, aveva scelto per lei un compagno, ora sfortunatamente deceduto, che si sarebbe rivelato assolutamente inadatto a lei, ma che (così credevo) le avrebbe garantito una posizione più elevata nella nostra società. Infatti, quel figlio del mio vecchio amico Maltravers proveniva da una famiglia povera; anzi, i suoi mezzi finanziari erano insufficienti persino a mantenere la sua casa in rovina. Avrei dovuto ricordare della mia grande fortuna e della natura del cuore di una donna. Ma ero troppo preso da considerazioni materiali, e così ho peccato. Ho pagato un prezzo molto alto per questo.”

“Non temere nulla, Robert,” rispose la sua compagna. “La mia decisione, maturata gradualmente, è ormai ferma da molti giorni. Avevo da tempo deciso di prendere come mio erede quel giovane che il destino aveva mandato sotto il mio tetto solitario. Non ho agito affrettatamente. Durante i giorni della sua convalescenza ho notato il suo comportamento nobile, la sua sincera gentilezza, l’attenzione con cui si prendeva cura sia dei subordinati che dei superiori. Ecco qui, dunque, un’occasione offerta dal provvidenziale intervento del Creatore! Da anni vivo in solitudine, privata della compagnia dei miei connazionali. Davanti a Dio!” esclamò con fervore.

“Da quando sono stati restituiti i vostri prigionieri nel ‘14, non ho più visto un vero gentiluomo. E a chi dovrei nominare mio erede? Non ho figli!” (la sua voce tremava). “Il defunto Marchese, ”

Il suo compagno non poté trattenersi dal fare un gesto impercettibile di simpatia, ma la donna appassionata continuò: “Gli anni passano. Forse ho esitato, forse il capriccio ha influenzato la mia decisione, forse l’età avanzata l’ha corrotta. Ho scelto l’erede del mio enorme patrimonio. L’ho scelto”, ripeté con enfasi e orgoglio, “e ho scelto bene”.

“Lo credo senza dubbio, Esmeralda.”

Con tutto il cuore, quel baronetto ringraziò il Cielo (quella notte, in ginocchio nella sua stanza) per la straordinaria misericordia che il suo Creatore aveva dimostrato verso l’oggetto dei devoti affetti di sua figlia. Mentre pregava, si rimproverò amaramente per il disprezzo che aveva provato in passato per la povertà di Horatio. Ora non poteva nemmeno menzionare il suo nome davanti al Trono dell’Onnipotente senza rispetto, considerando l’enorme miglioramento della posizione sociale di quel giovane tra i gentiluomini della contea.

Ma questi erano gli ultimi impegni legati alla sua ritirata. Ora, prima che calasse la sera, c’era un’altra questione che lo riguardava: doveva occuparsene. Si trattava della regolamentazione dei loro affari, quando la sposa sarebbe dovuta tornare dal suo breve viaggio con il marito e tutti insieme avrebbero dovuto partire per l’Inghilterra. Con grande soddisfazione scoprì che Madame de la Ferronnière li avrebbe accompagnati; lei stessa aveva proposto di trascorrere la maggior parte dell’anno nelle loro vicinanze. Chiese inoltre se non fosse possibile acquistare una casa per la dote sulla sua proprietà. Montgomery non poté più trattenersi.

“Esmeralda!”, esclamò, “non possiamo forse finalmente sigillare quei voti d’amore che abbiamo fatto tanto tempo fa, subito e per sempre? Fu a te – solo a te – che la mia giovinezza fu dedicata in un incenso di adorazione; oggi, lo stesso sentimento ardente rimane immutato. Sì, ora, davanti a me, anche il semplice movimento della tua mano che mi rifiuta ricorda esattamente quel gesto che hai fatto quando avevo vent’anni.”

Così parlò, con quel fervore perdonabile di un uomo che, in quel momento, si trovava in un altro mondo.

Come succede spesso con le donne, lei preferì dare una risposta astuta.

“Ricordi, Robert, oh! ricordi davvero,” cominciò lei, “quella notte di maggio in cui vagavamo nei giardini, tra un ballo e l’altro, nella villa di mia madre sul Tamigi a Putney? Fu allora che per la prima volta intuimmo ciò che ora sappiamo troppo bene.”

‘I remember,’ he answered with falling eyes.

‘Do you remember,’ she continued, ‘the lawn sloping down to the majestic stream, the lights upon the dark waters, and how, as you gazed upon them, you bade me with some melancholy remember that the river flows out for ever and returns no more? It was in that same night that first you called me by my name.’

‘By your name, Esmeralda? That name still rings like a chime of magic bells in my poor heart. My being implores, demands…’ In his eagerness he had risen, and stretched forth his hands. She, too, rose and held them clasped in her own.

‘Let us not add to these words, my dear, my very dear,’ the gracious, aged voice replied, ‘nor tempt that Power in Whose Omnipotence lie alike our griefs and our loves. We have been living once again, in a brief moment of reminiscence, a long-dead youth, but our habitation is now fixed in age. Its tedium, its backward gaze upon the past, may be shared in friendship. But the sanctity of that friendship will be the better preserved if we speak no more upon the matter which stirred us both like music — long ago; if we pursue no more that road which, a lifetime since was closed on us by Providence. We may, without peril, be companions, our lives adjoining yet unfettered; for the rest that seeming-far, that decorous relation can well sustain us, nor injure the prospect of the living, nor anger our dead, nor ape the irrecoverable days that never can return.’

‘You are right,’ he said.

She gently released his hands. He offered her his arm. Together they walked out in the dignity of years down the long avenue of limes; and, as they went, it seemed as though a mellowness of autumn had touched the summer light.

From an open casement of the Château the young people observed their elders thus formally advancing along the allée, engaged, apparently, in some talk well pleasing to them, and finding a welcome recreation in each other’s companionship.

‘Oh, look! Horatio!’ Belinda cried. ‘Papa has by now made fast friends with the Marquise!’

‘He has, indeed, I am glad to say,’ answered her lover, as he turned from throwing them a careless glance to fix his eyes most ardently upon the object before him.

‘I must call them in,’ she said. ‘They are so deep in talk that they will forget the hour when the table is prepared.’

‘I will await your return,’ he answered. He took her hand a moment as she turned to go. He bent over it in silence, longing with all his soul for the morrow, and the hour when the hymeneal knot should permit him to press his lips to hers.

That evening at a spinet, which gracefully adorned with its ancient form the room in which Youth and Age were assembled, Belinda sang at her hostess’s request a simple old Court song, the leaves of which Horatio successively reversed with adoring hand:

Madame la Marquise

Votre pied est bien fait,

Votre taille est bien mise,

Et votre bras parfait.

Mais songe, toute belle,

Que peut-être à l’instant

Notre grande Isabelle

Reviendra du Couvent!

Adieu! les succès à la Cour

Il faut que chacun ait son tour.

Adieu! les succès à la Cour

Il faut que chacun ait son tour!

The song continued. The lady’s riposte gave equal tribute to the Marquis, but bade him also remember that:

… peut-être à l’instant

Notre grand Alexandre

Revient du régiment.

And in the finale the moral was drawn in reconciliation:

Je crois voir ta tournure,

Marquis, à dix-huit ans!

Je crois voir ton allure,

Marquis, dans ton printemps!

Adieu! les succès à la Cour.

So the song ended, and the last night fell upon that chequered wooing which now was reaching haven.


The early summer dawn rose, grew splendid over the rim of the world, and waxed effulgent in the luminous arch of heaven. Belinda woke. From her opened windows, which looked upon the east, she watched enthralled the broadening of the light.

All was still. The living things of that abundant soil lay hushed in preparation and attendance: the venerable trees, the lawns, the corn that ripened for harvest, beyond — the woodlands far away. A gentle mist hardly concealed in its benediction the stretches where it lay, and something of enlargement and of birth was brooding over all. The generative earth lay in an ecstasy of expectation for her lord the sun.

Belinda extended her pure arms as though in antique prayer, and raised to the now radiant skies a face transfigured by that mighty influence which enkindles life universal. It was her wedding morning.

As she stood thus, immobile, the first strong shaft of light shot upwards, struck the turret heights, burned through the embrasured firmament, and it was day… She dropped her hands, her head, and turned back to slumber. Even as she so turned, she saw — or did she see? — against the trees, for one fleeting moment, a saffron robe. Had she perceived them, had they vanished, the features of that lady from overseas who had smiled on her with eyes almost maternal in the fields of home?… All the long hours till her attendants came to attire her lovely limbs for bridal Belinda slept beatified.


In the room which had been set aside for the chapel of the ceremony, and recently furnished by the Chatelaine for that purpose with assiduous care, the household was assembled, the Reverend Mr. Atkins vested and prepared. He had required, he had demanded, he had obtained, a glass of port wine and a biscuit, which it was his invariable custom to consume before a Celebration, in protest against the Romish novelties of certain colleagues. As, with practised intonation, he recited the profound phrases of the Marriage Service, the Marquise, who had missed for so long the beautiful Liturgy of her youth, was deeply moved; while old Fanchette, the only French domestic not a Papist and, therefore, privileged to attend, was equally affected by the sacred scene, though, being ignorant of the English tongue (a Huguenot from the Vaudois), she could do no more than reverently follow the rhythms of the sacred office.

Averse though he was to the extempore usage of the Caledonian Communion, Mr. Atkins did not forbear to add at the end of his ministration a short but heartfelt prayer of his own for the young people, who would eventually unite in their combined patronage the two livings of Halston and Marlden. Tears stood in the eyes of the good old man as he alluded with a native delicacy to the possibility of offspring. Himself a celibate, and, therefore (as we must believe), unblessed with children (for the emoluments of his office were insufficient to a matrimonial venture), the more pathetically did he extend both hands in benediction over the bowed heads of the kneeling couple, while his uplifted eyes sought Heaven in a prayer for their fruitful happiness.


Such, gentle reader, were the loves of Belinda and Horatio; tried as by fire, torn asunder, rejoined, they attained at last to wedded felicity under an ancestral roof, until, after the brief accidents of this our mortality, they were united forever in Paradise.

H. BELLOC.

FINIS

“Me ne ricordo,” rispose con lo sguardo abbassato.

“Ricordi,” continuò lei, “quel prato che scendeva verso il maestoso ruscello, le luci sulle acque scure. E come, mentre le guardavi, mi dicesti con un certo malinconico rimpianto che quel fiume scorre per sempre e non tornerà mai indietro? Fu proprio quella stessa notte che per la prima volta mi chiamasti per nome.”

“Per il tuo nome, Esmeralda? Quel nome risuona ancora nella mia povera anima come le campane di una magia. Il mio essere ti prega, te lo chiede con insistenza, ” Con impazienza si alzò e tese le mani verso di lei. Anche lei si alzò e le strinse nelle sue.

“Non aggiungiamo nulla a queste parole, mio caro, mio amatissimo,” rispose quella voce gentile e anziana, “né tentiamo quella Forza la cui Onnipotenza racchiude sia i nostri dolori che i nostri amori. Per un breve momento di ricordi, abbiamo rivissuto la giovinezza ormai perduta. Ma ora il nostro destino è segnato dall’età. La sua monotonia, quel suo guardare indietro al passato possono essere condivisi nell’amicizia. Ma la sacralità di tale amicizia sarà meglio preservata se non parleremo più di ciò che un tempo ci commosse profondamente; se non percorreremo più quella strada che, molto tempo fa, la Provvidenza ci ha chiuso davanti. Possiamo essere compagni senza pericolo: le nostre vite si affiancano, ma senza vincoli. Poiché quel rapporto apparentemente distaccato e rispettabile può ben sostenerci, senza danneggiare il futuro dei viventi, né offendere i morti, né imitare quei giorni irrecuperabili che non torneranno mai più.”

“Hai ragione,” disse.

Liberò dolcemente le sue mani. Lui le offrì il braccio. Insieme percorsero la lunga via alberata con la dignità degli anni; e mentre camminavano, sembrava che una dolcezza autunnale avesse mitigato la luce estiva.

Dalla finestra aperta del castello, i giovani osservavano i loro anziani avanzare formalmente lungo il vialetto, apparentemente impegnati in una conversazione che li divertiva molto, e trovando un piacere reciproco nella compagnia l’uno dell’altro.

“Oh, guarda! Horatio!” gridò Belinda. “Papà ormai è diventato molto amico della Marchesa!”

“Sì, davvero,” rispose il suo amante, mentre smetteva di gettare loro uno sguardo distratto per fissare con intensità l’oggetto davanti a sé.

“Devo chiamarli dentro,” disse. “Stanno parlando così a lungo che dimenticheranno l’ora in cui sarà pronto il tavolo.”

“Aspetterò il tuo ritorno,” rispose. Le prese la mano per un momento mentre lei si girava per andarsene. La tenne tra le sue in silenzio, desiderando con tutta l’anima il domani, e l’ora in cui il legame nuziale gli avrebbe permesso di posare le sue labbra sulle sue.

Quella sera, davanti a uno spinetto che, con la sua forma antica, adornava elegantemente la stanza dove si riunivano Giovinezza e Vecchiaia, Belinda cantò, su richiesta della sua ospite, una semplice canzone d’antico cortile; Horatio, intanto, con mano amorevole sfogliava le pagine del libro musicale.

Madame la Marquise

Il vostro piede è davvero ben fatto

#“La tua taglia è perfetta.”

E il vostro braccio perfetto.

Ma pensa ancora, mia bella…

Titolo:
Forse in questo stesso istante…

La nostra grande Isabella

Tornerà dal convento!

Addio… ai successi alla Corte

Ognuno deve avere la sua opportunità.

Addio… ai successi alla Corte

Ognuno deve avere la sua opportunità!

La canzone continuava. Le risposte della signora rendevano omaggio allo Marchese in egual misura, ma gli ricordavano anche di.

Titolo:
Forse in questo stesso istante…

Titolo:
Il nostro grande Alessandro

Torna dal reggimento.

E nel finale, il messaggio morale emerge attraverso la riconciliazione.

La tua figura mi sembra familiare…

Marchese, a diciotto anni!

Je crois voir ton allure

Marchese, nella tua primavera!

Addio! Buona fortuna in tribunale.

Quindi la canzone finì, e la notte calò su quel corteggiamento pieno di alti e bassi che ora stava raggiungendo il suo compimento.


L’alba dell’inizio dell’estate sorse, si diffuse splendida oltre i confini del mondo e divenne ancora più abbagliante nell’arco luminoso del cielo. Belinda si svegliò. Dalle sue finestre aperte, che si affacciavano a est, osservò con incanto l’allargarsi della luce.

Tutto era silenzio. Le creature viventi di quel fertile suolo giacevano in quiete, pronte e attente: gli antichi alberi, i prati, il grano che maturava per la raccolta, e più lontano, le foreste. Una leggera nebbia, quasi una benedizione, copriva quelle zone; un senso di crescita e di rinascita aleggiava su tutto. La terra generativa attendeva con impazienza il suo signore, il sole.

Belinda tese le sue braccia purissime, come se stesse pregando in modo antico, e alzò verso il cielo ormai radioso un volto trasformato da quella potente forza che infonde vita in tutto l’universo. Era la mattina del suo matrimonio.

Mentre stava lì immobile, il primo forte raggio di luce si levò verso l’alto, raggiunse la sommità della torre, attraversò il cielo notturno e fu giorno. Lasciò cadere le mani, abbassò la testa e tornò a dormire. Mentre si girava, vide – o forse solo pensò di vedere? – tra gli alberi, per un istante fugace, un abito giallo zafferano. Li aveva davvero visti? O erano già scomparsi? I tratti di quella signora venuta dall’altro capo del mondo che le aveva sorriso con occhi quasi materni nei campi della sua terra natale. Per tutte quelle lunghe ore, fino a quando le sue ancelle non vennero ad abbigliarla per il matrimonio di Belinda, lei dormì in pace.


Nella stanza riservata alla cappella per la cerimonia, e recentemente arredata con cura da parte della padrona di casa per tale scopo, tutta la famiglia si era radunata; il reverendo signor Atkins era già vestito e pronto per iniziare. Aveva richiesto, aveva insistito, ed era riuscito ad ottenere un bicchiere di vino porto e un biscotto: era sua abitudine invariabile consumarli prima di ogni celebrazione, in segno di protesta contro le novità romane praticate da alcuni suoi colleghi. Mentre recitava con tono solenne le formule sacre del rito nuziale, la marchesa, che da tanto tempo non partecipava più alla bella liturgia della sua giovinezza, ne fu profondamente commossa; anche l’anziana Fanchette, unica domestica francese non papista e quindi autorizzata ad assistere, fu toccata dalla scena sacra, sebbene, essendo ignorante della lingua inglese (una ugonotta del Vaud), potesse soltanto seguire con reverenza i ritmi della cerimonia.

Sebbene fosse contrario all’uso improvvisato della Comunione Caledoniana, il signor Atkins non si trattenne dal pronunciare alla fine della sua funzione una breve ma sincera preghiera personale per i giovani che, in futuro, avrebbero unito sotto la loro protezione congiunta le due comunità di Halston e Marlden. Gli occhi del buon vecchio si riempirono di lacrime mentre, con una delicatezza tipica della sua natura, alludeva alla possibilità che nascessero dei figli. Essendo lui stesso celibe, e quindi (come dobbiamo credere) privo di figli (poiché gli emolimenti del suo incarico non erano sufficienti per intraprendere un matrimonio), con ancora maggiore commozione stese entrambe le mani in segno di benedizione sulle teste chinate della coppia inginocchiata, mentre i suoi occhi alzati si rivolgevano al cielo nella preghiera per la loro felicità e fertilità.


Ecco, gentile lettore, quali furono gli amori di Belinda e Horatio: provati come dal fuoco, separati e poi riuniti, raggiunsero infine la felicità coniugale sotto lo stesso tetto ancestrale, fino a quando, dopo le brevi avversità della nostra mortalità, furono uniti per sempre in Paradiso.

H. Belloc.

Fine.