Dedica

Terra dei Re

Shipley, Horsham.

14 ottobre 1917.

Il mio caro Orage

Dedico questo breve saggio a voi non solo perché “The New Age” (il vostro giornale) lo ha pubblicato nella sua forma originale, ma soprattutto perché credo che siate stati, almeno nella sua forma moderna, i pionieri della stampa libera in questo paese. Ricordo bene quei tempi in cui si scriveva a “The New Age” semplicemente perché si sapeva che era l’unico giornale in cui si poteva raccontare la verità riguardo alla nostra corrotta politica, o più in generale riguardo a qualsiasi forma di male potente. Quello fu alcuni anni fa; ma anche oggi, a )Londra, esiste solo un altro giornale che possa essere considerato tale, ed è “The New Witness”. Il vostro giornale e quello attualmente curato dal signor Gilbert Chesterton rappresentano i più completi esempi di stampa libera che abbiamo.

Penso sia significativo che questi due articoli differiscano completamente per le filosofie su cui si basa la loro attività e per gli obiettivi sociali che perseguono. In altre parole, differiscono totalmente anche in termini di religione, che rappresenta la fonte ultima di ogni azione politica. Forse non esiste alcun problema importante, né nella morale privata né in quella pubblica, che uno di questi articoli non tenterebbe di risolvere in modo diverso – e spesso antagonistico – rispetto all’altro. Eppure, nonostante la loro limitata diffusione, la mancanza di sostegno pubblicitario e il raggio d’azione relativamente ristretto, questi articoli possiedono un’influenza che non solo è in aumento, ma che da tempo è decisamente sproporzionata rispetto alle loro dimensioni numeriche.

Le cose accadono a causa delle parole pubblicate su “The New Age” e “New Witness”. Questo vale sempre meno per quella che ho definito la stampa ufficiale. Il fenomeno merita di essere analizzato: il suo interesse intellettuale, da solo, attirerà l’attenzione di qualsiasi storico del futuro. Si tratta di una forza numericamente molto piccola, priva di quella grande e ovvia potenza tipica dei nostri tempi (che è la capacità di corrompere), rigidamente boicottata al punto da essere quasi sconosciuta al di fuori del suo ristretto cerchio di seguaci e del tutto ignorata all’estero. Eppure questa forza sta operando, sta creando qualcosa in un momento in cui quasi tutto il resto sembra semplicemente aspettare il proprio turno; e l’effetto delle sue azioni diventa sempre più evidente.

Il motivo è, naturalmente, quel principio che era comune nell’antichità, anche se quasi dimenticato dalla generazione moderna più recente: il fatto che la verità possieda un potere proprio. Una semplice indignazione verso la falsità organizzata, una semplice ribellione contro di essa, sono già fonti di creatività.

La tesi di questo breve saggio è, come vedrete, che la stampa libera riuscirà nel suo obiettivo principale, ovvero far conoscere la _verità.

Devo ammettere che ci è stato un momento in cui non avrei scritto in modo così ottimistico.

Alcuni anni fa, soprattutto dopo aver fondato “Eye-Witness”, nel tedio di quel lavoro, ero quasi convinto che il successo non fosse possibile da ottenere. È uno stato d’animo che accompagna l’esilio. Creare proprio questo stato d’animo è lo scopo stesso del boicottaggio a cui è sottoposta la stampa libera.

Ma negli ultimi cinque anni ho avuto la possibilità di constatare che questo atteggiamento era falso. Ora è chiaro che un lavoro costante nel denunciare ciò che è male, nonostante le forze che vengono utilizzate per ostacolare tale denuncia, porta a dei risultati concreti. Ecco il motivo per cui ho scritto queste poche pagine: per convincere le persone che anche oggi si può fare qualcosa per promuovere riforme politiche, e che ancora oggi esiste spazio per la libertà di espressione.

Alla fine di queste pagine dichiaro che non credo che lo spirito nuovo che abbiamo creato possa portare a qualche sistema di autogoverno, sia economico che politico. Penso che il decadimento sia ormai troppo avanzato per questo. In questa questione potrei sbagliarmi; si tratta soltanto di un’opinione riguardo al futuro. Per quanto riguarda l’altro aspetto, ho esperienza e esempi concreti davanti ai miei occhi, e sono certo che la battaglia per la libera discussione politica sia ormai vinta. La semplice conoscenza dei nostri mali pubblici, economici e politici, si diffonderà da ora in poi; e sebbene dobbiamo subire le conseguenze esterne di un regime così prolungato di menzogne, è ormai chiaro che quelle menzogne sono tali. L’espressione libera, anche se non porterà immediatamente a risultati concreti, almeno ora gode di una certa libertà; e i mali futuri che lo Stato dovrà ancora sopportare non verranno più tollerati in silenzio. Pertanto, valeva la pena lottare.

Con sincera cordialità,

H. Belloc.

La stampa libera

Propongo di discutere nel seguito del male rappresentato dalla grande stampa capitalista moderna, della sua funzione nel corrompere e informare erroneamente l’opinione pubblica, nonché nel mettere il potere in mani ignobili; inoltre, considereremo come possano essere corretti questi problemi attraverso la creazione di piccoli organi di stampa indipendenti, e analizzeremo anche l’efficacia probabilmente crescente di tali mezzi.

I

Circa duecento anni fa, in Europa iniziarono ad apparire molte cose che erano il frutto della combinazione tra la >Rinascita e la >Riforma: due fenomeni gemelli e conflittuali.

Queste cose apparvero innanzitutto in Inghilterra, perché l’Inghilterra era l’unica provincia d’Europa in cui la vecchia tradizione latina coesisteva accanto ai nuovi effetti del protestantesimo. Ma se non fosse stato per il grande scisma e l’eresia del XVI secolo, che oggi stanno già cominciando a dissolversi, tutto ciò sarebbe scomparso molto tempo fa. Si sarebbe limitato, per alcune generazioni, a quelle parti settentrionali del continente che non avevano mai veramente assimilato i principi fondamentali della cultura romana, ma li avevano accettati in modo meccanico. Sarebbe finito con la Guerra dei Trent’anni, o poco dopo.

Fu la defezione della Corona inglese, il enorme bottino rapidamente ottenuto da pochi avventurieri, come i Cecil e i Russell, e un numero ancora più ristretto di antiche famiglie, come gli Howard, a far sì che l’Inghilterra, con tutte le sue profonde tradizioni e tutto il suo patrimonio culturale ereditato dalle grandi nazioni europee, si schierasse al fianco delle regioni settentrionali della Germania. Fu quindi inevitabile che in Inghilterra questi cambiamenti si manifestassero per primi, poiché solo qui esistevano le condizioni ideali per il loro sviluppo.

Quel fenomeno su cui le nostre osservazioni moderne si sono concentrate maggiormente è stato il capitalismo.

Il capitalismo nacque in Inghilterra e a seguito della Riforma inglese; tuttavia, non raggiunse la sua piena forma fino all’inizio del XVIII secolo. Nel XIX secolo maturò definitivamente.

Un altro frutto affine a questi fenomeni è ciò che oggi chiamiamo Finanza, ovvero il dominio dello Stato da parte di capitalisti privati che, approfittando delle esigenze dello Stato, impongono su di esso un onere finanziario sempre maggiore e lavorano costantemente per garantire fluidità, anonimato e irresponsabilità nelle loro operazioni. Fu ancora in Inghilterra che tutto ciò ebbe inizio, con quella che ritengo sia stata la prima vera “Debita Pubblica”: un fenomeno nato contemporaneamente allo sviluppo del capitalismo industriale.

Un altro esempio è quella curiosa e certamente effimera deviazione della mente umana che si è già verificata nella storia dell’umanità: si tratta di ciò che viene chiamato “sofistica”, ovvero la creazione di “sistemi” al fine di spiegare il mondo. A differenza della Filosofia, che mira a rispondere alle domande, a risolvere i problemi e a stabilire definitivamente la verità, la sofistica si limita a costruire teorie apparentemente logiche ma prive di fondamento reale.

Ma quello che è davvero più interessante, anche se rappresenta soltanto un frutto secondario, è quella cosa chiamata “La Stampa”. Anche essa iniziò a emergere contemporaneamente al capitalismo e alle finanze: è cresciuta insieme a loro e le ha servite. Ha raggiunto l’apice del suo potere nello stesso momento moderno in cui lo hanno fatto anche essi.

Consideriamo esattamente cosa significhi; così comprenderemo meglio come si sia sviluppato.

II

“La stampa”, per lo scopo di tale esame, si riferisce alla diffusione, attraverso fogli pubblicati con frequenza e regolarità (solitamente quotidiani), di (1) notizie e (2) idee proposte al pubblico.

Queste due cose sono molto diverse per natura e dovrebbero essere considerate separatamente, anche se si sovrappongono in un certo senso: le idee errate vengono infatti suggerite da notizie false, soprattutto da quelle che risultano false a causa di censure o omissioni.

Prima di tutto, le notizie…

Le notizie, ovvero le informazioni riguardanti quelle cose che ci influenzano ma che non sono immediatamente visibili ai nostri occhi, sono necessarie per la vita dello Stato.

Quello che è ovvio, estremamente economico e universale come mezzo di diffusione, è la parola di bocca.

Un uomo ha visto qualcosa; molti uomini hanno visto la stessa cosa. Essi ne fanno testimonianza, e altri che li hanno ascoltati ripetono questa testimonianza. La stampa ha introdotto in questo sistema naturale (che è ancora quello su cui tutti gli uomini razionali agiscono, ogni volta che possono, nelle questioni che li riguardano più da vicino) due elementi nuovi, entrambi estremamente corrottori. In primo luogo, ha conferito alle parole stampate una capacità di diffusione tale che le parole pronunciate ripetutamente non potevano competere con esse. In secondo luogo, ha dato loro una somiglianza meccanica che era esattamente l’opposto dei caratteri distintivi delle notizie autentiche e sane.

Insisterei particolarmente su questo ultimo punto. È poco conosciuto, ma è di vitale importanza.

Se vogliamo capire cosa pensare di un incendio che si è verificato a molte miglia di distanza, ma che colpisce anche i nostri beni, ascoltiamo le descrizioni fornite da decine di persone. In modo rapido e istintivo, differenziamo queste descrizioni in base alle caratteristiche dei testimoni. Altrettanto istintivamente, verifichiamo tali descrizioni in base alle probabilità intrinseche della situazione.

Un uomo onesto e sobrio ci racconta che il tetto della casa è crollato; un individuo immaginario, che inoltre è anche un truffatore, ci assicura invece che in seguito abbia visto il tetto ancora intatto. Ricordiamo che il tetto era formato da travi di ferro ricoperte di legno, e ne deduciamo quindi che la struttura principale sia ancora in piedi, ma che il tetto stesso sia crollato trasformandosi in un mucchio di macerie fiammeggianti. Il nostro buon senso e la nostra conoscenza della situazione ci portano piuttosto a credere alla versione negativa, e abbiamo ragione. Tuttavia, per natura, i media non possono raccogliere un gran numero di testimonianze separate: richiederebbe troppo tempo e sarebbe troppo costoso farlo. Inoltre, non sono nemmeno in grado di fornire la credibilità di ciascuna di queste testimonianze. Pertanto, anche quando le informazioni fornite dai media sono attendibili, ci presentano soltanto un’affermazione semplice e superficiale. Questa singola notizia viene poi diffusa in modo uniforme e con estrema rapidità; al posto di un’impressione formata attraverso il confronto di molteplici fonti umane, il lettore riceve soltanto una versione “meccanica” della notizia. Nello stesso istante, milioni di altre persone ricevono la stessa informazione; la loro adesione a essa rafforza ulteriormente quella del lettore stesso. Anche quando chi diffonde la notizia non ha motivi particolari per mentire, il messaggio viene comunque trasmesso in una forma distorta e disumana. Quando invece ha motivi per mentire (il che di solito accade), la sua menzogna può risultare più efficace di qualsiasi verità detta o scritta.

Se ciò vale per le notizie e per il loro deterioramento a causa della stampa, allora è ancora più vero per le opinioni e le idee suggerite.

Le opinioni, soprattutto, le giudichiamo in base alle personalità di coloro che le esprimono: dalla voce, dal tono, dall’espressione e dal carattere conosciuto di quelle persone. La stampa elimina tre quarti di tutti quegli elementi attraverso cui si potrebbero giudicare le opinioni; eppure le presenta con maggiore forza. L’idea viene presentata in modo quasi impersonale, ma con una forza particolare, perché sembra provenire da un’autorità troppo sicura e superiore per essere messa in discussione. Viene improvvisamente comunicata a migliaia di persone; non incontra alcuna opposizione, a meno che per caso un altro “controllore” di queste strutture mediatiche non la contraddica, e che questa contraddizione venga letta dagli stessi individui che hanno letto la prima dichiarazione.

Questi caratteri generali erano già presenti nella stampa fin dalle sue origini, quando ogni giornale riguardava soltanto un cerchio relativamente ristretto di lettori; quando la distribuzione era difficile e il pubblico a cui si rivolgeva era selezionato e in grado, in qualche misura, di criticare ciò che gli veniva presentato. Tuttavia, non avevano una grande influenza, poiché le possibilità di un giornale erano ancora limitate. Il vecchio metodo per ottenere notizie veniva ancora ricordato e utilizzato. I lettori abituali di qualsiasi tipo di pubblicazione, sia cartacea che libraria, erano pochi, e questi pochi davano molto più importanza alla qualità di ciò che leggevano che alla quantità. Inoltre, disponevano di alcuni mezzi per giudicare la veridicità e il valore di quanto veniva loro presentato.

In questa fase iniziale, inoltre, la stampa era necessariamente molto eterogenea. Un uomo poteva stampare e vendere con profitto mille copie della propria versione di una notizia, delle proprie opinioni o quelle del proprio gruppo. C’erano centinaia di altre persone che, se si prendevano la briga di farlo, avevano i mezzi per pubblicare una versione alternativa e un punto di vista diverso. Vedremo come, con lo sviluppo del capitalismo, queste garanzie scomparissero e i comportamenti negativi descritti aumentassero fino alle loro attuali dimensioni.

III

Accanto allo sviluppo del Capitalismo, si verificò un cambiamento nella stampa, che passò da uno stato primitivo a uno ancora peggiore. Lo sviluppo del Capitalismo significava che un numero sempre più ristretto di persone controllava i mezzi di produzione e distribuzione, permettendo così di stampare giornali più dettagliati rispetto ai modelli precedenti. Quando la distribuzione dei giornali iniziò a cambiare con l’avvento delle ferrovie, la differenza rispetto alle condizioni precedenti divenne ancora più evidente: nacquero forse cento o duecento “organi di stampa”, come venivano chiamati all’epoca; in questo paese e nelle Lowlands della Scozia, questi giornali comunicavano agli uomini ciò che i loro proprietari decidevano di far loro sapere, sia riguardo alle notizie che alle opinioni. La popolazione era ancora abbastanza distribuita geograficamente; esistevano diverse capitali locali; la distribuzione dei giornali non era ancora così organizzata da permettere a un quotidiano stampato anche a Birmingham di competere con uno stampato a Londra, situata soltanto a 100 miglia di distanza. I giornali stampati in luoghi più lontani da Londra, come York, Liverpool o Exeter, erano invece più indipendenti.

Inoltre, la maggior parte delle persone, sebbene all’epoca si leggesse e si scrivesse di più rispetto a oggi, non aveva ancora acquisito l’abitudine di leggere quotidianamente.

Si può dubitare che anche oggi la maggior parte delle persone (nel senso della stragrande maggioranza dei cittadini adulti) faccia ancora ciò. Ma quello che intendo dire è che nel periodo di cui parlo (la prima metà e una parte della seconda metà del XIX secolo), non era abitudine regolare per coloro che lavoravano con le mani leggere i giornali. I giornali erano ancora scritti principalmente per coloro che avevano tempo libero; per coloro che, nella maggior parte dei casi, viaggiavano, e per coloro che possedevano almeno una conoscenza di base delle discipline umanistiche.

Gli articoli che appaiono sui giornali sono spesso scritti da persone meno colte. Ma coloro che li scrivono lo fanno consapevoli del fatto che il loro pubblico è proprio quello che ho descritto. Ancora oggi, nelle zone rurali della nostra vecchia nazione, gran parte di questa tradizione sopravvive. La gente di campagna nel mio quartiere sa leggere altrettanto bene quanto me; ma preferisce conversare tra loro quando hanno tempo libero, o al massimo assorbire in pochi momenti le notizie principali sulla guerra. Preferiscono questo, dico, come abitudine mentale, piuttosto che immergersi in pagine e pagine di testo stampato – soprattutto nei giornali domenicali – che oggi costituiscono l’unico “nutrimento” per le persone della città. Questo perché in campagna un uomo ha veri vicini, mentre nelle città tutti sono isolati, mentalmente (e spesso anche fisicamente) affamati.

IV

Nel frattempo, in relazione a questa nuova istituzione, la “Stampa”, era emerso un fattore di estrema importanza: anch’esso di origine capitalista e, pertanto, inevitabilmente caratterizzato da tutti i vizi nocivi del capitalismo, man mano che il suo impatto si ampliava. Questo fattore era rappresentato dai sussidi derivanti dalle pubblicità.

All’inizio, la pubblicità non costituiva una forma di sussidio. Un uomo che desiderava far conoscere qualcosa poteva farlo in modo molto più ampio e immediato attraverso un giornale rispetto a qualsiasi altro mezzo. Pagava il giornale affinché pubblicasse l’informazione che voleva diffondere, ad esempio perché aveva una casa da affittare o del vino da vendere.

Ma era chiaro che ciò avrebbe inevitabilmente portato allo stato di cose paradossale da cui abbiamo iniziato a soffrire alla fine del XIX secolo. Un giornale otteneva i propri introiti non solo dalle somme pagate dalle persone per acquistarlo, ma anche da quelle che spendevano per far conoscere i propri prodotti o le proprie esigenze attraverso di esso. Pertanto, era possibile produrlo in modo redditizio anche a un costo superiore al suo prezzo di vendita. I ricavi derivanti dalla pubblicità permettevano a qualcuno di stampare un giornale spendendo 2 penny e di venderlo a 1 penny.

Nella semplice e più antica forma di pubblicità, l’unica cosa presa in considerazione dall’annunciatore era l’entità e la natura della diffusione del suo messaggio; colui che stampava il giornale otteneva sempre maggiori profitti aumentando quella diffusione, offrendo contenuti più interessanti e un formato più attraente, pur vendendo il prodotto a un prezzo sempre inferiore al costo di produzione.

Quando si scoprì quanto potente potesse essere l’effetto della suggestione sui lettori delle pubblicità, soprattutto su un pubblico come quello delle nostre grandi città moderne – un caos, ripeto, di menti isolate, con una diminuzione dell’esperienza personale e di una tradizione comunitaria sempre più debole – il valore dello spazio pubblicitario aumentò rapidamente. Diventò sempre più allettante “fondare un giornale”, ma allo stesso tempo lo sviluppo del capitalismo rendeva questa iniziativa sempre più rischiosa. Era sempre più difficile avviare un nuovo giornale, anche di tipo locale: le spese aumentavano costantemente e le perdite, in caso di fallimento, diventavano sempre più gravi e rapide. La pubblicità divenne quindi la principale fonte di profitto, e l’offrire sempre di più, a vari livelli, per un penny o mezzo penny, divenne l’obiettivo principale dei proprietari di giornali ormai ricchi e interamente orientati al capitalismo.

Molto prima dell’ultimo terzo del XIX secolo, un giornale, se aveva una grande diffusione, era in ogni caso un’impresa o un’attività che dipendeva interamente dai suoi inserzionisti. Aveva smesso di considerare il proprio pubblico altro che come esca per attirare gli inserzionisti; in questa fase, sopravviveva interamente grazie alle sue colonne pubblicitarie.

V

Fermiamoci a questa fase dello sviluppo della cosa in esame per analizzare alcune altre modifiche che stavano per verificarsi e il motivo per cui stavano per accadere.

In primo luogo, se la pubblicità diventasse l’elemento principale di un giornale, il capitalista che ne fosse proprietario considererebbe necessariamente i propri introiti derivanti dalla pubblicità prima di qualsiasi altra cosa. Infatti, sarebbe costretto a farlo, a meno che non avesse enormi entrate da altre fonti e gestisse il proprio giornale come un lusso che richiedesse una notevole spesa annua. In questo settore, infatti, la regola è: o profitti molto elevati, oppure perdite molto grandi e rapide – perdite dell’ordine di almeno 100.000 sterline all’anno, nel caso di un grande quotidiano.

Fu quindi costretto a rispettare i suoi inserzionisti come i suoi finanziatori. In questa misura, dunque, il suo potere di fornire notizie vere e di pubblicare opinioni valide era limitato, anche se le sue inclinazioni personali tendessero verso tali notizie e opinioni.

Ad esempio, un proprietario di un giornale potrebbe provare un profondo disprezzo per il commercio dei farmaci brevettati. Potrebbe opporsi alle truffe ai danni dei poveri, che rappresentano l’essenza stessa di quel settore. Potrebbe anche aver personalmente sofferto gravi dolori fisici a causa dell’uso imprudente di uno di quei farmaci fraudolenti. Tuttavia, non potrebbe assolutamente pubblicare un articolo contro di loro, né tantomeno uno che descrivesse il modo in cui vengono prodotti, senza rischiare di perdere una gran parte dei propri introiti; forse addirittura tutti, a causa delle molestie causate ad altri inserzionisti, i quali, notando la sua indipendenza, temerebbero di incorrere in problemi. Preferirebbe quindi mantenere i propri guadagni, convincere i suoi lettori ad acquistare prodotti dannosi, e rimanere personalmente libero dal toccare quelle sostanze che consiglia in cambio di denaro.

Proprio come per i farmaci brevettati, lo stesso valeva per qualsiasi altra cosa venisse pubblicizzata. Per quanto quella cosa potesse essere cattiva, scadente, dannosa o persino traditoria, il proprietario aveva sempre la possibilità di scegliere: pubblicare qualcosa che non lo riguardasse e così salvare la propria fortuna, oppure rifiutarsi e correre il rischio di perderla. Lui scelse la prima opzione.

In secondo luogo, ci fu uno sviluppo ancora più grave. Poiché la pubblicità era diventata l’elemento fondamentale per il funzionamento del giornale, i grandi inserzionisti (con lo sviluppo del capitalismo e con una riduzione dei controlli e un aumento della loro interconnessione) non potevano fare a meno di considerare la pubblicazione delle proprie inserzioni come una sorta di favore.

C’è sempre questo elemento psicologico, o, per così dire, artistico, nell’equazione.

Nell’economia pura, lo scambio è esattamente bilanciato dai rispettivi vantaggi delle parti coinvolte; proprio come nella dinamica pura esiste il parallelogramma delle forze. Nella vasta complessità del mondo reale, però, attrito e un milione di altri fattori influenzano questo ideale modello di equilibrio; nell’economia, inoltre, a determinare gli scambi agiscono anche altre motivazioni, oltre alla semplice avidità: sono all’opera milioni di motivi semi-consci e subconsci.

Il grande inserzionista continuava principalmente a pagare per gli annunci in base alla circolazione del giornale, ma iniziò anche ad essere influenzato da considerazioni meno dirette. Non avrebbe pubblicizzato nei giornali che riteneva potessero, con la diffusione delle loro opinioni, danneggiare l’capitalismo nel suo complesso; tanto meno in quelli le cui posizioni potessero avere un impatto negativo sulla sua stessa fortuna personale. Stupido (come tutti coloro che sono ossessionati dal desiderio di guadagnare), non riusciva a comprendere chiaramente la differenza tra un giornale a grande circolazione e uno a piccola circolazione ma destinato ai ricchi. Avrebbe rifiutato di pubblicizzare annunci relativi a beni di lusso su un giornale letto dalla metà della classe più agiata, se avesse sentito nel National Liberal Club o in qualche altro luogo simile che quel giornale aveva “cattivo gusto”.

Non solo esisteva questo potere negativo nelle mani dell’annunciatore: il potere di rifiutare di concedere favori o patrocinio alle proprie pubblicità; c’era anche un potere positivo, sebbene quest’ultimo si sviluppasse solo in seguito.

L’annunciatore si rese conto di poter effettivamente imporre le proprie politiche e opinioni; inoltre, aveva a disposizione un altro strumento estremamente potente e innovativo: la censura delle notizie.

Non dobbiamo esagerare riguardo a questo aspetto. Da un lato, il potere rappresentato dalla grande stampa capitalista era paragonabile a quello dei grandi inserzionisti pubblicitari; dall’altro, non esisteva una distinzione netta tra il capitalismo che possedeva i giornali e il capitalismo che si occupava di pubblicità. Lo stesso uomo che possedeva “The Daily Times” era anche azionista di aziende produttrici di sapone o pillole. Chi perdeva soldi scommettendo su un’opera teatrale pubblicizzata nello stesso giornale poteva allo stesso tempo guadagnare facendo investimenti simili in altre pubblicità. Non esisteva alcun antagonismo tra interessi di classe; anzi, questi interessi appartenevano alla stessa categoria e provenivano dalla stessa origine sociale. L’uomo che arricchiva rapidamente speculando sui giornali – o finiva in prigione a causa di ciò – era esattamente lo stesso tipo di persona dell’uomo che acquistava titoli nobiliari attraverso accordi commerciali nei teatri o che rischiava la vita giocando d’azzardo con l’argento indiano. Questo è il tipico rappresentante della società moderna: i parlamenti ne sono pieni, e molti di loro gestiscono giornali soltanto come una delle loro attività commerciali – tutte queste attività, in ogni caso, necessitano della pubblicità per funzionare.

Il proprietario del giornale e l’annunciatore, quindi, si mescolavano tra loro. Ma nel complesso, l’influenza dell’industria pubblicitaria, essendo più diffusa, risultava più potente; di conseguenza si verificava una sorta di imposizione, spesso piuttosto consapevole e diretta, del potere pubblicitario sulla stampa. E questo, come ho detto, non era solo negativo (il che era già da tempo evidente), ma anche, in definitiva, positivo.

A volte si svolge una battaglia aperta tra l’annunciatore e il proprietario del mezzo di comunicazione, soprattutto quando, come nel caso dei creatori di monopoli artificiali, entrambi i contendenti sono di tipo meschino, astuto e poco intelligente. Continuamente si verificano piccoli scontri dovuti alla stessa causa. A volte la vittoria va al proprietario del giornale, più spesso all’annunciatore – mai al pubblico.

Finora, abbiamo visto che lo sviluppo della stampa è caratterizzato da queste peculiarità: (1) Finisce nelle mani di pochissimi uomini ricchi, e quasi sempre di individui di origine e capacità modeste; (2) Nelle loro mani, la stampa diventa semplicemente un’impresa commerciale; (3) È sostenuta economicamente dagli inserzionisti, i quali possono in parte controllarla. Tuttavia, questi inserzionisti condividono con i proprietari dei giornali gli stessi interessi capitalistici, sia per motivi che per metodi di operazione. Pertanto, il loro potere non entra in conflitto diretto con quello dei proprietari dei giornali; tuttavia, il fatto che la pubblicità sia fondamentale per il funzionamento della stampa ha determinato lo sviluppo di standard qualitativi nella stampa e nella carta utilizzata, tali da impedire a chiunque – tranne che a costo di perdite disastrose – di pubblicare regolarmente notizie e opinioni che non siano approvate dagli inserzionisti capitalisti.

Sembra che per qualsiasi stampa indipendente non esista alcuna base economica possibile, poiché al pubblico è stato insegnato ad aspettarsi qualcosa che costa tre volte di più di quanto ne costi effettivamente produrlo; la differenza viene coperta dai sussidi pubblicitari.

Ma ora c’è una corruzione ancora più grave all’opera, rispetto a questo potere sempre negativo e a volte positivo degli inserzionisti.

È l’avvento del grande proprietario di giornali come vera forza dominante nel meccanismo politico dello Stato, superiore agli stessi funzionari statali: nomina i ministri e li destituisce, impone le politiche da seguire e, in generale, usurpa la sovranità – tutto questo in modo segreto e senza alcuna responsabilità.

È l’evento politico principale del nostro tempo e rappresenta la caratteristica distintiva di questo paese oggi. Il suo pieno sviluppo ci è arrivato improvvisamente, cogliendoci di sorpresa nel mezzo di una terribile guerra. Solo pochi anni fa era qualcosa di inimmaginabile; oggi, invece, rappresenta il fattore fondamentale del nostro intero sistema politico. Un Primo Ministro viene nominato o destituito dal proprietario di un gruppo di giornali, e non tramite votazione popolare né alcuna altra forma di autorità aperta.

Nessuna politica viene proposta prima di verificare che il proprietario del giornale la sostenga. Poche iniziative vengono presentate senza consultare prima i suoi desideri; molte, invece, sono direttamente ordinate da lui. Oggi, se parliamo di cose concrete (come fanno gli uomini nei loro consigli privati a Westminster), il governo non è più guidato né dai politici professionisti, né da coloro che li pagano, ma da chiunque sia, in quel momento, il proprietario di un giornale più spregiudicato e ambizioso.

Come è potuta verificarsi una tale catastrofe? È questo che dobbiamo indagare prima di proseguire nell’esaminare le sue cause e i possibili rimedi.

VI

Durante tutto questo sviluppo della stampa, è sempre esistita una certa definizione delle sue funzioni: innanzitutto come dottrina plausibile e discutibile; in seguito come tradizione ormai lontana dalla realtà; infine come ipocrisia che continuava a fingere di rappresentare la verità. È necessario comprendere appieno questa dottrina prima di analizzare la natura della stampa nei tempi attuali.

Questa dottrina sosteneva che la stampa fosse un organo di opinione, cioè un’espressione del pensiero e della volontà pubblica.

Perché questa dottrina è stata inizialmente quella che ho definito “plausibile e discutibile”? A prima vista sembrerebbe non essere né l’una né l’altra.

Un uomo che controlla un giornale può stampare qualsiasi sciocchezza o menzogna desideri. Lui è il dittatore, non il suo pubblico; quest’ultimo riceve soltanto ciò che viene pubblicato.

Sì: ma è limitato dal suo pubblico.

Se fossi abbastanza ricco da acquistare una grande stampa rotativa e stampare un milione di copie di un giornale quotidiano con notizie del tipo “Il Papa è diventato metodista” o opinioni del genere (“I chiodini di latta costituiscono un ottimo cibo per la colazione”), ovviamente tale giornale non avrebbe alcun impatto sul pensiero comune. Nessuno, al di fuori della piccola minoranza cattolica, vorrebbe leggere notizie del Papa; e nessuno, né cattolico né musulmano, crederebbe che sia diventato metodista. Inoltre, nessuno accetterebbe mai di mangiare chiodini di latta. Un giornale che pubblicasse cose del genere potrebbe farlo liberamente; il proprietario potrebbe sicuramente convincere i suoi dipendenti, o la maggior parte di loro, a scrivere ciò che gli viene detto. Ma i suoi giornali non venderebbero mai.

È perfettamente chiaro che la stampa, in sé, rappresenti semplicemente le notizie che i suoi proprietari desiderano pubblicare e le opinioni che vogliono diffondere; ed questo argomento contro la stampa è sempre stato utilizzato da coloro che si oppongono alla sua influenza in qualsiasi momento.

Ma non c’è fumo senza fuoco, e l’elemento di _verità nella leggenda secondo cui la stampa “rappresenta” l’opinione pubblica risiede nel fatto che esiste un limite alle contraddizioni assurde rispetto alle verità conosciute; al di là di questo limite, la stampa non può andare avanti senza subire gravi perdite finanziarie a causa della diminuzione delle vendite, il che equivale a una perdita di potere. Quando le persone parlavano dei proprietari dei giornali come di coloro che “rappresentavano l’opinione pubblica”, in tali affermazioni c’era un barlume di realtà, per quanto assurde possano sembrarci oggi. Anche se la dottrina secondo cui i giornali sono “organi dell’opinione pubblica” era (come la maggior parte delle cosiddette dottrine “liberali” del XIX secolo) falsamente enunciata e ipocrita, conteneva comunque quell’elemento di _verità – almeno nella fase iniziale dello sviluppo dei giornali. Ancora oggi, in essa persiste una certa veridicità.

I giornali vengono offerti in vendita soltanto; la loro acquisto non è (almeno per ora) obbligatorio. Pertanto, un giornale non può avere successo se non pubblica notizie che interessino le persone e che queste possano comprendere facilmente. Un giornale può creare interesse attorno a determinati argomenti, ma ci sono alcune tendenze fondamentali negli affari umani che né il proprietario di un giornale né alcun altro individuo possono controllare. Se l’Inghilterra fosse in guerra, nessun giornale potrebbe boicottare le notizie relative alla guerra e sopravvivere. Se Londra venisse distrutta da un terremoto, nessuna forza pubblicitaria delle compagnie assicurative né alcun interesse privato dei proprietari di giornali nel settore immobiliare potrebbero impedire che la notizia venisse pubblicata.

Infatti, fino a tempi piuttosto recenti – diciamo, fino agli anni ’80 circa – la maggior parte delle notizie pubblicate riguardava davvero argomenti che le persone volevano conoscere. Per quanto distorte, troncate o falsificate, trattavano comunque di questioni interessanti; tali argomenti non erano stati scelti dai proprietari dei giornali per motivi personali, e l’opinione pubblica, nel suo complesso, era interessata ad apprenderne di più. Anche oggi, a parte la situazione bellica, questo aspetto è ancora molto presente.

Esisteva (e esiste ancora) un ulteriore modo per verificare l’artificialità del lato notizieristico della stampa: la Realtà, infatti, alla fine si fa sempre strada.

Non si può, oltre un certo limite di tempo, nascondere la realtà.

In breve, la stampa deve sempre occuparsi principalmente di ciò che viene definito “temi attuali”. Può boicottare con grande efficacia, e lo fa effettivamente, esercitando un potere totale in questo senso. Tuttavia, non può creare artificialmente, in modo illimitato, gli oggetti di cui parlare nei notiziari.

Quindi, c’è davvero del vero nell’antica definizione secondo cui la stampa è “un organo di opinione”: in qualche misura (e anzi, in una misura considerevole), deve presentare argomenti concreti su cui osservare e dibattere. Può scegliere ciò che pubblica, ma anche distorcerne il significato. Tuttavia, deve sempre farlo entro determinati limiti.

Penso che queste limitazioni siano già state raggiunte; ma è un argomento su cui discuterò più approfonditamente in seguito.

VII

Per quanto riguarda le opinioni, si hanno gli stessi limiti.

Se un’opinione può essere diffusa nonostante, o addirittura durante, l’indifferenza della stampa (e questo è un “se” molto importante); se non esiste alcun meccanismo per reprimere effettivamente la semplice enunciazione di una dottrina chiaramente importante per i suoi lettori, allora la stampa sarà costretta, prima o poi, a occuparsi di tale dottrina: proprio come è costretta a trattare notizie davvero vitali.

Anche qui abbiamo a che fare con qualcosa di ben diverso da quel titolo di “organo dell’opinione” che il grande giornale ha in passato preteso. Ma io sostengo la verità che la Stampa — nel senso dei grandi giornali capitalisti — non può essere del tutto separata dall’opinione.

Ne abbiamo avuti tre grandi esempi ai nostri tempi in Inghilterra. Due provenivano dalla piccola classe dei ricchi, uno dalla massa del popolo.

I due che provenivano dalle piccole classi abbienti furono il movimento fabiano e il movimento per il suffragio femminile. Quello che proveniva dal popolo fu l’improvvisa, breve (e rapidamente soffocata) insurrezione delle classi lavoratrici contro i loro padroni nella questione del lavoro cinese in Sudafrica.

Il movimento fabiano, che era un movimento da salotto, costrinse la Stampa a discutere il socialismo, pro e contro. Benché si facesse ogni sforzo per boicottare la tesi socialista sulla Stampa, i fabiani furono alla fine abbastanza forti da imporne la discussione, e ormai hanno incanalato tutta la faccenda nella direzione del loro “Stato servile”. Io stesso non sono più che di mezza età, ma ricordo il tempo in cui giornali popolari come “The Star” stampavano apertamente argomenti in favore del collettivismo; e sebbene oggi quegli argomenti non si sentano mai sulla Stampa — in gran parte perché la stessa Società Fabiana ha abbandonato il collettivismo in favore del lavoro forzato — possiamo tuttavia essere certi che un giornale capitalista non li avrebbe discussi affatto, e tanto meno sostenuti, se non vi fosse stato costretto. I giornali semplicemente non potevano ignorare il socialismo in un tempo in cui il socialismo raccoglieva ancora un corpo di opinione davvero forte fra i ricchi.

Lo stesso accadde col suffragio alle donne, grido che una cricca di ricche signore sollevò a Londra. Io non ho mai capito bene perché queste ricche signore desiderassero un’assurdità come il moderno diritto di voto, né perché odiassero così ciecamente l’istituzione cristiana della Famiglia. Suppongo fosse una qualche perversione. Ma, comunque sia, esse mostrarono grande sincerità, entusiasmo e devozione, soffrendo molte cose per la loro causa e agendo nell’unico modo che sia davvero pratico nella nostra plutocrazia: vale a dire rendendo estremamente scomoda la vita ai loro pari ricchi. Si può dire che nessun giornale abbracciò la causa, ma almeno essa non fu boicottata. Fu attivamente discussa.

Il piccolo fuoco di paglia del lavoro cinese fu, credo, ancora più notevole. La Stampa non solo ricevette ordine dalle gemelle Macchine di Partito (con cui era allora alleata a scopo di potere) di boicottare rigidamente l’agitazione sul lavoro cinese, ma era manifestamente nell’interesse di tutti i proprietari capitalisti di giornali boicottarla, e la boicottarono — finché poterono. Ma fu troppo per loro. Furono travolti. Vi furono grandi assemblee nelle contee del Nord che quasi raggiunsero la dignità di un’azione popolare, e la Stampa alla fine non solo prese la questione in discussione, ma a quanto pare si permise un certo timido sostegno.

Il mio punto è dunque questo: che l’idea della Stampa come “organo della pubblica opinione”, cioè come “espressione del pensiero e della volontà generali”, non è soltanto ipocrita, per quanto lo sia soprattutto. C’è ancora qualcosa in quella pretesa. Una generazione fa ce n’era di più, e un paio di generazioni fa ce n’era ancora di più.

Anche oggi, se un grande giornale andasse decisamente contro la volontà nazionale nella questione della guerra presente, sarebbe rovinato; e i giornali che nel 1914 appoggiarono l’intrigo di Gabinetto per abbandonare i nostri Alleati all’inizio della guerra sono stati da tempo costretti a rimangiarsi le proprie parole.

Poiché la forza di un proprietario di giornale sta nel suo potere di ingannare il pubblico e di tacere o pubblicare a piacimento le cose nascoste: questo suo potere atterrisce i politici di professione che detengono l’autorità nominale: in una parola, il proprietario del giornale controlla il politico di professione perché può ricattarlo, e lo ricatta, specialmente sulla sua vita privata. Ma se non dispone di un vasto pubblico questo potere di ricatto non esiste; e può disporre di un vasto pubblico — cioè di una vasta tiratura — solo interessando quel pubblico e perfino lusingandolo, facendogli credere che le sue opinioni gli siano rispecchiate — non create — da altri.

Il potere della Stampa non è un potere diretto e aperto. Dipende da un gioco d’inganno; e nessun gioco d’inganno riesce se l’imbroglione oltrepassa un certo grado di cinismo.

Dobbiamo dunque guardarci dalla concezione che la grande Stampa capitalista moderna sia semplicemente un canale per la propagazione delle notizie che convengono ai suoi proprietari, o delle opinioni che essi professano o desiderano veder professate. Un tale giudizio sarebbe fanatico, e perciò senza valore.

Il nostro interesse sta nella misura in cui le notizie possono essere soppresse o alterate, in cui una data discussione d’interesse per il bene comune può essere soffocata, l’opinione spontanea boicottata e l’opinione artificiale prodotta.

VIII

Dico che il nostro interesse sta nella questione della misura. È sempre così. Il filosofo disse: “Tutte le cose sono questione di misura; e chi stabilirà la misura?” Ma credo che siamo d’accordo — e con “noi” intendo tutti gli uomini colti che abbiano qualche conoscenza del mondo intorno a noi — che il grado a cui sono giunti, da qualche tempo in Inghilterra, nella grande Stampa capitalista, la soppressione della verità, la propagazione della menzogna, la creazione artificiale dell’opinione e il boicottaggio della dottrina scomoda è quanto meno pericolosamente alto.

Non c’è nessuno nella vita pubblica che non potrebbe dare, dalla propria esperienza, decine di esempi di lettere perfettamente sensate alla Stampa, che citavano testimonianze inconfutabili su questioni della massima importanza, alle quali fu negata la pubblicazione. Dentro la corporazione dei giornalisti non c’è uomo che non potrebbe darvi cento esempi di deliberata soppressione e deliberata falsità da parte dei suoi datori di lavoro, tanto riguardo a notizie importanti per la nazione quanto riguardo a grandi corpi di opinione.

Altrettanto importante della semplice accumulazione numerica di tali casi è la loro qualità.

Lasciate che vi dia alcuni esempi. Oggi, nei grandi giornali, non si trova mai alcuna descrizione diretta, basata sul buon senso e reale di qualsiasi politico professionista: i suoi modi, le sue capacità, il suo modo di parlare, la sua intelligenza. Non abbiamo mai nulla che si avvicini anche solo lontanamente a ciò che dicono le persone che lo incontrano.

Siamo davvero ormai molto oltre l’epoca in cui i politici professionisti venivano considerati esseri venerabili di cui era necessario fornire una descrizione rituale inadeguata. Tuttavia, ciò che ne è stato il sostituto non è altro che un metterli al centro dell’attenzione in modo ancora più grottesco e meno dignitoso, senza per questo risultare meno falso.

Non possiamo nemmeno dire che i politici professionisti siano ancora destinati a “occupare il palco”. Quella metafora è falsa, perché sul palco il pubblico sa che tutto è solo recitazione e vede effettivamente le persone che vi si trovano sopra.

Che qualsiasi persona con una certa competenza descriva, in modo sobrio e semplice, la scena che si svolge nella Camera dei Comuni quando uno di quei politici professionisti parla.

Non sarebbe una descrizione avvincente. La _verità qui non è certo una verità violenta o pericolosa. Lasciate che scriva con sobrietà e onestà. Che lo faccia come si fanno ogni giorno decine di lettere private su queste persone, o come si svolgono le conversazioni private tra coloro che le conoscono e che non hanno motivo di esagerarne l’importanza, ma le vedono per quello che sono. Una descrizione del genere non verrebbe mai pubblicata! I pochi proprietari delle case editrici non si allontaneranno dal centro dell’attenzione per fare una dichiarazione breve e accurata su queste mediocrità, perché il loro potere di governare dipende dal mantenere sotto i riflettori le persone che controllano.

Non appena il pubblico scoprirà di che tipo di mediocrità sono fatti i politici, questi perderanno il potere. Non appena perderanno il potere, anche i loro padroni nascosti perderanno il potere.

Prendiamo un esempio più ampio: le classi medie e superiori non hanno mai la possibilità di venire a conoscenza, in tempo, delle controversie che portano a uno sciopero o a un lock-out.

Ecco un esempio di notizia che rappresenta la massima importanza per il Commonwealth, e per ciascuno di noi individualmente. Capire le cause di una vasta disputa interna è la prima condizione necessaria per formulare giudizi civici corretti. Ma noi non riusciamo mai a comprenderle. Gli eventi ci colpiscono sempre con violenza e vengono sempre completamente fraintesi, perché i media hanno boicottato le dichiarazioni delle parti coinvolte.

Ho parlato con decine di persone appartenenti alla mia stessa classe sociale, cioè alla media borghesia professionale, riguardo al grande sciopero dei lavoratori delle imprese edili che coincise con l’inizio della guerra. Non ho trovato nemmeno una persona che sapesse davvero di cosa si trattasse! Quelli pochi che almeno conoscevano la differenza tra uno sciopero e uno sciopero di fabbrica pensavano tutti che si trattasse di uno sciopero normale.

Che nessuno dica che le disgustose menzogne diffuse dalla stampa in questo senso siano state prive di effetto: gli stessi lavoratori si sono arresi, e le loro richieste assolutamente giuste sono state respinte, soprattutto perché l’opinione pubblica della classe media, così come quella di una grande parte dei proletari, era stata indotta a credere che la cessazione del lavoro da parte dei lavoratori fosse uno sciopero scatenato dalla loro stessa iniziativa contro le condizioni esistenti, e considerava immorale un simile comportamento in tempo di guerra. Non conoscevano la verità: la provocazione proveniva dai padroni, e i lavoratori venivano privati del lavoro, cioè del accesso ai negozi capitalistici dove si trovavano cibo e tutte le altre necessità della vita, in modo arbitrario e avaro da parte dei padroni. La stampa non avrebbe mai pubblicato una verità così evidente.

Vi darò un altro esempio generale.

L’intera Inghilterra era preoccupata durante il secondo anno di guerra, a causa del primo aumento dei prezzi degli alimenti. Non esisteva nessun uomo ricco che non se ne fosse accorto nei suoi registri contabili; per nove famiglie su dieci, questa era l’unica questione importante dell’epoca. Non dico che i grandi giornali non ne parlassero, ma come lo facevano? Con campagne di propaganda a favore di questo o quel politico professionista, con consigli disordinati e, soprattutto, con un mucchio di sciocchezze riguardo ai “enormi guadagni” del proletariato. L’intera questione venne deliberatamente deviata per mesi, fino a quando, per forza delle circostanze, non costrinse i media ad occuparsene seriamente. Ognuno di noi ne è testimone: tutti abbiamo visto questo fenomeno. Chiunque legga queste righe sa che le mie accuse sono vere. Nessun giornalista, tra i centinaia che scrivevano menzogne o sciocchezze su ordine dei loro datori di lavoro, non avvertiva l’impatto negativo di questa situazione sul proprio stipendio settimanale. Eppure, questa questione fondamentale per la nazione non venne affatto trattata dai media all’inizio; e quando lo fu, i fatti vennero distorti fino a diventare irriconoscibili.

Potrei citare molti altri esempi, forse meno significativi rispetto a quelli che si sono verificati in passato (ma comunque estremamente rilevanti se si considerano le morali del passato), che dimostrano la stessa cosa: l’incapacità e la falsità dei grandi giornali capitalisti durante questi pochi mesi di crisi acuta per il destino dell’Inghilterra.

Questa non è una lamentela vana contro i mali umani e inevitabili, che quindi sono sempre presenti. Detesto tale spreco di energie, e concordo pienamente con quanto recentemente dichiarato dall’editore di “The New Age”: in momenti come questi, in cui qualsiasi spreco è inaccettabile, le lamentele sterili rappresentano il peggior tipo di spreco. Ma la mia lamentela non è sterile. È fruttuosa. Questa stampa capitalista ha finalmente distorto ogni giudizio: l’oligarchia che la controlla è irresponsabile e si ritiene immune a qualsiasi conseguenza delle sue azioni. Crede di poter soffocare qualsiasi verità e diffondere qualsiasi menzogna. Governa, e lo fa in modo abominabile, proprio nel bel mezzo di una guerra per la vita.

IX

Dico che quei pochi controllori dei giornali governano; e lo fanno in modo orribile. Ho ragione. Ma lo fanno, come tutte le nuove poteri, unendo al contempo se stessi all’antica classe dominante e tradendola allo stesso tempo: basta pensare a Harmsworth e ai politici. La nuova stampa dirigente è un’oligarchia che continua a collaborare con l’oligarchia parlamentare, anche se meno nuova di essa.

Questo tipo di collegamento ha assunto, nei grandi giornali capitalisti, una certa caratteristica che può essere descritta al meglio con il termine “ufficiale”.

In alcune forme di governo arbitrario nell’Europa continentale, i ministri utilizzavano giornali selezionati e rari per esprimere le loro opinioni; questi giornali venivano chiamati “Presa Stampa Ufficiale”. Era un metodo primitivo, ormai da tempo abbandonato anche dalle forme più semplici di governo dispotico. Oggi, naturalmente, nulla del genere esiste più nella corruzione profonda dell’Europa moderna – tanto meno in Inghilterra.

Quello che è cresciuto qui è un’organizzazione stampa che sostiene e favorisce il sistema della politica professionale; tale sistema influenzia oggi tutti i principali giornali capitalisti d’Inghilterra. Questo conferisce loro un carattere distintivo, quello della falsità parlamentare, e questa falsità è così chiaramente determinata dalla loro connessione con il potere esecutivo che tali giornali meritano davvero il titolo di “ufficiali”.

Il regime sotto cui viviamo oggi è quello di una plutocrazia che ha gradualmente sostituito l’antica tradizione aristocratica dell’Inghilterra. Questa plutocrazia – costituita da pochi interessi finanziari – controlla in parte, si esprime attraverso i politici professionisti e, in parte, è identica a loro; inoltre, dispone di un alleato nella stampa capitalista esistente, simile a quella “stampa ufficiale” che le nazioni continentali conoscevano in passato. Tuttavia c’è una grande differenza: la “stampa ufficiale” dei paesi continentali consisteva soltanto in pochi organi di stampa selezionati, il cui carattere era ben noto e il cui atteggiamento contrastava nettamente con quello degli altri media. La nostra “stampa ufficiale”, invece, copre l’intero settore dell’informazione; nel campo dei grandi giornali non ha concorrenti, anzi, non ne ha affatto, se non quella piccola stampa libera di cui parlerò tra un momento, che rappresenta il suo unico antagonista.

Se qualcuno dubita che l’aggettivo “ufficiale” possa essere correttamente applicato alla nostra stampa capitalista di oggi, si chieda prima quali siano le forze che governano il paese, e poi se queste forze – quel governo o regime – potrebbero essere meglio servite anche sotto un sistema di censura permanente rispetto a quanto avvenga nei grandi quotidiani di Londra e nelle principali capitali provinciali.

Non viene forse represso tutto ciò che il regime desidera venga represso? Non viene forse suggerito tutto ciò che il regime desidera venga suggerito? E esiste qualche questione pubblica che possa indebolire il regime, la cui discussione sia mai permessa di apparire nei grandi giornali capitalisti?

Non si è verificato un caso del genere da almeno vent’anni. L’attuale simulacro di critica che apparentemente attacca alcune parti del regime non affronta mai questioni vitali per il suo prestigio. Al contrario, devia deliberatamente qualsiasi discussione importante che una sincera convinzione potrebbe aver spinto il pubblico a portare avanti, rovinando così l’attenzione su tali temi con questioni false e irrilevanti.

Un articolo, pubblicato non molto tempo fa, denunciava l’eccesso di avvocati nel governo. La soluzione proposta era un’opposizione guidata da un avvocato stesso.

Un altro caso fu molto grave: si trattava di attività di trading segreto con il nemico. Per mesi vennero soppressi tutti i riferimenti a quell’incredibile episodio di condotta illegale da parte di persone legate a un politico professionista molto influente all’inizio della guerra, e si rifiutò addirittura di commentare l’unica menzione fatta in merito a questo reato alla Camera dei Comuni!

Altre voci chiedono l’eliminazione del potere finanziario nemico nelle questioni di questo paese, eppure non si dice una parola sull’audizione dei fondi segreti del Partito!

Dico che i grandi quotidiani di oggi non possiedono soltanto quelle altre qualità pericolose per lo Stato che ho descritto, ma sono diventati essenzialmente “ufficiali”, cioè insinceri e corrotti nel loro interessato sostegno a quel complesso plutocratico che, con il declino dell’aristocrazia, governa l’Inghilterra. Sono ufficiali in questo senso tanto quanto lo furono mai gli organi di stampa legati ai corti degli effimeri esperimenti continentali. Tutti i vizi, tutta la irrealtà e tutto il pericolo connessi all’esistenza di una stampa “ufficiale” sono evidenti nei grandi quotidiani del nostro tempo. Non sono indipendenti quando si tratta del potere; non criticano davvero. Servono un gruppo di interessi particolari che dovrebbero invece denunciare e tradire l’interesse generale, cioè lo Stato, per il quale i funzionari pubblici retribuiti dovrebbero essere costantemente tenuti sotto sorveglianza e controllati con rigore.

Il risultato è che la maggior parte degli inglesi ha smesso di ottenere, o anche solo di aspettarsi, informazioni su come vengono governati.

Stanno iniziando a provare una certa inquietudine. Sanno che il loro vecchio potere di osservazione sui funzionari pubblici è svanito. Sospettano che la corruzione diffusa nella vita pubblica, e in particolare nella Camera dei Comuni, sia radicata dietro una cospirazione del silenzio da parte di quei pochi che hanno il potere di informarli. Ma, per ora, non sono ancora arrivati a quel livello di sospetto. Non sono nemmeno vicini alla scoperta dei grandi proprietari di giornali e del loro sistema. Per la maggior parte, sono ancora ingannati.

Questo stato di transizione (poiché spero di dimostrare che sia soltanto temporaneo) rappresenta un grave pericolo: distorce e impoverisce l’informazione pubblica, impedisce una critica equa dei funzionari pubblici e, soprattutto, conferisce poteri immensi e irresponsabili a pochi uomini ricchi – in particolare a quello tra loro più danaroso e senza scrupoli. Il loro patrimonio deriva da speculazioni, le loro origini sono disgustose e il loro carattere, di solito, è segnato dalla debolezza e dalla bassezza tipiche di individui che hanno intrapreso questo tipo di avventure. Tra questi individui ci sono migliaia la cui fortuna finisce nelle fogne, una cinquantina che riescono a accumulare milioni, e al massimo uno o due che, raggiunto il vertice, diventano pazzi di ambizione e cercano di dirigere lo Stato. Anche quando questi individui sono conosciuti e responsabili (come avviene nella politica professionale), il loro potere rappresenta un grave pericolo. Possedendo tutti i mezzi per nascondere le proprie azioni e, allo stesso tempo, nessuna responsabilità nei confronti degli organi dello Stato, costituiscono una minaccia mortale. Oggi questi individui sono più potenti di qualsiasi ministro; anzi, come ho detto, hanno il potere di nominare e destituire i ministri, e possono addirittura decidere del destino della nazione nei momenti più difficili.

Ora, per ogni male umano di natura politica che sia apparso nella storia (cioè per ogni male che riguardi lo Stato e derivi dalla volontà dell’uomo, e non da forze naturali incontrollabili al di fuori dell’uomo), esiste sempre un termine specifico con cui viene definito e una reazione che ne consegue.

Ecco dove tocco il cuore della questione. Accanto a ciò che ho definito “la stampa ufficiale” nella nostra plutocrazia dominata dai potenti, è emersa una certa forza per la quale fatico a trovare un nome appropriato; ma, in mancanza di uno migliore, la chiamerò “la stampa libera”.

Potrei chiamarla la stampa “indipendente”, se non fosse che questa parola implicasse ancora un po’ troppo potere; tuttavia credo davvero che il suo potere stia crescendo, e sono sicuro che in futuro prossimo cambierà radicalmente le nostre realtà.

Non conosco alcuna altra lingua moderna oltre al francese e all’inglese, ma leggo regolarmente questo giornale “Free Press” in francese e inglese, dedicato alle questioni coloniali e americane; a mio parere, rappresenta il principale fenomeno intellettuale del nostro tempo.

In Francia e in Inghilterra, e forse anche altrove, per protestare contro la totale corruzione e falsità dei grandi giornali capitalisti, sono emersi nuovi organi di stampa che, nel senso più stretto del termine, possono essere considerati “organi di opinione”. Non è necessario soffermarsi sulle conseguenze di questo fenomeno per i lettori inglesi in Europa continentale; già in Inghilterra tale situazione merita attenzione, e sarebbe opportuno osservarla con attenzione.

“La Nuova Era”, credo, fu pioniera in questo campo; mantiene ancora una posizione di rilievo. Anch’io ho fondato “Eye-Witness” seguendo gli stessi principi ideologici (e non intendo affatto che si tratti di strumenti di propaganda simili). L’Irlanda ne ha prodotti più di uno, la Scozia uno o due; il loro numero aumenterà.

Con questo passo, abbandono la semplice denuncia del male per esporre ciò che è buono.

Propongo di esaminare la natura di quel movimento che chiamo “La stampa libera”, di analizzare le difficoltà che incontra e di concludere con la mia convinzione che, nonostante queste difficoltà, esso rappresenti non solo una forza in crescita, ma anche una forza benefica e, in certa misura, vincente. È su questo argomento che ora chiedo ai miei lettori di concentrarsi.

X

L’ascesa di ciò che ho definito “La stampa libera” fu dovuta a una reazione contro ciò che ho chiamato “La stampa ufficiale”. Tuttavia, questa reazione non aveva un unico movente.

Alla base di questo fenomeno vi sono tre motivi morali distinti che si sono intrecciati tra loro. È opportuno separarli e riconoscerli uno per uno, poiché ciascuno di essi ha avuto un impatto sulla stampa libera nel suo complesso, e oggi la stampa libera presenta in modo particolarmente evidente le caratteristiche derivanti da tutti e tre questi motivi.

Il primo motivo evidente, che emerse molto prima degli altri due, era quello legato alla ((A)) propaganda. Il secondo motivo era la ((B)) indignazione per il nascondimento della verità, mentre il terzo motivo era la ((C)) indignazione verso un potere irresponsabile: quel senso di oppressione che una condotta immorale e irresponsabile al potere genera tra coloro che ne sono sfortunatamente soggetti.

Esaminiamo ciascuno di questi nell’ordine in cui sono stati menzionati.

XI

A

Il motivo della Propaganda (che iniziò ad agire molto prima delle altre due) riguardava le religioni, nonché certi entusiasmi razziali o dottrine politiche che, per la loro sincerità e disponibilità al sacrificio, possedevano quasi la stessa forza delle religioni.

Gli uomini scoprirono che i grandi giornali, nella loro fase finale, rifiutavano di parlare di qualsiasi cosa veramente importante in ambito religioso. Non osavano fare altro che ripetere, in modo molto discreto, le più vaghe banalità etiche. A malapena si permettevano nemmeno questo. Accettavano come scontato un genere di opinione comune priva di profondità. Si lasciavano influenzare leggermente dalla religione dominante nel paese in cui venivano pubblicati. E basta.

Grandi gruppi di persone che provavano un profondo attaccamento a una determinata credenza si resero conto che mancava un modo efficace per esprimerla, anche quando tale credenza rappresentasse l’opinione della stragrande maggioranza della popolazione (come in Francia). Gli “organi di opinione” ostentavano una sorta di ignoranza “gentile” riguardo a quell’idea che invece era la più diffusa, la più intensa e la più influente nella società. Non poteva essere altrimenti nemmeno per un’impresa capitalista il cui unico scopo non era la conversione delle persone o l’espressione di ideali, ma soltanto il guadagno. Non c’era alcuna differenza, dal punto di vista pratico, tra un grande quotidiano di proprietà di un ebreo e uno di proprietà di un agnostico o di un cattolico. La necessità stessa di esprimere opinioni spinse alla creazione di una stampa libera, proprio in relazione a questo scopo legato alla religione.

In Inghilterra si trovava molto poco di tutto ciò, perché per lungo tempo l’Inghilterra era praticamente omogenea dal punto di vista religioso, e quella religione non mostrava alcun entusiasmo negli anni in cui nacque la stampa libera. Ma una tale stampa libera a difesa della religione (la pioniera di tutta la stampa libera) sorse in Irlanda, in Francia e altrove. All’inizio non aveva alcun conflitto con le grandi case editrici capitaliste ufficiali; accettava senza problemi i commenti banali e privi di significato sulla religione che apparivano nella stampa ufficiale, ma sosteneva la necessità di sottolineare in modo particolare il proprio punto di vista nelle proprie colonne: perché la religione influisce su tutta la vita.

Lo stesso motivo legato alla propaganda portò in seguito alla pubblicazione di altri giornali a difesa di entusiasmi diversi da quelli strettamente religiosi; il più importante tra questi era l’entusiasmo per il Collettivismo, cioè per il Socialismo.

Un secolo fa o più, un gran numero di persone fu convinto che la soluzione a tutto il complesso problema delle ingiustizie sociali risiedesse nel cosiddetto “nazionalizzare i mezzi di produzione, distribuzione e scambio”. In altre parole, in termini semplici, significava mettere terra, case, macchinari, nonché scorte di cibo e vestiti sotto il controllo dei politici, affinché questi potessero decidere come utilizzarli e distribuirli.

Questo credo era condiviso con passione e convinzione da uomini di altissima capacità in ogni paese d’Europa; iniziò così ad emergere una stampa socialista, libera ovunque, che presto si pose in netto contrasto con la stampa ufficiale. Ancora una volta (in un contesto religioso, per quanto riguardava le loro convinzioni ed entusiasmi), quando l’oppressore mostrava moderazione, cominciarono ad apparire piccoli giornali che difendevano i diritti delle nazionalità oppresse.

La religione, dunque, e gli entusiasmi affini furono i primi generatori della Stampa Libera.

È estremamente importante riconoscerlo, perché ciò ha impresso all’intero movimento un carattere particolare al quale mi riferirò più avanti, quando verrò a parlare dei suoi limiti.

Il movente della Propaganda, lo ripeto, non era dapprima consapevole di alcunché di iniquo nella grande Stampa, ossia nella Stampa Ufficiale, accanto alla quale essa esisteva. Veuillot, nel fondare il suo giornale splendidamente battagliero, che ebbe un effetto tanto prodigioso in Francia, non provava alcuna particolare animosità contro i «Débats», per esempio; il suo peculiare entusiasmo cattolico si riconosceva come eccezionale, e si accontentava di accettare la posizione umile o, in ogni caso, inferiore che l’eccentricità dichiarata comporta. «Più tardi», sembravano dire questi fondatori della Stampa Libera, «potremo convertire la massa alle nostre vedute, ma, per il momento, siamo dichiaratamente una cerchia: un corpo eccezionale, con le penalità che a ciò si accompagnano». Dicevano questo benché l’intera vita della Francia sia cattolica almeno quanto la vita della Gran Bretagna è plutocratica, o la vita della Svizzera democratica. E lo dicevano perché sorsero dopo che la stampa capitalista (neutrale in religione come in ogni cosa vitale) aveva conquistato l’intero campo.

I primi propagandisti, dunque, non si posero di fronte alla Stampa Ufficiale da pari a pari. Vi si insinuarono come inferiori, o piuttosto come eccentrici dichiarati. Perché l’Inghilterra vittoriana e la Francia del Terzo Impero proclamavano falsamente la qualità «rappresentativa» della Stampa Ufficiale.

A onore del movimento socialista, la Stampa Libera socialista fu la prima a ergersi da pari contro i giganti.

Ricordo come, nella mia fanciullezza, rimanessi scandalizzato e un poco sconcertato nel vedere in fogli socialisti come «Justice» riferimenti a giornali quali il «Daily Telegraph» o il «Times», con l’epiteto «capitalista» posto dopo di essi tra parentesi. Allora pensai che fosse l’attribuzione di un epiteto anormale a una cosa normale; ma ora so che quei piccoli giornali liberi socialisti dicevano il più schietto buon senso quando sottolineavano specificamente come capitaliste le menzogne e le reticenze dei loro grandi contemporanei. Dal punto di vista socialista, il fatto principale riguardo all’insincerità dei grandi giornali ufficiali è che tale insincerità è capitalista; proprio come dal punto di vista cattolico il fatto principale al riguardo era, ed è, che essa è anticattolica.

Tuttavia, benché alcuni dei Giornali Liberi socialisti assumessero così arditamente una posizione di parità morale con gli altri, il loro atteggiamento era eccezionale. La maggior parte dei direttori o dei proprietari della Stampa Libera, e la maggior parte di coloro che vi scrivevano, ai suoi primi inizi, adottava il punto di vista allora quasi universale che i grandi giornali fossero abbastanza innocui e rappresentassero discretamente l’opinione generale, e non fossero, perciò, cose da combattere in modo specifico.

I grandi quotidiani erano ritenuti grigi; non malvagi — soltanto generici e vaghi. La Stampa Libera, ai suoi inizi, non attaccava come un nemico. Chiedeva solo timidamente di essere ascoltata. Si considerava una «specialità». Era umile. E con essa andava una massa di materiale eccentrico.

Se si passano in rassegna tutti i periodici della Stampa Libera che nella sola Inghilterra e nella sola Francia dovettero la loro esistenza a questo movente della Propaganda, si trovano molti «spettacoli secondari», per così dire, accanto ai motivi principali del patriottismo locale o di razza, della Religione o della convinzione socialista. Si hanno, per esempio, qua e là per l’Europa, i giornali antisemiti, assai potenti e straordinariamente ben scritti, dei quali la «Libre Parole» di Drumont fu a lungo il principale. Si hanno i giornali dell’imposta unica. Si hanno i giornali astemi — e, davvero, c’è da stupirsi che non si siano ancora visti anche gli iconoclasti e i diabolisti produrre giornali. La propaganda razionalista e quella atea le annovero tra le religiose.

Possiamo dunque ritenere che la Propaganda fu, in ordine di tempo, il primo movente della Stampa Libera e la prima causa della sua nascita.

Ora, da questo fatto sorge una considerazione di grande importanza per il nostro tema. Questa origine propagandistica della Stampa Libera le ha impresso fin dal principio un carattere che essa porta ancora, e continuerà a portare, finché non avrà avuto quell’effetto di correggere, e forse distruggere, la Stampa Ufficiale, del quale tratterò più avanti.

Voglio dire che alla Stampa Libera è stato impresso il carattere di un particolarismo disparato.

Ovunque io vada, il mio primo obiettivo, se desidero scoprire la verità, è procurarmi la Stampa Libera, in Francia come in Inghilterra, e perfino in America. Ma so che, ovunque mi procuri un tale organo, esso sarà fortemente colorato dall’opinione, o perfino dal fanatismo, di qualche minoranza. La Stampa Libera, nel suo insieme, se la si somma tutta e si annullano le affermazioni esagerate le une con le altre, dà davvero una visione veritiera dello stato della società in cui si vive. La Stampa Ufficiale oggi ne dà ovunque una assurdamente falsa. Che caricatura — e che vile, vuota caricatura — dell’Inghilterra, della Francia o dell’Italia si ricava dal «Times», o dal «Manchester Guardian», dal «Matin» o dalla «Tribune»! Nessuno di essi è in alcun senso generale — o davvero nazionale.

La Stampa Libera vi dà la verità; ma soltanto in sezioni sconnesse, perché è disparata ed è particolarista: è segnata dall’isolamento — ed è così segnata perché la sua origine stava in propagande varie e quanto mai diverse: perché venne dopo la stampa ufficiale del Capitalismo, e non fu, nelle sue origini, che una reazione contro di essa.

B

Il secondo movente, quello dell’indignazione contro la menzogna, entrò in azione molto più tardi del movente della propaganda.

Gli uomini vennero gradualmente ad accorgersi che una cosa dopo l’altra di grande interesse pubblico, talvolta di vitale interesse pubblico, veniva deliberatamente soppressa nei principali grandi giornali ufficiali, e che vere e proprie falsità venivano sempre più insinuate, o affermate.

C’era di più. A lungo il proprietario di un giornale si era per lo più accontentato di considerarlo una cosa produttrice di reddito. Il direttore era sovrano in materia di cultura e di opinione. È vero, il direttore, essendo revocabile e povero, non poteva pretendere al pieno potere politico. Ma era una sorta di assetto duale che pur tuttavia temperava il potere del volgare proprietario.

Ricordo personalmente quella situazione: l’editore, che era un gentiluomo e pranzava fuori; il proprietario, che era un signore e si innervosiva quando incontrava un altro gentiluomo. Tutto cambiò negli anni ’90 del secolo scorso o alla fine degli anni ’80; entro il 1900 quella situazione era ormai scomparsa.

L’editore divenne (e ora è) soltanto un portavoce del proprietario. Gli editori vengono sostituiti uno dopo l’altro con grande frequenza. Nei grandi giornali di oggi, il nome dell’editore del momento è quasi sconosciuto; tuttavia, non esiste nessun Ministro che non sia in grado di conoscere a fondo la vita privata, i difetti, le debolezze, la fortuna, gli investimenti e i favori del proprietario. Questo cambiamento si è verificato rapidamente ed in modo completo. Alla fine – come nella maggior parte dei processi evolutivi veloci – ha persino superato se stesso.

Si poteva sentire gli uomini che possedevano i principali giornali vantarsi pubblicamente del loro potere, come di qualcosa di ovvio e riconosciuto; e poiché questo potere veniva effettivamente riconosciuto e cresceva con il tempo e attraverso le esperienze accumulate, ne derivò una reazione contraria.

Perché mai questo o quell’uomo volgare dovrebbe avere il potere di mantenere la gente ignorante su questioni vitali per tutti noi? Di distorcere la verità, di mentire. La pura necessità di far conoscere certe verità, che questi individui potenti ma nascosti si rifiutavano di diffondere, rappresentava una forza potentissima che quasi costringeva alla pubblicazione di giornali liberi, accanto a quelli ufficiali. Ecco perché la stampa libera è quasi sempre guidata da persone intelligenti e colte, di un’intelligenza e di una cultura eccezionali. Ed è proprio in questo che si contrappone maggiormente ai suoi oppositori.

C

Ma solo poco dopo questo secondo motivo di indignazione contro la falsità e l’agire con uguale forza (sebbene su un numero minore di persone), emerse il terzo motivo della libertà: l’indignazione contro il Potere arbitrario.

Per coloro che conoscevano il modo in cui venivamo governati e che avevano riconosciuto, soprattutto negli ultimi vent’anni, che i grandi giornali stavano diventando più potenti dell’esecutivo del paese, aperto e responsabile (sebbene corrotto), quella situazione era intollerabile.

È già abbastanza grave essere governati da un’aristocrazia o da un monarca il cui potere esecutivo si basa su leggende per la maggior parte della popolazione; è altrettanto umiliante essere governati in questo modo, attraverso una sorta di recitazione teatrale, invece di godere del governo autonomo degli uomini liberi.

È ancora peggio essere governati da un gruppo di politici professionisti che ingannano la gente sotto il pretesto della “democrazia”.

Ma è intollerabile che un potere simile possa trovarsi nelle mani di individui oscuri e senza nome, su cui non può esistere alcuna illusione, la cui tirannia non viene nemmeno ammessa o resa pubblica, che non si prendono nemmeno il rischio di far vedere in faccia a nessuno, e ai quali non è attribuita alcuna responsabilità.

Il fatto che ciò fosse così predisposto costituì il terzo, e forse il più potente, motivo per la creazione di una stampa libera.

Purtroppo, questo effetto poteva riguardare soltanto pochissimi uomini. Anche tra persone ben istruite e attente, la sensazione suscitata dal potere enorme dei grandi giornali non era altro che una vaga inquietudine. Esisteva l’idea comune che il proprietario di un quotidiano popolare a larga diffusione potesse, e di fatto facesse, ricatto sui politici professionisti: determinare la loro ascesa o caduta concedendo o negando loro l’attenzione dei media; decidere le sorti dei gabinetti governativi; nominare ministri assurdi.

Ma quegli esempi concreti, vividi e particolari che spingevano le persone ad agire erano nascosti da loro. Solo un piccolo numero di persone conosceva tali verità specifiche. Ma quel piccolo gruppo sapeva molto bene che in realtà eravamo governati da individui responsabili verso nessuno e al riparo dalle critiche pubbliche. La determinazione a liberarsi di tale monopolio segreto del potere spinse a una reazione. E quella reazione fu la stampa libera.


XII

Essendo questi i motivi che spingono la stampa libera in tutti i paesi, ma in particolare in Francia e Inghilterra, dove i mali della stampa capitalistica (o ufficiale) raggiungevano il loro apice, consideriamo ora gli ostacoli che impedivano lo sviluppo di questa libertà di espressione.

Penso che queste disabilità possano essere raggruppate in quattro categorie principali.

Innanzitutto, le riviste libere affrontavano la difficoltà che tutti i veri riformatori incontrano: dovevano iniziare andando controcorrente.

In secondo luogo, soffrivano di quel carattere di particolarismo o “capricciosità”, che era un risultato inevitabile del loro ruolo di propagandisti.

In terzo luogo – e questo è il più importante – soffrirono in termini economici. Non riuscivano a offrire ai loro lettori tutto ciò che questi si aspettavano, considerando il prezzo pagato. Il motivo era che veniva loro negata la sussidiazione pubblicitaria e subivano boicottaggi.

In quarto luogo, per ragioni che diventeranno evidenti tra un attimo, soffrivano di una carenza di informazioni.

A queste quattro principali disabilità, i documenti ufficiali di questo paese ne aggiunsero una quinta, particolarmente tipica della nostra realtà: i cittadini erano esposti al pericolo rappresentato dall’arbitrio dei giuristi politici.

Consideriamo innanzitutto i quattro punti principali. Dopo averli esaminati tutti, vedremo contro quali forze, e nonostante quali fattori negativi, la stampa libera si sia affermata oggi.

1

Dico che, innanzitutto, la stampa libera, essendo un fattore di riforma, soffre di ciò che tutti i riformatori soffrono, ovvero che, per definizione, nelle loro origini devono andare controcorrente.

La stampa capitalista ufficiale che li circondava era ormai diventata una abitudine per la gente quando apparvero i giornali indipendenti. Da tempo, leggere il proprio quotidiano, credere alle informazioni contenute in esso come a fatti reali e, in larga misura, accettarne le opinioni era diventato qualcosa di normale per gli uomini. Quindi, una nuova voce che criticasse implicitamente o accusasse direttamente, o addirittura deridesse un’abitudine così radicata, era inevitabilmente poco popolare tra i lettori comuni; oppure, se non lo era, ciò avveniva soltanto perché tale voce veniva considerata trascurabile.

Tuttavia, questa prima difficoltà che la stampa libera ha incontrato, e che incontra ancora oggi, non avrebbe naturalmente dovuto durare a lungo. Le altre tre difficoltà erano molto più gravi. L’inerzia o le resistenze contro cui si scontra qualsiasi riformatore vengono infatti rapidamente superate se tale riformatore rappresenta davvero una reazione concreta e dice o fa cose con cui la gente, se fosse altrettanto informata, sarebbe d’accordo. Ma con le altre difficoltà legate al particolarismo, alla povertà, all’insufficienza – e in questo paese anche alle restrizioni imposte dagli avvocati politici – la situazione era diversa.

2

Il particolarismo dei giornali liberi rappresentava una grave e permanente debolezza che persiste ancora oggi. Chiunque oggi desideri davvero conoscere ciò che sta accadendo legge i giornali liberi; tuttavia, come ho detto, è costretto a leggerli tutti e a collegare le varie informazioni tra loro se vuole comprendere la realtà. Ogni organo di stampa fornisce un’impressione particolare, spesso molto distante dall’immagine generale che si può avere della situazione.

Quando voglio sapere, ad esempio, cosa sta succedendo in Francia, leggo il giornale socialista ebreo “Humanité”; i giornali rivoluzionari francesi più violenti che riesco a trovare, come “La Guerre Sociale”; il giornale realista “Action Française”; l’antisemita “Libre Parole”, e così via.

Se voglio scoprire cosa sta realmente accadendo in Irlanda, non mi limito ad acquistare i vari giornali irlandesi gratuiti (e ne esistono molti), ma leggo anche “The New Age” e “New Witness”, concentrandomi soprattutto sulle domande che presentano un reale e vitale interesse. Tuttavia, l’immagine che ne risulta è soltanto complessiva: la stessa _verità viene enfatizzata da questi giornali per motivi completamente diversi.

Prendiamo il caso Marconi. I grandi giornali ufficiali lo boicottarono per mesi, e poi raccontarono un mucchio di bugie stupide a sostegno dei politici. La stampa libera disse la verità, ma i suoi vari organi la presentarono per motivi molto diversi e con impressioni completamente diverse. Per alcuni giornali irlandesi, Marconi era solo un episodio comico, “esattamente ciò che ci si aspetta da Westminster”; altri ne avevano paura, temendo che potesse ridurre il valore delle azioni Marconi di proprietà irlandese. “The New Age” lo considerava da un punto di vista completamente diverso da quello di “New Witness”, mentre la stampa libera, di orientamento socialista, lo vedeva semplicemente come un esempio di ciò che accade sotto un governo capitalista.

Un giornale mahometano senza dubbio l’avrebbe definito un risultato della religione dei Nazareni, mentre un giornale thug lo avrebbe considerato un orribile esempio di ciò che accade quando i propri politici non sono dei thug.

Quello che voglio dire, dunque, è che la stampa libera, partendo da così tanti punti di vista diversi, non ha ancora prodotto un organo di informazione capace di ottenere l’approvazione di un gran numero di persone; intendo dire, non ha creato un organo in grado di convincere un vasto pubblico riguardo al vero modo in cui veniamo governati.

Drumont fu molto utile nel rivelare innumerevoli dettagli veritieri che la stampa ufficiale si rifiutava di menzionare – ad esempio il modo in cui i Rothschild avevano truffato il governo francese riguardo alle tasse sulla morte a Parigi alcuni anni prima. Infatti, fu solo lui a costringere quegli uomini ricchi a confessare la verità; un ottimo risultato. Ma quando iniziò a sostenere che truffare lo Stato fosse una caratteristica tipicamente ebraica, non riuscì mai a far concordare le masse con lui: era pura assurdità.

Charles Maurras è uno dei scrittori più influenti viventi; quando afferma su “Action Française” che la Corte Suprema francese abbia compiuto un atto illegale alla fine del caso Dreyfus, sta svolgendo un lavoro utile, poiché dice la verità su una questione di vitale importanza pubblica. Tuttavia, quando aggiunge che una cosa del genere non sarebbe accaduta sotto una monarchia nominale, sta dicendo sciocchezze. Chiunque abbia anche solo una minima esperienza di ciò che possono diventare i tribunali sotto una monarchia nominale scuote le spalle e ritiene che le idee di Maurras possano avere risultati positivi, ma che la soluzione proposta – ovvero istituire in Francia un “re moderno” al posto del Parlamento corrotto – non sia convincente.

La “New Republic” di New York difende con vigore Brandeis perché Brandeis è ebreo; inoltre, la “New Republic” (che leggo regolarmente e che oggi rappresenta una fonte inestimabile per comprendere le opinioni di una piccola ma influente minoranza americana) ha un tono tipicamente ebraico. La difesa di Brandeis mi interessa e mi è utile. Tuttavia, quando la “New Republic” pubblica propaganda pacifista scritta da Brailsford o elogia Lane sotto lo pseudonimo di “Norman Angell”, a mio parere si comporta in modo eccentrico, persino spregevole. La “New Ireland” mi aiuta a comprendere i conflitti tra i giovani irlandesi e il partito parlamentare irlandese; ma devo anche leggere la “Freeman”.

In breve, la stampa libera in tutto il mondo, per quanto ne posso capire, soffre di questa caratteristica particolare e, di conseguenza, di isolamento e tensioni. Non ha un appeal generale.

In relazione a questa caratteristica, si verifica che la stampa libera sia diventata dipendente da singoli individui, e quindi non riesce ancora a costituire un’istituzione vera e propria. È difficile immaginare come alcuno dei giornali menzionati possa sopravvivere a lungo alla perdita del proprio attuale direttore editoriale. Potrebbe esserci un successore; di certo non ne ci sarebbero due; e il risultato è che l’efficacia di questi organi di stampa risulta sporadica e irregolare.

Nello stesso contesto, c’è anche la limitazione legata al pubblico a cui si rivolge l’opera.

Ci sono alcuni uomini (e mi considero uno di loro) che leggono qualsiasi cosa, per quanto possa differire dal loro tono e punto di vista, al fine di acquisire più conoscenze. Non sono sicuro che sia un’abitudine salutare. Comunque sia, è senz’altro insolita. La maggior parte delle persone legge soltanto ciò che, pur fornendo informazioni utili, presuppone una filosofia più o meno in linea con le proprie convinzioni personali. Pertanto, la stampa libera, finché deriva da molteplici e varie minoranze, non solo incontra difficoltà nell’attrarre un pubblico sufficientemente ampio per ogni singolo organo di stampa, ma si rivolge anche a persone che già condividono le sue idee. Riesce comunque ad attirare un certo pubblico esterno, che aumenta lentamente. Ma non riesce mai a catturare l’attenzione del grande pubblico in un determinato momento.

3

Il terzo gruppo di difficoltà, come ho detto, è legato alla debolezza economica della stampa libera.

La stampa libera viene rigorosamente boicottata dai grandi inserzionisti; in parte, forse, perché la sua piccola diffusione li rende sprezzanti (poiché quasi tutti appartengono a quel tipo di persone “dure di testa” tipiche del mondo degli affari, che agiscono sempre in gruppo senza mai considerare da sole dove i loro prodotti possano trovare il mercato migliore); ma soprattutto a causa di un’ostilità profonda verso l’esistenza stessa della stampa libera.

Ad esempio, la stupidità potrebbe spiegare perché i grandi inserzionisti non pubblicizzino articoli di lusso su un giornale con una circolazione di soli tremila copie a settimana, anche se quel giornale venisse letto dalla prima all’ultima pagina da tutti i ricchi d’Inghilterra; ma non spiegherebbe perché, esclusivamente nei giornali della stampa libera, manchino inserzioni presenti in ogni altro tipo di pubblicazione, e in molti organi con una circolazione molto inferiore a quella dei giornali della stampa libera.

Il boicottaggio è deliberato e viene mantenuto costantemente. Di conseguenza, la stampa libera non può offrire lo stesso spazio editoriale, la stessa qualità della carta utilizzata, la stessa efficacia nella distribuzione, né altro di ciò che può fornire la stampa ufficiale; le mancano infatti i finanziamenti derivanti dalle pubblicità. Si tratta davvero di un grave svantaggio economico.

In parte, la stampa libera riceve un sostegno indiretto grazie ai contributi dei suoi stessi autori. Uomini i cui scritti comportano un alto compenso contribuiscono talvolta alla stampa libera, a volte per piccole somme, spesso gratuitamente; comunque sempre a un prezzo ben inferiore al loro valore di mercato. Tuttavia, questo tipo di contributo è sempre incerto e discontinuo. Inoltre, non è sufficiente a far funzionare una testata giornalistica. È vero che il livello degli scritti pubblicati dalla stampa libera è molto più elevato rispetto a quello della stampa ufficiale; confrontare, ad esempio, i contributi presenti su “The New Age” con quelli di “Spectator”, significa notare una differenza simile tra una conversazione scelta liberamente con persone uguali e una conversazione forzata con viaggiatori commerciali in un vagone ferroviario. Leggere autori come Shaw, Wells, Gilbert, Cecil Chesterton o Quiller Couch su “The New Witness” significa trovarsi in un mondo completamente diverso dal fango e dalla monotonia della stampa ufficiale settimanale. Tuttavia, il boicottaggio è rigido e quindi l’approvvigionamento di contenuti è intermittente. Non si tratta soltanto di boicottare la pubblicità, ma anche di evitare qualsiasi tipo di citazione da parte della stampa ufficiale. La maggior parte della classe dirigente conosce esistenza della stampa libera; la vasta fascia della media borghesia, invece, ancora non ne è a conoscenza.

Gli articoli occasionali pubblicati su Free Press presentano lo stesso livello di qualità elevata, ma non vengono pubblicati regolarmente; inoltre, quasi nessuno dei giornali pubblicati da Free Press riesce a coprire le proprie spese.

La difficoltà di distribuzione, di cui ho parlato, rientra nella stessa categoria ed è un altro grave ostacolo.

Se un uomo incontra difficoltà nell’ottenere un giornale di cui non è abbonato regolarmente, ma che desidera acquistare con una certa frequenza, allora smette di leggerlo. Anch’io, che sono un lettore assiduo di questo tipo di pubblicazioni, a volte perdo contatto con qualche giornale gratuito per mesi, a causa di alcune settimane in cui non riesco ad ottenerne una copia. Credo che questo tipo di difficoltà legate alle abitudini si verifichi anche nella maggior parte dei giornali gratuiti.

4

In quarto luogo, e anche per motivi economici, c’è l’ostacolo rappresentato dall’informazione imperfetta che affligge la stampa libera. Questa pubblicherà verità che i grandi giornali nascondono intenzionalmente, ma ha grandi difficoltà ad ottenere informazioni quotidiane e diffuse su questioni generali.

Le informazioni vengono ottenute o a grande costo tramite agenti privati, oppure grazie ai favori di canali ufficiali, cioè da parte dei politici professionisti. La stampa ufficiale ha il potere di esaltare o denigrare i politici. Pertanto, un politico fa attenzione a tenere la stampa informata su verità che gli siano utili, e allo stesso tempo a farne uno strumento per diffondere menzogne altrettanto preziose per i suoi interessi.

La maggior parte dei documenti ufficiali, ad esempio, venne informata dello scandalo legato all’argento indiano dai stessi colpevoli, in modo da prevenire qualsiasi attacco potesse essere lanciato contro di loro. Coloro che cercarono di portare avanti un’azione contro di loro operarono quindi nel buio totale.

Dobbiamo ricordare che tutti i politici professionisti si alleano tra loro quando viene compiuto un truffa finanziaria. In queste situazioni non esiste alcuna “opposizione”. Poiché il compito stesso della stampa libera è quello di smascherare le falsità o l’assurdità della stampa ufficiale capitalista, si può davvero dire che una grande parte delle energie della stampa libera venga sprecata in questo “tastare nel buio” a cui è condannata. Allo stesso tempo, le difficoltà economiche impediscono alla stampa libera di pagare per informazioni difficili da reperire; e sotto queste due limitazioni, rimane gravemente svantaggiata.

I avvocati politici

Dobbiamo considerare separatamente questo aspetto, poiché non è universale ma caratteristico esclusivamente della nostra società: la grave restrizione alla libertà di stampa che in questo paese subisce a causa del potere ormai incontrollato degli avvocati politici.

Non c’è bisogno di sottolineare il potere di un gilda una volta che è stata costituita e dispone di solide tradizioni aziendali. È proprio questa la tesi principale de “The New Age”, in cui questo saggio apparve per la prima volta: che i gildi nazionali, applicati a tutto il campo sociale, potrebbero rappresentare la salvezza della società grazie alla loro forza intrinseca e vitalità.

Gilde come quelle che ancora esistono tra di noi – dotate di un atto costitutivo che loro conferisce il monopolio e, pertanto, le rende, per usare l’espressione dell’“Epoca Nuova”, “al riparo da qualsiasi concorrenza illegittima” – sono ovviamente limitate alle classi sociali più abbienti e privilegiate. Le due principali di queste gilde, conosciute da tutti noi, sono quelle dei medici e degli avvocati.

Di quale potere disponessero, lo abbiamo visto nella sentenza che ha comportato una delle punizioni più terribili conosciute in tutta l’Europa civile: dodici mesi di lavori forzati, per un uomo che aveva esercitato il suo presunto diritto di dare consigli medici a una paziente che lo aveva consultato liberamente. La paziente è morta, come avrebbe potuto morire anche nelle mani di un normale medico della Gilda. È noto che le pazienti muoiono spesso anche sotto la cura dei medici della Gilda. Ma in questo caso, l’incidente è accaduto nelle mani di qualcuno che non apparteneva alla Gilda; nonostante i consigli fossero stati richiesti liberamente e dati onestamente, colui che aveva violato il monopolio della Gilda ha subito questa spietata vendetta.

Ma nemmeno la Gilda dei Medici è così potente quanto quella degli Avvocati, considerata solo come gilda. Il suo potere amministrativo la rende molto più influente. Le persone benestanti non sono obbligate ad assumere un medico, ma tutti sono costretti a ricorrere agli avvocati in ogni situazione, e questo a un costo assai elevato rispetto ad altre parti d’Europa. Tuttavia, questo potere della gilda legale, considerata solo come tale, nella moderna Inghilterra viene ulteriormente rafforzato da altri poteri amministrativi e arbitrari attribuiti a un numero selezionato dei suoi membri.

Ora la Corporazione dei Giuristi è divenuta di recente (a proprio danno, come scoprirà) a malapena distinguibile dal complesso della politica professionale.

Non occorre stare in Parlamento molti giorni per scoprire che la maggior parte delle leggi è fatta, e tutte sono riviste, da membri di questa Corporazione. Il Parlamento è, come organo redigente, praticamente un Comitato di Giuristi indifferenti a quella finzione di rappresentanza che ancora aderisce alla Camera dei Comuni.

Va aggiunto che questa parte del loro lavoro è svolta onestamente, che vi si dedica la massima fatica, e che essa è consapevolmente tirannica o fraudolenta soltanto quando la Corporazione Legale si sente in pericolo.

Ma assai più importante del potere legislativo della Corporazione Legale (che oggi è la principale artefice del diritto statutario, come è stata a lungo la fonte salutare della common law) è il suo potere esecutivo, ossia di governo.

Se, dopo aver denunciato uno scandalo politico, sarete o non sarete esposti al rischio della rovina o della perdita della libertà, e a tutto l’ordinamento eccezionalmente crudele della carcerazione moderna, dipende in senso negativo dalla Corporazione Legale. Vale a dire: finché i giuristi sostengono i politici non avete alcun rimedio, e soltanto in caso di un’azione indipendente dei giuristi contro i politici, con i quali sono giunti a identificarsi tanto strettamente, avete qualche possibilità di discussione e di libero processo. La vecchia idea del giurista in magistratura che protegge il suddito contro il potere arbitrario dell’esecutivo, del giudice indipendente dal governo, è quasi scomparsa.

Potete naturalmente commettere qualsiasi reato impunemente, se i politici di professione tra i giuristi rifiutano di perseguirvi. Ma questo è soltanto un male negativo. Più grave è il lato positivo della faccenda: che, viceversa, potete essere esposti al rischio di qualunque pena se essi desiderano esporvi a tale rischio; giacché, essendo la polizia segreta moderna onnipresente e privilegiata, il suo avversario può essere attirato nel pericolo a piacimento di chi governa, perfino là dove i politici non osano perseguirlo per aver denunciato la corruzione.

Una volta che il cittadino è stato esposto a questo pericolo — cioè portato in tribunale davanti ai giuristi — se ciò debba condurre o no alla sua effettiva rovina è ancora una volta nelle mani dei membri della corporazione legale; il giudice può (è accaduto) opporsi ai politici (dai quali è stato nominato, ai quali spesso appartiene, e dai quali dipende oggi la sua posizione complessiva). Può tener duro, oppure — come ormai avviene quasi sempre — si identificherà con il sistema politico e ne farà da portavoce.

È il prevalere di quest’ultimo atteggiamento che influisce così potentemente sulla posizione della Stampa Libera in questo paese.

Quando il giudice si presta ai politici, sappiamo tutti che cosa segue.

Lo strumento usato è quello di un’accusa di diffamazione e, nei casi in cui si vuole instaurare il terrore, di diffamazione penale.

La difesa dell’uomo così accusato dev’essere assunta o da un Membro della Corporazione Legale — nel qual caso l’avvenire dell’avvocato stesso dipende dal suo sostenere gli interessi dei politici e dunque dal tradire il proprio cliente — oppure, se qualche eccentrico assume la propria difesa, l’intero potere della Corporazione gli si rivolgerà contro sotto forme di libertà che non sono più nemmeno ipocrite. Un giurato speciale, per esempio, che si opponesse al verdetto politico desiderato sarebbe un uomo segnato. Ma non vale la pena di insistere su questo punto perché, di fatto, negli ultimi tempi nessun giurato si è mai opposto quando è stato ordinato un verdetto politico.

Anche nel caso di un abuso così lampante, con cui tutto il paese ha ormai familiarità, non dobbiamo esagerare. Sarebbe ancora impossibile ai politici, per esempio, ottenere in tempo di guerra un verdetto favorevole a un atto manifesto di tradimento. Ma in fondo un ragionamento del genere vale per qualunque tirannia, e il potere che i politici hanno ed esercitano di rifiutare di perseguire, per quanto evidente possa essere un atto di tradimento o altro atto grossolanamente impopolare, equivale a un potere di assoluzione.

I giuristi decidono in ultima istanza sulla libertà di parola e di scrittura dei loro concittadini, e poiché la loro Corporazione è oggi purtroppo intrecciata con l’intero meccanismo del Governo esecutivo, abbiamo nell’Inghilterra moderna un esecutivo che controlla l’espressione delle opinioni. È assoluto in un grado, credo, sconosciuto nelle società del passato.

Ora, è evidente che, fra tutte le forme di attività civica, scrivere sulla Stampa Libera è quella che più direttamente sfida questo potere arbitrario. Non c’è un direttore responsabile della conduzione di un qualsiasi Giornale Libero che non vi dica di aver dovuto mille volte considerare se fosse possibile dire una determinata verità, per quanto importante quella verità potesse essere per la comunità. E il timore che lo trattiene è il timore della distruzione che la combinazione del politico di professione e del giurista tiene in mano. Non c’è un direttore simile che non possa testimoniare le numerose occasioni in cui ha dovuto, per quanto coraggioso potesse essere, rinunciare a dire una verità di valore vitale, perché la sua pubblicazione avrebbe comportato la distruzione del giornale che egli reggeva precariamente.

Non occorre insistere su tutto ciò. La perdita di libertà che abbiamo gradualmente subìto è ben nota a tutti noi, ed è tra i peggiori di tutti i sintomi mortali da cui la nostra società è affetta.


XIII

Perché dico, dunque, che malgrado ostacoli tanto formidabili, sia nel suo stesso carattere sia nella resistenza che deve superare, la Stampa Libera crescerà probabilmente di potenza e potrà, alla lunga, trasformare l’opinione pubblica?

È con l’argomento a favore di questo giudizio che concluderò.

Le mie ragioni per formulare questo giudizio si fondano non soltanto sull’osservazione di altri, ma sulla mia stessa esperienza.

Fondai l’«Eye-Witness» (cui succedette il «New Witness» sotto la direzione del signor Cecil Chesterton, che lo rilevò da me alcuni anni fa, e ora sotto la direzione di suo fratello, il signor Gilbert Chesterton) con lo scopo particolare di fornire un nuovo organo di libera espressione.

Conoscevo, grazie a un’esperienza personale diretta, quanto fossero formidabili tutti questi ostacoli.

Sapevo che il mio stesso giornale non poteva fare a meno di apparire particolare e personale, e che inevitabilmente soffriva di quell’eccentricità rispetto all’opinione pubblica di cui avevo parlato. Ho vissuto un’esperienza sia tragica che comica legata alle difficoltà economiche, alla difficoltà di reperire informazioni, ai problemi nella distribuzione del giornale, e a tutto il resto. Anche l’editore di “The New Age” potrebbe fornire testimonianze esattamente simili. Io stesso, e dopo di me anche il signor Cecil Chesterton, abbiamo sperimentato le minacce lanciate dai politici professionisti e dai loro avvocati moderni contro la libera espressione della verità; non ho dubbi che anche l’editore di “The New Age” possa fornire testimonianze analoghe. Per quanto riguarda la libertà di stampa in Irlanda, tutti sappiamo come venga trattata: viene semplicemente soppressa a piacimento della polizia.

Di fronte a un’esperienza del genere, e nonostante essa, sono ancora fermamente convinto che la stampa libera avrà successo.

Ora lasciate che vi spieghi le ragioni di questa audace conclusione.


XIV

La prima cosa da notare è che la stampa libera non viene letta in modo superficiale, ma con attenzione approfondita. Il suo pubblico, anche se piccolo, non perde mai di vista le sue dichiarazioni, sia che le concordi o meno, e si immerge completamente nelle sue opinioni, nei suoi fatti e nelle sue argomentazioni. Se osserviamo attentamente la storia, scopriremo che tutte le grandi riforme sono iniziate in questo modo: non attraverso un controllo diffuso che agisce verso il basso, ma attraverso energia spontanea, locale e intensiva, che agisce verso l’alto.

Non si può dire lo stesso della stampa ufficiale, per la semplice ragione che essa rappresenta un vero interesse politico solo in rari e brevi momenti. Naturalmente viene letta da migliaia di persone in più rispetto alla stampa libera, ma i suoi lettori non ne vengono realmente influenzati. A meno che non si tratti di occasioni particolari, come una notizia eccezionale o un grande successo, essa non li informa nel vero senso di questa parola: non li possiede, non li riempie di idee, non li spinge ad agire in modo diverso.

Una delle prove di ciò – una prova curiosa, comica, ma assolutamente convincente – è la dipendenza dei grandi giornali quotidiani dai titoli in prima pagina. Novantanove persone su cento ricordano soltanto il titolo e nient’altro, perché il contenuto che segue non è altro che un’estensione banale di quel titolo.

Ora, il titolo in prima pagina suggerisce, naturalmente, un fatto (o una falsità) che possiede un potere temporaneo. Lo stesso vale per l’affisso pubblicitario. Ma il semplice fatto di dover ricorrere a tali metodi rappresenta già una prova della debolezza intrinseca che li caratterizza.

Quindi, fin dall’inizio, esiste una differenza di qualità nella lettura e negli effetti che essa produce; è di fondamentale importanza per il mio argomento che il lettore presti attenzione a questo aspetto. La stampa libera viene davvero letta e assimilata; la stampa ufficiale, invece, no. Il suo “grido” viene sentito, ma non fornisce nulla di sostanziale per l’intelletto. Non si può paragonare la scarsità di una pinta di acido nitrico nello studio di un incisore alle centinaia di galloni d’acqua presenti nelle cisterne della sua casa: nessuna quantità d’acqua potrebbe danneggiare il rame; solo l’acido lo può fare. E basta una piccola quantità.


XV

Si debba inoltre notare che la stampa libera influisce potentemente, anche quando le persone non sono d’accordo con essa, e soprattutto quando la odiano, su quella piccola classe attraverso cui, nel mondo moderno, si diffondono le idee.

Nella storia europea non è mai esistito un periodo in cui la massa delle persone pensasse così poco a se stessa e dipendesse così tanto – per quanto riguarda la forma finale della propria società – dalle conclusioni e dal lessico di un ristretto gruppo di persone privilegiate.

Si tratta di uno stato di cose patologico: conferisce tutto il proprio potere a piccoli gruppi di persone benestanti. Tuttavia, per coincidenza, ciò aiuta anche la stampa libera.

Si tratta di un organo di informazione controllato e restrittivo al quale fa appello la stampa libera. Il boicottaggio è stato così rigoroso – ed è ancora tale, sebbene in misura minore – che i redattori e gli autori delle pubblicazioni della stampa libera probabilmente sottovalutano l’effetto reale del loro operato anche oggi. Non vengono mai menzionati nelle principali testate quotidiane. Per la stampa ufficiale, rappresenta un vero punto d’onore alterare il significato delle parole o, se proprio devono citarli, farlo in modo estremamente tortuoso, piuttosto che pubblicare chiaramente e senza ambiguità le parole “The New Age” o “The New Witness”.

Ma ci sono diversi test che dimostrano quanto profondo sia l’impatto di una pubblicazione gratuita a circolazione limitata. Ecco uno che sembra apparentemente superficiale, ma al quale attribuisco grande importanza perché rivela il modo in cui funzionano le menti umane. Alcune frasi tipiche delle pubblicazioni gratuite finiscono per essere utilizzate anche nella scrittura di tutti gli altri media. Potrei fornire molti esempi; ne darò uno: la parola “profittatore”. Fu usata per la prima volta nelle colonne de “The New Age”, se non sbaglio. Da allora ha preso piede ovunque. Questo non significa che la maggior parte delle persone che leggono i giornali quotidiani capisca davvero cosa significhi utilizzare questa parola, proprio come non capiscono cosa significano espressioni come “stato servile”. Di solito, usano queste parole in modo distorto, intendendo con esse semplicemente qualcuno che ottiene un profitto eccessivo; allo stesso modo, utilizzano anche la mia espressione “Lo Stato Servile” per indicare una rigida regolamentazione di tutta la vita civile, un’idea completamente lontana dal vero significato del termine. Ma il punto è che la stampa gratuita deve aver già avuto un impatto profondo, se solo il suo vocabolario è riuscito a diffondersi così ampiamente nonostante il rigido boicottaggio a cui è sottoposta.


XVI

Molto più importante di questo test pratico e applicabile del vocabolario è il test più generale e meno misurabile riguardante i programmi televisivi e i notiziari. Ad esempio, il programma dei National Guilds – che nel nostro paese viene definito “Socialismo Gilda” o “The New Age” dal suo sostenitore – viene seguito ovunque ed è considerato con grande attenzione. I giornalisti impiegati da Harmsworth, ad esempio, ne fanno ampio uso, anche se finora menzionare “The New Age” in relazione a questo programma è quasi inesistente. Lo stesso vale, credo, per tutti gli sforzi fatti dalla stampa libera in passato. La propaganda del Socialismo – che come idea ha avuto un enorme successo fino a pochi anni fa – è stata, dal punto di vista giornalistico, quasi interamente condotta da testate indipendenti, la maggior parte delle quali a piccola diffusione; tutte queste testate sono state boicottate, persino nei loro nomi, dalla stampa ufficiale. Lo stesso vale per i miei sforzi e quelli di Mr. Chesterton con il “New Witness”: quel giornale è stato rigorosamente boicottato e mai citato. Ma oggi tutti parlano, come ho appena detto, dello “Stato Servile”, del “Politico Professionista”, dei fondi segreti dei partiti, degli pseudonimi sotto cui le persone si nascondono, dell’acquisto di onori, posizioni politiche e incarichi governativi, ecc.

Ancora di più: si vengono a conoscenza di manovre significative, condotte naturalmente in segreto, ma che mostrano chiaramente l’importanza e l’influenza della stampa libera. Si sentono parlare di ordini dati da politici che rivelano la loro paura della stampa libera; di tentativi da parte di questo o quel capitalista per assumere il controllo di un giornale indipendente; a volte si parla anche di politiche avviate, di documenti ufficiali redatti o di memorandum presentati, che derivano direttamente dai consigli, dalle proposte o dagli argomenti di un giornale libero di cui solo i suoi lettori hanno conoscenza, e della cui stessa esistenza i cittadini comuni potrebbero dubitare.

Di recente ho notato qualcosa di ancora più significativo: l’azione della stampa libera a volte ha effetti immediati. È stato evidente nel caso dello ebreo spagnolo Vigo, l’agente tedesco; a causa delle sue connessioni finanziarie, tutta la stampa ufficiale ricevette l’ordine di definirlo francese usando un nome falso. Un solo paragrafo pubblicato su “New Witness” smascherò quella menzogna prima ancora che finisse la settimana.


XVII

Ora consideriamo questo fattore importante nel mondo degli affari. La _verità si conferma da sola.

Mezzo milione di persone leggono di un politico professionista che, ad esempio, ha un’oratoria dal “potere magnetico”, o che è “carico di carisma personale”, o che “riesce a far commuovere o ridere il pubblico a piacimento”. Un articolo onesto che racconta la verità su di lui lo descrive invece come un oratore noioso, pieno di luoghi comuni, anziano, con un forte odore caratteristico, e che dà l’impressione di essere stanco; si limita a esaltare un entusiasmo fasullo utilizzando frasi banali che i giornalisti hanno già imparato a riassumere in poche parole anni fa.

Beh, quell’immagine falsa, ridicolmente falsa, creata apposta per mettere questo politico sotto i riflettori (in cambio di favori da ottenere), senza dubbio rimane l’impressione generale nella maggior parte di quelle 500.000 persone. La semplice e piuttosto volgare verità probabilmente verrà accettata soltanto da poche centinaia di persone.

Ma prima o poi, una certa percentuale di quei 500.000 persone ascolta davvero il politico in questione. Lo sentono parlare e ne ricevono un’impressione diretta e autentica.

Se non avessero letto nulla che potesse far loro intuire la verità, è molto probabile che quelle false informazioni avrebbero continuato ad avere effetto su di loro, nonostante le prove fornite dai loro sensi. Gli esseri umani sono fatti in modo tale che una menzogna, ripetuta abbastanza spesso senza essere contraddetta, possiede davvero quel curioso potere illusorio. Un uomo che ha ascoltato il discorso di quell’anziano signore, se non avesse avuto accesso ad altre fonti di informazione oltre alla stampa ufficiale, potrebbe essere uscito pensando: “Non sono rimasto molto colpito, ma probabilmente è dovuto al mio stesso stanchezza. Devo credere che la buona reputazione che ha sia ben fondata. Dev’essere un grande oratore, visto che tutti lo definiscono tale”.

Ma un uomo che abbia anche solo una volta letto o sentito dire che questo politico era davvero ciò che descrivevano, se ne ricorderà vividamente (anche se all’inizio probabilmente l’aveva ritenuto falso); un’esperienza personale ha confermato la veridicità di quelle affermazioni e le ha rese “vive”. Queste dichiarazioni di verità, anche quando sono piuttosto insignificanti, hanno sicuramente un effetto cumulativo, soprattutto quando riguardano questioni di grande rilevanza civica.

Sono convinto, ad esempio, che al momento attuale la maggior parte delle persone della classe media non solo sia a conoscenza di questa verità, ma ne sia anche convinta: ovvero che molto prima della guerra la Camera dei Comuni fosse diventata una frode; che i suoi dibattiti non riguardassero questioni realmente divisive, e che persino gli scarsi argomenti su cui si svolgevano tali dibattiti, insieme alla pretesa di rappresentare un vero antagonismo, fossero in realtà menzogne.

Questa verità salutare fu, naturalmente, raggiunta anche attraverso molti altri canali. L’accordo scandaloso tra i gruppi politici che costrinsero il Parlamento ad approvare la legge sull’assicurazione rappresentò una vera lezione per le grandi masse del popolo, così come l’atteggiamento cinico dei politici riguardo alla questione dei lavoratori cinesi dopo le elezioni del 1906. Lo stesso vale per le ridicole scenate che si verificarono in merito al disegno di legge sulla soppressione delle chiese gallesi e ai vari progetti di legge sull’istruzione.

Ma tra le forze che aprirono gli occhi delle persone sulla Camera dei Comuni, la stampa libera svolse un ruolo molto importante, anche se non fu mai menzionata nei grandi documenti ufficiali, e anche se nessuno, tra le centinaia di persone comuni, ne aveva mai sentito parlare. Coloro che la lessero rimasero sorpresi e finirono per accettarne il contenuto, data la perfetta corrispondenza tra quanto vi era scritto e i fatti osservati nella realtà.

L’uomo che dice la verità quando i suoi colleghi intorno a lui mentono, gode sempre di una sorta di potere profetico, sebbene limitato. Se esistesse una cospirazione generale per mantenere l’illusione che tutti i suoi pari siano alti più di sei piedi, un uomo desideroso di correggere questa falsità sarebbe del tutto al sicuro se dicesse: “Non so se il prossimo individuo che incontrerete sia alto più di sei piedi o meno, ma posso predire con certezza che tra i prossimi dodici individui troverete tre o quattro che sono alti meno di sei piedi.”

Se esistesse una cospirazione generale per fingere che le persone con un reddito superiore al limite soggetto all’imposta sul reddito non mai truffino nessuno in una transazione commerciale, non si potrebbe dire: “In tale giorno sarai truffato da una persona il cui reddito sarà superiore al limite soggetto all’imposta sul reddito”, ma si potrebbe dire: “Fai attenzione alle persone che ti trufferanno nei prossimi cinque anni. E predirò che tra di loro ci saranno anche persone che pagano l’imposta sul reddito”.

Questo potere di profezia, che è un complemento del dire la verità, ho notato che influisce profondamente sulle persone.

Dieci anni fa, un rispettabile funzionario provinciale sarebbe stato scioccato nell’apprendere che posti all’Alta Camera del Parlamento venivano regolarmente comprati e venduti. Avrebbe probabilmente negato indignato una tale possibilità. Il “Free Press” scriveva: “In breve tempo vedremo un esempio evidente di un uomo incompetente, sconosciuto ma molto ricco che diventa legislatore con poteri ereditari permanenti, trasferibili a suo figlio dopo la sua morte. Non so chi sarà il prossimo caso, ma sicuramente ne verificherà uno molto presto, visto che questa pratica continua senza sosta. Sarà difficile spiegarlo. La spiegazione è semplice: quel ricco ha dato una grande somma di denaro al politico professionista e bisognoso, Selah.”

Il nostro stimato governatore provinciale potrebbe aver sentito soltanto un eco di questa _verità, perché dieci anni fa avrebbe avuto pochi lettori. Forse non ha mai letto nemmeno una parola al riguardo sui suoi giornali quotidiani. Ma le cose accadono. Prima vede un grande soldato, poi un politico molto pubblicizzato; non un uomo ricco, ma di cui si parla molto e che viene nominato pari del regno. In entrambi i casi, gli eventi sembrano normali e lui non ne rimane colpito. Ma prima o poi arriva un caso in cui ha informazioni locali. Allora si chiede: “Ma perché mai questo tale è stato nominato pari (o membro del governo, o qualcos’altro)? Perché, per l’amor del cielo, quest’uomo così ricco ma sconosciuto, e a mio parere incompetente, viene improvvisamente messo in una posizione del genere?” Allora si ricorda di ciò che gli è stato detto, inizia a fare domande. E scopre, naturalmente, che sono stati spesi dei soldi; forse, se ha fortuna, riesce anche a capire quale politico professionista li ha presi. E persino quanto ne ha intascato!


XVIII

L’effetto della stampa libera, dovuto a tutte queste cause, può essere paragonato all’effetto cumulativo di una delle grandi offensive di questa guerra. Ogni singola azione non è né drammatica né di vasta portata; ci sono pochi o nessun cambiamento evidente. La situazione sembra deludente. Ma ogni singola azione ha il suo peso, e quando arriverà la fine, tutti vedranno improvvisamente quale sia stato l’effetto cumulativo.

Non c’è una singola cosa che i documenti pubblici abbiano seriamente affermato negli ultimi anni che non sia stata confermata dagli eventi – e a volte, con una sorprendente rapidità e precisione nei dettagli.

Forse sarebbe superstizioso credere che la forte e coraggiosa denuncia della verità attiri dal Cielo nuovi, inaspettati ed evidenti esempi a sostenerla. Ma, in realtà, gli eventi degli ultimi anni quasi spingono a questa credenza. La stampa libera non ha nemmeno bisogno di sottolineare alcune verità politiche che la stampa ufficiale si è rifiutata di pubblicare, quando le stelle sembrano combattere per quelle stesse verità. Queste vengono immediatamente portate alla luce del pubblico da qualche evento insolito! Appena io e il signor Chesterton avevamo iniziato a pubblicare articoli sulla situazione a Westminster, gli uomini di Marconi ci hanno gentilmente aiutati in questo compito.


XIX.

Ma c’è un ultimo fattore in questo progressivo avanzamento della stampa libera verso il successo, che ritengo sia il più importante di tutti. È il fattore del tempo nel corso delle generazioni umane.

È un vecchio concetto secondo cui il paradosso di un’epoca diventa la normalità della successiva, e questo concetto è vero. È vero perché i giovani vengono plasmati in due modi: innanzitutto dalla realtà e dalla freschezza delle loro esperienze personali, e in secondo luogo dall’autorità degli anziani.

Vedete, c’è qualcosa che riguarda la reputazione dei poeti. Ad esempio, quando A ha 20 anni, B 40 e C 60, appare un nuovo poeta che, forse, viene considerato eccentrico. “A” non può fare a meno di riconoscere il valore di questa nuova voce poetica e di ammirarla, ma si sente un po’ imbarazzato all’idea che la sua opinione possa risultare immatura, quindi tace. “B”, essendo troppo impegnato nella vita adulta e ormai troppo indurito, non riesce a percepire l’efficacia di questa nuova voce poetica; inoltre, il suo ascendente su “A” lo spinge ad avere ancora maggiori dubbi sul proprio giudizio. “C”, invece, disprezza apertamente questa novità: ormai immerso nella routine della vecchiaia, non è più disponibile ad accettare nuovi stimoli creativi.

Ora lasciate che passino vent’anni: le cose saranno cambiate in questo modo. “C” è morto. “B” è invecchiato e ha perso parte del suo potere come autorità. “A”, essendo di mezza età, è sicuro dei propri gusti e non è disposto ad accettare quelli degli anziani. Ha già espresso da tempo la sua ammirazione per il nuovo poeta, che, in realtà, ormai non è più un “nuovo poeta”, ma probabilmente è già considerato un classico affermato.

Siamo tutti testimoni di questo fenomeno nel campo della letteratura. Credo che lo stesso accada, con ancora maggiore intensità, anche nel campo delle idee politiche.

Riesce qualcuno a immaginare quegli uomini che, appena cinque o sei anni fa avevano lasciato l’università, tornare dal guerra e continuare comunque a prendere sul serio la Camera dei Comuni? Non ci riesco proprio. Come studenti universitari dovevano già aver sentito parlare delle sue problematiche; da giovani sapevano che esprimere queste verità infastidiva i loro anziani, e provavano sempre – forse addirittura ne godevano – che il loro atteggiamento fosse in qualche modo irrispettoso o strano, persino eccessivo. Ma quando diventano uomini tra i 30 e i 40 anni, considerano una verità così semplice come scontata. Non avranno più anziani da temere, e le loro opinioni saranno basate su giudizi maturamente formati. A meno che non si verifichi qualcosa di simile a una rivoluzione nei comportamenti e nella struttura della Camera dei Comuni, a quel punto essa diventerà soltanto uno scherzo, e speriamo, ormai, uno scherzo in parte innocuo.

Con questo effetto crescente e cumulativo del dire la verità, anche quando tale verità viene offuscata o distorta dall’entusiasmo, tutte le barriere che ne ostacolano la diffusione si indeboliranno inevitabilmente. La forza più potente che impedisce alle persone di ascoltare la verità – il potere arbitrario ancora utilizzato dagli avvocati politici per soffocare la libertà di espressione –, credo, diminuirà.

Dopotutto, i tribunali dipendono in gran parte dall’opinione pubblica. Venti anni fa, ad esempio, un’accusa di corruzione rivolta contro un politico professionista sarebbe stata considerata una cosa assurda; anche se vera, avrebbe quasi sempre fornito ai suoi colleghi avvocati l’occasione per reagire con forza. Oggi, invece, questa pratica è diventata così comune che qualsiasi tentativo di ripristinare l’illusione precedente fallirebbe completamente. L’avvocato presidente non potrebbe più fingere di essere scioccato e incredulo nell’apprendere che un certo ministro sia coinvolto in uno scandalo finanziario. Oggi, queste cose le diamo per scontate.


XX

Quello di cui dubito riguardo al successo imminente e ormai evidente della stampa libera è la sua capacità di portare a termine riforme democratiche.

Riuscirà infine a far sì che la verità venga detta apertamente e in modo completo. Supererà quella barriera che esiste tra il piccolo gruppo al potere, nel quale la verità viene ammessa in modo cinico, e la maggior parte degli uomini e donne istruiti, i quali non possono conoscere la verità attraverso le parole orali ma dipendono dalla stampa. Credo che, già entro la vita di coloro che hanno partecipato a questa lotta, tutti i grandi problemi del nostro tempo, in particolare quelli economici, verranno discussi onestamente. Tuttavia, non vedo ancora quale possa essere il percorso attraverso cui la grande maggioranza della gente possa riacquistare interesse per il modo in cui viene governata, o addirittura per il ripristino della propria indipendenza economica.

Da quanto posso osservare nella vita che mi circonda, l’ampio desiderio della gente per la libertà e persino per la critica è scomparso. Il lavoratore chiede un sostentamento sufficiente e regolare, compreso un sistema di pensioni, e, come parte di questa concezione di sostentamento e sufficienza, anche una giusta quantità di tempo libero. Non vi sono alcun segno che desideri possedere i mezzi di produzione; forse ciò potrebbe accadere in futuro, ma tutte le evidenze indicano il contrario. Per quanto riguarda un’indignazione generale del pubblico contro governi corrotti, non esistono segni che essa possa essere abbastanza forte da avere qualche effetto concreto (al di fuori dei pochi che ne sono a conoscenza e che o partecipano ai benefici derivanti da tali governi o semplicemente alzano le spalle).

Tutto ciò che possiamo sperare di fare, per il momento, è agire in modo negativo: almeno secondo me. Possiamo minare il potere della stampa capitalista, possiamo smascherarla proprio come abbiamo fatto con i politici. È molto potente, ma anche molto vulnerabile – come tutte le cose umane che si basano sulla menzogna. Potremmo aspettarci, forse in un lasso di tempo breve quanto quello necessario per esporre e indebolire quella miserabile falsità e incompetenza chiamata Sistema Partitico (cioè, in circa dieci anni o meno), di ridurre la stampa ufficiale allo stesso stato. In alcuni modi, il rischio di fallimento è minore, poiché il nostro avversario è sicuramente meno ben organizzato. Ma al di là di questo, al di là di questi limiti, non riusciremo a ottenere nulla. Illumineremo la gente, e attraverso l’illuminazione distruggeremo quelle false credenze. Non provocheremo azioni pubbliche, perché i metodi e gli istinti legati all’azione civica collettiva sono ormai scomparsi.

Una tale conclusione potrebbe far pensare che il lavoro deliberato e continuo di chi dice la verità senza ricompensa, e sempre esponendosi a dei rischi, sia inutile; e che coloro che per molti anni hanno dedicato gratuitamente le loro migliori energie al consolidamento della libertà di stampa abbiano lavorato invano. Non intendo affatto suggerire nulla del genere: intendo proprio il contrario.

In futuro continuerò personalmente, come ho fatto in passato, a scrivere e pubblicare su quella casa editrice, senza curarmi del boicottaggio nella promozione e nei finanziamenti pubblicitari che hanno lo scopo di distruggerla e rendere vani tutti i nostri sforzi. Continuerò a farlo, anche se so che su “The New Age” o “New Witness” ho soltanto un lettore, mentre su “Weekly Dispatch” o “Times” ne avrei mille.

Lo farò io, e lo faranno anche gli altri che continuano a svolgere un compito simile. Primo perché, sebbene questo lavoro sia per ora soltanto negativo, esiste (e tutti noi lo sentiamo istintivamente) una “Forza Curativa della Natura”: indebolendo un male, si può molto presto – e sicuramente alla fine – creare del bene. Secondo perché il rispetto di sé e l’onore lo richiedono. Nessun uomo che possiede la verità da comunicare e il potere di farlo può a lungo nasconderla per paura o disperazione, senza subire umiliazioni. Rivelare la verità a qualunque costo, anche se questo non possa più essere d’aiuto alla Comunità, è una necessità per l’anima stessa.

Abbiamo anche quest’ultima consolazione: coloro che ci lasciano e si uniscono, per paura o avidità, al partito più forte di coloro che mentono, perdono gradualmente la possibilità di ottenere fama nel campo letterario. Una scrittura sincera non può sopravvivere in un ambiente dominato dall’ipocrisia meccanica. Coloro che si avvalgono dei loro enormi pubblici moderni sono degli scribacchini destinati all’oblio; noi, nel silenzio contemporaneo, siamo gli eredi di coloro che hanno costruito la grandezza politica dell’Inghilterra su basi di libertà di espressione e della prosa che ne deriva. Coloro che preferiscono vendere se stessi o essere intimiditi di solito non ottengono nemmeno quella sicurezza effimera per cui tradiscono i loro simili; nel frattempo, ci lasciano l’unica forma solida e permanente di potere politico: il dono del dominio attraverso la persuasione.

DEDICATION

Kings Land,

Shipley, Horsham.

October 14, 1917.

My Dear Orage,

I dedicate this little essay to you not only because “The New Age” (which is your paper) published it in its original form, but much more because you were, I think, the pioneer, in its modern form at any rate, of the Free Press in this country. I well remember the days when one used to write to “The New Age” simply because one knew it to be the only paper in which the truth with regard to our corrupt politics, or indeed with regard to any powerful evil, could be told. That is now some years ago; but even to-day there is only one other paper in London of which this is true, and that is the “New Witness.” Your paper and that at present edited by Mr. Gilbert Chesterton are the fullest examples of the Free Press we have.

It is significant, I think, that these two papers differ entirely in the philosophies which underlie their conduct and in the social ends at which they aim. In other words, they differ entirely in religion which is the ultimate spring of all political action. There is perhaps no single problem of any importance in private or in public morals which the one would not attempt to solve in a fashion different from, and usually antagonistic to, the other. Yet we discover these two papers with their limited circulation, their lack of advertisement subsidy, their restriction to a comparatively small circle, possessing a power which is not only increasing but has long been quite out of proportion to their numerical status.

Things happen because of words printed in “The New Age” and the “New Witness.” That is less and less true of what I have called the official press. The phenomenon is worth analysing. Its intellectual interest alone will arrest the attention of any future historian. Here is a force numerically quite small, lacking the one great obvious power of our time (which is the power to bribe), rigidly boycotted — so much so that it is hardly known outside the circle of its immediate adherents and quite unknown abroad. Yet this force is doing work — is creating — at a moment when almost everything else is marking time; and the work it is doing grows more and more apparent.

The reason is, of course, the principle which was a commonplace with antiquity, though it was almost forgotten in the last modern generation, that truth has a power of its own. Mere indignation against organized falsehood, mere revolt against it, is creative.

It is the thesis of this little essay, as you will see, that the Free Press will succeed in its main object which is the making of the truth known.

There was a moment, I confess, when I would not have written so hopefully.

Some years ago, especially after I had founded the “Eye-Witness,” I was, in the tedium of the effort, half convinced that success could not be obtained. It is a mood which accompanies exile. To produce that mood is the very object of the boycott to which the Free Press is subjected.

But I have lived, in the last five years, to see that this mood was false. It is now clear that steady work in the exposure of what is evil, whatever forces are brought to bear against that exposure, bears fruit. That is the reason I have written the few pages printed here: To convince men that even to-day one can do something in the way of political reform, and that even to-day there is room for something of free speech.

I say at the close of these pages that I do not believe the new spirit we have produced will lead to any system of self-government, economic or political. I think the decay has gone too far for that. In this I may be wrong; it is but an opinion with regard to the future. On the other matter I have experience and immediate example before me, and I am certain that the battle for free political discussion is now won. Mere knowledge of our public evils, economic and political, will henceforward spread; and though we must suffer the external consequences of so prolonged a regime of lying, the lies are now known to be lies. True expression, though it should bear no immediate and practical fruit, is at least now guaranteed a measure of freedom, and the coming evils which the State must still endure will at least not be endured in silence. Therefore it was worth while fighting.

Very sincerely yours,

H. Belloc.

THE FREE PRESS

I PROPOSE TO discuss in what follows the evil of the great modern Capitalist Press, its function in vitiating and misinforming opinion and in putting power into ignoble hands; its correction by the formation of small independent organs, and the probably increasing effect of these last.

I

About two hundred years ago a number of things began to appear in Europe which were the fruit of the Renaissance and of the Reformation combined: Two warring twins.

These things appeared first of all in England, because England was the only province of Europe wherein the old Latin tradition ran side by side with the novel effects of protestantism. But for England the great schism and heresy of the sixteenth century, already dissolving to-day, would long ago have died. It would have been confined for some few generations to those outer Northern parts of the Continent which had never really digested but had only received in some mechanical fashion the strong meat of Rome. It would have ceased with, or shortly after, the Thirty Years War.

It was the defection of the English Crown, the immense booty rapidly obtained by a few adventurers, like the Cecils and Russells, and a still smaller number of old families, like the Howards, which put England, with all its profound traditions and with all its organic inheritance of the great European thing, upon the side of the Northern Germanies. It was inevitable, therefore, that in England the fruits should first appear, for here only was there deep soil.

That fruit upon which our modern observation has been most fixed was Capitalism.

Capitalism proceeded from England and from the English Reformation; but it was not fully alive until the early eighteenth century. In the nineteenth it matured.

Dedica

Terra dei Re

Shipley, Horsham.

14 ottobre 1917.

Il mio caro Orage

Dedico questo breve saggio a voi non solo perché “The New Age” (il vostro giornale) lo ha pubblicato nella sua forma originale, ma soprattutto perché credo che siate stati, almeno nella sua forma moderna, i pionieri della stampa libera in questo paese. Ricordo bene quei tempi in cui si scriveva a “The New Age” semplicemente perché si sapeva che era l’unico giornale in cui si poteva raccontare la verità riguardo alla nostra corrotta politica, o più in generale riguardo a qualsiasi forma di male potente. Quello fu alcuni anni fa; ma anche oggi, a )Londra, esiste solo un altro giornale che possa essere considerato tale, ed è “The New Witness”. Il vostro giornale e quello attualmente curato dal signor Gilbert Chesterton rappresentano i più completi esempi di stampa libera che abbiamo.

Penso sia significativo che questi due articoli differiscano completamente per le filosofie su cui si basa la loro attività e per gli obiettivi sociali che perseguono. In altre parole, differiscono totalmente anche in termini di religione, che rappresenta la fonte ultima di ogni azione politica. Forse non esiste alcun problema importante, né nella morale privata né in quella pubblica, che uno di questi articoli non tenterebbe di risolvere in modo diverso – e spesso antagonistico – rispetto all’altro. Eppure, nonostante la loro limitata diffusione, la mancanza di sostegno pubblicitario e il raggio d’azione relativamente ristretto, questi articoli possiedono un’influenza che non solo è in aumento, ma che da tempo è decisamente sproporzionata rispetto alle loro dimensioni numeriche.

Le cose accadono a causa delle parole pubblicate su “The New Age” e “New Witness”. Questo vale sempre meno per quella che ho definito la stampa ufficiale. Il fenomeno merita di essere analizzato: il suo interesse intellettuale, da solo, attirerà l’attenzione di qualsiasi storico del futuro. Si tratta di una forza numericamente molto piccola, priva di quella grande e ovvia potenza tipica dei nostri tempi (che è la capacità di corrompere), rigidamente boicottata al punto da essere quasi sconosciuta al di fuori del suo ristretto cerchio di seguaci e del tutto ignorata all’estero. Eppure questa forza sta operando, sta creando qualcosa in un momento in cui quasi tutto il resto sembra semplicemente aspettare il proprio turno; e l’effetto delle sue azioni diventa sempre più evidente.

Il motivo è, naturalmente, quel principio che era comune nell’antichità, anche se quasi dimenticato dalla generazione moderna più recente: il fatto che la verità possieda un potere proprio. Una semplice indignazione verso la falsità organizzata, una semplice ribellione contro di essa, sono già fonti di creatività.

La tesi di questo breve saggio è, come vedrete, che la stampa libera riuscirà nel suo obiettivo principale, ovvero far conoscere la _verità.

Devo ammettere che ci è stato un momento in cui non avrei scritto in modo così ottimistico.

Alcuni anni fa, soprattutto dopo aver fondato “Eye-Witness”, nel tedio di quel lavoro, ero quasi convinto che il successo non fosse possibile da ottenere. È uno stato d’animo che accompagna l’esilio. Creare proprio questo stato d’animo è lo scopo stesso del boicottaggio a cui è sottoposta la stampa libera.

Ma negli ultimi cinque anni ho avuto la possibilità di constatare che questo atteggiamento era falso. Ora è chiaro che un lavoro costante nel denunciare ciò che è male, nonostante le forze che vengono utilizzate per ostacolare tale denuncia, porta a dei risultati concreti. Ecco il motivo per cui ho scritto queste poche pagine: per convincere le persone che anche oggi si può fare qualcosa per promuovere riforme politiche, e che ancora oggi esiste spazio per la libertà di espressione.

Alla fine di queste pagine dichiaro che non credo che lo spirito nuovo che abbiamo creato possa portare a qualche sistema di autogoverno, sia economico che politico. Penso che il decadimento sia ormai troppo avanzato per questo. In questa questione potrei sbagliarmi; si tratta soltanto di un’opinione riguardo al futuro. Per quanto riguarda l’altro aspetto, ho esperienza e esempi concreti davanti ai miei occhi, e sono certo che la battaglia per la libera discussione politica sia ormai vinta. La semplice conoscenza dei nostri mali pubblici, economici e politici, si diffonderà da ora in poi; e sebbene dobbiamo subire le conseguenze esterne di un regime così prolungato di menzogne, è ormai chiaro che quelle menzogne sono tali. L’espressione libera, anche se non porterà immediatamente a risultati concreti, almeno ora gode di una certa libertà; e i mali futuri che lo Stato dovrà ancora sopportare non verranno più tollerati in silenzio. Pertanto, valeva la pena lottare.

Con sincera cordialità,

H. Belloc.

La stampa libera

Propongo di discutere nel seguito del male rappresentato dalla grande stampa capitalista moderna, della sua funzione nel corrompere e informare erroneamente l’opinione pubblica, nonché nel mettere il potere in mani ignobili; inoltre, considereremo come possano essere corretti questi problemi attraverso la creazione di piccoli organi di stampa indipendenti, e analizzeremo anche l’efficacia probabilmente crescente di tali mezzi.

I

Circa duecento anni fa, in Europa iniziarono ad apparire molte cose che erano il frutto della combinazione tra la >Rinascita e la >Riforma: due fenomeni gemelli e conflittuali.

Queste cose apparvero innanzitutto in Inghilterra, perché l’Inghilterra era l’unica provincia d’Europa in cui la vecchia tradizione latina coesisteva accanto ai nuovi effetti del protestantesimo. Ma se non fosse stato per il grande scisma e l’eresia del XVI secolo, che oggi stanno già cominciando a dissolversi, tutto ciò sarebbe scomparso molto tempo fa. Si sarebbe limitato, per alcune generazioni, a quelle parti settentrionali del continente che non avevano mai veramente assimilato i principi fondamentali della cultura romana, ma li avevano accettati in modo meccanico. Sarebbe finito con la Guerra dei Trent’anni, o poco dopo.

Fu la defezione della Corona inglese, il enorme bottino rapidamente ottenuto da pochi avventurieri, come i Cecil e i Russell, e un numero ancora più ristretto di antiche famiglie, come gli Howard, a far sì che l’Inghilterra, con tutte le sue profonde tradizioni e tutto il suo patrimonio culturale ereditato dalle grandi nazioni europee, si schierasse al fianco delle regioni settentrionali della Germania. Fu quindi inevitabile che in Inghilterra questi cambiamenti si manifestassero per primi, poiché solo qui esistevano le condizioni ideali per il loro sviluppo.

Quel fenomeno su cui le nostre osservazioni moderne si sono concentrate maggiormente è stato il capitalismo.

Il capitalismo nacque in Inghilterra e a seguito della Riforma inglese; tuttavia, non raggiunse la sua piena forma fino all’inizio del XVIII secolo. Nel XIX secolo maturò definitivamente.

Another cognate fruit was what to-day we call Finance, that is, the domination of the State by private Capitalists who, taking advantage of the necessities of the State, fix an increasing mortgage upon the State and work perpetually for fluidity, anonymity, and irresponsibility in their arrangements. It was in England, again, that this began and vigorously began with what I think was the first true “National Debt”; a product contemporary in its origins with industrial Capitalism.

Another was that curious and certainly ephemeral vagary of the human mind which has appeared before now in human history, which is called “Sophistry,” and which consists in making up “systems” to explain the world; in contrast with Philosophy which aims at the answering of questions, the solution of problems and the final establishment of the truth.

But most interesting of all just now, though but a minor fruit, is the thing called “The Press.” It also began to arise contemporaneously with Capitalism and Finance: it has grown with them and served them. It came to the height of its power at the same modern moment as did they.

Let us consider what exactly it means: then we shall the better understand what its development has been.

II

“The Press” means (for the purpose of such an examination) the dissemination by frequently and regularly printed sheets (commonly daily sheets) of (1) news and (2) suggested ideas.

These two things are quite distinct in character and should be regarded separately, though they merge in this: that false ideas are suggested by false news and especially by news which is false through suppression.

First, of News: —

News, that is, information with regard to those things which affect us but which are not within our own immediate view, is necessary to the life of the State.

The obvious, the extremely cheap, the universal means of propagating it, is by word of mouth.

A man has seen a thing; many men have seen a thing. They testify to that thing, and others who have heard them repeat their testimony. The Press thrust into the midst of this natural system (which is still that upon which all reasonable men act, whenever they can, in matters most nearly concerning them) two novel features, both of them exceedingly corrupting. In the first place, it gave to the printed words a rapidity of extension with which repeated spoken words could not compete. In the second place, it gave them a mechanical similarity which was the very opposite to the marks of healthy human news.

I would particularly insist upon this last point. It is little understood and it is vital.

If we want to know what to think of a fire which has taken place many miles away, but which affects property of our own, we listen to the accounts of dozens of men. We rapidly and instinctively differentiate between these accounts according to the characters of the witnesses. Equally instinctively, we counter-test these accounts by the inherent probabilities of the situation.

An honest and sober man tells us that the roof of the house fell in. An imaginative fool, who is also a swindler, assures us that he later saw the roof standing. We remember that the roof was of iron girders covered with wood, and draw this conclusion: That the framework still stands, but that the healing fell through in a mass of blazing rubbish. Our common sense and our knowledge of the situation incline us rather to the bad than to the good witness, and we are right. But the Press cannot of its nature give a great number of separate testimonies. These would take too long to collect, and would be too expensive to collect. Still less is it able to deliver the weight of each. It, therefore, presents us, even at its best when the testimony is not tainted, no more than one crude affirmation. This one relation is, as I have said, further propagated unanimously and with extreme rapidity. Instead of an organic impression formed at leisure in the comparison of many human sources, the reader obtains a mechanical one. At the same moment myriads of other men receive this same impression. Their adherence to it corroborates his own. Even therefore when the disseminator of the news, that is, the owner of the newspaper, has no special motive for lying, the message is conveyed in a vitiated and inhuman form. Where he has a motive for lying (as he usually has) his lie can outdo any merely spoken or written truth.

If this be true of news and of its vitiation through the Press, it is still truer of opinions and suggested ideas.

Opinions, above all, we judge by the personalities of those who deliver them: by voice, tone, expression, and known character. The Press eliminates three-quarters of all by which opinion may be judged. And yet it presents the opinion with the more force. The idea is presented in a sort of impersonal manner that impresses with peculiar power because it bears a sort of detachment, as though it came from some authority too secure and superior to be questioned. It is suddenly communicated to thousands. It goes unchallenged, unless by some accident another controller of such machines will contradict it and can get his contradiction read by the same men as have read the first statement.

These general characters were present in the Press even in its infancy, when each news-sheet still covered but a comparatively small circle; when distribution was difficult, and when the audience addressed was also select and in some measure able to criticize whatever was presented to it. But though present they had no great force; for the adventure of a newspaper was limited. The older method of obtaining news was still remembered and used. The regular readers of anything, paper or book, were few, and those few cared much more for the quality of what they read than for its amount. Moreover, they had some means of judging its truth and value.

In this early phase, moreover, the Press was necessarily highly diverse. One man could print and sell profitably a thousand copies of his version of a piece of news, of his opinions, or those of his clique. There were hundreds of other men who, if they took the pains, had the means to set out a rival account and a rival opinion. We shall see how, as Capitalism grew, these safeguards decayed and the bad characters described were increased to their present enormity.

Un altro frutto affine a questi fenomeni è ciò che oggi chiamiamo Finanza, ovvero il dominio dello Stato da parte di capitalisti privati che, approfittando delle esigenze dello Stato, impongono su di esso un onere finanziario sempre maggiore e lavorano costantemente per garantire fluidità, anonimato e irresponsabilità nelle loro operazioni. Fu ancora in Inghilterra che tutto ciò ebbe inizio, con quella che ritengo sia stata la prima vera “Debita Pubblica”: un fenomeno nato contemporaneamente allo sviluppo del capitalismo industriale.

Un altro esempio è quella curiosa e certamente effimera deviazione della mente umana che si è già verificata nella storia dell’umanità: si tratta di ciò che viene chiamato “sofistica”, ovvero la creazione di “sistemi” al fine di spiegare il mondo. A differenza della Filosofia, che mira a rispondere alle domande, a risolvere i problemi e a stabilire definitivamente la verità, la sofistica si limita a costruire teorie apparentemente logiche ma prive di fondamento reale.

Ma quello che è davvero più interessante, anche se rappresenta soltanto un frutto secondario, è quella cosa chiamata “La Stampa”. Anche essa iniziò a emergere contemporaneamente al capitalismo e alle finanze: è cresciuta insieme a loro e le ha servite. Ha raggiunto l’apice del suo potere nello stesso momento moderno in cui lo hanno fatto anche essi.

Consideriamo esattamente cosa significhi; così comprenderemo meglio come si sia sviluppato.

II

“La stampa”, per lo scopo di tale esame, si riferisce alla diffusione, attraverso fogli pubblicati con frequenza e regolarità (solitamente quotidiani), di (1) notizie e (2) idee proposte al pubblico.

Queste due cose sono molto diverse per natura e dovrebbero essere considerate separatamente, anche se si sovrappongono in un certo senso: le idee errate vengono infatti suggerite da notizie false, soprattutto da quelle che risultano false a causa di censure o omissioni.

Prima di tutto, le notizie…

Le notizie, ovvero le informazioni riguardanti quelle cose che ci influenzano ma che non sono immediatamente visibili ai nostri occhi, sono necessarie per la vita dello Stato.

Quello che è ovvio, estremamente economico e universale come mezzo di diffusione, è la parola di bocca.

Un uomo ha visto qualcosa; molti uomini hanno visto la stessa cosa. Essi ne fanno testimonianza, e altri che li hanno ascoltati ripetono questa testimonianza. La stampa ha introdotto in questo sistema naturale (che è ancora quello su cui tutti gli uomini razionali agiscono, ogni volta che possono, nelle questioni che li riguardano più da vicino) due elementi nuovi, entrambi estremamente corrottori. In primo luogo, ha conferito alle parole stampate una capacità di diffusione tale che le parole pronunciate ripetutamente non potevano competere con esse. In secondo luogo, ha dato loro una somiglianza meccanica che era esattamente l’opposto dei caratteri distintivi delle notizie autentiche e sane.

Insisterei particolarmente su questo ultimo punto. È poco conosciuto, ma è di vitale importanza.

Se vogliamo capire cosa pensare di un incendio che si è verificato a molte miglia di distanza, ma che colpisce anche i nostri beni, ascoltiamo le descrizioni fornite da decine di persone. In modo rapido e istintivo, differenziamo queste descrizioni in base alle caratteristiche dei testimoni. Altrettanto istintivamente, verifichiamo tali descrizioni in base alle probabilità intrinseche della situazione.

Un uomo onesto e sobrio ci racconta che il tetto della casa è crollato; un individuo immaginario, che inoltre è anche un truffatore, ci assicura invece che in seguito abbia visto il tetto ancora intatto. Ricordiamo che il tetto era formato da travi di ferro ricoperte di legno, e ne deduciamo quindi che la struttura principale sia ancora in piedi, ma che il tetto stesso sia crollato trasformandosi in un mucchio di macerie fiammeggianti. Il nostro buon senso e la nostra conoscenza della situazione ci portano piuttosto a credere alla versione negativa, e abbiamo ragione. Tuttavia, per natura, i media non possono raccogliere un gran numero di testimonianze separate: richiederebbe troppo tempo e sarebbe troppo costoso farlo. Inoltre, non sono nemmeno in grado di fornire la credibilità di ciascuna di queste testimonianze. Pertanto, anche quando le informazioni fornite dai media sono attendibili, ci presentano soltanto un’affermazione semplice e superficiale. Questa singola notizia viene poi diffusa in modo uniforme e con estrema rapidità; al posto di un’impressione formata attraverso il confronto di molteplici fonti umane, il lettore riceve soltanto una versione “meccanica” della notizia. Nello stesso istante, milioni di altre persone ricevono la stessa informazione; la loro adesione a essa rafforza ulteriormente quella del lettore stesso. Anche quando chi diffonde la notizia non ha motivi particolari per mentire, il messaggio viene comunque trasmesso in una forma distorta e disumana. Quando invece ha motivi per mentire (il che di solito accade), la sua menzogna può risultare più efficace di qualsiasi verità detta o scritta.

Se ciò vale per le notizie e per il loro deterioramento a causa della stampa, allora è ancora più vero per le opinioni e le idee suggerite.

Le opinioni, soprattutto, le giudichiamo in base alle personalità di coloro che le esprimono: dalla voce, dal tono, dall’espressione e dal carattere conosciuto di quelle persone. La stampa elimina tre quarti di tutti quegli elementi attraverso cui si potrebbero giudicare le opinioni; eppure le presenta con maggiore forza. L’idea viene presentata in modo quasi impersonale, ma con una forza particolare, perché sembra provenire da un’autorità troppo sicura e superiore per essere messa in discussione. Viene improvvisamente comunicata a migliaia di persone; non incontra alcuna opposizione, a meno che per caso un altro “controllore” di queste strutture mediatiche non la contraddica, e che questa contraddizione venga letta dagli stessi individui che hanno letto la prima dichiarazione.

Questi caratteri generali erano già presenti nella stampa fin dalle sue origini, quando ogni giornale riguardava soltanto un cerchio relativamente ristretto di lettori; quando la distribuzione era difficile e il pubblico a cui si rivolgeva era selezionato e in grado, in qualche misura, di criticare ciò che gli veniva presentato. Tuttavia, non avevano una grande influenza, poiché le possibilità di un giornale erano ancora limitate. Il vecchio metodo per ottenere notizie veniva ancora ricordato e utilizzato. I lettori abituali di qualsiasi tipo di pubblicazione, sia cartacea che libraria, erano pochi, e questi pochi davano molto più importanza alla qualità di ciò che leggevano che alla quantità. Inoltre, disponevano di alcuni mezzi per giudicare la veridicità e il valore di quanto veniva loro presentato.

In questa fase iniziale, inoltre, la stampa era necessariamente molto eterogenea. Un uomo poteva stampare e vendere con profitto mille copie della propria versione di una notizia, delle proprie opinioni o quelle del proprio gruppo. C’erano centinaia di altre persone che, se si prendevano la briga di farlo, avevano i mezzi per pubblicare una versione alternativa e un punto di vista diverso. Vedremo come, con lo sviluppo del capitalismo, queste garanzie scomparissero e i comportamenti negativi descritti aumentassero fino alle loro attuali dimensioni.

III

Side by side with the development of Capitalism went a change in the Press from its primitive condition to a worse. The development of Capitalism meant that a smaller and a yet smaller number of men commanded the means of production and of distribution whereby could be printed and set before a large circle a news-sheet fuller than the old model. When distribution first changed with the advent of the railways the difference from the old condition was accentuated, and there arose perhaps one hundred, perhaps two hundred “organs,” as they were called, which, in this country and the Lowlands of Scotland, told men what their proprietors chose to tell them, both as to news and as to opinion. The population was still fairly well spread; there were a number of local capitals; distribution was not yet so organized as to permit a paper printed as near as Birmingham, even, to feel the competition of a paper printed in London only 100 miles away. Papers printed as far from London, as York, Liverpool or Exeter were the more independent.

Further the mass of men, though there was more intelligent reading (and writing, for that matter) than there is to-day, had not acquired the habit of daily reading.

It may be doubted whether even to-day the mass of men (in the sense of the actual majority of adult citizens) have done so. But what I mean is that in the time of which I speak (the earlier part, and a portion of the middle, of the nineteenth century), there was no reading of papers as a regular habit by those who work with their hands. The papers were still in the main written for those who had leisure; those who for the most part had some travel, and those who had a smattering, at least, of the Humanities.

The matter appearing in the newspapers was often written by men of less facilities. But the people who wrote them, wrote them under the knowledge that their audience was of the sort I describe. To this day in the healthy remnant of our old State, in the country villages, much of this tradition survives. The country folk in my own neighbourhood can read as well as I can; but they prefer to talk among themselves when they are at leisure, or, at the most, to seize in a few moments the main items of news about the war; they prefer this, I say, as a habit of mind, to the poring over square yards of printed matter which (especially in the Sunday papers) are now food for their fellows in the town. That is because in the country a man has true neighbours, whereas the towns are a dust of isolated beings, mentally (and often physically) starved.

IV

Meanwhile, there had appeared in connection with this new institution, “The Press,” a certain factor of the utmost importance: Capitalist also in origin, and, therefore, inevitably exhibiting all the poisonous vices of Capitalism as its effect flourished from more to more. This factor was subsidy through advertisement.

At first the advertisement was not a subsidy. A man desiring to let a thing be known could let it be known much more widely and immediately through a newspaper than in any other fashion. He paid the newspaper to publish the thing that he wanted known, as that he had a house to let, or wine to sell.

But it was clear that this was bound to lead to the paradoxical state of affairs from which we began to suffer in the later nineteenth century. A paper had for its revenue not only what people paid in order to obtain it, but also what people paid in order to get their wares or needs known through it. It, therefore, could be profitably produced at a cost greater than its selling price. Advertisement revenue made it possible for a man to print a paper at a cost of 2d. and sell it at 1d.

In the simple and earlier form of advertisement the extent and nature of the circulation was the only thing considered by the advertiser, and the man who printed the newspaper got more and more profit as he extended that circulation by giving more reading matter for a better-looking paper and still selling it further and further below cost price.

When it was discovered how powerful the effect of suggestion upon the readers of advertisements could be, especially over such an audience as our modern great towns provide (a chaos, I repeat, of isolated minds with a lessening personal experience and with a lessening community of tradition), the value of advertising space rapidly rose. It became a more and more tempting venture to “start a newspaper,” but at the same time, the development of capitalism made that venture more and more hazardous. It was more and more of a risky venture to start a new great paper even of a local sort, for the expense got greater and greater, and the loss, if you failed, more and more rapid and serious. Advertisement became more and more the basis of profit, and the giving in one way and another of more and more for the 1d. or the 1/2d. became the chief concern of the now wealthy and wholly capitalistic newspaper proprietor.

Long before the last third of the nineteenth century a newspaper, if it was of large circulation, was everywhere a venture or a property dependent wholly upon its advertisers. It had ceased to consider its public save as a bait for the advertiser. It lived (in this phase) entirely on its advertisement columns.

V

Let us halt at this phase in the development of the thing to consider certain other changes which were on the point of appearance, and why they were on the point of appearance.

In the first place, if advertisement had come to be the stand-by of a newspaper, the Capitalist owning the sheet would necessarily consider his revenue from advertisement before anything else. He was indeed compelled to do so unless he had enormous revenues from other sources, and ran his paper as a luxury costing a vast fortune a year. For in this industry the rule is either very great profits or very great and rapid losses — losses at the rate of £100,000 at least in a year where a great daily paper is concerned.

He was compelled then to respect his advertisers as his paymasters. To that extent, therefore, his power of giving true news and of printing sound opinion was limited, even though his own inclinations should lean towards such news and such opinion.

III

Accanto allo sviluppo del Capitalismo, si verificò un cambiamento nella stampa, che passò da uno stato primitivo a uno ancora peggiore. Lo sviluppo del Capitalismo significava che un numero sempre più ristretto di persone controllava i mezzi di produzione e distribuzione, permettendo così di stampare giornali più dettagliati rispetto ai modelli precedenti. Quando la distribuzione dei giornali iniziò a cambiare con l’avvento delle ferrovie, la differenza rispetto alle condizioni precedenti divenne ancora più evidente: nacquero forse cento o duecento “organi di stampa”, come venivano chiamati all’epoca; in questo paese e nelle Lowlands della Scozia, questi giornali comunicavano agli uomini ciò che i loro proprietari decidevano di far loro sapere, sia riguardo alle notizie che alle opinioni. La popolazione era ancora abbastanza distribuita geograficamente; esistevano diverse capitali locali; la distribuzione dei giornali non era ancora così organizzata da permettere a un quotidiano stampato anche a Birmingham di competere con uno stampato a Londra, situata soltanto a 100 miglia di distanza. I giornali stampati in luoghi più lontani da Londra, come York, Liverpool o Exeter, erano invece più indipendenti.

Inoltre, la maggior parte delle persone, sebbene all’epoca si leggesse e si scrivesse di più rispetto a oggi, non aveva ancora acquisito l’abitudine di leggere quotidianamente.

Si può dubitare che anche oggi la maggior parte delle persone (nel senso della stragrande maggioranza dei cittadini adulti) faccia ancora ciò. Ma quello che intendo dire è che nel periodo di cui parlo (la prima metà e una parte della seconda metà del XIX secolo), non era abitudine regolare per coloro che lavoravano con le mani leggere i giornali. I giornali erano ancora scritti principalmente per coloro che avevano tempo libero; per coloro che, nella maggior parte dei casi, viaggiavano, e per coloro che possedevano almeno una conoscenza di base delle discipline umanistiche.

Gli articoli che appaiono sui giornali sono spesso scritti da persone meno colte. Ma coloro che li scrivono lo fanno consapevoli del fatto che il loro pubblico è proprio quello che ho descritto. Ancora oggi, nelle zone rurali della nostra vecchia nazione, gran parte di questa tradizione sopravvive. La gente di campagna nel mio quartiere sa leggere altrettanto bene quanto me; ma preferisce conversare tra loro quando hanno tempo libero, o al massimo assorbire in pochi momenti le notizie principali sulla guerra. Preferiscono questo, dico, come abitudine mentale, piuttosto che immergersi in pagine e pagine di testo stampato – soprattutto nei giornali domenicali – che oggi costituiscono l’unico “nutrimento” per le persone della città. Questo perché in campagna un uomo ha veri vicini, mentre nelle città tutti sono isolati, mentalmente (e spesso anche fisicamente) affamati.

IV

Nel frattempo, in relazione a questa nuova istituzione, la “Stampa”, era emerso un fattore di estrema importanza: anch’esso di origine capitalista e, pertanto, inevitabilmente caratterizzato da tutti i vizi nocivi del capitalismo, man mano che il suo impatto si ampliava. Questo fattore era rappresentato dai sussidi derivanti dalle pubblicità.

All’inizio, la pubblicità non costituiva una forma di sussidio. Un uomo che desiderava far conoscere qualcosa poteva farlo in modo molto più ampio e immediato attraverso un giornale rispetto a qualsiasi altro mezzo. Pagava il giornale affinché pubblicasse l’informazione che voleva diffondere, ad esempio perché aveva una casa da affittare o del vino da vendere.

Ma era chiaro che ciò avrebbe inevitabilmente portato allo stato di cose paradossale da cui abbiamo iniziato a soffrire alla fine del XIX secolo. Un giornale otteneva i propri introiti non solo dalle somme pagate dalle persone per acquistarlo, ma anche da quelle che spendevano per far conoscere i propri prodotti o le proprie esigenze attraverso di esso. Pertanto, era possibile produrlo in modo redditizio anche a un costo superiore al suo prezzo di vendita. I ricavi derivanti dalla pubblicità permettevano a qualcuno di stampare un giornale spendendo 2 penny e di venderlo a 1 penny.

Nella semplice e più antica forma di pubblicità, l’unica cosa presa in considerazione dall’annunciatore era l’entità e la natura della diffusione del suo messaggio; colui che stampava il giornale otteneva sempre maggiori profitti aumentando quella diffusione, offrendo contenuti più interessanti e un formato più attraente, pur vendendo il prodotto a un prezzo sempre inferiore al costo di produzione.

Quando si scoprì quanto potente potesse essere l’effetto della suggestione sui lettori delle pubblicità, soprattutto su un pubblico come quello delle nostre grandi città moderne – un caos, ripeto, di menti isolate, con una diminuzione dell’esperienza personale e di una tradizione comunitaria sempre più debole – il valore dello spazio pubblicitario aumentò rapidamente. Diventò sempre più allettante “fondare un giornale”, ma allo stesso tempo lo sviluppo del capitalismo rendeva questa iniziativa sempre più rischiosa. Era sempre più difficile avviare un nuovo giornale, anche di tipo locale: le spese aumentavano costantemente e le perdite, in caso di fallimento, diventavano sempre più gravi e rapide. La pubblicità divenne quindi la principale fonte di profitto, e l’offrire sempre di più, a vari livelli, per un penny o mezzo penny, divenne l’obiettivo principale dei proprietari di giornali ormai ricchi e interamente orientati al capitalismo.

Molto prima dell’ultimo terzo del XIX secolo, un giornale, se aveva una grande diffusione, era in ogni caso un’impresa o un’attività che dipendeva interamente dai suoi inserzionisti. Aveva smesso di considerare il proprio pubblico altro che come esca per attirare gli inserzionisti; in questa fase, sopravviveva interamente grazie alle sue colonne pubblicitarie.

V

Fermiamoci a questa fase dello sviluppo della cosa in esame per analizzare alcune altre modifiche che stavano per verificarsi e il motivo per cui stavano per accadere.

In primo luogo, se la pubblicità diventasse l’elemento principale di un giornale, il capitalista che ne fosse proprietario considererebbe necessariamente i propri introiti derivanti dalla pubblicità prima di qualsiasi altra cosa. Infatti, sarebbe costretto a farlo, a meno che non avesse enormi entrate da altre fonti e gestisse il proprio giornale come un lusso che richiedesse una notevole spesa annua. In questo settore, infatti, la regola è: o profitti molto elevati, oppure perdite molto grandi e rapide – perdite dell’ordine di almeno 100.000 sterline all’anno, nel caso di un grande quotidiano.

Fu quindi costretto a rispettare i suoi inserzionisti come i suoi finanziatori. In questa misura, dunque, il suo potere di fornire notizie vere e di pubblicare opinioni valide era limitato, anche se le sue inclinazioni personali tendessero verso tali notizie e opinioni.

An individual newspaper owner might, for instance, have the greatest possible dislike for the trade in patent medicines. He might object to the swindling of the poor which is the soul of that trade. He might himself have suffered acute physical pain through the imprudent absorption of one of those quack drugs. But he certainly could not print an article against them, nor even an article describing how they were made, without losing a great part of his income, directly; and, perhaps, indirectly, the whole of it, from the annoyance caused to other advertisers, who would note his independence and fear friction in their own case. He would prefer to retain his income, persuade his readers to buy poison, and remain free (personally) from touching the stuff he recommended for pay.

As with patent medicines so with any other matter whatsoever that was advertised. However bad, shoddy, harmful, or even treasonable the matter might be, the proprietor was always at the choice of publishing matter which did not affect him, and saving his fortune, or refusing it and jeopardizing his fortune. He chose the former course.

In the second place, there was an even more serious development. Advertisement having become the stand-by of the newspaper the large advertiser (as Capitalism developed and the controls became fewer and more in touch one with the other) could not but regard his “giving” of an advertisement as something of a favour.

There is always this psychological, or, if you will, artistic element in exchange.

In pure Economics exchange is exactly balanced by the respective advantages of the exchangers; just as in pure dynamics you have the parallelogram of forces. In the immense complexity of the real world material, friction, and a million other things affect the ideal parallelogram of forces; and in economics other conscious passions besides those of mere avarice affect exchange: there are a million half-conscious and sub-conscious motives at work as well.

The large advertiser still mainly paid for advertisement according to circulation, but he also began to be influenced by less direct intentions. He would not advertise in papers which he thought might by their publication of opinion ultimately hurt Capitalism as a whole; still less in those whose opinions might affect his own private fortune adversely. Stupid (like all people given up to gain), he was muddle-headed about the distinction between a large circulation and a circulation small, but appealing to the rich. He would refuse advertisements of luxuries to a paper read by half the wealthier class if he had heard in the National Liberal Club, or some such place, that the paper was “in bad taste.”

Not only was there this negative power in the hands of the advertiser, that of refusing the favour or patronage of his advertisements, there was also a positive one, though that only grew up later.

The advertiser came to see that he could actually dictate policy and opinion; and that he had also another most powerful and novel weapon in his hand, which was the suppression of news.

We must not exaggerate this element. For one thing the power represented by the great Capitalist Press was a power equal with that of the great advertisers. For another, there was no clear-cut distinction between the Capitalism that owned newspapers and the Capitalism that advertised. The same man who owned “The Daily Times” was a shareholder in Jones’s Soap or Smith’s Pills. The man who gambled and lost on “The Howl” was at the same time gambling and winning on a bucket-shop advertised in “The Howl.” There was no antagonism of class interest one against the other, and what was more they were of the same kind and breed. The fellow that got rich quick in a newspaper speculation — or ended in jail over it — was exactly the same kind of man as he who bought a peerage out of a “combine” in music halls or cut his throat when his bluff in Indian silver was called. The type is the common modern type. Parliament is full of it, and it runs newspapers only as one of its activities — all of which need the suggestion of advertisement.

The newspaper owner and the advertiser, then, were intermixed. But on the balance the advertising interest being wider spread was the stronger, and what you got was a sort of imposition, often quite conscious and direct, of advertising power over the Press; and this was, as I have said, not only negative (that was long obvious) but, at last, positive.

Sometimes there is an open battle between the advertiser and the proprietor, especially when, as is the case with framers of artificial monopolies, both combatants are of a low, cunning, and unintelligent type. Minor friction due to the same cause is constantly taking place. Sometimes the victory falls to the newspaper proprietor, more often to the advertiser — never to the public.

So far, we see the growth of the Press marked by these characteristics. (1) It falls into the hands of a very few rich men, and nearly always of men of base origin and capacities. (2) It is, in their hands, a mere commercial enterprise. (3) It is economically supported by advertisers who can in part control it, but these are of the same Capitalist kind, in motive and manner, with the owners of the papers. Their power does not, therefore, clash in the main with that of the owners, but the fact that advertisement makes a paper, has created a standard of printing and paper such that no one — save at a disastrous loss — can issue regularly to large numbers news and opinion which the large Capitalist advertisers disapprove.

There would seem to be for any independent Press no possible economic basis, because the public has been taught to expect for 1d. what it costs 3d. to make — the difference being paid by the advertisement subsidy.

But there is now a graver corruption at work even than this always negative and sometimes positive power of the advertiser.

It is the advent of the great newspaper owner as the true governing power in the political machinery of the State, superior to the officials in the State, nominating ministers and dismissing them, imposing policies, and, in general, usurping sovereignty — all this secretly and without responsibility.

Ad esempio, un proprietario di un giornale potrebbe provare un profondo disprezzo per il commercio dei farmaci brevettati. Potrebbe opporsi alle truffe ai danni dei poveri, che rappresentano l’essenza stessa di quel settore. Potrebbe anche aver personalmente sofferto gravi dolori fisici a causa dell’uso imprudente di uno di quei farmaci fraudolenti. Tuttavia, non potrebbe assolutamente pubblicare un articolo contro di loro, né tantomeno uno che descrivesse il modo in cui vengono prodotti, senza rischiare di perdere una gran parte dei propri introiti; forse addirittura tutti, a causa delle molestie causate ad altri inserzionisti, i quali, notando la sua indipendenza, temerebbero di incorrere in problemi. Preferirebbe quindi mantenere i propri guadagni, convincere i suoi lettori ad acquistare prodotti dannosi, e rimanere personalmente libero dal toccare quelle sostanze che consiglia in cambio di denaro.

Proprio come per i farmaci brevettati, lo stesso valeva per qualsiasi altra cosa venisse pubblicizzata. Per quanto quella cosa potesse essere cattiva, scadente, dannosa o persino traditoria, il proprietario aveva sempre la possibilità di scegliere: pubblicare qualcosa che non lo riguardasse e così salvare la propria fortuna, oppure rifiutarsi e correre il rischio di perderla. Lui scelse la prima opzione.

In secondo luogo, ci fu uno sviluppo ancora più grave. Poiché la pubblicità era diventata l’elemento fondamentale per il funzionamento del giornale, i grandi inserzionisti (con lo sviluppo del capitalismo e con una riduzione dei controlli e un aumento della loro interconnessione) non potevano fare a meno di considerare la pubblicazione delle proprie inserzioni come una sorta di favore.

C’è sempre questo elemento psicologico, o, per così dire, artistico, nell’equazione.

Nell’economia pura, lo scambio è esattamente bilanciato dai rispettivi vantaggi delle parti coinvolte; proprio come nella dinamica pura esiste il parallelogramma delle forze. Nella vasta complessità del mondo reale, però, attrito e un milione di altri fattori influenzano questo ideale modello di equilibrio; nell’economia, inoltre, a determinare gli scambi agiscono anche altre motivazioni, oltre alla semplice avidità: sono all’opera milioni di motivi semi-consci e subconsci.

Il grande inserzionista continuava principalmente a pagare per gli annunci in base alla circolazione del giornale, ma iniziò anche ad essere influenzato da considerazioni meno dirette. Non avrebbe pubblicizzato nei giornali che riteneva potessero, con la diffusione delle loro opinioni, danneggiare l’capitalismo nel suo complesso; tanto meno in quelli le cui posizioni potessero avere un impatto negativo sulla sua stessa fortuna personale. Stupido (come tutti coloro che sono ossessionati dal desiderio di guadagnare), non riusciva a comprendere chiaramente la differenza tra un giornale a grande circolazione e uno a piccola circolazione ma destinato ai ricchi. Avrebbe rifiutato di pubblicizzare annunci relativi a beni di lusso su un giornale letto dalla metà della classe più agiata, se avesse sentito nel National Liberal Club o in qualche altro luogo simile che quel giornale aveva “cattivo gusto”.

Non solo esisteva questo potere negativo nelle mani dell’annunciatore: il potere di rifiutare di concedere favori o patrocinio alle proprie pubblicità; c’era anche un potere positivo, sebbene quest’ultimo si sviluppasse solo in seguito.

L’annunciatore si rese conto di poter effettivamente imporre le proprie politiche e opinioni; inoltre, aveva a disposizione un altro strumento estremamente potente e innovativo: la censura delle notizie.

Non dobbiamo esagerare riguardo a questo aspetto. Da un lato, il potere rappresentato dalla grande stampa capitalista era paragonabile a quello dei grandi inserzionisti pubblicitari; dall’altro, non esisteva una distinzione netta tra il capitalismo che possedeva i giornali e il capitalismo che si occupava di pubblicità. Lo stesso uomo che possedeva “The Daily Times” era anche azionista di aziende produttrici di sapone o pillole. Chi perdeva soldi scommettendo su un’opera teatrale pubblicizzata nello stesso giornale poteva allo stesso tempo guadagnare facendo investimenti simili in altre pubblicità. Non esisteva alcun antagonismo tra interessi di classe; anzi, questi interessi appartenevano alla stessa categoria e provenivano dalla stessa origine sociale. L’uomo che arricchiva rapidamente speculando sui giornali – o finiva in prigione a causa di ciò – era esattamente lo stesso tipo di persona dell’uomo che acquistava titoli nobiliari attraverso accordi commerciali nei teatri o che rischiava la vita giocando d’azzardo con l’argento indiano. Questo è il tipico rappresentante della società moderna: i parlamenti ne sono pieni, e molti di loro gestiscono giornali soltanto come una delle loro attività commerciali – tutte queste attività, in ogni caso, necessitano della pubblicità per funzionare.

Il proprietario del giornale e l’annunciatore, quindi, si mescolavano tra loro. Ma nel complesso, l’influenza dell’industria pubblicitaria, essendo più diffusa, risultava più potente; di conseguenza si verificava una sorta di imposizione, spesso piuttosto consapevole e diretta, del potere pubblicitario sulla stampa. E questo, come ho detto, non era solo negativo (il che era già da tempo evidente), ma anche, in definitiva, positivo.

A volte si svolge una battaglia aperta tra l’annunciatore e il proprietario del mezzo di comunicazione, soprattutto quando, come nel caso dei creatori di monopoli artificiali, entrambi i contendenti sono di tipo meschino, astuto e poco intelligente. Continuamente si verificano piccoli scontri dovuti alla stessa causa. A volte la vittoria va al proprietario del giornale, più spesso all’annunciatore – mai al pubblico.

Finora, abbiamo visto che lo sviluppo della stampa è caratterizzato da queste peculiarità: (1) Finisce nelle mani di pochissimi uomini ricchi, e quasi sempre di individui di origine e capacità modeste; (2) Nelle loro mani, la stampa diventa semplicemente un’impresa commerciale; (3) È sostenuta economicamente dagli inserzionisti, i quali possono in parte controllarla. Tuttavia, questi inserzionisti condividono con i proprietari dei giornali gli stessi interessi capitalistici, sia per motivi che per metodi di operazione. Pertanto, il loro potere non entra in conflitto diretto con quello dei proprietari dei giornali; tuttavia, il fatto che la pubblicità sia fondamentale per il funzionamento della stampa ha determinato lo sviluppo di standard qualitativi nella stampa e nella carta utilizzata, tali da impedire a chiunque – tranne che a costo di perdite disastrose – di pubblicare regolarmente notizie e opinioni che non siano approvate dagli inserzionisti capitalisti.

Sembra che per qualsiasi stampa indipendente non esista alcuna base economica possibile, poiché al pubblico è stato insegnato ad aspettarsi qualcosa che costa tre volte di più di quanto ne costi effettivamente produrlo; la differenza viene coperta dai sussidi pubblicitari.

Ma ora c’è una corruzione ancora più grave all’opera, rispetto a questo potere sempre negativo e a volte positivo degli inserzionisti.

È l’avvento del grande proprietario di giornali come vera forza dominante nel meccanismo politico dello Stato, superiore agli stessi funzionari statali: nomina i ministri e li destituisce, impone le politiche da seguire e, in generale, usurpa la sovranità – tutto questo in modo segreto e senza alcuna responsabilità.

It is the chief political event of our time and is the peculiar mark of this country to-day. Its full development has come on us suddenly and taken us by surprise in the midst of a terrible war. It was undreamt of but a few years ago. It is already to-day the capital fact of our whole political system. A Prime Minister is made or deposed by the owner of a group of newspapers, not by popular vote or by any other form of open authority.

No policy is attempted until it is ascertained that the newspaper owner is in favour of it. Few are proffered without first consulting his wishes. Many are directly ordered by him. We are, if we talk in terms of real things (as men do in their private councils at Westminster) mainly governed to-day, not even by the professional politicians, nor even by those who pay them money, but by whatever owner of a newspaper trust is, for the moment, the most unscrupulous and the most ambitious.

How did such a catastrophe come about? That is what we must inquire into before going further to examine its operation and the possible remedy.

VI

During all this development of the Press there has been present, first, as a doctrine plausible and arguable; next, as a tradition no longer in touch with reality; lastly, as an hypocrisy still pleading truth, a certain definition of the functions of the Press; a doctrine which we must thoroughly grasp before proceeding to the nature of the Press in these our present times.

This doctrine was that the Press was an organ of opinion — that is, an expression of the public thought and will.

Why was this doctrine originally what I have called it, “plausible and arguable”? At first sight it would seem to be neither the one nor the other.

A man controlling a newspaper can print any folly or falsehood he likes. He is the dictator: not his public. They only receive.

Yes: but he is limited by his public.

If I am rich enough to set up a big rotary printing press and print in a million copies of a daily paper the news that the Pope has become a Methodist, or the opinion that tin-tacks make a very good breakfast food, my newspaper containing such news and such an opinion would obviously not touch the general thought and will at all. No one, outside the small catholic minority, wants to hear about the Pope; and no one, Catholic or Muslim, will believe that he has become a Methodist. No one alive will consent to eat tin-tacks. A paper printing stuff like that is free to do so, the proprietor could certainly get his employees, or most of them, to write as he told them. But his paper would stop selling.

It is perfectly clear that the Press in itself simply represents the news which its owners desire to print and the opinions which they desire to propagate; and this argument against the Press has always been used by those who are opposed to its influence at any moment.

But there is no smoke without fire, and the element of truth in the legend that the Press “represents” opinion lies in this, that there is a limit of outrageous contradiction to known truths beyond which it cannot go without heavy financial loss through failure of circulation, which is synonymous with failure of power. When people talked of the newspaper owners as “representing public opinion” there was a shadow of reality in such talk, absurd as it seems to us to-day. Though the doctrine that newspapers are “organs of public opinion” was (like most nineteenth century so-called “Liberal” doctrines) falsely stated and hypocritical, it had that element of truth about it — at least, in the earlier phase of newspaper development. There is even a certain savour of truth hanging about it to this day.

Newspapers are only offered for sale; the purchase of them is not (as yet) compulsorily enforced. A newspaper can, therefore, never succeed unless it prints news in which people are interested and on the nature of which they can be taken in. A newspaper can manufacture interest, but there are certain broad currents in human affairs which neither a newspaper proprietor nor any other human being can control. If England is at war no newspaper can boycott war news and live. If London were devastated by an earthquake no advertising power in the Insurance Companies nor any private interest of newspaper owners in real estate could prevent the thing “getting into the newspapers.”

Indeed, until quite lately — say, until about the ‘80’s or so — most news printed was really news about things which people wanted to understand. However garbled or truncated or falsified, it at least dealt with interesting matters which the newspaper proprietors had not started as a hare of their own, and which the public, as a whole, was determined to hear something about. Even to-day, apart from the war, there is a large element of this.

There was (and is) a further check upon the artificiality of the news side of the Press; which is that Reality always comes into its own at last.

You cannot, beyond a certain limit of time, burke reality.

In a word, the Press must always largely deal with what are called “living issues.” It can boycott very successfully, and does so, with complete power. But it cannot artificially create unlimitedly the objects of “news.”

There is, then, this much truth in the old figment of the Press being “an organ of opinion,” that it must in some degree (and that a large degree) present real matter for observation and debate. It can and does select. It can and does garble. But it has to do this always within certain limitations.

These limitations have, I think, already been reached; but that is a matter which I argue more fully later on.

VII

As to opinion, you have the same limitations.

If opinion can be once launched in spite of, or during the indifference of, the Press (and it is a big “if”); if there is no machinery for actually suppressing the mere statement of a doctrine clearly important to its readers — then the Press is bound sooner or later to deal with such doctrine: just as it is bound to deal with really vital news.

È l’evento politico principale del nostro tempo e rappresenta la caratteristica distintiva di questo paese oggi. Il suo pieno sviluppo ci è arrivato improvvisamente, cogliendoci di sorpresa nel mezzo di una terribile guerra. Solo pochi anni fa era qualcosa di inimmaginabile; oggi, invece, rappresenta il fattore fondamentale del nostro intero sistema politico. Un Primo Ministro viene nominato o destituito dal proprietario di un gruppo di giornali, e non tramite votazione popolare né alcuna altra forma di autorità aperta.

Nessuna politica viene proposta prima di verificare che il proprietario del giornale la sostenga. Poche iniziative vengono presentate senza consultare prima i suoi desideri; molte, invece, sono direttamente ordinate da lui. Oggi, se parliamo di cose concrete (come fanno gli uomini nei loro consigli privati a Westminster), il governo non è più guidato né dai politici professionisti, né da coloro che li pagano, ma da chiunque sia, in quel momento, il proprietario di un giornale più spregiudicato e ambizioso.

Come è potuta verificarsi una tale catastrofe? È questo che dobbiamo indagare prima di proseguire nell’esaminare le sue cause e i possibili rimedi.

VI

Durante tutto questo sviluppo della stampa, è sempre esistita una certa definizione delle sue funzioni: innanzitutto come dottrina plausibile e discutibile; in seguito come tradizione ormai lontana dalla realtà; infine come ipocrisia che continuava a fingere di rappresentare la verità. È necessario comprendere appieno questa dottrina prima di analizzare la natura della stampa nei tempi attuali.

Questa dottrina sosteneva che la stampa fosse un organo di opinione, cioè un’espressione del pensiero e della volontà pubblica.

Perché questa dottrina è stata inizialmente quella che ho definito “plausibile e discutibile”? A prima vista sembrerebbe non essere né l’una né l’altra.

Un uomo che controlla un giornale può stampare qualsiasi sciocchezza o menzogna desideri. Lui è il dittatore, non il suo pubblico; quest’ultimo riceve soltanto ciò che viene pubblicato.

Sì: ma è limitato dal suo pubblico.

Se fossi abbastanza ricco da acquistare una grande stampa rotativa e stampare un milione di copie di un giornale quotidiano con notizie del tipo “Il Papa è diventato metodista” o opinioni del genere (“I chiodini di latta costituiscono un ottimo cibo per la colazione”), ovviamente tale giornale non avrebbe alcun impatto sul pensiero comune. Nessuno, al di fuori della piccola minoranza cattolica, vorrebbe leggere notizie del Papa; e nessuno, né cattolico né musulmano, crederebbe che sia diventato metodista. Inoltre, nessuno accetterebbe mai di mangiare chiodini di latta. Un giornale che pubblicasse cose del genere potrebbe farlo liberamente; il proprietario potrebbe sicuramente convincere i suoi dipendenti, o la maggior parte di loro, a scrivere ciò che gli viene detto. Ma i suoi giornali non venderebbero mai.

È perfettamente chiaro che la stampa, in sé, rappresenti semplicemente le notizie che i suoi proprietari desiderano pubblicare e le opinioni che vogliono diffondere; ed questo argomento contro la stampa è sempre stato utilizzato da coloro che si oppongono alla sua influenza in qualsiasi momento.

Ma non c’è fumo senza fuoco, e l’elemento di _verità nella leggenda secondo cui la stampa “rappresenta” l’opinione pubblica risiede nel fatto che esiste un limite alle contraddizioni assurde rispetto alle verità conosciute; al di là di questo limite, la stampa non può andare avanti senza subire gravi perdite finanziarie a causa della diminuzione delle vendite, il che equivale a una perdita di potere. Quando le persone parlavano dei proprietari dei giornali come di coloro che “rappresentavano l’opinione pubblica”, in tali affermazioni c’era un barlume di realtà, per quanto assurde possano sembrarci oggi. Anche se la dottrina secondo cui i giornali sono “organi dell’opinione pubblica” era (come la maggior parte delle cosiddette dottrine “liberali” del XIX secolo) falsamente enunciata e ipocrita, conteneva comunque quell’elemento di _verità – almeno nella fase iniziale dello sviluppo dei giornali. Ancora oggi, in essa persiste una certa veridicità.

I giornali vengono offerti in vendita soltanto; la loro acquisto non è (almeno per ora) obbligatorio. Pertanto, un giornale non può avere successo se non pubblica notizie che interessino le persone e che queste possano comprendere facilmente. Un giornale può creare interesse attorno a determinati argomenti, ma ci sono alcune tendenze fondamentali negli affari umani che né il proprietario di un giornale né alcun altro individuo possono controllare. Se l’Inghilterra fosse in guerra, nessun giornale potrebbe boicottare le notizie relative alla guerra e sopravvivere. Se Londra venisse distrutta da un terremoto, nessuna forza pubblicitaria delle compagnie assicurative né alcun interesse privato dei proprietari di giornali nel settore immobiliare potrebbero impedire che la notizia venisse pubblicata.

Infatti, fino a tempi piuttosto recenti – diciamo, fino agli anni ’80 circa – la maggior parte delle notizie pubblicate riguardava davvero argomenti che le persone volevano conoscere. Per quanto distorte, troncate o falsificate, trattavano comunque di questioni interessanti; tali argomenti non erano stati scelti dai proprietari dei giornali per motivi personali, e l’opinione pubblica, nel suo complesso, era interessata ad apprenderne di più. Anche oggi, a parte la situazione bellica, questo aspetto è ancora molto presente.

Esisteva (e esiste ancora) un ulteriore modo per verificare l’artificialità del lato notizieristico della stampa: la Realtà, infatti, alla fine si fa sempre strada.

Non si può, oltre un certo limite di tempo, nascondere la realtà.

In breve, la stampa deve sempre occuparsi principalmente di ciò che viene definito “temi attuali”. Può boicottare con grande efficacia, e lo fa effettivamente, esercitando un potere totale in questo senso. Tuttavia, non può creare artificialmente, in modo illimitato, gli oggetti di cui parlare nei notiziari.

Quindi, c’è davvero del vero nell’antica definizione secondo cui la stampa è “un organo di opinione”: in qualche misura (e anzi, in una misura considerevole), deve presentare argomenti concreti su cui osservare e dibattere. Può scegliere ciò che pubblica, ma anche distorcerne il significato. Tuttavia, deve sempre farlo entro determinati limiti.

Penso che queste limitazioni siano già state raggiunte; ma è un argomento su cui discuterò più approfonditamente in seguito.

VII

Per quanto riguarda le opinioni, si hanno gli stessi limiti.

Se un’opinione può essere diffusa nonostante, o addirittura durante, l’indifferenza della stampa (e questo è un “se” molto importante); se non esiste alcun meccanismo per reprimere effettivamente la semplice enunciazione di una dottrina chiaramente importante per i suoi lettori, allora la stampa sarà costretta, prima o poi, a occuparsi di tale dottrina: proprio come è costretta a trattare notizie davvero vitali.

Here, again, we are dealing with something very different indeed from that title “An organ of opinion” to which the large newspaper has in the past pretended. But I am arguing for the truth that the Press — in the sense of the great Capitalist newspapers — cannot be wholly divorced from opinion.

We have had three great examples of this in our own time in England. Two proceeded from the small wealthy class, and one from the mass of the people.

The two proceeding from the small wealthy classes were the Fabian movement and the movement for Women’s Suffrage. The one proceeding from the populace was the sudden, brief (and rapidly suppressed) insurrection of the working classes against their masters in the matter of Chinese Labour in South Africa.

The Fabian movement, which was a drawing-room movement, compelled the discussion in the Press of Socialism, for and against. Although every effort was made to boycott the Socialist contention in the Press, the Fabians were at last strong enough to compel its discussion, and they have by now canalized the whole thing into the direction of their “Servile State.” I myself am no more than middle-aged, but I can remember the time when popular newspapers such as “The Star” openly printed arguments in favour of Collectivism, and though to-day those arguments are never heard in the Press — largely because the Fabian Society has itself abandoned Collectivism in favour of forced labour — yet we may be certain that a Capitalist paper would not have discussed them at all, still less have supported them, unless it had been compelled. The newspapers simply could not ignore Socialism at a time when Socialism still commanded a really strong body of opinion among the wealthy.

It was the same with the Suffrage for Women, which cry a clique of wealthy ladies got up in London. I have never myself quite understood why these wealthy ladies wanted such an absurdity as the modern franchise, or why they so blindly hated the Christian institution of the Family. I suppose it was some perversion. But, anyhow, they displayed great sincerity, enthusiasm, and devotion, suffering many things for their cause, and acting in the only way which is at all practical in our plutocracy — to wit, by making their fellow-rich exceedingly uncomfortable. You may say that no one newspaper took up the cause, but, at least, it was not boycotted. It was actively discussed.

The little flash in the pan of Chinese Labour was, I think, even more remarkable. The Press not only had word from the twin Party Machines (with which it was then allied for the purposes of power) to boycott the Chinese Labour agitation rigidly, but it was manifestly to the interest of all the Capitalist Newspaper Proprietors to boycott it, and boycott it they did — as long as they could. But it was too much for them. They were swept off their feet. There were great meetings in the North-country which almost approached the dignity of popular action, and the Press at last not only took up the question for discussion, but apparently permitted itself a certain timid support.

My point is, then, that the idea of the Press as “an organ of public opinion,” that is, “an expression of the general thought and will,” is not only hypocritical, though it is mainly so. There is still something in the claim. A generation ago there was more, and a couple of generations ago there was more still.

Even to-day, if a large paper went right against the national will in the matter of the present war it would be ruined, and papers which supported in 1914 the Cabinet intrigue to abandon our Allies at the beginning of the war have long since been compelled to eat their words.

For the strength of a newspaper owner lies in his power to deceive the public and to withhold or to publish at will hidden things: his power in this terrifies the professional politicians who hold nominal authority: in a word, the newspaper owner controls the professional politician because he can and does blackmail the professional politician, especially upon his private life. But if he does not command a large public this power to blackmail does not exist; and he can only command a large public — that is, a large circulation — by interesting that public and even by flattering it that it has its opinions reflected — not created — for it.

The power of the Press is not a direct and open power. It depends upon a trick of deception; and no trick of deception works if the trickster passes a certain degree of cynicism.

We must, therefore, guard ourselves against the conception that the great modern Capitalist Press is merely a channel for the propagation of such news as may suit its proprietors, or of such opinions as they hold or desire to see held. Such a judgment would be fanatical, and therefore worthless.

Our interest is in the degree to which news can be suppressed or garbled, particular discussion of interest to the common-weal suppressed, spontaneous opinion boycotted, and artificial opinion produced.

VIII

I say that our interest lies in the question of degree. It always does. The philosopher said: “All things are a matter of degree; and who shall establish degree?” But I think we are agreed — and by “we” I mean all educated men with some knowledge of the world around us — that the degree to which the suppression of truth, the propagation of falsehood, the artificial creation of opinion, and the boycott of inconvenient doctrine have reached in the great Capitalist Press for some time past in England, is at least dangerously high.

There is no one in public life but could give dozens of examples from his own experience of perfectly sensible letters to the Press, citing irrefutable testimony upon matters of the first importance, being refused publicity. Within the guild of the journalists, there is not a man who could not give you a hundred examples of deliberate suppression and deliberate falsehood by his employers both as regards news important to the nation and as regards great bodies of opinion.

Anche qui abbiamo a che fare con qualcosa di ben diverso da quel titolo di “organo dell’opinione” che il grande giornale ha in passato preteso. Ma io sostengo la verità che la Stampa — nel senso dei grandi giornali capitalisti — non può essere del tutto separata dall’opinione.

Ne abbiamo avuti tre grandi esempi ai nostri tempi in Inghilterra. Due provenivano dalla piccola classe dei ricchi, uno dalla massa del popolo.

I due che provenivano dalle piccole classi abbienti furono il movimento fabiano e il movimento per il suffragio femminile. Quello che proveniva dal popolo fu l’improvvisa, breve (e rapidamente soffocata) insurrezione delle classi lavoratrici contro i loro padroni nella questione del lavoro cinese in Sudafrica.

Il movimento fabiano, che era un movimento da salotto, costrinse la Stampa a discutere il socialismo, pro e contro. Benché si facesse ogni sforzo per boicottare la tesi socialista sulla Stampa, i fabiani furono alla fine abbastanza forti da imporne la discussione, e ormai hanno incanalato tutta la faccenda nella direzione del loro “Stato servile”. Io stesso non sono più che di mezza età, ma ricordo il tempo in cui giornali popolari come “The Star” stampavano apertamente argomenti in favore del collettivismo; e sebbene oggi quegli argomenti non si sentano mai sulla Stampa — in gran parte perché la stessa Società Fabiana ha abbandonato il collettivismo in favore del lavoro forzato — possiamo tuttavia essere certi che un giornale capitalista non li avrebbe discussi affatto, e tanto meno sostenuti, se non vi fosse stato costretto. I giornali semplicemente non potevano ignorare il socialismo in un tempo in cui il socialismo raccoglieva ancora un corpo di opinione davvero forte fra i ricchi.

Lo stesso accadde col suffragio alle donne, grido che una cricca di ricche signore sollevò a Londra. Io non ho mai capito bene perché queste ricche signore desiderassero un’assurdità come il moderno diritto di voto, né perché odiassero così ciecamente l’istituzione cristiana della Famiglia. Suppongo fosse una qualche perversione. Ma, comunque sia, esse mostrarono grande sincerità, entusiasmo e devozione, soffrendo molte cose per la loro causa e agendo nell’unico modo che sia davvero pratico nella nostra plutocrazia: vale a dire rendendo estremamente scomoda la vita ai loro pari ricchi. Si può dire che nessun giornale abbracciò la causa, ma almeno essa non fu boicottata. Fu attivamente discussa.

Il piccolo fuoco di paglia del lavoro cinese fu, credo, ancora più notevole. La Stampa non solo ricevette ordine dalle gemelle Macchine di Partito (con cui era allora alleata a scopo di potere) di boicottare rigidamente l’agitazione sul lavoro cinese, ma era manifestamente nell’interesse di tutti i proprietari capitalisti di giornali boicottarla, e la boicottarono — finché poterono. Ma fu troppo per loro. Furono travolti. Vi furono grandi assemblee nelle contee del Nord che quasi raggiunsero la dignità di un’azione popolare, e la Stampa alla fine non solo prese la questione in discussione, ma a quanto pare si permise un certo timido sostegno.

Il mio punto è dunque questo: che l’idea della Stampa come “organo della pubblica opinione”, cioè come “espressione del pensiero e della volontà generali”, non è soltanto ipocrita, per quanto lo sia soprattutto. C’è ancora qualcosa in quella pretesa. Una generazione fa ce n’era di più, e un paio di generazioni fa ce n’era ancora di più.

Anche oggi, se un grande giornale andasse decisamente contro la volontà nazionale nella questione della guerra presente, sarebbe rovinato; e i giornali che nel 1914 appoggiarono l’intrigo di Gabinetto per abbandonare i nostri Alleati all’inizio della guerra sono stati da tempo costretti a rimangiarsi le proprie parole.

Poiché la forza di un proprietario di giornale sta nel suo potere di ingannare il pubblico e di tacere o pubblicare a piacimento le cose nascoste: questo suo potere atterrisce i politici di professione che detengono l’autorità nominale: in una parola, il proprietario del giornale controlla il politico di professione perché può ricattarlo, e lo ricatta, specialmente sulla sua vita privata. Ma se non dispone di un vasto pubblico questo potere di ricatto non esiste; e può disporre di un vasto pubblico — cioè di una vasta tiratura — solo interessando quel pubblico e perfino lusingandolo, facendogli credere che le sue opinioni gli siano rispecchiate — non create — da altri.

Il potere della Stampa non è un potere diretto e aperto. Dipende da un gioco d’inganno; e nessun gioco d’inganno riesce se l’imbroglione oltrepassa un certo grado di cinismo.

Dobbiamo dunque guardarci dalla concezione che la grande Stampa capitalista moderna sia semplicemente un canale per la propagazione delle notizie che convengono ai suoi proprietari, o delle opinioni che essi professano o desiderano veder professate. Un tale giudizio sarebbe fanatico, e perciò senza valore.

Il nostro interesse sta nella misura in cui le notizie possono essere soppresse o alterate, in cui una data discussione d’interesse per il bene comune può essere soffocata, l’opinione spontanea boicottata e l’opinione artificiale prodotta.

VIII

Dico che il nostro interesse sta nella questione della misura. È sempre così. Il filosofo disse: “Tutte le cose sono questione di misura; e chi stabilirà la misura?” Ma credo che siamo d’accordo — e con “noi” intendo tutti gli uomini colti che abbiano qualche conoscenza del mondo intorno a noi — che il grado a cui sono giunti, da qualche tempo in Inghilterra, nella grande Stampa capitalista, la soppressione della verità, la propagazione della menzogna, la creazione artificiale dell’opinione e il boicottaggio della dottrina scomoda è quanto meno pericolosamente alto.

Non c’è nessuno nella vita pubblica che non potrebbe dare, dalla propria esperienza, decine di esempi di lettere perfettamente sensate alla Stampa, che citavano testimonianze inconfutabili su questioni della massima importanza, alle quali fu negata la pubblicazione. Dentro la corporazione dei giornalisti non c’è uomo che non potrebbe darvi cento esempi di deliberata soppressione e deliberata falsità da parte dei suoi datori di lavoro, tanto riguardo a notizie importanti per la nazione quanto riguardo a grandi corpi di opinione.

Equally significant with the mere vast numerical accumulation of such instances is their quality.

Let me give a few examples. No straightforward, common-sense, real description of any professional politician — his manners, capacities, way of speaking, intelligence — ever appears to-day in any of the great papers. We never have anything within a thousand miles of what men who meet them say.

We are, indeed, long past the time when the professional politicians were treated as revered beings of whom an inept ritual description had to be given. But the substitute has only been a putting of them into the limelight in another and more grotesque fashion, far less dignified, and quite equally false.

We cannot even say that the professional politicians are still made to “fill the stage.” That metaphor is false, because upon a stage the audience knows that it is all play-acting, and actually sees the figures.

Let any man of reasonable competence soberly and simply describe the scene in the House of Commons when some one of the ordinary professional politicians is speaking.

It would not be an exciting description. The truth here would not be a violent or dangerous truth. Let him but write soberly and with truth. Let him write it as private letters are daily written in dozens about such folk, or as private conversation runs among those who know them, and who have no reason to exaggerate their importance, but see them as they are. Such a description would never be printed! The few owners of the Press will not turn off the limelight and make a brief, accurate statement about these mediocrities, because their power to govern depends upon keeping in the limelight the men whom they control.

Once let the public know what sort of mediocrities the politicians are and they lose power. Once let them lose power and their hidden masters lose power.

Take a larger instance: the middle and upper classes are never allowed by any chance to hear in time the dispute which leads to a strike or a lock-out.

Here is an example of news which is of the utmost possible importance to the commonwealth, and to each of us individually. To understand why a vast domestic dispute has arisen is the very first necessity for a sound civic judgment. But we never get it. The event always comes upon us with violence and is always completely misunderstood — because the Press has boycotted the men’s claims.

I talked to dozens of people in my own station of life — that is, of the professional middle classes — about the great building lock-out which coincided with the outbreak of the War. I did not find a single one who knew that it was a lock-out at all! The few who did at least know the difference between a strike and a lock-out, all thought it was a strike!

Let no one say that the disgusting falsehoods spread by the Press in this respect were of no effect The men themselves gave in, and their perfectly just demands were defeated, mainly because middle-class opinion and a great deal of proletarian opinion as well had been led to believe that the builders’ cessation of labour was a strike due to their own initiative against existing conditions, and thought the operation of such an initiative immoral in time of war. They did not know the plain truth that the provocation was the masters’, and that the men were turned out of employment, that is deprived of access to the Capitalist stores of food and all other necessaries, wantonly and avariciously by the masters. The Press would not print that enormous truth.

I will give another general example.

The whole of England was concerned during the second year of the War with the first rise in the price of food. There was no man so rich but he had noticed it in his household books, and for nine families out of ten it was the one pre-occupation of the moment. I do not say the great newspapers did not deal with it, but how did they deal with it? With a mass advocacy in favour of this professional politician or that; with a mass of unco-ordinated advices; and, above all, with a mass of nonsense about the immense earnings of the proletariat. The whole thing was really and deliberately side-tracked for months until, by the mere force of things, it compelled attention. Each of us is a witness to this. We have all seen it. Every single reader of these lines knows that my indictment is true. Not a journalist of the hundreds who were writing the falsehood or the rubbish at the dictation of his employer but had felt the strain upon the little weekly cheque which was his own wage. Yet this enormous national thing was at first not dealt with at all in the Press, and, when dealt with, was falsified out of recognition.

I could give any number of other, and, perhaps, minor instances as the times go (but still enormous instances as older morals went) of the same thing. They have shown the incapacity and falsehood of the great capitalist newspapers during these few months of white-hot crisis in the fate of England.

This is not a querulous complaint against evils that are human and necessary, and therefore always present. I detest such waste of energy, and I agree with all my heart in the statement recently made by the Editor of “The New Age” that in moments such as these, when any waste is inexcusable, sterile complaint is the worst of waste. But my complaint here is not sterile. It is fruitful. This Capitalist Press has come at last to warp all judgment. The tiny oligarchy which controls it is irresponsible and feels itself immune. It has come to believe that it can suppress any truth and suggest any falsehood. It governs, and governs abominably: and it is governing thus in the midst of a war for life.

IX

I say that the few newspaper controllers govern; and govern abominably. I am right. But they only do so, as do all new powers, by at once alliance with, and treason against, the old: witness Harmsworth and the politicians. The new governing Press is an oligarchy which still works “in with” the just-less-new parliamentary oligarchy.

Altrettanto importante della semplice accumulazione numerica di tali casi è la loro qualità.

Lasciate che vi dia alcuni esempi. Oggi, nei grandi giornali, non si trova mai alcuna descrizione diretta, basata sul buon senso e reale di qualsiasi politico professionista: i suoi modi, le sue capacità, il suo modo di parlare, la sua intelligenza. Non abbiamo mai nulla che si avvicini anche solo lontanamente a ciò che dicono le persone che lo incontrano.

Siamo davvero ormai molto oltre l’epoca in cui i politici professionisti venivano considerati esseri venerabili di cui era necessario fornire una descrizione rituale inadeguata. Tuttavia, ciò che ne è stato il sostituto non è altro che un metterli al centro dell’attenzione in modo ancora più grottesco e meno dignitoso, senza per questo risultare meno falso.

Non possiamo nemmeno dire che i politici professionisti siano ancora destinati a “occupare il palco”. Quella metafora è falsa, perché sul palco il pubblico sa che tutto è solo recitazione e vede effettivamente le persone che vi si trovano sopra.

Che qualsiasi persona con una certa competenza descriva, in modo sobrio e semplice, la scena che si svolge nella Camera dei Comuni quando uno di quei politici professionisti parla.

Non sarebbe una descrizione avvincente. La _verità qui non è certo una verità violenta o pericolosa. Lasciate che scriva con sobrietà e onestà. Che lo faccia come si fanno ogni giorno decine di lettere private su queste persone, o come si svolgono le conversazioni private tra coloro che le conoscono e che non hanno motivo di esagerarne l’importanza, ma le vedono per quello che sono. Una descrizione del genere non verrebbe mai pubblicata! I pochi proprietari delle case editrici non si allontaneranno dal centro dell’attenzione per fare una dichiarazione breve e accurata su queste mediocrità, perché il loro potere di governare dipende dal mantenere sotto i riflettori le persone che controllano.

Non appena il pubblico scoprirà di che tipo di mediocrità sono fatti i politici, questi perderanno il potere. Non appena perderanno il potere, anche i loro padroni nascosti perderanno il potere.

Prendiamo un esempio più ampio: le classi medie e superiori non hanno mai la possibilità di venire a conoscenza, in tempo, delle controversie che portano a uno sciopero o a un lock-out.

Ecco un esempio di notizia che rappresenta la massima importanza per il Commonwealth, e per ciascuno di noi individualmente. Capire le cause di una vasta disputa interna è la prima condizione necessaria per formulare giudizi civici corretti. Ma noi non riusciamo mai a comprenderle. Gli eventi ci colpiscono sempre con violenza e vengono sempre completamente fraintesi, perché i media hanno boicottato le dichiarazioni delle parti coinvolte.

Ho parlato con decine di persone appartenenti alla mia stessa classe sociale, cioè alla media borghesia professionale, riguardo al grande sciopero dei lavoratori delle imprese edili che coincise con l’inizio della guerra. Non ho trovato nemmeno una persona che sapesse davvero di cosa si trattasse! Quelli pochi che almeno conoscevano la differenza tra uno sciopero e uno sciopero di fabbrica pensavano tutti che si trattasse di uno sciopero normale.

Che nessuno dica che le disgustose menzogne diffuse dalla stampa in questo senso siano state prive di effetto: gli stessi lavoratori si sono arresi, e le loro richieste assolutamente giuste sono state respinte, soprattutto perché l’opinione pubblica della classe media, così come quella di una grande parte dei proletari, era stata indotta a credere che la cessazione del lavoro da parte dei lavoratori fosse uno sciopero scatenato dalla loro stessa iniziativa contro le condizioni esistenti, e considerava immorale un simile comportamento in tempo di guerra. Non conoscevano la verità: la provocazione proveniva dai padroni, e i lavoratori venivano privati del lavoro, cioè del accesso ai negozi capitalistici dove si trovavano cibo e tutte le altre necessità della vita, in modo arbitrario e avaro da parte dei padroni. La stampa non avrebbe mai pubblicato una verità così evidente.

Vi darò un altro esempio generale.

L’intera Inghilterra era preoccupata durante il secondo anno di guerra, a causa del primo aumento dei prezzi degli alimenti. Non esisteva nessun uomo ricco che non se ne fosse accorto nei suoi registri contabili; per nove famiglie su dieci, questa era l’unica questione importante dell’epoca. Non dico che i grandi giornali non ne parlassero, ma come lo facevano? Con campagne di propaganda a favore di questo o quel politico professionista, con consigli disordinati e, soprattutto, con un mucchio di sciocchezze riguardo ai “enormi guadagni” del proletariato. L’intera questione venne deliberatamente deviata per mesi, fino a quando, per forza delle circostanze, non costrinse i media ad occuparsene seriamente. Ognuno di noi ne è testimone: tutti abbiamo visto questo fenomeno. Chiunque legga queste righe sa che le mie accuse sono vere. Nessun giornalista, tra i centinaia che scrivevano menzogne o sciocchezze su ordine dei loro datori di lavoro, non avvertiva l’impatto negativo di questa situazione sul proprio stipendio settimanale. Eppure, questa questione fondamentale per la nazione non venne affatto trattata dai media all’inizio; e quando lo fu, i fatti vennero distorti fino a diventare irriconoscibili.

Potrei citare molti altri esempi, forse meno significativi rispetto a quelli che si sono verificati in passato (ma comunque estremamente rilevanti se si considerano le morali del passato), che dimostrano la stessa cosa: l’incapacità e la falsità dei grandi giornali capitalisti durante questi pochi mesi di crisi acuta per il destino dell’Inghilterra.

Questa non è una lamentela vana contro i mali umani e inevitabili, che quindi sono sempre presenti. Detesto tale spreco di energie, e concordo pienamente con quanto recentemente dichiarato dall’editore di “The New Age”: in momenti come questi, in cui qualsiasi spreco è inaccettabile, le lamentele sterili rappresentano il peggior tipo di spreco. Ma la mia lamentela non è sterile. È fruttuosa. Questa stampa capitalista ha finalmente distorto ogni giudizio: l’oligarchia che la controlla è irresponsabile e si ritiene immune a qualsiasi conseguenza delle sue azioni. Crede di poter soffocare qualsiasi verità e diffondere qualsiasi menzogna. Governa, e lo fa in modo abominabile, proprio nel bel mezzo di una guerra per la vita.

IX

Dico che quei pochi controllori dei giornali governano; e lo fanno in modo orribile. Ho ragione. Ma lo fanno, come tutte le nuove poteri, unendo al contempo se stessi all’antica classe dominante e tradendola allo stesso tempo: basta pensare a Harmsworth e ai politici. La nuova stampa dirigente è un’oligarchia che continua a collaborare con l’oligarchia parlamentare, anche se meno nuova di essa.

This connection has developed in the great Capitalist papers a certain character which can be best described by the term “Official.”

Under certain forms of arbitrary government in Continental Europe ministers once made use of picked and rare newspapers to express their views, and these newspapers came to be called “The Official Press.” It was a crude method, and has been long abandoned even by the simpler despotic forms of government. Nothing of that kind exists now, of course, in the deeper corruption of modern Europe — least of all in England.

What has grown up here is a Press organization of support and favour to the system of professional politics which colours the whole of our great Capitalist papers to-day in England. This gives them so distinct a character, of parliamentary falsehood, and that falsehood is so clearly dictated by their connection with executive power that they merit the title “Official.”

The regime under which we are now living is that of a Plutocracy which has gradually replaced the old Aristocratic tradition of England. This Plutocracy — a few wealthy interests — in part controls, in part is expressed by, is in part identical with the professional politicians, and it has in the existing Capitalist Press an ally similar to that “Official Press” which continental nations knew in the past. But there is this great difference, that the “Official Press” of Continental experiments never consisted in more than a few chosen organs the character of which was well known, and the attitude of which contrasted sharply with the rest. But our “official Press” (for it is no less) covers the whole field. It has in the region of the great newspapers no competitor; indeed, it has no competitors at all, save that small Free Press, of which I shall speak in a moment, and which is its sole antagonist.

If any one doubts that this adjective “official” can properly be applied to our Capitalist Press to-day, let him ask himself first what the forces are which govern the nation, and next, whether those forces — that Government or regime — could be better served even under a system of permanent censorship than it is in the great dailies of London and the principal provincial capitals.

Is not everything which the regime desires to be suppressed, suppressed? Is not everything which it desires suggested, suggested? And is there any public question which would weaken the regime, and the discussion of which is ever allowed to appear in the great Capitalist journals?

There has not been such a case for at least twenty years. The current simulacrum of criticism apparently attacking some portion of the regime, never deals with matters vital to its prestige. On the contrary, it deliberately side-tracks any vital discussion that sincere conviction may have forced upon the public, and spoils the scent with false issues.

One paper, not a little while ago, was clamouring against the excess of lawyers in Government. Its remedy was an opposition to be headed by a lawyer.

Another was very serious upon secret trading with the enemy. It suppressed for months all reference to the astounding instance of that misdemeanour by the connections of a very prominent professional politician early in the war, and refused to comment on the single reference made to this crime in the House of Commons!

Another clamours for the elimination of enemy financial power in the affairs of this country, and yet says not a word upon the auditing of the secret Party Funds!

I say that the big daily papers have now not only those other qualities dangerous to the State which I have described, but that they have become essentially “official,” that is, insincere and corrupt in their interested support of that plutocratic complex which, in the decay of aristocracy, governs England. They are as official in this sense as were ever the Court organs of ephemeral Continental experiments. All the vices, all the unreality, and all the peril that goes with the existence of an official Press is stamped upon the great dailies of our time. They are not independent where Power is concerned. They do not really criticize. They serve a clique whom they should expose, and denounce and betray the generality — that is the State — for whose sake the salaried public servants should be perpetually watched with suspicion and sharply kept in control.

The result is that the mass of Englishmen have ceased to obtain, or even to expect, information upon the way they are governed.

They are beginning to feel a certain uneasiness. They know that their old power of observation over public servants has slipped from them. They suspect that the known gross corruption of Public life, and particularly of the House of Commons, is entrenched behind a conspiracy of silence on the part of those very few who have the power to inform them. But, as yet, they have not passed the stage of such suspicion. They have not advanced nearly as far as the discovery of the great newspaper owners and their system. They are still, for the most part, duped.

This transitional state of affairs (for I hope to show that it is only transitional) is a very great evil. It warps and depletes public information. It prevents the just criticism of public servants. Above all, it gives immense and irresponsible power to a handful of wealthy men — and especially to the one most wealthy and unscrupulous among them — whose wealth is an accident of speculation, whose origins are repulsive, and whose characters have, as a rule, the weakness and baseness developed by this sort of adventures. There are, among such gutter-snipes, thousands whose luck ends in the native gutter, half a dozen whose luck lands them into millions, one or two at most who, on the top of such a career go crazy with the ambition of the parvenu and propose to direct the State. Even when gambling adventurers of this sort are known and responsible (as they are in professional politics) their power is a grave danger. Possessing as the newspaper owners do every power of concealment and, at the same time, no shred of responsibility to any organ of the State, they are a deadly peril. The chief of these men are more powerful to-day than any Minister. Nay, they do, as I have said (and it is now notorious), make and unmake Ministers, and they may yet in our worst hour decide the national fate.

Questo tipo di collegamento ha assunto, nei grandi giornali capitalisti, una certa caratteristica che può essere descritta al meglio con il termine “ufficiale”.

In alcune forme di governo arbitrario nell’Europa continentale, i ministri utilizzavano giornali selezionati e rari per esprimere le loro opinioni; questi giornali venivano chiamati “Presa Stampa Ufficiale”. Era un metodo primitivo, ormai da tempo abbandonato anche dalle forme più semplici di governo dispotico. Oggi, naturalmente, nulla del genere esiste più nella corruzione profonda dell’Europa moderna – tanto meno in Inghilterra.

Quello che è cresciuto qui è un’organizzazione stampa che sostiene e favorisce il sistema della politica professionale; tale sistema influenzia oggi tutti i principali giornali capitalisti d’Inghilterra. Questo conferisce loro un carattere distintivo, quello della falsità parlamentare, e questa falsità è così chiaramente determinata dalla loro connessione con il potere esecutivo che tali giornali meritano davvero il titolo di “ufficiali”.

Il regime sotto cui viviamo oggi è quello di una plutocrazia che ha gradualmente sostituito l’antica tradizione aristocratica dell’Inghilterra. Questa plutocrazia – costituita da pochi interessi finanziari – controlla in parte, si esprime attraverso i politici professionisti e, in parte, è identica a loro; inoltre, dispone di un alleato nella stampa capitalista esistente, simile a quella “stampa ufficiale” che le nazioni continentali conoscevano in passato. Tuttavia c’è una grande differenza: la “stampa ufficiale” dei paesi continentali consisteva soltanto in pochi organi di stampa selezionati, il cui carattere era ben noto e il cui atteggiamento contrastava nettamente con quello degli altri media. La nostra “stampa ufficiale”, invece, copre l’intero settore dell’informazione; nel campo dei grandi giornali non ha concorrenti, anzi, non ne ha affatto, se non quella piccola stampa libera di cui parlerò tra un momento, che rappresenta il suo unico antagonista.

Se qualcuno dubita che l’aggettivo “ufficiale” possa essere correttamente applicato alla nostra stampa capitalista di oggi, si chieda prima quali siano le forze che governano il paese, e poi se queste forze – quel governo o regime – potrebbero essere meglio servite anche sotto un sistema di censura permanente rispetto a quanto avvenga nei grandi quotidiani di Londra e nelle principali capitali provinciali.

Non viene forse represso tutto ciò che il regime desidera venga represso? Non viene forse suggerito tutto ciò che il regime desidera venga suggerito? E esiste qualche questione pubblica che possa indebolire il regime, la cui discussione sia mai permessa di apparire nei grandi giornali capitalisti?

Non si è verificato un caso del genere da almeno vent’anni. L’attuale simulacro di critica che apparentemente attacca alcune parti del regime non affronta mai questioni vitali per il suo prestigio. Al contrario, devia deliberatamente qualsiasi discussione importante che una sincera convinzione potrebbe aver spinto il pubblico a portare avanti, rovinando così l’attenzione su tali temi con questioni false e irrilevanti.

Un articolo, pubblicato non molto tempo fa, denunciava l’eccesso di avvocati nel governo. La soluzione proposta era un’opposizione guidata da un avvocato stesso.

Un altro caso fu molto grave: si trattava di attività di trading segreto con il nemico. Per mesi vennero soppressi tutti i riferimenti a quell’incredibile episodio di condotta illegale da parte di persone legate a un politico professionista molto influente all’inizio della guerra, e si rifiutò addirittura di commentare l’unica menzione fatta in merito a questo reato alla Camera dei Comuni!

Altre voci chiedono l’eliminazione del potere finanziario nemico nelle questioni di questo paese, eppure non si dice una parola sull’audizione dei fondi segreti del Partito!

Dico che i grandi quotidiani di oggi non possiedono soltanto quelle altre qualità pericolose per lo Stato che ho descritto, ma sono diventati essenzialmente “ufficiali”, cioè insinceri e corrotti nel loro interessato sostegno a quel complesso plutocratico che, con il declino dell’aristocrazia, governa l’Inghilterra. Sono ufficiali in questo senso tanto quanto lo furono mai gli organi di stampa legati ai corti degli effimeri esperimenti continentali. Tutti i vizi, tutta la irrealtà e tutto il pericolo connessi all’esistenza di una stampa “ufficiale” sono evidenti nei grandi quotidiani del nostro tempo. Non sono indipendenti quando si tratta del potere; non criticano davvero. Servono un gruppo di interessi particolari che dovrebbero invece denunciare e tradire l’interesse generale, cioè lo Stato, per il quale i funzionari pubblici retribuiti dovrebbero essere costantemente tenuti sotto sorveglianza e controllati con rigore.

Il risultato è che la maggior parte degli inglesi ha smesso di ottenere, o anche solo di aspettarsi, informazioni su come vengono governati.

Stanno iniziando a provare una certa inquietudine. Sanno che il loro vecchio potere di osservazione sui funzionari pubblici è svanito. Sospettano che la corruzione diffusa nella vita pubblica, e in particolare nella Camera dei Comuni, sia radicata dietro una cospirazione del silenzio da parte di quei pochi che hanno il potere di informarli. Ma, per ora, non sono ancora arrivati a quel livello di sospetto. Non sono nemmeno vicini alla scoperta dei grandi proprietari di giornali e del loro sistema. Per la maggior parte, sono ancora ingannati.

Questo stato di transizione (poiché spero di dimostrare che sia soltanto temporaneo) rappresenta un grave pericolo: distorce e impoverisce l’informazione pubblica, impedisce una critica equa dei funzionari pubblici e, soprattutto, conferisce poteri immensi e irresponsabili a pochi uomini ricchi – in particolare a quello tra loro più danaroso e senza scrupoli. Il loro patrimonio deriva da speculazioni, le loro origini sono disgustose e il loro carattere, di solito, è segnato dalla debolezza e dalla bassezza tipiche di individui che hanno intrapreso questo tipo di avventure. Tra questi individui ci sono migliaia la cui fortuna finisce nelle fogne, una cinquantina che riescono a accumulare milioni, e al massimo uno o due che, raggiunto il vertice, diventano pazzi di ambizione e cercano di dirigere lo Stato. Anche quando questi individui sono conosciuti e responsabili (come avviene nella politica professionale), il loro potere rappresenta un grave pericolo. Possedendo tutti i mezzi per nascondere le proprie azioni e, allo stesso tempo, nessuna responsabilità nei confronti degli organi dello Stato, costituiscono una minaccia mortale. Oggi questi individui sono più potenti di qualsiasi ministro; anzi, come ho detto, hanno il potere di nominare e destituire i ministri, e possono addirittura decidere del destino della nazione nei momenti più difficili.

Now to every human evil of a political sort that has appeared in history (to every evil, that is, affecting the State, and proceeding from the will of man — not from ungovernable natural forces outside man) there comes a term and a reaction.

Here I touch the core of my matter. Side by side with what I have called “the Official Press” in our top-heavy plutocracy there has arisen a certain force for which I have a difficulty in finding a name, but which I will call for lack of a better name “the Free Press.”

I might call it the “independent” Press were it not that such a word would connote as yet a little too much power, though I do believe its power to be rising, and though I am confident that it will in the near future change our affairs.

I am not acquainted with any other modern language than French and English, but I read this Free Press French and English, Colonial and American regularly and it seems to me the chief intellectual phenomenon of our time.

In France and in England, and for all I know elsewhere, there has arisen in protest against the complete corruption and falsehood of the great Capitalist papers a crop of new organs which are in the strictest sense of the word “organs of Opinion.” I need not detain English readers with the effect of this upon the Continent. It is already sufficiently noteworthy in England alone, and we shall do well to note it carefully.

“The New Age” was, I think, the pioneer in the matter. It still maintains a pre-eminent position. I myself founded the “Eye-Witness” in the same chapter of ideas (by which I do not mean at all with similar objects of propaganda). Ireland has produced more than one organ of the sort, Scotland one or two. Their number will increase.

With this I pass from the just denunciation of evil to the exposition of what is good.

I propose to examine the nature of that movement which I call “The Free Press,” to analyse the disabilities under which it suffers, and to conclude with my conviction that it is, in spite of its disabilities, not only a growing force, but a salutary one, and, in a certain measure, a conquering one. It is to this argument that I shall now ask my readers to direct themselves.

X

The rise of what I have called “The Free Press” was due to a reaction against what I have called “The Official Press.” But this reaction was not single in motive.

Three distinct moral motives lay behind it and converged upon it. We shall do well to separate and recognize each, because each has had it’s effect upon the Free Press as a whole, and that Free Press bears the marks of all three most strongly to-day.

The first motive apparent, coming much earlier than either of the other two, was the motive of (A) Propaganda. The second motive was (B) Indignation against the concealment of Truth, and the third motive was (C) Indignation against irresponsible power: the sense of oppression which an immoral irresponsibility in power breeds among those who are unhappily subject to it.

Let us take each of these in their order.

XI

A

The motive of Propaganda (which began to work much the earliest of the three) concerned Religions, and also certain racial enthusiasms or political doctrines which, by their sincerity and readiness for sacrifice, had half the force of Religions.

Men found that the great papers (in their final phase) refused to talk about anything really important in Religion. They dared do nothing but repeat very discreetly the vaguest ethical platitudes. They hardly dared do even that. They took for granted a sort of invertebrate common opinion. They consented to be slightly coloured by the dominating religion of the country in which each paper happened to be printed — and there was an end of it.

Great bodies of men who cared intensely for a definite creed found that expression for it was lacking, even if this creed (as in France) were that of a very large majority in the State. The “organs of opinion” professed a genteel ignorance of that idea which was most widespread, most intense, and most formative. Nor could it be otherwise with a Capitalist enterprise whose directing motive was not conversion or even expression, but mere gain. There was nothing to distinguish a large daily paper owned by a Jew from one owned by an Agnostic or a Catholic. Necessity of expression compelled the creation of a Free Press in connection with this one motive of religion.

Men came across very little of this in England, because England was for long virtually homogeneous in religion, and that religion was not enthusiastic during the years in which the Free Press arose. But such a Free Press in defence of religion (the pioneer of all the Free Press) arose in Ireland and in France and elsewhere. It had at first no quarrel with the big official Capitalist Press. It took for granted the anodyne and meaningless remarks on Religion which appeared in the sawdust in the Official Press, but it asserted the necessity of specially emphasizing its particular point of view in its own columns: for religion affects all life.

This same motive of Propaganda later launched other papers in defence of enthusiasms other than strictly religious enthusiasms, and the most important of these was the enthusiasm for Collectivism — Socialism.

A generation ago and more, great numbers of men were persuaded that a solution for the whole complex of social injustice was to be found in what they called “nationalizing the means of production, distribution, and exchange.” That is, of course, in plain English, putting land, houses, and machinery, and stores of food and clothing into the hands of the politicians for control in use and for distribution in consumption.

This creed was held with passionate conviction by men of the highest ability in every country of Europe; and a Socialist Press began to arise, which was everywhere free, and soon in active opposition to the Official Press. Again (of a religious temper in their segregation, conviction and enthusiasm) there began to appear (when the oppressor was mild), the small papers defending the rights of oppressed nationalities.

Ora, per ogni male umano di natura politica che sia apparso nella storia (cioè per ogni male che riguardi lo Stato e derivi dalla volontà dell’uomo, e non da forze naturali incontrollabili al di fuori dell’uomo), esiste sempre un termine specifico con cui viene definito e una reazione che ne consegue.

Ecco dove tocco il cuore della questione. Accanto a ciò che ho definito “la stampa ufficiale” nella nostra plutocrazia dominata dai potenti, è emersa una certa forza per la quale fatico a trovare un nome appropriato; ma, in mancanza di uno migliore, la chiamerò “la stampa libera”.

Potrei chiamarla la stampa “indipendente”, se non fosse che questa parola implicasse ancora un po’ troppo potere; tuttavia credo davvero che il suo potere stia crescendo, e sono sicuro che in futuro prossimo cambierà radicalmente le nostre realtà.

Non conosco alcuna altra lingua moderna oltre al francese e all’inglese, ma leggo regolarmente questo giornale “Free Press” in francese e inglese, dedicato alle questioni coloniali e americane; a mio parere, rappresenta il principale fenomeno intellettuale del nostro tempo.

In Francia e in Inghilterra, e forse anche altrove, per protestare contro la totale corruzione e falsità dei grandi giornali capitalisti, sono emersi nuovi organi di stampa che, nel senso più stretto del termine, possono essere considerati “organi di opinione”. Non è necessario soffermarsi sulle conseguenze di questo fenomeno per i lettori inglesi in Europa continentale; già in Inghilterra tale situazione merita attenzione, e sarebbe opportuno osservarla con attenzione.

“La Nuova Era”, credo, fu pioniera in questo campo; mantiene ancora una posizione di rilievo. Anch’io ho fondato “Eye-Witness” seguendo gli stessi principi ideologici (e non intendo affatto che si tratti di strumenti di propaganda simili). L’Irlanda ne ha prodotti più di uno, la Scozia uno o due; il loro numero aumenterà.

Con questo passo, abbandono la semplice denuncia del male per esporre ciò che è buono.

Propongo di esaminare la natura di quel movimento che chiamo “La stampa libera”, di analizzare le difficoltà che incontra e di concludere con la mia convinzione che, nonostante queste difficoltà, esso rappresenti non solo una forza in crescita, ma anche una forza benefica e, in certa misura, vincente. È su questo argomento che ora chiedo ai miei lettori di concentrarsi.

X

L’ascesa di ciò che ho definito “La stampa libera” fu dovuta a una reazione contro ciò che ho chiamato “La stampa ufficiale”. Tuttavia, questa reazione non aveva un unico movente.

Alla base di questo fenomeno vi sono tre motivi morali distinti che si sono intrecciati tra loro. È opportuno separarli e riconoscerli uno per uno, poiché ciascuno di essi ha avuto un impatto sulla stampa libera nel suo complesso, e oggi la stampa libera presenta in modo particolarmente evidente le caratteristiche derivanti da tutti e tre questi motivi.

Il primo motivo evidente, che emerse molto prima degli altri due, era quello legato alla ((A)) propaganda. Il secondo motivo era la ((B)) indignazione per il nascondimento della verità, mentre il terzo motivo era la ((C)) indignazione verso un potere irresponsabile: quel senso di oppressione che una condotta immorale e irresponsabile al potere genera tra coloro che ne sono sfortunatamente soggetti.

Esaminiamo ciascuno di questi nell’ordine in cui sono stati menzionati.

XI

A

Il motivo della Propaganda (che iniziò ad agire molto prima delle altre due) riguardava le religioni, nonché certi entusiasmi razziali o dottrine politiche che, per la loro sincerità e disponibilità al sacrificio, possedevano quasi la stessa forza delle religioni.

Gli uomini scoprirono che i grandi giornali, nella loro fase finale, rifiutavano di parlare di qualsiasi cosa veramente importante in ambito religioso. Non osavano fare altro che ripetere, in modo molto discreto, le più vaghe banalità etiche. A malapena si permettevano nemmeno questo. Accettavano come scontato un genere di opinione comune priva di profondità. Si lasciavano influenzare leggermente dalla religione dominante nel paese in cui venivano pubblicati. E basta.

Grandi gruppi di persone che provavano un profondo attaccamento a una determinata credenza si resero conto che mancava un modo efficace per esprimerla, anche quando tale credenza rappresentasse l’opinione della stragrande maggioranza della popolazione (come in Francia). Gli “organi di opinione” ostentavano una sorta di ignoranza “gentile” riguardo a quell’idea che invece era la più diffusa, la più intensa e la più influente nella società. Non poteva essere altrimenti nemmeno per un’impresa capitalista il cui unico scopo non era la conversione delle persone o l’espressione di ideali, ma soltanto il guadagno. Non c’era alcuna differenza, dal punto di vista pratico, tra un grande quotidiano di proprietà di un ebreo e uno di proprietà di un agnostico o di un cattolico. La necessità stessa di esprimere opinioni spinse alla creazione di una stampa libera, proprio in relazione a questo scopo legato alla religione.

In Inghilterra si trovava molto poco di tutto ciò, perché per lungo tempo l’Inghilterra era praticamente omogenea dal punto di vista religioso, e quella religione non mostrava alcun entusiasmo negli anni in cui nacque la stampa libera. Ma una tale stampa libera a difesa della religione (la pioniera di tutta la stampa libera) sorse in Irlanda, in Francia e altrove. All’inizio non aveva alcun conflitto con le grandi case editrici capitaliste ufficiali; accettava senza problemi i commenti banali e privi di significato sulla religione che apparivano nella stampa ufficiale, ma sosteneva la necessità di sottolineare in modo particolare il proprio punto di vista nelle proprie colonne: perché la religione influisce su tutta la vita.

Lo stesso motivo legato alla propaganda portò in seguito alla pubblicazione di altri giornali a difesa di entusiasmi diversi da quelli strettamente religiosi; il più importante tra questi era l’entusiasmo per il Collettivismo, cioè per il Socialismo.

Un secolo fa o più, un gran numero di persone fu convinto che la soluzione a tutto il complesso problema delle ingiustizie sociali risiedesse nel cosiddetto “nazionalizzare i mezzi di produzione, distribuzione e scambio”. In altre parole, in termini semplici, significava mettere terra, case, macchinari, nonché scorte di cibo e vestiti sotto il controllo dei politici, affinché questi potessero decidere come utilizzarli e distribuirli.

Questo credo era condiviso con passione e convinzione da uomini di altissima capacità in ogni paese d’Europa; iniziò così ad emergere una stampa socialista, libera ovunque, che presto si pose in netto contrasto con la stampa ufficiale. Ancora una volta (in un contesto religioso, per quanto riguardava le loro convinzioni ed entusiasmi), quando l’oppressore mostrava moderazione, cominciarono ad apparire piccoli giornali che difendevano i diritti delle nazionalità oppresse.

Religion, then, and cognate enthusiasms were the first breeders of the Free Press.

It is exceedingly important to recognize this, because it has stamped the whole movement with a particular character to which I shall later refer when I come to its disabilities.

The motive of Propaganda, I repeat, was not at first conscious of anything iniquitous in the great Press or Official Press side by side with which it existed. Veuillot, in founding his splendidly fighting newspaper, which had so prodigious an effect in France, felt no particular animosity against the “Debats,” for instance; his particular Catholic enthusiasm recognized itself as exceptional, and was content to accept the humble or, at any rate, inferior position, which admitted eccentricity connotes. “Later,” these founders of the Free Press seemed to say, “we may convert the mass to our views, but, for the moment, we are admittedly a clique: an exceptional body with the penalties attaching to such.” They said this although the whole life of France is at least as Catholic as the life of Great Britain is Plutocratic, or the life of Switzerland Democratic. And they said it because they arose after the Capitalist press (neutral in religion as in every vital thing) had captured the whole field.

The first Propagandists, then, did not stand up to the Official Press as equals. They crept in as inferiors, or rather as open ex-centrics. For Victorian England and Third Empire France falsely proclaimed the “representative” quality of the Official Press.

To the honour of the Socialist movement the Socialist Free Press was the first to stand up as an equal against the giants.

I remember how in my boyhood I was shocked and a little dazed to see references in Socialist sheets such as “Justice” to papers like the “Daily Telegraph,” or the “Times,” with the epithet “Capitalist” put after them in brackets. I thought, then, it was the giving of an abnormal epithet to a normal thing; but I now know that these small Socialist free papers were talking the plainest common sense when they specifically emphasized as Capitalist the falsehoods and suppressions of their great contemporaries. From the Socialist point of view the leading fact about the insincerity of the great official papers is that this insincerity is Capitalist; just as from a Catholic point of view the leading fact about it was, and is, that it is anti-Catholic.

Though, however, certain of the Socialist Free Papers thus boldly took up a standpoint of moral equality with the others, their attitude was exceptional. Most editors or owners of, most writers upon, the Free Press, in its first beginnings, took the then almost universal point of view that the great papers were innocuous enough and fairly represented general opinion, and were, therefore, not things to be specifically combated.

The great Dailies were thought grey; not wicked — only general and vague. The Free Press in its beginnings did not attack as an enemy. It only timidly claimed to be heard. It regarded itself as a “speciality.” It was humble. And there went with it a mass of ex-centric stuff.

If one passes in review all the Free Press journals which owed their existence in England and France alone to this motive of Propaganda, one finds many “side shows,” as it were, beside the main motives of local or race patriotism, Religion, or Socialist conviction. You have, for instance, up and down Europe, the very powerful and exceedingly well-written anti-Semitic papers, of which Drumont’s “Libre Parole” was long the chief. You have the Single-tax papers. You have the Teetotal papers — and, really, it is a wonder that you have not yet also had the Iconoclasts and the Diabolists producing papers. The Rationalist and the Atheist propaganda I reckon among the religious.

We may take it, then, that Propaganda was, in order of time, the first motive of the Free Press and the first cause of its production.

Now from this fact arises a consideration of great importance to our subject. This Propagandist origin of the Free Press stamped it from its outset with a character it still bears, and will continue to bear, until it has had that effect in correcting, and, perhaps, destroying, the Official Press, to which I shall later turn.

I mean that the Free Press has had stamped upon it the character of disparate particularism.

Wherever I go, my first object, if I wish to find out the truth, is to get hold of the Free Press in France as in England, and even in America. But I know that wherever I get hold of such an organ it will be very strongly coloured with the opinion, or even fanaticism, of some minority. The Free Press, as a whole, if you add it all up and cancel out one exaggerated statement against another, does give you a true view of the state of society in which you live. The Official Press to-day gives you an absurdly false one everywhere. What a caricature — and what a base, empty caricature — of England or France or Italy you get in the “Times,” or the “Manchester Guardian,” the “Matin,” or the “Tribune”! No one of them is in any sense general — or really national.

The Free Press gives you the truth; but only in disjointed sections, for it is disparate and it is particularist: it is marked with isolation — and it is so marked because its origin lay in various and most diverse propaganda: because it came later than the official Press of Capitalism, and was, in its origins, but a reaction against it.

B

The second motive, that of indignation against falsehood, came to work much later than the motive of propaganda.

Men gradually came to notice that one thing after another of great public interest, sometimes of vital public interest, was deliberately suppressed in the principal great official papers, and that positive falsehoods were increasingly suggested, or stated.

There was more than this. For long the owner of a newspaper had for the most part been content to regard it as a revenue-producing thing. The editor was supreme in matters of culture and opinion. True, the editor, being revocable and poor, could not pretend to full political power. But it was a sort of dual arrangement which yet modified the power of the vulgar owner.

La religione, dunque, e gli entusiasmi affini furono i primi generatori della Stampa Libera.

È estremamente importante riconoscerlo, perché ciò ha impresso all’intero movimento un carattere particolare al quale mi riferirò più avanti, quando verrò a parlare dei suoi limiti.

Il movente della Propaganda, lo ripeto, non era dapprima consapevole di alcunché di iniquo nella grande Stampa, ossia nella Stampa Ufficiale, accanto alla quale essa esisteva. Veuillot, nel fondare il suo giornale splendidamente battagliero, che ebbe un effetto tanto prodigioso in Francia, non provava alcuna particolare animosità contro i «Débats», per esempio; il suo peculiare entusiasmo cattolico si riconosceva come eccezionale, e si accontentava di accettare la posizione umile o, in ogni caso, inferiore che l’eccentricità dichiarata comporta. «Più tardi», sembravano dire questi fondatori della Stampa Libera, «potremo convertire la massa alle nostre vedute, ma, per il momento, siamo dichiaratamente una cerchia: un corpo eccezionale, con le penalità che a ciò si accompagnano». Dicevano questo benché l’intera vita della Francia sia cattolica almeno quanto la vita della Gran Bretagna è plutocratica, o la vita della Svizzera democratica. E lo dicevano perché sorsero dopo che la stampa capitalista (neutrale in religione come in ogni cosa vitale) aveva conquistato l’intero campo.

I primi propagandisti, dunque, non si posero di fronte alla Stampa Ufficiale da pari a pari. Vi si insinuarono come inferiori, o piuttosto come eccentrici dichiarati. Perché l’Inghilterra vittoriana e la Francia del Terzo Impero proclamavano falsamente la qualità «rappresentativa» della Stampa Ufficiale.

A onore del movimento socialista, la Stampa Libera socialista fu la prima a ergersi da pari contro i giganti.

Ricordo come, nella mia fanciullezza, rimanessi scandalizzato e un poco sconcertato nel vedere in fogli socialisti come «Justice» riferimenti a giornali quali il «Daily Telegraph» o il «Times», con l’epiteto «capitalista» posto dopo di essi tra parentesi. Allora pensai che fosse l’attribuzione di un epiteto anormale a una cosa normale; ma ora so che quei piccoli giornali liberi socialisti dicevano il più schietto buon senso quando sottolineavano specificamente come capitaliste le menzogne e le reticenze dei loro grandi contemporanei. Dal punto di vista socialista, il fatto principale riguardo all’insincerità dei grandi giornali ufficiali è che tale insincerità è capitalista; proprio come dal punto di vista cattolico il fatto principale al riguardo era, ed è, che essa è anticattolica.

Tuttavia, benché alcuni dei Giornali Liberi socialisti assumessero così arditamente una posizione di parità morale con gli altri, il loro atteggiamento era eccezionale. La maggior parte dei direttori o dei proprietari della Stampa Libera, e la maggior parte di coloro che vi scrivevano, ai suoi primi inizi, adottava il punto di vista allora quasi universale che i grandi giornali fossero abbastanza innocui e rappresentassero discretamente l’opinione generale, e non fossero, perciò, cose da combattere in modo specifico.

I grandi quotidiani erano ritenuti grigi; non malvagi — soltanto generici e vaghi. La Stampa Libera, ai suoi inizi, non attaccava come un nemico. Chiedeva solo timidamente di essere ascoltata. Si considerava una «specialità». Era umile. E con essa andava una massa di materiale eccentrico.

Se si passano in rassegna tutti i periodici della Stampa Libera che nella sola Inghilterra e nella sola Francia dovettero la loro esistenza a questo movente della Propaganda, si trovano molti «spettacoli secondari», per così dire, accanto ai motivi principali del patriottismo locale o di razza, della Religione o della convinzione socialista. Si hanno, per esempio, qua e là per l’Europa, i giornali antisemiti, assai potenti e straordinariamente ben scritti, dei quali la «Libre Parole» di Drumont fu a lungo il principale. Si hanno i giornali dell’imposta unica. Si hanno i giornali astemi — e, davvero, c’è da stupirsi che non si siano ancora visti anche gli iconoclasti e i diabolisti produrre giornali. La propaganda razionalista e quella atea le annovero tra le religiose.

Possiamo dunque ritenere che la Propaganda fu, in ordine di tempo, il primo movente della Stampa Libera e la prima causa della sua nascita.

Ora, da questo fatto sorge una considerazione di grande importanza per il nostro tema. Questa origine propagandistica della Stampa Libera le ha impresso fin dal principio un carattere che essa porta ancora, e continuerà a portare, finché non avrà avuto quell’effetto di correggere, e forse distruggere, la Stampa Ufficiale, del quale tratterò più avanti.

Voglio dire che alla Stampa Libera è stato impresso il carattere di un particolarismo disparato.

Ovunque io vada, il mio primo obiettivo, se desidero scoprire la verità, è procurarmi la Stampa Libera, in Francia come in Inghilterra, e perfino in America. Ma so che, ovunque mi procuri un tale organo, esso sarà fortemente colorato dall’opinione, o perfino dal fanatismo, di qualche minoranza. La Stampa Libera, nel suo insieme, se la si somma tutta e si annullano le affermazioni esagerate le une con le altre, dà davvero una visione veritiera dello stato della società in cui si vive. La Stampa Ufficiale oggi ne dà ovunque una assurdamente falsa. Che caricatura — e che vile, vuota caricatura — dell’Inghilterra, della Francia o dell’Italia si ricava dal «Times», o dal «Manchester Guardian», dal «Matin» o dalla «Tribune»! Nessuno di essi è in alcun senso generale — o davvero nazionale.

La Stampa Libera vi dà la verità; ma soltanto in sezioni sconnesse, perché è disparata ed è particolarista: è segnata dall’isolamento — ed è così segnata perché la sua origine stava in propagande varie e quanto mai diverse: perché venne dopo la stampa ufficiale del Capitalismo, e non fu, nelle sue origini, che una reazione contro di essa.

B

Il secondo movente, quello dell’indignazione contro la menzogna, entrò in azione molto più tardi del movente della propaganda.

Gli uomini vennero gradualmente ad accorgersi che una cosa dopo l’altra di grande interesse pubblico, talvolta di vitale interesse pubblico, veniva deliberatamente soppressa nei principali grandi giornali ufficiali, e che vere e proprie falsità venivano sempre più insinuate, o affermate.

C’era di più. A lungo il proprietario di un giornale si era per lo più accontentato di considerarlo una cosa produttrice di reddito. Il direttore era sovrano in materia di cultura e di opinione. È vero, il direttore, essendo revocabile e povero, non poteva pretendere al pieno potere politico. Ma era una sorta di assetto duale che pur tuttavia temperava il potere del volgare proprietario.

I myself remember that state of affairs: the editor who was a gentleman and dined out, the proprietor who was a lord and nervous when he met a gentleman. It changed in the nineties of the last century or the late eighties. It had disappeared by the 1900’s.

The editor became (and now is) a mere mouthpiece of the proprietor. Editors succeed each other rapidly. Of great papers to-day the editor’s name of the moment is hardly known — but not a Cabinet Minister that could not pass an examination in the life, vices, vulnerability, fortune, investments and favours of the owner. The change was rapidly admitted. It came quickly but thoroughly. At last — like most rapid developments — it exceeded itself.

Men owning the chief newspapers could be heard boasting of their power in public, as an admitted thing; and as this power was recognized, and as it grew with time and experiment, it bred a reaction.

Why should this or that vulgarian (men began to say) exercise (and boast of!) the power to keep the people ignorant upon matters vital to us all? To distort, to lie? The sheer necessity of getting certain truths told, which these powerful but hidden fellows refused to tell, was a force working at high potential and almost compelling the production of Free Papers side by side with the big Official ones. That is why you nearly always find the Free Press directed by men of intelligence and cultivation — of exceptional intelligence and cultivation. And that is where it contrasts most with its opponents.

C

But only a little later than this second motive of indignation against falsehood and acting with equal force (though upon fewer men) was the third motive of freedom: of indignation against arbitrary Power.

For men who knew the way in which we are governed, and who recognized, especially during the last twenty years, that the great newspaper was coming to be more powerful than the open and responsible (though corrupt) Executive of the country, the position was intolerable.

It is bad enough to be governed by an aristocracy or a monarch whose executive power is dependent upon legend in the mass of the people; it is humiliating enough to be thus governed through a sort of play-acting instead of enjoying the self-government of free men.

It is worse far to be governed by a clique of Professional Politicians bamboozling the multitude with a pretence of “Democracy.”

But it is intolerable that similar power should reside in the hands of obscure nobodies about whom no illusion could possibly exist, whose tyranny is not admitted or public at all, who do not even take the risk of exposing their features, and to whom no responsibility whatever attaches.

The knowledge that this was so provided the third, and, perhaps, the most powerful motive for the creation of a Free Press.

Unfortunately, it could affect only very few men. With the mass even of well-educated and observant men the feeling created by the novel power of the great papers was little more than a vague ill ease. They had a general conception that the owner of a widely circulated popular newspaper could, and did, blackmail the professional politician: make or unmake the professional politician by granting or refusing him the limelight; dispose of Cabinets; nominate absurd Ministers.

But the particular, vivid, concrete instances that specially move men to action were hidden from them. Only a small number of people were acquainted with such particular truths. But that small number knew very well that we were thus in reality governed by men responsible to no one, and hidden from public blame. The determination to be rid of such a secret monopoly of power compelled a reaction: and that reaction was the Free Press.


XII

Such being the motive powers of the Free Press in all countries, but particularly in France and England, where the evils of the Capitalist (or Official) Press were at their worst, let us next consider the disabilities under which this reaction — the Free Press — suffered.

I think these disabilities lie under four groups.

(1) In the first place, the free journals suffered from the difficulty which all true reformers have, that they have to begin by going against the stream.

(2) In the second place they suffered from that character of particularism or “crankiness,” which was a necessary result of their Propagandist character.

(3) In the third place — and this is most important — they suffered economically. They were unable to present to their readers all that their readers expected at the price. This was because they were refused advertisement subsidy and were boycotted.

(4) In the fourth place, for reasons that will be apparent in a moment, they suffered from lack of information.

To these four main disabilities the Free Papers in this country added a fifth peculiarly our own; they stood in peril from the arbitrary power of the Political Lawyers.

Let us consider first the main four points. When we have examined them all we shall see against what forces, and in spite of what negative factors, the Free Press has established itself to-day.

1

I say that in the first place the Free Press, being a reformer, suffered from what all reformers suffer from, to wit, that in their origins they must, by definition, go against the stream.

The official Capitalist Press round about them had already become a habit when the Free Papers appeared. Men had for some time made it a normal thing to read their daily paper; to believe what it told them to be facts, and even in a great measure to accept its opinion. A new voice criticizing by implication, or directly blaming or ridiculing a habit so formed, was necessarily an unpopular voice with the mass of readers, or, if it was not unpopular, that was only because it was negligible.

This first disability, however, under which the Free Press suffered, and still suffers, would not naturally have been of long duration. The remaining three were far graver. For the mere inertia or counter current against which any reformer struggles is soon turned if the reformer (as was the case here) represented a real reaction, and was doing or saying things which the people, had they been as well informed as himself, would have agreed with. With the further disabilities of (2) particularism, (3) poverty, (4) insufficiency (to which I add, in this country, restraint by the political lawyers), it was otherwise.

Ricordo personalmente quella situazione: l’editore, che era un gentiluomo e pranzava fuori; il proprietario, che era un signore e si innervosiva quando incontrava un altro gentiluomo. Tutto cambiò negli anni ’90 del secolo scorso o alla fine degli anni ’80; entro il 1900 quella situazione era ormai scomparsa.

L’editore divenne (e ora è) soltanto un portavoce del proprietario. Gli editori vengono sostituiti uno dopo l’altro con grande frequenza. Nei grandi giornali di oggi, il nome dell’editore del momento è quasi sconosciuto; tuttavia, non esiste nessun Ministro che non sia in grado di conoscere a fondo la vita privata, i difetti, le debolezze, la fortuna, gli investimenti e i favori del proprietario. Questo cambiamento si è verificato rapidamente ed in modo completo. Alla fine – come nella maggior parte dei processi evolutivi veloci – ha persino superato se stesso.

Si poteva sentire gli uomini che possedevano i principali giornali vantarsi pubblicamente del loro potere, come di qualcosa di ovvio e riconosciuto; e poiché questo potere veniva effettivamente riconosciuto e cresceva con il tempo e attraverso le esperienze accumulate, ne derivò una reazione contraria.

Perché mai questo o quell’uomo volgare dovrebbe avere il potere di mantenere la gente ignorante su questioni vitali per tutti noi? Di distorcere la verità, di mentire. La pura necessità di far conoscere certe verità, che questi individui potenti ma nascosti si rifiutavano di diffondere, rappresentava una forza potentissima che quasi costringeva alla pubblicazione di giornali liberi, accanto a quelli ufficiali. Ecco perché la stampa libera è quasi sempre guidata da persone intelligenti e colte, di un’intelligenza e di una cultura eccezionali. Ed è proprio in questo che si contrappone maggiormente ai suoi oppositori.

C

Ma solo poco dopo questo secondo motivo di indignazione contro la falsità e l’agire con uguale forza (sebbene su un numero minore di persone), emerse il terzo motivo della libertà: l’indignazione contro il Potere arbitrario.

Per coloro che conoscevano il modo in cui venivamo governati e che avevano riconosciuto, soprattutto negli ultimi vent’anni, che i grandi giornali stavano diventando più potenti dell’esecutivo del paese, aperto e responsabile (sebbene corrotto), quella situazione era intollerabile.

È già abbastanza grave essere governati da un’aristocrazia o da un monarca il cui potere esecutivo si basa su leggende per la maggior parte della popolazione; è altrettanto umiliante essere governati in questo modo, attraverso una sorta di recitazione teatrale, invece di godere del governo autonomo degli uomini liberi.

È ancora peggio essere governati da un gruppo di politici professionisti che ingannano la gente sotto il pretesto della “democrazia”.

Ma è intollerabile che un potere simile possa trovarsi nelle mani di individui oscuri e senza nome, su cui non può esistere alcuna illusione, la cui tirannia non viene nemmeno ammessa o resa pubblica, che non si prendono nemmeno il rischio di far vedere in faccia a nessuno, e ai quali non è attribuita alcuna responsabilità.

Il fatto che ciò fosse così predisposto costituì il terzo, e forse il più potente, motivo per la creazione di una stampa libera.

Purtroppo, questo effetto poteva riguardare soltanto pochissimi uomini. Anche tra persone ben istruite e attente, la sensazione suscitata dal potere enorme dei grandi giornali non era altro che una vaga inquietudine. Esisteva l’idea comune che il proprietario di un quotidiano popolare a larga diffusione potesse, e di fatto facesse, ricatto sui politici professionisti: determinare la loro ascesa o caduta concedendo o negando loro l’attenzione dei media; decidere le sorti dei gabinetti governativi; nominare ministri assurdi.

Ma quegli esempi concreti, vividi e particolari che spingevano le persone ad agire erano nascosti da loro. Solo un piccolo numero di persone conosceva tali verità specifiche. Ma quel piccolo gruppo sapeva molto bene che in realtà eravamo governati da individui responsabili verso nessuno e al riparo dalle critiche pubbliche. La determinazione a liberarsi di tale monopolio segreto del potere spinse a una reazione. E quella reazione fu la stampa libera.


XII

Essendo questi i motivi che spingono la stampa libera in tutti i paesi, ma in particolare in Francia e Inghilterra, dove i mali della stampa capitalistica (o ufficiale) raggiungevano il loro apice, consideriamo ora gli ostacoli che impedivano lo sviluppo di questa libertà di espressione.

Penso che queste disabilità possano essere raggruppate in quattro categorie principali.

Innanzitutto, le riviste libere affrontavano la difficoltà che tutti i veri riformatori incontrano: dovevano iniziare andando controcorrente.

In secondo luogo, soffrivano di quel carattere di particolarismo o “capricciosità”, che era un risultato inevitabile del loro ruolo di propagandisti.

In terzo luogo – e questo è il più importante – soffrirono in termini economici. Non riuscivano a offrire ai loro lettori tutto ciò che questi si aspettavano, considerando il prezzo pagato. Il motivo era che veniva loro negata la sussidiazione pubblicitaria e subivano boicottaggi.

In quarto luogo, per ragioni che diventeranno evidenti tra un attimo, soffrivano di una carenza di informazioni.

A queste quattro principali disabilità, i documenti ufficiali di questo paese ne aggiunsero una quinta, particolarmente tipica della nostra realtà: i cittadini erano esposti al pericolo rappresentato dall’arbitrio dei giuristi politici.

Consideriamo innanzitutto i quattro punti principali. Dopo averli esaminati tutti, vedremo contro quali forze, e nonostante quali fattori negativi, la stampa libera si sia affermata oggi.

1

Dico che, innanzitutto, la stampa libera, essendo un fattore di riforma, soffre di ciò che tutti i riformatori soffrono, ovvero che, per definizione, nelle loro origini devono andare controcorrente.

La stampa capitalista ufficiale che li circondava era ormai diventata una abitudine per la gente quando apparvero i giornali indipendenti. Da tempo, leggere il proprio quotidiano, credere alle informazioni contenute in esso come a fatti reali e, in larga misura, accettarne le opinioni era diventato qualcosa di normale per gli uomini. Quindi, una nuova voce che criticasse implicitamente o accusasse direttamente, o addirittura deridesse un’abitudine così radicata, era inevitabilmente poco popolare tra i lettori comuni; oppure, se non lo era, ciò avveniva soltanto perché tale voce veniva considerata trascurabile.

Tuttavia, questa prima difficoltà che la stampa libera ha incontrato, e che incontra ancora oggi, non avrebbe naturalmente dovuto durare a lungo. Le altre tre difficoltà erano molto più gravi. L’inerzia o le resistenze contro cui si scontra qualsiasi riformatore vengono infatti rapidamente superate se tale riformatore rappresenta davvero una reazione concreta e dice o fa cose con cui la gente, se fosse altrettanto informata, sarebbe d’accordo. Ma con le altre difficoltà legate al particolarismo, alla povertà, all’insufficienza – e in questo paese anche alle restrizioni imposte dagli avvocati politici – la situazione era diversa.

2

The Particularism of the Free Papers was a grave and permanent weakness which still endures. Any instructed man to-day who really wants to find out what is going on reads the Free Press; but he is compelled, as I have said, to read the whole of it and piece together the sections if he wishes to discover his true whereabouts. Each particular organ gives him an individual impression, which is ex-centric, often highly ex-centric, to the general impression.

When I want to know, for instance, what is happening in France, I read the Jewish Socialist paper, the “Humanité”; the most violent French Revolutionary papers I can get, such as “La Guerre Sociale”; the Royalist “Action Française”; the anti-Semitic “Libre Parole,” and so forth.

If I want to find out what is really happening with regard to Ireland, I not only buy the various small Irish free papers (and they are numerous), but also “The New Age” and the “New Witness”: and so on, all through the questions that are of real and vital interest. But I only get my picture as a composite. The very same truth will be emphasized by different Free Papers for totally different motives.

Take the Marconi case. The big official papers first boycotted it for months, and then told a pack of silly lies in support of the politicians. The Free Press gave one the truth but its various organs gave the truth for very different reasons and with very different impressions. To some of the Irish papers Marconi was a comic episode, “just what one expects of Westminster”; others dreaded it for fear it should lower the value of the Irish-owned Marconi shares. “The New Age” looked at it from quite another point of view than that of the “New Witness,” and the specifically Socialist Free Press pointed it out as no more than an example of what happens under Capitalist Government.

A Mahommedan paper would no doubt have called it a result of the Nazarene religion, and a Thug paper an awful example of what happens when your politicians are not Thugs.

My point is, then, that the Free Press thus starting from so many different particular standpoints has not yet produced a general organ; by which I mean that it has not produced an organ such as would command the agreement of a very great body of men, should that very great body of men be instructed on the real way in which we are governed.

Drumont was very useful for telling one innumerable particular fragments of truth, which the Official Press refuse to mention — such as the way in which the Rothschilds cheated the French Government over the death duties in Paris some years ago. Indeed, he alone ultimately compelled those wealthy men to disgorge, and it was a fine piece of work. But when he went on to argue that cheating the revenue was a purely Jewish vice he could never get the mass of people to agree with him, for it was nonsense.

Charles Maurras is one of the most powerful writers living, and when he points out in the “Action Française” that the French Supreme Court committed an illegal action at the close of the Dreyfus case, he is doing useful work, for he is telling the truth on a matter of vital public importance. But when he goes on to say that such a thing would not have occurred under a nominal Monarchy, he is talking nonsense. Any one with the slightest experience of what the Courts of Law can be under a nominal Monarchy shrugs his shoulders and says that Maurras’s action may have excellent results, but that his proposed remedy of setting up one of these modern Kingships in. France in the place of the very corrupt Parliament is not convincing.

The “New Republic” in New York vigorously defends Brandeis because Brandeis is a Jew, and the “New Republic” (which I read regularly, and which is invaluable to-day as an independent instructor on a small rich minority of American opinion) is Jewish in tone. The defence of Brandeis interests me and instructs me. But when the “New Republic” prints pacifist propaganda by Brailsford, or applauds Lane under the alias of “Norman Angell,” it is — in my view — eccentric and even contemptible. “New Ireland” helps me to understand the quarrel of the younger men in Ireland with the Irish Parliamentary party — but I must, and do, read the “Freeman” as well.

In a word, the Free Press all over the world, as far as I can read it, suffers from this note of particularity, and, therefore, of isolation and strain. It is not of general appeal.

In connection with this disability you get the fact that the Free Press has come to depend upon individuals, and thus fails to be as yet an institution. It is difficult, to see how any of the papers I have named would long survive a loss of their present editorship. There might possibly be one successor; there certainly would not be two; and the result is that the effect of these organs is sporadic and irregular.

In the same connection you have the disability of a restricted audience.

There are some men (and I count myself one) who will read anything, however much they differ from its tone and standpoint, in order to obtain more knowledge. I am not sure that it is a healthy habit. At any rate it is an unusual one. Most men will only read that which, while informing them, takes for granted a philosophy more or less sympathetic with their own. The Free Press, therefore, so long as it springs from many and varied minorities, not only suffers everywhere from an audience restricted in the case of each organ, but from preaching to the converted. It does get hold of a certain outside public which increases slowly, but it captures no great area of public attention at any one time.

3

The third group of disabilities, as I have said, attaches to the economic weakness of the Free Press.

The Free Press is rigorously boycotted by the great advertisers, partly, perhaps, because its small circulation renders them contemptuous (because nearly all of them are of the true wooden-headed “business” type that go in herds and never see for themselves where their goods will find the best market); but much more from frank enmity against the existence of any Free Press at all.

2

Il particolarismo dei giornali liberi rappresentava una grave e permanente debolezza che persiste ancora oggi. Chiunque oggi desideri davvero conoscere ciò che sta accadendo legge i giornali liberi; tuttavia, come ho detto, è costretto a leggerli tutti e a collegare le varie informazioni tra loro se vuole comprendere la realtà. Ogni organo di stampa fornisce un’impressione particolare, spesso molto distante dall’immagine generale che si può avere della situazione.

Quando voglio sapere, ad esempio, cosa sta succedendo in Francia, leggo il giornale socialista ebreo “Humanité”; i giornali rivoluzionari francesi più violenti che riesco a trovare, come “La Guerre Sociale”; il giornale realista “Action Française”; l’antisemita “Libre Parole”, e così via.

Se voglio scoprire cosa sta realmente accadendo in Irlanda, non mi limito ad acquistare i vari giornali irlandesi gratuiti (e ne esistono molti), ma leggo anche “The New Age” e “New Witness”, concentrandomi soprattutto sulle domande che presentano un reale e vitale interesse. Tuttavia, l’immagine che ne risulta è soltanto complessiva: la stessa _verità viene enfatizzata da questi giornali per motivi completamente diversi.

Prendiamo il caso Marconi. I grandi giornali ufficiali lo boicottarono per mesi, e poi raccontarono un mucchio di bugie stupide a sostegno dei politici. La stampa libera disse la verità, ma i suoi vari organi la presentarono per motivi molto diversi e con impressioni completamente diverse. Per alcuni giornali irlandesi, Marconi era solo un episodio comico, “esattamente ciò che ci si aspetta da Westminster”; altri ne avevano paura, temendo che potesse ridurre il valore delle azioni Marconi di proprietà irlandese. “The New Age” lo considerava da un punto di vista completamente diverso da quello di “New Witness”, mentre la stampa libera, di orientamento socialista, lo vedeva semplicemente come un esempio di ciò che accade sotto un governo capitalista.

Un giornale mahometano senza dubbio l’avrebbe definito un risultato della religione dei Nazareni, mentre un giornale thug lo avrebbe considerato un orribile esempio di ciò che accade quando i propri politici non sono dei thug.

Quello che voglio dire, dunque, è che la stampa libera, partendo da così tanti punti di vista diversi, non ha ancora prodotto un organo di informazione capace di ottenere l’approvazione di un gran numero di persone; intendo dire, non ha creato un organo in grado di convincere un vasto pubblico riguardo al vero modo in cui veniamo governati.

Drumont fu molto utile nel rivelare innumerevoli dettagli veritieri che la stampa ufficiale si rifiutava di menzionare – ad esempio il modo in cui i Rothschild avevano truffato il governo francese riguardo alle tasse sulla morte a Parigi alcuni anni prima. Infatti, fu solo lui a costringere quegli uomini ricchi a confessare la verità; un ottimo risultato. Ma quando iniziò a sostenere che truffare lo Stato fosse una caratteristica tipicamente ebraica, non riuscì mai a far concordare le masse con lui: era pura assurdità.

Charles Maurras è uno dei scrittori più influenti viventi; quando afferma su “Action Française” che la Corte Suprema francese abbia compiuto un atto illegale alla fine del caso Dreyfus, sta svolgendo un lavoro utile, poiché dice la verità su una questione di vitale importanza pubblica. Tuttavia, quando aggiunge che una cosa del genere non sarebbe accaduta sotto una monarchia nominale, sta dicendo sciocchezze. Chiunque abbia anche solo una minima esperienza di ciò che possono diventare i tribunali sotto una monarchia nominale scuote le spalle e ritiene che le idee di Maurras possano avere risultati positivi, ma che la soluzione proposta – ovvero istituire in Francia un “re moderno” al posto del Parlamento corrotto – non sia convincente.

La “New Republic” di New York difende con vigore Brandeis perché Brandeis è ebreo; inoltre, la “New Republic” (che leggo regolarmente e che oggi rappresenta una fonte inestimabile per comprendere le opinioni di una piccola ma influente minoranza americana) ha un tono tipicamente ebraico. La difesa di Brandeis mi interessa e mi è utile. Tuttavia, quando la “New Republic” pubblica propaganda pacifista scritta da Brailsford o elogia Lane sotto lo pseudonimo di “Norman Angell”, a mio parere si comporta in modo eccentrico, persino spregevole. La “New Ireland” mi aiuta a comprendere i conflitti tra i giovani irlandesi e il partito parlamentare irlandese; ma devo anche leggere la “Freeman”.

In breve, la stampa libera in tutto il mondo, per quanto ne posso capire, soffre di questa caratteristica particolare e, di conseguenza, di isolamento e tensioni. Non ha un appeal generale.

In relazione a questa caratteristica, si verifica che la stampa libera sia diventata dipendente da singoli individui, e quindi non riesce ancora a costituire un’istituzione vera e propria. È difficile immaginare come alcuno dei giornali menzionati possa sopravvivere a lungo alla perdita del proprio attuale direttore editoriale. Potrebbe esserci un successore; di certo non ne ci sarebbero due; e il risultato è che l’efficacia di questi organi di stampa risulta sporadica e irregolare.

Nello stesso contesto, c’è anche la limitazione legata al pubblico a cui si rivolge l’opera.

Ci sono alcuni uomini (e mi considero uno di loro) che leggono qualsiasi cosa, per quanto possa differire dal loro tono e punto di vista, al fine di acquisire più conoscenze. Non sono sicuro che sia un’abitudine salutare. Comunque sia, è senz’altro insolita. La maggior parte delle persone legge soltanto ciò che, pur fornendo informazioni utili, presuppone una filosofia più o meno in linea con le proprie convinzioni personali. Pertanto, la stampa libera, finché deriva da molteplici e varie minoranze, non solo incontra difficoltà nell’attrarre un pubblico sufficientemente ampio per ogni singolo organo di stampa, ma si rivolge anche a persone che già condividono le sue idee. Riesce comunque ad attirare un certo pubblico esterno, che aumenta lentamente. Ma non riesce mai a catturare l’attenzione del grande pubblico in un determinato momento.

3

Il terzo gruppo di difficoltà, come ho detto, è legato alla debolezza economica della stampa libera.

La stampa libera viene rigorosamente boicottata dai grandi inserzionisti; in parte, forse, perché la sua piccola diffusione li rende sprezzanti (poiché quasi tutti appartengono a quel tipo di persone “dure di testa” tipiche del mondo degli affari, che agiscono sempre in gruppo senza mai considerare da sole dove i loro prodotti possano trovare il mercato migliore); ma soprattutto a causa di un’ostilità profonda verso l’esistenza stessa della stampa libera.

Stupidity, for instance, would account for the great advertisers not advertising articles of luxury in a paper with only a three thousand a week circulation, even if that paper were read from cover to cover by all the rich people in England; but it would not account for absence in the Free Press alone of advertisements appearing in every other kind of paper, and in many organs of far smaller circulation than the Free Press papers have.

The boycott is deliberate, and is persistently maintained. The effect is that the Free Press cannot give in space and quality of paper, excellence of distribution, and the rest, what the Official Press can give; for it lacks advertisement subsidy. This is a very grave economic handicap indeed.

In part the Free Press is indirectly supported by a subsidy from its own writers. Men whose writing commands high payment will contribute to the Free Press sometimes for small fees, usually for nothing; but, at any rate, always well below their market prices. But contribution of that kind is always precarious, and, if I may use the word, jerky. Meanwhile, it does not fill a paper. It is true that the level of writing in the Free Press is very much higher than in the Official Press. To compare the Notes in “The New Age,” for instance, with the Notes in the “Spectator” is to discern a contrast like that between one’s chosen conversation with equals, and one’s forced conversation with commercial travellers in a rail-way carriage. To read Shaw or Wells or Gilbert or Cecil Chesterton or Quiller Couch or any one of twenty others in the “New Witness” is to be in another world from the sludge and grind of the official weekly. But the boycott is rigid and therefore the supply is intermittent. It is not only a boycott of advertisement: it is a boycott of quotation. Most of the governing class know the Free Press. The vast lower middle class does not yet know that it exists.

The occasional articles in the Free Press have the same mark of high value, but it is not regular: and, meanwhile, hardly one of the Free Papers pays its way.

The difficulty of distribution, which I have mentioned, comes under the same heading, and is another grave handicap.

If a man finds a difficulty in getting some paper to which he is not a regular subscriber, but which he desires to purchase more or less regularly, it drops out of his habits. I myself, who am an assiduous reader of all such matter, have sometimes lost touch with one Free Paper or another for months, on account of a couple of weeks’ difficulty in getting my copy, I believe this impediment of habit to apply to most of the Free Papers.

4

Fourthly, but also partly economic, there is the impediment the Free Press suffers of imperfect information. It will print truths which the Great Papers studiously conceal, but daily and widespread information on general matters it has great difficulty in obtaining.

Information is obtained either at great expense through private agents, or else by favour through official channels, that is, from the professional politicians. The Official Press makes and unmakes the politicians. Therefore, the politician is careful to keep it informed of truths that are valuable to him, as well as to make it the organ of falsehoods equally valuable.

Most of the official papers, for instance, were informed of the Indian Silver scandal by the culprits themselves in a fashion which forestalled attack. Those who led the attack groped in the dark.

For we must remember that the professional politicians all stand in together when a financial swindle is being carried out. There is no “opposition” in these things. Since it is the very business of the Free Press to expose the falsehood or inanity of the Official Capitalist Press, one may truly say that a great part of the energies of the Free Press is wasted in this “groping in the dark” to which it is condemned. At the same time, the Economic difficulty prevents the Free Press from paying for information difficult to be obtained, and under these twin disabilities it remains heavily handicapped.

The Political Lawyers

We must consider separately, for it is not universal but peculiar to our own society, the heavy disability under which the Free Press suffers in this country from the now unchecked power of the political lawyers.

I have no need to emphasize the power of a Guild when it is once formed, and has behind it strong corporate traditions. It is the principal thesis of “The New Age,” in which this essay first appeared, that national guilds, applied to the whole field of society, would be the saving of it through their inherent strength and vitality.

Such guilds as we still have among us (possessed of a Charter giving them a monopoly, and, therefore, making them in “The New Age” phrase “black-leg proof”) are confined, of course, to the privileged wealthier classes. The two great ones with which we are all familiar are those of the Doctors and of the Lawyers.

What their power is we saw in the sentencing to one of the most terrible punishments known to all civilized Europe — twelve months hard labour — of a man who had exercised his supposed right to give medical advice to a patient who had freely consulted him. The patient happened to die, as she might have died in the hands of a regular Guild doctor. It has been known for patients to die under the hands of regular Guild doctors. But the mishap taking place in the hands of some one who was not of the Guild, although the advice had been freely sought and honestly given, the person who infringed the monopoly of the Guild suffered this savage piece of revenge.

But even the Guild of the Doctors is not so powerful as that of the Lawyers, qua guild alone. Its administrative power makes it far more powerful. The well-to-do are not compelled to employ a doctor, but all are compelled to employ a lawyer at every turn, and that at a cost quite unknown anywhere else in Europe. But this power of the legal guild, qua guild, in modern England is supplemented by further administrative and arbitrary powers attached to a selected number of its members.

Ad esempio, la stupidità potrebbe spiegare perché i grandi inserzionisti non pubblicizzino articoli di lusso su un giornale con una circolazione di soli tremila copie a settimana, anche se quel giornale venisse letto dalla prima all’ultima pagina da tutti i ricchi d’Inghilterra; ma non spiegherebbe perché, esclusivamente nei giornali della stampa libera, manchino inserzioni presenti in ogni altro tipo di pubblicazione, e in molti organi con una circolazione molto inferiore a quella dei giornali della stampa libera.

Il boicottaggio è deliberato e viene mantenuto costantemente. Di conseguenza, la stampa libera non può offrire lo stesso spazio editoriale, la stessa qualità della carta utilizzata, la stessa efficacia nella distribuzione, né altro di ciò che può fornire la stampa ufficiale; le mancano infatti i finanziamenti derivanti dalle pubblicità. Si tratta davvero di un grave svantaggio economico.

In parte, la stampa libera riceve un sostegno indiretto grazie ai contributi dei suoi stessi autori. Uomini i cui scritti comportano un alto compenso contribuiscono talvolta alla stampa libera, a volte per piccole somme, spesso gratuitamente; comunque sempre a un prezzo ben inferiore al loro valore di mercato. Tuttavia, questo tipo di contributo è sempre incerto e discontinuo. Inoltre, non è sufficiente a far funzionare una testata giornalistica. È vero che il livello degli scritti pubblicati dalla stampa libera è molto più elevato rispetto a quello della stampa ufficiale; confrontare, ad esempio, i contributi presenti su “The New Age” con quelli di “Spectator”, significa notare una differenza simile tra una conversazione scelta liberamente con persone uguali e una conversazione forzata con viaggiatori commerciali in un vagone ferroviario. Leggere autori come Shaw, Wells, Gilbert, Cecil Chesterton o Quiller Couch su “The New Witness” significa trovarsi in un mondo completamente diverso dal fango e dalla monotonia della stampa ufficiale settimanale. Tuttavia, il boicottaggio è rigido e quindi l’approvvigionamento di contenuti è intermittente. Non si tratta soltanto di boicottare la pubblicità, ma anche di evitare qualsiasi tipo di citazione da parte della stampa ufficiale. La maggior parte della classe dirigente conosce esistenza della stampa libera; la vasta fascia della media borghesia, invece, ancora non ne è a conoscenza.

Gli articoli occasionali pubblicati su Free Press presentano lo stesso livello di qualità elevata, ma non vengono pubblicati regolarmente; inoltre, quasi nessuno dei giornali pubblicati da Free Press riesce a coprire le proprie spese.

La difficoltà di distribuzione, di cui ho parlato, rientra nella stessa categoria ed è un altro grave ostacolo.

Se un uomo incontra difficoltà nell’ottenere un giornale di cui non è abbonato regolarmente, ma che desidera acquistare con una certa frequenza, allora smette di leggerlo. Anch’io, che sono un lettore assiduo di questo tipo di pubblicazioni, a volte perdo contatto con qualche giornale gratuito per mesi, a causa di alcune settimane in cui non riesco ad ottenerne una copia. Credo che questo tipo di difficoltà legate alle abitudini si verifichi anche nella maggior parte dei giornali gratuiti.

4

In quarto luogo, e anche per motivi economici, c’è l’ostacolo rappresentato dall’informazione imperfetta che affligge la stampa libera. Questa pubblicherà verità che i grandi giornali nascondono intenzionalmente, ma ha grandi difficoltà ad ottenere informazioni quotidiane e diffuse su questioni generali.

Le informazioni vengono ottenute o a grande costo tramite agenti privati, oppure grazie ai favori di canali ufficiali, cioè da parte dei politici professionisti. La stampa ufficiale ha il potere di esaltare o denigrare i politici. Pertanto, un politico fa attenzione a tenere la stampa informata su verità che gli siano utili, e allo stesso tempo a farne uno strumento per diffondere menzogne altrettanto preziose per i suoi interessi.

La maggior parte dei documenti ufficiali, ad esempio, venne informata dello scandalo legato all’argento indiano dai stessi colpevoli, in modo da prevenire qualsiasi attacco potesse essere lanciato contro di loro. Coloro che cercarono di portare avanti un’azione contro di loro operarono quindi nel buio totale.

Dobbiamo ricordare che tutti i politici professionisti si alleano tra loro quando viene compiuto un truffa finanziaria. In queste situazioni non esiste alcuna “opposizione”. Poiché il compito stesso della stampa libera è quello di smascherare le falsità o l’assurdità della stampa ufficiale capitalista, si può davvero dire che una grande parte delle energie della stampa libera venga sprecata in questo “tastare nel buio” a cui è condannata. Allo stesso tempo, le difficoltà economiche impediscono alla stampa libera di pagare per informazioni difficili da reperire; e sotto queste due limitazioni, rimane gravemente svantaggiata.

I avvocati politici

Dobbiamo considerare separatamente questo aspetto, poiché non è universale ma caratteristico esclusivamente della nostra società: la grave restrizione alla libertà di stampa che in questo paese subisce a causa del potere ormai incontrollato degli avvocati politici.

Non c’è bisogno di sottolineare il potere di un gilda una volta che è stata costituita e dispone di solide tradizioni aziendali. È proprio questa la tesi principale de “The New Age”, in cui questo saggio apparve per la prima volta: che i gildi nazionali, applicati a tutto il campo sociale, potrebbero rappresentare la salvezza della società grazie alla loro forza intrinseca e vitalità.

Gilde come quelle che ancora esistono tra di noi – dotate di un atto costitutivo che loro conferisce il monopolio e, pertanto, le rende, per usare l’espressione dell’“Epoca Nuova”, “al riparo da qualsiasi concorrenza illegittima” – sono ovviamente limitate alle classi sociali più abbienti e privilegiate. Le due principali di queste gilde, conosciute da tutti noi, sono quelle dei medici e degli avvocati.

Di quale potere disponessero, lo abbiamo visto nella sentenza che ha comportato una delle punizioni più terribili conosciute in tutta l’Europa civile: dodici mesi di lavori forzati, per un uomo che aveva esercitato il suo presunto diritto di dare consigli medici a una paziente che lo aveva consultato liberamente. La paziente è morta, come avrebbe potuto morire anche nelle mani di un normale medico della Gilda. È noto che le pazienti muoiono spesso anche sotto la cura dei medici della Gilda. Ma in questo caso, l’incidente è accaduto nelle mani di qualcuno che non apparteneva alla Gilda; nonostante i consigli fossero stati richiesti liberamente e dati onestamente, colui che aveva violato il monopolio della Gilda ha subito questa spietata vendetta.

Ma nemmeno la Gilda dei Medici è così potente quanto quella degli Avvocati, considerata solo come gilda. Il suo potere amministrativo la rende molto più influente. Le persone benestanti non sono obbligate ad assumere un medico, ma tutti sono costretti a ricorrere agli avvocati in ogni situazione, e questo a un costo assai elevato rispetto ad altre parti d’Europa. Tuttavia, questo potere della gilda legale, considerata solo come tale, nella moderna Inghilterra viene ulteriormente rafforzato da altri poteri amministrativi e arbitrari attribuiti a un numero selezionato dei suoi membri.

Now the Lawyers’ Guild has latterly become (to its own hurt as it will find) hardly distinguishable from the complex of professional politics.

One need not be in Parliament many days to discover that most laws are made and all revised by members of this Guild. Parliament is, as a drafting body, virtually a Committee of Lawyers who are indifferent to the figment of representation which still clings to the House of Commons.

It should be added that this part of their work is honestly done, that the greatest labour is devoted to it, and that it is only consciously tyrannical or fraudulent when the Legal Guild feels itself to be in danger.

But far more important than the legislative power of the Legal Guild (which is now the chief framer of statutory law as it has long been the salutary source of common law) is its executive or governing power.

Whether after exposing a political scandal you shall or shall not be subject to the risk of ruin or loss of liberty, and all the exceptionally cruel scheme of modern imprisonment, depends negatively upon the Legal Guild. That is, so long as the lawyers support the politicians you have no redress, and only in case of independent action by the lawyers against the politicians, with whom they have come to be so closely identified, have you any opportunity for discussion and free trial. The old idea of the lawyer on the Bench protecting the subject against the arbitrary power of the executive, of the judge independent of the government, has nearly disappeared.

You may, of course, commit any crime with impunity if the professional politicians among the lawyers refuse to prosecute. But that is only a negative evil. More serious is the positive side of the affair: that you may conversely be put at the risk of any penalty if they desire to put you at that risk; for the modern secret police being ubiquitous and privileged, their opponent can be decoyed into peril at the will of those who govern, even where the politicians dare not prosecute him for exposing corruption.

Once the citizen has been put at this peril — that is, brought into court before the lawyers — whether it shall lead to his actual ruin or no is again in the hands of members of the legal guild; the judge may (it has happened), withstand the politicians (by whom he was made, to whom he often belongs, and upon whom his general position to-day depends). He may stand out, or — as nearly always now — he will identify himself with the political system and act as its mouthpiece.

It is the prevalence of this last attitude which so powerfully affects the position of the Free Press in this country.

When the judge lends himself to the politicians we all know what follows.

The instrument used is that of an accusation of libel, and, in cases where it is desired to establish terror, of criminal libel.

The defence of the man so accused must either be undertaken by a Member of the Legal Guild — in which case the advocate’s own future depends upon his supporting the interests of the politicians and so betraying his client — or, if some eccentric undertakes his own defence, the whole power of the Guild will be turned against him under forms of liberty which are no longer even hypocritical. A special juryman, for instance, that should stand out against the political verdict desired would be a marked man. But the point is not worth making, for, as a fact, no juryman ever has stood out lately when a political verdict was ordered.

Even in the case of so glaring an abuse, with which the whole country is now familiar, we must not exaggerate. It would still be impossible for the politicians, for instance, to get a verdict during war in favour of an overt act of treason. But after all, argument of this sort applies to any tyranny, and the power the politicians have and exercise of refusing to prosecute, however clear an act of treason or other grossly unpopular act might be, is equivalent to a power of acquittal.

The lawyers decide in the last resort on the freedom of speech and writing among their fellow-citizens, and as their Guild is now unhappily intertwined with the whole machinery of Executive Government, we have in modern England an executive controlling the expression of opinion. It is absolute in a degree unknown, I think, in past society.

Now, it is evident that, of all forms of civic activity, writing upon the Free Press most directly challenges this arbitrary power. There is not an editor responsible for the management of any Free Paper who will not tell you that a thousand times he has had to consider whether it were possible to tell a particular truth, however important that truth might be to the commonwealth. And the fear which restrains him is the fear of destruction which the combination of the professional politician, and lawyer holds in its hand. There is not one such editor who could not bear witness to the numerous occasions on which he had, however courageous he might be, to forgo the telling of a truth which was of vital value, because its publication would involve the destruction of the paper he precariously controlled.

There is no need to labour all this. The loss of freedom we have gradually suffered is quite familiar to all of us, and it is among the worst of all the mortal symptoms with which our society is affected.


XIII

Why do I say, then, that in spite of such formidable obstacles, both in its own character and in the resistance it must overcome, the Free Press will probably increase in power, and may, in the long run, transform public opinion?

It is with the argument in favour of this judgment that I will conclude.

My reasons for forming this judgment are based not only upon the observation of others but upon my own experience.

I started the “Eye-Witness” (succeeded by the “New Witness” under the editorship of Mr. Cecil Chesterton, who took it over from me some years ago, and now under the editorship of his brother, Mr. Gilbert Chesterton) with the special object of providing a new organ of free expression.

Ora la Corporazione dei Giuristi è divenuta di recente (a proprio danno, come scoprirà) a malapena distinguibile dal complesso della politica professionale.

Non occorre stare in Parlamento molti giorni per scoprire che la maggior parte delle leggi è fatta, e tutte sono riviste, da membri di questa Corporazione. Il Parlamento è, come organo redigente, praticamente un Comitato di Giuristi indifferenti a quella finzione di rappresentanza che ancora aderisce alla Camera dei Comuni.

Va aggiunto che questa parte del loro lavoro è svolta onestamente, che vi si dedica la massima fatica, e che essa è consapevolmente tirannica o fraudolenta soltanto quando la Corporazione Legale si sente in pericolo.

Ma assai più importante del potere legislativo della Corporazione Legale (che oggi è la principale artefice del diritto statutario, come è stata a lungo la fonte salutare della common law) è il suo potere esecutivo, ossia di governo.

Se, dopo aver denunciato uno scandalo politico, sarete o non sarete esposti al rischio della rovina o della perdita della libertà, e a tutto l’ordinamento eccezionalmente crudele della carcerazione moderna, dipende in senso negativo dalla Corporazione Legale. Vale a dire: finché i giuristi sostengono i politici non avete alcun rimedio, e soltanto in caso di un’azione indipendente dei giuristi contro i politici, con i quali sono giunti a identificarsi tanto strettamente, avete qualche possibilità di discussione e di libero processo. La vecchia idea del giurista in magistratura che protegge il suddito contro il potere arbitrario dell’esecutivo, del giudice indipendente dal governo, è quasi scomparsa.

Potete naturalmente commettere qualsiasi reato impunemente, se i politici di professione tra i giuristi rifiutano di perseguirvi. Ma questo è soltanto un male negativo. Più grave è il lato positivo della faccenda: che, viceversa, potete essere esposti al rischio di qualunque pena se essi desiderano esporvi a tale rischio; giacché, essendo la polizia segreta moderna onnipresente e privilegiata, il suo avversario può essere attirato nel pericolo a piacimento di chi governa, perfino là dove i politici non osano perseguirlo per aver denunciato la corruzione.

Una volta che il cittadino è stato esposto a questo pericolo — cioè portato in tribunale davanti ai giuristi — se ciò debba condurre o no alla sua effettiva rovina è ancora una volta nelle mani dei membri della corporazione legale; il giudice può (è accaduto) opporsi ai politici (dai quali è stato nominato, ai quali spesso appartiene, e dai quali dipende oggi la sua posizione complessiva). Può tener duro, oppure — come ormai avviene quasi sempre — si identificherà con il sistema politico e ne farà da portavoce.

È il prevalere di quest’ultimo atteggiamento che influisce così potentemente sulla posizione della Stampa Libera in questo paese.

Quando il giudice si presta ai politici, sappiamo tutti che cosa segue.

Lo strumento usato è quello di un’accusa di diffamazione e, nei casi in cui si vuole instaurare il terrore, di diffamazione penale.

La difesa dell’uomo così accusato dev’essere assunta o da un Membro della Corporazione Legale — nel qual caso l’avvenire dell’avvocato stesso dipende dal suo sostenere gli interessi dei politici e dunque dal tradire il proprio cliente — oppure, se qualche eccentrico assume la propria difesa, l’intero potere della Corporazione gli si rivolgerà contro sotto forme di libertà che non sono più nemmeno ipocrite. Un giurato speciale, per esempio, che si opponesse al verdetto politico desiderato sarebbe un uomo segnato. Ma non vale la pena di insistere su questo punto perché, di fatto, negli ultimi tempi nessun giurato si è mai opposto quando è stato ordinato un verdetto politico.

Anche nel caso di un abuso così lampante, con cui tutto il paese ha ormai familiarità, non dobbiamo esagerare. Sarebbe ancora impossibile ai politici, per esempio, ottenere in tempo di guerra un verdetto favorevole a un atto manifesto di tradimento. Ma in fondo un ragionamento del genere vale per qualunque tirannia, e il potere che i politici hanno ed esercitano di rifiutare di perseguire, per quanto evidente possa essere un atto di tradimento o altro atto grossolanamente impopolare, equivale a un potere di assoluzione.

I giuristi decidono in ultima istanza sulla libertà di parola e di scrittura dei loro concittadini, e poiché la loro Corporazione è oggi purtroppo intrecciata con l’intero meccanismo del Governo esecutivo, abbiamo nell’Inghilterra moderna un esecutivo che controlla l’espressione delle opinioni. È assoluto in un grado, credo, sconosciuto nelle società del passato.

Ora, è evidente che, fra tutte le forme di attività civica, scrivere sulla Stampa Libera è quella che più direttamente sfida questo potere arbitrario. Non c’è un direttore responsabile della conduzione di un qualsiasi Giornale Libero che non vi dica di aver dovuto mille volte considerare se fosse possibile dire una determinata verità, per quanto importante quella verità potesse essere per la comunità. E il timore che lo trattiene è il timore della distruzione che la combinazione del politico di professione e del giurista tiene in mano. Non c’è un direttore simile che non possa testimoniare le numerose occasioni in cui ha dovuto, per quanto coraggioso potesse essere, rinunciare a dire una verità di valore vitale, perché la sua pubblicazione avrebbe comportato la distruzione del giornale che egli reggeva precariamente.

Non occorre insistere su tutto ciò. La perdita di libertà che abbiamo gradualmente subìto è ben nota a tutti noi, ed è tra i peggiori di tutti i sintomi mortali da cui la nostra società è affetta.


XIII

Perché dico, dunque, che malgrado ostacoli tanto formidabili, sia nel suo stesso carattere sia nella resistenza che deve superare, la Stampa Libera crescerà probabilmente di potenza e potrà, alla lunga, trasformare l’opinione pubblica?

È con l’argomento a favore di questo giudizio che concluderò.

Le mie ragioni per formulare questo giudizio si fondano non soltanto sull’osservazione di altri, ma sulla mia stessa esperienza.

Fondai l’«Eye-Witness» (cui succedette il «New Witness» sotto la direzione del signor Cecil Chesterton, che lo rilevò da me alcuni anni fa, e ora sotto la direzione di suo fratello, il signor Gilbert Chesterton) con lo scopo particolare di fornire un nuovo organo di libera espressione.

I knew from intimate personal experience exactly how formidable all these obstacles were.

I knew how my own paper could not but appear particular and personal, and could not but suffer from that eccentricity to general opinion of which I have spoken. I had a half-tragic and half-comic experience of the economic difficulty; of the difficulty of obtaining information; of the difficulty in distribution, and all the rest of it. The editor of “The New Age” could provide an exactly similar record. I had experience, and after me Mr. Cecil Chesterton had experience, of the threats levelled by the professional politicians and their modern lawyers against the free expression of truth, and I have no doubt that the editor of “The New Age” could provide similar testimony. As for the Free Press in Ireland, we all know how that is dealt with. It is simply suppressed at the will of the police.

In the face of such experience, and in spite of it, I am yet of the deliberate opinion that the Free Press will succeed.

Now let me give my reasons for this audacious conclusion.


XIV

The first thing to note is that the Free Press is not read perfunctorily, but with close attention. The audience it has, if small, is an audience which never misses its pronouncements whether it agrees or disagrees with them, and which is absorbed in its opinions, its statement of fact and its arguments. Look narrowly at History and you will find that all great reforms have started thus: not through a widespread control acting downwards, but through spontaneous energy, local and intensive, acting upwards.

You cannot say this of the Official Press, for the simple reason that the Official Press is only of real political interest on rare and brief occasions. It is read of course, by a thousand times more people than those who read the Free Press. But its readers are not gripped by it. They are not, save upon the rare occasions of a particular “scoop” or “boom,” informed by it, in the old sense of that pregnant word, informed: — they are not possessed, filled, changed, moulded to new action.

One of the proofs of this — a curious, a comic, but a most conclusive proof — is the dependence of the great daily papers on the headline. Ninety-nine people out of a hundred retain this and nothing more, because the matter below is but a flaccid expansion of the headline.

Now the Headline suggests, of course, a fact (or falsehood) with momentary power. So does the Poster. But the mere fact of dependence on such methods is a proof of the inherent weakness underlying it.

You have, then, at the outset a difference of quality in the reading and in the effect of the reading which it is of capital importance to my argument that the reader should note. The Free Press is really read and digested. The Official Press is not. Its scream is heard, but it provides no food for the mind. One does not contrast the exiguity of a pint of nitric acid in an engraver’s studio with the hundreds of gallons of water in the cisterns of his house. No amount of water would bite into the copper. Only the acid does that: and a little of the acid is enough.


XV

Next let it be noted that the Free Press powerfully affects, even when they disagree with it, and most of all when they hate it, the small class through whom in the modern world ideas spread.

There never was a time in European history when the mass of people thought so little for themselves, and depended so much (for the ultimate form of their society) upon the conclusions and vocabulary of a restricted leisured body.

That is a diseased state of affairs. It gives all their power to tiny cliques of well-to-do people. But incidentally it helps the Free Press.

It is a restricted leisured body to which the Free Press appeals. So strict has been the boycott — and still is, though a little weakening — that the editors of, and writers upon, the Free Papers probably underestimate their own effect even now. They are never mentioned in the great daily journals. It is a point of honour with the Official Press to turn a phrase upside down, or, if they must quote, to quote in the most roundabout fashion, rather than print in plain black and white the three words “The New Age” or “The New Witness.”

But there are a number of tests which show how deeply the effect of a Free Paper of limited circulation bites in. Here is one apparently superficial test, but a test to which I attach great importance because it is a revelation of how minds work. Certain phrases peculiar to the Free Journals find their way into the writing of all the rest. I could give a number of instances. I will give one: the word “profiteer.” It was first used in the columns of “The New Age,” if I am not mistaken. It has gained ground everywhere. This does not mean that the mass of the employees upon daily papers understand what they are talking about when they use the word “profiteer,” any more than they understand what they are talking about when they use the words “servile state.” They commonly debase the word “profiteer” to mean some one who gets an exceptional profit, just as they use my own “Eye-Witness” phrase, “The Servile State,” to mean strict regulation of all civic life — an idea twenty miles away from the proper signification of the term. But my point is that the Free Press must have had already a profound effect for its mere vocabulary to have sunk in thus, and to have spread so widely in the face of the rigid boycott to which it is subjected.


XVI

Much more important than this clearly applicable test of vocabulary is the more general and less measurable test of programmes and news. The programme of National Guilds, for instance— “Guild Socialism” as “The New Age,” its advocate in this country, has called it — is followed everywhere, and is everywhere considered. Journalists employed by Harmsworth, for instance, use the idea for all it is worth, and they use it more and more, although it is as much as their place is worth to mention “The New Age” in connection with it — as yet. And it is the same, I think, with all the efforts the Free Press has made in the past. The propaganda of Socialism (which, as an idea, was so enormously successful until a few years ago) was, on its journalistic side, almost entirely conducted by Free Papers, most of them of small circulation, and all of them boycotted, even as to their names, by the Official Press. The same is true of my own effort and Mr. Chesterton’s on the “New Witness.” The paper was rigidly boycotted and never quoted. But every one to-day talks, as I have just said, of “The Servile State,” of the “Professional Politician,” of the “Secret Party Funds,” of the Aliases under which men hide, of the Purchase of Honours, Policies and places in the Government, etc., etc.

Conoscevo, grazie a un’esperienza personale diretta, quanto fossero formidabili tutti questi ostacoli.

Sapevo che il mio stesso giornale non poteva fare a meno di apparire particolare e personale, e che inevitabilmente soffriva di quell’eccentricità rispetto all’opinione pubblica di cui avevo parlato. Ho vissuto un’esperienza sia tragica che comica legata alle difficoltà economiche, alla difficoltà di reperire informazioni, ai problemi nella distribuzione del giornale, e a tutto il resto. Anche l’editore di “The New Age” potrebbe fornire testimonianze esattamente simili. Io stesso, e dopo di me anche il signor Cecil Chesterton, abbiamo sperimentato le minacce lanciate dai politici professionisti e dai loro avvocati moderni contro la libera espressione della verità; non ho dubbi che anche l’editore di “The New Age” possa fornire testimonianze analoghe. Per quanto riguarda la libertà di stampa in Irlanda, tutti sappiamo come venga trattata: viene semplicemente soppressa a piacimento della polizia.

Di fronte a un’esperienza del genere, e nonostante essa, sono ancora fermamente convinto che la stampa libera avrà successo.

Ora lasciate che vi spieghi le ragioni di questa audace conclusione.


XIV

La prima cosa da notare è che la stampa libera non viene letta in modo superficiale, ma con attenzione approfondita. Il suo pubblico, anche se piccolo, non perde mai di vista le sue dichiarazioni, sia che le concordi o meno, e si immerge completamente nelle sue opinioni, nei suoi fatti e nelle sue argomentazioni. Se osserviamo attentamente la storia, scopriremo che tutte le grandi riforme sono iniziate in questo modo: non attraverso un controllo diffuso che agisce verso il basso, ma attraverso energia spontanea, locale e intensiva, che agisce verso l’alto.

Non si può dire lo stesso della stampa ufficiale, per la semplice ragione che essa rappresenta un vero interesse politico solo in rari e brevi momenti. Naturalmente viene letta da migliaia di persone in più rispetto alla stampa libera, ma i suoi lettori non ne vengono realmente influenzati. A meno che non si tratti di occasioni particolari, come una notizia eccezionale o un grande successo, essa non li informa nel vero senso di questa parola: non li possiede, non li riempie di idee, non li spinge ad agire in modo diverso.

Una delle prove di ciò – una prova curiosa, comica, ma assolutamente convincente – è la dipendenza dei grandi giornali quotidiani dai titoli in prima pagina. Novantanove persone su cento ricordano soltanto il titolo e nient’altro, perché il contenuto che segue non è altro che un’estensione banale di quel titolo.

Ora, il titolo in prima pagina suggerisce, naturalmente, un fatto (o una falsità) che possiede un potere temporaneo. Lo stesso vale per l’affisso pubblicitario. Ma il semplice fatto di dover ricorrere a tali metodi rappresenta già una prova della debolezza intrinseca che li caratterizza.

Quindi, fin dall’inizio, esiste una differenza di qualità nella lettura e negli effetti che essa produce; è di fondamentale importanza per il mio argomento che il lettore presti attenzione a questo aspetto. La stampa libera viene davvero letta e assimilata; la stampa ufficiale, invece, no. Il suo “grido” viene sentito, ma non fornisce nulla di sostanziale per l’intelletto. Non si può paragonare la scarsità di una pinta di acido nitrico nello studio di un incisore alle centinaia di galloni d’acqua presenti nelle cisterne della sua casa: nessuna quantità d’acqua potrebbe danneggiare il rame; solo l’acido lo può fare. E basta una piccola quantità.


XV

Si debba inoltre notare che la stampa libera influisce potentemente, anche quando le persone non sono d’accordo con essa, e soprattutto quando la odiano, su quella piccola classe attraverso cui, nel mondo moderno, si diffondono le idee.

Nella storia europea non è mai esistito un periodo in cui la massa delle persone pensasse così poco a se stessa e dipendesse così tanto – per quanto riguarda la forma finale della propria società – dalle conclusioni e dal lessico di un ristretto gruppo di persone privilegiate.

Si tratta di uno stato di cose patologico: conferisce tutto il proprio potere a piccoli gruppi di persone benestanti. Tuttavia, per coincidenza, ciò aiuta anche la stampa libera.

Si tratta di un organo di informazione controllato e restrittivo al quale fa appello la stampa libera. Il boicottaggio è stato così rigoroso – ed è ancora tale, sebbene in misura minore – che i redattori e gli autori delle pubblicazioni della stampa libera probabilmente sottovalutano l’effetto reale del loro operato anche oggi. Non vengono mai menzionati nelle principali testate quotidiane. Per la stampa ufficiale, rappresenta un vero punto d’onore alterare il significato delle parole o, se proprio devono citarli, farlo in modo estremamente tortuoso, piuttosto che pubblicare chiaramente e senza ambiguità le parole “The New Age” o “The New Witness”.

Ma ci sono diversi test che dimostrano quanto profondo sia l’impatto di una pubblicazione gratuita a circolazione limitata. Ecco uno che sembra apparentemente superficiale, ma al quale attribuisco grande importanza perché rivela il modo in cui funzionano le menti umane. Alcune frasi tipiche delle pubblicazioni gratuite finiscono per essere utilizzate anche nella scrittura di tutti gli altri media. Potrei fornire molti esempi; ne darò uno: la parola “profittatore”. Fu usata per la prima volta nelle colonne de “The New Age”, se non sbaglio. Da allora ha preso piede ovunque. Questo non significa che la maggior parte delle persone che leggono i giornali quotidiani capisca davvero cosa significhi utilizzare questa parola, proprio come non capiscono cosa significano espressioni come “stato servile”. Di solito, usano queste parole in modo distorto, intendendo con esse semplicemente qualcuno che ottiene un profitto eccessivo; allo stesso modo, utilizzano anche la mia espressione “Lo Stato Servile” per indicare una rigida regolamentazione di tutta la vita civile, un’idea completamente lontana dal vero significato del termine. Ma il punto è che la stampa gratuita deve aver già avuto un impatto profondo, se solo il suo vocabolario è riuscito a diffondersi così ampiamente nonostante il rigido boicottaggio a cui è sottoposta.


XVI

Molto più importante di questo test pratico e applicabile del vocabolario è il test più generale e meno misurabile riguardante i programmi televisivi e i notiziari. Ad esempio, il programma dei National Guilds – che nel nostro paese viene definito “Socialismo Gilda” o “The New Age” dal suo sostenitore – viene seguito ovunque ed è considerato con grande attenzione. I giornalisti impiegati da Harmsworth, ad esempio, ne fanno ampio uso, anche se finora menzionare “The New Age” in relazione a questo programma è quasi inesistente. Lo stesso vale, credo, per tutti gli sforzi fatti dalla stampa libera in passato. La propaganda del Socialismo – che come idea ha avuto un enorme successo fino a pochi anni fa – è stata, dal punto di vista giornalistico, quasi interamente condotta da testate indipendenti, la maggior parte delle quali a piccola diffusione; tutte queste testate sono state boicottate, persino nei loro nomi, dalla stampa ufficiale. Lo stesso vale per i miei sforzi e quelli di Mr. Chesterton con il “New Witness”: quel giornale è stato rigorosamente boicottato e mai citato. Ma oggi tutti parlano, come ho appena detto, dello “Stato Servile”, del “Politico Professionista”, dei fondi segreti dei partiti, degli pseudonimi sotto cui le persone si nascondono, dell’acquisto di onori, posizioni politiche e incarichi governativi, ecc.

More than this: one gets to hear of significant manœuvres, conducted secretly, of course, but showing vividly the weight and effect of the Free Press. One hears of orders given by a politician which prove his fear of the Free Press: of approaches made by this or that Capitalist to obtain control of a free journal: sometimes of a policy initiated, an official document drawn up, a memorandum filed, which proceeded directly from the advice, suggestion, or argument of a Free Paper which no one but its own readers is allowed to hear of, and of whose very existence the suburbs would be sceptical.

Latterly I have noticed something still more significant. The action of the Free Press takes effect sometimes at once. It was obvious in the case of the Spanish Jew Vigo, the German agent. On account of his financial connections all the Official Press had orders to call him French under a false name. One paragraph in the “New Witness” broke down that lie before the week was out.


XVII

Next consider this powerful factor in the business. The truth confirms itself.

Half a million people read of a professional politician, for instance, that his oratory has an “electric effect,” or that he is “full of personal magnetism,” or that he “can sway an audience to tears or laughter at will.” A Free Paper telling the truth about him says that he is a dull speaker, full of commonplaces, elderly, smelling strongly of the Chapel, and giving the impression that he is tired out; flogging up sham enthusiasm with stale phrases which the reporters have already learnt to put into shorthand with one conventional outline years ago.

Well, the false, the ludicrously false picture designed to put this politician in the limelight (as against favours to be rendered), no doubt remains the general impression with most of those 500,000 people. The simple and rather tawdry truth may be but doubtfully accepted by a few hundreds only.

But sooner or later a certain small proportion of the 500,000 actually hear the politician in question. They hear him speak. They receive a primary and true impression.

If they had not read anything suggesting the truth, it is quite upon the cards that the false suggestion would still have weight with them, in spite of the evidence of their senses. Men are so built that uncontradicted falsehood sufficiently repeated does have that curious power of illusion. A man having heard the speech delivered by the old gentleman, if there were nothing but the Official Press to inform opinion, might go away saying to himself: “I was not very much impressed, but no doubt that was due to my own weariness. I cannot but believe that the general reputation he bears is well founded. He must be a great orator, for I have always heard him called one.”

But a man who has even once seen it stated that this politician was exactly what he was will vividly remember that description (which at first hearing he probably thought false); physical experience has confirmed the true statement and made it live. These statements of truth, even when they are quite unimportant, more, of course, when they illuminate matters of great civic moment, have a cumulative effect.

I am confident, for instance, that at the present time the mass of middle-class people are not only acquainted with, but convinced of, the truth, that, long before the war, the House of Commons had become a fraud; that its debates did not turn upon matters which really divided opinion, and that even its paltry debating points, the pretence of a true opposition was a falsehood.

This salutary truth had been arrived at, of course, by many other channels. The scandalous arrangement between the Front Benches which forced the Insurance Act down our throats was an eye-opener for the great masses of the people. So was the cynical action of the politicians in the matter of Chinese Labour after the Election of 1906. So was the puerile stage play indulged in over things like the Welsh Disestablishment Bill and the Education Bills.

But among the forces which opened people’s eyes about the House of Commons, the Free Press played a very great part, though it was never mentioned in the big Official papers, and though not one man in many hundreds of the public ever heard of it. The few who read it were startled into acceptance by the exact correspondence between its statement and observed fact.

The man who tells the truth when his colleagues around him are lying, always enjoys a certain restricted power of prophecy. If there were a general conspiracy to maintain the falsehood that all peers were over six foot high, a man desiring to correct this falsehood would be perfectly safe if he were to say: “I do not know whether the next peer you meet will be over six foot or not, but I am pretty safe in prophesying that you will find, among the next dozen three or four peers less than six foot high.”

If there were a general conspiracy to pretend that people with incomes above the income-tax level never cheated one in a bargain, one could not say “on such-and-such a day you will be cheated in a bargain by such-and-such a person, whose income will be above the income-tax level,” but one could say; “Note the people who swindle you in the next five years, and I will prophesy that some of the number will be people paying income-tax.”

This power of prophecy, which is an adjunct of truth telling, I have noticed to affect people very profoundly.

A worthy provincial might have been shocked ten years ago to hear that places in the Upper House of Parliament were regularly bought and sold. He might have indignantly denied it The Free Press said: “In some short while you will have a glaring instance of a man who is incompetent and obscure but very rich, appearing as a legislator with permanent hereditary power, transferable to his son after his death. I don’t know which the next one will be, but there is bound to be a case of the sort quite soon for the thing goes on continually. You will be puzzled to explain it. The explanation is that the rich man has given a large sum of money to the needy professional politician, Selah.”

Ancora di più: si vengono a conoscenza di manovre significative, condotte naturalmente in segreto, ma che mostrano chiaramente l’importanza e l’influenza della stampa libera. Si sentono parlare di ordini dati da politici che rivelano la loro paura della stampa libera; di tentativi da parte di questo o quel capitalista per assumere il controllo di un giornale indipendente; a volte si parla anche di politiche avviate, di documenti ufficiali redatti o di memorandum presentati, che derivano direttamente dai consigli, dalle proposte o dagli argomenti di un giornale libero di cui solo i suoi lettori hanno conoscenza, e della cui stessa esistenza i cittadini comuni potrebbero dubitare.

Di recente ho notato qualcosa di ancora più significativo: l’azione della stampa libera a volte ha effetti immediati. È stato evidente nel caso dello ebreo spagnolo Vigo, l’agente tedesco; a causa delle sue connessioni finanziarie, tutta la stampa ufficiale ricevette l’ordine di definirlo francese usando un nome falso. Un solo paragrafo pubblicato su “New Witness” smascherò quella menzogna prima ancora che finisse la settimana.


XVII

Ora consideriamo questo fattore importante nel mondo degli affari. La _verità si conferma da sola.

Mezzo milione di persone leggono di un politico professionista che, ad esempio, ha un’oratoria dal “potere magnetico”, o che è “carico di carisma personale”, o che “riesce a far commuovere o ridere il pubblico a piacimento”. Un articolo onesto che racconta la verità su di lui lo descrive invece come un oratore noioso, pieno di luoghi comuni, anziano, con un forte odore caratteristico, e che dà l’impressione di essere stanco; si limita a esaltare un entusiasmo fasullo utilizzando frasi banali che i giornalisti hanno già imparato a riassumere in poche parole anni fa.

Beh, quell’immagine falsa, ridicolmente falsa, creata apposta per mettere questo politico sotto i riflettori (in cambio di favori da ottenere), senza dubbio rimane l’impressione generale nella maggior parte di quelle 500.000 persone. La semplice e piuttosto volgare verità probabilmente verrà accettata soltanto da poche centinaia di persone.

Ma prima o poi, una certa percentuale di quei 500.000 persone ascolta davvero il politico in questione. Lo sentono parlare e ne ricevono un’impressione diretta e autentica.

Se non avessero letto nulla che potesse far loro intuire la verità, è molto probabile che quelle false informazioni avrebbero continuato ad avere effetto su di loro, nonostante le prove fornite dai loro sensi. Gli esseri umani sono fatti in modo tale che una menzogna, ripetuta abbastanza spesso senza essere contraddetta, possiede davvero quel curioso potere illusorio. Un uomo che ha ascoltato il discorso di quell’anziano signore, se non avesse avuto accesso ad altre fonti di informazione oltre alla stampa ufficiale, potrebbe essere uscito pensando: “Non sono rimasto molto colpito, ma probabilmente è dovuto al mio stesso stanchezza. Devo credere che la buona reputazione che ha sia ben fondata. Dev’essere un grande oratore, visto che tutti lo definiscono tale”.

Ma un uomo che abbia anche solo una volta letto o sentito dire che questo politico era davvero ciò che descrivevano, se ne ricorderà vividamente (anche se all’inizio probabilmente l’aveva ritenuto falso); un’esperienza personale ha confermato la veridicità di quelle affermazioni e le ha rese “vive”. Queste dichiarazioni di verità, anche quando sono piuttosto insignificanti, hanno sicuramente un effetto cumulativo, soprattutto quando riguardano questioni di grande rilevanza civica.

Sono convinto, ad esempio, che al momento attuale la maggior parte delle persone della classe media non solo sia a conoscenza di questa verità, ma ne sia anche convinta: ovvero che molto prima della guerra la Camera dei Comuni fosse diventata una frode; che i suoi dibattiti non riguardassero questioni realmente divisive, e che persino gli scarsi argomenti su cui si svolgevano tali dibattiti, insieme alla pretesa di rappresentare un vero antagonismo, fossero in realtà menzogne.

Questa verità salutare fu, naturalmente, raggiunta anche attraverso molti altri canali. L’accordo scandaloso tra i gruppi politici che costrinsero il Parlamento ad approvare la legge sull’assicurazione rappresentò una vera lezione per le grandi masse del popolo, così come l’atteggiamento cinico dei politici riguardo alla questione dei lavoratori cinesi dopo le elezioni del 1906. Lo stesso vale per le ridicole scenate che si verificarono in merito al disegno di legge sulla soppressione delle chiese gallesi e ai vari progetti di legge sull’istruzione.

Ma tra le forze che aprirono gli occhi delle persone sulla Camera dei Comuni, la stampa libera svolse un ruolo molto importante, anche se non fu mai menzionata nei grandi documenti ufficiali, e anche se nessuno, tra le centinaia di persone comuni, ne aveva mai sentito parlare. Coloro che la lessero rimasero sorpresi e finirono per accettarne il contenuto, data la perfetta corrispondenza tra quanto vi era scritto e i fatti osservati nella realtà.

L’uomo che dice la verità quando i suoi colleghi intorno a lui mentono, gode sempre di una sorta di potere profetico, sebbene limitato. Se esistesse una cospirazione generale per mantenere l’illusione che tutti i suoi pari siano alti più di sei piedi, un uomo desideroso di correggere questa falsità sarebbe del tutto al sicuro se dicesse: “Non so se il prossimo individuo che incontrerete sia alto più di sei piedi o meno, ma posso predire con certezza che tra i prossimi dodici individui troverete tre o quattro che sono alti meno di sei piedi.”

Se esistesse una cospirazione generale per fingere che le persone con un reddito superiore al limite soggetto all’imposta sul reddito non mai truffino nessuno in una transazione commerciale, non si potrebbe dire: “In tale giorno sarai truffato da una persona il cui reddito sarà superiore al limite soggetto all’imposta sul reddito”, ma si potrebbe dire: “Fai attenzione alle persone che ti trufferanno nei prossimi cinque anni. E predirò che tra di loro ci saranno anche persone che pagano l’imposta sul reddito”.

Questo potere di profezia, che è un complemento del dire la verità, ho notato che influisce profondamente sulle persone.

Dieci anni fa, un rispettabile funzionario provinciale sarebbe stato scioccato nell’apprendere che posti all’Alta Camera del Parlamento venivano regolarmente comprati e venduti. Avrebbe probabilmente negato indignato una tale possibilità. Il “Free Press” scriveva: “In breve tempo vedremo un esempio evidente di un uomo incompetente, sconosciuto ma molto ricco che diventa legislatore con poteri ereditari permanenti, trasferibili a suo figlio dopo la sua morte. Non so chi sarà il prossimo caso, ma sicuramente ne verificherà uno molto presto, visto che questa pratica continua senza sosta. Sarà difficile spiegarlo. La spiegazione è semplice: quel ricco ha dato una grande somma di denaro al politico professionista e bisognoso, Selah.”

Our worthy provincial may have heard but an echo of this truth, for it would have had, ten years ago, but few readers. He may not have seen a syllable of it in his daily paper. But things happen. He sees first a great soldier, then a well-advertised politician, not a rich man, but very widely talked about, made peers. The events are normal in each case, and he is not moved. But sooner or later there comes a case in which he has local knowledge. He says to himself: “Why on earth is So-and-so made a peer (or a front bench man, or what not)? Why, in the name of goodness, is this very rich but unknown, and to my knowledge incompetent, man suddenly put into such a position?” Then he remembers what he was told, begins to ask questions, and finds out, of course, that money passed; perhaps, if he is lucky, he finds out which professional politician pouched the money — and even how much he took!


XVIII

The effect of the Free Press from all these causes may be compared to the cumulative effect of one of the great offensives of the present war. Each individual blow is neither dramatic nor extensive in effect; there is little movement or none. The map is disappointing. But each blow tells, and when the end comes every one will see suddenly what the cumulative effect was.

There is not a single thing which the Free Papers have earnestly said during the last few years which has not been borne out by events — and sometimes borne out with astonishing rapidity and identity of detail.

It would, perhaps, be superstitious to believe that strong and courageous truth-telling calls down from Heaven, new, unexpected, and vivid examples to support it. But, really, the events of the last few years would almost incline one to that superstition. The Free Press has hardly to point out some political truth which the Official Press has refused to publish, when the stars in their courses seem to fight for that truth. It is thrust into the public gaze by some abnormal accident immediately after! Hardly had Mr. Chesterton and I begun to publish articles on the state of affairs at Westminster when the Marconi men very kindly obliged us.


XIX.

But there is a last factor in this progressive advance of the free Press towards success which I think the most important of all. It is the factor of time in the process of human generations.

It is an old tag that the paradox of one age is the commonplace of the next, and that tag is true. It is true, because young men are doubly formed. First, by the reality and freshness of their own experience, and next, by the authority of their elders.

You see the thing in the reputation of poets. For instance, when A is 20, B 40, and C 60, a new poet appears, and is, perhaps, thought an eccentric. “A” cannot help recognizing the new note and admiring it, but he is a little ashamed of what may turn out to be an immature opinion, and he holds his tongue, “B” is too busy in middle life and already too hardened to feel the force of the new note and the authority he has over “A” renders “A” still more doubtful of his own judgment. “C” is frankly contemptuous of the new note. He has sunk into the groove of old age.

Now let twenty years pass, and things will have changed in this fashion. “C” is dead. “B” has grown old, and is of less effect as an authority. “A” is himself in middle age, and is sure of his own taste and not prepared to take that of elders. He has already long expressed his admiration for the new poet, who is, indeed, not a “new poet” any longer, but, perhaps, already an established classic.

We are all witnesses to this phenomenon in the realm of literature. I believe that the same thing goes on with even more force in the realm of political ideas.

Can any one conceive the men who were just leaving the University five or six years ago returning from the war and still taking the House of Commons seriously? I cannot conceive it. As undergraduates they would already have heard of its breakdown; as young men they knew that the expression of this truth was annoying to their elders, and they always felt when they expressed it — perhaps they enjoyed feeling — that there was something impertinent and odd, and possibly exaggerated in their attitude. But when they are men between 30 and 40 they will take so simple a truth for granted. There will be no elders for them to fear, and they will be in no doubt upon judgments maturely formed. Unless something like a revolution occurs in the habits and personal constitution of the House of Commons it will by that time be a joke and let us hope already a partly innocuous joke.

With this increasing and cumulative effect of truth-telling, even when that truth is marred or distorted by enthusiasm, all the disabilities under which it has suffered will coincidently weaken. The strongest force of all against people’s hearing the truth — the arbitrary power still used by the political lawyers to suppress Free writing — will, I think, weaken.

The Courts, after all, depend largely upon the mass of opinion. Twenty years ago, for instance, an accusation of bribery brought against some professional politician would have been thought a monstrosity, and, however true, would nearly always have given the political lawyers, his colleagues, occasion for violent repression. To-day the thing has become so much a commonplace that all appeals to the old illusion would fall flat. The presiding lawyer could not put on an air of shocked incredulity at hearing that such-and-such a Minister had been mixed up in such-and-such a financial scandal. We take such things for granted nowadays.


XX

What I do doubt in the approaching and already apparent success of the Free Press is its power to effect democratic reform.

It will succeed at last in getting the truth told pretty openly and pretty thoroughly. It will break down the barrier between the little governing clique in which the truth is cynically admitted and the bulk of educated men and women who cannot get the truth by word of mouth but depend upon the printed word. We shall, I believe, even within the lifetime of those who have taken part in the struggle; have all the great problems of our time, particularly the Economic problems, honestly debated. But what I do not see is the avenue whereby the great mass of the people can now be restored to an interest in the way in which they are governed, or even in the re-establishment of their own economic independence.

Il nostro stimato governatore provinciale potrebbe aver sentito soltanto un eco di questa _verità, perché dieci anni fa avrebbe avuto pochi lettori. Forse non ha mai letto nemmeno una parola al riguardo sui suoi giornali quotidiani. Ma le cose accadono. Prima vede un grande soldato, poi un politico molto pubblicizzato; non un uomo ricco, ma di cui si parla molto e che viene nominato pari del regno. In entrambi i casi, gli eventi sembrano normali e lui non ne rimane colpito. Ma prima o poi arriva un caso in cui ha informazioni locali. Allora si chiede: “Ma perché mai questo tale è stato nominato pari (o membro del governo, o qualcos’altro)? Perché, per l’amor del cielo, quest’uomo così ricco ma sconosciuto, e a mio parere incompetente, viene improvvisamente messo in una posizione del genere?” Allora si ricorda di ciò che gli è stato detto, inizia a fare domande. E scopre, naturalmente, che sono stati spesi dei soldi; forse, se ha fortuna, riesce anche a capire quale politico professionista li ha presi. E persino quanto ne ha intascato!


XVIII

L’effetto della stampa libera, dovuto a tutte queste cause, può essere paragonato all’effetto cumulativo di una delle grandi offensive di questa guerra. Ogni singola azione non è né drammatica né di vasta portata; ci sono pochi o nessun cambiamento evidente. La situazione sembra deludente. Ma ogni singola azione ha il suo peso, e quando arriverà la fine, tutti vedranno improvvisamente quale sia stato l’effetto cumulativo.

Non c’è una singola cosa che i documenti pubblici abbiano seriamente affermato negli ultimi anni che non sia stata confermata dagli eventi – e a volte, con una sorprendente rapidità e precisione nei dettagli.

Forse sarebbe superstizioso credere che la forte e coraggiosa denuncia della verità attiri dal Cielo nuovi, inaspettati ed evidenti esempi a sostenerla. Ma, in realtà, gli eventi degli ultimi anni quasi spingono a questa credenza. La stampa libera non ha nemmeno bisogno di sottolineare alcune verità politiche che la stampa ufficiale si è rifiutata di pubblicare, quando le stelle sembrano combattere per quelle stesse verità. Queste vengono immediatamente portate alla luce del pubblico da qualche evento insolito! Appena io e il signor Chesterton avevamo iniziato a pubblicare articoli sulla situazione a Westminster, gli uomini di Marconi ci hanno gentilmente aiutati in questo compito.


XIX.

Ma c’è un ultimo fattore in questo progressivo avanzamento della stampa libera verso il successo, che ritengo sia il più importante di tutti. È il fattore del tempo nel corso delle generazioni umane.

È un vecchio concetto secondo cui il paradosso di un’epoca diventa la normalità della successiva, e questo concetto è vero. È vero perché i giovani vengono plasmati in due modi: innanzitutto dalla realtà e dalla freschezza delle loro esperienze personali, e in secondo luogo dall’autorità degli anziani.

Vedete, c’è qualcosa che riguarda la reputazione dei poeti. Ad esempio, quando A ha 20 anni, B 40 e C 60, appare un nuovo poeta che, forse, viene considerato eccentrico. “A” non può fare a meno di riconoscere il valore di questa nuova voce poetica e di ammirarla, ma si sente un po’ imbarazzato all’idea che la sua opinione possa risultare immatura, quindi tace. “B”, essendo troppo impegnato nella vita adulta e ormai troppo indurito, non riesce a percepire l’efficacia di questa nuova voce poetica; inoltre, il suo ascendente su “A” lo spinge ad avere ancora maggiori dubbi sul proprio giudizio. “C”, invece, disprezza apertamente questa novità: ormai immerso nella routine della vecchiaia, non è più disponibile ad accettare nuovi stimoli creativi.

Ora lasciate che passino vent’anni: le cose saranno cambiate in questo modo. “C” è morto. “B” è invecchiato e ha perso parte del suo potere come autorità. “A”, essendo di mezza età, è sicuro dei propri gusti e non è disposto ad accettare quelli degli anziani. Ha già espresso da tempo la sua ammirazione per il nuovo poeta, che, in realtà, ormai non è più un “nuovo poeta”, ma probabilmente è già considerato un classico affermato.

Siamo tutti testimoni di questo fenomeno nel campo della letteratura. Credo che lo stesso accada, con ancora maggiore intensità, anche nel campo delle idee politiche.

Riesce qualcuno a immaginare quegli uomini che, appena cinque o sei anni fa avevano lasciato l’università, tornare dal guerra e continuare comunque a prendere sul serio la Camera dei Comuni? Non ci riesco proprio. Come studenti universitari dovevano già aver sentito parlare delle sue problematiche; da giovani sapevano che esprimere queste verità infastidiva i loro anziani, e provavano sempre – forse addirittura ne godevano – che il loro atteggiamento fosse in qualche modo irrispettoso o strano, persino eccessivo. Ma quando diventano uomini tra i 30 e i 40 anni, considerano una verità così semplice come scontata. Non avranno più anziani da temere, e le loro opinioni saranno basate su giudizi maturamente formati. A meno che non si verifichi qualcosa di simile a una rivoluzione nei comportamenti e nella struttura della Camera dei Comuni, a quel punto essa diventerà soltanto uno scherzo, e speriamo, ormai, uno scherzo in parte innocuo.

Con questo effetto crescente e cumulativo del dire la verità, anche quando tale verità viene offuscata o distorta dall’entusiasmo, tutte le barriere che ne ostacolano la diffusione si indeboliranno inevitabilmente. La forza più potente che impedisce alle persone di ascoltare la verità – il potere arbitrario ancora utilizzato dagli avvocati politici per soffocare la libertà di espressione –, credo, diminuirà.

Dopotutto, i tribunali dipendono in gran parte dall’opinione pubblica. Venti anni fa, ad esempio, un’accusa di corruzione rivolta contro un politico professionista sarebbe stata considerata una cosa assurda; anche se vera, avrebbe quasi sempre fornito ai suoi colleghi avvocati l’occasione per reagire con forza. Oggi, invece, questa pratica è diventata così comune che qualsiasi tentativo di ripristinare l’illusione precedente fallirebbe completamente. L’avvocato presidente non potrebbe più fingere di essere scioccato e incredulo nell’apprendere che un certo ministro sia coinvolto in uno scandalo finanziario. Oggi, queste cose le diamo per scontate.


XX

Quello di cui dubito riguardo al successo imminente e ormai evidente della stampa libera è la sua capacità di portare a termine riforme democratiche.

Riuscirà infine a far sì che la verità venga detta apertamente e in modo completo. Supererà quella barriera che esiste tra il piccolo gruppo al potere, nel quale la verità viene ammessa in modo cinico, e la maggior parte degli uomini e donne istruiti, i quali non possono conoscere la verità attraverso le parole orali ma dipendono dalla stampa. Credo che, già entro la vita di coloro che hanno partecipato a questa lotta, tutti i grandi problemi del nostro tempo, in particolare quelli economici, verranno discussi onestamente. Tuttavia, non vedo ancora quale possa essere il percorso attraverso cui la grande maggioranza della gente possa riacquistare interesse per il modo in cui viene governata, o addirittura per il ripristino della propria indipendenza economica.

So far as I can gather from the life around me, the popular appetite for freedom and even for criticism has disappeared. The wage-earner demands sufficient and regular subsistence, including a system of pensions, and, as part of his definition of subsistence and sufficiency, a due portion of leisure. That he demands a property in the means of production, I can see no sign whatever. It may come; but all the evidence is the other way. And as for a general public indignation against corrupt government, there is (below the few in the know who either share the swag or shrug their shoulders) no sign that it will be strong enough to have any effect.

All we can hope to do is, for the moment, negative: in my view, at least. We can undermine the power of the Capitalist Press. We can expose it as we have exposed the Politicians. It is very powerful but very vulnerable — as are all human things that repose on a lie. We may expect, in a delay perhaps as brief as that which was required to pillory, and, therefore, to hamstring the miserable falsehood and ineptitude called the Party System (that is, in some ten years or less), to reduce the Official Press to the same plight. In some ways the danger of failure is less, for our opponent is certainly less well-organized. But beyond that — beyond these limits — we shall not attain. We shall enlighten, and by enlightening, destroy. We shall not provoke public action, for the methods and instincts of corporate civic action have disappeared.

Such a conclusion might seem to imply that the deliberate and continued labour of truth-telling without reward, and always in some peril, is useless; and that those who have for now so many years given their best work freely for the establishment of a Free Press have toiled in vain, I intend no such implication: I intend its very opposite.

I shall myself continue in the future, as I have in the past, to write and publish in that Press without regard to the Boycott in publicity and in advertisement subsidy which is intended to destroy it and to make all our effort of no effect. I shall continue to do so, although I know that in “The New Age” or the “New Witness” I have but one reader, where in the “Weekly Dispatch” or the “Times” I should have a thousand.

I shall do so, and the others who continue in like service will do so, first, because, though the work is so far negative only, there is (and we all instinctively feel it), a Vis Medicatrix Naturæ: merely in weakening an evil you may soon be, you ultimately will surely be, creating a good: secondly, because self-respect and honour demand it. No man who has the truth to tell and the power to tell it can long remain hiding it from fear or even from despair without ignominy. To release the truth against whatever odds, even if so doing can no longer help the Commonwealth, is a necessity for the soul.

We have also this last consolation, that those who leave us and attach themselves from fear or greed to the stronger party of dissemblers gradually lose thereby their chance of fame in letters. Sound writing cannot survive in the air of mechanical hypocrisy. They with their enormous modern audiences are the hacks doomed to oblivion. We, under the modern silence, are the inheritors of those who built up the political greatness of England upon a foundation of free speech, and of the prose which it begets. Those who prefer to sell themselves or to be cowed gain, as a rule, not even that ephemeral security for which they betrayed their fellows; meanwhile, they leave to us the only solid and permanent form of political power, which is the gift of mastery through persuasion.

Da quanto posso osservare nella vita che mi circonda, l’ampio desiderio della gente per la libertà e persino per la critica è scomparso. Il lavoratore chiede un sostentamento sufficiente e regolare, compreso un sistema di pensioni, e, come parte di questa concezione di sostentamento e sufficienza, anche una giusta quantità di tempo libero. Non vi sono alcun segno che desideri possedere i mezzi di produzione; forse ciò potrebbe accadere in futuro, ma tutte le evidenze indicano il contrario. Per quanto riguarda un’indignazione generale del pubblico contro governi corrotti, non esistono segni che essa possa essere abbastanza forte da avere qualche effetto concreto (al di fuori dei pochi che ne sono a conoscenza e che o partecipano ai benefici derivanti da tali governi o semplicemente alzano le spalle).

Tutto ciò che possiamo sperare di fare, per il momento, è agire in modo negativo: almeno secondo me. Possiamo minare il potere della stampa capitalista, possiamo smascherarla proprio come abbiamo fatto con i politici. È molto potente, ma anche molto vulnerabile – come tutte le cose umane che si basano sulla menzogna. Potremmo aspettarci, forse in un lasso di tempo breve quanto quello necessario per esporre e indebolire quella miserabile falsità e incompetenza chiamata Sistema Partitico (cioè, in circa dieci anni o meno), di ridurre la stampa ufficiale allo stesso stato. In alcuni modi, il rischio di fallimento è minore, poiché il nostro avversario è sicuramente meno ben organizzato. Ma al di là di questo, al di là di questi limiti, non riusciremo a ottenere nulla. Illumineremo la gente, e attraverso l’illuminazione distruggeremo quelle false credenze. Non provocheremo azioni pubbliche, perché i metodi e gli istinti legati all’azione civica collettiva sono ormai scomparsi.

Una tale conclusione potrebbe far pensare che il lavoro deliberato e continuo di chi dice la verità senza ricompensa, e sempre esponendosi a dei rischi, sia inutile; e che coloro che per molti anni hanno dedicato gratuitamente le loro migliori energie al consolidamento della libertà di stampa abbiano lavorato invano. Non intendo affatto suggerire nulla del genere: intendo proprio il contrario.

In futuro continuerò personalmente, come ho fatto in passato, a scrivere e pubblicare su quella casa editrice, senza curarmi del boicottaggio nella promozione e nei finanziamenti pubblicitari che hanno lo scopo di distruggerla e rendere vani tutti i nostri sforzi. Continuerò a farlo, anche se so che su “The New Age” o “New Witness” ho soltanto un lettore, mentre su “Weekly Dispatch” o “Times” ne avrei mille.

Lo farò io, e lo faranno anche gli altri che continuano a svolgere un compito simile. Primo perché, sebbene questo lavoro sia per ora soltanto negativo, esiste (e tutti noi lo sentiamo istintivamente) una “Forza Curativa della Natura”: indebolendo un male, si può molto presto – e sicuramente alla fine – creare del bene. Secondo perché il rispetto di sé e l’onore lo richiedono. Nessun uomo che possiede la verità da comunicare e il potere di farlo può a lungo nasconderla per paura o disperazione, senza subire umiliazioni. Rivelare la verità a qualunque costo, anche se questo non possa più essere d’aiuto alla Comunità, è una necessità per l’anima stessa.

Abbiamo anche quest’ultima consolazione: coloro che ci lasciano e si uniscono, per paura o avidità, al partito più forte di coloro che mentono, perdono gradualmente la possibilità di ottenere fama nel campo letterario. Una scrittura sincera non può sopravvivere in un ambiente dominato dall’ipocrisia meccanica. Coloro che si avvalgono dei loro enormi pubblici moderni sono degli scribacchini destinati all’oblio; noi, nel silenzio contemporaneo, siamo gli eredi di coloro che hanno costruito la grandezza politica dell’Inghilterra su basi di libertà di espressione e della prosa che ne deriva. Coloro che preferiscono vendere se stessi o essere intimiditi di solito non ottengono nemmeno quella sicurezza effimera per cui tradiscono i loro simili; nel frattempo, ci lasciano l’unica forma solida e permanente di potere politico: il dono del dominio attraverso la persuasione.